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{{AutoreCitato|Aurelio Bertola de' Giorgi|TICOFILO CIMERIO}}<ref>I due letterali che si accennano in questa pagina, e che dedicarono libri poetici a Lesbia, sono il signor cav. {{AutoreCitato|Ippolito Pindemonte|Pindemonte}}, e il signor cav. {{AutoreCitato|Clementino Vannetti|Vannetti}}.</ref></div>
<poem>:''Perchè a voi s’intitoli questo Libretto,''
::''Credo che l’ senta ogni gentil persona''</poem>
''Primieramente ove s’oda parlar di Sciolti, Voi correte tosto al pensiero, come al mentovar che si faccia Epopeia, ecco alla mente {{AutoreCitato|Publio Virgilio Marone|Virgilio}}. Natural cosa era dunque che cercasse di volgersi a Voi quello che con uno de’ tanti vostri titoli letterari tien parentela. Dolce e pellegrina lusinga vi andrà ver l’animo, raffigurando qui entro que’ germi, i quali deboli un giorno e mal sicuri, mercè la cultura vostra principalmente divennero gagliardi e fecondi; e che se già produssero presso tanti sol vane foglie, ora siccome poche altre volte è avvenuto, tornano a rivestirsi di frutte, vie più che di fiori. Aggiungete che modesto oltra misura l’Autore, soavissimo amico mio, non credea punto bello questo suo Poemetto, il quale fa così nobil fede che la buona poesia sostiensi in Italia anche per opera di coloro che non la professano. L’ho indotto io a darlo in luce; e volendogli dimostrare ad evidenza, che il Poemetto è bellissimo, non avrei potuto, meglio farlo, che scrivendovi in fronte:'' Diodoro. ''È poi''<noinclude>
<references/></noinclude>
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{{Sc|principe dell’accademia degli «affidati»}}
''(9 maggio 1787).''</div>
<poem>:Aurelio, a cui la cetera gentile
Erato pone fra l’illustri dita;
Dolce è sentir d’argute corde il suono,
E il canto che sull’anima si spande.
{{R|5}}Non io son figlio di caucasea rupe,
Nè torpide mi tessono l’orecchio
Le destinate al suon tremule fibre.
Torcer le sento, se talor le fiede
Augel palustre colla rauca voce.
{{R|10}}Ma alle soavi scosse, agili e pronte
Ripeton l’armonia de’ sacri vati.
Nascon di Giove i vati; hanno dal cielo
Impeto e sensi; e rari in ogni clima,
Rari per ogni età, parlano l’aurea
{{R|15}}«Favella che in ciel parlano gli Dei.»
A un cenno lor, le immagini dipinte
Balzan dal nulla, e in color mille avvolte,
I novelli pensier veston di luce.
Quindi hanno vita le famose imprese.
{{R|20}}Più di real piramide s’estolle
II Carme iliaco, e per l’immensa fuga
De’ rovinosi secoli trasporta
Pieno di gloria il fortunato Achille.
Nè splende meno fra le greche fiamme
{{R|25}}L’Autor del latin sangue: opra di Maro.
Diero al Poeta i numi, intender tutti
Del core i moti, e le riposte sodi
Visitar degli affetti; o se gli piaccia
Ninfe e pastori intenerir cantando,
{{R|30}}O spargere d’orror notturne scene.
Alla sua voce l’anima s’innalza
Sovra l’esser mortale; e, a i casi avversi
Usbergo d’adamante al cor circonda.
Dov’è, Pavia, dov’è l’almo ritiro,
{{R|35}}Ove al tuo Guidi lusinghiera apparve
«Una Donna superba al par di Giuno?»
Quanta pompa di vezzi e di tesori
Gli spiegò innanzi; e di che dolce invito
Assalto mosse al generoso core
{{R|40}}L’arbitra delle cose istabil Dea!</poem><noinclude>
<references/></noinclude>
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Categoria:Testi in cui è citato Aurelio Bertola de' Giorgi
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[[Categoria:Testi per autore citato|Bertola de' Giorgi, Aurelio]]
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* {{Testo|Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni}}
== Opere su Aurelio de' Giorgi Bertola ==
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<noinclude><pagequality level="4" user="Pepato" />{{RigaIntestazione|104|{{Sc|ultime lettere d’jacopo ortis.}}|}}</noinclude>del funesto istinto della vita sì che il mortale non cada sotto la soma delle tue infermità, ed ubbidisca irrepugnabilmente a tutte le tue leggi, perchè poi darci questo dono ancor più funesto della ragione? Noi tocchiamo con mano tutte le nostre calamità ignorando sempre il modo di ristorarle.
Perchè dunque io fuggo? e in quali lontane contrade io vado a perdermi? dove mai troverò gli uomini diversi dagli uomini? O non presento io forse i disastri, le infermità, e la indigenza che fuori della mia patria mi aspettano? — Ah no! io tornerò a voi, o sacre terre, che prime udiste i miei vagiti, dove tante volte ho riposato queste mie membra affaticate, dove ho trovato nella oscurità e nella pace i miei pochi diletti, dove nel dolore ho confidato i miei pianti. Poichè tutto è vestito di tristezza per me, se null’altro posso ancora sperare che il sonno eterno della morte — voi sole, o mie selve, udirete il mio ultimo lamento, e voi sole coprirete con le vostre ombre pacifiche il mio freddo cadavere. Mi piangeranno quegli infelici che sono compagni delle mie disgrazie; e se le passioni vivono dopo il sepolcro, il mio spirito doloroso sarà confortato da’ sospiri di quella celeste fanciulla ch’io credeva nata per me, ma che gl’interessi degli uomini e il mio destino feroce mi hanno strappata dal petto.
{{A destra|''Alessandria, 29 febbraio.''|margine=2em}}
Da Nizza invece d’inoltrarmi in Francia, ho preso la volta del Monferrato. Sta sera dormirò a Piacenza. Giovedì scriverò da Rimino. Ti dirò allora — Or addio.
{{A destra|''Rimino, 5 marzo.''|margine=2em}}
Tutto mi si dilegua. Io veniva a rivedere ansiosamente il {{Ac|Aurelio Bertola de' Giorgi|Bertola}};<ref>Autore di poesie campestri.</ref> da gran tempo io non aveva sue lettere — È morto.
{{A destra|''ore 11 della sera.''|margine=2em}}
Lo seppi: Teresa è maritata. Tu taci per non darmi la vera ferita — ma l’inferno geme quando la morte il combatte, non quando lo ha vinto. Meglio così, da che tutto è deciso: ed ora anch’io sono tranquillo, incredibilmente tranquillo. — Addio. Roma mi sta sempre sul cuore.
<i>Dal frammento seguente, che ha la data della sera stessa, apparisce che Jacopo decretò in quel dì di morire. Parecchi altri frammenti, raccolti come questo</i><noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Naamar" />{{RigaIntestazione|6|{{Sc|O r i g i n e d e l l e A r t i}}|}}</noinclude>{{Pt|re|mare}}, e dalle altre parti altissimi monti<ref>Dalla parte d’oriente non ha monti; quindi fu sempre aperto alle incursioni dei popoli vicini. Sesostri ritornato dalle sue conquiste vi fabbricò per difesa un muro da Pelusio fino ad Eliopoli lungo 1500. stadj, che fanno circa 190. miglia. {{AutoreCitato|Diodoro Siculo|Diodoro}} ''l. 1. §. 57. pag. 66. e 67.'' Fece scavare anche un gran numero di canali lungo il Nilo, per rendere l'Egitto impraticabile ai carriaggi, e ai cavalli dei nemici se mai vi fossero entrati. Diodoro ''l. c.'', {{AutoreCitato|Erodoto|Erodoto}} ''l. 2. c. 108. p. 152''.</ref>. Il corso del fiume, e l’uguaglianza della sua superficie non permisero mai che si dividesse; e se in certi tempi v’ebbero più re, ciò ben poco durò. Quindi è che l’Egitto più di qualunque altro paese lunga pace e riposo ha goduto; le quali cose fanno nascere le arti, e i progressi ne favoriscono.
{{Annotazione a lato|..e più tardi fiorirono in Grecia.}} §. 9. La Grecia all’opposto per molti fiumi, monti, penisole ed isole divisa, ebbe ne’ più rimoti tempi altrettanti re quante aveva città, e que’ re troppo gli uni agli altri vicini, portati alle contenzioni e alle guerre, turbavano perpetuamente il riposo; del che e la popolazione, e seco lo studio e gli utili ritrovamenti nelle arti molto danno risentivano. È quindi facile l’argomentare che le arti siano state molto più tardi conosciute in Grecia che in Egitto<ref>Vegg. {{AutoreCitato|Antoine-Yves Goguet|Goguet}} ''l. c. l. {{Sc|iI}}. sez. {{Sc|iI}}''.</ref>.
§. 10. Quando però in Grecia quelle ebbero principio, mostrarono colà, come presso i popoli orientali, tanta semplicità e rozzezza, che ben può vedersi non averne i Greci avuti i primi semi da altre nazioni, ma esserne stati eglino stessi i primi inventori<ref>Osservaremo qui col dotto P. {{AutoreCitato|Aurelio Bertola de' Giorgi|Bertola}} ''Lezioni di Storia, Tom. I. cap. 3. not. 2.'', che dicendosi avere i greci, e altri popoli avuto per maestri gli egiziani, o altri, non intendesi che non esistessero tra di essi i primi germi delle belle arti in ispecie, i quali spuntaron sempre dove più, dove meno, e rivestiti di una singolare indole dal clima, dalla religione, dal governo: si ha solo da intendere, che si sono sviluppati più facilmente, ed hanno messo fiori più presto coll’ajuto di chi avea già potuto consimili germi ridurre a grandi ed utili piante. Né {{AutoreCitato|Johann Joachim Winckelmann|Winkelmann}} prova il contrario colle ragioni, che va in appresso esponendo.</ref>. Adoravano già trenta divinità visibili, e a nessuna ancora non aveano data umana forma, contenti d’indicarle per mezzo d’informi masse, o di pietre quadrate, siccome faceano gli Arabi<ref>Max. Tyr. ''Diss. 8. §. 8. pag. 86.'', et {{AutoreCitato|Clemente Alessandrino|Clem. Alex.}} ''Cohort. ad Gent. c. 4. p. 40. l. 21.'' [Codin. ''de Origin. Constantinopolit. cap. 66. pag. 31. C''.</ref> e le Amazzoni<ref>{{AutoreCitato|Apollonio Rodio|Apollon.}} ''{{TestoCitato|Gli Argonauti (1873)/Libro II|Argon}}. l. 2. v. 1176''.</ref>: queste trenta pietre trovaronsi nella città di Fera in Arcadia<noinclude>{{PieDiPagina|||ai}}
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<noinclude><pagequality level="4" user="Naamar" />{{RigaIntestazione|12|{{Sc|O r i g i n e d e l l e A r t i}}|}}</noinclude>{{pt|citore|vincitore}} ne’ giuochi per nome Arrachione<ref>{{AutoreCitato|Pausania|Paus.}} ''lib. 8. cap. 40. pag. 682. princ''.</ref>, ma non per questo si argomenti che i Greci apprendessero dagli Egizj le arti del disegno. Essi non ne ebbero certamente l'occasione, poiché sino ai tempi di Psammetico, che fu uno degli ultimi re d’Egitto, era vietato a tutti gli stranieri l’entrare in quel regno; e altronde molto prima tali arti presso i Greci erano in uso. Che se alcuni viaggiatori, quali furono i savj della Grecia, vi penetrarono immediatamente dopo la conquista fattane dai Persi, non altro si proposero que’ filosofi fuorché di osservare la forma del governo di quelle contrade<ref>{{AutoreCitato|Strabone|Strab.}} ''lib. 10. pag. 738. D.'', et {{AutoreCitato|Plutarco|Plutar.}} ''Solon. op. Tom. I. pag. 92.''</ref>, e di apprendervi l’arcana scienza da que’ sacerdoti, ma non già di conoscerne le arti<ref>Per non fare qui una Dissertazione, io mi riserbo a trattare più opportunamente del commercio dei Greci, e delle altre nazioni cogli Egiziani anche ne’ tempi antichissimi, nella nuova edizione della lodata opera del sig. {{AutoreCitato|Antoine-Yves Goguet|Goguet}}, ''Della Origine delle leggi, delle arti, e delle scienze, e de’ loro progressi presso gli antichi popoli''. Basterà fare qui due osservazioni. In primo luogo {{AutoreCitato|Diodoro Siculo|Diodoro}} ''lib. 1. §. 96. pag. 107''. parla di filosofi, e di artisti, che prima, e dopo il re Psammetico andarono in Egitto: e sono Orfeo, Museo, Melampode, Dedalo, {{AutoreCitato|Omero|Omero}}, Licurgo, {{AutoreCitato|Solone|Solone}}, {{AutoreCitato|Platone|Platone}}, {{AutoreCitato|Pitagora|Pittagora}}, Eudosso, {{AutoreCitato|Democrito|Democrito}}, Enopide. Lo afferma su l’autorità dei sacerdoti egizj, e soggiugne che colà se ne conservava la memoria, e per le statue, o immagini, che di essi vi erano state fatte, e vi duravano ancora a suo tempo, e per denominazione, che da loro aveano preso alcuni luoghi, e opere forse pubbliche. In secondo luogo col lodato P. {{AutoreCitato|Aurelio Bertola de' Giorgi|Bertola}} ''Lezioni di Storia ec. Tom. I. cap. {{Sc|iiI}}. pag. 48.'' domanderemo a Winkelmann, come mai ha egli potuto dissimulare il passaggio in Grecia di colonie egizie? passaggio, che da tanti antichi storici viene accertato, come può vedersi presso il lodato Goguet ''l. c. lib. I. c. IV.'', il P. {{AutoreCitato|Paolo Antonio Paoli|Paoli}} ''della Relig. de Gent. ec. par. {{Sc|iI}}. § .XXV. pag. 76.'', e {{AutoreCitato|Carlo Denina|Denina}} ''Istoria della Grecia lib. I. cap. I''.</ref>.
§ 16. Coloro i quali tutto derivar vogliono dall’Oriente, ben maggiore verosimiglianza troveranno facendo venire le arti dai Fenicj, coi quali i Greci molto prima ebbero relazione, e da essi, al riferire degli storici, appresero per mezzo di Cadmo le lettere dell’alfabeto<ref>{{AutoreCitato|Erodoto|Erod.}} ''lib. 5. cap. 58. pag. 399.'', Euforo presso {{AutoreCitato|Clemente Alessandrino|Clemente Alessandrino}} ''Strom. lib. 1, num. 16. pag. 362.'', {{AutoreCitato|Diodoro Siculo|Diod.}} ''lib. 3. §. 66. p. 236.'', Plinio ''lib. 7. cap. 56. sect. 57.'', {{AutoreCitato|Publio Cornelio Tacito|Tacito}} ''Annal. lib. 11. c. 14.'', {{AutoreCitato|Eusebio di Cesarea|Euseb.}} ''De Præp. Evang. l. 10. c. 5. pag. 473.'', ed altri comunemente. Vegg. {{AutoreCitato|Samuel Bochart|Bochart}} ''Geograph. sacr. par. {{Sc|iI}}. lib. 1. cap. 20.'', {{AutoreCitato|Antoine-Yves Goguet|Goguet}} ''l. c. Tom. {{Sc|iI}}. par. {{Sc|iI}}. sez. {{Sc|iI}}. cap. VI''., a {{AutoreCitato|Geremia da Beinette|Bennettis}} ''Chronolog. et crit. hist. prof. et sacr. par. I. Tom. I. proleg. num. XIX.'', {{AutoreCitato|Carlo Denina|Denina}} ''Istoria della Grecia Tom. I. lib. {{Sc|iI}}. cap. XI''.</ref>. Alleati de’ Fenici, negli antichissimi tempi anteriori a Ciro, furono pur gli Etruschi<ref>Paus. ''lib. 10. cap. 17. pag. 836. princ.'' [Affinché Pausania quadri a ciò, che forse voleva dire qui Winkelmann, conviene emendare questo mezzo periodo così: Gli Etruschi nazione potente in mare ne’ tempi antichissimi (Pausania etc.), e anteriori a Ciro, alleati, furono de’ Fenicj, come appare ec.</ref>,<noinclude>{{PieDiPagina|||come}}
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||{{Sc|presso gli Egizj, i Fenicj, e i Persi.}}|147}}</noinclude>su cui lavorata era l’effigie d’Asdrubale, fratello d’Annibale, scudo che fu poscia appeso nel Campidoglio<ref>''lib. 25. cap. 24. n. 39.''</ref>.
{{Nl|... e ’l commercio.}}
§. 5. Estendeasi il traffico loro quali a tutta la terra allor conosciuta, e quindi apportavano in ogni luogo le opere de’ loro artisti. Avean anche edificati de’ tempj nelle isole che possedeano in Grecia, e fra queste in Taso<ref>{{AutoreCitato|Erodoto |Herodot.}} ''lib. 2. c. 44. p. 125.''</ref> uno ne aveano dedicato all’Ercole fenicio, più antico ancora dell’Ercole greco. Sarebbe per tanto verosimile che i Fenicj, i quali aveano portate nella Grecia le scienze<ref>Idem ''lib. 5. c. 58. pag. 399''.</ref>, v’avessero eziandio portate le arti, se ciò non venisse contraddetto dalle storie. E’ però da osservarsi che {{AutoreCitato|Appiano di Alessandria|Appiano}}<ref>''De Bell. punic. pag. 57.''</ref> fa menzione di colonne joniche esistenti nell’arsenale del porto di Cartagine<ref>Vorrebbe il P. {{AutoreCitato|Aurelio Bertola de' Giorgi|Bertola}} ''Lezioni di Storia, Fenicj c. 3. p. 179.'', che Winkelmann, andando colla sua regola dell'influsso del clima nel libro I. capo {{Sc|iiI}}., avesse fatta qualche differenza tra le arti dei Fenicj, e dei Cartaginesi, benché questi siano colonia di quelli.</ref>. Gran comunicazione aveano i Fenicj cogli Etruschi, e sappiamo diffatti che<ref>''Herodot. lib. 6. c. 17. pag. 446''.</ref> questi erano alleati ai Cartaginesi, quando sconfissero l’annata navale di Jerone re di Siracufa.
{{Nl|Figure de' loro dei.}}
§. 6. I Fenicj, come gli Etruschi, adoravano divinità alate, se non che quelle de’ Fenicj più assomigliavansi alla maniera egiziana, avendo le ale attaccate ai fianchi, daddove cadendo andavano ad ombreggiarne i piedi, siccome vedesi nelle figure delle monete di Malta<ref>''Descript. des pierr. grav. du Cab. de Stosch, préf. pag. XVIII''.[ {{AutoreCitato|Filippo Paruta|Paruta}} ''Sicilia numism. Tab. 139. n. 1. 3. 4. 5.''</ref>, isola posseduta un tempo dai Cartaginesi<ref>{{AutoreCitato|Tito Livio|Liv.}} ''lib. 21. cap. 20. n. 51''.</ref>; onde è probabile che dagli Egizj
<ref follow="pagina256">di smeraldo, ec. Egli ciò argomenta non meno dalle descrizioni dello smeraldo dateci da {{AutoreCitato|Teofrasto|Teofrasto}} e da {{AutoreCitato|Gaio Plinio Secondo|Plinio}}, che dalle sttue e da altri grandi lavori, che presso gli antichi diconsi fatti in questa pietra, di cui certamente sì grandi massi non trovansi. [ Da {{AutoreCitato|Erodoto|Erodoto}} ''lib. 2. cap. 144. p. 124''. abbiamo che nel tempio d’Ercole a Tiro vi fossero due colonne, una d’oro, e l’altra di smeraldo, non già statua. Teofrasto ''de Lapid. pag. 391''., e con lui Plinio ''lib. 37. cap. 5. sect. 19''. parlando di questa colonna aveano sospettato, che non fosse di vero smeraldo, ma di plasma di smeraldo, che si cavava nell’isola di Scio. Vedi sopra ''pag. 41. not. a''., e {{AutoreCitato|Vincent Mignot|Mignot}} ''six. mém. sur les Phenic. Acad. des Inscr. T. XXXIV. pag. 291''. La colonna d’oro fu collocata in quel tempio dal re Hiram, al dire di {{ac|Menandro di Efeso|Menandro d’Efeso}} presso {{AutoreCitato|Flavio Giuseppe|Giuseppe}} Flavio ''Contra Apion. lib. 1. cap. 18.'', il quale l’aveva avuta in dono da Salomone, come scrive Eupolemo presso {{AutoreCitato|Eusebio di Cesarea|Eusebio}} ''de Præpar. evang. l. 9. c. 34. in fine, pag. 451''.</ref><noinclude>{{PieDiPagina||T ij |aves-}}
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|316|{{Sc|parte prima}}|}}</noinclude>si vedeno ancóra le vestigie de le fosse vecchie e d’alcuni ponti. Mi mostrò anco esso Enrico il privilegio autentico d’{{Wl|Q43915|Ottone}}, primo di questo nome imperadore, ove egli, essendo a Pavia, prese per moglie {{Wl|Q76802|Aluida}}, che era nel primo matrimonio stata consorte di {{Wl|Q364485|Lotario}} re d’Italia. In esso privilegio si vede come Ottone a la famiglia Bandella sovra le sei bande de l’insegna loro donò l’aquila, ed oltra a questo gli fece signori di questa terra di Sale e di Caselle, la qual signoria pacificamente mantennero fin che furono le guerre civili tra i Vesconti e quelli de la Torre. E per esser una madonna Agnese Bandella maritata in messer Bernardo da la Torre, seguitarono alora i Bandelli la parte dei Turriani, ed essendo essi Turriani da’ Vesconti cacciati del dominio de la Lombardia, furono anco i Bandelli privati de la signoria de le lor terre, né mai quella ricuperarono. Non è ancor molto che frate Girolamo Beladuccio de l’ordine minore, maestro in sacra teologia, essendo io in san Francesco, mi condusse nel giardino del monastero e poi a la sua camera. Quivi, avendo egli le chiavi degli archivi del convento, mi fece veder un instrumento scritto in carta pecora, fatto quell’anno a punto che {{AutoreCitato|Francesco d'Assisi|san Francesco}} fu canonizzato, nel quale si contiene come sette gentiluomini Bandelli, lá dentro nominatamente espressi, domini e condomini di Castelnuovo, Sale e Caselle, de la piena autoritá e possanza loro donarono a frate Ruffino, stato compagno di san Francesco, tutto il terreno ove oggidí è posta la chiesa e il convento d’essi frati minori, e di piú li donarono otto mila libbre d’imperiali per edificar il monastero. Piacquemi molto aver vedute queste antichitá, e di giá ne ho parlato con Enrico Bandello e mostratogli il modo che deve tenere a ricuperar il detto instrumento. Questo tanto ve ne ho voluto dire per i parlamenti che stati sono tra voi de l’antichitá di questa terra e de le famiglie di quella, con animo di narrarvi un’amorosa novella che in questa nostra patria avvenne nel tempo che s’edificava, parendomi che questa ora del giorno debbia esser dispensata in ragionamenti piacevoli e non in disputazioni. La novella io giá vidi in un antichissimo libro scritto a mano ove erano molte cose de le antichitá de la nostra terra, ed il libro<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||{{Sc|novella xxiii}}|317}}</noinclude>era de l’eccellente dottor di leggi che tutti conosciuto abbiamo, messer Gasparo Grasso. Dico adunque che, nel principio de l’edificazione de la terra nostra, essendo stati i circonvicini campi distribuiti ai soldati veterani che dei romani ed ostrogoti vi si trovarono, fu tra gli altri di nazion gota un Velamiro, uomo molto stimato e de la persona prode, il quale, avendo lungamente sotto {{Wl|Q105105|Teodorico}} militato e sempre portatosi bene, meritò che ne la divisione agraria fosse preferito agli altri, di modo che si trovava molto ricco. Venendo costui a morte, lasciò di tutti i suoi beni erede un suo unico figliuolo che Bandelchil era nomato, dal quale la famiglia dei Bandelli ebbe il suo principio. Era Bandelchil giovine ne la nazione sua nobilissimo, e perché il padre oltra le possessioni gli aveva lasciato molti danari e spoglie grandissime che per tutta Italia aveva guadagnato, spendeva egli largamente ed a’ goti poveri nei loro bisogni molto spesso provedeva. Il perché generalmente era amato e riverito e quasi capo de la nazion sua. Avvenne che, veggendo egli un giorno una giovane di quindici in sedeci anni, la quale era oltra misura bella, di lei sí fieramente s’innamorò e tanto agli occhi suoi piacque, che non sapeva da tal vista levarsi e, non se ne accorgendo, a poco a poco sí fattamente vinto dal piacer di mirarla si sentí, da le bellezze di quella preso, che ad altro non poteva né sapeva rivolger l’animo. Erano tutti in chiesa quando ei la vide. Partita che fu la bella fanciulla, rimase Bandelchil pieno di vari pensieri, non avendo mai piú per innanzi provato questa dolce passione d’amore. Se n’andò a casa ed entrato in camera tutto solo, cominciò a pensare a le bellezze de la veduta fanciulla le quali stimava piú tosto divine che umane, e sí sovrapreso da infinito piacere si sentiva pensando a quelle, che ogn’altro pensiero gli era di mente uscito. Passava di gran pezza l’ora del desinare, quando veggendo quei di casa che il padron di camera non usciva, non sapevano che farsi. Pur uno di loro, entrato dentro, gli fece intendere l’ora del desinare esser passata e le vivande guastarsi. Se n’uscí Bandelchil e, data l’acqua a le mani, si mise a tavola. Ma che? Egli era sí profondato nei suoi pensieri amorosi che niente o ben poco mangiò. Era suo costume<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|epistola}}|61}}</noinclude>{{Pt|gnazione|l’indegnazione}} di molti, la quale di plebei ancora a grandissimi re nocette. E non è cosa di savio credere, con questo suo stomacoso furarsi, ingannare coloro che aspettano. Veggono alcuna volta, ancora de’ minori, con l’occhio del lupo cerviere quello che dentro alle camere di tali, quale esso è, si faccia. Ma finalmente, poichè lungamente ha uccellato coloro che l’addomandano, ed è a sè medesimo tedioso già fatto, aperte le porte, esce in pubblico, colla fronte ripiegata e con grave ciglio, sospirando, con gli occhi levati qua e là guardando. Volgonsi nella faccia di lui uscente fuori gli sventurati; con umili voci di lagrime e di dolore impedite addomandano che a loro sia fatto ragione; ma egli, come occupato in grandissimi pensieri, s’infinge, se ’l fatto non gli piace, non avere udite le cose che dette gli sono; e benchè alcuna volta risponda, con vane promesse ed avvolgimento di parole, e con indugiare schernisce i miseri. A che dico io molte cose? Non altrimenti tratta ciascuno che se dal cielo a lui solo sia superinfuso lo spirito, agli altri de’ bruti animali. Misero me, ch’io non posso rifrenare la penna, ch’ella non mi tiri colà dove io non vorrei essere andato!
Ha costui così posto giù la memoria del suo primo stato, ch’esso non si ricordi quando mercatante venne a Napoli, d’uno fante solamente contento? E non fu questo ad Alba, fondando Ascanio, ovvero Silvio; ancora non è conceduto il trigesimo anno: vivono molti che se ne ricordano, ed io sono uno di quelli. Donde è questa superbia così grande? donde è questa schifiltà intollerabile da ogni uomo? Già<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|62|{{Sc|a messer francesco}}|}}</noinclude>non è a lui la schiatta del gran Giove, non le ricchezze di Dario, non le forze d’Ercole, o la prudenza di Salomone: certamente egli è grande, non meno per la sventura de’ suoi maggiori che per suo merito. Pel mancamento de’ buoni uomini spesse volte sono esaltati i cattivi. Ma concedasi che per sua virtù sia venuto colà dove la fortuna l’ha levato, ed aggiugnamoli la preeminenza, se tu vuoi, di ciascuno grandissimo re; debbonsi così fastidiosamente schalcheggiare i minori? Il giuoco della fortuna è volubile. Ella è usata di gittare in terra quelli ch’ella aveva levati in alto, nè in uno medesimo stato sotto il sole lascia alcuna cosa. Non si ricorda questo tuo Mecenate aver letto, Serse re di Persia aver coperta la terra di soldati e ’l mare di navi per far guerra agli Achei, da’ quali rotto, lui, tagliati e cacciati gli eserciti e per pestilenza consumati, il navilio distrutto, in una nave di pescatori presso al mare Ellesponto umilemente pregare i marinari che lo trasportassono di Europa in Asia? e passato solo, avendo alquanto seduto nel lito d’Asia...? Non si ricorda d’aver letto di Policrate di Samia, che volendo non si poteva fare adirata la fortuna, per subita mutazione delle cose nel colle del monte Midalense d’Oriente, prefetto del re Dario, essere in croce confitto, e in essa patire? Non si ricorda d’aver letto, Prussia per addietro re di Bitinia, posta giù la maestà reale, ne’ covaccioli delle fiere, umile e pauroso con un solo servo nascondersi? Ma a che conduco io in mezzo gli antichi esempli, conciossiacosach’egli abbia innanzi agli occhi de’ freschi quasi innumerabili,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|epistola}}|63}}</noinclude>degli uomini grandissimi il cadere? Il che se questo savissimo pensasse, appena credo che non che i più chiari di sè così in prova schernisse, ma i minori non terrebbe da poco, anzi porrebbe modo alle cose, e lieto, rimossi i supercigli gravi, con piacevole favella visiterebbe ciascuno: la qual cosa, perocch’egli è a sè stesso uscito di mente, schifa di fare. Io, al quale gravissimi sono questi costumi, acciocchè più oltre non fossi del nocevole peso aggravato, partire mi disposi; e a dare alla disposizione opera non indugiai, acciocchè io la ingiuria dello stomaco e la paura dell’animo ponessi giù.
Temetti ancora, e molto temetti, che agli omeri miei non ponesse il peso del suo grandissimo desiderio, cioè di scrivere le gran cose, le quali si crede, o vuole si creda per altri, lui aver fatte. Io m’era già avveduto dinanzi ch’egli il desiderava, e assai m’avvidi per altro non essere chiamato. È in lui, siccome io potei comprendere, cupidità sì grande di nome e di fama lunga, che niuna cosa è maggiore; e postochè ottimamente io sappia per qual via a questo si pervenga, niuna così fatta notizia è a lui; certo e’ si stima per li costumi suoi e per gl’inganni venire in quella, e co’ beni della fortuna, e non con sua operazione pigliare lei. Certamente egli è ingannato. Nondimeno e’ non è sì sciocco ch’e’ non lo conosca: ma e’ vorrebbe uno che con bugie colorate, in quella, scrivendo, lui menasse: la qual cosa arebbe il suo Coridon<ref>Zanobi da Strada.</ref> fatta, se e’ vivesse; ma più duro {{Pt|sa-|}}<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|64|{{Sc|a messer francesco}}|}}</noinclude>{{Pt|rebbe|sarebbe}} a confortare me a scrivere contra la verità cosa alcuna. Di che, perocchè avvedere si potè, penso ch’io gli sia suto men caro, ed in prova, di vane promesse uccellato. Io udi’, e credo che sia vero, essergli dato a credere dal suo Coridone, uomo lusinghiere, il quale egli quasi l’oracolo d’Apollo Delfico onorava, con queste opere massimamente potere gli uomini farsi nomi perpetui: coll’arte dell’armi, con fare degli edificii, con la notizia delle lettere; e con tanta forza di parole avere ciò sospinto nel petto suo, che mai da lui questa opinione svegliere si potesse. E non era dannevole; perocchè, se largamente a tutte, o almeno ad una avesse data opera, forse che e’ sarebbe venuto colà dove desiderava. Ma che? e’ fu mortale, purchè vivuto e’ fosse, dicono alcuni, lui a lui credulo arebbe dimostrato con non so che ragioni, che egli è sommo in tutte, e per questo degno di perpetua fama, se i fatti suoi per lettere fossero commendati. Perocchè chi è di sì forte petto che agevolmente non creda quello che e’ desidera? conciossiacosachè, eziandio senza confortatore, molti al suo medesimo giudizio diano fede. Che male è questo che è così intorno a noi medesimi, i quali meglio conoscer dobbiamo? Siamo ingannati tutti. Ma tu dirai: e’ non è così; per estimazione di molti si crede quello che egli di sè pensa. Così veggo che colà si verrà, se così singularmente non esamineremo i meriti di costui, che e’ si creda me avere tenuto l’indebito peso delle sue opere, anzi piuttosto aver dato modo alla pusillanimità.
Che è adunque innanzi all’altre cose? Ovvero<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|epistola}}|65}}</noinclude>pe’ conforti di Coridone, ovvero per sua opinione, egli vuol esser tenuto un egregio duca e capitano di guerra, a questo menando, per grand’argomento, ch’esso sia preposto agli altri del regno di Sicilia; quasi non conosciamo, gli antichi Campagnuoli e Pugliesi essere suti sempre uomini oziosi, ed egli essere in questo soprannome così grande, non di comune consentimento, ma solamente d’uno re giovanetto; e quello, acquistato da lui, non che in fatti d’arme o in guerra fosse il maggiore, ma perchè egli venisse al grandissimo soldo che a’ suoi predecessori era usato dare dal principe, e perchè e’ paresse nobile per soprannome così grande. Ma lasciamo questo, e a quello ch’egli abbia fatto degno di memoria vegnamo. A quante battaglie si trovò egli? quante schiere ordinò egli? quante fuggenti ne sostenne? quanti eserciti de’ nemici sconfisse? quanti n’ha menati prigione? quali rapine, quali prede, quali spoglie, quali segni militari si fece portare innanzi? quali campi de’ nemici prese? quali provincie sottomise? Dicalo egli, dicalo un altro; io niuna ne udi’. Che adunque scriverò? Perchè non temerò io di sottentrare al peso dello scrivere?
Se lui co’ Cincinnati, Curzi, Scipioni, con Epaminonda e con gli altri non mescolerò, invidioso mi diranno. Se non lo mescolerò con Marco Marcello, il quale si trovò in quaranta battaglie, quinci e quindi le bandiere spiegate, o con Giulio Cesare, che si ritrovò in cinquanta, non contando le cittadinesche, anche sarà detto invidia. Se io lo scriverò, mentirò. Non solamente è di bisogno che il capitano sia {{Pt|valo-|}}<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|66|{{Sc|a messer francesco}}|}}</noinclude>{{Pt|roso|valoroso}}, conciossiacosachè grandissimi fatti faccia con astuzia. Concedasi. Venga chi mostri quali città di nemici egli abbia con astuzia prese, quali schiere de’ nemici con aguati egli abbia rinchiuse, quali capitani con inganni; ed io non dubiterò di farlo poi pari a Cato Censorino o ad Annibale Cartaginese. Sarà chi dirà, lui avere spesse volte tolte via grandissime schiere di congiurati nimici. Non lo negherò; ma questo fece con oro, e non col coltello o con sua astuzia, il che è piuttosto officio di paciale che di gagliardo duca. Non a questo modo rimosse Cammillo i superbi Franceschi di Campidoglio, anzi con ferro distrusse i nemici, tolto loro il pattovito e già conceduto oro. Queste cose si sanno più che al suo appetito non consuona. Se egli nol sapesse, i titoli degli officii non fanno gli uomini degni di lode, quantunque sien chiari. Per certo Coridon l’ingannava intorno a’ fatti d’arme, se altro non c’è ch’io non sappia.
Oltre a ciò gli ha il suo Coridone dato a credere, lui essere degno di perpetua loda e gloria, perchè egli abbia fatto un munistero con parecchie mura<ref>La Certosa, presso Firenze, grandiosissima fabbrica, è opera della pietosa munificenza di Niccola Acciaiuoli.</ref>. O stoltizia da ridere che è aver pensato questo, non che averlo a lui dato a credere, essendo una piccola frasca! Io mi penso, se bene conosco i costumi di quest’uomo, lui avere con tutta la mente sì i detti di Coridon presi, che non altrimenti si glorii, che se la torre dell’oriental Babilonia, o le piramidi<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|epistola}}|67}}</noinclude>d’Egitto, o il mausoleo d’Alicarnasso abbia edificato. Oimè, ch’io non mi posso tenere che io non abbia compassione allo ingannatore mio, vedendo lui, che inganna gli altri, esser così fanciullescamente ingannato! Tu nondimeno, che continuamente gli se’ innanzi, e se’ fatto partefice di tutti i suoi consigli, togli dagli occhi suoi questa nebbia, acciocchè per innanzi non tolga e non tenga quello de’ poveri, per conferirlo dove non aggiugne, nè aggiugnera dove desidera. Vana opinione e da ridere è cercare con edificii perpetua fama, Forsechè tu aspetti ragioni con le quali questa verità si solva. Se sono gittati in terra, o tranghiottiti dalla terra, perisce con l’edificio la fama dello autore, ed a questi molte cose pongono aguati: i tremuoti, gli aprimenti della terra, le saette, gli ardori del sole, le piove, i ghiacci, le radici degli alberi; e s’è gravità soprapposta, il venir meno la terra di sotto, gli odii degli uomini, e l’avarizia, e la vecchiaia non molto di lungi. A’ quali se le dette cose pure perdonano, e permettono ch’elle pur perseverino in lunghissimo tempo, periscono nondimeno i nomi di coloro che edificano, gli edificii non salvando quelli. Guarda il tempio, siccome si crede, di Venere Baiana; guarda quivi medesimo l’oratorio di Silla, guarda gli edificii per addietro grandissimi e mirabili delle Samia Giunone, di Diana Efesia e d’Apolline Delfico; cerca tra le ruine di quelli, o tra le mura mezze rose, fora i fondamenti, se tu puoi, domanda i sassi in ogni luogo tutti, non di leggiero troverai il nome del principe dell’opera di cotanta spesa. Forsechè tu troverai molti nomi<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|68|{{Sc|a messer francesco}}|}}</noinclude>de’ maestri delle mura, perchè tu veggia quanto sempre più vaglia l’ingegno che la pecunia. Stando ancora in piede molti edificii certamente molto magnifici, nel suo ragguardare rendono testimonio della grandezza dell’animo di colui che edificò; ma i nomi di quelli sono mescolati con alcuna confusione della sdrucciolante memoria, sicchè tu non puoi conoscere chi quelli più che questi abbia edificato. Ecco, presso a Baia del tuo Grande, sono edificii grandissimi e maravigliosi di Gaio Mario, di Giulio Cesare, di Pompeo grande e di più altri molti, e ancora in questa età durano; ma distintamente per cui opera ovvero spesa sieno ritti, niuno giudizio certo ci resta. Ciascuno, come gli piace, eziandio le vecchierelle, compostasi una favola, le fatiche nobili attribuisce a cui gli piace. Questo è quasi il primo morso del fuggente tempo, tirare in dubbio le cose certe, conciossiacosachè dalle cose dubbie in tutta oblivione agevolmente si venga. Se tu vuoi per le cose giovani vedere meglio la ruina delle antiche intorno a così fatte cose, ragguarda le stufe di Diocleziano, la casa d’Antonio in mezzo la citta di Roma, per avarizia come per negligenza de’ cittadini già divorate e peste, e quasi mutati i nomi e distrutti quanto alla gloria de’ componitori. E così, amico ottimo, poichè in tempo periscono tutte le fatiche de’ mortali, questa senza fallo meno intra le nobili consiste; e benchè alquanto perseveri, nondimeno con poca loda persevera di colui che edifica; il che non è nascoso. Se noi vogliamo ragguardare, molti furono già presi dal desiderio di questa gloria, intra’ quali {{Pt|grandis-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|epistola}}|69}}</noinclude>{{Pt|simi|grandissimi}}, e che più ci spesono, Erode d’Antipatro, per addietro re de’ Giudei, e Nerone Cesare essere stati, dimostrano gli esempli che ancora stanno in piè; i nomi de’ quali, se altri gran fatti non avessono conservato, di nulla memoria sarebbono appresso di noi; e se la fortuna avesse voluto conservarli per quello, non lungamente sarebbono durati; poichè per ogni cagione gli edificii si disfanno, tanto si diminuisce della fama di colui che mura, quanto dell’edificio è tolto via. Stoltissima cosa è adunque d’una povera casetta pensare a perpetua fama potere aggiungere, alla quale di grandissimi e nobili templi e edificii veggiamo nobilissimi uomini e principi del mondo non aver potuto aggiugnere.
Oltre a questo, come tu insieme meco conosci, tanto ardentemente desidera d’essere tenuto litterato e amico delle Muse, che quasi niuna cosa più sollecitamente faccia apparere. Non di certo ch’e’ sia, ma che e’ paia, conciossiacosachè essere si creda. Perocch’io odo che Coridone gli aveva dato a credere, potere avere alcuni, quello che a litterato s’appartiene, eziandio senza grammatica; conciossiacosachè quell’arte sia suta trovata, non per crescer l’ingegno, o per dare all’intelletto notizia delle cose, ma acciocchè, come noi in diverse lingue parliamo, il Tedesco e ’l Francioso possa, mediante la grammatica, intendere quello che scrisse l’Italiano: e che a lui sia copia de’ libri volgari, da’ quali possa le storie e le cagioni delle cose abbondevolmente pigliare: la qual cosa avere avuta lui per fermo è chiaramente manifesto.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|70|{{Sc|a messer francesco}}|}}</noinclude>{{Nop}}
A cui non si dà egli agevolmente a credere quello che ardentemente desidera? Di quinci adunque per le già dette cose è manifesto coll’altrui lettere, conciossiacosachè colle sue non così compiutamente abbia fatto, nome perpetuo e fama desideri. E acciocchè e’ paia quello doversi approvare che e’ desidera, lui spesse volte veggiamo intra’ più sommi sedere, e parlare e recitare storiuzze note alle femminelle, e alcuna volta mandare fuori alcune parole che sanno un poco di grammatica; libri palesemente trassinare, e leggere alcuni versicciuoli; tutti ancora libri per ragione o per forza, o per dono o per prezzo o per rapina aggregare, comporre nello scrittoio, o spessissime volte, mentrechè nel parlare si cade nel nome d’alcuno di questi, dire non altrimenti che se tutto l’avesse letto, sè averlo nell’armario; e molte simili cose fare. E certamente egli è laudevole desiderio, e non è dubbio ch’egli non sia da mandare innanzi agli altri che vagliano meno; perocchè quelli che sono valenti nella lettera, ciò che per addietro è fatto hanno nel cospetto. Le leggi della nostra madre natura e l’andamento del cielo conoscono e delle stelle, e sanno il circuito della terra e i liti del mare, e le cose che sono in quelli; e, quello che è molto da commendare, che non solamente fanno chiaro nelle lettere il nome degli altri, ma, scrivendo, nell’eternità levano il loro. Per la qual cosa siccome le stelle il cielo, così i nomi di così fatti uomini fanno chiara la terra.
Vedi con quanta luce risplendono, e con quanta riverenza e ammirazione ancora dagl’ignoranti sieno ricevuti i nomi, benchè nudi sieno, di Museo,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|epistola}}|71}}</noinclude>d’Orfeo, di {{AutoreCitato|Platone|Platone}}, d’{{AutoreCitato|Aristotele|Aristotile}}, d’{{AutoreCitato|Omero|Omero}}, di {{AutoreCitato|Marco Terenzio Varrone|Varrone}}, di {{AutoreCitato|Gaio Sallustio Crispo|Sallustio}}, di {{AutoreCitato|Tito Livio|Tito Livio}}, di {{AutoreCitato|Marco Tullio Cicerone|Cicerone}}, di {{AutoreCitato|Lucio Anneo Seneca|Seneca}} e d’altri simili; acciocch’io lasci quelli de’ santi uomini più degni di loda, perocchè è altra operazione. E a volere essere nobilitato di così fatti titoli, con molta fatica si fa quello, perchè si va nelle composizioni, dalle quali altri è nel chiaro lume condotto. Di queste cose niente trovo fatto dal tuo Mecenate: sento nondimeno, a lui essere una ammirabile attitudine nella litteratura, a lui da natura stata conceduta. Ma che pro’ fa avere l’attitudine, e dispregiarla? e avere rivolto in atti molto diversi quello che dovea rivolgere negli studi delle lettere? E che che si dica il suo Coridone, le cose vulgari non possono fare uno uomo letterato; nondimeno dalla pigrizia vulgare possono alquanto separare uno uomo studioso, e in alcuna agevolezza guidare a’ più alti studi, i quali avere levato questo uomo dalla feccia plebeia non negherò: a quelli che sono di fama degni essere condotto, non confesserò; perocchè in nullo santo studio lui mai avere studiato è cosa manifesta.
So nondimeno essere di quelli che vogliono, ed egli non lo sconfessa, lui avere scritte molte lettere volgari, le quali alcuna volta stima di tanto pregio, che quella che ad uno arà mandata, quella medesima a molti in ogni parte manda, acciocchè la eloquenza del petto suo possente, per testimonio di quelle, si manifesti; delle quali molte ne vidi, attendendo piuttosto ad ornato parlare secondo l’usanza sua, che a fruttuoso; per la qual cosa, benchè<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|72|{{Sc|a messer francesco}}|}}</noinclude>d’alcuna loda sieno degne, nondimeno non da molto le fo; nè tu. Scrisse ancora a Palermo, siccome dicono alquanti assai degni di fede, in mezzo il tumulto della guerra della quale egli era duca (e nondimeno non era a lui intero esercito, perocchè e’ non aggiungevano a dugento cavalieri, e oltre a questo delle legioni de’ soldati molto era il numero scemato, e quasi a dugento erano tornati i pedoni, e questi erano mercenarii, e che venieno piuttosto in aiuto che di propria schiera), uno volume forse memorabile e degno del verso d’Omero, perocchè spregiato il volgare fiorentino, il quale al tutto tiene da poco e gitta via, trovò uno nuovo mescolato di varie lingue. Scrisse in francesco de’ fatti de’ cavalieri del santo spedito, in quello stile che già per addietro scrissono alcuni della tavola ritonda, nel quale che cose da ridere e al tutto false abbia poste egli il sa. Queste cose, per non dire l’altre, non arò io in orrore di scrivere in sua lode con mio stile? e lui, nimico delle Muse, dirollo io amico? Tolga Dio dalla mia sottile penna questa vergogna, la quale se io temo, tu che se’ uomo litterato maravigliare non ti dei.
E acciocchè l’animo mio non ti sia nascoso, io sono per volgermi in contrario, se egli non apre la prigione alla moltitudine de’ libri, i quali appresso ad alcuni oziosi uomini, i quali non molto lungi da Firenze nobilmente pasce, sotto chiave di diamante ha riposti; quasi per questo molti abbiano girato il mondo, e cercati gli studi di diverse nazioni, le notti senza sonno abbiano guidate, e con ogni affetto {{Pt|ab-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|epistola}}|73}}</noinclude>{{Pt|biano|abbiano}} sudato, acciocchè le fatiche loro diventassono esca delle tignuole e della polvere. E non dubito avverrà, se non per la mia fatica, almeno per l’altrui, che colui che crede tenere le Muse prese, fia sospinto nella ruina del disleale oste Pireneo, quelle volantisi via. Molte cose, oltre a queste, potrei aver dette, e me, s’io temetti, avere renduto scusato; perocchè a lui sono molte arti perchè egli meni gli uomini dove e’ vuole: perocchè egli è malizioso e pieno d’inganni. Ma poichè, per divina grazia più che per mio senno, dalle mani sue son venuto sicuro, giudicai lasciare l’altre cose agli altri.
Ma acciocchè di questa parte alcuna cosa rimasa non esaminata (oltra le cose che dal suo Coridone sono sute date a credere al tuo Mecenate) non resti, altro da molti gli è attribuito. ''Magnanimo'' il dicono molti; la qual cosa egli con tutti gli orecchi riceve. Gran cose, e quasi avanzanti le forze degli uomini, sono l’opere della magnanimità, forse conosciute da molti, ma osservate da pochi; perocchè la magnanimità è bellezza e glorioso ornamento dell’altre virtù e, come vollono i nostri maggiori, del ''Magnanimo'' è con egual viso ed animo sofferire ogni cosa che viene; il che spontaneamente confesso Mecenate tuo alcuna volta aver fatto. Io ho udito, e credolo, lui avere con viso e parole e animo immobile uno giovane figliuolo d’ottima testificanza perduto: e so niuno altro ne’ preteriti anni miei ciò aver fatto, se non Ruberto re: e non sono più degni di eterna memoria che si sia costui, Orazio Pulvillo, ovvero Emilio Paolo, o Anassagora, o altri simili, li nomi<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|74|{{Sc|a messer francesco}}|}}</noinclude>de’ quali per quel gran fatto siano immobili, con felice memoria. Questo, per la casa di Polluce, è non solamente degno della penna mia, ma degno d’essere lasciato a quelli che dopo poi verranno, scolpito con lettere d’oro.
Vogliono ancora, il ''Magnanimo'' essere non solamente perdonatore delle ingiurie, ma ancora non curarle; il che fu sommamente osservato da Cesare dittatore. Se costui ad alcuno d’animo l’abbia fatto, non l’ho assai di certo; conciossiacosachè alcuni che sanno i suoi segreti, affermino che niuno sarebbe più crudel fiera di lui se li sia data copia della vendetta: e se non li sia data, niuno essere maggiore perdonatore di lui. E oltr’a questo dee il ''Magnanimo'' tenere a vili le ricchezze, e con tutte le forze cercare onore. Costui avere a vili le ricchezze non confesso; ma quanto egli desideri tutti gli onori, già assai è suto mostrato; ma egli non se ne fa degno come al ''Magnanimo'' si confà. È ancora il ''Magnanimo'' spontaneo facitore di doni, non desideroso ricevitore; ma costui in questa parte volge l’ufficio della virtù, conciossiacosachè e’ sia ricevitore spontaneo, e non desideroso donatore. Chi potrebbe annoverare tutte le cose del ''Magnanimo?'' conciossiacosachè per le già dette cose, benchè con asciutto piede l’abbia passate, sia chiaramente manifesto lui non esser ''Magnanimo'', ma avere alcuna volta fatto alcuno atto di ''Magnanimo''.
La virtù abituata nell’animo, per la quale meritamente l’uomo è detto ''Virtuoso'', persevera, e non d’uno atto quasi compiuto usa l’ufficio suo. Altri<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|epistola}}|75}}</noinclude>vogliono questo suo essere ''Magnifico'', perchè al nome suo paia rispondere la virtù, perocchè lui chiamate ''Grande'' per ragione dell’ufficio; la qual virtù non s’aggiugne a popolaresche spese, perocchè ella è piuttosto de’ grandissimi uomini che d’altri. Adunque, conciossiacosachè intorno alle cose di grande spesa solamente s’intenda, è cosa del Magnifico, come tu sai, saviamente spendere gran cose; e per cagion di bene e con diletto grandissimi conviti spesseggiare, donare grandissimi doni, forestieri grandemente spendendo ricevere, dare retribuzione; edificii da durare lungamente, non cittadineschi, in alto porre, fare ornamenti splendidi, ed altre cose scritte dall’ordine de’ nostri maggiori. Adunque da quale di queste, acciocchè veggiamo se questi è ''Magnifico'', faremo principio?
Risponderanno questi, piuttosto lusinghieri che consapevoli di magnificenza: ''Egli ha grandissimo numero'', come ''di cavalli''. Bene sì cominciano. Ricordansi, lui del servigio d’uno solo già essere contento; e perchè ora ne veggono molti, stimano essere magnifico quello che è necessario. Nondimeno come costoro tenga orrevolmente, e come doviziosamente, io me n’avvidi, e nol tacetti, e tu il sai: e quantunque poco sia quello che nel vivere di costoro si spenda, nè è gran cosa, nè per cagione di bene fatto, anzi piuttosto con dolore e con una strettezza sì fatta, che piuttosto di plebeo che di grande pare la spesa; e se la grandezza dell’ufficio suo nol richiedesse, tostamente sarebbe ridotto in un piccolo numero. Diranno ch’egli celebri grandissimi conviti<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|76|{{Sc|a messer francesco}}|}}</noinclude>alli re e a grandissimi uomini; il che negare non si debbe, ch’e’ lo fece alcuna volta, ma non per cagione di bene, anzi di guadagno. Certamente egli se ne sarebbe astenuto, se altrettanto, o più, da questi non s’avesse pensato guadagnare: fecelo per pompa di ventosa gloria, la quale spontaneamente con gran prezzo compera. Di quinci seguita chi dirà: ''egli dà molti doni, molte limosine a’ poveri, vestimenti a’ buffoni; manda infino in Francia pe’ tessitori che facessono le veste delle mura distinte d’imagini; fece uno monistero''; e simili cose. O stomacoso riso! Se egli avesse fatte queste cose per far bene! ma perocchè altrove tendea la intenzione non conosciuta da ognuno, vischio e reti ed uccellagioni sono da pigliare il vento del popolo in vanagloria, nè si debbono a magnificenza attribuire. Dopo queste cose dicono: ''ch’egli va nobilmente vestito di porpora'', non sapendo che cose di magnifico non sono essere in sè spendereccio. Di ricevere i nobili, i quali a caso colà vengono dove sta questo Grande, non dicono nulla; ma e’ sanno che egli, acciocchè quelli fugga, con colorata fizione in uno piccolo canto della casa reale aversi fatta una casetta, lasciata la ''Sentina'' a’ servi.
Dove sono adunque queste cose magnifiche? Vengono da vera, e non da finta virtù? Io voglio che coloro che il magnificano ragguardino qual sia la certa e chiara magnificenza. Ecco che innanzi si fa il grande Alessandro di Macedonia, il quale ha ardire con poca compagnia d’assalire il mondo, e dipoi i sottoposti reami per ragione di guerra immantinente con<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|77|{{Sc|a messer francesco}}|}}</noinclude>lieto viso donare. Tito Quinzio Flaminio consolo romano, non di minore animo, uno dì con una sola voce di banditore, alla a sè sottomessa Grecia concedette libertà. A Pompeo Magno parve piccola cosa per forza d’arme acquistare Tigrane, e immantinente con animo magnifico restituire il regno a’ nemici: e così al giovane Tolomeo donare Egitto. E, per non dirne più, queste sono le cose della magnificenza, questi sono certissimi testimoni degli animi grandi. Domando nondimeno che costoro dicano, se elli pongono in cotali cose magnifiche di costui aver trovata la tavola tonda, acciocchè in uno vaso molti mangiassono quello che si suole innanzi a due porre ancora da coloro che cittadinescamente vivono; e dicano, se egli è ''Magnifico''............... il che a lui ragionando così sollecitamente rivedere la ragione delle pecunie spese, e con involgimento di parole gli amici, a’ quali egli sia obbligato, tirare in strema povertà. Lascino adunque gli sciocchi il levare in alto colui che non conoscono, e però, a Dio prima, e poi a me rendo grazie che, acciocch’io non avessi queste magnificenze a provare, modo trovai al mio partire.
Assai è detto quello ch’io abbia tenuto, e perchè io mi sia partito; postochè niente ti sia occulto, stando ancora me costà: il che così distesamente ho detto, perchè tu artificiosamente ti mostri dimentico. Ma una cosa non voglio io lasciare, la quale è quasi miracolosa. Mentrech’io era presso a Mecenate, io udi’ certamente lui molte volte dire e affermare con quanta gravità poteva, ''sè desiderare essere nudo''<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|78|{{Sc|a messer francesco}}|}}</noinclude>''di sue ricchezze tutte, purchè egli traesse la generazione sua dagl’Iddii di Frigia'': quasi si pensasse per quella generazione sè, di nulla, dovere acquistare molto più larghe ricchezze, titoli più chiari e fama più lunga. Oh quanto, al giudicio mio, è ingannato! Non sempre, non in ogni luogo si trovano pazzi, e appresso i quali sia gran copia di ladroni e povertà di consiglianti. Ma vegnamo dove è il desiderio. Che nel sangue, che nella schiatta di Troia vede costui di nobiltà più che nel suo, o in altro qual più gli piace? Non abbiamo noi i corpi da uno medesimo padre? non fabbricati da uno medesimo artificio di natura? non composti di quelli medesimi elementi co’ re e co’ lavoratori, e con quella medesima legge, e passibili e mortali? Non del grembo della divina larghezza abbiamo noi tutti l’anime di libero arbitrio, di ragione e d’eternità dotate, e superinfuse ne’ corpi? Perchè adunque un’altra schiatta che la sua desidera? Che più in questa schiatta che nell’altre conosce costui? Vede costoro nobili, e coloro non nobili essere chiamati, ed i nobili essere avuti da maggior pregio; e però desidera avere ottenuto quello che non gli pare che conceduto gli sia; e, come sciocco, desidera dalle cose di fuori quello che entro sè vuole. Crede ognuno che ha sana mente, e io, da perfetto Creatore l’anime di tutti essere create perfette, e non avere differenza intra sè quando ne’ corpi s’infondono; nondimeno per lo congiugnimento de’ corpi pigliano diversità, la eternità servata. Ma de’ corpi, benchè da uno medesimo martello e da uno medesimo ordine sieno fabbricati, perchè<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|epistola}}|79}}</noinclude>da potenza a molti dal cielo e dalle stelle paiono compiuti, non è una medesima uniformità; perocchè il continuo movimento del cielo, e la varietà del concepere e del nascere li fanno diversificare d’attitudine, d’effigie e di stature; e siccome per organi più larghi o più stretti, o più lunghi o più brevi, e meno o più dirittamente o dalla natura o dall’artifice lavorati, lo spirito che n’esce in voci più acute e più gravi, più dolci e più aspre, ovvero roche e soavi si converte; così dalla varietà de’ corpi prodotti varii appetiti veggiamo e operazioni, benchè l’animo virile ad ogni cosa, benchè malagevolmente, può resistere.
Adunque da queste attitudini de’ corpi prodotti, obbedendo l’anima alla simplicità della prima natura, da quella si addiviene, che colui che è nato atto a cose di guerra, e in quelle avviluppato, favoreggiandolo la fortuna, sopra il codardo e servente alle cose di villa agevolmente abbia ottenuto l’imperio, e sè abbia detto nobile, e colui servo. E così, per lasciare l’altre cose, è fatta la differenza intra i nobili e i plebei. Ma poichè quelle cose che sono seguitate da queste, per la potenza de’ maggiori meno dirittamente sono servate, avviene che quelli i quali meritamente si possono chiamare nobili, obbediscono a’ vili, i quali per la costituzione del cielo di nobili sono nati; come veggiamo che a’ nobili spesse volte nascono de’ villani.
Perchè adunque cerca costui l’altrui schiatta, spessissimamente, com’io penso, vituperata da vilissimi discendenti? Non gli basta, di qualunque e’ sia nato, con grandigia avere avanzati i suoi {{Pt|mag-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|80|{{Sc|a messer francesco}}|}}</noinclude>{{Pt|giori|maggiori}}, e aver dato alcun principio di chiarezza dove molti hanno posto fine allo splendore de’ loro passati? Gran cosa è, e la quale è avvenuta a molti. Vorrei nondimeno, poichè egli andar dovea in questa stoltizia, che un’altra schiatta avesse posta innanzi al desiderio suo. Erano i Sergii nati da Sergio compagno d’Enea, erano i Menii nati da Menisteo, erano i Giulii che menano l’origine da esso Enea, i Quinzii i Fabii, i Cornelii, i Claudi e altri, delli splendidi fatti de’ quali sono piene le croniche de’ Romani; conciossiacosachè degl’Iddii di Frigia non mi ricorda aver letto alcuna cosa. Se non vuole forse per gran cosa dire che Gregorio sommo pontefice, così per scienza come per dignità e santità chiaro, di questa schiatta si dica essere stato: assai è. E nondimeno se a questa così grande affezione è tirato, perchè non chiama egli il padre Giove? perchè non il sole? e sarà più nobile che non sono gl’Iddii di Frigia. Così fece già Saturno, il quale conciossiacosachè il padre e la madre fossono chiamati per altri nomi, l’uno volle che fosse chiamato Cielo, e l’altro Terra, acciocchè per così splendidi nomi facesse la sua origine chiara. Mancógli, com’io credo, non il desiderio nè l’ardire, ma chi con versi fermasse la fizione. Misero e abbandonato ed uccellato dagl’inganni del suo Coridone, dal quale, poichè è fatto nobile degli altrui soprannomi, in prima perde il nome proprio, al quale conciofussecosachè alcuna loda si dovesse, è attribuito a’ soprannomi, rimanendo lui vôto. Amiclate, povero pescatore, trovò chi il suo nome facesse eterno; così Codro, così Aglao possessore del<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|epistola}}|81}}</noinclude>povero campicello. Costui, che con tanta fatica desiderava, trovò chi il suo sotto l’ombra degli altri involgesse in perpetue tenebre, quando si pensava in amplissima luce esser levato. Così fa la fortuna, così inganna gli animi degli uomini, quando si pente d’avere alcuno levato in alto. Così m’aiuti Dio, com’egli è da aver compassione a questo tuo! Ma lasciando questo, è da venire più oltre.
Tu mi scrivi ch’io non doveva ''così subito il partire da Mecenate tuo, anzi la fuga arrappare''. Maravigliomi in buona fe’ che tu mi scrivi così, perchè conosci te contra la coscienza tua aver scritto. Credo che tu abbi penna più agevole ad ogni cosa, che non ho io. Volesti piacere al tuo Mecenate; il che forse avere così fatto non è da dannare, poichè se’ al suo servigio obbligato, conciossiacosach’io, per non fare quello, mi sia partito. Ma dimmi? può ragionevolmente essere detto ''partirsi di subito, e arrappar la fuga'', colui che domandata licenza, salutati gli amici, ancora dopo alquanti dì ordinare le sue somette, e quelle mandare innanzi; partire di subito? Coloro che fuggono sono usati non salutare niuno, occupazioni fingere in quel luogo d’onde partire si debbono, con faccia velata e nell’oscura notte entrare in cammino. Ma io non feci così. Più dì innanzi dissi il partire mio; se alcuno altro non avessi salutato, te almeno mi ricorda aver salutato, e non di notte e con velata faccia salii a cavallo: già saliva il sole all’ora di terza, quando di pubblico e di luogo usato da’ mercatanti con aperto viso mi partii; e preso il cammino con più compagni trovati {{Pt|cono-|}}<noinclude>
<references/>{{PieDiPagina|{{Sc|let. volg.}}||6}}</noinclude>
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|82|{{Sc|a messer francesco}}|}}</noinclude>{{Pt|scenti|conoscenti}}, e con lento passo infino ad Aversa me n’andai; e quivi fui due dì con un amico, non nascondendomi, ma palesemente; di quindi ripigliando il cammino. E conciofussecosach’io fussi pervenuto a Sulmona, da Barbato nostro uno dì con grandissima letizia della mente mia fui ritenuto, e maravigliosamente onorato. Di quindi partito, dopo il secondo dì uscii del regno. È questo modo de’ fuggitivi?
Ma perchè doveva io fuggire? Aveva io posto innanzi a Tieste, mangiando a mensa, i figliuoli tagliati e cotti? Aveva io nascosamente di notte a’ Greci aperte le porte di Troia? Aveva io nel vaso d’oro porto il veleno ad Alessandro di Macedonia domatore d’Asia? O aveva fatta alcun’altra cosa fuori di regola? Non veramente. Dal sozzo giogo aveva sottratto il collo. Qui che è di male? Volesse Dio che tu conoscessi l’errore tuo, e se altrimenti non ti fusse conceduta, arrapperesti quella. Che animo fosse verso di me al tuo Grande, mi curo poco io, usando la parola di {{AutoreCitato|Publio Terenzio Afro|Terenzio}}: ''tanto pregio non compro speranza''. Se io veggo non avere fatto a coloro a cui egli era tenuto, non debbo credere ch’egli il facesse a me. Siensi sue le ricchezze ch’e’ possiede, sua sia la gloria trovata, ma mia sia la santa libertà. A me è più d’onesta letizia nella mia povera casetta, che {{ec|a a|a}} lui non è nella sua casa d’oro. Certo l’avere adirato il Grande confesso non essere senno, ma ben conosco di avere assai acquistato essendo servata la libertà.
Ma tolga Dio che, posta la libertà, io dia opera all’ira sua. Io non ho operato di meritarla. Egli è<noinclude><references/></noinclude>
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|epistola}}|83}}</noinclude>signore della sua indignazione, e può come gli pare in verso ciascuno a dritto e a torto sfavillare: contro a me a ragione non può; e se a torto il farà, io userò la sentenza di Marco Casenzio, detta da sè a Gneo Carbone consolo. Se al Grande sono molte coltella, e a me certamente sono altrettante e più forse armi. In gran gloria pel sangue mio non entrerà; guardisi piuttosto che non entri in infamia, che spegnere non si possa. Se alcuna cosa ardirà contra di me, se io sarò offeso per dire la verità, tornerà in alto il nome dell’offeso; ma senza fallo se dell’offendente sarà alcuno lume, il rivolgerà in nebbia. Se Dio sarà a me aiutatore, non temerò che mi faccia l’uomo.
Ma a tornare, come tu mi conforti, niuno animo ho, niuno pensiero nè desiderio, quantunque maggiori cose che le prime mi prometta, poichè di questo senno sia: meglio essere sperar quello che è buono, che senza sperare tener quello che non è buono. Due volte da queste promesse ingannato, due volte tirato invano, due volte è suta soperchiata la pazienza mia dalla sconvenevolezza delle cose e da vane promesse, e costretto a partirmi. Posso, s’io voglio, assente ora sperare bene del tuo Mecenate; non voglio venire la terza volta, acciocchè presente non senta male di lui e di me. In buona fè, che se io fossi così volatile che la terza volta chiamato io tornassi, a niuno dubbio sarebbe di me argomento di leggerezza certissimo, e agli altri a’ quali fu grave avere veduto me schernito da te e dal tuo Grande.
E nondimeno, se la necessità mi costringesse non avere alcuno refugio se non al tuo Mecenate? Per la<noinclude><references/></noinclude>
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|84|{{Sc|a messer francesco}}|}}</noinclude>grazia d’Iddio ne sono più, i quali se mancassono tutti, credo che sia miglior consiglio ad uscio ad uscio addomandare il pane, che tornare al tuo Mecenate. Tua adunque e sua sia quella splendidissima ''sentina'' colla quale volle che io fussi della sua felicità partefice. Lui non avere creduto ch’io mi sia partito, è bugia; egli il credette, e grazioso li fu. Perocchè come e’ s’addiede che io non voleva scrivere favole per istorie, immantinente a lui odioso fui; e quantunque egli dica che e’ desidera ch’io torni, tu se’ ingannato se il credi. La compagnia e gli onori suoi (i quali quando non mi può dare dice che era per darmi, ma così magnificamente!) conosco ottimamente; e se nol conoscessi, mi giudicherei sciocco. Siensi suoi. Io con grandissimo onore mi penso essere tornato, poichè fatto è che partito mi sia da lui: la qual cosa il nostro Silvano sommamente commenda, e piange la sciocchezza del suo Simonide<ref>Il Priore di S Apostolo, a cui è indirizzata la presente epistola.</ref>. Per la qual cosa, s’io non credessi lui dovere scrivere, sarei proceduto in più lungo parlare.
E per venire quando che sia al fine, io tengo di certo alla breve ma asprissima tua lettera tu non avere aspettata sì lunga risposta; ma perocchè quella non sento dal tuo puro ingegno dettata, perchè io conosco le parole, conosco le malizie e la indegnazione conceputa dell’altrui retà, con la tua prima scritta, ogni concetto della mente mi parve da mandar fuori, il che fare non si poteva in poche lettere.<noinclude>
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Lettere volgari/Lettera II
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Dr Zimbu
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{{Qualità|avz=100%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=A Messer Francesco Priore di S. Apostolo di Firenze|prec=../Lettera I|succ=../Lettera III}}
<pages index="Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu" from=207 to=255 tosection="1" />
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|262|{{Sc|bibliografia}}||riga=si}}</noinclude>
{{Sc|Deutsches Wochenblatt}}, VII, n. 16: ''Arendt Otio'', Die deutsche Presse über die internationalen Silbercertificate.
{{Sc|Formentschatz}} di Monaco, fasc. I, tav. V, 1894: Medaglie in bronzo d’origine italiana.
{{Sc|Jahrbücher}} für Nationalökonomie und Statistik, fasc. 4, vol. VII, 1894: ''Grunsel Joseph'', China und die Silberkrisis.
{{Sc|Mitteilungen}} des k. k. Oesterreichischen Museums für Kunst und Industrie, fasc. III, 1894: ''I.'' v. ''Schlosser,'' Die Entwickelung der Medaille.
{{Sc|Monatschrift}} für Geschichte und Wissenschaft des Jüdenthums, N. Folge, II. Jahrg., fasc. 5: ''Wolf Albert'', Eine unbekannte jüdische Medaille.
{{Sc|Niederlausitzer}} Mittheilungen, III, fasc. 4: ''Jentsch H''., Römische Münzen aus der Niederlausitz.
{{Sc|Preussische Jahrbücher}}, vol. 75, fasc. 3: ''Koenigs Ernst'', Zur Währungsfrage.
{{Sc|Zeitschrift}} der histor. Gesellschaft für die ProvinzPosen, VIII, fasc. III-IV, dicembre 1893: ''Prümers R''., Münzfund von Muchocin. — ''Idem''. Silberwäscherei in Bromberg.
{{Sc|Zeitschrift}} für Volkswirthschaft, III, fasc. I: ''Zuckerkandl R''., Die Währungs-Aenderung in Britisch-Indien.
{{rule|10em|v=1|t=1|000}}
{{Sc|Quarterly}} Journal of economics, aprile 1894: ''Andrews E. A.'', The bimetallist committee of Boston and New-England.
{{Sc|The Athenaeum}}, n. 3467: ''Grueber and Keary'', A catalogue of the English coins in the British Museum, Anglo-Saxons series.
{{rule|10em|v=1|t=1|000}}
{{Sc|Musée}} imperial ottoman, Section des monnaies musulmanes. Catalogues des monnaies turcomanes: Beni Ortok. Beni Zengui, Frou’ Atabegyeh et Méliks Eyoubites de Meiya farikin, par J. Ghalib Edhem. ''Constantinople'', 1894, in-8, pp. xvii-175 et huit pl. en photogravures.
{{nop}}<noinclude></noinclude>
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Pagina:Storia delle arti del disegno III.djvu/557
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<noinclude><pagequality level="3" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||{{type|l=0.8em|{{Sc|degli Autori}}}}|539}}</noinclude>Arnaldo I. 57.
{{AutoreCitato|Arnobio|Arnobio}} I. 7. 11. 41. 115. 170. 445. II. 8. 210.
Arriano filosofo II. 190. 591.
{{AutoreCitato|Arriano|Arriano di Nicomedia}} I. 540. II. 139. iji. ijj, 157.391.
{{AutoreCitato|Paolo Aringhi|Arringhio Paolo}} II. 410. 411. III. 318.
{{AutoreCitato|Artapano d'Alessandria|Artapano}} III. 160.
Artemidoro I. 440.
{{AutoreCitato|Quinto Asconio Pediano|Asconio Pediano}} I. 437.
Allori Gio. Antonio II. 176.
{{AutoreCitato|Atanasio di Alessandria|Atanasio s.}} I. 66. 71. 104.
{{AutoreCitato|Atenagora di Atene|Atenagora}} I. 11. 295. II. 165. 166. 189.
{{AutoreCitato|Ateneo di Naucrati|Ateneo}} I. 62. 65. 67. 94. 163. 176. 109. 214. 216. 221. 225. 229. 241. 243. 259. 279. 292. 299. 314. 316. 331. 362. 365. 364. 379. 380. 414. 426. 429. 433. II. 42. 65. 79. 87. 99. 112. 177. 204. 206. 207. 208. 209. 219. 233. 264. 266. 276. 291. 300. 334. 340. 360. 377 380. 386. III. 41. 94. 95. 98. 182. 210. 216, 217. 441. 476. 478.
Atti dell'Accademia di Berlino I. 17.
— di Gottinga I. xxxvj.
— di Pietroburgo II. 41J.
— di Siena I. 184.
— di Svezia I. 313.
{{AutoreCitato|Sigebert Haverkamp|Avercampio Sigeberto}} II. 49. III. 7. 95. 465.
Augerio Amalrico III. 181. 411.
{{AutoreCitato|Aulo Gellio|Aulo Gellio}} I. 51. 106. 151. 437. 438. II. 252. 479. 249. 255. 308. 344. 371. 371. III. 87. 463.
{{AutoreCitato|Decimo Magno Ausonio|Ausonio}} I. 111. 184. 387. II. 79, 165. 200. 210. III. 104. 195.
{{AutoreCitato|José Nicolás de Azara|Azara Niccola de}} I. iij. 278.
Babin III. 79.
{{AutoreCitato|Benedetto Bacchini|Bacchini Benedetto}} I. 90. 91.
{{AutoreCitato|Francesco Bacone|Bacone Francesco da Verulamio}} I. 386.
{{AutoreCitato|Ruggero Bacone|Bacone Rogerio}} . 17.
Baifio Lazaro I. 443.
{{AutoreCitato|Giovanni de Baillou|Baillou cavaliere}} II. 16.
{{AutoreCitato|Filippo Baldinucci|Baldinucci Filippo}} I. xxvj. 135. 185. 358. 590.
Ballerini fratelli I. 64.
{{AutoreCitato|Angelo Maria Bandini|Bandini Angelo Maria}} I. 78. III. 100. 168. 174. 179. 181. 190. 341.
{{AutoreCitato|Anselmo Banduri|Bandurio Anselmo}} I. 334. II. 49. 3 54. 405. 414. 418. 414. 440. 464.
{{AutoreCitato|Antoine Banier|Banier Antonio}} I 88. 384.
{{AutoreCitato|Daniele Barbaro|Barbaro Daniele}} III. 171.
{{AutoreCitato|Stanislao Bardetti|Bardetti}} I. 107.
{{AutoreCitato|Pietro degli Angeli|Barga Pietro da}} III. 167, ifs. 187. 341.
{{AutoreCitato|Joshua Barnes|Barnes Giosuè}} I. 4:0 IL 63. 17$. 209. III. 48.
{{AutoreCitato|Cesare Baronio|Baronio Cesare}} II. 399. 410. III. 183. 187. 189. 310. 318. 3?9- 5J9- 587.
{{AutoreCitato|Serafino Barozzi|Barozzi Serafino}} III. 30.
{{AutoreCitato|Gabriele Barrio|Barri Gabriele}} III. 476.
{{AutoreCitato|Jean-Jacques Barthélemy|Barthelemy}} I. 91. 158. II. 135. 135, 313. III. 399. 401. 513.
{{AutoreCitato|Pietro Santi Bartoli|Bartoli Pietro Sante}} I. xvj. xxx. 293. 333. 340. 390. 401. 410. 413. 425. 426. 444. 445. II. 6. 67. 366. 386. 399. 408. III. 65.
{{AutoreCitato|Caspar Bartholin il Giovane|Bartolini Gasparo}} I. 360. II. 65.
Bartolomeo della Pugliola fra III. 365.
Barzio Gasparo III. 424.
{{AutoreCitato|Basilio Magno|Basilio s.}} I. 204. III. 74. lotf.
{{AutoreCitato|Jacques Basnage|Basnagio Giacomo}} I 150.
{{AutoreCitato|Charles Batteux|Batteux}} II. 284.
{{AutoreCitato|Charles César Baudelot de Dairval|Baudelot de Dairval}} I. 01. 3!~. II. 187. 405-.
{{AutoreCitato|Ottavio Antonio Bayardi|Bayardi Ottavio Antonio}} I. 400. II. 126. 215. III. 231.
{{AutoreCitato|Gottlieb Siegfried Bayer|Bayero Teofilo Sigefredo}} II. 424.
{{AutoreCitato|Pierre Bayle|Bayle Pietro}} I. 369. II. 226. III. 28e.
{{AutoreCitato|Antoine Beaugendre|Beaugendre Antonio}} III. 346.
{{AutoreCitato|Isaac de Beausobre|Beausobre Isacco di}} I 118.
{{AutoreCitato|Filippo Angelico Becchetti|Becchetti Filippo Angelico}} I. 131. II.27. III. 21. 31. 323. 469.
{{AutoreCitato|Beda il Venerabile|Beda}} III. 287. 393. 395 .
{{AutoreCitato|Lorenz Beger|Begero Lorenzo}} I. 61. 94. 102. 210. 427. II. 49. 371. III. 66. 255. 468.
{{AutoreCitato|Jacopo Belgrado|Belgrado Giacomo}} III. 435. 445.
{{AutoreCitato|Roberto Bellarmino|Bellarmino Roberto}} III. 71
{{AutoreCitato|Augustin Belley|Belley}} II. 290.
Bellini Gaetano III. 258.
{{AutoreCitato|Giovanni Pietro Bellori|Bellori Gio. Pietro}} II. 55. 226. III. 6. 55. 56. 76. 286.
{{AutoreCitato|Pierre Belon|Belon Pietro}} I. 51. 126. 127. 139. 425. II. 424. III. 169. 216.
Bencini III. 287.
{{AutoreCitato|Antonio Benedetti|Benedetti Antonio}} III. 205»
Benedetti Gio. III. 469.
Benedetto III. 299. 351.
{{AutoreCitato|Geremia da Beinette|Bennettis Geremia a}} I. 12. 70, 117. 118. II. 92. 253. III. 192. 195.
{{AutoreCitato|Richard Bentley|Bentley Riccardo}} I. 253. II. 99. 169. 171. 401. III. 108.
Bergero Niccolò I. 258. III. 51. 230.
Bergmann II. 18.
{{AutoreCitato|Edward Bernard|Bernard Edoardo}} II. 28.
{{AutoreCitato|Domenico Bernini|Bernini Domenico}} I. xxvj. II. 244.
{{AutoreCitato|Giovanni Lorenzo Berti|Berti Gio. Lorenzo}} III. 274.
{{AutoreCitato|Aurelio Bertola de' Giorgi|Bertola Aurelio de' Giorgi di}} I. 6. 12. 147.
{{AutoreCitato|Saverio Bettinelli|Bettinelli Saverio}} I. 4y. 46. yy. 278.
{{AutoreCitato|Francesco Bianchini|Bianchini Francesco}} I. xxj. 41. 102. 151. 164. 212. 340. II. 404. IH 44- 89. 287, 310. 313. 320. 326. 327. 411.
{{AutoreCitato|Giovanni Battista Bianconi|Bianconi}} il Priore II. 275.
Biblioreca Lipsiense delle belle arti I. xxxvj.
{{AutoreCitato|Marco Ubaldo Bicci|Bicci Marco Ubaldo}} III. 379.
{{AutoreCitato|Joseph De Bimard La Bastie|Bimard de la Bastie Giuseppe}} II. 175. 296. III. 39
{{AutoreCitato|Biondo Flavio|Biondo Flavio}} III. 340. 394.
Blackwall I. 69.
{{AutoreCitato|Joseph de Blainville|Blainville}} II. 263.
Blasi I. 214.
{{AutoreCitato|Jean-Philippe-René de La Bléterie|Bletterie de la}} I. 441.
{{AutoreCitato|Achille Bocchi|Bocchi Achille}} II. 167.
{{AutoreCitato|Ottavio Bocchi|Bocchi Ottavio}} I. 170.
{{AutoreCitato|Samuel Bochart|Bochart Samuele}} I. 12. 65. 95. 146. 157. 292. 378. 401.
{{AutoreCitato|Johann Elert Bode|Bodeo Gio.}} III. 149. 418.
{{AutoreCitato|Jean-Jacques Boissard|Boissard Gio. Giacomo}} I. lij. 86. II. 145. 240. 286. III. 68.
{{AutoreCitato|Louis Boivin|Boivin seniore}} II. 166.
{{AutoreCitato|Marcantonio Boldetti|Boldetti Marcantonio}} I. 36. III. 27.
Bollandisti II. 410. 411. III. 323. 326.
Bollario Vaticano III. 345. 356. 374. 393.
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Autore:Giacomo Racioppi
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/* Opere */ aggiunti opere da wikipedia
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text/x-wiki
{{Autore
| Nome = Giacomo
| Cognome = Racioppi
| Secolo di attività = XIX secolo/XX secolo
| Attività = storico/politico/economista
| Nazionalità = italiano
| Professione e nazionalità =
}}
== Opere ==
* Dello stato di assedio : quistioni costituzionali, 1867
* ''Storia della Lucania e della Basilicata'', Ristampa anastatica, Matera, Grafica BMG, 2 voll., 1970. (prima edizione: [[Loescher|Ermanno Loescher & C.]], Roma, 1889)
* ''Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata'', 2 voll., Roma, Ermanno Loescher & C., 1889.
* ''Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contermini nel 1860'', pag. 407, Bari, [[Casa editrice Giuseppe Laterza & figli|Editore Laterza]] (prima edizione: Tip. Morelli, pagg. 343, Napoli).
* ''Antonio Genovesi'', Napoli, 1958 (prima edizione: Morano Libraio – Editore, Napoli).
* ''Carlo de Cesare'', Firenze, 1883.
* ''[[Giacinto Albini]]'', Roma, 1884.
* ''Ricordi spiccioli di storia letteraria'', Tipografia Santanello, Potenza, 1880.
* ''Notizie storiche del Ponte sull'Agri'', Napoli, 1856.
* ''S. Maria Apparente'', Strenna della R. Tipografia Giannini, a. IV, 1892.
* ''Della letteratura del popolo della Basilicata'', estratto da “Bazar delle Scienze, Lettere e Arti”, fasc. II, vol. IV, Napoli, 1855.
* {{Testo|L'agiografia di San Laverio del 1162}} ([[Indice:Racioppi - L'agiografia di San Laverio del 1162.djvu|Indice]])
* ''Gli Statuti della Bagliva delle antiche comunità del napoletano'', Archivio Storico per le Province Napoletane, II (pagg. 347-377) – III (pag. 508), a. VI, 1884.
{{Sezione note}}
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Vitanto
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/* Opere */ tolti wikilink importati da wikipedia
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{{Autore
| Nome = Giacomo
| Cognome = Racioppi
| Secolo di attività = XIX secolo/XX secolo
| Attività = storico/politico/economista
| Nazionalità = italiano
| Professione e nazionalità =
}}
== Opere ==
* Dello stato di assedio : quistioni costituzionali, 1867
* ''Storia della Lucania e della Basilicata'', Ristampa anastatica, Matera, Grafica BMG, 2 voll., 1970. (prima edizione: Ermanno Loescher & C., Roma, 1889)
* ''Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata'', 2 voll., Roma, Ermanno Loescher & C., 1889.
* ''Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contermini nel 1860'', pag. 407, Bari, Editore Laterza (prima edizione: Tip. Morelli, pagg. 343, Napoli).
* ''Antonio Genovesi'', Napoli, 1958 (prima edizione: Morano Libraio – Editore, Napoli).
* ''Carlo de Cesare'', Firenze, 1883.
* ''Giacinto Albini'', Roma, 1884.
* ''Ricordi spiccioli di storia letteraria'', Tipografia Santanello, Potenza, 1880.
* ''Notizie storiche del Ponte sull'Agri'', Napoli, 1856.
* ''S. Maria Apparente'', Strenna della R. Tipografia Giannini, a. IV, 1892.
* ''Della letteratura del popolo della Basilicata'', estratto da “Bazar delle Scienze, Lettere e Arti”, fasc. II, vol. IV, Napoli, 1855.
* {{Testo|L'agiografia di San Laverio del 1162}} ([[Indice:Racioppi - L'agiografia di San Laverio del 1162.djvu|Indice]])
* ''Gli Statuti della Bagliva delle antiche comunità del napoletano'', Archivio Storico per le Province Napoletane, II (pagg. 347-377) – III (pag. 508), a. VI, 1884.
{{Sezione note}}
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Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/65
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Candalua
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>{{Nop}}
{{Ct|L=0.2em|'''CAPITOLO II'''}}
{{Xx-larger|A}}ndrès un giorno era seduto dappiè del letto di Giorgina, tutto confitto nelle sembianze di lei, che respira appena oppressa da una doglia mortale. Nella sua desolazione le avea stretta una mano, e la tenea in silenzio senza intendere i vagiti del bambinello che dimandava il seno materno. Il valletto era partito alla prima alba per Fulda onde procacciare qualche rimedio all’inferma.
Non apparivano da lungi vestigi d’uomo, ed altro non si sentiva che la<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Phe-bot" /></noinclude>buffa del vento nei neri abeti, e un do-
loroso guajolare dei cani, distesi ai piedi
dell'infelice padrone.
Quando all'improvviso s'udi presso
la casa un passo d'uomo. Andrès stimò
che fosse il suo famiglio che ritornasse,
benchè fosse più di corto che non credea;
ma i cani si avventarono abbajando a
tutta gola. Doveva essere un forestiere.
Andrès andò ad aprire la porta.
Gli si affacciò un uomo lungo e scarno
tutto avvolto in un ampio mantello, col
berretto da viaggio calcato sugli occhi.
- Non so come, disse il pellegrino,
m'abbia potuto così smarrire nel bosco.
Fa un tempo negrissimo alla montagna,
noi avremo un temporale fra poco. Mi
consentireste, mio caro signore, di ri-
pararmi in casa vostra, e rifocillarmi
alcun poco per aver modo di proseguire
il cammino?
Signore, rispose Andrès, voi capi-
tate in una casa di miseria e di dolore,
ně ho altro da porgervi che la povera
cassa su cui vi potrete riposare. E que-
sta inferma che è mia
strema di tutto, e non
che tardi con qualche
.
moglie, è pure
sarà di ritorno
provvisione un<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 66 —|}}</noinclude>buffa del vento nei neri abeti, e un doloroso guajolare dei cani, distesi ai piedi dell’infelice padrone.
Quando all’improvviso s’udì presso la casa un passo d’uomo. Andrès stimò che fosse il suo famiglio che ritornasse, benchè fosse più di corto che non credea; ma i cani si avventarono abbajando a tutta gola. Doveva essere un forestiere. Andrès andò ad aprire la porta.
Gli si affacciò un uomo lungo e scarno tutto avvolto in un ampio mantello, col berretto da viaggio calcato sugli occhi.
— Non so come, disse il pellegrino, m’abbia potuto così smarrire nel bosco. Fa un tempo negrissimo alla montagna, noi avremo un temporale fra poco. Mi consentireste, mio caro signore, di ripararmi in casa vostra, e rifocillarmi alcun poco per aver modo di proseguire il cammino?
— Signore, rispose Andrès, voi capitate in una casa di miseria e di dolore, nè ho altro da porgervi che la povera cassa su cui vi potrete riposare. E questa inferma che è mia moglie, è pure strema di tutto, e non sarà di ritorno che tardi con qualche provvisione un<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>mio famiglio che ho spedito per Fulda.
Così ragionando s’erano messi dentro alla stanza, dove il pellegrino depose il suo berretto, e il suo mantello, ed una cassettina, ed una valigia che si recava in braccio. Trasse fuori altresì uno stiletto ed un pajo di pistole che adagiò sulla tavola. Andrès s’era accostato al letto di Giorgina dove ella stava coricata senza conoscenza. Vi si accostò pur anco il forestiero che guardando l’ammalata, tutto pensoso ne prese la mano, e ne consultava con raccoglimento i polsi; quando Andrès disperato sclamò: — “Oh mio Dio ella muore!” — Il pellegrino gli rispose che no, e di voler essere tranquillo. Non manca a vostra moglie che un buon nutrimento, e per adesso ho un ristorativo che le farà assai bene. Io non son medico, ma solamente mercatante; ma siccome m’intendo un poco di medicina, tengo più d’un segreto.
A queste parole l’estranio aperse la sua cassetta, ne trasse un’ampolletta, e fece cadere alcune goccioline d’un liquore rossigno s’un pezzetto di zucchero imboccandone l’ammalata. E poi trasse dalla valigia un suo fiaschetto pieno di<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 68 —|}}</noinclude>vino del Reno facendone prendere qualche cucchiajata a Giorgina. Disse ad Andrès di porre il bambino sul seno della madre, e di lasciarli così riposare ambedue.
Andrès rimirava lo straniero come un angelo venuto dal cielo per ajutarlo. E se prima l’aveva adocchiato con qualche diffidenza, ora lo benediva della sua sollecitudine. E gli narrò come era caduto nella miseria pei beneficj del conte, miseria disperata da cui non avrebbe potuto uscir più mai se non con la vita. L’estranio gli fu intorno per consolarlo, ricordandogli che spesso una contentezza insperata recò la gioja a più d’un infelice, se non che montava il pregio che s’arrischiasse qualche cosa per iscansar l’influenza della mala stella.
— Signore, rispose Andrès, io non ho fede che in Dio, e nella intercessione dei Santi, a cui ci raccomandiamo ogni giorno mia moglie ed io. Che cosa posso far d’altro per procacciarmi un poco di fortuna e qualche danaro? Mi attendo tutto dalla benignità del Cielo; e se desidero qualche agiatezza per cagione di questa povera donna che abbandonò il<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>suo bel paese natale per inselvarsi qui con me, non metterei però la mia vita per correre dietro a dei beni terreni.
L’estranio sorrise d’un singolare sogghigno, e già facea la risposta, quando Giorgina si destò con un profondo sospiro dall’alto sonno in cui era immersa. Ella si sentiva meravigliosamente riconfortata, e il suo lattante le sorrideva dolcemente al seno. Fu per poco che Andrès non impazzì di gioja; piangeva, pregava, saltellava per tutta la casa.
In questo spazio di tempo era tornato il famiglio. Imbandì come seppe un poco di refezione con quel che aveva recato, e lo straniero fu fatto sedere a commensale. Anzi fu desso che apparecchiò di sua mano una zuppa a Giorgina, che assaporì di molte erbe ed altri ingredienti che aveva con sè. La sera era tarda, onde non potendo mettersi di nuovo in cammino, pregò che lo si lasciasse dormire su un letticciuolo di paglia nella camera d’Andrès e di Giorgina, che gli fu consentito volontieri.
Andrès, che non potea dormire per le sollecitudini che avea per sua moglie,<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 70 —|}}</noinclude>notò che il pellegrino si levava ad ogni affannosa respirazione di lei accostandosi soavissimamente al letto per tastarle i polsi, e porgerle qualche gocciolina di cordiale.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>{{Nop}}
{{Ct|L=0.2em|'''CAPITOLO III'''}}
{{Xx-larger|N}}on era ancora mattino, che Giorgina si trovava già alleviata di molto. Andrès ringraziò di tutta l’anima sua il pellegrino, che chiamava il suo angelo protettore. Ed anche Giorgina tenea per fermo che fosse un messo del Cielo, calato in terra alle sue orazioni. Tanto che le molte dimostrazioni di gratitudine così confusero lo straniero, che non sapeva trarsi dai complimenti, se non ri-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 72 —|}}</noinclude>petendo che sarebbe stato un mostro se non si fosse prevalso dei modi che erano in lui per ajutar l’ammalata. Aggiungendo di più che il debito della riconoscenza era piuttosto suo per essere stato ospitato in tanta loro miseria, onde non potea partire senza fare almeno un segno di gratitudine. E detto questo cavò fuori una borsa ben fornita, da cui trasse alcune monete d’orò che presentò ad Andrès.
— Ah! Signore, di che merito son io d’aver cotesti danari. Era un dover di cristiano d’accogliervi in casa mia poichè vi siete smarrito nella foresta; e se vi corresse qualche obbligo di ringraziamento con me, voi m’avete ricompensato ad usura, scampando mia moglie da una morte quasi certa. Non dimenticherò in mia vita quello che avete fatto per me, e vorrei che Dio mi accordasse la gioja di ringraziarvene a prezzo del mio sangue!
Alle parole del cortese ospite, lampeggiò come un lampo negli occhi dello straniero.
— Valent’uomo, vi dico, non potete schermirvi di accettare questo danaro,<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 73 —|}}</noinclude>e voi dovete farlo per vostra moglie, se volete procacciarle qualche ristoro onde non ricada nello stato di prima.
— Scusatemi, signore, ma una voce interna mi dice che non debbo accettare il vostro denaro se prima non l’ho guadagnato. E questa voce che io tengo come quella del mio Santo patrono, mi ha sempre guidato a sicurtà nella vita, e mi ha protetto contro tutti i pericoli dell’anima e del corpo. E se volete pur essere generoso, lasciatemi un’ampolla della vostra mirabile medicina, onde mia moglie finisca di rifrancarsi.
Giorgina si levò come a sedere sul letto, e lo sguardo doloroso con cui guardò Andrès pareva che lo supplicasse d’essere meno austero, e d’accettare i presenti del loro benefattore. Il pellegrino che notò questo atto di lei, volgendosi ad Andrès gli disse: “— Poichè v’ostinate a non volere per nulla il mio denaro, ne faccio presente alla vostra cara moglie che accetterà più di buon grado la buona voglia che ho di salvarvi.”
Tratta di nuovo la borsa, s’accostò al tetto dell’inferma a cui diede un dop-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 74 —|}}</noinclude>pio dell’oro che avea offerto al marito. Giorgina si specchiò tutta nel lucente metallo, e i begli occhi suoi brillarono di consolazione; e non potendo trovar forza di dirgli una parola di riconoscenza, piangeva dirottamente.
Il pellegrino togliendosi da lei disse ad Andrès. — Uomo dabbene voi potete accettare i miei doni senza uno scrupolo al mondo, perchè io divido con voi il mio superfluo. E per questo vi dico che non sono quello che pajo, abbenchè forse voi m’abbiate per un povero tapino che vive de’ suoi magri profitti fatti in sui mercati e in sulle fiere, vedendomi pedestre e così male in arnese. Vi ho dunque da dire che i traffici che faccio da molto tempo di cose preziose, mi hanno strabocchevolmente arricchito, e che non tengo cotesta semplice maniera di vita che per una vecchia abitudine. In questo bolgiotto e nella cassettina che voi vedete, tengo giojelli e pietre incise molto antiche che valgono migliaja e migliaja di doppie. Ed ho fatto a Francfort di così grossi guadagni che il poco che dono a vostra moglie non è la centesima parte del mio<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 75 —|}}</noinclude>beneficio. Del resto non vi fo questo presente gratis, perchè intendo che mi compiaciate in più cose. Io voleva andare, come al consueto, da Francfort a Cassel, ed ho fallita la strada. E viaggiando m’accorsi che il cammino che tenni per questa foresta, e che tutti i viaggiatori paventano, è molto piacevole per un pedone; così ho deliberato di farlo, e di far sosta da voi. Voi mi rivedrete dunque ogn’anno due volte almeno: a Pasqua quando vado da Francfort a Cassel; ed alla fine di primavera quando ritorno dalla fiera di S. Michele da Lipsia a Francfort, donde m’avvio per la Svizzera, e qualche volta in Italia. Allora mi rimborserete albergandomi per due o tre giorni presso di voi, e questo è il primo favore che vi dimando.
“Poscia vi prego di volermi custodire sino in primavera il forzierino in cui ci sono cianfrusaglie che non m’occorrono a Cassel, e che m’impaccerebbero lungo il viaggio. Però non vi nascondo che vi lascio cose di gran pregio, giacchè la pietà e la lealtà con cui m’avete accolto mi fanno fede che sarebbe soverchio che vi raccomandassi d’averne cura. E que-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 76 —|}}</noinclude>sto è il secondo piacere che vi dimando. Il più duro vi parrà il terzo; ma il più profittevole che mi potete fare. E vorrei che per quest’oggi vi staccaste da vostra moglie onde guidarmi per la foresta sino alla strada di Hirschfeld ove troverò alcuni miei famigliari con cui partirò per Cassel. Perchè oltrechè non conosco il bosco, e che mi potrei sviare una seconda volta, questo cammino non è fatto per rincorare un uomo come me; tutti vi sanno il guardacaccia del paese, così tanto meno pericolo d’essere aggresso. Si discorreva a Francfort che mano di briganti che infestavano altre volte i contorni di Sciaffusa, allargandosi sino a Strasburgo, s’era gittata nel paese di Fulda per accalappiare i mercatanti che vanno da Lipsia a Francfort, e non sarebbe impossibile che io fossi stato loro accennato nella mia qualità di giojelliere. Se dunque credete che io abbia qualche merito presso di voi per aver salvata la vita a vostra moglie, potete contraccambiarmi se mi sarete di guida.
— Andrès s’apparecchiò tutto lieto a fare quanto gli era richiesto, e già era<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 77 —|}}</noinclude>in pronto per la partenza, avendo indossato l’assisa, e messo ad armacollo l’archibugio a due canne, e cinto il coltello da caccia, commettendo al famiglio di dargli dietro una coppia di mastini. In questo mezzo il pellegrino aveva disserrata la sua cassetta e trattene alcune magnifiche acconciature, orecchini, collane, e catenelle, che distese sul letto di Giorgina, la quale non poteva tenersi dall’ammirazione alla vista di tante belle cose. Ma quando fu pregata di cingersi il collo d’una delle più belle catene, ed ambe le braccia dei più ornati braccialetti, mettendole sugli occhi uno specchiettino da tasca perchè si riguardasse a suo piacere, Andrès disse allo straniero: — Ma perchè, signore, volete far gola a questa povera donna con dei gioielli che non le sono dicevoli? La catenella di corallo che portava al collo la prima volta che la vidi a Napoli, mi è mille volte più cara che tutti questi falsi brillanti.
— “Siete troppo rigido anche in questo, disse lo straniero sogghignando, di non accordare a vostra moglie ammalata l’innocente piacere d’ingemmarsi un poco<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 78 —|}}</noinclude>con questi gioielli, che non sono falsi, ma veri. Non sapete voi che sono bazzecole che fanno allegria alle viscere delle donne. E dove voi dite che simili ornamenti mal s’addicono a Giorgina, io per me mantengo il contrario. Essa è abbastanza leggiadra per potersene ornare, e voi non sapete s’ella un giorno non diverrà tanto ricca d’avere indosso di questi tesori.”
— Andrès gli disse, ma con più espressione che non significavano le parole: "Vi prego, signore, di non tenere di questi arcani discorsi che corrompono l’animo delle donne. Volete far dare una volta alla testa della mia povera moglie, movendole una vana invidia di questi splendori mondani, onde non le sia che più greve il peso della nostra miseria, perdendo altresì quell’ultimo resto d’ilarità che ha conservato sinora? Riponete tutte le vostre belle cose; io ne avrò cura sino al vostro ritorno. Ma ditemi di grazia, in nome del cielo, se vi sopravvenisse qualche infortunio, e che non ritornaste mai più nel mio abituro, dove dovrei ricapitare questa cassetta? Quanto tempo dovrò aspettare prima di<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 79 —|}}</noinclude>metterla nelle mani della persona che mi significherete; anzi ditemi di grazia anche il nome del vostro casato?”
— Io mi chiamo Ignazio Denner, e sono, come vedete, mercatante e giojelliere. Non ho nè moglie nè figli, e i miei parenti hanno stanza nel cantone di Wallis; però non ho stima nè amorevolezza per loro, perchè non facevano nessun conto di me quando era povero. Se io non ripasserò fra tre anni tenete senza timore cotesto scrigno, e siccome so che vi fareste scrupolo d’accettare da me un così largo retaggio, io lo lego a questo fanciullo a cui vi prego di porre il nome d’Ignazio in caso che mi sopravvenisse quello di che ragioniamo.
Andrès non sapeva che pensare della larghezza d’animo e della generosità dello straniero. Era tutto attonito dinanzi a lui mentre Giorgina si disfaceva in rendimenti di grazie per le sue buone intenzioni, facendolo certo di pregar Dio ed i Santi d’averlo in protezione in tutte le sue peregrinazioni, e di ricondurlo felicemente al suo povero ostello. Lo straniero sorrise secondo il solito, alla sua strana maniera, e rispose che le<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 80 —|}}</noinclude>orazioni d’una bella donna dovevano essere più efficaci delle sue, e quindi la lascerebbe pregare affidandosi per conto suo nella vigoria delle membra e nella bontà delle sue armi.
Forte dispiacque questa risposta al pio Andrès, ma chiudendosi in petto quello che stava per dire, sollecitò lo straniero alla partenza per non avere a tornare indietro nel fitto della notte, di cui sua moglie non istarebbe, senza pensieri.
Accomiatandosi lo straniero, disse ancora a Giorgina che le dava licenza di adornarsi de’ suoi diamanti se le faceva piacere, poichè mancava di ogni altra distrazione in quel luogo solingo. Giorgina arrossì d’una letizia segreta di poter soddisfare a questo istinto di tutte le donne, e specialmente di quelle della sua nazione; e Denner si mise in viaggio in compagnia di Andrès pel bosco deserto. In un folto veprajo i mastini si misero a fiutare tutt’all’intorno e a riguardare il loro padrone di nuovo, il che gli diceva d’essere cauto ed avvisato.
— Questo è un mal guado, disse Andrès, montando i grilletti del suo schioppo, e procedendo d’innanzi allo stra-<noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 81 —|}}</noinclude>niero co’ suoi fidi cani. Talora gli pareva dire un fruscio fra gli alberi, e qualche volta intravedeva da lungi una trista figura che si dileguava per entro le frondi, onde fu in procinto di allentare i cani.
— Non fatelo che non occorre, gli disse Denner, perchè vi protesto che non avete nulla a temere.
Non aveva ancor finito di proferire, che sboccò dal fondo del bosco un gran furfante con folti capelli, con enormi basette, e uno scoppietto sul braccio. Andrès gli mise il suo alla faccia.
— Non tirate, non tirate! gridò Denner, e l’uomo nero fece un segno amichevole e si perdette fra gli alberi. Infine pervennero all’altro capo della foresta sopra una strada animata.
— Ora vi ringrazio di tutto il vostro buon cuore, voi potete tornare se vi piace. E se vi abbattete in qualch’altra figura così fatta come l’incontro che abbiamo avuto, tenete i vostri cani al guinzaglio ed andate tranquillamente al vostro cammino senza occuparvi di nulla, che arriverete a casa senza un sinistro di sorta.<noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 82 —|}}</noinclude>{{Nop}}
Andrès andava almanaccando su costui che aveva il potere di bandire gli Spiriti e non concepiva perchè si fosse fatto accompagnare lungo il bosco. Ritornò difatti sano e salvo al suo abituro dove trovò Giorgina fuori di letto e rinfrancata, che gli si gittò nelle braccia.<noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 83 —|}}</noinclude>{{Nop}}
{{Ct|L=0.2em|'''CAPITOLO IV'''}}
{{Xx-larger|I}}n grazia delle liberalità del pellegrino la famigliuola d’Andrès pareva ristorata. Ed appena Giorgina fu in grado, andò a Fulda con lui dove comprarono non so che per arredare più agiatamente la casa. Intervenne di più che dopo la visita che avevano avuta, i predoni ed i taglialegne parevano banditi dal vicinato, per cui Andrès non aveva una fatica al mondo. Del resto era certo d’aver fortuna alla caccia, perchè come già un<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 84 —|}}</noinclude>tempo, falliva di rado il colpo. Lo straniero tenne la parola pel San Michele, ed albergò altri tre giorni con Andrès. Ed a dispetto delle ostinate ripulse degli ospiti volle mostrarsi più generoso di prima, protestando che egli intendea di metterli in qualche agiatezza onde accomodarsi più aggradevolmente in una casa dove avea disegno di fermarsi talvolta.
La bella Giorgina potè allora abbigliarsi con qualche maggior cura. E confessò ad Andrès che lo straniero l’avea donata d’una rara spilla d’oro lavorata a sembianza di quelle che le fanciulle e le donne di certe parti d’Italia portano nei loro capelli raccolti in grosse ciocche. Andrès ne fu malinconioso, ma stette poco che Giorgina uscì dalla camera, salterellando vestita a quel modo che per la prima volta aveva piaciuto a suo marito a Napoli. Lo spillon d’oro sfolgorava nei neri capelli che ella aveva ornati con un’intenzione pittoresca, di varj fiori, ed Andrès non potè tenersi di accordarsi con lei, che il presente dello straniero pareva fatto appunto per abbellire la sua Giorgina.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 85 —|}}</noinclude>{{Nop}}
Andrès si lasciò uscire ingenuamente queste parole; e Giorgina insistette che lo straniero era l’angelo casto che gli avea tratti dalla miseria per porli in qualche agiatezza, tanto che non sapeva comprendere come si mostrasse così silenzioso per non dire tristo con lui.
— Mia cara! disse Andrès, quell’intima voce che mi avvisò già un tempo di non accettar nulla dallo straniero,. quella voce non ha cessato di suonarmi di dentro. Onde bene spesso sono tormentato dai suoi rimproveri, quasi che vi fosse un bene mal tolto fra la mia casa e il danaro di lui. Ben è vero che oggidì mi posso gratificare d’un piatto di più e di un bicchiero di vin generoso, ma per me stimo che s’avessimo avuto un buon contratto, e che ci fosse tocco qualche profitto di più, mi pare che assaporerei d’avvantaggio la nostra povera birra, che non i dilicati vini dello straniero. Non posso addomesticarmi per nulla con questo singolar mercatante, al cospetto del quale non posso fare di non sentire un involontario disagio. Non hai tu notato cara Giorgina che non sa levare gli sguardi in faccia, e che il sor-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 86 —|}}</noinclude>riso maligno, e la guardatura che scoppietta dagli occhi infossati, sono tali da farmi gelare! Vorrei che i miei sospetti non fossero veri.
Intanto Giorgina si studiava di stornare suo marito dai tristi pensieri facendolo sicuro che ell’aveva visto al suo paese e specialmente nell’albergo de’ suoi parenti adottivi molte persone di tristo aspetto, che poi si trovarono dabbene. Fece sembiante d’acquietarsi a queste ragioni, ma deliberava dentro di sè di voler stare all’erta.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 87 —|}}</noinclude>{{Nop}}
{{Ct|L=0.2em|'''CAPITOLO V'''}}
{{Xx-larger|L}}o straniero capitò un’altra volta a casa d’Andrès, quando il suo bello angioletto, vivo ritratto di sua madre, era già entrato nella picciola età di nove mesi. Era il dì della festa di Giorgina, per cui aveva ornato il fanciullo ed ornata sè stessa alla vaga costumanza di Napoli, ed apprestato un desinare più lauto del solito, a cui il forestiero aggiunse una bottiglia che trasse dal suo bolgiotto.
Quando furono a tavola, lo straniero che riguardava il bambino che gli sorri-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 88 —|}}</noinclude>deva quasi che avesse intelligenza, vôlto a tutti e due, disse così: — Voi avete un figliuoletto di tutte speranze, ma è peccato che non possiate educarlo a dovere. Se non temessi d’una vostra ripulsa vi farei quasi un partito, che non mira però che a vostro profitto. Voi mi sapete ricco e senza eredi, ed ho come un istinto d’amore per questa creaturina. Se me lo date, lo reco meco a Strasburgo ove sarà allevato con ogni sollecitudine da una dama d’alto affare mia amica: e voi sarete alleggeriti da un pesante fardello, se non che conviene risolversi subito, perchè deggio partire cotesta sera. Mi recherò nelle braccia il fanciulletto sino al primo villaggio, dove noleggierò una vettura.
A queste parole dell’estranio, Giorgina gli strappò violentemente il bambino fuor dai ginocchi, e lo serrò al suo seno bagnandolo di lacrime.
— Voi vedete, signore, come mia moglie risponde alla vostra proposta! ed io in questo sono d’accordo con lei. Non disdico che l’intenzione non possa esser buona; ma come vi venne in capo di privarci dell’unico bene che abbiamo più<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 89 —|}}</noinclude>caro a questo mondo? E come potete dar il nome di peso a ciò che deve deliziare tutta la nostra vita, fossimo mille volte sprofondati in maggior miseria che non è quella da cui ci ha tratti la vostra bontà? Ne avete detto che siete senza moglie e senza figli, e per questo appunto ignorate la felicità che il cielo largisce a padre e madre al nascimento di un figlio. Sono pieni dell’amor più celeste, mentre contemplano insieme la muta creatura distesa sul seno d’una madre la quale par che dica tacendo tutta la loro beatitudine. No, caro signore! per grandi che siano i vostri beneficj, non sono di tanto pregio quanto il possedimento d’un figlio, che tutti i tesori del mondo non varrebbero a compensare. Nè vorrei che ci aveste a dar nota d’ingratitudine perchè non vogliamo acconsentire alle vostre richieste. Se foste padre non avremmo bisogno di queste scuse.
— Non monta, non monta, disse lo straniero riguardando all’intorno come un poco annuvolato, io credeva di far bene a cercare di riporre un vostro figlio in migliore stato che non siete voi. Se<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 90 —|}}</noinclude>non siete soddisfatti non parliamone altro.
Giorgina baciò ed accarezzò il fanciulletto come se fosse stato scampato da un gran pericolo. Il pellegrino si rasserenò, oppure fece sembiante di rasserenarsi, quantunque non potesse non lasciar travedere che la ripulsa lo aveva alquanto crucciato. Ma invece di partir quella sera, come aveva detto, soprastette tre altri giorni, nei quali invece di trapassare al solito il suo tempo accanto a Giorgina, andò alla caccia con Andrès, movendogli mille domande sul Conte Aloisio di Fach. E quando tornarono a casa, Ignazio Denner non toccò d’altro l’articolo di recar seco il bambino. Si mostrò amorevole come prima, continuando a fare dei ricchi presenti alla Giorgina, a cui fece abilità di adornarsi dei diamanti che gli avea dati in deposito. Se non che quando voleva trastullarsi col fanciulletto, lo ributtava indietro, se non altro, col pianto; non volendo per nulla lasciarsi tôrre in braccio da lui, come se avesse avuto intelligenza della proposta che avea fatto a’ suoi parenti.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 91 —|}}</noinclude>{{Nop}}
{{Ct|L=0.2em|'''CAPITOLO VI'''}}
{{Xx-larger|L}}o straniero perseverava già da due anni a visitare Andrès, onde tra il tempo e le consuetudini era venuto a capo d’intepidire la diffidenza sul conto suo. Nella primavera del terz’anno, quando era già trascorso il tempo in cui Denner era uso di fare le sue apparizioni, si sentì a bussare la porta in una notte di gran pioggia, e fra i colpi s’udirono alcune rau-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 92 —|}}</noinclude>che voci. Andrès si levò conturbato; ma quando s’affacciò alla finestra, per dimandare chi faceva quel chiasso, non senza la minaccia di scaricargli addosso i cani, gli fu risposto che poteva aprire ad un amico, e dalla risposta riconobbe la voce di Denner. Andò abbasso col lume in mano per fargli entrare, e Denner fu il primo ad affacciarsegli. E quando Andrès gli disse che gli pareva d’aver inteso più d’una voce, ebbe in risposta che era un inganno del vento. Dicendo questo si posero dentro della camera, ed Andrès non fu poco attonito, veggendo che Denner era tutto mutato, perchè invece della sua casacca grigia indossava un giustacorpo di un rosso bruno, ed una larga cintura di cuojo sopportava uno stiletto e le pistole; oltrecchè era armato di una sciabola, e il viso pure avea mutato d’aspetto, ottenebrato da due lunghi e folti mustacchi.
— Andrès, disse Denner guardandolo focosamente, Andrès quando sono ormai tre anni ti campai la moglie, tu ti augurasti che Dio ti porgesse l’occasione di pagare il beneficio col sangue! Ecco adempito il tuo desiderio, ecco il mo-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 93 —|}}</noinclude>mento di mostrarmi la tua riconoscenza. Vestiti; dà mano al tuo schioppo e vieni con me: a pochi passi di questa casa saprai il resto.
Andrès non sapeva che pensare dei discorsi di Denner; però gli rispose che era tutto pronto ai suoi servigi; purchè non fosse in cosa contraria alla virtù od alla religione.
— Puoi essere tranquillo su questo articolo, gli disse Denner ridendo; e veggendo che Giorgina che s’era levata tutta tremante, si stringeva a suo marito, la prese nelle sue braccia e dolcemente pregandola le disse; — lasciate venire vostro marito con me: fra poche ore lo rivedrete sano e salvo, e vi recherà di che farvi contenta. Quand’è che aveste a dolervi di me? che v’adombrate così facilmente!
Andrès era ancora peritoso se doveva seguirlo, quando Denner volgendosigli incontro tutto adirato:
— Spero che tu mi terrai la tua parola; ora vedremo se si può aver fede nelle tue promesse!
Andrès fu subito vestito, e tenne dietro a’ suoi rapidi passi. Avevano attra-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 94 —|}}</noinclude>versato appena un boschetto di novelle frondi fino ad una gran macchia di muschio, quando Denner fischiò tre volte così fortemente che ne tremò tutta la siepaglia all’intorno, e d’ogni parte uscirono degli sprazzi di fuoco, e dopo il fuoco una turba di brutti ceffi da cui furono attorniati. Ed uno dei sopravvegnenti si mosse dal cerchio, e fattosi accosto a Denner, gli disse:
— Forse un nuovo compagno?
Denner rispose che sì. — Lo feci snidare dal suo letto in questo punto, perchè faccia la sua prima prova.
A queste parole Andrès si riscosse come da una forte ubbriachezza, si bagnò tutto d’un freddo sudore, ma in poco di tempo si compose e si mise a gridare:
— Miserabile ciurmatore, che ti spacciavi per mercatante, e non sei che uno sprezzato bandito! Io non ti sarò nè compagno, nè partecipe dei turpi fatti, benchè ti sii ingegnato di gabbarmi con un’infernale malizia! Lascia che io mi tragga di qui, scellerato che sei, e lascia questa contrada, altrimenti io ti accuserò al Magistrato, dove ti sarà dato<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 95 —|}}</noinclude>il merito de’ tuoi delitti; perchè ora discopro che tu sei quel famigerato Ignazio ch’ha disertato il nostro paese.
Denner si pose a ridere. — Povero vigliacco, che ardisci insultare alle mie parole, e vorresti scampare dalle mie mani!... Non sei nostro compagno da lungo tempo, e non vivi già da tre anni del nostro danaro? e la tua donna non si veste del nostro bottino?... dunque non vorresti affaticare per pagar la tua parte? Se non ci segui volontariamente, ti trarremo addietro legato; e manderò questi compagnoni ad arderti la casa, e scannarti moglie e figli. Eleggi senza indugio che ne conviene partire!
Andrès s’accorse che se avesse nicchiato avrebbe finito di rovinare sè stesso colla moglie e col figlio; onde maledicendo il traditore, risolse in apparenza di compiacerlo, senza però volere bruttarsi le mani, e profittar anzi della sua partecipazione per farne scoprire le traccie. Protestò dunque che la riconoscenza lo legava a voler mettere la vita pel suo benefattore, e che egli era pronto all’impresa, purchè come novizio gli permettessero di non essere dei più avventati. Fu<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 96 —|}}</noinclude>commendata la sua risoluzione, e fugli risposto che non sarebbe stato usato che nell’officio di esploratore, essendo egli in grado di rendere un così gran servigio alla banda.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 97 —|}}</noinclude>{{Nop}}
{{Ct|L=0.2em|'''CAPITOLO VII'''}}
{{Xx-larger|N}}on si trattava che di correre addosso alla cascina d’un ricco fittabile, a poco spazio della foresta. Avevano subodorato che gli era stata pagata una grossa somma per grano venduto all’ultima fiera, onde i banditi si promettevano un’ampia raccolta. Si spensero le lanterne, e s’indirizzarono verso il casolare, dove alcuni si misero in posta tutto all’intorno. Altri scalarono i muri, e si gittarono nella corte; lasciandone un branco a fare la guardia alla porta, ed Andrès fu di costoro. E non andò guari che intese che si scassinavano gli usci, non che le maledizioni degli aggressori, e i lamenti e le strida di quelli che erano<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 98 —|}}</noinclude>mal conci, Corsero altresì delle archibugiate, perchè il fittajuolo uomo di cuore s’era voluto difendere. Ma dopo il gran fracasso, subito una gran calma. E se v’era rumore, non era che di serrami sferrati, e di forzieri rotolati.
Forse uno dei famigli della casa s’era trafugato verso il villaggio perchè tutto a un tratto s’intese suonare a stormo e correre una gran turba di gente con fiaccole accese per soccorrere alla cascina. Allora vi fu una gran furia d’archibugiate, perchè gli assassini si rafforzarono nella corte atterrando tutto ciò che loro si parava dinanzi.
Avevano pur anch’essi accese le loro torcie; tanto che Andrès potè vedere ogni cosa da un luogo altetto dove s’era messo. E fra i contadini accorsi discoperse non senza spavento dei cacciatori colla livrea del suo padrone il Conte di Fach.
Che cosa fare in quel frangente se gli era impossibile di mescolarsi con loro? Non v’era che la fuga che lo potesse campare; ma si trovava colà come incatenato, con tutti gli occhi rivolti nella corte, dove la battaglia si faceva sempre più fiera. Perchè i cacciatori del conte<noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 99 —|}}</noinclude>s’erano intromessi nell’interno per una picciola porta, ed erano alle mani coi ladri. I quali forzati di dare indietro si ritrassero dal lato ove si trovava Andrès, che vide Denner che ricaricava di continuo il suo scoppietto ed appuntava di modo da non fallire mai un colpo. Pareva che i cacciatori fossero condotti da un giovane bene in arnese. Mentre Denner stava per imbroccarlo fu colto egli stesso da una palla che lo gittò stramazzone per terra. E tutti i banditi a chi poteva salvarsi.
Già i cacciatori si facevano avanti quando Andrès sospinto da una forza irresistibile, si spiccò verso Denner, che levatolo da terra se ne gravò le spalle, e lo portò fuggendo. Guadagnò a lento passo la selva senza essere inseguito. S’intesero ancora alcuni colpi di fuoco, ma subito dopo vi fu silenzio all’intorno.
— Adagiami in terra, caro Andrès, che sono ferito in un piede. Sia maledetto! e maledetto chi m’ha fatto cadere! Ad ogni modo non credo che il caso sia grave. Andrès obbedì, e Denner cavò di tasca un boccettino di fosforo, ed a quel lume, Andrès ha potuto<noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 100 —|}}</noinclude>veder la ferita. La palla aveva così tocco il piede del bandito che n’usciva il sangue a larga vena. Andrès bendò la ferita col suo fazzoletto, e Denner fece un picciolo fischio a cui fu risposto di lontano.
Allora pregò d’essere portato in una certa parte della foresta ch’egli disegnò, dove non indugiarono a travedere un picciolo lume; ed a quella volta s’indirizzarono.
Quivi s’erano raccolti i nostri fuggitivi, che tutti furono lieti alla vista di Denner e ne resero grazie ad Andrès, che non rispose parola tutto chiuso in se stesso. S’avvidero che più della metà della banda era stata ammazzata o fatta prigione: però a qualcuno era venuto fatto d’involar qualche cassa, e grosse somme di denaro.
— Io ho campato tua moglie, disse Denner ad Andrès, ma tu m’hai tolto questa notte ad una morte certa: patto pagato. Io ti congedo se vuoi. Fra pochi giorni o forse domattina noi sgombreremo cotesto paese. Perciò non temere che ti capiti più mai qualche cosa di simile a quel d’oggi. Sei uno sciocco, e per-<noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 101 —|}}</noinclude>ciò buono a nulla. Ad ogni modo è giusto che tu abbi la tua parte di bottino, e che sii ricompensato della mia liberazione. Eccoti un sacco pieno d’oro per mia memoria; spero fra un anno di rivederti.”
— Dio mi guardi di toccar un centesimo di questo denaro. Non m’avete forzato a venire con voi colle più terribili minacce? Ho forse peccato a salvarti la vita, ma Dio me lo perdonerà nella sua clemenza; ma abbi per certo che se non sgombri tosto di qui, alla prima voce di furto e d’omicidio corro subito dal Magistrato ad iscoprire il tuo ricovero.
I briganti vollero quasi avventarglisi incontro, ma Denner li fermò dicendo: “Lasciate parlare questo buffone, che non importa; e poi volgendosi ad Andrès, guardati che tu e la tua famigliuola siete nelle mie mani; però non avrai nulla a temere se mi prometti di non parlare in eterno dell’accidente di questa notte. E ti do tanto più volontieri questo consiglio perchè la mia vendetta ti coglierebbe per tutto, e forse non saresti così agevolmente accolto, da poi che hai vissuto sì lungo tempo delle mie largizioni, ed<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 102 —|}}</noinclude>io dal canto mio ti do fede che non mi lascerò vedere più mai in questo paese, nè vi tenterò più mai cosa co’ miei compagni.”
Dopo che Andrès ebbe accettate a forza le condizioni, fu menato da due fuori del bosco, ed era giorno spiegato, quando entrò in casa ad abbracciar la sua Giorgina mezzo morta d’ansietà e di spavento. Le fece intendere vagamente che Denner era un scellerato, e che egli avea rotta ogni intrinsichezza con lui.
— Ma la scatola di giojelli? soggiunse Giorgina.
Le parole caddero sul cuore d’Andrès come un disonesto peso. E poichè non avea pensato alle cose preziose che erano state lasciate in casa sua, deliberò fra sè stesso che si aveva da farne. Pensava di recarsi a Fulda per metterle nelle mani del Magistrato; ma come svelare l’origine di questo deposito senza rompere il giuramento che avea dato a Denner? Risolse adunque di custodire il suo deposito sino che l’accidente non gli avesse portato l’occasione di poterlo riporre senza suo danno nelle mani di Denner o del Magistrato.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 103 —|}}</noinclude>{{Nop}}
La cascina assalita a quel modo aveva spaventati tutti i paesani all’intorno, perchè era stata l’impresa più audace che i ladri avessero tentato da molti anni, ed era un segno non dubbio che la banda s’era di molto ingrossata, e se il fittabile avea campata la vita, non ne dovea dar merito che all’accidente, che aveva quivi portato il nipote di Fach co’ suoi cacciatori. Viveano ancora tre malandrini colti sul luogo, e si sperava di sanarli delle ferite. Per cui erano stati studiosamente chiusi in un carcere del villaggio; ma quando si venne per trarneli onde trasferirli in città, si trovarono tagliati da mille colpi. Così si dileguò ogni speranza d’avere qualche connotato della banda assassina. Intanto si facevano correre del continuo delle pattuglie di cavalli lungo la foresta, ed Andrès tremava che non fosse stato sostenuto qualche bandito o Denner istesso che avessero potuto accusarlo. Così per la prima volta provava i tormenti d’una cattiva coscienza, quantunque non si sentisse colpevole che di soverchio amore per la moglie e pel figlio.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 104 —|}}</noinclude>{{Nop}}
{{Ct|L=0.2em|'''CAPITOLO VIII'''}}
{{Xx-larger|F}}urono urono inutili tutte le indagini, e perciò impossibile di avere le tracce dei banditi, per cui Andrès si persuase che Denner gli avea tenuto parola, ed era uscito fuori di paese colla sua banda. Il danaro che avea avuto da lui, non che la spilla d’oro furono riposti nella cassettina cogli altri gioielli, perchè gli pareva di contaminarsi a toccare dei presenti che erano venuti di così mal ac-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 105 —|}}</noinclude>quisto. Ne andò guari che ricadde nella miseria di prima, e così a poco a poco si consigliò coll’anima sua e fu più tranquillo.
Fra due anni la moglie gli partorì un altro figlio, senza però infermarsi come avea fatto la prima volta. Era una sera accanto a lei, il suo lattante in braccio, mentre il primo nato si trastullava con un grosso cane, che come il favorito del padrone, aveva il privilegio di rimaner nella camera, quando corse il famiglio ad annunciare che un uomo di sembiante sospetto aliava da un’ora attorno alla casa. Andrès si disponeva ad uscir col moschetto quando intese profferire il proprio nome. Aperse la finestra e riconobbe d’un tratto l’odioso Ignazio Denner che aveva indossato di bel nuovo l’abito del mercatante recandosi una valigia nelle braccia.
— Andrès! Andrès! conviene che tu mi ricoveri per questa notte... domani proseguirò il mio cammino.
— Scellerato, proruppe Andrès quasi fuori di sè, sei tanto sfrontato da lasciarti ancora vedere?... Ti ho forse mancato di parola, che tu manchi alla fede data<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 106 —|}}</noinclude>di non capitare più mai in questo paese? Per me non sosterrò che tu passi il limitare della mia casa. Indietro, o io t’ammazzo! Anzi aspetta che ti gitterò dalla finestra l’oro e i giojelli con cui tentasti di adescar mia moglie; e poi t’accordo una dilazione di tre giorni, dopo i quali corro a porti addosso l’accusa che meriti, se trovo ancora un segno del tuo passaggio o della tua banda. Nè temo che si adempiano le minacce che tu mi hai fatto, perchè mi fido in Dio che saprà preservarmi.
A queste parole Andrès cercò attorno per gittar la cassetta; ma quando tornò alla finestra, Denner era scomparso. Ei vide bene che il ritorno di Denner lo metteva in qualche pericolo; onde ebbe molte vigilie; ma la sua famiglia non ne fu contristata, tanto più che pensò che Denner non avesse fatto che passare per la foresta. Anzi per acchetare affatto le sue inquietudini e racchetar la coscienza, che gli facea degli acerbi rimproveri, risolse di parlare e di portar la cassetta nelle mani del Magistrato di Fulda. Non ignorava che non gli sarebbe stata perdonata la sua partecipazione;<noinclude>
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Candalua
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 107 —|}}</noinclude>però sperava che gli avrebbe fatto merito un’intiera confessione, non che la protezione del suo padrone, che non si poteva che riputarglieli a bene. Ma quando era già sulle mosse per partire, fu sopraggiunto da un messo del conte il quale gli raccomandava di recarsi tosto al castello. Invece adunque d’incamminarsi per Fulda, si avviò col messo al castello non senza che gli battesse il cuore di qualche inquietudine. Pervenuto al castello fu subito intromesso al cospetto del conte.
— Rallegrati, Andrès, che t’è capitato un’improvvisa fortuna. Tu ti ricordi senz’altro di quel vecchio brontolone dove albergammo a Napoli, del padre adottivo insomma della tua Giorgina. Il poveretto è morto, ma prima di lasciar questo mondo, rimorso dalla memoria dei mali trattamenti fatti all’orfanella, le lasciò due mila ducati, che si trovano di già a Francfort in tante cambiali, che tu potrai esigere dal mio banchiere. Se vuoi partir subito per colà, ti farò spedire i certificati che ti occorrono.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Lagrande" />{{RigaIntestazione||— 33 —|}}</noinclude>lare con te, vengono nel tuo studio da basso. Ebbene, le mie visite trovano qui il divano e le poltrone, che ci debbono essere in una sala. Le provviste sono un di più, e danno un’idea d’abbondanza, che alla gente seria non può dispiacere. Del resto le visite sono una superfluità, ed io, che quasi non ne faccio, finirò per non più riceverne. Mentre la farina, le patate, le frutta, sono una necessità della famiglia.
Aveva sempre ragione lei. Infatti di visite non ne vennero quasi più. I pochi parenti, che capitavano assai di rado, si ricevevano nella camera del babbo, divenuta camera nuziale, dove si teneva il camino acceso. E la sala s’andò coprendo d’uno strato di polvere sopra le vecchie lenzuola che coprivano i mobili, e si trasformò definitivamente in magazzeno. Pareva fatta apposta, perchè non aveva nè stufa nè camino, ed era fredda come una cantina. Le patate vi gelarono.<noinclude></noinclude>
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Lagrande
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<noinclude><pagequality level="4" user="Lagrande" />{{RigaIntestazione||— 34 —|}}</noinclude>{{nop}}
Intanto avevo compiti i sedici anni. Ero cresciuta molto, ed anche mi ero sviluppata in proporzione. Gli abiti mi scricchiolavano sulla vita, e spesso si aprivano nelle cuciture delle maniche e del dorso; e sul petto ne saltavano via i bottoni o si squarciavano gli occhielli, che era una disperazione.
Ed avevo ancora i capelli rialzati sulla fronte, tirati indietro e stretti sulla nuca in un nodo compatto come una collegiale, e le gonnelle corte fin sopra la caviglia, che lasciavano vedere tutto il piede, punto piccolo nè grazioso, calzato di grosse scarpe solidamente costruite in vista del moto straordinario che, secondo il babbo, era una necessità della vita.
Appena il bimbo della nostra matrigna ebbe sei mesi, la sua nutrice si ammalò, e si dovette prenderlo in casa e finire di tirarlo su coll’allattamento artificiale.
Quando avevo in braccio quel marmocchio,<noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Antoncip" />{{RigaIntestazione||{{Sc|secolo xv}}|101}}</noinclude><section begin="s1" />{{nop}}
Da un altro atto 31 luglio 1489 rileviamo che Girardo Bertarini di Esino figlio del fu Lorenzo, si obbliga di condurre ad Arezzo in Toscana, dove esercita l’arte del mugnaio, e tenere presso di sè, quali famigli, Bartolomeo Pomi di Bologna (Monte di Varenna) ed un suo figlio, per un periodo di due anni, provvedendoli di vitto e vestiario, e dando loro a titolo di mercede alla fine del detto periodo la somma di dieci ducati d’oro.
Abbiamo anche un atto relativo al modo di mantenere le proprietà terriere cedute in affitto: l’atto è del 6 ott. 1421, ed è rogato dal not. Cattaneo Stefano del fu Giacomo. Matteo Cattaneo, di Martino, da Primaluna, investe Gualdriso de {{ec|Toricellli|Toricelli}}, fu Ambrogio di Vezio, d’un appezzamento di terra situato in territorio di Vezio per un periodo di 9 anni per l’annuo canone livellario di 30 quartari di biada, vale a dire 16 di frumento, 8 di miglio e 6 di panico e, inoltre, della metà del vino e dei frutti. Il conduttore si obbliga ogni anno, due volte, di cavare e lavorare le viti, di concimarle ogni due anni, di strappare ogni anno le erbe dai fossi, e di spampinare le viti.
Vi sono altre minute prescrizioni sui pali che debbono sostenere le viti ecc. Così il proprietario non solamente si assicurava i prodotti, ma evitava che per la trascuratezza del lavoratore il rendimento avesse a diminuire.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=2|v=1|ESPATRIATI}}
Il piccolo paese privo d’industrie, e di scarso rendimento agricolo non poteva mantenere tutti i suoi abitanti, i quali erano in notevole parte costretti ad espatriare.
Lo spoglio degli scarsi documenti, ci ha consentito di compilare un piccolo elenco degli abitanti di Varenna che espatriarono nel sec. XV. Copiosi elenchi avremo nei secoli successivi.
Riteniamo utile dare queste note onde poter rintracciare quelle famiglie che nel corso dei secoli si sono definitivamente stabilite fuori della patria:
1406 Marcolo Greppo, figlio di ser Beltramo q. Arderico di Varenna abita a Bellano.
1446 — ser Baldassare de Calvasina fu ser Pietro, di Varenna, abita a Como.
1459 — Giorgio Panizzi, cancelliere ducale, abita a Milano.
1459 — Antoniolo de Tenchis fu Augustino di Varenna, abita a Grosio in Valtellina.
1473 — Jacopo di Varenna scultore nel campanile della cattedrale di Ferrara.
1479 — Gabrielle e Lorenzo, figlii di ser Giacomo de Balbiano, di Varenna, partono per il Bolognese.<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|102|{{Sc|vittorio adami}}|}}</noinclude><section begin="s1" />{{nop}}
1483 — Prete Tommaso Panizzi fu Giovanni di Varenna è a Malgrate.
1484 — Jacopo Magnano del fu Giovanni di Bologna (Monte di Varenna) abita a Siena in Toscana.
1489 — Bartolomeo de Pomo figlio del fu Antonio abita ad Arezzo.
1489 — Matteo e Luchino, fratelli, Della Mano figli di ser Antonio, di Varenna, abitano in Romagna.
1473 — Martino di Giorgio da Varenna, ha larga parte nella costruzione del palazzo Piccolomini in Siena.
1490 — Filippo de Tenchis, di Stefano, di Varenna, abita a Milano.
1496 — Giovanni Pietro de Calvasina, del fu maestro Antonio, di Varenna, abita a Pavia.
1498 — Il Conte Antonio de Balbiano fu Conte Giovanni, di Varenna, abita a Milano, Porta Nuova, parrocchia Santo Stefano.
Dalla carta pagense n. 7041 dell’Ambrosiana rileviamo che nel 1417 Petrolo de Aurenzio fu ser Giacomo di Varenna è domiciliato a Bellagio, Antonio de Pino, fu ser Pietro, e Ambrosolo de Pino, fu ser Giorgio, di Varenna, sono pure abitanti in Bellagio.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=2|v=1|SOPRANNOMI}}
Una particolarità di quei tempi che è durata fino a noi sono i soprannomi usati ad identificare l’individuo come oggi il nome e i cognomi; i quali ultimi, come si sa, hanno avuto origine dai soprannomi.
Molte volte divenne cognome il nome della località abitata che seguiva il nome proprio della persona. In Varenna: ciò è accaduto per i Conca, i Balbiano, i Pino, i Sala.
Il soprannome quando vi era seguiva nell’indicazione delle persone il nome della località.
Ecco un elenco di soprannomi del sec. XV:
{|
|Ambrogio Tarelli di Giacomo di Vezio || detto || ''il'' || ''Conte''
|-
|Bartolomeo Pomo di Antonio di Bologna || align=center | » || align=center | » || ''Signorino''
|-
|Pietro Tarelli di Martino di Vezio || align=center | » || align=center | » || ''Cagorgia''
|-
|Giacomo Ongania di Antonio || align=center | » || align=center | » || ''Muto''
|-
|Antonio Fumeo di Giacomo di Gitana || align=center | » || align=center | » || ''Mostarda''
|-
|Bartolomeo Tenca di Filippo || align=center | » || align=center | » || ''Bertolotto''
|-
|Giorgio Tenca di Odoardo || align=center | » || align=center | » || ''Bosato''
|-
|Giovanni Tenca di Filippo || align=center | » || align=center | » || ''Polledro''
|-
|Giovanni Maza di Zanteo || align=center | » || align=center | » || ''Belmamolo''
|-
|Nicolò Maza di Giacomo || align=center | » || align=center | » || ''Ia''
|-
|Pietro Maza || align=center | » || align=center | » || ''Cimarosto''
|-
|Giovanni Serponte di Giorgio || align=center | » || align=center | » || ''Vagnolo''
|-
|Gaspare Serponte di Giovanni || align=center | » || align=center | » || ''Sozio''
|-
|Giorgio Serponte di Melchiorre || align=center | » || align=center | » || ''Do''
<noinclude>|}</noinclude><section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|102|{{Sc|vittorio adami}}|}}</noinclude><section begin="s1" />{{nop}}
1483 — Prete Tommaso Panizzi fu Giovanni di Varenna è a Malgrate.
1484 — Jacopo Magnano del fu Giovanni di Bologna (Monte di Varenna) abita a Siena in Toscana.
1489 — Bartolomeo de Pomo figlio del fu Antonio abita ad Arezzo.
1489 — Matteo e Luchino, fratelli, Della Mano figli di ser Antonio, di Varenna, abitano in Romagna.
1473 — Martino di Giorgio da Varenna, ha larga parte nella costruzione del palazzo Piccolomini in Siena.
1490 — Filippo de Tenchis, di Stefano, di Varenna, abita a Milano.
1496 — Giovanni Pietro de Calvasina, del fu maestro Antonio, di Varenna, abita a Pavia.
1498 — Il Conte Antonio de Balbiano fu Conte Giovanni, di Varenna, abita a Milano, Porta Nuova, parrocchia Santo Stefano.
Dalla carta pagense n. 7041 dell’Ambrosiana rileviamo che nel 1417 Petrolo de Aurenzio fu ser Giacomo di Varenna è domiciliato a Bellagio, Antonio de Pino, fu ser Pietro, e Ambrosolo de Pino, fu ser Giorgio, di Varenna, sono pure abitanti in Bellagio.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=2|v=1|SOPRANNOMI}}
Una particolarità di quei tempi che è durata fino a noi sono i soprannomi usati ad identificare l’individuo come oggi il nome e i cognomi; i quali ultimi, come si sa, hanno avuto origine dai soprannomi.
Molte volte divenne cognome il nome della località abitata che seguiva il nome proprio della persona. In Varenna: ciò è accaduto per i Conca, i Balbiano, i Pino, i Sala.
Il soprannome quando vi era seguiva nell’indicazione delle persone il nome della località.
Ecco un elenco di soprannomi del sec. XV:
{|
|Ambrogio Tarelli di Giacomo di Vezio || detto || ''il'' || ''Conte''
|-
|Bartolomeo Pomo di Antonio di Bologna || align=center | » || align=center | » || ''Signorino''
|-
|Pietro Tarelli di Martino di Vezio || align=center | » || align=center | » || ''Cagorgia''
|-
|Giacomo Ongania di Antonio || align=center | » || align=center | » || ''Muto''
|-
|Antonio Fumeo di Giacomo di Gitana || align=center | » || align=center | » || ''Mostarda''
|-
|Bartolomeo Tenca di Filippo || align=center | » || align=center | » || ''Bertolotto''
|-
|Giorgio Tenca di Odoardo || align=center | » || align=center | » || ''Bosato''
|-
|Giovanni Tenca di Filippo || align=center | » || align=center | » || ''Polledro''
|-
|Giovanni Maza di Zanteo || align=center | » || align=center | » || ''Belmamolo''
|-
|Nicolò Maza di Giacomo || align=center | » || align=center | » || ''Ia''
|-
|Pietro Maza || align=center | » || align=center | » || ''Cimarosto''
|-
|Giovanni Serponte di Giorgio || align=center | » || align=center | » || ''Vagnolo''
|-
|Gaspare Serponte di Giovanni || align=center | » || align=center | » || ''Sozio''
|-
|Giorgio Serponte di Melchiorre || align=center | » || align=center | » || ''Do''
|-
<noinclude>|}</noinclude><section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|secolo xv}}|103}}</noinclude><noinclude>{|</noinclude>
|-
|Giorgio Serponte di Giovanni || {{pt|detto|»}} || {{pt|''il''|»}} || ''Poginallo''
|-
|Antonio Serponte di Tomaso || align=center | » || align=center | » || ''Varennino''
|-
|Antonio Fugacci di Giovanni di Gisazio || align=center | » || align=center | » || ''Bortogio''
|-
|Bernardo Fugacci di Giacomo di Gisazio || align=center | » || align=center | » || ''Priola''
|-
|Domenico Fugacci di Giacomo di Gisazio || align=center | » || align=center | » || ''Basileto''
|-
|Tomaso Scotti di Giorgio || align=center | » || align=center | » || ''Maslino''
|-
|Antonio Campioni di Giorgio || align=center | » || align=center | » || ''Tesagnolo''
|-
|Gaspare Campioni di Gabriele || align=center | » || align=center | » || ''Boffa''
|-
|Giorgio Campioni di Antonio || align=center | » || align=center | » || ''Teragnolo''
|-
|Ambrogio Balbiano di Giovanni || align=center | » || align=center | » || ''Baschera''
|-
|Giovanni Balbiano di Martino || align=center | » || align=center | » || ''Frasca''
|-
|Giovanni Greppi || align=center | » || align=center | » || ''Biò''
|-
|Antonio Greppi di Cesco || align=center | » || align=center | » || ''Pagiolo''
|-
|Pietrina Venini || align=center | » || ''la'' || ''Zoppa''
|-
|Maddalena Calvasina || align=center | » || align=center | » || ''Borina''
|-
|Giovanni Arrigoni di Giacomo di Varenna || align=center | » || align=center | » || ''Lazzarino''
|-
|Antonio Arrigoni di Regolo || align=center | » || align=center | » || ''Secco''
|-
|Guglielmo Conca di Stefano || align=center | » || align=center | » || ''Metapolo''
|-
|Ambrosio Sala di Stefano || align=center | » || align=center | » || ''Sostelo''
|}
L’uso dei soprannomi, come abbiamo detto, è rimasto a Varenna fino ai nostri giorni e ancor oggi troviamo dei soprannomi che si sono tramandati di generazione in generazione.
{{FI|file=Vittorio Adami, Varenna e Monte di Varenna (1927) (page 111 crop).jpg|float=floating-center|caption=Varenna vista dalla strada di Fiume Latte (Fot. Adamoli)|tstyle=font-size:80%}}<noinclude></noinclude>
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Pagina:Vittorio Adami, Varenna e Monte di Varenna (1927).djvu/169
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Dr Zimbu
1553
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|secolo xvi}}|161}}</noinclude><section begin="s1" />{{nop}}
Nel 1545 Mazza Giovanni q<sup>m</sup> Giovanni Antonio di Varenna è notaio.
Nel 1514 alli 3 di febbraio Pietro Calvasina riceve dal duca {{Wl|Q378739|Massimiliano Maria Sforza}} il privilegio di essere nominato pretore della Valsassina.
Il {{AutoreCitato|Tommaso Porcacchi|Porcacchi}} nella sua opera: ''La nobiltà di Como'', parlando di Varenna magnifica l’ospitalità di Menapace Visdomini e dei suoi figli Coriolano e Giovanni Battista appartenenti alla storica famiglia dei Vicedomini, già signori del Castello di Cosio. Il Porcacchi dice: «il signor Menapace gentiluomo di grande autorità nella sua patria Como» ed aggiunge: «per le orme del padre camminano cinque figli dei quali Pier Antonio legista è al presente podestà d’Alessandria della Paglia ed altre magistrature ebbe nello stato di Milano, il signor Giovanni Battista e Coriolano sono intenti nella vita politica, il signor don Roderico è al seguito del cardinale {{AutoreCitato|Carlo Borromeo|Carlo Borromeo}} e il Padre frate Sisto è in Bologna pubblico lettore di quel fiorente studio. Hanno questi signori in Varenna oltre l’abitazione un magnifico giardino sul lago con meravigtiose piante di melarancie.
Di questa famiglia troviamo memorie in Varenna fino alla metà del XVII secolo, e in un vecchio reparto di defunti in data 1659, è detto che messer Giovanni Arrigoni fece seppellire sua moglie nelle sepolture dei Vicedomini nella chiesa di San Giorgio di Varenna, il che dimostra che tutte le famiglie nobili di Varenna avevano la loro privata sepoltura nella chiesa parrocchiale.
Verso la fine del 1500 padre Bonagrazia da Varenna dell’ord. dei Francescani scrisse una memoria sulle lagrime di N. S. che si venera in Dongo, ed una pregiata vita del grande predicatore Padre {{Wl|Q3085502|Francesco Panigarola}}.
Altro ecclesiastico da ricordare è il Padre Bonaventura da Varenna, dell’ordine dei minori, che pubblicava la vita ed i miracoli del Padre Girolamo spagnolo<ref>{{Sc|{{AutoreCitato|Luca Wadding|Wading}}}}, tomo XII, pag. 483. Annales fratrum minorum.</ref>.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=2|v=1|ESPATRIATI}}
Facendo lo spoglio dei documenti relativi al secolo XVI abbiamo potuto compilare il seguente elenco degli individui di Varenna e del monte di Varenna che nel corso del secolo predetto sono espatriati.
{|
|Anno || 1530. || Pietro Panizza di Varenna abita Venezia.
|-
|align=center | » || align=center | » || Antonio Mazza di Varenna abita Venezia.
|-
|align=center | » || 1538. || Magnifico dom. Jo. Pietro Calvasina di Varenna domiciliato a Milano.
|-
|align=center | » || 1546. || Pietro Scotti figlio di Giorgio di Varenna domiciliato a Bergamo<ref>Nella seconda metà del secolo XVI troviamo a Bergamo i fratelli Pietro e Alessandro Scotti.</ref>.
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Nel 1545 Mazza Giovanni q<sup>m</sup> Giovanni Antonio di Varenna è notaio.
Nel 1514 alli 3 di febbraio Pietro Calvasina riceve dal duca {{Wl|Q378739|Massimiliano Maria Sforza}} il privilegio di essere nominato pretore della Valsassina.
Il {{AutoreCitato|Tommaso Porcacchi|Porcacchi}} nella sua opera: ''La nobiltà di Como'', parlando di Varenna magnifica l’ospitalità di Menapace Visdomini e dei suoi figli Coriolano e Giovanni Battista appartenenti alla storica famiglia dei Vicedomini, già signori del Castello di Cosio. Il Porcacchi dice: «il signor Menapace gentiluomo di grande autorità nella sua patria Como» ed aggiunge: «per le orme del padre camminano cinque figli dei quali Pier Antonio legista è al presente podestà d’Alessandria della Paglia ed altre magistrature ebbe nello stato di Milano, il signor Giovanni Battista e Coriolano sono intenti nella vita politica, il signor don Roderico è al seguito del cardinale {{AutoreCitato|Carlo Borromeo|Carlo Borromeo}} e il Padre frate Sisto è in Bologna pubblico lettore di quel fiorente studio. Hanno questi signori in Varenna oltre l’abitazione un magnifico giardino sul lago con meravigtiose piante di melarancie.
Di questa famiglia troviamo memorie in Varenna fino alla metà del XVII secolo, e in un vecchio reparto di defunti in data 1659, è detto che messer Giovanni Arrigoni fece seppellire sua moglie nelle sepolture dei Vicedomini nella chiesa di San Giorgio di Varenna, il che dimostra che tutte le famiglie nobili di Varenna avevano la loro privata sepoltura nella chiesa parrocchiale.
Verso la fine del 1500 padre Bonagrazia da Varenna dell’ord. dei Francescani scrisse una memoria sulle lagrime di N. S. che si venera in Dongo, ed una pregiata vita del grande predicatore Padre {{Wl|Q3085502|Francesco Panigarola}}.
Altro ecclesiastico da ricordare è il Padre Bonaventura da Varenna, dell’ordine dei minori, che pubblicava la vita ed i miracoli del Padre Girolamo spagnolo<ref>{{Sc|{{AutoreCitato|Luca Wadding|Wading}}}}, tomo XII, pag. 483. Annales fratrum minorum.</ref>.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=2|v=1|ESPATRIATI}}
Facendo lo spoglio dei documenti relativi al secolo XVI abbiamo potuto compilare il seguente elenco degli individui di Varenna e del monte di Varenna che nel corso del secolo predetto sono espatriati.
{|
|Anno || 1530. || Pietro Panizza di Varenna abita Venezia.
|-
|align=center | » || align=center | » || Antonio Mazza di Varenna abita Venezia.
|-
|align=center | » || 1538. || Magnifico dom. Jo. Pietro Calvasina di Varenna domiciliato a Milano.
|-
|align=center | » || 1546. || Pietro Scotti figlio di Giorgio di Varenna domiciliato a Bergamo<ref>Nella seconda metà del secolo XVI troviamo a Bergamo i fratelli Pietro e Alessandro Scotti.</ref>.
|-
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|-
|align=center | {{pt|Anno|»}} || {{pt|1546.|»}} || Giov. Maria Panighetti del fu Pietro di Bologna Monte di Varenna domiciliato a Pisa.
|-
|align=center | » || 1547. || Giacomo Bertarini del fu Girardo di Esino ma possidente in Tondello è domiciliato in Arezzo.
|-
|align=center | » || 1548. || Giov. Antonio e Giov. Pietro fratelli Campioni figli del fu Giovanni Simone di Varenna abitanti a Milano a Porta Romana, parrocchia S. Tecla.
|-
|align=center | » || align=center | » || Andrea Bordoni del fu Antonio di Varenna abitante a Lucca.
|-
|align=center | » || 1549. || Dom. Antonio de Serponti del fu Bernardino di Varenna è domiciliato in Arezzo.
|-
|align=center | » || align=center | » || Tommasino Campioni del fu Donato di Varenna abita in Verona.
|-
|align=center | » || 1551. || Giovanni Antonio e Giov. Pietro fratelli Campioni del fu Simone di Varenna abitano a Milano a P. Ticinese parrocchia S. Giorgio al Palazzo.
|-
|align=center | » || 1552. || Lorenzo Panizza del fu Bartolomeo di Varenna abita a Vergate.
|-
|align=center | » || align=center | » || Giovanni Andrea de Mazzi del fu Giov. Antonio di Varenna abita a Milano, P. Romana, Parrocchia S. Stefano.
|-
|align=center | » || align=center | » || Giovanni Jacopo Scotto di Varenna abita a Firenze.
|-
|align=center | » || align=center | » || Rocco de Foniò di Matteo di Bologna (monte di Varenna) abita ad Arezzo.
|-
|align=center | » || 1553. || Giovanni Marliano f. q. d. Agostino abita a Milano, parrocchia S. Stefano in Broglio.
|-
|align=center | » || 1555. || Giobbe de Marliano f. q. d. Augustino di Varenna abita a Milano, Parrocchia di S. Calimero.
|-
|align=center | » || 1558. || Martino Boiano di Varenna abita a Roma.
|-
|align=center | » || align=center | » || Giovanni Mazza di Varenna abita a Pesaro.
|-
|align=center | » || align=center | » || Nicolò Cagnino detto il Mazochino abita a Roma.
|-
|align=center | » || 1560. || Giov. Andrea e Giorgio fratelli Bordoni del fu Antonio di Varenna abitano Milano a Porta Romana, parrocchia San Zenone.
|-
|align=center | » || align=center | » || Gerolamo Scotti del fu Giovanni di Varenna abita a Milano a Porta Ticinese, parrocchia di S. Lorenzo.
|-
|align=center | » || 1562. || Nicolai de Marliano f q. d. Iacobi abita Pescallo
|-
|align=center | » || 1569. || Bartolomeo Panighetti de Fonio di Monte Varenna abita a Parma.
|-
|align=center | » || align=center | » || Francesco de Sala f. del fu Giorgio di Varenna abita a Chiavenna.
|-
|align=center | » || 1571. || Bartolomeo Zucchi del Monte di Varenna è domiciliato a Parma.
|-
|align=center | » || align=center | » || Giov. Pietro Inviti del fu Alessandro di Perledo esercita l’arte del veletaro a Città di Castello.
|-
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|-
|align=center | » || align=center | » || Andrea Bordoni del fu Antonio di Varenna abitante a Lucca.
|-
|align=center | » || 1549. || Dom. Antonio de Serponti del fu Bernardino di Varenna è domiciliato in Arezzo.
|-
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|align=center | » || 1551. || Giovanni Antonio e Giov. Pietro fratelli Campioni del fu Simone di Varenna abitano a Milano a P. Ticinese parrocchia S. Giorgio al Palazzo.
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|-
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|align=center | » || 1553. || Giovanni Marliano f. q. d. Agostino abita a Milano, parrocchia S. Stefano in Broglio.
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|align=center | » || 1555. || Giobbe de Marliano f. q. d. Augustino di Varenna abita a Milano, Parrocchia di S. Calimero.
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|align=center | » || 1562. || Nicolai de Marliano f q. d. Iacobi abita Pescallo.
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|align=center | » || 1569. || Bartolomeo Panighetti de Fonio di Monte Varenna abita a Parma.
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|align=center | » || 1571. || Bartolomeo Zucchi del Monte di Varenna è domiciliato a Parma.
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|align=center | » || 1547. || Giacomo Bertarini del fu Girardo di Esino ma possidente in Tondello è domiciliato in Arezzo.
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|align=center | » || 1548. || Giov. Antonio e Giov. Pietro fratelli Campioni figli del fu Giovanni Simone di Varenna abitanti a Milano a Porta Romana, parrocchia S. Tecla.
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|align=center | » || 1549. || Dom. Antonio de Serponti del fu Bernardino di Varenna è domiciliato in Arezzo.
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|-
|align=center | » || 1560. || Giov. Andrea e Giorgio fratelli Bordoni del fu Antonio di Varenna abitano Milano a Porta Romana, parrocchia San Zenone.
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|align=center | » || align=center | » || Gerolamo Scotti del fu Giovanni di Varenna abita a Milano a Porta Ticinese, parrocchia di S. Lorenzo.
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|align=center | » || 1562. || Nicolai de Marliano f q. d. Iacobi abita Pescallo.
|-
|align=center | » || 1569. || Bartolomeo Panighetti de Fonio di Monte Varenna abita a Parma.
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|align=center | » || 1571. || Bartolomeo Zucchi del Monte di Varenna è domiciliato a Parma.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|secolo xvi}}|163}}</noinclude><noinclude>{|</noinclude>
|-
|align=center | {{pt|Anno|»}} || {{pt|1571.|»}} || Ottavio Festorazzi del q. Bertolino di Perledo è garzone nella bottega de Giov. Pietro Inviti a Città di Castello.
|-
|align=center | » || 1572. || Il nobile Francesco Mazza del fu Giovanni di Varenna è domiciliato a Milano, Porta Ticinese, Parrocchia Santi Ambrosino e Solariolo.
|-
|align=center | » || 1574. || Giovanni Pietro Campioni di Giovanni è a Como.
|-
|align=center | » || 1575. || Domenico Pensa del fu Giovanni è ad Arezzo.
|-
|align=center | » || align=center | » || Cortonino Serponti di Francesco di Varenna è a Como dove esercita l’arte del pellicciaio.
|-
|align=center | » || align=center | » || Biagio e Girolamo Mazza di Varenna abitano a Milano.
|-
|align=center | » || align=center | » || Maestro Bernardino de Fugacci del fu Beltramo di Gisazio è a Firenze.
|-
|align=center | » || align=center | » || Cesare Mazza di Varenna e suo figlio Carlo sono al Monte di Brianza.
|-
|align=center | » || align=center | » || Tommaso e Giov. Antonio de Pizzotti fratelli, figli del fu Giacomo di Perledo fanno i merciai a Città di Castello.
|-
|align=center | » || align=center | » || Domenico Pensa del fu Girardo di Tondello è a Città di Castello.
|-
|align=center | » || 1576. || Giov. Pietro Scotti del fu Raffaele di Varenna è a Pescia.
|-
|align=center | » || align=center | » || Andrea Scotti del fu Vincenzo di Varenna è a Pescia.
|-
|align=center | » || 1580. || Giov. Antonio Pensa del fu Nicola è a Genova.
|-
|align=center | » || 1582. || Nicolao Inviti del fu Alessandro muore a Città di Castello lasciando i seguenti figli: Paolo, Ambrosio, Giov. Pietro e Giov. Antonio.
|-
|align=center | » || align=center | » || Matteo de Fonio del fu Beltramo di Bologna è a Vicenza in casa di Simone Pensa di Varenna, calderaio.
|-
|align=center | » || align=center | » || Maestro Francesco e Bartolomeo fratelli Maglia figli del fu Martino di Sordevolo (Biella) sono venuti a domiciliarsi a Gitana.
|-
|align=center | » || 1584. || Guglielmo de Inviti e fratelli esercitano la mercanzia ad Ancona.
|-
|align=center | » || align=center | » || Giov. Antonio Maresio di Gisazio è ad Arezzo{{ec||.}}
|-
|align=center | » || align=center | » || Giov. Battista de Bordoni di Varenna del fu Ludovico è a Bologna nell’Emilia.
|-
|align=center | » || 1587. || Dom. Giacomo Bergamo de Fumeo di Regoledo esercita l’arte del veletaio a Castelfranco di Vicenza{{ec|:|.}}
|-
|align=center | » || 1588. || Paolo de Fonio del monte di Varenna muore a Prato in Toscana.
|-
|align=center | » || 1590. || Giacomo Bertarini del fu Enrico è a Genova.
|-
|align=center | » || align=center | » || Giovanni Antonio Inviti di Bartolomeo di Perledo ha un negozio di mercerie a Città di Castello.
|-
|align=center | » || align=center | » || Ambrogio Tarelli e Antonio figli di Bartolomeo di Vezio sono negozianti a Città di Castello.
|-
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|secolo xvi}}|163}}</noinclude><noinclude>{|</noinclude>
|-
|align=center | {{pt|Anno|»}} ||align=center | {{pt|1571.|»}} || Ottavio Festorazzi del q. Bertolino di Perledo è garzone nella bottega de Giov. Pietro Inviti a Città di Castello.
|-
|align=center | » || 1572. || Il nobile Francesco Mazza del fu Giovanni di Varenna è domiciliato a Milano, Porta Ticinese, Parrocchia Santi Ambrosino e Solariolo.
|-
|align=center | » || 1574. || Giovanni Pietro Campioni di Giovanni è a Como.
|-
|align=center | » || 1575. || Domenico Pensa del fu Giovanni è ad Arezzo.
|-
|align=center | » || align=center | » || Cortonino Serponti di Francesco di Varenna è a Como dove esercita l’arte del pellicciaio.
|-
|align=center | » || align=center | » || Biagio e Girolamo Mazza di Varenna abitano a Milano.
|-
|align=center | » || align=center | » || Maestro Bernardino de Fugacci del fu Beltramo di Gisazio è a Firenze.
|-
|align=center | » || align=center | » || Cesare Mazza di Varenna e suo figlio Carlo sono al Monte di Brianza.
|-
|align=center | » || align=center | » || Tommaso e Giov. Antonio de Pizzotti fratelli, figli del fu Giacomo di Perledo fanno i merciai a Città di Castello.
|-
|align=center | » || align=center | » || Domenico Pensa del fu Girardo di Tondello è a Città di Castello.
|-
|align=center | » || 1576. || Giov. Pietro Scotti del fu Raffaele di Varenna è a Pescia.
|-
|align=center | » || align=center | » || Andrea Scotti del fu Vincenzo di Varenna è a Pescia.
|-
|align=center | » || 1580. || Giov. Antonio Pensa del fu Nicola è a Genova.
|-
|align=center | » || 1582. || Nicolao Inviti del fu Alessandro muore a Città di Castello lasciando i seguenti figli: Paolo, Ambrosio, Giov. Pietro e Giov. Antonio.
|-
|align=center | » || align=center | » || Matteo de Fonio del fu Beltramo di Bologna è a Vicenza in casa di Simone Pensa di Varenna, calderaio.
|-
|align=center | » || align=center | » || Maestro Francesco e Bartolomeo fratelli Maglia figli del fu Martino di Sordevolo (Biella) sono venuti a domiciliarsi a Gitana.
|-
|align=center | » || 1584. || Guglielmo de Inviti e fratelli esercitano la mercanzia ad Ancona.
|-
|align=center | » || align=center | » || Giov. Antonio Maresio di Gisazio è ad Arezzo{{ec||.}}
|-
|align=center | » || align=center | » || Giov. Battista de Bordoni di Varenna del fu Ludovico è a Bologna nell’Emilia.
|-
|align=center | » || 1587. || Dom. Giacomo Bergamo de Fumeo di Regoledo esercita l’arte del veletaio a Castelfranco di Vicenza{{ec|:|.}}
|-
|align=center | » || 1588. || Paolo de Fonio del monte di Varenna muore a Prato in Toscana.
|-
|align=center | » || 1590. || Giacomo Bertarini del fu Enrico è a Genova.
|-
|align=center | » || align=center | » || Giovanni Antonio Inviti di Bartolomeo di Perledo ha un negozio di mercerie a Città di Castello.
|-
|align=center | » || align=center | » || Ambrogio Tarelli e Antonio figli di Bartolomeo di Vezio sono negozianti a Città di Castello.
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Pagina:Vittorio Adami, Varenna e Monte di Varenna (1927).djvu/172
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|164|{{Sc|vittorio adami}}|}}</noinclude><noinclude>{|</noinclude>
|-
|Anno || 1590. || Magnifico Dom. Io: Pietro Scotti del fu Sebastiano di Varenna abita a Milano. Porta Orientale. Parrocchia San Babila.
|-
|align=center | » || 1591. || Bernardino Della Mano del fu Sebastiano di Gisazio ha il suo domicilio a Bologna nell’Emilia parrocchia di S.to Isaia, ma nell’anno controindicato è a Milano, Porta Vercellina, parrocchia di San Vittore al Teatro.
|-
|align=center | » || 1591. || Il nob. dom. Giacomo Bertarini del fu Enrico già abitante a Genova è a Perledo.
|-
|align=center | » || align=center | » || Pietro Inviti del fu Giovanni di Perledo muore a Città di Castello.
|-
|align=center | » || 1596. || Ludovico Venino di Varenna è a Verona dove esercita la mercanzia.
|-
|align=center | » || 1597. || Gaspare Mazza del fu Pietro di Varenna è a Lucca ove esercita l’arte del veletaio.
|}
{{Ct|t=2|v=1|STATI DELLE ANIME}}
Gli stati delle anime così detti, sono gli elenchi compilati dai parroci e nei quali sono descritti raggruppati per famiglie tutti i parrocchiani.
Nell’anno 1574 vennero compilati per la prima volta per ordine del cardinale arcivescovo gli stati delle anime di tutte le parrocchie delle diocesi. Noi abbiamo quelli di Varenna e del monte di Varenna che non possiamo pubblicare qui per mancanza di spazio, ma che trascriveremo nel volume dei documenti.
Da questi stati delle anime abbiamo desunto i seguenti dati:
{|width=100%
|Famiglie al monte di Varenna || n. || align=right | 102
|-
|Famiglie in Varenna || » || align=right | 90
|-
|Maschi al monte di Varenna || » || align=right | 143
|-
|Femmine al monte di Varenna || » || align=right | 259
|-
|Maschi in Varenna || » || align=right | 241
|-
|Femmine in Varenna || » || align=right | 228
|-
|Popolazione complessiva al monte di Varenna || » || align=right | 502
|-
|Popolazione complessiva in Varenna || » || align=right | 449
|}
È da rilevare che a differenza di quanto dimostrano le statistiche moderne vi era in Varenna una forte eccedenza di maschi.
{{rule|6em}}<noinclude><references/></noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|164|{{Sc|vittorio adami}}|}}</noinclude><noinclude>{|</noinclude>
|-
|align=center | {{pt|Anno|»}} || {{pt|1590.|»}} || Magnifico Dom. Io: Pietro Scotti del fu Sebastiano di Varenna abita a Milano. Porta Orientale. Parrocchia San Babila.
|-
|align=center | » || 1591. || Bernardino Della Mano del fu Sebastiano di Gisazio ha il suo domicilio a Bologna nell’Emilia parrocchia di S.to Isaia, ma nell’anno controindicato è a Milano, Porta Vercellina, parrocchia di San Vittore al Teatro.
|-
|align=center | » || 1591. || Il nob. dom. Giacomo Bertarini del fu Enrico già abitante a Genova è a Perledo.
|-
|align=center | » || align=center | » || Pietro Inviti del fu Giovanni di Perledo muore a Città di Castello.
|-
|align=center | » || 1596. || Ludovico Venino di Varenna è a Verona dove esercita la mercanzia.
|-
|align=center | » || 1597. || Gaspare Mazza del fu Pietro di Varenna è a Lucca ove esercita l’arte del veletaio.
|}
{{Ct|t=2|v=1|STATI DELLE ANIME}}
Gli stati delle anime così detti, sono gli elenchi compilati dai parroci e nei quali sono descritti raggruppati per famiglie tutti i parrocchiani.
Nell’anno 1574 vennero compilati per la prima volta per ordine del cardinale arcivescovo gli stati delle anime di tutte le parrocchie delle diocesi. Noi abbiamo quelli di Varenna e del monte di Varenna che non possiamo pubblicare qui per mancanza di spazio, ma che trascriveremo nel volume dei documenti.
Da questi stati delle anime abbiamo desunto i seguenti dati:
{|width=100%
|Famiglie al monte di Varenna || n. || align=right | 102
|-
|Famiglie in Varenna || » || align=right | 90
|-
|Maschi al monte di Varenna || » || align=right | 143
|-
|Femmine al monte di Varenna || » || align=right | 259
|-
|Maschi in Varenna || » || align=right | 241
|-
|Femmine in Varenna || » || align=right | 228
|-
|Popolazione complessiva al monte di Varenna || » || align=right | 502
|-
|Popolazione complessiva in Varenna || » || align=right | 449
|}
È da rilevare che a differenza di quanto dimostrano le statistiche moderne vi era in Varenna una forte eccedenza di maschi.
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Dr Zimbu
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Gli stati delle anime così detti, sono gli elenchi compilati dai parroci e nei quali sono descritti raggruppati per famiglie tutti i parrocchiani.
Nell’anno 1574 vennero compilati per la prima volta per ordine del cardinale arcivescovo gli stati delle anime di tutte le parrocchie delle diocesi. Noi abbiamo quelli di Varenna e del monte di Varenna che non possiamo pubblicare qui per mancanza di spazio, ma che trascriveremo nel volume dei documenti.
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È da rilevare che a differenza di quanto dimostrano le statistiche moderne vi era in Varenna una forte eccedenza di maschi.
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Gli stati delle anime così detti, sono gli elenchi compilati dai parroci e nei quali sono descritti raggruppati per famiglie tutti i parrocchiani.
Nell’anno 1574 vennero compilati per la prima volta per ordine del cardinale arcivescovo gli stati delle anime di tutte le parrocchie delle diocesi. Noi abbiamo quelli di Varenna e del monte di Varenna che non possiamo pubblicare qui per mancanza di spazio, ma che trascriveremo nel volume dei documenti.
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È da rilevare che a differenza di quanto dimostrano le statistiche moderne vi era in Varenna una forte eccedenza di maschi.
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Spinoziano
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{{Blocco centrato|<poem>{{Type|f=90%|
Il regno ampio de’ venti
Io corsi a’ miei verdi anni, e il mar sicano
Solcai non una volta, e a quando a quando
Con piè legger dalla mia fida barca
Mi lanciava in quell’isola ove Ulisse
Trovò i Ciclopi: io donne oneste e belle,
Cose ammirande colà vidi;}}
</poem>}}
{{Indentatura|0em}}potè nelle sue poesie celebrare i cimiteri di Palermo, la certosa di Grenoble, la cascata d’Arpenas, il lago di Ginevra, i ghiacciaj, i giardini inglesi, con un sentimento della natura, non comune ai nostri verseggiatori. In Roma, dove,</div>
{{Centrato|<poem>{{Type|f=90%|
non che muro ed arco,
Sasso non trovi che non goda un nome,}}
</poem>}}
{{Indentatura|0em}}partecipò alla società brillante e culta; e di quella fittizia Arcadia cantava:</div>
{{Blocco centrato|<poem>{{Type|f=90%|
Le felici capanne, il bosco, il prato
Veggo, e gli antri vocali e il sacro rio,
E sedenti qua e là sull’erbe e i fiori,
Tra’ lor cani e monton, ninfe e pastori;}}
</poem>}}
{{Indentatura|0em}}e più che il {{AutoreCitato|Ludovico Antonio Muratori|Muratori}} e il {{AutoreCitato|Melchiorre Cesarotti|Cesarotti}} contribuì a fondare l’''Accademia Italiana''. Compose allora una tragedia, l’Ulisse, che, sebbene lodatissima dal {{AutoreCitato|Pietro Metastasio|Metastasio}} e dal {{AutoreCitato|Aurelio Bertola de' Giorgi|Bertòla}}<ref>Il Bertòla cantava:
{{Blocco centrato|<poem>O Pindemonte, Italia
Te pel cadente secolo
Suo primo vate noma,
Te per l’età vicina:
E quei che a Metastasio
Lauri ombreggiali la chioma,
Al capo tuo destina.</poem>}}</ref>, è affatto dimenticata. Anche della sua tragedia dell’''Arminio'', poco gradita allora, oggi non serbasi quasi ricordo, eppure ha pregi ben superiori alle spettacolose di Giovanni suo fratello<ref name="nota_p198">Giovanni Pindemonte concorse colle sue tragedie al premio, con che la Corte di Parma eccitava gli Italiani a lavori che sostenessero il confronto de’ tragici francesi. Le sue tragedie (stampate a Milano nel 1804, poi nel 1827, con un buon.</ref>, tutte effetto e imitazione francese. Oltre il<noinclude></noinclude><noinclude></noinclude>
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Varenna e Monte di Varenna/Secolo XV/Espatriati
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{{ct|c=t1|VIII}}
{{ct|c=t|Nella medesima occasione.}}
{{ct|c=t|(1527, fine — 1528, principio)}}
<poem>
:Da questi acuti e dispietati strali,
che Fortuna non sazia ognora avventa
nel bel corpo d’Italia, onde paventa
{{R|4}}e piagne le sue piaghe alte e mortali,
:bram’io levarmi omai su le destr’ali
che ’l desio impenna e dispiegar giá tenta,
e volar lá dov’io non veggia e senta
{{R|8}}quest’egra schiera d’infiniti mali.
:Ché non poss’io soffrir chi fu giá lume
di beltá, di valor, pallida e ’ncolta
{{R|11}}mutar a voglia altrui legge e costume
:e dir, versando il glorioso sangue:
— A che t’armi, Fortuna? a che sei vòlta
{{R|14}}contro chi, vinta, cotanti anni langue?
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{ct|c=t1|IX}}
{{ct|c=t|Nella medesima occasione.}}
{{ct|c=t|(1527, fine — 1528, principio)}}
<poem>
:Questa, che tanti secoli giá stese
sí lungi il braccio del felice impero,
donna de le provincie e di quel vero
{{R|4}}valor che in cima d’alta gloria ascese,
:giace vii serva; e di cotante offese
che sostien dal Tedesco e da l’Ibero,
non spera il fin, ché ’ndarno Marco e Piero
{{R|8}}chiama al suo scampo ed a le sue difese.
:Cosí, caduta la sua gloria in fondo
e domo e spento il gran valor antico,
{{R|11}}ai colpi de le ingiurie è fatta segno.
:Puoi tu, non colmo di dolor profondo,
Buonviso, udir quel ch’io piangendo dico,
{{R|14}}e non meco avvampar d’un fèro sdegno?
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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{{ct|c=t1|X}}
{{ct|c=t|Nella medesima occasione.}}
{{ct|c=t|(1527, fine — 1528, principio)}}
<poem>
:Degna nutrice de le chiare genti
ch’ai dí men foschi trionfâr del mondo,
albergo giá di dèi fido e giocondo,
{{R|4}}or di lagrime triste e di lamenti,
:come posso udir io le tue dolenti
voci, o mirar senza dolor profondo
il sommo imperio tuo caduto al fondo,
{{R|8}}tante tue pompe e tanti pregi spenti?
:Tal, cosí ancella, maestá riserbi
e sí dentr’al mio cor suona il tuo nome,
{{R|11}}ch’i tuoi sparsi vestigi inchino e adoro.
:Che fu a vederti in tanti onor superbi
seder reina e ’ncoronata d’oro
{{R|14}}le gloriose e venerabil chiome?
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{ct|c=t1|XI}}
{{ct|c=t|Nella medesima occasione.}}
{{ct|c=t|(1527, fine — 1528, principio)}}
<poem>
:Se pioggia omai dal ciel larga non scende
sovra queste empie, rie, barbare genti,
sí che ne le lor ire piú che ardenti
{{R|4}}il foco spenga che l’Italia accende,
:tosto cenere fia; ch’ognora attende,
misera! il fin de’ suoi giorni dolenti,
e chiama indarno i suoi patrizi spenti
{{R|8}}ché ’l mondo ancor quanto fûr chiari intende.
:Ma non consenta il ciel che la piú bella
parte consumi scellerata fiamma
{{R|11}}e secchi il fior de’ piú lodati ingegni.
:Cosí del comun mal teco favella,
Buonviso, quel che di disio s’infiamma
{{R|14}}teco oltraggi schivar sí duri e indegni.
</poem>
<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||i - per la patria|9}}</noinclude><section begin="s1" />
{{ct|c=t1|XII}}
{{ct|c=t|Dissuade il Buonvisi dal tornare in Italia.}}
{{ct|c=t|(1528-1529)}}
<poem>
:Vera fama fra i tuoi piú cari sona
ch’al paese natio passar da quelle
quete contrade ov’or dimori e belle
{{R|4}}(né spiar so perché) disio ti sprona.
:Qui sol d’ira e di morte si ragiona,
qui l'alme son d’ogni pietá rubelle,
qui i pianti e i gridi van sovra le stelle,
{{R|8}}e non piú al buon ch’al rio Marte perdona.
:Qui vedrai campi solitari, nudi,
e sterpi e spine invece d’erbe e fiori,
{{R|11}}e nel piú verde april canuto verno;
:qui i vomeri e le falci in via piú crudi
ferri converse, e pien d’ombre e d’orrori
{{R|14}}questo di vivi doloroso inferno.
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{ct|c=t1|XIII}}
{{ct|c=t|Le misere condizioni d’Italia.}}
{{ct|c=t|(1528-1529)}}
<poem>
:Prega tu meco il ciel de la su’ aita,
se pur, quanto devria, ti punge cura
di quest’afflitta Italia, a cui non dura
{{R|4}}in tanti affanni omai la debil vita.
:Non può la forte vincitrice ardita
regger (chi ’l crederia?) sua pena dura;
né rimedio o speranza l’assicura,
{{R|8}}sí l’odio interno ha la pietá sbandita.
:Ché a tal (nostre rie colpe e di fortuna)
è giunta, che non è chi pur le dia
{{R|11}}conforto nel morir, non che soccorso.
:Giá tremar fece l’universo ad una
rivolta d’occhi, ed or cade tra via,
{{R|14}}battuta e vinta nel suo estremo corso.
</poem>
<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|10|giovanni guidiccioni|}}</noinclude>
{{ct|c=t1|XIV}}
{{ct|c=t|L’Italia e la pace.}}
{{ct|c=t|(1529-1530)}}
<poem>
:Fia mai quel dí che ’l giogo indegno e grave
scotendo, con l’esilio, degli affanni,
possiam dir: — O graditi e felici anni,
{{R|4}}o fortunata libertá soave! —?
:Cosa non fia che piú ne affligga e grave,
or che ’l ciel largo ne ristora i danni,
or che la gente de’ futuri inganni
{{R|8}}o d’altra acerba indegnitá non pave.
:Fia mai quel dí che, bianca il seno e ’l volto
e la man carca di mature spiche,
{{R|11}}ritorni a noi la bella amata Pace;
:e ’l mio Buonviso, con onor accolto
fra i degni tóschi c’han le muse amiche,
{{R|14}}senta cantar d’Amor l’arco e la face?
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu/17
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||i - per la patria|11|n=s}}</noinclude><section begin="s1" />
{{Ct|f=130%|v=1|t=3|II}}
{{Ct|f=130%|v=1|RIME D’AMORE E DI RELIGIONE}}
{{Ct|f=80%|v=2|(1520-1531)}}
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|f=110%|v=1|I}}
{{Ct|f=110%|v=1|PRIMO AMORE}}
{{Ct|f=90%|v=1|(circa il 1520)}}
<section end="s2" /><section begin="s3" />
{{ct|c=t1|XV}}
{{ct|c=t|Diagli pace Amore o l’abbandoni.}}
<poem>
:Empio ver’ me, di sí gentil, riesci,
Amor, che col velen de la paura
stempri ’l mio dolce e men che mai secura
{{R|4}}fai l’alma allor che tu piú ardito cresci.
:Pur dianzi mi gradisti, or mi rincresci,
sí poco il tuo gioir diletta e dura.
Strugga, signor, questa gelata cura
{{R|8}}tua pietá ardente o for del mio petto esci.
:Che s’io deggio languir, quando piú fissi
nel profondo del ben son i miei spirti,
{{R|11}}io prego che ’l tuo stral piú non mi tocchi.
:S’allor ch’io gelo in alta fiamma, udissi
quel che ’l sentito ben mi vieta dirti,
{{R|14}}verresti a lagrimar ne’ suoi begli occhi.
</poem>
<section end="s3" /><noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|12|giovanni guidiccioni|}}</noinclude>
{{ct|c=t1|XVI}}
{{ct|c=t|Contraggenio, deve mostrarsi lieto.}}
<poem>
:Se ’l pensier, che dal core
tristo mai non si parte,
potesse farsi altrui, parlando, aperto,
de l’aspro mio dolore
{{R|5}}fôra scema gran parte,
ov’ei cresce ad ogni or stando coperto;
né in vil loco o deserto,
in piaggia, in selva o in monte
avrei sí spesso albergo
{{R|10}}né innanzi, a lato e a tergo
stariami chi mi strugge e fa mill’onte.
Troppo son fier nemici
i pensieri infelici;
sempre stanno a l’assalto ed a l’offesa,
{{R|15}}né giova contro lor fuga o difesa.
:Benché, se talor spinto
son tra le genti a forza,
non mostri punto in viso di dolermi
(ahi quanto il mondo è finto
{{R|20}}e quanti in verde scorza
arbor son rosi da secreti vermi!),
io, per celar potermi,
sotto la fronte allegra
chiudo i sospiri e ’l pianto,
{{R|25}}e ’n simulato canto
copro la vita mia dogliosa ed egra,
e con vista serena
fascio l’immensa pena;
e dentro al piè de la fiorita sterpe
{{R|30}}cruda s’asconde e velenosa serpe.
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Foscolo, Ugo – Prose, Vol. I, 1912 – BEIC 1822978.djvu/10
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cryptex" />{{RigaIntestazione|4|{{Sc|i - scritti vari dal {{smaller|1796}} al {{smaller|1798}}}}|}}</noinclude>
{{Sc|Poesia}}. — ''Epici''. — {{AutoreCitato|Omero|Omero}}, {{AutoreCitato|Ossian|Ossian}}, {{AutoreCitato|Publio Virgilio Marone|Virgilio}}, {{AutoreCitato|Dante Alighieri|Dante}}, {{AutoreCitato|Torquato Tasso|Tasso}},
{{AutoreCitato|John Milton|Milton}}.
{{Sc|Lirici}}. — {{AutoreCitato|Pindaro|Pindaro}}, {{AutoreCitato|Quinto Orazio Flacco|Orazio}}, {{AutoreCitato|Alessandro Guidi|Guidi}}, {{AutoreCitato|Thomas Gray|Gray}}, {{AutoreCitato|Carlo Innocenzo Frugoni|Frugoni}}, {{AutoreCitato|Albrecht von Haller|Haller}}.
''Melici''. — {{AutoreCitato|Anacreonte|Anacreonte}}, {{AutoreCitato|Publio Ovidio Nasone|Ovidio}}, {{AutoreCitato|Albio Tibullo|Tibullo}}, {{AutoreCitato|Ludovico Savioli|Savioli}}, {{Wl|Q1033351|Waller}} e
{{AutoreCitato|Paolo Rolli|Rolli}}.
''Amorosi''. — {{AutoreCitato|Francesco Petrarca|Petrarca}}, {{AutoreCitato|Saffo|Saffo}}, ''Lettere d’Abellardo ed Eloisa'' tradotte in inglese da Pope, in francese da vari, ed in italiano dal Conti.
''Drammatici''. — {{AutoreCitato|Pietro Metastasio|Metastasio}}.
''Pastorali''. — {{AutoreCitato|Teocrito|Teocrito}}, {{AutoreCitato|Luigi Malaspina di Sannazzaro|Sannazzaro}}, {{AutoreCitato|Salomon Gessner|Gesnero}}.
''Didattici''. — ''Georgiche, Scaccheide, I piaceri dell’immaginazione''.
''Campestri''. — {{Wl|Q555029|Thompson}}, {{AutoreCitato|Aurelio Bertola de' Giorgi|Bertòla}}.
''Satirici''. — ''Riccio rapito, Lutrin,'' {{AutoreCitato|Giuseppe Parini|Parini}}.
''Tragici''. — {{AutoreCitato|Sofocle|Soffocle}}, {{AutoreCitato|William Shakespeare|Shakespeare}}, {{AutoreCitato|Voltaire|Voltaire}}, {{AutoreCitato|Vittorio Alfieri|Alfieri}}.
''Romanzi''. I. — {{AutoreCitato|Ludovico Ariosto|Ariosto}}, la novella della ''Botte'' di {{AutoreCitato|Jonathan Swift|Swift}}, {{AutoreCitato|Miguel de Cervantes|Cervantes}}, {{AutoreCitato|Lorenzo Pignotti|Pignotti}}.
''Romanzi''. II. — ''Telemaco, Amalie, Nouvelle Heloise''.
A questi poeti si potrebbe aggiungere {{AutoreCitato|Vincenzo Monti|Monti}}, {{AutoreCitato|Friedrich Gottlieb Klopstock|Klopstock}} e
{{AutoreCitato|Edward Young|Young}}; ed ai romanzieri gli antichi scrittori di favole, {{AutoreCitato|Jonathan Richardson|Richardson}}, {{Wl|Q585558|Arnaud}} e {{AutoreCitato|Johann Wolfgang von Goethe|Goethe}}.
{{Sc|Critica}} — {{AutoreCitato|Pseudo-Longino|Longino}}, ''Poetica'' di Marmontel. E gusto innato di anima, senza cui tutti i libri di critica sono nulli.
{{Sc|Arti}}. — ''Pittura''. — Osservazioni attentissime su Raffaello, Coreggio e Tiziano, ed opere di Mengs.
''Scoltura''. — Cognizioni della ''Storia'' del {{AutoreCitato|Johann Joachim Winckelmann|Winckelmann}}, de’ poeti greci, e meditazione sui capi d’opera. Di altri studi non ho cognizione di sorte. In questi pure ci vuole quel genio divino, che costituisce la miglior parte dell’uomo, che innoltra la ragione alla cognizione delle cause, che innalza al sublime, che lumeggia gli aspetti della natura e del bello. Il genio, insomma.
{{Sc|Prose originali}}. — Saggio sull’egloga. Osservazioni sulla poesia pastorale. Paralello tra il ''Pastor fido'' e l’''Aminta''. ''Lettere ad una fanciulla. La riconoscenza. La solitudine. Racconti morali. Laura, lettere''. Questo libro non è interamente compiuto, ma l’autore è costretto a dargli l’ultima mano, quando<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|162|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>{{Pt|lari|Solari}}<ref>Veramente le Stagioni non si ragguagliano a rigore: e perchè il giro del Nodo con moto retrogrado, è di Anni 18 Giorni 224 h. 1. m. 38<math>\textstyle\frac{1}{3}</math>; sicchè il doppio forma Anni 37 Mesi 3. circa. Ma perchè l’impressione del Nodo non opera se non per la seguente mutazione di declinazione, e questa in tre Mesi si cambia pochissimo, per tal cagione possono prendersi li 37 Anni per due rivoluzioni sufficientemente esatte.</ref> in capo a 37 anni, possano, e debbano rassomigliarsi, come prova l’esperienza, e l’osservazione.
Ecco infine quanto permette l’oscurissima, e complicatissima materia delle Meteore, e colli avvertiti limiti i periodi brevi, e lunghi delle costituzioni de’ tempi. Si potrà forse rettificare il tutto, si potrà trovar di meglio; sin quì, sin’ora co’ miei scarsi lumi ho potuto andar io, contento di aver mostrato qualche barlume, qualche filo, che ci potesse condurre per questo oscuro labirinto. La previsione de’ tempi: fu in tutti i Secoli l’oggetto della interessata curiosità d’ogni classe di persone; ma da cento, e più anni fu anche quello della ricerca de’ Filosofi, delle Accademie intere, e di tanta mole di osservazioni, senza che di queste fosse fatto avanti di me verun progresso verso tal fine. Possa la cortesia pubblica compatire; e gradire i miei deboli studj sopra di questo.<noinclude>{{Rule|100%|000}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|163}}</noinclude><nowiki/>
Rimarrà un’ambiguità tra gli anni 36, 37, 38; essendo il primo doppio del Saro, il secondo doppio della rivoluzione del Nodo, il terzo doppio del numero d’Oro. Ma questa ambiguità è invitabile, e senza d’essa sapremmo troppo del futuro. Io non so cosa altro fare, se non che di porre nel Giornale in testa di ciascun mese (Quarta Facciata) la costituzione precedente tanto dell’anno 37mo, che quella del 19mo; poi nel corpo del Giornale, di Quarto in Quarto di Luna porre la Costituzione ch’ebbe luogo 18 anni avanti, come ho praticato da varj anni a questa parte. Nè saprei qual’altra regola suggerire, se non fosse questa: di osservare qual andamento rada prendendo la Stagione, a quel dei tre Cicli per più somigliare, ed attenersi a questo.
Per esempio in quest’anno 1795, li primi sei mesi corrisposero affatto a quelli del 1758 col periodo delli 37 anni; scostandosi, spezialmente nel Febbrajo e nel Marzo dal Ciclo delli 18 anni, e molto più da quello delli 19; ma da Luglio in poi sino all’Ottobre in cui siamo, s’accosta più al Saro, notabili essendo particolarmente tra le Pioggie dirotte, i Tuoni, i Temporali, che abbiamo<noinclude>{{Ct|class=destra|L 2}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|164|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>in questo stesso mese di Ottobre, come nel 1777. Qualche persona provida, sull’aspettazione di queste pioggie ha affrettato le raccolte, e le fatture tutte della Campagna, vindemmia, semine, ec. e se ne trova molto contento. Per altro, concorrendo ad agire cause analoghe, sarà sempre difficile discernere, o prevedere la piccola differenza loro negli effetti. Così bisogna restare in quella tal quale ambiguità, che si è detta.
{{Ct|class=sezione|VII. Ciclo di otto anni per Venere.}}
Restami di adempire la promessa fatta quì sopra all’occasione del Ciclo di 8 anni, dire una parola d’una combinazione del Pianeta di Venere, che ritorna a capo appunto di 8 anni, e che non ha da far punto coi Cicli della Luna.
Un’abile Filosofo di recente ha eccitato la curiosità sopra tal soggetto. {{Ec|E’|È}} questi il Sig. ''Ab. {{AutoreIgnoto|Giuseppe Costanzia}}'', Professor benemerito di Filosofia nelle Regie Scuole di Vercelli. Egli (negli {{TestoAssente|Opuscoli di Milano}}, Vol. XIV, p. 248, e vol. XVI, p. 72.) propone la sua particolar opinione sopra un certo ''Influsso del Pianeta di Venere''. Crede che quando<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|165}}</noinclude>''questo Pianeta viene alla Congiunzione citeriore, ed inferiore col Sole, al principio della Primavera, apporti per quattro mesi circa un freddo straordinario, e pioggie, e venti frequenti; e se ciò avviene a Primavera avanzata, e nella State, faccia gl’istessi effetti, ma più rimessi''.
Questa pretesa influenza di Venere per il freddo, veramente nuova, chiamerebbe una lunga discussione; e non isdegnò di farne una il dotto Astronomo di Milano Sig. Ab. {{Wl|Q5606157|Cesaris}} nell’Appendice alle {{TestoAssente|Effemeridi 1794}}. Io mi riservo ad altra opportunità un nuovo esame. Quì addurrò solamente un riflesso, ch’è questo.
Ritorna Venere, alla stessa combinazione colla Terra, come alla sua Congiunzione inferiore, della quale ora si tratta, dopo li 8 anni. Nello spazio delle nostre osservazioni di circa 80 anni, comprese quelle del Celebre {{Wl|Q3210669|Beccari}} di Bologna, ch’io possedo, e cominciano dal 1716. Venere venne alla Congiunzione inferiore, nel mese di Gennajo, dieci volte; nel 1723, 1732, 39, 47, 55, 63, 71, 79, 87, 95: e per dire il vero, tutti questi Inverni si segnalarono più o meno, per le Nevi, per il freddo, per li {{Pt|Ven-|}}<noinclude>{{Ct|class=destra|L 3}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|166|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>{{Pt|ti|Venti}} ec. Nel Gennajo 1723 nevicò in Bologna 11 giorni, molto anche nel Febbrajo. Nel 1731, che mi ricordo, non finiva mai di nevicare. Aspro freddo si ebbe nel 1739, 1747. Orrido freddo fu nel 1755, che gelò replicatamente la Laguna di Venezia, a portar i Cariaggi. Nel 1763, e 71 anche fu freddo non ordinario. Nel 1769 freddo intenso con quella ostinata Siccità. Perverso fu il Gennajo 1787, e perversissimo l’ultimo Verno 1795. Non è già, e non si pretende, che tutti i gran freddi vengano colla Congiunzione di Venere, poichè i più insigni 1709, 1740, 1771, 1789, furono disgiunti da tal combinazione. Ma dall’osservazione risulta, che quelli combinati colla medesima, furono tutti freddi, e nevosi, alcuni anche in grado insigne: dal che si vede, che l’opinione del Sig. Ab. Constanza non è affatto destituita di fondamento.
18 Ottobre 1795.
{{A destra|margine=2em|D. {{Sc|{{Wl|Q1088737|Giuseppe Toaldo}}}}.}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|166|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>{{Pt|ti|Venti}} ec. Nel Gennajo 1723 nevicò in Bologna 11 giorni, molto anche nel Febbrajo. Nel 1731, che mi ricordo, non finiva mai di nevicare. Aspro freddo si ebbe nel 1739, 1747. Orrido freddo fu nel 1755, che gelò replicatamente la Laguna di Venezia, a portar i Cariaggi. Nel 1763, e 71 anche fu freddo non ordinario. Nel 1769 freddo intenso con quella ostinata Siccità. Perverso fu il Gennajo 1787, e perversissimo l’ultimo Verno 1795. Non è già, e non si pretende, che tutti i gran freddi vengano colla Congiunzione di Venere, poichè i più insigni 1709, 1740, 1771, 1789, furono disgiunti da tal combinazione. Ma dall’osservazione risulta, che quelli combinati colla medesima, furono tutti freddi, e nevosi, alcuni anche in grado insigne: dal che si vede, che l’opinione del Sig. Ab. Constanza non è affatto destituita di fondamento.
18 Ottobre 1795.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|167}}</noinclude>{{Ct|class=capitoletto|BREVE DIFESA}}
{{Ct|class=capitoletto|{{Sc|dei conduttori}}.}}
{{Ct|class=sezione|(Giunta al Giornale Astrometeorologico.)}}
{{CapoletteraVar|N}}el {{TestoCitato|Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici/1795|Giornale 1795}} si è fatta una breve giustificazione sopra il fulmine caduto nel Palazzo ''Gritti a Visnadel'' 12 Maggio 1794. Più di un anno dopo, cioè al Novembre prossimo passato, si videro alcune Lettere di un dotto e zelante Gentiluomo, nelle quali palesa ed inculca, in conseguenza di questo caso, i suoi veri ''{{TestoAssente|Dubbj sopra l’efficacia dei Conduttori Elettrici}}''. Esso Gentiluomo, mio venerato ed amato Padrone, mi favorì di alcuna copia di esse lettere, intendendo, credo, di convertire anche me, parlando anche della meschina mia persona, con troppo di bontà, sicchè per questo conto debbo ringraziarlo, eccetto solamente che non avrei amato di veder stampate alcune mie lettere a Lui scritte già nove o dieci anni. Per altro niun senso assolutamente mi ha fatto la<noinclude>{{Ct|class=destra|L 4}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|168|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>diversità di opinione che ora spiega sul fatto dei Conduttori, credendo che ognuno in simili materie di Fisica possa pensare, scrivere, e stampare quel che vuole salva l’amicizia. Onde per questo conto avrei lasciato correre questo scritto senza risposta, nè mi avrebbe potuto persuadere qualche rimostranza che mi venne fatta dagli amici, stimolandomi e dicendomi, che Professore, come sono, della materia, sopra la quale ho pubblicato un volume di memorie, sono in certo modo obbligato a sostenere la mia opinione. Ma avendo un vero abborrimento ad ogni disputa, neppure un tale stimolo mi avrebbe mosso.
Ma dopo, ho fatto riflesso, che per mezzo principalmente della mia stampa, e dei discorsi, si è diffusa nel paese la pratica dei Conduttori, che numero grande di particolari ne hanno eretti sulle loro case, tanto in città che in campagna; non basta, i Magistrati stessi ne hanno fatto costruire sulle Fabbriche Pubbliche, e mi potrebbero gli uni e gli altri tacciare per lo meno d’inconsideratezza, nell’aver promosso una pratica dispendiosa che si fosse trovata inutile se non forse pericolosa. Egli è dunque questo una<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|169}}</noinclude>specie di affar pubblico; e per questo mi credo tenuto a non tacere; tanto più che ho saputo, come alcuni particolari, troppo invero sulfureamente, hanno già levato i Conduttori che aveano posti sulle loro case. Spero dunque di esser compatito se cerco giustificarmi; il che vado a fare in brevi parole.
Prima di tutto, faccio la dovuta giustizia al rispettabile Autore delle Lettere, ch’era l’antico campione dei Conduttori; vi fa spiccare luminosamente l’ingegno, la dottrina, l’erudizione, la facondia, ch’Esso possiede. Ma mi perdonerà se dico, che troppo facilmente ha cambiato opinione, e che non avea sodo motivo di farlo.
Il primo, il massimo, il forte motivo che lo mosse, fu, come si vede, il caso del Palazzo Gritti: ometto tutte quelle lunghe e minute discussioni che fa sulla struttura, connessione, ed altre condizioni di quel Conduttore. A me basta la rimarca, che per me riesce nuova, ch’Egli fa a pag. 33, e 34 del suo Scritto, colle seguenti parole:
„Siamo d’accordo che un sol bucco fece il Fulmine in quello spigolo del frontizzo del Palazzo, che penetrò per esso nella<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|251}}</noinclude>{{Ct|class=capitoletto|TAVOLA DI COMPARAZIONE.}}
{{Ct|class=anno|BAROMETRO, Altezza Media.}}
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|-
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|252|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>{{Ct|class=capitoletto|TAVOLA DI COMPARAZIONE.}}
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO I|9}}</noinclude>{{Pt|ro|futuro}} cardinalato: vatidiche voci che la fama ha raccolte, e hanno confermato gli eventi.
V. Compiva l'anno trentesimo terzo dell'età sua il Chiaramonti quando cinse la pontificia tiara Pio VI suo concittadino e congiunto. Nei generali comizi dell'ordine celebrati nel 1775 fu nominato lettor teologo nel collegio di s. Anselmo: ebbe titolo di priore e per sei anni sostenne la cattedra di diritto canonico con l'impegno istesso, con cui avea anteriormente dettata filosofia ai giovani studenti nel convento di s. Paolo ''extra moenia''. Rigido osservatore delle monastiche regole, lodato istitutore della gioventù, stretto con vincoli di affinità al regnante pontefice, pareva che tutto sorrider dovesse al virtuoso claustrale. Eppure ad onta dell'amabilità del suo carattere e delle sue virtù cenobitiche non gli mancarono afflizioni ed angustie, che talvolta lo spirito dell'invidia in quei luoghi penetra e si diffonde, che dovrebbero aprirsi soltanto alle dolci effusioni di carità. Gli s'imputava a colpa l'avere con qualche libertà disapprovato il rigore tenuto dai superiori con i loro subordinati: calunniando l'eccellenza della sua indole sempre proclive a dolcezza, si disse preso dal desiderio di dominare: chiarivano i tempi la sua innocenza: la premiava Pio VI. Per metterlo al sicuro dagli altrui bassi maneggi, impose il papa all'abate di s. Calisto Carocci di dichiarare abate il Chiaramonti; ma avendo questi rispettosamente esposto, che noi potea, senza derogare alle regole della congregazione benedettina, il pontefice da se stesso con breve segnato il 1787 gli conferì questa dignità. Tornò in Cesena abate del monistero di santa Maria del Monte, ove aveva emessi i primi suoi voti e vi dimorava ancora nel 1782. Vide due volte transitare per quella città il papa quando recavasi e tornava da Vienna d'Austria<ref>Hanno gli scrittori contemporanei molto e variamente parlato di questo viaggio, delle ragioni che lo promossero, dei risultati che ottenne. Con la speranza di opporre un argine alle innovazioni di Kaunitz, partì Pio VI da Roma nel cuor dell'inverno. </ref>. Volle<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|10|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>parlargli: fu ricevuto. Può credersi il Chiaramonti non molto soddisfatto della sua destinazione in Cesena, dappoiché interrogato dal papa se vivea tranquillo in quel monistero, rispose, ardentemente desiderare il ritorno in Roma, meglio consultore di qualche congregazione, che abate in santa Maria del Monte<ref>Il titolo di abate conferito per grazia sovrana e non a tenore delle monastiche regole, assicura all'eletto una distinzione fra i confratelli, un seggio onorevole in coro, l'uso dell'anello, della mitra e vari altri privilegi: ma non lo toglie dalla sommissione dovuta all'abate titolare del monistero.</ref>: altre cose dichiarava sommessamente al papa, che l'udiva in silenzio, ma era evidentemente colpito dalla vivacità dei suoi modi e da quella santa modestia che non accusa, ma si difende. Promise visitare il dì seguente il monistero: stessero i monaci preparati a riceverlo: e quando, accolto dai religiosi, si degnò ammetterli al bacio del piede, anzi che recarsi nell'appartamento dell'abate di governo, scelse a bello studio le stanze tenute dal Chiaramonti: che volea Pio VI da se stesso verificare ciò che il dì innanzi aveagli il suo congiunto con franca ingenuità dichiarato: sovrana degnazione, che fece travedere essere il monaco casinese serbato a più alti destini. In tal modo per arcano decreto di provvidenza si vide sotto un medesimo tetto e in condizioni tanto diverse il sommo pontefice e l'immediato suo successore<ref>Una delle cose, delle quali l'abate Chiaramonti portò querela a Pio VI era quella di non poter vivere nelle camere assegnategli dall'abate di reggimento, perchè situate in prossimità di un forno. Il papa, dopo aver ammesso al bacio del piede tutti i claustrali, si lagnò del caldo soffocante, che sentivasi nelle stanze onorate di sua presenza. Chiaramonti ne spiegò la causa e Pio VI uscì per condursi nell'appartamento tenuto dall'abate di governo, e trovandolo comodo e agiato, ordinò al medesimo di cambiare il suo quartiere con quello del padre Chiaramonti, ricordando che dovea fra i cenobiti osservarsi una perfetta reciprocanza. </ref>.
VI. Restituivasi in Roma Pio VI: lo seguiva poco dopo l'abate Chiaramonti, che andò a stabilirsi in s. Paolo fuori<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|12|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|denza|provvidenza}}, e tale veramente mostravasi quando ordinava con raro accorgimento la sua diocesi, promovea a cariche distinte uomini onorandi, vegliava alla istruzione dei giovani studiosi. Valse una circostanza a mettere in luce quella energia di carattere che avremo occasione di ammirar tante volte. Eragli riferito, che sulle mura dell'episcopio, e sulle pareti della cattedrale Tiburtina un venditore di stampe e di libri devoti avea collocato fra varie incisioni un ritratto di Clemente XIV sotto cui impropriamente leggeasi l'attributo di beato. Si turbò Chiaramonti, ne scrisse al padre Mamachi, maestro dei ss. palazzi apostolici<ref>Il padre Tommaso Maria Mamachi Maestro dei ss. palazzi apostolici, lodato autore della eruditissima opera « Origines et antiquitates christianae » della quale giustamente fu scritto, ''principem locum tenent laudatissimae origines et antiquitates Christianae''. </ref>, mandò nel tempo stesso per un suo domestico l'ordine di toglier la stampa: rifiutavasi il venditore di obbedire al vescovo, dicendosi autorizzato da altri<ref>Dissente da questo racconto il cav. Artaud di Montor, il quale nella sua storia di Pio VII tradotta dall'abate Cesare Rovida narrando questo incidente scrisse « Il vicario di s. uffizio di Tivoli, senza aver ottenuta la permissione del vescovo, avendo permessa la vendita di alcuni libri ascetici, il vescovo minacciò il vicario d'un ''interdetto'', se non riconosceva l'autorità dell' ordinario » ''Artaud storia di Pio VII cap. I''. </ref>. Incontrò ingiuste opposizioni: adiva però la curia e i suoi diritti erano sostenuti dalle congregazioni romane. La fermezza spiegata in questo incontro piacque al pontefice; fu dai cardinali lodato il contegno di un uomo, tanto di se non curante quanto energico propugnatore della dignità episcopale.
VIII. Un fratello del Chiaramonti, il conte Gregorio, educato nell'accademia ecclesiastica, ove fu ricevuto a di lui preghiera, avea dichiarato al nepote del papa monsignor Braschi, non sentirsi inclinato alla prelatura: volere abbandonar l'accademia e viver celibe. Fu ventura; che da quel tempo si fissarono in lui gli sguardi di Pio VI, che<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO I|13}}</noinclude>stabilì in cuor suo di promuovere il vescovo Tiburtino. Per la morte del cardinal Gian Carlo Bandi, zio materno del pontefice e vescovo d'Imola, fu il Chiaramonti nel concistoro tenuto il dì 14 febraro 1785 promosso a quella sede, della quale prese possesso per procura dopo sei giorni. Questa degnazione sovrana venne giudicata da tutti non favore di nepotismo, ma premio dovuto alle virtù dell'eletto. Nell'istesso concistoro era egli creato cardinale di santa chiesa dell'ordine dei preti col titolo di san Calisto. Corse la lieta novella a Cesena, a Padova, a Parma, che ne festeggiarono l'annuncio: esultò tutto l'ordine benedettino; nella chiesa abaziale di s. Procolo in Bologna si celebrò con superbo apparato la promozione del Chiaramonti; su tutti si distinsero in Imola i frati di s. Domenico. Tivoli però, che l'ebbe vescovo due anni e due mesi e che aveva ammirato in lui sincera umiltà, zelo apostolico e candore di animo, amaramente si afflisse, ne alla sua perdita era per essa bastante compenso vederlo fregiato della porpora romana e destinato a reggere più vasta diocesi che non era la Tiburtina. Dolcissimi pertanto furono i distaccamenti: quelli di un padre, che si allontana dai figli. Da Roma inviò al clero e al popolo d'Imola una lettera pastorale, in cui unito ad una profonda dottrina lasciò travedere quello spirito di modestia, dal quale era profondamente animato.
IX. Il giorno 12 agosto 1785 preceduto da fama onorevole e bella il cardinal vescovo Chiaramonti venne in Imola incontrato e acclamato da ogni ordine di cittadini. Giunto alla cattedrale parlò parole di benevolenza e di carità: disse esser egli tutto per tutti, disposto a dar la vita pei suoi. Lodò Pio; se chiamò immeritevole della dignità, a cui l'aveva innalzato, ma pronto a qual siasi sacrificio per lo adempimento dei suoi doveri: toccò dei tempi tristi, e dei tristissimi che si andavano addensando sul gregge di Cristo: infine chiedendo l'assistenza del clero, pregò la pace, la concordia scambievole, benedì al nuovo gregge. Per conoscer quindi da vicino e provvedere efficacemente ai bisogni di sua diocesi: giusta i doveri imposti ai vescovi<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|14|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>dal concilio di Trento<ref>Sacrosancti Concilii Tridentini Sess. XXIV. Cap.I. et seq. </ref>, con paterna sollecitudine intraprese la sacra visita. Mosse il giorno 19 aprile 1786 dalla cattedrale e quindi ad una ad una visitò le borgate, i castelli soggetti alla sua episcopale giurisdizione, portando ovunque le consolazioni e le provvidenze consigliate dalla carità e dallo zelo. Le fatiche, gl'incomodi, i pericoli disprezzò con coraggio apostolico, né fuvvi in diocesi luogo aspro o paludoso, ove non si diffondessero per la presenza del vescovo spirituali e temporali vantaggi. Provvedeva da un lato ai bisogni delle varie chiese, ai reclami del clero e del popolo, diffondeva dall'altro elemosine ai poveri, rimoveva gli scandali e le cose del culto avvantaggiava mirabilmente. E qui è luogo a ricordare sommariamente varie delle moltissime cose operate in Imola dal Chiaramonti durante il decennio del suo memorabile episcopato: e più certamente avrebbe egli fatto se meno calamitosa volgeva l'età, in quella parte specialmente dei domini pontifici prima delle altre agitata e sconvolta dalla invasione francese<ref>Per quello che riguarda Imola e la importanza storica e topografica dell'Emilia, senza aver ricorso a ciò che dicono i moderni, basta ricordare le parole di Plinio « ''Forum Cornelii, oppidum in Aemilia, quod et forum Sillae appellatur, utroque nomine deducto a Cornelio Silla dittatore, qui ibi primus forum instituit Foro Corneliensis agri meminit. Hodie Imolam vocant quasi Æmiliam a nomine viae, in qua sita est.'' » Plin. Lib. III. Cap. XVI. </ref>.
X. La chiesa di Castel Bolognese da altri incominciata e da lui condotta a termine, quella dei Badiani edificata dalle fondamenta sarebbero perenne monumento di animo generoso se ad altre e più memorabili opere noi serbava la provvidenza. Intese l'animo suo a migliorare le condizioni di Lugo: rese più vasto l'ospedale civico, dotò di asilo le giovani orfane; a proprie spese perfezionò la chiesa di s. Maria della regola, la consacrò insieme a quella dei padri Carmelitani. La parrocchia di S. Lucia trasferì nella chiesa di s. Bernardo per servire al decoro; e altre non<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO I|15}}</noinclude>poche opere condusse a lodevole termine. Deve la diocesi d'Imola al cardinal Chiaramonti un maestoso edificio destinato alla cristiana e letteraria educazione dei nobili alunni: fondò ad uso dell'ospedale e dei poveri una farmacia: di una tipografia dotò il seminario dei chierici e fece cose utili e mirabili in modo da chiamare su lui le benedizioni del paese confidato alle amorevoli e paterne sollecitudini di un vescovo, che intende con assiduità e con coraggio alla felicità del suo gregge. Belle prove di animo conformato agli alti disegni della provvidenza! Quasi appendice alla città, portò a perfezione il grandioso edificio incominciato dal cardinal Bandi che gl'intelligenti dell'arte dissero magnifico ed elegante per vastità e per ben ordinato disegno. È aperto agl'infermi e convalescenti: ivi convengono e sono accolti i pellegrini che visitano il santuario Lauretano e Roma: è ricovero ai proietti, ai dementi, stanza agl'impiegati dell'amministrazione: e a tutto questo, che non è poco, aggiungansi i reclusori per le filatrici, pei lavori delle giovani proiette, per le fanciulle orfane dei genitori: più, granai, magazzini, stenditoi, cantine e infine una chiesa e un cemetero: edificio utile ed imponente, degno d'abbellire una capitale<ref>Roma, che deve tanto dell'attuale sua magnificenza al genio e all'amore spiegato da Pio VII, che sino dai suoi primordi mostrò tanto affetto alle arti, d'immortali benefici sarebbe stata arricchita se questo pontefice non fosse stato bersagliato in modo da far dire ad uno storico contemporaneo (Baldassarri) che il suo regno offrì un singolare complesso di virtù e di sventure, di trionfi e di afflizioni. </ref>. E per dar opera a tante lodevoli imprese e per soccorrere i poveri, dei quali fu sempre amorevole padre, il cardinale Chiaramonti non dubitò privarsi delle sue suppellettili preziose. S' ebbe meritato compenso la riconoscenza della sua Imola, l'amor del pontefice, la stima e la riverenza di tutti.
XI. E ciò per quanto riguarda la prosperità materiale di un paese da lui amato di quell'amore, che il tempo e le circostanze rendono più energico e vivo. Umile, {{Pt|mode-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO I|17}}</noinclude>{{Pt|siglio|consiglio}} non andò perduto per uomini fieri ed audaci. Senza seguir le mosse dell'esercito repubblicano, o il successivo irrompere delle armi e peggio delle idee, diremo che le Provincie italiane altre si conservavano neutrali, altre erano in guerra, altre né dall'una né dall'altra parte inclinavano, ma aspettavano trepidanti gli eventi. Perdea il re di Sardegna la Savoia e la contea di Nizza: scendeva Napoli agli accordi, fuggivano dalla Corsica atterriti gl'inglesi, erano due eserciti imperiali poco men che distrutti. Cause che
contribuirono a formar la rovina d'Italia e il trionfo delle armi francesi: la battaglia di Montenotte, la presa di Ceva sul Tanaro, l'ingresso in Mondo vi città alle falde delle alpi, il fatale armistizio di Cherasco, la pace segnata dal re sabaudo<ref>Fu conchiusa la pace ad insinuazione del cardinal Costa per la mediazione di Ulloa ambasciatore di Spagna. </ref> la ritirata degli austriaci al di là del Po. Lacrime e sangue sparse la povera Italia e non giunse a scongiurar la tempesta! Nel 1796 le sorti erano fermate: occupata l'Insubria e le regioni limitrofe: invasa Bologna e Ferrara, il resto dello stato pontificio e Roma istessa versante in gravi pericoli.
XIII. A Saliceti montagnardo e rivoluzionario dei più ardenti, commissario di guerra e a Bonaparte capitano supremo a ventisette anni, già formidabile per riportate vittorie, scrivea il direttorio: minacciasse Roma: ragioni di guerra la uccisione di Ugo Basville<ref>Per quello, che riguarda Ugo Basville leggiamo con meraviglia quanto scrive nella vita di Pio VII il cavalier Artaud di Montor. Egli che nella prima edizione della sua opera avea ingenuamente raccontato il tristo avvenimento, sull'appoggio delle notizie attinte sul luogo, ove avvenne la morte di questo segretario dell'ambasciata di Francia in Napoli venuto in Roma per proteggere gl'interessi dei negozianti francesi e caduto vittima di una sommossa popolare originata dalla sua imprudenza. Pentito quindi di aver narrato il vero, nella seconda edizione corregendosi, dichiara che Basville era rientrato nel suo gabinetto quando « un barbiere lo colpì con un rasojo prima, che la forza armata, da suoi familiari chiamata in soccorso, avesse potuto entrare nel suo gabinetto». Continua quindi immediatamente « Basville trasportato in un vicino corpo di guardia, spirò poche ore dopo il fatai colpo ». Deve pertanto supporsi, che Ugo Basville mortalmente ferito anzi che curarsi in casa abbia voluto farsi condurre in un corpo di guardia. La verità si manifesta da per se stessa. Noi dobbiamo a questa sventurata catastrofe uno dei più bei lavori poetici, dei quali si glorii la letteratura moderna.</ref>, il rifiuto di {{Pt|rice-|}}<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — I||2}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|20|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|quillità|tranquillità}} del generale francese ingannò il ministro del gran duca, che si tenne sicuro e la sua fidanza trasfuse in altri. Caduto nella rete, nol vide che quando il duce di Francia si tenne in mano Livorno<ref>Mentre il ministro toscano lagnavasi con Bonaparte dell'avvenuto, questi senza rispondergli, domandò che cosa era quel segno che vedea sull'abito di alcuni signori toscani. È la croce di s. Stefano replicò il ministro. Ebbene, soggiunse il giovane capitano, mandatene uno al canonico Bonaparte mio zio, che ho visitato a s. Miniato. Glie ne ho data promessa.</ref>. Con estesi poteri precipitavasi, inviato del papa per trattare la tregua, il marchese Antonio Gnudi, sostenuto dai buoni uffici del cavalier Niccola de Àzara ministro di Spagna presso la santa sede. Fu conchiusa a caro prezzo la tregua li ventitré giugno 1796: duri gli articoli, ma indispensabili. Erano in Bologna segnatari Gnudi e Azara per Roma; Bonaparte, Garrau, Salicéti per Francia. Annunciandolo al direttorio il comandante supremo scrivea: poteasi sperare di più, non averlo conseguito per colpa dei negoziatori. Dieci articoli comprendevano la somma dei patti: il possesso delle legazioni di Bologna è Ferrara; la cittadella di Ancona con artiglierie e provvisioni, la cessione di cento capolavori di arti, e di 500 manuscritti a scelta dei commissari; il pagamento di vent'uno milioni di lire francesi; il diritto d'imporre contribuzioni in Bologna, Ferrara e Faenza<ref>Questo armistizio null'altro aveva di chiaro, che la necessità di pagare in poco tempo una somma immensa e il trovarsi lo stato esposto sempre a versare in mano ai soldati di Francia quelle somme, che si vorrebbero imporre nelle legazioni di Bologna e Ferrara non meno, che in Ancona. </ref>. Roma, che non ebbe a<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO I|25}}</noinclude>venuta sotto la soggezione di Francia e il lauretano tesoro<ref>1 commissari francesi Munge, Villetard e Moscati poste le mani su quanto restava in quel tesoro, creato dalla pietà dei devoti, spedirono a Parigi il simulacro della vergine lauretana e vari oggetti appartenenti alla santa casa. Destano orrore le parole di sarcasmo e d'insulto, che accompagnarono quell'invio. </ref>.
XVII. Padrone Bonaparte di Ancona e della cittadella, che la sovrasta, dopo aver presa Imola, Faenza, Forlì parlò da signore. Convocate le autorità ecclesiastiche: s'impose loro non doversi immischiare in facendo politiche: fece rimprovero al vicario generale della fuga del cardinal Ranuzzi vescovo della occupata città: dissegli quello d'Imola, cardinale pur esso, non esser fuggito: io non l'ho veduto aggiungea, ma seppi, che era al suo posto: gravò i cittadini di una contribuzione di duecento e quaranta mila scudi: creò una commissione municipale<ref>Vedi Leoni storia di Ancona dedicata a Carlo X 1832. </ref>: ristorò la fortuna dei suoi soldati: le quali cose riferite a Roma e dalla fama ingigantite, agitarono grandemente l'animo dei romani e del pontefice, che temea per l'irrompere delle armi rinnovati i tristi giorni, in cui la capitale del cattolicismo fu miseramente depredata dall'esercito del Borbone, accampato innanzi alle sue mura, né la mole Adriana offrì a Clemente VII valido schermo e sicuro. Era in queste condizioni lo stato allora che il cardinale Chiaramonti, obbediente al consiglio di Pio VI, si diresse alla volta di Roma. A Spoleto lo raggiunse lettera a lui inviata da quelli, che in tanto pericolosi momenti reggevano Imola a nome di Francia. Diceasi in essa utile la presenza del vescovo, desiderata da tutti: tornasse in diocesi, se amava vegliare gl'interessi della sua chiesa, la pubblica tranquillità: lui pregato dal clero, chiamato dai cittadini, desiderato dai poveri. Prima di risolvere scrisse Chiaramonti a Pio VI che amorevolmente risposagli: venisse in Roma: non doversi aggiunger fede alle parole lusinghiere di chi lo blandiva: proseguire<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|26|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>il viaggio per aspettare al suo fianco gli eventi. Vi giungea in fatti quando il pontefice stretto dalle angustie, abbandonato dai principi, che provvedere dovevano alla salute dei propri stati, contrariato dalle sorti di guerra, vinto sul Senio<ref>Soldati francesi, e cisalpini di alto rango hanno parlato con lodi dei fatti d'armi e della resistenza opposta dai pontifici. </ref> non avea miglior partito, che abbassarsi agli accordi con chi, occupati gli stati di santa Chiesa, stavasi tutto in armi minacciando la capitale.
XVIII. Tutto quanto vedeasi nella città ai conturbati spiriti aggiungeva sgomento. La corte senza speranze, gli ecclesiastici nel dolore, i magnati tementi pel nuovo ordine di cose e più pei loro averi. Crescea paura alla città un andare, un interrogarsi a vicenda, un dubitare penoso. E poiché nei gravi casi il timore aumenta il sospetto, chi dicea correre i francesi sbrigliati su Roma, accamparsi lungo la sponda del tevere sul ponte milvio e chi di averli veduti. Avvalorava le voci il sinistro fragore dei carriaggi scorrenti le strade dell'atterrita Roma per mettere sulla via di Terracina o di Toscana in salvo gli ori, gli argenti, le preziose stoviglie dei grandi. Intanto, misero ingombro delle piazze, stavasi una plebe di servitori ridotti per colpa dei tempi in povera condizione: un popolo di uomini avvezzi a vivere grassa vita delle elemosine di luoghi pii e di grandi famiglie. Pochi, ma fatti audaci dalla impunità erano faziosi, che si guardavano, e si felicitavano nella iniqua speranza. Era ciò ben tristo spettacolo, ma peggiore la paura dell'avvenire. A Pio non rimaneva che la preghiera, e pubbliche preghiere ordinava, mentre commettea al cardinal Mattei, venuto testé in grazia al conquistatore, di entrar per lettere in trattative. Lo fece: benevole giungevano le risposte di Bonaparte: sapere, scrivea il giovane capitano di Francia, che sua santità era stata ingannata: voler mostrare all'Europa la moderazione della repubblica francese: attendere fra cinque giorni plenipotenziari a Fuligno per trattar degli accordi<ref>Correspondance de Bonaparte. Tom. II. </ref>: dicea in altra lettera: aver<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO I|27}}</noinclude>esso maggiore ambizione di essere il salvatore della santa sede anzi che per rivoluzionarie vicende distruttore e nemico<ref>Scrivea in altro tempo Bonaparte a Mattei « Voi siete stato testimonio del prezzo, che io posi per la pace, ed il desiderio, che ho di esimervi dagli orrori della guerra; ma delle persone vendute alle corti, in cui sono impiegate, desidererebbero perdere il paese d'Italia. Siamo alla fine di questa ridicola commedia. Assicurate il papa, che come primo ministro della religione troverà protezione per lui e per la chiesa. </ref>. Queste proteste rianimarono il santo padre, che amorevolmente rispondea al generale<ref>Correspondance de Bonaparte Tom. II. pag. 460. </ref> e intanto plenipotenziari a Tolentino, ov'erasi aquartierato, spediva il cardinal Mattei, il prelato Galeppi, il duca d. Luigi Braschi, il marchese Camillo Massimi, che sul confine della via flaminia incontravano l'antiguardo dell'armata francese. Sospese le ostilità, mentre Lannes e Victor visitavano Roma onorati da Pio VI, guardati con ira dal popolo, gl'inviati del papa in ventisei articoli segnavano la pace il giorno 19 febraro 1797. Da supremo pericolo nacquero patti onerosi, ma Pio li mantenne, e le spontanee obblazioni dei cittadini, fra i quali distinguevansi i Doria Pamphily, le lauretane ricchezze ed i triregni di Giulio II, di Clemente VIII, spogliati delle loro gioie, completarono i sei milioni di scudi, onde speravasi stabilire la pace con la repubblica francese. Bonaparte scrivea sapersi per tutta Europa le virtù conciliatrici del santo padre, sperare che la repubblica francese diverrebbe la vera amica di Roma<ref>Hìstoire de Bonaparte premier Consul de la Republique française depuis sa naissance jusqu'a l'an. XI. à Paris chez Barbe an. XI 1803- </ref>. I fatti smentirono le consolanti parole.
XIX. Anziosamente il cardinal Chiaramonti spiava il corso degli avvenimenti in attenzione dell'ora opportuna di restituirsi alla sua diocesi. Quantunque lontano e stretto dalle amarezze non mancò di vegliare al bene dei suoi e specialmente del clero, al quale dirigeva per lettere e i consigli e i suggerimenti necessari in epoca tanto pericolosa.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO I|27}}</noinclude>esso maggiore ambizione di essere il salvatore della santa sede anzi che per rivoluzionarie vicende distruttore e nemico<ref>Scrivea in altro tempo Bonaparte a Mattei « Voi siete stato testimonio del prezzo, che io posi per la pace, ed il desiderio, che ho di esimervi dagli orrori della guerra; ma delle persone vendute alle corti, in cui sono impiegate, desidererebbero perdere il paese d’Italia. Siamo alla fine di questa ridicola commedia. Assicurate il papa, che come primo ministro della religione troverà protezione per lui e per la chiesa. </ref>. Queste proteste rianimarono il santo padre, che amorevolmente rispondea al generale<ref>Correspondance de Bonaparte Tom. II. pag. 460. </ref> e intanto plenipotenziari a Tolentino, ov’erasi aquartierato, spediva il cardinal Mattei, il prelato Galeppi, il duca d. Luigi Braschi, il marchese Camillo Massimi, che sul confine della via flaminia incontravano l’antiguardo dell’armata francese. Sospese le ostilità, mentre Lannes e Victor visitavano Roma onorati da Pio VI, guardati con ira dal popolo, gl’inviati del papa in ventisei articoli segnavano la pace il giorno 19 febraro 1797. Da supremo pericolo nacquero patti onerosi, ma Pio li mantenne, e le spontanee obblazioni dei cittadini, fra i quali distinguevansi i Doria Pamphily, le lauretane ricchezze ed i triregni di Giulio II, di Clemente VIII, spogliati delle loro gioie, completarono i sei milioni di scudi, onde speravasi stabilire la pace con la repubblica francese. Bonaparte scrivea sapersi per tutta Europa le virtù conciliatrici del santo padre, sperare che la repubblica francese diverrebbe la vera amica di Roma<ref>Hìstoire de Bonaparte premier Consul de la Republique française depuis sa naissance jusqu’a l’an. XI. à Paris chez Barbe an. XI 1803{{ec|-|.}}</ref>. I fatti smentirono le consolanti parole.
XIX. Anziosamente il cardinal Chiaramonti spiava il corso degli avvenimenti in attenzione dell’ora opportuna di restituirsi alla sua diocesi. Quantunque lontano e stretto dalle amarezze non mancò di vegliare al bene dei suoi e specialmente del clero, al quale dirigeva per lettere e i consigli e i suggerimenti necessari in epoca tanto pericolosa.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO I|37}}</noinclude>
XXIII. Ardua era la elezione del nuovo pontefice. I nemici della religione aveano gridato Pio VI l'ultimo dei papi. Dio però, che ha promesso di non abbandonar la sua chiesa, disperse il sacrilego voto. Offriva nella veneta laguna l’augusto imperatore d'Austria Francesco II sicura stanza ai cardinali in conclave<ref>Il signor di Thugot ministro imperiale, da parte del suo augusto padrone, scrisse lettera al sacro collegio piena di affettuose e cortesi parole.</ref>. Corse l'invito ai principi di s. Chiesa, e sulla Venezia dai vari paesi, ove il turbine di guerra li avea dispersi, si raccolsero i cardinali. Il Chiaramonti, che prima di lasciare la diocesi e nell'esilio tutte le sue risorse aveva esaurite a vantaggio dei poveri e degli ecclesiastici perseguitati, non avea i mezzi per sostenere le spese del viaggio alla città, ove l’attendevano i suoi colleghi. Un romano a lui affezionato togliealo dalle angustie dandogli mille scudi per sopperire alla urgenza dei suoi bisogni. Vi giunse sul finir dell'ottobre 1799. Non trovando luogo nel chiostro benedettino della congregazione di s. Mauro fu accolto dai padri domenicani nel loro convento de ss. Giovanni e Paolo<ref>Questo monistero si vide onorato da Pio VI quando recavasi a Vienna. Il doge della repubblica volea riceverlo nel monistero di s. Giorgio maggiore, ma egli preferì il convento tenuto dai padri di s. Domenico.</ref>. Narrasi, che una colomba entrasse nella sua stanza: noi non l'affermeremo<ref>Vedi Moroni Dizionario di erudizione storica ecclesiastica vol. LEI pag. 116.</ref>. Andavasi, sebben per poco, rischiarando il cielo d'Italia, della quale non è debito nostro ricordare le fasi, contenti al dire, che trovandosi in Egitto per disposizione di provvidenza, l'uomo che tenea la vittoria aggiogata al suo carro, non ebbe il destro di riparare alle varie sconfitte toccate all'esercito repubblicano sotto il comando di Scherer. Era<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|38|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>Roma tenuta dal re di Napoli, quando il primo decembre trentacinque cardinali stavano radunati nel vasto monistero di s. Giorgio maggiore, preparato alle spese del governo austriaco: altri se ne attendevano<ref>Per ordine venuto da Vienna uscirono i monaci: vi si disposero quarantatre stanze per i cardinali: la vasta libreria venne ridotta ad uso di chiesa e il coro domestico fu convertito nella sala destinata agli scrutini.</ref>. Si celebravano prima l’esequie novendiali nella chiesa di s. Pietro di detto castello<ref>Altri scrisse nel tempio di s. Marco alle spese dei fratelli Braschi nepoti del papa.</ref>: a nome del re cattolico tremila scudi si offrirono al sacro collegio per sostenere le spese di quella ceremonia religiosa<ref>Venne a tale oggetto destinato dal re dì Spagna il prelato Despuing y Dameto eletto patriarca di Antiochia ministro plenipotenziario di quel religioso monarca.</ref>. Chiaramonti fece l'assoluzione nel terzo e ottavo giorno: l'arcivescovo di Nisibi Cesare Brancadoro recitò l'ultimo giorno l’orazione con una facondia degna di Bossuet: l'altra per la elezione del nuovo pontefice fu pronunciata dal vescovo di Crema Antonio Gadini. Mentre queste cose operavansi in Venezia, tornava in Francia Bonaparte reduce dall’Egitto. Con l'ardimento d'un colpo, chiamando tutti a sè i poteri dello stato, mostrò vera l'antica sentenza, breve mai sempre il regno dell’orgoglio e della tirannide<ref>''Crudelia ac superba imperia, brevia magis, quam diuturna esse solent''. Salust. de Repub. ordinanda.</ref>. I prelati, gli addetti al servizio dei porporati, il principe Chigi venuto da Roma a Venezia per mettersi a disposizione del sacro collegio e sostenervi il suo onorevole ufficio di maresciallo, prestarono il loro giuramento in mano al cardinal Albani decano. Il conclave fu chiuso con ceremonia solenne e la guardia austriaca sotto il comando del Manfrault rimase a disposizione dei sacri elettori<ref>Entrarono in conclave. Albani, il duca di Yorch, Antonelli, Valenti-Gonzaga, Caraffa di Trajetto, Zelada, Calcagnini, Borgia, Caprara, Vincenti, Maury, Pignatelli, Rovarella, della Somaglia, Antonio Doria, Braschi, Carandini, Flangini, Rinuccini, Honorati, Giovannetti, Gerdil, Martinfana, Herlzan de Harras, Bellisomi, Chiaramonti, Laurenzana, Busca, Dugnani, De Pretis, Fabrizio Ruffo. Eranvi altri undici porporati impediti da insuperabili difficoltà a portarsi a Venezia. Erano questi Sentenat, Mendoza, Gallo, La Rocbefoucauld, Roban, Montroorency-Laval, Frankenberg, Migazzi, Bathyany, Ranuzzi, Zurlo. Il cardinale Antici, che avea in mano a Pio Vi rinunciato alla porpora presentavasi anch'esso a prender parte ai solenni comizi, ma non fu ammesso in conclave.</ref>.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO I|44}}</noinclude>{{Pt|nelli|Antonelli}}. Le due parti si mantennero costantemente ferme nel loro proposito, per cui divenuta impossibile la elezione di uno dei due candidati, si pensò di volo al vecchio Albani, al Calcagnini, al Valenti. Mancando ad essi i voluti suffragi, andavasi proponendo il cardinal Sigismondo Gerdil, dottissimo uomo e di età provetta<ref>Questo cardinale, il cui nome onora la chiesa, e la congregazione Barnabita alla quale appartenne fu istitutore di Carlo Emmanuele IV re di Sardegna. Avea egli trionfalmente confutato il materialista Loche e Voltaire, era autore di molte opere e tutte pregevolissime.</ref>. Piegavasi alla scelta il sacro collegio, quando il cardinal Hertzan, incaricato dal gabinetto austriaco, dichiarò agli elettori che quella scelta non avrebbe ottenuto il favore del suo sovrano<ref>Il diritto di dare l’esclusiva appartiene all'Austria, alla Francia e alla Spagna. I due cardinali spagnoli, che trovansi in Venezia non avevano alcuna missione dalla loro corte: il cardinale Maury non osava pronunciare per Luigi XVIII un esclusiva, che potevagli essere contrastata in conseguenza delle miserande condizioni di quel re esule dalla Francia.</ref>. Trascorreva il tempo in inutili tentativi, erano i cardinali stanchi delle dimore, paralizzati dalle incontrate contradizioni, sofferenti pel rigore della stagione. Una voce tanto possente, quanto inaspettata, quella del giovane prelato Ercole Consalvi, pro-segretario del conclave, ricordò ai porporati un nome, che sino allora non era stato pronunciato: quello del cardinale Gregorio Barnaba Chiaramonti<ref>Ercole Consalvi uomo di altissimo ingegno e di spirito penetrante, il cui nome và strettamente congiunto a quello di Pio VII del quale fu segretario di stato, è troppo noto, perchè noi ci facciamo luogo a parlare di lui. Egli sapea, che per essere segretario del conclave eragli mestiere aver precedentemente esercitato l'ufficio di segretario del concistoro. Prima delle rivoluzioni, che agitarono Roma occupava questa carica per mons. Negroni, uomo avanzato in età. L’accorto Consalvi che recavasi appositamente nella capitale per visitarlo e renderlo favorevole ai suoi desideri, prendea il destro di fargli riflettere che a sostenere i disagi di un viaggio sino a Venezia nel cuor dell'inverno, era bisogno di valida salute e di forze. Quando il vide persuaso a rimanersene in Roma domandò di sostituirlo. Ottenuta dal vecchio prelato una lettera commendatizia, volò a Venezia, e insinuandosi abilmente nella grazia dei porporati seppe far valere le sue pretensioni a preferenza di mons. Devoti, illustre giureconsulto che domandava quel posto. Il Consalvi, che gettava in tal modo le fondamenta della sua fatura grandezza avea a quell'epoca quarantatrè anni.</ref>. Profittando egli di quel certo smarrimento, in<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO I|45}}</noinclude>loro schede sull'urna e le schede segnavano tutte il nome di Gregorio Barnaba Chiaramonti: che questo avvi di sublime nei fasti del romano pontificato, che cessano tutte le voci di umano interesse, le opinioni le più discordi si annodano quando trattasi di promovere il decoro della santa sede, il vantaggio della religione. Un voto solo cadea su di un altro individuo: era il voto del cardinal Chiaramonti, a cui fattosi innanzi il decano del sacro collegio Gio: Francesco Albani, domandò se accettava la suprema dignità della Chiesa. Alle calde preghiere, alle vive insistenze dei colleghi cedea il nuovo eletto, che in memoria dei benefici ottenuti s'impose il nome di Pio VII. Il cardinal Doria primo diacono, dopo un conclave, che durava da cento e quattro giorni, da una loggia del monistero di san Giorgio maggiore ai buoni veneziani ne annunziava la elezione<ref>Un vasto incendio avvenuto in Venezia nel pubblico palazzo del collegio dei medici, che consumando l’archivio, la biblioteca non lasciava in piedi che le pareti laterali precedeva la elezione di Pio VII; un incendio più vasto e più deplorabile: quello della basilica di s. Paolo ne preconizzava la morte la notte del quindici luglio 1823.</ref>. Nel giorno istesso confermò Roverella prodatario, dichiarò suo vicario il cardinal della Somaglia, provvide alle cariche e uffici minori. E perchè doveasi un compenso all'energia e allo zelo spiegato dal Consalvi, era nominato pro-segretario di stato, e ricevea promessa del cappello cardinalizio<ref>I segretari del conclave hanno per lo più esercitata un alta influenza su i cardinali. L'elezione d'Innocenzo X fatta nel 1664 è dovuta all'intelligenza e alle premure spiegate dal prelato Fanelli segretario di quel conclave.</ref>. Ben videro tutti l’arte usata dall’accorto prelato nel suggerire al santo padre di provvedere in Roma soltanto ai grandi uffici: ivi, aggiungea scaltramente, è il papa padrone della sua scelta, libero dalla influenza straniera: sagace consiglio, che assicurava un luminoso posto a Consalvi<ref>Assunto appena al pontificato, provvide alle cariche di corte. Conferì il posto di maggiordomo a Marino Caraffa di Belvedere, di maestro di camera a Diego Innico Caracciolo: fu nominato sacrista Menocchio vescovo d'Ippona, segretario delle lettere latine Mariotti, crocifero e sopranumero dei maestri di ceremonie Speroni.</ref>. A Pio VII portarono {{Pt|im-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|56|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|nedizione|benedizione}}: manifestò il suo affetto alla cenobitica famiglia dei cassinesi e dei padri predicatori, dichiarandosene protettore. Avea appena discesa la grande scala accompagnato dalla nobile corte e da tutti i monaci quando vide schierata in armi la truppa e la marineria austriaca. I cardinali Borgia, Caprara, Pignatelli, Braschi e Giuseppe Doria accompagnavano il santo padre: seguivanlo l’aiutante generale Calugi, il patrizio Quirini ispettore della imperiale marina e il capitano Giaxinh. Stavansi in altri piccoli legni il marchese Ghislieri ambasciatore di Cesare a Pio, Catterin Corner cameriere di onore di sua santità: la corte pontificia era distribuita su di altre piccole lance<ref>Precedeva il convoglio una peota fatta preparare dai monaci di s. Giorgio maggiore, ed altre sei peote dei reverendi deputati ecclesiastici, oltre sei sestieri della città, che vollero tutti nel momento della partenza esprimere al vicario di Cristo in terra i sentimenti della loro gratitudine e del profondo loro rispetto.</ref>. Numero immenso di navicelle copriva il mare, corteggiando l’apostolico pellegrino, che commosso da tante prove di riverenza e di affetto, sollevando al cielo le braccia a bordo della Bellona benediva Venezia, mentre le iterate salve di artiglieria, il suono delle campane, le voci di un popolo immenso rendeano quello spettacolo tenero insieme e meraviglioso a vedersi<ref>In occasione della partenza del santo padre circolò per Venetia il distico seguente:
::Ad gregis imperium Christi Petrum unda vehebat
::::Ad Petri soliaum vexit et unda Pium.</ref>. Contrari spiravano i venti per cui l’imperiale naviglio fu costretto a gettare le ancore ed attendere un più opportuno momento<ref>Sù di un piccolo legno recavasi Pio VII a diporto ad osservare la celebre diga volgarmente chiamata i Murazzi opera sorprendente e monumentale che sola può far concepire l’idea della munificenza veneta e della grandiosità di quell’antico senato. Imbarcossi pure il giorno nove nel bargio della Bellona per recarsi a Malamocco, ove fu ricevuto dalle autorità di quel luogo e si trattenne tre giorni. Dopo aver camminato per lungo tempo sugli argini di quel littorale verso le ore otto s’imbarcò finalmente per restituirsi ai suoi stati.</ref>. Approdando a Pesaro il dì dieciasette facevansi ad incontrarlo nel porto i cardinali {{Pt|Belliso-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|58|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>Parigi. Commovente fu il ricevimento incontrato nella piccola Recanati, che un anno prima aveva sostenute le amarezze di una soldatesca sfrenata e portava ancora i segni delle patite sventure. Le strade erano tutte adobbate di serici drappi, di arazzi, di quadri. Un maestoso trono sorgea sulla piazza: vi ascese Pio VII e benedì al popolo, che dimenticava in quel punto i derubamenti e le uccisioni patite<ref>Pare, che la provvidenza abbia voluto compensare in questo giorno istesso quella città della desolazione e dello spavento da cui fa compresa l'anno antecedente pel saccheggio e massacro: sostenuto pel fatto delle truppe repubblicane, che vollero in tal modo vendicarsi crudelmente dell’attaccamento e della fedeltà da quella piccola città del Piceno mostrata alla santa sede.</ref>. L'arciduchessa Marianna inchinavasi novellamente al pontefice quando da parte dell’imperatore d'Austria presentavasi al papa il commissario de Cavallar per partecipargli, che Cesare restituivagli il governo politico di quella parte delle provincie, che dipendevano dagl'imperiali commissari dì Perugia e di Ancona. Scrisse altri, che la grata novella eragli data in Loreto dall'ambasciatore Ghislieri. Da Recanati giungea in Macerata: ivi dopo aver pontificato, proseguiva il viaggio alla volta della capitale tenendo la via di Spoleto, ove coronò la prodigiosa immagine della Vergine. Era ricevuto nel palazzo dell’episcopio in Narni, e in Civita Castellana; onorava la mensa del cardinal Giuseppe Doria in Monterosi; accettava lauto rinfresco alla Storta dal principe Aldobrandini. E così approssimavasi l'avventurato momento, in cui il comun padre doveva trovarsi con i suoi figli, il sovrano con il suo popolo.
XXX. Prima di narrare l’esultanza dei romani correnti in folla lungo la via Flaminia per salutare il nuovo principe, le cui insegne, dopo tanti mesi di avvilimento, sventolavano sugli spalti della mole adriana, ci occorre ricordare quali, dopo tanti sconvolgimenti, fossero le condizioni di Roma. Erasi letto da varî giorni l'editto del principe<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" /></noinclude>''{{Pt|stituita|restituita}} ai vescovi la libertà d’azione nei giudizi spirituali e disciplinari. Provvede alla gioventù destinata al culto: tratta degli affari germanici: tiene concistoro a Parigi: visita la chiesa di s. Germano. Roma non ha notizie del papa: è inondata dal tevere. Sostiene al fonte battesimale Carlo Luigi secondogenito di Luigi Bonaparte. Si crede che voglia l’imperatore ritenere il papa a Parigi: energica risposta di Pio VII. Napoleone prima di diriggersi a Milano ne permette la partenza. Accoglienze fatte al papa in Francia e in Italia. Ha in Torino un colloquio con Napoleone. In Parma lo attendono diversi cardinali. Visita il monistero dei cassinesi e si trattiene familiarmente con essi. Entra in Toscana, ove riceve le ritrattazioni di monsignor Ricci. Muove per Arezzo, giunge a Perugia festeggiato da tutti; rientra in Roma: prega innanzi al sepolcro del principe degli apostoli. Ricorda in concistoro le prove di simpatia ottenute e i vantaggi religiosi recati alla Francia. Napoleone invia doni e {{ec|n’e|n’è}} ricambiato. Si variano le condizioni d’Italia. L’imperatore cinge in Milano la corona ferrea. Và monsig. della Genga a Ratisbona. Chiedesi l’annullamento del matrimonio di Girolamo Bonaparte. Pio si rifiuta: disqusti fra l’ambasciatore francese e il segretario di stato. Una banda di ladroni in festa le provincie di marittima e campagna. In Roma si risarciscono vari monumenti e si provvede alla pubblica morale.''<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|68|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|cialmente|specialmente}} incaricati di emettere il loro parere e prender conoscenza di quanto potea interessare i diritti e la disciplina della chiesa nei processi aperti contro gli ecclesiastici accusati di ribellione, e perciò essi soli e non il re tenuti a giustificare la condotta di quel tribunale. Pio VII cui nulla era più a cuore che serbare intatte le prerogative della santa sede, colpì dell’ecclesiastico anatema Gervasi, Torrusio ed altri tre prelati, i quali il supplizio del Natali avevano decretato. Questo atto di santo coraggio, consentaneo tanto allo spirito della chiesa, fu applaudito da tutti i cattolici e non mancò di produrre salutari effetti. Circolarono per tutta l’Italia opuscoli anonimi che al s. padre prodigarono ingiurie, si diedero alle stampe i brani della pastorale da lui pubblicata, mentre era cardinale e vescovo d’Imola, della quale parlammo, ma furono vane arti, poichè la sua anima pura, il suo carattere moderato, le apostoliche sue virtù agevolmente trionfarono degli occulti nemici. La condizione dolorosa a cui per le vicende politiche, per gli spogli sofferti erano ridotti i luoghi pii, i conventi, gli ospedali richiamarono tutta la sua vigilanza: profonde le piaghe, ardui giudicavansi i mezzi di provedere ai disordini, ma nulla lasciava egli intentato per riuscir allo scopo. Al sacro monte di pietà, sublime istituzione che Roma deve al pontefice Paolo III, furono rivolte nell’interesse del povero le paterne sue cure<ref>L’epoca della istituzione del monte di pietà in Roma rimonta all’anno 1539. Uomini di probità conosciuta, diretti dal padre Giovanni Calvo minore osservante, per liberare i poveri dalle grandissime usure, a cui andavano soggetti, raccolta una ingente somma di danaro, incominciarono quest’opera di pietà, che venne approvata da Paolo III con bolla segnata il giorno tre del detto anno.</ref>. Con apposita legge compresa in diversi articoli, il cardinale Roverella riattivò il prestito il giorno tredici agosto<ref>Fu pubblicata in Roma la «Relazione della visita apostolica del sacro monte di pietà fatta dal cardinal Roverella, con nuovi decreti e riforme approvate dalla Santità di N. S. e divisa in XXVIII articoli.» Roma 4 agosto 1803</ref>. Una savia disposizione<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO II|74}}</noinclude>due mesi li venti ottobre dopo breve allocuzione<ref>Allocutio habita in concistorio secreto feria Il diei XX octobris MDCCC, in promotione eminentissimi ac reverendissimi domini sacrae romanae ecclesiae Ludovici de Bourbon archiepiscopi Hispalensis: «''Post diuturnam moerorem, quo tandiu etc.''» Romae MDCCC apud Lazzarinum.</ref> creò cardinale dell'ordine dei preti Luigi di Borbone, infante di Spagna, arcivescovo di Siviglia, cui venne assegnata la chiesa di s. Maria della scala<ref>Nato da Lodovico infante di Spagna, fratello dei re Carlo III, creato anch'esso cardinale di santa chiesa da Clemente XII il giorno dieciannove decembre 1735. Dimise spontaneamente la dignità cardinalizia nelle mani di Benedetto XIV, correndo l’anno 1754.</ref>. Due opere segnalarono il primo anno del suo pontificato: l'una di religiosa pietà, l'altra di provvidenza governativa: la solenne traslazione del corpo di s. Bartolomeo apostolo e di altri santi martiri dalla basilica di s. Maria in trastevere alla chiesa di s. Bartolomeo officiata dai minori osservanti all'isola tiberina, avvenuta il dì ventiquattro agosto; la bolla ''Post diuturnas'', destinata a riformare i molti abusi che le vicende sociali introdussero nell’amministrazione del nostro stato, elaborata da una commissione di cardinali, di prelati e di uomini versatissimi negli studi amministrativi. Peraltro siccome le mire del comun padre non furono interamente adottate, così non produsse la bolla l’effetto che si attendeva<ref>Crediamo interessante il darne un sunto, perchè siano degnamente apprezzati gli sforzi del pontefice diretti al bene dei suoi sudditi. Prendevasi in vista dal primo decreto l’amministrazione della pubblica economia ad oggetto di prevenire gl'illeciti profitti degl'impiegati sù i redditi e su le spese dello stato, parlando ancora della soppressione di vari impiegati inutili. Il secondo decreto trattava delle giurisdizioni dei tribunali civili, dei giudici e dei loro dipendenti. Volgevasi il terzo decreto sulla giurisdizione dei tribunali e dei giudici criminali, delle forme, dell’ordine dei decreti e delle persone impiegate nella fede pubblica. Disposizioni generali contenevansi nel quarto decreto. Artaud parlando di questa bolla asserisce, che diversi articoli non erano ben maturati, e che perciò, scorso appena un anno dalla sua pubblicazione cominciò quasi a cadere in dimenticanza. Storia di Pio VII del cav. Artaud di Montor. Milano 1844.</ref>.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO II|73}}</noinclude>campo sanguinoso di Marengo, ebro com’era d’una vittoria che assicuravagli il dominio della Francia, pensiero che andava accarezzando da tanto tempo, diriggevasi egli al sommo pontefice, e questi prestavasi volentieri a trattative, il cui scopo era così rispettabile e così conveniente al suo apostolico ministero. Primo frutto di esse fu l’invio del prelato Spina arcivescovo di Corinto nunzio apostolico a Parigi<ref>Quell’istesso che avea accompagnato Pio VI prigioniero in Francia, che lo aveva assistito in Valenza al letto di morte, che presentò al successore l’anello donato a quella vittima del dispotismo dalla pietà della regina di Sardegna Maria Clotilde sorella dell’infelice Luigi XVI.</ref>. Il suo arrivo in quella città, chiusa sino allora ai rappresentanti di Roma potea dirsi un grande avvenimento<ref>Davasi compagno all’arcivescovo Spina il padre Caselli ex generale dei padri serviti, uomo versatissimo nel diritto canonico.</ref>: davansi infatto da Bonaparte parole di pace e studiavasi dimostrare l’amor suo verso la religione rialzando gli altari che la rivoluzione aveva atterrati. Con breve in data del tredici settembre Pio VII annunciava a tutto l’episcopato francese, che oramai andava in quelle contrade per favore del console a ristabilirsi la religione cattolica, che per il corso di quattordici secoli avea fatto della Francia una monarchia potente e felice: consolanti parole che corsero come scintilla elettrica pel vasto reame a conforto delle anime pie, cui era noto che le credenze religiose, le pratiche di pietà sono ajuto efficace alle leggi civili, freno potente alle passioni, eccitamento valevole a vivere temperato e modesto. Ella era una verità, che i francesi ove
si fosse innalzata l’insegna di Cristo, ivi sarebbero corsi ansiosamente, benedicendo a quella autorità che l’aveva promossa ed assicurata<ref>Procedeva cautamente Pio VII nelle trattative quantungue nulla più fossegli a cuore della effettuazione del concordato. Vedremo come si fecero all’oggetto preghiere in Roma, si tennero congregazioni cardinalizie alla presenza del papa, s’intese il parere dei canonisti e dei teologi della capitale prima di conchiudere questo atto che dovea decidere della pace di Roma e della prosperità della Francia. Nell’allocuzione da Pio VII pronunciata narrasi che eguali trattative tre secoli innanzi erano state stabilite fra Leone X e Francesco I, dopo la battaglia di Marignano, famosa battaglia, che il maresciallo Trivulzi solea chiamare combattimento dei Titani. A quei due monarchi deve l’Italia e la Francia il risorgimento delle lettere e delle scienze.</ref>.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO II|83}}</noinclude>si studiassero di eccitare il cattivo umore dei cittadini e creare ostacoli all'azione del governo papale, cui non potrebbe mai darsi rimprovero di mancata prudenza di mancata prudenza<ref>Per fomentare l’odio verso i francesi si videro in un fondaco al corso incisioni inglesi rappresentanti la morte di Luigi XVI e la sua dolorosa divisione dalla famiglia: vari nazionali che transitavano per quella via nelle ore più frequentate, furono insultati, II cardinal pro-segretario Giuseppe Doria che calcolava le conseguenze di tanta imprudenza, andava egli stesso a vederle, e ne ordinava il ritiro. Si scrisse nelle strade di Roma. ''Pio (VI) per conservar la fede perde la sede'': ''Pio (VII) per conservar la sede perde la fede''. Queste contumelie si andavano ripetendo per le case e per le pubbliche vie con sommo rincrescimento del pontefice e di quanti amavano veramente la sede apostolica e la tranquillità della chiesa.</ref>, pure in Roma godevansi i primi frutti della segnata concordia, per altro non duratura. Al Piceno inviavasi la prodigiosa immagine della Vergine Lauretana<ref>Giunto il devoto simulacro da Parigi a Roma fu per vari mesi custodito nella cappella segreta del quirinale, e trasportato quindi nella chiesa di s. Salvatore in lauro, ove il giorno due decembre era con rogito notarile consegnato a due canonici della basilica lauretana, dal vescovo di quella città deputati a riceverlo. A spese di Pio VII una carrozza pontificia, scortata da un distaccamento di dragoni, prese la via di Loreto per ridonarlo a quel venerando santuario.</ref>: sul Moncenisio un ospizio fondavasi col sistema di quello del gran S. Bernardo<ref>I padri, che vivono in quelle vaste solitudini accolgono per tre giorni i passaggieri, che senza questo soccorso sarebbero esposti a perire. Nei dì nebbiosi e quando cadono dirotte le nevi vanno in traccia dei viandanti e là si diriggono, ove ascoltano voci umane e lamenti. Cani ammaestrati scorrono per quelli alti monti, con i latrati ridestano le speranze degl’infelici sepolti entro la neve e servono loro di guida se sono in istato di
camminare.</ref>: le spoglie mortali di Pio VI, morto e sepolto poveramente in Valenza, a Roma restituivansi<ref>L'onore di riportare in Roma le ceneri. del glorioso pontefice fu giustamente concesso all'arcivescovo Spina, che aveva avuta la consolazione di vegliare al letto di morte del s. padre.</ref>.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO II|83}}</noinclude>si studiassero di eccitare il cattivo umore dei cittadini e creare ostacoli all’azione del governo papale, cui non potrebbe mai darsi rimprovero di mancata prudenza di mancata prudenza<ref>Per fomentare l’odio verso i francesi si videro in un fondaco al corso incisioni inglesi rappresentanti la morte di Luigi XVI e la sua dolorosa divisione dalla famiglia: vari nazionali che transitavano per quella via nelle ore più frequentate, furono insultati, II cardinal pro-segretario Giuseppe Doria che calcolava le conseguenze di tanta imprudenza, andava egli stesso a vederle, e ne ordinava il ritiro. Si scrisse nelle strade di Roma. ''Pio (VI) per conservar la fede perde la sede'': ''Pio (VII) per conservar la sede perde la fede''. Queste contumelie si andavano ripetendo per le case e per le pubbliche vie con sommo rincrescimento del pontefice e di quanti amavano veramente la sede apostolica e la tranquillità della chiesa.</ref>, pure in Roma godevansi i primi frutti della segnata concordia, per altro non duratura. Al Piceno inviavasi la prodigiosa immagine della Vergine Lauretana<ref>Giunto il devoto simulacro da Parigi a Roma fu per vari mesi custodito nella cappella segreta del quirinale, e trasportato quindi nella chiesa di s. Salvatore in lauro, ove il giorno due decembre era con rogito notarile consegnato a due canonici della basilica lauretana, dal vescovo di quella città deputati a riceverlo. A spese di Pio VII una carrozza pontificia, scortata da un distaccamento di dragoni, prese la via di Loreto per ridonarlo a quel venerando santuario.</ref>: sul Moncenisio un ospizio fondavasi col sistema di quello del gran S. Bernardo<ref>I padri, che vivono in quelle vaste solitudini accolgono per tre giorni i passaggieri, che senza questo soccorso sarebbero esposti a perire. Nei dì nebbiosi e quando cadono dirotte le nevi vanno in traccia dei viandanti e là si diriggono, ove ascoltano voci umane e lamenti. Cani ammaestrati scorrono per quelli alti monti, con i latrati ridestano le speranze degl’infelici sepolti entro la neve e servono loro di guida se sono in istato di
camminare.</ref>: le spoglie mortali di Pio VI, morto e sepolto poveramente in Valenza, a Roma restituivansi<ref>L’onore di riportare in Roma le ceneri del glorioso pontefice fu giustamente concesso all’arcivescovo Spina, che aveva avuta la consolazione di vegliare al letto di morte del s. padre.</ref>.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|86|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|nistro|ministro}} francese in Roma sottoposte al console: il signore di Talleyrand rispondea in di lui nome esser nota la scabrosa condizione di Roma, le sue perdute ricchezze: non chiedersi pertanto reciprocanza di doni: rifiutarsi anzi assolutamente<ref>Alla lettera del signore di Talleyrand aggiungeva un ''post scriptum'' dettato dal primo console... Qualche corona da rosario, un cameo a qualche plenipotenziario, una scatola ornata del ritratto del papa senza neppure un solo diamante sarebbe il genere di doni meglio fatto per essere accolto e gradito.</ref>. Intanto giungevano magnifici presenti di Francia, frà i quali per bellezza e valore una scatola ricchissima di brillanti inviata al cardinal Consalvi per mezzo dell'arcivescovo Spina: al santo padre una lettera scrivea il console, con la quale comunicavagli la pace stabilita con l'Inghilterra e la Russia, i trattati amichevoli conchiusi con la porta Ottomana e il Portogallo; pregavalo a prender parte alla nomina del nuovo gran maestro di Malta ed offerivasi mediatore presso la corte di Napoli perchè venissero a sua santità restituiti i principati di Benevento e di Pontecorvo, che arbitrariamente il ministro di Ferdinando IV, cavalier Acton, ostinavasi a ritenere, mentre in Roma per mezzo di agenti segreti le opposizioni alla effettuazione del concordato ardentemente studiavasi di provocare<ref>Il ministro di Francia in Roma, che la conclusione del concordato avea riprese le sue relazioni officiali con la santa sede, scrivea a Parigi che i maneggi del cardinal Fabrizio Ruffo cercavano di far nascere ostacoli e spargere la diffidenza frà la repubblica francese e il santo padre.</ref>. Per essa lettera consigliavasi al papa di far leve di truppe e parlavasi dei beni nazionali venduti dalla romana repubblica, che la camera apostolica avea riacquistati, promettendo di rimborsare un quarto delle somme pagate dai compratori, che un valore presso che nullo avevano versato nel mettersi in possesso dei beni ecclesiastici alienati durante la invasione. Nè patto arbitrario o lesivo dovea credersi quello, dappoichè la restituzione della quarta parte assegnata dal<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|90|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|cia|Francia}} come altrettanti funzionari civili e militari del governo. Portalis, Regnier e Regnault de St. Jean d’Angely presentarono al corpo legislativo un progetto di legge, in cui eransi con arte agli articoli del concordato aggiunti altri intorno ai culti protestanti: alcuni ve n’erano, che la coscienza del pontefice non avrebbe potuto approvare. Se ne afflisse Pio VII perchè vide per essi tolta all’esercizio della cattolica religione quella libertà, che nei preliminari del concordato erasi stabilita e promessa, e molto più se ne dolse allorchè vide come per la inserzione degli articoli organici la dottrina canonica vilipesa e le intenzioni benefiche di Pio VII erano o mal compensate o tradite. Muraire presidente del tribunale di cassazione in Parigi dirigendo in pubblico al cardinal Caprara pompose parole dicea essere la volontà illuminata del governo secondata
<ref follow="pag88">pontefici suoi successori, recheranno alcuna molestia a coloro che avessero acquistato beni ecclesiastici alienati: ed in conseguenza la proprietà degli stessi beni, le rendite e i diritti a quelle annessi saranno immutabili presso dei medesimi e di quelli che hanno causa da loro.<br>
» Art. 14. Il governo della repubblica francese s’incarica di dare ai vescovi ed ai parrochi, le cui diocesi e parrocchie dei quali sono compresi nella nuova circoscrizione, il mantenimento, che sia conveniente allo stato di ciascuno.<br>
» Art. 15. Lo stesso governo prenderà le necessarie misure perchè sia in libertà dei cattolici della Francia, se loro piacerà il provvedere alle chiese con nuove fondazioni.<br>
» Art. 16. Sua santità riconosce nel primo console della repubblica francese gli stessi diritti e privilegi, dei quali godeva l’antico governo presso la santa sede.<br>
» Art. 17. Si è convenuto frà ambo le parti, che nel caso che alcuno dei successori dell’odierno primo console non professasse la religione cattolica, si farà rispetto al medesimo una nuova convenzione sopra i diritti e i privilegi mentovati nel precedente articolo e sopra le nomine agli arcivescovati e vescovati. Il cambio delle ratifiche si farà a Parigi nel termine di quaranta giorni. Fatto in Parigi il dì 15 luglio 1804. Ercole cardinal Consalvi. — Giuseppe Bonaparte. — Giuseppe arcivescovo di Corinto. — P. Carlo Caselli. — Cretet. — Bernier.</ref><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO II|97}}</noinclude>{{Pt|dinale|cardinale}} Antonelli penitenziere maggiore in abiti pontificali attendea il carro mortuario alla Storta: celebrò messa innanzi al feretro guardato dalle milizie, che rendevano servizio di onore: fecevi l'assoluzione di rito: mosse verso la capitale. Uscivano i cittadini sulla via Flaminia per incontrare il corteggio che nel palazzo del duca di Bracciano, poco distante dalla porta del Popolo, fece sosta la notte. Il fragore dei cannoni destò sul far dell'alba il diecisette febraro i romani che trassero in folla lungo la strada, anziosi di salutare le ceneri di un papa, che avea tanto operato a bene della religione e di Roma. Brillò vivissimo il sole: per le vie della città era movimento di popolo straordinario: la piazza vedeasi occupata da truppe in armi: ad aggiunger decoro alla funzione religiosa gli atri dei grandi palazzi, le fenestre, i tetti rigurgitavano di spettatori. Alle nove del mattino muovea da Roma la guardia nobile e la guardia svizzera per collocarsi intorno al feretro: il senatore D. Abondio Rezzonico, i conservatori della città uscivano dalle porte per onorarne l’arrivo. Al primo colpo tratto da castel sant'Angelo e proseguito senza interruzione di tre in tre minuti, tutte le chiese di Roma suonarono a morto. Quando il feretro riccamente adornato<ref>Il letto funereo, salto quindici palmi e largo dodici, era coperto di damasco violaceo con frange d’oro; di stoffa d’oro era lo strato mortuario ornato di velluto nero, che avea ai quattro angoli le armi gentilizie di Pio VI. Eravi scritto PIVS PP. VI P. M. Nel mezzo del feretro stava un cuscino a lamine d’oro su cui posava il triregno, che maestosamente coronava la sommità del funebre carro.</ref> entrò in città videsi cosa che intenerì tutti i cuori: circa duecento persone affezionate al pontefice, che lo precedevano ed altre duecento che seguivano il letto funebre, aventi in mano una torcia accesa. Il corteggio era<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — I||7}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|98|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>aperto dagli alunni dell'ospizio di s. Michele e dagli orfani: seguivano le famiglie monastiche, i religiosi di vari ordini, i parrochi, le nove collegiate, le quattro basiliche minori, i canonici delle basiliche patriarcali; quindi monsig. Fenaja vicegerente e il prelato luogotenente del cardinale della Somaglia vicario. Ebbesi posto di onore vicino al feretro l’arcivescovo di Corinto monsignor Spina. Seguivanlo non pochi del patriziato romano; il maggiordomo dei sacri palazzi, i vescovi, i protonotari apostolici, gli uditori di rota, i votanti di segnatura, gli abbreviatori, i referendari su mule bardate a nero: aggiungasi il corpo delle guardie nobili capitanate dal principe D. Paluzzo Altieri, dei reggimenti di linea che presidiavano Roma, aventi tutti le armi abbassate: quattro cannoni coperti di velo nero, vari squadroni di cavalleria, le carrozze dei principi romani e degli ambasciatori delle varie potenze, seguivano ultime la pompa funebre. Quando il corteggio traversava i bastioni di castel s Angelo udissi il rimbombo delle artiglierie, e quando le ceneri di Pio VI toccarono i liminari della basilica vaticana tutte le campane di Roma accelerarono il suono. Dovea l'arciprete cardinal duca di York ricevere le onorate spoglie, ma piacque a Pio VII discendere nella basilica e compiere le ceremonie di rito. Le guardie nobili e gli svizzeri rimasero alla custodia del corpo collocato nel mezzo della grande navata. Tale era la calca del popolo, che fu mestieri aprire le fila perchè ognuno potesse vedere il letto funebre sopra il quale erano deposte le spoglie del venerando pontefice. Al giungere della sera, deposta la doppia cassa nella cappella del coro, si venne al riconoscimento del corpo<ref name="p98">La gran cassa di legno, che un'altra ne racchiudeva di piombo fu trasportata nella cappella del coro accompagnata dal capitolo vaticano, che intonava il Miserere. Si venne alla ricognizione. Intatti trovaronsi i sigilli: intero il corpo, ma siccome per inavvertenza era stato situalo a rovescio, si trovò qualche alterazione nel naso. Avea in vicinanza alle mani una iscrizione</ref>. Questo dall'affetto sovrano e dalla<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|102|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>venivano agitando da qualche mese, la quale pretendeva che il nunzio apostolico non avesse giurisdizione canonica in Madrid e che dovesse la sua rappresentanza limitarsi a quella di un ambasciatore di principe secolare, rivolse tutte le sollecitudini al vantaggio dello stato e di Roma. Dicemmo, che l'equilibrio stabilito nel sistema monetario con manifesto sacrificio dell'erario ma con immenso vantaggio dei sudditi, crebbe a lui rinomanza: aggiungemmo, che per pubblici bandi avvisavasi ai mezzi di ritirare la moneta erosa, ed i luoghi stabilivansi dei depositi: quindi, necessaria conseguenza di tante sollecitudini, furono date le norme per la riduzione dei pagamenti in virtù delle obbligazioni contratte in tempi di discredito, e la tariffa degli agi fra la moneta d’argento e la erosa. Tale era la compiacenza di Pio VII per quest'opera finanziera, che volle contrasegnato il secondo anno del suo pontificato da una medaglia, in cui rappresentavasi una donna sedente, che d'una mano sorreggea la bilancia e dell'altra il cornucopia, simbolo dell'abbondanza con la epigrafe: MONETA RESTITVTA. Altra felicità e gloria di Roma le arti, e queste richiamarono le sue tenere sollecitudini. Ne parleremo per ora di volo, come di primi segni del suo genio dispostissimo a favorirle, sicuri che nel progresso di questa storia ci si offrirà occasione di parlarne distesamente. Il nome di Antonio Canova omai cominciava a rendersi ammirando per lodate opere di scalpello. Avea egli condotta la sua statua del Perseo lodatissima, che ha in mano la testa di Medusa: proponevane l'acquisto a monsignor Litta tesoriere della camera: n'ebbe rifiuto, e comperavala un tal Bossi pittore in Milano. Parea a Pio VII atto poco cortese quello del suo tesoriere, e più il disapprovava, perchè non aveagli parlato e della domanda, e del dato rifiuto. Ne ordinava pertanto l'acquisto: pregava si contentasse di pagamenti a rate per la trista condizione del tesoro: agevolmente ottenevalo. Crebbe speranza agli artisti e gloria al pontefice il grazioso tratto, per se solo bastevole a dimostrare, come le arti in migliori condizioni, avrebbero trovato in esso un fautore magnanimo e coraggioso. Vedrassi<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO II|103}}</noinclude>che non andarono deluse le concepite speranze. La conservazione delle nostre opere monumentali, la esportazione degli oggetti di belle arti reclamarono le prime sue cure come quelle che formano il decoro e l’abbellimento della città e che destano la meraviglia e la curiosità degli stranieri i quali convengono in Roma da tutte le regioni del mondo. Il primo monumento romano intorno al quale adoperaronsi le generose sue cure, fu l'arco trionfale dedicato a quel Settimio Severo, che propagò con le sue vittorie l'impero di Roma; ammirando principio di una più ammiranda grandezza. Lo liberò dalla terra e dai sassi che lo ingombravano, scoprì la via trionfale, restaurò le colonne marmoree, cinse l'intero monumento di opportuno riparo<ref>A rammentare il beneficio recato da Pio VII a Roma con questo scavo, che fu preludio di altri che far dovevansi durante il suo pontificato, fu sul luogo stabilita la lapide seguente:
{{Centrato|PIVS . VII PONT. MAX.
RVDERIBVS . CIRCVM . EGESTIS
ARCVM . RESTITVENDVM
ET . MVRO . SEPIENDVM
CVRAVIT
ANNO . MDCCCII
}}
</ref>. E perchè piacquegli mostrarsi grato a Venezia e ai padri, nel cui monistero erasi celebrato il conclave, ordinava allo scultore in metallo Francesco Righetti varî ornamenti di altare, e delle bellissime opere uscite dalle officine di questo insigne artista romano dotava il tempio di s. Giorgio maggiore. Il cavalier Righetti con lettera del papa le recava a Venezia a Bartolomeo Vernier, abate di quel monistero. Cominciava Roma a riaversi dalle patite sventure: lo zelo del pontefice potentemente secondato dalla instancabile attività del suo primo ministro, la stima, la sicurezza e il coraggio addimostrato verso i gabinetti stranieri per mantenere ferme e sicure le prerogative della santa sede e i diritti della chiesa non mancarono di produrre<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO II|107}}</noinclude>della Pace. A tale elezione opponevasi Bonaparte, che non volea in Malta uno spagnolo, un tedesco, ma un italiano libero nella propria azione. Sapealo il pontefice elettore e alla volontà del console, perchè giustissima, facilmente inclinava. La opinione del papa studiosamente cercava d’investigare l'incaricato di Russia e nei suoi rapporti diplomatici e andava promovendo dubbi e parlava degli ostacoli che s'incontrerebbero per sostenere un ordine cavalleresco, dal quale la Spagna erasi separata. Aggiungea, esser voto segreto dei sovrani e più degl’inglesi portare avidamente le mani su i beni di Malta. Ma Pio VII non era uomo da servire ai partiti: fatto arbitro di quel piccolo trono che il turbine di guerra aveva spezzato, senza esser ligio al favore e al desiderio altrui, aveva solo in animo che la scelta di un gran maestro, fornito di coraggio e di civili virtù, riuscir dovesse degna di lui, adatta ai bisogni dell'ordine e capace di meritare universalmente la stima e la confidenza<ref>I gabinetti europei ponevano molta attenzione in questa elezione. Il signor Talleyrand scriveva all’ambasciatore della corte Brittannica « Il ministro degli affari esteri della repubblica francese ha ricevuta la communicazione statagli fatta dal ministro plenipotenziario di sua maestà britannica della nota dei candidati, che dai voti dei diversi priorati sarebbero chiamati alla dignità di gran maestro dell'ordine di Malta, ed ha sottoposto al prima console la proposizione concertata fra i priorati dell’ordine ed approvata da sua maestà, di definire ''pro hac vice'' a sua santità la scelta fra essi. Il primo console in fatto di ciò che è relativo all'ordine di Malta non si è prefisso altro scopo, che di vedere l'articolo X del trattato di Amiens convenevolmente adempito e di allontanare tutte le circostanze, che potessero per avventura render questa esecuzione lunga e difficile. Inoltre gli sta a cuore, come sta a cuore di sua maestà britannica, che la Francia e l'Inghilterra operino d'accordo per sempre più assicurare l'indipendenza e l'assestamento dell'ordine di Malta; egli acconsente adunque a ciò che la scelta dei candidati proposti dai voti dei priorati ''sia per questa volta'' deferita a sua santità.</ref>. Vari erano i candidati offerti alla scelta del papa: il balio Taufkirken di Baviera: il barone di Flachslanden francese fedele servitore di Luigi XVIII: il<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|110|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>Francia, noi siamo, dicea, in grave imbarazzo: non sarà un gran dono quello che noi faremo all’individuo che verrà preferito. Raccolse intanto una congregazione di cardinali vi chiamò i porporati Caselli e di Pietro recentemente insigniti della porpora romana; dopo aver seco loro deliberato conferì la dignità di gran maestro al balio Ruspoli che, dopo la caduta di Malta, in Inghilterra erasi stabilito. Latore del breve pontificio di sua elezione fu il cav. Nicola Bussi. Attendeasi la sua adesione con qualche inquietudine. Ragione a temere un rifiuto era l’influenza inglese, la poca disposizione di quel regno al vedere restituito l’ordine cavalleresco alla sua esistenza: ragioni a sperar bene, la soddisfazione manifestata dal primo console della nomina fatta dal papa. L’inviato di Roma trovò Ruspoli in una città della Scozia, gli presentò il breve pontificio, ma questi che sulle prime mostrò ripugnanza rifiutavasi quindi da un accettazione, che, era desiderata da tutto l’ordine. Prevalse il consiglio degli agenti inglesi. Ruspoli vista la difficoltà in cui erasi di veder ridonato all’ordine ospitaliere l’antica sovranità, con dispiacere di tutta Roma e del pontefice che l’aveva promosso, diede in iscritto la sua legale rinuncia<ref>Il balio Ruspoli fratello del principe Ruspoli signore romano, che era stato precedentemente ambasciatore di Austria presso la corte di Napoli, e decorato dell’ordine austriaco del toson d’oro. L’eletto gran maestro distintissimo personaggio per talenti, per vivacità di spirito e per molti lumi dovuti ad una educazione accurata, contrario alla rivoluzione francese, era moderato e prudente nel manifestare la sua opinione.</ref>. Cominciarono allora da ogni parte a giungere al papa sollecitazioni per venire alla nomina di un altro soggetto. Lo domandavano i gabinetti di Francia, di Germania ed anche di Napoli nell’interesse della politica e della giustizia. Solo la Russia chiedea la nomina di un luogotenente del magistero, dicendo che il papa con la elezione già fatta avea consumate le sue facoltà e il suo diritto. Aderendo alle istanze Pio VII elesse il balio Tommasi toscano che risiedeva in Sicilia, al quale il Bussi tornato dalla Scozia e {{Pt|no-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|116|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|simi|altissimi}} beneficî. Per queste ragioni, aggiungevasi, sperare il papa che i sovrani, i quali avevano veduto con gioia ristabilita in quel vasto paese la religione cattolica, vorrebbero approvare la risoluzione in cui era la santa sede di accordare alla chiesa di Francia varî cappelli cardinalizi<ref>Quattro potenze cattoliche hanno cardinali di loro nomina. Gl'imperatori di Germania, i re di Spagna, di Portogallo e la Francia. Un tempo l'ebbero i re d'Ungheria e di Polonia.</ref>. Il gabinetto austriaco dichiarava che, ad onta del vivo desiderio, da cui l’imperatore era animato, di concorrere a tutto quello che potea riuscir gradevole al santo padre, e consolidare le attuali relazioni fra la corte romana e il primo console della repubblica francese, non potea sua maestà consentire al differimento degli esercizi dei suoi diritti alla promozione di uso e che avrebbe senza indugio indicato il prelato su cui dovea cadere la scelta: rispondeva la Spagna superbamente e senza occuparsi del desiderio di Francia, mostrandosi straniera a qualunque altro interesse, dicea: il re cattolico non ancora determinato alla nomina di sua competenza. Il principe reggente del Portogallo nella sua nota, rispettosissimo al papa, ligio interamente alla volontà del primo console, dichiaravasi desideroso di comprovare al santo padre la sua affettuosa deferenza e disposto a cooperare in tutto quello che potea tornare accetto al primo console<ref>La risposta data dall’Austria era sottoscritta dal vice cancelliere di corte e di stato Luigi conte Cobenzt: quella della Spagna dal primo segretario di stato D. Pietro di Cevallos, quella di Portogallo dal ministro degli affari esteri commendatore d’Almeida.</ref>. Leggo che il gabinetto di Francia rese grazie al principe reggente del Portogallo: non fece caso del silenzio tenuto dalla corte spagnola, inviò rimostranza a Vienna che ritrattava più tardi il tenore della prima sua nota<ref name="p116">Il biglietto officiale con il quale fu corretto quanto erasi fatto nella prima nota inviata dal gabinetto austriaco al nunzio apostolico era concepito nei seguenti termini: «Il vice cancelliere di corte e di stato prega monsignor nunzio a volere ri</ref>. Così per la coraggiosa<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO II|117}}</noinclude>circospezione di Pio VII, lodevolmente secondata dal cardinal segretario di stato, potè Roma senza mancare ai delicati riguardi di civiltà secondare i voleri del console. Annunciato il concistoro segreto che dovea far paghi tanti desideri, sedente il papa sul trono così parlò ai cardinali: «Noi, che nei passati concistori aggregammo al sacro collegio quegli illustri uomini, cui credemmo dovuta la dignità del cardinalato pei loro meriti verso la santa chiesa e verso questa nostra sede apostolica, dobbiamo ora rivolger lo sguardo agli esteri e ad essi dare la mercede dovuta alle loro esimie virtù. L’odierno vostro rallegramento non sarà per quei solamente di estere nazioni aggregati al vostro collegio, che per costume sogliono ascriversi, ma per altri ancora, che in grazia del concordato e per dimostrazione di allegrezza e della nostra unione con la Francia, fummo pregati di ascrivere per mezzo di una straordinaria promozione alcuni fra i vescovi di recente ordinati. Napoleone Bonaparte primo console della repubblica francese, secondando i nostri desideri, le cose quasi disperate condusse in breve tempo ad un punto che non solamente è stata ristabilita l’unità, per lo innanzi violata, ma si hanno ancora maggiori speranze che la religione cattolica sarà di giorno in giorno per avere ulteriore incremento. Quest’uomo illustre che ha ripromesso tutti i suoi sforzi per la perfezione di un’opera sì grande, ci ha scritto che per giungere a ciò con più facilità, ha giudicato cosa opportuna che siano promossi al cardinalato quattro fra i vescovi gallicani recentemente ordinati, per mezzo di una promozione straordinaria, quale accrescerà
<ref follow="p116">conoscere il dispiacere da esso sofferto per non aver avuto la soddisfazione di vederlo in questa sera. Egli avrebbe avuto nel medesimo tempo quella di annunciargli a viva voce, che l’Imperatore in forza del suo desiderio di far tutto quello, che può essere gradevole a sua santità e al primo console, acconsente di buon grado che la promozione dei quattro cardinali francesi preceda quella del prelato proposto da sua maestà per essere innalzato alla porpora romana».</ref><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO III|133}}</noinclude>{{Pt|dea|rendea}} ereditarie nella sua discendenza<ref>Allorchè Bonaparte fu innalzato dal senato consulto all’impero, Pio VII gli diresse un breve che chiudevasi con le seguenti parole: «Altro più non ci rimane, che di pregarvi, di scongiurarvi, di esortarvi nel Signore ora che per la provvidenza di Dio siete salito a questo alto grado di potenza e di onore a proteggere le cose di Dio, a difendere la sua chiesa, che è una e santa, ad impiegare tutto il vostro zelo per allontanare ciò che potrebbe nuocere alla purezza, alla conservazione, allo splendore, e alla libertà della chiesa cattolica. Voi ci avete già fatto concepire una grande speranza e confidentemente aspettiamo, che vorrete compierla come imperatore dei francesi.»</ref>. Lieto di quanto offrivagli la Francia, volle dalla religione rafforzato quell’atto, che ben pareagli legittimato il suo dominio, ove la mano del sommo pontefice avesse le sue imprese guerriere con solennità di chiesa avvalorate. Ad onta delle abili ed energiche pratiche del ministro francese, in Roma per due mesi si fecero gravi discussioni sopra le dimande di Napoleone e del suo rappresentante cardinal Fesch. Chiedeva segretamente il parere dei cardinali, ondeggiava fra i dubbî l’animo paterno di Pio VII, cui ben parea atto ingeneroso l’unger dei sacri crismi la fronte del nuovo sire, quando il nipote di s. Luigi stavasi nel castello di Mittau in Curlandia aspettando gli eventi: sentivasi d’altra parte stretto dal desiderio di assicurare alla Francia religiosi vantaggi per l’imperiale favore. In tanta dubbiezza e disparità di consiglio mischiavansi sempre le voci energiche dei ministri ed agenti di Francia: è giunto il momento, andavano accortamente insinuando, l’avventurato momento, in cui la riconciliazione della chiesa con l’impero verrà pienamente consolidata dalla presenza augusta del santo padre: la sua condiscendenza congiungerà con la monarchia il popolo francese, distruggerà il germe delle rivoluzioni che hanno miseramente insanguinate quelle contrade. Merita, aggiungeva il ministro, un particolare favore la Francia, la figlia primogenita della chiesa romana: il viaggio del santo padre può e deve produrre un totale cambiamento<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|142|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|peratore|imperatore}} restituiva al papa la visita: parlavagli allora Pio VII dei vescovi costituzionali, e diceagli che attendeva da essi una formale e sincera dichiarazione di esser ritornati in seno alla chiesa ortodossa: parlavagli delle rimostranze a lui fatte dal clero di Francia, ricordavagli una memoria sottoscritta da ventotto vescovi della chiesa gallicana. Prometteagli Napoleone soddisfazione pronta ed intera, ma Pio VII che non acquietavasi alle promesse, con coraggio apostolico dichiarava al potente signore di Francia che per l'interesse della chiesa, per decoro della santa sede, per tranquillità della sua coscienza a costo d’affrontare l'imperiale suo sdegno, non avrebbe egli abbandonato il palazzo di Fontainebleau, senza-aver prima ottenuta la dichiarazione richiesta. A questa energica volontà del papa manifestavasi un sentimento di sdegno sul volto a Napoleone, ma lo compresse, che ben doleagli vedere per questa determinazione del pontefice ritardata la ceremonia della sua incoronazione. Un ordine imponente comandò allora ai vescovi costituzionali di soddisfare immediatamente ai desideri del papa, così che poco dopo si videro affluire a palazzo le loro dichiarazioni in questi termini concepite: «Dichiaro alla presenza di Dio che professo attaccamento e sommissione ai comandamenti emanati dalla santa sede e dalla chiesa cattolica, apostolica, romana sugli affari religiosi della Francia: supplico inoltre sua santità ad accordarmi la sua apostolica benedizione.» Narrasi che a Napoleone, allorchè accompagnava Pio VII ai suoi appartamenti, leggevasi ancora sul volto la interna emozione dell'animo: taceano ambedue, ambedue erano visibilmente commossi. Due vescovi che con ostinazione sino dal 1802 eransi rifiutati, condiscesero i primi. Le Coz arcivescovo di Besanzone contradicea all’autorevole invito: prometteva peraltro che il dì successivo si sarebbe prostrato ai piedi del papa per assicurarlo di sua obbedienza. Il vescovo di Stransbourgh nel basso Reso monsignor Saureine osava solo rifiutarsi all'invito. Pentito più tardi d'una ostinazione che rendealo oggetto di scandalo e di meraviglia, nel successivo gennaro, umiliatosi innanzi a Pio, dichiarava di aver abbandonata<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO III|145}}</noinclude>porpora, lo attendeva sul limitar della scala, ove il De Beloy accompagnò il santo padre che assunse i sacri indumenti, mentre la processione imponente diriggevasi alla chiesa metropolitana. I parrochi di Parigi, il clero francese, i vescovi, gli arcivescovi, i cardinali formavano il corteggio. Ultimo muovea il santo padre, preceduto dal crocifero, da due cappellani segreti che portavano le mitre, delle quali dovea egli far uso e dal turiferario. Sette accoliti sostenevano i candelieri: il suddiacono latino avea al fianco il suddiacono e diacono greco. Il cardinale assistente in pluviale, il cardinal diacono in dalmatica e finalmente due cardinali diaconi assistenti sollevavano il lembo inferiore della sacra veste assunta dal papa che procedea in mezzo ad essi. La guardia d’onore facea corteggio al pontefice e ai porporati. E poichè con questo apparato maestoso giunse alla porta del tempio, dal cardinale arcivescovo, che lo attendea genuflesso, ricevè l’aspersorio con il quale sparse l’acqua lustrale sul clero e sul popolo: quindi sotto un baldacchino, sostenuto dai canonici metropolitani, entrò nella chiesa. Allorchè con musica sacra di Lesneur s’intesero risuonar le volte di quell’antichissimo tempio del versetto: ''Tu es Petrus etc.'', sorsero in piedi quanti già erano raccolti in apposite tribune funzionari e impiegati pubblici e stranieri invitati alla ceremonia<ref>Assistevano a questa imponente ceremonia incaricati dai loro respettivi sovrani i seguenti diplomatici. Il generale Kinobelsborff inviato straordinario e ministro plenipotenziario del re di Prussia presso la porta Ottomana, il principe reggente d’Isemburgo, quello parimenti reggente di Solm-Lich, il conte di Lima ambasciatore di Portogallo, il principe Augusto di Aremberg, il principe de Reuss Robenstein, il principe di Montemileto napolitano, il marchese di Castrabares maggiordomo di s. m. cattolica, il conte di Rautzan ciambellano del re di Danimarca, il barone di Ardeobers commendatore dell’ordine Teutonico ed in fine il principe di Livingston.</ref>. Si attese un ora e mezza prima, che Napoleone Giuseppina giungessero nella chiesa: mentre nel tempio, ove tutta Parigi<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — I||10}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|146|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>era raccolta, dai sacri ministri cantavasi ferza, essi nel palazzo dell’arcivescovato assumevano gli abiti e gl’imperiali ornamenti. Narrasi che sul venerabile volto di Pia, sedente in trono, circondato dal clero, potè dai circostanti notarsi un aria di profonda mestizia, la quale faceva vivo contrasto con l’imponente apparecchio e la gioia solenne, che o vera o falsa tutti studiavansi dimostrare. I ministri ed altri pubblici funzionari visto che poteasi dare interpretazione sinistra alla malinconia dal pontefice manifestata, dissero trar questa la sua origine dal tristo annunzio della morte del cardinale Stefano Borgia, avvenuta in Lione. Nol credevano i più, sì perchè dessa verificavasi nove giorni prima della consacrazione, sì perchè era nota da quattro giorni a Pio VII e già i pubblici fogli aveano annunziato che quel messaggio giungea col mezzo di un corriere straordinario a Parigi. Entrò nel tempio l’imperiale corteggio alle dodici. Senza che il volto del pontefice acquistasse maggiore serenità, davasi principio alla ceremonia, la quale dovea compiersi secondo il poutificale romano, tranne alcune piccole innovazioni per ordine dell’imperatore introdotte da Salvatoris. Quando Napoleone e Giuseppina entrarono nella balaustra, scese il papa dal trono per incontrarli. Videro i circostanti con emozione di animo accostarsi il venerando vecchio al nuovo signore della Francia, e proruppero in un grido universale e spontaneo «Viva Pio VII, viva il nostro santo padre.» A non isturbare la gravità della funzione si cercò impedire quel libero slancio di divozione e rispetto verso il vicario di Gesù Cristo, nel momento in cui accingevasi ad invocare le benedizioni del cielo sul nuovo principe e sulla Francia. Intuonò il papa l’inno allo Spirito Santo, compiuto il quale con ferma voce fecesi a dirgli: «Pomettete voi innanzi a Dio, agli uomini, di mantenere la pace nella chiesa di Dio, di serbare al sommo pontefice romano l’obbedienza e l’attaccamento che ad esso è dovuto, in forza dei sacri canoni, e delle ecclesiastiche leggi?» Ponea la mano su i santi evangeli Napoleone e rispondea: prometto, e promise, che nuovo Carlo magno sarebbe il perpetuo difensore della cattolica fede.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO III|147}}</noinclude>Approssimavasi allora il santo padre a Napoleone e a Giuseppina, che accompagnati dal grande elemosiniere, dal primo cardinale arcivescovo e dal vescovo più anziano di Francia, inginocchiavansi innanzi all’altare. « Promettete, aggiungea il papa, di proteggere le vedove e gli orfani, di distruggere l’infedeltà? Con ferma voce ''prometto'' rispondeva: Napoleone. Sparse allora il sommo sacerdote dei santi crismi la fronte e le mani d’ambedue gli eletti, pregò brevemente, e tutti gli abitanti della Senna, che erano presenti notarono che grosse lacrime irrigavano le guacie del santo padre in quell'istante memorando e solenne. Voltosi quindi all’eletto disse con voce energica « lo scettro del vostro impero è uno scettro di equità e di giustizia. » Incominciava quindi la messa, accompagnata dalla musica imperiale composta da Paesiello, che avea oltre a cinquecento esecutori, durante la quale le corone imperiali furono benedette e benedetta la spada, il manto, gli anelli. AI cenno dei prefetti delle ceremonie scesero dal piccolo trono che sorgea presso l’altare, approssimaronsi al pontefice, che recitando analoga prece ad une ad uno consegnava ad esso tutti gli emblemi della dignità imperiale. Stese allora Napoleone la destra, e presa la corona, ch'era deposta sopra l'altare, se ne cinse da se stesso la fronte: approssimandosi quindi all’imperatrice la coronò di sua mano. Accompagnati dal sommo pontefice andarono gli eletti ad assidersi nel vasto e splendidissimo trono che era collocato alla metà del tempio frà la porta maggiore e l'altare. Intuonò il papa la preghiera. ''In hoc imperii solio etc.'' abbracciando quindi l’imperatore si volse al popolo ed esclamò « ''Vivat imperator in aeternum'' » Accompagnato dal gran maestro delle ceremonie, preceduto dagli araldi d'arme tornò Pio VII all'altare, proseguì la messa solenne: il grande elemosiniere, dopo letti gli evangeli, ricevè dal diacono il messale, che fu baciato dai sovrani dei francesi. Pretendono alcuni che durante la consacrazione l’imperatore emettesse frequenti sbadigli, quasi segno di noja ed impazienza; lo dissero altri effetto o di stanchezza o d'indisposizione di salute. Celebrato il sacrificio incruento le volte del vasto<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|150|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>
VII. Vari furono i templi nei quali celebrò il sacrificio incruento: ricordiamo quello di san Tommaso di Aquino, di s. Eustachio, ove benedì una cappella consacrata alla vergine. Visitò la chiesa gotica dedicata al protomartire santo Stefano; accompagnato dal vescovo di Carcassona, pregò sulla tomba di santa Genueffa, e quel tempio, che duranti le aberrazioni republicane, era stato convertito in un sacrilego panteon contaminato dalle ceneri di coloro, che affrettarono la corruzione del secolo, venne purificato dall'augusta presenza dell'universale pastore della cristianità. Accompagnato da uno scelto numero di dragoni e di corazzieri sino al di là di Scures, giunse a Versailles. Non gli fu dato ammirare l'eleganza degli appartamenti, la ricchezza delle gallerie perchè impedito dai fedeli, che anziosi gli si affollavano d'intorno e devoti si precipitavano ai di lui piedi. Visitò il museo di storia naturale, ammirò la biblioteca annessa a quello stabilimento ove era ricevuto dal consigliere di stato Fouroroy, direttore del giardino delle piante, il quale prese a dirgli, che dopo il giorno memorando per la Francia, in cui erasi la sacerdotale sua mano posata sul capo dell’uomo, che avea fatta la felicità della nazione, dopo la visita fatta alle chiese della capitale, era giusto venisse egli a confortare di sua presenza un tempio di genere ben diverso: un tempio cioè ove stanno raccolte le mirabili produzioni della natura: esso come i cieli narrano la gloria di Dio. Il naturalista, aggiungea, ora scavando i minerali, che giacciono sepolti nelle viscere della terra, ora studiando le piante, che ne adornano la superficie, ora esaminando i varî animali, che abitano la terra, l’aere e l’acqua rende un omaggio di lodi alla mano creatrice che li trasse dal nulla; e cosa lusinghiera per noi, o padre santo, il presentarvi i monumenti della sapienza di quel Dio, del quale siete il rappresentante frà noi.» Visitò quindi la zecca delle medaglie: giunto innanzi ai bilancieri fu coniata in oro la medaglia con l'effigie del papa in abiti pontificali, avente in capo il triregno con la leggenda » ''Pius VII P. M. Hospes Napoleonis Imp.'' Il rovescio della medesima esprimea il giorno, in cui aveva Pio VII<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|152|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>le occasioni per conseguirlo. Trattenevasi ancora in Parigi perchè volea personalmente trattare con Napoleone ed ottenere quelle larghezze che gli erano state promesse. Molte cose domandava egli all’ Imperatore per bene della religione, per la libertà della chiesa, per il decoro del clero: altre ne otteneva in fatto, altre in parola. Con soddisfazione di tutta la Francia ristabilivasi a sua dimanda il pio istituto di san Vincenzo di Paoli: assicurava aumento di dotazione alle diocesi e alle parocchie, rendea libera l'azione dei vescovi nel giudicare le cause spirituali e disciplinari del clero e nel punirne con pene canoniche le dilinquenze. Per le sue amorevoli sollecitudini diminuironsi gli ostacoli, che incontrava la gioventù desiderosa di dedicarsi all'altare: provvidesi a sua domanda alla cristiana educazione della prima età, all’assistenza dei moribondi. Trattò coll’imperatore della Francia degli affari germanici: ebbe parole: non conseguirono gli effetti sperati. Dovendosi provvedere alla chiesa di Ratisbona e a dieci sedi vacanti, tenne nell’episcopio concistoro segreto. Assiso sul trono, ammise al suo cospetto i due cardinali francesi Stefano Uberto de Cambacieres arcivescovo di Rohan e Giovanni Battista de Belloy arcivescovo di Parigi che non avevano ancora conseguito il cappello cardinalizio. Imponealo il papa sul loro capo recitando la consueta preghiera. Ringraziò Belloy anche a nome del suo collega il santo padre che amorevolmente rispose. Innalzò quindi la chiesa di Ratisbona nella bassa Baviera in metropolitana per l'Alemagna, nominando a quella sede Teodoro de Dalberg elettore ed arcicancelliere dell'impero germanico ed antico elettore di Magonza, che già in virtù dei decreti della santa sede, da oltre a due anni amministrava quella diocesi. Pose Pio VII la nuova metropolitana al luogo e posto di quella di Magonza, di Treves, di Cologna, di Salisbourg assegnandogli suffraganei i vescovi, che appartenevano a quegli arcivescovati. Era questa operazione preludio di nuove disposizioni relative alla chiesa alemanna che sventuratamente non ebbero luogo: nominò quindi i vescovi di Poitiers in Vienna di Francia e della Rocchelle nella Gironda inferiore. Il {{Pt|se-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|156|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>un quartiere privilegiato, ove gli ambasciatori delle potenze cattoliche accreditati presso il pontefice, terrebbero la loro residenza. Napoleone tanto non aveagli certamente mai detto, ma può credersi, che in una corte ove l'imperatore esercitava tanta potenza sulla parola non meno che sul pensiero, niuno avrebbe azzardato di porre in campo un progetto che fosse ai suoi disegni contrario. Bastò peraltro una parola di Pio VII per dissipare il pericolo. Si sostiene, disse egli, che noi dovremo esser ritenuti in Francia. Ebbene: ci si tolga pure la libertà: a tutto abbiamo noi provveduto. Prima di allontanarci da Roma giudicammo esser cosa prudente il sottoscrivere una regolare abdicazione, che dovrà aver valore se la provvidenza ha deciso che debba esserci impedito dalla violenza il pacifico ritorno alla nostra sede. Quel foglio che assicura un successore alla cattedra di san Pietro, ove altri volesse gettarci in un carcere, fu da noi consegnato al cardinale Pignatelli arcivescovo di Palermo. In tal modo chi può credere di aver in ostaggio il romano pontefice, dovrà avvedersi non aver altri in mano che un povero monaco che chiamasi Barnaba Chiaramonti.
XI. Tanta fermezza non mancò di produrre favorevoli effetti. Riferito il tutto a Napoleone, che era già sulle mosse per andare a Milano, diede questi la sera istessa gli ordini della partenza. La separazione fu meno amichevole del primo incontro a Fontainebleau. L'iperatore era stato contradetto nei suoi vasti progetti: Pio VII avea veduto dissipate le sue più belle speranze. Furono offerti magnifici e ricchi doni al papa: erano ricusati. Si offrirono pensioni ai cardinali: imitarono anch'essi l'esempio di Pio. Il giorno quattro aprile 1805 lasciò la capitale della Francia per far ritorno in quella del cristianesimo, ove era ardentemente desiderato. D'ordine imperiale lo accompagnava de Brigode ciamberlano di corte. Notarono i parigini che il pontefice era mestissimo nell'atto della partenza e quando sul far del mezzo giorno si pose in carrozza, sebbene piovesse direttamente, vidersi gli atri delle Toulleries e la piazza e le vie che mettono all'imperiale palagio<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO III|157}}</noinclude>ingombrate di popolo che facea voti pel suo prosperoso viaggio, e implorava la benedizione dal padre comune dei fedeli. Napoleone sdegnando dividere seco lui gli omaggi del popolo lo precedeva di qualche giorno. Giunto a Fontainebleau ammise al bacio del piede un gran numero di granatieri della guardia imperiale e moltissimi cittadini. Destò entusiasmo a Trojes e a Semur in Briennais: passò per Shalons, ove può dirsi che lo attendevano tutti gli abitanti della Borgogna, desiderosi di venerare il capo visibile della chiesa. Prendea riposo nei giorni della settimana maggiore e Shalons sur Saòne e in quell’antica cattedrale eseguiva le ceremonie solite a praticarsi in Roma. La mancanza peraltro dei sacri arredi, dei quali fa uso il papa nei suoi pontificali, non gli permise il giorno di pasqua di celebrare solennemente il divin sacrificio: recavasi però nella chiesa dedicata a san Pietro, ove erasi eretto un palco, dal quale con le formole consuete compartiva al popolo la benedizione apostolica. Postosi di nuovo in viaggio si diresse a Màcon, ove tanto popolo attendea il suo passaggio, che appena appena le guardie che circondavano il santo padre giunsero a salvarlo dall’urto dei devoti che gli si affoliavano intorno, anziosi di vederlo d’appresso, di baciargli i piedi, le mani, di toccar le sue vestì, d’essere benedetti i primi. Caddero alcuni soldati oppressi dall’urto della folla irrompente da tutti i lati: era il papa sorretto da quattro o cinque persone, che per salvarlo gli si erano fatte d’appresso: eppure Pio VII commosso da tante prove di affezione, reggendosi appena fra le loro braccia, sorridea amabilmente al buon popolo Màconese. Avvicinandosi il dì appresso a Lione, incontrò una schiera di giovani che formarono la di lui guardia d’onore e fecero il servizio di palazzo. Conviene credere il papa altamente soddisfatto dell’accoglienza Lionese, dappoichè sovente ne tenne parola e lungamente ne serbò la memoria. Durante la sua dimora in quella città con solenne e pubblico rito restituì al culto divino il duomo di Foarvieres, santuario in quelle contrade celebratissimo per la devozione dei popoli. La mattina del giorno venti si diresse alla volta di Chambery.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|158|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>Fu impossibile ammettere al bacio del piede tutti colore che il domandavano con fervide istanze: videsi il palazzo della prefettura, ove il papa avea preso stanza, circondato da una moltitudine di fedeli, disposti a vegliar la notte per vederlo almeno una volta quando dovea di buon mattino condursi a saint Jean de Maurienne, ove giunse il di ventuno. Vi dimorò due giorni: mosse quindi pel Luxembourg, valicò le Alpi, passò a Susa, giunse la sera in Torino, ove fu visitato da Napoleone. Ambo alloggiati nel palagio dei re sabaudi, ambo stretti lunghe ore a colloquio. Godeane Napoleone, godeane Pio VII che sperava: il popolo subalpino laudente dicea stretti insieme di vera amicizia il papa e l’imperatore. Lasciando Napoleone che meditava imprese guerresche e intanto con finti simulacri di battaglie sui campi di Marengo ricordava le antiche vittorie, il di ventisette mosse Pio per Asti, quindi per Alessandria e Voghera, donde pervenne a Piacenza. I cardinali Caselli, Spina, Bellisomi, Oppizzoni lo aspettavano a Parma, ove giunse il di primo maggio. Ricevuto nel monistero di s. Giovanni della congregazione casinense, si trattenne domesticamente con l’abate Campobasso e coi monaci. Da quella sua residenza scrisse all’imperatore ricordar egli con tenerezza paterna gli onori a lui resi dalle autorità locali, dalle milizie e le prove di devozione ottenute dal popolo. Celebrò messa nella cattedrale parmense e onorò di sua assistenza il solenne possesso del cardinal Casini eletto vescovo di quella città. Per la via di Reggio e di Modena toccò i confini della Toscana, ove attendealo il senatore Salvetti e la guardia nobile, che lo scortò sino al castello di Caseggiolo. Era ivi aspettato dalla regina reggente circondata dai suoi due piccoli figli Carlo Lodovico e Luisa Carlotta, venuti appositamente per fargli omaggio. Accompagnato dai cavalieri toscani Sergardi, Salvetti e Seristori, sull’imbrunire della sera, in mezzo alle acclamazioni del popolo entrò in Firenze per la porta s. Gallo. Si recò al tempio di santa Maria del Fiore, visitò i santuari e i monisteri di quella città e si ebbe nei giorni in cui si trattenne in Firenze rispettosi e filiali accoglimenti dalla piissima regina d’Etruria. Iddio al<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|160|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>gran numero di patrizì romani, si diresse alla capitale. Sul ponte Milvio risarcito dai danni sofferti per la inondazione del tevere, era aspettato dalla sua nobile corte e dal popolo, affollavantesi rispettoso e plaudente lungo le vie che doveva percorrere. Siccome un editto governativo avea annunciato che dopo la dolorosa assenza di oltre a sei mesi il pontefice tornava in mezzo ai suoi sudditi, così tutti corsero a gara per festeggiarne l'arrivo. Lasciò la via flaminia e per la strada che mette a porta angelica volle trasferirsi alla basilica vaticana. Grave per anni stavasi su i liminari del tempio l'ottuagenario cardinal duca de Yorck, circondato dal sacro collegio: lo attendeva la prelatura, il senato, le nobiltà, il capitolo vaticano. Recavasi innanzi alla confessione ove riceveva la benedizione eucaristica compartita dal cardinale a più che trenta mila persone adunate in quella basilica. Già le tenebre si addensavano sull’immenso tempio quando il papa per impulso religioso recavasi innanzi al sepolcro del principe degli apostoli. Egli che avea fervorosamente pregato, prima di allontanarsi da Roma, volle al ritorno porgere le sue vive azioni di grazie a san Pietro che incolume avealo serbato fra i pericoli di un disastroso viaggio intrapreso nel cuore dell’inverno per apportar beneficio alla religione e richiamare la Francia all'antico cattolicismo. Trascorreva il tempo e il papa genuflesso stavasi tutto in sè raccolto ai piedi dell'altare in mezzo ad un popolo che attendeva in silenzio di vederlo sorgere da quell’umile posizione. Cresceva l'oscurità, non erasi preparata la chiesa ad una funzione notturna e Pio VII continuava a pregare. Vistolo tutto assorto in meditazione profonda avvicinavasi ad esso il cardinal Consalvi per domandargli se mai fosse indisposto. Amorevolmente il papa gli strinse la mano dicendogli non dubitasse: significare la sua prolungata preghiera null'altro che un eccesso di consolazione nel vedersi restituito dalla provvidenza ai suoi stati. Sorgea poco dopo da quella specie di estasi prodotta dal sentimento della riconoscenza: nell’allontanarsi dalla basilica era sul limitare del tempio inchinato dall'arciduchessa d'Austria Marianna e dal principe<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO III|161}}</noinclude>ereditario di Baviera. Stanco dalle fatiche durate diriggevasi al palazzo quirinale in mezzo alle vie abbellite dai lumi e coperte da un popolo numeroso ch’egli passando benediceva. Così ebbe termine un viaggio di cui variamente hanno parlato i contemporanei che lungi dal considerare la gravezza dei casi, i quali determinarono il pontefice a secondare l’imperatore, dopo avere interpellato il parere del sacro collegio, senza pensare alle conseguenze che da una efficace opposizione potevano derivare, audaci il vituperarono, accusandolo di soverchia condiscenza.
XIII. Echeggiava tutta Roma di applausi: i pubblici edifici, i superbi palagi dei principi, le umili case degli artigiani, i fondachi, le botteghe, le vie più neglette della città eterna brillavano d'immense luminarie: nelle sale del campidoglio ricche di oggetti artistici dai pontefici raccolti a gloria di Roma, a vantaggio delle arti, il senatore Abondio Rezzonico invitava il patriziato a festeggiare il ritorno del pontefice massimo: che è nell'umana natura non mai valutarsi meglio un beneficio, che dopo averlo per alcun tempo perduto. Nel tempio di Aracoeli rendevansi a Dio grazie solenni, nelle sale accademiche dell'Arcadia e della Tiberina dicevansi le lodi del santo padre, nelle case narravansi dai domestici, col papa tornati di Francia, le parigine meraviglie, le napoleoniche magnificenze: era però una gioia, una soddisfazione che dovea durar poco. Pio medesimo ricordava con compiacenza quello che avea veduto, mostrava le medaglie coniate in suo onore, ricordava le prove di filiale tenerezza ottenute in Francia e in cuor suo proponeva dotar Roma e lo stato non meno che l'Italia, la Germania e l'Irlanda di quella schiera generosa di sante donne che diconsi sorelle della carità e si consacrano con abnegazione spinta sino all'eroismo alla cura dei poveri infermi. Intimato il concistoro volle il papa con solenni parole narrare ai cardinali quali fossero e quante le prove di tenerezza e di amore ottenute in Francia e mostrare come il suo soggiorno nella capitale di quell’impero, la sua presenza nelle città visitate avea novellamente i cattolici riuniti al capo visibile della chiesa. Eravi<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — I||11}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|174|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|cacciarono|procacciarono}} accuse e rimproveri, cui tennero dietro nueve minaccie, non ultima delle quali la perdita della sovranità temporale.
II. Questo era il turbine, che si veniva addensando sulla augusta città dei pontefici. Non poteva il papa rinunciare ai sentimenti adottati con tanta maturità di consiglio: non voleva Napoleone indietreggiare di un passo da quanto avea divisato. Vista la gravità del pericolo, giudicò egli doversi ai cardinali manifestare il sinistro risultato delle dimande; adunò il sacro Collegio in congregazione segreta, chiese novellamente il parere dei padri e ottenutolo inviò a Parigi al cardinal Caprara una risposta che può riguardarsi come il capo d'opera della sapienza civile e del sentimento religioso, che regola i rapporti della santa sede con le corti cattoliche. Il santo padre, dicea il legato a latere al ministro Talleyrand, unisce al suo carattere di sovrano la sublime dignità di pontefice: non può pertanto dimenticare la qualità di padre comune di tutti i fedeli, considerando alcuni come figli, altri come nemici, perchè nemici di quelli, e tradire in tal modo l'ufficio della comune paternità: commessagli da Dio. Padre universale del mondo cattolico non può curarne una parte e lasciar l’altra in abbandono; non può uscire dalla condizione di neutralità essenziale a lui, e porsi in uno stato d'inimicizia con alcuna delle potenze, che racchiudono nel loro seno un immenso numero di cattolici. Obbligare il pontefice ad escludere dal suo stato gli agenti delle potenze nemiche alla Francia è lo stesso che porlo in una guerra da cui rifuggel'animo suo: ciò sarebbe obbligarlo ad essere in uno stato progressivo d’inimicizia con tutti sovrani ed in conseguenza con tutti i popoli, con i quali in progresso di tempo potrà combattere la Francia. Non può il papa adottare principî di tal natura senza distruggere le basi della sua missione divina, senza violare le sue obbligazioni più sante. Costringerlo a questo passo sarebbe lo stesso, che dichiarar cessata la indipendenza della sovranità per dieci secoli rispettata, e rendere il romano pontefice ligio soggetto all’impero francese. Egli ha giurato di conservare anche a costo del proprio sangue illesi i<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|176|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|ge|legge}} agli stati italici, senza aver portata un emenda sugli articoli che riferisconsi al divorzio, dalle leggi evangeliche solennemente vietato. Conchiudevasi quell'ufficio col dire, che ove inefficaci riuscir dovessero le rimostranze, per non mancare al primo essenziale ufficio dell’ apostolico ministero, e provvedere alla tranquillità della sua e delle altrui coscienze, avrebbe alzata la voce per insegnare ai fedeli quali erano le vie della verità, quali le vie dell’ errore.
IV. Le preghiere di Pio non erano giunte ancora a Parigi quando il di ventisette gennaro si lesse per Roma l'ordine del giorno di Giuseppe Bonaparte comandante generale l'armata da Napoleone spedita al conquisto di Napoli, relativo agli alloggi e approvigionamenti dell'esercito: più tardi richiamava l’attenzione del pubblico il regolamento delle truppe segnato dall’ajutante Aymé. Intanto i gravi dispendi, le impreviste sventure alle quali andava sottoposta la sede apostolica superando le deboli risorse del pontificio erario videsi, Pio VII obbligato ad imporre a titolo di ''prestito perequativo'' la tassa di bajocchi quindici per ogni centinajo di scudi di possidenza catastale: ed un altra dativa gravitò sul terratico eguale all'ordinaria, e questa imposizione suggerita dagli imperiosi bisogni dello stato pesava anche sù i corpi privilegiati comprensivamente ai cardinali, al tribunale del santo ufficio, ai cavalieri di Malta stati liberi sempre da qualsiasi regalia a beneficio del pubblico erario. Al pontefice conturbato per nuovi eventi giungevano incessantemente da Parigi imperiali dispacci. Parea che nulla fosse piu in cuore all'imperatore e ai suoi ministri che le cose di Roma: e queste incessantemente volgeva in animo, e Roma costantemente appetiva. Il ministro Talleyrand spediva a Parigi le note al cardinal Caprara: questi inviavale al santo padre. In Roma il ministro di Francia dicevasi soverchiamente animoso: in Parigi era accusato di non essere abbastanza energico nella sua condotta: tacciavasi di troppi riguardi, di circospezioni soverchie. Era oramai impossibile il non vedere scoppiare. quella tempesta che dovea travolgere in basso le condizioni dello stato di santa chiesa, e dare un<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|176|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|ge|legge}} agli stati italici, senza aver portata un emenda sugli articoli che riferisconsi al divorzio, dalle leggi evangeliche solennemente vietato. Conchiudevasi quell’ufficio col dire, che ove inefficaci riuscir dovessero le rimostranze, per non mancare al primo essenziale ufficio dell’ apostolico ministero, e provvedere alla tranquillità della sua e delle altrui coscienze, avrebbe alzata la voce per insegnare ai fedeli quali erano le vie della verità, quali le vie dell’errore.
IV. Le preghiere di Pio non erano giunte ancora a Parigi quando il di ventisette gennaro si lesse per Roma l’ordine del giorno di Giuseppe Bonaparte comandante generale l’armata da Napoleone spedita al conquisto di Napoli, relativo agli alloggi e approvigionamenti dell’esercito: più tardi richiamava l’attenzione del pubblico il regolamento delle truppe segnato dall’ajutante Aymé. Intanto i gravi dispendi, le impreviste sventure alle quali andava sottoposta la sede apostolica superando le deboli risorse del pontificio erario videsi, Pio VII obbligato ad imporre a titolo di ''prestito perequativo'' la tassa di bajocchi quindici per ogni centinajo di scudi di possidenza catastale: ed un altra dativa gravitò sul terratico eguale all’ordinaria, e questa imposizione suggerita dagli imperiosi bisogni dello stato pesava anche sù i corpi privilegiati comprensivamente ai cardinali, al tribunale del santo ufficio, ai cavalieri di Malta stati liberi sempre da qualsiasi regalia a beneficio del pubblico erario. Al pontefice conturbato per nuovi eventi giungevano incessantemente da Parigi imperiali dispacci. Parea che nulla fosse piu in cuore all’imperatore e ai suoi ministri che le cose di Roma: e queste incessantemente volgeva in animo, e Roma costantemente appetiva. Il ministro Talleyrand spediva a Parigi le note al cardinal Caprara: questi inviavale al santo padre. In Roma il ministro di Francia dicevasi soverchiamente animoso: in Parigi era accusato di non essere abbastanza energico nella sua condotta: tacciavasi di troppi riguardi, di circospezioni soverchie. Era oramai impossibile il non vedere scoppiare quella tempesta che dovea travolgere in basso le condizioni dello stato di santa chiesa, e dare un<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO IV|177}}</noinclude>maggior risalto al sacro carattere e all eroico coraggio dell’inalterabile Pio. Altre erano colme di rimproveri e di accuse tali da sorprendere e addolorare il cuore del papa; altre imponevano di riconoscere re di Napoli Giuseppe fratello dell’imperatore dei francesi: con altre avvisavasi che il cardinal Fesch sarebbe tra non molto richiamato a Parigi, per esercitarvi l’importante ufficio di grande elemosiniere dell’impero e che era in suo luogo accreditato ambasciatore di Francia a Roma il signor d’Alquier. Per avere una preponderanza nelle risoluzioni che prende il pontefice col consiglio del sacro collegio, desiderava per ultimo Napoleone, che una terza parte dei cardinali dovesse appartenere alla Francia. La magnanimità istessa, che ammirò il mondo nelle risposte date all’imperatore e al suo ministro Talleyrand dal cardinal Caprara apparve splendidamente nelle modeste opposizioni e nelle energiche difese fatte dal santo padre.
V. Grave sotto molti rapporti potea dirsi per la santa sede la domanda di riconoscere Giuseppe Bonaparte re di Napoli. Avea Ferdinando IV non poche cose fatte a beneficio di Roma: avea la città eterna a nome del successore di san Pietro presidiata: aveala a Pio VII restituita, molti segni di benevolenza, di filiale devozione a lui addimostrando. A queste considerazioni aggiungevano forza i rapporti esistenti frà la santa sede e quella corona. A nome del pontefice rispondeva Consalvi che, prima di procedere a qualsiasi riconoscimento, era mestieri ammettere i diritti di Roma: che dessi furono costantemente rispettati anche da coloro che tennero quel reame in forza della conquista. Rispondevasi da Parigi che Napoleone nel salire il trono non ereditava unicamente i diritti della terza dinastia francese, la cui sovranità estendevasi appena alla metà dei suoi attuali domini, ma bensì quelli degli imperatori francesi. Non potea pertanto darsi a credere aver Carlo magno ricevuta dalla santa sede la investitura del regno: aggiungevasi che ove la ricognizione del re di Napoli non avesse luogo, non avrebbe del pari la Francia la temporale autorità del papa riconosciuta. Intanto dal nuovo {{Pt|amba-|}}<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — I||12}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|184|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|line|saline}} di Corneto e le sollecitudini del principe ottennero l’esito desiderato. Tanto si compiacque di questa opera di pubblica utilità Pio VII che la volle ricordata nella medaglia commemorativa del sesto anno del suo pontificato con l’epigrafe - ''Salinae Varquin. Institutae'' -. L’enormi spese, alle quali si va incontro nella solenne canonizzazione dei beati, le persecuzioni che sino dalla fine del secolo ora con maggiore, ora con minore intensità rinnovaronsi a danno di santa chiesa, avevano impedito a Clemente XIV e a Pio VI di procedere ad una solennità che può dirsi la più imponente e sublime fra le moltissime che veggonsi in Roma. Comprendeva chiaramente il papa che le vittorie napoleoniche non doveano riuscir propizie alla santa sede: sentiva ogni giorno rinnovarsi dal gabinetto delle Tuileries domande, alle quali non eragli dato di condiscendere e ben prevedeva che da un momento all’altro poteva essergli troncata ogni più lieve speranza. Forse pochi mesi ci rimangono ancora, ei diceva per il libero esercizio di nostra apostolica autorità: finchè siamo sulla sede di Pietro, alla quale ha Iddio immancabilmente promessa la sua divina assistenza, affrettiamo la celebrazione di una solennità, che può e deve ridestare lo zelo nel cuore dei cattolici. Disposto a superare ogni ostàcolo, rinunciava sino dalle prime ai particolari emolumenti e ai diritti a lui competenti e disponeva che nel periodo di dieci anni sarebbero dal pubblico erario soddisfatte le spese. Ordinava in pari tempo, che non fossero risparmiate cure perchè a questa solennità nulla mancasse della sua ordinaria magnificenza: {{Pt|deside-|}}
<ref follow="p183">che riunivasi sull’Esquilino nella chiesa dedicata a san Luca in vicinanza della Basilica Liberiana. Girolamo Muziano pittore di altissima rinomanza accrebbe lustro e splendore a questa istituzione favorita da Gregorio XIII. Protetta da Sisto V prosperò ed ebbe stanza nella chiesa di s Martina, ove esiste al presente. Essa ha conservato a Roma il palladio delle arti. L’abito cavalleresco che assumono i presidenti è di panno nero filettato bianco. Una testa di moro bendato, che allude allo stemma della famiglia Chiaramonti, è po sto nel centro della croce formata da quattro raggi.</ref><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO IV|199}}</noinclude>{{Pt|stanti|costanti}} in così grave pericolo e a sostenere le tribolazioni, delle quali erano minacciati. La forza istessa che quelli traduceva in Napoli, imponea ai cardinali Giuseppe e Antonio Doria, Somaglia, Roverella, Valenti, Carandini, Braschi, Scotti, Litta, Dugnani, Galeffi, Casoni di lasciar Roma fra tre ore e restituirsi alle loro città formanti l'italico regno. Così negavasi al santo padre il sussidio di uomini, dei quali avea supremo bisogno in tante angustie; così toglievansi alle antiche abitudini uomini che aveano consumata la vita nell’esercizio dei propri doveri, fedeli consiglieri del supremo pastore, a cui Iddio ha commessa la cura del cattolico gregge. Al cardinal Doria sostituivasi pertanto pro-segretario di stato il cardinal Gabrielli, che entrava nel ministero li ventisette marzo 1808. Pochi giorni erano decorsi da questo atto quando osarono alcuni soldati francesi funestare di loro presenza la tranquilla stanza di Pio. Un, distaccamento militare presentavasi al quirinale. Gli svizzeri che erano di guardia opponevansi: permettevano solo all'ufficiale l'ingresso. Questi che parve soddisfatto e ordinava di fare alto ai soldati, era entrato appena, quando ad un suo cenno slanciavasi la truppa, gente ardita e belligerante contro la guardia, mettendogli le baionette al petto. Dopo questo attentato, recavansi sul luogo dove era la milizia capitolina, ne atterravano le porte, toglievano le carabine: faceano altrettanto e più nel quartiere delle guardie nobili: invasi gl’intimi penetrali, al capitano degli svizzeri ordinavano dipendere dagli ordini del generale francese: animosamente rifiutavasi questi dall’ubbidire: era condotto agli arresti: faceasi eguale intimo ai soldati delle finanze: gli ufficiali che rimasero fedeli furono tradotti in castello. Intanto distaccamenti francesi giravano per la città, arrestando, trascinando al forte s. Angelo quante guardie nobili e ufficiali pontifici incontravano per via. Non mancava il cardinal Gabrielli d’informare i ministri esteri dei nuovi attentati: domandava a Le Febvre la dimissione dal forte delle guardie imprigionate contro ogni diritto: faceasi però a dichiarare che il papa, nell’avvilimento in cui era ridotta l'apostolica autorità, avrebbe opposto alle<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|200|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>contumelie, agli oltraggi la mansuetudine e la pazienza, sicuro che le umiliazioni sarebbero tornate a gloria della religione cattolica e di Roma. Si dolsero i sudditi e più il papa dell’arresto del prelato Guidobono Cavalchini governatore della città, che sotto l'incredibile accusa dell'essersi rifiutato dall'amministrare la giustizia, videsi tradotto a Fenestrelle, fortezza posta alle fauci delle alpi, fondata a difesa d'Italia, divenuta famosa per i personaggi di alto nome ch'ivi furono sostenuti. Questi, prima di allontanarsi, ottenne di scrivere al santo padre lettera che venne pubblicata e letta con universale interesse. Arse di sdegno Miollis e la sua polizia sequestrò quanti esemplari gli giunsero in mano; se ne abbruciarono oltre a due cento. Il papa, cui non rimaneva più in cuore speranza alcuna di pace, vide allontanarsi da Roma il signor Le-Febvre, uomo che avea scritto sempre a Parigi con leale fermezza e sempre usate col papa rispettose parole. Gli oltraggi portati alla sovranità, le usurpazioni che si succedevano ogni giorno formarono oggetto di note agli ambasciatori residenti in Roma, che non mancarono di circondarlo di cure. Miollis esaurite che ebbe le persuasive, abusò della forza: radunava le truppe, le incorporava alla armata di Francia e arrigandole con superbe parole dicea loro; che l'imperatore e re li assicurava che non più i preti li avrebbero comandati, ma valorosi uomini che aveano dato buon conto di loro sopra i campi di guerra. Questo insulto provocò da parte del pontefice un editto, per i quale dichiaravasi, che la nappa distintiva dei soldati rimastigli fedeli, sarebbe bianca e gialla: che avea protestato contro l'imperiale governo quando vide quasi intieramente occupato il patrimonio di santa chiesa: che egli sollevava la voce perchè sapessero i sudditi che non cedeva che alla forza maggiore. Contrariate le autorità francesi da questi atti di coraggio, si rivolsero .contro le persone che circondavano il santo padre. Uomini in armi violarono il domicilio del cardinal Gabrielli che aveasi stanza nel quirinale: di partire fra due giorni per il suo vescovato di Sinigallia ordinavangli; alle sue carte che i più alti<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO IV|213}}</noinclude>{{Pt|tissimo|moltissimo}} rimaneva a conchiudersi per conforto dei buoni, per terrore dei malvagi. Chiedeva Pacca istruzioni al papa intorno alla scommunica: esitava il pontefice, cui pareano troppo gravi le frasi adoperate contro il governo di Francia. Stringevano i casi, non era più tempo dì dubitare. Sollevava gli occhi in alto pregando e dopo breve silenzio ordinava al cardinale di promulgarla. Aveva pronunciato appena la tremenda parola, quando sollecito dei pericolo al quale esponevasi l’uomo coraggioso e fedele ch’esser doveva l’esecutore dei suoi ordini diceagli: badi a quel che fa: sovrastargli estremo pericolo: saremmo noi inconsolabili se fosse egli sorpreso. Risposegli il cardinale avrebbe Iddio favorita l’impresa affidata all’amore e al coraggio di sicura persona, di fede provata, di animo determinato e alla sede apostolica, e alla sua augusta persona sinceramente devoto. Il pontefice, il generale Miollis, Roma intera sbalordirono all’apparire del giorno del modo straordinario e meglio diremmo prodigioso, onde la notte del dieci luglio in mezzo a mille pericoli, videsi affissa la bolla alle porte della basilica lateranense, vaticana, liberiana e nei luoghi consueti della città.
XXVIII. Raddoppiaronsi dal papa dopo questo atto solenne le precauzioni nel palazzo del quirinale, custodito dalla guardia svizzera. Avea egli usato delle armi spirituali. La bolla era stata coraggiosamente affissa alla porta delle maggiori basiliche non nella oscurità della notte, ma nelle ore del vespero, prima del tramonto del sole, fra la gente recantesi a visitare quelle chiese. La polizia, la consulta di stato posero in opera ogni arte, ma inutili riuscirono le inquisizioni e le inchieste. Dio aveva protetti gli animosi esecutori dei voleri sovrani, Con la rapidità del baleno corse l’annunzio per Roma della bolla emanata dal papa. Vidersi perciò gli abitanti di questa grande città o astenersi dall’esercizio dei loro impieghi nelle pubbliche amministrazioni, o diriggersi al quirinale per domandare le norme, alle quali doveano attenersi, determinati a qualunque sacrificio anzi che incorrere nelle censure fulminate contro il nuovo governo. Inviavasi pertanto alla sacra<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|224|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|vicinarsi|avvicinarsi}} al santo padre: vietavasi ai monaci: escludevansi quanti mossero a visitarlo. Impiegati di polizia prestavano al papa la loro assistenza, stavangli sempre d'appresso. Tenne il letto istesso, e la stanza dieci anni prima occupata dal suo antecessore. Sedeasi mesto e pensoso quando si annunciò l’arrivo di un ciamberlano venuto a fare omaggio, ad offrir servitù al papa da parte di Elisa Baciocchi sorella dell'imperatore: accogliealo Pio VII che estenuato di forze, dolente per lo strazio sofferto in brevi parole rendea grazie alla principessa. Faceasi intanto sperare che avrebbe il papa ivi passata tranquillamente la notte e il dì susseguente, ma erano appena decorse tre o quattro ora quando diedesi l'ordine della partenza. Vietavasi al cardinal Pacca il seguirlo, ma riceveva parola che in Alessandria lo avrebbe raggiunto. Tenne il papa la via di Genova, seguito dai prelati Doria e Soglia, dal cameriere Moiraghi, scortato dalla gendarmeria e dal general Mariotti sostituito a Radet<ref>Nel momento in cui aveva Pio VII benedetta la moltitudine pregò un di coloro che erano ancor genuflessi di portargli un poco di acqua. Sorsero tutti ad un tratto: i cavalli della carrozza del papa furono trattenuti: molti si posero in atto minaccioso innanzi i gendermi: corsero altri nelle vicine capanne a raccogliere frutti e rifreschi di ogni maniera per farne omaggio al santo padre, che piangendo di tenerezza ringraziava. Da me, da me, da me ancora: erano le voci pronunciate da coloro che offrivano al papa i loro doni. Da tutti, rispondeva egli commosso a tante prove di amore e di simpatia.</ref>. Partiva per Alessandria accompagnato da due gendarmi il cardinal Pacca col suo nepote. Era volere del governo che il papa fosse condotto in Francia: traversando la riviera di Genova, toccava già Chiaveri, ove fu ricevuto cortesemente nel palazzo del duca Grimaldi quando il general Monteclis, che era in quei luoghi pensando alla difficoltà della strada, allo stato di debolezza, in cui trovavasi il santo padre e più ai movimenti che per la riviera andavansi manifestandosi decise di tener la via di Alessandria per quindi diriggerlo al Mon-cenisio. Istruiti i popoli del suo<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|20|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>avea il popolo di Roma un sacro diritto su quanti sono monumenti che riveggono la luce del giorno: e un prodotto intrinsecamente annesso al classico suolo di Roma, è il retaggio ottenuto dalle vittorie del popolo re. Non possono i cittadini pertanto, non può l’istesso sovrano alienare tanta dovizia di arte. Ho pagato, aggiungea Napoleone, quattordici milioni le statue di Borghese. Alla domanda se poteasi con poca somma ottener molto negli scavi da praticarsi, rispondea affermativamente Canova<ref>Si parlò della statua colossale di Napoleone commessa allo scultore di Possagno. Dispiacquegli di sapere che dessa era ignuda. E perchè, dicea, non potrà essere ignuda anche la mia statua colossale a cavallo? Rispondeagli che dovea questa essere modellata nel costume eroico. Tali sono quelle degli antichi re della Francia; tale, o signora, volgendosi all’imperatrice, è quella di Giuseppe II in Vienna. Il nome dei vecchi re francesi e del fratello dell’avo di Maria Luisa sulle labbra di Napoleone chiamò un’altra volta il sorriso.</ref>. E quando il giorno quindici ottobre fu l'artista ammesso di nuovo all'imperiale presenza, questi faceasi a domandargli qual fosse l’aria di Roma e se era anche insalubre nei tempi antichi. Citavasi Tacito, dicevasi che i soldati di Vitellio caddero infermi, perchè dormirono all'aria aperta sul vaticano: non seppero però l'imperatore e l'artista riscontrare sul libro il passo<ref>Più tardi Antonio Canova, ritornato in sua casa, prese a studiare sull'opera di Tacito: rinvenne il passo e si diede il grazioso pensiero di mandare il libro all'imperatore « ne salutis quidem cura; infamibus vaticanii locis magna pars tetendit: unde crebrae in vulgus mortes.» Tacit, Hist. lib. 2. cap. 93.</ref>. Profittava di quell’incidente Canova destramente per dirgli, che pesavano su Roma sventure di gran lunga maggiori. Ha perduto il sovrano, quaranta principi di santa chiesà furono allontanati da essa: i ministri delle potenze cattoliche, oltre duecento prelati e moltissimi ecclesiastici esularono dalla città. Sire, la vostra gloria mi permetta parlarvi liberamente. Roma un giorno ricca e potente, geme oggi nella miseria. Diceagli l’invincibile soldato, che avea un grande impero, sessanta {{Pt|milio-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO V|21}}</noinclude>{{Pt|ni|milioni}} di sudditi e che disponea di novecento mila baionette: noi faremo Roma la capitale della Italia e vi aggiungeremo Napoli. Che ne dite? Ne sareste contento? Le arti potrebbero ricondurvi la prosperità. Canova, nel cui animo altamente era impresso il principio religioso: ah sire! diceagli, i lavori dei romani portano tutti l’impronta della religione: questa salutare influenza ha salvata l’Italia e Roma dalla rovina: tutte le religioni sono benefattrici delle arti, ma la più splendida loro proteggitrice è la vera religione, la nostra religione cattolica romana. Di una cappella, di una croce si contentano i protestanti: essi non porgono la occasione di eseguire i pregevoli capo lavori, dei quali noi siamo ricchi. Era Canova interrotto da Napoleone, che rivolto alla imperatrice esclamava: Egli ha ragione; i protestanti niente hanno di bello: un’altra seduta accordava Maria Luisa al Fidia dei tempi, che mentre ritraeva le sue sembianze, assumendo da se stesso una missione di pace, senza essere interrogato, mostrandosi tutto intento all’opera sua, osava all’imperatore parlare di Pio VII. Forse imprudenti potrebbero giudicarsi le sue parole, ma tacque Napoleone e prestò attento l’orecchio all’artista, che senza desistere dal suo lavoro, parlando il dolcissimo accento veneziano, diceagli sommessamente: ma, sire, perchè la maestà vostra non si riconcilia in qualche modo col papa? L’imperatrice guardava Canova con meraviglia, mista ad un’interna soddisfazione: rispondeagli il potente monarca: perche i preti, o signore, vogliono comandare da per tutto. Ah! se ai papi, replicava Canova, non mancava l’ardire, terrebbero essi il dominio d’Italia! Voi, giunto all’apice della grandezza, non permettete, o sire, che i nostri mali si accrescano. Se Roma non è da voi sostenuta, tornerà essa quale era quando i pontefici dimoravano in Avignone. Molti sono gli aquedotti in quella immensa città, moltissime le fontane: eppure queste si disseccarono, quelli si ruppero, divenne Roma un deserto, bevvero i cittadini le acque limacciose del tevere. Queste osservazioni, che dalla storia son confermate, fecero un’impressione sull’animo imperiale profonda in modo da fargli esclamare con forza: ma {{Pt|per-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|24|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>più tardi dalla voce de’ suoi adulatori, abbandonava i sani propositi per ritornare alle antiche esigenze. Ma altre e più nobili prove di coraggio dava Emery. Senza lasciarsi imporre dall’esterno apparato di grandezza, della quale in quella occasione circondavasi l’imperatore dei francesi, senza temere la presenza del più formidabile dei Cesari, dei consiglieri, dei grandi dignitarî dell’impero, che avea chiamati, perchè quell’assemblea riuscisse al cospetto del pubblico imponente e maestosa, parlò parole di verità con quel coraggio che può essere ispirato soltanto dal sentimento religioso<ref>Questo dotto ecclesiastico rifiutavasi dall’intervenire all’assemblea. Il cardinale Giuseppe Fesch, cui era ben noto quali e quanti vantaggi poteano attendersi da un consigliere di un merito tanto distinto, spediva in cerca di lui i vescovi Jauffret e de Boulogne. Trovarono nel suo modesto ritiro il sacerdote di san Sulpizio, che secondava la preghiera del cardinale e insieme ad essi recavasi alle Tuilleries.</ref>.
XIII. Atteso due lunghe ore, entrava l’imperatore in mezzo all’adunato consesso, parlava a lungo di se, del papa, dei bisogni religiosi di Francia, domandava i modi di porre un’argine alla piena dei mali, che minacciavano l’impero: il solo il più facile nol voleva. Poichè ebbe cessato dal dire, rivolto all’abate Emery in tanto numero di uomini ragguardevoli per dignità ecclesiastica, domandavagli: che pensate, signore, della autorità del papa? Interpellato direttamente, spiacque al sacerdote di san Sulpizio la deferenza, guardò modestamente i cardinali, i vescovi che gli sedevano al fianco e quasi scusandosi di esporre il primo le sue idee, risposegli: sire, io non posso avere su questo punto opinione diversa da quella che trovasi insegnata nel catechismo dato per vostro comando a tutte le chiese di Francia. Alla domanda che cosa è il papa? si risponde ch’egli è il capo visibile della chiesa, il vicario di Gesù Cristo, a cui tutti i cristiani debbono ubbidienza. Ora può un corpo rimanere senza il suo capo, senza colui, al quale per diritto divino devesi obbedienza? La risposta semplice, ma {{Pt|invin-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO V|25}}</noinclude>{{Pt|cibile|invincibile}} sorprese Napoleone. I vescovi, i consiglieri si agitavano sui loro seggi: proseguiva tranquillamente l’abate: ci s’impone in Francia il dovere di sostenere i quattro articoli della dichiarazione del clero: bisogna, o sire, ricevere la dottrina nella sua integrità: il papa è capo della chiesa, al quale deve sottomettersi docilmente il mondo cattolico: i quattro articoli decretati dall’assemblea, furono dettati non per limitare la papale potenza, ma perchè siagli concesso quello che gli si deve, e qui facevasi a svolgere l’argomento con animo coraggioso, con profondità di dottrina: dichiarava in appresso che se pensavasi di adunare un concilio, gli atti di esso non avrebbero alcun valore, ove il concilio istesso fosse disgiunto dal papa. Altre cose e gravissime aggiungeva il dotto Emery, così che interpellato da Napoleone, se fosse egli di avviso, che annuirebbe il papa ad un messaggio che andasse a proporgli se in caso di rifiuto poteva dopo sei mesi il metropolitano dare l’investitura in suo nome, rispondeagli il coraggioso vegliardo: il papa l’avrebbe negato, perchè il concederlo equivaleva ad annullare il suo diritto d’istituzione. Rivolto allora l’imperatore ai vescovi disse: ah volevasi dunque da voi, che io commettessi un errore, quando m’impegnaste a domandare al papa cosa ch’egli non deve concedermi! Già disponevasi bruscamente a troncar la seduta, quando fissando lo sguardo sovra uno dei vescovi, che stavasi pensieroso, fecesi a domandargli se tutto quello che rispondeagli Emery intorno alla definizione tratta dal catechismo che tanto avealo colpito, era vero. All’affermativa risposta sorse in piedi e si dispose ad abbandonare la sala. Temeano i vescovi che fosse l’imperatore offeso dalle libere parole del vecchio teologo e studiavansi di scusarlo come uomo aggravato dagli anni. Voi vingannate, rispondeva l’imperatore: Emery è un uomo assennato: è un rispettabile ecclesiastico, che possiede la sua questione e dottamente la svolge. E così che io amo che mi si parli. Siano pure discordi i nostri pareri: in questa sala, signori, deve ognuno professare liberamente la sua opinione. Verità sublime che dovrebbero i monarchi scolpire profondamente nell’animo. Usciva l’imperatore dall’{{Pt|assem-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|26|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|blea|assemblea}} e passando innanzi all’abate superiore di San Sulpizio, mostrava al modesto vecchio con la cortesia del saluto quanta in lui fosse affezione e rispetto<ref>Deve il cardinal Fesch ai di lui consigli se non accettò l’arcivescovato di Parigi, che offrivagli l’imperatore: rifiuto che fruttò al porporato gli encomî di Pio VII Napoleone consultavalo frequentemente. Quando Fesch volle parlare al nepote di materie ecclesiastiche, questi risposegli: tacele: dove mai avete imparato teologia? Ne parlerò io col prete Emery. Solea dire qualche volta: un uomo quale è costui mi porterebbe a fare forse più ancora di quello che io non dovrei.</ref>. Fu grave sventura che quell’uomo in conseguenza della sua età cadente o in sequela delle vive emozioni provate in questa memoranda sessione o per ambedue le ragioni cessasse di vivere dopo brevissima malattia<ref>Monsignor Fournier vescovo di Montpellier assisteva negli estremi momenti questo illustre francese, che rese l’anima a Dio fra le braccia del cardinal Fescb, che ne pianse veramente la perdita. La sera istessa a circolo di corte portava egli la nuova all’imperatore. Risposegli questi «ne sono dolente, ne sono dolentissimo: era un uomo saggio, un ecclesiastico di merito ben distinto. Bisogna onorarne la morte con istraordinarie funebri pompe. Egli sarà deposto nel pantheon». Iddio dispose diversamente per consolazione dei sacerdoti da lui diretti.</ref>.
XIV. Il prigioniero di Savona inerme, guardato a vista, isolato dai suoi, turbava in Parigi i sonni del possente signor della Francia: i bisogni della chiesa crescevano, crescevano gli scandali: reclamavano i popoli i loro pastori, si mormorava, tumultuavasi in alcuni luoghi. Consigliato, stimolato Napoleone dai suoi cortigiani, decideva di convocare nella capitale dell’impero un concilio. A disporlo, con una lettera circolare invitava tutti i vescovi dell’impero francese, quelli del regno d’Italia ad una nazionale assemblea, che dovea celebrarsi a Parigi il giorno dieciassette giugno 1814. Molto speravasi da questo preteso concilio, la cui presidenza diceasi devoluta di diritto al cardinal Fesch come arcivescovo della chiesa più antica e più celebre della Francia, Lione. Prestava egli giuramento di vera {{Pt|ubbidien-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO V|27}}</noinclude>{{Pt|za|ubbidienza}} al romano pontefice: la prestavano i vescovi congregati. Così parole ossequiose velavano tristissimi fatti. Una delle prime operazioni del conciliabolo parigino fu quella di eleggere una deputazione, che dovea recarsi innanzi al santo padre in Savona. Affidavasi questo incarico all’arcivescovo di Tours Luigi Maria di Barral a Stefano Bonsignori vescovo di Faenza nominato dall’imperatore patriarca di Venezia, al vescovo di Treveri Carlo Mannay, a quello di Nantes Giovanni Battista du Voisin. Giunti al cospetto di Pio VII presentarono dessi la lettera dei prelati francesi, dai quali dicevansi autorizzati a portare innanzi al supremo gerarca di santa chiesai voti e le rimostranze della Francia e dell’Italia. Diceasi in quel foglio che erano insieme. congregati in un solo pensiero, in un desiderio, in un voto solo, quello cioè di veder finalmente restituita al mondo la desiderata concordia, alla chiesa la pace. Per dieci giorni consecutivi erano essi ammessi alla presenza del papa: conferivano seco lui sù i mali risultanti dalla vedovanza di tante chiese, dall’agitazione, in cui tante coscienze erano poste. Il principe supremo della cristianità accoglieva le osservazioni e le preghiere dei deputati con una bontà rassegnata: dissero, che il concilio di Francia non avrebbe apportato alcun cambiamento canonico o sull’attual modo d’instituire i vescovi, o sugli altri punti di disciplina generalmente stabiliti, senza l’intesa, l’approvazione è il concorso dell’apostolica sede. Credesi, che giammai abbia Pio VII permessa la libera discussione, prevedendo in cuor suo l’imminente rovina e conoscendo i lacci tesi alla coscienza dei fedeli; fece bensì risplendere la sua pietà profonda, l’amor suo per la chiesa, l’inalterabile sua dolcezza, la sua affabilità interessante. Manifestava egli ai vescovi deputati il desiderio di assicurare il vantaggio della chiesa di Francia, ma libero e non prigioniero, ma circondato dai suoi consiglieri e non solo. Con energiche rimostranze si oppose alla riunione, ne mostrò l’inconvenienza, negò con fermo petto all’episcopato francese i diritti e i privilegi che esclusivamente appartengono alla santa sede. Chiedevano essi, con una spaventevole {{Pt|perti-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|28|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|nacia|pertinacia}}, la istituzione canonica dei vescovi nominati dall’imperatore: volevano in avvenire, se fossero decorsi sei mesi dalla nomina stessa senza la conferma apostolica, doversi questo diritto trasferire al metropolitano, o ad uno dei suffraganei in caso di nomina dell’arcivescovo. Offrivasi al papa il ritorno in Roma a condizione di prestare il giuramento di fedeltà e di obbedienza imposto ai vescovi dal concordato del 1801: diceasi che in caso di rifiuto sarebbe permessa a Pio VII la residenza in Avignone, ove potrebbe esercitare liberamente a giurisdizione spirituale: che in quella città i ministri delle corti cattoliche avrebbero la residenza: promettevansi onori sovrani, trattamento di due milioni. Per ottenere questi benefici doveasi dal papa promettere di non far cosa alle quattro proposizioni del clero gallicano contraria: negl’inisidiosi discorsi dei vescovi deputati lasciavasi travedere la speranza, che il gabinetto delle Tuileries era disposto a discutere altri punti: della erezione in Olanda e in Germania di nuovi vescovadi, della dateria, delle missioni e di quanto è necessario al libero esercizio della pontificia giurisdizione. Dopo lunghe discussioni, dopo l’esame di diversi progetti, cominciavano oramai i deputati a persuadersi che le arti loro non avrebbero espugnata la fortezza di Pio. Raddoppiarono per altro i loro sforzi, proposero nuovi patti, senza ottenere quell’assenso formale, che in qualche modo autorizzar potesse quel preteso concilio e avvalorare le speranze dei nemici di Roma, e del pontefice posto a così duro cimento Ben vide Pio VII quali insidie gli erano tese, e magnanimo per lunghi giorni sostenne le prerogative dell’apostolico seggio<ref name=p28>Scriveva il prelato De Pradt al ministro dei culti, che acconsentiva il pontefice a firmare il primo dei quattro articoli del clero di Francia, che non opponeva se non una debole resistenza agli altri tre, c che reclamava soltanto il diritto di nominare i vescovi subarbicari. Vendica Jauffret la falsità del rapporto, e nelle sue memorie per servire alla storia ecclesiastica del XIX secolo scrive, che Pio VII rifiutò schiettamente di segnare i quattro ar-</ref>. Fedeli a<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|28|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|nacia|pertinacia}}, la istituzione canonica dei vescovi nominati dall’imperatore: volevano in avvenire, se fossero decorsi sei mesi dalla nomina stessa senza la conferma apostolica, doversi questo diritto trasferire al metropolitano, o ad uno dei suffraganei in caso di nomina dell’arcivescovo. Offrivasi al papa il ritorno in Roma a condizione di prestare il giuramento di fedeltà e di obbedienza imposto ai vescovi dal concordato del 1801: diceasi che in caso di rifiuto sarebbe permessa a Pio VII la residenza in Avignone, ove potrebbe esercitare liberamente a giurisdizione spirituale: che in quella città i ministri delle corti cattoliche avrebbero la residenza: promettevansi onori sovrani, trattamento di due milioni. Per ottenere questi benefici doveasi dal papa promettere di non far cosa alle quattro proposizioni del clero gallicano contraria: negl’inisidiosi discorsi dei vescovi deputati lasciavasi travedere la speranza, che il gabinetto delle Tuileries era disposto a discutere altri punti: della erezione in Olanda e in Germania di nuovi vescovadi, della dateria, delle missioni e di quanto è necessario al libero esercizio della pontificia giurisdizione. Dopo lunghe discussioni, dopo l’esame di diversi progetti, cominciavano oramai i deputati a persuadersi che le arti loro non avrebbero espugnata la fortezza di Pio. Raddoppiarono per altro i loro sforzi, proposero nuovi patti, senza ottenere quell’assenso formale, che in qualche modo autorizzar potesse quel preteso concilio e avvalorare le speranze dei nemici di Roma, e del pontefice posto a così duro cimento Ben vide Pio VII quali insidie gli erano tese, e magnanimo per lunghi giorni sostenne le prerogative dell’apostolico seggio<ref name=p28>Scriveva il prelato De Pradt al ministro dei culti, che acconsentiva il pontefice a firmare il primo dei quattro articoli del clero di Francia, che non opponeva se non una debole resistenza agli altri tre, c che reclamava soltanto il diritto di nominare i vescovi subarbicari. Vendica Jauffret la falsità del rapporto, e nelle sue memorie per servire alla storia ecclesiastica del XIX secolo scrive, che Pio VII rifiutò schiettamente di segnare i quattro {{pt|ar-|}}</ref>. Fedeli a<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO V|29}}</noinclude>quanto aveano promesso a Parigi, tormentavano il papa e nelle reiterate udienze, ora si studiavano di spaventarlo col quadro lacrimevole dei mali provocati dalla sua resistenza, ora favellavano di uno scisma sicuro, che avrebbe sconvolta la chiesa, ora andavangli sussurrando all’orecchio, che non eravi tempo a perdere, che l’imperiale volere li richiamava a Parigi. Diffidente Pio VII dei propri lumi, abbandonato a se solo, oppresso, straziato dall’insistenza dei prelati, incerto di quanto accadeva in Francia e in Europa, dopo aver opposta lunga e valida resistenza<ref>Dalle stesse lettere dell’arcivescovo di Tours al ministro dei culti rilevasi che il papa sostenne virilmente la lotta, resistendo ai replicati assalti dei prelati francesi. Risulta da esse quali furono gli argomenti discussi, quali le questioni proposte, quali l’energiche risposte del santo padre. L’istesso arcivescovo ch’era capo della deputazione le pubblicò in un libro impresso a Parigi nel 1814 col titolo — Fragmens rélatifs à Histoire Ecclésiastique des premières années du XIX siècle.</ref>, promise di dar la conferma e la istituzione canonica ai vescovi nominati dall’imperatore, di estendere il concordato dell’anno 1801 alle chiese di Toscana, di Parma e Piacenza, e di aggiungere al concordato istesso la clausola da Napoleone proposta. Questa vittoria conseguita quando minori in essi erano le speranze, fu conseguenza dell’estremo abbattimento di quell’animo vulnerato da tanti affanni. Speravano essi trionfare di lui, ma fu breve la gioja, immediato il riparo. Profittando eglino di quel momento, sotto i suoi occhi posero in iscritto quella promessa, perchè fosse rattificata dal papa: ma esso rifiutavasi dal sottoscriverla. La nota comprendevasi in quattro articoli<ref name="p29">Sua Santità prendendo in considerazione i bisogni e il voto delle chiese di Francia e d’Italia, che le sono stati rappresentati dall’arcivescovo di Tours e dai vescovi di Treveri, di Nantes e di Faenza, e volendo dare a queste chiese una nuova prova della sua paterna affezione ha dichiarato all’arcivescovo e ai vescovi suddetti.</ref>. Preludiava questo {{Pt|tri-|}}
<ref follow="p28">{{pt|ticoli|articoli}}, di rattificare la perdita della sua sovranità e di prestare alcun giuramento alle autorità della Francia.</ref><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO V|31}}</noinclude>maggiore, davansi prove di considerazione sovrana: ad alcuni furono aperte le porte del senato, ad altri quelle del consiglio supremo d’Italia.I buoni temevano, aumentavansi i dubbi nel vedere esclusi da quell’adunanza i pastori, che aveano rifiutato il giuramento al governo. È però ben consolante il riflesso che in mezzo alla corruzione del secolo, la voce della coscienza prevalse nel cuore dei vescovi e la maggior parte di essi si mantenne fedele al proprio dovere. A cento quattro sommava il numero dei padri a questo atto adunati, non dal pontefice, non dal primate della Francia, ma dalla volontà imperiale. Sei cardinali, nove arcivescovi nominati. Erano quarantanove prelati francesi, quarantatre italiani, due tedeschi, uno svizzero. Adunavansi nelle sale dell’arcivescovado: si trasferivano in forma pubblica alla chiesa metropolitana. Di cantici, di preghiere risuonarono le volte del tempio e a tenore del concilio Toledano decretavasi sulle prime che niuno dar si dovesse a dispute oziose, vane e ostinate, che tutto enunciare si dovesse con calma e con gravità in modo, che l’agitazione dei partiti non recasse pregiudizio alla mente: stabilivasi in fine, che niuno avrebbe lasciato Parigi prima della chiusura, ove la lontananza non fosse autorizzata e permessa dai padri. Si domandò individualmente a ciascuno se piaceva loro che si adunasse il concilio. Dubois de Sauzay arcivescovo di Bordeaux rispondea: salva l’obbedienza dovuta al pontefice: Maurizio di Broglio vescavo di Gand, Francesco Giuseppe Hiru vescava di Tournay, Stefano Antonio di Boulogne vescovo di Troies non mostrarono minor coraggio. Memoranda prova di animo virtuoso dava a quella assemblea il vescovo di Chambéry, col proporre di andar tutti ai piedi del trono per reclamare la libertà del supremo gerarca di santa chiesa. Appoggiarono generosamente quella mozione il vescovo di Gerico suffraganeo di Munster e vari vescovi italiani, frà i quali distinguevasi quello di Brescia. E già dalle prime sessioni prevedeva il governo, che i prelati a secondar: le sue mire non erano affatto proclivi. Formaronsi due partiti quello della corte, e quello della religione, ma a gloria dell’Italia e della {{Pt|Fran-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO V|39}}</noinclude>Parlò egli e disse, che la prigionia e i mali da esso sopportati avrebbero fruttato sommo vantaggio alla religione cattolica: pregassero; avessero presente essere la obbedienza uno dei più cari doveri del cristiano. Distendeva quindi le mani in alto, e quasi volesse con bell’atto di amore tutto abbracciare il cattolico mondo, con una voce, che non avea mai tanto alto suonato, benedì al popolo ammutinato che, piangendo e fremendo, cominciò a replicare: non si parte, nor si parte. Un sentimento di timore e di venerazione s’impossessò di tutta la truppa, che prese il partito di ritirarsi, dappoichè ben comprese, sarebbe stata per allora più assai che temeraria, perigliosa impresa l’opporsi all’impeto popolare. Ricomposti gli animi, non dimettevansi i cittadini dalla vigilanza. Essi guardavano accuratamente il palazzo; ne vegliavano le porte; ne custodivano le vie. Fu duopo tentare nuove arti, escogitare nuovi mezzi per obbedire agli ordini di Parigi, senza cimentarsi col popolo. La frode appianò la via, l’audacia condusse a termine l’impresa pericolosa.
XXIII. Cominciava a dirsi per Savona, che il colonnello Lagorse, stretto di amicizia al dottor Porta archiatro del papa, era incorso nella disgrazia sovrana. Egli che aveva il mandato di accompagnarlo segretamente, andava quà e là pel paese procacciandosi attestati da quanti erano o amici o contrari al governo. La fama della incontrata sventura correva attorno, prendeva piede, era creduta, compatita da tutti. Questo sentimento fecesi maggiore quando s’intese, che il principe Borghese il chiamava a Torino, di cui teneva il governo, per comunicargli le disposizioni che l’imperatore avea prese sul di lui conto. Intanto, mentre l’ingegnere generale dei ponti e strade andava disponendo quanto g giudicavasi necessario alla partenza, Lagorse continuava a mendicare attestati di buona coridotta dai cittadini, che il credevano perseguitato, e il voleano giovare di buoni uffici. Rassicurato dall’artificio, presentavasi sull’imbrunire della sera del dì nove giugno per dire al papa, che doveva partire. Sorpreso Pio VII all’annunzio, con l’accento di un rassegnato dolore, {{Pt|rispon-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|50|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>disastrosa la ritirata: camminavano i soldati a ritroso sulle ceneri e a traverso dei macigni ancora fumanti. Lo seguiva un lungo ordine di carri, ove stavansi collocate le ricchezze dei russi: arazzi orientali, preziose stoviglie, suppellettili tolte al Kermelino: insigni trofei, ma troppo misero premio ad impresa di tanta mole! Ogni passo era contrasegnato da un combattimento, ogni combattimento da perdite sanguinose. Gli elementi, la rabbia, la disperazione congiuravano insieme alla distruzione di un’armata poc’anzi florida e bella, di un esercito prode, ma sventurato, che avea ogni giorno segnalato con una vittoria. Andavansi verificandosi i presagi di Pio, e la collera del Signore cominciava a pesare sopra la Francia, che unita all’Italia, vedea perire con la gioventù più animosa le sue speranze più belle. Ovunque passava la truppa appiccavansi incendi: il timore, lo sdegno era alimento alla militare vendetta Le prime file destavano il fuoco: distruggevano le ultime gli edifici, che la fiamma avea risparmiati. Con incredibili stenti trascinavansi le artiglierie, le casse, i bagagli: le provvigioni di guerra mancavano, mancavano le vettovaglie e i foraggi. Veniva meno il coraggio, il freddo, questo potente alleato della Russia, incominciava a pungere uomini non avvezzi a sostenere i rigori del nord. Intanto continuavano i cosacchi la loro opera di distruzione: inquietavano, intercettavano, manomettevano. A cielo aperto, in case o fumanti o vuote di abitatori, in terre abbandonate, fra i disastri del verno, nella penuria di foraggi e di viveri e col timore del nemico, che l’incalzava alle spalle, procedeva l’esercito, che ad ogni passo perdea uomini, cavalli e cannoni.
III. Era il dì sette novembre: trovavasi il centro della grande armata nelle vicinanze di Dorogobus quando all’improvviso si addensarono le nubi, si scatenarono i venti, cadde turbinosa la neve, pungente, insoffribile divenne il freddo. Avvilironsi i soldati, perderono la loro attitudine guerriera, divennero sordi al comando. Parve, tremendo a dirsi, l’esercito intero una massa confusa di uomini famelici, assiderati. Altri abbattuti dai turbini,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|226||}}</noinclude>''promuove il bene della religione. A sua domanda sono ristabilite le figlie di san Vincenzo di Paoli, aumentata la dotazione delle parrocchie, restituita ai vescovi la libertà d’azione nei giudizi spirituali e disciplinari. Provvede alla gioventù destinata al culto: tratta degli affari germanici: tiene concistoro a Parigi: visita la chiesa di s.Germano. Roma non ha notizie del papa: è inondata dal tevere. Sostiene al fonte battesimale Carlo Luigi secondogenito di Luigi Bonaparte. Si crede che voglia l’imperatore ritenere il papa a Parigi: energica risposta di Pio VII. Napoleone prima di diriggersi a Milano, ne permette la partenza. Accoglienze fatte al papa in Francia e in Italia. Ha in Torino un colloquio con Napoleone. In Parma lo altendono diversi cardinali. Visita il monistero dei cassinesi e si trattiene familiarmente con essi. Entra in Toscana, ove riceve le ritrattazioni di monsignor Ricci. Muove per Arezzo, giunge a Perugia festeggiato da tutti; rientra in Roma: prega innanzi al sepolcro del principe degli apostoli. Ricorda in concistoro le prove di simpatia ottenute e i vantaggî religiosi recati alla Francia. Napoleone invia doni e n’è ricambiato. Si variano le condizioni d’Italia. L’imperatore cinge in Milano la corona ferrea. Và monsignor della Genga a Ratisbona. Chiedesi l’annullamento del matrimonio di Girolamo Bonaparte. Pio si rifiuta: disqusti fra l’ambasciatore francese e il segretario di stato. Una banda di ladroni infesta le provincie di marittima e campagna. In Roma si risarciscono varî monumenti e si provvede alla pubblica morale.''
{{Centrato|{{xx-larger|LIBRO IV.}}}}
''Napoleone vince gli austriaci in Ulma: le truppe francesi, retrocedendo da Napoli, lasciano libere le piazze del regno e marciando sull’Adige, invadono il porto e la fortezza di Ancona. Scrive Pio VII all’imperatore, che gli risponde dopo la battaglia di Austerlitz e la pace di Presburgo. Giungono nuove lettere da Monaco di Baviera. Diffida Napoleone di Consalvi e fa sentire nuove minaccie, alle quali replica''<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|||227}}</noinclude>''il pontefice. Si domanda l’espulsione da Roma di quanti sono in guerra con la Francia. Il papa, consultati i cardinali, invia le sue risposte col mezzo del legato a latere in Francia. Giuseppe Bonaparte và al conquisto di Napoli; le truppe da lui condotte traversano lo stato pontificio. L’enormi spese sostenute dal governo autorizzano nuove imposte. Al cardinal Fesch ambasciatore è sostituito Alquier. Vuole Napoleone che la terza parte del sacro collegio appartenga alla Francia. Ragioni addotte dalla santa sede intorno al riconoscere Giuseppe re di Napoli. Condotta tenuta da Alquier in Roma. Benevento è donato a Talleyrand e Pontecorvo a Bernadotte. Il cardinal Casoni viene sostituito a Consalvi. Muore il cardinal duca di Yorck, Eugenio vice-rè d’Italia invia al papa lettera ricevuta da Napoleone intorno alle vertenze romane. Champagny nuovo ministro degli esteri in Francia rifiuta Litta negoziatore a Parigi e domanda De Bayane, a cui si associa monsignor Della Genga. A Napoleone venuto a Milano, per cinger la corona di ferro, invia Pio VII i cardinali Caselli e Oppizzoni. Le truppe francesi che sotto il comando di Miollis dicevansi destinate per Napoli, occupano Roma. Il papa si rinchiude nel palazzo del quirinale e invia nota ai ministri esteri presso la santa sede. Il cardinal Doria viene sostituito al cardinal Casoni nella carica di segretario di stato. Danno i romani sublimi prove di attaccamento al pontefice; Miollis, per la partenza dell’ambasciatore di Francia, assume la polizia del paese e unisce alle francesi le truppe pontificie. Al Doria segretario di stato è sostituito il cardinal Gabrielli Si procede all’arresio di monsignor Cavalchini governatore di Roma. Le provincie di Urbino, Pesaro, Ancona, Macerata e Camerino unite al regno Italico. Il cardinal Gabrielli che emette le sue proteste, è arrestato: altri incontrano la stessa sorte, altri sono deportati. Il papa solennemente protesta con l’allocuzione'' Nova vulnera. ''Giuseppe Napoleone è dichiarato re di Spagna e Gioacchino Murat re di Napoli. In mezzo alle amarezze provvede Pio VII come può agli affari della chiesa, dichiara venerabile la regina di Sardegna Maria Clotilde e nomina segretario di stato il cardinal {{Pt|Barto-|}}''<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VI|53}}</noinclude>{{Pt|sapprovasse|disapprovasse}} il papa con un breve la condotta dei cardinali, che ricusaronsi dall’assistere alla ceremonia del matrimonio di Napoleone con l’austriaca arciduchessa Maria Luisa. Premio della concordia promettevasi l’immediato ritorno dei cardinali detenuti in varie città della Francia: esclusi dal perdono, ed impediti dal ritorno Pacca è di Pietro. Negoziatori con De Voisin inviavansi i vescovi di Treviri, di Eureux, i cardinali Doria, Dugnani, Ruffo, De Bajane, e l’arcivescovo Bertazzoli, che ebbero stanza nell’imperiale castello. Si cercò in tal modo di espugnare nelle conferenze la costanza di Pio, e di disporlo ai sacrifici, che imponevagli l’inflessibile imperatore. Cominciavasi dal rappresentargli lo stato lacrimevole della santa sede; parlavano di Roma quasi interamente spogliata del venerando suo clero: parlavano delle cattedre vescovili vedove da molti anni dei loro pastori: facévasi dagli accorti discorsi travedere possibile lo scioglimento di quei legami, che tutte le chiese, come al suo centro, congiungono alla chiesa romana. Per fare nell’animo del pontefice impressione maggiore rammentavano la dura prigionia di tanti cardinali, di tanti prelati, di tanti sudditi affezionati all’apostolica sede. Dipingevano essi con parole commoventi l’aspra condizione di rispettabili personaggi tradotti da città in città, da prigione in prigione e aggiungevano che a tanti mali unico rimaneva rimedio: la riconciliazione fra loro. Le insidiose parole agitavano l’animo del pontefice estremamente indebolito dalle sostenute sciagure. Napoleone, cui era ben noto come fosse grande il numero dei cattolici in Francia, maggiore assai di quello che comunemente credevasi, volea ad ogni costo abbattere la fermezza di Pio: volea una riconciliazione se non vera, almeno apparente. Sperò che un sistema di dolcezza avrebbe strappato dal suo labbro quelle concessioni, che la violenza non aveva ottenute, e di tutti i mezzi si valse; dei quali poteva disporre. Tanta sagacia, tante arti prevalsero finalmente. Quando i prelati francesi si avvidero che il papa opponea debole resistenza ai loro assalti, alle loro noiose insistenze cessarono dal tormentarlo,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VI|55}}</noinclude>{{Pt|tissimo|moltissimo}} in Francia di questo colloquio. Narravasi, che nell’impeto dell’ira, trascorse Napoleone ad atti indegni di sua grandezza<ref>Corse per la Francia, e per l’Italia un opuscolo, che si disse dettato dal Visconte di Chateaubriand col titolo «''Bonaparte e i Borboni''» nel quale si asserisce aver Napoleone in un impeto di sdegno afferrato il papa per i capelli, e di averlo ingiuriato villanamente. È a sperarsi che non debba registrarsi anche questa fra le amarezze durate dal venerando pontefice: ce ne convince la civiltà dei tempi, ia mansuetudine ‘di Pio, la gentilezza della nazione.</ref>, ma nol consente il rispetto, e non lo conferma la storia, dappoichè: a Pio VII, tornato al governo della chiesa e dei suoi stati, domandavasi in Roma se doveasi prestar fede alla fama, che narrò il fatto, e Pio dichiarò mendace quel grido. Ma se Napoleone non trascorse a fatti iniqui, non risparmiò a parole e ad insulti: prese un tuono autorevole con l’augusto suo prigioniero, e osò chiamare il padre dei credenti uomo non abbastanza versato nella scienza dei canoni. Non rispose Pio all’insulto dell’uomo di guerra e nella mansuetudine del suo carattere, calmatevi, dissegli, con accento amorevole, calmatevi, o sire. Libero in Roma, prigioniero in Savona, ospite a Fontainebleau sento il dovere di porre in opra ogni mezzo per serbare illesa l’unità della chiesa, l’indipendenza della santa sede. Sono nelle vostre mani, fate di me ciò che vi aggrada, mi troverete voi irremovibile nell’adempimento dei miei doveri. L’apostolica semplicità, la fortezza d’animo mostrata dal papa scossero Napoleone, che nell’altontanarsi da lui, eragli largo di encomî, e non dubitava dirgli, che nel suo caso non avrebbe egli diversamente operato. Lontano però dal rinunciare ai suoi propositi, abbandonava ad altri il grave incarico di combattere la costanza di Pio.
VI. E non mancarongli abili ed energici negoziatori, che avendo assicurato il loro appoggio al governo, spiavano il momento opportuno a serbar la promessa. Vinsero le insistenze. Quello che l’animo generoso del pontefice avea<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VI|63}}</noinclude>{{Pt|gli|aveagli}} strappate dal labbro. Dalla discussione di queste due opinioni una terza ne scorse sostenuta da Roverella, da Doria e da Monsignor Bertazzoli. Essi accostandosi al parere di quelli, che gli articoli del concordato dichiararono contrari alla ecclesiastica disciplina, dannosi ai diritti della santa sede, ingiuriosi al pontefice, proponevano riaprire le trattative, non per venirne a capo, ma per attender consiglio dalle circostanze e dal tempo. Agevole, dicevano essi, il troncare le conferenze, facile il trovare pretesti per annullare quell’atto solenne di cui vedevano andare Napoleone più superbo che delle vinte battaglie. La loro opinione non prevalse si perchè giudicata poco leale e indecoroso al loro sacro carattere il dimenticare che, conseguenza immediata di quell’atto, alcuni fra essi erano liberi usciti dal carcere, molti richiamati dal lungo esilio, tutti vicini al papa. Alla prudenza dei padri parve impossibile l’ottenere, che i plenipotenziari dell’imperatore volessero pure una volta portare ad esame basi fondamentali discusse, stabilite, sanzionate dalla sottoscrizione dell’imperatore e del papa. Parlò energicamente Pacca, parlò con coraggio e con eloquenza meravigliosa Consalvi. Uomini generosi, che aveano resi eminenti servigi al pontefice, dimostrarono, che le clausule volute dagli uni non avrebbero mai corretti articoli essenzialmente contrari alla disciplina della chiesa, e al decoro della sarita sede. Provarono ad evidenza non ammissibile la opinione dei pochi che cercavano consiglio dal tempo: avvenga che non era isfuggito alla loro intelligenza, che questo andavasi migliorando, che Napoleone, abbattuto dai disastri di guerra, avea spiegato un tuono meno severo, una volontà che cedeva all’impero delle circostanze: pur non piegavasi al partito di lasciar sussistere certi patti e tali condizioni, che nel progresso dell’età avrebbero facilmente creati imbarazzi alla santa sede. Imperocchè in qualunque controversia potesse in seguito verificarsi, egli è certo, che il trattato di Fontainebleau non contradetto, non annullato, reslavasi come un’arma in mano ai sovrani, che ricordando quello che dal papa erasi concesso all’imperatore,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VI|65}}</noinclude>nel compiere questo grande atto d’interesse religioso. Voleasi sulle prime, che un foglio sottoscritto dal papa dichiarasse nulli e di nessun valore gli articoli del concordato, che questa risoluzione fosse manifestata a voce al sacro collegio, al pubblico per note scritte. Non prevalse questo consiglio, dappoichè i padri dissero, che alla lealtà, alla buona fede, la quale deve primeggiare in tatti i rapporti che la santa sede ha con i sovrani cattolici, mal conveniva, senza addurre le cause, senza avviso preventivo, revocare, condannare un atto che per le apposte sottoscrizioni, avea tutte le apparenze di convenzione già stabilita fra il capo della chiesa e l’imperatore dei francesi. Si parlò di una lettera, che il papa poteva scrivere a Napoleone, e questa parve riparazione meno clamorosa e più certa. Alle osservazioni dei cardinali Pignatelli napolitano e Saluzzo piemontese, che l’imperatore ferito nell’amor proprio, contradetto nei suoi progetti, raddoppiando la sorveglianza e il rigore, avrebbe della lettera e della ritrattazione taciuto, rispose il senno di Consalvi e di Litta, i quali proposero dovere il papa ai cardinali dimoranti a Fontainebleau partecipare la ritrattazione, leggere la lettera e imporre il dovere di far noto, o tosto o tardi, al mondo cattolico il grande atto operato da Pio. Così, dicevano i padri, può il papa compiere il suo dovere, senza mancare ai riguardi dovuti all’imperatore. Fermi i consigli, si discussero i modi di porli in opera. Consalvi, a cui dai colleghi era confidato il peso di esplorare l’animo del pontefice e disporlo alla revoca, dubitava: ma il papa udito appena che il bene della chiesa, l’onore del pontificato supremo, il voto unanime dei cardinali consultati a tant’uopo domandavano a lui questo sacrificio, facendo tacere nel cuore ogni sentimento di amor proprio, anzi che mostrarsi turbato per il partito imposto dalla prudenza, accolse con gioia il consiglio e ringraziò l’amico cardinale, che parlavagli a nome dei suoi colleghi. Tanta forza ebbe la virtù in quell’animo da farlo superiore ad ogni umano riguardo quando si dispose a compiere con coraggio quella {{Pt|ri-|}}<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — II||5}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|66|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|trattazione|ritrattazione}} giusta necessaria, ma dolorosa. Operando in tal guisa mostrò chiaramente Pio VII esser privilegio delle anime virtuose sorger più grandi della loro istessa caduta.
XII. Doveasi, e ciò era ben arduo, adottare un temperamento, che assicurando l’esito, urtasse meno le suscettibilità napoleoniche: doveasi, per quanto il comportava l’ira dei tempi, salvare il sacro collegio dalla collera imperiale, il cui scoppio prevedevasi formidabile: doveasi, e questo massimamente era in cuore ai cardinali e al pontefice, annullare in modo autentico un atto, il quale col volgere dei tempi potea addursi ad esempio in pregiudizio della sede apostolica. Bello e prudente era il divisamento proposto di scrivere direttamente a Napoleone: avrebbe un atto pubblico ferito in modo sensibile l’orgoglio dell’imperatore che, immemore delle promesse, per solenne ambasciata al senato, per le stampe e segni di molt’allegrezza avea annunciato a tutto l’impero, l’unico e breve trionfo da lui ottenuto sul venerando pontefice. Grandi furono le cautele adoperate nel regolare questo imponente bisogno: minutò la lettera, la lesse ai cardinali, che il visitavano, prese quindi a trascriverla di suo pugno. Ora per timore di esser sorpreso interrompeva il lavoro, ora per soverchia stanchezza. Vedeasi circondato da custodi, che sotto le viste di mostrarsi ossequenti, lo sorvegliavano: sapea che una mano indiscreta apriva gli armadi: che agenti segreti andavano esaminando le carte lasciate su i tavolini nel momento, in cui o celebrava, o ascoltava la messa dell’arcivescovo Bertazzoli: vedeasi per chiari indizî, che la sorveglianza era divenuta più noiosa, e più assidua dopo il ritorno dei cardinali. Era mestieri
pertanto contraporre arte ad arte, e il fece egli con quell’avvedutezza che può essere ispirata soltanto dal desiderio di compiere un santo dovere. Al sopragiungere della sera i cardinali a vicenda assumevano la cura pericolosa di portar seco loro la minuta e la lettera per<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|68|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>non ancora sottoposto al consiglio dei cardinali, non ancora rattificato. Valendosi dell’esempio di Pasquale II, che pentito di una concessione fatta ad Enrico V non dubitò ritrattaria come irrita e nulla; dichiara che alcuni articoli debbono modificarsi, alcuni sono intrinsecamente contrari allo spirito della chiesa, e perciò ineseguibili sotto ogni rapporto: quindi animosamente li rifiuta, quinci per la conclusione di un solido accomodamento all’imperatore con soavi, ma energiche parole fervorosamente si raccomanda.
XIII. Giunse la lettera al suo destino: Napoleone partecipando l’accaduto al consiglio di stato, nell’impeto della collera chiamò il papa ''prete ostinato'', quindi, abbandonandosi ad un fiero risentimento, aggiunse doversi omai disperare degli accordi se non facea saltar la testa a qualche prete di Fontainebleau, intendea i cardinali<ref>Vedi detta opera, part. III, pag. 341.</ref>. Queste le voci moventi da Parigi; più sinistre quelle ripetute sommessamente nelle sale del castello, sussurrate all’orecchio dei familiari. Giunsero esse a destare lo spavento nell’animo del papa e dei porporati che, udite le minacce, più del bene della sede apostolica, che di loro solleciti si dimostrarono. Mentre la prudenza del sacro collegio avvisava al riparo dei mali, che doveano prevedersi, a Parigi varie sentenze agitavansi nel consiglio di stato per paralizzare gli effetti della ritrattazione del papa. Osava perverso consigliere ricordare l’esempio di Arrigo VII per invitarlo a dichiararsi capo della religione nei suoi domini. Rigettata l’iniqua proposta dal buon senso dell’imperatore<ref>''Ce serait'', rispose Napoleone al suo consigliere, ''casser les vitres.''</ref>, prevalse lo scaltro partito di tener segreta la lettera, che comprometteva tanta parte d’interessi e di speranze napoleoniche. Scrittori ligi alla imperiale potenza i vantaggi enumeravano che doveano attendersi da questo atto, che il deputato De Pard {{Pt|chia-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VI|74}}</noinclude>{{Pt|sa|messa}} celebrata dal papa e da monsignor Bertazzoli, e talvolta profittavano di questo incontro per baciargli il piede, fu negato l’ingresso. Si fece anche di più: la santità, la modestia del buon Pio VII non isfuggì all’atticismo francese che, a far mostra di bello spirito, ride delle cose più rispettabili e venerande, e tanto più volentieri acuisce l’ingegno quando trattasi di colpire chi ha conquistato la riverenza e l’amore altrui. Nel recarsi all’udienza del papa diceano i vescovi francesi, desiderosi di salire a qualsiasi prezzo in grazia a chi regna «Andiamo a sentire le storielle di Tivoli, d’Imola e di Cesena.» Aggiungevano malignamente i carcerieri essere il papa indifferente a qualunque bisogno, rifiutarsi persino dall’andare a diporto fuori di castello: diceano, che il capo della cristianità non chiedea libri alla imperiale biblioteca: che attendeva a certe bisogna di rattoppi di vesti, che meglio ai servi, che alla maestà del pontefice convenivano. Ignoravano costoro volere il papa con questi atti umili e lacrimevoli mostrare al mondo cattolico starsi il pontefice massimo, padre dei fedeli, prigioniero in mano ai nemici, che cercavano opprimerlo, spaventarlo, lontano dai suoi più cari, che ne avrebbero interpretati non che i bisogni, i pensieri<ref>Troviamo quest’accusa ripetuta nelle memorie del signore di Savary duca di Rovigo. Tom. VI</ref>. Non chiedea libri alla biblioteca dell’imperatore, ma domandavali al dotto abate Garnier, direttore di san Sulpizio, che inviava al castello le omelie di San Leone, il concilio di Trento, il diritto canonico di Pirrhing. E a noi pure piace ripetere la ragione tutta santa addotta da quel tenero amico di Pio VII che fu il cardinal Pacca, aver cioè il papa un crocifisso, ai piedi del quale, nella solitudine in cui aveanlo ridotto, attingeva ando il coraggio e la sapienza.
XV. Richiamati i vescovi a Parigi, solo i cardinali, e fu ventura, divisero fra loro il piacere di assistere e confortare il pontefice isolato da tutti. L’ufficio di {{Pt|sorve-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|72|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|gliare|sorvegliare}} i prigionieri e il castello era confidato a Lagorse. E a chi piacesse sapere quale fosse il carattere dell’uomo d’armi, che s’ebbe dal sire dei francesi l’incarico di vegliar custode di Pio e fece talvolta desiderare Radet, diremo che, nato a Brives, piccola città del Lemosino, fu religioso dottrinario sotto i Borboni, buon soldato nelia rivoluzione francese, sotto l’impero colonnello della gendarmeria, arma lodata, cui non perviensi in Francia, che per isquisite prove di onoratezza: civile ed urbano nel tratto, devoto a Napoleone sino all’entusiasmo, marito due volte per divorzio, mal celava l’astio suo verso i preti, dacchè vedeali confidenti in Dio e poco disposti a curvarsi innanzi al suo idolo. Le dure condizioni, a cui videsi ridotto il papa, l’incertezza degli avvenimenti, il fondato timore che potevano i cardinali esser confinati nelle province del vasto impero persuasero il santo padre a stabilire con una bolla le regole da osservarsi nei futuro conclave, ove alle tante calamità, che contristavano il mondo cattolico, quella dovesse aggiungersi di veder vedovata la chiesa. Non era sfuggito alla penetrazione del sacro collegio la strana idea manifestata da Bonaparte generale della repubblica nel sottoscrivere il trattato di Tolentino, aver la Francia delle mire sulla elezione del futuro pontefice: potea temersi, che Bonaparte imperatore avrebbe degli antichi re d’Italia, e degl’imperaratori bizantini le vecchie pretenzioni di nomina e di conferma rinnovellate. A facilitare la nuova elezione a varie disposizioni delle antiche costituzioni apostoliche derogavasi, e ai modi di render nulli gli sforzi dei temporanei interessi c la prepotenza degli uomini provvedevasi. Alla compilazione di queste leggi suggerite dalla prudenza, premurosa ed assidua opera prestarono i cardinali Consalvi, Pacca e Mattei. La bolla che dovea provvedere a tanto interesse e salvare la chiesa da supremo pericolo fu cautamente dal papa partecipata al sacro collegio. Dopo questo atto parve Pio rassegnato e tranquillo così che i rigori sempre duri, talvolta puerili contro lui adoperati non giunsero ad alterare l’amabilità del suo<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VI|73}}</noinclude>carattere, la soavità dei suoi modi. Venerato dai francesi, temuto dai napoleonidi, ammirato dai protestanti, rispettato dall’Europa visse prigioniero un anno e mezzo in quel castello, che ricorda tanta parte della istoria di Francia<ref>L’imperiale castello di Fontainebleau distante circa trentacinque miglia da Parigi è un imponente, ma informe aggregato di edifici costruiti in diverse età. Al gusto barbaro del secolo XII e XIII unisce la severità delle linee del secolo XV e dei tempi a noi più vicini. Talvolta l’abitarono i re di Francia, più spesso le loro favorite. Cristina di Svezia nella galleria detta dei cervi condannò a morte e fece uccidere Monaldeschi. In quelle sale si tennero varie negoziazioni politiche, e furono seguati molti trattati di pace. Nacque Enrico III in questo delizioso soggiorno, circondato da folle boscaglie. Ai nostri tempi aggiunse rinomanza al castello la prigionia di Pio VII e l’abdicazione di Napoleone. Volle la provvidenza che in questo luogo rinunziasse all’impero colui che invano osava costringere il papa alla rinunzia dei propri diritti.</ref> e non uscì mai dalle stanze ove, ad ore determinate, visitavanlo i cardinali commossi ed edificati alle pene durate da quel rispettabile e santo vegliardo. Anch’essi i principi di santa chiesa alloggiati in castello, o nelle case dei cittadini vissero vita rassegnata e modesta per non esporre il sovrano a nuove amarezze presso un governo sospettoso, che temea quella che egli chiamava politica dei preti italiani. Cauti i cardinali fuggivano la occasione di farsi vedere in città: affezionati al papa, visitavano ogni giorno il castello, talvolta, per non ispirar diffidenza, incontravansi presso Pignatelli di Napoli, e Scotti di Milano: |’uno per severità di carattere, l’altro per soavità di costumi commendevoli e cari ai colleghi. Convien dire che al sentimento di futura riscossa aprivasi il cuore di Pio, dappoichè leggo che negl’intimi colloqui avuti con Pacca, il papa parlò spesso della compagnia di Gesù con risoluzione tanto ferma, e con tale emozione di affetti da fare presentire a Fontainebleau quello che dovea in Roma verificarsi più tardi.
XVI. Mentre in un angolo della Francia {{Pt|tormenta-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|76|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>ch’egli padre dei fedeli gomea vittima della forza, che i bisogni della chiesa chiedeano il suo ritorno in Roma, che lo volea l’interesse e la pietà dei monarchi cattolici. Consalvi non era uomo da farsi sfuggire la occasione: scrisse Pio di suo pugno all’imperatore austriaco: il giovane conte Tommaso Bernetti di Fermo, quindi governatore di Roma, cardinale, segretario di stato, che stavasi a Fontainebleau a fianco dello zio cardinal Brancadoro, ebbe l’incarico di portare la lettera ad un cavaliere alemanno, Wandervek, alla santa sede sinceramente devoto. Vestito alla foggia di mercadante, recossi questi a Vienna e al nunzio pontificio monsignor Severoli consegnò la lettera del santo padre. Racchiudevasi in quella e la solenne protesta di non aver mai rinunciato ai domini temporali di santa chiesa, e la preghiera all’imperatore di ammettere al congresso di Praga un rappresentante del papa a difesa degli incontrastabili suoi diritti. Eseguì l’inviato con esattezza e fedeltà l’incarico ricevuto: consegnò la lettera, giunsero le risposte pel nunzio, ma tante cure non ebbero effetto, dappoichè i negoziatori delle potenze belligeranti, abbandonando le trattative, mostrarono aver troppo in cuore la guerra per rendere o difficile o impossibile ogni concordia. Aveano i diplomatici appena convenuto del modo, con cui doveasi trattar degli accordi, quando, pei cessati poteri, si ritirarono. Videro le potenze europee, che non era più tempo di rimanersene inoperose e si strinsero tutte in un patto. Napoleone alla dichiarazione di guerra fatta dall’Austria contrapose il decreto di nuova levata di duecento ottanta mila soldati<ref>Moniteur 5 ottobre 1813.</ref>. Non è nostro intento discorrer le vicende della guerra terribile, la quale prostrò le forze dell’uomo che avea imposto il giogo all’Europa, bastandoci di ricordar quello che si annoda all’istoria dei patimenti e dei trionfi di Pio VII. Il fiore della gioventù francese ed italiana bagnò di sangue le nordiche pianure di Lipsia; l’imperatore che avea<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VI|77}}</noinclude>assistito a tante battaglie, che avea nel corso di venti anni trionfato dei suoi nemici, tremò in vedere i monti di cadaveri sacrificati al suo fasto. Nel calore del combattimento i soldati della Sassonia e del Wuttembergh passarono nelle file nemiche: Poniatowscki, dichiarato maresciallo di Francia, per atti di personale valore, perì nel tentare il guado della Mulda, che fra i suoi gorghi travolse gran parte dei combattenti, risparmiati dal ferro degli alleati: Napoleone istesso conservò a stento la vita pel valore dei prodi che lo circondarono e lo difesero a prezzo del proprio sangue. Anzioso di riparare ai disastri sofferti nella Germania e nella Spagna, egli che avea veduto staccata da lui la confederazione del Reno, l’Elvezia divenuta neutrale, cadute in mano alle potenze alleate le piazze dell’Oder, dell’Elba, della Vistola; che vedea in fine cadere a brani la sua potenza, era ritornato a Parigi il di nove novembre per ristorare le perdite, ordinava una leva di trecento mila uomini, formava quattro campi di riserva ad Utrecht, a Metz, a Bordeaux e a Torino: ma era tardi: i nemici minacciavano la frontiera.
XVIII. Pio VII nel silenzio della prigione, in mezzo alle fortune di guerra, che fremeagli d’intorno, pregava la pace, e per quanto eragli dato intendea al bene della chiesa. Amareggiato dalla condotta del cardinale Maury, che imprudentemente avea osato di offenderlo, non seppe contenere lo sdegno allorchè presentavasi a lui Guglielmo Augusto Jaubert, che nominato vescovo di saint Flour ad onta del pontificio divieto, come vicario eletto da quel capitolo amministrava quella diocesi. Usando di un accento, che male accordavasi con la sua abituale bontà dicevagli: chi siete voi? Alla risposta del prelato francese, e con qual diritto, prese a dirgli, governate voi quella diocesi? E possono, aggiungea sospirando, e possono trovarsi uomini di chiesa tanto ignoranti dei propri doveri da violare i canoni da noi ricordati nei brevi che abbiamo diretti a Parigi e a Firenze? E a lui, che non dubitava invocare a propria difesa le consuetudini e le pretensioni della chiesa di Francia rispondea altre {{Pt|gra-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VI|81}}</noinclude>il papa: fido più negli alleati che in lui. Questa risposta, che i diplomatici diranno imprudente, produsse l’effetto del fulmine. Il vescovo sbalordito, paralizzato chiedevagli la spiegazione di ciò, che del resto era chiarissimo. Non conviene a me il darla, nè a voi l’udirla. Tornò due volte il prelato all’assalto, finchè vinto dalla costanza del santo padre, dissegli con parole sommesse, che sarebbe immantinente tornato a Roma; chè così voleva l’imperatore. Mi seguiranno i cardinali, aggiungeva il papa, ma rispondevagli Beaumond: vietarlo alta ragione di stato. Rassegnato il pontefice, se si vuole, disse, trattarmi da semplice religioso, non vi ha bisogno che di una vettura: che mi si appresti: anelo trovarmi in Roma per adempiere i doveri del mio pastoral ministero. L’imperatore sa bene, diceagli il prelato, quanto deve alla maestà del sommo gerarca: avrà scorta onorevole, assistenza di un colonnello. Sorrise amaramente Pio VII, e nel congedarlo conchiuse: non sarà almeno nella mia vettura! In tal modo l’imprudente Beaumond annunciava al supremo gerarca che la persecuzione avea raggiunto il suo termine, che Iddio avea finalmente esauditi i voti di tutto il morido cattolico<ref>Stefano Fallot di Beaumond vescovo di Piacenza, nominato quindi arcivescovo di Bourges, ardente promotore dei progetti napoleonici, al cadere dell’impero sopportò altissime umiliazioni. Vide egli tutto il giornalismo francese scagliarsi contro di lui. Nei giornali istessi che lo avevano diffamato pubblicò egli nel mille ottocento quattordici le sue difese, ma invano. La universale opinione lo aveva condannato. Grave certamente fu la sua colpa, ma ad uomini assennati parvero o ingiuste o troppo animose le accuse.</ref>. Fra le parole pronunciate dal papa, dobbiamo ricordare quelle che un sentimento ineffabile di carità chiamavagli sulle labbra quando al vescovo che congedavasi disse: assicurate l’imperatore che non sono suo nemico: nol potrebbe permettere la religione, nol soffrirebbe il mio cuore. Io amo la Francia.
XX. La storia dolente della prigionia sopportata da<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — II||6}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VII|89}}</noinclude>Ruffière benedicendo ai francesi che lo applaudivano, e su quel volto, solcato dai patimenti, leggevano le conseguenze della lotta terribile durata da cinque anni. Traversò Uzerche, pervenne a Brives-la-Gaillarde, ove udita la messa del Bertazzoli arcivescovo, ammise al bacio dell’anello gli ecclesiastici, tre volte benedì il popolo, accordò indulgenze e spirituali favori. Lagorse, che sino a quel momento avea a tutti i mezzi avvisato di frenare l’entusiasmo dei popoli, e che, dimenticando la gentilezza francese, osò con uno schiaffo respingere duramente nobil signora ansiosa di avvicinarsi al venerando pontefice, vide non essere opportuni i tempi a tanta burbanza, e trascinato dalla opinione, abbassando l’animo altero, pregò ed ottenne dal papa il favore di presentargli i vecchi suoi genitori, venuti da Vivret a fargi omaggio. Amorevolmente li accolse e passò a Cahors, ove due dame, non potendo traversare la folla, vestite da contadine, penetrarono nell’albergo, servirono a tavola il santo padre. Crescea il concorso del popolo, vagavano quà e là i francesi per vederlo, per essere benedetti. Quando la carrozza del papa avvicinavasi a cospicue città, faceasi partire un corriere per avvisarne il passaggio: tanto la pubblica opinione avea l’alterigia del carceriere abbassata! Era un affollarsi di popolo, un correre affannoso, un domandare a vicenda, un attendere con ansietà per offrire all’augusto prigioniero testimonianze di una pietà interessante. In Montauban dicevasi: egli rassomiglia al Signore, che passa benedicendo: ecco il più grand’uomo del secolo: ovunque viva Pio VII: viva il pacificatore della chiesa. Crescea meraviglia in vedere cattolici e protestanti affratellarsi, confondersi insieme per tributare omaggi al capo della chiesa che solo, vecchio, indebolito dal peso degli anni e dai ceppi vinse colui, innanzi alla cui potenza impallidivano i più grandi monarchi d’Europa. Costeggiando le mura di Toulouse, strinse la mano all’arcivescovo venuto ad incontrarlo e benedì alla moltitudine, che lo seguiva. Giunto al di là del Castanet fu forza fermare la carrozza per soddisfare alla devozione del popolo. A due leghe da Carcassonne il<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|96|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>e Morozzo piemontese, che ebbero quindi negli affari la maggiore influenza, lasciò quella città il giorno sedici aprile. Vide Faenza, Forlì, Ravenna, quindi si diresse a Cesena e vi giunse il dì venti. Esultò la patria di Pio nel rivedere il suo glorioso concittadino, restituito dalla provvidenza all’amore dei sudditi, ai voti del mondo cattolico. Mentre dimorava il pontefice in quella città maturavansi le ultime fasi del gran dramma, che incominciato sulle sponde della Senna dovea compiersi in uno scoglio posto nella immensità dell’oceano. Napoleone deposto dal trono in virtù di un senato-consulto,<ref>Fra i senatori che, presieduti da Talleyrand, sottoscrissero a quest’alto erano tre italiani: Bonaccorsi romano, Carbonara genovese e Sammartino della Molta piemontese.</ref> viste inutili le difese, impossibile l’abdicazione a vantaggio del figlio, rinunziò i domini della Francia e dell’Italia, e segnò il patto, vedi giustizia di Dio, in Fontainebleau, su quella sala istessa, in cui egli, imperatore e re, avea insultato il pontefice. Affrettavasi il governo provvisorio a rimovere gli ostacoli, che potevano ritardare il viaggio del papa<ref>Il giorno due aprile il governo provvisorio di Francia émana un decreto sottoscritto da Talleyrand, da Beurnonville, da Jaucourt e da Montesquieu, in cui dichiaravasi che il governo provvisorio di Francia avendo saputo con dolore gli ostacoli posti in campo al pronto ritorno del papa nei suoi stati, e deplorando questa contisuazione di oltraggi, cui Napoleone ha sotto posta sua santità, ordinava che cessasse all’istante qualunque ritardo, e fossero resi al santo padre lungo la strada gli onori dovuti al supremo gerarca di santa chiesa. Dobbiamo però aggiungere che questa ordinanza riuscì inutile, dappoichè fu emanata quando il pontefice era rientrato nei suoi stati.</ref>: rientrava in Parigi, luogotenente del regno, il conte di Artois, accompagnato dai plenipotenziari austriaci, prussiani e russi: il venti aprile lasciava Napoleone Fontainebleau per recarsi all’isola d’Elba. In mezzo a tante. commozioni e nell’urto di tanti interessi non volle il papa lasciar Cesena e proseguire il viaggio per Roma se non vide prima diradate le nubi, che ancora accerchiavano l’orizzonte. A consolarlo<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|96|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>e Morozzo piemontese, che ebbero quindi negli affari la maggiore influenza, lasciò quella città il giorno sedici aprile. Vide Faenza, Forlì, Ravenna, quindi si diresse a Cesena e vi giunse il dì venti. Esultò la patria di Pio nel rivedere il suo glorioso concittadino, restituito dalla provvidenza all’amore dei sudditi, ai voti del mondo cattolico. Mentre dimorava il pontefice in quella città maturavansi le ultime fasi del gran dramma, che incominciato sulle sponde della Senna dovea compiersi in uno scoglio posto nella immensità dell’oceano. Napoleone deposto dal trono in virtù di un senato-consulto,<ref>Fra i senatori che, presieduti da Talleyrand, sottoscrissero a quest’alto erano tre italiani: Bonaccorsi romano, Carbonara genovese e Sammartino della Molta piemontese.</ref> viste inutili le difese, impossibile l’abdicazione a vantaggio del figlio, rinunziò i domini della Francia e dell’Italia, e segnò il patto, vedi giustizia di Dio, in Fontainebleau, su quella sala istessa, in cui egli, imperatore e re, avea insultato il pontefice. Affrettavasi il governo provvisorio a rimovere gli ostacoli, che potevano ritardare il viaggio del papa<ref>Il giorno due aprile il governo provvisorio di Francia émana un decreto sottoscritto da Talleyrand, da Beurnonville, da Jaucourt e da Montesquieu, in cui dichiaravasi che il governo provvisorio di Francia avendo saputo con dolore gli ostacoli posti in campo al pronto ritorno del papa nei suoi stati, e deplorando questa contisuazione di oltraggi, cui Napoleone ha sotto posta sua santità, ordinava che cessasse all’istante qualunque ritardo, e fossero resi al santo padre lungo la strada gli onori dovuti al supremo gerarca di santa chiesa. Dobbiamo però aggiungere che questa ordinanza riuscì inutile, dappoichè fu emanata quando il pontefice era rientrato nei suoi stati.</ref>: rientrava in Parigi, luogotenente del regno, il conte di Artois, accompagnato dai plenipotenziari austriaci, prussiani e russi: il venti aprile lasciava Napoleone Fontainebleau per recarsi all’isola d’Elba. In mezzo a tante commozioni e nell’urto di tanti interessi non volle il papa lasciar Cesena e proseguire il viaggio per Roma se non vide prima diradate le nubi, che ancora accerchiavano l’orizzonte. A consolarlo<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|98|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|nanzi|innanzi}}: ora, disse sorridendo, nulla più si oppone al nostro viaggio.
VI. Ridersi delle arti murattiane era ben facile a chi avea vinte le mene napoleoniche. Non potendo per ragioni di prudenza preseguire la sua corsa trionfale, parlò con una notificazione ai romani, in cui dopo aver ricordate le pene durate per cinque anni, annunciava che la provvidenza lo restituiva ai suoi stati. L’umana alterigia, dicea il santo padre, che stoltamente volea lottare con l’Altissimo, fu umiliata. Ansiosi di stringervi al seno dopo il nostro lungo pellegrinaggio, ci facciamo precedere da un delegato che, autorizzato da nostro speciale chirografo, assume per noi le redini del governo. La {{Pt|com-|incom-}}
<ref follow="p349">compromettere con grida sediziose la provincia del Patrimonio. Tito Manzi, segretario del consiglio di stato e agente segreto di Murat, indusse vari patrizi ed alcuni ragguardevoli personaggi di Roma a sottoscrivere una memoria a Gioacchino. Diceasi in essa <br>
«Roma esser minacciata dall’anarchia: lui solo poterle dare la sicurezza e la felicità. Supplicarlo pertanto di prendere quelle disposizioni di governo che credesse più opportune alla pubblica tranquillità. Qualunque dilazione poter esser fatale, ed avrebbe potuto raffreddare quel desiderio vivissimo che generalmente si scorgeva in tutti i buoni italiani e specialmente nei romani.»<br>
Questo foglio fatale, sollecitato dall’istesso Gioacchino, presentato alla corte partenopea da quattro patrizi romani, giunse accettissimo al re il giorno ventitrè gennaro, e il generale Lavangoyon, comandante le forze napoletane in Roma, dicea per pubblici bandi, che la protezione domandata dai cittadini, imposta dalle circostanze, senza ledere gli altrui diritti, evitava i disordini, opponevasi alle intemperanze del popolo, provvedeva alla pubblica sicurezza. Più energiche suonavano le parole del Poerio avvocato nelle Marche, più bellicose quelle del Carascosa soldato nelle Romagne. Istituì in Roma consiglio generale di amministrazione, tutta onorata gente, ma regnicola, e però poco accetta ai romani, Venuto in Roma egli stesso, distribuì Litoli ed equestri onori a patrizi, letterati, artisti e impiegali: cercò guadagnarsi la benevolenza pubblica, della quale volea farsi puntello presso i monarchi adunati in congresso nella capitale dell’Austria. Prima di dirigersi a Bologna estrasse dal monistero di san Domenico e Sisto la regina d’Etruria Maria Luigia, da esso sei anni innanzi bandita dalia corte del re cattolico.</ref><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VII|109}}</noinclude>ornati, piramidi, trasparenti: vaghissima e ricca si disse la illuminazione della cupola vaticana, bella quella della università degli ebrei, brillante l’effetto dei sei mila lumi posti a disegno sul ponte eretto a ripetta. Splendevano di faci gli archi di trionfo innalzati a gloria di Pio, gli antichi templi e i moderni: illuminate le vie più remote della capitale non che le più frequentate, offrivano indubio segno della universale esultanza. Commosso il pontefice a tante prove di pubblica benevolenza, volle che il pro-segretario di stato cardinal Pacca rendesse grazie ai romani con un editto: ordinò la restituzione gratuita dei pegni depositati nel motte di pietà, fece distribuire dai parrochi larghe sovvenzioni, ai rei di lievi colpe condonò la pena del carcere, fece sperare a tutti un’era di giustizia e di pace. Erasi sussurrato all’orecchio di alcuni il generoso tratto di Pio, che diede alle fiamme il foglio sottoscritto da pochi romani chiedenti libere istituzioni e secolaresco governo, e bastò questo a rianimare la confidenza di quanti eransi mostrati avversi alla podestà temporale. Questa lusinga divenne certezza quando si seppe per Roma, come ad uno fra quelli, che avevano sottoscritta la protesta ai re alleati, che al pontefice offeso domandava perdono, avea Pio VII benignamente risposto; «E credete voi, che non abbiamo noi pure qualche fallo a rimproverarci? Dimentichiamo concordemente il passato.» Accessibile a tutti, anzichè abitare i nobili appartamenti del quirinale si tenne per due mesi nelle stanze del maggiordomo, finchè fosse tutto il palazzo apostolico restituito alla primiera sua forma, alterata per farne un elegante soggiorno di secolari e di donne. L’autorità del pontefice ristabilivasi lentamente, dappoichè i napolitani tenevano le Marche, le Legazioni gli austriaci; misure di provvidenza adottavansî dalia commissione amministrativa dei beni ecclesiastici per l’immediato pagamento delle pensioni accordate ai claustrali d’ambo i sessi: intimavasi ai debitori della camera apostolica di soddisfare ai censi, ai canoni: chiedeasi ai ricevitori delle imposte prediali esatto conto dei beni alienati e di quelli
di cui il demanio non aveva disposto: questi i mezzi {{Pt|ado-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VII|111}}</noinclude>{{Pt|nare|governare}}, lo faremo volentieri sulla scorta dei documenti<ref>Si può dire, che questo illustre uomo di stato, le cui ammirabili qualità gli conquistarono la fiducia di Pio VII e la stima di tutte le corti cattoliche ed acattoliche di Europa, sino da giovanetto presenti la grandezza dei suoi futuri destini. In una poesia da esso scritta nel seminario tusculano in età giovanile, parlando di se stesso e della costanza, con cui accingevasi a sostenere le più gravi fatiche per giungere alla meta dei suoi desideri, avea detto
<poem style=margin-left:4em>
«{{loop|9|.{{spazi|4}}}}aspettan, sollo,
«Me onor, gloria, ricchezza al bell’oprare
«Sprone e conforto desiabil. Certo
«{{ec|E|È}} questo il fato mio: questa è la tela
«Che tra le man del ciel per me s’intesse,
«Ma che? Forse sogn’io, o non piuttosto
«Sì verace m’ispira amico nume?
«No che non sogno e lo vedrò fra poco
«Quando per bella e amabile fortuna,
«Contento e lieto di me stesso, i giorni
«Passar vedrammi ognun, che al fuso eterno
«L’immite Parca tutto dì mi fila,
«E tutt’altro sarò da quel, che or sono.</poem></ref>.
Dissero Consalvi mente elevata, ma gelosa del potere; arbitrari i suoi provvedimenti, meglio alle foggie secolaresche e agli andari napoleonici, che alle vecchie consuetudini dello stato e alle intemperanze nuove di chi avea lunghi anni sofferto, benevolo: e molte altre cose dissero, che noi sempre sentiamo ripetere sino alla noia a danno di coloro, cui perspicacia d’ingegno o favor di monarca chiamò in tatti i tempi a timoneggiare lo stato. I grandi progetti da esso a lieto fine condotti, l’arte sublime con la quale vinse gli avari disegni di Wellington, Blucher, Metternick, Castlereagh chiedenti stati, principati e compensi pei loro padroni, assicurando al pontefice il possesso dei suoi dominî, come rallegrarono il cuore di Pio, chesi compiacque della scelta di ministro tanto sagace, così rimarranno monumento imperituro della sua gloria. Obbligati a narrare brevemente quanto fece Consalvi a Parigi, a {{Pt|Lon-|goverLon-}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|118|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|va|mostrava}} il papa animo mite e indulgente condonando loro le colpe dopo averli assoggettati a lievi pene canoniche. Era ad esso ben noto, che il governo napoleonico nel conferire le lauree in giurisprudenza, in medicina e nelle facoltà filosofiche non avea domandato ai giovani la professione di fede, imposta dalle costituzioni apostoliche. Desideroso di conciliare l’interesse religioso con quello dei sudditi, comandò ai laureati di esibire fra due mesi alla università gregoriana gli ottenuti diplomi per provvedere al difetto; nè questa misura di provvidenza parve gravosa a coloro, che per quell’atto vedeano santificati dalla religione i diritti della scienza. Il feudalismo, che nei secoli di mezzo avea fatto versar tante lacrime, abbassato dalla mano vigorosa di Sisto V e divenuto più saggio a misura del progresso segnato dai tempi, nel riordinamento dello stato, videsi colpito nel cuore. Pio VII nel sospendlere con atto liberalissimo le giurisdizioni, i diritti feudali e baronali, diceasi determinato a tal passo dal non essersi ancora riordinati i tribunali supremi, con i quali l’alto dominio sovrano vuole che siano costantemente legati: saggia misura, ma nella esecuzione penosa. Intanto per provvidenze opportune si presero a maturo esame i diritti e i privilegi dai baroni e con sistema uniforme i loro vassalli furono nei rapporti giudiziari, economici, daziali a tutti i sudditi paragonali.
XVI. Per la morte del principe don Abondio Rezzonico senatore di Roma doveasi provvedere a quel posto ragguardevole, conferito talvolta ai sovrani. Cadde la scelta di Pio sul marchese Giovanni Naro Patrizi, che la nobiltà dei natali rese più illustre con le personali virtù.<ref name="p370">Invitato il marchese Naro Patrizi ad inviare due figli a Parigi per farli educare in uo liceo della Francia, si rifiutò dal consegnarli al governo. Questo illustre patrizio, scrive nelle sue memorie istoriche il cardinal Bartolomeo Pacca, mentre altri signori della prima nobiltà o per vile timore o per privato interesse si strisciavano ai piedi del generale Miollis, conservò gli clevati sentimenti di vero patrizio romano e ne diede luminosa {{pt|pro-|}}</ref><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VII|119}}</noinclude>Roma lodò l’animo generoso del papa e il marchese Rinaldo del Bufalo, uno dei conservatori dell’alma città, resegli grazie a nome del senato e del popolo. Pegno di giubilo universale giungevano al santo padre da tutte le potenze di Europa e dai sudditi doni, indirizzi e proteste di venerazione e di amore. Gemme, danaro, sacre e preziose suppellettili, ricchi drappi si ebbero dalle varie provincie italiane, dalla Spagna, dalla Germania, dalla Francia e per sino dalle più lontane regioni d’America: così che pieno deve dirsi il trionfo di Pio. Splendidissima fra le offerte era quella del capitolo vaticano: un calice d’oro di squisita eleganza, ornato dello stemma del pontefice e di un analoga iscrizione. A dare un attestato di benevolenza alla regina di Etruria, che per la invasione francese erasi riparata nel monastero di san Domenico e Sisto, ove visse vita ritirata e modesta e lasciò luminose prove di magnanimità e di coraggio, si recò Pio in quel chiostro ove, dopo celebrato il sacrificio incruento, unse del sacro crisma la fronte della principessa Carlotta di Borbone, infanta di Spagna, quindi principessa di Sassonia e ammise alla mensa eucaristica la regina e gli augusti suoi figli. Mentre in questo modo il papa, fidente in Dio, andava provvedendo ai bisogni dello stato, procacciandosi l’amore dei popoli, un pericoloso vicino, usato alle armi chiamava coscritti, componea reggimenti e meglio che dodici mila cittadini napolitani forniva di armi per confidare ad essi in ogni evento più la custodia che la difesa della capitale. Domandava l’imperatore austriaco a Gioacchino di restituire al papa le Marche e quegli in risposta muniva di nuove
<ref follow="p370">va col suo rifiuto, si espose agli sdegni dell’imperatore, che lo tenne prigione in Civitavecchia, quindi lo inviò a Fenestrelle, in ultimo nel castello d’If. Nella circostanza, in cui la confraternita del nome di Maria attendea sul cortile del quirinale l’apostolica benedizione, erano compiute appena le ceremonie quando il papa lo fece chiamare a se e alla presenza dei cardinali Pacca, Mattei e Galeffi gli consegnò di sua mano il biglietto, che lo destinava alla carica luminosa di senatore.</ref><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VII|119}}</noinclude>Roma lodò l’animo generoso del papa e il marchese Rinaldo del Bufalo, uno dei conservatori dell’alma città, resegli grazie a nome del senato e del popolo. Pegno di giubilo universale giungevano al santo padre da tutte le potenze di Europa e dai sudditi doni, indirizzi e proteste di venerazione e di amore. Gemme, danaro, sacre e preziose suppellettili, ricchi drappi si ebbero dalle varie provincie italiane, dalla Spagna, dalla Germania, dalla Francia e per sino dalle più lontane regioni d’America: così che pieno deve dirsi il trionfo di Pio. Splendidissima fra le offerte era quella del capitolo vaticano: un calice d’oro di squisita eleganza, ornato dello stemma del pontefice e di un analoga iscrizione. A dare un attestato di benevolenza alla regina di Etruria, che per la invasione francese erasi riparata nel monastero di san Domenico e Sisto, ove visse vita ritirata e modesta e lasciò luminose prove di magnanimità e di coraggio, si recò Pio in quel chiostro ove, dopo celebrato il sacrificio incruento, unse del sacro crisma la fronte della principessa Carlotta di Borbone, infanta di Spagna, quindi principessa di Sassonia e ammise alla mensa eucaristica la regina e gli augusti suoi figli. Mentre in questo modo il papa, fidente in Dio, andava provvedendo ai bisogni dello stato, procacciandosi l’amore dei popoli, un pericoloso vicino, usato alle armi chiamava coscritti, componea reggimenti e meglio che dodici mila cittadini napolitani forniva di armi per confidare ad essi in ogni evento più la custodia che la difesa della capitale. Domandava l’imperatore austriaco a Gioacchino di restituire al papa le Marche e quegli in risposta muniva di nuove
<ref follow="p370">{{pt|va|prova}} col suo rifiuto, si espose agli sdegni dell’imperatore, che lo tenne prigione in Civitavecchia, quindi lo inviò a Fenestrelle, in ultimo nel castello d’If. Nella circostanza, in cui la confraternita del nome di Maria attendea sul cortile del quirinale l’apostolica benedizione, erano compiute appena le ceremonie quando il papa lo fece chiamare a se e alla presenza dei cardinali Pacca, Mattei e Galeffi gli consegnò di sua mano il biglietto, che lo destinava alla carica luminosa di senatore.</ref><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|120|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>fortificazioni il porto di Ancona: lamentavasi Pio dei segreti maneggi del console napolitano, e il re nuovi emissari spediva nelle provincie a suscitargli imbarazzi, a scuotere la fede dei sudditi. Erano questi i segreti timori di Roma, queste le angustie, che tenevano agitato il sovrano, desideroso di uscire pure una volta da quello stato doloroso cd incerto. E qui ultimo vienci fra le mani quel Radet, che vedemmo con ardimento sacrilego dare assalto notturno al palazzo del quirinale, spezzar le porte, attraversare le sale per trovarsi alla presenza di Pio, intimargli l’arresto, trasportarlo lungi da Roma. Immemore del passato e possessore di un predio appartenente ai padri domenicani, ebbe vaghezza di rivederlo eosò per mezzo dell’ambasciata francese farne domanda al pontefice. Il cardinal Pacca che giustamente temea avrebbe la presenza di quest’uomo destata l’ira dei romani è vendicato l’antico affronto, si oppose. Mal soddisfatto il generale Radet da questa ripulsa, replicò la domanda, ma invano, dappoichè la prudenza del ministro non fu vinta dall’audacia del soldato, dai desideri dell’ambasciatore.
XVII. Sino dal momento, in cui il papa, chiuso nelle stanze del quirinale, deplorava i mali supremi, ond’era oppressa la chiesa, aprendo i segreti dell’animo al cardinal Pacca suo compagno di prigionia, aveagli manifestato il pensiero di ripristinare la compagnia di Gesù, verso la quale nutriva sentimenti di affetto e di stima. Correa il di sette agosto mille ottocento quattordici, ottavo dalla festa di sant’Ignazio, quando recavasi il papa nella chiesa del Gesù, superbamente decorata di ricchi drappi e di lumi. Innanzi all’altare del santo fondatore ascoltò la messa, dopo la quale, recandosi nella cappella interna del chiostro, eve è stabilita la congregazione dei nobili, assiso in trono, fece leggere la bolla, con la quale restituivasi al mondo cattolico la compagnia di Gesù. Stavano da un lato i padri della compagnia venerandi per età, per merito religioso e scientifico e per le sofferte sciagure, presieduti dal padre Panizzoni, autorizzato a tenere le veci del preposito generale. Poichè fu compiuta la {{Pt|ceremo-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VII|124}}</noinclude>{{Pt|nia|ceremonia}} e letta la bolla i cardinali si ritirarono, ad eccezione di Pacca camerlengo: rispettabile porporato, che ebbe gran parte nella piana restituzione. Unito al marchese Ercolani tesoriere provvisorio e ad altri prelati, rimase nell’oratorio per leggere il chirografo pontificio riguardante il patrimonio gesuitico e la dotazione della compagnia. Nel vedere la schiera di quei sacerdoti della mano di Dio serbati al trionfo di questo giorno memorabile nei fasti della chiesa, dopo otto lustri di vicende, di stenti, di sacrifici penosi, il populo romano che fra gli applausi aveva seguito il papa quando dal quirinale recavasi in chiesa, nell’entusiasmo della gioia, lo accompagnò al quirinale.
XVIII. Dopo nove anni rivide Pio la sua diletta villeggiatura di castel Gandolfo. Muovea egli il giorno cinque ottobre da Roma, accompagnato la prima volta dalla guardia nobile e accolto dagli applausi degli abitanti di quel paesello, che dalla residenza dei pontefici ha la sua rinomanza. Nei dì seguenti recaronsi al castello i cardinali, i prelati, i principi romani e stranieri, il re sardo, la regina di Etruria e quel padre Panizzoni gesuita, che depose ai di lui piedi un bastone d’inestimabile pregio da servirsene, dicea, mentre recavasi per quelle contrade a diporto. Non avea il papa dimenticata, fra-le cure della chiesa e i pensieri di stato, le prove di filiale devozione ricevute sul Tago dal reggimento ungherese che gli rese gli onori militari, circondò la sua carrozza, lo seguì in Roma e dispose di offrire ad esso solenne pegno di gratitudine. Recavasi pertanto sul declinare del mese nella cappella palatina per benedire una nobilissima bandiera, premio offerto alla disciplina e al valore di quel reggimento. L’aquila dell’impero e lo stemma austriaco, circondato di emblemi militari, campeggiava nel mezzo di quella: vedevasi dal lato opposto la Vergine, avente in braccio il divino suo figlio, in atto amorevole di porgere la mano al pontefice per restituirlo all’apostolico seggio. Su i lembi del vessillo era in ricamo espressa una parte del tempio vaticano e lo stemma di Pio. Il genio romano sosteneva lo scudo, {{Pt|l’unghe-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|228|{{Sc|oratio accusatoria}}|}}</noinclude>si fussi aggiunta una qualitá sola, che fussi stato o piú suspizioso a dubitare de’ cattivi cittadini, o se ne dubitava, piú animoso e piú vivo a assicurarsene. Ma mentre che, o credendo quella bontá negli altri che era in lui, o non gli parendo giusto per e’ sospetti soli, insino che le congiure non erano scoperte, insino che le cose non si potevano piú dissimulare, battere persona, o parendogli forse non a proposito della cittá, o privatamente a sé pericoloso el manomettere cittadini, non ovviò a’ principii, non medicò le cose quando era facile, lasciolle scorrere in luogo che quando volle provedervi non fu a tempo. E questa sua o negligenzia o pazienzia o pusillanimitá fu causa di fare morire lui in esilio, e di tenere noi quindici anni in una servitú sí crudele, sí insolente e sí vituperosa. Sursono a tempo suo molti accidenti, de’ quali ciascuno che fussi stato medicato assicurava in perpetuo la nostra libertá; perché la pena di uno non solo giova con lo effetto levando via el male che machinava lui, ma molto piú per lo esempio, faccendo che per paura tutti gli altri simili si astengono da pensare di machinare contro allo stato.
{{wl|Q708954|Filippo Strozzi}}, el quale io non nomino per odio o per offenderlo perché gli sono amicissimo e, come penso che sia assai noto, molto obligato, Filippo Strozzi dico, ancora garzone tolse per moglie la Clarice, figliuola di Piero de’ Medici. Funne fatto dagli amatori della libertá molto romore, mostrando quanto era di malo esempio che uno nostro cittadino facessi sanza licenzia e consenso del publico, parentado con quelli rebelli che aspiravano alla tirannide; quanto era pericoloso lasciargli congiugnere con persone nobile e potenti; quanto era pernizioso che gli altri avessino a pigliare animo di intrinsicarsi con loro piú innanzi, e ristrignere ogni dí seco le pratiche ed el commerzio; non essere verisimile che questo garzone avessi preso tanto animo da se medesimo, ma che era da credere che fussi stato consigliato e fomentato da quelli che ogni dí piú pigliavano ardore dalla pazienzia nostra, e non a altro effetto che per andare ordinando la strada al ritorno de’ Medici.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio accusatoria}}|229}}</noinclude>
Allegossi in contrario la etá del giovane, che non era credibile che pensassi tanto oltre; che non ci era legge che proibissi questo parentado, se non uno statuto antico che metteva pena pecuniaria assai leggiere; che quivi non appariva congiura, non pratica alcuna contro allo stato; essere uno semplice parentado fatto o per leggerezza o per avarizia, praticato da frati e simili instrumenti, e non da cittadini: volere dire che fussi fomentato da altri e che avessi maggiore fondamento, essere uno indovinare, uno calunniare gli uomini al buio; non convenirsi in casi di tanta importanza; aversi a giudicare le cose criminali per pruove non per conietture; non essere questo delitto contro allo stato, ma trasgressione solo di uno statuto, e sí oscuro nelle parole sue che si poteva disputare in ogni parte. E però o eleggendo in dubio, come si debbe, el senso piú mansueto, doversi assolvere; o volendo pure andare al rigore, non si potere condannare se non secondo quello statuto; volerlo trapassare essere cosa tirannica, detestabile in una cittá libera, dove e gli uomini hanno a vivere ed e’ magistrati a giudicare secondo le legge. Che piú? Ingannorono gli uomini imperiti sí belle parole, el gonfaloniere la natura sua, in modo che fu condannato leggermente ed anche in capo di pochi mesi fu restituito; e dove se si trattava da caso di stato, come per ogni conto si doveva, la pena sua arebbe spaventato gli altri, la impunitá dette grandissimo animo e licenzia, e quello che poteva essere fondamento di assicurare la libertá, fu el principio e la origine della ruina.
Cognoscesti tutti {{AutoreCitato|Bernardo Rucellai|Bernardo Rucellai}}, cittadino certo notabile di lettere, di ingegno, di esperienza e di grandissima notizia di cose, ma piú ambizioso ed inquieto che non è a proposito di una cittá libera. Fu molti anni inimico de’ Medici: eransi lui ed e’ figliuoli travagliati a cacciargli; di poi o per sdegni che ebbe con Piero Soderini ancora innanzi che fussi gonfaloniere, o piú presto per la natura sua impaziente di questa equalitá, volse lo animo al ritorno loro, cominciò a essere uno refugio de’ malcontenti, uno corruttore de’ giovani, e’<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|230|{{Sc|oratio accusatoria}}|}}</noinclude>quali facilmente si lasciono ingannare dalle cose cattive quando hanno colore di buone. Cominciò quello orto suo a essere come una academia: quivi concorrevano molti dotti, molti giovani amatori di lettere, parlavasi di studi, di cose belle. Era udito come una sirena perché era ornatissimo ed eloquentissimo, né si vedeva estrinsecamente cosa alcuna che si potessi biasimare o riprendere; nondimanco e la natura dell’uomo e la riputazione che aveva ed el concorso di tanti malcontenti e giovani faceva paura a chi considerava piú drento; in modo che molti savi facevano instanzia che vi si provedessi, allegando non essere a proposito tollerare uno uomo di autoritá, ambizioso, malcontento e di séguito; bisognare nelle cose degli stati tagliare e’ princípi e le origine, le pratiche e le congiure maneggiate massime dagli uomini prudenti e di esperienzia; non si potere facilmente provare o scoprire, né essere sicuro aspettare tanto che ogni uomo le cognoscessi: essere necessario prevenire e con la pena di uno o di dua fermare la salute di tutti.
In contrario si allegava non essere onesto fare cattivo giudicio degli uomini, se non quanto mostrava la esperienzia; non essere utile disperare e’ cittadini grandi; partorire cattivi effetti el toccare sanza necessitá el sangue, o mandare in esilio persona; non bastare e’ sospetti e le conietture, ma ricercarsi evidenzie manifestissime e che si toccassino con mano; altrimenti essere modi da spaventare ognuno, da fare che nessuno si tenessi sicuro, da fare che tutti quelli che o per bontá o per non si mettere in pericolo non pensavano a alterare la cittá, per necessitá e per paura vi volterebbono lo animo. Fu approvata questa opinione dalla incredulitá o poco animo del gonfaloniere; e dove col partire Bernardo era tagliata la pianta che produsse el veleno con che morí la nostra libertá, el tollerarlo gli dette facultá di tenere stretti ed uniti e’ malcontenti, di corrompere l’animo di molti giovani, in modo che di quell’orto, come si dice del cavallo troiano, uscirono le congiure, uscinne la ritornata de’ Medici, uscinne la fiamma che abruciò questa cittá; e si scoperse finalmente tutto in modo che {{Pt|po-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio accusatoria}}|231}}</noinclude>{{Pt|tette|potette}} essere cognosciuto da ognuno, ma in tempo che non potette essere proveduto da nessuno.
Sento ora, giudici, in simili casi e pericoli dirsi le medesime cose e difese: perché non crediate che messer Francesco e chi parlerá per lui, confessi le congiure, confessi che gli abbia animo di procurare el ritorno de’ Medici, e facci instanzia che appartiene alla clemenzia vostra el perdonarli per questa volta, che è utile col fare tanto beneficio guadagnarsi lui e tanti parenti suoi, che questo esemplo di misericordia, che tanta bontá e dolcezza vostra assicurerá ed obligherá in eterno molti che ora hanno paura della invidia o dello sdegno. Non si diranno, no, queste cose, perché le si dicono a padri non a giudici, ma si dirá: che fa egli? E’ vive privatamente, non si sa sua pratica alcuna, non si vede alcuno suo andamento che meritamente lo faccia sospetto; sta basso ed abietto quanto sia possíbile: perché vogliamo noi credere el male dove facilmente potrebbe essere el bene? Ha travagliato tanto, ha corso tanti pericoli, che non è maraviglia che ora ami la qiete, la sicurtá, che voglia godersi quello che con tanta fatica ha acquistato; non si dovere sanza grandissime cagione volere fuora uno per inimico, chi si possa avere drento per amico; che se co’ sospetti soli si condanna lui, el medesimo temeranno tanti altri che erano amici de’ Medici; dispererassi tanta nobilitá, e questo stato che noi possiamo tenere con la benevolenzia, cerchereno di metterlo in pericolo con lo odio.
Dirannosi queste cose e molte altre, come è communemente piú ingegnoso chi difende el male che chi favorisce el bene; le quali ragione quando si allegheranno, giudici, in superficie belle, piacevole, dolce, utili e sicure, ma in effetto brutte, amare, insidiose, pericolose e velenose, è uficio vostro ricordarvi e tenere sempre fisso nella memoria, che messer Francesco è beneficato eccessivamente da’ Medici, che è stato sempre instrumento e ministro loro, che è malissimo contento, che desidera che tornino, perché è ambizioso, perché ha perduto della ruina loro grandissimi onori ed utili, e spera recuperarli<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|232|{{Sc|oratio accusatoria}}|}}</noinclude>della esaltazione; che è impossibile che si accommodi alla vita privata, a essere equale a quelli a chi soleva essere superiore; che ha offeso tanto el publico, massime nel cavarci del nostro Palazzo, nel tôrci la libertá recuperata, che o dubita continuamente della pena, o dispera di avere mai nel vivere libero autoritá; che e’ pensieri, e’ disegni, le azione, le opere sue sono sempre state di sorte che non ci può essere scusa, non colore, non dubio alcuno che e’ sia per procurare sempre opportunamente ed importunamente di tôrvi la vostra libertá, la quale lui reputa sua pena, sua infamia e sua servitú.
Tutte queste cose bisogna, giudici, che abbiate fisse innanzi gli occhi, e quanto piú efficace saranno le parole, gli argumenti, le lusinghe, e’ prieghi, le persuasione, le esclamazione ed e’ terrori, tanto piú sempre voltiate a queste el cuore, e’ pensieri e lo animo. Bisogna che piú oltre vi ricordiate che ne’ giudici delle congiure, delle machinazione contro allo stato, non si procede come in quelli delle cose private, o delle publiche ancora di minore importanza. Gli altri delitti si credono quando sono scoperti, si puniscono quando sono commessi, non si condanna la voluntá, non el tentare ancora sanza le opere; questo solo, per la grandezza sua, si crede innanzi si sappia, questo si gastiga innanzi sia commesso, in questo è punito non solo chi ha operato, chi ha tentato, ma ancora chi ha voluto o consentito, e quello che è piú, chi solamente ha saputo.
Fu a tempo de’ maggiori nostri, tagliato el capo a messer Donato Barbadori perché aveva avuto notizia di una congiura e non l’aveva revelata; a’ dí miei fu per la medesima causa tagliato la testa a Bernardo del Nero, cosa introdotta non solo dagli statuti vostri, ma ancora dalle legge commune, le quali e tutti e’ savi che hanno fondato le republiche, hanno studiato piú nella provisione che non si commetta, che nella vendetta, e però in questo hanno introdotto, cosí nel cercarlo come nel gastigarlo, molti esempli singulari, mossi non manco da giustizia che da prudenzia; perché principalmente questo è delitto contro alla patria, alla quale siamo piú obligati che<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio accusatoria}}|233}}</noinclude>a’ parenti, che al padre, che a noi medesimi. Ordinarono le legge supplicio crudelissimo a chi amazza el padre; quanto piú merita chi amazza la patria, con la quale abbiamo maggiore vinculo, ed offendendo quella non si offende uno solo, ma infiniti, non si toglie la vita a uno che aveva a vivere pochi anni, ma a chi poteva averla lunghissima e forse perpetua! Gli altri delitti quando sono commessi possono essere facilmente puniti, perché non si spengono e’ ministri delle legge; ma mutati gli stati, oppressa la libertá, chi gli muta non solo resta in grado di [non] temere di essere gastigato del male che ha fatto, ma con autoritá di offendere chi non ha mai fatto se non bene. Gli altri delitti sono particulari, questo universale; negli altri delitti se bene la pena non emenda al danno, pure fa satisfazione o pari o poco minore della offesa; ma che è el tôrre la vita a uno scelerato che abbia occupato una libertá, a comparazione di tanti mali, di tanta ruina di che è stato causa? Però a cercare questo delitto con tutte le severitá non bisognano indizi o molto leggieri, a punirlo non bisogna le opere, basta l’avere voluto, l’avere saputo, a assicurarsene basta l’avere sospetto, el cognoscere che lui abbia commoditá, abbia facultá.
Cosí hanno fatto sempre coloro che sono stati maggiori e piú savi che noi, coloro della virtú de’ quali possiamo piú presto maravigliarci che aggiugnervi pure col discorso. In Roma doppo la cacciata de’ Tarquini.....<ref>''Parola d’incerta lettura''.</ref> e’ re, doppo avere tolto loro e’ beni, avere fatto morire una congiura di giovani nobilissimi che trattavano di rimetterli, doppo l’avere con molte buone legge, con molti buoni ordini stabilito la loro libertá, non parve loro abastanza avere punito e’ peccatori, avere levato via e’ sospetti, l’avere proveduto dove era ogni spezie di pericolo a tutto quello che poteva nuocere non solo con lo effetto ma con lo esemplo; che ancora giudicorono necessario tôrre ogni autoritá che<ref>''Cosí il testo''.</ref> cosa che potessi dare ombra<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|234|{{Sc|oratio accusatoria}}|}}</noinclude>alla libertá, e che fussi meglio essere incolpati di diligenzia superflua, che lasciare apparire vestigio alcuno di negligenzia. Però mandorono in esilio Lucio Tarquinio consorte de’ re’, non ostante che fussi inimico loro capitale, perché l’adulterio e la violenzia per la quale erano stati cacciati fu commesso nella moglie sua, e non ostante che lui, mosso da tanta ingiuria, fussi de’ principali a scoprirsi con Bruto a cacciargli, e che come manifesto amatore della libertá, fussi insieme con lui stato fatto console. E tennono piú conto [di] quella utilitá che parve loro che tornassi alla republica di cacciare via el nome de’ tiranni, di spegnerne ogni memoria che restava nella cittá, che di fare ingiustizia a uno cittadino e rendere sí cattiva remunerazione a chi era stato uno de’ primi instrumenti a fargli diventare liberi; e ragionevolmente, perché s’ha a tenere piú conto della sicurtá di tutti che della salute di uno solo.
Gli ateniesi, da’ quali non solo tutta la Grecia ma ancora molte nazione forestiere imparorono l’umanitá, la dottrina e le buone arte, oltre a essere sempre presti e veementi in punire chi machinava contro alla libertá, giudicorono che non fussi bene sicuro avere drento nella cittá quelli cittadini che o per nobilitá e molti parentadi, o per eccessive ricchezze, o per riputazione di cose fatte, paressi che avanzassino gli altri, giudicando, come è verissimo, che e’ veri amici della libertá sono e’ cittadini mediocri o di minore qualitá, e che quelli che si discostano dalla mediocritá verso la grandezza, abbino piú presto causa, semi o occasione di cercare di opprimere gli altri che di amare la equalitá, e che alla sicurtá della republica appartenga non solo che non vi sia chi non voglia, ma né anche chi possa conculcarla. E però ebbono una legge che sempre in capo di dieci anni si mandassino a partito nel consiglio del popolo tutti e’ cittadini, e quello che pareva a piú numero fussi mandato in esilio; donde sempre era cacciato non uno che avessi mala fama, non uno che fussi provato che avessi machinato contro alla republica, perché a questo provvedevano e’ giudici ordinari, ma uno che avessi<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio accusatoria}}|235}}</noinclude>piú qualitá e piú riputazione che gli altri, e spesse volte quelli che l’avevano acquistata con le virtú e con lo affaticarsi e mettersi a pericolo per la patria. Perché sempre e’ savi governatori delle republiche hanno cognosciuto che le libertá hanno molti inimici, molti pericoli, ed a comparazione di quegli che le oppugnano, pochi e caldi defensori; e però che a conservarle è necessaria estrema diligenzia e vigilanzia, non aspettare che e’ mali creschino o ingagliardischino, ma provedere a’ principii ed alle origine; levare via le piante troppo eminenti e che fanno ombra alle altre; medicare non solamente e’ sospetti, ma tutte le cose che potrebbono per l’avvenire fare mai sospetto; e finalmente per essere pietoso di uno solo, non usare crudeltá nella salute di tutti.
Ma che cerco io gli esempli forestieri potendo allegare e’ nostri medesimi? A’ tempi degli antichi nostri messer {{wl|Q2998056|Corso Donati}}, cittadino di grande virtú e riputazione e che aveva fatto piú che nessuno altro in favore del governo che reggeva, tolse per moglie una figliuola di Uguccione della Faggiuola, forestiere, capo di parte e potente, per il che venne in sospetto che non volessi occupare la libertá; ed a questo la provisione che vi si fece per quegli antichi nostri uomini veramente savi, veramente virili, non fu osservare gli andamenti suoi, non cercare pruove e testimoni, non fare diligenzia per chiarirsi se era uno parentado semplice o fatto con pensiero di turbare lo stato della cittá; ma pensando che le cose che consistono nello animo non si possono facilmente scoprire, che el differire le provisione potrebbe talvolta essere pericoloso, che ancora secondo le legge nelle cause private non che in quelle che va tanto interesse, e’ sospetti qualche volta hanno forza di pruove; ma el medesimo giorno che in loro nacque el timore lo oppressono, faccendo nel medesimo dí accusarlo, nel medesimo dí citarlo, nel medesimo dí condannarlo; e quello che è piú, sanza alcuno intervallo di tempo, el popolo tutto armato andò alle case sue a fare la esecuzione, né gli parve avere assicurato la sua libertá se non quando lo vedde tagliato a pezzi per le strade.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|236|{{Sc|oratio accusatoria}}|}}</noinclude>
La quale prudenzia di cosí savie republiche se fussi in noi, o se noi avessimo quello vigore e generositá di animo che ebbono giá gli avoli e bisavoli nostri; se fussimo gelosi di questa nostra sposa, come per infiniti rispetti doverremo essere, come pure tante esperienzie ci doverrebbono avere oramai insegnato, non si procederebbe in uno caso sí brutto, sí atroce, sí vituperoso, pieno di sí pessimi esempli, con tante cerimonie, con tanta maturitá. Non si farebbono tante diligenzie di fare pruove e di esaminare testimoni; non starebbe qui el popolo ozioso, come se el caso fussi di altri, a udire orazione, a aspettare lo esito di questo giudicio; non si darebbe facultá di difendersi secondo gli ordini delle legge a chi sempre è stato inimico delle legge, non di godere e’ benefici della libertá a chi ha sempre cercato di opprimerla; non sarebbe, messer Francesco, udita la parola tua, la quale hai sempre adoperata per tôrre a tutti noi la facultá di potere parlare; non ti sarebbe lecito fermarti per difendere in questa piazza della quale armata mano cacciasti sí crudelmente questo popolo, non ti sarebbe consentito el guardare questo Palazzo del quale con mille fraude, con mille inganni sí sceleratamente privasti e’ nostri cittadini.
Quello dí medesimo che doppo la cacciata de’ Medici tornasti contro alla opinione di ognuno insolentemente di campo in questa cittá, dico quello dí, quell’ora medesima sarebbe el popolo corso furiosamente a casa tua; arebbe col fare di te mille pezzi esequito quella sentenzia che tu hai meritato giá tanti anni, quella sentenzia dico, che ti si legge scritta nella fronte; arebbe saziato gli occhi del piú onesto, del piú giusto, del piú desiderato e piú aspettato spettaculo che avessi mai questa cittá, e fatto del sangue tuo quello sacrificio che si doveva alla patria ed alla nostra libertá. Almanco quando, dimenticato di quello che pochi dí innanzi avevi fatto, ardisti non so se piú impudentemente o piú superbamente entrare in Palazzo, la signoria t’arebbe fatto saltare a terra delle finestre, né comportato mai che tu tornassi a basso per quelle scale per le quale eri sí frescamente salito a spogliarci della recuperata<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio accusatoria}}|237}}</noinclude>libertá. Con questi modi si stabiliscono le republiche, con questi modi si danno esempli che bastano per molte etá e memorie degli uomini.
Francesco Valori, quando io ero giovane, cittadino buono e di grandissima autoritá, essendo el popolo in tumulto per le cose del frate, mentre che con uno mazziere innanzi andava per comandamento della signoria da casa sua in Palagio, fu amazzato per la via da’ parenti di Niccolò Ridolfi e di quelli altri e’ quali lui poco innanzi aveva procurato che si punissino, perché avevano congiurato di rimettere Piero de’ Medici. E noi tutti, uno popolo intero, non abbiamo avuto ardire di fare per la salute nostra sí giustamente contro a uno tale scelerato, quello che pochi privati bastò loro l’animo di fare ingiustamente contro a sí buono e sí notabile cittadino, e ci maravigliamo poi che sí spesso si trovi chi abbia ardire di cercare di opprimere la nostra libertá, chi pigli ogni dí animo di fare machinazione e congiure, poi che è lasciato vivere chi sí manifestamente, cosí crudelmente ce l’ha tolta; e non solo lasciato vivere, ma permesso che usi la patria, usi la civilitá, usi tutti e’ benefici e le legge della libertá, non altrimenti che è permesso usare a chi l’ha fondata. Ma poi che si vive cosí vediamo se vorrá allegare altra difesa.
Ricorderavi come amatore della republica, o lui o altri per lui, che è mala cosa mandare in esilio cittadini, avere fuorusciti, che vengono molti tempi che sono dannosi alle cittá e danno animo a’ príncipi di travagliarle. Dirá che piú si guadagnano e’ cittadini co’ benefíci, che non si spengono con le pene; essere piú utile avergli drento amici, che fuora inimici; che la condannazione sua dispererá molti, temendo ogni dí el medesimo di sé, che la assoluzione assicurerá ognuno e fermerá gli animi che stanno sospesi; quello che in ultimo non gli parrá potere ottenere con questa ragione, cercherá di ottenere co’ prieghi, con la misericordia, con la compassione. Deplorerá le sue calamitá e persecuzione, allegherá mille esempli della vostra mansuetudine; pregherrávi che non pigliate natura e costumi nuovi, che non vogliate discrepare da voi<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|238|{{Sc|oratio accusatoria}}|}}</noinclude>medesimi, da Dio finalmente esempio e fonte di misericordia. Cose che potrebbono forse essere udite se si potessi sperare che tu diventassi dissimile di te medesimo, o se questa facilitá non fussi per essere la totale ruina di questa cittá: perché se bene e’ peccati tuoi sono inestimabili, se passano sanza comparazione tutti e’ peccati insieme che da cento anni in qua si sono commessi da cittadini di questa cittá, a chi ha passato ogni esemplo di peccare non conviene che giovino gli esempli della misericordia. Io che sono lo accusatore tuo volterei questa voce a peccare per te, né sarei manco caldo in pregare che sono stato in accusare. Darei questo a’ parenti tuoi, dareilo alla conversazione che giá ebbi teco, dare’ lo a’ meriti di tuo padre; ma se vi sei incorrigibile, se questa mansuetudine che tu alleghi è crudeltá contro alla patria, chi è quello che non vede che per la salute tua non si debbe distruggere la salute nostra?
Le cose nostre passate, provate con tanto danno nostro, ci debbono ammunire delle future, e quello che non è stata potente a insegnarci la ragione, ci doverrebbe pure insegnare la esperienzia. Non doverremo piú confondere e’ vocabuli delle cose, doverremo pure oramai sapere che è differenzia da bontá a dappocaggine: quella conserva e’ buoni, questa perdona a’ tristi. E’ padri nostri nel 94 usorono questa misericordia agli amici de’ Medici, perdonando loro tutte le cose passate, esaltandogli sanza distinzione a tutti gli onori; né però mutorono opinione, anzi si dette animo agli altri di tentare cose nuove, sperando con questi esempli anche loro la impunitá, donde seguí la perdita della nostra libertá, e quella misericordia fu causa che fumo di nuovo conculcati e che di nuovo andamo in bocca di Faraone. Se si fa ora el medesimo, seguiranno gli effetti medesimi, ma con piú infamia nostra, perché felice è chi impara a spese di altri, pazzo è chi impara alle sue. Che fanno questi esempli altro che dare animo a’ tristi di machinare, altro che fare che in ogni tempo non manchino a’ tiranni satelliti e ministri? Chi è quello che non voglia essere amico de’ tiranni, se mentre stanno in {{Pt|Fi-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio accusatoria}}|239}}</noinclude>{{Pt|renze|Firenze}} si gode lo stato e grandezza loro; cacciati che sono, non ne va altro che avere per qualche mese uno poco di grido drieto sanza effetto, e per una volta o due qualche decina di ducati piú che non vorrebbono di balzello? Studiano tutte l’altre cittá di fare esempli che non si cerchi di restituire e’ tiranni, che, quando sono drento, che e’ cittadini non gli seguitino e non gli fomentino; e noi facciamo ogni cosa perché, quando sono fuora, ci sia chi apra le porte a fargli tornare, e quando sono drento, chi le serri perché non possino andarsene. Non è questa misericordia, non mansuetudine, è dissoluzione di governo, è equivocazione di ordine, crudeltá di se stesso. Quando non abbiamo la libertá, non pensiamo, non desideriamo, non suspiriamo altro; quando l’abbiamo, perdiamo ogni memoria di conservarla.
Ricordatevi, giudici, quanto ci è parsa lunga e grave questa ultima servitú; ricordatevi quante orazione, quante lacrime, quanti voti abbiamo fatto per recuperarla; ricordatevi che non la virtú, non le opere nostre, ma Dio miracolosamente ce l’ha restituita. Quando togliemo l’arme per recuperarla, ci caddono prima di mano che l’avessimo prese; quando ci pareva essere piú soggiogati, piú oppressi, Dio, dico, di nuovo miracolosamente ce l’ha renduta; non ce l’ha data perché ce la lasciamo cadere; non ci ha dato facultá di conservarla perché per dapocaggine la perdiamo. Non vogliamo tentare Dio, non dargli causa di voltare gli occhi da noi: non vuole sempre fare miracoli, vuole che anche gli uomini si aiutino per se stesso<ref>''Cosí il testo''.</ref>. Perdonate, io sono contento, a messer Francesco, se non siate certi che e per la natura sua sará pernizioso come prima, e per la misericordia vostra piú animoso al male che prima. Abbiategli rispetto per non spaventare troppo o disperare gli amici de’ Medici, se non cognoscete che e’ sono incorrigibili, e che è pazzia cercare di piegare con la dolcezza quelli che è necessario tenere legati<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|240|{{Sc|oratio accusatoria}}|}}</noinclude>con la rigiditá. E’ fisici valenti quando hanno curato lungamente uno infermo co’ rimedi freddi, se veggono che non giovano, pigliano la via contraria ed adoperano e’ caldi. Noi abbiamo voluto sanare tante volte la cittá con la mansuetudine e con la clemenzia; veggiamo che questo infermo è sempre piggiorato, procuriamo la severitá e la asprezza. Manco male è che gli amici de’ Medici spaventino, che e’ piglino animo; meglio che si desperino, che se avessino causa di sperare troppo; meglio e piú sicuro è che stia fuora chi sarebbe pericoloso drento. Vorrei che sanza danno publico si potessi lasciare stare ognuno nella cittá; ma di dua mali si debbe eleggere el minore, e lo inimico che è fuora ti fa paura, quello che è drento ti fa male.
Avete udito e’ peccati di messer Francesco: paionvi cose nefande, inaudite, nuove; paionvi cose che con difficultá vi aresti potuto immaginare, cose che avete orrore a sentirle dire. Che direte quando gli arete uditi tutti, quando arò messo in luce quello che è la fonte e la origine di tutti gli altri, quello che passa ogni esempio di ambizione e di avarizia?
Era presidente di Romagna, con tanto piede che vi teneva el fratello per sustituto; stava lui fermo apresso al papa a consigliare ed espedire tutte le faccende dello stato, le quali quanto siano grande in uno pontificato è difficile a pensare, piú difficile a dire. Trovavasi in tanta riputazione, in tanta autoritá, in tanti guadagni, che non che mai l’avessi sperata, non aveva mai avuto ardire di desiderarla: perché la veritá è che sono gradi che passano la misura di cittadini fiorentini, non da uomini privati ma da personaggi grandi; gradi che nonché gli altri ma e’ cardinali sogliono tenersene onorati; e nondimeno né tanti onori né tanta utilitá né tanta grandezza bastorono a questo animo corrotto, a questa fonte di tutta la cupiditá. Per andare capo degli eserciti, per trionfare della Lombardia, per farsi vedere ''in excelsis'' a quegli popoli che aveva governato tanti anni; per parere quello che governassi la pace e la guerra, per parere unico apresso al papa, e come io credo anche per avere commoditá di rubare tanto tesoro;<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio accusatoria}}|241}}</noinclude>per qualunque di queste cose o per tutte insieme, perché uno peccato sí grande bisogna che abbia piú di una origine, tanto parlò, tanto disse, tanto arguí, tanto esclamò, tanto subornò gli altri, che indusse el papa alle arme, a pigliare questa guerra perniziosa, a accendere questo fuoco del quale è giá abruciata mezza Italia ed innanzi finisca abrucierá el tutto.
Non aveva bisogno el papa di fare questa deliberazione, perché non vi era né inimicizia né pericolo; la guerra non era con lui, ma tra lo imperadore ed el re di Francia; ciascuno di loro lo riguardava, ciascuno l’onorava; non erano piú per combattere in Italia ma fuora; piú conservava lo officio suo, piú la sua autoritá a conservarsi neutrale; era el suo debito trattare la pace tra loro, pensare alla guerra contro agli infedeli, provedere alla Ungheria a chi giá si accostava quello fuoco del quale pochi mesi poi abruciò. Era piú secondo la natura sua, che come hanno mostro poi gli effetti ed era anche cognosciuto insino allora, era aliena dalle difficultá e dalle molestie: ma la ambizione, la avarizia di messer Francesco, la sua inquieta natura, lo animo suo immoderato lo spinse a una deliberazione vituperosa, pericolosa e di infinita spesa e travaglio; e quello che per noi fu peggio, fu causa di mettervi anche drento la nostra cittá.
El grado, le forze, le facultá, la consuetudine sua non comportava che si implicassi nella guerra tra questi príncipi grandi, ma che, come avevano sempre fatto e’ nostri padri, attendessi a schermirsi e ricomperarsi da chi vinceva, secondo le occasione e le necessitá. Non era uficio nostro volere dare legge a Italia, volerci fare maestri e censori di chi aveva a starci, di chi aveva a uscirne; non mescolarci nella quistione de’ maggiori re de’ cristiani; abbiamo bisogno noi di intrattenerci con ognuno, di fare che e’ mercatanti nostri che sono la vita nostra, possino andare sicuri per tutto, di non fare mai offesa a alcuno principe grande se non constretti ed in modo che la scusa accompagni la ingiuria, né si vegga prima la offesa che la necessitá. Non abbiamo bisogno di spendere e’ nostri danari per nutrire le guerre di altri, ma serbargli per difenderci<noinclude>{{RigaIntestazione|{{smaller|{{Sc|F. Guicciardini}}, ''Opere'' - {{Sc|ix}}.}}||{{smaller|16}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|242|{{Sc|oratio accusatoria}}|}}</noinclude>dalle vittorie; non per travagliare e mettere in pericolo la vita e la cittá, ma per riposarci e salvarci. Potavamo oziosi stare a vedere le guerre d’altri, ed alla fine comperare la pace e la salute nostra con infiniti danari manco, che non abbiamo el primo dí comperato la guerra e la ruina. Avevamo mille modi di salvarci, ora non è nessuno: se vince lo imperadore andiamo a sacco, se el re di Francia e viniziani restiamo in preda ed in servitú; apresso all’uno de’ re siamo in grandissimo odio, apresso all’altro in disprezzo, abbiamo dissipato tanto tesoro che oramai è dissipato el publico, el privato; abbiamo avuto nel paese nostro gli eserciti amici ed inimici, l’uno e l’altro ci ha trattato crudelissimamente; abbiamo avuto paura che questa povera cittá non vadia a sacco, al fuoco ed a quegli estremi mali, e ne siamo tuttavia in piú pericolo che mai; crescono ogn’ora le spese ed e’ disordini; non possiamo gittare in terra questo peso, e standoci sotto crepiamo.
Tutte queste cose hanno una fonte medesima ed una origine: messer Francesco l’ha mosse, messer Francesco l’ha procurate, messer Francesco l’ha fomentate, messer Francesco l’ha nutrite. Voi vi dolete che e’ Monti non rendono, che le fanciulle non si maritono: messer Francesco ne è causa; e’ mercatanti si lamentano che non si fa faccende: messer Francesco ne è causa; e’ poveri cittadini che per e’ danni ricevuti, per le immoderate gravezze che si sono poste e pongono, hanno impegnato le entrate, hanno fatto debito, sono in estrema necessitá: vedete qui chi ne è cagione; la cittá tutta è spaventata per e’ pericoli del sacco: vedete qui donde procedono. Ma che piango io e’ mali soli di questa cittá? La calamitá, la ruina di tutto el mondo non nasce da altri che da te. Per te è sbandito da tutti el nome santo della pace, el mondo tutto è in guerra, in arme, in fuoco. Per te è stata data in preda agl’infideli l’Ungheria; per te è andata Roma a sacco con tanta crudeltá, con tanta ruina universale e particulare di tanti nostri cittadini; per te gli eretici dominano e’ luoghi santi; per te hanno gittate a’ cani le reliquie. Tu la peste, tu la ruina, tu el fuoco di tutto el mondo; e ci maravigliamo<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio accusatoria}}|243}}</noinclude>che dove abiti tu, inimico di Dio e degli uomini, inimico della patria e delle provincie forestiere, sia pieno di morbo, sia pieno di carestia, venghino tanti flagelli?
Volete voi che el morbo vadia via, volete voi che torni la abundanzia, volete voi recuperare la pace, e mandare agli eretici, agli infedeli questi terrori? Cacciate via messer Francesco in Costantinopoli o in Pagania<ref>''Parola d’incerta lettura''.</ref>, meglio sarebbe nello inferno. Rallegrerassi questo paese, rasserenerassi questa aria; rideranno insino alle prietre; dove abiterá lui, abiteranno sempre tutti gli spaventi, abiteranno tutti e’ mali, abiteranno finalmente tutti e’ diavoli. Le quali cose essendo cosí, giudici, vedete che qui non si tratta o di mediocri o di oscuri peccati, non si tratta di interessi piccoli, ma della libertá, della salute, della vita vostra; non di punire uno cittadino, non uno uomo, ma uno morbo, uno monstro, una furia.
A me privatamente non importa piú el fine di questo giudicio; importa a questo populo, a questa cittá, alla salute nostra e de’ nostri figliuoli. Io ho satisfatto assai alla esistimazione mia, avendolo accusato in modo che resta condannato nella opinione di ognuno; quello che resta, tocca a voi, giudici. Sono stato solo a accusarlo; ho presa io, debole cittadino, tutta la inimicizia addosso a me: l’ho presa voluntariamente, non aspettava questo da me la patria, non avevo obligazione propria di farlo; nessuna imputazione mi sarebbe stata data, nessuna querela sarebbe stata fatta se io non l’avessi accusato. Che avete a fare voi che siate molti, che siate sí qualificati e sí onorati cittadini? Vi stringe el debito dell’uficio al condannarlo; questa necessitá ed el numero vi cuopre dalle inimicizie; el popolo v’ha eletti a questo giudicio, ed avendovi messo in mano la somma della republica, ha dimostrato grandissima fede in voi, alla quale non corrispondere è somma sceleraggine. Vedete quanto concorso, quanta espettazione; ognuno cognosce che in questa sentenzia si contiene la vita<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|244|{{Sc|oratio accusatoria}}|}}</noinclude>sua, la salute sua e de’ figliuoli. Assoluto lui, è ruinata questa legge la quale è el bastone della libertá; non ci resterá piú reverenzia, non terrore; resteranno sanza pene le insolenzie, le rapine, le congiure; non bisognerá piú legge, non magistrati, non giudíci. Tutte queste cose o dalla assoluzione sua hanno a pigliare la morte, o dalla condannazione la perpetuitá; nelle sentenzie vostre consiste la libertá o la tirannide, consiste la salute o la ruina di tutti.
Anzi ci consiste piú presto la salute vostra, giudici, particularmente, e di quelli che con tanta impudenzia aiutano questo scelerato, perché se camperá delle mani vostre, non camperá da quelle del popolo; se le arme vostre non lo amazzeranno, lo amazzeranno e’ sassi e le arme di questa moltitudine, la quale se comincia a farsi ragione da se medesima, chi vi assicura che lo sdegno giusto, che la desperazione non la traporti; chi, che la si contenti del sangue di questo monstro, e non si vendichi contro a chi a dispetto del cielo e della terra lo vuole difendere, contro a chi mette nella guaina quella spada che nuda gli è stata messa in mano per fare giustizia? Non mancherá chi stimoli, chi riscaldi el popolo; io, se mancheranno gli altri, sarò el confortatore, el concitatore. Perché che abbiamo noi piú a fare al mondo? A che proposito piú vivere se ci è di nuovo tolta la nostra libertá? Vadia prima in confusione el tutto, rovini prima ogni cosa, faccisi prima uno nuovo caos, che noi sopportiamo e vediamo piú tanta indignitá. Io lo dico un’altra volta, sarò se bisognerá el confortatore, el concitatore, sarò el primo a pigliare sassi, a gridare popolo, a gridare libertá.
Ma lo fará lui medesimo sanza che altri lo riscaldi. Non vedete voi giudici, quanto ognuno è commosso, quanto ognuno è infiammato? Non vedete voi che ora con grandissima difficultá si ritengono, non vedete voi e’ moti e gesti, non sentite voi giá e’ mormorii e’ romori? Troppo pure ora è el pericolo che quella tanta pazienzia non si volti in grandissima rabbia, in grandissimo impeto; che questi nugoli, che questa tempesta si sfoghi non solo contro gli autori del male<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio accusatoria}}|245}}</noinclude>ma ancora contro agli adiutatori, fautori e consenzienti, contro a chi potendo non ará proibito. Non gli tiene fermi altro che la speranza del giudicio vostro; come questa manchi loro, vedrete da per se medesimo concitato ogni cosa; vedrete el popolo in furore, dal quale se gli altri priegano Dio che ci liberi, guardate voi giudici di non lo accendere. Vogliate provederci, giudici, con la vostra prudenzia, e faccendo quello che si aspetta alla fede, alla bontá e sapienzia vostra, come ciascuno meritamente spera da voi, essere piú presto causa del bene, della libertá, della salute di questa patria, che mancando del debito vostro, a voi medesimi ed alla espettazione che s’ha di voi, dare occasione a qualche pericolosissimo scandolo, ed essere finalmente causa con gravissima vostra infamia e pericolo, con infinito danno di questa cittá, che dove ora a spegnere questo fuoco basta poca acqua, non sia per bastare tutta quella che è in Arno ed in Tevere e finalmente in mare.
{{Rule|6em}}
<includeonly>{{Sezione note}}</includeonly><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>{{Ct|f=100%|v=1|t=3|L=0px|DEFENSORIA CONTRA PRECEDENTEM}}
Cognosco non essere conveniente, giudici, che chi si sente innocente e con la conscienzia purgata, tema o si perturbi per le accusazione false, perché debbe sperare che Dio giustissimo giudice sia suo protettore e defensore, né comporti che la veritá sia suffocata dalle calunnie. Nondimeno queste cose insolite che mi si presentano innanzi agli occhi mi commuovono non mediocremente l’animo, vedendomi qui in mezzo di tanta multitudine, la quale tutta guarda me solo ed è testimone delle mie molestie; e che doppo una legge nuova, una nuova forma di cognoscere la causa ed udire le parte publicamente, io sia el primo chiamato in giudicio e riguardato da tutti quasi per esemplo, pieno di travagli abbia in pericolo tutto quello bene che ha e possa avere uno cittadino; e dove pochi mesi innanzi pareva che io avessi tanta felicitá che fussi quasi invidioso agli amici, ora mi truovi sí afflitto che sia nonché altro, miserabile agli inimici. Nondimanco la speranza che io ho prima nello onnipotente Dio, che non è solito lasciare opprimere alcuno a torto, di poi, giudici, nella bontá e sapienzia vostra, mi conforta e mi sostiene, in modo che non solo tengo per certa la salute (e che altro può sperare innanzi a tali giudici uno innocente?) ma ancora mi pare che lo essere chiamato in giudicio si possa attribuire a felicitá.
Migliore fortuna sarebbe stata che questi carichi e questi romori che non hanno causa o fondamento alcuno, non mi fussino sí ingiustamente andati addosso; ma poi che erano andati ed appiccati negli animi di molti, non potevo desiderare<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|250|{{Sc|oratio defensoria}}|}}</noinclude>piú cosa alcuna, che venire occasione che la innocenzia mia fussi cognosciuta da ognuno sí chiaramente, che nessuno ne potessi piú dubitare, acciò che finalmente io apparissi al presente nel conspetto della cittá quello che sempre sono stato e per el passato sono apparito. Arebbelo a ogni modo fatto el tempo per se medesimo, perché come dice el proverbio, gli è padre della veritá, la quale è impossibile che a lungo andare non venga in luce; ma con queste contradizione e dispute si chiarirá per modo che resterá sanza dubio piú purgata e piú splendiente. Però se lo accusatore mio si è mosso a questa accusazione per zelo, come lui ha detto, della republica, non posso, sendo ancora io cittadino, volergli male di questa sua buona mente; se l’ha indotto la ambizione, come e molti credevano prima, ed ora che l’hanno udito lo credono molto piú, sono sforzato avere obligazione alla imprudenzia sua, poi che non ha cognosciuto che da quelle arme con che credeva offendermi ed opprimermi, io resterò difeso e sullevato, benché di lui e del fine suo io parlerò in altra parte.
Ora poi che tutto el fondamento della innocenzia mia consiste in Dio e ne’ giudici, io priego prima con tutto el cuore la Divina Maestá, che quale è l’animo mio e quali sono state le mie azione, tale sia el fine di questo giudicio. Se io sono infetto di quelli peccati che io sono imputato, non recuso di essere punito come meritamente si debbe, ed essere esemplo a ognuno della severitá vostra, giudici; ma se io sono innocente, che mi dia facultá di esprimere bene le ragione mie ed illumini in modo la mente de’ giudici, che la autoritá che questo popolo ha data loro per gastigare e’ cattivi, non sia a distruzione de’ buoni.
Di poi dimando a voi giudici non misericordia, non compassione, non memoria di quella benivolenzia che ho avuto con molti di voi, ma una sola cosa, ed a giudicio di ognuno molto ragionevole e molto onesta: che voi non portiate qua le sentenzie fatte in casa, ma le facciate nascere e le formiate in su questo tribunale; caviatele non dalle opinione e romori del vulgo, non dalle calunnie de’ maligni, ma dalle conietture,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio defensoria}}|251}}</noinclude>da’ testimoni, dalle pruove che vi saranno addotte in giudicio; rimoviate le impressione se alcuno n’avessi fatte, e fermiate l’animo e la intenzione come se oggi udissi una cosa di che non avessi mai sentito parlare, e con resoluzione di giudicarla non secondo che molti vanamente hanno creduto, ma secondo che maneggiandola e mettendo la mano nella piaga la vi apparirá e consterá. Cosí appartiene alla vostra bontá, la quale debbe essere piú presto desiderosa di potere giustamente assolvere, che rigidamente condannare, o almanco non inclinata in parte alcuna; cosí appartiene alla vostra sapienzia, la quale debbe considerare quanto sia pernizioso alla republica che alcuno innocente sia con false calunnie, con invidiosi romori oppresso a torto; cosí ancora è la voluntá del popolo, el quale se bene ha creduto o crede forse ancora qualche cosa, ha però voluto che diligentemente sia cognosciuto la veritá, e però non ha commesso o che io sia punito sanza essere udito, o preposto a questo giudicio uomini ignoranti e leggerissimi, ma persone di tanta prudenzia, bontá e gravitá, che ha tenuto per certo che non manco abbino a sapere che a volere trovare la veritá.
E certo, giudici, se in voi sará quella attenzione ed animo che io presuppongo, vi farò facilmente cognoscere che rimosso questo velo, questa nebbia di carichi e romori falsi, questo grido che, nonché sanza causa, ma anche sanza colore mi è andato addosso, non fu mai chiamato in giudicio alcuno con piú debole, con piú leggiere calunnie; nessuno fu mai assoluto con piú aperti, con piú saldi, con piú giusti fondamenti. Però sono certo che udendo le mie giustificazione vi verrá non solo compassione di me, che sanza alcuna causa sia stato cosí iniquamente sottoposto alle lingue de’ maligni, cosí ingiustamente lacerato da ognuno, ma nel caso mio considerrete el vostro e quello di ognuno, perché quello che sanza alcuna causa e sanza alcuno colore è intervenuto a me, può intervenire ogni dí a voi ed a ognuno.
Cosí è in facultá della invidia e della malignitá fingere e divulgare uno peccato di uno altro innocente, come contro<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|252|{{Sc|oratio defensoria}}|}}</noinclude>alla veritá ha fatto e divulgato di me; cosí in potestá dello errore e della ignoranzia credere vanamente nel caso di uno altro, quello che ha creduto nel mio. Anzi sono molti sottoposti piú a questo pericolo che non ero io, perché avendo io giá molti anni fatto in tanti modi ed in tanti luoghi esperienzia di me, ed essendo non per una esperienzia sola di uno dí, ma per molte, e per el corso di molti anni risonato in questa cittá tale odore della integritá e delle altre qualitá mie, che per parlare modestamente né io né la casa mia aveva da vergognare, pareva poco credibile che facilmente potessi nascere di me romore contrario, manco credibile che facilmente si avessi a credere, e scancellare cosí facilmente una opinione giá confermata ed invecchiata. Nondimeno se con uno grido di uno dí si è dimenticato ogni cosa e creduto in una ora sola el contrario di quello che era stato creduto tanti anni, quanto piú n’hanno a temere coloro che insino a ora non hanno avuto occasione di mostrare quello che sono, e della virtú de’ quali s’ha piú presto speranza che se ne sia veduto esperienza, ed in chi uno romore falso che nascessi non ará a combattere con opinione o memoria delle azione ed opere passate, ma non trovando ostaculo si apiccherá piú facilmente e con piú fondamento, ed essendo piú fondato, sará piú difficile a spegnere o sbarbare. Nella causa mia adunche e nel pericolo mio si tratta la causa ed el pericolo di molti, perché a tutti può accadere el medesimo che a me, a molti ancora piú facilmente che a me: però quella bontá e quella prudenzia vostra, giudici, che è debita in questo giudicio a me solo, mi debbe tanto piú volentieri essere prestata da voi, quanto piú cognoscete che quella salute che voi darete a me, con ragione potrá essere utilitá vostra e di tutti, quello male che voi mi facessi a torto potrebbe a qualche tempo nuocere con lo esempio a voi ed a tutti.
Sia adunche el fondamento principale della difesa mia quello che è verissimo, quello che è giustissimo, quello che non può avere alcuna replica o contradizione: che in questo giudicio non si attendino e’ carichi, non si attendino e’ romori,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio defensoria}}|253}}</noinclude>non si giudichi la causa col grido ma si cerchi la veritá; odinsi diligentemente e’ testimoni, pesinsi le pruove, considerinsi bene le conietture; concesso questo, che nessuno, mi si può<ref>''Cosí il testo.''</ref> negare, sono giá assoluto, sono liberato. Né io, giudici, fo instanzia che voi giá fermiate nello animo vostro che questi romori siano falsi, che siano contrari alla veritá; non vi dimando questo, se bene quando io lo dimandassi, non dimanderei forse cosa troppo inconveniente: perché che ingiustizia sarebbe, che essendo in su una bilancia da uno canto le cose fatte da me per el passato, la esperienzia di tanti anni, e quello che lungamente voi ed ognuno ha inteso e creduto di me: da altro niente, eccetto una opinione in aria durata quattro dí, uno romore incerto sanza origine, sanza autore, sanza verisimilitudine alcuna; che ingiustizia, dico, sarebbe, se con uno fondamento fermo, certo e paragonato, si ributtassi una vanitá di uno grido che non ha né veritá né colore? Ma io non dimando questo, non voglio che le cose mie procedino con sí buona condizione, non che mi giovi le fatiche, el sudore e pericoli di tanti anni, non che voi abbiate memoria alcuna di quello che per el passato avete veduto e creduto me; bastami, contentami, ho per grandissima felicitá, che stiate con la opinione vostra sospesi, stiate neutrali, parati a credere che e’ carichi siano veri, se con le pruove e con la chiarezza, e non col grido, si mostrerrá che siano veri; parati ancora a credere che siano falsi, se con la veritá, con la ragione si mostrerrá che siano falsi.
E perché tutto el fondamento della causa, tutta la difesa mia consiste qui, e fermato bene questo, è remosso ogni difficultá, ogni disputa, io, se non mi confidassi interamente nella sapienzia vostra, mi ci affaticherei piú, mi distenderei piú, allegherei molti esempli per e’ quali saresti capaci non solo voi che sanza questo siate, ma ancora tutto questo popolo, né manco che gli altri, quegli che hanno creduto piú che gli<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|254|{{Sc|oratio defensoria}}|}}</noinclude>altri, che quello che ora è intervenuto a me di essere calunniato falsamente, è in ogni tempo ed in questa cittá, come nelle altre, intervenuto a infiniti uomini di grandissima virtú e bontá, e che erano lo specchio ed omamento delle loro patrie; anzi pare che questa, o invidia o fortuna che la sia, percuota piú spesso e piú volentieri chi manco lo merita, che gli altri; e quello che in ogni tempo è accaduto a tanti e che ora accade a me, può facilmente in futuro accadere a tutti gli altri.
Direi che Roma non ebbe mai né el piú utile né el piú savio cittadino che {{AutoreCitato|Quinto Fabio Massimo Verrucoso|Fabio Massimo}} che con la prudenzia sua e col sapersi temporeggiare raffrenò el corso delle vittorie di Annibale; nondimeno quando era piú utile alla republica, ebbe tanto carico di tenere quelli modi co’ quali salvava la cittá, che fu creduto dal popolo che fussi d’accordo con Annibale, e venne in tanta infamia che alla dittatura gli fu dato uno compagno, cosa che né prima né poi non fu mai fatta a Roma; ma non mancò la veritá del solito suo, perché poco poi furono cognosciuti e’ sua meriti e confessato da ognuno che da lui solo s’aveva a ricognoscere la salute della cittá.
Ardirò dire che non solo in Atene che fu sí savia e sí famosa cittá, ma che anche in nessuna altra republica non fu mai el piú degno né el piú glorioso cittadino di {{wl|Q80398|Pericle}}; perché non con forze, non con fazione, né con alcuna corruttela governò trenta anni quella cittá che era libera, con la autoritá sola e riputazione della virtú; e nondimeno perché nella guerra contro a’ Lacedemòni, di che lui era stato consigliatore, seguí qualche disordine, fu con grandissimi carichi e romori deposto dal popolo del governo; benché poco poi accortisi del torto fatto a lui e del danno fatto a sé, lo restituirono maggiore che prima.
Né mi mancherebbono anche esempli nella nostra cittá, e quello che è piú nella famiglia nostra medesima. Messer Giovanni Guicciardini, essendo commissario del campo nostro nello assedio di Lucca, ed essendo el campo nostro sforzato a ritirarsi, fu sanza fondamento alcuno infamato d’avere avuto {{Pt|da-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio defensoria}}|255}}</noinclude>{{Pt|nari|danari}} da’ lucchesi, di che fu accusato innanzi a’ rettori della cittá, e se bene gli fussi spinto adosso da Cosimo de’ Medici che allora aspirava alla grandezza, prevalse la innocenzia sua ed onorevolissimamente fu assoluto da’ giudici, e cognosciuto da ognuno quello che era. Ricordomi io ancora quasi fanciullo levarsi uno grido adosso a {{AutoreCitato|Pier Soderini|Piero Soderini}}, che andò tanto innanzi che insino allo uscio di casa gli furono dipinti molti improperi; nondimeno perché non aveva fondamento cadde da se medesimo in terra in capo di poche settimane, e lui, innanzi che passassi uno anno, fu fatto con grandissimo favore gonfaloniere a vita.
Potrei allegare questi ed infiniti altri esempli, ma è superfluo, giudici, alla sapienzia vostra la quale per se medesima è capacissima che altra cosa è una calunnia, altra una imputazione vera. Questa ha principio, ha autore certo, ha chiarezza, ha particulari de’ modi e de’ tempi; vedesi la origine sua, vedesi el progresso, veggonsi e’ mezzi, non si può tanto occultare che si spenga, non tanto negare che non appaia, e quanto piú va innanzi col tempo, tanto piú si fonda e si ferma; quella non ha capo, non ha principio alcuno certo, non si vede la fonte, né si sa lo autore; è varia e confusa, non distingue tempi, non modi; non sa dire altro che dire: ha rubato; dimandato che, come o quando, tanto ne sa uno quanto uno che venga di Egitto; quanto piú si cerca manco si truova; quanto piú si vuole scuoprire tanto piú diventa incerta; el tempo da se stesso la consuma e la riduce in termine che alla fine chi l’ha creduta si vergogna di se medesimo d’averla creduta. Vediamo ora di che sorte è la nostra, e giudicate, giudici, se io sono degno di odio o se io merito compassione.
È el primo capo della accusazione che io ho rubato somma infinita di danari, e per potergli rubare, ho concesso a’ soldati nostri a sacco questo paese: peccato sanza dubio sí grande, sí enorme e sí orribile, che tutte le arte di che è stata piena la orazione dello accusatore, tutte le esclamazione che ha fatto, ancora che siano state sí veementi e terribile, non sarebbono bastate a dimostrare una minima parte della gravezza sua.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|256|{{Sc|oratio defensoria}}|}}</noinclude>Ma non si può ragionare della pena se prima non si cognosca del delitto; s’aveva prima a chiarire questo, prima a dichiarare el verbo principale, poi a parlare degli accessori, e spargere quella vena di eloquenzia, la quale ti è parso non potere fare meglio cognoscere che col pigliare una accusazione falsa, perché le vere sa mostrare ognuno anzi si sostengono da se medesime, né hanno bisogno dello ingegno o lingua dello oratore; benché piú laudabile era cercare di mostrare alla patria prudenzia o bontá che artificio di parlare; mostrare che tanti anni che tu hai studiato e {{AutoreCitato|Marco Tullio Cicerone|Cicerone}} e filosofi, avessi imparato che la patria ha bisogno di cittadini buoni, amorevoli e gravi, non di ornati parlatori, e’ quali o non mai gli sono utili, o almanco sempre gli sono dannosi, se non hanno congiunta la prudenzia e gravitá con la eloquenzia. Ed in che consiste piú la prudenzia di uno accusatore, che in sapere eleggere reo che difficilmente possa essere assoluto, non uno che non possi essere condannato? In che consiste piú la gravitá, che nel fondarsi in cose solide, pesate e certe e vere, non in argomentuzzi ed in cavillazioncelle, che da lontano paiono poco, da presso e quanto piú le strigni si risolvono in fummo?
Ha chiamato per testimonio uno esercito intero; credetti vedere questa piazza piena di arme e di cavalli; ebbi, io lo confesso, paura, perché ora che sono cosí abietto, cosí percosso dalla fortuna, con difficultá combatto con uno, non che io potessi difendermi da uno esercito. Ma dove è questo esercito? Volessi Dio che cosí fussino tutti gli eserciti! Non aremo mai paura di guerre o di inimici; perché questo non si vede, non si sente, non fa né male né paura a persona; è simile alle nostre calunnie, che chi le ode da altri, crede siano qualche cosa grande, ma ognuno che se gli accosta vede che sono non nulla. Cosí tante migliaia di uomini, tanti capitani, tanti signori, tante legioni, si riducono a quattro, sei testimoni, e’ quali dimandati diligentemente quello che dicono, diranno alla fine loro medesimi che non sanno quello che si dicono. Non voglio recusarli, come giustamente potrei, perché sono tutte persone che, come hanno detto loro medesimi, patirono<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio defensoria}}|257}}</noinclude>gravi danni nei transito ed alloggiamenti di quelle gente, né potendo valersi contra di chi gli ha danneggiati, cercano sfogarsi dove possono.
E chi non sa quanto le cose de’ testimoni sono tenere ne’ giudíci, quanto bisogna avvertirvi, quanto debbono essere non solo tali che in loro non apparisca causa alcuna di grave passione, ma ancora tali che non si possa conietturare una minima scintilla di qualunque leggiere sdegnuzzo? Perché poi che dal detto loro ha dependere cosa sí grande quanta è la condannazione di uno uomo, arebbono volentieri le legge ordinato che non si stessi a detto d’uomini, sapendo quanto sono communemente corruttibili, e potendo dubitare che se bene non apparisca causa di corruzione, pure che segretamente la vi fussi; ma poi che per difficultá di provare le cose altrimenti, è stato necessario ammettere e’ testimoni ne’ giudici, hanno voluto le legge obidire alla necessitá, ma non dimenticarsi el sospetto, e però hanno escluso el testimone ogni volta che si possa conietturare causa alcuna per la quale possino avere passione, benché leggiere, nel negocio che si tratta.
Se adunche io facessi instanzia che a questi testimoni che dicono avere patito gravi danni, non si credessi, che non si tenessi conto alcuno del detto loro, né e’ giudici lo negherebbono, né questa moltitudine se ne maraviglierebbe, né tu sapresti che dire in contrario. Ma vedi quanto io procedo alla piana, quanto io confido nella veritá, quanto io non fo altro fondamento che della innocenzia mia: non oppongo a questi tuoi testimoni né questo né altro che si potessi opporre; non gli rifiuto; presto loro quella medesima fede che tu, anzi gli metto in migliore grado; che dove tu gli hai prodotti per soldati, io sono contento che questi giudici gli accettino per vangelisti, perché non so se el detto loro è vero o falso, ma so bene che non mi nuoce; ed a te forse pare che io t’abbia fatto una grazia grande, a me pare averti donato non nulla.
Che dicono questi benedetti testimoni? Dicono che quando si facevano quelli danni, udirono dire a molti fanti, (forse che<noinclude>{{RigaIntestazione|{{smaller|{{Sc|F. Guicciardini}}, ''Opere'' - {{Sc|ix}}.}}||{{smaller|17}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|258|{{Sc|oratio defensoria}}|}}</noinclude>hanno allegato capitani? o almanco avessino allegato uomini d’arme!) udirono, dico, dire a molti fanti, mentre che erano ripresi del rubare, che rubavano perché non erano pagati, e messer Francesco aveva dato loro licenzia che rubassino; questo ridotto atto è el sugo di tutto questo esamine. O bello testificato, o pruove concludente, o testimoni da averne paura! Non si sa chi siano questi fanti, non di che compagnie; non so se erano fanti pagati ordinariamente, o pure venturieri mescolati tralle compagnie, come sempre ne concorre infiniti drieto agli eserciti; e noi vogliamo avergli per testimoni, stare a detto di loro soli in una causa di tanta importanza, di tanto interesse?
Vogliono le legge che in ogni causa benché minima si sappino e’ nomi de’ testimoni, la patria, la origine, la vita, le dependenzie, acciò che si possino interrogare, si possi ricercare se hanno passione alcuna, si sappino e’ portamenti loro; perché a quegli che sono di mala fama, di mala vita, non si dá fede, e si crede che chi è poco circunspetto nel fare, sia ancora manco avvertito nel dire; vogliono, quando sono ancora integri da ogni parte, che abbino a dire quello che ne sappino, allegare particularmente tutto quello che hanno inteso, che hanno veduto, che è stato loro detto, dove, come, quando e da chi; che abbino a dire tanti particulari, che la cosa quasi da se stessa si metta in luce e si tocchi con mano; e noi crederreno a testimoni incogniti, a testimoni di poca condizione, a spadaccini, a ruffiani, testimoni usi a dire piú bestemmie che parole, e quello che è piú, a testimoni ladri, a testimoni trovati in sul furto?
Non dicono questi testimoni che tu hai prodotti, a’ quali io presto fede e non derogo loro niente, avere udito cosí rispondere da questi soldati quando erano ripresi delle loro ruberie? Dunche s’hanno a credere a uno che ruba le cose, che dice per coprirsi, a uno che si truova col furto in mano? Non si impiccherebbe mai nessuno ladro. Che volevi tu che dicessino: noi rubiamo perché siamo di mala natura, perché noi siamo ladri, perché non facemo mai altra arte? O quale<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio defensoria}}|259}}</noinclude>è quella moglie che trovata col compagno addosso non sappia trovare qualche scusa; chi è quello ladro che confessi mai alla prima el furto quando è prigione ed è alla corda, nonché quando è libero per le piazze? E che scusa potevano allegare altro che questa, che è sola ed unica de’ soldati che rubano in terra degli amici, perché non ci è legge, né ragione, né consuetudine militare che lo permetta, se non el non essere pagati?
Non dicono che messer Francesco l’abbia detto loro lui, non averlo inteso da lui, non cosa alcuna che sappino che gli abbia dato questa licenzia o commissione; e se e’ primi e migliori uomini di questa cittá testificassino a questo modo, non sarebbe sí piccolo giudice che non se ne ridessi, non procuratore o avvocato che gli volessi leggere, e che non gli paressi avere gittato via el tempo e la spesa a farlo esaminare. Ma perché consumo io tante parole in una cosa sí manifesta? E perché vo io cercando di generare fastidio dove ho bisogno di generare attenzione? Se adunche questi testimoni per loro medesimi non vagliono nulla, se non pruovano nulla, se da sé soli sono ridiculi, quali sono le conietture o aiuti estrinsechi che gli sostenghino e faccino empiere el detto loro?
Sogliono coloro che governano le cause, quando bene si truovino gagliardi di testimoni, cercare di aiutare el fondamento suo o con scritture o con qualche altro lume, almanco con qualche coniettura; il che se fanno quegli che co’ testimoni soli possono vincere, quanto piú lo debbono fare coloro che hanno e’ testimoni deboli, e molto piú come ha el nostro accusatore che non ha nessuno! Perché tanto è avere testimoni che non pruovino, quanto è non ne avere nessuno. Ma dove sono in questa causa? Non solo non ce n’è nessuna, ma non ne è pure stata allegata nessuna, non pare pure che vi sia stato pensato. Direno che proceda [da] imperizia dello accusatore? Non sarebbe forse maraviglia, perché altro è leggere {{AutoreCitato|Prisciano|Prisciano}} o {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotele}}, altro è trattare una causa; ma non è questo, giudici, non è questo; perché ha pure imparato tanto che saprebbe pure governare in una causa in volgare; e quello<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|260|{{Sc|oratio defensoria}}|}}</noinclude>che da se medesimo non avessi cognosciuto, crediate a me, non gli è mancato maestri, non gli è mancato con chi consultare, e di quegli della professione mia, e’ quali io non nomino per avere piú rispetto loro, che non hanno essi a me.
Non sono ancora in tanta compassione che manchi chi mi perseguiti; non manca chi, non saziato di vedermi afflitto nel conspetto degli uomini, di vedermi avere bisogno di coloro che solevano avere bisogno di me, desideri el sangue mio, desideri vedere l’ultima ruina mia, desideri vedermi esemplo di tutte le calamitá e miserie. Misero a me, che ho io fatto loro? Non gli ho giá mai offesi, non gli ho provocati; se è invidia, sono pure oramai ridotto in grado che doverrebbe succedere la compassione, e come è scambiata la fortuna mia, cosí doverrebbe essere scambiati gli affetti degli uomini verso di me. Ma la non va cosí: è in loro quella medesima sete di spegnermi e di estirparmi, che era giá di abbassarmi; però non sono mancati allo accusatore né consigli, né ricordi, né suggestione.
Se potessino mostrare qualche spesa grossa fatta da me, che facessi fede al furto, crediate che a questa ora l’arebbono mostra; se altra coniettura, indizio o parola, non sono stati negligenti a cercarla, non sarebbono mancati di diligenzia a dedurla. Se nella vita mia avessino trovato note di furti, di rapine o di avarizia l’arebbono allegate; cercato con le cose passate fare ombra alle presente, e meritamente, perché quale è stata la vita di uno per el passato, tale si debbe credere che sia di presente, e come difficilmente si può credere che uno che sia stato sempre buono cominci di subito a diventare malo, cosí è mal verisimile che chi ha fatto abito nel male se ne astenga quando n’ha occasione. Non si allegano dunche queste cose, perché non ci sono; non ci sono testimoni, non scritture, non chiarezze, non lume alcuno, non pure conietture mediocre, non pure leggiere, non tale che abbino, nonché altro, ardire di allegarle; tutto è fondato in su’ romori, in su’ gridi, e’ quali voi avete giá ributtati, a’ quali siate giá deliberati di non dovere né potere credere. Però in<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio defensoria}}|261}}</noinclude>quanto a questo capo io ho satisfatto alla difesa, perché non è provato, non pure aombrato el furto; e chi non sa che non solo nelle cause criminali, ma in una differenzia di tre quattrini, se chi dimanda, chi fa instanzia non pruova, che el giudice non ha a fare altro che assolvere?
Posso adunche passare agli altri capi della accusazione, perché tra molte difese che ha chi è chiamato in giudicio, nessuna è piú facile, piú ferma, piú espedita, e che piú serri la bocca allo accusatore, piú tolga fatica al giudice, che potere dire el reo: e’ non è provata la intenzione. E certo se el primo dí che io fui chiamato in giudicio, anzi per dire meglio el dí medesimo che fu publicata la elezione de’ giudici, vedendogli io di tale qualitá che nessuno innocente poteva desiderarli migliori, io non mi fussi proposto nello animo maggiore fine che la assoluzione, e di salvarmi dalla rabbia degli inimici miei, io starei contento a questo né cercherei piú oltre, e mi parrebbe assai, se non provato buono, non essere chiarito cattivo. Ma perché da quello dí in qua ho sempre sperato non tanto avere a essere assoluto, quanto essere assoluto in modo che tutta la cittá, tutti coloro che hanno creduto el male toccassino con mano el bene, ed essere restituito a quella buona opinione che giá tutto questo popolo per sua bontá ebbe di me, non mi basta quello che è fatto insino a qui, voglio procedere piú oltre, voglio fare io quello che toccava a fare allo accusatore, voglio provare, voglio chiarirvi che io non ho rubato, né ho potuto rubare e’ vostri danari; né recuso di essere, se io non lo pruovo, condannato come doverrei essere se lo avversario avessi provato lui: condizione tanto insolita, tanto dura che bisogna o che voi mi tegnate pazzo, o che voi cominciate a credere che io sia innocente. Né basterebbe che io fussi pazzo di una pazzia mediocre, ma di quella forte di quegli che gettano el pane non che le prietre, poi che trovandomi assoluto cercassi di ritornare in pericolo sanza proposito; e quello che è piú, non solo mi obligo a provarlo, ma a provarlo con ogni spezie di pruove che soglia ammettersi ne’ giudíci, con conietture potentissime, con testimoni,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|262|{{Sc|oratio defensoria}}|}}</noinclude>con scritture. Il che se io farò, o cittadini, non vi prego altro, non vi dimando altra grazia, se non che si cancelli la mala opinione che a questi mesi avete avuto di me, che piú sia creduta la veritá che e’ carichi, che la invidia che m’ha tanto percosso diventi compassione, ma vegnamo allo effetto.
Mi persuado che ognuno di voi, giudici, ognuno di questi cittadini abbia opinione e creda, o che non sia vero che io abbia dato licenzia a’ soldati che saccheggino el contado, o che se questo è vero, che la causa sia stata che, avendo io voluto rubare le paghe, mi sia bisognato pascere e’ soldati con questo altro modo; e però se e’ non è vero che io abbia rubato e’ vostri danari, che non sia anche vero che io abbia fatto saccheggiare el contado, perché questo è causato e depende da quello, e provandovi che io non ho rubato, confesserete tutti d’accordo che io non vi ho fatto saccheggiare. Non dite voi questo medesimo? Ma che bisogna dimandarne voi che non darete mai se non risposte vere, piene di gravitá e di prudenzia? Non l’ha detto lo accusatore medesimo, non l’hanno detto e’suoi soldati, che per non gli pagare io davo loro questa licenzia? Ma quando non l’avessi detto, non lo dice la ragione da se medesima? Perché gli uomini non si mettono mai a fare male se non o per utilitá o per piacere. A me, se io pagavo e’ soldati come se non rubassino, che utilitá era fargli rubare, che piacere, che contento, che satisfazione di animo? Anzi in contrario molestie, querele, romori, carichi, inimicizie della sorte che voi vedete. Sogliono gli altri quando rubano cercare che si dia la colpa a altri: io arei de’ furti di altri cercato di avere la colpa io; gli altri quando sono tristi fanno ogni cosa per parere buoni: io essendo buono arei fatto ogni cosa per parere tristo. Siamo adunche tutti d’accordo che se io non ho rubato le paghe, non ho anche fatto saccheggiare el contado. Veggiamo se ho rubato queste paghe.
Sempre, giudici e cittadini, (io parlo ora anche a’ cittadini perché quello che io cerco, per che mi affatico ora, cioè di recuperare la buona fama, l’ho avere communemente da tutti;<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio defensoria}}|263}}</noinclude>quello che era proprio de’ giudici, cioè essere assoluto, l’ho giá avuto, l’ho conseguito abastanza) sempre dico, quando si propone uno delitto di uno, la prima cosa che si apresenta all’animo degli auditori, innanzi si sentino pruove o testimoni, è el pensare se quello che si dice è verisimile o no; se è verisimile, si comincia a aprire una via che fa facilmente parere maggiore e piú vere le chiarezze che si allegano; e pel contrario se non è verisimile, bisogna bene che e’ testimoni siano degni di fede, bisogna bene che pruovino concludentemente, che le scritture siano chiare, perché è cosa molto naturale che malvolentieri si può credere che una cosa sia, se non è verisimile o ragionevole che la sia. Però ne’ giudíci criminali si dura fatica assai circa le conietture, e quando sono gagliarde, le sono di tanto peso, che bene spesso si dá loro piú fede che a’ testimoni, perché e’ testimoni possono facilmente essere appassionati o corrotti, ma la natura delle cose è sincera ed uniforme e non può essere variata; e se e’ verisimili hanno tanta forza dove sono testimoni che pruovano, quanta ne debbono avere nel caso nostro che non è provato nulla? E tra tutte le conietture una delle piú potente fu sempre ed è la vita passata dello imputato, e’ portamenti suoi, la sua consuetudine del vivere, perché in dubio si crede che ognuno sia di quella medesima natura, di quella medesima qualitá che è stato per el passato.
Cognosco, giudici, quanta difficultá abbia questo ragionamento, perché come naturalmente gli uomini pare che piglino uno certo piacere quando sentono dire male di altri, cosí pare che offenda gli orecchi quando sentono che uno dice bene di se medesimo; nondimeno poi che lo accusatore m’ha voluto fare ladro, la necessitá mi sforza a dire tutte quelle cose che mostrano che io non sia ladro; delle quali se alcuna è che vi dia fastidio, non dovete attribuirlo a me che sono necessitato a dirle, ma volerne male a chi per malignitá è stato causa di mettermi in questa necessitá. Di poi non è laude dell’uomo avere quelle cose delle quali se ne mancassi gli sarebbe vizio; lo essere netto non è tanto laudabile perché el non essere netto<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|264|{{Sc|oratio defensoria}}|}}</noinclude>è vizio, quanto in chi fussi altrimenti sarebbe biasimevole. Sará piú presto scusarsi che laudarsi; sarebbe laude se io dicessi di essere ingegnoso, di essere prudente, di essere eloquente, perché anche chi non ha questa parte, non può essere biasimato, non essendo in sua potestá, ma doni della natura.
Io non voglio, giudici, raccontare quale fussi la vita mia innanzi che io andassi al governo di Modena, perché lo accusatore medesimo n’ha fatto fede, confessando che non sanza cagione fui cosí giovane eletto dagli ottanta imbasciadore in Spagna; e credo pure che sia nella memoria di qualcuno, che non ostante che lo esercizio mio sia odioso e sottoposto alle calunnie, la fu sempre di sorte che non fu mai giudicato che né di modestia né di bontá io non fussi degenerato da mio padre, e’ costumi e la integritá de’ quali<ref>''Così il testo''</ref> furono sempre tali che lo accusatore me n’ha piú volte voluto fare carico; dove io spero che la mi abbia a fare grazia a favore, e che e’ meriti e la memoria sua m’abbia a giovare, quando apparirá che né lui se vivessi si pentirebbe d’avermi per figliuolo. Ma io non insisto in questi tempi perché si potrebbe forse dire che avevo poca occasione di fare male ed assai rispetto, essendo negli occhi della patria e di tutti e’ cittadini, a’ quali chi non ha desiderio di satisfare, si può bene dire che sia sanza gusto e sanza ingegno. Parliamo de’ luoghi dove cessano queste obiezione, ancora che in Firenze ed in quella professione non mancano de’ cattivi.
Andai di 33 anni al governo di Modena con quella autoritá e forse maggiore che ha detto lo accusatore, perché né alle amministrazione mie fu mai riveduto conto, né alle sentenzie dato appello; trovai una cittá piena di parte, piena di sangue, conquassata per tutti e’ versi, in modo che e la grandezza della autoritá e la condizione della cittá mi dava infinita occasione di rubare, massime che, come ancora ha detto lui, non si vive in quelli paesi come qua, perché non vi è republica, non si tiene conto del giudicio degli uomini, ognuno<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio defensoria}}|265}}</noinclude>non attende a altro che al profitto suo particulare, sono soliti insomma a vendere e comperare ogni cosa. A Modena mi fu poco poi aggiunto el governo di Reggio, all’uno e l’altro quello di Parma. Andai commessario generale in campo con pienissima potestá; ebbi poi la presidenzia di Romagna, e tutte in modo che ognuno vedeva che tutto era rimesso a me, e che quanto allo effetto io non avevo superiore.
Che credete voi adunche che in tanto tempo, in tante cittá, in cittá tanto ricche, in cittá piene di parte, che erano state lunghissimo tempo sanza giustizia, dove erano infinite cognizione di cose criminali, infinite confiscazione, dove solo avevo autoritá di condannare, di bandire, di fare grazie, di fare composizione di qualunque sorte; che credete, dico, se io avessi voluto rubare, che fussi quello che io arei potuto? Non ha, sappiatelo certo né peso né misura; sarebbe bene tanto che io mi potrei ridere degli uficiali del balzello, dove ora, cosí mi aiuti Dio, è el maggiore pensiero che io abbia. Furono piú le volte che mi furono offerti mille, tremila, quattro, cinquemila ducati per campare la vita a qualcuno che meritava la morte, che non sono state le bugie che ha oggi detto lo accusatore, che non sono però state né otto né dieci; vi vissi in modo e vi detti tanto odore di non essere parziale e di avere le mani nette, che e’ superiori feciono a gara di darmi, sanza che mai io ne dimandassi alcuno, l’uno governo addosso all’altro; ed in tutte le calunnie, che qualche volta vere e bene spesso false, si dánno a chi governa, massime tanto tempo e con tanta libertá, non fu mai uomo che avessi ardire di dire che io avessi pure uno quattrino di quello di persona.
Ecco qua e’ brievi di tre pontefici: guardate se è ancora piú onorevole e piú ampio quello di Adriano che gli altri; leggete le lettere che quelle tre comunitá, Parma, Reggio e Modena, scrissono tante volte a dimandarmi per governatore a Adriano con tanta efficacia; che dicono altro se non che la salute di quelle cittá consiste nell’avermi per governatore? Ecco qua e’ partiti e le elezione degli imbasciadori mandati<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|266|{{Sc|oratio defensoria}}|}}</noinclude>a dimandare questo medesimo: non sono cose fatte ora, non fede mendicate con favore di conti, che tutti, perché io gli tenevo bassi e non gli lasciavo opprimere e’ popoli come erano soliti prima, mi erano inimicissimi; ma sono le cittá intere in tempo che si trattava della maggiore importanza che abbino, perché la salute e ruina loro consiste totalmente dalle qualitá de’ governatori; in tempo che per avergli governati lungamente mi potevano cognoscere, in tempo che nessuno poteva credere che io avessi luogo apresso a uno pontefice nuovo, che non m’aveva mai veduto né udito nominare, che non solo m’aveva a cassare per volere instrumenti nuovi come fanno tutti gli altri, ma piú particularmente per essere io dependente dal cardinale de’ Medici, quale lui batteva allora con tutti e’ modi e che era in tanto disfavore che non ardiva stare a Roma.
E nondimeno, udito el testimonio di tante cittá, la fama ed el grido universale che gli risonò negli orecchi, non solo mi confermò el governo di Parma, ma mi restituí Modena e Reggio, donde el Collegio e la insolenzia del signor Alberto e del conte Guido Rangone m’avevano levato: affermando restituirmeli non per essere io antico ministro suo, non per cognoscermi amico delle tirannide, ma per e’ meriti miei, per avere governato eccellentemente quelle cittá, per cognoscermi integerrimo. Ecco qua e’ brievi scritti con molto piú onorevole e magnifiche parole che per modestia non dico; questi sono e’ miei testimoni, non saccomanni, non fantaccini incogniti, bestemmiatori ed assassini. Che allegrezze credete voi, giudici, che fussino quando arrivorono questi brievi in quelle tre cittá? Che concorso universale, che romore di campane, che fuochi, che artiglierie? Pareva che ognuno fussi rinato.
Ecco qua e’ testimoni: tanti vostri cittadini, tanti vostri mercatanti che passando per Lombardia hanno tutti veduto e sentito queste cose. Vedete quello dicono, quello che dicono questi altri che sono stati in Romagna, questi che fanno tuttodí faccende con romagnuoli; né solo udite quelle che dicono ora,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio defensoria}}|267}}</noinclude>ma so che ognuno di voi si ricorda che allora non si parlava di altro che della nettezza mia, della buona fama che avevo ne’ governi, della giustizia grande che io facevo. Le quali cose quando mi tornavano a orecchi, che pure le sentivo spesso, era, Dio mi sia testimonio, maggiore sanza comparazione el piacere che io avevo d’avere tra voi buono nome, che di quanti onori ed utili io vi avevo. E nondimeno, meschino a me, io non posso parlare per dolore; meschino a me, avevo a essere tenuto nella patria mia ladro publico, avevo a essere tenuto assassino, avevo a essere tenuto saccheggiatore e distruttore di questo paese. O speranze degli uomini fallace, o pensieri incerti, o disegni fondati in su la nebbia! Quante volte pensai da me medesimo: io tornerò in Firenze finiti che saranno e’ governi, che so che hanno a finire, tornerò con facultá che basteranno al grado mio, ma molto piú ricco di buono nome che di roba; non si spegnerá mai la opinione della bontá e della integritá mia, viverò felice con questa conscienzia mia, con questo buono concetto degli uomini; questo solo basterá a tenermi contento piú che altro cittadino da Firenze.
E nondimeno quanto sono io restato ingannato! Quando la nave era condotta in luogo che vedeva el porto, quando credevo cominciare a godere questo frutto di tante fatiche, di tanti pericoli, di tanti anni che mi sono strascinato, che ho stentato, che Dio sa se ebbi mai uno dí di riposo, quando credevo potere vivere riposato e consolato, ogni cosa mi è tornata vana, mi sono trovato con le mani piene di fummo. Se io avessi perduto la roba, se io avessi perduto e’ figliuoli, se avessi perduto la patria, non mi dorrebbe la metá; ma troppo mi pare strano, troppo mi pare ingiusto, troppo mi pare disonesto che in sullo uscio della patria mia mi sia caduto quello buono nome, che per condurci avevo rifiutato piú oro, piú oro che non pesa quello gigante. Dio che cognosce el cuore degli uomini, a chi non è occulto nulla, sa se io dico la veritá; nel quale se io non sperassi, credo mi pentirei di tutto el bene che io ho mai fatto, di tutto el male che io ho<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|268|{{Sc|oratio defensoria}}|}}</noinclude>potuto fare [e] non ho fatto; ma voglio sperare in Lui: forse ha permesso questo a qualche buono fine acciò che io non mi lievi in superbia, acciò che io ricognosca ogni bene da Lui e non da me. Sono contento<ref>''In margine:'' vide an sit locus perorationis.</ref> alla voluntá sua, ma lo prego bene con tutto el cuore che voglia che la veritá abbia el luogo suo, e che finalmente torni di me in quella buona opinione che giá soleva avere. Ma seguitiamo el parlare nostro.
Vedete di che qualitá io sono stato ne’ governi e con quanta nettezza e buono nome io sono vivuto; e se io sono stato cosí in cittá forestiere, dove sapevo non avere a vivere continuamente, e dove l’avere grazia e viva fama, subito che io ne fussi partito, non importava nulla, che si debbe credere che io sia stato quando ho maneggiato le cose vostre? Che conto è verisimile che io abbia tenuto di essere in buono concetto apresso a voi con chi avevo a vivere, e dove se bene avessi avuto mille sicurtá di non potere essere mai accusato, lo essere in buona opinione per infiniti rispetti mi importava assai, e pel contrario l’averla cattiva mi poteva fare grandissimi danni? Arò tenuto piú conto di quegli che non avevo mai piú a rivedere, e che non mi potevano né giovare né nuocere, che di coloro negli occhi di chi avevo a essere ogni dí, e da chi alla fine aveva a dependere la maggiore parte del mio bene e del mio male?
Andai in Lombardia giovane, povero, e fu la prima occasione che io ebbi mai di rubare: né la facilitá della etá né el bisogno non bastò a corrompermi; ed ora di etá di piú di quaranta anni, quando ho giá fatto abito di resistere tante volte alle corruttele, quando ho facultá non quante è la opinione degli uomini, ma quante bastano a uno animo modesto ed a vivere in questa cittá, arò cominciato a rubare? Arei potuto farlo allora con minore perdita, perché non essendo ancora esperimentato in questa spezie di cose, non avevo nome di incorruttibile; ed ora che avevo acquistato uno nome che, io non so del giudicio degli altri, ma al mio valeva piú che ogni<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio defensoria}}|269}}</noinclude>tesoro, non arò fatto capitale di conservarmelo? Sarò stato astinente ne’ luoghi dove per essere spesso governatori rapaci non si fa cosí romore di ogni cosa, ed arò provato a diventare ladro dove non solo di uno furto grossissimo ed infinito come è questo, ma di ogni piccola quantitá si fa grossissimo romore? Sarommi guardato da usurpare privati di cittá suddite che non hanno né tanta autoritá di esclamare, né tanta fede di essere creduti, per saccheggiare una republica potente come questa, la quale avessi modo di risentirsene e facultá di punirmi?
Le rapine ne’ governi, se fussino state con dispiacere degli oppressi, erano anche con satisfazione di coloro per conto di chi si faceva la ingiustizia, ed io non sono voluto essere ladro con displicenzia di qualcuno, per rubare poi con danno di ognuno; quivi di quello che io avessi rubato sarebbe bene alla fine andata la fama, ma non si sarebbe potuto provare, perché sono cose che si fanno occultamente e non hanno testimoni nè ripruove; ed io mi sarei difeso da quello per fare uno furto che apparirebbe in mille modi né si potrebbe nascondere? È detto e creduto quando non fu mai fatto: pensate quello che sarebbe se fussi fatto. Arei finalmente, se volevo rubare, perduta la occasione di undici anni, dove solo potevo valermi, per aspettare doppo tanto tempo una commoditá incerta se aveva a venire e sottoposta a mille difficultá, e dove almeno sanza la compagnia di altri non potevo rubare? Perché lui medesimo confessa che bisognava el consenso di Alessandro del Caccia.
Vedete, giudici, quanto la cosa apparisce da se stessa; vedete, giudici, se tutte le conietture, tutte le ragione ripugnano: se questo caso fussi narrato qua sanza nominare le persone, come caso di qualche provincia lontana, e fussi dimandati tutti la vostra opinione, diresti non solo non essere verisimile, ma non essere possibile che chi giovane, povero, in grandissima licenzia, in patrie forestieri delle quali non aveva a tenere conto, si fussi astenuto per tanti anni da furti privati che poteva negare se non celare, ed e’ quali non erano con dispiacere di tutti; in etá provetta, in facultá buone, avessi cominciato a rubare nella patria sua, dove aveva a vivere e<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|270|{{Sc|oratio defensoria}}|}}</noinclude>che aveva autoritá di punirlo con odio infinito di ognuno, sanza speranza di potergli nascondere. Non potresti rispondere né credere altrimenti; dunque bisogna che el medesimo diciate e crediate di me, se la impressione fatta prima non vi occupa el giudicio, se volete giudicare con la veritá non co’ gridi: però di nuovo vi priego che abbiate lo animo vacuo, né crediate se non quello che trovate, quello che vi si pruova e vi si mostra. Sono stato netto tanti anni, astenutomi da’ furti piccoli, da’ mediocri, per diventare in uno momento sceleratissimo? Non è questo secondo la natura delle cose, né può essere: nessuno, dice el proverbio antico, diventa in uno tratto tristissimo; sono scale che si salgono a scaglioni, si comincia, prima si augumenta, poi si conferma; cosí fu sempre fatto el mondo per gli altri, cosí s’ha a credere a me. Immaginatemi ladro quanto voi volete, quanto ha detto lo accusatore; non sono però stato d’altra natura, né proceduto altrimenti che abbino solito a’ fare gli altri ladri; quello s’ha a credere che è verisimile che si può credere, non quello che aborrisce dal senso di ognuno, che è contro alla consuetudine, contro allo ordine e contro al naturale di tutte le cose.
Ma udite vi priego un’altra piú presto certezza che coniettura. Se io ho rubato tanti danari, bisogna che io gli abbia o che io gli abbia spesi; ecco qui el calculo di tutte le possessione che io ho comperato, ecco qui el sunto cavato di tutti e’ libri che io ho prodotti, cosí quegli che ho tenuti io, non con ordine mercantile ma con tale ordine che apparisce la veritá, come quegli che con stile mercantile ha tenuti Girolamo mio fratello. Vedete quante erano le facultá mie innanzi che cominciassi la guerra, vedete quello che sono piú dal principio della guerra in qua. Ecco nota de’ danari rimessi a Vinegia, di che si è fatto tanto rumore, ecco le lettere, e’ conti mandatimi da Vinegia da Girolamo. Le quali tutte cose, giudici, sapete che io le produssi el dí medesimo che fui citato, in modo che né lo ordine con che sono state tenute di tempo in tempo, né lo spazio che io ho avuto lascia uno minimo sospetto che siano scritte a proposito di questo pericolo. Non sono giá<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio defensoria}}|271}}</noinclude>sono giá rigattiere che per ordinario tenga e’ libri doppi, né sono indovino che dua, tre o quattro anni fa avessi immaginato questo caso e preparatomi. Dove dunche sono andati questi danari? Guardate come bene dice quello proverbio che le bugie sono zoppe, guardate quanta è la forza della veritá e della conscienzia. Non aspettava giá questo lo accusatore che io producessi e’ libri mia, a che nessuna ragione mi poteva strignere, non che io mettessi qua in mezzo le arme mie proprie, e dessi libertá a ognuno di adoperarle contro a me. È grande differenzia da non comparire e fuggire el giudicio, a sottoporsi al giudicio piú ancora che l’uomo non è obbligato, piú che forse non s’ha a memoria che facessi mai alcuno; se io fussi stato in Spagna sarei venuto per le poste, e tu mi credi persuadere a andarmene? Ho, se io non mi inganno, satisfatto a ogni cosa piú forse che voi non aspettavi, giudici, piú certo che non credeva questo popolo; ma non voglio ancora restare di mostrarvi piú oltre.
Io dico che dal principio di questa guerra insino alla ruina di Roma, tutta la fanteria vostra e del papa ha avuto la paga ogni trenta dí; e se qualche volta per non essere e’ danari in ordine o per essere impedito el tesoriere sono andati piú in lá dua o tre dí, sono stati fatti loro buoni in sulla paga; in modo che non hanno servito una ora sanza pagamento, e particularmente sono stati pagati nel tempo che vennono in Toscana. Chi dice questo? Diconlo tutti, diconlo loro; ecco qua le lettere di diversi tempi del conte Guido, del conte di Gaiazzo, che dimandano le provisione de’ capitani, perché era lo ordine pagare prima e’ fanti; ecco le fede de’ capitani medesimi; ecco tanti testimoni che dicono che in nessuna guerra di Italia non si feciono mai sí belli pagamenti. Ecco le lettere del nunzio del papa da Vinegia che quella signoria fa instanzia che noi non paghiamo ogni trenta dí, perché e’ fanti loro, che sono pagati piú tardi, si sviano, di che se avessimo potuto contentargli l’aremo fatto sanza aspettare loro prieghi; ma lo essere distribuita questa fanteria in capitani troppo grossi, conte di Gaiazzo, conte Guido Rangone, signor Giovanni, ha<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|272|{{Sc|oratio defensoria}}|}}</noinclude>fatto che non la potevo maneggiare a mio modo, e come si dirá di sotto, è stata causa di molti disordini. Sono queste tante prove che bastano? Credo che oramai ne avanzi, credo siate pure troppo chiari oramai che io non ho rubato. Ma veggiamo l’ultima pruova che non ha replica e bastava sola.
Tutti e’ danari sono venuti in mano di Alessandro del Caccia, tesoriere deputato dal papa e non da me: tocca a darne conto a lui e non a me; non si vede in su’ libri partita che in mano mia, dalle provisione mie in fuora, sia venuto uno quattrino: perché adunche si cerca da me quello che ha avuto altri e non io? Potevo in questi conti essere chiamato per testimonio come persona che ne potessi avere notizia, ma essere fatto io la parte, essere fatto el principale, è cosa tanto strana che si sentí mai simile. Se voi avete sospetto o opinione che e’ vostri danari siano stati rubati, dimandatene el conto a Alessandro del Caccia, esaminate lui: se non ci è furto, assoluto lui sono assoluto io, se ci è furto, non posso avere rubato io sanza lui, ma può bene lui avere rubato sanza me. Che giustizia è adunche, che onestá, che si cerca el furto da colui che può essere che non lo sappia, e si lasci quello sanza chi non può essere fatto? Se furto ci è, può essere sanza me, ma non può giá essere sanza Alessandro, e si cerca da me, non da Alessandro? E questo è, Iacopo, lo amore che tu di’ che mi porti? Ma lasciamo stare gli interessi privati: questo è el zelo della republica? Fate instanzia che sia astretto a dare conto uno che può essere che non abbia rubato, lasciato indrieto quello che non può essere che non abbia rubato; strignete quello sanza chi può essere fatto el furto, lasciate quello sanza chi non si poteva fare.
Non puoi giá piú dire che t’abbia mosso l’amore della republica, non el beneficio publico, perché né a questa cittá né alle altre non fu mai utile condannare e’ cittadini innocenti; piú presto è qualche volta a proposito serrare gli occhi a qualche cosa, ma non mai punire chi non lo merita. Non puoi piú negare che la sia malignitá, che la sia rabbia; hai creduto opprimermi co’ gridi, concitare contro a me el popolo, fare che<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio defensoria}}|273}}</noinclude>e’ giudici o per paura o per errore non mi udissino; hai pensato diventare grande col sangue mio, parere amatore della republica, e che per interesse suo non tenessi conto di inimicizie. Se avessi creduto che io fussi udito, che e’ giudici fussino disposti a procedere con la veritá, non co’ romori, che el popolo stessi attento, non pigliavi giá tu questa fatica, non davi a me questa occasione di mostrare la innocenzia mia; ho obligo non giá alla tua voluntá, ma alla tua o malignitá o imprudenzia, perché non sí presto si cognosceva la veritá e forse sempre nella opinione degli uomini restava qualche nota; dove ora essendo per opera tua condotto al paragone, ne uscirò piú chiaro, piú lucido che mai.
S’ha adunche a vedere el conto a Alessandro e non a me. Ma io voglio essere d’accordo con lo accusatore; voglio satisfarlo in ogni cosa; arò<ref>''Parola di lettera piuttosto incerta.''</ref> contento che el conto de’ danari spesi ne’ soldati si vegga cosí a me come a lui, essere obligato se si truova che siano stati rubati; se si vede fraude, non si cerchi chi l’ha fatta, ma si dica che io l’ho fatta io. Vedete e’ libri come si sono tenuti, con che riscontri di tempi, con che ordine; avete udito quanto ieri Alessandro giustificò bene ogni cosa: produsse e’ libri delle rassegne, mostrò le ricevute de’ capitani, le fede che nuovamente ha avuto di tanti signori, de’ quali ognuno direbbe piú volentieri di restare creditore, che di essere pagato. Che dubio resta qui, che disputa? Io affermo arditamente che qui non è furto; ho veduto tutte queste cose, e perché so di piú che se le paghe non fussino state date a’ tempi che Alessandro scrive, che arei sentito el romore de’ soldati: sarebbono venuti a querelarsi a me, a fare instanzia che io provvedessi; non ho sentito alcuna di queste cose, ho veduto el piú delle volte fare le rassegne io. Adunche io so che io posso offerire di obligarmi per lui sanza pericolo.
Sia sempre laudato Dio, io sono, giudici, in questo punto piú contento, piú allegro che io fussi mai, perché si vede pure<noinclude>{{RigaIntestazione|{{smaller|{{Sc|F. Guicciardini}}, ''Opere'' - {{Sc|ix}}.}}||{{smaller|18}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|274|{{Sc|oratio defensoria}}|}}</noinclude>che io non sono ladro, è pure ora chiaro questo popolo che io non ho rubato, ho pure recuperato quello antico buono nome, restano pure le cose mie piú chiare, piú purgate come le fussono mai. Non ho rubato, non ho dunche neanche dato a sacco el contado, perché, come abbiamo detto, non poteva essere questo sanza quello. Ma mi potrá domandare alcuno: donde sono proceduti tanti danni, donde tanta disubidienzia? Se non è stata tristizia tua, bisogna sia stata negligenzia o dapocaggine. Potrei di questo espedirmi con una parola, che sono chiamato in giudicio per furti e per malignitá, non per insufficienzia, né hanno questi giudici carico di cognoscere, né autoritá di condannare per altri capi che per quelli per e’ quali sono stato accusato. Ma perché m’ho proposto nello animo maggiore fine che lo scampare la pena, né penso tanto alla assoluzione quanto a giustificarmi nel conspetto di ognuno e di quello che si è detto e di quello che si potessi pensare nonché dire, ho somma grazia che mi sia dato occasione di parlare di questo, e vi prego tutti che mi prestiate la medesima attenzione; perché se vi ho fatto constare chiaramente che in me non è peccato, vi farò ancora toccare con mano che non ci è colpa, e che nessuno di quegli che patirono danno ebbe tanto dispiacere in quello tempo de’ danni suoi propri, quanto ho avuto io dolore ed abbia di quelli di ognuno, e che non solo ho preso per questo inimicizie grandissime, ma ne sono stato a certissimo pericolo della vita.
Non crediate, giudici e cittadini prestantissimi, che solo questo paese abbia patito, e che e’ soldati abbino cominciato a disonestarsi nel fine della guerra, ma tutti e’ luoghi dove siamo stati hanno avuto e’ medesimi danni, ed el principio fu non el secondo, non el terzo mese, ma el primo dí, la prima ora della guerra; né solo questi soldati o quelli, ma tutti, e’ franzesi, e’ viniziani, e’ nostri, in modo che quando andamo alle mura di Milano, tutto el paese che ci era amicissimo per e’ mali trattamenti avuti dagli spagnuoli e sperava essere liberato e bene trattato dallo esercito della lega, veduto che aveva piú presto peggio che meglio, ci diventò {{Pt|inimicis-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio defensoria}}|275}}</noinclude>{{Pt|simo.|inimicissimo.}} El medesimo fu fatto poi a Parma, a Piacenza, in Bolognese; in modo che quando andamo in Romagna, molte terre che avevano sentito questa fama, ci serrorono le porte, e quelle che non lo feciono si pentirono di non l’avere fatto. Sapete che successe poi di qua; el medesimo si fece poi in terra di Roma, dove si disperò tutta la fazione Orsina che ci aspettava con desiderio; el medesimo hanno fatto e fanno ora in tutti e’ luoghi, dove sono stati e stanno di presente. Dimandatene tutti e’ paesi, troverrete essersi fatto per tutto e da tutti e’ medesimi mali; cose che alle imprese recano infinite difficultá, perché mancano le vettovaglie, le guide, le spie, infinite commoditá che si possono avere da’ paesi amici.
Di tanti disordini e di tante insolenzie è causa prima la natura de’ soldati, che sempre sono inclinati a rubare ed a fare male; né cominciorno a’ tempi nostri questi loro tristi portamenti, ma è male vecchio e nato insieme con loro. Non vi ricordate voi quello che dice el proverbio antico, che el soldato è pagato per fare male e fa peggio? Che mostra pure che sempre furono di una sorte. Dimandate questi piú vecchi che si ricordano della guerra del 78 e 79; vi diranno come fu trattata la Valdelsa e gli altri luoghi dove furono e’ campi. Questi loro tristi modi sono multiplicati a’ tempi nostri, per quello che si può comprendere, dallo esempio di questi eserciti spagnuoli, che come voi sapete sono stati molto licenziosi e sottili; ma loro hanno avuto qualche giustificazione o per dire meglio qualche scusa, perché el non essere quasi mai pagati gli ha sforzati a vivere di ratto; e l’hanno fatto sí disonestamente che torna loro piú utile stare con la licenzia sanza pagamento, che col pagamento sanza la licenzia. Lo esemplo di questi ha insegnato agli altri, e come è natura degli uomini accrescere sempre el male, hanno, ancora che siano pagati, imparato a vivere nel medesimo modo; di sorte che la conclusione è questa, che oggidí gli eserciti in ogni luogo trattano male quanto possono gli amici, né e’ loro capitani che arebbono autoritá di provedervi lo vogliono fare, o perché la natura inclini anche loro piú al male che al bene, o perché nella<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|276|{{Sc|oratio defensoria}}|}}</noinclude>licenzia di altri si approfittino ancora loro di qualche cosa, o perché col comportare a’ soldati tutto quello che vogliono, se gli mantenghino piú benivoli ed abbino da loro piú séguito. Né di questi eccettuo alcuno: sono stato col signor Prospero, col marchese di Pescara, con quello di Mantova, con tutti gli altri di questa ultima guerra: tutti a uno modo, tutti a una stampa.
Queste cagione possono tanto piú in uno esercito di una lega come era el nostro, perché se pure uno vuole provedere a’ suoi, non può provedere agli altri, e se una parte fa male, impossibile è tenere che gli altri non faccino peggio: incitansi per lo esempio ed hanno facultá di coprirsi e scusarsi l’uno sotto l’altro, né dove è uno esercito di tanti vescovadi non sono mai tutti e’ capitani del campo d’accordo a raffrenare ognuno e’ suoi. E certo questo è stato ora causa di infiniti mali, perché e’ soldati franzesi, per essere male pagati e per avere uno capitano atto a ogni cosa che a comandare eserciti, e con loro non aveva obedienzia alcuna, hanno rubato estremamente, abruciato case e fatto eccessivi mali, in modo che gli altri con questo esempio e compagnia cominciorono a fare el medesimo; e veramente innanzi che loro venissino in campo, e’ viniziani ed e’ nostri facevano male assai, ma non a comparazione di quello che hanno fatto poi. Queste sono state le cagione universali di tante iniquitá; ce n’è di piú stata qualcuna in particulare.
Le Bande Nere, che feciono mali assai, erano avvezze sotto el signor Giovanni che dava loro molta licenzia, e morto lui augumentorono, perché stettono molti mesi o sanza capi o con capi a loro modo. La cagione fu che nel tempo medesimo che el signor Giovanni morí, con chi erano in Mantovano, e’ lanzchenech passorono Po, e noi trovandoci sprovisti ed abbandonati allora dalle gente de’ collegati, fumo sforzati a mandarle in Piacenza, dove alloggiorono a discrezione e non avendo freno alcuno presono ardire, ed el conte Guido Rangone che vi andò poi, gli intrattenne ed allargò la mano, di modo che sempre peggiororono, né io, che allora ero in Parma né {{Pt|po-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio defensoria}}|277}}</noinclude>{{Pt|tevo|potevo}} partire, vi potetti provedere. Né e’ pericoli in che noi eravamo (perché e’ lanzchenech erano fermi tra Parma e Piacenza, e gli spagnuoli stavano per uscire a ogni ora di Milano, e giá era fatta la deliberazione di venire alla volta di Firenze) ci lasciavano cassargli ed alterargli; anzi volendo dare loro uno capo, non lo vollono accettare e feciono certa unione insieme, che per essere nelle necessitá ci bisognò avere pazienzia. Non è el piú altiero né el manco ragionevole animale che el soldato quando cognosce el tempo suo.
Successe di poi la passata de’ lanzchenech alla volta di Bologna ed in Romagna, e noi per essere sforzati a guardare molte terre e perché el duca di Urbino aveva deliberato di dare loro la via, tenemo le gente sparse, in modo che sempre queste Bande Nere stettono lontane da me, né fu mai possibile che io vi ponessi alcuno rimedio. Le quali cose considerando io, poi che el papa ebbe fatto el primo accordo col viceré e che lui poi in Firenze trattava di accrescere la somma, confortai quanto potetti che non si guardasse in danari, allegando sempre nelle lettere mie questa ragione, ché piú sarebbe el danno che ci farebbono gli amici che gli inimici. Ecco qua tante lettere che dicono questo medesimo.
Cognoscevo la insolenzia di queste Bande Nere, vedevo la mala ed intollerabile natura del conte di Gaiazzo, uomo sanza ragione, sanza vergogna e sanza religione, sapevo la licenzia che el conte Guido è uso a dare a’ suoi, che lo essere el paese nostro magro e con difficultá di vettovaglie darebbe loro occasione di fare ancora peggio; e tanto piú mi facevano paura queste cose perché, come gl’inimici si dirizzavano verso Toscana, a me bisognava spignere innanzi queste genti sbandate, né potevo venire con loro, perché la necessitá mi sforzava a non mi spiccare uno passo dal marchese di Saluzzo, e per le deliberazione importante che nascevano ogni dí, e perché in questa disputa se Lautrec andrebbe innanzi o no, surgevano ogni dí nuove difficultá del venire loro al soccorso nostro, e perché come voi sapete consisteva allora in questo la nostra salute, che lo esercito della lega passassi ancora lui, e bisognava<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|278|{{Sc|oratio defensoria}}|}}</noinclude>lasciare tutte le altre cose per questo; ed el medesimo intervenne quando fumo in Firenze, che per risolvere e sollecitare le cose non potevo allargarmi dal duca di Urbino né da lui. Cosí le Bande Nere sendo sanza capo, e le quali io non avevo mai vedute doppo la morte del signor Giovanni, se non passare una volta per la piazza di Bologna, el conte di Gaiazzo pessimo e rapacissimo, e’ fanti del conte Guido avezzi alla licenzia sua, feciono tanti mali di ogni sorte che non se ne spegnerá sí presto la memoria. E la fortuna volle che io non potetti mai andare a provedervi, che se pure vi fussi potuto andare, arei moderato qualche cosa, non dico provisto al tutto, perché non si può fare peggio che dare compagnie grosse a questi signori grandi.
Aveva el conte di Gaiazzo duemila fanti, el conte Guido tremila; questi ricognoscevano per padroni loro e non me, a’ fanti non potevo comandare, a’ capitani bisognava andare con rispetto perché eravamo nella acqua a gola. Non mancai però di fare tutte le diligenzie possibile: parlai in Bologna con tutti e’ capitani delle Bande Nere, confortandogli pregandogli strignendogli a volere portarsi bene in Toscana; mandai con loro a questo effetto per commissario el vescovo di Casale, servitore antico del papa e persona bene qualificata; quante volte a bocca commessi e per lettere pregai e scongiurai del medesimo el conte di Gaiazzo! Ecco qua le risposte sue dove promette fare tanto bene, che mostrano se io consentivo el sacco; el medesimo dico del conte Guido; e vedendo questo essere vano, non perdonai a querele, non a romori, non a adirarmi; erano infiniti in casa e’ Medici, quando per questo ebbi parole col conte di Gaiazzo, che allo effetto che io desideravo furono vane, ma furono per non essere vane per me, perché, come è publico a tutto lo esercito in terra di Roma, quando vidde el papa perduto, si fermò una mattina in sulla strada per ammazzarmi, e fu tanto el pericolo che ancora quando io me ne ricordo mi viene orrore. Ma Dio, amico della innocenzia, mi aiutò quella volta come ha fatto molte altre.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio defensoria}}|279}}</noinclude>
In somma io non mancai di fare tutte le diligenzie e le provisione a me possibile perché non seguissino tanti disordini, né arebbe in questo caso saputo o potuto fare alcuno altro piú di me; e so bene io con quanto dispiacere, con quanto affanno ne stetti. Arei volentieri fatto sanza menargli perché vedevo quello avevano a fare; ma oltre alla commissione che io ebbi spesso di condurgli, la necessitá sforzava, non volendo restare a discrezione delli inimici, e’ quali, se non fussi stato questo soccorso, arebbono fatto a Firenze quello che hanno fatto a Roma. Avete inteso el progresso tutto di questa cosa, e potete essere certi che tanti mali sono stati contro a mia volontá e che io non ho potuto provedervi; e se in Romagna e Lombardia mi sono fatto obedire ed ho avuto nome di farmi temere, quanto piú l’arei fatto di qua, dove di quelli che pativano erano molti parenti ed amici miei, gli altri erano tutti cittadini quali avevo a vedere ogni dí e di chi avevo pure a stimare lo amore, non a cercare sanza alcuno mio profitto d’avere a essere in odio di tutti!
Non crediate, giudici, che ogni dí non mi venissino mille querele, mille romori, e che io non sapessi quanto bruttamente si parlassi di me, che tutte mi erano coltellate al cuore e mi passavano l’anima, in modo che se non per amore degli altri e per fare el debito mio, almanco per mio onore vi arei provisto col sangue proprio, avessi io pure potuto, che ero ridotto in termini che la morte mi sarebbe stata grazia; ma non si possono fare le cose impossibile. Però io prego quelli che hanno patito, che o per passione o per errore n’hanno avuto malo animo meco, che considerino la veritá del caso, che si lascino governare alla ragione, che non imputino a me le cose che non erano in potestá mia, né pensino mai di me o tanta malignitá che avessi consentito queste iniquitá, né tanta pazzia che sanza mio profitto avessi voluto farmi vergogna ed acquistare tanti inimici, né tanta dapocaggine che se fussi stato possibile non vi avessi proveduto: perché quello che fussi mancato alla sufficienzia, arebbe compensato el dispiacere, lo sdegno, lo stimulo dello onore.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|280|{{Sc|oratio defensoria}}|}}</noinclude>
Resta parlare dell’altra parte della accusazione, che come ha detto lui, concerne la ambizione, e nella quale poi che non può infamarmi co’ peccati e carichi veri, ha cercato di opprimermi co’ sospetti e col cercare di persuadervi che io sia pericoloso alla libertá. In che io risponderò solo alle cose che a lui è paruto che abbiano piú nervo, lasciando adrieto l’altre che sono di sorte e con sí poco colore, che el parlarne sarebbe uno darvi fastidio invano; perché che importa rispondere alle cose che ha detto della puerizia e di Alcibiade, non solo alienissime dalla veritá, ma dette sanza fondamento, sanza testimoni e sanza spezie alcuna di verisimile? In che non posso fare non mi maravigli della prudenzia sua, avendo in uno giudicio di tanta importanza, presente tanta moltitudine, innanzi a tali giudici, parlato di cose fanciullesche non altrimenti che se fussi stato in una compagnia di fanciulli. La puerizia mia e di costumi e di lettere, per parlare modestamente, fu di qualitá, che se nella giovanezza è poi stata alcuna buona opinione di me, il che lui medesimo ha confessato, non solo non parve disforme agli anni piú teneri, ma ancora avere avuto principio e fondamento da quegli, perché non ebbono corruttela alcuna, non alcuna leggerezza, non perdita di tempo; cose che se bene procederono da mio padre, uomo ottimo e diligentissimo, nondimeno se avessino trovato la natura mia repugnante, arebbono piú tosto ceduto a quella che tiratola seco. Ma lasciamo queste inezie e quelle ancora del tempo innanzi che io andassi in Spagna, dove non ha saputo dire altro se non che per mescolarmi nelle discordie della cittá io tolsi per donna una figliuola di Alamanno Salviati contro alla voluntá di mio padre. E nondimeno quale fu lo effetto? Che io mi astenni da travagliarmi di quelle cose per non fare dispiacere a mio padre.
Guardate, giudici, che cosa è la passione, che cosa è la malignitá degli uomini ed el desiderio di calunniare; quanto gli accieca, quanto toglie loro ogni intelletto e cognizione. Non fanno e’ figliuoli communemente cosa alcuna piú secondo la voluntá e col consiglio del padre che el pigliare donna,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|oratio defensoria}}|281}}</noinclude>né possono anche fare altrimenti, perché con l’aiuto del padre l’hanno a vestire, a conducere a casa e sustentare; e costui vuole che nel tôrre donna io non abbia avuto rispetto al padre, e poi nello effetto mi sia astenuto da quelle cose per le quali arei fatto questo errore. Ma sono cose tanto frivole che io mi vergogno a parlarne, massime essendo dette da lui in modo e con nessuna spezie di pruova, che essendogli negate non può replicare. Lasciamo adunche queste insulsitá e vegnamo a quelle che sono provate poco come queste, ma che se fussino vere sarebbono di troppa importanza.
Tre cose in sustanzia sono quelle che mi ha opposto lo accusatore: l’una, che nella legazione di Spagna io procurai col re el ritorno de’ Medici; l’altra, che io tolsi la piazza ed el Palazzo al popolo el dí di san Marco; la terza, che io sono stato causa di questa guerra. Tutto el resto della accusazione sua è stato in volermi mettere a sospetto ed in persuadere che ancora che io fussi innocente e sanza peccato alcuno, che io avessi a essere gastigato: perché non vuole dire altro che dire che sanza testimoni, sanza pruove, sanza segno<ref>''Il testo ha segni.'' </ref> alcuno, ma solo per una prosunzione generale, per una opinione in aria io sia condannato.
Alle quali cose, giudici, mentre che io rispondo particularmente, vi prego mi udiate con la medesima attenzione e benignitá che avete fatto insino a ora; perché toccherete con mano in me tanta integritá circa le cose della vostra libertá e del vostro stato, che abbiate fatto ne’ vostri danari; né vi maraviglierete manco della impudenzia ed audacia dello avversario, che e’ non si vergogni dire cose sí manifestamente false, e si confidi con sí frivole invenzione, anzi con non altro che con esclamazione e con minacci, opprimere ed oscurare la veritá e la innocenzia, ed aggirare e’ giudici.
{{RigaPunteggiata}}
<includeonly>{{Sezione note}}</includeonly><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>
{{Ct|f=120%|v=2|t=3|L=0px|ESTRATTI SAVONAROLIANI}}
''11 di gennaio 1494 [1495].''
Fate quattro cose: prima, el timore di Dio; secondo, el bene commune; terzio, la pace universale; quarto, la riforma; e se fate questo, Firenze sará piú gloriosa e piú ricca che mai; e se avessi fatto quanto t’ho detto, aresti ora riavuta Pisa, e si saria dilatato lo imperio tuo, ed io arei detto, a quelli che governano, el modo che avevano a tenere e dove si sarebbe dilatato; ma la vostra incredulitá non merita che io te lo dica: e piú ti dico, che se tu non farai quello t’ho detto, io me ne voglio andare a Lucca a predicare; la quale sará poi forse lei la eletta di Dio, ed io piangerò la tua desolazione e le tue tribolazione.
Andai per te al re di Francia e lo placai, non io, ma Dio; che sapevo el secreto che tu avevi a andare male, Firenze.
Firenze, se tu sarai ingrata, Dio fará a te come a Ierusalem, che ebbe l’ultimo esterminio, perché t’aveva eletta come elesse Ierusalem.
''13 januarii''.
Io sono certo di quello ho predetto, piú che io non sono che io tocco questo legno; perché questo lume è piú certo che non è el senso del tatto, ed è giá 15 anni e forse 20 che io cominciai a vedere queste cose; ma ho cominciato a dirle da 10 anni in qua; e prima dissi qualcosa a Brescia dove io predicai: di poi volle Dio che io venissi a Firenze che è lo ombilico di Italia, perché tu ne dessi notizia alle altre cittá di Italia. Credi adunche Firenze, e non pensare che sia passato el flagello, perché io vedo la spada che torna indrieto;<ref>''In margine'': Carlo che era nel reame.</ref> la Chiesa s’ha a rinnovare; il<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|286|{{Sc|estratti}}|}}</noinclude>che pruova per dieci ragione, e ti dico che la Chiesa s’ha a rinnovare e presto, e di poi gli infedeli s’hanno a convertire, e sará presto.
Nota prima la rinnovazione e poi la conversione degl’infedeli.
Veddi una spada che vibrava sopra la Italia, e molte altre cose quali specifica: e di poi quella spada voltare la punta in giú, e con grandissima tempesta e flagello dare tra tutti costoro, e tutti flagellava: la spada che vibrava, io te lo voglio pure dire, Firenze, è questa del re di Francia che si va mostrando a tutta Italia che non ha ancora voltato la punta in giú, perché Dio v’ha aspettati a penitenzia.
La rinnovazione la dice Dio.
Ricordati che quando si diceva: — el re di Francia verrá; e’ non verrá — che io dissi che Dio andria di lá da’ monti, e lo piglieria per la briglia, e merrebbelo di qua a dispetto e contro alla opinione di ciascuno. Ricordati che io ti dissi che non varrebbono niente le gran fortezze e le gran mura, e che non varrebbe niente la tua gran sapienzia, e che tu piglieresti ogni cosa a rovescio, e che non sapresti che ti fare. Ricordati che quando la saetta dètte in sulla cupola, che quella mattina mi uscí di bocca questa parola: «''Ecce gladius Domini super terram cito et velociter''», e che ti dissi che l’ira di Dio era commossa, e che la spada era apparecchiata, e che doppo molti impedimenti nel fornire l’arca e serrarla, non fu prima che fornita, che venne el diluvio; e fu quel dí per andare qui sottosopra dalli franciosi.
Firenze, Dio t’ha eletta per sua; se non vorrai fare penitenzia e convertirti, lui ti reproverá ed eleggerá altri; cosí sará vero come io sono quassú.
Io predissi parecchi anni innanzi, la morte di Lorenzo de’ Medici, la morte di Innocenzio, la mutazione qui dello stato, e che si muterebbe el dí che el re di Francia sarebbe a Pisa: non l’ho detto ''publice'', ma a persone che sono qui a questa predica.
El coltello verrá ''cito'': non dire che sia uno ''cito'' dello Apocalisse che sta centinaia d’anni: el tempo determinato non si dice, perché gli uomini non si alienino da fare penitenzia; che se io ti dicessi: la tabulazione ha a venire di qui a 10 anni, diresti: io posso tardare a convertirmi.
L’Italia è apunto ora nel principio delle tribulazione.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|savonaroliani}}|287}}</noinclude>
''17 januarii''
Se tu non fai quello t’ho detto delle sei fave, si guasterá ciò che avrete fatto, e rovinerete.
''18 januarii.''
Se non vivrete alla semplice, Iddio ve lo fará fare con una guerra grande e con una grande pestilenzia; tenetelo a mente, sapete che io ve lo dissi in San Lorenzo tre anni fa.
Quello che si fará grande in Firenze, rovinerá.
''20 januarii.''
Bisogna che la spada rarifichi prima, e poi si ridurrá ogni cosa alla semplice.
È necessario che la Chiesa si rinnovi, e poi si convertiranno e’ turchi; e dicovi che vedrete presto la conversione loro, e molti che sono qui la vedranno.
''25 januarii.''
Questa opera andrá innanzi a dispetto di tutto el mondo.
Io v’ho detto che verrá la spada, carestia e pestilenzia, e che la Italia andrá sottosopra, e dissilo quando non si vedeva nulla per la Italia, e che si piglierebbono le fortezze con le meluzze; ed ora ti dico che uno barbiere solo non può radere tanta gente; verrá un altro barbiere, e Roma ed Italia andrá sottosopra ed ará tante tabulazione, quante avessi mai, da poi che fu chiamata Italia. Guai a chi non crede.
Io renunzio allo stato, né voglio impacciarmi piú delle sei fave; io me ne andrò alla mia cella; non mandare piú per me, che se venissi el re di Francia e lo imperatore, io non verrò.
Gli infedeli si convertiranno alla nostra etá.
Reputate che ogni cosa sia per lo meglio, e quando ancora mi vedessi amazzare, reputate che sia per lo meglio, e non vi scandalizzate.
Le cose nostre andranno a ogni modo innanzi, ma con danno di chi n’è causa, e saranno tutti puniti.
Firenze, Firenze, tu vedi che Dio è adirato, e non credi ancora? Io ho giá veduto uno bello giardino, che in uno tratto è stato guasto: la pestilenzia spaccerá ogni cosa, la carestia guasterá moltissime cose, la guerra el resto. Non vedete voi che di qui a 4 o 5 mesi saranno le biade bianche, ''et prope est estas''? Allegratevi, buoni, che presto verrá la vostra redenzione.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|savonaroliani}}|287}}</noinclude>
''17 januarii''
Se tu non fai quello t’ho detto delle sei fave, si guasterá ciò che avrete fatto, e rovinerete.
''18 januarii.''
Se non vivrete alla semplice, Iddio ve lo fará fare con una guerra grande e con una grande pestilenzia; tenetelo a mente, sapete che io ve lo dissi in San Lorenzo tre anni fa.
Quello che si fará grande in Firenze, rovinerá.
''20 januarii.''
Bisogna che la spada rarifichi prima, e poi si ridurrá ogni cosa alla semplice.
È necessario che la Chiesa si rinnovi, e poi si convertiranno e’ turchi; e dicovi che vedrete presto la conversione loro, e molti che sono qui la vedranno.
''25 januarii.''
Questa opera andrá innanzi a dispetto di tutto el mondo.
Io v’ho detto che verrá la spada, carestia e pestilenzia, e che la Italia andrá sottosopra, e dissilo quando non si vedeva nulla per la Italia, e che si piglierebbono le fortezze con le meluzze; ed ora ti dico che uno barbiere solo non può radere tanta gente; verrá un altro barbiere, e Roma ed Italia andrá sottosopra ed ará tante tabulazione, quante avessi mai, da poi che fu chiamata Italia. Guai a chi non crede.
Io renunzio allo stato, né voglio impacciarmi piú delle sei fave; io me ne andrò alla mia cella; non mandare piú per me, che se venissi el re di Francia e lo imperatore, io non verrò.
Gli infedeli si convertiranno alla nostra etá.
Reputate che ogni cosa sia per lo meglio, e quando ancora mi vedessi amazzare, reputate che sia per lo meglio, e non vi scandalizzate.
Le cose nostre andranno a ogni modo innanzi, ma con danno di chi n’è causa, e saranno tutti puniti.
Firenze, Firenze, tu vedi che Dio è adirato, e non credi ancora? Io ho giá veduto uno bello giardino, che in uno tratto è stato guasto: la pestilenzia spaccerá ogni cosa, la carestia guasterá moltissime cose, la guerra el resto. Non vedete voi che di qui a 4 o 5 mesi saranno le biade bianche, ''et prope est estas''? Allegratevi, buoni, che presto verrá la vostra redenzione.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|288|{{Sc|estratti}}|}}</noinclude>
E’ digiuni e sette psalmi che io v’ho fatto dire tutta questa settimana hanno fatto frutto; che se non gli facevi, era certa cosa speciale... io non voglio dire che; basta, hanno fatto frutto.
''La ottava della Annunziazione a dí... di aprile 1495''.
Dissi a te popolo fiorentino che tu facessi la pace universale con lo appello dalle sei fave ed el consiglio grande, e che Dio voleva che da qui innanzi la cittá si reggesse a questo modo; alla quale voluntá nessuno potrebbe resistere, perché lui farebbe diventare nere le fave bianche, cioè muterebbe e’ cuori di quegli che contradicevano.
Procurai la separazione dalla congregazione di Lombardia, mosso da quello lume medesimo per el quale ho predetto le cose future.
''Florentia dilecta Deo''.
Disse la Vergine: Tutte le grazie promesse da Dio a’ fiorentini, ancora che fussino state revocate per la loro incredulitá, saranno restituite, e Firenze sará piú gloriosa, piú potente e piú ricca che mai, ed estenderá le ale piú che mai facessi, e piú assai che molti non pensano; e riará tutte le cose perdute, e tutte l’altre se piú ne perderá; ed acquisterá delle altre assai che non furono mai sue, e guai a’ sudditi suoi che si ribelleranno da lei. E giá 4 anni, fu in questo lume medesimo predetto a’ pisani che in questa tribulazione cercherebbono la libertá, e che la sarebbe la ruina loro; la rinnovazione della Chiesa non può essere sanza grande tribulazione, massime in Italia; però anche Firenze n’ará, ma sará la manco flagellata tra le cittá flagellate. E vidi in una palla descritta Italia tutta sottosopra, e molte cittá grande andare sottosopra e piene di grandissime tribulazione; le quali non nomino perché non mi è concesso; ed alcune non tribulate di fuori erano tribulate drento: e veddi anche Firenze tribulare, ma non tanto quanto l’altre tribulate; e vidi in un’altra palla la cittá di Firenze tutta fiorita di gigli che si estendevano su per e’ merli fuori delle mura da ogni parte molto dalla lunga, e li angeli sopra le mura intorno intorno la guardavano, ed io dissi: Madonna, e’ mi pare bene conveniente che e’ gigli piccoli si coniunghino co’ grandi, e’ quali in questo tempo hanno cominciato a estendersi; ed e’ vicini di Firenze che si rallegrano del suo male aranno maggiore tribulazione che Firenze; e questa promessa è assoluta e sará in ogni modo: ma aranno tanto piú o manco {{Pt|tri-|}}<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|savonaroliani}}|289}}</noinclude>{{Pt|bulazione,|tribulazione,}} quanto piú e manco faranno bene. E dimandata quando ''haec erunt'', rispose: ''cito et velociter''; ma di’ loro che cosí come quando tu cominciasti a predicare e’ flagelli di Italia in Firenze, giá sono 5 anni, benché altrove siano giá piú di 10, quando tu dicevi: ''cito et velociter'', soggiugnevi: io non dico questo anno, né questi due anni, né 4, né 8, e non passavi mai e’ dieci; e nondimeno el flagello è venuto innanzi e piú presto che non si credeva; cosí ora di’: io dico ''cito et velociter'', né determino el presente mese di aprile, né luglio, né settembre, né uno anno, né dua, né sei, né altro tempo determinato, ma ''cito et velociter'', e sará forse piú presto che molti non credano.
''Nel compendio fatto non so quando''.
Doppo questa predicazione ho molte volte predicando detto e riconfermato, che el re di Francia è stato eletto da Dio ministro della sua iustizia, e che lui sará vittorioso e prospererá, ''etiam'' se tutto el mondo gli fussi contrario. Vero è che come particolarmente ho detto a lui, per conservarlo in umilitá, e per e’ mali che fanno e’ sudditi suoi, se lui non gli corregge, ará di molte tribulazione, e massime se non tratterá bene Firenze; ''ita'' che Dio gli fará rebellare e’ popoli, e daralli molte difficultá, perché Dio vuole che e’ sia amico e fautore della cittá di Firenze, eletta da Dio per principio della reformazione di Italia e della Chiesa; e se non vorrá essere amico de’ fiorentini per amore, Dio lo fará essere per forza: ma se si umilierá e ricognoscerá, non sará summerso dalle tribulazione; anzi, poi che sará umiliato e purgato, si leverá poi su vittorioso; e quando parrá che totalmente sia estinto, allora risorgerá con vittoria, ed osservando quello che Dio gli ha fatto dire, acquisterá grande regno: altrimenti faccendo, e non seguitando la via che piace a Dio, potria essere reprobato da Dio come Saul, ed in luogo suo elettone un altro a questo ministerio, come fu eletto David in luogo di Saul; perché queste promesse e grazie fatte a lui sono condizionate; ed osservando quanto abbiamo detto, sará sanza dubio vittorioso ed acquisterá gran regno; altrimenti a gran pericolo andrá el fatto suo, e se le orazione de’ iusti non lo aiuteranno, sará reprobato. Qualunque cittadino drento o fuori tenterá mai farsi capo in Firenze, o guastare el governo presente, Dio punirá gravemente lui e la casa sua e seguaci, e tutti capiteranno male; e se e’ fiorentini continuano nel ben vivere diminuiranno gran parte<noinclude>{{RigaIntestazione|{{smaller|{{Sc|F. Guicciardini}}, ''Opere'' - {{Sc|ix}}.}}||{{smaller|19}}}}</noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|290|{{Sc|estratti}}|}}</noinclude>delle loro tribulazione, faranno venire le grazie piú presto, e ne saranno partecipi loro ed e’ figliuoli, benché molto piú e’ figliuoli che loro; e se notate in un libro tutti quelli che credono e quelli che non credono, vedrete che e’ sette ottavi delle tribulazione toccheranno a quelli che non credono.
''1495 [1496] 17''<ref>''Il ms. ha erroneamente:'' 27.</ref> ''febrarii prima Quadragesimae''.
Molti mi fanno la guardia per paura che io non sia tolto: io non mi curo della vostra guardia, benché io condescenda alla vostra fragilitá.
Piovendo forte la notte di carnasciale, che s’aveva a fare la processione, vi fu detto dal predicatore che predicava allora, che non pioverebbe e che sarebbe buon tempo; e cosí fu.
Dio v’ha fatto gran grazia faccendovi predire le tribulazione che presto hanno a venire, anzi giá sono presente.
Credo che per la vostra incredulitá, Dio da qui innanzi mi serrerá la bocca, che io non potrò dirti piú cose future, se non forse poche.
Tu hai paura di un barbiere solo; credi a me, che saranno piú di dua che raderanno l’Italia insino alle ossa.
Donne, una gran pestilenzia vi fará lasciare le vostre vanitá e le vostre pompe.
''Secunda Quadragesimae''.
Amos profetò piú di 20 anni innanzi. — O dunque, abbiamo anche noi a stare tanto tempo? — Io non ti dico cosi, ma sará piú presto che tu non credi.
Verrá tempo che si lascerá ogni cosa, non si troverrá chi lavori la terra, morrá molta gente, piangerá tutta Italia, piangerá tutto el mondo.
''Tertia Quadragesimae''.
Firenze, se tu vuoi vivere bene, credi che Cristo è el tuo re: e’ fanciulli l’hanno chiamato per suo e tuo re; chiamalo ancora tu.
''Prima Dominica Quadragesimae.''
Figliuoli miei, io dico a voi fanciulli, che avete a essere quegli buoni cittadini che avete a godere el bene promesso da Dio a<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|savonaroliani}}|291}}</noinclude>questa cittá; e’ verrá tempo che voi vedrete che molti luoghi verranno a voi per consiglio come s’abbino a governare, e vorranno pigliare modo di riformarsi dal vostro governo.
Tu sai che io ti dissi giá, che Dio voleva che io fussi tuo padre, e te lo dissi innanzi che venissi el re di Francia, ed innanzi che io andassi a Pisa al re.
''Succendam ignem in muro rabath''; è interpretato ''peccatum grande'', cioè nelle case di coloro che hanno el peccato grande, ''idest'' che cercano guastare el consiglio, io metterò fuoco nelle case loro. ''In ululatu, in die belli et in turbine''; questo sará uno dí pieno di ululato e di turbulenzia, el quale io non ti voglio dire al presente, quando ha a venire; ''et in die commotionis''; el dí della commozione verrá a ogni modo, e commoverassi tutto el mondo; ma non ti voglio ancora dire, quando sará questo dí.
''Lunedí post primam''.
Se verrá mai tempo che io possa aprire la bocca, io dirò cose che io vi farò maravigliare; pregate Dio che m’apra la bocca, che io dirò cose che farò stupire tutto el mondo.
''Martedí post primam''.
Invehe lungamente contro a’ capi del Clero, e poi dice: Io non posso ancora; ma se io posso aprire un dí una chiavicina, io farò ancora meglio intonare tutto el mondo; ma la cosa si va strignendo, e bisognerá scoppiare; e dirò cosa che farò stupire tutto el mondo.
Amazzami quanto vuoi, che io non me ne curo; ''mori pro Cristo est vivere''; facci oggi la vigilia, domani la festa; che tu vedresti poi, se io fussi morto.
Questi fanciulli saranno quelli buoni cittadini che aranno a godere le grazie di Firenze, ed a fare ogni cosa, perché se’ padri loro non vorranno fare quello che gli è stato detto, saranno reprovati; e questi fanciulli saranno gli eletti.
Italia Italia, Roma Roma, el Signore verrá, e caccerá e’ cattivi della Chiesa sua; sará tanta mina, tanta la occisione, che vorrai lasciare e’benefici, e dirai: ohimè che non fussi io mai nato in questo tempo.
Italia Italia, Roma Roma, e’ verranno uomini che non aranno discrezione alcuna, e forse di luogo che tu non sai.<noinclude></noinclude>
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''Giovedí post primam''.
Se tu non fai penitenzia, tu camperai pochi anni, credimelo a me: e se non sará poi cosí, fa’ ardere questo frate in su la piazza.
''Venerdí post primam''.
Italia ará tante tribulazione quante l’avessi forse mai piú.
''Sabato post primam''.
Resteranno pochi uomini, e verrá tempo che si dirá: guai a quella casa che ha cherica rasa, se non viverá bene.
In San Pietro di Roma e negli altari vi andranno le meretrici, e faranno stalla di cavalli e di porci, che vi si mangerá e berá e farassi ogni sporcizia drento.
Dio taglierá la potenzia dei prelati.
''Secunda Dominica Quadragesimae''.
Voi dovete fare provvisione alla pestilenzia, la quale sará in ogni modo, né solo in Italia, ma ancora fuora di Italia.
Io non cognosco e’ vostri cittadini, ma per quello che intendo, credo che abbiate fatto una buona elezione di questa Signoria.
''Martedí post secundam''.
Preghiamo Dio che differisca ancora per qualche tempo questa pestilenzia, almeno tanto che noi possiamo espedire le nostre predicazione.
O cattivi di Roma, voi andrete in cattivitá: Roma, tu sarai fatta stalla di cavalli.
''Mercoledí post secundam''.
Voi non volete fare iustizia, né cosa buona; e però dico che prima arete tribulazione e morranno e’ cattivi, e di poi e’ buoni aranno le grazie.
E’ morrá di molta gente; non so determinare el numero, ma a Firenze ne morrá manco che altrove.
El governo ha a venire in ogni modo in mano de’ buoni, e Dio torrá la potestá alli cattivi.
''Venerdí post secundam''.
Tu che scrivi a Roma, tu vai scalzando uno muro che ti rovinerá d’adosso; perché chi contradice a questa opera, {{Pt|contra-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|savonaroliani}}|293}}</noinclude>{{Pt|dice|contradice}} a Dio, e questa opera a ogni modo andrá innanzi, e se tu amazzerai me, Idio per uno ne susciterá dieci.
Se Dio mi lascia aprire la chiavetta, io farò stupire tutto el mondo; pregate Dio che la s’apra, perché aperta quella, s’aprirranno dimolte altre cose.
''Tertia Dominica Quadragesimae''.
Firenze, Firenze, tu sarai turbata. Egli è vero che tu arai tutti e’ beni che ti sono stati promessi; ma a questo non repugna che sia amazzato quello o quell’altro, e che caggia una casa addosso all’altra, e che ci abbia a essere uno grande fracasso.
Tu hai voglia che ti sia arsa la casa, e di capitare male innanzi che tu ti unisca, e di poi si fará l’unione a Firenze; e non repugna a quello che ho detto qui, abbi a essere uno grande fracasso ed uno grande sangue; non dico giá che gli abbi a essere a ogni modo.
Firenze, se tutto el mondo ti fussi contro, guarda quello che io dico, che io me ne voglio ridere, e se non gli scacciamo tutti fammi ardere in sulla piazza.
''Lunedí post tertiam''.
Scrivi a Roma che l’ha a essere reprobata, e che Dio eleggerá Ierusalem un’altra volta.
Questa veritá io sono parato a difenderla contro a tutto el mondo ed insino alla morte, e difenderolla con ragione e con cosa ancora fuori di ogni ragione, quando io te lo dirò.
''Martedí post tertiam''.
O Italia, o Roma, io ti darò nelle mani di gente che ti dissiperá insino ai fondamenti; condurrò tanta pestilenzia che poca gente resterá; condurrò in Italia ed in Roma uomini bestiali, uomini crudeli che saranno affamati come leoni e come orsi, e morrá tanta gente che stupirá ognuno; credetelo a questo frate, che non sará gente che sepellisca e’ morti: andranno gli uomini per le strade gridando: — chi ha morti gli porti fuora, — e rarificherassi la gente in modo che ne rimarranno pochi: nascerá l’erba per le strade delle cittá.
Le parole di Amos s’adempieranno in questo tempo, secondo che io ti espongo; e voglio che tu sappia stamattina, che quello che io t’avevo a dire prima a semplice parole, io te l’ho a dire<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|294|{{Sc|estratti}}|}}</noinclude>sopra le parole di Amos, che s’ha a verificare in questi tempi apunto come io te lo espongo.
Se Roma e Italia fará penitenzia, non saranno questi mali; ma non credo la faccino.
Se io fussi bene morto o cacciato, non si spegnerá questo lume, perché è attaccato in molti luoghi ed in tutte le religione, e tu lo vedrai suscitare in molta gente, e leverannosi su molti contra e’ loro medesimi e del loro ordine, e susciterassene per tutta Italia ed a Roma; e giá vi è acceso di questo fuoco in vescovi, prelati e cardinali; e se tu ne spegnerai uno, ne verranno degli altri e piú forti; ed io sono per difendere questa veritá, o voglinla fare con ragione, o per altri mezzi che non ti voglio dire adesso, o per via naturale o sopranaturale.
''Mercoledí post tertiam''.
Non si potrá mai acconciare la Chiesa, né a Firenze né altrove, se non muore prima di molte gente, e che si vadia gridando per le strade: — chi ha morti? —.
''Giovedí post tertiam''.
E’ turchi si convertiranno alla fede, ed in Turchia sará tutto lo spirito.
E’ non è ancora el tempo; verrá bene el tempo tuo, che tu potrai fare di me quello che tu vorrai, ''sed adhuc modicum tempus vobiscum sum''.
El Signore m’ha comandato che io profeti el flagello, ''undique sunt angustiae''; se io lo fo, perderò el corpo; se io nol fo, io perderei l’anima.
Italia, tu hai a andare sottosopra; Roma, tu hai a andare sottosopra e sarai svelta insino alle radici; Firenze, tu hai a avere delle tribulazione, perché non vuoi ancora vivere bene.
''Sabato post tertiam''.
Se io non avessi lume alcuno di quello che ho predetto, solo per ragione naturale ne crederrei el medesimo che ora ne credo.
''Quarta Dominica Quadragesimae.''
Che diresti tu, se io t’annunziassi el tempo che le tribulazione saranno finite, non dico el tempo che le cominceranno, ma quando saranno finite? che te lo saprei annunziare, ed el quale sará<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|savonaroliani}}|295}}</noinclude>presto; e non è qui nessuno tanto vecchio che non vi si possa trovare; sí che se io ti dicessi el tempo che le saranno finite, tu tremerresti; ma io non tel posso dire, ché la chiave è serrata.
Questo governo l’ha fatto Dio ed è buono: tu n’hai pure veduto qualche segno; ma ascoltami un poco, ed odi le mie parole ed apri bene gli orecchi; io ti dico che verrá un dí un tal disordine che fará uno grande ordine; e dicoti che verrá un’acqua che si spargerá per la campagna e fará un tal disordine, che fará un grande ordine, e poi tornerá el fiume al letto suo; intendimi bene ed aprimi bene l’orecchio, Firenze; qualche volta bisogna fare disordine per fare poi ordine, e però messer Domenedio fará fare un dí uno disordine, che poi stará in pace ogni cosa.
''Prima maii 1495''.
El diluvio comincia a venire, e comincia a gocciolare ogni cosa; lascereno ora predicare a Dio; e la spada, che io ti dissi che era venuta, ma era nel fodero, è cominciata a cavarsi un poco fuora; e l’ho vista cosí un poco fuora, ma non è ancora tutta fuora.
Oggi è el primo dí di maggio, e non sanza cagione e misterio te lo dico; comincia a numerare oggi che è el primo dí di maggio, e vedrai quanto sarai dalla lunga; io non ti dico domane; ma tu dirai: — Be’ frate, sai tu el dí determinato? — Forse che sí. — Be’, se tu lo sai, perché non ce lo di’? — Dimmi, perché non ti dice Dio el dí che tu hai a morire? Perché non è tua utilitá; perché tu diresti: — io voglio fare male insino a quello tempo, e poi mi emenderò; — e questo non saria tua salute.
Firenze, se tu ti vedessi spogliare insino alla camicia e non ti rimanere niente, non ti turbare; se tu ti vedessi bene morta, cioè come era Abraam morto al generare secondo la natura, quello che t’ho detto sará sanza alcuna dubitazione, se bene tu fussi in ogni grandissima tribulazione.
Firenze, io ti dico che el Signore ne viene a sproni battuti, ed ha la mano in sulla spada.
Io sono inspirato da Dio che io non ti dica piú dello stato, e cosí farò; quale sia la causa dimandala a lui.
''Tertia maii''.
Dio ha deliberato scacciare e’ pastori e gran maestri di Italia; né gioverá loro sapienzia o potenzia; e vuole fare venire de’<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|296|{{Sc|estratti}}|}}</noinclude>buoni; e beato a chi si troverrá a quello stato; e non è nessuno qua che secondo el corso naturale non vi potessi essere, perché non veggo qui uomo tanto vecchio che non se gli potessi trovare, secondo el corso naturale.
Firenze, se tu ti vedessi in sí gran flagello, che tu fussi spogliata insino alla camicia, e che non ci rimanessi se non uno fiorentino, credi che quello che ho detto verrá. Questi che dicono, quando io dicevo: ''ecce gladius domini etc''., che non è però stata gran cosa; dimmi, sciocco, che credevi tu che fussi, o che vorresti che fussi, che cadessi el cielo? Cosa da sciocco!
Altri luoghi e cittá si convertiranno alla buona vita ed a questa semplicitá; e piglieranno el modo del vivere da te.
''10 maii''.
La Chiesa si rinnoverá ''per gladium'', e non si può fare senza grande fracasso; come chi vuole rinnovare una casa tutta guasta la getta tutta in terra e ne cava qualche pietra buona per riedificarla, e aggiugnergli dell’altre pietre e cosí rinnovarla; e questi saranno e’ turchi che si battezzeranno, e sará presto; io non dico questo mese, né quell’altro, né quell’altro; ma sará certo e presto.
Non ti dissi l’altro dí, che avessi a rimanere uno fiorentino solo; fu detto per modo di parlare, perché ne rimarranno molti, perché Firenze ha avere manco tabulazione che nessuna altra cittá di Italia.
''17 maii''.
Se tu rimanessi in camicia, Firenze, spera: non che io dica che tu abbia a rimanere in camicia, ma questo è uno modo di parlare.
El lione ha la febre ora, ma guarrá presto e graffierá le bestie che ora lo mordono; ma ci sono molti cattivi che hanno immaginato una cittá a suo modo; ma questi loro castelli in aria rovineranno. — Be’ frate, che s’ha a fare? — S’ha a fare una cosa che io non la voglio dire, perché è dello stato; ma a ogni modo Dio la fará.
Quando sará el tempo delle tue grazie, Firenze, le verranno; e se ti vedessi rimanere in camicia abbi fede, perché allora sará qui pieno di angeli, ed uno ne scaccerá mille, e dieci ne scacceranno diecimila.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|savonaroliani}}|297}}</noinclude>
Firenze, se tu arai delle tribulazione sará per tua gloria; e se tutto el mondo, e tutti li signori del mondo facessino lega, e venissino alle tue mura contro a te, tu hai finalmente a vincere ognuno.
''24 maii''.
Tu arai ancora Pisa a dispetto di tutto el mondo, e dell’altre cose ancora che non sono state mai tue.
Firenze, Dio ha deliberato che tu ricognosca el tuo bene da lui; e non solo tu lo cognosca, ma tutta Italia, che Dio t’ha eletta che tu diffonda come capo e cuore a tutte l’altre membra, perché di te ha a uscire questo lume.
Ora è el tempo delle tribulazione; però fate orazione, che bisogna per una cosa che io non voglio dire ora. Pregate el Signore che adempia quello che ha promesso, ed apparecchiánci allo Spirito Santo, che allora vi dico che sará manifesta questa cosa.
Firenze, io non t’ho detto che tu facci lega, né che t’accordi piú con uno che con un altro; io t’ho detto el ministro di Cristo, e che verrá ancora degli altri barbieri a radere Italia e Roma.
''Di Fra Domenico de’ 25 di settembre 1495''.
Gli angeli ci hanno inspirato una buona novella che Cristo è fatto capo di Firenze; ma non si scuopre ancora per e’ peccati de’ cattivi uomini; ''tamen'' si scoprirrá e vincerá ed otterrá; e vedrallo tutto el mondo, e Firenze sará gloriosa e sposa di Cristo, el quale sará suo capo.
Fate orazione, che el capo di Firenze, Cristo, si scuopra; ma sono causa e’ mali cittadini che fanno male drento e fuora, e sono ancora e’ príncipi uniti contro a te per causa che non si scuopre per ancora in Firenze; ma come Cristo si scuopre capo in Firenze, quegli che vogliono guastare si spacceranno, e presto darannosi gli ufici a’ buoni e virtuosi.
State di buono animo, che, quando sarete passati le male acque, arete ogni cosa: e’ l’ha fatto questo la Vergine Maria, non in venerdí sera, né in mercoledí sera, ma in sabato sera; lei, dico, l’ha fatto; orsú, buone novelle.
''Fra Ieronimo 11 octobris [1495]''.
Cristo è re di tutti e’ cristiani, ma è piú speziale re di quello luogo, dove piú spezialmente è celebrato el culto suo; e perché<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|298|{{Sc|estratti}}|}}</noinclude>in Firenze da qualche tempo in qua si è cominciato a spandere piú el suo lume, però è piú spirituale re di Firenze che degli altri luoghi; e non credere che questo sia una bubbola.
Se voi non farete bene, Dio saprá levare via voi, e dare le grazie promesse a’ vostri figliuoli.
Non temete che nessuno venga qua a guastare questo stato, perché t’ho detto, e ti annunzio, che lui capiterá male, e chi el seguiterá e le case loro.
Ogni volta che tu vedessi che fussi diviso questo governo, Firenze saria dissipata; ma tu non lo vedrai.
Queste parole, se io mento, mente Dio, l’ho detto solo quando ti ho detto qualcosa da parte di Dio, e questo non è inconveniente.
El Signore poi che ará conquassato molti luoghi, te gli dará nelle mani; tu vedrai la piú bella vittoria del mondo.
''18 octobris''.
Sapete che ora fa l’anno, la domenica innanzi ognisanti, io ti dissi che Dio m’aveva datovi per vostro padre.
Bisogna fare bene: ricordatevi di quello esemplo di quella cittá di Francia che fu messa a sacco dagli unni, dove era Nicasio vescovo ed Eutropia sua sorella: non v’ho detto questa istoria perché di voi abbia a essere cosí, ma per dimostrarvi la bontá e sapienzia di Dio.
''25 maii 1495''.
E’ tepidi ed e’ cattivi sono quelli che per la maggiore parte hanno a morire; e rimarrá piú assai de’ buoni, e’ quali saranno per la semente; ed assai de’ tepidi per la pestilenzia n’andranno.
L’augumento tuo, Firenze, sará per bene spirituale, perché tu possa spandere meglio questo lume.
''28 maii''.
Firenze, tu non hai a perdere uno minimo campo, né uno minimo castello.
Questo lume s’ha a spandere per tutto, e sono giá degli illuminati in tutta Italia.
La spada che io dissi che vibrava sopra Italia sta pendente, e non è totalmente ancora una volta con la punta in giú; ed ha a venire ancora degli altri barbieri a radere Italia; e se costoro<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|savonaroliani}}|299}}</noinclude>avessino 10 milioni di uomini d’arme, e le rocche di diamanti, non varrá loro nulla, e questi uomini d’arme saranno scacciati da’ fanciulli.
Io intendo che è venuto certa tempesta; costoro dicono pure per loro astrologia, che è cosa naturale; ed Idio dice che sono tutti particulari segni che Dio è adirato. Io ti dico: Italia fa’ penitenzia, perché Dio ha mosso contro a te el cielo e la terra, e non è ancora nulla, rispetto a quello che sará; el diluvio cresce e l’arca si leva da terra; tu vedi la carestia grande: fa’ orazione, massime pe’ poveri; tu non sai se tu ricorrai paglia; la pestilenzia sará per li tiepidi, frati, preti e monache, e la carestia pe’ poveri.
''31 maii''.
Firenze, Cristo verrá quando tu non arai speranza alcuna, e ti consolerá e liberratti in un tratto; né gli mancherá modi. E pone l’esercito di Benadab re degli Assiri, quando era a campo a Sammaria.
Non sai tu quando io ti dicevo: Eccolo, eccolo, e’ ne viene! tu non credevi cosí; ora ti dico che verrá ed andrá sottosopra la Italia, e tremeranno, quando non sará ancora apresso: e farassi a dare e tôrre questa volta, ma verrá degli altri barbieri.
A Roma sará la ruina, a Ierusalem el fervore della fede.
''8 junii''.
Non dite: — Roma non ará piú nulla, egli è passato; — perché a ogni modo andrá sottosopra; ma non t’ho detto ancora da chi, né quando, né come.
Se vorrete guastare el consiglio non potrete, perché Dio non vuole.
Se voi farete quello vi dico, cioè orazione e penitenzia, non dubitate che quello secreto che io ho in me, io ve lo potrò dire, ed areno una bella cosa; ma se voi non farete quello che io dico, la mi sará cavata delle mani; tu mi debbi credere, perché io non t’ho mai ingannato.
Io t’ho detto che s’ha a fare una cosa che manca; fatela, e rilasciate ogni cosa in mano di Dio.
Seguitate pure di fare bene, che io so bene io, quello ho nelle mani.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|122|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|rese|l’ungherese}} vi adattava il triregno<ref>Al di sotto della bandiera a lettere d’oro leggevasi
<poem style=margin-left:2em>
''Ungariae Patronae Pium comitatur ad Urbem''
''O felix tanto Roma sub auspicio!''</poem></ref>. Accompagnava il dono e ne dicea le ragioni una bolla dal santo padre consegnata al capitano Bartoffy, incaricato di presentarlo al reggimento Radetski. Dalla imperiale benevolenza di Francesco I ricevea poco dopo cento cavalli, scelti dai reggimenti ungheresi, cento paia di pistole, altrettante sciabole ad uso dei dragoni e due mila fucili: partirono da Roma i commissari destinati dal papa a ricevere alla Cattolica quel munifico dono.
XIX. Nel suo soggiorno a Fontainebleau aveva avuto più volte il papa l’occasione di valutare i beneficîì portati alla società dalle sorelle ospitaliere, esemplarissime donne dedicate al santo e nobile scopo di soccorrere l’umanità e con saldo impegno avvisò ai mezzi di assicurare all’Italia quell’istituto che tanti vantaggi reca alla Francia. Desideroso di promovere la religione di Cristo, intese il bisogno di spedire ai più lontani paesi zelantissimi missionari, che benedetti da lui, partirono per annunciare ai popoli la parolà di verità. Pietoso al pari che prudente, vegliò al bene dei sudditi tornati sotto la sua autorità; avvisò ai modi di non urtare Gioacchino, le cui armi presidiavano le provincie più fiorenti dello stato e intanto, tenendo gli sguardi fissi sul mondo cattolico, animato di sacerdotale coraggio, parlava con una enciclica ai cattolici di Olanda per tenerli sull’avviso esser la elezione di Willibrord Van-Os al vescovado irrita, nulla e sacrilega. L’anatema pentificio colpì il vescovo sedicente e Gilberto de Jong da cui fu consacrato e coloro che aveano cooperato alla illegittima elezione. Non contento delle molte prove di affetto date all’Austria e disposto ad offrirne sempre maggiori, cosa nuova per Roma e perciò più valutata, prese seco in carrozza Nugent, comandante generale dell’esercito cesareo in Italia che primo lo avea ricevuto sul<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|300|{{Sc|estratti}}|}}</noinclude>
9 ''junii''.
Non abbiate paura di cittadino drento o di fuori, che io vi dico che mai leverá capo qua.
Non allentate le orazione per quella grazia che io ho nelle mani, perché se le allentate, voi ve la perderete.
Dio ti dará, Firenze, delle cittá munite e forte, le quali tu terrai sanza carico di conscienzia.
''14 junii''.
Tu di’ che Roma non ha avuto nulla e che l’è ora fuora di questo giuoco; ed io ti dico che tu non ti immagini bene; lascia pure venire gli altri barbieri.
Firenze tu non hai fede, però Dio ti vuole condurre in luogo che tu non abbia rimedio alcuno, perché tu ricognosca da lui e non dalla tua sapienzia.
Alcuni dicono: — Roma non avrá piú nulla. — Tu non sai bene. — O quando? — Sará forse in tempo che tu non credi e che non si aspetterá, e vorrá forse trovare gli uccellini in gabbia.
Verranno degli altri barbieri, e Dio ha giá cominciato a pigliargli pel naso; e diceva: su su, apparecchiati a andare.
''21 junii, quando tornò dal re Carlo''.
El vento delle orazione ha mandato via questo nugolo, e se non fussi stato l’aiuto che t’ha fatto Dio, guai a te.
El ''cito et velociter'', è stato presto; tu vedrai un altro ''cito'' piú presto che non è stato questo altro.
10 ho seminato semente buone, che nascerá al tempo suo, e voi ne ricorrete e mangerete.
Io ho detto al re che bisogna che stia bene co’ fiorentini, e facci loro bene; e se non lo fará per amore, lo fará per forza; e se lo fará, bene per lui; se non lo fará, male per lui, che Dio lo fará venire in tanta angustia, che s’umilierá, e farallo poi per forza; lui m’ha promesso di fare, e non lo faccendo per amore lo fará per forza; ma se non fussino state tante mormorazione che tu hai fatte a questi dí, tu aresti ora avuto quello che io t’ho detto.
Dio ha aperto la mano al re di Francia, ed hagli dato ciò che ha voluto in Italia; ma se non fará quello gli ho detto, Dio tirerá la mano a sé.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VII|125}}</noinclude>{{Pt|mosse|commosse}} Pio, che lo assicurò di sua sovrana benevolenza e perchè alla dolcezza delle parole rispondesse la realtà dei fatti, lo confortò a proporre un metodo di studî, che affacendosi all’animo suo, bastasse ad istituire una nuova cattedra nella romana università. Rispondevagli modestamente l’uomo della scienza, reso più forte dalla fiducia che riponevasi in lui, come in alcune università straniere erasi adottato un piano di studi fisici ad istruzione dei giovani ecclesiastici, da servir di scala alle disquisizioni teologiche, sia col mostrare nelle create cose l’infinita sapienza del creatore, sia coll esporre il divino linguaggio della genesi per provare come le narrate cose della creazione concordano mirabilmente con Je recenti e vere teoriche delle scienze. Soddisfatto il papa dal progetto, lo invitò a preparare un programma, nel quale il dotto Scarpellini trattò delle sei giornate della creazione, le pose in mirabile concordia col sacro testo. Questa ed altre discussioni doveano essere il fondamento della nuova scuola, che per comando sovrano aprivasi nella università Alessandrina col titolo di Fisica sacra<ref>Giova il ricordare, che non si tenne contento a questo solo tratto di benevolenza il cuore di Pio. Coloro ai quali tornava grave veder protetto lo Scarpellini, decorato della legione d’onore, membro del corpo legislativo, sussurrando voci maligne avvisavano a tutti i mezzi di fargli perdere il favore sovrano. Se ne avvide il papa e a far cessare la guerra sorda mossà allo Scarpellini, davagli pubblica testimonianza di stima. Accompagnato dalla sua corte, sorprendeva nel suo stabilimento il professore di fisica sacra: trattenevasi seco lui in famigliari colloqui, ragionavano della scienza, faceasi render conto dei vantaggi oltenuti dalla gioventù studiosa. Caduto il discorso intorno alle cose riguardanti l’accademia dei Lincei e ai benefici che le scienze fisiche poteano attendere da questa saggia e nobile istituzione, comandò che l’augusto suo nome fosse segnato nell’albo accademico. Rese questi umili grazie al pontefice benefattore, e volle con una lapide tramandare ai posteri la memoria del segnalato favore.</ref>. Tali erano le benefiche disposizioni, tali le cure amorevoli dal pontefice esercitate non a vana ostentazione di grandezza, ma al magnanimo scopo di difendere gli {{Pt|ono-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VII|127}}</noinclude>{{Pt|do|quando}} un grido, che suonò tristamente all’orecchio dei principi raccolti a Vienna, disse all’Europa fuggito Napoleone dall’Elba, incerta la direzione ma sicuro lo scopo: ristabilirsi sul trono. Stavasi a circolo il re negli appartamenti della regina circondato dai cortigiani, dai ministri e dagli ambasciatori stranieri, quando la notte del quattro marzo giunse in Napoli l’avviso di avvenimento tanto importante. Gioacchino che per leggere i dispacci erasi con la moglie ridotto in altre stanze uscì tutto raggiante di gioia, narrò ai circostanti la fuga, e si ritrasse a consulta coi suoi ministri. Quell’allegrezza dovea riuscirgli fatale. All’Austria, all’Inghilterra inviò la notte istessa proteste di serbarsi fedele alle fermate alleanze, stabile nella politica, avverso a Napoleone: intanto, desideroso del dominio d’Italia, volea, re potente, aiutare di armi il cognato. Prima incerti rumori dalla Toscana, quindi sicure novelle di tanto avvenimento giungevano in Roma. I cittadini, riavutisi appena dalle conseguenze d’una invasione straniera, vedeano sovrastare doppio pericolo e tremavano. Il sire di Napoli con le armi, quello di Francia li spaventava col nome. Coloro, che avevano parteggiato per i francesi, speravano, vivevano nei dubbi quelli, che amavano le antiche istituzioni. Andavasi dicendo per la città, che ben mille uomini della guardia, dei quali ottanta quattro polacchi, e cinquecento volontari venuti da Corsica seguivano Napoleone. Sapeasi, per notizie giunte da Livorno, che la piccola flottiglia a vele spiegate erasi veduta presso Capraia: chi dicea Napoli luogo destinato allo sbarco, chi le coste di Francia. I corrieri portavano a tutte le corti la paurosa novella. Il grido Bonaparte è in Francia ponea tutta l’Europa in tumulto. Ai primi rumori mosse da Livorno per l’isola il commissario inglese, ma invano; dappoichè Napoleone, nella sua rapida corsa, toccava le terre francesi. A queste notizie circolanti per Roma aggiungca nuovo spavento la voce, che la sorella dell’imperatore, Elisa governatrice generale della Toscana, avea detto a Bologna, che se questi era arrestato in Francia, ella terrebbe il papa in ostaggio. Crebbero le incertezze della corte pontificia il<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|128|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>messaggio di Gioacchino chiedente libero passaggio, per le terre alla podestà pontificia soggette, di dodici mila soldati. Grave era il pericolo, dappoichè temevasi offendere le potenze alleate, alle quali movea guerra e non voleasi irritare soverchiamente Murat, invasore delle Marche e di una gran parte del ducato di Urbino. A queste considerazioni l’altra aggiungevasi, ch’ebbe sempre un gran peso nelle deliberazioni della corte romana: non dovere il padre universale dei credenti prender parte alle guerre dei popoli talvolta necessarie, sempre funeste. Rispondea Pacca: alle armate napolitane, senza toccare le provincie restituite, facile tener la via del tronto, costeggiare le spiagge dell’adriatico e lungo le vie marchiane e urbinati entrare in Lombardia. Non declinava Gioacchino, per le giuste osservazioni di Roma, dai suoi progetti e lasciato in Napoli forte presidio per salvarla da un colpo di mano, che potea temersi da Ferdinando se avesse salpato dai porti della Sicilia, il dì ventidue marzo con quaranta mila uomini, divisi in due schiere, prese la doppia strada delle Marche e di Roma. Annunciava la pubblica vote, dell’esercito transitante per le vie di Terracina e di Tivoli, debole la disciplina, scarse le armi, l’amministrazione infedele: supremo pericolo se non smentivano i fatti la trista fama. La sagacia del cardinale pro-segretario di stato, che comandava ai presidi delle provincie di evitare gl’inconvenienti che potrebbero verificarsi, preparare i viveri e tutto quello sfuggire accuratamente, che potesse compromettere la tranquillità dello stato. Tante cure, tanta solerzia raggiunsero lo scopo desiderato: divennero impossibili le rappresaglie. Non parteggiarono per il re e non tumultuarono i romani quando un corpo di armata passò a breve distanza dalle mura della città, Chi li vide assicura che i soldati di Napoli moventi alla conquista d’Italia furono guardati con indifferenza dagli ordini elevati della città, con disprezzo dal popolo: tendenza fiera, ma naturale ai romani.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|132|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|davasi|andavasi}} disponendo segretamente nel palazzo apostolico per la vicina partenza. Il cavalier Vargas, ambasciatore spagnolo ed alcuni prelati palatini, ammessi al segreto, consigliavano Pacca ad affrettarne il momento, ma questi, in tutte le grandi risoluzioni prudente al pari che saggio, volle differito il viaggio sino al punto in cui lo avessero autorizzato a questo passo eventi minacciosi, indeclinabile necessità. Gravi potevano esser le conseguenze di una precipitosa partenza. In Roma, tutto che lieta del ritorno di Pio, notavasi ancora quel certo fremito in cui è il mare dopo un’immensa procella: non mancavano elementi di discordia, dappoichè non fu mai penuria di coloro che le pubbliche calamità volgono a proprio profitto. Quelli che, dichiarati nemici al governo papale, avevano perduti grossi stipendi ed erano tenuti in sospetto: quelli che, poste le mani su i beni della chiesa, si vedeano mal sicuri, profittando degli eventi inaspettati, secondando le mire ambiziose del re di Napoli, poteano facilmente turbare la tranquillità cittadina, creare inciampi al governo. Potea finalmente Gioacchino, per non urtare di fronte il papa venerato da tutti, cambiar pensiero, scegliere la via del Tronto, rispettare le provincie di Marittima e Campagna, render nulle ed offensive le misure e le precauzioni adottate. L’inaspettata partenza, suggerita dal timore, avrebbe autorizzati i rimproveri di Murat e fatto perdere al papa la opinione di coraggio e di fermezza che avea resistito a Napoleone e destata la meraviglia del mondo cattolico. Con mistero impenetrabile preparavasi la notificazione da pubblicarsi uscito appena da Roma, allestivansi le carrozze, creavasi una giunta di stato, della quale presidente Della Somaglia cardinale, membri Giustiniani pro-governatore, Sanseverino presiderite delle armi, Ercolani tesoriere, Riganti segretario di consulta, Falsacappa del buon governo, Rivarola segretario con voto: al cardinal di Pietro, col titolo di delegato apostolico, confidavasi la cura gelosa degli ecclesiastici affari. Furono queste le misure di previdenza saviamente adottate per allontanare i pericoli e salvar<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VIII|141}}</noinclude>alla sovranità, si allontanò da Parigi, avea dovuto convincersi che le sue e le speranze della nazione erano state tradite. Portato dalle braccia dei popoli, avea traversato come in trionfo la Francia; che finalmente ristabilito sul trono imperiale, volea che il rispetto di tutti i diritti dei re e della chiesa e la pace fosse per l’avvenire il più caro e il più fervido dei suoi voti. Eguali sentimenti espresse direttamente Napoleone al papa con una lettera, che non giunse al destino, ma si lesse nei giornali francesi <ref name="p393">L’imperatore scriveva a Pio VII « Nel corso dell’ultimo mese vostra santità avrà saputo il mio ritorno sul suolo francese, il mio ingresso in Parigi, e la partenza della famiglia dei borboni. La vera natura di questi avvenimenti debbe essere ora fatta palese a vostra santità da me stesso. Questi sono l’opera di una possanza irresistibile, l’opera della volontà unanime di una grande nazione che conosce i suoi doveri e i suoi diritti. La dinastia, dalla forza non ha guari ridonata al popolo francese, non era più fatta per lui. I borboni non hanno voluto associarsi ai suoi sentimenti, nè ai suoi costumi; e quindi la Francia ha dovuto separarsi da essi. La sua voce alto chiamava un liberatore. L’aspettazione, che mi aveva determinato al più grande dei sacrifici era stata delusa; io mi sono mosso, e dal momento in sui ho tocco il suolo francese l’amore dei miei popoli mi ha portato sino nel seno della mia capitale. Il primo bisogno del mio cuore consiste nel corrispondere a tanto affetto col mantenimento di una onorevole quiete. Il ristabilimento del trono imperiale era necessario per la felicità dei francesi. Il mio più dolce pensiero al presente è di rendermi nel medesimo tempo utile a tutta l’Europa. La gloria illustrò abbastanza a vicenda le bandiere delle diverse nazioni, ed abbastanza le vicissitudini della sorte hanno fatto succedere grandi rovesci a grandi trionfi. Una più bella arena si apre oggidì ai sovrani, ed io sono il primo a discendervi. Dopo avere presentato al mondo lo spettacolo di guerre crudeli ed accanite, quanto non debbe esser più caro il non conoscere d’ora innanzi altre rivalità se non quella, che tende a rendere maggiori i vantaggi della pace, altra lotta che la santa lotta rivolta a procurare la felicità dei popoli! La Francia si compiace nel proclamare solennemente e francamente questo nobile scopo di tutti i suoi voti; gelosa della propria indipendenza, il principio invariabile della sua politica consisterà nel più assoluto rispetto della indipendenza delle altre nazioni. Se tali sono, come ne ho la più</ref>.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VIII|143}}</noinclude>{{Pt|tendessero|intendessero}} fra loro. Era in Napoleone più abilità che fortuna, in Gioacchino più ambizione che senno. Per messaggi spediti all’imperatore, diceagli il sire di Napoli, avrebbe attaccati gli austriaci e se la vittoria rispondeva ai suoi voti, si vedrebbe raggiunto da esercito formidabile: intanto, a riammorbidire la collera imperiale, aggiungea: essere omai giunto il momento di riparare ai suoi torti e mostrargli la sua devozione. Dai campi di Auxerre rispondeagli nel marzo Napoleone: aspettasse, preparando le armi: l’ora del mostrarsi in campo avrebbela intesa da lui. Era tardi: l’impazienza murattiana, rotti gl’indugi, avea varcati i confini del regno. Con questo atto, con i suoi proclami dettati per commovere lo spirito degl’italiani, disgustò i sovrani, che poco riposavano sulla sua fede, e compromise per sempre la sua e le speranze dei figli<ref>Correa per le mani di tutti il seguente programma, a cui non prestarono fede gl’Italiani «Suonò l’ora in cui debbono compiersi gli alti destini d’Italia. La provvidenza vi chiama ad essere una nazione indipendente. Dalle Alpi allo stretto di Messina odasi un grido solo — L’indipendenza d’Italia — Ed a qual titolo popoli stranieri pretendono togliervi questa indipendenza, primo diritto e primo bene di ogni popolo? A qual titolo signoreggiano essi le vostre più bella contrade? Invano dunque innalzò per voi la natura la barriera delle Alpi! No: sgombri dal suolo italiano ogni dominazione straniera. Padroni una volta del mondo espiaste questa gloria con venti secoli di oppressioni e di stragi». Conchiueva «Italiani, stringetevi in salda unione, ed un governo di vostra scelta, una rappresentanza veramente nazionale, una costituzione degna del secolo e di voi garantiscano la vostra libertà e prosperità interna tosto che il vostro coraggio ne avrà garantita l’indipendenza.» Non prestò fede l’Italia ad un programma, che al nome di Murat francese aggiungea l’altro del francese Millet.</ref>. La regina lasciata al governo di Napoli, donna di animo forte e superbo, minacciata dall’inglese Campbell che imponea duri patti, scese agli accordi. Pietosa ai suoi, in tanta concitazione di animi, inviava i quattro piccoli figli a Gaeta e apprestava l’imbarco alla madre Letizia, alla sorella Paolina, allo zio cardinal Fesch che, ambasciatore di<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|146|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>tornano a sua gloria le ragioni per le quali meritò la porpora così parleranno sempre a suo danno i disgusti supremi, con i quali contristò i buoni, offese la dignità del pontefice e la maestà del sovrano. Discorro brevemente i suoi fatti. Deputato ecclesiastico agli stati generali dell’ottantanove, membro dell’assemblea nazionale, con un coraggio che sfidava il furore popolare, sostenne i diritti dell’altare e del trono. Chiamato in Roma da Pio VI fu inviato nunzio straordinario alla dieta elettorale di Francfort, indi promosso alla porpora. Sostenitore un tempo dei principi borbonici balestrati dalla rivoluzione, declamò contro la repubblica, censurò aspramente il concordato fra la santa sede e il primo console, ma quando vide dichiarato Napoleone imperatore dei francesi e tale riconosciuto dalle potenze, lasciò la episcopale sua sede e andò a Parigi a mendicare i favori del nuovo principe, che il vide sempre ligio non che ai suoi comandi, ai desideri senza scrupolo e senza ritegno. L’ambizione lo sedusse, lo compromise l’amicizia ond’era stretto ai filosofi, che prepararono e compirono la rivoluzione francese. Quando si pretese sopprimere alcune sedi vescovili negli stati del papa per riunirle alle diocesi conservate, ad onta dei pontifici divieti venuti da Savona, assunse il governo di quelle che erano vicine alla sua diocesi: quando Fesck in obbedienza ai canoni ricusò l’arcivescovato di Parigi andò Maury a governar quella chiesa e nominato vicario capitolare tenne l’archidiocesi: quando per imperiale comando i vescovi di Francia e d’Italia adunaronsi a Parigi in un concilio nazionale condannato dalle leggi canoniche, disapprovato dal supremo gerarca della chiesa, egli mostravasi ardente fautore delle imperiali pretensioni così che i vescovi non solo ma i cortigiani istessi l’ebbero a sdegno. Sel vide Pio VII irriverente d’innanzi quando venne in Fontainebleau per persuaderlo a mantenere gli articoli di un concordato, che costò al pontefice tante lacrime: giunse a tal grado la temerità e l’impudenza di Maury, che il mansuetissimo pontefice debole, infermo com’era, alzatosi dalla sua sedia e, presolo per un braccio, lo accompagnò<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VIII|153}}</noinclude>Baldi, era incontrato dal marchese Zapparelli d’Azeglio, che spedito dal re, lo pregava a non volere abbandonar la Liguria, senza aver prima visitata la capitale del regno. Secondò Pio VII i desideri del monarca sabaudo, e quantunque desideroso di affrettare il viaggio per evitare i calori dell’estate sempre ad esso dannosi, si diresse ad Alessandria e lasciò la via di Voghera<ref>Prendea riposo nella villa dei Lomellini, ove il conte Mario al pontefice e alla corte offrì lautissimo pranzo. Qui si congedò dal cardinale arcivescovo di Genova, che lo avea seguito sino al confine della diocesi: lasciò all’arbitrio dei prelati la scelta o di seguirlo a Torino, o di attenderlo a Modena. Per dare un attestato di affetto alla corte austriaca inviò a Milano il cardinal Litta, incaricato di ossequiare a suo nome l’arciduca d’Austria che tenea il governo di Lombardia.</ref>. Giungeva a Torino la notte del venti: trovò a breve distanza dalla capitale Vittorio Emmanuele che ne attendeva l’arrivo. Fu commovente l’incentro: invitato, entrò il re nella carrozza del papa e in compagnia dell’ospite augusto proseguì il viaggio lungo una strada vagamente illuminata con lampioni appesi agli alberi, che la fiancheggiavano. Nuovo spettacolo preparavasi nella città. Le piazze, le vie splendidamente illuminate, rigurgitavano di curiosi: la cavalleria, la fanteria che guardava la piazza e le simetriche strade, presentando le armi, rendeano gli onori militari al vicario di Cristo accolto nella corte di un principe che sulla sommità delle alpi veglia alla tutela e alla sicurezza d’Italia. Il suono delle campane, lo strepito delle artiglierie, l’affollarsi del popolo nelle ore di una notte rischiarata da tante faci resero commovente il ricevimento del papa nella capitale piemontese. Questo giubilo diffondevasi, procedea, giungeva sino al reale palagio, ove Carlo Alberto principe di Carignano, attendeva sull’atrio gli augusti personaggi per aprire lo sportello della carrozza e far discender da quella il pontefice e il re. Tutti gli ordini dello stato, nelle splendide loro uniformi, aggiravansi per gli appartamenti reali a corteggio del santo padre: eranvi i grandi della corona,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VIII|175}}</noinclude>{{Pt|telligenza|intelligenza}} spiegata nel condurre a termine le difficili trattative: al cardinal Consalvi scrisse affettuosa lettera il re<ref>È notabile una espressione della lettera di Luigi XVII e la ricordo perchè torna a gioria di questo eminente uomo di stato. «Il giudizio che, or saranno ventiquattro anni, ho pronunziato intorno a monsignor Consalvi, trovasi oggidì pienamente giustificato dal cardinale segretario di stato.»</ref> e più tardi rendea Luigi grazie al pontefice dell’aver collocata in esso la sua confidenza e fatta cessare la lunga vedovanza delle chiese di Francia. Vostra santità ha parlato, dicevagli, e la procella cessò: il tutto annunzia, che al presente stato interinale, che per se già è un bene, sarà al più presto possibile sostituito uno stato definitivo più vantaggioso. A confermare la buona intelligenza fra la corte di Roma e di Francia e al trionfo della chiesa contribuì potentemente la scelta dell’illustre prelato Vincenzo Macchi in quei tempi difficilissimi onorato dalla stima di Pio VII e di Luigi XVIII.
XVIII. Animato da pastorali sollecitudini nel lungo corso del suo pontificato, accomodandosi il papa ai variati bisogni della società ridusse alcune diocesi, creò nuove sedi, altre arricchì di titoli e di onorificenze maggiori. Fondò in America i vescovati di Chilopa, ampliò nel Messico la diocesi di Canaria, spedì vicari apostolici nel nuovo mondo. In virtù delle segnate convenzioni con le varie corti di Europa, circoscrisse diverse diocesi in Francia, in Prussia, in Baviera, in Piemonte, nel regno Lombardo Veneto: dichiarò sede arcivescovile Varsavia in Polonia, Smine in Natolia, Bramberga in Boemia, in Piemonte Vercelli, Chambery in Savoia, Friburgo nell’Elvezia, Spoleto negli stati della chiesa: eresse in sedi vescovili Sandomir, Poelachia, Seyna, Esperies, san Cristoforo, Rottemburgo, Limburgo, Cincinnati: ristabilì la diocesi di Caltagirone, sede episcopale stabilì in Nicosia di Sicilia: tutto il mondo esperimentò i benefici effetti dello zelo, della carità paterna di Pio quando la mano dell’onnipotente riportò l’universo ai piedi di Roma. Duolse al pontefice la morte del<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|188|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>dalla prudenza. Facciano mal’occhio a questa opinione quanti vorrebbero, che il mondo non procedesse di un passo: certo è che comprese Consalvi l’indole della età nuova e senza offendere la maestà del principe, senza compromettere la tranquillità dello stato, ebbe animo eroico e mente eguale ai bisogni. Lottò contro i difensori dell’antico sistema, che il diceano incanto e imprudente, ma ebbe dalla sua l’opinione dei gabinetti di Europa, l’illimitata fiducia di Pio, gli elogi della posterità che lo riguarda come uomo sovrastante al suo secolo e dichiara il suo governo giusto, liberale ed illuminato.<ref>Consalvi seppe ben distinguere da coloro, che si serbarono fedeli al pontefice, quelli che lo tradirono. Ad un tale che, amnistiato dal papa, chiedea arditamente un impiego, rispondea: «Pio VII perdonandovi, non ba contratto l’obbligo di provvedere ai vostri bisogni.»</ref> Accomodare le leggi ai bisogni, creare commissioni per la formazione dei codici, conservare amichevoli rapporti con le corti straniere, abbellir Roma, proteggere le scienze e le arti, promover l’industria e il commercio formò l’oggetto delle sue cure. Egli tenne con ferma mano tutte le file che costituiscono la vasta tela governativa: parve dispotico, fu previdente.
II. Classificare lo stato, promulgare le leggi, organizzare i tribunali era accorgimento desiderato, anzi assoluto bisogno. Pio VII soddisfece ai doveri di principe magnanimo e generoso, Consalvi a quelli di primo ministro illuminato ed accorto. Vennero dichiarate legazioni Ravenna e Forlì per la Romagna: Bologna e Ferrara per le provincie di questo nome: Urbino e Pesaro per quel ducato. Marittima e Campagna ebbero capo luogo Frosinone: Rieti dichiarata residenza delegatizia per la Sabina; pel patrimonio Viterbo e Civitavecchia: Perugia e Spoleto per {{ec|l’umbria|l’Umbria}}, per le quattro provincie marchiane Macerata, Fermo, Ascoli, Ancona: Benevento per quel dominio situato in mezzo al regno di Napoli. Andò più tardi sottoposta {{Pt|Vel-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO IX|209}}</noinclude>di celebrargli solenne funere. Fu scelto il tempio dei santi XII apostoli, ove è collocata una delle più sublimi opere di Canova, il monumento di Clemente XIV. Le decorazioni della chiesa affidarono a Valadier, che ad onorare l’amico, volle trasportati sul luogo i modelli delle opere sacre dall’artista eseguite e con lodato artificio le dispose intorno al tempio e al feretro mortuario. La statua colossale della religione, il gruppo della pietà, quello della beneficenza, i leoni del deposito di Rezzonico, un gran bassorilievo mortuario, due che rappresentano le opere di misericordia, sette soggetti desunti dal vecchio e nuovo testamento vennero disposti con unità di pensiero e diedero aspetto imponente al vasto tempio, ove convennero col senato romano la commissione consultiva delle belle arti, le accademie, i corpi scientifici e letterarî<ref>Era la messa solenne pontificata dal patrizio veneto Zen, arcivescovo di Calcedonia: l’Amati dettava le iscrizioni onorarie collocate sulla. porta e nell’interno del tempio: l’abate Melchiorre Misserini ne diceva le lodi.</ref>. Questi onori, negati dalla giustizia di Roma al potere e allo splendore della fortuna, furono decretati allo scultore di Possagno che empì del suo nome l’Europa.
XIII. La fortezza d’animo e lo zelo del pontefice non vennero meno per gli anni e per le infermità sopportate. Lo affliggeva profondamente la rivoluzione di Spagna, che tutti sconvolgendo gli ordini sociali, abolì la inquisizione, disperse i gesuiti, chiuse trecento monisteri e respinse in Roma il prelato Giustiniani nunzio, apostolico a quella corte. Compenso a tanto danno, vide prosperare in Francia gl’interessi cattolici. Scriveagli Luigi XVIII, che l’ordinamento e la tranquillità della chiesa di Francia era felicemente assicurata e che la circoscrizione di ottanta diocesi riguardavasi nel regno come nuovo e segnalato favore del santo padre. Rendea grazie Montmorency ministro di stato al cardinal Consalvi per la sua cooperazione ad un atto vantaggioso alla religione, onorevole alla santa<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — II||14}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO IX|209}}</noinclude>di celebrargli solenne funere. Fu scelto il tempio dei santi XII apostoli, ove è collocata una delle più sublimi opere di Canova, il monumento di Clemente XIV. Le decorazioni della chiesa affidarono a Valadier, che ad onorare l’amico, volle trasportati sul luogo i modelli delle opere sacre dall’artista eseguite e con lodato artificio le dispose intorno al tempio e al feretro mortuario. La statua colossale della religione, il gruppo della pietà, quello della beneficenza, i leoni del deposito di Rezzonico, un gran bassorilievo mortuario, due che rappresentano le opere di misericordia, sette soggetti desunti dal vecchio e nuovo testamento vennero disposti con unità di pensiero e diedero aspetto imponente al vasto tempio, ove convennero col senato romano la commissione consultiva delle belle arti, le accademie, i corpi scientifici e letterarî<ref>Era la messa solenne pontificata dal patrizio veneto Zen, arcivescovo di Calcedonia: l’Amati dettava le iscrizioni onorarie collocate sulla porta e nell’interno del tempio: l’abate Melchiorre Misserini ne diceva le lodi.</ref>. Questi onori, negati dalla giustizia di Roma al potere e allo splendore della fortuna, furono decretati allo scultore di Possagno che empì del suo nome l’Europa.
XIII. La fortezza d’animo e lo zelo del pontefice non vennero meno per gli anni e per le infermità sopportate. Lo affliggeva profondamente la rivoluzione di Spagna, che tutti sconvolgendo gli ordini sociali, abolì la inquisizione, disperse i gesuiti, chiuse trecento monisteri e respinse in Roma il prelato Giustiniani nunzio, apostolico a quella corte. Compenso a tanto danno, vide prosperare in Francia gl’interessi cattolici. Scriveagli Luigi XVIII, che l’ordinamento e la tranquillità della chiesa di Francia era felicemente assicurata e che la circoscrizione di ottanta diocesi riguardavasi nel regno come nuovo e segnalato favore del santo padre. Rendea grazie Montmorency ministro di stato al cardinal Consalvi per la sua cooperazione ad un atto vantaggioso alla religione, onorevole alla santa<noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — II||14}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|216|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>che affollavasi nelle chiese per pregare la conservazione di Pio, scrivea alla sua corte, presentar Roma nessuna apparenza di preoccupazione, nessuna agitazione, oltre quella prodotta dal cordoglio di perdere un sovrano amato e venerato da tutti. Estrema sul declinare del giorno dieciannove agosto divenne la sua debolezza, gli si alterò la voce, vaneggiò qualche volta: s’intesero pronunciate distintamente le parole - ''Savona, Fontainebleau'' - Il muover delle labbra, la desinenza di alcune voci latine mostrarono agli astanti, che il sommo pontefice mormorava le ultime sue preghiere. Il cardinal Castiglioni penitenziere maggiore gli apprestò l’estrema unzione: il cardinale Annibale della Genga vicario di Roma impose al clero l’orazione pel pontefice moribondo. Entrò in agonia dopo la mezza notte e benedetto, assistito dal cardinal Castiglioni, alle ore sei del mattino, il di venti agosto mille ottocento ventitre, nella età di anni ottantuno, dopo un glorioso pontificato di ventitre anni, quattro mesi e sei giorni, rese tranquillamente l’anima a Dio, lasciando il mondo incerto se fu più grande quando, prigioniero, oppose un petto di bronzo alle intemperanze di un despota o quando, assiso sul trono, vegliò al bene dei sudditi e della chiesa.
XVIII. Bartolomeo. Pacca cardinal camerlengo, seguito dai prelati che costituiscono la camera apostolica, entrò nel palazzo del quirinale prima del mezzo giorno. Giunto nella stanza in cui Pio VII avea cessato di vivere, prostrossi a terra ai piedi del letto, pregò per l’augusto defonto, ne asperse con l’acqua lustrale il cadavere. Mentre due aiutanti di camera sollevavano il velo, che copriva il volto di Pio, il pretàto maestro di camera presentava al cardinale l’anello piscatorio. Rogato l’atto, lasciati alla custodia del cadavere i padri penitenzieri della basilica vaticana, ritornava il camerlengo alla sua residenza, accompagnato, giusta il costume, dalla guardia svizzera. Partecipato l’avviso al senatore di Roma don Paluzzo principe Altieri, per di lui ordine i mesti rintocchi della campana di campidoglio annunciarono a Roma la morte del sommo pontefice. Pel flebile suono delle campane di tutte le chiese si<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il commiato.}}|153}}</noinclude>sottile odore di eliotropio esalante dalla pelliccia preziosa, mentre sentiva contro il suo braccio la forma del braccio di lei. Ambedue si credevano lontani dalli altri, soli; ma d’improvviso passava la carrozza nera di un prelato, o un buttero a cavallo una torma di chierici violacei, o una mandra di bestiame.
A mezzo chilometro dal ponte ella disse:
‟Scendiamo.”
Nella campagna la luce fredda e chiara pareva un’acqua sorgiva; e, come li alberi al vento ondeggiavano, pareva per un’illusione visuale che l’ondeggiamento si comunicasse a tutte le cose.
Ella disse, stringendosi a lui e vacillando su ’l terreno ineguale:
‟Io parto stasera. Questa è l’ultima volta....”
Poi tacque; poi di nuovo parlò, a intervalli, su la necessità della partenza, su la necessità della rottura, con un accento pieno di tristezza. Il vento furioso le rapiva le parole di su le labbra. Ella seguitava. Egli interruppe, prendendole la mano e con le dita cercando tra i bottoni la carne del polso:
‟Non più! Non più!”
Si avanzavano lottando contro le folate incalzanti. Ed egli, presso alla donna, in quella soli-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user=".mau." />{{RigaIntestazione|[906]|''Morte''|287|riga=si}}</noinclude>
Per il secondo, tutti ricordano il mirabile canto ''che'' senza ''forse non morrà'' e che comincia:
{{Cld|906|
{{Spazi|5}}Ei fu; siccome immobile<br>
{{Spazi|10}}Dato il mortal sospiro<br>
{{Spazi|10}}Stette la spoglia immemore<br>
{{Spazi|10}}Orba di tanto spiro,<br>
{{Spazi|10}}Così percossa, attonita<br>
{{Spazi|10}}La terra al nunzio sta.|{{Sc|{{AutoreCitato|Alessandro Manzoni|Manzoni}}}}, ''{{TestoCitato|Il cinque maggio|Il Cinque Maggio}},'' ode}}
L’''Ei fu'' col quale bruscamente comincia l’ode manzoniana e che molti censurarono (un accenno a queste critiche si trova in {{AutoreCitato|Francesco D'Ovidio|D’Ovidio}} e {{AutoreCitato|Luigi Sailer|Sailer}}, ''Discussioni manzoniane,'' Città di Castello, Lapi, 1886, pag. 200), deriva, secondo afferma {{AutoreCitato|Michele Scherillo|Michele Scherillo}} (nell’ediz. del Manzoni, ''Le tragedie, gli inni sacri, le odi,'' da lui curata per l’edit. Hoepli, Milano 1907, a pag. {{Sc|lxix}}). dall’''Ode to Napoleon Bonaparte'' del {{Sc|{{AutoreCitato|George Gordon Byron|Byron}}}}, scritta il 16 aprile 1814, il giorno dopo l’abdicazione, e che comincia ugualmente:
{{Centrato|’T is done!}}
Invece assai più discutibile mi sembra l’altra derivazione voluta sostenere del sig. {{AutoreCitato|Aldo Oberdorfer|Aldo Oberdorfer}} (''Una probabile fonte dell’''{{Sc|Ei Fu!}} manzoniano, nel ''Giornale storico della letteratura italiana,'' fasc. 193, Torino 1915, pag. 80-83) il quale troverebbe tale fonte nella ode consolatrice a {{Wl|Q156187|Federico V di Danimarca}}, scritta dal {{Sc|{{AutoreCitato|Friedrich Gottlieb Klopstock|Klopstock}}}}
nel 1751, e che il Manzoni poteva conoscere nel testo tedesco o attraverso la versione italiana pubblicata nell’''Idea della bella letteratura alemanna'' del {{AutoreCitato|Aurelio Bertola de' Giorgi|De Giorgi Bertola}}, to. I. Lucca 1784. Questa derivazione, come ho detto, a me sembra molto incerta: invece più probabili mi sembrano altre due reminiscenze dall’ode medesima il Manzoni avrebbe espresso nei noti versi:
<poem>
Così percossa, attonita
La terra al nunzio sta
.... Nui
Chiniam la fronte al Massimo
Fattor....</poem><noinclude></noinclude>
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Bisognava rinnovare l’uomo, dargli. una coscienza e un carattere: cosí potea nascere una nuova letteratura. Un nuovo contenuto c’era giá nelle classi colte, voglio dire un complesso piú o men chiaro e coerente d’idee religiose, morali e politiche in perfetta contraddizione con gli ordini e le istituzioni sociali, che non avevano piú radice nella coscienza, e, come quella letteratura, vivevano solo perché erano vivute. Lavoro lento di ricostituzione, iniziato in Italia, interrotto dal Concilio di Trento, e ripreso allora non per virtú delle nostre tradizioni, ma per influssi venuti d’oltralpe. Operavano con maggiore efficacia sugli spiriti {{AutoreCitato|Voltaire|Voltaire}}, {{AutoreCitato|Jean-Jacques Rousseau|Rousseau}}, {{AutoreCitato|Denis Diderot|Diderot}}, gli enciclopedisti,<noinclude><references/></noinclude>
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{{vs|5}}
''Salottino quasi monacale, in casa Delisi. Arredo all’antica, modestissimo. Su una mensola nella parete di fondo, tra due usci con tende, un grande quadro della Madonna del Rosario col lampadino acceso davanti. Lateralmente a destra e a sinistra, altri due usci, anch’essi con tende.''
{{vs|5}}<noinclude></noinclude>
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{{block|recita}}
{{block|is|Sono in iscena don Landolina e Rosaria Delisi, quello seduto sul vecchio divano, questa sulla poltroncina accanto. Don Landolina sorseggia una tazza di caffè.}}
{{Sc|Landolina}}. Ah, creda, creda che è andata bene. Proprio bene. Lasciato nell’illusione d’aver indovinato lo scopo della mia visita...
{{block|is|S’interrompe:}}(Com’è buono questo caffè! )
{{Sc|Rosaria}}. Va bene di zucchero?
{{Sc|Landolina}}. Benissimo!
{{block|is|Riprendendo il discorso:}}«Andiamo per le spicce» — mi disse a un certo punto. «Mandato dalla sorella, lei vorrebbe che io pregassi Giacomino di non mettere piú piede in casa mia. Vuol questo?» E io allora:
{{block|is|imitando il suo fare, con mansuetudine dispettosa:}}«No, professore; non questo propriamente!» —
{{block|is|E si mette a ridere.}}
{{Sc|Rosaria}}. M’immagino lui, allora!
{{Sc|Landolina}}. Restò. Non se l’aspettava.
{{block|is|Accenna d’alzarsi per posare la tazza vuota.}}
{{Sc|Rosaria}} (''pronta, prevenendolo''). No no; dia qua! dia a me!
{{Sc|Landolina}}. No, prego!
{{block|is|Le cede la tazza, che Rosaria va a posare sulla mensola.}}Grazie.
{{block|is|Riprendendo di nuovo il discorso:}}Gli sembrava che il piú per noi fosse questo: impedire l’andata di Giacomino a casa sua. Come seppe che questo per noi era ormai pacifico, e che non doveva piú mettersi neanche in discussione, — «Ma come?», dice «E allora?»<noinclude></noinclude>
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{{Sc|Rosaria}}. Già, già; m’immagino. Sarebbe stato meglio, però, che codesta benedetta assicurazione se la fosse fatta scrivere sotto gli occhi.
{{Sc|Landolina}}. Glielo chiesi. Mi rispose che non aveva tempo. Insistere, per il momento, non sarebbe stato prudente. Bisognava dir la cosa (e saperla dire), ma poi lasciarla lí, fingendo che per me non aveva nessun valore pratico, mi spiego? ma soltanto morale, di conforto per lei, fors’anche un poco ingenuo, mi spiego?
{{Sc|Rosaria}}. Sí, capisco. E ingenuo è, difatti; ma lei sa bene che non è per me; è per la ragazza che vorrebbe averla, codesta dichiarazione. Ora temo ch’egli ci ripensi e non me la scriva piú.
{{Sc|Landolina}}. Non credo. Me lo assicurò piú volte. E, dato che per lui non ha nessuna importanza, la farà, anche per il piacere di gabbarci con niente. Intanto, con la mia visita s’è guadagnato questo: che neppur lui adesso mette piú in discussione che Giacomino possa andare ancora a casa sua.
{{block|is|Non ha finito di dir cosí che la vecchia serva Filomena si precipita in iscena per l’uscio comune, annunziando con apprensione ch’è quasi sgomento:}}
{{Sc|Filomena}}. Il professore, signorina! Il professore! Il professore!
{{Sc|Landolina}} (''con un balzo''). Come?
{{Sc|Rosaria}} (''con un altro balzo''). Qua?
{{Sc|Filomena}}. Davanti la porta! Sento il campanello; corro ad aprire; per fortuna mi viene prima d’aprire la spia! lui lui, e col bambino!
{{Sc|Rosaria}}. Ah! Col bambino? Anche col bambino!
{{Sc|Landolina}}. Che tracotanza! Dio mio! Sorpassa ogni limite!
{{Sc|Rosaria}}. Ha capito? Non mette piú in discussione che Giacomino possa andare a casa sua, ed eccolo qua che viene lui invece a casa di Giacomino!
{{Sc|Filomena}}. Che fare, intanto? Che vuole che gli si dica?
{{Sc|Landolina}}. Proibirgli, proibirgli d’entrare!
{{Sc|Rosaria}}. Ditegli che Giacomino non è in casa!
{{Sc|Landolina}}. Ecco, benissimo! Ditegli cosí!
{{Sc|Rosaria}}. Senza aprire la porta! Dalla spia!<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" /><!--{{RigaIntestazione||pensaci, giacomino!|319}}{{block|recita}}--></noinclude>
{{Sc|Filomena}}. Non dubiti! Glielo dico dalla spia!
{{block|is|Via per l’uscio donde è entrata. }}
{{Sc|Rosaria}}. Lo vede, Padre? E lei che diceva...
{{Sc|Landolina}}. Sono trasecolato, creda, per l’improntitudine di quest’uomo!
{{Sc|Rosaria}}. Dio mio! Dio mio! Come si fa?
{{Sc|Landolina}}. Bisogna tener duro! Non transigere, signorina! Pareva rassegnato, pareva! Io non so! Pretese lui stesso che gli parlassi chiaro, aperto. E io con tutti i debiti riguardi! Mi licenziò assicurandomi che me ne potevo andar via tranquillo!
{{Sc|Rosaria}}. Ed eccolo qua col bambino! Mandato dalla moglie, certo!
{{Sc|Landolina}}. Mi domando in questo caso, se non ci convenga piuttosto, un uomo cosí, affrontarlo risolutamente; anziché nasconderci come stiamo facendo.
{{Sc|Rosaria}}. Ma chi lo affronta? Lei?
{{Sc|Landolina}}. Io, no. Non credo che gioverebbe. Non per tirarmi indietro. Ma qua ci vuole uno della famiglia. Lei, signorina Rosaria. Perché no? La sorella. O se no, lui: Giacomino stesso!
{{Sc|Rosaria}}. No! Giacomino, no! Giacomino, no!
{{Sc|Landolina}}. Dia ascolto a me. Non dico ora, perché non è prevenuto; ma se Giacomino ha il coraggio di dirgli in faccia lui stesso che tutto è finito e che non s’attenti piú a venire... Ah, ecco la nostra buona Filomena!
{{block|is|Rientra in iscena Filomena.}}
{{Sc|Rosaria}}. Se n’è andato?
{{Sc|Filomena}}. Che andarsene! Non vuol saperne!
{{Sc|Rosaria}}. Ma non gli avete detto che Giacomino non è in casa?
{{Sc|Filomena}}. Detto e ridetto cento volte!
{{Sc|Rosaria}}. E lui?
{{Sc|Filomena}}. Ride.
{{Sc|Landolina}}. Ride?
{{Sc|Filomena}}. Ride, e dice: — «Va bene, va bene». — Che vuol parlare con lei, dice.
{{Sc|Rosaria}}. Con me?<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Luigi62" /></noinclude>''un complesso di vivace, di ameno, e di soave, che s’insinua infallibilmente nell’ingegno. Ma chi potrebbe dirle abbastanza della vaga e squisitamente culta Verona? Non vi vuol meno che la passione, ch’è in me vecchia e invincibile di visitar l’Alemagna, quella stessa che hammi fatto lasciar Napoli, per non obbliare tutte le favorite idee de’ miei viaggi, in mezzo a questa dolcissima seduzione della terra e degli uomini.''
''Possa io ritrovare fuori d’Italia alcuna altra cosa che somigli a questo libro, per esser degna di venire sotto a’ suoi occhi; e possa piacerle e il presente dono, e il desiderio che serbo di sempre meglio provarle la stima, la riconoscenza, e il rispetto, con cui ho l’onore di essere''
:::{{Smaller|Verona 16. Luglio 1783.}}
{{Blocco a destra|{{Centrato|{{Smaller|Suo Devotiss. Obbligatiss. Servit. <br />''{{Sc|{{AutoreCitato|Aurelio Bertola de' Giorgi|Bertóla}}}}.''}}}}}}<noinclude></noinclude>
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Versi (Pindemonte)/Lettera dedicatoria
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Spinoziano
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{{Qualità|avz=100%|data=2 febbraio 2025|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Lettera dedicatoria|prec=../|succ=Gibilterra salvata|autore=Aurelio Bertola de' Giorgi}}
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Categoria:Testi di Aurelio Bertola de' Giorgi
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Spinoziano
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Spinoziano ha spostato la pagina [[Categoria:Testi di Aurelio de' Giorgi Bertola]] a [[Categoria:Testi di Aurelio Bertola de' Giorgi]]: Errori di scrittura nel titolo: sistemo come su Wikipedia e in linea con fonti Treccani
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{{Vedi anche autore|Aurelio de' Giorgi Bertola}}
[[Categoria:Testi per autore|de' Giorgi Bertola, Aurelio]]
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{{Vedi anche autore|Aurelio Bertola de' Giorgi}}
[[Categoria:Testi per autore|Bertola de' Giorgi, Aurelio]]
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Gatto bianco
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" /></noinclude>nei generi più disparati: dramma, o commedia, o tragedia. D’altra parte poi, in soggetti come il {{Sc|testamento del dr. mabuse}} o {{Sc|frankenstein}}, come il {{Sc|fantasma dell’opera}} o il {{Sc|dr. jeckyll}} — per ricordare soltanto alcuni esempi dei più famosi — è stato appunto il truccaggio a render possibile la realizzazione di temi drammatici sbalorditivamente fantasiosi ed azzardati. Ma i successi più efficaci del truccaggio si riscontrano nei casi in cui esso riesce a mutare gradualmente l’aspetto di un attore, la cui parte in un film si svolge in una lunga serie di anni, con il conseguente crescere della età dell’interprete.
Vuole infine essere annoverata una virtù del truccaggio ancor più specificamente, ancor più squisitamente cinematografica. Il cinema di ieri e d’oggi è stato ed è un inesauribile vivaio, un fantastico e caleidoscopico repertorio di intrecci e favole e romanzi d’amore. Il 90% della produzione filmistica non è che variazione su una nota od un motivo od un canto del poema eterno. Ma ogni storia d’amore — soprattutto se sia, com’è nel più dei casi, una storia romantica — esige che il protagonista e la protagonista principali, gli eroi insomma, siano ambedue ‘belli’. Ebbene, tra i còmpiti creativi del truccaggio figura appunto, in prima linea, quello di far risaltare la loro bellezza: poichè il Cinema, come ha detto acutamente [[w:Charlie Chaplin|Charlie Chaplin]], ha trionfato non tanto per l’arte e l’abilità esplicate nei film, quanto perchè ha ridato all’umanità bellezza e fascino: per lo meno ad un’umanità privilegiata, posta in primo piano; ed è questo che il pubblico desidera ed ammira.<br>
Per dir tutto, però, anche il truccaggio ha il suo rovescio, specialmente per le attrici. In genere, a meno che non debbano truccarsi profondamente per interpretare personaggi che mutino di età o di condizioni fisiche — e questo càpita raramente perchè si preferisce veder le ‘stelle’ sotto il loro aspetto più noto — esse son molto più preoccupate di mantener la propria pelle in buone condizioni che non di truccarsi, giacchè all’ultima cosa provvedono gli esperti delle rispettive Case. Vale a dire, che grande è la cura da esse posta nel far scomparire tutti i segni del complicato truccaggio cinematografico, e assidua la loro ricerca di un prodotto così squisito da cancellare efficacemente tutte le traccie spiacevoli e così rapido da far sentire immediatamente, con un pronto refrigerio, la sua azione rigeneratrice. Nuovo problema, da aggiungersi ai tanti già affrontati e risolti dallo specialista. E problema non semplice. È necessario infatti che quei preparati posseggano in sommo grado tre qualità: applicazione facile, regolarità assoluta di funzionamento, azione subitanea. Ed è stata finalmente trovata una crema, la cosiddetta ‘crema dissolvente’, la quale ha tutti e tre questi requisiti e che, in più, è adatta sia alle pelli grasse (bisognose di astringenti) per conservare la loro limpidezza, spesso faticosamente acquisita, sia a quelle secche (che hanno necessità di esser lubrificate e tonificate). In fatto di truccaggio non esiste più nessuno lacuna da colmare.
Proprio come l’antica favola di Mida: trovato il segreto per convertire ogni cosa in oro, si rischia di morire sotto il peso di quello splendore. Trovato nel truccaggio il segreto di una bellezza quasi sovrumana, superiore alle offese del tempo e all’ingiuria delle passioni, tutta la cura è di scoprire un metodo per distruggere quella inviolabile maschera di bellezza e riscoprire, sotto di essa, la povera carne fragile e peritura.
{{A destra|MAX FACTOR}}
[[File:Fabbrica del volto (page 3a crop).jpg|300px|miniatura|centro|Ann Harding al naturale]]
[[File:Fabbrica del volto (page 3bcrop).jpg|450px|miniatura|centro|Ann Harding durante la metamorfosi in vecchia]]<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione|454|''Meditazioni di un brontolone''|riga=a}}</noinclude>''pedantesca, serva de1!e esotiche leggerezze.''<ref>{{Sc|{{AutoreCitato|Niccolò Tommaseo|N. Tommaseo}}}}, ''Storia civile nella letteraria'', Roma, Torino, Firenze, E. Loescher, 1872, nello scritto ''G. B. Roberti, le lettere e i Gesuiti del secolo decimottavo''. pag 343.</ref> E l’Algarotti, a fascio con tutti gli altri arcadi, novera il {{AutoreCitato|Francesco De Sanctis|Desanctis}}. «... A Roma dominava l’Arcadia, a Firenze
la Crusca. Viveva ancora celebratissimo {{AutoreCitato|Carlo Innocenzo Frugoni|Innocenzo Frugoni}}, tenuto primo de’ lirici italiani e il miglior
fabro di versi sciolti, quando {{AutoreCitato|Lorenzo Mascheroni|Mascheroni}} non aveva
scritto ancora il suo ''{{TestoCitato|Invito a Lesbia Cidonia ed altre poesie/Invito a Lesbia Cidonia|Invito a Lesbia}}''. Spiccatissimo era in lui il carattere della vecchia letteratura,
solennità e pompa di forme nella perfetta vacuità
e indifferenza del contenuto. Intorno a lui era
una schiera di prosatori e poeti, d’improvvisatori e
improvvisatrici, tutti sullo stesso stampo, Roberti e
Tornielli, Algarotti e Bettinelli, Pompei e Paradisi,
Bondi e Bertola, e Savioli, e Rezzonico e Rolli e il
Perfetti e la Corilla, il nuovo Pindaro e la nuova
Saffo, a cui si coniavano medaglie, si decretavano
corone in Campidoglio. La poesia divenne un facile
meccanismo, una merce volgare, l’accompagnamento
monotono de’ più ordinari fatti della vita, nascite,
morti, nozze, monacazioni, un gergo di convenzione
a portata de’ più mediocri. Il contrasto era grottesco fra tanta servilità e insipidezza di contenuto e
tanta pompa di frasi. Non mancavano astrazioni e
generalità morali e scientifiche, come nel Cotta, nel
Manfredi, in {{AutoreCitato|Francesco Maria Zanotti|Francesco Maria Zanotti}}, e non manvcava la tradizionale oscenità come in {{AutoreCitato|Aurelio Bertola de' Giorgi|Aurelio Bertola}} e nell’Abate {{AutoreCitato|Giovanni Battista Casti|Casti}}. ''Alla cima di questo Parnaso''
stava Metastasio nella sua divinità incontrastata, e<noinclude></noinclude>
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Rime (Guidiccioni)/Per la patria
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=== Indice ===
* {{testo|Mentre in piú largo e piú superbo volo|tipo=tradizionale}}
* {{testo|Ecco che move orribilmente il piede|tipo=tradizionale}}
* {{testo|Dunque, Buonviso mio, del nostro seme|tipo=tradizionale}}
* {{testo|Viva fiamma di Marte, onor de' tuoi|tipo=tradizionale}}
* {{testo|Il Tebro, l'Arno e 'l Po queste parole|tipo=tradizionale}}
* {{testo|Il non piú udito e gran pubblico danno|tipo=tradizionale}}
* {{testo|Dal pigro e grave sonno ove sepolta|tipo=tradizionale}}
* {{testo|Da questi acuti e dispietati strali|tipo=tradizionale}}
* {{testo|Questa, che tanti secoli giá stese|tipo=tradizionale}}
* {{testo|Degna nutrice de le chiare genti (1912)|Degna nutrice de le chiare genti|tipo=tradizionale}}
* {{testo|Se pioggia omai dal ciel larga non scende|tipo=tradizionale}}
* {{testo|Vera fama fra i tuoi piú cari sona|tipo=tradizionale}}
* {{testo|Prega tu meco il ciel de la su' aita (1912)|tipo=tradizionale}}
* {{testo|Fia mai quel dí, che 'l giogo indegno e grave|tipo=tradizionale}}
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Da questi acuti e dispietati strali
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| Nome e cognome del curatore = Ezio Chiorboli
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{{Qualità|avz=100%|data=27 agosto 2026}}{{Intestazione
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| Nome e cognome del curatore = Ezio Chiorboli
| Titolo =Prega tu meco il ciel de la su' aita
| Anno di pubblicazione = 1528
| Lingua originale del testo =
| Nome e cognome del traduttore =
| Anno di traduzione =
| Progetto = Letteratura
| Argomento = sonetti
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu
| prec = Vera fama fra i tuoi piú cari sona
| succ = Fia mai quel dí, che 'l giogo indegno e grave
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Fia mai quel dí, che 'l giogo indegno e grave
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| Nome e cognome dell'autore = Giovanni Guidiccioni
| Nome e cognome del curatore = Ezio Chiorboli
| Titolo =Fia mai quel dí, che 'l giogo indegno e grave
| Anno di pubblicazione = 1529
| Lingua originale del testo =
| Nome e cognome del traduttore =
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| Progetto = Letteratura
| Argomento = sonetti
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu
| prec = Prega tu meco il ciel de la su' aita (1912)
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| Nome e cognome dell'autore = Giovanni Guidiccioni
| Nome e cognome del curatore = Ezio Chiorboli
| Titolo =Empio ver' me, di sí gentil, riesci
| Anno di pubblicazione = 1520
| Lingua originale del testo =
| Nome e cognome del traduttore =
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| Progetto = Letteratura
| Argomento = sonetti
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu
| succ= Se 'l pensier, che dal core
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Il Canto della sera
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Spinoziano
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| Nome e cognome dell'autore = Aurelio Bertola de' Giorgi
| Nome e cognome del curatore =
| Titolo =Il Canto della sera
| Anno di pubblicazione = XVIII secolo
| Lingua originale del testo =
| Nome e cognome del traduttore =
| Anno di traduzione =
| Progetto =
| Argomento =Poemetti
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Poemetti italiani, vol. XII.djvu
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{{Raccolta|Poemetti italiani, vol. XII}}
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<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 322 —|}}</noinclude><poem>
Alla rapina abbandonando allora,
Già non fece nessun di sue fatiche
In ragunarli alcun ricordo o stima,
Onde ognun si tornò con lagrimosi
Gli occhi suoi, già sollecito dell’opre
Del fato arcane. — Oh! che chiediam noi dunque
Alla volta del ciel che ratto muove.
S’ella non cessa mai da quelle sue
Opre che mena? Imperiai corona
Ella dona a costui, l’altro ne’ gorghi
Abbandona del mare, esca gradita
A’ pesci suoi. Costui fa gramo e ignudo
Del pie, del capo e delle spalle ancora.
Orbo di cibo e di quiete, senza
Dimora ad albergar. Dolce vivanda
Di miei, di latte, a un altro appone e il veste
Tutto a broccati ed a lucente seta.
Ma poi, dell’opra al fine, ambo sen vanno
Sotterra ad albergar, vanno ad un loco
Oscuro e tetro, a una profonda fossa.
Che se l’uom saggio mai non fosse nato
A questa vita, non gli avria rancura
Incolto mai di pugne e di contese.
Veduta ei non avria rivolta al male
Dal suo principio la terrena vita,
Sia che grande fra gli uomini ei sia detto,
Sia che tapino attorno vada. — Or io
All’opre di Khusrèv porto il lavoro
Della mia mente, al leggitor novello
Racconto appresto con intenta voglia.
Stavasi re Khusrèv nel verde prato
E al capo suo con l’alte frondi un albero,
D’ombra dator, gli sovrastava. Allora
Che metà corse di quel lungo giorno,
Alta necessità venne in quel sire
Di suo cibo consueto. Era per gli orti
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Alla rapina abbandonando allora,
Già non fece nessun di sue fatiche
In ragunarli alcun ricordo o stima,
Onde ognun si tornò con lagrimosi
Gli occhi suoi, già sollecito dell’opre
Del fato arcane. — Oh! che chiediam noi dunque
Alla volta del ciel che ratto muove,
S’ella non cessa mai da quelle sue
Opre che mena? Imperïal corona
Ella dona a costui, l’altro ne’ gorghi
Abbandona del mare, esca gradita
A’ pesci suoi. Costui fa gramo e ignudo
Del piè, del capo e delle spalle ancora,
Orbo di cibo e di quïete, senza
Dimora ad albergar. Dolce vivanda
Di miel, di latte, a un altro appone e il veste
Tutto a broccati ed a lucente seta.
Ma poi, dell’opra al fine, ambo sen vanno
Sotterra ad albergar, vanno ad un loco
Oscuro e tetro, a una profonda fossa,
Che se l’uom saggio mai non fosse nato
A questa vita, non gli avria rancura
Incolto mai di pugne e di contese,
Veduta ei non avria rivolta al male
Dal suo principio la terrena vita,
Sia che grande fra gli uomini ei sia detto,
Sia che tapino attorno vada. — Or io
All’opre di Khusrèv porto il lavoro
Della mia mente, al leggitor novello
Racconto appresto con intenta voglia.
:Stavasi re Khusrèv nel verde prato
E al capo suo con l’alte frondi un albero,
D’ombra dator, gli sovrastava. Allora
Che metà corse di quel lungo giorno,
Alta necessità venne in quel sire
Di suo cibo consueto. Era per gli orti
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/326
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 323 —|}}</noinclude><poem>
Un suo servo fedel, quale del prence
Vista mai non avea l’inclita fronte,
E il re, che maestà si avea di sole,
Disse a colui: Deh! staccami un brandello
D’està cintura mia ch’è prezïosa.
Entro cinque vi son d’oro massiccio
Splendidi globi, ed ogni globo fulgide
Recasi gemme che costâr fatica.
:Al giardinier soggiunse poi: Cotesto
Aureo globo davver! che oggi mi viene
Propizio all’uopo! Vanne tu al mercato,
Compra di carne un picciolo brandello,
Anche del pane, e muovi i passi tuoi
Per luoghi non frequenti. — Era di trentamila
monete d’ogni gemma il prezzo,
Quando n’avesse alcun di trarne frutto
Alta necessità. Rapido venne
Ad un fomaio il giardiniere e pane
Sì gli cercò per quel brandel reciso,
Di fulgid’or, dalla cintura, e quegli,
Deh! ch’io non so, dicea, di queste cose
Prezzo verace ne oserei di tanto
Stoltamente far getto! — Ambo recaro
A un gioiellier lo splendido brandello
E dissero: Deh! tu fanne di questo
Verace il prezzo e con scienza poni
Industria a ciò. — Come le gemme vide
Colui già esperto, rispondea: Chi mai
Ardirà di tal gemma acquisto farsi?
Nel tesor di Khusrèv sono soltanto
D’or questi frusti e cento nuovi a ogn’anno
Ven recano d’eguali. Or tu, rispondi,
Da chi rubasti queste gemme tue,
Ovver, da quale addormentato servo
L’hai tolte? — A Farrukhzàd ne andavan tosto
Cotesti tre con le gemme e con l’oro,
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/327
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 324 —|}}</noinclude><poem>
Con tal faccenda. E Farrukhzàd che vide
L’inclite gemme, al re novello corse,
Mostrò a Shirùy queste pietre cotali,
Mostrò dell’aureo cinto il tronco brano.
:Ma Shirùy così disse al giardiniero:
Se di colui che possedea le gemme,
Indizio non dai tu, ratto la testa
Io troncar ti farò, farò troncarla
A quanti son della tua casa. — O prence,
Quei rispondea, là ne’ giardini è tale
Ricoperto d’arnese e con un arco
Stretto nel pugno. Egli è quale un cipresso
Nella statura ed è qual primavera
Nelle gote leggiadre, ei che somiglia
In ogni cosa a un re di forti. Splende
All’intorno per lui l’ampio giardino,
Egli è sì come sol fulgido e vivo
Nella corazza sua. L’aureo suo scudo
Giù da un ramo gli pende e innanzi a lui
Cinto un servo si sta. Troncava il servo
L’ingemmato brandello e quegli il porse
A me, dicendo: «Or di qui vanne e recami
Pan dal mercato e ciò che l’uom si mangia
Insiem col pane» —; ond’io da lui partii
Rapido come nembo e qui men venni.
:Riconobbe Shirùy che lo straniero
Era prence Khusrèv, chè il maestoso
Aspetto suo con la regal presenza
Unico e nuovo era a que’ dì. Trecento
Egli inviò dalla regal dimora
Là del fiume a le sponde, e qual bufera
Veloci al corso, cavalieri eletti,
E re Khusrèv che l’irrompente scorta
Vedea da lungi, impallidì, la spada
Della vendetta sua traendo venne.
:Ma l’accolto drappel come del sire
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Vide la fronte, si rivolse a dietro
Dall’aperto sentier con pianti e lai,
E ciascun si tornò partitamente
A Farrukhzàd e fe’ parole ognuno
Alto gridando: Servi gli siam noi
Ed egli è sire, e nuovo ed inusato
Della sventura è pel re nostro il giorno!
Mormorar contro a lui non osa alcuno,
Trovisi ne’ giardini egli o dell’armi
Nel tumulto guerrier. — Corse all’antico
Principe allora Farrukhzàd e seco
Alquanti armati da la reggia addusse.
Ma come a lui si fe’ vicino, solo
Innanzi venne e fe’ parole assai,
E Khusrèv l’ascoltò. Se il re concede
Ch’io parli, Farrukhzàd così dicea,
S’egli franchigia mi darà per queste
Cose compiute, io più verrò vicino
E dirò che ne avvenne. E s’ei ricusa,
Alle mie case tornerò. — Qual cosa
Più dir vuoi, di’ tu adunque, il vecchio sire
Gli rispondea. Consolator nel duolo
Tu non mi sei, non però vuoi contese.
:E il cinguettiero così disse al prence:
Con maggior senno tu riguarda a questo
Tuo proprio stato. Tale già non sei
Che uccidere potessi in fiero assalto
Mille guerrieri, che dal far battaglie
Stanco omai ti ritorni. E t’è d’Irania
Nemica ogni città, per farti guerra
Hanno tutti un sol core e una persona
Veracemente. Vieni adunque e vedi
Che mai ti appresta questo cielo arcano,
Se forse per amor gli odi novelli
Contro a te nati ei frenerà. — Davvero!
Disse Khusrèv, che ciò ben sta. Terrore
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/329
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 326 —|}}</noinclude><poem>
Io sì m’avea per uomini men degni,
Ch’ei venissero a me, turpe governo
Per far di mia persona, e le lor triste
Voglie appagar fra contumelie e scede.
:Udite appena avea queste parole
Dal suo re Farrukhzàd, che afflitto il core
Fu di Khusrèv per un tristo ricordo
Dei giorni antichi. Astrologi e indovini
Diceangli un tempo (ed egli avea rancura
Per le parole) in questa guisa: In mezzo
A due montagne un dì sarà tua morte
D’un servo per la man, lungi da tutti
I tuoi fedeli. E d’oro un monte fia,
L’altro d’argento, e tu, spezzato il core,
In mezzo sederai. Dorato cielo
Ti sarà sopra, e sotto un suol di ferro
E di vendetta gravida la sorte.
:Ed ora, ei si dicea, questa ferrata
Corazza m’è la terra e l’aureo scudo
È il ciel dorato e sono i due tesori,
Nascosti nel giardin, le due montagne,
I due tesori, ond’era gaio e lieto
Questo cor mio qual chiara face. Il termine
Veramente or toccò de’ giorni miei.
Oh! dove sei, mia stella amica, al mondo
Inclita luce? e dove son le mie
Brame d’un giorno e la mia gioia e il gaudio
Ond’era scritto il nome mio su tutte
Le corone di re? — Ma un elefante
Ratto fu addotto a lui da presso, e piena
Era l’anima sua fosca e turbata
D’un alto affanno. Sovra il dorso eretto
Dell’elefante il re si assise e fuori
Dall’ameno giardin pel calle aperto
Quella scorta l’addusse. Egli da l’alto
Dell’elefante in pehlèvica lingua
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 327 —|}}</noinclude><poem>
Fe’ questi detti allor: Tesoro mio,
Se del tuo prence se’ nemico, amico
Degli avversari miei non farti mai,
Ch’io nelle mani d’Ahrimàn protervo
Oggi mi sono. Nella mia distretta
Soccorritor tu non mi fosti; or statti
Ben nascosto e ad alcun non palesarti.
:Ma Kobàd, nuovo re, fe’ allor comando
Al suo ministro: Degli antichi mali
Non far ricordo a lui. Di’ che recato
A Tisifuna ei sia, che da la reggia
Con una guida alcun vel meni. Quivi
Restisi in pace per alquanti giorni,
Nè vuolsi che qualcun di qualche offesa
Il tocchi mai. Con mille cavalieri
Galinùsh poni a lui fido custode.
:Da che si volse di Khusrèv sul capo
Questo ciel roteante, erano omai
Otto e trent’anni di suo regno allora.
Correa d’Azèr la luna appunto, e il giorno
Era di Dey, tempo del vin, del fuoco,
Del cibar carni d’arrostiti augelli.
:L’imperïale maestà partita
Erasi omai da re Khusrèv. Rimasto
Egli era sì come vil servo, privo
Del suo serto di re; ma venne allora
Prence Kobàd e si posò sul capo
Il dïadema e beato e giocondo
Su quel trono sedè. Tutte d’Irania
Le genti accolte l’acclamâr signore,
Ed ei stipendi per un anno intero
Dal tesoro regal donava attorno.
Ma sol di sette lune era lunghezza
Fissata al viver suo. Chiamalo adunque
Signor di genti, o, se più vuoi, l’appella
Uom nullo e oscuro. — Questa è legge e norma
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 328 —|}}</noinclude><poem>
D’està dimora d’igiustizia piena,
Sì che da lei non t’aspettar di fede
Opera alcuna. Prenditi costume
Generoso nell’opre e nel pensiero
Opre leggiadre a meditar ti poni.
Che se dirai: «Son’io d’ogni desire
Giunto alla meta» —, vedi tu se quello
D’ogni desire compimento sia
Ordito un laccio o una catena. Al male,
Fin che puoi tu, non dar la mente e sola
Una parola d’ascoltar ti piaccia
Da questo savio: «Se parole oneste,
Opre oneste farai, senza difetto
Renderai l’alma tua su questa terra».
</poem>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 322 —|}}</noinclude><section begin="s1" />
{{Ct|c=t01|2. Il re Kobâd Shirûy.}}
{{Rule|2em|t=1|v=3}}<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|I. Richiesta di perdono dal padre.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 2026-2031).}}
<poem>
:Come sul trono di delizie assise
Prence Shirùy, quell’agognato serto
Si pose in capo, e vennero all’istante
Tutti gli eroi d’Irania bella e a lui
Liete gridâr benedizioni, ai regi
Quali si fanno. Così disse ognuno
Ad alta voce: O re d’alto valore,
Di pregi ricco, sappi omai che Iddio
La corona ti diè, sì che tu posi
Con molta pace su l’eburneo trono.
Resti dominio de la terra adunque
A’ figli tuoi, a’ tuoi congiunti e affini!
:Così rispose re Kobàd: Gioiosi
E invitti sempre siate voi! Non sempre
Il male farem noi. Deh! quanto è bella
Giustizia aggiunta a buon costume! Intanto,
Noi reggerem con sicurezza il mondo
E l’opre d’Ahrimàn tronche faremo
Subitamente, nobile costume
De’ nostri padri in ciò che far n’è d’uopo,
Assumendo fedeli, onde poi cresca
La maestà di religion ch’è nostra.
</poem>
<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 330 —|}}</noinclude><poem>
Un messaggio frattanto al padre mio
Invierò, dirò le cose a lui
Partitaraente e parlerò dell’opre
Non leggiadre ch’ei fe’, sì che rimase
Tristo nome di lui quaggiù nel mondo.
Faccia egli intanto le sue scuse a Dio
Per le sue colpe e volgasi alla dritta
Via dell’Eterno ed a sua legge. Allora
Ch’egli al mio dir s’acqueterà, nel core
Quand’egli non avrà corruccio e affanno
Per ciò ch’io feci, curerò del mondo
L’opere tutte ed a giustizia ancora
E in secreto e in palese alto un pensiero
Io donerò. Per chi ben fa, del bene
Farò con molto amor, nè de’ meschini
Il core infrangerò. Ma qui m’è d’uopo
Di due fra voi, che abbian parole oneste
E sian d’integro cor, quali a memoria
Abbian pur sempre li trascorsi casi.
:Indi, rivolto a l’inclita assemblea,
Questo soggiunse: Di chi mai fia dunque
Cotesta impresa? e chi fra questi Irani
È avveduto e fedel? — Con gli occhi intenti
Mostravano gli eroi, tutti d’un cenno.
Nell’inclita assemblea due sapïenti,
Quando pur cotal scelta di lor cruccio
Cagion non fosse. Chi scegliean gl’Irani
Apertamente in mezzo a lor, conobbe
Prence Shirùy. Ashtàd era l’un d’essi,
L’altro Kharràd figlio a Berzìn antico,
Due sapïenti e memori e facondi
In lor parole; ond’egli disse: Voi,
Sapïenti d’Irania, in molte cose
Esperti, saggi, che compiste in terra
Opre leggiadre, del mondo le imprese
Qual trista cura non abbiate; ottiene
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 331 —|}}</noinclude><poem>
Ogni illustre da questa ingrata cura
Ampio tesor. Frattanto, oggi v’è d’uopo
Irne all’antico re, perchè ritorni
Alla sua dritta via l’antico sire
Di voi per l’opra. Dite innanzi a lui
Ogni parola che più torni all’uopo,
Cose nuove toccando e cose antiche.
:Ambo levârsi allor, contro a lor voglia,
I sapïenti e fecero di pianto
Molli le ciglia. Ma poichè saliti
Furon sui palafreni al regal cenno
Kharràd figlio a Berzin e Ashtàd, illustre
Di Gashàspe flgliuol, così lor disse
L’iranio prence: Con intenta voglia
Del core, or sì che prendere il sentiero
Ver Tisifuna è d’uopo a voi! — Tu intanto,
Disse a Kharràd, che mai t’indugi, guardati
Che veramente qui sei tu ministro
Del tuo signor. Reca un messaggio al mio
Illustre genitor, di capo in capo
Tutti i miei detti ricordando a lui.
Digli: «Non fu di noi cotesta colpa.
Nè tanta potestà si avean gl’Irani;
Ma ben tu la tua pena e il tuo castigo
Da Dio t’avesti, poi che volta a dietro
Avêi la fronte dalla via diritta
Della tua fede. E in pria dirò che mai
Bennato figlio non sparge del padre,
Ben che malvagio, il caldo sangue; mai
Non acconsente a ciò. Ma tu d’affanno
D’ogni più giusto hai fatto colmo il core.
Che il mondo è pieno de’ tesori tuoi.
Io dirò quindi, e che travaglio tuo
In ragunargli ad ogni loco è giunto.
Terzo dirò che di tanti gagliardi,
Di tanti cavalier, d’Irania tutti
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/339
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 336 —|}}</noinclude><poem>
Il volto si coprir d’un sottil drappo
Tessuto in Cina, e tosto che l’antico
Sire vedean, prestavangli dovuto
Omaggio innanzi, lungo tempo immoti
Là là restando. Sovra un alto seggio
Stavasi assiso il re del mondo, e in quello
Eran figure di montoni e lupi
Intorno sculte, e vi splendean pur anco
Ed oro e gemme con bell’arte insieme
Fra lor conserte. Stavagli di sotto
D’un drappo giallo anche un tappeto e dietro
Un turchino guancial. Mela cotogna,
Grossa e carnosa, egli teneasi in pugno,
E tristo e mesto sul sedil posava
Quasi supino. Come i due scoverse
Prenci di gran valor, per sapïenza
Incliti e illustri, si levò dal suo
Star resupino e fe’ richiesta a Dio
Di forte aita nel profondo core.
Indi sul suo guancial quella a lui cara
Mela cotogna deponea, nell’atto
Che inchiedere volea que’ servi suoi,
Quando la mela dal guancial discese
Lenta lenta e dall’alto rotolando,
Senza romor, venne alla base e poi
Dal regal trono giù discese e giunse
La superficie a disfiorar del suolo.
:Corse Ashtàd e raccolse la caduta
Mela d’un tratto e la mondò del suolo
Dalla polvere accolta e in su la fronte.
Segno d’onore, la portò. Ma il sire
Lungi da Ashtàd volse la fronte sua
Per non sentir della raccolta mela
Fragranza alcuna, il vivido colore
Per non mirarne; e quei sul regal trono
La deponean novellamente e stavansi
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/340
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In piè dinanzi a lui. Ma quel, già illustre
In sua grandezza imperïale, avea
Piena l’alma d’affanno e lieto augurio
In ciò non discoprìa. Volse la fronte
Allora al cielo e così disse: Eterno
Giudice nostro che verace sei,
Chi mai solleva quel che atterri? e ancora
Chi mai congiunge ciò che infrangi? Allora
Che si diparte da regal famiglia
La sua splendida sorte, ella si prende
Infinito dolor, tosto che il giorno
Del suo breve gioir tramonti e passi!
:Disse ad Ashtàd: Qual dunque hai tu messaggio
Di colui che non ha mente nè core,
Fanciullo ancor, di trista fama? e quale,
Quale l’hai tu dalla masnada rea
Di peccatori, di più rei pensieri
E di torbido cor, nemici e tristi?
Male ei pensano ognor, di sapïenza
Sempre digiuni, veramente privi
D’ogni lor pace per difetto grave
Di sapïenza. Ma partir si dee
L’amica sorte da mia stirpe illustre,
Sì che niuno sarà di mia famiglia
Mai più felice, e la corona e il trono
A chi n’è indegno andrà, caduto e infranto
Quest’albero regal. Sarà monarca
Colui ch’è servo, e andrà dolente in core
Colui ch’è prence, nè l’antico regno
Si rimarrà tra i figli miei, non certo
Nella mia stirpe o ne’ congiunti. Tutti
D’un dì gli amici son nemici aperti.
Rei di favella e di persona rei
Contro noi tutti. Ma il tremendo arcano
Or sì mi disvelò questa che cadde
Mela odorosa, senza frutto un giorno
</poem><noinclude>{{smaller|{{PieDiPagina|{{Sc|Firdusi, VIII.}}||22}}}}</noinclude>
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Doversi rimaner l’antico trono
Imperïal. Ma tu, quali ascoltasti
Parole di colui, ratto mi svela.
Meno dell’acqua ne’ ruscelli torbida
Messaggio di colui per me ha valore.
:Ambo la lingua ei sciolsero faconda
Parole a dir che il figlio disse, e tutte
Ad una ad una gli dicean le cose,
Nè alcun motto che ad altri si susurra,
Tenean celato. Ascoltavali intanto
De’ prenci il sire e nel dolor traea
Cupo un sospiro. Ma poi disse all’inclito
Iranio saggio: Or tu la mia risposta
Ascolta e porta al nuovo re. «Del biasmo,
Tu gli dirai, contro chiunque sia
Non far ricerca se dal tuo difetto
Pria non ti volgi. Le parole adunque
Che a me dicesti, son pur tue? Deh! mai
Chi già le disse, incolume non resti!
Ma tu cose non dir stolte ed insane
Onde s’allegri poi, ratto che ascolti,
Il reo nemico. Ei s’avvedrà che fiore
Non hai di senno veramente in capo,
Onde il cerèbro tuo con sapïenza
Possa un detto {{Ec|formar,|formar.|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/482}} Che se t’afforzi
Con detti stolti e infruttüosi, l’alma
Piena farai, piena farai la mente
D’alto difetto. Ma chi in pria ti disse
Colpevole in suo cor, poscia ti vide
Signor del mondo, non dovrìa più mai
Loco trovarsi per sederti accanto,
Più non dovrìa le imprese tue fra mano
Aversi e governar, picciole o grandi.
Tu d’ora in poi non meditar messaggio
Quale osasti inviar, che n’avrà gioia
Chi t’è nemico. In Dio frattanto è posta
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/342
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 339 —|}}</noinclude><section begin="s1" /><poem>
Ogni opra mia, le voglie mie son poste
In quella vita ch’è di là. Ma tu,
Per questo tuo cercar biasmi bugiardi,
Gloria non toccherai presso chi è grande».
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|II. Risposta di Khusrev Pervîz.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 2031-2040).}}
<poem>
:Or per cotesto sì farò risposta,
Perchè tu poi, dinanzi al popol tutto,
A ridirla ne venga, e perchè un giorno,
Dopo la morte mia, ricordo resti
E il dir verace sia. Quando l’antico
Mio travaglio e il dolor t’avrò svelato,
Ben saprai tu che nacquero tesori
Dalla mia lunga cura. E in pria dicesti
Di prence Hormùzd e di quel tempo antico
E del grave suo sdegno una parola.
Ma sol d’un tristo pei maligni detti
Contro a me s’adirava il padre mio,
Onde furono allor scompigli in terra
E tumulti da noi. Ratto ch’io seppi
Alcuna cosa de’ pensieri suoi,
Da l’ostello regal per inaccesso
Calle fuggii nell’atra notte. Ei stesso
Uccidermi volea di rio veleno,
Quando, fuor che la fuga, altro non vidi
Balsamo al suo velen. La via prendemmo
E ci fuggimmo, nè però ne’ lacci
Della sventura ad impigliarci andammo.
Ebbi novella poi che male incolse
All’iranio signor, sì che da Bèrda,
Poi che l’orecchio mio cotesto intese.
Rapido mi partii. Behràm frattanto,
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/343
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 340 —|}}</noinclude><poem>
Autor di colpe, con armati ed armi
Campo apprestò dinanzi a noi di guerra,
Ed io sì mi fuggii dinanzi a lui
Di battaglia in un dì, perch’io cadere
In sua man non dovessi. Oh! ma tomai,
Dopo quel giorno, altra fiata, e venni
Seco a giostrar con anima ed ardire.
E poichè l’adirata nostra stella
Dilungossi da noi, quando il fuggito
Nostro poter fece ritorno, quella
Battaglia di Behràm non d’un sol colpo
Fu veramente; a quell’orrendo assalto
Stette la gente a riguardar. Di Dio
Per alto cenno, di Lui sì, che il bene
Accresce in terra, ch’è pur guida a noi
Nella propizia e nella rea fortuna,
Tosto che s’acquetar Turania e Irania
Sotto al nostro poter, la voglia trista
Andò perduta di Behràm. Ed io,
Ratto che di Ciubìneh dagli assalti
Libero andai, per prima cosa a quella
Vendetta corsi dell’estinto padre;
E benchè di me zìi fossero il prode
Gustehemme e Bendùy, benchè un eguale
Non avesser cotesti in ogni terra,
Benchè esposta egli avessero la dolce
Vita per me, congiunti miei di sangue
E pieni in cor d’affetto, allor che il sangue
Era del padre a vendicar, di doglia
Piena l’anima mia, non m’indugiai
Pel sangue, no, del padre mio. Troncai
Piedi e mani a Bendùy, che tristo ei rese
Il suo soggiorno al vecchio sire. E poi
Che Gustehèm sembrò sparir dal mondo,
Loco appartato ad abitar scegliendo,
Per mio comando ei giacquesi trafitto
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/344
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 341 —|}}</noinclude><poem>
A l’improvviso, ed il consiglio e il capo
Degli omicidi cadder vinti e rotti.
:Ma di tuo stato anche parlasti e verbo
Facesti a me di tua fortuna rea
E del carcere angusto. Oh! fu quel carcere
Perchè dal figlio mio non mi venisse
Male sventura, che sul capo suo
Si ritornasse poi. Ma per voi tutti
Non eran ceppi nell’oscuro carcere,
Timor non era di periglio o danno,
Non atti indegni contro a voi. Non certo
Vili e dispetti vi lasciai que’ giorni,
Ma tesori lasciai liberamente
A voi dinanzi, che insistemmo noi
De’ prischi re nel nobile costume,
Inoperosi non restammo, norme
Non prendemmo diverse. E voi bisogno
Di nulla aveste allor per romorose
Cacce e per globi da gittar lontano,
Per musici e cantor, per tutte cose
Degne di prenci, per monete e gemme
E per falchi e segugi. Era un palagio
Quello sì che di carcere s’avea
Il nome assunto, in che viveste lieti.
:Dell’oroscopo tuo deh! intendi ancora
La vera istoria, onde per te sgomento
Ebbimo un giorno. E fu per ciò che avesti
Que’ ceppi angusti, perchè a noi periglio
Non venisse da te. Ma perchè poi
M’abbia incolto quel mal che ora mi tocca
Da te, non però mai di tua fortuna
L’oroscopo cader mi fèi di mano.
Regal suggello v’apponemmo allora
Ed a Shirìna questa confidammo
Alta contesa del destin. Ma quando
Gli anni fûr trentasei del regno mio,
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/345
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 342 —|}}</noinclude><poem>
In mezzo a tanti avvenimenti miei
Felici e lieti (tu scordasti, dubbio
Non è qui, cotal cosa, or che trascorso
È per noi sì gran tempo), un regal foglio
D’India a te giunse ed io sentor pur n’ebbi.
Era quel foglio d’un gran re; con esso
Erano gemme e d’ogni foggia ancora
Tuniche e vesti, un rilucente ferro
Temprato in India, un elefante bianco
E cose assai di là da ciò che in terra
Mai non sperammo. Presso al ferro un drappo
Era tessuto in or, con molte e varie
Intatte gemme, e l’epistola regia
Era per te, sovra un serico foglio.
Tosto che scorsi cifre d’India, un saggio
Scriba d’India chiamai, facondo e memore
Ed eloquente. Poi che lesse quella
Del prence d’India epistola regale.
Dagli occhi suoi si fe’ cader le lagrime,
Che nel foglio era scritto: «Or tu beato
Vivi, che degno sei di regal seggio
E di vita beata! Allor che il mese
D’Azèr sarà, di Dey nel giorno, sire
Tu del mondo sarai, principe e donno.
D’anni trentotto quando giunto al segno
Sarà il dominio dell’antico padre,
In questa foggia ben sarà che in cielo
Si volgan gli astri. Splendida tua sorte
Felice allor sarà, tu la corona
In fronte ti porrai di tua grandezza».
Ed or del tempo antico il vaticinio
S’avverava per me, non però il core
Degg’io spogliar dell’amor tuo. Ben io,
Ben io sapea che da tua sorte un giorno,
Dal tempo che s’avrìa gloria e splendore
L’alto tuo seggio, del dolor soltanto
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 343 —|}}</noinclude><poem>
Partecipe sarei, d’alto travaglio
Avrei rancura, intenebrato il giorno
Che chiaro mi splendea. Ma, per la fede,
Di Dio per grazia, per l’amor di padre
E il vincolo di sangue, io di quel foglio
Nel volto mio non mi crucciai. Volgendo
Mille pensieri, poi che letto l’ebbi,
A Shirlna mia dolce il confidai.
Ed esso con l’oroscopo tuo antico
Or si sta presso a lei, nè alcun di tanto
Secreto o il meno o il più conosce o vede.
Che se ciò vuoi mirar, fanne ricerca,
Perchè tu ancor del più e del meno il vero
Scopra con gli occhi tuoi. Penso che tosto
Che tu il ver scorgerai, di ciò che festi,
Andrai pentito e a riparar la mala
Opra il cor volgerai con pronta cura.
:Di carcere parlasti e di catene
Onde venne a ciascun per opra nostra
Danno e periglio. Ma sì fu cotesto
Da che fûr l’opre di quaggiù, dal tempo
De’ prischi eroi, dei re de’ re pur anco.
Se tu no, sai, dimanda a’ sacerdoti,
Che forse ei ti faran chiara la mente
In tal soggetto. Ognun ch’è a Dio nemico,
Male sarà se vivo lasci in terra.
Ma nel carcere nostro eran davvero
Devi maligni, onde lamenti e lai
Aveano i buoni. Perciocchè non era
Di noi costume sparger sangue e dentro
Gittarci all’opra rea con foga insana,
In carcere serrai le genti ree,
Ch’io periglio d’altrui non ebbi a vile.
Or però bene udii che hai tu disciolti
Cotesti sì, che d’un maligno serpe
Son peggiori d’assai. Per l’opra trista
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 344 —|}}</noinclude><poem>
Colpevole ti festi a Dio dinanzi,
Reo ti se’ fatto nelle tue parole,
Reo nell’opere tue. Saggio tu adopra,
Poi che principe sei; del sapïente
Ti fa un amico, se tu ben non vedi,
E non far grazia a chi t’è poi cagione
D’affanno e di dolor, s’anche speranza
Da lui ti vien d’ampio tesoro. Oh! quale,
Quale è cosa miglior d’aspre catene
E di ceppi a colui donde alla terra
Altro non scende che periglio e danno?
:Anche dicesti a me de le ricchezze,
Ma il tuo consiglio e la saggezza tua
A te stesso celasti. Io da nessuno,
Fuor che tributi e che balzelli, mai
Nulla volli cercar, da chi potea
Dar que’ tributi. Molte volte alcuno
Sì mi dicea: «Quei son li tuoi nemici.
Della semenza d’Ahrimàne ei sono,
Ei sono rei». Ma perchè sol di Dio
Ebbi pensiero, di costor le male
Parole non curai qual cosa abietta.
Da Dio soltanto la corona mia
Ottenni e il trono e tollerai per essi
Grave fatica assai. Ma Iddio signore.
Giudice vero, tramutò mia sorte
In altra guisa; e nulla in terra avviene
Fuor di ciò ch’Ei desìa, sì che grandezza
Non cerchiam noi quand’Ei ci umilia. Noi
Compiacimento dell’Eterno solo
Cercammo in terra, che dal suo favore
O da rancura ch’Egli infligge, scampo
Mai non vedemmo. Quando sia che noi
Interrogar vorrà l’Autor del mondo,
Le manifeste e le secrete cose
Tutte diremgli. Oh! allora, un ch’è più saggio
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 345 —|}}</noinclude><poem>
Di te, farà i dimandi, un che più forte
È nel castigo e nella grazia ancora.
:Ma i rei che stanno a te dinanzi, cura
Mai non avranno del tuo duol, congiunti
A te non sono. Ogni più trista cosa
Che di me van dicendo, ai tuoi nemici
Ridiranno di te. Servi elli sono
Dell’or soltanto e dell’argento, e niuno
Che ti soccorra, in essi avrai. Frattanto,
Hai tu per essi giubilante il core,
Ciò che al peccar di me fia purgamento.
O forse questo dire alla tua mente
Non accordasi ancor, nè fia che alcuno
Colgane frutto l’anima perversa
Di que’ maligni. Ma per questi appunto
Che hanno tristo desìo, tosto che letto
Avranno sì questa regale epistola
In pehlèvica lingua, altri conosca
Che mai dinanzi ai re splendor non hanno
Bugiardi detti. Questo foglio in terra
Sarà di me qual monumento, ai saggi
Consolator nel loro affanno. Allora
Che le parole mie leggerà alcuno,
Conoscerà lo stato mio verace.
:Ma noi già un tempo di Bertàs, di Cina
Fin da la terra, eserciti menammo
E in ogni loco un duce nostro ancora
Ponemmo a governar. Sovra i nemici
Fieri assalti menammo e la cervice
Niuno osò sollevar. Poi che i nemici
Furon dispersi per la terra attorno,
Tutti ricolmi li tesori miei
Furon d’un tratto. Innanzi a me la terra
Era all’opere intenta e perle fulgide
Per me dal mare si traean. Davvero!
Che i palombari andavan lassi e stanchi
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 346 —|}}</noinclude><poem>
Dall’opra lunga dell’estrar! Frattanto,
Erano cosa mia campagne e monti
E mari ovunque, e se il regio tesoro
Delle argentee monete iva disperso,
Nuove sportelle si facean ricolme
Dell’auree tosto, di rubini ancora
E di gemme reali e di stromenti
Fieri di guerra e di vesti e di tuniche.
Come poi d’anni sei con venti ancora
Tempo toccò questa corona mia,
Rigurgitava di lucenti gemme
Il mio tesoro. Alle monete mie
Nuovo conio formai, volsimi allora
Ai godimenti ed al gioir. Nell’anno
Che il novero mi fèi di mie ricchezze,
Cento fiate centomila vennero
Gli aurei denari. Andavano disperse,
Sparse andavano attorno le monete
Peydavesì, peydavesì di Persia
Andavan anco. E ben dodicimila
Dentro ad ogni sportella eran monete.
Mentre disperse andavan quelle tutte
Imperïali oltre a’ balzelli e a quelli
Nummi d’India o di Grecia o del paese
De’ tristi maghi, oltre a l’offerte e ai doni
D’ogni terra a l’intorno e d’ogni prence
E d’ogni illustre, senza dir la pompa
Del primo dì dell’anno e i riti sacri
Della luna di Mihr, senza le ancelle
Vaghe nel volto, i palafreni, tutti
Gli elmi, gli usberghi, le ferrate clave,
I ferri che a nessun per voglia trista
Non ricusammo, senza dir fragranze
Di canfora e di muschio e i drappi in seta
E gli ermellini, le villose spoglie
Di bianchi lupi e di lontre rossastre.
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/350
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 347 —|}}</noinclude><poem>
Ognun ch’era soggetto al nostro impero,
Cotesti carchi su’ cammelli suoi
Fortunato avvincea, venìa correndo
Al nostro ostello imperïal, nè alcuno
Da nostra legge in altra parte il capo
Volgere osò. Davver! che sopportammo
Fatiche assai d’ogni maniera, colmo
Perchè così n’andasse ogni tesoro
Che in disparte giacea. ''Verde'' chiamai
Questo tesoro e il ''Tesor delta sposa''
Chiamai quell’altro, e per quel che serbai
Della sventura ai tristi giorni, assai
Del nome suo feci parole e al fine
Il ''Superbo'' il chiamai. Così quegli anni
Ventisei del mio regno ad otto e trenta
Giugnean nel tempo che quest’alto cielo
Al mio desire si volgea conforme.
Forti, aitanti di persona i prenci
Erano allora, timorosi i tristi.
:Or poi che intesi del real tuo grado.
Male incolse alla terra per cotesta
Tua nuova autorità. Nessuno intanto
Tranquillo si vivrà per l’ampia terra,
E ben sarà che resti inerte ognuno
E nel silenzio. Ma tu vuoi davvero
Il mondo empir di danni e guai, dolente
Impresa inver che non ha frutto. E sono
Di periglio per te grave cagione
Quei che sono appo te, che ti son quale
Amica stella in tenebrosa notte.
E sì quest’alto seggio tuo vorranno
Disperdere e atterrar, perchè pel mondo
Andar felice tu non debba. Oh! almeno
Il sapïente fosse a te vicino,
Da cui l’anima tua ch’è fosca e trista,
Si ricevesse alcuna luce! Allora
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Per doni che fai tu, non recheresti
Danno ad alcuno, chè il tesoro tuo
A chi n’è degno, arriverebbe. O figlio,
O figlio mio di brevi giorni ancora,
Di poco senno ancor, l’anima tua
Toglie a sè stessa la sua dolce pace
Con l’atre cure e co’ pensieri! Sappi
Che questo mio tesor gli è tuo sostegno,
Che tutto ora si sta nella tua mano
Di tuo regno il destin. Forte un’alta
Ad un regno è il tesor, che rovinando
Sen va la terra che non ha monete,
E si fa ingiusto ogni monarca allora
Che monete non ha. Pregio e possanza
Non ha colui che ha mani vuote, e quando
Ei non aggia al donar forza o potere,
D’ognun ludibrio, non già re, le genti
Soglion chiamarlo. Che se il tuo tesoro
Discende in potestà del tuo nemico
(Qual se venisse un idolo funesto
De’ Brahmani in poter), poca di Dio
Avrà cura il fedel, scemerà pregio
Al tuo nome, al tuo dir. Di genti armate,
Se tesoro non hai, forte un drappello
Mai non fia che tu ottenga e di monarca
Non ti daranno i tuoi soggetti nome.
Cane che un tozzo cercasi di pane.
Buono si mostra; ma nemico all’alma
Tua si farà, tosto che sazio il rendi.
:Parlasti ancor di ciò che fèi di mie
Falangi armate, quali io posi attorno
Per ogni terra in su le vie. Cotesto
Per tua mancanza di saper ti spiace,
Nè discerner sai tu la via che reca
Buon frutto o danno. Or questa è la risposta:
Per mio diuturno faticar soltanto
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Inclito venne a me regal tesoro,
Ch’io le città ritolsi agli stranieri
E i miei nemici scompigliai, perch’io
Seder potessi poi con molta pace
Delle delizie sovra il trono, sciolto
Da ogni trista rancura e da cordoglio
E da ogni affanno. Pei confini attorno
I cavalieri miei tutti dispersi,
Onde poi fra gl’indegni emerser quelli
Che pregio avean maggior. Ma se richiami
Da tutte parti le falangi tue,
Aperta si vedrà chi t’è nemico,
Ratto la via. Che Irania è qual giardino
Nella stagion di gaia primavera.
Ove sempre le rose disïate
Si veggono fiorir, pien di narcisi,
Pien di mele cotogne e melagrani,
Di pomi pieno. Ma se vuoto restasi
Da chi lo cura il bel giardin, dall’ime
Radici sue chi svelle il basilico,
E chi rompe i suoi rami al melagrano,
E chi a’ cotogni. L’armi degli armati
Son quale un muro intorno a Irania e sono
Le frecce sue su le superbe torri
Qual di spine uno schermo. E se da stolto
Atterri del giardin l’eretto muro,
Come tra loro fian diversi gli orti
E i deserti, de’ monti le pendici
E il vasto mare? Guarda che tu mai
Quel forte muro non atterri adunque,
Che il core ed il vigor tu non infranga
Dell’iranio guerrier, che allor saranno
E rapine e tumulti in ogni parte,
Grida di cavalieri, alto desìo
Di vendetta pigliar. Ma i fanciulletti.
Ma le donne d’Irania e la sua terra
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Non lasciar derelitti, abbandonati,
Per un malo pensier. Che se passasse
Anno per te di cotal foggia, il savio
Stolto ti chiamerebbe e forsennato.
:Intesi ancora che donasti grado
Alto e possente a chi n’è indegno. Sappi
Che Nushirvàn, che re Kobàd antico,
Questo dicean de’ lor consigli saggi
Su le carte notate: «Ognun che porge
L’armi al nemico, dà sè stesso a morte,
Che tosto che quell’armi ei ridomandi
Quando vengangli all’uopo, ecco! che il tristo
Con chi aita gli diè, scende a battaglia».
:Del greco Imperatore anche mi festi
Lungo sermone e me chiamasti vile
E reo dell’alma e cupido in mie voglie.
Pur non eran di te veracemente
Queste parole, che sermon son elle
Di chi te le insegnò. Ma tu che sai
Di tanta lealtà del tuo maestro
E dell’ingiusto operar mio? Discernere
Sai tu forse lealtà, sai tu ingiustizia?
Intendi omai che mia risposta viene,
Ed ella così suona: Oh! mentecatto.
Nulla dirò fuor che di quanto è d’uopo
E si conviene. Tu l’accusa fai
E vieni ancora in testimonio. Il saggio
Non approva cotesto. Allor che il greco
Imperator si liberò da noie
Che la sventura apporta, ecco! che prendesi
Genero suo per militar valore
Il giovane Pervìz. Ognun che il mondo
Sol per desìo del mal va percorrendo
E non ha senno nella mente sua,
Ben sa che scompigliar non si potea
Con greca gente Behràm tracotante.
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Non lasciar derelitti, abbandonati,
Per un malo pensier. Che se passasse
Anno per te di cotal foggia, il savio
Stolto ti chiamerebbe e forsennato.
:Intesi ancora che donasti grado
Alto e possente a chi n’è indegno. Sappi
Che Nushirvàn, che re Kobàd antico,
Questo dicean de’ lor consigli saggi
Su le carte notate: «Ognun che porge
L’armi al nemico, dà sè stesso a morte,
Che tosto che quell’armi ei ridomandi
Quando vengangli all’uopo, ecco! che il tristo
Con chi aita gli diè, scende a battaglia».
:Del greco Imperatore anche mi festi
Lungo sermone e me chiamasti vile
E reo dell’alma e cupido in mie voglie.
Pur non eran di te veracemente
Queste parole, che sermon son elle
Di chi te le insegnò. Ma tu che sai
Di tanta lealtà del tuo maestro
E dell’ingiusto operar mio? Discernere
Sai tu forse lealtà, sai tu ingiustizia?
Intendi omai che mia risposta viene,
Ed ella così suona: Oh! mentecatto.
Nulla dirò fuor che di quanto è d’uopo
E si conviene. Tu l’accusa fai
E vieni ancora in testimonio. Il saggio
Non approva cotesto. Allor che il greco
Imperator si liberò da noie
Che la sventura apporta, ecco! che prendesi
Genero suo per militar valore
Il giovane Pervìz. Ognun che il mondo
Sol per desìo del mal va percorrendo
E non ha senno nella mente sua,
Ben sa che scompigliar non si potea
Con greca gente Behràm tracotante,
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Behràm dell’anni cinto, allor che a lui
Ogni iranio guerrier s’era congiunto,
Come affrenar non può mobile arena
Una rupe montana. Oh! ma l’Eterno
In quella pugna aiutator mi venne,
Onde abietta mi parve agli occhi innanzi
Ogni ampia schiera della terra. Seppero,
Sepper gl’Irani ciò che avvenne allora;
Intenderlo t’è d’uopo, e tu da quelli
Il ridomanda. Ciò ch’io far dovea
Per Niyatùs nel giorno de l’assalto,
Io feci sì con alma generosa
E con umana ancor, quel fiero giorno
In ricompensa computando a lui.
Farrukhzàd pure tel dirà, ma il mondo
Non guardar tu con occhi da fanciullo;
E Gashàsp ti dirà, quei ch’era allora
Mio tesoriero, ti diran l’integro
Mio sacerdote ed il ministro mio,
Che centomila eran sportelle colme
Ne’ miei tesori allor, quali donai
In mio ricordo a’ greci prodi. Mille
Gemme donando a Niyatùs, v’aggiunsi
Oro lucente ed orecchini, e il peso
D’ogni gemma che diei, era di mille,
Quali poi computai, perfette e giuste
Oncie del mio tesor. Perle donai
D’una bell’acqua ancor, cento nel novero,
In cui non rinvenìa difetto alcuno
L’uom che n’è sperto. Oh sì! colui che gemme
Suole estimar, di dramme trentamila
Ad ogni gemma dato avrìa valore!
Cento v’aggiunsi palafreni ancora
Di gran valor, cinquanta di lucenti
Selle forniti, da’ presepi nostri
Scelti con cura, ed altri poi che drappi
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 352 —|}}</noinclude><poem>
Di broccato s’avean su l’ardue selle,
Quali in campo deserto erano uguali
A rapida bufera. Io queste cose
Al greco Iraperator tosto mandai
E benedissi all’opulenza mia.
Ma per la croce del Messia, di cui
Motto facendo vai, rancido legno
Che là si giace ne’ tesori miei,
Da cui non venne a me danno giammai
Nè giovamento (e tu clamor già udisti
Di gente a Cristo ch’è devota), assai
Stupor mi tocca se di Grecia un sire,
Inclito assai, di gran valor fra l’armi,
Intorno a cui stan molti saggi e molti
Sacerdoti e filosofi e dottori,
Dio si proclama quell’ucciso e cosa
Stima di Dio questo già attrito ed arido
Legno di croce. Che se un dio pur fosse
Questo inutile tronco, alto, qual stella,
Or splenderebbe sovrastando a questa
Candida luna, e da’ tesori ancora
Saria fuggito a l’improvviso. Cristo
Andò, nè il legno qui restar dovea.
:Or tu dicendo vai: «Scolpati e intanto
Fa penitenza e prenditi la via
Di Dio sovrano». Alle parole tue
Questa è risposta: Deh! si perda il labbro,
Perdansi mani e piè, la lingua perdasi
Del fanciullo Kobàd! Posemi Iddio
Questa corona in su la fronte ed io
Si l’accettai, vissi beato e lieto
Per mia giustizia. Quando poi mi tolse
Iddio quel serto, a Lui lo resi, e nulla,
Nulla ben so che dir si voglia in questo
La lingua tua, la bocca tua. Ma parlo
A Dio soltanto, non ad un fanciullo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 353 —|}}</noinclude><poem>
Che tra il male ed il ben nulla discerne.
Io però l’opre tutte dell’Eterno
Gradii volente, ben che in terra assai
Torbido e amaro abbia gustato a prova;
E intanto fûr di me gli anni trascorsi
Ed otto e trenta, e niun de’ prenci in terra
Erami egual. Ma chi donommi il regno
E altra cosa or mi dà, non però impone
Obbligo a me verso d’altrui. Soltanto
Io benedico a questo regno illustre,
Onde soltanto per chi è saggio intorno
L’ampia terra fiorisca! Allor che Iddio
Aita porge ed è sostegno a noi,
Niuno ardirà far biasimo di noi.
:A Kharràd poi si volse il re del mondo
E così disse: O nobile rampollo
De’ sapïenti di quaggiù, tu parla
A quel fanciullo impetüoso e stolto
Che nulla sa. «La gloria mia s’oscura,
Gli dirai tu. Per sempre addio, che solo
A’ saggi in terra volger vo’ la mente
E l’opra mia». Ma voi, nobili Persi,
Facondi e ricchi di valor, per sempre
Ambo v’abbiate un mio saluto, e nulla
Ridite al figlio mio fuor che parole
Che ascoltaste da me. Lode all’Eterno,
Signor del mondo, sempre io fo, che il mondo
Altro non estimai fuor che passaggio
Rapido e breve. Muore ognun che nacque
Dalla sua madre, se tu fai ricordo
Da Khusrèv a Kobàd. Hoshèng illustre
E Tahmuràs, Gemshìd, alta cagione
A questa terra di speranza e tema,
Ei che le fiere a lor comando e i Devi
Sottomessi traean, ratto che al termine
Lor giornata venia, partìan dal mondo
</poem><noinclude>{{smaller|{{PieDiPagina|{{Sc|Firdusi, VIII.}}||23}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 354 —|}}</noinclude><poem>
Spirando in pace. Quell’illustre ed inclito
Prence Fredùn che da la terra lunge
L’opre male cacciò secrete e aperte
E la man di Dahàk, arabo sire,
Dal male oprar frenò, pel valor suo
Libero non uscì del rio destino
Dall’artiglio rapace. Arìsh morìa,
Ei che avventava le saette rapide
Ad una parasanga, e quell’invitto
Kàren moriva, espugnator gagliardo
Di nemiche città. Kobàd morìa
Che d’Albùrz da le cime un dì scendea
E per valor ch’egli ebbe, in fra le genti
Fu signor della terra, ei che un palagio
Si fabbricò di fulgidi cristalli
E di fama riempì la terra intorno
Per quell’ostel meraviglioso. Ancora
Morìa Kàvus regnante, ei che sua possa
Volle sperimentar, che il mondo resse
Con sapïenza e nobile consiglio,
Indi al cielo saliva alto e sublime,
Ei che nulla sapea de’ mutamenti
Dell’avverso destin. Fulgide perle
D’una bell’acqua gli ornamenti suoi,
E di rubini corruscanti e spessi
Era fregiata la sua reggia. Ancora
Morìa Siyàvish, inclito leone,
Quale atterrò ne’ giorni suoi più belli
Due fere tigri, che Kang-dìzh un loco
Fe’ ad abitar con molto stento, nullo
Dal faticar traendo poi tesoro.
Ove ne andava re Afrasyàb, antico
Di Turania signor, di cui nessuno
Vede l’ugual non pur sognando, e dove,
Dov’è Rùstem e Zal, dove quel forte
Isfendïàr, di cui restò parola
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 355 —|}}</noinclude><poem>
Memore in terra? Ove n’andò quel saggio
Gùderz e que’ settanta eletti suoi
Figli animosi, cavalieri tutti
Nella palestra e leoni in battaglia?
Ov’è prence Khusrèv, nobil leone,
Quale in battaglia ogni gagliardo eroe
Abbattere solea? Dov’è Gushtaspe,
Alto signor, che la verace fede
Accolse di Zerdùsht, onde la gloria
Si rinnovò d’Irania nostra? E dove
Andò Iskendèr, inclito eroe, per cui
Iva la terra in iscompiglio? E dove,
Dov’è Giamàsp che in noverar le stelle
Di Venere e del Sol più assai splendea
Per sapïenza? Ov’è quel glorïoso,
Monarca Behràm-gòr, di cui nessuno
Era pari in valor, non nella forza,
Di cui non fu regnante eguale in terra
Per magnanimo cor, sì che toccarne
L’inclito capo non osava il cielo?
Dov’è quell’avo mio, d’alma serena
Inclito prence, reggitor del mondo,
Re Kìsra Nushirvàn? Dove son quelli,
Sette e quaranta, che regnâr la terra?
Tutte l’opere lor precipitaro
In un profondo obblìo, tutti son iti
I grandi e i saggi e i cavalieri, in guerra
Un dì gagliardi, e i sapïenti ancora,
Fra cui ben era questo di colui
Migliore per virtù, quello per gli anni
Di questo era maggior. Quest’ampia terra
Sgombraron tutti e si lasciâr da sezzo
I palagi e le torri e le palestre.
:Niuno fra i prenci mi fu egual, quantunque
Tardiva età questi anni miei raggiunta
Non avessero ancora. Io camminai
</poem><noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 356 —|}}</noinclude><poem>
Nella fortuna e trista e rea la terra,
Non però volli che sventura mai
Di me avesse vittoria. Anche mi schiusi
Per difficili vie molte fïate
Il varco e molti a me nemici lungi
Da me innanzi cacciai. Ma ogni contrada
Piena è frattanto de’ tesori miei,
E fatica è pur mia là ’ve scorrenti
Acque tu vedi e coltivati campi.
:Che se vita per me cessa del mondo
E tutta già s’intenebra speranza
De’ prenci di quaggiù, non sempre il trono
Di chi mi è figlio rimarrà, ch’ei pure
Da quel trono cadrà, la sua fortuna
Al termin suo venendo. E allor che un angelo
A rilevar verrà questo mio spirto,
«Deh! gli dirò, l’anima mia ti prendi
Lene e dolce così!». Per pentimento
Quest’integro cor mio farò sereno,
Usbergo a me farò ch’io non fêi segno
A mie offese altri mai. Vera de’ saggi,
De’ sapïenti già del mondo esperti,
È la sentenza: «Quando in giù precipita
La vigile fortuna, ogni sgomento
È pur forza provar. Se di grandezza
Trapassa il giorno per alcun, se indietro
Ei tenta revocar quel dì fuggito,
Mente e senno ei non ha». Questo è messaggio
Che al mondo invio presso monarchi e servi.
Ma lunga non andrà stagione ancora
Che il novello signor con le falangi
Sue glorïose a contrastarsi in campo
Con l’armi scenderà, desto all’intorno
Alto incendio di guerra in ogni loco.
Così, per man del figlio ucciso il padre
Allor sarà, sarà trafitto in questa
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 357 —|}}</noinclude><section begin="s1" /><poem>
Guisa medesma per la man del padre
Il giovin figlio. Ciò che disse un giorno
Il mio nemico, ben farà con sue
Opre non belle e con parlar malvagio;
Ma poi, quando sarem di qui partiti,
Trista la pena avranno i tristi e molto
Non si godranno lor poter. Di mia
Grandezza poi che giunse e di mio regno
Il termine così, deh! che mi cale
Di Shirùy prence o d’altri al grado suo?
:Del nobile signor poi che il messaggio
Ebbero inteso Ashtàd e il figlio illustre
Di Berzin valoroso, ecco! parea
Che d’una freccia trapassato il core
Ad ambo i saggi egli si avesse. Posero
Alla fronte la mano ambo dolenti,
Ambo pentiti di lor detti, e intanto
Ambo le gote percoteansi. Alfine,
Per l’acerbo dolor, sul colmo petto
Le vesti lacerâr, di negra polve
Sparsero il capo e si partîr piangenti
Dal cospetto regale, ambo vegliardi,
Saggi ambedue, pieni di doglia al core,
Qual da una punta di mortal saetta
Trapassati nell’alma. E ritornârsi
Così, con volto corrucciato e mesto,
Sazio di doglia il cor, nella presenza
Di principe Shirùy. Del vecchio sire
Il messaggio ei dicean partitamente
A lui, di forza e di prudenza scemo.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|III. Angoscia di Shirùy-Kobàd.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 2040-2041).}}
<poem>
:Amaramente a lagrimar si diede
Shirùy, come ascoltò, tremò quel core
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 358 —|}}</noinclude><poem>
Pel trono allor, pel dïadema; e quando
Dinanzi a lui de’ principi la turba
Si levò per partir, quella che noia
Gli procacciava e con parole stolte
Al sangue lo spingea del genitore,
Del giovane signor l’alma inesperta
Accendendo così, dal regal trono
Rapido scese e l’inclite sue mani
Alla fronte recò. Stille di pianto
Giù gli scendean pel colmo petto allora
Da le ciglia, e di ciò novella intese
Dell’esercito suo la folla accolta.
Davver! che per quel pianto e per que’ lai
Del re novello ebbe timor nel core
L’ampia falange degli eroi! Sen vennero
Tutti raccolti a un appartato loco
A favellar di re Khusrèv. Se ancora
In trono asside re Pervìz, diceano,
Calpesterà col piè vincente il capo
D’ogni principe suo, d’ogni suo duce.
:Quando levò su le montagne ombrose
Il sol la fronte sua, quando si scosse
Da’ sonni suoi la mente de’ ribelli,
Salîr tutti alla reggia. In trono allora,
Tosto che udì, si assise il prence e vennero
Gli eroi superbi innanzi a lui, d’eroi
A lui congiunti e a lui stranieri immensa
Turba raccolta, e là sedean con volti
Corrucciosi e dolenti, nè la lingua
A far parole si movea per nulla;
Ma l’iranio signor così dicea:
:Ben degno di patibolo è colui
Che non si duole per dolor del padre.
Io dir lo vo’ di rea natura e tristo
D’alma e di corpo; nè si vuol che in lui
La sua speranza alcun riponga. Attrito
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 359 —|}}</noinclude><poem>
E putrido egli è più d’imputridito
Ramo di salce. — E chi sen va gridando:
«Servo son io di due regnanti» (questa
Risposta egli ebbe da’ ribelli eroi),
Abbiasi nel tuo cor nome di stolto.
S’anche gran pregio egli ha, dillo tu abietto.
:Ma Shirùy rispondea: Re che tesori
Non ha, non trova esercito fedele.
Noi, per un mese ancor, dolci parole
Al vecchio re deh! rivolgiam, parole
Acerbe e dure in verso a lui tacendo.
Forse lieti andrem noi di qualche suo
Ammonimento, che d’Irania il suolo
Tutto è un tesoro di Khusrèv dovunque.
:Udîr quella risposta, indi levârsi,
Mossero per tornarsi a lor dimore.
:Prence Shirùy a’ dispensieri allora
Così parlò: Nulla sottrar si debbe
A re Khusrèv da noi. Mense dorate
Voi ponetegli innanzi e v’imbandite
Di cibi dolci e di piccanti e forti
Ogni maniera. — Le prescritte dapi,
Chi la mensa imbandìa, recava allora.
Ma re Khusrèv già non gustò de’ cibi
Che là vedea su l’imbandita mensa.
Non già de’ caldi, non de’ freddi. Tutte
Per la man di Shirina eran le sue
Vivande preparate, or che soltanto
Consolatrice ne’ suoi molti affanni
Era Shirìna. Al vecchio prence amica
Costei fu sola e il sostenea nel suo
Grave dolor la notte e il dì. Con lui
Ella si stava nella speme ancora
E nel timor, ch’ella per lui tremava
Come trema di salce alla bufera
Un sottil ramo. Così fu che tutta
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/363
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Alex brollo
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Una luna trascorse, e il dì e la notte
Stavasi nel suo duol Khusrèv antico,
Sempre le colpe sue, le sue peccata,
Rimembrando nel cor, nel viver gramo
Niun conforto trovando e niun soccorso.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|IV. Lamento di Bârbed.}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 2041-2042).}}
<poem>
:Ed ora di Barbed il laio ascolta,
L’altre cose di qui dimenticando.
Barbèd, nobil cantor, tosto che intese
Che contro a suo voler, contro al consiglio,
Il regal seggio avea sgombrato il sire,
Che altri un’arte sottil si meditava
Per trarlo a morte, che il ribelle esercito
Caro già non avea che in ceppi ei fosse,
Da Cihrèm se ne venne in Tisifuna
Pien di lagrime il ciglio e pien d’angoscia
Il cor dolente. Al regio ostello ei corse
E vide il prence, pallide le gote,
Già rubiconde, quale è pur la rosa
Pallida del fiengreco. Egli alcun tempo
Là si fermò ne la regal presenza
E al trono s’accostò con pianto grave.
Fiamma d’amor si raccendea nel core
Di Khusrèv per l’angoscia, e quella fiamma
L’anima e il core divorar parea.
:Così, dagli occhi suoi versando lagrime
Qual nuvola piovosa in primavera,
Quando già il grembo lago gli si fea
Per le stille cocenti, alto un suo laio
Su nota musical Barbèd compose,
Un pianto ei fe’ sul flebile lïuto
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/364
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Alex brollo
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Mestamente cantando. Ei quel lamento
Fe’ in pehlèvica lingua, e le sue gote
Erano smorte e pien d’affanno il core.
:Nobil prence, ei cantò, Khusrèv illustre,
Grande, possente e magnanimo eroe,
Dov’è di re la tua grandezza e quello
Tuo sovrano poter? Dov’è la tua
Antica maestà, la tua fortuna
E il dïadema? Dov’è pur la tua
Alta statura e il tuo regale incesso
E la tua benda imperïal? L’eburneo
Trono dov’è, dov’è de’ tuoi monili
La copia, dove la virtù guerriera
E la forza e la gloria onde la terra
Ti custodivi sotto l’ale? E dove,
Dov’è la stanza de la tua fanciulla?
Dove i musici tuoi, dove la reggia
E l’aula imperïal, dove i tuoi prenci?
Dov’è la tua corona ed il vessillo
Di Kàveh antico e dove i brandi tuoi
D’un ceruleo color? Dov’è quel tuo,
Capo e corona d’ogni saggio in terra,
Giansipàr, che orecchini aurei vantava
E trono tutto d’or? Dov’è quel tuo,
Nero qual notte, nobile destriero,
E la sua sella e le sue staffe? Egli era,
Il nobile destriero, impazïente
A te di sotto. Ov’è la fronte tua,
Dove l’elmo e la tua dorata maglia
Tutta a gemme annodata? Ove son quelli
Tuoi cavalieri da le aurate redini,
Di cui la spada fodero condegno
Avea nel petto dei nemici? e dove,
Dove i cammelli tuoi rapidi al corso
E i tuoi dorati palanchini e i tuoi
Servi fedeli? Dove i dromedari,
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Alex brollo
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Dove i corsieri e i candidi elefanti?
Deh! che fatti siam noi senza speranza
Per l’anima di te! Dov’è pertanto,
Dove quel tuo parlar dolce e facondo?
Dove il tuo core, il nobile consiglio,
La serena alma tua? Perchè restasti,
Dopo sì grandi cose tue, tu solo?
Come del viver tuo nel libro arcano
Legger potesti la tua sorte avversa?
Deh! mai non sia che ardimentoso alcuno
Verso il fato si mostri! È più possente
Il tosco del destin d’ogni apprestato
Balsamo altrui. Ma tu cercasti in core
Che sostegno ed aita il figlio tuo
Ti fosse; ed ora dal tuo figlio istesso
A te vengono i ceppi! I re son forti
Sol per i figli, e contro a’ ripetuti
Assalti del destin sol per i figli
Non han difetto. Ma cadeasi affranta
E forza e maestà del re dei regi
Poi che del figlio suo maligno e reo
Statura crebbe. Ognun che il tristo fato
Di re Khusrèv intende, ardimentoso
In terra mai non sia! Deserto ignudo
Irania tua sì bella ecco! tu pensa,
Pensala di leoni e leopardi
Orrido covo. De’ Sassani prenci
Alla nobile stirpe era il re nostro
Inclito duce (la corona e il trono
Mai non vedranno chi l’uguagli in terra),
Ed or la nobil stirpe andò dispersa,
Deserta è Irania, e compiesi desìo
De’ suoi nemici. Esercito maggiore
Di quel ch’ebbe Khusrèv, non ha un regnante;
Ma chi di tanti eroi venne per lui
Il soccorso a cercar? Danno ci venne
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 363 —|}}</noinclude><poem>
Dal custode maggior di nostra greggia
Or che in tanta rovina agreste lupo
Balzò improvviso. Or vada alcuno e dica
A principe Shirùy: «Deh! svergognato
Che di principe hai nome, opra sì rea
Degna non era di monarca illustre!
Oh! le falangi tue non terran fermo,
Ratto che guerra da ogni parte intorno
Levisi contro a te». Ma Iddio sovrano
E fattor di giustizia all’alma tua,
Khusrèv antico, sia propizio e il capo
A te s’umilii de’ nemici tuoi!
Giuro per Dio, per l’alma tua, signore
D’Irania illustre, giuro per la prima
Alba dell’anno, per la festa santa
Di Mihr e per la bella primavera,
Che se questa mia man d’ora in avanti
Musical suono a suscitar si appresti,
Niun d’un saluto mi consoli. Io stesso
Il mio lïuto struggerò nel fuoco,
Per ch’io mai più, per esso, del nemico
Del mio prence e signor rivegga il volto.
:Così due dita ei si troncava e due
Di quella man sì esperta e strette in pugno
Le dita tronche si tenea. Tornando
Alla sua casa una gran vampa accese
E il flebile lïuto arse in quel fuoco.
Ma chi frattanto si vivea da presso
All’antico signor, la notte e il giorno
Temea per la sua sorte incerta e oscura.
</poem>
{{Ct|c=t1|V. Uccisione di Khusrev-Pervîz}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 2043-2045).}}
<poem>
Poi che inesperto e timido mostrava
Shirùy sè stesso, un laccio eragli a’ piedi,
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Dal custode maggior di nostra greggia
Or che in tanta rovina agreste lupo
Balzò improvviso. Or vada alcuno e dica
A principe Shirùy: «Deh! svergognato
Che di principe hai nome, opra sì rea
Degna non era di monarca illustre!
Oh! le falangi tue non terran fermo,
Ratto che guerra da ogni parte intorno
Levisi contro a te». Ma Iddio sovrano
E fattor di giustizia all’alma tua,
Khusrèv antico, sia propizio e il capo
A te s’umilii de’ nemici tuoi!
Giuro per Dio, per l’alma tua, signore
D’Irania illustre, giuro per la prima
Alba dell’anno, per la festa santa
Di Mihr e per la bella primavera,
Che se questa mia man d’ora in avanti
Musical suono a suscitar si appresti,
Niun d’un saluto mi consoli. Io stesso
Il mio lïuto struggerò nel fuoco,
Per ch’io mai più, per esso, del nemico
Del mio prence e signor rivegga il volto.
:Così due dita ei si troncava e due
Di quella man sì esperta e strette in pugno
Le dita tronche si tenea. Tornando
Alla sua casa una gran vampa accese
E il flebile lïuto arse in quel fuoco.
Ma chi frattanto si vivea da presso
All’antico signor, la notte e il giorno
Temea per la sua sorte incerta e oscura.
</poem><section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t1|V. Uccisione di Khusrev-Pervîz}}
{{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 2043-2045).}}
<poem>
Poi che inesperto e timido mostrava
Shirùy sè stesso, un laccio eragli a’ piedi,
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Dal custode maggior di nostra greggia
Or che in tanta rovina agreste lupo
Balzò improvviso. Or vada alcuno e dica
A principe Shirùy: «Deh! svergognato
Che di principe hai nome, opra sì rea
Degna non era di monarca illustre!
Oh! le falangi tue non terran fermo,
Ratto che guerra da ogni parte intorno
Levisi contro a te». Ma Iddio sovrano
E fattor di giustizia all’alma tua,
Khusrèv antico, sia propizio e il capo
A te s’umilii de’ nemici tuoi!
Giuro per Dio, per l’alma tua, signore
D’Irania illustre, giuro per la prima
Alba dell’anno, per la festa santa
Di Mihr e per la bella primavera,
Che se questa mia man d’ora in avanti
Musical suono a suscitar si appresti,
Niun d’un saluto mi consoli. Io stesso
Il mio lïuto struggerò nel fuoco,
Per ch’io mai più, per esso, del nemico
Del mio prence e signor rivegga il volto.
:Così due dita ei si troncava e due
Di quella man sì esperta e strette in pugno
Le dita tronche si tenea. Tornando
Alla sua casa una gran vampa accese
E il flebile lïuto arse in quel fuoco.
Ma chi frattanto si vivea da presso
All’antico signor, la notte e il giorno
Temea per la sua sorte incerta e oscura.
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:Poi che inesperto e timido mostrava
Shirùy sè stesso, un laccio eragli a’ piedi,
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/* formato specifico delle celle della prima colonna, sovrascrive il formato generico */
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/* Linee verticali tra le colonne */
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/* Linea sotto la n-riga */
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|{{Sc|xc}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>presso di questi nelle arti del dire. Hariri, a quel che ne dicono {{AutoreCitato|Ibn Khallikan|Chalecan}}, il {{AutoreCitato|Jacob Golius|Golio}}, lo {{AutoreCitato|Albert Schultens|Schultens}}, {{AutoreCitato|Ernst Friedrich Karl Rosenmüller|Rosenmüller}}, {{AutoreCitato|Antoine-Isaac Silvestre de Sacy|Sacy}}, {{AutoreCitato|Giovanni Bernardo De Rossi|De-Rossi}}, avrebbe emulato nell’oratoria {{AutoreCitato|Demostene|Demostene}} e {{AutoreCitato|Marco Tullio Cicerone|Cicerone}}<ref>Nel quadro storico che porgiamo qui della letteratura e delle scienze degli Arabi, noi oltrepasseremo talvolta i limiti di questo periodo menzionando autori ed opere di tempo posteriore al 1093; e ciò abbiamo creduto di dover fare onde viemeglio prospettare nella sua unità l’origine ed il progresso della civiltà araba, alla quale, per la necessaria rapidità e stringatezza del nostro discorso, non ci sarà dato di poter toccare nei periodi successivi: del resto l’influenza di questa civiltà sull’Occidente, non ha durato che finchè durarono le tenebre in Europa; l’Italia, come lo vedremo
tra poco, ha fatto dimenticare gli Arabi e la Spagna.</ref>.
Che diremo degli studi storici? Cominciando da {{Wl|Q285255|Vakedi abu Abdalla}}, il più antico degli storici arabi pervenuti sino a noi, e giungendo fino ad {{AutoreCitato|Abulfeda|Abulfeda}} che ne è il più illustre, qual prodigioso numero di storie universali e particolari non annovera l’araba letteratura? I lavori di {{Wl|Q334854|Atir Azzedin}}<ref>''Camel perfetto'', è una storia universale dalla creazione al 1230, ''Storia della dinastia degli Alabech'' del 1084 al 1210: di questa si giovò copiosamente il {{AutoreCitato|Friedrich Wilken|Witcheus}} per la sua ''Storia delle crociate'', premiata dall’Università di Gottinga.</ref>, di {{AutoreCitato|Eutichio di Alessandria|Batrik}}<ref>''Ornamento di perle'', è una storia universale dalla creazione al 937. Fu pubblicata in latino ed in arabo dal {{AutoreCitato|John Selden|Seldeno}} e dal {{AutoreCitato|Richard Pococke|Pocock}} nel 1654-9 ad Oxford, e fornì molti materiali ad Ottingen.</ref>, di {{AutoreCitato|Al-Nuwayri|Novairi}}<ref>''Meta dei desiderii'', è una grandiosa storia universale in 10 immensi volumi: Schultens e {{AutoreCitato|Rosario Gregorio|Gregorio}} ne pubblicarono alcune parti.</ref>, di {{Wl|Q287573|Beidavi Nassereddin}}<ref>''Nedam altavarik'', è una storia universale tradotta in latino da {{AutoreCitato|Johannes von Müller|Müller}}, e stampata coll’originale a Berlino nell’anno 1689.</ref>, di {{AutoreCitato|Ibn Khaldun|Chaldun}}<ref> ''Storie, antichità, studii, guerre e domini degli Arabi''; questo lavoro cui per esser classico non altro mancò che una minore tendenza al maraviglioso, tendenza che contamina presso che tutte le storie degli Arabi, tratta nei suoi prolegomeni dell’eccellenza della storia, del genere umano in società, quindi passa alla storia degli Arabi dal principio del mondo, e di quella degli Stati contemporanei e dei Berberi del Magreb.</ref>, di {{AutoreCitato|al-Dhahabi|Dahabi}}<ref>Scrisse gli ''Annali maomettani'' ed una ''Biblioteca storica universale'', continuata da {{Wl|Q4120128|Alsachavi}}.</ref>, di {{AutoreCitato|Ṭabarī|Tabari}}<ref>''Tarif giafari'', è una vasta storia universale tanto stimata per la sua fedeltà ed esattezza, che passa, secondo Chalecan per la più sincera di tutte le altre, e pel fondamento di tutte le storie arabe. {{AutoreCitato|Johann Kosegarten|Kosegarten}} la tradusse e pubblicò in latino con belle note ed aggiunte a Gripswald nel 1829.</ref>, di {{AutoreCitato|'Imad al-Din al-Isfahani|Emadeddin}}<ref>''Prato fiorito'', è una storia da Adamo fino al 1308.</ref>, di {{Wl|Q124709178|Gianabi}}<ref>''Mar gonfio'', è una storia universale dalla creazione al 1588, è la più ampia che abbiano i Musulmani, dai quali fu più volte compendiata.</ref>, ed i centocinquanta volumi della ''Storia orientale ed occidentale'' di {{AutoreCitato|Ibn Sa'id al-Maghribi|Abulhassan Ali ben Said}}, quale concetto non ci porgono della vastità della storica erudizione degli Arabi? Aggiungete a costoro le storie particolari dell’Egitto di {{AutoreCitato|Ibn Taghribirdi|Tagri Bardi}}<ref>''Nogium alzalera'', è una esimia storia universale
dell’Egitto dal primo dominio degli Arabi fino al 1455: di essa fece Tagri varii compendii, dei quali uno fu pubblicato da {{AutoreCitato|Joseph Dacre Carlyle|Carlyle}} in arabo ed in latino a Cambridge nel 1792. Sacy ne fa grandissimi elogi (Notizie de’ suoi mss.).</ref>, dei visiri di {{Wl|Q7531254|Ebad}}<ref>Ebad visir, egli stesso, detto da {{AutoreCitato|Ibn Khallikan|Ben Scolna}} l’uomo più liberale del suo secolo, aveva raccolta una biblioteca di centodiciassette mila volumi.</ref>, dei Saraceni di {{AutoreCitato|Jirjis al-Makin Ibn al-'Amid|Elmacin}}<ref>Pubblicata in arabo ed in latino da {{AutoreCitato|Erpenius|Erpenio}} (Leida 1625), vuolsi sia questa un compendio della grande storia di Tabari.</ref>, di Saladino e dei Selgiucidi di {{AutoreCitato|'Imad al-Din al-Isfahani|Emadeddin}}<ref>Ne pubblicò qualche parte lo Schultens nel 1752 a Leida dietro la vita di Saladino, del {{AutoreCitato|Bahāʾ al-Dīn ibn Šaddād|Bohaddino}}.</ref>, degli Etiopi di Giuzi, dell’alto e basso Egitto, e della Tebaide di Tunes, dei profeti, di {{AutoreCitato|Maometto|Maometto}}, dei califfi e dei re, di Kodai, dell’Arabia Felice di {{AutoreCitato|Qutb ad-Dīn an-Nahrawālī|Kotbeddin}}<ref>''Bark Jemani'' (Il folgore del Jemen), opera insigne che narra la conquista di quella vasta provincia fatta dagli Ottomani, e la storia della politica rivoluzione per l’intervallo di 80 anni.</ref>, dell’Egitto, Gioibiti e Mameluchi, dei re maomettani dell’Abissinia, di Damiata, di Fostat, del celebre {{AutoreCitato|Al-Maqrizi|Makrizi Takieddin}}, ed innumerevoli altri, di cui {{Wl|Q1748131|Pocock}}, {{Wl|Q1400074|Uri}}, {{Wl|Q1960416|Casiri}}, {{AutoreCitato|Christian Friedrich Schnurrer|Schnurrer}}, Schultens, Sacy e più e più altri, fanno menzione; si consideri come non vi abbia città alcuna delle province state dominate dagli Arabi, che non vanti cronache, annali, storie più o meno diffuse, e induca il fervore con cui hanno gli Arabi applicato a quegli studi storici che formano uno dei più sicuri eriterii della civiltà di un popolo. Le genealogie di {{AutoreCitato|Abulfeda|Ismael Abal Magidi}}, di {{Wl|Q984663|Kotaiba}}, le cronologie di {{Wl|Q293578|Abu Issa Mohamed}}, di {{Wl|Q390123|Catib}}, di {{Wl|Q333703|Fachreddino}}, di {{Wl|Q5787478|Hamza}} ecc., gli immensi dizionarii storici di Chalecan<ref>''Vafiat alajam'' (le morti degli uomini illustri), opera di una immensa erudizione, in cui per ordine alfabetico espongono la patria, la nascita, la vita, la morte, le virtù, gli scritti degli Arabi d’ogni paese, che per dignità, dottrina, valore si sono distinti. È questi il {{AutoreCitato|Louis Moréri|Moreri}} degli Arabi, e tutti gli orientalisti europei ne fecero e ne fanno uso. {{AutoreCitato|Oluf Gerhard Tychsen|Tychsen}} ed {{AutoreCitato|Jacob Georg Christian Adler|Adler}} ne pubblicarono alcuni estratti.</ref>, di {{Wl|Q788374|Dereid}}<ref>''Dizionario storico e genealogico delle tribù e famiglie degli Arabi.'' Contiene anche le vite degli uomini illustri che ne sono usciti, ed un’esposizione grammaticale ed etimologica dei nomi.</ref>, {{Wl|Q293604|Makrizi}} ed infiniti altri; i lavori cosmografici e geografici di {{AutoreIgnoto|Abulhassan}}<!--https://viaf.org/en/viaf/4475175780201517010007--><ref>''Descrizione geografica e storica del mondo.''</ref>, di {{AutoreCitato|Ibn Iyas|Ajas ebn Mohamed}}<ref>''Odor dei fiori.'' È una geografia, in cui dopo aver premessa una notizia generale della terra passa a ragionare dei sette climi e dei regni, provincie, città, mari, isole, fiumi e monti, che vi sono compresi, delle ere più celebri e delle 4 stagioni dell’anno, ecc.</ref>, di {{AutoreCitato| Muhammad al-Idrisi|Edrisi}}<ref>Vedi questo nome nella nostra Enciclopedia.</ref>, di {{AutoreCitato|Ibn Hawqal|Aukal}}<ref name="p94">''Geografia orientale'', fu tradotta in inglese da Ouseley</ref>,<noinclude><references/></noinclude>
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Confessioni di un metafisico/Volume Secondo/Libro Quinto/Capo Quinto
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Il Libro dei Re/I re Sassanidi/9
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=== Indice ===
* {{testo|/I|I. - Principio del regno di Khusrev-Pervîz}}
* {{testo|/II|II. - La domanda del perdono}}
* {{testo|/III|III. - Venuta di Behrâm Ciûbîneh}}
* {{testo|/IV|IV. - Colloquio di Khusrev e di Behrâm}}
* {{testo|/V|V. - Consigli di Gordieh}}
* {{testo|/VI|VI. - Assalto notturno di Behrâm}}
* {{testo|/VII|VII. - Fuga di Khusrev e morte di Hormuzd}}
* {{testo|/VIII|VIII. - Astuzia di Bendûy}}
* {{testo|/IX|IX. - Consiglio di Behrâm Ciûbîneh coi principi}}
* {{testo|/X|X. - Fuga di Bendûy}}
* {{testo|/XI|XI. - Arrivo di Khusrev-Pervîz in Grecia}}
* {{testo|/XII|XII. - Lettere di Khusrev e dell'Imperatore}}
* {{testo|/XIII|XIII. - Fellonia dell'Imperatore}}
* {{testo|/XIV|XIV. - Lettere di Khusrev e dell'Imperatore}}
* {{testo|/XV|XV. - Lettere di Khusrev e dell'Imperatore}}
* {{testo|/XVI|XVI. - Esposizione della religione degl'Indù}}
* {{testo|/XVII|XVII. - Invio della sposa e delle schiere}}
* {{testo|/XVIII|XVIII. - Andata di Khusrev in Azerâbâdagân}}
* {{testo|/XIX|XIX. - Lettere di Behrâm intercettate}}
* {{testo|/XX|XX. - Prima battaglia di Khusrev e di Behrâm}}
* {{testo|/XXI|XXI. - Seconda battaglia di Khusrev e di Behrâm}}
* {{testo|/XXII|XXII. - Terza battaglia e sconfitta di Behrâm}}
* {{testo|/XXIII|XXIII. - Fuga di Behrâm}}
* {{testo|/XXIV|XXIV. - Il campo di Behrâm distrutto}}
* {{testo|/XXV|XXV. - Alterco di Niyâtûs e di Bendûy}}
* {{testo|/XXVI|XXVI. - Partenza dei Greci}}
* {{testo|/XXVII|XXVII. - Lamento di Firdusi per la morte del figlio}}
* {{testo|/XXVIII|XXVIII. - Behrâm presso il principe di Cina}}
* {{testo|/XXIX|XXIX. - Morte di Mekâtûreh}}
* {{testo|/XXX|XXX. - Il leone Keppi}}
* {{testo|/XXXI|XXXI. - Lettera di re Khusrevi al Principe di Cina}}
* {{testo|/XXXII|XXXII. - Andata di Kharrâd-Berzîn}}
* {{testo|/XXXIII|XXXIII. - Morte di Behrâm Ciûbîneh}}
* {{testo|/XXXIV|XXXIV. - Messaggio dell'Imperatore di Cina a Gordieh}}
* {{testo|/XXXV|XXXV. - Fuga di Gordieh}}
* {{testo|/XXXVI|XXXVI. - Morte di Teburg}}
* {{testo|/XXXVII|XXXVII. - Nozze di Gustehem e di Gordieh}}
* {{testo|/XXXVIII|XXXVIII. - Morte di Gustehem}}
* {{testo|/XXXIX|XXXIX. - Nozze di Gordieh e di Khusrev}}
* {{testo|/XL|XL. - Oppressione di Rey}}
* {{testo|/XLI|XLI. - Spartizione del regno}}
* {{testo|/XLII|XLII. - Nascita di Shîrûy}}
* {{testo|/XLIII|XLIII. - Richiesta della Croce}}
* {{testo|/XLIV|XLIV. - Leggenda di Khusrev-Pervîz e di Shîrîna}}
* {{testo|/XLV|XLV. - Incontro di Khusrev-Pervîz e di Shîrîna}}
* {{testo|/XLVI|XLVI. - Consigli dei principi}}
* {{testo|/XLVII|XLVII. - Morte di Maria}}
* {{testo|/XLVIII|XLVIII. - Costruzione del trono detto Tâk-dîs}}
* {{testo|/XLIX|XLIX. - Avventura del cantore Bârbed}}
* {{testo|/L|L. - Fondazione di Madâin}}
* {{testo|/LI|LI. - Grandezza e gloria di Khusrev-Pervîz}}
* {{testo|/LII|LII. - Rivolta dell'esercito}}
* {{testo|/LIII|LIII. - Cattura di Khusrev-Pervîz}}
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Pagina:Due canzoni in chiave di sol.pdf/4
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Pic57
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<noinclude><pagequality level="1" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|2||}}</noinclude><score sound=1>
<<
% --- RIGO CANTO ---
\new Staff \with {
midiInstrument = #"synth voice"
} {
\new Voice = "canto" \relative c'' {
\key f \major
\time 6/8
\tempo 4. = 50
% Inserisci qui le note della melodia
%rigo canto 2.4
f4. e|
d2.|
d8 cis d e4 d8|
cis4.^\( a4\)r8|
r4 r8 des des des|
\break
%rigo canto 2.5
%rigo canto 2.5
c4.^\> b|
bes4 bes8 a4 a8\!^\p|
g2._\(|
f4\) r8 r4 r8|
R1*6/8|
\break
%rigo canto 2.6
r8 ^\markup{\italic "Con anima"} r c' des4 ees8|
des4.^\( ces8\) r r|
r4 r8 beses r16 bes bes bes|
aes4._\( f8\) r r|
\break
%rigo canto 2.7
}
}
% --- TESTO VOCALE ---
\addlyrics{
pria che_in ciel spun -- ti la bel -- la_au -- ro_ ra mi sve -- glio
sem -- pre la ma -- lin -- co -- ni -- a
ep -- pur non pian -- go, ma mi batte il co -- re
}
% --- SISTEMA PIANOFORTE ---
\new PianoStaff \with {
instrumentName = \markup {
}
} <<
% Mano Destra
\new Staff = "right" \relative c'' {
\key f \major
\time 6/8
% Inserisci qui le note della mano destra
%rigo up 2.4
<<{d4. c|
bes4. bes|
bes4. c4 bes8|
a4.^( f4) r8|
des'4.^^ des^^|
\break
%rigo up 2.5
c4.^^ b^^|
bes4.^^ a^^|
g4.^^ e|
f2.^(^\pp|
f8) r \stemDown ^\< f'8 f4 f8 \!|
}
\\
{r8 <a f><a f> r <a f><a f>|
r8 <g d><g d> r <g d><g d>|
r8 <g d><g d> r <g c,><g c,>|
r8 <c, a><c a> r <c a><c a>|
r _\mf <g' fes d><g fes d> r <g fes d><g fes d>
\break
%rigo up 2.5
r8 <a, f c><a f c> r <aes f b,><aes f b,>|
r8 <g des bes!><g des bes> r <f c a><f c a>|
r8 _\p <des bes g><des bes g> r <c bes g><c bes g>|
\stemUp <c a>2.~|
<c a>8 r \stemDown f8 _\markup{\italic "rit."} f4 f8|
}
>>
\break
%rigo up 2.6
<f' f,>4^\markup{\italic "a Tempo"} <e! e,!>8<f f,>4 <ges ges,>8|
<f f,>4._(^(<ees ees,>8)) r r|
<es, c>8[_\pp <es c> <es c>]
<es c>[ <es c><es c>]|
r8 des des des des des|
}
% Mano Sinistra
\new Staff = "left" \relative c {
\key f \major
\time 6/8
\clef bass
\set Staff.connectArpeggios = ##t
% Inserisci qui le note della mano sinistra
%rigo down 2.4
r8 <c f,><c f,> r <c a f><c a f>|
r8 <bes g f><bes g f> r <bes g f><bes g f>|
r8 <bes g e><bes g e> r <bes g e><bes g e>|
r8 <f' c f,><f c f,> r <f c f,><f c f,>|
<bes, bes,>4.^^ <b b,>^^|
\break
%rigo down 2.5
<c c,>4.^^ <d d,>^^|
<e e,>4._^ <f f,>_^|
<bes, bes,>_^ <c c,>_^
<<{f8\arpeggio e f e f e}\\{<c f,>8\arpeggio r r r4 r8}>>
f8 e f e ees d|
\break
%rigo down 2.6
\stemDown <bes bes,>8 <des' aes f><des aes f><des aes f><des aes f><des aes f>|
<ees, ees,>8 <des' beses ges> <d bes ges><c bes ges><c bes ges><c bes ges>|
<<
% VOCE 1: Le note dell'accordo che si collegano al rigo sopra
\new Voice {
\voiceOne % Forza i gambi verso l'alto
% \crossStaff unisce i gambi di queste note alla travatura del rigo superiore
\crossStaff {
\autoBeamOff g8 g g g g g|
s8 <aes f><aes f><aes f><aes f><aes f>
}
}
% VOCE 2: Il basso profondo indipendente (con abbellimenti e frecce)
\new Voice {
\voiceTwo % Forza i gambi e le pause verso il basso
\relative c {
\acciaccatura { ges16[ aes] } beses4._^ <c c,>4._^|
<des des,>2.|
}
}
>>
}
>>
>>
\layout {
%indent = 2.5\cm
\context {
\PianoStaff
% Questo comando dice a LilyPond di permettere ai gambi di unire i due righi
\consists "Span_stem_engraver"
}
}
\midi { }
</score><noinclude><references/></noinclude>
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Il Libro dei Re/I re Sassanidi/9/XLI
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Il Libro dei Re/I re Sassanidi/9/XLIX
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Alex brollo
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Discussioni pagina:L'Anima musicale d'Italia.djvu/259
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Pic57
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/* Titoli */ Risposta
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== Titoli ==
@[[Utente:Pic57|Pic57]]: ma i titoli dei canti 70 e 71 da dove li hai presi? [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 09:33, 25 ago 2026 (CEST)
:Ciao @[[Utente:Candalua|Candalua]]! Trovi la risposta [[Pagina:L'Anima musicale d'Italia.djvu/174|qui]] [[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 19:55, 26 ago 2026 (CEST)
dbu58a7l3ik6ilghnbpws1o5chk8zy8
Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/201
108
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Giaccai
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 267 —|''Camera dei deputati''|riga=si}}
{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>in quanto vi era il rischio che fossero presto sciolti i gruppi di estrema destra.
Anzi diceva che il suo gruppo, cioè la Fenice, era in contatto con i Servizi, anche da prima del 1969, e proprio per questo era stato in grado di conoscere e prevenire, con il rientro nel MSI, lo scioglimento del suo gruppo, ricreandolo nel MSI stesso [...]. Mi fece capire che Signorelli, come elemento sovraordinato a Rognoni, era sicuramente informato del progetto [attentato al treno Genova-Ventimiglia], anche perché si incon- trava soprattutto con Rognoni [...]. Certamente il significato dell'attentato era far ricadere la responsabilità dell'attentato sui gruppi di sinistra. Mi accennò ad una cassetta con esplosivo che doveva essere fatta ritrovare a tale fine [...]».
Sullo stesso argomento e con le medesime deduzioni, vi è la più analitica ricostruzione di Vinciguerra: «La divisione fra destra extraparlamentare e Movimento Sociale non fu mai netta; viceversa si può dire che un legame costante, mai interrottosi del tutto, venne mantenuto a livello di vertice, se non con Arturo Michelini, certamente con Giorgio Almirante.
È quest'ultimo che si pone come figura centrale nella storia del neofascismo "post-bellico" ed è lui a fare da mediatore fra le istanze ufficialmente avanzate dai gruppi della destra nazional-rivoluzionaria e quelle moderate del partito che rappresenta [...] presentandosi ai camerati dentro e fuori dal MSI come uomo in grado di conciliare le esigenze di una lotta senza riserve e senza compromessi con quelle della mimetizzazione necessaria per non farsi porre fuori legge [...].
Le scissioni ON-MSI e Avanguardia Nazionale da Ordine Nuovo sono state più che altro strumentali e hanno infatti garantito il controllo pressoché assoluto dell'estremismo di destra da parte di pochi uomini che, a livello di vertice, sono sempre stati in contatto fra loro, peggio ancora in accordo fra loro, almeno fino alla metà degli anni '70, quando Avanguardia Nazionale, ormai legata al principe Borghese, tenta di ripercorrere una via autonoma senza successo [...]. Della violenza estremistica il MSI non fu solo il beneficiario in termini politici, ma anche il promotore e il coordinatore. Non c'è stata operazione politica ad ampio respiro che non abbia visto il MSI presente con i suoi uomini ed i suoi dirigenti, ora in veste di suggeritori, ora di organizzatori, ora di fomentatori [...].
Non si può scrivere la storia, anche sul piano giudiziario, della strategia della tensione se non si accetta la realtà che vuole la destra neofascista italiana tatticamente divisa e strategicamente unita, in una suddivisione strumentale di ruoli e di compiti che doveva permettere l'utilizzo inconsapevole di centinaia di migliaia di persone allo scopo di portare contro la sinistra italiana quell'affondo decisivo che avrebbe consentito la trasformazione del regime da democrazia parlamentare a Repubblica presidenziale, nella quale la destra avrebbe avuto un peso determinante e decisivo. Non la restaurazione di un regime fascista, bensì l'instaurazione di una democrazia autoritaria nella quale i comunisti non avessero spazio e cittadinanza legale [...].<noinclude></noinclude>
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Il Libro dei Re/I re Sassanidi/9/LIII
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Alex brollo
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Di fatti inconsueti, tra il novembre '73 e il marzo '74, ve ne furono innumerevoli. Allarmi diurni e notturni a rotazione continua. Nel massimo segreto, riunioni ad alto livello di ufficiali e strani traffici nell'ambiente del battaglione carabinieri paracadutisti. Ad un certo punto, preoccupato, organizzai una piccola riunione a cui parteciparono un ufficiale medico, un tenente dei carabinieri parà, due sottufficiali dei Sabotatori e due ufficiali di Marina. Dai loro timori compresi che dietro a tutto ci doveva essere una manovra socialdemocratica [...]. Non so perchè ricorra tanto di frequente sentire parlare di Socialdemocratici in occasione di complotti o trame eversive, ma è certo che dal '70 ad oggi, nell'ambiente della destra extraparlamentare, si è numerose volte temuto che le nostre azioni non servissero ad altro che da coperture a loro, come giustificazione della costituzione di un governo forte, o qualcosa di peggio, che rivendicasse gli ideali di libertà democratica e repubblicana, nella lotta antifascista e anticomunista. Non esito a credere che la destra parlamentare si sarebbe facilmente aggregata a loro, lasciando gli extraparlamentari in balia degli eventi».
Pecoriello ha sempre sentito parlare di «elementi nostri infiltrati nel SID o in contatto con alti funzionari del Ministero dell'interno» ed a tale proposito i nomi ricorrenti, a suo dire, erano quelli ormai noti di «Guido Giannettini, Giancarlo Cartocci, Stefano Serpieri, Guido Paglia, Stefano Delle Chiaie».
Al termine di questo lungo sfogo, Pecoriello conclude: «Ritengo che i personaggi al centro di tutti i complotti eversivi, almeno a livello operativo, siano Stefano Delle Chiaie e Pino Rauti. Politicamente non so chi avrebbe dovuto guadagnare, ma solo loro avevano ed hanno i contatti e le amicizie per portare avanti un simile piano. Borghese, Freda, Ventura, Graziani, Saccucci e molti altri, non sono altro che loro pedine. Cresciuti tutti nello stesso ambiente, sono anni che collaborano tutti sotto la loro direttiva per raggiungere gli scopi, giaÁ prefissati nel lontano '58. Sono loro che hanno tenuto i vari contatti internazionali con Grecia, Spagna, Portogallo, Cile, Francia e Germania, hanno preso tutte le iniziative di questi anni, e se non verranno fermati in tempo, prima o poi raggiungeranno il loro obiettivo».
Nella successiva deposizione resa al giudice istruttore di Bologna, Paolo Pecoriello ricorda come Avanguardia Nazionale fosse una immediata espressione del Ministero dell'interno sia per ragioni soggettive (i padri di Flavio Campo, di Di Luia e di Cataldo Strippoli erano funzionari<noinclude></noinclude>
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{{Indice sommario|nome=Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni/Lettera XXXV. Rive del Reno. Da Andernach a Namedy.|titolo=Lettera XXXV. Rive del Reno. Da Andernach a Namedy.|from=165|delta=31}}
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{{Indice sommario|nome=Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni/Lettera XLI. Rive del Reno. Monte di Basalti rimpetto a Uakel.|titolo=Lettera XLI. Rive del Reno. Monte di Basalti rimpetto a Uakel.|from=188|delta=31}}
{{Indice sommario|nome=Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni/Lettera XLII. Rive del Reno. Le Sette Montagne.|titolo=Lettera XLII. Rive del Reno. Le Sette Montagne.|from=194|delta=31}}
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{{Indice sommario|nome=Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni/Lettera XLIV. Rive del Reno. Bonna e sue Vicinanze.|titolo= Lettera XLIV. Rive del Reno. Bonna e sue Vicinanze.|from=203|delta=34}}
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{{Ct|f=90%|v=6|t=2|''L' A U T O R E''}}
{{xx-larger|Q}}ueste Lettere, Signora Marchesa, a Voi dirette alquanti anni addietro, doveano assai prima d'ora tornarvi sott'occhio messe alla stampa. Ma molti ostacoli, il più fastidioso e ostinato de' quali fu la mia {{Pt|salu-}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>{{pt|salute|salute}}, non vollero che io soddisfacessi al mio desiderio. Ne avrei potuto soddisfarlo pur oggi, senza una mano cortese del pari che illustre, la quale si è compiaciuta di riordinare e ripolire il mio manoscritto. Or questo venendo in luce, trae nuovi rabbellimenti dal vostro Nome. E benchè io divenga qui autore mercè l'opera altrui più che per la mia, ad ogni modo non voglio dolermene: m'è dolce e onorato di pigliar fama da un tanto Letterato e da Voi.
Ne a Voi nè al Pubblico ho io altro a dire di queste Lettere appresso quello che nella prima delle medesime è detto. Quanto alle difficoltà da me incontrate in questo genere di comporre presso che nuovo fra noi, gl'intelligenti se ne accorgeranno di leggieri; e forse saran questa volta meno ritrosi che non sogliono. Se non che quelli tra loro che sanno come scrivete Voi, perdonandomi ogni altra {{Pt|cosa,}}<noinclude><references/></noinclude>
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Nè a Voi nè al Pubblico ho io altro a dire di queste Lettere appresso quello che nella prima delle medesime è detto. Quanto alle difficoltà da me incontrate in questo genere di comporre presso che nuovo fra noi, gl'intelligenti se ne accorgeranno di leggieri; e forse saran questa volta meno ritrosi che non sogliono. Se non che quelli tra loro che sanno come scrivete Voi, perdonandomi ogni altra co-<noinclude>{{PieDiPagina|||{{smaller|sa,}}}}</noinclude>
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Nè a Voi nè al Pubblico ho io altro a dire di queste Lettere appresso quello che nella prima delle medesime è detto. Quanto alle difficoltà da me incontrate in questo genere di comporre presso che nuovo fra noi, gl'intelligenti se ne accorgeranno di leggieri; e forse saran questa volta meno ritrosi che non sogliono. Se non che quelli tra loro che sanno come scrivete Voi, perdonandomi ogni altra {{Pt|cosa,}}<noinclude><references/></noinclude>
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Io non so se la condizione a che le infermità m'han ridotto, consentirà ch'io più scriva; nè certamente sarebbe perdita di alcuno, dove non potessi più farlo: ben io ci perderei, io che avrei nell'animo di trattare il più bello e caro argomento che m'abbia mai forse avuto, quello che m'ha somministrato la operosa vostra, sollecitudine intorno a' tristi miei giorni. Ma se questo libro è l'ultimo lavoro della mia penna, poichè io lo fo vostro, giovami di pensare, che que pegni ancorchè tenuissimi, i quali {{Pt|ultimamen-}}<noinclude><references/></noinclude>
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Io non so se la condizione a che le infermità m'han ridotto, consentirà ch'io più scriva; nè certamente sarebbe perdita di alcuno, dove non potessi più farlo: ben io ci perderei, io che avrei nell'animo di trattare il più bello e caro argomento che m'abbia mai forse avuto, quello che m'ha somministrato la operosa vostra sollecitudine intorno a' tristi miei giorni. Ma se questo libro è l'ultimo lavoro della mia penna, poichè io lo fo vostro, giovami di pensare, che que' pegni ancorchè tenuissimi, i quali {{Pt|ultimamen-}}<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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{{Ct|t=8|Di Covignano 13. Aprile 1795.}}<noinclude><references/></noinclude>
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''SI avverte che per compendio nella Carta del'' Corso del Reno da Magonza fino a Dusseldorf ''si è troncato il Corso del medesimo in due porzioni, allogandole mon successivamente, ma una sotto all'altra nello stesso foglio: la porzione superiore mette capo nella inferiore al punto della città di Andernach.''
''I nomi di alcune città, le quali hanno il lor corrispondente in Italiano, sonosi in essa Carta scritti alla Tedesca per uniformarsi ai nomi degli altri paesi che non potrebbero avere quel corrispondente senza una novità oscura e stravagante più d'una volta. Ma non sarà difficile intendere che'' Mainz ''vuol dir'' Magonza, Coblenz ''Coblenza'', Bonn ''Bonna'', Coelln ''Colonia'', Mein ''Meno'', Mosel ''Mosella'', Karthaus ''Certosa, ec.''
''Non è chi non possa accorgersi del pregio di questa Carta, in cui spiccano con tanta distinzione le svolte tutte del fiume; e le città, fortezze, borghi, {{Pt|villag-}}''<noinclude><references/></noinclude>
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''I nomi di alcune città, le quali hanno il lor corrispondente in Italiano, sonosi in essa Carta scritti alla Tedesca per uniformarsi ai nomi degli altri paesi che non potrebbero avere quel corrispondente senza una novità oscura e stravagante più d'una volta. Ma non sarà difficile intendere che'' Mainz ''vuol dir'' Magonza, Coblenz ''Coblenza'', Bonn ''Bonna'', Coelln ''Colonia'', Mein ''Meno'', Mosel ''Mosella'', Karthaus ''Certosa, ec.''
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Marcella Medici (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>laggi adjacenti e sono esattamente situati, e vi è espres- sa pur anche la rispettiva lor forma. I sei Rami numerati rappresentano I. Veduta della città di Heidelberga dalla parte di Levante per la pag. 22. II. Pianta della città di Magonza per la pag. 33. III Veduta della città di Bingen e della Imboc- catura del fiume Nae per la pag. 47. IV. Veduta della città di Coblenza per la pag. 108. v. Veduta delle Sette Montagne per la pag. 168. VI. Veduta della città di Bonna dalla parte infe- riore del fiume per la pag. 170.<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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''I sei Rami numerati rappresentano''
''I''. Veduta della città di Heidelberga dalla parte di Levante ''per la pag. 22''.
''II''. Pianta della città di Magonza ''per la pag. 33''.
''III'' Veduta della città di Bingen e della Imboccatura del fiume Nae ''per la pag. 47''.
''IV''. Veduta della città di Coblenza ''per la pag. 108''.
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Spinoziano (BEIC)
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''I sei Rami numerati rappresentano''
''I''. Veduta della città di Heidelberga dalla parte di Levante ''per la pag. 22''.
''II''. Pianta della città di Magonza ''per la pag. 33''.
''III'' Veduta della città di Bingen e della Imboccatura del fiume Nae ''per la pag. 47''.
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Marcella Medici (BEIC)
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{{Ct|f=120%|v=1|t=1|LETTERA I.}}
{{no rientro}}{{xx-larger|I}}o potrei quasi dire di aver con voi fatto il mio viaggio sul Reno, su questo fiume, le cui rive già alquanto prima di Magonza formano una delle più pittoresche terre d'Europa. Guardando e notando io vi bramava pur meco; e talvolta ancora mi vi figurava al mio fianco; e così parevami di godere anche più, dividendo quei cari piaceri con un'anima sì pronta sì gentile sì esercitata nel contemplare ogni specie di bello come la vostra. Ma perchè sembri in qualche modo anche a voi di avere viaggiato meco, eccovi alquante lettere scritte per voi, e scritte in gran parte nell'atto stesso che venivasi navigando: nè lascio questa circostanza che può a voi raccomandarmi quanto alla esattezza, la quale se è il primo pregio in ogni scrittor di viaggi, in me potrebbe essere anche il solo.
Mal comprendo come queste rive maravigliose {{Pt|abbia-}}<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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text/x-wiki
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{{no rientro}}{{xx-larger|I}}o potrei quasi dire di aver con voi fatto il mio viaggio sul Reno, su questo fiume, le cui rive già alquanto prima di Magonza formano una delle più pittoresche terre d'Europa. Guardando e notando io vi bramava pur meco; e talvolta ancora mi vi figurava al mio fianco; e così parevami di godere anche più, dividendo quei cari piaceri con un'anima sì pronta sì gentile sì esercitata nel contemplare ogni specie di bello come la vostra. Ma perchè sembri in qualche modo anche a voi di avere viaggiato meco, eccovi alquante lettere scritte per voi, e scritte in gran parte nell'atto stesso che venivasi navigando: nè lascio questa circostanza che può a voi raccomandarmi quanto alla esattezza, la quale se è il primo pregio in ogni scrittor di viaggi, in me potrebbe essere anche il solo.
Mal comprendo come queste rive maravigliose {{Pt|abbia-}}<noinclude><references/></noinclude>
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{{Ct|f=140%|v=1|t=1|SUL RENO}}
{{Ct|f=140%|v=1|t=1|E NE' SUOI CONTORNI}}
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Spinoziano (BEIC)
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{{Noindent}}{{xx-larger|I}}O potrei quasi dire di aver con voi fatto il mio viaggio sul Reno, su questo fiume, le cui rive già alquanto prima di Magonza formano una delle più pittoresche terre d'Europa. Guardando e notando io vi bramava pur meco; e talvolta ancora mi vi figurava al mio fianco; e così parevami di godere anche più, dividendo quei cari piaceri con un'anima sì pronta sì gentile sì esercitata nel contemplare ogni specie di bello come la vostra. Ma perchè sembri in qualche modo anche a voi di avere viaggiato meco, eccovi alquante lettere scritte per voi, e scritte in gran parte nell'atto stesso che venivasi navigando: nè lascio questa circostanza che può a voi raccomandarmi quanto alla esattezza, la quale se è il primo pregio in ogni scrittor di viaggi, in me potrebbe essere anche il solo.</div>
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{{Ct|f=90%|v=1|t=1|''Idea generale delle Montagne del Reno''.}}
{{no rientro}}{{xx-larger|L}}e catene montane, di che il Reno è stretto da presso, o via via corteggiato da lunge, sono alpi Elvetiche, monti Vogesi, Hundsruk, Meliboco, Odenwald, Spessart, e alquante diramazioni inferiori de' monti settentrionali della Germania. Or tutte queste catene possono rispetto al fiume dividersi in due parti principali, a dritta l'una, l'altra a sinistra.
Su questa mano oltre a quel corso di alture che procede dall'alpi Elvetiche, incontrasi la diramazione de' Vogesi o Vosgi, i quali pigliano principio a' confini della Sciampagna, della Franca-Contea, e della Lorena: stendendosi dall'est all'ovest separano la Contea di Borgogna dalla Lorena, e questa dall'Alsazia piegando al nord, e correndo quasi paralleli al Reno. Allargandosi alquanto verso le frontiere del Palatinato, formano quel distretto montano, ch'è detto Hart. Prolangansi poi verso il Ducato di Due Ponti, si estendono nel paese di Treviri, e si uniscono alle montagne dell'Hundsruk, le quali per mezzo di varj bracci inferiori toccano i monti settentrionali della Germania. Più verso ponente dilatansi sotto varj nomi fra la Mosella e la Mosa. Ricche d'alberi e di frutici del pari che di buoni pascoli, aprono in oltre nel lor seno più riposto vaghissimi anfiteatri. I fiumi considerabili che ne derivano, vanno a metter foce in tre mari, nel {{Pt|Mediterraneo}}<noinclude><references/></noinclude>
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Su questa mano oltre a quel corso di alture che procede dall'alpi Elvetiche, incontrasi la diramazione de' Vogesi o Vosgi, i quali pigliano principio a' confini della Sciampagna, della Franca-Contea, e della Lorena: stendendosi dall'est all'ovest separano la Contea di Borgogna dalla Lorena, e questa dall'Alsazia piegando al nord, e correndo quasi paralleli al Reno. Allargandosi alquanto verso le frontiere del Palatinato, formano quel distretto montano, ch'è detto Hart. Prolangansi poi verso il Ducato di Due Ponti, si estendono nel paese di Treviri, e si uniscono alle montagne dell'Hundsruk, le quali per mezzo di varj bracci inferiori toccano i monti settentrionali della Germania. Più verso ponente dilatansi sotto varj nomi fra la Mosella e la Mosa. Ricche d'alberi e di frutici del pari che di buoni pascoli, aprono in oltre nel lor seno più riposto vaghissimi anfiteatri. I fiumi considerabili che ne derivano, vanno a metter foce in tre mari, nel {{Pt|Mediterraneo}}<noinclude><references/></noinclude>
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Su questa mano oltre a quel corso di alture che procede dall'alpi Elvetiche, incontrasi la diramazione de' Vogesi o Vosgi, i quali pigliano principio a' confini della Sciampagna, della Franca-Contea, e della Lorena: stendendosi dall'est all'ovest separano la Contea di Borgogna dalla Lorena, e questa dall'Alsazia piegando al nord, e correndo quasi paralleli al Reno. Allargandosi alquanto verso le frontiere del Palatinato, formano quel distretto montano, ch'è detto Hart. Prolungansi poi verso il Ducato di Due Ponti, si estendono nel paese di Treviri, e si uniscono alle montagne dell'Hundsruk, le quali per mezzo di varj bracci inferiori toccano i monti settentrionali della Germania. Più verso ponente dilatansi sotto varj nomi fra la Mosella e la Mosa. Ricche d'alberi e di frutici del pari che di buoni pascoli, aprono in oltre nel lor seno più riposto vaghissimi anfiteatri. I fiumi considerabili che ne derivano, vanno a metter foce in tre mari, nel {{Pt|Mediterraneo}}<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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{{Ct|f=90%|v=1|t=1|''Corso del Reno fino a Spira''.}}
{{no rientro}}{{xx-larger|I}}o avea già considerato, traversando le Alpi, una parte della triplice sorgente del Reno; e l'avea ammirato laddove verso Sciaffusa vien giù precipitandosi dall'alto in tutta la sua larghezza; caduta che io non lascerei di descrivere, dove potessi lusingarmi di pareggiare il vero, non che i molti che l'han già descritta. L'avea vagheggiato fatto e più tranquillo e più grande, allorchè divide signorilmente Basilea in due parti: coll'animo poi alquanto freddo l'avea accompagnato buon tratto, allorchè lasciando l'Elvezia, prende nelle pianure d'Alsazia un aspetto tristamente magnifico ed uniforme.
I maggiori cangiamenti ch'egli si faccia nella sua direzione fino a Spira, possono segnarsi sotto Basilea principalmente, dove da ponente si torce a settentrione, e incomincia indi a poi a formicolare d'isole; in oltre alquanto innanzi Brisach, e alquanto dopo Strasburgo, dove propende a levante. I suoi tributarj fino al termine summentovato contansi presso a cinquanta; e i principali sono la Tura, l'Aar, la Birsa, l'Elz, il Rinzing, l'Ill, la Sora, il Motter, la Murga.
Il celebre sig. Schatz ha osservato che le maggiori alterazioni di questo fiume avvengono verso il tempo degli equinozj: allora aumenta le sue acque, qua scopre isole, là ne ricopre, ne forma di nuove, {{Pt|varia}}<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|2||}}</noinclude>biano avuto finora sì scarso onore dai viaggiatori a perciocchè, tranne quello che ne scrive qua e là il sig. de Luc nel terzo e quarto volume delle sue lettere fisiche e morali sulla Storia della Terra e dell'Uomo, poche e brevi sono le descrizioni che ne leggiamo (a). E quantunque in quest' opera voi abbiate potuto pigliare idea delle più belle terre che questo fiume frammezza, nulladimeno io credo che non vi sarà affatto disutile la relazion mia per la diversa direzione che il sig. de Luc ed io abbia- mo tenuto di qui viaggiando. Aggiugnete che quest' uom soave questo dottissimo viaggiatore non è andato per le acque del Reno se non fra Coblenza e Magonza, laddove io ho navigato da Magonza fi- no a Colonia; aggiugnete che nelle sue narrazioni, nelle sue descrizioni campeggia assai spesso il pro- fondo naturalista; cosicchè alcuni che potrebbero volere istruirsi intorno al Reno, potrebbero non vo- lere internarsi ne' sistemi più spinosi, nè tinger- ' si (a) Tre anni dopo che io avea fatto e descritto il Imo Viaggio, e quando a saggio del medesimo io n'avea già pubblicato cinque Lettere, comparve il primo tomo di un' opera tedesca Reis auf dem Rhein, e nel 1791 ne usel il secondo tomo. Finalmente nello stesso anno 1791 sono stati pubblicati in Neuwied due volumetti in fran- cese Voyage sur le Rhin Io non dirò nulla di queste due opere: il giudizio che ne ha recato il Pubblico impar- ziale, mi ha incoraggito a dar fuori la mia.<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||3|}}</noinclude>{{pt|si|tingersi}} le mani, per dir così, di mineralogia e di metallurgia nell'esame delle più minute operazioni della natura e dell'arte.
Io ho cercato di narrare e di descrivere soprattutto per coloro che si piacciono di quelle campestri situazioni che ora muovono l'animo soavemente, ora l'agitano con forza e l'ingrandiscono: ho però aspirato talvolta a dar qualche cenno atto non già a soddisfare, ma a solleticare anzi vieppiù l'appetito de' naturalisti; e mi sono poi ricordato con piacere di servire ai geografi colà soprattutto dov'erano da notarsi e la progressione e l'andamento delle montagne e la separazione delle lor acque, donde sa ognuno qual copia e rilievo di conseguenze si possa trarre intorno ai limiti naturali de' popoli, e intorno alla ragione della temperatura e fertilità de' paesi. La qual cosa ho io potuto fare agevolmente, per avere corse e ricorse le terre adjacenti al Reno, dopo aver già navigato sopra le sue acque; e nel riordinar queste lettere ho avuto cura d'inserirvi il meglio di quanto venne da me osservato allorchè mi tornai indietro: nè questa sorta di anacronismo darà molestia ad alcuno.
Per coloro finalmente che fossero disposti a visitare questo paese e principalmente per voi, io mi sono proposto di fare ciò che farebbe alcuno, il quale conducendoci a vedere una galleria a se già ben nota, ne venisse tratto tratto dicendo: guarda; e mentovasse l'epoche, le scuole, gli autori. Nè io dispererei di piacere anche a quelli che non {{Pt|pen-}}<noinclude><references/></noinclude>
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Per coloro finalmente che fossero disposti a visitare questo paese e principalmente per voi, io mi sono proposto di fare ciò che farebbe alcuno, il quale conducendoci a vedere una galleria a se già ben nota, ne venisse tratto tratto dicendo: guarda; e mentovasse l'epoche, le scuole, gli autori. Nè io dispererei di piacere anche a quelli che non {{Pt|pen-}}<noinclude><references/></noinclude>
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Io ho cercato di narrare e di descrivere soprattutto per coloro che si piacciono di quelle campestri situazioni che ora muovono l'animo soavemente, ora l'agitano con forza e l'ingrandiscono: ho però aspirato talvolta a dar qualche cenno atto non già a soddisfare, ma a solleticare anzi vieppiù l'appetito de' naturalisti; e mi sono poi ricordato con piacere di servire ai geografi colà soprattutto dov'erano da notarsi e la progressione e l'andamento delle montagne e la separazione delle lor acque, donde sa ognuno qual copia e rilievo di conseguenze si possa trarre intorno ai limiti naturali de' popoli, e intorno alla ragione della temperatura e fertilità de' paesi. La qual cosa ho io potuto fare agevolmente, per avere corse e ricorse le terre adjacenti al Reno, dopo aver già navigato sopra le sue acque; e nel riordinar queste lettere ho avuto cura d'inserirvi il meglio di quanto venne da me osservato allorchè mi tornai indietro: nè questa sorta di anacronismo darà molestia ad alcuno.
Per coloro finalmente che fossero disposti a visitare questo paese e principalmente per voi, io mi sono proposto di fare ciò che farebbe alcuno, il quale conducendoci a vedere una galleria a se già ben nota, ne venisse tratto tratto dicendo: guarda; e mentovasse l'epoche, le scuole, gli autori. Nè io dispererei di piacere anche a quelli che non {{Pt|pen-}}<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|6||}}</noinclude>{{pt|raneo|Mediterraneo}}, nel Baltico, e in quello del Nord: i minori corrono al Reno la maggior parte.
A diritta sorgono per contro all'Hindsruk il Malchenberg, ossia Meliboco, è l'Odenwald fra Darmstat e il Palatinato al sud del Meno: nel quale intervallo è degna da considerarsi la configurazione che pigliano le terre da' fiumi Neker è Meno che vi serpeggiano. Fra le montagne Germaniche più elevate ha nome il Meliboco: e di vero scopresi a distanze grandissime: in distanze minori gli spazj selvosi de' dintorni ne accrescono mirabilmente la maestà. Al nord del Meno incomincia colla Selva Spessart una serie montana, donde scaturiscono e da un lato e dall'altro molti fiumi, fra i quali la Lana, e la Fulda. Parecchi de' medesimi non si fanno tributari del Reno; e son protetti ne' lor capricciosi deviamenti fra il nord e il sud da immensi baluardi di rocce. La stessa serie va a terminare nelle più alte montagne settentrionali della Germania, toccando perfino il Fichtelberg in Franconia, i monti della Selva Ercinia e quelli della Turingia; ed è pur anche dalla medesima che spiccasi Ja specie di tettoja frapposta tra il Weser e l'Elba fino al mare: maravigliose intrecciature e protendimenti. Le montagne che fiancheggiano il nostro fiume a diritta, sono propriamente diramazioni dello Spessart.
Pare che queste diramazioni distinguansi in generale pel pittoresco cupo e terribile ancor più che quelle le quali giacciono alla sinistra. Pare altresi che le {{Pt|ri-}}<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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A diritta sorgono per contro all'Hindsruk il Malchenberg, ossia Meliboco, è l'Odenwald fra Darmstat e il Palatinato al sud del Meno: nel quale intervallo è degna da considerarsi la configurazione che pigliano le terre da' fiumi Neker è Meno che vi serpeggiano. Fra le montagne Germaniche più elevate ha nome il Meliboco: e di vero scopresi a distanze grandissime: in distanze minori gli spazj selvosi de' dintorni ne accrescono mirabilmente la maestà. Al nord del Meno incomincia colla Selva Spessart una serie montana, donde scaturiscono e da un lato e dall'altro molti fiumi, fra i quali la Lana, e la Fulda. Parecchi de' medesimi non si fanno tributarj del Reno; e son protetti ne' lor capricciosi deviamenti fra il nord e il sud da immensi baluardi di rocce. La stessa serie va a terminare nelle più alte montagne settentrionali della Germania, toccando perfino il Fichtelberg in Franconia, i monti della Selva Ercinia e quelli della Turingia; ed è pur anche dalla medesima che spiccasi la specie di tettoja frapposta tra il Weser e l'Elba fino al mare: maravigliose intrecciature e protendimenti. Le montagne che fiancheggiano il nostro fiume a diritta, sono propriamente diramazioni dello Spessart.
Pare che queste diramazioni distinguansi in generale pel pittoresco cupo e terribile ancor più che quelle le quali giacciono alla sinistra. Pare altresi che le {{Pt|ri-}}<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|||7}}</noinclude>rivoluzioni fisiche si sieno quì aperto un campo più vario e più vasto: quindi le tante vestigie di crateri vulcanici, le tante e sì diverse acque minerali, le tante e sì diverse qualità di terreni; e vette e gole e fenditure e attorcimenti e angoli e ritagliature che danno sontuosamente nel romanzesco: le quali cose benchè non manchino al margine opposto, pur non vi s'incontrano così in grande: si direbbe in oltre che le rivoluzioni vantino qui una data molto più antica; comparendo il lavoro de' secoli altamente scolpito e ne' prospetti lontani e nel suolo che vi si calca.
Queste medesime diramazioni all'est vogliono ancora essere distinte da quelle dell'altra riva per la direzione loro generale, la quale sembra favorir meglio e la natura dell'aria e quella dell'acque de' dintorni. Così può divenire un non disutile oggetto di fisiche meditazioni lo scontrarsi che fanno alcune sinuosità delle braccia che si partono dallo Spessart con quelle che vorrebbero avvicinarsi al Reno dal Meliboco.
Le montagne che per lungo tratto accompagnano da presso il nostro fiume sì a destra che a sinistra, benchè ostentino qua e là una considerabile altezza, non son però tali da farsene paragone con quelle delle grandi catene donde procedono. Generalmente parlando tutte le diramazioni che appartengono al Reno, si vengono abbassando come se gli avvicinano, e sono montagne di second'ordine e colline; le une e le altre di terreni di varia natura. {{Pt|Non}}<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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Queste medesime diramazioni all'est vogliono ancora essere distinte da quelle dell'altra riva per la direzione loro generale, la quale sembra favorir meglio e la natura dell'aria e quella dell'acque de' dintorni. Così può divenire un non disutile oggetto di fisiche meditazioni lo scontrarsi che fanno alcune sinuosità delle braccia che si partono dallo Spessart con quelle che vorrebbero avvicinarsi al Reno dal Meliboco.
Le montagne che per lungo tratto accompagnano da presso il nostro fiume sì a destra che a sinistra, benchè ostentino qua e là una considerabile altezza, non son però tali da farsene paragone con quelle delle grandi catene donde procedono. Generalmente parlando tutte le diramazioni che appartengono al Reno, si vengono abbassando come se gli avvicinano, e sono montagne di second'ordine e colline; le une e le altre di terreni di varia natura. {{Pt|Non}}<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|8||}}</noinclude>
Non pare che alcun fiume dentro Europa nè fuori meni giù le sue acque fra rive, che pel pittoresco si agguaglino a queste. Alcuni scrittori della Gran Brettagna non dubitano di paragonare alle medesime quelle del lor fiume, che per mezzo a lunga e svariata catena di monti scende a perdersi presso Aberden. Noi però dubiteremo assaissimo non le montagne della Scozia settentrionale possano accogliere altro carattere che il terribile. Ma questo e l'ameno e il ridente si alternano nelle Renane; la sì nuova e moltiplice bellezza delle quali onde nasca, non è già facile a dire; e tuttavia io mi proverò a dirne alcuna cosa.
Si vuole che le figure tondeggianti e le linee curve procaccino maggior bellezza che non le angolose e le terminate da linee rette. Certo tondeggiano i più vaghi e aggraziati prodotti della natura, le conchiglie, i fiori, le foglie: nè si sdegni alcuno che io nomini queste gentilezze in proposito di montagne. In oltre l'aspetto di ondeggiamento anche negli oggetti immobili sveglia un'idea di moto: e mercè tale idea sorge nell'animo dello spettatore non so qual nuovo desiderio che lo appassiona amabilmente; e per cui ravvivansi e prolungansi di molto i piaceri della immaginazione. Ora le linee ondeggiano a meraviglia nelle rive Renane e ne' monti vicini; vi s'inseriscono copertamente una dentro l'altra; si aggruppano, si sciolgono, si attenuano, fuggono col più bel disordine. Quanto ai colori, i varj e cangianti più dilettano, come è notissimo; e {{Pt|più}}<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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Non pare che alcun fiume dentro Europa nè fuori meni giù le sue acque fra rive, che pel pittoresco si agguaglino a queste. Alcuni scrittori della Gran Brettagna non dubitano di paragonare alle medesime quelle del lor fiume, che per mezzo a lunga e svariata catena di monti scende a perdersi presso Aberden. Noi però dubiteremo assaissimo non le montagne della Scozia settentrionale possano accogliere altro carattere che il terribile. Ma questo e l'ameno e il ridente si alternano nelle Renane; la sì nuova e moltiplice bellezza delle quali onde nasca, non è già facile a dire; e tuttavia io mi proverò a dirne alcuna cosa.
Si vuole che le figure tondeggianti e le linee curve procaccino maggior bellezza che non le angolose e le terminate da linee rette. Certo tondeggiano i più vaghi e aggraziati prodotti della natura, le conchiglie, i fiori, le foglie: nè si sdegni alcuno che io nomini queste gentilezze in proposito di montagne. In oltre l'aspetto di ondeggiamento anche negli oggetti immobili sveglia un'idea di moto: e mercè tale idea sorge nell'animo dello spettatore non so qual nuovo desiderio che lo appassiona amabilmente; e per cui ravvivansi e prolungansi di molto i piaceri della immaginazione. Ora le linee ondeggiano a meraviglia nelle rive Renane e ne' monti vicini; vi s'inseriscono copertamente una dentro l'altra; si aggruppano, si sciolgono, si attenuano, fuggono col più bel disordine. Quanto ai colori, i varj e cangianti più dilettano, come è notissimo; e {{Pt|più}}<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|||9}}</noinclude>più diletta ancora una unione di colori che si confacciano tra loro, e sfumati il più delle volte: e tali in generale mi sono sembrati quelli di che si abbigliano queste rive: laddove macchie e fasce diverse senza gradazione alcuna hannomi in altri monti rappresentato solamente l'immagine del confuso, dell'ispido, del deforme. Tali per lo più si mostrano i monti della Savoja soprattutto a chi venga da Ginevra al Monsenì: giacchè per chi vada, i colori pur fan qualche giuoco; e traspare altresì alcuna ondeggiante mossa per contro alle gole e lungo i rialti: tanto le bellezze montane dipendono da minuti e varj elementi, e da non pensate combinazioni di più maniere.
Pur quelle forme e que' colori non produrrebbero così possente incantesimo; e del genere poi grande e terribile non ne produrrebbero quasi alcuno, senza quella disinvolta proporzione che quì hanno tra loro le pianure e l'eminenze, i gioghi e le falde, le parti lontane e le vicine; e senza un certo stringersi e un certo felice aggrupparsi di tutte le parti, onde una sola veduta abbraccia sì spesso e si facilmente ogni cosa. Finalmente ciò che la mano dell'uomo è venuta collocando in questi luoghi, le rocche, i vigneti, gli orti, i villaggi, tutto consuona col carattere quì impresso dalla natura; non tanto forse perchè l'uomo abbia posto cura di secondarla, quanto perchè l'abitudine del vedere non gli ha lasciato fare altrimenti.
Grandi ricchezze vegetabili ho io numerato assai {{Pt|vol-}}<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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Pur quelle forme e que' colori non produrrebbero così possente incantesimo; e del genere poi grande e terribile non ne produrrebbero quasi alcuno, senza quella disinvolta proporzione che quì hanno tra loro le pianure e l'eminenze, i gioghi e le falde, le parti lontane e le vicine; e senza un certo stringersi e un certo felice aggrupparsi di tutte le parti, onde una sola veduta abbraccia sì spesso e si facilmente ogni cosa. Finalmente ciò che la mano dell'uomo è venuta collocando in questi luoghi, le rocche, i vigneti, gli orti, i villaggi, tutto consuona col carattere quì impresso dalla natura; non tanto forse perchè l'uomo abbia posto cura di secondarla, quanto perchè l'abitudine del vedere non gli ha lasciato fare altrimenti.
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|10||}}</noinclude>volte lungo i più ripidi pendii e su pel dorso de' più ermi monti che fanno ala al Reno; e assai volte ho sclamato con {{AutoreCitato|Publio Virgilio Marone|Virgilio}}: <ref>''Nec minus interea foetu nemus omne gravescit &c'', Georg. lib. 2</ref>
<poem>''Piegan de' parti lor le selve istesse''
''Sotto l'incarco, ed i cespugli incolti'',
''De' canori augellin romita stanza'',
''Rosseggiano di coccole sanguigne''
. . . . . . . . . . . . .
''Bel veder di Citoro i verdi gioghi''
''Di bossolo ondeggianti, e d'atra pece''
''Ricchi i Naricj boschi; e bel vedere''
''Schivi di rastri e d'uman'opra i campi!''</poem>
La stessa natura però anche laddove ha profuso doni sì utili all'uomo e che nulla gli costano, ha voluto lasciare alcuna cosa a fare alla industria di lui: providissima anche in questo, perciocchè l'esercizio delle nostre forze qual parte non si piglia egli nel nostro benessere! L'insalubrità dell'acqua, a cagion d'esempio, così comune in molte parti delle alpi, non è rarissima nelle valli Renane più riposte: rispetto al quale inconveniente ho osservato con maraviglia non essere punto dissimili i Renani dagli Alpigiani, cioè infingardissimi e poco curanti. Se non che un parroco del Palatinato, col quale entrai a parlare di siffatta insalubrità, mi assicurò che qualsivoglia maligna influenza dell'acqua mal regge contro un {{Pt|bic-}}<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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<poem>''Piegan de' parti lor le selve istesse''
''Sotto l'incarco, ed i cespugli incolti'',
''De' canori augellin romita stanza'',
''Rosseggiano di coccole sanguigne''
. . . . . . . . . . . . .
''Bel veder di Citoro i verdi gioghi''
''Di bossolo ondeggianti, e d'atra pece''
''Ricchi i Naricj boschi; e bel vedere''
''Schivi di rastri e d'uman'opra i campi!''</poem>
La stessa natura però anche laddove ha profuso doni sì utili all'uomo e che nulla gli costano, ha voluto lasciare alcuna cosa a fare alla industria di lui: providissima anche in questo, perciocchè l'esercizio delle nostre forze qual parte non si piglia egli nel nostro benessere! L'insalubrità dell'acqua, a cagion d'esempio, così comune in molte parti delle alpi, non è rarissima nelle valli Renane più riposte: rispetto al quale inconveniente ho osservato con maraviglia non essere punto dissimili i Renani dagli Alpigiani, cioè infingardissimi e poco curanti. Se non che un parroco del Palatinato, col quale entrai a parlare di siffatta insalubrità, mi assicurò che qualsivoglia maligna influenza dell'acqua mal regge contro un {{Pt|bic-}}<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|||11}}</noinclude>bicchiere di vin di Reno. Nè già è stata questa la sola occasione, in cui ho potuto comprendere che tal liquore è quivi tenuto dal popolo in conto di panacea universale. Alla quale opinione dove aggiungasi il lucro molto ed agevole che di là si trae, sarà chiara in parte l'origine dello straordinario amore de' Renani per la coltura della vigna, e dell'amore altresì che portano al lor fiume; poichè credono in generale che dall'aria ch'esso mena giù, emanino le particelle spiritose, di che s'impregnano i grappoli.
Se questa coltura che va innanzi a tutto, sia la meglio accomodata al paese; se potesse questo essere più agiato e felice con minor numero di vigneti, non è da esaminare così di volo. Forse altre colline della Germania prive di tralci, ostentando il buon frutto di differente coltivazione, oseranno dire a' Renani quello delle {{TestoCitato|Georgiche|Georgiche}}:<ref>''Quid memorandum aeque Baccheia dona tulerunt? Bacchus et ad culpam causas dedit''. Lib. 2</ref> <poem>''Qual don Bacco mai feo che questi agguagli?''
''Cagion d'errar dié Bacco''.</poem>
Checchè sia di ciò, non si può non ravvisare la moltiplice utilità che ridonda da siffatta coltivazione: e chiunque si fosse quegli che la introdusse in queste contrade, procacciò maraviglioso sostentamento in luoghi anche aridi e alpestri alle generazioni future: {{Pt|per-}}<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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text/x-wiki
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Se questa coltura che va innanzi a tutto, sia la meglio accomodata al paese; se potesse questo essere più agiato e felice con minor numero di vigneti, non è da esaminare così di volo. Forse altre colline della Germania prive di tralci, ostentando il buon frutto di differente coltivazione, oseranno dire a' Renani quello delle {{TestoCitato|Georgiche|Georgiche}}:<ref>''Quid memorandum aeque Baccheia dona tulerunt? Bacchus et ad culpam causas dedit''. Lib. 2</ref> <poem>''Qual don Bacco mai feo che questi agguagli?''
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Checchè sia di ciò, non si può non ravvisare la moltiplice utilità che ridonda da siffatta coltivazione: e chiunque si fosse quegli che la introdusse in queste contrade, procacciò maraviglioso sostentamento in luoghi anche aridi e alpestri alle generazioni future: {{Pt|per-}}<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|12||}}</noinclude>perciocchè non solamente i colli morbidi e dolci, e le ritonde agevoli alture, ma le schiene aspre e ritagliate, e le stesse cime precipitose s'abbigliano quì di vigneti. Lo storico Alemanno Mascow attribuendo a {{AutoreCitato|Marco Valerio Probo|Probo}} le prime piantagioni di tralci in Germania, vuole che le vigne della Mosella e del Reno principalmente lo riguardino come un altro Bacco: del quale onore io non so quanto sarebbe stato contento quel disciplinatissimo imperatore. Ben meglio {{AutoreCitato|Sesto Aurelio Vittore|Aurelio Vittore}} lo paragona ad {{AutoreCitato|Annibale|Annibale}}, che facendo piantar in Africa i primi ulivi, diè a' suoi soldati i mezzi di fuggir l'ozio durante la pace, e di procacciarsi alcun guadagno.
I terreni adjacenti a questo fiume dall'Alsazia alta fino alle vicinanze di Colonia contribuiscono vini che van sotto nome di Reno, di Mosella, e di Nae. Il primo vince meritamente gli altri due in fama ed in prezzo. Benchè poi i colli di Worms, di Magonza, e del Palatinato producano eecellente vino, tuttavia le vendemmie più preziose si fanno in quel tratto di paese che da Magonza prolungasi alquante miglia oltre Bingen alla diritta del fiume, e vien detto Rhingau.
I più pregiati fra i varj vini Renani sono quelli di Asmanshausen, di Rudesheim, di Markerbrunner, di Hadenheim, di Joannisberg, di Laudenheim, di Bodenheim, di Hauptberg, di Rodtland. Ve n'hanno di polputi e gagliardi, di vivi e spiritosi; ve n'han di leggieri. Alcuni non lasciano di esser asprissimi e mal sani, se non dopo il riposo di molti {{Pt|an-}}<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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I terreni adjacenti a questo fiume dall'Alsazia alta fino alle vicinanze di Colonia contribuiscono vini che van sotto nome di Reno, di Mosella, e di Nae. Il primo vince meritamente gli altri due in fama ed in prezzo. Benchè poi i colli di Worms, di Magonza, e del Palatinato producano eecellente vino, tuttavia le vendemmie più preziose si fanno in quel tratto di paese che da Magonza prolungasi alquante miglia oltre Bingen alla diritta del fiume, e vien detto Rhingau.
I più pregiati fra i varj vini Renani sono quelli di Asmanshausen, di Rudesheim, di Markerbrunner, di Hadenheim, di Joannisberg, di Laudenheim, di Bodenheim, di Hauptberg, di Rodtland. Ve n'hanno di polputi e gagliardi, di vivi e spiritosi; ve n'han di leggieri. Alcuni non lasciano di esser asprissimi e mal sani, se non dopo il riposo di molti {{Pt|an-}}<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|||13}}</noinclude>anni: ed è chi ciò ripete dal troppo recente concime, di che sono state soccorse le terre. Que' vigneti che si stendono a mezza costa e da settentrione a mezzogiorno, sono i più rigogliosi. V'hanno nel Rhingau assai diverse specie di viti; nè da per tutto si vendemmia e si fa il vino ad un modo. Il miglior segno della legittimità di cotesto vino è che formi in mezzo al bicchiere in cui è versato, una leggera schiuma, la quale screpolando in picciole bolle, prestamente sparisce. Non è raro bere del Reno che vanzi quaranta e cinquant'anni di vita: e si parla altresì di quello che compie il secolo.
È fama che i tralci Renani sieno stati trasportati al Capo di Buona Speranza, e che quelli del Leatico provengano dal Capo per opera di un negoziante Fiorentino, il quale sul finire del passato secolo volle con sì gran giro tradurre di tedesco in toscano. A coloro che han desiderato novellamente d'introdurre il Leatico ne' colli del Reno, non sarà discaro di risapere questa strana genealogia, la quale io nè adotto, nè rifiuto.
Non mancano finalmente a queste montagne prodotti minerali di più specie; e quelle del Palatinato forse più delle altre abbondano di metalli. D'acque minerali vi è gran copia; e alcune sì celebri e ricercate, che traggonsi dalle medesime non così tenui proventi: l'Elettore di Treviri incassa lor mercè più di cento mila fiorini l'anno. Alcuna di queste acque ha la gloria di fare il viaggio delle Indie. Varj utilissimi materiali ancora si pigliano di quì per le fabbriche;<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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È fama che i tralci Renani sieno stati trasportati al Capo di Buona Speranza, e che quelli del Leatico provengano dal Capo per opera di un negoziante Fiorentino, il quale sul finire del passato secolo volle con sì gran giro tradurre di tedesco in toscano. A coloro che han desiderato novellamente d'introdurre il Leatico ne' colli del Reno, non sarà discaro di risapere questa strana genealogia, la quale io nè adotto, nè rifiuto.
Non mancano finalmente a queste montagne prodotti minerali di più specie; e quelle del Palatinato forse più delle altre abbondano di metalli. D'acque minerali vi è gran copia; e alcune sì celebri e ricercate, che traggonsi dalle medesime non così tenui proventi: l'Elettore di Treviri incassa lor mercè più di cento mila fiorini l'anno. Alcuna di queste acque ha la gloria di fare il viaggio delle Indie. Varj utilissimi materiali ancora si pigliano di quì per le fabbriche;<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|14||}}</noinclude>i vulcanici soprattutto, de' quali diremo partitamente a suo luogo.
Tali in generale sono le montagne che appartengono al Reno, di quali occhi, di qual penna, di qual pennello non degne! Ho già mentovato il picciolo onore che hanno lor fatto i moderni: ora che dir degli antichi? Io non presi tante volte {{AutoreCitato|Publio Cornelio Tacito|Tacito}} in mano, che non provassi alcunchè di rammarico nel vedere come egli che d'ogni cosa dà que' suoi nuovi maestrevoli tocchi, egli che non lasciò finanche di prender di mira con un sottil dubbio le ricchezze chiuse nelle viscere di questi monti<ref>{{TestoCitato|La Germania|''De Moribus German}}. 5''.</ref> ; egli, dico, non faccia pur cenno del singolare andamento e della configurazione de' monti medesimi, se non in grazia di coloro che amano il natural pittoresco, almeno ad appagar quelli che sanno appoggiare sopra siffatte basi le utili considerazioni fisiche. Certamente il cambiamento avvenuto nel clima ha recato parecchi differenze nella qualità e quantità de' vegetabili; le tante rocche e città e villaggi fabbricati in appresso, ne han recato qualche altra ne' prospetti: ma che perciò? assai parte di quelle prerogative in che ho accennato doversi principalmente riporre il bello de' monti Renani, potea ella a' tempi di Tacito non essere a un di presso quella ch'è oggi? Fa quasi vergogna ai Romani che non siasi tra loro fatta menzione di quanto natura ha elettamente {{Pt|prodi-}}<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|||15}}</noinclude>{{pt|digalizzato|prodigalizzato}} per queste montagne, se non sì gran tempo dopo ch'eglino vi aveano posto piede: e questa meuzione si riduce a un verso di un mediocre poeta straniero, inserito nelle lodi di un tributario del Reno<ref>''V. l'idilio d'{{AutoreCitato|Decimo Magno Ausonio|Ausonio}} sopra la Mosella.''</ref>. I Greci, tutt'occhi per siffatta spezie di oggetti, non avrebbero lasciato di rilevare quelli che fanno sì belle è sì pellegrine queste rive, tra le quali le Favole hanno, non si sa il perchè, condotto Ulisse<ref>''{{TestoCitato|La Germania|De Moribus German.}} 3''</ref>.; dove potevano fare assai miglior giuoco, conducendovi in vece di un politico, naturalisti e pittori.<noinclude>{{PieDiPagina|||LETT. III.}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|357}}</noinclude>
Ne’ 26. continuò il nemico i suoi lavori, per battere in breccia, bombardando giorno, e notte; e vedendo il poco effetto delle due Batterie, che tiravano al Convento di S. Eulalia, cessò di tirare. Ne’ 27. avanzò i suoi lavori sino ad un picciolo ridotto, chiamato il Forte di Palm; e cominciò questa mattina a tirare da una nuova Batteria di quattro cannoni, alla quale si rispose dal Castello sì fortemente, che a mezzo dì cessò di tirare. Ne’ 28. il nemico fè giucare una sola Batteria; però bombardò giorno, e notte. Nella medesima entrarono due contadini con lettere del Milord Gallovay per il Comandante. Continuò ne’ 29. il nemico a battere in breccia, et aprì una nuova Batteria di due pezzi vicino la Porta Maddalena, bombardando continuamente. Oggi morì il Capitan de focilieri Kuck di una caduta.
Ne’ 30. continuarono gli assedianti a battere, ed avendo raccomodato la Batteria di 4. pezzi, cominciarono a tirare, e spingere i lor lavori sino alla linea della Piazza, al di sotto la muraglia; che si abbandonò per mancanza d’uomini. Bombardò incessantemente l’istesso giorno, e fè gran fuoco ne’ 31. anche con<noinclude>{{PieDiPagina||Z 3|una{{spazi|5}}}}</noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|358|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>una nuova batteria di 5. pezzi, e non lasciò di tirar bombe.
Il primo di Novembre da tutte le sue Batterie fè gran fuoco notte, e giorno il nemico col cannone, e mortari; et attaccò il Minatore ad un’opera distaccata del Castello: ma a forza di granate, e polvere, che si gittarono da questo, lo disloggiarono, e si brugiò una gran parte della sua Galleria, uccidendo 2. Minatori. Un Capitano de’ focilieri, chiamato Cochlam ebbe una mano fracassata da una granata, che gli crepò in mano, mentre la gittò dall’alto della breccia. Il Capitan del Reggimento di Leffdahl Olandese, chiamato Perseval fu ucciso da un’archibugiata sopra la breccia. Si scoprirono dal Castello vicino detto 4. Pilar, 14. Squadroni di Cavalleria, mentre faceva il nemico movimento nel suo Campo. Tirò ne’ 2. con vigore, e bombardò ancora, facendo entrare molto bagaglio in Città: ruppe il suo Ponte sopra il Segre, brugiò il trincieramento, che avea fatto alla testa del medesimo.
Ne’ 3. tirò poche bombe, ma continuò a battere in breccia. Per la gran nebbia, ne’ 4. le Batterie non poterono tirare prima di mezzo giorno, però gittò po-<noinclude>{{PieDiPagina|||che{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|359}}</noinclude>che bombe, ma a’ 5. avanzò i suoi lavori sulla sua destra sino alle mura della Città, tirando, e bombardando di continuo: si fè però sloggiare il Minatore un’altra volta. Continuò ne’ 6. i suoi lavori, battendo in breccia, e bombardando con perfezzionare una nuova Batteria di 4. pezzi. Il Comandante della Piazza fece metter fuoco alla trinciera del nemico, il quale continuò ne’ 7. l’istesso da tutte le sue Batterie. Nell’ottavo per nebbia non principiò a tirare sino alle ore 18. bombardò però tutta la notte. Il Principe fece mettere fuoco alla Galleria del Minatore; e dopo mandò un Corriero al Milord Gallovay al Campo. Oggi morì il Capitan Cochlam della sua ferita, essendo stato di bisogno tagliargli la mano. Cadde una bomba nell’abitazione del Principe.
Ne’ 9. si continuò dal nemico a cannonare, e bombardare, e si tenne un Consiglio di Guerra in casa del Principe. Dal {{Wl|Q3001622|Forte Garden}} si videro fare 3. scariche di moschetteria la sera. Non cessò il nemico di cannonare ne’ 10. però non gittò tante bombe, come i giorni passati. Questa mattina il Comandante della Piazza fece gittare una bomba piena di<noinclude>{{PieDiPagina||Z 4|sab-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Ne’ 9. si continuò dal nemico a cannonare, e bombardare, e si tenne un Consiglio di Guerra in casa del Principe. Dal {{Wl|Q3001622|Forte Garden}} si videro fare 3. scariche di moschetteria la sera. Non cessò il nemico di cannonare ne’ 10. però non gittò tante bombe, come i giorni passati. Questa mattina il Comandante della Piazza fece gittare una bomba piena di<noinclude>{{PieDiPagina||Z 4|sab-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|360|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>sabbia, con una lettera per il Governadore del Forte Garden, che fece cadere al piede della Montagna del medesimo Forte: per la quale voleva informarsi dal Governadore, che significavano l’allegrie del giorno antecedente; che se vi era speranza di soccorso, facesse altrettanti signali con fumate di polvere; al che rispose con diece segnali; ma si seppe in appresso, ch’erano false. Continuò negli 11. il nemico a battere, e bombardare.
Il Maggior Generale Inghilese Wills, et i Capi Inghilesi, et Olandesi, avendo domandato al Principe un Consiglio di Guerra, s’unirono dopo mezzo giorno in casa del medesimo; al quale dimostrarono, che le breccie erano impratticabili, la guarnigione debolissima, e che ’l Castello non potea sostenere un’assalto generale: il perchè essi erano di parere di rendere tutti e due i Castelli con onorevoli Capitolazioni. Al che il Principe non volendo consentire, si separarono disgustati: et essendo poi dentro la sua camera il General Wills mandò un Tamburo sopra la breccia a toccare la chiamata, senza l’ordine del Principe Comandante della Piazza, e di subito<noinclude>{{PieDiPagina|||ces-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni
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Spinoziano (BEIC)
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Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]]
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text/x-wiki
{{Qualità|avz=25%|data=26 agosto 2026}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = Aurelio de' Giorgi Bertola
| Nome e cognome del curatore =
| Titolo = Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni
| Anno di pubblicazione = 1795
| Lingua originale del testo = italiano
| Nome e cognome del traduttore =
| Anno di traduzione =
| Progetto = Letteratura
| Argomento = Diari di viaggio
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Bertola de' Giorgi, Aurelio - Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni, 1795 - BEIC IE3406618.djvu
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<pages index="Bertola de' Giorgi, Aurelio - Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni, 1795 - BEIC IE3406618.djvu" from="9" to="9" />
==Indice==
* {{testo|/Alla nobil donna la signora marchesa Orintia Sacrati nata marchesa Romagnoli}}
* {{testo|/A chi legge}}
* {{testo|/Lettera I.}}
* {{testo|/Lettera II. Idea generale delle Montagne del Reno.}}
* {{testo|/Lettera III. Corso del Reno fino a Spira.}}
* {{testo|/Lettera IV. Contorni del Reno. Monti di Spira.}}
* {{testo|/Lettera V. Contorni del Reno. Heidelberga.}}
* {{testo|/Lettera VI. Contorni del Reno. Il Bergstras.}}
* {{testo|/Lettera VII. Rive del Reno. Da Manheim a Magonza.}}
* {{testo|/Lettera VIII. Controni del Reno fra Magonza e Francoforte. Rive del Reno: Magonza.}}
* {{testo|/Lettera IX. Rive del Reno. Da Magonza a Eubingen.}}
* {{testo|/Lettera X. Rive del Reno. Da Eubingen a Bingen.}}
* {{testo|/Lettera XI. Rive, Contorni e Appartenenze del Reno. Bingen. Il fiume Nae.}}
* {{testo|/Lettera XII. Rive del Reno. Da Bingen a Asmanshausen.}}
* {{testo|/Lettera XIII. Rive del Reno. Da Asmanshausen a Lorrich.}}
* {{testo|/Lettera XIV. Rive del Reno. Da Lorrich a Caub.}}
* {{testo|/Lettera XV. Rive del Reno. Da Caub a Oberwesel e ai Monti dell'Eco.}}
* {{testo|/Lettera XVI. Rive del Reno. Incontro di Pescatori.}}
* {{testo|/Lettera XVII. Rive del Reno. San Goar.}}
* {{testo|/Lettera XVIII. Osservazioni sopra le Carte rappresentanti il Corso del Reno.}}
* {{testo|/Lettera XIX. Rive del Reno. Temporale a San Goar.}}
* {{testo|/Lettera XX. Contorni del Reno. Campagna di San Goar.}}
* {{testo|/Lettera XXI. Contorni del Reno. Ritiro di un vecchio Uffiziale.}}
* {{testo|/Lettera XXII. Rive del Reno. Da San Goar a Kester.}}
* {{testo|/Lettera XXIII. Rive del Reno. Da Kester a Poppard.}}
* {{testo|/Lettera XXIV. Rive del Reno. Osservazioni sopra le Rive di Poppard.}}
* {{testo|/Lettera XXV. Rive del Reno. Da Poppard a Braubach.}}
* {{testo|/Lettera XXVI. Rive del Reno. Da Braubach a Oberlahnstein.}}
* {{testo|/Lettera XXVII. Rive, Contorni e Appartenenze del Reno. Il Fiume Lana. Osservazioni sopra gl'Influenti.}}
* {{testo|/Lettera XXVIII. Rive del Reno. Da Oberlahnstein a Coblenza}}
* {{testo|/Lettera XXIX. Rive, Contorni, Appartenenze del Reno. Coblenza. La Mosella}}
* {{testo|/Lettera XXX. Rive e Contorni del Reno. Osservazioni sopra gli Abitanti}}
* {{testo|/Lettera XXXI. Rive del Reno. Da Coblenza a Neuwied}}
* {{testo|/Lettera XXXII. Rive del Reno. Neuwied}}
* {{testo|/Lettera XXXIII. Rive del Reno. Da Neuwied a Andernach}}
* {{testo|/Lettera XXXIV. Rive e Contorni del Reno. Andernach. Monumenti vulcanici del suo territorio.}}
* {{testo|/Lettera XXXV. Rive del Reno. Da Andernach a Namedy.}}
* {{testo|/Lettera XXXVI. Rive del Reno. Zatteroni di Namedy.}}
* {{testo|/Lettera XXXVII. Rive del Reno. Da Namedy a Linz.}}
* {{testo|/Lettera XXXVIII. Rive e Contorni del Reno. Linz. Il fiume Ahr. Sinzig.}}
* {{testo|/Lettera XXXIX. Rive del Reno. Da Linz a Oberwinter.}}
* {{testo|/Lettera XL.Rive del Reno. Oberwinter.}}
* {{testo|/Lettera XLI. Rive del Reno. Monte di Basalti rimpetto a Uakel.}}
* {{testo|/Lettera XLII. Rive del Reno. Le Sette Montagne.}}
* {{testo|/Lettera XLXIII. Rive del reno. Konigswinter. Differenti prospetti delle Sette Montagne.}}
* {{testo|/Lettera XLIV. Rive del Reno. Bonna e sue Vicinanze.}}
* {{testo|/Lettera XLV. Rive del Reno. Da Bonna a Colonia.}}
* {{testo|/Lettera XLVI. Rive e Contorni del Reno. Da Colonia a Dusseldorf.}}
* {{testo|/Indice delle lettere}}
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2026-08-27T08:41:52Z
Spinoziano
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fix link
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wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=25%|data=26 agosto 2026}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = Aurelio Bertola de' Giorgi
| Nome e cognome del curatore =
| Titolo = Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni
| Anno di pubblicazione = 1795
| Lingua originale del testo = italiano
| Nome e cognome del traduttore =
| Anno di traduzione =
| Progetto = Letteratura
| Argomento = Diari di viaggio
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Bertola de' Giorgi, Aurelio - Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni, 1795 - BEIC IE3406618.djvu
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<pages index="Bertola de' Giorgi, Aurelio - Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni, 1795 - BEIC IE3406618.djvu" from="9" to="9" />
==Indice==
* {{testo|/Alla nobil donna la signora marchesa Orintia Sacrati nata marchesa Romagnoli}}
* {{testo|/A chi legge}}
* {{testo|/Lettera I.}}
* {{testo|/Lettera II. Idea generale delle Montagne del Reno.}}
* {{testo|/Lettera III. Corso del Reno fino a Spira.}}
* {{testo|/Lettera IV. Contorni del Reno. Monti di Spira.}}
* {{testo|/Lettera V. Contorni del Reno. Heidelberga.}}
* {{testo|/Lettera VI. Contorni del Reno. Il Bergstras.}}
* {{testo|/Lettera VII. Rive del Reno. Da Manheim a Magonza.}}
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* {{testo|/Lettera X. Rive del Reno. Da Eubingen a Bingen.}}
* {{testo|/Lettera XI. Rive, Contorni e Appartenenze del Reno. Bingen. Il fiume Nae.}}
* {{testo|/Lettera XII. Rive del Reno. Da Bingen a Asmanshausen.}}
* {{testo|/Lettera XIII. Rive del Reno. Da Asmanshausen a Lorrich.}}
* {{testo|/Lettera XIV. Rive del Reno. Da Lorrich a Caub.}}
* {{testo|/Lettera XV. Rive del Reno. Da Caub a Oberwesel e ai Monti dell'Eco.}}
* {{testo|/Lettera XVI. Rive del Reno. Incontro di Pescatori.}}
* {{testo|/Lettera XVII. Rive del Reno. San Goar.}}
* {{testo|/Lettera XVIII. Osservazioni sopra le Carte rappresentanti il Corso del Reno.}}
* {{testo|/Lettera XIX. Rive del Reno. Temporale a San Goar.}}
* {{testo|/Lettera XX. Contorni del Reno. Campagna di San Goar.}}
* {{testo|/Lettera XXI. Contorni del Reno. Ritiro di un vecchio Uffiziale.}}
* {{testo|/Lettera XXII. Rive del Reno. Da San Goar a Kester.}}
* {{testo|/Lettera XXIII. Rive del Reno. Da Kester a Poppard.}}
* {{testo|/Lettera XXIV. Rive del Reno. Osservazioni sopra le Rive di Poppard.}}
* {{testo|/Lettera XXV. Rive del Reno. Da Poppard a Braubach.}}
* {{testo|/Lettera XXVI. Rive del Reno. Da Braubach a Oberlahnstein.}}
* {{testo|/Lettera XXVII. Rive, Contorni e Appartenenze del Reno. Il Fiume Lana. Osservazioni sopra gl'Influenti.}}
* {{testo|/Lettera XXVIII. Rive del Reno. Da Oberlahnstein a Coblenza}}
* {{testo|/Lettera XXIX. Rive, Contorni, Appartenenze del Reno. Coblenza. La Mosella}}
* {{testo|/Lettera XXX. Rive e Contorni del Reno. Osservazioni sopra gli Abitanti}}
* {{testo|/Lettera XXXI. Rive del Reno. Da Coblenza a Neuwied}}
* {{testo|/Lettera XXXII. Rive del Reno. Neuwied}}
* {{testo|/Lettera XXXIII. Rive del Reno. Da Neuwied a Andernach}}
* {{testo|/Lettera XXXIV. Rive e Contorni del Reno. Andernach. Monumenti vulcanici del suo territorio.}}
* {{testo|/Lettera XXXV. Rive del Reno. Da Andernach a Namedy.}}
* {{testo|/Lettera XXXVI. Rive del Reno. Zatteroni di Namedy.}}
* {{testo|/Lettera XXXVII. Rive del Reno. Da Namedy a Linz.}}
* {{testo|/Lettera XXXVIII. Rive e Contorni del Reno. Linz. Il fiume Ahr. Sinzig.}}
* {{testo|/Lettera XXXIX. Rive del Reno. Da Linz a Oberwinter.}}
* {{testo|/Lettera XL.Rive del Reno. Oberwinter.}}
* {{testo|/Lettera XLI. Rive del Reno. Monte di Basalti rimpetto a Uakel.}}
* {{testo|/Lettera XLII. Rive del Reno. Le Sette Montagne.}}
* {{testo|/Lettera XLXIII. Rive del reno. Konigswinter. Differenti prospetti delle Sette Montagne.}}
* {{testo|/Lettera XLIV. Rive del Reno. Bonna e sue Vicinanze.}}
* {{testo|/Lettera XLV. Rive del Reno. Da Bonna a Colonia.}}
* {{testo|/Lettera XLVI. Rive e Contorni del Reno. Da Colonia a Dusseldorf.}}
* {{testo|/Indice delle lettere}}
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|361}}</noinclude>cessarono l’ostilità, mandandosi gli ostaggi dall’una, e dall’altra parte; da quella degli assediati fu il Maggior della marina Wacket, et il Luogotenente Colonnello del Conte di Noyelles Kin, e dalla parte de’ nemici entrarono il Cavalier Tessè, e Monsieur de la Motte, Maggior del Reggimento della Corona. Ne’ 12. il nemico prese possesso della prima Barriera, o Steccato del Castello. Il Duca di Bervvik venne sino alla medesima, e parlò col Comandante, e fù mandato l’Ajutante Generale del Signor Principe al Campo nemico, per complimentare in nome del medesimo il Signor Duca d’Orleans.
Tutto il giorno de’ 13. fù impiegato a mettere la Guarnigione in ordine per marchiare, e ne’ 14 essendo pronta verso mezzo di il Sig. Principe si pose in marchia alla testa della Guarnigione, cominciò a sfilare per la breccia, tamburo battente, stendardi spiegati; e passò a traverso della Città, dove l’attendeva il Duca di Orleans, e ’l Duca di Bervvik con tutti i Generali, co i quali si trattenne fin tantoche passò tutta la Guarnigione portando quattro pezzi di cannoni, due di 12., e due di 6., e della polvere,<noinclude>{{PieDiPagina|||e pal-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|362|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>palle per sei colpi per ogni cannone, colle mule necessarie per tirargli. Essendo già sera, prese licenza, e si pose in marchia tutta la notte, venendo ad un Villaggio, chiamato {{Wl|Q1769576|Juneda}} 4. leghe distante da Lerida, tenendo una scorta di 200. Cavalli nemici. Ne’ 15. marchiò il Presidio, et arrivò in {{Wl|Q372836|Erbecca}}, donde il Principe rimandò la scorta Francese al suo Campo. Ne’ 17. si continuò la marchia dalla Guarnigione per Terrasse, nel cui cammino s’incontrò il Milord Gallovay, et il Sig. Wifeld, che vennero a ricevere il Sig. Principe; il quale passò con loro al Quartiere generale di {{Wl|Q126596613|Vimbudò}}, e la guarnigione restò a Terrasse. Di quì venne poi ad unirsi all’Armata, il Principe restò al Campo sei giorni, però ne’ 23. lasciò l’Armata per venire in Barcellona; dove giunse a’ 26. e così terminò la Campagna, e le Truppe si ritirarono ne’ loro Quartieri d’inverno. Il Castello di Lerida non ha, che 18. passi di lunghezza, ed altrettanti di larghezza. In tutto l’assedio il nemico gittò 4892. bombe.<noinclude>{{PieDiPagina|||''Vo''-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|363}}</noinclude>{{Ct|t=1|v=1.2|''Nomi di Reggimenti, ch’erano dentro la</br>Piazza di Lerida di guarnigione,</br>mentre fù asse-</br>diata.''}}
{{Capolettera|L}}E Marine Inghilesi, comandate dal Maggior General Charl Wills.
Il Reggimento Reale de’ focilieri d’Inghilterra, comandato dal Brigadiero Widders, del quale era Colonnello il Milord Tyroli.
Il Reggimento diMarina Olandese, del quale era Colonnello il Baron Lefdahl.
Un Reggimento Olandese, comandato dal Luogotenente Colonnello Kin, del quale era Colonnello il Conte di Noyelles.
Un Reggimento di Portoghesi, comandato dal Colonnello D. Paolo Gaetano di Alburquerque.
Una parte del Reggimento delle Milizie di D. Manuel Desval Catalano.<noinclude>{{PieDiPagina|||''Pro-''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni/Alla nobil donna la signora marchesa Orintia Sacrati nata marchesa Romagnoli
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|364|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>{{Indentatura|1em}}''Protesta, che si fece dal Signor Principe Errigo d’Armestat nell’ultimo Consiglio di Guerra, che si tenne dentro la Sua Camera in presenza di tutt’i Capi de’ Reggimenti della Guarnigione di Lerida; due ore avanti, cbe essi facessero toccare la chiamata.''</div>
{{Capolettera|T}}Occanti alle misure, che noi dobbiamo prendere dentro le circostanze, dove noi siamo, mi pare, che primamente noi dobbiamo considerare le conseguenze, che, perdendo questa Piazza, così per il Re, come per il Milord Gallovay, ne sieguono: portando con se la perdita di tutta la Causa comune, e così di tutte le Piazze, che restano al Re da impugnare. Per conseguenza noi dobbiam mantenerla sin all’ultimo punto, et aspettare più tosto un’assalto, sin tanto, che noi siamo avvisati dal Milord, ch’egli non è in istato di poterci soccorrere. Il quale al contrario ci assicura dentro tutte le sue lettere di soccorrer la Piazza, ond’io desidero di attendere l’ultima estremità, e fare una difesa vigorosa, a cagion, che un giorno di più può portare una gran congiuntura. Sopra tutto dandoci par-<noinclude>{{PieDiPagina|||te,{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|365}}</noinclude>te, che tutti gl’impedimenti, ch’egli avea prima, erano levati intieramente; di maniera che noi possiamo alla giornata aspettarlo. Sopra tutto dopo che noi abbiamo veduti i 3. segnali dietro la Montagna di 4. Pilieri, ciò che può significare 3. giorni per l’arrivo del Milord Gallovay: oltrachè l’avviso del Governadore di Garden, ch’il soccorso d’Italia era disimbarcato in Barcellona, fa credere, che ad ogni ora potrà venire, perche sono 11. giorni, che disimbarcò.
Per la relazione degl’Ingegnieri, che noi ebbimo avanti jeri, sappiamo, che le breccie non sono pratticabili; jeri però i nemici non tirarono in tutto il giorno alla breccia dalla parte del Colonnello ma solamente in alto a’ lati, dove non si potrà montare sin tanto, che non vi sia miglior breccia. Per quel che tocca alla breccia del Maschio, io l’ho fatta sperimentare la notte passata per un Sorgente della Guardia del Castello, se vi era modo di montarla; e riferì trovarla intieramente pratticabile, e che solamente vi erano tre passi per montare dentro una sabbia mobile; essendo il resto sì dritto, ed un terreno sì duro, che non si può passare avanti: di maniera che tutte le sue brec-<noinclude>{{PieDiPagina|||cie{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|366|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>cie richiedono qualche giorno di più, prima che possano essere in istato. I minatori assicurano, non ostante, che i nemici travaglino a due mine, nessuna esser compita; la prima essendo stata impedita di continuo, brugiando, e rovinado allo spesso le loro Gallerie; e la seconda essendo vicino d’una Rocca dura, ch’i nostri minatori poterono subito sentire, e darci parte quando i nemici la caricarono.
Per quello tocca la guarnigione, è molto vero, che sin dal principio ella non fu di tal forza, qual richiede la Piazza, qual non può essere ne meno oggi. Mà noi abbiamo osservato con tutto questo, che i nemici non si sono approfittati, nè avanzato la loro impresa, come potevano; al contrario si sono avanzati con molta precauzione con zappe, e mine per risparmiare la loro gente in luoghi, dove non vi era di bisogna: ciò che ne fa giudicare, che loro non l’arrischieranno ad un’assalto generale, contra una guarnigione, ch’è risoluta d’aspettargli, dentro un terreno, dove i nemici non potranno opporsi con una fronte più grande. Di modo che continuando sempre le medesime disposizioni, che or abbiamo fatte<noinclude>{{PieDiPagina|||pri-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni/A chi legge
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Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni/Lettera I.
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|367}}</noinclude>prima, per la speranza d’avere il soccorso tra qualche altro poco di tempo; ne pare, che su questa considerazione ogni persona deve ostinarsi (benche soffra qualche incommodità) non già sul domandare una Capitolazione, la quale sia pur quanto onorevole ella possa essere, sarà sempre una stiratura per gli Francesi; delle cui procedute abbiamo avuto assai prove in differenti occasioni. Cosi che questo è mio parere, di non parlare ancor di Capitolazione; e se questo deve esser determinato per il numero de’ voti, io protesto contro tutte le procedute, che io trovo essere contra l’interesse del Re, e della Causa comune; sopratutto in un tempo sì brieve, nel quale questa Piazza può esser mantenuta solamenta guadagnando i momenti. Lerida 11. Dicembre 1707.
{{Ct|t=1|''Herry Principe di Harmst.''}}
Dopo più dispute, e più istanze fatte al Principe dagli Ufficiali della Guarnigione, ed Ufficiali sì impegnati, il Maggior General Wills diede questo riverso al Principe, non essendovi più rimedio al male.<noinclude>{{PieDiPagina|||Io{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|368|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>
{{Capolettera|I}}O certifico, che tutte le procedute della Capitolazione di Lerida, si sono fatte per l’autorità del Consiglio di Guerra contra l’opinione del Principe. Ma essendo venuta tanto avanti la cosa, come dare gli ostaggi; ed i nemici avendo accordato tutte le domande, ch’io avea proposto col sudetto Consiglio per Capitolazione; il Principe non voleva fermarla a cagion ch’era contraria al suo parere. Ma il Duca di Orleans avendo offerto di porre la sua mano in caso, che il Principe voleva fare altrettanto (quel che sarebbe la sola sicurezza per farla osservare) per tanto in considerazione di questo, e per mostrare la grande inclinazione, che il Principe ha per la conservazione delle Truppe della Reina, e degli Stati: particolarmente per la sicurezza de’ poveri feriti, et insermi, che bisognerà lasciargli dietro; et anco per la conservazione di tanti poveri cittadini, contadini di fuori, ed Ecclesiastici, che vi sono nel Castello; egli ferma questa Capitolazione, a tal considerazione: benche sia contra la sua opinione, ch’il Castello di Lerida debba esser reso sì presto.
{{Ct|t=1|v=1|''Charl Wills.''}}<noinclude>{{PieDiPagina|||CAP.{{spazi|5}}}}</noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|369}}</noinclude>{{Ct|t=1|v=1.6|w=0.5em|f=110%|{{Type|l=0.8em|CA}}P. {{Ec|IV.|V.}}}}
{{Ct|v=1.5|''Contiene la Campagna del 1708.''}}
{{Capolettera|P}}Artì il Gennaro 1708. da Barcellona per il suo Quartiere di {{Wl|Q15088|Terracona}}; e nel medemo mese giunse la fragata Milford, comandata dal Capitan {{Wl|Q332603|Stenoph}}, e portò l’avviso della partenza della Flotta, che imbarcò le Truppe in Italia per servire in Catalogna: colla qual’occasione s’intese la morte del Cavalier {{Wl|Q18577055|Tomas Dilcks}}, che morì in {{Wl|Q6761|Livorno}} d’infermità.
Ne’ 12. s’imbarcò il Signor’Inviato Stenoph, per passare in Italia, e dopo in Inghilterra, col quale partirono i Marchesi Aliberti, e Marialba. In questo mese morì vicino il Fiume {{Wl|Q10965|Ebro}}, e suo Quartiere Monsieur Gabriel Koblas, Colonnello d’Infanteria al servigio di Sua Maestà Cattolica. Ne’ 15. giunsero nel Porto di Barcellona due Vascelli di trasporto, carichi di Truppe Tedesche, venendo d’Italia, separate dalla Flotta per la tempesta dentro il Golfo di Lyon; e ne’ 16. altro Vascello Genovese con Truppe, come nel 18. altro Livornese col Colonnello Co-<noinclude>{{PieDiPagina|||man-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|369}}</noinclude>{{Ct|t=1|v=1.6|w=0.5em|f=110%|{{Type|l=0.8em|CA}}P. {{Ec|IV.|V.}}}}
{{Ct|v=1.5|''Contiene la Campagna del 1708.''}}
{{Capolettera|P}}Artì il Gennaro 1708. da Barcellona per il suo Quartiere di {{Wl|Q15088|Terracona}}; e nel medemo mese giunse la fragata Milford, comandata dal Capitan {{Wl|Q332603|Stenoph}}, e portò l’avviso della partenza della Flotta, che imbarcò le Truppe in Italia per servire in Catalogna: colla qual’occasione s’intese la morte del Cavalier {{Wl|Q18577055|Tomas Dilcks}}, che morì in {{Wl|Q6761|Livorno}} d’infermità.
Ne’ 12. s’imbarcò il Signor’Inviato Stenoph, per passare in Italia, e dopo in Inghilterra, col quale partirono i Marchesi Aliberti, e Marialba. In questo mese morì vicino il Fiume {{Wl|Q10965|Ebro}}, e suo Quartiere Monsieur Gabriel Koblas, Colonnello d’Infanteria al servigio di Sua Maestà Cattolica. Ne’ 15. giunsero nel Porto di Barcellona due Vascelli di trasporto, carichi di Truppe Tedesche, venendo d’Italia, separate dalla Flotta per la tempesta dentro il Golfo di Lyon; e ne’ 16. altro Vascello Genovese con Truppe, come nel 18. altro Livornese col Colonnello Co-<noinclude>{{PieDiPagina||Aa|man-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|370|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>mandante del Reggimento Imperiale d’Infanteria Reventau, colla Compagnia de’ Granatieri del medesimo Reggimento. Ne’ 19. approdarono altri Vascelli carichi di Truppe. La mattina de’ 20. si celebrarono i funerali del {{Wl|Q5677096|Conte di Oropesa}} nel Convento di San Francesco, e disimbarcarono altre Truppe venute d’Italia. Nel 21. giunse un Vascello Genovese, che portò parte del Reggimento di Lombardia, del quale era Colonnello il Conte Taff. Ne’ 25. si scoprì la Squadra Anglolanda, che veniva d’Italia colle Truppe. Alcuni Vascelli di guerra diedero fondo in questa Spiaggia di Barcellona, con i quali disimbarcò il Signor {{Wl|Q1279152|Principe di Elbouff}}. Nella mattina de’ 28. cominciarono a disimbarcare le Truppe, che continuarono sino al 31. ponendo a terra anche il grano, che avevano portato da Italia.
Ne’ 6. di Febrajo tutta la Squadra Anglolanda si pose alla vela verso Ponente, sopra la quale s’imbarcarono il {{Wl|Q511089|Milord Gallovay}}, {{Wl|Q2375181|Marchese Dasminas}}, il Conte di Villaverde, e più Ufficiali per Portogallo, lasciando il comando dell’Esercito di Catalogna. A’ 7. partì per la prima volta un Pacquesbott per Italia.<noinclude>{{PieDiPagina|||Nel{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Aggiunta a' viaggi di Europa/Parte III/Cap. IV
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Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni/Lettera II. Idea generale delle Montagne del Reno.
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>del Ministero), che per la «stessa natura delle azioni che tale organismo era chiamato a compiere, in particolare azioni di infiltrazione e provocazione in chiave anticomunista delle quali ho parlato nel mio memoriale».
Così nel novembre del 1973 fu avvicinato, «su disposizione di Avanguardia Nazionale», da un sottufficiale che lo mise al corrente «che eravamo vicini a qualche cosa d’importante». È anche al corrente, per averlo appreso «dalla persona che li ritirò in Italia [...] di carichi di armi ed esplosivi ricevuti dalla Grecia nel 1968». Vi furono anche contatti con «ufficiali dell’Arma e del SIFAR nell’inverno del ’64. Addetto a questi contatti era Cataldo Strippoli, e numerose volte ci fu prospettata l’ipotesi che avremmo dovuto operare parallelamente agli ordini provenienti dai loro comandi. Nel periodo settembre-ottobre 1965 partecipai all’attacchinaggio di un manifesto che riportava l’effigie di Stalin ed era firmato: "Movimento marxista-leninista d’Italia"»<ref>Cfr. memoriale Pecoriello; atti Italicus bis, e sua deposizione al G.I. Bologna, 29 aprile 1985.</ref>.
E Gaetano Orlando, con Fumagalli alla testa del gruppo terroristico e golpista del MAR, latitante in Spagna, rivelerà ai giudici di Bologna che lo stesso Almirante, da segretario MSI, vide più volte, segretamente, a Roma, Stefano Delle Chiaie, «per discutere questioni strategiche» e persino l’opportunità della candidatura al Parlamento del principe Borghese, all’epoca latitante in Spagna. Almirante osservò che avrebbe preferito candidare lo stesso Stefano Delle Chiaie<ref>Al G.I. di Brescia.</ref>.
E ad un incontro in Spagna tra latitanti ricercati per fatti gravissimi di terrorismo e di eversione, partecipò persino Federico Umberto D’Amato, come ricorda con precisione Gaetano Orlando<ref>Ibidem.</ref>. In quegli stessi anni Delle Chiaie e i suoi accoliti si rendevano responsabili di gravissimi attentati per conto della polizia segreta spagnola e più tardi di omicidi e tentati omicidi a Roma e negli Stati Uniti per conto della Dina e della CIA, come ricorder à Vincenzo Vinciguerra solo dopo che interverrà la prescrizione per i crimini italiani e come accerterà, anche documentalmente, l’indagine del pubblico ministero di Roma, dottor Giovanni Salvi.
E dopo che, anche in questo caso, era intervenuto il solito SID del piduista Maletti a sostegno degli attentatori neofascisti per tracciare una falsa pista che attribuiva l’attentato ai danni dei coniugi Leighton, leader democristiani cileni ed esuli a Roma, vittime di Delle Chiaie, di Avanguardia Nazionale e della Dina, ad improbabili movimenti dell’estremismo di sinistra.
Altro esponente di rilievo nelle vicende terroristiche di quegli anni è Augusto Cauchi, iscritto al MSI, uomo di fiducia del "federale" di Arezzo, avvocato Ghinelli. Vanta rapporti informativi con i carabinieri di Arezzo tramite il maresciallo Cherubini, e con il capo centro SID di Firenze, colonnello Mannucci Benincasa, accusato di favoreggiamento nella sua fuga<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Racioppi - L'agiografia di San Laverio del 1162.djvu/34
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Vitanto
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<noinclude><pagequality level="1" user="Vitanto" />- 26 -</noinclude>Capitolo VIII.
PARTE I DELLA LEGGENDA. — INTERPOLAZIONI.
LA ISCRIZIONE DEI TEMPI COSTANTINIANI.
------------------
La prima parte della leggenda, che non va oltre al § 49 là
dove ha termino il racconto della vita del santo, ci sembra opera dello scrittore del secolo XII, tranne però taluni paragrafi che sono manifeste interpolazioni di tempi posteriori.
Fra queste, è di precipua importanza al soggotto la iscrizione
antichissima dei tempi costantiniani, la quale, testificando del
martirio e di parecchi dati biografici, sarebbe da ritenere come
la fonte storica massima o genuina di tutta l’agiografia.
Ma se fosse genuina!
L’agiografo, compiuta la narrazione del martirio, dice che
da una pia e nobile donna, come avvenne ai più illustri e antichi martiri, ne fu onoratamente sepolta la salma nello stesso luogo del tragico evento. E qui si aggiunge (§ 46-47):
«E poiché in quel tempo cresceva abbondantemente la fede di molti nell’atleta di Cristo, non guari di poi che Costantino Augusto, battezzato che fu dal beato Silvestro papa, ebbe ricevuta la fede e permessosi edificassero tempii, fa nel luogo stesso del martirio, in onore del martire, dal pio popolo Grumeutino edificata una chiesa di maravigliosa
struttura; e postavi scolpita in marmo questa memoria:
* D. O. M. Imp. M. Flavio Valer. Constant. Laverio Christi martyri, Tergiro ex nobili Achilleo nato. Acheruntiae carceribus mancipato, ab Angelo inde vinculis soluto huc Grumentum misso ad fidem predicandam, post doctum Evangelium capite truncato, martyrium hoc in loco perpesso, Poctoro et Patri Grumentinus populus publico aere dicavit.»
Questa iscrizione sarebbe, dunque, stata messa non molto dopo
che papa Silvestro ebbe battezzato Costantino Magno, e, ad ogni
modo, vivendo quest’imperatore, siccome addimostra la prima linea di essa. E ritenendo pure come storia accertata la leggenda silecstrina del battesimo costantiniano in Roma, e questo fatto,<noinclude></noinclude>
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PARTE I DELLA LEGGENDA. — INTERPOLAZIONI.
LA ISCRIZIONE DEI TEMPI COSTANTINIANI.
------------------
La prima parte della leggenda, che non va oltre al § 49 là
dove ha termino il racconto della vita del santo, ci sembra opera dello scrittore del secolo XII, tranne però taluni paragrafi che sono manifeste interpolazioni di tempi posteriori.
Fra queste, è di precipua importanza al soggotto la iscrizione
antichissima dei tempi costantiniani, la quale, testificando del
martirio e di parecchi dati biografici, sarebbe da ritenere come
la fonte storica massima o genuina di tutta l’agiografia.
Ma se fosse genuina!
L’agiografo, compiuta la narrazione del martirio, dice che
da una pia e nobile donna, come avvenne ai più illustri e antichi martiri, ne fu onoratamente sepolta la salma nello stesso luogo del tragico evento. E qui si aggiunge (§ 46-47):
«E poiché in quel tempo cresceva abbondantemente la fede di molti nell’atleta di Cristo, non guari di poi che Costantino Augusto, battezzato che fu dal beato Silvestro papa, ebbe ricevuta la fede e permessosi edificassero tempii, fa nel luogo stesso del martirio, in onore del martire, dal pio popolo Grumeutino edificata una chiesa di maravigliosa
struttura; e postavi scolpita in marmo questa memoria:
«D. O. M. Imp. M. Flavio Valer. Constant. Laverio Christi martyri, Tergiro ex nobili Achilleo nato. Acheruntiae carceribus mancipato, ab Angelo inde vinculis soluto huc Grumentum misso ad fidem predicandam, post doctum Evangelium capite truncato, martyrium hoc in loco perpesso, Poctoro et Patri Grumentinus populus publico aere dicavit.»
Questa iscrizione sarebbe, dunque, stata messa non molto dopo
che papa Silvestro ebbe battezzato Costantino Magno, e, ad ogni
modo, vivendo quest’imperatore, siccome addimostra la prima linea di essa. E ritenendo pure come storia accertata la leggenda silecstrina del battesimo costantiniano in Roma, e questo fatto,<noinclude></noinclude>
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PARTE I DELLA LEGGENDA. — INTERPOLAZIONI.
LA ISCRIZIONE DEI TEMPI COSTANTINIANI.
------------------
La prima parte della leggenda, che non va oltre al § 49 là
dove ha termino il racconto della vita del santo, ci sembra opera dello scrittore del secolo XII, tranne però taluni paragrafi che sono manifeste interpolazioni di tempi posteriori.
Fra queste, è di precipua importanza al soggotto la iscrizione
antichissima dei tempi costantiniani, la quale, testificando del
martirio e di parecchi dati biografici, sarebbe da ritenere come
la fonte storica massima o genuina di tutta l’agiografia.
Ma se fosse genuina!
L’agiografo, compiuta la narrazione del martirio, dice che
da una pia e nobile donna, come avvenne ai più illustri e antichi martiri, ne fu onoratamente sepolta la salma nello stesso luogo del tragico evento. E qui si aggiunge (§ 46-47):
«E poiché in quel tempo cresceva abbondantemente la fede di molti nell’atleta di Cristo, non guari di poi che Costantino Augusto, battezzato che fu dal beato Silvestro papa, ebbe ricevuta la fede e permessosi edificassero tempii, fa nel luogo stesso del martirio, in onore del martire, dal pio popolo Grumeutino edificata una chiesa di maravigliosa
struttura; e postavi scolpita in marmo questa memoria:
«D. O. M. Imp. M. Flavio Valer. Constant. Laverio Christi martyri, Tergiro ex nobili Achilleo nato. Acheruntiae carceribus mancipato, ab Angelo inde vinculis soluto huc Grumentum misso ad fidem predicandam, post doctum Evangelium capite truncato, martyrium hoc in loco perpesso, Poctoro et Patri Grumentinus populus publico aere dicavit.»
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Vitanto
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La prima parte della leggenda, che non va oltre al § 49 là
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antichissima dei tempi costantiniani, la quale, testificando del
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Ma se fosse genuina!
L’agiografo, compiuta la narrazione del martirio, dice che
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«E poiché in quel tempo cresceva abbondantemente la fede di molti nell’atleta di Cristo, non guari di poi che Costantino Augusto, battezzato che fu dal beato Silvestro papa, ebbe ricevuta la fede e permessosi edificassero tempii, fa nel luogo stesso del martirio, in onore del martire, dal pio popolo Grumeutino edificata una chiesa di maravigliosa
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«D. O. M. Imp. M. Flavio Valer. Constant. Laverio Christi martyri, Tergiro ex nobili Achilleo nato. Acheruntiae carceribus mancipato, ab Angelo inde vinculis soluto huc Grumentum misso ad fidem predicandam, post doctum Evangelium capite truncato, martyrium hoc in loco perpesso, Poctoro et Patri Grumentinus populus publico aere dicavit.»
Questa iscrizione sarebbe, dunque, stata messa non molto dopo
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Giaccai
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>in Spagna da Delle Chiaie, e riceve sovvenzioni, anche durante la sua latitanza, da Licio Gelli.
È al centro di una cellula dinamitarda che martorierà la tratta ferroviaria Firenze-Bologna negli anni 1973 e 1974. A tutela del professor Oggioni, alla guida di una clinica privata, che fornirà un falso alibi a Luciano Franci allorchè questi viene accusato (e condannato, in un primo processo, dalla Corte d’assise d’appello di Bologna), per la strage dell’Italicus, verrà opposto il segreto militare dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, sui legami tra Gelli, SID, Cauchi e Franci.
Ma soprattutto, e la cosa non poteva sfuggire, il segreto venne opposto a tutela, oltre che di Oggioni, di Gelli, del SID, della P2 e degli autori di attentati dinamitardi interni ancora una volta al MSI e di evidente provenienza neofascista.
Sarà il colonnello Lombardo, nume tutelare di Mannucci Benincasa, e vecchia espressione del SISMI nelle mani delle bande piduiste con cui non era mai entrato in conflitto, e successore del generale Notarnicola allorchè verrà liquidato il gruppo di militari alle dipendenze del generale Lugaresi (notoriamente voluto dall’allora Presidente del Consiglio Spadolini e dal PCI per smantellare gli intrighi della gestione Pazienza-Santovito-Musumeci), ad apporre, di suo pugno, la frase riferita all’Oggioni «coprire ad ogni costo»<ref>Cfr. deposizione Fulvio Martini al G.I. Bologna, il 27 ottobre 1993.
</ref>.
Eppure, come ricorda Brogi, Oggioni «[...] era amico di Franci, aveva rapporti con Cauchi ed era uno di cui noi ci si poteva fidare [...]». Ma era anche amico di un altro terrorista nero, Batani, intimo di Cauchi, il quale, nel ricordare quanto gli aveva riferito Cauchi, di essere stato «messo in contatto col SID tramite il professor Oggioni», aggiungeva che «voleva collaborare con i Servizi nella prospettiva di un colpo di Stato». E si stupì quando Cauchi gli rivelò «che la notte dell’attentato di Moiano risultava ricoverato nell’ospedale del professor Oggioni un certo Batani Massimo.
Io, ovviamente, ero altrove, e non ho mai saputo spiegare il senso e la consistenza di questa affermazione del Cauchi [...]».
Era dunque l’Oggioni una pedina fondamentale per assicurare, oltre che rapporti istituzionali e non, anche coperture in occasione di attentati.
Oggioni era anche iscritto alla P2, ed era uno dei principali reclutatori, per conto della loggia, di vertici dell’Arma e del SID. Aveva stretti rapporti con Palumbo, Bittoni, Birindelli, tutti espressione della P2, ed era un assiduo frequentatore di {{Wl|Q4012646|villa Wanda}}. Si trattava, dunque, di notizie assolutamente preziose nelle indagini del giudice istruttore di Firenze dottor Minna, cui venne impedito l’accesso opponendo il segreto di Stato.
Sarebbe risultato che fu lui a presentare Cauchi a Mannucci Benincasa, all’interno di un rapporto che legava Cauchi a Gelli, e che tra lui e Franci vi erano eguali rapporti di amicizia, per cui la copertura data al Franci in occasione della strage dell’Italicus rientrava in questa congerie<noinclude><references/></noinclude>
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>di rapporti massonico-eversivi che faceva capo al SID, a lui ed a Licio Gelli.
Del resto, come ricorda lo stesso Luciano Franci, terrorista nero, egli fu impiegato dal «maresciallo Cherubini, che aveva rapporti con Batani e con Cauchi [...] nella irruzione nella presunta sede di "Stella rossa" di Lucignano [...] organizzata da Batani e Cauchi», in una collaborazione con l’Arma che riguardava anche il gruppo neofascista di Tivoli che faceva capo a Tisei, con scambio di saluti romani e militari.
Ma dell’attività di Cauchi, compresi gli omicidi portati a termine su mandato del servizio segreto spagnolo, parleranno in molti: da Brogi, che con lui e con Zani portò a termine l’attentato dinamitardo all’altezza della stazione di Vaiano, a Vinciguerra, da Franci a Batani, da Maurizio Bistocchi a Gallastroni, da Orlando a Bumbaca, dal massone di piazza del Gesù Giovanni Rossi, alla Sanna, da Gubbini a Maurizio Del Dottore che, al pari di altri, riferisce come obiettivo di Cauchi «erano i mezzi di comunicazione» ed in particolare i «binari della tratta Firenze-Bologna».
Anzi, gli precisò di avere fatto un sopralluogo in quella zona, ed aggiunse che «l’attentato doveva avvenire sulla ferrovia tra Firenze e Bologna [...]. A Gelli e penso anche a Birindelli, fu detto chiaramente che eravamo un gruppo che si armava e che era pronto alla lotta armata nel caso di una vittoria delle sinistre al referendum [...]. Gelli sapeva che eravamo pronti per la lotta armata e che gli chiedevamo finanziamenti, ma non gli fu detto nulla di singoli attentati, né di armamenti».
E l’ammiraglio Birindelli, poi parlamentare missino, successivamente interrogato dalla Corte d’assise di Bologna in riferimento ai collegamenti con il maggiore Pecorella, Licio Gelli ed i finanziamenti ai neofascisti Cauchi, Brogi, Batani, etc., ha ricordato di essere stato avvicinato in quel periodo da esponenti aretini neofascisti che gli chiesero cosa fare delle armi che avevano messo da parte.
Ulteriore conferma che Gelli fosse il sovventore di quella micidiale banda armata neofascista viene ancora una volta da Brogi che riferisce che «fu il danaro datoci da Gelli a consentirci di acquistare le armi e l’esplosivo di Rimini»<ref>Interrogatorio del 22 maggio 1992.</ref>.
Che tutti gli attentati degli anni dal 1969 al 1975 fossero da ascrivere ad esponenti neofascisti, è provato anche da una serie di condanne definitive per fatti di eversione e di terrorismo di esponenti di quell’area, Mario Tuti, Fabrizio Zani, Jeanne Cogolli, Augusto Cauchi, Luciano Franci, Andrea Brogi, Benardelli e Di Giovanni. Ma anche tanti altri furono sorpresi in quegli anni a maneggiare esplosivo e tutti sono risultati appartenenti alla destra, eversiva e non, e rapidamente scarcerati o mai arrestati (i vari Borromeo e Spedini, D’Intino e Danieletti, Naldi e Ferri, Loi e Murelli, Negri Pietro, e Silvio Ferrari e quelli del gruppo MAR-Fumagalli, della "Rosa dei Venti" o della "Fenice", la micidiale cellula veneta, e<noinclude><references/></noinclude>
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>Giancarlo Esposti, sul punto di realizzare una terrificante progressione di attentati).
Ma anche la fine degli anni ’70 vedrà coinvolti in formazioni eversive e terroristiche come "Costruiamo l’azione", NAR o Terza Posizione, le medesime persone: Fachini, Dantini, De Felice, Tilgher, Ballan, Delle Chiaie, Signorelli, Fiore, Adinolfi, Fioravanti, Mambro, e tanti altri. Si tratta, sempre, di persone provenienti dalle fila dell’estremismo di destra e dello stesso MSI, portatori di una strategia golpista, che hanno intessuto collegamenti con esponenti delle Forze Armate e con i servizi segreti, che ne hanno costantemente coperto le responsabilità.
Il che ha consentito ai responsabili dei numerosissimi attentati di quegli anni, molti dei quali sventati solo per circostanze fortunate, di restare quasi sempre impuniti.
Su queste vicende va anche ricordato un episodio singolare: allorchè Cauchi iniziò a non fidarsi di Brogi, un giorno «il Cauchi strappò un foglio dall’agenda e dettò al Brogi una dichiarazione in cui questi si affermava responsabile degli attentati di "Ordine Nero". Più tardi, in relazione a questo episodio, suggerii al Brogi di parlarne con un magistrato, ma lui replicò che non era il caso poichè il Cauchi non avrebbe mai fatto uso di quella sua dichiarazione, essendo egli stesso implicato negli attentati».
È Daniela Sanna a ricordare la circostanza che verrà confermata anche da Donati, dallo stesso Brogi e da Giovanni Rossi, che ricorda la sicurezza con la quale Brogi escluse che Cauchi avrebbe fatto uso di quel documento confessorio «perchè sennò lui Andrea avrebbe accusato Augusto in tutti gli attentati accaduti in Toscana».
Vi è, tra le tante, anche la parola, confusa, equivoca, involontariamente ironica, dello stesso capo centro SID di Firenze che consulta il neofascista e terrorista Augusto Cauchi per ottenere informazioni sulla sinistra e per rassicurarsi circa la provenienza da quegli ambienti di attentati portati a segno dalla cellula aretina. Si saprà da Brogi che si trattava di schedature degli studenti cileni «filocomunisti» che studiavano all’università di Perugia; evidentemente per conto del Mannucci e della Dina e, verosimilmente, dello stesso Gelli, che aveva solidi rapporti con tutti i governi reazionari sudamericani.
Ancora una volta Vinciguerra, che ha vissuto la latitanza per anni al fianco di Delle Chiaie e di Cauchi, confermerà quelle dichiarazioni, precisando che nel 1977 incontrò in Cile Cauchi «impiegato presso la Dina». Si tratta cioè di un collegamento proseguito anche in territorio cileno. Ammetterà Mannucci Benincasa di aver ricevuto due telefonate da Milano del Cauchi il giorno in cui questi lasciò definitivamente l’Italia.
Come si vede Cauchi rappresenta l’incrocio di tutti i protagonisti della strategia della tensione e, al momento della sua incriminazione, viene «consigliato» dall’avvocato Ghinelli di lasciare il MSI, con la riserva di potervi rientrare in momenti più tranquilli.
Lo stretto rapporto di dipendenza di Cauchi da Ghinelli è ulteriormente documentato dagli appunti che redige Delle Chiaie sulla base di quanto gli rivela Cauchi. Questi confermò a Delle Chiaie di aver riscosso<noinclude><references/></noinclude>
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>contributi in danaro dai massoni della sua zona, ma sostenne di averlo fatto quale «semplice esattore» del federale missino<ref>Dai documenti sequestrati a Delle Chiaie ed acquisiti al processo per la strage del 2 agosto 1980.</ref>.
Comunque è ancora la destra irriducibile ad attribuirsi una strage, quella dell’Italicus: lo fa Stefano Delle Chiaie, meticoloso raccoglitore di tutte le vicende eversive che si verificano in Italia, che gli vengono riferite, anche con metodi violenti<ref>Vedi dichiarazioni di Gaetano Orlando, che gli ricostruirà l’intera vicenda del MAR-Fumagalli che Delle Chiaie registrerà e sottoporrà ad omissis nelle parti in cui appaiono responsabilità di rango più elevato, seguendo una pratica ricattatoria propria di un servizio segreto.</ref>, dagli autori di quei crimini allorchè riparano, tutti, in Spagna. In appunti a lui sequestrati in Sud America al momento del suo arresto, Delle Chiaie annoterà, di suo pugno, accanto alla parola «Italicus», l’espressione, riferita agli autori della strage, «Cauchi e massoni». Notizia che non poteva che apprendere dalla fonte diretta Cauchi, che egli aiuterà ad uscire dal carcere spagnolo allorchè costui verrà tratto in arresto per una vicenda di dollari falsi.
Vinciguerra, che confermerà il senso e l’affidabilità di quell’appunto, preciserà che Delle Chiaie, con l’espressione «massoni», intendeva riferirsi all’obbedienza di piazza del Gesù, di marcata ispirazione di destra, cui apparteneva Giovanni Rossi e da cui proveniva lo stesso Gelli. E aggiunge che Giovanni Rossi aveva un notevole ascendente sul gruppo, era un massone legato a Gelli e collegato con i servizi segreti... Poteva contare sulla copertura di persone dei Servizi di Firenze...ufficiali dei carabinieri che sarebbero intervenuti per tirarli fuori». Per lui quella indicazione di responsabilità è attendibile e rappresenta «un punto dolente».
In effetti Stefano Delle Chiaie aveva dimestichezza con i massoni, in particolare con quelli all’obbedienza di piazza del Gesù poi transitati nella P2: tra le sue fila vi era Adriano Tilgher, il cui padre, oltre ad essere tra i congiurati della "notte della Madonna", era nell’elenco dei piduisti consegnato personalmente al dottor Vigna da Licio Gelli (che si preoccuperà di tornare dal magistrato per affermare, falsamente, che solo quel nome era stato inserito, per errore, nella lista); i militari golpisti agli ordini di Borghese e del Fronte Nazionale di Delle Chiaie, erano tutti rigorosamente iscritti a quella loggia; i suoi referenti e protettori al Ministero erano Tedeschi e D’Amato, di notoria affiliazione piduista.
Tra i destinatari della rivista ''Confidentiel'' appartenente a Delle Chiaie, vi era la sede coperta della P2, cioè il "Centro studi di storia contemporanea" di via Condotti a Roma, ove avvenivano le affiliazioni più segrete; durante la sua latitanza è stato accertato che Delle Chiaie manteneva contatti telefonici con l’addetto militare all’ambasciata italiana di Caracas (e dunque sotto il controllo SISMI), Giuliano Poggi, regolarmente iscritto alla P2 e frequentatore, anche in Sud America, di Licio Gelli; il deputato missino e in Saccucci, anch’egli massone, tuttora latitante, avvertirà<noinclude><references/></noinclude>
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>Adriano Tilgher dell’esistenza di un provvedimento cautelare nei suoi confronti consentendogli la fuga.
Inoltre Vinciguerra ricorda come Delle Chiaie avesse frequenti rapporti anche con l’avvocato Minghelli, segretario amministrativo della P2, allorchè, nell’autunno del 1975, Vinciguerra era latitante a Roma nell’appartamento-covo di via Sartorio.
Si tenga conto che Vincenzo Vinciguerra, pur affermando esplicitamente di conoscere i nomi degli autori delle stragi al treno Italicus e del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, rifiuta di farli protestandosi un irriducibile che non intende avere sconti di pena volendo pagare fino in fondo, e lui solo, i propri errori. E, a proposito dell’attentato al treno, afferma mostrando di essere persona informata, che «la strage dell’Italicus faceva parte della progressione che doveva portare allo stato di emergenza».
Marco Affatigato insiste sul punto sostenendo che «[...] Per quanto riguarda infine la linea strategica che faceva capo a Delle Chiaie, questa prevedeva l’intervento dell’Esercito teso a normalizzare situazioni di panico indotte da attentati stragisti di forte eco. In questa linea rientrano certamente gli attentati di piazza Fontana, del treno Italicus e della strage di Bologna»<ref>Al G.I. Bologna, 27 giugno 1985</ref>.
E, quanto a Delle Chiaie ed all’Italicus, è Vinciguerra, per anni suo fedele compagno d’armi, ad introdurre in maniera allusiva ulteriori sospetti allorè afferma: «Tornando all’estate del 1974, ricordo che al tempo della strage dell’Italicus, Delle Chiaie, nell’ago
sto, si trovava in Grecia. Certo si è recato là per sapere che cosa sarebbe avvenuto in Italia. Si trattò di un viaggio operativo». E più avanti, con parole che non è possibile rifiutarsi d’interpretare, aggiunge: «È ovvio che chi ha fatto le stragi per i Servizi ne scarichi poi la responsabilitaÁ su questi ultimi, essendo comune la strategia. In questo tipo di difesa c’è una logica ricattatoria»<ref>Al G.I. Bologna, 30 aprile 1994.</ref>.
Tornando all’appunto di pugno di Delle Chiaie, vanno ricordate le parole di Salvatore Francia, altro latitante neofascista, circa i rapporti di reciproco ricatto che intercorrevano tra Cauchi e Delle Chiaie: «In Spagna, nel 1976 [...], Augusto Cauchi mi disse che era stato in carcere accusato di spaccio di banconote false e che era stato tirato fuori grazie a Delle Chiaie cui, dopo essere stato pesantemente pestato in carcere, mandò un biglietto sollecitandolo ad intervenire in suo favore, perchè altrimenti avrebbe parlato [...]. Peraltro il Cauchi non mi disse di cosa avrebbe potuto accusare il Delle Chiaie»<ref>Al G.I. Bologna, 13 ottobre 1993.</ref>.
Vi sono poi le significative parole di un terrorista del calibro di Valerio Fioravanti che, nel corso dell’udienza avanti la Corte d’assise d’appello di Bologna, il 3 novembre 1993, afferma: «[...] Noi siamo cresciuti da sempre con l’unico grande dubbio se le stragi siano state opera di un appuntato dei servizi segreti infiltrato nell’ambiente di estrema destra, o se<noinclude><references/></noinclude>
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>era uno di estrema destra che tentasse di infiltrarsi negli apparati dei servizi segreti».
Ovviamente la risposta è nel mezzo e cioè nella strumentalizzazione del neofascismo ad opera degli apparati dello Stato, i primi nella ricerca di spazi golpisti, gli altri preoccupati di ingessare un determinato assetto politico, garantendogli lunga vita.
Come del resto si evince dai ripetuti tentativi di golpe annunciati e rinviati, dalle stragi utilizzate solo per mettere sotto accusa gli opposti estremismi, dalle coperture sempre concesse agli autori dei più efferati crimini, come tutti i processi di strage hanno consentito di accertare con sentenze di condanna passate in giudicato a carico di esponenti dei servizi segreti.
Anche la stampa di destra era funzionale al disegno eversivo di quegli anni: il direttore del «{{Wl|Q3476998|Secolo d’Italia}}», {{Wl|Q2535545|Giano Accame}}, risulta tra i collaboratori italiani dell’{{Wl|Q1109108|Aginter Press}} di {{Wl|Q3573704|Ives Guerin}} Serac, espressione CIA sotto le vesti di agenzia di stampa destinata a compiti di intossicazione e ad ogni sorta di congiura. Le ultime indagini relative alla strage di piazza Fontana indicano Guerin Serac come il regista internazionale della strage per conto della CIA.
Vinciguerra ricorda che Delle Chiaie «era collegato all’Aginter Press e a Guerin Serac per operazioni eversive fin dall’epoca di piazza Fontana» e come fosse impiegato dalla CIA per «operazioni coperte» in varie parti del mondo. Fu lo stesso Guerin Serac a parlargli, a Madrid, di Accame indicandolo come «un nazionalsocialista, tanto fanaticamente determinato gli era apparso, quando lo aveva conosciuto, nella sua volontà di combattere il comunismo». Tra i collaboratori di Guerin Serac compaiono oltre ai noti ed immancabili Guido Giannettini e Pino Rauti, anche Giorgio Torchia e Gino Agnese, redattori del «Tempo» di Roma, e Michele Rallo, con Giannettini articolista del «Secolo d’Italia».
{{Wl|Q3903183|Piero Buscaroli}}, giornalista prima del «Borghese», poi del «Roma» di Napoli, infine del «Giornale», e candidato alle elezioni europee per {{Wl|Q662849|Alleanza Nazionale}}, incontrava spesso Maletti come risulta da appunti manoscritti da quest’ultimo. Antonio Labruna ha rivelato che Buscaroli era una «fonte stabile» di Maletti, tanto da essere inserito in un elenco di confidenti con il numero 22 ed i nomi di copertura Rosa, Viola e Giglio. La sua «area d’impiego» era la «situazione interna»<ref>Vedi rapporto Digos, Bologna, maggio 1994.</ref>.
Del resto Pino Rauti e Gianfranceschi, indicati da Vinciguerra come «nazifascisti puri e duri», vennero assunti, grazie al SIFAR, nelle ospitali redazioni del «Giornale d’Italia» e del «Tempo».
Guido Paglia, uomo del SID di Maletti e Labruna, è anche capo di Avanguardia Nazionale all’epoca della latitanza di Delle Chiaie. Lavorerà con il «Carlino» e «{{Wl|Q911585|La Nazione}}» e diverrà vice direttore del «{{Wl|Q1051115|Giornale}}».
Attualmente, come responsabile delle relazioni esterne della società Cirio, riveste anche compiti dirigenziali<noinclude><references/></noinclude>
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Ignazio Denner/Capitolo II
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Ignazio Denner/Capitolo III
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{gap|2em}}Per lui la storia è ancora più inquietante: il 10 gennaio 1970, a meno di un mese di distanza dalla strage di piazza Fontana, smarrisce il suo portafoglio, dove si rinvengono alcuni appunti. Tra questi, i nomi e i recapiti degli anarchici del circolo 22 marzo; su un altro foglietto, annotazioni relative a saponette di tritolo; il primo appunto è redatto con la grafia di Mario Merlino che dovrà riconoscerne la provenienza. Con ciò rendendo evidente sin da subito il ruolo di infiltrato di Merlino per conto di Avanguardia Nazionale in gruppi anarchici ed, almeno, il ruolo di provocazione e di intossicazione delle indagini svolto da Delle Chiaie, da Merlino e dallo stesso Paglia. Che redigerà un dettagliato rapporto estremamente drammatico ed affidabile per il SID sugli avvenimenti relativi alla "notte della Madonna", inserendo tra i congiurati esponenti missini raccolti intorno all’onorevole Giulio Caradonna.
Indicherà inoltre il gruppo cui era a capo, Avanguardia Nazionale, come una struttura armata, che si era proposta l’eliminazione fisica del capo della Polizia, Vicari, e che aveva sottratto dei mitra dal Ministero, realmente violato, armi di cui Delle Chiaie era in possesso a scopi ricattatori. È noto che quei mitra, infatti, vennero ricostruiti ex novo perchè si potesse trasformare quel tentato colpo di Stato in farsa, come è puntualmente avvenuto grazie alla Procura di Roma ed alle compromissioni di uomini dell’entourage del senatore Andreotti che, secondo le precise dichiarazioni del Labruna, altereranno i nastri delle dichiarazioni di Remo Orlandini, rese liberamente a Labruna nella convinzione di parlare ad un congiurato, ed espungeranno, su disposizione dell’allora Ministro della difesa, dai nastri i nomi dei congiurati Licio Gelli e Torrisi, iscritto alla medesima loggia del venerabile, poi assurto alle più alte cariche militari. Il nome di Torrisi verrà indicato, in codice, dal generale Maletti, come uno dei congiurati del golpe Borghese unitamente a quello di Mario Tilgher. Si tratta di nomi che, al pari di quello di Licio Gelli, non verranno mai comunicati all’autorità giudiziaria. Anche la criminalità organizzata viene investita di ruoli eversivi: così nel golpe Borghese erano pronti a scendere in campo uomini della mafia con il compito di neutralizzare il prefetto Vicari, e della ’ndrangheta, reclutati da Delle Chiaie in contatto con Antonio Nirta. La stessa rivolta di Reggio vede insieme uomini di Avanguardia Nazionale e della mafia calabrese. Anche su questi protagonisti calerà il silenzio e opereranno le coperture del nostro Servizio militare, a tutela dei neofascisti e di quanti si avvalevano delle loro azioni criminali.
I.2 ''Il ruolo dei dirigenti del MSI, i legami con gli ambienti eversivi e i finanziamenti da parte degli USA''
Come s’è visto in precedenza, uno dei personaggi a cavallo tra Ordine Nuovo e Movimento sociale è stato sempre l’avvocato {{Wl|Q3769694|Giulio Maceratini}}, destinato ad una carriera di riguardo all’interno del MSI e poi in Alleanza Nazionale.<noinclude><references/></noinclude>
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{gap|2em}}Una carriera nella quale ― nonostante la cosiddetta svolta di Fiuggi ― non si è mai notata una netta e ferma presa di distanze non tanto dal fascismo tradizionale, quanto dall’eversione di destra la quale — come è ampiamente documentato — è stata a lungo «cullata» all’interno del Movimento sociale italiano, nonostante le differenze solamente formali di prospettiva e di tattica.
Maceratini è uo di peri chnon ha manqueisonagge i fatto i conti politici con quell’esperienza. Al contrario, risulta documentalmente che anche in anni successivi a quelli della cosidetta strategia della tensione — almeno fino al 1997 — il senatore Maceratini abbia continuato ad avere contatti e legami politici con personaggi della destra eversiva già inquisiti e, talora, condannati con sentenze definitive per episodi di terrorismo o per ricostituzione del disciolto partito fascista.
Il materiale documentale rinvenuto nel corso degli ultimi dieci anni è imponente e tale da non lasciare dubbi, soprattutto se messo in relazione con le lucide testimonianze dei diversi ex appartenenti ai gruppi neofascisti, come Vinciguerra, Digilio, Bonazzi, Pecoriello, Dominici e Martino Siciliano, che hanno deciso di fare chiarezza con il loro passato.
Vale la pena ripercorrere brevemente la carriera politica di Giulio Maceratini, a cominciare dai suoi poco lusinghieri debutti giovanili, quando — nel 1960 — assunse la presidenza della federazione studentesca «Gioventù mediterranea», che aveva sede a Roma, in via delle Muratte.
Maceratini era stato chiamato in sostituzione di Gino Ragno, chiamato alle armi alla scuola allievi ufficiali di complemento di Ascoli Piceno.
Tra i suoi primi atti, c’era stato quello di stringere un patto d’azione con Avanguardia Giovanile, per arrivare alla «riunificazione delle forze giovanili rivoluzionarie» che avrebbero dovuto costituire una sorta di «terzo polo» filo-fascista, alternativo sia al MSI che al Centro Ordine Nuovo. In quella operazione, l’alleato politico di Maceratini era Stefano Delle Chiaie, promotore di Avanguardia Nazionale Giovanile, già definita all’epoca dalla questura di Roma, una associazione «a sfondo neonazista» la quale, secondo gli Affari Riservati, era stata inizialmente in stretto contatto con l’Arma dei carabinieri. È la stessa questura di Roma, con una nota riservata indirizzata alla direzione generale della pubblica sicurezza il 16 marzo del 1960, a spiegare quali fossero stati i prodotti del sodalizio tra il presidente di Gioventù Mediterranea, Maceratini e quello di Avanguardia Giovanile, Delle Chiaie: «Nella sede di via delle Muratte n. 16 sono state organizzate, e da esponenti di Avanguardia Giovanile e Gioventù Mediterranea effettuate, le manifestazioni antiebraiche svoltesi a Roma, nella notte sul (''rectius'', del) 5 gennaio u.s., con esposizione di drappi e con scritte antisemite con fascio e la svastica»<ref>Cfr. Questura di Roma, appunto riservato del 16 marzo 1960 a firma del questore Marzano.</ref><noinclude><references/></noinclude>
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{gap|2em}}L’esordio politico del giovane leader della destra estrema, ha visto Maceratini in combutta con Stefano Delle Chiaie impegnati in una delle più vergognose battaglie politiche, come quella dell’aggressione di stampo neonazista contro la nostra comunità ebraica e, più in generale, contro l’ebraismo.
Che la tendenza neonazista abbia rappresentato solo un «errore» dovuto all’ardore degli anni giovanili, è decisamente smentito da numerosi documenti redatti tra il 1965 e il 1966 dai quali emerge che Maceratini, nel frattempo diventato dirigente di Ordine Nuovo, era andato in Francia e Belgio insieme con l’avvocato Ezio Spaziani-Testa per avere un interscambio con Jean-Claude Jacquart, dirigente parigino della rivista neonazista «ReÂvolution EuropeÂenne», per avere contatti con i dirigenti della rivista «Europe-Action» e con quelli di «Europe-Magazine». Lo scopo dei contatti era quello di favorire i rapporti tra gruppi neonazisti, neofascisti e di estrema destra di quei paesi e anche della Svizzera.
Maceratini, come s’eÁ visto nella nota illustrata nel paragrafo relativo al MSI, eÁ stato uno stretto collaboratore di Junio Valerio Borghese, ossia del comandante repubblichino autore di uno dei piùÁ pericolosi tentativi di golpe militare orditi contro la democrazia italiana 329. Il dato, alla luce delle altre acquisizioni, sembra fin troppo ovvio. Infatti l’esponente missino e di Ordine Nuovo non aveva nascosto, fin dagli anni Sessanta, le sue simpatie per il regime fascista dei colonnelli greci. Ossia un governo non nato attraverso libere elezioni, ma con un colpo di mano militare ampiamente ispirato dai servizi segreti statunitensi. Un’antica vocazione golpista.
Tant’eÁ che Giulio Maceratini, come risulta da numerosi documenti del Ministero dell’interno, fu tra coloro i quali nel 1968 presero parte al famoso viaggio in Grecia, per applaudire gli assassini di una democrazia e un governo messo all’indice da quasi tutti i paesi civili. In occasione di quel «pellegrinaggio» nei luoghi dell’eversione, l’attuale capogruppo al Senato di Alleanza Nazionale avrebbe addirittura svolto un ruolo di rilievo, stabilendo contatti politici ± anche per ottenere finanziamenti ± con i massimi esponenti della dittatura.
ÐÐÐÐÐÐÐÐ 329
A proposito dei rapporti tra Maceratini e il principe Borghese, vale la pena di segnalare che in un appunto inviato al capo della polizia in data 14 febbraio 1972, era stato riferito che l’esponente di Ordine Nuovo e poi del MSI aveva partecipato ad una iniziativa promossa dal «Comitato per la restaurazione dello Stato di diritto» dal titolo: «Restaurazione dello Stato di diritto ± ImparzialitaÁ della giustizia ± Liberazione dei detenuti del preteso golpe». Il comitato era presieduto dall’avvocato Filippo de Iorio (che risulteraÁ iscritto alla P2) difensore del costruttore Remo Orlandini, lo stesso che avrebbe fatto le rivelazioni registrate in Svizzera dal capitano del SID, Labruna. All’iniziativa, oltre a numerosi esponenti della destra, c’erano i militanti di Avanguardia Nazionale, Fronte della GioventuÁ, Lotta di Popolo, Europa CiviltaÁ e gli aderenti all’Associazione paracadutisti d’Italia.
Quanto al «preteso golpe», gli anni successivi avrebbero dimostrato che si trattoÁ di un tentativo bene orchestrato, con l’appoggio di alcuni settori degli Stati Uniti che solo l’intervento di una magistratura poco attenta pote descrivere come una sorta di golpe da operetta.
L’iniziativa innocentista di Maceratini e dei suoi camerati non ha bisogno di ulteriori commenti.
Senato della Repubblica - Archivio Storico<noinclude><references/></noinclude>
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{gap|2em}}L’esordio politico del giovane leader della destra estrema, ha visto Maceratini in combutta con Stefano Delle Chiaie impegnati in una delle più vergognose battaglie politiche, come quella dell’aggressione di stampo neonazista contro la nostra comunità ebraica e, più in generale, contro l’ebraismo.
Che la tendenza neonazista abbia rappresentato solo un «errore» dovuto all’ardore degli anni giovanili, è decisamente smentito da numerosi documenti redatti tra il 1965 e il 1966 dai quali emerge che Maceratini, nel frattempo diventato dirigente di Ordine Nuovo, era andato in Francia e Belgio insieme con l’avvocato Ezio Spaziani-Testa per avere un interscambio con Jean-Claude Jacquart, dirigente parigino della rivista neonazista «Révolution Européenne», per avere contatti con i dirigenti della rivista «''Europe-Action''» e con quelli di «''Europe-Magazine''». Lo scopo dei contatti era quello di favorire i rapporti tra gruppi neonazisti, neofascisti e di estrema destra di quei paesi e anche della Svizzera.
Maceratini, come s’è visto nella nota illustrata nel paragrafo relativo al MSI, è stato uno stretto collaboratore di Junio Valerio Borghese, ossia del comandante repubblichino autore di uno dei più pericolosi tentativi di golpe militare orditi contro la democrazia italiana<ref>Quanto al «preteso golpe», gli anni successivi avrebbero dimostrato che si trattò di un tentativo bene orchestrato, con l’appoggio di alcuni settori degli Stati Uniti che solo l’intervento di una magistratura poco attenta potè descrivere come una sorta di golpe da operetta. L’iniziativa innocentista di Maceratini e dei suoi camerati non ha bisogno di ulteriori commenti.</ref>. Il dato, alla luce delle altre acquisizioni, sembra fin troppo ovvio. Infatti l’esponente missino e di Ordine Nuovo non aveva nascosto, fin dagli anni Sessanta, le sue simpatie per il regime fascista dei colonnelli greci. Ossia un governo non nato attraverso libere elezioni, ma con un colpo di mano militare ampiamente ispirato dai servizi segreti statunitensi. Un’antica vocazione golpista.
Tant’è che Giulio Maceratini, come risulta da numerosi documenti del Ministero dell’interno, fu tra coloro i quali nel 1968 presero parte al famoso viaggio in Grecia, per applaudire gli assassini di una democrazia e un governo messo all’indice da quasi tutti i paesi civili. In occasione di quel «pellegrinaggio» nei luoghi dell’eversione, l’attuale capogruppo al Senato di Alleanza Nazionale avrebbe addirittura svolto un ruolo di rilievo, stabilendo contatti politici − anche per ottenere finanziamenti ― con i massimi esponenti della dittatura.<noinclude><references/></noinclude>
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{gap|2em}}L'esordio politico del giovane leader della destra estrema, ha visto Maceratini in combutta con Stefano Delle Chiaie impegnati in una delle più vergognose battaglie politiche, come quella dell'aggressione di stampo neonazista contro la nostra comunità ebraica e, più in generale, contro l'ebraismo.
Che la tendenza neonazista abbia rappresentato solo un «<errore» dovuto all'ardore degli anni giovanili, è decisamente smentito da numerosi documenti redatti tra il 1965 e il 1966 dai quali emerge che Maceratini, nel frattempo diventato dirigente di Ordine Nuovo, era andato in Francia e Belgio insieme con l'avvocato Ezio Spaziani-Testa per avere un interscambio con Jean-Claude Jacquart, dirigente parigino della rivista neonazista <<''Révolution Européenne''», per avere contatti con i dirigenti della rivista «''Europe-Action''» e con quelli di «''Europe-Magazine''». Lo scopo dei contatti era quello di favorire i rapporti tra gruppi neonazisti, neofascisti e di estrema destra di quei paesi e anche della Svizzera.
Maceratini, come s'è visto nella nota illustrata nel paragrafo relativo al MSI, è stato uno stretto collaboratore di Junio Valerio Borghese, ossia del comandante repubblichino autore di uno dei più pericolosi tentativi di golpe militare orditi contro la democrazia italiana<ref>A proposito dei rapporti tra Maceratini e il principe Borghese, vale la pena di segnalare che in un appunto inviato al capo della polizia in data 14 febbraio 1972, era stato riferito che l'esponente di Ordine Nuovo e poi del MSI aveva partecipato ad una iniziativa promossa dal «<Comitato per la restaurazione dello Stato di diritto» dal titolo: «Restaurazione dello Stato di diritto - Imparzialità della giustizia - Liberazione dei detenuti del preteso golpe». Il comitato era presieduto dall'avvocato Filippo de Iorio (che risulterà iscritto alla P2) difensore del costruttore Remo Orlandini, lo stesso che avrebbe fatto le rivelazioni registrate in Svizzera dal capitano del SID, Labruna. All'iniziativa, oltre a numerosi esponenti della destra, c'erano i militanti di Avanguardia Nazionale, Fronte della Gioventù, Lotta di Popolo, Europa Civiltà e gli aderenti all'Associazione paracadutisti d'Italia. Quanto al «<preteso golpe», gli anni successivi avrebbero dimostrato che si trattò di un tentativo bene orchestrato, con l'appoggio di alcuni settori degli Stati Uniti che solo l'intervento di una magistratura poco attenta poté descrivere come una sorta di golpe da operetta. L'iniziativa innocentista di Maceratini e dei suoi camerati non ha bisogno di ulteriori commenti.</ref>. Il dato, alla luce delle altre acquisizioni, sembra fin troppo ovvio. Infatti l'esponente mis- sino e di Ordine Nuovo non aveva nascosto, fin dagli anni Sessanta, le sue simpatie per il regime fascista dei colonnelli greci. Ossia un governo non nato attraverso libere elezioni, ma con un colpo di mano militare am- piamente ispirato dai servizi segreti statunitensi. Un'antica vocazione golpista.
Tant'è che Giulio Maceratini, come risulta da numerosi documenti del Ministero dell'interno, fu tra coloro i quali nel 1968 presero parte al famoso viaggio in Grecia, per applaudire gli assassini di una democrazia e un governo messo all'indice da quasi tutti i paesi civili. In occasione di quel «pellegrinaggio nei luoghi dell'eversione, l'attuale capogruppo al Senato di Alleanza Nazionale avrebbe addirittura svolto un ruolo di ri- lievo, stabilendo contatti politici anche per ottenere finanziamenti - con i massimi esponenti della dittatura.<noinclude><references/></noinclude>
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{gap|2em}}Una nota «da fonte qualificata» del Viminale datata 27 aprile 1968 è assai significativa. Vale la pena riportarla integralmente:
«In occasione delle manifestazioni promosse dal governo greco per solennizzare il primo anniversario della "rivoluzione del 21 aprile", 59 studenti greci ospiti in Italia e 49 persone di nazionalità italiana, appartenenti a gruppi politici di estrema destra (tutti identificati) si sono imbarcati il 16 corrente a Brindisi, diretti ad Atene, ospiti di quel governo.
Tra gli italiani figuravano esponenti provinciali o dirigenti nazionali di Ordine Nuovo tra cui l’avvocato Giulio Maceratini e Romano Coltellacci.
Questi ultimi sono stati ricevuti da dirigenti politici greci per un "utile scambio di idee" e per discutere sulle manifestazioni in favore dell’attuale governo greco che dovrebbero svolgersi prossimamente in Italia, anche in "vista di eventuali sviluppi della situazione istituzionale ellenica".
Ai dirigenti di Ordine Nuovo è stato anche promesso un finanziamento per la pubblicazione di un opuscolo sui più recenti avvenimenti greci, nel quale saranno illustrate le ragioni storiche e pratiche che hanno indotto i militari ad assumere una posizione di rottura nei confronti della Casa Reale e di taluni ambienti capitalistici di quel paese»<ref>Cfr. Sentenza-Ordinanza del G.I. Carlo Mastelloni, p. 2677.</ref>.
Maceratini, come risulta da alcune note, era andato in Grecia insieme con una congrega di fascisti, alcuni dei quali sarebbero poi stati coinvolti nelle diverse inchieste sull’eversione fascista in Italia nell’ambito della «strategia della tensione» che sarebbe emersa in tutta la sua tragicità nel breve volgere di pochi mesi da quel viaggio.
Ma, in tema di finanziamenti e di rapporti ambigui, la lettura dei documenti riservati del Viminale dimostra come l’avvocato Maceratini, nel frattempo rientrato in pianta stabile nel MSI, abbia sempre assunto atteggiamenti quanto meno disinvolti. Ne è testimonianza una nota nr. 224/ 1001 del 25 settembre 1974 inviata dal Direttore di divisione dell’Ispettorato per l’azione contro il terrorismo al dirigente del NAT (nucleo anti-terrorismo) della questura di Torino.
È scritto nella nota:
«Il noto avvocato Francesco Bignasca, di anni 55, cittadino svizzero [...] avrebbe depositato nella repubblica elvetica, in un istituto bancario, buona parte dei fondi della ditta Mondial Import-Export, indicata dalla stampa di sinistra come dedita al traffico di armi e i cui massimi esponenti sono i noti dottori Romano Coltellacci, Giulio Maceratini e Mario Tedeschi.
Bignasca, inoltre, è in contatto con il dottor Giovanbattista Filippa, che è solito dichiararsi come rappresentante del governo rodhesiano in Italia.
Quest’ultimo, infine, da diversi anni è in rapporti di amicizia con l’onorevole Pino Rauti, del MSI-Destra nazionale»<ref>Ivi, p. 2796</ref>.<noinclude><references/></noinclude>
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{gap|2em}}Dall’appunto, insomma, emerge non solamente il rapporto tra Rauti e il rappresentante di un governo all’epoca noto per essere uno dei più razzisti del mondo, insieme con il Sudafrica, ma soprattutto la collusione con un personaggio ambiguo quale Bignasca, presentato come finanziatore dei missini.
Evidentemente le notizie riportate nella nota dovevano essere state verificate, se il successivo 27 dicembre 1974, sempre dal Viminale, veniva inoltrato a Torino un ulteriore appunto più stringato ma, se possibile, ancora più esplicito:
«Fonte fiduciaria segnala che l’avvocato Francesco Bignasca [...] titolare della ditta Mondial Import-Export, sarebbe uno dei finanziatori delle organizzazioni neofasciste italiane.
In particolare sarebbe in contatto con Romano Coltellacci, Giulio Maceratini e Mario Tedeschi [...]»<ref>Ivi, p. 279</ref>.
È del tutto evidente che, a parte i golpisti greci, il MSI riceveva finanziamenti occulti da molti ambienti, compresi quelli più compromessi con il traffico di armi. Giulio Maceratini risulta essere stato uno dei referenti di questo sistema.
Ma c’è di più: dello specifico ruolo di Maceratini all’interno di Ordine Nuovo ha parlato anche Martino Siciliano, uno dei componenti della cellula ordinovista veneta che ha partecipato ad alcune attività eversive, e che è diventato uno dei principali testimoni nelle nuove inchieste sul terrorismo fascista.
Siciliano ha riferito particolari di estremo interesse: «Il direttivo nazionale di Ordine Nuovo costituito dal presidente e fondatore Pino Rauti, aveva come consiglieri le seguenti persone: Paolo Signorelli, Maceratini, Rutilio Sermonti e Clemente Graziani.
Posso così definire il ruolo di ciascuno: Pino Rauti era il capo supremo sia sul piano politico che su quello operativo; Paolo Signorelli aveva funzioni direttive sul piano operativo, Rutilio Sermonti aveva il ruolo di conferenziere e Maceratini serviva da filtro fra Rauti e Signorelli nei contatti con i gruppi periferici.
So che tale filtro operava essenzialmente sul piano politico e che per la questione operativa l’azione di setaccio si verificava con minore frequenza essendovi diretti contatti con Signorelli.
Maceratini era comunque più nell’orbita di Signorelli che in quella di Sermonti.
Per attività operativa intendo la pianificazione di manifestazioni, le specifiche indicazioni di avversari politici da colpire durante le manifestazioni nonchè le sedi dei partiti politici da assaltare durante e dopo i comizi [...]»<ref>Cfr. Interrogatorio di Martino Siciliano al G.I. Salvini del 19 ottobre 1994, ever. dx. 1/14.</ref>.
Di tutte queste attività antidemocratiche, dunque, Maceratini rappresentava il «filtro» tra livello politico e livello operativo. Una circostanza<noinclude><references/></noinclude>
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>che, da sola, è sufficiente a rappresentare la conferma delle conclusioni di parte della magistratura, nelle quali si afferma che la distinzione tra Centro Studi Ordine Nuovo e Movimento Politico Ordine Nuovo è puramente formale.
Del resto, a testimonianza di quale sia stato il reale ruolo di «filtro» di Maceratini, è recentemente intervenuta la testimonianza dell’ex ordinovista di Verona, Giampaolo Stimamiglio, molto amico di Giovanni Ventura, nonchè componente dei Nuclei per la Difesa dello Stato, in particolare della legione veronese. Deponendo lo scorso 14 aprile 2000 dinanzi alla Corte d’assise di Milano, nel corso del nuovo processo sulla strage di piazza Fontana, Stimamiglio ha ricordato che i giovani di Ordine Nuovo avevano organizzato alcuni campi paramilitari per esercitarsi alla resistenza in caso di invasioni da Est. L’ex ordinovista, in particolare, ha parlato di un campo, riferendo alla corte: «Responsabili di quel campo erano Pino Rauti, Paolo Signorelli e Giulio Maceratini. Mi stupii quando nel settembre del 1969 Pino Rauti decise di rientrare nel MSI. Era una scelta che contrastava con quanto aveva affermato prima. Diceva che il MSI vendeva i voti alla DC»<ref>Cfr. Ansa, 14 aprile 2000.</ref>. Ha aggiunto Stimamiglio di aver saputo in seguito che Rauti sarebbe rientrato nel MSI perchè dopo gli attentati ai treni del ’69 «qualcuno lo minacciò di coinvolgerlo in tutti gli attentati che sarebbero avvenuti anche in seguito»<ref>Ivi.</ref>.
Dunque Maceratini, come risulta dalle dichiarazioni di un attendibile testimone diretto, è stato anche organizzatore di campi paramilitari.
Quanto all’invasione da Est, è del tutto evidente che il compito sarebbe spettato ad una organizzazione "istituzionale" quale Gladio. Il fatto che ci si sia, al contrario, rivolti anche ad Ordine Nuovo dimostra una volta di più come Gladio – oltre gli aspetti di illegittimitaÁ – era una struttura con finalità interne, utilizzata anche come «paravento» per nascondere altre e ben più illecite attività antidemocratiche.
Altre due circostanze, prima di affrontare la vicenda del rientro di Rauti e degli ordinovisti nel MSI, sembrano meritevoli di attenzione: i legami tra Maceratini con esponenti della destra eversiva non sono mai venuti meno. Ancora negli anni ’90 e – in particolare – anche dopo il passaggio tra MSI e Alleanza Nazionale, l’ex dirigente di Ordine Nuovo si è distinto per i suoi contatti. In particolare – sempre in relazione al garantismo pro-eversori dimostrato fin dai tempi dell’indagine sul golpe Borghese, nel 1990 Maceratini partecipò ad una iniziativa presso l’associazione culturale «il Punto» dal titolo: «Un indulto per la pacificazione nazionale». Tra i relatori c’era Adriano Tilgher, leader dell’attuale Fronte Nazionale nonchè, come abbiamo già visto, più volte inquisito. Ad ascoltare i relatori, tra cui Maceratini, tra gli altri c’erano alcuni noti naziskin, nonchè esponenti del Movimento Politico Occidentale di Maurizio Boccacci, sciolto in base al decreto Mancino per incitamento all’odio razziale.<noinclude><references/></noinclude>
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>che, da sola, è sufficiente a rappresentare la conferma delle conclusioni di parte della magistratura, nelle quali si afferma che la distinzione tra Centro Studi Ordine Nuovo e Movimento Politico Ordine Nuovo è puramente formale.
Del resto, a testimonianza di quale sia stato il reale ruolo di «filtro» di Maceratini, è recentemente intervenuta la testimonianza dell’ex ordinovista di Verona, Giampaolo Stimamiglio, molto amico di Giovanni Ventura, nonchè componente dei Nuclei per la Difesa dello Stato, in particolare della legione veronese. Deponendo lo scorso 14 aprile 2000 dinanzi alla Corte d’assise di Milano, nel corso del nuovo processo sulla strage di piazza Fontana, Stimamiglio ha ricordato che i giovani di Ordine Nuovo avevano organizzato alcuni campi paramilitari per esercitarsi alla resistenza in caso di invasioni da Est. L’ex ordinovista, in particolare, ha parlato di un campo, riferendo alla corte: «Responsabili di quel campo erano Pino Rauti, Paolo Signorelli e Giulio Maceratini. Mi stupii quando nel settembre del 1969 Pino Rauti decise di rientrare nel MSI. Era una scelta che contrastava con quanto aveva affermato prima. Diceva che il MSI vendeva i voti alla DC»<ref>Cfr. Ansa, 14 aprile 2000.</ref>. Ha aggiunto Stimamiglio di aver saputo in seguito che Rauti sarebbe rientrato nel MSI perchè dopo gli attentati ai treni del ’69 «qualcuno lo minacciò di coinvolgerlo in tutti gli attentati che sarebbero avvenuti anche in seguito»<ref>Ivi.</ref>.
Dunque Maceratini, come risulta dalle dichiarazioni di un attendibile testimone diretto, è stato anche organizzatore di campi paramilitari. Quanto all’invasione da Est, è del tutto evidente che il compito sarebbe spettato ad una organizzazione "istituzionale" quale Gladio. Il fatto che ci si sia, al contrario, rivolti anche ad Ordine Nuovo dimostra una volta di più come Gladio – oltre gli aspetti di illegittimitaÁ – era una struttura con finalità interne, utilizzata anche come «paravento» per nascondere altre e ben più illecite attività antidemocratiche.
Altre due circostanze, prima di affrontare la vicenda del rientro di Rauti e degli ordinovisti nel MSI, sembrano meritevoli di attenzione: i legami tra Maceratini con esponenti della destra eversiva non sono mai venuti meno. Ancora negli anni ’90 e – in particolare – anche dopo il passaggio tra MSI e Alleanza Nazionale, l’ex dirigente di Ordine Nuovo si è distinto per i suoi contatti. In particolare – sempre in relazione al garantismo pro-eversori dimostrato fin dai tempi dell’indagine sul golpe Borghese, nel 1990 Maceratini partecipò ad una iniziativa presso l’associazione culturale «il Punto» dal titolo: «Un indulto per la pacificazione nazionale». Tra i relatori c’era Adriano Tilgher, leader dell’attuale Fronte Nazionale nonchè, come abbiamo già visto, più volte inquisito. Ad ascoltare i relatori, tra cui Maceratini, tra gli altri c’erano alcuni noti naziskin, nonchè esponenti del Movimento Politico Occidentale di Maurizio Boccacci, sciolto in base al decreto Mancino per incitamento all’odio razziale.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|96|PALAZZO VECCHIO|}}</noinclude>
«Quanto all’architettura, egli dice, ancorchè mettesse mano a poche cose, in quelle nondimeno non dimostrò manco giudizio che nella scultura; e massimamente in tre palchi di grandissima spesa, che d’ordine e col consiglio suo furono fatti nel Palazzo della Signorìa di Firenze. Il primo fu il palco della sala che oggi si dice de’ Dugento; sopra la quale avendosi a fare non una sala simile ma due stanze, cioè una sala ed una udienza, (ciò potrebbe far credere che questi lavori non fossero quelli già stanziati e commessi a Giuliano da Maiano ed al Francione), «e per conseguente avendosi a fare un muro non mica leggieri del tutto, e dentrovi una porta di marmo, ma di ragionevole grossezza: non bisognò manco ingegno o giudizio di quello che aveva Benedetto, a fare un’opera così fatta. Benedetto, adunque, per non diminuire la detta sala, e dividere nondimeno il disopra in due, fece a questo modo. Sopra un legno grosso un braccio, e lungo quanto la larghezza della sala, ne commesse un altro di due pezzi; di maniera che con la grossezza sua alzava due terzi di braccio; e negli estremi ambidue benissimo confitti ed incatenati insieme facevano accanto al muro ciascuna testa alta due braccia, e le dette due teste erano intaccate a ugna, in modo che vi sì potesse impostare un arco di mattoni doppi, grosso un mezzo braccio, appoggiatolo nei fianchi ai muri principali. Questi due legni adunque erano con alcune incastrature a guisa di denti in modo con buone spranghe di ferro uniti ed incatenati insieme che di due legni venivano ad essere uno solo. Oltreciò, avendo fatto il detto arco, acciò le dette travi del palco non avessero a reggere se non il muro dell’arco in giù, e l’arco tutto il rimanente, appiccò davvantaggio al detto arco due grandi staffe di ferro, che, inchiodate gagliardamente nelle dette travi da basso, le reggevano e reggono di maniera, che, quando per loro medesime non bastasseno, sarebbe atto l’arco (mediante le dette catene stesse che abbracciano il trave, e sono due, una di qua e una di là dalla porta di marmo) a reggere molto maggior peso che non è quello del detto muro, che è di mattoni e grosso un mezzo braccio: e non dimeno fece lavorare nel detto muro i mattoni per coltello e centinato, che veniva a pigner ne’ canti, dove era il sodo, e rimanere più stabile. Ed in questa maniera, mediante<noinclude></noinclude>
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{gap|2em}}Ma l’aspetto principale è che l’associazione «il Punto», notoriamente, era una diretta espressione di Stefano Delle Chiaie, il vecchio camerata di scorribande antisemite sul quale, a questo punto, non occorre spendere altre parole. Vale solamente la pena ricordare come «il Punto» sia stato definito in un rapporto della questura di Bologna datato 16 novembre 1990 luogo «(...) si danno convegno numerosi elementi dell’ultra destra, alcuni dei quali pregiudicati e dediti traffici (''rectius'', a traffici) illeciti»<ref>Rapporto della questura di Bologna a firma del questore Cannarozzo del 16 novembre 1990, inviato all’Ufficio Istruzione di Bologna; alla procura della repubblica di Bologna e alla Direzione centrale della polizia di prevenzione. Vale la pena ricordare che «il Punto», tra gli alri, era frequentato anche dal notissimo Mario Merlino.</ref>.
Ancora nel 1997 Maceratini si è presentato a Nettuno per una iniziativa organizzata dall’associazione reduci della X Mas. Ancora una volta, insieme con l’esponente di Alleanza Nazionale, c’erano Mario Merlino, Maurizio Boccacci, Adriano Tilgher e altri inquisiti nel corso delle diverse indagini relative all’eversione di destra.
Le dichiarazioni di Vinciguerra e Stimamiglio sulla decisione di Rauti di rientrare nel MSI dopo l’inizio della strategia della tensione — che abbiamo appena visto — trovano una ulteriore conferma nelle convergenti testimonianze di Carlo Digilio e Martino Siciliano, i quali hanno aggiunto che la vera motivazione di quella scelta era rappresentata dalla necessità di ottenere una maggiore copertura politico-giudiziaria, proprio in virtù del diretto coinvolgimento del gruppo ordinovista nella campagna terroristica scatenata fin dalla primavera del 1969.
Ha riferito Martino Siciliano: «Dopo qualche tempo [alla fine del 1969] nel corso di una riunione plenaria di Ordine Nuovo nel Triveneto, mi venne annunciata la necessità di rientrare nel MSI, onde aprire l’ombrello nel senso di trovare riparo sotto l’ala del Partito.
Non riuscii a capire in un primo momento questa strategia, ma poi mi fu spiegato che era un ordine che proveniva da Roma e che, in previsione della piega che avrebbero potuto prendere le indagini sugli attentati che erano avvenuti o che dovevano avvenire, era pur sempre meglio far parte del MSI, piuttosto che risultare facile preda dell’autorità giudiziaria restando al di fuori del partito»<ref>Interrogatorio di Martino Siciliano del 20 ottobre 1994.</ref>.
In termini analoghi si è espresso Carlo Digilio: «Ricordo che Soffiati, il quale effettivamente conosceva Rauti, aveva mostrato disappunto e una certa contrarietà alla linea di Rauti di rientro di Ordine Nuovo nel MSI nell’autunno 1969 e che espresse questa sua perplessità a Maggi il quale invece era fortemente convinto nella necessità di tale scelta. Maggi diceva che era una strategia giusta perchè in tal modo si apriva l’ombrello del Partito permettendo ad Ordine Nuovo, una volta all’interno del Partito stesso, legale e rappresentato in Parlamento, di proteggersi da iniziative giudiziarie»<ref>Interrogatorio di Carlo Digilio del 5 aprile 1997.</ref>.<noinclude><references/></noinclude>
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Questo legame di solidarietaÁ non si sarebbe spezzato nemmeno negli
anni successivi. Infatti, a conferma del fatto che i legami tra i dirigenti
missini e gli esponenti di Ordine Nuovo mantennero una notevole soliditaÁ
anche negli anni immediatamente successivi alla strategia della tensione,
esiste un rapporto dell’UCIGOS del 26 aprile 1979 avente per oggetto:
«MSI-DN ± corrente rautiana ± attivitaÁ» dal quale emerge chiaramente
che Pino Rauti eÁ rimasto in stretto contatto con gli ordinovisti veneti inquisiti e recentemente condannati per la strage alla questura di Milano e
sotto processo per la strage di piazza Fontana (e verosimilmente sotto indagine per quella di piazza della Loggia, a Brescia)
Il contenuto dell’appunto eÁ eloquente ed eÁ integralmente riportato:
«Di recente l’onorevole Pino Rauti avrebbe promosso iniziative nel
Veneto intese a fare rientrare gli ex ordinovisti della Regione nelle file
del MSI-DN.
In particolare il dottor Carlo Maria Maggi, ex leader veneziano del
disciolto "Ordine Nuovo", molto legato al suindicato parlamentare, del
quale gode piena fiducia, avrebbe condotto una proficua campagna diretta
a favorire la iscrizione di amici, conoscenti e compagni di fede al "tiro a
segno" di Venezia.
Alle cariche elettive del sodalizio avrebbe fatto nominare l’ordinovista Paolo Molin, come presidente, e Carlo Digilio, come segretario, entrambi strettamente legati al Maggi sul piano ideologico e dell’amicizia
personale.
Il segretario del tiro a segno sarebbe responsabile, tra l’altro, della
custodia, della manutenzione, dell’acquisto delle armi e relative munizioni, compiti che consentirebbero ± stando ad indiscrezioni trapelate nell’ambiente degli ex "ordinovisti" veneziani - discreti margini di manovra
per l’acquisizione di armi di provenienza non regolare.
Peraltro il dottor Maggi avrebbe preso contatti con gli "ordinovisti" di
Verona e Rovigo dichiaratisi d’accordo sul progetto Rauti e le condizioni
piùÁ favorevoli ad un rilancio di tale iniziativa si sarebbero ottenute a Verona, dove avrebbe ripreso a lavorare a ritmo intenso Marcello Soffiati.
Quest’ultimo, in occasione di diversi incontri con il dottor Maggi a Venezia e Verona, avrebbe assicurato di poter calamitare nella corrente rautiana, oltre a tutti gli ex "ordinovisti", anche un certo numero di quadri
e militanti del MSI-DN veronese.
Nel quadro degli incarichi ricevuti, il Maggi manterrebbe una certa
distanza nei confronti del MSI-DN, limitandosi a "trattare" con alcuni fedelissimi alla linea di Rauti ed in particolare con l’esponente veneto piùÁ
rappresentativo Gastone Romani di Padova» 339».
Le successive indagini dell’autoritaÁ giudiziaria di Milano e di Venezia ± oltre quella di Brescia ± hanno pienamente confermato gran parte
delle informazioni contenute nel rapporto, che appaiono estremamente inÐÐÐÐÐÐÐÐ
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Cfr. Ministero dell’interno, direzione generale della pubblica sicurezza, Investigazioni generali operazioni speciali, Ufficio Centrale. Appunto del 26 aprile 1979, oggetto:
«MSI-DN, corrente rautiana, attivitaÁ.
Senato della Repubblica - Archivio Storico<noinclude><references/></noinclude>
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{gap|2em}}Questo legame di solidarietà non si sarebbe spezzato nemmeno negli anni successivi. Infatti, a conferma del fatto che i legami tra i dirigenti missini e gli esponenti di Ordine Nuovo mantennero una notevole solidità anche negli anni immediatamente successivi alla strategia della tensione, esiste un rapporto dell’UCIGOS del 26 aprile 1979 avente per oggetto: «MSI-DN − corrente rautiana − attività» dal quale emerge chiaramente che Pino Rauti è rimasto in stretto contatto con gli ordinovisti veneti inquisiti e recentemente condannati per la strage alla questura di Milano e sotto processo per la strage di piazza Fontana (e verosimilmente sotto indagine per quella di piazza della Loggia, a Brescia)
Il contenuto dell’appunto è eloquente ed è integralmente riportato:
«Di recente l’onorevole Pino Rauti avrebbe promosso iniziative nel Veneto intese a fare rientrare gli ex ordinovisti della Regione nelle file del MSI-DN.
In particolare il dottor Carlo Maria Maggi, ex leader veneziano del disciolto "Ordine Nuovo", molto legato al suindicato parlamentare, del quale gode piena fiducia, avrebbe condotto una proficua campagna diretta a favorire la iscrizione di amici, conoscenti e compagni di fede al "tiro a segno" di Venezia.
Alle cariche elettive del sodalizio avrebbe fatto nominare l’ordinovista Paolo Molin, come presidente, e Carlo Digilio, come segretario, entrambi strettamente legati al Maggi sul piano ideologico e dell’amicizia personale.
Il segretario del tiro a segno sarebbe responsabile, tra l’altro, della custodia, della manutenzione, dell’acquisto delle armi e relative munizioni, compiti che consentirebbero − stando ad indiscrezioni trapelate nell’ambiente degli ex "ordinovisti" veneziani − discreti margini di manovra per l’acquisizione di armi di provenienza non regolare.
Peraltro il dottor Maggi avrebbe preso contatti con gli "ordinovisti" di Verona e Rovigo dichiaratisi d’accordo sul progetto Rauti e le condizioni più favorevoli ad un rilancio di tale iniziativa si sarebbero ottenute a Verona, dove avrebbe ripreso a lavorare a ritmo intenso Marcello Soffiati. Quest’ultimo, in occasione di diversi incontri con il dottor Maggi a Venezia e Verona, avrebbe assicurato di poter calamitare nella corrente rautiana, oltre a tutti gli ex "ordinovisti", anche un certo numero di quadri e militanti del MSI-DN veronese.
Nel quadro degli incarichi ricevuti, il Maggi manterrebbe una certa distanza nei confronti del MSI-DN, limitandosi a "trattare" con alcuni fedelissimi alla linea di Rauti ed in particolare con l’esponente veneto più rappresentativo Gastone Romani di Padova»<ref>Cfr. Ministero dell’interno, direzione generale della pubblica sicurezza, Investigazioni generali operazioni speciali, Ufficio Centrale. Appunto del 26 aprile 1979, oggetto: «MSI-DN, corrente rautiana, attività</ref>».
Le successive indagini dell’autorità giudiziaria di Milano e di Venezia − oltre quella di Brescia − hanno pienamente confermato gran parte delle informazioni contenute nel rapporto, che appaiono estremamente in-<noinclude><references/></noinclude>
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>quietanti, perchè dimostrano non più genericamente i contatti tra missini ed eversori di destra, ma direttamente i legami di un alto dirigente del MSI, Pino Rauti, con un gruppo ritenuto dalla magistratura direttamente coinvolto nelle stragi e cioè nei crimini più orrendi commessi contro cittadini inermi e contro la democrazia italiana.
Contatti che sono continuati negli anni.
Sul punto, la conferma testimoniale di Carlo Digilio è inequivocabile: «Maggi e Rauti erano da sempre molto legati, io lo definirei un rapporto come quello del curato che va a confessarsi dal suo vescovo.
Ricordo a titolo di curiosità che un giorno addirittura la moglie di Maggi si lamentò perchè suo marito trascurava la famiglia e correva da Rauti ogni volta che questo arrivava a Venezia e ogni volta in genere che gli era possibile incontrarlo.
Questo rapporto non si è mai interrotto, Rauti e Maggi sono sempre rimasti in stretto contatto, come ho potuto rilevare per tutto il periodo in cui ho frequentato Maggi e cioè quantomeno fino alla mia fuga nel 1982»<ref>Interrogatorio di Carlo Digilio del 5 aprile 1997.
</ref>.
Come detto in precedenza, secondo Carlo Digilio, Pino Rauti sarebbe stato un agente americano facente parte della sua stessa struttura. Una confidenza che gli era stata fatta dal suo «collega» Marcello Soffiati, e che era stata confermata dal superiore di Digilio stesso, il capitano David Carret. Del resto, come ha sempre affermato lo stesso Digilio, in diversi colloqui, il capitano degli USA aveva mostrato di essere al corrente dei progetti ordinovisti perchè informato direttamente da qualcuno di Ordine Nuovo di Roma.
La testimonianza del collaboratore di giustizia circa i rapporti tra Rauti e gli ambienti americani trova una conferma documentale in una nota riservata, datata 12 novembre 1970, redatta da un fiduciario dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale, la nota fonte «Aristo», che informa i suoi superiori nei seguenti termini.
Anzitutto la fonte del Viminale segnala che i rapporti tra i giornalisti de «Il Tempo» Torchia, D’Avanzo, Rauti e Pasca-Raimondi «con l’addetto stampa dell’ambasciata USA risalgono al mese di febbraio 1967», quando evidentemente la linea del quotidiano rientrava tra i progetti politici statunitensi e i giornalisti venivano gratificati, chi con viaggi premio, chi con un contributo mensile.
In questo quadro di collaborazione, Rauti coglie la possibilità di incrementare l’attività della sua organizzazione, e «tra la fine del 1967 ed il 1968 il Rauti propose all’addetto stampa di finanziare, sia pure parzialmente, le sue attività politiche (Ordine Nuovo, l’agenzia di stampa e le pubblicazioni di opuscoli vari a carattere politico) e dopo un certo periodo ottenne infatti un primo aiuto economico» <ref>Nota della fonte «Aristo» del 12 novembre 1970, in Atti Commissione Stragi, XIII legislatura, doc. varie 11/48, fasc. «Il Tempo».</ref><noinclude><references/></noinclude>
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{gap|2em}}Dunque, quando ancora i piani «stabilizzanti» che i circoli atlantici hanno programmato per l’Italia non sono divenuti operativi con le bombe, uno degli esponenti di spicco della destra eversiva è letteralmente «al soldo» dell’ambasciata americana di Roma. È noto, e documentalmente accertato, che nel medesimo torno di tempo altre strutture USA tengono sotto controllo neofascisti come Digilio e Soffiati.
Successivamente, sulla scorta dei buoni contributi forniti, ai primi aiuti economici ne seguono altri, «sino a giungere ai rapporti attuali [novembre 1970] che consentono al Rauti di godere di un assegno di lire 200 mila mensili». Quali siano questi contributi, è la stessa fonte Aristo a riferirlo, specificando che «l’ambasciata USA si è avvalsa e si avvale di Rauti per organizzare talune manifestazioni anticomuniste».
Al momento in cui Aristo-Mortilla ragguaglia i suoi superiori al Viminale, è passato quasi un anno dal tragico pomeriggio del 12 dicembre e le indagini, gravide di depistaggi e deviazioni, non hanno ancora imboccato la pista giusta. Negli Stati Uniti, e certo nell’ambasciata americana di Roma, tuttavia, qualcuno sa cosa è successo esattamente, e non può non saperlo visto che si avvale di un collaboratore come Pino Rauti, del quale, a questo punto, conosciamo bene ruolo e compiti nelle vicende stragiste di quegli anni.
La sostanza è la stessa: rapporti di cointeressenza e di solidarietà. Un’ambiguità di fondo che non è mai stata dissipata dai dirigenti missini, nemmeno dopo la svolta di Fiuggi. Questo nonostante i rapporti tra il MSI e il terrorismo di destra siano documentati da un’enorme mole di materiale processuale, di cui in questa relazione, per esigenze di sintesi, si è dato conto solamente in maniera sommaria.
{{Sc|Capitolo}} II ― {{Sc|Il ruolo della mafia e della massoneria deviata}}
Uccidere persone a caso, vecchi e bambini, clienti di una banca o passeggeri di un treno, in una parola «la strage», è stato un atto politico: un modo violento, barbaro, inaudito, per incidere sugli equilibri del paese e sulle sue istituzioni nell’ambito di strategie talvolta precise (ostacolare l’alternanza delle forze al governo) e in altri casi più confuse (indebolire lo Stato e ridurne la capacità di contrasto nella lotta alla criminalità organizzata).
La cosiddetta strategia della tensione è stata quindi la «parte armata» di un progetto politico, o di più progetti politici, messi in atto da soggetti diversi via via spinti a collaborare e ad integrarsi tra loro per colpire lo Stato democratico. Così l’eversione di destra si è saldata con parti importanti della mafia, di Cosa Nostra e della ’Ndrangheta, spesso attraverso la mediazione attiva di logge massoniche deviate divenute il punto di incontro di capi dell’eversione e di ''boss'' mafiosi.
È oggi possibile affermare che la mafia (Cosa Nostra e la ’Ndrangheta) e la cosiddetta «massoneria deviata» sono state coinvolte a vario titolo nella stagione eversiva 1969-1974.<noinclude><references/></noinclude>
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Successivamente, sulla scorta dei buoni contributi forniti, ai primi aiuti economici ne seguono altri, «sino a giungere ai rapporti attuali [novembre 1970] che consentono al Rauti di godere di un assegno di lire 200 mila mensili». Quali siano questi contributi, è la stessa fonte Aristo a riferirlo, specificando che «l’ambasciata USA si è avvalsa e si avvale di Rauti per organizzare talune manifestazioni anticomuniste».
Al momento in cui Aristo-Mortilla ragguaglia i suoi superiori al Viminale, è passato quasi un anno dal tragico pomeriggio del 12 dicembre e le indagini, gravide di depistaggi e deviazioni, non hanno ancora imboccato la pista giusta. Negli Stati Uniti, e certo nell’ambasciata americana di Roma, tuttavia, qualcuno sa cosa è successo esattamente, e non può non saperlo visto che si avvale di un collaboratore come Pino Rauti, del quale, a questo punto, conosciamo bene ruolo e compiti nelle vicende stragiste di quegli anni.
La sostanza è la stessa: rapporti di cointeressenza e di solidarietà. Un’ambiguità di fondo che non è mai stata dissipata dai dirigenti missini, nemmeno dopo la svolta di Fiuggi. Questo nonostante i rapporti tra il MSI e il terrorismo di destra siano documentati da un’enorme mole di materiale processuale, di cui in questa relazione, per esigenze di sintesi, si è dato conto solamente in maniera sommaria.
{{Sc|Capitolo}} II ― {{Sc|Il ruolo della mafia e della massoneria deviata}}
Uccidere persone a caso, vecchi e bambini, clienti di una banca o passeggeri di un treno, in una parola «la strage», è stato un atto politico: un modo violento, barbaro, inaudito, per incidere sugli equilibri del paese e sulle sue istituzioni nell’ambito di strategie talvolta precise (ostacolare l’alternanza delle forze al governo) e in altri casi più confuse (indebolire lo Stato e ridurne la capacità di contrasto nella lotta alla criminalità organizzata).
La cosiddetta strategia della tensione è stata quindi la «parte armata» di un progetto politico, o di più progetti politici, messi in atto da soggetti diversi via via spinti a collaborare e ad integrarsi tra loro per colpire lo Stato democratico. Così l’eversione di destra si è saldata con parti importanti della mafia, di Cosa Nostra e della ’Ndrangheta, spesso attraverso la mediazione attiva di logge massoniche deviate divenute il punto di incontro di capi dell’eversione e di ''boss'' mafiosi.
È oggi possibile affermare che la mafia (Cosa Nostra e la ’Ndrangheta) e la cosiddetta «massoneria deviata» sono state coinvolte a vario titolo nella stagione eversiva 1969-1974.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|798}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}spontaneità umana lascia più tardi avvisare e sentire gli effetti dell’intrinseco vizio.
{{larger|270.}} — Nel generale, gli uomini allora s’accorgono della decadenza quando scema l’energia e l’attività che per vincere quella converrebbe moltiplicare. Per simile, quando le leggi peggiorano e i costumi si alterano, invece che cresca l’annegazione dei privati in verso del pubblico aumenta il loro egoismo, perchè, come disse il Poeta, ciascuno spera di campar solo, e quelli che ingrassano del danno comune o della più parte usano arte e costanza infinita per conservarsi e nel rimanente è fiacchezza. E dove l’energia operosa e la caldezza dell’animo va sminuendo, la scienza pure degenera e si fa pedantesca e se vale a scoprire il falso non à occhi per iscoprire il rimedio; oltrechè i nemici interessati delle novità e fautori d’ogni vecchiume la spaventano ed ammutiscono.
{{larger|271.}} — Allora comincia e prosegue una tal quale scomposizione o lenta o rapida; e le cagioni del regresso prevalgono di più in più alle opposte. La scomposizione lenta è quasichè invisibile. Niente muta nella sostanza e ogni cosa degenera a piccioli gradi. Le cagioni dell’attività antica sono remote se non ispente e l’abito e le formalità sottentrano alle forze interiori dell’affetto e della persuasione. Ciò si vide alla Cina e nell’Indie, ciò vedesi tra i Mussulmani oggidi. Pure Venezia conobbe questo morire di consunzione.
{{larger|272.}} — Invece le forme sociali si disfanno rapidamente per l’anarchia, e vale a dire quando è negli animi ancora molta vigorezza e passioni sbrigliate e le istituzioni poco o nulla provvedono a conciliare il conflitto estremo degl’interessi. Le democrazie greche e del medio evo italiano decaddero rapidamente e ruinarono per anarchia.<noinclude><references/></noinclude>
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Tuvok1968
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{{larger|270.}} — Nel generale, gli uomini allora s’accorgono della decadenza quando scema l’energia e l’attività che per vincere quella converrebbe moltiplicare. Per simile, quando le leggi peggiorano e i costumi si alterano, invece che cresca l’annegazione dei privati in verso del pubblico aumenta il loro egoismo, perchè, come disse il Poeta, ciascuno spera di campar solo, e quelli che ingrassano del danno comune o della più parte usano arte e costanza infinita per conservarsi e nel rimanente è fiacchezza. E dove l’energia operosa e la caldezza dell’animo va sminuendo, la scienza pure degenera e si fa pedantesca e se vale a scoprire il falso non à occhi per iscoprire il rimedio; oltrechè i nemici interessati delle novità e fautori d’ogni vecchiume la spaventano ed ammutiscono.
{{larger|271.}} — Allora comincia e prosegue una tal quale scomposizione o lenta o rapida; e le cagioni del regresso prevalgono di più in più alle opposte. La scomposizione lenta è quasichè invisibile. Niente muta nella sostanza e ogni cosa degenera a piccioli gradi. Le cagioni dell’attività antica sono remote se non ispente e l’abito e le formalità sottentrano alle forze interiori dell’affetto e della persuasione. Ciò si vide alla Cina e nell’Indie, ciò vedesi tra i Mussulmani oggidi. Pure Venezia conobbe questo morire di consunzione.
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Tuvok1968
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|801}}}}</noinclude>{{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|''A.''}}}}
{{larger|273.}} — Forse non v’à istituzione sociale e civile che non torni ottima temporalmente e in certe contingenze peculiarissime di luogo di schiatta di religione e di comune proposito. Il che tanto più apponesi alla verità, in quanto è rado che le istituzioni per sè informino l’indole delle compagnie umane, ma si rampollano quasi sempre dall’intrinseco di quell’indole e dagli impulsi del mondo circostante.
{{larger|274.}} — Vuoi tu spiegare il proselitismo sterminato e rapidissimo dei Maomettani e l’altrettanta prestezza e dilatazione di loro conquiste, avvenute in minor tempo che non fece il popol romano? Guarda alla somma opportunità delle forme loro religiose e politiche. Ei ci voleva bene una fede e un culto appetto al quale tutti gli altri parevano idolatria e predicato alle schiatte devotissime per natura al monoteismo più rigoroso e liete di rinvenir nel Corano la parte sana del Sabeismo penetrata ''ab antiquo'' in Arabia; senza parlare delle tradizioni patriarcali ed ismaelitiche in quel libro epilogate e adempite.
{{larger|275.}} — La guerra in esso e per esso diviene sacra; e suprema virtù e fortuna è il morir combattendo. E perchè la collera e la vendetta durando s’imbestiano e seminano lo sterminio, però il perdono, la pietà, la mansuetudine e la carità vi s’inculcano a tempo ed a luogo. Nè, d’altro lato, all’azione dei capitani è possibile aggiungere unità e veemenza maggiore, nè maggiore speditezza ed autorità. Conciossiachè sono soli e non ànno intorno nè clero nè gerarchia. Essi medesimi sono sacerdoti e nel lor comando si mescola la gran potenza militare alla teocratica.<noinclude>{{PieDiPagina|{{smaller|{{Sc|Mamiani — II.}}}}||{{smaller|51}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|802}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>
{{larger|276.}} — Ma successe il tempo che conveniva serbar l’acquistato, vivere ordinatamente nella pace nei traffichi negli studj nelle arti, fondar la famiglia, fondare il comune, dar principio e sicurezza alla libertà; ed allora una forma singolare e straordinaria di credenza e di vita trovata per frangenti pur singolari e di carattere transitorio mostrò alla scoperta la inabilità e impotenza propria. I campi irrigati di Valenza, le ufficine di Siviglia e le accademie di Cordova, mentre testimoniano che lo spirito umano eroicamente eccitato gittasi ad ogni impresa che bella e grande rassembri, dall’altro lato ci provano con la loro estrema caducità ch’erano fiori e frutti d’un tronco inetto a nudrirli ed a rinnovarli.
{{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|Aforismo VI.}}}}
{{larger|277.}} — Vero è che delle retrocessioni del viver civile alcune sono riparabili, altre non sono. E qui riparabili domandiamo quelle cui venga fatto di ripigliare il corso ascendente coi proprj mezzi ed il moto intrinseco. Ciò che dal di fuori sopraggiunge appartiene ad altra sfera di avvenimenti e a maggiore organizzazione sociale.
{{larger|278.}} — Quali diremo le riparabili? Certo le decadenze che non consumarono il senso morale e un qualche principio correttore delle volontà. Come in tal caso le forze razionali possono prevalere da un di all’altro alle forze che chiamammo materiali ed organiche seguita che la scomposizione civile rimane parziale; serpeggia, a così parlare, nelle membra esteriori ma le viscere e il cuore sono peranco intatti; e nella sostanza del tutto o si opera celatamente uno sviluppo nuovo e riparatore o se ne maturano gli apparecchi.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/811
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|803}}}}</noinclude>
{{larger|279.}} — E nuovo debb’essere senza meno, perchè la natura umana non tollera di retrocedere verso i principj e restaurarli senza larga riformagione ed innovazione, al che sembra non avere atteso abbastanza {{AutoreCitato|Niccolò Machiavelli|Niccolò Machiavello}}, quando sperava salvare i corpi sociali ritirandoli di quando in quando alle origini loro. Ma debbesi aggiungere ch’egli confessava in altre pagine doversi sempre cercare partiti nuovi e provvedimenti insoliti al facile tralignare e alle spesse perturbazioni del viver comune.
{{larger|280.}} — Nella maniera poi che dannosi scadimenti non veri o per lo manco emendabili, è necessità che vi sia il lor contrapposto e vale a dire una qualche specie di apparente e falso progresso civile. Da {{AutoreCitato|Vespasiano|Vespasiano}} a {{AutoreCitato|Marco Aurelio|Marco Aurelio}}, se guardi all’abito esterno del mondo romano tu il diresti ben progredito e assai prosperoso. Ma in quel cambio se cercherai la sostanza e il midollo, di’ pure che una gran ruina s’approssima, dapoichè l’attività si spegne pel comune servire e l’egoismo dee crescere quanto i legami di patria si allentano e s’abbuia la fede nelle cose soprammondane; e ancora che cresca la notizia dei fatti, e {{AutoreCitato|Gaio Plinio Cecilio Secondo|Plinio}} vi ponga bell’ordine, la scienza dei principj si affievolisce e disputano le scuole con dottrina copiosa ma non inventiva.,
{{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|''A.''}}}}
{{larger|281.}} — Anche a’ di nostri Cesare è creduto da molti salvatore di Roma e della sua civiltà, o per lo manco giungono a dire che dove {{AutoreCitato|Marco Giunio Bruto|Bruto}} e gli altri l’avessero risparmiato avrebbe il suo Genio gittato il seme d’istituzioni riparatrici e novissime. Contro a costoro insorgono gli ammiratori tenaci e inflessibili della libertà del popol romano e odiano e vilipendono il cittadino<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|804}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}pessimo che varcando il Rubicone la uccise. Ma il vero è che nel sangue delle fazioni era. stramazzata e morta la libertà da più tempo; e libertà di tutti non fu giammai, sibbene fu privilegio d’una città e dei patrizj segnatamente.
{{larger|282.}} — Ma d’altro lato è presunzione vanissima che Cesare dittatore salvar potesse il mondo romano e la civiltà del suo secolo. Tre grandi problemi, a parlare alla moderna, pendevano oscuri e per mio sentire insolubili davanti al senno di Roma e de’ suoi reggitori. Il primo, religioso o morale, chiedeva fosse nel cuor degli uomini o ripristinata la fede antica o supplita da fede nuova. Certo a cotale opera tornava quanto mai disadatto Cesare epicureo.
{{larger|283.}} — Il secondo problema, che oggi domanderemmo sociale e altresì economico, chiedeva si abolisse la schiavitù, nobilitassesi il lavoro meccanico e l’erario si colmasse non coi tributi è le spoglie dei vinti ma con le mani e il sudor produttivo di tutto il popolo. Che Cesare in tali materie mirasse infinitamente discosto dal punto assegnatogli da’ suoi tempi si potrà forse credere, sebbene quel che sappiamo di lui non ne faccia neppure un cenno. Ma questo è sicuro che, pensasse egli o no ai rimedj, mai non avrebbe bastato a recare neppure al mezzo la formidabile impresa. Conciossiachè, più secoli dopo e quando già il Cristianesimo stava sieduto sul trono d’accanto agli Augusti, le leggi sebbene mitigavano per ogni verso la schiavitù non ardivano di abolirla.
{{larger|284.}} — Il terzo problema, che fu politico, chiedeva la restituzione della libertà mediante i metodi rappresentativi rimasti sconosciuti e impensati ad ogni antico legislatore e nei quali peraltro era il solo spediente pratico per accomunare all’impero le franchigie {{Pt|po-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|803}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|po}}litiche e il nome e il fatto di cittadino romano. Ma questo concetto del far le leggi per mandato, che a noi riesce si comodo e compare si giusto, nell’età di Cesare saria sembrato all’universale un pensamento mostruoso o ridicolo; e certo la forza inveterata degli abiti e dei costumi e tutte le nozioni comuni intorno alla sovranità e al diritto l’avrebbero spento in sul nascere.
{{larger|285.}} — Veggasi dopo ciò se il {{AutoreCitato|Gaio Giulio Cesare|divino Giulio}} e non ostante Venere progenitrice potea nemmanco tentar di salvare la civiltà delle genti latine, e se invece non è da riconoscere schiettamente che sovrastano al genere umano alcune decadenze certe ed irreparabili come il destino.
{{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|''B.''}}}}
{{larger|286.}} — Esempio notabile e a tutti conosciuto di un progresso civile apparente fu quello della Spagna a computare dagli ultimi anni di {{AutoreCitato|Ferdinando II d'Aragona|Ferdinando il Cattolico}} insino ad oltre la metà del secolo decimo sesto. Non era nel mondo reame comparabile allo spagnuolo per territorio e colonie, per ricchezza di miniere, potenza d’armi e di flotte, ingerimento ed autorità senza pari in ogni corte e in ogni negozio. Ciò non ostante, in sul terminare del detto secolo e quando {{AutoreCitato|Filippo II di Spagna|Filippo II}} aggregava agli altri suoi regni il Portogallo e il Brasile, già comparivano i segni d’una decadenza si accelerata e sì piena che la maggiore non s’incontra in nessuna pagina della storia moderna. Colà, dunque, giusta i nostri principj, sotto la sembianza ingannevole d’ogni specie di grandezza scemavano e si sgagliardivano i massimi fattori d’ogni vero progresso civile la moralità l’attività e la scienza; i quali (secondo sarà spiegato più tardi) ne includono tre altri, che sono la ''libertà'' l’''arte'' e lo ''stato'', significando sotto l’ultimo nome il buon assetto politico e ministrativo.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|805}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|po}}litiche e il nome e il fatto di cittadino romano. Ma questo concetto del far le leggi per mandato, che a noi riesce si comodo e compare si giusto, nell’età di Cesare saria sembrato all’universale un pensamento mostruoso o ridicolo; e certo la forza inveterata degli abiti e dei costumi e tutte le nozioni comuni intorno alla sovranità e al diritto l’avrebbero spento in sul nascere.
{{larger|285.}} — Veggasi dopo ciò se il {{AutoreCitato|Gaio Giulio Cesare|divino Giulio}} e non ostante Venere progenitrice potea nemmanco tentar di salvare la civiltà delle genti latine, e se invece non è da riconoscere schiettamente che sovrastano al genere umano alcune decadenze certe ed irreparabili come il destino.
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{{larger|286.}} — Esempio notabile e a tutti conosciuto di un progresso civile apparente fu quello della Spagna a computare dagli ultimi anni di {{AutoreCitato|Ferdinando II d'Aragona|Ferdinando il Cattolico}} insino ad oltre la metà del secolo decimo sesto. Non era nel mondo reame comparabile allo spagnuolo per territorio e colonie, per ricchezza di miniere, potenza d’armi e di flotte, ingerimento ed autorità senza pari in ogni corte e in ogni negozio. Ciò non ostante, in sul terminare del detto secolo e quando {{AutoreCitato|Filippo II di Spagna|Filippo II}} aggregava agli altri suoi regni il Portogallo e il Brasile, già comparivano i segni d’una decadenza si accelerata e sì piena che la maggiore non s’incontra in nessuna pagina della storia moderna. Colà, dunque, giusta i nostri principj, sotto la sembianza ingannevole d’ogni specie di grandezza scemavano e si sgagliardivano i massimi fattori d’ogni vero progresso civile la moralità l’attività e la scienza; i quali (secondo sarà spiegato più tardi) ne includono tre altri, che sono la ''libertà'' l’''arte'' e lo ''stato'', significando sotto l’ultimo nome il buon assetto politico e ministrativo.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|371}}</noinclude>
Nel 12. s’imbarcò il Principe di Elbouff (che fu fatto Grande di Spagna, e Generale di Sua Maestà Cattolica) per ritornarsene in Napoli. Partì ancora il Maggior Duderberg per Olanda. Ne’ 16. giunse il Corriero del Re, Giovan Battista con lettere di Germania. Nel 23. di Marzo il Principe {{Wl|Q504498|Errigo d’Armestat}} fu nominato per Sua Maestà Cattolica Colonnello delle sue Guardie Catalane. Ne’ 14. di Aprile morì il {{Wl|Q120336806|Conte di Noyell}}.
Ne’ 30. approdò in Barcellona il Conte {{Wl|Q695284|Guido di Staremberg}}, General Tenente Maresciallo dell’Imperatore, per comandare l’Armata de’ Collegati in Catalogna. Ne’ 15. di Maggio assistè Sua Maestà all’Anniversario funerale dell’Augustissimo Imperatore {{Wl|Q150494|suo glorioso Padre}}, che si cantò in {{Wl|Q908802|S. Maria del Mar}}.
Nell’8. il Principe Errigo partì da Batcellona per andare a {{Wl|Q597320|Lampurdan}} per comandare le Truppe de’ Collegati nelle frontiere di {{Wl|Q13522657|Rossiglion}}; e giugnendo a’ 9. in {{Wl|Q7038|Girona}}, ricevè lettere coll’avviso, che il Duca di Noailles avea passati i Perinei, ed entrato in Lampurdan con 10000. uomini. Il perchè partì subito, e fu a riconoscere il Campo nemico, che era vicino di {{Wl|Q6839|Figueras}}, dove restò accampato<noinclude>{{PieDiPagina||Aa 2|sino{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|372|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>fino a’ 23. nel quale il nemico si pose in marcia, e venne ad accamparsi due leghe da Girona nel Villaggio di {{Wl|Q13428|Cervia}}: dove le Guardie del nemico rispinsero quelle di detta Piazza sino alla Costa Rosca; impadronendosi dell’altezza della montagna, dall’altra parte del Fiume {{Wl|Q31482|Tetz}}, un’ora distante da Girona.
Ne’ 12. di questo mese, avendo il nemico con 4000 Fanti, e 1000. Cavalli penetrato sino alla Conca di Tren, ricevè tale opposizione dal {{Wl|Q1102640|Colonnello Scovvel}}, che retrocesse, abbandonando anche la Villa di Graces, e suo Castello. Dopo aver conosciuto il Marescial Starembergh tutte le Piazze, passi, e frontiere, diede parte al Re per l’apertura della Campagna.
Nel 25. il Principe Errigo s’accampò vicino il Ponte Maggiore colle sue truppe al numero di 4000. e nel 28. al far del giorno, essendo comparso un gran distaccamento del nemico avanti il nostro Campo con dieci pezzi di campagna; ritirò la Cavalleria in dietro per non essere offesa; onde cessò il nemico di cannonare, e si ritirò dentro il suo Campo, dopo aver’ucciso un servitore, et un cavallo.
Ne’ 29. giunse in Barcellona la Flotta<noinclude>{{PieDiPagina|||de’{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|373}}</noinclude>de’ Collegati, la quale si pose alla vela per Italia il giorno seguente, per condurre la Reina di Spagna, e le Truppe in Catalogna. Decampò il nemico da Cervia nel 29. e s’accampò a {{Wl|Q11852|S. Pedro Pescador}}; ed a 10. il Principe fu a riconoscere il terreno del Campo abbandonato, ch’era fortissimo, e vantaggioso. Egli era accampato dentro una linea, formata di 14. battaglioni, e 47. squadroni col Fiume Tetz in fronte, un basso a sinistra, ed un cammino profondo sulla dritta, e montagna addietro. In questo medesimo mese avendosi notizia in Barcellona dal Capitan Kirton, Comandante di tre Vascelli Inghilesi, d’avere scoverto un numeroso Convoglio di Ganghili Francesi, scortati da quattro Vascelli di guerra, che caminavano verso Periscola; detto Capitano si fece alla vela con detti tre Vascelli, ed un’altro di Sorloinges, per attaccare i nemici: seguendolo due Fragate del Re, un Vascello de’ particolari, ed altre Barche armate; dandosi ordine alle due Galee d’incorporarsi con queste forze. Incontrarono detto Convoglio in fronte di {{Wl|Q828572|Cambrils}}; ed avendo attaccato vigorosamente i tre Vascelli di guerra Fran-<noinclude>{{PieDiPagina||Aa 3|cesi,{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|374|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>cesi, dopo poca resistenza si posero in fuga, come fecero quelli di trasporto con un vento favorevole. Ma incontrando ne’ Vascelli, e Galere, che uscirono di Barcellona, ne restarono presi 130. di trasporto. Il carico era di farina, e munizioni, che si conducevano per il sostentamento dell’Esercito, che comandava il Signor {{Wl|Q155596|Duca d’Orleans}}.
In quanto all’{{Wl|Q18008024|assedio di Tortosa}}, si scrisse, che il nemico teneva il quartiere dall’altra parte dell’{{Wl|Q10965|Ebro}}, sì di Cavallerie, come d’Infanteria; e che l’artiglieria della Piazza molto l’incommodava, come anche le sortite della Guarnigione: e che il Marescial di Staremberg avea portato il suo Esercito dalle vicinanze di Cambrils sino a {{Wl|Q537604|Falset}}, per osservarlo, ed in caso d’attaccare la Piazza, prenderebbe le risoluzioni convenienti, per incommodarlo. Il Duca di Noalles nel 20. si ritirò da Lampurdan con tutto il suo Esercito in Rossiglion, mantenendosi il Duca di Orleans colle sue Truppe all’intorno di {{Wl|Q12812|Tortosa}}, la quale cominciò a bombardare nel 24. e nel 26. se tirare una batteria di diecesette cannoni di 18. 24. e 36. di palla per la parte, che riguarda il<noinclude>{{PieDiPagina|||ba-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|375}}</noinclude>baluardo del Carmine, e la cortina della muraglia, che corre sino a quella dello Spirito Santo. In cinque giorni di batteria fece poco danno nelle opere morte del baluardo, e le bombe non bruciarono altro, che il Convento del Carmine. Continuò il guoco dall’una, e l’altra parte sino a’ 18. nella cui notte si gece una sortita 300. uomini per il baluardo del Carmine, comandata da un Tenente Colonnello; e per quello di San Giovanni altri 10, che uscendo al medesimo tempo s’impadronirono della batteria nemica, della quale inchiodarono due cannoni. Ne’ giorni seguenti non fu così continuo il fuoco, per essere occupato il nemico in alzare altra di sei canoni contro il bastion dello Spirito Santo. Però nella Piazza si stava con vigilanza, e si gece una tagliatura dal bastion del Carmine sino a quello dello Spirito Santo, che sarebbe di breve terminata per il continuo travaglio de’ Soldati, e Paesani. Saputosi a’ 2. di Luglio dal Signor Marescial Starembergh, che una partita del distaccamento nemico di 1000. cavalli era entrato per la parte di {{Wl|Q15090|Lerida}} sino alle vicinanze di {{Wl|Q847011|Servera}}, comandò, che passasse a Benevam il Reggimento di Corazze di<noinclude>{{PieDiPagina||Aa 4|D. Ga-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|376|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>D. Gaspar de Cordova, ed a Servera un distaccamento di 1500. cavalli, dal cui Campo avvisarono nell’8. di Luglio, che avendo notizia il Signor {{Wl|Q1592228|Conte della Talaya}}, che nella vicinanza di {{Wl|Q752137|Tarrega}}, si trovava un distaccamento di 4000. cavalli, comandato dal Graffton; fece a quella volta avvanzare il General Carpenter, e Colonnello D. Pietro di Almedia col Sorgente maggiore Conte Guicciardi, e Colonnello Coleberg; che fu il primo ad attaccare detto distaccamento nemico, e lo disfece, restandovi da 15. morti, e 66. prigionieri, salvandosi il di più colla fuga.
Nel 10. di Luglio, dopo sedici giorni di trincera aperta, si rese la Città di Tortosa al nemico. Nella medesima era Generale il Conte Effrem maggior Generale dell’Elettor Palatino. La guarnigione uscì con capitolazioni onorate, e venne ad unirsi all’Esercito nel Campo di Terracona, vicino di Riodomo; dove anche da Girona era giunto il Signor Principe d’Armestat.
Il primo d’Agosto decampò l’Esercito da Terracona, e prese il cammino di Servera, dove trovò le Truppe Imperiali venute colla Reina da Italia. Nel 6. ven-<noinclude>{{PieDiPagina|||ne{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|806}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>
{{larger|287.}} — Per fermo, al primo adocchiare la Spagna di {{AutoreCitato|Carlo V d'Asburgo|Carlo V}} e {{AutoreCitato|Filippo II di Spagna|Filippo II}}, avvisasi immediatamente che la plebe minuta poltriva agli usci de’ conventi e poco travagliavasi nelle officine e nei campi arativi. I meno infingardi tragittavansi nelle Americhe. L’operosità poi del cittadino e del pensatore si dileguava con le franchigie dei comuni pérdute nel 1521 e con quelle dei Grandi nel 39 e sotto i decreti e i supplizj della Inquisizione. Onde vi fu poesia e teatro maraviglioso e l’arti plastiche riuscirono feconde e quasi perfette. Tacquero la filosofia e le scienze positive, e niuno guardò senza spavento nella faccia del vero.
{{larger|288.}} — Nè la moralità potette giovarsi d’una religione di pratiche e difesa e inculcata dalla violenza e il cui insegnamento propalavano da per tutto i casisti e i lassisti, in quel mentre che i frati moltiplicavano a furia e tanto crescevano di numero di ricchezze e d’oziosità, quanto perdevano di austerità e di scienza. Impertanto, nè l’arte fabbrile, fontana di produzione e della vera ricchezza, nè la libertà nè lo stato nè la scienza nè la moralità nè la vigorezza attiva ed assidua fiorivano in Ispagna a que’ giorni. Presto, dunque, le apparenze doveano far luogo alla triste realità, e mentre il Sole non tramontava giammai sull’impero castigliano, pur troppo vi tramontava rapidamente il Sole della gloria.
{{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|Aforismo VII.}}}}
{{larger|289.}} — Quando, impertanto, appresso un popolo prevale l’egoismo la indolenza e l’errore; e sopra ogni cosa, quando per l’egoismo il principio morale e moderatore delle volontà è quasichè spento, la decadenza di lui non à riparo nessuno e gli è impossibile di {{Pt|ri-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|807}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|ri}}sorgere con le forze proprie per desiderio che ne abbia e per tentamenti che faccia; avvegnachè in ciascuno di essi giace un paralogismo pratico assai manifesto.
{{larger|290.}} — Per fermo, la riparazione onde può scaturire se non dai fattori del progresso civile e segnatamente da quelli che contrappongonsi agli avversi fattori e sono la scienza, la moralità e l’attività? Ma nella corruzione sociale la scienza pure si adultera e guasta. Parte non è lasciata libera, parte si snerva nelle sottigliezze e nella pedanteria e parte infine è convertita da nobile intento a mezzo venale. Guarda quel che diventa in Roma la scienza greca e latina ai giorni di {{AutoreCitato|Flavio Magno Aurelio Cassiodoro|Cassiodoro}} e in levante sotto l’impero dei Paleologhi.
{{larger|291.}} — Forse per la moralità tu ricorri alla religione, e le chiedi il prodigio di svegliar le coscienze ammendare i costumi ricongiungere gli animi all’idea pura e fruttuosa del bene pubblico. Ma qualora ella stessa la religione non fosse degenerata, mai nel popolo non sarebbe cresciuta la superstizione o la incredulità; e le forme materiali e la moltiplicazione dei riti non avrebbero soffocato lo spirito di vera pietà e l’ardenza della vita interiore. Oltrechè, chiedere che la religione si riformi e risorga quando gl’intelletti sonnecchiano e gli animi sono impoveriti e viziati si è un aspettare dal secco pruno le rose di maggio.
{{larger|292.}} — Vuoi tu sperare invece in qualcosa che risusciti l’energia e l’attività? Se l’aspetti dal di fuori, esci dai termini del supposto. Se dal di dentro, nulla cosa rivolgesi in circolo più patente; conciossiachè tu pretendi che l’ignavia generi l’opposto affatto di sè medesima, ovvero che l’egoismo spieghi attività nel bene di tutti non nel privato e proprio interesse per frodi e macchinamenti.
{{larger|293.}} — Si accennò por dianzi da noi che la libertà,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|377}}</noinclude>ne notizia, che il Duca di Noalles colle sue Truppe, che comandava in Ampurdan, s’era ritirato verso la Francia. Nel 12. il Duca di Orleans si trovò accampato col suo Esercito in {{Wl|Q197008|Agramont}}. Un distaccamento del quale avvisarono, che era a due ore da quello de’ Collegati, e che la sua Cavalleria stava in male stato, essendo morti 800. cavalli nel cammino di Tortosa a Lerida. Nel 16. il nemico levò il suo Campo da Agramont, e si ritirò in {{Wl|Q696797|Balaguer}}. Nel 19. anche l’Esercito de’ Collegati decampò dal Campo di Sarvera, e s’accampò sul Fiume Sio, vicino de’ Villaggi di Spaillarges, e {{Wl|Q929794|Monroig}}. Ne’ 21. lasciò l’Esercito il General Stanoph, per passare in Barcellona, per dove s’imbarcò sopra una squadra Inghilese, e con lui un Reggimento di questa nazione, due de’ Portoghesi, ed uno de’ Napoletani, con molte munizioni verso l’Isola di Minorica, ponendo l’{{Wl|Q3133556|assedio}} al Castello di Porto Maon.
Nel 22. il Principe Errigo fu comandato con un distaccamento dell’Esercito di 3000. uomini, per entrare dentro la Conca di Trem, dove giunse ne’ 24. e neʼ 27. fece attaccare da 300. Granatieri il Castello de Congers, dove vi erano 110.<noinclude>{{PieDiPagina|||uomi-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/816
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|808}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}lo stato e l’arte sono fattori efficaci del progresso civile da aggiungere agli altri summentovati e che ne sono anzi uno spiegamento naturale e un’applicazione necessaria; perchè, tolta la libertà, ogni rimanente si corrompe e cadono soprattutto la scienza e l’attività. Tolto l’ordine pubblico, è levato di mezzo il progresso civile; imperocchè questo in sostanza vuol dire moto ordinato e corretto delle congregazioni umane e del viver comune. Da ultimo, la ricchezza pubblica o vogliam dire la natura ambiente usufruttuata da onde emana se non dalle dovizie private, e queste se non dall’arte?
{{larger|294.}} — Ciò veduto, rimane che tu consideri se la risurrezione di gente fiacca e depravata accader possa per l’efficacia della libertà o dello stato o dell’arte. Ma un popolo guasto o si consuma nell’anarchia, ovvero per rimedio estremo invoca l’arbitrio d’un capo, il quale volesse anche restituire la libertà, mirerebbe in corto tempo l’opera sua lacerata e spenta dalle fazioni.
{{larger|295.}} — Se non che, potrebbe la fortuna suscitare in mezzo a quel popolo un sommo legislatore che riformando lo stato e le leggi riformerebbe la tempra degli animi e l’indole dei costumi. Sarà gran cosa che in mezzo a gente ammiserata e invilita sorga una mente legislatrice si fatta. Ma dato che sorga, gli è chiaro che la generale depravazione guasterà piuttosto le nuove leggi di quello che queste correggano e impediscano la corruttela. E quando pure i troppi interessati alla continuazione del male non si assicurino di quel magnanimo, i buoni istituti suoi scenderanno seco dentro al sepolcro. Nè gli varrà sforzarsi di mutar l’uomo interiore mediante l’educazione; dove troverà esso gli educatori? e dove negli alunni la docilità dell’apprendere<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/817
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" /></noinclude>{{Pt|<br>|}}e la vigorezza eroica di oppugnare e vincere i tristi abiti inveterati al di dentro e le malvage costumanze al di fuorì?
{{larger|296.}} — L’arte, infine, non istà con la ignavia nè col servaggio nè con la scienza menomata nè con l’egoismo trovatore ingegnoso di guadagni illeciti e non laboriosi; e quando anche, per impossibile, l’arti fabbrili fiorissero, farebbesi della dovizia privata e pubblica uso pessimo o frivolo. Ma bene si avvisi quello che appo i Cinesi scaduti e infraliti diventa l’arte; un meccanismo ignorante e di più in più infecondo.
{{larger|297.}} — Anno citato il dolore come purga certa dei popoli. Ma ogni tristo uomo spera invece d’immergersi nei piaceri a gola e in parte vi riesce; e se il dolore il quale punge e tribula le moltitudini a maniera insolita e quasi improvvisa può scuoterle dall’inazione e forse anche correggerle, così non avviene di quel cumulo di privazioni e afflizioni che gravasi a oncia a oncia sopra d’un popolo nel corso di lunghe età. Quindi cotesto genere di dolore non rigenerò certo i Greci del basso impero nè i Latini degli ultimi secoli; anzi neppure bastò a ritemprarli e correggerli il flagello spietato ed insolitissimo delle prime invasioni barbariche.
{{larger|298.}} — Per nltimo ei non si obbietti da alcuno che mai il risorgimento morale non è interdetto alle umane coscienze, le quali eziandio nel fondo dell’abbiezione e depravazione d’ogni sentimento e d’ogni abito trovano talfiata e trovar possono sempre vigore di ravvedersi e spiritualmente risuscitare. Non ignorasi da veruno dei miei lettori che tali maraviglie si scorgono alcuna rada volta nei singoli uomini, ma non certo nelle moltitudini guaste e invilite da età lunghissima. Conciossiachè nel generale operano le generali cagioni, e gli effetti appaiono necessarj onninamente e fatali.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|809}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}e la vigorezza eroica di oppugnare e vincere i tristi abiti inveterati al di dentro e le malvage costumanze al di fuorì?
{{larger|296.}} — L’arte, infine, non istà con la ignavia nè col servaggio nè con la scienza menomata nè con l’egoismo trovatore ingegnoso di guadagni illeciti e non laboriosi; e quando anche, per impossibile, l’arti fabbrili fiorissero, farebbesi della dovizia privata e pubblica uso pessimo o frivolo. Ma bene si avvisi quello che appo i Cinesi scaduti e infraliti diventa l’arte; un meccanismo ignorante e di più in più infecondo.
{{larger|297.}} — Anno citato il dolore come purga certa dei popoli. Ma ogni tristo uomo spera invece d’immergersi nei piaceri a gola e in parte vi riesce; e se il dolore il quale punge e tribula le moltitudini a maniera insolita e quasi improvvisa può scuoterle dall’inazione e forse anche correggerle, così non avviene di quel cumulo di privazioni e afflizioni che gravasi a oncia a oncia sopra d’un popolo nel corso di lunghe età. Quindi cotesto genere di dolore non rigenerò certo i Greci del basso impero nè i Latini degli ultimi secoli; anzi neppure bastò a ritemprarli e correggerli il flagello spietato ed insolitissimo delle prime invasioni barbariche.
{{larger|298.}} — Per nltimo ei non si obbietti da alcuno che mai il risorgimento morale non è interdetto alle umane coscienze, le quali eziandio nel fondo dell’abbiezione e depravazione d’ogni sentimento e d’ogni abito trovano talfiata e trovar possono sempre vigore di ravvedersi e spiritualmente risuscitare. Non ignorasi da veruno dei miei lettori che tali maraviglie si scorgono alcuna rada volta nei singoli uomini, ma non certo nelle moltitudini guaste e invilite da età lunghissima. Conciossiachè nel generale operano le generali cagioni, e gli effetti appaiono necessarj onninamente e fatali.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|378|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>uomini di guarnigione, che fu espugnata, e tutta la guarnigione fu fatta prigioniera di guerra, e poi marciarono a {{Wl|Q367969|Figuerola}}. Intanto il nemico stava accampato vicino a {{Wl|Q18272|Trem}} dall’altra parte del {{Wl|Q23160|Fiume Noghera}} con 14. battaglioni, e 4. Reggimenti di Cavalleria.
Nel 23. detto, colla notizia, che il nemico foraggiava un’ora e mezza lontano dal Campo de’ Collegati, distaccò il Generale Starembergh 800. cavalli, e sei Compagnie di Granatieri, restando tre di queste in imboscate, passarono l’altre tre ad attaccare cinque del nemico, che coprivano i foraggiatori; i quali posti in fuga, gli Ussari de’ Collegati avanzandosi, presero alcuni prigionieri, e qualche bagaglio. In appresso sapendosi essere abbondante il foraggio in quel terreno, si ordinò da detto Maresciallo un foraggio generale, che si fece a vista del nemico.
Nel 16. Settembre decampò da Agramont il Duca d’Orleans, accampandosi a Balaguer, e nel 25. detto si mantenne dall’altra parte del Fiume Secli, dove essendo stato ributtato un loro distaccamento, l’ingrossarono di 6000. uomini; e ritornando ad attaccare il Ponte di<noinclude>{{PieDiPagina|||Mon-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|379}}</noinclude>Montagnana, s’impadronirono del medesimo dopo una lunga resistenza fatta da’ Collegati; però il General D. Lucas della Porta diede la providenza necessaria per difendersi gli altri passi, che mirano l’ingresso della Conca di Trem; dopo che il General Staremberg mandò opportuni soccorsi al Principe d’Armestat, per guadagnare quelle montagne. Avvisarono d’{{Wl|Q11959|Alicante}}, e {{Wl|Q646725|Denia}}, che alcune scorrerie de’ Collegati aveano avuto notabile vantaggio sopra i nemici, facendo un bottino di 2100. doble, di più cavalli, e prigionieri; ed il Principe d’Armestat da Figuerola in data de’ 27. di detto mese partecipò, d’aver’occupato il Castello di Conques, dove fece 100. soldati prigionieri co’ loro Ufficiali, prendendo provisioni grandi d’ogni genere; incamminandosi poi a Villa Migiana, una lega, e mezza distante, per attaccare il nemico, che ivi stava accampato in numero di 3000. uomini. Nel 30. il Marchese di Fonnasar avendo presa la Villa, e mandato tamburo al Colonnello D. Giorgio Pertus, che rendesse il Castello di Aren, ricevuta una risposta risentita, fece ogni sforzo per espugnarlo colla forza di sei pezzi di artiglieria, due mortari, e 6000.<noinclude>{{PieDiPagina|||Sol-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/818
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|810}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|''A.''}}}}
{{larger|299.}} — Questa presunzione fallace che un popolo sommamente scaduto possa riaversi per lo eccesso medesimo de’suoi mali à fatto incorrere il Genio di {{AutoreCitato|Giovambattista Vico|Vico}} in quell’altro errore che la civiltà soggiaccia a un corso e ricorso perpetuo, alternando il regresso al progresso con legge non declinabile e senza diversità sostanziale in ciascuna ripetizione. Così quella sua gran mente molto prossima a cogliere il principio sì vero quanto fecondo del progredire incessabile della creazione e sotto certi confini eziandio del genere umano ricascò nel vieto concetto della periodicità comune a’ Greci e a’ Latini e agli scrittori tutti quanti che domandansi della rinascenza.
{{larger|300.}} — Ma donde cavò il Vico che l’eccesso dei mali debba fermarsi e ricominciare un contrario movimento? Per fermo, nel generale, e badando solo al significato delle parole, quello che eccede non dura; perchè alle forze mondiali sono prescritti e misurati certi confini di là dai quali vanno pure talvolta per poco tempo ed in picciol grado e cedendo alla veemenza esteriore e straordinaria di altre forze. Ma nei corpi organati l’eccesso in luogo di provocarvi le azioni contrarie mena il più delle volte la distruzione loro totale. E così nel consorzio civile le forze dissolventi, sebbene eccessive a rispetto della incolumità di lui possono proseguire insino all’estremo, e cioè insino allo sperdimento del consorzio medesimo. Anzi questa è la naturale conseguenza dell’eccessivo tralignare ed infievolirsi d’un popolo, secondo fa dimostrato nell’aforismo.
{{larger|301.}} — Vero è che il Vico fa pure il supposto che un popolo venuto all’estremo della debolezza e {{Pt|all’im-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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Tuvok1968
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|810}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|''A.''}}}}
{{larger|299.}} — Questa presunzione fallace che un popolo sommamente scaduto possa riaversi per lo eccesso medesimo de’suoi mali à fatto incorrere il Genio di {{AutoreCitato|Giambattista Vico|Vico}} in quell’altro errore che la civiltà soggiaccia a un corso e ricorso perpetuo, alternando il regresso al progresso con legge non declinabile e senza diversità sostanziale in ciascuna ripetizione. Così quella sua gran mente molto prossima a cogliere il principio sì vero quanto fecondo del progredire incessabile della creazione e sotto certi confini eziandio del genere umano ricascò nel vieto concetto della periodicità comune a’ Greci e a’ Latini e agli scrittori tutti quanti che domandansi della rinascenza.
{{larger|300.}} — Ma donde cavò il Vico che l’eccesso dei mali debba fermarsi e ricominciare un contrario movimento? Per fermo, nel generale, e badando solo al significato delle parole, quello che eccede non dura; perchè alle forze mondiali sono prescritti e misurati certi confini di là dai quali vanno pure talvolta per poco tempo ed in picciol grado e cedendo alla veemenza esteriore e straordinaria di altre forze. Ma nei corpi organati l’eccesso in luogo di provocarvi le azioni contrarie mena il più delle volte la distruzione loro totale. E così nel consorzio civile le forze dissolventi, sebbene eccessive a rispetto della incolumità di lui possono proseguire insino all’estremo, e cioè insino allo sperdimento del consorzio medesimo. Anzi questa è la naturale conseguenza dell’eccessivo tralignare ed infievolirsi d’un popolo, secondo fa dimostrato nell’aforismo.
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|380|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>Soldati, ma trovata resistenza, si ritirò con rossore.
Il primo di Ottobre essendosi accampato a Gimiana l’Esercito de’ Collegati, distante una lega dal corpo distaccato del nemico, vicino un Villaggio, chiamato Guardini; il Padrone dell’istesso all’entrare della notte fece un distaccamento di un Luogotenente Colonnello, tre Capitani di Granatieri, con 150. uomini, i quali passato il fiume a guazzo, un’ora dopo mezza notte, coll’assistenza di una buona guida; giunsero al campo de’ nemici senza avvedersene alcuno. Disfececero un battaglione intiero, del quale restarono 300. uomini morti, riportando quattro stendardi, e nove prigionieri; e dalla parte de’ Collegati fu ferito un Luogotenente, e cinque suffocati nel fiume, mentre si ritiravano. L’Esercito Collegato continuò nell’istesso accampamento, e poi si ritirò.
A’ 12. di Ottobre si pose in marcia il nemico, e si ritrovò verso il Ponte di Montagnana, lasciando tutta affatto la Conca di Trem, dopo aver rotto il Ponte; colla cui ritirata restarono all’obbidienza del Re nostro Signore tutti i luoghi da quella parte sino a Lerida. Ritor-<noinclude>{{PieDiPagina|||nò{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|381}}</noinclude>nò in detto giorno nella Corte di Barcellona il Maresciallo Starembergh. Nel 13. si pose in marcia il Principe Errigo, e nel medesimo giorno giunse a Trem; dove avendo inteso, che il nemico avea ruinato il Ponte di Montagnana, si pose in marcia, per raggiugnere l’Esercito de’ Collegati, nel quale giunse a’ 29. E perche il medesimo decampò ne’ 30. di Ottobre per andare a Quartiere d’inverno, ritornò il Principe Errigo in Barcellona, dove giunse a’ 2. di Novembre. Nel 3. un distaccamento del nemico di 2500. cavalli attaccò il Castello d’{{Wl|Q629021|Aristot}}, battendolo due giorni; al cui soccorso essendo andato il Conte Publa con 200. fanti del Reggimento Reale, e 1500. cavalli del Reggimento Nebot, obbligò i nemici a ritirarsi con perdita di 130. uomini fra morti, e feriti.
Nel principio di Dicembre vi fu un tentativo con qualche intelligenza sopra la Piazza di Tortosa, che ebbe mala riuscita per la poco buona condotta. Nel 16. arrivò una squadra di Vascelli Inghilesi nel Porto di Barcellona, venendo d’Italia, comandata dal Conte {{Wl|Q16859636|Ammiraglio Witaeken}}, la quale la sera de’ 23. di Dicembre si pose alla vela.<noinclude>{{PieDiPagina|||''Or-''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|811}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|all’im}}potenza del riaversi, diventi per ciò medesimo conquista e possesso di gente più vigorosa. Ma in questo prende, per giudicio nostro, due altri abbagli gravissimi. Il primo è ch’egli discosta con tale ipotesi la risoluzione del grande problema storico ma non la porge intera e terminativa. Imperocchè della gente conquistatrice che avverrà egli? Trascorrerà il progresso e il regresso preordinato, ovvero da capo genti e armi straniere porrannole il giogo? Se ciò avviene pur sempre, la legge fatale dei corsi e ricorsi della civiltà non si avvera. Per l’opposto caso c’imbattiamo nelle obbiezioni testè accennate.
{{larger|302.}} — Il secondo abbaglio è stato di non iscorgere che spesso si conquistano le nazioni senza per ciò introdurle nel proprio consorzio civile. Di tal che elle rimangono escluse, per via di parlare, dalla vita propria quanto dall’altrui e proseguono miseramente a scadere ed imbarbarirsi. Così vivono i discendenti della nazione egizia; così vivrebbe il popolo greco, quando gl’influssi e gli aiuti dell’Occidente non l’avessero inanimato e in parte redento.
{{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|Aforismo VIII.}}}}
{{larger|303.}} — Noi tenemmo abbondantemente, ci sembra, la nostra promessa di mostrare la insufficienza delle prove sperimentali circa al progredir l’uomo incessabilmente nella vita razionale e nella partecipazione del bene.
Se il progresso civile delle nazioni è giovanissimo, a modo di dire, e conta per qualche ora di tempo
nella vita del genere umano, lunga, dicono, di cento mil’ anni, come giudicare il progresso un fatto essenziale di nostra natura?<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|812}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>
{{larger|304.}} — Per simile, se la facoltà di salire durevolmente alla cima della perfezione civile è in ciascun popolo una nuda potenza non mai attuabile quando il gran caso debba succedere con le sole e uniche forze di quello, vuolei da capo dubitare della essenzialità e universalità del progresso civile; imperocchè questo si effettua per influssi ed azioni scambievoli delle separate e diverse congregazioni d’uomini; nella quale scambievolezza i fatti da sè non lasciano scorgere alcuna necessità ed anzi sembravi dominare l’accidentale e il fortuito.
{{larger|305.}} — Ed ancora, se il corso del progresso civile o non cominciò mai o cessò per intero in moltissime genti, e in altre venne interrotto con decadenze lunghe e talvolta non riparabili, e noi ne scoprimmo le cagioni profonde sostanziali e perpetue, nulla ne accerta che il progresso rinnovato non declini da capo e senza, per avventura, alcuna riavuta.
{{larger|306.}} — A fronte di tali incertezze abbiamo, dunque, buon arbitrio di opporre gli assoluti principj dedotti da noi più sopra, e i quali dimostrano dovere la legge del progresso avverarsi altresì sulla terra; ed anzi il giorno che fosse al genere umano interdetto universalmente e irrimediatamente di crescere quivi nella perfezione e nella finalità, sarebbe segno che tutta la specie dee mutar di soggiorno e all’organismo attuale vegetativo succedere un altro o al tutto spirituale o di corporeità supremamente più fina ed eterea. Ma in aspettando quel giorno, egli è lecito di pronunziare con sicurezza che la facoltà intera di perfezionamento, la quale si accorda col vivere nostro corporale e vegetativo, trapasserà all’atto di mano in mano e dovrà accomunarsi a tutta la specie.
{{larger|307.}} — Nè si obbietti contro al nostro principio col<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|382|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>
{{Indentatura|1em}}''Ordine di battaglia dell’Esercito de’ Collegati in Catalogna del già riferito anno 1708. comandato dal Conte Guido di Starembergb, Luogotenente Generale Stannoph, Principe di Hasse, Sormane, Maggiori Generali Carpenter, Frankemberg, Sant Aman, Effrem.''</div>
{{Ct|t=1.2|CAVALLERIA.}}
{|
| 4 || Herbevilli, Dragoni Imperiali.
|-
| 2 || Zinzendorff, Dragoni Imperiali.
|-
| 3 || Taura, Cavalleria Portoghese.
|-
| 3 || Almeida, Cavalleria Portoghese.
|}
{{Rule}}
{|
| 12 || Squadroni.
|}
{{Ct|t=1.4|INFANTERIA.}}
{|
| 1 || Principe d’Armestat, Granatieri Spagnuoli.
|-
| 2 || Staremberg, Imperiali.
|-
| 1 || Osnabruch, Imperiali.
|-
| 1 || D. Paolo Gaetano de Alburquerque Portoghese.
|-
| 1 || Huett Portoghese.
|-
| 1 || Conte Taff Lombardo.
|-
| 2 || Revenclau.
|}
{{Rule}}
{|
| 9 || Battaglioni.
|}<noinclude>{{PieDiPagina|||IN-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Autore:Aurelio de' Giorgi Bertola
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#RINVIA [[Autore:Aurelio Bertola de' Giorgi]]
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{{larger|308.}} — Ma prima di trapassare a tale ultima parte di nostra dottrina proseguiremo a ben divisare altri compimenti e conseguenti delle prove sperimentali; il che non può venir fatto senza aggiungere luce sulla cognizione delle storie e sugli arcani del nostro essere.
{{Ct|f=115%|t=2|v=2|'''CAPO SESTO.'''}}
{{Ct|f=85%|t=2|v=2|'''ANCORA DELLE PROVE SPERIMENTALI.'''}}
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{{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|Aforismo I.}}}}
{{larger|309.}} — È naturale all’uomo dare ai tempi in che vive importanza grandissima e i pregi pochi o molti che ànno esaltare e magnificare. Quindi il filosofo non dee correre dietro alla voce volgare che celebra il secolo nostro sopra tutti quelli già trapassati, nè accettar senza esame severo il giudicio comune oggidì che il mondo civile naviga, per sì dire, nel mar del progresso a gonfie vele e con vento in poppa.<noinclude><references/></noinclude>
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{{larger|308.}} — Ma prima di trapassare a tale ultima parte di nostra dottrina proseguiremo a ben divisare altri compimenti e conseguenti delle prove sperimentali; il che non può venir fatto senza aggiungere luce sulla cognizione delle storie e sugli arcani del nostro essere.
{{Pt|{{rule|t=2|v=4|4em}}|}}<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=115%|t=2|v=2|'''CAPO SESTO.'''}}
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{{larger|309.}} — È naturale all’uomo dare ai tempi in che vive importanza grandissima e i pregi pochi o molti che ànno esaltare e magnificare. Quindi il filosofo non dee correre dietro alla voce volgare che celebra il secolo nostro sopra tutti quelli già trapassati, nè accettar senza esame severo il giudicio comune oggidì che il mondo civile naviga, per sì dire, nel mar del progresso a gonfie vele e con vento in poppa.<noinclude><references/></noinclude>
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|-
| 1 || Barbo, Palatini.
|-
| 1 || Effrem, Palatino.
|-
|-
| 1 || Gardes, Palatino.
|-
| 1 || Loffbahl, Olandesi,
|-
| 1 || Trisheim, Olandesi.
|-
| 1 || Mordan, Inghilesi.
|-
| 1 || Herison, Inghilesi.
|}
{{Rule}}
{|
| 8 || Battaglioni.
|}
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{|
| 3 || Padas, Cavalleria Portoghese.
|-
| 2 || Frankemberg, Cavalleria Palatina.
|-
| 2 || Schellard, Cavalleria Palatina.
|-
| 3 || Matta, Dragoni Olandeſi.
|-
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|-
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|-
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| 3 || Padas, Cavalleria Portoghese.
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Categoria:Testi in cui è citato Aurelio de' Giorgi Bertola
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#RINVIA [[:Categoria:Testi in cui è citato Aurelio Bertola de' Giorgi]]
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Categoria:Pagine in cui è citato Aurelio de' Giorgi Bertola
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| 2 || Sobias, Cavalleria Spagnuola.
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| 3 || Sosa, Cavalleria Portoghese.
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| 3 || Melo, Cavalleria Portoghese.
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| 10 || Squadroni.
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| 1 || Starembergh, Imperiali.
|-
| 1 || Osnabruck, Imperiali.
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|-
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| 5 || Battaglioni.
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<div style="height: 12em; width: 2em; margin: 0 auto; position: relative;">
<span style="position: absolute; top: 0; left: 0; white-space: nowrap; transform: rotate(90deg); transform-origin: left top;">
Artiglieria venti pezzi.
</span>
</div>
{{Ct|t=1.4|INFANTERIA.}}
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| 1 || Schiomber, Palatini.
|-
| 1 || Coppi, Palatini.
|-
| 1 || Moreni, Olandesi.
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<noinclude>|}</noinclude><noinclude>{{PieDiPagina|||1 Sant{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|385}}</noinclude><noinclude>{|</noinclude>
| 1 || Sant Aman, Olandesi.
|-
| 1 || Wetmar, Inghilesi.
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{{Rule}}
{|
| 5 || Battaglioni.
|}
{{Ct|t=1|CAVALLERIA.}}
{|
| 3 || Horogna, Cavalli Portoghesi.
|-
| 2 || Espee, Cavalleria Palatina.
|-
| 2 || Frankemberg, Cavalleria Palatina.
|-
| 3 || Schlinembach, Dragoni Olandesi.
|-
| 2 || Nassau, Dragoni Inghilesi.
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| 2 || Peper, Dragoni Inghilesi.
|}
{{Rule}}
{|
| 14 || Squadroni.
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<section begin="s6" />{{Ct|t=1|v=1.6|w=1em|f=110%|{{Type|l=0.8em|CA}}P. {{Ec|V.|VI.}}}}
{{Ct|v=1.5|''Contenente la Campagna del 1709.''}}
{{Capolettera|D}}Opo esser marciata parte delle Truppe Regie, ed Ausiliarie al Campo destinato, giunse il Maresciallo {{Wl|Q551615|Conte di Starembergh}} col {{Wl|Q504498|Principe Errigo d’Armestat}}, a’ 31. del mese di Maggio verso le 21. ore in Selvera.
Nel primo di Giugno, circa le 14. ore giunse il Reggimento d’Infanteria del Colonnello Ferrer delle Truppe di Sua Maesta, e verso le 21. ore sopravenne la<noinclude>{{PieDiPagina||Bb|Ca-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/406
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|386|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>Cavalleria Portoghese al numero di sette Reggimenti, in tutto 3000. cavalli in buono stato, e ben montati. In questo giorno pranzò il Maresciallo sudetto in casa del Conte Sormani, e furono di tavola il Conte dell’Atalaya Generale Portoghese (Cavaliere di amabili qualità) il General Contrencour, Generale di battaglia di Sua Maesta Cesarea, D. Antonio Urretta, General di battaglia del Re, il Colonnello D. Pietro Almayda, il Brigadiero D. Francesco Tavora, il Principe d’Armestat, il Colonnello Ferrer, il Conte del Caudette, e gli Ajutanti Generali di detto Maresciallo. Dopo pranzo giunse il Colonnello Cordova, e D. Ferdinando Pignatelli, Capitano del suo Reggimento, a’ quali diede ancora da pranzare il medesimo Corte Sormani. Ebbe ordine il Colonnello Cordova di partire per il suo Reggimento la mattina verso Tarraga, per mutare il distaccamento, che colà si trovava. In questo mentre giunse un contadino di Lerida colle notizie, che i nemici fortificavano il Castello, facendovi travagliare 300. Villani il giorno; e che oggi aspettavano Monsieur de Besons, Maresciallo di Francia, Comandante Generale dell’Esercito nemico; del qua-<noinclude>{{PieDiPagina|||le{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Aggiunta a' viaggi di Europa/Parte III/Cap. V
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Modafix
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Porto il SAL a SAL 75%
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{{Qualità|avz=75%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|Parte III]] - Cap. V|prec=../Cap. IV|succ=../Cap. VI}}
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Categoria:Libri di Aurelio Bertola de' Giorgi
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Spinoziano
7520
[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Aurelio Bertola de' Giorgi}} [[Categoria:Libri per autore|Bertola de' Giorgi, Aurelio]]
3876635
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text/x-wiki
{{Vedi anche autore|Aurelio Bertola de' Giorgi}}
[[Categoria:Libri per autore|Bertola de' Giorgi, Aurelio]]
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Ignazio Denner/Capitolo IV
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Ignazio Denner/Capitolo VI
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Ignazio Denner/Capitolo VII
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Porto il SAL a SAL 75%
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Ignazio Denner/Capitolo VIII
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Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/407
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|387}}</noinclude>le si ebbe notizia, che si andava unendo vicino Balaguer, e s’accampava fra detta Terra, e Lerida, dall’altra parte del fiume Segre, in numero di 3000. cavalli, nove battaglioni d’Infanteria; come disse un desertore del Reggimento di Revenelau, che passò dal Campo nemico oggi al nostro.
Nel 2. verso mezzodì giunse il Reggimento delle Guardie Catalane, e passò il Reggimento di Cordova per Tarragna. Oggi passò un desertore Tedesco del Reggimento Reden, e giunse da Lerida un tamburo del nemico, con lettere per il Commissario de’ cambj, e Conte Sormani; e s’ebbe notizia, come il nemico stava accampato colle Truppe venute da Valenza, e Torrente, e con quelle, che stavano all’assedio di Benasque, e Portella; e che nel medesimo giorno doveva entrare in Balaguer il Generale Besons.
Nel 3. passarono dal Campo nemico sei desertori Alemani, del Reggimento de Revenclau, e de’ Coppi Palatini, che erano in Balaguer; e dissero, che i nemici s’univano ne’ luoghi di Torrente, Portella, e Fraga. In questo di pranzò il Maresciallo Staremberg col Conte dell’Atalaya, ed altri Generali al numero di se-<noinclude>{{PieDiPagina||Bb 2|deci.{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|388|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>deci. Si ebbe notizia, che i nemici pubblicavano la pace con gran loro giubilo.
Nel 4. venne un desertore Inghilese del Reggimento Bervvich, e diede notizia, che in Benasque solamente aveano lasciato l’Ospedale con 500. fanti, e 200 cavalli. Il Maresciallo volle vedere la Cavalleria Portoghese in battaglia, restandone ben soddisfatto, per essere in buono stato i cavalli, e la gente.
Vennero a’ 5. due desertori Ussari da Balvastro, e dissero, che i nemici erano accampati in Tamarit, e Portella in poco numero. Le notizie venute da Cuenca, portarono, che il nemico avea lasciato bloccato il Castello con 500. fanti, e 200. cavalli, e si era ritirato coll’altra gente. Oggi giunse il treno della Cavalleria a los Ostaletes, e si attendevano i Pontoni. Vi era notizia da Madrid, come al Duca d’Ossuna gli aveano levato il Vicariato Generale d’Andaluzia, e data questa carica al Marchese di Bedmar. I Conti di Pinto, e di Agiular lasciarono i loro impiegi.
Nel 6. il Maresciallo Staremberg andò in Verdun, per vedere i Reggimenti Tedeschi, che ivi erano accampati, che fecero tre scariche molto puntuali; e detto Maresciallo pranzo col Generale Vezel:<noinclude>{{PieDiPagina|||altri{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|389}}</noinclude>altri col Generale Ecq; ed altri col Tenente Colonnello de Svinz. Ritornando dopo tutti in Selvera verso le 23. ore, andarono a vedere l’artiglieria, che di già era giunta d’Ostaletes, consistente in 14. pezzi di campagna. L’istessa mattina andò un distaccamento di 600. cavalli, comandati dal Generale Contrencour in cerca di alcune partite. Giunse un contadino d’Agramont, e riferì, che in Balaguer vi erano solo 300. fanti, e 600. cavalli, e due battaglioni del Reggimento d’Amò erano mancati per rinforzare la guarnigione di Lerida; e che il maggior corpo del nemico era a Portella.
Si componeva l’Armata di Sua Maestà Cattolica delle Truppe seguenti.<noinclude>{{PieDiPagina||Bb 3|Sta-{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Il Libro dei Re/I re Sassanidi/10/IV
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rivo
delle
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Le Guardie
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{gap|2em}}Il loro coinvolgimento, già emerso in inchieste giudiziarie e parlamentari del passato, è stato confermato negli anni ’90 da nuove importanti rivelazioni, raccolte sia in sede parlamentare che giudiziaria.
{{Wl|Q212496|Tommaso Buscetta}} e {{Wl|Q83383|Luciano Liggio}}, pur motivati da intenti diversi (Buscetta dall’intento di collaborare con la giustizia, Liggio forse per lanciare oscuri messaggi) sono stati i primi a parlare di un coinvolgimento di Cosa Nostra nella fase preparatoria del tentativo golpistico di Junio Valerio Borghese. Il contatto tra gli uomini d’onore e Borghese sarebbe avvenuto attraverso esponenti di alcune logge massoniche.
In anni più recenti, e precisamente nel corso dell’audizione alla Commissione antimafia della XI legislatura, svoltasi il 16 novembre 1992, Buscetta ha fornito particolari inediti sulla vicenda. Egli ha dichiarato infatti che nel 1970 Luciano Liggio, {{Wl|Q1392499|Gaetano Badalamenti}} e {{Wl|Q1970462|Stefano Bontate}} erano interessati a creare in Sicilia un «clima di tensione» che avrebbe dovuto favorire un colpo di Stato. Gli omicidi del giornalista {{Wl|Q1772252|Mauro De Mauro}} (16 settembre ’70) e del magistrato {{Wl|Q3904243|Pietro Scaglione}} (ucciso, si badi bene, il 5 maggio del ’71), così come le bombe fatte esplodere a Palermo da {{Wl|Q1595550|Francesco Madonia}}, sarebbero stati finalizzati a questo obiettivo.
Buscetta e Salvatore Greco (peraltro risultato affiliato ad una delle logge palermitane ubicate in via Roma 391), che all’epoca si trovavano in America, furono informati del progetto di Borghese dai boss {{Wl|Q362979|Giuseppe Calderone}} e {{Wl|Q371257|Giuseppe Di Cristina}}, ed invitati a tornare rapidamente in Italia per discuterne insieme. Passando attraverso la Svizzera i due raggiunsero Catania, dove si svolsero riunioni preliminari alla presenza di Luciano Liggio (all’epoca ivi latitante), Calderone e Di Cristina. Successivamente questi ultimi due si incontrarono a Roma con Junio Valerio Borghese, al fine di stabilire quella che sarebbe stata la contropartita di Cosa Nostra in cambio del suo intervento in Sicilia a fianco dei golpisti.
Borghese promise l’aggiustamento di alcuni processi, in particolare quelli di Liggio, Riina e Natale Rimi.
Altra importante riunione si svolse a Milano, con la partecipazione di esponenti di Cosa Nostra del livello di Stefano Bontate, Badalamenti, Calderone, Di Cristina, Buscetta, Caruso. Avendo Borghese revocato la sua richiesta di avere un elenco nominativo dei soggetti mafiosi pronti a scendere in piazza con una fascia di riconoscimento al braccio, nel corso della riunione — prosegue nel suo racconto Buscetta – Cosa Nostra decise l’adesione al progettato colpo di Stato. Buscetta riprese quindi il volo per l’America, dove, appena giunto, fu arrestato. Racconta alla Commissione che, con sua grande sorpresa, la prima cosa che si sentì chiedere dalla polizia americana fu la seguente: «Lo fate o no questo golpe?» Egli fece finta di non capire e allora gli fu precisato che stavano parlando del golpe progettato da Borghese.
A Buscetta fu spiegato, in epoca successiva, (egli non indica da chi) che gli USA sostenevano il golpe. Nel corso della medesima audizione, Buscetta ha indicato nel colonnello Russo dei carabinieri il nominativo della persona incaricata di trarre in arresto il prefetto di Palermo. Ha inoltre specificato che i boss mafiosi non conoscevano Borghese; Di Cristina e<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 299 —|''Camera dei deputati''|riga=si}}
{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>Calderone furono infatti contattati da alcuni massoni che spiegarono loro cosa Borghese avesse in animo di fare e chiesero l’adesione preliminare di Cosa Nostra. Il massone che per primo stabilì con i due il contatto fu il fratello di Carlo Morana; ci fu poi un incontro, in un posto «dei massoni» (forse presso la sede di una loggia) e si pervenne ad una prima intesa di massima.
Sempre Buscetta, di fronte alla Commissione antimafia, ha poi parlato di un altro coinvolgimento di Cosa Nostra, anche questo mediato dalla massoneria deviata, in un tentativo golpistico. Lo ha definito «quello di mezzo» (chiaramente tra quello del ’70 e quello di Sindona del ’79), cioè quello del 1974.
Di questo progetto, dichiara Buscetta, aveva parlato Sindona a Stefano Bontate ed a {{Wl|Q730697|Salvatore Inzerillo}}, appositamente incontrati in Sicilia attraverso Giacomo Vitale, il cognato di Bontate, massone.
Giacomo Vitale, lo ricordiamo, era affiliato ad una delle logge siciliane del «C.A.M.E.A.» ± Centro AttivitaÁ Massoniche Esoteriche Accettate, l’organizzazione massonica fondata a Rapallo nel 1958 dal medico Aldo Vitale insieme a Giovanni Allavena (alla guida del SIFAR nel 1966, legato a Licio Gelli e risultato iscritto alla loggia P2), Jordan Vesselinoff (finanziatore di Carlo Fumagalli) ed altri di cui non si conoscono ancora i nomi. Gli esponenti «cameini» Giacomo Vitale, Michele Barresi e Joseph Miceli Crimi rimasero poi, come eÁ noto, coinvolti nell’inchiesta sul finto sequestro di Michele Sindona.
Si ricorda inoltre che dagli atti dell’inchiesta padovana sulla «Rosa dei Venti» emerge la partecipazione di Sindona ad una riunione cospirativa svoltasi nel 1973, in una villa del vicentino, con la partecipazione, fra gli altri, di un generale statunitense.
Sindona, nel 1973, era entrato nella loggia P2, insieme a Carmelo Spagnuolo, in seguito alla confluenza della comunione di Francesco Bellantonio, alla quale appartenevano (erano affiliati alla loggia coperta romana «Giustizia e LibertaÁ»), nel Grande Oriente d’Italia. Una importante riunione si era svolta nel 1973 a villa Wanda, presso l’abitazione aretina di Licio Gelli, con la partecipazione del generale Palumbo, comandante la Divisione carabinieri Pastrengo di Milano, del suo aiutante colonnello Calabrese, del generale Picchiotti, comandante la Divisione carabinieri di Roma, del generale Bittoni, comandante la brigata di Firenze, dell’allora colonnello Pietro Musumeci e di Spagnuolo, all’epoca Procuratore Generale presso la Corte d’appello di Roma. Tutti affiliati alla P2. La riunione tra massoni era stata indetta da Gelli per illustrare la situazione politica italiana, caratterizzata da una grande incertezza, ed esortare i presenti a sostenere soluzioni politiche di centro, operando con i mezzi a loro disposizione. Il discorso, stando alle direttive impartite da Gelli, avrebbe dovuto essere trasmesso ai comandanti di brigata e di legione dipendenti dai convenuti. Nell’occasione Gelli ipotizzoÁ la costituzione di un governo d’ordine presieduto da Carmelo Spagnuolo.
Ma tornando a Buscetta, egli dichiara alla Commissione antimafia di avere appreso ulteriori notizie sul progettato colpo di Stato dal direttore
Senato della Repubblica - Archivio Storico<noinclude><references/></noinclude>
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Sempre Buscetta, di fronte alla Commissione antimafia, ha poi parlato di un altro coinvolgimento di Cosa Nostra, anche questo mediato dalla massoneria deviata, in un tentativo golpistico. Lo ha definito «quello di mezzo» (chiaramente tra quello del ’70 e quello di Sindona del ’79), cioè quello del 1974.
Di questo progetto, dichiara Buscetta, aveva parlato Sindona a Stefano Bontate ed a {{Wl|Q730697|Salvatore Inzerillo}}, appositamente incontrati in Sicilia attraverso Giacomo Vitale, il cognato di Bontate, massone.
Giacomo Vitale, lo ricordiamo, era affiliato ad una delle logge siciliane del «C.A.M.E.A.» − Centro Attività Massoniche Esoteriche Accettate, l’organizzazione massonica fondata a Rapallo nel 1958 dal medico Aldo Vitale insieme a Giovanni Allavena (alla guida del SIFAR nel 1966, legato a Licio Gelli e risultato iscritto alla loggia P2), Jordan Vesselinoff (finanziatore di Carlo Fumagalli) ed altri di cui non si conoscono ancora i nomi. Gli esponenti «cameini» Giacomo Vitale, Michele Barresi e Joseph Miceli Crimi rimasero poi, come è noto, coinvolti nell’inchiesta sul finto sequestro di Michele Sindona.
Si ricorda inoltre che dagli atti dell’inchiesta padovana sulla «Rosa dei Venti» emerge la partecipazione di Sindona ad una riunione cospirativa svoltasi nel 1973, in una villa del vicentino, con la partecipazione, fra gli altri, di un generale statunitense.
Sindona, nel 1973, era entrato nella loggia P2, insieme a Carmelo Spagnuolo, in seguito alla confluenza della comunione di Francesco Bellantonio, alla quale appartenevano (erano affiliati alla loggia coperta romana «Giustizia e Libertà»), nel Grande Oriente d’Italia. Una importante riunione si era svolta nel 1973 a villa Wanda, presso l’abitazione aretina di Licio Gelli, con la partecipazione del generale Palumbo, comandante la Divisione carabinieri Pastrengo di Milano, del suo aiutante colonnello Calabrese, del generale Picchiotti, comandante la Divisione carabinieri di Roma, del generale Bittoni, comandante la brigata di Firenze, dell’allora colonnello {{Wl|Q3388151|Pietro Musumeci}} e di Spagnuolo, all’epoca Procuratore Generale presso la Corte d’appello di Roma. Tutti affiliati alla P2. La riunione tra massoni era stata indetta da Gelli per illustrare la situazione politica italiana, caratterizzata da una grande incertezza, ed esortare i presenti a sostenere soluzioni politiche di centro, operando con i mezzi a loro disposizione. Il discorso, stando alle direttive impartite da Gelli, avrebbe dovuto essere trasmesso ai comandanti di brigata e di legione dipendenti dai convenuti. Nell’occasione Gelli ipotizzò la costituzione di un governo d’ordine presieduto da {{Wl|Q118204098|Carmelo Spagnuolo}}.
Ma tornando a Buscetta, egli dichiara alla Commissione antimafia di avere appreso ulteriori notizie sul progettato colpo di Stato dal direttore<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: del carcere dell’Ucciardone, dove all’epoca si trovava recluso, dottor De Cesare. Il golpe era stato ideato da massoni e da militari insieme. In occasione dell’insurrezione, Buscetta sarebbe stato aiutato ad evadere, passando per l’abitazione privata del De Cesare. Antonino Calderone, altro collaboratore di giustizia, nel confermare alla stessa Commissione antimafia l’avvenuto viaggio del fratello Giuseppe a Roma per in...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 300 —|''Camera dei deputati''|riga=si}}
{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>del carcere dell’Ucciardone, dove all’epoca si trovava recluso, dottor De Cesare. Il golpe era stato ideato da massoni e da militari insieme. In occasione dell’insurrezione, Buscetta sarebbe stato aiutato ad evadere, passando per l’abitazione privata del De Cesare.
Antonino Calderone, altro collaboratore di giustizia, nel confermare alla stessa Commissione antimafia l’avvenuto viaggio del fratello Giuseppe a Roma per incontrare Borghese, così riassume quello che il principe disse al congiunto per spiegargli la «strategia del golpe». Disse «che Roma era il centro e tutta l’Italia era periferia. Si doveva occupare prima di tutto il Ministero dell’interno e la RAI. Dal Ministero dell’interno un loro uomo avrebbe diramato a tutti i prefetti l’ordine di levarsi perchè sarebbero stati sostituiti da altri uomini. Dovevamo accompagnarli noialtri mafiosi o i fascisti per farli insediare: se i prefetti non si volevano levare dovevamo intervenire noialtri. Borghese disse che dovevamo arrestarli e mio fratello rispose che non avevamo mai arrestato persone e che, se voleva, li potevamo ammazzare. Gli dissero che ci avrebbero dato delle armi, se mandavamo degli uomini a Roma, e che ci avrebbero fatto sapere la data. Hanno fissato la data ed è partito dalla Sicilia Natale Rimi con altri due. Gli hanno dato dei mitra, in quella famosa notte, dicendo: "Se sentite a Roma sparare qualche colpo..." Noi aspettavamo all’aeroporto il ritorno di questi» 342. Calderone aggiunge che se le cose fossero andate bene l’insurrezione sarebbe scoppiata anche in Sicilia.
Anche Leonardo Messina, altro collaboratore di giustizia, ha fornito sulla vicenda la sua versione dei fatti alla Commissione antimafia presieduta dall’onorevole Violante.
«Ci sono stati momenti nella mia vita — ero un ragazzo –» ha dichiarato Messina «nei quali abbiamo controllato alcuni obiettivi da assaltare.
Aspettavamo un ordine perchè dovevamo assaltare la caserma dei carabinieri e altri uffici». CioÁ accadde, prosegue Messina, nel 1970-1971. L’ordine ricevuto era quello di assaltare caserme, prefetture e municipi. Il gruppo di Messina, composto di circa 20 giovani (uomini d’onore ed «avvicinati»), coordinato da un anziano mafioso di San Cataldo, CalõÁ, era stato armato. Tutto era stato predisposto per entrare in azione, ma l’ordine non arrivoÁ e Messina non venne mai a conoscerne le ragioni, in quanto il posto occupato nella gerarchia di Cosa Nostra non gli consentiva di fare domande, ma solo di ubbidire. Una situazione analoga, rivela Messina, si verificoÁ poi tra la fine del ’73 e l’inizio del ’74.
Il quadro che complessivamente emerge dalle dichiarazioni di questi collaboratori di giustizia appare chiaro: i vertici di Cosa Nostra, attraverso esponenti massonici, hanno dialogato e trattato, nell’arco di tempo 1970’74, con esponenti della destra eversiva ideatori di progetti golpistici. Non eÁ chiaro fino a che punto l’organizzazione mafiosa abbia condiviso tali progetti, i quali, essendo peraltro dichiaratamente anticomunisti, non avrebbero dovuto esserle sgraditi. Emerge dalle dichiarazioni che, nel ÐÐÐÐÐÐÐÐ 342
Audizione in Commissione antimafia dell’11 novembre 1992.
Senato della Repubblica - Archivio Storico<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: ria la direzione de' filoni, si getta or più da una par- te or più dall'altra, allarga, ripiega le sue curvatu re, si avanza finalmente con una rapidità inusitata. Tali alterazioni sono insigni massimamente alle rive di Brissac vecchio, di Rheinau, e forse più ancora di Filisburgo, nelle cui vicinanze il Reno serpeg- gia in una singolar forma. Benchè il suo corso e le sue rive vengano con servando ancor verso Spira quell...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>ria la direzione de' filoni, si getta or più da una par-
te or più dall'altra, allarga, ripiega le sue curvatu
re, si avanza finalmente con una rapidità inusitata.
Tali alterazioni sono insigni massimamente alle rive
di Brissac vecchio, di Rheinau, e forse più ancora
di Filisburgo, nelle cui vicinanze il Reno serpeg-
gia in una singolar forma.
Benchè il suo corso e le sue rive vengano con
servando ancor verso Spira quell' aspetto che ho
dianzi accennato, pur le catene de' monti tuttavia
lontani gli fanno qui ala pomposamente or più da
un lato or più dall' altro, secondo che esso ama di
Stendere le frequenti e grandiose sue curvature ora
all' oriente ora all' occidente, e sembra volersi ac-
costare quando a questi e quando a quei monti. Spi-
ra vanta i suoi sulla sinistra: sulla destra le alture di
Heidelberga fanno di se una pompa senza pari. Mi
è carissimo il risovvenirmi di aver percorsa la mi
glior parte degli uni e degli altri.
LETT. IV.<noinclude><references/></noinclude>
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Benchè il suo corso e le sue rive vengano conservando ancor verso Spira quell'aspetto che ho dianzi accennato, pur le catene de' monti tuttavia lontani gli fanno qui ala pomposamente or più da un lato or più dall'altro, secondo che esso ama di stendere le frequenti e grandiose sue curvature ora all'oriente ora all'occidente, e sembra volersi accostare quando a questi e quando a quei monti. Spira vanta i suoi sulla sinistra: sulla destra le alture di Heidelberga fanno di se una pompa senza pari. Mi è carissimo il risovvenirmi di aver percorsa la miglior parte degli uni e degli altri.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|||17}}</noinclude>{{pt|ria|varia}} la direzione de' filoni, si getta or più da una parte or più dall'altra, allarga, ripiega le sue curvature, si avanza finalmente con una rapidità inusitata. Tali alterazioni sono insigni massimamente alle rive di Brissac vecchio, di Rheinau, e forse più ancora di Filisburgo, nelle cui vicinanze il Reno serpeggia in una singolar forma.
Benchè il suo corso e le sue rive vengano conservando ancor verso Spira quell'aspetto che ho dianzi accennato, pur le catene de' monti tuttavia lontani gli fanno qui ala pomposamente or più da un lato or più dall'altro, secondo che esso ama di stendere le frequenti e grandiose sue curvature ora all'oriente ora all'occidente, e sembra volersi accostare quando a questi e quando a quei monti. Spira vanta i suoi sulla sinistra: sulla destra le alture di Heidelberga fanno di se una pompa senza pari. Mi è carissimo il risovvenirmi di aver percorsa la miglior parte degli uni e degli altri.<noinclude>{{PieDiPagina|||LETT. IV.}}</noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: n r O n 0 a с 0 Li 29 di quattrocente fra borghi e villaggi di queste terre possano andare alle fiere di Landau e ritor- harsi lo stesso di comodamente. sicco- Il mio picciolo viaggio venivami impreziosito dalla Compagnia di un amico tutto finezza di senso pel bello della natura e dell' arti (a). Non è poi chi per queste alture non trovasse, osservando, da fare al- cun profitto: diverse religioni, misti quasi da per tutt...
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a
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0
Li
29
di quattrocente fra borghi e villaggi di queste
terre possano andare alle fiere di Landau e ritor-
harsi lo stesso di comodamente.
sicco-
Il mio picciolo viaggio venivami impreziosito dalla
Compagnia di un amico tutto finezza di senso pel
bello della natura e dell' arti (a). Non è poi chi per
queste alture non trovasse, osservando, da fare al-
cun profitto: diverse religioni, misti quasi da per
tutto cattolici, calvinisti, luterani, anabatisti, e-
brei; diversi principati, diverse costumanze e fiso-
nomie e dialetti in sì picciol tratto di paese; schie-
ne e falde montane di sostanze diverse, calcaree,
sabbiose, argillose, disposte quasi in artifiziale ordi-
nanza; e l'ocra ferruginea che vi abbonda,
me atta a pascere la dotta curiosità, così pronta a di-
lettare lo sguardo nelle varie tinte di che solca e
tramezza quelle terre, le quali per più altre com-
binazioni ancora danno non mezzanamente nel pit-
toresco; finalmente varie fogge di coltivazioni è di
prodotti, tra' quali non è da tacere la Rubia Tin-
che il territorio di Spira invaso dalle arma-
te avea perduto già da gran tempo; pianta sì restia ad
allignare, e sì necessaria alla tintura. Gli abitanti di
tutta questa contrada appariscono cortesi abbastan
za verso gli esteri. Non è raro fra essi l'ingegno,
quasi comune l'industria agraria. Mostrano di sentir
molto il piacere della vita: il vino gli riunisce, gli
ctorum,
(a) Il Sig. Barone Giuseppe di Beroldingen
ani-<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: OTEC STA 20 anima, gli riscalda, gli rallegra, e fa loro dimenti- care que' mali a cui non è dato sottrarsi. Continuando i nostri passeggi campestri, scendem- mo a Neustat popolata da mille cattolici, due mila calvinisti, e d'alcune centinaja di luterani; fra i quali tutti era una volta un feroce mal animo, e ne sarà prova bastevole il ricordare come l' Elettore Carlo Filippo venne in persona in questa città a dimandare...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>OTEC
STA
20
anima, gli riscalda, gli rallegra, e fa loro dimenti-
care que' mali a cui non è dato sottrarsi.
Continuando i nostri passeggi campestri, scendem-
mo a Neustat popolata da mille cattolici, due mila
calvinisti, e d'alcune centinaja di luterani; fra i
quali tutti era una volta un feroce mal animo, e ne
sarà prova bastevole il ricordare come l' Elettore
Carlo Filippo venne in persona in questa città a
dimandare un cimitero per la comunione Romana
da lui professata; e gli fu negato da prima. Nè per
la stessa ragione vedevansi una volta granfatto in
concordia tra loro gli altri abitanti ancora di que-
ste colline.
La foce, sul cui ingresso siede Neustat, alza in
qualche modo prospettive per contro a quella, onde
apron varco, le catene montane di là dal Reno. Un
miglio oltre per questa foce ove regna un certo or-
ror che soddisfa, fi inaspettato incontro un mulino
destinato a lavorare le agate, che traggonsi intorno
a trenta miglia discosto di là. Altre contrade del
Palatinato sono anche più ricche di questa produ-
zione, la quale vi forma un considerabil ramo di com-
mercio; soprattutto i contorni di Oberstein, borgo
posto al confluente de' fiumi Ider e Nae. Le mon
tagne che fiancheggiano l'Ider a diritta sono di una
roccia verdastra matrice di agate: lungo esso fiume
poi trovansi mulini moltissimi, ed oltre a trenta nel-
lo spazio di sole sei miglia. In quelli del pari che
in questo presso Neustat si fanno tabacchiere, astue-
ci, bottoni, sigilli, manichi da coltello ec.
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: I e E' da mentovarsi qualche sottigliezza d'invenzio- ne di quelle officine. Gli operaj lavorano in mo- do da potere adoperare con facilità tutta la lor for- za. Il riquadrare, il ritondare i pezzi d' agata, lo spia- nare e ripulire la lor superficie è operazione poco men che istantanea: e in questa parte io credo che i nostri artefici potrebbero quindi ricopiare alcun- chè. Ben v' ha cosa che non vorrei che imitassero u...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>I
e
E' da mentovarsi qualche sottigliezza d'invenzio-
ne di quelle officine. Gli operaj lavorano in mo-
do da potere adoperare con facilità tutta la lor for-
za. Il riquadrare, il ritondare i pezzi d' agata, lo spia-
nare e ripulire la lor superficie è operazione poco
men che istantanea: e in questa parte io credo che
i nostri artefici potrebbero quindi ricopiare alcun-
chè. Ben v' ha cosa che non vorrei che imitassero
un geometra di primo grido non ha più alto concet-
to delle sue specolazioni di quello che gli artefici del
Palatinato hanno della loro abilità..
Usciti che fummo di Neustat, ecco indi a non mol-
to il borgo di Teidesheim, il quale dalla parte di
ponente gode del più pittoresco fra tutti gli oriz-
zonti di questa contrada: nello spazio di un miglio
gli si levano in faccia da quel lato oltre a quaranta
piccole eminenze qual culta, qual no pur non ignuda;
alcune s'intrecciano tra loro; un' altra fugge sola;
un' altra si copre per metà, interessante per ciò che
lascia immaginare quanto per quello che fa vedere ;
le dolci e rotonde accanto alle acute e dirotte: la
morbidezza delle falde è squisita.
Tornandoci verso Spira, le catene montane al di
là con certo disciogliersi e rischiararsi faceano illusioni
ottiche gratissime. Appressandoci però al fiume, la
campagna già più non era per noi una varia e bril-
lante armonia; ma un suono tenue ed uniforme da
preferirsi per avventura al silenzio stesso.
non
LETT. V,<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: willa due ep- chi cca
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due
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chi
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 23 tale a cagione di dissidj in materia di religione; vecchia e fatal malattia di queste contrade. Esso ponte può dirsi un terrazzo incomparabile: che non si gode di là! Il fiume che fugge sonante fra scogli, e che innanzi di andare a dilatarsi giù in fondo per una ricca pianura, piegando a diritta rade una punta di collina forse niente meno morbi- da di Posilipo; barchette senza numero che con mi- rabile sicurezza volan...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>23
tale a cagione di dissidj in materia di religione;
vecchia e fatal malattia di queste contrade.
Esso ponte può dirsi un terrazzo incomparabile:
che non si gode di là! Il fiume che fugge sonante
fra scogli, e che innanzi di andare a dilatarsi giù
in fondo per una ricca pianura, piegando a diritta
rade una punta di collina forse niente meno morbi-
da di Posilipo; barchette senza numero che con mi-
rabile sicurezza volano quà e lá fra quegli scogli; i
monti vicini e i lontani, che fan tra loro singolar
gara in più modi; diverse parti della città più rile
vate; frequenti alternative di giardinetti e di rocce,
è un tutto poi sommamente armonioso. Questo stes
so ponte serve di spettacolo da molti punti della
città; e più ancora a chi lo guardi lungo la lista
di piano che stendesi a levante fuori delle mura
tra il monte e il fiume: di là fan giuoco gli ultimi
monti dell'orizzonte ora quasi annicchiati entro la
luce degli archi, ora pompeggianti nella lor libera
fuga sopra il ponte medesimo. E la veduta della cit-
tà e de' contorni, da questa stessa banda del levan.
te, è forse la più pittoresca delle altre sì per la for-
za e singolarità de' contrasti, come per la grada-
zione di tutti gli oggetti che vanno via sfumando e
perdendosi nell' orizzonte. Lo sguardo in oltre è
qui più raccolto, mercè la lunga goli dentro cui
spazia; e può a sua posta fissarsi in molti quidri
successivamente o in un solo, questo e quelli del
pari intorniati da una cornice.
Per una salita di mezzo miglio si giunge al pilaz-
20<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: OTEC 24 zo Elettorale. Rovinato dalle guerre nel passato se colo spira tuttavia grandiosità da per tutto Havvi poi un cupo, un solitario per entro che pasce l'a. nimo di una delizia lunga, muta, tranquilla. Da magnifici cortili si passa a una gran loggia che, si- gnoreggia la città, a un di presso come il più vi- cino de' castelli di Verona domina questa: se non che scorrendo quì il Neker serrato fra due monti, alcuni og...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>OTEC
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zo Elettorale. Rovinato dalle guerre nel passato se
colo spira tuttavia grandiosità da per tutto Havvi
poi un cupo, un solitario per entro che pasce l'a.
nimo di una delizia lunga, muta, tranquilla. Da
magnifici cortili si passa a una gran loggia che, si-
gnoreggia la città, a un di presso come il più vi-
cino de' castelli di Verona domina questa: se non
che scorrendo quì il Neker serrato fra due monti,
alcuni oggetti vi sembrano ancor più vicini, altri
realmente lo sono; e voi giurereste di potere a vo-
stro talento toccarli tutti. Bizzarrissime sono le ro-
vine di una delle quattro torri di che era ornato il
palazzo: un buon terzo di essa rovesciato, e pian-
tato in terra, volge in pendio l' infranto ma ancor
maestoso suo capo al cielo, e pare che si sforzi di
rialzarsi: la boscaglia che gli verdeggia sopra, fa
contrasto con quell'orrido; e lo fanno anche più
con queste ed altre rovine le due gran facciate a tre
piani che ancor sussistono.
Vano è ch'io dica come non è angolo di questi
avanzi che io non abbia voluto cercare. Per mezzo
a minacciose squarciature io vagheggiava quando un
pendio freschissimo, quando un lato della città,
quando il ponte, con quella grata sorpresa che ne crea
l'ameno conseguito per le vie del terribile e mo-
veami ancora certo nuovo fremito nell' anima il si
libar del vento per folti e verdi siepaj che lussu-
reggiano entro molte camere Elettorali. Così non par-
lerò della frequenza con che in sei dì ho diligente
mente rintracciato i contorni campestri del palazzo
me-<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 25 medesimo; accennerò solamente ch' io mal sapea di- staccarmi da questo e da quelli, e che andava tra me ripetendo: ben ha ragione il sig. de Luc che si mostra si innamorato di questa terra. Sempre io mi sono sentito colassù così contento di me medesimo. Specie di sentimento ch'io non saprei definir bene; ma che conoscono a maraviglia coloro che han fre- quentato le montagne. Certo partecipan tosto di quel!' aere puris...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>25
medesimo; accennerò solamente ch' io mal sapea di-
staccarmi da questo e da quelli, e che andava tra
me ripetendo: ben ha ragione il sig. de Luc che si
mostra si innamorato di questa terra. Sempre io mi
sono sentito colassù così contento di me medesimo.
Specie di sentimento ch'io non saprei definir bene;
ma che conoscono a maraviglia coloro che han fre-
quentato le montagne. Certo partecipan tosto di
quel!' aere purissimo le nostre passioni del pari che
il nostro sangue; e quel vasto e nuovo dominio de-
gli occhi sembra poi ingrandirci e fortificarci l'ani-
mo e i sensi.
Tornai sul ponte al cader del sole. Gli sfondati de'
colli erano già scuri ; ma le prominenze brillavano di
viva luce, il fiume rosseggiava tutto, e i gran mon-
ti in faccia eran d'oro. In mezzo a questa gioja
il palazzo già abbandonato da' raggi dava in non
so che di sublimemente tetro e patetico; mostrava nel
vero e facea sentire in que' momenti il lutto della
trista sua sorte.
Tutte le alture Heidelberghesi sono di pietra are-
naria; e questa ha sotto un bel granito, di cui veg-
gonsi nella città alquante colonne : e granitose altre-
sì sono le rocce, di cui il Neker è seminato. L'a-
renaria vien molto adoperata nelle fabbriche. Il
rosseggiar ch' essa fa tratto tratto nuda e squar-
ciata per mezzo a' boschi e a' vigneti, concorre non
poco ai mutamenti di scena di questo teatro.
L'umore, la salute ed anche l'ingegno degli abi-
tanti ben sono qui in proporzione colla terra, coll'a
ria,<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Bertola de' Giorgi, Aurelio - Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni, 1795 - BEIC IE3406618.djvu/48
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>IOTEC
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ria. coll' acqua. Il bel sesso ha negli occhi e nelle
fattezze alcunchè di più fino, che non si vede nelle
provincie contigue. L' industria spicca in parecchi
manifatture, e nel traffico assai favorito dal Neker.
L'università, che conta trenta professori e trecento
scolari, se non è oggi delle più celebri d' Europa
certamente è delle più operose. Le scienze camera-
li, prese nel più largo senso, vi sono coltivate con
impegno; e il governo le protegge efficacemente.
LETT. VI.<noinclude><references/></noinclude>
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