Wikisource itwikisource https://it.wikisource.org/wiki/Pagina_principale MediaWiki 1.47.0-wmf.17 first-letter Media Speciale Discussione Utente Discussioni utente Wikisource Discussioni Wikisource File Discussioni file MediaWiki Discussioni MediaWiki Template Discussioni template Aiuto Discussioni aiuto Categoria Discussioni categoria Autore Discussioni autore Progetto Discussioni progetto Portale Discussioni portale Pagina Discussioni pagina Indice Discussioni indice Opera Discussioni opera TimedText TimedText talk Modulo Discussioni modulo Evento Discussioni evento Tommaso Moro (Pellico, 1834)/Personaggi 0 20102 3876929 3828895 2026-08-27T13:04:31Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3876929 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../Introduzione|succ=../Atto Primo}} <pages index="Tommaso Moro.djvu" from=10 to=10 /> rdcd4h5gsbf6t70ceupjhak0vh5fnip Della moneta/Libro I/Capo I 0 46010 3877224 3799349 2026-08-28T06:57:51Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3877224 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=28 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../Introduzione|succ=../Capo II}} <pages index="Galiani, Ferdinando – Della moneta, 1915 – BEIC 1825718.djvu" from="15" to="30" /> {{sezione note}} q6o5e6t1mros081209cxz6azag0ljln Della coltivazione 0 62723 3877219 3799242 2026-08-28T06:53:23Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 25% 3877219 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=28 agosto 2026}}{{Intestazione | Nome e cognome dell'autore =Luigi Alamanni | Titolo =Della coltivazione | Anno di pubblicazione =XVI secolo | Lingua originale del testo = | Nome e cognome del traduttore = | Anno di traduzione = | Progetto =letteratura | Argomento =Poemi/Agricoltura | URL della versione cartacea a fronte = Indice:Alamanni - La coltivazione.djvu }} {{Raccolta|La coltivazione di Luigi Alamanni ed altre opere}} <pages index="Alamanni - La coltivazione.djvu" from="17" to="17" /> == Indice == * {{testo|/Intorno alla vita di Luigi Alamanni}} * {{testo|/Alla serenissima madama la Dalfina}} * {{Testo|/Libro I|Libro I - Esordio e dedicazione del poema. Lavori di primavera}} * {{Testo|/Libro II|Libro II - Lavori di estate}} * {{Testo|/Libro III|Libro III - Lavori di autunno}} * {{Testo|/Libro IV|Libro IV - Lavori d'inverno}} * {{Testo|/Libro V|Libro V - I giardini. Come si coltivano in ogni stagione}} * {{Testo|/Libro VI|Libro VI - Quali sieno i giorni fausti, e quali gli avversi alla Coltivazione}} * {{Testo|/Tavola delle cose notabili|Tavola delle cose notabili}} 7n2lg4947fl4gdjurdflnf0jvblz4iv Della coltivazione/Libro I 0 62724 3877213 3683873 2026-08-28T06:53:09Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 25% 3877213 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=28 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Libro I. Esordio e dedicazione del poema. Lavori di primavera|prec=../|succ=../Libro II}} <pages index="Alamanni - La coltivazione.djvu" from=29 to=71 /> mv3afgelbf8n3cwqm6hcgrynjzc6ggx Della coltivazione/Libro II 0 62726 3877214 3683874 2026-08-28T06:53:11Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 25% 3877214 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=28 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Libro II. Lavori di estate|prec=../Libro I|succ=../Libro III}} <pages index="Alamanni - La coltivazione.djvu" from=72 to=101 /> cqlnkrb093061ng1xnc0gi9afcgtepc Della coltivazione/Libro III 0 62729 3877215 3683875 2026-08-28T06:53:13Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 25% 3877215 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=28 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Libro III. 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Hoffmann |NomePagina=Racconti (Hoffmann) |Titolo=Racconti |TitoloOriginale=Racconti |Sottotitolo=di Ernesto Teodoro Hoffmann, premesso un discorso di {{Wl|Q79025|Gualtiero Scott}}, prima versione italiana, Volume III |LinguaOriginale=Tedesco |Lingua=Italiano |Traduttore=G. 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Il banchiere del conte, a cui si era indirizzato, lo rimandò ad un altro mercante che aveva il carico di pagare i legati; ed Andrès ebbe in effetto la som-<noinclude> <references/></noinclude> g5wjt5hm6hkt6m82p3gu0d3evo2p97z Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/109 108 536429 3876771 1965517 2026-08-27T12:20:53Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876771 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 109 —|}}</noinclude>ma che portavano le lettere. Pensando sempre a Giorgina e volgendosi per la testa tutto quello che le avrebbe potuto far maggior piacere, comperò molte coserelle, e fra le altre una spilla d’oro simile a quella che gli era già stata donata, e siccome il suo bolgiotto cominciava a pesar un po’ troppo per un pedone, si procacciò un cavallo. Così si mise in cammino dopo sei giorni d’assenza, tutto lieto nel cuore, senza un rimorso della coscienza. Galoppò subito verso la selva e fu presto a casa, che trovò tutta serrata. Chiamò ad alta voce il famiglio e Giorgina, ma non rispose persona, se non che urlavano con furore i cani per entro il canile. Allora sospettò qualche grande infortunio, bussò con violenza, e chiamò mille volte il nome di Giorgina. S’intese un po’ di rumore a una finestra sotto il tetto e Giorgina apparve. — Oh Dio! Andrès sei tu? Sia lodato il Cielo che ti ha fatto tornare! In questo s’aperse la porta e Giorgina pallida, rifinita cadde nelle braccia di suo marito mandando degli alti gemiti. Egli restò immobile per lungo spazio, poi<noinclude> <references/></noinclude> 5oxac6efk1wv8jnqn5u1vioevpck61b Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/110 108 536430 3876775 1965518 2026-08-27T12:21:40Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876775 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 110 —|}}</noinclude>se la tolse in braccio e la portò nella sua camera. Ma fu soprappreso da un profondo orrore subito che vi mise dentro il piede. Le mura e il pavimento erano intrisi di larghi sprazzi di sangue, e l’ultimo suo bambino disteso in culla col petto sbranato. — Giorgio, Giorgio dov’è? si fece a gridare Andrès disperato dallo spavento; ma in questo il fanciulletto corse dall’alto della scala chiamando suo padre. V’erano in tutti i canti della casa mobili sottosopra, e stoviglie spezzate. E un loro tavolaccio che d’ordinario era appostato contro il muro, era stato tratto in mezzo della camera; e sopravi in iscompiglio un palo di ferro, alcune bottiglie ed una chiave sporca di sangue. Andrès trasse fuori dalla culla il povero bambino. Giorgina che lo comprese, recò un drappo in cui l’avvolsero, e poi andarono a sotterrarlo nel giardino. Andrès fece una picciola croce di querciuolo e la piantò sulla buca. Nè una parola, nè una voce uscì dalle labbra dei due infelici. Compirono l’ufficio loro in un mesto silenzio; e si assettarono dinanzi la casa<noinclude> <references/></noinclude> t0olyvptevlfvii14cwia7ored9kwng Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/111 108 536431 3876780 1965519 2026-08-27T12:22:29Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876780 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 111 —|}}</noinclude>al chiarore del crepuscolo l’uno accanto all’altro, cogli sguardi confitti nell’orizzonte. Non fu che l’altro giorno che Giorgina potè dire al marito l’orribile caso che seguì dopo la sua assenza. Erano appena trascorsi quattro dì, quando verso il mezzogiorno il famiglio si abbattè in certe cere sospette che facevano la ronda attorno al bosco, per cui Giorgina quando n’ebbe avviso sospirò ardentemente il ritorno di suo marito. Nel più fitto della notte furono desti da un gran tumulto di persone e di grida che si facevano intendere per ogni lato intorno alla casa. Il fante corse dalla padrona pieno di spavento dicendole che la casa era tutta cinta da un sì gran numero di briganti che era inutile ogni difesa. I mastini latravano ad assordare. Ma tutt’a un tratto si racchetarono, e s’intese una voce che chiamò Andrès! Andrès! Il fante si fece un poco d’animo schiuse la finestra e rispose che il guarda caccia non c’era. — Non importa, apri la porta che non indugerà a capitare.<noinclude> <references/></noinclude> isfb7o0wkai561nk2d9hfust5c4pjw0 Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/112 108 536432 3876785 1965520 2026-08-27T12:23:27Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876785 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 112 —|}}</noinclude>{{Nop}} Che poteva fare il povero fante? Obbedì... Una mano d’assassini s’innoltrò in tumulto e salutarono Giorgina come la moglie d’un buon compagno che aveva salvata la vita al Capitano. Vollero che le fosse ammanito un buon pasto perchè avevano durata molta fatica, lungo la notte, in un’impresa che, come dicevano, avevano condotta a buon termine. La poveretta tremante e desolata fece un gran fuoco nella cucina, e mentre stava allestendo, uno degli ospiti che pareva il cellerario o il camerlingo della compagnia, depose sulla tavola della cacciagione del vino e non so che altro. Il fante fu obbligato d’apprestare la tavola e di servire. Colse un momento e disse in un orecchio alla padrona ch’era rimasta in cucina: — Sapete voi che cosa hanno fatto cotesta notte? dopo una lunga assenza e grandi apparecchi hanno assalito il castello del monsignor conte, che ammazzarono e n’incendiaron la casa perchè tutta la sua famiglia s’era data a difenderlo.<noinclude> <references/></noinclude> d2o2fyd8lm42n9k58zrd8txfczkxzgc Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/113 108 536433 3876791 1965521 2026-08-27T12:24:14Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876791 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 113 —|}}</noinclude>{{Nop}} Giorgina non cessava di gridare: ah! mio marito! mio marito! che forse era al castello! ah! povero signore! Trattanto i masnadieri cantavano e bevevano nella camera attigua aspettando che si recasse in tavola. Già cominciava a spuntar l’alba quando sopravvenne l’odioso Denner, e subito misero mano a scegliere i fardelli e le casse che avevano recato seco lor sui cavalli. Giorgina intese il suono del denaro che si numerava e il tintinnìo del vasellame d’argento. Infine quando fu fatto giorno, si misero tutti in viaggio, da Denner in fuori, il quale sorridendo tutto amorevolmente disse a Giorgina: — Voi siete forte spaventata perchè forse vostro marito non v’ha detto che da gran tempo è dei nostri. Anzi mi duole assai che non sia ancora ritornato perchè forse ha smarrita la strada. Egli è stato con noi al castello del malvagio conte che ci noja da due anni con ogni genere di persecuzione, e di cui finalmente abbiamo fatta la vendetta che vedete. Fu ammazzato per mano di vostro marito; ma tranquillatevi, e dite ad An-<noinclude> <references/></noinclude> tm90o2gu4m6lv41mmsemd82i9mqmzly Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/114 108 536434 3876795 1965523 2026-08-27T12:25:55Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876795 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 114 —|}}</noinclude>drès che non mi vedrà così di corto, perchè intendo di separarmi dagli altri e partir questa sera. Voi avete sempre dei bei figliuoletti; ed ecco di nuovo un altro leggiadro zitello. A queste parole tolse il bambino dalle mani di Giorgina e così si mise a trastullarsi con lui che pareva che il fanciullo ne avesse piacere. Per cui sull’imbrunire le disse:” — Capirete da questo se io non sono noato d’avere nè moglie nè figli con cui ricrearmi: essi sarebbero tutta la mia passione. Lasciatemelo in braccio pel poco tempo che m’intrattengo ancora con voi. Farei scommessa che non ha più di nove settimane? Giorgina rispose che sì, e lasciò non senza trepidazione il fanciullo nelle mani di Denner, che si pose a bell’agio presso la porta e pregò la madre di apparecchiargli un poco di cena perchè dovea partire fra un’ora. Non aveva ancora posto piede in cucina che vide Denner trapassare nella stanza attigua col figlio in braccio. E subito un brutto odore ammorbò tutta la casa che pareva venisse da questa camera. Giorgina fu côlta da una paura senza pari, corse verso la<noinclude> <references/></noinclude> 96hcrsfdzjne710x6qm2j31g3h5w5l3 Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/115 108 536435 3876799 1965524 2026-08-27T12:27:04Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876799 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 115 —|}}</noinclude>camera e la trovò chiusa col catenaccio; e per giunta di dolore, le pareva di sentire il fanciulletto che gemeva: — Per carità campatemi dalle mani di costui, il mio bambino, gridò ad un fante che sopravvenne. In questo sentì come una buffa d’un vapor così denso da affogare, e balzata nella camera trovò il fanciulletto tutto nudo disteso sopra un mastello che sanguinava, e vide il suo domestico levare una spranga di ferro sulla testa di Denner e questo scansare il colpo e fare alle braccia con lui. Le parve altresì d’intendere diverse voci sotto la finestra; che però non ha potuto raccogliere perchè cadde tramortita. Quando si risentì era notte scura; le sue membra erano intirizzite e non poteva levarsi da terra. E sopravvenuto il giorno si trovò in una stanza bagnata di sangue. Si vide ai piedi alcuni brani dell’abito di Denner, e un po’ più lungi una ciocca di capelli strappati al suo famiglio, e sotto la tavola il fanciullo morto. Perdette di nuovo i sensi e fu per morire anch’essa. Se non che verso mezzodì potè aprire un poco gli occhi come dopo un lungo<noinclude> <references/></noinclude> idxvh5v0k8w8spitwxqsyliesc9mh9r Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/116 108 536436 3876802 1965525 2026-08-27T12:27:48Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876802 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 116 —|}}</noinclude>sonno. Si levò di terra come potette e chiamò Giorgio; ma siccome non le fu risposto, credette che anche Giorgio fosse stato scannato. Fatta animosa dalla disperazione balzò nella corte gridando: “Giorgio! Giorgio!” quando una voce fioca e piangente le rispose da un abbajno: Mamma! cara mamma sei tu? vieni sopra ch’io mi muojo di fame! Giorgina corse e trovò il figliuolo che s’era quivi riparato dallo spavento e non gli era dato l’animo di venire abbasso. Si strinse con amore il suo fanciulletto al seno, chiuse la porta ed aspettò d’ora in ora, rannicchiata in sul solajo il ritorno d’Andrès, ch’ella dava per morto. Il figliuolo aveva visto dall’alto entrare in casa parecchi uomini, ed uscirne con Denner ed un morto sulle spalle. Fatto il suo racconto Giorgina si pose a riguardare i giojelli che Andrès gli aveva recati. “Oh Dio! è dunque vero che tu sei uno...” Andrès le disse tutta la buona fortuna che Dio gli aveva mandato a ristoro di tanti mali, e non durò fatica a convincerla della sua innocenza.<noinclude> <references/></noinclude> t90ubz1c19bj4eoie021klouzlb2h3i Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/117 108 536437 3876808 1965526 2026-08-27T12:29:23Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876808 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 117 —|}}</noinclude>{{Nop}} {{Ct|L=0.2em|'''CAPITOLO X'''}} {{Xx-larger|T}}utto l’avere del Conte di Fach era venuto in eredità ad un suo nipote; per cui Andrès deliberò di recarsi da lui per dirgli tutto quello che gli era occorso, rivelargli il nascondiglio di Denner, ed accomiatarsi d’un servigio che gli era tanto nojoso. A Giorgina non dava il cuore di star sola in casa col suo bambino. Andrès prese dunque il partito di fare un carro di tutta la sua roba, e di lasciar per sempre un paese di così sinistra ricordanza. Dovea partire in fra tre giorni, e il terzo appunto era occupato a far fardello, quando si fece sentire un calpestio di cavalli che sempre più si accostava. Subito conobbe l’of-<noinclude> <references/></noinclude> lrn65on5yw8tgy0tl9bjlza9m4t78x8 Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/118 108 536438 3876813 1965527 2026-08-27T12:30:29Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876813 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 118 —|}}</noinclude>ficiale dei boschi del dominio di Fach che alloggiava al castello, e dietro gli galoppava una squadra dei dragoni di Fulda. — Cogliamo appunto lo scellerato tutto intento a mettere in salvo il suo bottino; disse il Commissario del tribunale che accompagnava la squadra. Andrès tremò di sorpresa e di spavento; Giorgina poteva sorreggersi appena. Furono subito circondati e legati ambedue appunto sul carro che era dinanzi la porta. Giorgina si lamentava e domandava gridando di non essere divisa da suo figlio. — Vuoi tu trar teco la tua progenie in questa corruzione d’inferno? gli disse il Commissario, e gli tolse il fanciullo di braccio. Già si disponevano al viaggio, quando il vecchio officiale, di grosse maniere ma leali, si appressò al carro e disse: — Andrès come hai potuto lasciarti trarre a sì fatti delitti, tu che eri sì probo e sì dabbene? A cui Andrès tutto costernato rispose “Caro signore, io sono così innocente come è vero che Dio è lassù,<noinclude> <references/></noinclude> 4z6kgk8laqbyddpi2aupgcywbalse5t Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/119 108 536439 3876817 1965528 2026-08-27T12:31:26Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876817 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 119 —|}}</noinclude>come è vero che spero di salvarmi. Voi mi conoscete sin dall’infanzia; e come avrei potuto, io che non ho mai fatto male a persona, diventare in un tratto un abbominevole scellerato? Dico così perchè so che mi tenete per un maledetto assassino, e che mi accusate d’aver avuto parte all’invasione del castello e della morte del mio caro ed infelice signore. Ma io sono innocente per la mia vita e per la salute dell’anima mia! — Se tu lo sei, sarà subito chiarito per terribili che siano le apparenze che stanno contro di te. Io avrò cura di tuo figlio e della tua roba, perchè se sei assolto abbi a trovare ogni tua cosa nelle mie mani. Il Commissario portò seco tutto il denaro. Cammin facendo Andrès chiese a Giorgina ove aveva riposta la cassetta ch’egli volea dare al Magistrato; ma le confessò, che non senza dolore, l’aveva restituita a Denner. A Fulda furono divisi i due conjugi, e seppelliti in una buja prigione. Qualche giorno dopo si procedette all’esame in cui Andrès fu accusato d’aver messo<noinclude> <references/></noinclude> 0ztln9q79z53pa4rb0otzry8chbx68b Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/120 108 536440 3876819 1965529 2026-08-27T12:32:12Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876819 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 120 —|}}</noinclude>mano al saccheggio del castello di Fach. Andrès raccontò appuntino tutto quello che gli era occorso dalla prima apparizione dell’odioso Denner in sua casa, sino al momento dell’arresto. Ed accusò sè stesso, non senza gran pentimento, d’essere stato presente a quell’altra aggressione della cascina per salvare la moglie ed il figlio, e protestò della sua innocenza in quanto alla rapina del castello, trovandosi allora a Francfort. In questo si spalancarono gli usci della sala d’udienza ed Ignazio Denner fu intromesso. Incontrandosi in Andrès si mise a ridere volgendogli queste parole. — Anche tu compagnone ti sei lasciato accalappiare? Nè ti hanno potuto trar d’impaccio le preghiere di tua moglie? I giudici fecero comando a Denner di ripetere le accuse, ed egli dichiarò che il guardacaccia Andrès che gli stava d’innanzi apparteneva già da cinque anni alla banda, e che la casa di lui era il suo miglior covile. Aggiunse che Andrès aveva sempre avuto la sua parte di bottino, benchè non avesse adoperate attivamente le mani che un pajo di volte; la prima quando assalirono il caso-<noinclude> <references/></noinclude> hhk57fa4lip6p7u8wk11dcplbdc1t95 Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/121 108 536441 3876824 1965530 2026-08-27T12:33:00Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876824 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 121 —|}}</noinclude>lare, in cui avea campato Denner da un gran pericolo; l’altra nell’affare del Conte Aloisio di Fach stato ammazzato da un colpo di Andres. Questi non potè tenere il suo furore quando intese una così orribile menzogna. — Ribaldo che sei, osi accusarmi della morte del mio caro padrone trucidato da te? La tua vendetta mi perseguita perchè ho abborrito di accomunarmi con voi, e perchè protestai che t’avrei ammazzato come una fiera se mettevi un piede sulla mia porta. Ecco perchè hai assalito il mio povero abituro, mentre io era lontano, e perchè mi hai morto un bambino innocente e un valoroso servitore. Ma tu non iscanserai la giusta vendetta di Dio, quand’anche fossi vittima della tua iniquità.” Andrès accompagnò la sua deposizione coi più solenni giuramenti; ma Denner si fece beffe di lui e l’accusò di spergiuro per poco animo e paura del patibolo. I giudici non sapevano che pensare tenuti perplessi dalla franchezza delle proteste di Andrès e dall’imperturbabile calma di Denner. Fu menata in giudizio Giorgina, che si gettò gemendo nelle<noinclude> <references/></noinclude> rnxk28xvejl7dvg9qbhcvkowmt68gwj Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/122 108 536442 3876826 1965531 2026-08-27T12:33:51Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876826 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 122 —|}}</noinclude>braccia di suo marito. Però non si accordò molto con lui nelle sue risposte, e benchè accusasse Denner della strage del suo bambino, desso stette fermo a mantenere che Giorgina non avea mai saputo niente dei misfatti del marito e che era affatto innocente. Andrès fu ricondotto in carcere. Fra qualche giorno il carceriere gli fece intendere che per le testimonianze dei briganti in favore di Giorgina, era stata lasciata andare con sigurtà del giovane conte di Fach, e che l’officiale dei boschi l’era venuta a levare nella sua bella carrozza: Il tribunale le negò di veder suo marito, quantunque avesse assai sollecitato questo favore. La nuova della sua Giorgina confortò alquanto il povero Andrès, afflitto più della disgrazia di lei che della propria. Ma il suo processo si facea ogni giorno più intralciato per lui. E quello che più gli facea danno si era che da cinque anni viveva in una sorte d’agiatezza che non gli potea venire che da ajutare le ruberie di Denner. Il fatto del viaggio a Francfort e dell’eredità parve bugiardo, massime che<noinclude> <references/></noinclude> 0qzif08wdujs7miwz583ufpis9fmbzo Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/123 108 536443 3876829 1965532 2026-08-27T12:34:31Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876829 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 123 —|}}</noinclude>non seppe dire il nome della persona che gli avea scontati i denari. E il banchiere del Conte non si ricordava per nulla del guardacaccia, e il ragioniere di monsignor Fach che gli avea lasciato il certificato era morto da pochi dì. Anzi tutte queste malegevolezze furono viemaggiormente impacciate dalla testimonianza di due che pretendevano d’aver riconosciuto Andrès al barlume delle fiaccole la notte del sacco dato al castello. Per cui il tapino fu tenuto come un ribaldo indurito, e fu dannato alla tortura per cavargli la verità. Era già da un anno così sotterrato in carcere; tanto che gli affanni d’animo e di corpo l’aveano così consunto ch’era tutto affievolito da gagliardo che era. In questo sopravvenne il giorno terribile in cui il dolore gli dovea trarre la confessione d’un delitto che non avea fatto. Fu condotto in una stanza piena d’ordigni inventati dall’ingegnosa crudeltà ed i famigli del carnefice s’apparecchiarono a martoriare lo sciagurato. Gli fu intimato di bel nuovo di confessare, e di bel nuovo protestò della sua innocenza, e ripetè tutte le circostanze<noinclude> <references/></noinclude> gct1byoui7wu5zfi7oj3hs1p0xnkrdx Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/124 108 536444 3876831 1965533 2026-08-27T12:35:06Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876831 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 124 —|}}</noinclude>della sua intrinsichezza con Denner, nell’istesso modo che le avea dette nel suo primo processo. Allora gli furono addosso i carnefici, lo legarono e gli slogarono le membra, mentre degli altri configgevano come degli spilli nelle sue carni. Andrès non potè sostenere il martirio e vinto dal dolore, invocando la morte, confessò tutto ciò che si volle e fu portato tramortito nel suo carcere. Lo si fece risentir con del vino, secondo il costume dei torturati, e cadde in uno stato d’insensibilità, non so se più vicino al sonno od alla morte. Allora gli parve che si staccassero dei mattoni del muro e cadessero sul pavimento della prigione. Un chiarore rossigno s’intromise per la fessura, gli venne veduto un chiaror vaporoso che ritraeva delle sembianze di Denner, se non che i suoi occhi erano più infocati ed i crespi capelli si rizzavano sulla sua fronte, e i sopraccigli aggrottati, s’abbassavano più profondamente sul fitto muscolo che si stendeva sopra l’adunco naso. Denner non s’era mai più lasciato vedere con un viso così disfatto, e così travestito; perchè s’era tratto sulle spalle un gran<noinclude> <references/></noinclude> 903wlkw0ic7iym08k01x4j3tgi0fupu Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/125 108 536445 3876834 1965534 2026-08-27T12:35:55Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876834 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 125 —|}}</noinclude>mantello rosso tutto listato d’oro; e un largo cappello alla spagnuola gli celava gran parte del sembiante; cingeva una larga spadaccia ed avea in braccio una cassettina. Il singolare fantasma mosse verso Andrès e con una voce sorda, gli disse: — Ebbene che gusto hai trovato nella tortura? Non ne devi imputare che la tua ostinazione. Se tu avessi dichiarato che eri della banda, saresti già salvo. Promettimi di fidarti intieramente a me. E se consenti di bere qualche goccia di questo liquore composto col sangue di tuo figlio, ricovrerai subito le tue forze ed io mi piglio il carico di camparti. Andrès dimorò immobile di spavento e d’orrore alla vista dell’ampolla che Denner gli porgeva; e si fece a pregar Dio e tutt’i Santi di camparlo dalle mani del Demonio che lo perseguitava sotto tutte le forme. Denner diede in uno scoppio di riso e sparve in mezzo al denso fumo. Allora si destò dal tramortimento in cui era caduto, ed a stento si potè levare dal suo giaciglio. Se non che fu per cader morto di nuovo, veggendo scuo-<noinclude> <references/></noinclude> 78e6tqsadqo2i0uozzdu42i5ljabcit Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/126 108 536446 3876839 1965535 2026-08-27T12:36:52Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876839 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 126 —|}}</noinclude>tersi ed alzarsi la paglia su cui avea posta la testa. E siccome erano stati tolti alcuni mattoni dal suolo, intese parecchie volte proferire il suo nome. Era la voce di Denner, al quale egli disse: — Che vuoi? lasciami in pace, io non ho niente di comune con te. Denner rispose: — Ho trapassati molti sotterranei per venirti a salvare; perchè se tu ti lasci condurre sino alla piazza del patibolo, donde sono fuggito, tu sei rovinato. Non ti vengo ad ajutare che in grazia di tua moglie, che è mia più che non stimi. Che cosa ti valse il tuo pertinace negare. Eccoti una lima ed una sega; spacciati da queste catene nella notte vegnente, e lima la serratura dell’uscio. Passerai pel voltone dove troverai aperta la porta sinistra che dà in istrada, e quivi troverai uno che ti sarà di guida. Addio! Andrès si mise sotto la lima e la sega e ripose la pietra sull’apertura. Appena giorno capitò il carceriere, a cui disse di voler essere condotto ai giudici, perchè aveva qualche cosa importante da rivelare. Fu subito esaudito; e venne in cospetto del tribunale cogli or-<noinclude> <references/></noinclude> 4zh4tjb1urqytb23r8qzpmireym6mvv Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/127 108 536447 3876842 1965536 2026-08-27T12:37:12Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876842 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 127 —|}}</noinclude>digni che aveva avuti da Denner, e disse tutto quello che gli era seguito la notte. I giudici si mossero a pietà per questo infelice e i suoi diporti gli fruttarono di farsi trar fuori dalla segreta ed avere un carcere men bujo presso l’abitazione del carceriere.<noinclude> <references/></noinclude> s4ctqt83k665mg2fp8biqe7zak8zp2b Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/128 108 536448 3876847 1965537 2026-08-27T12:38:00Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876847 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 128 —|}}</noinclude>{{Nop}} {{Ct|L=0.2em|'''CAPITOLO XI'''}} {{Xx-larger|C}}orse un un anno prima che fosse finito il processo di Denner e de’ suoi complici, dove si scoperse che la banda s’allargava sino alle frontiere d’Italia. Denner fu condannato ad essere appiccato, ed arso il cadavere. Il povero Andrès fu pur dannato alla forca, ma in grazia dell’ultima confessione gli era perdonato il supplizio del fuoco.<noinclude> <references/></noinclude> eype8zq24yy3kqyu6moiq0stt8btqe7 Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/129 108 536449 3876853 1965538 2026-08-27T12:39:04Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876853 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 129 —|}}</noinclude>{{Nop}} Era la mattina del giorno in cui ambidue dovevano essere giustiziati, quando si aperse il carcere d’Andrès, e il Conte di Fach si fece presso al prigioniero che era inginocchiato e pregava in silenzio: — Andrès, come sai, tu sei dannato nella vita. Acquieta la tua coscienza con una ingenua confessione! Dimmi se hai veramente ammazzato il tuo padrone, il mio povero zio! Abbondevoli lacrime sgorgarono dagl occhi all’infelice chiamando Dio e tutt’i Santi in testimonio della sua innocenza. — Vi è un mistero inestricabile; ed io stesso, disse il Conte, sono convinto della tua innocenza, perchè sapeva che sin da fanciullo tu eri stato un dabben servitore, e che a Napoli gli avevi salvata la vita. Ma jeri i due più vecchi domestici della nostra famiglia, Francesco, e Nicola m’hanno giurato d’averti visto cogli assassini, e che hanno potuto discernere che il povero padrone morì per tua mano! Andrès si sentì come fulminato; e credette che il Demonio ne avesse preso le forme per finire di rovinarlo. Lo disse al Conte, ingegnandosi di farlo sicuro che<noinclude> <references/></noinclude> nt7jj33jpez7gllct9s96zgwk4pm0mn Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/130 108 536450 3876858 1965540 2026-08-27T12:40:09Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876858 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 130 —|}}</noinclude>un giorno sarebbe stata scoperta la sua innocenza. Il Conte tutto compassionevole poteva appena dire ad Andrès che avrebbe in protezione sua moglie e suo figlio. L’orologio suono l’ora fatale; si venne a vestire Andrès, e il corteggio procedette secondo l’usanza, tra un’onda di popolo infinito accorso allo spettacolo. Denner aveva l’aspetto di un ribaldo, spensierato riguardando all’intorno, e beffando il povero Andrès. Questi doveva essere giustiziato pel primo; salì la scala con cuore accompagnato dal carnefice. In questo una donna, gittò uno strido e cadde tra viva e morta nelle braccia d’un vecchio. Andrès voltò gli occhi a quella parte: era Giorgina. — Moglie mia! moglie mia! io muojo innocente. Il Magistrato fece dire al carnefice di sollecitare perchè sorgeva un mormorio nel popolo, e si facevano piovere dei sassi addosso a Denner, che già si mostrava sui gradini della scala e si beffava degli spettatori. Il carnefice già acconciava il capestro al collo di Andrès, quando s’intese da lontano una voce che gridava:<noinclude> <references/></noinclude> cvih5wa2p5ts6k103tq4yic7cn581kp Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/131 108 536451 3876862 1965541 2026-08-27T12:41:17Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876862 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 131 —|}}</noinclude>{{Nop}} — Fermate! fermate! in nome di Cristo fermate! voi ammazzate un innocente. — Fermate! fermate! replicavano mille voci, e i soldati duravano fatica a respingere il popolo che si accalcava perchè Andrès calasse dalla scala. L’uomo che aveva proferito il primo grido si faceva avanti a cavallo come poteva, ed Andrès ravvisò subito il mercatante di Francfort che gli avea saldata l’eredità di Giorgina. Questi attestò dinanzi al magistrato che Andrès si trovava a Francfort, il giorno che fu assalito il castello, e rafforzò la testimonianza con dei documenti irrepugnabili. Allora il Magistrato comandò che il paziente fosse ricondotto al suo carcere. Denner aveva tutto ascoltato con incerto animo dall’alto della scala; ma quando intese le parole del giudice, i suoi occhi scintillarono, digrignò i denti, ed urlò da disperato. — Satanasso! Satanasso! tu m’hai ingannato per mia sventura! Egli si salva.... tutto è perduto. Si fece scendere a basso; e appena giù si lasciò cadere per terra e mormorò sordamente: “Voglio confessar tutto! voglio confessar tutto!”<noinclude> <references/></noinclude> cf0ojiifon3ifdnhesrz0week41prsv Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/132 108 536452 3876867 1965542 2026-08-27T12:42:06Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876867 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 132 —|}}</noinclude>{{Nop}} Così si temporeggiò a farlo morire, e fu serrato in un carcere, ove era nulla ogni speranza di fuga. In questo mezzo Giorgina avea avuto licenza di mettersi nelle braccia di suo marito. “Andrès! Andrès! ora che io ti so innocente ti ricupero tutto intiero, perchè io pure ho dubitato dell’onor tuo, e della tua lealtà!” Invano s’erano ingegnati di nascondere a Giorgina il giorno fatale per suo marito, ella era corsa a Fulda cacciata da una inquietudine inestimabile, e sopravvenne appunto mentre suo marito faceva i gradini della scala. Il mercatante aveva fatte di lunghe peregrinazioni in Francia e in Italia, e il caso, o piuttosto la volontà del Cielo, volle che sopraggiungesse a tempo per togliere il povero Andrès da una morte infame. Seppe all’albergo tutta la storia, e gli balenò come un lampo che potesse essere il medesimo guardacaccia che era stato da lui due anni prima perchè gli solvesse un legato venuto da Napoli. Denner istesso si concordava colla verità del fatto, e manteneva che il Diavolo l’avesse acciecato, perchè credeva di certo<noinclude> <references/></noinclude> rw69bw4nk3bdfsltboysem9svtv0cnt Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/133 108 536453 3876870 1965543 2026-08-27T12:42:43Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876870 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 133 —|}}</noinclude>d’aver visto Andrès al suo fianco combattere il castello di Fach. Andrès fu sciolto dalla lunga prigionia che gli era toccata, ed andò a porsi al castello con sua moglie, ove fu ricevuto con festa dal generoso conte. Allora fu indirizzato ben diversamente il processo contro Ignazio, che pareva tutto mutato dopo la liberazione di Andrès. Deposto ogni orgoglio, fece delle confessioni da raccapricciarne i giudici; incolpandosi con tutti i segni del più gran pentimento d’essere venuto a patti col Diavolo, patti che gli osservava sino dalla sua infanzia, onde convenne che fosse aiutato dal Magistrato ecclesiastico e messo in mano dei preti. I suoi costituti erano pieni di così strani accidenti che si avrebbero avuti come immaginazioni d’un cervello non sano, se le informazioni che si tolsero da Napoli, che disse essere sua patria, non avessero data la certezza del fatto. Un estratto degli atti del tribunale ecclesiastico di Napoli, porse i seguenti ricapiti sulla condizione di Ignazio Denner.<noinclude> <references/></noinclude> 051bvn88zesyqtoz4spjbbf396rszx2 Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/134 108 536454 3876876 1965544 2026-08-27T12:43:50Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876876 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 134 —|}}</noinclude>{{Nop}} {{Ct|L=0.2em|'''CAPITOLO XII'''}} {{Xx-larger|G}}ià buon tempo passato, viveva a Napoli un vecchio dottore piuttosto singolare che unico, Trabacchio di casato, che si chiamava il Dottore Meraviglioso in grazia delle cure misteriose e fuori d’ogni speranza che faceva. Pareva che gli anni non lo toccassero per niente, giacchè correva per la città siccome un giovane, quantunque alcuno de’ suoi concittadini non gli desse meno di ottant’anni. Aveva un viso bizzarramente rugoso, nè se ne poteva sostenere gli sguardi, abbenchè si credesse che un’occhiata di<noinclude> <references/></noinclude> aujrg8vtz6wyuoi706mvlptycvhsxeh Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/135 108 536455 3876878 1965545 2026-08-27T12:45:00Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876878 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 135 —|}}</noinclude>lui guarisse il male più contumace. Indossava per lo più sopra lo più sopra l’abito nero un tabarrone rosso ornato di galloni intrecciati in oro, e così correva, come dissi, le strade di Napoli andando a visitare gli ammalati con una cassettina di medicínali sotto il braccio. Non si correva per lui che nei casi estremi; il quale però non negava mai di recarsi dagli ammalati, per piccolo che fosse il compenso. Ebbe parecchie mogli che gli morirono tutte l’una dopo l’altra, tutte maravigliosamente belle, e la più parte figlie di contado. Le serrava in casa e non volea che andassero alla messa se non in compagnia di una vecchia schifosa. La vecchia era inespugnabile, onde furono vani tutti i modi tentati dai giovani d’allora per accostarsi alle belle mogli del dottore Trabacchio. E quantunque il dottore si facesse largamente pagare dai ricchi, le rendite discordavano alquanto col lusso della sua casa. Però tratto tratto era soverchiamente generoso ed ogni volta che gli moriva una moglie tenea il costume di fare un gran pranzo che gli costava ben tutti i guadagni d’un anno. L’ultima gli<noinclude> <references/></noinclude> tayh2i7j70w5madaghmpaz5v6kekz3q Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/136 108 536456 3876880 1965546 2026-08-27T12:45:56Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876880 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 136 —|}}</noinclude>aveva partorito un figliuolo che tenea così sequestrato come lei; nè mai persona lo potette vedere; se non che al pranzo che diede alla morte della madre, se l’ebbe seduto accanto, e tutti i commensali furono meravigliati della bellezza e dell’intelligenza d’un fanciulletto di tre anni appena. Lungo il pranzo il dottore disse, che, essendo adempito, il suo desiderio d’avere un figliuolo, non si ammoglierebbe mai più. Le strabocchevoli ricchezze, e più ancora la vita misteriosa e le inaudite guarigioni con poche gocciole d’elixir, con un’occhiata, col semplice toccamento, mossero delle voci sul conto suo che corsero per tutto Napoli. Tanto che si avea il dottor Trabacchio per un alchimista legato col Diavolo, con cui gli si dava colpa d’aver stretto patto. Questo rumore fu causa d’uno strano accidente. Alcuni gentiluomini che venivano da una gozzoviglia nei contorni di Napoli, mezzo brilli com’erano, avevano smarrita la strada, e si trovarono in un luogo rimoto. Quando intesero poco innanzi a sè non so che fracasso, e videro con ispavento un gran gallo che avea le<noinclude> <references/></noinclude> a9s49honae2n26ei1brpm36tfm2u95p Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/137 108 536457 3876882 1965548 2026-08-27T12:46:57Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876882 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 137 —|}}</noinclude>corna ramose come un cervo, che procedeva verso loro, e li guardava con occhi d’uomo. Essi si ritrassero presso la siepe; e il gallo passò presso loro, e col gallo un uomo dentro in un mantello ricamato d’oro. — {{Ec|E|È}} il dottor Trabacchio! dissero con voce sommessa i gentiluomini. La strana apparizione li aveva guariti dall’ubbriachezza, onde si fecero animo e tennero dietro al dottore col suo gallo, che lasciava indietro una lista luminosa che rischiarava i loro passi. Videro i due fantasmi indirizzarsi in effetto verso la casa del dottore che giaceva in un canto molto riposto. E giunti in cospetto della casa, il gallo si levò in aria battendo le ali dinanzi la finestra del balcone che si aperse; e in questo s’intese la voce della vecchia. — Vieni, vieni a casa; il letto è caldo, e l’innamorata t’aspetta da lungo tempo, da lungo tempo assai! In questo parve che il dottore salisse su per un’invisibile scala, trapassando col gallo per una finestra che si riserrò con tanto frastuono da eccheggiarne tutta la strada deserta. Poi tutto sparì, e i<noinclude> <references/></noinclude> gbee4vua54prhw1xwketq6h0gyipwrc Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/138 108 536458 3876885 1965549 2026-08-27T12:48:06Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876885 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 138 —|}}</noinclude>gentiluomini rimasero come come impietrati di spavento. Bastò questa apparizione, perchè il tribunale ecclesiastico si facesse in segreto a sorvegliare il dottore. Per cui si venne a scoprire che teneva veramente un gallo rosso, e che era stato inteso più d’una volta disputare con lui come si farebbe col dotti, sopra un’ardua materia. Il tribunale ecclesiastico si disponeva a far sostenere il dottore come stregone; se non che fu prevenuto dal Magistrato civile, che fece por le mani addosso a Trabacchio, mentre usciva da un infermo. E già avevano imprigionata la vecchia, ma non s’era potuto trovar il fanciullo. Furono sigillati e chiusi tutti gli usci della casa del dottore, ed appostate delle guardie a tutte le uscite. Ecco i motivi che avevano condotto a questa misura. Da qualche tempo erano morte a Napoli parecchie persone di non bassa condizione, e per voce dei medici, erano morte di veleno. Questi accidenti indussero a molte indagini che furono inutili finchè un giovane scapestrato, a cui per avventura era così morto uno zio,<noinclude> <references/></noinclude> 2ptb2m3zx0850sbh3af4sdm2nnhne1c Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/139 108 536459 3876888 1965550 2026-08-27T12:49:13Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876888 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 139 —|}}</noinclude>confessò d’aver avuto il veleno dalle mani della vecchia guardarobiera del dottor Trabacchio. Le si tenne d’occhio e fu côlta nell’istante che stava per trafugare una cassettina piena d’ampolle segnate con entrovi non so quali veleni che la vecchia non volle confessare. Ma quando fu minacciata della tortura disse che il dottore apparecchiava già da qualche anno un certo veleno sotto il nome d’acqua ''tofana'', che così di soppiatto si vendeva tanto caramente che il dottore n’era fatto ricco. Oltrecchè non si poteva dubitare che non avesse commercio col Diavolo che si trovava di spesso con lui sotto diversi aspetti. Ogni sua moglie gli aveva partorito un fanciullo, nè persona mai lo seppe, perchè lo uccideva ogni volta appena toccava la nona settimana o il nono mese, e gli sparava il petto per trarne il cuore. Il Diavolo s’era lasciato vedere ad ognuno di questi maleficj ora sotto una forma, ora sotto un’altra, ma soprattutto in quella di pipistrello in vista umana, mandando faville coll’agitare dell’ali, mentre Trabacchio cavava dal sangue uno specifico che guariva tutti i mali.<noinclude> <references/></noinclude> eu4a1lqd7usn27agwl9iig55fp6owuo Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/140 108 536460 3876889 1965551 2026-08-27T12:50:18Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876889 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 140 —|}}</noinclude>{{Nop}} Pur anche le donne del dottore erano state morte da lui con tanta industria, che l’occhio di tutti i periti non avrebbe potuto trovar sui cadaveri le tracce dell’omicidio. L’ultima però era morta di una morte naturale. Il dottore confessò ogni cosa quasi compiacendosi di svolgere al cospetto del tribunale l’orribile storia de’ suoi misfatti come se volesse spaventarlo col racconto della sua famigliarità col Diavolo. I giudici preti s’ingegnarono di recare il dottore a pentirsi dei suoi peccati, ma egli volgeva in beffe tutte le loro parole. Così fu dannato ad essere bruciato vivo colla sua maliarda. In questo frattempo aveano cercato quasi tutta la casa di lui, e raccolte le sue ricchezze che furono usate ad allargare le rendite degli ospedali, dopo la debita difalcazione delle spese di processo. Però in tutta la sua biblioteca non si rinvenne che un sol libro sospetto, e poche stoviglie per la casa che dessero ombra della sua professione. Se non che fu impossibile di calarsi in un sotterraneo; che per le fessure e da certi cannoni lasciava travedere un’officina. Anzi quando vennero i fabbri e i muratori<noinclude> <references/></noinclude> t5tmljxfb85knbdc9l0vjjagrxvxlrs Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/141 108 536461 3876891 1965552 2026-08-27T12:51:01Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876891 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 141 —|}}</noinclude>per rompere le serrature, s’intese nel più cupo del sotterraneo come un gran vocione, oltrechè delle ali come ghiacciuoli ammaccarono il viso ai manuali, che furono per soprappiù percossi da un vento così violento che fuggirono spaventati. Nè furono trattati meglio gli ecclesiastici che vollero accostarsi, onde non restò altro modo che d’attendere la venuta di un vecchio Domenicano da Palermo tenuto in gran riputazione per gli esorcismi. Venne difatti e si recò a casa Trabacchio colla croce e l’acqua benedetta seguitato da preti e da magistrati, i quali però si tennero a qualche distanza dalla porta. Il vecchio Domenicano si trasse avanti salmeggiando, quando a un tratto sorse un gran muggito, e gli Spiriti sotterranei si smascellavano dalle risa. Il monaco non si lasciò sbigottire continuando a pregare col Crocifisso in alto, e spargendo la porta d’acqua benedetta. Poi dimandò una leva. Un muratore glie la porse tutto tremante; ma appena il frate l’ebbe posata contro la porta, che ella s’aprì con un gran fracasso, sorgendo lungo i muri dell’antro una fiamma az-<noinclude> <references/></noinclude> nghafsmuorvfxlh7orvb1625z6mfay6 Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/142 108 536462 3876892 1965553 2026-08-27T12:51:50Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876892 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 142 —|}}</noinclude>zurra che esalava un calor soffocante. Il Domenicano però volle entrare ad ogni modo; ma tutta la casa tremò e le fiamme si alzarono così che dovette fuggire se non volea arder vivo. E in un momento fu tutto un incendio la casa, e il popolo vi accorse giubilando che si consumasse. Già era crollato il tetto, e già crollavano le travi quando il popolo proruppe in un gran grido veggendo che il figlio di Trabacchio giovinetto di dodici anni, correva lungo un trave del piano superiore con una cassettina sotto il braccio. Apparizione istantanea che si dileguò colle fiamme. Il dottore tripudiò sentendo queste novelle, ed andò con tant’animo alla morte che quando fu legato al palo si mise a ridere, e disse al carnefice, che lo stringeva con poca umanità. — Abbiti occhio, o caro zitello, che queste funi non t’abbrucino in mano. E poi volto al monaco che gli volea raccomandar l’anima. Spicciati da me che io non son qui per morire come uno sciocco a vostro piacere. Non è ancora venuta l’ora per me.<noinclude> <references/></noinclude> 2gn2rah29oo6yx4anohwbmgj5no8609 Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/143 108 536463 3876893 1965554 2026-08-27T12:52:53Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876893 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 143 —|}}</noinclude>{{Nop}} Già cominciavano a crepitare le legne; ma appena la fiamma si levò sino a Trabacchio che subito si fiaccò come un fuoco di paglia, e ricominciò il ridere smascellato. Non si può dire lo spavento del popolo, quando tutt’a un tratto scoperse il dottor Trabacchio vestito del suo abito nero e del mantello gallonato, con messasi la spada, e il cappello alla spagnuola s’un’orecchia, non senza i suol barattoli sotto il braccio, appunto come aveva usanza di mostrarsi per le strade di Napoli. Gli corsero sopra i cavalieri e gli sbirri, ma egli non istette ad aspettarli. La vecchia rese lo spirito fra i più atroci tormenti, maledicendo il padrone che l’avea addomesticata ne’ suoi malefici. L’infinto Ignazio Denner, altri non era che il figliuolo del dottore che era campato dalle fiamme in grazia dell’arte infernale di suo padre, e con un forzierino di cose preziose sotto il braccio. Sino dalla fanciullezza era stato erudito da lui nelle scienze occulte, e l’anima sua data al Diavolo prima che avesse tocco l’età della ragione. Quando fu im-<noinclude> <references/></noinclude> irf98v4fswqbvkm0bp9bq39f631joo3 Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/144 108 536464 3876894 1965555 2026-08-27T12:53:42Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876894 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 144 —|}}</noinclude>prigionato il dottore, il ragazzo era rimasto nel sotterraneo cogli Spiriti infernali che suo padre vi aveva costretti, e da cui si era trafugato con essi. Il dottore non indugiò a fuggire con suo figlio in un’antica grotta romana a tre giornate da Napoli, dove si accomunò con una banda di ladri, e dove venne in tal riputazione, per tutte le arti che sapeva fare, che vollero coronarlo re di tutte le masnade che s’allargavano dall’Italia in Germania. Rifiutò questo onore, che volle compartito a suo figlio, onde all’età di quindici anni si trovò capo di tutti i masnadieri d’Allemagna e d’Italia. Tutta la sua vita non fu che una serie di crudeltà e di abbominazioni che ebbe in comune con suo padre, che di tempo in tempo si lasciava vedere con lui. Fino che la banda fu obbligata a sparpagliarsi per essere perseguitata dai Magistrati di Napoli, e fino che Trabacchio fu obbligato di ripararsi in Isvizzera per iscansare la vendetta de’ suoi. Quivi usurpò il nome di Ignazio Denner, spacciandosi per un mercatante, e visitando le fiere ed i mercati d’Allemagna sino che gli<noinclude> <references/></noinclude> m37fqnnp2j5e6ic8e6ta961tisyjopl Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/145 108 536465 3876896 1965556 2026-08-27T12:54:01Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876896 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 145 —|}}</noinclude>venne fatto di rannodare un’altra banda. Trabacchio era stato fatto certo che suo padre era ancor vivo, ed anzi gli pareva d’aver avuto una visita da lui e la promessa d’essere campato di carcere. Ma la sovrumana liberazione di Andrès lo faceva disperato dell’onnipotenza del Demonio; perciò prometteva di pentirsi, e di morire da buon cristiano.<noinclude> <references/></noinclude> kq04jolrady3m7ip2hgoptoqc9sznbk Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/146 108 536466 3876898 1965557 2026-08-27T12:55:03Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876898 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 146 —|}}</noinclude>{{Nop}} {{Ct|L=0.2em|'''CAPITOLO XIII'''}} {{Xx-larger|A}}ndrès che seppe tutte queste cose dalla bocca del conte di Fach, non pose più in dubbio che non fosse la banda di Trabacchio, quella che avea assalito già un tempo il suo padrone nel regno di Napoli, e tenne per fermo ch’altri non gli fosse apparso in carcere che il vecchio dottore in persona. Ei si trovava nel più placido stato del mondo, se non che le molte sventure egli avevano profondamente limata la vita. Il cordoglio e la lunga prigionia, aggiunti alle dolorazioni della tortura l’avevano fatto languido ed infermo da forte e vigoroso che era; e così pure s’andava logorando<noinclude> <references/></noinclude> ovpsiezs731xrmeef7l848uhuahd3il Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/147 108 536467 3876900 1965558 2026-08-27T12:55:41Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876900 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 147 —|}}</noinclude>ogni giorno la tempra meridionale della povera Giorgina, già consunta dalla tristezza; tanto che l’affanno le tolse la vita, subito che ebbe ricuperato lo sposo. Andrès credette che la disperazione l’avrebbe morto; e certo morto l’avrebbe se non l’avesse affezionato alla vita il fanciulletto che gli era venuto da lei, viva immagine della madre. Dunque se non morì fu per amore di lui, ed anzi così si studiò di rinfrancarsi, che fra due anni fu in grado di cacciare, ed accudire alle altre sue bisogne. Intanto era stato condotto a termine il processo di Trabacchio, dannato con suo padre alla pena del fuoco senz’altro temporeggiare. Andrès tornava una sera dal bosco col suo figliuoletto ed era già presso al castello quando intese un gemito lamentevole che pareva uscisse dal fosso vicino. Corse e trovò un uomo lacero e cencioso tuffato nel pantano in punto di morte, e travagliato da fieri dolori. Si gittò dalle spalle l’archibugio e il carniere, e trasse a stento questo malarrivato dal limaccio ove affogava, se non che arretrò di raccapriccio quando ne scoperse il viso; era Trabacchio. Lo<noinclude> <references/></noinclude> 87dhzpfe8mbj25pccj5h40ez2r058q2 Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/148 108 536468 3876902 1965559 2026-08-27T12:56:37Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876902 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 148 —|}}</noinclude>lasciò cadere fremendo; ma questi con una voce fioca gli gridò: — Andrès, Andrès abbi pietà di me per la misericordia di Dio, a cui raccomando l’anima mia! Se tu mi salvi, salverai un’anima dall’eterna dannazione; perchè la morte già mi sta sopra e non ho ancora compita la mia penitenza. — Falsatore maladetto, assassino di mio figlio, e di mia moglie, il Demonio t’ha tratto qui per finire di rovinarmi? Io non ho cosa di comune con te. Muori e imputridisci come un cadavere fracido, infame che sei! Così detto volle ributtarlo nel fosso, ma Trabacchio si mise a gemere: — Andrès! vuoi far perire il padre di tua moglie, della tua Giorgina, che prega lassù per me presso al trono di Dio? Andrès rabbrividì; il nome di Giorgina fu onnipotente per lui; prese Trabacchio, se ne gravò le spalle e lo portò nel suo abituro ove lo confortò con dei ristorativi, e rivocò in lui quegli spiriti ch’erano smarriti. Nella notte che precedette il supplizio, Trabacchio era stato sovrappreso da un terror spaventoso convinto che nulla<noinclude> <references/></noinclude> hjrz46w6wp43e4vlie6sbg94msgc523 Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/149 108 536469 3876903 1965561 2026-08-27T12:57:19Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876903 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 149 —|}}</noinclude>l’avrebbe potuto scampare. Nella sua disperazione aveva crollata con rabbia l’inferriata della finestra che gli si ruppe in mano. Allora gli entrò nell’anima un raggio di speranza; e così serrato, come era nel suo torrione presso i fossati della città che s’erano prosciugati, gli venne in animo di gittarsi di là stimando di salvarsi, se non moriva nella caduta. In questo gli fu di tanto favorevole la fortuna, che potette altresì trarsi le catene di dosso; se non che nella ruina cadde tramortito, e non risensò che al levare del sole. Vide allora che avea dato sopra di una zolla assai dura per mezzo ai cespugli. Ma nel cadere s’infranse di modo che non poteva più movere un membro; onde divorato da mosche e da tafani, che erano quivi, temeva che gli succhiassero il vivo sangue dal corpo mezzo ignudo, senza che egli potesse fare uno schermo. In questi affanni passò tutto un giorno, e non fu che sull’imbrunire che pervenne a trarsi più in là, e fu così fortunato di giungere fin dove le acque piovane aveano fatto un piccolo guazzo in cui potè dissetarsi. Quel ristoro gli diede tanto di<noinclude> <references/></noinclude> t694eqp8ub2gwqac603puf7mspey8wq Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/150 108 536470 3876905 1965562 2026-08-27T12:58:17Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876905 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 150 —|}}</noinclude>forze da trascinarsi a fatica dentro la foresta; ed è così che era venuto fino al luogo dove Andrès l’avea trovato. Gli ultimi suoi sforzi aveano terminato di rifinirlo, e pochi minuti dopo Andrès non l’avrebbe trovato che morto. Senza pensare a quello che gli poteva sopravvenire se gli fosse stato trovato Trabacchio in casa, fu tutto sollecito intorno a lui, ma con tanta circospezione, che persona non potè sospettarne; e suo figlio istesso gli tenne fedelmente il segreto usato come era ad ubbidir ciecamente al padre. In fine qualche giorno dopo Andrès richiese Trabacchio s’era veramente il padre di Giorgina. — Sì, certo, gli rispose. Rubai un giorno nei contorni di Napoli una bella giovinetta che mi generò un figliuolo. Tu non ignori che una delle arti più meravigliose di mio padre stava appunto nel saper comporre un certo liquore, in cui entrava come primo ingrediente il sangue cavato dal cuore d’un fanciullo di nove settimane, di nove mesi, o d’anni nove, e che gli doveva essere stato fidato spontaneamente da’ suoi parenti; anzi più il fanciullo tiene qualche parentela coll’o-<noinclude> <references/></noinclude> lb391mznjjx9mbg24b0rspis7yscq7z Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/151 108 536471 3876909 1965563 2026-08-27T12:59:13Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876909 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 151 —|}}</noinclude>peratore, più è efficace il liquore per ringiovinire. Per questo mio padre uccise tutti i suoi, ed io non indugiai a porgli nelle mani la figlia che avea avuto da mia moglie; se non che costei avendo presentito, non so come, il mio disegno, se ne fuggì, e seppi molti anni dopo ch’ella era morta ma che avea data la figlia ad allevare nei servigi di un albergo. Mi fu altresì significato come tu la sposassi e il luogo del vostro ricovero. Eccoti la chiave di tutti i miei portamenti verso di te. Ma io ti sono in debito d’ogni cosa, e tu puoi tenere per tuo figlio la cassettina che t’ho fidata; è quella di mio padre che io campai dalle fiamme. — Ma essa, rispose Andrès, vi fu riconsegnata da Giorgina nel giorno del vostro più orrendo misfatto. — Ben è vero, rispose Trabacchio; ma senza che Giorgina sel sapesse, tornò nelle mani di lei; cercane il ripostiglio accanto al vestibolo della casa, e la troverai. Andrès andò per la cassetta, e la trovò. Ma non ne fu lieto perchè sempre in preda ad un’occulta paura non poteva<noinclude> <references/></noinclude> de2pt4qrn5caklt4383jixg38y1tcz3 Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/152 108 536472 3876910 1965564 2026-08-27T12:59:53Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876910 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 152 —|}}</noinclude>non dolersi che Trabacchio non fosse morto quando l’aveva trovato nel fosso. Certo parevano sinceri i pentimento e la penitenza di lui; perchè passava il suo tempo a leggere dei libri di pietà, e non avea altra distrazione che di conversare col suo Giorgino, ch’egli amava soprattutto. Ma Andrès non poteva temersi di star vigilante, ed alla prima occasione svelò il mistero al conte di Fach, che consentì di tacersi. Così passarono parecchi mesi, e venuto l’autunno, Andrès andava un po’ più di spesso alla caccia. Intanto il fanciullo rimaneva coll’avolo a casa, non che con un vecchio custode che lo teneva d’occhio. Onde una sera nel tornar dalla caccia, la guardia s’accostò ad Andrès e gli disse. — Voi padrone tenete in casa un cattivo compagno. Dio mi perdoni, ma per me credo che il Diavolo venga a visitarlo dalla finestra, che poi si sfuma come un vapore. — Andrès ne rimase stordito; e il vecchio aggiunse che da qualche giorno udiva alla sera delle male voci nella camera di Trabacchio, e quel giorno stesso<noinclude> <references/></noinclude> ett2joxxhy5ywqdz7kikvpuerrxqrwf Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/153 108 536473 3876912 1965565 2026-08-27T13:00:33Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876912 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 153 —|}}</noinclude>essendosi disserrato l’uscio all’improvviso, gli venne veduta una figura coperta d’un mantello rosso gallonato. Andrès corse pieno di collera a trovar Trabacchio, e l’ammonì che l’avrebbe fatto carcerare se non deponeva i suoi diabolici malefizj. Trabacchio si mostrò tutto calmo, e rispose non senza dolore: — È pur troppo vero, caro Andrès, che mio padre, che non è ancor morto, mi tormenta in un modo inaudito volendo che io mi ricongiunga a lui senza più pensare alla salute dell’anima; ma io mi sono tenuto fermo nel mio proponimento, e spero che non tornerà altrimenti, perchè ho divisato di morire da buon cristiano riconciliato con Dio. Il rumore cessò in effetto. Ma gli occhi di Trabacchio erano spesso infocati, e sorrideva come già un tempo. E tremava di tutti i suoi membri alle orazioni che Andrès faceva alla sera con lui; ed oltrecciò tratto tratto soffiava un sì gran vento nella stanza, che sparpagliava rapidamente le paginette del libro di pietà e glielo facea cader di mano; poi un grande scoppio di risa si sentiva di fuori, e certe ali nere starnazzavano incontro i<noinclude> <references/></noinclude> c7cpc0w9i0o90uydhwlst5mydlnlj73 Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/154 108 536474 3876915 1965566 2026-08-27T13:01:22Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876915 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 154 —|}}</noinclude>vetri, e non era che il vento e la pioggia d’autunno, come dicea Trabacchio, un giorno che Giorgio piangeva di paura. — No, esclamò Andrès, il vostro maledetto padre non ha cessato di accomunarsi con voi. Conviene che voi sgombriate. V’hanno accomodata da lungo tempo una stanza nella prigion del castello. Quivi farete gli scongiuri a vostro bell’agio. Trabacchio pianse amaramente e lo supplicò in nome di tutti i Santi di soffrirlo in casa sua; e Giorgio si congiunse a lui senza sapere di che si parlasse. — State sino a domani, gli fu detto, vedremo ancor una sera che cosa interverrà nell’ora delle orazioni quando tornerò dalla caccia. Il giorno seguente fu uno splendido sole, ed Andrès si promise una larga cacciagione. Ma ritornando ebbe dei mesti pensieri; e la rimembranza di Giorgina e del suo bambino scannato gli si dipinsero così vivi nella mente, che si trasse dalla compagnia degli altri cacciatori avviandosi per un sentieruolo poco frequentato. E già stava per isboccare sulla<noinclude> <references/></noinclude> k5u3vee7dpwcp91ku2o9ph8hwujppqm Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/155 108 536475 3876918 1965567 2026-08-27T13:02:14Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876918 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 155 —|}}</noinclude>strada maestra quando potè discernere nei vepri un chiaro lume. Vi si accostò non senza un fiero presentimento e scorse il vecchio dottore Trabacchio con indosso il suo mantello gallonato, la sua durlindana al fianco, il cappello alla spagnuola e la cassetta. E davanti un gran fuoco, e sul fuoco nudo disteso il suo Giorgetto, legato a una graticola, e sopravi il maledetto figlio del dottore con un coltello in mano in atto di sventrarlo. Andrès gittò uno strido ed appena l’omicida si voltò, lo colse d’una palla d’archibugio che gli fece schizzare il cervello sul fuoco, che si spense. Il dottore era disparso. Andrès corse al figlio, lo slegò e se lo recò in braccio verso casa; il poverino non era che tramortito; ma Andrès volendo toccar con mano la morte di Trabacchio, destò il vecchio cacciatore dal forte sonno in cui s’era lasciato seppellire, ed ambedue si mossero verso il luogo disegnato con una lanterna, alcune marre e delle funi, e trovarono infatti il corpo di Trabacchio, a cui accostatosi Andrès, si levò carpone e gli disse con fievol voce: — Assassino del padre di tua moglie, i demonj ti perseguiteranno! e morì.<noinclude> <references/></noinclude> t0ey9kqhc25j4it4k9875gbexxw5k8d Pagina:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu/156 108 536476 3876921 1965568 2026-08-27T13:03:01Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876921 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 156 —|}}</noinclude>{{Nop}} Il giorno seguente Andrès si recò dal conte per informarlo del caso. Il conte lo commendò, e fece scrivere l’avventura negli archivi del castello. Però lo spaventoso accidente teneva assediato Andrès di modo che non poteva aver sonno. Onde la notte sentiva nella sua camera degli strani rumori, ed un bagliore rossigno gli lampeggiava tratto tratto sugli occhi, e una cupa voce gli mormorava: — Eccoti padrone; il tesoro è tuo, l’hai nelle tue mani! Pareva ad Andrès chè gli corresse per l’anima una voluttà singolare a queste parole; ma come spuntava l’aurora poste con umil cuore le ginocchia a terra pregava Iddio che lo volesse illuminare. Un giorno dopo la preghiera gli balenò nella mente che poteva aver trovato il modo di cacciare il tentatore e salvarsi. Allora andò a cercare la cassetta di Trabacchio, e corse senza aprirla a gittarla in un profondo pozzo. Da quinci in poi ebbe requie, nè fu più turbato da Spiriti maligni. {{Ct|f=90%|FINE DI IGNAZIO DENNER}}<noinclude> <references/></noinclude> s7lzlzx3yj4knq290hsqnw5nn5o3equ Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/24 108 536511 3876991 1965608 2026-08-27T15:13:46Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876991 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 24 —|}}</noinclude>{{Nop}} {{Ct|L=0.1em|'''CAPITOLO II'''}} {{Ct|f=90%|L=0.4em|ANTONIO SCACCIATI}} {{Xx-larger|F}}u come Antonio aveva detto. Le benefiche medicine del padre Bonifazio, le tenere cure della Caterina e delle sue figliuole, e la bella stagione che incominciava ajutarono di modo la buona complessione del nostro pittore, che fu subito in grado di pensare all’esercizio dell’arte, e mise mano a disegnare alcuni schizzi colla matita che dovevano poi essere portati sulla tela. Antonio non lasciava quasi mai la camera di Salvatore ed era sempre cogli<noinclude> <references/></noinclude> o7m3r33e563svdnooe3hu6asdojv091 3876993 3876991 2026-08-27T15:15:37Z Candalua 1675 3876993 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 24 —|}}</noinclude>{{Nop}} {{Ct|L=0.1em|'''CAPITOLO II'''}} {{Ct|f=90%|L=0.4em|ANTONIO SCACCIATI}} {{Xx-larger|F}}u come Antonio aveva detto. Le benefiche medicine del padre Bonifazio, le tenere cure della Caterina e delle sue figliuole, e la bella stagione che incominciava ajutarono di modo la buona complessione del nostro pittore, che fu subito in grado di pensare all’esercizio dell’arte, e mise mano a disegnare alcuni schizzi colla matita che dovevano poi essere portati sulla tela. Antonio non lasciava quasi mai la camera di Salvatore ed era sempre cogli<noinclude> <references/></noinclude> fjepecw1zaecb2b95aah74m8oie5xen Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/26 108 536513 3877012 3568655 2026-08-27T15:37:53Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877012 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 26 —|}}</noinclude>del vero, ed esprimerlo con qualche facilità sulla tela. — Caro maestro, disse Antonio con un suo modesto sorriso, come potrei venire nel pazzo consiglio di voler seguir l’arte della pittura se non l’avessi esercitata dalla mia tenera infanzia, se il cielo non avesse acconsentito, che benchè contrastato ne’ miei gusti dall’ostinazione del padre, fossi vissuto nella intimità di celebri maestri? Sappiate che il grande Annibale Caracci s’è preso cura di un povero fanciullo, e che mi posso nominare l’allievo di Guido Reni? — Ebbene! disse Salvatore con una certa ruvidezza a cui tenea qualche volta, ebbene! bravo Antonio, voi avete avuto gli eccellentissimi maestri, e non dubito che non ostante la vostra chirurgia voi siate riescito un gran scolare. Se non che non intendo come voi fedele discepolo del dolce ed elegante Guido... ma questo è quel che fanno i discepoli che si lasciano condurre dal loro entusiasmo... possiate avere qualche piacere dei miei quadri e riputarmi maestro dell’arte! Un vivo rossore imporporò la guancia del giovinetto udendo le parole di Sal-<noinclude> <references/></noinclude> l0idfmhgro2d0261dk8w8ll1tiuxbwx Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/27 108 536514 3877013 1965611 2026-08-27T15:38:36Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877013 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 27 —|}}</noinclude>vatore che tenevano un poco della satira. — Permettetemi, gli disse, che metta dall’un dei lati la timidezza, che mi chiude d’ordinario la bocca; permettetemi che vi confessi senza ambagi tutto quel che io penso. Salvatore! io non ebbi mai in tanta riverenza il mio maestro in quanta ho voi, e quello che più mi piglia l’animo è la grandezza più che umana dei vostri pensieri. Voi cogliete, non so come, gli arcani più riposti della natura; ed intendete le meraviglie de’ suoi tesori, de’ suoi alberi, delle sue acque cadenti, leggete la sua lingua, sapete scrivere le sue parole, intendere insomma la sua sacra voce. Si direbbe che adoperando il pennello in una maniera così ardita voi deponete sulla tela i pensieri del Creatore. L’uomo è poco per voi nella grande operosità dell’anima vostra; e nel gran campo della natura voi non lo tenete che come uno de’ suoi infiniti fenomeni. Così non siete grande che nel vostro paesaggio si meravigliosamente condotto e quando v’accostate alla storia pare che tarpiate le ali al vostro ingegno.<noinclude> <references/></noinclude> g500fbds0q3n0z2xrpkvfey9op74ric Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/28 108 536515 3877014 1965612 2026-08-27T15:39:25Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877014 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 28 —|}}</noinclude>{{Nop}} — Voi fate eco alle dicerie degli invidiosi pittori da storia, che mi lasciano arbitro del paesaggio perchè non li defraudi della parte che si sono riservata; come se io non sapessi lavorar di figura. Ma sono dicerie da sciocchi! — Non crucciatevi, caro maestro, ch’io non vi dico il giudizio di persona, e che se dovessi seguirne uno non sarebbe mai quello dei maestri che sono a Roma! — Chi non ammirerebbe l’ardito disegno, la meravigliosa espressione e soprattutto la vita delle vostre figure? Si vede che voi non lavorate sopra un modello di mal garbo, o sopra un inerte fantoccio; ma che voi siete modello di voi stesso, cosicchè nella vostra maniera, la figura che voi volete condur sulla tela appare nel vostro pensiero come sulla polita faccia di uno specchio. — Diamine! esclamò Salvatore ridendo, pare che abbiate guardato più d’una volta nel mio studio senza che io me ne avvedessi, poichè sapete così bene la mia maniera. — Come lo poteva, replicò Antonio; ma lasciatemi seguitare. Non vorrei criticare, come fanno certi pedanti i qua-<noinclude> <references/></noinclude> l47ngkyc69p6q0kapuusi775ss0xfjc Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/29 108 536516 3877015 1965613 2026-08-27T15:40:01Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877015 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 29 —|}}</noinclude>dri che vi scoppiarono, per così dire, dalla potenza dell’estro. Per verità ciò che si chiama volgarmente paesaggio non è un nome che si addica ai vostri lavori, che vorrei piuttosto nominare quadri istorici in un senso profondo. Un albero, una rupe par che si ravvivino ai tratti del vostro pennello; e tutta la natura, movendosi in armoniche note esprima il pensiero sublime che lampeggiò dentro di voi. Almeno è a questo modo che ho studiato nei vostri quadri a cui debbo un’intelligenza più profonda dell’arte. Non credete perciò che io sia caduto in una puerile imitazione. Se v’invidio la libertà e l’audacia del dipingere, vi deggio confessare che i colori della natura mi pajono tutt’altra cosa che i vostri. Onde stimo che se è profittevole allo scolaro di tenere lo stile di tale o tal maestro, deve ad ogni modo ingegnarsi di copiar la natura come la vede. E non altro che quella vera intuizione, quell’armonia con sè stesso possono dare una certa tempera, una certa verità ai nostri lavori. Guido era di questo avviso e l’incontentabile Preti, cognominato come sapete il Calabrese, pittore certamente che<noinclude> <references/></noinclude> l38a56r1r6mlmb2k8vrzy74984y9i8c Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/30 108 536517 3877017 1965614 2026-08-27T15:40:41Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877017 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 30 —|}}</noinclude>meditò la propria arte, mi dava sempre qualche buon ricordo perchè non mi fidassi troppo ad una gretta imitazione. — Ora Salvatore sapete perchè ho tanta riverenza per voi senza essere imitatore. Salvatore aveva guardato fisso il giovane mentre parlava, e gli corse amorevolmente colle braccia al collo, aggiungendo: Voi dite delle parole molto assennate e molto profonde, così giovane come siete. Anzi rispetto alla vera intelligenza dell’arte, voi trapassate di gran lunga i vecchi maestri più riputati. Veramente quando mi parlavate, mi pareva che io m’intendessi meglio da me: e se vi pregio si è appunto perchè non imitate il mio stile, usando nei colori come fanno gli altri dei chiari troppo crudi che par che facciano uscire da una terra melmosa una copia di figure rattratte con brutti ceffi, dandosi a credere d’aver così tenuta la mia maniera. Come vedete, voi avete incontrato un vero amico in me stesso! E sono tutto vostro con tutta la potenza dell’anima. Antonio fu per impazzire della gioja e della amorevolezza del suo maestro. E quando Salvatore mostrò desiderio di<noinclude> <references/></noinclude> 7z001op160psd0jynp6lha6a66cagy5 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/31 108 536518 3877018 3568649 2026-08-27T15:41:23Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877018 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 31 —|}}</noinclude>vedere i suoi quadri, Antonio lo condusse al proprio studio. Certo Salvatore non si aspettava di vedere dei poveri lavori da colui che aveva parlato con tanto senno dell’arte a cui pareva che inclinasse per un istinto di natura; ma non fu poco maravigliato quando vide le sue belle pitture. Trovò per tutto degli arditi pensieri, un corretto disegno ed i colori più gaj. E soprammodo gli piacque una certa ricca sprezzatura negli abiti, la finitezza delle estreme parti, la grazia vezzosa delle teste benchè a differenza del suo gran maestro Guido Reni, non apparisse un certo studio di sacrificare l’espressione alla bellezza. Si vedeva che Antonio mirava alla vigoria di Annibale, senza, che vi potesse per anco aggiungere. Salvatore contemplò lungo spazio in silenzio ogni quadro d’Antonio; poi gli disse: — Sentite, Antonio, voi siete nato per l’arte; perchè la natura non contenta di avervi donato quell’ingegno che informa i sublimi pensieri, vi ha data l’altra dote non meno rara, di vincere in poco tempo la difficoltà della pratica. Farei una bugia se vi dicessi che avete<noinclude> <references/></noinclude> 9647mgyfd7d7ddwt573pbsmxruggmta Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/32 108 536519 3877020 1965616 2026-08-27T15:41:58Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877020 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 32 —|}}</noinclude>la grazia meravigliosa di Guido, e la robustezza di Annibale; ma è certo che trapassate tutti i maestri che si ringalluzzano nell’accademia di S. Luca, il Tiarini, il Gessi, il Sementa, tutti in somma, senza eccettuare il Lanfranchi, che non sa dipingere che a fresco. Ad ogni modo, se fossi in voi, sarei perplesso a depor la lancetta per usar solamente il pennello. Forse vi parrà strano, ma ascoltatemi. Noi siamo al presente in tristi tempi per la pittura, o piuttosto pare che il demonio abbia guasti gli artisti e se non siete disposto a durare ad ogni genere di mortificazione di mano in mano che vi andate perfezionando, e sostenere lo sprezzo in ricompensa della riputazione, veder dei malevoli accostarsi a voi con un’aria di bontà e di benevolenza per potervi più agevolmente ruinare; se non siete, vi dico, apparecchiato a tutto questo, non mettete mano al pennello. Ricordatevi della mala ventura del vostro maestro, del grande Annibale che perseguitato malignamente a Napoli da una turba di malvagi confratelli, non gli fu allogata nessun’opera d’importanza, e che anzi respinto per tutto fece una<noinclude> <references/></noinclude> k5l93im5xb9q7pemic1whmk63hb42c0 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/33 108 536520 3877242 1965617 2026-08-28T07:45:15Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877242 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 33 —|}}</noinclude>morte acerba. Ricordatevi di quel che avvenne al gran Domenichino, quando dipinse la cupola della cappella di S. Gennaro. Quei ladri di pittori, non farò il nome ad alcuno, neppure a quel facchino di Belisario e di Ribera, non sedussero un fattorino di Domenichino perchè gittasse della cenere nella sua calce, onde il muro non tenesse e screpolasse la pittura! Ficcatevi bene tutto questo in memoria, e ponderate se la vostra anima è di tempra da sostenere tutte queste angherie: perchè altrimenti si fiaccherà il buon volere, e quando uno perde l’animo, si perdono insieme tutte le virtù che conducono all’eccellenza nella pittura. — Salvatore, rispose Antonio, non è possibile che seguendo l’arte vostra sia maggiormente offeso dal disprezzo e dalla gelosia di quel che sono. Voi avete trovato qualche piacere a contemplare le mie cose, m’avete detto che potrei far meglio di molti accademici di San Luca, e sono appunto costoro che parlano villanamente delle mie opere. — Ecco, dicono essi, il chirurgo che vuol dipingere! Onde sono più che mezzo risolto di ri<noinclude> <references/></noinclude> 71teubz10ea0l6ckg7x0um2jpjl1n8e 3877269 3877242 2026-08-28T08:20:52Z Candalua 1675 3877269 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 33 —|}}</noinclude>morte acerba. Ricordatevi di quel che avvenne al gran Domenichino, quando dipinse la cupola della cappella di S. Gennaro. Quei ladri di pittori, non farò il nome ad alcuno, neppure a quel facchino di Belisario e di Ribera, non sedussero un fattorino di Domenichino perchè gittasse della cenere nella sua calce, onde il muro non tenesse e screpolasse la pittura! Ficcatevi bene tutto questo in memoria, e ponderate se la vostra anima è di tempra da sostenere tutte queste angherie: perchè altrimenti si fiaccherà il buon volere, e quando uno perde l’animo, si perdono insieme tutte le virtù che conducono all’eccellenza nella pittura. — Salvatore, rispose Antonio, non è possibile che seguendo l’arte vostra sia maggiormente offeso dal disprezzo e dalla gelosia di quel che sono. Voi avete trovato qualche piacere a contemplare le mie cose, m’avete detto che potrei far meglio di molti accademici di San Luca, e sono appunto costoro che parlano villanamente delle mie opere. — Ecco, dicono essi, il chirurgo che vuol dipingere! Onde sono più che mezzo risolto di ri-<noinclude> <references/></noinclude> d0i5qjr466x8gbli3zr1dn2eydqznx2 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/34 108 536521 3877244 1965618 2026-08-28T07:46:22Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877244 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 34 —|}}</noinclude>trarmi affatto da una professione che mi dà tanta noja. E l’avrei già fatto se non avessi ancora una speranza in voi, mio degno maestro. Le vostre parole son di un gran peso; giacchè voi potete atterrare di un detto tutti i miei avversarj e ripormi nel luogo che mi si appartiene. — Avete troppa confidenza in me, disse Salvatore, ma in verità dopo aver veduti i vostri quadri ed avervi inteso a parlare sono disposto ad ajutarvi ad ogni mio potere! Salvatore guardò ancora una volta i quadri di Antonio e si ristette particolarmente, dinanzi ad una Maddalena ai piedi del Salvatore. — Vi siete allontanato dal modo che si tiene ordinariamente nel rappresentare la Maddalena. La vostra, gli disse Salvatore, non è una donna matura, ma un’amabile fanciulla come quelle che Guido solo sapeva fare. V’è una grazia meravigliosa in questa figura, ed avete lavorato la testa con un entusiasmo, che se non erro, l’originale di cotesta Maddalena deve essere vivo, e trovarsi qui in Roma. — Dite da senno, Antonio, voi siete innamorato!<noinclude> <references/></noinclude> 1bgfc59wqzggz9e0nc4bdcsr4pqnri5 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/35 108 536522 3877245 1965619 2026-08-28T07:47:26Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877245 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 35 —|}}</noinclude>{{Nop}} Antonio chinò gli occhi e disse timidamente: — Voi mi leggete nell’animo, caro maestro, e forse è come voi dite; ma non datemene biasimo. Questa è la pittura ch’io pregio più di tutte le mie, e l’ho tenuta nascosta sinora agli occhi di tutti. — Che cosa dite! esclamò Salvatore, nessun pittore non ha ancor visto cotesto quadro? — Nessuno, rispose Antonio. — Ebbene, replicò Salvatore, con due occhi sfavillanti di gioja, siate certo che umilierò gli orgogliosi, e vi farò raccogliere la gloria che meritate. Fidatemi il vostro quadro, anzi recatelo di soppiatto cotesta notte in casa mia, e lasciate fare a me. — Siete contento? Antonio rispose che sì, e rispose che gli avrebbe parlato volontieri anco dell’amor suo; ma che quel giorno era sacro all’arte e che gliene avrebbe parlato più tardi. — Ed io vi ajuterò in tutto quel che potrò. Ed accomiatandosi, Salvatore gli disse sorridendo: — Sentite, Antonio quando mi scopriste che voi eravate pittore, io mi pentii d’avervi parlato della vostra somiglianza con Raffaello, stimando<noinclude> <references/></noinclude> r0b4xrznl97dz65helfo6uqyp9he21s Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/36 108 536523 3877254 1965620 2026-08-28T08:09:26Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877254 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 36 —|}}</noinclude>che avreste fatto come certi altri giovani, che appena sono avvertiti di qualche leggiera somiglianza di volto con un gran maestro portano la barba e i capelli alla medesima foggia, dandosi a credere d’essere stati chiamati ad imitare il suo fare. — Ma io vi dico, e mel potete credere, che onorai nelle vostre pitture l’orma del genio divino che segnò i celesti campi a Raffaello. Voi intendete il gran maestro e non mi rispondete come Velasquez, che richiesto da me quel che pensava dello Sanzio mi disse: — Tiziano è il più gran maestro, e Raffaello non s’intende di carnagione. In cotesto Spagnuolo vi è la carne e non la parola, eppure gli accademici di S. Luca lo levano alle stelle perchè dipinse una volta delle cerase che i passerotti andarono a beccare. Accadde che alcuni giorni dopo gli accademici di S. Luca, si radunarono nella lor chiesa per dar giudizio delle opere dei candidati che si presentavano. Salvatore aveva fatto esporre nella chiesa il bel quadro dello Scacciati. Balzò agli occhi di tutti il vigore e la grazia di quella pittura, ed applausi di meraviglia sorsero da tutte le parti quando Salva-<noinclude> <references/></noinclude> oya8e78xm43ie6o6lsmh8rcydf4m9t9 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/37 108 536524 3877255 1965621 2026-08-28T08:10:11Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877255 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 37 —|}}</noinclude>tore spacciò che egli aveva recato da Napoli quella tela unica eredità di un giovane pittore morto di fresco. Non andò guari che tutta Roma corse a contemplare l’opera del giovane Napoletano; e tutti si accordavano a dire che dopo Guido Reni non s’era mai veduto altrettanto, e l’entusiasmo andò sì oltre che si ripose la Maddalena dello Scacciati sopra i lavori di Guido. Fra la calca quivi raccolta ad ammirare la bella tavola dello Scacciati, Salvatore notò un uomo di sembianze assai singolari. Era attempato, alto della persona, sottile come un fuscello, pallido estremamente nel volto, col naso assai lungo, il mento aguzzo ed allungato maggiormente da una barba aguzza; gli occhi erano grigi e scintillanti. Sopra una gran zazzera bionda portava un cappello di un’alta sagoma sormontato da un largo pennacchio. Il mantello di un rosso scuro era fregiato da una gran quantità di bottoni d’argento; ed indossava un giustacorpo azzurro tagliato alla spagnuola, portava altresì dei lunghi guanti a frange d’argento, delle scarpe a rosettine gialle, ed una lunga spada a forma di<noinclude> <references/></noinclude> 6prsu4cocgxy533yxx6pokmtuon7yos Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/38 108 536525 3877256 1965622 2026-08-28T08:11:03Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877256 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 38 —|}}</noinclude>stocco. Questa strana figura era ritta in piedi dinanzi al quadro. Egli pareva così rapito che si levava sulla punta dei piedi, poi si accosciava sino a terra, e si librava di nuovo sulle gracili gambe, s’allontanava un poco e poi tornava, stringeva così gli occhi da cavarne le lagrime, gli sbarrava, sospirava, faceva mille visacci dinanzi a quell’angelica Maddalena e susurrava con una sdolcinata voce da castrato, ah! carissima, benedettissima, — ah! Marianna, — Mariannina, — bellissima ec. Salvatore tratto dal bizzarro personaggio, ruppe la calca, e s’ingegnò di entrare in discorso con lui a proposito del quadro che tanto ammirava. Ma desso, senza por mente a Salvatore, malediceva la sua miseria che non gli consentiva di dare un milione per quella pittura, per poterla chiudere con venti chiavi e toglierla a tutti gli sguardi. Poi ricominciava quei suoi contorcimenti, benedicendo la Vergine e tutti i Santi della morte del maledetto pittore che aveva lavorato quel ritratto che così l’affliggeva. Salvatore conchiuse che l’uomo fosse pazzo, o che fosse qualche accademico di San Luca che non conosceva.<noinclude> <references/></noinclude> 7d3bhbd2g3borz4xgarpj744fm3dhoc Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/39 108 536526 3877257 1965623 2026-08-28T08:11:37Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877257 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 39 —|}}</noinclude>{{Nop}} In tutta Roma non si parlava d’altro che del quadro meraviglioso, e questa gran voga bastava a comprovare l’eccellenza dell’opera. Quando gli accademici si raccolsero di nuovo nella chiesa di San Luca per aggiungersi ad altri confratelli, Salvator Rosa dimandò se il pittore che aveva fatta la Maddalena appiè del Salvatore non era degno d’essere accolto nell’accademia. Tutti i pittori, senza pure eccettuare lo schizzinoso Giuseppino, gridarono ad una voce che un sì gran maestro sarebbe stato l’ornamento dell’accademia, deplorandone la morte in termini molto leggiadri, benchè nel profondo del cuore, rendessero grazia al Cielo, come aveva fatto l’uomo dalla bionda parrucca. Anzi procedettero tanto avanti nella loro esaltazione, che risolsero di rendere un onore solenne al giovine artista tolto così acerbamente alla sua arte, proclamandolo accademico sulla sua tomba stessa e facendogli dire nella chiesa di S. Luca, non so quante messe pel riposo dell’anima sua. Quindi scongiurarono Salvatore ch’egli volesse dire il nome e la nazione del defunto.<noinclude> <references/></noinclude> eb8uibbrws44gr65psc9mgxrcm2l93g Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/40 108 536527 3877258 1965624 2026-08-28T08:12:25Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877258 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 40 —|}}</noinclude>{{Nop}} Salvatore si levò in piedi, e disse con una voce solenne: — L’onore che volete fare ad un morto sotterra, starebbe meglio ad un vivo che cammina fra voi. Sappiate che la Maddalena appiè del Salvatore, questa bella pittura che voi riponete molto ragionevolmente sopra tutti i quadri moderni, non è lavoro di un giovane pittore Napolitano. Questo capo d’opera ammirato da tutti, fu dipinto per mano di Antonio Scacciati chirurgo! I pittori stupefatti ammutirono per alcun poco guardando Salvatore che sorrideva. Si trastullò di vederli impacciati ed aggiunse: — Non avete voluto accogliere fra voi il nostro valente Antonio, perchè chirurgo, ma io stimo che un uomo di questa professione non starebbe male nella nobile accademia di S. Luca per acconciare le membra slogate che si veggono per gli studi di più d’un accademico! Ora penso che non indugierete a far quello che dovevate aver fatto da lungo tempo e dare un seggio fra voi al valoroso Antonio Scacciati. Gli accademici trangugiarono la pilola amara, e fecero sembiante d’essere molto contenti di poter così gratificare<noinclude> <references/></noinclude> j8z799iaztcy3giulx0eogxs9ovu99i Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/41 108 536528 3877259 1965625 2026-08-28T08:14:11Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877259 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 41 —|}}</noinclude>il merito di Antonio che fu ricevuto fra loro con molta solennità. Appena corse la voce che il quadro della Maddalena era di Antonio, gli toccarono da ogni parte mille commissioni. Così Salvatore con un pietoso stratagemma lo trasse dall’oscurità in cui vegetava, e lo mise in onore. Antonio non sapeva capire in sè per la gran gioja di questa fortuna. E Salvatore fu ancor più attonito quando fra qualche giorno, vide sopravvenire Antonio pallido, disfatto, colla disperazione negli occhi. — Ah Salvatore! che cosa mi giova che mi abbiate riposto più in alto che non salivano le mie speranze, e fatto colmare di lode e d’onore, poichè per mia disavventura il quadro che tanto mi onora mi è cagione di un’infinita disgrazia. — Non bestemmiare la nostra sacra arte, rispose Salvatore. Io non credo alla disgrazia che ti attende. Tu sei come me e non hai potuto adempire tutti i tuoi desiderj. Ecco la tua gran disgrazia senza dubbio. Gli innamorati sono come i fanciulli, piangono e strillano se gli si toccano appena i loro fantocci. Lascia, te ne prego, il genere lamentevole che non lo<noinclude> <references/></noinclude> 7alxuuqo9sjfgtjylzlcy3zxgaaak6a Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/42 108 536529 3877260 1965626 2026-08-28T08:14:58Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877260 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 42 —|}}</noinclude>posso soffrire. Siedi e raccontami placidamente come la tua bella Maddalena s’è mescolata ai tuoi amori, e dimmi quali sono i sassi che ti nojano per la strada, onde li possa rimovere, che già ti voglio ajutare. Più gli accidenti sono avventurosi più mi dilettano. Vedi che m’incomincia a bollire il sangue nelle vene ed ho necessità di far qualche follia. Narrami tutto, mio caro Antonio, ma come ti dico senza sospiri. Io ti ascolto. Antonio sedette sullo sgabello che Salvatore gli accennò presso un quadro che lavorava, e cominciò così: — Nella contrada Ripetta in un alto caseggiato dove subito salta agli occhi un balcone sporgente in fuori, appena si spunta dalla porta del Popolo, abita il più bizzarro di tutti i bizzarrissimi che potete incontrare in Roma: un vecchio cortigiano, che ha tutte le magagne del suo ordine, avaro, vanitoso, un fatuo innamorato, che vorrebbe fare il vagheggino, lungo e secco come una pertica, aggiustato come un bellimbusto con una parruccaccia bionda, guanti frangiati, nastri e nastrini, in testa un cappello aguzzo e una gran spada al fianco.<noinclude> <references/></noinclude> srz5myvmwulatvs1gom9juqql2mvng5 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/43 108 536530 3877261 1965627 2026-08-28T08:15:47Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877261 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 43 —|}}</noinclude>{{Nop}} Sosta un momento, caro Antonio, disse Salvatore, e rivolgendo la tela che dipingeva, prese del bianco e disegnò in quattro tratti il personaggio che aveva visto smaniarsi in certi gesti dinanzi alla Maddalena. Per Dio, sclamò Antonio dimenandosi sulla sua scranna e forte sghignazzando in mezzo alla sua disperazione, è desso! è il signor Pasquale veramente al vivo! — Vedi, bene, disse tranquillamente Salvatore che conosco il patrono, il quale è senza dubbio il tuo rivale: ma prosiegui. — Il signor Pasquale Capuzzi, aggiunse Antonio, è uno straricco, ma come vi dissi un avaro gaglioffo. E se ha qualche parte di buono, si è che ama le arti, e soprattutto la musica e la pittura; ma però è d’un gusto così bizzarro, che sarebbe impossibile d’accordarsi con lui. Egli si tiene pel primo compositore del mondo, e per un cantante di forza che non v’abbia il suo simile nella cappella del Papa. Perciò non guarda il vecchio Frescobaldi che dall’alto in basso, e stima che Ceccarelli canti come uno stivale dentro la staffa; e al modo che il primo cantore del Papa si fa nominare Odoardo Ceccarelli di Me-<noinclude> <references/></noinclude> e70532b00sr752zu65mp25kbhtmqi1d Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/44 108 536531 3877262 1965628 2026-08-28T08:16:33Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877262 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 44 —|}}</noinclude>rania, il nostro gentiluomo si fa dire messer Pasquale Capuzzi di Sinigaglia; perchè Sinigaglia appunto è il luogo dove è nato, ed a quel che si dice nella barca di un pescatore, dove sua madre lo partorì innanzi termine per uno spavento che ebbe di un cane di mare. In gioventù fece por sul teatro una sua opera, che fu inesorabilmente fischiata, ma questo non bastò a guarirlo della mania abbominevole. Anzi quando intese l’opera di Francesco Cavelli, le nozze di Teti e di Peleo, giurò che il maestro gli rubò i più sublimi pensieri. È tuttavia infermo della malattia del canto strimpellando una povera chitarra idropica che non ne può più. Il suo fidato Pilade è una specie di nano mezzo castrato, a cui i Romani hanno posto il soprannome di Piticchinaccio. Alla bella coppia si aggiunge per lo più, indovinate? Non altri che il dottor Piramida che tira giù delle note come un asino malinconico, dandosi a credere di avere una voce da basso da far invidia al Martinelli della cappella papale. I tre venerandi personaggi fanno cerchio la sera tra loro, e seduti su i balconi cantano dei mottetti di Carissimi a far mia-<noinclude> <references/></noinclude> 6mvueahaavfhmtj3e8s691cy43mkseb Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/45 108 536532 3877263 1965629 2026-08-28T08:17:31Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877263 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 45 —|}}</noinclude>golare i gatti ed uggiolare tutti i cani del vicinato; di modo che non vi voglio dire se sono maledetti da tutti quelli che passano in contrada Ripetta e che hanno orecchia d’uomo. Mio padre usava molto in casa di questo signor Pasquale, servendolo di barba e di parrucca in qualità di barbiere-chirurgo. Venuto a morte mio padre ereditai l’avventore, e Capuzzi fu molto soddisfatto di me, perchè diceva che io sapeva meglio d’ogni altro dare una certa forma virile alle sue basette e soprattutto ciò che non confessava, perchè m’accontentava di pochi quattrini di salario. Ma stimava di compensarmi ad usura, perchè ogni volta che lo radeva mi gracidava negli orecchj ad occhi chiusi un’arietta di sua invenzione. Un giorno sopravvenni di cheto, come al mio solito, e schiuso l’uscio, scôrsi una giovinetta, un angelo di luce! — Voi conoscete la mia Maddalena! — Era dessa! Rimasi immobile e pareva che i piedi si fossero abbarbicati. — Voi non volete esclamazioni, ed io non ve le dico; ma vi dico che in un punto arsi dell’amore più appassionato. Il vecchio gentiluomo<noinclude> <references/></noinclude> a8bzjxzcsiqkm94em8fevipboefrqt2 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/46 108 536533 3877264 3568651 2026-08-28T08:18:27Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877264 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 46 —|}}</noinclude>soggiunse aggrottando le ciglia, che era la figliuola di Pietro suo fratello, già morto a Sinigaglia. Il suo nome era Marianna, e siccome non avea parenti, esso l’avea raccolta in casa in qualità di zio e di tutore. Figuratevi che da quel dì la casa di Capuzzi mi parve un paradiso. Ma mai mi venne fatto di trovarmi un istante solo con lei; se non che certe occhiate e sospironi repressi, e qualche stretta di mano non mi lasciavano in dubbio della mia fortuna. — Il vecchio l’indovinò, e dolendosi de’ miei diporti, mi richiese delle mie intenzioni. Gli confessai ingenuamente che l’amava con tutti gli spiriti, e che non conosceva altra beatitudine in terra, che di sposarmi a lei. A queste parole, Capuzzi mi squadrò dalla testa ai piedi, e disse che non avrebbe mai sospettato che dei pensieri così smisurati potessero germogliar nella testa d’un miserabile barbitonsore. La collera mi diè dell’orgoglio, e gli risposi ch’ei sapeva bene che io non era un barbiere, ma un chirurgo dabbene, e per soprappiù un allievo del grande Annibale Caracci e dell’incomparabile Guido, in fatto di pittura. Capuzzi ruppe<noinclude> <references/></noinclude> smcvyy7dcemq32202xv83m44cm6r12p Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/47 108 536534 3877265 1965631 2026-08-28T08:19:12Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877265 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 47 —|}}</noinclude>in un grande scoppio di risa, aggiungendo: — Eh! mio dolce signor barbiere, eccellente signor chirurgo, sublime Annibale Caracci, dilettissimo Guido Reni, andate al diavolo, e non lasciatevi più mai vedere, se non volete avere le membra rotte! A queste parole il vecchio Capuzzi mi spinse fuori dell’uscio e mi cacciò villanamente. Per cui fuggendomi la pazienza, presi il vecchio nel collo, e lo squassai così terribilmente, che ne scrosciarono l’ossa. Nè più potetti por piede in quella casa. A così fatti termini erano le cose quando voi capitaste a Roma, e che al padre Bonifazio venne la buona ispirazione di venirmi a chiamare. Quando per la vostra destrezza l’accademia mi ebbe ricevuto, quando tutta Roma mi commendò come sapete, andai ad appresentarmi al vecchio Capuzzi come uno spettro minaccioso; io per lo meno gli parvi tale; perchè impallidì e si ritrasse tutto tremante dietro a un tavolato. Allora gli dissi con un certo tuono tra l’ardito e il grave che non avea più a fare con un Antonio Scacciati chirurgo e barbitonsore, ma<noinclude> <references/></noinclude> szvdi21cy1qojiovhccvyszy2qnzgga Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/48 108 536535 3877266 1965632 2026-08-28T08:20:07Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877266 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 48 —|}}</noinclude>che chi portava quel nome era un pittor rinomato, un accademico di S. Luca, a cui non avrebbe a schifo di maritare una sua nipote. Proruppe in una collera smisurata urlando spaventosamente, torcendosi le mani e gridando che io era un ribaldo che gli voleva involare la sua Marianna, per metterla sulla tela e farne pubblica mostra; ed aggiunse che badassi bene che mi avrebbe abbruciato vivo con tutti i miei quadri, e detto questo si mise a strillare come un indemoniato, al fuoco! ai ladri! che presi consiglio di fuggire. Il vecchio pazzo è fieramente innamorato di sua nipote. Ei la tien sotto chiave, e se potrà essere dispensato la sforzerà a delle abbominevoli nozze. Tutte le mie speranze sono fallite! — Perchè fallite, disse Salvatore ridendo. Stimo all’incontro che tutto sia pel meglio. E se Marianna t’ama, altro non resta che di trarla di mano al vecchio Capuzzi. E per verità non veggio come due uomini della nostra tempra non si mettano all’opera! Animo Antonio; invece di gemere, di sospirare, ed essere infermo d’amore, conviene adoprar le mani e salvare Ma-<noinclude> <references/></noinclude> s8ahciejjsibyjtmqqqpfyi2za5825e Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/49 108 536536 3877267 1965633 2026-08-28T08:20:24Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877267 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 49 —|}}</noinclude>rianna. Per ora torna a casa, e t’aspetto domattina per tempissimo. Dopo Salvatore depose il suo pennello, e chiuso nel tabarro andò al corso, mentre che il povero Antonio tornava lentamente a casa.<noinclude> <references/></noinclude> 1i58f6l0mj6ncs4rjqzahmfsg99jiv9 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/50 108 536537 3876992 1965634 2026-08-27T15:15:29Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876992 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude>{{Nop}} {{Ct|L=0.1em|'''CAPITOLO III'''}} {{Ct|f=90%|L=0.4em|PASQUALE CAPUZZI}} {{Xx-larger|A}}ntonio non fu poco meravigliato quando il dì seguente Salvatore gli descrisse a parte a parte l’interno della casa di Capuzzi. — La povera Marianna, disse Salvatore, è malmenata da un vecchio balordo che sospira e rantola tutto il giorno, e quel che è peggio canta delle arie di suo conio per movere il cuore della fanciulla. Oltre a ciò è geloso alla morte, e rimove da lei tutti i domestici che le potrebbero fare un officio. Sta sempre attorno alla povera Ma-<noinclude> <references/></noinclude> 18b4hqp2hwg4wznaz6e4epqaa23oe5s Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/51 108 536538 3877317 1965635 2026-08-28T11:12:33Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877317 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 51 —|}}</noinclude>rianna mattina e sera un brutto ceffo che le fa tutti i servigi di fantesca. E questa larva d’uomo non è che quello scorpione di Pucet, il Piticchinacchio insomma che Capuzzi fa vestire da donna. E quando Capuzzi esce di casa, chiude accuratamente tutte le porte, ed un briccone che ha fatto altre volte l’officio di Bravo, e che è sbirro al presente, monta la guardia dinanzi la casa. E benchè paja impossibile di porvi piede, ad ogni modo ti prometto che la notte vegnente tu vedrai la tua Marianna al cospetto dello stesso Capuzzi. — Che cosa dite? esclamò Antonio quasi fuori di senno, la notte vegnente! questo è impossibile! — Zitto, disse Salvatore. Diamo ordine al nostro disegno. Primamente ti devo dire che io era di già in qualche domestichezza col signor Capuzzi senza saperlo. Quella grama spinetta che è là in un cantone è roba sua, ed io gliene devo pagare l’enorme somma di dieci ducati. Nella mia convalescenza mi venne il capriccio della musica; tanto più che fu sempre la mia ricreazione. Onde pregai la mia albergatrice che mi procacciasse una spinetta, e madonna Caterina si ri-<noinclude> <references/></noinclude> 0dhgp65xcl08ch2ymjz1qfkyo3h7iwg Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/52 108 536539 3877318 1965636 2026-08-28T11:13:44Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877318 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 52 —|}}</noinclude>cordò che nella strada Ripetta dimorava un gentiluomo che voleva vendere un così fatto istromento. Difatti mi fu recato; ed io per ismemoraggine non mi occupai più del prezzo e del possessore; e ieri sera soltanto mi fu ricordato che aveva a fare col gentile signor Capuzzi. Madonna Caterina s’era rivolta a non so qual suo famigliare che abita nella casa di Pasquale, e tu puoi ora inferire donde mi vengano questi contrassegni. — Ah! esclamò Antonio, ecco trovata la strada! — So quel che vuoi dire, replicò Salvatore, tu pensi che possiamo giungere a Marianna per opera di Caterina. Ma non è così. Madonna Caterina è troppo ciarliera e guasterebbe ogni cosa. Dammi mente. Ogni sera sull’imbrunire, il signor Pasquale, per fatica che faccia si reca a casa in braccio un suo eunuchetto; giacchè per tutto l’oro del mondo il pauroso Piticchinaccio non metterebbe piede sul selciato a quest’ora. Così dunque quando... In questo mezzo si picchia alla porta dello studio, e con gran meraviglia dei due pittori, il signor Pasquale Capuzzi<noinclude> <references/></noinclude> o4jaunvpq5vndm6yp9jyfhkmtdtucma Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/53 108 536540 3877319 1965637 2026-08-28T11:14:52Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877319 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 53 —|}}</noinclude>entrò in tutta la sua magnificenza. Visto appena lo Scacciati, stette sui due piedi, e stropicciandosi gli occhi, aspirò l’aria attorno a sè come se gli mancasse il respiro. Salvatore fu sollecito di andargli incontro, e presolo per le due mani, esclamò! — Mio degno signor Pasquale, voi onorate troppo la mia povera casa! Non può essere che l’amore dell’arte che vi abbia condotto qui. Forse volete vedere che cosa ho fatto di nuovo, e fors’anco chiedermi qualche lavoro. Parlate, mio degno signore, in che cosa vi posso gradire? — Io ho, disse Capuzzi balbettando, ho a parlarvi, signor Salvatore, ma... solo... quando voi sarete solo... permettete che mi ritiri, e che ritorni in tempo più opportuno. — Per nulla, disse Salvatore tenendolo saldo. Non vi moverete di qui, che non avreste potuto capitare in un miglior momento; e poichè siete un gran dilettante di pittura, un amico degli artisti più valorosi, credo che vi sarà carissimo che io vi presenti il signor Antonio Scacciati, il primo pittore del nostro tempo, che fece il bel quadro della Maddalena pentita,<noinclude> <references/></noinclude> gcea4oojkdxuz6fnt609guyo6kwlts8 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/54 108 536541 3877320 1965638 2026-08-28T11:15:39Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877320 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 54 —|}}</noinclude>che riempì tutto Roma di ammirazione. E certamente voi siete ancor pieno di quella bellezza, ed avete desiderato più d’una volta di conoscere l’artefice che ha fatto il miracolo. Il povero vecchio fu occupato da un tremito in tutte le membra; crollò la testa come in un insulto nervoso e guardò Antonio tutto sdegnoso. Ed Antonio s’accostò a Pasquale e salutatolo piacevolmente, si chiamò beato d’incontrarsi all’impensata col signor Capuzzi, giacchè la sua scienza in fatto di musica e di pittura, era l’ammirazione non solo di Roma ma di tutta Italia. Questo procedere racchetò un poco Capuzzi. Il quale ingegnandosi di sorridere levò alquanto le sue basette e mormorò alcune parole incomprensibili. Poi si rivolse verso Salvatore parlandogli dei dieci ducati che gli dovea sborsare in pagamento della spinetta. Aggiusteremo più tardi il conticello, mio degno signore! disse Salvatore. Intanto siate grazioso di dare un’occhiata a questo abbozzo che feci or ora, ed aggradite un bicchiero di vino di Siracusa. Salvatore acconciò lo schizzo sopra<noinclude> <references/></noinclude> gr7al6bpyzwqq8zwfoafojdvxleli3f Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/55 108 536542 3877322 1965639 2026-08-28T11:16:39Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877322 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 55 —|}}</noinclude>un cavalletto, e porta una scranna al gentiluomo gli versò in una bella tazza di cristallo il suco dorato dei grappoli di Sicilia. Il vecchio beveva volentieri un bicchiero di buon vino, quando non gli costava nulla; si recò la coppa alla bocca, contemplò lo schizzo socchiudendo gli occhi e prorompendo di tratto in tratto: Perfetto! squisito! tanto che era malagevole discernere se parlava del vino o del quadro. Appena il gentiluomo fu un poco più gajo, Salvatore esclamò tutto ad un tratto: Ditemi, signore, corre voce, che avete una bella nipote, detta Marianna? Tutta la gioventù mossa da non so quale follia amorosa corre continuamente alla vostra contrada, e si rompe il collo per levare la testa al balcone a vedere la bella Marianna, ed avere uno sguardo da lei. Tutta la soddisfazione e tutta la gioja, ch’erano stati effetto del vino disparvero subito dal volto di Capuzzi, e con uno sguardo bieco, rispose: Si può misurare da voi la profonda corruzione della nostra gioventù. I vostri sguardi diabolici sono tutti rivolti ad una fanciulla per<noinclude> <references/></noinclude> loyl19auxz8opdvt5k1d95d6qgpp55j Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/56 108 536543 3877323 1965640 2026-08-28T11:17:47Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877323 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 56 —|}}</noinclude>farla pericolare! perchè io vi dico, signore, che mia nipote è una vera bambina appena slattata. Salvatore parlò d’altro, e il vecchio si ricompose, ma quando colmato un altro bicchiero cominciò a farsi rubicondo, Salvatore replicò: ditemi dunque, mio buon signore, la vostra bambina di sedici anni ha veramente bei capelli castani, e degli occhi pieni di voluttà come la Maddalena d’Antonio? Tutti lo dicono. — Non so nulla, rispose Capuzzi brontolando, ma lasciamo la nipote, e parliamo dell’arte! Ma Salvatore tornando di continuo alla bella Marianna, il vecchio si mise in furore, rovesciò violentemente il bicchiere e disse con rabbia: — Per tutti i demonj, voi mi mescete il veleno nel vino! ma veggio bene che voi altri due mi avete preso a dileggiare se vi venisse fatto. Scontatemi subito i dieci ducati che mi dovete, e poi andate al diavolo, voi e il vostro buon compagnone. Salvatore fece sembiante d’essere tutto adirato, e si mise a gridare: — Come voi osate farmi villania in casa mia!<noinclude> <references/></noinclude> sfidaade5400btfz1jg3a0aaz6nsm69 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/57 108 536544 3877325 1965641 2026-08-28T11:19:23Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877325 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 57 —|}}</noinclude>e volete dieci ducati per questo tanghero tarlato, che i vermi hanno roso sino al midollo. Dieci ducati! non ne avrete cinque, non tre, non uno che non vale un quattrino. Portatevelo via se lo volete! E non aveva ancora finito che gli gittò ai piedi la spinetta che mandò un suono querulo e prolungato. — Ah! ah! vi sono delle leggi a Roma! Vi farò sotterrare in un carcere. E così dicendo voleva sbiettarsela fuori dell’uscio, ma Salvatore lo tenne a forza e lo fece risedere sulla sedia da cui s’era levato dicendogli tutto soavemente: — Mio dabben signor Pasquale non vi avvedete che ho voluto fare una burla? Non dieci, ma trenta ducati vi avrete per la vostra spinetta. E continuò a replicare: — Trenta ducati! Onde Capuzzi con una voce fioca: — Che cosa parlate di trenta ducati signore? Salvatore rispose che manteneva quel che aveva detto, e giurò sull’onore che non passerebbe un’ora che la spinetta varrebbe trenta ed anche quaranta ducati, e che gli sarebbero contati subito l’un sopra l’altro. Il vecchio prese fiato e mormorò: — Trenta ducati, quaranta ducati! poi ag-<noinclude> <references/></noinclude> 31b4kmngiahy4vatt8uovyvlh3zwzay Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/58 108 536545 3877326 1965642 2026-08-28T11:20:03Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877326 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 58 —|}}</noinclude>giunse, ma voi mi avete fieramente offeso, signor Salvatore. — Trenta ducati, replicò Salvatore. — Ma voi m’avete trafitto nel cuore, signor Salvatore. — Trenta ducati, disse di nuovo il pittore, sempre ripetendo: trenta ducati, trenta ducati. Sinchè il vecchio soggiunse: — Se tocco trenta o quaranta ducati per la spinetta, tutto sarà composto fra noi e saremo migliori amici di prima. — Ma prima di adempire alla mia promessa, vi faccio una condizioncella, mio venerabile signor Pasquale Capuzzi di Sinigaglia, il primissimo dei compositori d’Italia, l’ottimo dei cantanti. M’ha colmato veramente le orecchie quella gran scena delle nozze di Teti e di Peleo, che vi rubò quel ladro di Francesco, e ben mi piacerebbe che voleste cantarmela mentre vi acconcio la vostra spinetta. Io ve ne prego come di una grazia che mi fate. Il vecchio sorrise con ogni compiacenza possibile, e disse: — Si vede bene, o signore, che voi siete un eccellente musico, poichè mostrate d’aver in pregio<noinclude> <references/></noinclude> 4gl2hp0n0imlo1r5hrkilnj1eyu9thl Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/59 108 536546 3877327 1965643 2026-08-28T11:20:56Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877327 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 59 —|}}</noinclude>le persone di merito più che non fanno questi ingrati Romani. Udite dunque l’arietta delle ariette. E in questo il signor Capuzzi si levò sulla punta dei piedi socchiuse gli occhi a un dipresso come un gallo che si apparecchia a cantare, e cominciò con una voce così spaventosa, che accorsero le figlie e madonna, immaginando che quelle grida sinistre annunciassero qualche disgrazia. E si fermarono all’uscio percosse da meraviglia facendo così come un po’ di pubblico al sublime Virtuoso. Intanto Salvatore aveva spalancata la spinetta e dato di mano alla tavolozza s’era dato a scombiccherare sul coperchio la più bizzarra pittura che gli sia mai girata pel capo. Il pensier principale era tratto da una scena dell’opera di Cavalli, le nozze di Teti; se non che il pittore v’intromise una turba d’altri personaggi, fra i quali si trovavano Capuzzi, Antonio, Marianna, lo stesso Salvatore, madonna Caterina, e le due figliuole non che il dottor Piramida, tutti così vivi e parlanti, atteggiati in un gruppo di tanto artifizio, che Antonio non potè tenersi di un gran grido di ammirazione.<noinclude> <references/></noinclude> o3rgsxee9laapdz8th5p55zjtn8016l Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/60 108 536547 3877329 1965644 2026-08-28T11:21:55Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877329 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 60 —|}}</noinclude>{{Nop}} Il vecchio Capuzzi per nulla distratto dalla sua musica, continuò a tubare un interminabile recitativo, che durò forse due ore, e dopo cadde come rifinito sulla sua scranna. In questo Salvatore aveva appena terminato lo schizzo che già aveva tutta la perfezione di un quadro finito. — Vi ho tenuto parola, signor Pasquale, a proposito della spinetta, e lo trasse per un braccio presso l’istrumento. A questa vista il gentiluomo si fregò gli occhi come se fosse stato un miracolo, poi riponendosi di fretta il bastone sotto l’ascella e il cappello sulla parrucca e dato un salto sulla spinetta ne scassinò di modo il coperchio che recatoselo in capo fuggì, tenendolo colle due mani, non senza meraviglia di madonna Caterina e delle due figliuole. — Il vecchio ladro sa bene che non ha che a portare il coperchio al conte Colonna, od al mio amico Rossi per avere i quaranta ducati ed anche di più! disse Salvatore. Ed allora si mise a trovar modo con Antonio di dare effetto all’assalto notturno. Vedremo come ne verrà fatto.<noinclude> <references/></noinclude> mxtb2oys29pe19so05ngm9s96db87vr Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/61 108 536548 3877336 1965645 2026-08-28T11:34:33Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877336 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 61 —|}}</noinclude>{{Nop}} Venuta la notte, il signor Pasquale dopo aver ben chiusa la casa, si recò in braccio al consueto il suo eunuchetto. Lungo la strada l’omiciattolo si doleva vivamente della vita che menava in grazia del signor Pasquale, il quale non contento di fargli venire il rantolo a forza d’ariette, ed abbrustolirgli le mani a cuocere i maccheroni, stimava a proposito di usarlo in qualità di cameriere presso Marianna, professione in cui non gli toccavano che schiaffi e rabbuffi. Capuzzi lo consolò promettendogli di fargli dono d’una logora veste di peluzzo nero per un abito d’abate. Ma il nano malcontento volle di giunta una parrucca ed una spada. Così capitolando giunsero nella contrada Borgognona ove abitava Piticchinaccio distante quattro porte dalla casa di Salvatore. Capuzzi depose il nano, aperse la porta e salirono insieme, l’omiccino dinanzi al grande. La scala era molto angusta, e così fatta come quella di un pollajo; ma non aveano ancora salita la metà dei gradini che s’intese un gran fracasso a capo della scala; era come la voce di un ubbriaco che scongiurava<noinclude> <references/></noinclude> b4p33ei9hv4ydg2inaq1j6cyehoi1kt Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/62 108 536549 3877337 1965646 2026-08-28T11:35:34Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877337 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 62 —|}}</noinclude>l’inferno di volergli insegnar la maniera di entrare in quella maledetta casa. Piticchinaccio si strinse al cuore e scongiurò Capuzzi in nome di Dio di voler mettersi avanti; ma appena Pasquale ebbe fatto due passi che l’ubbriaco cadde dall’alto dei gradini, afferrò Capuzzi per le braccia facendolo girare come una trottola, e capitombolarono traendolo seco, fino in mezzo alla strada per la porta spalancata. Quivi caddero in un fascio, Capuzzi sul selciato, e l’altro steso su lui come un otre pesante. — Gesummaria che caso è questo, signor Pasquale! come voi qui in ora così tarda? che accidente avete incontrato in questa casa? Così parlarono Antonio e Salvatore. — È il mio ultimo giorno, disse Capuzzi gemendo. Questo briccone m’ha fracassato le ossa; non posso più muovere un dito. — Vediamo un poco, disse Antonio, e si mise a cercare il corpo di Capuzzi, e lo tasteggiò così aspramente alla gamba destra che mise uno strillo. — In nome di Dio, esclamò Antonio esterrefatto; voi vi siete rotta la gamba<noinclude> <references/></noinclude> addj0bc3nd6zf01jsyv8blmpnizsc32 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/63 108 536550 3877338 1965647 2026-08-28T11:36:18Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877338 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude>sinistra, e dove il pericolo è maggiore. Se non vi soccorrono subito, siete morto, o zoppicherete tutta la vita. Capuzzi mandò un grido di dolore. — Tranquillatevi, mio buon signore, disse Antonio, quantunque pittore non ho scordato il mio antico mestiere di chirurgo. Noi vi recheremo a casa di Salvatore, e quivi sarete subito medicato. — Mio buon signore, gorgogliò Capuzzi, voi nudrite dell’astio contro di me, io so.... — Ah! disse Salvatore, non si parli di ruggine, voi siete in pericolo e basta pel nostro dabben Antonio perchè vi proferìsca i suoi servigi. — Su via, amico Antonio, ajutatemi a sollevarlo. E si dettero la mano a levare di terra il vecchio gentiluomo che si doleva amaramente dal malore che aveva alla gamba, e lo portarono a casa di Salvatore. Madonna Caterina disse d’aver avuto il presentimento d’una disgrazia, che non s’era voluta coricare apposta. Anzi appena visto il gentiluomo gli fece un gran rabbuffo.<noinclude> <references/></noinclude> bsp067fcj4kyp3oppoxxv8e1hfjw724 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/64 108 536551 3877339 1965648 2026-08-28T11:37:08Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877339 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude>{{Nop}} — So bene, signor Pasquale, ciò che vi reca in questa casa. Stimate che la vostra Marianna possa far senza i servigi di madonna, ed abusate terribilmente la pazienza del povero Piticchinaccio di cui avete fatto una cameriera. Ma, eccovi, ogni carne ha il suo osso, e quando si hanno in casa delle figlie bisogna avere almeno una donna che le governi. Fate il passo secondo la gamba e non richiedete da Marianna quello che non potete richiedere, nè fate un carcere della vostra casa. Asino punto convien che trotti. Voi avete una bella nipote, vivete dunque come si conviene, e fate quel che ella vuole. Ma voi siete un zotico che non s’intende nulla di galanteria, e per giunta un innamorato geloso all’età vostra. Perdonatemi se vi dico tutto questo, ma chi ha nel petto fiele, non può sputar mele. Ebbene se come la vostra età lo fa presumere, voi aveste a morire di questa caduta, vi sia d’avviso che vostra nipote sposerà un bel giovane che gli lascerà tutta la sua libertà. Una parola non aspettava l’altra; mentre che Salvatore ed Antonio trae-<noinclude> <references/></noinclude> caian2f7266offmivsr1to2e8wc9ans Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/65 108 536552 3877340 1965649 2026-08-28T11:37:51Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877340 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude>vano con diligenza i panni d’addosso a Capuzzi, e lo adagiavano a letto. I rimproveri di Madonna Caterina furono per lui tante punture di coltello; e quando volle rispondere, Antonio gli chiuse la bocca perchè non aumentasse la grandezza del male, e gli fu forza di trangugiarsi la collera. Poi Salvatore mandò via anche la Caterina perchè apparecchiasse l’acqua gelata che dimandava Antonio. Salvatore ed Antonio toccarono con mano che il mariuolo che aveano mandato nella casa di Piticchinaccio aveva meravigliosamente adempita la sua commissione. E da qualche contusione in fuori, come mostravano alcune lividure, non avea tocco altro danno dal capitombolo in apparenza così terribile. Antonio deterse e bendò il piede del vecchio gentiluomo in modo che avesse a rimanere in letto come confitto; e vi fece sopra bagnuoli d’acqua ghiacciata, onde prevenire, come diceva, l’infiammazione. — Mio buon signore, disse Capuzzi tutto raccapricciando dal freddo, ditemi se sono spicciato e se morrò?<noinclude> <references/></noinclude> 8plt2kiq1qsh2ceiap7h9zxm59npzt7 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/66 108 536553 3877341 1965650 2026-08-28T11:38:36Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877341 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude>{{Nop}} — Tranquillatevi, signor Pasquale, poichè avete sostenuto la prima medicatura senza tormentarne, il pericolo non è più così grande; però non conviene che stiate un momento senza chirurgo. — Ah! mio caro Antonio, voi sapete l’amore e la stima che ho per voi! Non è vero, caro figliuolo, che non m’abbandonerete? — Benchè non sia più chirurgo, ed abbia detto addio alla lancetta, mi piglio volentieri il carico d’aver cura di voi, a condizione che mi siate grazioso della vostra confidenza e della vostra amicizia. Finora non siete stato troppo amorevole con me. — Non parliamone più, mio caro Antonio, ve ne prego. — Vostra nipote deve essere molto inquieta di non vedervi a tornare. E poichè siete in forza di essere trasportato, vi faremo portare a casa vostra domattina sull’alba. Quivi vi medicherò ancora una volta io stesso, e poi messo in pronto un novello apparecchio, dirò a vostra nipote che cosa abbia a fare perchè vi guarisca. Il vecchio sospirò profondamente, chiuse gli occhi e stette qualche istante senza<noinclude> <references/></noinclude> gq6q6brn30pc29h8p79xx7zd68e0xml Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/67 108 536554 3877345 1965651 2026-08-28T11:55:56Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877345 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude>parlare, poi stese la mano ad Antonio e gli disse: — Non è vero che non avete mai pensato seriamente a Marianna? e se lo avete fatto v’è uscito dal cuore come interviene a tutti i giovani? — Che volete, signor Pasquale, io credeva d’essere innamorato di Marianna e forse non intravedeva che un bel modello per la mia Maddalena. E forse non per altro il mio quadro... in somma Marianna m’è diventata indifferente. — Tu sei il mio salvatore, la mia consolazione! non ho altra speranza che in te! — In sul mattino quando entrò un po’ di luce per la finestra, Antonio disse a Capuzzi che era tempo di portarlo a casa sua. Il signor Pasquale non rispose che con un profondo sospiro, e Salvatore ed Antonio l’avvolsero in un gran mantello che era già stato del defunto marito di madonna Caterina. Due facchini lo adagiarono in una barella e lo trasportarono nella contrada Ripetta seguito dai due amici. Veggendo lo zio in quel compassionevole stato, Marianna pianse e fu per dispe-<noinclude> <references/></noinclude> cyyxpqfwh5bn5ysccutp3749jojpull Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/69 108 536556 3876994 1965653 2026-08-27T15:16:15Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876994 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude>{{Nop}} {{Ct|L=0.1em|'''CAPITOLO IV'''}} {{Ct|f=90%|L=0.4em|IL SIGNOR FORMICA}} {{Xx-larger|I}}l giorno seguente Antonio venne di nuovo a casa di Salvatore tristo e mal soddisfatto. — Ebbene che cosa hai? Tu sei bene infelice di potere ogni giorno a tuo bell’agio vagheggiare e abbracciare, e far mille carezze alla tua cara Marianna. — Ah! Salvatore, pare che mi porti il diavolo in groppa! I nostri disegni sono falliti, ed eccoci in guerra col signor Capuzzi! — Tanto meglio, ma dimmi un poco che cosa intervenne?<noinclude> <references/></noinclude> 1apkvukfi61u3kki3bid2dgextupp2t 3876996 3876994 2026-08-27T15:16:19Z Candalua 1675 3876996 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude>{{Nop}} {{Ct|L=0.1em|'''CAPITOLO IV'''}} {{Ct|f=90%|L=0.4em|IL SIGNOR FORMICA}} {{Xx-larger|I}}l giorno seguente Antonio venne di nuovo a casa di Salvatore tristo e mal soddisfatto. — Ebbene che cosa hai? Tu sei bene infelice di potere ogni giorno a tuo bell’agio vagheggiare e abbracciare, e far mille carezze alla tua cara Marianna. — Ah! Salvatore, pare che mi porti il diavolo in groppa! I nostri disegni sono falliti, ed eccoci in guerra col signor Capuzzi! — Tanto meglio, ma dimmi un poco che cosa intervenne?<noinclude> <references/></noinclude> eyek9cx53yiahcowk6u4htahhtl7uhy Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/89 108 536576 3876998 1965673 2026-08-27T15:17:10Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876998 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude>{{Nop}} {{Ct|L=0.3em|'''CAPITOLO V'''}} {{Ct|f=90%|I DUE CAPUZZI}} {{Xx-larger|I}}l signor Capuzzi sapeva pur troppo chi gli avea ordita la trama della porta del Popolo, e si può credere come era adirato contro Antonio e Salvatore. Intanto s’ingegnava di confortar Marianna, che mostrava di essere ammalata di spavento, ma che non l’era che di rammarico di aver visto che il maledetto Michele l’aveva tolta di mano al suo Antonio. Margherita le recava del continuo qualche nuova dell’innamorato, e se aveva una speranza non era che nella<noinclude> <references/></noinclude> sw7lex8vgnwx33dqe2xl0z6o6675g9z Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/108 108 536595 3876999 1965692 2026-08-27T15:17:55Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3876999 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude>{{Nop}} {{Ct|L=0.1em|'''CAPITOLO VI.'''}} {{Ct|f=90%|L=0.3em|L’ACCADEMIA DEI PERCOSSI}} {{Xx-larger|T}}utto è sottomesso sotto il sole a perpetui mutamenti; ma nulla è più variabile delle disposizioni dell’uomo. Colui che jeri si commendava alle stelle, oggi è vilipeso con ogni genere di vituperio, ed oggi si calpesta coi piedi chi si adorava jeri. Nè v’era persona in Roma che non ridesse del vecchio Pasquale Capuzzi, della sua sporca avarizia, della sua gelosia, e non desiderasse che fosse scarcerata la povera Marianna. Ed ora che Antonio fuggiva colla sua innamorata, tutti i sarcasmi si volgevano in<noinclude> <references/></noinclude> l8azm33biuysrluo8s47u26u3pifcz1 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/124 108 536611 3877023 1965708 2026-08-27T15:42:51Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3877023 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||— 124 —|}}</noinclude>voglio lasciare ogni mio avere. Nè si adiri con me se bacio qualche volta la mano della cara fanciulla. Mentre Salvatore era per rispondere, Antonio e Marianna strinsero il vecchio nelle loro braccia, e giurarono che sarebbero beati di far vita con lui. Dopo si terminò la giornata in un bel pranzo, dove la gioja e le feste furono grandi. {{Ct|f=90%|FINE DI SALVATORE ROSA}}<noinclude> <references/></noinclude> 2cgzp4gr29o8nck1n8pozkx9vagqr5k Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/125 108 536612 3877143 2730464 2026-08-28T06:35:32Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877143 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude> {{Ct|f=200%|'''MARINO FALIERO'''}}<noinclude></noinclude> 2mas66hnz9gotdagqmsrc8vkh5cd3yh Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/126 108 536613 3877144 3868753 2026-08-28T06:35:42Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877144 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /></noinclude>{{Rule}} {{Rule}} {{Ct|f=110%|'''CAPITOLO PRIMO'''}} {{Xx-larger|M}}olto molto tempo fa, e se non m’inganno nell’agosto dell’anno 1354, il bravo ammiraglio Genovese, Paganino Doria, batteva i Veneziani, e toglieva loro la città di Parenzo. Le sue galere ben armate incrociavano nel golfo di Venezia, simili a belve affamate che vanno e vengono per meglio ghermire la loro vittima. Il popolo e la Signoria di Venezia erano comprese da mortale spavento. Quanti erano in istato di combattere tutti presero la spada o il remo. Le truppe schieraronsi nel porto di S. Nicolò. Navi, alberi, macigni, tutto fu messo in opera onde ingombrare la rada, e vietare lo sbarco all’inimico; e mentre che il sonito dell’armi elevavasi nel mezzo del tumulto, che le masse lanciate in mare risvegliavano gli echi delle spiagge vicine, vedevansi in Rialto gli agenti della Signoria, pallidi, cospersi di sudore, offrir<noinclude> <references/></noinclude> 16tosvaro6io1qnmayrctekt0bpbe72 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/127 108 536614 3877145 3868755 2026-08-28T06:35:45Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877145 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 127 —|}}</noinclude>con labbra tremanti obblighi ad alto interesse in cambio d’oro; giacchè la Repubblica era in uno stato di estremo bisogno. Volle la Provvidenza, ne’ suoi misteriosi decreti, che il Capo dello Stato venisse tolto al suo popolo, in questo momento di generale afflizione. Il Doge Andrea Dandolo, che i Veneziani nomavano ''il caro Contino'', morì aggravato dal peso di tante cure e di tanti travagli, Era egli generalmente amato, giacchè non passava mai per la piazza di S. Marco senza largire agli uni conforto e consiglio, agli altri soccorso e denaro; e allor che le campane della Chiesa maggiore annunziarono co’ loro suoni lugubri e prolungati la sua morte, fu una desolazione universale. I Veneziani avean perduto la loro guida, la loro speranza, non aveano che a curvare la testa sotto il giogo di Genova; così essi lamentavansi, e frattanto la perdita di Dandolo non cangiava per nulla la condizione esterna della Repubblica. Infatti ''il caro Contino'' vivea molto volontieri nella pace e nella tranquillità, amava meglio seguire il corso misterioso delle costellazioni che gli avvolgimenti della politica, più dilettavasi di guidare<noinclude> <references/></noinclude> q6ogamlfiofcjpirwa24v2mzux1knvu Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/128 108 536615 3877146 3868757 2026-08-28T06:35:47Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877146 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 128 —|}}</noinclude>la processione del santo giorno di Pasqua che di capitanare un esercito. Era allor d’uopo eleggere un Doge che ai talenti militari d’un generale unisse la saviezza d’un magistrato. S’assembrarono i Senatori, ma non vidersi che faccie squallide, sguardi cupi, occhi spenti e mezzo chiusi. Ove trovar persona che con ferma mano reggesse il naviglio? Il vecchio Senatore Marino Badoero prese alfin la parola: — L’uomo che voi cercate; egli disse, qui fra voi nol rinverrete giammai: ma volgete gli sguardi verso Avignone, su Marin Faliero, che ivi abbiamo inviato a felicitare papa Innocenzo sulla sua esaltazione al trono di S. Pietro; egli, egli solo potrà strapparci alla ruina che tutti ne minaccia. Voi mi risponderete che questo Marin Faliero è già vecchio d’ottant’anni, che canuti sono i suoi capelli e la sua barba, che il porporino del suo naso e delle sue guancie attesta piuttosto l’eccellenza del vin di Cipro che il vigore di sua intelligenza; ma voi certo non {{Ec|v’arretrerere|v’arretrerete}} a tali apparenze. Rammentatevi il brillante valore che Marin Faliero spiegò come Provveditore sulla flotta del mar Nero, rammentatevi l’importanza<noinclude> <references/></noinclude> k20pe9gqg6isl99y0oxm6n58bls5iq9 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/129 108 536616 3877147 3868759 2026-08-28T06:35:51Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877147 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 129 —|}}</noinclude>de’ suoi servigi, che a lui valsero, dai Procuratori di S. Marco, il dono della ricca contea di Valdemarino. Badoero pinse sì vivamente il merito del Faliero, che tutte le voci si riunirono in questa scelta. Qualche senatore parlò della iracondia di Marin Faliero, del suo spirito dominatore, della sua caparbietà; ma si rispose tantosto esser difetti di giovinezza spenti in un vegliardo ottuagenario. Le acclamazioni del popolo soffocarono tutte parole di biasimo; già si sa che nelle crisi violente una scelta bizzarra è sempre risguardata dalla moltitudine quale inspirazione del Cielo. Il defunto ''Contino'' con tutta la sua bontà, con tutta la sua dolcezza fu presto dimenticato, ed ognuno diceva: Per San Marco, questo Marino avrebbe dovuto da lungo tempo esser nostro Doge; l’orgoglioso Doria non correrebbe ora le nostre lagune. De’ veterani levando in aria i loro monconi sclamavano: È colui che sconfisse Morb-Nassan, la cui bandiera signoreggiava il Mar Nero! E ovunque la moltitudine affoltavasi, celebravansi le antiche imprese del Faliero, ed alzavansi gridi di gioja, come se Doria fosse già<noinclude> <references/></noinclude> i8syma08s32f3ewaupcqv0e505ewoi5 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/130 108 536617 3877148 3868760 2026-08-28T06:35:53Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877148 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 130 —|}}</noinclude>stato battuto. Avvenne inoltre, Dio sa il come, che Nicolò Pisani, il quale avea fatto vela per la Sardegna ritornasse senza essersi scontrato colla flotta di Doria, e che il suo ritorno facesse allontanare i vascelli genovesi, de’ quali attribuivasi la partenza all’influsso del terribile nome di Faliero. Il popolo giubilante risolvè ricevere il novello Doge con onori inauditi. La Signoria avea inviato a Verona dodici patrizi con numeroso seguito. Erano essi incaricati d’attenderlo e d’annunziargli la sua elezione. Quindici gondole dello Stato, riccamente, addobbate sotto gli ordini di Taddeo Giustiniani, figlio del podestà di Chioggia, volarono a ricevere il Doge a Chiozzo, e lo condussero in trionfo a S. Clemente, ove attendevalo il Bucintoro. Nell’istante in cui Marin Faliero saliva sul Bucintoro, era il 3 ottobre verso il tramonto, un miserabile stava derelitto sul suolo, davanti il peristilio della Dogana. Qualche cencio di grossa tela, il cui colore non era più riconoscibile e che sembrava aver appartenuto a una casacca di marinajo, quale la indossano il basso popolo e i gondolieri, pendeva in brani dal suo corpo macilento, e lasciavan vedere<noinclude> <references/></noinclude> ph7ifhmg3mhxhrvvb3fe3pmv74srz00 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/131 108 536618 3877149 3868761 2026-08-28T06:36:04Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877149 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 131 —|}}</noinclude>una cute sì bianca e sì dilicata, che pochi nobili ne avrebbero potuto vantare una simile sotto le loro camicie finissime e profumate. La sparutezza non mostrava che meglio la giusta proporzione di sue membra, e nel contemplare que’ biondi capelli cadenti in disordine su una fronte graziosa, quegli occhi azzurri che la miseria avea infossati, quel naso aquilino e quella bocca che abbassavasi a ciascuna estremità dei labbri, poteva ognuno convincersi, aver un fato avverso precipitato quel giovinetto straniero dà un’ordine elevato nell’infime classi della plebe. Egli era dunque sdrajato ai piè delle colonne della Dogana; la testa appoggiata sul destro braccio, gettava sul mare sguardi languidi e senza espressione. Al vedere la sua immobilità, sarebbesi detto un cadavere gettato dai flutti, se non avesse di tempo in tempo esalato un gemito profondo, strappatogli senza dubbio dal tormento che cagionavagli il suo braccio sinistro, inviluppato in bende sanguinolente e che pendevagli dal collo. Cessato era ogni tumulto, nè più faceasi sentire il frastuono de’ mercanti e degli operai, Venezia tutta vogava davanti<noinclude> <references/></noinclude> 1aeind6hf8x44qaescsw42qw1p8ceyc Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/132 108 536619 3877150 3868763 2026-08-28T06:36:21Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877150 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 132 —|}}</noinclude>al Faliero in migliaja di barche e di gondole, e lo sventurato straniero rimaneva abbandonato senza soccorso. Mentre il suo capo affievolito ricadeva sul pavimento e le sue palpebre chiudevansi, una voce stridula gli gridò più volte: — Antonio! Mio caro Antonio! L’estranio levò penosamente la metà del suo corpo, e sollevando la testa verso le colonne della Dogana donde sembrava partir la voce, rispose con isforzo: — Chi dunque mi chiama? Qual anima pietosa viene a gettare il mio cadavere nella laguna, giacchè io me ne vo morendo. Una vecchierella s’avvicinò lentamente al giovine ferito e lo riguardò per qualche istante: — Povero figlio, ella disse, tu vuoi morire, mentre a te spunta un giorno di fortuna! Vedi là là abbasso quelle lunghe striscie di fuoco, ebbene esse t’annunciano monti e monti di zecchini; ma bisogna mangiare, mio caro Antonio, mangiare e bere; la fame, solo la fame ti ha ridotto in questo stato, il braccio è già guarito. — Lasciami morire in pace, sclamò lo straniero che avea riconosciuta una mendicante colla quale avea partito il suo ultimo quattrino; lasciami morire, sì, più della ferita è la fame che mi ha fatto per-<noinclude> <references/></noinclude> 5cekfeh53kgshw6a80jg5pauy4e6ccr Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/133 108 536620 3877151 3868790 2026-08-28T06:36:23Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877151 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 133 —|}}</noinclude>dere le forze: da tre giorni non ho potuto guadagnarmi un tozzo di pane. Volea strascinarmi al convento là giù, e cercar d’ottenere qualche cucchiajo di zuppa; ma tutti i miei camerati sono spariti. Neppure un cane che m’abbia voluto accogliere per carità nella sua barca; sono caduto qui in terra, e senza dubbio non alzerommi mai più. — Eh! eh! disse la vecchia, perchè ti disperi sì tosto? hai tu sete? hai fame? vi ha subito il rimedio. Ecco de’ bei pesciolini zecchi che ho accattati quest’oggi sulla zecca, ecco della limonata ed un bel pane bianco. Su, su, bevi e mangia, mio figlio, vedremo poi il braccio. Infatti la vecchia mendicante avea levato fuori tutte queste cose dal sacco che pendevagli dalle spalle, a mo’ di cappuccio, ed a lui aveale presentate. Ebbe appena Antonio immerse nella fresca bevanda le sue labbra ardenti, che la fame risvegliossi in lui con forza novella, e divorò le provvisioni che gli venivano imbandite. Intanto la vecchia avea sfasciato il braccio ammalato, rinvenne la ferita grave, sì, ma in istato di guarigione; ed essa la asperse d’unguento che ammolliva scaldandolo col suo alito. — Ma chi<noinclude> <references/></noinclude> nk3lxehnxuz5tum0qhurqzcl9h7zz5b Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/134 108 536621 3877153 3868766 2026-08-28T06:36:41Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877153 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 134 —|}}</noinclude>dunque t’ha sì villanamente colpito, mio povero giovane? diss’ella. Antonio del tutto ristorato, e nel quale la scintilla della vita erasi rianimata, stava già ritto in piedi, il pugno serrato, l’occhio scintillante. — Ah! egli gridò, quel furfante di Nicolò volea accopparmi per un miserabile quattrino che m’invidiava. Tu già sai, vecchia, guadagnar io poveramente la vita portando i carichi delle barche nel magazzino Tedesco nel Fondego. — Nel Fondego, nel Fondego! riprese la vecchia. — Zitto, se vuoi ch’io parli, soggiunse Antonio, e continuò: io avea guadagnato abbastanza per procacciarmi un bell’abito nuovo, ed entrare fra i gondolieri. Siccome io era sempre di buon umore, e cantava di belle canzonette, guadagnava un po’ più de’ miei compagni. Ciò li rese gelosi, e mi perseguitarono senza tregua, chiamandomi eretico e cane di Tedesco. Alfine, quattro dì fa, mentre presso San Sebastiano ajutava a tirare una barca sul lido, essi m’attaccarono a colpi di pietre e di bastoni. Mi difesi per un po’ vigorosamente, ma quel tristo di Nicolò mi giunse alle spalle, e mi diede del remo sì forte<noinclude> <references/></noinclude> ce5bp837hcwou6376igranrzchwsiin Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/135 108 536622 3877154 3868767 2026-08-28T06:36:52Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877154 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 135 —|}}</noinclude>alla testa ed al braccio, che io caddi in terra come morto. Per fortuna tu sei venuta a soccorrermi e a recarmi di che mangiare. Vedi come mi servo bene del mio braccio, voglio remare meglio che prima. Antonio imitò con celerità i gesti d’un rematore, e riprese la sua giubba cenciosa che era rimasta in terra; poscia s’allontanò senza badare alla vecchia che gli diceva: — Rema bene, figlio mio, rema ancora una volta, una volta sola e sarà l’ultima! Antonio non attese alle parole della vecchia, giacchè il più magnifico spettacolo s’era a lui spiegato davanti. Il Bucintoro dorato, col lione adriaco sull’ondeggiante pavese, avanzavasi a lente battute di remi, qual cigno maestoso. Circondato da migliaja di schifi e di gondole, sembrava levar fieramente la sua testa reale su quella moltitudine di navigli, che a lui dintorno umilmente solcavano i flutti. Il sole della sera gettava raggi scintillanti sul mare, ed al di là di Venezia, che sembrava sorgere fra mezzo le fiamme. Mentre che Antonio, obbliando le sue sventure, contemplava con giubilo questa scena brillante, un sordo mormorìo che elevavasi per l’atmo-<noinclude> <references/></noinclude> 7dtht8rt4vc9t4zuhlt9inaqz60dzog Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/136 108 536623 3877156 3868769 2026-08-28T06:37:03Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877156 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 136 —|}}</noinclude>sfera, non tardò a risuonar di lontano prendendo un accento più terribile. La tempesta arrivò su un cumulo di nere nuvole, e l’onde si commossero con furore. In un istante si dispersero e barche e gondole. Il Bucintoro, che la sua struttura rendeva incapace a resistere all’uragano, era abbandonato alla violenza dei cavalloni, e grida di terrore risonavano fin sulle sponde. Antonio vide un piccol battello lesto alla riva; vi si lanciò entro, ed afferrato il remo, si diresse arditamente verso il Bucintoro. — Salvate il Doge, salvate il Doge! gli si gridava da ogni banda, giacchè, durante la procella, un sottile schifo in questi canali è più sicuro de’ grossi bastimenti; sicchè erano accorse da ogni dove gran numero di barche onde scampare il Doge. Era ad Antonio che il cielo avea riserbato tanto favore, e il suo battello il solo fu che giunse ad avvicinarsi al Bucintoro. Il vecchio Marino Faliero, avvezzo a simili rischi, balzò senza esitare nel barchetto del povero Antonio, che lo condusse in pochi minuti alla piazza di San Marco. La cerimonia si compiè nella chiesa, ove il Doge si<noinclude> <references/></noinclude> mh2k4nc2py1k69gzckjyehhn7pmwljy Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/137 108 536624 3877157 3868770 2026-08-28T06:37:07Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877157 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 137 —|}}</noinclude>rese, le vestimenta e la barba tutte brutte ancora d’acqua salata. La plebe, siccome la Signoria, compresi da terrore pei tristi avvenimenti, nel novero dei quali contò come di sinistro presagio l’esser passato il Doge fra le due colonne, ove s’uccidono i rei, la plebe guardò un profondo silenzio, e questo giorno, incominciato nella letizia, terminò nella più nera tristezza. Niuno parea pensare al salvatore del Doge, e neppure Antonio vi pensava, tanto era oppresso dalla fatica e dal dolore; e si meravigliò forte allorchè una delle guardie ducali venne a cercarlo pei gradini sui quali erasi sdrajato, e l’introdusse attraverso al palagio nelle stanze del Doge. Il vecchio Faliero accolselo con benevolenza, gli mostrò su una tavola due sacchi d’oro, e gli disse: — Figlio mio, accetta questi tre mille zecchini, se non ti bastano io te ne donerò d’avantaggio; ma promettimi di non comparire mai più al mio cospetto. A queste parole, scintillarono gli occhi del vegliardo, e il suo pallido viso si suffuse di novello rossore. Antonio, sommamente stordito, non obbliò prima d’allontanarsi di prendere i due sacchi che reputava aver legittimamente guadagnati.<noinclude> <references/></noinclude> hgbw4csdogsb1yst6cbqlt4qhl4gtou Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/138 108 536625 3877158 3868777 2026-08-28T06:37:09Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877158 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /></noinclude>{{Rule}} {{Rule}} {{Ct|f=110%|'''CAPITOLO II'''}} {{Xx-larger|I}}l domani verso il mattino, mentre che il vecchio Faliero, in tutta la maestà del suo grado, contemplava dall’atto del balcone del suo palagio il popolo che esercitavasi tumultuosamente al maneggio dell’armi, Badoero, suo amico d’infanzia, entrò nella camera del Doge, tutto immerso nelle sue meditazioni. — Ah! Faliero, sclamò il vecchio compagno d’armi del duce di Venezia, quali son dunque i pensieri che covano nel tuo cervello, poi che lo copre il berretto ricurvo? Faliero, svegliandosí come da un sogno, avanzossi d’un aria amichevole verso il suo amico. Rammentossi do-<noinclude> <references/></noinclude> 0hkq6tfvejsjaxde4dfl1z77uu38qd0 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/139 108 536626 3877160 3868778 2026-08-28T06:37:43Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877160 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 139 —|}}</noinclude>ver a Badoero la dignità di Doge, e queste parole risonarono come un rimprovero al suo orecchio. Cercò domare il suo orgoglio dirizzandogli qualche parola di scusa, quindi prese a parlare dei provvedimenti di difesa cui era costretto pensare, e che assorbivano tutti i suoi pensieri. Quanto alle cose che lo Stato da te attende, disse Badoero sorridendo, avremo tempo fra poche ore di parlarne a lungo, nel mezzo del Consiglio, che va ad assembrarsi. Io non mi son già reso presso di te sì di buon ora per cercare i mezzi di battere l’audace Doria, o di richiamare alla ragione Luigi d’Ungheria, che guarda di nuovo con cupidigia i nostri porti della Dalmazia. No, Marino, io non pensai che a te solo, e ciò che non avresti mai indovinato, io venni onde parlarti del tuo maritaggio. Come, disse il Doge, voltando il dorso e gettando uno sguardo impaziente sul mare, come hai tu potuto pensare a simili cose? Il giorno dell’Ascensione è ancor ben lontano. Allora, io spero, saranno debellati i nemici di Venezia, il leone adriaco trionferà di nuovo sul mare<noinclude> <references/></noinclude> 7coutbvuwb1nml72kbosk4rtqmx4be7 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/140 108 536627 3877161 3868780 2026-08-28T06:37:46Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877161 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 140 —|}}</noinclude>che il vide nascere, e la mia casta fidanzata troverà in me uno sposo di lei certamente degno. Ah! gridò Badoero con impazienza, tu mi parli della cerimonia dell’Ascensione, ove il Doge sposasi coll’Adriatico, gettando dall’alto del Bucintoro un anello nelle sue onde: tu antico marinajo, tu non conosci altra fidanzata che quest’umido elemento del quale ancor ieri provasti l’incostanza! No, Marino, io pensava ad un imeneo più soave, io pensava che tu saresti fidanzato con una figlia della terra, la più leggiadra figlia che trovar si possa. — Tu sogni, rispose Faliero senza togliersi dalla finestra, tu sogni, Badoero. Io maritarmi, io! il vegliardo d’ottant’anni, gravato di cure e di travagli, è forse capace d’amore? — Cessa, Faliero, cessa dal calunniarti; certo se’ vecchio, e molto vecchio; ma di’, non senti in tua vecchiezza tutta la vigoria d’un giovane, brandisci tu una spada meno pesante di quella di tanti nostri figli, o cammini pel tuo palagio d’un passo meno spedito che il più giovine de’ tuoi paggi?<noinclude> <references/></noinclude> tlen1y7607p2pfx2vcgqyoqtf8q6dui Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/141 108 536628 3877162 3868781 2026-08-28T06:37:49Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877162 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 141 —|}}</noinclude>{{Nop}} — No, per Dio! — sclamò Faliero lasciando a un tratto la finestra. No, per Dio! io non sento alcuno de’ tanti malori della vecchiaja. — Ebbene dunque, tracanna a gran sorsi quanti godimenti t’offre la terra. Innalza colei ch’io ti scelsi a dogaressa e le donzelle tutte saranno costrette a riconoscerla la prima in virtù ed in bellezza, come gli uomini te riconoscono pel più saggio e pel più valoroso. Allora Badoero gli fè il ritratto della bellezza che a lui destinava, e la colorì di tratti sì vivaci, che il canuto Faliero interruppelo impaziente per chiedergli ove si trovasse questo modello di perfezione. — Questa donna, disse Badoero, è la mia amata nipote. — Come, sclamò Faliero, tua nipote che impalmossi con Bertuccio Nenolo di Trevigi? — Tu pensi a mia nipote Francesca? no, no, sua figlia, sua figlia. Tu sai che Nenolo perì in uno scontro navale: Francesca andò a seppellirsi in un convento della Romagna, ed a me lasciò sua figlia Annunziata, che feci educare nella solitudine a Trevigi.<noinclude> <references/></noinclude> 6014zd2b5nootwdgsgu0vmh7cwlhz0t Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/142 108 536629 3877163 3868787 2026-08-28T06:37:58Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877163 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 142 —|}}</noinclude>{{Nop}} — Ma tu, sogni tu? disse Faliero con stizza. Vuoi tu ch’io sposi la figlia di tua nipote? quanti anni sono trascorsi dal matrimonio di Nenolo? Annunziata deve compire appena sedici anni. Allor ch’io fui podestà a Trevigi, Nenolo non pensava ancora a prender moglie, e sono già passati.... — Venticinque anni, soggiunse Badoero ridendo. Annunziata è una giovinetta di diciannove anni, bella come l’aurora, candida, modesta; d’una innocenza esterna, che non ha ancor parlato ad uomo al mondo, essa t’amerà come padre, e tutto ti donerà il cuore senza dividerlo. — Voglio vederla! disse il Doge, i cui occhi s’animarono di nuovo fuoco. Voglio vederla! Il suo desiderio venne compiuto lo stesso giorno, giacchè all’insaputa del Consiglio, il destro Badoero condusse secretamente Annunziata negli appartamenti del Doge. Il vecchio rimase incantato nel contemplar le grazie della giovine Veneziana, ed ebbe appena la forza d’esprimere le sue brame. Annunziata inginocchiossi con pudore ai piè del ve-<noinclude> <references/></noinclude> 7waw2ihcdm1fh78x3merrcz1t7fb0d1 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/143 108 536630 3877165 3868785 2026-08-28T06:38:10Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877165 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 143 —|}}</noinclude>glio coronato, e a bassa voce gli disse, baciandogli con rispetto la mano: — Oh! signore, poi che vi degnate d’accogliermi al vostro fianco, sul vostro seggio reale, io sarò per tutta la vita, vostra ancella fedele, e mia felicità sarà il contribuire alla vostra. Il vecchio Faliero era fuor di sè dalla gioja, e si sentì tanto commosso allor che Annunziata presegli la mano per baciarla, che cadde quasi esanime sulla sua sedia. Badoero non perdè un istante. L’union del Doge con Annunziata fu risolta; ma temendo Marino i sarcasmi de’ nobili Veneziani, fu stabilito che sarebbesi compiuto il matrimonio nel più grande mistero, a che qualche giorno appresso la dogaressa verrebbe pubblicamente presentata alla Signoria, come s’ella fossesi già maritata a Treviso ove Faliero avea soggiornato nel rendersi all’ambasciata d’Avignone.<noinclude> <references/></noinclude> 7cy5l79jqxr2nznapsfqorwxioyz59t Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/144 108 536631 3877166 3868788 2026-08-28T06:38:25Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877166 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /></noinclude>{{Rule}} {{Rule}} {{Ct|f=110%|'''CAPITOLO III'''}} {{Xx-larger|R}}ivolgiamoci un po’ adesso ad un giovane d’una faccia fiera e insiem gentile, vestito con leggiadria, con una bella borsa di zecchini, che passeggia in su e in giù per Rialto, parlando con Ebrei, con Turchi, con Greci, con Armeni; ei volge la sua fronte malinconica, riede rapidamente sui suoi passi, s’arresta a un tratto, ritorna di nuovo, e gettasi alfine in una gondola che lo conduce alla piazza di San Marco ove si pone a passeggiare, senza badare, senza pur pensare ad un soave bisbiglio che sfugge, al suo passare, dai magnifici drappi di più d’un balcone dei palazzi vicini. Chi mai riconoscerebbe, in questo giovinotto; quell’Antonio che, pochi dì prima, stava agonizzante, coperto di stracci, sui gradini di pietra della dogana. Buon giorno, mio figlio, buon giorno! gli gridò la vecchia accattona che stava seduta davanti San Marco. — Antonio che non l’avea vista, soffermossi, e tolse dal gruzzolo un pugno di zecchini. — Tienti<noinclude> <references/></noinclude> tt7a18tkuyfobuayb1yxt7pxhvu9yjm Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/145 108 536632 3877167 3868809 2026-08-28T06:38:29Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877167 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 145 —|}}</noinclude>il tuo oro, disse la mendicante; non son io forse ricca abbastanza? Che se vuoi pur beneficarmi, fammi un zendado nuovo, giacchè quello che porto non è più in istato di resistere al vento ed alla piova. Ma soprattutto, mio ragazzo, guardati d’andare al Fondego, — al Fondego! Antonio squadrò attentamente quella faccia giallastra solcata di rughe, e gridò con rabbia: — Finiscila con queste fandonie, vecchia strega! Ma nell’istante in cui pronunciò queste parole, la poveretta cadde dall’alto della scala esanime, senza movimento. Antonio volò tosto, l’accolse nelle sue braccia, e rialzolla con precauzione. — Ah! figliol mio, disse ella d’una voce fioca, qual orribile parola tu pronunciasti! Ah! uccidimi piuttosto che ripeterla, tu non sai come straziasti il cuore di colei che t’ama qual figlio! Detto questo, la vegliarda inviluppossi il capo nella stoffa di lana che pendevagli sulle spalle, e si mise a sospirare ed a gemere come fosse stata colta da mille spasimi. Antonio si sentì involontariamente commosso, prese il braccio della vecchia, e la menò sotto la porta del tempio ove fecela assidere su un banco<noinclude> <references/></noinclude> 1ax26pqci9hh7e8v780951d3kxjrrrd Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/146 108 536633 3877169 3868811 2026-08-28T06:39:01Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877169 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 146 —|}}</noinclude>di pietra. — È a te, diss’egli, a te sola ch’io devo la mia felicità, giacchè senza di te io vivrei nella miseria, non avrei salvato il vecchio Doge, nè mi sarei guadagnata questa cara borsa di zecchini. Parla, di’ pure, che posso io mai fare per te? La vecchia guardollo con tenerezza. Figlio mio, soggiunse, non ti rammenti quando ti trovavi dì e notte su questa piazza, aspettando qualche forestiero, e stentando per guadagnare un povero vitto? Antonio sospirò profondamente, si sedè appo la vecchia, poi: Ah! mia cara madre, lo so pur troppo esser io nato da genitori che viveano nell’abbondanza, ma ignoro del tutto e chi furono e come io li abbia lasciati. Mi rammento d’un uomo di bell’aspetto che mi portava nelle sue braccia, e colmavami di carezze, come pure d’una donna gentile che mi poneva ogni notte in un bel letto molle molle e ben sprimacciato. Ambo parlavanmi in un linguaggio straniero del quale avea ritenuto qualche accento. Quand’era gondoliere, i compagni dicevanmi sempre che a’ miei occhi, a’ miei capelli, alla mia taglia, era facile il capire la origine mia tedesca. Anch’io lo credo. La rimembranza più viva che rimasta mi sia dei<noinclude> <references/></noinclude> 14bzxsyapyudws43hi6eyzizj220rax Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/147 108 536634 3877170 3868813 2026-08-28T06:39:03Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877170 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 147 —|}}</noinclude>giorni passati, è quella d’una notte, d’una notte di terrore, nella quale io fui scosso da uno sonno profondo. Nella casa un andare e venire, un correre, un affaccendarsi, un aprire e chiudere porte; io tremava tutto e mi posi a piangere. La femmina che avea di me cura, affrettossi, tolsemi dal letto, mi serrò la bocca colle sue palme, m’inviluppò in un drappo, e via se ne fuggì. Da questo momento esiste nelle mie rimembranze una lacuna. Io mi ritrovo in un magnifico palazzo nel mezzo d’una amena contrada. Veggo l’imagine d’un uomo che io appellava padre, il cui portamento era nobile e fiero. Parlava italiano, come tutte le persone della casa. Eran trascorse molte e molte settimane che non avea visto il genitore, allor che una mano d’uomini di brutta ciera entra nel palazzo e tutto pone a ruba e a sacco. Essi mi videro, e mi richiesero che là facessi. — Io, io sono Antonio il figlio qui di casa, loro risposi. Si posero a ridere a gavazzare, mi spogliarono degli abiti sfarzosi, e mi cacciarono, minacciandomi le percosse se mai comparissi in quel luogo. Io me ne fuggii piangendo. A cento passi di là m’abbattei in un vecchio, che riconobbi per un servo<noinclude> <references/></noinclude> qgiz11wvpl2d70rirayuxqdjljnvmf9 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/148 108 536635 3877171 3868814 2026-08-28T06:39:11Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877171 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 148 —|}}</noinclude>del mio padre adottivo. — Vieni, Antonio, mio povero Antonio, diss’egli prendendomi per mano. Quella casa ci è chiusa e per sempre, ci è forza cercar di che vivere. A queste parole il vecchio mi condusse via. Egli non era sì povero come sembravano manifestarlo i suoi cenci. Appena giunti a Venezia lo vidi levare dalla sua miserabile giubba di bei zecchini, onde fare il rigattiere su Rialto. Io dovea sempre accompagnarlo, ed egli non facea mai una vendita senza chiedere una bagattella ''per suo figliolo''. Io me la passava assai bene con quell’uomo che chiamavano il padre Blaunas; ma non durò a lungo. Tu ti rammenti senza dubbio di quell’orribile terremoto che rovinò le torri ed i palazzi di Venezia, e che fè suonare le campane di San Marco, come fossero state conquassate da mani di gigante; sette anni fa mi pare. Io scampai per fortuna col vecchio dalla casa che abitavamo, e che crollò dietro a noi. Ogni faccenda era cessata, il più profondo silenzio regnava su Rialto, e per cumulo di mali, un soffio contagioso minacciava la città. Si sapea che la peste era stata recata da Levante in Sicilia, e che facea stragi in Toscana. Pure<noinclude> <references/></noinclude> 1uqerutf8ls7o4vai83fyyy3vbxyoo0 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/149 108 536636 3877172 3868816 2026-08-28T06:39:20Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877172 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 149 —|}}</noinclude>Vinegia non n’era ancora infetta. Un dì il vecchio Blaunas mercanteggiava su Rialto con un Armeno; si accordarono nei prezzi e si strinsero di cuore la mano. Il mio protettore avea ceduto all’Armeno qualche merce a vil prezzo, e chiedeva, come il consueto, qualche bagattella ''per il figliolo''. L’Armeno, uomo d’alta statura, con una barba nera nera, parmi ancor di vederlo, mi guardò d’un aria amichevole, abbracciommi, e mi donò due zecchini che m’affrettai nascondere nelle tasche. Noi riguadagnammo, in gondola, la piazza di San Marco. Cammin facendo, Blaunas mi richiese dei due zecchini, ed io pretendeva di tenerli, giacchè era piaciuto all’Armeno di farmene presente. Il vegliardo si arrabbiò; ma, nell’istante che mi sgridava, rimarcai coprirsi il suo viso d’una tinta giallastra e terrea, e i suoi discorsi diventare via via più incoerenti. Giunto in piazza s’agitò come uomo ubbriaco, e bentosto cadde morto davanti al palazzo ducale. Io mi gettai sul cadavere piangendo e gridando. Il popolo accorse e s’intese da tutte parti mormorare il terribile nome di peste. A questa parola, tutti si dispersero e si misero in fuga. Per me, fui preso da un<noinclude> <references/></noinclude> lmobsyliip4c8xcsh2petgh8yw8u1bi Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/150 108 536637 3877174 3868818 2026-08-28T06:39:34Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877174 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 150 —|}}</noinclude>subito sbalordimento, e la mia vista divenne fievole e confusa. Destandomi, mi ritrovai in una vasta sala, steso su un meschino materasso, avviluppato in una coperta di lana; intorno a me trenta o quaranta figure pallide e macilente stavano sdraiate sopra simili giacigli. Seppi più tardi avermi dei monaci caritatevoli raccolto nella loro gondola e trasportato alla Giudecca, nel chiostro di S. Giorgio Maggiore, ove i Benedettini avean fondato un ospitale. La veemenza del morbo m’avea cancellato dalla memoria tutto il passato. I monaci non seppero dirmi altro, fuor che d’avermi trovato presso il padre Blaunas agonizzante. A poco a poco raccolsi le mie idee, e mi richiamai la vita anteriore; ma quello che ho narrato, è tutto quanto ne so, mia cara donna: io sono solo, solo al mondo, e qualunque sia la mia sorte, non posso sperare di rinvenirvi felicità. — Tonino, mio bel Tonino, disse la vecchia, contentati di quanto la fortuna ti volle accordare presentemente. — Ah! riprese Antonio, v’ha ancor qualche cosa che tormenta la mia vita, che mi perseguita senza riposo, e che mi perderà tosto o tardi. Un desiderio inesprimibile; un bisogno affannoso per una<noinclude> <references/></noinclude> hohcjbd7auescwmy2e4fv38na8strgl Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/151 108 536638 3877175 3868819 2026-08-28T06:39:39Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877175 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 151 —|}}</noinclude>cosa che non so nominare, che non so definire, si è impadronito del mio essere dacchè ho lasciato quell’ospitale. Quando, nel mezzo di mia carriera, ritornava dopo le fatiche della giornata, a gustar un po’ di riposo sul più rozzo e duro giaciglio, placidamente io m’addormentava, e sogni soavi venivano a rinfrescar le mie palpebre, con dolci immagini di beatitudine che mi accordavano fino allo svegliarsi. Ora mi sdrajo su serici guanciali, e nessuna fatica consuma le mie forze, ma io sento che la mia esistenza mi pesa, e più non trovo quel beato sonno che tutti alleviava altre volte i miei mali. Invano cerco sapere perchè la vita in pria sì bella mi sembrasse, ed ora mi sembri sì triste e nojosa. Mi dispero nel pensare che io, io stesso ignoro la felicità alla quale la mia anima aspira con tanta veemenza. — Tonino, Tonino mio, disse la vecchia che sembrava piangere alle di lui pene, ti disperi perchè conoscesti momenti beati dei quali la rimembranza si è in te cancellata? Poveretto! Vieni menami al mare. Autonio prese la mendicante quasi involontariamente, e la condusse traverso la piazza. Mentre camminavano, la vecchia dissegli a bassa voce: — Vedi tu<noinclude> <references/></noinclude> by1nme43dupb8fqa7k3h31gm3lqpjax Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/152 108 536639 3877176 3868821 2026-08-28T06:39:42Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877176 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 152 —|}}</noinclude>queste macchie di sangue, qui sul suolo? Sì, sangue, sangue! Da questo sangue germoglieranno di vaghe rose vermiglie per intesserti una corona! per te e per la tua amata! O mio Dio, qual nube di luce s’avanza ver’ te sorridendo; Tonino, le sue braccia candide come neve s’aprono per accoglierti. Antonio! giovane fortunato! coraggio, su su coraggio, e tu potrai raccogliere de’ mirti al crespuscolo, dei mirti per la giovinetta vedova che sarà tua fidanzata. Ma essi non fioriscono che a mezza notte; senti tu il mormorio dei zeffiri della sera, il gemere del mare che t’agita? Afferra il tuo remo, ardito gondoliero, afferra il tuo remo. Antonio si sentì rabbrividire nell’udire così strane cose. Erano giunti presso la colonna che porta il leone di S. Marco. Antonio s’arrestò, e disse alla vecchia d’un tono ruvido: Fermati, strega, e tiemmi discorsi meno oscuri. Tu m’hai predetto la fortuna che mi dovea capitare nel salvar il Doge, è vero; ma ora, ora che mi di’ tu di giovani vedove, e di mirti, e di rose, e di fidanzate? Vuoi tu ingannarmi, o spingermi a qualche follia. Tu avrai il zendado nuovo, il pane, li zecchini, quanto vorrai, ma lasciami andare in pace.<noinclude> <references/></noinclude> f737g2r6ks6hjmm6q0aiqzphvtr89bm Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/153 108 536640 3877177 3868822 2026-08-28T06:40:08Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877177 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 153 —|}}</noinclude>{{Nop}} In così dire, Antonio volle abbandonarla, ma la mendicante lo ritenne pel mantello: — Tonino, non guardarmi così, o io corro a gettarmi in canale. Resta qui, resta qui, figlio; questo cuore è oppresso! è d’uopo ch’io lo versi nel tuo. Siediti là, e ascoltami per pochi istanti. Antonio s’assise pazientemente a’ piè della colonna, e posesi ad esaminare il libro de’ conti, i cui fogli bianchi attestavano lo zelo col quale proseguiva il commercio intrapreso a Rialto. — Tonino, disse la vecchia, non ti sei rammentato avermi vista altre volte? — Te l’ho già detto, rispose Antonio, senza levar gli occhi, che io mi sento attratto verso di te; ma non attribuirlo vè alla tua decrepitezza, giacchè quando vedo quegli occhi neri scintillanti, quel naso acuto, quelle labbra pallide, quei capelli irti e grigiastri, mi corre un brivido per l’ossa, e penso che tu impieghi forse qualche mezzo tenebroso per attirarmi. — Per tutti i Santi! sclamò disperata la mendicante. Qual demone t’inspirò simili pensieri. Accusar di sortilegio colei che salvò la tua infanzia: chè la donna, la cui rimembranza ti rimase scolpita nell’animo, io sono io.<noinclude> <references/></noinclude> 7o76xbhbjcrv6ie9z9ruh6esaz55rgq Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/154 108 536641 3877178 3868824 2026-08-28T06:40:11Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877178 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 154 —|}}</noinclude>{{Nop}} — Credi tu dunque di infinocchiarmi, vecchiaccia stolida? Le rimembranze di mia fanciullezza sono ancora vive nella mia memoria; quella femmina gentile, mi pare ancor di vederla col suo viso fresco e vermiglio, i suoi occhi azzurri e soavi, i suoi capelli bruni, la sua mano bianca e morbida. Ella avea appena trent’anni, e tu non conti già più di un secolo? — O mio Dio! sclamò la vegliarda, il mio Tonino ha obbliato la sua Margherita! — Margherita? mormorò Antonio, Margherita? questo nome risuona al mio orecchio, come un’aria da lungo dimenticata. Ma no, no non è possibile! — Non è che troppo possibile Tonino! Quell’uomo che ti colmava di baci, era tuo padre, e la lingua che insiem parlavamo era la tedesca. Tuo padre era un ricco negoziante d’Augusta. La giovinetta e vaga sua dama morì dandoti alla luce. Egli ritirossi allora a Venezia, per fuggire i luoghi ove avea perduto quanto amava, e secolui mi condusse. Io era la tua nutrice. In quella notte fatale, in cui tuo padre soccombè a un funesto destino, io giunsi a salvarti: un patrizio Veneto t’accolse. Il padre mio, antico chirurgo, m’avea appreso le pro-<noinclude> <references/></noinclude> e5tq03xqt1bkrxlxg4ok848hw90r0q7 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/155 108 536642 3877179 3868942 2026-08-28T06:40:22Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877179 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 155 —|}}</noinclude>prietà medicinali delle erbe: ma, a questa, scienza, io aggiugneva un dono particolare, quello di leggere nell’avvenire, come in uno specchio lontano ed appannato, e predissi spesso involontariamente futuri avvenimenti. Allor che sola mi ritrovai in Vinegia, pensai servirmi dell’arte mia per guadagnare la vita. Sanava in poco tempo i mali più inveterati, e bentosto la mia riputazione si sparse per tutta la città. La gelosia de’ cerretani che vendono pillole ed empiastri a Rialto ed alla Zecca, si risvegliò. M’accusarono di patto con Satana, e la moltitudine loro badava. Venni arrestata e tradotta davanti al tribunale ecclesiastico. Tonino, quali orribili torture, quanti tormenti! Ma li sopportai coraggiosamente. I miei capelli incanutirono, il mio corpo piegossi, le mani, i piedi divennero simili a que’ d’una mummia. La corda, quell’invenzione diabolica, mi strappò finalmente un consenso la cui rimembranza mi fa tuttodì rabbrividire. Fui dannata al rogo, ma il terremoto che crollò il palazzo ducale m’aprì le porte della prigione. Io fuggii dalla carcere, attraverso le ruine, simile ad uno spettro che scappa dalla sepoltura. Ah! Tonino, tu mi credi<noinclude> <references/></noinclude> cnrw96kcncsq71e6lobg5v6jvh9rre0 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/156 108 536643 3877180 3868828 2026-08-28T06:40:27Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877180 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 156 —|}}</noinclude>decrepita, ma non è vero. Questo corpo macilento, questa faccia giallastra, questi capelli canuti, quest’incedere tardo, no non è l’età, ma il martirio, i tormenti che in breve mi ridussero a tale stato. E questo fremito, questo riso involontario che fa ergere i capelli sulla mia fronte è l’effetto dell’ultime torture. — Femmina, disse Antonio, mi sembra poter prestar fede a tue parole. Ma chi era dunque mio padre, qual era il suo nome, qual sorte provò mai in quella notte fatale? Chi mi raccolse, e qual cosa m’accadde che a me rimase incognita? Quando svelato mi avrai questi misteri, allora potrò crederti. — Tonino, soggiunse la vecchia, sospirando, m’è forza tacerti tutte queste cose: ma bentosto, bentosto sì le conoscerai. Sta lontano dal Fondego, m’intendi dal Fondego, dal Fondego. — Femmina maledetta! gridò Antonio. Tu parlerai, o... E fece un atto minaccioso. Ma la vecchia ritenne il suo braccio, dicendogli: — Arrestati, infelice! Tu dimentichi aver io soccorso tua infanzia, averti salvati i giorni. Antonio si percosse con veemenza la fronte e rapidamente s’allontanò.<noinclude> <references/></noinclude> e8ywbfk2fqhtqi54pc97rwicgvixj2r Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/157 108 536644 3877181 3868842 2026-08-28T06:40:30Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877181 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /></noinclude>{{Rule}} {{Rule}} {{Ct|f=110%|'''CAPITOLO IV'''}} {{Xx-larger|E}}ra pure un meraviglioso spettacolo il vedere il vecchio Doge Marino Faliero colla sua brillante e vivace consorte. Egli non era nè curvo nè fiacco, ma la sua barba canuta, mille rughe sul suo volto abbronzito, gli occhi rosseggianti, la fronte sua era severissima: essa, la grazia istessa, i suoi tratti esprimevano una soavità celeste, un’amabile dignità sedeva sulla sua fronte ombreggiata da numerose anella d’una bella capigliatura bruna; la sua testa chinavasi dolcemente sul seno, le sue forme aeree, un’ammirabile creatura femmina, che sembrava discesa dal paradiso, sua patria. Immaginatevi quelle figure d’angeli che gli antichi dipintori sapean sì bene rappresentare e cogliere: tale<noinclude> <references/></noinclude> ttvsjgjqxalnw83gufl4q09zrtbcphy Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/158 108 536645 3877182 3868856 2026-08-28T06:40:32Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877182 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 158 —|}}</noinclude>era Annunziata. Chiunque miravala non poteva che cadere in estasi, e tutti i giovani patrizi della signoria non potevan essere che colpiti per la avvenente dogaressa. Annunziata videsi bentosto attorniata d’adoratori de’ quali accogliea pudicamente e gentilmente i lusinghieri ed attraenti discorsi. La pura sua anima non avea compresi i rapporti che la legavano al suo nobile sposo, se non nel senso d’una venerazione e d’una sommessione perfetta, ed ella si compiaceva di risguardarsi come la più umile delle sue ancelle. Quanto a lui, egli era al suo cospetto tenero e gentile; la stringeva al suo petto agghiacciato, la nomava sua amata, le facea presenti di mille rarità, i suoi minimi desiderij eran per lui cenni; ed Annunziata, compresa da tante cure, non potea nutrir pensiero di tradire questo vegliardo, che la colmava di tanti beni; sicchè tutte le adorazioni rimasero senza frutto. Ma alcun nobile non ardeva d’amore sì violento per la bella dogaressa, come Michele Steno. Sebben giovanissimo, egli occupava l’importante carica di membro del Consiglio dei Quaranta; e la bellezza siccome il suo grado<noinclude> <references/></noinclude> 0zaf7ws0lxp3m27bxjy0lfa8u1xizt1 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/159 108 536646 3877183 3868860 2026-08-28T06:40:56Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877183 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 159 —|}}</noinclude>gli davano la sicurtà di prossima vittoria. Non paventava egli punto il vecchio Faliero, ed infatti sembrava il vecchio guerriero, dopo il suo matrimonio, aver perduta la sua bollente collera e la sua impetuosità. Lo si vedea continuamente assiso appo la sua vaga Annunziata, adorno dei più ricchi e più leziosi vestimenti, dai suoi occhi sormontati da grigie sopracciglia, sfuggivano lagrime di tenerezza, contemplavala con ardore, chiedendo nella sua estasi qual altro potea vantarsi possedere simile tesoro. In luogo della voce rauca e violenta, i suoi labbri s’agitavano appena appena onde parlare, e le sue espressioni eran sempre cordiali. Chi avrebbe mai riconosciuto in questo vegliardo tenero ed amoroso, quel Faliero, che a Treviso, in un folle furore, il dì del Corpus Domini, percosse il Vescovo d’una guanciata? Questa debolezza che non facea che aumentare, infiammò vieppiù l’audacia di Michele Steno. Annunziata sembrava non comprendere gli ardenti sguardi di Michele, ognora fisi su lei, e la calma della dogaressa lo facea disperare. Pensò ai mezzi più temerari e giunse a innamorare una fem-<noinclude> <references/></noinclude> qf6nyecpg71nn9qeq07yi00x3kbn5mn Pagina:Wells - Quando il dormente si sveglierà, 1907.djvu/79 108 592196 3877342 2304819 2026-08-28T11:47:19Z Carbonchiolo 81333 3877342 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Luigi62" />{{RigaIntestazione||{{smaller|''Nelle stanze silenziose''}}|71|riga=sì}}</noinclude> {{Pt|zarramente|bizzarramente}} trasformata. Per esempio questa iscrizione: {{Ct|t=1|v=1|{{Sc|lom ki vwlut}} ή{{Sc|tre rwa}}}} {{Indentatura|0em}} s’imponeva alla sua mente sotto l’antica forma: «L’uomo che volle esser re». — Scrittura fonetica, — pensò Graham. Vagamente si ricordò di aver letto una novella con questo titolo, poi se la ricordò esattamente, e con un’altra reminiscenza la qualificò: «La più bella storia del mondo». Ma quell’oggetto, che aveva dinanzi a sè non era un libro com’egli credeva. Quindi riuscì a decifrare i titoli dei due cilindri adiacenti: {{Ct|t=1|v=1|{{Sc|nel cuore delle tenebre.}}}} Non aveva mai udito parlate di quel libro e nemmeno di questo: {{Ct|t=1|v=1|{{Sc|la madonna del futuro.}}}} Nessun dubbio che se fossero stati dei romanzi, i loro autori dovevano esser posteriori al XIX secolo. E continuò per un istante ancora a lambiccarsi il cervello dinanzi a quello strano cilindro, poi lo lasciò stare ed esaminò l’apparecchio di forma quadrata; aprì una specie di coperchio e trovò dentro uno dei doppi cilindri. Sullo spigolo superiore vide un piccolo bottone, simile a quello di un campanello elettrico: provò a pigiarlo e sentì un rapido scoppiettio che cessò quasi subito, poi udì delle voci e delle musica e notò un giuoco di colori sulla superficie<noinclude></noinclude> lyaa6vtkvjdz0rrtxs621codagubr2n Pagina:Galiani, Ferdinando – Della moneta, 1915 – BEIC 1825718.djvu/24 108 592684 3876864 2109174 2026-08-27T12:41:36Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3876864 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|18|{{Sc|libro primo}}}}</noinclude> Il che non sarebbe stato, se, come usarono i romani di alzare la moneta, l’avessero anche sbassata. Ma essi, sostenendo sempre il valore una volta alzato, costrinsero poi le merci ad avvilirsi, quando la moneta ritornò a scemare. Da questa povertá vennero gli ordini del governo di questi secoli, e principalmente le leggi feudali, il vassallaggio, la schiavitú, le pene pecuniarie, i censi, le decime, e altri simigliami costumi. Perché non potevano i sovrani ed i padroni altrimente riscuotere i dazi che in servizi personali o in frutti della terra. In questo stato, travagliandosi gli uomini, struggendosi e saccheggiandosi tra loro, fino al secolo decimoquarto vissero miseramente. Tanto è vero che l’aviditá nostra, quando turba gli ordini del governo, c’impoverisce tutti senza arricchire alcuno; ma, se sotto i civili regolamenti sta frenata, è cagione onde gli Stati s’arricchiscano e si aumentino in forza ed in felicitá. Quindi è che nel decimoquinto secolo, prima ancora della scoperta dell’Indie, piú regolatamente cominciando a viversi in Europa, l’oro e l’argento tornarono ad apparire in maggior quantitá. Ma, pervenuti gli anni della nostra Redenzione al numero di millequattrocentonovantadue, {{AutoreCitato|Cristoforo Colombo|Cristoforo Colombo}} genovese con navi spagnuole avendo scoperta la Nuova India, e i portoghesi nel tempo istesso nella costa della Guinea e dell’Oro inoltratisi a trafficare, apersero nuova strada, onde vaste quantitá d’oro e d’argento potesse l’Europa acquistare. In pochi anni si trasse dall’America tutto quel metallo, che in tanti secoli aveano gl’indiani raccolto; e quanto grande questo fosse, si può appena colla mente concepire. Fu allora che, aperto il campo all’industria de’ sudditi e all’aviditá de’ principi, senza piú spogliarsi l’un l’altro, sperarono tutti potersi arricchire. Cosí, a’ pacifici pensieri rivolto l’animo, si cominciò ad impiegar que’ tesori, che prima in armi e in guerre struggevansi, alla edificazione di navigli, di colonie, di porti, di fortezze, di magazzini e di strade. Quella gente, che prima per tentar la sorte nella guerra assoldavasi, allora tutta sul mare, a viaggi, scoperte e conquiste del nuovo mondo, si rivolse con incredibile fervore. Lo che, siccome agl’indiani innocenti portò saccheggi, schiavitú, stragge<noinclude></noinclude> 17v50xl59ztutc8luk3xo3ckv09ek67 Pagina:Galiani, Ferdinando – Della moneta, 1915 – BEIC 1825718.djvu/25 108 592686 3876869 2109176 2026-08-27T12:42:39Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ Gadget AutoreCitato 3876869 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo primo}}|19}}</noinclude> e desolazione, cosí all’Europa, giá tutta di commerci, di compagnie e d’industrie resa vaga, arrecò pace ed umanitá, miglioramento nelle arti, lusso e magnificenza; onde ella tutta di ricchezze e di felicitá mirabilmente s’empí. Sparve da noi il barbaro uso de’ servi, perché nostri servi, anche piú crudelmente trattati, divennero gl’indiani e i negri dell’Africa: essendo verissimo, a chi ben riflette, che non può un popolo arricchire senza render povero ed infelice un altro. E, siccome i romani colle conquiste della Spagna, della Gallia e della Germania resero prospera l’Italia, cosí noi, sebbene non crediamo essere conquistatori crudeli al pari de’ romani, pure sulle miserie altrui siamo arricchiti; benché la distanza grande de’ luoghi fa che non ci feriscono gli occhi le calamitá, che in America soffrono quelle infelici vittime del nostro lusso, e quindi ci persuadiamo che la industria e il traffico innocente ci dia guadagno. Le ricchezze, che l’India somministrò, quasi tutte sulla Spagna, a cui fu congiunto anche il Portogallo, imprima colarono; ma le calamitá di quella nazione presto le fecero trascorrere altrove. Pure la quantitá era sí grande ed il valore delle cose tutte era tanto incarito, che certamente non si sarebbero molto piú lavorate le miniere dell’India per trarne nuova quantitá di metalli ricchi, se non si fosse inaspettatamente aperto un ampio canale al loro corso. È stata l’India antica in ogni tempo piú di noi bisognosa d’oro, ed anche piú d’argento, e per guadagno da’ nostri mercanti vi si portava. A’ tempi di Plinio era cosí. Da lui ci è fatto sapere, dicendo egli<ref>''N. H.'' {{Sc|vi}}, 23.</ref>: ''«indigna res, nullo anno minus H. S. quingenties<ref>Questa somma è verisimile che sia di cinquanta milioni, e non di soli cinquecentomila sesterzi.</ref> imperii nostri exhauriente India»''. {{AutoreCitato|Giovanni Villani|Giovanni Villani}}<ref>{{Sc|xii}}, 96.</ref> dice dell’oro che i «mercanti, per guadagnare, il raccoglievano e portavano oltre mare, dove era molto richiesto». Nelle note di Uberto Benvoglienti alla ''Cronaca sanese'' di Andrea Dei,<noinclude></noinclude> becjfvqlbanbsnt655e4zkue68a98bi Pagina:Galiani, Ferdinando – Della moneta, 1915 – BEIC 1825718.djvu/26 108 592687 3876872 2109179 2026-08-27T12:43:09Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3876872 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|20|{{Sc|libro primo}}}}</noinclude> all’anno 1338, si trova memoria del commercio di Soria fatto da Benuccio di Giovanni Salimbeni, camerlengo di Siena, uomo sopra lo stato di privato ricchissimo, con queste voci: {{Smaller block|f=90%|t=1|v=1|Il detto Benuccio, l’anno seguente 1338, avea còlto grande quantitá d’argento e di rame, ed essendo venuto all’usato el grande mercatante di Soria al Porto d’Ercole con quantitá di mercanzia di seta, tutte fûro comprate per lo detto Benuccio, e pagate d’argento e di rame<ref>{{AutoreCitato|Ludovico Antonio Muratori|{{Sc|Muratori}}}}, ''RR. II. SS.'', {{Sc|xv}}, 95, n. 46.</ref>.}} Il valore di tutte ascende a centotrentamila fiorini d’oro; ed è cosa curiosa a leggere e degna di riflessione, per conoscere quanta moneta nostra assorbisse l’Oriente. Ma questo negozio, perché in parte per terra e fra gente inimica e rapace si dovea fare, era poco frequentato, e solo dagl’italiani. Vasco di Gama portoghese, l’anno 1497, passò il capo di Buona Speranza, che Bartolomeo Diaz avea poco tempo prima scoperto; e, in Oriente pervenuto, aprí a tutta l’Europa, col suo esempio e colle conquiste poi fatte, il commercio piú facile e piú spedito con quelle regioni. L’India, arida d’argento, tosto assorbí quella soverchia quantitá, che in Europa ristagnava; onde avvenne che fra noi non variò il valor de’ metalli proporzionatamente alla quantitá dall’America venutane, ma molto meno: mentre, essendo simili le leggi del moto della moneta a quelle delle acque correnti, quanto in maggiore spazio di terra la moneta si spande, tanto meno in ogni parte la quantitá ne cresce ed il valore s’abbassa. Questo stato di cose ancora dura. La Nuova India manda a noi i metalli; noi molto in lusso ne struggiamo; qualche poco in accrescimento della quantitá della moneta s’impiega, e perciò ella va sempre, benché insensibilmente, nel valore calando; molto in utensili ne riteniamo; il resto all’India antica s’invia, la quale in cambio ci dá moltissimi comodi della vita: droghe, stoffe, tele, salnitro, legni da tingere, avolio, gemme, porcellane, ma sopra tutto caffè, té, medicine. Molta gente dabbene deplora quasi una perdita di ricchezze questo uso de’ metalli<noinclude></noinclude> p3lvxo07w6bd6xnwcrpxi8fp250xdxe Pagina:Galiani, Ferdinando – Della moneta, 1915 – BEIC 1825718.djvu/27 108 592688 3876874 2109180 2026-08-27T12:43:35Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3876874 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo primo}}|21}}</noinclude> preziosi: tanto è facile alla nostra mente, errando, credere la ricchezza una cosa assoluta, e non, come ella è, una proporzione che dalla varia abbondanza deriva. E pure era facile il comprendere che, se non si facesse qualche uso dell’oro e dell’argento, questi metalli piú non sariano ricchezze; ma, quando egualmente abbondanti come il rame tra noi fossero, avriano egual valore. Onde si potea conoscere quanto ragionevoli sono gli uomini e savi, se, dopo essersi provveduti d’oro e d’argento per quanto basta al commercio ed al lusso, il resto ai popoli piú bisognosi di metalli lo dánno e lo convertono in altri beni. Dunque si conviene avvertir meglio sulle operazioni umane, e, quando si esamina la condotta d’intiere nazioni, presumer meno di sè ed essere assai piú lento ad emendare. Sono le miniere dell’America incomparabilmente piú ricche di quelle che oggi ha l’Europa, o sia con egual fatica si ottiene maggior quantitá di metallo. Da questo è avvenuto che l’europee o poco o nulla piú si lavorino. Anzi, se tanto consumo non si fosse fatto de’ metalli, giá molto meno si seguirebbe a scavare anche in America. Poiché egli è da avvertire che, quanto cresce la quantitá de’ metalli, tanto il numero delle miniere atte a lavorarsi diviene minore: mentre non basta che un paese sia copioso di vene metalliche; bisogna ch’elle tornino conto a lavorarsi. Ora, essendo l’oro e l’argento per ordinario in piccola quantitá fra suoli di dure e laboriose pietre disposti, e quasi sempre con altri metalli e materie impure allegati, grande fatica, grande spesa richiedono, sí per la mortifera aria delle cave, che tutte con negri, a gran prezzo comprati, si scavano, sí per l’argento vivo, che sul minerale si versa. Né ogni vena, in se stessa e in paragone delle altre, è egualmente ricca. Dunque, se cento anni addietro, per esempio, erano duecento vene d’argento nella Cordigliera, che produceano cinque once di puro argento per cassone (è questo un volume di cinquanta quintali o sia cinquemila libbre di minerale), e di queste cinque once, due consumandone la spesa, ne restavano tre al padrone di profitto: oggi tutte queste vene, non essendovi guadagno, non possono piú scavarsi; perché, raddoppiata la<noinclude></noinclude> omowpuouspfuv8tptj4b58dbwcfljei Pagina:Galiani, Ferdinando – Della moneta, 1915 – BEIC 1825718.djvu/28 108 592689 3877221 2109181 2026-08-28T06:56:31Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877221 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|22|{{Sc|libro primo}}}}</noinclude> quantitá dell’argento, e diminuitone quindi per metá il valore, cinque once d’argento costa il lavorio d’un cassone. Ed è questa la vera cagione, per cui gli accademici delle scienze di Francia, andati alla misura del grado del meridiano vicino all’equatore, hanno trovato da per tutto, e principalmente nella terra ferma e nella parte settentrionale del Perú, ove le miniere sono per ordinario meno ricche che non lo sono nella parte meridionale dei Potosí e della Piata e del Chily, una generale decadenza ed abbandono nelle mine, e gran numero di luoghi, che mostravano, con segni evidenti di fabbriche ruinose e cadenti, gli antichi lavori. Anzi, quel che loro parve piú strano, in Quito trovarono un generale orrore ed abborrimento a questa spezie d’industria, e trattati da matti tutti coloro che l’intraprendevano, siccome non molto tempo prima si teneano coloro che non applicassero a farla. E questa disposizione, che dagli accademici fu a torto a naturale pigrizia e stupiditá attribuita, io credo essere un segno ed un avviso, che vogliano quelle regioni, lasciando i lavori delle mine, che le spopolano e distruggono, cominciare ad essere in migliore stato; e allora noi saremo barbari da quella gente chiamati. Vano timore intanto è quello, che moltissimi scrittori mostrano avere, che possa un giorno l’abbondanza dell’oro e dell’argento farsi eguale a quella del rame. In un solo caso ciò potria essere: che si trovassero miniere cosí ricche di questi metalli come sono quelle del ferro e del rame. Il che non pare che sia conforme agli ordini della natura delle cose: perché le piú ricche miniere d’argento e d’oro non dánno che dodici o quattordici once per cassone. Né sono da tenersi in conto, per la loro raritá, alcuni tratti di vene, che sino a cento once per qualche spazio han dato. Né anco è da temersí che, scemato colla potenza delle leggi e dell’esempio il lusso, troppo si abbondi di metalli; mentre allora, traendosene una minor copia dalle viscere della terra, sempre la stessa raritá a un di presso si sosterrebbe. Cosí la natura alle sue cose pone certi confini, ch’elle non oltrepassano mai, né fino all’infinito estendendosi, durano perpetuamente a raggirarsi in sulle stesse vicende.<noinclude></noinclude> 4tqywwheqja7kebn6sau7334tr2zw4n Pagina:Galiani, Ferdinando – Della moneta, 1915 – BEIC 1825718.djvu/29 108 592691 3877222 2109183 2026-08-28T06:57:07Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877222 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo primo}}|23}}</noinclude> Ecco una breve narrazione degli accidenti vari della moneta. Resterebbe solo a dire del valore delle monete, che sonosi in ogni tempo usate. Sulla quale laboriosa impresa è incredibile quanto da’ grandi ingegni siasi sudato; e principalmente si sono gli eruditi umanisti affaticati molto per intelligenza delle antiche opere sulla moneta de’ greci e de’ romani. Il Budeo, il Gronovio, il Sardi sopra gli altri si distinguono. Ma è maraviglioso ed appena credibile che tanti grandi ingegni mostrino non essersi avveduti del tempo e dell’opera che hanno essi dissipato inutilmente. Altro è il sapere quanto pesano le antiche monete, altro quanto vagliono. Il peso è facile il saperlo, perché molte antiche monete ben conservate si custodiscono da noi: ma il valore è il ragguaglio della moneta colle altre cose; giacché, siccome le altre cose tutte sono sulla moneta valutate, cosí la moneta sulle altre cose si misura. Questa misura non solo in ogni secolo, ma quasi in ogni anno varia. Lo stesso «''as''» d’un’oncia a’ primi tempi della prima guerra punica valea diversamente che a’ tempi di Cesare; perché a’ tempi della guerra punica si sará con un «''as''» comprato quel che appena con quattro avranno potuto i soldati di Cesare comprare. Cosí ne’ secoli a noi piú vicini il fiorino d’oro fiorentino è stato sempre del peso d’una dramma, ossia dell’ottava parte d’un’oncia d’oro puro; ma pure mille fiorini, che {{AutoreCitato|Giovanni Villani|Giovanni Villani}} nomini, sono troppo diversa cosa da mille fiorini d’oggidi, quanto al valore. Sono dunque da ridere que’ moderni storici, che, riducendo i talenti e i sesterzi antichi a lire di Francia o a nostri ducati secondo l’uguaglianza del peso, credono aver fatto intendere a’ loro lettori lo stato delle cose, come erano in mente allo storico coetaneo. Per sapere all’ingrosso il valore delle monete son buone queste cognizioni; ma piú giova il leggere quelle descrizioni, che ci dipingano gli antichi costumi. Vero è che gli storici, quasi contenti d’aver valutati i prezzi colle monete del loro tempo, non curano tramandar queste notizie che io dico, come a dire di scrivere quale fosse a’ tempi loro il valore del grano, del vino, degli operari; ma pure talora inavvertentemente ce lo hanno lasciato scritto: e queste sparse notizie bisogna andar<noinclude></noinclude> rdh20nhnwccr81zz5ih37f4c2vbdwop Pagina:Galiani, Ferdinando – Della moneta, 1915 – BEIC 1825718.djvu/30 108 592692 3877223 2109184 2026-08-28T06:57:24Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877223 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|24|{{Sc|libro primo}}}}</noinclude> raccogliendo studiosamente. Nella dissertazione ventottesima del {{AutoreCitato|Ludovico Antonio Muratori|Muratori}}, ''Antiquitates italicae'', sonovi alcune descrizioni de’ costumi di vivere de’ parmigiani, piacentini e modenesi antichi, dalle quali certamente meglio che non dal peso delle monete il vero della storia si rende manifesto. Dunque io non mi curerò sapere i pesi ed il creduto valore delle antiche e nuove monete. Prego solo i miei lettori che al valore delle merci si rivolgano ognora; ed il vero valore della moneta cosí loro verrá fatto di sapere.<noinclude></noinclude> 4os7jxkibzo5d50o9s9yv5lyko5i5an Pagina:Deledda - L'argine, Milano, Treves, 1934.djvu/186 108 619241 3876984 3868501 2026-08-27T15:04:54Z Violetczy 67028 3876984 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MDeSantis85" />{{RigaIntestazione||— 176 —|}}</noinclude>chiesa è restaurata, nel nome di ''lei:'' e forse, accanto al suo, il nome mio resterà su una lapide. Saremo così, riconciliati, ancora i Signori del luogo, giovani in eterno, felici come il giorno delle nostre nozze. Amen. {{Ct|t=2|v=2|f=200%|~}} Mi riscosse la voce mormorante e commossa di don Achille; egli credeva che pregassi, e questo mio apparente fervore sacro riaccendeva le sue speranze. Mi invitava ad alzarmi, a rientrare nella casa e prendere, col signor ingegnere, una tazza di caffè. Oh, questo scialbo caffè, che Agar prepara così male! E si capisce che lo prepara così perché a lei non piace: ben altri eccitanti le piacciono; eppure ella deve mescolare davvero un filtro alla bevanda, perché basta che mi prenda di mano la tazzina vuota, trovando, per volontà o per caso, il modo di farmi vedere il tremito lieve delle sue dita, perché una scossa elettrica mi attraversi le vene. Osservo, inoltre, che ella ha preso un nuovo aspetto: mi pare sia cresciuta, in questi ultimi giorni, o almeno il suo collo si è allungato e fatto ancora più bianco; sembra quello di una statua greca; certo è dimagrita, e s’è curata molto i capelli, che hanno una lucentezza di rame: e le unghie sono rosee, smaltate. Forse si è data anche un poco di rosso alle<noinclude><references/></div></noinclude> 67svjuob09fqkpss8zkkef5xdukebt2 Pagina:Deledda - L'argine, Milano, Treves, 1934.djvu/195 108 619250 3876995 3868506 2026-08-27T15:16:17Z Violetczy 67028 3876995 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MDeSantis85" />{{RigaIntestazione||— 185 —|}}</noinclude>suoi denti di luce; per gioco, per dispetto, anche, come i passeri che si beccano. È la linfa della stagione, che scorre nel mio sangue, che a poco a poco mi riduce ad uno stato spasmodico di adolescente in fermento di vita. Agar si piega a strappare un ciuffo d’erba: oh, anche lei segue la legge; come gli insetti e le farfalle in amore si riveste dei suoi più attraenti colori, fa vedere le sue forme, si piega e si allunga in istintivo agguato. Attirata come da una calamita, lentamente smovendosi le vesti con un movimento di ali, viene a sedersi accanto a me; può, del resto, essere anche un segno di sicurezza, di confidenza: ad ogni modo io resto immobile; non la guardo più: solo, domando con voce bassa, già trepida del segreto che ci avvince: — Qual’era la cosa che voleva dirmi l’altro giorno, signorina? Ella tace: io divento umile, bugiardo. — Non sono più tornato, perché ho avuto molti contrattempi: ma ho pensato sempre a lei ed a quel che voleva dirmi. Adesso può farlo. Vuole? Ella tace: io volgo gli occhi e vedo che scuote la testa in segno di diniego: no, è tardi, adesso; ella è stata offesa, ha capito la mia diffidenza, la mia paura; intende benissimo che io mi avvicino al suo corpo, non alla sua anima, e non vuole più parlare. Vuole anche lei divertirsi,<noinclude><references/></div></noinclude> h7rcve2bdwjtjz8y9rqeez26sk3f1yr Pagina:Deledda - L'argine, Milano, Treves, 1934.djvu/200 108 619255 3877003 3868512 2026-08-27T15:22:00Z Violetczy 67028 3877003 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MDeSantis85" />{{RigaIntestazione||— 190 —|}}</noinclude>{{Pt|chio|vecchio}} santo Paolone, che anche lui ai suoi tempi è stato una buona lana, laggiù si ripetono tutti i pettegolezzi delle donnaccole che lavano i panni sporchi alla fiumana. E lei crede forse che anche oggi il mio nome e il suo non vengano sbattuti dal bastone delle lavandaie? Mi pare di sentirle, tanto più che fra loro oggi c’è anche la nostra vecchia Rosa. — Ma lasci andare. Che le importa? Sono piccole cose del mondo, alle quali non si deve badare. — Parole? Intanto formano il nostro destino. E lei è qui appunto perché le hanno parlato male di me, mentre io... mentre io... Riprese a singhiozzare; eppure la sentivo forte, più forte di me, più di me vicina alla verità. Mi riavvicinai a lei con tutta l’anima. — Mentre lei? Ella si tirò in avanti le trecce, e vi si afferrò, come a un punto di appoggio, o ad un laccio che poteva strangolarla ma anche aiutarla a salvarsi. — Ebbene, le voglio dire tutto. Io pensavo a lei da molto tempo, oh, da molto tempo, anche prima di conoscerla, di sapere che esistesse. Non rida, sa; è proprio così. E l’aspettavo. Ma senta, sì, devo dirle tutto. Io sono figlia di contadini poveri: i miei genitori, i miei fratelli, tutti lavorano la terra; ma lo zio Achille<noinclude><references/></div></noinclude> kkrhl5540jj4dxomhmndhwqaahwuceb Pagina:Torriani - Un matrimonio in provincia, Milano, Galli, 1885.djvu/37 108 625179 3877301 2945424 2026-08-28T10:03:56Z Sentrac98 29209 /* Riletta */ 3877301 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Sentrac98" />{{RigaIntestazione||— 35 —|}}</noinclude>che toccava a me di sballottare tutto il giorno per la casa, perchè la Titina non era abbastanza forte per reggerlo a lungo, la matrigna mi guardava con compiacenza, e diceva: — Ci voleva proprio un bimbo, su quelle braccia! Non sembra una bella sposa di Trecate o d’Oleggio, col suo primo maschiotto? Io non ero punto lusingata da quel discorso, perchè, infatti, colla mia floridezza e la vestitura insufficiente sembravo appunto una contadina dei villaggi che diceva lei, o di qualunque altro; e questo mi mortificava. Una volta mi provai a dirle: — Già, sembro una contadina coi vestiti corti e pettinata a questo modo. Bisognerebbe che dividessi un poco i capelli sulla fronte, che li abbassassi, e che allungassi un pochino le gonnelle, tanto da coprire i piedi... Ma la matrigna esclamò:<noinclude></noinclude> gexq9dyvx2deuedl0ftt70myl7qnhs0 Pagina:Torriani - Un matrimonio in provincia, Milano, Galli, 1885.djvu/38 108 625180 3877302 2945425 2026-08-28T10:04:42Z Sentrac98 29209 /* Riletta */ 3877302 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Sentrac98" />{{RigaIntestazione||— 36 —|}}</noinclude>{{nop}} — Ci mancherebbe altro! Cosa ti salta in mente? Con quella faccia bianca come la luna, e quegli occhiacci che sembrano due lanterne, ti fai guardare anche troppo, e fai scomparire tua sorella, che è una miseria. Se ti si veste anche da ragazza da marito, buona notte! Quell’altra non si marita più. Infatti la Titina era una virgola accanto a me. Piccina, biondina, graziosa, cogli occhi chiari e senza ciglia, pareva una figurina di cera. L’idea di recare un danno a lei, mi trattenne dal reclamare che mi vestissero da signorina. Ma quando mi toccava d’uscir di casa, camminando dinanzi al babbo ed alla matrigna, col bimbo in collo e conciata a quella maniera, divoravo una stizza, che non so come facessi a non dimagrarne. E, per maggior dispetto, tutti mi guardavano e sorridevano, e bisbigliavano fra loro. Una volta, tornando a casa dopo una di<noinclude></noinclude> cj7f0fzfx5bvs9h2aes2y2ubeph17bz Pagina:Torriani - Un matrimonio in provincia, Milano, Galli, 1885.djvu/39 108 625181 3877303 2945426 2026-08-28T10:05:16Z Sentrac98 29209 /* Riletta */ 3877303 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Sentrac98" />{{RigaIntestazione||— 37 —|}}</noinclude>quelle disgraziate passeggiate, la Titina mi disse, guardandomi colla più profonda stupefazione: — Sai che sei bella, Denza? Io ripetei un po’ confusa: — Bella?... Ma debbo confessare che ero un po’ meno stupefatta di mia sorella. Molte volte avevo colte al volo certe parole di quei signori che mi guardavano in istrada... «Bel pezzo di giovane... Bella faccia... Begli occhioni... Fresca come una rosa...» Ed ogni volta, tornando a casa, ero andata allo specchio per vedere se avevano detto il vero. E quella buona Titina, che cascava dalle nuvole all’idea che quella qualità di lusso, tutta speciale, secondo lei, alle giovani delle fole e dei poemi del babbo, se ne stesse modestamente in casa nostra, e sotto i miei umili panni, tornò a dire:<noinclude></noinclude> 1k8qu2budabihv1bp6brv8klmnrhxl9 Pagina:Torriani - Un matrimonio in provincia, Milano, Galli, 1885.djvu/99 108 625241 3877335 2945489 2026-08-28T11:28:04Z Mrcesare 44141 /* Riletta */ 3877335 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Mrcesare" />{{RigaIntestazione||— 97 —|}}</noinclude>{{nop}} La mattina pregai mia cugina di avvertire la sua mamma, che non dicesse ancora nulla col babbo, perchè nè lui nè la matrigna non lo sapevano. Lei esclamò: — Ma come? Sei fidanzata, ed i tuoi parenti non lo sanno? Bisognava pure che mi scusassi in qualche modo, e nella notte avevo preparata la risposta: — Non sono proprio fidanzata, sai. Non l’ho detto questo. Che lo sposerò, è quasi sicuro, perchè ci vogliamo bene; ma la cosa l’hanno combinata le mie cugine Bonelli. — Loro lo conoscono molto? — Prendono lezione dallo stesso maestro. — E lui ha detto alle tue cugine che ti vuol sposare? — L’ha fatto dire dal maestro... C’era un fascio di bugie in quel discorso, ma erano sottintese, e la mia coscienza se ne accomodava. E poi si trattava di salvare<noinclude>{{PieDiPagina|||<small>7</small>}}</noinclude> ke4s76wvdv6gg4byiobil4g55397a2a Pagina:Torriani - Un matrimonio in provincia, Milano, Galli, 1885.djvu/100 108 625242 3877334 2945301 2026-08-28T11:25:47Z Mrcesare 44141 /* Riletta */ 3877334 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Mrcesare" />{{RigaIntestazione||— 98 —|}}</noinclude>non tutto il mondo, ma me ed il mio amore, che mi premeva ben più di tutto il mondo. E mi proponevo di confessarmi. Però quella promessa formale e dichiarata tra mia cugina ed il suo fidanzato, le loro lettere periodiche, che finivano tutte «credi all’inalterabile amore del tuo Antonio» mi avevano date delle nuove aspirazioni. Tornai a Novara col desiderio intenso di una lettera o di una promessa. La Titina diceva che, se Mazzucchetti m’avesse domandata e sposata addirittura, sarebbe stato meglio; ma io avrei voluto prima le lettere. Ne componevo una nella mia mente, la leggevo. Non era tranquillamente affettuosa come quelle d’Antonio a mia cugina. Era ardente come dev’essere una prima dichiarazione. Alle volte, nel mio pensiero, ci mettevo delle espressioni così appassionate, che mi si empivano gli occhi di lagrime.<noinclude></noinclude> 5d0y3cpvrwl9bi0fvt4ptgwy743nwqd Pagina:Vittorio Adami, Varenna e Monte di Varenna (1927).djvu/233 108 666419 3877203 2538790 2026-08-28T06:46:53Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877203 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|secolo xvii}}|225}}</noinclude><section begin="s1" />chiese e poveri, ai fratelli non rimase che un quadro di Santa Cecilia. Ebbe un figlio per nome Valeriano commissario generale dello stato di Milano. Dal suddetto Valeriano ne è venuto Ercole, consigliere di S. Jago, del Consiglio segreto di Sua Maestà, Commissario gener. della cavalleria Confaloniere della Santa Chiesa, nobile veneziano, decurione della Città di Milano, Conte di tutta la riviera di Lecco, signore della montagna d’Introzzo, Barone di Asso e della Valsassina e signore di Bosisio. Questi in tenerà età fu fatto capitano d’infanteria, di poi capitano d’ordinanza e dopo diversi altri carichi militari commissario generale della cavalleria dello Stato di Milano. Dal Re {{Wl|Q36174|Carlo II}} venne inviato in diverse occasioni quale ambasciatore dal Duca di Savoia, dall’Imperatore {{Wl|Q150494|Leopoldo}} e dal Re di Polonia. Ha eretto del proprio la prepositurale di Bellagio. Questo è l’ultimo duca della Riviera che troviamo nel XVII secolo.<section end="s1" /> <section begin="s2" />{{Ct|t=2|v=1|ESPATRIATI}} {| |Anno || 1600 || Domenico Nicolò Mazza del fu {{ec|Autonio|Antonio}} di Varenna dottore in medicina a Pisa. |- |align=center |» || 1603 || Maestro Giovanni Pietro di Bordoni del fu Andrea di Varenna a Figline di Toscana. |- |align=center |» || align=center |» || Andrea de Scotti f. q. Vincenzo a Pescia in Toscana. |- |align=center |» || 1609 || Ludovico Campione di Varenna a Firenze |- |align=center |» || align=center |» || Alessandro della Cella di Varenna a Firenze. |- |align=center |» || 1614 || Nicolò Mazza del fu Antonio di Varenna dottore in medicina a Lucca. |- |align=center |» || 1618 || Ercole Serponti f. q. Agostino di Varenna abitante in Milano P. Nuova. |- |align=center |» || || Giovanni Battista. Giov. Pietro e Giov. Maria fratelli Cella negozianti in mercerie a Empoli. |- |align=center |» || 1622. || Giov. Pietro Tenca del fu Galeazzo di Varenna a Milano P. Nuova, Par. di S. Bartolomeo. |- |align=center |» || align=center |» || Giov. Pietro Cella del fu Gaspare di Varenna causidico a Milano P. Nuova Par. di S. Bartolomeo. |- |align=center |» || 1625. || Giov. Angelo Bergami del Monte di Varenna orologiaio a Como. |- |align=center |» || align=center |» || Mons. Girolamo Maria Mazza di Varenna can. ordinario del Duomo di Milano. |- |align=center |» || 1632. || Pietro Paolo e Michele fratelli Bergami del monte di Varenna a Pisa. |- |align=center |» || 1635. || Bernardo Serponti di Varenna a Barsio in Valsassina. |- |align=center |» || 1637. || Pietro Carlo de Matti del monte di Varenna a Pontremoli. |- <noinclude>|}</noinclude><section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude> bcs6v30t9r5un0wvizi7d6ck669qyw6 Pagina:Vittorio Adami, Varenna e Monte di Varenna (1927).djvu/234 108 666427 3877204 2315856 2026-08-28T06:47:11Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877204 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|226|{{Sc|vittorio adami}}|}}</noinclude><noinclude>{|</noinclude> |- |align=center | {{pt|Anno|»}} || 1642. || Giovanni e Baldassare Mazza a Pesaro<ref>Il 6 agosto 1647 Costanzo Ongannia q<sup>m</sup> Francesco di Varenna nomina suoi eredi universali Giovanni e Baldassare Mazzi suoi congiunti di Pesaro (Vedi Scipione Lepidi, Notizie di Pesaro e Archivio Trivulzio Araldico famiglie Mazzi cart. 129).</ref>. |- |align=center | » || 1647. || Emilio Arrigoni di Paolo a Milano. |- |align=center | » || align=center | » || Giacomo Pizzotti di Perledo a Milano. |- |align=center | » || align=center | » || D. Carlo Maglia del fu Luzio del Monte di Varenna a Roma magazziniere a Campo dei Fiori. |- |align=center | » || align=center | » || Nicolò Mazza del fu Antonio di Varenna dottore in filosofia e medicina in Milano. |- |align=center | » || 1648. || Giacomo Pizzotti del fu Tommaso di Perledo a Città di Castello. |- |align=center | » || align=center | » || Festorazzi Paolo Antonio del fu Bartolomeo di Perledo a Milano. |- |align=center | » || 1650. || Gaspare Cella di Giov. Battista di Varenna a Empoli in Toscana ove esercita l’arte del velataio. |- |align=center | » || align=center | » || Giovanni Battista Forno di Varenna a Empoli nel negozio dei Cella. |- |align=center | » || 1651. || Giovanni Maria, Santo e Matteo Cella figli di Gaspare di Varenna sono a Milano. |- |align=center | » || 1656. || Michele Bergamo del monte di Varenna ha un negozio in Pisa. |- |align=center | » || 1661. || Giovanni Maria Forno del fu Giorgio di Varenna dottore in medicina a Milano. |- |align=center | » || align=center | » || Gerolamo Tenca del fu Battista di Varenna notaio a Milano P. N. parrocchia di S. Andrea ad Pusterlam. |- |align=center | » || 1663. || Don Giuseppe Mazza di Varenna residente alla real Corte di Madrid. |- |align=center | » || 1665. || Andrea Fumeo di Perledo notaio a Milano. |- |align=center | » || 1669. || Bernardo Maglia di Regoledo a Praga. |- |align=center | » || 1673. || Giorgio Venino e sua moglie Anna nel Wurtenberg. |- |align=center | » || 1680. || Battista Venini di Paolo di Varenna fabbro ferraio a Venezia. |- |align=center | » || 1688. || Bartolomeo Festorazzi del fu Paolo Antonio di Perledo a Milano, parrocchia Santo Stefano in Broglio. |- |align=center | » || 1690. || Giovanni Maria Arrigoni del q. Giacomo di Varenna abita in Milano, Porta Nuova. |- |align=center | » || 1692. || Dott. Fisico Galeazzo Tenca del fu Augusto di Varenna abita in Milano. |- |align=center | » || 1694. || Lucio Arrigoni di Varenna abita in Milano. |- |align=center | » || 1695. || Giovanni Paolo Mazza e suo figlio Giuseppe a Pesaro. |- |align=center | » || 1695. || Nicolao Mazza a Lucca, dottore in medicina. |- |align=center | » || 1695. || Gerolamo Mazza a Milano. |} {{rule|4em}}<noinclude><references/></noinclude> 8a3lgt3tom09tuzts6spngz92u4050c Varenna e Monte di Varenna/Secolo XVIII 0 666428 3877211 3830163 2026-08-28T06:50:51Z Dr Zimbu 1553 3877211 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=30 luglio 2019|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Secolo XVIII — Feudatari|prec=../Secolo XVII/Espatriati|succ=/Giurisdizione — Cariche pubbliche}} <pages index="Vittorio Adami, Varenna e Monte di Varenna (1927).djvu" from=235 to=235 /> jvyxjb1c5ul7u2xq07nl2ut2zubfctx 3877212 3877211 2026-08-28T06:51:01Z Dr Zimbu 1553 3877212 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=30 luglio 2019|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Secolo XVIII — Feudatari|prec=../Secolo XVII/Espatriati|succ=/Giurisdizione — Cariche pubbliche}} <pages index="Vittorio Adami, Varenna e Monte di Varenna (1927).djvu" from=235 to=235 /> {{sezione note}} gvyvbvijahk8yeg6jtguu34dk20xbnp Pagina:Vittorio Adami, Varenna e Monte di Varenna (1927).djvu/303 108 676089 3877206 2338436 2026-08-28T06:48:47Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877206 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|294|{{Sc|vittorio adami}}|}}</noinclude>{{nop}} {{Ct|t=2|v=1|ESPATRIATI}} {| |Anno || 1704. || Gerolamo Faggi di Perledo è a Roma. |- | align=center| » || 1707. || Antonio Pensa di Bartolomeo di Perledo è in Germania. |- | align=center| » || 1718. || Giacomo e Bartolomeo fratelli Conca di Perledo sono a Vicenza |- | align=center| » || || Il Dott. Giovanni Angelo Festorazzi del q.m Bartolomeo causidico collegiale di Milano e procuratore della comunità di Perledo, vive a Milano dove esercita il notariato. |- | align=center| » || || Giorgio Venino figlio di Giov. Pietro abita in Milano dove esercita il prestino di pane bianco in contrada Santa Margherita. |- | align=center| » || 1719. || Pietro Ongania di Francesco abita in Bologna (Emilia) fuori di porta S. Egidio. |- | align=center| » ||1732. ||Giovanni Campioni abita a Roma. |- | align=center| » ||1736. ||Domenico Giacomo Conca del q.m Giovanni Battista di Perledo abita a Vicenza nel borgo San Felice fuori della porta del Castello. |- | align=center| » ||1741. ||Lorenzo Faggi del q.m Carlo di Perledo abita in Roma. |- | align=center| » || || Gaspare, Margherita e Maria Angiola Faggi figli del q. Pietro abitano in Firenze. |- | align=center| » || 1743. ||Francesco Festorazzi di Regolo vive in Germania. |- | align=center| » || || Simone Tarelli del q.m Carlo di Vezio dimora a Praga. |- | align=center| » || || Domenico Inviti di Perledo dimora in Germania. |- | align=center| » || 1748. ||Giuseppe Pensa del q. Domenico di Vezio dimora in Baviera. |- | align=center| » ||1750. ||Francesco Ongania del q. Pietro di Perledo dimora a Bologna (Emilia) fuori di porta S. Egidio. |- | align=center| » || || Francesco Antonio Aureggi di Varenna figlio di Carlo abita a Bellano. |- | align=center| » || ||Antonio Giuseppe Aureggi di Varenna figlio di Carlo abita a Como. |- | align=center| » || ||Giov. Battista Giorgio Aureggi di Varenna figlio di Carlo abita a Domaso. |- | align=center| » || 1751. ||Tommaso e Antonio Pensa dimorano a Milano nella contrada del Cappello dove esercitano la mercanzia. |- | align=center| » ||1755. ||D. Francesco Venini q.m Iohannis Petri abita a Milano, Porta Romana, Parrocchia S. Nazario. |- | align=center| » ||1763. ||Domenico e Antonio fratelli Ongania di Pietro dimorano a Bologna (Emilia) fuori di porta S. Egidio. |- | align=center| » ||1770. ||Domenico Cavalli di Carlo di Varenna abita a Cremona. |- | align=center| » ||1771. ||Giacomo Balbiano di Varenna abita in Germania. |- <noinclude>|}</noinclude><noinclude><references/></noinclude> n48o3o010rs0tt4fs2y86rhgff762zn Pagina:Vittorio Adami, Varenna e Monte di Varenna (1927).djvu/304 108 677070 3877207 2340004 2026-08-28T06:48:54Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877207 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|secolo xviii}}|295}}</noinclude><noinclude>{|</noinclude> |- |Anno || 1772. ||Francesco Venino, nobile, con la moglie Fiorentina abita a Varsavia. |- | align=center| » || ||Andrea Venini di Varenna fa il mercante nell’Argentina. |- | align=center| » ||1784. ||Giovanni Pensa del q.m Francesco di Bologna, dimora a Cristiania in Norvegia. |- | align=center| » ||1786. ||Carlo Della Mano di Antonio e Marta Fumeo di Perledo si recano a Cassovia in Ungheria. |- | align=center| » || || Muore nella città di Brünn in Moravia Antonio Pirelli originario di Perledo, lasciando due figli maschi Giovanni Battista a Perledo e Paolo in Ungheria. |- | align=center| » || 1797. ||Giovanni Battista Pirelli dimora in Austria. |- | align=center| » || ||Giovanni Battista Mornico del q.m Carlo negoziante, dimora a Milano alla Corsia di Porta Comasina N. 2189. |- | align=center| » || ||Carlo Francesco Bertarini notaio in Milano. |- | align=center| » || ||Lorenzo Vergotini di Cestaglia - dimora nella Spagna negoziante di stampe in qualità di garzone. |- | align=center| » || ||Antonio Vergotini di Cestaglia a Vienna offelliere in qualità di garzone. |- | align=center| » || ||Leonardo Giuseppe e Giacomo fratelli Maglia di Gitana, vaganti nella Germania - spinazari. |- | align=center| » || ||Giovanni Antonio Cariboni di Regoledo. Nell’Austria inferiore - spinazaro. |- | align=center| » || ||Giov. Francesco Maglia di Regoledo. A Linz in Austria - caffettiere. |- | align=center| » || ||Giovanni Batt. Benzoni di Bologna a Salisburgo - negoziante. |- | align=center| » || ||Pietro e Bernardo fratelli Benzoni in Austria negozianti. |- | align=center| » || ||Antonio Benzoni di Bologna in Austria - negoziante. |- | align=center| » || ||Carlo Domenico Maglia di Gitana in Austria - negoziante. |- | align=center| » || ||Paolo Pirelli con tre figli di Perledo in Ungheria spinazaro. |- | align=center| » || ||Giacomo Bergamo di Regoledo in Austria - negoziante. |- | align=center| » || ||Francesco Bergamo di Regoledo in Austria - negoziante. |- | align=center| » || ||Giuseppe Fumeo e Bartolomeo suo figlio, di Cestaglia in Austria, negozianti. |- | align=center| » || ||Giuseppe Fumeo di Cestaglia in Spagna - negoziante. |- | align=center| » || ||Giov. Maria Inviti di Bologna dimora in Francia ove fa il negoziante. |- | align=center| » || ||Bernardo Conca di Gitana fa il fabbro in Piemonte. |- | align=center| » || ||Giacomo Abiati di Gitana fa il barometraro in Amburgo. |- | align=center| » || ||Pietro Conca di Gitana fa il fabbro in Piemonte. |- | align=center| » || ||Francesco Conca di Gitana fa il fabbro in Piemonte. |- | align=center| » || ||Carlo Borlengo di Regoledo è negoziante in Germania. |- | align=center| » || ||Francesco Gianielli di Perledo fa il negoziante nella Stiria. |- | align=center| » || ||Giuseppe Festorazzi di Regoledo fa il barometraro a Bruxelles. |- <noinclude>|}</noinclude><noinclude><references/></noinclude> pindcinafrkq3k1qm445afygcwd09nt 3877209 3877207 2026-08-28T06:49:46Z Dr Zimbu 1553 3877209 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|secolo xviii}}|295}}</noinclude><noinclude>{|</noinclude> |- |align=center| {{pt|Anno|»}} || 1772. ||Francesco Venino, nobile, con la moglie Fiorentina abita a Varsavia. |- | align=center| » || ||Andrea Venini di Varenna fa il mercante nell’Argentina. |- | align=center| » ||1784. ||Giovanni Pensa del q.m Francesco di Bologna, dimora a Cristiania in Norvegia. |- | align=center| » ||1786. ||Carlo Della Mano di Antonio e Marta Fumeo di Perledo si recano a Cassovia in Ungheria. |- | align=center| » || || Muore nella città di Brünn in Moravia Antonio Pirelli originario di Perledo, lasciando due figli maschi Giovanni Battista a Perledo e Paolo in Ungheria. |- | align=center| » || 1797. ||Giovanni Battista Pirelli dimora in Austria. |- | align=center| » || ||Giovanni Battista Mornico del q.m Carlo negoziante, dimora a Milano alla Corsia di Porta Comasina N. 2189. |- | align=center| » || ||Carlo Francesco Bertarini notaio in Milano. |- | align=center| » || ||Lorenzo Vergotini di Cestaglia - dimora nella Spagna negoziante di stampe in qualità di garzone. |- | align=center| » || ||Antonio Vergotini di Cestaglia a Vienna offelliere in qualità di garzone. |- | align=center| » || ||Leonardo Giuseppe e Giacomo fratelli Maglia di Gitana, vaganti nella Germania - spinazari. |- | align=center| » || ||Giovanni Antonio Cariboni di Regoledo. Nell’Austria inferiore - spinazaro. |- | align=center| » || ||Giov. Francesco Maglia di Regoledo. A Linz in Austria - caffettiere. |- | align=center| » || ||Giovanni Batt. Benzoni di Bologna a Salisburgo - negoziante. |- | align=center| » || ||Pietro e Bernardo fratelli Benzoni in Austria negozianti. |- | align=center| » || ||Antonio Benzoni di Bologna in Austria - negoziante. |- | align=center| » || ||Carlo Domenico Maglia di Gitana in Austria - negoziante. |- | align=center| » || ||Paolo Pirelli con tre figli di Perledo in Ungheria spinazaro. |- | align=center| » || ||Giacomo Bergamo di Regoledo in Austria - negoziante. |- | align=center| » || ||Francesco Bergamo di Regoledo in Austria - negoziante. |- | align=center| » || ||Giuseppe Fumeo e Bartolomeo suo figlio, di Cestaglia in Austria, negozianti. |- | align=center| » || ||Giuseppe Fumeo di Cestaglia in Spagna - negoziante. |- | align=center| » || ||Giov. Maria Inviti di Bologna dimora in Francia ove fa il negoziante. |- | align=center| » || ||Bernardo Conca di Gitana fa il fabbro in Piemonte. |- | align=center| » || ||Giacomo Abiati di Gitana fa il barometraro in Amburgo. |- | align=center| » || ||Pietro Conca di Gitana fa il fabbro in Piemonte. |- | align=center| » || ||Francesco Conca di Gitana fa il fabbro in Piemonte. |- | align=center| » || ||Carlo Borlengo di Regoledo è negoziante in Germania. |- | align=center| » || ||Francesco Gianielli di Perledo fa il negoziante nella Stiria. |- | align=center| » || ||Giuseppe Festorazzi di Regoledo fa il barometraro a Bruxelles. |- <noinclude>|}</noinclude><noinclude><references/></noinclude> 4u6p5k04qv01kmfuy50ych7txb3qqo4 Pagina:Vittorio Adami, Varenna e Monte di Varenna (1927).djvu/305 108 677075 3877208 2340029 2026-08-28T06:48:57Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877208 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|296|{{Sc|vittorio adami}}|}}</noinclude><noinclude>{|</noinclude> |- |align=center| {{pt|Anno|»}} ||{{pt|1797.|}} ||Agostino Cariboni di Perledo fa lo spinazaro in Austria. |- | align=center| » || ||Giovanni Benzoni di Bologna fa il barometraro in Francia. |- | align=center| » || ||Giuseppe, Filippo e Carlo Antonio Maglia fanno lo spinazaro in Spagna. |- | align=center| » || ||Paolo Pomi di Bologna fa lo spinazaro in Austria. |- | align=center| » || ||Altro Paolo Pomi di Bologna fa lo spinazaro in Austria. |- | align=center| » || ||Antonio Della Mano e Carlo figlio di Giorgio fanno lo spinazaro in Ungheria. |- | align=center| » || ||Giuseppe Conca di Perledo fa il negoziante in Inghilterra. |- | align=center| » || ||Giuseppe Ongania di Perledo è in Austria a far lo spinazaro. |- | align=center| » || ||Pietro Festorazzi di Perledo è in Austria e fa il negoziante. |- | align=center| » || ||Giovanni Antonio Fumeo col figlio Matteo è in Austria e fa il negoziante. |- | align=center| » || ||Francesco Fumeo coi figli Matteo e Domenico è in Austria e fa il negoziante. |- | align=center| » || ||Antonio Maria Mattarelli è in Francia e fa il barometraro. |- | align=center| » || ||Giov. Battista Pirelli è in Austria e fa lo spinazaro. |- | align=center| » || ||Bartolomeo Sala è in Austria e fa lo spinazaro. |- | align=center| » || ||Bartolomeo Fumeo di Perledo è a Venezia c fa il fabbro. |- | align=center| » || ||Carlo Bernardo Maglia di Gitana è in Inghilterra e fa il negoziante. |- | align=center| » || ||Nicolao Conca di Gitana è in Inghilterra e fa il garzone. |} {{rule|4em}}<noinclude><references/></noinclude> si1ppoyehobsctcbyvx9axfr4cqwqev Varenna e Monte di Varenna/Secolo XVII/Espatriati 0 700901 3877205 3830160 2026-08-28T06:47:23Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3877205 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=28 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Espatriati|prec=../Personaggi notevoli|succ=../../Secolo XVIII}} <pages index="Vittorio Adami, Varenna e Monte di Varenna (1927).djvu" from=233 to=234 fromsection="s2" /> {{Sezione note}} gwfuzv4im6xd7a81vs5j50lvayi1nbl Varenna e Monte di Varenna/Secolo XVIII/Espatriati 0 701951 3877210 3830165 2026-08-28T06:49:55Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3877210 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=28 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Espatriati|prec=../Personaggi notevoli|succ=../../Secoli XIX e XX}} <pages index="Vittorio Adami, Varenna e Monte di Varenna (1927).djvu" from=303 to=305 /> moo5ren3uf1l2qfez8tgfsqo83twktz Pagina:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu/19 108 725691 3877190 3612213 2026-08-28T06:43:32Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877190 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||ii - rime d'amore e di religione|13}}</noinclude><poem> :Se, come i vestimenti, s’aprisser gli uman petti, quanto vi si vedria, che non si crede! Ché de l’arcane menti {{R|35}}le lingue e i nostri aspetti certa sempre non fanno e vera fede. Sallo chi ’l cor mi vede, s’egli è mio stato acerbo, e se, come sepulcro, {{R|40}}di fòri ornato e pulcro, orrenda morte dentro e fetor serbo. Non tutto oro s’intende ciò che riluce o splende, né cosa si conosce al mondo meno {{R|45}}che per la fronte quel ch’abbia altri in seno. :Cosí, lasso! ho temenza di penar, mentr’io viva, senza trovar pietá de’ miei martiri: però che l’apparenza {{R|50}}è d’ogni dolor priva, pur come vuol chi tempra i miei desiri. Amor, ch’a ciò mi tiri (ch’altri non ha tal possa), mio core, a tutti ignoto, {{R|55}}fa tu palese e noto a chi prima gli die’ l’aspra percossa; ch’a lei desio mostrarlo, a tutt’altri celarlo son fermo, ed anco poi ch’io sia sepulto, {{R|60}}tener l’affanno del mio petto occulto. :O voi d’Amor seguaci, seguite il mio consiglio: temperato sia sempre il vostro affetto. Dir mi potreste: — Taci; {{R|65}}provvedi al tuo periglio, pria che ti caglia de l’altrui difetto. — Ma tal laccio m’ha stretto, che provvidenza umana non fia mai che ’l discioglia; {{R|70}}e spesso l’altrui doglia </poem><noinclude></noinclude> 8q3oeqkdql2gggstw7cx2bdbpyfhki3 Pagina:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu/20 108 725702 3877192 3612215 2026-08-28T06:43:40Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877192 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|14|giovanni guidiccioni|}}</noinclude><section begin="s1" /><poem> medico infermo e non la sua risana: pur ch’altri util vi dia, non curate chi sia; sí de’ sempre ciascuno esser contento {{R|75}}schifare a l’altrui costo il suo tormento. :Di lasciarti veder ti guarderai, canzon mia, se ben pensi tuoi detti inculti e sensi, ed al giudizio degl’ingegni altèri {{R|80}}starai nascosta piú che i miei pensieri. </poem> <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{ct|c=t1|XVII}} {{ct|c=t|Ogni letizia presso lei; lungi, ogni dolore.}} <poem> :Mal vidi, Amor, le non piú viste e tante bellezze sue, se nel piú lieto stato dovea languire e con la morte a lato {{R|4}}l’orme seguir de le leggiadre piante. :Spesso col sol de le sue luci sante chiudo il mio dí seren, l’apro beato: e scorgo ivi ’l Piacer ch’è teco armato {{R|8}}contr’i sospetti del mio cor tremante. :Ma nulla val; ché, da’ begli occhi lungi, tal nasce giel da le mie fiamme vive {{R|11}}che visibilemente ogni ben more. :Forse sei tu che poi mi segui e giungi e ’nnanzi a lei ch’ogni tuo ardir prescrive, {{R|14}}lusinghi e queti l’affannato core. </poem> <section end="s2" /><noinclude></noinclude> elxi0pl8aw5x629dtdaytju9fn8zxt6 Pagina:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu/21 108 725703 3877196 3619226 2026-08-28T06:44:24Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ Gadget AutoreCitato 3877196 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||ii - rime d'amore e di religione|15}}</noinclude><section begin="s1" /> {{ct|c=t1|XVIII}} {{ct|c=t|Gli appaghi le sue speranze l’infido Amore.}} <poem> :Le tue promesse, Amor, come sen vanno spesso vòte di fé verso i martíri! come nascon nel cor fèri desiri, {{R|4}}quando interdette le speranze stanno! :Non è presto a venir se non il danno: io ’l so che ’l sento; e tu, che lieto il miri, dammi dond’io talor dolce respiri {{R|8}}dal grave peso di sí dolce affanno. :Per virtú del tuo santo aurato strale raccolta sia la mia speranza ov’ebbe {{R|11}}albergo giá sí avventuroso e degno; :sostenti la tua fé pena mortale, ed al cader non sia vano il sostegno {{R|14}}che desti al cor quando di lui t’increbbe. </poem> <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{ct|c=t1|XIX}} {{ct|c=t|A {{AutoreCitato|Paolo Giovio|Paolo Giovio}},<br>che, pur morta la sua donna, leggiadramente poetava.}} <poem> :Giovio, com’è che fra l’amaro pianto de l’alta donna tua, fra tanti affanni, fra le triste membranze e i neri panni {{R|4}}s’oda sí dolce e sí felice canto? :Cercando il suo bel sol con pensier santo, ch’a morte studia far onta ed inganni, cred’io che s’erga a quei superni scanni {{R|8}}ov’oda e ’mprenda il suon mirabil tanto. :Ché, come vince l’armonia celeste l’uman udir, cosí ’l bel dir ne lega {{R|11}}i sensi d’un piacer che suol beare. :Deh perché ’l mio, che ’ndarno l’ali spiega, seco non guida al ciel, sol perché queste {{R|14}}voci del nome suo sian dolci e chiare? </poem> <section end="s2" /><noinclude></noinclude> 691b3gnfkgs1pldw86hklit041swods Pagina:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu/22 108 725704 3877200 3612247 2026-08-28T06:44:46Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877200 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|16|giovanni guidiccioni|}}</noinclude><section begin="s1" /> {{ct|c=t1|XX}} {{ct|c=t|Poich’è morta, lo richiami seco in cielo.}} <poem> :Tu che con gli occhi ove i piú ricchi e veri trionfi addusse e tenne ’l seggio Amore, festi pago il desio, dolce il dolore {{R|4}}e serenasti i torbidi pensieri; :tu (potrò in tanto duol mai dirlo?), ch’eri specchio di leggiadria, di vero onore, sei spenta ed io pur vivo in sí poche ore, {{R|8}}misero esempio degli amanti altèri. :Aprasi il tetro mio career terreno, e tu, vero e novo angelo celeste, {{R|11}}prega il Signor che mi raccolga teco, :e per te salvo sia nel bel sereno eterno, come fui felice in queste {{R|14}}nubi mortali, ov’or son egro e cieco. </poem> <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{ct|c=t1|XXI}} {{ct|c=t|Lei morta, è disperato.}} <poem> :Vorrei tacere, Amore, gli affanni e’ dolor miei per non turbare il bel viso sereno, e perché quel c’ho in core {{R|5}}con lingua non potrei né con la penna mai narrare appieno; e son di stupor pieno com’io lo dica o scriva, pensando a quelle sole {{R|10}}dolci estreme parole, cagion che ’n tante pene ardendo viva, ed a la bianca mano che la mia strinse, ond’or la piango invano.</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> 4abmovkbkbgshpwwv3mrj1p8czhdi3x Pagina:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu/23 108 725705 3877201 3612223 2026-08-28T06:44:55Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877201 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||ii - rime d'amore e di religione|17}}</noinclude><poem> :Non è sí alpestre fèra, {{R|15}}ch’udendo ’l mio gran pianto, non cangi in pia la sua orgogliosa mente. Quanto da quel ch’io era mutato sono! e quanto era ’l mio meglio in quel punto dolente {{R|20}}morir! ché dolcemente moriva, riguardando negli occhi e nel bel volto, ch’ora a dolor mi vòlto, sempre ’l suo nome e ’l mio destin chiamando. {{R|25}}Lasso! piú non ho io altro ch’un dolce di morir disio. :Gli amorosetti augelli di questo inculto loco al tristo suon degli aspri miei lamenti, {{R|30}}non piú leggiadri e belli, cantan lor dolce foco, ma con pietose voci e mesti accenti piangon li miei tormenti e la mia afflitta vita; {{R|35}}ché non fu mai né fia ugual pena a la mia, qualor ripenso a l’empia dipartita. Ma ’l ciel piú sordo fassi quant’io piú piango intorno a questi sassi. :{{R|40}}Dunque quest’aspro colle e questi folti boschi mi chiudon l’alta via del paradiso. O desir vano e folle, o pensier ciechi e foschi, {{R|45}}u’ mi guidaste voi senza ’l bel viso? ov’è quel grato riso ch’acqueta ’l mio martire? e quelle chiome d’oro e l’altro bel tesoro, {{R|50}}per cui mi sento ad or ad or morire? Stolti! non v’accorgete che innanzi agli occhi mille morti avete? </poem><noinclude></noinclude> fwun2trrzdzuy87t8e7llj10sa3kvw1 Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/161 108 753135 3877186 2701495 2026-08-28T06:42:07Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877186 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|153}}</noinclude>{{Pt|lo;|Cielo;}} moto meramente apparente, poichè non sono già le stelle che abbiano avanzato, ma è la sezione Equinoziale che ha retrogradato, o anticipato nell’Ecclittica per la ragione suddetta. L’altro fenomeno grande, benchè minore in quantità, {{ec|e|è}} la ''Nutazione dell’Equatore'' stesso, o ch’è lo stesso, dell’Asse terrestre. Ma per intender questo, bisogna premettere una piccicla Notizia del moto dei così detti Nodi della Luna, prodotto dalla stessa cagione. Se la Luna camminasse per la via stessa del Sole, niente si osserverebbe di più del detto. Ma la sua Orbita taglia quella del Sole in due siti opposti, chiamati ''Nodi'', facendo un’angolo di circa cinque gradi di quà, e di là; e di tanto scostandosi, nel mezzo, da una parte, e dall’altra dell’Ecclịttica, fa una spezie di pancia; onde tal figura fu chiamata ''Dragone''; ''e capo, e coda del Dragone'', i due Capi, o Nodi, ''Capo del Dragone il Nodo ascendente'', dove la Luna passa alle parti Settentrionali dell’Ecclittica; e ''Coda del Dragone'', dove ripassa alle parti meridionali, 180 gradi dopo. Ciò premesso, si vede che la Luna {{Pt|sco-|}}<noinclude></noinclude> k23wlxvdo782vw54ow7rbmtmiohzppf Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/162 108 753136 3877187 2701500 2026-08-28T06:42:34Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877187 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|154|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>{{Pt|standosi|scostandosi}} dall’Ecclittica 5 gradi, tanto verso Settentrione, che verso Mezzodì, e scostandosi l’Ecclittica dall’Equatore 23 gradi, e mezzo, deve la Luna declinar dall’Equatore 18 gradi e mezzo, tanto da una parte, che dall’altra. E così sarebbe sempre, se il ''Nodo ascendente'' stasse sempre nel principio, o nell’Equinozio di Ariete, il Discendente in quello della Libbra. Ma li Nodi, per l’osservazione, e per la ragione che si dirà tosto, variano perpetuamente sito, retrogradendo, e fanno il giro dell’Ecclittica nello spazio di 18 anni, 7 mesi, e mezzo circa; il Nodo ch’era in Ariete, dopo 9 anni poco più, si ritrova in Libbra: ivi dunque passa la Luna dalla parte Australe dell’Ecclittica alla Settentrionale; dunque ella camminerà tra l’Equatore, e l’Ecclittica, facendo con essa lo stesso angolo di 5 gradi: questi 5 gradi dunque saranno da sottrarre dall’Obliquità dell’Ecclittica, ch’è di 23<math>\textstyle\frac{1}{2}</math> gradi; sicchè quando la Luna si scostava, 9 anni avanti, dall’Equatore gradi 28<math>\textstyle\frac{1}{2}</math>; ora passerà discosta solamente gradi 18<math>\textstyle\frac{1}{2}</math>; e vi sarà di 9 anni, una differenza di altezza nel passaggio della Luna pel Meridiano di 10 buoni gradi.<noinclude></noinclude> d0dblov386gevacau647wf5yifetswq Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/163 108 753137 3877188 2701600 2026-08-28T06:43:00Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877188 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|155}}</noinclude><nowiki/> Chi avrebbe mai creduto che tutte queste strane alterazioni provenissero da quella sola piccola protuberanza della Terra intorno l’Equatore? Eppure così è. Prima di tutto, siccome quest’Anello terrestre, viene attirato dal Sole, e dalla Luna insieme per produrre la Precessione degli Equinozj, così viene attirato in particolare a diverso modo dalla Luna, in quanto gli passa ora, più, ora meno obliqua. Perchè, quando passa più obliqua, tanto più diretta, e più forte diventa la sua forza deturbatrice; e quanto più la guarda in isbiego, meno ha di forza per farlo inclinare; quando passa con 28 gradi di obliquità lo attira, e lo fa piegare verso il suo piano più che quando lo riguarda coll’obliquità di soli 18 gradi. Nel primo caso fa stringere l’angolo dell’Equatore coll’Ecclittica, nel secondo lo lascia allargare; e questo è quel bilanciamento dell’Equatore che si chiama ''Nutazione'', fenomeno rilevato poco avanti la metà di questo secolo, il quale, coll’altro dell’''Abberrazione delle Fisse'', rende immortale il nome dell’Inglese {{Wl|Q312278|Bradlejo}}. Questo bilanciamento non è se nonchè di 18 secondi, che nei luoghi<noinclude></noinclude> 4lxkkc7h1xdwanbq2g5obg7orjpitva Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/164 108 753138 3877189 2701655 2026-08-28T06:43:03Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3877189 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|156|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>della terra non porta se non che 288 pertiche, per cui ogni luogo nello spazio di 18 anni s’accosta al Mezzodì, e se ne scosta; così è realmente; eppure, per esser quantità così piccola, non cessa di doversi considerare per un fenomeno grandissimo della natura. Ma sempre ad un’azione risponde una pari reazione: l’attrazione è reciproca; se la Luna attira a se, e fa piegare l’Equatore Terrestre verso la sua Orbita, vicendevolmente la Fascia protuberante dell’Equatore Terrestre attira la Luna, e fa piegare verso di se la di lei Orbita. Questo fa che la Luna debba in certo modo affrettarsi per arrivare all’Equatore, ed all’Ecclittica, è così anticipare il suo incontro, o passaggio; ed ecco la Precessione o Retrogradazione de’ Nodi, la quale è di tre minuti al giorno, e di venti gradi circa all’anno; sicchè viene a girare tutta l’Ecclittica nello spazio di 18 anni, e mezzo circa, come si è detto. Tal moto poi conduce quella diversa declinazione della Luna, che produce la Nutazione; poichè sono cose legate, e reciproche. Sono queste cose assai note, che<noinclude></noinclude> m9u2klurvxlhynl86vjdt7z29lgbjwg Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/262 108 753255 3876881 2966455 2026-08-27T12:46:18Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3876881 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|254|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>{{Ct|class=capitoletto|MISURA DELLA PIOGGIA.}} {| align=center style="text-align:right; border:3px solid black; border-collapse:collapse; font-size:smaller" | colspan="2" {{Cs|bC|padding: 1em .25em}} | Mesi | colspan="3" {{Cs|blC|padding: 1em .25em}} | Padova | colspan="3" {{Cs|blC|padding: 1em .25em}} | Udine | colspan="3" {{Cs|blC|padding: 1em .25em}} | Crespano | colspan="3" {{Cs|blC|padding: 1em .25em}} | Anguillara | colspan="3" {{Cs|blC|padding: 1em .25em}} | Chiozza | colspan="3" {{Cs|blC|padding: 1em .25em}} | Marostica |- | colspan="2" {{Cs|bC|padding: 1em .25em}} | | {{Cs|blC|padding: 1em .25em}} | Poll. | colspan="2" {{Cs|b}} | lin. | {{Cs|blC|padding: 1em .25em}} | Poll. | colspan="2" {{Cs|b}} | lin. | {{Cs|blC|padding: 1em .25em}} | Poll. | colspan="2" {{Cs|b}} | lin. | {{Cs|blC|padding: 1em .25em}} | Poll. | colspan="2" {{Cs|b}} | lin. | {{Cs|blC|padding: 1em .25em}} | Poll. | colspan="2" {{Cs|b}} | lin. | {{Cs|blC|padding: 1em .25em}} | Poll. | colspan="2" {{Cs|b}} | lin. |- | {{Cs|L|padding: 0 .5em}} | Decemb. || {{Cs|L}} | 1779 | {{Cs|l}} | 2 || 3, || 2 | {{Cs|l}} | 7 || 7, || 0 | colspan="3" {{Cs|lL}} | {{Dotted|}} | {{Cs|l}} | 1 || 11, || 9 | {{Cs|l}} | 1 || 2, || 3 | colspan="3" {{Cs|lL}} | {{Dotted|}} |- | {{Cs|L|padding: 0 .5em}} | Gennaro || {{Cs|L}} | 1780 | {{Cs|l}} | 2 || 1, || 6 | {{Cs|l}} | 2 || 3, || 0 | colspan="3" {{Cs|lL}} | {{Dotted|}} | {{Cs|l}} | 2 || 1, || 8 | {{Cs|l}} | 1 || 6, || 0 | colspan="3" {{Cs|lL}} | {{Dotted|}} |- | colspan="2" {{Cs|L|padding: 0 .5em}} | {{Dotted|Febbraro}} | {{Cs|l}} | 2 || 5, || 1 | {{Cs|l}} | 4 || 0, || 4 | colspan="3" {{Cs|lL}} | {{Dotted|}} | {{Cs|l}} | 3 || 10, || 0 | {{Cs|l}} | 3 || 9, || 1 | colspan="3" {{Cs|lL}} | {{Dotted|}} |- | colspan="2" {{Cs|L|padding: 0 .5em}} | {{Dotted|Marzo}} | {{Cs|l}} | 0 || 4, || 5 | {{Cs|l}} | 2 || 7, || 4 | colspan="3" {{Cs|lL}} | {{Dotted|}} | {{Cs|l}} | 0 || 4, || 1 | {{Cs|l}} | 0 || 5, || 3 | colspan="3" {{Cs|lL}} | {{Dotted|}} |- | colspan="2" {{Cs|L|padding: 0 .5em}} | {{Dotted|Aprile}} | {{Cs|l}} | 2 || 10, || 8 | {{Cs|l}} | 8 || 4, || 5 | colspan="3" {{Cs|lL}} | {{Dotted|}} | {{Cs|l}} | 2 || 0, || 5 | {{Cs|l}} | 3 || 3, || 8 | colspan="3" {{Cs|lL}} | {{Dotted|}} |- | colspan="2" {{Cs|L|padding: 0 .5em}} | {{Dotted|Maggio}} | {{Cs|l}} | 0 || 8, || 6 | {{Cs|l}} | 1 || 9, || 8 | colspan="3" {{Cs|lL}} | {{Dotted|}} | {{Cs|l}} | 0 || 11, || 3 | {{Cs|l}} | 2 || 11, || 4 | colspan="3" {{Cs|lL}} | {{Dotted|}} |- | colspan="2" {{Cs|L|padding: 0 .5em}} | {{Dotted|Giugno}} | {{Cs|l}} | 3 || 1, || 5 | {{Cs|l}} | 3 || 11, || 1 | colspan="3" {{Cs|lL}} | {{Dotted|}} | {{Cs|l}} | 1 || 11, || 5 | {{Cs|l}} | 5 || 7, || 9 | colspan="3" {{Cs|lL}} | {{Dotted|}} |- | colspan="2" {{Cs|L|padding: 0 .5em}} | {{Dotted|Luglio}} | {{Cs|l}} | 1 || 5, || 5 | {{Cs|l}} | 1 || 10, || 7 | colspan="3" {{Cs|lL}} | {{Dotted|}} | {{Cs|l}} | 1 || 10, || 3 | {{Cs|l}} | 4 || 1, || 8 | colspan="3" {{Cs|lL}} | {{Dotted|}} |- | colspan="2" {{Cs|L|padding: 0 .5em}} | {{Dotted|Agosto}} | {{Cs|l}} | 4 || 11, || | {{Cs|l}} | 4 || 4, || 3 | colspan="3" {{Cs|lL}} | {{Dotted|}} | {{Cs|l}} | 2 || 0, || 3 | {{Cs|l}} | 0 || 9, || 5 | colspan="3" {{Cs|lL}} | {{Dotted|}} |- | colspan="2" {{Cs|L|padding: 0 .5em}} | {{Dotted|Settembre}} | {{Cs|l}} | 4 || 5, || 1 | {{Cs|l}} | 7 || 3, || 1 | colspan="3" {{Cs|lL}} | {{Dotted|}} | {{Cs|l}} | 6 || 0, || 7 | {{Cs|l}} | 9 || 4, || 3 | colspan="3" {{Cs|lL}} | {{Dotted|}} |- | colspan="2" {{Cs|L|padding: 0 .5em}} | {{Dotted|Ottobre}} | {{Cs|l}} | 4 || 11, || 4 | {{Cs|l}} | 10|| 7, || 2 | colspan="3" {{Cs|lL}} | {{Dotted|}} | {{Cs|l}} | 3 || 0, || 8 | {{Cs|l}} | 3 || 6, || 5 | colspan="3" {{Cs|lL}} | {{Dotted|}} |- | colspan="2" {{Cs|bL|padding:0 0 1em .5em}} | {{Dotted|Novembre}} | {{Cs|lb|padding-bottom:1em}} | 2 || {{Cs|b}} | 9, || {{Cs|b}} | 2 | {{Cs|lb|padding-bottom:1em}} |11 || {{Cs|b}} | 5, || {{Cs|b}} | 5 | colspan="3" {{Cs|lb|padding-bottom:1em}} | {{Dotted|}} | {{Cs|lb|padding-bottom:1em}} | 3 || {{Cs|b}} | 6, || {{Cs|b}} | 0 | {{Cs|lb|padding-bottom:1em}} | 2 || {{Cs|b}} | 6, || {{Cs|b}} | 3 | colspan="3" {{Cs|lb|padding-bottom:1em}} | {{Dotted|}} |- | colspan="2" {{Cs|C}} | Somme | {{Cs|l}} | 31. || 7, || 8 | {{Cs|l}} | 59 || 2, || 0 | colspan="3" {{Cs|lL}} | {{Dotted|}} | {{Cs|l}} | 29 || 9, || 2 | {{Cs|l}} | 39 || 1, || 4 | colspan="3" {{Cs|lL}} | {{Dotted|}} |- | colspan="8" | &nbsp; |} <noinclude>Pei Ristretti Meteorologici, Pioggie, qualità de’ Giorni degli Anni 1781, 1782, 1783, vedi nei loro rispettivi Discorsi degli Anni suddetti.</noinclude><noinclude></noinclude> nh2nur1kxuki2ile884ysf75xzqtqw9 Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/286 108 753279 3876890 2966480 2026-08-27T12:50:45Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3876890 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|278|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>{{Ct|class=capitoletto|PIOGGIE DELL’ANNO 1792. IN VARJ LUOGHI D’ITALIA.}} {{Ct|class=anno|In Pollici, Linee, e Decimali del Piè di Parigi.}} {| align=center style="text-align:right; border:3px solid black; border-collapse:collapse; font-size:smaller" | {{Cs|b}} | | colspan="2" {{Cs|lbC|padding:1em .25em}} | Alt. in Pu. | colspan="2" {{Cs|lbC|padding:1em .25em}} | Ariano | colspan="2" {{Cs|lbC|padding:1em .25em}} | Brescia | colspan="2" {{Cs|lbC|padding:1em .25em}} | Cerciven. | colspan="2" {{Cs|lbC|padding:1em .25em}} | Chiozza | colspan="2" {{Cs|lbC|padding:1em .25em}} | Coneglian | colspan="2" {{Cs|lbC|padding:1em .25em}} | Fossombron. | colspan="2" {{Cs|lbC|padding:1em .25em}} | Ferrara | colspan="2" {{Cs|lbC|padding:1em .25em}} | Mansuè | colspan="2" {{Cs|lbC|padding:1em .25em}} | Molfeta |- | {{Cs|L|padding-top:1em}} | {{Dotted|Gennaro}} | {{Cs|l|padding-top:1em}} | 2. || 5,8 | {{Cs|l|padding-top:1em}} | 2. || 9,4 | {{Cs|l|padding-top:1em}} | 4. || 0,0 | {{Cs|l|padding-top:1em}} | 2. || 2,7 | {{Cs|l|padding-top:1em}} | 3. || 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|| 0,0 | {{Cs|l}} | 6. || 6,8 |- | {{Cs|L}} | {{Dotted|Settembre}} | {{Cs|l}} | 0. || 6,8 | {{Cs|l}} | 1. || 8,4 | {{Cs|l}} | 2. || 10,0 | {{Cs|l}} | 19. || 3,0 | {{Cs|l}} | 4. || 3,3 | {{Cs|l}} | 5. || 0,8 | {{Cs|l}} | 2. || 5 | {{Cs|l}} | 2. || 0 | {{Cs|l}} | 5. || 5,0 | {{Cs|l}} | 0. || 8,1 |- | {{Cs|L}} | {{Dotted|Ottobre}} | {{Cs|l}} | 3. || 2,5 | {{Cs|l}} | 2. || 6,9 | {{Cs|l}} | 11. || 4,0 | {{Cs|l}} | 5. || 6,3 | {{Cs|l}} | 2. || 10,1 | {{Cs|l}} | 6. || 5,8 | {{Cs|l}} | 4. || 5 | {{Cs|l}} | 2. || 4 | {{Cs|l}} | 5. || 0,9 | {{Cs|l}} | 3. || 2,7 |- | {{Cs|L}} | {{Dotted|Novembre}} | {{Cs|l}} | 2. || 10,3 | {{Cs|l}} | 2. || 5,0 | {{Cs|l}} | 6. || 0,0 | {{Cs|l}} | 4. || 4,6 | {{Cs|l}} | 3. || 9,3 | {{Cs|l}} | 2. || 10,8 | {{Cs|l}} | 2. || 7 | {{Cs|l}} | 4. || 4 | {{Cs|l}} | 3. || 2,1 | {{Cs|l}} | 1. || 4,5 |- | {{Cs|L|padding-bottom:1em}} | {{Dotted|Decembre}} | {{Cs|l|padding-bottom:1em}} | 0. || 11,6 | {{Cs|l|padding-bottom:1em}} | 3. || 3,6 | {{Cs|l|padding-bottom:1em}} | 4. || 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/>{{RigaIntestazione|14|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>dal concilio di Trento<ref>Sacrosancti Concilii Tridentini Sess. XXIV. Cap. I. et seq. </ref>, con paterna sollecitudine intraprese la sacra visita. Mosse il giorno 19 aprile 1786 dalla cattedrale e quindi ad una ad una visitò le borgate, i castelli soggetti alla sua episcopale giurisdizione, portando ovunque le consolazioni e le provvidenze consigliate dalla carità e dallo zelo. Le fatiche, gl’incomodi, i pericoli disprezzò con coraggio apostolico, né fuvvi in diocesi luogo aspro o paludoso, ove non si diffondessero per la presenza del vescovo spirituali e temporali vantaggi. Provvedeva da un lato ai bisogni delle varie chiese, ai reclami del clero e del popolo, diffondeva dall’altro elemosine ai poveri, rimoveva gli scandali e le cose del culto avvantaggiava mirabilmente. E qui è luogo a ricordare sommariamente varie delle moltissime cose operate in Imola dal Chiaramonti durante il decennio del suo memorabile episcopato: e più certamente avrebbe egli fatto se meno calamitosa volgeva l’età, in quella parte specialmente dei domini pontifici prima delle altre agitata e sconvolta dalla invasione francese<ref>Per quello che riguarda Imola e la importanza storica e topografica dell’Emilia, senza aver ricorso a ciò che dicono i moderni, basta ricordare le parole di Plinio «''Forum Cornelii, oppidum in Aemilia, quod et forum Sillae appellatur, utroque nomine deducto a Cornelio Silla dittatore, qui ibi primus forum instituit Foro Corneliensis agri meminit. Hodie Imolam vocant quasi Æmiliam a nomine viae, in qua sita est.''» Plin. Lib. III. Cap. XVI. </ref>. X. La chiesa di Castel Bolognese da altri incominciata e da lui condotta a termine, quella dei Badiani edificata dalle fondamenta sarebbero perenne monumento di animo generoso se ad altre e più memorabili opere noi serbava la provvidenza. Intese l’animo suo a migliorare le condizioni di Lugo: rese più vasto l’ospedale civico, dotò di asilo le giovani orfane; a proprie spese perfezionò la chiesa di s. Maria della regola, la consacrò insieme a quella dei padri Carmelitani. La parrocchia di S. Lucia trasferì nella chiesa di s. Bernardo per servire al decoro; e altre non<noinclude><references/></noinclude> 7vdimqh9pkl96lh9bcxg7kt9tixqec6 Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/36 108 763578 3876857 2719560 2026-08-27T12:39:57Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876857 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|16|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|rato|moderato}} in tutte le azioni della vita, si armò sempre di eroico e santo coraggio quando vide in qualche modo o compromesse o attaccate le prerogative della sua chiesa<ref>Egli che, vescovo di Tivoli, erasi dichiarato pronto a dare la sua dimissione se alla difesa da lui fatta dei suoi episcopali diritti non si fosse resa la dovuta giustizia, per la questione insorta in Imola fra lui e il cardinal Spinelli legato di Ferrara non dubitò di dire, che non vivea più in comunione col detto porporato. S’interposero prudentemente i cardinali amici d’ambo le parti: furono in pace composte le vertenze e al Chiaramonti che impavidamente sostenea i diritti della sua chiesa, si fecero le debite scuse.</ref>. Pretendeva il cardinal Spinelli legato di Ferrara esercitare la sua giurisdizione in certe terre formanti parte della diocesi imolese. Chiaramonti con quello spirito di mansuetudine e di modestia, da cui vedremo informate tutte le sue azioni, volle sulle prime persuadere il collega a desistere da quell’atto arbitrario: e poiché vide inutili le rimostranze, senza rinunciare alla moderazione, parlò da vescovo: sostenne i diritti della sua chiesa: energiche furono le difese: immediato il riparo. XII. Ed appunto da quest’epoca segnano il loro principio le dure prove e crudeli, che consumarono dolorosamente la vita dell’immortale Pio VI e collocarono nel punto più culminante la gloria del mansueto e magnanimo di lui successore. Discorrerò sommariamente i fatti che si congiungono alla nostra storia. Lo spirito filosofico, che avea preparati in Francia i mali e fomentate le discordie e le stragi che hanno tristamente contrasegnata la fine del secolo XVIII raccoglieva il frutta delle sparse dottrine. La repubblica di Francia bagnata di sangue dopo aver rovesciati gli ordini sociali, violate le leggi umane e divine, uscita in armi, prese a minacciare l’Europa. L’Italia divisa nelle sovranità e negl’interessi, indifesa dalla parte delle alpi, era facile a conquistarsi. Sino dal principio della rivoluzione Mirabeau avea gridato, doversi invadere la ricca penisola per ristorare le finanze di Francia<ref>Hardion — Storia Univers. Tom. XXVII.</ref>: il rio {{Pt|con- |}}<noinclude><references/></noinclude> 73t261wgh2ckb6dzq9zg3a4atjpe91m Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/41 108 763598 3876772 2719566 2026-08-27T12:21:00Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876772 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO I|21}}</noinclude>lodarsi della mediazione spagnola<ref>Questo disgraziato ministro sembrava destinato ad accreditare in tutte le circostanze con la sua autorità la mala fede di coloro con i quali negoziava e sacrificare in pari tempo quelli per i quali trattava. È singolare il riflesso che il cavalier de Azara dopo aver tante volte compromesso il suo nome, rimanea sempre amicissimo di chi aveva sacrificato. Vedi Coppi Ann. d’Ital. anno 1796. </ref> spediva a Parigi negoziatori di pace che nulla ottennero. XV. L’ordine degli eventi ci trasporta sull’Emilia d’onde il vescovo d’Imola Chiaramonti di se non temente, sollecito della salute del proprio gregge, non volle allontanarsi per proteggere con la voce e con gli scritti la religione e la fede, e gettar così le fondamenta di sua futura grandezza. Mentre in Roma e nello stato facevansi enormi sacrifici per soddisfare ai duri obblighi contratti per l’armistizio, pesavano su noi nuove sciagure: la pace era un bisogno, impossibili i patti per conseguirla. Il bersagliato Pio VI non dovea, non potea cedere alla esorbitanza delle domande: voleansi dal direttorio chiusi i porti agl’inglesi, negato il passo ai nemici, aperto ai francesi: voleasi la rinunzia a Ferrara, a Bologna, a Benevento, Castro, Ronciglione e Pontecorvo: esigevasi dal pontefice revocati gli atti emanati dall’ottantanove per le cose di Francia e ordinate pubbliche preci per la incolumità della repubblica. Dissentirono i cardinali, si ruppero le trattative. Diriggeva intanto il santo padre un breve ai principi, invitandoli a sostenere gl’interessi della religione: grave per anni soggiungeva, darebbe esempio di costanza ai popoli e ai re. Magnanimo, tenne la sua parola. Il cardinal Chiaramonti, che in tempi tanto calamitosi, e in tanto tumulto di armi avea con l’affabilità dei modi frenato l’impeto dei vincitori, e resi più umani, o meno esigenti verso il paese, che andavano occupando<ref name=p21>Fu visto passeggiare per Imola con gli ufficiali dell’armata francese: li convitò tal volta, memore, che il vescovo di Nizza il quale non avea dato saggio di moderazione in circostanze</ref>, vide con profondo dolore i {{Pt|citta-|}}<noinclude><references/></noinclude> touwdwyy695j04jpdxdt7fd27badg86 Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/42 108 763600 3876774 2719567 2026-08-27T12:21:26Z Dr Zimbu 1553 3876774 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|22|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|dini|cittadini}} di Lugo sorgere in armi contro i francesi gridandoli invasori e peggio <ref>Nacque l’insurrezione per le imposizioni dei francesi divenute gravosissime, e più per aver visto metter la mano sulla statua d’argento rappresentante s. Ilario patrono della città. </ref>; seguire Imola il movimento, danni tremendi inevitabili provocando sulla sventurata provincia<ref>Ingrossavano le fila degl’insorti i cittadini d’Imola. Infelici! Pagarono ben presto il fio della loro devozione verso la santa Sede. Bonaparte nel darne conto al direttorio scrivea « Stampe sediziose, predicatori fanatici suscitarono dapertutto la ribellione. I rivoltosi ordinarono in pochi giorni quello che essi chiamavano l’esercito canonico e papale. Stabilirono il loro quartier generale a Lugo, grosso borgo nella legazione di Ferrara quantunque appartenente alla Romagna. </ref>. Diresse lettere agl’insorti: disse il papa rispettar l’armistizio, profonder tesori per la osservanza dei patti; esser reo chi cercava disperdere immense cure, sacrifici enormi: mostrò i pericoli cui andavano incontro coll’insorgere contro un nemico forte, agguerrito, pronto a punirli. Vane parole! Nel bollore dell’ira generosa non intesero la voce del pastore, e perchè negava benedire alle armi con tanto disordine concitate e a sicura perdizione raccolte, lo dissero amico ai francesi, fautore di libertà<ref>Vedi Coppi annali d’Italia in continuazione del Muratori anno 1796. Tom. I pag. 412. </ref>. Il generale in capo dava ad Augereau incarico di disperderli. La rapidità delle mosse, il numero dai combattenti, le vendette terribili esercitate mostrarono bene, che più del frenarli era nell’animo dei francesi desiderio d’incuter terrore alle popolazioni, onde gli esempi non avessero a rinnovarsi. Cappelletti incaricato d’affari di Spagna andò mediatore a pregare gl’insorti volessero deporre le armi pacificamente e risparmiare danni supremi a loro stessi, alle loro famiglie, alla patria: prevalse lo sdegno, si venne al sangue. Posti in mezzo il sette ottobre dai soldati capitanati <ref follow=p21>meno penose, anzi che giovare al suo popolo ebbe a stento dal generale Anselme tanto di tempo, che bastavagli appena ad allontanarsi dalla sua sede e rifugiarsi a piedi a Scarena.</ref><noinclude><references/></noinclude> e9zrydd0wb9cwm107vkk0ll2ol1dcdo Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/50 108 763717 3876765 2719575 2026-08-27T12:18:41Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876765 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|30|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|more|timore}}, commossi dalla gravità dei casi, siansi discostati da quello spirito di fortezza e di coraggio, magnanime virtù, delle quali in seguito ha egli date al mondo nobilissime prove<ref>Avvi chi discostandosi dal suo ufficio d’istorico prende ad esaminare la omelia nelle varie sue parti, ne cita i brani, invita i lettori con una franchezza, che incanta a vedere quali sono i pensieri del cardinal Chiaramonti, e quali i passi dettati dai confidenti del vescovo. Egli vi si fa strada scrivendo «Esaminiamo adunque colla maggiore libertà l’Omelia» E poiché pareagli, com’è veramente brutto ufficio quello di censurare l’opera di un virtuosissimo vescovo, che dovea divenir fra non molto il pastore supremo della cristianità scrive «La lode generalmente parlando, non è mai tanto verace, tanto piena, che allorquando noi la veggiamo accompagnata qualche volta da rimprocci meritati, che la sospendono, per così dire, e che la rendono più efficace, più luminosa quando di nuovo è largita».</ref>. XX. Ogni giorno per altro le sventure aumentavano di peso e d’intensità. Gemea nel fondo del cuor suo il Chiaramonti e allo spirito irreligioso che andava serpeggiando per tutta l’Italia or fraudolento e nascosto, or manifesto e feroce, opponea barriera di amorevoli consigli, di esortazioni paterne così che omelie aggiungendo a omelie, preghiere, a preghiere, chiamò su lui l’attenzione delle autorità francesi, che l’ebbero in sospetto. Non mancarono accuse. Chiamato innanzi la polizia di Milano, seppe difendersi: andò assoluto. Invitato a dare il giuramento civico, si rifiutò: conseguenza, la perdita dell’entrate, i rimproveri, gl’insulti dei giornali che in quel torno pubblicavansi dentro e fuori l’Italia. Giovò l’esempio: Gli ecclesiastici si ricusavano anche essi e anch’essi vidersi spogliati delle rendite, degli onori e persino di quanto serve alla vita. I magistrati repubblicani, cui era di peso la presenza del vescovo, valido e santo freno alle intemperanze del popolo, mirabile eccitamento alla costanza e allo zelo del clero, escogitavano tutti i mezzi di perderlo e bene ottenuto l’avrebbero, se al Chiaramonti veniva meno il coraggio. Riferivano avere il cardinale concitati gli animi contro i francesi, aver fatto<noinclude><references/></noinclude> 75axp4ytx8nlqj7hgdyk508jfgqidb1 Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/74 108 763750 3876854 2719596 2026-08-27T12:39:25Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876854 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|54|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>dei veneziani mirabilmente eccitavano a sentimento di ossequio verso la sede apostolica, facevano temere a tutta l’Italia e in modo speciale a Roma ben lontano il giorno in cui il papa sarebbesi nei suoi dominî, a seconda dei pubblici voti, ristabilito. Pio VII però, che aveva fermo in cuore il ritorno alla città eterna avvisava a tutti i mezzi di dar compimento al suo voto. Il giorno quindici maggio lettera enciclica scrivea ai vescovi cattolici<ref>Littera Encylica ad omnes catholicos episcopos: Veneliis ex monisterio s. Georgii majoris die XV maii an. MDCCC pontificatus sui anno I. Essa incomincia — ''Diu satis videmur apud vos tacuisse''. — Per essa richiamansi le facoltà provvisoriamente concesse ai vescovi dalla s. m. di Pio VI a motivo della difficile e dolorosa circostanza nella quale trovavasi la chiesa dopo il suo allontanamento da Roma.</ref>, nella quale con la soavità, la tenerezza e l’affezione di un padre descrive i mali, che opprimono la chiesa, ne propone i rimedi, ne inculca con energia l’osservanza: essa sarà sempre riguardata come norma infallibile e sicura di chi siede al timone della navicella di Pietro<ref>È rimarchevole il seguente passo della enciclica con la quale si fà a deplorare i mali, che pesano sulla Francia. « Noi sentiamo una profonda tristezza ed un vivo dolore pensando a quelli dei nostri diletti figli, che abitano la Francia e sacrificheremmo la nostra vita per essi, se la nostra morie operar potesse la loro salute. Una circostanza però diminuisce e mitiga il nostro dolore; ed è la forza, la costanza, che molti di voi hanno mostrato e che sono imitate da tante persone di ogni età, d’ogni sesso e d’ogni condizione. Il loro coraggio a non macchiarsi di un giuramento illecito e colpevole per continuare ad obbedire ai decreti, ed alle sentenze della santa sede apostolica, resterà eternamente scolpito nella nostra memeria quanto la crudeltà rinnovellata dei tempi antichi, colla quale sono stati perseguitati quei fedeli cristiani ».</ref>. Non volle il pontefice lasciar<noinclude><references/></noinclude> ckafu70yuncbwzh8cu8vi3lz1p7ktxg Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/297 108 763779 3876800 3875760 2026-08-27T12:27:17Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876800 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" /></noinclude>{{Ct|f=200%|'''LIBRO VI.'''}} {{Rule|t=2|v=2|4em}} {{Ct|f=120%|v=2|L=0.2em|''SOMMARIO.''}} ''La Francia intima guerra alla Russia. Napoleone varca il Niemen: invade il territorio nemico: occupa Smolesko: entra in Mosca evacuata dai russi. Incendio della città: disastri dell’esercito. Invano offre pace allo czar. Stretto dalle circostanze torna a Parigi. Decimato è l’esercito dal furore dei cosacchi, dall’ira degli elementi. Il senato, ligio ai voleri di Napoleone, ordina una nuova leva. Tenta l’imperatore riconciliarsi con Pio VII e recasi a Fontainebieau. Questi resiste, quello abbandonasi all’impeto della collera. Si rinnovano gli assalti e il papa sopraffatto dalle insistenze di alcuni vescovi e cardinali, ceda e segna i preliminari di un concordato, che dovea rattificarsi dopo il ritorno dei porporati. Per non urtare le suscettibilità imperiali decide Pio VII di scrivere a Napoleone e annullare quell’atto, che potea tornar dannoso alla santa sede. Partecipa ai cardinali la lettera, e la spedisce a Parigi. Napoleone prorompe in minaccie letali, e decide di dare pubblicità e forza di legge a quella larva di concordato, dichiarato dal papa irrito e nullo. Si rinnovano i rigori verso l’augusto prigioniero: il cardinal di Pietro, creduto autore di quella lettera, è deportato. Stretto dalle angustie, derogando alle antiche leggi, provvede il papa al futuro conclave e le sue determinazioni partecipa al''<noinclude><references/></noinclude> gf0aci9b3hhpfmoj5hvzpqvtmx6908q Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/154 108 764204 3876836 2719677 2026-08-27T12:36:11Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876836 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|134|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>nei rapporti politici e morali della nazione con Roma: conserverà la Francia e il suo moderatore supremo riconoscenza indelebile verso quegli, le cui inestimabili virtù chiamarono al governo della chiesa universale: vuole Napoleone che siano resi a Pio VII gli onori istessi che da Carlo magno ottenne il pontefice Leone III. Non tutti però mostraronsi favorevoli a queste parole e alla forza del loro significato. Divisi erano i sentimenti e diverse ragioni adducevansi dall’una parte e dall’altra<ref>Due cardinali coraggiosamente sostennero il partito dei Borboni in Francia. Essi dichiararono illegale e illegittima l’esezione: cinque rappresentarono il pericolo, al quale esponevasi la santa sede con questo atto, che avrebbe provocato il risentimento dei sovrani d’Europa, e in modo speciale di quelli che appartenevano ai Borboni, e alla casa d’Austria. Pio VI, aggiungevano, per non far torto all’imperatore di occidente non riconobbe l’imperatore delle Russie se non dopo le vive insistenze di Giuseppe II. Desiderò un altro di veder differita la gran ceremonia, finchè Napoleone non avesse restituito alla s. sede i suoi diritti, Egli, dicea, che distribuisce regni e principati, non ha neppur mostrato di voler rendere alla chiesa la metà del suo patrimonio. Gli altri erano favorevolmente disposti.</ref>. Alcune lettere di Napoleone vennero a calmare i timori di Pio. Assicurava la prima che le armi russe non sarebbero mai scese in Italia: prometteva con l’altra equa soddisfazione sul rapporto del concordato stabilito con la repubblica italiana: l’invitava con l’ultima a consacrarlo imperatore dei francesi. Il felice effetto, così scriveagli l’uomo alla cui grandezza mancava ancora quel sacro carattere che è impresso dalla religione, il felice effetto che provano la morale e il carattere del mio popolo pel ristabilimento della religione cristiana mi anima a pregare vostra santità di darmi una novella prova dell’impegno ch’ella prende ai miei destini ed a quelli di questa grande nazione, in una delle più importanti congiuntùre che possano offrire gli annali del mondo. Io la prego a venire, per imporre nel più eminente grado il carattere della religione alla ceremonia della consacrazione<noinclude><references/></noinclude> 7t2uovqijg0j1swx7h2jml7fqpkrweb Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/192 108 764394 3876766 2720046 2026-08-27T12:19:07Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876766 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|172|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>sede e la Francia avea aperto l’animo suo alla speranza d’esser preservato da così amaro disgusto. Vivissima, aggiungeva il pontefice, è la nostra afflizione e per rispetto alla presente invasione diremo alla maestà vostra che quanto noi a noi stessi dobbiamo e gli obblighi da noi contratti coi nostri sudditi ci sforzano a domandare lo sgombramento di Ancona, e a dichiarare che ove venisse rifiutato noi non vedremmo come potrebbe conciliarsi la continuazione delle nostre relazioni col ministro di vostra maestà in Roma, essendo queste in opposizione col trattamento da noi ricevuto in Ancona. Conchiudeva il papa tutto dipendere dalla volontà imperiale, e perciò sicuro che vorrebbesi liberarlo dal peso di tante amarezze. Questa lettera giungeva a Napoleone nel momento in cui battuti gli austriaci e i russi, stavasi egli alle porte di Vienna. Le risposte spedite a Pio VII dopo la vittoria di Austerlitz, e il trattato di pace sottoscritto a Presburgo il ventisette decembre vennero ad offrire nuovi argomenti di affanno ad un animo abbastanza addolorato dai mali presenti e da quelli maggiori, che potevansi prevedere. II. Sul cominciare del 1806 da Monaco in Baviera rispondeva Napoleone a Pio VII. Causa della occupazione di Ancona asseriva il cattivo ordinamento militare adottato dalla santa sede ed altre ragioni; intanto per certe parole lasciavasi vedere diffidente del segretario di stato Consalvi. E mentre così adoperavasi direttamente, per mezzo del cardinal Fesch avvisava aver fermo in cuor suo doversi Roma ottemperare all’assoluta sua volontà, eseguire gl’intimi suoi voleri, riguardarlo qual Carlo magno nelle cose spettanti alla chiesa: oveciò non volesse eseguirsi minacciava avrebbe sconvolti gli attuali sistemi, separato lo spirituale dal temporale, inviato un senatore per governare in suo nome, lasciando il papa vescovo di Roma. I modi minaccevoli scossero la tranquilla natura di Pio, che chiamato a se il cardinal Fesch dolcemente faceasi a favellargli, ne pago a ciò solo, scrivea il dì ventinove gennaro lunghissima lettera a Napoleone, con la quale prendeva a difendere validamente la santa sede e con l’affabilità sua connaturale studiavasi di raddolcire {{Pt|l’a-|}}<noinclude><references/></noinclude> dwf9ay3l13x37tgnyo88jajgitve909 Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/193 108 764395 3876767 2720048 2026-08-27T12:19:21Z Dr Zimbu 1553 3876767 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO IV|173}}</noinclude>{{Pt|nimo|l’animo}} irritato di quel monarca. Inefficaci riuscirono le cure, inutili le preghiere. Nuove lettere minacciose seguivano la prima: domandavasi l’istantanea espulsione da Roma e da tutto lo stato di quanti erano fra noi inglesi, russi, svedesi e sardi, non che gli agenti e i ministri di quelle corti: la totale chiusura dei porti di mare ai navigli di quelle nazioni. Chiedeva Fesch udienza dal santo Padre per fargli noti i sentimenti espressi nella lettera, che aveva officialmente rimessa al segretario di stato. Meditavansi da Pio e dai suoi consiglieri le risposte quando, latore di nuove pretensioni, giungea con dispacci un ufficiale napoleonico che presentavali in mano a Pio. Li lesse con fermezza di animo e vide che omai apertamente cercavansi tutti i mezzi di creare imbarazzi alla santa sede. Per aver tempo di consultare nel grave affare il collegio dei cardinali era Fesch prevenuto dal segretario Consalvi, che avrebbe il papa direttamente risposto all’imperatore con quella sollecitudine, che l’importanza degli affari esiggeva. Videsi per tal modo il padre dei fedeli posto nella dura alternativa o di tradire il suo ministero di pace o di resistere alla volontà imperiale. In così urgente bisogno intimò il concistoro. Grave era l’affare, arduo il parere che domandavasi ai cardinali. Sotto sacramentale segreto venne distribuita copia dell’ imperiale dispaccio e della nota di Fesch: vennero formulati i quesiti: in iscritto voleasi la risposta, che doveva leggersi dopo due giorni in una seconda adunanza d’aversi per intimata. Così saviamente in tanto alto pericolo procedeva Pio VII; così assicuravasi il consiglio del sacro collegio. Un corriere straordinario portava a Parigi la risposta, che sola doveasì attendere dalla grandezza d’animo del sommo pontefice e dei suoi consiglieri. Rispondea il papa non potere come capo della chiesa ortodossa aderire alle inchieste e tanto gravi ragioni esponevansi da mostrare chiaramente l’ingiustizia della domanda. Una nota da Talleyrand inviata al cardinale Caprara legato dichiarava irremovibile l’imperatore nei suoi propositi. A Parigi le forti ragioni addotte dal santo padre lungi dal produrre l’effetto desiderato, {{Pt|pro-|}}<noinclude><references/></noinclude> knbchr30w9ype9vfwhmmaum1yi43vq8 Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/196 108 764430 3876851 3876316 2026-08-27T12:38:49Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876851 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|176|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|ge|legge}} agli stati italici, senza aver portata un emenda sugli articoli che riferisconsi al divorzio, dalle leggi evangeliche solennemente vietato. Conchiudevasi quell’ufficio col dire, che ove inefficaci riuscir dovessero le rimostranze, per non mancare al primo essenziale ufficio dell’ apostolico ministero, e provvedere alla tranquillità della sua e delle altrui coscienze, avrebbe alzata la voce per insegnare ai fedeli quali erano le vie della verità, quali le vie dell’errore. IV. Le preghiere di Pio non erano giunte ancora a Parigi quando il di ventisette gennaro si lesse per Roma l’ordine del giorno di Giuseppe Bonaparte comandante generale l’armata da Napoleone spedita al conquisto di Napoli, relativo agli alloggi e approvigionamenti dell’esercito: più tardi richiamava l’attenzione del pubblico il regolamento delle truppe segnato dall’ajutante Aymé. Intanto i gravi dispendi, le impreviste sventure alle quali andava sottoposta la sede apostolica superando le deboli risorse del pontificio erario videsi, Pio VII obbligato ad imporre a titolo di ''prestito perequativo'' la tassa di bajocchi quindici per ogni centinajo di scudi di possidenza catastale: ed un altra dativa gravitò sul terratico eguale all’ordinaria, e questa imposizione suggerita dagli imperiosi bisogni dello stato pesava anche sù i corpi privilegiati comprensivamente ai cardinali, al tribunale del santo ufficio, ai cavalieri di Malta stati liberi sempre da qualsiasi regalia a beneficio del pubblico erario. Al pontefice conturbato per nuovi eventi giungevano incessantemente da Parigi imperiali dispacci. Parea che nulla fosse più in cuore all’imperatore e ai suoi ministri che le cose di Roma: e queste incessantemente volgeva in animo, e Roma costantemente appetiva. Il ministro Talleyrand spediva a Parigi le note al cardinal Caprara: questi inviavale al santo padre. In Roma il ministro di Francia dicevasi soverchiamente animoso: in Parigi era accusato di non essere abbastanza energico nella sua condotta: tacciavasi di troppi riguardi, di circospezioni soverchie. Era oramai impossibile il non vedere scoppiare quella tempesta che dovea travolgere in basso le condizioni dello stato di santa chiesa, e dare un<noinclude><references/></noinclude> 7ee19i0ndojjnn03ak7qyze42m98deg Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/210 108 764492 3876793 2720380 2026-08-27T12:24:31Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876793 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|190|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>vecchio cardinal de Bayanne. Il papa che attendeva di giorno in giorno notizie delle trattative, seppe che nulla meno voleasi dal suo inviato che l’apposizione della firma ai trattati e vide, incredibile a credersi, che per un ordine imperiale, spedito prima dell’arrivo di questo negoziatore di pace fra il pontefice e l’imperatore, comandavasi al generale Lemarois di prender possesso col titolo di governatore generale delle città e provincie di Ancona, Macerata, Urbino e Fermo. La sorpresa eguale al risentimento, costrinse il papa a scrivere di suo pugno al cardinal de Bayanne per comandargli che fossero le trattative sospese<ref>Lettera di Pio VII al cardinale de Bayanne del dì nove novembre. Docum. relativi Tom. II.</ref>. Questa lettera non era giunta ancora al destino quando da Parigi arrivavano in Roma notizie di quel porporato, che avvisava non avergli ancora l’Imperatore accordata udienza: lettere pervenivano dalle invase provincie per le quali apprendevasi che il prelato Agostino Rivarola governatore di Macerata era stato tradotto alla fortezza di Pesaro, perchè, fedele ai propri doveri rifiutandosi dall’obbedire al generale Lemarois, avea emessa protesta contro quella occupazione violenta. Intanto per le sale e per i ridotti di Roma andavasi dicendo che a quell’atto arbitrario erasi determinato Napoleone onde appoggiare le trattative e indurre il papa ad una più pronta e più facile adesione: altri, e più giustamente, traendo dal passato i presagî dell’avvenire, stimavano che i francesi voleano assicurarsi quel possesso per mantenerlo in un modo o nell’altro, qualunque fosse l’esito delle trattative. XIV Pio VII confidente in Dio, circondavasi spesso dei suoi cardinali e attingea dai loro franchi consigli nuove forze per resistere alle altrui intemperanze. Intanto i mali presenti e le lontane paure lungi dall’avvilire l’animo suo generoso, della grandezza e della gloria della sua Roma lo rendevano studiosissimo. Sapeasi che o presto o tardi verrebbe l’ambita Roma in mano ai francesi, e<noinclude><references/></noinclude> eptzb373j99oha78lp16kp6r6khyfb3 Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/220 108 764503 3876849 3876230 2026-08-27T12:38:36Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876849 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|200|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>contumelie, agli oltraggi la mansuetudine e la pazienza, sicuro che le umiliazioni sarebbero tornate a gloria della religione cattolica e di Roma. Si dolsero i sudditi e più il papa dell’arresto del prelato Guidobono Cavalchini governatore della città, che sotto l’incredibile accusa dell’essersi rifiutato dall’amministrare la giustizia, videsi tradotto a Fenestrelle, fortezza posta alle fauci delle alpi, fondata a difesa d’Italia, divenuta famosa per i personaggi di alto nome ch’ivi furono sostenuti. Questi, prima di allontanarsi, ottenne di scrivere al santo padre lettera che venne pubblicata e letta con universale interesse. Arse di sdegno Miollis e la sua polizia sequestrò quanti esemplari gli giunsero in mano; se ne abbruciarono oltre a due cento. Il papa, cui non rimaneva più in cuore speranza alcuna di pace, vide allontanarsi da Roma il signor Le-Febvre, uomo che avea scritto sempre a Parigi con leale fermezza e sempre usate col papa rispettose parole. Gli oltraggi portati alla sovranità, le usurpazioni che si succedevano ogni giorno formarono oggetto di note agli ambasciatori residenti in Roma, che non mancarono di circondarlo di cure. Miollis esaurite che ebbe le persuasive, abusò della forza: radunava le truppe, le incorporava alla armata di Francia e arrigandole con superbe parole dicea loro; che l’imperatore e re li assicurava che non più i preti li avrebbero comandati, ma valorosi uomini che aveano dato buon conto di loro sopra i campi di guerra. Questo insulto provocò da parte del pontefice un editto, per i quale dichiaravasi, che la nappa distintiva dei soldati rimastigli fedeli, sarebbe bianca e gialla: che avea protestato contro l’imperiale governo quando vide quasi intieramente occupato il patrimonio di santa chiesa: che egli sollevava la voce perchè sapessero i sudditi che non cedeva che alla forza maggiore. Contrariate le autorità francesi da questi atti di coraggio, si rivolsero contro le persone che circondavano il santo padre. Uomini in armi violarono il domicilio del cardinal Gabrielli che aveasi stanza nel quirinale: di partire fra due giorni per il suo vescovato di Sinigallia ordinavangli; alle sue carte che i più alti<noinclude><references/></noinclude> 7wicdibgdmaokhqao04g3fdjwlw383t Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/230 108 764514 3876769 2720458 2026-08-27T12:19:39Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876769 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|210|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|cea|vincea}} nei campi posti fra Ratisbona ed Augusta. Progredendo essa di vittoria in vittoria con Napoleone alla testa obbligava l’arciduca ad abbandonare l’Italia, marciando a grandi giornate sopra Vienna. Acquistata che l’ebbe, rivolse i suoi pensieri su Roma. Il giorno diecisette maggio 1809 ordinava che gli stati del papa fossero e restassero uniti all’impero francese, che Roma assumesse titolo di città imperiale e libera: che i monumenti a spese del suo tesoro fossero conservati e mantenuti, che il debito pubblico divenisse debito dell’impero, che le rendite del capo della chiesa cattolica sino a due milioni di franchi, liberi da ogni peso, si estendessero. Dichiaravansi non tenuti alle tasse, e liberi fossero da ogni visita i palazzi apostolici. E perchè dovevasi il nuovo stato ordinare, per non mettere tempo in mezzo, nominava nel giorno istesso Miollis governatore generale: creava consulta straordinaria di stato: Saliceti presidente De Gerando, Ianet, Del Pozzo consultori: segretario il giovane torinese conte Balbo. Doveva essa prender possesso il dì primo giugno: dovea il governo costituzionale entrare in vigore col primo gennaro 1840. In questo modo era al sommo pontefice tolto il temporale dominio e venivaRoma in podestà dei francesi. XXVI. Andavasi vociferando per la città che il rapimento del santo padre doveva precedere il cambiamento del governo. Come discordi erano i pareri così erano dubbie le risoluzioni da prendersi. Il cardinal di Pietro, e il barnabita padre Fontana avevano già d’ordine del papa minutata la bolla, con la quale dovevasi protestare in faccia al mondo dello spoglio violento, e colpire gli autori dell’iniquo attentato: teneano pronto lo scritto, a cui dovea aggiungersi soltanto la causa che ultima l’avea provocato. Vivea il papa nelle incertezze, si angustiavano i romani a lui affezionati, quando Miollis che erasi recato a Mantova, donde avea domandati gli ordini imperiali, restituivasi in Roma per riprendere dal generale Lemarois, che lo aveva rappresentato, l’esercizio delle sue attribuzioni. Egli che avea seco il fatale decreto, disponevasi a pubblicarlo. Pochi figli degeneri di Roma, moltissimi o stranieri, o venuti dalle vicine<noinclude><references/></noinclude> jg07odn2nfgux9vuu4ai0jxtx4zhsku Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/247 108 764535 3876838 2720526 2026-08-27T12:36:41Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876838 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO IV|227}}</noinclude>crescente che versavasi sulla piazza da ogni angolo della città. Unanime era il grido di gioja e di dolore espresso dai buoni Avignonesi, e tale che Boisard temè a segno da dar ordine che fossero chiuse le porte della città, perchè sapeasi che dalla strada di Carpentrasso e dalle rive del Rodano, di Linguadocca molto popolo correa sopra Avignone. Fu dato finalmente alla energia del colonnello Boissard il romper la calca tumultuante: egli destramente profittando del momento, fece ai postiglioni il cenno della partenza: il legno allontanavasi rapidamente. XXXVII. Era uscito appena da quella città il santo padre quando giungea da Parigi l’ordine di ricondurlo in Italia. Aveano i Maires e i prefetti segnalato l’entusiasmo dei popoli. Temeasi giustamente che il sentimento religioso, che andavasi manifestando in Francia, potesse, aumentando le simpatie verso il pontefice, creare inciampi al governo. Si giunge il dì quattro Agosto ad Aix alle otto di sera: vivissimo era in tutti il desiderio di ossequiarlo, pochi ebbero la fortuna di vederlo: si stabili peraltro che il papa, affacciato alla finestra dell’albergo, potesse benedire i circostanti. Si prese la via di Nizza: la fama avea già annunziato che Pio VII dovea giungere in quella città di Provenza, che si dispose a riceverlo. Era già in vicinanza al fiume Varo; che i domini della real casa di Savoja divide da quelli di Francia. Lo stato del ponte in costruzione l’obbligò a discendere dalla carrozza: il sole era ardente, penoso il passaggio: uno spettacolo commovente ed inaspettato commosse l’animo del santo padre così, che con un gesto tenne indietro le guardie e, precedendo tutti, si avanzò lungo il ponte. Era la sponda sinistra coperta di popolo savojardo tutto disposto nella più bella ordinanza. Gli uomini di campagna, gli artefici teneano sulle spalle gli utensili dell’arte loro: assumevano i signori le loro più splendide divise, vestiva con eleganza il ceto dei negozianti e dei cittadini; i ministri del culto, coperti degli abiti sacerdotali, aveano alla testa il loro vescovo Giovan Battista Colonna. Riverenti curvarono la fronte a terra appena videro disceso dalla carrozza il vicario di Cristo.<noinclude><references/></noinclude> gjequqp2ddlfj9eo6nq75bxix9qt5g0 Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/273 108 768188 3876840 3876233 2026-08-27T12:36:52Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876840 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO V|21}}</noinclude>{{Pt|ni|milioni}} di sudditi e che disponea di novecento mila baionette: noi faremo Roma la capitale della Italia e vi aggiungeremo Napoli. Che ne dite? Ne sareste contento? Le arti potrebbero ricondurvi la prosperità. Canova, nel cui animo altamente era impresso il principio religioso: ah sire! diceagli, i lavori dei romani portano tutti l’impronta della religione: questa salutare influenza ha salvata l’Italia e Roma dalla rovina: tutte le religioni sono benefattrici delle arti, ma la più splendida loro proteggitrice è la vera religione, la nostra religione cattolica romana. Di una cappella, di una croce si contentano i protestanti: essi non porgono la occasione di eseguire i pregevoli capo lavori, dei quali noi siamo ricchi. Era Canova interrotto da Napoleone, che rivolto alla imperatrice esclamava: Egli ha ragione; i protestanti niente hanno di bello: un’altra seduta accordava Maria Luisa al Fidia dei tempi, che mentre ritraeva le sue sembianze, assumendo da se stesso una missione di pace, senza essere interrogato, mostrandosi tutto intento all’opera sua, osava all’imperatore parlare di Pio VII. Forse imprudenti potrebbero giudicarsi le sue parole, ma tacque Napoleone e prestò attento l’orecchio all’artista, che senza desistere dal suo lavoro, parlando il dolcissimo accento veneziano, diceagli sommessamente: ma, sire, perchè la maestà vostra non si riconcilia in qualche modo col papa? L’imperatrice guardava Canova con meraviglia, mista ad un’interna soddisfazione: rispondeagli il potente monarca: perchè i preti, o signore, vogliono comandare da per tutto. Ah! se ai papi, replicava Canova, non mancava l’ardire, terrebbero essi il dominio d’Italia! Voi, giunto all’apice della grandezza, non permettete, o sire, che i nostri mali si accrescano. Se Roma non è da voi sostenuta, tornerà essa quale era quando i pontefici dimoravano in Avignone. Molti sono gli aquedotti in quella immensa città, moltissime le fontane: eppure queste si disseccarono, quelli si ruppero, divenne Roma un deserto, bevvero i cittadini le acque limacciose del tevere. Queste osservazioni, che dalla storia son confermate, fecero un’impressione sull’animo imperiale profonda in modo da fargli esclamare con forza: ma {{Pt|per-|}}<noinclude><references/></noinclude> gedzrshj0yxey5vmmj6iq9wpt7p6675 Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/283 108 768204 3876797 3876239 2026-08-27T12:26:38Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876797 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO V|31}}</noinclude>maggiore, davansi prove di considerazione sovrana: ad alcuni furono aperte le porte del senato, ad altri quelle del consiglio supremo d’Italia. I buoni temevano, aumentavansi i dubbi nel vedere esclusi da quell’adunanza i pastori, che aveano rifiutato il giuramento al governo. È però ben consolante il riflesso che in mezzo alla corruzione del secolo, la voce della coscienza prevalse nel cuore dei vescovi e la maggior parte di essi si mantenne fedele al proprio dovere. A cento quattro sommava il numero dei padri a questo atto adunati, non dal pontefice, non dal primate della Francia, ma dalla volontà imperiale. Sei cardinali, nove arcivescovi nominati. Erano quarantanove prelati francesi, quarantatre italiani, due tedeschi, uno svizzero. Adunavansi nelle sale dell’arcivescovado: si trasferivano in forma pubblica alla chiesa metropolitana. Di cantici, di preghiere risuonarono le volte del tempio e a tenore del concilio Toledano decretavasi sulle prime che niuno dar si dovesse a dispute oziose, vane e ostinate, che tutto enunciare si dovesse con calma e con gravità in modo, che l’agitazione dei partiti non recasse pregiudizio alla mente: stabilivasi in fine, che niuno avrebbe lasciato Parigi prima della chiusura, ove la lontananza non fosse autorizzata e permessa dai padri. Si domandò individualmente a ciascuno se piaceva loro che si adunasse il concilio. Dubois de Sauzay arcivescovo di Bordeaux rispondea: salva l’obbedienza dovuta al pontefice: Maurizio di Broglio vescavo di Gand, Francesco Giuseppe Hiru vescava di Tournay, Stefano Antonio di Boulogne vescovo di Troies non mostrarono minor coraggio. Memoranda prova di animo virtuoso dava a quella assemblea il vescovo di Chambéry, col proporre di andar tutti ai piedi del trono per reclamare la libertà del supremo gerarca di santa chiesa. Appoggiarono generosamente quella mozione il vescovo di Gerico suffraganeo di Munster e vari vescovi italiani, frà i quali distinguevasi quello di Brescia. E già dalle prime sessioni prevedeva il governo, che i prelati a secondar: le sue mire non erano affatto proclivi. Formaronsi due partiti quello della corte, e quello della religione, ma a gloria dell’Italia e della {{Pt|Fran-|}}<noinclude><references/></noinclude> b3gxicuxq0dhhkm3j5rui9p42n8bdy3 Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/288 108 768214 3876798 2729242 2026-08-27T12:26:53Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876798 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|36|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>concilio con sorpresa di tutti, si sciolse e per la città più non parlossi degl’imperiali decreti, della resistenza opposta dal papa, delle arti usate per superarla, delle istituzioni, degli atti emanati, della bolla e delle controversie che aveva eccitate. XX. Le stagioni dell’inverno e della primavera del mille ottocento dodici trascorsero senza sensibili cambiamenti Per Savona e per Parigi circolavano voci assurde, contradittorie. Diceasi che il cardinale Giuseppe Doria, come legato apostolico, dovea recarsi a Parigi per istituire nelle forme canoniche i vescovi nominati: diceasi, che Colorno, villa reale dei duchi di Parma, sarebbe stanza assegnata a Pio VII; che avrebbe corte, congregazioni e seguito di cardinali e prelati pel disbrigo degli ecclesiastici affari: che ivi terrebbero la loro residenza gli ambasciatori delle potenze cattoliche. Parma, o altra città dell’Italia con territorio di cinque o sei leghe, diceasi accordata in sovranità al pontefice. Assegno di otto o dieci milioni di franchi. Prova di assicurata concordia, parlavasi di numerosa promozione di cardinali francesi. Voci erano queste che si spargevano, si multiplicavano palesemente per bisogno di calma: i fatti erano ben diversi. Il giorno quattro maggio pubblicavasi per il dipartimento di Roma e del Trasimeno un imperiale decreto, che dichiarava rei di fellonia quanti erano coloro i quali rifiutavansi dal giuramento: termine perentorio a prestarlo un mese, scorso il quale, i renitenti sarebbero giudicati da una commissione militare, confinati in città lontane, tradotti in esilio, spogliati per legge di confisca dei loro beni, privati di ogni civile diritto. Allo scroscio del tuono tenne dietro la violenza del fulmine. Le città lombarde e pedimontane, le anguste prigioni della Corsica e della Sardegna videro schiere di generosi, che per non mancare ai doveri della coscienza, rifiutaronsi dal giuramento. Le speranze di Roma venivano meno; la pace segnata a Vienna; l’imperiale maritaggio; la prole ottenuta; le conquiste di Tarragona, di Bajadar, l’esercito innumerevole, invincibile, la felicità del suo condottiero faceano giudicare impossibile la riscossa, rendeano ogni {{Pt|gior-|}}<noinclude><references/></noinclude> eqbk3ztix1uuouk13kjq1js4avv36zg Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/293 108 768219 3876841 2729254 2026-08-27T12:37:08Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876841 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO V|41}}</noinclude>alpi marittime giunse alle falde del Cenisio, mentre era alta la notte. Il papa, cui non fu accordato indugio di breve ora, videsi obbligato a salire le nevose balze della montagna. La febbre, conseguenza del sofferto disagio, aggravò la condizione del magnanimo prigioniero. Si giudicò impossibile, senza evidente pericolo di vita, proseguire il viaggio e fecesi sosta nell’ospizio dei monaci, che sorge sulla sommità di quei monti. Si accrebbe la febbre; domandava il viatico, che in quelle vaste solitudini eragli amministrato dal Bertazzoli. Rassegnato ai decreti della provvidenza, il pontefice oppresso dai patimenti, si disponeva a morire. Grandi precauzioni si usarono per nascondere a tutti il pericolo. Ai viandanti tennersi chiuse per circa tre giorni le vie del monte: furono però riaperte, dacchè l’augusto ostaggio, riavutosi alquanto dal male, fece in cuore ai buoni rinascere la speranza, che avrebbe Iddio conservati a bene della chiesa i preziosi suoi giorni. In quel deplorabile stato venne per ordine giunto da Torino a lunghe giornate tradotto in Francia. Grandi furono le precauzioni adottate, perchè non fosse riconosciuto: la vettura assicurata, gelosamente custodita la chiave dal colonnello Lagorse: ove doveasi far sosta, la carrozza chiudevasi in una rimessa; il papa in quella: alle barriere, alle porte di Chambery e di Lione annunciavasi il vescovo d’Imola. In simil foggia fra gravi patimenti, giunse Pio VII a Fontainebleau: chiuse ad esso erano le porte dell’imperiale castello, perchè gli ordini di riceverlo pervenuti non erano da Parigi. Volevano gli umani eventi che il successore di san Pietro, otto anni prima accolto in quella reggia con sovrana munificenza, dovesse prigioniero trovare, unico asilo, le umili stanze di chi ne avea la custodia. Gli estremi disagi sostenuti nel lungo viaggio, la privazione di aria a cui videsi sottoposto, la rapida corsa, infine lo strazio morale ond’era da tanto tempo agitato il suo animo non mancarono di produrre gli effetti sinistri, che giustamente temevansi. Giacque infermo parecchi giorni. Più assai che agli ordini sovrani, alla crudeltà degli esecutori della volontà imperiale vuolsi ascrivere l’estremo rigore seco lui<noinclude><references/></noinclude> cp99nvlju7o4001207734lp7tia24cy Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/300 108 768225 3876776 2729266 2026-08-27T12:21:55Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876776 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|48|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|to|esercito}} riunito sulle sponde del Niemen sommava a trecento mila soldati, sessantadue mila cavalieri e mille pezzi di artiglieria. Lesercito russo, abbivaccato sulla sinistra riva del fiume, risultava di sessantanove divisioni di fanteria, e otto di cavalleria. Questo numero di combattenti era di gran lunga inferiore a quello dell’armata francese, ma avea dal suo lato tutto l’ardire della nazionale difesa, la infinita devozione dei popoli verso Alessandro, la costanza dei soldati, buoni nei primi impeti, migliori negli ultimi. Sperava Napoleone per la minacciata rottura con gli svedesi, per la guerra combattuta dai russi contro la porta ottomana. Il dì ventidue giugno corse la sfida fra le due nazioni. Parlò Napoleone ai soldati: ricordò loro Friedland e Tilsett; disse della guerra giurata agl’inglesi, della mancata parola. Dopo averli animati a battaglia, fece avvicinare al Niemen i soldati; varcato il fiume la notte del ventiquattro giugno su tre ponti costruiti presso Kowno, videsi il territorio russo invaso dai soldati di Francia. Evitarono i moscoviti l’attacco, perchè determinati di spingere l’armata francese nella pericolosa immensità dei deserti. Ritirandosi i comandanti russi, le truppe incendiavano, devastavano, distruggevano gli edifici e le case che lasciavano in abbandono.I francesi in mezzo al fuoco e alle rovine entrarono a Wilna, s’impadronirono di Witepsk, occuparono Smolesko già arso e distrutto e si diressero alla volta di Mosca. Dopo una lunga misteriosa ritirata fermavasi l’armata russa sulle sponde della Moskova, cingea il campo di forte trinceramento, ed attendendo a piè fermo i francesi, disponevasi alla battaglia. Vide Napoleone giunto il momento di misurarsi col suo potente nemico: arringò i soldati: parlò loro delle glorie di Marengo, di Montebello, e l’incuorò alla battaglia. II. Dopo una notte piovosa spuntò il sole sgombro affatto di nubi. L’ebbe a lieto presagio e gridò ai suoi: ecco il sole di Austerlitz. Diffondevasi il motto per tutto l’esercito, destavasi in cuore ai soldati l’entusiasmo. Si<noinclude><references/></noinclude> gcvyg8uohv9i7bsus3o1a9wl3yyjdsf 3876801 3876776 2026-08-27T12:27:27Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876801 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|48|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|to|esercito}} riunito sulle sponde del Niemen sommava a trecento mila soldati, sessantadue mila cavalieri e mille pezzi di artiglieria. Lesercito russo, abbivaccato sulla sinistra riva del fiume, risultava di sessantanove divisioni di fanteria, e otto di cavalleria. Questo numero di combattenti era di gran lunga inferiore a quello dell’armata francese, ma avea dal suo lato tutto l’ardire della nazionale difesa, la infinita devozione dei popoli verso Alessandro, la costanza dei soldati, buoni nei primi impeti, migliori negli ultimi. Sperava Napoleone per la minacciata rottura con gli svedesi, per la guerra combattuta dai russi contro la porta ottomana. Il dì ventidue giugno corse la sfida fra le due nazioni. Parlò Napoleone ai soldati: ricordò loro Friedland e Tilsett; disse della guerra giurata agl’inglesi, della mancata parola. Dopo averli animati a battaglia, fece avvicinare al Niemen i soldati; varcato il fiume la notte del ventiquattro giugno su tre ponti costruiti presso Kowno, videsi il territorio russo invaso dai soldati di Francia. Evitarono i moscoviti l’attacco, perchè determinati di spingere l’armata francese nella pericolosa immensità dei deserti. Ritirandosi i comandanti russi, le truppe incendiavano, devastavano, distruggevano gli edifici e le case che lasciavano in abbandono. I francesi in mezzo al fuoco e alle rovine entrarono a Wilna, s’impadronirono di Witepsk, occuparono Smolesko già arso e distrutto e si diressero alla volta di Mosca. Dopo una lunga misteriosa ritirata fermavasi l’armata russa sulle sponde della Moskova, cingea il campo di forte trinceramento, ed attendendo a piè fermo i francesi, disponevasi alla battaglia. Vide Napoleone giunto il momento di misurarsi col suo potente nemico: arringò i soldati: parlò loro delle glorie di Marengo, di Montebello, e l’incuorò alla battaglia. II. Dopo una notte piovosa spuntò il sole sgombro affatto di nubi. L’ebbe a lieto presagio e gridò ai suoi: ecco il sole di Austerlitz. Diffondevasi il motto per tutto l’esercito, destavasi in cuore ai soldati l’entusiasmo. 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Esagerando essi i pericoli di uno scisma, che poteva verificarsi, annunciando le nuove persecuzioni, che dovevano temersi, studiavansi di persuaderlo a far cessare i deplorabili mali, ond’era agitata la chiesa, a schiudere le prigioni di stato, ove cardinali, vescovi, ecclesiastici e laici devoti alla santa sede, erano sostenuti. Sventura, che in quell’angustia una voce amica, un generoso consiglio non rinfrancò il coraggio del pontefice combattuto! Un cenno bastava, una parola per ridestare in quell’animo forte l’antica energla. I cardinali tacevano, piangea Bertazzoli tenerissimo amico di Pio nel vederlo in quell’alternativa penosa; i vescovi, cui era a cuore la conclusione del concordato stringevansi nelle spalle quasi per invitarlo alla rassegnazione. A Pio che in tanta concitazione di affetti ora all’uno ora all’altro volgeasi, dissero non esser quello un concordato fra la santa sede e la Francia, ma solo i preliminari a conchiuderlo: libere ad ambedue il modificare, l’escludere gli articoli, lo stabilirne dei nuovi: valido l’atto solo allora che fosse per le rattifiche confermato. L’animo titubante del papa sperò consiglio dal tempo, dal parere dei cardinali, dei quali si prometteva il ritorno, infine dalla generosità imperiale. Napoleone, che stavasi anziosamente guardandolo e sulle venerande sembianze del pontefice potea per certi segni legger la lotta, che questi sostenea con se stesso, dubitava. Il cardinale Giuseppe Doria, mentre presentavagli la penna per sottoscrivere, a rinfrancarne il coraggio, prometteagli che quell’atto sarebbe tenuto segreto finchè tutti i cardinali, dal pontefice consultati, non avessero dato il loro assenso al trattato. Pio VII senza il voto del cuore: Napoleone contento dell’avere in qualche modo espugnata tanta costanza, sottoscrissero il foglio malaugurato il dì venticinque gennaro mille {{Pt|ottocen-|}}<noinclude><references/></noinclude> 1ge7vsh8wqp4h82dwbubsls34bbybaj Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/330 108 768416 3876805 2730284 2026-08-27T12:28:20Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876805 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|78|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|vi|gravi}} parole, dopo le quali il congedava dalla sua presenza. Iddio però che dagli affanni fa nascer sovente inaspettati conforti alle ingiurie sopportate da Pio offriva consolazione suprema il compianto di tutto il mondo cattolico. Andavasi in Francia ed in Italia destando la pubblica e privata pietà in modo, che non solo nelle case, ma nelle chiese pubblicamente pregavasi per la libertà e incolumità del pontefice massimo. Un invito a stampa liberamente diffuso per le sale della vecchia aristocrazia francese, invitava i signori ad una novendiale preghiera intimata per la festa di san Pietro in vincoli, e annunciavasi l’indulgenza concessa in tale occasione dal papa. Per le indagini della polizia si seppe, che varie dame col mezzo del cardinal Pacca aveano questo favore implorato e ottenuto dal santo padre. Tacque il governo, perchè gli eventi sinistri di guerra aveano ammorbidite tante volontà inflessibili in lieta fortuna. Giunsero ciò non ostante lettere a Fontainebleau per consigliare il papa e i cardinali a procedere con maggiori cautele nell’accordare grazie spirituali ai fedeli. Avvicinavasi la pienezza dei tempi vaticinati da Pio. Audace Napoleone, sperando abbattere col valore e con l’arte le forze imponenti, che minacciavano di schiacciarlo, convocò il corpo legislativo per associarlo alla difesa comune, e chiese, ultimo sacrificio, una nuova leva per assicurare all’impero onorevoli condizioni di pace: ma quegli uomini sino allora ligi ed obbedienti a colui, che li aveva arricchiti, visto incalzarsi gli eventi, opposero resistenza alla volontà imperiale. Il momento era terribile; le armate, che stringevano la Francia al levante e al settentrione andavano guadagnando terreno: mormorava il popolo, desideravano i generali conservare gli onori e le fortune acquistate: a colmare la misura delle sciagure, accennava Murat di volere imitare la condotta di Bernadotte. Sapea bene Napoleone, che l’eroismo spagnolo avea sconcertata gran parte dei suoi orgogliosi disegni; che sovrani e popoli erano del pari scandalizzati dei mali, che pesavano sulla chiesa.<noinclude><references/></noinclude> akoz9bhhwl9jtgykuw90lh3k23cva4a Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/346 108 768606 3876806 2731308 2026-08-27T12:29:09Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876806 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|94|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>spento in cuore ai romani l’antico affetto pel papa. Grande era la mole dei fatti verificati in breve volgere di giorni, grandissima di quelli, che andavansi maturando. Sapeasi vinta in Francia dalle armi straniere la guerra, da cui dipendevano le sorti non che d’Italia d’Europa: che il buon Pio, passato il Taro, avvicinavasi ai suoi stati protetto dall’esercito degli alleati: che a Ferdinando VII appianavasi la strada di Madrid: che Milano e Venezia cedevano a Francesco I imperatore; il Piemonte e Genova a Vittorio Emmanuele re: aggiungevasi, che a Giuseppe Rospigliosi principe era dato l’incarico di prender possesso della Toscana a nome del gran duca Ferdinando III. Tutto ciò rialzava le speranze romane, di quelli specialmente che, non parteggiando pei francesi o aveano propugnati i diritti della chiesa in modo da meritare odi, persecuzioni ed esili, o deploravano la perdita dei loro cari. Doleva ad altri ed erano moltissimi, quel vedere per le strade di Roma in aria di conquistatori i soldati di Napoli, che Gioacchino dicevano re d’Italia, Roma provincia del nuovo regno, essi operatori di metamorfosi tanto stupende<ref>Carascosa nell’occupare Bologna non dubitò dichiarare con pubblico bando «dopo molti secoli di divisione e di debolezza spuntare il desiderato giorno, in cui combattendo per gl’istessi interessi, non v’era, che ad unirsi attorno al magnanimo re, che li garantiva». Non diversamente suonavano gli editti pubblicati nelle Marche dall’avvocato Poerio, che a nome di Gioacchino re prendeva possesso di quella provincia, che abbandonarono dopo la battagiia di Tolentino.</ref>. L’annunzio, che il papa avvicinavasi ai suoi stati venne a smentire le iattanze, a dissipar le paure. Intanto provvidenza, che regge gli umani eventi dispose, che il giorno istesso, in cui le porte di Parigi si aprirono ad Alessandro di Russia rientrasse Pio nei suoi stati. Era l’alba del trentuno marzo mille ottocento quattordici quando videsi col clero, con le autorità municipali, governative e i patrizi accorrere il popolo bolognese lungo le vie della vasta città per andare incontro al papa che attendeasi da Modena. Lo strepito<noinclude><references/></noinclude> 42gq3xtcqiblfc0op6hjla4xvzwueiw Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/350 108 768626 3876777 3876248 2026-08-27T12:22:03Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876777 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|98|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|nanzi|innanzi}}: ora, disse sorridendo, nulla più si oppone al nostro viaggio. VI. Ridersi delle arti murattiane era ben facile a chi avea vinte le mene napoleoniche. Non potendo per ragioni di prudenza preseguire la sua corsa trionfale, parlò con una notificazione ai romani, in cui dopo aver ricordate le pene durate per cinque anni, annunciava che la provvidenza lo restituiva ai suoi stati. L’umana alterigia, dicea il santo padre, che stoltamente volea lottare con l’Altissimo, fu umiliata. Ansiosi di stringervi al seno dopo il nostro lungo pellegrinaggio, ci facciamo precedere da un delegato che, autorizzato da nostro speciale chirografo, assume per noi le redini del governo. La {{Pt|com-|incom-}} <ref follow="p349">compromettere con grida sediziose la provincia del Patrimonio. Tito Manzi, segretario del consiglio di stato e agente segreto di Murat, indusse vari patrizi ed alcuni ragguardevoli personaggi di Roma a sottoscrivere una memoria a Gioacchino. Diceasi in essa <br> «Roma esser minacciata dall’anarchia: lui solo poterle dare la sicurezza e la felicità. Supplicarlo pertanto di prendere quelle disposizioni di governo che credesse più opportune alla pubblica tranquillità. Qualunque dilazione poter esser fatale, ed avrebbe potuto raffreddare quel desiderio vivissimo che generalmente si scorgeva in tutti i buoni italiani e specialmente nei romani.»<br> Questo foglio fatale, sollecitato dall’istesso Gioacchino, presentato alla corte partenopea da quattro patrizi romani, giunse accettissimo al re il giorno ventitrè gennaro, e il generale Lavangoyon, comandante le forze napoletane in Roma, dicea per pubblici bandi, che la protezione domandata dai cittadini, imposta dalle circostanze, senza ledere gli altrui diritti, evitava i disordini, opponevasi alle intemperanze del popolo, provvedeva alla pubblica sicurezza. Più energiche suonavano le parole del Poerio avvocato nelle Marche, più bellicose quelle del Carascosa soldato nelle Romagne. Istituì in Roma consiglio generale di amministrazione, tutta onorata gente, ma regnicola, e però poco accetta ai romani, Venuto in Roma egli stesso, distribuì Litoli ed equestri onori a patrizi, letterati, artisti e impiegali: cercò guadagnarsi la benevolenza pubblica, della quale volea farsi puntello presso i monarchi adunati in congresso nella capitale dell’Austria. Prima di dirigersi a Bologna estrasse dal monistero di san Domenico e Sisto la regina d’Etruria Maria Luigia, da esso sei anni innanzi bandita dalla corte del re cattolico.</ref><noinclude><references/></noinclude> co1en7mr276k1cbngg6csk0l1nyameb 3876832 3876777 2026-08-27T12:35:24Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876832 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|98|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|nanzi|innanzi}}: ora, disse sorridendo, nulla più si oppone al nostro viaggio. VI. Ridersi delle arti murattiane era ben facile a chi avea vinte le mene napoleoniche. Non potendo per ragioni di prudenza preseguire la sua corsa trionfale, parlò con una notificazione ai romani, in cui dopo aver ricordate le pene durate per cinque anni, annunciava che la provvidenza lo restituiva ai suoi stati. L’umana alterigia, dicea il santo padre, che stoltamente volea lottare con l’Altissimo, fu umiliata. Ansiosi di stringervi al seno dopo il nostro lungo pellegrinaggio, ci facciamo precedere da un delegato che, autorizzato da nostro speciale chirografo, assume per noi le redini del governo. La {{Pt|com-|}} <ref follow="p349">compromettere con grida sediziose la provincia del Patrimonio. Tito Manzi, segretario del consiglio di stato e agente segreto di Murat, indusse vari patrizi ed alcuni ragguardevoli personaggi di Roma a sottoscrivere una memoria a Gioacchino. Diceasi in essa <br> «Roma esser minacciata dall’anarchia: lui solo poterle dare la sicurezza e la felicità. Supplicarlo pertanto di prendere quelle disposizioni di governo che credesse più opportune alla pubblica tranquillità. Qualunque dilazione poter esser fatale, ed avrebbe potuto raffreddare quel desiderio vivissimo che generalmente si scorgeva in tutti i buoni italiani e specialmente nei romani.»<br> Questo foglio fatale, sollecitato dall’istesso Gioacchino, presentato alla corte partenopea da quattro patrizi romani, giunse accettissimo al re il giorno ventitrè gennaro, e il generale Lavangoyon, comandante le forze napoletane in Roma, dicea per pubblici bandi, che la protezione domandata dai cittadini, imposta dalle circostanze, senza ledere gli altrui diritti, evitava i disordini, opponevasi alle intemperanze del popolo, provvedeva alla pubblica sicurezza. Più energiche suonavano le parole del Poerio avvocato nelle Marche, più bellicose quelle del Carascosa soldato nelle Romagne. Istituì in Roma consiglio generale di amministrazione, tutta onorata gente, ma regnicola, e però poco accetta ai romani, Venuto in Roma egli stesso, distribuì Litoli ed equestri onori a patrizi, letterati, artisti e impiegali: cercò guadagnarsi la benevolenza pubblica, della quale volea farsi puntello presso i monarchi adunati in congresso nella capitale dell’Austria. Prima di dirigersi a Bologna estrasse dal monistero di san Domenico e Sisto la regina d’Etruria Maria Luigia, da esso sei anni innanzi bandita dalla corte del re cattolico.</ref><noinclude><references/></noinclude> itx8fo025c4ey9stu419p5nhnu881ma Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/351 108 768628 3876833 2731383 2026-08-27T12:35:43Z Dr Zimbu 1553 3876833 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VII|99}}</noinclude>{{pt|missione|commissione}} governativa istituita da re Gioacchino vide di mal animo che il protonotaro apostolico Agostino Rivarola, giunto in Roma il dì dieci maggio, disponevasi a prender possesso dello stato e della capitale senza riceverlo dal governo napolitano. Macedonio, presidente del consiglio generale, ad evitare questo sfregio, convocò il corpo municipale e dopo aver rassegnato a quello la sua autorità, lasciò libera Roma. Sgombro dagl’impacci il prelato genovese, uomo di animo forte, intraprendente e delle antiche cose amantissimo, pubblicò editto, che tutto abbatteva l’edificio napoleonico: codice civile, commerciale, penale, di procedura: tutte richiamando in vigore le antiche leggi, sopprimeva perpetuamente lo stato civile imposto dai decreti napoleonici, il demanio, la carta bollata, il registro. I diritti feudali sospendea: le questioni di lieve interesse rimettea a miglior tempo, le urgenti abbandonava ad una commissione governativa: il sistema ipotecario conservava nella sua integrità, perchè, diceasi, corrispondente all’antica ''intavolazione''. Il suono dei sacri bronzi, il fragore delle artiglierie salutarono il vessillo pontificio innalzato il dì quindici maggio sugli spalti di castel sant’Angelo, mentre per le vie di Roma avidamente leggevasi l’editto del Rivarola, promettente pace, sicurezza e nuovo ordine di cose ai romani. Dirà il seguito di questa istoria come l’uomo che sovrastò al suo secolo, Ercole Consalvi, quelle disposizioni e quelle leggi riordinò, ottemperandosi all’esigenze dei tempi quando potenze cattoliche e protestanti non generose ma giuste, ricostituirono il sacro principato di Pio. VII. AI pontefice dimorante in Cesena scrivea il principe Luciano Bonaparte lettera dall’Inghilterra, ove avea sostenuta una cattività lunga, ma onorata, per raccomandare Napoleone, a cui la sventura lo aveva ravvicinato, alle sue preghiere, per implorare la benedizione apostolica sopra se stesso e la sua famiglia. Da Cesena scrisse il papa lettera gratulatoria a Luigi XVIII di Francia, con la quale, nell’interesse della chiesa, chiedeagli la restituzione degli archivi tolti a Roma dalla violenza. Pontefice a<noinclude><references/></noinclude> 3csjp51jk7c4za5ehbprwec35xubo1i Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/353 108 768630 3876809 2731386 2026-08-27T12:29:26Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876809 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VII|101}}</noinclude>Pio VII non lasciasse impuniti gli errori dei pochi ecclesiastici che aveano declinato dai propri doveri e ad onta del pontificio decreto giurata fede all’usurpatore. Impose pertanto una penitenza canonica al vescovo Forlivese e al cardinale Maury che oltraggiò in tanti modi la maestà del pontefice prigioniero, tolse ogni attribuzione, affidando al vescovo di Servia il provvisorio governo della diocesi di Montefiascone. Da questa città dell’Umbria mosse Consalvi, inviato dal papa in Francia per reclamare dal re contro il trattato di Tolentino, imposto dalla forza e difendere le ragioni della chiesa presso i sovrani adunati in congresso a Vienna. Dopo aver provveduto a questo imperioso bisogno, proseguendo il viaggio verso Spoleto, vi si trattenne un giorno: quindi passò a Terni e a Nepi accolto dai Gazzoli e dai Pisani. I bandi del cardinale della Somaglia, del pro-governatore di Roma Giustiniani, del delegato apostolico Rivarola annunciavano alla città, che il ventiquattro maggio dovea esser giorno memorabile nei fasti della chiesa, perchè avrebbe la capitale del mondo cattolico accolto il pontefice, restituito da Dio ai desideri di Roma, ai voti e alle speranze di quanti sono i credenti sparsi sulla superficie del globo. VIII. Alle pubbliche manifestazioni di gioia dava impulso potente la speranza e l’amore: l’una esprimeva il bisogno d’illuminato governo, l’altro era premio alla costanza di Pio. Furono immensi, inauditi i preparativi, grande, universale l’entusiasmo. La generosità del papa che in Cesena diede alle fiamme la istanza sottoscritta da alcuni più incauti che faziosi, narrata ai romani, rassicurava i compromessi e facea sperare del passato dimenticanza e perdono: le sofferenze, le persecuzioni, gli esili sostenuti da altri destavano in cuore agli amici della santa sede quel giubilo, che traboccando per gli occhi talvolta col silenzio e spesso con il pianto si esprime. Anche gli vomini i più procaci, anche i giovani i più imbizzarriti dalle seduzioni di un governo, che le antiche abitudini avea tutte distrutte, non seppero mostrarsi indifferenti al ritorno del buon vecchio, che avea tanto sofferto e amato {{Pt|tan-|}}<noinclude><references/></noinclude> leypo0om9l89jiys6dwsx1jhr461jgx Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/358 108 768639 3876812 2731400 2026-08-27T12:29:57Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876812 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|106|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>Giacomo Bresca<ref>Disse Sisto V reo di morte chiunque osasse alzar la voce nella occasione in cui dall’architetto Domenico Fontana si ergea per suo ordine il famoso obelisco egizio sepolto nel circo Neroniano, da esso innalzato nel centro della piazza del Vaticano. Un antenato del medico Giacomo Bresca era co! popolo per ammirare lo spettacolo. I segnali del movimento di quell’immenso monolite davansì dal Fontana col mezzo di un trombettiere. Atterrito dal rigoroso editto, osservava il popolo un profondo silenzio. Mossa dagli argani e dalle corde quella mole imponente cera già presso al suo piedistallo quando un Bresca marinaio di san Remo gridò ad alta voce: ''Acqua alle corde''. Comprese l’architetto il pericolo dell’allongamento dei canapi, necessario effetto della tenzione, e utilissimo gli tornò quel consiglio. L’obelisco andò al suo posto salutato dagli applausi del popolo. Il Fontana presentò ai piedi di Sisto il Bresca, che avea rotto il divieto, per implorargli perdono. «Qui non trattasi di grazia, rispose il papa, ma di premio. "Domandò questi per se e per i discendenti il diritto di fornire le palme al palazzo apostolico nel tempo pasquale e l’ottenne: Sisto accordavagli nome di capitano onorario, dritto d’innalzare la bandiera pontificia a bordo del suo bastimento. Memore la di lui discendenza di tanta degnazione, inviò ogni anno al pontefice prigioniero in Savona le palme e volle onorato con queste il suo glorioso ritorno.</ref>. Seguiva maggior numero di verginette con cestelli di verdura e di fiori, che spargevano lungo la via, cantando l’osanna proseguito dal popolo. Erano quarantacinque fanciulle educate nel conservatorio della provvidenza. Tutta la schiera circondò il santo padre e lo seguì sino alla porta, ove un’onda di popolo rese impossibile l’avanzarsi: i più audaci giovanetti, fiancheggiarono la carrozza tirata a braccia da settantadue giovani romani di civile condizione in abito nero, con bandoliere e tracolle di corame, dalle quali pendevang cordoni di seta cremisina con piccoli uncinetti raccomandati al timone: servitù sopportabile, perchè imposta dagl’impeti dell’affetto: così duravano sino all’atrio della basilica vaticana, ove deposero le palme ai piedi del pontefice, vero martire di dispotismo efferato. X. Varcata appena la porta della città, vide Pio VII riverente ai suoi piedi il senato romano venuto a tributargli<noinclude><references/></noinclude> 971cy2g61zdjhrqcnoeobn2xgqub381 Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/359 108 768640 3876814 2731401 2026-08-27T12:30:33Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876814 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||Libro VII|107}}</noinclude>l’omaggio della città. Parlava il marchese Rinaldo Del Bufalo della Valle conservatore e in breve orazione dicevagli: grande la esultanza di Roma nel giorno, in cui otteneva la religione una grande vittoria, il mondo cattolico un segnalato trionfo, essa un padre amorevole e generoso. Con affabili, ma dignitose parole ringraziava Pio il senato romano delle dimostrazioni fatte a nome del popolo e aggiungea nulla ad esso, tutto doversi ripetere da Dio: quindi proseguiva lentamente la via, circondato dalle milizie cittadine, che in doppia linea divise, prestavano il servizio delle guardie nobili non ancora ristabilite. L’ingresso trionfale del papa nella città eterna fu annunziato dall’artiglieria del castello, dal suono festivo delle campane, dallo strepito del popolo, che dopo averlo veduto, correa ansioso sopra altri punti della città per salutarlo di nuovo. Giovanni Rotti romano avea fatto costruire a ripetta sul tevere un solido e maestoso ponte di barche per festeggiare il ritorno di Pio e agevolare ai cittadini il tragitto del fiume nel recarsi a san Pietro. Nel bel mezzo del ponte sorgeva un arco maestoso, sormontato dal gruppo allegorico della religione che calpesta i vizî, simboleggiati da altre figure. Lo varcarono oltre a sessanta mila persone, desiderose di assistere allo spettacolo offerto al principe dall’amore di Roma, più splendido di quanti ne apprestò l’adulazione agli antichi conquistatori. Così parve meravigliosamente aumentata la popolazione, che in una massa compatta e imponente ondeggiava nella vastità della piazza. Il clero romano, che con l’insegne delle varie basiliche aveva atteso sulla piazza del popolo l’arrivo del santo padre, precedeva il corteggio, che dopo aver traversato il corso in mezzo ad un numero sterminato di spettatori plaudenti, che dai balcori, dalle vie agitavano fazzoletti, versavano fiori, tenne la piazza di Venezia, la via papale ove, passata appena la chiesa nuova, lo attendeva il capitolo di san Pietro, varcò il ponte e pel borgo giunse innanzi alla basilica vaticana. Chi vide una volta sola Pio VII non può aver dimenticato come il suo volto ritraeva fedelmente la bontà, la mansuetudine e i moti interni di un’anima generosa e<noinclude><references/></noinclude> m23dpun6o4fmvpii3vls8hsu6txqnzb Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/360 108 768771 3876792 2731709 2026-08-27T12:24:18Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876792 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|108|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>sublime per cui giustamente lo disse il suo compagno di viaggio e d’esilio, cardinal Pacca, il mitissimo degli uomini: tanto le delicate disposizioni del cuore portava distintamente impresse nelle esteriori apparenze! Atteso sull’atrio della basilica dai cardinali, che erano in Roma, il duca di York fra questi, vide genuflessi ai suoi piedi Carlo Emmanuele IV re di Sardegna, Maria regina di Etruria, e i suoi figli, la duchessa di Chablais. Entrato nella basilica, circondato dalla prelatura romana e dai personaggi, che lo aveano seguito, pregò innanzi alla tomba del principe degli apostoli e dopo aver ricevuta la benedizione eucaristica con l’istesso treno si recò al quirinale, ove rivide il sacro collegio, il senato, gli ambasciatori e i ministri delle potenze straniere, quindi dalla gran loggia all’immenso popolo radunato sulla piazza compartì la benedizione apostolica. XI. All’apparire della sera presentò la città nuovo e imponente spettacolo. Parve inondata da un torrente di luce: dai più vasti palagi alle case più umili, dalle più splendide basiliche ai più piccoli templi videsi decorata di lumi che, disposti a disegno, ora secondavano le linee architettoniche, ora davano agli edifici un aspetto tutto diverso. È duopo il confessare che Roma oppressa da aspre vicende, incendi, saccheggi, demolizioni perpetrate dai barbari e dalle fazioni cittadine, sempre sicura nei suoi destini, si tenne costantemente al di sopra delle umane catastrofe e non rinunciò mai al sentimento della propria grandezza. L’impero trasportato a Costantinopoli, la sede del regno italico stabilita a Ravenna, la corte pontificia trasferita ad Avignone non bastarono ad umiliarla. Occupata dalle armi francesi, obbligata a mandare i suoi figli nelle ardenti spiagge dell’Andalusia e nelle fredde regioni del nord per servire al capriccio di un despota, governata militarmente, preparavasi al nonlontano trionfo così che nè nuovo, nè inaspettato giungevale. La curia innocenziana, i palazzi Ruspoli, Sciarra, Verospi, Borghese si distinsero su tutti. L’accademia di Francia a villa Medici volle alla illuminazione aggiungere i fuochi di artificio: ovunque sorgevano<noinclude><references/></noinclude> mwaosvltkwdyk3rh82u35jmv8zz7fx1 Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/361 108 768772 3876779 3876283 2026-08-27T12:22:09Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876779 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VII|109}}</noinclude>ornati, piramidi, trasparenti: vaghissima e ricca si disse la illuminazione della cupola vaticana, bella quella della università degli ebrei, brillante l’effetto dei sei mila lumi posti a disegno sul ponte eretto a ripetta. Splendevano di faci gli archi di trionfo innalzati a gloria di Pio, gli antichi templi e i moderni: illuminate le vie più remote della capitale non che le più frequentate, offrivano indubio segno della universale esultanza. Commosso il pontefice a tante prove di pubblica benevolenza, volle che il pro-segretario di stato cardinal Pacca rendesse grazie ai romani con un editto: ordinò la restituzione gratuita dei pegni depositati nel motte di pietà, fece distribuire dai parrochi larghe sovvenzioni, ai rei di lievi colpe condonò la pena del carcere, fece sperare a tutti un’era di giustizia e di pace. Erasi sussurrato all’orecchio di alcuni il generoso tratto di Pio, che diede alle fiamme il foglio sottoscritto da pochi romani chiedenti libere istituzioni e secolaresco governo, e bastò questo a rianimare la confidenza di quanti eransi mostrati avversi alla podestà temporale. Questa lusinga divenne certezza quando si seppe per Roma, come ad uno fra quelli, che avevano sottoscritta la protesta ai re alleati, che al pontefice offeso domandava perdono, avea Pio VII benignamente risposto; «E credete voi, che non abbiamo noi pure qualche fallo a rimproverarci? Dimentichiamo concordemente il passato.» Accessibile a tutti, anzichè abitare i nobili appartamenti del quirinale si tenne per due mesi nelle stanze del maggiordomo, finchè fosse tutto il palazzo apostolico restituito alla primiera sua forma, alterata per farne un elegante soggiorno di secolari e di donne. L’autorità del pontefice ristabilivasi lentamente, dappoichè i napolitani tenevano le Marche, le Legazioni gli austriaci; misure di provvidenza adottavansî dalla commissione amministrativa dei beni ecclesiastici per l’immediato pagamento delle pensioni accordate ai claustrali d’ambo i sessi: intimavasi ai debitori della camera apostolica di soddisfare ai censi, ai canoni: chiedeasi ai ricevitori delle imposte prediali esatto conto dei beni alienati e di quelli di cui il demanio non aveva disposto: questi i mezzi {{Pt|ado-|}}<noinclude><references/></noinclude> 6ojmfjr11dkqnuaaqwsmtzc6xboasq9 Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/368 108 768783 3876816 2731721 2026-08-27T12:30:59Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876816 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|116|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>di Pio, e chi sa come sono appunto le allocuzioni dei papi quelle che, svelando i bisogni e le speranze dei tempi, ne compendiamo la storia, intenderà agevolmente come la pubblica ansietà era solleticata dal desiderio di udire una volta dopo cinque anni le parole del pontefice, che con coraggio ai nostri tempi inaudito, avea emulata la gloria di Silvestro, vittima della immane Teodora e di Martino, bersaglio agli sdegni efferati di Costanzo II. Volto il papa ai cardinali, rammentò loro il lungo esilio, le pene sofferte, parlò delle sue afflizioni passate, della sua presente esultanza, deplorò le ferite portate alla chiesa, ricordò in fine le prove di tenerezza e di amore prodigategli in Francia e in Italia. L’allocuzione del santo padre destò nel cuore di tutti vivi sentimenti di affetto. Dopo avere accordata a Luciano Bonaparte e alla sua famiglia ospitalità generosa, lo ammise al patriziato romano, lo dichiarò principe di Canino, nutrì per esso molta benevolenza e gli concesse d’intitolare al suo nome «''Carlo Magno''» lungo poema, con cui Luciano avea in Inghilterra confortate le sofferenze di quattro anni. Mentre attendevansi liete novelle da Vienna per le cose annunciato da Consalvi, si volle in Roma colpire con le censure della chiesa e col rigore delle leggi la setta dei liberi muratori che, ad onta delle minaccie, allargavasi, non come prima baldanzosa e sicura ma larvata e temuta. Dissero alcuni troppo mili le pene; il carcere, l’esilio, le multo pecuniarie, la confisca dei beni: altri troppo severe: duolse a molti la legge del ''rivelo'', perchè sorgente d’infinite vendette: tutti pensarono in un rimpasto di tanta mole e dopo seduzioni tanto forti, non che utile, necessario quell’atto. Il brigantaggio, una delle piaghe, che rode il governo, e compromette la sicurezza dei cittadini, reso audace dalla impunità, richiamò tutta l’attenzione di Pio. Roma era piena di timori, le provincie di marittima e campagna di vittime. Dell’audacia di questi predoni correano le più paurose novelle: diceasi di orecchie spedite ai parenti, perchè si affrettassero al riscatto dei loro cari, di giovanette rapite agli sposi, ai congiunti, di aggressioni notturne, di morti atroci c spietate. Questa voce, o {{Pt|esage-|}}<noinclude><references/></noinclude> ct3s0rnbqtutt0edt6e1mrz4jytgrtn Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/372 108 768974 3876781 3876256 2026-08-27T12:22:30Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876781 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|120|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>fortificazioni il porto di Ancona: lamentavasi Pio dei segreti maneggi del console napolitano, e il re nuovi emissari spediva nelle provincie a suscitargli imbarazzi, a scuotere la fede dei sudditi. Erano questi i segreti timori di Roma, queste le angustie, che tenevano agitato il sovrano, desideroso di uscire pure una volta da quello stato doloroso ed incerto. E qui ultimo vienci fra le mani quel Radet, che vedemmo con ardimento sacrilego dare assalto notturno al palazzo del quirinale, spezzar le porte, attraversare le sale per trovarsi alla presenza di Pio, intimargli l’arresto, trasportarlo lungi da Roma. Immemore del passato e possessore di un predio appartenente ai padri domenicani, ebbe vaghezza di rivederlo eosò per mezzo dell’ambasciata francese farne domanda al pontefice. Il cardinal Pacca che giustamente temea avrebbe la presenza di quest’uomo destata l’ira dei romani è vendicato l’antico affronto, si oppose. Mal soddisfatto il generale Radet da questa ripulsa, replicò la domanda, ma invano, dappoichè la prudenza del ministro non fu vinta dall’audacia del soldato, dai desideri dell’ambasciatore. XVII. Sino dal momento, in cui il papa, chiuso nelle stanze del quirinale, deplorava i mali supremi, ond’era oppressa la chiesa, aprendo i segreti dell’animo al cardinal Pacca suo compagno di prigionia, aveagli manifestato il pensiero di ripristinare la compagnia di Gesù, verso la quale nutriva sentimenti di affetto e di stima. Correa il di sette agosto mille ottocento quattordici, ottavo dalla festa di sant’Ignazio, quando recavasi il papa nella chiesa del Gesù, superbamente decorata di ricchi drappi e di lumi. Innanzi all’altare del santo fondatore ascoltò la messa, dopo la quale, recandosi nella cappella interna del chiostro, eve è stabilita la congregazione dei nobili, assiso in trono, fece leggere la bolla, con la quale restituivasi al mondo cattolico la compagnia di Gesù. Stavano da un lato i padri della compagnia venerandi per età, per merito religioso e scientifico e per le sofferte sciagure, presieduti dal padre Panizzoni, autorizzato a tenere le veci del preposito generale. Poichè fu compiuta la {{Pt|ceremo-|}}<noinclude><references/></noinclude> 6api8pth8f4e01g9y2jt13xdcrmkdlk Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/386 108 769195 3876783 2732159 2026-08-27T12:22:45Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876783 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|134|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|ceasi|Diceasi}} in essa, che il papa nulla temeva e nulla aveva a temere, ma intanto i romani lo vedevano fuggitivo. Parlava di negato passaggio alle truppe, di guerra imminente in Europa, delle triste conseguenze che potevano derivare da un passaggio concesso, per cui l’ accortezza romana doppiamente paventava gli effetti di un passaggio violento: dichiaravasi finalmente che il papa recavasi in una città dello stato ma, per le disposizioni date al sacro collegio e agli ambasciatori, sapeasi che tutti lo avrebbero raggiunto o a Firenze o a Genova. Ad onta però di tutto questo Roma si mantenne tranquilla e l’ordine pubblico non venne turbato. Grandi erano i dubbi, ma a confortare gli animi e a ribadire nei cuori la sicurezza sorgeva in tutti spontaneo il riflesso che non abbandona Iddio la sua chiesa, che il cuore di Pio era di forti tempre, che l’uragano, in presenza dei principi collegati in un patto, quello di pacificare l’Europa, non poteva esser lungo e pericoloso. A coloro per altro che o meritevoli o no domandavano onorificenze ed impieghi, che non ottennero, parve opportuno il momento di vendicarsi di chi stavasi al timone dello stato. A creare imbarazzi scrissero a Consalvi, che in Vienna sedea nel consiglio europeo, Roma in preda ai disordini, detestato il governo, grande il malcontento dei popoli tornati all’obbedienza del papa: è ben facile, conchiudevano, ad essi il seguir le parti di Gioacchino promettente un’Italia unita, larga costituzione, esteso commercio, uniformità di leggi e tutte le dolcezze, di cui i napoleonidi erano facili promettitori. Affliggevasi Consalvi incontro a tante minacce che credeva fondate e stimolava il collega a porre immediato riparo a tanta colluvie di mali. Freddamente rispondevagli il pro-segretario di stato: attendesse l’esito degli avvenimenti, vedrebbe mal fondati i sospetti, indubia la fede dei sudditi, sicura la tranquillità pubblica, lontani i pericoli. Gli eventi confermarono le asserzioni. III. Non era giunto a Viterbo il pontefice quando a chiarire la mente del re venne opportuna una lettera da un generale napolitano diretta ad un ministro del regno.<noinclude><references/></noinclude> oqnk15xbs1dw9mfrm1rseebyngy22qx Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/389 108 769253 3876845 2732725 2026-08-27T12:37:39Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876845 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VIII|137}}</noinclude>vento, il cielo era sereno, tranquillissimo il mare, per cui si navigò lentamente a forza di remi. La doppia riviera di Genova che, incantevole per le sue prospettive, si presenta a modo di anfiteatro offre un sorprendente spettacolo a chi la scorre a breve distanza dal lido. Al primo apparire delle feluche, la cima delle colline prossime al mare, la spiaggia ridente, i tetti dei villaggi situati lungo le sponde si coprivano di gente, che, facendo suonar l’aria di grida festose, agitando i fazzoletti, chiedevano di esser benedetti dal papa. Quelle voci unite al fremito dei mortai, al suono delle campane ripercosse dall’eco dei monti, venivano a consolare il cuore di Pio. Muovevano dal lido varie barchette per appressarsi alla nave, che tranquilla solcava le onde in mezzo a tante proteste di venerazione e di amore: una ne apparve governata da donne che cantando e remigando si appressò alla feluca, ov’era il papa. Curvava le ginocchia quella schiera feminea, riceveva con trasporto di affetto la benedizione del papa quindi, remigando e cantando, ritornava alla spiaggia. E già le ombre della notte si distendevano sulla superficie del golfo quando si decise di prender terra a Rapallo. I palischermi vi giungevano improvvisi per cui tutti, e il papa istesso, vidersi costretti a prender terra sulle braccia dei marinai. Preparavasi il dì appresso un gran tavolato perchè Pio passasse comodamente dalla sponda del mare alla feluca, che dovea condurlo in Genova. Fu spettacolo commovente il vedere gettarsi in mare la gente, immergersi nell’acqua sino alla gola per fiancheggiare quella zattera e baciare i piedi al pontefice che dovea transitarvi: tanta nell’animo dei liguri è la fede, tale la devozione e il rispetto verso il vicario di Cristo! Narravasi che su i luoghi, rallegrati dalla presenza del papa, irrompea il popolo per baciare in ginocchio non che le stanze, le strade che avea percorse. IV. Scorgevasi appena sul mare ligustico la feluca, che portava a Genova il santo padre quando le navi spagnuole ancorate nel porto e molti battelli genovesi mossero incontro al pontefice e disposti in doppia fila ne fiancheggiavano la nave. Ansioso il popolo ne attendeva<noinclude><references/></noinclude> 4pz6qz9xp6wuxkj53o0uwhod0c8bes0 Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/404 108 769336 3876789 2732931 2026-08-27T12:24:06Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876789 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|152|VITA DI PIO VII|}}</noinclude>{{Pt|rone|barone}} di Thuvlì, che presentavagli affettuosa lettera di Alessandro I: monarchi e principi lo visitarono; nobili e negozianti fecero a gara per tributare ossequio al gerarca della chiesa, per offrire ai cardinali, ai prelati ospitalità generosa, il popolo per applaudirlo<ref>Narra un testimonio di vista che al passaggio del papa per l anticamera si vide svolgere improvvisamente una portiera e uscire da quella specie d’involucro una donna di civile condizione che, temendo di esser congedata dalla sala vi sì era nascosta. Così le fu dato di soddisfare al suo pio desiderio e di esser benedetta dal papa, che amabilmente sorrise a tanta prova</ref>. Ricevute le visite di congedo, ossequiato dallo stato maggiore di piazza, dal commissario del re, domandò il papa la nota delle guardie nobili, dalle quali ebbe luminose prove di ossequio, per inviare ad esse da Roma un pegno dell’amor suo. Sino dal dì che precedeva la sua partenza il portico dell’episcopio, il cortile, le scale, la vasta sala, la stessa anticamera si videro assediate da una moltitudine di persone, le quali, benchè respinte dalle guardie, non fu possibile rimovere da quei luoghi durante la notte: tutti volevano vedere il santo padre, baciargli i piedi, attestargli la loro devozione profonda. Avvicinatasi l’ora della partenza, crescea la folla, l’aria era assordata da grida chiedenti di vedere il papa. Volle Pio secondare il desiderio dei cittadini e, affacciato alla loggia dell’episcopio, diede alla città la benedizione apostolica. Commosso dall’imponente spettacolo di un popolo immenso che agitavasi nella piazza, sollevando al cielo le mani, con voce altissima gridò: ''Dio proteggerà i genovesi'': tenero voto che risuonò dolcemente nel cuore dei cittadini e non potrà essere dimenticato. Quindi scese le scale dell’episcopio, ove nel cortile stavano tre carrozze a sei cavalli e lasciò Genova la mattina del diciotto maggio. Uscito appena dalla città, fu salutato dalle batterie del molo vecchio: giunto al piano di san Pier d’arena, vide le vie sparse di fiori, adorne di tappeti e di arazzi: in Campo Marone, ove dovea riposarsi nel palazzo<noinclude><references/></noinclude> gz0c6ozibv44vxs4iiej5dvywtanx94 Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/433 108 769374 3876787 2733025 2026-08-27T12:23:49Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876787 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO VIII|181}}</noinclude>colonne, gli obelischi, i templi, gli archi, le terme l’antico fasto della dominatrice del mondo. Francesco I che erasi fatta una legge di rifiutare l’invito alle feste particolari, fece ringraziare dal suo gran ciamberlano conte di Wrbna l’ambasciatore francese, che preparavagli magnifica festa: accettò per altro quella che splendidissima, a nome del santo padre, offrivagli il senato e il popolo romano nelle aule capitoline. Lo sfarzo, la magnificenza, il buon ordine resero più magnifica e più bella la dimostrazione rispettosa dalla città tributata all’imperatore. I capo lavori che arricchiscono il museo, vedevansi vagamente disposti nell’interno degli appartamenti aperti alla festa. I cardinali, gli ambasciatori delle due corti, i principi stranieri, la nobiltà romana, la municipale rappresentanza corteggiavano Francesco I che, dopo aver assistito al’un fuoco artificiale, incendiato sulla piazza del campidoglio e ad una cantata solenne eseguita a suo onore passò, sovra un ponte appositamente costruito, all’appartamento dei conservatori di Roma ove erano disposte le mense. L’augusto monarca invitò i cardinali e gli ambasciatori che, entrando seco lui nella sala, videro nel bel mezzo della tavola grandeggiare, come in trionfo, l’antica lupa di bronzo che alcuni dissero colpita dal fulmine il giorno in cui Giulio Cesare fu pugnalato. A mille commensali aprendosi le altre sale, tanta folla ingombrò i vasti ambienti, che fu difficile serbar l’ordine, impossibile disporre i posti, secondo il grado dei convitati. Soddisfatto Francesco I delle accoglienze, incaricò Consalvi a rendere in suo nome le dovute grazie al pontefice. L’ambasciatore austriaco Kaunitz offrì nel palazzo Braschi sontuosa festa al sovrano che, visitando Roma, volle onorare di sua presenza gli studi artistici di Canova, Landi, Camuccini, Wiear, Torwaldsen, Fabris, Alvarez e Scholler. Nel palazzo di Venezia vide l’esposizione dei pensionati lombardo-veneti divenuti suoi sudditi, in quello dei Caffarelli degli artisti tedeschi: grazioso pensiero che torna sempre a gloria di Roma riguardata come l’educatrice dei buoni ingegni, l’ateneo dell’Europa. Due feste di ballo date nel teatro Alibert e nell’anfiteatro Corea, la corsa del fantino<noinclude><references/></noinclude> iofbtcff3k7ddnlk7cv1bov2c71e736 Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/445 108 769475 3876821 3875813 2026-08-27T12:32:39Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876821 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO IX|193}}</noinclude>ferri e collocata nel fondo di un grosso muro che, movendo dall’ara massima, estendevasi per tutta la chiesa. A questa cautela necessaria a quei tempi in cui, mosse da spirito religioso, le città s’involavano a gara i corpi dei santi, sorgente talvolta di civili discordie, sempre di odî e di scandali, si aggiunse il comando di Sisto IV, che, a preghiera del missionario san Giacomo della Marca, impose ai religiosi di chiudere la scala che dava accesso ai sotterranei del tempio. Dopo sei secoli di silenzio, fatte le indagini opportune, scoperto il sacro deposito sotto l’altare della basilica inferiore, il dì dodici decembre mille ottocento dieciotto si rinvennero le ossa del santo fondatore dell’ordine serafico sciolte dalle proprie connessioni, ma collocate nel loro luogo e con le mani in forma di croce sovraposte sul petto. Deputò il papa cinque vescovi alla compilazione del processo: sottopose la discussione accurata ad una congregazione di cardinali e teologi e dopo due anni d’indagini, di esami dichiarò solennemente la identità del corpo trovato, volle che nell’urna istessa si serbassero le ossa e permise che le ceneri fossero distribuite ai fedeli<ref>Questo giudizio solenne fu emanato nel dì 1 Agosto 1820: il breve ''Assisiensem Basilicam'' porta la data 5 settembre 1820 Leggesi in esso «Constare de identitate corporis sancti Francisci nuper inventi sub ara maxima basilicae Assisiensis.»</ref>. Da tutti i regni della cristianità giunsero premurose domande e la devozione verso il serafico fondatore dell’ordine minoritico mirabilmente si accrebbe. Per le generose obblazioni del pontefice, dell’imperatore austriaco, dei principi italiani si ebbero i mezzi di costruire innanzi al venerando deposito una devota cappella. In segno di letizia volle il papa contrasegnato l’anno vigesimo primo dei suo pontificato da una medaglia che porta la sua effigie da un lato e dall’altro presenta alcuni padri minori conventuali nell’atto di assistere i cinque vescovi inviati in Assisi per il riconoscimento del corpo, di san Francesco<ref>Questa medaglia fu eseguita da T. Mercandelli. Sopra {{pt|l’ur-}}</ref><noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — II||13}}</noinclude> q5fpx3aab3var8lj9x7w514r13fqn8e 3876823 3876821 2026-08-27T12:32:56Z Dr Zimbu 1553 3876823 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO IX|193}}</noinclude>ferri e collocata nel fondo di un grosso muro che, movendo dall’ara massima, estendevasi per tutta la chiesa. A questa cautela necessaria a quei tempi in cui, mosse da spirito religioso, le città s’involavano a gara i corpi dei santi, sorgente talvolta di civili discordie, sempre di odî e di scandali, si aggiunse il comando di Sisto IV, che, a preghiera del missionario san Giacomo della Marca, impose ai religiosi di chiudere la scala che dava accesso ai sotterranei del tempio. Dopo sei secoli di silenzio, fatte le indagini opportune, scoperto il sacro deposito sotto l’altare della basilica inferiore, il dì dodici decembre mille ottocento dieciotto si rinvennero le ossa del santo fondatore dell’ordine serafico sciolte dalle proprie connessioni, ma collocate nel loro luogo e con le mani in forma di croce sovraposte sul petto. Deputò il papa cinque vescovi alla compilazione del processo: sottopose la discussione accurata ad una congregazione di cardinali e teologi e dopo due anni d’indagini, di esami dichiarò solennemente la identità del corpo trovato, volle che nell’urna istessa si serbassero le ossa e permise che le ceneri fossero distribuite ai fedeli<ref>Questo giudizio solenne fu emanato nel dì 1 Agosto 1820: il breve ''Assisiensem Basilicam'' porta la data 5 settembre 1820 Leggesi in esso «Constare de identitate corporis sancti Francisci nuper inventi sub ara maxima basilicae Assisiensis.»</ref>. Da tutti i regni della cristianità giunsero premurose domande e la devozione verso il serafico fondatore dell’ordine minoritico mirabilmente si accrebbe. Per le generose obblazioni del pontefice, dell’imperatore austriaco, dei principi italiani si ebbero i mezzi di costruire innanzi al venerando deposito una devota cappella. In segno di letizia volle il papa contrasegnato l’anno vigesimo primo dei suo pontificato da una medaglia che porta la sua effigie da un lato e dall’altro presenta alcuni padri minori conventuali nell’atto di assistere i cinque vescovi inviati in Assisi per il riconoscimento del corpo, di san Francesco<ref name=p193>Questa medaglia fu eseguita da T. Mercandelli. Sopra {{pt|l’ur-}}</ref><noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — II||13}}</noinclude> 4kyvb8n57t3ahqzktycn1vs0dyobudt 3876827 3876823 2026-08-27T12:33:52Z Dr Zimbu 1553 3876827 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO IX|193}}</noinclude>ferri e collocata nel fondo di un grosso muro che, movendo dall’ara massima, estendevasi per tutta la chiesa. A questa cautela necessaria a quei tempi in cui, mosse da spirito religioso, le città s’involavano a gara i corpi dei santi, sorgente talvolta di civili discordie, sempre di odî e di scandali, si aggiunse il comando di Sisto IV, che, a preghiera del missionario san Giacomo della Marca, impose ai religiosi di chiudere la scala che dava accesso ai sotterranei del tempio. Dopo sei secoli di silenzio, fatte le indagini opportune, scoperto il sacro deposito sotto l’altare della basilica inferiore, il dì dodici decembre mille ottocento dieciotto si rinvennero le ossa del santo fondatore dell’ordine serafico sciolte dalle proprie connessioni, ma collocate nel loro luogo e con le mani in forma di croce sovraposte sul petto. Deputò il papa cinque vescovi alla compilazione del processo: sottopose la discussione accurata ad una congregazione di cardinali e teologi e dopo due anni d’indagini, di esami dichiarò solennemente la identità del corpo trovato, volle che nell’urna istessa si serbassero le ossa e permise che le ceneri fossero distribuite ai fedeli<ref>Questo giudizio solenne fu emanato nel dì 1 Agosto 1820: il breve ''Assisiensem Basilicam'' porta la data 5 settembre 1820 Leggesi in esso «Constare de identitate corporis sancti Francisci nuper inventi sub ara maxima basilicae Assisiensis.»</ref>. Da tutti i regni della cristianità giunsero premurose domande e la devozione verso il serafico fondatore dell’ordine minoritico mirabilmente si accrebbe. Per le generose obblazioni del pontefice, dell’imperatore austriaco, dei principi italiani si ebbero i mezzi di costruire innanzi al venerando deposito una devota cappella. In segno di letizia volle il papa contrasegnato l’anno vigesimo primo dei suo pontificato da una medaglia che porta la sua effigie da un lato e dall’altro presenta alcuni padri minori conventuali nell’atto di assistere i cinque vescovi inviati in Assisi per il riconoscimento del corpo di san Francesco.<ref name=p193>Questa medaglia fu eseguita da T. Mercandelli. Sopra {{pt|l’ur-}}</ref><noinclude>{{PieDiPagina|''Giucci. Vita di Pio VII''. — II||13}}</noinclude> kmf0co04zowvlcvbjawjeio9hl8pdnb Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/446 108 769476 3876825 2733537 2026-08-27T12:33:26Z Dr Zimbu 1553 3876825 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|194|VITA DI PIO VII|}}</noinclude> V. La benevolenza e le simpatie dell3Inghilterra verso il pontefice aumentavansi per la nobile condotta del suo segretario di stato. Si fecero amorevoli accoglienze a Canning ministro pel dipartimento dell’Indie orientali: fu ricevuto con sentimenti di compiacenza l’incaricato di Hannover inviato da Giorgio IV. Il re raccomaudavasi alle preghiere di Pio e Pio disse ai suoi: proviamoci di rispondergli presso a poco con i termini che usiamo con i principi cattolici. Bastava essere inglese per aspettarsi dal governo del papa e da Consalvi compiacenze e favori: le nazioni n’erano quasi gelose. Court, ministro del regno unito presso la corte siciliana, recavasi in Roma per presentare a Pio VII affettuosa lettera del reggente: un console inglese stabilito negli stati della chiesa fece sperare che più tardi vedrebbesi in Roma un rappresentante dell’Inghilterra. Si vide giunger da Londra l’illustre pittore inglese Lawrenco incaricato di fare i ritratti del santo padre e di Consalvi. Fu accolto con favore dal papa, dal suo segretario di stato, dalla nostra accademia di belle arti ed ebbe stanza nel palazzo del quirinale: videro tutti in questo atto un pegno di affettuosa simpatia e di non lontana concordia. Quest’opera, che nella galleria del castello di Windsor dovea completare la serie dei sovrani e dei ministri inviati alle conferenze viennesi, fu esposta in una sala del quirinale. Il papa e il cardinale ne furono soddisfatti. La critica romana, che nulla perdona, disse trascurati gli accessori, ma per l’effetto e per la somiglianza pregevole quel dipinto. Roma possiede il ritratto di Giorgio IV spedito dalla corte brittanica in dono al pontefice.<ref>Per ordine di Gregorio XVI fu collocato nel museo lateranense.</ref>. L’Inghilterra onorava il coraggio di Pio e sapea quel re come una delle cause che avea provocati gli sdegni di Napoleone contro il papa fu il rifiuto dall’accedere al sistema continentale che chiudea tanti <ref follow=p193>{{pt|na|l’urna}} leggesi ''Serap''. è nell’esergo «''S. Francisci sepulcrum gloriosum'' MDCCCXVIII.»</ref><noinclude><references/></noinclude> o8beshmqgy6oly5ng96rubr31r7z0o4 3876830 3876825 2026-08-27T12:34:34Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876830 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione|194|VITA DI PIO VII|}}</noinclude> V. La benevolenza e le simpatie dell’Inghilterra verso il pontefice aumentavansi per la nobile condotta del suo segretario di stato. Si fecero amorevoli accoglienze a Canning ministro pel dipartimento dell’Indie orientali: fu ricevuto con sentimenti di compiacenza l’incaricato di Hannover inviato da Giorgio IV. Il re raccomaudavasi alle preghiere di Pio e Pio disse ai suoi: proviamoci di rispondergli presso a poco con i termini che usiamo con i principi cattolici. Bastava essere inglese per aspettarsi dal governo del papa e da Consalvi compiacenze e favori: le nazioni n’erano quasi gelose. Court, ministro del regno unito presso la corte siciliana, recavasi in Roma per presentare a Pio VII affettuosa lettera del reggente: un console inglese stabilito negli stati della chiesa fece sperare che più tardi vedrebbesi in Roma un rappresentante dell’Inghilterra. Si vide giunger da Londra l’illustre pittore inglese Lawrenco incaricato di fare i ritratti del santo padre e di Consalvi. Fu accolto con favore dal papa, dal suo segretario di stato, dalla nostra accademia di belle arti ed ebbe stanza nel palazzo del quirinale: videro tutti in questo atto un pegno di affettuosa simpatia e di non lontana concordia. Quest’opera, che nella galleria del castello di Windsor dovea completare la serie dei sovrani e dei ministri inviati alle conferenze viennesi, fu esposta in una sala del quirinale. Il papa e il cardinale ne furono soddisfatti. La critica romana, che nulla perdona, disse trascurati gli accessori, ma per l’effetto e per la somiglianza pregevole quel dipinto. Roma possiede il ritratto di Giorgio IV spedito dalla corte brittanica in dono al pontefice.<ref>Per ordine di Gregorio XVI fu collocato nel museo lateranense.</ref>. L’Inghilterra onorava il coraggio di Pio e sapea quel re come una delle cause che avea provocati gli sdegni di Napoleone contro il papa fu il rifiuto dall’accedere al sistema continentale che chiudea tanti <ref follow=p193>{{pt|na|l’urna}} leggesi ''Serap''. è nell’esergo «''S. Francisci sepulcrum gloriosum'' MDCCCXVIII.»</ref><noinclude><references/></noinclude> s7asj5kyre1vaeans2qzcpmofv3gg71 Pagina:Storia della vita e del pontificato di Pio VII.pdf/469 108 769504 3876818 2733773 2026-08-27T12:31:38Z Dr Zimbu 1553 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3876818 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Noce09" />{{RigaIntestazione||LIBRO IX|217}}</noinclude>raddoppiò la mestizia dei cittadini. Adunata dal senatore la milizia capitolina, chiamati a se i presidenti dei rioni Campitelli e Ponte, sostituiti agli antichi caporioni, giusta le vecchie consuetudini, spedì il colonnello di quei militi ad aprire le carceri nuove e le capitoline, nelle quali stavano detenuti i rei di lievi colpe. {{ec|leggo|Leggo}} che erano ventidue; quattro donne fra questi. Gli accusati di grandi delitti erano stati il di precedente assicurati in castel sant’angelo. Imbalsamato il cadavere del santo padre, vestito di sottana bianca, mozzetta e camauro, fu esposto sul quirinale nella gran sala del concistoro. Ardevano quattro ceri ai lati del letto funebre, vegliato da quattro guardie nobili, visitato dal popolo venuto a deporre ai piedi del vicario di Cristo i sensi di devoto rispetto. Il cardinale della Somaglia decano e Pacca camerlengo, che in sede vacante interviene a tutte le adunanze di stato, tennero congregazione con Fesch primo dell’ordine dei preti e Consalvi dell’ordine dei diaconi presenti in Roma. Il dì seguente, sul declinare della sera, un vaso mortuario contenente i precordi di Pio, accompagnato dai caudatario e da due palafrenieri, che con torce accese fiancheggiavano la carrozza, portavasi nella chiesa dei santi Vincenzo e Anastasio, benedetto dal parroco, ricevuto dai chierici minori che ufficiano quella chiesa. XIX. Batteva l’orologio del quirinale la prima ora della notte quando si fece il solenne trasporto del cadavere dal palazzo di residenza a quello dei vaticano. Due mozzi con torcie a vento, due battistrada, un drappello di cavalleggieri, preceduto da quattro trombettieri e da un ufficiale, aprivano la pompa funebre: seguivano due trombettieri e quattro guardie nobili comandate da un cadetto; la guardia svizzera, con bandiera piegata e il suo capitano alla testa, precedea la lettiga, adorna di drappo rosso, guarnita di trine d’oro, aperta da tre lati e portata da due mule riccamente bardate. Ivi stava il cadavere del santo padre: intorno a quella erano dodici padri penitenzieri con torcie in mano, recitanti a bassa voce preghiere e fiancheggiati da due fila di guardie nobili<noinclude><references/></noinclude> plsty0780t26k69wgoalbhfq1lv0o6d Pagina:D'Annunzio - San Pantaleone, 1886.pdf/162 108 789376 3877081 3090787 2026-08-27T18:10:42Z Francyskus 76680 /* Riletta */ 3877081 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|154|{{Sc|il commiato.}}|}}</noinclude>tudine alta e grave, si sentì d’improvviso entrar nell’anima come l’orgoglio d’una vita più libera, una sovrabbondanza di forze. ‟Non partire! Non partire! Io ti voglio ancora....” Le nudò il polso e insinuò le dita nella manica tormentandole la pelle con un moto inquieto in cui era il desiderio di possessi maggiori. Ella gli volse uno di quelli sguardi che lo ubriacavano come calici di vino. Il ponte era da presso, rossastro, nell’illuminazione del sole. Il fiume pareva immobile e metallico in tutta la lunghezza della sua sinuosità. De’ giunchi s’incurvavano su la riva, e le acque urtavano leggermente alcune pertiche infitte nella creta per reggere forse le lenze. Allora egli cominciò ad incitarla con i ricordi. Le parlava dei primi giorni, del ballo al palazzo Farnese, della caccia nella campagna del Divino Amore, delli incontri matutini nella piazza di Spagna lungo le vetrine delli orefici o per la via Sistina tranquilla e signorile, quando ella usciva dal palazzo Zuccheri seguita dalle ciociare che le offerivano nei canestri le rose. ‟Ti ricordi? Ti ricordi?...” ‟Sì.”<noinclude></noinclude> ngawwilxqh8rmsgirwj16cnzdz4zl2t Pagina:Il buon cuore - Anno XI, n. 07 - 17 febbraio 1912.pdf/3 108 825452 3877247 2953771 2026-08-28T07:49:34Z Cruccone 53 /* Pagine SAL 100% */ 3877247 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||IL BUON CUORE|51}} {{Rule|100%}} {{Rule|100%}}</noinclude>{{Colonna}} ricordare l’uso degli aeroplani e quello dei dirigibili per convincersi che le battaglie odierne si combattono e si vincono con mezzi ben diversi da quelli in uso quando la guerra era nelle consuetudini di ciascun popolo alacre e vigile dei suoi destini. Ora ai tanti mezzi ignoti ai prodi guerrieri antichi, un altro se ne aggiunge sul quale si fa il più grande affidamento: il cane. Quando a Roma, nei giorni scorsi, venti cani, accompagnati dai loro educatori, si avviarono alla stazione, diretti a Napoli, il popolo non nascose il suo stupore. Egual meraviglia suscitò la breve scolta quando attraversò le vie di Napoli, con quella gioconda irrequietezza che segue ai lunghi periodi di inerzia. Il popolo vedeva passare i venti cani alti e robusti, dal pelo rosso nerastro, con la testa grossa, pelosa, simile a quella dell’orso nero, con la bocca aperta e armata da potentissimi denti e aguzzi, sapeva che erano diretti alla guerra e si domandava a che cosa potessero giovare, se non a lanciarli, dopo averli affamati, contro i polpacci dei turchi. Magra risorsa, osservava il popolo, quando si posseggono mezzi molto più efficaci per gettare lo scompiglio e la morte nel campo nemico. Tanta sorpresa era {{Ec|legitlima|legittima}}, poichè pochi conoscono i servigî che il cane può rendere in guerra. Le meravigliose qualità del cane, il suo fiuto, la sua intelligenza, la sua devozione all’uomo, sono state molte volte utilizzate per la preservazione della vita umana. Chi non conosce l’ammirevole cane del San Bernardo educato dai religiosi a rintracciare nella notte e nella neve i viandanti sperduti? Chi non sa quante vite umane hanno essi salvate? Ebbene, in tempo di guerra il cane è ancora più utile: esso diviene un sagace informatore, un guardiano vigile, un aiuto possente e instancabile. L’Italia non impiega per la prima volta il cane alla guerra. Ne usarono già i francesi in Algeria e nel Messico e ne usò ultimamente il Giappone nella guerra contro la Russia. Innumerevoli volte i soldati dovettero al fiuto dei cani che li accompagnavano di poter sfuggire a sanguinose imboscate. L’educazione del cane per la guerra rimonta al 1888 e pare sia stata tentata primieramente dalla Francia. Si costituì allora una pattuglia di cani informatori destinata a servire nelle ricognizioni di fanteria. Nelle manovre essa precedeva il grosso dell’esercito, correndo in ogni senso, esplorando ogni accidentalità del terreno. La notte essa era a guardia degli avamposti, poichè l’acuità del suo senso permette al cane di percepire i più leggeri rumori che sfuggono all’orecchio umano. In seguito si pensò a utilizzare i cani per il trasporto delle munizioni e per la trasmissione degli ordini sul campo di battaglia. Come staffetta, il cane è particolarmente prezioso: esso può percorrere tre chilometri in meno di cinque minuti e può fare, inoltre, ciò che non è consentito al cavallo, scalare monticelli di terreno friabile, discendere precipizî a picco, saltare, internarsi in folte boscaglie, esplorare sotterranei e buche anguste e profonde. {{AltraColonna}} In una delle ultime manovre francesi, una compagnia in ricognizione, composta di pochi soldati di fanteria accompagnata da cani di guerra, esplorò una regione ascosa in concorrenza con un gruppo di cavalleggeri. I cani trasmisero la notizia dello approssimarsi del nemico trentacinque minuti prima della cavalleria. Ma è dopo la battaglia che il cane diventa ancora più utile: è allora ch’esso è per l’uomo un ausilio incomparabile nella ricerca e nel soccorso dei feriti. Pensate, infatti, a ciò che è la guerra moderna. Con le antiche regole di combattimento i soldati erano disposti in linee, su terreni scoperti, stretti l’uno all’altro e i feriti si trovavano così raccolti in uno spazio abbastanza ristretto, nel quale era facile trovarli e raccoglierli. Ma nella guerra odierna, l’ordine sparso, necessario per offrire minor bersaglio alle spaventevoli devastazioni dell’artiglieria e dei fuochi a salve dei fucilieri, sparpaglia i combattenti su una vasta zona, li dissimula dietro le dune, nei boschetti, nei fossati. Quelli che cadono colpiti sono lontani dagli altri e assai spesso restano nascosti dal riparo che avevano scelto e che non è valso a salvarli. Il compito dei soldati della sanità è, in tal modo, difficile e non esclude che qualche ferito possa rimanere abbandonato senza soccorsi, perchè non è possibile ritrovarlo. E’ in tal caso che il cane può rendere segnalati servizii, sol che si provveda a sviluppare, con una acconcia disciplina, il suo istinto che lo guida verso il punto in cui giace un ferito. Io non so se i cani mandati a Tripoli dal governo italiano sieno addestrati a questo pietoso lavoro come a quello di messaggi, scoprire il nemico, rintracciare armi e munizioni. Ho buone ragioni, però, per credere che non sia stata trascurata questa importante funzione che il cane può compiere, come si è fatto già dai giapponesi e dai tedeschi. In Germania, difatti, il servizio dei cani di ambulanza, è da parecchi anni definitivamente organizzato. Ciò che si è ottenuto dal cane è che fra tutte le accidentalità del vasto campo di battaglia, esso scopra il ferito e lo segnali alla ambulanza. Tutto, nella sua educazione, deve avere per iscopo di abituarlo a questo compito. Il cane viene munito d’un particolare corredo che consiste in un sacco a due tasche posato sul suo dorso e fissato con una cinghia intorno al corpo. Una delle tasche contiene un po’ di nutrimento e una bottiglia piena di un cordiale, l’altra delle bende chirurgiche. Sul sacco è disposta una copertura la quale reca su fondo bianco il segnacolo della pietà: la croce rossa. Così equipaggiato, e dopo una certa pratica fatta sui campi di manovra, il cane è pronto a rendere i suoi servigi in guerra. Dopo una battaglia esso viene slanciato alla ricerca di quei feriti che potrebbero essere rimasti occultati all’occhio della Sanità dalle asperità del suolo o dalla abilità stessa del soldato nel cercarsi un rifugio da cui colpire non visto. I cani vanno, vengono, corrono in ogni senso, con la testa bassa, fiutando il terreno, esplorando ovunque. Quando hanno scoperto una pista si slanciano e giungono presso al {{FineColonna}}<noinclude><references/></noinclude> 9unwbtasdmfnz86e13798cmo6uu4l1w Pagina:Alfieri - Rime scelte, Sansoni, 1912.djvu/196 108 832036 3877238 2972842 2026-08-28T07:42:04Z Cruccone 53 /* Pagine SAL 100% */ 3877238 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|168|{{Sc|rime varie}}||riga=si}}</noinclude> <section begin="1" /><poem> {{R|4}} Sue Furie sí, che il di lui giuro<ref>4. '''Il giuro''' di non impugnare le armi mai piú, dopo che Agamennone gli aveva rapita Briseide.</ref> han vinto. :L’asta infallibil, ecco, e il già discinto Scudo afferrando, i sanguigni occhi ei gira Dove infra’ Teucri Ettórre andarsen mira {{R|8}} D’alta baldanza di vittoria cinto.<ref>5-8. Nell’{{Wl|Q8275|''Iliade''}} (XXII, 131, e segg.): ::''Ὣς ὥρμαινε μένων· ὁ δέ οἱ σχεδὸν ἦλθεν Ἀχιλλεὺς,'' ::''ἵσος Ἐνυαλίῳ, κορυθάϊκι πτολεμιστῇ,'' ::''σέιων Πηλιάδα μελίην κατὰ δεξιὸν ὦμον'' ::''δεινήν· ἀμφί δὲ χαλκὸς ἐλάμπετο εἴκελος αὐγῇ'' ::''᾽ῆ πυρὸς αἰθομένου ἢ ἠελίου ανιόντος.'' versi cosí tradotti dal {{AutoreCitato|Vincenzo Monti|{{Sc|Monti}}}}: ::Ed ecco Achille avvicinarsi, al truce ::Dell’elmo agitator Marte simile. ::Nella destra scotea la spaventosa ::Peliaca trave; come viva fiamma, ::O come disco di nascente Sole ::Balenava il suo scudo.</ref> :Patróclo e Achille una sola alma in due Fummo; e il saprai; l’eroe gridando, vola {{R|11}} Alato<ref>11. '''Alato;''' ricordo dell’aggettivo ''ποδωκύς'' (piè-veloce), inseparabile nell’''Iliade'' dal nome di Achille.</ref> ei piú che le minacce sue. :Giunge, combatte, e vita e palma invola A chi pur dianzi insuperabil fue. {{R|14}} Coll’altrui pianto Achille il suo consola. </poem><section end="1" /> <section begin="2" /> {{ct|f=110%|t=2|v=1|L=1px|CLXVI.<ref>Nel decembre del 1780, entrata in relazione con l’A., la {{Wl|Q63057|Contessa d’Albany}} aveva voluto liberarsi dal greve giogo del proprio marito, ed era ricorsa ad un ingegnoso espediente: una certa Signora Orlandini, d’accordo con lei, andò un giorno a prenderla col proprio cavalier servente, un Irlandese, di cognome Gehegan, per recarsi a vedere certi lavori d’ago nel monastero delle Bianchette: lo {{Wl|Q312581|Stuart}} fu della brigata anche lui, ma, infermo com’era, camminava piú lentamente di tutti. La Contessa raggiunse la soglia del monastero, le fu aperto dalle suore, l’uscio si richiuse sollecitamente alle sue spalle e, quando il Conte fece per entrare, gli fu risposto che, ormai, sua moglie era in ''asilo'' sicuro e che si desse pace. La Signora passò poi da quel monastero all’altro delle Orsoline in Roma. A questi fatti si richiama l’A. nel sonetto che è surriportato, composto il 17 dicembre 1794: la qual data è però, nell’autografo, seguita da un’annotazione certamente erronea; si legge: «Fuori Porta S. Fridiano, in faccia al Conventino», mentre il Convento delle Bianchette era in via del Mandorlo (oggi {{Wl|Q16620953|via Giuseppe Giusti}}), da Porta San Gallo.</ref>}} {{ct|f=110%|v=2|L=1px|'''Ricordi.'''}} <poem> :E’ mi par jeri, e al terzo lustro or manca Pur solo un anno, o Donna mia, dal giorno In cui per queste spiagge a te dintorno<ref>3. '''A te d’intorno,''' intorno al monastero che l’aveva accolta.</ref> {{R|4}} Io mi venìa aggirando a destra e a manca. :In pia magion, dal sofferir tu stanca, Racchiusa t’eri, e ten piacea ’l soggiorno; </poem><section end="2" /><noinclude><br clear="all" /> <references/> [[Categoria:Pagine con testo greco]]</noinclude> fsplsk8dvex3ceyqgug1k4rdnwv5m00 Rime varie (Alfieri, 1912)/CLXV. Leggendo l'Iliade 0 832044 3877239 3754834 2026-08-28T07:42:19Z Cruccone 53 Porto il SAL a SAL 100% 3877239 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=28 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=CLXV. Leggendo l'Iliade|prec=../CLXIV. Piccoli e grandi dolori|succ=../CLXVI. Ricordi}} <pages index="Alfieri - Rime scelte, Sansoni, 1912.djvu" from="195" to="196" fromsection="2" tosection="1" /> {{Sezione note}} [[Categoria:Sonetti|Feroce piange in su l'amico estinto]] {{AltraVersione|Rime varie (Alfieri, 1903)/CCXXXIII. Feroce piange in su l'amico estinto|ed. 1903}} iji8dab8le1v8itwymnq3fbaiq5kssj Pagina:Sonetti romaneschi VI.djvu/61 108 855925 3877300 3329073 2026-08-28T10:02:44Z Sentrac98 29209 /* Riletta */ 3877300 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Sentrac98" />{{RigaIntestazione||''Sonetti del 1831''|51}}</noinclude><nowiki /> {{Ct|f=100%|v=1|t=2|LA CARESTIA.}} <poem> Donne mie care, bbuggiaravve a tutte, Ma cc’è troppa miseria de cudrini: E si a ttenévve drento a li confini Nun ciarimèdia Iddio, ve vedo bbrutte. Oggiggiorno sti poveri paini<ref>Zerbini. [V. la nota 6 del sonetto: ''{{TestoCitato|Er coronaro}}'', 10 gennaio 32.]</ref> Tièngheno<ref>[''Tengono'': hanno.]</ref> le saccocce accusì assciutte, Che chi aggratis nun pijja er gammautte, La pò ddà ppe’ ttrippetta a li gattini. Oggiggiorno a sta Roma bbenedetta Lo spaccio der Merluzzo è aruvinato, E nun ze pò ppiù ffà ttanto-a-la-fetta. Ma ppe’ vvoi sole er caso è ddisperato; Ché ll’ommini, si stanno a la stecchetta, Pònno fà ccinque sbirri e un carcerato. </poem><!--fine--> {{a destra|margine=5em|{{smaller|Morrovalle, 26 settembre 1831.}}}}<noinclude></noinclude> 4h0x1sulmg3gvrrv89mbzyw4znpyzxx Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/283 108 956316 3877045 3874769 2026-08-27T15:50:10Z Utoutouto 16823 3877045 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||pensaci, giacomino|273}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Toti}}. No, ecco: mettiamo le cose a posto, signor Direttore: è anche colpa del portinajo che dorme davanti al portone della scuola, senza badare a chi s’introduce nella Palestra ginnastica. C’è — lei la vede — {{block|is|indica nell’interno della classe}}quella finestra lí: si scala con nulla: basta alzare un piede e si è in classe. {{Sc|Direttore}}. E lei? Che ci sta a far lei sulla cattedra? {{Sc|Toti}}. Santa pazienza! Con la faccia al muro... cioè, alla lavagna... Non badi, signor Direttore: quel giovinotto, forse perché amante degli animali {{block|is|e aggiunge piano, con bonomia e quasi tra parentesi, come per far vedere che una tale sciocchezza sa dirla anche in greco:}} — zoofilo, zoofilo — stava attentissimo. Tanto che neppure me n’ero accorto. {{Sc|Direttore}}. Ho capito, ho capito. E ne riparleremo piú tardi, professore. Intanto... {{Sc|Cinquemani}} (''sopravvenendo, sbuffante''). Niente! Come il vento! Non s’è visto di dove è sparito! {{Sc|Direttore}}. Sonate, sonate la campana, Cinquemani! {{Sc|Toti}}. Parola d’onore, signor Direttore... {{Sc|Direttore}}. Le dico che adesso ne riparleremo, professore. Lasci prima andar via gli alunni. {{block|is|Cinquemani s’appende alla campana della scuola e la suona a lungo, com’è solito ogni giorno. S’aprono gli usci delle classi e ne escono rumorosamente gli scolari. Alcuni, vedendo il Direttore, subito fan silenzio e si levano il cappello. Anche dal Gabinetto di Storia Naturale escono gli alunni, ma zitti e composti. Il professor Toti non può tenersi di salutarne qualcuno con la mano o di fare un cenno a qualche altro, subito represso da uno sguardo severo del Direttore. In breve il corridojo è sgombro. Cinquemani, durante la scena seguente, si leverà il berretto e si legherà attorno alla fronte un gran fazzoletto rosso, di cotone, a fiorami; si leverà i mezzi guanti e lo scialle e indosserà un lungo càmice turchino tratto dal cassetto del tavolino. Intanto sopravverranno la moglie Marianna e la figlia Lillina con le scope e altri attrezzi per far la pulizia delle classi.}}<noinclude></noinclude> dqw29sbwplj5d8jy1w6z010qlqa1jdc Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/285 108 956318 3877044 3874841 2026-08-27T15:49:50Z Utoutouto 16823 3877044 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||pensaci, giacomino|275}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Direttore}} (''stordito''). Che cosa le salta di venirmi a domandare un temperino, adesso? {{Sc|Toti}}. Se vuol farsi un taglietto a un dito, piccolo piccolo; o lo vuol fare a me? Per farle vedere che alla nostra età, cavaliere, il sangue è acqua: acqua di malva. Consideriamo, santo Dio, questi ragazzini che hanno fuoco invece nelle vene, e friggono! Io li guardo serio, non creda: {{block|is|con atteggiamento napoleonico}}— cosí! — Ma le giuro che quando me li vedo davanti con certe facce da santi anacoreti, mentre son sicuro che sotto sotto me ne stanno combinando qualcuna... {{block|is|Ride.}} {{Sc|Direttore}}. Eh sfido, se lei ci sciala cosí! {{Sc|Toti}} (''subito''). No no, li guardo serio! {{block|is|Rifà il gesto di prima.}} {{Sc|Direttore}}. Io non so! Come se non mancassero di rispetto a lei! {{Sc|Toti}}. A me? No. Mancano di rispetto al professore! {{Sc|Direttore}} (''per troncare, severo''). Scusi, da quanti anni insegna lei? {{Sc|Toti}}. Perché? {{Sc|Direttore}}. Mi risponda, la prego. {{Sc|Toti}}. Da trentaquattro. {{Sc|Direttore}}. E non ha famiglia, è vero? {{Sc|Toti}}. Solo. Che famiglia! Io e mia moglie, quando c’è il sole. {{Sc|Direttore}}. Sua moglie? Come sarebbe? {{Sc|Toti}}. La mia ombra, signor Direttore; a spasso, per via. A casa, il sole non c’è, e non ho piú con me neanche la mia ombra. {{Sc|Direttore}}. E quanti anni, scusi? {{Sc|Toti}}. Trentaquattro. {{Sc|Direttore}}. No, dico d’età: sessantacinque, sessantasette? {{Sc|Toti}}. Faccia lei. {{Sc|Direttore}}. Facciamo settanta? Bene. Senza famiglia. Trentaquattro d’insegnamento. Non credo che possa provar gusto a insegnare ancora?<noinclude></noinclude> 1ocnlts3am13wn2iwnm57ogq9bapbut Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/287 108 956320 3877043 3874843 2026-08-27T15:49:27Z Utoutouto 16823 3877043 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||pensaci, giacomino|277}}{{block|recita}}</noinclude><noinclude> </noinclude>che avrà ancora per cinque o sei anni il conforto d’un po’ di gratitudine per un bene che avrò fatto alle spalle del Governo, e amen. {{Sc|Direttore}}. Ma sa che lei è un bel tomo, professore? Mi congratulo! Uomo di spirito! {{Sc|Toti}}. Già, perché lei adesso si sta figurando di vedermi... {{block|is|Fa con le mani un gesto ampio di corna sulla testa.}} {{Sc|Direttore}}. No, che! Dio me ne guardi! {{Sc|Toti}}. Sono nel conto, sa! Segnate al passivo in precedenza! Ma non per me: se n’andranno in testa alla mia professione di marito, che non mi riguarda se non per l’apparenza. Io anzi vedrò di far tanto che il marito — come marito — le abbia. {{Sc|Direttore}}. Oh questa è più bella della prima! {{Sc|Toti}}. Eh sí! Altrimenti, povero vecchio, come potrei aver bene? Corna, a ogni modo, senza radici, se marito non sono, non voglio né posso essere. Pura e semplice opera di carità. E se poi tutti gli imbecilli del paese ne vorranno ridere, e ne ridano pure: non me n’importerà proprio niente! {{Sc|Direttore}}. Giustissimo! Dato il principio... E li mangeremo presto codesti confetti? {{Sc|Toti}}. Non manca per me. Cerco. Appena trovo... Ma l’ho già sott’occhio. {{Sc|Direttore}}. Le faccio fin d’adesso le mie congratulazioni. Spero che m’inviterà alle nozze? {{Sc|Toti}}. Come no? Il primo, si figuri! {{Sc|Direttore}}. Grazie, e si stia bene, professore. {{block|is|Rivolgendosi a Cinquemani:}}Cinquemani, il cappello e il bastone. {{block|is|Cinquemani entra nella Direzione e ritorna poco dopo in iscena col cappello e il bastone del Direttore in una mano e nell’altra una spazzola.}} {{Sc|Toti}}. Non è piú in collera con me, signor Direttore? {{Sc|Direttore}}. Eh, guardi: come uomo, no; ma se devo fare, come lei dice, la professione del Direttore... {{Sc|Toti}}. Ah, è giusto, mi rimproveri come Direttore! Purché poi, come uomo, mi stringa la mano!<noinclude></noinclude> a8nbd1mnkl6x4csu7frog9pkactmv6o Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/289 108 956322 3877042 3874904 2026-08-27T15:49:05Z Utoutouto 16823 3877042 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||pensaci, giacomino|279}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Lillina}}. Io, in quarta? Perché? Ci vada lei! Io pulirò qua, al solito. {{block|is|Indica il Gabinetto di Storia Naturale.}} {{Sc|Cinquemani}}. Ordine e obbedienza, perdio! Su in casa comanda tua madre; qua in iscuola comando io! {{Sc|Marianna}} (''affacciandosi dall’uscio della terza con la scopa in mano''). Il vice-direttore, eccolo là! — «In terza! In quarta! In quinta!» — Con quel càmice, in pompis, sputa tondo e non fa nulla! {{Sc|Cinquemani}} (''a Lillina che ride, alzando la scopa''). Ah tu ridi, malcreata? Vuoi vedere che vi prendo a scopate tutt’e due? {{block|is|Gridando alla moglie che è rientrata in classe:}}Chiudi codesta porta, mentre spazzi, arruffona, e apri la finestra, se no tutta la polvere si butta qua nel corridojo e tocca mangiarmela a me! {{block|is|Alla figlia:}}Subito in quarta, t’ho detto! {{Sc|Lillina}}. In quarta non ci vado, papà: mi ci sento soffocare! Ci vada lei, mi faccia il piacere! {{Sc|Cinquemani}}. Ma non vedi che qua c’è ancora il professore? {{Sc|Lillina}}. Oh bella! E gli dica che esca! Non possiamo mica star qua fin a sera ad aspettar che se ne vada! {{Sc|Cinquemani}}. Quest’è giusto! {{block|is|Facendosi alla porta del Gabinetto di Storia Naturale e parlando al professor Toti:}}Professore, ancora costí? Se ne vada, santo Dio, che dobbiamo far pulizia! Non basta il tempo che ci ha fatto perdere? — Come dice? — Vuol parlare con me? — Che? {{block|is|Entra nel Gabinetto. Lillina, impaziente, sbuffa e fa gesti di rabbia; guarda l’orologino al polso e diventa più che mai smaniosa, come se avesse una gran fretta d’entrare nel Gabinetto di Storia Naturale; pesta un piede; sbuffa di nuovo; poi china il capo e si nasconde gli occhi con una mano.}} {{Sc|Marianna}} (''aprendo l’uscio della terza classe e venendo fuori tutta impolverata con la scopa e gli altri oggetti di pulizia''). Auff! e qua è fatto!<noinclude></noinclude> ttd5guy5l336dx4e0hvh8rxorc37ygp Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/291 108 956324 3877041 3874915 2026-08-27T15:48:45Z Utoutouto 16823 3877041 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||pensaci, giacomino|281}}{{block|recita}}</noinclude> {{block|is|Cinquemani rientra in iscena col viso composto a un’aria di stupore e di gioja, come stordito e beato per uno straordinario discorso che gli abbia tenuto di là il professor Toti; e neanche s’accorge della figliuola}}. {{Sc|Lillina}}. Papà! E che? Non esce il professore? {{Sc|Cinquemani}}. Ah, no... Aspetta te. Vai, vai... {{block|is|Sorride e la carezza sotto il mento.}} {{Sc|Lillina}}. Dove? Là dentro? {{Sc|Cinquemani}}. Sí, vai; non aver soggezione! {{Sc|Lillina}}. Che significa? {{Sc|Cinquemani}}. Significa che vuol parlare con te. {{Sc|Lillina}}. Con me? {{Sc|Cinquemani}}. Con te, con te, birichina! {{block|is|E di nuovo la carezza sotto il mento.}} {{Sc|Lillina}} (''perplessa e ansiosa, non sapendo ancora se debba rallegrarsi''). Le ha detto forse... le ha detto qualcosa per me? {{Sc|Cinquemani}}. Qualche cosa per te, appunto! {{Sc|Lillina}} (''c. s.''). Ah, e... e lei? {{Sc|Cinquemani}} (''di scatto, aombrato''). Tua madre dov’è? {{Sc|Lillina}}. In quinta. Ma mi dica: Lei... lei ne è contento? {{Sc|Cinquemani}}. Figliuola mia, contento, se tu ne sei contenta. Ma c’è anche tua madre. E bisogna far le cose — lo sai — con ordine e obbedienza. — Va’ va’ a parlare col professore, adesso; senti ciò che ti dirà. È anzianotto, ma — professore — uomo di giudizio. Pare un po’ strambo, ma per esser buono, è buono. {{Sc|Lillina}}. Eh lo so, tanto buono! E supponevo già... mi aspettavo che... che le avrebbe parlato per me. {{Sc|Cinquemani}}. Ah, te n’aveva già prevenuto? {{Sc|Lillina}}. No, l’ho supposto! {{Sc|Cinquemani}}. E allora, figlia... {{block|is|Vedendo apparire il professor Toti sulla soglia del Gabinetto di Storia Naturale, col cappello in capo:}}Ma eccolo qua! {{block|is|Prende l’annaffiatojo, la scopa, ecc., e va via per il corridojo, fingendo d’attendere alla pulizia.}}<noinclude></noinclude> ldbzwc0cipdop2dnxytjrv1t6ym6jt0 Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/293 108 956326 3877040 3874936 2026-08-27T15:48:24Z Utoutouto 16823 3877040 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||pensaci, giacomino|283}}{{block|recita}}</noinclude><noinclude> </noinclude>Padre, padre, padre. Non perdiamo la testa, Agostino! {{block|is|Scrollandosi, come a significare che s’è liberato d’una illusione:}}Basta, è passato! Eccomi qua, figliuola mia. Sappiamoci intendere. Chi è codesto Giacomino che tu credi sia venuto a pregarmi? Da me non è venuto nessun Giacomino! {{Sc|Lillina}}. Ah, no? E allora? Che ha detto lei, allora, a mio padre per me? {{Sc|Toti}}. Gli ho detto quello che or ora ho finito di dire a te: che sono un povero vecchio, il quale potrebbe levarti da codesto stato, prendendoti con sé come una figliuola, e basta. {{Sc|Lillina}}. Me sola? {{Sc|Toti}} (''con bonomia, senz’ombra d’irrisione''). Eh, vorresti che mi pigliassi insieme codesto Giacomino che tu dici? Capirai che per gli occhi del mondo... {{Sc|Lillina}}. Ma se è come figliuola, professore? {{Sc|Toti}}. Come figliuola, va bene. Tra me e te. Ma se debbo darti uno stato, capirai, non basta che tu te ne venga senz’altro a casa mia. Ci sarà pur bisogno... {{Sc|Lillina}}. E non c’è Giacomino? {{Sc|Toti}}. Ci sarà Giacomino, non dico di no! Ma lo stato, in faccia alla legge, non potrà dartelo lui; te lo dovrò dare io. {{Sc|Lillina}}. Professore, io non capisco piú niente, allora! Ma come? Scusi... Mio padre m’ha detto ch’era contento, se ero contenta io; per quel che lei gli aveva detto per me. {{Sc|Toti}}. Sí, cara. Ma codesto Giacomino scappa fuori adesso! Io non ne sapevo nulla; non l’ho mai visto, mai sentito nominare. {{Sc|Lillina}}. Mai? Giacomino Delisi, professore! {{Sc|Toti}}. Ah, Giacomino Delisi? Oh guarda! Bravo giovanotto, sí. Fu mio scolaro, tant’anni fa. Lo conosco. {{Sc|Lillina}}. E da allora, appunto... {{Sc|Toti}}. Ah, fate all’amore da allora? È un bel pezzo! {{Sc|Lillina}}. M’ha detto che lei gli vuol bene... {{Sc|Toti}}. Eh, sí, gliene voglio... {{Sc|Lillina}}. E perciò m’ero immaginata che lei avesse parlato a papà per me: per me e per lui! Oh povera me! Che allegrezza in sogno! E ora come faremo? Siamo al punto di<noinclude></noinclude> cjhhvai3z1avsvkjeulo72fdgioeb2q Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/295 108 956328 3877039 3874953 2026-08-27T15:48:01Z Utoutouto 16823 3877039 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||pensaci, giacomino|285}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Lillina}}. No, no, professore! Che dice! Lei ha ragione: non avrei dovuto farlo; ma non so piú io stessa come sia stato! Ora egli n’è piú pentito e disperato di me; non sappiamo nessuno dei due come uscirne! Il tempo stringe. Ah, m’ajuti, professore, per carità, ora che lei sa tutto, ora che, per un caso, mi son trovata a confidarmi con lei, m’ajuti! {{Sc|Toti.}} Ma sí, io sono qua, figliuola mia, tutto per te. Non vedo che potrei fare. Ora che so tutto, non tirarmi indietro, ecco. Padre e nonno. Piú di questo? {{Sc|Lillina}}. No, professore! Questo non è possibile! {{Sc|Toti}}. Dici per me? Se è per me — a pensarci (hai inteso ciò che ho detto al Direttore? dato il principio...) forse è meglio cosí, perché ora un po’ di bene te lo posso fare davvero. E se tu sei contenta, un bene farò io a te; un bene potrai fare tu a me; e potremo vivere in pace. Anche col bambino; anzi! Un bambinuccio a cui darò la mano, da nonno: non c’è meglio compagnia per avviarsi alla fossa. {{Sc|Lillina}}. Ma Giacomino, professore? Giacomino? {{Sc|Toti}}. Giacomino, figliuola... {{block|is|fa un ampio gesto con la mano, come per dire: nascondilo!}}Posso dirti anche Giacomino? {{Sc|Lillina}}. No! no! Non dico questo! Oh Dio, mi fa avvampare dalla vergogna, professore! {{Sc|Toti}}. No, che vergogna, figliuola! Puoi far conto che in questo momento ti stai confidando con tuo padre. Mi dici Giacomino; io ti rispondo che Giacomino, sí, ci sarà; ma io... io non devo saperlo... cioè lo so, ma... ma dev’essere come se non lo sapessi, ecco! Amico di casa; antico scolaro. E posso voler bene anche a lui, come a un figliuolo: perché no? {{Sc|Lillina}}. Ma lui, professore, lui? Le sembra possibile che dica di sí? Questo può essere per me, per salvare me, sí; e io gliene sono grata; ma non può essere per lui: non consentirà mai! No, guardi: l’ajuto che m’aspetto da lei è quello che le ho già detto. Parli a mio padre, lo persuada a farmi sposar Giacomino, che non c’è piú tempo da perdere. Un posticino lo troverà di certo. Lo sta cercando; lo troverà. E intanto ci facciano sposare! Ecco, questo. Mi faccia questa carità, professore! Io ora entro qua<noinclude></noinclude> edb515421ndijs7qaev1gv6p3y8docg Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/297 108 956330 3877038 3874957 2026-08-27T15:47:28Z Utoutouto 16823 3877038 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||pensaci, giacomino|287}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Toti}}. Oh santo Dio! Vi ho pregato di sapermi intendere. Quando una cosa non è liscia... Scusate, che intendete per liscio voi? Liscio è cosí! {{block|is|S’impala e passa diritta rasente la mano al suo corpo.}}Se io ora, poniamo, mi metto qua questo cappello — {{block|is|si leva il cappello e se lo applica sul ventre}}capirete bene che — {{block|is|rifà il gesto della mano che ora trova impedimento lí, nel cappello — }}fa gobba, non è più liscio. {{Sc|Cinquemani}}. Oh, professore! Io so intendere; ma lei sappia parlare, quando parla di mia figlia! Che vuol dire codesta gobba? {{Sc|Toti}}. Come diavolo debbo dirvelo, Cinquemani? Parlando d’una donna, che cosa sia questa gobba, mi pare che lo potreste intendere! {{Sc|Cinquemani}} (''stravolto, facendoglisi addosso''). O oh! Che dice? Mia figlia? Badi come parla! {{block|is|Afferrandolo per il petto minaccioso:}}Mia figlia? {{Sc|Toti}}. Calma, calma, Cinquemani! {{Sc|Cinquemani}}. Chi gliel’ha detto? Gliel’ha detto lei? Risponda! {{Sc|Toti}}. E chi altro poteva dirmelo, benedett’uomo? {{Sc|Cinquemani}}. Ah figlia infame! S’è disonorata? Con chi? Mi dica con chi, che l’ammazzo! l’ammazzo! {{Sc|Toti}}. Eh via! Che ammazzate! Glielo darete per marito, e non se ne parlerà piú! {{Sc|Cinquemani}}. Chi? Come? Glielo do per marito? Senza sapere chi è? {{Sc|Toti}}. Un bravo giovine, ve lo posso assicurare: state tranquillo! {{Sc|Cinquemani}}. Voglio sapere chi è! Come si chiama? Bravo giovine? Dev’essere piú svergognato di lei, se ha potuto far questo! Il disonore, la vergogna sulla mia faccia! Dov’è? dov’è? dove se n’è andata? {{Sc|Toti}}. Via! via, Cinquemani, non fate cosí! Non v’amareggiate il sangue!<noinclude></noinclude> ly4dejuf3f0d0f0il48yswzgr5fzd5i Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/299 108 956332 3877037 3875209 2026-08-27T15:47:06Z Utoutouto 16823 3877037 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||pensaci, giacomino|289}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Lillina}} (''in ginocchio, schermendosi''). Mi lasci! Mi perdoni! {{Sc|Toti}}. Non le fate male, povera creatura! {{Sc|Marianna}} (''a Toti''). Si levi dai piedi! {{block|is|A Lillina:}}Ti ci ho colta, svergognata! Farla cosí, sotto gli occhi a tua madre! Con chi ti sei messa? {{Sc|Lillina}}. Per carità, mamma, per carità! {{Sc|Marianna}}. Ti sei perduta cosí, schifosa? {{Sc|Lillina}}. No! Mi vuole sposare! mi vuole sposare! Non sente? Mi vuole sposare! {{block|is|A questo punto avviene lo scambio di parti. — Marianna s’avventa contro Giacomino; Cinquemani contro Lillina. Il professor Toti seguita a passare dall’uno all’altro gruppo.}} {{Sc|Marianna}} (''a Giacomino''). Sposare? E io dò mia figlia a voi? Avete il coraggio di dire che non manca per voi? Pazzo siete, e un’altra cosa siete, che non sta a me di dirvi. M’avete rovinata la figlia! Infame! Infame! Venire qua a tradimento, come un ladro, a rubarmi l’onore della figlia! {{Sc|Cinquemani}} (''a Lillina''). Chi è pronto? Lui è pronto a sposarti? E io ti dò a lui? Brutta cagnaccia! A un morto di fame vuoi che ti dia? Con uno cosí ti sei sporcata? e hai sporcato il mio nome, l’onore della mia famiglia! Qua, alla scuola! Ma ora v’aggiusto io! v’aggiusto io! {{block|is|Cinquemani lascia la figlia, brandisce una seggiola e si scaglia contro Giacomino. Il professor Toti lo trattiene.}}Esci fuori, tu! Subito! fuori! E non ti far piú vedere da me! Fuori! fuori! O perdio, faccio uno sproposito! {{block|is|Si divincola dal professor Toti, riesce a liberarsi con uno strappo violento; ma Giacomino fugge via per il corridojo, ed egli lo insegue.}} {{Sc|Marianna}} (''a Lillina''). Disonorata! disonorata! E che vuoi che me ne faccia piú, ora, di te? Piangi la tua vergogna! {{Sc|Cinquemani}} (''sopravvenendo, furibondo''). Non ti voglio piú in casa! Fuori, fuori anche tu! Via, fuori! Non mi sei piú figlia! Vattene alla perdizione! Via! via! {{Sc|Toti}} (''con gran voce, dominando tutti''). Dove volete che vada,<noinclude></noinclude> 8ifvll0wmhpy4oirdjl3od76lhyvr7e Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/305 108 956338 3877035 3875236 2026-08-27T15:45:50Z Utoutouto 16823 3877035 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||pensaci, giacomino!295}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Direttore}}. Non ho nulla, badi, da chiederle per me! O piuttosto, sí, anche per me un favore che le costerà però ben poco, m’immagino, dopo la bella fortuna che le è toccata. {{Sc|Toti}}. Per carità, signor Direttore, non mi parli, la prego, di questa mia fortuna! Mio fratello era in Romania; e come io non sapevo, dopo tanto tempo, se fosse vivo o morto, cosí lui non sapeva di me, se fossi vivo o morto. Non posso dunque dire che abbia voluto lasciare il suo denaro proprio a me. L’ha lasciato perché non poteva portarselo all’altro mondo. Si cercò a chi si doveva dare, e si trovò che si doveva dare a me, unico erede. {{Sc|Direttore}}. E non è stata una fortuna, scusi? {{Sc|Toti}}. Fortuna, non dico di no! E non c’è misteri, creda. Gira in paese la chiacchiera ch’io tenga non so quant’altro denaro nascosto in casa. Nemmeno un soldo. Tutta l’eredità cosí come mi venne — centoquarantamila lire — la depositai alla Banca Agricola cittadina. {{Sc|Direttore}}. Eh, una bella somma! {{Sc|Toti}}. Sissignore. E sono diventato il più forte azionista della Banca; a condizione di metterci qualcuno di mia fiducia. {{Sc|Direttore}} (''un po’ sulle spine''). Eh, lo so: il Delisi? {{Sc|Toti}} (''imperturbabile''). Giacomino Delisi, appunto. Eppure creda, signor Direttore, creda che io stavo meglio prima, con tutta la mia miseria! Questo denaro è stato per me... sa come quando, tempo d’inverno, i ragazzini, di sera, raccolgono le foglie secche cadute dagli alberi per farne una vampata, che se uno, anche piccolo piccolo, si trova a passare, l’ombra al muro, con quella vampa, diventa come un gigante, che se alza un braccio arriva fino al quinto piano? Cosí, signor Direttore! Ero niente: passavo e nessuno mi guardava. C’è stata questa vampata dell’eredità; e ora, appena alzo un braccio, appena muovo una gamba, ecco che tutti lo vedono; tutti mi stanno a guardare con tanto d’occhi; vogliono conto e ragione di quello che faccio e di quello che non faccio; se proteggo questo, se non proteggo quell’altro. E che cos’è? Non son piú padrone di fare quello che mi pare, senza danno — s’intende — di nessuno? Mi son seccato, ecco. E creda che, se non avessi quel piccino là, che già comincia ad andar per casa, mi verrebbe quasi la tentazione di ritirare dalla Banca questi centoquaranta pezzi<noinclude></noinclude> e7vv68j6ir8ppbkgazew7ekhf93rdpv 3877036 3877035 2026-08-27T15:46:30Z Utoutouto 16823 3877036 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||pensaci, giacomino|295}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Direttore}}. Non ho nulla, badi, da chiederle per me! O piuttosto, sí, anche per me un favore che le costerà però ben poco, m’immagino, dopo la bella fortuna che le è toccata. {{Sc|Toti}}. Per carità, signor Direttore, non mi parli, la prego, di questa mia fortuna! Mio fratello era in Romania; e come io non sapevo, dopo tanto tempo, se fosse vivo o morto, cosí lui non sapeva di me, se fossi vivo o morto. Non posso dunque dire che abbia voluto lasciare il suo denaro proprio a me. L’ha lasciato perché non poteva portarselo all’altro mondo. Si cercò a chi si doveva dare, e si trovò che si doveva dare a me, unico erede. {{Sc|Direttore}}. E non è stata una fortuna, scusi? {{Sc|Toti}}. Fortuna, non dico di no! E non c’è misteri, creda. Gira in paese la chiacchiera ch’io tenga non so quant’altro denaro nascosto in casa. Nemmeno un soldo. Tutta l’eredità cosí come mi venne — centoquarantamila lire — la depositai alla Banca Agricola cittadina. {{Sc|Direttore}}. Eh, una bella somma! {{Sc|Toti}}. Sissignore. E sono diventato il più forte azionista della Banca; a condizione di metterci qualcuno di mia fiducia. {{Sc|Direttore}} (''un po’ sulle spine''). Eh, lo so: il Delisi? {{Sc|Toti}} (''imperturbabile''). Giacomino Delisi, appunto. Eppure creda, signor Direttore, creda che io stavo meglio prima, con tutta la mia miseria! Questo denaro è stato per me... sa come quando, tempo d’inverno, i ragazzini, di sera, raccolgono le foglie secche cadute dagli alberi per farne una vampata, che se uno, anche piccolo piccolo, si trova a passare, l’ombra al muro, con quella vampa, diventa come un gigante, che se alza un braccio arriva fino al quinto piano? Cosí, signor Direttore! Ero niente: passavo e nessuno mi guardava. C’è stata questa vampata dell’eredità; e ora, appena alzo un braccio, appena muovo una gamba, ecco che tutti lo vedono; tutti mi stanno a guardare con tanto d’occhi; vogliono conto e ragione di quello che faccio e di quello che non faccio; se proteggo questo, se non proteggo quell’altro. E che cos’è? Non son piú padrone di fare quello che mi pare, senza danno — s’intende — di nessuno? Mi son seccato, ecco. E creda che, se non avessi quel piccino là, che già comincia ad andar per casa, mi verrebbe quasi la tentazione di ritirare dalla Banca questi centoquaranta pezzi<noinclude></noinclude> bv8ooufeq1rqzuz2etlx8vta70lqcog Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/307 108 956340 3877034 3875240 2026-08-27T15:45:28Z Utoutouto 16823 3877034 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||pensaci, giacomino|297}}{{block|recita}}</noinclude><noinclude> </noinclude>— e se ne va com’è venuto? E poi le dico che m’ha portato sfortuna! E poi... poi ci son altre ragioni. In confidenza: se non avessi la scuola, starei troppo in casa; per via del bambino. Nessuno mi tratterrebbe. Sono vecchio, signor Direttore, e in casa darei troppo fastidio: lei m’intende! Non ne parliamo piú! {{Sc|Direttore}}. Mi dispiace, professore; ma io debbo ancora parlargliene, e seriamente. {{Sc|Toti}}. Mi si vorrebbe forse costringere? {{Sc|Direttore}}. Abbia pazienza, professore. Cerchi di mettersi un poco ne’ miei panni: dalla mattina alla sera, in direzione, a casa mia, se esco a fare due passi, io sono oppresso, da due anni a questa parte, oppresso, vessato da tutti, padri di famiglia, e anche estranei che non conosco, i quali vengono a protestare contro il preteso scandalo di codesta sua permanenza nell’insegnamento. {{Sc|Toti}}. Ah sí? {{Sc|Direttore}}. Sí, sí, purtroppo, professore! Creda, una protesta civile vera e propria — generale. {{Sc|Toti}}. E lei la chiama civile? {{Sc|Direttore}}. Mah! Si reputano offesi di ciò che si sa, di ciò che si dice in paese della sua vita privata, e... {{Sc|Toti}}. E lei, signor Direttore? {{Sc|Direttore}}. Io non voglio entrare adesso a vedere se a torto o a ragione. Dico questo, però: che lei, come privato cittadino, se ha la coscienza tranquilla, può infischiarsi del giudizio della gente; ma da professore no, veda! Addetto a un pubblico ufficio, lei ha l’obbligo di tenerne conto; come debbo tenerne conto io, da direttore; e perciò sono venuto a consigliarle, ancora una volta, di mettersi a riposo. {{Sc|Toti}}. E di sottoscrivere cosí a un giudizio iniquo? {{Sc|Direttore}}. No, veda — {{Sc|Toti}}. — che vuole che veda, signor Direttore! Aspetto che qualcuno — poiché lei non vuol farlo — venga a discutere con me, non su quello che pare, ma su quello che è: la mia coscienza appunto! {{block|is|Alzandosi:}}No no no. Non mi ritiro! Accetto la guerra, signor {{Pt|Diret-|}}<noinclude></noinclude> dmkjbrx6jhlu77kvifcgzd8xhcozzyo Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/309 108 956342 3877032 3875243 2026-08-27T15:45:06Z Utoutouto 16823 3877032 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||pensaci, giacomino|299}}{{block|recita}}</noinclude><noinclude> </noinclude>Siedi, siedi qua. Vado a lasciare il bambino alla donna, fino al ritorno di Rosa. {{Sc|Lillina}}. No, alla donna no: ho paura che non sappia badarci. {{Sc|Toti}}. Glielo raccomanderò io, non temere. E poi Rosa non potrà tardare ancor molto. {{block|is|Esce con Ninì per l’uscio in fondo e rientra solo, poco dopo. Nel frattempo, Lillina si sarà seduta e avrà nascosto il viso tra le mani. Toti, rientrando e vedendo Lillina in quell’atteggiamento, scuote il capo, poi le s’accosta piano e le dice:}} {{Sc|Toti}}. Non vuoi proprio dirmelo, che ti senti? {{Sc|Lillina}}. Gliel’ho già detto: niente mi sento! Mi fa male la testa, e a tener gli occhi aperti, mi gira il capo. {{Sc|Toti}}. E non puoi neanche sentir parlare: ho capito! Intanto, non vuoi che si chiami il medico... {{block|is|A un cenno d’alzarsi di Lillina, trattenendola a sedere e prevenendola:}}Ma sí, credo anch’io che sarebbe inutile chiamarlo! {{Sc|Lillina}} (''rimanendo seduta, ma non potendone più''). Per carità, mi lasci stare! non mi dica piú niente! Abbia pazienza ancora per qualche giorno, e vedrà, vedrà che mi passa, mi passa tutto... tutto... tutto... {{block|is|Scoppia in un pianto irrefrenabile.}} {{Sc|Toti}}. Eh, lo vedo che ti passa! Ti passa bene, ti passa... {{block|is|Breve pausa; poi, timido, insinuante:}}Non vuoi confidarti con me? {{Sc|Lillina}}. Ma che vuole che le confidi, se non ho nulla, proprio nulla da confidarle? Perché vuole tormentarmi? {{Sc|Toti}}. Tormentarti? Vorrei soltanto che tu mi parlassi, mi dicessi cos’è accaduto! {{Sc|Lillina}}. Ma se non è accaduto nulla! Glielo giuro: nulla! {{Sc|Toti}}. E perché stai allora cosí? {{Sc|Lillina}}. Perché mi sento male: quante volte vuole che glielo ripeta? {{Sc|Toti}}. Ah dunque debbo parlare io? Credi davvero, via, che, per quanto vecchio, sia già cosí rimbecillito da non capire che tu non puoi star cosí, solo perché ti fa male il capo?<noinclude></noinclude> g21z14ymxmsun7wcvqnfra68s982ywl Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/311 108 956344 3877030 3875248 2026-08-27T15:44:44Z Utoutouto 16823 3877030 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||pensaci, giacomino|301}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Lillina}} (''balzando in piedi, tra i singhiozzi''). Mia madre? Ha fatto venire mia madre? Io non ho niente da dirle! Non ho niente da dire a nessuno! Mi lascino stare, per carità! Mi lascino stare! {{block|is|Via di corsa per l’uscio a sinistra. Toti resta costernato a guardar l’uscio per cui Lillina è uscita; tentenna il capo; aspetta; poi, non vedendo entrar nessuno, si fa all’uscio in fondo e grida:}} {{Sc|Toti}}. Chi è? {{block|is|Pausa:}}Rosa! {{block|is|Si presenta sulla soglia Rosa.}} {{Sc|Rosa}}. Eccomi qua. {{Sc|Toti}} (''contraffacendola''). «Eccomi qua!» E non vieni a riferirmi che cosa t’hanno risposto? {{Sc|Rosa}}. Che stanno per venire. Sono usciti dopo di me. Faccia conto che sono qua. Ma badi che non volevano saperne. {{Sc|Toti}}. Di venire? {{Sc|Rosa}}. Perché dicono che non vogliono immischiarsi nei suoi affari. {{Sc|Toti}}. E chi ha detto loro d’immischiarsi? {{Sc|Rosa}}. Non so. Hanno detto cosí. {{Sc|Toti}}. Ma tu li hai avvertiti che la signora non sta bene? {{Sc|Rosa}}. Li ho avvertiti. E si sono guardati negli occhi, tra loro. {{Sc|Toti}}. E tu allora hai sciolto lo scilinguagnolo, e figuriamoci! Basta. Di’ almeno anche a me quello che sai, se sai qualche cosa! {{Sc|Rosa}} (''scattando, bizzosa''). Che vuole che sappia io? Io non so niente! Faccio qua la serva; non faccio la spia, né altro mestiere! {{Sc|Toti}}. Ih, salti come una vipera! {{Sc|Rosa}}. Perché voglio il mio rispetto! Ha capito? Se mi vuole, mi tenga; se non mi vuole, mi mandi via! Ho considerazione per la signora. Approvarla, non l’approvo. Voglio bene al bambino. E quanto a lei, se vuol saperlo, ecco qua: lei mi dà proprio allo stomaco. Se mi vuole, mi tenga; se non mi vuole, mi mandi via!<noinclude></noinclude> jw4ydpdphkd41v08liy7x4wk6oo88dz Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/313 108 956346 3877027 3875251 2026-08-27T15:44:19Z Utoutouto 16823 3877027 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||pensaci, giacomino|303}}{{block|recita}}</noinclude> {{block|is|A Cinquemani:}}A te! Attacca! {{Sc|Toti}} (''con atto di rassegnazione''). Sentiamo codesto discorsetto! Ma sbrigatevi, per amor di Dio! {{Sc|Cinquemani}}. Eccomi qua. Tanto io, quanto mia moglie; io {{block|is|s’appunta l’indice sul petto}}e mia moglie {{block|is|la indica:}}va bene? {{Sc|Toti}} (''sbuffando''). Benissimo! Avanti! {{Sc|Cinquemani}}. No, sa: per precisare; perché noi due siamo intanto marito e moglie, per davvero. Or dunque, tanto io quanto mia moglie, lei sa bene che non abbiamo messo piede in questa casa, se non il giorno dello sposalizio. {{Sc|Marianna}} (''agitandosi sulla sedia''). E Dio sa quello che abbiamo patito! {{Sc|Toti}}. Voi? Perché? Quando? {{Sc|Marianna}} (''insorgendo''). Ah, perché, dice? quando, dice? Ma ora stesso, ora stesso! Sappia che con tanto d’occhi ci ha guardato la gente, davanti a tutte le porte, affacciata a tutte le finestre, vedendoci venire qua! {{Sc|Toti}}. Bene, vi hanno guardato; e poi? {{Sc|Cinquemani}}. Basta, Marianna: lascia parlare a me! {{Sc|Toti}}. Un momento, Cinquemani. Voglio prima saper questo: Vi ho detto, — sí o no, a scuola, non so piú quante volte, di venire qua con vostra moglie, a trovare la vostra figliuola? {{Sc|Cinquemani}}. Sí, me l’ha detto. {{Sc|Toti}}. Chi vi ha proibito allora di venire? {{Sc|Marianna}} (''scattando''). Ah, vuol sapere chi ce l’ha proibito? {{Sc|Cinquemani}} (''balzando in piedi anche lui e accorrendo come a parare la moglie''). Aspetta, Marianna: gli rispondo io! — Giacché lei mi parla della scuola, voglio che sappia che là, davanti ai suoi colleghi e agli alunni, io la saluto per semplice considerazione sociale, e basta! Perché io solo so, e il signor Direttore, tutte le porcherie che mi tocca a scancellare dai muri per lei e per la mia figliuola! Cose da far cadere la faccia a terra, dalla vergogna! la faccia a terra! {{Sc|Marianna}}. E vuol sapere chi ci ha proibito di venire!<noinclude></noinclude> 0vc3zgczve58znevwc8jbnjmkyom799 Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/315 108 956348 3877026 3875253 2026-08-27T15:43:55Z Utoutouto 16823 3877026 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||pensaci, giacomino|305}}{{block|recita}}</noinclude> {{block|is|Si commuove, cava di tasca un grosso fazzoletto di colore e si mette a piangere. La moglie lo imita in tutte le mosse. E tutt’e due piangono per un pezzo.}} {{Sc|Toti}}. E bravi! E bravi! Si chiama ragionare, codesto? Quattro soldi di pensione sarebbero toccati a vostra figlia! E quanto all’eredità, chi se l’aspettava? Certo che, se avessi potuto immaginare che mi sarebbe venuta, avrei preteso che — non solo la vostra figliuola — ma qualunque altra ragazza avesse voluto venir con me per assistermi e darmi onestamente un po’ di conforto nella vecchiaja, aspettasse con pazienza la mia morte per poi fare ciò che le sarebbe piaciuto. Ma è venuta troppo tardi e fuori d’ogni previsione questa fortuna, capite? quando il fatto era fatto e bisognava lasciar le cose com’erano. {{Sc|Cinquemani}}. Basta. Sa perché siamo venuti noi, adesso? Siamo venuti perché, con l’ajuto di Dio, pare che ormai sia tutto finito. {{Sc|Toti}} (''balzando, costernatissimo''). Che? Tutto finito? Che dite? {{Sc|Marianna}}. Eh, lo dice tutto il paese! {{Sc|Toti}} (''c. s.''). Finito? {{Sc|Cinquemani}}. Ah, come? lei s’infuria, invece di ringraziarne Dio? {{Sc|Marianna}} (''facendosi il segno della croce''). In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo! {{Sc|Toti}} (''c. s., smarrito e senza requie''). Ma che è accaduto insomma? Possibile che non debba saperlo soltanto io? Ditemi subito quello che sapete! Ah, per questo, allora, piange da tre giorni quella poverina? È una cosa seria, dunque? Che si dice in paese? È inutile, è inutile che vi facciate la croce, voi! Aspettate a farvela, perché ci sono io, qua, ancora! ci sono io! {{Sc|Marianna}}. Sí, ma anche i santi sacerdoti, per grazia di Dio! {{Sc|Toti}}. I sacerdoti? {{Sc|Marianna}}. I santi sacerdoti, sissignore! Ah lei non sa che la sorella di lui — {{Sc|Toti}}. — di Giacomino? — {{Sc|Marianna}}. — appunto! la signorina Rosaria Delisi ha messo sossopra tutta la gente di chiesa — sacerdote per sacerdote —<noinclude></noinclude> rvwkrvex83gr9fnxazwb8t568zo1doo Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/317 108 956350 3877025 3875255 2026-08-27T15:43:33Z Utoutouto 16823 3877025 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||pensaci, giacomino|307}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Toti}}. Oh! E voi mi farete intanto un altro piacere, Cinquemani! Non dubitate che saprò alla fine come regolarmi con voi. {{Sc|Cinquemani}}. Da quest’orecchio io non ci sento. Sono un pubblico funzionario; umile, sí, ma pubblico funzionario; e non me ne sono ancora dimenticato. {{Sc|Toti}}. Lo vedo. Vi siete invece dimenticato d’esser padre. {{Sc|Cinquemani}}. Vorrei sapere quanti siamo i padri qua! {{Sc|Toti}}. Il meno di tutti, voi: ve lo posso assicurare. Finiamola! State attento a ciò che vi dico. {{Sc|Cinquemani}}. Parli, parli. {{Sc|Toti}} (''s’accosta prima all’uscio a sinistra per sentire se Lillina si confida con la madre; poi, tornando a Cinquemani''). Dunque, presto, mi raccomando: scendete in piazza. {{Sc|Cinquemani}}. E poi? {{Sc|Toti}}. Salite alla Banca Agricola. {{Sc|Cinquemani}}. E poi? {{Sc|Toti}}. E poi il canchero che vi porti! Ma guarda che muso da far favori! {{Sc|Cinquemani}}. Se ancora lei non si spiega! Che dovrei andare a fare alla Banca? {{Sc|Toti}}. Niente. Vedere soltanto se c’è Giacomino Delisi. {{Sc|Cinquemani}}. Io? Quel laccio di forca? Ma dov’ha la testa lei, professore? Se io lo vedo, quel laccio di forca — {{Sc|Toti}}. — fate come la lepre davanti ai cani. Scantonate. Ma forse non lo vedrete neppure, perché da tre giorni non va nemmeno lí. Siete disposto a parlare col cassiere? {{Sc|Cinquemani}}. Per il cassiere, nessuna difficoltà. Ma — non di quel signore là — badiamo! {{Sc|Toti}}. Basterà che gli domandiate a mio nome se non c’è nulla di nuovo. {{Sc|Cinquemani}}. E se vedo quello? {{Sc|Toti}}. Scantonate, scantonate, e me lo venite a dire. {{block|is|Si sente sonare il campanello alla porta.}}Oh Dio, fosse lui! {{Sc|Cinquemani}} (''cercando dove nascondersi, in gran confusione''). Lui? non voglio vederlo! non voglio vederlo! Badi che se lo vedo... {{block|is|Si fa alla soglia dell’uscio comune Rosa.}}<noinclude></noinclude> csmj84deptj1gb24o5qu7n4ckh5klfk Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/319 108 956352 3877024 3875257 2026-08-27T15:43:10Z Utoutouto 16823 3877024 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||pensaci, giacomino|309}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Landolina}} (''ripigliando''). Dicevo, non so se a torto o a ragione addolorata, offesa da certe dicerie pregiudizievoli che girano in paese a carico del proprio fratello. {{Sc|Toti}}. Ho capito. Lei viene a nome della sorella di Giacomino Delisi? {{Sc|Landolina}}. Fa il nome lei, professore; non io. {{Sc|Toti}}. Senta, reverendo. Se vuol parlare di questo, dev’essere a un patto che lei, prima di tutto, si levi i guanti — {{Sc|Landolina}} (''mostra le bianche mani ignude, con un sorriso fino fino sulle labbra''). — ma io, veramente — {{Sc|Toti}}. — non dico dalle mani. Dalla lingua, dico. Parli chiaro, insomma; aperto. Con me si parla cosí, perché non ho niente da nascondere, io. Aperto! {{Sc|Landolina}}. Ma scusi, non vorrebbe rispettare il mio ufficio sacro? {{Sc|Toti}}. È un segreto di confessione? {{Sc|Landolina}}. No, guardi, è il dolore — come le dicevo — d’una povera penitente che viene a chiedere consiglio e aiuto al suo confessore. {{Sc|Toti}}. E lei se ne viene da me? {{Sc|Landolina}}. C’è il suo motivo, professore, se lei ha la pazienza di lasciarmi dire. {{Sc|Tоti}}. Dica, dica. {{Sc|Landolina}}. Parlerò aperto, come lei desidera. La signorina Delisi, di parecchi anni maggiore del fratello, come lei saprà, ha fatto da madre al giovine, quasi fin da bambino rimasto orfano; e, grazie a Dio, con ineffabile compiacimento, se l’è veduto crescere sotto gli occhi timorato, rispettoso, obbediente. {{Sc|Toti}}. Può abbreviare, Padre. Vuole che non conosca Giacomino? Meglio di lei lo conosco e anche meglio di sua sorella, ne può star sicuro. {{Sc|Landolina}}. Ecco, lo dicevo perché tutte queste buone doti che lei riconosce nel giovine, sono merito, a mio credere, della buona educazione che ha saputo dargli la sorella. {{Sc|Toti}} (''quasi tra sé''). Quant’è bello finire come un cero d’altare! {{Sc|Landolina}}. Non capisco. {{Sc|Toti}}. Ardere e sgocciolare, Padre! Codesta signorina Delisi. Ma sí, ottima, ottima creatura. E riconosco che ha saputo educar bene il fratello.<noinclude></noinclude> kfxjp3dqlmllkt1nqhaszri1a8fkoor Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/321 108 956354 3877022 3875259 2026-08-27T15:42:47Z Utoutouto 16823 3877022 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||pensaci, giacomino|311}}{{block|recita}}</noinclude><noinclude> </noinclude>né certamente possono avere il minimo fondamento di verità. {{Sc|Toti}}. E nient’altro vorrebbe? {{Sc|Landolina}}. Nient’altro, oh, nient’altro! {{Sc|Toti}}. Perché, quanto a ritornare qua Giacomino, la sorella crede di poter essere sicura che questo non avverrà mai piú, è vero? poiché lei, da buona sorella, da buona mamma, lo ha persuaso e convinto che questo non deve piú avvenire. È cosí? {{Sc|Landolina}}. Sí, professore: questo crede proprio d’essere riuscita a ottenerlo. {{Sc|Toti}}. E ora vorrebbe l’attestato da me? Prontissimo. Glielo rilascio. {{Sc|Landolina}}. Oh grazie! {{Sc|Toti}}. Grazie? Che vuole che mi costi? Due righe: come qualmente, avendo saputo di queste dicerie eccetera eccetera, attesto e certifico eccetera eccetera. Può andarsene, reverendo. Glielo faccio. Glielo faccio e glielo mando. {{Sc|Landolina}}. Sono proprio felice e ammirato, professore, di codesta sua carità fiorita. {{block|is|Si alza.}}E — scusi — non vorrebbe darlo a me? Glielo porterei subito. {{Sc|Toti}}. Ah, no! Ora non ho tempo. Ma non dubiti, glielo faccio e glielo mando, in giornata. {{Sc|Landolina}}. Lo manderà a me? {{Sc|Toti}}. No; perché a lei? Direttamente alla sorella. Se ne vada tranquillo. {{Sc|Landolina}}. Io allora la riverisco, e — {{Sc|Toti}}. — aspetti! — Mi dica. Lo sa, reverendo, che Giacomino — buon giovine, ottimo anzi, timorato, rispettoso ma... sí, via! scioperato — trovò posto alla Banca per me? {{Sc|Landolina}}. Oh, vuole che non lo sappia, professore! Lo so bene, e voglio che lei mi creda: glien’è gratissima la sorella, riconoscentissima! {{Sc|Toti}}. Meno male, meno male. Sono contento di codesta riconoscenza.<noinclude></noinclude> gnq8ca0i0drg8c4t586mbzuw9es3yq5 Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/323 108 956357 3877021 3875261 2026-08-27T15:42:25Z Utoutouto 16823 3877021 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||pensaci, giacomino|313}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Cinquemani}}. Ho incontrato per le scale don Landolina che scendeva mogio mogio, con gli occhi stralunati... — Che fa Lillina? Che t’ha detto? {{Sc|Marianna}}. Niente. Non m’ha voluto dir niente. {{Sc|Cinquemani}}. Oh, sai che ti dico io? Andiamocene! {{Sc|Marianna}}. Aspetta, aspetta! Forse non è prudente, in questo momento. {{block|is|Rientra dall’uscio a sinistra il professor Toti col cappello in capo e ancora in veste da camera. Regge in un braccio Niní e nell’altro braccio la sua giacca, il berrettino da marinajo e le scarpette del bimbo. Posa a sedere Niní su un tavolino; si leva e butta via la veste da camera; indossa la giacca; poi s’accosta a Ninì per calzargli le scarpette nuove.}} {{Sc|Toti}}. Ora il cocchetto, piano piano, se ne viene a spassino con papà. {{block|is|Voltandosi appena verso Marianna:}}Quanto mi piacerebbe che mi chiamasse nonno! — Con papà, eh? Niní? a spassino. Andremo a trovare «Giamí», tutt’e due. Come lo chiami tu Giacomino? «Giamí», è vero? Andiamo, andiamo da «Giamí», carino... {{block|is|Posa il bimbo in terra, gli mette il berrettino in capo e s’avvia con lui.}} {{Sc|Cinquemani}} (''parandoglisi davanti, trasecolato, insieme con la moglie''). Professore, che dice? Dove vuole andare? {{Sc|Toti}} (''scostandolo''). Levatevi! Lasciatemi andare! {{Sc|Cinquemani}} (''c. s.''). Pensi, santo Dio, a quello che fa! Vuol coprirsi di vergogna? Glielo impedirò io! {{Sc|Marianna}}. Non si metta codesta maschera davanti a tutto il paese! {{Sc|Toti}} (''scostandoli, divincolandosi e avviandosi col bambino''). Levatevi, vi dico! Maschera! Maschera! La vostra è una maschera! Lasciatemi passare! {{Sc|Cinquemani}}. È incredibile! È incredibile! Se ne va da lui! {{Sc|Marianna}} (''lasciandosi cadere su una sedia''). Dio, che uomo! Dio, che uomo! Dio, che uomo! <(div> {{Ct|f=100%|v=1|TELA}}<noinclude></noinclude> f68v98o7ibazuwig6ct3a21s0wrocvu Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/328 108 956361 3877001 3876418 2026-08-27T15:19:51Z Utoutouto 16823 3877001 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|318|pensaci, giacomino!}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Rosaria}}. Già, già; m’immagino. Sarebbe stato meglio, però, che codesta benedetta assicurazione se la fosse fatta scrivere sotto gli occhi. {{Sc|Landolina}}. Glielo chiesi. Mi rispose che non aveva tempo. Insistere, per il momento, non sarebbe stato prudente. Bisognava dir la cosa (e saperla dire), ma poi lasciarla lí, fingendo che per me non aveva nessun valore pratico, mi spiego? ma soltanto morale, di conforto per lei, fors’anche un poco ingenuo, mi spiego? {{Sc|Rosaria}}. Sí, capisco. E ingenuo è, difatti; ma lei sa bene che non è per me; è per la ragazza che vorrebbe averla, codesta dichiarazione. Ora temo ch’egli ci ripensi e non me la scriva piú. {{Sc|Landolina}}. Non credo. Me lo assicurò piú volte. E, dato che per lui non ha nessuna importanza, la farà, anche per il piacere di gabbarci con niente. Intanto, con la mia visita s’è guadagnato questo: che neppur lui adesso mette piú in discussione che Giacomino possa andare ancora a casa sua. {{block|is|Non ha finito di dir cosí che la vecchia serva Filomena si precipita in iscena per l’uscio comune, annunziando con apprensione ch’è quasi sgomento:}} {{Sc|Filomena}}. Il professore, signorina! Il professore! Il professore! {{Sc|Landolina}} (''con un balzo''). Come? {{Sc|Rosaria}} (''con un altro balzo''). Qua? {{Sc|Filomena}}. Davanti la porta! Sento il campanello; corro ad aprire; per fortuna mi viene prima d’aprire la spia! lui lui, e col bambino! {{Sc|Rosaria}}. Ah! Col bambino? Anche col bambino! {{Sc|Landolina}}. Che tracotanza! Dio mio! Sorpassa ogni limite! {{Sc|Rosaria}}. Ha capito? Non mette piú in discussione che Giacomino possa andare a casa sua, ed eccolo qua che viene lui invece a casa di Giacomino! {{Sc|Filomena}}. Che fare, intanto? Che vuole che gli si dica? {{Sc|Landolina}}. Proibirgli, proibirgli d’entrare! {{Sc|Rosaria}}. Ditegli che Giacomino non è in casa! {{Sc|Landolina}}. Ecco, benissimo! Ditegli cosí! {{Sc|Rosaria}}. Senza aprire la porta! Dalla spia!<noinclude></noinclude> erygvx1d2l9ajog54s5lj1dbcq1amzw 3877019 3877001 2026-08-27T15:41:47Z Utoutouto 16823 3877019 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|318|maschere nude}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Rosaria}}. Già, già; m’immagino. Sarebbe stato meglio, però, che codesta benedetta assicurazione se la fosse fatta scrivere sotto gli occhi. {{Sc|Landolina}}. Glielo chiesi. Mi rispose che non aveva tempo. Insistere, per il momento, non sarebbe stato prudente. Bisognava dir la cosa (e saperla dire), ma poi lasciarla lí, fingendo che per me non aveva nessun valore pratico, mi spiego? ma soltanto morale, di conforto per lei, fors’anche un poco ingenuo, mi spiego? {{Sc|Rosaria}}. Sí, capisco. E ingenuo è, difatti; ma lei sa bene che non è per me; è per la ragazza che vorrebbe averla, codesta dichiarazione. Ora temo ch’egli ci ripensi e non me la scriva piú. {{Sc|Landolina}}. Non credo. Me lo assicurò piú volte. E, dato che per lui non ha nessuna importanza, la farà, anche per il piacere di gabbarci con niente. Intanto, con la mia visita s’è guadagnato questo: che neppur lui adesso mette piú in discussione che Giacomino possa andare ancora a casa sua. {{block|is|Non ha finito di dir cosí che la vecchia serva Filomena si precipita in iscena per l’uscio comune, annunziando con apprensione ch’è quasi sgomento:}} {{Sc|Filomena}}. Il professore, signorina! Il professore! Il professore! {{Sc|Landolina}} (''con un balzo''). Come? {{Sc|Rosaria}} (''con un altro balzo''). Qua? {{Sc|Filomena}}. Davanti la porta! Sento il campanello; corro ad aprire; per fortuna mi viene prima d’aprire la spia! lui lui, e col bambino! {{Sc|Rosaria}}. Ah! Col bambino? Anche col bambino! {{Sc|Landolina}}. Che tracotanza! Dio mio! Sorpassa ogni limite! {{Sc|Rosaria}}. Ha capito? Non mette piú in discussione che Giacomino possa andare a casa sua, ed eccolo qua che viene lui invece a casa di Giacomino! {{Sc|Filomena}}. Che fare, intanto? Che vuole che gli si dica? {{Sc|Landolina}}. Proibirgli, proibirgli d’entrare! {{Sc|Rosaria}}. Ditegli che Giacomino non è in casa! {{Sc|Landolina}}. Ecco, benissimo! Ditegli cosí! {{Sc|Rosaria}}. Senza aprire la porta! Dalla spia!<noinclude></noinclude> 39sb9qsm77d680tnz7ey0g85chde6pt Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/329 108 956362 3877000 3876419 2026-08-27T15:18:40Z Utoutouto 16823 3877000 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||pensaci, giacomino!|319}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Filomena}}. Non dubiti! Glielo dico dalla spia! {{block|is|Via per l’uscio donde è entrata. }} {{Sc|Rosaria}}. Lo vede, Padre? E lei che diceva... {{Sc|Landolina}}. Sono trasecolato, creda, per l’improntitudine di quest’uomo! {{Sc|Rosaria}}. Dio mio! Dio mio! Come si fa? {{Sc|Landolina}}. Bisogna tener duro! Non transigere, signorina! Pareva rassegnato, pareva! Io non so! Pretese lui stesso che gli parlassi chiaro, aperto. E io con tutti i debiti riguardi! Mi licenziò assicurandomi che me ne potevo andar via tranquillo! {{Sc|Rosaria}}. Ed eccolo qua col bambino! Mandato dalla moglie, certo! {{Sc|Landolina}}. Mi domando in questo caso, se non ci convenga piuttosto, un uomo cosí, affrontarlo risolutamente; anziché nasconderci come stiamo facendo. {{Sc|Rosaria}}. Ma chi lo affronta? Lei? {{Sc|Landolina}}. Io, no. Non credo che gioverebbe. Non per tirarmi indietro. Ma qua ci vuole uno della famiglia. Lei, signorina Rosaria. Perché no? La sorella. O se no, lui: Giacomino stesso! {{Sc|Rosaria}}. No! Giacomino, no! Giacomino, no! {{Sc|Landolina}}. Dia ascolto a me. Non dico ora, perché non è prevenuto; ma se Giacomino ha il coraggio di dirgli in faccia lui stesso che tutto è finito e che non s’attenti piú a venire... Ah, ecco la nostra buona Filomena! {{block|is|Rientra in iscena Filomena.}} {{Sc|Rosaria}}. Se n’è andato? {{Sc|Filomena}}. Che andarsene! Non vuol saperne! {{Sc|Rosaria}}. Ma non gli avete detto che Giacomino non è in casa? {{Sc|Filomena}}. Detto e ridetto cento volte! {{Sc|Rosaria}}. E lui? {{Sc|Filomena}}. Ride. {{Sc|Landolina}}. Ride? {{Sc|Filomena}}. Ride, e dice: — «Va bene, va bene». — Che vuol parlare con lei, dice. {{Sc|Rosaria}}. Con me?<noinclude></noinclude> 8k76xfk5t7ogua1rduh1xtf2wc1or72 3877046 3877000 2026-08-27T15:52:13Z Utoutouto 16823 3877046 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||pensaci, giacomino|319}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Filomena}}. Non dubiti! Glielo dico dalla spia! {{block|is|Via per l’uscio donde è entrata. }} {{Sc|Rosaria}}. Lo vede, Padre? E lei che diceva... {{Sc|Landolina}}. Sono trasecolato, creda, per l’improntitudine di quest’uomo! {{Sc|Rosaria}}. Dio mio! Dio mio! Come si fa? {{Sc|Landolina}}. Bisogna tener duro! Non transigere, signorina! Pareva rassegnato, pareva! Io non so! Pretese lui stesso che gli parlassi chiaro, aperto. E io con tutti i debiti riguardi! Mi licenziò assicurandomi che me ne potevo andar via tranquillo! {{Sc|Rosaria}}. Ed eccolo qua col bambino! Mandato dalla moglie, certo! {{Sc|Landolina}}. Mi domando in questo caso, se non ci convenga piuttosto, un uomo cosí, affrontarlo risolutamente; anziché nasconderci come stiamo facendo. {{Sc|Rosaria}}. Ma chi lo affronta? Lei? {{Sc|Landolina}}. Io, no. Non credo che gioverebbe. Non per tirarmi indietro. Ma qua ci vuole uno della famiglia. Lei, signorina Rosaria. Perché no? La sorella. O se no, lui: Giacomino stesso! {{Sc|Rosaria}}. No! Giacomino, no! Giacomino, no! {{Sc|Landolina}}. Dia ascolto a me. Non dico ora, perché non è prevenuto; ma se Giacomino ha il coraggio di dirgli in faccia lui stesso che tutto è finito e che non s’attenti piú a venire... Ah, ecco la nostra buona Filomena! {{block|is|Rientra in iscena Filomena.}} {{Sc|Rosaria}}. Se n’è andato? {{Sc|Filomena}}. Che andarsene! Non vuol saperne! {{Sc|Rosaria}}. Ma non gli avete detto che Giacomino non è in casa? {{Sc|Filomena}}. Detto e ridetto cento volte! {{Sc|Rosaria}}. E lui? {{Sc|Filomena}}. Ride. {{Sc|Landolina}}. Ride? {{Sc|Filomena}}. Ride, e dice: — «Va bene, va bene». — Che vuol parlare con lei, dice. {{Sc|Rosaria}}. Con me?<noinclude></noinclude> alc9oxjcji09s7o4oi35w70bfvgdtar Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/330 108 956363 3877004 3471087 2026-08-27T15:24:03Z Utoutouto 16823 /* Riletta */ 3877004 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|320|pensaci, giacomino!}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Filomena}}. Mi sono provata a fargli intendere che non era in casa neanche lei. {{Sc|Landolina}}. E lui? {{Sc|Filomena}}. Ride. «Apritemi: l’aspetterò.» — «La porta» dico «è fermata; non ho la chiave». Sa che ha fatto? S’è seduto sullo scalino, dicendomi: «E allora la aspetterò qua!». — Non se n’andrà, nemmeno a legnate. {{Sc|Landolina}} (''risolutamente''). Orsú, coraggio, signorina: lo riceva! {{Sc|Rosaria}}. Lo ricevo? {{Sc|Landolina}}. Lo riceva. E procuri di frenarsi quanto piú può. Fermezza! Pazienza! Lei ne ha tanta. Dia ascolto a me. Voi, Filomena, andate ad aprire. Io mi ritiro qua, col suo permesso. {{block|is|Indica l’uscio laterale a destra.}} {{Sc|Rosaria}}. Può andare da Giacomino, in camera sua. {{Sc|Landolina}}. Andrò da lui. Fermezza! Pazienza! {{block|is|Via per l’uscio laterale a destra, mentre Filomena uscirà per l’altro. Poco dopo il professor Toti col bambino per mano verrà avanti dalla comune, piano piano e placido.}} {{Sc|Toti}}. Cara signorina Rosaria! {{Sc|Rosaria}}. Ma come, professore? Viene a cercarlo anche qua, e col bambino? {{Sc|Toti}}. È una bellissima giornata. Da tre giorni il povero piccino non usciva di casa. L’ho portato dalla mamma e le ho detto: — «Vestimelo; gli farò fare due passini». Sono come gli uccelletti, i piccini. Ora con tutte le pennucce arruffate, e un minuto dopo, spunta un occhio di sole, e tutti vispi e gai. {{Sc|Rosaria}}. Ma non aveva altro posto ove portarselo? proprio qua, scusi? {{Sc|Toti}}. E perché non qua? Giacomino non si fa vedere da parecchi giorni. So che non è andato neppure alla Banca. Per via non l’ho piú incontrato. Ho pensato che forse non si sentiva bene e sono venuto a vedere come stava. {{Sc|Rosaria}}. Sta bene, benissimo, professore; tanto che non è in casa, come Filomena le ha detto. {{Sc|Toti}}. Scusi, signorina: vedo che lei mi tratta in un modo...<noinclude></noinclude> 0ohty4lkkmwlbr25ea9ltouu8ey32s4 3877005 3877004 2026-08-27T15:25:01Z Utoutouto 16823 3877005 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|320|maschere nude}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Filomena}}. Mi sono provata a fargli intendere che non era in casa neanche lei. {{Sc|Landolina}}. E lui? {{Sc|Filomena}}. Ride. «Apritemi: l’aspetterò.» — «La porta» dico «è fermata; non ho la chiave». Sa che ha fatto? S’è seduto sullo scalino, dicendomi: «E allora la aspetterò qua!». — Non se n’andrà, nemmeno a legnate. {{Sc|Landolina}} (''risolutamente''). Orsú, coraggio, signorina: lo riceva! {{Sc|Rosaria}}. Lo ricevo? {{Sc|Landolina}}. Lo riceva. E procuri di frenarsi quanto piú può. Fermezza! Pazienza! Lei ne ha tanta. Dia ascolto a me. Voi, Filomena, andate ad aprire. Io mi ritiro qua, col suo permesso. {{block|is|Indica l’uscio laterale a destra.}} {{Sc|Rosaria}}. Può andare da Giacomino, in camera sua. {{Sc|Landolina}}. Andrò da lui. Fermezza! Pazienza! {{block|is|Via per l’uscio laterale a destra, mentre Filomena uscirà per l’altro. Poco dopo il professor Toti col bambino per mano verrà avanti dalla comune, piano piano e placido.}} {{Sc|Toti}}. Cara signorina Rosaria! {{Sc|Rosaria}}. Ma come, professore? Viene a cercarlo anche qua, e col bambino? {{Sc|Toti}}. È una bellissima giornata. Da tre giorni il povero piccino non usciva di casa. L’ho portato dalla mamma e le ho detto: — «Vestimelo; gli farò fare due passini». Sono come gli uccelletti, i piccini. Ora con tutte le pennucce arruffate, e un minuto dopo, spunta un occhio di sole, e tutti vispi e gai. {{Sc|Rosaria}}. Ma non aveva altro posto ove portarselo? proprio qua, scusi? {{Sc|Toti}}. E perché non qua? Giacomino non si fa vedere da parecchi giorni. So che non è andato neppure alla Banca. Per via non l’ho piú incontrato. Ho pensato che forse non si sentiva bene e sono venuto a vedere come stava. {{Sc|Rosaria}}. Sta bene, benissimo, professore; tanto che non è in casa, come Filomena le ha detto. {{Sc|Toti}}. 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Se vuol vederlo e parlargli, mi faccia il piacere di non incomodarsi un’altra volta a venire a cercarlo qua; verrà lui, Giacomino, a trovar lei, ma non a casa — ah, questo per patto: né lei piú a casa mia, né piú lui a casa sua. Verrà a trovarlo a scuola, o dove lei gl’indicherà. {{Sc|Toti}}. Vede, signorina? E poi dice che non ha furie... Qua dev’esser nato qualche malinteso. Sarà bene chiarirlo, dia ascolto a me: francamente, senza sotterfugi e senza riscaldarsi. {{Sc|Rosaria}}. Sí, sí, d’accordo, professore, spiegarci una buona volta: quanto prima, tanto meglio. {{Sc|Toti}}. Ah, ora sí che ci siamo. E metteremo tutto bene in chiaro, non dubiti. Mi lasci sedere e vada a chiamare Giacomino. {{Sc|Rosaria}}. E dàlli! Non c’è, non c’è, non c’è; quante volte le si deve ripetere? {{Sc|Toti}} (''con scarto improvviso''). Scusi, i preti, a casa sua, signorina, usano forse parlare con le seggiole? {{Sc|Rosaria}} (''stordita''). I preti? Come c’entrano i preti e le seggiole? {{Sc|Toti}} (''prendendo da una seggiola accanto al divano il tricorno di don Landolina e mostrandoglielo''). Ecco qua: un tricorno e la seggiola. Conosco la buona educazione della famiglia, e... {{Sc|Rosaria}} (''confusa, irritata, strappandogli di mano il tricorno''). Ma lasci stare! È di Padre Landolina. {{Sc|Toti}}. Non gli faccio male! Dico che non posso supporre che stia di là senza compagnia: Giacomino è certo con lui. {{Sc|Rosaria}}. Nient’affatto! Padre Landolina era qua con me. Ora è di là con Filomena. Non stia a immischiarsi negli affari di casa mia. {{Sc|Toti}}. Immischiarmi, io? Non ho avuto mai questo vizio, signorina. Gli altri, sí, negli affari miei, e come! {{block|is|Pausa.}}Dunque, Giacomino non c’è?<noinclude></noinclude> o7k4oknivpqud9kzzl2jyuc1oz823jh 3877047 3877009 2026-08-27T15:52:34Z Utoutouto 16823 3877047 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||pensaci, giacomino|321}}{{block|recita}}</noinclude><noinclude> </noinclude>Ho forse fatto offesa, senza saperlo, a lei o a Giacomino, venendo qua? {{Sc|Rosaria}}. Ah, lo domanda? Da sé non lo capisce, è vero? {{Sc|Toti}}. Capisco, signorina Rosaria. Ho i capelli bianchi. E prima di tutto capisco che certe furie... certe furie, meglio lasciarle svaporare! {{Sc|Rosaria}}. Io non ho furie! Le ripeto che Giacomino non c’è. Se vuol vederlo e parlargli, mi faccia il piacere di non incomodarsi un’altra volta a venire a cercarlo qua; verrà lui, Giacomino, a trovar lei, ma non a casa — ah, questo per patto: né lei piú a casa mia, né piú lui a casa sua. Verrà a trovarlo a scuola, o dove lei gl’indicherà. {{Sc|Toti}}. Vede, signorina? E poi dice che non ha furie... Qua dev’esser nato qualche malinteso. Sarà bene chiarirlo, dia ascolto a me: francamente, senza sotterfugi e senza riscaldarsi. {{Sc|Rosaria}}. Sí, sí, d’accordo, professore, spiegarci una buona volta: quanto prima, tanto meglio. {{Sc|Toti}}. Ah, ora sí che ci siamo. E metteremo tutto bene in chiaro, non dubiti. Mi lasci sedere e vada a chiamare Giacomino. {{Sc|Rosaria}}. E dàlli! Non c’è, non c’è, non c’è; quante volte le si deve ripetere? {{Sc|Toti}} (''con scarto improvviso''). Scusi, i preti, a casa sua, signorina, usano forse parlare con le seggiole? {{Sc|Rosaria}} (''stordita''). I preti? Come c’entrano i preti e le seggiole? {{Sc|Toti}} (''prendendo da una seggiola accanto al divano il tricorno di don Landolina e mostrandoglielo''). Ecco qua: un tricorno e la seggiola. 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E allora me ne debbo andare? Perché vuol farmi ritornare? {{Sc|Rosaria}}. Le ho detto che non c’è bisogno che lei ritorni. Verrà Giacomino, a scuola. {{Sc|Toti}}. Vuol farlo incomodare a venire fino a scuola, mentre io sono qua e lui di là, e potremmo senz’altro metterci a parlare. {{Sc|Rosaria}} (''sbuffando, non potendone più''). Sí, sí, ha ragione, professore! Vado a chiamarglielo, per farla finita una volta per sempre, poiché abbiamo da fare con un uomo cosí petulante! {{Sc|Toti}}. Calma, calma, signorina! {{Sc|Rosaria}}. Che calma! Lei è un demonio tentatore! {{Sc|Toti}}. Il bambino sta a guardarla con tanto d’occhi! {{Sc|Rosaria}}. Me ne vado perché non so piú che cosa mi verrebbe di fare! Aspetti qua! Vado a chiamarlo! {{block|is|Si ritira di furia per l’uscio a sinistra.}} {{Sc|Toti}} (''prendendosi sulle gambe Niní''). Niente, bellino mio, non aver paura. La zia scherza. Ora gliela faremo sbollire tutta questa furia. Sai chi verrà ora? «Giamí». Gli vuoi bene tu a «Giamí» è vero? Eh, ti porta anche lui le chicche, i giocattolini. Ma tu devi voler piú bene a me, piccino mio; assai piú a me che a lui, perché io per te tra poco non ci sarò piú. Queste cose tu ancora non le puoi capire, figlietto mio bello, e forse non le capirai mai, perché, quando potrai capirle, non ti ricorderai piú di me che t’ho tenuto in braccio cosí, che t’ho stretto a me cosí... cosí... e che ho pianto per te, figliuolo... {{block|is|Con un dito si porta via le lagrime dagli occhi.}}Che dici? «Giamí»? Sí, ora verrà. Ah, dici, d’andarcene? Ce n’andremo presto, sí. Prima però bisogna che venga «Giamí». E tu devi star bonino. Guarda, ti dò questa borsetta qua. {{block|is|Cava dal taschino del panciotto una borsetta di seta rossa a maglia, con anellini d’acciajo, piena di monetine.}}Eccola — senti come suona? giocaci... Ma ecco «Giamí»! Va’, va’ da «Giamí»...<noinclude></noinclude> hophf3n1rkxfias86kqg0nvblxuavwu Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/333 108 956366 3877016 3471096 2026-08-27T15:40:38Z Utoutouto 16823 /* Riletta */ 3877016 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||pensaci, giacomino!|323}}{{block|recita}}</noinclude> {{block|is|Si alza, posando il bambino in terra e spingendolo verso Giacomino, che entra dall’uscio a sinistra, torbido, rabbuffato. - A Giacomino:}}Dio, che faccia! Oh, Giacomino? {{Sc|Giacomino}}. Che ha da dirmi, professore? {{Sc|Toti}}. Come! Non vedi il bambino? {{Sc|Giacomino}}. Io mi sento male, professore. Ero buttato sul letto! Non posso né guardare né parlare. {{Sc|Toti}}. Già, ma il bambino? {{Sc|Giacomino}} (''dolente, mortificato, chinandosi per compiacenza a carezzar la testina del bimbo''). Ecco, sí. Mi dica, la prego, che cosa vuole da me. {{Sc|Toti}}. Vieni, qua, Niní... bellino mio, qua; siedi qua. No, guarda: cosí in ginocchio: vedrai meglio. {{block|is|Lo pone in ginocchio su una sedia davanti a un tavolinetto su cui sta un vecchio album di fotografie; poi si volge a Giacomino e indicandogli l’album gli domanda:}}Posso prenderlo? {{Sc|Giacomino}}. Prenda quello che vuole. {{Sc|Toti}} (''a Niní''). Ecco, gioca con questo — lo guardi — lo apri cosí — vedi com’è bello? — vedi, vedi qua — uh quanti pupi! — vedi? — poi, volti cosí, ma piano eh? senza strappare. Uh, guarda, guarda qua: lo riconosci chi è questo? chi è? «Giamí», lo vedi? «Giamí», quand’era piccino come te, coi riccioli come questi tuoi — lo vedi? — Bene, ora guarda da te. {{block|is|Voltandosi a Giacomino:}}Me l’ero immaginato, che ti dovessi sentir male. Il capo, eh? Si vede. {{Sc|Giacomino}} (''impaziente''). Professore... {{Sc|Toti}}. Siedi. Cosí, in piedi non possiamo discorrere. {{block|is|Siede sul divano e invita Giacomino a sedergli accanto. Poi si volta di nuovo verso Niní:}}Senza strappare, eh Niní. Piano piano. {{block|is|A Giacomino:}}<noinclude></noinclude> bd3k1paakt7dsai5bx8kh3ucz2zkym3 3877048 3877016 2026-08-27T15:52:54Z Utoutouto 16823 3877048 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||pensaci, giacomino|323}}{{block|recita}}</noinclude> {{block|is|Si alza, posando il bambino in terra e spingendolo verso Giacomino, che entra dall’uscio a sinistra, torbido, rabbuffato. - A Giacomino:}}Dio, che faccia! Oh, Giacomino? {{Sc|Giacomino}}. Che ha da dirmi, professore? {{Sc|Toti}}. Come! Non vedi il bambino? {{Sc|Giacomino}}. Io mi sento male, professore. Ero buttato sul letto! Non posso né guardare né parlare. {{Sc|Toti}}. Già, ma il bambino? {{Sc|Giacomino}} (''dolente, mortificato, chinandosi per compiacenza a carezzar la testina del bimbo''). Ecco, sí. Mi dica, la prego, che cosa vuole da me. {{Sc|Toti}}. Vieni, qua, Niní... bellino mio, qua; siedi qua. 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Pirandello istruisce {{Wl|Q958955|Pierre Blanchar}} e {{Wl|Q461477|Isa Miranda}}|float=right|margin-left=1em }}transitabili è ancora il mio segreto, il quale però sará presto rivelato dal mio lavoro che darò al pubblico. {{no rientro}}Naturalmente, l’occupazione intensa di una forma artistica di espressione non è una sufficiente giustificazione per considerare l’altra forma praticata finora, come un punto di vista che è stato superato. Al contrario, credo che il dramma abbia ancora molto da insegnare all’umanità, e spero che mi sarà concesso esprimermi su questo argomento. Recentemente ultimavo un mio nuovo dramma, un dramma di Lazzaro, che tratta con nuova maniera il problema della risurrezione dopo la morte, come un risveglio per una seconda vita in terra. Esso dimostra la conversione dei risuscitati ad una nuova religione, che costruisce la vita terrestre sopra una base d’amore, dopo che la morte «ha aperto gli occhi» di una persona dandole il potere di comprendere il valore dell’esistenza terrena.{{FI |file = PirandelloLuigi-Dramma e sonoro-RivistaCinema81-1939-11-10p277-278 (page 2 crop 2).jpg |width = 60% |caption = Pierre Blanchar nel film ‘Il fu Mattia Pascal’ diretto da {{Wl|Q2093354|Pierre Chenal}}|float=left|margin-right=1em }} {{No rientro}}Attualmente mi sto occupando di un nuovo assunto drammatico. È anche un mito, la forma di dramma al quale mi dedico preferentemente fin dalla mia {{Wl|Q3211276|''Nuova Colonia''}}. Si chiama {{Wl|Q1215786|''I Giganti della Montagna''}}, e tratta il problema della complicata e futile lotta sostenuta attualmente per il potere intellettuale e fisico, contro la supremazia della materia corporale nel senso più stretto. In esso si descrive un’artista che desiderosa di far comprendere alle masse l’opera che il suo amato poeta ha lasciato, si vede burlata e disprezzata, trovando finalmente nei Giganti che nella solitudine delle loro montagne vivono, il suo uditorio. {{No rientro}}Però, costoro, che non sono capaci di comprendere il sentimento della produzione, nè di convincere l’artista, la cui parte è quella della donna diabolica che abbandona il suo ruolo, la uccidono. {{No rientro}}Tale è il destino che soffre attualmente la vera arte in tutte le parti del mondo. Però questo lo si deve comprendere unicamente in relazione al dramma, e non deve essere preso personalmente. Riflette le attualità e non le mie esperienze personali, malgrado che molti successi amari, molte recenti disillusioni avessero potuto condurmi a simili supposizioni. Però il problema del mio dramma non ha niente a che vedere col nascente teatro italiano, che ebbi la speranza di creare e che non fu mai realizzato. È il simbolo della vita moderna nel mondo intero, un mondo che glorifica {{Wl|Q313686|Dempsey}}, {{Wl|Q406742|Tunney}}, e che attraverso la sua stima unilaterale della forza fisica minaccia di distruggere ogni altro stimato proposito. {{A destra|{{Sc|'''luigi pirandello'''}}}}<noinclude>{{PieDiPagina|278||}}</noinclude> irp240vy6kornybfu4u2efgfltrc6o6 Dramma e sonoro/Dramma e sonoro 0 957595 3877069 3687402 2026-08-27T17:26:39Z Cruccone 53 Porto il SAL a SAL 100% 3877069 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Dramma e sonoro|prec=../Introduzione|succ=}} <pages index="PirandelloLuigi-Dramma e sonoro-RivistaCinema81-1939-11-10p277-278.pdf" from="1" to="2" fromsection="s2"/> hif8wvc4ynj663e016sr5mzdpkhvdf9 Pagina:Lavoro Intellettuale e Lavoro Manuale (IA 2917670.0001.001.umich.edu).pdf/68 108 993700 3877304 3597306 2026-08-28T10:09:29Z Sentrac98 29209 /* Riletta */ 3877304 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Sentrac98" />{{RigaIntestazione|66|{{Sc|pietro kropotkin}}||riga=sì}}</noinclude>{{Pt|so|spesso}}, schiacchiato sotto il peso della chiesa, della concorrenza commerciale, della pigrizia di spirito e del pregiudizio. Ed ora, di fronte a tutte le conquiste avvenute, a che punto sono realmente le cose? I nove decimi della popolazione totale delle nazioni che esportano in grande i loro cereali, come la Russia, e la metà, nelle nazioni che come la Francia vivono dei prodotti raccolti all'interno, sono dediti al lavoro della terra; e la maggior parte di questi esseri umani lavorano come gli schiavi antichi, limitandosi a domandare una magra mèsse ad una terra che non possono migliorare, come non lo possono le loro macchine agricole, perchè l'imposta, l'affitto e l'usura li mantengono quanto più è possibile sul limite della miseria. Così, anche nel secolo decimonono, popolazioni intere aravano con lo stesso aratro dei loro antenati del medio evo e vivevano nella stessa incertezza del domani, nella stessa impossibilità di acquistare la benché minima istruzione. E quando quei contadini reclamavano la loro parte di pane, dovevano marciare coi loro fanciulli e con le loro donne contro le baionette dei figli loro, come già avevano fatto i loro padri cento e duecento anni prima. Nei paesi ove l'industria è già sviluppata, e ove le macchine agricole e i concimi potessero essere a portata di tutti, due mesi di lavoro, o anche meno, basterebbero ad assicurare a una famiglia un'alimentazione vegetale e animale ricca e varia. Ma le ricerche di {{AutoreCitato|Ernst Engel|Engel}} a Berlino e di tutti coloro che lo seguirono su questa via ci<noinclude><references/></noinclude> b0jeci7elob7h29bg12pj40bl7j8pm0 Pagina:Lavoro Intellettuale e Lavoro Manuale (IA 2917670.0001.001.umich.edu).pdf/69 108 993703 3877305 3597309 2026-08-28T10:11:18Z Sentrac98 29209 /* Riletta */ 3877305 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Sentrac98" />{{RigaIntestazione||{{Sc|lavoro intellettuale e lavoro manuale}}|67|riga=sì}}</noinclude>dimostrano che la famiglia dell'operaio deve spendere una buona metà del suo guadagno annuo (ossia fornire sei mesi di lavoro, quando non sia di più) pel procurarsi il cibo che le è indispensabile. E che cibo! Il pane e il ''dripping'' (grasso di bue liquefatto) non formano forse la base deill'imentazione di più che la metà dei fanciulli inglesi? Un mese di lavoro all'anno, basterebbe largamente per assicurare all'operaio un alloggio igienico. Ma egli deve spendere dal 25 al 40 per cento del suo guadagno annuale, ossia il fratto di 3, 4, o 5 mesi del suo lavoro di ogni anno, per procurarsi una abitazione che nella maggioranza dei casi è malsana e troppo angusta. E quell'abitazione non sarà mai sua proprietà, benché egli sia sicuro d'esser respinto dall'officina all'età di quarantacinque o cinquant'anni, perchè il lavoro che soleva fare sarà ormai compiuto da una macchina o affidato a un fanciullo. Noi tutti sappiamo che il fanciullo dovrebbe essere famigliarizzato con quelle forze della natura ch'egli dovrà utilizzare un giorno; sappiamo che il fanciullo dovrebbe essere preparato in modo da poter seguire più tardi i progressi della scienza e della tecnica, e che dovrebbe studiare le scienze mentre impara un mestiere. Nessuno lo nega; ma come si agisce? Non appena il bimbo abbia dieci anni, o anche soltanto nove, lo mandiamo a spingere un vagoncino in fondo a una miniera, o a legare con una rapidità scimmiesca dei fili rotti dei telai meccanici del tessitore. Appena la bambina giunge <noinclude>al-</noinclude><noinclude><references/></noinclude> m1u1cyucntvlqr0pggu4nl3g5mvewae Pagina:Lavoro Intellettuale e Lavoro Manuale (IA 2917670.0001.001.umich.edu).pdf/70 108 993711 3877306 3597372 2026-08-28T10:13:00Z Sentrac98 29209 /* Riletta */ 3877306 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Sentrac98" />{{RigaIntestazione|68|{{Sc|pietro kropotkin}}||riga=sì}}</noinclude>{{Pt|l'età|all'età}} di 13 o 14 anni, vien mandata — bambina ancora — a lavorare come ''donna'' ad un telaio per tessere, o a cuocere nell'atmosfera ardente e avvelenata del laboratorio d'appretto in una manifattura di stoffe di cotone, oppure ad intossicarsi nelle sale omicide di una fabbrica di vasellame. Quanto ai fanciulli che e hanno la fortuna relativamente rara di ricevere un po' più d'istruzione, noi annientiamo la loro intelligenza con un eccesso di lavoro inutile, togliamo loro coscientemente ogni possibilità di divenire essi stessi dei produttori; e con un sistema d'istruzione il cui fine è il ''guadagno'' e il cui mezzo è la ''specializzazione'', uccidiamo con un lavoro troppo intenso le donne insegnanti che prendono sul serio i loro doveri professionali. Ah! sotto quali onde di sofferenze inutili, ogni paese civile di questo mondo è sommerso! {{Centrato|{{type|f=14pt|<nowiki>* * *</nowiki>}}}} Quando volgiamo uno sguardo retrospettivo sui secoli trascorsi, e vi constatiamo le medesime sofferenze, possiamo pensare che allora, forse, esse erano inevitabili, per l'ignoranza che imperava in quell'epoca e per la scarsa produttività delle industrie e dell'agricoltura. Ma il genio umano, stimolato dal nostro Rinascimento moderno, ha già indicate le nuove vie da seguire. Per migliaia d’anni, fu un fardello schiacciante, anzi si potrebbe dire una vera maledizione per l'umanità, la necessità di produrre le derrate alimentari. Ma ormai non è più necessario che le cose vadano così. Quando possiamo fare noi <noinclude>stes-</noinclude><noinclude><references/></noinclude> bmrsozwwu9tug4wh9xja93xv2wieofi Pagina:Lavoro Intellettuale e Lavoro Manuale (IA 2917670.0001.001.umich.edu).pdf/71 108 993712 3877307 3597373 2026-08-28T10:17:31Z Sentrac98 29209 /* Riletta */ 3877307 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Sentrac98" />{{RigaIntestazione||{{Sc|lavoro intellettuale e lavoro manuale}}|69|riga=sì}}</noinclude>{{Pt|si|stessi}} il suolo, e dare alle diverse coltivazioni la temperatura e l'umidità reclamate da ognuna, ci si accorge che per produrre il nutrimento di una famigilia in condizioni razionali di coltivazione, occorre un lavoro tanto poco rilevante da poter essere considerato come un semplice svago riposante, dopo le altre fatiche che ci s'impongono. Ritornate alla terra e cooperate coi vostri vicini, invece di erigere delle alte muraglie per sottrarvi ai loro sguardi; utilizzate ciò che l'esperienza già c'insegnò, e chiamate in vostro aiuto la scienza e l'invenzione tecnica, che non mancheranno mai di rispondere all'appello, (considerate quanto esse seppero fare per la guerra), e vi stupirete della facilità con cui farete uscire dal suolo un nutrimento abbondante e vario. Ammirerete la quantità di solide cognizioni che i vostri figliuoli si assimileranno, accanto a voi, e il rapido sviluppo della loro intelligenza, e la facilità colla quale essi afferreranno le leggi della natura vivente e della natura inanimata. Costruite l'officina e il laboratorio in vicinanza dei vostri campi e dei vostri orti, e lavoratevi. Non dovranno essere, naturalmente, quei grandi stabilimenti dove si maneggiano enormi masse di metallo e che son meglio situati in certi luoghi indicati dalla natura, bensì quell'innumerevole varietà di fabbriche e di manifatture che sono necessarie per soddisfare la diversità infinita dei gusti dell’uomo civilizzato; non quelle officine dove i fanciulli cessano di somigliare a dei fanciulli, nell'atmosfera di un inferno industriale, bensì manifatture aerate ed igieniche, <noinclude>do-</noinclude><noinclude><references/></noinclude> a429fqwzranl0umbxpdo6byl8cjdd1l Pagina:Lavoro Intellettuale e Lavoro Manuale (IA 2917670.0001.001.umich.edu).pdf/72 108 993713 3877308 3599228 2026-08-28T10:18:45Z Sentrac98 29209 /* Riletta */ 3877308 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Sentrac98" />{{RigaIntestazione|70|{{Sc|pietro kropotkin}}||riga=sì}}</noinclude>{{Pt|ve|dove}} la vita umana conta più della macchina e dei guardagni straordinari, — bensì stabilimenti di un genere di cui si ha già qualche raro esempio. Fate che le vostre officine e le vostre fabbriche non siano più luoghi maledetti, dove uomini, donne e fanciulli entrano soltanto perchè vi sono spinti dalla fame; ma siano laboratori razionali, dove l’uomo sarà attratto dal desiderio di trovarvi un lavoro che convenga al suo gusto, e dove, aiutato dal motore e dalla macchina, egli scegliere il genere di attività che può risponder meglio alle sue inclinazioni. Fate sorgere queste officine e queste fabbriche non già per realizzare dei guadagni vendendo agli schiavi d’Africa dei tessuti fatti con residui di lana, oppure delle cose inutili o anche nocive, ma unicamente per soddisfare i bisogni di milioni di Europei. E vi stupirete di vedere con quale facilità e con quale rapidità l’industria potrà procurare a tutti, in fatto di vestiti, tutto il desiderabile il necessario ed il lusso, per poco che la produzione sia organizzata in modo da bisogni veri, piuttosto che in modo da pagare tanti dividendi a degli azionisti, o a versare un fiume d’oro nelle casseforti dei ''lanciatori d’affari'' e dei consiglieri d’amministrazione delle grandi società. In breve v’interesserete voi stessi d’un tal lavoro, e avrete modo di ammirare nei vostri figliuoli il desiderio di conoscere la natura e le sue forze, la curiosità per le macchine e il loro funzionamento, nonché il rapido sviluppo del genio inventivo. Tale è l’avvenire — già possibile oggi e già <noinclude>rea-</noinclude><noinclude><references/></noinclude> 09fs54ejdqijfu0gkq06b3ymxrmxgab Pagina:Lavoro Intellettuale e Lavoro Manuale (IA 2917670.0001.001.umich.edu).pdf/73 108 993714 3877309 3597377 2026-08-28T10:20:52Z Sentrac98 29209 /* Riletta */ 3877309 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Sentrac98" />{{RigaIntestazione||{{Sc|lavoro intellettuale e lavoro manuale}}|71|riga=sì}}</noinclude>{{Pt|lizzabile|realizzabile}} — e tale è il presente — già oggi condannato a scomparire. E ciò che c'impedisce di voltar le spalle a questo presente e di andare verso codesto avvenire, o almeno di fare i primi passi in quella direzione, non è il ''fallimento della scienza'', ma è, anzitutto, la nostra sordida cupidigia, la cupidigia dell'uomo che uccideva la gallina dalle uova d’oro, è anzitutto la nostra pigrizia di spirito, è quella vigliaccheria intellettuale che il passato coltivò con tanta cura. {{Centrato|{{type|f=14pt|<nowiki>* * *</nowiki>}}}} Per secoli, la scienza è ciò che si vuol chiamare la saggezza pratica dissero all'uomo: «È bello esser ricco, poter soddisfare, almeno, i propri bisogni materiali; ma il solo mezzo d'arricchirsi consiste nell'esercitare lo spirito e le facoltà ad obbligare altri uomini, schiavi, servi o salariati, a produrre ricchezze per noi. — Non c’è scelta: — o voi dovrete rimanere nelle file dei contadini e degli artigiani, i quali, per quanto bene possano prometter loro gli economisti, per l'avvenire, sono per ora condannati a patir la fame dopo ogni raccolto cattivo o durante uno sciopero, e ad essere presi a fucilate dai loro figli il giorno in cui perderanno la pazienza; — oppure, dovrete esercitare le vostre facoltà a comandare militarmente alle masse, a prepararvi ad essere una delle ruote del meccanismo governativo dello Stato, o a divenire un gerente, un amministratore, nel commercio o nell'industria». Per secoli, non vi fu altra alternativa, e gli uomini seguirono quei consigli, senza trovare su quella via la facilità, nè per sé <noinclude>stes-</noinclude><noinclude><references/></noinclude> 0dk6dk0sksgouuqmg5b0n85nqt60yfk Pagina:Lavoro Intellettuale e Lavoro Manuale (IA 2917670.0001.001.umich.edu).pdf/74 108 993715 3877310 3597378 2026-08-28T10:22:19Z Sentrac98 29209 /* Riletta */ 3877310 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Sentrac98" />{{RigaIntestazione|72|{{Sc|pietro kropotkin}}||riga=sì}}</noinclude>{{Pt|si|stessi}}, né pei loro figliuoli, nè per coloro che pretendevano di premunire contro peggiori sventure. Ma la scienza moderna trova un'altra via d'uscita per gli uomini che riflettono. Essa dice loro che per divenir ricchi non hanno bisogno di strappare il pane dalla bocca degli altri. La soluzione razionale sarebbe una società nella quale gli uomini, col lavoro delle loro mani e della loro intelligenza, e coll'aiuto di macchine già inventate o che saranno inventate domani, creassero essi stessi tutte le ricchezze immaginabili. Siate assolutamente certi che la tecnica e la scienza non resteranno in ritardo, se la produzione prenderà questa direzione. Guidate dall'osservazione, dall'analisi e dall'esperienza esse risponderanno a tutte le richieste possibili. Esse ridurranno sempre più il tempo necessario per produrre la ricchezza, in modo da lasciare ad ognuno quanto tempo libero potrà da ognuno esser desiderato. Certo, esse non possono garantire la felicità, perchè la felicità dipende tanto, se non più, dall'individuo, che dal suo ambiente. Ma esse garantiscono almeno la felicità che possiamo trovare nel vario esercizio delle nostre diverse facoltà, in un lavoro che non ha bisogno di divenire eccessivo, e nel sentimento di non sforzarci a fondare la nostra felicità sulle pene degli altri. Tali sono gli orizzonti che le considerazioni suesposte aprono allo spirito esente da prevenzioni. {{Centrato|FINE.}}<noinclude><references/></noinclude> etm6b0npjcttv0f1wp6ipzloii7prun Se 'l pensier, che dal core 0 998732 3877193 3826704 2026-08-28T06:43:52Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3877193 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=28 agosto 2026}}{{Intestazione | Nome e cognome dell'autore = Giovanni Guidiccioni | Nome e cognome del curatore = Ezio Chiorboli | Titolo =Se 'l pensier, che dal core | Anno di pubblicazione = 1520 | Lingua originale del testo = | Nome e cognome del traduttore = | Anno di traduzione = | Progetto = Letteratura | Argomento = canzoni | URL della versione cartacea a fronte = Indice:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu | prec = Empio ver' me, di sí gentil, riesci | succ = Mal vidi, Amor, le non piú viste e tante }} {{Raccolta|Rime (Guidiccioni)/Rime d'amore e di religione/Primo amore|Primo amore}} <pages index="Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu" from="18" to="20" tosection="s1" /> 0lc0m5nxl2ahobjd04v4xo15pf1u1wr Mal vidi, Amor, le non piú viste e tante 0 998770 3877195 3817415 2026-08-28T06:43:55Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3877195 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=28 agosto 2026}}{{Intestazione | Nome e cognome dell'autore = Giovanni Guidiccioni | Nome e cognome del curatore = Ezio Chiorboli | Titolo =Mal vidi, Amor, le non piú viste e tante | Anno di pubblicazione = | Lingua originale del testo = | Nome e cognome del traduttore = | Anno di traduzione = | Progetto = Letteratura | Argomento = sonetti | URL della versione cartacea a fronte = Indice:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu | prec = Se 'l pensier, che dal core | succ = Le tue promesse, Amor, come sen vanno }} {{Raccolta|Rime (Guidiccioni)/Rime d'amore e di religione/Primo amore|Primo amore}} <pages index="Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu" from="20" to="20" fromsection="s2" /> 35om4dyrfvfrniw5sob6euvll9qgm40 Le tue promesse, Amor, come sen vanno 0 998771 3877198 3815649 2026-08-28T06:44:37Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3877198 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=28 agosto 2026}}{{Intestazione | Nome e cognome dell'autore = Giovanni Guidiccioni | Nome e cognome del curatore = Ezio Chiorboli | Titolo =Le tue promesse, Amor, come sen vanno | Anno di pubblicazione = | Lingua originale del testo = | Nome e cognome del traduttore = | Anno di traduzione = | Progetto = Letteratura | Argomento = sonetti | URL della versione cartacea a fronte = Indice:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu | prec = Mal vidi, Amor, le non piú viste e tante | succ = Giovio, com'è che fra l'amaro pianto }} {{Raccolta|Rime (Guidiccioni)/Rime d'amore e di religione/Primo amore|Primo amore}} <pages index="Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu" from="21" to="21" tosection="s1" /> 3cxjk99cojfxfxz968u7l5d20h7wnvj Giovio, com'è che fra l'amaro pianto 0 998772 3877199 3803377 2026-08-28T06:44:39Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3877199 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=28 agosto 2026}}{{Intestazione | Nome e cognome dell'autore = Giovanni Guidiccioni | Nome e cognome del curatore = Ezio Chiorboli | Titolo =Giovio, com'è che fra l'amaro pianto | Anno di pubblicazione = | Lingua originale del testo = | Nome e cognome del traduttore = | Anno di traduzione = | Progetto = Letteratura | Argomento = sonetti | URL della versione cartacea a fronte = Indice:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu | prec = Le tue promesse, Amor, come sen vanno | succ = Tu che con gli occhi ove i piú ricchi e veri }} {{Raccolta|Rime (Guidiccioni)/Rime d'amore e di religione/Primo amore|Primo amore}} <pages index="Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu" from="21" to="21" fromsection="s2" /> nmqlxydtzwe87ga07ts8nafvr9n723s Tu che con gli occhi ove i piú ricchi e veri 0 998773 3877202 3829721 2026-08-28T06:45:06Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3877202 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=28 agosto 2026}}{{Intestazione | Nome e cognome dell'autore = Giovanni Guidiccioni | Nome e cognome del curatore = Ezio Chiorboli | Titolo =Tu che con gli occhi ove i piú ricchi e veri | Anno di pubblicazione = | Lingua originale del testo = | Nome e cognome del traduttore = | Anno di traduzione = | Progetto = Letteratura | Argomento = sonetti | URL della versione cartacea a fronte = Indice:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu | prec = Giovio, com'è che fra l'amaro pianto | succ = Vorrei tacere, Amore }} {{Raccolta|Rime (Guidiccioni)/Rime d'amore e di religione/Primo amore|Primo amore}} <pages index="Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu" from="22" to="22" tosection="s1" /> cek50tyryvahuozgtbrgwdcyura4a3q Il libro delle fate/Cenerentola 0 1005280 3877142 3807741 2026-08-28T06:34:00Z Marta Arosio (WMIT) 38381 3877142 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=28 agosto 2026 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Cenerentola|prec=../Il gatto calzato|succ=../Riccardin dal ciuffo}} <pages index="Perrault - Il libro delle fate, Longanesi, Milano, 1891.pdf" from="75" to="90" /> go6amrpxczpfnm8wv33p16yhxolwra9 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/367 108 1016281 3876755 3666527 2026-08-27T12:13:08Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3876755 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 364 —|}}</noinclude><poem> A lui di sotto il regal seggio. Tale Che l’uom sa giudicar, chiaro vedea Che de’ prenci ribelli anche dovea La giornata arrivar. Ciascuno intanto Che male oprò, che con ardor giovata Avea l’impresa contro al vecchio sire, Venne dinanzi a re Kobàd nell’erma Sua reggia e ricordò l’alto misfatto E disse: Una fiata a te dicemmo, Questa fiata anche diciam, che in mente Altro pensiero hai tu. Quando seduti Ènno a un sol trono due regnanti e l’uno Ha il sommo e l’altro il basso grado e cerca Il padre sì di stringere col figlio Vincol più stretto, ratto de’ lor servi Caggion tronche le teste. Oh! non siam noi In ciò che fai, consenzïenti, e tu D’oggi in avanti di cotesto mai Non ci far motto. — Ebbe timor di tanto Prence Shirùy. Timore avea, che preso Egli era sì, come un abietto schiavo, Fra gli artigli di quelli, onde risposta Così rendea: L’antico re nessuno Col laccio piglierà se non colui Che ha nome tristo. Andarne ora v’è d’uopo A vostre case e far su ciò consiglio. Cercate voi chi trovisi pel mondo Che tal travaglio e cotal noia ardisca Secretamente togliere da noi. :Ogni più avverso dell’antico prence Un manigoldo ricercò, che lui In secreto uccidesse. Oh! ma nessuno, Nessun per l’ampia terra aveane ardire, Niun di sì gran coraggio iva partecipe, Onde il sangue versar fessegli dato Di sì gran prence e togliersi tal peso. Quale d’un monte, su la sua cervice, </poem><noinclude></noinclude> frpb91xzjnac64bmrx1gny26e4y8pb8 3876756 3876755 2026-08-27T12:13:33Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3876756 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 364 —|}}</noinclude><poem> A lui di sotto il regal seggio. Tale Che l’uom sa giudicar, chiaro vedea Che de’ prenci ribelli anche dovea La giornata arrivar. Ciascuno intanto Che male oprò, che con ardor giovata Avea l’impresa contro al vecchio sire, Venne dinanzi a re Kobàd nell’erma Sua reggia e ricordò l’alto misfatto E disse: Una fiata a te dicemmo, Questa fiata anche diciam, che in mente Altro pensiero hai tu. Quando seduti Ènno a un sol trono due regnanti e l’uno Ha il sommo e l’altro il basso grado e cerca Il padre sì di stringere col figlio Vincol più stretto, ratto de’ lor servi Caggion tronche le teste. Oh! non siam noi In ciò che fai, consenzïenti, e tu D’oggi in avanti di cotesto mai Non ci far motto. — Ebbe timor di tanto Prence Shirùy. Timore avea, che preso Egli era sì, come un abietto schiavo, Fra gli artigli di quelli, onde risposta Così rendea: L’antico re nessuno Col laccio piglierà se non colui Che ha nome tristo. Andarne ora v’è d’uopo A vostre case e far su ciò consiglio. Cercate voi chi trovisi pel mondo Che tal travaglio e cotal noia ardisca Secretamente togliere da noi. :Ogni più avverso dell’antico prence Un manigoldo ricercò, che lui In secreto uccidesse. Oh! ma nessuno, Nessun per l’ampia terra aveane ardire, Niun di sì gran coraggio iva partecipe, Onde il sangue versar fessegli dato Di sì gran prence e togliersi tal peso. Quale d’un monte, su la sua cervice. </poem><noinclude></noinclude> quiyp4vedvt7fnvgsqfyom8rbj7rlyt Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/368 108 1016282 3876759 3666528 2026-08-27T12:15:53Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3876759 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 365 —|}}</noinclude><poem> :Ma di Khusrèv cercavano i nemici In ogni parte, fin che tal rinvennero Soletto in su la via. Cilestri gli occhi, Smorte le gote, la persona asciutta, Irta di peli, livide le labbra, Lordo di fango il piè, rattratto il ventre Per molta fame, dell’uom tristo il capo Scoperto al sole. Niun pel mondo invero Sapeasi il nome di costui, fra tanti Principi e servi; ed ei però, sì reo E sì protervo, a Farrukhzàd ne venne (Deh! mai non vegga il lieto paradiso L’abietto spirto!), e come a lui proposta Fe’ del misfatto Farrukhzàd, a quella Opra acconciossi prontamente e disse: :Impresa mia questa battaglia! Sazio Se di vivande mi rendete voi, Cotesta è preda mia! — Vanne, gli disse Allora Farrukhzàd. Fa, se tu puoi; Indi non aprir mai su tal soggetto Le labbra a favellar. Per te qui tengo D’aurei denari una ricolma borsa, Ch’io qual mio figlio t’ho alleato e amico. :Diedegli allora, splendido qual’onda, Acuto un suo pugnal, sì che partìa Rapido l’omicida, il cor ripieno D’un feroce desìo. Come quel tristo Giunse da presso al re sovrano, lui Trovò soletto con un suo fedele Paggio dinanzi al regal soglio. Un tremito Ebbe prence Khusrèv ratto che il vide, E dalle ciglia lagrime di pianto Per le gote versò. Già gli era il core In testimonio che l’estremo tempo Giunto era omai, sì ch’ei si volse e disse: :Deh! tu malnato quale il nome tuo? </poem><noinclude></noinclude> s3mfmpswvmazak37y0vefc0jlyn8ljp Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/369 108 1016283 3876764 3666529 2026-08-27T12:18:35Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3876764 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 366 —|}}</noinclude><poem> Che piangere dovrà chi ti diè vita Un giorno! — Mìhr-Hormùzd altri mi chiama, Disse l’uom tristo, e son straniero in questa Ampia città; non ho consorti o amici. :Oh! soggiunse Khusrèv, dunque per mano Di costui vile e reo così mi arriva L’estremo tempo mio! Già non somiglia Ad uman volto il volto suo; nessuno, Nessun mortal l’amor di lui si cerca! :Ritto in piè là si stava il giovinetto, E al giovinetto così disse il prence: :Deh! tu cortese che m’aiuti, vanne, Recami d’acqua un colmo vaso e muschio Ed ambra pura e la più intatta veste, Gradita all’alma. — Come udì quel cenno, L’arcana intenzïon del suo signore Non anche intese il garzoncello. Il paggio, Fanciullo ancora ed inesperto, uscìa Dal cospetto regale, aurea una conca Recava al nobil re con una vesta, Con un’ampolla piena d’acqua, allora Che s’affrettava re Khusrev da questa Terra infelice ad emigrar. Non tosto De le sacre verbene ei vide il fascio, Che a mormorar si diè preghiere; tempo Quello non era da gittar parole, Non di secreto favellar. Le vesti Intatte si cingea l’iranio sire, Di sue peccata si pentìa, le preci Mormorando sommesse. Al capo alfine Posesi nuovo, ancor non tocco, un velo. Del suo tristo uccisor l’orrida faccia Per non veder quando avanzò, nel pugno Con la lama fatal, chiuse le porte Alla stanza del re tutte a l’intorno, Mihr-Hormùzd. S’avventò rapido e pronto, </poem><noinclude></noinclude> eapbtoh2qfcz8aa8d92oga2ehmcdm0q Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/370 108 1016284 3876773 3666530 2026-08-27T12:21:04Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3876773 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 367 —|}}</noinclude><poem> La regal veste sollevò, col ferro Squarciò al sire del mondo il cor nel seno. :Così adunque si muta e si rivolge L’instabile fortuna, ella che sempre A te nasconde il suo segreto. Il saggio Che pensa i detti suoi, sciolto da cure, E l’uom stolto ed insano altro dall’opre Non veggon del destin che con ludibrio Offesa e danno. Anche se tu raccogli Ampio tesoro per la terra o sola Tocchi fatica e travaglio del core, In questa vita ch’è sì breve e grama, Lunga stagion non rimarrai. Deh! scegli Il non far danno altrui, segui giustizia, Se per giustizia toccar vuoi tua lode. :Ma per le piazze e per le vie l’annunzio Ratto che venne, in tal maniera ucciso Giacersi re Khusrèv, corsero i tristi Al carcere d’un moto, al tetro ostello Corser degli infelici. Erano allora Quindici figli dell’estinto sire, Nobili e illustri giovinetti, in ceppi Nell’albergo real. Tutti nel carcere Fûr trucidati esti innocenti allora, Allora sì, che d’alto la fortuna Di re Khusrèv precipitò. — Parola Non osò dirne de la terra il sire, Prence Shirùy, ma rinserrò nel core L’alta sua doglia. Come n’ebbe annunzio. Molto però ne pianse e alcuni suoi Fidi custodi (venti eran) mandava, Perchè degl’innocenti alle diserte Donne e ai fanciulli fossero custodi, Dell’ucciso signor dopo la morte. :Così cessava di Khusrèv l’impero E le falangi e la grandezza e tutta </poem><noinclude></noinclude> o9w3m7xs5s83fk4b4s8o2qhz7xagc80 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/371 108 1016285 3876782 3666531 2026-08-27T12:22:43Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3876782 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 368 —|}}</noinclude><poem> La possanza e il valor. Tanta grandezza Alcun non ebbe mai de’ prenci irani, Nè mai l’udì ridir da’ saggi antichi Famosi e grandi. Ma chi è savio e dotto In favellar, valor non ha se il capo Tien tra le fauci de la sorte avara, Orrido serpe. E tu non altro il fato Appellerai che alligator feroce Che ciò che prese fra gli artigli suoi, Sotto ai denti maciulla. Ecco! che cadde Di re Pervìz la glorïosa sorte, Sparve quel trono suo, sparve il tesoro Celebrato e l’esercito pur anco! Ma chi speranza ha del destino in terra, È come tal che cercasi giocondi Frutti d’un salce fra le rame. Oh! dunque Perchè correndo vai, smarrito il calle, Per l’atra notte e il dì sereno? Grata Abbiti al cor qual da la sorte ottieni Cosa quaggiù, se pure all’alma offesa Non cerchi o danno, e stima te soltanto Privo di forza e di poter, se ancora Qualche fiata hai vigorosa mano, Generoso sentir, amor del giusto, Qual costume ti prendi e nel pensiero Pensa leggiadre cose. Anche fa doni E godi fin che puoi, che, se tu togli L’aurea moneta, tutte cose in terra Altro non son che doglia e affanno. Oh! quanto È migliore per noi fedele amico, D’amici fedeltà deh! quanto è buona! </poem><noinclude></noinclude> 33i811p7p5gycyal3y269ez0mmhgxz7 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/372 108 1016286 3876907 3867006 2026-08-27T12:58:32Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3876907 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 369 —|}}</noinclude> {{Ct|c=t1|VI. Morte di Shîrina e di Shîrûy.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 2045-2050).}} <poem> :Poi che giornata di Khusrèv addussi Al termin suo, l’istoria di Shirina Comincio e di Shirùy. — Come trascorsi Fur tre giorni e cinquanta dal fatale Tempo che giacque il nobile signore D’Irania ucciso, re Shirùy fidato Un amico inviò là da Shirìna Che le dìcea: Donna possente e astuta, Autrice di magìe, nulla tu sai Che sortilegi ed incantesmi e in tutta L’irania terra quella ben tu sei Di maggior colpa rea. Sol per incanti L’antico sire governasti, e forse Con tue magie discendere dall’alto Far potresti del ciel l’errante luna. Abbi adunque timor, tu peccatrice, E vieni presso a me, non arrestarti Lieta e sicura nella tua dimora. :Per tal messaggio si crucciò Shirina, Crucciossi ancor per le parole ree, Maledicenti, e così disse: Quei Che il sangue già versò del genitore, Mai non abbia grandezza e maestade. Io quel malvagio non vedrò giammai Non pur da lunge, non in giorno mesto, Non in giorno di gaudio. — Indi uno scriba, Consolator nelle sventure sue, Con un libro composto nell’antico Pehlèvico sermon, fe’ addursi innanzi, E in quello il saggio trascrivea consigli </poem><noinclude>{{smaller|{{PieDiPagina|{{Sc|Firdusi, VIII.}}||24}}}}</noinclude> b3vipgnfypsotyjbwo9uv2xddqw8apj Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/373 108 1016287 3876913 3666533 2026-08-27T13:00:43Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3876913 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 370 —|}}</noinclude><poem> Di lei, di sue ricchezze alto il valore Fea manifesto. In picciolo vasello Alcune stille di velen rinchiuse Ella tenea, di cui l’avverso balsamo Per le città non si potea cercare, Ed ella seco il ritenea, la sua Funeral benda all’agile persona, Qual bel cipresso in un giardin cresciuto, Componendo così. Mandava intanto A re Shirùy cotal risposta: Sire Incoronato, che sollevi in alto La cervice superba, ecco! le tue Parole che dicesti, andaron via Qual vento passeggier. Di quel malvagio Che altro nome non sa per l’ampia terra Fuor che d’incanti e sortilegi e trista Gioia ne sente, perano dispersi L’anima e il core! Che se tal natura Avea prence Khusrèv, sì reo costume Da conforto cercar ne’ sortilegi All’alma stanca, stavasi ne’ suoi Dorati ginecei una maliarda, Di cui, non vista in pria, poscia ei si stava Il volto ad ammirar. Ma per conforto Dell’afflitto suo core egli m’avea Sempre al suo fianco, e ogn’alba, allor che gli occhi Ei dischiudea, da sue dorate stanze Solea chiamarmi e nella vista mia L’anima confortar. Ma tu vergogna Abbi di queste tue parole stolte, Che non s’addice a re che regni, un detto Menzognero giammai. Dio ti ricorda Di grazia donator, ma que’ tuoi detti D’altri al cospetto non ridir più mai. All’iranio signor quella risposta Fu allor recata e contro all’innocente </poem><noinclude></noinclude> kbwgjxfe87yv1166hiczfmg1hhw1doc Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/374 108 1016288 3876923 3666534 2026-08-27T13:03:20Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3876923 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 371 —|}}</noinclude><poem> Re Shirùy s’adirò. Schermo al venire, Ei disse, qui non è, non è nel mondo Feroce donna come te che al sangue Col core aneli. Ma tu vieni e mira L’alto fastigio della mia corona, E se bene a me sta, fa per me voti. :Piena d’affanno, come udì cotesto, Si fe’ Shirina. Ella si dolse e pallido Color si fe’ delle sue gote, allora Che rispondea: Non io verronne al tuo Fianco, o signor, se non con un’accolta Di gente saggia al tuo cospetto, esperta, Nel legger dotta le notate cifre. :Raccolse re Shirùy cinquanta saggi, Antichi, esperti, ed a Shirìna un messo Poscia inviava a dir: Levati e vieni Al mio cospetto. Ciò che è detto, basti. :Shirina, come udì, negra ed azzurra Cinse una vesta ed all’iranio sire Sollecita ne venne e a presti passi Il giardin penetrò che il Gaio è detto, Laddove a conversar nobili i Persi Raccogliersi solean. Quivi ella assise Dietro a un velo regal, quale è costume Di donna saggia e vereconda e onesta. :Invïavale un messo il re sovrano, Dicendo: Già toccò una luna intera Il lutto di Khusrèv. Consorte mia Or tu deh! vieni perchè un dolce frutto Goder tu possa, non mirando a grado Minor del grado imperïal. Diletta Come già il padre mio t’avrò al mio fianco, Anzi più bella e più d’assai famosa. :Il dritto mio qual prima cosa rendimi, Shirìna rispondea, che allor soltanto Pronta a’ tuoi cenni fia quest’alma. Allora </poem><noinclude></noinclude> amfhshqpbaa715ezr15ykszhsfnecd5 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/375 108 1016289 3876930 3666535 2026-08-27T13:05:47Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3876930 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 372 —|}}</noinclude><poem> Mai non sarà che dal parlar con teco Io cessi, obbedïente al tuo comando, Cedevole al desio del tuo bel core. :Acconsentìa prence Shirùy, perch’ella. Vaga e leggiadra, tutto espor dovesse Il novello suo dir. L’inclita donna Di dietro a’ veli suoi così rispose: :Invitto e lieto deh! sii tu, signore; Pur, tu dicesti che son io maliarda E incantatrice e da giustizia aliena E da onesto costume. — E fu cotesto, Shirùy le rispondea; ma i generosi Dell’ira altrui non pigliansi vendetta. :A’ nobili di Persia che raccolti Erano nel giardin, che il Gaio è detto, Shirìna disse allor: Che mai vedeste Di colpa in me, qual mai opra non bella, Qual menzogna o stoltizia? Ecco! molt’anni Regina fui d’Irania vostra, in tutte L’imprese ai forti valido sostegno, E nulla mi cercai che anche giustizia Non fosse, e lungi di menzogna sempre E d’ingiustizia da me furon l’opre. Molti, per mie preghiere, ebber governo D’opulente città, sempre pel mondo Ebber cospicua sorte. E se in Irania Un’ombra in mia ricchezza alcun già vide O nel mio serto o negli adornamenti, Dicalo aperto, s’egli intese o scorse, Perchè risposta manifesta venga D’ogni cosa per me. — Quanti eran prenci Nel cospetto del re, fean di Shirina Laudi sincere: Non è donna in terra Pari a costei, non in secreto loco. Non in aperto. — Principi, rispose Shirìna allora, o d’ogni cosa esperti, </poem><noinclude></noinclude> lwd8qmnhl3dkdf7xvgdaw141st08zbo Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/376 108 1016290 3876931 3874268 2026-08-27T13:08:34Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3876931 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 373 —|}}</noinclude><poem> Duci che opraste grandi cose in terra, È chiaro a voi che per tre cose a donne Formasi qui propizia sorte, a donne Che degne son di regal seggio; ed una È questa sì ch’ell’abbia verecondia E ricchezza pur anco onde s’adorni Per lui del suo consorte il nuovo ostello. Seconda è questa ch’ella un figlio a lui Partorisca, onde a lei grandezza venga Per suo sposo felice. È terza poi Che di volto e persona ella sia vaga, Nobile e casta in suo virgineo stato. {{Ec|Or io|Ora|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/482}}, nel tempo che qui venni sposa A principe Khusrèv, per tal connubio Quand’io qui giunsi peregrina e nuova, Mentr’ei da greca terra si tornava, Non ottenuto il suo desìo, dolente E senza possa, e fea soggiorno agli ermi Confin d’Irania, ei nondimen toccava Sì nobil mèta che nessun cotale Mai vide o intese per quest’ampia terra. Quattro figli da lui m’ebbi frattanto, Ond’ei lieto gioìa, Nestùr valente, Firùd, Shahryàr e Mardan-shàh, corona Di questo azzurro firmamento. Oh! mai Da Fredìin, da Gemshìd, figli non vennero Come cotesti; e tronchisi mia lingua Se dal ver mi dilungo! Eppur son elli, Tutti quattro, sotterra, e l’alme loro Aggiransi beate in paradiso. :Questo ella disse e da la fronte il velo Si tolse, ed era luna il volto suo. Muschio il volume de’ capegli. Questo, Ella soggiunse, è il volto mio. Menzogna S’ell’è cotesta, vïolenza opponi. Sol per savio disegno io mi celava </poem><noinclude></noinclude> 3th434vy1reyyv68d6six4vail7zb8g Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/377 108 1016291 3876933 3666537 2026-08-27T13:10:59Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3876933 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 374 —|}}</noinclude><poem> I miei capelli, perchè alcun pel mondo Non vedesseli mai. Mostraili, e questa È la magìa che altri m’appone. Questo Incantesmo non è, non è menzogna, Non reo costume! — Pria d’allor, nessuna Veduto avea con gli occhi suoi, nè mai Udito avea da chi è maggior degli anni, Crine sì vago ricordar. Stupiro I vecchi tutti a l’inattesa vista E acre saliva profondean dal labbro. :Ma di Shirùy, com’ei vedea le gote Leggiadre di Shirìna, ecco! che l’alma Parve fuggir dal petto. Ei per quel volta Attonito restò, sì che d’amore Il cor fu pieno, ed ei le disse: Niuna, Niuna vogl’io fuor che te sola, e quando Te qual consorte avrò, sola mi basti In tutta Irania. Da’ tuoi cenni mai Non andrò lungi e questo patto mio Sulle pupille mie scolpir vorrei! :Per l’iranio signor non anche scevra Di mia brama son io, così rispose La vaga donna. Se tu a me concedi, Anche due cose chieder vo’. Deh! resti In sempiterno il grado tuo di prence! L’anima mia gli è cosa tua, rispose Prence Shirùy; se altro tu chiedi ancora, Chieder ti lice. — Ogni ricchezza mia, Shirìna disse, quale è accolta in questa Irania terra, a me partitamente Renderai tu, dell’inclita assemblea. Qui, nel cospetto. Le tue cifre ancora A questo libro apporrai tu, perch’io Da ogni cura mi sciolga e grande e lieve. :Ciò ch’ella disse, re Shirùy facea Rapidamente, e la donna leggiadra, </poem><noinclude></noinclude> m71lv6lumycp529ktlrvilu80awty7o Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/378 108 1016292 3876934 3666538 2026-08-27T13:12:35Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3876934 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 375 —|}}</noinclude><poem> Tosto che al suo desio degna risposta Ebbesi da Shirùy, scese alla via Da quel giardin che il Gaio è detto, uscendo Dal cospetto de’ prenci e de’ seniori. :Così sen venne alla sua casa, e quivi Liberi fece i servi suoi, que’ servi Con sue ricchezze fe’ beati. Ancora Quant’eran cose sue diè a’ poverelli, A’ suoi congiunti più donò d’assai, Doni fe’ a’ templi del fiammante fuoco Di Sadèh per la festa e per il primo Giorno dell’anno e quel di Mihr; per molti Ostelli ancor deserti e abbandonati, Per ospizi, a leoni orrido covo Già divenuti, a re Khusrèv estinto Gratificando, fece offerte e doni, All’anima di lui con l’opre pie Dolce conforto. Ma discese poi Ad un giardino e là scoverse il volto E si assise sul suol, d’ogni ornamento Spoglia e discinta. Le sue genti attorno Ella raccolse e con atti cortesi Tutti volle seduti e così disse Ad alta voce: Chi di voi va scevro D’ogni sua offesa inverso altrui, gli orecchi Porga intenti al mio dir, che d’ora in poi Questo mio aspetto non vedrà più mai. Quel Giudice che cerca da’ mortali Alta giustizia, che donò sua luce Agli astri, al sole ed alla bianca luna. Temete voi; non parlisi da voi Che per dir vero, che a’ più savi in terra In ciò difetto non s’addice. Intanto, Dal di ch’io venni appo Khusrèv, dal tempo Che sue stanze dorate io penetrai La prima volta e fui l’onor del sire, </poem><noinclude></noinclude> m9tcmbt3te5rj5dbh2cnyrd83ho7uv8 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/379 108 1016293 3876935 3666539 2026-08-27T13:14:48Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3876935 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 376 —|}}</noinclude><poem> Fra le donne regali inclita e grande, Qual colpa mai fia scorta in me? Davvero! Che simulando pronunciar parola Non debbesi da voi; che val cotesto Simular presso a donna e accorta e astuta? Tutti levârsi da’ lor seggi allora, Sciolta la lingua a dar risposta, e dissero: :Tra le spose regali inclita donna. Saggia, eloquente e d’anima serena, Per Dio giuriam che te non vide mai Alcun vivente, nè udì mai tua voce Delle tue stanze dietro alle cortine. Oh! davver che dal tempo fortunato D’Hoshèng antico eguale a te nessuno Si assise in trono! — I paggi tutti allora E le ancelle e gli schiavi accorti e saggi, Avidi tutti di poter, con alte Voci gridare inverso a lei: Preclara, Inclita donna, celebrata in Cina Ed in Grecia e in Tiràz, chi dir parole Oserà in male contro a te? Deh! come Licito fia recarti danno a prova? :E Shirìna dicea: Questo malvagio, Di cui la fronte colpirà dall’alto Irato il ciel, pel trono e per il serto Uccise il padre suo. Deh! ch’ei non vegga D’oggi in avanti sorridente il viso Della fortuna! Forse al morir suo Schermo questo si fe’, ch’ei tal governo Fe’ dell’alma del padre. Ed or messaggio Ei m’invïava, onde fu tetra e oscura L’attrita anima mia. Dissi che viva Fin ch’io sarò, serva di Dio sacrata Sarò del core, e manifesta a lui Feci la via che volente mi scelsi. Eppur, piena di duol qui mi son io </poem><noinclude></noinclude> r8zxz92qrdlk20vtit9fsm4yaaqhzwi Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/380 108 1016294 3876939 3666540 2026-08-27T13:18:03Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3876939 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 377 —|}}</noinclude><poem> Pel reo nemico e temo sì che innanzi Al popol tutto, con proterva lingua, Dopo la morte mia di me infelice Male ei favelli. Ma qual fu di voi A me già servo, or libero e disciolto Sen va del capo. — Alle parole sue Forte quelli piangean, trafitti al core Per l’estinto Pervìz di doglia acerba. :Ma ratto che venian suoi messaggeri Appo prence Shirùy, le udite cose Della innocente ripeteano a lui, E Shirùy dimandava: Oh! qual sorvenne Alla donna preclara altro desìo? :E Shirina mandavagli un suo fido, Qual dicea: Sol rimane anche un desìo. Deh! che al sepolcro dell’estinto sire Io dischiuda la porta! Alto mi venne Di rimirarlo un desiderio! — Oh! bene Questo al certo sarà, che ti si addice, Shirùy le rispondea, cotal desìo! :Del sepolcro la porta allor dischiuse Il guardiano e quella donna egregia Funebre pianto incominciò. Si mosse E appose al volto di Khusrèv la fronte E i casi ricordando intravvenuti, Il veleno letal rapidamente Ingoiò, sì che tosto la sua dolce Vita distrusse. Ella posò daccanto All’estinto signor, coperto il volto, Raccolta la persona entro a una vesta Odorosa di canfora, e appoggiando Alla parete il corpo suo cadente, Là si morì. Morì, da questa terra Via si recando la sua lode e il merto. :Ben si crucciò, come ne intese annunzio, Prence Shìrùv. Del riveder l’estinta </poem><noinclude></noinclude> 10quagrxeg6x9p224rvgzasgh0qx6n3 3877028 3876939 2026-08-27T15:44:25Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3877028 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 377 —|}}</noinclude><poem> Pel reo nemico e temo sì che innanzi Al popol tutto, con proterva lingua, Dopo la morte mia di me infelice Male ei favelli. Ma qual fu di voi A me già servo, or libero e disciolto Sen va del capo. — Alle parole sue Forte quelli piangean, trafitti al core Per l’estinto Pervìz di doglia acerba. :Ma ratto che venian suoi messaggeri Appo prence Shirùy, le udite cose Della innocente ripeteano a lui, E Shirùy dimandava: Oh! qual sorvenne Alla donna preclara altro desìo? :E Shirina mandavagli un suo fido, Qual dicea: Sol rimane anche un desìo. Deh! che al sepolcro dell’estinto sire Io dischiuda la porta! Alto mi venne Di rimirarlo un desiderio! — Oh! bene Questo al certo sarà, che ti si addice, Shirùy le rispondea, cotal desìo! :Del sepolcro la porta allor dischiuse Il guardiano e quella donna egregia Funebre pianto incominciò. Si mosse E appose al volto di Khusrèv la fronte E i casi ricordando intravvenuti, Il veleno letal rapidamente Ingoiò, sì che tosto la sua dolce Vita distrusse. Ella posò daccanto All’estinto signor, coperto il volto, Raccolta la persona entro a una vesta Odorosa di canfora, e appoggiando Alla parete il corpo suo cadente, Là si morì. Morì, da questa terra Via si recando la sua lode e il merto. :Ben si crucciò, come ne intese annunzio, Prence {{Ec|Shìrùy|Shirùy}}. Del riveder l’estinta </poem><noinclude></noinclude> htboa2bh29i9aj3ae3ul7j7j946cv64 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/381 108 1016295 3876940 3666541 2026-08-27T13:19:07Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3876940 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 378 —|}}</noinclude><poem> Ebbe terrore e cenno fe’ che a lei Tomba novella si apprestasse, e volle Per lei si componesse di odorosa Canfora un serto e in un di puro muschio. Ferma rinchiuse poi di quell’avello Il re la porta. Ma gran tempo ancora Dopo cotesto non passò che un tosco Anche a Shirùy altri apprestò. Misura Era colma dei re su questa terra. Ed ei che nacque in trista sorte, in trista Sorte ancor si morì, lasciando il trono Imperïale al picciol figlio suo. Così quei che dominio ebbe di sette Lune soltanto, di canfora s’ebbe Funebre serto al cominciar di quella Che venne ottava. Maggior bene in terra Non è d’un trono, maggior male in terra D’una vita non è breve e caduca. </poem> {{Rule|8em|t=1|v=1}}<noinclude></noinclude> dd889m74fb7445zeeg25mk9nworve1a Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/382 108 1016296 3876981 3873111 2026-08-27T14:58:08Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3876981 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 322 —|}}</noinclude><section begin="s1" />{{Ct|c=t01|3. Cinque re Sassanidi}} {{Rule|2em|t=1|v=3}}<section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|I. Il re Ardeshîr figlio di Shirûy.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 2050-2053).}} <poem> :Del regno d’Ardeshìr, poi che cotesta A me qui giunge inevitabil cura, Parole or io farò. — Tosto che assise Prence Ardeshìr sul regal trono, vennero Dalle iranie città giovani e vecchi, Molti famosi eroi, d’età provetti, Bramosi d’ascoltar qual mai parola Detta egli avrìa. Si assisero cotesti Appo il nuovo signor da tutte parti, Incliti tutti in ogni lor contrada. :Ardeshìr giovinetto allor disciolse La lingua a favellar. Famosi eroi. Disse, che opraste grandi cose in terra, Quei che si asside in regal seggio, aperta Abbia l’anima sua, fedele a Dio Mostrisi ancor. De’ prischi re la norma Noi seguiremo e seguirem lor gloria E lor religïon. Sempre di Dio, Dator di grazie, facciasi ricordo E giuste siano ognor l’opero nostre E l’altre imprese. Chi è devoto a noi, Sosterrem noi, ma punirem col sangue </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> qoaw54y1pi6mf62eecn8dl4aghnonz6 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/383 108 1016297 3876982 3666543 2026-08-27T15:00:38Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3876982 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 380 —|}}</noinclude><poem> Gl’ingiusti e i rei. L’esercito affidiamo A Pirùz di Khusrèv, che di giustizia Gode per l’opre e pel suo re va lieto, Che, se duce in Irania è pari a lui, Tutti ènno allegri e d’anima serena. :Molti tranquilli in cor per sue parole Furono allora, e di lui per la quieta Anima e dolce ognun toccò sua brama. :Ma di ciò ben giugnea novella ancora A principe Guràz, per cui già un tempo Fu Khusrèv in affanno e struggimento. Guràz di Grecia un messaggier spedìa Saggio, eloquente, e si dicea: Caduta Di Shirùy infelice è la corona Al suol calpesta. Oh! possa nell’inferno Ir prigioniera l’alma sua feroce E cader rovesciato da l’altezza Il suo sepolcro! Chi sapea che l’alto, Nobil cipresso danno e offesa un giorno Avuto avrìa da l’erbe del giardino Putride e fiacche? Del destino il core E l’acuta pupilla oh! non vedranno Pari a Khusrèv un principe in Irania, Pari a Khusrèv, da cui ci venne questa Grandezza nostra, onde servendo a lui Unqua da lui non ci partimmo. Oh! dunque Lui giù precipitò dal regal soglio Il reo destino e volse la fortuna Da lui la fronte e la rotante volta Di questo ciel rissavasi con lui E sua parte gli fe’ del suol profondo Il grembo oscuro! Così dunque a lui Togliean la luna e il sol l’antico regno, Toglieano a sì gran re la sua corona E l’alto seggio! Ma poichè fortuna Diè a principe Shirùy regal potere, </poem><noinclude></noinclude> nsho4anjroxp672qx0nuvunlhf2hfwu Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/384 108 1016298 3876983 3666544 2026-08-27T15:03:51Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3876983 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 381 —|}}</noinclude><poem> Tutte d’Irania le città superbe Umilïò. Morì Shirùy, ma tosto Re divenne Ardeshìr, per cui son lieti Ecco in Irania giovinetti e vecchi; Ed io, se pur mi venga alcuna parte D’Irania a me, non soffrirò che spiri Vento importuno sul suo capo illustre. Or però, poi che nulla ebbi novella Di re Pervìz quand’ei morì d’un tristo Per la calunnia e per l’accusa, tale, Quale Ardeshìr, ricuso un prence, ancora Che senza re lunga stagion rimanga L’irania terra. D’Ardeshìr la mente È tutta piena di perverse voglie E in esercito altrui tutta è riposta La sua speranza. Or io verrò con l’ampia Schiera de’ miei, verrò con duci eletti E d’Irania e di Grecia, e vedrem noi Chi sia cotesto re che si diletta Di cotesti consigli. Oh! ma dal fondo Io svelleronne le radici, ond’ei Mai più ci parli di suo tristo regno. :Rapido un messaggier pose alla via Perchè n’andasse dell’irania terra A’ prenci anziani, indi per altra guisa Reo disegno compi, foglio invïando A Pirùz di Khusrèv. S’intenebrava, Scrisse, fortuna de’ Sassàni prenci, E chi brama ha d’onor vuolsi che accingasi Arditamente a nuova impresa. Forse Arte in questo saprai, saprai tu forse Nuovi pensieri ordir. Cercati molti Fra’ giovani e fra’ vecchi amici e soci E d’Ardeshìr da la presenza il mondo Fa di sgombrar. D’allora in poi l’intento Del tuo core otterrai, securo e pago </poem><noinclude></noinclude> azihqcizqxbsvqxg6hr6utr6wxqcly3 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/385 108 1016299 3876985 3666545 2026-08-27T15:06:01Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3876985 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 382 —|}}</noinclude><poem> Andrai con tua quïete. Ove poi fuori Questo secreto darai tu, darai Sangue alla spada della mia vendetta, Ed io di Grecia menerò cotale Esercito guerrier, che tetra e oscura Farò la terra agli occhi tuoi. Tu intanto Con profondo pensier guarda il mio detto. Deh! mai non sia che vil ti sembri questa Novella impresa mia, che non è d’uopo Che tu perisca stoltamente. Scendere Non dèi sotterra dall’altezza tua, Dal seggio tuo, nè pentimento allora Ti gioveria, quando già tronco il capo T’avesse il ferro mio per mia vendetta. :Epistola cotal come vedea Pirùz figlio a Khusrèv, tutto scoverse Qual fosse di colui avido e altero Il disegno verace, e in prima assai Meditò nel suo cor, poscia co’ prenci Ch’eran più anziani, ebbe consiglio e disse: Giungemi repentina esta faccenda E manifesto rendesi consiglio In pria secreto. — Principe che cerchi Fama quaggiù, ricco di pregi, tale Dagli anziani venìa risposta a lui, Se cade estinto il nuovo re, fia d’uopo Che da noi si precipiti a rovina Per tanta colpa. Or tu, per le parole Di principe Guràz, cosa sì rea Non far, ma d’opre oneste arte ti cerca E al foglio di colui, quale s’addice, Fa una risposta e dal suo tristo sonno Desta la mente rea. «L’alto consiglio Di Dio signor, tu gli dirai, non sperdere. Fino al tuo cor non schiudere tu il varco A un tristo Devo e pensa al mesto caso </poem><noinclude></noinclude> 46gea2ktau77zz40ot94yf0u2cv830w Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/386 108 1016300 3876986 3666546 2026-08-27T15:08:38Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3876986 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 383 —|}}</noinclude><poem> Di re Pervìz, alla ignobile impresa Che a morte il trasse. Che se tu dal trono Traggi in basso Ardeshìr, cade fortuna De’ re Sassàni tutta a un tratto. Allora Che al trono suo regal Shirùy si assise E la cintura imperïal de’ Kay Si cinse a’ fianchi, altro desìo non ebbe Che de’ bei giorni di Pervìz trascorsi, Che la sua mente in ogni impresa sua Precipitava. Che se in questa guisa, Quale allor fu, si resse il mondo, frutto Già non ebbe Shirùy da l’opra sua Grave e tremenda. Le terrene cose Per l’opra stolta ch’egli fea, si volsero Di tal foggia così, che sparve a un tratto Ogni sperato frutto. Or che si assise Qual re sovrano su quell’alto seggio Ardeshìr giovinetto, all’alto loco Di re Kobàd, per la grandezza sua Godon le genti e la terra gioisce. Gioisce il fato per la sua che il cinge . Inclita maestà. Deh! che val mai Che vostra terra che tranquilla posa, Vadasi tutta per novella doglia, Per nuova guerra, in iscompiglio? Oh! voi Di vostra man non battete alla porta Della sventura! Non è fausta cosa Un re innocente trucidar, nè vuolsi Che questa volta rapida del cielo Tutta Irania diserti. E temo assai Che per quest’opre lagrimose e triste Fine agl’Irani non imponga il fato!». :Pirùz, questi consigli allor che intese, Un’epistola scrisse apportatrice Di buon frutto a Guràz, tristo e malnato. — Deh! mai non sia che re come costui </poem><noinclude></noinclude> cjl4znz2zt09pu5yooeya6jvzaagin0 3877029 3876986 2026-08-27T15:44:41Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3877029 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 383 —|}}</noinclude><poem> Di re Pervìz, alla ignobile impresa Che a morte il trasse. Che se tu dal trono Traggi in basso Ardeshìr, cade fortuna De’ re Sassàni tutta a un tratto. Allora Che al trono suo regal Shirùy si assise E la cintura imperïal de’ Kay Si cinse a’ fianchi, altro desìo non ebbe Che de’ bei giorni di Pervìz trascorsi, Che la sua mente in ogni impresa sua Precipitava. Che se in questa guisa, Quale allor fu, si resse il mondo, frutto Già non ebbe Shirùy da l’opra sua Grave e tremenda. Le terrene cose Per l’opra stolta ch’egli fea, si volsero Di tal foggia così, che sparve a un tratto Ogni sperato frutto. Or che si assise Qual re sovrano su quell’alto seggio Ardeshìr giovinetto, all’alto loco Di re Kobàd, per la grandezza sua Godon le genti e la terra gioisce. Gioisce il fato per la sua che il cinge Inclita maestà. Deh! che val mai Che vostra terra che tranquilla posa, Vadasi tutta per novella doglia, Per nuova guerra, in iscompiglio? Oh! voi Di vostra man non battete alla porta Della sventura! Non è fausta cosa Un re innocente trucidar, nè vuolsi Che questa volta rapida del cielo Tutta Irania diserti. E temo assai Che per quest’opre lagrimose e triste Fine agl’Irani non imponga il fato!». :Pirùz, questi consigli allor che intese, Un’epistola scrisse apportatrice Di buon frutto a Guràz, tristo e malnato. — Deh! mai non sia che re come costui </poem><noinclude></noinclude> mi1htynmu33enpzfbeeip0gaxn3f48z Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/387 108 1016301 3876988 3666547 2026-08-27T15:10:57Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3876988 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 384 —|}}</noinclude><poem> Tocchi alla terra! — Ma di ciò sentore Gom’ebbesi Guràz, che con la force Alcun gli avesse attanagliato il core, Detto avrestù. Forte disdegno egli ebbe Per Pirùz di Khusrèv, tutte dispose L’altre sue cose, ei principe d’eroi, E cenno fe’ che in armi le sue schiere Uscissero d’un tratto alla campagna, Dalla città venendo. Ecco, l’annunzio Anche a Pirùz ne corse, ed egli in via Rapido pose un messaggier che venne A Tokhàr, il chiamando. Ei fe’ parole Su cotesto d’assai, diègli novelle Di Guràz del disegno e de la guerra Che al serto imperïal movea costui. A Pirùz di Khusrèv questa risposta Da Tokhàr venne: Per sangue di prenci Dell’iranico suol, duce famoso, Tanto non ti crucciar. Quelle parole Che Guràz già ti disse, ecco tu ascolta. Ma se scritto gli hai tu quel foglio tuo, Sol verrà contro a te per sua vendetta. :Il foglio di Tokhàr tosto che vide Pirùz figlio a Khusrèv, posa non ebbe Per malvagio pensier quel cor turbato, L’anima sua chiara e serena in pria Fosca divenne, modo ripensando Ch’egli al suo prence qualche danno fesse. :Ardeshìr a ogni tempo a sè chiamarlo Solea, ch’egli era in favellar facondo E memore ed accorto; eragli in guisa Di ministro, era a lui de’ suoi tesori Anche custode. In un’oscura notte Venne Pirùz ed ebbe accesso, e vino Luccicante trovò nel regio ostello E dolci detti. Nelle stanze sue </poem><noinclude></noinclude> 3y8su3ja86r2k02cpk4zbdg3vz578rq Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/388 108 1016302 3876990 3867007 2026-08-27T15:13:35Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3876990 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 385 —|}}</noinclude><section begin="s1" /><poem> Stava seduto re Ardeshir, con lui Erano alquanti giovinetti e vecchi; Ma ratto che da lui così venia Pirùz, il figlio di Khusrèv, la fronte Detto avvestù che più del ciel levava Per la gioia Ardeshìr. Tosto ei fe’ cenno Che concento festoso incominciasse, E di canti e di suoni incontanente L’aula fu piena. Della notte oscura Come fûr corse l’ore medie, il sire Bevuto avea di purissimo vino Unaa misura ed ebbro stava, ed ebbri Erano d’Ardeshir tutti gli amici. Niun de’ musici là, niun si restava Savio di mente. Ma del re gli amici Fuori cacciava l’uom perverso allora E soli si restâr nell’aula regia Ardeshìr e Pirùz. Balzò d’un tratto Il violento dal suo loco e chiuse Al re le labbra con la man repente, E tenne sì, fin che Ardeshìr spirava. Piena la casa di freccie e di spade Allor divenne, ed eran questi i soci Di Pirùz di Khusrèv, nuovi bramosi Di gloria e di poter, guerrieri e duci. :Così di quattro e di due mesi il regno Fu di prence Ardeshìr. Per questa via Del dolce viver suo termine giunse. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|II. Il re Guràz Feràyln.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 2053-2057).}} <poem> :Pirùz appo Guràz mandava un messo E con esso un’epistola secreta. Come giunse quel messo, ecco! che l’anima PlBDUSI, Vili. 25 </poem><section end="s2" /><noinclude>{{smaller|{{PieDiPagina|{{Sc|Firdusi, VIII.}}||25}}}}</noinclude> srk6qnm2g5v3p6trcjmi7pyxj4sdlf3 3877031 3876990 2026-08-27T15:44:55Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3877031 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 385 —|}}</noinclude><section begin="s1" /><poem> Stava seduto re Ardeshir, con lui Erano alquanti giovinetti e vecchi; Ma ratto che da lui così venia Pirùz, il figlio di Khusrèv, la fronte Detto avvestù che più del ciel levava Per la gioia Ardeshìr. Tosto ei fe’ cenno Che concento festoso incominciasse, E di canti e di suoni incontanente L’aula fu piena. Della notte oscura Come fûr corse l’ore medie, il sire Bevuto avea di purissimo vino Unaa misura ed ebbro stava, ed ebbri Erano d’Ardeshir tutti gli amici. Niun de’ musici là, niun si restava Savio di mente. 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Ma del re gli amici Fuori cacciava l’uom perverso allora E soli si restâr nell’aula regia Ardeshìr e Pirùz. Balzò d’un tratto Il violento dal suo loco e chiuse Al re le labbra con la man repente, E tenne sì, fin che Ardeshìr spirava. Piena la casa di freccie e di spade Allor divenne, ed eran questi i soci Di Pirùz di Khusrèv, nuovi bramosi Di gloria e di poter, guerrieri e duci. :Così di quattro e di due mesi il regno Fu di prence Ardeshìr. Per questa via Del dolce viver suo termine giunse. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|II. Il re Gurâz Ferâyîn.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 2053-2057).}} <poem> :Pirùz appo Guràz mandava un messo E con esso un’epistola secreta. 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Le sue forti schiere A sparger sangue erano pronte, e allora Che da tal parte dell’irania terra La sua gente venìa, tutti a l’incontro Vennergli i prenci su la via remota, Ma niun fiatò di quella schiera, e molta Gente raccolta inver non era allora. :Guràz nella città rapido entrava, Non consiglieri, non ministri in essa Lasciando, ma volea deserto un loco, E là sedeano i prenci suoi con lui Tutti in secreto. Come sciolse allora Pirùz figlio a Khusrèv la lingua sua, Fe’ questi detti: Eroe famoso in guerra, Chi mai scegliesti al grado imperïale. Di tal serto d’onor che sia ben degno? :Nulla in secreto per l’irania terra Serberem noi, così facea risposta Belligero Guràz. Novello sire Diman vedrete, qui seduto in trono, Bello qual nuova luna. Onor s’acquista Per scïenza il mortal; tu, fin che puoi, Non camminar nell’ignoranza tua. Parole acconce dice l’uom che ha senno, Senno quand’egli ha in cor, libero sempre Sen va dal male. Ma prudenza è ancora Il ben migliore pei mortali, e questa È pur legge del mondo, e questa è via Che l’Eterno segnò. Nobile impresa Non ricordi colui con sermon lungo Ove indegno ei ne sia, ch’egli sè stesso </poem><noinclude></noinclude> 9np8yankpt8fse2011ox0bpgqrluzm3 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/390 108 1016304 3877056 3666550 2026-08-27T16:48:36Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877056 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 387 —|}}</noinclude><poem> Stoltamente per ciò d’onta fa degno, Anche se altra fïata opere egregie Potea compir. Ma poi che da la mente Il senno si partì, poi che fuggia Pudor dagli occhi, vituperio e gloria, Nobile orgoglio e assiderato core, Son cose eguali. Di tal uom che poco Ha d’uman senso, alcun non teme, e nulla, Nulla più val se vivo egli è, se morto Giace sotterra. Oh! fin che puoi, costume D’opre egregie ti prendi! In sempiterno Non resta il mondo per alcun. Soltanto Sia la tua norma generoso core, Giustizia e verità sian la tua fede. :Ma Guràz Ferayìn come sul capo De’ Kay si pose il dïadema, quante Cose vennergli in mente ei disse allora. :Se possanza regal, disse, tu eserciti In alcun tempo e in trono d’or t’assidi Beato e lieto, meglio assai ti fia Che servir sessant’anni allor che perdesi Il paterno tesoro e la cervice Sempre levasi altera. Ecco che omai Con regal dignità qui anch’io mi assido, D’auro e di raso con le vesti. E ancora Dopo di me sederà in trono il figlio, E la corona imperïale in fronte Si poserà, signor d’Irania un giorno Come il padre sarà, levando il capo, Gloria acquistando. Chi per noi si allegra. Alla sua gente d’ogni dolce brama Compimento procaccia, e noi frattanto. Lieti del cor, nel tempo de’ banchetti Berrem del vino e farem segno ai nostri Colpi in tempo di guerra ogni nemico. :Secretamente allor così gli disse </poem><noinclude></noinclude> lpmeurlc2r613dxwv0wqyyo3gtxxp6i Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/391 108 1016305 3877057 3666551 2026-08-27T16:50:47Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877057 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 388 —|}}</noinclude><poem> Il maggior figlio: O padre mio, di noi Chi mai fla re? Quieto e securo mai Deh! non pensarti e a radunar tesori Solo t’adopra. Se del mondo sire Or diventasti, una fi̇ata almeno Opera e fa. Che se qualcun venisse Della semenza degli antichi regi, Lunga stagion qui non staresti. In core Dolor ti rimarrà, doglia e corruccio, Pel tuo breve regnar, sarai tu misero E derelitto e pallido a le gote. :Indi gli disse il minor figlio: Intanto Che nel mondo sei tu re incoronato, Di grado imperïal cosa è ben degna Ampio un tesoro ed uno stuol d’armati. Preso resterai tu dalla rancura Se tesor non avrai. Fredùn illustre Che Abtìn per padre avea, forse che regi Ebbe in sua casa pria di lui? Tu dunque Col tesoro e il valor reggi la terra, Che non nasce giammai dalla sua madre Un uom già fatto re. — Piacquero al padre Ben più d’assai queste parole, ed ei Al maggior figlio così disse: Cose Stolte e inconsulte, deh! non far! — Ma poi De’ prenci ne’ scrittoi pose ufficiali E l’esercito suo tutto alla regia Dimora sua raccolse e per quel giorno E per la notte tenebrosa attorno Donò monete e dispensò suoi doni A molti indegni. In settimane due Di re Ardeshìr nell’inclito tesoro Cosa pregiata non rimase quanto D’una freccia è la piuma. Ogni fïata Che negli orti regali ei discendea. D’ambra odorosa rilucenti faci </poem><noinclude></noinclude> jzi38qolj3oidt53tn7tuohuf1o9itk Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/392 108 1016306 3877058 3666552 2026-08-27T16:53:45Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877058 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 389 —|}}</noinclude><poem> Sol recava con sè. D’oro e d’argento I vasellami suoi; che s’eran d’oro, Aspri di gemme ei si vedean pur anco. Ottanta eran dinanzi, erano ottanta Le faci dietro a lui; venìan da sezzo, Fautori suoi, gli amici; era di lui Consüeto costume ad ogni notte E bevere e cibarsi, e ai prenci tutti D’odio era piena l’anima sdegnosa Contro a lui sì, che per l’oscura notte Aggiravasi attorno ad ogni tempo, Per gli orti e per le piazze ei s’aggirava, Nulla sapea di cotest’uom sì vile La mente insana fuor che dolci sonni Sfiorar poltrendo e correre impazzando E bevere e mangiarsi e far rapine. Ebbro pel molto vino ei si dormia Costante e avvolta in pannolin di Cina Tenea la fronte. Così fu che sdegno Ebbe di lui l’esercito raccolto, Piena di doglia e di tumulto piena Fu la sua terra. Ferayìn superbo Non generoso anche mostrossi intanto E per opere ingiuste ebbesi poi La sorte irata e il frutto suo disperse; Danno le genti avean, danno ed offesa, Per l’opre sue non giuste, e sotto al pondo Del grave suo poter fieri lamenti Aveano e lai. Degl’innocenti il sangue Versava il tristo, e però n’ebbe sdegno Alto e implacato la sua gente. Tutto Guràz avventurò, pur che in sua mano Oro in copia venisse, ei che potè Vender per le monete il regno ancora. :Ad imprecar contro costui le labbra Sciolse la gente e disiò sua morte; </poem><noinclude></noinclude> docsmokhubjlo0rab7q2jeb7tvgp075 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/393 108 1016307 3877059 3666553 2026-08-27T16:57:50Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877059 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 390 —|}}</noinclude><poem> Indi gl’Irani a un appartato loco Si congregâr secretamente ed ebbero Per l’opre di Guràz parole assai. Hormuzd Shehràn Guràz molte in secreto Parole disse in una notte oscura, Ei, d’Istakhàr città nobile fiore Tra i cavalieri, onde agli irani prenci Venìan gloria ed onor. Famosi eroi, Disse agl’Irani, grave assai divenne Questo di Ferayìn tempo nemico! Lieve de’ prenci tutti egli fa stima; Perchè adunque di voi si fean pusilli E il cerèbro ed il cor? Ma son di lagrime Pieni gli occhi per lui, ma pien di doglia È il sen di tutti e a l’invadente male Un sanator non anche è in vista. Eppure Un de’ Sassàni egli non è, semenza Non è de’ Kay. Perchè dovremgli innanzi Cinger le reni come servi? Certo Che via dal vostro petto il cor volava O che nel ventre l’atro fiel svanìa! :Poi che niuno restò, così rispose L’accolta gente, di regnar ben degno, Anche per odio non levasi in mente Ad alcuno il pensier di romper fede Al malnato signor. Pur, tutti noi Con teco ci accordiam, di’ ciò che sai Di questa impresa tua, per qual maniera Si francheggi per noi l’irania terra Dall’insano signor, stolto di mente, Di cui non sono le parole oneste, Non giuste l’opre. Deh! non sia giammai Che per giustizia il lodi alcuno! — Allora Shehràn Guràz così lor disse: Lunga Stagione inver cotesto degl’Irani Stato infelice si protrae. Se voi </poem><noinclude></noinclude> sdzrsboroe9dqlt2bchunajbzl8vj5h Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/394 108 1016308 3877062 3666554 2026-08-27T17:01:25Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877062 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 391 —|}}</noinclude><poem> Nulla in danno di me far vi pensate, Ma sì con me v’adoprerete, quale Di generosi è pur costume, lui, Per la forza di Dio santo e verace. Dall’alto trono gitterò al suolo. :Questa risposta dagl’Irani egli ebbe: Deh! mai non sia che danno ti raggiunga, Nobile eroe! Qui siam, dell’ampia schiera, Oggi alleati tuoi. Che se t’incoglie Mal da ciò che farai, rocca e difesa Qui ti siam noi. — Come cotesto intese L’eroe fedele a’ prischi re, l’assalto Contro a l’indegno re cercava intento. Apprestavasi un dì l’iranio prence E per cacciar dalla cittade uscìa. Seco venia schiera d’Irania, quale Prence fosse e qual servo. Il palafreno Incitò Ferayìn dal loco suo. In ogni parte, rapido qual fiamma D’Azergashàspe, corse, e i cavalieri Cerchio attorno gli fean, contro a le belve Correndo per cacciar. Ma del ritorno Vêr la città nell’ora, ecco che gli occhi, Senza timor, Shehràn Guràz tenea Sull’ignobile re fermi ed intenti. D’acciaio un dardo con la forte punta Cercava poi dentro al turcasso e intanto Il bruno suo destrier dal loco suo Forte spingea. Guardavalo frattanto La schiera degli eroi. Ma quegli al braccio Recando l’arco suo, talora al petto Sì l’accostava e talora alla fronte, E qual per giuoco una mortal saetta Alla corda innestava. Allor che a dietro L’acuta punta ne fu tratta, il pollice Levò quel prode e la fulminea freccia </poem><noinclude></noinclude> l3y5tu1iybe928cp3ovya9y34wbefmd Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/395 108 1016309 3877063 3666555 2026-08-27T17:03:42Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877063 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 392 —|}}</noinclude><section begin="s1" /><poem> Venne improvvisa dell’iranio prence Il dorso a trapassar. Cadde la sferza Ch’egli in pugno reggea, ma la volante Freccia passò fino a le penne sue Pel sangue e fuor ne uscì da l’umbilico La ferrea punta. Trassero le spade Subitamente i prenci allora, e tosto Salì la notte paventosa e tetra Dall’arenoso campo. Essi le spade Tutta la notte che seguì, vibrarono. Nè questi quello discernea. Costui Ebbesi da colui, quello da questi E busse e colpi, ed un benedicea, L’altro imprecava. Come in ciel mostrossi L’aureo velo de’ rai che il sol ricinge E luci ed ombre ebbe per lui la terra Qual è di pardo maculata spoglia, Molti pel campo si vedeano uccisi. Molti feriti, e cavalieri e duci Fra lor sdegnosi. Ma l’irania schiera Ampia si disperdea pel campo attorno, Qual si disperde, poi che vide il lupo, Di pecore codarde un ampio gregge. :Lunga stagion si rimanean gl’Irani Senza monarca allor, nè alcun venìa L’iranio serto a dimandar. D’assai Cercaron figli de’ regnanti prischi, Niun fu scorto per lor di sangue illustre. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|III. La regina Pùràn-dokht.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 2057-2058).}} <poem> :Eravi allora una fanciulla, il nome N’era Puràn, benchè, se donna regna, Mal camminan le cose. Ella rimasta </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> ld31ymbd6ss26nt0timtzqd0xlaacf2 3877066 3877063 2026-08-27T17:05:22Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877066 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 392 —|}}</noinclude><section begin="s1" /><poem> Venne improvvisa dell’iranio prence Il dorso a trapassar. Cadde la sferza Ch’egli in pugno reggea, ma la volante Freccia passò fino a le penne sue Pel sangue e fuor ne uscì da l’umbilico La ferrea punta. Trassero le spade Subitamente i prenci allora, e tosto Salì la notte paventosa e tetra Dall’arenoso campo. Essi le spade Tutta la notte che seguì, vibrarono. Nè questi quello discernea. Costui Ebbesi da colui, quello da questi E busse e colpi, ed un benedicea, L’altro imprecava. Come in ciel mostrossi L’aureo velo de’ rai che il sol ricinge E luci ed ombre ebbe per lui la terra Qual è di pardo maculata spoglia, Molti pel campo si vedeano uccisi. Molti feriti, e cavalieri e duci Fra lor sdegnosi. Ma l’irania schiera Ampia si disperdea pel campo attorno, Qual si disperde, poi che vide il lupo, Di pecore codarde un ampio gregge. :Lunga stagion si rimanean gl’Irani Senza monarca allor, nè alcun venìa L’iranio serto a dimandar. D’assai Cercaron figli de’ regnanti prischi, Niun fu scorto per lor di sangue illustre. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|III. La regina Pûrân-dokht.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 2057-2058).}} <poem> :Eravi allora una fanciulla, il nome N’era Puràn, benchè, se donna regna, Mal camminan le cose. 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Novella Come ne giunse a Puràn-dokht, assai Ella trascelse nobili guerrieri Da l’esercito suo. Come poi tratto Le fu innanzi Pirùz, così ella disse: :Malvagio capo, o d’indole perversa, Or sì dell’opra che tu festi, degna Ricompensa t’avrai, quale si spetta Ad uom codardo e vil! Dell’opre tue Abbiti pena, qual s’addice a tale Di cui fortuna umiliò la fronte. :Un giovane puledro, anche non atto A portar sella, da’ presepi suoi Ella cercava e sul puledro il tristo, Senza la sella, avvincere ella fea Con fermi nodi, gittatogli in pria Aspro al collo un capestro. Allor costei, Signora omai di sua vendetta, al piano Della palestra il giovane destriero, Inesperto di sella e al correr presto, Fe’ addur subitamente e cavalieri </poem><noinclude></noinclude> 9c1tjwbkl6ew3774rbup13ff5oafvw8 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/397 108 1016312 3877092 3666558 2026-08-27T19:32:43Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877092 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 394 —|}}</noinclude><poem> A quel piano invïò, con lacci attorno All’alto culmo di lor selle. Ei videro In qual foggia traea quell’infelice Qua e là impazzando il rapido puledro, Come ad or l’avventasse, indi sè stesso Giù rovesciasse al suol. Plausi dattorno Levavansi al destrier furente omai, Fin che a Pirùz caddero a brani a brani Le carni tutte lacerate e il sangue A poco a poco ne stillò; rendea Lo spirto alfin miseramente il tristo. :Deh! perchè mai ricerchi tu giustizia Da opera ingiusta? Veramente solo È il male al male oprar giusto compenso, E a chi giustizia fa, ciò far si addice. :Resse la terra con amor, con fede, Regina Puràn-dokht, nè su la terra Balzò dall’alto ciel vento importuno. Ma poichè trascorrean di suo regnare Sole sei lune, di sua sorte a un tratto Volser le seste tortüose. Giacque Egra per sette giorni e si morìa, Portando seco il nome suo preclaro. :Questo è costume del rotante cielo, In ogni opera sua forte e possente, Mentre siam noi tapini. Oh! che ti vale Se misero sei tu, se grande e ricco. Se breve o lungo è il viver tuo, se pago È il tuo desìo per ciò che brami, o tristo Vai tu per tal desìo che non si compie? Sia che tesori tu possegga, sia Che faticando viva, in sempiterno Mai non fia che rimanga il tuo tesoro, Non il tuo faticar. Che valgon cento Anni di regno o mille ancor, che valgono Sessanta o trenta o dieci o quattro? Allora </poem><noinclude></noinclude> ihr59mna4xpkzw5na2o9erlrpfel3nm Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/398 108 1016313 3877093 3666559 2026-08-27T19:35:31Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877093 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 395 —|}}</noinclude><section begin="s1" /><poem> Che vital giorno a terminar s’affretta, Cose pari son queste, anni aver molti, Anni aver pochi. Sol ti siano amiche L’opre elette che fai; questo ti basti, Ch’elle ti sono aiutatrici in ogni Loco, per sempre. La caduca vita Lascia libera andar dal poter tuo, Chè altro loco ti attende assai di questo Più ricco di valor. Che se t’accingi Cose egregie a imparar, per sapïenza Spaziar potrai tu per l’alto cielo. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|IV. La regina Azermi-dokht.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 2058-2059).}} <poem> :Altra fanciulla eravi allor che nome Azèrm avea. Desìo della corona Della grandezza imperïal la prese, Ed ella venne e de’ regnanti prischi Si assise al loco e governò la terra. :Diss’ella in pria: Saggi d’Irania, esperti In tutte cose di quaggiù, possenti Che molto opraste, a giustizia conformi Sian vostre imprese, che una pietra nuda Farete un dì vostro guancial sotterra. A chi propizio mi sarà, qual madre Io sarò veramente, e porgerògli Valida aita di monete e ancora, Se fia ch’ei pecchi, pazïenza lunga Avrò per lui. Ma se la legge mia Alcuno infrange, se da norma o via Ch’è di ragion, sen va lontano, a un legno Appendere io faronne il tristo corpo In turpe guisa, cavalier di Grecia O d’Arabia egli sia, o borgomastro. </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> qcaqvlwq51908vwezfdk5hz443gdz4y Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/399 108 1016314 3877094 3666560 2026-08-27T19:37:53Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877094 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 396 —|}}</noinclude><section begin="s1" /><poem> Così per quattro mesi ella sul trono Rimase, e al quinto rapida sorvenne Rovina all’alto loco suo. Morìa Azèrm ancora e senza prence il trono D’Irania si restava, alla mercede Abbandonato de’ nemici suoi. Queste son l’opre del rotante cielo, Odio egli porta a chi nutriva un giorno. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|V. Il re Farrukhzàd.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 2059-2060).}} <poem> :Da Gihrèm Farrukhzàd chiamava allora Disïosa la gente e su quel trono Imperïale il fea seder. Sull’alto Seggio dei re com’egli fu seduto, Con alma intègra benedisse a Dio, Del mondo creator. Figlio mi sono, Disse, de’ prischi re d’Irania bella, Ned altro in terra cercomi bramoso Fuor che de’ miei la sicurezza. Tale Che danno va quaggiù d’altri cercando, Fin che prence sarò, non fia che mai Grande divenga. Ma chi cerca e brama Verità nel suo cor nè induce mai Mancamento o difetto in sua giustizia, Come l’anima mia caro e gradito Da me terrassi, ch’io non vo’ che offesa Abbia chi offesa non arreca ad altri. Chi travaglio o fatica avrà per noi, Al faticar premio s’avrà da noi Ampio tesoro. Ma gli amici nostri Farem segno d’onor, ma i prenci tutti Faremo illustri in ogni loco, e sempre </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> q3h70c3w6zdaw3qt6rvr9417th1fi0a Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/400 108 1016315 3877098 3666561 2026-08-27T19:43:49Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877098 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 397 —|}}</noinclude><poem> Fia securo di me chi sta soggetto Al mio potere, avverso o amico ei sia. :L’esercito de’ prodi alti fe’ voti Di conserto per lui: La terra e il fato Orbi giammai non sian di te, signore! :Ma ratto si volgea di lui sul trono Un mese appena in ciel, quando l’altezza Di sua fortuna al suol precipitava. :Leggiadro qual cipresso agile e snello Un suo paggio egli avea, bello, aitante Ed avvenente. Siyah-ciàshm il nome Era del paggio che virtù non ebbe (Deh! mai non sia che il ciel rotante un altro Pari a lui, qui ci meni!), ed egli in core D’un’ancella si fe’ perduto amante Ratto che all’improvviso ella ad un giorno Dinanzi gli passò. Mandò un messaggio Alla fanciulla e disse: Ove tu meco Venga ad un loco separato, assai Ricchezze avrai da me senza confine; Io la corona t’ornerò di gemme. :Udì l’ancella, nè gli diè risposta, Ma ricordò la cosa trista e rea Appo re Farrukhzàd. L’iranio prence, Tosto che intese, pien di cruccio e d’ira Fu nell’anima sua, per l’aspra doglia Sonno e cibo non prese, i piè costrinse A Siyah-ciàshm in ferrei ceppi e loco All’uom tristo assegnò l’oscuro carcere. :Poi che alcun tempo corse per costui, Vile ed abietto, cui di ceppi carco Il giusto prence avea, que’ gravi ceppi Tolsegli a un tratto il nobile signore, Poi che molti per lui gl’intercessori Vennero a supplicar. Tornò colui Del re a’ servigi un’altra volta allora, </poem><noinclude></noinclude> 11ir7pro4qy41grfie8mzpv2t4rxt63 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/401 108 1016316 3877099 3666562 2026-08-27T19:45:56Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877099 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 398 —|}}</noinclude><poem> Ma per lui s’accorciò del viver dolce Tempo al nobil signor. Per sua vendetta Contro a l’iranio sire acconcio loco Eì si cercava, ei servo da’ consigli Perfidi e rei, d’opre malvage autore; E un dì che alcuna parte di riposo Farrukhzàd si prendea, mischiò per lui Siyah-ciàshm il velen nel puro vino, E quei ne bevve e sette giorni ancora Visse languente. Chi l’acerbo fato Udì narrarne, lagrimò per lui. Così giugnea l’antico regno al fine E d’ogni parte si mostrâr nemici Subitamente. De’ Sassàni il trono Precipitava omai per l’opre stolte, Per l’opre triste degl’irani prenci. :Questo è costume del mutevol fato, E ben farai se d’esso alcuna parte Non avrai tu. Quello che hai qui, ti godi, Alla dimane non pensar, che forse Altro consiglio avrà diman la sorte. Ella a te prenderà dando ad altrui, E veramente instabil cosa il mondo Tu chiamerai, poi ch’egli fugge e mutasi. Quello che hai qui, ti godi adunque e dona Di ciò che avanza, le raccolte cose Con lungo faticar mai non lasciando Al nemico in balìa, che ad ogni giorno Che di te passi, l’accolta dovizia Passerà come nembo alla pianura Veracemente, e ciò che sta rinchiuso In tuo regio tesor, fia che divenga Del tuo nemico in potestà. Fa doni, Fa doni adunque, perchè poi non resti Altrove nel dolor l’anima tua! </poem> {{Rule|8em|t=1|v=1}}<noinclude></noinclude> ewrzf28boa7apgfaj1qwgvv1p8kamzk Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/402 108 1016317 3877107 3873123 2026-08-28T04:11:30Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877107 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 390 —|}}</noinclude><section begin="s1" />{{Ct|c=t01|4. Il re Yezdeghird.}} {{Rule|2em|t=1|v=2}}<section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|I. Pi’incipio del regno di Yezdeghird.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 2060-2061).}} <poem> :Fu prence Yezdeghird, poi che si giacque Estinto Farrukhzàd, nel giorno lieto D’Ird, nella luna che la gente chiama Sifendarmùdh. Che disse mai quel grande, Animoso, eloquente, ei che già stanco Del tramutar parea della fortuna? :Deh! non m’avesse mai dato alla luce, Disse, la madre, nè su me si fosse Volto mai questo cielo alto e sublime! Lungamente non dura pe’ mortali Della distretta il dì, lungo non dura Di lor grandezza la giornata! Dura, Se ben tu vedi, brevissimo istante Il viver nostro, e niuno ha l’armi seco Il fato a contrastar. Bevi tu adunque Ai colmi nappi e imbandisci le mense, Nè fa parola del dolor che ovunque Alberga in terra. Se qual servo umìle Anche potesse la mutevol sorte Acconciarti la sella al palafreno. Sarìa pur sempre nel sepolcro alfine Fredda una pietra il tuo guancial. Di genti Anche se ti farai prence sovrano, </poem> <section end="s2" /><noinclude></noinclude> 36n6g43l9giremrnzslqy86nt8razoz 3877117 3877107 2026-08-28T04:34:59Z Alex brollo 1615 3877117 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 399 —|}}</noinclude><section begin="s1" />{{Ct|c=t01|4. Il re Yezdeghird.}} {{Rule|2em|t=1|v=2}}<section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|I. Principio del regno di Yezdeghird.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 2060-2061).}} <poem> :Fu prence Yezdeghird, poi che si giacque Estinto Farrukhzàd, nel giorno lieto D’Ird, nella luna che la gente chiama Sifendarmùdh. Che disse mai quel grande, Animoso, eloquente, ei che già stanco Del tramutar parea della fortuna? :Deh! non m’avesse mai dato alla luce, Disse, la madre, nè su me si fosse Volto mai questo cielo alto e sublime! Lungamente non dura pe’ mortali Della distretta il dì, lungo non dura Di lor grandezza la giornata! Dura, Se ben tu vedi, brevissimo istante Il viver nostro, e niuno ha l’armi seco Il fato a contrastar. Bevi tu adunque Ai colmi nappi e imbandisci le mense, Nè fa parola del dolor che ovunque Alberga in terra. Se qual servo umìle Anche potesse la mutevol sorte Acconciarti la sella al palafreno. Sarìa pur sempre nel sepolcro alfine Fredda una pietra il tuo guancial. Di genti Anche se ti farai prence sovrano, </poem> <section end="s2" /><noinclude></noinclude> e6tdncwgdlthrh9s3l18xzzgwt69e5r Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/403 108 1016318 3877108 3666564 2026-08-28T04:14:46Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877108 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 400 —|}}</noinclude><poem> Al fine che sarà? Se al tuo principio Hai regal seggio, al terminar de’ giorni Che t’avrai poi? Non render schiavo adunque Il tuo core al dolor pel viver breve, Securo non ti dir di questo cielo Alto e sublime. Che se tristo gioco Fa la sorte a’ leoni, agli elefanti, Sappi ch’ella ciò fa perchè di nulla Veracemente ell’ha rancura in terra. Estinto un dì sarai, mentr’ella ancora Fia che perduri. Lunga istoria è questa, Nè te stesso mai devi a intempestiva Gioia fidarti. Non sei tu maggiore Di principe Fredùn, pari non sei A re Pervìz che avea corona e trono, Come a Gemshìd non sono obbedïenti Al tuo comando i tristi Devi, e l’alma Sicura in Dio non hai come già l’ebbe Kàvus regnante. Con profondo sguardo Mira tu intanto ciò che feano i sette Cieli sublimi a Yezdeghird in terra! :Come sul trono imperïal si assise Lieto e giocondo e si posò sul capo Di sua grandezza la corona, ei disse: :Per volgere che fea questa del cielo Rotante sfera, qui son io legittimo Figlio di Nushirvàn. Di padre in padre Venne a me il regno, e m’è propizio il sole De’ freddi Pesci e dell’ardente Spiga Con le fulgide stelle. Anche mi cerco Grandezza in terra e sapïenza ed opre D’ira e di guerra e generosi e grandi Gli atti miei, che non resta la fortuna Sempre amica al mortal, non resta il giorno, Non i tesori suoi restano incolumi, Non il suo trono o il regal serto. Sola </poem><noinclude></noinclude> 5m18b0mbj5jhogz9hjvnqccq7fxlp4r Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/404 108 1016319 3877109 3867008 2026-08-28T04:17:24Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877109 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 401 —|}}</noinclude><section begin="s1" /><poem> Resta eterna di noi la fama in terra, Non il nostro desìo. Lungi tu adunque Scaccia da te le stolte brame, e solo Fa grande il nome tuo. Sol per suo nome Vive eterno il mortal, mentre sotterra Sta la sua fredda spoglia. Oh! quanto è bella Religïon con integra giustizia In re sovrano! Piene son di lodi Al nome suo tutte le età venture! Or io qui fermo sto, perchè, alla vita Fin che rimanga questo corpo mio, L’ime radici d’ogni male in terra Strappi e divelga con gagliarda mano. :I prenci l’acclamâr, sire del mondo Il disser anco, e in questa via, trascorsi Fin che furon per lui due volte in cielo Ott’anni, e luna e sol propizi a lui Su quel capo regal compiean lor giri. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|II. Invasione di Saad figlio di Vakkàs.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 2061-2065).}} <poem> :Avvenne poi che il duce degli Aràbi, Di cui pel ferro intenebrava il giorno Qual atra notte, Omar, principe e sire Di chi ha fè nel Profeta, egli, che lode Ebbe da Dio che non ha pari in cielo, D’eroi con un drappel mandò l’eletto Saad figliuol di Vakkàs, perchè intimasse Guerra all’iranio prence. Allor che vinse Degli Arabi la sorte quella un tempo Sorte lieta de’ Persi e intenebrossi L’astro propizio de’ Sassàni, colma Di questi re dell’ampia terra a un tratto </poem><section end="s2" /><noinclude>{{smaller|{{PieDiPagina|{{Sc|Firdusi, VIII.}}||26}}}}</noinclude> mfrbvhnz8cdq5mzw45koqkp5yxcb9wv Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/405 108 1016320 3877110 3666566 2026-08-28T04:19:55Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877110 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 402 —|}}</noinclude><poem> Fu la misura, sparve l’oro e attorno Vili monete andâr. Tristo divenne Ciò che buono era un dì, buono divenne Ciò ch’era tristo, e dell’inferno schiusa, D’un paradiso di delizie in loco, Subitamente fu la via. Diversa Fu nell’aspetto la rotante volta Di questo ciel, che a’ Persi l’amor suo Tolse d’un tratto. Ma conforme a legge Di Dio, fattor dell’universo, è d’uopo Che operi il servo. Già non ha fermezza Di contro all’ira sua tapino il servo, Che Iddio sol gli donò spirto immortale E di bellezza gli adornò la fronte. :Re Yezdeghird come di ciò novella Ebbe scïenza, da ogni parte attorno Eserciti raccolse e fe’ precetto Che percorresse la lontana via D’Hormùzd il figlio e le adunate squadre Seco traesse. Rùstem di costui Era l’inclito nome. Accorto egli era E sapïente e valoroso e prence, Conoscitor degli astri e di gran senno Ricco pur anco, intento alle parole De’ sacerdoti. Venne allora e seco Tutti condusse que’ prestanti in guerra. Condusse ognun ch’era vigile e prode. :Per questa via poi che mutate in cielo Fùr trenta lune, fu cercato al campo Di Kadèsia l’assalto. Oh! ma degli astri Il computo sapea Rùstem allora, Egli con fede e con giustizia attento Degli astri indagator. Propizia a noi Questa pugna non vien, diss’ei pensando, Non per quest’alvo di riviera è il corso Del regal fiume. — Un astrolabio intanto </poem><noinclude></noinclude> ed7mox7c9thwir5yg130rfbzh1dj94m Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/406 108 1016321 3877111 3666567 2026-08-28T04:21:54Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877111 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 403 —|}}</noinclude><poem> In man si tolse e computò le stelle E crucciossi nel cor, della sventura Per il giorno vicino. Indi una epistola Dettando al fratel suo nel suo dolore, Le cose tutte ricordando, a Dio In pria fe’ lodi, che da Lui pur sempre Ei della sorte e la grazia e l’offesa Riconoscea. Così, scrivendo, ei disse: :Sospettoso si fa pei mutamenti Di questo ciel chi li ricerca, ed io Son l’uom più reo di nostra etade, omai Captivo d’Ahrimàn. Che veramente Questa famiglia de’ Sassàni prenci Orba sen va del regno suo, nè tempo È questo di splendor, non di vittoria. Dal quarto cielo a noi riguarda il Sole Di rissarsi co’ principi bramoso, Da Venere e da Marte alto periglio A noi s’annunzia, nè quest’alto cielo È dato superar. Congiunti sono E Mercurio e Saturno e là tra i Gemini Mercurio alberga. Tal del cielo adunque È l’aspetto, e ben grave innanzi a noi Si sta l’impresa. Oh! di sua dolce vita È sazio questo cor! Veggo le cose Che avvenir dènno, e però scelsi in pace Tacendo rimaner. Quando fui conscio D’esto arcano del cielo, onde mia sorte Sarà soltanto di fatica e duolo, Miseramente per gl’Irani io piansi E pe’ Sassàni mi crucciai del core. Oh! sciagurati la corona e il capo E il grado eccelso di monarca e il trono! Oh! sciagurata la grandezza e quella Di prence maestà con la sua sorte, Che d’ora innanzi ci verrà dagli Arabi </poem><noinclude></noinclude> jhbf7ulawx3v5c67qa8t2sjn67uvyyu Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/407 108 1016322 3877112 3874272 2026-08-28T04:24:56Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877112 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 404 —|}}</noinclude><poem> Fonda rottura e non volgonsi gli astri Fuor che a danno di noi! Quattrocent’annì Trascorreran dopo cotesto, e niuno Della semenza imperïal di sue Orme la terra segnerà! Ma intanto Dagli Arabi a me venne un messaggiero, D’ogni maniera andar parole innanzi Ai prodi accolti. «Da Kadèsia, il messo Degli Arabi dicea, fino a le sponde Alte del fiume lascierem la terra All’iranio signor, purchè dischiuso Dopo cotesto un sentiero ne sia Fino a città che abbia a mercarvi loco, Ove dato ne sia far compre nostre E vendite cercar. Cosa maggiore Non chiederem di ciò più mai. Gravosi Darem tributi e ricche offerte, e quella Regia corona de’ gagliardi mai Non brameremo. Obbedirem fedeli Al re dei re d’Irania vostra e ancora, Ov’ei li chiegga, darem nostri ostaggi». Questi i lor detti, ma non è cotesto Ciò che far dobbiam noi, che tortüosa Discende all’opre sue solo per noi La sorte avara. Anche sarà una pugna In ogni tempo, in che saranno uccisi Cento leoni generosi. I grandi Che son con meco a la battaglia accinti, Al favellar de’ rei nemici ancora Non degnano guardar, Gulbùy che nato È nel Tabaristàn, Ermeni ardito, Essi, che d’Ahrimàne entro l’assalto Recan l’ira e la foga, e Mahùy forte {{Ec|Di Suràn|Ch’è di Sur|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/482}} e que’ principi gagliardi Che han mazze e clave ponderose. «E quali, Ei van dicendo, e quali son cotesti, </poem><noinclude></noinclude> mxuq3a36lc47j2rq37u3od560exmkqi Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/408 108 1016323 3877113 3666569 2026-08-28T04:27:02Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877113 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 405 —|}}</noinclude><poem> Superbi e alteri, ed a che son d’Irania E del Mazènd per le città? Ma noi Cotesto vïolar l’alte frontiere, Questo occupar le vie, se mal, se bene, Farem cessar con le possenti clave E i ferri acuti. Arte porremo in questo E in atto recherem quella di noi Celebrata virtù. Farem la terra All’arabo invasor tetra ed angusta». Ma, del rotante ciel niun veramente I secreti conosce, e assai diversa Ei ci volge la fronte. Allor che letta Questa epistola avrai, tu co’ tuoi prenci Ogni cosa raduna e la disponi E l’esercito adduci e la paterna Dovizia, quanta ell’è, tutta raccogli, Con le ancelle e gli schiavi e con le vesti Pompose della pace. Ogni tua cosa D’Azerabadagàn reca alla terra, Alla patria de’ forti e de’ gagliardi. Ancor, quante avrai tu di palafreni Raccolte raandre, tutte a’ guardiani Affiderai degl’incliti tesori D’Azergashàspe. E dove schiera alcuna D’Irania venga o di Zabùl, se alcuno Verrà cercando sua salvezza, tutti Tu raccogli e sostieni e amor nel core Fa in loro di destar con dolci e umìli Parole tue. Del roteante cielo Mira all’opere arcane; e sol per esso Qui contenti siam noi e di sgomento Piena l’anima abbiam, talor salendo, Talor scendendo. Ciò che dissi intanto, A nostra madre tu dirai, che ancora Ella non rivedrà questo mio volto. Deh! tu le reca un mio saluto e molti </poem><noinclude></noinclude> fytdel2m72nr2nl49fkdft7dv2xzrwx Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/409 108 1016324 3877114 3666570 2026-08-28T04:29:22Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877114 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 406 —|}}</noinclude><poem> Ammonimenti miei, perch’ella in terra Infelice non sia! Che se qualcuno Triste di me fia che novelle apporti, Molto di ciò non ti doler. Deh! pensa Che qual raccoglie in questa vita breve Con fatica di mano ampi tesori, Dai tesori del mondo aspro travaglio Soltanto aduna, e che di sua fatica Altri il frutto godrà. Deh! che è mai dunque Il tuo molto crucciarti e il tuo desìo, Se per crescer che fai, mai non si scema Il tuo bisogno? Ma tu sempre l’alma Volgi l’Eterno a venerar, sciogliendo Libero il core dall’amor di questa Vita sì breve, che già viene e incalza Il fatal tempo, nè l’iranio sire D’oggi in avanti mi vedrà più mai. Or tu, con quanti son di nostra casa. Vecchi ei siano o garzoni, ad ogni tempo A Dio fa lodi, venera l’eterno Di questa terra Creator, ch’io sono Con l’esercito mio alla distretta, Sono in corruccio ed in travaglio e in grave Di fortuna scompiglio. Al fin dell’opra Io scampo non avrò; deh! almen propizia Sia la fortuna al dolce suol d’Irania! :Ma quando angusta si farà la terra All’iranio signor, tu i tuoi tesori. L’anima tua, la tua persona, cari Al cor tuo non aver, che di quell’inclita Preclara stirpe di regnanti niuno Rimase a noi fuor che cotesto sire Nobile e grande. Notte e dì tu a lui Custode sii, mentr’io qui attendo all’opra Contro all’arabo stuol. Lento nell’opra Per travaglio che avrai, deh! non mostrarti, </poem><noinclude></noinclude> chggz55by8z2m1ioxct3wlt15cy4u6t Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/410 108 1016325 3877115 3666572 2026-08-28T04:31:46Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877115 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 407 —|}}</noinclude><poem> Che solo Yezdeghìrd restaci in terra Proteggitor sovrano. Ei de’ Sassàni Rimase erede, ei sol, nè d’ora innanzi Della sua casa alcun vedrassi. Ahi! misero Quel capo augusto e quella sua corona, Quell’amor suo, quella giustizia sua, Che il trono imperïal perdesi omai! Ma tu, fratello mio, t’abbi un saluto E vivi sciolto dal dolor. Rimani Sempre innanzi al tuo re. Che se gl’incoglie Qualche gran danno, tu dinanzi a lui Alle spade nemiche il capo tuo Ratto abbandona e lascia ogni dir vano. :Ma quando incontro al soglio iranio quella Cattedra si vedrà de’ Mussulmani, D’Abu-bekr e d’Omàr quando dall’alto Si grideranno i nomi, il lungo nostro E dïuturno faticar disperso Andranne al vento. Stassi la rovina All’altezza dinanzi; e allor non trono Tu vedrai, non corona e non d’Irania Le città belle, che fortuna agli Arabi Tutto cotesto diede in sorte. Ad ogni Passar d’un giorno all’altro, egli per molte Ricchezze accolte non avran travaglio, E nere vesti una lor schiera intanto Si vestirà, porrassi attorno al capo Di pannicelli un’infula. A quel tempo Non regal trono resterà, non serto, Non calzari dorati e non corona, Non gemme, non vessil che alto per l’etra Sventoli sovra noi. Questi fatica Avrassi in terra e quei godrà, nè alcuno Fia che riguardi a grazia od a giustizia, De’ regi officio, ma verrà la notte E tal con occhi ardenti a chi si giace </poem><noinclude></noinclude> qymm14eewq61adlr0e3kssqx7w6ddkk Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/411 108 1016326 3877116 3874281 2026-08-28T04:34:22Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877116 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 408 —|}}</noinclude><poem> Queto e nascosto fia cagion di pianto, Altri sarà che notte e dì s’affretti, Cinto dell’armi sue, con la celata Intorno al capo, ed ambo da le giuste Leggi e da norme andranno lunge, soli Restando onrati la menzogna e il falso E il malvagio operar. Pedone in guerra Ogni guerrier discenderà, chè biasmi Avranno e contumelie i cavalieri, E de’ campi il cultor, ben che pugnace, Spregiato andrà. Davver! che alto lignaggio E grandezza di cor non daran frutto! Ma {{Ec|questi|questo|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/482}} a quello e quello a {{Ec|questi|questo|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/482}} intanto Furerà, nè fia allor che altri distingua Benedizion dall’imprecar. Peggiore Del manifesto ogn’intimo pensiero, E fia qual pietra, o qual selce montana, Il cor dell’uom. Di contro al figlio suo Nemico si farà l’antico padre E contro al genitor perfide trame Ordirà il figlio. Servo abietto e vile Monarca si farà, che non avranno Alto lignaggio e d’animo grandezza Valore all’uopo. E niuno avrà in suo core Fede quaggiù, d’arti malvage e ree L’alma e la lingua de’ mortali in terra Piene saranno. Mescolata stirpe D’Arabi allor, d’Irani e di Turani, Sorgerà in mezzo a noi, nè qui saranno Persi fra lor dagli Arabi divisi O da’ Turani, e la mista favella Giuoco inetto parrà. Di sotto ai lembi Della sua veste avidamente ognuno Suo tesor celerà; ma, faticando, Di sua fatica il sospirato frutto Al suo nemico lascierà dipoi. </poem><noinclude></noinclude> 52ye643cvlhoxv935dcx39tuiloknp3 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/412 108 1016327 3877120 3666574 2026-08-28T05:32:03Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877120 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 409 —|}}</noinclude><poem> Alto corruccio e scompiglio e dolore Tanto saranno allor comuni in terra, Quanto di Behram-gòr ne’ tempi gai Era la gioia. Non saranno feste Allor, non gioia, non tripudi allora, Non gemme, non onor; ma con gran cura Altri d’ogni maniera un tristo laccio All’altro appresterà. Per trarne frutto Altri ordirà danno d’altrui, pretesto Recando innanzi la sua fè. Nè allora Dal tristo inverno scernere la gaia Primavera potrassi, e il dolce vino Nell’ora del goder non fia che pongasi Sovra la mensa. Per desìo del molto, D’avanzar per desìo, già non avranno Senno i malvagi, e d’orzo un tristo pane Sarà lor cibo e vestimenti attorno Di lana avranno. Poi che lungo tempo Trascorso fia della dolente istoria, A’ nobili di Persia umilïati Nessuno guarderà. Sangue per brama Di ricchezze d’altrui fia che si versi, E ordito fia della sventura il tempo. :Pieno è di doglia questo cor frattanto, Pallido è il volto mio, secche le fauci E sospiroso il labbro. Allor ch’io tolto Sarò di mezzo, io principe guerriero, De’ re Sassàni torbida d’un tratto La sorte si farà. Così mancava Alla sua fè questo rotante cielo. Così crucciossi contro a noi, da noi Togliendo l’amor suo. Che s’io spingessi Quest’asta mia di ferro contro a un monte, Il ferreo monte ella passar dovrìa, Chè ferree membra vanto. Or la mia freccia E la sua punta che trapassa il ferro, </poem><noinclude></noinclude> mxlz1ns1hkhsfavn3zlyrizyhty5ko9 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/413 108 1016328 3877121 3666575 2026-08-28T05:34:17Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877121 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 410 —|}}</noinclude><poem> Contro a capo ch’è ignudo, ecco! non recano Giovamento al colpir. La spada mia Che già degli elefanti e de’ leoni La cervice abbattea, morti stendeali Con un sol colpo, or non potrà la cute Degli Arabi scalfir. Deh! che mi giunge Per la scïenza mia danno su danno! Questo saper deh! non avessi, ovvero Non avess’io di prossima sventura Tal conoscenza! I principi che vennero Da Kadèsia con me, son fieri ed aspri, Dell’arabo invasor nemici in core, E credon sì che piena andrà di sangue Nemico la foresta e che la terra Sarà quale il Gihùn pei tristi rivi. Ma de’ secreti di quest’alto cielo Conoscenza ei non hanno, e che non breve È il nostro faticar, non veggon chiaro. Quando trapassa d’un’antica stirpe Il tempo lieto, qual discende frutto Da contrasti dell’armi e da fatiche? :Ma lieta ed aitante la persona Di te, fratello, sia! Per te del sire D’Irania bella il cor s’allieti intanto, Che Kadèsia mi fia del mio sepolcro Il loco omai, mi fia mortuaria veste La mia corazza ed elmo atri di sangue Rappresi grumi. Tal dell’alto cielo È il secreto voler, ma tu il tuo core A duol che avrai per me, non far captivo. Gli occhi tuoi non levar dal re del mondo. Ma nell’assalto donagli in riscatto Il corpo tuo. Già vengon d’Ahrimane Rapidi i giorni, che nemico a noi Mostrasi questo ciel che alto si volge. :Poi che il suggello fu a quel foglio apposto. </poem><noinclude></noinclude> 1gh5752wa1qsbpzgtbza5i1h6trl1n7 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/414 108 1016329 3877122 3666576 2026-08-28T05:36:11Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877122 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 411 —|}}</noinclude><section begin="s1" /><poem> Benedizion, sclamò, vada congiunta Al solerte corrier che al mio fratello Recherà questo foglio e sol di cose Che s’addicono a ciò, fia che gli parli! </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|III. Lettera di Rustem a Saad.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 2066-2069).}} <poem> :Rapido allora come tuono o folgore Un messaggier dal loco suo mandava Rùstem a Saad. Fu scritta in bianca seta Un’epistola acconcia, e piena ell’era Di parole di speme e di terrore. :Alla rubrica si leggea: Dal figlio Di Horraùzd sovrano, Rùstem battagliero, Duce d’Irania, questo foglio vassi A Saad figlio a Vakkàs, di pugne amante, Di sapïenza e di consigli ricco, Cauto nell’opre sue. — Ma nell’epistola Rùstem dicea cotesto: Or senza tema, Senza sgomento, innanzi a Dio verace E santo non dobbiam tenerci noi, Che sol per Lui si regge e si mantiene Il ciel rotante ed Ei concede il regno E fa giustizia e porta amor. Da Lui Scenda benedizion sovra l’iranio Principe in terra che di serto è degno. Di suggello regal, di regal trono, Qual raffrena Ahrimàne entro a’ suoi vincoli Per la sua regia maestà, signore Di spada e laccio e di cimiero. Intanto Venuta è innanzi a noi cosa non grata, Futile guerra e vano intento! Dimmi, Dimmi tu chi è il tuo re, qual uom tu sei, </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> je74wpbl3ig6vsglov17ekvbje7tqpn Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/415 108 1016330 3877125 3666577 2026-08-28T05:39:05Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877125 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 412 —|}}</noinclude><poem> Qual la tua legge e il tuo costume, e presso, Presso a chi tu domandi esto dominio E cotal signoria, d’ignuda gente Tu ignudo condottier. D’un solo pane Ti sazi tu, ma fame hai sempre, e teco Elefanti non hai, non regal seggio, Non carchi o suppellettili. Ti basti Campar la vita in suol d’Irania; il serto E il suggello regal son veramente Retaggio di cotal che ha dïadema E trono e maestà, vanta elefanti, E nobile è signor per ordin giusto D’antichi padri. Non è re sul trono Pari all’altezza sua, non è pel cielo Candida luna dall’aspetto suo; Ed ogni volta ch’ei sorride in trono, Sciolte le labbra, e de’ suoi denti mostra Il bianco argento, fa suoi doni attorno Che valgon sì quanto la testa altera Di questi Arabi tuoi, che i suoi tesori, Per quanti doni ei fa, non han iattura. Dodicimila i cani e i falchi suoi Ed i segugi che dorati al collo Han lor sonagli e portano orecchini; E d’un anno pel corso i cavalieri De’ tuoi deserti, armati d’asta, tanto Non osano mangiar da questo a quello Ampio confine, quanto a lui fa d’uopo Per sostentar suoi cani e suoi segugi, Quali ne’ campi le inseguite belve Prendono al corso. Ma per bever latte Di vetuste cammello e cibar carni Di lucertole vili, a cotal punto Giunse l’ardir di questi Arabi tuoi, Che osano ambir di Persia il trono. Oh! spregio Abbiasi questo ciel se tanto ei soffre! </poem><noinclude></noinclude> hwiu8y71h0jz3en8r3f6sznfc4h48n5 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/416 108 1016331 3877127 3666578 2026-08-28T05:41:29Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877127 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 413 —|}}</noinclude><poem> Davver! che non è dentro agli occhi vostri vergogna o pudor, non è rispetto, Amore in voi non è che da saggezza Procreasi in cor, se a te desio sorvenne Del trono imperïal, del regal serto, Con tal vampo del cor, con questa tua Indole abietta e questo volto! In terra Se tu cerchi poter dentro a misura, Se le parole tue non per insano Desìo gittando vai, saggio, eloquente Mandami un uom de’ tuoi, mandami tale Di cose esperto e sapïente e prode, Per ch’ei dichiari a me quale è pur sempre Il tuo consiglio e chi così ti spinge Verso il trono de’ Kay. Un cavaliero Al prence iranio invïerò frattanto E chiederò da lui perchè tu chiegga Ciò che più vuoi. Ma tu con tal sovrano La guerra non cercar, che onta e dispregio Al fin te ne verrà. Nipote è il nostro Almo signor di Nushirvàn monarca, Per cui giustizia a giovinezza assorgere Ogni più vecchio parve. E re fûr tutti 1 padri suoi, prence egli è pur, nè l’ampio Della terra dominio hassi un erede Che gli sia pari. Deh! non far tu adunque Piena la terra contro a te di biasmo, Non far te stesso alle tue stesse leggi Primo nemico, guarda a questa mia, Che ti consiglia, epistola prudente. Gli occhi e gli orecchi non frenar del senno. :Sottoposto al suggello il foglio suo, A Pirùz, di Shapùr nobile figlio, Rùstem il porse, e l’inclito guerriero Da Saad figlio a Vakkàs correndo venne Con alquanti d’Irania eroi famosi, </poem><noinclude></noinclude> q7xp5jglbffk926czy838yhmqo0yys8 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/417 108 1016332 3877128 3666579 2026-08-28T05:44:27Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877128 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 414 —|}}</noinclude><poem> D’alma serena. Chiusi eran cotesti Nell’or, nel ferro e nell’argento, e scudi Avean dorati ed auree le cinture. :Saad valoroso, poi che udì cotesto, Vennegli incontro con un ampio esercito Come nembo improvviso. Il fiero duce Balzò di sella in quell’istante e chiese Novelle sì de le falangi iranie, Di Rùstem prence e dell’iranio sire, De’ suoi ministri e di sue schiere, ancora De’ prenci suoi di vigil cor, di quella Ampia sua terra. Di Pirùz allora Ai piè gittando un suo mantello, ei disse: :Sempre con noi le spade nostre e l’aste Ahbiam, che di broccati e di tappeti L’uom che ha valor, non parla mai, non parla D’oro e d’argento, non di cibi mai. Non di placidi sonni. In voi l’intento, No, del valor non è, che, come donne, Avete fregi e dipinture attorno E fragranze odorose. Il vostro pregio Solo si sta nell’apprestar broccati, Nel pingere ed ornar soffitti e porte. :Porgeagli allor l’epistola del duce Pirùz guerriero e tutte ripetea Di Rùstem le parole, e Saad que’ detti Ascoltavasi ancora e il foglio ancora Leggendo si stupìa per quella grave Epistola pehlèvica. Ma tosto In arabica lingua una risposta Ei scrisse e cose vi spiegò ben molte, Oneste e ree. Dell’epistola al sommo Scrisse il nome di Dio, di Maometto Apostolo di Lui, guida a ogni vero, E favellò de’ Geni erranti e ancora De’ mortali, e ridisse le parole </poem><noinclude></noinclude> aauzxihzfkudzqr5pcn2ond1q435b5b Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/418 108 1016333 3877129 3666580 2026-08-28T05:46:19Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877129 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 415 —|}}</noinclude><poem> Del profeta d’Hashèm. Ricordo ei fece D’unità ch’è di Dio, del suo Corano, Delle promesse sue, di sue minacce, Dello sgomento ch’Egli infonde in core, Di sua legge novella, e della eterna Vampa del fuoco e della pece ardente E del gelo d’inferno. Il paradiso Ricordò co’ ruscelli di dolcissimo Vino e di latte, dell’intatto muschio, Della canfora eletta e delle chiare Acque di fonte e degli alberi ancora De’ suoi giardini, del gagliardo vino, Del miei soave. Che se il re d’Irania, Disse, la nostra fè ch’è vera, accoglie, Questa vita e l’eterna avrà con gioia E avrassi il regno suo. La sua corona Ei si terrà con gli orecchini suoi, Vivrà beato co’ suoi molti doni In tutti gli anni. Intercessor di sue Commesse colpe Maometto avrassi, E puro il corpo avrà come la pura Acqua che il saggio distillò. Per opra Di cui per ricompensa un giorno avrai Il paradiso, non dobbiam le spine Seminar pel giardin della sventura. Re Yezdeghìrd e l’ampio regno suo E i suoi giardini e le palestre e l’alte Torri e i palagi col suo trono ancora E col suo serto, con le feste sue E i suoi tripudi, tanto a riguardarsi Non valgon già quanto un capel di donna Dagli occhi neri in paradiso. E tu, Iranio prence, tieni a questa vita Breve e caduca intenti gli occhi, tanto Per la corona tua, pel tuo tesoro, Attonito tu sei. Soverchiamente </poem><noinclude></noinclude> dmh3mr8xya50cxo0v91i3suv6f8h6tt Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/419 108 1016334 3877130 3666581 2026-08-28T05:48:47Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877130 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 416 —|}}</noinclude><poem> Per questo seggio tuo di bianco avorio Ti fai securo e pei tesori ancora, Pel tuo suggello e per la tua fortuna E il dïadema. Che se tanto vale Il mondo a noi quanto è pur d’onda fresca Un breve sorso, a che per esso il core Immerso hai nel dolor? Chi viene in guerra A me di contro, non vedrà dipoi Che dischiuso l’inferno e la sua tomba E tetra e angusta. Ma s’ei crede, un giorno Il paradiso fia suo loco, e tu Vedi e pensa che sia quel che or ti giunge Nuovo consiglio! Eternamente dura Di là la vita e questa passa in breve, E l’uom che ha senno, ciò ripensa e dice. :Degli Arabi il suggel pose alle carte E ripetè di Maometto il vero Saluto. Un messaggier ne andava allora Di Saad figlio a Vakkàs, con fiero incesso Da Rùstem battaglier forte correndo. Shòbah Moghèyrah fu colui che andava Degli arabi guerrieri appo l’iranio Principe, Rùstem, e un uom chiaro in armi D’Irania fra gli eroi per l’ampio calle Venne al suo duce e così disse: Venne Qual messaggiero un debil vecchio a noi, Vere vesti ei non ha, non ha cavallo, Non armi seco. Una spada sottile Pendegli al collo e pe’ suoi panni attorno Strappi veggonsi ovunque. — A tale annunzio Volse Rùstem la mente, e un padiglione Fe’ levar di broccato, e fûr distesi Intesti d’or cinesi drappi e schiera Venne innanzi d’eroi quant’è uno stuolo O di locuste o di formiche. Un seggio Che d’or splendea, quivi fu posto, e sopra </poem><noinclude></noinclude> djbr4c2fre6zw1j8y1fdsulda05e9ni Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/420 108 1016335 3877131 3867009 2026-08-28T05:51:21Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877131 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 417 —|}}</noinclude><poem> Si assise il duce. Assisero dinanzi, Nel suo cospetto, censessanta eroi, Come leoni in giorno di battaglia, E cavalieri, con lor caschi in fronte, Con vesti vïolette e con dorati Calzari al piè. Collane avean lucenti Ed orecchini, e d’un gran prence in guisa Di Rùstem duce era la tenda adorna. :Ma Shòbah. come giunse del regale Padiglione a l’altezza, il piè non pose Su que’ tappeti già, ma lento e umìle Venne sul nudo suol, fattasi appoggio La sua spada sottil. Sul nudo suolo Si assise e niuno ei rimirò, non volse Al duce iranio ed a’ suoi prenci un guardo. :L’anima tua deh! t’abbi lieta, dissegli Rùstem allora; e per saper dell’alma Abbiti la persona e forte e sana! :Shòbah gli disse: Ove tu accolga, o forte D’inclita fama, nostra fè verace, A te salute! — Alle parole sue Rùstem crucciossi ed aggrottò le ciglia Per ciò che fe’ l’arabo vecchio. Eppure Prese il foglio da lui, porselo ancora A chi legger dovea. Tutte gli lesse L’uom sapïente le notate cose. Ed ei così rispose: Al tuo signore Così dirai: «Tu non sei re, non sei Tal che possa cercar serto regale. Di mia fortuna non vedesti ancora L’inclit’altezza e però tosto in core Il trono mio tu disïasti. Quelle Parole tue non son davver leggiere Appo i più saggi e non hai tu sicura Veduta in ciò. Che se corona avesse De’ Sassàni regnanti in su la fronte </poem><noinclude>{{smaller|{{PieDiPagina|{{Sc|Firdusi, VIII.}}||27}}}}</noinclude> e4z3nyzyruxpz80ncfpx8a0lto13uk7 3877240 3877131 2026-08-28T07:42:46Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3877240 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 417 —|}}</noinclude><poem> Si assise il duce. Assisero dinanzi, Nel suo cospetto, censessanta eroi, Come leoni in giorno di battaglia, E cavalieri, con lor caschi in fronte, Con vesti vïolette e con dorati Calzari al piè. Collane avean lucenti Ed orecchini, e d’un gran prence in guisa Di Rùstem duce era la tenda adorna. :Ma Shòbah, come giunse del regale Padiglione a l’altezza, il piè non pose Su que’ tappeti già, ma lento e umìle Venne sul nudo suol, fattasi appoggio La sua spada sottil. Sul nudo suolo Si assise e niuno ei rimirò, non volse Al duce iranio ed a’ suoi prenci un guardo. :L’anima tua deh! t’abbi lieta, dissegli Rùstem allora; e per saper dell’alma Abbiti la persona e forte e sana! :Shòbah gli disse: Ove tu accolga, o forte D’inclita fama, nostra fè verace, A te salute! — Alle parole sue Rùstem crucciossi ed aggrottò le ciglia Per ciò che fe’ l’arabo vecchio. Eppure Prese il foglio da lui, porselo ancora A chi legger dovea. Tutte gli lesse L’uom sapïente le notate cose. Ed ei così rispose: Al tuo signore Così dirai: «Tu non sei re, non sei Tal che possa cercar serto regale. Di mia fortuna non vedesti ancora L’inclit’altezza e però tosto in core Il trono mio tu disïasti. Quelle Parole tue non son davver leggiere Appo i più saggi e non hai tu sicura Veduta in ciò. Che se corona avesse De’ Sassàni regnanti in su la fronte </poem><noinclude>{{smaller|{{PieDiPagina|{{Sc|Firdusi, VIII.}}||27}}}}</noinclude> rpg6iwnk85pe2unydpsgc94oclil4j5 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/421 108 1016336 3877133 3666583 2026-08-28T05:53:15Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877133 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 418 —|}}</noinclude><section begin="s1" /><poem> Saad valoroso, facil cosa e grata Sarìan per me con seco le battaglie Ed i conviti. Ma poichè discende Nostro mal dalla sorte infida e rea, Che altro dirò se non che questo è il giorno Della sventura? Se maestro e guida Maometto mi fosse ed io la vostra Novella fede anteponessi a quella Religïon de’ padri nostri antica, Del cielo arcato l’opera sarìa Avversa a noi, aspro e sdegnoso a noi Si volgerebbe». Ma tu intanto lieto Ritorna al tuo signor, che non è loco Parole a barattar d’armi nel giorno. Digli che meglio è assai morir con gloria Pugnando, che gittar parole vane. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|IV. Battaglia e morte di Rustem.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 2069-2070).}} <poem> :Poi che Shòbah da Rùstem si partia, Fe’ precetto l’iranio a’ suoi guerrieri D’apprestar l’armi e cenno fe’ che tosto Fiato si desse nelle trombe e al loco Destinato al pugnar, da tutte parti. L’esercito scendesse. Atra la polve Suscitavasi allor, voci destavansi E alterne grida e l’uom stordìa che acuto Avea l’udito e penetrante. L’aste Adamantine in quell’oscura polve Stelle son, detto avresti, in notte azzurra, E sugli elmi lucenti le ferrate Lancie scendendo non avean fermezza Ne’ lor colpi mortali. E la battaglia </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> kq36ugdira4qywu1q0fjucovfn17mfd Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/422 108 1016337 3877139 3666584 2026-08-28T06:23:23Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877139 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 419 —|}}</noinclude><poem> Durò tre giorni al designato loco, E già mancavan l’acque a’ forti Irani. Cadde affranta la man de’ valorosi Per la sete cocente e i palafreni, Animosi e gagliardi, or ne la pugna Stanchi erano e cadenti, e già le labbra Inaridìan sì come argilla o creta A Rùstem battaglier per l’alto ardore, Si screpolava entro a le fauci sue L’arida lingua. E tal fu angustia ai prodi Nell’ora del pugnar, che umido fango Presero a masticar destrieri ed uomini. :Grido levossi come tuono in cielo, E di qua s’avanzò Rùstem gagliardo, Saad avanzò di là. Dal medio loco De le schiere compatte elli balzarono E dal loco dell’armi ambo a un secreto Campo calâr. Da le restanti schiere Come fûr separati, a piè d’un colle Andaron di conserto e corser quivi Di singoiar tenzone a un chiuso campo, Ambo duci e vogliosi, l’un su l’altro, Di lor vendetta. Come tuono in cielo. Venne da Rùstem un tremendo grido, E la spada ei vibrò contro al destriero Di Saad gagliardo. Il rapido corsiero Ei colpì, sì ch’ei cadde a capo innanzi, E diviso da lui ne fu d’un tratto Saad bellicoso. Liberava intanto Rùstem di spada acuta un gran fendente Per annientar quel suo nemico. Ei volle Via troncargli dal busto il capo altero, Ma per la polve del vicino esercito Questo quell’altro non vedea. Discese Rùstem allor dal palafren, da quella Sella vestita della fulva spoglia </poem><noinclude></noinclude> ek9on3aw674wykh33mgxq9wcbq1sgmz Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/423 108 1016338 3877140 3666585 2026-08-28T06:26:43Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877140 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 420 —|}}</noinclude><poem> Di leopardo, e de le sciolte redini Grli estremi capi alla cintura avvinse. :Ma di Rùstem veder dall’atra polve Fu intenebrato, e Saad rapidamente Su quel campo dell’armi incontro a lui Minaccioso avanzò. Dell’avversaro Ei sferrò a l’elmo con la spada un colpo, Sì che dall’elmo tepido pel viso Scese a Rùstem il sangue. Allor che gli occhi Intenebrar del nobile campione Del sangue allo sgorgar, l’arabo altero Vittoria ebbe su lui. Novellamente Dell’iranio alla testa e alla cervice Vibrò un colpo di spada e al suol distesa Abbandonò la marzïal sua spoglia. :Nulla di ciò sapean le schiere avverse Da questa parte e quella, e niun d’andarne Al duce iranio ben vedea sentiero. Eppur, l’irania gente il duce suo Rapida corse a rintracciar, discese Al fataì loco dell’assalto. Allora Che da lunge vedean sparso di sangue, Pieno di polve, là giacersi il prode, Di ferite di spada aperto il corpo, Fuggîr gl’Irani sbigottiti e molti, Ben che famosi, nella turba accolta Fûr trucidati. Molti ancor la vita Per la sete perdean su l’ardue selle, Che misura dei re su questa terra Già traboccava. La fuggente schiera All’iranio signor si ritornava, In via pel giorno e per la notte oscura Forte correndo. Ma poichè in battaglia Rùstem guerriero così cadde ucciso E fortuna mancò de’ glorïosi D’Irania bella, dietro a lor gittossi </poem><noinclude></noinclude> d0nrwcqwgu8h33l0o0oh3es3dv7ll8g Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/424 108 1016339 3877155 3666586 2026-08-28T06:36:54Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877155 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 421 —|}}</noinclude><section begin="s1" /><poem> De’ Mussulmani il vincitor drappello A corsa, come son leoni ardenti. :Era in Bagdad re Yezdeghìrd, allora Che intorno a lui la fuggitiva schiera Si raccolse d’un tratto. Oh! non rimase Rùstem a noi, dicean con seco, e il fiume Parve mancar de’ freschi umori suoi Per il nostro dolor! Molti d’Irania Caddero uccisi e si tornaron gli altri Da quel loco fatal d’assalti e pugne. :In Karkh dal loco dell’assalto omai Venìan le genti armigere, e pel calle Venïano Arabi e Persi. Allor quel prode Farrukhzàd, nobil figlio dell’antico Hormùzde, con molt’ira e con ardenti Lagrime agli occhi, rapido sen venne Dal margo dell’Arvènd e in Karkh entrando Fe’ improvviso un assalto. Alcun guerriero De’ prodi astati d’arabo lignaggio Vivo non si restò. Gli altri venièno Fuor di Bagdad a un tratto. Elli uccideano, E per essi n’andâr molti crucciosi. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|V. Ritirata di Yezdeghìrd nel Khorassan.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 2070-2073).}} <poem> :Farrukhzàd polveroso, ancor portando L’armi guerriere, al suo signor tornava. Discese dal destrier, persegli omaggio, Ambo con gli occhi lagrimosi e il corpo Distrutto e attrito. A che pianger cotanto? Ei disse a Yezdeghìrd. Forse che il trono De’ Kay purificar tenti piangendo? Niun rimane quaggiù della semenza </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> hsfauxhlxqbtmn4bktj7e7dcya2trbn Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/425 108 1016340 3877173 3666587 2026-08-28T06:39:30Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877173 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 422 —|}}</noinclude><poem> Real de’ Kay, se te pur togli, niuno Che poi si deggia collocar sul trono Col serto imperïal. Solo tu sei, Son centomila i tuoi nemici, allora Che per la terra desterai con l’armi Fiero contrasto. Di Narvèn tu adunque Vanne alla selva e là ben fia che tutta Si raccolga la gente. Indi, lasciando Come Fredùn guerrier, quell’aspro luogo, Come fuoco t’appiglia a nuova impresa. :Farrukhzàd così disse, e il re de’ regi Ascoltavalo intento. Un pensier nuovo Manifestossi in lui. L’iranio sire Si assise in trono all’altro giorno e in capo Si pose il serto imperïal. Raccolse Ampia assemblea di principi e di saggi, Di sacerdoti vigili del core, E disse poi: Deh! che vedete in questa Impresa nostra e qual consiglio in mente Avete voi da’ tempi antichi? Dice Farrukhzàd consigliando: «Alla foresta Di Narvèn tu discendi con l’accolta Degli armigeri tuoi. Son tuoi devoti In Amòl città pure, i servi tuoi Son tutti in Sàri, e come tosto un ampio Esercito t’avrai quivi raccolto, Tornati a dietro; puossi far la guerra Con valorosi!». Ma cotal disegno Forse che piace a voi? — Tutti a una voce Dissero i prodi: Buon consiglio è questo. :Ciò non s’addice a noi, rispose allora De’ monarchi il signor; dentro al cor mio Sta ben altro pensier. S’io, mi fuggendo, Gl’Irani prenci qui lasciassi e tutto L’esercito fedel, l’irania terra E il trono e il serto, non grandezza vera </poem><noinclude></noinclude> lwl263uezh58xo6ye93gtkj6aibmely Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/426 108 1016341 3877185 3666588 2026-08-28T06:41:38Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877185 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 423 —|}}</noinclude><poem> Ciò sarìa, non valor, non buon consiglio. Più assai dell’onta m’è diletta e cara Col mio nemico la battaglia, e in questo Una sentenza nobil pardo volle Tra l’altre belve ricordar. «Da stolto, Ei disse, non mostrar le terga mai Al tuo nemico, se pur anche il giorno Della sventura t’arrivò». Ma come Il minor servo a precetto del sire E in bene e in male dee guardar, non vuolsi, Così non vuolsi che il suo re sovrano Poi l’abbandoni nel travaglio e volgasi I suoi tesori a custodir. — Dier voci Benedicendo i grandi allor: Gli è questo Nobile intento del regal suggello E del trono regal. Vedi tu intanto Qual comando ne dai, che vuoi tu, sire, Qual novo patto a’ servi tuoi tu imponi. :Per soverchio pensier, così rispose A’ prenci il re, perde sua forza il core. Miglior cosa è per noi che noi ne andiamo In Khorassàn, sciogliendoci da questo Nemico assalto. Ma colà son molte Schiere all’intorno d’ogni terra e molti Eroi vi sono valorosi e grandi. Sonvi i prenci turani e v’è di Cina Il gran signor, quali verranno i voti A portarmi del cor. Ma più d’assai Io crescerò loro amicizia, ch’io Vincol di sangue stringerò con una Leggiadra figlia del signor di Cina, Sì che per darmi aita ampia una schiera Meco verrà, prenci turani ed incliti Guerrieri in armi. Lor signore e duce È Mahùy, che ha d’assai sue suppellettili E cavalieri ed elefanti. Duce </poem><noinclude></noinclude> krwkwglzrlf4t7cf1ujtqxisvtvi78m Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/427 108 1016342 3877191 3666589 2026-08-28T06:43:33Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877191 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 424 —|}}</noinclude><poem> È de’ nostri pastori, ai guardiani De’ campi nostri qual maestro e donno. Io l’esaltai, che rapido e veloce Era in andar, gagliardo eroe, facondo, Esperto in favellar. Poi che donammo Ad uom di stato umìl nome e valore E potestà con elefanti ed uomini E campi e terre, s’egli è ancor di vile Nascimento e non ha bella persona, Egli è pur sempre in nostra casa alunno. Anche dal sacerdote una sentenza Udii, qual’ei dicea di tempi antichi A favellar conforme: «Ecco! da tale Cui mal facesti, cui recasti offesa Per lieve cosa, guardati! Ma poni La tua speme in colui che con amore Al ciel levasti». Or io mai non l’offesi, Non offesi Mahùy, sì che la pugna Oggi ei vorrà contro a’ nemici miei. :Battè le mani palma a palma allora Farrukhzàd e gridò: Signor che a Dio Sei devoto e fedel, deh! non mostrarti Sicuro mai di chi è malvagio in core, Che odierna sentenza è questa ancora Ch’io ridirò; «Se mille incantamenti Contro un’indole rea tu adoprerai, Se industria porrai tu perchè disciolgasi Dalla trista rubigine, l’Eterno Poi che tal la creò, bada che mai Contro a vincol di Dio non troverai Acconcia chiave». — E Yezdeghìrd gli disse: :Animoso lion, per questa prova Danno ed offesa non avrò, t’accerta. :Così rimase in quella notte, e al primo Albor del giorno presero lor via D’Irania i prenci valorosi. Prese </poem><noinclude></noinclude> sfoa9tjzmzqcjqrzggsj1mbgibylzgv Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/428 108 1016343 3877270 3666590 2026-08-28T08:39:15Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877270 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 425 —|}}</noinclude><poem> Da Bagdàd il sentier che lo guidava In Khorassàn, l’iranio sire, e lievi Parvergli al cor l’altissimo travaglio E la rancura. Ma d’Irania i prenci Tutti pieni di duci partìan col sire Generoso e leal; benedicendo Così gridarno; Senza te la terra Mai non si resti, non si resti il fato! :Con gemiti e con lai levossi un grido Dall’esercito allor, per duol che il prese Nel partir del suo re. Quanti eran capì Di villaggi e castella in suol d’Irania, Quanti erano a’ più forti alto sostegno, Appo al lor prence venner dolorosi, Venner con gli occhi lagrimosi e dissero: O re, servi noi siam; l’anima e il corpo Dell’amor tuo pieni abbiam noi. Con teco Verremo ancor per veder sì qual giuoco Faccia la sorte a questo re per sua Frode malvagia. Di qual guisa il core Per la terra e pel loco di sua pace Lieto sarà, se del volto del sire Orbi resterem noi? Noi lascieremo I figli intanto ed 1 tesori e i nostri Campi fiorenti e ci torrem con teco Ogni travaglio, ogni fatica. In terra Viver non vogliam noi senza quel tuo Trono regal. Solo di te la sorte Propizia resti ed immutata! — Quale Era là degl’Irani in dir parole Esperto e saggio, umilïò la fronte Al negro suolo e così disse: Noi Abbandonammo i nostri campi ameni Pensando che protetto il mondo fosse Da te sovrano. Ed or ten vai fuggendo, Ferito il cor, dal re di Cina, vai In turanico suol da suol d’Irania! </poem><noinclude></noinclude> bm5r1owqa6284cnqtekjsiwgqxvrodh Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/429 108 1016344 3877271 3666591 2026-08-28T08:43:47Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877271 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 426 —|}}</noinclude><poem> :Il re dei re di lagrime fe’ piene Le ciglia e disse a que’ gagliardi illustri: :Voi l’Eterno adorate insiem congiunti, A vostra adorazion recando sempre Augumento maggior, che forse un’altra Volta vi rivedrò, quando a lor fine Il travaglio e il dolor del dì presente Saran discesi. Veri a me voi siete Proteggitori, siete a me il retaggio De’ vecchi padri miei. Ma non vogl’io Che danno incolga a voi, che a me voi siate Nella sventura mia compagni e soci. Vediam qual sia del roteante cielo Alto consiglio, quale accrescer voglia Ed esaltar, ver chi si volga omai Con sua grazia e favor. Ma verso il cielo Tal si comporti ognun di voi nell’opre, Qual si comporta il ciel, che non è scampo Da rivolger ch’ei fa suoi tristi arcani. :Di Cina a’ mercatanti anche si volse E così disse: Neil’irania terra Deh! non restate voi per alcun tempo, Che danno a’ lucri vostri or fia che tocchi Degli Arahi al venir. — Con doglia e affanno Separârsi da lui, con pianti e gemiti E con lamenti. Farrukhzàd, illustre Figlio d’Hormùzd, l’esercito guidava, Dall’iranico suol tutti raccolti I più esperti guerrieri. Ecco! ne andava Re Yezdeghìrd con gemiti e sospiri, E il precedea con le falangi sue II maggior duce. D’una in altra andando Stazïon per la via, giunse alle mura Di Rey lontana, e là restò, diserto Del dolce vin, de’ suoi tripudi usati Fra canti e suoni. Rapido qual nembo, :</poem><noinclude></noinclude> d9xgrenm8vq499ym3xy9pdydc462n4w 3877293 3877271 2026-08-28T09:23:22Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3877293 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 426 —|}}</noinclude><poem> :Il re dei re di lagrime fe’ piene Le ciglia e disse a que’ gagliardi illustri: :Voi l’Eterno adorate insiem congiunti, A vostra adorazion recando sempre Augumento maggior, che forse un’altra Volta vi rivedrò, quando a lor fine Il travaglio e il dolor del dì presente Saran discesi. Veri a me voi siete Proteggitori, siete a me il retaggio De’ vecchi padri miei. Ma non vogl’io Che danno incolga a voi, che a me voi siate Nella sventura mia compagni e soci. Vediam qual sia del roteante cielo Alto consiglio, quale accrescer voglia Ed esaltar, ver chi si volga omai Con sua grazia e favor. Ma verso il cielo Tal si comporti ognun di voi nell’opre, Qual si comporta il ciel, che non è scampo Da rivolger ch’ei fa suoi tristi arcani. :Di Cina a’ mercatanti anche si volse E così disse: Neil’irania terra Deh! non restate voi per alcun tempo, Che danno a’ lucri vostri or fia che tocchi Degli Arahi al venir. — Con doglia e affanno Separârsi da lui, con pianti e gemiti E con lamenti. Farrukhzàd, illustre Figlio d’Hormùzd, l’esercito guidava, Dall’iranico suol tutti raccolti I più esperti guerrieri. Ecco! ne andava Re Yezdeghìrd con gemiti e sospiri, E il precedea con le falangi sue Il maggior duce. D’una in altra andando Stazïon per la via, giunse alle mura Di Rey lontana, e là restò, diserto Del dolce vin, de’ suoi tripudi usati Fra canti e suoni. 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Chiamossi Esperto uno scrittor di regie epistole, E tutta riversò del cor la piena, Del cor sazio d’affanno. E in pria sue lodi Fe’ a Dio, sovrano altor, saggio signore, Signor del sole e delle erranti stelle, De le belve signor, forti e rubeste, E dell’esile bruco. Ei, quando il voglia, Dal nulla crea, che per nessuna cosa Precettor gli fa d’uopo. — Oh! qual ne giunse, Disse di poi, cosa novella! Ratto Di questo regno lo splendor disparve; E poi che Rùstem cadde ucciso in campo Di battaglia in un dì, per l’aspro affanno Angusta a noi si fa la terra e grama. Cadde ucciso per man di tal che ha nome Saad, figliuol di Vakkàs, che non ha patria, Non certo nascimento e non ben fermo Desìo, non traccia di saper. Ma intanto Che a Tisifuna in su le porte esercito Si sta nemico e di mezzo ne stanno </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> 4kp2lzud6w0la9004eor4w2okdp0t9s 3877283 3877274 2026-08-28T08:59:15Z Alex brollo 1615 3877283 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" /></noinclude><section begin="s1" /><poem> In Gurgàn ei venìa da Rey e sette Giorni vi stava or tristo or lieto. Alfine Di Gurgàn da la terra ei per la via Scese di Bust, pieno di rughe il volto, Affaticato alla persona ed egro. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|VI. Lettere di Yezdeghird.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 2073-2077).}} <poem> L’iranio sire poi che in Merv scendea, A Mahùy {{Ec|di Suràn|ch’è di Sur|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/482}}, di Merv custode, Un’epistola scrisse, ove il suo cruccio Era e il suo duol, con lagrimosi gli occhi E pieno il cor d’alto desìo. Chiamossi Esperto uno scrittor di regie epistole, E tutta riversò del cor la piena, Del cor sazio d’affanno. E in pria sue lodi Fe’ a Dio, sovrano altor, saggio signore, Signor del sole e delle erranti stelle, De le belve signor, forti e rubeste, E dell’esile bruco. Ei, quando il voglia, Dal nulla crea, che per nessuna cosa Precettor gli fa d’uopo. — Oh! qual ne giunse, Disse di poi, cosa novella! Ratto Di questo regno lo splendor disparve; E poi che Rùstem cadde ucciso in campo Di battaglia in un dì, per l’aspro affanno Angusta a noi si fa la terra e grama. Cadde ucciso per man di tal che ha nome Saad, figliuol di Vakkàs, che non ha patria, Non certo nascimento e non ben fermo Desìo, non traccia di saper. 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Ecco, qual nembo, Io verrò ratto dietro a questo foglio, Darò consigli quali in mente serbo. :E un messaggier spedìa come tempesta A Mahùy {{Ec|di Suràn|ch’è di Sur|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/482}}. Di vigil core E di retto consiglio un altro messo Ei scelse allor ne l’inclita assemblea. :Di Tus alla città scrisse un’epistola Piena del duolo del cor suo, col volto Pallido quale è pur resina attrita. Prima fe’ lodi a Dio, da cui discendono Virtù, forza e fortuna. Anche da Lui Vien la vittoria, la possanza, il trono E la corona imperïal. Dall’orme De’ bruchi ai vanni d’aquile volanti, Dagli elefanti in su l’arida terra Dell’acque ai mostri, nulla al suo comando, Nulla a sua legge si sottrae; nessuno, Senza voler di Lui, del suo respiro Può gli aliti contar. — Dal re del mondo. Inclito Yezdeghìrd, figlio di padre Che fu prence gagliardo e celebrato, Signor d’Irania, vincitor, custode Alla sua terra disïoso, germe Della semenza di regnanti, a Dio </poem><noinclude></noinclude> s02njnzpbq9e8bebqu7044qdcw6ffiy Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/432 108 1016347 3877276 3666594 2026-08-28T08:50:23Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877276 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 429 —|}}</noinclude><poem> Che fûr devoti, figli ei pur di prenci Incoronati che sapean del fato E de le stelle i mutamenti in cielo, Onde poi questa terra in ogni parte Andò fiorente e amena (e già splendore Elli aggiunsero al seggio e alla corona Ed al suggello imperïal), l’epistola Vassi de le frontiere a’ guardiani, Incliti prenci che han tesoro e seggio, Han regia dignità, serto e grandezza E d’armigeri un pugno, ov’è la terra Di Shemiràn, di Radeh-kùh, la terra Di Ruyìneh, ov’è ancor da questa banda Kelàt e son da quella altre guerriere Genti raccolte. Deh! custode a noi L’Eterno sia, senza periglio voi Da sventura del fato! Or veramente S’intese dagli eroi, pel mondo attorno Andaron prove manifeste e chiare, Che in ogni guerra e in ogni evento e sempre Vêr gli uomini che grande hanno la stirpe, Pieno d’amor fu il nostro cor, fu pieno Di giustizia e sollecito per voi. Giuro pel vostro nascimento illustre, Che più de’ suoi tesori hassi un monarca Travagli e cure. Allor che qui ne venne Behràm protervo apertamente e il capo Levò ribelle contro a nostra legge Ed al comando, il vostro cor si dolse Per queste ampie città, per le frontiere, Per li vostri giardini e le palestre E per le torri. In tal vicenda, voi L’alte montagne ed i burroni vostri Feste soggiorno per timor di danno E di periglio. Ma se Iddio mi dona Vigor novello e volgesi la sorte </poem><noinclude></noinclude> 3hjgs4ietb90ezra19jnaedaz8p7fjq Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/433 108 1016348 3877279 3666595 2026-08-28T08:53:46Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877279 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 430 —|}}</noinclude><poem> Conforme al voto del cor mio, maggiore In ricompensa renderovvi grazia E Iddio signore adorerò. Ma certo Annunzio giunse a voi quale ne incolse, Degli astri per voler, novella cura, Per cotesti serpenti abietti e vili, Semenza d’Ahrimàn, che sapïenza Non hanno e non pudor, non han tesori, Non fortuna, non nome, o nascimento Ingenuo e chiaro. Ei voglion sì la terra Perdere e disertar. Così le seste Si volgono del cielo alto e sublime, Onde all’impero mio venga periglio E venga offesa da cotesti vili, Capi di corvi, senza senno e onore, Senza nome e saper, senza vergogna, Senza costume. Ei volsero la fronte A questo seggio imperïal, bramosi D’un dïadema, ei sì, ch’estenüato Han per digiuno il tristo ventre! Un tempo Principe Nushirvàn cotesto vide Ne’ sogni suoi, che tosto l’onor prisco Sarìa caduto dell’iranio seggio. Vide che dalle stirpi arabe accolte Centomila venìan ebbri e furenti, Rotti i bavagli lor, cammelli sciolti, E del fiume d’Arvènd per l’onde chiare Un varco rinvenìan. Tutto a scompiglio Ne andava allor l’irania terra, e intanto Spegneasi ne’ pirei la sacra vampa, Splendor fuggia della sacrata festa Del primo dì dell’anno e della festa Gioconda di Sadèh. Per tutta Irania, Pei campi di Babìl, da messi e colti Negro il fumo salìa fino alle vie Alte degli astri, e del nobile ostello </poem><noinclude></noinclude> n1okbzcxo740n2xn6ya54wbps7j79u2 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/434 108 1016349 3877280 3666596 2026-08-28T08:57:05Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877280 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 431 —|}}</noinclude><poem> Del re del mondo tutti e d’un sol moto Cadean nella palestra alto divelti I pinnacoli. Ed or, del tristo sogno Risposta vera si fa chiara e aperta, E partir vuol da noi del ciel rotante L’instabile fortuna. Ognun che ha pregio, Sarà dispetto e vil, chi è vile e abietto, Grande sarà per sua novella sorte, Divulgherassi per la terra attorno Ogn’opra trista, manifesto il male, Celato il bene. In ogni terra intanto Fian manifeste l’opre vïolente, Fia che si mostri ogni misfatto. Vengono I segni omai di tenebrosa notte Ben visibili a noi, chè già si parte, Già si parte da noi la sorte amica! :Or io con vènia de’ ministri miei E de’ principi miei d’alto consiglio, Ver Khorassàn mi mossi, andando a quelli Che son custodi alle frontiere, eroi Che aman la pugna. Ancor, pel sire illustre Di Tus città, qui gli elefanti addussi, Trassi i timpani miei, perchè da noi Veggasi almen qual sia volger del fato E che avvinca a tal nodo anche non fermo La sorte nostra. Disïando in guèrra Scender con l’avversario, ecco! che l’armi Cinte al fianco mi son, perchè scontrarci Con gli Arabi possiam. Congiunto è meco Farrukhzàd per il sangue e la persona, Amico mio ne l’alleanza sua. Ora ei si sta, bramando la tenzone, In Altunìa, contro al nemico esercito Volta la fronte. A questa reggia intanto Di lui, sì forte e battagliero, giunse II figlio Kashmegàn. Disse parole </poem><noinclude></noinclude> o3a9xnwsgn2be1vrou0vodi56q9n4wc 3877294 3877280 2026-08-28T09:23:35Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3877294 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 431 —|}}</noinclude><poem> Del re del mondo tutti e d’un sol moto Cadean nella palestra alto divelti I pinnacoli. Ed or, del tristo sogno Risposta vera si fa chiara e aperta, E partir vuol da noi del ciel rotante L’instabile fortuna. Ognun che ha pregio, Sarà dispetto e vil, chi è vile e abietto, Grande sarà per sua novella sorte, Divulgherassi per la terra attorno Ogn’opra trista, manifesto il male, Celato il bene. In ogni terra intanto Fian manifeste l’opre vïolente, Fia che si mostri ogni misfatto. Vengono I segni omai di tenebrosa notte Ben visibili a noi, chè già si parte, Già si parte da noi la sorte amica! :Or io con vènia de’ ministri miei E de’ principi miei d’alto consiglio, Ver Khorassàn mi mossi, andando a quelli Che son custodi alle frontiere, eroi Che aman la pugna. Ancor, pel sire illustre Di Tus città, qui gli elefanti addussi, Trassi i timpani miei, perchè da noi Veggasi almen qual sia volger del fato E che avvinca a tal nodo anche non fermo La sorte nostra. Disïando in guèrra Scender con l’avversario, ecco! che l’armi Cinte al fianco mi son, perchè scontrarci Con gli Arabi possiam. Congiunto è meco Farrukhzàd per il sangue e la persona, Amico mio ne l’alleanza sua. Ora ei si sta, bramando la tenzone, In Altunìa, contro al nemico esercito Volta la fronte. A questa reggia intanto Di lui, sì forte e battagliero, giunse Il figlio Kashmegàn. 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Vengono I segni omai di tenebrosa notte Ben visibili a noi, chè già si parte, Già si parte da noi la sorte amica! :Or io con vènia de’ ministri miei E de’ principi miei d’alto consiglio, Ver Khorassàn mi mossi, andando a quelli Che son custodi alle frontiere, eroi Che aman la pugna. Ancor, pel sire illustre Di Tus città, qui gli elefanti addussi, Trassi i timpani miei, perchè da noi Veggasi almen qual sia volger del fato E che avvinca a tal nodo anche non fermo La sorte nostra. Disïando in guerra Scender con l’avversario, ecco! che l’armi Cinte al fianco mi son, perchè scontrarci Con gli Arabi possiam. Congiunto è meco Farrukhzàd per il sangue e la persona, Amico mio ne l’alleanza sua. Ora ei si sta, bramando la tenzone, In Altunìa, contro al nemico esercito Volta la fronte. A questa reggia intanto Di lui, sì forte e battagliero, giunse Il figlio Kashmegàn. Disse parole </poem><noinclude></noinclude> pu13m2hjuiivea1c146j9lzvbaodfxq Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/435 108 1016350 3877297 3666597 2026-08-28T09:33:57Z Alex brollo 1615 /* new eis level1 */ 3877297 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 432 —|}}</noinclude><poem> Quali a rispetto inverso a noi s’addicono, Quali son degne d’animo devoto E ossequi̇oso. Udii ciò ch’egli disse D’esti vostri confini e degli eccelsi Lochi e de’ bassi e degli spechi attorno E de’ lochi riposti. Ei del castello Parlò di Gunbedàn-i-Tegh, del forte Castel di Germinèh, di quella rocca Di Lazhivèrdi, a nascondervi acconcia Le nostre provvigioni; anche ei parlava D’Al, di Makhzùm, di Desht-i-Ghil, mostrando Ciò ch’egli avea di buon pensiero in core. :Ma, così grande esercito che nosco Scende in battaglia, non potrìa gran tempo In cotesti castelli aver soggiorno. Angusti invero. E noi sedemmo allora E stemmo a favellar coi consiglieri. Quando tutti gli eroi nosco adunarsi. D’ogni cosa parlammo e cose assai Fùr stabilite, fin che poi in questo Convenimmo, perchè l’imperiale Corona e il trono e le gemme e il suggello. Le vesti di Kashmir, di Cina e Grecia, ^Le cose tutte preziose, elette. Quali vengonci all’uopo, e ciò che a noi Vien da Kibciàk e da Kirvàn, le cose Che a vestirsi, a distendersi e a gittarsi Sul nudo suolo sono acconcie, tutti Gli ori e le gemme ancora intatte e quante Son cose ancora che hanno laude e pregio, I cibi nostri con gli arnesi e quanto A noi fa d’uopo fin che un giorno dura, Quarantamila bovi, atti lor carri A strascinar, trasportino con noi. Inclito peso, con la spiga eletta Del frumento ivi aggiunta. Anche si rechi </poem><noinclude></noinclude> 692fbct0q7myr8g2pprtgg35rxvu3y8 3877324 3877297 2026-08-28T11:18:29Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877324 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 432 —|}}</noinclude><poem> Quali a rispetto inverso a noi s’addicono, Quali son degne d’animo devoto E ossequïoso. Udii ciò ch’egli disse D’esti vostri confini e degli eccelsi Lochi e de’ bassi e degli spechi attorno E de’ lochi riposti. Ei del castello Parlò di Gunbedàn-i-Tegh, del forte Castel di Germinèh, di quella rocca Di Lazhivèrdi, a nascondervi acconcia Le nostre provvigioni; anche ei parlava D’Al, di Makhzùm, di Desht-i-Ghil, mostrando Ciò ch’egli avea di buon pensiero in core. :Ma, così grande esercito che nosco Scende in battaglia, non potrìa gran tempo In cotesti castelli aver soggiorno, Angusti invero. E noi sedemmo allora E stemmo a favellar coi consiglieri. Quando tutti gli eroi nosco adunârsi. D’ogni cosa parlammo e cose assai Fûr stabilite, fin che poi in questo Convenimmo, perchè l’imperïale Corona e il trono e le gemme e il suggello, Le vesti di Kashmìr, di Cina e Grecia, Le cose tutte prezïose, elette, Quali vengonci all’uopo, e ciò che a noi Vien da Kibciàk e da Kirvàn, le cose Che a vestirsi, a distendersi e a gittarsi Sul nudo suolo sono acconcie, tutti Gli ori e le gemme ancora intatte e quante Son cose ancora che hanno laude e pregio, I cibi nostri con gli arnesi e quanto A noi fa d’uopo fin che un giorno dura, Quarantamila bovi, atti lor carri A strascinar, trasportino con noi, Inclito peso, con la spiga eletta Del frumento ivi aggiunta. Anche si rechi </poem><noinclude></noinclude> ar9hdq5n7uq9klbbzymthig2yhho5pm Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/436 108 1016351 3877328 3867010 2026-08-28T11:20:57Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877328 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 433 —|}}</noinclude><poem> A some di giumenti (e saran queste Dodicimila) quanto è d’uopo a noi Di nigella; ed il miglio ed i pistacchi, Le melagrane, esperto un sacerdote Rechi appo noi. Si mandi, fin che mutisi Condizïon del ciel, d’asini a some Sale in gran copia ed in egual misura Miglio nutriente a carchi di cammelli E mille d’olio puro ampi vaselli Ed otri corpulenti. Anche di zucchero Mille carchi e di datteri pur mille I cammelli di Balkh traggan con seco, Anche dodicimila il miel soave, Tutti d’un moto, ne’ castelli nostri Menino insieme. Ancor quarantamila Sian le carni salate, e i servi miei Le adducan sì con altre cose. Rechinsi Trecento some di cammelli, colme Di nafta bruna, per due mesi ancora Carco a noi necessario. Un sacerdote Con gente eletta verrà poi dai lochi Di Shemiràn, di Radeh-kùh. Dinanzi Agli anzïani e a’ principi che stanno Sulle montagne, a’ prefetti dinanzi E a’ saggi nostri, quale è cosa all’uopo Traggasi dentro ai nobili castelli E se ne affidi a’ tesorieri miei Il registro notato. E se que’ grandi Che son di quella gente, ogni mia cosa Vorranno seco custodir, davvero! Che in quelle valli e tra que’ monti eccelsi Danno o periglio non verrà da gente D’Arabia o di Turania. A voi frattanto, In questo tempo fortunoso e reo, Forte appo noi fa d’uopo aver la mano E valorosa. Comandò frattanto </poem><noinclude>{{smaller|{{PieDiPagina|{{Sc|Firdusi, VIII.}}||28}}}}</noinclude> l0bfabz90xvv6319zojn6bm4xsd4vbv Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/437 108 1016352 3877330 3666599 2026-08-28T11:23:10Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877330 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 434 —|}}</noinclude><poem> A’ nostri tesorieri il saggio e nobile Nostro ministro d’invïar ben cinque Vesti di Persia a chi per noi fatica, Ed una benda ornata d’or, leggiadra, Chi faticò, dell’opra al fine, avrassi. :Ma in questo tempo travagliato e tristo Dramme quaranta avrà ciascun da’ nostri Tesorieri, e dipoi, chi fia soggetto E servo a noi, avrassi una di nostre Dramme lucenti che sessanta valgono. Anzi di là da le sessanta han sei E quattro quarti. Ei leggeravvi scritto Ciò che v’è sculto, ad alta voce; e l’uno De’ lati avrà di Dio santo e verace L’inclito nome, che da Dio ci vengono Ansia e speme e sgomento. All’altro lato Son la corona e il volto nostro; e scritto Ivi sarà che per l’amor di noi Fruttifica la terra. Al dì primiero Dell’anno che verrà, coteste cose Apprestate saran, chè le pupille De’ prenci nostri d’un desìo son piene D’incliti doni. Venga da l’Eterno Benedizion su chi non fece agli altri Offesa o danno, su chi pensa in core A questa nostra imperïal corona! :Come supposto alla real sua gemma Ebbe quel foglio, ai duci dell’esercito Invïollo il gran re. Venne a que’ prodi Un cavalier di gioita amante, d’alta E nobil sorte, e recavasi in pugno Di Yezdeghìrd l’epistola segnata. </poem> {{Rule|8em|t=1|v=1}}<noinclude></noinclude> 1s9wve34lgyeu1otmox26povd6j9lsx Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/438 108 1016353 3877343 3874286 2026-08-28T11:49:48Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877343 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 435 —|}}</noinclude>{{Ct|c=t1|VII. Fuga di Yezdeghird.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 2077-2081).}} <poem> :Di là fûr tratti i timpani sonanti E verso a Tus ne venne il re, partendo Da Nishapùr città. S’ebbe novella Mahùy allora {{Ec|di Suràn|, quel di Sur,|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/482}} che ratto Venìa nel Dehistàn pel suo sentiero L’iranio prence, e corsegli all’incontro Con ampia schiera di gagliardi, tutti Armati d’aste e in lor corazze chiusi. :Come da lungi si mostrò la fulgida Maestà del gran re, con quel vessillo Di sua grandezza e tanti eroi dattorno, A piè dal suo destrier subitamente Mahùy discese, al re dei re prestando L’omaggio suo di fedel servo. Innanzi Lento lento ei venia sul suolo ardente. Fatti, per verecondia, lagrimosi Ambo quegli occhi suoi; baciava il suolo Ossequiando il suo signor, si stava Lungo tempo là in piè dinanzi a lui, Quando la gente sua benedicendo Gridava a Yezdeghird, la fronte al suolo Umilïava. Farrukhzàd, il volto Allor che scorse di Mahùy, l’esercito Tutto ordinò per l’ampie file. In core Veracemente per Mahùy gioìa, Sì che ben molti ammonimenti e prieghi Gli porse e disse: A te questo gran sire Della stirpe de’ Kay, perchè t’accinga A custodirlo, qui t’affido. Mai Tu non soffrir che contro a lui si sciolga </poem><noinclude></noinclude> o1sxf7y1o8hykhh58z8eensys9rlill Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/439 108 1016354 3877344 3666601 2026-08-28T11:52:17Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3877344 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 436 —|}}</noinclude><poem> Aura importuna o che qualcun gl’imponga Obbligo alcun d’alcun favor. M’è d’uopo Or discendere in Rey, nè so, nè veggo Quando mai rivedrò questa de’ Kay Nobil corona, che dell’armi al campo Molti a me pari caddero trafitti Sotto l’assalto di cotesti che hanno L’aste nel pugno. Un cavalier non era Come Rùstem quaggiù, nè mai l’intese Del saggio a ricordar l’orecchio intento; Eppure, ucciso ei fu per man d’un tristo, Capo di corvo, tanto a noi la sorte Precipitava! Fra gli eletti un loco Iddio gli doni e colpo di nemica Asta dall’alto al nero corvo infligga! :Mahùy gli rispondea: Prence guerriero, L’anima mia serena e la pupilla È il mio signore. Questo incarco tuo Sì, sì mi prendo, e accolgo esto sovrano Ch’è un ciel per te. — Così ne andava allora Da quel loco regal, conforme al cenno Di Yezdeghird, a Rey città correndo, Principe Farrukhzàd. Lunga stagione Dopo cotesto in ciel si volse, e intanto Di Mahùy scellerato uscìa dall’alma L’antico amor. Già non osava alcuno Contro gli Arabi prodi uscir con l’armi, Che a lor propizia era del ciel la volta Azzurra, e intanto dell’iranio prence Eran le gote corrugate e smorte, De’ nemici per l’opre il cor nel petto Gli si stringea. Poi che sì mesto e affranto Mahùy vide il suo re, quando scoverse Che di lui contro a’ voti era la sorte, Sollecito si fe’ l’iranio trono A disïar, diverso ne’ consigli </poem><noinclude></noinclude> 7i6v4nkdtlqz9akktcnvdz6gbyyi69z Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu/478 108 1016394 3876944 3872803 2026-08-27T13:23:02Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3876944 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 475 —|}}</noinclude> {{Ct|f=200%|v=1|t=3|INDICE}} {{Rule|4em|t=1|v=3}} {{Ct|f=120%|v=1|'''I re Sassanidi''' {{Smaller|(''seguito'')}}}} {{Ct|c=t1|1. Il re Khusrev-Pervîz.}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=I.|titolo=Principio del regno di Khusrev-Pervîz|pagina=''pag''. {{Pg|5}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=II.|titolo=La domanda del perdono|pagina=» {{Pg|7}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=III.|titolo=Venuta di Behrâm Giûbîneh|pagina=» {{Pg|12}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=IV.|titolo=Colloquio di Khusrev e di Behrâm|pagina=» {{Pg|18}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=V.|titolo=Consigli di Gordieh|pagina=» {{Pg|40}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=VI.|titolo=Assalto notturno di Behrâm|pagina=» {{Pg|50}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=VII.|titolo=Fuga di Khusrev e morte di Hormuzd|pagina=» {{Pg|55}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=VIII.|titolo=Astuzia di Bendûy|pagina=» {{Pg|60}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=IX.|titolo=Consiglio di Behrâm Ciûbîneh coi principi|pagina=» {{Pg|68}}}} 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io||Ora |- |»||{{Pg|404}},||l. 34||Di Suràn||Ch’è di Sur, |- |»||{{Pg|408}},||l. 13||a questi||a questo |- |»||{{Pg|427}},||l. 9||di Suràn||ch’è di Sur, |- |»||{{Pg|428}},||l. 16||di Suràn||ch’è di Sur, |- |»||{{Pg|430}},||l. 28||Tutto||Tutta |- |»||{{Pg|435}},||l. 6||di Suràn||, quel di Sur, |- |»||{{Pg|438}},||l. 11||Di quel ch’è di Suràn, solo per cenno,||Di colui ch’è di Sur, per cenno solo, |- |»||{{Pg|443}},||l. 14||di Suràn||ch’è di Sur, |}<noinclude></noinclude> 1g3313yjxs0gr24gx6yyf7fgqn4444m Indice:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/styles.css 110 1023186 3876810 3876729 2026-08-27T12:29:48Z Modafix 8534 3876810 sanitized-css text/css /* formato generale della tabella classe tab1*/ .tab1 {width:100%; border-collapse:collapse;} /* formato generico di tutte le celle; è quello adatto alle celle delle colonne dalla seconda in poi */ .tab1 td {border-right:1px solid black; text-align:right;vertical-align:bottom;} /* formato specifico delle celle 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Richiesta di perdono dal padre}} * {{testo|/II|II. - Risposta di Khusrev-Pervîz}} * {{testo|/III|III. - Angoscia di Shîrûy-Kobâd}} * {{testo|/IV|IV. - Lamento di Bârbed}} * {{testo|/V|V. - Uccisione di Khusrev-Pervîz}} * {{testo|/VI|VI. - Morte di Shîrîna e di Shîrûy}} kxhthlissiij5cmuinlf6f6on2fyau6 Il Libro dei Re/I re Sassanidi/11 0 1025869 3877101 3873115 2026-08-27T19:46:25Z Alex brollo 1615 Porto il SAL a SAL 75% 3877101 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|I re Sassanidi]] - 3. - Cinque re Sassanidi|prec=../10/VI|succ=../I}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu" from="382" to="382" tosection="s1" /> === Indice === * {{testo|/I|I. - Il re Ardeshîr figlio di Shîrûy}} * {{testo|/II|II. - Il re Gurâz Ferâyîn}} * {{testo|/III|III. - La regina Pûrân-dokht}} * {{testo|/IV|IV. - La regina Azermi-dokht}} * {{testo|/V|V. - Il re Farrukhzâd}} bgs7d22g03o11rd8as6ky21iekhw9zm 3877102 3877101 2026-08-27T19:47:20Z Alex brollo 1615 3877102 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|I re Sassanidi]] - 3. - Cinque re Sassanidi|prec=../10/VI|succ=/I}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu" from="382" to="382" tosection="s1" /> === Indice === * {{testo|/I|I. - Il re Ardeshîr figlio di Shîrûy}} * {{testo|/II|II. - Il re Gurâz Ferâyîn}} * {{testo|/III|III. - La regina Pûrân-dokht}} * {{testo|/IV|IV. - La regina Azermi-dokht}} * {{testo|/V|V. - Il re Farrukhzâd}} gbao5xuojc1zlwpf8bhei8esx1wz7ud Pagina:Due canzoni in chiave di sol.pdf/4 108 1026170 3877104 3876428 2026-08-27T20:40:57Z Pic57 12729 3877104 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|2||}}</noinclude><score sound=1> << % --- RIGO CANTO --- \new Staff \with { midiInstrument = #"synth voice" } { \new Voice = "canto" \relative c'' { \key f \major \time 6/8 \tempo 4. = 50 % Inserisci qui le note della melodia %rigo canto 2.4 f4. e| d2.| d8 cis d e4 d8| cis4.^\( a4\)r8| r4 r8 des des des| \break %rigo canto 2.5 %rigo canto 2.5 c4.^\> b| bes4 bes8 a4 a8\!^\p| g2._\(| f4\) r8 r4 r8| R1*6/8| \break %rigo canto 2.6 r8 ^\markup{\italic "Con anima"} r c' des4 ees8| des4.^\( ces8\) r r| r4 r8 beses r16 bes bes bes| aes4._\( f8\) r r| \break %rigo canto 2.7 } } % --- TESTO VOCALE --- \addlyrics{ pria che_in ciel spun -- ti la bel -- la_au -- ro_ ra mi sve -- glio sem -- pre la ma -- lin -- co -- ni -- a ep -- pur non pian -- go, ma mi batte il co -- re } % --- SISTEMA PIANOFORTE --- \new PianoStaff \with { instrumentName = \markup { } } << % Mano Destra \new Staff = "right" \relative c'' { \key f \major \time 6/8 % Inserisci qui le note della mano destra %rigo up 2.4 <<{d4. c| bes4. bes| bes4. c4 bes8| a4.^( f4) r8| des'4.^^ des^^| \break %rigo up 2.5 c4.^^ b^^| bes4.^^ a^^| g4.^^ e| f2.^(^\pp| f8) r \stemDown ^\< f'8 f4 f8 \!| } \\ {r8 <a f><a f> r <a f><a f>| r8 <g d><g d> r <g d><g d>| r8 <g d><g d> r <g c,><g c,>| r8 <c, a><c a> r <c a><c a>| r _\mf <g' fes d><g fes d> r <g fes d><g fes d> \break %rigo up 2.5 r8 <a, f c><a f c> r <aes f b,><aes f b,>| r8 <g des bes!><g des bes> r <f c a><f c a>| r8 _\p <des bes g><des bes g> r <c bes g><c bes g>| \stemUp <c a>2.~| <c a>8 r \stemDown f8 _\markup{\italic "rit."} f4 f8| } >> \break %rigo up 2.6 <f' f,>4^\markup{\italic "a Tempo"} <e! e,!>8<f f,>4 <ges ges,>8| <f f,>4._(^(<ees ees,>8)) r r| <es, c>8[_\pp <es c> <es c>] <es c>[ <es c><es c>]| r8 des des des des des| } % Mano Sinistra \new Staff = "left" \relative c { \key f \major \time 6/8 \clef bass \set Staff.connectArpeggios = ##t % Inserisci qui le note della mano sinistra %rigo down 2.4 r8 <c f,><c f,> r <c a f><c a f>| r8 <bes g f><bes g f> r <bes g f><bes g f>| r8 <bes g e><bes g e> r <bes g e><bes g e>| r8 <f' c f,><f c f,> r <f c f,><f c f,>| <bes, bes,>4.^^ <b b,>^^| \break %rigo down 2.5 <c c,>4.^^ <d d,>^^| <e e,>4._^ <f f,>_^| <bes, bes,>_^ <c c,>_^ <<{f8\arpeggio e f e f e}\\{<c f,>8\arpeggio r r r4 r8}>> f8 e f e ees d| \break %rigo down 2.6 \stemDown <bes bes,>8 <des' aes f><des aes f><des aes f><des aes f><des aes f>| <ees, ees,>8 <des' beses ges> <d bes ges><c bes ges><c bes ges><c bes ges>| << % VOCE 1: Le note dell'accordo che si collegano al rigo sopra \new Voice { \voiceOne % Forza i gambi verso l'alto % \crossStaff unisce i gambi di queste note alla travatura del rigo superiore \crossStaff { \autoBeamOff g8 g g g g g| s8 <aes f><aes f><aes f><aes f><aes f> } } % VOCE 2: Il basso profondo indipendente (con abbellimenti e frecce) \new Voice { \voiceTwo % Forza i gambi e le pause verso il basso \relative c { \stemUp \acciaccatura { ges16[ aes] } \stemDown beses4._^ <c c,>4._^| <des des,>2.| } } >> } >> >> \layout { %indent = 2.5\cm \context { \PianoStaff % Questo comando dice a LilyPond di permettere ai gambi di unire i due righi \consists "Span_stem_engraver" } } \midi { } </score><noinclude><references/></noinclude> nuylmo69mya5wmwo5ebr1nlfxr2vytb 3877105 3877104 2026-08-27T21:25:28Z Pic57 12729 /* Trascritta */ 3877105 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|2||}}</noinclude><score sound=1> << % --- RIGO CANTO --- \new Staff \with { midiInstrument = #"synth voice" } { \new Voice = "canto" \relative c'' { \key f \major \time 6/8 \tempo 4 = 90 % Inserisci qui le note della melodia %rigo canto 2.4 f4. e| d2.| d8 cis d e4 d8| cis4.^\( a4\)r8| r4 r8 des des des| \break %rigo canto 2.5 %rigo canto 2.5 c4.^\> b| bes4 bes8 a4 a8\!^\p| g2._\(| f4\) r8 r4 r8| R1*6/8| \break %rigo canto 2.6 r8 ^\markup{\italic "Con anima"} r c' des4 ees8| des4.^\( ces8\) r r| r4 r8 beses r16 bes bes bes| aes4._\( f8\) r r| \break %rigo canto 2.7 r8 r c' des8[ f] ^\markup{\italic "ten."} ees8| des4.^\( c8\) r r| r4 r8 \autoBeamOff beses beses16 beses beses beses| aes4._\( f8\) r r| %rigo canto 3.8 } } % --- TESTO VOCALE --- \addlyrics{ pria che_in ciel spun -- ti la bel -- la_au -- ro_ ra mi sve -- glio sem -- pre la ma -- lin -- co -- ni -- a ep -- pur non pian -- go, ma mi batte il co -- re ep -- pur non pen -- so al -- lo per -- du -- to_a -- mo -- re! } % --- SISTEMA PIANOFORTE --- \new PianoStaff \with { instrumentName = \markup { } } << % Mano Destra \new Staff = "right" \relative c'' { \key f \major \time 6/8 % Inserisci qui le note della mano destra %rigo up 2.4 <<{d4. c| bes4. bes| bes4. c4 bes8| a4.^( f4) r8| des'4.^^ des^^| \break %rigo up 2.5 c4.^^ b^^| bes4.^^ a^^| g4.^^ e| f2.^(^\pp| f8) r \stemDown ^\< f'8 f4 f8 \!| } \\ {r8 <a f><a f> r <a f><a f>| r8 <g d><g d> r <g d><g d>| r8 <g d><g d> r <g c,><g c,>| r8 <c, a><c a> r <c a><c a>| r _\mf <g' fes d><g fes d> r <g fes d><g fes d> \break %rigo up 2.5 r8 <a, f c><a f c> r <aes f b,><aes f b,>| r8 <g des bes!><g des bes> r <f c a><f c a>| r8 _\p <des bes g><des bes g> r <c bes g><c bes g>| \stemUp <c a>2.~| <c a>8 r \stemDown f8 _\markup{\italic "rit."} f4 f8| } >> \break %rigo up 2.6 <f' f,>4^\markup{\italic "a Tempo"} <e! e,!>8<f f,>4 <ges ges,>8| <f f,>4._(^(<ees ees,>8)) r r| <es, c>8[_\pp <es c> <es c>] <es c>[ <es c><es c>]| r8 des des des des des| \break %rigo up 2.7 <f' f,>4^\markup{\italic "a Tempo"} \stemDown <e! e,!>8<f f,>8 <aes aes,> <ges ges,>8| <f f,>4._(^(_ \><ees ees,>8))\! r r| \stemUp <es, c>8[_\ppp <es c> <es c>] <es c>[ <es c><es c>]| r8 des des des des des| %rigo up 3.8 } % Mano Sinistra \new Staff = "left" \relative c { \key f \major \time 6/8 \clef bass \set Staff.connectArpeggios = ##t % Inserisci qui le note della mano sinistra %rigo down 2.4 r8 <c f,><c f,> r <c a f><c a f>| r8 <bes g f><bes g f> r <bes g f><bes g f>| r8 <bes g e><bes g e> r <bes g e><bes g e>| r8 <f' c f,><f c f,> r <f c f,><f c f,>| <bes, bes,>4.^^ <b b,>^^| \break %rigo down 2.5 <c c,>4.^^ <d d,>^^| <e e,>4._^ <f f,>_^| <bes, bes,>_^ <c c,>_^ <<{f8\arpeggio e f e f e}\\{<c f,>8\arpeggio r r r4 r8}>> f8 e f e ees d| \break %rigo down 2.6 \stemDown <bes bes,>8 <des' aes 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T. A. Hoffmann | Nome e cognome del curatore = | Titolo =Ignazio Denner | Anno di pubblicazione = 1816 | Lingua originale del testo = tedesco | Nome e cognome del traduttore = G. B. | Anno di traduzione = 1835 | Progetto = Letteratura | Argomento = Racconti | URL della versione cartacea a fronte = Indice:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu | prec = La casa deserta | succ = Il Diavolo (Hoffmann) }} {{Raccolta|Racconti (Hoffmann)}} <pages index="Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu" from="59" to="60" /> ==Indice== * {{testo|/Capitolo I}} * {{testo|/Capitolo II}} * {{testo|/Capitolo III}} * {{testo|/Capitolo IV}} * {{testo|/Capitolo V}} * {{testo|/Capitolo VI}} * {{testo|/Capitolo VII}} * {{testo|/Capitolo VIII}} * {{testo|/Capitolo IX}} * {{testo|/Capitolo X}} * {{testo|/Capitolo XI}} * {{testo|/Capitolo XII}} * {{testo|/Capitolo XIII}} ouislprslww3idqcbcr4thf1priacwq Pagina:Bertola de' Giorgi, Aurelio - Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni, 1795 - BEIC IE3406618.djvu/35 108 1026381 3876790 3876737 2026-08-27T12:24:06Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Riletta */ 3876790 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|16}}</noinclude>{{Ct|f=120%|v=1|t=4|{{Sc|lettera iii.}}}} {{Ct|f=90%|v=1|t=1|''Corso del Reno fino a Spira''.}} {{Noindent}}{{xx-larger|I}}O avea già considerato, traversando le Alpi, una parte della triplice sorgente del Reno; e l'avea ammirato laddove verso Sciaffusa vien giù precipitandosi dall'alto in tutta la sua larghezza; caduta che io non lascerei di descrivere, dove potessi lusingarmi di pareggiare il vero, non che i molti che l'han già descritta. L'avea vagheggiato fatto e più tranquillo e più grande, allorchè divide signorilmente Basilea in due parti: coll'animo poi alquanto freddo l'avea accompagnato buon tratto, allorchè lasciando l'Elvezia, prende nelle pianure d'Alsazia un aspetto tristamente magnifico ed uniforme.</div> I maggiori cangiamenti ch'egli si faccia nella sua direzione fino a Spira, possono segnarsi sotto Basilea principalmente, dove da ponente si torce a settentrione, e incomincia indi a poi a formicolare d'isole; in oltre alquanto innanzi Brisach, e alquanto dopo Strasburgo, dove propende a levante. I suoi tributarj fino al termine summentovato contansi presso a cinquanta; e i principali sono la Tura, l'Aar, la Birsa, l'Elz, il Rinzing, l'Ill, la Sora, il Motter, la Murga. Il celebre sig. Schatz ha osservato che le maggiori alterazioni di questo fiume avvengono verso il tempo degli equinozj: allora aumenta le sue acque, qua scopre isole, là ne ricopre, ne forma di nuove, {{Pt|varia}}<noinclude><references/></noinclude> sut07ivwimb6f4xxtxqcv6inhfuftmq Pagina:Bertola de' Giorgi, Aurelio - Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni, 1795 - BEIC IE3406618.djvu/37 108 1026382 3876753 3876127 2026-08-27T12:08:59Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ 3876753 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|18||}}</noinclude>{{Ct|f=120%|v=1|t=4|{{Sc|lettera iv.}}}} {{Ct|f=90%|v=1|t=1|''Contorni del Reno''.}} {{Ct|f=90%|v=1|t=1|''Monti di Spira''.}} {{xx-larger|C}}oncepirà di leggieri i confini della corsa ch'io diedi ai monti di Spira, chi prenda a disegnare un triangolo, da questa città inoltrandosi verso sudovest fin sopra i primi monti, di là quasi direttamente per contro a Neustat, e ripiegando poi da questa piccola città del Palatinato a Spira lungo il fiumicello Spejerbach. La valle che allargasi disegualmente per alquante miglia, è fertile e popolata. Si sale indi dolcemente per tortuosi vialetti or lambiti da freschi ruscelli, or ombreggiati da bei gruppi boscosi; e si giugne a quelle selve di viti di che i colli son ricoperti. Dai contorni del borgo di Wejer signoreggiasi una deliziosa gradazione di pendii, l'ultimo de' quali ci rappresentava l'immagine di una marina dolcemente agitata. Salendo ancora, ed è il salir sempre facile e sempre per mezzo a vigneti, il teatro che apresi sotto, è ricco e vario oltre modo: le catene di là dal Reno ma distintissime, e questo gran fiume in più punti; di qua e monti e colli di cento aspetti e colori, e foreste e boschetti; e oltre le città di Spira e Landau, quanti borghi e villaggi contansi mai di là, o a dir meglio non si contano, tanti pur sono! Corre voce che gli {{Pt|abitanti}}<noinclude><references/></noinclude> f7rlullbwsy3jqivmis8fyflbowxhjq 3876877 3876753 2026-08-27T12:43:50Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Riletta */ 3876877 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|18||}}</noinclude>{{Ct|f=120%|v=1|t=4|{{Sc|lettera iv.}}}} {{Ct|f=90%|v=1|t=1|''Contorni del Reno''.}} {{Ct|f=90%|v=1|t=1|''Monti di Spira''.}} {{Noindent}}{{xx-larger|C}}Oncepirà di leggieri i confini della corsa ch'io diedi ai monti di Spira, chi prenda a disegnare un triangolo, da questa città inoltrandosi verso sudovest fin sopra i primi monti, di là quasi direttamente per contro a Neustat, e ripiegando poi da questa piccola città del Palatinato a Spira lungo il fiumicello Spejerbach.</div> La valle che allargasi disegualmente per alquante miglia, è fertile e popolata. Si sale indi dolcemente per tortuosi vialetti or lambiti da freschi ruscelli, or ombreggiati da bei gruppi boscosi; e si giugne a quelle selve di viti di che i colli son ricoperti. Dai contorni del borgo di Wejer signoreggiasi una deliziosa gradazione di pendii, l'ultimo de' quali ci rappresentava l'immagine di una marina dolcemente agitata. Salendo ancora, ed è il salir sempre facile e sempre per mezzo a vigneti, il teatro che apresi sotto, è ricco e vario oltre modo: le catene di là dal Reno ma distintissime, e questo gran fiume in più punti; di qua e monti e colli di cento aspetti e colori, e foreste e boschetti; e oltre le città di Spira e Landau, quanti borghi e villaggi contansi mai di là, o a dir meglio non si contano, tanti pur sono! 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Di là un superbo viale di cinque miglia spalleggiato da begli alberi conduce fin sotto Heidelberga. I monti intessono mutabili prospetti al medesimo; e a' suoi fianchi ma alquanto da lungi gruppi di folte siepaglie e due gran boschi a foggia di semicerchi fan come l'uffizio dell'ombre per contro alla ricca luce di questo dipinto. Finalmente apresi la gola per cui scende il Neker, e dove siede la città, alla qua- le fan vario corteggio e molli pendii e disagevoli alture, dove la industria mostra aver consumato l'estremo delle sue forze. Balsamiche sono l'aria e l'acqua di questa città, che contiene fra cattolici, luterani e calvinisti dieci mila abitanti: è angusta, stringendola il monte da un lato, il Neker dall'altro. Il ponte di pietra ch'è Stato novellamente gittato sopra questo, non sarebbe indegno di una capitale: Heidelberga cessò di esser {{Pt|tale}}<noinclude><references/></noinclude> 6o9id86yszzck8yimu84753tiaw9vef 3876884 3876868 2026-08-27T12:47:42Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Trascritta */ 3876884 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|22||}}</noinclude>{{Ct|f=120%|v=1|t=4|{{Sc|lettera v.}}}} {{Ct|f=90%|v=1|t=1|''Contorni del Reno''.}} {{Ct|f=90%|v=1|t=1|''Heidelberga''.}} {{Noindent}}{{xx-larger|G}}iace Heidelberga a 17 miglia da Spira. La villa Elettorale di Schwezinghen che incontrasi dopo due terzi circa di cammino, ridonda di tutte le delizie e di tutti gli ornamenti più nobili e più sottili dell'arte; ma giace in pianura umida e malinconica: eppure appartiene ad un principe, il quale possiede intorno al Reno i più ameni e salubri paesetti del mondo. Di là un superbo viale di cinque miglia spalleggiato da begli alberi conduce fin sotto Heidelberga. I monti intessono mutabili prospetti al medesimo; e a' suoi fianchi ma alquanto da lungi gruppi di folte siepaglie e due gran boschi a foggia di semicerchi fan come l'uffizio dell'ombre per contro alla ricca luce di questo dipinto. Finalmente apresi la gola per cui scende il Neker, e dove siede la città, alla qua- le fan vario corteggio e molli pendii e disagevoli alture, dove la industria mostra aver consumato l'estremo delle sue forze.</div> Balsamiche sono l'aria e l'acqua di questa città, che contiene fra cattolici, luterani e calvinisti dieci mila abitanti: è angusta, stringendola il monte da un lato, il Neker dall'altro. 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Di là un superbo viale di cinque miglia spalleggiato da begli alberi conduce fin sotto Heidelberga. I monti intessono mutabili prospetti al medesimo; e a' suoi fianchi ma alquanto da lungi gruppi di folte siepaglie e due gran boschi a foggia di semicerchi fan come l'uffizio dell'ombre per contro alla ricca luce di questo dipinto. Finalmente apresi la gola per cui scende il Neker, e dove siede la città, alla quale fan vario corteggio e molli pendii e disagevoli alture, dove la industria mostra aver consumato l'estremo delle sue forze.</div> Balsamiche sono l'aria e l'acqua di questa città, che contiene fra cattolici, luterani e calvinisti dieci mila abitanti: è angusta, stringendola il monte da un lato, il Neker dall'altro. 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Di là un superbo viale di cinque miglia spalleggiato da begli alberi conduce fin sotto Heidelberga. I monti intessono mutabili prospetti al medesimo; e a' suoi fianchi ma alquanto da lungi gruppi di folte siepaglie e due gran boschi a foggia di semicerchi fan come l'uffizio dell'ombre per contro alla ricca luce di questo dipinto. Finalmente apresi la gola per cui scende il Neker, e dove siede la città, alla quale fan vario corteggio e molli pendii e disagevoli alture, dove la industria mostra aver consumato l'estremo delle sue forze.</div> Balsamiche sono l'aria e l'acqua di questa città, che contiene fra cattolici, luterani e calvinisti dieci mila abitanti: è angusta, stringendola il monte da un lato, il Neker dall'altro. 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Di là un superbo viale di cinque miglia spalleggiato da begli alberi conduce fin sotto Heidelberga. I monti intessono mutabili prospetti al medesimo; e a' suoi fianchi ma alquanto da lungi gruppi di folte siepaglie e due gran boschi a foggia di semicerchi fan come l'uffizio dell'ombre per contro alla ricca luce di questo dipinto. Finalmente apresi la gola per cui scende il Neker, e dove siede la città, alla quale fan vario corteggio e molli pendii e disagevoli alture, dove la industria mostra aver consumato l'estremo delle sue forze.</div> Balsamiche sono l'aria e l'acqua di questa città, che contiene fra cattolici, luterani e calvinisti dieci mila abitanti: è angusta, stringendola il monte da un lato, il Neker dall'altro. 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Siepi, filari d'alberi, campetti, viti a cocchio e a festoni, piante fruttifere, ancor di quelle che direbbesi mal comportare quel clima, questi ed altri modi di cultura e prodotti mi rappresentavano in più luoghi una viva immagine delle nostre colline. Ben disse l'imperatore {{AutoreCitato|Giuseppe II d'Asburgo-Lorena|Giuseppe II.}} sul primo vedere il Bergstras: eccomi in Italia. Quello ch'è particolare al sito, si può ridurre alle tante e sì ben legate sue elevazioni di un ondeg- giar gentilissimo, alle fresche gole e vallette che sembrano disposte a procurare intervalli di riposo all' occhio del pari che al piede, ad alcun ripido dorso ornato inaspettatamente di tralci, e riccamen- te vellutato di praterie, a rimoti prospetti di magnifi- ci boschi, a singolar varietà nelle specie del verde sotte tuttavia qua è là da sanguigni colori delle frut- te. 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Siepi, filari d'alberi, campetti, viti a cocchio e a festoni, piante fruttifere, ancor di quelle che direbbesi mal comportare quel clima, questi ed altri modi di cultura e prodotti mi rappresentavano in più luoghi una viva immagine delle nostre colline. Ben disse l'imperatore {{AutoreCitato|Giuseppe II d'Asburgo-Lorena|Giuseppe II.}} sul primo vedere il Bergstras: eccomi in Italia. Quello ch'è particolare al sito, si può ridurre alle tante e sì ben legate sue elevazioni di un ondeggiar gentilissimo, alle fresche gole e vallette che sembrano disposte a procurare intervalli di riposo all'occhio del pari che al piede, ad alcun ripido dorso ornato inaspettatamente di tralci, e riccamente vellutato di praterie, a rimoti prospetti di magnifici boschi, a singolar varietà nelle specie del verde rotte tuttavia qua è là da sanguigni colori delle frutte. Tutti questi colli poi vengono formando un cerchio assai largo verso la pianura; e il lor tondeggiare è sì dimesso e soave, che ancor quando uno è {{Pt|pres-}}<noinclude><references/></noinclude> 3abiss856bl6dzfojy5nqlnvst90jhp Pagina:Bertola de' Giorgi, Aurelio - Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni, 1795 - BEIC IE3406618.djvu/34 108 1026411 3876761 3876736 2026-08-27T12:18:05Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Riletta */ 3876761 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|||15}}</noinclude>{{pt|digalizzato|prodigalizzato}} per queste montagne, se non sì gran tempo dopo ch'eglino vi aveano posto piede: e questa meuzione si riduce a un verso di un mediocre poeta straniero, inserito nelle lodi di un tributario del Reno<ref>''V. l'idilio d'{{AutoreCitato|Decimo Magno Ausonio|Ausonio}} sopra la Mosella.''</ref>. I Greci, tutt'occhi per siffatta spezie di oggetti, non avrebbero lasciato di rilevare quelli che fanno sì belle è sì pellegrine queste rive, tra le quali le Favole hanno, non si sa il perchè, condotto Ulisse<ref>''{{TestoCitato|La Germania|De Moribus German.}} 3''</ref>.; dove potevano fare assai miglior giuoco, conducendovi in vece di un politico, naturalisti e pittori.<noinclude>{{PieDiPagina|||LETT. III.}} {{Rule|100%}}</noinclude> ntele1bmugj4aausl67sb28ha3vfzc3 Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni/Lettera II. Idea generale delle Montagne del Reno. 0 1026436 3876763 3876348 2026-08-27T12:18:20Z Spinoziano (BEIC) 60217 Porto il SAL a SAL 100% 3876763 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Lettera II. Idea generale delle Montagne del Reno.|prec=../Lettera I.|succ=../Lettera III. 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Just || 600 || || || |- | || Faber || 1000 || || || |- | || Schober || 350 || || || |- | || Grifoni || {{Cs|b}}|600 || || Herve || 300 |- | || || || || || Rabbi || 300 |- | || || || {{Cs|b}}|6400 || || Pepper || 300 |- | || || || || || Nassau || {{Cs|b}}|300 |- | || || colspan=2 class=intestazione|Arisson a Mahon || || || {{Cs|b}}|1200 |} |Insanteria Reggimen- ti Imperiali dopo l'ar- rivo delle Reclute. Uno coll'altro Starembergh 1600 Cavalleria Erbeville 700 Gueschewind 1600 Osnabrug 1600 Revenclau 1600 6400 Le Guardie 700. Tattembach 600 non vi sono,che Humada Eserrer 500 Reggimenti Saragossa 180 Moras 250 Sinsendorss 250. Nabot 250 Clariana 350 Ĕ Cordova 250 Sobia 250 1500 del Re. Alcantarilla 350 Richard 200 Taass 900 S. Just 600 Faber 1000 Schober 350 Grisoni 600 ⚫ Uno coll'altro Herve 300 Rabbi 300 6400 Pepper 300 Naslau 300 Arisson a Mahon 1200 Reggimenti Mordan 500 - Inghilesi. Wed 500 Tavora 300 Odam a Mahon1000 Almeyda 300 Sibura a Mahon Michia 300 Uno Keli 300 1000 Castro 300 Miranda 300 Reggimenti Portoghesi. Bullon Alburquerque 500 500 Sosa 300 2100 1000 Reg- Digitized by Google<noinclude>{{PieDiPagina|||altri{{spazi|5}}}}</noinclude> okz8a0g36b5l2qwmtd3130wq19rnqlu 3876928 3876757 2026-08-27T13:04:27Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3876928 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|390|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>{{Ct|t=1|''Stato delle Truppe Collegate in Catalogna effettive nell’a.'' 1709.}} {| class=tab11 | || || colspan=2 class=intestazione|Infanteria || || colspan=2 class=intestazione|Cavalleria |- | rowspan=5|Reggimenti Imperiali dopo l’arrivo delle Reclute. || rowspan=5 class=verticale|<span>Uno coll'altro</span>|| Starembergh || 1600 || || Erbeville || {{Cs|b}}|700 |- | Gueschewind || 1600 || || || |- | Osnaburg || 1600 || || || || |- | Revenclau || {{Cs|b}}|1600 || rowspan=5 class=verticale|<span>non vi sono, che</br>i montati</span> || Moras || 250 |- | || || Sinsendorf || 250 |- | || || || {{Cs|b}}|6400 || Nabot || 250 |- | || || || || Clariana || 250 |- | rowspan=11|Reggimenti del Re || || Le Guardie || 700 || Cordova || 250 |- | || Tattembach || 600 || || Sobia || {{Cs|b}}|250 |- | || Humada EFerrer || 500 || || || 1500 |- | || Saragossa || 180 || || || |- | || Alcantarilla || 350 || rowspan=6 class=verticale|<span>Uno coll'altro</span> || || || |- | || Richard || 200 || || || |- | || Taaff || 900 || || || |- | || S. Just || 600 || || || |- | || Faber || 1000 || || || |- | || Schober || 350 || || || |- | || Grifoni || {{Cs|b}}|600 || || Herve || 300 |- | || || || || || Rabbi || 300 |- | || || || {{Cs|b}}|6400 || || Pepper || 300 |- | || || || || || Nassau || {{Cs|b}}|300 |- | || || colspan=2 class=intestazione|Arisson a Mahon || || || {{Cs|b}}|1200 |- | Reggimenti || rowspan=6 class=verticale|<span>Uno coll'altro</span> || Mordan || 500 || || || || |- | Inghilesi || Wed || 500 || || Tavora || 300 |- | || Odam a Mahon || 1000 || || Almeyda || 300 |- | || Sibura a Mahon || || || Michia || 300 |- | || || {{Cs|b}}| || || Keli || 300 |- | || || 1000 || || Castro || 300 |- | || || || {{Cs|b}}| || || Miranda || 300 |- | Reggimenti || || Alburquerque || 500 || || Sosa || 300 |- | Portoghesi || || Bullon || 500 || || || {{Cs|b}}| |- | || || || {{Cs|b}}| || || || 2100 |- | || || || 1000 || || || |}<noinclude>{{PieDiPagina|||Reg-{{spazi|5}}}}</noinclude> a9igdtctw63ipxuea4462y6md0wfmye Il Libro dei Re/I re Sassanidi/10/V 0 1026508 3876784 3876706 2026-08-27T12:23:12Z Alex brollo 1615 Porto il SAL a SAL 75% 3876784 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|10]] - V. - Uccisione di Khusrev-Pervîz|prec=../IV|succ=../VI}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu" from="366" to="371" fromsection="s2" /> 5ftp7rcmknfi131cs84764ehmwgxox2 Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/234 108 1026511 3876751 3876727 2026-08-27T12:03:45Z Giaccai 13220 /* Trascritta */ 3876751 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 300 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>del carcere dell’Ucciardone, dove all’epoca si trovava recluso, dottor De Cesare. Il golpe era stato ideato da massoni e da militari insieme. In occasione dell’insurrezione, Buscetta sarebbe stato aiutato ad evadere, passando per l’abitazione privata del De Cesare. Antonino Calderone, altro collaboratore di giustizia, nel confermare alla stessa Commissione antimafia l’avvenuto viaggio del fratello Giuseppe a Roma per incontrare Borghese, così riassume quello che il principe disse al congiunto per spiegargli la «strategia del golpe». Disse «che Roma era il centro e tutta l’Italia era periferia. Si doveva occupare prima di tutto il Ministero dell’interno e la RAI. Dal Ministero dell’interno un loro uomo avrebbe diramato a tutti i prefetti l’ordine di levarsi perchè sarebbero stati sostituiti da altri uomini. Dovevamo accompagnarli noialtri mafiosi o i fascisti per farli insediare: se i prefetti non si volevano levare dovevamo intervenire noialtri. Borghese disse che dovevamo arrestarli e mio fratello rispose che non avevamo mai arrestato persone e che, se voleva, li potevamo ammazzare. Gli dissero che ci avrebbero dato delle armi, se mandavamo degli uomini a Roma, e che ci avrebbero fatto sapere la data. Hanno fissato la data ed è partito dalla Sicilia Natale Rimi con altri due. Gli hanno dato dei mitra, in quella famosa notte, dicendo: "Se sentite a Roma sparare qualche colpo..." Noi aspettavamo all’aeroporto il ritorno di questi» 342. Calderone aggiunge che se le cose fossero andate bene l’insurrezione sarebbe scoppiata anche in Sicilia. Anche Leonardo Messina, altro collaboratore di giustizia, ha fornito sulla vicenda la sua versione dei fatti alla Commissione antimafia presieduta dall’onorevole Violante. «Ci sono stati momenti nella mia vita — ero un ragazzo –» ha dichiarato Messina «nei quali abbiamo controllato alcuni obiettivi da assaltare. Aspettavamo un ordine perchè dovevamo assaltare la caserma dei carabinieri e altri uffici». CioÁ accadde, prosegue Messina, nel 1970-1971. L’ordine ricevuto era quello di assaltare caserme, prefetture e municipi. Il gruppo di Messina, composto di circa 20 giovani (uomini d’onore ed «avvicinati»), coordinato da un anziano mafioso di San Cataldo, CalõÁ, era stato armato. Tutto era stato predisposto per entrare in azione, ma l’ordine non arrivoÁ e Messina non venne mai a conoscerne le ragioni, in quanto il posto occupato nella gerarchia di Cosa Nostra non gli consentiva di fare domande, ma solo di ubbidire. Una situazione analoga, rivela Messina, si verificoÁ poi tra la fine del ’73 e l’inizio del ’74. Il quadro che complessivamente emerge dalle dichiarazioni di questi collaboratori di giustizia appare chiaro: i vertici di Cosa Nostra, attraverso esponenti massonici, hanno dialogato e trattato, nell’arco di tempo 1970’74, con esponenti della destra eversiva ideatori di progetti golpistici. Non eÁ chiaro fino a che punto l’organizzazione mafiosa abbia condiviso tali progetti, i quali, essendo peraltro dichiaratamente anticomunisti, non avrebbero dovuto esserle sgraditi. Emerge dalle dichiarazioni che, nel ÐÐÐÐÐÐÐÐ 342 Audizione in Commissione antimafia dell’11 novembre 1992.<noinclude><references/></noinclude> cva3h5cgrhsfd5mic9sgfgw1socdfru Pagina:Bertola de' Giorgi, Aurelio - Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni, 1795 - BEIC IE3406618.djvu/36 108 1026512 3876846 3876750 2026-08-27T12:38:00Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Trascritta */ 3876846 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|||17}}</noinclude>{{pt|ria|varia}} la direzione de' filoni, si getta or più da una parte or più dall'altra, allarga, ripiega le sue curvature, si avanza finalmente con una rapidità inusitata. Tali alterazioni sono insigni massimamente alle rive di Brissac vecchio, di Rheinau, e forse più ancora di Filisburgo, nelle cui vicinanze il Reno serpeggia in una singolar forma. Benchè il suo corso e le sue rive vengano conservando ancor verso Spira quell'aspetto che ho dianzi accennato, pur le catene de' monti tuttavia lontani gli fanno qui ala pomposamente or più da un lato or più dall'altro, secondo che esso ama di stendere le frequenti e grandiose sue curvature ora all'oriente ora all'occidente, e sembra volersi accostare quando a questi e quando a quei monti. Spira vanta i suoi sulla sinistra: sulla destra le alture di Heidelberga fanno di se una pompa senza pari. Mi è carissimo il risovvenirmi di aver percorsa la miglior parte degli uni e degli altri.<noinclude>{{PieDiPagina|||LETT. IV.}}</noinclude> nhg66w7cy8ih0rlpvknn022iki4fy84 3876950 3876846 2026-08-27T13:32:19Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3876950 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|||17}}</noinclude>{{pt|ria|varia}} la direzione de' filoni, si getta or più da una parte or più dall'altra, allarga, ripiega le sue curvature, si avanza finalmente con una rapidità inusitata. Tali alterazioni sono insigni massimamente alle rive di Brissac vecchio, di Rheinau, e forse più ancora di Filisburgo, nelle cui vicinanze il Reno serpeggia in una singolar forma. Benchè il suo corso e le sue rive vengano conservando ancor verso Spira quell'aspetto che ho dianzi accennato, pur le catene de' monti tuttavia lontani gli fanno qui ala pomposamente or più da un lato or più dall'altro, secondo che esso ama di stendere le frequenti e grandiose sue curvature ora all'oriente ora all'occidente, e sembra volersi accostare quando a questi e quando a quei monti. Spira vanta i suoi sulla sinistra: sulla destra le alture di Heidelberga fanno di se una pompa senza pari. Mi è carissimo il risovvenirmi di aver percorsa la miglior parte degli uni e degli altri.<noinclude>{{PieDiPagina|||LETT. IV.}}</noinclude> pd7oesd3z8802ra0mfvxogyca22p3bh Pagina:Bertola de' Giorgi, Aurelio - Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni, 1795 - BEIC IE3406618.djvu/38 108 1026513 3876762 3876739 2026-08-27T12:18:17Z Marcella Medici (BEIC) 22982 3876762 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|||19}}</noinclude>di quattrocente fra borghi e villaggi di queste terre possano andare alle fiere di Landau e ritor- harsi lo stesso di comodamente. sicco- Il mio picciolo viaggio venivami impreziosito dalla Compagnia di un amico tutto finezza di senso pel bello della natura e dell' arti (a). Non è poi chi per queste alture non trovasse, osservando, da fare al- cun profitto: diverse religioni, misti quasi da per tutto cattolici, calvinisti, luterani, anabatisti, e- brei; diversi principati, diverse costumanze e fiso- nomie e dialetti in sì picciol tratto di paese; schie- ne e falde montane di sostanze diverse, calcaree, sabbiose, argillose, disposte quasi in artifiziale ordi- nanza; e l'ocra ferruginea che vi abbonda, me atta a pascere la dotta curiosità, così pronta a di- lettare lo sguardo nelle varie tinte di che solca e tramezza quelle terre, le quali per più altre com- binazioni ancora danno non mezzanamente nel pit- toresco; finalmente varie fogge di coltivazioni è di prodotti, tra' quali non è da tacere la Rubia Tin- che il territorio di Spira invaso dalle arma- te avea perduto già da gran tempo; pianta sì restia ad allignare, e sì necessaria alla tintura. Gli abitanti di tutta questa contrada appariscono cortesi abbastan za verso gli esteri. Non è raro fra essi l'ingegno, quasi comune l'industria agraria. Mostrano di sentir molto il piacere della vita: il vino gli riunisce, gli ctorum, (a) Il Sig. Barone Giuseppe di Beroldingen ani-<noinclude><references/></noinclude> j2refz0ykibvnovq176hw6xjq2ejz7q 3876778 3876762 2026-08-27T12:22:08Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ 3876778 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|||19}}</noinclude>{{pt|ti|abitanti}} di quattrocento fra borghi e villaggi di queste terre possano andare alle fiere di Landau e ritornarsi lo stesso di comodamente. Il mio picciolo viaggio venivami impreziosito dalla compagnia di un amico tutto finezza di senso pel bello della natura e dell'arti<ref>''Il Sig. {{wl|Q2060486|Barone Giuseppe di Beroldingen}}''</ref>. Non è poi chi per queste alture non trovasse, osservando, da fare alcun profitto: diverse religioni, misti quasi da per tutto cattolici, calvinisti, luterani, anabatisti, ebrei; diversi principati, diverse costumanze e fisonomie e dialetti in sì picciol tratto di paese; schiene e falde montane di sostanze diverse, calcaree, sabbiose, argillose, disposte quasi in artifiziale ordinanza; e l'ocra ferruginea che vi abbonda, siccome atta a pascere la dotta curiosità, così pronta a dilettare lo sguardo nelle varie tinte di che solca e tramezza quelle terre, le quali per più altre combinazioni ancora danno non mezzanamente nel pittoresco; finalmente varie fogge di coltivazioni e di prodotti, tra' quali non è da tacere la ''Rubia Tinctorum'', che il territorio di Spira invaso dalle armate avea perduto già da gran tempo; pianta sì restia ad allignare, e sì necessaria alla tintura. Gli abitanti di tutta questa contrada appariscono cortesi abbastanza verso gli esteri. Non è raro fra essi l'ingegno, quasi comune l'industria agraria. Mostrano di sentir molto il piacere della vita: il vino gli riunisce, gli {{Pt|ani-}}<noinclude><references/></noinclude> c3e8rzww1enln7ccl0e5yll7ig6wewl 3877230 3876778 2026-08-28T07:02:00Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Riletta */ 3877230 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|||19}}</noinclude>{{pt|ti|abitanti}} di quattrocento fra borghi e villaggi di queste terre possano andare alle fiere di Landau e ritornarsi lo stesso di comodamente. Il mio picciolo viaggio venivami impreziosito dalla compagnia di un amico tutto finezza di senso pel bello della natura e dell'arti<ref>''Il Sig. {{wl|Q2060486|Barone Giuseppe di Beroldingen}}''.</ref>. Non è poi chi per queste alture non trovasse, osservando, da fare alcun profitto: diverse religioni, misti quasi da per tutto cattolici, calvinisti, luterani, anabatisti, ebrei; diversi principati, diverse costumanze e fisonomie e dialetti in sì picciol tratto di paese; schiene e falde montane di sostanze diverse, calcaree, sabbiose, argillose, disposte quasi in artifiziale ordinanza; e l'ocra ferruginea che vi abbonda, siccome atta a pascere la dotta curiosità, così pronta a dilettare lo sguardo nelle varie tinte di che solca e tramezza quelle terre, le quali per più altre combinazioni ancora danno non mezzanamente nel pittoresco; finalmente varie fogge di coltivazioni e di prodotti, tra' quali non è da tacere la ''Rubia Tinctorum'', che il territorio di Spira invaso dalle armate avea perduto già da gran tempo; pianta sì restia ad allignare, e sì necessaria alla tintura. Gli abitanti di tutta questa contrada appariscono cortesi abbastanza verso gli esteri. 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Continuando i nostri passeggi campestri, scendemmo a Neustat popolata da mille cattolici, due mila calvinisti, e d'alcune centinaja di luterani; fra i quali tutti era una volta un feroce mal animo, e ne sarà prova bastevole il ricordare come l'{{wl|Q62594|Elettore Carlo Filippo}} venne in persona in questa città a dimandare un cimitero per la comunione Romana da lui professata; e gli fu negato da prima. Nè per la stessa ragione vedevansi una volta granfatto in concordia tra loro gli altri abitanti ancora di queste colline. La foce, sul cui ingresso siede Neustat, alza in qualche modo prospettive per contro a quella, onde apron varco, le catene montane di là dal Reno. Un miglio oltre per questa foce ove regna un certo orror che soddisfa, fa inaspettato incontro un mulino destinato a lavorare le agate, che traggonsi intorno a trenta miglia discosto di là. Altre contrade del Palatinato sono anche più ricche di questa produzione, la quale vi forma un considerabil ramo di commercio; soprattutto i contorni di Oberstein, borgo posto al confluente de' fiumi Ider e Nae. Le montagne che fiancheggiano l'Ider a diritta sono di una roccia verdastra matrice di agate: lungo esso fiume poi trovansi mulini moltissimi, ed oltre a trenta nello spazio di sole sei miglia. In quelli del pari che in questo presso Neustat si fanno tabacchiere, astucci, bottoni, sigilli, manichi da coltello ec. {{Pt|E' da}}<noinclude><references/></noinclude> r47r5pxvudzzcv1e50tcamfircqgmub 3876837 3876807 2026-08-27T12:36:28Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ 3876837 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|20||}}</noinclude>anima, gli riscalda, gli rallegra, e fa loro dimenticare que' mali a cui non è dato sottrarsi. 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Altre contrade del Palatinato sono anche più ricche di questa produzione, la quale vi forma un considerabil ramo di commercio; soprattutto i contorni di Oberstein, borgo posto al confluente de' fiumi Ider e Nae. Le montagne che fiancheggiano l'Ider a diritta sono di una roccia verdastra matrice di agate: lungo esso fiume poi trovansi mulini moltissimi, ed oltre a trenta nello spazio di sole sei miglia. 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Ben v'ha cosa che non vorrei che imitassero; un geometra di primo grido non ha più alto concetto delle sue specolazioni di quello che gli artefici del Palatinato hanno della loro abilità. Usciti che fummo di Neustat, ecco indi a non molto il borgo di Teidesheim, il quale dalla parte di ponente gode del più pittoresco fra tutti gli orizzonti di questa contrada: nello spazio di un miglio gli si levano in faccia da quel lato oltre a quaranta piccole eminenze qual culta, qual no pur non ignuda; alcune s'intrecciano tra loro; un'altra fugge sola; un'altra si copre per metà, interessante per ciò che lascia immaginare quanto per quello che fa vedere; le dolci e rotonde accanto alle acute e dirotte: la morbidezza delle falde è squisita. Tornandoci verso Spira, le catene montane al di là con certo disciogliersi e rischiararsi faceano illusioni ottiche gratissime. Appressandoci però al fiume, la campagna già più non era per noi una varia e brillante armonia; ma un suono tenue ed uniforme da preferirsi per avventura al silenzio stesso.<noinclude>{{PieDiPagina|||LETT. V.}}</noinclude> lkq6gzykmumjch48m2t0ou06wi30rug 3877232 3876856 2026-08-28T07:11:16Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Riletta */ 3877232 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|||21}}</noinclude> E' da mentovarsi qualche sottigliezza d'invenzione di quelle officine. Gli operaj lavorano in modo da potere adoperare con facilità tutta la lor forza. Il riquadrare, il ritondare i pezzi d'agata, lo spianare e ripulire la lor superficie è operazione poco men che istantanea: e in questa parte io credo che i nostri artefici potrebbero quindi ricopiare alcunchè. Ben v'ha cosa che non vorrei che imitassero; un geometra di primo grido non ha più alto concetto delle sue specolazioni di quello che gli artefici del Palatinato hanno della loro abilità. Usciti che fummo di Neustat, ecco indi a non molto il borgo di Teidesheim, il quale dalla parte di ponente gode del più pittoresco fra tutti gli orizzonti di questa contrada: nello spazio di un miglio gli si levano in faccia da quel lato oltre a quaranta piccole eminenze qual culta, qual no pur non ignuda; alcune s'intrecciano tra loro; un'altra fugge sola; un'altra si copre per metà, interessante per ciò che lascia immaginare quanto per quello che fa vedere; le dolci e rotonde accanto alle acute e dirotte: la morbidezza delle falde è squisita. Tornandoci verso Spira, le catene montane al di là con certo disciogliersi e rischiararsi faceano illusioni ottiche gratissime. Appressandoci però al fiume, la campagna già più non era per noi una varia e brillante armonia; ma un suono tenue ed uniforme da preferirsi per avventura al silenzio stesso.<noinclude>{{PieDiPagina|||LETT. V.}}</noinclude> 1lclpdyfsne01cbluyqkq4oj0e4113n Pagina:Bertola de' Giorgi, Aurelio - Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni, 1795 - BEIC IE3406618.djvu/42 108 1026516 3876932 3876742 2026-08-27T13:09:03Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Trascritta */ 3876932 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|||I}}</noinclude>{{FI |file = Bertola de' Giorgi, Aurelio - Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni, 1795 - BEIC IE3406618 (page 42 crop).jpg }}<noinclude></noinclude> arwyfa4sz9o4y72ncgk8fd4db75n8s7 3876952 3876932 2026-08-27T13:34:13Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Senza testo */ 3876952 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="0" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|||I}}</noinclude>{{FI |file = Bertola de' Giorgi, Aurelio - Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni, 1795 - BEIC IE3406618 (page 42 crop).jpg }}<noinclude></noinclude> 6feab1lofbaz0axtj6mo4o3x4tb111e 3876953 3876952 2026-08-27T13:34:34Z Marcella Medici (BEIC) 22982 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Pagina svuotata completamente 3876953 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="0" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude><noinclude></noinclude> ccops5aq7uv2lzu4dnca9d36p33f2sb Pagina:Bertola de' Giorgi, Aurelio - Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni, 1795 - BEIC IE3406618.djvu/43 108 1026517 3876908 3876743 2026-08-27T12:58:50Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ Aggiunto template FI tramite il gadget CropTool 3876908 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude> {{FI |file = Bertola de' Giorgi, Aurelio - Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni, 1795 - BEIC IE3406618 - tavola I.jpg |width = 100% }}<noinclude><references/></noinclude> 8seiy0tcq65gxzg4p3nb3xa8huj9z9c 3876955 3876908 2026-08-27T13:35:26Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Riletta */ 3876955 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|||I}}</noinclude>{{FI |file = Bertola de' Giorgi, Aurelio - Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni, 1795 - BEIC IE3406618 - tavola I.jpg }}<noinclude></noinclude> bmge04fc4kh83xhciwftefwbadfi2jw 3876956 3876955 2026-08-27T13:37:41Z Spinoziano (BEIC) 60217 3876956 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|||{{sc|i}}}}</noinclude>{{FI |file = Bertola de' Giorgi, Aurelio - Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni, 1795 - BEIC IE3406618 - tavola I.jpg }}<noinclude></noinclude> 8znedya0uccdkomxbgpabqv5pfvfim7 Pagina:Bertola de' Giorgi, Aurelio - Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni, 1795 - BEIC IE3406618.djvu/45 108 1026519 3876873 3876745 2026-08-27T12:43:15Z Marcella Medici (BEIC) 22982 3876873 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>tale a cagione di dissidj in materia di religione; vecchia e fatal malattia di queste contrade. Esso ponte può dirsi un terrazzo incomparabile: che non si gode di là! Il fiume che fugge sonante fra scogli, e che innanzi di andare a dilatarsi giù in fondo per una ricca pianura, piegando a diritta rade una punta di collina forse niente meno morbi- da di Posilipo; barchette senza numero che con mi- rabile sicurezza volano quà e lá fra quegli scogli; i monti vicini e i lontani, che fan tra loro singolar gara in più modi; diverse parti della città più rile vate; frequenti alternative di giardinetti e di rocce, è un tutto poi sommamente armonioso. Questo stes so ponte serve di spettacolo da molti punti della città; e più ancora a chi lo guardi lungo la lista di piano che stendesi a levante fuori delle mura tra il monte e il fiume: di là fan giuoco gli ultimi monti dell'orizzonte ora quasi annicchiati entro la luce degli archi, ora pompeggianti nella lor libera fuga sopra il ponte medesimo. E la veduta della cit- tà e de' contorni, da questa stessa banda del levan. te, è forse la più pittoresca delle altre sì per la for- za e singolarità de' contrasti, come per la grada- zione di tutti gli oggetti che vanno via sfumando e perdendosi nell' orizzonte. Lo sguardo in oltre è qui più raccolto, mercè la lunga goli dentro cui spazia; e può a sua posta fissarsi in molti quidri successivamente o in un solo, questo e quelli del pari intorniati da una cornice. Per una salita di mezzo miglio si giunge al pilaz- 20<noinclude><references/></noinclude> 4ov2yxe921czg4br1b564c1t9vyqc6i 3876899 3876873 2026-08-27T12:55:30Z Marcella Medici (BEIC) 22982 3876899 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>tale a cagione di dissidj in materia di religione; vecchia e fatal malattia di queste contrade. Esso ponte può dirsi un terrazzo incomparabile: che non si gode di là! Il fiume che fugge sonante fra scogli, e che innanzi di andare a dilatarsi giù in fondo per una ricca pianura, piegando a diritta rade una punta di collina forse niente meno morbi- da di Posilipo; barchette senza numero che con mi- rabile sicurezza volano quà e lá fra quegli scogli; i monti vicini e i lontani, che fan tra loro singolar gara in più modi; diverse parti della città più rile vate; frequenti alternative di giardinetti e di rocce, è un tutto poi sommamente armonioso. Questo stes so ponte serve di spettacolo da molti punti della città; e più ancora a chi lo guardi lungo la lista di piano che stendesi a levante fuori delle mura tra il monte e il fiume: di là fan giuoco gli ultimi monti dell'orizzonte ora quasi annicchiati entro la luce degli archi, ora pompeggianti nella lor libera fuga sopra il ponte medesimo. E la veduta della città e de' contorni, da questa stessa banda del levante, è forse la più pittoresca delle altre sì per la forza e singolarità de' contrasti, come per la gradazione di tutti gli oggetti che vanno via sfumando e perdendosi nell'orizzonte. Lo sguardo in oltre è qui più raccolto, mercè la lunga gola dentro cui spazia; e può a sua posta fissarsi in molti quadri successivamente o in un solo, questo e quelli del pari intorniati da una cornice. Per una salita di mezzo miglio si giunge al pilaz- 20<noinclude><references/></noinclude> 0tmdcrek04tfur7qf92y5tadfrn5ilh 3876911 3876899 2026-08-27T13:00:15Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ 3876911 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|||23}}</noinclude>tale a cagione di dissidj in materia di religione; vecchia e fatal malattia di queste contrade. Esso ponte può dirsi un terrazzo incomparabile: che non si gode di là! Il fiume che fugge sonante fra scogli, e che innanzi di andare a dilatarsi giù in fondo per una ricca pianura, piegando a diritta rade una punta di collina forse niente meno morbida di Posilipo; barchette senza numero che con mirabile sicurezza volano quà e lá fra quegli scogli; i monti vicini e i lontani, che fan tra loro singolar gara in più modi; diverse parti della città più rilevate; frequenti alternative di giardinetti e di rocce, è un tutto poi sommamente armonioso. Questo stes so ponte serve di spettacolo da molti punti della città; e più ancora a chi lo guardi lungo la lista di piano che stendesi a levante fuori delle mura tra il monte e il fiume: di là fan giuoco gli ultimi monti dell'orizzonte ora quasi annicchiati entro la luce degli archi, ora pompeggianti nella lor libera fuga sopra il ponte medesimo. E la veduta della città e de' contorni, da questa stessa banda del levante, è forse la più pittoresca delle altre sì per la forza e singolarità de' contrasti, come per la gradazione di tutti gli oggetti che vanno via sfumando e perdendosi nell'orizzonte. Lo sguardo in oltre è qui più raccolto, mercè la lunga gola dentro cui spazia; e può a sua posta fissarsi in molti quadri successivamente o in un solo, questo e quelli del pari intorniati da una cornice. Per una salita di mezzo miglio si giunge al {{Pt|palazzo}}<noinclude><references/></noinclude> 0kc1u6x2vomjus0j5u7yikmvlqxkm2y 3876942 3876911 2026-08-27T13:19:49Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Riletta */ 3876942 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|||23}}</noinclude>tale a cagione di dissidj in materia di religione; vecchia e fatal malattìa di queste contrade. Esso ponte può dirsi un terrazzo incomparabile: che non si gode di là! Il fiume che fugge sonante fra scogli, e che innanzi di andare a dilatarsi giù in fondo per una ricca pianura, piegando a diritta rade una punta di collina forse niente meno morbida di Posilipo; barchette senza numero che con mirabile sicurezza volano quà e lá fra quegli scogli; i monti vicini e i lontani, che fan tra loro singolar gara in più modi; diverse parti della città più rilevate; frequenti alternative di giardinetti e di rocce, è un tutto poi sommamente armonioso. Questo stes so ponte serve di spettacolo da molti punti della città; e più ancora a chi lo guardi lungo la lista di piano che stendesi a levante fuori delle mura tra il monte e il fiume: di là fan giuoco gli ultimi monti dell'orizzonte ora quasi annicchiati entro la luce degli archi, ora pompeggianti nella lor libera fuga sopra il ponte medesimo. E la veduta della città e de' contorni, da questa stessa banda del levante, è forse la più pittoresca delle altre sì per la forza e singolarità de' contrasti, come per la gradazione di tutti gli oggetti che vanno via sfumando e perdendosi nell'orizzonte. Lo sguardo in oltre è qui più raccolto, mercè la lunga gola dentro cui spazia; e può a sua posta fissarsi in molti quadri successivamente o in un solo, questo e quelli del pari intorniati da una cornice. Per una salita di mezzo miglio si giunge al {{Pt|palazzo}}<noinclude><references/></noinclude> f0h12i3gcvlcrlapggeasvzmmakgbcx Pagina:Bertola de' Giorgi, Aurelio - Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni, 1795 - BEIC IE3406618.djvu/46 108 1026520 3876920 3876746 2026-08-27T13:02:37Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ 3876920 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|24||}}</noinclude>{{pt|zo|palazzo}} Elettorale. Rovinato dalle guerre nel passato secolo spira tuttavia grandiosità da per tutto. Havvi poi un cupo, un solitario per entro che pasce l'animo di una delizia lunga, muta, tranquilla. Da magnifici cortili si passa a una gran loggia che signoreggia la città, a un di presso come il più vicino de' castelli di Verona domina questa: se non che scorrendo quì il Neker serrato fra due monti, alcuni oggetti vi sembrano ancor più vicini, altri realmente lo sono; e voi giurereste di potere a vostro talento toccarli tutti. Bizzarrissime sono le rovine di una delle quattro torri di che era ornato il palazzo: un buon terzo di essa rovesciato, e piantato in terra, volge in pendio l'infranto ma ancor maestoso suo capo al cielo, e pare che si sforzi di rialzarsi: la boscaglia che gli verdeggia sopra, fa contrasto con quell'orrido; e lo fanno anche più con queste ed altre rovine le due gran facciate a tre piani che ancor sussistono. Vano è ch'io dica come non è angolo di questi avanzi che io non abbia voluto cercare. Per mezzo a minacciose squarciature io vagheggiava quando un pendio freschissimo, quando un lato della città, quando il ponte, con quella grata sorpresa che ne crea l'ameno conseguito per le vie del terribile e moveami ancora certo nuovo fremito nell'anima il {{Ec|silibar|sibilar}} del vento per folti e verdi siepaj che lussureggiano entro molte camere Elettorali. Così non parlerò della frequenza con che in sei dì ho diligentemente rintracciato i contorni campestri del palazzo {{Pt|me-}}<noinclude><references/></noinclude> i4iylrlmdmi2nuiv3pyv10857xxu9ex 3876963 3876920 2026-08-27T13:48:54Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Riletta */ 3876963 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|24||}}</noinclude>{{pt|zo|palazzo}} Elettorale. Rovinato dalle guerre nel passato secolo spira tuttavia grandiosità da per tutto. Havvi poi un cupo, un solitario per entro che pasce l'animo di una delizia lunga, muta, tranquilla. Da magnifici cortili si passa a una gran loggia che signoreggia la città, a un di presso come il più vicino de' castelli di Verona domina questa: se non che scorrendo quì il Neker serrato fra due monti, alcuni oggetti vi sembrano ancor più vicini, altri realmente lo sono; e voi giurereste di potere a vostro talento toccarli tutti. Bizzarrissime sono le rovine di una delle quattro torri di che era ornato il palazzo: un buon terzo di essa rovesciato, e piantato in terra, volge in pendio l'infranto ma ancor maestoso suo capo al cielo, e pare che si sforzi di rialzarsi: la boscaglia che gli verdeggia sopra, fa contrasto con quell'orrido; e lo fanno anche più con queste ed altre rovine le due gran facciate a tre piani che ancor sussistono. Vano è ch'io dica come non è angolo di questi avanzi che io non abbia voluto cercare. Per mezzo a minacciose squarciature io vagheggiava quando un pendio freschissimo, quando un lato della città, quando il ponte, con quella grata sorpresa che ne crea l'ameno conseguito per le vie del terribile e moveami ancora certo nuovo fremito nell'anima il {{Ec|silibar|sibilar}} del vento per folti e verdi siepaj che lussureggiano entro molte camere Elettorali. Così non parlerò della frequenza con che in sei dì ho diligentemente rintracciato i contorni campestri del palazzo {{Pt|me-}}<noinclude><references/></noinclude> 9n9f7z04bkff197ec99dt83yzwhbuym Pagina:Bertola de' Giorgi, Aurelio - Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni, 1795 - BEIC IE3406618.djvu/47 108 1026521 3876938 3876747 2026-08-27T13:15:58Z Marcella Medici (BEIC) 22982 3876938 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|||25}}</noinclude>medesimo; accennerò solamente ch'io mal sapea distaccarmi da questo e da quelli, e che andava tra me ripetendo: ben ha ragione il sig. {{AutoreCitato|Jean André Deluc|de Luc}} che si mostra sì innamorato di questa terra. Sempre io mi sono sentito colassù così contento di me medesimo. Specie di sentimento ch'io non saprei definir bene; ma che conoscono a maraviglia coloro che han frequentato le montagne. Certo partecipan tosto di quell'aere purissimo le nostre passioni del pari che il nostro sangue; e quel vasto e nuovo dominio degli occhi sembra poi ingrandirci e fortificarci l'animo e i sensi. Tornai sul ponte al cader del sole. Gli sfondati de' colli erano già scuri; ma le prominenze brillavano di viva luce, il fiume rosseggiava tutto, e i gran monti in faccia eran d'oro. In mezzo a questa gioja il palazzo già abbandonato da' raggi dava in non so che di sublimemente tetro e patetico; mostrava nel vero e facea sentire in que' momenti il lutto della trista sua sorte. Tutte le alture Heidelberghesi sono di pietra arenaria; e questa ha sotto un bel granito, di cui veggonsi nella città alquante colonne: e granitose altresì sono le rocce, di cui il Neker è seminato. L'arenaria vien molto adoperata nelle fabbriche. Il rosseggiar ch'essa fa tratto tratto nuda e squarciata per mezzo a' boschi e a' vigneti, concorre non poco ai mutamenti di scena di questo teatro. L'umore, la salute ed anche l'ingegno degli abitanti ben sono qui in proporzione colla terra, coll'{{Pt|aria,}}<noinclude><references/></noinclude> 36sswb0666xub6thsiv4prg5lyfgfeu 3876948 3876938 2026-08-27T13:30:28Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ 3876948 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|||25}}</noinclude>medesimo; accennerò solamente ch'io mal sapea distaccarmi da questo e da quelli, e che andava tra me ripetendo: ben ha ragione il sig. {{AutoreCitato|Jean André Deluc|de Luc}} che si mostra sì innamorato di questa terra. Sempre io mi sono sentito colassù così contento di me medesimo. Specie di sentimento ch'io non saprei definir bene; ma che conoscono a maraviglia coloro che han frequentato le montagne. Certo partecipan tosto di quell'aere purissimo le nostre passioni del pari che il nostro sangue; e quel vasto e nuovo dominio degli occhi sembra poi ingrandirci e fortificarci l'animo e i sensi. Tornai sul ponte al cader del sole. Gli sfondati de' colli erano già scuri; ma le prominenze brillavano di viva luce, il fiume rosseggiava tutto, e i gran monti in faccia eran d'oro. In mezzo a questa gioja il palazzo già abbandonato da' raggi dava in non so che di sublimemente tetro e patetico; mostrava nel vero e facea sentire in que' momenti il lutto della trista sua sorte. Tutte le alture Heidelberghesi sono di pietra arenaria; e questa ha sotto un bel granito, di cui veggonsi nella città alquante colonne: e granitose altresì sono le rocce, di cui il Neker è seminato. L'arenaria vien molto adoperata nelle fabbriche. Il rosseggiar ch'essa fa tratto tratto nuda e squarciata per mezzo a' boschi e a' vigneti, concorre non poco ai mutamenti di scena di questo teatro. 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Tornai sul ponte al cader del sole. Gli sfondati de' colli erano già scuri; ma le prominenze brillavano di viva luce, il fiume rosseggiava tutto, e i gran monti in faccia eran d'oro. In mezzo a questa gioja il palazzo già abbandonato da' raggi dava in non so che di sublimemente tetro e patetico; mostrava nel vero e facea sentire in que' momenti il lutto della trista sua sorte. Tutte le alture Heidelberghesi sono di pietra arenaria; e questa ha sotto un bel granito, di cui veggonsi nella città alquante colonne: e granitose altresì sono le rocce, di cui il Neker è seminato. L'arenaria vien molto adoperata nelle fabbriche. Il rosseggiar ch'essa fa tratto tratto nuda e squarciata per mezzo a' boschi e a' vigneti, concorre non poco ai mutamenti di scena di questo teatro. 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Le scienze camerali, prese nel più largo senso, vi sono coltivate con impegno; e il governo le protegge efficacemente.<noinclude>{{PieDiPagina|||LETT. VI.}}</noinclude> p6o0g73k7jmuzn2q7a4q8sadvqf0q5f 3876962 3876949 2026-08-27T13:46:38Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Riletta */ 3876962 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|26||}}</noinclude>{{Pt|ria|coll'aria}}, coll'acqua. Il bel sesso ha negli occhj e nelle fattezze alcunchè di più fino, che non si vede nelle provincie contigue. L'industria spicca in parecchi manifatture, e nel traffico assai favorito dal Neker. L'università, che conta trenta professori e trecento scolari, se non è oggi delle più celebri d'Europa, certamente è delle più operose. Le scienze camerali, prese nel più largo senso, vi sono coltivate con impegno; e il governo le protegge efficacemente.<noinclude>{{PieDiPagina|||LETT. VI.}}</noinclude> 51tlja0bdot3v7q84vbpjkwtuc5u696 Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/235 108 1026523 3876752 2026-08-27T12:06:45Z Giaccai 13220 /* Trascritta */ 3876752 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 301 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>1970, in cambio di un sostegno di tipo militare alle operazioni, che avrebbe dovuto fondamentalmente dispiegarsi in Sicilia, fu chiesta la revisione di alcuni processi. Non sappiamo quali fossero le contropartite richieste negli anni successivi, quando il tentativo del ’70 fu reiterato. Non ècomunque difficile ipotizzare, alla luce di quanto eÁ stato possibile appurare in ordine al progetto separatista del ’79 di Sindona ed ai suoi collegamenti con la ripresa, in quello stesso anno, della strategia delle bombe e degli attentati che culmineraÁ con la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, che Cosa Nostra abbia sostenuto tali progetti per perseguirne uno proprio, il suo sogno politico di sempre: il separatismo. Affiancare al controllo del territorio il controllo delle istituzioni, separare la Sicilia dal resto del Paese, ha rappresentato un’aspirazione di Cosa Nostra fin dallo sbarco degli alleati nell’isola. Quanto, con il passare degli anni, l’obiettivo sia stato realmente perseguito o soltanto minacciato, attiene a quella dialettica tra poteri invisibili ed istituzioni di cui si parlava all’inizio, con riferimento agli ideatori delle stragi. Le ricordate dichiarazioni dei collaboratori di giustizia trovano un importante riscontro nella sentenza-ordinanza del ’95 del giudice istruttore milanese Guido Salvini. Dalla sua lettura si evince che il muro di omertaÁ infranto per la prima volta da Buscetta nel 1984 era stato sapientemente edificato dal SID dieci anni prima, quando furono trasmessi alla magistratura i rapporti del reparto D (al cui vertice si trovava il generale Maletti, affiliato alla P2), omissati di ogni riferimento a Gelli, a Cosa Nostra ed agli intermediari tra Borghese e gli uomini d’onore. Nei rapporti furono infatti espunte tutte le informazioni che sull’argomento erano state raccolte nel corso dei colloqui, registrati, svoltisi a Lugano tra il capitano Labruna (P2) ed il costruttore Remo Orlandini (quest’ultimo, stando alla testimonianza resa dal generale Rosseti alla Commissione P2, sicuramente affiliato alla loggia di Gelli nel ’72) e furono totalmente non citate quelle emerse nel corso delle conversazioni svoltesi a Roma, nell’appartamento di via degli Avignonesi, tra Labruna, Romagnoli e le «fonti» Maurizio Degli Innocenti e Torquato Nicoli. Le bobine contenenti le registrazioni originali di tutte queste conversazioni sono state come eÁ noto consegnate dal capitano Labruna al giudice istruttore dottor Salvini nel ’91. Si legge a pagina 282 del citato provvedimento: «Nel colloquio in data 13 marzo 1973, Orlandini racconta che il capo della massoneria di Arezzo, Licio Gelli ± da lui definito una «potenza» e un uomo senza scrupoli ± era stato uno dei primi ad aderire al Fronte Nazionale e che sin dal periodo precedente al tentativo del 1970 almeno 3.000 ufficiali iscritti alla massoneria avevano aderito ai gruppi golpisti, pronti al «momento x» ad essere al fianco del tentativo di mutamento istituzionale»<ref>Cfr. ff. 104-105 della trascrizione. </ref>.<noinclude><references/></noinclude> s247l3hffbpea4b97vr4p0zr56o5wge Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/236 108 1026524 3876754 2026-08-27T12:12:14Z Giaccai 13220 /* Trascritta */ 3876754 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 302 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{gap|2em}}Il ruolo di Licio Gelli, nei progetti in corso negli anni 1973-1974, non sembra però essere di primaria importanza come nel tentativo del ’70, in quanto Remo Orlandini afferma che lo stesso Gelli, bencheÁ fosse stato uno dei primi aderenti al Fronte, era stato negli anni successivi emarginato perchè troppo poco idealista e troppo assetato di potere e di denaro. Remo Orlandini, confidandosi con Labruna, mostra disprezzo nei confronti di Licio Gelli («è un truffaldino, è un uomo capace di qualsiasi azione, di qualunque cosa», «più di tutto legato alla mafia»<ref>Ivi.</ref> 344;) e ricorda all’ufficiale uno specifico episodio emblematico dei loschi affari di Gelli. Si legge inoltre a pagina 301 e seguenti della medesima sentenza-ordinanza: «L’altro argomento, emerso con chiarezza nel corso del colloquio svoltosi in data 31 maggio 1974 in via degli Avignonesi, eÁ la presenza a Roma, la notte del 7 dicembre 1970 e nei giorni immediatamente precedenti, di un gruppo di mafiosi siciliani incaricati di eliminare il Capo della Polizia [...]». Anche in questo caso il brano dell’«interrogatorio» condotto dal colonnello Romagnoli merita di essere riportato integralmente. A Torquato Nicoli, che aveva appena accennato all’obiettivo Ministero della difesa di cui si doveva occupare il consistente gruppo ligure di cui lo stesso Nicoli faceva parte, il colonnello Romagnoli pone infatti la domanda in modo diretto<ref>Fogli 37 e ss. della trascrizione.</ref>: «Romagnoli: Tu mi dici anche che tu hai appreso che un nucleo di uomini proveniente dalla Sicilia avrebbe dovuto essere messo a disposizione di Drago, anzi già era stato messo a disposizione di Drago per fare fuori Vicari. Nicoli: Non è esatto "era stato messo". Dunque qui c’era un’intesa, da quello che so, Drago − Micalizio. Mafia. Romagnoli: Drago? Nicoli: Micalizio, Mafia. Romagnoli: Sì. Nicoli: Questi mafiosi avrebbero dovuto far fuori Vicari. A un bel momento non avevano le armi per farlo fuori. Labruna: E questi mafiosi provenienti dalla Sicilia, che poi conoscevano le abitudini di Vicari [...]». Dal prosieguo della conversazione si apprende che il gruppo di mafiosi la notte tra il 6 e il 7 dicembre del ’70 era stato alloggiato all’Hotel Cavalieri. Dopo avere osservato che molto probabilmente doveva trattarsi del Residence Cavalieri, ove all’epoca era più facile non essere registrati, il dottor Salvini osserva che «nel discorso di Torquato Nicoli, il collegamento fra il gruppo di mafiosi e il medico catanese ― e l’altro importante congiurato di origine siciliana, Giacomo Micalizio ― non è l’elemento che basta a spiegare l’omissione operata nel rapporto, le cui ragioni devono<noinclude><references/></noinclude> 2hxmyii8hx8g96smkg5nzro3m1jiw3l Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/237 108 1026525 3876758 2026-08-27T12:15:35Z Giaccai 13220 /* Trascritta */ 3876758 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 303 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>essere trovate altrove e vanno oltre i probabili rapporti fra il dottor Drago e la mafia siciliana. Bisogna infatti ricordare che il dottor Salvatore Drago non solo era molto vicino all’epoca al capo dell’Ufficio Affari Riservati, dottor Federico Umberto D’Amato, ma era iscritto alla P2, come del resto lo stesso D’Amato, mentre Giacomo Micalizio era anche egli iscritto ad un’altra loggia della Massoneria». Sul punto il giudice istruttore conclude osservando che essendo stato espunto dal rapporto il nome di Gelli, appare del tutto comprensibile l’omissione del riferimento a Drago, al fine di «recidere un altro collegamento fra il livello più alto della congiura, rappresentato da alcuni uomini vicini a Licio Gelli, e gli avvenimenti del 7-8 dicembre 1970»<ref>Pag. 304 sentenza − ordinanza citata.</ref> 346. Come si vede, dalle bobine consegnate al magistrato dal capitano Labruna emergono ulteriori elementi di conoscenza in ordine alla partecipazione di Cosa Nostra al progetto golpistico del ’70 ed ai rapporti con Gelli e con la loggia P2. Circa l’appartenenza alla massoneria di Drago e Micalizio, non si conosce sulla base di quali fonti documentali o testimonianze il giudice istruttore milanese abbia scritto che il primo faceva parte della loggia P2 ed il secondo di altra organizzazione massonica. Si può soltanto osservare che nel rapporto trasmesso nel 1975 dal direttore dell’IGAT (Ispettorato Antiterrorismo), dottor Santillo, al giudice bolognese Zincani, titolare dell’inchiesta su «Ordine Nero», Drago e Micalizio sono indicati tra gli affiliati alla P2, sulla base di notizie giornalistiche. La presenza certa della P2 nella vicenda del golpe del ’70 si è manifestata, come abbiamo già detto, attraverso Gelli ed Orlandini. Sono poi risultati affiliati a questa stessa loggia altri protagonisti della cospirazione: i generali Fanali, Casero e Lo Vecchio, l’ammiraglio Torrisi (il cui nominativo fu, come quello di Gelli, espunto dai rapporti del SID del ’74) e l’avvocato Filippo De Jorio, direttore di «Politica e Strategia» e collaboratore dell’onorevole Andreotti. L’elenco sarebbe destinato ad accrescersi se, oltre alla loggia di Gelli, si dovessero esaminare i coinvolgimenti di altre organizzazioni massoniche. Quanto già detto, è comunque sufficiente a dimostrare che più soggetti erano interessati a quel golpe e a quelli che, negli anni immediatamente successivi, rappresentano il tentativo di reiterarlo. Soggetti concorrenti, dunque, mossi da obiettivi diversi ma tali che, per essere realizzati, hanno spinto ad alleanze per così dire tattiche. Gli uomini del principe Borghese volevano raggiungere certi scopi; Gelli si inserisce nell’operazione con altre finalità (vedi testimonianze rese da Paolo Aleandri alla Commissione P2); Cosa Nostra altre ancora. Resta infine l’interrogativo che riguarda determinati ambienti massonici, che svolsero una importante funzione di collegamento tra soggetti diversi: perseguivano anche essi un fine autonomo o svolsero semplicemente un ruolo di collante? Non si deve dimenticare, in proposito, una delle<noinclude><references/></noinclude> p5qoonczqmiqoagk7watxca8nnj4thv 3876760 3876758 2026-08-27T12:15:58Z Giaccai 13220 3876760 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 303 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>essere trovate altrove e vanno oltre i probabili rapporti fra il dottor Drago e la mafia siciliana. Bisogna infatti ricordare che il dottor Salvatore Drago non solo era molto vicino all’epoca al capo dell’Ufficio Affari Riservati, dottor Federico Umberto D’Amato, ma era iscritto alla P2, come del resto lo stesso D’Amato, mentre Giacomo Micalizio era anche egli iscritto ad un’altra loggia della Massoneria». Sul punto il giudice istruttore conclude osservando che essendo stato espunto dal rapporto il nome di Gelli, appare del tutto comprensibile l’omissione del riferimento a Drago, al fine di «recidere un altro collegamento fra il livello più alto della congiura, rappresentato da alcuni uomini vicini a Licio Gelli, e gli avvenimenti del 7-8 dicembre 1970»<ref>Pag. 304 sentenza − ordinanza citata.</ref>. Come si vede, dalle bobine consegnate al magistrato dal capitano Labruna emergono ulteriori elementi di conoscenza in ordine alla partecipazione di Cosa Nostra al progetto golpistico del ’70 ed ai rapporti con Gelli e con la loggia P2. Circa l’appartenenza alla massoneria di Drago e Micalizio, non si conosce sulla base di quali fonti documentali o testimonianze il giudice istruttore milanese abbia scritto che il primo faceva parte della loggia P2 ed il secondo di altra organizzazione massonica. Si può soltanto osservare che nel rapporto trasmesso nel 1975 dal direttore dell’IGAT (Ispettorato Antiterrorismo), dottor Santillo, al giudice bolognese Zincani, titolare dell’inchiesta su «Ordine Nero», Drago e Micalizio sono indicati tra gli affiliati alla P2, sulla base di notizie giornalistiche. La presenza certa della P2 nella vicenda del golpe del ’70 si è manifestata, come abbiamo già detto, attraverso Gelli ed Orlandini. Sono poi risultati affiliati a questa stessa loggia altri protagonisti della cospirazione: i generali Fanali, Casero e Lo Vecchio, l’ammiraglio Torrisi (il cui nominativo fu, come quello di Gelli, espunto dai rapporti del SID del ’74) e l’avvocato Filippo De Jorio, direttore di «Politica e Strategia» e collaboratore dell’onorevole Andreotti. L’elenco sarebbe destinato ad accrescersi se, oltre alla loggia di Gelli, si dovessero esaminare i coinvolgimenti di altre organizzazioni massoniche. Quanto già detto, è comunque sufficiente a dimostrare che più soggetti erano interessati a quel golpe e a quelli che, negli anni immediatamente successivi, rappresentano il tentativo di reiterarlo. Soggetti concorrenti, dunque, mossi da obiettivi diversi ma tali che, per essere realizzati, hanno spinto ad alleanze per così dire tattiche. Gli uomini del principe Borghese volevano raggiungere certi scopi; Gelli si inserisce nell’operazione con altre finalità (vedi testimonianze rese da Paolo Aleandri alla Commissione P2); Cosa Nostra altre ancora. Resta infine l’interrogativo che riguarda determinati ambienti massonici, che svolsero una importante funzione di collegamento tra soggetti diversi: perseguivano anche essi un fine autonomo o svolsero semplicemente un ruolo di collante? 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Un dato è certo: non molti anni dopo (1977-1979) i vertici di Cosa Nostra decisero di entrare direttamente, senza più intermediazioni, in varie logge massoniche coperte, le più potenti dell’epoca. La nuova alleanza si preparava in questo modo ad affrontare la stagione eversiva 1979-’80. In Calabria, nel biennio 1969-’70, si verificarono più episodi emblematici del rapporto che gruppi della ’Ndrangheta stavano stabilendo con il mondo della destra eversiva. Un rapporto diretto, a differenza di quanto avveniva in Sicilia, non mediato da logge massoniche, e caratterizzato dalla appartenenza di alcuni «uomini cerniera», quali Felice Genoese Zerbi e Paolo Romeo, sia all’organizzazione mafiosa che a quella eversiva (alcuni collaboratori di giustizia, non solo mafiosi, hanno peraltro sostenuto anche la loro appartenenza a logge massoniche coperte). Non si deve trascurare che Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale erano molto radicate nella regione, prova ne sia che in quegli anni non pochi dirigenti nazionali delle due organizzazioni si recarono spesso a Reggio per partecipare ad incontri, riunioni, per decidere il da farsi. Questi episodi sono esaminati negli atti della cosiddetta «Operazione Olimpia» della DDA di Reggio Calabria<ref>Procedimento penale contro Pasquale Condello ed altri, inchiesta del ’94</ref>. Sono stati ricostruiti dai magistrati reggini con l’ausilio delle dichiarazioni di più collaboratori di giustizia, non solo mafiosi, e delle risultanze, sotto questo profilo per loro preziose, dell’inchiesta del dottor Salvini. Nel 1969, verso la fine di agosto-primi di settembre, avrebbe dovuto svolgersi, nei pressi del santuario della Madonna di Polsi, la tradizionale riunione plenaria di tutte le famiglie della ’Ndrangheta. Quell’anno la riunione fu posticipata al 26 ottobre; il giorno precedente, a Reggio Calabria, si era svolto un comizio del principe Borghese, prima autorizzato e poi vietato dalla questura. I due episodi sembra fossero collegati, nel senso che durante il summit di Montalto, al quale parteciparono forse anche esponenti della destra eversiva, la ’Ndrangheta avrebbe dovuto decidere se sostenere o meno la linea di Borghese, spostandosi su posizioni politiche eversive e cogliendo l’occasione per collocarsi in una dimensione sovraregionale, in rapporto con un movimento che perseguiva obiettivi politici su tutto il territorio nazionale e poteva contare su collegamenti internazionali. Altro scottante argomento all’ordine del giorno, la proposta di dotare l’organizzazione, la cui struttura organizzativa era molto articolata e frammentata, di un vertice decisionale. A ben riflettere le due proposte appaiono essere finalizzate al medesimo obiettivo, propugnato da capi famiglia che, come i De Stefano, si collocavano ideologicamente già su posizioni di estrema destra.<noinclude><references/></noinclude> 8li34jv15pohhnl03yhxl10dgt4ceo3 Il Libro dei Re/I re Sassanidi/10/VI 0 1026527 3876786 2026-08-27T12:23:41Z Alex brollo 1615 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3876786 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|10]] - VI. - Morte di Shîrîna e di Shîrûy|prec=../V|succ=../../I re Sassanidi/11}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu" from="372" to="381" /> 8r5856ro7pl01y8q5zpyaki8gny4rkd 3876788 3876786 2026-08-27T12:24:01Z Alex brollo 1615 3876788 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|10]] - VI. - Morte di Shîrîna e di Shîrûy|prec=../V|succ=../../11}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu" from="372" to="381" /> dsvko9b0ycl5amp0u7umd3uz7u4jtv6 3876941 3876788 2026-08-27T13:19:22Z Alex brollo 1615 Porto il SAL a SAL 75% 3876941 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|10]] - VI. - Morte di Shîrîna e di Shîrûy|prec=../V|succ=../../11}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu" from="372" to="381" /> 93rb4wy7qo7rkr4kycljs883zecq1yw Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/239 108 1026528 3876794 2026-08-27T12:25:36Z Giaccai 13220 /* Trascritta */ 3876794 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 305 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude> {{gap|2em}}Scrivono i magistrati reggini nel citato provvedimento che «la riunione ebbe ad oggetto la possibilitaÁ di adottare una strategia accentuatamente antistatalista, anche col ricorso a mezzi di aggressione con uso di esplosivi, che per la verità erano tipici delle nascenti organizzazioni terroristiche e non di quelle malavitose tradizionali, che ostentavano invece rispetto formale verso le istituzioni dello Stato». Nel dicembre del ’69, aggiungono, si era verificato «un assalto con esplosivo» alla questura di Reggio Calabria e «dunque quel dibattito era di grande attualità». Nel luglio del ’70 prendono avvio i moti per Reggio capoluogo della regione (quelli dei «boia chi molla»). «La rivolta non fu un episodio locale, peraltro confinato in una città relegata nella punta estrema dello stivale, ma bensì un episodio che va collocato in uno scenario ben più vasto. Lo scenario è quello della strategia della tensione, che era drammaticamente iniziata in quegli anni. La rivolta allora può essere considerata come un pezzo della storia della strategia della tensione in Italia. E un pezzo importante perchè non agirono solo le forze eversive della destra italiana. Queste trovarono un aggancio e un collegamento molto stretto con una "potenza" che operava in città e in parti fondamentali della regione: la potenza di una parte della ’Ndrangheta di Reggio e delle ’ndrine ad essa collegata. L’incontro e la saldatura tra una parte della ’Ndrangheta reggina e l’eversione di destra rappresentano un fatto di enorme rilievo. La scelta di aderire a un movimento eversivo presupponeva un cambiamento radicale della ’Ndrangheta, o almeno di parte di essa. Si può dire che nella storia della ’Ndrangheta si venne a determinare un notevole salto di qualità», scrive Enzo Ciconte, uno dei più attenti studiosi della ’Ndrangheta»<ref>E. Ciconte, Processo alla ’Ndrangheta, Laterza 1996.</ref>. L’attività della destra a Reggio aveva preso le mosse con il già ricordato attentato alla questura. È illuminante la ricostruzione fornita ai sostituti della DDA reggina dal collaboratore di giustizia Giacomo Lauro, recluso nel settembre del ’70 nel carcere di Reggio per fatti connessi ai moti dei mesi precedenti. Nello stesso carcere erano reclusi i militanti dell’estrema destra Giuseppe Schirinzi e Aldo Pardo. «Questi signori», ha dichiarato Lauro, «erano stati tratti in arresto e poi, se non rammento male, condannati per l’attentato alla questura di Reggio Calabria. Questo attentato avvenne ancor prima dei "moti di Reggio Calabria". Quindi posso affermare con certezza che già nel ’69 a Reggio Calabria nella estrema destra eversiva c’era un progetto di seminare il panico e di una possibile rivolta armata.» L’incremento dell’''escalation'' eversiva culminerà nel tentativo golpistico del dicembre del ’70. Questa la ricostruzione fornita da Carmine Dominici al dottor Salvini: «Nel dicembre del ’70, e cioè pochi mesi dopo tale fallito comizio [del principe Borghese a Reggio], vi fu il tentativo noto appunto come "golpe Borghese". Anche a Reggio Calabria eravamo in piedi tutti pronti<noinclude><references/></noinclude> 4bar0fb5e41mk7i0trae16igfr5eec9 3876796 3876794 2026-08-27T12:26:37Z Giaccai 13220 3876796 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 305 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{gap|2em}}Scrivono i magistrati reggini nel citato provvedimento che «la riunione ebbe ad oggetto la possibilitaÁ di adottare una strategia accentuatamente antistatalista, anche col ricorso a mezzi di aggressione con uso di esplosivi, che per la verità erano tipici delle nascenti organizzazioni terroristiche e non di quelle malavitose tradizionali, che ostentavano invece rispetto formale verso le istituzioni dello Stato». Nel dicembre del ’69, aggiungono, si era verificato «un assalto con esplosivo» alla questura di Reggio Calabria e «dunque quel dibattito era di grande attualità». Nel luglio del ’70 prendono avvio i moti per Reggio capoluogo della regione (quelli dei «boia chi molla»). «La rivolta non fu un episodio locale, peraltro confinato in una città relegata nella punta estrema dello stivale, ma bensì un episodio che va collocato in uno scenario ben più vasto. Lo scenario è quello della strategia della tensione, che era drammaticamente iniziata in quegli anni. La rivolta allora può essere considerata come un pezzo della storia della strategia della tensione in Italia. E un pezzo importante perchè non agirono solo le forze eversive della destra italiana. Queste trovarono un aggancio e un collegamento molto stretto con una "potenza" che operava in città e in parti fondamentali della regione: la potenza di una parte della ’Ndrangheta di Reggio e delle ’ndrine ad essa collegata. 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Nello stesso carcere erano reclusi i militanti dell’estrema destra Giuseppe Schirinzi e Aldo Pardo. «Questi signori», ha dichiarato Lauro, «erano stati tratti in arresto e poi, se non rammento male, condannati per l’attentato alla questura di Reggio Calabria. Questo attentato avvenne ancor prima dei "moti di Reggio Calabria". Quindi posso affermare con certezza che già nel ’69 a Reggio Calabria nella estrema destra eversiva c’era un progetto di seminare il panico e di una possibile rivolta armata.» L’incremento dell’''escalation'' eversiva culminerà nel tentativo golpistico del dicembre del ’70. Questa la ricostruzione fornita da Carmine Dominici al dottor Salvini: «Nel dicembre del ’70, e cioè pochi mesi dopo tale fallito comizio [del principe Borghese a Reggio], vi fu il tentativo noto appunto come "golpe Borghese". Anche a Reggio Calabria eravamo in piedi tutti pronti<noinclude><references/></noinclude> t0sjyuaiet3aabla37ee62vezku9r6f Ignazio Denner/Capitolo IX 0 1026529 3876804 2026-08-27T12:28:07Z Candalua 1675 Porto il SAL a SAL 75% 3876804 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Capitolo IX|prec=../Capitolo VIII|succ=../Capitolo X}} <pages index="Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu" from="108" to="116" /> dq1qodvdeps154x0z2zyu7ai3zouc5h Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/240 108 1026530 3876811 2026-08-27T12:29:54Z Giaccai 13220 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: per dare il nostro contributo. Zerbi disse che aveva ricevuto delle divise dei carabinieri e che saremmo intervenuti in pattuglia con loro, anche in relazione alla necessità di arrestare avversari politici che facevano parte di certe liste che erano state preparate. Restammo mobilitati fin quasi alle due di notte, ma poi ci dissero di andare tutti a casa. Il contrordine a livello di Reggio Calabria venne da Zerbi» 349.... 3876811 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 306 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>per dare il nostro contributo. Zerbi disse che aveva ricevuto delle divise dei carabinieri e che saremmo intervenuti in pattuglia con loro, anche in relazione alla necessità di arrestare avversari politici che facevano parte di certe liste che erano state preparate. Restammo mobilitati fin quasi alle due di notte, ma poi ci dissero di andare tutti a casa. Il contrordine a livello di Reggio Calabria venne da Zerbi» 349. «Più volte la ’Ndrangheta fu richiesta di aiutare disegni eversivi portati avanti da ambienti della destra extra-parlamentare tra cui Junio Valerio Borghese», ha dichiarato nel maggio del ’93 il collaboratore Giacomo Lauro, «il tramite di queste proposte era sempre l’avvocato Paolo Romeo, sostenuto da Carmine Dominici, da Natale Iannò e Domenico Martino, che appartenevano al clan opposto a quello "destefaniano" e cioè a quello dei "tripodiani". I De Stefano erano favorevoli a questo disegno ed in particolare al programmato "golpe Borghese"; mentre invece furono contrarie le cosche della jonica tradizionalmente legate ad ambienti democristiani [...]. Lo stesso avvocato Romeo si fece promotore, all’epoca, di un incontro avvenuto nella cittaÁ di Reggio Calabria, e precisamente nel quartiere Archi, tra Junio Valerio Borghese ed il gruppo capeggiato allora da Giorgio de Stefano e Paolo de Stefano. Eravamo nell’estate del ’70. A questo incontro ero stato inviato anch’io da Giorgio de Stefano, ma non ci andai». Stando ad altra ricostruzione fornita da Vincenzo Vinciguerra, la ’Ndrangheta avrebbe mobilitato, la sera del golpe, ben 1.500 uomini armati ed era pronta, all’occorrenza, a metterne a disposizione altri 2.500. Di particolare interesse un’altra testimonianza raccolta dai magistrati reggini, quella del mafioso Giovanni Gullà, il quale parla di una riunione svoltasi nel ’73 a S. Elia tra Stefano Delle Chiaie, lo Zerbi, il noto Bruno di Luia e lo ’ndranghetista Giuseppe Calabrese, nel corso della quale sarebbe stata raggiunta un’intesa tra le due parti: Avanguardia Nazionale avrebbe fornito armi ed esplosivi all’organizzazione mafiosa che, in cambio, avrebbe assicurato un appoggio logistico nella zona. Ancor più interessante la compagine dei presunti partecipanti ad altra riunione, riferita dal collaboratore Giuseppe Albanese fin dal 1984, in un memoriale, riunione che si sarebbe svolta in epoca non meglio precisata in provincia di Catanzaro, dove Borghese aveva una proprietà (trattasi, con ogni probabilità, della villa "La Spagnola", ubicata sulla costa tirrenica, in prossimità di Tropea). Questo l’elenco dei presunti partecipanti al summit: Lino Salvini (all’epoca Gran Maestro del G.O.I.) il generale Birindelli (iscritto alla P2), Edgardo Sogno (iscritto alla P2), Stefano Delle Chiaie (successivamente risultato essere in rapporti con Licio Gelli), Claudio Orsi, Maletti o Miceli (entrambi affiliati alla P2), Natale ManaoÁ, Felice Genoese Zerbi (in alcune testimonianze indicato come affiliato alla massoneria; il fratello, Carmelo, era iscritto alla P2), Ciccio Franco ed altri.<noinclude><references/></noinclude> 7hpqm31b0mjdinhyprpqw7pyuzm0q7o 3876822 3876811 2026-08-27T12:32:54Z Giaccai 13220 /* Trascritta */ 3876822 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 306 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>per dare il nostro contributo. Zerbi disse che aveva ricevuto delle divise dei carabinieri e che saremmo intervenuti in pattuglia con loro, anche in relazione alla necessità di arrestare avversari politici che facevano parte di certe liste che erano state preparate. Restammo mobilitati fin quasi alle due di notte, ma poi ci dissero di andare tutti a casa. Il contrordine a livello di Reggio Calabria venne da Zerbi»<ref>Procedimento penale conyto Pasquale Condello ed altri, cit. pp. 366-367</ref>. «Più volte la ’Ndrangheta fu richiesta di aiutare disegni eversivi portati avanti da ambienti della destra extra-parlamentare tra cui Junio Valerio Borghese», ha dichiarato nel maggio del ’93 il collaboratore Giacomo Lauro, «il tramite di queste proposte era sempre l’avvocato Paolo Romeo, sostenuto da Carmine Dominici, da Natale Iannò e Domenico Martino, che appartenevano al clan opposto a quello "destefaniano" e cioè a quello dei "tripodiani". I De Stefano erano favorevoli a questo disegno ed in particolare al programmato "golpe Borghese"; mentre invece furono contrarie le cosche della jonica tradizionalmente legate ad ambienti democristiani [...]. Lo stesso avvocato Romeo si fece promotore, all’epoca, di un incontro avvenuto nella cittaÁ di Reggio Calabria, e precisamente nel quartiere Archi, tra Junio Valerio Borghese ed il gruppo capeggiato allora da Giorgio de Stefano e Paolo de Stefano. Eravamo nell’estate del ’70. A questo incontro ero stato inviato anch’io da Giorgio de Stefano, ma non ci andai». Stando ad altra ricostruzione fornita da Vincenzo Vinciguerra, la ’Ndrangheta avrebbe mobilitato, la sera del golpe, ben 1.500 uomini armati ed era pronta, all’occorrenza, a metterne a disposizione altri 2.500. Di particolare interesse un’altra testimonianza raccolta dai magistrati reggini, quella del mafioso Giovanni Gullà, il quale parla di una riunione svoltasi nel ’73 a S. Elia tra Stefano Delle Chiaie, lo Zerbi, il noto Bruno di Luia e lo ’ndranghetista Giuseppe Calabrese, nel corso della quale sarebbe stata raggiunta un’intesa tra le due parti: Avanguardia Nazionale avrebbe fornito armi ed esplosivi all’organizzazione mafiosa che, in cambio, avrebbe assicurato un appoggio logistico nella zona. Ancor più interessante la compagine dei presunti partecipanti ad altra riunione, riferita dal collaboratore Giuseppe Albanese fin dal 1984, in un memoriale, riunione che si sarebbe svolta in epoca non meglio precisata in provincia di Catanzaro, dove Borghese aveva una proprietà (trattasi, con ogni probabilità, della villa "La Spagnola", ubicata sulla costa tirrenica, in prossimità di Tropea). Questo l’elenco dei presunti partecipanti al summit: Lino Salvini (all’epoca Gran Maestro del G.O.I.) il generale Birindelli (iscritto alla P2), Edgardo Sogno (iscritto alla P2), Stefano Delle Chiaie (successivamente risultato essere in rapporti con Licio Gelli), Claudio Orsi, Maletti o Miceli (entrambi affiliati alla P2), Natale ManaoÁ, Felice Genoese Zerbi (in alcune testimonianze indicato come affiliato alla massoneria; il fratello, Carmelo, era iscritto alla P2), Ciccio Franco ed altri.<noinclude><references/></noinclude> 6p2vohl6zse1y8rceeat4zg1nt3pop9 Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/241 108 1026531 3876835 2026-08-27T12:36:03Z Giaccai 13220 /* Trascritta */ 3876835 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 307 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{gap|2em}}Di questa riunione, anche essa citata nel provvedimento della DDA di Reggio Calabria, non si hanno riscontri. Certo è che in quegli anni la commistione tra gli ambienti di appartenenza dei presunti partecipanti era effettivamente molto forte. Per chiudere sull’argomento non si può non ricordare, sia pure brevemente, la diversa lettura data dai magistrati reggini, sulla base delle nuove emergenze, della strage di Gioia Tauro (22 luglio 1970), nella quale rimasero uccise 6 persone e si contarono 72 feriti. Anche essa sarebbe maturata nello stesso contesto eversivo fin qui descritto. Si trattò, si legge nel più volte citato provvedimento, di una vera e propria strage «degna di essere collocata, per gravità di effetti e numero delle vittime, tra quelle più note, come la strage di piazza Fontana a Milano, quella di piazza della Loggia a Brescia, quella del treno Italicus a Bologna». La stagione eversiva in Calabria, come abbiamo già accennato, prosegue ben oltre la «notte della Madonna»; le analogie con gli scenari che si andavano delineando dall’altra parte dello stretto, in Sicilia, sono inquietanti. I nuovi tentativi eversivi assumono anche in Calabria le connotazioni del separatismo. Il collaboratore di giustizia Cesare Polifroni ha parlato ai magistrati reggini dei rapporti intercorsi tra Antonio D’Agostino, detto TotoÁ, ed il leader libico Gheddafi. Si ricorda che D’Agostino, ucciso nel novembre del ’76 a Roma, era stato accusato di aver partecipato al summit di Montalto, ma poi assolto per insufficienza di prove. Collegato con la delinquenza organizzata romana, milanese e piemontese, sarebbe stato confidente del giudice Vittorio Occorsio. «In una occasione», ha dichiarato Polifroni, «D’Agostino e Gheddafi si incontrarono personalmente presso la gioielleria Bulgari. Il motivo di questi contatti era la preparazione di un piano per attuare in Italia un colpo di Stato o quanto meno la separazione in Calabria ed in Sicilia con l’appoggio di Gheddafi e della destra eversiva». Vale forse la pena ricordare che l’avvocato Michele Papa, legato a Gheddafi e rappresentante degli interessi libici in Sicilia, è risultato essere frequentatore delle logge coperte trapanesi coordinate da Giovanni Grimaudo (aderenti alla comunione massonica del noto Giuseppe Mandalari) che celavano la propria attività all’ombra del «Centro culturale Scontrino». Massone per sua stessa ammissione, Papa rappresenta l’unico agente fino ad oggi individuato della rete «Z» del Supersismi operativa in Sicilia. Polifroni ha anche parlato ai magistrati della DDA di Reggio dei rapporti dello stesso D’Agostino con il finanziere Michele Sindona. «Mi disse il D’Agostino che dava i soldi a Sindona per una giusta causa e che lui aveva molti soldi da gestire di tutte le famiglie della ’Ndrangheta e che dava a Sindona. Si trattava della vicenda del golpe finanziato con questi soldi. Totò D’Agostino si incontrava a Milano con Luciano Liggio sempre nello stesso periodo e, penso, per la vicenda del golpe». Essendo stato ucciso nel ’76, il golpe a cui era interessato D’Agostino, per conto della ’Ndrangheta, non può certo essere quello progettato<noinclude><references/></noinclude> jsva1kcrgfpdijgul0gq6lhz1eo6jnc Ignazio Denner/Capitolo X 0 1026532 3876843 2026-08-27T12:37:23Z Candalua 1675 Porto il SAL a SAL 75% 3876843 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Capitolo X|prec=../Capitolo IX|succ=../Capitolo XI}} <pages index="Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu" from="117" to="127" /> eyix78y8xzi56x0dh975198bn9rpwgg Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni/Lettera III. Corso del Reno fino a Spira. 0 1026533 3876848 2026-08-27T12:38:10Z Spinoziano (BEIC) 60217 Porto il SAL a SAL 75% 3876848 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Lettera III. Corso del Reno fino a Spira.|prec=../Lettera II. Idea generale delle Montagne del Reno.|succ=../Lettera IV. Contorni del Reno. 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Circa quest’ultimo, ne parla, sempre ai magistrati reggini, il collaboratore Filippo Barreca, che aveva ospitato Freda a Reggio durante la sua latitanza: «In quel periodo con Freda avemmo anche occasione di parlare della rivolta di Reggio, da cui secondo lui doveva partire una rivolta armata estesa a tutta Italia. Successivamente, tra il ’78 e il ’79, epoca in cui era giaÁ terminata la prima guerra di mafia, Paolo De Stefano e Vittorio Canale ebbero a dirmi in più occasioni che dovevamo armarci per prepararci alla guerra civile che sarebbe dovuta scoppiare in Italia, almeno secondo il loro disegno. Da quello che io capivo, c’era un progetto di colpo di Stato nel caso in cui la sinistra fosse andata al potere; questi discorsi erano successivi al sequestro ed all’omicidio dell’onorevole Moro. Paolo De Stefano era anche legato a Concutelli e a quanto io ho saputo fu lo stesso De Stefano a fare da delatore per il suo arresto. Ricordo adesso un altro episodio molto significativo. Nel 1974 mi trovavo a Crotone insieme a Giovanni De Stefano che dopo poco tempo sarebbe stato ucciso al Roof Garden. In quella cittaÁ Giovanni mi presentoÁ alcuni esponenti della massoneria tra cui un commerciante di pneumatici di cui non ricordo il nome; si trattava di persone che mostravano di conoscere bene Giovanni De Stefano e probabilmente era massone anche lui. Durante quel viaggio Giovanni De Stefano mi disse che da lõÁ a qualche giorno sarebbe dovuta scoppiare una bomba alla Standa o all’Upim di Reggio Calabria, cosa che avvenne veramente. La bomba doveva servire a creare una situazione di terrore, Giovanni mi disse che la bomba sarebbe stata collocata da loro su incarico di personaggi di primissimo piano». Il diverso rapporto stabilito dalla ’Ndrangheta con settori della massoneria, che come dicevamo non svolse, come in Sicilia, una funzione di collegamento con ambienti della destra golpista, non ne attenua di certo le implicazioni e la connotazione eversiva, semmai il contrario. Verso la metà degli anni ’70, infatti, e quindi in anticipo rispetto al processo di inserimento che Cosa Nostra intraprenderà più tardi, la ’Ndrangheta, istituendo il grado della «Santa», modificò il suo assetto organizzativo interno proprio al fine di consentire l’ingresso mirato della cupola mafiosa (33 «santitisti») nella massoneria coperta. Il processo di integrazione raggiunse il suo apice negli anni successivi, come in Sicilia, e precisamente nel ’79, quando durante la latitanza a Reggio Calabria del terrorista nero Franco Freda, e con il suo determinante contributo, fu costituita quella segretissima «Superloggia», con diramazioni a Messina e Catania, collegata all’organizzazione massonica di Stefano Bontate, la «Loggia dei Trecento». Alla stessa, oltre ai piùÁ importanti capi bastone della ’Ndrangheta, avrebbero aderito esponenti della destra eversiva, fratelli giaÁ affiliati alla P2 e ad altre logge coperte, uomini politici, rappresentanti delle forze dell’ordine e del mondo imprenditoriale, magistrati. Che il momento più alto della saldatura tra interessi apparentemente così diversi avvenga proprio nel ’79, attraverso processi analoghi portati a<noinclude><references/></noinclude> 91gvps6c15o0xzxv1cdxeajqm12hzms Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/243 108 1026535 3876865 2026-08-27T12:41:53Z Giaccai 13220 /* Trascritta */ 3876865 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 309 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>compimento sia in Sicilia che in Calabria, e con la costituzione di una sorta di ''holding'' che oltre ad essere trasversale alle varie organizzazioni aderenti, immaginiamo possa anche avere avuto un suo vertice decisionale, ci sembra imporre la necessità di un adeguato approfondimento delle vicende, di una adeguata riflessione. Il ’79, anno cruciale della strategia della tensione, non eÁ oggetto di esame di questa prima relazione. Osserviamo però fin da adesso, esprimendo quindi nello stesso tempo anche un’autocritica, che saraÁ importante acquisire, prima di compiere questi approfondimenti, gli atti giudiziari e parlamentari utili per avere un quadro di riferimento documentale il piùÁ possibile completo, tale da consentire una visione del problema a 360 gradi. Non vi è dubbio che nel corso dei suoi lunghi lavori e pur avendo acquisito una quantità sterminata di documenti, la Commissione stragi e terrorismo ha trascurato aspetti della strategia della tensione (il quadro complessivo delle alleanze da cui è scaturita) che inchieste parlamentari e giudiziarie hanno negli ultimi anni imposto all’attenzione, portando lentamente alla luce l’esistenza di un «sistema eversivo Italia» che, senza nulla togliere al ruolo degli esecutori materiali di attentati, stragi e tentativi golpistici, appare necessario illuminare a giorno se si vogliono fino in fondo perseguire le finalità indicate nella legge istitutiva, individuando la trama delle alleanze, delle collusioni, degli interessi e dello scambio di favori che si è celata dietro le stragi ed i tentativi golpistici. Lavorare in questa direzione vuol dire occupare un ambito di attività precipuo di una Commissione parlamentare di inchiesta, distinto da quello della magistratura inquirente, alla quale non compete la ricostruzione di decenni di storia eversiva e criminale del nostro paese. Una ricostruzione possibile soltanto attraverso una lettura incrociata nel tempo di tutte le fonti parlamentari e giudiziarie disponibili. L’incontro tra organizzazioni eversive ed organizzazioni mafiose, di cui si è parlato, sarà destinato a segnare con il sangue la vita del paese in anni a noi più vicini, quando lo scambio di esperienze e modalità operative troverà una sua pratica applicazione nella strage del 23 dicembre 1984. Si legge nella «Relazione sui rapporti tra mafia e politica» della Commissione antimafia istituita nella XI legislatura, relazione, si badi bene, approvata prima delle stragi del maggio e del luglio del ’93. «Pippo Calò non ebbe difficoltà, previa informazione alla Commissione provinciale di Cosa Nostra, a contattare ambienti del terrorismo di estrema destra e della camorra per organizzare l’attentato al rapido 904 (23 dicembre 1984) al fine di deviare dalla mafia l’attenzione dei mezzi di informazione, dell’opinione pubblica e delle forze di polizia. Nelle settimane precedenti alla strage, grazie alle dichiarazioni di Buscetta e di Contorno, e al preciso lavoro degli uffici giudiziari di Palermo, erano stati emessi ed eseguiti molti mandati di cattura. Cosa Nostra risponde con la strage per distogliere dalla mafia l’attenzione dell’opinione pubblica.<noinclude><references/></noinclude> 49t9uw7lfb6vs3uvu0pl9mmj12nedp8 Ignazio Denner/Capitolo XI 0 1026536 3876871 2026-08-27T12:42:53Z Candalua 1675 Porto il SAL a SAL 75% 3876871 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Capitolo XI|prec=../Capitolo X|succ=../Capitolo XII}} <pages index="Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu" from="128" to="133" /> as7xpzhpbr6bapg4qid6k434djume59 Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/244 108 1026537 3876879 2026-08-27T12:45:49Z Giaccai 13220 /* Trascritta */ 3876879 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 310 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{gap|2em}}Non è nei compiti della Commissione accertare responsabilità di carattere giudiziario, né ricostruire in quest’ottica le vicende sopra richiamate. Ma dal complesso degli elementi di cui la Commissione dispone, rivela la capacità di Cosa Nostra di intervenire anche nei fatti politici nazionali. Da qui nasce non solo l’esigenza di integrare le tradizionali interpretazioni sul ruolo dell’organizzazione, ma anche la necessità di portare continuamente e sino in fondo l’azione repressiva nei confronti di Cosa Nostra e dei suoi alleati, per non darle la possibilità, in una fase così difficile della vita del Paese, di condizionare con la violenza gli sviluppi politici». Scriveva il dottor Vigna, Procuratore della Repubblica di Firenze, nella requisitoria per la strage del 23 dicembre 1984: «La mafia, con l’estendersi del suo potere economico, oltre ad avere allacciato rapporti con altri ambienti criminali, eÁ sempre maggiormente divenuta sensibile all’assetto politico dello Stato [....] la mafia ha oggi un suo progetto politico. Chi infatti accumula entrate che annualmente possono valutarsi [...] non può essere privo di progetti politici che assicurino, quanto meno, il consolidamento e la tolleranza nel reimpiego di queste ricchezze». Alla luce di tutto quanto fin qui esposto, emerge l’opportunitaÁ di stabilire un coordinamento, finalizzato all’interscambio di informazioni reciprocamente utili, con la Commissione parlamentare antimafia, considerando che per quanto concerne l’attuale e le pregresse legislature, il compito appare enormemente facilitato dall’esistenza di archivi informatici che, impiantati nel corso della XI legislatura, contengono anche gli atti della Commissione antimafia che ha operato nel corso della X legislatura. Un analogo sforzo di approfondimento dovrebbe riguardare il ruolo svolto, nelle vicende eversive, da logge massoniche atipiche: la P2, le logge di Alliata di Montereale, le logge del generale Ghinazzi, quelle di Savona, il «C.A.M.E.A.», la loggia di Bontate, la «Superloggia» calabrese, eccetera. Non vi eÁ dubbio che riferimenti più o meno circostanziati a queste presenze massoniche «deviate» ricorrono in tutte le inchieste giudiziarie e parlamentari che hanno preso in esame fatti eversivi: dal 1964 al 1993. Il problema sembra essere quello di potere andare oltre la genericità di molte di queste ricorrenze, le quali, se da una parte hanno il pregio di porre all’attenzione il problema, dall’altra concorrono peroÁ al suo depotenziamento, collocandolo in una sorta di limbo del dubbio e dell’incertezza, quanto meno del mancato approfondimento. Il problema resta quello di chiarire definitivamente la mappa ed il ruolo di queste logge deviate, nell’interesse della stessa massoneria italiana, quella del tutto estranea a queste vicende e che perciò ha il diritto di non vedersi confusa con l’attività delle logge atipiche. La peculiarità, si diceva, di alcune logge, legate a ben precisi ambienti massonici e politici internazionali; il configurarsi di alcune di esse come vere e proprie associazioni segrete; l’anomalia dell’esistenza nel passato, nel nostro paese, di strutture massoniche trasversali costituite<noinclude><references/></noinclude> g7f9cm6gh3l3aefsmlbxzay8zqpkk84 Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/245 108 1026538 3876883 2026-08-27T12:47:34Z Giaccai 13220 /* Trascritta */ 3876883 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 311 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>''ad hoc'' per poter riservatamente accogliere alcune tipologie di fratelli, i militari ad esempio, o quella dell’esistenza di logge riservate ai militari della NATO, logge che per stessa ammissione dei responsabili massonici italiani sono sfuggite a qualsiasi forma di controllo dell’attività svolta, costituiscono motivi che avvalorano l’esigenza di un serio approfondimento, motivi non meno validi dei comprovati finanziamenti di Licio Gelli ad Augusto Cauchi o della comprovata appartenenza a logge «deviate» di protagonisti di vicende eversive e di militanti di organizzazioni della destra eversiva. Il problema resta quello di comprendere se tutto ciò sia stato o meno casuale. Dai tempi della Commissione parlamentare di inchiesta sulla loggia P2, se si eccettua il lavoro svolto dalla Commissione antimafia nella XI legislatura, in ordine ai rapporti tra organizzazioni mafiose e massoneria deviata, non si eÁ piùÁ cercato di approfondire questo problema. Le informazioni oggi disponibili, che nel corso degli ultimi anni si sono moltiplicate, potrebbero dunque consentire alla Commissione stragi di esaminare con serietaÁ e rigore un aspetto della strategia della tensione per troppo tempo dimenticato.<noinclude><references/></noinclude> 05fzoweb9205o9yss0gu8xe118ihp9b Ignazio Denner/Capitolo XII 0 1026539 3876897 2026-08-27T12:54:12Z Candalua 1675 Porto il SAL a SAL 75% 3876897 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Capitolo XII|prec=../Capitolo XI|succ=../Capitolo XIII}} <pages index="Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu" from="134" to="145" /> dapts1elplkdu8ksc91uffbezslgmvs Ignazio Denner/Capitolo XIII 0 1026540 3876922 2026-08-27T13:03:13Z Candalua 1675 Porto il SAL a SAL 75% 3876922 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Capitolo XIII|prec=../Capitolo XII|succ=}} <pages index="Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu" from="146" to="156" /> 3hrf04j1s6s50upgdaosfnc3lmk4ydk Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni/Lettera IV. Contorni del Reno. Monti di Spira. 0 1026541 3876936 2026-08-27T13:14:53Z Spinoziano (BEIC) 60217 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3876936 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Lettera IV. Contorni del Reno. Monti di Spira.|prec=../Lettera III. Corso del Reno fino a Spira.|succ=../Lettera V. Contorni del Reno. Heidelberga.}} <pages index="Bertola de' Giorgi, Aurelio - Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni, 1795 - BEIC IE3406618.djvu" from="37" to="40" /> 8gtk9627c3kbw8w5r0odn8ie920jx3l 3877233 3876936 2026-08-28T07:11:32Z Spinoziano (BEIC) 60217 Porto il SAL a SAL 100% 3877233 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=28 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Lettera IV. Contorni del Reno. Monti di Spira.|prec=../Lettera III. Corso del Reno fino a Spira.|succ=../Lettera V. Contorni del Reno. 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Amant || style="width:5%"|500 || || Tattembach || 270 |- | || rowspan=6 class=verticale|<span>Uno coll'altro</span> || Verporter || 500 || || Trimbom || 270 |- | || || {{Cs|b}}| || || Matta || 270 |- | || || 1000 || rowspan=6 class=verticale|<span>Uno coll'altro</span> || || {{Cs|b}}| |- | || Le Guardie || 370 || || 810 |- | Reggimenti || Coppe || 370 || || {{Cs|b}}| |- | Palatini. || Efferon || 370 || || || |- | || || Schober || 370 || Schellard || 270 |- | || || Benthein || 370 || Frankemberg || 270 |- | || || Lamarck || 370 || || Stolkemberg || 270 || |- | || || || {{Cs|b}}| || || Espee || 270 |- | || || || {{Cs|b}}|2220 || || || {{Cs|b}}| |- | || || || || || || {{Cs|b}}|1800 |} {| class=tab11 | || || colspan=2 class=intestazione|Tutta l’Infanteria || || colspan=2 class=intestazione|Tutta la Cavall. |- | || || Imperiale || 6400 || || || 700 |- | || || del Re || 6040 || || || 1500 |- | || || Inghilese || 1000 || || || 1200 |- | || || Portoghese || 1000 || || || 2100 |- | || || Olandese || 1000 || || || 810 |- | || || Palatina || {{Cs|b}}|2200 || || || {{Cs|b}}|1080 |- | rowspan=3 style="width:22%"|Senza porre a conto tre Reggimenti del paese di 400. uomini l’uno. || || || {{Cs|b}}|17660 || || || 7390 |- | || Infanteria || 17660 || || || || |- | || Cavalleria || {{Cs|b}}|7390 || || || || |- | || || || 25050 || || || || |}<noinclude>{{PieDiPagina||Bb 4|De-{{spazi|5}}}}</noinclude> ho99vzzhou9tze4jpeyafy7oqy4yr30 Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/412 108 1026544 3876954 2026-08-27T13:35:09Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3876954 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|392|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude> Desertarono l’istesso giorno de’ 6. 24. Soldati, ed un Sorgente de’ nemici, che stavano in Benasque; quali erano di quelli, che presero da’ Collegati in Tortosa, così Palatini, come Olandesi. Nel dì 7. giunsero due desertori da Lerida, del Reggimento di Humada, che riferirono, come colà si ritrovavano 4. battaglioni, due di Oleren, e due di Humada. A due ore di notte giunse un contadino d’Agramont colla notizia, che i nemici aveano abbandonato Balaguer. Quest’istesso giorno montò la prima guardia il Conte del Caudette, e vennero 5. desertori Svizzeri del Reggimento di Redin, e presero partito con quelli de’ Grigioni. Negli 8. vennero cinque desertori Svizzeri del Reggimento de Curt, de’ quali due presero partito in quelli de’ Grigioni. Verso 23. ore giunse il Colonnello Schober dalla Conca, e disse, che Bonasque si manteneva bloccato da 700. uomini; il perchè si tenne consiglio di guerra, nel quale intervenne il Maresciallo Starembergh, il Principe d’Armestat, Conte Sormani, Generale Uretta, e subito rispedirono detto Schober. Un contadino venuto da Balaguer, disse, che i nemi-<noinclude>{{PieDiPagina|||ci{{spazi|5}}}}</noinclude> dw5jrhncloxdgetg664i5d0wmaomtnh Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/822 108 1026545 3876957 2026-08-27T13:38:55Z Tuvok1968 33641 /* Trascritta */ 3876957 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|814}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude> {{larger|310.}} — In assai doti e glorie e sotto molti rispetti siamo inferiori agli antichi; e come vuole la insufficienza di nostra natura e le necessità del finito le novità che pratichiamo non sono guadagno intero senza scapito alcuno. Sopra tutto siamo superbi in questi ultimi anni dei trovati dell’arti fabbrili; ma insino a tanto che non se ne tragge un frutto morale maggiormente copioso e la vita razionale non piglia il di sopra, avremo perfezionato bensì gli strumenti insino al miracolo ma non ancora applicati ed usati secondo il meglio. {{larger|311.}} — Và certo fra popolo e popolo una crescente benevolenza, ma la dilezione eroica degli antichi in verso la patria rado si scorge a’ di nostri. Liberi siamo individualmente più che non fummo in nessuna età e nazione, ma i legami in verso lo stato vannosi rallentando. Libere sono le coscienze altresì, ma tepide in verso la religione e questa si travaglia nel dubio; e se paiono le vecchie forme non contentarla, le nuove non definisce e alcune che già professa ed insegna tengono dell’astratto e dello speculativo più che il cuore non desidera. {{larger|312.}} — Somma è la coltura dell’intelletto se guardasi alla generalità, pochissimi gl’inventori sovrani e i libri non perituri. Fatichiamo a dirugginire le menti volgari, ma l’arte educativa non progredisce e fu assai più potente altra volta. Del pari fu altra volta assai più tenace e profondo il senso morale, tuttochè forse le moltitudini delinquono meno, grazie alle leggi e ai tribunali migliori e alla frequenza e dignità del lavoro. Nè mai le plebi furono meno indigenti ed oppresse, che è la maggior gloria e più pura di nostra età; ma nelle plebi crebbe forse altrettanto la cupidigia, e perdendo l’abito antico della rassegnazionè s’addolorano il doppio che pel passato.<noinclude><references/></noinclude> pz0pbrxdv562xumi212efocb1nozh2d Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni/Lettera VI. Contorni del Reno. Il Bergstras. 0 1026546 3876958 2026-08-27T13:39:38Z Spinoziano (BEIC) 60217 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3876958 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Lettera VI. Contorni del Reno. Il Bergstras.|prec=../Lettera V. Contorni del Reno. Heidelberga.|succ=../Lettera VII. Rive del Reno. Da Manheim a Magonza.}} <pages index="Bertola de' Giorgi, Aurelio - Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni, 1795 - BEIC IE3406618.djvu" from="49" to="50" /> 9cajwc4a9603ubjuw1ku3okm45qcjhz Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/823 108 1026547 3876959 2026-08-27T13:42:17Z Tuvok1968 33641 /* Trascritta */ 3876959 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|815}}}}</noinclude>{{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|Aforismo II.}}}} {{larger|313.}} — Notiamo accuratamente tutte queste ombre in mezzo alla luce del nostro secolo, affine si persuadano i lettori che non siamo nel novero de’ suoi piaggiatori e che dalla filosofia contraemmo l’abito di tanta ponderazione e severità di giudicio quanta bisogna per quetar le passioni e sciogliere le preoccupazioni. {{larger|314.}} — Dopo ciò non esitiamo a pronunziare che se è stretta necessità di attribuire al progresso civile umano certa perfezione relativa e sempre manchevole, le condizioni odierne del viver comune sono le meno imperfette che mai toccassero alla nostra specie sul mondo. E questo vogliamo che dai lettori ci sia creduto, non ostante che le prove non compariscano nella loro interezza. E d’altra parte, ciascuno può attingerle in molti volumi d’ogni lingua e nazione; perocchè il secolo si è compiaciuto supremamente in sì fatto tema e la prova è piuttosto lunga e complessa che difficile e recondita. {{larger|315.}} — E perchè l’indole sua è pur tutta sperimentale, si disforma troppo dal tenore dialettico e dalla sobrietà di questi aforismi. Il fatto sta che se il progresso civile, giusta la definizione da noi esibita, consiste nella esplicazione delle facoltà personali e socievoli e in modo bene coordinato al fine dell’individuo e al fine della specie, credo che l’esperienza testimonia oggidì a ciascuno che appo le nazioni più culte d’Europa nessuna facoltà umana si giace inoperante e nel lor tutto insieme v’è sufficiente armonia e sufficiente coordinazione al fine. E sebbene, come io diceva testè, ogni cosa non è guadagno e non va per lo meglio, nullameno calcolandosi imparzialmente il dare<noinclude><references/></noinclude> h5h08l5btfl12ryi97kqh7b0oxtyehu Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/824 108 1026548 3876961 2026-08-27T13:45:22Z Tuvok1968 33641 /* Trascritta */ 3876961 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|816}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}e l’avere, la somma ultima che n’esce supera le anteriori di molto. {{larger|316.}} — E ancora che sia forse da riconoscere qualche regresso parziale e da temere qualche conflitto vivo e ostinato d’interessi e opinioni, mai la comunanza civile non à sentito come ora di possedere forze bastevoli per reggere alla prova ed attendere senza troppo disagio e perturbamento la conciliazione degl’interessi e l’emendazione degli errori. Imperocchè il corpo sociale non è possibile non contragga infermità alcuna in alcuno suo membro e per avventura anche in tutti, ma dee possedere, ed oggi possiede, forze riparatrici profonde ed universali. {{larger|317.}} — Torna il discorso medesimo se tu pigli a paragonare la civiltà odierna coi sei fattori dell’ottimo vivere ricordati più sopra, e ciò sono attività, libertà, scienza, stato, moralità ed arte. Per fermo, ciascuno di essi in taluna età e provincia ebbe incremento maggiore che a’ nostri giorni; ma il lor complesso non già, e le loro comunicanze e armonie ancor meno. {{larger|318.}} — Ci vinsero della mano per attività i Macedoni, i Saraceni, i Mongolli; ma fu attività breve, violenta e febbrile e poco assai razionale. A rispetto della libertà niente è comparabile, per mio giudicio, al sano concetto e all’uso costante ed equabile che ne fanno al di d’oggi le nazioni più progredite. Di quindi nasce che pure lo stato à migliore assetto che mai non avesse, e tanto è modificabile senza pericolo nei particolari quanto saldo e poco mutevole nei fondamenti. Dell’arte fabbrile ed istrumentale abbiamo piuttosto il soverchio che il poco; e della scienza è troppo evidente la superiorità odierna sopra tutti gli antichi, guardandosi alla varietà e vastità delle cognizioni, alla copia degli scrittori e al numero dei lettori quasi infinito.<noinclude><references/></noinclude> q0f2etasyzow59gfz3t6tdskif5hx8v Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/413 108 1026549 3876967 2026-08-27T14:15:16Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3876967 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|393}}</noinclude>ci non aveano ancora abbandonato detto luogo, però avevano cavato fuori le munizioni, e tre cannoni; ed un’altro villano di Lerida disse, che il nemico teneva qualche accampamento vicino Aytona, e che da Lerida uscivano tutti i bagagli de’ loro Ufficiali. Sino a questo giorno non era ritornato il Conte dell’Atalaya colla sua Cavalleria. Venne un tamburo da Lerida del nemico. Nel 9. si accamparono i tre Reggimenti, che stavano alloggiati in Silvera, e giunse il Reggimento di Fabber da Santa Colomba: ebbero qualche differenza sopra il luogo, che fu decisa in favore de’Grigioni, per l’anzianità del Colonnello, seguendolo Ferrer, e dopo Fabber; tenendo il Reggimento delle Guardie il primo luogo. Vennero tre desertori, due fanti Francesi, ed un’Alemano. Il Conte dell’Atalaya si ritrovava in Ibars, mentre non potè avvanzarsi, a cagionchè i nemici non avevano abbandonato Balaguer, come si disse. Nel 10. giunse un desertore Inghilese, e ritornò il Conte dell’Atalaya colla sua Cavalleria a mezzo giorno nel campo. Negli 11. vennero due desertori in Balaguer, e dissero, che erano entrati due<noinclude>{{PieDiPagina|||Reg-{{spazi|5}}}}</noinclude> fyf63490h20u58r16wl7m6ay96k1vlz 3876968 3876967 2026-08-27T14:15:43Z Modafix 8534 3876968 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|393}}</noinclude>ci non aveano ancora abbandonato detto luogo, però avevano cavato fuori le munizioni, e tre cannoni; ed un’altro villano di Lerida disse, che il nemico teneva qualche accampamento vicino Aytona, e che da Lerida uscivano tutti i bagagli de’ loro Ufficiali. Sino a questo giorno non era ritornato il Conte dell’Atalaya colla sua Cavalleria. Venne un tamburo da Lerida del nemico. Nel 9. si accamparono i tre Reggimenti, che stavano alloggiati in Silvera, e giunse il Reggimento di Fabber da Santa Colomba: ebbero qualche differenza sopra il luogo, che fu decisa in favore de’ Grigioni, per l’anzianità del Colonnello, seguendolo Ferrer, e dopo Fabber; tenendo il Reggimento delle Guardie il primo luogo. Vennero tre desertori, due fanti Francesi, ed un’Alemano. Il Conte dell’Atalaya si ritrovava in Ibars, mentre non potè avvanzarsi, a cagionchè i nemici non avevano abbandonato Balaguer, come si disse. Nel 10. giunse un desertore Inghilese, e ritornò il Conte dell’Atalaya colla sua Cavalleria a mezzo giorno nel campo. 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Giunse un desertore Francese, e due Portoghesi di quei di Almanza. Un distaccamento di 400. cavalli si fece vedere a Varraga. Nel 13. venne un desertore Alemano del Reggimento Redin da Balaguer, e riferì, che colà s’era formato un picciolo campo. Dagli Ussari furono presi quattro desertori del Reggimento di Fabber, quali si consignarono al suo Reggimento. Nel 15. vennero due desertori, che confermarono il picciolo campo formato in Balaguer. Nel medesimo giorno si partì<noinclude>{{PieDiPagina|||il{{spazi|5}}}}</noinclude> r3n47cdf5dx10i4tukgxezc05t42qzi Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/415 108 1026551 3876971 2026-08-27T14:19:22Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3876971 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|395}}</noinclude>il Generale Contrecour con un distaccamento di 400. cavalli Portoghesi, e 120. Dragoni Reali, e 40. Ussari, portando viveri per tre giorni; con ordine al Reggimento di Cordova d’unirsi in caso fossero chiesti. Passò per Lerida D. Maddalena Jurado, e pranzò col Maresciallo. Ne’ 16. vennero 8. desertori Inghilesi da Lerida dell’Infanteria di Tilon, e dissero, che i nemici tenevano 15. Battaglioni, e due Reggimenti di Dragoni accampati fra Garden, ed Alcaras; e che il Governatore di Lerida era stato arrestato per inconfidente. Due desertori a cavallo, uno Spagnuolo del Reggimento della Reina, e l’altro d’Ordines vecchio Italiano, dissero il medesimo; e che la Cavalleria Francese si era ritirata in Aragona, essendo solo la Spagnuola in questa frontiera; e che teneva ordine di non foraggiare grano. Con un Corriero mandato dal Conte della Puebla dalla parte di Sver, si seppe, come era marciato il Brigadiero D. Paolo Gaetani; e Schober, col soccorso per Benasque (donde stava lontano quattro ore) ed a momenti si aspettava la notizia, d’essere stato già soccorso e che il Governatore del Castello aveva fatto una sortita, nella quale ave-<noinclude>{{PieDiPagina|||va{{spazi|5}}}}</noinclude> gbfnnlwsrb3be5vuaus847inceq94h4 Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/416 108 1026552 3876974 2026-08-27T14:21:46Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3876974 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|396|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>va uccisi, e fatto prigionieri cinque de’ Minatori; fra’ quali quello, che aveva servito di capo nel Castello d’Alicante. Dalle lettere intercettate a’ nemici si seppe, ch’a’ 15. di Maggio nell’Haya si seppero i trattati di pace, e ch’il giorno seguente il Ministro di Francia fece istanza, si unissero un’altra volta, e subito spedì un Corriero in Parigi, che poi ritornò colla risposta. Nel 17. giunsero cinque desertori Inghilesi da Lerida, ed altri due da Balaguer Tedeschi, che dissero il medesimo. Da Pons venne notizia, che fra i contadini, e Micheletti della Villa vi furono scoppettate, restando ferito un Micheletto. Desertarono dieci del Reggimento Faber. Nel 18. ritornò il distaccamento del Contrencour; e venne un desertore nemico, che non disse nulla. Giunse notizia da Benasque, che il Conte della Puebla disfece dumila Francesi, ch’erano nell’assedio di detto luogo, in quantità di 1700. fanti, e 300. cavalli; prendendogli cinque pezzi di cannone, due mortari, e tutto l’Ospedale, soccorrendo dopo il Castello; però sarebbe stata più compita la vittoria, se avesse avuto altri 200. cavalli.<noinclude>{{PieDiPagina|||Ne’{{spazi|5}}}}</noinclude> g1aa2xxys1bxitac52ql8f9p4ar2ik2 Il Libro dei Re/I re Sassanidi/11/I 0 1026553 3876975 2026-08-27T14:23:15Z Alex brollo 1615 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3876975 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|11]] - I. - Il re Ardeshîr figlio di Shîrûy|prec=../../11|succ=../II}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu" from="382" to="388" fromsection="s2" tosection="s1" /> 20pbw9rm0ff4uxv0pm325eavb52k8i6 3877060 3876975 2026-08-27T16:58:19Z Alex brollo 1615 Porto il SAL a SAL 75% 3877060 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|11]] - I. - Il re Ardeshîr figlio di Shîrûy|prec=../../11|succ=../II}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu" from="382" to="388" fromsection="s2" tosection="s1" /> owrrfi9jypfrtg8fjhg8q3t0zeighlu Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/417 108 1026554 3876976 2026-08-27T14:23:26Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3876976 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|397}}</noinclude> Ne’ 19. giunsero da Lerida cinque desertori; e da Benasque si ebbe notizia, che il Conte d’Aguilar era giunto in Lerida, insieme col Conte di Medinella per servire nell’Esercito nemico. Di nove desertori fuggiti dal Reggimento Faber, si fece appiccar’uno, due condannar’in galera; e gli altri passati per la Vachetta, furono ammessi al servigio. Nel 20. ritornò il Maresciallo in Barcellona col Conte dell’Atalaya. Venne un desertore di Mora. Nel 21. medesimamente venne un’altro desertore da Lerida, e non portò veruna notizia. Si presero nove desertori nostri, che passavano al nemico, otto di Faber, ed uno de’ Grigioni. A’ 22. venne un desertore da Mora; e nel 23. altri da Lerida. Ne’ 24. non vi fu cosa particolare; e nel 25. passaron due desertori Francesi, e non dissero cosa di nuovo. Venne ancora un Portoghese. Nel 26. due desertori Francesi dissero, che i Francesi marciavano verso Aragon, avendo preso l’Infanteria sei giorni di pane, e la Cavalleria il medesimo coll’orzo. Ne’ 27. due desertori Francesi dissero il medesimo. Nel 28. giunsero quattro desertori<noinclude>{{PieDiPagina|||Fran-{{spazi|5}}}}</noinclude> c4ph8aw5ao65vum7sg5qcyv881h6ce7 Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/418 108 1026555 3876977 2026-08-27T14:25:07Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3876977 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|398|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>Francesi, che mancavano da otto giorni dal Campo; però non dissero cosa particolare, ma solamente, che i Francesi si univano per marciare. Un Corriero intercetto al nemico, fece sapere, che il Conte d’Aguilar comandava; e che il Duca d’Angiò veniva in Campagna, perche i Spagnuoli avean risoluto di difendersi; e che avea restituito a’ naturali di Aragona, e Galizia i loro fori, e privilegj. In questo dì ritornò il Maresciallo col Conte d’Atalaya. Il giorno de’ 29 medesimamente giunse il Conte Sormani. Vennero sei prigionieri a cavallo, che fece l’Ajutante del General Contrencour. Pranzarono col Maresciallo il General Vezel, Conte Gel, e Tenente Colonnello d’Osnabruc. Nel 30. giunsero due desertori da Lerida, donde mancavano da dieci giorni, senza dir cosa di nuovo; e medesimamente cinque desertori Palatini, che furono presi in Tortosa l’anno passato, non disser cosa di più. Giunse Belcastro, Cordova, e Pignatelli. Nel primo di Luglio si ebbero notizie da Lerida, ch’erano entrati di guarnigione in quella Piazza per Reggimenti, Spagnuoli in luogo de’ Francesi; che<noinclude>{{PieDiPagina|||mar-{{spazi|5}}}}</noinclude> t2nkkgngdnde6fbtqf9fqrpqpersdo6 Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/419 108 1026556 3876978 2026-08-27T14:27:12Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3876978 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|399}}</noinclude>marciavano tutti a Belvastro, e che il giorno de’ tre dovevano tutti stare uniti: e per altra via si seppe, essere entrata in Balaguer guarnigione Spagnuola. Giunse il Comandante Stenoph. Nel 2. vennero due desertori, colla medesima notizia; e giunse il Generale Humada. Il dì 3. venne un desertore da Balaguer, e disse, che le Truppe Francesi restavano al soldo di Spagna. Nel 4. giunsero tre desertori, colla notizia, che restavano le Truppe Francesi al servigio del Duca d’Angiò. Nel 3. fu il Conte di Traun, e ’l Commissario de’ cambj Alignole con quaranta soldati, per concertare col Commissario Francese il cambio de’ prigionieri a Linnola. Giunsero nel dì 6. quattro Ussari desertori, che non dissero cosa alcuna. Nel 7. venne un Tenente aggregato del Reggimento d’Aragon, e portò 13. prigionieri Francesi, fatti vicino Roda. Ritor narono il Conte Traun, e Commissario de’ cambj, dopo avere effettuato il cambio generale. Nell’8. andò persona in Ybars, per osservare, se vi fosse acqua, e foraggi, per accamparsi, e non trovò ne l’uno, ne {{Pt|l’al-|}}<noinclude>{{PieDiPagina|||tro.{{spazi|5}}}}</noinclude> ivk852bt2x8qxsfjju3rqgfeq77o1xv Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/420 108 1026557 3876979 2026-08-27T14:29:23Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3876979 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|400|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>{{Pt|tro.|l’altro.}} Nel 9. il Maresciallo Starembergh fu a Verdun, per fare la funzione di benedire le bandiere del Reggimento Revenclau: la funzione fu curiosa. Pose il primo chiodo all’asta della bandiera, e dopo si pranzò; essendo undeci tavole per servire a 150. persone, che mangiarono assai bene. Nel 10. vennero sette desertori, e riferirono che i Francesi marciavano in Francia, ed un contadino confermò il medesimo. Nell’11. si fecero un’Alfiero, e quattro Soldati a cavallo prigionieri, vicino Liñola, dall’Ajutante di Contrencour. Vennero due desertori, uno de’ quali disse, che i Francesi erano disfatti in Fiandra. Giunsero tre desertori nell’11. che dissero il medesimo. Si portarono 35. barche da Terragona per uso de’ Ponti. Nel 13. vennero due desertori senza dir cosa alcuna. Nel 14. giunse uno d’Agramont, ch’era stato in Lerida, e Balaguer; e disse, che il Conte d’Aguilar comandava in quella frontiera, mentre Monsieur di Besons, ed il Conte Stein si erano sventrati. Dissero i Francesi, che andavano in Rossiglion, e i semplici Spagnuoli il credeano; quando si sapea, che la maggior parte della loro<noinclude>{{PieDiPagina|||Ca-{{spazi|5}}}}</noinclude> 5fbu837mzdciruc4acy1ozl354tuuin Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/825 108 1026558 3876987 2026-08-27T15:10:13Z Tuvok1968 33641 /* Trascritta */ 3876987 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|817}}}}</noinclude> {{larger|319.}} — Ed anzi su questa patente superiorità della scienza edificano la più parte degli ingegni speculativi la dimostrazione loro del progresso civile; ripetendo ciascuno assai volentieri l’apoftegma di {{AutoreCitato|Francesco Bacone|Bacone}} che l’uomo può quanto sa. Nè badasi da costoro che l’uomo non sempre vuole quello che sa e quello che può; e dal viziato volere viziasi poi col tempo la scienza medesima. Vero è tuttavolta che rispetto all’ampiezza intera dello spazio e della durata sembra lecito di affermare che l’uomo è animale logico ed opera logicamente. A. {{larger|320.}} — Manifesto è che gl’incrementi del sapere e la gran diffusione della cultura mentale non fanno un medesimo con la minore o maggiore potenza di discoprire la verità. Questa non negheremo essere stata altra volta nel mondo assai più intensa e più produttiva; e non occorre, per ciò provare, che si ricordi l’età di Pericle o d’Augusto o di {{AutoreCitato|Papa Leone X|Leon Decimo}}. A rispetto del genio inventivo in ogni sorta di scienze certo il secolo decimo settimo sovraponesi a tutti gli altri e non v’è paragone da istituire. Conciossiachè egli s’apre col nome di Bacone e di {{AutoreCitato|Galileo Galilei|Galileo}} e chiudesi con quello di {{AutoreCitato|Eulero|Eulero}} e di {{AutoreCitato|Gottfried Wilhelm von Leibniz|Leibnizio}}, e in mezzo vi stanno {{AutoreCitato|Giovanni Keplero|Keplero}} {{AutoreCitato|Isaac Newton|Newton}} Ugenio {{AutoreCitato|Cartesio|Cartesio}} e altri sommi. {{larger|321.}} — Ma il sapere si accumula non ostante la mezzanità degli ingegni, e se le cime intellettuali fannosi più rade, avviene il simile in ogni altra grandezza e potenza. Non però di meno, cresce, ripetiamo, il sapere e crescene mirabilmente la diffusione e l’applicazione e il progresso civile se ne giova per ogni lato; perocchè una terra è più e meglio fecondata da<noinclude>{{PieDiPagina|{{smaller|{{Sc|Mamiani — II.}}}}||{{smaller|52}}}}</noinclude> ek2loyqe0ji0uoymaxa5yezo3snm1sh 3876989 3876987 2026-08-27T15:11:12Z Tuvok1968 33641 3876989 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|817}}}}</noinclude> {{larger|319.}} — Ed anzi su questa patente superiorità della scienza edificano la più parte degli ingegni speculativi la dimostrazione loro del progresso civile; ripetendo ciascuno assai volentieri l’apoftegma di {{AutoreCitato|Francesco Bacone|Bacone}} che l’uomo può quanto sa. Nè badasi da costoro che l’uomo non sempre vuole quello che sa e quello che può; e dal viziato volere viziasi poi col tempo la scienza medesima. Vero è tuttavolta che rispetto all’ampiezza intera dello spazio e della durata sembra lecito di affermare che l’uomo è animale logico ed opera logicamente. A. {{larger|320.}} — Manifesto è che gl’incrementi del sapere e la gran diffusione della cultura mentale non fanno un medesimo con la minore o maggiore potenza di discoprire la verità. Questa non negheremo essere stata altra volta nel mondo assai più intensa e più produttiva; e non occorre, per ciò provare, che si ricordi l’età di Pericle o d’Augusto o di {{AutoreCitato|Papa Leone X|Leon Decimo}}. A rispetto del genio inventivo in ogni sorta di scienze certo il secolo decimo settimo sovraponesi a tutti gli altri e non v’è paragone da istituire. Conciossiachè egli s’apre col nome di Bacone e di {{AutoreCitato|Galileo Galilei|Galileo}} e chiudesi con quello di {{AutoreCitato|Leonhard Euler|Eulero}} e di {{AutoreCitato|Gottfried Wilhelm von Leibniz|Leibnizio}}, e in mezzo vi stanno {{AutoreCitato|Giovanni Keplero|Keplero}} {{AutoreCitato|Isaac Newton|Newton}} Ugenio {{AutoreCitato|Cartesio|Cartesio}} e altri sommi. {{larger|321.}} — Ma il sapere si accumula non ostante la mezzanità degli ingegni, e se le cime intellettuali fannosi più rade, avviene il simile in ogni altra grandezza e potenza. Non però di meno, cresce, ripetiamo, il sapere e crescene mirabilmente la diffusione e l’applicazione e il progresso civile se ne giova per ogni lato; perocchè una terra è più e meglio fecondata da<noinclude>{{PieDiPagina|{{smaller|{{Sc|Mamiani — II.}}}}||{{smaller|52}}}}</noinclude> 4zd00hzu5z29mvfuvlqfs9yrod8ntfd 3877074 3876989 2026-08-27T17:28:12Z Tuvok1968 33641 3877074 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|817}}}}</noinclude> {{larger|319.}} — Ed anzi su questa patente superiorità della scienza edificano la più parte degli ingegni speculativi la dimostrazione loro del progresso civile; ripetendo ciascuno assai volentieri l’apoftegma di {{AutoreCitato|Francesco Bacone|Bacone}} che l’uomo può quanto sa. Nè badasi da costoro che l’uomo non sempre vuole quello che sa e quello che può; e dal viziato volere viziasi poi col tempo la scienza medesima. Vero è tuttavolta che rispetto all’ampiezza intera dello spazio e della durata sembra lecito di affermare che l’uomo è animale logico ed opera logicamente. {{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|''A.''}}}} {{larger|320.}} — Manifesto è che gl’incrementi del sapere e la gran diffusione della cultura mentale non fanno un medesimo con la minore o maggiore potenza di discoprire la verità. Questa non negheremo essere stata altra volta nel mondo assai più intensa e più produttiva; e non occorre, per ciò provare, che si ricordi l’età di Pericle o d’Augusto o di {{AutoreCitato|Papa Leone X|Leon Decimo}}. A rispetto del genio inventivo in ogni sorta di scienze certo il secolo decimo settimo sovraponesi a tutti gli altri e non v’è paragone da istituire. Conciossiachè egli s’apre col nome di Bacone e di {{AutoreCitato|Galileo Galilei|Galileo}} e chiudesi con quello di {{AutoreCitato|Leonhard Euler|Eulero}} e di {{AutoreCitato|Gottfried Wilhelm von Leibniz|Leibnizio}}, e in mezzo vi stanno {{AutoreCitato|Giovanni Keplero|Keplero}} {{AutoreCitato|Isaac Newton|Newton}} Ugenio {{AutoreCitato|Cartesio|Cartesio}} e altri sommi. {{larger|321.}} — Ma il sapere si accumula non ostante la mezzanità degli ingegni, e se le cime intellettuali fannosi più rade, avviene il simile in ogni altra grandezza e potenza. Non però di meno, cresce, ripetiamo, il sapere e crescene mirabilmente la diffusione e l’applicazione e il progresso civile se ne giova per ogni lato; perocchè una terra è più e meglio fecondata da<noinclude>{{PieDiPagina|{{smaller|{{Sc|Mamiani — II.}}}}||{{smaller|52}}}}</noinclude> e1e1jbqsw6n0ukyrwg7vt2hsz1rd1y4 Stragi e terrorismo in Italia dal dopoguerra al 1974/Parte seconda. La stagione delle stragi/Capitolo I.La strage di Piazza Fontana 0 1026559 3876997 2026-08-27T15:16:44Z Giaccai 13220 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3876997 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|Parte seconda. La stagione delle stragi]] - Capitolo I.La strage di Piazza Fontana|prec=../../Parte seconda. La stagione delle stragi|succ=../../Capitolo II. La strage di via Fatebenefratelli}} <pages index="Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf" from="145" to="156" /> g6vzzehqf3o7okavocyva2tx874wh7v Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/145 108 1026560 3877002 2026-08-27T15:20:17Z Giaccai 13220 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: con successo - su tutti quegli episodi oscuri e terribili, compresa l'aggressione contro {{Wl|Q444509|Franca Rame}} 234 Il doveroso gesto <<riparatore>> nei confronti di Franca Rame, quindi, va inteso anche e soprattutto come gesto di riconciliazione, affinché mai sia cancellata la memoria di ciò che è accaduto. PARTE SECONDA LA STAGIONE DELLE STRAGI CAPITOLO ILA STRAGE DI PIAZZA FONTANA Le indagini milanesi indicano... 3877002 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" /></noinclude>con successo - su tutti quegli episodi oscuri e terribili, compresa l'aggressione contro {{Wl|Q444509|Franca Rame}} 234 Il doveroso gesto <<riparatore>> nei confronti di Franca Rame, quindi, va inteso anche e soprattutto come gesto di riconciliazione, affinché mai sia cancellata la memoria di ciò che è accaduto. PARTE SECONDA LA STAGIONE DELLE STRAGI CAPITOLO ILA STRAGE DI PIAZZA FONTANA Le indagini milanesi indicano nel leader di Avanguardia Nazionale, Stefano Delle Chiaie, un uomo fortemente collegato non solo con il SID, ma con la struttura internazionale del terrore "Aginter Press", facente capo a Guerin-Serac con sedi in Spagna, Portogallo e Francia (che funzionava da contenitore e coordinatore dei movimenti neofascisti nazionali, e agiva in posizione gerarchicamente sovraordinata rispetto a questi, soprattutto garantendo rifugi per latitanti, rifornimento di armi e consulenza di istruttori militari) e con la mafia (in particolare con Frank Coppola ai tempi del golpe Borghese). Orbene è documentalmente accertato che una fonte (ovviamente ignota) del SID appena quattro giorni dopo la strage di piazza Fontana aveva attribuito gli attentati all'anarchico Merlino Mario, per ordine del noto Stefano Delle Chiaie; [...] la mente organizzatrice degli stessi sarebbe tale Y. Guerin-Serac 235, cittadino tedesco il quale risiede a Lisbona ove dirige l'agenzia Ager - Interpress [sic] [...]. è anarchico, ma a Lisbona non è nota la sua ideologia; [...] ha come aiutante certo Leroy Roberto». In realtà i documenti del SID erano due. L'appunto originale recava la data del 16 dicembre e differiva in alcuni punti significativi da quello tra- smesso alla Polizia e ai Carabinieri il 17, probabilmente per proteggere la 234 Testimonianza evidente di questo impegno è dimostrata dal fatto che molte delle scoperte più recenti sullo stragismo, il terrorismo fascista e le connivenze istituzionali e straniere, sono state rese possibili proprio da indagini condotte con tenacia dal <<Reparto eversione» del ROS dei carabinieri. 235 Yves Guillou, alias «Ralph Guèrin - Serac» ( o forse viceversa) era un ex uffi- ciale dell'esercito francese, che aveva combattuto già in Corea (dove ottenne una medaglia delle Nazioni Unite, oltre alla Bronze Star americana), svolgendo, a quanto pare, compiti di collegamento fra i Servizi francesi (SDECE) e la CIA. In Indocina fu due volte ferito e decorato. Promosso capitano nel 1959, fu trasferito in Algeria ed assegnato all'XI Demi- Brigate Parachutiste de Choc, un'unità speciale basata ad Orano, e addetta ai <<lavori spor- chi»>, sotto il diretto controllo dello SDECE. Da questa disertò per entrare nell'OAS, di- venne capo di un commando che operava nella zona di Orano. Alla dichiarazione di indi- pendenza dell'Algeria (1962) si rifugiò in Spagna, e divenne poi membro del direttivo del Conseil National de la Rèsistance di Georges Bidault, una derivazione di OAS-Metro. Alla fine del 1962 si trasferì in Portogallo dove fu assunto come istruttore prima per la Legiau Portuguesa, una formazione paramilitare parafascista, poi per le unità antiguerriglia dell'esercito. Nel frattempo altri reduci dell'OAS erano giunti a Lisbona, dove insieme de- cisero di dar vita ad un organizzazione anticomunista internazionale «privata». Nacque così l'Aginter Press, formalmente istituito nel settembre 1966. Senato della Repubblica - Archivio Storico<noinclude><references/></noinclude> t0iu93999tbb6gsmck9k8jsli3jgagb 3877006 3877002 2026-08-27T15:28:52Z Giaccai 13220 /* Trascritta */ 3877006 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" /></noinclude>con successo - su tutti quegli episodi oscuri e terribili, compresa l'aggressione contro {{Wl|Q444509|Franca Rame}}<ref>Testimonianza evidente di questo impegno è dimostrata dal fatto che molte delle scoperte più recenti sullo stragismo, il terrorismo fascista e le connivenze istituzionali e straniere, sono state rese possibili proprio da indagini condotte con tenacia dal <<Reparto eversione» del ROS dei carabinieri. </ref>. 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Orbene è documentalmente accertato che una fonte (ovviamente ignota) del SID appena quattro giorni dopo la strage di piazza Fontana aveva attribuito gli attentati all'anarchico Merlino Mario, per ordine del noto Stefano Delle Chiaie; [...] la mente organizzatrice degli stessi sarebbe tale Y. Guerin-Serac<ref>Yves Guillou, alias «Ralph Guèrin - Serac» ( o forse viceversa) era un ex ufficiale dell'esercito francese, che aveva combattuto già in Corea (dove ottenne una medaglia delle Nazioni Unite, oltre alla ''Bronze Star'' americana), svolgendo, a quanto pare, compiti di collegamento fra i Servizi francesi (SDECE) e la CIA. In Indocina fu due volte ferito e decorato. Promosso capitano nel 1959, fu trasferito in Algeria ed assegnato all'XI ''Demi- Brigate Parachutiste de Choc'', un'unità speciale basata ad Orano, e addetta ai «lavori spor- chi»>, sotto il diretto controllo dello SDECE. Da questa disertò per entrare nell'OAS, divenne capo di un commando che operava nella zona di Orano. Alla dichiarazione di indipendenza dell'Algeria (1962) si rifugiò in Spagna, e divenne poi membro del direttivo del ''Conseil National de la Rèsistance'' di Georges Bidault, una derivazione di OAS-Metro. Alla fine del 1962 si trasferì in Portogallo dove fu assunto come istruttore prima per la ''Legiau Portuguesa'', una formazione paramilitare parafascista, poi per le unità antiguerriglia dell'esercito. Nel frattempo altri reduci dell'OAS erano giunti a Lisbona, dove insieme decisero di dar vita ad un organizzazione anticomunista internazionale «privata». Nacque così l'''Aginter Press'', formalmente istituito nel settembre 1966.</ref>, cittadino tedesco il quale risiede a Lisbona ove dirige l'agenzia Ager - Interpress [sic] [...]. è anarchico, ma a Lisbona non è nota la sua ideologia; [...] ha come aiutante certo Leroy Roberto». In realtà i documenti del SID erano due. 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Orbene è documentalmente accertato che una fonte (ovviamente ignota) del SID appena quattro giorni dopo la strage di piazza Fontana aveva attribuito gli attentati all'anarchico Merlino Mario, per ordine del noto Stefano Delle Chiaie; [...] la mente organizzatrice degli stessi sarebbe tale Y. Guerin-Serac<ref>Yves Guillou, alias «Ralph Guèrin - Serac» ( o forse viceversa) era un ex ufficiale dell'esercito francese, che aveva combattuto già in Corea (dove ottenne una medaglia delle Nazioni Unite, oltre alla ''Bronze Star'' americana), svolgendo, a quanto pare, compiti di collegamento fra i Servizi francesi (SDECE) e la CIA. In Indocina fu due volte ferito e decorato. Promosso capitano nel 1959, fu trasferito in Algeria ed assegnato all'XI ''Demi- Brigate Parachutiste de Choc'', un'unità speciale basata ad Orano, e addetta ai «lavori spor- chi»>, sotto il diretto controllo dello SDECE. Da questa disertò per entrare nell'OAS, divenne capo di un commando che operava nella zona di Orano. Alla dichiarazione di indipendenza dell'Algeria (1962) si rifugiò in Spagna, e divenne poi membro del direttivo del ''Conseil National de la Rèsistance'' di Georges Bidault, una derivazione di OAS-Metro. Alla fine del 1962 si trasferì in Portogallo dove fu assunto come istruttore prima per la ''Legiau Portuguesa'', una formazione paramilitare parafascista, poi per le unità antiguerriglia dell'esercito. Nel frattempo altri reduci dell'OAS erano giunti a Lisbona, dove insieme decisero di dar vita ad un organizzazione anticomunista internazionale «privata». Nacque così l'''Aginter Press'', formalmente istituito nel settembre 1966.</ref>, cittadino tedesco il quale risiede a Lisbona ove dirige l'agenzia Ager - Interpress [sic] [...]. è anarchico, ma a Lisbona non è nota la sua ideologia; [...] ha come aiutante certo Leroy Roberto». In realtà i documenti del SID erano due. 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Il doveroso gesto «riparatore»> nei confronti di Franca Rame, quindi, va inteso anche e soprattutto come gesto di riconciliazione, affinché mai sia cancellata la memoria di ciò che è accaduto. {{Centrato|PARTE SECONDA LA STAGIONE DELLE STRAGI}} {{Sc|Capitolo I La strage di Piazza Fontana}} Le indagini milanesi indicano nel leader di Avanguardia Nazionale, Stefano Delle Chiaie, un uomo fortemente collegato non solo con il SID, ma con la struttura internazionale del terrore "''Aginter Press''", facente capo a Guerin-Serac con sedi in Spagna, Portogallo e Francia (che funzionava da contenitore e coordinatore dei movimenti neofascisti nazionali, e agiva in posizione gerarchicamente sovraordinata rispetto a questi, soprattutto garantendo rifugi per latitanti, rifornimento di armi e consulenza di istruttori militari) e con la mafia (in particolare con Frank Coppola ai tempi del golpe Borghese). Orbene è documentalmente accertato che una fonte (ovviamente ignota) del SID appena quattro giorni dopo la strage di piazza Fontana aveva attribuito gli attentati all'anarchico Merlino Mario, per ordine del noto Stefano Delle Chiaie; [...] la mente organizzatrice degli stessi sarebbe tale Y. Guerin-Serac<ref>Yves Guillou, alias «Ralph Guèrin - Serac» ( o forse viceversa) era un ex ufficiale dell'esercito francese, che aveva combattuto già in Corea (dove ottenne una medaglia delle Nazioni Unite, oltre alla ''Bronze Star'' americana), svolgendo, a quanto pare, compiti di collegamento fra i Servizi francesi (SDECE) e la CIA. In Indocina fu due volte ferito e decorato. Promosso capitano nel 1959, fu trasferito in Algeria ed assegnato all'XI ''Demi- Brigate Parachutiste de Choc'', un'unità speciale basata ad Orano, e addetta ai «lavori spor- chi»>, sotto il diretto controllo dello SDECE. Da questa disertò per entrare nell'OAS, divenne capo di un commando che operava nella zona di Orano. Alla dichiarazione di indipendenza dell'Algeria (1962) si rifugiò in Spagna, e divenne poi membro del direttivo del ''Conseil National de la Rèsistance'' di Georges Bidault, una derivazione di OAS-Metro. Alla fine del 1962 si trasferì in Portogallo dove fu assunto come istruttore prima per la ''Legiau Portuguesa'', una formazione paramilitare parafascista, poi per le unità antiguerriglia dell'esercito. Nel frattempo altri reduci dell'OAS erano giunti a Lisbona, dove insieme decisero di dar vita ad un organizzazione anticomunista internazionale «privata». Nacque così l'''Aginter Press'', formalmente istituito nel settembre 1966.</ref>, cittadino tedesco il quale risiede a Lisbona ove dirige l'agenzia Ager - Interpress [sic] [...]. è anarchico, ma a Lisbona non è nota la sua ideologia; [...] ha come aiutante certo Leroy Roberto». In realtà i documenti del SID erano due. L'appunto originale recava la data del 16 dicembre e differiva in alcuni punti significativi da quello trasmesso alla Polizia e ai Carabinieri il 17, probabilmente per proteggere la 235<noinclude><references/></noinclude> 66zp1ji49eyzaaqm8i028cl2l76u9vi 3877010 3877008 2026-08-27T15:31:24Z Giaccai 13220 3877010 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 211 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>con successo - su tutti quegli episodi oscuri e terribili, compresa l'aggressione contro {{Wl|Q444509|Franca Rame}}<ref>Testimonianza evidente di questo impegno è dimostrata dal fatto che molte delle scoperte più recenti sullo stragismo, il terrorismo fascista e le connivenze istituzionali e straniere, sono state rese possibili proprio da indagini condotte con tenacia dal <<Reparto eversione» del ROS dei carabinieri.</ref>. Il doveroso gesto «riparatore»> nei confronti di Franca Rame, quindi, va inteso anche e soprattutto come gesto di riconciliazione, affinché mai sia cancellata la memoria di ciò che è accaduto. {{Centrato|PARTE SECONDA LA STAGIONE DELLE STRAGI}} {{Sc|Capitolo I La strage di Piazza Fontana}} Le indagini milanesi indicano nel leader di Avanguardia Nazionale, Stefano Delle Chiaie, un uomo fortemente collegato non solo con il SID, ma con la struttura internazionale del terrore "''Aginter Press''", facente capo a Guerin-Serac con sedi in Spagna, Portogallo e Francia (che funzionava da contenitore e coordinatore dei movimenti neofascisti nazionali, e agiva in posizione gerarchicamente sovraordinata rispetto a questi, soprattutto garantendo rifugi per latitanti, rifornimento di armi e consulenza di istruttori militari) e con la mafia (in particolare con Frank Coppola ai tempi del golpe Borghese). Orbene è documentalmente accertato che una fonte (ovviamente ignota) del SID appena quattro giorni dopo la strage di piazza Fontana aveva attribuito gli attentati all'anarchico Merlino Mario, per ordine del noto Stefano Delle Chiaie; [...] la mente organizzatrice degli stessi sarebbe tale Y. Guerin-Serac<ref>Yves Guillou, alias «Ralph Guèrin - Serac» ( o forse viceversa) era un ex ufficiale dell'esercito francese, che aveva combattuto già in Corea (dove ottenne una medaglia delle Nazioni Unite, oltre alla ''Bronze Star'' americana), svolgendo, a quanto pare, compiti di collegamento fra i Servizi francesi (SDECE) e la CIA. In Indocina fu due volte ferito e decorato. Promosso capitano nel 1959, fu trasferito in Algeria ed assegnato all'XI ''Demi- Brigate Parachutiste de Choc'', un'unità speciale basata ad Orano, e addetta ai «lavori spor- chi»>, sotto il diretto controllo dello SDECE. Da questa disertò per entrare nell'OAS, divenne capo di un commando che operava nella zona di Orano. Alla dichiarazione di indipendenza dell'Algeria (1962) si rifugiò in Spagna, e divenne poi membro del direttivo del ''Conseil National de la Rèsistance'' di Georges Bidault, una derivazione di OAS-Metro. Alla fine del 1962 si trasferì in Portogallo dove fu assunto come istruttore prima per la ''Legiau Portuguesa'', una formazione paramilitare parafascista, poi per le unità antiguerriglia dell'esercito. Nel frattempo altri reduci dell'OAS erano giunti a Lisbona, dove insieme decisero di dar vita ad un organizzazione anticomunista internazionale «privata». Nacque così l'''Aginter Press'', formalmente istituito nel settembre 1966.</ref>, cittadino tedesco il quale risiede a Lisbona ove dirige l'agenzia Ager - Interpress [sic] [...]. è anarchico, ma a Lisbona non è nota la sua ideologia; [...] ha come aiutante certo Leroy Roberto». In realtà i documenti del SID erano due. L'appunto originale recava la data del 16 dicembre e differiva in alcuni punti significativi da quello trasmesso alla Polizia e ai Carabinieri il 17, probabilmente per proteggere la 235<noinclude><references/></noinclude> eubwarmt2hh7bg0jq71c58ew7en1eiq 3877049 3877010 2026-08-27T16:13:56Z Giaccai 13220 3877049 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 211 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>con successo - su tutti quegli episodi oscuri e terribili, compresa l'aggressione contro {{Wl|Q444509|Franca Rame}}<ref>Testimonianza evidente di questo impegno è dimostrata dal fatto che molte delle scoperte più recenti sullo stragismo, il terrorismo fascista e le connivenze istituzionali e straniere, sono state rese possibili proprio da indagini condotte con tenacia dal <<Reparto eversione» del ROS dei carabinieri.</ref>. Il doveroso gesto «riparatore»> nei confronti di Franca Rame, quindi, va inteso anche e soprattutto come gesto di riconciliazione, affinché mai sia cancellata la memoria di ciò che è accaduto. {{Centrato|PARTE SECONDA — LA STAGIONE DELLE STRAGI}} {{Sc|Capitolo I La strage di Piazza Fontana}} Le indagini milanesi indicano nel leader di Avanguardia Nazionale, Stefano Delle Chiaie, un uomo fortemente collegato non solo con il SID, ma con la struttura internazionale del terrore "''Aginter Press''", facente capo a Guerin-Serac con sedi in Spagna, Portogallo e Francia (che funzionava da contenitore e coordinatore dei movimenti neofascisti nazionali, e agiva in posizione gerarchicamente sovraordinata rispetto a questi, soprattutto garantendo rifugi per latitanti, rifornimento di armi e consulenza di istruttori militari) e con la mafia (in particolare con Frank Coppola ai tempi del golpe Borghese). Orbene è documentalmente accertato che una fonte (ovviamente ignota) del SID appena quattro giorni dopo la strage di piazza Fontana aveva attribuito gli attentati all'anarchico Merlino Mario, per ordine del noto Stefano Delle Chiaie; [...] la mente organizzatrice degli stessi sarebbe tale Y. Guerin-Serac<ref>Yves Guillou, alias «Ralph Guèrin - Serac» ( o forse viceversa) era un ex ufficiale dell'esercito francese, che aveva combattuto già in Corea (dove ottenne una medaglia delle Nazioni Unite, oltre alla ''Bronze Star'' americana), svolgendo, a quanto pare, compiti di collegamento fra i Servizi francesi (SDECE) e la CIA. In Indocina fu due volte ferito e decorato. Promosso capitano nel 1959, fu trasferito in Algeria ed assegnato all'XI ''Demi- Brigate Parachutiste de Choc'', un'unità speciale basata ad Orano, e addetta ai «lavori spor- chi»>, sotto il diretto controllo dello SDECE. Da questa disertò per entrare nell'OAS, divenne capo di un commando che operava nella zona di Orano. Alla dichiarazione di indipendenza dell'Algeria (1962) si rifugiò in Spagna, e divenne poi membro del direttivo del ''Conseil National de la Rèsistance'' di Georges Bidault, una derivazione di OAS-Metro. Alla fine del 1962 si trasferì in Portogallo dove fu assunto come istruttore prima per la ''Legiau Portuguesa'', una formazione paramilitare parafascista, poi per le unità antiguerriglia dell'esercito. Nel frattempo altri reduci dell'OAS erano giunti a Lisbona, dove insieme decisero di dar vita ad un organizzazione anticomunista internazionale «privata». Nacque così l'''Aginter Press'', formalmente istituito nel settembre 1966.</ref>, cittadino tedesco il quale risiede a Lisbona ove dirige l'agenzia Ager - Interpress [sic] [...]. è anarchico, ma a Lisbona non è nota la sua ideologia; [...] ha come aiutante certo Leroy Roberto». In realtà i documenti del SID erano due. L'appunto originale recava la data del 16 dicembre e differiva in alcuni punti significativi da quello trasmesso alla Polizia e ai Carabinieri il 17, probabilmente per proteggere la 235<noinclude><references/></noinclude> 8lzyci1s7yzl8jyw5qfk9mldrzkjkfi 3877050 3877049 2026-08-27T16:21:37Z Giaccai 13220 3877050 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 211 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>con successo - su tutti quegli episodi oscuri e terribili, compresa l’aggressione contro {{Wl|Q444509|Franca Rame}}<ref>Testimonianza evidente di questo impegno è dimostrata dal fatto che molte delle scoperte più recenti sullo stragismo, il terrorismo fascista e le connivenze istituzionali e straniere, sono state rese possibili proprio da indagini condotte con tenacia dal <<Reparto eversione» del ROS dei carabinieri.</ref>. Il doveroso gesto «riparatore»> nei confronti di Franca Rame, quindi, va inteso anche e soprattutto come gesto di riconciliazione, affinché mai sia cancellata la memoria di ciò che è accaduto. {{Centrato|PARTE SECONDA — LA STAGIONE DELLE STRAGI}} {{Sc|Capitolo I La strage di Piazza Fontana}} Le indagini milanesi indicano nel leader di Avanguardia Nazionale, Stefano Delle Chiaie, un uomo fortemente collegato non solo con il SID, ma con la struttura internazionale del terrore "''Aginter Press''", facente capo a Guerin-Serac con sedi in Spagna, Portogallo e Francia (che funzionava da contenitore e coordinatore dei movimenti neofascisti nazionali, e agiva in posizione gerarchicamente sovraordinata rispetto a questi, soprattutto garantendo rifugi per latitanti, rifornimento di armi e consulenza di istruttori militari) e con la mafia (in particolare con Frank Coppola ai tempi del golpe Borghese). Orbene è documentalmente accertato che una fonte (ovviamente ignota) del SID appena quattro giorni dopo la strage di piazza Fontana aveva attribuito gli attentati all'anarchico Merlino Mario, per ordine del noto Stefano Delle Chiaie; [...] la mente organizzatrice degli stessi sarebbe tale Y. Guerin-Serac<ref>Yves Guillou, alias «Ralph Guèrin - Serac» ( o forse viceversa) era un ex ufficiale dell'esercito francese, che aveva combattuto già in Corea (dove ottenne una medaglia delle Nazioni Unite, oltre alla ''Bronze Star'' americana), svolgendo, a quanto pare, compiti di collegamento fra i Servizi francesi (SDECE) e la CIA. In Indocina fu due volte ferito e decorato. Promosso capitano nel 1959, fu trasferito in Algeria ed assegnato all'XI ''Demi- Brigate Parachutiste de Choc'', un'unità speciale basata ad Orano, e addetta ai «lavori spor- chi»>, sotto il diretto controllo dello SDECE. Da questa disertò per entrare nell’OAS, divenne capo di un commando che operava nella zona di Orano. Alla dichiarazione di indipendenza dell’Algeria (1962) si rifugiò in Spagna, e divenne poi membro del direttivo del ''Conseil National de la Rèsistance'' di Georges Bidault, una derivazione di OAS-Metro. Alla fine del 1962 si trasferì in Portogallo dove fu assunto come istruttore prima per la ''Legiau Portuguesa'', una formazione paramilitare parafascista, poi per le unità antiguerriglia dell’esercito. Nel frattempo altri reduci dell’OAS erano giunti a Lisbona, dove insieme decisero di dar vita ad un organizzazione anticomunista internazionale «privata». Nacque così l'''Aginter Press'', formalmente istituito nel settembre 1966.</ref>, cittadino tedesco il quale risiede a Lisbona ove dirige l’agenzia Ager - Interpress [sic] [...]. è anarchico, ma a Lisbona non è nota la sua ideologia; [...] ha come aiutante certo Leroy Roberto». In realtà i documenti del SID erano due. 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In quei primi giorni dopo la strage, gli inquirenti milanesi ritenevano ancora che le bombe fossero state fatte esplodere con una miccia a lenta combustione, e la stampa aveva dato ampio spazio a questa ipotesi; l’impiego di congegni ad orologeria fu scoperto solo più di un mese dopo. È allora «lecito chiedersi ― secondo il pubblico ministero Lombardi di Catanzaro − come mai la sera del 13 dicembre, o qualche giorno dopo, a Roma si potessero conoscere circostanze, alle quali non poteva certo risalirsi per analisi degli avvenimenti, ma solo per scienza diretta». Altrettanto significativa appare la soppressione, nell’edizione purgata dell’appunto SID trasmesso a Polizia e Carabinieri, dell’informazione relativa all’infiltrazione di Mario Merlino, con funzione di guida nel gruppo "22 marzo", definito come filocinese nell’appunto originario. In realtà tale formazione era costituita da un gruppuscolo esiguo di una decina di membri di orientamento anarcoide; esso costituì l’improbabile "pista rossa", verso cui si indirizzarono immediatamente le indagini milanesi con enorme eco sui ''media''<ref>Il commissario Luigi Calabresi dichiarò a La Stampa: «certo è in questo settore che noi dobbiamo puntare: estremismo, ma estremismo di sinistra [...] sono i dissidenti di sinistra: anarchici, cinesi, operaisti». Il Messaggero chiedeva retoricamente: «sono (responsabili) i "maoisti, i cinesi, i gruppi fanatizzati che si pongono alla sinistra dello stesso partito comunista [...]?» seguiva la risposta: «il dottor Calabresi se ne dichiara convinto. È l’opera di estremisti − dice ― ma di estremisti di sinistra, su questo non possiamo avere dubbi» (citato in Zacaria 1986, LXXX). Da parte sua il prefetto di Milano, Liberio Mazza, aveva telegrafato al primo Ministro: «ipotesi attendibile che deve formularsi indirizza indagini verso gruppi anarcoidi». Il Ministro rispondeva in sintonia con il seguente telegramma inviato alle altre Polizie europee: «En ce moment nous ne possedons aucune indication valide à l’égard des possibles auteurs du massacre, mai nous dirigeons nos premières soupçons vers les cercles (anarchistes)».</ref>. La scarsa consistenza del gruppo avrebbe dovuto rendere immediatamente inverosimile l’esclusiva riferibilità ad esso di una pluralità di attentati sincronizzati che, per tecniche e materiali usati (esplosivi, timers, contenitori degli ordigni, ecc.), apparivano chiaramente inseriti in un unico disegno, e cioè: la bomba che esplose nel pomeriggio del 12 dicembre in piazza Fontana nella sede milanese della Banca dell’Agricoltura; la bomba inesplosa rinvenuta sempre a Milano nella filiale della Banca Commerciale italiana di piazza della Scala; le tre esplosioni che quasi contemporaneamente si verificarono a Roma, una nell’agenzia della Banca Nazionale del Lavoro in cui rimasero feriti quattordici impiegati, le altre due nei pressi dell’Altare della Patria col ferimento di quattro persone. Un’operazione di alta professionalità, quella richiesta dalla simultanea collocazione di cinque bombe ad alto potenziale in due città distanti centinaia di chilometri l’una dall’altra, che avrebbe dovuto sin dall’inizio renderne non plausibile l’attribuzione esclusiva ad un gruppuscolo come il "22 marzo", peraltro plurinfiltrato. Dello stesso infatti, come ormai è stato accertato, 236<noinclude><references/></noinclude> o9ql47ucsq8y62bezbgwlv6gc59e2rt 3877052 3877051 2026-08-27T16:30:52Z Giaccai 13220 3877052 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" /></noinclude>fonte del SID che, secondo il documento stesso, «deve essere assolutamente cautelata, anche perchèÁ già interrogata dalla questura non ha fornito le notizie di cui trattasi». Un particolare cruciale contenuto nel primo, e omesso nel secondo, appunto riguarda l’uso di congegni a orologeria negli ordigni usati a Milano. In quei primi giorni dopo la strage, gli inquirenti milanesi ritenevano ancora che le bombe fossero state fatte esplodere con una miccia a lenta combustione, e la stampa aveva dato ampio spazio a questa ipotesi; l’impiego di congegni ad orologeria fu scoperto solo più di un mese dopo. È allora «lecito chiedersi ― secondo il pubblico ministero Lombardi di Catanzaro − come mai la sera del 13 dicembre, o qualche giorno dopo, a Roma si potessero conoscere circostanze, alle quali non poteva certo risalirsi per analisi degli avvenimenti, ma solo per scienza diretta». Altrettanto significativa appare la soppressione, nell’edizione purgata dell’appunto SID trasmesso a Polizia e Carabinieri, dell’informazione relativa all’infiltrazione di Mario Merlino, con funzione di guida nel gruppo "22 marzo", definito come filocinese nell’appunto originario. In realtà tale formazione era costituita da un gruppuscolo esiguo di una decina di membri di orientamento anarcoide; esso costituì l’improbabile "pista rossa", verso cui si indirizzarono immediatamente le indagini milanesi con enorme eco sui ''media''<ref>Il commissario Luigi Calabresi dichiarò a La Stampa: «certo è in questo settore che noi dobbiamo puntare: estremismo, ma estremismo di sinistra [...] sono i dissidenti di sinistra: anarchici, cinesi, operaisti». Il Messaggero chiedeva retoricamente: «sono (responsabili) i "maoisti, i cinesi, i gruppi fanatizzati che si pongono alla sinistra dello stesso partito comunista [...]?» seguiva la risposta: «il dottor Calabresi se ne dichiara convinto. È l’opera di estremisti − dice ― ma di estremisti di sinistra, su questo non possiamo avere dubbi» (citato in Zacaria 1986, LXXX). Da parte sua il prefetto di Milano, Liberio Mazza, aveva telegrafato al primo Ministro: «ipotesi attendibile che deve formularsi indirizza indagini verso gruppi anarcoidi». Il Ministro rispondeva in sintonia con il seguente telegramma inviato alle altre Polizie europee: «En ce moment nous ne possedons aucune indication valide à l’égard des possibles auteurs du massacre, mai nous dirigeons nos premières soupçons vers les cercles (anarchistes)».</ref>. La scarsa consistenza del gruppo avrebbe dovuto rendere immediatamente inverosimile l’esclusiva riferibilità ad esso di una pluralità di attentati sincronizzati che, per tecniche e materiali usati (esplosivi, timers, contenitori degli ordigni, ecc.), apparivano chiaramente inseriti in un unico disegno, e cioè: la bomba che esplose nel pomeriggio del 12 dicembre in piazza Fontana nella sede milanese della Banca dell’Agricoltura; la bomba inesplosa rinvenuta sempre a Milano nella filiale della Banca Commerciale italiana di piazza della Scala; le tre esplosioni che quasi contemporaneamente si verificarono a Roma, una nell’agenzia della Banca Nazionale del Lavoro in cui rimasero feriti quattordici impiegati, le altre due nei pressi dell’Altare della Patria col ferimento di quattro persone. Un’operazione di alta professionalità, quella richiesta dalla simultanea collocazione di cinque bombe ad alto potenziale in due città distanti centinaia di chilometri l’una dall’altra, che avrebbe dovuto sin dall’inizio renderne non plausibile l’attribuzione esclusiva ad un gruppuscolo come il "22 marzo", peraltro plurinfiltrato. Dello stesso infatti, come ormai è stato accertato,<noinclude><references/></noinclude> gyudsfr2roag62d33zz1f7odklqe5le 3877053 3877052 2026-08-27T16:31:38Z Giaccai 13220 3877053 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 212 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>fonte del SID che, secondo il documento stesso, «deve essere assolutamente cautelata, anche perchèÁ già interrogata dalla questura non ha fornito le notizie di cui trattasi». 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In realtà tale formazione era costituita da un gruppuscolo esiguo di una decina di membri di orientamento anarcoide; esso costituì l’improbabile "pista rossa", verso cui si indirizzarono immediatamente le indagini milanesi con enorme eco sui ''media''<ref>Il commissario Luigi Calabresi dichiarò a La Stampa: «certo è in questo settore che noi dobbiamo puntare: estremismo, ma estremismo di sinistra [...] sono i dissidenti di sinistra: anarchici, cinesi, operaisti». Il Messaggero chiedeva retoricamente: «sono (responsabili) i "maoisti, i cinesi, i gruppi fanatizzati che si pongono alla sinistra dello stesso partito comunista [...]?» seguiva la risposta: «il dottor Calabresi se ne dichiara convinto. È l’opera di estremisti − dice ― ma di estremisti di sinistra, su questo non possiamo avere dubbi» (citato in Zacaria 1986, LXXX). Da parte sua il prefetto di Milano, Liberio Mazza, aveva telegrafato al primo Ministro: «ipotesi attendibile che deve formularsi indirizza indagini verso gruppi anarcoidi». Il Ministro rispondeva in sintonia con il seguente telegramma inviato alle altre Polizie europee: «En ce moment nous ne possedons aucune indication valide à l’égard des possibles auteurs du massacre, mai nous dirigeons nos premières soupçons vers les cercles (anarchistes)».</ref>. La scarsa consistenza del gruppo avrebbe dovuto rendere immediatamente inverosimile l’esclusiva riferibilità ad esso di una pluralità di attentati sincronizzati che, per tecniche e materiali usati (esplosivi, timers, contenitori degli ordigni, ecc.), apparivano chiaramente inseriti in un unico disegno, e cioè: la bomba che esplose nel pomeriggio del 12 dicembre in piazza Fontana nella sede milanese della Banca dell’Agricoltura; la bomba inesplosa rinvenuta sempre a Milano nella filiale della Banca Commerciale italiana di piazza della Scala; le tre esplosioni che quasi contemporaneamente si verificarono a Roma, una nell’agenzia della Banca Nazionale del Lavoro in cui rimasero feriti quattordici impiegati, le altre due nei pressi dell’Altare della Patria col ferimento di quattro persone. Un’operazione di alta professionalità, quella richiesta dalla simultanea collocazione di cinque bombe ad alto potenziale in due città distanti centinaia di chilometri l’una dall’altra, che avrebbe dovuto sin dall’inizio renderne non plausibile l’attribuzione esclusiva ad un gruppuscolo come il "22 marzo", peraltro plurinfiltrato. 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Ma soprattutto rilevante eÁ l’infiltrazione, nel gruppo di ispirazione anarchica, da parte di Mario Merlino, figura che a torto eÁ stata piùÁ volte ritenuta ambigua ma che appare estremamente "tipica", e la cui esperienza personale attraversa il "contesto" eversivo descrivendone con chiarezza le dinamiche evolutive. Merlino partecipa, infatti, con Delle Chiaie al convegno dell’Istituto Pollio del 1965, quale componente di un gruppo di venti studenti universitari che l’Istituto stesso (diretta emanazione dei vertici militari) aveva «pregato ± dopo una selezione di merito ± di prendere parte ai lavori appunto come gruppo» (cosõÁ testualmente nella relazione introduttiva agli atti del convegno). Successivamente Merlino aderisce a Ordine Nuovo, alla Giovane Italia e poi ad Avanguardia Nazionale. Nella primavera del 1968 partecipa ad una "escursione" nella Grecia dei colonnelli, formalmente organizzata dall’Esesi, l’associazione degli studenti greci in Italia. La gita era guidata da Pino Rauti, Stefano Delle Chiaie, Loris Facchinetti (leader di "Europa CiviltaÁ") e ad essa parteciparono alcune dozzine di militanti (oltre alla leadership di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale). I partecipanti furono accolti dai dirigenti del regime amico, e sottoposti ad una sorta di corso accelerato in quelle tecniche di infiltrazione a scopo eversivo che erano state impiegate con successo in Grecia l’anno precedente. Al rientro in Italia gli "studenti" si dedicarono a loro volta all’applicazione sistematica di queste tecniche, cercando di inserirsi in gruppi dell’estrema sinistra. Analogo segno e quindi univocitaÁ direzionale ebbero, come eÁ noto, le coperture che ostacolarono le indagini una volta che queste si concentrarono su una cellula neofascista padovana le cui caratteristiche e i cui scopi furono cosõÁ ricostruiti giaÁ in una prima sede giudiziaria: «un’organizzazione eversiva operante nel territorio nazionale con una serie progressiva di attentati terroristici sempre piùÁ gravi finalizzati a conseguire, con lo sconvolgimento della tranquillitaÁ sociale, l’abbattimento delle strutture statali borghesi. [...] Questo movimento sovversivo era nato con un’impostazione di tipo nazi-fascista; si articolava su una direttrice veneta che faceva capo al Freda, nonche su un’altra romana che faceva capo a Stefano Delle Chiaie, [...] aveva elaborato la sua strategia di base in una fondamentale riunione, tenutasi il 18 aprile 1969 a Padova, alla quale erano intervenuti il Freda ed altri esponenti di rilievo della cellula eversiva veneta e di quella romana. In quella riunione si era concepito il programma della cosiddetta seconda linea o doppia organizzazione, secondo cui occorreva strumentalizzare, con opportune manovre di infiltrazione e di provocazione, i gruppi estremisti di sinistra, in modo da compromettere questi ultimi negli attentati e farli apparire come responsabili di una attivitaÁ eversiva la cui reale matrice, invece, era di destra»<ref>Così la Corte di assise di Catanzaro, sentenza del 23 febbraio 1979».</ref><noinclude><references/></noinclude> b1sg7ui9q9duo56yrqj6j4unvtwtfsq 3877072 3877054 2026-08-27T17:27:05Z Giaccai 13220 3877072 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 213 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>faceva parte un agente di Polizia (Salvatore Ippolito, alias "il compagno Andrea") che informava regolarmente i suoi superiori dei progetti e delle iniziative del gruppo, in precedenza quasi tutte miseramente fallite. Ma soprattutto rilevante è l’infiltrazione, nel gruppo di ispirazione anarchica, da parte di Mario Merlino, figura che a torto è stata più volte ritenuta ambigua ma che appare estremamente "tipica", e la cui esperienza personale attraversa il "contesto" eversivo descrivendone con chiarezza le dinamiche evolutive. Merlino partecipa, infatti, con Delle Chiaie al convegno dell’Istituto Pollio del 1965, quale componente di un gruppo di venti studenti universitari che l’Istituto stesso (diretta emanazione dei vertici militari) aveva «pregato — dopo una selezione di merito – di prendere parte ai lavori appunto come gruppo» (così testualmente nella relazione introduttiva agli atti del convegno). Successivamente Merlino aderisce a Ordine Nuovo, alla Giovane Italia e poi ad Avanguardia Nazionale. Nella primavera del 1968 partecipa ad una "escursione" nella Grecia dei colonnelli, formalmente organizzata dall’Esesi, l’associazione degli studenti greci in Italia. La gita era guidata da Pino Rauti, Stefano Delle Chiaie, Loris Facchinetti (leader di "Europa Civiltò") e ad essa parteciparono alcune dozzine di militanti (oltre alla leadership di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale). I partecipanti furono accolti dai dirigenti del regime amico, e sottoposti ad una sorta di corso accelerato in quelle tecniche di infiltrazione a scopo eversivo che erano state impiegate con successo in Grecia l’anno precedente. Al rientro in Italia gli "studenti" si dedicarono a loro volta all’applicazione sistematica di queste tecniche, cercando di inserirsi in gruppi dell’estrema sinistra. Analogo segno e quindi univocità direzionale ebbero, come è noto, le coperture che ostacolarono le indagini una volta che queste si concentrarono su una cellula neofascista padovana le cui caratteristiche e i cui scopi furono così ricostruiti già in una prima sede giudiziaria: «un’organizzazione eversiva operante nel territorio nazionale con una serie progressiva di attentati terroristici sempre più gravi finalizzati a conseguire, con lo sconvolgimento della tranquillità sociale, l’abbattimento delle strutture statali borghesi. [...] Questo movimento sovversivo era nato con un’impostazione di tipo nazi-fascista; si articolava su una direttrice veneta che faceva capo al Freda, nonchè su un’altra romana che faceva capo a Stefano Delle Chiaie, [...] aveva elaborato la sua strategia di base in una fondamentale riunione, tenutasi il 18 aprile 1969 a Padova, alla quale erano intervenuti il Freda ed altri esponenti di rilievo della cellula eversiva veneta e di quella romana. In quella riunione si era concepito il programma della cosiddetta seconda linea o doppia organizzazione, secondo cui occorreva strumentalizzare, con opportune manovre di infiltrazione e di provocazione, i gruppi estremisti di sinistra, in modo da compromettere questi ultimi negli attentati e farli apparire come responsabili di una attività eversiva la cui reale matrice, invece, era di destra»<ref>Così la Corte di assise di Catanzaro, sentenza del 23 febbraio 1979».</ref><noinclude><references/></noinclude> kc3settfrmeosga89a1cjv2g8a7gao1 Il Libro dei Re/I re Sassanidi/11/II 0 1026563 3877061 2026-08-27T16:58:50Z Alex brollo 1615 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3877061 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|11]] - II. - Il re Gurâz Ferâyîn|prec=../I|succ=../III}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu" from="388" to="395" fromsection="s2" tosection="s1" /> 445va5uhav9ndvk0rsuz83io7nkect2 3877064 3877061 2026-08-27T17:03:51Z Alex brollo 1615 Porto il SAL a SAL 75% 3877064 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|11]] - II. - Il re Gurâz Ferâyîn|prec=../I|succ=../III}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu" from="388" to="395" fromsection="s2" tosection="s1" /> hs9hi05axqqy0l9tby6f2i8yr58qc5n Il Libro dei Re/I re Sassanidi/11/III 0 1026564 3877065 2026-08-27T17:04:41Z Alex brollo 1615 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3877065 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|11]] - III. - La regina Pûrân-dokht|prec=../II|succ=../IV}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu" from="395" to="398" fromsection="s2" tosection="s1" /> 9a0re7r47je1m2sjugw1c0lkm51duzl 3877095 3877065 2026-08-27T19:38:33Z Alex brollo 1615 Porto il SAL a SAL 75% 3877095 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|11]] - III. - La regina Pûrân-dokht|prec=../II|succ=../IV}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu" from="395" to="398" fromsection="s2" tosection="s1" /> 3q0x6g0hm4n17jgxsntfymzoyb8yndt Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/826 108 1026565 3877067 2026-08-27T17:21:49Z Tuvok1968 33641 /* Trascritta */ 3877067 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|818}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}spessi canali e metodi artificiosi d’irrigazione di quello che da pochi fiumi reali colmi in ogni stagione e profondi. {{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|Aforismo III.}}}} {{larger|322.}} — Il progresso nella moralità riesce meno evidente, perchè versa in materia di molti e variabili aspetti; e si confonde di leggieri la disposizione degli animi con l’opera ed applicazione esteriore; chè per la prima basta il senso della virtù; per la seconda ricercasi la sapienza. Comunque ciò sia, non verrà impedito a noi di affermare che la moralità del secolo è almeno tanta da concedere alla scienza alla libertà all’arte allo stato e all’operosità di andarsi perfezionando; perocchè fu dimostrato più sopra che nella depravazione degli animi, che vuol dir l’opposto della moralità, si spengono a poco a poco tutte le potenze del bene. {{larger|323.}} — Nullameno, trattando di subbietto la cui importanza è suprema, converrà scendere ai più rilevati particolari. Quello che opponesi direttamente al bene morale è del sicuro l’egoismo, e intendiamo il regno del senso e dell’interesse individuale contro tutto ciò che è razionale e obbiettivo. Natura sapientemente provvide a resistere all’egoismo, ordinando appresso dell’uomo otto specie d’impulsi in verso del bene comune, ciascuno dei quali lo dispicca, per via di dire, dal subbietto e all’obbietto lo ricongiunge. {{larger|324.}} — Sono essi l’attraimento della simpatia nella quale tre forme si deono distinguere, gli affetti famigliari, le amicizie e la patria; non meno gagliarda è la voce viva e súbita e le ammonizioni sicure della coscienza e l’intuito immediato del bene assoluto ed imperativo; la scienza morale assai meditata e {{Pt|scru-|}}<noinclude><references/></noinclude> 64om1y53jf9q5jfpfuvgtavd69j3mxx Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/827 108 1026566 3877070 2026-08-27T17:26:49Z Tuvok1968 33641 /* Trascritta */ 3877070 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|819}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|scru}}tata lega par l’animo e lo tempra e purga quasi senza avvedersene. L’utile stesso personale ben calcolato mostrando che si ragguaglia e confonde nella sostanza con l’utilità universale porge all’egoismo le simiglianze della virtù. La repressione certa quanto saggia delle leggi è freno grande al male se non è sprone al bene. Invece è sprone insieme ed è freno l’approvazione istintiva e l’ammirazione calda e durevole delle moltitudini per ogni bel gesto e l’abbominazione apertissima, per ogni sconcio operare. Conciossiachè il senso morale moltiplica per contatto dell’anime, e puro si manifesta e semplice nelle moltitudini non alterate dall’arte e dalla sofistica. Quello che possa l’educazione per creare e foggiare l’interno uomo conoscono tutti. Ma sopra ogni cosa stimolo prepotente in verso del bene è la religione. {{larger|325.}} — A tutto questo debbesi aggiungere una causa negativa e nullameno efficace e continua del bene, e consiste nell’uso certo e legale d’ogni libertà privata e pubblica. Conciossiachè mediante la libertà esiste il vero interesse comune e però la patria vera; e l’uomo esce di sè e s’immedesima nel bene obbiettivo, del quale è autore insieme e partecipante. E dacchè la voce del popolo non è soffocata, tanto si desidera il suffragio di quello quanto si teme il biasimo. Parimente, nella libertà operandosi imprese grandi e generandosene gloria ben meritata, l’egoismo stesso tramuta le proprie mire e da sensuali e basse le fa superbe e risplendenti. {{larger|326.}} — La scienza poi molto progredita e molto diffusa combatte ellà pure dal canto suo l’egoismo in più modi. Mostra le rispondenze del buono e dell’utile, migliora tutti gli ordini della giustizia repressiva, illumina e feconda il beneficare dei privati e del pubblico e insegna e accomuna i metodi educativi, ancorachè per<noinclude><references/></noinclude> 0wy463e18qedmssqeax69yqljze9mj8 Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/828 108 1026567 3877075 2026-08-27T17:31:46Z Tuvok1968 33641 /* Trascritta */ 3877075 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|820}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}questi abbisogna altra cosa e più difficile della scienza. Ciò veduto, e poichè i fatti testimoniano senza dubio nessuno che l’età nostra eccelle più che le altre nella libertà e nel sapere, è lecito di arguirne che la moralità quando non superi quella de’ tempi scorsi nemmanco cede loro di grande intervallo. {{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|''A.''}}}} {{larger|327.}} — Sembra troppo vero che nel generale i tempi antichi furono più abili nell’educare che i nuovi. Ma nel fatto, se un popolo abbonda di ottimi educatori dà segno con questo solo di gran progresso civile. Per contra, se gli educatori scarseggiano e gli ottimi fra questi sono rarissimi, fondare le speranze del meglio nell’arte educativa chiude patentemente un circolo. Nulladimeno, in ciò ancora è da preferirsi il preordinamento della natura a qualunque altro mezzo ed istituzione. La famiglia nel generale educa con magistero tanto più fino e ingegnoso quanto pressochè inconsapevole di sè medesimo, avendo per suo maestro unico la sollecitudine sempre viva e oculata d’un amore svisceratissimo. Laonde spesso una vedovella nè dotta nè esperta alleva a maraviglia i figliuoli e adempie quell’arduo ufficio meglio del {{AutoreCitato|Jacques Bénigne Bossuet|Bossuet}} e del {{AutoreCitato|Étienne Bonnot de Condillac|Condillac}}. {{larger|328.}} — Ma la famiglia eziandio contrae i difetti comuni del tempo in che vive. E nel nostro, per mio giudicio, confidasi troppo nella istruzione e non abbastanza nel sentimento. A rispetto poi de’ collegi d’educatori forniti di metodi straordinarje volti a improntare la creta umana del lor profondo suggello, avvedesi ognuno che sono arma a doppio fendente, e se operò maraviglie nelle mani de’ Pittagorici, in quelle del Vecchio della montagna produsse le masnade famose degli<noinclude><references/></noinclude> f08qx6wed0mf83izh20np8hpqg86vks Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/148 108 1026568 3877076 2026-08-27T17:35:39Z Giaccai 13220 /* Trascritta */ 3877076 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 214 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{gap|2em}}A tale gruppo<ref>Il gruppo, inizialmente, era stato definito «fanaticamente antisemita». La definizione non è esatta. Infatti sia Martino Siciliano che altri testimoni hanno spiegato che all’interno del gruppo ordinovista veneto c’erano due linee: una decisamente antisemita; un’altra filo-israeliana. Questa seconda linea derivava dalla considerazione che Israele rappresentava uno dei bastioni dell’occidente nella lotta al comunismo. Tra l’altro, sia Siciliano che Vinciguerra e Digilio hanno parlato ampiamente di due presunti agenti del Mossad, Foa e Alzetta, che mantenevano contatti operativi con i neofascisti ed avevano organizzato corsi di addestramento militare in Israele per i militanti dell’estrema destra. C’eÁ infine da ricordare che Gianfranco Bertoli, legato al gruppo di Ordine Nuovo, venne lungamente ospitato in Israele prima della strage di via Fatebenefratelli. Ciò non sarebbe stato possibile — al di là degli scambi tra servizi segreti paralleli – se il gruppo ordinovista fosse stato totalmente antisemita e anti-israeliano. Secondo Digilio, anche Delfo Zorzi sarebbe andato in Israele. Cfr. interrogatorio di Carlo Digilio del 5 marzo 1997.</ref> possono essere certamente attribuiti ben ventidue attentati nel breve periodo intercorrente fra il 15 aprile e il 12 dicembre ’69, finalizzati ad una tipica strategia di provocazione e colpevolizzazione della parte politica avversa, secondo gli schemi caratteristici della guerra rivoluzionaria, che aveva avuto nel convegno dell’Istituto Pollio il sottolineato momento di ufficializzazione. I.1 ''Franco Freda'' Organizzatore e in parte esecutore materiale di tali attentati fu il capo ed ispiratore del gruppo padovano, Franco (Giorgio) Freda, discepolo di J. Evola, avvocato, editore e ideologo; già membro del MSI e di Ordine Nuovo, legato a Rauti e Giannettini fin dal 1966. Anche il personaggio di Freda — come del resto Merlino — consente di verificare la partecipazione di medesimi soggetti in una pluralità di episodi successivi, in un fitto reticolo di intrecci che dimostra l’esistenza del contesto unitario dello stragismo ed insieme ne descrive i caratteri. Al riguardo, si noti che: ''a)'' Freda con la collaborazione di Ventura è l’autore del volantino distribuito tra le Forze Armate per iniziativa di sedicenti Nuclei di Difesa dello Stato, la rete clandestina di militari e civili operativa sin quasi alla metà degli anni ’70 e parallela a Gladio; ''b)'' il contenuto del volantino richiama quello del noto pamphlet "Le mani rosse sulle Forze Armate" opera di Guido Giannettini e Pino Rauti; ''c)'' Giannettini eÁ uomo vicinissimo, giaÁ nella metaÁ degli anni ’60, ai massimi vertici delle Forze Armate, come dimostra il suo ruolo nel convegno dell’Istituto Pollio; ''d)'' la certezza che Freda sia stato l’organizzatore e l’autore degli attentati innanzi descritti dimostra che dalla primavera del 1969 lo stesso Freda pose in atto le metodologie operative che nel convegno dell’Istituto Pollio erano state studiate ed ufficializzate; ''e)'' Guido Giannettini eÁ oggetto, nella vicenda processuale di piazza Fontana, di uno dei piùÁ noti episodi di copertura da parte del SID, che ne sveloÁ la sua qualitaÁ di fonte accreditata del Servizio medesimo.<noinclude><references/></noinclude> jlxw5ms1lwlknc1pk1gsdwdpwbbximt Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/829 108 1026569 3877077 2026-08-27T17:40:02Z Tuvok1968 33641 /* Trascritta */ 3877077 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|821}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}Assassini. D’altra parte, non si possono le vaste città e i regni moderni mutare in comune ginnasio com’era lecito fare nelle repubbliche greche e latine, e vi si oppone altresì giustamente la libertà individuale fortissima oggi e compiuta. Ciò non pertanto, crediamo che sia da studiare un sistema di educazione misto dell’azione privata e della governativa. {{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|Aforismo IV.}}}} {{larger|329.}} — Noi reputiamo ch’eziandio per rispetto alla religione i tempi moderni sieno da sopraporre a tutti i passati. Non che la religione abbia terminato ai di nostri il suo ciclo dogmatico e mondate tutte le macchie onde l’oro suo lucente si appanna e s’infosca; ma, paragonato e bilanciato ogni cosa fra il nuovo ed il vecchio, si trova che mai il genere umano non possedette religione migliore e meno superstiziosa, mai non germogliò più spontanea nel cuore degli uomini e visse dello spirito e delle opere essenzialmente morali ritirandosi dalla materia e dalla vanità delle pratiche e delle cerimonie e riponendo la essenza della pietà nella rettitudine delle intenzioni al di dentro e nell’ardore caritativo al di fuori. {{larger|330.}} — Le quali doti non sono tutte acquistate ed assicurate; ma il mondo civile corre a tal meta infallantemente e nulla vi può resistere. Oltre di ciò poco manca che fra la legge civile e religiosa sia dissipata ogni discrepanza; e certo si verrà presto al punto che la legge divina comandi più cose fuori e sopra della umana, ma nessuna diversa e contraria; il che in nessun altro codice religioso si è mai veduto. Da ultimo, chi non s’accorge oggi della necessità della religione di vivere allato alla scienza e alla libertà?<noinclude><references/></noinclude> 2mshx5jpnrhrne5r6390ef6yvr6c1h7 Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/830 108 1026570 3877078 2026-08-27T17:43:40Z Tuvok1968 33641 /* Trascritta */ 3877078 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|822}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}Di quindi un doppio ordine di guarentigie da un lato contro l’anarchia intellettuale e politica, dall’altro contro la tirannide religiosa. {{larger|331.}} — Certo, la religione provvede direttamente ai fini sopramondani dell’individuo e la legge civile ai fini della specie perpetuantesi sopra la terra, e noi includemmo nella nostra definizione che il progresso dee soddisfare ad entrambi; nè stimo ch’esso vi venga meno ne’ nostri giorni; e il fa di sicuro con migliore conciliazione di quando gli uomini disprezzavano le cure e i travagli del viver comune e gli preferivano l’ozio dei monasteri e le infruttifere discipline della vita solitaria ed ascetica. {{larger|332.}} — Noi dobbiamo, adunque, tenere per fermo che accostandosi la religione a tutti i perfezionamenti poco dianzi accennati, la triste indifferenza degli nomini in verso di lei verrà sminuendo, e la fede nel divino e nel santo propagherassi con tanta maggior prestezza in quanto la natura medesima ne gitta continuo le semenze e mai non tollera che si estinguano. {{larger|333.}} — Di tal maniera gl’impulsi maggiori e più generali in verso il bene obbiettivo che l’indole umana reca con sè dalla culla sembrano tutti vigorosi e coordinati nel mondo presente civile; sebbene altra volta abbiano taluni di essi incontrato maggiore acconcezza di casi e d’istituzioni. {{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|''A.''}}}} {{larger|334.}} — Per fermo, altra volta le opere caritative, per via d’esempio, furono più numerose, e più intensa ed eroica l’annegazione in verso del prossimo. Nullameno, la carità esercitata al dì d’oggi reca frutto grandemente maggiore; dapoichè prende a sua scorta<noinclude><references/></noinclude> hqm1z7oqrdskenbdc4r2vpsch3vch1v Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/149 108 1026571 3877079 2026-08-27T17:45:46Z Giaccai 13220 /* Trascritta */ 3877079 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" /></noinclude>{{gap|2em}}Il più importante — anche se non il solo — elemento di prova contro Freda per la strage di piazza Fontana è l’acquisto da parte sua di cinquanta timers della stessa marca e dello stesso tipo di quelli usati negli attentati del 12 dicembre; acquisto che inverosimilmente Freda giustificò riconducendolo alla sua attività antisemita e assumendo di averlo operato per mandato di un fantomatico ufficiale dei Servizi algerini (il "capitano Hamid"), cui li avrebbe consegnati già nella prima metà del ’69. Le recenti indagini milanesi rafforzano il significato accusatorio della vicenda dei timers e del loro acquisto da parte di Freda. Diversi collaboratori di giustizia provenienti dall’area di destra (Bonazzi, Calore, Izzo) hanno infatti confermato che l’attentato al treno Torino-Roma del 1973 (per cui furono condannati Nico Azzi ed il gruppo milanese La Fenice), si inseriva nel contesto di un’azione provocatoria, che comportava anche la collocazione di alcuni timers appartenenti al lotto usato a piazza Fontana in una villa di Giangiacomo Feltrinelli; il che proverebbe che ancora nel 1973 i timers erano in possesso del gruppo milanese La Fenice e non erano stati invece consegnati al fantomatico capitano Hamid. Un’ulteriore conferma di questa ipotesi viene da una delle fonti (Edgardo Bonazzi) destinatarie di confidenze di Pierluigi Concutelli, secondo cui questi, alla fine del 1978, sarebbe stato avvicinato nel carcere di Trani da Franco Freda che gli proponeva di farsi passare per il capitano Hamid, al fine di confermare la tesi difensiva. «Concutelli mi disse che proprio dinanzi a questa proposta si era convinto della colpevolezza del gruppo Freda, e aveva allentato i rapporti con Freda stesso che inizialmente erano stati buoni»<ref>Si veda la sentenza-ordinanza del G.I. Salvini in data 18 marzo 1995, pag. 113, in archivio Commissione stragi, XII legislatura, doc. Eversione destra 1/3.</ref>. Da altra fonte — Salvatore Francia — si apprende poi che i timers sarebbero da ultimo finiti nella disponibilità di Stefano Delle Chiaie, che li avrebbe avuti da Cristiano de Eccher, militante trentino di Avanguardia Nazionale li, cui avrebbe consegnati originariamente lo stesso Freda; tale possesso avrebbe consentito a Delle Chiaie di tenere Freda «sotto controllo»<ref>Ibidem, pag. 119.</ref>. In sede giudiziaria è stato osservato come le indagini — non appena indirizzate sul gruppo padovano — incontrarono difficoltà ed ostacoli «caratterizzati da un segno comune: quello di occultare o disperdere gli elementi di prova che avrebbero potuto essere utilizzati a carico dei componenti la cellula eversiva veneta»<ref>E cioè nel ricorso per Cassazione del 14 aprile 1986 proposto dal Procuratore generale di Bari avverso la sentenza del 1985 della Corte d’appello di Bari.</ref>. Vanno ricordate: la campagna che andò ben al di là di un tentativo di delegittimazione, di cui fu vittima il commissario di Polizia Juliano, che per primo aveva sospettato la responsabilità del gruppo padovano negli attentati della primavera del 1969; il tentativo della Polizia di Treviso di screditare la pista indagativa appena imboccata, insinuando che Giovanni Ventura fosse un mitomane e Guido Lorenzon persona non qualificata a riceverne le confidenze; i ritardi e le incompletezze con cui furono portati<noinclude><references/></noinclude> numyebw4wmxf1dkyza73du1bpsosxi1 3877141 3877079 2026-08-28T06:33:24Z Giaccai 13220 3877141 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 215 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{gap|2em}}Il più importante — anche se non il solo — elemento di prova contro Freda per la strage di piazza Fontana è l’acquisto da parte sua di cinquanta timers della stessa marca e dello stesso tipo di quelli usati negli attentati del 12 dicembre; acquisto che inverosimilmente Freda giustificò riconducendolo alla sua attività antisemita e assumendo di averlo operato per mandato di un fantomatico ufficiale dei Servizi algerini (il "capitano Hamid"), cui li avrebbe consegnati già nella prima metà del ’69. Le recenti indagini milanesi rafforzano il significato accusatorio della vicenda dei timers e del loro acquisto da parte di Freda. Diversi collaboratori di giustizia provenienti dall’area di destra (Bonazzi, Calore, Izzo) hanno infatti confermato che l’attentato al treno Torino-Roma del 1973 (per cui furono condannati Nico Azzi ed il gruppo milanese La Fenice), si inseriva nel contesto di un’azione provocatoria, che comportava anche la collocazione di alcuni timers appartenenti al lotto usato a piazza Fontana in una villa di Giangiacomo Feltrinelli; il che proverebbe che ancora nel 1973 i timers erano in possesso del gruppo milanese La Fenice e non erano stati invece consegnati al fantomatico capitano Hamid. Un’ulteriore conferma di questa ipotesi viene da una delle fonti (Edgardo Bonazzi) destinatarie di confidenze di Pierluigi Concutelli, secondo cui questi, alla fine del 1978, sarebbe stato avvicinato nel carcere di Trani da Franco Freda che gli proponeva di farsi passare per il capitano Hamid, al fine di confermare la tesi difensiva. «Concutelli mi disse che proprio dinanzi a questa proposta si era convinto della colpevolezza del gruppo Freda, e aveva allentato i rapporti con Freda stesso che inizialmente erano stati buoni»<ref>Si veda la sentenza-ordinanza del G.I. Salvini in data 18 marzo 1995, pag. 113, in archivio Commissione stragi, XII legislatura, doc. Eversione destra 1/3.</ref>. Da altra fonte — Salvatore Francia — si apprende poi che i timers sarebbero da ultimo finiti nella disponibilità di Stefano Delle Chiaie, che li avrebbe avuti da Cristiano de Eccher, militante trentino di Avanguardia Nazionale li, cui avrebbe consegnati originariamente lo stesso Freda; tale possesso avrebbe consentito a Delle Chiaie di tenere Freda «sotto controllo»<ref>Ibidem, pag. 119.</ref>. In sede giudiziaria è stato osservato come le indagini — non appena indirizzate sul gruppo padovano — incontrarono difficoltà ed ostacoli «caratterizzati da un segno comune: quello di occultare o disperdere gli elementi di prova che avrebbero potuto essere utilizzati a carico dei componenti la cellula eversiva veneta»<ref>E cioè nel ricorso per Cassazione del 14 aprile 1986 proposto dal Procuratore generale di Bari avverso la sentenza del 1985 della Corte d’appello di Bari.</ref>. Vanno ricordate: la campagna che andò ben al di là di un tentativo di delegittimazione, di cui fu vittima il commissario di Polizia Juliano, che per primo aveva sospettato la responsabilità del gruppo padovano negli attentati della primavera del 1969; il tentativo della Polizia di Treviso di screditare la pista indagativa appena imboccata, insinuando che Giovanni Ventura fosse un mitomane e Guido Lorenzon persona non qualificata a riceverne le confidenze; i ritardi e le incompletezze con cui furono portati<noinclude><references/></noinclude> idjpglrk1h8357c982f57i5ckqlwz2j Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/831 108 1026572 3877080 2026-08-27T17:50:33Z Tuvok1968 33641 /* Trascritta */ 3877080 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|823}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}l’osservazione e la scienza. Ebbesi forse altra volta maggior compassione nei delinquenti e nei percossi di pena. Ma nuova e bellissima è l’arte e la cura del magistrato d’oggidì d’emendare l’animo del colpevole e per via dei meritati castighi rigenerarlo. {{larger|335.}} — Del pari, crediamo avere altra volta una fede più calda e una pietà più profonda persuaso maggior compassione e maggiore affetto in verso il popol minuto. Solo mancava a quella santa tutela il proposito e l’abilità di serbare al proletario il senso della dignità propria e di non permutare il benefizio in qualche sorta di vassallaggio, il che s’adempie ne’ nostri giorni da ogni istituzione popolare e caritativa. Del sicuro, parecchi problemi sociali e assai poderosi chiedono vanamente alla civiltà moderna la risoluzione loro. Altri la chiedono e aspettano con fiducia. Ed uno fra questi si è di trovar modo efficace di ricondurre le moltitudini a minor cupidigia e maggiore rassegnazione. Il che faranno, per mio giudicio, la scienza e la religione, aumentando da un lato gli aiuti e i conforti della tutela e dall’altro persuadendo da capo il genere umano che la sua mischianza sopra la terra di spirito e corpo è necessaria ma sfortunata, e che altrove debbe accadere non su questo pianeta il rincontro delle due forme supreme del bene assoluto, e cioè perfezione e beatitudine.<ref>Vedi ''Saggi di filosofia civile'', vol. I, pag. 112 e seguenti.</ref> {{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|''B.''}}}} {{larger|336.}} — Dicemmo il subbietto della moralità essere moltiforme. Ora, aggiungiamo che, oltre ai due aspetti suoi principali, la deliberazione interiore e l’applicazione estrinseca, entra in mezzo una terza disposizione che è la maggiore o minore energia dell’interno<noinclude>{{rule|2=000000|h=1px|33em}}<references/></noinclude> abwu7ehc6xiawo8qd1c7ndynx1udiva Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/832 108 1026573 3877082 2026-08-27T18:30:40Z Tuvok1968 33641 /* Trascritta */ 3877082 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|824}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}volere e deliberare. Sul che pronunziamo speditamente essere varcata sulla terra più d’una età in cui la grandezza e magnanimità dei caratteri è stata molto men rada che ai tempi nostri. Ma ripetiamo che il progresso civile è una prevalenza di vantaggi copiosi e diversi sopra alcune scomodezze e difetti; nè gli assolutamente contrarj potranno mai stare insieme. {{larger|337.}} — Quindi se l’età nostra è più mansueta e per ogni rispetto più umana e gentile, à minor bisogno delle tempre adamantine ed à molto minor frequenza di casi che a quelle tempre servano di durissima cote. E d’altra parte, se l’educazione oggi si fonda principalmente su l’istruzione e meno sull’ingagliardire gli istinti e gli affetti ed esercitare l’animo in prove lunghe e penose, chiaro è che n’usciranno ingegni assai riflessivi e caratteri moderati e buoni ma di mediocre vigorezza e tenacità. Nondimeno, molto manca che il secolo venga censurato a ragione di fiacchezza e mollizia. E quando gli accadimenti mutano faccia e la loro asprezza ricerca straordinaria virilità di consiglio e di opere, la storia moderna non vuol sottostare all’antica neppure in questo; e l’ultima sollevazione polacca narrerà agli avvenire non solamente la volontà eroica e indomabile di pochi spiriti privilegiati ma di città e provincie intere. {{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|Aforismo V.}}}} {{larger|338.}} — Nell’arte sono due forme sostanziali e diverse. L’una è utile, e dal pedale della scienza rampolla. L’altra è dilettevole, ed emana drittamente dalla intuizione del bello. Noi siamo per lo certo inferiori agli antichi nella espressione del bello figurativo. Ma troppo mancherebbe al progresso civile del secolo, quando la inferiorità nostra comparisse {{Pt|evi-|}}<noinclude><references/></noinclude> jf381338vfykfjnyecjt0n6eelzb3mi Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/833 108 1026574 3877083 2026-08-27T18:34:30Z Tuvok1968 33641 /* Trascritta */ 3877083 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|825}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|evi}}dente eziandio nel concetto e nel sentimento della bellezza morale. Ma niuno dirà che i moderni non mirino con ardore e con fede negli archetipi di molte perfezioni sociali e politiche e non aspirino e non si travaglino ad attuarle. {{larger|339.}} — Vogliamo libertà, indipendenza prosperità e gloria per tutti i popoli, e non istimiamo compita l’opera della redenzione di nostra stirpe insino & che rimanga una tribù quale che sia non arbitra de’ proprj destini e inconsapevole della dignità del consorzio umano. Abbiamo fede nell’amicizia avvenire di tutte le genti e si desiderano unificate in nazioni giusta gli elementi eterni ed inalterabili a ciò apparecchiati dalla natura. Laonde qualunque tirannide grava sopra qualunque popolo noi la facciamo offesa nostra e vi veggiamo violato il sacro carattere dell’umanità. {{larger|340.}} — Trascorrendo in altro subbietto e in altra bellezza morale, certo è che il secolo decimonono studia intorno alla idea del rigenerare le infime plebi e le consegna gelosamente come pupillo alla curatela delle classi culte ed agiate. E del resto, la fede sua nella libertà del pensiere e della coscienza è piena e incrollabile. Nè fede minore ripone in questa legge del progredire, intorno alla quale gli ingegni speculativi tuttora ragionano e controvertono. Non ebbe l’antichità intera nulla di più vasto, di più generoso e di più eccellente nei voti e nelle aspirazioni comuni. {{larger|341.}} — Ma per rispetto all’arte propriamente denominata, nemmanco è da cedere per intero la palma alle età trapassate. Conciossiachè per addietro il senso il giudicio e l’uso dell’arte geniale a pochissimi popoli apparteneva quasi a maniera di privilegio, in quel mentre che oggi niuna nazione culta d’Europa e d’America ne vive ignara e ne soffre difetto. Oltrechè, se gli<noinclude><references/></noinclude> 9ava3ah5s13ewbwb86lhci49udg4lry Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/834 108 1026575 3877084 2026-08-27T18:38:28Z Tuvok1968 33641 /* Trascritta */ 3877084 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|826}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}antichi ci sopravanzano nella imitazione che domandasi plastica noi li superiamo in quella che ritrae l’uomo interiore; e mentre agli antichi il bello splendeva sotto certe sembianze perfette ma raccolte in pochi e immutabili generi, l’arte moderna spazia liberamente nell’infinito di tutti i generi. {{larger|342.}} — Certo, in risguardo di ciò il secolo nostro è riflessivo più che inventivo e giudica meglio che non fa e non crea. Ma l’arte ispirata davvero ed originale ricomparisce a lunghe distanze sopra la terra, quando nuovi principj di fede pigliano definizione dentro le menti umane, e l’arte rinviene alla fine un qualche modo solenne di significarli e rappresentarli; nel qual caso l’arte innovata e rigermogliata riesce di necessità più profonda e sintetica della trascorsa. {{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|Aforismo VI.}}}} {{larger|343.}} — Si toccò di sopra che conviene misurare il progresso civile eziandio dal suo dilatarsi fra le nazioni. E per questo rispetto ancora i tempi nostri non temono paragone. Perchè, oltre al numero accresciuto dei popoli inciviliti e di quelli che dirozzati da lunga pezza già entrano ad emulare la umanità la scienza la ricchezza e l’altre doti dei regni che fecersi da qualche secolo esemplari a tutti, importa il considerare sopra ogni cosa che la civiltà e potenza europea stringe ed allaccia le vecchie famiglie orientali e affricane ciascun giorno di più. {{larger|344.}} — Da per tutto sono le nostre armi e il nostro commercio, e forza è che le primitive ed oggi decrepite istituzioni e religioni si sfascino; e sotto lo ingerimento dei pensieri e costumi d’Europa si trasmutino sostanzialmente. Mai dunque il mondo non è stato in {{Pt|pro-|}}<noinclude><references/></noinclude> i4eayigfvj1oqeeic8lsbsj4w2d2ffw Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/835 108 1026576 3877085 2026-08-27T18:42:31Z Tuvok1968 33641 /* Trascritta */ 3877085 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" /></noinclude>{{Pt|<br>|pro}}cinto siccome ora di cedere da ogni parte agl’influssi delle nazioni d’occidente. E perchè, d’altro lato, le popolazioni anche barbare tenute sotto il giogo pesano oggi stranamente ai conquistatori e non v’è altro modo di trarne largo e durevole utile eccetto ch’emanciparle gradatamente e aiutarne di cuore il risorgimento, però gli spiriti mercantili medesimi di questa età non che gli umani e i cristiani concorrono a simile fine. {{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|Aforismo VII.}}}} {{larger|345.}} — Completa è, dunque, la prova sperimentale del superare il mondo moderno l’antico, avendosi l’occhio alle parti più sostanziali della civiltà e persuadendosi che le perfezioni umane non procedono mai tutte pari; nè, per condizione d’ogni finito, gl’incrementi possono mai accadere senza sopportare scapito alcuno da qualche lato e in qualche accidente. {{larger|346.}} — Ma certo, alla prova sperimentale manca vigore e legittimità di concludere e vien meno il frutto che altri spera di cogliere, quando dal rigore dialettico ci sia interdetto di argomentare dal presente all’avvenire e dalla condizione attuale e nota dei fatti a quella futura ed ignota. Perocchè, essendo intervenute le decadenze non pure parzialmente, ma quasi universalmente, e vale a dire nelle nazioni orientali che andavano per la maggiore e nel vecchio mondo romano a cui per parecchi secoli appartenne come di giure il primato civile, necessario è di mostrare che le genti le quali il tengono e possiedono oggi non sono per ismarrirlo nè prossimamente nè dopo, ruinando nella ignavia nella corruzione e nella ignoranza. {{larger|347.}} — Questo mena a considerare l’astratta proposizione che qui s’infrascrive: ''quale archetipo di''<noinclude><references/></noinclude> dy1o12rt8bb5ixuf8rglvthx3i2ruzt 3877086 3877085 2026-08-27T18:43:10Z Tuvok1968 33641 3877086 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|827}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|pro}}cinto siccome ora di cedere da ogni parte agl’influssi delle nazioni d’occidente. E perchè, d’altro lato, le popolazioni anche barbare tenute sotto il giogo pesano oggi stranamente ai conquistatori e non v’è altro modo di trarne largo e durevole utile eccetto ch’emanciparle gradatamente e aiutarne di cuore il risorgimento, però gli spiriti mercantili medesimi di questa età non che gli umani e i cristiani concorrono a simile fine. {{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|Aforismo VII.}}}} {{larger|345.}} — Completa è, dunque, la prova sperimentale del superare il mondo moderno l’antico, avendosi l’occhio alle parti più sostanziali della civiltà e persuadendosi che le perfezioni umane non procedono mai tutte pari; nè, per condizione d’ogni finito, gl’incrementi possono mai accadere senza sopportare scapito alcuno da qualche lato e in qualche accidente. {{larger|346.}} — Ma certo, alla prova sperimentale manca vigore e legittimità di concludere e vien meno il frutto che altri spera di cogliere, quando dal rigore dialettico ci sia interdetto di argomentare dal presente all’avvenire e dalla condizione attuale e nota dei fatti a quella futura ed ignota. Perocchè, essendo intervenute le decadenze non pure parzialmente, ma quasi universalmente, e vale a dire nelle nazioni orientali che andavano per la maggiore e nel vecchio mondo romano a cui per parecchi secoli appartenne come di giure il primato civile, necessario è di mostrare che le genti le quali il tengono e possiedono oggi non sono per ismarrirlo nè prossimamente nè dopo, ruinando nella ignavia nella corruzione e nella ignoranza. {{larger|347.}} — Questo mena a considerare l’astratta proposizione che qui s’infrascrive: ''quale archetipo di''<noinclude><references/></noinclude> 0f7828dexmzu8dtgmr95fxrhrdm20lh Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/836 108 1026577 3877087 2026-08-27T18:49:25Z Tuvok1968 33641 /* Trascritta */ 3877087 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|828}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}''società umana sopra la terra è lecito di pensare e delineare perch’ella sia posseditrice sicura e continua degli elementi costitutivi del progresso civile''. Il qual pronunziato, dopo le cose discorse intorno alle decadenze, può voltarsi altresì nel seguente meno astratto e meglio particolareggiato: ''si cerca un ordine di società umana sopra la terra in cui nessuna peripezia e nessun accidente di dentro o di fuori, come nessun’andatura naturale o necessaria d’istituzioni, costumi e opinioni faccia sormontare durevolmente i principj regressivi contro i progressivi''. {{larger|348.}} — Sul che ci sembra da tutto il ragionato qua dietro uscire pronta e non difficile la risoluzione. Perocchè se i principj regressivi riduconsi ai tre ricordati e descritti più fiate, e cioè l’indolenza, l’ignoranza e l’egoismo, bisogna considerare non solamente le forze che loro si oppongono le quali sono attività, scienza e moralità, ma per che condizioni coteste forze mai non possono venir sopraffatte. E ritroveremo che ciò avviene quando nel corpo sociale è sicura e facile sì per la durata e sì per lo spazio la trasmissione del pensiere e perciò della scienza. Quando vi si gode libertà così fatta che salvi da ogni impedimento e traviamento la umana spontaneità e vi moltiplichino sempre e rinnovino le cagioni e gl’impulsi dell’operare. {{larger|349.}} — In fine, quando la religione, che è la forma sopraeccellente della moralità, non muti e non combatta in nessuna parte l’etica naturale ma le cresca energia operosa e ''al sustine et abstine'' degli stoici aggiunga autorevolmente ''et dilige''. Oltre di che, bisogna la religione permanga e viva in concordia e comunicanza col sapere e la libertà; e però imponga credenze soprarazionali, non già irrazionali, e governando gli spiriti aborrisca da ogni costringimento materiale vicino o remoto.<noinclude><references/></noinclude> gnyxpvsqugg7pz3h82v4wi8738biu1f Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/837 108 1026578 3877088 2026-08-27T18:53:51Z Tuvok1968 33641 /* Trascritta */ 3877088 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|829}}}}</noinclude>{{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|Aforismo VIII.}}}} {{larger|350.}} — Ora, noi siamo del sicuro in possedimento dei due primi fattori del progresso civile, la trasmissione certa e facile del pensiere e la libertà. La stampa non teme accidenti e peripezie. Un nuovo Omar (seguo la tradizione volgare) ardendo la libreria d’un’altra Alessandria non iscemerebbe nulla al patrimonio dell’umano sapere. E poco vi nuocerebbe una irrazione stessa di barbari, qualora accader potesse. Le librerie americane salvate basterebbero a mantenere quasichè compiuta la tradizione del pensiere e di tutte le scienze. {{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|''A.''}}}} {{larger|351.}} — Per fermo, i testi di tutte le lingue non esistono nelle Americhe; e Inglesi e Spagnuoli non tradussero colà ogni cosa, anzi una minima parte. Ma in questa parte è il fiore delle scienze e lettere umane. {{larger|352.}} — Ciò non ostante, non può negarsi che la sicurezza e facilità del trasmettere l’umano pensiere e la notizia dei fatti acquisterebbe un modo di più e una nuova e notabile guarentigia, semprechè il dotto Occidente invece di spregiare oggi in ogni cosa la Cina come una volta per certo vezzo l’ammirava sopra il vero, pigliasse ad imitarla in una pratica utilissima benchè eccessivamente difficile, ed è di ritrarre in carta il pensiere umano con l’uno e l’altro sistema il fonetico e l’ieroglifico. Essendo che in Cina si usi di esprimere i suoni della lingua tartarica con l’alfabeto dei Tartari e si prosegua poi la scrittura cinese antichissima che à per fondamento la rappresentazione non già dei<noinclude><references/></noinclude> gq9f8u414c62ksg0tp71xyhrw8ysk98 Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/838 108 1026579 3877089 2026-08-27T18:58:37Z Tuvok1968 33641 /* Trascritta */ 3877089 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|830}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}suoni vocali ma dell’idea e delle sue modificazioni e accidenze. {{larger|353.}} — Dal che seguita che in quell’impero smisuratamente grande ciascun letterato legge e conosce i pensieri ei fatti d’ogni tempo e d’ogni provincia benchè vi si parlino dialetti differentissimi e poco meno che lingue diverse a cui bisognano continuamente gl’interpreti nelle città capitali. Di tal maniera come in tutta quanta l’Europa anzi nel mondo intero non barbaro la musica scritta viene letta e benissimo intesa da ogni popolo, così accade della scrittura cinese per tutti gli abitatori dell’Impero celeste e per le altre provincie intorno che partecipano della sua civiltà e desiderano di conoscerne i libri. {{larger|354.}} — Vero è che nessuno sa a mente (per ciò che se ne riferisce) il corpo intero di quella scrittura, e saperne una buona parte ricerca lo studio indefesso di lunghi anni. Ma non è subbietto da abbandonarsi e merita la meditazione dei filologi consumati. {{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|Aforismo IX.}}}} {{larger|355.}} — Quanto alla libertà, non dubitiamo di affermare che il suo concetto splende oggi purissimo alle intelligenze. Perchè da un cotal privilegio che parve essere nei secoli andati, la libertà trasmutossi in diritto comune; e più che diritto sentono al presente i giuristi filosofi ch’ella è dovere solenne di tutti i buoni; atteso che mediante la libertà si consegue la spontaneità perfetta del bene, e vale a dire la essenza del bene stesso. Onde il {{AutoreCitato|Giovanni Vincenzo Gravina|Gravina}} giustamente e per certa divinazione la chiamò ''sacrosanta cosa''. {{larger|356.}} — Noi crediamo altresì che parecchie nazioni dell’occidente ne possiedono l’ottima forma e poco<noinclude><references/></noinclude> ruqoffqdffalgwn1zby0jfz4n4vtheo Il Libro dei Re/I re Sassanidi/11/IV 0 1026580 3877096 2026-08-27T19:39:13Z Alex brollo 1615 Porto il SAL a SAL 75% 3877096 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|11]] - IV. - La regina Azermi-dokht|prec=../III|succ=../V}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu" from="398" to="399" fromsection="s2" tosection="s1" /> 5igbxxdlzlelra6e44mf7zq94rdv624 Il Libro dei Re/I re Sassanidi/11/V 0 1026581 3877097 2026-08-27T19:40:29Z Alex brollo 1615 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3877097 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|11]] - V. - Il re Farrukhzâd|prec=../IV|succ=../../12}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu" from="399" to="401" fromsection="s2" /> 9l1m2tn66kaa399sqdd48caekmezx8y 3877100 3877097 2026-08-27T19:46:10Z Alex brollo 1615 Porto il SAL a SAL 75% 3877100 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|11]] - V. - Il re Farrukhzâd|prec=../IV|succ=../../12}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu" from="399" to="401" fromsection="s2" /> s4h8z9m2it1tratp60xzg198duauug2 Il Libro dei Re/I re Sassanidi/12/I 0 1026582 3877103 2026-08-27T19:48:29Z Alex brollo 1615 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3877103 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|12]] - I. - Principio del regno di Yezdeghird|prec=../../I re Sassanidi/12|succ=../II}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu" from="402" to="404" fromsection="s2" tosection="s1" /> rk18szzzjdb223kdjbvpsd1x6ups6sw 3877118 3877103 2026-08-28T04:35:15Z Alex brollo 1615 3877118 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=27 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|12]] - I. - Principio del regno di Yezdeghird|prec=../../12|succ=../II}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu" from="402" to="404" fromsection="s2" tosection="s1" /> emqa7uxda89yh28qlq5gx99xl8oj63e Il Libro dei Re/I re Sassanidi/12/II 0 1026583 3877119 2026-08-28T04:35:58Z Alex brollo 1615 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3877119 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=28 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|12]] - II. - Invasione di Saad figlio di Vakkâs|prec=../I|succ=../III}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu" from="404" to="414" fromsection="s2" tosection="s1" /> 4gw8xr2ol3czc6v82y2px893qwy1e78 3877123 3877119 2026-08-28T05:36:24Z Alex brollo 1615 Porto il SAL a SAL 75% 3877123 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=28 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|12]] - II. - Invasione di Saad figlio di Vakkâs|prec=../I|succ=../III}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu" from="404" to="414" fromsection="s2" tosection="s1" /> rg9xg7rz229fl3oujtql3mxzl3s0l16 Il Libro dei Re/I re Sassanidi/12/III 0 1026584 3877124 2026-08-28T05:36:58Z Alex brollo 1615 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3877124 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=28 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|12]] - III. - Lettera di Rustem a Saad|prec=../II|succ=../IV}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu" from="414" to="421" fromsection="s2" tosection="s1" /> 95z56wz6yth0gfy1ds5qrx0wr5wz551 3877134 3877124 2026-08-28T05:53:22Z Alex brollo 1615 Porto il SAL a SAL 75% 3877134 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=28 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|12]] - III. - Lettera di Rustem a Saad|prec=../II|succ=../IV}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu" from="414" to="421" fromsection="s2" tosection="s1" /> 8x8nei5soamt65lc4ix9jhjrje59n8e Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/85 108 1026585 3877126 2026-08-28T05:41:28Z OrbiliusMagister 129 /* Trascritta */ 3877126 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 151 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule|v=2}}</noinclude>biente dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’interno con cui era in contatto e presso cui aveva ottime entrature»<ref>Cfr. Sentenza-Ordinanza Mastelloni, p. 2136. Interrogatorio di M. Siciliano del 5 agosto 1996 al G.I. di Milano, Guido Salvini.</ref> Come s’è visto, una prima ammissione o forse allusione - ai rapporti tra Zorzi e un alto funzionario del Viminale, era stata formulata dallo stesso Federico Umberto D’Amato, nel 1987, davanti alla Corte d’assise di Venezia: «[...] Una volta ero andato nell’ufficio di Sampaoli, Vice Prefetto, capo dell’Ufficio Stampa della Direzione Generale di Polizia, e questi mi presentò un signore che era nel suo ufficio, relativamente giovane, come amico di origine veneziane, me lo presentò come Zorzi. Poi successivamente a questo incontro mi ricordai che esisteva nella mia memoria questo nome collegato ad una qualche attività ideologica di destra e per accertarmi della sua esatta collocazione chiesi se ci fosse qualche fascicolo a nome Zorzi, e debbo aver trovato una qualche conferma di un’attività che all’epoca era allo stato iniziale. Colloco l’incontro al Ministero nel settantuno o primi anni settanta. Dagli atti risultava che lo Zorzi avrebbe fatto parte di Ordine Nuovo [...]. Preciso che Sampaoli non ha mai avuto un rapporto funzionale e di collaborazione col mio ufficio. Escludo però che fino a quando io fui Capo del SIGSI lo Zorzi abbia potuto svolgere una qualche attività informativa in favore del mio ufficio. Quando poi io fui interrogato dal giudice istruttore e mi fu chiesto se mi ricordassi di un qualche tipo di rapporto che ci fosse stato tra Zorzi ed il Ministero io gli riferii l’episodio di cui ho già detto. Poi chiesi notizie ai miei ex colleghi e appresi che lo Zorzi era latitante ed emigrato all’estero. Date le funzioni che Sampaoli allora svolgeva (Capo Ufficio Stampa) il suo ufficio era un «salotto culturale» frequentato da giornalisti, scrittori, intellettuali, e Sampaoli era appunto un uomo di particolare cultura. Sampaoli e Zorzi parlavano di qualche cosa di culturale ed in quella occasione appresi, mi sembra, che Zorzi studiava a Napoli. Quindi escluderei che tra Zorzi e Sampaoli ci potesse essere un rapporto che fosse di natura diversa da quella culturale. Io ignoravo quale fosse all’epoca la attività dello Zorzi»<ref>Sentenza-Ordinanza Mastelloni, p. 3054.</ref>. Nel 1971 al di là della sua presunta partecipazione alla strage di piazza Fontana - Zorzi aveva già realizzato gli attentati alla Scuola slovena di Trieste e al cippo di confine italo-jugoslavo a Gorizia. Ma nello stesso tempo frequentava il Viminale per «scambi culturali». Altre testimonianze riguardano il ruolo di Zorzi quale elemento di contatto con ambienti istituzionali favorevoli al dispiegarsi della strategia della tensione. Una prima, generica, viene da Carlo Digilio, il quale ha riferito di alcune confidenze ricevute da Giovanni Ventura: «Diceva [Ventura] di avere avuto dei finanziamenti per queste attività dei Servizi da Roma. Senato della Repubblica - Archivio Storico<noinclude><references/></noinclude> rszeugeiykiz9ak9gnfk61yjd178pfo Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/839 108 1026586 3877132 2026-08-28T05:51:33Z Tuvok1968 33641 /* Trascritta */ 3877132 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|831}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}remota dall’astratta idealità; per fermo, ei non si pone alle franchigie private di ciascheduno altro limite che di poter coesistere con le franchigie di tutti gli altri; e la costrizione della legge sempre è commisurata con la necessità del fare incolume il viver comune e punisce le sole azioni esteriori dannate innanzi dal morale convincimento del genere umano. {{larger|357.}} — Alle libertà pubbliche poi manca molto poco perchè tocchino esse pure l’esemplarità loro ideale, la qual prescrive che i negozj e interessi comuni sieno trattati e curati dal comune per mezzo dei migliori in dottrina e bontà e tutelando al possibile ogni interesse e opinione contraria. Onde tutto ciò afforzato dagl’impulsi di natura che fece innato e ognor risorgente il senso e il bisogno di libertà, procede universalmente alle ultime attuazioni e l’un popolo aiuta l’altro e l’affrancamento di tutti è poco lontano. {{larger|358.}} — Ma qui deesi notare come i fattori fondamentali del progresso civile si ricercano mutuamente e l’uno è buon sodatore dell’altro. Conciossiachè senza libertà la trasmissione del pensiere e l’affaticarsi della scienza poco o nulla approderebbero. Stantechè in entrambi verrebbe meno via via la facoltà di manifestarsi, e a lungo andare, dalla servitù esterna procederebbe la servità interna della mente e dell’animo. {{larger|359.}} — All’incontro la libertà sprovveduta di scienza pericola ad ogni momento di traviare scambiando le forme con la sostanza o per opposito ignorando l’arte di vestir la sostanza delle debite forme; o forse più facilmente abbuiando il concetto medesimo di libertà siccom’è stato per secoli. I legami poi d’entrambo cotesti fattori con l’attività ci appaiono troppo manifesti. Conciossiachè la scienza col rinvenire cose nuove suggerisce nuove arti ed istituzioni all’uomo e riforme e<noinclude><references/></noinclude> hecvqpgh2qft8s5sktl9pystb0fuj2w Il Libro dei Re/I re Sassanidi/12/IV 0 1026587 3877135 2026-08-28T05:53:53Z Alex brollo 1615 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3877135 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=28 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|12]] - IV. - Battaglia e morte di Rustem|prec=../III|succ=../V}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu" from="421" to="424" fromsection="s2" tosection="s1" /> nvvnhw6jaqercewl7igml7apa3gvvuq 3877194 3877135 2026-08-28T06:43:52Z Alex brollo 1615 Porto il SAL a SAL 75% 3877194 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=28 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|12]] - IV. - Battaglia e morte di Rustem|prec=../III|succ=../V}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu" from="421" to="424" fromsection="s2" tosection="s1" /> fbrjkp84ityslzsixxxbomk6101s1fe Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/840 108 1026588 3877136 2026-08-28T05:59:26Z Tuvok1968 33641 /* Trascritta */ 3877136 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|832}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}giunte e finimenti alle antiche. E d’altro canto la libertà lo assicura di poter fare e giovarsi di quello che impara; mentre poi essa medesima la libertà giovasi molto dello spirito attivo umano; perchè non usata e non applicata corromperebbesi. {{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|''A.''}}}} {{larger|360.}} — Prima si chiusero a forza le scuole d’Atene, devastaronsi le biblioteche del tempio di {{w|Serapide|Serapide}} e si sbandirono d’Alessandria gli ultimi alunni e seguitatori di {{AutoreCitato|Plotino|Plotino}} e di {{AutoreCitato|Proclo|Proclo}}. Poi furono i Greci condotti a non potere aprir l’ali dell’intelletto salvo che in commenti e grammatiche e battagliando per sino col ferro per l’''omusion'' e l’''omousion''. Da ultimo, le catene, per via di parlare, nacquero da sè medesime intorno al pensiere che sentissi povero, infermo e rapiccinito; onde inutilmente stavano sotto gli occhi d’ogni studioso i volumi di {{AutoreCitato|Platone|Platone}} e d’{{AutoreCitato|Aristotele|Aristotele}}, di {{AutoreCitato|Demostene|Demostene}} e di {{AutoreCitato|Tucidide|Tucidide}}. {{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|Aforismo X.}}}} {{larger|361.}} — Circa il terzo gran fattore del progresso civile che è la moralità, ponesi qui in memoria quanto ne fu ragionato più sopra, onde si concluse che nell’età nostra guardandosi al tutto insieme delle opere umane e bilanciando le varie partite del lor bene e del lor male la moralità non è per lo manco inferiore a quella di altri tempi stimati felici per molte nazioni. E a questo certo risultamento noi ci fermammo per non dir nulla di meno evidente e di meno provato in subbietto moltiforme e bisognevole di assai numerose e minute analisi.<noinclude><references/></noinclude> pgqqax9g3roke520lh9tvg5hu4slofr Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/841 108 1026589 3877137 2026-08-28T06:03:58Z Tuvok1968 33641 /* Trascritta */ 3877137 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|833}}}}</noinclude> {{larger|362.}} — Ma ora dovendosi ricercare se v’à criterio visibile secondo il quale dubitar non si possa del mantenersi la moralità nel consorzio civile moderno, noi aggiungiamo che tale certezza proviene anzi tutto dal riconoscere che niuna forza può rovesciare appo noi la libertà e la scienza; e quello che importano l’una e l’altra al conoscere e praticare il bene morale si è definito più sopra. E ancora che la scienza e la libertà bisognino esse medesime di alti e forti principj morali, giova il considerare che la intelligenza e le idee sono cominciamento di tutto, e che la spontaneità umana ponendo sua radice e sua guarentigia nella libertà, suscita del sicuro e afforza e mantiene il senso morale; perocchè questo è sempre voluto e procurato dalla natura ed essa natura convertesi, come ognun vede, con la spontaneità. {{larger|363.}} — Oltre di questo, chi guarda al fondo del nostro essere persuadesi agevolmente che impulso grande e confermazione e suggello continuo della ottima moralità è l’ottima religione; onde in questa si à pegno sicuro di quella. Ora, per noi non è incerto che la presente religione del mondo civile si accosta a gran passi all’archetipo dianzi delineato, non ostante le difficoltà le passioni e gli errori che lo combattono. {{larger|364.}} — Senza nè discutere il dogma nè giudicare le origini della fede cristiana (subbietto alieno dal tema di questi volumi) e solo mirando allo svolgimento fecondo di lei nella lunghezza dei tempi, tre caratteri luminosi ed incancellabili vi si ravvisano impressi. Il primo è la razionalità perfettissima della sua legge morale. I progressi tutti dell’Etica sembrano giacere in virtù e in sementa nel libro novissimo di colui che disse: ''ego sum veritas''. {{larger|365.}} — Secondo carattere è questo che la civiltà migliore di noi moderni o provenne dai Vangeli o crebbe<noinclude>{{PieDiPagina|{{smaller|{{Sc|Mamiani — II.}}}}||{{smaller|53}}}}</noinclude> m692k0mrpidmwe26dq0jpwu1cle6tf6 Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/842 108 1026590 3877138 2026-08-28T06:07:22Z Tuvok1968 33641 /* Trascritta */ 3877138 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|834}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}e si assodò sotto il patrocinio loro. Ei travasarono nel mondo moderno ib più sano e generoso della civiltà greca e romana. Mansuefecero i barbari, abolirono la schiavitù, emanciparono la donna, la famiglia santificarono. Fu da loro predicata la uguaglianza e fraternità sì degli ordini cittadineschi e si dei popoli e delle nazioni; furono protette le plebi, alzata la dignità del lavoro, sublimati tutti gli ufficj e tutte le opere con la carità, e annettendoli strettamente con la vita soprammondana e con l’ordine morale assoluto. {{larger|366.}} — Il terzo carattere maraviglioso della fede cristiana consiste in ciò ch’ella sola fra tutte le religioni finora comparse regge ad ogni maniera di controversie e con le armi della scienza combatte la scienza insorta contro di lei. Laddove le altre religioni toccate appena dalla critica storica ovvero dalla filosofica si abbuiarono e ammutolirono e nella mente degli uomini culti si spensero. Da tutto il che si ritrae giacere nel fondo del cristianesimo una divina sostanza, la quale, appunto perchè divina, rimane imperitura ed eterna e non può disvolere la scienza e la libertà nè mai contraddire alle forze della ragione. {{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|''A.''}}}} {{larger|367.}} — Per fermo, se con gli auspicj del cristianesimo ovvero col suo influsso immediato la civiltà occidentale compiette tutte le opere grandi e salutifere testè menzionate, non iscordiamo che ciò si ottenne eziandio con l’aiuto assiduo della scienza e di quegli spiriti umani e civili che prima dalla Grecia passarono in Roma e poi da Roma in gran parte d’Europa e mai compiutamente non vi si spensero. Ciò che diventa la religione scompagnata dalla scienza dalla<noinclude><references/></noinclude> qppqinpj4a0q6mctc1fkgshjyaqsh7s Categoria:Libri di Charles Perrault 14 1026591 3877152 2026-08-28T06:36:41Z Marta Arosio (WMIT) 38381 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Charles Perrault}} [[Categoria:Libri per autore|Perrault, Charles]] 3877152 wikitext text/x-wiki {{Vedi anche autore|Charles Perrault}} [[Categoria:Libri per autore|Perrault, Charles]] 50jlx4y44wxqeqhekem3rk7zx3bczzz 3877164 3877152 2026-08-28T06:38:04Z Marta Arosio (WMIT) 38381 3877164 wikitext text/x-wiki {{Vedi anche autore|Charles Perrault}} [[Categoria:Libri per autore|Perrault, Charles]] [[Categoria:Opere di Charles Perrault]] oabhydoy1o2e4ualaa950jltytrph3p Il Libro dei Re/I re Sassanidi/12/V 0 1026592 3877197 2026-08-28T06:44:25Z Alex brollo 1615 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3877197 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=28 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|12]] - V. - Ritirata di Yezdeghird nel Khorassan|prec=../IV|succ=../VI}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu" from="424" to="430" fromsection="s2" tosection="s1" /> mid3xyxl9mvqbygjw0bn43m7o4vztxg 3877281 3877197 2026-08-28T08:58:18Z Alex brollo 1615 Porto il SAL a SAL 75% 3877281 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=28 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|12]] - V. - Ritirata di Yezdeghird nel Khorassan|prec=../IV|succ=../VI}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu" from="424" to="430" fromsection="s2" tosection="s1" /> dcth74275lefz1boq0qcb142dha5k7r Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni/Lettera VII. Rive del Reno. Da Manheim a Magonza. 0 1026593 3877234 2026-08-28T07:12:50Z Spinoziano (BEIC) 60217 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3877234 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=28 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Lettera VII. Rive del Reno. Da Manheim a Magonza.|prec=../Lettera VI. Contorni del Reno. Il Bergstras.|succ=../Lettera VIII. Controni del Reno fra Magonza e Francoforte. Rive del Reno: Magonza.}} <pages index="Bertola de' Giorgi, Aurelio - Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni, 1795 - BEIC IE3406618.djvu" from="51" to="57" /> 61ujax028essmnoizvuqqy7otpp2rze Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/150 108 1026594 3877235 2026-08-28T07:21:27Z Giaccai 13220 /* Trascritta */ 3877235 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 216 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>a conoscenza dei magistrati inquirenti elementi indiziari utili, relativi alle borse che contenevano gli esplosivi; la distruzione dell’esplosivo, non soltanto di una delle bombe di Milano ritrovata inesplosa, ma anche di quello, ritrovato in possesso di {{Wl|Q3768332|Giovanni Ventura}} e di suo fratello, che fu fatto esplodere alla presenza di Franco Freda senza che ne fosse stato preavvisato il magistrato che aveva già disposto perizia, e senza che ne fosse prelevato neppure un campione (ciò per il pretestuoso motivo che, essendo deteriorato, esso era pericoloso, compromettendo così la possibilità di compararlo con gli attentati del 12 dicembre 1969); la frequente vanteria di Ventura secondo cui il suo gruppo era saldamente protetto dietro "catene e catenacci", possibile allusione al dottor Elvio Catenacci, capo dell’ufficio Affari Riservati del Ministero dell’interno, che aveva condotto con le modalità descritte le indagini sulle borse ed aveva svolto l’ispezione amministrativa che condusse alla sospensione del commissario Juliano. Ancor più clamorose, anche per lo scalpore che suscitarono nell’opinione pubblica una volta disvelate, furono le attività del SID volte alla copertura di Marco Pozzan e Guido Giannettini. Pozzan, bidello di una scuola per ciechi di Padova, era uno stretto collaboratore di Freda e nel corso di due interrogatori alla presenza del difensore (21 febbraio e 30 marzo 1972) aveva fornito molti particolari sul ricordato incontro di Padova del 18 aprile 1969, affermando, tra l’altro, che Pino Rauti era tra i presenti e che fu presa in quella circostanza la decisione «di approfittare della tensione politica e sociale in atto inserendosi con iniziative utili ad acuirla». Pochi giorni più tardi Pozzan dichiaròò di aver parlato in condizioni di «inspiegabile confusione mentale», ritrattando ogni cosa. Non appena rilasciato, si rese irreperibile. Qualche mese dopo venne "intercettato" da alcuni agenti del SID che lo convocarono a Roma dove fu ospitato per diversi giorni in un appartamento del Servizio, ufficialmente «coperto» con la sigla della Turris film. Dopo di che gli fu fornito un passaporto con falso nome e un sottufficiale del Servizio lo accompagnò in Spagna, dove fece immediatamente perdere le proprie tracce. Responsabili dell’operazione furono il generale Gian Adelio Maletti, capo del reparto "D" del SID ed il suo aiutante, il capitano Antonio Labruna<ref>I due ufficiali furono riconosciuti responsabili di favoreggiamento dalla Corte di assise di Catanzaro, con sentenza del 23 febbraio 1979, passata in giudicato.</ref>. La versione ― inverosimile ― da loro fornita in sede giudiziaria fu di non essere mai stati a conoscenza dell’identità di Pozzan, che sarebbe stato loro presentato sotto falso nome da una fonte non precisata, come persona che avrebbe potuto stabilire un contatto con Delle Chiaie. La sua scomparsa, una volta in Spagna, li avrebbe quindi colti di sorpresa. Successivamente, il capitano Labruna, interrogato dal giudice istruttore di Milano, ha confermato di essersi recato personalmente, insieme a Guido Giannettini, ad accogliere Pozzan alla stazione Termini, dove Pozzan sarebbe giunto accompagnato da Massimiliano Fachini, che peraltro nega l’episodio. Giannettini, invece, ammette la propria presenza<noinclude><references/></noinclude> gc77f8d2v8mrowejwl9sg8pz0bbtm07 Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/421 108 1026595 3877236 2026-08-28T07:36:17Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3877236 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|401}}</noinclude>Cavalleria stava in Francia. Pubblicarono, che i Collegati erano più forti, ma che non volevano fare altro, che una difesa dietro de’ fiumi. Nel 15. giunsero tre desertori Spagnuoli a cavallo; ed il Conte Sormani partì per Barcellona. Nel 16. si prese una Spia, che confessò, aver portate lettere al nemico, e che guidò il medesimo a prendere alcune vetture a Balaguer. S’intercettarono lettere del nemico, dirette in Ancon, dalle quali si seppe, che il Conte d’Aguilar confortava i naturali, disanimati; perche l’Ambasciatore di Francia partiva da Madrid. Nel 17. vennero dalla Cuenca otto desertori del nemico, che confirmavano, che i nemici Francesi avevan passato i monti, per ritornare in Francia. Si seppe anche da Lerida, che i nemici sull’apprensione, che i Collegati passavano il fiume, posero al passo di terra dieci pezzi di artiglieria, e due Reggimenti d’Infanteria per guardarsi. Nel 18. vennero due desertori. Nel 19. undeci Micheletti attaccati da 60. cavalli di Lerida, si salvarono in Mayals, in una Torre: dove volendosi forzare i nemici, si difesero di tal sorte, chè uccise-<noinclude>{{PieDiPagina||Cc|ro{{spazi|5}}}}</noinclude> 1xa6oy571kq2ruc5ywa488dtsv2pl5t Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/422 108 1026596 3877237 2026-08-28T07:37:58Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3877237 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|402|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>ro dodeci di quelli, presero sette, e due cavalli. Vennero cinque Ussari prigionieri, e due desertori Ussari, che presero partito e tre altri desertori dissero, che i Francesi continuavano la loro marcia. Altri Paesani presero tre cavalli, ed un mulo. Nel 19. venne un desertore a cavallo del Reggimento Sanseverino, e disse, che non restavano, che quattro battaglioni de’ Francesi, e l’istesso dissero due desertori Inghilesi. Un Capitano Olandese del Reggimento di D. Francesco Eboli de’ Napoletani fuggito dal nemico, disse, che questo Reggimento marciava da Perpignan in Aragon, e ch’era di 400. uomini. Nel 21. vennero due desertori d’Infanteria, e due di Cavalleria Inghilesi, ch’ erano stati fatti prigionieri in Almanza, e Portogallo. Questi dissero, che i Francesi s’eran partiti, ed avean rimasti 4. Reggimenti, che attendevano il Duca di Bervvick. Ne’ 22. vennero due desertori Italiani. Si diede ordine per istar pronti alla marcia. A’ 23. vennero un Sorgente, e nove Ussari desertori del nemico, che presero partito. Dissero, che i Francesi eran ritornati in dietro al lor Campo. Venne altro desertore, senza dir cosa di nuovo. In<noinclude>{{PieDiPagina|||que-{{spazi|5}}}}</noinclude> asv4xssho0rhl334zzwtgjvub7ctat5 Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/423 108 1026597 3877241 2026-08-28T07:43:39Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3877241 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|403}}</noinclude>questo giorno giunse il Conte della Corsona, che fu alloggiato dal Maresciallo. Nel 24. venne un desertore Spagnuolo del Reggimento di D. Pedro Vique de Sardaña, e disse, che il suo Reggimento marciava verso Aragon; ed altri undeci desertori confermarono il medesimo. Nel 25. si mosse l’Esercito alle 10. ore Italiane, e verso le 15. giunse a Ibars. Quì si unirono gli Alemani di Verdun cogli Olandesi, ed Inghilesi, e Reggimento d’Erbevil. Il Principe d’Armestat restò coll’Infanteria del Re a Beldur. Giunsero dieci desertori, che parlarono d’una battaglia conseguita dall’armi Collegate in Fiandra. Il campo fu posto colla diritta alla Foliola, e la sinistra a Ibars. Il Maresciallo fu alloggiato alla Grancia nel centro fra due linee. Nel 26. entrò il Principe d’Armestat coll’Infanteria di Servera. Vennero due desertori a cavallo, di quei mandati dal nemico alla scoperta. Dissero, che i Francesi mancavano d’Infanteria; e che per essere ritornato in Francia il lor Capo, comandava nella frontiera il Conte d’Aguilar. Vennero sette desertori, ed altrettanti passarono nel 28. cioè sei d’Infanteria, ed un’a cavallo. Oggi fra Generali si<noinclude>{{PieDiPagina||Cc 2|ten-{{spazi|5}}}}</noinclude> 1axu1xlh0i90pbsb5w3u75xpm79gbwa Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/424 108 1026598 3877243 2026-08-28T07:45:39Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3877243 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|404|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>tenne consiglio, nel quale intervennero il Maresciallo, Conte della Corsona, Principe d’Armestat, Conte Sormani, Baron Vezel, Conte dell’Atalaya, D. Diego Stenoph, e Belcastel; e furono più di due ore. Si diede ordine, che il Generale Tavora con 300. cavalli s’incamminasse verso Lerida. Un contadino diede notizia, che da Lerida erano partiti gli ultimi equipaggi Francesi. Nel 29. passarono ventiotto desertori, ventiquattro a piedi, e quattro a cavallo, Spagnuoli. Passò il Maresciallo al Segre, e quando fu a Liñola, ebbe notizia, come il General Tavora avea investito 310. cavalli del nemico, e fatti prigionieri, un Tenente, ed un Soldato a cavallo. Passo poi il Maresciallo a Term, di dove gli furono tirati due tiri di cannone. Riconobbe tutto il campo nemico, e vicino a Balaguer gli tirarono altri tre tiri di cannone, senza danno. Si osservò, che nella Torre di D. Juan stava una truppa di nemici, ch’ordinò il Maresciallo, che fossero investiti dalle milizie Collegate, come fecero; prendendo 17. cavalli, e soldati, ed un’Alfiero, oltre altri morti. Si pose in confusione il campo nemico, e il General Vesons si avanzò in persona sotto<noinclude>{{PieDiPagina|||l’Or-{{spazi|5}}}}</noinclude> ch8vfs5yx150zhr6dyh6vk13gpnkefv Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/425 108 1026599 3877246 2026-08-28T07:48:13Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3877246 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|405}}</noinclude>l’Orto di Balaguer, ed i Collegati senza oppressione stettero in fronte, e dopoi si ritirarono al lor Campo. Il nemico procurò dopo essersi ingrossato, piccare la nostra Retroguardia, ma senza frutto, perdendo altro cavallo: e ritirandosi i Collegati senza danno. La mattina de’ 23. vennero due desertori a cavallo del Reggimento di Rusciglion; e dopoi altri cinque d’Infanteria Francese d’Ager. Due Chierici, che vennero da Saragoza, dissero, che otto giorni fa, eran passati due Reggimenti d’Infanteria Francese per Navarra. A 31. giunsero due desertori a cavallo, ed otto a piedi. Nel primo di Agosto giunsero cinque desertori Francesi a piedi, ed uno a cavallo. Ne’ 2. tre desertori a piedi, e due a cavallo. Si ebbe notizia dalla Conca, come il Campo de’ Collegati, comandato dal Brigadiero Alburquerque, era stato attaccato da 4. Reggimenti di Cavalleria, uno di Ussari, e quattro battaglioni d’Infanteria: e che si difesero per sei ore i Collegati, avendo sempre respinti i nemici in tal forma; che si ritirarono in confusione, perdendo più di 600. uomini, ed in particolare il Reggimento di marina,<noinclude>{{PieDiPagina||Cc 3|fu{{spazi|5}}}}</noinclude> 3bq1wiv5p05yk9xv4ri08gmrgqam72e Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/426 108 1026600 3877248 2026-08-28T07:50:24Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3877248 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|406|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>fu molto disfatto; e de’ Collegati si perderono da 300. uomini, un Capitano di Granatieri, e due Tenenti. Nel 3. vennero otto desertori Francesi con un Caposquadra. Dissero, che de’ 51. battaglioni, che i Francesi tenevano in Ispagna, 22. se n’eran’andati in Francia, ma il di più era rimasto al capo; però che 9. battaglioni doveano andarsene subito, che giungevano i Reggimenti di Guardia da Estremadura. E che de’ dieci Reggimenti di Cavalleria Francese, i sei erano partiti, ed i quattro restati al Campo: che tutti dovevano restare al soldo del Duca d’Angiò; e che Monsieur de Besons, ed altri Generali Francesi rimanevano tutti sotto il comando del Conte di Aguilar. Nel 4. vennero quattordeci desertori a piedi, e tre a cavallo Spagnuoli. Dissero, che i Francesi si rinforzavano, e che attendevano i Reggimenti di Guardia Spagnuola, e Vallona. Si tennero due consigli di guerra, ne’ quali intervennero il Maresciallo, il Conte della Corsana, il Principe d’Armestat, il Conte Sormani, il Baron Vezel, il Conte d’Atalaya, Belcastel, il Generale, e Carpenter. A’ 5. giunsero 3. desertori a piedi<noinclude>{{PieDiPagina|||Fran-{{spazi|5}}}}</noinclude> ohs7xzwt4saix33tntv2orfuwla3trg Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/427 108 1026601 3877249 2026-08-28T07:52:43Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3877249 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|407}}</noinclude>Francesi, ed uno Spagnuolo, il quale disse, ch’eran marciati verso Valenza tre Reggimenti della Cavalleria Spagnuola. Nel 6. giunsero quattro desertori d’Infanteria, due Spagnuoli, e due Italiani. Si diede ordine per istar pronti alla mażcia. Nel 7. vennero sette desertorii, ne dissero cosa di nuovo. Nell’8. si marciò verso Belvis, e s’accampò nella Fontarella l’Esercito, ch’era marciato in nove colonne, quattro d’Infanteria, quattro di Cavalleria, ed una di artiglieria, e bagaglio in mezzo. Giunsero quattro desertori, che non dissero niente. Si replicò l’ordine di star pronti alla marcia. A’ nove giunsero undeci desertori Francesi, Alemani, e Napoletani, e dissero, che avuta notizia il nemico della marcia de’ Collegati s’eran posti in cammino 8. battaglioni, e due Reggimenti di Cavalleria verso Lerida. Un trombetta de’ Collegati venuto dal Campo nemico, disse, che tra Francesi, e Spagnuoli v’era stato rumore, nel qual’eran morti 9. La lite fu per difesa di nazione; il perche fu preso in Balaguer un Capitano Spagnuolo. Si ordinò di star pronti alla marcia. Si archibugiarono cinque soldati di Taff, uno appiccato, altro frustato, ed altro li-<noinclude>{{PieDiPagina||Cc 4|bero,{{spazi|5}}}}</noinclude> cc4ouc2pz49ij9i4guzrzq21le1ypb9 Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/428 108 1026602 3877250 2026-08-28T07:55:58Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3877250 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|408|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>bero, per fare il carnefice. A 10. si tenne consiglio di guerra fra’ Generali, e si diede ordine, di star pronti alla marcia. Giunsero otto desertori a cavallo, sei Spagnuoli, e due Francesi. Dissero, che il distaccamento, che tenevano in Aitona, e Coos s’era incorporato all’Esercito, e che erano sei giorni, che la Cavalleria era colle selle poste. Vennero otto desertori d’Infanteria; e negli 11. quattro desertori a cavallo, due Francesi, e due Spagnuoli, e dissero, che tutte le Truppe Francesi, e Spagnuole erano unite nel Campo di {{Wl|Q24013413|Benasque}}, essendosi avvicinate più al fiume. Si diede l’ordine della marcia verso il fiume. Nel 12. si cominciò a marciare di buon ora in nove colonne, quattro di Cavalleria a’ lati, e quattro d’Infanteria nel mezzo, e l’artiglieria, e bagaglio nel centro. Le guardie de’ Collegati avvanzate, caricarono alcune Truppe del nemico, facendo alcuni prigionieri; e mille Ussari passarono il fiume, e presero alcuni cavalli, e mule. Verso le 16. ore giunse tutta l’Armata de’ Collegati, ed il nemico, che si trovava dissunito, cominciò ad unirsi, facendo faccia al Campo de’ Collegati, parte in due linee, ed il di più in<noinclude>{{PieDiPagina|||una{{spazi|5}}}}</noinclude> 5ithy52i85gn8otamvjdt7zu6lq19hu Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/429 108 1026603 3877252 2026-08-28T07:58:59Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3877252 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|409}}</noinclude>una. In questo giorno passarono dodeci desertori a cavallo, Francesi, Spagnuoli, ed Ussari. Comandò il Maresciallo, che da un’altura, che domina le rive del Campo nemico, si ritirassero delle cannonate d’alcune Truppe, che stavano alle vicinanze del Fiume; dalle quali furono uccisi alquanti soldati, e gli altri si ritirarono subito. Verso i 23. finendo di giugnere tutte le Truppe del nemico, cominciò a tirare verso la gente de’ Collegati, che stava al foraggio, senza danno. I Contadini, e Micheletti facevano delle scaramuccie ogni giorno dall’una, e l’altra parte del fiume, con morte d’amendue le parti. Giunse tutto il Convoglio del Campo de’ Collegati di Villanuova de la Barca. Nel 13. vennero otto desertori a cavallo, e due Ussari, e si continuò a tirare dall’una, e l’altra parte col cannone, ed archibugio. Si fecero due Ussari prigionieri, ed altri tre soldati a cavallo. I Micheletti fecero quattro prigionieri con quattro cavalli, e tre muli. Nel 14. vennero di buon’ora, un Capitano d’Ussari con sei Ussari desertori del nemico; disse il Capitano, che si passava con 40; ma che i Micheletti avean lor tirate più scoppettate, per le quali gli altri se n’erano ritornati.<noinclude>{{PieDiPagina|||Giun-{{spazi|5}}}}</noinclude> qqz2w4i9fhz7fajx0u47wlcsidna7xk Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/430 108 1026604 3877253 2026-08-28T08:07:23Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3877253 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|410|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>Giunse un desertore del Reggimento della Reina, ed altro d’Ordines, e dissero, ch’eran due mesi, che non vi era paga: e che tenevano 26. battaglioni, e 18. Reggimenti di Cavalleria, de’ quali 4. stavano alla Cueva. Vallejo attaccò il Convoglio; ch’andava a Servera scortato da 250. soldati; però fu disfatto dal Conte Yerghen, che lo combattè fra Belpucce, e Golmis; restando de’ nemici 36. prigionieri, fra quali un Capitan Tenente, alcuni morti, oltre altri presi vicino Golmis, dalla Guardia de’ Collegati. A 15. vennero sette desertori Francesi d’Infanteria, e non dissero cosa di particolare, come un’altro Spagnuolo. Gli Ussari nemici vennero ad attaccare la Guardia de’ Collegati della dritta, che la sostenevano tre squadroni degli stessi Collegati Ussari; che gli respinsero di là dal fiume: nella cui riva poi dall’una, e l’altra parte si fece gran fuoco, restando morto uno de’ nemici, e ferito mortalmente un Tenente Ussaro; un soldato, ed un cavallo morto. Vennero nel 16. quattro desertori. Nel 17. comparvero altri tre a cavallo, e cinque d’Infanteria, e dissero, che il<noinclude>{{PieDiPagina|||ne-{{spazi|5}}}}</noinclude> 79wcbp7e1c69m4q9wgkznc7p7r1tehz Salvatore Rosa/Capitolo II 0 1026605 3877268 2026-08-28T08:20:34Z Candalua 1675 Porto il SAL a SAL 75% 3877268 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=28 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Capitolo II - Antonio Scacciati|prec=../Capitolo I|succ=../Capitolo III}} <pages index="Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu" from="24" to="49" /> dasz8p34hnyqbf8ftvy6miemcg1ixwx Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/431 108 1026606 3877272 2026-08-28T08:44:44Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3877272 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|411}}</noinclude>nemico avea fatti alcuni distaccamenti per Valenza; ed un contadino di Balaguer disse, che s’era fatto distaccamento per Francia di quattro battaglioni, e che dovea anco partire Monsieur de Besons col Governatore di Balaguer: e che Tournai si era reso. Nel 18. vennero 3. desertori Francesi a cavallo, e quattro a piedi. In questo dì i nemici ebbero un’allarme da’ Micheletti, montando tutta la loro Cavalleria a cavallo, e stette più di quattro ore in ordine avanti i loro Reggimenti. Travagliarono in fortificare guadi, o passi, tirando molto colla loro artiglieria. Nel 19. vennero due desertori a piedi. Vi era notizia, che i Micheletti di Valenza avean disfatto parte d’un rinforzo di soldati, che andava in Tortosa, nella qual Piazza vi erano pochi viveri: e che in Morella era caduto un fulmine sul magazino della polvere, ed avea distrutto quasi tutto il Castello, ed uccisa parte della guarnigione. Il nemico continuò a tirare colla sua artiglieria grossa, e dalla parte de’ Collegati si fece il medesimo, anche con granate reali. Nel 20. giunse un desertore; e per lo stesso, ed altre notizie si seppe, che ’l nemico avea distaccati alcuni Reggimenti per<noinclude>{{PieDiPagina|||Va-{{spazi|5}}}}</noinclude> 9qsrdcfsbhjrlzp5exonapp8vnpu8lb Categoria:Ferrandina 14 1026607 3877273 2026-08-28T08:45:19Z Pedalino5 49570 added [[Category:Città]] using [[Help:Gadget-HotCat|HotCat]] 3877273 wikitext text/x-wiki [[Categoria:Città]] c75frivu873h96n8vv0wgy9q0mrauvh 3877278 3877273 2026-08-28T08:52:47Z Pedalino5 49570 added [[Category:Provincia di Matera]] using [[Help:Gadget-HotCat|HotCat]] 3877278 wikitext text/x-wiki [[Categoria:Città]] [[Categoria:Provincia di Matera]] tfttdgod5x711laz3io7wiqipvlgh5y Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/432 108 1026608 3877277 2026-08-28T08:52:20Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3877277 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|412|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>Valenza così di Cavalleria, come d’Infanteria, e due battaglioni per Francia. Da un Ussaro, desertore del nemico, che condusse un’altro Cavallo, si seppe, ch’essendosi incontrata la sua partita con un’ altra Spagnuola di Cavalleria, vicino Servera; credendosi l’una, e l’altra nemica, si erano attaccate, e morti dall’una, e l’altra parte molti, prima di conoscersi. Oggi si tenne altro consiglio di guerra. Nel 21. vennero due desertori. Partì il Convoglio scortato da 300. cavalli, 200. fanti, sotto il comando del {{Wl|Q473471|Conte di Nassau}}. Si mandarono otto pezzi di artiglieria per {{Wl|Q847011|Servera}}; e si diede l’ordine per la marcia. Nel 22. a mezza notte si abbassarono le tenne, e si caricò il bagaglio, e dopo due ore si cominciò a marciarè a sinistra in tre colonne; di maniera che verso le 13. giunse in {{Wl|Q1646558|Albatarri}}; verso dove tenne la diritta, a {{Wl|Q24012992|Sonodelli}} la sinistra, e ’l centro a {{Wl|Q1901381|Montolin}}. Il Maresciallo rimase in Sonodelli. Il nemico non seppe la marcia de’ Collegati, che la mattina, e subito scorse per lo cammino de Algayre, e dopoi per {{Wl|Q15090|Lerida}}. Passò tutta la sua Cavalleria, ed Infanteria al di fuori Garden, e pose il suo corpo in fronte di quello de’ Collegati, colla dritta<noinclude>{{PieDiPagina|||ad{{spazi|5}}}}</noinclude> h0ipol8uvu79bn74lxaptt0q3u1tt9t Il Libro dei Re/I re Sassanidi/12/VI 0 1026609 3877282 2026-08-28T08:58:52Z Alex brollo 1615 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3877282 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=28 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|12]] - VI. - Lettere di Yezdeghird|prec=../V|succ=../VII}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu" from="430" to="437" fromsection="s2" /> 3xrxopluwcw5bwvm2480m1yfculea6f 3877331 3877282 2026-08-28T11:23:22Z Alex brollo 1615 Porto il SAL a SAL 75% 3877331 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=28 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|12]] - VI. - Lettere di Yezdeghird|prec=../V|succ=../VII}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu" from="430" to="437" fromsection="s2" /> 37eo1kxwe6s3mnbmgglp8fi5fj0y63w Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/433 108 1026610 3877284 2026-08-28T09:04:52Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3877284 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|413}}</noinclude>ad {{Wl|Q1772290|Alcaras}}, e la sinistra vicino Garden in due linee. Vennero cinque Ussari desertori, che diedero solo notizia della marcia; ed una Guardia di Corps della Compagnia Italiana diede minor notizia degli Ussari. Un desertore Francese a cavallo del Reggimento Berì (che stava in Xacca, destinato per tenere in freno alcuni sediziosi) giunse all’Armata del nemico, che stava in marcia, in Algayre, con pieghi della Corte di Francia al General Besons, Esteyn, e Jofreville. Un’altro Spagnuolo a cavallo desertore non disse altra cosa, ma solo, che stavano nominati quattro Reggimenti di Cavalleria per Valenza, come anche quello degli Ussari; e che il Reggimento della Motte, e quello di Monte allegre, e della Guardia Vallona, quai venivano da Portogallo, erano stati contromandati per Valenza. Quattro desertori a piedi dissero l’istesso. Nel 23. giunsero sette Ussari desertori, senza notizia particolare, quelli però, ch’eran’Ungari, presero partito negli Ussari de’ Collegati, e gli altri venderono i loro Cavalli. Giunsero altri sei desertori Francesi a cavallo, e due Spagnuoli, e non dissero cosa particolare. Il Maresciallo stè a {{Wl|Q599382|Torre di Segre}} per visitare quel<noinclude>{{PieDiPagina|||luo-{{spazi|5}}}}</noinclude> my12svuingk5mr8070rkebsih8pnjj8 Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/434 108 1026611 3877285 2026-08-28T09:12:03Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3877285 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|414|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>luogo, e fu creduto, che il primo Campo sarebbe fra la Granja, e Torre di Segre. I nemici fecero due batterie di quattro cannoni, tirando sempre sopra i foraggiatori de’ Collegati, che davan’acqua a’cavalli, ed al Quartiero Generale. Vennero sei desertori a cavallo, e due piedi nel 24. Nel 25. e 26. giunsero tre desertori a cavallo, e due Francesi a piedi. Questa notte marciò l’Armata in tre colonne nella maniera, ch’era accampata, e distaccò tutti i Granatieri, 80. cavalli, ed i Dragoni, per attaccare {{Wl|Q696797|Balaguer}}; per non uscire la guarnigione, composta d’un Reggimento Tedesco, ed altro Spagnuolo. Le barche andavano col distaccamento, per far ponte all’Armata. Passò la Cavalleria per il passo del fiume, e l’Infanteria sopra il ponte, come tutta l’artiglieria, e bagaglio. Si fece sentire al Governatore di Balaguer, che si rendesse, e rispose, che si difenderebbe da uomo onorato. Nel 27. il nemico giunse con tutte le sue Truppe, sì quelle, che teneva nella Cuenca, come quelle ritornarono da Valenza, e le Guardie a piede, che giunsero da Portogallo. Marciò dal suo Campo di Alcaras, e fece alto sopra la marcia in<noinclude>{{PieDiPagina|||Cor-{{spazi|5}}}}</noinclude> 1r0b077raasff0129c0cr0ksn69j7v1 Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/151 108 1026612 3877286 2026-08-28T09:13:21Z Giaccai 13220 /* Trascritta */ 3877286 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 217 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>tivata a suo dire dal desiderio di far incontrare Pozzan da "qualcuno che conosceva") ma ha affermato di avere un ricordo "evanescente" e "nebbioso" dell’episodio, che non gli consentiva di escludere, nÉ di affermare la presenza di Fachini. Labruna ha inoltre in seguito prodotto alla autoritÀ giudiziaria una serie di appunti manoscritti del generale Maletti contenenti delle vere e proprie disposizioni cui lo stesso Labruna avrebbe dovuto attenersi (come in effetti si attenne) nel corso degli interrogatori dinnanzi alla Corte di Catanzaro, per confermare la versione ufficiale fornita dallo stesso Maletti. I.2 ''Pino Rauti'' Ma sulla vicenda Pozzan, in tempi più recenti, è stata resa una importantissima testimonianza da Vincenzo Vinciguerra, il quale ha spiegato alcuni non secondari retroscena, che possono far comprendere meglio i motivi del super attivismo del SID. Infatti, secondo Vinciguerra, quella di Pozzan era una consapevole chiamata in causa di Rauti affinchè – su richiesta di Freda — si coinvolgesse il MSI, partito compartecipe sul piano politico dell’azione. Ha spiegato Vinciguerra: «Sempre in merito ai fatti del dicembre 1969, faccio presente che da Stefano Delle Chiaie direttamente appresi, in Spagna, che l’arresto di Pino Rauti come partecipante alla riunione del 18 aprile 1969 a Padova era stato determinato da dichiarazioni di Marco Pozzan rese su ordine di Franco Freda, che aveva necessità di coinvolgere il MSI nella sua difesa. La dichiarazione di Pozzan sulla presenza di Rauti a quella riunione, per quanto mi risulti, non era rispondente a verità. Per quanto mi risulta, l’azione di Freda rispondeva ad una logica intimidatoria nei confronti dei vertici di allora del MSI che conosceva, perchè compartecipe sul piano politico, il senso dell’operazione che doveva concludersi con la proclamazione dello stato di emergenza»<ref>Interrogatorio di Vincenzo Vinciguerra al G.I. Salvini del 13 gennaio 1992.</ref>. Parole che dimostrano ancor di più l’eversiva ambiguità dei dirigenti missini nei confronti dei gruppi stragisti e, più in generale, dei terroristi fascisti. C’è da aggiungere che, secondo la testimonianza di Carlo Digilio, il quale ha riferito delle confidenze a suo tempo ricevute da Giovanni Ventura, Pino Rauti sarebbe stato effettivamente presente alla riunione di Padova. Del racconto di Digilio si darà conto in maniera circostanziata più avanti. Insomma, come abbiamo già visto precedentemente, secondo Bonazzi, Rauti era stato l’ispiratore del tentativo di despistaggio/provocazione ai danni di Feltrinelli, per cercare di bloccare le indagini su piazza Fontana che avevano imboccato la pista giusta. A sua volta Rauti sarebbe<noinclude><references/></noinclude> omor5mjfop2do2si4amrxv4xiczbi5y Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/435 108 1026613 3877287 2026-08-28T09:14:51Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3877287 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|415}}</noinclude>{{Wl|Q1646595|Corbans}}, senza porre tende, e senza bagaglio. Due ore prima di mezza notte del dì 26. cominciò a passare la Noghera, e verso le 13. ore del giorno 27. si pose tutta l’Armata in marcia in 4. colonne, 2. di Cavalleria, e 2. d’Infanteria, marciando verso il Campo de’ Collegati per la Noghera in su; e due ore dopo mezzodì, senza penetrarsi la cagione, contramarciò per la sua Retroguardia, e si ritirò nel medesimo Campo di Corbans. Comandò il Maresciallo al Conte Sormani, che prendesse Cavalleria dalla dritta, uno squadrone d’ogni Reggimento, ed al Conte d’Atalaya il medesimo per la sinistra; assistiti da’ Generali Contrencour, e Tambor. Il Conte Sormani attaccò con bravura con quattro squadroni sette squadroni nemici, che pose in disordine: ma caricandolo dopoi due Reggimenti, e uno di Cortoban, e l’altro di Berì; lo ributtarono, e lo fecero prigioniero. Ma gli squadroni Portoghesi caricarono con tanto valore i nemici, che fecero lasciare detto Conte; che scappò dalle loro mani con perdere solamente le sue pistole, che aveva consegnato. I nemici giunsero a tenere 25. de’ loro, contro 6. squadroni Collegati; poiche molti de’ Collegati<noinclude>{{PieDiPagina|||non{{spazi|5}}}}</noinclude> d7uvpo1134go777rea01uhwuhxrc3is Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/436 108 1026614 3877288 2026-08-28T09:16:52Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3877288 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|416|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>non investirono. Però con avergli inseguito più di 300. passi i Collegati, si ritirarono. Perderono da 80. cavalli, e soldati, Tenente Colonnello di Berì, ed un Capitano, e fra dieci di corpo, e cadetti. Dalla parte de’ Collegati si perdè il Tenente Colonnello d’Erbeville morto, e 10. in 11. soldati feriti, con Monsieur Dubal, Ajutante del Maresciallo; D. Ferdinando Pignatelli si portò valorosamente, e con intrepidezza. In fine la Gente de’ Collegati, giunse al Campo colla gloria d’aver combattuti sei squadroni contra 25. contrarj, ponendogli in confusione; e se tutti avessero combattuto, si sarebbe ottenuto un gran giorno. Giunsero cinque desertori a cavallo, e quattro a piedi. Nel 28. avendo il Maresciallo determinato far tre attacchi a Balaguer; ordinò un si facesse dal Principe d’Armestat, altro dal Vezel, ed altro dal Belcastel. La notte si cominciò per la parte del Principe, che fu la brigata delle Truppe del Re, e vi fu un gran fuoco: per il quale morirono, e restarono feriti 52. uomini, e sette Ufficiali, e Capitani in giù. Per la parte di Belcastel vi furono due feriti, ed un morto. Da quella di Vezel<noinclude>{{PieDiPagina|||mo-{{spazi|5}}}}</noinclude> stsnfyzdotrqoydxid2sk0obcgr2sb1 Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/152 108 1026615 3877289 2026-08-28T09:17:08Z Giaccai 13220 /* Trascritta */ 3877289 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 218 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>stato scientemente tirato in ballo, nel tentativo di Freda di trovare una copertura in grado di alleggerire la sua posizione. Circostanze che da sole esemplificano i valori di «lealtà e onore» che tanto spazio hanno trovato nella retorica della destra fascista. Le risultanze degli elementi acquisiti successivamente hanno consentito di chiudere il cerchio sulla corresponsabilità di Franco Freda e di Giovanni Ventura, nonchè sui coinvolgimenti di apparati istituzionali, negli attentati compiuti il 12 dicembre 1969 a Milano e Roma. In particolare, dalle deposizioni dell’elettricista Tullio Fabris, è risultato possibile accertare in maniera inequivocabile il ruolo di Freda nell’acquisto dei timers utilizzati per la strage e gli attentati. Ma di eccezionale rilievo sembra essere il ruolo svolto da altri personaggi, anch’essi organicamente inseriti nella destra eversiva, nell’attività di copertura e depistaggio posti in essere dopo la strage, vale a dire Pino Rauti e Massimiliano Fachini, che Fabris indica come autori di minacce nei suoi confronti, minacce confermate anche dalla di lui moglie, Maria Rosa Bettella. Così, il 16 novembre 1994, Fabris riferisce al magistrato: «Preciso che subito dopo il primo o il secondo verbale di cui mi è stata concessa lettura [si tratta di verbali di dichiarazioni rese nel gennaio 1972 dal teste davanti al giudice istruttore di Treviso] ricevetti la visita di una persona che non conoscevo e mi disse di chiamarsi Fachini e di essere un amico di Freda e mi precisò di venire per conto di questi. Ricordo che era in un periodo freddo. Il Fachini mi chiese di raccontargli quali erano state le domande fatte dai giudici, cosa alla quale io risposi, chiedendomi inoltre se avevo bisogno di aiuto e se il lavoro andava bene. Io gli risposi che non volevo avere più alcun rapporto con loro. Il Fachini in questa occasione non reagì in malo modo. Voglio precisare che in realtà la prima minaccia la subii proprio contestualmente alla prima deposizione in Padova, allorquando mi incrociai con la mamma di Franco Freda, che mi intimò di stare attento, in quanto mi avrebbe mandato al creatore. Successivamente, sempre in periodo freddo invernale, nello stesso tempo in cui effettuavo alcune deposizioni in Milano, il Fachini rivenne, unitamente ad altra persona a me al momento non nota, sempre presso la mia abitazione-negozio. In questa occasione era presente mia moglie ed alcuni clienti. I due aspettarono l’uscita dei clienti per iniziare a parlare, cosa che fecero solo con mia moglie, in quanto io arrivai proprio nel momento in cui lei li stava cacciando e la udii dire che gli avrebbe graffiato il muso. Mia moglie mi narrò che era stata minacciata in particolar modo dallo sconosciuto che si era qualificato come milanese. Riconoscemmo poi in un articolo di giornale l’individuo che aveva accompagnato il Fachini, si trattava di Pino Rauti. L’ultima minaccia la ebbi nel corso della Fiera Campionaria di quello stesso anno, credo svoltasi in giugno, ove avevo uno stand della Hoover. Preciso che si trattava dei lavoratori preparatori per la Fiera. Mentre ero alla Fiera mi trovai improvvisamente di fronte al Fachini, che fu molto<noinclude><references/></noinclude> tqvh5qny54ltcavy6qej3sp8lpkr1yq Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/437 108 1026616 3877290 2026-08-28T09:19:23Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3877290 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|417}}</noinclude>morti due. Si fecero due batterie di quattro pezzi ogniuna. Belcastel per la parte di Lerida, Vezel da quella del Santo Cristo; il Principe in fronte d’un nuovo forte. Si tirarono molti tiri dall’una parte, e l’altra, sino a 14.ore, che fecero la chiamata; e dopo varie dispute, si capitolò, che restasse la guarnigione prigioniera di guerra, i desertori a discrezione del Maresciallo, ed i bagagli degli Ufficiali, liberi. La guarnigione si componeva d’un Reggimento di 500. uomini Spagnuoli del Reggimento di Badajos. Si posero 200. Granatieri alla Porta di Lerida. Vennero quattro desertori, due a cavallo, e due a piedi, e dissero, che i nemici erano ancora nel Campo di Corbens. La Cavalleria, che stava in Balaguer, se ne fuggì la notte. Nel 29. vennero 300. desertori a piedi, ed a cavallo; e nel 30. uscì la guarnigione da Balaguer, scortata dall’Ajutante Reale D. Vincenzo Taccone, oggi Colonnello; che portò le bandiere ancora in Barcellona, prese co i prigionieri: quale si fermò nel 31. in Servera. Nel primo di Settembre in Agualada, ne’ 2. in Martarel, ed a’ 3. entrò in Barcellona, dove lasciò i prigionieri nella Taratana,<noinclude>{{PieDiPagina||Dd|e le{{spazi|5}}}}</noinclude> 3dvljafbytmjyun6pmztulpdshpa2qy Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/153 108 1026617 3877291 2026-08-28T09:20:16Z Giaccai 13220 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: più duro della prima volta, tant’è che io ebbi il coraggio di intimargli di non darmi più fastidio»<ref>Cfr. Ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di C.M. Maggi e D. Zorzi, del GIP di Milano C. Forleo, del 12 giugno 1997, pp. 21-23.</ref>. In una successiva deposizione, Fabris oltre a collocare temporalmente l’incontro avuto presso la Fiera di Campionaria ― che «avvenne invece nel maggio del 1972, che... 3877291 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 219 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>più duro della prima volta, tant’è che io ebbi il coraggio di intimargli di non darmi più fastidio»<ref>Cfr. Ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di C.M. Maggi e D. Zorzi, del GIP di Milano C. Forleo, del 12 giugno 1997, pp. 21-23.</ref>. In una successiva deposizione, Fabris oltre a collocare temporalmente l’incontro avuto presso la Fiera di Campionaria ― che «avvenne invece nel maggio del 1972, che è il mese in cui si tiene appunto la Fiera, quindi questa serie di "incontri" si colloca fra l’autunno 1971 e la primavera 1972» ― ribadisce di aver riconosciuto «con certezza l’uomo con il cappello in Pino Rauti che apparve diverse [volte] sui giornali e in televisione perchè coinvolto nell’istruttoria su piazza Fontana»<ref>Idem.</ref>. I.3 Guido Giannettini: agente dei Servizi Guido Giannettini era una figura molto piùÁ importante del bidello padovano ed il coinvolgimento del SID nel suo caso andoÁ ben oltre. Giovanni Ventura aveva "confessato" (marzo 1973) di essersi infiltrato nel gruppo di Freda per conto del SID, che il suo contatto con il SID era Giannettini e che, in cambio, quest’ultimo gli trasmetteva rapporti informativi segreti. La copertura della fonte da parte del SID duroÁ fino a quando fu fatta saltare, con modalitaÁ singolari, nel giugno del 1974 dal ministro della difesa Giulio Andreotti, che in una clamorosa intervista ammise che Giannettini era stato un regolare informatore del SID e che la decisione, presa ad alto livello 246, di coprirlo con il segreto di Stato era stata un grave errore. Comunque sia di cioÁ, la copertura di Giannettini potrebbe al limite ritenersi conforme alla normale prassi dei Servizi. Ma il SID andoÁ ben oltre. Poco dopo che Giovanni Ventura ebbe iniziato la sua "confessione" e, quando l’inquirente milanese stava concentrando l’attenzione su Giannettini, i due ufficiali che avevano gestito l’episodio Pozzan (Maletti e Labruna) realizzarono la medesima operazione con Giannettini. Questi fu inizialmente nascosto in un appartamento del SID (intestato a tal Colantuoni, membro di Gladio) e poi fatto espatriare in Francia (aprile 1973). La fuga ebbe luogo immediatamente prima di una perquisizione in casa Giannettini, quando la convocazione di questi da parte del magistrato era imminente e fu organizzata in modo da non lasciare alcuna traccia alla frontiera. Dopo la fuga, Labruna si incontroÁ con lui almeno quattro volte; inoltre il Servizio contribuõÁ a finanziare l’esilio di Giannettini con un periodico invio di fondi (a Parigi) fino all’aprile 1974. Non resta che ricordare su entrambi gli episodi il lapidario commento che gli stessi hanno ricevuto in sede giudiziaria: ÐÐÐÐÐÐÐÐ 244 245 246 Secondo il giornalista M. Caprara, che raccolse l’intervista, il Ministro aveva affermato che la decisione era stata assunta in una riunione a Palazzo Chigi. L’onorevole Andreotti contestoÁ il particolare. Il confronto giudiziario con Caprara non riuscõÁ a chiarire la circostanza. Senato della Repubblica - Archivio Storico<noinclude><references/></noinclude> jst23xzdil3ogrgzlabrrgt1esnezez 3877296 3877291 2026-08-28T09:24:52Z Giaccai 13220 /* Trascritta */ 3877296 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 219 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>più duro della prima volta, tant’è che io ebbi il coraggio di intimargli di non darmi più fastidio»<ref>Cfr. Ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di C.M. Maggi e D. Zorzi, del GIP di Milano C. Forleo, del 12 giugno 1997, pp. 21-23.</ref>. In una successiva deposizione, Fabris oltre a collocare temporalmente l’incontro avuto presso la Fiera di Campionaria ― che «avvenne invece nel maggio del 1972, che è il mese in cui si tiene appunto la Fiera, quindi questa serie di "incontri" si colloca fra l’autunno 1971 e la primavera 1972» ― ribadisce di aver riconosciuto «con certezza l’uomo con il cappello in Pino Rauti che apparve diverse [volte] sui giornali e in televisione perchè coinvolto nell’istruttoria su piazza Fontana»<ref>Idem.</ref>. I.3 ''Guido Giannettini: agente dei Servizi'' Guido Giannettini era una figura molto più importante del bidello padovano ed il coinvolgimento del SID nel suo caso andò ben oltre. Giovanni Ventura aveva "confessato" (marzo 1973) di essersi infiltrato nel gruppo di Freda per conto del SID, che il suo contatto con il SID era Giannettini e che, in cambio, quest’ultimo gli trasmetteva rapporti informativi segreti. La copertura della fonte da parte del SID durò fino a quando fu fatta saltare, con modalità singolari, nel giugno del 1974 dal ministro della difesa Giulio Andreotti, che in una clamorosa intervista ammise che Giannettini era stato un regolare informatore del SID e che la decisione, presa ad alto livello<ref>Secondo il giornalista M. Caprara, che raccolse l’intervista, il Ministro aveva affermato che la decisione era stata assunta in una riunione a Palazzo Chigi. L’onorevole Andreotti contestoÁ il particolare. Il confronto giudiziario con Caprara non riuscõÁ a chiarire la circostanza.</ref>, di coprirlo con il segreto di Stato era stata un grave errore. Comunque sia di ciò, la copertura di Giannettini potrebbe al limite ritenersi conforme alla normale prassi dei Servizi. Ma il SID andò ben oltre. Poco dopo che Giovanni Ventura ebbe iniziato la sua "confessione" e, quando l’inquirente milanese stava concentrando l’attenzione su Giannettini, i due ufficiali che avevano gestito l’episodio Pozzan (Maletti e Labruna) realizzarono la medesima operazione con Giannettini. Questi fu inizialmente nascosto in un appartamento del SID (intestato a tal Colantuoni, membro di Gladio) e poi fatto espatriare in Francia (aprile 1973). La fuga ebbe luogo immediatamente prima di una perquisizione in casa Giannettini, quando la convocazione di questi da parte del magistrato era imminente e fu organizzata in modo da non lasciare alcuna traccia alla frontiera. Dopo la fuga, Labruna si incontrò con lui almeno quattro volte; inoltre il Servizio contribuì a finanziare l’esilio di Giannettini con un periodico invio di fondi (a Parigi) fino all’aprile 1974. Non resta che ricordare su entrambi gli episodi il lapidario commento che gli stessi hanno ricevuto in sede giudiziaria:<noinclude><references/></noinclude> 3m1be19qhmh7g3gecr2p0dqyn45sjyv Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/438 108 1026618 3877292 2026-08-28T09:21:08Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3877292 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|418|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>e le bandiere nel Palagio Reale. Successe al sudetto Taccone un terribile accidente, prima d’entrare in Mortarel. Avendo un suo Soldato ucciso un porchetto di latte, chi guardava i porci, cominciò a gridare, ladri; alle cui grida sonarono le campane all’armi, tutti i Villaggi vicini, unendosi molti contadini, che circondando tutta la scorta, obbligarono detto Taccone a dar quattro dobble, per salvarsi la vita. Ritornò all’8. detto Taccone al Campo di Balaguer prima di mezzodì; dal quale furono distaccati tre Reggimenti, uno di Herbeville, altro di Dragoni Reali, et il terzo di Cavalleria Portoghese, destinati per Lampurdan. Vennero quattro desertori a cavallo, e dissero, che s’attendeva il Duca d’Angiò nel Campo. Nel 9. venne un Capitano riformato de’ nemici, e disse il medesimo. Vennero anche tre desertori, ed otto prigionieri, fatti da’ Micheletti. A’ 10. giunsero 5. desertori a cavallo, ed uno a piede. Dissero, che si era spedito un distaccamento di Guardie a piedi, ed a cavallo, per incontrare il Duca d’Angiò in Fraga. Negli 11. si mutò il Campo, che non si potè far prima per le gran pioggie. Si stese la<noinclude>{{PieDiPagina|||drit-{{spazi|5}}}}</noinclude> oxmp87tlhldylh36m1ofxkncmn65rof Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/439 108 1026619 3877298 2026-08-28T09:40:41Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3877298 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|419}}</noinclude>dritta al Convento della Trinità, e la sinistra verso Balaguer. Vennero sei desertori a piedi, e due a cavallo. Dissero, ch’era giunto il Duca d’Angiò. Si cominciò a fortificare il Campo. Lerida fece una salva per detto arrivo. A’ 12. vennero quattordeci desertori a piedi, e due a cavallo. A’ 13. vennero quattro desertori, e ne’ 14. altri quattro a cavallo, e due a piede, e dissero, che il Duca d’Angiò voleva venire ad attaccare i Collegati a’ 18. Nel 15. vennero due desertori. A’ 16. alcuni Micheletti condussero dodeci soldati a cavallo prigionieri. Vennero due desertori, e dissero, che il nemico voleva attaccare i Collegati; però il Campo de’ medesimi si fortificava con tre Fortini per l’artiglieria, che fiancheggiava il Campo degl’istessi Collegati. In questo giorno si mutò la Cavalleria, e s’accampò a’ posti d’alcuni dirupi. Nel 17. i Portoghesi posero prigioniero un Capitano di cavalli, e vennero due desertori del nemico a cavallo, e quattro a piedi, et un trombetta; e ne’ 18. due desertori dissero il medesimo. Ne 19. venne un desertore a cavallo, e disse, che il nemico voleva certamente at-<noinclude>{{PieDiPagina||Dd 2|tac-{{spazi|5}}}}</noinclude> os56b6er1ti4t2roxhqj4tpb1s9sdek Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/440 108 1026620 3877299 2026-08-28T09:44:35Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3877299 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|420|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>taccare i Collegati con 10. mila fanti, ed 8000. cavalli. Nel 20. giunsero quattordeci desertori a piedi, e due a cavallo. Dissero che i nemici avean distaccato due battaglioni per Monson. I Micheletti condussero tredici prigionieri con 13. cavalli, e 10. muli. Nel 21. vennero due desertori, e dissero il male stato della Cavalleria nemica, per essere stata quindeci giorni senza orzo, e paglia, sol’avuto oggi un poco di grano. Nel 22. giunsero nove desertori. Nel 23. altri due desertori, ed un contadino, colla notizia, che il nemico dovea accampare, come fece, la notte. Ne’ 24. si ebbe notizia, come il nemico si era accampato, incaminandosi verso Lerida, e i suoi equipaggi verso {{Wl|Q904212|Fraga}}, {{Wl|Q5123|Monson}}, e Lerida. A 25. il nemico con 200. cavalli attaccò il Convoglio de’ Collegati di galere, e carri, vicino Gramont, essendo senza scorta. Però incamminatosi il Conte dell’Atalaya con 1000. cavalli a tagliargli la strada; incontrò un distaccamento nemico comandato dal Vallejo di 200. Cherubinieri, vicino il Palas, quale disfatto, fece 40. prigionieri. Il nemico si trovò fra i 4. Pilari, e la Colegetta.<noinclude>{{PieDiPagina|||Il{{spazi|5}}}}</noinclude> piqrv8wsdjw447trxdohcgfoler888h 3877313 3877299 2026-08-28T10:59:09Z Modafix 8534 3877313 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|420|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>taccare i Collegati con 10. mila fanti, ed 8000. cavalli. Nel 20. giunsero quattordeci desertori a piedi, e due a cavallo. Dissero che i nemici avean distaccato due battaglioni per Monson. I Micheletti condussero tredici prigionieri con 13. cavalli, e 10. muli. Nel 21. vennero due desertori, e dissero il male stato della Cavalleria nemica, per essere stata quindeci giorni senza orzo, e paglia, sol’avuto oggi un poco di grano. Nel 22. giunsero nove desertori. Nel 23. altri due desertori, ed un contadino, colla notizia, che il nemico dovea accampare, come fece, la notte. Ne’ 24. si ebbe notizia, come il nemico si era accampato, incaminandosi verso Lerida, e i suoi equipaggi verso {{Wl|Q904212|Fraga}}, {{Wl|Q5123|Monson}}, e Lerida. A 25. il nemico con 200. cavalli attaccò il Convoglio de’ Collegati di galere, e carri, vicino {{Wl|Q1778278|Gramont}}, essendo senza scorta. Però incamminatosi il Conte dell’Atalaya con 1000. cavalli a tagliargli la strada; incontrò un distaccamento nemico comandato dal Vallejo di 200. Cherubinieri, vicino il Palas, quale disfatto, fece 40. prigionieri. Il nemico si trovò fra i 4. Pilari, e la Colegetta.<noinclude>{{PieDiPagina|||Il{{spazi|5}}}}</noinclude> 57s1zryx0nh8goerb947xyx5fnw7j5f Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/441 108 1026621 3877314 2026-08-28T11:01:27Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3877314 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|421}}</noinclude> Il 26. il Conte dell’Atalaya ritornò col suo distaccamento, e ricuperò tutto il Convoglio, fuori la sua roba, non potendo ricuperare, che dodeci piatti, ed una scudella, perdendo il resto della sua argenteria, con uno spadino di 500. doble, per essere di diamanti, e tutte le sue vesti, e robbe. Il detto Conte battè tre distaccamenti, e fece prigionieri cento cavalli; però il nemico perdè più di 200. fra i dirupi, e presi da’ paesani. Tutto l’Esercito si pose in marcia, ed il Duca d’Angiò dopo questa fazzione ritornò con poca gloria. Nel 27. il nemico si pose in marcia, dissero, per {{Wl|Q948983|Belpucci}}: il che confirmarono due soldati a cavallo, i quali avean desertato dalla marcia, ed altro del Reggimento di Mena d’Infanteria, e dissero, che portava 21. cannoni di campagna di batteria, e tre mortari. Pose un ponte di barche vicino Garden. Comandò il Duca d’Angiò a los Vagueres de Gramont, che portassero vittovaglie al suo Campo di Belpucci. Il Convoglio de’ Collegati partì questa mattina, con una scorta di 150. cavalli; e questa notte si ordinò ad un distaccamento comandato dal Colonnello Keller, per andare a Calaf, e Giusena, a<noinclude>{{PieDiPagina||Dd 3|rin-{{spazi|5}}}}</noinclude> h5h1h1yc46v3msjuua3ppozzsm3hcow 3877316 3877314 2026-08-28T11:10:22Z Modafix 8534 3877316 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|421}}</noinclude> Il 26. il Conte dell’Atalaya ritornò col suo distaccamento, e ricuperò tutto il Convoglio, fuori la sua roba, non potendo ricuperare, che dodeci piatti, ed una scudella, perdendo il resto della sua argenteria, con uno spadino di 500. doble, per essere di diamanti, e tutte le sue vesti, e robbe. Il detto Conte battè tre distaccamenti, e fece prigionieri cento cavalli; però il nemico perdè più di 200. fra i dirupi, e presi da’ paesani. Tutto l’Esercito si pose in marcia, ed il Duca d’Angiò dopo questa fazzione ritornò con poca gloria. Nel 27. il nemico si pose in marcia, dissero, per {{Wl|Q948983|Belpucci}}: il che confirmarono due soldati a cavallo, i quali avean desertato dalla marcia, ed altro del Reggimento di Mena d’Infanteria, e dissero, che portava 21. cannoni di campagna di batteria, e tre mortari. Pose un ponte di barche vicino Garden. Comandò il Duca d’Angiò a los Vagueres de Gramont, che portassero vittovaglie al suo Campo di Belpucci. Il Convoglio de’ Collegati partì questa mattina, con una scorta di 150. cavalli; e questa notte si ordinò ad un distaccamento comandato dal Colonnello Keller, per andare a Calaf, e {{Wl|Q984645|Giusena}}, a<noinclude>{{PieDiPagina||Dd 3|rin-{{spazi|5}}}}</noinclude> dx33zrxebk13y7tcqvnc5i1aagroay2 Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/442 108 1026622 3877315 2026-08-28T11:10:03Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3877315 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|422|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>rinforzare la scorta del Convoglio. Presero sette giorni di pane, e grano per gli cavalli. Nel 28. fu il General Trimbom a riconoscere il nemico; e riconosciutolo, incontrò un distaccamento di {{Wl|Q605232|Liñola}} di 40. delle Guardie di Corps, quali fecero investire da 20. soldati de’ Collegati, comandati dall’Ajutante di Belcastel: facendo loro prender la fuga, restando uno prigioniero, ed un cavallo nel saltare un fosso, si ruppe il collo. Un’altra partita, comandata da un Tenente de’ Portoghesi con 20. cavalli, fu a riconoscere il Campo, e s’incontrò con una partita di 40. nemici, e gli caricò; però scapparono. Incontrò altra di sette cavalli, de’ quali prese cinque, e gli altri si salvarono colla fuga. Il nemico restò accampato colla dritta a Palas, e la sinistra alla {{Wl|Q1900676|Fondarella}}, occupando il medesimo Campo, che occuparono i Collegati, quando erano ivi. Giunse un desertore a cavallo. Nel 29. si ebbe notizia, che il nemico stava in {{Wl|Q1769556|Palau}}. Verso mezza notte uscì il Gen. Carpenter col pichetto a Belmont, per coprire il Convoglio de’ Collegati, che veniva da {{Wl|Q15940|Calaf}}. Incontrò una partita di 40. cavaili nemici vicino {{Wl|Q1900130|Belcayre}}, e fat-<noinclude>{{PieDiPagina|||tigli{{spazi|5}}}}</noinclude> act9lrluf0rzbfqmo40fsnilqiy6z7e Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/443 108 1026623 3877321 2026-08-28T11:15:48Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3877321 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.3em|{{Sc|Del Gemelli}}.}}|423}}</noinclude>tigli caricare dal suo Ajutante con 12. cavalli; presero la fuga, senza far faccia per un’ora, e mezza. Nel 30. il General Taccone fu col pichetto, per incontrare il Convoglio. Il nemico dimorò nel medesimo Campo di Fondarella. Si continuò a fortificare il Monastero del Santo Cristo. Si seppe, che il nemico il giorno appresso voleva disloggiare. Nel primo di Ottobre il nemico disloggiò al far del giorno dal suo Campo di Fondarella, indrizzando la marcia verso Lerida; essendosi osservata la testa delle loro colonne, una al ponte di Lerida, e l’altra al ponte di barche di là da Lerida. Cinque desertori, due a cavallo, e tre d’Infanteria, dissero, non saper la cagione; solo che erano decampati al far del giorno. Presero {{Wl|Q24013036|Arbecca}}, dopo essersi difesa sei ore. Il Capo de’ Micheletti attaccato col cannon grosso, capitolò prigioniero di guerra coi suoi 50. Micheletti, franco il loro Equipaggio. Arrivarono 910. mule cariche di farina, ed orzo. Si preparò per partire per {{Wl|Q1903534|Villanova}}, il Conte dell’Atalaya per il cambio de’ prigionieri. Nel 2. il nemico decampò, passando il Segre; la Cavalleria, cannone, e bagaglio per il ponte di pietra, e l’Infanteria<noinclude>{{PieDiPagina||Dd 4|per{{spazi|5}}}}</noinclude> 69crlekn909xljdve6ue15i2b1pwqk6 Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/444 108 1026624 3877332 2026-08-28T11:23:41Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3877332 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|424|{{Sc|Aggiunta de’ Viaggi}}|}}</noinclude>per il ponte di legno, che avevano fatto, e furono ad accampare fra Garden, e {{Wl|Q1770847|Villanova del picar}}. Nel 3. arrivarono dieci desertori di Dragoni. Si fece salva replicata dall’artiglieria, e moschetti per la battaglia di Fiandra. Il nemico si trovò nel medesimo Campo, ed il Conte d’Aguilar se n’andò col Duca d’Angiò, e dissero anche il Besons. Ritornò l’Atalaya, e Galves, senza far nulla. Nel 4. si ebbe notizia, che il nemico era decampato dal suo Campo di Villanova del picar, e veniva ad accamparsi nel suo vicino Campo della Noguara, ponendo la dritta in {{Wl|Q1646570|Almenara}}, e la sinistra in {{Wl|Q1646865|Alfarras}}: dissero per passare in Monson, prendendo questo cammino per la comodità del foraggio, ed acqua, ciò, che confermò un Capitano Ajutante del Reggimento nemico di Lisbona, che passò nel medesimo, dicendo, che in Madrid vi era tumulto, come in Galizia per certa quantità di grani, che volevano prender per forza. A’ 15. vennero 14. desertori d’Infanteria francese, e tre di Cavalleria, ed uno Spagnuolo, che dissero il medesimo. Il nemico decampò, e s’incamminò verso {{Wl|Q23992092|Temarit}}, e Monson, lasciando tremila uomini al suo Campo, per coprire quelli,<noinclude>{{PieDiPagina|||che{{spazi|5}}}}</noinclude> ewrugk506j84iatk5hmapbisbrbz4vw Il Libro dei Re/I re Sassanidi/12/VII 0 1026625 3877333 2026-08-28T11:23:49Z Alex brollo 1615 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3877333 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=28 agosto 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|12]] - VII. - Fuga di Yezdeghird|prec=../VI|succ=../VIII}} <pages index="Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VIII.djvu" from="438" to="447" tosection="s1" /> jrciyaijm95m5fvpc5kqz5clo08v9sh