Wikisource itwikisource https://it.wikisource.org/wiki/Pagina_principale MediaWiki 1.47.0-wmf.18 first-letter Media Speciale Discussione Utente Discussioni utente Wikisource Discussioni Wikisource File Discussioni file MediaWiki Discussioni MediaWiki Template Discussioni template Aiuto Discussioni aiuto Categoria Discussioni categoria Autore Discussioni autore Progetto Discussioni progetto Portale Discussioni portale Pagina Discussioni pagina Indice Discussioni indice Opera Discussioni opera TimedText TimedText talk Modulo Discussioni modulo Evento Discussioni evento Divina Commedia/Inferno/Canto XXI 0 1373 3895012 3686248 2026-09-05T12:52:43Z Micione 2672 +1 àncora; ne amplio un'altra 3895012 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=11 luglio 2013|arg=Poemi}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[Divina Commedia/Inferno|Inferno]]<br />Canto ventunesimo|prec=../Canto XX|succ=../Canto XXII}} ''Canto XXI, il quale tratta de le pene ne le quali sono puniti coloro che commisero baratteria, nel quale vizio abbomina li lucchesi; e qui tratta di dieci demoni, ministri a l’offizio di questo luogo; e cogliesi qui il tempo che fue compilata per Dante questa opera.'' <poem> Così di ponte in ponte, altro parlando che la mia comedìa cantar non cura, venimmo; e tenavamo ’l colmo, quando {{r|3}} restammo per veder l’altra fessura di Malebolge e li altri pianti vani; e vidila mirabilmente oscura. {{r|6}} Quale ne l’arzanà de’ Viniziani bolle l’inverno la tenace pece a rimpalmare i legni lor non sani, {{r|9}} ché navicar non ponno - in quella vece chi fa suo legno novo e chi ristoppa le coste a quel che più vïaggi fece; {{r|12}} chi ribatte da proda e chi da poppa; altri fa remi e altri volge sarte; chi terzeruolo e artimon rintoppa -: {{r|15}} tal, non per foco ma per divin’arte, bollia là giuso una pegola spessa, che ’nviscava la ripa d’ogne parte. {{r|18}} I’ vedea lei, ma non vedëa in essa mai che le bolle che ’l bollor levava, e gonfiar tutta, e riseder compressa. {{r|21}} Mentr’io là giù fisamente mirava, lo duca mio, dicendo "Guarda, guarda!", mi trasse a sé del loco dov’io stava. {{r|24}} Allor mi volsi come l’uom cui tarda di veder quel che li convien fuggire e cui paura sùbita sgagliarda, {{r|27}} che, per veder, non indugia ’l partire: e vidi dietro a noi un diavol nero correndo su per lo scoglio venire. {{r|30}} Ahi quant’elli era ne l’aspetto fero! e quanto mi parea ne l’atto acerbo, con l’ali aperte e sovra i piè leggero! {{r|33}} L’omero suo, ch’era aguto e superbo, carcava un peccator con ambo l’anche, e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo. {{r|36}} {{§|O Malebranche|Del nostro ponte disse: "O Malebranche, ecco un de li anzïan di Santa Zita! Mettetel sotto, ch'i' torno per anche {{r|39}} a quella terra, che n’è ben fornita: ogn’uom v’è barattier, fuor che Bonturo; del no, per li denar, vi si fa ita}}". {{r|42}} Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro si volse; e mai non fu mastino sciolto con tanta fretta a seguitar lo furo. {{r|45}} {{§|Quel s'attuffò|Quel s’attuffò, e tornò sù convolto; ma i demon che del ponte avean coperchio, gridar: "Qui non ha loco il Santo Volto! {{r|48}} qui si nuota altrimenti che nel Serchio! Però, se tu non vuo’ di nostri graffi, non far sopra la pegola soverchio". {{r|51}} Poi l’addentar con più di cento raffi, disser: "Coverto convien che qui balli, sì che, se puoi, nascosamente accaffi".}} {{r|54}} Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli fanno attuffare in mezzo la caldaia la carne con li uncin, perché non galli. {{r|57}} Lo buon maestro "Acciò che non si paia che tu ci sia", mi disse, "giù t’acquatta dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia; {{r|60}} e per nulla offension che mi sia fatta, non temer tu, ch’i’ ho le cose conte, perch’altra volta fui a tal baratta". {{r|63}} Poscia passò di là dal co del ponte; e com’el giunse in su la ripa sesta, mestier li fu d’aver sicura fronte. {{r|66}} Con quel furore e con quella tempesta ch’escono i cani a dosso al poverello che di sùbito chiede ove s’arresta, {{r|69}} usciron quei di sotto al ponticello, e volser contra lui tutt’i runcigli; ma el gridò: "Nessun di voi sia fello! {{r|72}} Innanzi che l’uncin vostro mi pigli, traggasi avante l’un di voi che m’oda, e poi d’arruncigliarmi si consigli". {{r|75}} Tutti gridaron: "Vada Malacoda!"; per ch’un si mosse - e li altri stetter fermi - e venne a lui dicendo: "Che li approda?". {{r|78}} "Credi tu, Malacoda, qui vedermi esser venuto", disse ’l mio maestro, "sicuro già da tutti vostri schermi, {{r|81}} sanza voler divino e fato destro? Lascian’andar, ché nel cielo è voluto ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro". {{r|84}} Allor li fu l’orgoglio sì caduto, ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi, e disse a li altri: "Omai non sia feruto". {{r|87}} E ’l duca mio a me: "O tu che siedi tra li scheggion del ponte quatto quatto, sicuramente omai a me ti riedi". {{r|90}} Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto; e i diavoli si fecer tutti avanti, sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto; {{r|93}} così vid’ïo già temer li fanti ch’uscivan patteggiati di Caprona, veggendo sé tra nemici cotanti. {{r|96}} I’ m’accostai con tutta la persona lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi da la sembianza lor ch’era non buona. {{r|99}} Ei chinavan li raffi e "Vuo’ che ’l tocchi", diceva l’un con l’altro, "in sul groppone?". E rispondien: "Sì, fa che gliel’accocchi". {{r|102}} Ma quel demonio che tenea sermone col duca mio, si volse tutto presto e disse: "Posa, posa, Scarmiglione!". {{r|105}} Poi disse a noi: "Più oltre andar per questo iscoglio non si può, però che giace tutto spezzato al fondo l’arco sesto. {{r|108}} E se l’andare avante pur vi piace, andatevene su per questa grotta; presso è un altro scoglio che via face. {{r|111}} Ier, più oltre cinqu’ ore che quest’otta, mille dugento con sessanta sei anni compié che qui la via fu rotta. {{r|114}} Io mando verso là di questi miei a riguardar s’alcun se ne sciorina; gite con lor, che non saranno rei". {{r|117}} "Tra’ ti avante, Alichino, e Calcabrina", cominciò elli a dire, "e tu, Cagnazzo; e Barbariccia guidi la decina. {{r|120}} Libicocco vegn’oltre e Draghignazzo, Cirïatto sannuto e Graffiacane e Farfarello e Rubicante pazzo. {{r|123}} Cercate ’ntorno le boglienti pane; costor sian salvi infino a l’altro scheggio che tutto intero va sovra le tane". {{r|126}} "Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?", diss’io, "deh, sanza scorta andianci soli, se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio. {{r|129}} Se tu se’ sì accorto come suoli, non vedi tu ch’e’ digrignan li denti e con le ciglia ne minaccian duoli?". {{r|132}} Ed elli a me: "Non vo’ che tu paventi; lasciali digrignar pur a lor senno, ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti". {{r|135}} Per l’argine sinistro volta dienno; ma prima avea ciascun la lingua stretta coi denti, verso lor duca, per cenno; {{r|138}} {{§|ed elli|ed elli avea del cul fatto trombetta.}} </poem> ===== Altri progetti ===== {{Interprogetto|etichetta=Inferno - Canto ventunesimo|w=Inferno_-_Canto_ventunesimo}} [[cs:Božská komedie/Peklo/Zpěv dvacátý prvý]] [[en:The Divine Comedy/Inferno/Canto XXI]] [[es:La Divina Comedia: El Infierno: Canto XXI]] [[fr:La Divine Comédie (trad. Lamennais)/L’Enfer/Chant XXI]] [[pt:A Divina Comédia/Inferno/XXI]] [[ru:Божественная комедия (Данте/Мин)/Ад/Песнь XXI/1850/ДО]] 6eaeycqmxq0s5tup5tmw73tdac8wv5p Divina Commedia/Inferno/Canto XXVI 0 1378 3895064 3686254 2026-09-05T17:00:44Z Micione 2672 +2 ancore 3895064 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=11 luglio 2013|arg=Poemi}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[Divina Commedia/Inferno|Inferno]]<br />Canto ventiseiesimo|prec=../Canto XXV|succ=../Canto XXVII}} ''Canto XXVI, nel quale si tratta de l’ottava bolgia contro a quelli che mettono aguati e danno frodolenti consigli; e in prima sgrida contro a’ fiorentini e tacitamente predice del futuro e in persona d’Ulisse e Diomedes pone loro pene.'' <poem> {{§|Godi, Fiorenza|Godi, Fiorenza, poi che se' sì grande che per mare e per terra batti l'ali, e per lo 'nferno tuo nome si spande!}} {{r|3}} Tra li ladron trovai cinque cotali tuoi cittadini onde mi ven vergogna, e tu in grande orranza non ne sali. {{r|6}} Ma se presso al mattin del ver si sogna, tu sentirai, di qua da picciol tempo, di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna. {{r|9}} E se già fosse, non saria per tempo. Così foss’ei, da che pur esser dee! ché più mi graverà, com’ più m’attempo. {{r|12}} Noi ci partimmo, e su per le scalee che n’avea fatto iborni a scender pria, rimontò ’l duca mio e trasse mee; {{r|15}} e proseguendo la solinga via, tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio lo piè sanza la man non si spedia. {{r|18}} Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi, e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio, {{r|21}} perché non corra che virtù nol guidi; sì che, se stella bona o miglior cosa m’ ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi. {{r|24}} Quante ’l villan ch’al poggio si riposa, nel tempo che colui che ’l mondo schiara la faccia sua a noi tien meno ascosa, {{r|27}} come la mosca cede a la zanzara, vede lucciole giù per la vallea, forse colà dov’e’ vendemmia e ara: {{r|30}} di tante fiamme tutta risplendea l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi tosto che fui là ’ve ’l fondo parea. {{r|33}} E qual colui che si vengiò con li orsi vide ’l carro d’Elia al dipartire, quando i cavalli al cielo erti levorsi, {{r|36}} che nol potea sì con li occhi seguire, ch’el vedesse altro che la fiamma sola, sì come nuvoletta, in sù salire: {{r|39}} tal si move ciascuna per la gola del fosso, ché nessuna mostra ’l furto, e ogne fiamma un peccatore invola. {{r|42}} Io stava sovra ’l ponte a veder surto, sì che s’io non avessi un ronchion preso, caduto sarei giù sanz’esser urto. {{r|45}} E ’l duca, che mi vide tanto atteso, disse: "Dentro dai fuochi son li spirti; catun si fascia di quel ch’elli è inceso". {{r|48}} "Maestro mio", rispuos’io, "per udirti son io più certo; ma già m’era avviso che così fosse, e già voleva dirti: {{r|51}} chi è ’n quel foco che vien sì diviso di sopra, che par surger de la pira dov’Eteòcle col fratel fu miso?". {{r|54}} Rispuose a me: "Là dentro si martira Ulisse e Dïomede, e così insieme a la vendetta vanno come a l’ira; {{r|57}} e dentro da la lor fiamma si geme l’agguato del caval che fé la porta onde uscì de’ Romani il gentil seme. {{r|60}} Piangevisi entro l’arte per che, morta, Deïdamìa ancor si duol d’Achille, e del Palladio pena vi si porta". {{r|63}} "S’ei posson dentro da quelle faville parlar", diss’io, "maestro, assai ten priego e ripriego, che ’l priego vaglia mille, {{r|66}} che non mi facci de l’attender niego fin che la fiamma cornuta qua vegna; vedi che del disio ver’ lei mi piego!". {{r|69}} Ed elli a me: "La tua preghiera è degna di molta loda, e io però l’accetto; ma fa che la tua lingua si sostegna. {{r|72}} Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi, perch’e’ fuor greci, forse del tuo detto". {{r|75}} Poi che la fiamma fu venuta quivi dove parve al mio duca tempo e loco, in questa forma lui parlare audivi: {{r|78}} "O voi che siete due dentro ad un foco, s’io meritai di voi mentre ch’io vissi, s’io meritai di voi assai o poco {{r|81}} quando nel mondo li alti versi scrissi, non vi movete; ma l’un di voi dica dove, per lui, perduto a morir gissi". {{r|84}} Lo maggior corno de la fiamma antica cominciò a crollarsi mormorando, pur come quella cui vento affatica; {{r|87}} indi la cima qua e là menando, come fosse la lingua che parlasse, gittò voce di fuori e disse: "Quando {{r|90}} mi diparti’ da Circe, che sottrasse me più d’un anno là presso a Gaeta, prima che sì Enëa la nomasse, {{r|93}} né dolcezza di figlio, né la pieta del vecchio padre, né ’l debito amore lo qual dovea Penelopè far lieta, {{r|96}} vincer potero dentro a me l’ardore ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore; {{r|99}} ma misi me per l’alto mare aperto sol con un legno e con quella compagna picciola da la qual non fui diserto. {{r|102}} L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna, fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi, e l’altre che quel mare intorno bagna. {{r|105}} Io e’ compagni eravam vecchi e tardi quando venimmo a quella foce stretta dov’Ercule segnò li suoi riguardi {{r|108}} acciò che l’uom più oltre non si metta; da la man destra mi lasciai Sibilia, da l’altra già m’avea lasciata Setta. {{r|111}} "O frati," dissi, "che per cento milia perigli siete giunti a l’occidente, a questa tanto picciola vigilia {{r|114}} d’i nostri sensi ch’è del rimanente non vogliate negar l’esperïenza, di retro al sol, del mondo sanza gente. {{r|117}} {{§|Considerate la vostra semenza|Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza}}". {{r|120}} {{§|Li miei compagni fec'io sì aguti|Li miei compagni fec’io sì aguti, con questa orazion picciola, al cammino, che a pena poscia li avrei ritenuti; {{r|123}} e volta nostra poppa nel mattino, de’ remi facemmo ali al folle volo, sempre acquistando dal lato mancino.}} {{r|126}} Tutte le stelle già de l’altro polo vedea la notte, e ’l nostro tanto basso, che non surgëa fuor del marin suolo. {{r|129}} {{§|Cinque volte racceso|Cinque volte racceso e tante casso lo lume era di sotto da la luna, poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo}}, {{r|132}} quando n’apparve una montagna, bruna per la distanza, e parvemi alta tanto quanto veduta non avëa alcuna. {{r|135}} Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto; ché de la nova terra un turbo nacque e percosse del legno il primo canto. {{r|138}} Tre volte il fé girar con tutte l’acque; a la quarta levar la poppa in suso e la prora ire in giù, com’altrui piacque, {{r|141}} {{§|infin che 'l mar fu sovra noi richiuso|infin che ’l mar fu sovra noi richiuso}}". </poem> ===== Altri progetti ===== {{Interprogetto|etichetta=Inferno - Canto ventiseiesimo|w=Inferno_-_Canto_ventiseiesimo}} [[cs:Božská komedie/Peklo/Zpěv dvacátý šestý]] [[en:The Divine Comedy/Inferno/Canto XXVI]] [[es:La Divina Comedia: El Infierno: Canto XXVI]] [[fr:La Divine Comédie (trad. Lamennais)/L’Enfer/Chant XXVI]] [[pt:A Divina Comédia/Inferno/XXVI]] [[ru:Божественная комедия (Данте/Мин)/Ад/Песнь XXVI/ДО]] 19i7v0bjt5r37ntlmpt7kvh6xxftl4u Divina Commedia/Inferno/Canto XXXIV 0 1386 3895021 3686261 2026-09-05T13:06:29Z Micione 2672 +àncora 3895021 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=11 luglio 2013|arg=Poemi}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[Divina Commedia/Inferno|Inferno]]<br />Canto trentaquattresimo|prec=../Canto XXXIII|succ=../../Purgatorio}} ''Canto XXXIV e ultimo de la prima cantica di Dante Alleghieri di Fiorenza, nel qual canto tratta di Belzebù principe de’ dimoni e de’ traditori di loro signori, e narra come uscie de l’inferno.'' <poem> {{§|Vexilla regis prodeunt inferni|"Vexilla regis prodeunt inferni verso di noi; però dinanzi mira", disse ’l maestro mio, "se tu ’l discerni".}} {{r|3}} Come quando una grossa nebbia spira, o quando l’emisperio nostro annotta, par di lungi un molin che ’l vento gira, {{r|6}} veder mi parve un tal dificio allotta; poi per lo vento mi ristrinsi retro al duca mio, ché non lì era altra grotta. {{r|9}} Già era, e con paura il metto in metro, là dove l’ombre tutte eran coperte, e trasparien come festuca in vetro. {{r|12}} Altre sono a giacere; altre stanno erte, quella col capo e quella con le piante; altra, com’arco, il volto a’ piè rinverte. {{r|15}} Quando noi fummo fatti tanto avante, ch’al mio maestro piacque di mostrarmi la creatura ch’ebbe il bel sembiante, {{r|18}} d’innanzi mi si tolse e fé restarmi, "Ecco Dite", dicendo, "ed ecco il loco ove convien che di fortezza t’armi". {{r|21}} Com’io divenni allor gelato e fioco, nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo, però ch’ogne parlar sarebbe poco. {{r|24}} {{§|Io non mori' e non rimasi vivo|Io non mori’ e non rimasi vivo; pensa oggimai per te, s’ hai fior d’ingegno, qual io divenni, d’uno e d’altro privo.}} {{r|27}} Lo ’mperador del doloroso regno da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia; e più con un gigante io mi convegno, {{r|30}} che i giganti non fan con le sue braccia: vedi oggimai quant’esser dee quel tutto ch’a così fatta parte si confaccia. {{r|33}} S’el fu sì bel com’elli è ora brutto, e contra ’l suo fattore alzò le ciglia, ben dee da lui procedere ogne lutto. {{r|36}} Oh quanto parve a me gran maraviglia quand’io vidi tre facce a la sua testa! L’una dinanzi, e quella era vermiglia; {{r|39}} l’altr’eran due, che s’aggiugnieno a questa sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla, e sé giugnieno al loco de la cresta: {{r|42}} e la destra parea tra bianca e gialla; la sinistra a vedere era tal, quali vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla. {{r|45}} Sotto ciascuna uscivan due grand’ali, quanto si convenia a tanto uccello: vele di mar non vid’io mai cotali. {{r|48}} Non avean penne, ma di vispistrello era lor modo; e quelle svolazzava, sì che tre venti si movean da ello: {{r|51}} quindi Cocito tutto s’aggelava. Con sei occhi piangëa, e per tre menti gocciava ’l pianto e sanguinosa bava. {{r|54}} Da ogne bocca dirompea co’ denti un peccatore, a guisa di maciulla, sì che tre ne facea così dolenti. {{r|57}} A quel dinanzi il mordere era nulla verso ’l graffiar, che talvolta la schiena rimanea de la pelle tutta brulla. {{r|60}} "Quell’anima là sù c’ ha maggior pena", disse ’l maestro, "è Giuda Scarïotto, che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena. {{r|63}} De li altri due c’ hanno il capo di sotto, quel che pende dal nero ceffo è Bruto: vedi come si storce, e non fa motto!; {{r|66}} e l’altro è Cassio, che par sì membruto. Ma la notte risurge, e oramai è da partir, ché tutto avem veduto". {{r|69}} Com’a lui piacque, il collo li avvinghiai; ed el prese di tempo e loco poste, e quando l’ali fuoro aperte assai, {{r|72}} appigliò sé a le vellute coste; di vello in vello giù discese poscia tra ’l folto pelo e le gelate croste. {{r|75}} Quando noi fummo là dove la coscia si volge, a punto in sul grosso de l’anche, lo duca, con fatica e con angoscia, {{r|78}} volse la testa ov’elli avea le zanche, e aggrappossi al pel com’om che sale, sì che ’n inferno i’ credea tornar anche. {{r|81}} "Attienti ben, ché per cotali scale", disse ’l maestro, ansando com’uom lasso, "conviensi dipartir da tanto male". {{r|84}} Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso e puose me in su l’orlo a sedere; appresso porse a me l’accorto passo. {{r|87}} Io levai li occhi e credetti vedere Lucifero com’io l’avea lasciato, e vidili le gambe in sù tenere; {{r|90}} e s’io divenni allora travagliato, la gente grossa il pensi, che non vede qual è quel punto ch’io avea passato. {{r|93}} "Lèvati sù", disse ’l maestro, "in piede: la via è lunga e ’l cammino è malvagio, e già il sole a mezza terza riede". {{r|96}} Non era camminata di palagio là ’v’eravam, ma natural burella ch’avea mal suolo e di lume disagio. {{r|99}} "Prima ch’io de l’abisso mi divella, maestro mio", diss’io quando fui dritto, "a trarmi d’erro un poco mi favella: {{r|102}} ov’è la ghiaccia? e questi com’è fitto sì sottosopra? e come, in sì poc’ora, da sera a mane ha fatto il sol tragitto?". {{r|105}} Ed elli a me: "Tu imagini ancora d’esser di là dal centro, ov’io mi presi al pel del vermo reo che ’l mondo fóra. {{r|108}} Di là fosti cotanto quant’io scesi; quand’io mi volsi, tu passasti ’l punto al qual si traggon d’ogne parte i pesi. {{r|111}} E se’ or sotto l’emisperio giunto ch’è contraposto a quel che la gran secca coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto {{r|114}} fu l’uom che nacque e visse sanza pecca; tu haï i piedi in su picciola spera che l’altra faccia fa de la Giudecca. {{r|117}} Qui è da man, quando di là è sera; e questi, che ne fé scala col pelo, fitto è ancora sì come prim’era. {{r|120}} Da questa parte cadde giù dal cielo; e la terra, che pria di qua si sporse, per paura di lui fé del mar velo, {{r|123}} e venne a l’emisperio nostro; e forse per fuggir lui lasciò qui loco vòto quella ch’appar di qua, e sù ricorse". {{r|126}} Luogo è là giù da Belzebù remoto tanto quanto la tomba si distende, che non per vista, ma per suono è noto {{r|129}} d’un ruscelletto che quivi discende per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso, col corso ch’elli avvolge, e poco pende. {{r|132}} Lo duca e io per quel cammino ascoso intrammo a ritornar nel chiaro mondo; e sanza cura aver d’alcun riposo, {{r|135}} salimmo sù, el primo e io secondo, tanto ch’i’ vidi de le cose belle che porta ’l ciel, per un pertugio tondo. {{r|138}} E quindi uscimmo a riveder le stelle. </poem> ===== Altri progetti ===== {{Interprogetto|etichetta=Inferno - Canto trentaquattresimo|w=Inferno_-_Canto_trentaquattresimo}} [[cs:Božská komedie/Peklo/Zpěv třicátý čtvrtý]] [[en:The Divine Comedy/Inferno/Canto XXXIV]] [[es:La Divina Comedia: El Infierno: Canto XXXIV]] [[fr:La Divine Comédie (trad. Lamennais)/L’Enfer/Chant XXXIV]] [[pt:A Divina Comédia/Inferno/XXXIV]] [[ru:Божественная комедия (Данте/Мин)/Ад/Песнь XXXIV/ДО]] 0j85so5aufd6ayowkvogjo2dt8x6m87 Della moneta/Libro I 0 45999 3895271 3799348 2026-09-06T06:53:38Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3895271 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=6 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../Proemio|succ=/Introduzione}} <pages index="Galiani, Ferdinando – Della moneta, 1915 – BEIC 1825718.djvu" from="11" to="11" /> == Indice == * {{Testo|/Introduzione}} * {{Testo|/Capo I|Capo I - Della scoperta dell’oro e dell’argento, e del traffico con essi fatto. Come e quando s’incominciarono ad usar per moneta. Narrazione dell’accrescimento e diminuzione della moneta. Suo stato presente}} * {{Testo|/Capo II|Capo II - Dichiarazione de’ princípi onde nasce il valore delle cose tutte. Della utilitá e della raritá. Princípi stabili del valore. Si risponde a molte obiezioni}} * {{Testo|/Capo III|Capo III - Dimostrazione che i metalli hanno prezzo per l’uso che prestano come metalli, assai piú che come moneta. Due calcoli che confermano questa veritá}} * {{Testo|/Capo IV|Capo IV - Perchè i metalli siano necessarj alla moneta. Definizione della moneta. Qualitá particolari de’ metalli necessari alla moneta. Conclusione}} djkarad3xmgvr73hxeetwcru89lm6sp Della moneta/Libro I/Capo IV 0 46013 3895270 3799352 2026-09-06T06:52:06Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3895270 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=6 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../Capo III|succ=../../Libro II}} <pages index="Galiani, Ferdinando – Della moneta, 1915 – BEIC 1825718.djvu" from="63" to="80" /> {{sezione note}} dnfn5majk5w8gs7kooij0uu7wu0szw0 Dalle Satire (Alfieri, 1912)/Satira Sesta. L'Educazione 0 71719 3895241 3798373 2026-09-06T06:32:30Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3895241 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=6 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Satira Sesta. L'Educazione|prec=../Satira Quinta. Le Leggi|succ=../Satira Ottava. I Pedanti}} <pages index="Alfieri - Rime scelte, Sansoni, 1912.djvu" from="266" to="268" /> {{Sezione note}} {{AltraVersione|Satire (Alfieri, 1903)/Satira sesta. L'educazione|ed. 1903}} 7fw4zat4lvoctar7xlflb9swybc1qgy Discussioni utente:Candalua 3 75982 3895279 3894732 2026-09-06T07:20:25Z Alex brollo 1615 /* Proposta per la lista Errata corrige */ nuova sezione 3895279 wikitext text/x-wiki <div class="plainlinks" style="float:left; border: 1px solid #999;padding: .2em .3em .25em;margin: .3em .3em .3em 1em;">'''Archivio''' [//it.wikisource.org/w/index.php?title=Discussioni_utente:Candalua&oldid=742580 2010] · [//it.wikisource.org/w/index.php?title=Discussioni_utente:Candalua&oldid=1031411 2011]<br> [//it.wikisource.org/w/index.php?title=Discussioni_utente:Candalua&oldid=1219438 2012] · [//it.wikisource.org/w/index.php?title=Discussioni_utente:Candalua&oldid=1362639 2013]<br> [//it.wikisource.org/w/index.php?title=Discussioni_utente:Candalua&oldid=1496195 2014] · [//it.wikisource.org/w/index.php?title=Discussioni_utente:Candalua&oldid=1647968 2015]<br> [//it.wikisource.org/w/index.php?title=Discussioni_utente:Candalua&oldid=1826109 2016] · [//it.wikisource.org/w/index.php?title=Discussioni_utente:Candalua&oldid=2008393 2017]<br> [//it.wikisource.org/w/index.php?title=Discussioni_utente:Candalua&oldid=2222742 2018] · [//it.wikisource.org/w/index.php?title=Discussioni_utente:Candalua&oldid=2518019 2019]<br> [//it.wikisource.org/w/index.php?title=Discussioni_utente:Candalua&oldid=2707633 2020] · [//it.wikisource.org/w/index.php?title=Discussioni_utente:Candalua&oldid=2873688 2021]<br> [//it.wikisource.org/w/index.php?title=Discussioni_utente:Candalua&oldid=3099312 2022] · [//it.wikisource.org/w/index.php?title=Discussioni_utente:Candalua&oldid=3285185 2023]<br> [//it.wikisource.org/w/index.php?title=Discussioni_utente:Candalua&oldid=3445904 2024] </div> <div style="float:right">{{A fine pagina}}</div> <div style="width:70%; margin: 0 auto; text-align: center; border: 2px solid #FFD595; padding: 5px; background-color: #FFF0D9;"> [[File:Nordkirchen-090806-9419-Capellerallee-Atlas.jpg|200px|center]]'''{{PAGENAME}}''' (non visibile nella foto in quanto sta reggendo sulle sue spalle Atlante che a sua volta regge il Mondo) <br/> è in '''''[[w:Wikipedia:Scherzi_e_STUBidaggini/Wikipause|wikisinghiozzo permanente]]''''' per cause dipendenti da '''lavoro, donne & altri vizi vari.''' <br/>Chiedete pure, ma sappiate che potrei sparire da un momento all'altro... </div> {{TOCright}} == Fogna! == Caro Candalua, come disse Jovanotti, ''Fogna! Non fmettere mai di fognare!''... e io fogno, o meglio, '''ſ'''ogno. Per diletto ho preso in considerazione un testo settecentesco con le esse lunghe, e mi sono messo di buzzo buono a cliccare con il [[Mediawiki:Gadget-fs.js|gadget f => s]] sulla casella con i due bottoni. Niente di sbagliato, ma mi chiedevo se per vecchi ''boomer-user'' come me fosse possibile usare la tastiera invece del mouse/trackpad: in pratica è possibile fare in modo che, attivato il gadget, oltre che cliccando sui bottoni, sia possibile effettuare la scelta tra effe ed esse cliccando sulla lettera corrispondente della tastiera? in tal modo potrei mantenere gli occhi sullo schermo invece di spostarli continuamente tra casella con bottoni e testo. Lo so, sono un triceratopo, ma lasciami fognare! Che ne pensi? '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">&epsilon;</span><span style="color:blue;">&Delta;</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">&omega;</span>]]''' 14:26, 3 gen 2025 (CET) :Cariffimo [[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliufMagifter]]! Fui tafti è fempre... ehm, sui tasti è sempre un po' difficile, ma ci poffo provare. Però dovrai aspettare un po', magari intanto dèdicati a qualcos'altro e poi ti farò fapere! [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 15:30, 3 gen 2025 (CET) ::@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]]: il fogno diventa una folida realtà! Ora puoi usare i tasti f-s e ''fpaffartela'' con i ''tefti fettecentefchi!'' [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 15:47, 20 gen 2025 (CET) :::''Maggico Candalua!'' fantaftico! '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">&epsilon;</span><span style="color:blue;">&Delta;</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">&omega;</span>]]''' 20:34, 20 gen 2025 (CET) == Tks... == Mi sa che bisogna darci un occhio... -- [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 19:24, 12 gen 2025 (CET) :@[[Utente:TrameOscure|TrameOscure]]: eh sì. Se vuoi dedicarti un po' anche a questo, ti segnalo un paio di gadget utili che forse non hai ancora visto: :* Contributi aggregati: una volta attivato, lo trovi nel menu di destra quando sei sulla pagina di un utente o nei suoi contributi. Ti mostra un riassunto degli indici su cui ha lavorato, dal più recente, col conteggio delle modifiche. :* Cerca errori ortografici: questo lo trovi sugli indici (a volte ci mette un po' a caricare) e cerca possibili errori in base a dei pattern. Ovviamente non li trova tutti, e spesso trova dei falsi positivi, ma è molto utile per trovare gli errori più comuni senza guardare le pagine ad una ad una. Io raccomando di usarlo almeno dopo ogni trascrizione o rilettura completata, per fare un check generale. :[[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 03:20, 13 gen 2025 (CET) ::Provato Contributi aggregati... è il conto degli edit fatti nelle pagine relative a un indice? sulla tua PU non finisce più di caricare roba... :D Bello, ma è un altro componente che con dark non va :-( -- [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 13:06, 13 gen 2025 (CET) :::@[[Utente:TrameOscure|TrameOscure]]: eheh, penso sia dura trovare un indice su cui non ho messo le mani... Per tutti questi gadget io ho fatto un css comune con alcuni stili per finestre, bottoni ecc. (altri temo che siano ancora nel common), che trovi all'inizio della pagina di "gadget definition"... Forse si riesce a farne una versione dark, in modo da sistemare tutto in un colpo. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 13:11, 13 gen 2025 (CET) ::::Allora forse avevo già fixato la cosa in locale mettendo a punto non ricordo più quale altro gadget che Alex mi aveva segnalato... il cerca&sostituisci, mi pare. -- [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 16:56, 13 gen 2025 (CET) == "Pasticcio" pt. 2 == Ciao, ho appena fatto un edit che mi ha dato lo stesso problema che ho spiegato nella mia pagina di discussioni. Questa volta [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Autore:Gino_Fano&diff=prev&oldid=3457687 qui]. Sinceramente non mi è chiaro il motivo per cui succeda sta cosa, dato che quella roba cancellata non mi compare nell'editor. In più anche l'anteprima sembra corretta, non si nota nulla di strano fino a quando non salvo la pagina. Annullare l'edit non funziona, ci ho provato ma la pagina diventa vuota (letteralmente), quindi non ho neanche salvato. Potresti sistemare e spiegarmi la causa di questi problemi, così evito che succeda di nuovo? Francamente non mi era mai capitato. Grazie e scusa per il disturbo. [[User:Emyn Muil|Emyn Muil]] ([[User talk:Emyn Muil|disc.]]) 17:29, 13 gen 2025 (CET) :@[[Utente:Emyn Muil|Emyn Muil]]: ciao, questi errori accadono ogni tanto ma non ho mai capito bene la causa, ne stiamo parlando anche adesso al bar. In questi casi, prova comunque a fare un edit "a vuoto" (cioè vai in modifica e salvi senza aver modificato nulla), questo dovrebbe ripristinare l'area dati. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 15:49, 20 gen 2025 (CET) == Disambigue: problemi in vista == Caro Candalua, il titolo è un po' enfatico perché non so se si tratti di un vero problema o meno. Ti espongo il caso, tu sicuramente capirai quale ingranaggio sotto la scocca dello script sia da regolare. * Mi sto apprestando a spostare [[Poesie (Mamiani)/Inni Sacri]] a [[Inni sacri (Mamiani)]], si prospetta dunque la disambiguazione di [[Inni sacri]] tra quelli di Manzoni e questi di Mamiani. * vado su [[Inni sacri]], attualmente sede degli inni di Manzoni, e trovo già una nota disambigua relativa a [[Il nome di Maria]]... ma questa nota disambigua non dovrebbe trovarsi solo tra [[Inni sacri/Il Nome di Maria]] e [[Nova polemica/Il nome di Maria]]? Il problema è già stato segnalato da qualche altra parte, ma non ricordo dove né quale sia l'origine di questo bugghetto. Secondo te è grave? '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">&epsilon;</span><span style="color:blue;">&Delta;</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">&omega;</span>]]''' 19:41, 22 gen 2025 (CET) :@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]]: lo so... il problema è che nelle disambigua spesso ci sono dei link in più rispetto ai testi da disambiguare. Devo capire come fare a scartarli. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 21:17, 22 gen 2025 (CET) ::@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]]: credo di aver sistemato, adesso il gadget guarda anche se il link proviene da un template Testo, in modo da scartare altri link eventualmente presenti nella disambigua ma non pertinenti. Ovviamente bisogna usare Testo solo per i testi da disambiguare. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 19:02, 24 gen 2025 (CET) :::Fantastico: sei un razzo del debug! Direi che la tua idea è la soluzione migliore. Purtroppo per un breve periodo ho usato dei "doppi template testo", ma ricordo che i casi problematici sono molto pochi. '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">&epsilon;</span><span style="color:blue;">&Delta;</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">&omega;</span>]]''' 19:05, 24 gen 2025 (CET) == Decesso di PersonalButtons.js == Da stamattina la mia "bottoniera", che contiene i bottoni definiti in [[Utente:Alex brollo/PersonalButtons.js]], non dà segni di vita. La console si lamenta dell'errore ''document.ready non è una funzione'' e incrimina startup.js. Hai idea di cosa potrebbe essere successo? Disgraziatamente sono consapevole che i miei script personali sono poco robusti, ma senza di loro sono morto... [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 13:05, 27 feb 2025 (CET) :@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: io stamattina ho messo un po' in ordine il [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=MediaWiki%3AGadgets-definition&diff=3481359&oldid=3464390 Gadgets-definition], ma non credo che c'entri qualcosa. La tua bottoniera si appoggia a qualche altro script? Cos'è startup.js? [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 13:32, 27 feb 2025 (CET) ::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Non ne ho idea, la console emette questo lamento ... [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 17:21, 27 feb 2025 (CET) :::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Comunque_ ho trovato deselezionato il gadget "Raccolta dei giocattoli", riattivandolo il problema è scomparso (e pure l'errore). Grazie comunque per l'attenzione. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 17:32, 27 feb 2025 (CET) ::::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: uhm, strano: io ho spostato alcuni gadget, ma la raccolta dei giocattoli non l'ho toccata. Strano che si sia disabilitato per conto suo. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 17:57, 27 feb 2025 (CET) == Privilegio == Per favore, mi ridai i privilegi di admin dell'interfaccia, che mi sono scaduti? Ne farò un uso omeopatico.... :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:49, 20 mar 2025 (CET) :@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: rinnovati per un anno, così non hai più scuse per non toccare i gadget :D [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 07:54, 20 mar 2025 (CET) == Request to delete [[MediaWiki:Cite_reference_link]] == Hello @[[Utente:Candalua|Candalua]] and sorry for posting in English. [[meta:WMDE_Technical_Wishes|My team]] is currently working on some improvements regarding references and footnotes and we realized, that you added a custom version of [[MediaWiki:Cite_reference_link]] to this wiki once. We recently [https://gerrit.wikimedia.org/r/c/mediawiki/extensions/Cite/+/1056448 updated] that message in the code. Due to the override on your project these updates are not be applied here. Since the [[MediaWiki:Cite_reference_link|custom version]] does not add any special formatting that seems to be needed here it would be best to delete that page. Thank you and feel free to reach out if you have questions or need help. [[User:Christoph Jauera (WMDE)|Christoph Jauera (WMDE)]] ([[User talk:Christoph Jauera (WMDE)|disc.]]) 12:20, 20 mar 2025 (CET) :@[[Utente:Christoph Jauera (WMDE)|Christoph Jauera (WMDE)]]: ok, done. We'll keep hiding the brackets using font-size: 0 as suggested on gerrit. Thank you. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 17:16, 20 mar 2025 (CET) ::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Thanks again, I just realized that you also created <code>MediaWiki:Cite_reference_link</code> on [https://vec.wikisource.org/wiki/MediaWiki:Cite_reference_link vec.wikisource.org] it would be really helpful if you could delete that version there as well. At also seems to have no relevant custom changes :-). Best [[User:Christoph Jauera (WMDE)|Christoph Jauera (WMDE)]] ([[User talk:Christoph Jauera (WMDE)|disc.]]) 17:32, 20 mar 2025 (CET) :::@[[Utente:Christoph Jauera (WMDE)|Christoph Jauera (WMDE)]]: done that too, thank you. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 17:46, 20 mar 2025 (CET) == autoNs0 == Ciao, sembra ci sia un problema col tool: adesso inserisce il tag pages anche quando si entra in modifica, creando un duplicato [[Utente:Dr Zimbu|Dr &zeta;imbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 09:26, 5 apr 2025 (CEST) :Aggiungo: il problema [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=L%27ug%C3%B9ri_de_sto_monno&curid=308599&diff=3499830&oldid=3453620 non si presentava ieri alle 14:10] ma [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Lum%C3%ACe_di_Sicilia_(Novella,_1926)&curid=949669&diff=3499972&oldid=3476273 capitava alle 18:59]--[[Utente:Dr Zimbu|Dr &zeta;imbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 09:29, 5 apr 2025 (CEST) ::@[[Utente:Dr Zimbu|Dr Zimbu]]: grazie; dovrei aver sistemato. Come avrai visto sto cercando di fare ordine nei gadget per riuscire a velocizzare il caricamento, e sono incorso in una svista. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 10:07, 5 apr 2025 (CEST) == Correttore ortografico == Proseguendo da [[Discussioni_indice:Yambo,_Luna_paese_incomodo.djvu#Rilettura|qua]], (visto che là è OT), si ho presente le convenzioni sugli accenti, è una vera rottura di palle che in quel testo si usi '''í''' anzichè '''ì''' che c'è sulla tastiera... :-D Anche se forse visto che vedo una incomprensibile sezione memoregex che riguarda la ì, sarebbe più veloce per l'umano mettere delle ì e poi lasciare che sia qualche magia a correggerle... ok, vado a vedere che dice MediaWiki:Gadget-ErroriOrtografici.js per farmi una cultura ;-) ciao -- [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 10:08, 7 apr 2025 (CEST) :@[[Utente:TrameOscure|TrameOscure]]: quella del memoregex è un'altra idea geniale del buon @[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: con il gadget [[Aiuto:Strumenti per la rilettura|Strumenti per la rilettura]], hai un comando "Trova e sostituisci" (nel menu di sinistra) con cui puoi sostituire caratteri in una pagina e dirgli "Ricorda questa sostituzione". Nelle pagine successive la potrai applicare (insieme a tutte le altre sostituzioni già salvate da te o da altri) con il comando PostOCR o più rapidamente Alt+7. Attivando anche la [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli|bottoniera]] ti trovi in basso anche dei bottoni "salva regex", "carica regex", "esegui regex", che vengono comodi (specialmente il salva, con cui le regex vengono scritte in quella sezione che hai visto, così sei sicuro di non perderle — altrimenti mi pare che rimangano solo sul browser). :P.S. questa è probabilmente una cosa che prima o poi dovremmo mettere su un gadget per conto suo, in modo che ci siano tutti i comandi in un box solo, più intuitivo per l'utente (lo dico più che altro per Alex, ma ne riparleremo nel bar tecnico). [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 09:53, 8 apr 2025 (CEST) ::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Sì, l'idea di incorporare il "carica regex" e il "salva regex" nel Trova e sostituisci mi piace molto. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 10:04, 8 apr 2025 (CEST) :::Rispondendo a [[Discussioni_utente:Damadicarta#c-Candalua-20250408073300-Damadicarta-20250407090100|questo]] ("strumento utile, già che ci sono, è il "Controlla interruzioni di pagina", dal menu Strumenti:")... nel menù strumenti non ho quella voce... :(. E ne approfitto per segnalare quella che penso sia un'altra problematica per gli utenti che si approcciano a WS: l'interfaccia è molto dispersiva, con comandi a destra, a sinistra, nel sottomenu, in basso, in alto... La UX è un inferno :-D<br> :::Per es, non me ne voglia @[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]], ma perchè carica-salva-esegui regex sta in una barra in basso, mentre trova&sostituisci nel menù a sx (o nel menu panino se si nasconde il menu?). E' lo stesso script, o cmq lo stesso tipo di attività, no?<br> :::Altro es. (per par condicio :-p ) perchè "Cerca errori ortografici" e "Controlla interruzioni di pagina" invece stanno nel menù strumenti a dx? Troppe cose sparpagliate ovunque.🤯 :::IMHO ci vorrebbe una razionalizzazione "per attività". :-) --[[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 14:31, 8 apr 2025 (CEST) :::Fra l'altro Vector22, con i suoi spazi esagerati di default e il suo bianco-ovunque-e-senza-bordi peggiora pure la percezione di non capire dove si è e cosa si fa. Lo noto ora perchè "a casa mia" ho stretto tutti gli spazi inutili e messo bei bordini azzurri per delimitare certe cose, ma per l'utente "di default" sembra di navigare in un oceano di comandi sparsi dappertutto... Lo trovo molto "faticoso". --[[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 14:35, 8 apr 2025 (CEST) ::::@[[Utente:TrameOscure|TrameOscure]]: eh, infatti sarebbe il punto a cui vorrei arrivare anch'io. Gli "Strumenti per la rilettura" e la "bottoniera" in basso sono tra i gadget più vecchi, e risalgono ad un'epoca in cui era più facile "attaccare roba" al di fuori dei menu standard, e in cui veniva più naturale riunire tante funzioni diverse. L'interfaccia era più basica e la trascrizione più laboriosa, per cui ci siamo scatenati ad inventare gadget che ci potessero aiutare (anche in maniera un po' disordinata, provando e riprovando). Adesso il paradigma è cambiato, perché è possibile caricare i singoli gadget selettivamente in base all'azione (view o edit) e al namespace, quindi è più conveniente avere gadget che fanno una cosa sola e che si caricano solo quando serve quella singola cosa. Quindi vorrei pian piano isolare le funzioni più utili, come il memoregex, e portarle verso questa direzione, anche per riuscire poi a metterci le mani più facilmente, senza timore di rompere altre cose. ::::Per il "Controlla interruzioni di pagina", il gadget è ErroriComuni che dovresti avere attivato; il comando si attiva solo in ns0 e solo in visualizzazione. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 15:21, 8 apr 2025 (CEST) :::::Mah, ho appena finito di correggere i trattini e avere il tasto "esegui memoregex" subito in basso a portata di click senza passare da menù e voci varie è stato molto comodo. Per cui anche l'idea di concentrare tutti i comandi di correzione/verifica nella bottoniera non è male... Forse potrebbe essere una specie di menù con voci che si aprono verso l'alto? boh. :::::Controlla interruzioni di pagina continuo a non vederlo anche se ErroriComuni è on. :-( [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 15:37, 8 apr 2025 (CEST) ::::::@[[Utente:TrameOscure|TrameOscure]] Ti suggerirei di fare un viaggio esplorativo in Distributed proofreaders, il "laboratorio tipografico specializzato" del progetto Gutenberg. La filosofia di trascrizione è completamente diversa da quella di wikisource, ma la differenza fondamentale, secondo me, è che fa una sola cosa, mentre la nostra interfaccia è un adattamento di quanto serve a una miriade di progetti diversi, dominati da wikipedia. Mi pare di ricordare che nei pasticci che ho fatto, anni fa, ci sia qualche traccia di quell'interfaccia. ::::::Sarebbe poi interessantissimo esplorare per bene la wikisource tedesca, he ha avuto una evoluzione profondamente divergente, fino ad allontanarsi dall'interfaccia proofread. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 18:38, 8 apr 2025 (CEST) :::::::<small>@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]], Distributed proofreaders sarebbe [https://www.pgdp.net/c/]? Look molto anni '90 :D :::::::de.ws in effetti non capisco come operi: l'interfaccia "a fronte" mi sembra concettualmente meglio. Il problema che sento io, come dicevo, è la dispersione "logica" degli strumenti e la difficoltà ad adattare l'interfaccia alle esigenze di lettura. Beninteso, non è una critica al vs lavoro, solo una suggestione. :-) Purtroppo non ho le competenze per fare qualcosa di concreto su questi aspetti. --[[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 21:27, 8 apr 2025 (CEST)</small> ::::::::@[[Utente:TrameOscure|TrameOscure]] Il tuo link punta alla home page: sei andato fino all'interfaccia di editing? Penso che ci si debba registrare e travestire da volontario :-) ::::::::Io l'ho fatto, ho lavorato su un bel po' di pagine, anche se come utente con minimi privilegi (c'è molto rigore nel sito, gli utenti novizi possono fare solo cose elementari, sotto severo tutoraggio, su testi già selezionati e caricati dagli admin, per passare di livello occorre superare veri esami online... è un mondo del tutto diverso da mediawiki), ed è stata un'esperienza molto interessante e suggestiva. ::::::::Ma stiamo devastando la talk page di Candalua; mi scuso e ti propongo, se ti interessa, di parlarne altrove. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 08:46, 9 apr 2025 (CEST) == Gadget Riassunto ultime modifiche == Ciao. Le righe tr.odd dovrebbero avere background-color: var(--background-color-backdrop-light) e non #efefef, altrimenti in dark restano bianco sporco. ;-) --[[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 21:35, 12 apr 2025 (CEST) :Rammento [[mw:Recommendations for night mode compatibility on Wikimedia wikis]], praticamente la bibbia per questo tipo di operazioni. -- [[User:ZandDev|ZandDev]] ([[User talk:ZandDev|disc.]]) 14:42, 20 apr 2025 (CEST) ::@[[Utente:TrameOscure|TrameOscure]]: {{Fatto}} ::@[[Utente:ZandDev|ZandDev]]: TrameOscure aveva iniziato a lavorare sul night mode, ma poi visti i suoi trascorsi wikipediani qualcuno non si fidava e abbiamo lasciato perdere. Ma se tu ci sai fare, non ti andrebbe di proporti per un flag temporaneo di ''interface administrator''? Io sto già facendo un lavorone di ottimizzazione dei gadget, oltre al consueto "lavoro sporco", e non riesco a stare dietro a tutto. Ovviamente ti farei comunque da "garante" di fronte alla comunità. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 10:21, 22 apr 2025 (CEST) :::👍 Cmq sono sempre a disp. se a ''qualcuno'' sono passate -come spero- le ''psicosi-poco-[https://foundation.wikimedia.org/wiki/Policy:Universal_Code_of_Conduct/it UCoC-compliant]''. :-p -- [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 12:55, 22 apr 2025 (CEST) == Richiesta di rivalutazione opera ora con ISBN == Gentile Candalua, ti scrivo in merito alla precedente cancellazione della pagina ''[[Whelmity. Manifesto del pensiero strutturato]]'', da te motivata con la mancanza di una fonte editoriale verificabile. Ti segnalo che l’opera è ora regolarmente '''pubblicata su Amazon KDP''' in formato cartaceo ('''ISBN: 979-8282754032''') e disponibile anche in formato eBook ('''ASIN: B0F7M6MQ51'''). È inoltre '''archiviata su Internet Archive con metadati completi''': 🔹 https://archive.org/details/whelmity-manifesto-del-pensiero-strutturato 🔹 [[openlibrary:works/OL43287365W|Open Library]] L’opera è rilasciata con licenza '''Creative Commons BY-SA 4.0''', quindi compatibile con le linee guida di Wikisource. Chiedo cortesemente se è possibile '''valutare la ripubblicazione''' o fornirmi ulteriori indicazioni per procedere correttamente. Grazie per l’attenzione e il tempo dedicato, <nowiki>--~~~~</nowiki> [[User:Marino car|Marino car]] ([[User talk:Marino car|disc.]]) 22:53, 8 mag 2025 (CEST) == autoPt == Ciao, ho visto che hai tolto il comando dalla barra a sinistra. Mi pare di capire che lo hai fatto perchè la funzione non è necessaria: la parola viene riunita da sola. Ma ogni tanto non succede vedi [[Pagina:Storia della venerabile arciconfraternita della Misericordia 1871.djvu/11 |qui]. In questo caso cosa devo fare? ho letto che qualcuno si è messo il tasto da qualche parte, come di fa? Ciao e grazie Susanna [[User:Giaccai|Susanna Giaccai]] ([[User talk:Giaccai|disc.]]) 16:27, 11 mag 2025 (CEST) :@[[Utente:Giaccai|Giaccai]]: c'è il bottone Pt nella barra in alto (che sarebbe il posto "ufficiale" dove mettere i nostri strumenti). [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 19:11, 11 mag 2025 (CEST) ::Grazie, ora l'ho visto. Ciao [[User:Giaccai|Susanna Giaccai]] ([[User talk:Giaccai|disc.]]) 19:51, 11 mag 2025 (CEST) == Filo d'Arianna per pag. di aiuto e ns:ws == Detto anche breadcrumb. Ho notato che [[:Template:Intestazione indice linee guida]] e [[:Template:Intestazione indice aiuto]] generano una inutile e brutta duplicazione del nome della pagina (vedi [[Aiuto:Guida del lettore|qua]] per es.). Non ne capisco lo scopo e visto che i due template hanno dei parametri non vorrei fare casino. Ma per es fr.ws mi sembra sia più pulito e comprensibile ([https://fr.wikisource.org/wiki/Aide:Cr%C3%A9er_un_fichier_DjVu es.]). Si può togliere questo "doppio/triplo titolo" o ha qualche scopo che non comprendo? -- [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 11:45, 12 mag 2025 (CEST) :@[[Utente:TrameOscure|TrameOscure]]: anticamente c'erano degli stili che poi si erano persi in qualche pulizia. Ora li ho rimessi (con templatestyles). C'è da dire però che la cosa aveva maggiore senso quando si poteva nascondere il titolo "normale" delle pagine usando {{tl|Nascondi titolo}}: ora sembra molto più una ripetizione. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 12:09, 12 mag 2025 (CEST) ::Infatti anche quel template non lo capivo.. :D ::Però a sto punto leverei il box di ripetizione, anche perchè non funziona con la mod. scura... [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 12:45, 12 mag 2025 (CEST) :::@[[Utente:TrameOscure|TrameOscure]]: sì, quasi quasi... si potrebbe tenere solo le briciole di pane. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 12:51, 12 mag 2025 (CEST) ::::Esatto... Poi come hanno fatto i francesi mi sembra molto carino, con la casetta (o volendo col salvagente). -- [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 12:56, 12 mag 2025 (CEST) == Linee punteggiate == Ciao. Di situazioni come [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Pagina:Yambo_-_Manoscritto_trovato_in_una_bottiglia,_Roma,_Scotti,_1905.pdf/78&diff=next&oldid=3523999 questa] ce ne sono in millemila miliardi di pagine in 'sto libro. Mezza riga di punti e mezza riga di testo... in proporzioni variabili. Non sapendo come ottenere l'effetto ho messo punto-spazio-punto-spazio-punto-testo o testo-punto-spazio-punto-spazio-punto a seconda dei casi senza cercare l'esatta resa grafica. Non ci sono mai spazi dopo il terzo punto perchè quella combinazione con spazio finale l'ho usata come regex per il template rigapunteggiata/16 --[[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 19:14, 16 mag 2025 (CEST) == Ariosto == Ciao. Sono finalmente arrivato a creare le pagine Opera delle liriche dubbie. [[Opera:Madonna, qual certezza|Questa]] è la prima (corrispondente a [[:d:Q134486391|questo elemento Wikidata]]): quando hai tempo, ci sarebbe da modificare il template {{tl|Opera}} per mostrare il possibile autore anche qui da noi.-- [[Utente:Dr Zimbu|Dr &zeta;imbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 12:10, 17 mag 2025 (CEST) :@[[Utente:Dr Zimbu|Dr Zimbu]]: ok, ho aggiunto la gestione del "possibile autore" (da testare cosa succede se sono più di uno). Ho creato [[:Categoria:Opere con possibili attribuzioni]] per radunare questi casi. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 12:04, 19 mag 2025 (CEST) ::Grazie mille, ti faccio sapere se trovo comportamenti inaspettati o ''bug''--[[Utente:Dr Zimbu|Dr &zeta;imbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 13:08, 19 mag 2025 (CEST) == Due domande "laterali" == Abbi pazienza se ti pongo due domande che con wikisource hanno poco a che fare (ma poi... chissà...). Dopo decenni mi è tornata la voglia di preparare pagine web. Ho scelto come editor Bluegriffon. OK? Altro? E se oltre a creare pagine web locali, volessi metterle in rete, hai qualche suggerimento? Non mi serve un dominio "mio". [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 20:54, 22 mag 2025 (CEST) == Info == Ho "perso un pezzo" nella discussione sulle Ville, si può far sparire il dato? Grazie :-) -- [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 11:47, 9 giu 2025 (CEST) :@[[Utente:TrameOscure|TrameOscure]]: intendi il tuo IP, vero? ho provveduto a mascherarlo. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 11:53, 9 giu 2025 (CEST) == Modifica gadget == Fatta una piccola modifica a [[Mediawiki:Gadget-common.js]], funzione newAutoRi, in modo che funzioni anche se il parametro pagina contiene un tl rl (visualizzazione come numero romano). Visto che sono estremamente arrugginito e che ti stai occupando di risistemare gli script ti avviserò ad ogni mia cauta modifica. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 08:30, 16 giu 2025 (CEST) == Pg aggiunto in modo strano == [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Pagina:Come_si_possa_diventare_artisti_cinematografici_1914-PaoloAzzurri.pdf/30&diff=next&oldid=3542341 Questo] mi si è aggiunto facendo Alt+7, immagino che venga da una MemoRegex di chissà quale altro indice! Grazie [[User:Cruccone|Cruccone]] ([[User talk:Cruccone|disc.]]) 14:10, 3 lug 2025 (CEST) :@[[Utente:Cruccone|Cruccone]]: purtroppo è un bug noto. Succede a volte quando si cambia indice, probabilmente perché non trova un memoregex sull'indice nuovo. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 14:41, 3 lug 2025 (CEST) == OCR Google == Ciao, mi dicono che hai tolto il pulsante tra i gadgets. A me è molto utile spesso, es. di [[Pagina:Matilde Serao Evviva la vita 1919.pdf/76| questa pagina]] non vedo il testo se non uso il tasto OCRGoogle. Come faccio ad attivarlo per me? Ciao e grazie Susanna [[User:Giaccai|Susanna Giaccai]] ([[User talk:Giaccai|disc.]]) 19:00, 27 lug 2025 (CEST) :@[[Utente:Giaccai|Giaccai]]: ciao, l'ho disattivato perché è da qualche anno che è stato sostituito da uno strumento "ufficiale", che è il bottone "Trascrivi testo": puoi usare quello d'ora in poi. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 20:13, 27 lug 2025 (CEST) ::Grazie. Come faccio ad attivarlo? devo inserire una istruzione nel mio common.js? me la puoi indicare? Ciao [[User:Giaccai|Susanna Giaccai]] ([[User talk:Giaccai|disc.]]) 15:15, 28 lug 2025 (CEST) :::@[[Utente:Giaccai|Giaccai]]: non è un gadget, è un componente standard, quindi dovresti già vederlo. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 15:38, 28 lug 2025 (CEST) ::::Non lo vedo; potresti guardare il mio common.js per capire se lì ho fatto pasticci? [[User:Giaccai|Susanna Giaccai]] ([[User talk:Giaccai|disc.]]) 17:24, 28 lug 2025 (CEST) :::::@[[Utente:Giaccai|Giaccai]]: ho visto che avevi tentato di riaggiungerti il bottone OCRGoogle, ma in quel modo non poteva funzionare, ora forse sì. Comunque, riusciresti a caricare uno screenshot dove si veda l'intera pagina quando vai in modifica? Va bene su Commons, o qualunque altra piattaforma dove ti sia comodo. Vorrei davvero capire come ti appare il sito, perché senz'altro c'è qualcosa di strano. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 18:10, 28 lug 2025 (CEST) ::::::ecco una [https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Pagina_Serao.png pagina normale] e [https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Pagina_Serao_con_eis.png una con eis] del testo Serao che per problemi strano non mi visualizza la pagina. Per questo qui mi serviva assolutamente la funzione ORCGoogle. Ciao [[User:Giaccai|Susanna Giaccai]] ([[User talk:Giaccai|disc.]]) 18:35, 28 lug 2025 (CEST) :::::::@[[Utente:Giaccai|Giaccai]]: non sono riuscito a replicare del tutto la tua situazione, comunque vedo che stai ancora usando il tema "Vector legacy"... io ti consiglierei, per cominciare, di passare a quello nuovo, andando su Preferenze -> Aspetto e scegliendo "Vector (2022)". Poi può essere che tu abbia attivato qualche gadget "strano" che magari nasconde o copre il bottone trascrivi... [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 19:11, 28 lug 2025 (CEST) == Problemi OCR Google == Con la mia utenza l'accoppiata pulsante OCR Google - eis funziona, ma non funziona per @Giaccai nè per la mia utenza secondaria. Da cosa può dipendere? Puoi aiutarci? [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 10:16, 1 ago 2025 (CEST) :@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: la tua utenza non so, ma hai visto lo screenshot dell'ambiente di @[[Utente:Giaccai|Giaccai]] che ha postato qui sopra? È come fare un tuffo nel passato... ha ancora la vecchia Vector e altri gadget strani che non usa più nessuno, tipo "Blocca la sidebar" e "Resize.menu"... e le mancano alcune cose indispensabili, tipo Section (e infatti non sa mai come gestire i capitoli che iniziano a metà pagina...). Io ho cercato di replicare la situazione sulla mia utenza, ma non ci sono nemmeno riuscito del tutto. Bisognerebbe fare un "riallineamento" con la situazione generale degli altri utenti, sennò ci sono troppe cose che potrebbero influire, e facciamo anche fatica a capirci. Avrei bisogno di vedere l'elenco completo dei gadget attivi, e magari anche i tab "Aspetto" e "Casella di modifica" delle Preferenze, forse anche lì c'è qualcosa che può influire, tipo il visual editor. E ovviamente sbiancare tutti gli script personali. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 10:37, 1 ago 2025 (CEST) ::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Grazie. Provo a operare con più diligenza sulla mia utenza secondaria. Poi suggerisco a @[[Utente:Giaccai|Giaccai]] le contromisure. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 12:43, 1 ago 2025 (CEST) :::@Trovato il problema in [[Utente:Alex brollo bis]]: era attivato il gadget eis test, non aggiornato con le istruzioni di caricamento di OCR Google. Adesso è allineato all'eis generale. @Giaccai : Chissà, forse adesso ti funziona... prova ad attivare Vector 2022. E per attivare l'aggiornamento dei tuoi gadget, disattivane qualcuno, e salva; se poi lo rivuoi puoi riattivarlo e salvare di nuovo. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 13:06, 1 ago 2025 (CEST) ::::caro Alex, ho già attivato Vector 2022 prima di scriverti. Ho cancellato diversi gadget, ho cambiato browser, ma tutto resta come prima, non vedo il tasto OCR standard e neanche il tasto OCR Google. Ciao [[User:Giaccai|Susanna Giaccai]] ([[User talk:Giaccai|disc.]]) 20:35, 1 ago 2025 (CEST) :::::@[[Utente:Giaccai|Giaccai]] Uffa. :( Riprovo... [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 11:28, 2 ago 2025 (CEST) == Ancora su Giaccai e Google-OCR == Mistero. Dall'utenza di Giaccai, lanciando in modifica dalla console <code>mw.loader.load('//wikisource.org/w/index.php?title=MediaWiki:GoogleOCR.js&action=raw&ctype=text/javascript');</code>, non succede niente. Da tutte le mie utenze, compare immediatamente il pulsante Google OCR funzionante. Nonostante l'azzeramento di script personali (common.js, PersonalButtons.js) non cambia nulla. E' come se ''Giaccai non potesse vedere //wikisource.org''. Ho gettato la spugna. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 22:39, 10 ago 2025 (CEST) :PS: Giaccai dice che entrando in modifica nsPagina si apriva un box con F8 F7 F6.... non l'ho visto e non ho capito cosa sia e da dove venga. :(. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 23:09, 10 ago 2025 (CEST) ::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: c'è un'ultima cosa, un pochino drastica, che Giaccai potrebbe fare: aprendo il browser in incognito, crearsi una seconda utenza Giaccai2 e vedere se da lì le cose funzionano. Se neanche così va... allora è proprio stregato il suo pc. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 10:31, 21 ago 2025 (CEST) :::@[[Utente:Giaccai|Giaccai]] Prova anche il suggerimento di Candalua.... [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 16:41, 21 ago 2025 (CEST) ::::Ho aperto una nuova utenza con lo stesso risultato (ma senza aprire il browser in incoglino perchè non so come fare) Ho provato le due utenze su un altro pc un Mac, ma in nessun caso vedo il tasto OCR. Sul mio pc ho Linux Mint Mate. Mi rassegno? Grazie molto a entrambi per la pazienza, buona giornata [[User:Giaccai|Susanna Giaccai]] ([[User talk:Giaccai|disc.]]) 11:15, 22 ago 2025 (CEST) :::::@[[Utente:Giaccai|Giaccai]]: scusa, ma vedi proprio tutto identico da un'utenza all'altra? Non c'è nessuna differenza per esempio tra i bottoni della barra di modifica, o tra i comandi del menu? [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 22:23, 25 ago 2025 (CEST) == Flag AI == Sarei propenso a richiedere il flag di AI per sistemare robette qua e la che confliggono con la modalità scura in modo che possa finalmente essere funzionale e consistente nonchè abilitata anche per non-loggati. Inoltre vorrei fare qualche altro fix funzional/estetico a vector22 (che di default sembra un'interfaccia per mobile e non per pc...🙄). Visto che nulla s'è mosso in 8 mesi, e che certe obiezioni dovrebbero essere superate, ti pare inopportuno che riproponga la cosa al bar da qui a qualche tempo? -- [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 20:30, 20 ago 2025 (CEST) :@[[Utente:TrameOscure|TrameOscure]]: sembra anche a me che i tempi possano essere maturi. Mi pare che, superato qualche piccolo screzio iniziale, tu abbia dimostrato di portare un contributo utile al progetto, e di saper collaborare con gli altri utenti. Nella richiesta, dettaglia bene il perimetro del tuo intervento: sistemare la modalità scura va bene, ma se hai visto altre fix da fare, spiega bene quali sono e cosa comportano, ed eventualmente rimandale ad una seconda richiesta. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 10:28, 21 ago 2025 (CEST) ::"Utile" è un parolone... in realtà il mio contributo è abbastanza limitato e per niente paragonabile a quello di moltissimi altri che trascrivono decine di pagine al giorno 😨, ed è anche un po' di contorno e ''sui generis'' ([https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Speciale%3AContributi&target=TrameOscure&namespace=12&tagfilter=&start=&end=&limit=50 propedeutico]?). ::Le "altre" fix sono abbastanza piccolezze, riguardano la compattazione dei menu (che allo stato sembrano spaziati da touch e se si tiene lo zoom a >100% sono pure da scrollare...) e un elegante bordino 1px azzurro (come sotto l'header, che era un'aggiunta mia) per scontornarli: mera estetica ma IMHO decisamente migliorativa percettivamente specie per chi apprezzava vector legacy o addirittura roba più datata e meno piatta/vuota/lattiginosa. Semmai produco uno screenshot. ::Provvedo appena ho ragionevolmente tempo di dedicarmi alla cosa, anche perchè devo prima estrapolare dalle mie millemila modifiche in locale quelle da trasferire. :-) -- [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 17:24, 21 ago 2025 (CEST) == Bug VisualEditor? == Sono incappato in un problema di VisualEditor che non avevo notato in passato. Se si edita una sezione di una pagina (es [[Aiuto:Guida alla pubblicazione di un testo/Pubblicizzare il testo|m'è successo qua]] con "modifica sorgente" a lato del titolo di sezione, viene caricata come wikitesto raw solo la sezione. Se si fa qualche modifica e si passa a "modifica" tramite la scritta in altro (non l'icona dell'occhio e della penna), si passa al WYSIWYG di quella sola sezione, ma salvando, di tutta la pagina resta veramente ''solo'' quella sezione. In pratica VE carica e visualizza solo una porzione della pagina, ma salvando considera che il salvataggio sia di ''tutta'' la pagina.<br> La cosa non si verifica se lo switch viene fatto con le icone occhio/penna.<br> Non so se è materia di cui ti occupi tu (forse no), ma di certo ne capisci più di me. -- [[User:TrameOscure|TrameOscure]] ([[User talk:TrameOscure|disc.]]) 21:20, 24 ago 2025 (CEST) == Problemi capolettera == Ciao, ho un problema in [[Pagina:Gemelli Careri - Viaggi per Europa, Vol. I, Napoli, Roselli, 1701.djvu/27|questa pagina]]: sostanzialmente, non funziona l'"a capo". Dopo diversi scervellamenti, ho notato che togliendo il tl Capolettera non ci sono problemi e va a capo tranquillamente. E' possibile ci sia qualche bug? Grazie dell'aiuto! [[User:Modafix|Modafix]] ([[User talk:Modafix|disc.]]) 10:29, 29 set 2025 (CEST) :Ciao @[[Utente:Modafix|Modafix]]! Era il PieDiPagina che causava questo comportamento strano... aggiungendoci prima un ritorno a capo, è andato a posto. Comunque, credo che nella trasclusione i paragrafi sarebbero venuti giusti lo stesso, che è quello che conta di più. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 10:47, 29 set 2025 (CEST) ::Grazie ancora! :) [[User:Modafix|Modafix]] ([[User talk:Modafix|disc.]]) 10:54, 29 set 2025 (CEST) == Piccolo e irrilevante bug di autoNs0 == In Critica della ragion pura, la struttura del Sommario è particolarmente complessa, con sovrabbondanza di livelli di sottopagine, e autoNs0 si confonde compilando (in alcuni casi) campi prec e succ "rotti". Non è una problema rilevante, vista l'eccezionalità del caso, ma visto che ho incontrato il problema ho pensato che fosse il caso di segnalartelo. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 10:39, 10 ott 2025 (CEST) :@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: eh, mi pare che regga fino a 5 livelli, e quindi vedo che si arriva addirittura a 8... :D Era stato già complicato gestirne 5, quindi senz'altro lo lascerò così. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 12:35, 10 ott 2025 (CEST) == Notice of expiration of your interface-admin right == <div dir="ltr">Hi, as part of [[:m:Special:MyLanguage/Global reminder bot|Global reminder bot]], this is an automated reminder to let you know that your permission "interface-admin" (Amministratori dell'interfaccia) will expire on 2025-11-04 09:54:42. Please renew this right if you would like to continue using it. <i>In other languages: [[:m:Special:MyLanguage/Global reminder bot/Messages/default|click here]]</i> [[User:Leaderbot|Leaderbot]] ([[User talk:Leaderbot|disc.]]) 20:42, 28 ott 2025 (CET)</div> == maggiore rispetto e spiegazioni di cancellazioni voci == Ciao, ho per due volte consecutive inserito una voce riferita a uno scrittore e giornalista che tu hai, nel primo caso cancellato, e nel secondo addirittura bannato. Puoi essere così gentile da spiegarmi i motivi e, soprattutto, capire perché non ci si rivolge all'autore della VOCE e/o DISCUSSIONE, fosse anche in privato, per spiegare l'azione? E' una questione di rispetto verso chi ha interesse per questa enciclopedia, oltre che alla fonte riportata Grazie, attendo un tuo opportuno riscontro Gianbattista Sforza [[User:Gianbattista Sforza|Gianbattista Sforza]] ([[User talk:Gianbattista Sforza|disc.]]) 12:19, 24 nov 2025 (CET) :@[[Utente:Gianbattista Sforza|Gianbattista Sforza]]: il motivo è chiaramente indicato nell'operazione di cancellazione: "Pagina costituita unicamente da collegamenti esterni e spam promozionale". Wikisource non è il luogo dove inserire il curriculum vitae di uno scrittore contemporaneo per cercare di dargli visibilità. In particolare è vietato l'inserimento di link a siti personali o che comunque pubblicizzano un autore a fini commerciali. La biografia si può eventualmente inserire su Wikipedia, sempre se lì la ritengono meritevole di interesse enciclopedico, cosa di cui dubito. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 12:49, 24 nov 2025 (CET) ::va bene, grazie [[User:Gianbattista Sforza|Gianbattista Sforza]] ([[User talk:Gianbattista Sforza|disc.]]) 16:13, 24 nov 2025 (CET) == Ancora sul nuovo Trova e sostituisci == Dopo parecchie settimane di uso intensivo del nuovo Trova e sostituisci, su testi in prosa, sono entusiasta. Adesso sono alle prese con un testo poetico in versi, e trovo un intoppo: la rinuncia a Strumenti di rilettura, ed in particolare dello script per la numerazione dei versi, mi crea qualche difficoltà. Immagino che il problema stia principalmente nella routine cleanup, che in Strumenti richiama (fra le altre cose) il vecchio Trova e sostituisci, mentre il nuovo ridefinisce la routine. Provo a creare un "clone" di [[MediaWiki:Gadget-RegexMenuFramework.js]] cancellando ogni riferimento a cleanup, ad uso personale, in modo da aggirare i conflitti. Ma temo di aver perso qualche abilità critica. Tu hai in progetto di risolvere? Tienimi informato, per favore. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 11:33, 10 dic 2025 (CET) :Fatto, procedo con il test. Il gadget clone è [[MediaWiki:Gadget-RegexMenuFrameworkNew.js]], sembra funzionare. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 12:17, 10 dic 2025 (CET) ::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: purtroppo ci sto lavorando molto saltuariamente, anche per una certa incertezza su come procedere. Vorrei portare in Trova&Sostituisci il vecchio cleanup e il RigaIntestazione, ma senza portarmi dietro pacchi di codice legacy, e non è facile. Poi bisognerebbe capire che fare degli altri Strumenti per la rilettura. Comunque non ci dovrebbero essere conflitti, solo lo shortcut, ma il Trova&Sostituisci è in grado di accorgersi se hai gli Strumenti attivati e nel caso rinuncia a prendersi lo shortcut. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 15:12, 10 dic 2025 (CET) :::Io sono appagato, il nuovo gadget si attiva e fa tutto, e non collide con il nuovo Trova e sostituisci. Mi rendo conto che è uno script caotico, ma è quello che mi serviva... ti chiedo solo di verificare che non parta di default. E ancora complimenti per il nuovo Trova e sostituisci. :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 15:35, 10 dic 2025 (CET) ::::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: eh sì, avevi lasciato il default. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 16:23, 10 dic 2025 (CET) :::::Trovato un bug, c'è qualcosa che non va nella gestione di RigaIntestazione (in Telesilla) scatenato da <code>Alt+7</code>. Indagherò fino allo sfinimento. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 23:06, 13 dic 2025 (CET) ::::::Mi pare che il problema si verifichi ''solo sotto eis''. Non è molto ma è un indizio. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 23:12, 13 dic 2025 (CET) :::::::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: ieri sera ho introdotto in trova&sostituisci anche la riga intestazione automatica, non so se può interferire. Come le altre funzioni, è disattivabile aprendo il gadget. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 23:27, 13 dic 2025 (CET) ::::::::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Ritorno a Telesilla e verifico. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:27, 14 dic 2025 (CET) :::::::::Sembra che ci siamo. :::::::::* Sotto Modifica non-eis Alt+7 funziona ma con una piccola differenza rispetto all'algoritmo originale. :::::::::* Sotto Modifica eis Al7+7 si imbizzarrisce. :::::::::La differenza rispetto all'algoritmo originale è che l'algoritmo nuovo è ''forzante'', ossia modifica RigaIntestazione anche se RigaIntestazione c'è già. Il vecchio algoritmo invece è "non forzante", non scatta se RigaIntestazione c'è già. Nella mia bottoniera c'è una versione del vecchio script nella versione ''forzante'', che uso solo quando un RigaIntestazione esistente va modificato, altrimenti Alt+7 chiamava ''lo script non forzante''- :::::::::Provo ad aprire il nuovo Trova e sostituisci per cercare di capire il codice. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 08:04, 14 dic 2025 (CET) ::::::::::Come immaginavo, trovo un algoritmo autoRI() nuovo di pacca dentro il gadget; me lo studio con calma. Di certo il problema sta lì. Nel frattempo, devo solo ricordarmi di cliccare il mio pulsante autoRi ''forzante'' prima di salvare la pagina, se serve, e posso lavorare tranquillo. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 08:10, 14 dic 2025 (CET) :::::::::::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: in effetti credo sia meglio non sovrascrivere Riga intestazione se già presente. Modificherò in tal senso. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 09:11, 14 dic 2025 (CET) ::::::::::::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Grazie! Problema quasi risolto (sotto eis basta ricordarsi di generare il RigaIntestazione giusto prima di chiamare postOcr). [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 10:22, 25 dic 2025 (CET) == Minuscolo miglioramento di Trova errori ortografici? == Lanciando: $("#errori-ortografici-list a").attr("target","errore") in console, dopo caricata tutta la lista di errori, ottengo che la pagina che si apre dal link usi sempre la stessa scheda del browser. E' un trucco che trovo comodo per evitare che la lista delle schede aperte si allunghi in modo fastidioso (almeno per me). [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 06:52, 25 feb 2026 (CET) == Caratteri nascosti o invisibili nei titoli == Caro Candalua, ho letto da qualche parte che in un titolo possono inserirsi caratteri invisibili che creano problemi. Io nei miei pergrinaggi ho trovato questo: *Primo caso: [[Lettre à M. C*** sur l’unite de temps et de lieu dans la tragédie]] non è lo stesso titolo di [[Lettre à M. C*** sur l'unite de temps et de lieu dans la tragédie]]: sono due pagine differenti, ma non ho capito dove stia la differenza nel titolo, come possa scovarla e quindi disfarmi el doppione inutile (tra l'altro mi piacerebbe scoprire quanti altri di simili doppioni abbiamo nel nostro progetto). *Secondo caso: se guardi il template di navigazione in [[Il buon vino]] noterai che la parte tra parentesi in [[L'allodola (de Tourtoulon)]] non "scompare", e lo stesso vale sia in [[Antologia provenzale/Linguadoca]] quando il titolo è dentro un template:Testo. Sospetto che ci sia un carattere invisibile che interferisce con gli automatismi di mediawiki. Sto pensando correttamente o mi sto creando un film fantasy? '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">&epsilon;</span><span style="color:blue;">&Delta;</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">&omega;</span>]]''' 16:51, 7 mar 2026 (CET) :Caro @[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]], :* la differenza, scovata con occhio allenato, sta nell'apostrofo: il primo titolo ce l'ha tipografico. Ho già cercato di impedire la creazione di pagine con questo apostrofo e altri caratteri strani, imponendo una regola in [[MediaWiki:Titleblacklist]], ma ci sono riuscito solo per gli utenti normali: per gli admin la regola non scatta e non interviene nessun avviso, quindi è facile non accorgersene. Si può trovare [https://lists.toolforge.org/itwikisource/Testi/Testi_con_caratteri_speciali qui] una lista di pagine con apostrofi tipografici o lineette lunghe: per fortuna sono solo una manciata. :* per le parentesi, la regola che abbiamo usato è: nascondi la parte tra parentesi solo se inizia per lettera maiuscola. Questo per evitare di nascondere cose legittime tipo ''[[Così è (se vi pare)]]''. Ovviamente anche qui c'è il caso limite... il "de" nobiliare non fa veramente parte del cognome e quindi è giusto che in questo caso sia minuscolo. Si può tuttavia ovviare usando direttamente un wikilink: [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Il_buon_vino&diff=3643755&oldid=3639092], soluzione un po' singolare e da non generalizzare, ma che si può usare in casi come questo. Nel template Testo, invece, c'è già un secondo parametro per sostituire il titolo. :[[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 10:45, 9 mar 2026 (CET) ::Mi cospargo il capo di cenere: sul primo caso ci sarei dovuto arrivare da solo.... Per il secondo, ho imparato qualcosa di nuovo. In ogni caso mi ero fatto un film fantasy. Grazie per la pazienza nello spiegarmi questi particolari tecnici. '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">&epsilon;</span><span style="color:blue;">&Delta;</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">&omega;</span>]]''' 14:17, 9 mar 2026 (CET) :::@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]]: figurati! tra l'altro, mi accorgo adesso che dovrebbe essere ''unité'', non ''unite''. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 14:50, 9 mar 2026 (CET) == Problema con il salvataggio memoRegex == [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Discussioni_indice:Porta_-_Poesie_milanesi.djvu&oldid=3653615 In questa pagina Discussioni indice], a seguito di un salvataggio memoRegex, ho notato due problemi: * è stata aggiunta una nuova copia della sezione memoRegex invece di sostituire quella esistente; * una discussione con Edo è sparita (era già successo in precedenti modifiche della pagina e sono impazzito per ritrovala). Adesso che lo so ci sto attento, ma cosa c'è che non va? Sto lavorando sotto eis. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 08:41, 29 mar 2026 (CEST) :@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: mi sa che hai trovato un bug che si verifica ''solo se ci sono altre sezioni prima del memoRegex, almeno una delle quali abbia una sottosezione''. Non esattamente una casistica molto frequente! Dovrei averlo sistemato, comunque spostare la memoRegex in cima alla pagina senz'altro taglia la testa al toro :) [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 19:45, 29 mar 2026 (CEST) ::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Infatti avevo trovato questa soluzione. La causa, la mia fissazione di scrivere immediatamente un minimodi doc di documentazione ''prima '' di cominciare a editare nsPagina. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 19:57, 29 mar 2026 (CEST) == You may be an eligible candidate for the U4C election == <div lang="en" dir="ltr" class="mw-content-ltr"> Greetings, The [[m:Special:MyLanguage/Universal_Code_of_Conduct/Coordinating_Committee|Universal Code of Conduct Coordinating Committee (U4C)]] seeks candidates for the 2026 election. The U4C is the global committee responsible for overseeing enforcement of the [[foundation:Special:MyLanguage/Policy:Universal Code of Conduct|Universal Code of Conduct]]. Elections are held annually, if elected a committee member serves for two years. This year the U4C requires candidates to hold administrator rights on at least one wiki, which is why you are being contacted as you appear to hold this right. There are other requirements, such as candidates must be at least 18 years old and may not be employed by the Wikimedia Foundation or other related chapters and affiliates. You can find more information in the [[m:Special:MyLanguage/Universal_Code_of_Conduct/Coordinating_Committee/Election/2026#Call_for_Candidates|call for candidates on Meta-wiki]]. Additionally, the committee's working language is English; some ability to communicate in English is required. The election opens on 18 May, if you are eligible and interested you have until 10 May to submit your candidacy. There will week between for candidates to answer questions from the community. Voting takes place privately in [[m:Special:MyLanguage/SecurePoll|SecurePoll]], successful candidates must receive at least 60% support. More information is available on [[m:Special:MyLanguage/Universal_Code_of_Conduct/Coordinating_Committee/Election/2026|the 2026 Elections page]], including timelines and other candidacy information. If you read over the material and consider yourself qualified, please consider submitting your name to run for the committee. If you think someone else in your community might be interested and qualified, please encourage them to run. In partnership with the U4C -- [[m:User:Keegan (WMF)|Keegan (WMF)]] ([[m:User_talk:Keegan (WMF)|talk]]) 20:33, 28 apr 2026 (CEST) </div> <!-- Messaggio inviato da User:Keegan (WMF)@metawiki usando l'elenco su https://meta.wikimedia.org/w/index.php?title=User:Keegan_(WMF)/test&oldid=30471754 --> == Piccolo inconveniente del nuovo autoNs0 == L'eliminazione di fromsection="" e tosection="" va benissimo, ma dovrebbe scattare solo al salvataggio, e non in anteprima. Non so se è solo mia abitudine, ma io sistematicamente dò un'occhiata all'anteprima per compilare i due parametri lasciandoli vuoti, poi mi regolo per la loro compilazione (soprattutto per il tosection). Per ora uso una piccola furbata: ho notato che lo script cancella tosection="", ma non tosection=" "... e così lo frego. :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 13:37, 14 mag 2026 (CEST) :@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: interessante osservazione. {{fatto}}. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 14:34, 14 mag 2026 (CEST) ::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Fulmineo! :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 15:18, 14 mag 2026 (CEST) == Testi sbloccati da Google di recente == Ciao, dato che so che varie volte chiedi di sbloccare testi da Google, ti segnalo che almeno un mese fa avevo chiesto a Google alcuni sui libri da sbloccare, non ho più avuto notizie di essi, poi ieri ho riguardato i link e li ho trovati sbloccati. A quanto pare Google non mi aveva avvisato dello sblocco via mail come al solito. Magari tu puoi riguardare le tue richieste per vedere se ti è accaduto lo stesso... Ciao. [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 10:00, 16 mag 2026 (CEST) == Proposta per Cerca errori ortografici == Finalmente faccio uso del magnifico box "Cerca errori ortografici", vedo che i link alle pagine non sono diretti ma stanno nello script, e immagino che nello script che attiva il link ci sia un attributo <code>target="new"</code> per far aprire la pagina da verificare in una nuova scheda. Ti propongo di modificare il target in modo che la pagina da correggere si apra sempre ''nella stessa scheda'' scegliendo un nome appropriato per la scheda destinata alle correzioni. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 17:57, 8 lug 2026 (CEST) :@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: ho come un "djvu" (ah ah ah)... me l'avevi già chiesto (forse per un altro gadget) e te l'avevo bocciata? In generale, riusare una scheda già aperta non è una buona pratica di web design, perché non puoi sapere se l'utente stava ancora usando quella scheda, gli sovrascrivi il contenuto senza dargli modo di impedirlo... quindi spiacente, ma devo respingere nuovamente la proposta. :( [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 18:19, 8 lug 2026 (CEST) ::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Prendo atto di un deterioramento di qualche neurone. :-) Grazie della spiegazione ripetuta che non ricordavo. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 21:02, 8 lug 2026 (CEST) == riga cassata == Ciao, avevo tolto la prima diga dell'indice che in realtà non è un capitolo ma il nome del libro e tu l'hai rimessa, come mai ci tieni a tenerla dato che non fa in realtà veramente parte dell'indice? Ciao [[User:Giaccai|Susanna Giaccai]] ([[User talk:Giaccai|disc.]]) 09:03, 12 lug 2026 (CEST) :@[[Utente:Giaccai|Giaccai]]: io invece non capisco perché ti ostini a toglierla :) È una pagina anche quella, ed è la radice di tutta l'alberatura del sommario. Compila Sommario la inserisce apposta, non è un errore... [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 09:43, 13 lug 2026 (CEST) ::Scusami, hai ragione, ho visto che è standard. Ciao [[User:Giaccai|Susanna Giaccai]] ([[User talk:Giaccai|disc.]]) 16:55, 14 lug 2026 (CEST) == Libro dei Re == Ho visto che ci sono 6 tuoi contributo a pagine dell'[[Indice:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VII.djvu|Indice VII del Libro dei Re]], e mi sono precipitato a esaminarli.... :-) ma erano solo pagine SAL 0%. Ma forse un'occhiata in giro l'hai data. Hai qualche osservazione/suggerimento? [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 17:19, 3 ago 2026 (CEST) :@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: onestamente no, non ho suggerimenti da darti (e non è che te ne servano :) ). Ci tenevo solo a dare un contributo almeno simbolico, vista la mole immane dell'opera. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 18:04, 3 ago 2026 (CEST) ::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Altrochè, se servono :-) ::Ma fra tanti, uno: c'è una notevole differenza fra la mia trascrizione e quella di @[[Utente:DLamba|DLamba]] che ha dato il via alla digitalizzazione. In particolare, ho trascurato il linkaggio dei personaggi a wikidata, che invece DLamba aveva fatto con notevole accuratezza, e bello sarebbe fare lo stesso con i luoghi. Anche la costruzione di un "indice dei personaggi e dei luoghi" sarebbe una bella cosa, anche se piuttosto spaventosa, ma sarebbe un "contributo originale" che non dovrebbe essere incorporato in ns0. Se mai mi venisse la pazza idea di farlo, dove potrei metterlo? [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 20:23, 3 ago 2026 (CEST) == Stupidez sul gadget controllo nomi == Trovo che Verdana mette in maggiore evidenza i diacritici, rispetto al font corrente. Io lo applico in un attimo da console, ma potrebbe essere utile ad altri. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 17:36, 4 set 2026 (CEST) :@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]: buona idea. {{Fatto}}. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 18:09, 4 set 2026 (CEST) == Proposta per la lista Errata corrige == Continuando (tardivamente :-( ...) l'esplorazione dei sorprendenti tool di verifica nsIndice, ho aperto Errata corrige, e ti propongo di aggiungere qualcosa per distinguere quelli a due da quelli a tre parametri (ossia quelli inseriti dall'utente da quelli originali dell'edizione, che dovrebbero prevedere il nome pagina come terzo parametro). I primi sono critici, prchè potrebbero essere arbitrari o errati, e meriterebbero una attenta revisione. Ho anche scaricato per la prima volta il "Scarica il puro testo", nel Libro dei Re Pizzi ha usato senza risparmio alcuni diacritici, e nonostante un po' di cura sono nella correzione certo che una verifica evidenzierebbe numerosi errori. Vediamo se mi viene qualche idea :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 09:20, 6 set 2026 (CEST) g4ltp5zeynfzmufm5nt0yuvv8farnyj Pagina:La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu/632 108 300025 3895246 2426506 2026-09-06T06:43:02Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895246 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''I falsi profeti.'' | centro = GEREMIA, 24, 25. | dx =''I canestri di fichi.''}}</small></noinclude><section begin=23 />{{colonna}} {{vb|23|27}}Che pensano di far dimenticare il mio Nome al mio popolo, per i lor sogni, i quali raccontano l’uno all’altro, siccome i padri loro dimenticarono il mio Nome per Baal<ref>{{BibLink|Giud|3|7}}; {{BibLink|Giud|8|33|8. 33}}, {{BibLink|Giud|8|34|34}}.</ref>. {{vb|23|28}}Il profeta, appo cui ''è'' un sogno, racconti quel sogno; e quello, appo cui ''è'' la mia parola, proponga la mia parola in verità; che ha da far la paglia col frumento? dice il Signore. {{vb|23|29}}Non ''è'' la mia parola come un fuoco? dice il Signore; e come un martello, che spezza il sasso? {{vb|23|30}}Perciò, eccomi contro a que’ profeti, dice il Signore, che rubano le mie parole ciascuno al suo compagno. {{vb|23|31}}Eccomi contro a que’ profeti<ref>{{BibLink|Deut|18|20}}, ecc.</ref>, dice il Signore, che prendono la lor lingua, e dicono: Egli dice. {{vb|23|32}}Eccomi contro a quelli che profetizzano sogni falsi, dice il Signore, e li raccontano, e traviano il mio popolo per le lor bugie, e per la lor temerità; benchè io non li abbia mandati, e non abbia data loro alcuna commessione; e non recheranno alcun giovamento a questo popolo, dice il Signore. {{vb|23|33}}Se questo popolo, o alcun profeta, o sacerdote, ti domanda, dicendo: Quale ''è'' il carico del Signore? di’ loro: Che carico? Io vi abbandonerò, dice il Signore. {{vb|23|34}}E se alcun profeta, o sacerdote, o il popolo dice: Il carico del Signore; io farò punizione sopra quell’uomo, e sopra la sua casa. {{vb|23|35}}Dite così, ciascuno al suo prossimo, e ciascuno al suo fratello: Che ha risposto il Signore? e: Che ha detto il Signore? {{vb|23|36}}E non mentovate più il carico del Signore; perciocchè la parola di ciascuno sarà il suo carico; poscia che voi pervertite le parole dell’Iddio vivente, del Signor degli eserciti, Iddio nostro. {{vb|23|37}}Di’ così al profeta: Che ti ha risposto il Signore? e: Che ti ha egli detto? {{vb|23|38}}E pure ancora direte: Il carico del Signore? Perciò, così ha detto il Signore: Perciocchè voi avete detta questa parola: Il carico del Signore; benchè io vi avessi mandato a dire: Non dite ''più'': Il carico del Signore, {{vb|23|39}}Perciò, ecco, io vi dimenticherò affatto, e abbandonerò voi, e questa città, che io diedi a voi, e a’ vostri padri, ''cacciandovi'' dal mio cospetto; {{vb|23|40}}E vi metterò addosso una infamia eterna, e un vituperio perpetuo, che non sarà ''giammai'' dimenticato. <section end=23 /> <section begin=24 /> {{Centrato|{{smaller|''L’avvenire del popolo dichiarato mediante la figura di due canestri di fichi.''}}}} {{vb|24|1|capolettera}} IL Signore mi fece vedere ''una visione'', dopo che Nebucadnesar, re {{AltraColonna}}{{vb|24|1|continua}}di Babilonia, ebbe menato di Gerusalemme in cattività Geconia, figliuolo di Gioiachim, re di Giuda, e i principi di Giuda, e i fabbri, e i ferraiuoli; e li ebbe condotti in Babilonia<ref>{{BibLink|2 Re|24|12|2 Re 24. 12}}, ecc. {{BibLink|2 Cron|36|10}}. {{BibLink|Ger|12|15}}; {{BibLink|Ger|29|10|29. 10}}.</ref>. Ecco dunque due canestri di fichi, posti davanti al Tempio del Signore. {{vb|24|2}}L’uno de’ canestri ''era'' di fichi molto buoni, quali ''sono'' i fichi primaticci; e l’altro canestro ''era'' di fichi molto cattivi, che non si potevano mangiare, per la ''lor'' cattività. {{vb|24|3}}E il Signore mi disse: Che vedi, Geremia? Ed io dissi: De’ fichi, dei quali gli uni, ''che son'' buoni, ''sono'' ottimi; e gli altri, ''che son'' cattivi, ''son'' pessimi, sì che non si posson mangiare per la ''loro'' cattività. {{vb|24|4}}E la parola del Signore mi fu ''indirizzata'', dicendo: {{vb|24|5}}Così ha detto il Signore Iddio d’Israele: Come questi fichi ''sono'' buoni, così riconoscerò in bene quelli di Giuda che sono stati menati in cattività, i quali io ho mandati fuor di questo luogo, nel paese de’ Caldei. {{vb|24|6}}E volgerò l’occhio mio verso loro in bene, e li ricondurrò in questo paese<ref>{{BibLink|Deut|30|6}}. {{BibLink|Ezec|11|19}}; {{BibLink|Ezec|36|26|36. 26}}.</ref>; e li edificherò, e non ''li'' distruggerò ''più''; e li pianterò, e non ''li'' divellerò ''più''. {{vb|24|7}}E darò loro un cuore per conoscermi, che io ''sono'' il Signore; essi mi saranno popolo, ed io sarò loro Dio; perciocchè si convertiranno a me di tutto il lor cuore. {{vb|24|8}}E come quegli ''altri'' fichi ''son'' tanto cattivi, che non se ne può mangiare, per la ''loro'' cattività, così altresì ha detto il Signore: Tale renderò Sedechia, re di Giuda, e i suoi principi, e il rimanente di que’ di Gerusalemme, che saranno restati in questo paese, o che si saranno ridotti ad abitare nel paese di Egitto<ref>{{BibLink|Ger|43|1|Ger. cap. 43}} e {{BibLink|Ger|44|1|44}}.</ref>; {{vb|24|9}}E farò ''che'' saranno agitati, e maltrattati, per tutti i regni della terra; ''e che saranno'' in vituperio, e in proverbio, e in favola, e in maledizione, in tutti i luoghi, dove li avrò cacciati<ref>{{BibLink|Deut|28|25}}, {{BibLink|Deut|28|37|37}}. {{BibLink|Sal|44|12}}-{{BibLink|Sal|44|15|15}}.</ref>. {{vb|24|10}}E manderò contro a loro la spada, e la fame, e la pestilenza; finchè io li abbia consumati d’in su la terra che io avea data loro, e a’ lor padri. <section end=24 /> <section begin=25 /> {{Centrato|{{smaller|''I settant’anni di cattività. Castigo di Babilonia e di altre nazioni.''}}}} {{vb|25|1|capolettera}} LA parola che fu ''indirizzata'' a Geremia, intorno a tutto il popolo di Giuda, nell’anno quarto di Gioiachim<ref>{{BibLink|Ger|36|1}}.</ref>, figliuolo di Giosia, re di Giuda; ''ch’era'' il primo anno di Nebucadnesar, re di Babilonia; {{vb|25|2}}La quale il profeta Geremia pronunziò {{FineColonna}}<section end=25 /><noinclude> <hr> <references/>{{PieDiPagina||624}}</noinclude> adq07dp6a9nwrqk3ex28hygt34hxd5y 3895247 3895246 2026-09-06T06:43:30Z Dr Zimbu 1553 3895247 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''I falsi profeti.'' | centro = GEREMIA, 24, 25. | dx =''I canestri di fichi.''}}</small></noinclude><section begin=23 />{{colonna}} {{vb|23|27}}Che pensano di far dimenticare il mio Nome al mio popolo, per i lor sogni, i quali raccontano l’uno all’altro, siccome i padri loro dimenticarono il mio Nome per Baal<ref>{{BibLink|Giud|3|7}}; {{BibLink|Giud|8|33|8. 33}}, {{BibLink|Giud|8|34|34}}.</ref>. {{vb|23|28}}Il profeta, appo cui ''è'' un sogno, racconti quel sogno; e quello, appo cui ''è'' la mia parola, proponga la mia parola in verità; che ha da far la paglia col frumento? dice il Signore. {{vb|23|29}}Non ''è'' la mia parola come un fuoco? dice il Signore; e come un martello, che spezza il sasso? {{vb|23|30}}Perciò, eccomi contro a que’ profeti, dice il Signore, che rubano le mie parole ciascuno al suo compagno. {{vb|23|31}}Eccomi contro a que’ profeti<ref>{{BibLink|Deut|18|20}}, ecc.</ref>, dice il Signore, che prendono la lor lingua, e dicono: Egli dice. {{vb|23|32}}Eccomi contro a quelli che profetizzano sogni falsi, dice il Signore, e li raccontano, e traviano il mio popolo per le lor bugie, e per la lor temerità; benchè io non li abbia mandati, e non abbia data loro alcuna commessione; e non recheranno alcun giovamento a questo popolo, dice il Signore. {{vb|23|33}}Se questo popolo, o alcun profeta, o sacerdote, ti domanda, dicendo: Quale ''è'' il carico del Signore? di’ loro: Che carico? Io vi abbandonerò, dice il Signore. {{vb|23|34}}E se alcun profeta, o sacerdote, o il popolo dice: Il carico del Signore; io farò punizione sopra quell’uomo, e sopra la sua casa. {{vb|23|35}}Dite così, ciascuno al suo prossimo, e ciascuno al suo fratello: Che ha risposto il Signore? e: Che ha detto il Signore? {{vb|23|36}}E non mentovate più il carico del Signore; perciocchè la parola di ciascuno sarà il suo carico; poscia che voi pervertite le parole dell’Iddio vivente, del Signor degli eserciti, Iddio nostro. {{vb|23|37}}Di’ così al profeta: Che ti ha risposto il Signore? e: Che ti ha egli detto? {{vb|23|38}}E pure ancora direte: Il carico del Signore? Perciò, così ha detto il Signore: Perciocchè voi avete detta questa parola: Il carico del Signore; benchè io vi avessi mandato a dire: Non dite ''più'': Il carico del Signore, {{vb|23|39}}Perciò, ecco, io vi dimenticherò affatto, e abbandonerò voi, e questa città, che io diedi a voi, e a’ vostri padri, ''cacciandovi'' dal mio cospetto; {{vb|23|40}}E vi metterò addosso una infamia eterna, e un vituperio perpetuo, che non sarà ''giammai'' dimenticato. <section end=23 /> <section begin=24 /> {{Centrato|{{smaller|''L’avvenire del popolo dichiarato mediante la figura di due canestri di fichi.''}}}} {{vb|24|1|capolettera}} IL Signore mi fece vedere ''una visione'', dopo che Nebucadnesar, re {{AltraColonna}}{{vb|24|1|continua}}di Babilonia, ebbe menato di Gerusalemme in cattività Geconia, figliuolo di Gioiachim, re di Giuda, e i principi di Giuda, e i fabbri, e i ferraiuoli; e li ebbe condotti in Babilonia<ref>{{BibLink|2 Re|24|12|2 Re 24. 12}}, ecc. {{BibLink|2 Cron|36|10}}. {{BibLink|Ger|12|15}}; {{BibLink|Ger|29|10|29. 10}}.</ref>. Ecco dunque due canestri di fichi, posti davanti al Tempio del Signore. {{vb|24|2}}L’uno de’ canestri ''era'' di fichi molto buoni, quali ''sono'' i fichi primaticci; e l’altro canestro ''era'' di fichi molto cattivi, che non si potevano mangiare, per la ''lor'' cattività. {{vb|24|3}}E il Signore mi disse: Che vedi, Geremia? Ed io dissi: De’ fichi, dei quali gli uni, ''che son'' buoni, ''sono'' ottimi; e gli altri, ''che son'' cattivi, ''son'' pessimi, sì che non si posson mangiare per la ''loro'' cattività. {{vb|24|4}}E la parola del Signore mi fu ''indirizzata'', dicendo: {{vb|24|5}}Così ha detto il Signore Iddio d’Israele: Come questi fichi ''sono'' buoni, così riconoscerò in bene quelli di Giuda che sono stati menati in cattività, i quali io ho mandati fuor di questo luogo, nel paese de’ Caldei. {{vb|24|6}}E volgerò l’occhio mio verso loro in bene, e li ricondurrò in questo paese<ref>{{BibLink|Deut|30|6}}. {{BibLink|Ezec|11|19}}; {{BibLink|Ezec|36|26|36. 26}}.</ref>; e li edificherò, e non ''li'' distruggerò ''più''; e li pianterò, e non ''li'' divellerò ''più''. {{vb|24|7}}E darò loro un cuore per conoscermi, che io ''sono'' il Signore; essi mi saranno popolo, ed io sarò loro Dio; perciocchè si convertiranno a me di tutto il lor cuore. {{vb|24|8}}E come quegli ''altri'' fichi ''son'' tanto cattivi, che non se ne può mangiare, per la ''loro'' cattività, così altresì ha detto il Signore: Tale renderò Sedechia, re di Giuda, e i suoi principi, e il rimanente di que’ di Gerusalemme, che saranno restati in questo paese, o che si saranno ridotti ad abitare nel paese di Egitto<ref>{{BibLink|Ger|43|1|Ger. cap. 43}} e {{BibLink|Ger|44|1|44}}.</ref>; {{vb|24|9}}E farò ''che'' saranno agitati, e maltrattati, per tutti i regni della terra; ''e che saranno'' in vituperio, e in proverbio, e in favola, e in maledizione, in tutti i luoghi, dove li avrò cacciati<ref>{{BibLink|Deut|28|25}}, {{BibLink|Deut|28|37|37}}. {{BibLink|Sal|44|12}}-{{BibLink|Sal|44|15|15}}.</ref>. {{vb|24|10}}E manderò contro a loro la spada, e la fame, e la pestilenza; finchè io li abbia consumati d’in su la terra che io avea data loro, e a’ lor padri. <section end=24 /> <section begin=25 /> {{Centrato|{{smaller|''I settant’anni di cattività. Castigo di Babilonia e di altre nazioni.''}}}} {{vb|25|1|capolettera}} LA parola che fu ''indirizzata'' a Geremia, intorno a tutto il popolo di Giuda, nell’anno quarto di Gioiachim<ref>{{BibLink|Ger|36|1}}.</ref>, figliuolo di Giosia, re di Giuda; ''ch’era'' il primo anno di Nebucadnesar, re di Babilonia; {{vb|25|2}}La quale il profeta Geremia pronunziò {{FineColonna}}<section end=25 /><noinclude> <hr> <references/>{{PieDiPagina||624}}</noinclude> 0fu8z97uoi3lza3j8gkzthap1abv7ni Geremia (Diodati 1821)/capitolo 23 0 300034 3895248 3695364 2026-09-06T06:43:40Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3895248 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=6 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../capitolo_22|succ=../capitolo_24}} <pages index="La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu" from=631 to=632 fromsection=23 tosection=23 /> {{Sezione note}} <!--{{Sezione note}}--> [[Categoria:Testi sacri del cristianesimo]] k2n9q1t03134mfkdssdyayfh65zt0ge Geremia (Diodati 1821)/capitolo 24 0 300035 3895249 3695365 2026-09-06T06:43:43Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3895249 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=6 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../capitolo_23|succ=../capitolo_25}} <pages index="La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu" from=632 to=632 fromsection=24 tosection=24 /> {{Sezione note}} <!--{{Sezione note}}--> [[Categoria:Testi sacri del cristianesimo]] dh96robu7kklquxaymntkw468l96wqo Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/151 108 412128 3895358 2214809 2026-09-06T10:32:19Z Alex brollo 1615 3895358 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Pic57" /></noinclude> {{Ct|f=200%|v=1|TAVOLA CRONOLOGICA}} {{Ct|f=100%|v=1|{{Sc|descritta sopra le tre epoche de' tempi degli egizi, che dicevano tutto il mondo innanzi essere scorso per tre età,<br>degli dèi, degli eroi e degli uomini}}}} Dinastie in Egitto. Mercurio Trìmegisto il vecchio, ovvero età degli dèi d’Egitto (XII). Età dell'oro, ovvero età degli dèi di Grecia Elleno, figliuolo di Deucalione, nipote di Prometeo, pronipote dì Giapeto, per tre suoi figliuoli sparge nella Grecia tre dialetti (XIV). Mercurio Trimegisto il giovine, o età degli eroi d’Egitto (XVIII). Egizio caccia gl’Iuachidi dal regno d’Argo bpe Frigio regna nel Peloponneso. fccHdi sparsi per tutta Grecia, che Bidone da Tiro va a fondar Cartagine {XXI). Tiro celebre per la navigazione e per le colonie. fanno l’età 1 Asia, re di Creta, primo legislatore delle genti ) corsale dell’Egeo. dà principio alte gii rre navali co l’Areopago.<noinclude><references/></noinclude> cef7gm3yt0njh0ixhxbez6cnriiamhd 3895361 3895358 2026-09-06T10:37:54Z Alex brollo 1615 3895361 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Pic57" /></noinclude>{{Ct|f=200%|v=1|TAVOLA CRONOLOGICA}} {{Ct|f=100%|v=1|{{Sc|descritta sopra le tre epoche de' tempi degli egizi, che dicevano tutto il mondo innanzi essere scorso per tre età,<br>degli dèi, degli eroi e degli uomini}}}} {| |- |EBREI (11) |- |CALDEI (1) |- |SCITI (IV) |- |FENICI (V) |- |EGIZI (VI) |- |GRECI |- |ROMANI |- |Anni del mondo |- |Anni di Roma |} Diluvio Universale. Chiamata d'Abramo. Iddio dà la legge Beritta u Mosè. Zoroaste, o regno de' Caldei (VII). Nebrod, o confu- sione delle lingue. (1x) 1656 1756 Bispeto, dal quale provvengon i giganti (vn). 1856 Un de' quali, Prometeo, ruba il fuoco dal sole (x). Dinastie in Egitto. Deucalione (x1). Mercurio Trimegi- sto il vecchio, ov- vero età degli dèi Età dell'oro, ovvero età degli dei di Grecia (xm). d'Egitto (xi). Elleno, figliuolo di Deucalione, nipote di Prometeo, pronipote di Giapeto, per tre suoi figliuoli sparge nella Grecia tre dialetti (XIV). 2082 Cecrope Egizio mena dodici colonie nell'Attica, delle quali poi Teseo compose Atene (xv). admin Fenice fonda Tebe in Beozia, ed introduce in Grecia le lettere volgari (xVI). 2448 Saturno, ovvero l'età degli dèi del Lazio (xvi). 2491 Mercurio Trimegi- sto il giovine, o età degli eroi d' E- gitto (xvi). anno Egizio caccia gl'Inachidi dal regno d'Argo (XIX). elope Frigio regna nel Peloponneso. raclidi sparsi per tutta Grecia, che vi fanno l'età degli eroi. ureti in Creta, Saturnia, ovvero Italia, ed in Asia, che vi fanno regni di sacerdoti (xx). Nino regna (a) con gli Assiri. Didone da Tiro va a fondar Cartagi- ne (xx!). Tiro celebre per la navigazione e per le colonie. Sancuniate scrive storic in lettere volgari (xxiv). inosse re di Creta, primo legislatore delle genti e prinio corsale dell' Egeo. rfeo, e con essolui l'età de' poeti teologi (xx11). reole, con cui è al colmo il tempo eroico di Grecia (XXI). iasone dà principio alle guerre navali con quella di Ponto. eseo fonda Ateue e vi ordina l'Areopago. ana (xxv). 2559 Aborigini. 2682 Arcadi. 2737 2752 Ercole appo Evandro nel La- zio, ovvero età degli eroi d'Italia. 2800 2820 Regno d'Alba. 2830<noinclude><references/></noinclude> iqzst3vyj376tygvopr1md9gh30h1ov 3895362 3895361 2026-09-06T10:38:45Z Alex brollo 1615 3895362 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Pic57" /></noinclude>{{Ct|f=200%|v=1|TAVOLA CRONOLOGICA}} {{Ct|f=100%|v=1|{{Sc|descritta sopra le tre epoche de' tempi degli egizi, che dicevano tutto il mondo innanzi essere scorso per tre età,<br>degli dèi, degli eroi e degli uomini}}}} {| |EBREI (11) |CALDEI (1) |SCITI (IV) |FENICI (V) |EGIZI (VI) |GRECI |ROMANI |Anni del mondo |Anni di Roma |} Diluvio Universale. Chiamata d'Abramo. Iddio dà la legge Beritta u Mosè. Zoroaste, o regno de' Caldei (VII). Nebrod, o confu- sione delle lingue. (1x) 1656 1756 Bispeto, dal quale provvengon i giganti (vn). 1856 Un de' quali, Prometeo, ruba il fuoco dal sole (x). Dinastie in Egitto. Deucalione (x1). Mercurio Trimegi- sto il vecchio, ov- vero età degli dèi Età dell'oro, ovvero età degli dei di Grecia (xm). d'Egitto (xi). Elleno, figliuolo di Deucalione, nipote di Prometeo, pronipote di Giapeto, per tre suoi figliuoli sparge nella Grecia tre dialetti (XIV). 2082 Cecrope Egizio mena dodici colonie nell'Attica, delle quali poi Teseo compose Atene (xv). admin Fenice fonda Tebe in Beozia, ed introduce in Grecia le lettere volgari (xVI). 2448 Saturno, ovvero l'età degli dèi del Lazio (xvi). 2491 Mercurio Trimegi- sto il giovine, o età degli eroi d' E- gitto (xvi). anno Egizio caccia gl'Inachidi dal regno d'Argo (XIX). elope Frigio regna nel Peloponneso. raclidi sparsi per tutta Grecia, che vi fanno l'età degli eroi. ureti in Creta, Saturnia, ovvero Italia, ed in Asia, che vi fanno regni di sacerdoti (xx). Nino regna (a) con gli Assiri. Didone da Tiro va a fondar Cartagi- ne (xx!). Tiro celebre per la navigazione e per le colonie. Sancuniate scrive storic in lettere volgari (xxiv). inosse re di Creta, primo legislatore delle genti e prinio corsale dell' Egeo. rfeo, e con essolui l'età de' poeti teologi (xx11). reole, con cui è al colmo il tempo eroico di Grecia (XXI). iasone dà principio alle guerre navali con quella di Ponto. eseo fonda Ateue e vi ordina l'Areopago. ana (xxv). 2559 Aborigini. 2682 Arcadi. 2737 2752 Ercole appo Evandro nel La- zio, ovvero età degli eroi d'Italia. 2800 2820 Regno d'Alba. 2830<noinclude><references/></noinclude> ah4d8ssdq5ytn0fpjk4cimqv81992t6 3895363 3895362 2026-09-06T10:40:27Z Alex brollo 1615 /* new eis level1 */ 3895363 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Pic57" /></noinclude>{{Ct|f=200%|v=1|TAVOLA CRONOLOGICA}} {{Ct|f=100%|v=1|{{Sc|descritta sopra le tre epoche de' tempi degli egizi, che dicevano tutto il mondo innanzi essere scorso per tre età,<br>degli dèi, degli eroi e degli uomini}}}} {| class=crono |EBREI (11) |CALDEI (1) |SCITI (IV) |FENICI (V) |EGIZI (VI) |GRECI |ROMANI |Anni del mondo |Anni di Roma |} Diluvio Universale. Chiamata d'Abramo. Iddio dà la legge Beritta u Mosè. Zoroaste, o regno de' Caldei (VII). Nebrod, o confu- sione delle lingue. (1x) 1656 1756 Bispeto, dal quale provvengon i giganti (vn). 1856 Un de' quali, Prometeo, ruba il fuoco dal sole (x). Dinastie in Egitto. Deucalione (x1). Mercurio Trimegi- sto il vecchio, ov- vero età degli dèi Età dell'oro, ovvero età degli dei di Grecia (xm). d'Egitto (xi). Elleno, figliuolo di Deucalione, nipote di Prometeo, pronipote di Giapeto, per tre suoi figliuoli sparge nella Grecia tre dialetti (XIV). 2082 Cecrope Egizio mena dodici colonie nell'Attica, delle quali poi Teseo compose Atene (xv). admin Fenice fonda Tebe in Beozia, ed introduce in Grecia le lettere volgari (xVI). 2448 Saturno, ovvero l'età degli dèi del Lazio (xvi). 2491 Mercurio Trimegi- sto il giovine, o età degli eroi d' E- gitto (xvi). anno Egizio caccia gl'Inachidi dal regno d'Argo (XIX). elope Frigio regna nel Peloponneso. raclidi sparsi per tutta Grecia, che vi fanno l'età degli eroi. ureti in Creta, Saturnia, ovvero Italia, ed in Asia, che vi fanno regni di sacerdoti (xx). Nino regna (a) con gli Assiri. Didone da Tiro va a fondar Cartagi- ne (xx!). Tiro celebre per la navigazione e per le colonie. Sancuniate scrive storic in lettere volgari (xxiv). inosse re di Creta, primo legislatore delle genti e prinio corsale dell' Egeo. rfeo, e con essolui l'età de' poeti teologi (xx11). reole, con cui è al colmo il tempo eroico di Grecia (XXI). iasone dà principio alle guerre navali con quella di Ponto. eseo fonda Ateue e vi ordina l'Areopago. ana (xxv). 2559 Aborigini. 2682 Arcadi. 2737 2752 Ercole appo Evandro nel La- zio, ovvero età degli eroi d'Italia. 2800 2820 Regno d'Alba. 2830<noinclude><references/></noinclude> jh63xjv2d3rgtedy3jgdu1jf7qupcm8 3895365 3895363 2026-09-06T10:49:02Z Alex brollo 1615 /* new eis level1 */ 3895365 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Pic57" /></noinclude>{{Ct|f=200%|v=1|TAVOLA CRONOLOGICA}} {{Ct|f=100%|v=1|{{Sc|descritta sopra le tre epoche de' tempi degli egizi, che dicevano tutto il mondo innanzi essere scorso per tre età,<br>degli dèi, degli eroi e degli uomini}}}} {| class=tab |EBREI (11) |CALDEI (1) |SCITI (IV) |FENICI (V) |EGIZI (VI) |GRECI |ROMANI |Anni del mondo |Anni di Roma |} Diluvio Universale. Chiamata d'Abramo. Iddio dà la legge Beritta u Mosè. Zoroaste, o regno de' Caldei (VII). Nebrod, o confu- sione delle lingue. (1x) 1656 1756 Bispeto, dal quale provvengon i giganti (vn). 1856 Un de' quali, Prometeo, ruba il fuoco dal sole (x). Dinastie in Egitto. Deucalione (x1). Mercurio Trimegi- sto il vecchio, ov- vero età degli dèi Età dell'oro, ovvero età degli dei di Grecia (xm). d'Egitto (xi). Elleno, figliuolo di Deucalione, nipote di Prometeo, pronipote di Giapeto, per tre suoi figliuoli sparge nella Grecia tre dialetti (XIV). 2082 Cecrope Egizio mena dodici colonie nell'Attica, delle quali poi Teseo compose Atene (xv). admin Fenice fonda Tebe in Beozia, ed introduce in Grecia le lettere volgari (xVI). 2448 Saturno, ovvero l'età degli dèi del Lazio (xvi). 2491 Mercurio Trimegi- sto il giovine, o età degli eroi d' E- gitto (xvi). anno Egizio caccia gl'Inachidi dal regno d'Argo (XIX). elope Frigio regna nel Peloponneso. raclidi sparsi per tutta Grecia, che vi fanno l'età degli eroi. ureti in Creta, Saturnia, ovvero Italia, ed in Asia, che vi fanno regni di sacerdoti (xx). Nino regna (a) con gli Assiri. Didone da Tiro va a fondar Cartagi- ne (xx!). Tiro celebre per la navigazione e per le colonie. Sancuniate scrive storic in lettere volgari (xxiv). inosse re di Creta, primo legislatore delle genti e prinio corsale dell' Egeo. rfeo, e con essolui l'età de' poeti teologi (xx11). reole, con cui è al colmo il tempo eroico di Grecia (XXI). iasone dà principio alle guerre navali con quella di Ponto. eseo fonda Ateue e vi ordina l'Areopago. ana (xxv). 2559 Aborigini. 2682 Arcadi. 2737 2752 Ercole appo Evandro nel La- zio, ovvero età degli eroi d'Italia. 2800 2820 Regno d'Alba. 2830<noinclude><references/></noinclude> 8iwvcp99d3l7v4jm59ha2zj6ins4gw5 3895367 3895365 2026-09-06T10:55:18Z Alex brollo 1615 /* new eis level1 */ 3895367 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Pic57" /></noinclude>{{Ct|f=200%|v=1|TAVOLA CRONOLOGICA}} {{Ct|f=100%|v=1|{{Sc|descritta sopra le tre epoche de' tempi degli egizi, che dicevano tutto il mondo innanzi essere scorso per tre età,<br>degli dèi, degli eroi e degli uomini}}}} {| class=tab border=1 |EBREI (11) |CALDEI (1) |SCITI (IV) |FENICI (V) |EGIZI (VI) |GRECI |ROMANI |Anni del mondo |Anni di Roma |- |Diluvio Universale. | | | | | | |1646 | |} Chiamata d'Abramo. Iddio dà la legge Beritta u Mosè. Zoroaste, o regno de' Caldei (VII). Nebrod, o confu- sione delle lingue. (1x) 1656 1756 Bispeto, dal quale provvengon i giganti (vn). 1856 Un de' quali, Prometeo, ruba il fuoco dal sole (x). Dinastie in Egitto. Deucalione (x1). Mercurio Trimegi- sto il vecchio, ov- vero età degli dèi Età dell'oro, ovvero età degli dei di Grecia (xm). d'Egitto (xi). Elleno, figliuolo di Deucalione, nipote di Prometeo, pronipote di Giapeto, per tre suoi figliuoli sparge nella Grecia tre dialetti (XIV). 2082 Cecrope Egizio mena dodici colonie nell'Attica, delle quali poi Teseo compose Atene (xv). admin Fenice fonda Tebe in Beozia, ed introduce in Grecia le lettere volgari (xVI). 2448 Saturno, ovvero l'età degli dèi del Lazio (xvi). 2491 Mercurio Trimegi- sto il giovine, o età degli eroi d' E- gitto (xvi). anno Egizio caccia gl'Inachidi dal regno d'Argo (XIX). elope Frigio regna nel Peloponneso. raclidi sparsi per tutta Grecia, che vi fanno l'età degli eroi. ureti in Creta, Saturnia, ovvero Italia, ed in Asia, che vi fanno regni di sacerdoti (xx). Nino regna (a) con gli Assiri. Didone da Tiro va a fondar Cartagi- ne (xx!). Tiro celebre per la navigazione e per le colonie. Sancuniate scrive storic in lettere volgari (xxiv). inosse re di Creta, primo legislatore delle genti e prinio corsale dell' Egeo. rfeo, e con essolui l'età de' poeti teologi (xx11). reole, con cui è al colmo il tempo eroico di Grecia (XXI). iasone dà principio alle guerre navali con quella di Ponto. eseo fonda Ateue e vi ordina l'Areopago. ana (xxv). 2559 Aborigini. 2682 Arcadi. 2737 2752 Ercole appo Evandro nel La- zio, ovvero età degli eroi d'Italia. 2800 2820 Regno d'Alba. 2830<noinclude><references/></noinclude> 4twrzc8fk1puu0zmurdnj2dzdj4nqaz 3895368 3895367 2026-09-06T10:58:51Z Alex brollo 1615 /* new eis level1 */ 3895368 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Pic57" /></noinclude>{{Ct|f=200%|v=1|TAVOLA CRONOLOGICA}} {{Ct|f=100%|v=1|{{Sc|descritta sopra le tre epoche de' tempi degli egizi, che dicevano tutto il mondo innanzi essere scorso per tre età,<br>degli dèi, degli eroi e degli uomini}}}} {| class=tab border=1 |EBREI (11) |CALDEI (1) |SCITI (IV) |FENICI (V) |EGIZI (VI) |GRECI |ROMANI |Anni del mondo |Anni di Roma |- |Diluvio Universale. | | | | | | |1646 | |- | |Zoroaste, o regno de' Caldei (VII). | | | | | |1756 | |} Chiamata d'Abramo. Iddio dà la legge Beritta u Mosè. Nebrod, o confu- sione delle lingue. (1x) 1656 1756 Bispeto, dal quale provvengon i giganti (vn). 1856 Un de' quali, Prometeo, ruba il fuoco dal sole (x). Dinastie in Egitto. Deucalione (x1). Mercurio Trimegi- sto il vecchio, ov- vero età degli dèi Età dell'oro, ovvero età degli dei di Grecia (xm). d'Egitto (xi). Elleno, figliuolo di Deucalione, nipote di Prometeo, pronipote di Giapeto, per tre suoi figliuoli sparge nella Grecia tre dialetti (XIV). 2082 Cecrope Egizio mena dodici colonie nell'Attica, delle quali poi Teseo compose Atene (xv). admin Fenice fonda Tebe in Beozia, ed introduce in Grecia le lettere volgari (xVI). 2448 Saturno, ovvero l'età degli dèi del Lazio (xvi). 2491 Mercurio Trimegi- sto il giovine, o età degli eroi d' E- gitto (xvi). anno Egizio caccia gl'Inachidi dal regno d'Argo (XIX). elope Frigio regna nel Peloponneso. raclidi sparsi per tutta Grecia, che vi fanno l'età degli eroi. ureti in Creta, Saturnia, ovvero Italia, ed in Asia, che vi fanno regni di sacerdoti (xx). Nino regna (a) con gli Assiri. Didone da Tiro va a fondar Cartagi- ne (xx!). Tiro celebre per la navigazione e per le colonie. Sancuniate scrive storic in lettere volgari (xxiv). inosse re di Creta, primo legislatore delle genti e prinio corsale dell' Egeo. rfeo, e con essolui l'età de' poeti teologi (xx11). reole, con cui è al colmo il tempo eroico di Grecia (XXI). iasone dà principio alle guerre navali con quella di Ponto. eseo fonda Ateue e vi ordina l'Areopago. ana (xxv). 2559 Aborigini. 2682 Arcadi. 2737 2752 Ercole appo Evandro nel La- zio, ovvero età degli eroi d'Italia. 2800 2820 Regno d'Alba. 2830<noinclude><references/></noinclude> 2578yckimyd7b92wbfc7h6stqg9mqkp 3895370 3895368 2026-09-06T11:01:41Z Alex brollo 1615 /* new eis level1 */ 3895370 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Pic57" /></noinclude> {{Ct|f=200%|v=1|TAVOLA CRONOLOGICA}} {{Ct|f=100%|v=1|{{Sc|descritta sopra le tre epoche de' tempi degli egizi, che dicevano tutto il mondo innanzi essere scorso per tre età,<br>degli dèi, degli eroi e degli uomini}}}} {| class=tab border=1 |EBREI (11) |CALDEI (1) |SCITI (IV) |FENICI (V) |EGIZI (VI) |GRECI |ROMANI |Anni del mondo |Anni di Roma |- |Diluvio Universale. | | | | | | |1646 | |- | |Zoroaste, o regno de' Caldei (VII). | | | | | |1756 | |} Chiamata d'Abramo. Iddio dà la legge Beritta u Mosè. Nebrod, o confu- sione delle lingue. (1x) 1656 1756 Bispeto, dal quale provvengon i giganti (vn). 1856 Un de' quali, Prometeo, ruba il fuoco dal sole (x). Dinastie in Egitto. Deucalione (x1). Mercurio Trimegi- sto il vecchio, ov- vero età degli dèi Età dell'oro, ovvero età degli dei di Grecia (xm). d'Egitto (xi). Elleno, figliuolo di Deucalione, nipote di Prometeo, pronipote di Giapeto, per tre suoi figliuoli sparge nella Grecia tre dialetti (XIV). 2082 Cecrope Egizio mena dodici colonie nell'Attica, delle quali poi Teseo compose Atene (xv). admin Fenice fonda Tebe in Beozia, ed introduce in Grecia le lettere volgari (xVI). 2448 Saturno, ovvero l'età degli dèi del Lazio (xvi). 2491 Mercurio Trimegi- sto il giovine, o età degli eroi d' E- gitto (xvi). anno Egizio caccia gl'Inachidi dal regno d'Argo (XIX). elope Frigio regna nel Peloponneso. raclidi sparsi per tutta Grecia, che vi fanno l'età degli eroi. ureti in Creta, Saturnia, ovvero Italia, ed in Asia, che vi fanno regni di sacerdoti (xx). Nino regna (a) con gli Assiri. Didone da Tiro va a fondar Cartagi- ne (xx!). Tiro celebre per la navigazione e per le colonie. Sancuniate scrive storic in lettere volgari (xxiv). inosse re di Creta, primo legislatore delle genti e prinio corsale dell' Egeo. rfeo, e con essolui l'età de' poeti teologi (xx11). reole, con cui è al colmo il tempo eroico di Grecia (XXI). iasone dà principio alle guerre navali con quella di Ponto. eseo fonda Ateue e vi ordina l'Areopago. ana (xxv). 2559 Aborigini. 2682 Arcadi. 2737 2752 Ercole appo Evandro nel La- zio, ovvero età degli eroi d'Italia. 2800 2820 Regno d'Alba. 2830<noinclude><references/></noinclude> ra15t3hjoiz4ih5h8xkzfw8lvqu5yh4 3895371 3895370 2026-09-06T11:02:28Z Alex brollo 1615 /* new eis level1 */ 3895371 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Pic57" /></noinclude>{{vs|4}} {{Ct|f=200%|v=1|TAVOLA CRONOLOGICA}} {{Ct|f=100%|v=1|{{Sc|descritta sopra le tre epoche de' tempi degli egizi, che dicevano tutto il mondo innanzi essere scorso per tre età,<br>degli dèi, degli eroi e degli uomini}}}} {| class=tab border=1 |EBREI (11) |CALDEI (1) |SCITI (IV) |FENICI (V) |EGIZI (VI) |GRECI |ROMANI |Anni del mondo |Anni di Roma |- |Diluvio Universale. | | | | | | |1646 | |- | |Zoroaste, o regno de' Caldei (VII). | | | | | |1756 | |} Chiamata d'Abramo. Iddio dà la legge Beritta u Mosè. Nebrod, o confu- sione delle lingue. (1x) 1656 1756 Bispeto, dal quale provvengon i giganti (vn). 1856 Un de' quali, Prometeo, ruba il fuoco dal sole (x). Dinastie in Egitto. Deucalione (x1). Mercurio Trimegi- sto il vecchio, ov- vero età degli dèi Età dell'oro, ovvero età degli dei di Grecia (xm). d'Egitto (xi). Elleno, figliuolo di Deucalione, nipote di Prometeo, pronipote di Giapeto, per tre suoi figliuoli sparge nella Grecia tre dialetti (XIV). 2082 Cecrope Egizio mena dodici colonie nell'Attica, delle quali poi Teseo compose Atene (xv). admin Fenice fonda Tebe in Beozia, ed introduce in Grecia le lettere volgari (xVI). 2448 Saturno, ovvero l'età degli dèi del Lazio (xvi). 2491 Mercurio Trimegi- sto il giovine, o età degli eroi d' E- gitto (xvi). anno Egizio caccia gl'Inachidi dal regno d'Argo (XIX). elope Frigio regna nel Peloponneso. raclidi sparsi per tutta Grecia, che vi fanno l'età degli eroi. ureti in Creta, Saturnia, ovvero Italia, ed in Asia, che vi fanno regni di sacerdoti (xx). Nino regna (a) con gli Assiri. Didone da Tiro va a fondar Cartagi- ne (xx!). Tiro celebre per la navigazione e per le colonie. Sancuniate scrive storic in lettere volgari (xxiv). inosse re di Creta, primo legislatore delle genti e prinio corsale dell' Egeo. rfeo, e con essolui l'età de' poeti teologi (xx11). reole, con cui è al colmo il tempo eroico di Grecia (XXI). iasone dà principio alle guerre navali con quella di Ponto. eseo fonda Ateue e vi ordina l'Areopago. ana (xxv). 2559 Aborigini. 2682 Arcadi. 2737 2752 Ercole appo Evandro nel La- zio, ovvero età degli eroi d'Italia. 2800 2820 Regno d'Alba. 2830<noinclude><references/></noinclude> lobwx4j4vq5ywzsessw85kgfdlmm9cm 3895372 3895371 2026-09-06T11:04:06Z Alex brollo 1615 /* new eis level1 */ 3895372 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Pic57" /></noinclude>{{vs|4}} {{Ct|f=200%|v=1|TAVOLA CRONOLOGICA}} {{Ct|f=100%|v=1|{{Sc|descritta sopra le tre epoche de' tempi degli egizi, che dicevano tutto il mondo innanzi essere scorso per tre età,<br>degli dèi, degli eroi e degli uomini}}}} {| class=tab border=1 width=100% |EBREI (11) |CALDEI (1) |SCITI (IV) |FENICI (V) |EGIZI (VI) |GRECI |ROMANI |Anni del mondo |Anni di Roma |- |Diluvio Universale. | | | | | | |1646 | |- | |Zoroaste, o regno de' Caldei (VII). | | | | | |1756 | |} Chiamata d'Abramo. Iddio dà la legge Beritta u Mosè. Nebrod, o confu- sione delle lingue. (1x) 1656 1756 Bispeto, dal quale provvengon i giganti (vn). 1856 Un de' quali, Prometeo, ruba il fuoco dal sole (x). Dinastie in Egitto. Deucalione (x1). Mercurio Trimegi- sto il vecchio, ov- vero età degli dèi Età dell'oro, ovvero età degli dei di Grecia (xm). d'Egitto (xi). Elleno, figliuolo di Deucalione, nipote di Prometeo, pronipote di Giapeto, per tre suoi figliuoli sparge nella Grecia tre dialetti (XIV). 2082 Cecrope Egizio mena dodici colonie nell'Attica, delle quali poi Teseo compose Atene (xv). admin Fenice fonda Tebe in Beozia, ed introduce in Grecia le lettere volgari (xVI). 2448 Saturno, ovvero l'età degli dèi del Lazio (xvi). 2491 Mercurio Trimegi- sto il giovine, o età degli eroi d' E- gitto (xvi). anno Egizio caccia gl'Inachidi dal regno d'Argo (XIX). elope Frigio regna nel Peloponneso. raclidi sparsi per tutta Grecia, che vi fanno l'età degli eroi. ureti in Creta, Saturnia, ovvero Italia, ed in Asia, che vi fanno regni di sacerdoti (xx). Nino regna (a) con gli Assiri. Didone da Tiro va a fondar Cartagi- ne (xx!). Tiro celebre per la navigazione e per le colonie. Sancuniate scrive storic in lettere volgari (xxiv). inosse re di Creta, primo legislatore delle genti e prinio corsale dell' Egeo. rfeo, e con essolui l'età de' poeti teologi (xx11). reole, con cui è al colmo il tempo eroico di Grecia (XXI). iasone dà principio alle guerre navali con quella di Ponto. eseo fonda Ateue e vi ordina l'Areopago. ana (xxv). 2559 Aborigini. 2682 Arcadi. 2737 2752 Ercole appo Evandro nel La- zio, ovvero età degli eroi d'Italia. 2800 2820 Regno d'Alba. 2830<noinclude><references/></noinclude> oc2fyip2xtk0pfj86p4v76mem6rqlnj 3895374 3895372 2026-09-06T11:10:07Z Alex brollo 1615 /* new eis level1 */ 3895374 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Pic57" /></noinclude>{{vs|4}} {{Ct|f=200%|v=1|TAVOLA CRONOLOGICA}} {{Ct|f=100%|v=1|{{Sc|descritta sopra le tre epoche de' tempi degli egizi, che dicevano tutto il mondo innanzi essere scorso per tre età,<br>degli dèi, degli eroi e degli uomini}}}} {| class=tab border=1 width=100% |EBREI (11) |CALDEI (1) |SCITI (IV) |FENICI (V) |EGIZI (VI) |GRECI |ROMANI |Anni del mondo |Anni di Roma |- |Diluvio Universale. | | | | | | |1646 | |- | |Zoroaste, o regno de' Caldei ({{Sc|vii}}). | | | | | |1756 | |- | |Nebrod, o confusione delle lingue. ({{Sc|ix}}) | | | |Gispeto, dal quale provvengon i giganti ({{Sc|viii}}). Un de' quali, Prometeo, ruba il fuoco dal sole ({{Sc|x}}). | |1856 | |} Chiamata d'Abramo. Iddio dà la legge Beritta u Mosè. 1656 1756 Dinastie in Egitto. Deucalione (x1). Mercurio Trimegi- sto il vecchio, ov- vero età degli dèi Età dell'oro, ovvero età degli dei di Grecia (xm). d'Egitto (xi). Elleno, figliuolo di Deucalione, nipote di Prometeo, pronipote di Giapeto, per tre suoi figliuoli sparge nella Grecia tre dialetti (XIV). 2082 Cecrope Egizio mena dodici colonie nell'Attica, delle quali poi Teseo compose Atene (xv). admin Fenice fonda Tebe in Beozia, ed introduce in Grecia le lettere volgari (xVI). 2448 Saturno, ovvero l'età degli dèi del Lazio (xvi). 2491 Mercurio Trimegi- sto il giovine, o età degli eroi d' E- gitto (xvi). anno Egizio caccia gl'Inachidi dal regno d'Argo (XIX). elope Frigio regna nel Peloponneso. raclidi sparsi per tutta Grecia, che vi fanno l'età degli eroi. ureti in Creta, Saturnia, ovvero Italia, ed in Asia, che vi fanno regni di sacerdoti (xx). Nino regna (a) con gli Assiri. Didone da Tiro va a fondar Cartagi- ne (xx!). Tiro celebre per la navigazione e per le colonie. Sancuniate scrive storic in lettere volgari (xxiv). inosse re di Creta, primo legislatore delle genti e prinio corsale dell' Egeo. rfeo, e con essolui l'età de' poeti teologi (xx11). reole, con cui è al colmo il tempo eroico di Grecia (XXI). iasone dà principio alle guerre navali con quella di Ponto. eseo fonda Ateue e vi ordina l'Areopago. ana (xxv). 2559 Aborigini. 2682 Arcadi. 2737 2752 Ercole appo Evandro nel La- zio, ovvero età degli eroi d'Italia. 2800 2820 Regno d'Alba. 2830<noinclude><references/></noinclude> onhiojhrm0yfa79dkemj8f3ggglkf3t La scienza nuova - Volume I/Libro I/Tavola cronologica 0 412148 3895359 3812992 2026-09-06T10:34:28Z Alex brollo 1615 3895359 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=50%|data=29 agosto 2015|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|larghezza=45|sottotitolo=Tavola cronologica descritta sopra le tre epoche de’ tempi degli Egizi, che dicevano tutto il mondo innanzi essere scorso per tre età, degli dèi, degli eroi e degli uomini.|prec=La scienza nuova - Volume I/Libro I|succ=../Sezione I}} <pages index="Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu" from=151 to=152 /> rr0n8rpphufm8b6se6mciznutn5sw7g 3895373 3895359 2026-09-06T11:04:38Z Alex brollo 1615 3895373 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=50%|data=29 agosto 2015|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|larghezza=65|sottotitolo=Tavola cronologica descritta sopra le tre epoche de’ tempi degli Egizi, che dicevano tutto il mondo innanzi essere scorso per tre età, degli dèi, degli eroi e degli uomini.|prec=La scienza nuova - Volume I/Libro I|succ=../Sezione I}} <pages index="Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu" from=151 to=152 /> 7k8j0quzds7zky6cnraduijxgihl3wm Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/63 108 466857 3895220 3894905 2026-09-06T06:27:20Z Dr Zimbu 1553 3895220 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo iv.}}|55}}</noinclude>a risorgere; l’alchimia pazza madre generò figlia saggia, la chimica; la fisica ebbe a compagni l’osservazione e l’esperienza; la astrologia giudiciaria già screditata da {{AutoreCitato|Giovanni Pico della Mirandola|Pico della Mirandola}}, benchè da altri difesa, cedeva a poco a poco all’astronomia; salirono in onore le matematiche, e la filosofia speculativa non professò mai opinioni tanto audaci come nel secolo XVI. Nè i papi se ne adombravano: chè anzi intanto che il patriarca di Venezia faceva abbruciare il libro di Pietro Pomponaccio, {{AutoreCitato|Pietro Bembo|Bembo}} lo difendeva a Roma, e Leone X impediva si tentasse processo contro il filosofo che metteva in dubbio l’immortalità dell’anima. {{AutoreCitato|Bernardino Telesio|Bernardino Telesio}} calabrese, nato nel 1502 e morto a Roma nel 1588, fu il primo che dopo l’immature prove altrui desse un calcio all’aristotelismo, e innalzasse sulle sue rovine un nuovo sistema; ma benchè non sempre coerente a sè stesso, e più immaginoso che osservatore, la sua filosofia avendo trovato numerosi seguaci, diede un vivo impulso a nuove ricerche. Più ardito di lui fu {{AutoreCitato|Girolamo Cardano|Gerolamo Cardano}} milanese morto nel 1576, medico, matematico e filosofo insigne; ma che dotato di un naturale strano se altri ne fu mai al mondo, accoppiò alle più giuste e più luminose idee, puerilità e superstizioni che sembrano incredibili. E più fecero {{AutoreCitato|Giordano Bruno|Giordano Bruno}} e {{AutoreCitato|Tommaso Campanella|Tommaso Campanella}} altri calabresi, ambo domenicani, quello di Nola, questi di Stilo, {{Ec|comtemporanei|contemporanei}} del Sarpi: il primo accusato di eresia fu arrostito dalla Inquisizione di Roma nel 1600; e l’altro dopo lunghe {{Pt|per-|}}<noinclude><references/></noinclude> 02d2d2f4hfkb46kxslvnr7h8v1np8bg Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/75 108 466869 3895200 3894916 2026-09-06T06:20:43Z Dr Zimbu 1553 3895200 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo iv.}}|67}}</noinclude>{{Pt|tore|lettore}} una breve digressione, che non sarà l’ultima. La filosofia in Italia nacque lungo tempo prima che non in Francia o in Inghilterra; ma in un secolo inclinato più alla immaginazione che alla osservazione, e però i nostri filosofi avvilupparono il buono che dissero fra mezzo i sogni e le chimere di trascendentalismo platonico, di sottigliezze aristoteliche, di magia naturale, di astrologia e di tali altre pazziuole in voga a quella età. Ma sarebbe ottimo pensamento se una società di dotti Italiani si prendesse ad estrarre da loro tutto ciò che hanno scritto di buono o di singolare e ne formassero un florilegio illustrato di opportune annotazioni intorno allo stato della scienza a quei tempi e a’ suoi progressi ulteriori, e come quelle o scoperte o aberrazioni stesse possono avervi contribuito. Quante idee di cui si fanno belli gli oltremontani troverebbonsi più o meno dichiarate nelle opere ora ignote di Marsilio Ficino, di Francesco Patrizio, di Cardano, di Campanella, di Giordano Bruno, di Pico della Mirandola e di altri assai! In Francia o in Inghilterra un lavoro simile sarebbe accolto con vero entusiasmo; in Italia, mi duole a dirlo, bisognerebbe spingerlo per farlo gradire, stante quello spirito d’inerzia e quella indifferenza per la gloria nazionale che caratterizza gli Italiani. Pure è necessità che si faccia. I Tedeschi pel tenebroso {{AutoreCitato|Immanuel Kant|Kant}} hanno scritto commenti sopra commenti e persino un dizionario apposito per intenderlo; e il nostro {{AutoreCitato|Giambattista Vico|Vico}}, molto maggiore di Kant, giacque finora negletto e sconosciuto e più lodato per tradizione che per pratica; e adesso soltanto grazie alle cure del dottore<noinclude><references/></noinclude> 8ruzbsdwkl423l6v5a0i10h828odnig Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/76 108 466870 3895201 2059114 2026-09-06T06:20:49Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895201 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|68|{{Sc|capo iv.}}|}}</noinclude>{{AutoreCitato|Giuseppe Ferrari (filosofo)|Giuseppe Ferrari}} di Milano possiamo lodarci d’una edizione delle sue opere disposta con tal ordine e illustrata per tale modo che i profondi suoi insegnamenti possono diventare di una intelligenza meno circoscritta. Che più? Non abbiamo neppure una buona storia della nostra filosofia e nemmanco una storia politica dell’Italia che meriti questo nome. In Francia, in Inghilterra ed anco in Germania per prima cosa ai giovani s’insegna a pensare, in Italia a far sonetti; e mediante una così utile educazione siamo diventati un popolo da commedia, mentre gli altri il sono da storia. Torno al Sarpi. Anco gli antichi conobbero la calamita e la specialità che ha di attrarre il ferro, ma non andarono più oltre; tutto al più la supertizione e la ciarlataneria si associarono ad attribuirle virtù comentizie e la credettero eccellente alle ernie, a marginare le ferite, a prolungare la vita. Il primo che osservasse la facoltà che ha di volgersi ai poli e ne applicasse l’uso alla navigazione fu Flavio Gioia d’Amalfi verso il 1300. Un altro navigatore italiano, Sebastiano Caboto di Venezia, nel 1549 osservò che sotto alcuni paraggi l’ago calamitato declinava dai poli; il che fece credere che la calamita avesse poli suoi propri, e diede luogo a molte ipotesi tanto per determinarli, come per stabilire le longitudini. Ma le proprietà elettriche sia di essa, sia di altri corpi che contengono magnetismo non cominciarono ad essere osservate se non dopo la metà del XVI secolo. Intorno alle quali cose Frà Paolo aveva fatto già da più anni varie esperienze, le quali poi raccolse<noinclude><references/></noinclude> gz3mu2qaqyf8si8zd4razjvc8fmf5yy Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/77 108 466871 3895202 1765286 2026-09-06T06:21:11Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ Gadget AutoreCitato 3895202 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo iv.}}|69}}</noinclude>in un volume intanto che si trovava a Roma procuratore dell’Ordine e che veduto dal Grisellini ne dà la seguente analisi. «In due parti o classi, dice egli, aveva divise le sue esperienze: la prima ne raccoglieva buon numero dettate senz’ordine, e l’altra 141 regolarmente disposte sì che potevano bastare a dare una compiuta idea de’ fenomeni magnetici. Trattavano della inclinazione dell’ago calamitato, del modo di scoprire i due poli della maggiore attrazione e ripulsione, e la nuova generazione di loro. E v’erano sperienze assai sulla differente attrazione e ripulsione, sulla comunicazione del magnetismo colla calamita e col ferro calamitato, sull’accrescimento di esso ne’ corpi che ne sono capevoli, sull’azione vicendevole de’ corpi calamitati, sugli effetti svariati prodotti nelle sfere degli orologi dalla diversa disposizione de’ corpi calamitati rispetto a loro, sopra l’irreparabile perdita che avviene nella calamita e ne’ corpi calamitati per via del fuoco, e in fine sul particolare magnetismo del ferro indipendentemente comunicatogli col mezzo della confricazione o in altro modo». Osserva poi che il napoletano Porta, benchè molte cose avesse apprese dal nostro frate, ebbe poca cognizione de’ movimenti magnetici; mentre {{AutoreCitato|William Gilbert|Guglielmo Gilbert}}, inglese, trattò ampiamente questa materia e con successiva progressione di scoperte apre un teatro di fenomeni così vasto ed esteso che, per dir vero, non gli si può negare il merito d’avere in codesta provincia della fisica fatto passi giganteschi. Indi soggiunge:<noinclude><references/></noinclude> k9ssjxnmy2peyvul618qiyn2duvw45q Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/78 108 466872 3895203 1765306 2026-09-06T06:21:14Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895203 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|70|{{Sc|capo iv.}}|}}</noinclude>{{Nop}} «Ora io dico che nel trattato del Gilbert non v’è cosa che non sia stata prima osservata ed esperimentata dal Sarpi. Le medesime sono le sue viste; e riguardo a’ fenomeni, tutta la varietà si riduce al modo di esporli, o ne’ ragguagli. Frà Paolo è semplice, conciso, e non fa deduzioni sistematiche, e segue la massima inculcata dappoi da Bacone di Verulamio, cioè storia, osservazioni e sperienze». E lodate le osservazioni del Gilbert intorno la declinazione e variazione dell’ago calamitato, aggiunge che il Sarpi anco in queste preceduto lo aveva, tanto che nelle sperienze di lui «non già v’è il solo elementare di quanto abbondevolmente osservò poi il Gilbert, ma ciò che basta ancora per la soluzione del problema di trovare la longitudine di un dato luogo, relativamente alle nozioni erronee che a quel tempo correvano. E qui mi piace, continua Grisellini, mettere innanzi alcune leggi di variazione riportate da Frà Paolo e che debbon essere il risultato di osservazioni, le quali, mentre andava componendo l’opera sua, erano state fatte da qualche suo corrispondente. Dopo d’aver notate che le variazioni sono diverse nello stesso meridiano, addita pure che sono maggiori più verso il polo che presso l’equatore; che la declinazione nel nostro emisfero procede verso oriente e nell’opposto verso occidente; che quanto più si va innanzi verso il Mediterraneo tanto è minore; che nell’Oceano va in linea retta verso la Persia; ed in mezzo ad esso Oceano stassi direttamente al polo tra l’Africa e l’America; che<noinclude><references/></noinclude> oyof7vp6n32sw3ezvdsdel03qpo64eg Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/79 108 466873 3895204 1765288 2026-09-06T06:21:53Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ Gadget AutoreCitato 3895204 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo iv.}}|71}}</noinclude>finalmente nella Guinea trovasi ad un terzo di rombo, a Marocco a due terzi, ed a Londra ad undici ed un terzo. Se {{AutoreCitato|Edmond Halley|Edmondo Halley}}, il più eccellente discepolo d’{{AutoreCitato|Isaac Newton|Isacco Newton}}, avesse veduto un così corto ragguaglio, avrebbe aperto più gli occhi prima di stabilire quel suo sistema delle curve di variazione da lui dette ''Allejane'': sistema che fece grande strepito in Europa per l’applauso onde fu ricevuto, e che poscia incontrò la sorte medesima degli altri». Finisce poi con dire essere stata opinione del Sarpi, confermata dalle osservazioni posteriori, che la terra è una gran calamita avente proprietà di attrarre a sè i corpi che la circondano, nel che precedette Newton nel dar ragione della gravitazione de’ corpi verso il centro; che per ogni dove trovasi del ferro, e che in ogni sorte d’argilla ve n’è un poco; e che varie esperienze prodotte dappoi siccome nuove scoperte, e principalmente ciò che riguarda l’azione de’ corpi calamitati l’uno sopra l’altro, e l’originario magnetismo del ferro, si trovavano già esposte nell’opera di Frà Paolo. Onde si veda quanto fosse egli originale ingegno e penetrativo filosofo, e ove avesse potuto parzialmente applicarsi alle scienze naturali, non v’ha dubbio, che avrebbe di molto allargato il confine delle cognizioni umane. Nè apparirà punto, a chi bene considera, esagerato ciò che dice Frà Fulgenzio ch’egli a’ matematici appariva un profondo matematico, e così a’ medici, agli anatomici, a’ botanici, ai chimici, agli astronomi, i quali ragionando con lui lo credevano ciascuno della sua professione. Aggiunge<noinclude><references/></noinclude> tnfqzeunf8v940jd8ki7akvepixh64n Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/80 108 466874 3895205 1765289 2026-09-06T06:22:33Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ Gadget AutoreCitato 3895205 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|72|{{Sc|capo iv.}}|}}</noinclude>l’istesso Frà Fulgenzio che il Gilberto passando per Venezia ed essendosi intrattenuto col Sarpi sui fenomeni magnetici, egli che si stimava sapere gran cose, fu sbalordito vedendo che in ogni sua scoverta era già stato preceduto dal frate italiano. L’algebra, scienza nota imperfettamente agli antichi, ristaurata dagli Italiani, fra’ quali sono primi da annoverarsi {{AutoreCitato|Niccolò Tartaglia|Nicolò Tartaglia}} che trovò la soluzione delle equazioni del terzo grado, Girolamo Cardano che le perfezionò, e Lodovico Ferrari allievo di quest’ultimo che trovò la soluzione di quelle del quarto grado: questa scienza ebbe, dico, da {{AutoreCitato|François Viète|Francesco Viète}} matematico francese un nuovo aumento e quella forma di linguaggio convenzionale rappresentato dalle lettere dell’alfabeto, le quali non avendo alcuna significazione per sè, si usano ad esprimere tutte quelle quantità astratte che si vogliano. E per questa semplificazione la scienza aprì un volo immenso, e dove per lo innanzi era limitata a problemi numerici, potè in seguito estendersi universalmente alla ricerca de’ teoremi e alla dimostrazione di ogni sorte problemi sì di aritmetica e sì di geometria. Ma il Viète, cosa non insolita ai nuovi inventori che procedono con passi dubbi e vacillanti, ebbe la disgrazia di esprimersi con termini oscuri e di cadere eziandio in non pochi errori. Frà Paolo essendosi procacciato varii trattati del Viète, a stampa e a penna, gli commentò dottamente siccome fu veduto dal Foscarini, ma meglio ancora dal Grisellini; il quale aggiunge che supplì a quanto mancava in essi, ponendo in più chiaro lume le cose che vi si annunciano, {{Pt|la-|}}<noinclude><references/></noinclude> qfeuwmwqfbac43izf72yddiuu02zdb1 Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/81 108 466876 3895206 1765291 2026-09-06T06:22:45Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ Gadget AutoreCitato 3895206 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo iv.}}|73}}</noinclude>{{Pt|tinizzando|latinizzando}} tutte le voci greche e spiegando i modi oscuri con intemperanza usati dall’autore; lo che dimostra che il Sarpi colla superiorità del suo genio era pervenuto di una scienza che allora nasceva a penetrarne gli arcani. Ma superò di gran lunga l’autore medesimo mentre in quasi tutti i trattati di lui avvertì un gran numero di sbagli e di viziose omissioni, e aggiunse a parecchi de’ proposti teoremi, o migliori o più adeguate dimostrazioni, notando il tutto o interlinearmente o su volanti cartucce; e ad alquanti problemi sciolti dal Viète in un modo non corrispondente all’instituto suo, recò analitiche e brevi soluzioni, ordinando meglio nel tempo stesso le figure per le dimostrazioni instituite, e certe proposizioni infine corroborando con una più chiara dottrina. Delle quali cose va poi il dottore Grisellini adducendo esempi ch’io ometto per brevità. Dalle matematiche passò il Sarpi alle scienze fisiche ed astronomiche. Nel 1592 era stato chiamato professore a Padova, e vi restò fino al 1610, {{AutoreCitato|Galileo Galilei|Galileo Galilei}}; che giovane di età, non contando allora più di 28 anni, di 12 minore di Frà Paolo, già era maturo per senno e annunciava di dover essere il più grande innovatore nella filosofia sperimentale. Fra questi due sommi ingegni si strinse una cordiale amicizia, sicchè il Galileo chiamava il frate, suo padre e maestro; e fatte comuni le sperienze e gli studi, si adoperarono d’accordo a disgomberare gli errori prodotti dal fanatismo de’ peripatetici. L’invenzione del termometro il Galileo la dovette per certo ai lumi somministratigli dal Sarpi,<noinclude><references/></noinclude> 0yn0ycsvx1wf4qi9367ry8ymc12ssjg Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/82 108 466877 3895207 1765292 2026-09-06T06:23:23Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ Gadget AutoreCitato 3895207 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|74|{{Sc|capo iv.}}|}}</noinclude>se pure questi non ne fu il primo inventore, come pensano alcuni; e sembra certo del pari che sussidiò in più altre sperienze il filosofo fiorentino, e che lo incoraggì a proseguire le sue osservazioni sul sistema copernicano, stimato a quei tempi eresia e dimostrato adesso da leggi fisiche e matematiche: prova che le decisioni dei teologi non sono sempre fondate sulla verità. L’avido intelletto del Sarpi volle eziandio spaziare nella filosofia speculativa e dopo il 1591 si applicò intensamente a studiare Platone, Aristotele e le altre sêtte filosofiche antiche e moderne, non omessi gli Scolastici, e particolarmente i Nominali ed i Reali; e fece le analisi dei loro sistemi, le quali duole assaissimo al Morofio che non siano state pubblicate. Appare (se non erro) da molte induzioni che in questa parte l’indole austera del Sarpi preferisse ad ogni altra la dottrina degli Stoici, massime in ciò che riguarda la Provvidenza nel governo del mondo. Il che coincide col sistema di {{AutoreCitato|Agostino d'Ippona|Sant’Agostino}} che ristringendo il libero arbitrio e ammettendo una predestinazione viene a stabilire nelle azioni umane una specie di fatalismo. Che Frà Paolo fosse versatissimo nella filosofia stoica, ce lo fa sapere Frà Fulgenzio; che la praticasse, si vede da tutta la sua vita; e che fosse fatalista, ne abbiamo cenni in più luoghi delle sue opere. Egli mi è nondimeno impossibile dire quali fossero le sue idee sulla teologia naturale, la cosmogenesi, la materia, i mondi, gli spiriti, e se in ciò si conformasse agli stoici antichi, o al panteismo de’ filosofi italiani suoi {{Pt|con-|}}<noinclude><references/></noinclude> 7uc3hur32hkec2qqdsw283mw3tfsloi Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/83 108 466878 3895208 1765294 2026-09-06T06:23:25Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895208 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo iv.}}|75}}</noinclude>{{Pt|temporanei|contemporanei}}, ravvivato dai pensatori del predente secolo. Di là passò alla metafisica e all’etica. Intorno alla prima aveva scritto un’operetta che denominò ''Arte del ben pensare'', e da Frà Fulgenzio chiamata dal soggetto ''Del nascere delle opinioni e del cessare che fanno in noi'', la quale essendo anch’ella smarrita, per farla conoscere al lettore ne trascriverò la dotta analisi fattane dal procuratore Marco Foscarini. È una citazione un po’ lunga, ma la nobiltà dell’argomento e l’eleganza dello stile saranno utili compensi. «Il sistema dell’autore, dice il Foscarini, in genere è tale. Egli mostra come gli oggetti esterni operano sopra i nostri sensi, e distinguendo l’oggetto che move la sensazione dalla sensazione medesima, sostiene che gli odori, i sapori, i suoni ec. sono affezioni dell’anima, non proprietà del corpo: con che mette differenza fra le sensazioni e le qualità sensibili. Con questi primi materiali ricevuti dalla qualità sensitiva riposta nel corpo nervoso e ritenuti dalla memoria, la facoltà discorsiva o distintiva, o l’intelletto agente forma la serie di tutte le altre idee, astraendo, componendo o comparando ecc, e così le specie, i generi, gli assiomi o le massime generali, e le argomentazioni. «Segue a dire che il senso non falla mai riferendo puramente la sensazione fatta in lui dall’oggetto sensibile; ma nascere gli errori dall’appoggiarsi a un senso solo, o dal non rettificare con gli altri al falso discorso nato dalla prima impressione. Siccome i sensi non riferiscono all’intelletto<noinclude><references/></noinclude> 1xd8ni3vox9lpdpiepiqle3c03671p9 Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/84 108 466879 3895209 1765295 2026-09-06T06:23:28Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895209 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|76|{{Sc|capo iv.}}|}}</noinclude>quel ch’è nell’oggetto sensibile, ma solo quel che appare; quindi possiamo sempre assicurarci per questa via d’ogni verità. «Se dall’idea universale di un tale sistema si passi a considerarlo nelle sue parti, se ne incontrano molte degne di ammirazione: prima, il metodo ragionato e geometrico con cui si procede da cosa a cosa; quindi non poche scoperte che dopo di Frà Paolo parvero nuove. L’osservazione per esempio che sensazioni non sieno altrimenti negli oggetti, ma bensì nell’intelletto nostro, quantunque Platone l’abbia accennata, parve nuova nelle recenti filosofie; e il Sarpi lo dimostra nel principio con una serie di ragionamenti, che senza bisogno di ricorrere alla esperienza pienamente convince. Quindi volendo egli con Aristotele, che tutto ciò che abbiamo nell’intelletto venga dai sensi, mette in campo il principio della riflessione che fece tanto onore al Lock e che libera quel sistema da moltissime difficoltà, per altro insormontabili. «In tal guisa dalle prime idee procedenti dai sensi egli forma col mezzo dell’''intelletto agente'' o della ''virtù distintiva'' tutte le altre che servono al discorso, le quali dividendosi dall’autore inglese in semplici e composte, il nostro filosofo non ne lascia indietro veruna. «Lo previene del pari nel definire la sostanza; posciachè la fa risultare dalla moltiplicità delle idee che vi si mostrano senza potervisi conoscere il fondamento che le sostiene, e in questo fondamento occulto dice consistere quello che noi chiamiamo sostanza. Addita altresì il modo con cui l’uomo {{Pt|for-|}}<noinclude><references/></noinclude> 8aoylv0goevc978yt7scipct7b7qzxk Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/85 108 466880 3895210 1765296 2026-09-06T06:23:32Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895210 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo iv.}}|77}}</noinclude>{{Pt|ma|forma}} dentro di sè i generi e le spezie, in che tanto il Lock si diffonde, massime nei primi capi del suo terzo libro del Saggio dell’Intelletto umano. «Quello che dice degli assiomi da lui nominati, non si sa come, ''Ipolipsi'' (se pure non vi è errore nella scrittura), come anco delle prime verità e de’ sillogismi, pare l’originale sopra cui lo stesso Lock abbia copiato, sviluppandolo in più parole. Esamina attentamente le varie cagioni degli errori, i quali nascono dall’applicare l’oggetto alla sensazione non propria di esso, o da vizio particolare del sensorio, o dalla facoltà discorsiva, o da altre: e insegna altresì i rimedi da evitare cotesti errori, per quanto l’umana natura è capace. «Uno si è l’uso replicato della facoltà discorsiva di quella de’ sensi: e qui egli nota che altri si guardi dall’associare le idee; mentre all’idea chiamata avviene spesso che se ne congiungano delle altre, per la sola cagione che fummo soliti di vederle congiunte, non perchè siavi tra di esse relazione di sorte. Scoperta acutissima fattasi anco dall’Inglese. «L’altra maniera di correggere gli errori, dice Frà Paolo, è per dottrina d’altri. Perciò tocca i due modi di argomentare, la dimostrazione e la probabilità; e i varii gradi di essa, a cui va unita la fede. «A questi due rimedi succedono quelli onde sfuggire gli errori che nascono, secondo il suo dire, dalle anticipate opinioni, o da mala disposizione di volontà: punto che viene trattato più lungamente degli altri.<noinclude><references/></noinclude> pqn2w6mauxwej0o4yojbm19m8cn3w5p Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/86 108 466881 3895211 1765297 2026-09-06T06:23:42Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895211 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|78|{{Sc|capo iv.}}|}}</noinclude>{{Nop}} «Insomma il nostro autore non suppone, ma diduce da vari principii il sistema aristotelico, e prevenne il Lock tanti anni prima con un metodo che oggidì ancora avrebbe la sua lode, e con una brevità che nulla toglie alla chiarezza. «Chiude finalmente con pochi ma aggiustati cenni sopra le parole che è una delle parti più essenziali del libro di Lock, asserendo che quelle non significano le cose, ma soltanto le idee di chi parla. Intorno a che, sebbene egli non discenda a prove, noi teniamo che il Sarpi avesse compiuta anco questa parte dell’Opera la quale non apparisce per difetto del MS. Ci move a così credere l’avere osservato come fra i suoi pensieri filosofici, che sono in parte una metafisica slegata, se ne leggano moltissimi sopra l’articolo suddetto. «L’autore denominò l’opera sua ''Arte di ben pensare''; col qual titolo essendo uscito, non ha molti anni, un libretto francese che certamente non agguaglia il merito di queste poche pagine di Frà Paolo, fu esso non ostante trasportato in tutte le lingue, siccome quello in cui si giudicava contenersi una logica più regolata e meglio disposta di quante se n’erano vedute sin allora». Fin qui il Foscarini. Intorno all’etica o scienza de’ costumi Frà Paolo, oltre a’ pensieri e massime di morale gettate senz’ordine, e qualche libretto ascetico, scrisse anco varii trattatelli: uno alla maniera di {{AutoreCitato|Plutarco|Plutarco}} che intitolò ''Medicina dell’anima'', dove additava i mezzi di conseguire la vera tranquillità; altro sulla ''Ripugnanza dell’ateismo all’umana natura'', e come quelli che non conoscono divinità vera per {{Pt|neces-|}}<noinclude><references/></noinclude> bbwydjw3ni1xd9z8g1mlovuhghyti4l Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/87 108 466882 3895212 1765298 2026-09-06T06:24:04Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ Gadget AutoreCitato 3895212 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo iv.}}|79}}</noinclude>{{Pt|sità|necessità}} bisogna che se ne fingano una falsa. Il qual libro non esistendo più, io non so come abbia trattato questo têma Frà Paolo; ma è certo che ad un filosofo apre un vasto campo di profonde riflessioni: e se si divida l’ateismo in teorico ed in pratico, si vedrà che il primo non ha mai esistito fuorchè nel capo sconvolto di qualche fanatico; ma il secondo ebbe voga in tutte le religioni, imperocchè il popolo, corrotto da dottori ignoranti ed avari, incapace ad inalzarsi verso la divinità vera, se ne fabbrica una imaginaria e per lo più materiale. In teoria ciò non è ateismo perchè suppone una divinità comechè grossolana; ma in pratica lo è, perchè quella divinità è contraria ai principii della ragione. È, se è lecito il termine, un ateismo religioso. Come {{AutoreCitato|Benjamin Franklin|Beniamino Franklin}}, così il Sarpi, affine di sempre più perfezionarsi nell’esercizio della virtù, teneva registro de’ propri difetti a cui contrapponeva sentenze o proprie o di altrui che significavano a correggersi; e questo registro rivedeva ogni giorno notandovi ciò che aveva mutato in meglio o in peggio. E fu per questo difficile tirocinio fatto sul suo cuore che riuscì a dominare gl’impeti suoi ad acquistare quella prudenza ne’ consigli che lo fecero l’oracolo di un governo, pure famoso per assennatezza; e quella mite natura che lo rese caro e venerando a tutti che il conobbero; e quella provvida in uno e rassegnata filosofia che non l’abbandonò mai un istante nelle peripezíe della sua vita. Ci tocca un vero dispiacere pensando ai capricci della fortuna e all’ignavia degli uomini per colpa di cui, disperse le dotte carte di Frà Paolo, {{Pt|riusci-|}}<noinclude><references/></noinclude> fqknclpfeo4i47eaylomog697c50ng4 Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/88 108 466883 3895213 1765299 2026-09-06T06:24:30Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895213 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|80|{{Sc|capo iv.}}|}}</noinclude>{{Pt|rono|riuscirono}} infruttifere tante sue valorose fatiche, in ciascuna delle quali si scorge la stampa di un genio originale, profondo, inventivo, che superiore a tutti i pregiudizi vuole penetrare l’intimo delle cose e dedurne a forza la verità; così che, come dice il Foscarini, trent’anni spesi dal Sarpi nelle più sublimi speculazioni che possono intraprendersi da umano intelletto, si tengono come perduti alla storia della sua vita; e appena sappiamo per testimonio di Enrico Wotton e di Frà Fulgenzio, che nella botanica ebbe tanta cognizione come se non avesse fatto altro studio; che la mineralogia e tutte le parti della storia naturale furono da lui profondamente conosciute, siccome l’uso e le proprietà mediche de’ vegetabili e de’ minerali, le loro qualità specifiche, e l’utilità che poteva ritrarsene per beneficio delle arti e della vita. Frà Paolo, in cui erano pari la modestia e il sapere, senza ambizione, senza desiderio di applausi, non ebbe mai la smania di prodursi al mondo; e tranne gli scritti che per comandamento del Governo pubblicò a stampa, nissun altro e’ ne fece stampare. Lodava il merito altrui, di cui era giusto estimatore, senza parlare di ciò che aveva fatto egli di uguale o di meglio. Nelle sue lettere encomia il Viète e il Gilbert, senza dire che aveva corretto gli errori del primo e preceduto nelle scoperte il secondo; loda il Galileo senza accennare la parte ch’egli ebbe alle fatiche di lui: e se talvolta parlava delle cose sue era con tanta diffidenza del proprio valore e con tanta peritanza, da parere un timido scolaro che si produce colla sua lezione innanzi a rigido maestro.<noinclude><references/></noinclude> fpk4tbd4tehkevu65h2olm8ybjs2tvp Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/89 108 466884 3895214 1765300 2026-09-06T06:24:40Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895214 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo iv.}}|81}}</noinclude>{{Nop}} Pago della solinga sua cella, confidava i frutti de’ suoi studi solamente agli amici, e pareva che fosse uomo bisognoso d’istruzione, anzichè atto ad instruire. E fu appunto non per fasto letterario, ma per erudirsi nelle costituzioni de’ regni e nel diritto pubblico civile ed ecclesiastico delle nazioni che incominciò fino dal 1588, come il sappiamo da lui medesimo, a carteggiare con vari dotti giureconsulti e uomini di stato della Francia. Questo regno era desolato da infelici {{Ec|[discordie]|discordie|ed. Basilea, 1847}}. Dopo che Calvino vi portò la sua riforma, vi portò anco la guerra civile, lunga, miserevole, piena di accidenti luttuosi, alimentata dal fanatismo de’ calvinisti e dalla intolleranza de’ cattolici, ma più di tutto rinfocolata da ambiziosi che facevano servire la religione ai loro fini politici. Per mezzo di quelle sanguinose liti si mescolarono eziandio calorosi contrasti intorno ai confini della potestà ecclesiastica. I più veementi cattolici rigirati dalle ambizioni dei preti e dai disegni della corte di Spagna volevano che fosse riconosciuta la piena potestà del pontefice e accettato in integro il concilio di Trento; altri che vedevano i pericoli di una così imprudente risoluzione miravano non solo a rifiutare i decreti del Tridentino, ma anco a ristringere viepiù l’influenza di Roma, ed allargare le libertà della Chiesa Gallicana e l’autorità del re e de’ parlamenti nelle materie benificiarie o d’interiore giurisdizione ecclesiastica. Delle quali cose ond’essere pienamente informato, Frà Paolo introdusse, e mantenne poi sempre, commercio di lettere con dotte persone di quel paese, colle quali fu messo in corrispondenza<noinclude> <references/>{{PieDiPagina|''Vita di F. Paolo'' T. I.||6}}</noinclude> 3rqp9993ntnelmehraqc7umdr4dcsql Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/90 108 466885 3895215 1765301 2026-09-06T06:24:44Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895215 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|82|{{Sc|capo iv.}}|}}</noinclude>da Urault de Maisse ambasciatore di Francia a Venezia, uomo di molti lumi, d’indole benigna, e a Frà Paolo amicissimo. Pel suo mezzo fece amicizia con Giacomo Gillot consigliere del re e avvocato nel suo Parlamento. Carteggiava pure con Arnaldo Ferrier, già conosciuto da lui quando fu ambasciatore a Venezia; col celebre istorico e presidente de Thou e con altri cospicui. Su di che fu da alcuni suoi frati accusato di sospetta religione e di tendenza al calvinismo: aggiungendo che conversava anco con Ebrei. In Venezia, dove era tolleranza assoluta di tutte le religioni, concorrevano uomini diversi, dotti, commercianti, curiosi: molti de’ quali convenivano nella casa Secchini dove spesso andava Frà Paolo; e circa agli Ebrei è verosimile ch’egli avesse qualche amicizia o piuttosto conoscenza con dotti Rabbini, ragionando coi quali cercava erudirsi nella loro teologia e filosofia, e a farsi viepiù instrutto nelle lingue orientali. Del resto queste accusazioni non fecero alcuno effetto per allora, essendo troppo nota la sua religione e la integrità de’ suoi costumi; e neppure da Roma gliene fu fatto rimprovero: essendo non peranco giunta la stagione che queste dicerie plebee, convertite in colpa di eresia, dovessero servire a pretesto di più occulta vendetta. Tale suo carteggio, come pure gli studi nel diritto canonico, teologia, storia, erudizione critica ecclesiastica, erano da lui considerati come passatempi, avendo tutti i gusti, come egli diceva, nelle matematiche; nè si sarebbe mai avvisato che dovessero un giorno occuparlo tanto seriamente come<noinclude><references/></noinclude> e1ws5sqxiy9415z22a1g26mhdz7bqwy Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/91 108 466886 3895216 1765302 2026-09-06T06:26:43Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ Gadget AutoreCitato 3895216 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo iv.}}|83}}</noinclude>fecero. Contuttociò vi era egli penetrato così addentro che pochi in Italia potevano andargli del paro, niuno sopravanzarlo. Tutto assorto nelle cose erudite o scientifiche, aveva posto in non cale l’amena letteratura. La sua mente, poco immaginosa, tutta calcolo, non era fatta per la poesia; e quantunque si veda da’ suoi scritti che aveva letto i principali poeti greci e latini, sembra che il solo {{AutoreCitato|Omero|Omero}} lo abbia alquanto interessato non perchè fosse poeta, ma perchè {{Ct|f=90%|{{TestoCitato| Greco Cantor, qualora io fisso aperte|Primo pittor delle memorie antiche,}}}} {{no rientro}}e storico dell’uomo in una società nascente. Dei poeti moderni, neppure degli italiani, non trovo che facesse qualche caso; eppure era vivo ancora a’ suoi tempi e salito in gran fama il {{AutoreCitato|Torquato Tasso|Tasso}}, andavano per la bocca di tutti i versi dell’{{AutoreCitato|Ludovico Ariosto|Ariosto}}, e {{AutoreCitato|Dante Alighieri|Dante}} era tuttavia il poeta favorito de’ filosofi e dei teologi di quella età. Era al contrario assiduo cogli storici: non ve ne era alcuno antico o moderno, eccellente o mediocre, ch’e’ non leggesse con molta attenzione; ma suoi cari modelli per la materia e per lo stile erano {{AutoreCitato|Tucidide|Tucidide}}, {{AutoreCitato|Senofonte|Senofonte}}, {{AutoreCitato|Polibio|Polibio}}, {{AutoreCitato|Tito Livio|Tito Livio}} e {{AutoreCitato|Publio Cornelio Tacito|Tacito}}, e dallo studio di loro più che dai precetti de’ retori imparò le regole del bello, e quel gusto perfetto che si osserva nella sua ''{{TestoCitato|Istoria del Concilio tridentino|Istoria del Concilio Tridentino}}''. Lo occupavano ancora le notizie letterarie, sempre inteso che fossero di scienze o di erudizione, e amava di tenersi informato di tutto che pubblicavano gli uomini più dotti del suo tempo. Gli {{Pt|leg-|}}<noinclude><references/></noinclude> gp5df4ryum59b83wdnk547kjg2t75ee Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/92 108 466887 3895217 1765303 2026-09-06T06:26:46Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895217 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|84|{{Sc|capo iv.}}|}}</noinclude>{{Pt|geva|leggeva}}, quando poteva procurarsegli, e, scrivendo ai suoi amici ne diceva il parer suo: e acuta era la sua critica e laconica. Per esempio parlando delle ''Vite degli uomini illustri'' di Plutarco tradotte in francese da Giacomo Amiot reca il seguente giudizio: «Io mi trattengo a leggere Plutarco di Jaces Amiot che mi pare più bello di Plutarco stesso, e mi dolgo che non sii tradotto talmente da un Italiano ''(Non era ancora l’elegante traduzione del Pompei)'': siamo in gran mancamento senza quel libro. L’altro giorno feci un poco di comparazione con l’italiano del Gandino e col latino che abbiamo, così lontani da questi come la notte dal giorno. Si vede bene che il tradur non è solo di chi sappia ambedue le lingue; ma di chi sii trasformato nell’ingegno dell’autore». Trascurò lo studio della lingua volgare, forse perchè i Toscani ne avevano fatto un monopolio e imbarazzatala di minute pedanterie grammaticali piuttosto che assodatala a regole costanti e filosofiche. Ma dopo che si accinse alla sua ''Istoria del Concilio Tridentino'', gli venne il pensiero di crearsi una lingua sua propria italiana sì, ma una nuova, originale e più robusta di quella usata dagli altri scrittori di storie: attingendo le regole e la purezza del discorso non dai grammatici, ma dagli scritti di Machiavelli, Guicciardini, Varchi e altri buoni scrittori del Cinquecento; e le voci non dal Vocabolario della Crusca, surto appunto a quei tempi a tiranneggiare gli scrittori, ma dalla lingua usuale d’Italia, che non è invero così elegante come la toscana ma ha più nerbo e significazione. {{Pt||{{rule|4em}}}}<noinclude><references/></noinclude> ihc7coe6seux116q50bchj8dngs0n89 Biografia di Frà Paolo Sarpi/Vol. I/Capo IV 0 466890 3895221 3795786 2026-09-06T06:27:28Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3895221 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=6 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Capo IV.|prec=../Capo III|succ=../Capo V}} <pages index="Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu" from=61 to=92 /> 4ugcx5ll8b9988izw34vx6x2ivl3xze Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/93 108 466901 3895218 1765380 2026-09-06T06:26:54Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895218 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||85}}</noinclude>{{Ct|f=120%|CAPO QUINTO}} Straniero al mondo, alle sue ambizioni o alle sue bassezze, compiuti i doveri di religione e del suo stato, Frà Paolo passava il tempo o allo studio o in mezzo a dotto circolo d’amici. Sorgeva ordinariamente coll’alba, e suo primo pensiero era Dio. Non mai nella sua vita passò giorno che non celebrasse la messa; sempre intervenne al canto corale come l’ultimo frate, toltene poche volte dopochè fu fatto consultore quando là gravità degli affari lo tratteneva al palazzo ducale. Convinto per coscienza degli obblighi del suo stato, ne adempiva persino le pratiche più indifferenti; e benchè a lui non piacessero le continue innovazioni che si andavano ad ogni tratto facendo nei riti dell’Ordine, era non pertanto il primo ad assoggettarvisi. Osservava rigidamente i digiuni, persino nelle malattie, e le astinenze sino all’età di 69 anni, ed ogni altro dovere di frate, di cristiano, di filosofo, fino allo scrupolo. V’ha chi la dice ipocrisia; ma sarebbe un fenomeno unico nella storia morale dell’uomo, un ipocrita che per oltre 70 anni di vita, e per quasi 20 spiato accuratamente da astuti e poco caritatevoli esploratori, sia riuscito a non mai tradire sè stesso, e a nascondere con tant’arte i suoi difetti, ed abbagliare una generazione intera e fino i suoi nemici con una spuria santità di costumi.<noinclude><references/></noinclude> q4fvoyck9lrdamkwjsns4o96o9x3auq Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/94 108 466902 3895219 1765381 2026-09-06T06:27:00Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895219 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|86|{{Sc|capo v.}}|}}</noinclude>Questo artifizio di malignare le più occulte intenzioni degli uomini, è quanto la viltà, l’invidia e la vera ipocrisia hanno potuto inventare di più reprobo contro il genere umano. Il più religioso non è quello che dice più ''Pater nostri'', ma quello che più gli mette in pratica; e se con questa regola si misurasse la pietà, il mondo sarebbe assai meno girandolato dalla furfanteria de’ falsi divoti. Quello di che i pinzocheri possono rimproverare il Sarpi, è che, toltene i primi anni del suo sacerdozio, non volle mai brigarsi di confessionario: ottimo esercizio invero, ma troppo spesso degradato da pettegolezzi, da avarizia e da rigiri profani. Altronde non mancando in questo particolare chi supplisse alle sue veci, poteva occupare il suo tempo molto più utilmente che non ad ascoltare le cianciafruscole di qualche donnicciuola. Otto ore impiegava quotidianamente a scrivere o a leggere, e leggeva quanti libri gli capitavano alle mani. In ogni genere di lettura notava le cose memorabili, statuiva confronti e faceva sui libri osservazioni e richiami. Le matematiche erano più amorevolmente da lui accarezzate, e quasi non passava giorno che non se ne occupasse o sciogliendo problemi, o delineando figure astronomiche o mappe geografiche, o studiando le produzioni de’ più recenti autori e commentandole o rischiarandole. Il dopo pranzo lo passava di solito in esperimenti di fisica o di chimica o di anatomia o di meccanica, o perfezionando macchine ed istrumenti.<noinclude><references/></noinclude> a0vxlwm3oa0g9191tugr26d0q29n66g Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/96 108 466904 3895222 1765383 2026-09-06T06:27:47Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895222 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|88|{{Sc|capo v.}}|}}</noinclude>che la vera religione non si definisce per astruserie metafisiche e formole meccaniche che ogni tristo può praticare senza essere migliore; ma dall’esempio di sode virtù e di quella carità senza la quale, a detta del grande apostolo, nissuno può essere cristiano. In casa Morosini si ragionava di scienze o di lettere, e in quest’altra delle cose del mondo. Frà Paolo si dilettava di raccogliere dai viaggiatori notizie sui costumi, le leggi, le religioni de’ popoli, varietà di climi, produzioni della natura ed altre erudite curiosità. E si compiaceva ancora di udire le cose di politica, le vicende delle guerre, lo spirito delle corti, l’ingegno dei ministri e ciò che succedeva nei paesi d’oltremonti o nella Italia: gusto ch’egli ebbe sempre fin presso al termine di sua vita. E fu osservato essere lui così penetrativo che di rado sbagliava i giudizi intorno a ciò che fossero per partorire i tali o tali andari della sempre girevole diplomazia. Di volta in volta faceva alcune gite scientifiche a Padova, dov’erano suoi amici il professore Gerolamo Fabricio di Acquapendente, il Galileo, Sartorio Sartori medico riputatissimo, allora allievo, poi professore nella università medesima, e Gianvincenzo Pinelli letterato di estesa erudizione. Nella casa del quale imparò a conoscere e divenne amico strettissimo di Marino Ghetaldi gentiluomo di Ragusi e matematico profondo. Andava il Sarpi a visitare il Pinelli, che, crogiolato da gota, si alzò per incontrarlo; e tutti i presenti fecero l’istesso. E posciachè fu partito chiese Marino chi fosse il<noinclude><references/></noinclude> bmczx9ea0p8mqwra86ehz9p9d0cpajm Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/97 108 466905 3895223 1765384 2026-09-06T06:28:04Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895223 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo v.}}|89}}</noinclude>frate degno di tanta onorevole accoglienza. — Un grande ingegno. —In che? — In che più vi piace. Voi siete gran matematico: pensateci sopra, scegliete qualche difficile problema da imbrogliarlo; lo inviterò qui a pranzo e sentirete. — Venne Frà Paolo all’invito: Marino fece di tutto per avvilupparlo, ma il frate fu così pronto alle risposte, le questioni risolse con tanta facilità, che il Raguseo ebbe a restarne attonito. E già la fama soverchiando la sua ritiratezza e modestia lo vantava anco di lungi, di forma che molti forestieri capitati a Venezia l’andavano a visitare: fu tra questi l’inglese Guglielmo Gilbert e il celebre Claudio Peiresc, francese, di enciclopedico sapere, che allora studiava a Padova. Altri dotti corrispondevano con lui per lettere, e lo stesso governo veneto lo adoperò più volte a servire di compagnia ad illustri personaggi. Fra i quali fu il de Maisse nominato di sopra, tornato a Venezia nel 1595 col vescovo di Evreux, poi cardinale di Perron. Spediva questo prelato a Roma Enrico IV re di Francia onde trattare col papa la sua riconciliazione; ma ebbe ordine di fermarsi prima a Venezia a conferire col senato, coll’aiuto e interponimento del quale riuscì infatti nella sua missione. Ora il governo volendo onorare in lui il monarca che lo mandava, non credette di dargli migliori compagni del Sarpi e di Luigi Lollino suo amico, poi vescovo di Belluno, dotto grecista. Il quale Perron cervellino leggieri e sprezzante, come talvolta i Francesi sono, disse di avere trovato in Italia nissun dotto, eppure ve n’erano a quel tempo alcuni: e del Sarpi parlando {{Pt|ag-|}}<noinclude><references/></noinclude> q9ca9y6tn2v4kihao50r7mycv3j3rt3 Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/98 108 466906 3895224 1765385 2026-09-06T06:28:09Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895224 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|90|{{Sc|capo v.}}|}}</noinclude>{{Pt|giunse|aggiunse}} che aveva molto spirito, che era un po’ più che frate; ma erudito niente. Il che era, come risponde il Morofio, negare la luce del sole, e che Frà Paolo non pur era un po’ più che frate, ma molto più che il cardinale. Frà Paolo era estremamente sobrio. Pochi legumi, un poco di pane abbrostito e un bicchiere di vino bianco costituivano il suo pasto ordinario. Anzi vino non bebbe se non dopo i trent’anni; prima dei 55 non gustò quasi mai carne; poscia ne usò, ma in così scarsa misura che era meraviglia. Non mangiava mai in camera, neppure quando fu Consultore che aveva comodi, mezzi ed autorità di farlo; ma sempre in refettorio comune, e dalla comune cucina. Poco dava al sonno, le intiere notti passava allo studio in orazione, e stanco si gettava vestito sopra una cassa. Così poco logorava il letto che due paia di lenzuoli gli durarono oltre vent’anni e ne fu fatto espresso ricordo ne’ registri del convento. Curava le mondizie della persona colla decenza di un filosofo e trascurava la eleganza del vestire colla gravità di un ecclesiastico, non con l’affettata sudiceria di un cinico. Non ebbe mai più di un abito, a tal che ove fosse caduto in acqua gli sarebbe convenuto aspettare che fosse asciutto per vestirsi. Nissun pensiero di sè, fidava nelle paterne cure di un buono e vecchio frate per nome Giulio, che lo amava sin da fanciullo; il quale riceveva dal convento i danari per vestimento e calzatura e biancheria, e a tempo lo provvedeva. Ei lo chiamava suo padre. Fatto poi Consultore e fornito di generosi stipendi, non fu più di alcuno aggravio alla comunità, cui anzi sovvenne largamente del proprio.<noinclude><references/></noinclude> m6i0zw9aixgnhogykj81yv4faflmxho Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/99 108 466907 3895225 1765386 2026-09-06T06:28:16Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895225 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo v.}}|91}}</noinclude>{{Nop}} Nella sua cella risplendette mai sempre la più rigida semplicità claustrale; e dopo morto, assai curiosi andati a vederla stupirono come un uomo, oggetto di tanti amori e di tanti odii, visitato da principi, liberalmente provisionato dalla repubblica, fosse vissuto così poveramente. Un letticciuolo, una cassa dove teneva le sue scritture e che spesso gli serviva da letto, un tavolino, una scranna, un crocifisso, un teschio umano, un quadretto rappresentante Cristo nell’orto, erano i soli mobili; i suoi libri, quelli del convento e i prestati o donati. Avvegnachè i monaci facessero professione di umiltà, non hanno mai saputo esimersi dall’orgoglio dei titoli fastosi. Nella Tebaide e nella Siria, culla del monachismo, nacque l’uso di dare il nome di ''Abba'' o padre ad ogni capo di comunità monastica, poi ad ogni monaco distinto, indi a tutti; ma i Greci mutarono questo titolo per un altro, ''Calogeros'' o buon vecchio, ancor più reverendo stante il rispetto che hanno i Levantini per la vecchiaia. In Occidente il titolo originario di abate restò ai capi del monastero, e la sua traduzione, cioè Padre, diventò comune a tutti i monaci. San Francesco non volle che i suoi seguaci si chiamassero Padri, ma Frati, che nella lingua italiana di quel secolo suonava fratelli; ma non perseverarono, nè guari andò che tutto il mondo fu pieno di ''padri'' che non erano mariti. La voglia di superbire sotto veste di umiltà aggiunse in appresso il titolo di ''maestro''; a tal che ogni fraticciuolo che sapeva quattro parole di teologia si enunciava fastosamente un ''padre-maestro''. Ma il Sarpi amante della semplicità, e da tali ridicoli {{Pt|orgo-|}}<noinclude><references/></noinclude> c6o9fc97lpw97nxffuuj149sx3aunb4 Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/100 108 466908 3895226 1765388 2026-09-06T06:28:21Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895226 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|92|{{Sc|capo v.}}|}}</noinclude>{{Pt|gli|orgogli}} abborrente, usò mai sempre, e dalla sua prima giovinezza, di denominarsi e sottoscriversi ''Fra Paolo veneto''; nella guisa istessa che il buon papa Clemente XIV finchè fu frate non si chiamò nè si fece mai chiamare altrimenti che ''Frate Ganganelli''. Nè è questo il solo punto di approssimazione fra que’ due grandi uomini, pari essendo stata in loro altresì la bontà dell’animo, la pietà spregiudicata e sincera, la schiettezza delle opinioni, l’odio alle divote puerilità, lo spirito di tolleranza, l’amore agli studi, il cuore vacuo da ambizioni, e il pensiero che si sublima al di là delle prevenzioni umane, e considera la religione non quale viene impicciolita da minute pratiche volgari, ma dalle grandi virtù che inspira e dagli innumerevoli effetti morali da lei prodotti nella società. Frà Paolo non patì mai di essere ritratto, comunque grandi fossero le istanze fatte da principi e da eminenti personaggi e più specialmente dal suo amico Domenico Molino; quindi poca fede meritano le medaglie che si spacciano di lui, e sono menzogneri coloro che asserirono averne dal Sarpi medesimo ricevuto il ritratto. Nè l’avremmo senza lo zelo di Giorgio Contarini, patrizio veneto, che appena spirato il grand’uomo ne fece levare la maschera in gesso, poi la fece effigiare in tela, indi intagliare in rame, indi scolpire in madreperla; e o fosse gusto incontentabile del Contarini o difficoltà vera negli artisti ad esprimere i tratti caratteristici di quella maschia fisionomia, il generoso patrizio pensò anco a farlo scolpire in busto di marmo: ma ignoro se abbia dato esecuzione a quest’ultimo desiderio.<noinclude><references/></noinclude> 1bxm2b9ilovdwb1ftzk33auz2vxhwgz Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/101 108 466909 3895227 1765389 2026-09-06T06:28:24Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895227 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|{{Ec|capo ii.|capo v.}}}}|93}}</noinclude>{{Nop}} Ritratti di Frà Paolo intagliati sul rame ne girano vari, e diversi anco nelle forme; è imperciò difficile a scernere il migliore. Il dipinto in tela si crede quello che ora conservasi nella biblioteca di San Marco, attribuito a Leandro da Ponte, mezzo busto di grandezza naturale, e seduto. Lo sculto in madreperla, lavoro egregio di Gaspare Becelio, l’allievo migliore del celebre Sansovino, legato in forma di cammeo e ornato di preziosissime gioie appartenne lungamente a casa Molino; finchè disgemmato (s’intende) cadde in possesso della Marciana anzidetta dove tuttora si vede; e questa io ritengo la più somigliante effigie del Sarpi, quantunque l’erudito Emanuele Cicogna sentenzi in favore del dipinto in tela. Frà Paolo era di statura comune, la testa aveva ben fatta ma all’avvenente del corpo, grossa; la fronte spaziosa, indizio di grandi pensieri, intersecata nel mezzo da grossa e ben distinta vena; le ciglia inarcate; gli occhi grandi, neri e vivaci, e nell’arcata orbicolare dell’occhio il frenologo Gall avrebbevi di leggieri ravvisato l’organo dei numeri; la vista acutissima sino a 55 anni quando cominciò a scapitarne da usare gli occhiali, non mai però alla messa, che i riti sapeva a memoria; il naso piuttosto grosso e lungo, ma ben fatto; rada la barba, ma senza deformità; graziosa la bocca, colorite le labbra; bei denti cui sempre conservò; bella sommamente la mano e le dita, ma grande quella e lunghe assai queste; il colorito tra il bianco e l’olivastro con qualche tintura di rossore.<noinclude><references/></noinclude> 03i3p6wn82sazb98goxwb1zo27jxgnn Pagina:Rivista italiana di numismatica 1894.djvu/407 108 498150 3895250 1861783 2026-09-06T06:44:21Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895250 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>{{Centrato|{{x-larger|NECROLOGIA}}}} <hr style="width:4em; margin:auto; color: black; background-color: black; height: 4px;" /> {{Centrato|'''''ARIODANTE FABRETTI.'''''}} Nella notte dal 13 al 14 settembre scorso, spirava tranquillamente di vecchiaia a Monteu da Po presso Torino il Senatore {{AutoreCitato|Ariodante Fabretti|''Ariodante Fabretti''}}, direttore del Museo Archeologico di Torino. Il ''Fabretti'' nacque a Perugia il 1° ottobre 1816. Cominciò in patria gli studii, dedicandosi specialmente alle lingue classiche col {{AutoreCitato|Antonio Mezzanotte|Mezzanotte}}, all’archeologia col {{AutoreCitato|Giovan Battista Vermiglioli|Vermiglioli}}, alle scienze naturali col Purgotti e col Bruschi (studi continuati negli anni 1837-1839 a Bologna coll’Alessandrini, l’Angeletti, il Medici, il Ranzani, ecc.) e alla storia umbra del medioevo. Cominciò a farsi conoscere quale valente archeologo nel 1842 con alcune erudite pubblicazioni. Fervido patriota, prese parte, quale deputato di Perugia, all’Assemblea costituente romana nel 1848-49 e votò la proclamazione della Repubblica romana. Ma in seguito all’incalzare degli avvenimenti politici, dovette riparare in Toscana, quindi in Piemonte, dove tornò ai suoi studii prediletti. E fu anzi a Torino dove il Fabretti svolse tutta la gagliardia del suo ingegno e la sua instancabile attività. Fu nominato dapprima professore ordinario di archeologia all’Università, poi direttore del Museo etrusco ch’egli riordinò, illustrò ed arricchì. A Torino poi il ''Fabretti'' copriva moltissime cariche: era vicepresidente dell’Accademia delle Scienze e direttore<noinclude></noinclude> slv7lw2p1ph3u5engj5uubsy5e0so13 Pagina:Rivista italiana di numismatica 1894.djvu/408 108 498151 3895251 1861854 2026-09-06T06:44:25Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895251 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|390|{{Sc|necrologie}}||riga=si}}</noinclude>della Classe di scienze morali, storiche e filologiche all’Accademia delle Scienze; direttore di nomina prefettizia agli Istituti di beneficenza e credito amministrati dalla Direzione dell’Opera di S. Paolo, consigliere al Museo Civico, direttore del Museo d’antichità, socio fondatore della Società di Archeologia e Belle Arti per la provincia di Torino, membro della R. Commissione conservatrice dei monumenti di arte antica, ecc. ecc. Durante la XIII legislatura (1886-90) gli elettori del primo Collegio di Perugia lo elessero deputato. Alla Camera militò nelle file della sinistra avanzata. Nel 1889 veniva nominato senatore. Era cavaliere dell’Ordine civile di Savoia e socio corrispondente dell’Istituto di Francia. Scrisse un numero ragguardevole di lavori, che sono d’un incontestabile valore. Fra i quali, lasciando le opere storiche, le filologiche e le archeologiche, ci limiteremo ad accennare qui le numismatiche, che si riassumono nei cataloghi delle Collezioni del Museo di Torino da lui ordinato. Un primo catalogo pubblicò nel 1876: ''Raccolta numismatica del R. Museo di Antichità di Torino'' (Roma, Torino, Firenze, 1876); un secondo nel 1881: ''R. Museo di Torino ordinato e descritto da A. Fabretti, F. Boni e R. V. Lanzone'', Vol. III: ''Monete greche''. Vol. IV: ''Monete consolari e imperiali'' (Roma, 1881). Il ''Fabretti'' aveva una figura caratteristica, la lunga barba bianca e i capelli fluenti gli davano un aspetto venerando. Era modestissimo in mezzo alla sua molta scienza, e pregato diverse volte da noi d’onorare la nostra Rivista con qualche suo scritto, sempre se ne schermì dicendo di non essere in numismatica che un semplice dilettante! {{A destra|{{Sc|La Direzione.}}}} <hr style="width:4em; margin:auto; color: black; background-color: black; height: 4px;" /> {{nop}}<noinclude></noinclude> awwi3xp48bocnrdjzbdfh51d5vho6a0 Pagina:Rivista italiana di numismatica 1894.djvu/409 108 498153 3895253 2180310 2026-09-06T06:46:11Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895253 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|necrologie}}|391|riga=si}}</noinclude>{{nop}} {{Centrato|'''''A. R. CAUCICH.'''''}} Il giorno 4 settembre p. p., moriva improvvisamente in Bologna, nell’età d’anni 61, il numismatico Cav. ''{{AutoreCitato|Antonio Riccardo Caucich|A. R. Caucich}}'', Socio onorario di varie Società italiane ed estere. Nato in Trieste il 3 aprile 1833, prese parte al movimento irredento per la libertà della sua patria. Da oltre trent’anni stabilitosi a Firenze, vi aveva aperto una Casa di commercio in monete, medaglie e antichità in genere, guadagnandosi simpatia e buon nome per la sua specchiata onestà. Nel 1867, in unione a due amici, cominciava in Firenze la pubblicazione del ''Bollettino di numismatica italiana'', che diresse per tutto il tempo della sua durata, ossia fino al 1870, e ne fu assiduo collaboratore, rendendosi benemerito della numismatica italiana, coll’illustrare buon numero di monete italiane inedite e sconosciute. Ora egli stava appunto, dietro nostra insistenza, allestendo alcuni Articoli per la nostra ''Rivista'', quando immaturamente lo colse la morte. Nutriamo fiducia di poter in seguito far conoscere ai nostri lettori qualche lavoro postumo del compianto numismatico. {{A destra|{{Sc|La Direzione.}}}} <hr style="width:4em; margin:auto; color: black; background-color: black; height: 4px;" /> {{Centrato|PUBBLICAZIONI DEL CAV. A. R. CAUCICH.}} {{indentatura|style=font-size:90%}} Di una moneta inedita d’Acqui (''Riv. num. italiana'' di Asti. Tomo I). Illustrazione di una moneta inedita di Pomponesco (''Boll. di Num. ital''. Anno I, n. 1). Illustrazione di due monete della zecca di Montalcino (Id. n. 2). Monete inedite o rare: Montalcino, Scio, Siena (Id. n. 3); Guastalla, Pomponesco, Bozzolo (Id. n. 4); Roma (Id. n. 5). Di due conii falsi recentemente scoperti in Roma (Id. n. 5).<noinclude></div></noinclude> mmq4qyqfencvxjgwnx6oxbmv2aydum1 Pagina:Rivista italiana di numismatica 1894.djvu/410 108 498154 3895254 1861856 2026-09-06T06:46:26Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895254 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|392|{{Sc|necrologie}}||riga=si}} {{indentatura|style=font-size:90%}}</noinclude> Monete inedite o rare: Faenza, Firenze (Id. n. 6). Monete inedite, corrette o rare: Masserano, Roma (Id. Anno II, n. 1); Fabriano (Id. n. 2). Di un documento della zecca di Todi (Id. n. 2). Monete inedite, corrette o rare: Fabriano, Parma (Id. n. 3); Firenze (Id. n. 4). Breve cenno di una moneta fin’ora unica dei Conti di S. Fiora (Id. n. 4-5). Illustrazione di una medaglia in oro di Guidobaldo II duca d’Urbino (Id. n. 5). Monete inedite, corrette o rare: Venezia, Dalmazia, Albania (Id. Anno III, n. 1); Masserano (Id. n. 2); Firenze (Id. n. 3); Livorno (Id. n. 5); Aquileia (Id. n. 6). Breve ragionamento intorno a diversi sistemi di classificazione di monete italiane del medioevo (Id. Anno IV, n. 1-2). Monete inedite, corrette o rare: Modena (Id. n. 2); Modena, Spinola, Milano, Avignone (Id. n. 3); Bozzolo (Id. n. 5). Della zecca fabrianese. Cenni storici di Camillo Ramelli, ristampato da A. R. Caucich nel 1867 con giunte e correzioni. </div> {{nop}}<noinclude></noinclude> dhrg245g0nsipg6yq8osc3e758ikz54 Necrologio: Ariodante Fabretti 0 498175 3895252 3732021 2026-09-06T06:44:35Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3895252 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=6 settembre 2026}} {{Intestazione | Nome e cognome dell'autore = | Titolo = Necrologio: Ariodante Fabretti | Anno di pubblicazione = | Lingua originale del testo = | Nome e cognome del traduttore = | Anno di traduzione = | Progetto = | Argomento = Rivista italiana di numismatica 1894 | URL della versione cartacea a fronte =Indice:Rivista italiana di numismatica 1894.djvu }} {{Raccolta|Rivista italiana di numismatica 1894|tipo=rivista}} <pages index="Rivista italiana di numismatica 1894.djvu" from=407 to=408 /> [[Categoria:Rivista italiana di numismatica 1894|Necrologi]] [[Categoria:Necrologi|Fabretti]] qfw7aobjvxvw97m0lba1zuewr774vg6 Necrologio: Antonio Riccardo Caucich 0 498182 3895255 3732020 2026-09-06T06:46:36Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3895255 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=6 settembre 2026}} {{Intestazione | Nome e cognome dell'autore = | Titolo = Necrologio: Antonio Riccardo Caucich | Anno di pubblicazione = | Lingua originale del testo = | Nome e cognome del traduttore = | Anno di traduzione = | Progetto = | Argomento = Rivista italiana di numismatica 1894 | URL della versione cartacea a fronte =Indice:Rivista italiana di numismatica 1894.djvu }} {{Raccolta|Rivista italiana di numismatica 1894|tipo=rivista}} <pages index="Rivista italiana di numismatica 1894.djvu" from=409 to=410 /> [[Categoria:Rivista italiana di numismatica 1894|Necrologi]] [[Categoria:Necrologi|Caucich]] 5cadrclpe3kghl9gbamwyx2cgdyqgmv Pagina:Rivista italiana di numismatica 1894.djvu/411 108 501042 3895256 1869009 2026-09-06T06:47:45Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895256 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>{{Centrato|{{x-larger|BIBLIOGRAFIA}}}} {{Rule|4em}} {{indentatura}}'''Gnecchi''' ({{Sc|Francesco}} ed {{Sc|Ercole}}), ''Guida numismatica universale'', contenente 4792 indirizzi e cenni storico-statistici di Collezioni pubbliche e private, di Numismatici, di Società e Riviste numismatiche , di incisori di monete e medaglie e di negozianti di monete e libri di Numismatica. — Terza edizione. — ''Milano'', Tipografia L. F. Cogliati, 1894. — (Un volume in-16, di pag. {{Sc|lv}}-604).</div> La ''Guida Gnecchi'' non è fra quei libri la utilità dei quali richiegga di essere dimostrata: tre edizioni, nel breve giro di pochi anni, valgon meglio d’ogni eloquente discorso. Piuttosto è da tener nota che ciascuna di queste edizioni segna un progresso, un sensibile avvicinamento a quell’ideale di perfezione che gli Autori pei primi riconoscono di non aver raggiunto ma al quale tendono con lodevolissima alacrità e costanza. Il miglioramento fra la 1° edizione (del 1886) e la 2° (del 1889) consisteva in modo quasi esclusivo nella maggior copia delle notizie; era naturale infatti che nella prima edizione si fossero riscontrate numerose lacune, alle quali anzitutto importava di riparare con la seconda. È noto che in questo genere di lavori la prima edizione è spesso soltanto, più che altro, una specie di nucleo, di centro d’attrazione pei materiali che poi vi affluiscono o che almeno si possono poi raccogliere con maggior facilità e sicurezza. Per ciò che concerne l’ordine del lavoro, gli Autori si erano limitati ad una sola modificazione, quella cioè di incorporare nel testo della ''Guida'' l’elenco dei negozianti di monete, medaglie e libri di Numismatica, elenco che nella<noinclude></noinclude> pm2bihsp406h0cjpzxcwbl7p4smbmhx Pagina:Rivista italiana di numismatica 1894.djvu/412 108 501044 3895257 1869013 2026-09-06T06:48:07Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895257 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|394|{{Sc|bibliografia}}||riga=si}}</noinclude>prima edizione si trovava in fine del volume. E poichè ce ne viene il destro, diciamo incidentalmente che, senza per nulla disconoscere i vantaggi di tale fusione, ci pare sarebbe stato bene tuttavia di mantenere una distinzione, ricorrendo a qualche accorgimento tipografico, in modo che nello sfogliare la ''Guida'' si potesse rilevare a prima vista, per ciascuna città, il nome e l’indirizzo dei negozianti, che spesso importa di conoscere prontamente. Ma per ritornare al divario fra l’edizione del 1886 e l’edizione del 1889, diremo che questa si era avvantaggiata di circa 800 cenni ed indirizzi; la differenza era abbastanza cospicua, eppure la terza edizione supera la seconda di circa 1600 indirizzi, cioè, come si vede, addirittura del doppio. Giovandosi infatti in particolar modo delle loro estese relazioni coll’Estero, i fratelli Gnecchi sono riusciti a dare uno sviluppo insperato ad alcune sezioni del loro libro; basti il dire p. es. che nella seconda edizione l’America aveva 438 indirizzi, nella terza ne ha 716; l’Olanda ne aveva 69, ora ne ha 168; la Svizzera ne aveva 117, ora ne ha 420; la Gran Bretagna ne aveva 75, ora ne ha 388. Se però il divario fra la terza e la seconda edizione si riducesse alla superiorità numerica degl’indirizzi, avremmo un libro più completo ma non sostanzialmente migliore; invece il caso è ben diverso, poichè gli Autori vi hanno introdotto una innovazione importantissima, destinata, se non c’inganniamo, ad esercitare un’influenza non lieve sulle future immancabili edizioni della ''Guida'', imprimendole a poco a poco un carattere sempre più scientifico, senza diminuirne per ciò, anzi accrescendone, l’utilità pratica e commerciale. Questa innovazione consiste nell’aver fatto posto ai cenni sulle Società e Riviste numismatiche, e sugli scrittori e scienziati che si occupano di Numismatica, anche se non posseggono collezioni proprie o non sono a capo di Musei o Gabinetti. Per questo miglioramento essenziale, ossia per l’adozione di questo criterio direttivo, va data larga e schietta lode agli Autori; — con altrettanta sincerità dobbiamo tuttavia osservare che se il concetto è stato felicissimo, l’esecuzione è riuscita deficiente.<noinclude></noinclude> 6unf4it9uw13ppplgmvj17wmt5q4xg6 Pagina:Rivista italiana di numismatica 1894.djvu/413 108 501046 3895258 1869016 2026-09-06T06:48:41Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895258 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|bibliografia}}|395|riga=si}}</noinclude> Non intendiamo di alludere alla dimenticanza, affatto fortuita, di qualcuno fra’ più bei nomi della letteratura numismatica contemporanea; intendiamo di alludere alla circostanza che la ''Guida'', quasi dappertutto, si limita per ora ad informarci laconicamente che questi o quegli sono autori di opere numismatiche. Noi non diremo che ciò sia “meno che niente„, ma certo è poco, è troppo poco; quello che importa non è tanto di sapere che siano autori di scritti numismatici, quanto di conoscere quale sia l’argomento di quegli scritti. Nè si dica che ciò trarrebbe con sè un aumento troppo considerevole di mole; un semplice accenno, per quanto sobrio, all’argomento degli scritti, sarebbe già un’indicazione preziosa; dove, qua e là nella ''Guida'', lo si è fatto, risulta sufficiente, almeno perchè il lettore possa farsi un’idea del campo su cui vertono gli studi di un dato scrittore. Ma noi riteniamo che, riconosciuto por ottimo e quindi adottato risolutamente il principio, si devano accogliere senza esitazione le conseguenze che logicamente ne scaturiscono; riteniamo cioè che la soluzione migliore e definitiva (a parer nostro) dovrebb’essere quella di riportare per ogni autore il titolo delle sue opere, almeno principali. Queste indicazioni bibliografiche potrebbero essere opportunamente stampate in carattere assai più minuto del testo, e quindi non ingrosserebbero di troppo il volume; la ''Guida'', conservando intatto il suo pregio pei raccoglitori e pei numismatici militanti, si acquisterebbe nuove schiere di lettori fra gli studiosi della Storia e delle scienze affini, ed accrescendo la sua forza di espansione contribuirebbe validamente a volgarizzare l’importanza ed i vantaggi della Numismatica, purtroppo ancora così disconosciuta. Ad ogni modo, — e quale sia il conto che i Signori Gnecchi crederanno di fare di questo nostro modesto suggerimento, — è certo che la loro innovazione diverrà il punto di partenza per un notevole sviluppo delle future edizioni della ''Guida''; gli è chiaro infatti che accadrà per gli scrittori ciò che accadde pei raccoglitori, cioè che questa terza edizione funzionerà da prima edizione per gli scrittori di Numismatica, il numero dei quali si vedrà grandemente accresciuto nella prossima quarta edizione.<noinclude></noinclude> 37o2udp8yhwsehf1cjs49y92gx9ldm9 Pagina:Rivista italiana di numismatica 1894.djvu/414 108 501048 3895259 1869019 2026-09-06T06:48:59Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895259 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|396|{{Sc|bibliografia}}||riga=si}}</noinclude> Dei miglioramenti ottenuti (e di quelli ancor più considerevoli che si otterranno senza dubbio in séguito) possiamo quindi sinceramente congratularci coi benemeriti Autori. Una parola di lode compete anche alla Tipografia Cogliati per la accuratezza e la severa eleganza dell’edizione. ::{{smaller|''Milano, 24 agosto 1894.''}} {{A destra|{{Sc|[[Autore:Solone Ambrosoli|Solone Ambrosoli]]}}.}} {{nop}}<noinclude></noinclude> 1jqzx8tyc0zf9ajx1dotv764ooqdnwu Indice:Galiani, Ferdinando – Della moneta, 1915 – BEIC 1825718.djvu 110 592524 3895272 2740629 2026-09-06T06:54:14Z Dr Zimbu 1553 3895272 proofread-index text/x-wiki {{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template |Autore=Ferdinando Galiani |NomePagina=Della moneta |Titolo= |TitoloOriginale= |Sottotitolo= |LinguaOriginale= |Lingua= |Traduttore= |Illustratore= |Curatore=Fausto Nicolini |Editore=Laterza |Città=Bari |Anno=1915 |Fonte={{BEIC-IA|1825718|ia=Si123}} |Immagine=5 |Progetto= |Argomento= |Qualità=75% |Pagine=<pagelist 1to4=- 5=frontespizio 6=- 7=1 /> |Sommario={{Indice sommario|nome=Della moneta|titolo=Della moneta|from=5|delta=frontespizio}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Proemio|titolo=Proemio dell'autore|from=7|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro I|titolo=Libro I - De' metalli|from=11|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro I|titolo=Introduzione|from=13|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro I/Capo I|titolo=Capo I - Della scoperta dell’oro e dell’argento, e del traffico con essi fatto. Come e quando s’incominciarono ad usar per moneta. Narrazione dell’accrescimento e diminuzione della moneta. Suo stato presente|from=15|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro I/Capo II|titolo=Capo II - Dichiarazione de’ princípi onde nasce il valore delle cose tutte. Della utilitá e della raritá. Princípi stabili del valore. Si risponde a molte obiezioni|from=31|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro I/Capo III|titolo=Capo III - Dimostrazione che i metalli hanno prezzo per l’uso che prestano come metalli, assai piú che come moneta. Due calcoli che confermano questa veritá|from=53|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro I/Capo IV|titolo=Capo IV - Perchè i metalli siano necessarj alla moneta. Definizione della moneta. Qualitá particolari de’ metalli necessari alla moneta. Conclusione|from=63|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro II|titolo=Libro II - Della natura della moneta|from=81|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro II/Introduzione|titolo=Introduzione|from=83|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro II/Capo I|titolo=Capo I - Dimostrazione della natura della moneta e della sua utilità|from=85|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro II/Capo II|titolo=Capo II - Della natura della moneta in quanto ella è comune misura de'prezzi, e delle monete immaginarie e di conto|from=91|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro II/Capo III|titolo=Capo III - Della moneta di rame, d'argento e d'oro|from=115|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro II/Capo IV|titolo=Capo IV - Della giusta stima de'metalli preziosi; e quanto nuoccia più la soverchia che la poca. Vera ricchezza è l'uomo|from=129|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro II/Capo V|titolo=Capo V - Del conio|from=139|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro II/Capo VI|titolo=Capo VI - Della lega|from=145|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro III|titolo=Libro III - Del valore della moneta|from=155|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro III/Introduzione|titolo=Introduzione|from=157|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro III/Capo I|titolo=Capo I - Della proporzione tra il valore de'tre metalli usati per moneta|from=159|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro III/Capo II|titolo=Capo II - Della non giusta proporzione di valuta tra le monete di un metallo e quelle d'un altro, e tra le monete di uno stesso|from=173|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro III/Capo III|titolo=Capo III - Dell'alzamento, ossia della mutazione di proporzione tra tutta la moneta e i prezzi delle merci|from=191|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro III/Capo IV|titolo=Capo IV - Considerazioni sugli avvenimenti della Francia nel 1718 cagionati da una nuova coniata della moneta, con alzamento del valore di essa|from=211|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro IV|titolo=Libro IV - Del corso della moneta|from=229|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro IV/Introduzione|titolo=Introduzione|from=231|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro IV/Capo I|titolo=Capo I - Del corso della moneta|from=233|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro IV/Capo II|titolo=Capo II - Dell'accrescere la quantità della moneta|from=249|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro IV/Capo III|titolo=Capo III - Del vietar l'estrazione della moneta|from=261|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro IV/Capo IV|titolo=Capo IV - Delle rappresentazioni della moneta, che hanno corso nell'umano commercio|from=271|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro V|titolo=Libro V - Del frutto della moneta|from=291|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro V/Introduzione|titolo=Introduzione|from=293|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro V/Capo I|titolo=Capo I - Dell'interesse e delle usure|from=295|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro V/Capo II|titolo=Capo II - De'debiti dello stato e della loro utilità|from=303|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro V/Capo III|titolo=Capo III - Della soddisfazione de'debiti; e dei censi|from=307|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro V/Capo IV|titolo=Capo IV - Del cambio e dell'agio|from=309|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Libro V/Conclusione|titolo=Conclusione|from=315|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Note aggiunte nella seconda edizione|titolo=Note aggiunte nella seconda edizione|from=317|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Appendice|titolo=Appendice|from=357|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Appendice/I|titolo=Dedica premessa alla prima edizione|from=359|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Appendice/II|titolo=Avviso premesso alla seconda edizione|from=361|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Appendice/III|titolo=Commiato della seconda edizione|from=368|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Nota|titolo=Nota|from=369|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Della moneta/Indice dei nomi|titolo=Indice dei nomi|from=383|delta=6}} |Volumi= |Note={{BEIC|pid = 1825718}} [[Categoria:Scrittori d'Italia Laterza|Galiani, Ferdinando – Della moneta, 1915 – BEIC 1825718.djvu]] |Css= }} 1ox9cw7i7z9iuychjfs1840n8x3ih03 Pagina:Galiani, Ferdinando – Della moneta, 1915 – BEIC 1825718.djvu/70 108 593039 3895260 2110282 2026-09-06T06:50:40Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895260 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|64|{{Sc|libro primo}}}}</noinclude> che usisi a purificarlo, ha forza di fargli fare scoria: il che non è dell’argento, il quale, sebbene resista al piombo, è però roso dall’antimonio e vetrificato. Infine ambedue questi metalli, dopo il piombo e lo stagno, sono i piú pieghevoli, i piú facili a liquefarsi e sono di prodigiosa arrendevolezza. Quella, che rammenta Plinio farsi a’ suoi tempi, è poca, in confronto di quella che oggi si fa. Dice Plinio dell’oro: «''Nec aliud laxius dilatatur aut numerosius dividitur, utpote cuius unciae in septingenas et quinquagenas, pluresve bracteas quaternum utroque digitorum spargantur''»: cioè d’un’oncia si tiravano 12.000 pollici quadri. Oggi da’ nostri battiloro, secondo le osservazioni accuratissime del francese Reaumour<ref>Nelle ''Memorie dell’anno 1713'', p. 267.</ref>, si schiaccia un’oncia fino a coprire l’ampiezza di 146 piedi quadri, che sono sopra 21.000 pollici quadrati. Pure questa divisibilitá dell’oro, quale e quanta ella siasi, non è nulla in comparazione di quella che ha l’oro, quando, essendo soprapposto ad indorare alcun metallo, insieme con lui si distende; avendo questa naturalezza, che, sebbene imprima fosse posto sovr’un pezzo di metallo assai corpulento, se questo per le trafile si slunga, l’oro anche indivisibilmente lo siegue, e si comparte sopra tutta la nuova superficie con maravigliosa esattezza ed equalitá. E fino a quanto possa giungere questa di visibilitá, si può intendere dal vedere che un’oncia d’oro indora sensibilmente un pezzo d’argento, che siasi disteso fino alla lunghezza di trecentosessanta miglia italiane. Ma su queste osservazioni, che a pochi oggi saranno ignote, non conviene che piú mi trattenga. Meglio sará che facci conoscere ora quel che pochissimi avranno avvertito, che tutte queste proprietá ad altro non hanno conferito che a render men caro l’oro e l’argento. Certa cosa è che il lustro e la bellezza sola è quella che fa che gli uomini amino d’ornarsi con oro e con argento; né, quando questi piú presto si consumassero e meno si distendessero, sarebbero perciò le genti disposte ad astenersene; poiché si vede che godono di consumarlo, ed al prezzo piú caro<noinclude></noinclude> ajvbc5ancyyjaglieomc82iqsuigr4o Pagina:Galiani, Ferdinando – Della moneta, 1915 – BEIC 1825718.djvu/71 108 593040 3895261 2110283 2026-09-06T06:50:45Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895261 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo quarto}}|65}}</noinclude> (com’è la natura degli uomini inclinata al lusso) trovano maggior compiacenza. Ora, che l’oro e l’argento, quasi a nostro dispetto, sieno tanto difficili a distruggere, che acqua, ferro, fuoco, tempo, ruggine non gli consumi, e tanto sieno facili a distendersi, che, scemandosi pochissimo, si adattino a ricoprir quanto ci piace del loro luminoso aspetto, egli non fa altro se non che meno rari divengano e piú lentamente, dopo che sono tratti dalle viscere della terra, ci spariscano davanti, e, ne’ primi semi risolvendosi, tornino di nuovo dentro la terra, loro madre, a riunirsi e, come noi diciamo, a rigenerarsi. Dunque, se fosse l’oro dieci volte piú sottoposto a perire di quel ch’egli non è, dell’oro dall’Indie recato assai meno ne avremmo noi ora di quel che ne conserviamo: dunque sarebbe piú caro. Né si può dire che, sottoposto ch’ei fusse a questa incomoditá, sarebbe meno prezzato; perciocché, sempre ch’ei sará bello, sará prezzato. E che cosí sia, si conosce dalle perle, le quali a me paiono men belle dell’oro, ma, perché non durano, sono piú rare, e quindi piú care. Su questo, ch’io ho accennato, meditando chi pensa dritto, senza meno al mio sentimento s’accosterá, distaccandosi dalla corrente, la quale, perché vede l’oro usato per moneta, tosto enumera tutte le proprietá sue quante piú ei n’ha, come quelle che indifferentemente lo aiutassero ad esser moneta. Cose dette a caso. Perciò è bene venire a discorrere di quelle qualitá che hanno i metalli e che dalla materia, che dee servir per moneta, unicamente sono ricercate. Dirò imprima quelle che richiede la moneta reale, o sia quella con cui si compra. Perché una cosa possa aver quest’uso, si richiede: primo, che sia universalmente accettata; secondo, che non sia soverchio voluminosa ed incomoda a trasportare e a cambiare: giacché non può una cosa servir per equivalente delle piú preziose e desiderabili, onde gli uomini si privano, se ella non è comunemente ricevuta sempre, e con ciò faccia sicuro chi la possiede di non dover restar mai privo di quello, ch’egli in mente ha figurato poter con essa conseguire. Inoltre una mole troppo voluminosa si rende faticosa a dar in cambio, e subito bisogna sostituirne una piú lieve, che la rappresenti.<noinclude></noinclude> s084jzrr8xofi3237s3bw0gx02mva0n Pagina:Galiani, Ferdinando – Della moneta, 1915 – BEIC 1825718.djvu/72 108 593041 3895262 2110284 2026-09-06T06:50:58Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895262 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|66|{{Sc|libro primo}}}}</noinclude> Per potere una cosa essere da tutti accettata, quattro qualitá io veggo che si richiedono: I. che abbia un valore intrinseco e reale e nel tempo stesso da tutti uniformemente stimato; II. che sia facile a sapersene la vera valuta; III. che sia difficile a commettervisi frode; IV. che abbia lunga conservazione. Non mi dilungo a provar la veritá di questo che asserisco: perché o il mio lettore la conoscerá meditandovi, ed è inutile ch’io la spieghi; o non la intenderá, ed è inutile che quest’opera sia letta da lui. Ora non mi resta che applicare questi requisiti, che ho esposti esser necessari alla moneta, ai generi che la natura produce; e si conoscerá quali siano quelli che la natura ha destinati a servir per moneta, dotandogli convenientemente. Imprima restano esclusi tutti quei che non hanno valore intrinseco, ma convenzionale. Perché, essendo certissimo che è men sicuro avere in mano una merce, la cui valuta dipende dalla pubblica convenzione e fede, che non l’aver quelle che vagliono perché sono necessarie o utili all’uomo; questa merce non può, generalmente parlando, divenir moneta. Cosí è che un paese non potrá mai servirsi di moneta di cuoio o di bullettini per lungo tempo. E, sebbene i biglietti corrano in molte parti per moneta, pure io non so se, quando questo paese, che usa i bullettini, divenisse tributario di alcun popolo inimico vicino, non so, io dico, se i conquistatori si contenterebbero di lasciarsi pagar co’ bullettini o se vorrebbero la moneta di metalli. Tanto è grande divario tra la fede pubblica e il pensare comune. Questo, quanto è universale, tanto è immutabile: quella non si estende piú in lá di quelle persone e popoli che hanno convenuto, ed è sottoposta per ogni minimo accidente a turbarsi e spesso anche a disciogliersi; e perciò un popolo non può per lungo tempo usar solamente moneta rappresentata. Onde si conosce sempre piú falso che il valore de’ metalli e l’usarsi per moneta sia di convenzione umana. In secondo luogo restano esclusi per lo stesso motivo tutti que’ generi che soggiacciono alla tirannia della moda: mentre quanto è vacillante la fede pubblica, tanto è volubile la fantasia popolare.<noinclude></noinclude> nrbicevv617d89ofdjfayt99olxid55 Pagina:Galiani, Ferdinando – Della moneta, 1915 – BEIC 1825718.djvu/73 108 593042 3895263 2110286 2026-09-06T06:51:04Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895263 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo quarto}}|67}}</noinclude> In terzo, que’ generi che colla diversitá de’ costumi o de’ culti religiosi possono cambiar valuta. Dalle quali eccezioni poche cose a me pare che siano libere dopo l’oro e l’argento. E questo è quanto al primo requisito. Ma il secondo è quello, che limita precisamente i metalli a doversi soli usar per moneta. Non si può saper con facilitá la valuta d’alcun genere, se quelle tante ragioni componenti, spiegate nel secondo capo, non si riducano a numero piú semplice. Or i metalli han questo di proprio e singolare, che in essi soli tutte le ragioni si riducono ad una, che è la loro quantitá; non avendo ricevuto dalla natura diversa qualitá né nell’interna loro costituzione né nell’esterna forma e fattura. Tutto l’oro del mondo è d’una medesima qualitá e bontá, o, per meglio dire, ad essere d’una medesima qualitá si può facilmente ridurre. Perché è vero che mai non si trovano l’oro e l’argento nelle miniere o nelle arene de’ fiumi perfettamente puri, ma sono sempre mischiati con altro piú basso metallo o minerale; ma è noto che si possono questi metalli abbassare di carato con quanta lega si vuole, o purgarli al contrario fino alla perfezione. Non è però cosí del vino, del grano e di tanti altri generi. Non sono essi da per tutto dell’istessa qualitá, né vi è arte per far che il vino d’Ischia diventi vino di Tokai. Perciò con una stessa misura di peso non si possono vendere tutti i vini del mondo ad uno stesso prezzo. L’oro e l’argento non solo si possono, ma si debbono valutare attendendo alla sola quantitá della mole, la quale la natura fa che si conosca ottimamente ed infallibilmente col peso. Inoltre un pezzo di due pollici cubi d’oro vale quanto due pezzi d’un pollice l’uno; ma un diamante di dieci grani non vale quanto due di cinque l’uno. E questo è, perché di due pezzi d’oro io posso farne uno con congiungimento, che non è incastratura o legatura dell’arte, ma unione che la natura fa, e l’arte non la può distinguere o percepire; ma di due diamanti non v’è arte di farne uno. Questo istesso dicasi sulla diversa grandezza degli animali, legni, marmi, gemme, raritá, le quali perciò non possono secondo la mole aritmeticamente apprezzarsi. E, sebbene alcuni commestibili<noinclude></noinclude> 4jnwfy674bhj5pogkdm3iuug8n7dwjy Pagina:Galiani, Ferdinando – Della moneta, 1915 – BEIC 1825718.djvu/74 108 593043 3895264 2110287 2026-09-06T06:51:07Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895264 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|68|{{Sc|libro primo}}}}</noinclude> vendansi a peso, ognuno però sa che, subito che uno di essi, come per esempio un pesce, eccede l’ordinaria grandezza, non si valuta colla medesima ragion del peso, ma assai dippiú: il che non sará mai ne’ metalli. In terzo, una verga d’oro spezzata, torta e malformata vale quanto la dritta e l’intera. Non è cosí d’un cristallo, d’una porcellana, ecc.; perché all’oro non dá né toglie valuta l’esterna fattura: all’altre cose sí. Intendo qui di dire, quanto alla fattura, che la natura non dá pregio di forma ai metalli, producendogli in polvere o ramificazioni minutissime e di forma inutile: il fuoco le congiunge, l’arte le lavora, e questa forma vale; ma ella è interamente distinta dal valor della materia e ne è divisa affatto. Quindi sempre la materia siegue a valere secondo la ragion del suo peso, qualunque forma prenda o se le tolga. Ma le gemme non hanno valor di materia distinto dalla forma, e la qualitá loro prende mille diversi gradi dalla limpidezza dell’acqua, colorito, fuoco, pagliuole, nuvolette, scheggiature. Perciò la legge non può fissarvi un valore universale; ed ognun conosce che un bravissimo gioielliere con lungo studio non conosce cosí bene il valore d’una gemma, come un orefice anche inesperto conosce quello dell’oro. Ora è certo che l’uomo non s’arrischia a contrattare che lá dove vede chiaro né teme inganno; e, se la moneta interviene in ogni contratto, troppo è necessario ch’ella sia d’una materia di facile valutazione. Ma io ho dimostrato che né piú atta dell’oro e dell’argento si troverá, né piú sicura. De’ quali quanto sia facile conoscere la bontá ed il peso, lo dimostra l’esempio della nazione cinese, nella quale ognuno da per sé saggia e pesa l’oro e lo sa perfettamente valutare. Presso le altre nazioni i principi e le repubbliche si hanno presa la briga di conoscer essi della bontá e del peso de’ metalli e di assicurarne sulla loro fede ciascuno colla loro impronta; e cosí hanno condotto l’uso de’ metalli come moneta alla perfezione, come nel seguente libro si dirá: ma non era cosa necessaria il conio a costituir la moneta. Mi resta ora a dire degli altri due requisiti della moneta. E, quanto alla lunga conservazione, che l’oro e l’argento l’abbiano<noinclude></noinclude> i1ruwjlh9wgdr4nyvrx4rzmi482sv8s Pagina:Galiani, Ferdinando – Della moneta, 1915 – BEIC 1825718.djvu/75 108 593044 3895265 2110289 2026-09-06T06:51:10Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895265 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo quarto}}|69}}</noinclude> lunghissima sopra ogni altra cosa, non si ricerca ch’io lo ripeta. Quanto al non potervisi far frode, io dirò brevemente ch’egli è noto quanto si siano gli uomini travagliati per imitar l’oro e moltiplicarlo; ed è nella luce del nostro secolo divenuta cosí ridicola e vilipesa questa misteriosa scienza, che «alchimia» si dice, quanto forse fu in altri tempi venerata e culta. Tanto poco resiste al tempo ed alla veritá un inganno misterioso, che promette utilitá sproporzionate agli ordini della natura. Quello però, che a me è paruto sempre strano, è il conoscere che questa scienza si disprezza, non per lo fine ch’ella si propone, il quale anche agli stessi disprezzatori sembra grande ed eccellente, ma perché si sa non poter ella giungere a conseguirlo. Il suo fine è di convertire o tutte le sustanze, o almeno molte materie vili, quale è il ferro e le pietre, in oro. Né io sento chi derida come ridicola e dannosa questa intrapresa, quando ella riuscisse: sento solo ch’ella si ha per impossibile. In veritá, non si è geometricamente dimostrato finora ch’ella non possa riuscire. Ma, siccome gli sforzi di tante migliaia d’uomini e d’anni non hanno prodotto nulla, e inoltre si vede che niuna produzione della natura ha potuto finora essere moltiplicata o rifatta dall’arte, né alcuno fará chimicamente un granello di grano, una pianta, un marmo, un legno; cosí vi è una tanta e tale verisimilitudine, ch’ella si tiene per dimostrazione. Un’altra ragione pure si adduce: che la semplicitá somma de’ metalli perfetti, siccome non permette che l’arte gli distrugga e disciolga, cosí non pare che possa sapergli moltiplicare; e questa ragione è stata potentissima fino a cinquanta anni sono, che cessò di esserla. La chimica acquistò nuove forze, oltre l’antiche, da operar su’ corpi. Allo Tschirnhausen tedesco venne fatto di lavorare una lente di straordinaria e non piú veduta grandezza<ref>Ella pesa 160 libbre di Francia, ed ha tre piedi rhinlandici di diametro. Vedi ''Memorie del 1709'', p. 15.</ref>, la quale, acquistata dal duca d’Orléans e data ad usare agli accademici delle scienze, fece conoscere all’Homberg che l’oro<noinclude></noinclude> oubpakaervrhxopobdmbf3k1yok1to3 Pagina:Galiani, Ferdinando – Della moneta, 1915 – BEIC 1825718.djvu/76 108 593045 3895266 2110290 2026-09-06T06:51:17Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895266 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|70|{{Sc|libro primo}}}}</noinclude> poteasi da’ raggi del sole sciogliere e diminuire, distruggere e vetrificare. Nelle ''Memorie'' del 1702 e del 1707 si potran leggere a lungo tutte le dispute ed osservazioni su questo maraviglioso fatto, che a molti, ancorché vero, pareva affatto incredibile. Or con queste nuove forze, delle quali ancora non è perfezionato l’uso, quel che si possa pervenire a fare, è ignoto ancora. Ma quello, che potea esser noto fin dal principio e non si è voluto conoscere, egli è il vizio del fine istesso dell’alchimia. Il suo fine non è giá convertire il ferro in oro, ma l’oro in ferro: fine pernizioso e diretto unicamente ad impoverirci. Io dico cosí, per far sentire quell’inganno, che è il piú universale e frequente nelle menti umane ed il meno perseguitato. Quando si pone uno stato di cose diverso da quello in cui si vive, bisogna convertir le idee dello stato presente ed appropriarle al supposto che si fa e a quello stato. Allorché oggi noi diciamo «oro», ci suona nell’orecchio un non so che d’opulenza, di dovizia, insomma di desiderabile e buono. Quando diciamo «ferro», pensiamo subito a cosa vile e disprezzata. E certamente nello stato presente non c’inganniamo. Ma, se tutto il ferro, che uno vuole, si può cambiare in oro vero e perfetto, allora, dicendo «oro», si risveglierá l’idea secondaria istessa, che viene quando oggi si dice «ferro». Né la bellezza dell’oro alla volgaritá di lui resistendo, potria sostenerne la stima; perché il cristallo, il quale è certamente bello sopra ogni altra cosa, perché egli è un genere che, oltre a quello che nelle rupi si scava, si sa fare con l’arte, non vale piú di quel che la sua poca raritá richiede ch’ei vaglia. Dunque, sgombrando l’inganno delle parole, l’alchimia non promette altro che impoverirci, cioè rapire dal numero delle cose rare, e perciò preziose, l’oro e l’argento: il che se ella facesse anche delle gemme, ci spoglierebbe affatto d’ogni mezzo da ostentare la potenza e da adornare la bellezza. Né il consumo dell’oro si accrescerebbe: ma anzi, divenendo bassissimo il suo valore, il lusso non lo ricercherebbe piú; e il naturale si staria ascoso nelle sue vene, l’artificiale nel suo ferro. Né questo danno<noinclude></noinclude> opltdmbs8ljblm8aqqrwtptw7poa8jh Pagina:Galiani, Ferdinando – Della moneta, 1915 – BEIC 1825718.djvu/77 108 593046 3895267 2832816 2026-09-06T06:51:26Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895267 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo quarto}}|71}}</noinclude> sarebbe molto grave a paragone dell’altro, cioè di privarci di moneta. In quel caso, tutta la moneta si ridurrebbe a moneta di rame, di «ferro giallo» e di «ferro bianco», perciocché questo suonerebbero allora i due pregiati nomi d’«oro» e d’«argento»; e quanto fastidio apporti l’aver solo moneta di rame e di ferro, si dirá altrove. Inoltre non si potrebbe all’oro ed all’argento, divenuti inutili, sostituire le altre cose, per le comoditá ch’elle non hanno in sé. Sicché anche per questa ragione, che mi pare validissima, l’Autore della natura non permetterá mai che il bell’ordine morale dell’universo, il quale tutto sulle monete, come sopra il suo asse, si mantiene e si rivolge, possa dall’alchimia esser guasto. Né giova agli uomini andar piú dietro ad un’arte tanto ad essi perniziosa e fatale, se al suo scopo pervenisse. E qui io potrei dimostrare, se non fosse di lá dal mio istituto, che anche quella immortalitá e universale medicina, che ci si promette, non saria per essere meno perniziosa e lagrimevole a tutti, di quel ch’ella sembri agli sciocchi vantaggiosa: perché tutto quel che conturba l’ordine infinitamente bello dell’universo e stolidamente promette riparo a quegli accidenti, che la nostra ignoranza chiama «disordini», è e sará sempre contrario alla veritá, impossibile ad avvenire, ingiurioso alla provvidenza, e, quando pure avvenisse, saria calamitoso al genere umano. Vedesi per lo soprascritto discorso quanto necessario sia che le monete reali misurinsi col peso e siano fatte di materia tale, che dalla frode e dal consumo restino, il piú che si può, sicure; e che a ciò fare, niente altro che l’oro e l’argento siano disposti, mi pare anche dimostrato: onde resta concluso quanto necessari ed indispensabili siano l’oro e l’argento a’ bisogni della moneta reale. Resterebbe che io dicessi di que’ della moneta ideale, misuratrice de’ prezzi: della quale però, siccome il solo nome e numero basta a costituirla, cosí non parrá a molti ch’ella abbia necessaria connessione co’ metalli. Ma da cosí credere si rimarrá chi riflette che non si può in un paese introdurre moneta ideale, se non per mezzo della reale, e, ovunque la moneta immaginaria usasi per contare, egli è da<noinclude></noinclude> 1dfe2gnllm54gdfvwr1hq9cbvwgho1b Pagina:Galiani, Ferdinando – Della moneta, 1915 – BEIC 1825718.djvu/78 108 593047 3895268 2110293 2026-09-06T06:51:35Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895268 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|72|{{Sc|libro primo}}}}</noinclude> aversi per certo che un tempo questa moneta era reale, come per esperienza si conosce. Non sono gli uomini capaci d’avvezzarsi sulla prima a computare sopra un numero astratto e non significante alcuna materia che gli corrisponda; ma, se dalla vicenda delle cose insensibilmente vi son tratti, vi si accomodano assai bene: di che si dirá piú a lungo nel seguente libro. Ora io farò brevemente conoscere che la misura delle cose con niun genere si può far meglio che co’ metalli. Hanno necessitá le misure d’esser stabili e fisse il piú che si può: ma questa stabilitá in niuna cosa umana si può sperare di rinvenire. A lei dunque si dee sostituire una lenta mutazione ed una equabile progressione o di accrescimento o di diminuzione, che da niuna vicenda sia sbattuta ed altamente turbata. Or questa condizione, che non ha il grano, il vino, ecc., l’hanno i metalli piú preziosi, i quali, come io dissi, non soggiacendo a diversitá di raccolta, se non nelle scoperte di nuove miniere (che è accidente rarissimo), né a varietá di consumo, hanno prezzo quasi costante e, per la loro universale stima, da per tutto il medesimo, non per tante proprietá che hanno, ma solo per alcune; cioè perché sono metalli, e perché sono dotati di singolar bellezza, sicché in ogni tempo da tutti sono stati apprezzati. Sono i metalli adunque attissimi non meno a pagare che a valutare le cose tutte, e perciò come {{spaziato|naturalmente moneta}} si hanno a riguardare; e, da questo loro istituto volendosi variare, si dee credere che nascerebbe disordine e violenza alle leggi della natura, come quella, che non ha lasciata la materia costituente la moneta in nostra libera elezione, ma l’ha da per se stessa fondata sull’oro e sull’argento. Sicché, da quanto in questo primo libro si è detto, io voglio che i miei lettori ringrazino la divina provvidenza, che, dopo creati a nostro bene l’oro e l’argento e fatticigli conoscere, gli fece insensibilmente cominciare a vendere a peso, e cosí ad usar per moneta, avendogli, a questo fine, di valore intrinseco e d’altri convenienti attributi dotati; e di tanta bellezza gli ornò, che né la volubilitá delle usanze, né la barbarie de’ costumi, né la povertá, né la soverchia ricchezza hanno avuta<noinclude></noinclude> agm5rhpyo93k354ol37b7w1um9wu0o9 Pagina:Galiani, Ferdinando – Della moneta, 1915 – BEIC 1825718.djvu/79 108 593048 3895269 2110294 2026-09-06T06:51:40Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895269 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo quarto}}|73}}</noinclude> forza di spiantargli dal concetto degli uomini con sostituirvi altre merci; che né i filosofi faranno mai vilipendere, né gli alchimisti sapranno moltiplicare. Voglio poi che si ringrazino le supreme potestá della terra, le quali, migliorando le intrinseche qualitá de’ metalli ed alla loro perfezione conducendole, hanno saggiati, purgati, pesati, divisi e col proprio impronto venerabile contrassegnati i metalli per sicurezza de’ cittadini. E di queste migliorazioni fatte dalle civili comunanze il seguente mio libro sará ripieno. {{Rule|6em}}<noinclude></noinclude> ahojzqf5wko3uvggapkouvd3sqbgi4m Pagina:Torriani - Un matrimonio in provincia, Milano, Galli, 1885.djvu/153 108 625295 3895065 2945357 2026-09-05T17:39:32Z Francyskus 76680 /* Riletta */ 3895065 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||— 151 —|}}</noinclude>{{nop}} — Oh, quanto a questo, la compagnia di tuo padre, e di quella che ti tien luogo di madre, potrebbe trovar grazia a’ tuoi occhi, mi pare! La guardai stupefatta. Dovevo vivere con loro anche dopo maritata? E, allora perchè non ci doveva essere la Titina? Fu questa la domanda che mi venne alle labbra: — Ma la Titina dove andrebbe? — Oh bella! Con suo marito. La Titina si lasciò sfuggire un gran singhiozzo, e ricominciò a piangere coprendosi il volto con le mani. Io esclamai tutta giubilante: — Oh! si marita anche lei? La matrigna mi diede un’occhiata stupita, poi disse, parlando al babbo. — ''Anche lei!'' Vedrai che questa signorina ha creduto d’essere lei la sposa. Del resto tu hai un po’ di colpa, perchè non dici mai le cose con precisione.<noinclude></noinclude> 6vzzgmpbulv96yv3m28eqsb9ypiwbjj Pagina:Torriani - Un matrimonio in provincia, Milano, Galli, 1885.djvu/154 108 625296 3895066 2945358 2026-09-05T17:41:33Z Francyskus 76680 /* Riletta */ 3895066 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||— 152 —|}}</noinclude>{{nop}} Poi si volse ancora a me, e riprese: — Ecco di cosa si tratta. Abbiamo ricevuto una domanda di matrimonio per tua sorella; ma lei esita ad accettare per non separarsi da te, che sei tanto malinconica, dice... Chissà perchè, poi? Mi pare che qui nessuno ti dia dei dispiaceri…. Tirò via una lunga chiacchierata, ma io non ascoltavo più. Le prime parole mi avevano dato un tal colpo, che rimanevo tutta fredda e tremante e non rispondevo nulla. Il babbo mi disse severamente: — Ma Denza, non trovi una parola da dire alla Titina, che vorrebbe sacrificarsi per te? Io balbettai: — Non voglio che si sacrifichi. Si mariti pure! Tanto, alla mia malinconia nessuno può farci nulla... Ne morirò! Ne morirò di certo! E fuggii via singhiozzando, mentre la matrigna diceva al babbo: — Quella ragazza va curata... È nervosa...<noinclude></noinclude> 4faznzatxxh37847kebjc1hejiwka4i Pagina:Torriani - Un matrimonio in provincia, Milano, Galli, 1885.djvu/155 108 625297 3895067 2945359 2026-09-05T17:43:19Z Francyskus 76680 /* Riletta */ 3895067 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||— 153 —|}}</noinclude> {{Rule|t=2|v=2|2em}} Il pretendente di mia sorella era Antonio Ambrosoli, figlio del farmacista di Borgomanero, lo stesso che era stato fidanzato per tre anni con la nostra cugina di laggiù. Al momento di concludere il matrimonio, la sposa non aveva voluto adattarsi a convivere coi genitori di lui; lui, per considerazioni d’interesse, non aveva potuto separarsene, e le nozze lungamente vagheggiate, erano andate a monte. Questa rivelazione mi mise un grande sgomento nell’animo. È vero che, prima di rinunciare ad Onorato, io mi sarei rassegnata a far vita comune col padre, colla madre di lui, con tutta la parentela paterna e materna, ascendente e collaterale, fino ai cugini più remoti. Ma se, per qualsiasi altro motivo, i suoi genitori si fossero opposti al nostro<noinclude></noinclude> b05m3r4ok414sp4r7dcj9c0ktu3488i Pagina:Torriani - Un matrimonio in provincia, Milano, Galli, 1885.djvu/156 108 625298 3895068 2945360 2026-09-05T17:45:28Z Francyskus 76680 /* Riletta */ 3895068 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||— 154 —|}}</noinclude>matrimonio? E se lui, come Antonio, vi avesse rinunciato? La matrigna, che non amava le cose lunghe, dichiarò che le nozze di mia sorella si farebbero fra un mese. E quel tempo fu così occupato nei preparativi, che fui molto distratta dalla mia eterna cura amorosa. Il gran giorno ci capitò addosso che non avevamo ancora finito di cucire il corredo. La notte precedente non ci coricammo neppure, e la mattina all’alba eravamo già tutte in gala. Io, che a forza di crescere avevo finito per dover allungare le gonnelle volere o non volere, ebbi per quella circostanza un abito nuovo di lana verde-bottiglia, che toccava terra, un cappellino di feltro verde, ed una cappina eguale all’abito. E mia sorella, impietosita delle mie mani rosse, aveva suggerito allo sposo di regalarmi un manicotto di falso ermellino...<noinclude></noinclude> kpiustjzdluvascd35c1o4j3sh89ott Pagina:Wells - Quando il dormente si sveglierà, 1907.djvu/193 108 662198 3895057 3565050 2026-09-05T14:38:10Z Carbonchiolo 81333 /* Riletta */ 3895057 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''In vedetta''|183}}</noinclude> {{Pt|luttuose|voluttuose}} e temibili, brillavano quelle Città del Piacere di cui il cinematofonografo e il vecchio della strada, gli avevano rivelato l’esistenza. Luoghi strani che rievocavano la leggendaria Sibari, città dell’arte e della bellezza, arte e bellezza mercenaria; città sterili e meravigliose di animazione e di armonia in cui si recavano tutti gli arricchiti dalla lotta economica, feroce e ignominiosa, che infieriva nell’accecante labirinto di laggiù. Egli sapeva come fosse feroce una tal lotta e poteva giudicarne da questo solo fatto che quel popolo considerava l’Inghilterra del diciannovesimo secolo come la contrada in cui la vita era stata idilliaca e facile. Egli guardò ancora la regione che aveva sotto gli occhi, tentando di concepire l’enormità del lavoro che si compiva in quella rete inestricabile. Egli sapeva che verso il settentrione abitavano gli stovigliai che non fabbricavano soltanto utensili di terra e di porcellana, ma anche degli impianti e prodotti del medesimo genere immaginati dalla chimica più sottile; là vivevano i fabbricanti di statuette di ornamenti per i muri, e di mobili delicati; là ancora vivevano gli autori i quali in un’emulazione febbrile, componevano i loro discorsi, le loro {{spaziato|réclames}} fonogafiche, aggruppando i personaggi e sviluppando i soggetti de’ loro drammi cinematofonografici sempre nuovi e impressionanti. Di là pure partivano come la folgore i messaggi per il mondo intero, le imposture e le menzogne universalmente diffuse dagli spacciatori di notizie e finalmente là si caricavano le macchine telefoniche che erano state sostituite ai giornali di una volta. Ad occidente, al di là delle rovine del Palazzo del<noinclude></noinclude> ig3auw8vch2i2qo56sw4o39gha6rz7y 3895058 3895057 2026-09-05T14:38:58Z Carbonchiolo 81333 3895058 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''In vedetta''|183|riga=si}}</noinclude> {{Pt|luttuose|voluttuose}} e temibili, brillavano quelle Città del Piacere di cui il cinematofonografo e il vecchio della strada, gli avevano rivelato l’esistenza. Luoghi strani che rievocavano la leggendaria Sibari, città dell’arte e della bellezza, arte e bellezza mercenaria; città sterili e meravigliose di animazione e di armonia in cui si recavano tutti gli arricchiti dalla lotta economica, feroce e ignominiosa, che infieriva nell’accecante labirinto di laggiù. Egli sapeva come fosse feroce una tal lotta e poteva giudicarne da questo solo fatto che quel popolo considerava l’Inghilterra del diciannovesimo secolo come la contrada in cui la vita era stata idilliaca e facile. Egli guardò ancora la regione che aveva sotto gli occhi, tentando di concepire l’enormità del lavoro che si compiva in quella rete inestricabile. Egli sapeva che verso il settentrione abitavano gli stovigliai che non fabbricavano soltanto utensili di terra e di porcellana, ma anche degli impianti e prodotti del medesimo genere immaginati dalla chimica più sottile; là vivevano i fabbricanti di statuette di ornamenti per i muri, e di mobili delicati; là ancora vivevano gli autori i quali in un’emulazione febbrile, componevano i loro discorsi, le loro {{spaziato|réclames}} fonogafiche, aggruppando i personaggi e sviluppando i soggetti de’ loro drammi cinematofonografici sempre nuovi e impressionanti. Di là pure partivano come la folgore i messaggi per il mondo intero, le imposture e le menzogne universalmente diffuse dagli spacciatori di notizie e finalmente là si caricavano le macchine telefoniche che erano state sostituite ai giornali di una volta. Ad occidente, al di là delle rovine del Palazzo del<noinclude></noinclude> 1mby85q1kzs4270nhb0o8vvkdx5qrur Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. II, 1977 – BEIC 1871053.djvu/396 108 691521 3895143 2498654 2026-09-05T19:34:55Z Àncilu 62184 /* Senza testo */ 3895143 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="0" user="Àncilu" /></noinclude><poem> </poem><noinclude> <references/></div></noinclude> 7ceej0mjc1zz70k5tahncn6z0tkonke Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/178 108 735481 3895309 2636671 2026-09-06T08:31:29Z Francyskus 76680 /* Trascritta */ 3895309 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|172|{{Sc|vii - gismirante}}|}}</noinclude> <poem> {{o|4|o1}} :E poco istante che morí, avante al suo figliuol nulla non può piú dire. El damigel, c’ha nome Gismirante, a grande onore il fece sopellire, e po’ si dipartí a poco istante: andonne in corte sanza ritenire, e come il padre gli aveva contato, a que’ baron si fue raccomandato. {{o|5|o1}} :E per amor del suo padre ordinâro tanto che stette in corte per donzello; e serviva sí ben, che l’avíe caro il re Artúe sopr’ogni damigello, e tutti i cavalieri inamorâro, tanto egli era apariscente e bello; ed insegnârgli giostrare e schermire, sí che fu sopra ogn’altro pien d’ardire. {{o|6|o1}} :Cosí sett’anni fece dimoranza e fe’ in tal tempo molte cose belle, avendo in quella corte per usanza che non vi si mangiava mai cavelle, né sera né mattina per certanza, se di fuor non venía fresche novelle; avvenne un dí che per cotal cagione non mangiò il re, né niuno suo barone. {{o|7|o1}} :E, quando fu venuto l’altro giorno, novelle fresche ancora non venía; e Gismirante, il damigello adorno, andonne a re Artúe, e si dicía: — Fatemi cavalier sanza soggiorno. — E, po’ che fatto fue ciò che volía, disse partendo: — Non ci torno mai che caverò la corte di ta’ guai. — </poem><noinclude></noinclude> 367bdm29ax8mu3046ma7w2sh7hwqght Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/179 108 735482 3895344 2636672 2026-09-06T09:40:34Z Francyskus 76680 /* Trascritta */ 3895344 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|primo cantare}}|173}}</noinclude> <poem> {{o|8|o1}} :E cavalcando giá pregando Iddio che gli mandasse ventura alle mani, per la qual cosa che di tanto rio possa cavare i cavaiier sovrani. Tutto quel giorno cavalcò con disio, e po’la notte non trovò ch’il sani. Po’ la mattina si ebe trovata, come Iddio volle, una saputa fata. {{o|9|o1}} :La qual lui salutava, e poi gli disse: — Di stran paese qua venuta sono, però ch’io non voleva che perisse cotanta buona gente in abandono: in prima che di lá mi dipartisse, i’ procacciai di recarti un bel dono, che, se tu 'l porti in corte al re davanti, mangiar potrai co’ cavalieri erranti. {{o|10|o1}} :Sapi che del reame, dond’i’ vegno, è la piú bella pulzella del mondo, figliuola di uno re, che tiene a sdegno ogni prod’uomo, e sie qual vuol giocondo, e non si può veder che per ingegno se none un dí dell’anno sanza pondo, cioè la vilia di Santo Martino. Allor va il bando per questo latino: {{o|11|o1}} :che a quella vilia, ch’io t’ho manifesta, non si lasci veder persona, quando la figliuola del re ne va alla festa per suo diletto un poco solazzando. Chi sará fuor, gli fie mozza la testa a chi cadesse in cosí fatto bando, sí che in casa per téma ognun si serra, o se ne fuggon di fuor della terra. </poem><noinclude></noinclude> 4wjdjq8ert92lenbmc7whfeke31x0dt 3895346 3895344 2026-09-06T09:41:31Z Francyskus 76680 3895346 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|primo cantare}}|173}}</noinclude> <poem> {{o|8|o1}} :E cavalcando gía pregando Iddio che gli mandasse ventura alle mani, per la qual cosa che di tanto rio possa cavare i cavaiier sovrani. Tutto quel giorno cavalcò con disio, e po’la notte non trovò ch’il sani. Po’ la mattina si ebe trovata, come Iddio volle, una saputa fata. {{o|9|o1}} :La qual lui salutava, e poi gli disse: — Di stran paese qua venuta sono, però ch’io non voleva che perisse cotanta buona gente in abandono: in prima che di lá mi dipartisse, i’ procacciai di recarti un bel dono, che, se tu 'l porti in corte al re davanti, mangiar potrai co’ cavalieri erranti. {{o|10|o1}} :Sapi che del reame, dond’i’ vegno, è la piú bella pulzella del mondo, figliuola di uno re, che tiene a sdegno ogni prod’uomo, e sie qual vuol giocondo, e non si può veder che per ingegno se none un dí dell’anno sanza pondo, cioè la vilia di Santo Martino. Allor va il bando per questo latino: {{o|11|o1}} :che a quella vilia, ch’io t’ho manifesta, non si lasci veder persona, quando la figliuola del re ne va alla festa per suo diletto un poco solazzando. Chi sará fuor, gli fie mozza la testa a chi cadesse in cosí fatto bando, sí che in casa per téma ognun si serra, o se ne fuggon di fuor della terra. </poem><noinclude></noinclude> h0po8x4z8ann5t6cob7unrfchekwa9l Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/180 108 735483 3895350 2636673 2026-09-06T09:44:34Z Francyskus 76680 /* Trascritta */ 3895350 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|174|{{Sc|vii - gismirante}}|}}</noinclude> <poem> {{o|12|o1}} :Per questo San Martino, eh’è ora andato, la vidi, e ’l viso mio non fue veduto. Come il sogliar del Santo ebbe passato, del capo un suo capello fu caduto, ed io il ricolsi, ed hotelo recato: in questo bossoletto l’ho tenuto: pórtal davanti al re dalla mie parte. — Ed ella il ringraziò, e po’ si parte. {{o|13|o1}} :E, cavalcando sanza prender lena, que’ che portava novella sí buona si giunse in corte, dove sanza cena andato s’era a letto ogni persona. E, come que’ ched allegrezza mena, gridò: — Suso a mangiar, santa corona! — E que’, che avean tre giorni digiunato, con allegrezza ognun si fue levato. {{o|14|o1}} :Po’ ch’ebono mangiato in questo tratto, e Gismirante il bossol fe’ presente, il re lo prese, ed il capei n’ha tratto per contentarne sé e la suo gente; e Gismirante contò tutto il fatto, come avie detto la fata presente; e, riguardando il capello indovino, ch’era duo braccia e parea d’oro fino, {{o|15|o1}} :e’ sí dicieva alla gente l’han vista: — Questa dé’ esser sopr’ogn’altra bella: e veramente qual uomo l’acquista, l’amor di cosí fatta damigella deb’avere di pregio al mondo lista, piú che altro cavalier che monti in sella; però che, imaginando suo bellezze, deb’avanzar tutte le gentilezze. — </poem><noinclude></noinclude> 085jwdrmv5mwpgouxe3cx89oudb15xb Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/181 108 735484 3895380 2636674 2026-09-06T11:50:15Z Francyskus 76680 /* Trascritta */ 3895380 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|primo cantare}}|175}}</noinclude> <poem> {{o|16|o1}} :E Gismirante, po’ che fue passato alquanti giorni di cota’ parole, in grazia al re Artúe chiese comiato, de la qual cosa il re forte si {{Ec|duqle|duole}}. Infine molti arnesi gli ha donato, quando pur vede che partir si vuole, e po’ gli disse: — Or va’, e quie ritorna, — ed e’ va per veder la dama adorna. {{o|17|o1}} :Ben otto mesi e piue ha cavalcato, sanza trovar ventura questa volta; ma pure una mattina fue arrivato in una selva ch’era molto folta; cosí guardando vide da l’un lato un drago ed un grifon con forza molta che s’azzufâro; ed e’ si fe’ campione, e liberollo, e uccise il dragone. {{o|18|o1}} :Po’ cavalcava il damigel selvaggio, fuglisi innanzi un’aguiglia parata, incominciògli a fare grande oltraggio, però che fortemente era affamata. El damigel, come discreto e saggio, di groppa al suo cavallo ebbe levata un gran pezzo di carne, e sí gliel diede. Ella si parte, e mai nolla rivede. {{o|19|o1}} :Po’, cavalcando il damigel pregiato per quella selva dove dovea andare, trovò uno isparvier, ch’era allacciato ad una siepe, e non potíe volare. Ed e’, come gentile, fu smontato, e sviluppollo, e po’ il lasciò andare. E l’aguiglia, e ’l grifone, e lo sparviere eran per arte posti in tal maniere. </poem><noinclude></noinclude> eea28r8twv07i1cy0qp1j98w0uhdihn Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/182 108 735485 3895383 2636675 2026-09-06T11:53:06Z Francyskus 76680 /* Trascritta */ 3895383 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|176|{{Sc|vii - gismirante}}|}}</noinclude> <poem> {{o|20|o1}} :Nel capo della strada per uscire fuor della selva, dove cavalcava, ed eccoti una fata a lui venire, e domandollo quel perch’egli andava. Egli le disse: — Dama, a non fallire i’ vo’ colá dove l’amor mi grava. — E raccontolle dal piede alla cima ciò ch’avíe detto la fata di prima. {{o|21|o1}} :Ed ella disse: — Quel per che tu vai ti fia molto impossibile acquistare, ma, se mi crederai, tu non andrai, ed istara’ti meco a sollazzare: i’ ti prometto, se tue non vi vai, ch’i ti farò contento sanza pare. — Ed e’ rispuose: — E’ convien pur ch’i’ veggia quella che fa murir chi la vagheggia. {{o|22|o1}} :Ma s’io nolla acquisto al mio volere, i’ non ti lascerò per alta dama, e priegoti che col tuo gran sapere consigliami di quel che ’l mio cor brama. — Ed ella gli donò un gran destriere, dicendo: — Questo è di sí fatta fama, porteratti in tre giorni sanza inganni lá dove il tuo non andrebbe in dieci anni. {{o|23|o1}} :I' vo’ che mi prometti di tornare, e le parole tue sien piú che carte. — Subito le rispose d’osservare i suo’ comandamenti, e po’ si parte: e tanto forte prese a cavalcare con quel cavai ch’era fatto per arte, che in capo di tre giorni fue arrivato alla cittá del viso angelicato. </poem><noinclude></noinclude> 9hj7mct9bku234lvmzff68abtm8nu9z Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/183 108 735486 3895384 2636676 2026-09-06T11:56:10Z Francyskus 76680 /* Trascritta */ 3895384 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|primo cantare}}|177}}</noinclude> <poem> {{o|34|o1}} :E tanto ad uno albergo prese stare, ch’alquanti giorni a San Martin fu presso; e, come i cittadin vide armeggiare, montò a cavallo, e Tue con loro adesso, e tutta gente fa maravigliare, sí ben port’asta e tanto rompe ispesso. La damigella da’ baron procura, ma veder lei non puote criatura. {{o|25|o1}} :Quando il dí della vilia fue venuto, e lo re fe’ da sua parte bandire che qual dalla donzella fie veduto subitamente lo fará morire, e chi si stia in casa come muto, e chi di fuori si deba fugire. L’albergatore all’albergo n’andoe, e Gismirante con lui si posoe. {{o|26|o1}} :E, come damigello ardito e saggio, quando per la cittá non è cristiano, subitamente armato di vantaggio, uscí di casa con la spada in mano. Signor, pensate nel vostro coraggio che si dicea del cavalier sovrano, cosí armato in sul destrier corrente! E’ nella chiesa entrò subitamente. {{o|27|o1}} :E, non trovando criatura in Santo, di testa s’cbe tratta la barbuta, perché di quella cui amava tanto la faccia sua potesse aver veduta, ed e’ poi si nascose da l’un canto dietro a l’altare, e punto non si muta, dicendo: — Di mie morte fie memoria, o io acquisterò quie gran vittoria! — </poem><noinclude></noinclude> ai7h1x0ec2l8re67zhse01ct0tl9nr5 Pagina:Tacito - Opere storiche, 1822, vol. 2.djvu/340 108 740115 3895315 3835169 2026-09-06T08:38:20Z Casmiki 3189 /* Trascritta */ 3895315 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione|340|DELLE STORIE|}}</noinclude> Casperio Nigro, Didio Sceva, più segnalati, n’andarono in pezzi. Accerchiano Flavio Sabino, che era disarmato e non fuggiva; e Quinzio Attico Consolo che si faceva conoscer per l’ombra del grado, e per li sciocchi bandi mandati nel popolo pieni d’onori di Vespasiano e vituperj di Vitellio: gli altri per vari modi scapparono travestiti da schiavi, trafugati da’ loro creati, tra le some nascosti. Alcuni saputo il nome e contrassegno de’ Vitelliani, lo davano e chiedevano; e sotto tale audacia coperti passavano. LXXIV. Domiziano alla prima furia si nascose in cella del tempiere: un accorto liberto gli mise la cotta; e mescolato tra la turba de’ sacerdoti passò via, sconosciuto insino al Velabro e a casa Cornelio Primo, creatura di suo padre; il qual suo padre poi, regnando esso Domiziano, rovinata la casa, vi fece un tempietto con l’altare a Giove Conservadore, e ’l suo caso vi scrisse in marmo: e fatto Imperadore sagrò un gran tempio a Giove Custode, con sè ingrembogli. Sabino e Attico in catena furon menati a Vitellio, che non fece loro mal viso nè cattive parole; adirandosene quei che pretendevan ragione di ammazzarli, e chiedevano premio di loro opere. Con grida cominciate da’ più vicini, l’infima plebe minacciando e adulando insieme, chiedeva Sabino al supplizio. Cominciando Vitellio in su le scalee del palagio a raccomandarlo, il fecer chetare. Allora fu Sabino ferito, lacerato, dicapitato, strascinato alle Gemonie il tronco. LXXV. Tal fine fece quest’uomo, certo da non disprezzare. Trentacinqu’anni militò per la repubblica, fuori e dentro chiaro. Non lo sapresti dir reo, nè ingiusto: favellava troppo: ciò solo gli fu apposto in sette anni che governò la Mesia e dodici {{Pt|Ro-|}}<noinclude></noinclude> lleixg8vvhy0a1l6pr9zrzmn5rl2rb8 Pagina:Tacito - Opere storiche, 1822, vol. 2.djvu/346 108 740118 3895327 2948639 2026-09-06T09:05:18Z Casmiki 3189 /* Trascritta */ 3895327 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione|346|DELLE STORIE|}}</noinclude>{{giugnesse|aggiugnesse}}; si rallegravano per li mali pubblici, non per affezione alla parte. LXXXIV. La fatica maggiore fu pigliare il campo, difeso da’ migliori per ultima speranza. Cotanto più studiosamente i vincitori, spezialmente i vecchi soldati, vi piantano quantunque ingegni mai si trovaro a prese di fortissime cittadi; testuggini, mangani, bastioni, fuochi: quantunque fatiche e pericoli, mai sopportarono, gridavan, doversi terminare in quest’opera. “Esser renduto la città al Senato e popol romano: i templi alli Iddii; il Campo, proprio onore de’ soldati, lor patria, lor casa, dovere, non v’entrando subito, star tutta notte in arme»„. All’incontro i Vitelliani, benchè non pari di numero e di fortuna, inquietavano la vittoria, turbavano la pace, imbrodolavano di sangue case e altari, ultimi conforti de’ vinti. Molti sopra torri o difese di mura spirarono; sbarrate le porte, si voltò contro a’ vincitori tutta la folla, e caddero con le ferite dinanzi e facce volte al nemico. Tanto stimaron l’onore fin sul morire. LXXXV. Vitellio, quando fu presa Roma, s’uscì di palagio dalla parte di dietro, e fecesi portar in seggiola a casa la moglie in Aventino, per nascondervisi, e la notte fuggirsene a Terracina al fratello e a’ soldati. Ma come era voltabile (e natura è delli spaventati), dispiacendogli ogni partito, massimamente l’ultimo, tornò in palagio, rimaso una spilonca; o essendosi partiti insino alli infimi schiavi o sfuggendo di riscontrarlo. Arricciali quel silenzio i capelli: cerca le camere, non v’è anima nata: nascondesi il misero, stracco e per perduto in luogo schifo. Giulio Placido, Tribuno di coorte, nel trae fuore, e<noinclude></noinclude> h04nhnc8q2rejs8wsqv4g8mpoudd7bh 3895328 3895327 2026-09-06T09:05:40Z Casmiki 3189 3895328 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione|346|DELLE STORIE|}}</noinclude>{{Pt|giugnesse|aggiugnesse}}; si rallegravano per li mali pubblici, non per affezione alla parte. LXXXIV. La fatica maggiore fu pigliare il campo, difeso da’ migliori per ultima speranza. Cotanto più studiosamente i vincitori, spezialmente i vecchi soldati, vi piantano quantunque ingegni mai si trovaro a prese di fortissime cittadi; testuggini, mangani, bastioni, fuochi: quantunque fatiche e pericoli, mai sopportarono, gridavan, doversi terminare in quest’opera. “Esser renduto la città al Senato e popol romano: i templi alli Iddii; il Campo, proprio onore de’ soldati, lor patria, lor casa, dovere, non v’entrando subito, star tutta notte in arme»„. All’incontro i Vitelliani, benchè non pari di numero e di fortuna, inquietavano la vittoria, turbavano la pace, imbrodolavano di sangue case e altari, ultimi conforti de’ vinti. Molti sopra torri o difese di mura spirarono; sbarrate le porte, si voltò contro a’ vincitori tutta la folla, e caddero con le ferite dinanzi e facce volte al nemico. Tanto stimaron l’onore fin sul morire. LXXXV. Vitellio, quando fu presa Roma, s’uscì di palagio dalla parte di dietro, e fecesi portar in seggiola a casa la moglie in Aventino, per nascondervisi, e la notte fuggirsene a Terracina al fratello e a’ soldati. Ma come era voltabile (e natura è delli spaventati), dispiacendogli ogni partito, massimamente l’ultimo, tornò in palagio, rimaso una spilonca; o essendosi partiti insino alli infimi schiavi o sfuggendo di riscontrarlo. Arricciali quel silenzio i capelli: cerca le camere, non v’è anima nata: nascondesi il misero, stracco e per perduto in luogo schifo. Giulio Placido, Tribuno di coorte, nel trae fuore, e<noinclude></noinclude> dm17x8j2nxsvfjw1vl1s9knr4rlencr Pagina:Tacito - Opere storiche, 1822, vol. 2.djvu/341 108 740122 3895316 2948634 2026-09-06T08:41:49Z Casmiki 3189 /* Trascritta */ 3895316 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione||LIBRO TERZO|341}}</noinclude>{{Pt|ma|Roma}}. In quest’ultimo il tenne chi dappoco, chi moderato, e non sanguigno: ognuno, il perno di casa sua innanzi che Vespasiano fusse Principe. Odo, che a Muciano questa morte fu cara e buona per la pace; perchè conoscendosi l’uno fratello d’Imperadore, l’altro nell’Imperio compagno, si sarebbero invidiati. Gridando il popolo: muoia il Consolo; Vitellio nol consentì, placato seco, e quasi per gratitudine dell’aver Attico, interrogato, chi mise fuoco nel tempio? risposto:» Io fui;» e con tale confessione o bugia, opportuna, scolpato di sì gran fallo i Vitelliani, e tiratosi tutto l’odio. LXXVI. In que’ giorni L. Vitellio pose il campo a Feronia, per ispiantar Terracina, ove stavan chiusi accoltellanti e ciurme, che non ardivano uscir fuori delle mura a combattere. Guidava, come dicemmo, li accoltellanti Giuliano, le ciurme Apollinare; non come Capitani, ma licenziosi e pigri come la lor gentaglia: non usavano scolte, non mura deboli fortificare; dì e notte poltrire; per li giardini far rombazzo; a’piaceri, vagando, attendere; non di guerra, se non a tavola, ragionare. Apinio Tirone, uscito fuori pochi dì innanzi a mugnere quelle terre acerbamente, dava più carico che utile alla parte. LXXVII. Uno schiavo di Verginio Capitone fuggì a L. Vitellio e offerse, avendo compagni, dargli d’imbolio la rocca non guardata. A notte scura con gente spedita saghe il monte in capo a’ inimici. Indi a rovina corre a tagliargli a pezzi, non a combatterli. Disarmati o correnti per l’arme, li sbatacchia, chi sonnacchiosi, chi sbalorditi dal buio, spavento, nimiche trombe e grida. Pochi accoltellanti, che fecer testa, caddero vendicati, gli altri si gittavano a {{Pt|sca-|}}<noinclude></noinclude> bfqp50zabn6gip6fgc4bqn777pjjx7b Pagina:Tacito - Opere storiche, 1822, vol. 2.djvu/345 108 740124 3895326 2948638 2026-09-06T08:56:43Z Casmiki 3189 /* Trascritta */ 3895326 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione||LIBRO TERZO|345}}</noinclude>{{Pt|mico|nimico}} esercito. Mossersi verso Roma in tre parti: una da via Flaminia, ove si trovava; altra dalla ripa del Tevere, la terza per via Salaria s’accostava a porta Collina. La plebe fu sbaragliata da’ cavalli. I soldati Vitelliani altresì fecero tre riscontri: scaramucce fuor di Roma molte e varie: e più prospere a’ Flaviani, meglio capitanati. Que’ soli ebber che fare che voltarono a sinistra della città alli orti Salustiani per vie strette o mollicciche; perchè i Vitelliani sopra le mura degli orti coi sassi e dardi gli ributtavano; finchè vennero verso la sera cavalli da porta Collina, e circondaronli. Appiccossi anche in Campo Marzio grande zuffa. Favoriva i Flaviani la fortuna e la tante volte acquistata vittoria: i Vitelliani, portati dalla disperazione, fulminavano, e cacciati si rattestavano nella città; LXXXIII. veggente il popolo, che quasi a una festa, ora a questi, ora a quelli con le grida applaudeva: quando l’una parte fuggiva, i nascosti per le case o botteghe faeevan trar fuora e uccidere, e toccava loro quasi tutta la preda; perchè i soldati attendevano a far carne e il popolo bottino. Crudele e sozza cosa era a veder per tutta la città, qui battaglie e ferite, qua stufe e taverne; sangue e cadaveri; bagasce e lor simili. Quivi era ogni abbominazione di libidinoso ozio; ogni sceleratezza di sforzata città: cacciata pareva esser dalle furie, e la medesima nelle morbidezze notare. Combatterono già in Roma con eserciti vittoriosi. L. Silla due volte e Cinna una, con crudeltà non minori; ora con bestiai sicurtà, e senza lasciare un menomo de’piaceri, come se alla festa di quei giorni nuova letizia s’{{Pt|ag-|}}<noinclude></noinclude> 3niktnnbrba537i4k8ik9gk9p3x62av Pagina:Tacito - Opere storiche, 1822, vol. 2.djvu/342 108 740126 3895317 2948635 2026-09-06T08:44:21Z Casmiki 3189 /* Trascritta */ 3895317 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione|342|DELLE STORIE|}}</noinclude>{{Pt|vezzacollo|scavezzacollo}} alle navi, ov’era il medesimo terrore e scompiglio, mescolativi paesani, cui come gli altri, i Vitelliani ammazzavano. Nel primo tumulto scamparon sei galee con Apollinare Ammiraglio: l’altre o furon prese o affondarono dalla folla e peso di quei che vi si gettavano. Giuliano fu menato, frustato e scannato dinanzi a L. Vitellio. Fu chi incolpò Triaria sua moglie d’avere, cinta di spada, usato superbia e crudeltà fra le miserie della sforzata Terracina. Egli ne mandò al fratello la lettera con l’alloro e domandandogli, se dovea tornarsene, o finir di domar Terra di "Lavoro; il che fu la salute non pur della parte Vespasiana, ma della Repubblica; perchè, se que’ soldati in su la vittoria feroci, per natura ostinati, si difilavano a Roma; la battaglia era grossa e la rovina della città, perchè L. Vitellio, benchè infame, era industrioso, e assai valeva; non con le virtù, come i buoni, ma co’ vizj, come i pessimi. LXXVIII. Mentre i Vitelliani facevano queste cose, l’esercito di Vespasiano partito da Narni, si stava ne’ giorni di Saturno in Otricoli, ozioso a gittar via questo tempo per aspettar Muciano. Nè mancò chi dicesse che Antonio il fece ad arte; perchè Vitellio gli scrisse segretamente, che volendo servir lui, il faria Consolo e suo genero con ricca dote. Altri dicevano che questo cardo gli era dato per compiacere Muciano. Alcuni, che ciò fu consiglio di tutti i Capi: mostrar la guerra a Roma e non farla, vedendo che Vitellio piantato da’ soldati migliori e da tutti gli aiuti, avrebbe ceduto l’Imperio. Ma ogni cosa guastò la fretta, e poi la dappocaggine di Sabino, che prese l’armi sconsiderato e non seppe difendere da<noinclude></noinclude> m3ajj9rxjvj1ezbgxme3ek47tii6q8f 3895318 3895317 2026-09-06T08:45:46Z Casmiki 3189 3895318 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione|342|DELLE STORIE|}}</noinclude>{{Pt|vezzacollo|scavezzacollo}} alle navi, ov’era il medesimo terrore e scompiglio, mescolativi paesani, cui come gli altri, i Vitelliani ammazzavano. Nel primo tumulto scamparon sei galee con Apollinare Ammiraglio: l’altre o furon prese o affondarono dalla folla e peso di quei che vi si gettavano. Giuliano fu menato, frustato e scannato dinanzi a L. Vitellio. Fu chi incolpò Triaria sua moglie d’avere, cinta di spada, usato superbia e crudeltà fra le miserie della sforzata Terracina. Egli ne mandò al fratello la lettera con l’alloro e domandandogli, se dovea tornarsene, o finir di domar Terra di Lavoro; il che fu la salute non pur della parte Vespasiana, ma della Repubblica; perchè, se que’ soldati in su la vittoria feroci, per natura ostinati, si difilavano a Roma; la battaglia era grossa e la rovina della città, perchè L. Vitellio, benchè infame, era industrioso, e assai valeva; non con le virtù, come i buoni, ma co’ vizj, come i pessimi. LXXVIII. Mentre i Vitelliani facevano queste cose, l’esercito di Vespasiano partito da Narni, si stava ne’ giorni di Saturno in Otricoli, ozioso a gittar via questo tempo per aspettar Muciano. Nè mancò chi dicesse che Antonio il fece ad arte; perchè Vitellio gli scrisse segretamente, che volendo servir lui, il faria Consolo e suo genero con ricca dote. Altri dicevano che questo cardo gli era dato per compiacere Muciano. Alcuni, che ciò fu consiglio di tutti i Capi: mostrar la guerra a Roma e non farla, vedendo che Vitellio piantato da’ soldati migliori e da tutti gli aiuti, avrebbe ceduto l’Imperio. Ma ogni cosa guastò la fretta, e poi la dappocaggine di Sabino, che prese l’armi sconsiderato e non seppe difendere da<noinclude></noinclude> h3tszz9uz2q1668hnw1hneq2u6dosdf Pagina:Tacito - Opere storiche, 1822, vol. 2.djvu/347 108 740128 3895329 2948640 2026-09-06T09:09:04Z Casmiki 3189 /* Trascritta */ 3895329 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione||LIBRO TERZO|347}}</noinclude>con man legate di dietro e veste stracciata, fu menato a mostra. Molti gli diceano male: niuno il piangea: avealo privo di misericordia sì sozzo fine. Avventassi a lui uno de’ soldati di Germania, per ira, o per levarlo tosto da quello scherno, gli tirò un colpo, e colse il Tribuno (e forse tirò a lui) e gli tagliò un orecchio, e subito fu ammazzato. Vitellio con le punte delle spade era fatto ora alzare il viso, e porgerlo alli scherni, ora guatar le sue statue cadenti, o la ringhiera, o il luogo dove fu morto Galba: finalmente lo rotolarono alle Gemonie, dove era stato gittato il corpo di Sabino. Una sola parola n’uscì da animo grande, quando al Tribuno che lo straziava, disse: „Io pur sono stato tuo Imperadore„. E quivi, raddoppiategli le ferite, morì. Il popolaccio lo perseguitava sciaguratamente morto come l’aveva favorito vivo. LXXXVI. Suo padre fu L. Vitellio: finiva cinquanzette anni. Ebbe consolato, sacerdozj, nome e luogo tra’principali. non per suoi meriti, ma per lo splendore paterno. Ebbe il principato da chi noi conosceva. Pochi acquistarono l’amor delli eserciti con le virtù come questi col poltroneggiare. Era nondimeno bonario e liberale; che conduce chi è troppo a rovina. Amicizie, volendole mantenere con largo donare, non con saldezza di costumi, più meritò, che non ebbe. Che Vitellio perdesse, si fece senza dubbio per la Repubblica. Non perciò posson coloro che tradirono Vitellio a Vespasiano, mettere a questo conto la lor perfidia, avendo essi fatto il simile a Galba. Il Sole tramontava; e i Magistrati e Senatori, per la paura s’erano usciti di Roma, o {{Pt|na-|}}<noinclude></noinclude> paqy75pkc93g6og7tn7dpkn2quvdebn 3895330 3895329 2026-09-06T09:10:01Z Casmiki 3189 3895330 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione||LIBRO TERZO|347}}</noinclude>con man legate di dietro e veste stracciata, fu menato a mostra. Molti gli diceano male: niuno il piangea: avealo privo di misericordia sì sozzo fine. Avventassi a lui uno de’ soldati di Germania, per ira, o per levarlo tosto da quello scherno, gli tirò un colpo, e colse il Tribuno (e forse tirò a lui) e gli tagliò un orecchio, e subito fu ammazzato. Vitellio con le punte delle spade era fatto ora alzare il viso, e porgerlo alli scherni, ora guatar le sue statue cadenti, o la ringhiera, o il luogo dove fu morto Galba: finalmente lo rotolarono alle Gemonie, dove era stato gittato il corpo di Sabino. Una sola parola n’uscì da animo grande, quando al Tribuno che lo straziava, disse: „Io pur sono stato tuo Imperadore„. E quivi, raddoppiategli le ferite, morì. Il popolaccio lo perseguitava sciaguratamente morto come l’aveva favorito vivo. LXXXVI. Suo padre fu L. Vitellio: finiva cinquanzette anni. Ebbe consolato, sacerdozj, nome e luogo tra’principali, non per suoi meriti, ma per lo splendore paterno. Ebbe il principato da chi noi conosceva. Pochi acquistarono l’amor delli eserciti con le virtù come questi col poltroneggiare. Era nondimeno bonario e liberale; che conduce chi è troppo a rovina. Amicizie, volendole mantenere con largo donare, non con saldezza di costumi, più meritò, che non ebbe. Che Vitellio perdesse, si fece senza dubbio per la Repubblica. Non perciò posson coloro che tradirono Vitellio a Vespasiano, mettere a questo conto la lor perfidia, avendo essi fatto il simile a Galba. Il Sole tramontava; e i Magistrati e Senatori, per la paura s’erano usciti di Roma, o {{Pt|na-|}}<noinclude></noinclude> q883gowcuz6upbxte11d0e180tp7ors Pagina:Tacito - Opere storiche, 1822, vol. 2.djvu/343 108 740137 3895319 2948636 2026-09-06T08:48:54Z Casmiki 3189 /* Trascritta */ 3895319 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione||LIBRO TERZO|343}}</noinclude>tre coorti Campidoglio, rocca sicura da grandissimi eserciti. Non può darsi a uno quella colpa che fu di tutti; perchè Muciano con le lettere di due sensi ritardava i vincitori: Antonio con ubbidire arrovescio e incolparne gli altri, sè caricò: gli altri Capi, per creder la guerra finita, le diedon fine più ricordevole. Anche Petilio Ceriale mandato innanzi con mille cavalli ad attraversare il piano de’ Sabini, e per la via Salaria entrar in Roma, molto penò; finchè la fama dell’assediato Campidoglio fece destare ognuno. LXXIX. Antonio per la via Flaminia a molte ore di notte giunse a’Sassi Rossi; aiuto tardo. Ivi intese di Sabino morto, Campidoglio arso, Roma in tremito, ogni cosa dolore, e che la plebe e schiavi si armavano per Vitellio. E Petilio Ceriale co’ suoi cavalli fu rotto da’ pedoni Vitelliani, a’ quali corse addosso, come a vinti, non cauto; e trovò riscontro. Combattessi poco fuor di Roma tra quelle case, orti e traverse, che note a’Vitelliani e non a’ nimici, gl’impaurirono: nè tutti i cavalli eran d’accordo; perchè alcuni delli arresi a Narni stavano a veder chi vincesse. Fu preso Tullio Flaviano, Capitano d’una compagnia di essi cavalli: gli altri fuggirono bruttamente, seguitati non oltre Fidene. LXXX. Questo successo accrebbe l’affezione del popolo: la plebe di Roma prese l’armi: pochi aveano scudo: i più dando di piglio a ciò che veniva loro alle mani, chieggon battaglia. Vitellio li ringrazia: comanda che coprino a difender Roma: raguna il Senato: mandano ambasciatori alli eserciti a persuadere, sotto pretesto della Repubblica, accordo e pace. Questi ebbero fortuna varia; que’che {{Pt|incon-|}}<noinclude></noinclude> kklwumbsbx8bh86bcni1b8np1u9tr52 Pagina:Tacito - Opere storiche, 1822, vol. 2.djvu/344 108 740140 3895322 2948637 2026-09-06T08:52:45Z Casmiki 3189 /* Trascritta */ 3895322 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione|344|DELLE STORIE|}}</noinclude>{{Pt|traron|incontraron}} Petilio Ceriale, furon per capitar male, non volendo i soldati udir nulla di pace. Vi fu ferito Aruleno Rustico Pretore, il che dispiacque; oltre all’aver violato uno ambasciadore e Pretore, per la sua propria degnità. Sbaragliossi sua comitiva: il littore che volle fargli far largo, fu morto; e se non che la guardia che Petilio diè loro, li difese, l’ambasceria, sagra anche ai Barbari, era dalla rabbia civile, in su le mura della patria, violata fin con la morte. Li ambasciadori ad Antonio, ebbero meglio fare, per avere, non più modestia i soldati, ma più autorità il Capitano. LXXXI. Ingerissi tra li ambasciadori Musonio Rufo cavaliere, filosofo stoico; e sputava sentenze de’beni della pace e mali della guerra, fra le squadre dei soldati. A molti moveva riso, a’più fastidio. Altri lo spignevano o calpestavano; tanto che, da chi ammonito e da chi minacciato, si rimase di quel filosofare a sproposito. Incontrarono ancora vergini Vestali con una lettera di Vitellio ad Antonio, chiedente soprattenersi il combattere un giorno solo; che s’acconcerebbe agevolmente ogni cosa. Alle Vergini fu dato licenza onorevole: a Vitellio risposto, che Sabino ucciso e Campidoglio arso, non pativano accordi. LXXXII. Nondimeno Antonio parlò a’ soldati di posarsi a Pontemolle, per l’altro dì entrare in Roma. Questa dimora tentava, per mitigare essi soldati, accaniti per detta battaglia, che al popolo, al Senato, a’ tempj e luoghi sagri avesson riguardo. Ma essi d’ogni indugio sospettavano come nimico della vittoria: e le insegne rilucenti per li colli, benchè con plebaglia dietro non da guerra, parevan loro {{Pt|ni-|}}<noinclude></noinclude> 4sm7uamvkvyo76d0ty9q2qgvcv0ko0m Pagina:Tacito - Opere storiche, 1822, vol. 2.djvu/348 108 740142 3895331 2948641 2026-09-06T09:11:54Z Casmiki 3189 /* Riletta */ 3895331 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione|348|DELLE STORIE|}}</noinclude>{{Pt|scosti|nascosti}} per le case di loro creature; però non si potè ragunar il Senato. Domiziano, cessato il pericolo, se n’andò da’ Capi della parte: fu salutato Cesare; e da molti soldati armati accompagnato a casa suo padre. {{Ct|t=5|{{Sc|fine del libro terzo.}}}}<noinclude></noinclude> f4d2coifkyelthazvndsdihk60lv3zx Pagina:Tacito - Opere storiche, 1822, vol. 2.djvu/349 108 740145 3895332 2948642 2026-09-06T09:24:37Z Casmiki 3189 /* Trascritta */ 3895332 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" /></noinclude>{{Ct|f=130%|t=1|v=3|LIBRO QUARTO}} {{Ct|t=1|v=2|{{Sc|sommario}}}} {{Indentatura}}''I. Crudeltà de’ vincitori Flaviani. — II. Vìtellio s’arrende, e pure è ucciso. — III. Quetata Campagna, ossequi del Senato a Vespasiano. — IV. Onori di Muciano, d’Antonio, degli altri Duci. Trattasi di rifare il Campidoglio: Libertà salva Elvidio Prisco. — V. Vita e costumi di costui. — VI. Aspra rissa tra lui ed Eprio Marcello. — IX. Discordia sulle pubbliche spese. — X. Musonio Rufo contro P. Celere. — XI. Muciano venuto a Roma fa da Capo, Calpurnio Galeriano è ucciso, con altri tali forfatti. — XII. Claudio Civile comincia la guerra germanica. — XIV. Primi in armi Batavi e Canninefati. — XV. Aggiuntisi i Frigioni, s’occupano i quartieri di verno di due coorti. — XVI. Vinti i Romani per arte di Civile. — XVII. Sua fama i Germani muove ad offrir aiuti. Civile, tira ad associarsi i Galli. — XVIII. Pigrizia d’Ordeonio Fiacco. I Romani vinti fuggono al campo Vecchio. — XIX. Le coorti batave e canninefate dirette a Roma, sedotte; van da Civile, e nell’attacco di Bonna dan rotta a’ Romani. — XXI. Pure i suoi Civile fa giurare a Vespasiano per mascherarsi. — XXII. E tosto occupa il campo Vecchio. — XXIV. Ordeonio Fiacco da {{Pt|sedi-|}}''<noinclude></noinclude> c2dt04gx5bvb3xqgbdberllc6y6jfd6 Pagina:Tacito - Opere storiche, 1822, vol. 2.djvu/350 108 740147 3895336 2948643 2026-09-06T09:30:04Z Casmiki 3189 /* Trascritta */ 3895336 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione|350|DELLE STORIE|}}</noinclude>''{{Pt|dizione|sedizione}} avvilito sostituisce Vocola. Di qua e di là aiuti galli. — XXVI. Erennio Gallo a parte delle cure da Vocola chiamato, riuscitoli male l’affare, è scopato: nuovo tumulto. —- XXVIII. I Germani depredano i Galli- XXIX. Varie zuffe tra Germani e Romani. — XXXI. I galli aiuti, udito il caso di Cremona, lasciali Vitellio. Anco Ordeonio Fiacco giura a Vespasiano. — XXXII. Montano mandasi a Civile per tirarlo da guerra: questi trae lui portalo a novità. — XXXIII. Parte della truppa stacca contro Vocola. Battaglie a’ Germani, poi a’ Romani prospere. —- XXXV. Vocola mal usa della vittoria. — XXXVI. Civile prende Gelduba: Romani in discordia: uccidono Ordeonio Fiacco. Lo stesso nembo Vocola per poco non assorbe. — XXXVII. Magonza assediata. Treviresi da fidi, ribelli. — XXXVIII. Falsi timori d’Africa in Roma. — XXXIX. Domiziano Pretore. Il poter d’Antonio Primo conquiso da Muciano. — XL. Onori resi a Galba. Condannato P. Celere e altri, famose spie. — XLII. Aquilio Regolo dal fratel Messala difeso, attaccato da Curzio Montano. — XLIII. Eprio Marcello accusato da Elvidio. — XLIV. Per finirla con tai processi, mettesi il passato in oblio. Pochi e vili alla mazza. — XLV. Sanesi pel battuto senatore castigati. Antonio Fiamma condannato per legge del maltolto. — XLVI. Pretoriani tumultuanti, cheta Muciano XLVII. Abrogati i consolati dati da Vitellio: Censorio mortoro a Flavio Sabino. — XLVIII. Ucciso L. Pisone, d’Africa proconsole.-— L. Ofenso e Leptilani in discordia: Garamanti rotti. — LI. Aiuti da’ Parti offerti, rifiutati da Vespasiano. — ''<noinclude></noinclude> lgmyn2kisby20m1qxlidzuwzox9ahkx 3895338 3895336 2026-09-06T09:33:33Z Casmiki 3189 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3895338 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Casmiki" />{{RigaIntestazione|350|DELLE STORIE|}}</noinclude>''{{Pt|dizione|sedizione}} avvilito sostituisce Vocola. Di qua e di là aiuti galli. — XXVI. Erennio Gallo a parte delle cure da Vocola chiamato, riuscitoli male l’affare, è scopato: nuovo tumulto. — XXVIII. I Germani depredano i Galli. — XXIX. Varie zuffe tra Germani e Romani. — XXXI. I galli aiuti, udito il caso di Cremona, lasciali Vitellio. Anco Ordeonio Fiacco giura a Vespasiano. — XXXII. Montano mandasi a Civile per tirarlo da guerra: questi trae lui portalo a novità. — XXXIII. Parte della truppa stacca contro Vocola. Battaglie a’ Germani, poi a’ Romani prospere. — XXXV. Vocola mal usa della vittoria. — XXXVI. Civile prende Gelduba: Romani in discordia: uccidono Ordeonio Fiacco. Lo stesso nembo Vocola per poco non assorbe. — XXXVII. Magonza assediata. Treviresi da fidi, ribelli. — XXXVIII. Falsi timori d’Africa in Roma. — XXXIX. Domiziano Pretore. Il poter d’Antonio Primo conquiso da Muciano. — XL. Onori resi a Galba. Condannato P. Celere e altri, famose spie. — XLII. Aquilio Regolo dal fratel Messala difeso, attaccato da Curzio Montano. — XLIII. Eprio Marcello accusato da Elvidio. — XLIV. Per finirla con tai processi, mettesi il passato in oblio. Pochi e vili alla mazza. — XLV. Sanesi pel battuto senatore castigati. Antonio Fiamma condannato per legge del maltolto. — XLVI. Pretoriani tumultuanti, cheta Muciano XLVII. Abrogati i consolati dati da Vitellio: Censorio mortoro a Flavio Sabino. — XLVIII. Ucciso L. Pisone, d’Africa proconsole. — L. Ofenso e Leptilani in discordia: Garamanti rotti. — LI. Aiuti da’ Parti offerti, rifiutati da Vespasiano. — ''<noinclude></noinclude> etpxur4io9jfyuq3eugs0s74q0bocay Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/224 108 753217 3895228 2709831 2026-09-06T06:29:14Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895228 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|216|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude><nowiki/> 18. Tali nell’Estate, e sulla bocca del Golfo di Venezia sogliono esser quei Venti Australi, che, succedendo ad alcuni Venti leggeri, e variabili di qualche giorno, improvvisamente insorgono, e non sogliono durare più di un giorno, o due. Questi sono quelli, che li nostri Marinari sogliono chiamar ''Imbatti'', o Venti di Stagione. Essi sono forti, ma non burrascosi: sono eguali, e non sono accompagnati che da un’Aria fosca, cioè carica di vapori. 19. Anche gli altri Seni, compresi nel medesimo Golfo, a similitudine di questo, hanno i loro particolari ''Imbatti'', cioè un Vento che entra, nel piccol Golfo precisamente secondo la direzione di quel Rombo di Vento al quale si trova aperto. 20. Nè al soffio di questo particolar ''Imbatti'', solo proprio di quel tal Seno, o Baja qualunque, ed in qualunque luogo sia posta, si oppone il corso generale dei Venti, che spirano in quel Mare, o Golfo più grande, in cui il minor Golfo sta collocato: ma il Vento generale sporge come dei rami nei Golfi minori da una parte, e dall’altra. Poichè, parlandosi, per esempio, del Golfo di Venezia, si vede che nell’Estate vi sogliono<noinclude></noinclude> pfxz8nd0rwetdr4aq4j22oeamsr2sne Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/225 108 753218 3895229 2709834 2026-09-06T06:29:24Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895229 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|217}}</noinclude>regnar li Maestrali; che questi regolarmente principiano a soffiar nell’ora di Terza all’incirca; che alle 22. all’incirca sono nel massimo incremento; che poi principiano a decrescere; che alle due, o tre della notte succede sempre un’intiera calma, senza che abbiano condotto nell’Aria veruna Nuvola, se si eccettui qualche Antennetta, o Nuvola sottile, e lunga, che si mostra poco sopra dell’Orizzonte, allorchè principiano spirare, e talor anche molte Nuvole sembrano esser cacciate dai Venti medesimi sui Monti opposti della Dalmazia, e dell’Epiro. 21. Nei piccoli Seni all’incontro, compresi nel nostro Golfo, questo Vento da Maestro dominator, come si disse, di questo Mare nella detta Stagione d’Estate, cambia direzione, e passa dal Rombo di Nord-Ovest in quell’altro qualunque, con cui si potrà entrare precisamente in quel piccolo Seno{{ec|.|,}} Rada, o Baja ch’essa si sia, qualunque siasi la direzione della medesima: ed un tal Vento converso dai nostri Marinari viene volgarmente chiamato ''Rionda'' o ''Rifuda'': credo voglia dire, ''Giro di Vento, e ripulsa all’uscire''. 22. Li ''Furlani'', per esempio, o li {{Pt|Tra-|}}<noinclude></noinclude> r4o4o9m4koxlzr4wfol03qwcojg9sfb Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/226 108 753219 3895230 2709837 2026-09-06T06:29:33Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895230 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|218|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>{{Pt|montani,|Tramontani,}} dopo il Mezzogiorno soffiano sempre sulle rive di Venezia, quantunque nel Golfo regnino li Maestrali. Il ''Sirocco'', dopo il Mezzodì, spira sempre nel Golfo di ''Salonicchi'', come il Ponente Maestro spira sempre nelle medesime ore nel ''Golfo di Smirne'', quantunque nell’Arcipelago, che è il Golfo grande, che contiene i due piccoli, seguino li Tramontani. E così si vede inalterabilmente succedere in tutti li Golfi, o Seni parziali, di tutti li Mari Maggiori. 23. Questi differenti Venti parziali, e proprj d’ogni Seno, si chiamano anch’essi col nome generale d’''Imbatti'', o sia della stagione, e del luogo. Principiano a soffiare verso il Mezzodì, e si calmano alla prima ora della notte. Nel medesimo Seno poi, dopo la Mezzanotte suol sempre spirare un piccolo ''Vento da terra''; in modo che sembra aver la natura fissato, che, in tempo regolare, ''l’ingresso in ogni Seno, o Porto, si faccia sempre nel dopo pranzo, e l’uscita nelle ore della mattina, o sia allo spirar del Vento di terra''. Tutti questi Venti sogliono sempre spirar senza Nuvole. 24. Qualche altra cosa si può dire sul modo con cui nel nostro Golfo questi Venti<noinclude></noinclude> i35qyo5903y76oq5mtsyyd18pqp8x46 Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/227 108 753220 3895231 2709844 2026-09-06T06:29:36Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895231 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|219}}</noinclude>periodici si succedono e si cambiano l’uno con l’altro. Dopo che li Maestrali hanno lungamente soffiato, e che, o per esser si indebolita la loro energia, o per la generale vicenda con cui l’un Vento deve succedere all’altro, o per altre ignote cagioni, in qualunque modo, de’ Venti opposti a quelli che prima spiravano, devono indispensabilmente rendersi dominatori del Mare. 25. La comune tradizione de’ Marinari del Golfo assicura, che indeboliti che s’erano, nei tempi addietro, li Maestrali, pronti uscivano ad occupar il loro luogo li Venti chiamati ''da Terra'', o sia della Dalmazia (forse son questi Venti, che chiamano anche ''Provenze'', e s’incontrano qualche miglia fuori del Porto), e sono ''Levanti'', ''Sirocco Levanti'', o ''Sirocchi giusti'', i quali, giorni dopo, passando all’Ostro, ed al Garbino, non rendevano così tosto annebbiato il Mare, ed incomoda la Navigazione del Golfo se non dopo alcuni giorni. Una tal verità ci viene confermata da un proverbio noto a tutti li Naviganti del Golfo, il quale, parlando dei ''Venti da Sirocco'', diceva, che ''nel primo giorno di tal Vento bisogna prenderlo'';<noinclude></noinclude> sh19w3xdxgzck6f6t2jf8ikdywlterh Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/228 108 753221 3895232 2709850 2026-09-06T06:29:47Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895232 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|220|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>''nel secondo sollecitar il cammino, perchè, nel terzo conveniva pensare a ritirarsi in Porto,'' cagion degl’incomodi, che il Vento preparava ad una più lunga Navigazione. 26. Or quei tre, o quattro giorni, che scorrevano prima che il Vento da Levante, o Sirocco, passasse all’Ostro, e Garbino (nell’Autunno avanzato) in cui il Golfo si rende sempre tempestoso, non si vedono più correr oggidì, perchè quasi sempre, improvvisamente, cessato il Maestrale, salta il Vento, come si dice, ''al di fuori'', o sia all’Ostro, e Garbino, leggero, ma che in poche ore diviene forte, con incomodo della Navigazione: poichè questi Venti, agitando molto le acque, disturbano più precisamente il navigare per quel fosco, che conducono, particolarmente nella Stagione d’Inverno; ricoprendosi con esso di una somma oscurità tutti gli Scogli della Dalmazia, e dell’Arcipelago; il che mette in grande imbarazzo chi naviga, sempre incerto del sito, in cui si trovi. 27. Quell’Illustre Personaggio, che, raccolse queste Osservazioni, suggeriva un mezzo per formare l’Istoria dei Venti di tutto il Mediterraneo, e de’ suoi Seni, Istoria che<noinclude></noinclude> bz83qxlu5kdimuteow81y048230rb1l Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/229 108 753222 3895233 2679896 2026-09-06T06:29:49Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895233 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|221}}</noinclude>sarebbe tanto utile per li Naviganti non solo, ma anche per la Scienza. E questo mezzo sarebbe, che un’Uomo paziente, diligente, ed insieme intelligente della teoria, e della pratica, raccogliesse li Giornali dei Piloti nostri (se ne potesse avere dei stranieri), mentre in tanti Anni, e Secoli si è navigato per tutti i luoghi di questo Mare: porne li spogli di tai Giornali in Tavole, e colonne di Mesi, Giorni, Ore: e da questi si stabilirebbe il Vento dominante per ogni luogo, in quel tal Mese, e Giorni, ed Ore. Voglia il Cielo, che qualche Giovine di talento venga animato a sì bell’opera, tanto interessante per la Nazione!<noinclude></noinclude> d64c9k0ymnfeu1znvbyfpp6d0o6774f Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/230 108 753223 3895234 3057526 2026-09-06T06:29:52Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895234 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|222|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>{{Ct|ΝΟΤΑ|class=capitoletto}} {{IndentInverso}}''Delle Pioggie, dei Ristretti Meteorologici, della qualità de’ Giorni, della frequenza de’ Venti dall’Anno 1772 sino all’Anno 1798.''<ref>Per l’Anno 1773 Vedi il Ristretto Meteorologico del Giornale dell’Anno 1774 alla Pagina {{Spazi|5}} Tomo Primo.</ref></div> {| class="tab12" | colspan="5" | &nbsp; |- ! Mesi !! Pollici !! Linee !! me 12. !! Giorni di Pioggia |- class="pdati2" | {{Dotted|Gennajo}} || 11 || 4 || 0 || 15 |- | {{Dotted|Febbrajo}} || 5 || 6 || 5 || 16 |- | {{Dotted|Marzo}} || 3 || 9 || 7 || 17 |- | {{Dotted|Aprile}} || 8 || 0 || 7 || 15 |- | {{Dotted|Maggio}} || 8 || 6 || 6 || 16 |- | {{Dotted|Giugno}} || 1 || 9 || 8 || 10 |- | {{Dotted|Luglio}} || 0 || 11 || 4 || 8 |- | {{Dotted|Agosto}} || 2 || 7 || 9 || 8 |- | {{Dotted|Settembre}} || 2 || 6 || 5 || 9 |- | {{Dotted|Ottobre}} || 1 || 2 || 1 || 6 |- | {{Dotted|Novembre}} || 6 || 4 || 10 || 20 |- | {{Dotted|Decembre}} || 4 || 9 || 3 || 12 |- | &nbsp; || || || || |- class="somma1" | || 57 || 6 || 5 || 152 |- | colspan="5" | &nbsp; |} A memoria nostra non fu Anno così Piovoso. Poichè Poll. 50 lin. 8. 8. (misura di Parigi); e l’Anno 1728. Pollici 49. 10. 2.<noinclude>{{Rule|100%|000}}[[Categoria:Pagine con testo greco]]</noinclude> acpo1o3owbcd9ieeyem7eav80vkp0tp Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/231 108 753224 3895235 3121985 2026-09-06T06:29:54Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895235 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|223}}</noinclude>e fu stimato Anno piovosissimo in questi Paesi. L’Anno 1770. non parve piovoso da principio, perchè fu tutta Neve; l’Ottobre fu eccessivo, poichè piovette 20. giorni quasi di continuo. Ma il Gennajo del 1772. superò ogni altro Mese, di cui s’abbia memoria. Qualche Anno, come il 1740. e 1762. ha dato appena 20. Pollici di acqua piovana: ch’è poco più d’un terzo dell’Anno passato. I Giorni piovosi furono 152. ma nel 1770. furono 151. che eccedono del doppio il numero di qualche Anno asciutto. Il numero Medio de’ Giorni piovosi, è, di 105. [[File:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802 (page 18 crop).png|class=separatore|center|120px]]<noinclude></noinclude> b9i1h8d3zvsty85gndpyb6z66xu4u1o Template:PAGES NOT PROOFREAD 10 753893 3895273 3891982 2026-09-06T06:59:55Z SodiumBot 71905 Unattended update of statistics templates 3895273 wikitext text/x-wiki 88663 o04ylev65ai8vpj0ar3ypriae0feq7g Template:ALL PAGES 10 753894 3895274 3891987 2026-09-06T07:00:05Z SodiumBot 71905 Unattended update of statistics templates 3895274 wikitext text/x-wiki 630958 iv0i6th8ks47xjdgtparfexwisi8aj5 Template:PR TEXTS 10 753895 3895275 3891993 2026-09-06T07:00:15Z SodiumBot 71905 Unattended update of statistics templates 3895275 wikitext text/x-wiki 87629 j9somlurygbyjhsmdghsnozx2nrf6t2 Template:ALL TEXTS 10 753896 3895276 3891998 2026-09-06T07:00:25Z SodiumBot 71905 Unattended update of statistics templates 3895276 wikitext text/x-wiki 109458 6hdl0twvs59n1gfrs26bdm483wggpc4 Pagina:Alfieri - Rime scelte, Sansoni, 1912.djvu/266 108 842217 3895236 3011469 2026-09-06T06:31:18Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895236 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|238|{{Sc|dalle «satire»}}||riga=si}}</noinclude> {{ct|f=110%|t=2|v=1|L=1px|{{Sc|Satira Sesta}}{{Ec||.}}<ref>Questa satira fu, secondo l’autografo laurenziano, incominciata il 5 decembre 1795, e finita tre giorno dopo.</ref>}} {{ct|f=110%|v=2|L=1px|'''L’Educazione.'''}} {{Blocco a destra|larghezza=220px|{{Indentatura|1.2em}}{{Type|f=85%|{{Type|l=12px|.....}}Res nulla minoris<br/>Constabit patri, quam filius.}}</div>}} {{Blocco a destra|margine=2em|style=margin-bottom: 0.5em|{{Type|f=85%|l=1px|{{AutoreCitato|Decimo Giunio Giovenale|{{Sc|Juven.}}}}, {{TestoCitato|Satire (Giovenale)|''Sat.''}} v. 187.<ref>Nel 1777 l’A. aveva letto per la prima volta le satire di Giovenale; e vi ritornò con piú amore, tentandone anche la traduzione in terza rima, nel 1790 ({{TestoCitato|Vita (Alfieri, 1804)|''Aut.''}}, IV, 5° e 20°).</ref>}}}} {{Blocco a destra|larghezza=220px|style=margin-bottom: 2em|{{Indentatura|1.2em}}{{Type|f=85%|Pel padre omai la minor spesa è il figlio.}}</div>}} <poem> :Signor Maestro, siete voi da Messa?<ref>1. Signor Maestro, chiede il Conte all’istitutore che si è presentato per entrare al suo servizio, avete voi pronunciati i vóti, potete voi dire la messa?</ref> — Strissimo sí, son nuovo celebrante.<ref>2. '''Strissimo,''' aferesi per ''illustrissimo''; frequente nel dialetto veneziano. — '''Son nuovo celebrante:''' ho pronunciati i vóti or ora.</ref> — {{R|3}} Dunque voi la direte alla Contessa. :Ma, come siete dello studio amante? Come stiamo a giudizio?<ref>5. '''A giudizio,''' a criterio.</ref> i’ vo’ informarmi {{R|6}} Ben ben di tutto, e chiaramente, avante. — :Da chi le aggrada faccia esaminarmi. So il Latino benone: e nel costume {{R|9}} Non credo ch’uom nessun potrà tacciarmi.<ref>9. '''Tacciarmi,''' accusarmi.</ref> — :Questo vostro Latino è un rancidume.<ref>10. '''Un rancidume,''' una cosa caduta in discredito, e anche inutile.</ref> Ho sei figli: il Contino è pien d’ingegno,<ref>10-11. '''Il Contino''' è il maggiore dei figli del Conte, al quale, per la legge del {{Wl|Q1762301|''maiorascato''}}, spettava il titolo paterno, e la massima parte dei beni. — Il {{AutoreCitato|Giuseppe Parini|{{Sc|Parini}}}} (''{{TestoCitato| Il Giorno/Il Mattino|Mattino}}'', 227 segg.): :::::...A voi, {{Ec|diviua|divina}} schiatta, ::Vie piú che a noi mortali, il ciel concesse ::Domabile midollo entro al cerèbro ::Sí che breve lavor basta a stamparvi ::Novelle idee. In oltre a voi fu dato ::Tal de’ {{Ec|seusi|sensi}} e de’ nervi e degli spirti ::Moto e struttura, che ad un tempo mille ::Penetrar puote e concepir vostr’alma ::Cose diverse, e non però turbarle ::O {{Ec|confouder|confonder}} giammai, ma scevre e chiare ::Ne’ loro alberghi ricovrarle in mente.</ref> {{R|12}} E di eloquenza naturale un fiume. :Un po’ di pena per tenerli a segno I du’ Abatini e i tre Cavalierini {{R|15}} Daranvi; onde fia questo il vostro impegno. :Non me li fate uscir dei dottorini:<ref>16. '''Dei dottorini,''' dei saputelli. «I miei parenti», scrive l’A. al cap. 2° dell’ep. I dell’{{TestoCitato|Vita (Alfieri, 1804)|''Aut.''}}, «erano anch’essi ignorantissimi, e spesso udiva loro ripetere quella rituale massima dei nostri nobili d’allora; che ad un signore non era necessario di diventare un dottore».</ref> Di tutto un poco parlino, in tal modo<ref name="p238">17. Sieno capaci di parlare superficialmente di tutto, sí da far buona figura in società. Anche il Giovin Signore del {{AutoreCitato|Giuseppe Parini|{{Sc|Parini}}}} ciangotta il francese, studia il violino, è circondato da un nuvolo di maestri, sicché ::Il vulgo... a cui non dessi il velo</ref> </poem><noinclude><br clear="all" /> <references/></noinclude> m6vwku4fq0prom6ybnuuufvn6c81nu8 3895238 3895236 2026-09-06T06:31:37Z Dr Zimbu 1553 3895238 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|238|{{Sc|dalle «satire»}}||riga=si}}</noinclude> {{ct|f=110%|t=2|v=1|L=1px|{{Sc|Satira Sesta}}{{Ec||.}}<ref>Questa satira fu, secondo l’autografo laurenziano, incominciata il 5 decembre 1795, e finita tre giorno dopo.</ref>}} {{ct|f=110%|v=2|L=1px|'''L’Educazione.'''}} {{Blocco a destra|larghezza=220px|{{Indentatura|1.2em}}{{Type|f=85%|{{Type|l=12px|.....}}Res nulla minoris<br/>Constabit patri, quam filius.}}</div>}} {{Blocco a destra|margine=2em|style=margin-bottom: 0.5em|{{Type|f=85%|l=1px|{{AutoreCitato|Decimo Giunio Giovenale|{{Sc|Juven.}}}}, {{TestoCitato|Satire (Giovenale)|''Sat.''}} v. 187.<ref>Nel 1777 l’A. aveva letto per la prima volta le satire di Giovenale; e vi ritornò con piú amore, tentandone anche la traduzione in terza rima, nel 1790 ({{TestoCitato|Vita (Alfieri, 1804)|''Aut.''}}, IV, 5° e 20°).</ref>}}}} {{Blocco a destra|larghezza=220px|style=margin-bottom: 2em|{{Indentatura|1.2em}}{{Type|f=85%|Pel padre omai la minor spesa è il figlio.}}</div>}} <poem> :Signor Maestro, siete voi da Messa?<ref>1. Signor Maestro, chiede il Conte all’istitutore che si è presentato per entrare al suo servizio, avete voi pronunciati i vóti, potete voi dire la messa?</ref> — Strissimo sí, son nuovo celebrante.<ref>2. '''Strissimo,''' aferesi per ''illustrissimo''; frequente nel dialetto veneziano. — '''Son nuovo celebrante:''' ho pronunciati i vóti or ora.</ref> — {{R|3}} Dunque voi la direte alla Contessa. :Ma, come siete dello studio amante? Come stiamo a giudizio?<ref>5. '''A giudizio,''' a criterio.</ref> i’ vo’ informarmi {{R|6}} Ben ben di tutto, e chiaramente, avante. — :Da chi le aggrada faccia esaminarmi. So il Latino benone: e nel costume {{R|9}} Non credo ch’uom nessun potrà tacciarmi.<ref>9. '''Tacciarmi,''' accusarmi.</ref> — :Questo vostro Latino è un rancidume.<ref>10. '''Un rancidume,''' una cosa caduta in discredito, e anche inutile.</ref> Ho sei figli: il Contino è pien d’ingegno,<ref>10-11. '''Il Contino''' è il maggiore dei figli del Conte, al quale, per la legge del {{Wl|Q1762301|''maiorascato''}}, spettava il titolo paterno, e la massima parte dei beni. — Il {{AutoreCitato|Giuseppe Parini|{{Sc|Parini}}}} (''{{TestoCitato|Il Giorno/Il Mattino|Mattino}}'', 227 segg.): :::::...A voi, {{Ec|diviua|divina}} schiatta, ::Vie piú che a noi mortali, il ciel concesse ::Domabile midollo entro al cerèbro ::Sí che breve lavor basta a stamparvi ::Novelle idee. In oltre a voi fu dato ::Tal de’ {{Ec|seusi|sensi}} e de’ nervi e degli spirti ::Moto e struttura, che ad un tempo mille ::Penetrar puote e concepir vostr’alma ::Cose diverse, e non però turbarle ::O {{Ec|confouder|confonder}} giammai, ma scevre e chiare ::Ne’ loro alberghi ricovrarle in mente.</ref> {{R|12}} E di eloquenza naturale un fiume. :Un po’ di pena per tenerli a segno I du’ Abatini e i tre Cavalierini {{R|15}} Daranvi; onde fia questo il vostro impegno. :Non me li fate uscir dei dottorini:<ref>16. '''Dei dottorini,''' dei saputelli. «I miei parenti», scrive l’A. al cap. 2° dell’ep. I dell’{{TestoCitato|Vita (Alfieri, 1804)|''Aut.''}}, «erano anch’essi ignorantissimi, e spesso udiva loro ripetere quella rituale massima dei nostri nobili d’allora; che ad un signore non era necessario di diventare un dottore».</ref> Di tutto un poco parlino, in tal modo<ref name="p238">17. Sieno capaci di parlare superficialmente di tutto, sí da far buona figura in società. Anche il Giovin Signore del {{AutoreCitato|Giuseppe Parini|{{Sc|Parini}}}} ciangotta il francese, studia il violino, è circondato da un nuvolo di maestri, sicché ::Il vulgo... a cui non dessi il velo</ref> </poem><noinclude><br clear="all" /> <references/></noinclude> b1wh73ica2lsk3rrxkh5vk1ff7flezf Pagina:Alfieri - Rime scelte, Sansoni, 1912.djvu/267 108 842223 3895239 3011482 2026-09-06T06:31:49Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895239 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|di vittorio alfieri}}|239|riga=si}}</noinclude> <poem> {{R|18}} Da non parer nel mondo babbuini:<ref>18. '''I babbuini''' sono una specie di scimmie; qui vale quanto ''stupidi''.</ref> :Voi m’intendete. Ora, venendo al sodo,<ref>19. '''Al sodo:''' quello, adunque, di cui si è parlato fino ad ora è di poca importanza; ciò che preme è il salario.</ref> Del salario parliamo. I’ do tre scudi;<ref>20. '''Tre scudi,''' circa quindici lire; e il Conte ha il coraggio di dire che a casa sua fa star tutti bene! Avaro non solo, ma vanaglorioso.</ref> {{R|21}} Che tutti in casa far star bene io godo. — :Ma, Signor, le par egli? a me, tre scudi? Al cocchier ne dà sei. — Che impertinenza! {{R|24}} Mancan forse i Maestri, anco a du’ scudi? :Ch’è ella in somma poi vostra<ref>25. '''Vostra,''' di voi educatori.</ref> scïenza? Chi siete in somma voi, che al mi’ cocchiere {{R|27}} Veniate a contrastar la precedenza? :Gli è nato in casa, e d’un mi’ cameriere; Mentre tu sei di padre contadino,<ref>29. Si noti il passaggio dal ''voi'' al ''tu''; non il ''tu'' confidenziale, ma dispregiativo; a cui succede il ''lei'' arrogante del v. 36°.</ref> {{R|30}} E lavorano i tuoi l’altrui podere. :Compitar,<ref>31. '''Compitare,''' balbettare, leggere malamente, e non intendere quello che malamente si legge.</ref> senza intenderlo, il Latino; Una zimarra, un mantellon talare,<ref>32. '''La zimarra''' è la lunga cappa dei preti. — '''Talare,''' sacerdotale.</ref> {{R|33}} Un collaruccio sudi-cilestrino,<ref>33. '''Sudi-cilestrino,''' di color celeste-sudicio.</ref> :Vaglion forse a natura in voi cangiare? Poche parole: io pago arcibenissimo: {{R|36}} Se a lei non quadra,<ref>36. '''Non quadra,''' non piace.</ref> ella è padron d’andare. — :La non s’adiri, via, caro Illustrissimo:<ref>37. Non una parola di risentimento nel povero maestro; è proprio vero che altri accetterebbe l’impiego anche a due scudi, quindi, non rimane che piegare la testa.</ref> Piglierò scudi tre di mensuale:<ref>38. '''Mensuale,''' nome che vale quanto ''stipendio mensile''.</ref> {{R|39}} Al resto poi provvederà l’Altissimo.<ref>39. '''L’Altissimo,''' Iddio.</ref> :Qualche incertuccio<ref>40. '''Qualche {{Ec|iucertuccio|incertuccio}},''' qualche piccola mancia, qualche solderello di piú.</ref> a Pasqua ed al Natale Saravvi, spero: e intanto mostrerolle {{R|42}} Ch’ella non ha un Maestro dozzinale.<ref>42. '''Dozzinale,''' ordinario, da averne una dozzina con poca spesa.</ref> — :Pranzerete con noi; ma al desco molle<ref>43. '''Mangiare a desco molle''' vuol dire mangiare senza tovaglia, e la {{AutoreCitato|Accademia della Crusca|{{Sc|Crusca}}}} ne cita esempi di ottimi scrittori; qui vuol dire l’A.: quando il pranzo è terminato, quando si leva la tovaglia, e incomincia la conversazione.</ref> V’alzerete di tavola: e s’intende </poem><ref follow="p238"> ::Aprir de’ venerabili misteri ::Fie pago assai, poiché vedrà sovente ::Ire e tornar dal ''suo'' palagio i primi ::D’arte maestri, e con aperte fauci ::Stupefatto berrà le ''sue'' sentenze.</ref><noinclude><br clear="all" /> <references/></noinclude> 2uzo6bb6f5uqq6c8t14ir8iiilg9awv Pagina:Alfieri - Rime scelte, Sansoni, 1912.djvu/268 108 842232 3895240 3011507 2026-09-06T06:32:14Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895240 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|240|{{Sc|dalle «satire»}}||riga=si}}</noinclude> <poem> {{R|45}} Che in mia casa abiurate il ''velle'' e il ''nolle''. :Oh ve’! sputa Latin chi men pretende: Cosí i miei figli tutti (e’ son di razza)<ref>45-47. '''Il velle e il nolle:''' il volere e il non volere. A queste due parole latine si riferiscono i versi che seguono: dopo averle pronunciate, il Conte ci ripensa e, compiacendosene, dice: io che non la pretendo in latino, so sfoggiare, al bisogno, le mie brave parole di questo linguaggio; già, in casa nostra siamo tutti geni.</ref> {{R|48}} Vedrete che han davver menti stupende. :Mi scordai d’una cosa: la ragazza<ref>{{Ec|48|49}}. Non sono solamente sei maschi da istruire per quindici lire mensili; c’è anche la Signorina, ma il Conte lo dice ora che l’affare è concluso. — Le ariette, quelle che chiudono le scene piú importanti dei drammi metastasiani, e che davano tanto ai nervi all’A. ({{TestoCitato|Vita (Alfieri, 1804)|''Aut.''}}, II, 4).</ref> Farete leggicchiar di quando in quando; {{R|51}} {{AutoreCitato|Pietro Metastasio|Metastasio}}, le ariette; ella n’è pazza. :La si va da se stessa esercitando: Ch’io non ho il tempo e la Contessa meno: {{R|54}} Ma voi gliele verrete interpretando, :Finché un altro par d’anni fatti sieno;<ref>55. '''Fatti sieno,''' sieno trascorsi: anche nell’{{TestoCitato|Vita (Alfieri, 1804)|''Aut.''}} — (II, 5°): «con cui si era fatta la gioventú».</ref> Ch’io penso allor di porla in monastero, {{R|57}} Perch’ivi abbia sua mente ornato pieno.<ref>57. E per lasciarvela. A chi non apparisce a questo punto dinanzi alla memoria l’immagine della {{Wl|Q3860377|Monaca di Monza}}, la cui sorte era, prima ancòra ch’ella nascesse, irrevocabilmente stabilita? — '''Ornato pieno,''' piena coltura.</ref> :Ecco tutto. Io m’aspetto un magistero<ref>58. '''Magistero,''' insegnamento.</ref> Buono da voi. Ma, come avete nome? — {{R|60}} A servirla, Don Raglia da Bastiero.<ref>60. Il nome e il cognome di questo istitutore sono, mercé una lepidezza di poco buon gusto, abbastanza trasparenti, perché vi sia bisogno di spiegarne il significato. Può darsi che, nel foggiare il tipo di Don Ralia, l’A. avesse in mente quel Don Ivaldi, prete ignorantuccio, del quale discorre nei primi capitoli dell’{{TestoCitato|Vita (Alfieri, 1804)|''Autobiografia''}}, e di cui si ricordava però con affetto molti anni dopo, se ne chiedeva premurosamente notizie alla madre (lett. del 13 dic. 1790); ma con maggiore probabilità gliene prestarono i colori le qualità negative dei tanti maestri con cui ebbe che fare in casa e fuori di casa. {{AutoreCitato|Carlo Porta|{{Sc|Carlo Porta}}}} ha, nella larga schiera dei personaggi che vivono nelle sue poesie di vita immortale, un tipo che ricorda quello di Don Ralia da Bastiero: Don Ventura, il cappellano prescelto dalla Marchesa Travasa.</ref> — :Cosí ha provvisto il nobil Conte al come Ciascun de’ suoi rampolli un giorno onori {{R|63}} D’alloro pari al suo le illustri chiome. :Educandi, educati, educatori Armonizzando<ref>65. '''Armonizzando,''' andando perfettamente d’accordo.</ref> in sí perfetta guisa, {{R|66}} Tai ne usciam poscia Italici Signori :Frigio-Vandala stirpe, irta e derisa.<ref>67 '''Frigio-Vandala;''' i Frigi ebbero fama di effeminati, d’imbelli; i Vandali sono rimasti famosi per la loro barbarie: '''irta,''' incivile, rozza. Si noti da ultimo che l’A. dice ''usciam'' (v. 66), comprendendo anche se stesso nel numero di quelli che erano stati rovinati da siffatti maestri, cui sceglieva l’ignoranza e l’avarizia dei genitori.</ref> </poem><noinclude><br clear="all" /> <references/></noinclude> rewuhxxx7a4qt8k4hzvqb4cz1e60dnz Pagina:Alfieri - Rime scelte, Sansoni, 1912.djvu/269 108 842993 3895242 3014100 2026-09-06T06:34:07Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895242 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|di vittorio alfieri}}|241|riga=si}}</noinclude> {{ct|f=110%|t=2|v=1|L=1px|{{Sc|Satira Ottava}}.<ref>Le critiche mosse alla {{TestoCitato|Tragedie (Alfieri, 1783)|edizione senese delle tragedie alfieriane}} avevano senza dubbio ferito profondamente il nostro Poeta (vegg. le annotazioni ai son. {{TestoCitato|Opera:Due Gori, un Bianchi, e mezzo un arciprete (Alfieri)|''Due Gori, un Bianchi e mezzo un arciprete''}}, e {{TestoCitato|Opera:Non più scomposta il crine, il guardo orrendo (Alfieri)|''Non piú scomposta il crine, il guardo orrendo''}}), ma non è supponibile che egli attendesse a rispondere ai detrattori dell’opera sua fino al 1796, nel gennaio del quale anno fu incominciata la surriferita satira; occasione e spinta alla composizione di essa può darsi che fosse invece la parodia tragica intitolata ''Socrate'', nella quale compendiavansi, con sufficiente arguzia, i difetti delle tragedie del nostro Poeta e che apparve la prima volta nel 1788. Di questa tragedia per ridere che l’A. giudicava, senz’altro, una sciocchezza, (vegg. lett. del 7 ott. 1788 a Mario Bianchi e a Teresa Mocenni) proprio nel ’96 facevasi la seconda edizione, segno evidente che aveva trovato buon numero di lettori, e ciò poté dare ai nervi all’A. e indurlo a rispondere agli anonimi critici (gli autori del ''Socrate'' furono quattro, il {{AutoreCitato|Gaspare Mollo|Mollo}}, il {{Wl|Q94830827|Sanseverino}}, il {{Wl|Q113352803|Sauli}} e il {{AutoreCitato|Giorgio Viani|Viani}}), impersonandoli in Don Buratto, arciconsolo della {{AutoreCitato|Accademia della Crusca|Crusca}}.</ref>}} {{ct|f=110%|v=2|L=1px|'''I Pedanti.'''}} <div style="width: 70%; margin-bottom: 0.6em; font-size: 85%; float: right;"><div style="width: 24%; float: left;">''Pistoclerus''.</div><div style="float: left;">Jam excessit mihi aetas ex magisterio tuo.</div><br clear="all" /><div style="width: 24%; float: left;">''Pædagogus''.</div><div style="float: left;">Magistron’ quemquam discipulum minitarie?</div></div> {{Blocco a destra|margine=0.5em|style=margin-bottom: 0.5em|{{Type|f=85%|l=1px|{{AutoreCitato|Tito Maccio Plauto|{{Sc|Plautus}}}}, {{Wl|Q798026|''Bacchides''}}, Act. I, Sc. 2ª, v. 40-44.}}}} <div style="width: 70%; margin-bottom: 2em; font-size: 85%; float: right;"><div style="width: 24%; float: left;">''Pistoclero''.</div><div style="float: left;">Fuor di Maestro, parmi, esser dovrei<br/>All’età mia.</div><br clear="all" /><div style="width: 24%; float: left;">''Pedagogo''.</div><div style="float: left;">{{spazi|23}}Ragazzo, or tu minacci<br/>Il Precettore tuo?</div></div><br clear="all" /> <poem> :Ed io gliel dico, che il Verbo ''Vagire'' Non è di Crusca: usò il {{AutoreCitato|Anton Maria Salvini|Salvin}} ''Vagito'': {{R|3}} Ma, a ogni modo, ''Vagir'' non si può dire.<ref>1-3. Il discorso contenuto in questi versi s’intende che sia di Don Buratto; il ''buratto'', come è noto, è il vaglio, il crivello, che è anche l’insegna dell’{{AutoreCitato|Accademia della Crusca|Accademia della Crusca}}, con quel motto che fu riferito altrove: ''Il piú bel fior ne coglie''. — Veramente il {{Wl|Q4015911|Dizionario della Crusca}} non cita né ''vagire'' né ''vagito'', del che la rimproverò {{AutoreCitato|Vincenzo Monti|{{Sc|Vincenzo Monti}}}}, nelle ''Proposte di alcune correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca'' (Milano, Regia stamperia, 1824, III, 404), allegando di quelle voci esempi del {{AutoreCitato|Gabriello Chiabrera|Chiabrera}}, del {{AutoreCitato|Alessandro Marchetti|Marchetti}} e di altri. — {{AutoreCitato|Anton Maria Salvini|{{Sc|Anton Maria Salvini}}}} (1653-1729), solenne erudito e uno dei compilatori del Vocabolario; l’A. lesse, dal 1800 al 1802 l’{{TestoCitato|Opera:Iliade|''Iliade''}}, l’{{TestoCitato|Opera:Odissea|''Odissea''}}, e gli {{TestoCitato|Inni omerici|''Inni Omerici''}}, sopra una traduzione del Salvini e ne tempestò i margini di note furiose: ‘Bifolco!, ‘Buffone!, ''et similia''.</ref> — :Grazie a lei, Don Buratto: ebbi il prurito<ref>4. '''Il prurito,''' la velleità, il desiderio.</ref> D’usar questo verbuccio in un Sonetto, {{R|6}} Per me’<ref>6. '''Me’,''' meglio.</ref> schernire un vecchio rimbambito. — :Me’ per lei, ch’anco in tempo a me l’ha detto! Se no, l’opra ed il tempo ella perdea; {{R|9}} Che con sí fatta macchia, addio Sonetto. :Vuolsi ir ben cauti, allor che si ha un’idea; Sempre vestirla d’abiti già usati: {{R|12}} Crusca esser vuole, e non farina rea. </poem><noinclude><br clear="all" /> <references/> {{PieDiPagina|{{Type|f=0.8em|l=1px|{{Sc|Alfieri}}, ''Rime varie.''}}||{{Type|f=0.8em|16}}|m=1em}}</noinclude> shk06xsr9pvicev5vh307r9l8jylpyg Pagina:Alfieri - Rime scelte, Sansoni, 1912.djvu/270 108 847075 3895243 3029614 2026-09-06T06:35:34Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895243 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|242|{{Sc|dalle «satire»}}||riga=si}}</noinclude> <poem> :Ben so ch’ella Pedanti ha noi chiamati:<ref>{{Ec|16|13}}. Nel seg. epigramma, senza data, ma del 1783 (vegg. {{AutoreCitato|Rodolfo Renier|{{Sc|Renier}}}}, ''op. cit.'', LXXV e 280): ::::::{{TestoCitato|Opera:Pedanti, pedanti (Alfieri)|Pedanti, pedanti}} :::::Che fate voi? ::::::Ansanti, sudanti :::::Stiam dietro a voi.</ref> Poi c’è venuto il Signorino al ''jube'',<ref>14. '''Al jube,''' al rendimento dei conti, a farsi giudicare da noi.</ref> {{R|15}} Dopo i primi suoi versi canzonati. — :Don Buratto, pietà: sgombri ogni nube D’ira grammatical dalla dott’alma, {{R|18}} «E armonizziamo in concordanti tube».<ref>18. Verso, io credo, rifatto ad orecchio, ad imitazione di {{AutoreCitato|Dante Alighieri|Dante}}.</ref> :Tardi, è ver, mi addossai la dura salma Grammatical: ma non ch’io mai spregiassi {{R|21}} Del purgato sermon l’augusta palma:<ref>19-21. . . . '''la dura salma Grammatical;''' nell’{{TestoCitato|Vita (Alfieri, 1804)|''Autobiografia''}} (IV, 1°): «Fatto il giuramento, m’inabissai nel vortice grammatichevole, come già {{Wl|Q624745|Curzio}} nella voragine, tutto armato, e guardandola». '''Palma,''' nel senso di vittoria; merito.</ref> :Bensí volgendo mal esperto i passi Vèr la nuov’arte del dir molto in poco,<ref>23. A questo mirò sempre in specialissimo modo l’A. e mai non si stancò di condensare, di abbreviare, di sfrondare, sí da cadere parecchie volte nell’arido e nell’oscuro. Dice egli stesso a proposito del {{TestoCitato|Opera:Filippo (Alfieri)|''Filippo''}} ({{TestoCitato|Vita (Alfieri, 1804)|''Aut.''}}, IV, 2°): «Quel mio primo ''Filippo'', che poi alla stampa si accontentò di annoiare il pubblico con soli 1400 e qualche versi, nei due primi tentativi pertinacemente volle annoiare e disperare il suo autore con piú di due mila versi, in cui egli diceva allora assai meno cose, che nei 1400 dappoi.»</ref> {{R|24}} Era mestier ch’io nuovamente errassi. :Quindi a molti il mio carme suonò roco, Perch’ei piú aguzzo assai venía che tondo, {{R|27}} Sí che niegava ad ogni trillo il loco.<ref>22-27. '''Roco,''' aspro. — '''Perch’ei {{ec|più|piú}} aguzzo etc.,''' perchè feriva, molto piú che non lo accarezzasse, l’orecchio degli ascoltatori, dei lettori. Nella cit. {{TestoCitato|Opera:Lettera a Ranieri de' Calzabigi (Alfieri, 6 settembre 1783)|lett. a Ranieri de’ Calzabigi}}: «A dire il vero, mi parve tale l’indole della lingua nostra, da non mai temere in lei la durezza, bensí molto la fluidità troppa, per cui le parole sdrucciolano di penna a chi scrive, di bocca a chi recita, e colla stessa facilità, da gli orecchi di chi ascolta».</ref> :Aspretto sí, ma non del tutto immondo Era il mio stil; che in sottointender troppo {{R|30}} Fe’ sí che poco lo intendeva il mondo. — :Alto là: ch’al suo dir qui pongo intoppo; Che biasmandosi parmi, ella s’incensi, {{R|33}} Scambiando il corto stil col parlar zoppo.<ref>33. '''Zoppo,''' difettoso, oscuro.</ref> :Ai tanti uccisi Articoli ella pensi,<ref>34. Già ne’ primi versi del ''Socrate'' era satireggiata questa abitudine alfieriana di sopprimer l’articolo: Platone dice: ::Patria! non patria tu; tal nome in vano ::Pretendi tu; di Socrate tu madre ::Indegna; a cittadin, che di te padre ::Nomar si debbe, e ben membrar lo dei ::Recar onta non temi! e ben piú grave ::Di morte è onta a Sofo.</ref> </poem><noinclude><br clear="all" /> <references/></noinclude> jfttf4cvawb3k9hccdw5wzx5h1bad5q Pagina:Alfieri - Rime scelte, Sansoni, 1912.djvu/271 108 847077 3895244 3029619 2026-09-06T06:37:17Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895244 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|di vittorio alfieri}}|243|riga=si}}</noinclude> <poem> E a’ suoi Pronomi triplicati a vuoto,<ref>35. «Gliela do vinta quanto ai pronomi, e già son tolti dai due primi atti del {{TestoCitato|Opera:Filippo (Alfieri)|''Filippo''}} i due ''t’hai tu'', che son stati il {{Wl|Q840625|''Sibolet''}} degli Effraimiti, che facea gridar contro loro: ''muoja''». Però, in un epigramma del 27 sett. 1763: ::{{TestoCitato|Opera:Tolti di mie tragedie i due t'hai tu (Alfieri)|Tolti di mie tragedie i due ''t’hai tu'',}} :::Le intendi piú? ::Dunque in esse null’altro era di piú, :::Lettor, che ''tu''.</ref> {{R|36}} E al tener sempre i suoi Lettori intensi...<ref>36. '''Intensi,''' nel significato di ''intenti'', con l’animo sospeso, ansiosi di conoscer la catastrofe.</ref> — :E all’ostinato mio superbo voto Di non chieder consiglio né accettarlo, {{R|39}} Se non se da Scrittor per fama noto:<ref>37-39. . . . . «subito mi parve di poter leggere il {{TestoCitato|Opera:Polinice (Alfieri)|''Polinice''}} ad alcuni di quei barbassori dell’Università [di Pisa], i quali mi si mostrarono assai soddisfatti della tragedia, e ne censurarono qua e là l’espressioni, ma neppure con quella severità che avrebbe meritata. In quei versi, a luoghi si trovavan cose dette felicemente; ma il totale della pasta ne riusciva ancora languida, lunga e triviale a giudizio mio: a giudizio dei Barbassori, riusciva scorretta qualche volta, ma fluida diceano e sonante. Non c’intendevamo. Io chiamava languido e triviale ciò ch’essi diceano fluido e sonante; quanto poi alle scorrezioni, essendo cosa di fatto e non di gusto, non ci cadea contrasto. Ma neppure su le cose di gusto cadeva contrasto fra noi, perché io a meraviglia tenea la mia parte di discente, come essi la loro di docenti: era però ben fermo di volere prima d’ogni cosa piacere a me stesso. Da quei signori dunque io mi contentava d’imparare negativamente, ciò che non va fatto: dal tempo, dall’esercizio, dall’ostinazione e da me, io mi lusingava poi d’imparare quel che va fatto». ({{TestoCitato|Vita (Alfieri, 1804)|''Aut.''}}, IV, 2°).</ref> :Dico ben, Don Buratto? E questo è il tarlo Che inimicommi la insegnante schiera,<ref>41. '''La insegnante schiera,''' la schiera di coloro che pretendono dettar legge in fatto di lingua e di buon gusto.</ref> {{R|42}} Al cui solenne Imperatore or parlo. :Ma via, si ammansi: io non son piú quel ch’era: Molle son fatto, ed umile, e manoso;<ref>44. '''Manoso,''' cedevole, arrendevole, e si dice particolarmente dei panni.</ref> {{R|45}} La mi cavalchi da mattina a sera. :Io sto ad udirla, d’imparar bramoso: La non mi celi alcun dei begli arcani, {{R|48}} Ond’esce il grave scrivere ubertoso.<ref>48. '''Grave,''' pesante, cattedratico; '''ubertoso,''' fiorito, pieno di quegli artifici retorici, tanto in odio all’A.</ref> — :Sappia da prima, che agl’ingegni sani, Signor Tragico mio, non piace il forte, {{R|51}} «Nè il velame aspro de’ suoi versi strani».<ref>49-51. {{AutoreCitato|Dante Alighieri|{{Sc|Dante}}}} ({{TestoCitato|Divina Commedia/Inferno/Canto IX|''Inf.'', IX}}, 61 seg.): ::O voi che avete gl’{{Ec|iutelletti|intelletti}} sani, ::Mirate la dottrina che s’asconde ::Sotto il velame degli versi strani!</ref> :Piacer senza fatica il carme apporte,<ref>52. Al contrario, l’A. si vantava, con giusto orgoglio, che la sua tragedia obbligasse a pensare: :::::{{TestoCitato|Opera:Mi trovan duro? (Alfieri)|Mi trovan duro}}: :::::Anch’io lo so: :::::Pensar li fo.</ref> E armonia copïosa lenitiva<ref>53. '''Copiosa,''' abbondante; '''lenitiva,''' che accarezza e quasi addormenta.</ref> {{R|54}} Che orecchi e cuore e spiriti conforte. </poem><noinclude><br clear="all" /> <references/></noinclude> che57jkokf42izv9l5r0q5ysq02xfql Pagina:Alfieri - Rime scelte, Sansoni, 1912.djvu/272 108 847080 3895245 3029623 2026-09-06T06:39:19Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3895245 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|244|{{Sc|dalle «satire»}}||riga=si}}</noinclude> <poem> :Che brevità quest’è, che l’alma priva Di quella inenarrabil placidezza, {{R|57}} Con cui molce chi avvien che steso scriva?<ref>55-57. «La tragedia», scriveva l’A. nella cit. {{TestoCitato|Opera:Lettera a Ranieri de' Calzabigi (Alfieri, 6 settembre 1783)|lett. al Calzabigi}}, «[deve essere] rapida per quanto si può servendo alle passioni, che tutte piú o meno voglion pur dilungarsi...» — '''Con cui molce''' etc. con cui appaga l’animo chi è capace di scrivere abbondantemente (''steso'').</ref> :Cos’è quest’artefatta stitichezza<ref>58. '''Stitichezza,''' nel senso di brevità, difficoltà di esprimersi con gran numero di parole.</ref> Di dir piú in tre parole ch’altri in venti? {{R|60}} Non lo scarno, il polposo fa bellezza. :Che son elle codeste impertinenti Tragedie in cinque o in quattro personaggi, {{R|63}} Insultatrici delle antecedenti?<ref>61-63. Nella tragedia l’A. voleva «i soli personaggi attori e non consultori o spettatori», e sono generalmente quattro o cinque, con una o due donne.</ref> :Non ci avean date già Scrittori maggi<ref>64. '''Maggi,''' maggiori; cosí in {{AutoreCitato|Dante Alighieri|{{Sc|Dante}}}} ({{TestoCitato|Divina Commedia/Inferno/Canto VI|''Inf.'', VI}}, 48; ''Par.'', {{TestoCitato|Divina Commedia/Paradiso/Canto VI|VI}}, 120; {{TestoCitato|Divina Commedia/Paradiso/Canto XIV|XIV}}, 97).</ref> Rosmunde e Sofonisbe e Oresti e Bruti,<ref>65. La {{Wl|Q84172567|''Rosmunda''}} e l’''Oreste'' sono due tragedie di {{Wl|Q1248954|{{Sc|Giov. Rucellai}}}} (1475-1525), la {{Wl|Q1502106|''Sofonisba''}} è di {{AutoreCitato|Gian Giorgio Trissino|{{Sc|G. G. Trissino}}}}, e fu rappresentata la prima volta nel 1515. De’ ''Bruti'' ne furon scritti parecchi prima di quelli dell’A.: fra gli altri, uno ne scrisse {{Wl|Q88566989|{{Sc|Saverio Pansutti}}}} (Napoli, Parrini, 1723), un altro {{Wl|Q55228417|{{Sc|Giuseppe Gorini-Corio}}}}, (Milano, Mantano, 1724). Ma non possiamo dire a quale si riferisca Don Buratto.</ref> {{R|66}} Da spaventar dappoi gli audaci e i saggi? :Che moderni! che razza di saputi! Voler tutto rifare, andando al breve, {{R|69}} Spogliato di quei fregj a noi piaciuti!<ref>69. '''A noi piaciuti,''' che piacquero a noi.</ref> :Certo, i lirici Cori onde riceve L’udito e il cuore dilettanza tanta, {{R|72}} L’immaginarli e il verseggiarli è greve:<ref>70-72. Tanto le due tragedie del {{Wl|Q1248954|Rucellai}} quanto quella del {{AutoreCitato|Gian Giorgio Trissino|Trissino}} hanno de’ cori, che non prendono parte viva all’azione delle tragedie stesse, ma commentano via via quello che gli attori dicono e quel poco che fanno.</ref> :Piú facil quindi e spiccio è il dir: «Non canta «La Tragedia fra noi: chi ariette scrive, {{R|75}} «Dai suoi Catoni i Catoncini ei schianta».<ref>75. Cioè, separa ciò che è inseparabile, ed unisce cose che non possono stare insieme.</ref> :Suore forse non son le Nove Dive?<ref>76. '''Le Nove Dive,''' le Muse.</ref> Fia che a sdegno Melpòmene mai prenda {{R|78}} Voci aver da Tersícore<ref>78. '''Tersícore''' è delle Muse quella che presiede alla danza; ma qui è, invece, da considerarsi come la dea del canto.</ref> piú vive? :La Tragedia, gnor sí, canta;<ref>79. '''Canta,''' cioè, deve cantare.</ref> e l’intenda Com’ella il vuole: il {{AutoreCitato|Pietro Metastasio|Metastasio}} è norma, {{R|81}} Che i Greci imita, e i Greci a un tempo ammenda.<ref name="p244">81. '''Ammenda,''' corregge. All’A. pareva che i melodrammi del Metastasio fossero proprio la negazione dello stile tragico e rideva di coloro che a Pisa glieli</ref> </poem><noinclude><br clear="all" /> <references/></noinclude> q2lkuubwkr5a2jba1gtly9si35xw07j Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/384 108 956413 3894991 3471864 2026-09-05T12:00:18Z Utoutouto 16823 /* Riletta */ 3894991 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|374|maschere nude|}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Fifí}} (''ridendo''). Ma sapete che siete davvero spassoso, caro Ciampa! {{Sc|Ciampa}}. Ma se questa è la vita, signor Fifí! Conservare il rispetto della gente, signora! Tenere alto il proprio pupo — quale si sia — per modo che tutti gli facciano sempre tanto di cappello! Non so se mi sono spiegato. Veniamo a noi, signora. Che devo andare a fare a Palermo? {{Sc|Beatrice}} (''impressionata e rimasta astratta, sopra pensiero''). A Palermo? {{Sc|Fifí}} (''richiamandola a sé''). Ohè, Beatrice! {{Sc|Beatrice}}. Ah, già... ecco... M’era parso di sentire rientrare Fana di là... {{Sc|Ciampa}}. La signora ha forse cambiato idea? {{Sc|Beatrice}}. Non ho cambiato niente! {{block|is|A Fifí:}}Dove ho messo il danaro? {{Sc|Fifí}}. Lí, mi sembra, su quel tavolinetto. {{Sc|Beatrice}}. Ah, eccolo qua. Queste, Ciampa, sono trecentocinquanta lire. {{block|is|Gliele dà.}} {{Sc|Ciampa}}. E che vuole che ne faccia? {{Sc|Beatrice}}. Aspettate. Vado a prenderne altre centocinquanta di là — e due polizze, {{Sc|Ciampa}} (''guardando Fifí con severità''). Del monte? {{Sc|Fifí}}. Precisamente. Perché mi guardate? {{Sc|Ciampa}}. Io? No. Ai comandi! {{Sc|Beatrice}}. Si tratta del resto di ritirare gli oggetti. Un pajo d’orecchini e un braccialetto, in due astucci. Vado a prendervi le polizze. {{block|is|Via per l’uscio a destra.}} {{Sc|Fifí}}. Siccome mia sorella li ha messi in pegno per fare un favore a me, di nascosto a suo marito... {{Sc|Ciampa}}. Ma per carità, signor Fifí, io sono un suo servitore... {{Sc|Fifí}}. No, non ho nessuna difficoltà a dirlo. Ho restituito a mia sorella il danaro. E mia sorella desidera che gli oggetti domani ritornino a casa. {{Sc|Ciampa}}. Domani? proprio domani? E che scusa troverà per<noinclude></noinclude> o3hkinbsj0i489ynwelbcv28j232o6i Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/385 108 956414 3895001 3471865 2026-09-05T12:02:56Z Utoutouto 16823 /* Riletta */ 3895001 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||il berretto a sonagli|375}}{{block|recita}}</noinclude><noinclude> </noinclude>il principale d’avermi mandato a Palermo giusto alla vigilia del suo arrivo? {{Sc|Fifí}}. Uh, per questo, mancherà a una donna di trovare scuse! {{Sc|Ciampa}}. Ma con tanti giorni, mi perdoni, che il principale è assente, non avrebbe potuto mandarmi prima, senza che lui ne sapesse nulla? {{Sc|Fifí}}. Veramente il danaro io gliel’ho portato ora. {{Sc|Ciampa}}. Signor Fifí, qua sotto gatta ci cova! Badi che sua sorella ha qualche grillo per la testa. {{Sc|Fifí}}. Sí, per dire la verità, è sembrata anche a me un po’... Ma che volete che abbia? La solita storia! La gelosia. {{Sc|Ciampa}}. E manda me a Palermo? {{block|is|Sopravviene Beatrice tutta alterata in viso, come se di là avesse sostenuto una violenta discussione.}} {{Sc|Beatrice}}. Ah, eccomi qua... eccomi qua... {{Sc|Fifí}}. Oh... e che t’è accaduto? {{Sc|Beatrice}} (''dominandosi''). Che m’è accaduto? {{Sc|Fifí}}. Non so... ti vedo tutta... cosí... {{Sc|Beatrice}} (''c. s.''). Non è niente. Non potevo ritrovare le polizze e mi sono turbata. {{block|is|Porgendole a Ciampa:}}Eccole qua. E queste sono le altre centocinquanta lire. {{Sc|Ciampa}}. Sta bene. Ma a ciò che lei dirà domani al principale che non mi troverà al mio posto, ci ha pensato, signora? {{Sc|Beatrice}}. A tutto ho pensato! {{block|is|Gli mostra nell’altra mano un altro rotoletto di danari.}}Vedete? Questo è il danaro per il vostro viaggio, e altre centocinquanta lire... {{Sc|Fifí}}. Tutte codeste carte da cento, tu... {{Sc|Ciampa}}. Ma questo è tutto, caro signor Fifí. Quando ci sono appunto tutte codeste carte da cento... {{Sc|Beatrice}}. Ebbene? Che volete dire? Avreste da fare osservazioni? {{block|is|Al fratello:}}Son danari miei, messi da parte.<noinclude></noinclude> dw6k6hoo2wj6vwyxdh2qy6o5ue711le Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/386 108 956415 3895003 3471866 2026-09-05T12:08:03Z Utoutouto 16823 /* Riletta */ 3895003 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|376|maschere nude|}}{{block|recita}}</noinclude> {{block|is|A Ciampa:}}Quando ci sono tutte queste carte da cento... avanti, seguitate... {{Sc|Ciampa}}. Niente, signora mia. Volevo dire che lei può prendersi il gusto di muover le fila di un pupo e di farlo camminare fino a Palermo. {{Sc|Beatrice}}. Non vi mando ''per mio piacere'': lo sapete bene perché vi mando! — Ora poi, con queste altre centocinquanta lire, voi a Palermo (questo sí sarà per mio piacere) voglio che mi compriate una collana, Ciampa, una bella collana, sapete come? a pendagli. {{Sc|Ciampa}} (''stordito''). Io? una collana? {{Sc|Beatrice}}. A pendagli! Dirò a mio marito che l’ho veduta al collo d’''una certa amica mia'' e che m’è tanto piaciuta! — Capricci! Mio marito me li sa! {{Sc|Ciampa}}. Ma io, signora, mi perdoni, che so comperare...? {{Sc|Beatrice}}. Non importa. Nel caso, al ritorno verrete a dirmi che non avete potuto trovarla. {{Sc|Ciampa}}. E allora tenga qua, perché mi dà questo danaro? {{Sc|Beatrice}}. Ma perché mi fareste proprio piacere, se me la comperaste! La vorrei ''uguale'' e ''comperata da voi'', caro Ciampa! {{Sc|Ciampa}}. Perché da me? Che vuole da me, lei, oggi, signora mia? ''Uguale''? Come ''uguale''? Se non so com’è? {{Sc|Beatrice}}. Ve lo dico io. Andate da Mercurio, che è il nostro giojelliere. ''So che la collana di quest’amica mia fu certo comperata da lui''. Andateci e la troverete. — Partite subito eh? {{Sc|Ciampa}}. Signora, io sono mezzo stordito. Mezzo? Che mezzo! tutto! {{Sc|Fifí}}. Mi sembra che la scusa però sia trovata bene! {{Sc|Beatrice}}. Meglio di questa? Meglio di questa non avrei potuto preparargliela una sorpresa a mio marito! Quando mi vedrà domani con questa collana al petto... — Badate che c’è un treno che parte ora alle sei. {{Sc|Fifí}} (''guardando l’orologio''). C’è ancora un’ora di tempo. {{Sc|Ciampa}}. Per me, bastano due minuti. Vado a chiudere il banco; chiudo prima con la spranga e col catenaccio l’uscio della mia stanza, e parto. Vorrei che quest’ora di tempo fosse piuttosto per la signora.<noinclude></noinclude> 2ym9dtbezaduqgg3uzhnaaydii1jpku Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/387 108 956416 3895004 3471867 2026-09-05T12:10:23Z Utoutouto 16823 /* Riletta */ 3895004 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||il berretto a sonagli|377}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Beatrice}}. Per me? {{Sc|Ciampa}}. Se Vossignoria volesse ancora pensare, riflettere... {{Sc|Beatrice}}. No, niente; a che volete che pensi? {{Sc|Fifí}}. Andiamo, Ciampa. Vengo con voi. Addio, Beatrice. {{Sc|Beatrice}}. Addio, addio. {{Sc|Ciampa}}. Signora, le rammento il caso di mio padre che tirava indietro le mani... {{Sc|Beatrice}}. Ancora? {{Sc|Ciampa}}. Me ne vado. Le bacio le mani. {{block|is|Arrivato all’uscio, ritorna indietro.}}Signora, vuole che le porti qua mia moglie? {{Sc|Beatrice}}. Vostra moglie? Qua? {{block|is|Sghignazzando:}}Non ci mancherebbe altro! Sarebbe proprio da ridere! {{Sc|Ciampa}} (''serio''). Per mia quiete, signora. {{Sc|Beatrice}}. Ma via! Andate! Siete pazzo? Che volete che ne faccia qua, di vostra moglie? {{Sc|Ciampa}}. Niente, certo: una signora come lei... Ma io le dico: per mia quiete. {{Sc|Beatrice}}. Ma se la chiudete sotto chiave, secondo il vostro principio! Non ci mettete anche la spranga? {{Sc|Ciampa}}. E il catenaccio, signora. E verrò a portare le chiavi qua a lei! {{Sc|Beatrice}}. Ma no! non ce n’è bisogno. Potete portarle con voi, le chiavi! {{Sc|Ciampa}}. Ah, no! Se Vossignoria non vuole qua mia moglie, almeno le chiavi bisogna che se le prenda! Non transigo! {{Sc|Beatrice}}. E va bene, portatele, purché non perdiate altro tempo. {{Sc|Ciampa}}. Andiamo, signor Fifí. {{block|is|S’avvia. Davanti all’uscio torna a voltarsi.}}Mi ha detto, a pendagli? {{Sc|Beatrice}}. Auff! Sí, a pendagli. {{Sc|Ciampa}}. Bacio le mani a Vossignoria. {{block|is|Via con Fifí La Bella.}}<noinclude></noinclude> smytjxe97jibffvrovxe6wl1t5ljeiu Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/388 108 956417 3895005 3471868 2026-09-05T12:16:29Z Utoutouto 16823 /* Riletta */ 3895005 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|378|maschere nude|}}{{block|recita}}</noinclude> {{Ct|c=scena|SCENA QUINTA}} {{Ct|c=personaggi|Beatrice ''e il'' Delegato Spanò.}} {{Sc|Beatrice}} (''facendosi con ansia all’uscio a destra''). Signor Delegato, venga, entri qua... ah, finalmente! {{Sc|Spanò}} (''sui quarant’anni, tipo buffo di Delegato paesano, con arie eroiche, barbuto, capelluto; di tanto in tanto, parlando, s’imbeve tutto''). Fulminato, signora. Proprio. Come se un fulmine, ma di quelli, sa? fracassosi, mi fosse caduto qua, proprio davanti ai piedi: privo di Dio! {{Sc|Beatrice}}. Va bene, va bene, ma non è piú tempo di far parole, adesso, signor Delegato. Bisogna concertare subito quel che s’ha da fare. Si figuri, si figuri che voleva portarmi qua la moglie! {{Sc|Spanò}}. Qua? Lui? La moglie? {{Sc|Beatrice}}. Miglior prova di questa? Non c’è piú dove arrivare! {{Sc|Spanò}}. Ma lei si calmi, signora, si calmi, per carità! {{Sc|Beatrice}}. Come vuole che mi calmi? Gli voglio dare una lezione davanti a tutto il paese, una di quelle lezioni che non se la dovrà piú dimenticare! {{Sc|Spanò}}. Sí, ma... e... e le conseguenze, signora? le conseguenze, le ha misurate tutte? {{Sc|Beatrice}}. Che dovrò separarmi, lei dice? Prontissima. Ma non cosí con le buone, ah no! Prima lo svergogno e poi ci separiamo! Perché non si dica che il torto è mio! Voglio lo scandalo, e grosso! L’ha da vedere il paese chi è questo cavalier Fiorica che tutti rispettano! — Io le faccio la denunzia. Lei è un pubblico ufficiale, e non può tirarsi indietro. {{Sc|Spanò}}. Va bene... signora, certo... se lei mi fa la denunzia... {{Sc|Beatrice}}. Subito gliela faccio: mi dica come si fa e gliela faccio. {{Sc|Spanò}}. Ahahàh, no! scusi: questo poi no: vuole che glielo dica io come si fa? {{Sc|Beatrice}} (''un po’ civettando, per rabbia''). Non vuole ajutarmi? Signor Delegato... non vuole ajutarmi? {{Sc|Spanò}}. Ma come no, signora? Voglio ajutarla... ma consideri però che io sono un amico di famiglia...<noinclude></noinclude> 4c4sxsgm20dn6drgjvey9mewpu68nmm Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/389 108 956418 3895006 3471869 2026-09-05T12:22:18Z Utoutouto 16823 /* Riletta */ 3895006 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||il berretto a sonagli|379}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Beatrice}}. Lei dev’essere per la giustizia! {{Sc|Spanò}}. Sissignora, e sono obbligato a non guardare in faccia a nessuno — e vado cosí, signora, a testa alta, sempre, anche davanti al Padreterno! Ma per la venerazione che porto alla santa memoria di suo padre, che fu padre anche per me, signora... privo di Dio, quanto bene mi voleva, signora! e quante cose m’insegnò... Vede, signora? anche questa, guardi; che certi piccoli... piccoli peccati veniali... {{Sc|Beatrice}}. Veniali? ah lei li chiama... {{Sc|Spanò}}. Possiamo anche chiamarli diversivi, se vuole. Da amico! {{Sc|Beatrice}}. Da amico di lui? {{Sc|Spanò}}. No, suo, signora: anche suo! {{Sc|Beatrice}}. E dice diversivi? Ma belli, belli, codesti diversivi! E questa è la sua giustizia? E cosí lei sostiene una povera donna debole che non può difendersi da sé? Io voglio fare la denunzia, capisce? Subito! subito! Come si fa? {{Sc|Spanò}}. Oh Dio, ma per la denunzia, non ci vuol niente... È il servizio, signora! Si figura che sia una cosa facile? Servizio delicatissimo, difficile... Bisognerà prima di tutto accedere, non visti, alla faccia dei luoghi... studiare la topografia... — Oh che le pare? — indizii... prove... {{Sc|Beatrice}}. Tutto provato, tutto studiato: non c’è bisogno di niente, signor Delegato! Lei conosce la Saracena? {{Sc|Spanò}}. Persona nostra, signora. {{Sc|Beatrice}}. Meglio! Se la mandi a chiamare! Le saprà dire ogni cosa, per filo e per segno! {{Sc|Spanò}}. Signora, ma se le ho già parlato! Siamo a giorno di tutto, noi. Due porte abbiamo, signora. Una, dalla parte del banco del cavaliere; l’altra, dalla parte opposta, delle due stanze annesse al banco, abitazione del Ciampa. Or dunque! C’è poi un uscio di mezzo, sí o no? tra il banco e queste due stanze del Ciampa? C’è, è vero? E il Ciampa lo suol chiudere di qua, dalla parte del banco, con spranga e catenaccio. Or dunque! Lei ci va con le guardie, contemporaneamente dalle due parti. Che ne viene? Ne viene che quelli non aprono neanche se viene Dio, se prima non hanno richiuso quest’uscio di mezzo, facendosi trovare uno di qua, l’altra di là! {{Sc|Beatrice}}. E allora... allora non c’è rimedio?<noinclude></noinclude> gl43l9nrf6awze4idyqgdmiqx9vjtok Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/390 108 956419 3895007 3471870 2026-09-05T12:27:38Z Utoutouto 16823 /* Riletta */ 3895007 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|380|maschere nude|}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Spanò}}. Non c’è rimedio? Ma appunto in questo consiste l’uomo dell’arte; nel trovare il rimedio, signora mia! Se lei, per esempio, avesse la chiave del banco... {{Sc|Beatrice}}. L’ho! l’ho! Me la deve portar lui, Ciampa, ora stesso, prima di partire! Lo aspetto. {{Sc|Spanò}} (''stordito''). Ciampa? Come! Ciampa le porta la chiave? {{Sc|Beatrice}}. Sí; senza ch’io gliel’abbia domandata! Vuol portarmela lui, per forza, a ogni costo! Io anzi non la volevo! {{Sc|Spanò}}. Non capisco! Non... non capisco... E allora... Allora lei può esser piú che sicura che Ciampa non ha il benché minimo sospetto... Positivo, sa! {{Sc|Beatrice}}. Ma che dice? E perché voleva portarmi qua la moglie, allora? {{Sc|Spanò}}. Perché... perché... santo Dio, perché in paese, signora mia, è notorio a tutti — {{Sc|Beatrice}}. — che io sono gelosa, è vero? E con questa scusa, infatti, che io sono gelosa, lui ha fatto sempre il comodo suo. Ma glielo dimostro io, ora, alla gente, se son gelosa a torto o a ragione! Lei dice che non c’è piú difficoltà, avendo la chiave, è vero? Apre il banco, prima che egli abbia tempo di richiudere l’uscio di mezzo, e... {{Sc|Spanò}} (''con un sorriso di compatimento''). Apro? Che apro? Già: apro!... Le pare che sia cosí stupido il cavaliere da entrare dalla donna con l’unica precauzione d’aver chiuso a chiave la porta del banco? Ci metterà anche il paletto! E che apro io allora? come apro? Debbo fare le intimazioni; atterrare la porta; e in questo mentre il cavaliere avrà tutto il tempo di richiudere l’uscio di mezzo e di rimetterci spranga e catenaccio. — Non si fa cosí, signora mia! Sarebbe facile allora fare il Delegato! {{Sc|Beatrice}}. Oh Dio mio! E come si fa, dunque? {{Sc|Spanò}}. Come si fa... come si fa... — Arriva alle dieci, il cavaliere? Ebbene: uno dovrà esser già lí dentro nascosto, in quel bugigattolino dove il cavaliere tiene la pressa del copialettere, mezz’ora prima: alle nove e mezzo! — Tutto fatto. Si piglia nell’ala! {{Sc|Beatrice}} (''esultante''). Ah! bravo! bravo! Mi detti... mi detti la denunzia, allora, subito! ''Si sente sonare il campanello.''<noinclude></noinclude> 40qq2h87oklaccgzvkz4btir2q4948h 3895008 3895007 2026-09-05T12:29:39Z Utoutouto 16823 3895008 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|380|maschere nude|}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Spanò}}. Non c’è rimedio? Ma appunto in questo consiste l’uomo dell’arte; nel trovare il rimedio, signora mia! Se lei, per esempio, avesse la chiave del banco... {{Sc|Beatrice}}. L’ho! l’ho! Me la deve portar lui, Ciampa, ora stesso, prima di partire! Lo aspetto. {{Sc|Spanò}} (''stordito''). Ciampa? Come! Ciampa le porta la chiave? {{Sc|Beatrice}}. Sí; senza ch’io gliel’abbia domandata! Vuol portarmela lui, per forza, a ogni costo! Io anzi non la volevo! {{Sc|Spanò}}. Non capisco! Non... non capisco... E allora... Allora lei può esser piú che sicura che Ciampa non ha il benché minimo sospetto... Positivo, sa! {{Sc|Beatrice}}. Ma che dice? E perché voleva portarmi qua la moglie, allora? {{Sc|Spanò}}. Perché... perché... santo Dio, perché in paese, signora mia, è notorio a tutti — {{Sc|Beatrice}}. — che io sono gelosa, è vero? E con questa scusa, infatti, che io sono gelosa, lui ha fatto sempre il comodo suo. Ma glielo dimostro io, ora, alla gente, se son gelosa a torto o a ragione! Lei dice che non c’è piú difficoltà, avendo la chiave, è vero? Apre il banco, prima che egli abbia tempo di richiudere l’uscio di mezzo, e... {{Sc|Spanò}} (''con un sorriso di compatimento''). Apro? Che apro? Già: apro!... Le pare che sia cosí stupido il cavaliere da entrare dalla donna con l’unica precauzione d’aver chiuso a chiave la porta del banco? Ci metterà anche il paletto! E che apro io allora? come apro? Debbo fare le intimazioni; atterrare la porta; e in questo mentre il cavaliere avrà tutto il tempo di richiudere l’uscio di mezzo e di rimetterci spranga e catenaccio. — Non si fa cosí, signora mia! Sarebbe facile allora fare il Delegato! {{Sc|Beatrice}}. Oh Dio mio! E come si fa, dunque? {{Sc|Spanò}}. Come si fa... come si fa... — Arriva alle dieci, il cavaliere? Ebbene: uno dovrà esser già lí dentro nascosto, in quel bugigattolino dove il cavaliere tiene la pressa del copialettere, mezz’ora prima: alle nove e mezzo! — Tutto fatto. Si piglia nell’ala! {{Sc|Beatrice}} (''esultante''). Ah! bravo! bravo! Mi detti... mi detti la denunzia, allora, subito!{{block|is|Si sente sonare il campanello.}}<noinclude></noinclude> t5tlc6bxfzrhn7ptnvo7vz2mw5vwgfc Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/391 108 956420 3895009 3471871 2026-09-05T12:34:50Z Utoutouto 16823 /* Riletta */ 3895009 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||il berretto a sonagli|381}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Spanò}}. Mi pare che suonino. {{Sc|Beatrice}}. Sí: sarà il Ciampa che mi porta la chiave! Si ritiri, si ritiri qua un momento... {{block|is|Indica l’uscio a destra.}} {{Sc|Spanò}}. — Nell’ala ha capito? {{block|is|Via in fretta per l’uscio a destra.}} {{Ct|c=scena|SCENA SESTA }} {{Ct|c=personaggi|Ciampa, ''sua moglie'' Nina ''e'' Detta.}} {{Sc|Ciampa}} (''dietro la tenda dell’uscio in fondo con una valigetta in mano''). Permesso? {{Sc|Beatrice}}. Avanti, avanti, Ciampa. {{block|is|Con un gesto di maraviglia e d’indignazione vedendo entrare insieme col Ciampa la moglie:}} Che vedo? {{Sc|Ciampa}}. Signora, le ho portato mia moglie. {{Sc|Beatrice}} (''su le furie''). Voi ve la riportate ora stesso, senza perdere un minuto di tempo! {{Sc|Ciampa}}. Mi lasci dire, signora. {{Sc|Beatrice}}. Non voglio sentir nulla! Via! subito via! Non voglio nemmeno guardarla! {{Sc|Ciampa}}. Signora, mia moglie è pulita, modesta... {{Sc|Beatrice}}. Sarà pulitissima, me l’immagino! modestissima! Ma io non so che farmene! {{block|is|Rivolgendosi a lei direttamente:}} Mi faccio meraviglia di voi che sapendo che qua — ''voi'' — non ci avete nulla da fare, siate venuta dietro a vostro marito! {{Sc|Nina}} (''sui trent’anni, più schifiltosa che modesta, veste da mezza signora, con molta ricercatezza e lindura, scarpette fine, scialle di seta, orecchini, anelli; risponde con gli occhi bassi, ma con voce chiara''): Signora, se mio marito mi ha comandato cosí... {{Sc|Ciampa}} (''esultante''). Benissimo! {{Sc|Beatrice}}. Potevate risparmiarvi tanta obbedienza, poiché a vostro marito io avevo assolutamente proibito di portarvi qua!<noinclude></noinclude> an1fa4eabblzhmf6zk5ou64b3do7mro Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/392 108 956421 3895010 3471872 2026-09-05T12:37:04Z Utoutouto 16823 /* Riletta */ 3895010 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|382|maschere nude|}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Nina}} (''risponde con gli occhi bassi, ma con voce chiara''): Ma questo io, signora, non potevo saperlo. {{Sc|Ciampa}}. Benissimo! {{Sc|Beatrice}}. Gliel’avete imbeccata bene la parte, eh? {{Sc|Ciampa}}. Nossignora: dice la verità — placida, modestamente — come si deve. Io ho fatto l’obbligo mio a portargliela. Lei non vuole? {{Sc|Beatrice}}. V’ho detto che non so che farmene! {{Sc|Ciampa}}. Può tenerla anche in cucina, anche nella carboniera, anche farla dormire sotto i fornelli insieme con la gatta. {{Sc|Beatrice}}. Volete farmi perdere la pazienza voi, oggi? Farmi dire ciò che non voglio e non debbo? {{Sc|Ciampa}}. Ma dica, sí, dica, dica, dica, signora! Magari dicesse! {{Sc|Beatrice}}. Vi dico d’andar via, e basta cosí! {{Sc|Ciampa}}. Dunque, non la vuole. — Stabilito. — Io gliel’ho portata, e lei non la vuole. — Stabilito. E allora, ecco qua le chiavi. Io parto. Pensi, signora, che son adesso nelle sue mani. {{block|is|Le consegna le chiavi; poi si fa innanzi alla moglie, e finge di darle corda come a un fantoccio.}}Nina, aspetta: — Corda civile. — Riverenza, occhi bassi e diritta a casa! {{Sc|Nina}} (''inchinandosi''). Serva sua. {{Sc|Ciampa}}. Benissimo! {{block|is|S’avvia dietro la moglie; arrivato all’uscio, si volta e dice a Beatrice, facendo il segno di girar la corda seria su la tempia destra:}}Se la signora volesse aprire... {{Sc|Beatrice}}. Non apro niente! {{Sc|Ciampa}}. Tenga tutto chiuso ermeticamente! </div> {{Ct|f=100%|v=1|TELA}}<noinclude></noinclude> eock0zxjnsbpdwatoyd5wlfbzt6ts1d Il berretto a sonagli/Atto I 0 961984 3895011 3806533 2026-09-05T12:37:48Z Utoutouto 16823 Porto il SAL a SAL 100% 3895011 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=5 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Atto I|prec=../Personaggi|succ=../Atto II}} <pages index="Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu" from="369" to="392" /> b6norlidyp4e1zuy27irnqzhk6wa7j6 Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/6 108 971581 3895179 3851696 2026-09-05T19:57:42Z Panz Panz 3665 3895179 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|||}}{{RigaIntestazione|||}}</noinclude> Nel dare a questa nostra Enciclopedia il titolo di ''Popolare'', seguendo l’esempio di quella di Glasgovia, che è una delle principali che ci proponiamo d’imitare, dobbiamo far avvertire che non intendiamo con ciò di consacrare esclusivamente l’opera nostra al volgo, adattandola in tutto alla sua intelligenza. L’Enciclopedia nostra è al contrario specialmente destinata alle persone di civil condizione e di qualche coltura che bramano istruire se stesse e la gioventù alla cui educazione presiedono; e volontieri l’avremmo chiamata ''Enciclopedia delle Famiglie'', se la denominazione di ''popolare'' non rispondesse meglio al nostro intendimento, anche per riguardo alla discretezza del prezzo che la rende di facile acquisto all’universale. — {{Sc|Gli Editori}}<noinclude><references/> {{A destra| {{Rule|20em}} Torino, — STAMPERIA SOCIALE DEGLI ARTISTI TIPOGRAFI. — Con permissione.}}</noinclude> p6ngt1wxs51slq49qni40n27r1ydule Indice:Raineri Biscia Pepoli - Alcune poesie.djvu 110 985825 3895025 3894968 2026-09-05T13:09:42Z Paperoastro 3695 completato sommario 3895025 proofread-index text/x-wiki {{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template |Autore=Clementina Raineri Biscia Pepoli |NomePagina=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli |Titolo= |TitoloOriginale= |Sottotitolo= |LinguaOriginale= |Lingua= |Traduttore= |Illustratore= |Curatore= |Editore=Premiato Stabilimento Tipografico S.M. |Città=Bologna |Anno=1898 |Fonte=scansione |Immagine=1 |Progetto= |Argomento= |Qualità=25% |Pagine=<pagelist 1=copertina 2=1 3=dedica 4=3 /> |Sommario={{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli|titolo=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli|from=1|delta=copertina}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Alla sovrana d'Italia|titolo=Alla sovrana d'Italia|from=4|delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/In villa|titolo=In villa|from=5|delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Fronda gentil|titolo=Fronda gentil|from=6|delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Tradimmi|titolo=Tradimmi|from=7|delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/D'Aprile il fior|titolo=D'Aprile il fior|from=8|delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Giurai|titolo=Giurai|from=9|delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Un dì|titolo=Un dì|from=10|delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Non dubitar|titolo=Non dubitar|from=11|delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Parto|titolo=Parto|from=12|delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Adriano|titolo=Adriano|from=13|delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Luna |titolo=Luna |from=14 |delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Ugo |titolo=Ugo |from=15 |delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Allo spirito divino |titolo=Allo spirito divino |from=16 |delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Sovvengo |titolo=Sovvengo |from=17 |delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/All'ottimo amico C. G. |titolo=All'ottimo amico C. G. |from=18 |delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Allo stesso (1) |titolo=Allo stesso (1) |from=19 |delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Allo stesso (Da Felsina a Massaua) |titolo=Allo stesso (Da Felsina a Massaua) |from=20 |delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Allo stesso (1891) |titolo=Allo stesso (1891) |from=21 |delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Allo stesso (4) |titolo=Allo stesso (4) |from=22 |delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/A Como |titolo=A Como |from=23 |delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/All'inclito gentiluomo conte A. C. S. |titolo=All'inclito gentiluomo conte A. C. S. |from=24 |delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Allo stesso (5) |titolo=Allo stesso (5) |from=25 |delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Allo stesso (6) |titolo=Allo stesso (6) |from=26 |delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Allo stesso (giugno 1898) |titolo=Allo stesso (giugno 1898) |from=27 |delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Allo stesso (settembre 1898) |titolo=Allo stesso (settembre 1898) |from=28 |delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/I fiori (piccolo mazzo) |titolo=I fiori (piccolo mazzo) |from=29 |delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/All'amico mio Aronne (Nell'offrirgli un dono) |titolo=All'amico mio Aronne (Nell'offrirgli un dono) |from=30 |delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Allo stesso (per altro dono) |titolo=Allo stesso (per altro dono) |from=31 |delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Allo stesso (brindisi) |titolo=Allo stesso (brindisi) |from=32 |delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Allo stesso (11) |titolo=Allo stesso (11) |from=33 |delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Allo stesso (12) |titolo=Allo stesso (12) |from=34 |delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Allo stesso (offrendo un fior) |titolo=Allo stesso (offrendo un fior) |from=35 |delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/A lui |titolo=A lui |from=36 |delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Un pensiero |titolo=Un pensiero |from=37 |delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/All'esimio concittadino C. Z. |titolo=All'esimio concittadino C. Z. |from=38 |delta=1}} {{Indice sommario|nome=Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Tuberose |titolo=Tuberose |from=39 |delta=1}} |Volumi= |Note=File djvu ottenuto da scansioni singole caricate su Commons da [[Utente:Albertomos]] |Css= }} 54x5jrsesuiatwa9ac22prxkaef9tfz Discussioni indice:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1886, I.djvu 111 1012384 3895060 3890060 2026-09-05T14:49:34Z Alex brollo 1615 /* Suggerimenti per la rilettura */ 3895060 wikitext text/x-wiki == memoRegex == <nowiki>{"^t1 (.+)":["(regex)","{{Ct|c=t1|$1}}","gm"], "^t2 (.+)":["(regex)","{{Ct|c=t2|$1}}","gm"], "Ed\\.\\ Cale\\.":["","Ed. Calc.","g"], "ché":["","chè","g"], "fé’":["","fe’","g"], "([Nn])é ":["(regex)","$1è ","g"], "prò’":["","pro’","g"], "mperial":["","mperïal","g"], "\\ sé":[""," sè","g"], "ornai":["","omai","g"], "cb":["","ch","g"], "Kabul":["","Kabùl","g"], "(\\W+s)é(\\W+)":["(regex)","$1è$2","gi"], "(\\W+f)é(\\W+)":["(regex)","$1è$2","gi"], "(.+)\\t(.+)\\t(.+)":["(regex)","{{Vi|larghezzap=50|largezzas=50|sezione=$1|titolo=$2|pagina=» {{Pg|$3}}}}","gm"], "Destan\\ ":["","Destàn ","g"], "glorios":["","glorïos","g"], "\\ gii\\ ":[""," gli ","g"], "\\n*{{spazi\\|5}}":["(regex)","\n:","gi"], "\\{\\{ct\\|f=80%\\|":["","{{ct|c=t2|","g"], "\\n*<poem>\\n*":["(regex)","\n<poem>\n","g"], "\\{\\{ct\\|t=3\\|v=1":["","{{ct|c=t1","g"], "\\n*<\\/poem>":["(regex)","\n</poem>","g"], "\\{\\{ct\\|t=4\\|v=1":["(regex)","{{ct|c=t1","g"]}</nowiki> == Prime ipotesi di riorganizzazione == @[[Utente:DLamba|DLamba]] L'opera è mastodontica, ma sembra piuttosto semplice come struttura e omogenea. Oltre alla divisione per volumi, il testo è suddiviso in sezioni di primo e di secondo livello; la formattazione dei titoli e sottotitoli può essere ottenuta con tl Ct con parametro c (classe css) e relative specifiche nelle pagine style.css. Al momento i volumi sono transclusi in ns0 separatamente e riuniti da una pagina raccolta: [[Il Libro dei Re]]. I nomi dei personaggi e delle località usano spesso diacritici /accenti acuto e grave, accento circonflesso). Da valutare l'opportunità della numerazione dei versi ed eventualmente la loro strategia (ipotesi preferibile: numerazione sezione per sezione, piuttosto che una numerazione progressiva globale). E' completato per tutti i volumi il "caricamento preformattato" via bot con parziale formattazione. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 08:35, 19 apr 2026 (CEST) === Ct + classe per i titoli e altre note di formattazione === I titoli sono formattati con Ct + classe; il css delle classi è registrato nella pagina style.css di nsIndice. * per i titoli delle sezioni di primo livello (tipo ''Il re Dahâk''): Ct|c=t0 * per i titoli delle sezioni di secondo livello (tipo ''I. Il re Gayûmers.''): Ct|c=t1 * per i sottotitoli delle sezioni di secondo livello: Ct|c=t2 * le indentature dei versi sono ottenute con un carattere : (due punti) in testa al verso * i diacritici sui nomi dei personaggi sono incostanti; viene rispettata l'ortografia della fonte. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 19:57, 20 apr 2026 (CEST) ;Nota: un manoscritto illustrato del 1426 è disponibile qui: {{IA|baysonghori}} <section begin="s1" /> === Suggerimenti per la rilettura === Il testo precaricato è buono, ma ci sono piccole sbavature, alcune delle quali possono essere sfuggite alla prima correzione che vanno verificate prima di portare il testo a SAL 100%. # Accenti e diacritici. L'edizione fra grande uso di accenti circonflessi e di dieresi. Nei versi, i circonflessi sono principalmente usati per le forme verbali del passato remoto abbreviato (tipo arrivâr per arrivarono); di regola l'OCR interpreta il circonflesso come accento normale. Al contrario, il circonflesso è generalizzato nel nome dei personaggi, spesso multiplo, mentre nei versi gli stessi personaggi, per questioni metriche, hanno sempre un solo accento normale, tonico. Moltissime parole hanno una dieresi per "sciogliere i dittonghi": pazïenza, vïolenza. # Lettera O isolata, sia maiuscola che minuscola: purtroppo un errore nella pre-elaborazione dell'OCR li ha eliminati. # Carattere "m" mal interpretato dall'OCR come "ra". # Le indentature dei versi vanno sempre inserite. # Confusione fra virgola e punto fermo alla fine dei versi (in genere punto fermo invece di virgola). # In rari versi la parola finale va a capo continuando nel verso successivo. Per evitare che postOCR riunisca i due versi, il trattino finale può essere sostituito con il suo codice html <code>&amp;hyphen;</code> oppure con un carattere <code>‐</code> (non-breaking hyphen). [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 08:12, 16 lug 2026 (CEST) <section end="s1" /> cfpj46xxy803riv8tqs9mcitec21vei Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/30 108 1013020 3894992 3891072 2026-09-05T12:01:03Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3894992 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 27 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> Gualdrappe ed armi, d’un possente all’uopo. Chiuse la porta il re del suo tesoro. Del deserto alla via si preparava. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|IV Partenza per l’Iran.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 518-521).}} <poem> :Di queste opere al fin, poser la sella Con molti voti a’ lor destrier veloci, E Ferenghìs un elmo in su la fronte Si pose. Come nembo ei si partirono, {{R|5}}Tre pellegrini, e volsero solleciti, Nascostamente come quando adoprasi Agil prestezza, ver l’irania terra La fronte lor. Ma le città fûr tutte Piene d’alto romore: «Ecco!, si disse, {{R|10}}Ito è Khusrèv d’Irania al suol». — Nè lungamente restò questa novella ascosa, Che tale a Pìran corse ratto e disse: :D’Irania venne qui Ghev animoso, Venne al gagliardo re di vigil core, {{R|15}}E alle città si volsero d’Irania Ferenghìs e Khusrèv con quell’eroe Ch’è di battaglie amante! — Allor che udìa, Molto Pìran si dolse. Egli tremava Come ramo di pianta alla bufera {{R|20}}E diceva in suo cor: Già già si avverano Quanti dal prence udian gli orecchi miei Detti funesti! Or che dirò dinanzi Ad Afrasyàb?... S’oscura l’onor mio Nel suo cospetto. — E scelse fra gli eroi {{R|25}}Kelbàd e Nestihèn, di ferrea tempra Un valoroso, e comandò che tosto Trecento di Turania cavalieri </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> qsavwtp82ijgb3n76l90hkzshghyrkc Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/31 108 1013021 3894994 3891073 2026-09-05T12:01:21Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3894994 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 28 —|}}</noinclude> <poem> Si raccogliesser per assalti. Disse All’esercito: In sella, alti sul culmine, {{R|30}}Non siate inerti, o prodi miei. La testa, Soggiunse poi, d’un’asta in su la punta Conficcate di Ghev. Nel suol profondo Seppellir vuolsi Ferenghìs; di ceppi Carco fate Khusrèv infausto a noi, {{R|35}}D’orme infauste ancor più, ch’è senza tetto E senza terra. Che se l’onde ei varca, Lui malnato, del fiume, oh! chi sa dirne Qual menerà sventura in questa terra, A’ nostri prodi? — Così fu che schiera {{R|40}}Partì di giovinetti e di gagliardi, E due vigili prenci ebhe per guida. :Ferenghìs col suo figlio affaticato Avea la fronte reclinata al sonno Per riposar dalla percorsa via {{R|45}}E dal travaglio di sue notti. Ai due Era custode Ghev. Ambo dormìano, Ma Ghev con cruccio e con ansia affannosa De’ cavalier nemici al varco aperto Gli occhi fermi tenea. L’ampia corazza {{R|50}}Avea sul petto e su la fronte un elmo, Pieno d’angoscia il cor, data alla morte La persona, e frattanto il palafreno Di sua gualdrappa ei si tenea coperto. D’ogni forte campion quale è costume. :{{R|55}}Di schiera che venìa, come da lungi La polvere vedea, stese la mano, La spada sfoderò. Sì come nube Tonante in ciel, levò un orrendo grido Onde l’alma turbavasi e la mente {{R|60}}De’ leoni selvaggi. Entro ai nemici Cavalieri ei venia come procella, E tutta all’assalir di quel gagliardo La terra intenebrava. Or con la mazza, </poem><noinclude></noinclude> 8gfcderise58ea26p13zfk1sdo8vvv0 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/36 108 1013026 3894996 3891078 2026-09-05T12:01:53Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3894996 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 33 —|}}</noinclude> <poem> Di passo egual, di sonno o di quiete {{R|20}}Nella notte e nel dì non fero inchiesta. Anche il seppe Afrasyàb. Ma s’affrettavano Dall’altra parte a superar la via E Ghev e Ferenghìs e il giovinetto Sire, fin che giugnean d’una profonda {{R|25}}Riviera al margo. Avean corazza ed elmo, Arnesi avean di guerra. Il cupo fiume Gulzarryùn si dicea, che a primavera Lago di sangue per le torbid’acque Parea davver. Giunsero all’onde sue {{R|30}}I pellegrini, e al sire imperïale Scorta era Ghev. Passar qui si conviene Da questa sponda, egli dicea, del fiume, E un cotal poco abbandonarci al sonno. Esercito se vien per darne assalto, {{R|35}}L’acque del fiume ne saran difesa. :Disse, e quelli prendean lo scarso cibo Rimasto. A riposar col generoso Ghev il prence assentì. Ma dal deserto Levasi repentino un polverio. {{R|40}}Che il monte e le sue falde e i suoi recessi Ingombra e oscura. S’accostava al fiume Pìran intanto, e senz’ordine il suo Esercito era sparso alla campagna. Mentre sul suolo, dall’opposta sponda, {{R|45}}Ghev e il prence dormìan, stavasi intenta Alla vedetta Ferenghìs. Costei Levò lo sguardo dal suo loco, e vide Del duce di Turania la bandiera. Corse a Ghev, di cotesto a dargli annunzio, {{R|50}}E ruppe il sonno a’ due dormienti. Oh!, disse, Ben che affranto così, levati, o prode. Che venne omai per te di fuga il tempo. A nostre terga esercito sen viene, E temo assai che tempo stringa. Vedi </poem><noinclude>{{smaller|{{PieDiPagina|{{Sc|Firdusi, III}}||3}}}}</noinclude> 8scte7iya0r2z07p9lh8n2klxpitfhe Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/40 108 1013030 3895040 3891082 2026-09-05T13:53:52Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895040 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 37 —|}}</noinclude> <poem> Ed io meco le trassi prigioniere Di Khotèn dalla terra. Una era tua {{R|165}}Sorella, e l’altra la tua sposa. Oh! quanto Tremavano per te, per la persona, Per l’alma tua!... Ma quando m’incontrai In due turani truculenti, all’infimo Donai di lor sì come schiava addetta {{R|170}}Una di quelle. Or io men venni in alto, In basso tu; dell’alma tua la pace Tu perdesti, tranquillo io mi restai, Che le terga a fuggir, sì come donna, A me mostrasti e piagnoloso e in gemiti {{R|175}}Festi ritorno. Oh sì, come una donna. D’uopo {{Ec|ài|hai|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/491}} tu di marito! E millantarti Già non ti dèi, come gagliardo, ai forti Nella presenza, che simili a donne Esser debbon gli eroi che pugnan teco. {{R|180}}Ov’è quel saggio che ardirìa lodarti? Sappi che d’ora in poi di tua vergogna Favelleranno in sempiterno i prenci De’ musici nei canti. E allor dirassi Che Ghev, da solo, via condusse il prence {{R|185}}Khusrèv con sè. Davver! che il vostro nome Sol per vergogna ricordar fia d’uopo! E sappi ancor che de la terra i grandi. Il Kàyser e il Faghfùr, di Cina il prence, Di Kàvus regnator tutti i cognati {{R|190}}E i prenci, i forti, i valorosi in guerra Dagli elmi d’or, tutti chiedean la figlia Di Rùstem prode e preparâr l’inchiesta Con la speme del cor. Genero suo Per farsi anche invïò suoi messaggieri {{R|195}}Tus animoso; ma di lui si rise Un cotal poco quel possente. Il prode Il connubio fuggia di cotal gente, Poi che niuno fra lor di sè ben degno </poem><noinclude></noinclude> 1msbx22wljd1zep7wd3od7cuu46qu9d Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/49 108 1013039 3894998 3894900 2026-09-05T12:02:13Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3894998 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 46 —|}}</noinclude> <poem> Dei Devi al figlio, infausto aversi un germe Siyavish in Turania? Oli! Veramente, Se oscuro avello educator di lui Stato si fosse, questo giorno avverso {{R|25}}Veduto non avrian questi occhi miei! :Vivi tu lieto, Sipehrèm gli disse; Che se teme il tuo cor per la nemica Gente ch’è qui, fu Ghev (basta lui solo), Figlio di Gùderz, che qui venne, e niuno {{R|30}}Vedemmo cavalier che con lui fosse. Sgominata redìa dalla battaglia D’un sol uom l’ampia schiera, e così avvenne Che Ferenghìs col giovinetto sire E con Ghev si fuggì. — Ratto che intese {{R|35}}Il regnante Afrasyàb, delle sue gote Impallidiva il bel color; per l’opra Di questo ciel, pieno d’affanno il core Fu incontanente, ed ei rispose: Chiara La sentenza si fa che questi orecchi {{R|40}}Udirono da’ saggi!... Allor che Iddio Rende nato mortal di lieta sorte, Senza fatica a regal seggio il mena. :Mentre di Sipehrèm stava ascoltando Le parole il gran re, schiera dinanzi {{R|45}}In vista si mostrò. N’era l’antico Pìran il duce e avea di sangue tinti Testa, volto e cervice. E si pensava Afrasyàb regnator ch’egli raggiunto Avesse Ghev e s’affrettasse primo {{R|50}}Con lieto annunzio di vittoria. Ratto Che più vicino si accostò, miravalo Il re stupito. Quell’eroe, signore Di combattenti, era trafitto. Vide. Vide che su l’arcion con fermi nodi {{R|55}}Era avvinto colui, le man da tergo, Con un capestro, onde l’inchiese e assai </poem><noinclude></noinclude> 6o8mkxpjpp7uuk9wq0pnurpgs22lbhv Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/51 108 1013041 3894999 3891093 2026-09-05T12:02:31Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3894999 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 48 —|}}</noinclude> <poem> Così, con vituperio, a piè mi trasse Di Khusrèv e novello a questo spirto {{R|95}}Un affanno recò. Volea la testa Recidermi dal busto, allor che venne Al mio soccorso Ferenghìs. La testa Non mi recise, ma forò gli orecchi, Ma le mani m’avvinse, ma un tumulto {{R|100}}Fiero levò. Del mio signor pel capo E per la vita, per la bianca luna, Pel sole e per l’Eterno arbitro e donno, Pel trono e il serto di regnante, orribile Giuramento ei mi diè. Giurai, ch’io vidi {{R|105}}Precipitar la sorte mia, che niuno Quaggiù nel mondo mi sciorria le mani Fuor di Gulshèhr, mia sposa. Ecco!, ne’ lacci Talor la testa e il piè, talor ne’ vincoli D’un giuramento l’alma mia! Davvero! {{R|110}}Che meglio vai di molti cavalieri Un uom gagliardo, che vendetta cova, Nè dubbio v’ha, l’età presente. Io certo Non so del ciel qual sia l’arcano, e temo Ch’ei già mi tolga l’amor suo verace. :{{R|115}}Afrasyàb, come udì le sue parole, Gli occhi per ira fe’ piangenti e un alto Grido levando lungi dal suo aspetto Pìran antico discacciò. Si trasse Pìran indietro e ammutolì. Ma intanto {{R|120}}Turbinoso un pensier dentro al cerèbro Raccoglieva Afrasyàb. A maledire Ed a giurar schiuse le labbra: Oh! s’anche E di Gùderz il figlio e quell’abietto Germe di Devi in nuvola che tuona {{R|125}}in nembo aquilonar si tramutassero, Precipitar dall’alto ciel farolli! :Stese la mano e della spada i vincoli Disciolse ratto, e così disse ancora: </poem><noinclude></noinclude> prpbr0n3t7m9n1pzkm4ca4l6hxtwdy7 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/55 108 1013045 3895000 3891097 2026-09-05T12:02:51Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895000 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 52 —|}}</noinclude> <poem> Con la fronte alla terra, egli pregava E dicea: Tu presidio e tu sostegno, Possente Iddio, mi sei; tu la giustizia, {{R|240}}Tu m’additi la via. Là, dentro all’acque, La vita mia proteggi e sovra l’arso Terren mi mostra il varco. A sapïenza È spirto e forza l’ombra protettrice Di tue grad’ali, e vengonmi da tua {{R|245}}Grazia superna la letizia e il duolo. :Disse e balzò del bruno palafreno Sul dorso, e parve mattutina stella Nel suo bel vólto. Quel destrier nell’onda Egli sospinse e come navicello {{R|250}}L’addusse al loco del pedaggio; lui Ghev animoso e Ferenghìs leggiadra Seguiron tosto, ed egli uscì dall’acque Del Gibùn e dal guado. In quella parte ’Ve incolumi passâr li tre fuggenti. {{R|255}}Il capo si lavò con la persona Khusrèv, gloria cercante, e per l’impresa Rese grazie all’Eterno e gli fe’ lodi. :Poi che i tre valicâr l’acque del fiume, Molto si conturbò nella sua mente {{R|260}}Del navicello il guardian. Diè voce A’ sozi e disse: Oh sì!, questo è prodigio, Nè concepir di ciò cosa maggiore, Davver!, si può... Stagion di primavera, Gonfio il Gihùn, rapide l’acque; eppure {{R|265}}Tre destrier, tre gualdrappe e tre loriche Fiume così profondo oltrepassarono! Uomini questi non appella il saggio! :E si pentì di sue parole acerbe. Conobbe che caduta era sua sorte {{R|270}}Per ciò, sì che fornì ratto una nave Di quanto avea, dell’auro al forte spiro Alzò le vele e a dimandar perdono </poem><noinclude></noinclude> 7bd3kliwuvhe395a2ykc2nza5a4qivc 3895017 3895000 2026-09-05T13:01:35Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895017 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 52 —|}}</noinclude> <poem> Con la fronte alla terra, egli pregava E dicea: Tu presidio e tu sostegno, Possente Iddio, mi sei; tu la giustizia, {{R|240}}Tu m’additi la via. Là, dentro all’acque, La vita mia proteggi e sovra l’arso Terren mi mostra il varco. A sapïenza È spirto e forza l’ombra protettrice Di tue grad’ali, e vengonmi da tua {{R|245}}Grazia superna la letizia e il duolo. :Disse e balzò del bruno palafreno Sul dorso, e parve mattutina stella Nel suo bel vólto. Quel destrier nell’onda Egli sospinse e come navicello {{R|250}}L’addusse al loco del pedaggio; lui Ghev animoso e Ferenghìs leggiadra Seguiron tosto, ed egli uscì dall’acque Del Gihùn e dal guado. In quella parte ’Ve incolumi passâr li tre fuggenti. {{R|255}}Il capo si lavò con la persona Khusrèv, gloria cercante, e per l’impresa Rese grazie all’Eterno e gli fe’ lodi. :Poi che i tre valicâr l’acque del fiume, Molto si conturbò nella sua mente {{R|260}}Del navicello il guardian. Diè voce A’ sozi e disse: Oh sì!, questo è prodigio, Nè concepir di ciò cosa maggiore, Davver!, si può... Stagion di primavera, Gonfio il Gihùn, rapide l’acque; eppure {{R|265}}Tre destrier, tre gualdrappe e tre loriche Fiume così profondo oltrepassarono! Uomini questi non appella il saggio! :E si pentì di sue parole acerbe. Conobbe che caduta era sua sorte {{R|270}}Per ciò, sì che fornì ratto una nave Di quanto avea, dell’auro al forte spiro Alzò le vele e a dimandar perdono </poem><noinclude></noinclude> 1unrw7nuv3rmzlqvhdikzy9vyscw6ve 3895041 3895017 2026-09-05T13:57:22Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895041 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 52 —|}}</noinclude> <poem> Con la fronte alla terra, egli pregava E dicea: Tu presidio e tu sostegno, Possente Iddio, mi sei; tu la giustizia, {{R|240}}Tu m’additi la via. Là, dentro all’acque, La vita mia proteggi e sovra l’arso Terren mi mostra il varco. A sapïenza È spirto e forza l’ombra protettrice Di tue {{Ec|grad’ali|grand’ali|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/491}}, e vengonmi da tua {{R|245}}Grazia superna la letizia e il duolo. :Disse e balzò del bruno palafreno Sul dorso, e parve mattutina stella Nel suo bel vólto. Quel destrier nell’onda Egli sospinse e come navicello {{R|250}}L’addusse al loco del pedaggio; lui Ghev animoso e Ferenghìs leggiadra Seguiron tosto, ed egli uscì dall’acque Del Gihùn e dal guado. In quella parte ’Ve incolumi passâr li tre fuggenti. {{R|255}}Il capo si lavò con la persona Khusrèv, gloria cercante, e per l’impresa Rese grazie all’Eterno e gli fe’ lodi. :Poi che i tre valicâr l’acque del fiume, Molto si conturbò nella sua mente {{R|260}}Del navicello il guardian. Diè voce A’ sozi e disse: Oh sì!, questo è prodigio, Nè concepir di ciò cosa maggiore, Davver!, si può... Stagion di primavera, Gonfio il Gihùn, rapide l’acque; eppure {{R|265}}Tre destrier, tre gualdrappe e tre loriche Fiume così profondo oltrepassarono! Uomini questi non appella il saggio! :E si pentì di sue parole acerbe. Conobbe che caduta era sua sorte {{R|270}}Per ciò, sì che fornì ratto una nave Di quanto avea, dell’auro al forte spiro Alzò le vele e a dimandar perdono </poem><noinclude></noinclude> pageanlktbrioz34znbgxuef5uevdz7 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/75 108 1013065 3895042 3891118 2026-09-05T13:59:03Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895042 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 72 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> Esti miei figli con due schiere elette {{R|170}}Al confili d’Ardebìl, verso la terra Ov’è il castello di Behmèn. La guerra V’è tutto l’anno d’Ahrimàne, e quei Che il fuoco adora, offese e danni assai Da lui riceve, si che i sacerdoti {{R|175}}Non osano abitarvi... A qual dei due Col ferro il loco espugnerà, non io Il regal seggio niegherò. — Quel detto Tus e {{Ec|Gùderz, udir|Gùderz udir,|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/491}} di cui principio Pose l’accorto prence. In suo consiglio {{R|180}}Convennero ambedue, che niun più saggia Parola disse allor. Così, col core V’acconsentendo insiem, dalla presenza Di quel sire di forti ei si levarono. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|XI. La rocca di Behmen.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 542-547).}} <poem> :Co’ segni del Leon come levossi Quest’almo sol, quando la notte il cielo Giù dall’alto travolse, alla presenza Del maggior sire della terra accorse {{R|5}}Feribùrz e con seco ebbe l’illustre Figlio di Nèvdher, Tus. Così dicea A re Kàvus costui: Quando co’ miei Reco alla pugna i timpani sonori E gli elefanti e reco in mano mia {{R|10}}Il vessillo di Kàveh, a’ miei nemici In livido color volgo il rubino De le lor gote. Or io da questa reggia Imperïal partendomi all’Istante, Le provvigioni adunerò, l’esercito {{R|15}}Ordinerò. Vengami dietro allora Feribùrz co’ timballi e col vessillo </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> 9ipm94z3r6yl9c5umk2iexzb6vlkd0g Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/91 108 1013081 3894988 3894845 2026-09-05T11:59:15Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3894988 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 88 —|}}</noinclude> {{Ct|c=t1|II. Giuramento di Khusrev.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 549-553).}} <poem> :Ratto che la sua spada rilucente Trasse quest’almo sol, quando alla notte Nell’ombre avvolta si celò la fronte, Da la reggia levossi alto un clangore {{R|5}}Di trombe e s’adunâr tutti gli eroi Vogliosi del gran re. Tus battagliero, Gùderz e Ghev magnanimo e quel prode Gurghìn con Gustehèm, Ruhàm leone, Tutti giugnean raccolti i valorosi {{R|10}}Al re, la casa egli ascendean di lui Inclita e illustre. Come l’ampio stuolo Fu innanzi al trono imperïal, del mondo Il maggior prence così disse: Voglio Da confine a confin tutta la terra {{R|15}}Visitar, dell’Irania i vasti campi Veder con lieto augurio. Andiamne adunque Come se a caccia ognun di noi movesse, E in letizia per noi scorra alcun tempo! Convenner tutti in quella voglia i prenci {{R|20}}Per andar, per veder dell’ampia terra Alcuna parte, e uscì alla caccia il sire Con Rùstem battaglier, famoso prode. Venner tutti con lui delle sue schiere I più nobili eroi, della semenza {{R|25}}Di Keshvàd era Gùderz, Ghev pur anco; Venne Shapùr, Behràm inclita spada, Bìzhen saettator, Gurghìn, e il figlio Di Shaveràn, Zèngheh preclaro, e poi E Ferhàd e Guràzeh, un forte in guerra {{R|30}}Fra gli altri eroi. Così, per tanta schiera, </poem><noinclude></noinclude> 5rf7m61t78ukvzb66ly0d0cma1owmq1 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/129 108 1013119 3895031 3894854 2026-09-05T13:13:06Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895031 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 126 —|}}</noinclude> <poem> O in monte o in piano. Tutte egli recava Le sue mandre al Sipèd, altero monte, In lacci, e verso Anbùh. Sen venne poi, Chiuse le porte del castello e ratto {{R|35}}A un veloce destrier balzò sul dorso. :Quando levossi di timballi un fremito Là da Meyèm, e da Girèm un turbo Nerissimo di polve, egli dall’alto Terrazzo del castel Gerìreh scorse, {{R|40}}E il cor suo palpitò d’alto terrore Per lo stuol che venia. Donna preclara Gerìreh inver, di Firùd giovinetto Era la madre e per dolor che avea Di Siyavìsh tradito, era quel core {{R|45}}Pieno d’acerbo duol. Venne alla madre Il giovane Firùd e così disse: :Donna regal fra l’altre donne regie, Esercito sen vien con elefanti, Con timpani, d’Irania, e innanzi ai prenci {{R|50}}Tus condottier si mostra... Oh! che di’ mai? Oh! che far qui si dee?... Davver! che bello Non saria, se un assalto ei cominciasse! :Gerìreh gli dicea: Mai non ti tocchi, Garzon pugnace, non ti tocchi mai {{R|55}}Di questo di necessità!... Signore Nuovo in Irania è il fratel tuo, regnante E di vigile cor, Khusrèv di nome. Ben di stirpe e di nome ei ti conosce. Chè sète voi di sangue e genitura {{R|60}}D’un solo padre. Ma pel mondo allora Che re Khusrèv ti cercherà per quella Di Siyavìsh vendetta, in tutto, o figlio, Caro l’abbi ed amico. In fra i Turani, Se togli me, non ha chi a sue battaglie, {{R|65}}Brandendo il ferro, porga aita. Intanto Di luce si rivesta e di splendore </poem><noinclude></noinclude> 6qpgn0zgft2236wi5k2mu07qfbfklzm Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/131 108 1013121 3895034 3891175 2026-09-05T13:13:49Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895034 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 128 —|}}</noinclude> <poem> Scegli prudente e in far parole esperto, Atto ad udir. Nel campo iranio poi {{R|105}}Cerca il duce chi sia, chi a’ prenci in mezzo Nome reca più illustre. Indi, costume D’ospite prenderai qui convocando I prenci alteri e vin mescendo e molti Doni apprestando su le mense tue. {{R|110}}Lieto così di tanti prodi il core Con monete farai, del padre tuo In pro spendendo. Ai nobili campioni Del giovane signor doni dispensa, Dal lor cospetto, nella via, le redini {{R|115}}Non torcer tu, ma porgi a’ capitani Intatte briglie in fulgidor, cinture, Elmi ferrati e di novella foggia Ammanti regi, fulgide celate, Spade e gualdrappe, d’indica fattura {{R|120}}Pugnali e arnesi. In terra il fratel tuo Un tesoro è per te! Ma la vendetta È pur costume d’uom privato; intanto A queste schiere sii tu guida. Vindice Sei tu novello e quei novello sire. :{{R|125}}E Firùd così disse alla sua madre: Deh! con chi, madre mia, primieramente Parole pronunciar? Chi sarà bello Mi sia compagno e aiutator fra quelli Eroi famosi al dì che muovon l’armi? {{R|130}}Chè a nome io non conosco alcun di loro Veramente, e invïar come potrei E saluti e messaggi? — Allor che lungi La polve tu vedrai dell’ampio esercito, Al prode figlio suo Gerìreh disse, {{R|135}}Fa di veder, fra tanti forti, due Prestanti cavalier, Behràm e il figlio Di Shaveràn che Zèngheh è detto. Un segno Cerca di questi due, grandi e famosi, </poem><noinclude></noinclude> 6fqxbonjka2chwwrkfyve40h5b35c2u Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/167 108 1013157 3895013 3891211 2026-09-05T12:56:58Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895013 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 164 —|}}</noinclude> <poem> Il fratello a principio. Oh! Tus beato Nella durezza sua, nell’ira sua, Nel ferino suo cor! Ma quando il prence Avrà l’annunzio del fratello ucciso, {{R|55}}Vergogna e ammonimenti inutil cosa Davver! saranno. Già, nel mondo, ninna Opra leggiadra si parrà più mai Da Bizhen, da Ruhàm precipitosi! :E Tus intanto sen venia. Per l’aspro {{R|60}}Sentiero di Kelàt condusse i timpani, Ed erano con lui Gùderz antico E Ghev, gagliardi, e formidabil schiera Di prodi irani. S’avviò quel duce Di guerrieri al Sipèd, altero monte, {{R|65}}E correndo venia, senza pensieri, Senza doglia nel cor. Ma di quel misero, Del misero trafitto, allor che giunse Al capezzal, gittato sopra un seggio Pietosamente con la madre a lato {{R|70}}(E Behràm qui sedea con lagrimosi Occhi daccanto al suo guancial, con molta Ira nel cor, di là si stava, figlio Di Shaveràn, Zèngheh bennato, e intorno Erano accolti e principi e guerrieri, {{R|75}}E quell’eroe sovra l’eburneo seggio Arbor parea, di nubile grandezza Sì come pianta, luna in volto; in aureo Trono seduto era costui davvero Siyavìsh, che giacea con elmo e clava, {{R|80}}Con usbergo e cintura; e là d’accanto Gùderz e Ghev piangean, piangean con essi Gli altri prenci famosi e gli altri eroi), Alla vista feral dall’imo core Tutto al volto sentì correre il sangue {{R|85}}Tus vergognoso, per dolor del figlio. Per dolor di Firùd. Pieni di lagrime </poem><noinclude></noinclude> d0cv67qyqxxm39rlqis83n2nc4265pf Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/169 108 1013159 3895016 3891213 2026-09-05T12:59:28Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895016 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 166 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> Con canfora odorosa e il corpo tutto Sparser di muschio e d’un umor di rose {{R|125}}E di vischio tenace, indi sul trono Poser quel corpo e ne tornâr. Disparve, Cuor di leon, con la sua gloria, il forte. Con l’armi sue. Zeràspe altero, e seco Revnìz, accanto al giovinetto sire {{R|130}}Fu posto, e prence Tus di pianto un rio Versò dagli occhi su la bianca barba. :È tal la sorte nostra, anche se lungo Facciam soggiorno qui. Non elefanti Superbi, non leoni, eterni furono {{R|135}}A questa vita, che siam noi devoti A morte, vecchi e giovinetti. È dessa Leena, damme noi. Anche l’incude, Anche la pietra teme il fato e scampo Non han foglie da morte e non radici. {{R|140}}Non rimarranno alla vita caduca I mortali quaggiù, questi con gioia, Quello con stento e duol. Ma se cotesto Intendi, che di qui migrar t’è forza. Meglio è che ratto tua faccenda compia. :{{R|145}}Poi che disciolto prence Tus andava Dalla tenzone di Firùd, allora Ch’ei di là scese, così disse in core Da che a sè stesso procacciata egli ebbe Onta cotale: Cosa egual, se temi {{R|150}}E se non temi! E per cotesta via Ci è d’uopo camminar, ne scampo è in essa! </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|XII. Il fiume Kâseh.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 590-592).}} <poem> :Passarono tre giorni a Tus frattanto Qual si tenne in Girèm. Levossi al quarto Un suon di trombe, e l’esercito ei trasse </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> c3o70z08nigg3gf82hnzob1vj0pa86e Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/170 108 1013160 3895015 3891214 2026-09-05T12:58:35Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895015 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 167 —|}}</noinclude> <poem> E corni fe’ squillar, fremer timballi, {{R|5}}E qual d’ebano scheggia il suol fu negro Da monte a monte. Allor, quale vedea Turanio prode, uccider fea d’un colpo Tus capitano e gittavane il corpo Disfatto sulla via. Così quell’ampia {{R|10}}Terra ei sconvolse in ogni parte sua E s’avanzò di questa foggia in fino Del Kàseh alla corrente. In quel confine L’esercito accampò, sparve di sotto A’ padiglioni il verde suol. Ma intanto {{R|15}}Novella corse pel turanio suolo Che guerriera giugnea turba d’Irania Per via lontana al Kàseh. Un giovinetto De’ Turani sen venne, un valoroso, Pelashàn battaglier, di vigil core. {{R|20}}Tutto egli venne a rimirar l’esercito Che d’Irania giugnea, tutti i vessilli A numerar co’ padiglioni. In mezzo Al campo degl’Irani un collicello Alto si ergea che da una parte il suolo {{R|25}}Di Anbùh toccava. Su quel colle insieme Ghev e Bìzhen sedean parlando insieme D’assai cose e diverse, allor che apparve Agli occhi lor per la lontana via Di Pelashàn, della turania schiera, {{R|30}}Alto il vessillo. Anche da lungi il vide Ghev animoso, e la man stese e ratto Il ferro sguainò. N’andrò ben io, Disse, e la testa gli torrò dal busto; Se no, de’ forti all’assemblea dinanzi {{R|35}}Il trarrò in ceppi. — Rinomato eroe, Bìzhen gli disse, per cotesta impresa D’Irania il prence mi fe’ un dono. Il cinto Serrar m’è d’uopo al suo comando e in giostra Scender con Pelashàn che ama gli assalti. </poem><noinclude></noinclude> 2nmkm515h2n6qlo7e1l433bybnjbny8 3895043 3895015 2026-09-05T14:15:08Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895043 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 167 —|}}</noinclude> <poem> E corni fe’ squillar, fremer timballi, {{R|5}}E qual d’ebano scheggia il suol fu negro Da monte a monte. Allor, quale vedea Turanio prode, uccider fea d’un colpo Tus capitano e gittavane il corpo Disfatto sulla via. Così quell’ampia {{R|10}}Terra ei sconvolse in ogni parte sua E s’avanzò di questa foggia in fino Del Kàseh alla corrente. In quel confine L’esercito accampò, sparve di sotto A’ padiglioni il verde suol. Ma intanto {{R|15}}Novella corse pel turanio suolo Che guerriera giugnea turba d’Irania Per via lontana al Kàseh. Un giovinetto De’ Turani sen venne, un valoroso, Pelashàn battaglier, di vigil core. {{R|20}}Tutto egli venne a rimirar l’esercito Che d’Irania giugnea, tutti i vessilli A numerar co’ padiglioni. In mezzo Al campo degl’Irani un collicello Alto si ergea {{Ec|che da una parte il suolo|che costeggiava in parte|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/491}} {{R|25}}{{Ec|Di Anbùh toccava|L’irania folla,|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/491}}. Su quel colle insieme Ghev e Bìzhen sedean parlando insieme D’assai cose e diverse, allor che apparve Agli occhi lor per la lontana via Di Pelashàn, della turania schiera, {{R|30}}Alto il vessillo. Anche da lungi il vide Ghev animoso, e la man stese e ratto Il ferro sguainò. N’andrò ben io, Disse, e la testa gli torrò dal busto; Se no, de’ forti all’assemblea dinanzi {{R|35}}Il trarrò in ceppi. — Rinomato eroe, Bìzhen gli disse, per cotesta impresa D’Irania il prence mi fe’ un dono. Il cinto Serrar m’è d’uopo al suo comando e in giostra Scender con Pelashàn che ama gli assalti. </poem><noinclude></noinclude> 4pdmaojfjr0bndzz74xtoupxmjgbh96 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/192 108 1013182 3895044 3891236 2026-09-05T14:17:36Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895044 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 189 —|}}</noinclude> <poem> Ratto alla terra tornerai. Qual cosa Di te avverrà quaggiù, forse che sai? :Di tre parti ben due de’ forti Irani {{R|245}}Furono uccise, giacquero feriti Gli altri tutti e cessâr da la battaglia. Ma parve il duce per la pugna orrenda La sua mente smarrir, parve che estrano Fosse quel core alla saggezza. Al campo, {{R|250}}Di pugne in loco e di battaglie, il duce Al sonno ed al banchetto i prodi suoi Invitar già solea. Qual sonno mai? Sonno, da cui non si riscosse alcuno. Nè si destò, ben che stagion passasse! :{{R|255}}Gùderz allor di molta esperïenza, Canuto il capo, s’avvedea che nullo Gli era rimasto giovane nipote. Non figlio, non la terra e non la casa, Che al guancial de’ feriti alcun non era {{R|260}}D’arte medica esperto e che dovunque Eran dolori e lagrime di sangue. Radunaronsi allor tutti i più esperti Innanzi a lui, feriti al cor, cercando La via del ritornar. Gùderz all’alta {{R|265}}Cima del monte una vedetta pose E gli occhi ne drizzò là da la parte Che volgesi ad Anbùh. Gli esploratori Corsero allora in ogni parte, ansiosi Di rinvenir qual fosse a tal iattura {{R|270}}Valevole difesa. A un prode illustre Gùderz allora fe’ precetto e indisse D’{{Ec|accigersi|accingersi|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/491}} a partir, del tristo caso A re Khusrèv per riferir novelle, Qual fe’ principio all’operar de’ forti {{R|275}}Principe Tus, qual giorno di sventura Incolto avesse i prodi suoi, qual danno Venuto fosse dal cercar la guerra. </poem><noinclude></noinclude> 6c5oo014j6pn1valm41qp5nhqsgvplc Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/216 108 1013206 3895035 3891260 2026-09-05T13:14:55Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895035 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 213 —|}}</noinclude> <poem> {{R|165}}Vincitor di leoni, egli è davvero, Tal gli rispose; e tutto degli Irani Si fa per lui più splendido l’esercito. :Pìran disse a Ruyìn: Lèvati; loco Behràm non ha di scampo. Oh! se tu vivo {{R|170}}In tua mano il trarrai, per sempre il fato Da tanta guerra cesserà. Ti prendi Fra questi eroi quali più a te son d’uopo, Che amante di battaglie, inclito in guerra, Veramente è colui. — Ruyìn che intese, {{R|175}}Venne correndo, e niun pensiero è in lui Che non fosse pensier del suo nemico. :Behràm il vide, e ratto una mortale Pioggia di dardi, come nembo, d’alto Gli rovesciò sul capo. Egli sedea, {{R|180}}Behràm leone, sovra un alto cumulo, Protesa al capo la sua targa, in atto Di fermo cor. Ma poi che una ferita Ebbe Ruyìn da una sua freccia, il piede, La man de’ prodi si sflacchì. Ne vennero {{R|185}}In lor viltade al capitano, vennero Foschi nell’alma e corrucciosi. Oh!, dissero, Come costui non scende in giostra alcuno, In acque alligator noi non vedemmo Sì belligero mai! — Come ciò intese, {{R|190}}Pìran dolente fu d’assai. Tremava Sì come foglia d’albero vetusto, E ratto al suo destrier balzava in sella, Veloce al corso, e ne venìan con lui Molti guerrieri bellicosi. Al loco {{R|195}}Venuto di Behràm, Famoso eroe, Dissegli, a che la sanguinosa pugna A piè qui festi? Allor che in pria venisti In turanico suol con quell’illustre Siyavìsh, ben più accorto ed avveduto {{R|200}}E prudente eri tu. Ma si conviene </poem><noinclude></noinclude> 5fye53p98l9lh70b5hp052s6vnlctud Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/222 108 1013212 3895030 3891266 2026-09-05T13:11:57Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895030 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 219 —|}}</noinclude> <poem> Mesto pregando: Oimè, forza non restami. Animoso guerrier! Che fec’io mai Se a me soltanto in la turba infinita {{R|70}}Di tanti eroi tramuti in un inferno La notte oscura? — Su la testa allora Dugento colpi di sonante sferza Ghev gli assestò, poi disse: E non è loco A barattar parole!... Ah! tu non sai, {{R|75}}sciagurato, che novello germe Piantasti di tua man nel tristo campo Della vendetta? Il vertice alla volta Del cielo aggiungerà, di sangue il tronco Sarà imbevuto e i frutti suoi saranno {{R|80}}Spade taglienti... Eletta preda, in mano Behràm ti giunge, ma la strozza angusta D’un serpe or tu vedrai. Ecco!, per quella Sventura onde morìa Behràm illustre, Il cor di Ghev da fiera doglia è oppresso! :{{R|85}}E Tezhàv battagher così rispose: L’aquila sei, l’allodola son io Entro gli artigli tuoi. Ma non per male Pensai di Behràm tuo, nè per mia mano Vennegli danno. Allor che giunsi, ucciso {{R|90}}Nel campo già l’avean de la battaglia Di Cina i cavalieri. — Oh! traditore, Ghev gli gridò, queste parole stolte Non avventar per discolparti! — E il trasse Furïoso a quel loco ove giacea {{R|95}}Behràm gagliardo nel dolor dell’alma. :Ecco, ei gridò, questo reo capo! Tosto, Per vïolenza, vïolenza a lui Renderò. Grazie a Dio che il mondo fece, Che tanto a me restò nella mia vita {{R|100}}Spazio di tempo, ond’io l’anima fosca Schiantar potessi dalla rea persona Del tuo nemico pria che tu morissi, </poem><noinclude></noinclude> 57t33279s23y6b4ub82yeqm10lyqkv2 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/232 108 1013222 3895045 3891276 2026-09-05T14:18:39Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895045 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 229 —|}}</noinclude> <poem> A prence Tus innanzi. In onta, sappi, {{R|25}}Del tempo suo non muore alcun, nè il core Soverchiamente abbandonar tu dèi A questo tuo dolor. Sia che dal corpo Migri lo spirto, sia che {{Ec|altrui lo tolga|altri lo rapisca|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/491}}, Non dura, anche se cento adopri incanti. :{{R|30}}Disse Khusrèv: Pel giovinetto estinto, nobile guerrier, n’andò il mio core Colmo d’affanno. Ma i consigli tuoi Son conforto a mia vita, anche se afflitto È il cor di doglia. — Come il re del mondo {{R|35}}Ebbe ciò detto, innanzi a lui la terra Rùstem baciò, fortissimo guerriero. Nell’ora poi che sollevò suoi raggi Dall’orizzonte il sol, quando gli venne Di salir per l’incurvo etra desìo, {{R|40}}Allor che, scisso il velo azzurro, fuori No apparve il disco qual rubin lucente, Principe Tus appo il suo re ne andava Con Ghev e con alquanti valorosi D’irania schiera. Al sire ei benedisse, {{R|45}}Allora, assai: Fino a che tempo duri, Vivi lieto, signor. Ti sia la terra Sostegno al trono e alla corona, e il cielo Come d’un’ombra guardi protettrice Di re la maestà con la tua sorte! {{R|50}}Pieno è d’affanno questo cor contrito Per l’opre mie, trafitto è il sen di doglia E di propria rancura. E di vergogna Piena è l’anima mia dinanzi al prence, Piena di scuse è la mia lingua, pieno {{R|55}}Di peccati lo spirto. Oh! per le sante Di Zeràspe e Firùd anime belle, Qual è d’Azergashaspe il vivo fuoco Arsi di affanno! Ma se agli altri in mezzo Colpevole son io, ben io mi dolgo </poem><noinclude></noinclude> kb2tyqvaveocq6p06ltyfrd49u02lfy Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/234 108 1013224 3894989 3891278 2026-09-05T11:59:49Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3894989 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 231 —|}}</noinclude> <poem> Del sangue degli eroi. Si cinse il monte Qual di cintura funeral pel sangue Dei Guderzidi. Eppur, sembra che un solo Pensier di gioia abbiate voi, che il core {{R|100}}Per la vendetta ancora ancor non palpiti. Ma gli augelli ne’ boschi e nell’abisso Del mare i mostri suoi miseramente Piangono i nostri eroi. Suol di Turania Tutto ingombro è di stinchi e di recise {{R|105}}Mani e di tronchi, di membra disfatte Di estinti Irani! — I prodi ardimentosi, Tutti, le mani entro le ascelle infisse, Dinanzi a re Khusrèv, gloria cercantesi, Dall’aspetto di sol, d’un moto istesso {{R|110}}Baciar la terra, Gùderz battagliero, Tus, Ruhàm e Gurghìn, Kharràd e il figlio Di Shaveràn, Zèngheh animoso, e il forte Bizhen e Ghev con altri prodi. Oh!, dissero, Signor che lieta hai la fortuna, prence {{R|115}}D’alma benigno a noi, che d’un leone Recato hai nel tuo core il cor possente, Siam tutti noi nella presenza tua Servi fedeli, umilïata, o sire, Per vergogna di te la fronte nostra. {{R|120}}Se guerra ingiunge il re, profonderemo L’anima nostra nella pugna. Oh! niuna Cosa ei vedrà di noi che sia men bella, Purchè su noi la gota non si oscuri Di questo sol, di questa bianca luna! :{{R|125}}Allor, dinanzi a sè, de’ prodi il sire Ghev richiamò, d’onore alto ad un seggio Il fe’ seder. Molto il lodò, carezze Molte gli fece e ricchissimi doni Gli apprestò con favor d’opre leggiadre, {{R|130}}E disse poi: Di me fatica in terra. Amico mio, ti cerchi e nulla tocchi </poem><noinclude></noinclude> o5q7opsde69sf9cz3166v1sdyrlbaq2 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/238 108 1013228 3895046 3891282 2026-09-05T14:20:13Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895046 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 235 —|}}</noinclude> <poem> Duce e principe Tus; gli diè il vessillo. Gli elefanti gli diè co’ suoi timballi Sire Khusrèv e il benedisse. Ratto Fiero un grido si alzò, tremò la terra {{R|10}}Al festante nitrir de’ palafreni, Nuvola in alto si formò di polvere Che le zampe levâr. Squillo di corni Anche levossi, e del mondo la faccia S’intenebrò sotto agli arnesi molti, {{R|15}}All’ombra fosca del vessil di Kàveh, Sì che detto avrestù disceso in mare Esser per sempre il sol, venuti a un tratto In letargo astri e ciel. Nella pianura Con gli elefanti suoi, con la sua clava, {{R|20}}Tennesi il prence fin che innanzi a lui Il suo duce passò. Sull’elefante Un {{Ec|seggio ei pose|seggio ei pose|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/491}} in nitidi turchesi Tus capitano e così andò scendendo Fino all’acque del Shehd. Un messaggiero. {{R|25}}Ratto qual nembo impetüoso, allora Là da Pìran venìa. Levai, gli disse Di Tus in nome, a rinnovar la guerra Questa cervice, e preparato venni Fino all’acque del Shehd. — Pìran che udìa, {{R|30}}Molto si dolse, che dovea gli arnesi, L’armi apprestar, malgrado suo. Con molti Prenci, cognati suoi, con molti eletti Suoi cavalieri di gran cor, discese Ratto fuori a veder che mai si fosse {{R|35}}Dell’iranico stuol, quanti guerrieri D’altera fronte e chi con Tus venìa. :Di là dal fiume si schierò l’esercito Di Pìran condottiero. Il suo saluto Al duce iranio egli mandò; ma i suoi {{R|40}}Tus recava di qua, tutti portando I suoi timballi e gli elefanti e il sacro </poem><noinclude></noinclude> sjrc561olp9fpiszofm7ka0cs6b40ol Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/275 108 1013265 3895047 3891319 2026-09-05T14:22:01Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895047 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 272 —|}}</noinclude> <poem> Falde occupò. Tolta così de’ paschi E del cibo la speme al suo nemico, {{R|390}}Si volse il duce all’arti sue di guerra, E nell’armi si tennero per sette Giorni i Turani di pugnar bramosi, Mentre il cibo era tolto ai mesti Irani, Chè dona il cibo nutrimento al corpo. :{{R|395}}A Pìran battaglier così dicea Humàn allora: Le pendici estreme, Che inver n’è d’uopo, occuperem del monte. Cosa ben io farò, tal che nessuno Mai più oserà di questi Irani attorno {{R|400}}L’armi vestir per contrastar. — Gli disse Pìran: Il vento è contro a noi. Nessuno, Contro il turbo che spira, osa in battaglia Scender giammai. Ma di grazia per loro Loco v’ha, non di pugna e non di assalti {{R|405}}Stagione è questa. Or che del cibo è tolto Ogni modo, a guardar niun fia che resti E scogli e sassi. Tutto l’ampio esercito Grazia verranne ad implorar, nè alcuno D’oggi in avanti cercherà con noi {{R|410}}Assalto d’armi. Da tanta contesa Pace avrà questo suol, nè d’ora in poi Di grandezza alla porta i più superbi Oseranno picchiar. Del suol turanio Recar non ardirà suoi passi al varco {{R|415}}Alcun di lor, che niun beato e lieto D’Irania lascierem. Tanto ci basti. Venne a Gùderz {{Ec|e Tus|e a Tus|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/491}} novella certa Di tal divisamento, e andava attonita, Per tal’arte maligna, de’ gagliardi {{R|420}}Ratto la mente. Inevitabil cosa, Gùderz antico a Tus così dicea, Or la pugna ò per noi. Passin tre giorni, E cibo non è più, chè ovunque, intorno, </poem><noinclude></noinclude> imnwydjppkyqhc5kzth02wawamobqys Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/279 108 1013269 3895048 3891323 2026-09-05T14:23:09Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895048 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 276 —|}}</noinclude> <poem> Tube un frastuono, e più non vide alcuno De’ cavalli accorrenti le criniere {{R|85}}E le redini. Entravan le nemiche Punte dell’aste entro a le fonde occhiaie Per l’angustia del loco. Humàn allora Con voce penetrante, Oh! non v’è loco, Gridò, al pugnar, loco non v’è alla fuga, {{R|90}}Irani prenci, in questo campo. Avversa Sorte giù vi sbalzò dai vostri greppi, Perchè sventura a chi mal fece arrivi. :Tus, del turanio in ascoltar le grida, Imprecò furibondo e contro a lui {{R|95}}Voce mandò: Razza maligna, abietto Germe d’impuro tronco, ampia una strage, Con armigeri pochi a tanti incontro, Femmo noi di Turani. Or per la notte Qui ci traemmo al campo, e tu, se fermo {{R|100}}Sostieni ancor, chiedi giostrar con meco. :Tre battaglie menò l’irania schiera, Attrita, in mezzo al contrastato campo Così rimasta. E di Rùstem belligero Facean più volte ricordanza, fiero {{R|105}}Dispensator di sua giustizia, ovunque, In guerra, e Gustehemme giovinetto Rammentavano ancor, Bìzhen e il prode Shedùsh, in meno e in più. Deh! fosse almeno, {{Ec|Dicea,|Dicean|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/491}} qualcuno della irania schiera, {{R|110}}In questo campo di battaglie, a noi Alleato ed amico! Ad un assalto, Ad un conflitto non scendemmo noi. Ma da stolti così dentro cademmo D’un dragone alle fauci. Oh! sciagurato {{R|115}}Seggio del nostro re!, che ratto noi In potestà verrem dell’inimico! Rùstem e Zal sono in Zabùl, e vanno Tutte a scompiglio le città d’Irania. </poem><noinclude></noinclude> mgre3b90i6cnztowx109djlp5nh7nex Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/280 108 1013270 3895014 3891324 2026-09-05T12:57:37Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895014 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 277 —|}}</noinclude> <poem> Golpi s’udian di risonanti clave {{R|120}}E di timballi e lungamente al campo Tus e Ghev si tenean. Ma Gustehemme, Fra l’armi un lioncel, Shedùsh gagliardo Dissero allor: Lunga tenzon cotesta Del nostro duce! — Anche Guràzeh al giovane {{R|125}}Bìzhen si volse e ripetè: Ben lunga È la tenzon del duce nostro! — Allora Di Tus dal campo ritornò la voce. Come d’ebano scheggia è negro il suolo E tenebroso il ciel, ma tutti in volta {{R|130}}Partirono a quel grido i forti Irani. In ogni loco era di sangue un rio Pel vasto campo, e quei divenner tosto Del duce a tergo. Fieramente allora Brandirono le clave poderose {{R|135}}E Tus grido levò qual suon di timpano, Che s’accorse venir gente alleata. Fùr disciolte le briglie e s’aggravarono Col piè le staffe. Oh! chi potea discernere Lochi alti o bassi? Allor, come leoni. {{R|140}}Di Bìzhen alla voce ardito e fiero, Furon Ghev e Ruhàm. Diero un assalto Fin che proruppe il dì. Quando sul monte Apparve il sole che del mondo è luce, I prodi Irani richiamâr le schiere {{R|145}}Da la battaglia e rimenâr l’esercito Alla montagna ed a le roccie sue. :Principe Tus diceva ai forti: Io tanta Virtù guerriera quale in voi scoversi Dal tramonto del sol fino a quell’ora {{R|150}}Che suonano timballi, non udii Dai prodi ricordar. Possa dai prodi Sempre lungi restar di sorte avversa Occhio maligno, e in festa si rivolti Al suo finir la dolorosa pugna! </poem><noinclude></noinclude> 50w9svg6z7vupqco98mwbmxduvlskh9 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/295 108 1013285 3895049 3891339 2026-09-05T14:23:50Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895049 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 292 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> Il voto mio. Se il Giudice del cielo Pone pel ferro al tempo nostro il fine, {{R|100}}In la parte che Iddio segnar ci volle, Non è augumento, non difetto. E tu Stolte non gittar via parole attorno. Morte è più dolce con un nome illustre Che viver qui con lo spavento in core {{R|105}}E in tal periglio. — In questi detti, a cui Diè principio il buon duce, insieme tutti Convennero d’Irania i valorosi. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|XII. Soccorsi di Afrâsyâb.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 654-657).}} <poem> :Poi che dal Cancro pose fuor l’artiglio Questo fulgido sol squarciando il bruno Vel de la notte, a Pìran dal regnante Afrasyàb se ne venne un messaggiero. :{{R|5}}Vien da ogni parte, disse, ampia una schiera Qual con la polve sua di Cina il fiume Render potrìa pari a deserto campo. Della pugjia nel dì. Da quella parte. Di là del fiume, un gran signor si avanza, {{R|10}}Cui fe’ lodi Afrasyàb. Qual è di cento Indomiti lïoni la possanza Egli ha ne la persona; ei la cervice Degli elefanti ardimentosi atterra, Di cipresso ha statura ed ha l’aspetto {{R|15}}Di luna, vincitor del mondo intero, Tale che per lui sol trono e corona Acquistano bellezza. Inclito sire Anche è di forti che hanno eretto il capo; Kamùs il nome {{Ec|tuo|suo|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/491}}. Costui d’un tratto {{R|20}}Di Gùderz e di Tus le triste voglie </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> e828gmzpwpynthiyrplm5qd9crvq66x Discussioni indice:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu 111 1013300 3895056 3894861 2026-09-05T14:31:55Z Alex brollo 1615 /* Correzioni */ nuova sezione 3895056 wikitext text/x-wiki == memoRegex == <nowiki>{"^t01 (.+)":["(regex)","{{Ct|c=t01|$1}}","gm"], "^t1 (.+)\\n(.+)":["(regex)","{{Ct|c=t1|$1}}\n{{Ct|c=t2|$2}}","gm"], "Ed\\.\\ Cale\\.":["","Ed. Calc.","g"], "ché":["","chè","g"], "([Ff])é’":["","$1e’","g"], "([Nn])é ":["(regex)","$1è ","g"], "prò’":["","pro’","g"], "mperial":["","mperïal","g"], "\\ sé":[""," sè","g"], "ornai":["","omai","g"], "cb":["","ch","g"], "Kabul":["","Kabùl","g"], "(\\W+s)é(\\W+)":["(regex)","$1è$2","gi"], "(\\W+f)é(\\W+)":["(regex)","$1è$2","gi"], "(.+)\\t(.+)\\t(.+)":["(regex)","{{Vi|larghezzap=50|largezzas=50|sezione=$1|titolo=$2|pagina=» {{Pg|$3}}}}","gm"], "Destan\\ ":["","Destàn ","g"], "glorios":["","glorïos","g"], "<poem>\\n*":["(regex)","<poem>\n","g"], "Siyavish":["","Siyavìsh","g"], "\\ ninna\\ ":[""," niuna ","g"], "fì":["","fi","g"], "Human":["","Humàn","g"], "Piran":["","Pìran","g"], "Gina":["","Cina","g"], "Khusròv":["","Khusrèv","g"], "é":["","è","g"]}</nowiki> == Discussione transclusa == {{#section:Discussioni indice:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1886, I.djvu|s1}} == Correzioni == Fatto l'inserimento degli errata corrige originali, il controllo dei possibili errori ortografici e dei nomi. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 16:31, 5 set 2026 (CEST) ry7i1y5k3bcqmq46u09ttcs9v0jrcju 3895059 3895056 2026-09-05T14:44:21Z Alex brollo 1615 /* memoRegex */ 3895059 wikitext text/x-wiki == memoRegex == <nowiki>{"^t01 (.+)":["(regex)","{{Ct|c=t01|$1}}","gm"], "^t1 (.+)\\n(.+)":["(regex)","{{Ct|c=t1|$1}}\n{{Ct|c=t2|$2}}","gm"], "Ed\\.\\ Cale\\.":["","Ed. Calc.","g"], "ché":["","chè","g"], "([Ff])é’":["","$1e’","g"], "([Nn])é ":["(regex)","$1è ","g"], "prò’":["","pro’","g"], "mperial":["","mperïal","g"], "\\ sé":[""," sè","g"], "ornai":["","omai","g"], "cb":["","ch","g"], "Kabul":["","Kabùl","g"], "(\\W+s)é(\\W+)":["(regex)","$1è$2","gi"], "(\\W+f)é(\\W+)":["(regex)","$1è$2","gi"], "(.+)\\t(.+)\\t(.+)":["(regex)","{{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=$1|titolo=$2|pagina=» {{Pg|$3}}}}","gm"], "Destan\\ ":["","Destàn ","g"], "glorios":["","glorïos","g"], "<poem>\\n*":["(regex)","<poem>\n","g"], "Siyavish":["","Siyavìsh","g"], "\\ ninna\\ ":[""," niuna ","g"], "fì":["","fi","g"], "Human":["","Humàn","g"], "Piran":["","Pìran","g"], "Gina":["","Cina","g"], "Khusròv":["","Khusrèv","g"], "é":["","è","g"]}</nowiki> == Discussione transclusa == {{#section:Discussioni indice:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1886, I.djvu|s1}} == Correzioni == Fatto l'inserimento degli errata corrige originali, il controllo dei possibili errori ortografici e dei nomi. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 16:31, 5 set 2026 (CEST) 24avus5nfwqv1uedvz3mufomt5ovpxz Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/313 108 1013309 3895050 3891357 2026-09-05T14:26:05Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895050 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 310 —|}}</noinclude> <poem> Gùderz balzò dal loco suo, fe’ addursi Il veloce corsìer, montò d’un salto {{R|10}}In arcioni al destrier ch’era sua guida, Come vampa il sospinse e della polvere Al fosco nembo s’avviò. Trafitto Era quel cor che la sua via cercava. Ei sen venne così, così vicino {{R|15}}Giunse alle schiere ed il vessìl scoverse Di Feribùrz che precedea, lodato Novello duce e suo congiunto, a quella Schiera d’eroi che gli venia d’Irania. Balzò dal palafren l’antico sire {{R|20}}E di sella balzar tutti gli eroi Saggi e famosi. S’abbracciar più volte L’un l’altro e Gùderz già rigava il seno Di molto pianto, e Feribùrz dicea: :Sempre tu vivi, antico duce, in guerra. {{R|25}}{{Ec|Ne|Nè|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/491}} v’è scampo. Davver! gran danno avesti Siyavìsh vendicando! Oh! sventurati I cavalieri Guderzidi! Il cielo Ampia per lor ti dia mercè, travolta Caggia la sorte de’ nemici al suolo! {{R|30}}Grazia è questa di Dio, signor del sole E de la luna, ch’io potei vederti Vivo ed ancora al loco tuo cospicuo! :Pei figli suoi che sotto al suol profondo Dormìan per sempre, pianse il pio guerriero {{R|35}}E sospirò, poi disse: Oh! vedi omai Quanti venìan per la nemica sorte Orrendi mali in ogni tempo, ovunque, Sul capo mio! Nessun restò de’ figli O de’ nepoti miei dopo l’assalto, {{R|40}}Nè schiera alcuna mi restò, non lembo Di vessillo o timballo. Oh! ma di quella Pugna già mi scordai l’opra e lo stato! Or la battaglia, or la faccenda è grave, </poem><noinclude></noinclude> 3y5rul1n1rm0n7llz5kofvh4up0cs2x Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/323 108 1013319 3895051 3891367 2026-09-05T14:28:13Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895051 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 320 —|}}</noinclude> <poem> I piedi usciron dalle staffe (l’asta Così discese rovinosa al cinto Del cavalier, che parve ne dovesse {{R|100}}I fermagli spezzar), mentre in arcioni Ei vacillò, dell’asta rilucente Tutta di ferro al grave colpo. Il brando Fuor trasse allora dalla gran vagina Kamùs veloce e urlò fremendo e il nome {{R|105}}Di Dio gridò più volte, indi con fiero Cipiglio innanzi al cavalier gittossi, Calò un colpo di spada, e a Ghev l’acuta Asta, recisa da quel colpo, cadde. :Dal bel mezzo de’ suoi mirando stava {{R|110}}Tus, e forte crucciavasi mirando La tenzon degli eroi. Vide che degno Non era di Kamùs Ghev ben che forte, Vide che vibrator d’asta nessuno Esser potea fuor di lui stesso, e un balzo {{R|115}}Diè dal mezzo de’ suoi con alto un grido. A Ghev, del nome suo vindice amico, Venne alleato. Oh! le redini volse Prontamente Kamùs, venne a gittarsi Fra i due guerrieri a sostener la pugna, {{R|120}}E con la spada un colpo alla cervice Del destriero di Tus vibrò in tal guisa Che livido si fe’ del duce il volto. Caddegli il palafreno, ed ei balzava, {{Ec|E|Ei|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/491}} di gran core, in piè, teneasi fermo {{R|125}}Come leon che rugge. A piè, con l’asta Stretta nel pugno, al vasto campo in mezzo, Egli correa, dinanzi da le schiere, Contro al turanio. Così fu che un solo Cavalier con due prodi incliti e grandi {{R|130}}Si contrastò. Ma di battaglie stanco Non è quei di Kashàn. Così seguirono, Fin che la plaga s’oscurò del sole, </poem><noinclude></noinclude> 43awlojst4mpl485sku2hn0zmadcx83 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/325 108 1013321 3895052 3891369 2026-09-05T14:28:48Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895052 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 322 —|}}</noinclude> <poem> {{R|25}}Guderzidi famosi, allor che estremo Danno gli incolse nel cercar giocondo Frutto così. Da tempo eran congiunti I due gagliardi, e Rùstem valoroso A Gùderz era genero diletto, {{R|30}}E Bizhen che fra tutti alto emergea, Del fortissimo eroe nacque a una figlia. :Gùderz allor così gli disse: Eroe Saggio, pugnace, d’anima serena, Prende per te nuovo splendor sul trono {{R|35}}Il serto di Khusrèv; ciò che tu parli, Lungi fu sempre da menzogna o frode. Or tu agl’Irani più che madre sei, Più ancor che padre, più che trono o serto, gemma o pompa di tesoro. Oh! mai {{R|40}}Il nostro prence e la real grandezza Scemi restin di te! Più vali assai, Di nostra terra eroe, degli elefanti E de’ leoni, di battaglie in tempo. E noi, senza di te, slam pesci in terra, {{R|45}}Noi che la fronte recliniam sui sassi, Infissi i corpi in tetre cave. A noi Della luce degli occhi e della vita Più caro assai, tu d’ogni prence illustre Anche se’ il più famoso. Oh! quando il tuo {{R|50}}Bel volto scorsi e udii quel tuo dimando Caldo e soave e l’amor tuo, l’acerbo Dolor svanì di tanti a me sì cari, Sol per tua sorte ebbi ridente il viso! :Rùstem gli disse: Abbiti lieto il core {{R|55}}E da ogni mal la tua di prence e sire Nobil persona libera ti serba, Che d’inganni e di duol mai sempre è piena Nostra {{Ec|terra|vita|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/491}} meschina, e allor che tutti Schiusi ti mostra i suoi tesori, al fine {{R|60}}Precipita. È costui in augumento, </poem><noinclude></noinclude> l0cnvzxljn2xhz5ls7lampcpllbxha0 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/354 108 1013350 3895024 3891398 2026-09-05T13:09:27Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895024 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" /></noinclude><section begin="s1" /> {{Ct|c=t01|4. Leggenda di Rustem<br>e del Principe di Cina.}} {{Rule|2em|t=1|v=2}}<section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|I. Battaglia e morte di Cinghish.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 685-687).}} <poem> :Intanto narrerem del re di Cina La pugna, del valor, dell’aspra guerra Gli usi rammenterem. — Saggio, che pura Hai l’anima ed il cor, di Dio soltanto {{R|5}}Muovi nel nome a favellar la lingua. Chè al bene egli è pur guida, e per lui solo Sta questo ciel che volge ratto intorno. Passano i dì del viver tuo; riposo In altra vita avrai. Riponi intanto {{R|10}}Nel racconto ogni fe’, quale narrava Da sue carte vetuste il borgomastro. :Giunse novella al principe di Cina Che in mortal pugna, in contrastato campo, Ucciso era Kamùs. Ogni guerriero {{R|15}}Di Kashàn, di Shikìn tutti i gagliardi, I principi di Balkh, amaro e fosco Ebber quel giorno per Kamùs. Volgeasi Quello a questo e dicea: Deh! chi è costui Di gran valore e di battaglia amante? {{R|20}}Deh! chi è costui? quale il suo nome e quale Nato mortai può stargli emulo a fronte? </poem> <section end="s2" /><noinclude></noinclude> qc0jv4w6yc8bsrkm5do5fcorvwis35q Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/357 108 1013353 3895018 3891401 2026-09-05T13:03:39Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895018 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 354 —|}}</noinclude> <poem> D’Irania tutta e di Kamùs primiero {{R|95}}Ne chiederò vendetta, alto levando Il nome suo dopo sua morte acerba. :Di Cina il prence il benedisse. Allora Cinghìsh baciò la terra innanzi a lui E quei dicea: Se compirai cotesta {{R|100}}Aspra vendetta, a me ritornerai Sciolto da ogni desìo. Gemme cotante Dal mio tesor ti donerò, che d’oggi In avanti mai più t’avrai rancura. :E Cinghìsh, all’udir quelle parole {{R|105}}Del re di Cina, per sdegnosa audacia Aggrottava le ciglia. Indi bramoso Il cavallo incitò, partì qual fiamma D’Azergashaspe. Allor che il cavaliero. Per sua tenzone, dell’iranio campo {{R|110}}Giunse vicino, dal turcasso un dardo Trasse di legno ben compatto, e disse: Di mia battaglia è questo il loco. In mano Reco la vita d’ogni illustre. Il forte Di lacci avventator, che ci rapìa {{R|115}}Re Kamùs, che ora tragge acuti dardi, Talor lacci ritorti, oh! se venisse In questo campo a contrastar, ben credo Che vuoto il campo di suo loco andrebbe! :Da destra e da sinistra ei rincorrea, {{R|120}}Dov’è, gridando, il leon valoroso Che ama la pugna? — A quel gridar si mosse Rùstem dal loco suo, brandì la clava, A Rakhsh montò sul dorso. Io quel mi sono, Disse, che i prodi atterra, di leoni {{R|125}}Inclito vincitor, che ha laccio ed arco E mazza e freccio. Ora t’è d’uopo il suolo, Qual già Kamùs eroe, toccar col viso. :E a lui Cinghìsh dicea: Quale il tuo nomo? E quale il nascer tuo? qual la tua voglia ( </poem><noinclude></noinclude> ix9x5nis9co1f8x60ve265uhorjd5ap Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/358 108 1013354 3895019 3891402 2026-09-05T13:04:08Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895019 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 355 —|}}</noinclude> <poem> {{R|130}}Intender bramo di chi mai, nel giorno Della tenzon, verserò il sangue, al tempo Che al ciel la polve salirà. — Rispose Rùstem allora: Un fiore oh! non sia mai D’albero tal che come te, infelice, {{R|135}}Un frutto rechi nel giardino e il computi Tra i frutti suoi! Dell’asta mia la punta E il nome mio son la tua morte, e il tuo Elmo, nè dubbio v’ha, con la corazza È la tua veste funeral, se intendi. :{{R|140}}Cinghìsh allor, sì come nembo, innanzi Si fe’ precipitoso e ad ambo i corni Dell’arco suo la corda accomodava. Di costui, temerario, era qual nube L’arco; egli stava con arnese e clamide, {{R|145}}Emulo in guerra, anche, T’arresta omai, A Rùstem ei dicea; l’anima tua, Ardito cavalier, stanca di pugna Ora sarà. — Come ciò vide, al capo Rùstem recò il pavese ai dardi incontro {{R|150}}Che dell’usbergo a lacerar le maglie Eran vicini. Sogguardava intanto Cinghìsh quel forte, nella sua persona Qual nobile cipresso in un giardino. Ma quando nel destrier fermò gli sguardi, {{R|155}}Alto qual monte sotto a un altro monte, Nè stanchezza era in lui dal sostenerlo, Cinghìsh audace così disse in core: Or sì!, meglio è fuggir che con sè stesso Pei cari giorni litigar! — Spronava {{R|160}}Il suo destrier, volea tornarsi in fuga Al campo suo, ma Rùstem cavaliero Incitò dietro a lui, inclito in guerra, Di vampa in guisa, egli animoso e forte, Il suo corsier. Già gli è vicino il prode {{R|165}}Come elefante ardimentoso, e pieno </poem><noinclude></noinclude> rkzhkjpv4kjzfuc1c9cifuzy9ec0dyl Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/359 108 1013355 3895020 3891403 2026-09-05T13:04:27Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895020 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 356 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> Tutto è quel campo di contrarie voci Pei due guerrier, fin che afferrò alla coda Dell’impuro Cinghìsh il palafreno Il gran figlio di Zal. Stupir due genti, {{R|170}}Stupirono per lui. Traea con forza Per alcun tempo, fin che giù di sella Crucciato si gittò. Cadde il turanio Al suol per esso e chiese in don la vita; Ma il forte l’atterrò, quindi dal busto {{R|175}}Spiccògli il capo. Ogni desìo superbo, Ogni truce pensier così per sempre Sbandivasi da lui. Tutti d’Irania Benedicean gl’illustri al gran guerriero; Ei s’aggirava fra le due nemiche {{R|180}}Schiere frattanto e nella man robusta Giavellotto stringea che scintillava. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|II. Messaggio di Hûmân.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 687-692).}} <poem> :Ma di rincontro si fe’ tristo assai Il re di Cina. Col mutar del fato Instabile adirossi e ad Humàn disse: :Angusta si fe’ a noi la terra e il tempo! {{R|5}}Oh! tu potessi andar, cercar per noi Dell’inclito guerrier l’ignoto nome, Con anima serena! — Oh! non son io Incudine sonante. Humàn rispose, D’elefante non son, dentro la pugna, {{R|10}}Acuta zanna. In tutta l’ampia terra Non era un prode qual Kamùs guerriero, Che chiedesse battaglia e un savio indugio Sapesse anche tener. Ma pur l’incolse Nel fata nodo del tremendo laccio </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> hzdff0gnc6bj7lraykh4z3ugv3unw0i Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/374 108 1013370 3895002 3891418 2026-09-05T12:04:55Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895002 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 371 —|}}</noinclude> <poem> Se pur convien qualcuna d’esse a voi. E in pria qual fu che questo campo d’armi Così stendea per trista voglia, il sangue D’un re spargendo, tu di ferrei ceppi {{R|215}}Carco farai, l’invïerai tu stesso Al nostro re, s’anche per suo consiglio Questa guerra ei non mosse. Ugual governo Farai d’ogn’altro che colpevol fue Di quel sangue innocente, anche se in questo {{R|220}}Campo ei non è. Tu poi ti accingi meco In Irania a venir presso quel sire Invitto sempre, e d’ogni cosa tua Che qui tu lasci e prezïosa stimi, Tanto dal re per dieci volte avrai. {{R|225}}Tu dunque non parlar della turania Terra mai più. Se no, vivo alcun uomo Non lascierò che porti guerra, ei sia Di Shikìn montuosa o de le ville Di Siklàb, e sia pur di Cina il prence. {{R|230}}Tutto farò perchè deserto vada Questo tuo campo, e levinsi d’arene, Là ’ve son erbe, i cumuli dintorno. :Grave cosa è cotesta, in cor dicea Pìran allor, da la turania terra {{R|235}}Andarne a re Khusrèv. S’egli desìa I colpevoli aver, per la vendetta Di Siyavìsh ond’ei si strugge, sono Quelli i cognati d’Afrasyàb e i grandi Che hanno grazia ed onor, seggio e tesori. {{R|240}}Come oserei di tal proposta un motto Avventurar? Non ha principio o meta Cotesta brama, e contansi tra quelli Humàn, Kelbàd e Fershid-vèrd, cagione A Gùderz di dolor. Non è consiglio {{R|245}}Cotesto e non rinviene alveo quest’acqua Torbida, in terra. L’arti mie fa d’uopo </poem><noinclude></noinclude> 3oeizzrba6zjk5gtbf9f6r8rm8vxz4z Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/389 108 1013385 3895053 3891433 2026-09-05T14:29:51Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895053 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 386 —|}}</noinclude> <poem> Di Nèvdher regnator, Tus battagliero, Stava nel mezzo. Spazio non restava Nel vasto loco e là, dinanzi a tutti, Per difender gli eroi dal suo nemico, {{R|25}}Fortissimo guerrier, Rùstem andava. :Dall’altra parie il principe di Cina Era nel mezzo, e nereggiava il piano Per gli elefanti. Kendèr leonino Era da destra, un cavalier, nel tempo {{R|30}}Di pugne armato di gran cor. Da manca Era {{Ec|Kahàr|Gahàr|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/491}}, esperto di battaglie, E già di sotto ai cavalieri oppressa Era la terra, e là dinanzi a tutti Pìran illustre s’aggirava. Ei corse {{R|35}}A Shengùl battaglier con questi detti: :D’indica regïon prence famoso, Da Shirvàn fino al Sind gli abitatori Ti son devoti. Or, tu m’hai detto: «All’alba Del dì vegnente menerò all’assalto {{R|40}}Da ogni parte l’esercito. Sterminio Farò dei prenci dell’Irania, e vivo Alcun non lascierò, vecchio o fanciullo. Rùstem disfiderò, giù ne la polve La testa ne trarrò dall’alte nubi!». :{{R|45}}Shengùl rispose: Da parole mie Trarmi a dietro non so, nè tu vedrai In questo giorno cosa in me diversa. Or io, dinanzi a lui che vince i forti, Andrò diritto, e il corpo con la punta {{R|50}}Gli passerò di questa freccia. Un’aspra Vendetta di Kamùs con aspro assalto Su lui mi prenderò, la gran faccenda Farò agl’Irani angoscïosa e dura. :Ratto in tre squadre egli partì la schiera {{R|55}}Degli armigeri suoi, battè i timballi; Del pian la polve alta salì. Sen venne </poem><noinclude></noinclude> 6o7i448sbll4s1vindorj245p3y19yh Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/398 108 1013394 3895027 3891442 2026-09-05T13:10:11Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895027 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 395 —|}}</noinclude> <poem> {{R|345}}In quell’assalto, contro all’ira sua Fermo piede non ebbe un elefante. Accerchiârlo in tal guisa minacciosi Gli eroi di Cina, che sul capo a lui Quest’almo sole intenebrò. Per tante {{R|350}}Aste e pugnali e Treccie acute e clave, Dirette contro a lui che di leoni Era possente vincitor, credeasi In un canneto veramente e fosse La terra un torcolar pel molto sangue. :{{R|355}}Ma cento lancie in un sol colpo il forte Rùstem infranse, tra ruggiti e fremiti Qual d’irato leon. Veniangli dietro D’Irania i prenci, gonfi al cor d’un’ira Di vendetta e bramosi. Oh! detto avresti {{R|360}}Che ai molti ferri, all’aste, a le bipenni. Alle clave nodose, il ciel dai nugoli Grandine piove. E son pel campo i cumuli D’uccisi prodi e corpi tronchi e pallidi Capi ed elmi e celate. Ecco!, a la polvere, {{R|365}}Come la terra, l’alto cielo intenebra; Molti al sen rotti e a la cervice. Oh! mutasi, L’esercito gridava, in un gran cumulo D’uccisi la campagna! E son cadaveri D’India e di Cina, di Siklàb, di Pèhlevi, {{R|370}}Di Shikìn e d’Herì. Vedi che ingombrano Tante falangi la pianura e l’ardue Falde montane e la riviera limpida! Oppresse da un sol uom le turbe caggiono! :Pìran si volse e fe’ tai detti allora {{R|375}}A Kelbàd: Ne va l’ordine e la forza Da questo campo omai! Niun gli resiste Nella battaglia, ordinator di schiere A Rùstem pari qui non è. Ma un giorno, Quand’altri narrerà di ciò l’istoria, {{R|380}}Il saggio mai non crederà che in guerra, </poem><noinclude></noinclude> ml11e3g42opmgoqrp7oe5egxny1mpko Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/408 108 1013404 3895028 3891452 2026-09-05T13:10:43Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895028 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 405 —|}}</noinclude> <poem> Sella da l’alto ei l’atterrò, di pardo Con un cuoio gli avvinse ambe le mani. :Di Cina il re guardava alto dal dorso {{R|115}}Dell’elefante suo, vedea la terra Come un fiume ondeggiar. Sovra un eccelso Monte era quivi un elefante ardito, E in pugno gli vedea quel laccio suo, Cuoio conciato di leoni. Parve {{R|120}}Ch’egli traesse da le fosche nubi I volatori de la selva e d’alto Stessero a contemplar l’orrida pugna E la luna e le stelle. Ogni speranza Di Cina il prence via cacciò dal cuore {{R|125}}Al rimirar dal candido elefante Il fortissimo prode. Egli chiedea Dell’esercito un inclito, d’Irania Qual sapesse il sermon. Va, gli dicea. Là dall’uom leonino, e gli dirai {{R|130}}Che nell’orrida pugna egli non meni Tanto furor. Son qui mille guerrieri Di Ceghàn, di Shikìn, di Dehr, di Cina, E alla truce vendetta in cor nessuno Ha propria parte. Di Khatlàn remota {{R|135}}Uno è sire e di Cina altri è signore, E contro a te stranieri odio non hanno. Afrasyàb è signor che non discerne Dall’acqua il fuoco, quei che tanta accolse Gente agguerrita. Ma sventura e danno {{R|140}}A sè medesmo egli recò. Nessuno È d’onor senza brama; è però dolce Della guerra più assai la bella pace. Vieni, suvvia! Tra noi si fermi un patto Ed una legge, e chi tu vuoi si renda {{R|145}}Mallevadore; e noi, come tributo. Come offerta al tuo sire, a tutti gli anni, Cento bovine pelli invieremo. </poem><noinclude></noinclude> czi6czc0wl6tyt66ye0yq5qtxxr6qqq Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/417 108 1013413 3895036 3891461 2026-09-05T13:15:30Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895036 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 414 —|}}</noinclude> <poem> Abbandonaste ed il nemico intanto Era agli stenti e ritrovò sua via. Un codardo poltrir fatiche e guai Ben può fruttificar, ma se tu adopri {{R|440}}Arte e fatica, in un tesoro avrai Frutto giocondo. Ed or, come potrei Dire e narrar che troppo al mio riposo Un dì m’abbandonai, che da spavento, D’Irania nel dolor, vinto mi diedi? :{{R|445}}Quindi si volse con irosi sguardi, Sì come belva, a Tus: Questo de’ sonni È il loco, il pian della tenzone? In questo Campo co’ prodi tuoi, d’ora in avanti, Da Kelbàd e Ruyìn, da quel temuto {{R|450}}Humàn, da Pìran, da Pulàd, con molta Cura ti guarda. Tu da la tua terra, Rùstem guerriero dalla sua. Se nuova Smania vi prende, e voi date un assalto; Ma d’oggi in poi come m’avrete? Ratto {{R|455}}Ch’io vinsi in questa pugna, al fin dell’opra Tutto spari̓. Vedi, fra i cavalieri, Quali fûr le vedette, e qual del loro Ampio drappello al condottier si fosse Cognito nome; e allor che uno in tua mano {{R|460}}Così ne avrai, le braccia con un legno Gli batti e i piedi in quell’ora medesma, Ciò che ha gli prendi, ed a le gambe legalo, Ponlo sublime su la schiena eretta D’un elefante. Così al re l’invia {{R|465}}Perchè ucciso si resti al regio albergo. Ma vedi tu, frattanto, chi di questi Irani tuoi ebbe in poter la ricca Preda nemica, le monete e i regi Serti e le gemme, in bianco avorio i troni, {{R|470}}E i tesori e i broccati e i diademi; Tutto chiedi a te innanzi. In questo piano </poem><noinclude></noinclude> 236smngnivs3zttpc92zbhhtrwz4hae Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/428 108 1013424 3895054 3891472 2026-09-05T14:30:31Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895054 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 425 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> Ne andò vuoto per lor. Fulgida spada Ebbe dal sire Feribùrz, e un serto D’oro splendente e una pesante clava {{R|265}}E calzari dorati. Ei l’inviava E fea precetto che da Irania andasse Anche appo Rùstem, duce suo. Oh!, disse, Non riposo, non sonno o prender cibo Vuolsi in la guerra d’Afrasyàb! Deh! possa {{R|270}}Del laccio tuo dentro agli attorti nodi Del superbo signor cader la testa! :E Feribùrz, giusta desio del core Dell’iranio signor, da lui ne andava. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|IX. Dolore di Afrâsyâb.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 723-724).}} <poem> :Ma poi, novella ad Afrasyàb ne venne D’alto incendio che uscito era da un mare D’acque profonde. Alla turania terra Venne rottura per Manshùr, pel sire {{R|5}}Di Cina e per Kamùs, venne d’Irania Per guerra far stuolo d’eroi gagliardi. Sì che parve interrotta al ciel volgente La superna sua via. Quaranta giorni Durò l’assalto e d’un color medesmo {{R|10}}Fu l’ampia terra e notte e dì. La polve De’ cavalieri il sol rapì dall’etra, Quando nel sonno s’addormì d’un tratto La vigile fortuna. Alfin, dell’ampio Drappel, non un de’ cavalieri all’armi {{R|15}}Rimasto era quaggiù. Gli eroi famosi, Tutti que’ grandi, avvinti avea l’iranio Di gravi ceppi, in turpe guisa al dorso Degli elefanti sovrapposti, e {{Ec|quelli|quella|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/491}} </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> 8r343lxhpshnqr9tce9mf2i2uk4ilbt Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/438 108 1013434 3895023 3891483 2026-09-05T13:07:56Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895023 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 435 —|}}</noinclude> <poem> {{R|230}}Che a te pari non sia nell’aspra guerra, Meglio sarà se, con quella acquistata Fama guerriera, sederà tranquillo. D’elefante hai le memhra, hai di leone E l’artiglio e l’ardir, nè stanco sei {{R|235}}Di tue battaglie in alcun tempo mai. :Questa mia forza e questo cor gagliardo, Il prode rispondea, son dell’Eterno Eccelso dono; bella parte in esso Voi pure avete, nè s’addice a voi {{R|240}}Levar di lagno alcuna voce a Dio. :E comandò che se n’andasse in corsa Ghev al confine di Khotèn con cinque E cinque mila cavalieri armati, In lor pavesi, in lor gualdrappe, e a forza {{R|245}}Non concedesse che i dispersi ancora Turani s’annodassero. Nel tempo Che la notte mostrò suoi bruni riccioli E s’incurvò come pensosa e mesta La nuova luna, si partì quel prode {{R|250}}Coi cavalieri suoi, gagliardi in guerra, E per tre giorni si tenea correndo. Quando mostrò la sua corona il sole E venne e assise in un eburneo trono, Del quarto giorno al cominciar, tornava {{R|255}}Ghev animoso di Turania e seco Molti incliti traea gagliardi in guerra, Molte fanciulle di Tiràz leggiadre, Molti cavalli di gran pregio e cose D’ogni sorta e valor. D’Irania al sire {{R|260}}Rùstem parte inviò, sparti fra tutta L’oste de’ suoi la rimanente preda. :Ma Tus allor, ma Gustehemme e il prode Ruhàm, Gùderz e Ghev, Shedùsh gagliardo, Bìzhen figlio di Ghev, tutti cotesti, {{R|265}}Levarsi, e a Rùstem benedizïone </poem><noinclude></noinclude> cqibqwrvf2enuijtmpa92nz22p2viar Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/446 108 1013442 3895022 3891491 2026-09-05T13:06:59Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895022 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 443 —|}}</noinclude> <poem> {{R|190}}Pieno è di duol, che piena è di vendetta La mente mia pel re di Cina illustre E per Kamùs. Esercito fa d’uopo Addurre in Gang, non però ancor gli sguardi Agli assalti levar, ma ben di Cina {{R|195}}Cercar si dènno e di Macìn le squadre. Indi al nemico tuo portar iattura. :Detto, al loco tornò de’ sonni suoi Piena d’ansia la mente e pieno il core Di pugne d’un desìo. Schiuse frattanto {{R|200}}I lugubri occhi suoi la notte ombrosa, Salì col dorso, qual per doglia incurvo, La nuova luna e intenebrava il mondo Qual negro muschio, allor che ritornava Ferghàr dal campo degl’Irani. Ei venne {{R|205}}Appo Afrasyàb nella più oscura notte, Ora di sonno e di quïete, e disse: :Da quest’alta dimora appo ne andai A Rùstem vincitor di Devi in giostra. Alto e verde un recinto e un cavaliero {{R|210}}Vid’io d’aspetto di feroce lupo E dritto in piedi uno stendardo, quale Ha d’un drago l’effigie. Oh! tu diresti Ch’ei ne balza di fuor! Dentro la tenda, Quale ardito elefante, è un gran guerriero {{R|215}}Stretto ne’ fianchi da villosa spoglia Di ucciso pardo. Pomellato innanzi Un palafren gli sta, qual tu diresti Che non ha posa. Caggiono le briglie Giù da la sella e in ampi nodi attorto {{R|220}}Alla coreggia n"è affidato il laccio. Principe Tus, Gùderz e Ghev e l’inclito Feribùrz e Gurghìn, Shedùsh gagliardo, Tutti son di sua schiera. A le vedette Si sta Guràzeh e Gustehèmme è seco, {{R|225}}Qual con Ghev e con Bìzhen s’accompagna. </poem><noinclude></noinclude> jzmqz5xal985177batilbz79rcaqw74 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, III.djvu/491 108 1013487 3895037 3845649 2026-09-05T13:19:19Z Alex brollo 1615 3895037 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 488 —|}}</noinclude> {{Ct|f=120%|v=2|t=3|TERZO VOLUME}} {{Rule|6em|t=1|v=3}} {| |colspan=3 align=center|ERRATA||align=center|CORRIGE |- |Pag. ||{{Pg|37}}, l. 14||ài||hai |- |»||{{Pg|52}}, l. 8||grad'ali||grand’ali |- |»||{{Pg|72}}, l. 10||Gùderz, udir||Gùderz udir, |- |»||{{Pg|75}}, l. 33||II||Il |- |»||{{Pg|85}}, l. 6||suolo,||suolo |- |»||{{Pg|167}}, l. 22||che da una parte il suolo<br>D’Anbùh toccava||che costeggiava in parte<br>L’irania folla, |- |»||{{Pg|189}}, l. 31||accigersi||accingersi |- |»||{{Pg|229}}, l. 5||altrui lo tolga,||altri lo rapisca, |- |»||{{Pg|235}}, l. 17||seggio ei pose||seggio pose |- |»||{{Pg|272}}, l. 30||e Tus||e a Tus |- |»||{{Pg|276}}, l. 27||Dicea||Dicean |- |»||{{Pg|292}}, l. penult.||tuo||suo |- |»||{{Pg|310}}, l. 18||Ne||Nè |- |»||{{Pg|320}}, l. 28||E||Ei |- |»||{{Pg|322}}, l. 34||terra||vita |- |»||{{Pg|386}}, l. 11||Kahàr||Gahàr |- |»||{{Pg|425}}, l. ult.||quelli||quella |}<noinclude></noinclude> rx67hdcwluhx7idjw8vouja0c3r23u3 3895038 3895037 2026-09-05T13:19:54Z Alex brollo 1615 3895038 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" /><!--{{RigaIntestazione||— 488 —|}}--></noinclude> {{Ct|f=120%|v=2|t=3|TERZO VOLUME}} {{Rule|6em|t=1|v=3}} {| |colspan=3 align=center|ERRATA||align=center|CORRIGE |- |Pag. ||{{Pg|37}}, l. 14||ài||hai |- |»||{{Pg|52}}, l. 8||grad'ali||grand’ali |- |»||{{Pg|72}}, l. 10||Gùderz, udir||Gùderz udir, |- |»||{{Pg|75}}, l. 33||II||Il |- |»||{{Pg|85}}, l. 6||suolo,||suolo |- |»||{{Pg|167}}, l. 22||che da una parte il suolo<br>D’Anbùh toccava||che costeggiava in parte<br>L’irania folla, |- |»||{{Pg|189}}, l. 31||accigersi||accingersi |- |»||{{Pg|229}}, l. 5||altrui lo tolga,||altri lo rapisca, |- |»||{{Pg|235}}, l. 17||seggio ei pose||seggio pose |- |»||{{Pg|272}}, l. 30||e Tus||e a Tus |- |»||{{Pg|276}}, l. 27||Dicea||Dicean |- |»||{{Pg|292}}, l. penult.||tuo||suo |- |»||{{Pg|310}}, l. 18||Ne||Nè |- |»||{{Pg|320}}, l. 28||E||Ei |- |»||{{Pg|322}}, l. 34||terra||vita |- |»||{{Pg|386}}, l. 11||Kahàr||Gahàr |- |»||{{Pg|425}}, l. ult.||quelli||quella |}<noinclude></noinclude> lxww6c0zdqw6w80h0xnhz4sb8yn4q3x Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/6 108 1013494 3895072 3849604 2026-09-05T18:44:04Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895072 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Gatto bianco" /></noinclude> {{ct|f=180%|t=1|v=0|w=2px|L=3px|{{Sc|FIRDUSI}}}} {{Rule|t=1.5|v=0.5|4em}} {{ct|f=400%|t=4|v=1|w=0px|L=0px|{{Sc|IL LIBRO DEI RE}}}} {{ct|f=130%|t=1.5|v=1|w=2px|L=2px|{{Sc|POEMA EPICO}}}} {{ct|f=90%|t=2|v=1|w=5px|L=1px|{{Sc|RECATO DAL PERSIANO IN VERSI ITALIANI}}}} {{ct|f=70%|t=1.5|v=0|w=0px|L=0px|{{Sc|DA}}}} {{ct|f=170%|t=1.5|v=1|w=5px|L=5px|{{Sc|ITALO PIZZI}}}} {{smaller block|<poem>{{Blocco a destra|larghezza=70%|{{Indent|1|L’epopea persiana, nel suo insieme, produce l’impressione dell’incommensurabile, simile alla vista del cielo stellato, che riunisce nei suoi fulgidi sistemi di stelle l’infinita pluralità dei mondi.}}}} {{Blocco a destra|margine=20px|{{Sc|{{AutoreCitato|Adolf Friedrich von Schack|Schack}}.}}}} </poem>}} {{Rule|t=3|v=0.5|4em}} {{ct|f=100%|t=1|v=0|w=1px|L=1px|{{Sc|VOLUME QUARTO}}}} {{Rule|t=1|v=0.5|4em}} {{ct|f=90%|t=8|v=0|w=0px|L=0px|{{Sc|TORINO}}}} {{ct|f=100%|t=1|v=0|w=5px|L=5px|{{Sc|VINCENZO BONA}}}} {{ct|f=80%|t=1|v=0|w=2px|L=0px|Tipografo di S. M.}} {{Rule|t=0.7|v=0.5|1em}} {{ct|f=120%|t=0.5|v=1|w=0px|L=5px|{{Sc|1887}}}}<noinclude></noinclude> 3krhhx8q26oz9etx889bks3citqxjhy Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/19 108 1013508 3895149 3891595 2026-09-05T19:38:55Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895149 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 16 —|}}</noinclude> <poem> Ti traggi ad aspettar; ma quando un alto Fragor si leverà dalla foresta, {{R|205}}Leva la mazza e in guardia sta. Se sfugge Alla mia man d’esti cinghiali alcuno, Tu con un colpo gli recidi il capo. :Eroe Gurghìn così rispose: Tale Non era il patto col novello sire! {{R|210}}No, no, non dimandar questo soccorso Ora da me. Che il loco io ti mostrai De la selva, ti basti. A tal battaglia T’accingesti tu solo, e d’oro avesti E d’argento e di gemme un ampio dono. :{{R|215}}Bìzhen, che udì quelle parole, a un tratto Parve stordir, sì che i begli occhi in fronte Gli si velar sinistramente. Eppure Come leone in la foresta entrava, Tesa all’arco la corda, ei di gran core, {{R|220}}Alto fremendo come fosca nuvola A primavera. Giù cadean le foglie Tronche a le piante, qual scrosciar di piova, E qual ebbro elefante con la fulgida Spada nel pugno, dietro a le selvaggie {{R|225}}Belve gittossi il giovinetto. Vennero Tutte insieme a l’assalto e con le zanne Frugavano la terra e la gittavano. Venne un cinghiai quale Ahrimàne, e il fulgido Di Bìzhen lacerò guerresco arnese, {{R|230}}E le zanne arrotò contro a le piante, Come talvolta forte ad una pietra Di bianco acciaio arrotasi una lima. Fuoco di pugna essi levâr, ne salse All’etra il fumo da quel prato. Allora {{R|235}}In mezzo al petto dell’orrenda belva Scagliò la spada il valoroso e in due Il corpo ingente ne spartì. Davvero! Che pari a volpi diventar le belve, </poem><noinclude></noinclude> fzvbrera8wwy4bbzl3hr5vuknsc0240 Discussioni indice:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu 111 1013509 3895184 3862451 2026-09-05T20:06:44Z Alex brollo 1615 /* :-) */ 3895184 wikitext text/x-wiki == memoRegex == <nowiki>{"^t01 (.+)":["(regex)","{{Ct|c=t01|$1}}","gm"], "^t1 (.+)\\n(.+)":["(regex)","{{Ct|c=t1|$1}}\n{{Ct|c=t2|$2}}","gm"], "Ed\\.\\ Cale\\.":["","Ed. Calc.","g"], "ché":["","chè","g"], "([Ff])é’":["","$1e’","g"], "([Nn])é ":["(regex)","$1è ","g"], "prò’":["","pro’","g"], "mperial":["","mperïal","g"], "\\ sé":[""," sè","g"], "ornai":["","omai","g"], "cb":["","ch","g"], "Kabul":["","Kabùl","g"], "(\\W+s)é(\\W+)":["(regex)","$1è$2","gi"], "(\\W+f)é(\\W+)":["(regex)","$1è$2","gi"], "(.+)\\t(.+)\\t(.+)":["(regex)","{{Vi|larghezzap=50|largezzas=50|sezione=$1|titolo=$2|pagina=» {{Pg|$3}}}}","gm"], "Destan\\ ":["","Destàn ","g"], "glorios":["","glorïos","g"], "<poem>\\n*":["(regex)","<poem>\n","g"], "Siyavish":["","Siyavìsh","g"], "\\ ninna\\ ":[""," niuna ","g"], "fì":["","fi","g"], "Human":["","Humàn","g"], "Piran":["","Pìran","g"], "Gina":["","Cina","g"], "vuoisi":["","vuolsi","g"]}</nowiki> == Correzioni == Fatto l'inserimento degli errata corrige originali, il controllo dei possibili errori ortografici e dei nomi. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 22:06, 5 set 2026 (CEST) == Discussione transclusa == {{#section:Discussioni indice:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1886, I.djvu|s1}} ml8xra9etjo2h24qbj5hxvpgaqn1qqf Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/28 108 1013518 3895146 3891604 2026-09-05T19:37:24Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895146 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 25 —|}}</noinclude> <poem> Fin che di Bìzhen del vegliar desìo {{R|25}}Fiero le venne. Un balsamo sottile Da ridestar gli pose entro agli orecchi Perchè sua mente ritornasse in lui. Come Bìzhen destossi e l’assopita Sua mente ricovrò, trovossi in grembo {{R|30}}Quella, dal sen di bianco gelsomino, Leggiadrissima donna; entro a l’ostello Del regnante Afrasyàb, videsi accanto. Al medesmo guancial china la fronte, Lei, dal volto di luna. Oh! si crucciava {{R|35}}Bìzhen in core, e d’Ahrimàn da l’arti Cercavasi rifugio in Dio signore! :E così disse: Almo Fattor, deh! forse Scampo a me non sarà da questo loco? Deh! almeno chiedi tu la mia vendetta {{R|40}}Da Gurghìn e tu ascolta il mio dolore E l’imprecar di me! ch’ei mi fu guida A questo male e pronunciò parole Di mille incanti sovra me tapino. :Lieto serba il tuo cor, disse Menìzheh, {{R|45}}E tutte cose che non anche furono, Stima qual aura lieve. E casi assai Toccano all’uom quaggiù, dolce convito Talor l’attende, aspra tenzon talvolta. :Poser la mente al ber profuso intanto {{R|50}}Fra il terror d’un supplizio e la speranza D’un talamo di nozze. Una fanciulla Di rosee guancie da ogni tenda allora Invitarono a sè, l’ornar di drappi Di cinese testor. Le giovinette {{R|55}}Levarono un bel canto, e nella gioia Passarono così la notte e il giorno. :Poi che stagione trapassò, di tanto Al guardïano de le porte annunzio Venne e contezza. Ei per secreta via </poem><noinclude></noinclude> tvej11n5ikmridljarbcuq6flt3fp3y Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/30 108 1013520 3895071 3891606 2026-09-05T18:39:28Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895071 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" /></noinclude> <poem> :D’irania oh! che vedemmo e ancor vedremo! Deh! perchè mai avviluppò la sorte Nodo sì tristo, duol da irania terra {{R|100}}E perversi figliuoli? Oh! va, fratello, Con avveduti cavalieri e {{Ec|tutte|tutti|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/566}} Dell’ostello regal valichi e porte Riguardinsi da te, poscia, chi vedi, Cerca in mia casa. Legalo tu allora {{R|105}}E qui l’adduci strascinando a forza. :Ratto che Garsivèz più s’accostava A quella porta, un suon di voci alterne, «Bevi!, mangia!», il ferì. Concenti vaghi Di lïuti con fremer di ribebe {{R|110}}Echeggiavano allor dall’ampio ostello Del regnante Afrasyàb. Ma i cavalieri Tutte le porte del regal palagio Prendeano attorno ed ogni varco in tutte Parti così chiudean. Quando ben chiuso {{R|115}}Vide l’ostel, quando congiunto il bevere Col canto ei vide e col tripudio, ratto Colpì la porta e ne divelse i cardini Dal loco, e per la soglia entro la casa Si gittò Garsivèz. Rapido giunse {{R|120}}Al loco del banchetto, ove lo strano Ospite si celava. E allor che un guardo Su Bìzhen fulminò là dalla porta, Il sangue suo per l’improvviso sdegno Caldo gli ribollì. Tutto all’intorno {{R|125}}Dell’ampio loco stavano trecento Giovinette leggiadre e avean ribebe E dolce vino e canti. Era nel mezzo Bìzhen assiso a le fanciulle e un rosso Vin recavasi al labbro e molta gioia {{R|130}}Addimostrava. In quell’istante, un urlo Cacciava Garsivèz: Codardo e vile, Che non conosci li parenti tuoi, </poem><noinclude></noinclude> pet0uojj84wl2q2zkiyx7pa3pc0am2o Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/31 108 1013521 3895140 3891607 2026-09-05T19:33:27Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895140 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 28 —|}}</noinclude> <poem> D’un possente lïon cadesti alfine Sotto l’artiglio. E come vuoi tu ancora {{R|135}}Disciôr l’anima tua da questa stretta? :Bìzhen in se medesmo si crucciava E dicea: Come mai, solo ed inerme, Farei tenzone? Oh! dov’è Ghev, il figlio Di Gùderz, di Keshvàd, che senza merto {{R|140}}D’uopo è la vita abbandonar? Nè meco È il mio bruno destrier, nè il palafreno Di via compagno. Oh! veramente il sole Oggi di me precipitò a l’occaso, Nè veggo in terra alcun amico, e niuno {{R|145}}È di me protettor fuor che l’Eterno! :Un fulgido pugnal sempre egli avea Dentro all’un de’ schinieri. Egli la destra Stese e trasse il pugnal dalla guaina E la soglia occupò. Là disse il nome: :{{R|150}}Bìzhen qui mi son io, de’ figli illustri Dell’antico Keshvàd, primo di tutti D’Irania i forti, liberi guerrieri. Non scalfirà questa persona mia Alcun giammai, se di portar la testa {{R|155}}Non è sazio il suo tronco. Oh! se nel mondo Anche venisse orribile scompiglio, Niun le terga vedrà di me fuggente! :A Garsivèz mandò tal voce e disse: Fu il reo destin che tanto mal mi fece, {{R|160}}Ma tu conosci gli avi miei, fra gli altri Prenci il mio grado e il mio signor. La pugna Farete voi? Le mani mie son pronte Sempre sangue a versar. Con questo ferro A molti di Turania incliti duci {{R|165}}Troncherò il capo. Ma se innanzi al prence Tu mi conduci di Turania, tutta Gli narrerò la storia mia. Se il mio Sangue ne impètri in don, forse che guida A generoso oprar tu gli sarai. </poem><noinclude></noinclude> 4qjnd5zgn72yfls9bll6oy1hn07z15k Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/39 108 1013529 3895175 3891615 2026-09-05T19:52:17Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895175 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 36 —|}}</noinclude> <poem> Mendicando si va. Per tuo gran regno {{R|65}}Io son felice in cor, sostegno i prenci A me son tutti valorosi e grandi. Ma ben d’altro ho dolor che poi nessuno Prendasi cura di mia pace e intanto Perda il mio nome. Forsechè non porsi {{R|70}}Molte fiate al mio signor consigli In molti eventi pria? Ma niuna cosa Convennesi in mio dir, sì ch’io ritrassi La mano dall’oprar. Diss’io: «Non spegnere Di re Kàvus il figlio. Avrai nemici {{R|75}}Rùstem e Tus. Figlio d’antichi prenci È Siyavìsh, accinto al tuo comando Di te per molto amor. Che gli elefanti Verran da Irania a calpestarci e l’ossa E le giunture infrangeranno». Eppure {{R|80}}Folle uccidesti Siyavìsh, e miele Mescolasti a velen. Scordasti forse Ghev e quel sire d’ogni eroe, quel forte Rùstem. I mali che a città turanie Ei fean, tu non vedesti, e come due {{R|85}}Di parti tre, della turania terra, Sotto al pie calpestar de’ lor destrieri, Sì che a fortuna torbida d’un tratto Limpid’acqua si fece. Or quella spada Di Zal, figlio di Sam, nella guaina {{R|90}}Inerte non sarà, che le recise Teste farà cader nell’aspro assalto Rùstem per essa, fino al sol per essa Spruzzando il sangue nostro. Or però cerchi, Ben che in pace, la guerra, e avvelenata {{R|95}}Rosa odori da stolto. Oh! se tu spargi Del giovinetto il sangue, atra tempesta Verrà di guerra nel turanio suolo Subitamente. Tu se’ accorto sire, Servi noi. Tu del cor l’occhio deh! schiudi, </poem><noinclude></noinclude> 1uwu82esrcr7ysci6umv9153qz6ma0q Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/50 108 1013540 3895088 3891626 2026-09-05T18:56:42Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895088 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 47 —|}}</noinclude> <poem> Allor da te questa vendetta mia Piglierò col pugnal per quel mio figlio, Ch’era pupilla di quest’occhi miei. :Di là sen venne appo l’iranio sire, {{R|225}}Gonfi gli occhi di pianto e il cor bramoso Di sua vendetta. E fece auguri e voti E così disse: re, sempre in la gioia Corri tu il mondo. Oh! vivi tu beato, Avventurato sire! E tu non vedi {{R|230}}Qual m’incolse sventura! Un giovinetto Figlio mi avea quaggiù. Lieto per lui Er’io la notte e il dì, pieno d’affanno, Pieno di cura per sua dolce vita, E mi cocea per temenza del core {{R|235}}Ch’io lo perdessi. E ritornava or ora, Prence, Gurghìn dal suo viaggio, e piena Avea la lingua di sconnesse fole, Piena l’alma di colpe. Un tristo annunzio Recò del figlio mio, di lui illustre {{R|240}}E mio fidato consigliero. Ei mena Il palafren con rotta e riversata La sella; ma. nessun di Bìzhen mio Segno ha con sè, fuor che cotesto solo. Che se vede giustizia in ciò il mio sire, {{R|245}}A fondo ei cerchi. Rendami giustizia Di Gurghìn il mio re, pel qual mi feci Come polvere attrito in su la terra! :Al duol dell’infelice, ebbe rancura D’Irania il prence e si crucciò. Si pose {{R|250}}Alto sul capo il regal serto e in trono Mentre sedea, fe’ pallide le gote, Grave angustia ebbe in cor per la sciagura Di Bizhen giovinetto, indi si volse A Ghev così: Gurghìn che disse? Oh! dove {{R|255}}Asserì che restò quel suo compagno? :Allora, di Gurghìn parte ridisse </poem><noinclude></noinclude> 7v3dyx70h77hx0ze970x8kiltgwgu84 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/69 108 1013559 3895171 3891646 2026-09-05T19:50:32Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895171 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 66 —|}}</noinclude> <poem> Con l’alma tua sì vigile e gagliarda. Zevàreh e Feramùrz e quell’illustre Figlio di Sam tutti son lieti e allegri? :{{R|70}}Rùstem discese, baciò il trono e disse: Deh! savio re di vigil sorte, lieti I tre son tutti per la tua fortuna. Oh! felice colui che tu rammenti! :Khusrèv si volse al maggiordomo e disse: {{R|75}}Gùderz e Tus e gli altri eroi tu cercami. :E il maggiordomo schiuse de’ giardini Ratto le porte e degna del gran sire Una festa apprestò. L’aurea corona Fece col trono collocar di sotto {{R|80}}A pianta che spargea fiori giocondi: Un tappeto real stese per gli orti, E come lampa folgorò l’ameno Giardino allor. Daccanto al regal seggio Arbor fu posto che spandea sul seggio {{R|85}}E sul serto regal l’ombre gradite. Tutto d’argento n’era il tronco, e i rami Folti eran d’oro e di rubini, e vaghe Gemme intorno pendean. Smeraldi ed agate Erano foglie e frutti, e giù dai rami {{R|90}}Vagamente pendean come orecchini. Ma que’ frutti dorati aranci e mele Parean cotogne, e n’era vuoto il mezzo, E in quel mezzo di muschio una mistura Era infusa e di vin, che vuoto, in guisa {{R|95}}D’agreste canna, de’ splendenti frutti Era l’interno. Così, allor che in trono Sedea Khusrèv, stillavagii sul capo Intatto muschio ogni spirar di vento. :Venne Khusrèv allor. Su l’aureo seggio {{R|100}}Ratto si assise, mentre giù dall’alto Dell’arbore scendea di muschio intatto Pioggia gradita. Ma dinanzi a lui </poem><noinclude></noinclude> muro66n44mjaezgeeaylmiqqx2bbyg8 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/106 108 1013596 3895102 3891684 2026-09-05T19:05:37Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895102 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 103 —|}}</noinclude> <poem> Forte tra i prodi, si nutrì! Felice D’Irania la città! beati ancora Questi suoi prodi che di tanto duce {{R|95}}Portano il vanto! Oh! mia fortuna, assai Maggior de’ tre, che al trono mio devoto È un forte qual sei tu! Somiglian certo Al sol l’opere tue, fama si sparge Di ciò che fai, per l’ampia terra. Il serto {{R|100}}D’Irania sei, tu d’ogni prence illustre Difesa e schermo. E non da noi si brama Che mai si resti senza te la terra, Senza di te il Nimrùz, che a te simìle Non ricordasi al mondo un valoroso. :{{R|105}}E a Ghev allor, Davver! che innanzi a Dio, Disse il gran re, ne l’intimo dell’alma Eri tu buono! Ei ti rendea col braccio Di Rùstem battaglier l’invitto figlio, Eletto seme di gagliardi. — Il suolo {{R|110}}Baciò quel valoroso e disse poi: :Stanca non sia giammai quest’ampia terra Del tuo consiglio! — Ancor, benedicendo Al gran monarca, Oh! fin che dura, ei disse, Tua giornata quaggiù, vivi beato, {{R|115}}Eterna gioventù questa tua fronte Adorni, o re, per Rùstem tuo, per lui Di Zal prestante si rallegri il core! :Khusrèv le mense fe’ apprestar, precetto Fe’ i prenci di raccôr d’altero senno, {{R|120}}Entro al suo tetto. Come poi levaronsi Dal regal desco, elli apprestâr del vino L’aula con gran desìo. Tutta splendea Quell’aula intorno, e v’erano coppieri, E sonatrici assai con orecchini, {{R|125}}Con gravi serti in fulgid’or sul capo, Con figure di gemme entro a quell’oro, Con rosse gote, qual di Grecia un drappo </poem><noinclude></noinclude> 82bymj7lww4zsmrpobs10jlx0f6h6zo Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/118 108 1013608 3895159 3891696 2026-09-05T19:43:36Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895159 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 115 —|}}</noinclude> <poem> {{R|220}}Incominciò. Gli eroi che avean di quelli Tesori e di monete ampia una parte, Ginser sul capo elmetti d’oro. Allora, L’esercito compatto in le sue schiere, Cinto di ferro, parve un arduo monte {{R|225}}Alle gualdrappe, a le loriche fulgide. Poi che apprestate fùr le cose ai prodi E per essi fu libera la mente All’iranio signor, scelse da tanta Inclita gente trentamila in pria {{R|230}}Cavalieri gagliardi, usi in battaglia Spade a vibrar. L’eletta schiera al figlio Di Zal ei consegnò. Rùstem, gli disse, Eroe famoso, del Sistàn la via Ti prendi e pel sentier quest’oste adduci {{R|235}}D’India alla terra. Da Ghaznìn ti volgi A quella via ch’è pur di là, remota, E un serto a te verrà con regal trono E suggello regal. Tosto che aggiunto Sarà quel regno a noi, verranno a un fonte {{R|240}}Agnelli e pardi insiem. Lascia il suggello A Feramùrz del tuo poter col serto, Gente in armi gli dà quanta ei richiede. Ma tu batti i tuoi timpani di bronzo, Fa squillar le tue tube. Oh! non fermarti {{R|245}}In Kabùl, in Kashmir lunga stagione, Che, d’Afrasyàb al rinnovato assalto, Cibo non troviam noi, non pace o sonno! :Degli Alani la terra e la campagna Di Gharcèh diè a Lohràsp. Nobil signore, {{R|250}}Disse, tu va, d’un monte eccelso in guisa, Con esercito forte. Una falange Fra i gagliardi ti scegli, e cavalieri Traggi con te, quali a giostrar son atti, Perchè i Turani tu disperda. Ingiunse {{R|255}}Anche ad Eshkès che ratto ei trentamila </poem><noinclude></noinclude> 5r94opai53ub33d579rkwgusq5y60ee Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/120 108 1013611 3895104 3891698 2026-09-05T19:07:33Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895104 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 117 —|}}</noinclude> <poem> Qualunque sia, sul dorso agli elefanti Non avvincer timballi, e sempre e in tutte L’opere tue rendi a ciascun giustizia, {{R|295}}Dio ricordando che fa grazia. Un messo, Di molta esperïenza, accorto e saggio, A Pìran manderai; tale tu invia Tra i memori di cose. A quell’illustre, Con l’assiduo ammonire, apri gli orecchi; {{R|300}}Dolce sembiante verso lui ti assumi. :L’antico duce della irania schiera Così rispose a re Khusrèv: Il tuo Precetto più d’assai di questa luna Supera il ciel. Tale sarò, qual vuoi, {{R|305}}Per tuo comando. Tu dell’ampia terra Sei re sovrano, e tuo servo son io. :Sorse clamor del duce da le porte, Gemè la terra de’ timballi al fremito, E quella gente rapida si mosse {{R|310}}Verso il campo lontano. Ecco, alla polve De’ cavalieri il mondo oscura, e intanto, Delle falangi là dinanzi agli ordini, E trenta sono addotti e trenta ancora Elefanti guerrieri, e il suol s’incurva {{R|315}}Di sotto al piè delle furenti belve. Ma quattro ne apprestâr pel re sovrano, A le battaglie avvezzi, i suoi sergenti, E un seggio tutto d’or vi collocarono, Per lui, su l’ardue schiene. Era quel seggio {{R|320}}Degno del re, con dïadema e luce Di maestà. Ma re Khusrèv un cenno A Gùderz fece di seder su quello Aureo sedil, su l’elefante ardente, E il vecchio duce gli elefanti suoi {{R|325}}Ratto incitò. Ne andò la polve al cielo E da quel nembo di propizia sorte Augurio ei trasse. Leverem d’incendio, </poem><noinclude></noinclude> poyt7acvvnxxday0eptyk7yrqpcx5ux Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/121 108 1013612 3895107 3891699 2026-09-05T19:09:55Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895107 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 118 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> Disse, di Pìran da l’ostello un fumo, Qual polve sotto al piè degli elefanti. {{R|330}}Senza offesa d’altrui l’ampio drappello, Obbedïente al regal detto, d’una In altra stazion venne in sua via. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|III. Messaggio di Gûderz a Pìrân.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 811-815).}} <poem> :Poi che vicino di Reybèd al suolo Gùderz fu giunto, i capitani ei scelse Da tutta l’oste. Mille fûr gli eletti, Astati prenci, ardimentosi ed incliti, {{R|5}}E dieci cavalier d’Irania bella, Illustri, degni di battaglie, esperti In dir parole acconcie. E Ghev chiamava L’antico duce a sè dinanzi, e tutta Gli ripetendo la regal parola, {{R|10}}Prudente e saggio figlio mio, gli disse, Che alta su molti eroi levi la fronte, Drappel di prodi per te ho scelto, degno Di te davver, chè prenci ènno possenti D’abitati castelli, onde tu vada {{R|15}}Con essi a Pìran in turanio suolo E favelli con lui, ne ascolti ancora Ogni parola. E gli dirai: «Conforme Del mio sire al precetto, a questi lochi Son giunta di Reybèd con l’oste mia. {{R|20}}Tu ben conosci le parole tue E l’opre tue, de’ giorni tuoi trascorsi La letizia e l’affanno e le fatiche; Ma di Turania le città da tempo Dei prenci Irani s’accingeano ai danni {{R|25}}Insieme tutte. Re Fredùn illustre </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> 8tsz8yzt4m0u1x10b9jro89c20oon1q 3895116 3895107 2026-09-05T19:15:06Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895116 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 118 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> Disse, di Pìran da l’ostello un fumo, Qual polve sotto al piè degli elefanti. {{R|330}}Senza offesa d’altrui l’ampio drappello, Obbedïente al regal detto, d’una In altra stazion venne in sua via. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|III. Messaggio di Gûderz a Pîrân.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 811-815).}} <poem> :Poi che vicino di Reybèd al suolo Gùderz fu giunto, i capitani ei scelse Da tutta l’oste. Mille fûr gli eletti, Astati prenci, ardimentosi ed incliti, {{R|5}}E dieci cavalier d’Irania bella, Illustri, degni di battaglie, esperti In dir parole acconcie. E Ghev chiamava L’antico duce a sè dinanzi, e tutta Gli ripetendo la regal parola, {{R|10}}Prudente e saggio figlio mio, gli disse, Che alta su molti eroi levi la fronte, Drappel di prodi per te ho scelto, degno Di te davver, chè prenci ènno possenti D’abitati castelli, onde tu vada {{R|15}}Con essi a Pìran in turanio suolo E favelli con lui, ne ascolti ancora Ogni parola. E gli dirai: «Conforme Del mio sire al precetto, a questi lochi Son giunta di Reybèd con l’oste mia. {{R|20}}Tu ben conosci le parole tue E l’opre tue, de’ giorni tuoi trascorsi La letizia e l’affanno e le fatiche; Ma di Turania le città da tempo Dei prenci Irani s’accingeano ai danni {{R|25}}Insieme tutte. Re Fredùn illustre </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> 0avwcagimebjnfr4u7zj0pihob6cw5k Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/156 108 1013648 3895095 3891738 2026-09-05T19:01:11Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895095 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 153 —|}}</noinclude> <poem> La giovinezza ti togliea di senno, Che di tal foggia la cervice in alto {{R|60}}Levasti e innanzi a me precipitoso Con tal desìo sei corso. In questa impresa Consenziente non son io, e tu Non parlarne più mai nel mio cospetto. :Bìzhen gli disse allor: Se il mio desire {{R|65}}Non assecondi, se non vuoi mia gloria, Cinto del balteo mio dinanzi al duce Io correrò, le mani, alla tenzone D’Humàn, sul petto mio conserte e pronte. :Di là sospinse il palafreno e il viso {{R|70}}Rapido volse, ed affrettato in corsa Appo Gùderz ne venne. Ivi, una lode Facendo innanzi a lui, pieno d’affanno S’avanzò, ricordò partitamente Le cose tutte. Duce, ei disse allora, {{R|75}}Di re Khusrèv che il mondo regge, quale Ogni cosa conosci ed ornamento Sei del trono regale, in te vegg’io, Ben che picciol mi sia per tua saggezza, Stupenda cosa inver, che tramutasti {{R|80}}In un giardin questo campo di pugna, Disciolto il cor da tanta e doverosa Guerra contro ai Turani. E già ne venne Al dì settimo il tempo, e giorno e notte Qui fu riposo, non oprar verace, {{R|85}}E non anche le spade ha questo sole Viste de’ prodi, nè volò la polvere Alle plaghe del ciel. Maggior d’assai Meraviglia è cotesta, che di mezzo All’oste sua, smarrito in la sua via {{R|90}}E sciagurato, qui calò un turanio, Quale Iddio santo, donator di grazie, Che a chi a male opra, male ordisce, tolse Dalla presenza del turanio esercito </poem><noinclude></noinclude> dl6j07a1waj1sshf5rwg0eaxvzeebry 3895170 3895095 2026-09-05T19:49:39Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895170 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 153 —|}}</noinclude> <poem> La giovinezza ti togliea di senno, Che di tal foggia la cervice in alto {{R|60}}Levasti e innanzi a me precipitoso Con tal desìo sei corso. In questa impresa Consenzïente non son io, e tu Non parlarne più mai nel mio cospetto. :Bìzhen gli disse allor: Se il mio desire {{R|65}}Non assecondi, se non vuoi mia gloria, Cinto del balteo mio dinanzi al duce Io correrò, le mani, alla tenzone D’Humàn, sul petto mio conserte e pronte. :Di là sospinse il palafreno e il viso {{R|70}}Rapido volse, ed affrettato in corsa Appo Gùderz ne venne. Ivi, una lode Facendo innanzi a lui, pieno d’affanno S’avanzò, ricordò partitamente Le cose tutte. Duce, ei disse allora, {{R|75}}Di re Khusrèv che il mondo regge, quale Ogni cosa conosci ed ornamento Sei del trono regale, in te vegg’io, Ben che picciol mi sia per tua saggezza, Stupenda cosa inver, che tramutasti {{R|80}}In un giardin questo campo di pugna, Disciolto il cor da tanta e doverosa Guerra contro ai Turani. E già ne venne Al dì settimo il tempo, e giorno e notte Qui fu riposo, non oprar verace, {{R|85}}E non anche le spade ha questo sole Viste de’ prodi, nè volò la polvere Alle plaghe del ciel. Maggior d’assai Meraviglia è cotesta, che di mezzo All’oste sua, smarrito in la sua via {{R|90}}E sciagurato, qui calò un turanio, Quale Iddio santo, donator di grazie, Che a chi a male opra, male ordisce, tolse Dalla presenza del turanio esercito </poem><noinclude></noinclude> 8af5oi0w22n8rjw9nxbd6ctcx6t4nof Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/163 108 1013655 3895097 3891745 2026-09-05T19:01:34Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895097 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 160 —|}}</noinclude> <poem> {{R|310}}Ei vide il palafren del genitore, Ratto qual nembo si gittò dal suo, Di via compagno, Bìzhen giovinetto, Di prence Siyavìsh vestì l’usbergo E le maglie annodossi alla cintura. {{R|315}}Così sul regio palafren si assise, La cintura si strinse e in man recossi La clava. Un turcimanno da l’esercito, Qual de’ Turani conoscesse appieno Il sermone, cercossi, e venne in guisa {{R|320}}Di leon bieco, la cintura ai fianchi Di Siyavìsh per la vendetta. Allora Che giunse là da Humàn, di ferro un monte Alto fremente Bìzhen discoverse. Tutto quel piano era smagliante e chiaro {{R|325}}Per il fulgido arnese, e un elefante Èra di sotto a quell’arnese. Cenno Bìzhen fe’ al turcimanno, e quei diè voce In questa foggia al cavalier nemico: :Se la pugna desìi, tornati a dietro, {{R|330}}Che Bìzhen teco cercasi la pugna E dice intanto: «O cavalier che molte Pugne vedesti, a che il destrier sospingi In questo prato? Oh! tu a gran mal precipiti Pel regnante Afrasyàb! Maledizione {{R|335}}A te si dee per la turania terra! Tu ponesti principio a questa guerra, D’indole rea sei tu, nel suol turanio Tu il colpevol maggiore. Oh! questa è grazia Di Dio (deh! facciam noi rifugio in Dio!), {{R|340}}Ch’ei qui ti trasse al campo de la guerra Dinanzi a me! Suvvia! torci le redini Al tuo veloce palafren, che il sangue In te già ferve per desìo di pugna, E scegli un loco alla battaglia e meco {{R|345}}Vieni a pugnar sul monte, alla pendice, </poem><noinclude></noinclude> hldk1juycsv6dvn1jo2u7opprjsreff Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/172 108 1013664 3895099 3891754 2026-09-05T19:01:59Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895099 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 169 —|}}</noinclude> <poem> Ebbe timor di Bìzhen. Di perigli, Bìzhen gli disse, non temer, che dura Ancora il patto e intenzïon v’è ancora. {{R|200}}Ma tu cammina ver le genti tue, E di me che vedesti, a lor racconta. :Ratto partiva il turcimanno, e in corsa Bìzhen venia di Kenabèd al monte, Con la corda su l’arco. Allor che il videro {{R|205}}De’ Turani i terrieri anche da lungi E vider l’asta e la turania insegna, Si levâr da le specole e con gioia Lor gridi incominciâr. Pose alla via Rapido un messaggier, sì come nembo {{R|210}}D’atro fumo che vola, al capitano Con questo annunzio, la vedetta: A corsa, Dal fatal punto dell’assalto, riede Con la vittoria Humàn del suo signore. Cadde riversa del campion superbo {{R|215}}D’Irania la bandiera e la persona In turpe guisa abbandonata giace, Nel sangue immersa e nel calpesto limo. :Tutta la schiera di Turania un grido Di gioia incominciò, tese gli orecchi, {{R|220}}Humàn ad aspettar, dell’oste il duce. Deh! qual gioia! Alla morte essa cacciava Speme che si perdea, poscia sul capo Turbo menava di raccolta grandine! :Ma giunse intanto alle turanie genti {{R|225}}Il turcimanno e raccontò qual vide Alta sventura dall’avverso prode. Ratto ancora, a l’istante, ecco venirne A Pìran certo annunzio, imperïale Maestade offuscarsi. Oh! sorse un gemito {{R|230}}A le turanie schiere e dalla fronte Gli eroi levarno i fulgidi cimieri. Oscuravasi il mondo e non restava </poem><noinclude></noinclude> 127s5ma9r6u24531apyrdl2nwaay7sv Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/179 108 1013671 3895076 3891761 2026-09-05T18:47:44Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895076 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 176 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> E l’insegna di Kàveh era nel mezzo Alla sua schiera ed eranle dinanzi Azzurre spade. Gl’incliti d’Irania, {{R|150}}Tutti, vogliosi di giostrar, con l’aste E le clave dal capo di giovenca, Eran pur quivi. Entrava, al primo albore, La grand’oste in battaglia e là si tenne Fin che il mondo oscurò. Mischia ingaggiarono {{R|155}}Di cui l’eguale e valorosi ed incliti Unqua non indicar. Ma ritornaronsi, Al cader de la notte, ai padiglioni Le schiere avverse. Ell’erano puranco D’un feroce desìo d’assalti piene {{R|160}}E di fieri proposti. Il duce iranio Così giunse in Reybèd, ma quel suo core Non riposò dal far pensieri. Ei disse: :Grave la pugna che oggi femmo noi! Molti lor capi trucidammo. Or io {{R|165}}Penso che ratto appo il turanio prence Pìran un messo invïerà, chiedendo Contro a l’assalto mio schiera alleata. Di ciò l’annunzio a re Khusrèv ch’io mandi! </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|XI. Lettere di Gûderz e di Khusrev.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 841-847).}} <poem> :Chiamò uno scriba e disse: Io dal secreto Cose nuove trarrò, ma se tu sciogli Dal vincol mio le labbra, alla tua testa Recherà danno l’inconsulta lingua. :{{R|5}}Al suo signor gl’ingiunse inclito un foglio, Dell’esercito suo verace stato Per fargli noto. A re Khusrèv per quello Ei dimostrò come ne andò faccenda, </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> nyj46ja9d0e9619ylprgt95c2my5xx5 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/191 108 1013684 3895113 3891773 2026-09-05T19:12:47Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895113 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 188 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> :Detto, i saggi invitò. Co’ prenci suoi Li accolse a letiziar, bevendo un vino Nella sua gioia fra lïuti e tibie, {{R|410}}E fe’ consiglio co’ gagliardi suoi Per l’assalto vicino. Anche giugnea Novella a Pìran di cotesto, e quale Impresa avesse dell’irania terra Incominciata il duce. A tal novella {{R|415}}Pieno d’angoscia fu quel core ed ei Ratto si volse all’arti sue, gl’inganni E le frodi cercò. Da’ consiglieri D’inclito senno ei dimandò novelle E ragione ad oprar nella vicina {{R|420}}Guerra d’Irania. Comandò che un foglio Notassegli lo scriba (e già non era Scampo da ciò) d’Irania al capitano. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|XII. Lettera di Pîrân a Gûderz.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 847-850).}} <poem> :Del foglio al cominciar, fe’ lodi assai, Che in Dio signor sta la difesa prima Contro a’ Devi rimesti, e disse poi: O in secreto o in palese, a Dio signore {{R|5}}Nulla chiegg’io fuor che l’iranio sire Tolga di mezzo ai due nemici eserciti Questo campo dell’armi. E se tu forse, Tu che se’ Gùderz, ciò bramasti, in terra Per odio seminar, davver! che in terra {{R|10}}Tutta compissi la tua brama. Oh! dunque Che dirai tu? Qual’è tua meta? Vedi Quanti gagliardi miei, quanti congiunti, Quanti possenti quai leoni in giostra, Battesti al suol con le sfatte persone, </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> d3jws3pp4dxwj293lnzft35g0bk3rir Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/193 108 1013686 3895157 3891775 2026-09-05T19:42:31Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895157 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 190 —|}}</noinclude> <poem> E per l’Irania tutto fai, tu dimmi, Dimmi, per ch’io senza indugiarmi invìi Un messo ad Afrasyàb, sì ch’ei m’imponga La terra teco di spartir, l’atroce {{R|55}}Vendetta abbandonando. E come al tempo Fu di re Minocìhr, quand’egli intese A ripartir quest’ampia terra, tutte Quelle città che del confin d’Irania Tu credi e poni, dimmi aperto, e noi {{R|60}}Le sgombrerem d’ogni turanio. Noi Dai colti campi e dai deserti ancora, Dalle contrade vostre, in quella guisa Che re Khusrèv ne additerà, signore Di sua giustizia, e dall’irania terra {{R|65}}Andrem primieramente alle montagne, Di Gharcèh ai campi fino a Bust. Ancora La città di Talkàn fino alla terra Ch’è detta di Faryàb, dentro al confine Tu annovera del fiume. E vi son anche {{R|70}}Cinque città fino a Bamyàn, d’Irania L’alta frontiera e l’inclita dimora De’ Kay regnanti; e v’è il Gurgàn, quell’inclito Ameno loco; gli fe’ questo nome Il re del mondo; e v’è di Balkh la terra {{R|75}}Fin sotto a Badakhshàn, del vostro impero Ove i segni pur son. Più in giù, dai piani E d’Amùy e di Zem, verrem concordi Fino al Gilàn, compresa ivi la terra Di Shingàn, eli Tirmìdh e Vesah-ghìrda, {{R|80}}Bukhàra e le città che in ampio giro Le sono attorno. Anche discendi al varco Di Soghd alpestre; a domandar nessuno Quel regno ti verrà. Ma dalla parte Che Rùstem s’avanzò, d’uomini in guerra {{R|85}}Distruggitor, ben gli darò volente Di Nimrùz la contrada, e i prodi miei </poem><noinclude></noinclude> 41z5zv0p8lig4kkvkj9s2gc29pqbb7y Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/209 108 1013702 3895080 3891794 2026-09-05T18:50:32Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895080 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 206 —|}}</noinclude> {{Ct|c=t1|XIV. Messaggio di Pìrân al re Afrâsyâb.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 856-860).}} <poem> :Come compiuto fu cotesto, un messo Ad Afrasyàb egli inviò nell’ore Propizie al sonno. Avea quel messaggiero De’ vegliardi la mente e antico il senno, {{R|5}}Era facondo, era gagliardo e fermo Di core e cavalier. Va, gli dicea, Del turanico suol così dirai Al re possente: «O re, che regal serto Cerchi e se’ giusto, da quel dì che sopra {{R|10}}A questa terra tenebrosa e trista Del ciel superno si volgean le rote, A te pari un signor mai non si pose In regal seggio. A niun veracemente Nome regal si addice, ove nessuno {{R|15}}È degno, fuor di te, di regal trono, D’elmo e di cinto imperïal, di quella Tua sorte amica. Iddio signor distrugge Ogni mortal che contro a te discenda Di battaglia nel dì. Servo colpevole {{R|20}}Son io di te che già sottrasse il capo Da tuo accorto consiglio, e di me intanto Per re Khusrèv il mio signor si duole, Ben ch’io non vegga in me colpa nessuna Del tristo fatto. Opera fu di Dio {{R|25}}E avvenne ciò che fu, nè da parole Gran frutto si raccoglie. Oh! se il mio prence In me vede alcun merto, il tristo peso Dalla cervice potrà tôrmi e tutte Mie colpe condonar! Novella intanto {{R|30}}Al mio sire darò, qual cosa addusse </poem><noinclude></noinclude> t7n7eaax0meehnk88frbo4sf57dfm0b 3895117 3895080 2026-09-05T19:15:40Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895117 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 206 —|}}</noinclude> {{Ct|c=t1|XIV. Messaggio di Pîrân al re Afrâsyâb.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 856-860).}} <poem> :Come compiuto fu cotesto, un messo Ad Afrasyàb egli inviò nell’ore Propizie al sonno. Avea quel messaggiero De’ vegliardi la mente e antico il senno, {{R|5}}Era facondo, era gagliardo e fermo Di core e cavalier. Va, gli dicea, Del turanico suol così dirai Al re possente: «O re, che regal serto Cerchi e se’ giusto, da quel dì che sopra {{R|10}}A questa terra tenebrosa e trista Del ciel superno si volgean le rote, A te pari un signor mai non si pose In regal seggio. A niun veracemente Nome regal si addice, ove nessuno {{R|15}}È degno, fuor di te, di regal trono, D’elmo e di cinto imperïal, di quella Tua sorte amica. Iddio signor distrugge Ogni mortal che contro a te discenda Di battaglia nel dì. Servo colpevole {{R|20}}Son io di te che già sottrasse il capo Da tuo accorto consiglio, e di me intanto Per re Khusrèv il mio signor si duole, Ben ch’io non vegga in me colpa nessuna Del tristo fatto. Opera fu di Dio {{R|25}}E avvenne ciò che fu, nè da parole Gran frutto si raccoglie. Oh! se il mio prence In me vede alcun merto, il tristo peso Dalla cervice potrà tôrmi e tutte Mie colpe condonar! Novella intanto {{R|30}}Al mio sire darò, qual cosa addusse </poem><noinclude></noinclude> 6ni4kr1qtdr71thbt7lu6d6xt7dloeo Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/211 108 1013704 3895100 3891796 2026-09-05T19:02:22Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895100 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 208 —|}}</noinclude> <poem> Da me così; ma gli toccò la morte Di Bìzhen per la clava. Io per la doglia Fiera del cor le mie falangi addussi, {{R|70}}E discesi piangendo al fatal campo. Demmo un assalto, ed erano di contro Le schiere avverse, fin che giù la notte Scese dal monte. Poi che de’ più illustri Eroi del mio signor ben novecento {{R|75}}Ebber dal corpo su l’orrendo campo Separata la testa, e di tre parti Ben due di tanti eroi del popol nostro Avean ferito il cor d’un alto affanno E trapassata da nemico ferro {{R|80}}L’aitante persona, ebber vittoria Su noi gl’Irani, tutti accinti in guerra Splendidamente. Or temo sì che il cielo Che si volge su noi, quell’amor suo Toglier ci voglia interamente. Ancora {{R|85}}Trista novella appresi onde stordiva Anche per essa la mia mente. Udii Che re Khusrèv con l’esercito suo Qui scenderà dietro al suo duce. Vera Se tal novella si parrà, che venga {{R|90}}Khusrèv incontro a noi, sappia il mio prence Ch’io già non oserei movergli incontro A contrastar, se pur con una schiera Degli armigeri suoi contro l’Irania Non volgasi a far guerra il mio signore. {{R|95}}Storni ei dal capo de’ Turani suoi Tanta sventura e accingasi volente A tal contrasto, che se mal ne incoglie A nostra vita per gìl’Irani, vindice Non resta a noi nella fatal distretta». :{{R|100}}Il messaggier, come quel verbo intese Di Pìran, quale un nembo che s’avanza, Balzava in piè. Salì sovra un corsiero </poem><noinclude></noinclude> 8njg7g98yix1d54vw4px9ks9jhc2pjr Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/237 108 1013730 3895114 3891822 2026-09-05T19:13:07Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895114 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 234 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> Che n’hanno uccisi al fatal campo e seco {{R|230}}Via recisa dai corpi hanno recata La nostra testa, guardati che mai Tu non adduca a perigliar con l’armi Cotesta schiera. Di tre giorni indugio In ciò ben si vorrà, che al quarto giorno {{R|235}}Dietro a quest’ampio stuol, con pompa e onore Di maestà, verrà Khusrèv illustre. Di Gùderz come udì queste parole, Giù da le ciglia per le gote un pianto Fe’ scender Gustehèm. Tutti i consigli {{R|240}}Accolse nel suo cor, tutto promise Nel grave incarco e disse al prence: A quale Comando tu mi dai, prence e signore, Accinto qui son io qual fido schiavo. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|XVIII. Parole di Pîrân.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 870-872).}} <poem> Poi che sconfitta nel primiero assalto Colse Turania, nel turanio vallo Tutti eran colmi d’un’acerba doglia E umilïati. Con pallide gote {{R|5}}Piangea sul padre suo dolente il figlio, Pel sangue del fratello era piangente Il fratello, e dovunque erano volti Dimessi e tristi, che dall’alto il cielo Era crucciato contro a lor. Lo stato {{R|10}}Dell’esercito suo poi che scoverse, Quale una greggia da vorace lupo Tutta scemata, Pìran battagliero, Tutti ei raccolse di sue schiere i prenci A sè dintorno e molte ebbe parole {{R|15}}In lor presenza. Eroi dell’armi esperti, </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> o6www1kaotml26qxfgxw9f5gmom1h0j Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/248 108 1013741 3895161 3891833 2026-09-05T19:44:34Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895161 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 245 —|}}</noinclude> <poem> Uscìa Guràzeh. Ambo con l’aste in pugno, Fremendo come fremon gli elefanti Per furibondo amor, pieni d’un’ira, {{R|70}}Pieni d’un odio e d’un desìo di pugna, Preser le clave ponderose, e poi, Come leoni battaglieri, l’aspra Zuffa attizzando, l’un con l’altro il capo Si tempestâr di fieri colpi. Ed era {{R|75}}La lingua omai per la sete rabbiosa Attrita ed arsa, che davver! ben grave Faccenda gli strignea! Scesero a piedi, E la gran lite ripigliar, levando Una procella di battaglia. Allora, {{R|80}}Come fiero leon, stese la mano Guràzeh ed atterrò, qual nembo ratto, Il turanio guerrier. Su l’aspro suolo Così forte il battè, che l’ossa tutte Gl’infranse al petto, e quei rendè lo spirto {{R|85}}In quell’istante. In quell’istante ancora Avvinse al palafren l’estinto eroe Guràzeh vincitor, poi, come fiamma D’Azergashaspe, si balzò in arcioni, Di Siyamèk estinto il palafreno {{R|90}}Traendo di sua man, qual ebbro al colle S’avventò per salir, stretto nel pugno Il suo fausto vessillo. Ei si tornava Fieramente così lieto e gioioso, E al suo nemico in giù pendea la testa. {{R|95}}Con la vittoria pel suo re, con quella Sua sorte eletta, ogni desìo del core Compiuto omai dinanzi a quell’eccelso Trono del suo signor, su l’alto colle Dal destrier si gittò. Quivi da Dio {{R|100}}Grazie invocò per la propizia sorte Del re sovrano di quest’ampia terra. :Zengùleh e Furuhìl, due combattenti </poem><noinclude></noinclude> owulyaw94llanlr7x3z5phwab0ehdol Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/272 108 1013765 3895081 3891858 2026-09-05T18:51:05Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895081 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 269 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> :Sorrise Gùderz e gioì; le gote Gli si avvivar, da ogni pensier cruccioso Ei libero n’andò, sì che rispose: :La buona stella hai tu per questo sole {{R|260}}Che ti protegge; sei leone, e tua Preda è l’onagro indomito. Deh! vanne! Ti sia propizio Iddio. Trecento eroi Come Lahàk sian la tua caccia ambita! </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|XXIII. Andata di Gustehem e di Bîzhen<br>dietro Lahâk e Fershîd-verd.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 889-892).}} <poem> :Gustehem si vestì guerresco arnese, Addio disse agli eroi, quanti egli vide, E uscì dalle sue schiere. Egli ne andava Rapidamente a contrastar coi due {{R|5}}Prenci turani, e intanto ogni guerriero Dell’esercito suo così dicea: :Mal ne verrà su Gustehemme! — Intanto Da presso ad Afrasyàb scendea veloce, Qual navicel su l’onde azzurre, un ampio {{R|10}}Stuol di guerrieri. Essi venìan, bramosi Di pugne, aita ad arrecar. Ma quando Fûr vicini di Dèghvi alla pianura, Giunse novella che caduto in armi Era Pìran omai, che degli eroi {{R|15}}Così la pugna s’era fatta. Allora Tutti si ritornâr per quella via E venner con lamenti e acerbi lai Nel cospetto {{Ec|nel|del|Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/566}} re. Ma, fra gl’Irani, Bìzhen inteso avea che Gustehemme {{R|20}}Era partito, rapido all’assalto Dietro Lahàk e Fershid-vèrd, e questo </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> i163jct5pvzcr0kftpfb7q7mf7lgfse Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/273 108 1013766 3895126 3891859 2026-09-05T19:23:19Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895126 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 270 —|}}</noinclude> <poem> Ebbe pensier che come giunto ei fosse Di Dèghvi alla pianura, il danno estremo Di battaglia in un dì non gli apprestassero {{R|25}}Lahàk e Fershid-vèrd. Venne al cospetto Bìzhen dell’avo suo, come leone In suo corruccio, pieno al cor d’affanno Di Gustehemme per l’angoscia; e allora Che si posâr dell’avo suo sul volto {{R|30}}Gl’intenti sguardi suoi, diè in un gran pianto E fe’ parole assai. Già non è bello, Disse, o principe eroe, per tua saggezza Che, ove un guerrier ceda al comando tuo, Stoltamente così tu l’abbandoni {{R|35}}A certa morte, una cagione a questo Rotante ciel per recar danno a noi Porgendo sempre. Usciron due gagliardi Dal turanico stuol, come leoni Cacciandosi alla via. Ben più d’assai {{R|40}}Di Pìran e d’Humàn son essi arditi, Di quella terra per nobile schiatta Grandi e famosi. Ed or per far battaglia Con essi due n’andava Gustehemme. Deh! non sia mai che tocchigli sconfitta! {{R|45}}Che tosto in aspro duol si volgerebbe Ogni nostra letizia, ove quel forte Venisse meno dall’iranio stuolo. :Gùderz che udì quelle parole e vide Che il giovinetto gran dolor si avea {{R|50}}Pel tristo caso, a meditar si diede Per alcun tempo assai. Convenne poi In ciò che Bìzhen sospettava, e disse, Quell’inclito campion del prence iranio, A’ prodi suoi: Chi onor cercasi e gloria, {{R|55}}Su l’orme a Gustehèm vada correndo, Alleato gli sia contro al nemico. :Nessun di quella gente gli rispose, </poem><noinclude></noinclude> ovudsf9jzjtiu2m4fxbtib2h1poq7l0 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/278 108 1013772 3895130 3891864 2026-09-05T19:25:05Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895130 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 275 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> Una foresta ed acque ivi scorrenti E lochi ombrosi, atti ad accôr guerrieri. Entro la selva erano augelli e fiere {{R|205}}E leoni e di sopra alberi antichi, Acque di sotto e verdi prati. Scesero Ambo gli eroi quivi a cacciar, si volsero Per molta sete ad un ruscello; e poi Che gustate ebber l’acque, alto desìo {{R|210}}Venne di cibo in lor, che non si chiude Per letizia o dolor bocca d’uom vivo. Aggiraronsi allor per la foresta Sì dilettosa ed atterrâr ben molte Fiere selvaggie. Una gran vampa accesa, {{R|215}}Cibaron carni rosolate al fuoco E si volsero al fonte. — Oh! quanto è trista De’ gagliardi la sorte ove nemica Forza su lor prevale! — Ecco, nel sonno Lahàk s’immerse, e Fershid-vèrd gli fea {{R|220}}Guardia dal capo con intenta cura. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|XXIV. Morte di Lahâk e di Fershîd-verd.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 892-893).}} <poem> :Giunse a quel loco Gustehèm, raccolti Ov’eran di Turania ambo gli eroi. Il suo veloce palafren l’odore De’ cavalli sentì, sì che levando {{R|5}}Alto un nitrito via balzò. Levava Alto un nitrito ancor per questa guisa Di Lahàk il destriero immantinente, Qual preso da furor. Rapido corse A Lahàk Fershid-vèrd per ridestarlo {{R|10}}Dal dolce sonno, e dissegli: Ti leva Dal dolce sonno tuo, colpisci al capo </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> f8wwijd0pyh22x5q1xpvkav7hzyaptr Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/285 108 1013779 3895118 3891871 2026-09-05T19:16:11Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895118 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 282 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> {{R|115}}Di Fershid-vèrd e di Lahàk. Ben vide A capo in giù que’ prenci di gagliardi, Distesi al duro suol, nel sangue immersi, E accanto a lor, dal capo, andarne attorno A pascolar pel loco acconcio i due {{R|120}}Lor destrier bellicosi. Oh! allor che vide Lo spettacolo atroce il giovinetto, A Gustehèm, che la fatal tenzone Avea compiuta, benedisse, e ratto Al turanio guerrier che aveagli in dono {{R|125}}Chiesta la vita, comandò che all’alto Di lor selle traesse i due caduti Prenci d’eroi. Di là, qual pardo in giostra, Correndo a Gustehèm si ritornava, Dal cavallo scendea, poi, senza doglia, {{R|130}}Dolcemente così, ma ratto quale È un turbine del ciel, l’amico suo Adagiò su l’arcion. Fe’ cenno poi Al turanio captivo onde, in arcioni Ei pur salendo, al petto con la mano {{R|135}}Si stringesse il ferito. Ei sospingea Dolcemente il destrier di color baio Del suo diletto, e fea preghiera intanto Per lui con gran desìo che almen da quella Fatal tenzone, vivo ancor, menarlo {{R|140}}Al suo signore egli potesse. Andava Bìzhen così, pien d’affanno e d"angoscia, L’alma oppressa di duol per Gustehemme. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|XXVI. Funerali di Pîrân.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 896-900).}} <poem> :Come del giorno fûr trascorse nove Ore veloci, quando il sol disparve Da questa volta del rotante cielo, </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> a41vyajndp7almtmz7vk68dybraspm6 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/307 108 1013803 3895166 3891895 2026-09-05T19:47:33Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895166 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 304 —|}}</noinclude> <poem> E quella terra quale un mar che freme, {{R|45}}Tutta agitossi; d’ogni loco intanto Venìano i prenci con drappel d’armati All’ostello del re. Come raccolto Al nuovo assalto fu quell’ampio esercito Dai prenci tutti d’ogni terra, il sire {{R|50}}Si mosse attorno a l’infinito stuolo, In ogni loco pose un vallo, e poi, Dall’inclito drappello, trentamila Cavalieri trascelse, usi le fulgide Spade a vibrar, che seco al medio loco {{R|55}}Dovean restar de la falange, tali Che già nel sangue de’ nemici in guerra Avean tinta la man. Tre valorosi Anche trascelse in la falange, saggi, Di ferreo corpo, Rùstem, degli eroi {{R|60}}Il più prestante, e Gùderz, vecchio lupo, Di cor veggente, e l’inclito guerriero, Aureo-calzato, Tus, che si reggea Il vessillo di Kàveh. Egli da destra A Tus fe’ un loco ed a Khuzàn, sagace {{R|65}}Nel suo consiglio, a Menushàn pur anche, Quali eran prenci, con un aureo serto, De la terra di Persia, e più lontano Arìsh ei pose battaglier con quello Prence dei Gùri, onor dell’ampio esercito {{R|70}}E valoroso. Eravi ancor quell’inclito Signor de’ Khùzi che si avea compagna Amica sorte nella pugna, e v’era Di Kirmàn il signor che d’armi al giorno Indugio in cor non meditava; accanto {{R|75}}Gli era Sabbàkh, di Yemen su la terra Saggio monarca, Eràg’&nbsp;ancor, gagliardo, Cuor di leon, delle città signore Di Kabùl, un possente, ed avveduto E di gran senno. Re de’ Siri poi </poem><noinclude></noinclude> i8zffhzuzxx6enaqhkkica1ifpavntu Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/308 108 1013804 3895176 3891896 2026-09-05T19:53:22Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895176 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 305 —|}}</noinclude> <poem> {{R|80}}V’era Shammàkh, siro egli ancor, dell’armi Sempre accinto alla pugna. Oh! ma più assai Era di lui bramoso di battaglie Kàren, vincente in ogni assalto, ardito Scompigliator d’avverse genti. Egli era {{R|85}}De le città dell’occidente il sire, Signor del mondo e vigile e di pieno E libero poter. Quanti del seme Erano di Kobàd, principi illustri E sapïenti, alla sinistra mano {{R|90}}Il gran re collocò, volle che guida Ne fosse Dil-afrùz; ma i prenci tutti, Seme di Gùderz, che vibrar la spada Solean l’oscura notte e rasentavano Le fosche nubi in ciel, Ruhàm guerriero, {{R|95}}Bìzhen figlio di Ghev, tutti quel sire Fra i più prestanti annoverò. Sen vennero Gurghìn, progenie di Milàd, e i prodi Tutti di Rey, dell’inclito sovrano Obbedïenti al cenno, e v’era ancora {{R|100}}Ognun del seme di Zeraspe, nato La luce ad aumentar del sacro fuoco D’Azergashaspe. Erano questi addetti A custodir la retroguardia e in alto, Fino alle nubi, sospingean lor aste. {{R|105}}A Rùstem affidò l’inclito sire Il destro corno. Era per lui l’esercito Una sola persona ed un sol core; E tutti quei che di Zabùl venièno Od eran prenci o per sangue congiunti {{R|110}}All’antico Destàn, l’ala di destra Ebber dal sire confidata. Il prence Così cercava la sua gloria e tutto L’esercito ordinava. Alla sinistra Un drappel destinò, bello qual sole {{R|115}}Che splende in Arïète, e n’eran duci </poem><noinclude>{{smaller|{{PieDiPagina|{{Sc|Firdusi, IV}}||20}}}}</noinclude> o5bij48tlnke5zxstst9uzao1s0nwyp Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/324 108 1013821 3895177 3891914 2026-09-05T19:53:58Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895177 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 321 —|}}</noinclude> <poem> Dal ciel la notte, fe’ discender l’acque {{R|380}}Dentro al fossato dalla parte ov’era Prence Afrasyàb, e paglia anche disperse E vilucchi pel campo onde passarvi Non osasse il nemico infesto a lui. :Poi che tutta vestì di nuova luce {{R|385}}La terra questo sol che risplendea In Arïète, de’ Turani il prence Vide l’iranio stuol. Ratto le trombe Ei fe’ squillar, l’esercito guerriero Egli ordinò, sì che d’un suon di tube {{R|390}}E di voci d’eroi tutta la terra Fu piena intorno. Si posero in capo Gli elmi ferrati i valorosi, e detto Avrestù che, davver!, tutto di ferro Era quel suol, che avvolto in bruno ferro {{R|395}}Era l’etra sereno all’aste molte. :E tre notti e tre dì così le avverse Genti restar, nè questo o quel guerriero Movea le labbra. In questa parte e in quella Stavano in sella i cavalieri, e i fanti {{R|400}}Erano primi innanzi a lor. Tu avresti Detto quel loco una montagna in ferro; Parea che ferro la serena volta Rivestisse del ciel. Ma nel cospetto D’ambo i regnanti stavano pensosi, {{R|405}}Con tavole astronomiche nel grembo, Gl’indovini, a cercar con astrolabi I secreti del ciel, ver chi volgesse Il suo favor. Ma quel vicino assalto Il ciel mirava taciturno, e incerti {{R|410}}E sospesi del cor stavano i saggi. </poem> {{Rule|8em|t=1|v=1}}<noinclude>{{smaller|{{PieDiPagina|{{Sc|Firdusi, IV}}||21}}}}</noinclude> 4043d33m06fiq5al3lffywt4dauwdcj Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/325 108 1013822 3895145 3891916 2026-09-05T19:36:03Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895145 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 322 —|}}</noinclude> {{Ct|c=t1|IV. Parole di Pesheng.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 915-917).}} <poem> Al quarto giorno, come già premea Faccenda grave, innanzi al padre suo Venne ardito Peshèng. Disse: Del mondo Inclito re, fra tutti i prenci tale {{R|5}}Che più d’ognun levi la fronte, sire Non è di sotto al ciel che ti pareggi In maestà. Non t’è nemico il sole, Non la candida luna, e un ferreo monte Anche si scioglierebbe in limpid’acque, {{R|10}}Ove udisse il tuo nome. Ecco, la terra Più non resiste a’ prodi tuoi, nè il sole Può sostener co’ raggi suoi la luce Del tuo casco real, nè a te di contro Viene alcun re, fuor di costui, malnato {{R|15}}E senza padre e tuo congiunto. Al fianco Siyavìsh come figlio avesti un giorno E spendesti per lui cura ed amore Sì come padre; e veramente un’aura Importuna del ciel dato non era {{R|20}}Che sovra lui passasse. Allor soltanto Che ti fu noto disïar colui La tua corona e il seggio e la celata, Di lui venisti a sazietà. Se ucciso Non l’avesse il mio re, prence del mondo, {{R|25}}Sarìan discesi a quell’infido il serto E il suggello real. Costui ancora Che ora a te vien per guerra far, che a lungo Non vivrà in terra, cotest’uomo infesto E impuro, tu allevasti, e come padre {{R|30}}Mai non soffristi che la terra nuda </poem><noinclude></noinclude> h6xelan4wnvz436kracr6n85eqd71le Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/346 108 1013843 3895142 3891939 2026-09-05T19:34:14Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895142 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 343 —|}}</noinclude> <poem> Veracemente quella, onde sè stesso {{R|140}}Ei piangere dovea. La sete ardente Crucciava il suo destrier, manco venia Di quel forte il valor. Poi che rancura Così gli venne, fe’ nel cor profondo Questo pensier: Deh! s’io dicessi al prence {{R|145}}Nell’orrida tenzon: «Vieni, scendiamo In lotta a piedi, di sudor, di sangue Andiamne molli», — a pie non scenderebbe, Che onta gliene verrìa; la sua persona Umilïata si parrebbe innanzi {{R|150}}A maestà ch’egli ha di re. Ma quando Per quest’arte così non mi trovassi Aperto scampo, già son io caduto, Nè dubbio v’ha, d’un serpe entro la strozza! E disse: O re, con l’asta e con la spada {{R|155}}Ognun combatte e le redini attorce; Ma per noi meglio è sì che a piè l’assalto Qui si continui, come due leoni Distendendo la man. — Ratto comprese, Signor del mondo, re Khusrèv, del suo {{R|160}}Avversaro il pensier. Questo leone, Ei disse in cor, di poderoso artiglio, Nipote di Fredùn, sceso dal sangue Di Peshèng, ove posi da l’assalto, Nemiche teste abbatterà e molti, {{R|165}}Leoni al cor, farà gementi; e s’io A piè discendo a contrastar, faccenda Ei farà trista per gl’Irani. — Allora Così Ruhàm gli favellò: Signore Di regal serto, al nascimento tuo {{R|170}}Non recar onta in ciò. Se a piè discende Khusrèv in giostra, a che tanti e diversi Cavalieri nel campo? Oh! ma se d’uopo È che alcuno sul suol posi le piante, Io da semenza di Keshvàd antico </poem><noinclude></noinclude> lnvias08mwkmnmdlg6lv02cy9mikg6f Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/359 108 1013857 3895132 3891954 2026-09-05T19:27:45Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895132 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 356 —|}}</noinclude> <poem> E poi che scese l’atra notte, studio E cura poni omai, che ratto un grido Si leverà d’esti Turani. Tu {{R|260}}Resti alla pugna, ma si fugge omai La tua gente guerriera. Oh! non far guerra A tua persona tu medesmo! — Il core Del re turanio d’ira tempestosa Era sì gonfio, che a parole altrui {{R|265}}Pel suo furor non intendea gli orecchi, Sì che il destriero egli incitò dal mezzo Delle sue squadre e scese ratto al loco Di più fiera tenzon. Quivi egli uccise Alquanti Irani, ma Khusrèv che il vide, {{R|270}}Rapido venne in lor sostegno. Due Prenci così di due contrade avverse Venìan bramosi di vendetta, e seco Aveano alcuni cavalier di poco Pregio e valor; ma già non piacque al prence {{R|275}}Garsivèz, non a Gihn, che discendesse Contro a Khusrèv a far battaglia il sire Di Turania così. Ratto ghermirono Le briglie e indietro il rivoltâr; lo trassero Alle sabbie d’Amùy precipitosi. :{{R|280}}Quand’ei si fu ritratto, ecco qual turbine Ustukìla avanzar col prence iranio A far certame, e venne Ila regnante Correndo presso a lui qual pardo in giostra, E venne Burzuìla, un uom di guerra {{R|285}}Dal capo eretto. Questi tre una roccia Eran montana, vïolenti e crudi In tutte opere lor. Quando li scorse Dal medio loco di sue squadre il sire, Il destriero incitò, quale un gran monte {{R|290}}Precipitando; e ratto un fiero colpo Ad Ustukìla egli sferrò con l’asta E di sella il rapì per consegnarlo </poem><noinclude></noinclude> 75zw3siwp7932yupy1bwj7joaszmbx8 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/381 108 1013880 3895156 3891977 2026-09-05T19:41:34Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895156 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 378 —|}}</noinclude> <poem> {{R|50}}Indi un esperto incantator baliste E mangani locò su l’alte mura Ed archi incurvi e targhe rivestite D’una pelle di lupo, ed ogni torre Di corazze era piena e d’elmi assai. {{R|55}}Di fabbri ancora a faticar condusse Una schiera quel prence, e fe’ d’acciaio In ogni parte poderosi artigli, Quali avvincer dovean su l’aste lunghe I combattenti, e allor che ver le porte {{R|60}}Avanzavasi alcun, sì l’investivano Co’ fieri artigli, ovver lo ricacciavano Via dal Castel rapidamente. Intanto In ogni cosa fe’ giustizia il sire A chi la dimandò, monete a’ suoi {{R|65}}Dispensar volle e tutti ei fe’ beati Con doni eletti. Fulgide gualdrappe, Elmi e targhe di Cina e acuti ferri E frecce ed archi, innumerevol copia, A’ suoi guerrieri dispensò, sì certo {{R|70}}Per rinnovar le sue battaglie. E quando Ei fu sciolto da ciò, lieto si assise, Egli co’ prenci sì devoti a lui, E liete in ogni dì cento fanciulle Dal volto di Perì, dolce sonanti {{R|75}}Lor liuti ricurvi, al regio ostello Si radunâr. La notte e il giorno splendida Festa ordinava quel gran re, chiedea E canti e vino e labbra di fanciulle Di Turania vaghissime. Sperdea {{R|80}}Ampio un tesoro in ogni dì, che in oggi Ei non pensava al di vegnente. — Quando Scende la sorte destinata, in core Se non ti crucci, non avrai rancura. — In tal foggia, così, per sette giorni {{R|85}}E sette ancor, visse beato il prence. — </poem><noinclude></noinclude> h3i1w21c45l9sz2lyjzwp6ghxama2xe Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/386 108 1013885 3895133 3891983 2026-09-05T19:28:20Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895133 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 383 —|}}</noinclude> <poem> {{R|25}}Di lui meravigliò, di sua grandezza L’elmo si tolse da la fronte, e poi, Giunto a piè di quel trono, omaggio ei rese All’iranio signor benedicendo. :Inclito re, gli disse, oh! ti sia dato {{R|30}}Eternamente con amica sorte Scorrer la terra! Questi nostri lochi Sian beati per te, ma il core e gli occhi Del tuo nemico sian divelti! Sempre Lieto e felice, a Dio fedel, tu possa {{R|35}}Viver fra noi, da che la man stendesti Alle nostre contrade. E tu beato Vi posi e lieto vi scendesti e molte Parole avesti ancor nobili e grandi. Or io, se il mio signor non ne rifugge, {{R|40}}Dirò messaggio d’Afrasyàb. — E il prence Come di Gihn quella parola intese, Aureo gl’indisse da posarvi un trono Minor del regal seggio. E il collocarono Dietro a quell’uom di nobil senno, ed egli {{R|45}}Ratto vi assise e tutto ripetendo Il paterno messaggio, in questa guisa Al re si volse e disse: Il padre mio, Prence Afrasyàb, con occhi lagrimosi Ecco! si sta; ma in pria d’Irania al sire {{R|50}}Da quel re de’ Turani a cui si aprìa Sì gran piaga nel cor, reco il saluto. Ei dice: «Grazia ell’è di Dio cotesta, E in lui ripongo il mio rifugio estremo, Or che un figlio di noi giunse a tal grado. {{R|55}}Del padre per la via l’iranio prence Da re Kobàd l’origin trae, ma stirpe Egli è di Tur per la sua madre. Intanto La tua fronte, o signor, sui re del mondo Alta si eleva, or ch’è la tua semenza {{R|60}}Di tal natura celebrata. In cielo </poem><noinclude></noinclude> iik59yt64pgcg4e8etlivngczn5m7bx Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/400 108 1013900 3895135 3892000 2026-09-05T19:28:41Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895135 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 397 —|}}</noinclude> <poem> Vittoria che toccò l’ampia falange Dell’iranio signor. Tutti si volsero Di quella rocca a le squarciate mura, E Rùstem battaglier primo v’accorse. :{{R|125}}Rapida giunse ad Afrasyàb novella Che dell’ampia città cadean scrollate Le forti mura, ond’ei, quale un gran turbine, S’avventò ratto e a Garsivèz tal voce E a Gihn mandò: Che importa a voi dell’alte {{R|130}}Mura del mio Castel? Vuolsi che spade Sian difesa agli eroi. Ma voi per questa Antica terra e per i figli vostri E pei tesori e pe’ congiunti insieme, L’uno con l’altro vi stringete ai lembi, {{R|135}}Non soffrendo che mai cingavi attorno Il reo nemico! — Allor, come un gran monte, A squadre a squadre s’avventò un drappello Di turanici eroi verso la breccia, E a guisa di leoni un fiero assalto {{R|140}}Ivi ingaggiar. Da questa parte e quella Urlar feroci; ma tremavan tutti, Come ramo di salce, i cavalieri Di Turania laggiù, perdean la speme Per la terra natìa. Fe’ cenno allora {{R|145}}Prence Khusrèv perchè recasse il prode Figlio di Zal quanti pedoni avea, Armati d’aste, della breccia al loco, A piè, ma di vendetta disïosi, Con freccie e con turcassi e targhe e spade, {{R|150}}Due file a piè, con aste lunghe. Ancora, A questi esser dovean difesa a tergo I cavalieri ove più forte ed aspra Si facesse la pugna. Ecco! avventaronsi, Come un gran monte, alla battaglia allora {{R|155}}Pedoni e cavalier d’ambe le parti, E della breccia al contrastato loco </poem><noinclude></noinclude> fh2q7cx0tyb8cs51fsi435wzbz83j4g Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/408 108 1013908 3895137 3892008 2026-09-05T19:29:16Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895137 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 405 —|}}</noinclude> <poem> {{R|60}}Testimone mi è Gihn che t’è congiunto, Ei, che infranse con te nel suo dolore Vincol che il giunge a te. Nella mia casa Per Siyavìsh deh! quanta fu l’angoscia! Intorno al core tutta mi si accolse {{R|65}}E intorno all’alma, che Afrasyàb, malvagio E reo nell’alma, bene udiva assai De’ miei consigli, ma non n’ebbe frutto, Fino a quel dì che la sua sorte rea Alla fronte il colpì, mentre ne andava {{R|70}}Tutto a soqquadro il regno suo, dispersi Andavano corona e regal cinto, S’intenebrava il chiaro dì, chinavasi Quel capo altero. Ma tal vita è assai Peggior di morte, e il fato alla persona {{R|75}}Gli scortica la cute. Or tu, signore, Quale è costume de’ regnanti, a noi, Che innocenti qui siam, volgi lo sguardo. Tutte ad un patto qui siam noi congiunte A re Khusrèv, nè per la terra udiamo {{R|80}}Altro che il nome suo. Per l’opre triste Di re Afrasyàb incantator, deh! mai Non s’affretti a punir queste innocenti, Non s’affretti agli oltraggi e a’ colpi fieri, A sparger sangue, ad assalir da folle {{R|85}}Chi non ha colpa. Non s’addice a prenci Capo troncar che non ha colpa; e tu Pensa, iranio signor, che un altro loco Oltre la terra ti si appresta. Alcuno Mai non si resta sempiterno in questa {{R|90}}Dimora ch’è sì breve. Opra tu adunque Sì come Iddio da te richiede; allora, Del suo giudizio al dì, non chinerai La fronte innanzi a lui per tua vergogna. :Allor che udì, molto si dolse il prence {{R|95}}Per quelle vaghe giovinette, a cui </poem><noinclude></noinclude> ft4re1xs57vda8qx4w1bruwkxhkb5un Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/418 108 1013919 3895180 3892018 2026-09-05T20:02:00Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895180 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 415 —|}}</noinclude> <poem> Signor di prodi, fino a Gang, e furono Per deserti e per monti e per arene, Per luoghi incolti, come son formiche {{R|10}}P improvide locuste, addotte e sparse Due schiere avverse. Quale un mar di sangue Per tal vendetta già si fe’ all’intorno Ogni terra così, da Gang, da Cina Fino all’iranio suol. Che se dal suolo {{R|15}}In un loco profondo il sangue tutto Di quegli uccisi raccoglier volesse Di Dio santo il consiglio, ecco, davvero! Che il mare di Kulzùm diventerebbe Quel loco, e giù, nell’onda sanguinosa, {{R|20}}Nostre due schiere si morrìan. Ma intanto Se da me brami esercito guerriero O tesori di re, la mia corona E il seggio e il suolo di Turania, tutto Io sì ti lascierò, mentre dal mondo {{R|25}}Io lunge sparirò. Ma di mia vita Chiave soltanto tengo un ferro; tu Non tentarla; e s’io son della tua madre Il genitor, son anche de la stirpe Di Fredùn ch’era dotto in magic’arti. {{R|30}}Anche se corruccioso è per vendetta Del padre tuo questo tuo core e tanto Nel tuo cospetto si oscurò per essa Il fulgid’onor mio, di tanto male Colpevole si fe’ Siyavìsh pure, {{R|35}}E il mio cor si colmò d’affanno e duolo Incontro a lui. Vedi qual sia degli astri Superni il tramutar; talor son essi Difesa all’uom, tal’altra, insidia. Intanto Trenta sul capo mio poi trenta ancora {{R|40}}Anni passar, da che con prenci in guerra Discesi al campo. Tu se’ ancor fanciullo, D’Irania tu se’ il prence e negli assalti </poem><noinclude></noinclude> ebyxmgznl1jilu339ob9zg1w9wtzscd Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/487 108 1013990 3895164 3892087 2026-09-05T19:45:57Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895164 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 484 —|}}</noinclude> <poem> E di Tur e d’Erag’&nbsp;qual era in terra Inclito e grande. Al carnefice allora Fe’ cenno d’avanzar col ferro acuto, {{R|135}}Sguainato dal fodero, col core Crudo e feroce; e quei squarciava allora Il fianco al duce di guerrieri e fea Pien di sgomento il core a le falangi Del prence iranio. I corpi insanguinati {{R|140}}Ammonticchiar sul tristo suol; dintorno Stavan le genti d’ogni parte accolte. Ma de’ caduti a raccontar si fea L’opre malvagie re Khusrèv, guardando D’ambo gli uccisi le giacenti spoglie; {{R|145}}Fe’ cenno poi che del trafitto sire Un suo fedel dal sangue e da la polvere Lavasse il corpo e il rivestisse poi Di sciamito di Cina, e in pura seta Ed in seta commista ad altro ordito {{R|150}}Fosse il lenzuolo funeral. Dorato Nel sepolcro fu posto un regal seggio E del caduto su la fronte un serto D’ambra odorosa. Su quel trono eccelso Il posero a seder qual chi è nel sonno, {{R|155}}E molto pianse re Khusrèv di lui, Che fu sì tristo e sciagurato. Il corpo Di Garsivèz guerrier, da cui sì grave Erasi presa la vendetta il prence, Diviso in due fu tratto ad un profondo {{R|160}}Gorgo del lago e là travolto. Allora Così disse Khusrèv: Compiemmo noi La vendetta fatal, nell’ansio core Sedammo del dolor la vampa ardente. Ora è loco a pietà per l’avo mio, {{R|165}}Kàvus regnante, ora di me gli è tempo Di riposo e di pace. Or sì!, novello Costume prenderem, loco faremo </poem><noinclude></noinclude> ipmme4y53fohnqs7b33hwwuq9m0y4or Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/497 108 1014001 3895138 3892098 2026-09-05T19:30:44Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895138 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 494 —|}}</noinclude> <poem> Di lui da offese andò così; cessava Ogni orgoglio del tristo e si tacea Ogni tenzone. Vedi ancor che il balteo {{R|115}}Cinse quel giusto Minocìhr, vendetta A far d’-Eràg’ tradito. Egli ne andava Da suol d’Irania e la remota Cina Toccava ancor, pieno di vampo il core, D’un vindice pensier piena la mente. {{R|120}}Ei, per la forza del vincente Iddio, Recise il capo a Tur protervo. Tale È pur comando, è pur segnata via Di Dio signor, che ove recide il capo Ad innocenti alcun, senza timore, {{R|125}}Senza ritegno tronchisi la testa A quel malvagio e s’abbandoni al suolo Quel tristo cor. Del novero di tali Non esser tu, che protettor giammai Non ebbero cotesti al fatal giorno. :{{R|130}}E Gihn rispose nel medesmo istante: Giusto signor dell’ampia terra, accinto Io qui mi sono al tuo voler, la fronte Dinanzi al trono umilio al suol, che l’infimo De’ tuoi servi son io, qual non ha seggio, {{R|135}}Non ha corona o dïadema. In quella Turania terra se m’invii, preghiera A Dio farò per te, doni e tributi Annui mandando, che da te mi vengono E forza e potestà. Cingerò il fianco {{R|140}}Di quando in quando e qui verrò, la gota A contemplar del prence incoronato D’Irania, e umìle bacierò la terra Innanzi al trono suo, benedicendo Al regal seggio e alla fortuna. Ancora {{R|145}}Elette cose da gittarti al piede Ti recherò, muschio olezzante, agalloco Ed aloè, coprirò il suol dintorno </poem><noinclude></noinclude> ayzd2xa4dmbvwjgkyncc0k3dsuhwmgs Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/511 108 1014015 3895110 3892112 2026-09-05T19:11:14Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895110 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 508 —|}}</noinclude> <poem> Assorto in suo pensier, dal suol d’Irania La via si prese di Sistàn. Vicino {{R|55}}Poi ch’egli venne a Rùstem valoroso, A Destàn battaglier, disse le cose Ch’egli vide e ascoltò, nuove e stupende, E Zal n’ebbe dolor; così ei rispose All’inclito guerriero: A molto affanno {{R|60}}Ci siam congiunti noi! — Si volse e disse A Rùstem: Di Kabùl tu chiamerai, Di Zabùl cercherai saggi e profeti, Sacerdoti ed astrologi. Verranno Giù per la via con noi. — Così adunaronsi {{R|65}}Profeti e saggi, astrologi e indovini, Tutti a Destàn venner bramosi; ratto Dal Zabùl discendean d’Irania al suolo. In piè, dinanzi a Dio, per sette giorni Stava il gran re, signor del mondo. Allora {{R|70}}Che al giorno ottavo s’accendea la luce Del mondo, il sol, ratto dell’aula regia Sollevò la cortine il maggiordomo, E sul trono real d’oro splendente Il re si assise. Entraron tutti e insieme {{R|75}}Sacerdoti e guerrieri appo quel sire. Lung’ora si restar nel suo cospetto Ossequïosi e in piè que’ prenci illustri, Di gran saggezza e consiglieri. Oneste Fe’ le accoglienze il re che li vedea, {{R|80}}Qual è costume de’ regnanti, un loco Assegnando a ciascun. Ma di que’ grandi, Incliti in guerra, a tanto re fedeli, Non un sedea, ma in piè si stava, niuno Sciogliea le man conserte. In questi accenti {{R|85}}Aprìan le labbra: Nobile sovrano Che hai giusto core ed anima serena, Splendido come ciel che muove in giro, A te possanza e maestà reale </poem><noinclude></noinclude> qganih7vklkdqo65dqt9ad1sxdj4yqc Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/521 108 1014032 3895125 3892122 2026-09-05T19:22:23Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895125 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 518 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> {{R|175}}Già tenebrosa, e via mi conducesse Da questa vita ch’è sì breve, e nullo, Per cagione di me, restasse in terra Turbamento o dolor. Che non è bello Ch’io mi dilunghi dalla via diritta {{R|180}}E la mia mente precipiti, quale Precipitò d’antichi re. Frattanto, Ciò che pregai con brama intensa, ebb’io, E m’è d’uopo ordinar la mia partenza, Che tempo è giunto di goder. La notte {{R|185}}Che or or passò, queste pupille mie Si rinchiusero all’alba, e a me sen venne, Invïato da Dio, Seròsh beato Che sì mi disse: «Apprestati! che venne L’ora del tuo partir. Del dolor tuo, {{R|190}}Del tuo lungo vegliar, termine giunse». Cessano omai queste udïenze mie Dall’alto seggio, tace omai la cura Del regal soglio e della mia corona, Del cinto imperïal, dell’ampio esercito. :{{R|195}}Il core degli eroi qui s’attristava Per l’iranio signor. Tutti si fecero Turbati e mesti, smarrita la via. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|VII. Consigli di Zâl.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1010-1014).}} <poem> :Ma Zal che udì queste parole, a un tratto S’accese di furor, trasse dal core Un profondo sospiro. Egli la gota Rapido volse ver l’iranio stuolo {{R|5}}Per doglia sì, come se d’alto un monte Fosse caduto sul suo cor, poi disse Agl’Irani: Consiglio oh! non è questo, </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> jyur45pl5s0ui5ijgzr92y5fpc8jtsn Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/540 108 1014051 3895119 3892142 2026-09-05T19:17:09Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895119 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 537 —|}}</noinclude> <poem> :Di Kum allora e d’Ispaliàn, d’eroi Inclita sede e loco di regnanti, L’editto gli assegnò. Poi che lo scriba {{R|120}}Con ambra e muschio su l’intatta seta, Del prence in nome, ebbe segnato il foglio, D’oro un suggello sì v’appose, e il prence Su quel foglio real fe’ molti voti E molti auguri. Si compiaccia Iddio {{R|125}}Di Gùderz, disse; ogni nemico suo Di caligine il core abbiasi ingombro! :Disse agi’ Irani: Deh! sappiate omai Ghev animoso che ha cervice e forza Di prodi, artiglio leonino, in terra {{R|130}}Qui rimaner qual mio ricordo. Ei resta Vostra difesa al loco mio. Prestate Obbedi̇enza a lui tutti concordi, Di Gùderz il parlar non trasgredendo. :Quanti eran prenci Guderzidi, fecero {{R|135}}Al giovane signor benedizione. :Si assise Gùderz e levossi in piedi Tus battaglier. Venne a Khusrèv dinanzi E diè un bacio alla terra. O prence, ei disse, Vivi beato e lungi da te sia {{R|140}}La man della sventura in ogni tempo. Tra questi eroi son io della semenza Di re Fredùn, da nostra stirpe antica, Fin che giunse Kobàd, vennero tutti I prischi re. Ma qui mi tenni accinto {{R|145}}Degl’Irani al cospetto, e mai non sciolsi Il fianco mio dai forti nodi. Ancora, D’Hamàven su la roccia, il corpo mio Per la corazza si fendea, non erano Vesti a mie membra. In quel deserto vallo, {{R|150}}Di Siyàvish per la vendetta atroce, In ogni notte vigile custode Fui della schiera de’ gagliardi. Il tuo </poem><noinclude></noinclude> 5bbq6cpk2035wjn9tws1ck01xeed8e5 3895178 3895119 2026-09-05T19:55:39Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895178 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 537 —|}}</noinclude> <poem> :Di Kum allora e d’Ispahàn, d’eroi Inclita sede e loco di regnanti, L’editto gli assegnò. Poi che lo scriba {{R|120}}Con ambra e muschio su l’intatta seta, Del prence in nome, ebbe segnato il foglio, D’oro un suggello sì v’appose, e il prence Su quel foglio real fe’ molti voti E molti auguri. Si compiaccia Iddio {{R|125}}Di Gùderz, disse; ogni nemico suo Di caligine il core abbiasi ingombro! :Disse agi’ Irani: Deh! sappiate omai Ghev animoso che ha cervice e forza Di prodi, artiglio leonino, in terra {{R|130}}Qui rimaner qual mio ricordo. Ei resta Vostra difesa al loco mio. Prestate Obbedi̇enza a lui tutti concordi, Di Gùderz il parlar non trasgredendo. :Quanti eran prenci Guderzidi, fecero {{R|135}}Al giovane signor benedizione. :Si assise Gùderz e levossi in piedi Tus battaglier. Venne a Khusrèv dinanzi E diè un bacio alla terra. O prence, ei disse, Vivi beato e lungi da te sia {{R|140}}La man della sventura in ogni tempo. Tra questi eroi son io della semenza Di re Fredùn, da nostra stirpe antica, Fin che giunse Kobàd, vennero tutti I prischi re. Ma qui mi tenni accinto {{R|145}}Degl’Irani al cospetto, e mai non sciolsi Il fianco mio dai forti nodi. Ancora, D’Hamàven su la roccia, il corpo mio Per la corazza si fendea, non erano Vesti a mie membra. In quel deserto vallo, {{R|150}}Di Siyàvish per la vendetta atroce, In ogni notte vigile custode Fui della schiera de’ gagliardi. Il tuo </poem><noinclude></noinclude> ilkltrzcsl29a069kxqn071dhxs575p Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/549 108 1014060 3895077 3892151 2026-09-05T18:48:27Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895077 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 546 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> {{R|120}}Ei si rinchiude nel profondo seno. Non siate voi fuor che, in eterno, e saggi E d’alma lieta, fuor che in ben ricordo Non facendo di me. Sereni in Dio E giubilanti sempre vi serbate, {{R|125}}E all’ora del partir, con lieto core E sorridenti dalla terra uscite. :Dell’iranico stuol tutti i famosi Dinanzi a re Khusrèv posero a terra La fronte ossequïosi. Ecco, diceano, {{R|130}}Fin che in noi resti l’alma sempiterna, Quanto l’anima nostra e dolci e cari I consigli terrem del nostro sire! </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|XII. Scomparsa di re Khusrev.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1024-1028).}} <poem> :A Lohraspe accennò perchè tornasse L’inclito sire, e disse: Ecco, è passato Il giorno mio. Tu va, conforme a legge Il trono imperïal tu custodisci, {{R|5}}Non seminando per la via terrena Fuor ch’eletta semenza. E allor che sciolto Da ogni dolor sarai nel corpo, vanto Non menar pel tuo serto e pei tesori. Sappi che i giorni tuoi perdono luce, {{R|10}}Mentre a Dio debbe volgersi diritta La verace tua via. Cerca nel mondo La tua giustizia e rendila costante E dai ceppi del mondo affranca e sciogli La tua persona di monarca. — Scese {{R|15}}Rapidamente dal cavallo a terra Prence Lohraspe e il suol baciò piangendo. Addio, gli disse re Khusrèv; rimani </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> kh9m1coqwbyut45u4eqil4728ffe80n Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/556 108 1014067 3895183 3892158 2026-09-05T20:02:59Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895183 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 553 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> {{R|235}}Se non ritornan que’ smarriti e il calle Se ritrovar non ponno, oh! come allora La via del prence per l’accolta neve Potrìa vedersi? Ma su questo monte Più restar non si vuol. Qui non è cibo, {{R|240}}E partirne fa d’uopo. Alcuni fanti Invïerem per l’aspra via dipoi, E forse un dì ritroveran la traccia Del corteggio real. — Così discesero, Piangenti per dolor, dalla montagna, {{R|245}}Ricordo fea ciascun d’ogni perduto Con molto duol, de’ consanguinei suoi, De’ figli ancora e dei diletti amici, Del re, quale un cipresso entro un giardino. Tale è costume, tale è norma e legge {{R|250}}Di questa vita. Non eterna dura, Non per gli eletti ancor. Questi dal negro Suolo innalza la sorte, altri precipita Dal trono imperïal, nè per cotesto S’allegra mai, nè per tal altro affliggesi. {{R|255}}Tale di questo ciel che in alto volgesi, È legge arcana. Oh! dove son gli eroi? Dove del mondo i re? Deh! fin ch’è dato, Lungi tieni il cor tuo da ogni altra cura! </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|XIII. Annunzio a Lohrâsp.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1028-1030).}} <poem> :Del caso di Khusrèv come novella Ebbe Lohraspe e degli eroi che seco Eran venuti in quella via, sul trono Con aureo serto ei si posò. Ma i prenci {{R|5}}Aureo-succinti entraron tutti, ognuno Si assise là, quale era prode e illustre </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> bp8f7mgmhipzke6ecmz3aeav0ktkfkv Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/562 108 1014073 3895147 3846358 2026-09-05T19:38:03Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895147 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" /></noinclude>{{Ct|f=140%|v=1|t=3|INDICE}} {{Rule|6em|t=1|v=2}} {{Ct|c=t1|1. Leggenda di Bîzhen e di Menîzheh.}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=I.|titolo=Principio del racconto|pagina=pag. {{Pg|7}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=II.|titolo=Venuta degl’Irmâni|pagina=» {{Pg|10}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=III.|titolo=Inganni di Gurghîn|pagina=» {{Pg|17}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=IV.|titolo=Ratto di Bîzhen|pagina=» {{Pg|24}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=V.|titolo=Preghiere di Pîrân|pagina=» {{Pg|34}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=VI.|titolo=Menzogne di Gurghîn|pagina=» {{Pg|40}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=VII.|titolo=La coppa prodigiosa di Khusrev|pagina=» {{Pg|51}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=VIII.|titolo=Arrivo di Rustem|pagina=» {{Pg|64}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=IX.|titolo=Partenza di Rustem|pagina=» {{Pg|73}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=X.|titolo=Incontro di Rustem e di Menîzheh|pagina=» {{Pg|77}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XI.|titolo=Liberazione di Bîzhen|pagina=» {{Pg|87}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XII.|titolo=Assalto notturno di Rustem|pagina=» {{Pg|91}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XIII.|titolo=Ritorno di Rustem|pagina=» {{Pg|100}}}} {{Ct|c=t1|2. Combattimento degli undici Eroi}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=I.|titolo=Principio del racconto|pagina=pag. {{Pg|107}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=II.|titolo=Ripresa delle ostilitâ|pagina=» {{Pg|108}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=III.|titolo=Messaggio di Gûderz a Pîrân|pagina=» {{Pg|118}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=IV.|titolo=Apparecchi di battaglia|pagina=» {{Pg|126}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=V.|titolo=Impazienza di Bîzhen|pagina=» {{Pg|134}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=VI.|titolo=Impazienza di Hûmân|pagina=» {{Pg|137}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=VII.|titolo=Sfida di Hûmân|pagina=» {{Pg|140}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=VIII.|titolo=Richiesta di Bîzhen|pagina=» {{Pg|151}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=IX.|titolo=Battaglia di Bîzhen e di Hûmân|pagina=» {{Pg|163}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=X.|titolo=Assalto notturno di Nestîhen|pagina=» {{Pg|171}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XI.|titolo=Lettere di Gûderz e di Khusrev|pagina=» {{Pg|176}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XII.|titolo=Lettera di Pîrân a Gûderz|pagina=» {{Pg|188}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XIII.|titolo=Risposta di Gûderz|pagina=» {{Pg|195}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XIV.|titolo=Messaggio di Pîrân al re Afrâsyâb|pagina=» {{Pg|206}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XV.|titolo=Battaglia tra Irani e Turani|pagina=» {{Pg|214}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XVI.|titolo=Proposta della battaglia degli undici Eroi|pagina=» {{Pg|225}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XVII.|titolo=Parole di Gûderz|pagina=» {{Pg|227}}}}<noinclude></noinclude> q7l62ay2zm9zv3bah9o1ht6ial6wtz8 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/563 108 1014074 3895101 3846359 2026-09-05T19:03:29Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895101 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 560 —|}}</noinclude>{{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XVIII.|titolo=Parole di Pirân|pagina=pag. {{Pg|234}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XIX.|titolo=Scelta dei campioni|pagina=» {{Pg|237}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XX.|titolo=Scontro dei primi dieci campioni|pagina=» {{Pg|243}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XXI.|titolo=Battaglia di Gûderz e di Pirân|pagina=» {{Pg|253}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XXII.|titolo=Fuga di Lahâk e di Fershid-verd|pagina=» {{Pg|261}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XXIII.|titolo=Andata di Gustehem e di Bîzhen dietro Lahâk e Fershid-verd|pagina=» {{Pg|269}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XXIV.|titolo=Morte di Lahâk e di Fershid‐verd|pagina=» {{Pg|275}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XXV.|titolo=Arrivo di Bîzhen presso Gustehem|pagina=» {{Pg|278}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XXVI.|titolo=Funerali di Pirân|pagina=» {{Pg|282}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XXVII.|titolo=Ritorno di Bîzhen con Gustehem|pagina=» {{Pg|290}}}} {{Ct|c=t1|3 Invasione di re Khusrev}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=I.|titolo=Lodi del Sultano Mahmûd|pagina=pag. {{Pg|295}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=II.|titolo=Apparecchi di Khusrev|pagina=» {{Pg|302}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=III.|titolo=Apparecchi di Afrâsyâb|pagina=» {{Pg|310}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=IV.|titolo=Parole di Pesheng|pagina=» {{Pg|322}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=V.|titolo=Messaggio di Shédah a re Khusrev|pagina=» {{Pg|326}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=VI.|titolo=Morte di Shèdah in battaglia con re Khusrev|pagina=» {{Pg|339}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=VII.|titolo=Battaglia fra Irani e Turani|pagina=» {{Pg|348}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=VIII.|titolo=Lettera di Khusrev a re Kâvus|pagina=» {{Pg|360}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=IX.|titolo=Altra battaglia fra Irani e Turani|pagina=» {{Pg|363}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=X.|titolo=Rifugio di Afrâsyâb in Gang|pagina=» {{Pg|376}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XI.|titolo=Venuta di Gihn con un messaggio di Afrâsyâb|pagina=» {{Pg|382}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XII.|titolo=Risposta di re Khusrev|pagina=» {{Pg|388}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XIII.|titolo=Presa di Gang e fuga di Afrâsyâb|pagina=» {{Pg|393}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XIV.|titolo=Grazia concessa alle donne di Afrâsyâb|pagina=» {{Pg|403}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XV.|titolo=Lettera di Khusrev a re Kâvus|pagina=» {{Pg|409}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XVI.|titolo=Ripresa delle ostilitâ|pagina=» {{Pg|411}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XVII.|titolo=Proposte di pace respinte|pagina=» {{Pg|414}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XVIII.|titolo=Assalto notturno di Afrâsyâb|pagina=» {{Pg|419}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XIX.|titolo=Doni inviati a re Kâvus|pagina=» {{Pg|428}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XX.|titolo=Messaggio di re Khusrev all’Imperatore e al principe di Cina e al re di Mekrân|pagina=» {{Pg|438}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XXI.|titolo=Battaglia e morte del re di Mekrân|pagina=» {{Pg|443}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XXII.|titolo=Passaggio del mare di Zirih|pagina=» {{Pg|448}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XXIII.|titolo=Ritorno di Khusrev in Siyâvish-ghird|pagina=» {{Pg|455}}}}<noinclude></noinclude> 7wfgwjswfqth7qeb70sz5yn518aqg0q 3895115 3895101 2026-09-05T19:13:50Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895115 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 560 —|}}</noinclude>{{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XVIII.|titolo=Parole di Pîrân|pagina=pag. {{Pg|234}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XIX.|titolo=Scelta dei campioni|pagina=» {{Pg|237}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XX.|titolo=Scontro dei primi dieci campioni|pagina=» {{Pg|243}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XXI.|titolo=Battaglia di Gûderz e di Pîrân|pagina=» {{Pg|253}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XXII.|titolo=Fuga di Lahâk e di Fershid-verd|pagina=» {{Pg|261}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XXIII.|titolo=Andata di Gustehem e di Bîzhen dietro Lahâk e Fershid-verd|pagina=» {{Pg|269}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XXIV.|titolo=Morte di Lahâk e di Fershid‐verd|pagina=» {{Pg|275}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XXV.|titolo=Arrivo di Bîzhen presso Gustehem|pagina=» {{Pg|278}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XXVI.|titolo=Funerali di Pîrân|pagina=» {{Pg|282}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XXVII.|titolo=Ritorno di Bîzhen con Gustehem|pagina=» {{Pg|290}}}} {{Ct|c=t1|3 Invasione di re Khusrev}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=I.|titolo=Lodi del Sultano Mahmûd|pagina=pag. {{Pg|295}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=II.|titolo=Apparecchi di Khusrev|pagina=» {{Pg|302}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=III.|titolo=Apparecchi di Afrâsyâb|pagina=» {{Pg|310}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=IV.|titolo=Parole di Pesheng|pagina=» {{Pg|322}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=V.|titolo=Messaggio di Shédah a re Khusrev|pagina=» {{Pg|326}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=VI.|titolo=Morte di Shèdah in battaglia con re Khusrev|pagina=» {{Pg|339}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=VII.|titolo=Battaglia fra Irani e Turani|pagina=» {{Pg|348}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=VIII.|titolo=Lettera di Khusrev a re Kâvus|pagina=» {{Pg|360}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=IX.|titolo=Altra battaglia fra Irani e Turani|pagina=» {{Pg|363}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=X.|titolo=Rifugio di Afrâsyâb in Gang|pagina=» {{Pg|376}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XI.|titolo=Venuta di Gihn con un messaggio di Afrâsyâb|pagina=» {{Pg|382}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XII.|titolo=Risposta di re Khusrev|pagina=» {{Pg|388}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XIII.|titolo=Presa di Gang e fuga di Afrâsyâb|pagina=» {{Pg|393}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XIV.|titolo=Grazia concessa alle donne di Afrâsyâb|pagina=» {{Pg|403}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XV.|titolo=Lettera di Khusrev a re Kâvus|pagina=» {{Pg|409}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XVI.|titolo=Ripresa delle ostilitâ|pagina=» {{Pg|411}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XVII.|titolo=Proposte di pace respinte|pagina=» {{Pg|414}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XVIII.|titolo=Assalto notturno di Afrâsyâb|pagina=» {{Pg|419}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XIX.|titolo=Doni inviati a re Kâvus|pagina=» {{Pg|428}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XX.|titolo=Messaggio di re Khusrev all’Imperatore e al principe di Cina e al re di Mekrân|pagina=» {{Pg|438}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XXI.|titolo=Battaglia e morte del re di Mekrân|pagina=» {{Pg|443}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XXII.|titolo=Passaggio del mare di Zirih|pagina=» {{Pg|448}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=70|sezione=XXIII.|titolo=Ritorno di Khusrev in Siyâvish-ghird|pagina=» {{Pg|455}}}}<noinclude></noinclude> q648vvy2vg2s2zbwfdto3mvf6glueme Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, IV.djvu/564 108 1014075 3895103 3866857 2026-09-05T19:07:03Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895103 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 561 —|}}</noinclude>{{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=XXIV.|titolo=Ritorno di Khusrev in Persia presso il re Kâvus|pagina=» {{Pg|461}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=XXV.|titolo=Cattura d’Afrâsyâb|pagina=» {{Pg|469}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=XXVI.|titolo=Punizione di Afrâsyâb|pagina=» {{Pg|480}}}} {{Ct|c=t1|4. Regno di Khusrev.}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=I.|titolo=Morte di re Kâvus|pagina=pag. {{Pg|488}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=II.|titolo=Investitura di Ginn nel regno del Turan|pagina=» {{Pg|490}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=III.|titolo=Ritiro di re Khusrev|pagina=» {{Pg|499}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=IV.|titolo=Andata di Ghêv nel Zâbulistân|pagina=» {{Pg|506}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=V.|titolo=Sogno di Khusrev|pagina=» {{Pg|511}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=VI.|titolo=Arrivo di Zâl e di Rustem|pagina=» {{Pg|513}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=VII.|titolo=Consigli di Zâl|pagina=» {{Pg|518}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=VIII.|titolo=Ammonimenti di Khusrev ai principi|pagina=» {{Pg|527}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=IX.|titolo=Richiesta delle investiture|pagina=» {{Pg|533}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=X.|titolo=Il regno conferito a Lohrâsp|pagina=» {{Pg|539}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=XI.|titolo=Addio di re Khusrev alle fanciulle sue|pagina=» {{Pg|542}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=XII.|titolo=Scomparsa di re Khusrev|pagina=» {{Pg|546}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=XIII.|titolo=Annunzio a Lohrâsp|pagina=» {{Pg|553}}}}<noinclude>{{smaller|{{PieDiPagina|{{Sc|Firdusi, IV}}||36}}}}</noinclude> lya979x5lk5rzpmoofr69d8qg3963r9 3895139 3895103 2026-09-05T19:31:16Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895139 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 561 —|}}</noinclude>{{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=XXIV.|titolo=Ritorno di Khusrev in Persia presso il re Kâvus|pagina=» {{Pg|461}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=XXV.|titolo=Cattura d’Afrâsyâb|pagina=» {{Pg|469}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=XXVI.|titolo=Punizione di Afrâsyâb|pagina=» {{Pg|480}}}} {{Ct|c=t1|4. Regno di Khusrev.}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=I.|titolo=Morte di re Kâvus|pagina=pag. {{Pg|488}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=II.|titolo=Investitura di Gihn nel regno del Turan|pagina=» {{Pg|490}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=III.|titolo=Ritiro di re Khusrev|pagina=» {{Pg|499}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=IV.|titolo=Andata di Ghêv nel Zâbulistân|pagina=» {{Pg|506}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=V.|titolo=Sogno di Khusrev|pagina=» {{Pg|511}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=VI.|titolo=Arrivo di Zâl e di Rustem|pagina=» {{Pg|513}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=VII.|titolo=Consigli di Zâl|pagina=» {{Pg|518}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=VIII.|titolo=Ammonimenti di Khusrev ai principi|pagina=» {{Pg|527}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=IX.|titolo=Richiesta delle investiture|pagina=» {{Pg|533}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=X.|titolo=Il regno conferito a Lohrâsp|pagina=» {{Pg|539}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=XI.|titolo=Addio di re Khusrev alle fanciulle sue|pagina=» {{Pg|542}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=XII.|titolo=Scomparsa di re Khusrev|pagina=» {{Pg|546}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=100|sezione=XIII.|titolo=Annunzio a Lohrâsp|pagina=» {{Pg|553}}}}<noinclude>{{smaller|{{PieDiPagina|{{Sc|Firdusi, IV}}||36}}}}</noinclude> o7k228jf8qy78r8ghg11xjgwywp6225 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/17 108 1014094 3895314 3892178 2026-09-06T08:35:30Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895314 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 14 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> Di Kàvus rè si compiacea Lohraspe {{R|245}}E sempre di Khusrèv si ricordava Lagrimava di duol Gushtaspe allora Ed al suo fido consiglier di molte Cose teneasi a favellar. Dicea: :Si m’affatico in mio consiglio assai, {{R|250}}Ma in ciò non trovo arte o difesa. E s’io Qual prence me ne vo con cavalieri, Stuolo d’eroi m’invïerà su l’orme Il padre mio, con arti e con astuzie Trarramrai a dietro e molte inchieste ancora {{R|255}}E ammonimenti mi farà. Che s’io Men vo soletto, ne avrò biasmo e il core Sarà cruccioso per Lohràsp. S’allieta Quel suo cor di re Kàvus per i figli, E l’amor suo fino alla dolce prole {{R|260}}Discendere non può. Pur, s’io vo solo, Quando alcun mi chiedesse o dimandasse, Scovrir come potria ch’io mi son prence? </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|III. Andata di Gushtàsp in Grecia}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1034-1038)}} <poem> :Ratto, nell’ore de la notte oscura, Un bruno palafren di re Lohraspe Egli recò, gravato d’una sella Di Gushtàsp cavalier. Vestì quel prode {{R|5}}Cinese ammanto intesto d’or, di negra Aquila al serto conficcò le piume Attorno attorno, e poi che tolto ei s’ebbe Quanto era d’uopo di monete e gemme Degne d’un re, partì d’Irania e volse {{R|10}}Verso Grecia. Geloso è di sua reggia Il padre, e il suo sentier cercasi il figlio </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> 6eqirzmhszd0g9crssmcpihbjoggcmu Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/18 108 1014095 3895294 3892179 2026-09-06T07:50:34Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895294 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 15 —|}}</noinclude> <poem> :Ma il genitor come novella intese Di Gushtàsp che fuggia, molto si dolse E tronca fu per lui del cor la gioia {{R|15}}Zerìr e molti saggi ei ragunava A sè dintorno e molte avea parole Con essi di Gushtàsp. Quest’uom, dicea, Di leonino cor, giù nella polvere Trae de’ regnanti il capo eretto. Oh! voi {{R|20}}Che vi pensate? qual porreste voi Difesa a tanto mal? Già non s’addice Che lieve cosa ciò vi sembri all’alma! :E un sacerdote gli rispose: prence Di bella sorte, son pur cari a tutti {{R|25}}Corona e serto! Ma nessuno avea Un figlio qual Gushtàsp, nè alcun l’eguale Udìa vantar fra tanti prenci illustri D’uopo è dunque invïar da tutte parti Un uom gagliardo fra gli eroi, che aita {{R|30}}Recar gli possa. E quand’ei torni, tu Non adoprar severità, ma cerca La tua saggezza e al tuo non disposarla Vano desìo, che la real corona Molti già vide, come te, sovrani, {{R|35}}E per nessuno l’amor suo durava In sempiterno. Da lo stuol de’ prodi Assegna adunque a Gushtaspe un esercito, Pongli sul capo inclito serto. Al mondo Un cavalier non veggiam noi suo pari, {{R|40}}Se non Rùstem guerrier, di fama illustre Per l’ampia terra, e, come lui, mortale Orecchio mai non ascoltò che fosse Un valoroso per alta persona Per senno e per virtù, per vago aspetto :{{R|45}}E Lohràspe invïava alcuni eroi E per la terra incominciò di lui Ricerca assidua. Andarono, e tornarono </poem><noinclude></noinclude> 20rfs4ifqyokurs71y219l7t5usf3d6 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/20 108 1014097 3895280 3892181 2026-09-06T07:32:23Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895280 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 17 —|}}</noinclude> <poem> Ed alla terra al continente asciutta {{R|85}}L’uom trasportò ch’era di gloria amante :Era di Grecia un luogo colto, e assai Della città vincea l’ampiezza il tratto Di parasanghe tre. Quel loco eccelso Avea l’antico Salm eretto un giorno, {{R|90}}Ed or d’imperatori illustri e grandi Era gradito ostel. Quando Gushtaspe Entrò nella città, cercossi un loco Nell’arzanà, ma sette dì per quella Terra di Grecia s’aggirò, cercando {{R|95}}Inutilmente per castelli e ville Opra a curar. Poi che donato egli ebbe Quanto si avea, consunto in prender pane, Sconsolato ne andò, con mesti accenti Sovra le labbra, e la città correndo {{R|100}}Inclita e adorna, del regal palagio Entrò nel loco degli scribi. Al duce De’ regi scribi egli si volse e disse: :Amico protettor, vedi! son io Uno scriba d’Irania, e son di gloria {{R|105}}Anche bramoso. In queste opere tue Darti aita potrei; ciò che ti piace, Ben io farò nel fondaco de’ scribi :Nel palagio real quanti eran scribi, L’un l’altro si guardâr meravigliando. {{R|110}}Strideran per costui, fosser d’acciaio, I calami, dicean. Brucerà tutta La carta. Sì davver! che gli conviene Eccelso un palafren di sotto a lui E un arco al braccio ed a la sella appeso {{R|115}}Un laccio attorto! — Rispondeangli poi Ad alta voce: Non abbiam di scribi Necessità. Di qui tua via riprendi :Udì Gushtaspe, e il cor pieno d’affanno, Pallido in volto, uscì dagli scrittoi, </poem><noinclude>{{smaller|{{PieDiPagina|{{Sc|Firdusi, V}}||2}}}}</noinclude> gm74hn2ge7uft8qz1i38dqk9y89f3ch Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/32 108 1014109 3895297 3892193 2026-09-06T07:52:33Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895297 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 29 —|}}</noinclude> <poem> Pari a elefante un lupo agreste. Membra Di drago egli ha, di risonante fiume {{R|30}}E l’impeto e il vigor, di maschio verro Zanne sporgenti e cosce, onde non osa Un elefante andargli incontro. In quella Selva deserta già non hanno il varco I leoni feroci, e non le tigri, {{R|35}}Non gli elefanti, non di fermo core I valorosi. Ed or, quale sul dorso Gli squarcerà la grigia pelle, amico E alleato mi fia, genero ancora :E Mirìn si pensò: Fra questa gente, {{R|40}}In questa terra, da che Iddio ponea Fondamento alla Grecia, i padri miei Non scesero a pugnar contro i gagliardi Se non stringendo la possente clava Or, che mi chiede il signor mio? Davvero {{R|45}}Ch’ei mi favella per disdegno! Ed io Sì, sì, qualche arte adoprerò, cercando Vari consigli di gran senno e forza :Quest’uom di sì gran nome alle sue case Discese allor, volgendo entro al suo core {{R|50}}Mille pensier diversi. E carte antiche Recavasi e dinanzi ei le ponea La sua stella a cercar, degli anni suoi L’oroscopo fatal. Vide che un giorno Inclito un forte dall’irania terra {{R|55}}Venir dovea, che da sua man tre illustri Cose fatte sarian, quali nessuno De’ prenci greci fatte avea giammai, Genero si farìa del gran signore Di Grecia tutta, come serto al capo {{R|60}}Del greco imperator, che due gran belve Sarìano apparse entro la terra e danno Per esse avrìa ciascun, gravi ed infeste, Ma poi morte si avrian di quel possente </poem><noinclude></noinclude> 8hnuyupoxfo6vlvecjuf906qznw38cy Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/33 108 1014110 3895301 3892194 2026-09-06T08:00:07Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895301 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 30 —|}}</noinclude> <poem> Da la vindice man, di lui, che nullo {{R|65}}Avrìa timor da gagliardìa nemica :I casi ei ben sapea di Ketayùna Qual s’era addotta di Gushtaspe eroe Compagna nella via, sapea l’evento D’Heshùy, del capo de’ villaggi illustre, {{R|70}}L’andata di que’ due presso di lui, Sposi novelli. Rapido egli venne A l’ostello di Heshùy, gl’intravvenuti Casi gli disse, e ricordò la stella Che filosofi greci alta nel cielo {{R|75}}Avean scoperta, e qual per quella terra Portento si attendea. Resta con meco, Dissegli Heshùy, per questo dì, beato Restavi e lieto con giustizia e amore, Che quell’uom di cui desti a me l’indizio, {{R|80}}Uom di gran fama è tra i possenti. Volgesi Alla caccia ogni dì, nè pensa al trono Del sire occidental. Ieri non scese A questo loco mio, e veramente Tutta s’allegra quest’anima fosca {{R|85}}In rivederlo. Ma verrà ben oggi Di sua caccia dai campi e non è dubbio Che a noi non volga la sua via. — Recava Heshùy allor gagliardo un vino e molti Fiori e profumi e giovani cantori; {{R|90}}Ambo sedean con un dorato nappo Levato in pugno. E allor che il quarto nappo Venia del dolce vin, lungi mostrossi Un polverìo di cavalier che accorre Ed Heshùy e Mirìn vedean la polvere {{R|95}}Alto levata e per il campo, all’armi Atto e propizio, chi venìa si mossero Veloci ad incontrar. Tosto che vide Mirìn il cavalier, Non ha costui Disse ad Heshùy, pari nel mondo; in quella </poem><noinclude></noinclude> 3rcrswkp2zkwgmoyr4216p9flfbrm9n Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/47 108 1014124 3895320 3892209 2026-09-06T08:49:51Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895320 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 44 —|}}</noinclude> <poem> Sacramento solenne onde a nessuno, {{R|95}}La notte o il dì, non svelerai quest’alto Secreto mio, lo labbra in alcun tempo Non sciogliendo a parlar. — Fe’ sacramento Alto e solenne Ahrèn, tutto accogliendo Di Mirìn il consiglio in ogni parte. :{{R|100}}Mirìn allor, poi che una carta stese Quale giaciglio al calamo, un’epistola Fe’ per Heshùy: Ahrèn, che imperïale Vanta l’origin sua, che ama sua gloria Ed ha tesori, giusto e degno assai {{R|105}}Di molto pregio, or or chiedea la figlia Al greco imperator, quale restava, D’anni minor, dell’altre figlie. Un drago Tendegli intanto orribil laccio e tanto Anche farà che la nobile testa {{R|110}}Via gli recida da le membra sue. Ora, ei sen venne a me chiedendo aita, Sì che dinanzi a luì chiaro si sciolse Ogni nostro secreto. Io gli narrai Ciò che accadea per quell’orrendo lupo {{R|115}}E il cavalier dell’armi esperto. Quegli Che a lieto fin l’impresa mia condusse, Di quest’uom senza dubbio a lieto fine L’impresa addur potrà. Di prence onore A due forti ei darà per questa terra, {{R|120}}A due soli ei darà sul capo un serto. :Ahrèn da l’inventor di inganni vieti Si prese il foglio e corse ratto al loco D’Heshùy vegliardo. Allor che giunse al mare, Corsegli incontro, di gran cose esperto, {{R|125}}L’antico Heshùy, prese quel foglio al suo Cor sì gradito, fe’ suoi voti e sciolse Ratto il suggello. Disse allor: Davvero! Che non sai tu che di sinceri amici È vuota omai la terra! Oh! ma un illustre, </poem><noinclude></noinclude> 93793vn9uq61vmjy9evni3u0lfsdrbi Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/50 108 1014127 3895281 3892213 2026-09-06T07:33:03Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895281 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 47 —|}}</noinclude> <poem> {{R|15}}Che Iddio santo dal ciel la sua possente Aita ti darà, quest’almo sole Pel ciel si volgerà conforme al tuo Giusto desire. Con tal forza e tale Alta statura e gagliardìa, col ferro {{R|20}}Conquider potrai tu l’orrido mostro. :Gushtàsp gli disse allor: Va, tu mi appresta Una zagaglia lunga; a cinque spanne Col manico robusto ella mi arrivi In sua lunghezza e da ogni parte rechi {{R|25}}Come denti di serpe ed una punta Le cresca in alto come spina. Intinta Di veleno ella sia, splendido il ferro Per acutezza e per color. M’adduci Anche un destriero e una gualdrappa, un ferro, {{R|30}}Una clava nodosa ed un regale Paludamento, ed io, dietro al precetto Di Dio vincente, dall’albero suo Farò cader l’orribile dragone. :Ratto ne andava Ahrèn, ciò che bramava {{R|35}}Prence Gushtaspe, egli recò sollecito. Come furon le cose e addotte e pronte. Dalla riva del mar balzò in arcioni Il cavalier, sen vennero con lui Ambo gli amici da quel loco. Allora {{R|40}}Che di Sekìla scorse la montagna, L’antico Heshùy, mostravala col dito E si tacea; ma come ratto il sole Vibrò dall’alto i raggi suoi lucenti. Egli ed Ahrèn per la selvaggia via {{R|45}}Addietro si tornar; già stava il prode Alla montagna nel cospetto, al luogo Che dell’orrido serpe era l’ostello. :Appese il giovinetto all’ardua sella Il fulgid’elmo, disprezzando in core {{R|50}}E l’alito del serpe e la vicina </poem><noinclude></noinclude> hxpirhr8fzatbu9o0r6n6889440js48 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/51 108 1014128 3895282 3892214 2026-09-06T07:33:39Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895282 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 48 —|}}</noinclude> <poem> Morte per lui. Sì, sì, fino a quel monte Gushtàsp ne andò, mandò tal voce orrenda, Che il fero drago ne stordì. Ma intanto Ei sì vedea del cavalier la possa. {{R|55}}E ratto a sè di traggerlo tentava Pur con l’alito suo; quello di strali, Come nembo di grandine, gli piovve Un turbine sul capo, in quella guisa Che caggiono le foglie a un melagrano. {{R|60}}E poi che il mostro gli si fea da presso, Scansavane l’assalto il giovin prode Fin che ratto il pugnal dentro la strozza Sì gli cacciò. Dio ricordando, eterno Dator di grazia. Sul pugnale acuto {{R|65}}I denti rinserrò veloce allora La fera belva, ma l’acuta lama Dentro al palato si ficcò. Veleno Vomitò allor, sì che ne cadde esausto, E quel negro volen, quell’atro sangue, {{R|70}}Tutto il monte inondâr. Stese la mano Senza indugiarsi allor l’inclito eroe, Pari a leone, al ferro acuto, e grave Del fero mostro alla superba testa :Un colpo liberò; ne sparse attorno, {{R|75}}Per le rupi del monte aspre e scoscese, Le cervella disperse, indi, beato Di sua fortuna a lui propizia, al suolo Dal destrier discendea. Prima le zanne Divolse al mostro e di là venne e poi {{R|80}}Lavò in un’onda la persona e il capo. :Quivi, piangendo, si gittò prostrato Sul duro suol, dinanzi a Dio vincente, Che Iddio soltanto su l’orrendo mostro. Sul lupo di Faskùn, tanta vittoria {{R|85}}Avoagli data. E disse poi: Lohraspe E Zerir ironeroso ecco! mostraronsi </poem><noinclude></noinclude> b6xltwbxdj537l27b1yumd2j9ajq3wf 3895295 3895282 2026-09-06T07:50:53Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895295 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 48 —|}}</noinclude> <poem> Morte per lui. Sì, sì, fino a quel monte Gushtàsp ne andò, mandò tal voce orrenda, Che il fero drago ne stordì. Ma intanto Ei sì vedea del cavalier la possa. {{R|55}}E ratto a sè di traggerlo tentava Pur con l’alito suo; quello di strali, Come nembo di grandine, gli piovve Un turbine sul capo, in quella guisa Che caggiono le foglie a un melagrano. {{R|60}}E poi che il mostro gli si fea da presso, Scansavane l’assalto il giovin prode Fin che ratto il pugnal dentro la strozza Sì gli cacciò. Dio ricordando, eterno Dator di grazia. Sul pugnale acuto {{R|65}}I denti rinserrò veloce allora La fera belva, ma l’acuta lama Dentro al palato si ficcò. Veleno Vomitò allor, sì che ne cadde esausto, E quel negro volen, quell’atro sangue, {{R|70}}Tutto il monte inondâr. Stese la mano Senza indugiarsi allor l’inclito eroe, Pari a leone, al ferro acuto, e grave Del fero mostro alla superba testa :Un colpo liberò; ne sparse attorno, {{R|75}}Per le rupi del monte aspre e scoscese, Le cervella disperse, indi, beato Di sua fortuna a lui propizia, al suolo Dal destrier discendea. Prima le zanne Divolse al mostro e di là venne e poi {{R|80}}Lavò in un’onda la persona e il capo. :Quivi, piangendo, si gittò prostrato Sul duro suol, dinanzi a Dio vincente, Che Iddio soltanto su l’orrendo mostro. Sul lupo di Faskùn, tanta vittoria {{R|85}}Avoagli data. E disse poi: Lohraspe E Zerìr ironeroso ecco! mostraronsi </poem><noinclude></noinclude> hxx4pb1u2632gegeh0onybs7jy7ixkh Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/69 108 1014146 3895325 3892233 2026-09-06T08:55:59Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895325 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 66 —|}}</noinclude> <poem> Nulla si accolga in sen fuor che prudenza! Or io ti chiederò, ma tu rispondi Con verace parola, e se davvero Sei tu saggio e prudente, una maligna {{R|100}}Voglia nel petto non blandir. Non era, Non era un dì cotesto vampo in tutta La greca terra, ed umile e sommesso Il vostro imperator de’ regi nostri Stava dinanzi a potestà sovrana. {{R|105}}Or però di tributi in ogni terra Ei manda un esattor, trono ei dimanda E sovrano poter. Così quel forte Che fu signor de’ Khàzari a la terra Con regia potestà, gagliardo, amante {{R|110}}D’aspre tenzoni, Ilyàs, captivo ei rese E di ceppi gravò con l’ampio esercito. Chi dunque gli mostrò di questa sua Brama di gloria il periglioso calle? :Rispose il messaggier: Signor prudente, {{R|115}}Dei Khàzari a la terra andai pur io Di tributi esattor. Fatiche assai In quell’ufficio m’ebbi allor, nè alcuno In questa guisa, come fai, m’inchiese. Ma sì mi fece le accoglienze oneste {{R|120}}L’iranio sire, che non vuolsi in alto La cervice levar dinanzi a lui Per dir menzogna. Un cavalier gli venne Testè d’accanto, qual da le foreste Trae di sua man feroce belva. Ei ridesi {{R|125}}D’ogn’uom valente in giorno di battaglia. De’ banchetti nell’ora un colmo nappo Chiede per sè. Davver! che nell’assalto Occhio mortale un cavalier non vide A lui pari giammai, non a la caccia, {{R|130}}Non al convito. A lui l’imperatore Diè la sua figlia più pregiata e adorna, </poem><noinclude></noinclude> t36mv7f0webh83qovgb709ng45kg5c8 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/73 108 1014150 3895196 3892237 2026-09-06T05:21:42Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895196 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 70 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> {{R|240}}Nella sua mente, le parole sue Quali ei gittò, non son che la celata Ad altri verità. — Ma il giovinetto Di re Lohraspe al greco imperatore Il messaggio ridisse: Ecco! se il giusto {{R|245}}Da giustizia rivolse a dietro il capo, Io farò sì che mio soggiorno eletto Grecia diventi e basti, in suol d’Irania De’ miei non molti abbandonando. Tu, Signor di Grecia, esci di qui, comanda {{R|250}}L’assalto a’ tuoi, che, poi che udisti, indugi Non voglionsi da noi. Non è Urania De’ Khàzari la terra e non son io Ilyàs codardo, per che tu la fronte Possa tanto levar su quella gente! :{{R|255}}Or io distenderò sempre la mano, Rispose il greco, a guerra far. Tu sei Un messaggier, perciò ritorna. Intanto Loco all’assalto qui farem noi pure. Zerìr illustre, come udì que’ detti {{R|260}}Del greco imperator, di tal risposta Dolente assai, non indugiossi a lungo. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|XII. Ritorno di Gushtàsp nell’Iran.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1062-1064).}} <poem> :L’imperator come levossi, in questa Guisa disse a Gushtàspe: A che lasciata Nel tuo secreto hai la risposta? — Disse Prence Gushtàspe a lui: Pria d’esti giorni, {{R|5}}Quand’io mi stetti appo l’iranio sire, Di quel monarca il popolo gagliardo E l’esercito ancor di mia prodezza Erano consci. Or meglio fia se a loro </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> 4zeanjxga6ba0etxscm619lgcl2hwmc Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/84 108 1014161 3895190 3892247 2026-09-06T05:11:56Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895190 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 81 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> Fu detto Isfendïàr; l’altro si disse Beshiitòn valoroso, un uom di spada, {{R|55}}Celebrato signor, d’oste nemica Sgominator valente. Or, poi che l’ampia Terra così fu sottomessa al nuovo Iranio sire, ei volle ancor mostrarsi Qual novello Fredùn. Grado maggiore {{R|60}}Davangli tutti i re, stavangli innanzi Tutti amici di cor, se pur ne togli Principe Argiaspe, del turanio suolo Imperator, chè stavangli dinanzi I Devi in piè si come servi. Ei solo {{R|65}}Grado maggior dargli non volle, ei solo Non volle udir gli ammonimenti suoi. Che se udir non volea savie parole, N’ebbe catene poi. Toccar volea Dall’iranio monarca alto tributo {{R|70}}Ogn’anno, ei sì. Ma perchè mai tributo A principe invïar ch’è pari in grado? </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|II. Venuta di Zerdusht.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1060-1068).}} <poem> :Come stagion passò non lunga, un albero Apparve in terra. Da l’intima stanza Di re Gushtaspe fino all’erme torri L’arbore altero si sospinse e molti {{R|5}}Rami portò, molte radici. Eletti Consigli e prieghi eran le foglie sue. Era il frutto saggezza; or, chi potria Morir di morte allor che di quel frutto Gustar potesse? De l’eccelsa pianta {{R|10}}Era il nome Zerdùsht, ei che stampava Fauste l’orme sul suol, che l’empio e tristo </poem><section end="s2" /><noinclude>{{smaller|{{PieDiPagina|{{Sc|Firdusi, V}}||6}}}}</noinclude> 333hxeod76cgqahjt4g6ghsivc2ds9d Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/97 108 1014174 3895191 3892260 2026-09-06T05:12:30Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895191 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 94 —|}}</noinclude> <poem> E ratto ed all’istante a sè da presso Volle Giamàspe; consigliero e guida Era costui di re Gushtàsp. Raccolse {{R|300}}Anche gli eletti dell’irania gente, I duci lutti, i sacerdoti, i prenci Di lunga esperïenza. I sacerdoti, Ei sì, chiamava, e fea recarsi il libro Del Zendavesta e sel ponea dinanzi; {{R|305}}Anche il profeta a sè chiamava e il suo Fedel ministro, e Zerìr, de’ suoi prodi Principe eletto. — Era Zerìr fratello A re Gushtàsp, d’armigeri signore, Duce dei prodi nell’iranio esercito, {{R|310}}E grado allor si avea di gran vassallo Dell’ampio regno, che fanciullo ancora Isfendïàr, di nobili destrieri Cavalcator, per quell’eccelso grado Era a quel tempo. Ma Zerìr dell’oste {{R|315}}Era principe, vigile custode Dell’opre tutte e difesa del mondo, A’ cavalier sostegno. Egli dai tristi Purificava l’ampia terra e sempre Dritta l’asta reggea nella battaglia. :{{R|320}}A’ principi, agli eroi, del seme iranio Ai più possenti, disse allor Gushtàspe: :Cotesto foglio m’inviò di Cina E di Turania il re, principe Argiaspe. :Ridisse allor le perfide parole {{R|325}}Quali scritte gli avea quel di Turania Inclito regnator. Deh! che si pensa In ciò da voi? soggiunse. Oh! che mi dite Qual esito di ciò? Deh! quanto è trista L’amicizia di tal che non ha possa {{R|330}}Di sapïenza in cor! Son io rampollo D’Eràg’ del seme eletto, e quegli è stirpe D’un figlio che nascea da gente addetta </poem><noinclude></noinclude> 26abcqei2z5c521fwgnyjx78oh0xgx5 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/98 108 1014175 3895192 3892261 2026-09-06T05:14:29Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895192 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 95 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> A magic’arti. Come dunque in mezzo Esser potrìa gioconda pace? Eppure {{R|335}}Io già n’ebbi pensier! Ma chi si gode Inclita fama, dica aperto innanzi A tutti, qui. — Ratto che disse il prence Queste parole, Isfendïàr e il duce Zerìr famoso trassero le spade {{R|340}}E gridâr fieramente: Ecco!, se alcuno Sarà nel mondo in ogni suo confine Che di profeta dignità non vegga In Zerdùsht, nè obbedisca a’ cenni suoi Chinando il capo, e s’ei non scende a questa {{R|345}}Dimora imperïal d’inclito sire, Nè come servo accingesi dinanzi A lui ch’é degno di tal seggio, e intanto Non riceve da lui la fede augusta Ch’è via diritta, non servendo a questa {{R|350}}Buona religione, al reo malvagio Dalla persona con l’acuta spada L’anima strapperem, quel capo abietto A un legno appenderem sublime in vista. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|IV. Risposta di Gushtàsp.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1073-1075).}} <poem> :D’Irania il duce, valoroso e forte Come leon feroce (il nome suo Zerìr gagliardo), così disse allora A quel signor dell’ampia terra: Assenso, {{R|5}}Inclito re, se tu men dài, risposta Al mago Argiaspe io sì farò. — Cotesto Piacque a sire Gushtaspe. Eh! via, gli disse, Levati adunque e gli rispondi e cenere Fa di quelli in Khallùkh suoi prenci accolti! </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> nx3h21hjqcyjwviv7h3idx08fuih5dx Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/99 108 1014176 3895296 3892262 2026-09-06T07:51:13Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895296 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 96 —|}}</noinclude> <poem> {{R|10}}Zerìr e Isfendïàr d’alto valore, E Giamàsp consiglier, nell’opre sue Inclito sempre, dal cospetto uscirono Del gran monarca tutti e tre d’un moto, Rugosi al volto per accolta rabbia, {{R|15}}Irati al core. Epistola per essi Fu scritta allora ad Argiaspe maligno, Ben di quella ch’ei scrisse e degna e uguale. Prence Zerìr la tolse in pugno e aperta, Com’era allor, se la recò, nè posevi {{R|20}}Alcun suggello. Andandone con essa All’iranio signor, nel suo cospetto Lessela, e re Gushtàsp meravigliava Di Zerìr sapiente, inclito duce E cavalier, stupìa del figlio suo, {{R|25}}Isfendïàr, e di Giamaspe. Allora Egli avvinse quel foglio e il nome suo Anche vi scrisse, e tosto i messaggieri Furon chiamati innanzi a lui. Si prenda Questo foglio da voi, disse Gushtaspe, {{R|30}}Si rechi al vostro re. D’oggi in avanti Mai non s’entri per voi nel lungo calle Che a me vi mena. Oh! se pei messi altrui Protezion da ogni periglio o danno Non comandasse il Zendavesta, voi {{R|35}}Sì scuoterei da questo sonno e vivi A un legno appenderei, perchè sapesse Lo stolido turanio innanzi al sire Non doversi di tanto ergere il capo. :Gittò quel foglio e disse: Il raccogliete, {{R|40}}Recatelo al Turanio, a le maligne Opere addetto di magìa, poi dite: «Già s’avvicina la tua morte, omai Alto bisogno del tuo sangue sparso E del tuo avello venne a noi. Colpita {{R|45}}Caggiasi omai la tua cervice e l’anima </poem><noinclude></noinclude> oyyyw3a5w6bhntsu54qiw4y4feasgnk Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/118 108 1014195 3895354 3892281 2026-09-06T09:48:08Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895354 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 115 —|}}</noinclude> <poem> Ala ordinata, e niun leon disciolto Osato avrìa movergli incontro. L’altra Ei dié a Gurgsàr, di cavalieri eletti Forte una squadra, centomila eroi, {{R|395}}E là, nel mezzo de le accolte squadre, Un drappello ordinò, splendido, eletto, Per affidarlo al tristo mago, ardito Nelle sue voglie, che Namkhvàst fra i prodi Nome recava. Ei pur con centomila {{R|400}}Trascelti cavalier, quali possanza Mostrata avean di guerra per il mondo, La retroguardia a custodir si pose Dell’oste sua, volgendo in ogni parte Lo sguardo attorno. Un figlio avea, guerriero {{R|405}}Di gran valor, che alta solea la fronte Recar fra le battaglie, esperto e illustre, Inclito cavalier, qual s’appellava Prence Kuhrèm. Sul capo suo già volti S’erano i fati, or lieti, or tristi; intanto {{R|410}}Il fea custode alle pugnanti schiere Argiaspe regnator, duce ordinante Il fea de’ suoi. Come passò la notte E venne il di̓, come splendette il sole, Luce del mondo, in sella a’ palafreni {{R|415}}Balzarono gli eroi d’ambe le schiere, E dal monte a guardar stava Gushtaspe. Come dall’alto dell’aerea cima Vide l’inclito re che già balzavano In sella i prodi, il suo Bihzàd richiese. {{R|420}}Quel suo negro destrieri veracemente Detto avrestù che somigliava all’alta Rupe di Bisutùn. Gittârgli i paggi La gualdrappa sul dorso, ed in arcioni Ratto saliva il principe guerriero. </poem> {{Rule|8em|t=1|v=1}}<noinclude></noinclude> 90v0v739e59kbhh0794x3fhqkfh1jlk Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/151 108 1014228 3895286 3892314 2026-09-06T07:41:24Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895286 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 148 —|}}</noinclude> <poem> Che se tu dormi, rapido ti leva, Se in piè tu sei, non indugiarti. — Il saggio Così partìa, recandosi l’epistola Del suo signor, passando le montagne, {{R|105}}Superando il deserto arido e nudo. :Isfendïàr in dilettosa caccia Era al deserto da que’ dì; una voce Dal deserto gli diede un de’ compagni, Aver mandato l’inclito signore {{R|110}}Giamàspe antico. Ed ei meravigliossi Quella voce in udir, crucciossi, eppure Sorrider volle. Quattro figli eletti Isfendïàr si avea, leggiadri in volto, Cavalieri in battaglia. Uno era detto {{R|115}}Belimèn e l’altro Mihr-i-nùs, il terzo Azer-afrùz, in Tus nudrito, e il quarto Nusli-azèr valoroso; era costui Sempre intento a levar del sacro Fuoco I templi arcati. Or, così disse al prence {{R|120}}Behmèn, inclito figlio: Il capo tuo Adorni, o padre, giovinezza eterna! Ma il mio padre e signor tale fe’ un riso, Che rinvenirne non poss’io la strada A intendere che sia. Dimmi, signore; {{R|125}}Perchè hai sorriso qui? Deh! perchè mai Al rider lieto ci chiudesti il labbro! :Rispose: O figlio, alcuno a me qui viene Del re nostro da parte in questo tempo! Ira ei si prese contro a me; quel core {{R|130}}Contro al suo servo s’aggravò. — Soggiunse L’incuto figlio: Oh! perchè mai? Che festi Contro al signor di nostra terra? — O figlio, Disse quel prence di regnanti, colpa Io non conosco in verso al padre mio. {{R|135}}Se non forse che in terra io la novella Fede insegnai, per tutto il mondo i sacri </poem><noinclude></noinclude> ni3zgu0oa9xa0elmd15cfw35bdlp8pv 3895287 3895286 2026-09-06T07:41:46Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895287 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 148 —|}}</noinclude> <poem> Che se tu dormi, rapido ti leva, Se in piè tu sei, non indugiarti. — Il saggio Così partìa, recandosi l’epistola Del suo signor, passando le montagne, {{R|105}}Superando il deserto arido e nudo. :Isfendïàr in dilettosa caccia Era al deserto da que’ dì; una voce Dal deserto gli diede un de’ compagni, Aver mandato l’inclito signore {{R|110}}Giamàspe antico. Ed ei meravigliossi Quella voce in udir, crucciossi, eppure Sorrider volle. Quattro figli eletti Isfendïàr si avea, leggiadri in volto, Cavalieri in battaglia. Uno era detto {{R|115}}Behmèn e l’altro Mihr-i-nùs, il terzo Azer-afrùz, in Tus nudrito, e il quarto Nusli-azèr valoroso; era costui Sempre intento a levar del sacro Fuoco I templi arcati. Or, così disse al prence {{R|120}}Behmèn, inclito figlio: Il capo tuo Adorni, o padre, giovinezza eterna! Ma il mio padre e signor tale fe’ un riso, Che rinvenirne non poss’io la strada A intendere che sia. Dimmi, signore; {{R|125}}Perchè hai sorriso qui? Deh! perchè mai Al rider lieto ci chiudesti il labbro! :Rispose: O figlio, alcuno a me qui viene Del re nostro da parte in questo tempo! Ira ei si prese contro a me; quel core {{R|130}}Contro al suo servo s’aggravò. — Soggiunse L’incuto figlio: Oh! perchè mai? Che festi Contro al signor di nostra terra? — O figlio, Disse quel prence di regnanti, colpa Io non conosco in verso al padre mio. {{R|135}}Se non forse che in terra io la novella Fede insegnai, per tutto il mondo i sacri </poem><noinclude></noinclude> p9xhndwwmub1edktwi71yeq3mpiddwe Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/185 108 1014262 3895193 3892349 2026-09-06T05:15:31Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895193 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 182 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> Era maestro, uno de’ suoi. Solleciti Vennero i fabbri e rilucenti maglie Composero e gli fêr l’armi di guerra. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|XVI. Andata d’Isfendyàr presso di Gushtàsp.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1116-1121).}} <poem> :Venne la notte ad Ahrimàn simìle Fraudolento e malvagio, e un suon di crotali Levossi dal Castel. Quivi adunaronsi Alquanti cavalieri, appo quel sire {{R|5}}Da l’eretta cervice. Ecco! più oscura Si fa la notte, e Isfendïàr si veste L’armi sue di guerrier, tutta dispone La sua partenza. Pria balzò in arcioni Al suo regale palafren, stringendo {{R|10}}Un ferro in man d’indica tempra. Ei quindi, Con Nush-azèr dalla superba fronte E con Belimèn, per la lontana via Ratto si pose a camminar. Giamàspe Eragli guida, consiglier di quello {{R|15}}Prence illustre Gushtàsp. Ratto che uscirono Da quelle mura del castello e scesero Pugnaci i cavalieri alla campagna, Volse la fronte al ciel quel capitano Di forti, Isfendïàr. Giudice vero, {{R|20}}Disse, di tutti noi, tu se’ del mondo Supremo creator nel tuo desire, Tu doni luce all’anima trafitta D’Isfendïàr! Ma se vittoria in questo Vicino assalto avrò, farò la terra {{R|25}}A sire Argiàspe dolorosa e angusta, Vendicando su lui prence Lohràspe, Vendicando su lui di tanti capi </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> fgg2uxu1eglborj4wb4lnb1tl4f2qas 3895288 3895193 2026-09-06T07:42:04Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895288 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 182 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> Era maestro, uno de’ suoi. Solleciti Vennero i fabbri e rilucenti maglie Composero e gli fêr l’armi di guerra. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|XVI. Andata d’Isfendyàr presso di Gushtàsp.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1116-1121).}} <poem> :Venne la notte ad Ahrimàn simìle Fraudolento e malvagio, e un suon di crotali Levossi dal Castel. Quivi adunaronsi Alquanti cavalieri, appo quel sire {{R|5}}Da l’eretta cervice. Ecco! più oscura Si fa la notte, e Isfendïàr si veste L’armi sue di guerrier, tutta dispone La sua partenza. Pria balzò in arcioni Al suo regale palafren, stringendo {{R|10}}Un ferro in man d’indica tempra. Ei quindi, Con Nush-azèr dalla superba fronte E con Behmèn, per la lontana via Ratto si pose a camminar. Giamàspe Eragli guida, consiglier di quello {{R|15}}Prence illustre Gushtàsp. Ratto che uscirono Da quelle mura del castello e scesero Pugnaci i cavalieri alla campagna, Volse la fronte al ciel quel capitano Di forti, Isfendïàr. Giudice vero, {{R|20}}Disse, di tutti noi, tu se’ del mondo Supremo creator nel tuo desire, Tu doni luce all’anima trafitta D’Isfendïàr! Ma se vittoria in questo Vicino assalto avrò, farò la terra {{R|25}}A sire Argiàspe dolorosa e angusta, Vendicando su lui prence Lohràspe, Vendicando su lui di tanti capi </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> ifpaw5kycwxf1mjd6y53qyyj89er37u Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/191 108 1014268 3895187 3892355 2026-09-06T05:09:10Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895187 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 188 —|}}</noinclude> <poem> Ch’io sia beato e di sorte vincente, A te darò. Da questo mondo in loco {{R|210}}Mi ridurrò di contemplanti asceti, Quant’io posseggo a te donando in pria. Isfendïàr così rispose: Oh! possa Compiacersi di me l’inclito sire! Seggio e corona e mio tesor fia sempre {{R|215}}Compiacimento che di questo servo Abbiasi il re. Ma bene ei sa, dell’ampia Terra signor, che quand’io scorsi il volto Di Gurèzm che si giace in mezzo al campo, Lagrimai su quel tristo e per la doglia {{R|220}}Aspra del cor del re tutto avvampai Subitamente. Or però tutta vassene La sventura di noi; son come lieve Aura per noi le intravvenute cose; Ed io, quando trarrò d’oggi in avanti {{R|225}}Della vendetta la lucente spada E scenderò di questo monte eccelso Giù da le rupi, non Argiàspe in vita Lascierò, non Kuhrèm, nè vo’ che intatta Resti la terra di Turania o il regno {{R|230}}Di Khallùkh e d’Ayàs, non quel di Cina! :L’ampio stuol degli eroi com’ebbe annunzio Ch’era scampato dalla rea fortuna Isfendïàr e da’ suoi ceppi gravi, Vennero a squadre nella sua presenza {{R|235}}Tutti d’un tratto, su l’aerea cima Della montagna. I principi e gli estrani Ed i congiunti suoi poser la fronte Al suolo innanzi a lui. Tutti fean voti Benedicendo e lui gridavan tutti {{R|240}}Inclito re vendicator. Rispose Isfendïàr, d’amica sorte lieto: :Incliti in guerra che agitate il brando, Traete omai dalla guaina i ferri </poem><noinclude></noinclude> g92nojzv1pwicsfzzk3mi04qivwzon3 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/196 108 1014273 3895342 3892360 2026-09-06T09:38:16Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895342 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 193 —|}}</noinclude> <poem> Figlio a Zerìr, Nestùr valente, un forte, Dinanzi a cui la selva disertava Ben che fiero un leon, si fea da destra {{R|15}}Il loco suo. Duce di forti egli era, Ordinator di sue falangi. Venne, Nitido come sol nell’Arïète, Gàrgvi pugnace da sinistra; innanzi Isfendïàr dell’ampia schiera andava, {{R|20}}Sospendendo all’arcion la ferrea mazza Dal capo di giovenca, e si tenea Prence Gushtàsp nel mezzo, ed era piena D’un odio contro Argiàsp l’anima sua. :Ma di rincontro le falangi sue {{R|25}}Anche Argiàspe ordinò, sì che da l’alto L’immenso campo non vedean le stelle, Tante eran l’aste e le lucenti spade Levate al ciel. Di serici vessilli Fu l’aria ingombra. Nereggiava intanto {{R|30}}Il medio loco dell’accolte genti Ov’era Argiàsp; da destra il valoroso Kuhrèm gli stava con timballi e trombe, Il sire di Gighil stavagli a manca, Da cui vigor togliea ne le battaglie {{R|35}}Un leon fero. D’ambedue le parti Voci echeggiar: Piglia tu questo! Tieni! Quando avventossi fra cotanti primo Isfendïàr valente. Allor che scorse La schiera immensa Argiàspe valoroso {{R|40}}E quegli eletti cavalier, discesi Con l’aste in pugno, scelse un collicello E sopra vi salì, tutto l’esercito In ogni parte a riguardar. Falange Era cotesta quanta alcun non vide, {{R|45}}Sì ch’ei trasse dal cor per aspro affanno Un sospiro dolente. Era quel core Alla vista feral de l’ampie schiere </poem><noinclude>{{smaller|{{PieDiPagina|{{Sc|Firdusi, V}}||13}}}}</noinclude> d8qemjvw3keyk50y5h64ib4vgbkxthx 3895347 3895342 2026-09-06T09:42:56Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895347 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 193 —|}}</noinclude> <poem> Figlio a Zerìr, Nestùr valente, un forte, Dinanzi a cui la selva disertava Ben che fiero un leon, si fea da destra {{R|15}}Il loco suo. Duce di forti egli era, Ordinator di sue falangi. Venne, Nitido come sol nell’Arïète, Gàrgvi pugnace da sinistra; innanzi Isfendïàr dell’ampia schiera andava, {{R|20}}Sospendendo all’arcion la ferrea mazza Dal capo di giovenca, e si tenea Prence Gushtàsp nel mezzo, ed era piena D’un odio contro Argiàsp l’anima sua. :Ma di rincontro le falangi sue {{R|25}}Anche Argiàspe ordinò, sì che da l’alto L’immenso campo non vedean le stelle, Tante eran l’aste e le lucenti spade Levate al ciel. Di serici vessilli Fu l’aria ingombra. Nereggiava intanto {{R|30}}Il medio loco dell’accolte genti Ov’era Argiàsp; da destra il valoroso Kuhrèm gli stava con timballi e trombe, Il sire di Cighìl stavagli a manca, Da cui vigor togliea ne le battaglie {{R|35}}Un leon fero. D’ambedue le parti Voci echeggiar: Piglia tu questo! Tieni! Quando avventossi fra cotanti primo Isfendïàr valente. Allor che scorse La schiera immensa Argiàspe valoroso {{R|40}}E quegli eletti cavalier, discesi Con l’aste in pugno, scelse un collicello E sopra vi salì, tutto l’esercito In ogni parte a riguardar. Falange Era cotesta quanta alcun non vide, {{R|45}}Sì ch’ei trasse dal cor per aspro affanno Un sospiro dolente. Era quel core Alla vista feral de l’ampie schiere </poem><noinclude>{{smaller|{{PieDiPagina|{{Sc|Firdusi, V}}||13}}}}</noinclude> pmljqddgtjydm7fence46gpf37d0t92 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/200 108 1014277 3895188 3892364 2026-09-06T05:10:45Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895188 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 197 —|}}</noinclude> <poem> Principe Argiàsp l’orrendo assalto vide, Tutto smarrissi per l’affanno, e il core In sen gli palpitò. Si volse e disse A’ prodi suoi: Dov’è Kuhrèm? Non veggo {{R|160}}A mano destra il suo vessillo. E dove È Kendèr, vincitor di belve in giostra E maestro di spada? I monti ancora L’asta sua superava e li vincea Ogni suo dardo! — Isfendïàr, risposero, {{R|165}}In fiero assalto con Gurgsàr discese; Ma il prode cavalier, maschio leone, D’Isfendïàr indomito e possente Fu preso dalla man. S’imbrunì tutta L’aria a l’intorno degli eroi pel brando, {{R|170}}E il vessillo di lui, che immagin porta D’agreste lupo, si celò. — Corruccio N’ebbe il core d’Argiàspe al caso strano, E un cammei dimandò, la via prendendo Che menava al deserto. Egli e i suoi fidi, {{R|175}}Sovra cammelli furibondi e ratti, Di là partìan, traendosi i cavalli Dietro a sè con la man. Così lasciava Il turanio signor nel vasto campo L’esercito de’ suoi, mentre fuggendo {{R|180}}Venia co’ prenci di Khallùkh munita Alle castella. Isfendïàr frattanto Levò tal grido che tremonne tutta L’ardua montagna; ei si dicea, voltato A’ prenci irani: Le guerresche spade {{R|185}}Non stringete così, fiacchi ed inerti, Nel pugno eretto, ma del cor, del sangue De’ rei nemici fatene guaina Alle fulgide lame, e pari al monte Fate di Kàren, per gli uccisi, il piano. :{{R|190}}L’esercito guerrier strinse le cosce All’ardue selle, e questa a quella squadra </poem><noinclude></noinclude> ffjwhjwwq5i16l9tyu34owwttxc0rni Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/216 108 1014293 3895345 3892380 2026-09-06T09:41:18Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895345 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 213 —|}}</noinclude> <poem> Festi a l’orride belve in questo campo, E mi sei tu possente guida in ogni Opra leggiadra. — Come giunse al loco L’esercito de’ suoi, come vi giunse {{R|205}}Ancora Beshutèn, come a quel loco Di sua preghiera elli vedean quel forte, Meravigliâr de l’arrischiata impresa Tutti que’ prodi, e si pensava intanto De’ guerrieri lo stuol: L’orride belve {{R|210}}Chiamerem lupi od elefanti in giostra Ardenti e furïosi? Oh! sempiterno Viva d’esto gagliardo il nobil core Con tal braccio e tal ferro, e nulla mai Il circondi quaggiù fuor che d’un regio {{R|215}}Trono l’onor con maestà! Grandezza Abbiasi e dignità, forza e giustizia! :Andâr gli eroi da’ nobili consigli Ed una chiostra all’inclito guerriero Alta elevar; ma doglia ebbe e rancura {{R|220}}Tristo Gurgsàr per quell’eroe preclaro E per le belve in tenzonar sì fiere. Aurea frattanto posero la mensa I valorosi e gustâr cibi e chiesero Vino giocondo. Isfendïàr fe’ cenno {{R|225}}Che innanzi a lui menassero i sergenti Gurgsàr captivo, ancor tremante, ancora Lagrimoso alle gote. E gli porgea Colmi tre nappi di giocondo vino Isfendïàr e l’inchiedea: Tu intanto {{R|230}}Che dici a me? qual’altra in questi lochi Meraviglia vedrò? — Così rispose Gurgsàr captivo all’inclito guerriero: :Inclito eroe, di leonino core Principe illustre, a tenzonar con teco {{R|235}}Alla seconda stazïon discendere Un leone vedrai; l’impeto suo </poem><noinclude></noinclude> c0rayql5fexbzupy6zxdkh50wunnvht Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/226 108 1014303 3895349 3892390 2026-09-06T09:44:22Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895349 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 223 —|}}</noinclude> <poem> E pel deserto. Vaga una fanciulla Dal volto di Perì, che a me facesse Di sua persona invidïabil copia, {{R|70}}Io ti cercava. Iddio, giudice e primo Di giustizia dator, me la concesse. Deh! questo cor, quest’alma intègra e pura L’adorino compunti! — Un colmo nappo Le porse allor di dolcissimo vino. {{R|75}}Odoroso di muschio, onde le gote Si facesser più vive e rubiconde. Ma intanto ei si tenea di puro acciaio Una catena. De la maga agli occhi Celata sì, ma pronta ei la tenea, {{R|80}}Quale un dì gliel’avea legata al braccio Zerdùsht profeta, a re Gushtàsp recata Di paradiso. Or, la gittava il prode Alla cervice de l’orrenda maga E di tal guisa, che vigor le tolse {{R|85}}Della persona. Si converse ratto In un fero leon la maga orrenda. Ma il valoroso a l’elsa della spada La man recando, Oh! tu non fai, gridava, Danno o periglio a me, non se di ferro {{R|90}}Eccelso un monte qui elevar potessi! Mostrami, quali son veracemente. Le gote, che davver! per questa spada A te verrà degna risposta. — Allora, Dentro a que’ ceppi, una corrotta e vecchia {{R|95}}E puzzolente donna si mostrava, Atra nel volto e come neve al capo Candida e al crine. Su la fronte un colpo Le sferrò di pugnal quell’animoso, E quel capo disfatto e la persona {{R|100}}Cadean travolti al suol. Morì la maga, E di tal guisa intenebrossi il cielo. Che occhio mortale si smarrìa nell’ombra. </poem><noinclude></noinclude> dhsmecuzccb7mopzad0g11nmxdejkgy Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/240 108 1014317 3895348 3892403 2026-09-06T09:43:26Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895348 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 237 —|}}</noinclude> <poem> Fu de la notte paventosa e scura Una vigilia, dal confln lontano Del deserto s’udì fragor confuso Ed improvviso. Il giovinetto sire {{R|5}}Alto sul palafren spiccossi allora E dal mezzo de’ suoi, primo di tutti, Rapido s’avanzò. Come più innanzi Le squadre sue quel principe condusse, Senza confine e senza fondo un’ampia {{R|10}}Riviera scorse, e un dromedario, quale Era pur dentro al vïaggiante stuolo, Da chi a guardia l’avea, sospinto innanzi, Primo ne l’acque s’affondò. La mano Stese ratta su lui l’inclito sire {{R|15}}E l’afferrò, dal limo de la sponda Il trasse con vigor. Temè il turanio, Nato in Cighìl, di cor malvagio e reo. :Isfendïàr quel misero e tapino Gurgsàr, dolente al cor, de’ piedi avvinto, {{R|20}}Fe’ cenno di menar. Dissegli: O stolto, O vile, e perchè mai, qual tristo serpe, Consiglio adopri traditor? Dicevi: «Acque non troverai per questi lochi, E la vampa del sol da l’alto cielo {{R|25}}T’arderà il capo». A che, lurido ceffo. Terra hai fatto de l’onde, e ai prodi miei Preparasti la morte? — E quei rispose: Dell’esercito tuo rapida morte Cara luce sarìa per gli occhi miei {{R|30}}Come la luna o il sol, ch’io, fuor che ceppi, Nulla m’ebbi da te. Bramar qual cosa Io ti dovrei fuor che periglio e morte? :Sorrise il prence e il riguardò. Stupore Egli ebbe sì di quel turanio ardito, {{R|35}}E mostrò l’ira sua, e disse ratto: :Stolto Gurgsàr! Che non sai tu che quando </poem><noinclude></noinclude> 0pc1r64mzv8p5n9eygzlfnblxp584m9 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/289 108 1014366 3895313 3892453 2026-09-06T08:35:03Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895313 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 286 —|}}</noinclude> <poem> Che ode il tuo nome, e in quel suo cruccio fiero Esanime non cada. Alcuno in terra Emulator non hai fuor che l’illustre Ch’è ricco di valor, di Zal progenie, {{R|135}}Che signoreggia di Zabùl la terra Fin ch’egli vive, e Bust ancora e Ghàsna E Kabùl montüosa. Il cielo ei supera Col suo valor, nè d’alcun altro in terra Minor si estima. Ond’è ch’ei si dilunga {{R|140}}Dal mio consiglio e dal comando mio, Nè piega al patto mio superbo il fronte. Egli era tuttavia quale uno schiavo Dinanzi a Kàvus re, vivea nel mondo Per re Khusrèv soltanto; e del mio regno, {{R|145}}Del regno di Gushtàsp, questa parola Osa gittar: «Novello serto ei vanta, Io l’ho più antico!» E non conosce in terra Emulo in armi, non di Grecia tutta, Non di Turania, non un figlio illustre {{R|150}}Di Persia nostra. E veramente udisti Che al tempo che a Lohràsp lasciava il trono E il serto re Khusrèv, mentre sul seggio Di bianco avorio gli spargeano i prenci Auro in gran copia, trista polve il tristo {{R|155}}Su quel trono gittò, sulla corona, Anzi il maligno, innanzi al re, signore Di tanti eroi, con risonante voce Osò gridar: «Sparger si dee di polve Quei che ha desio di proclamar Lohraspe {{R|160}}In Irania signor!» Poi che in tal guisa Rùstem favella, al cenno mio conforme, Conforme al voler mio, no, non cammina, E nasconde nel cor d’una vendetta Il germe contro a noi. Libero prence {{R|165}}Nel suo comando ei fa sè stesso. E allora Che in Balkh discese ed ogni nostra voglia </poem><noinclude></noinclude> n4f0cbmltrspvzs509r94q5qnps5h6y Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/311 108 1014388 3895290 3892476 2026-09-06T07:43:21Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895290 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 308 —|}}</noinclude> <poem> {{R|375}}Intento a favellar, si pose accanto Il suo fratello ancor, ma di que’ prenci Altri a sè non chiamò. Là s’apprestava D’un altro onàgro le arrostite carni, Che ad ogni volta eran coteste fiere {{R|380}}Suo cibo eletto, e vi spargea del sale E feale in pezzi e ne mangiava. Intento Stavalo a riguardar quel valoroso Behmèn dal capo eretto, e dell’onàgro Un cotal poco s’inghiottìa. Le cento {{R|385}}Parti ch’ei si prendea, non una ancora Uguagliavan di tante onde pasceasi Rùstem guerrier. Sorrise il forte e disse: :Ha questo seggio, per che cibo ei tocchi, Prence Behmèn. Ma se cotesto cibo {{R|390}}Hai tu soltanto su le mense tue, Come passasti per le fauci anguste De le sette avventure? E in guerra oh! come Puoi tu l’asta vibrar, se di cotesto Cibo t’appaghi, o nobil prence? — Disse {{R|395}}Behmèn allor: Chi vien di regia stirpe. Sia facondo in parlar, non sia di molti Cibi consumator. Parchi esser dènno I cibi suoi, ma lunga la fatica In aspra guerra, ch’ei si reca in mano {{R|400}}Ad ogni tempo l’alma sua. — Ne rise Rùstem e disse ad alta voce: Innanzi Agli uomini quaggiù valor guerriero Celar non vuolsi. — E un’aurea coppa intanto Empiè di vino, e ricordò beendo {{R|405}}Gli eroi più illustri e di Behmèn fra mano Pòsene un’altra e disse: Or tu di quale Hai più desìo, ricorda il nome e bevi! :Behmèn si sbigottì per quell’immensa Coppa di vino, e Zevàreh che in pria {{R|410}}Tacito stava, disse allor: Di regi </poem><noinclude></noinclude> t00nracz9m2s9ln0oy3r5qiicr10q1j Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/339 108 1014416 3895339 3892504 2026-09-06T09:35:39Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895339 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 336 —|}}</noinclude> <poem> E niun qui nega che quaggiù son molti {{R|40}}Quei che perdon lor via, pochi son quelli Che il diritto sentier serban costanti. E tu sei quello che dinanzi a’ miei Avi possenti, valorosi ed incliti E di nobile cor, con gli avi tuoi, {{R|45}}Stavi qual servo (non però da questa Parola mia vampo mi cerco), e allora Da’ reali miei padri il regno tuo Avesti in pria, tosto che ratto all’opre Del tuo servaggio t’affrettavi. Lascia, {{R|50}}Lascia ch’io dica ciò ch’è vero, e quando Una menzogna pur dicessi, mostrami Che sul vero puoi tu. Ma da quel giorno Che il seggio imperïal diede a Gushtàspe L’antico sire, per virtù, per quella {{R|55}}Fortuna mia, qui sono accinto, e quale Si dilungò da la diritta via Di nostra fede, trucidai, di Cina E di Turania alla palestra. E quando Per le parole di Gurèzm in ceppi {{R|60}}Il re mi pose e da’ banchetti suoi Mi discacciava, alta sventura incolse Per miei ferri a Lohràsp, quando sparia Quest’ampia terra sotto l’orde infeste De’ turanici eroi. Ma venne ratto {{R|65}}Qual messaggier, sotto guerresche spoglie, Giamàsp, gran sapiente, a quel castello Di {{Ec|Gundebàn|Gunbedàn}}. Quando mi vide in ceppi, Quando nel cor, nell’alma ei da pensieri Videmi afflitto, alcuni fabbri addusse {{R|70}}Che scioglier mi dovean dalle catene Gravose tanto. E poi che lunga e tarda Era l’opra de’ fabbri e questo core Avventavasi al brando, il cor nel petto Mi si serrò. Cacciai contro essi un grido </poem><noinclude></noinclude> 9iun83j7od1qfwecc3bq6tktyikoz16 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/344 108 1014421 3895283 3892509 2026-09-06T07:38:22Z Alex brollo 1615 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3895283 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 341 —|}}</noinclude> <poem> Mi stringeranno i ceppi tuoi? Deh! figlio, {{R|220}}Non far così; ma le parole ascolta Di me veraci, che Gushtàspe è avverso A quest’anima tua! Perchè costretto A lasciarti ei non sia l’inclito seggio, Fermo ti astrinse alla battaglia mia {{R|225}}E t’invïò. Ma tu, che il trono suo, La sua corona e l’elmo egli si porti Alla chiostra d’inferno o in ciel sublime Tra le nuvole fosche, attendi e spera. Al padre cui spiacea pel figlio suo {{R|230}}Il suo trono lasciar, scenda sul capo Di ferro un colpo! Il genitor che perde Con frode il figlio suo, qual truculento Lupo è davver, non padre. Onde, se vedi, Zal ti sarà di padre in loco, e basti, {{R|235}}Bastino a te di Rùstem battagliero La clava e l’ascia. Principe in Turania Ed in Irania ti farò, la mano, Dalla persona tua, d’ogni nemico Allontanando. Ma se pur t’è forza {{R|240}}Incatenarmi e niun da questo incarco Scioglier ti può, deh! sappi omai che il cielo A questa terra l’arco mio possente Puote inchiovar quando si tende e vibrasi Della pugna nel dì! Questo valore, {{R|245}}L’alto desìo con questa fama illustre, Io già m’avea quando Lohràspe in Siria Stavasi oscuro cavaliero, e i ricchi Tesori miei con questi campi ameni Io già m’avea quando Gushtàspe in Grecia {{R|250}}Stavasi il ferro a martellar. Ma tu A che ti vanti d’esta gran corona Di re Gushtàsp, del seggio e de’ monili Di Lohràsp regnator? Se alcun ti dice: «Rùstem tu corri a incatenar», ben sappi </poem><noinclude></noinclude> kcij36k3dxt86k3mvarnmuleez6vw0u Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/350 108 1014427 3895195 3892515 2026-09-06T05:19:42Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895195 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 347 —|}}</noinclude> <poem> Non t’esaltar così. Vanne al tuo albergo Ad apprestar del giorno di domani La gran faccenda. Tu vedrai che tale {{R|70}}Nelle file son io tra l’armi in guerra, Quale pur son fra giovani coppieri E colme tazze. E certo in campo d’armi Resistermi non puoi; però tu ascolta Il mio consiglio ed a l’assalto mio {{R|75}}Non t’affrettar, che ben vedrai possanza Maggior di mie parole; il cruccio, in questo, Di me non ricercar. Per quel ch’io parlo. Segui il consiglio mio, nelle catene Mettendo i polsi, a precetto conforme {{R|80}}Del nostro sire. Come poi discesi In Irania sarem da le castella Munite di Zabùl, là nel cospetto Entrerem di Gushtàsp, duce di forti. :Il cor di Rùstem colmo di pensieri {{R|85}}Si fe’ per doglia, e pari a trista selva Sembrò la vita agli occhi suoi. Se ai ceppi, In suo cor si dicea, stendo la mano, Ovver se ratto al suo periglio estremo Traggo costui, malvagie opre son queste, {{R|90}}Degne di biasmo, repugnanti a nobile Costume e triste e ree, che per suoi ceppi Si oscura il nome mio, dal trucidarlo Tristo fine m’attende. Oh! quale è dunque Arte sovrana in ciò, quale la via {{R|95}}Dell’ardua impresa? E pianger qui si dee Di ciò che far si dee, pianger di quanto Non lice oprar! Ma chi nel mondo intanto Trattiensi a favellar, del biasimarmi Vieta mai non farà l’opera trista. {{R|100}}Ma seguirà dicendo: «Ecco! uno scampo Rùstem guerrier non ebbe dalla mano D’un giovinetto, che in Zabùl entrava, </poem><noinclude></noinclude> 5bl76rafppiiw5ateg39zd6wlc5t1tv Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/375 108 1014452 3895299 3892540 2026-09-06T07:57:55Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895299 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 372 —|}}</noinclude> <poem> Non è lecito a noi, non è di prenci Dal capo eretto nobile costume. {{R|160}}E tu, malnato, a te provvedi; è giunto Ed è vicino il tempo tuo. D’un dardo Inchiovarti vogl’io ferme le cosce Di Rakhsh al corpo e confonder con esso Quale in vasello si confonde il latte {{R|165}}Con limpid’acqua, perchè d’ora in poi Non osino versar de’ regi il sangue Gli schiavi tutti! Che se resti vivo, Ti avvincerò coteste mani e al sire Ti recherò senza un indugio; ovvero, {{R|170}}Se cadi ucciso da le punte alate De’ dardi miei, ti piglierai castigo Dei dolci figli miei pel sangue sparso. :Da sì lungo sermon, Rùstem gli disse, Che viene a noi fuorchè de l’onor nostro {{R|175}}Alta iattura? In Dio confida, in Dio Poni la speme, ch’egli è guida a tutte L’opre leggiadre! — Così disse e pose Ben fermo Rakhsh, al loco suo splendente Sì come stella, e mandò grido il forte. {{R|180}}Di regi serti donator, per voglia Di sua vendetta. Preser gli archi i due. Presero i dardi in legno, e da la faccia Sparve del sole ogni splendor. Volarono Acri scintille da le punte avverse, {{R|185}}E trapassar le punte i rilucenti Usberghi al petto. Fu cruccioso il core D’Isfendïàr nella tenzon. Le ciglia Fieramente aggrottava. Allor che mano Egli all’arco poneva e alle saette, {{R|190}}Dalle sue punte non trovava scampo (Dubbio non era) alcun guerrier. Con quelle Freccie pennute che la punta aveano Adamantina, carta era ogni arnese </poem><noinclude></noinclude> 2fyovvozwt620ary4oe281ddhopcv7n Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/386 108 1014463 3895300 3892551 2026-09-06T07:59:04Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895300 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 383 —|}}</noinclude> <poem> {{R|125}}Come colui non vide alcun. Diresti Che senza vita è Rakhsh omai, gemente Per le punte mortali e doloroso. Isfendïàr venne alla terra nostra, Della guerra soltanto a le temute {{R|130}}Porte battendo. Nè domini ei cercasi, Non corona, non seggio; ei da la pianta Cercasi in un con la radice il frutto. :Risposegli il Simùrgh: Eroe famoso. Per cotesto non far trista e dolente {{R|135}}L’anima tua. Ma d’uopo è si mostrarmi Rakhsh generoso e quel gagliardo, eretta Che ha la cervice e regni dona ai prenci. :Zal a Rùstem, allor, de’ suoi qualcuno Ratto inviava a dir: «Leva te stesso {{R|140}}A tua difesa per un poco e intanto Comanda a’ tuoi che rechino dinanzi Al divo augello, senza indugi, il tuo Rakhsh generoso». — Come giunse al prode Cotesto invito, fino al monte ei trasse {{R|145}}La sua persona e Rakhsh. Quand’ei toccava L’aerea cima e vi scopria l’augello D’alma serena, così primo a lui Il Simùrgh si volgea: Nobile e ardente Elefante fra l’armi, oh! tanta doglia {{R|150}}Di chi t’avesti dalla mano? Assalto D’Isfendïàr perchè cercasti? in grembo A che togliesti le voraci fiamme? :Augel pieno d’amor, Zal rispondea, Poi che mostrasti a noi chiara ed aperta {{R|155}}La tua presenza, se non torna sano Rùstem guerrier, dove potrei pel mondo Cercarmi loco a riparar? Deserta Faranno del Sistàn la terra tutta I rei nemici, asil la renderanno {{R|160}}Di leopardi e di leoni, e tutta </poem><noinclude></noinclude> beryhbkik5qjdiprw9epk7uu4tdgi9g Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/390 108 1014467 3895311 3892555 2026-09-06T08:32:30Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895311 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 387 —|}}</noinclude> <poem> Pervenne il prode. L’aria ei vide oscura {{R|270}}Per l’ale del Simùrgh. Là, su la riva Quando giunse del mar, scese dall’alto Il divo augello che alta sorreggea La cervice, e ben tosto in quella terra De’ tamarici ei l’albero vedea, {{R|275}}Col vertice su in ciel. Su quella pianta L’augel si assise, nelle voglie sue Libero sempre, e disse al prode: Scegli Il più diritto ramo, e ne sia ’l vertice Alto fra tutti e sottile nel mezzo. {{R|280}}Morte d’Isfendïàr sta sotto ai rami Di questi tamarici, e tu leggiera Stima non far del nobil legno. Al fuoco Tu acconciamente il drizzerai; poi guarda E cerca se qui hai tu di ferro antico {{R|285}}Una cuspide forte, indi due punte V’adatterai con tre volanti penne. Della morte di lui che t’è nemico, I certi segni t’ho mostrati. — Allora, Come staccò de’ tamarici il ramo {{R|290}}Rùstem guerrier, si mosse da la spiaggia Per ritornarsi alla natia dimora, Al paterno castel. Per quella via Guidavalo il Simùrgh, per quella via Alto sul capo gli volava e intanto {{R|295}}Tai detti gli volgea: Quando l’assalto A dimandarti con maligna voglia Isfendïàr verrà, tu il prega intanto E giustizia gli chiedi, in niuna guisa Di men retto operar, per tristo vampo, {{R|300}}Alla porta picchiando. E forse indietro Alle parole tue dolci ed oneste Ei si trarrà, de’ tempi già vetusti Ricordandosi i fati, e che ben lunga Stagion tu se’ vissuto in questa terra </poem><noinclude></noinclude> 2xkaeddzn27qrmgwx6fotlwawe125q1 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/398 108 1014475 3895189 3892564 2026-09-06T05:11:17Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895189 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 395 —|}}</noinclude> <poem> Degna adunque non far questa mia colpa, Tu, supremo Fattor degli astri belli E de la bianca luna. — Allor che il vide {{R|225}}Tanto indugiar ne la faccenda grave, Poi che lento gli parve a la battaglia Rùstem guerrier, così gli disse il prence: :Rùstem fra l’armi celebrato, stanca È quest’anima tua de le battaglie. {{R|230}}Ma tu ratto vedrai quali son frecce Di re Gushtàspe, leonino core, E punte acute di Lohràsp guerriero. :Una freccia avventò su l’elmo fulgido Di Rùstem battaglier, quale da l’arco {{R|235}}Suole balzar d’un prode alto in arcioni. Ma Rùstem valoroso, ecco! su l’arco De’ tamarici la mortal saetta Dispose tale, quale aveagli appreso Ne la notte il Simùrgh. Dritta la spinse {{R|240}}D’Isfendïàr negli occhi, e in ombre fosche Per l’inclito guerrier s’avvolse il mondo. Con due punte di strali ei trapassava Gli occhi del sire, e tosto si spegnea Della vendetta la vivace fiamma {{R|245}}Appena ell’avvampò. L’alta persona, Qual agile cipresso, in giù piegava, E la mente ne uscìa, ne uscìan potere E sentimento. A capo in giù dall’alto Il re, fedele a Dio, precipitava. {{R|250}}Dalla man gli cadea quell’arco invitto Che Ciaci gl’invïò. Ma la criniera Del suo bruno leardo e il collo eretto Egli afferrava in sua caduta e rossa Si fea pel sangue suo del tristo campo {{R|255}}La fonda arena. Gli gridava intanto Rùstem feroce: La semenza rea Così menasti a recar frutti! Quello </poem><noinclude></noinclude> c3t3xpfsnyexxi4dueo068hcpm56alv Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/410 108 1014487 3895194 3892576 2026-09-06T05:18:58Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895194 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 407 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> Che ratto ch’ei fia re, del padre suo Isfendïàr si piglierà vendetta, Dopo la morte tua quest’ampia terra {{R|215}}Farà congiunta con l’iranio suolo Questo vindice eroe. — Non han possanza, Rùstem gli disse, contro a questo cielo Chi giusto pensa e chi mal pensa. Quello Che occhio di senno vede chiaro e il mio {{R|220}}Mi renderà nome caduto, scelsi Liberamente. Che se male un giorno Behmèn adoprerà, si dorrà poi Del suo destin. Ma tu, col tuo sospetto, L’occhio non vellicar della sventura. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|XIX. La bara d’Isfendyâr recata al re Gushtâsp.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1222-1226).}} <poem> :E fe’ comporre nitida una bara Tutta di ferro e stese un drappo fulgido Che di Cina venìa. Spalmò di pece Tutta del ferro la parete interna, {{R|5}}E su la pece sparse muschio eletto Ed agalloco misto. Ampio lenzuolo Fece all’estinto d’un cinese drappo Intesto d’oro, e piangea costernata L’inclita compagnia tutta a l’intorno. {{R|10}}Ma poi, com’ebbe ricoperto e avvolto Il bianco petto, Rùstem gli cingea Di bei turchesi una corona in fronte, E fermamente rinchiudeano a sommo Gli altri la bara. — Così uscia dal mondo {{R|15}}L’arbor felice di real semenza. Nato a portar giocondi frutti! — Allora </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> 29lp2twuhr5pno8egezolayec2hstvz Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/411 108 1014488 3895284 3892577 2026-09-06T07:38:58Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895284 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 408 —|}}</noinclude> <poem> Quaranta si scegliea forti cammelli Rùstem guerriero e pender fea cinesi Drappi lucenti dagli eretti dorsi. {{R|20}}Un de’ cammelli sotto stava all’arca Del morto sire e da manca e da destra Venian cammelli e dietro li seguìa L’esercito dolente. Ecco! ne andava Dinanzi ai prodi Beshutèn; reciso {{R|25}}Recava il crine de l’eretta coda E de le giubbe il nero palafreno Del morto Isfendïàr. Volti percossi Erano e crin divelti, ed ogni lingua Parlava del suo re, cercava ogn’alma {{R|30}}Il suo signor; ma riversata al dorso Recavasi il destrier la sella aurata, Da cui quella pendea clava tremenda Delle battaglie, e v’eran sopra l’elmo Inclito, la corazza e la faretra {{R|35}}E la tiara di lui che amò gli assalti. :L’esercito ne andò, ma si rimase Behmèn in terra del Zabùl versando Giù da le ciglia lagrime sanguigne Che dal cor si partìan. Seco l’addusse {{R|40}}Rùstem gagliardo al suo castello, e quivi Come l’anima sua dolce allevollo. :Da quella via, giunse novella intanto A re Gushtàspe. L’inclito signore Caddesi a capo in giù; tutte si svelse {{R|45}}Le vesti sue dal colmo petto, e quella Inclita fronte e la regal corona Giù toccarono il suol. Ma un suon di pianti Miseramente per le iranie ville Alto saliva, e l’ampia terra tutta {{R|50}}D’Isfendïàr del celebrato nome Fu piena intorno, e per l’Irania, ovunque La novella giugnesse, i re sovrani </poem><noinclude></noinclude> l7zb0050hpwkpihk3247qczmxonc6zv Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/415 108 1014492 3895285 3892581 2026-09-06T07:39:38Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895285 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 412 —|}}</noinclude> <poem> Nulla sai tu fuor che nell’arti ree Ammaestrar, dall’opre disertando Leggiadre e giuste e meditando il male. Seminasti quaggiù cotal semenza, {{R|165}}Che mal ne mieterai nel tuo secreto E di tutti alla vista. Un re sovrano Ucciso fu per le tue stolte ciance, Sì che de’ prenci la fortuna lieta Precipitando va. Del mal la via {{R|170}}Tu apprendesti al mio re, vecchio sleale E infausto a noi, che tu dicesti un giorno Che nella man di Rùstem glorïoso Di prence Isfendïàr stava la morte! :Disse, e sciogliendo a lamentar la lingua, {{R|175}}Tutti del morto eroe gli ammonimenti Ed i consigli ricordò. Svelava Principe Beshutèn quale in secreto Avea pensier, dinanzi al re del mondo, Con alte voci; anche ridisse come {{R|180}}Affidasse Behmèn l’estinto sire A Rùstem battaglier, tutto sciogliendo Dall’intimo del core ogni pensiero Che secreto vi stava. Oh! come udìa Prence Gushtàsp quelle parole, s’ebbe {{R|185}}D’Isfendïàr un pentimento in core! Ma poi che d’ogni prence e d’ogni illustre Fu libero l’ostel, venìan piangendo Bih-aferìd e Humày. Veniano al padre Percotendosi il volto e per la doglia {{R|190}}Dell’estinto fratel tutte svellendosi Le chiome al capo. Principe sovrano, Diceano a re Gushtàsp, tu della morte D’Isfendïàr non hai pensier! Ma primo Ei corse a vendicar Zerìr trafitto, {{R|195}}E liberò dal poderoso artiglio Di leon fero un ònagro, e vendetta </poem><noinclude></noinclude> l999w5aw8ybwxbm9b22woi1tsttnk31 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/422 108 1014499 3895323 3892588 2026-09-06T08:53:15Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895323 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 419 —|}}</noinclude> <poem> Smeraldi ornata, di coleste cose {{R|130}}Inclita copia al giovinetto sire Ei consegnò. Chi addusse i ricchi doni, Del prence al tesorier li abbandonava. :Ma per due stazïon scese con lui Il valoroso in quella via. Mandollo {{R|135}}Poscia al suo re. Del suo nipote illustre Come vide Gushtàspe il nobil volto, Le gote sue velaronsi di lagrime Che giù dagli occhi gli scendean. Tu sei, Dissegli allora, Isfendïàr novello, {{R|140}}Che a niuno in terra, fuor che a lui, nel volto Tu rassomigli! — E d’Ardeshìr col nome D’allora in poi lo designò, che forte Di cotal guisa lo vedea. Davvero! Ch’egli era un prode con vigor d’eroe, {{R|145}}Con mani atte a ghermir, prudente e saggio Adorator di Dio! Ma quando in piedi Egli si stava, sotto a le ginocchia Giugnea la punta de le dita sue Sopravanzando con la palma. Ancora {{R|150}}A prova il mise re Gushtàspe e intanto Sì ne osservava la persona eretta. Che veramente a la palestra, all’ora De’ suoi conviti e in romorosa caccia, Simile a Isfendïàr quel giovinetto {{R|155}}S’addimostrava. Nò Gushtàsp tranquillo Mai si restò per lui; dell’alma il sire. In contemplarlo, si struggeva. Ancora Ei si dicea: Mel die l’Eterno! Afflitto Io mi vivea, ma per l’angoscia mia {{R|160}}Dio mel donava. Deh! mi resti in vita Behmèn per sempre, or che perdeasi quello Diletto figlio mio, dal capo altero, Isfendïàr, che membra avea di ferro! </poem> {{Rule|8em|t=1|v=1}}<noinclude></noinclude> fna4qan6ye1vpmvhrf2cni38vuul2vf Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/450 108 1014527 3895197 3892617 2026-09-06T05:22:25Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895197 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 447 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> Di paradiso, gli concedi il frutto Del seme che gittò su questa terra. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|VI. Morte di re Gushtàsp.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1241-1242).}} <poem> :Da che finia dell’inclito guerriero L’età felice, recherò novella Storia qui innanzi. — Poi che de la sorte S’intenebrava per Gushtàspe il volto, {{R|5}}Giamàspe ei volle innanzi al trono e disse: D’Isfendïàr per l’opra dolorosa Tale impronta di duol m’ebbi nell’alma, Colpa del reo destin, che di mia vita Più giocondo non è limpido il giorno, {{R|10}}Ed io mi cruccio per cotesta sorte Vendicatrice. Dopo me, regnante Behmèn sarà, ma del secreto suo Fia Beshutèn conoscitor. La fronte Deh! non volgete voi dal suo comando {{R|15}}In altra parte, dal suo fermo patto Non dilungate, ma la via diritta Ciascun gli mostri. Egli è di regal seggio E di corona imperïal ben degno. :Porse a Behmèn de’ suoi tesori antichi {{R|20}}Le chiavi tutte, dal profondo petto Un sospiro traendo. Ecco! dicea, Giunge al suo fine ogni opra mia. Già supera L’onda il mio capo. Qui sedei per cento Anni e venti qual re, per l’ampia terra {{R|25}}Chi ugual mi fosse, mai non vidi. Or tu, Figlio diletto, poni in ciò tuo studio Ed a giustizia sii fedel! Se in opra Tu giustizia porrai, da ogni rancura </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> hvt0zv5aq0t0teoozjbqzwx9humsdlb Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/463 108 1014540 3895289 3892630 2026-09-06T07:42:45Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895289 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 460 —|}}</noinclude> <poem> Ed or, dispersi li tesori tuoi Andaron tutti e fu Destàn captivo E il figlio tuo di dardi acuminati {{R|155}}Sotto a una pioggia fu trafitto, in guisa Orrenda e fella! Questa età malvagia Occhio mortal non vegga mai! La terra Vedova resti di quel tristo seme D’Isfendïàr! — Ne giunse la novella {{R|160}}A Behmèn regnator, giunse a quel saggio Beshutèn pure. E fu costui d’affanno Pieno e di doglia per Rudàbeh e smorto A que’ lamenti de la donna antica Fu nelle gote, sì che disse al prence: :{{R|165}}Behmèn, novello re, come nel mezzo Di questo ciel risplenderà la nuova Candida luna, al primo albor tu traggi Lo stuol de’ tuoi da questi ermi confini, Che difficile e grave omai si rende {{R|170}}Il nostro stato. Ma da tua corona Lungi rimanga l’occhio de’ maligni, E tutta la tua età scorra beata Come di festa è il dì. Che qui s’arresti Alla casa di Zal, progenie illustre {{R|175}}Di Sam gagliardo, il re dei re, non bello È veramente. — Come al nuovo sole Di resina color presero i monti. Di timpani fragor sorse improvviso Dalla chiostra real. Trasse le schiere {{R|180}}D’Irania alle città subitamente Behmèn sovrano, di Zabùl le trasse De’ suoi gagliardi al natio loco. Quivi Ei riposò, sul trono imperïale Beato assise e governò la terra {{R|185}}Con giustizia ed onor. Monete ei porse Alla misera gente, e alcun per lui Lieto ne andava, e alcun misero e tristo. </poem><noinclude></noinclude> fycco7o8hfygetk42qvkt3l32xjh6k7 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/464 108 1014541 3895343 3892631 2026-09-06T09:40:14Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895343 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 461 —|}}</noinclude> {{Ct|c=t1|III. Nozze di Behmen Ardeshîr con sua figlia Humây.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1247-1248).}} <poem> Aveasi un figlio, domator possente Di leoni, Ardeshìr, ch’egli appellava Sasàn gagliardo; anche una figlia avea (Humày quel nome suo) saggia, avveduta {{R|5}}E sapïente; ma taluno ancora Chiamavala Cihrzàd. Beato il prence Era quaggiù per suo giocondo aspetto, E, ben che padre, l’impalmò per sue Virtù leggiadre, seguitando legge {{R|10}}Di quella fè che pehlevica appelli. :Humày, luce del cor, candida luna In ciel sereno, concepì dal prence Sì come avvenne, e quando furon sei Le lune scorse in ciel, piena d’angoscia {{R|15}}Fu la donna leggiadra e cadde infermo Prence Behmèn che sì la vide afflitta. Ma poichè nel suo duol precipitava A morte il sire, fe’ precetto allora Che Humày venisse a lui. Tutti raccolse {{R|20}}Li suoi magnati e i principi che lieta Avean la sorte, e la sua figlia pose De’ monarchi sul trono e così disse: :Costei, di corpo sì leggiadra e pura, Cihrzàd pudica, non godette assai {{R|25}}Di questa terra; ed io sì le accomando L’eccelso trono mio con la corona, Col drappel degli eroi, col mio tesoro, Con la fortuna mia grande e sublime. Ella quaggiù succeda a me, succeda {{R|30}}Qual nascerà da lei leggiadra prole </poem><noinclude></noinclude> c3mb086ddgr3qlcdi6jrtqeubmlddfj Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/495 108 1014572 3895298 3892662 2026-09-06T07:54:36Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895298 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 492 —|}}</noinclude> <poem> Avvenne allor che d’Arabi guerrieri {{R|60}}(Fûr centomila cavalier pugnaci. Usi l’aste a vibrar) stuolo si mosse, E Shoàyb n’era il duce, un uom fomoso Di Kotèyb della stirpe. E sì voleano D’Irania antica sollevar la polve {{R|65}}Negra a le stelle e conquistarne il trono E la corona col valor. Drappello Menava allor d’Irania il prence, quale, Dicean le genti, non poteasi in niuna Guisa contar. Le due nemiche schiere {{R|70}}Incontraronsi alfin, sì che la terra Parve deserta e abbandonata e trista Per tanti eroi pugnaci. Ecco! già il suolo Più non sostien quell’infinita schiera E per quel campo non rinvien passaggio {{R|75}}Chi vi cammina! Al piover de le freccie, Al tempestar de’ giavellotti, il suolo Si fa pel sangue qual profondo lago D’acque raccolte, e sorge in ogni terra Alterno un grido e vedono gli eroi {{R|80}}In ogni parte di trafitti un cumulo. :Per tre notti così, per tre giornate, Di tal maniera fu l’assalto e il mondo Angusto si mostrò per tanti prodi Ivi pugnanti. Al quarto dì, la fronte {{R|85}}Volser gli Arabi oppressi e in quella notte Abbandonâr de la battaglia il loco. Giacque Shoàyb ucciso in campo, e allora Degl’Arabi cadea la lieta sorte Tutta d’un tratto. De’ caduti eroi {{R|90}}Molti restâr sul desolato loco Palafreni d’Arabia (avean le selle Di ben compatto legno) ed aste molte Ed elmi e arnesi da far guerra, e al figlio D’Humày, sovrano, ciò restò de’ morti, </poem><noinclude></noinclude> rlxo4c0u7ckjacvbrjzjtiwq588vi2r Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/499 108 1014576 3895321 3892666 2026-09-06T08:51:06Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895321 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 496 —|}}</noinclude> <poem> E de’ balzelli e di quanto potea Di Grecia il sire sostener; ma poi Ambo in ciò convenìan che si torrebbe {{R|100}}L’iranio prence dal signor di Grecia, Ogn’anno sempre e di Mìhr ne la luna, Centomila in bell’or fusi e massicci Ovi lucenti ed una regal gemma Per ciascun di quegli ovi. Ogni ovo ancora {{R|105}}Pesar doveva oncie quaranta e tanto Le gemme ancora prezïose e belle. Ai principi di Grecia e a chi venia Da pingui campi e coltivati, eletti Doni spartiva Feylakùs; ma poi {{R|110}}A’ filosofi tutti entro al castello, A chi per que’ confini avea possessi, Alto fe’ cenno di schiudere un’ampia Novella via, sgombrando il cor da tutte L’altre lor cure. E si partir frattanto {{R|115}}Principi eletti, ognun con regi doni Da profondere al piè, con quella figlia Di gran monarca, ed apprestâr per lei Di fulgid’oro un palanchin, cercarono Ancelle e schiave e d’auro una corona. {{R|120}}Dieci cammelli di greci broccati Avean carche le some, e que’ broccati D’oro il fondo s’avean, formati in gemme I lor rabeschi; e v’erano trecento Some di drappi e d’ogni cosa eletta {{R|125}}Quale ai re suolsi offrir. Ma la fanciulla, La bella greca, d’ogni cor conforto, Stavasi dentro al palanchin. Sua guida Era un vescovo antico e un sacerdote, E venìan dietro a lei sessanta ancelle {{R|130}}E si tenea ciascuna entro la mano Un aureo nappo; entro quel nappo fulgide Eran gemme reali, ed incedea </poem><noinclude></noinclude> pg5y4q3qmbscsjcxp0zjjtheag0re6g Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/519 108 1014596 3895304 3892687 2026-09-06T08:01:30Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895304 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 516 —|}}</noinclude> <poem> Ei si parti dal contrastato campo, Da che aita non davagli dal cielo {{R|100}}Quest’almo sol, non questa luna! Quale È un turbine invasor, correagli a tergo Principe Sikendèr, molte preghiere A Dio facendo ch’è signor del mondo, E dinanzi al suo stuol grido frattanto {{R|105}}Sorgea così: Sudditi miei che vostro Sentier perdeste, non per me vi colga O rancura o timor, che i prodi miei Nulla a che farsi hanno con voi. Securi In vostre case ad abitar restate {{R|110}}L’alma affidando e la persona a Dio, Che veramente all’alma e a la persona Salvi a’ Greci sfuggiste, anche se pronte A spa-rger sangue fèste in pria le mani. :Questa com’ebber sicurtà da lui {{R|115}}Le iranie squadre, volsero le gote Inverso a’ Greci, e Sikendèr nel campo Scese dell’armi e radunò la ricca Preda all’intorno. La real dovizia Tutta ei spartì fra gli armigeri suoi, {{R|120}}E l’esercito suo per nuova foggia Uscìane adorno. In quel campo di guerra Stagion non lunga ei si teneano, e mentre Che riposava il greco re con l’ampia Schiera de’ forti, di Cihrèm giugnea {{R|125}}Prence Darà alla terra, ove di tanti Tesori suoi era la chiave. Incontro Venìangli tutti i prenci suoi; dolenti Veniano e pieni di cordoglio e affanno Che li struggea. Quando non vide il figlio. {{R|130}}Il padre lagrimò; pianse quel figlio Che non rivide il genitor. D’Irania Tutte l’ampie città furon di lai Ripiene a un tratto, e negli occhi de’ mesti Fûr come pioggia le cadenti lagrime. </poem><noinclude></noinclude> 7v716mbruahsbrzxa1gcx4gwa9uxw58 3895306 3895304 2026-09-06T08:28:54Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895306 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 516 —|}}</noinclude> <poem> Ei si parti dal contrastato campo, Da che aita non davagli dal cielo {{R|100}}Quest’almo sol, non questa luna! Quale È un turbine invasor, correagli a tergo Principe Sikendèr, molte preghiere A Dio facendo ch’è signor del mondo, E dinanzi al suo stuol grido frattanto {{R|105}}Sorgea così: Sudditi miei che vostro Sentier perdeste, non per me vi colga O rancura o timor, che i prodi miei Nulla a che farsi hanno con voi. Securi In vostre case ad abitar restate {{R|110}}L’alma affidando e la persona a Dio, Che veramente all’alma e a la persona Salvi a’ Greci sfuggiste, anche se pronte A sparger sangue fèste in pria le mani. :Questa com’ebber sicurtà da lui {{R|115}}Le iranie squadre, volsero le gote Inverso a’ Greci, e Sikendèr nel campo Scese dell’armi e radunò la ricca Preda all’intorno. La real dovizia Tutta ei spartì fra gli armigeri suoi, {{R|120}}E l’esercito suo per nuova foggia Uscìane adorno. In quel campo di guerra Stagion non lunga ei si teneano, e mentre Che riposava il greco re con l’ampia Schiera de’ forti, di Cihrèm giugnea {{R|125}}Prence Darà alla terra, ove di tanti Tesori suoi era la chiave. Incontro Venìangli tutti i prenci suoi; dolenti Veniano e pieni di cordoglio e affanno Che li struggea. Quando non vide il figlio. {{R|130}}Il padre lagrimò; pianse quel figlio Che non rivide il genitor. D’Irania Tutte l’ampie città furon di lai Ripiene a un tratto, e negli occhi de’ mesti Fûr come pioggia le cadenti lagrime. </poem><noinclude></noinclude> c2caudgimj3jmqkamzcy2vbwd1np44a Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/535 108 1014612 3895351 3892703 2026-09-06T09:45:34Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895351 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 532 —|}}</noinclude> <poem> Queste parole: Inclito re, deh! temi Iddio signor, giudice eterno! L’orbe Dell’ampia terra e il fato ancora Iddio Creava un giorno e ciò che far possiamo,. {{R|215}}Ciò che far non possianm, creò pur anco. Abbi in custodia i figli miei con quelli Che congiunti mi son, con le fanciulle Velate al viso, vincolo dolcissimo Un tempo a questo cor. Ma tu frattanto {{R|220}}Chiedi, prence, da me la figlia mia, Intatta e pura, e poi la guarda in trono Con la pace del cor. La madre sua Nome le diede Roshanèk e il mondo Per lei soltanto ella rendeasi al core {{R|225}}Lieto e beato. Ma parole acerbe Alla mia figlia non dirai, non biasimo D’uomini tristi soffrira’ per lei, Ch’ella nutrita fu soltanto un giorno Quale sposa di re, per ch’ella fosse {{R|230}}Per sua eletta virtù corona ai prenci D’inclito nome. Deh! veder tu possa Figlio illustre da lei, che qui rinnovi D’Isfendïàr la gloria e appresti e avvivi Il fuoco di Zerdùsht, prendasi in mano {{R|235}}Il Zendavesta e il lieto augurio guardi E la festa di Sàdeh e l’onor prisco Del primo dì dell’anno giovinetto E i delubri del Fuoco, Ormùzd pur anco E il fausto giorno ch’è di Mihr, e l’anima {{R|240}}Purifichi col volto in onda chiara D’alta saggezza! Ei sì ritorni a vita Di Lohràspe la legge e sovra l’orme Dei riti di Gushtàspe insista fermo, Prenci 1 prenci riguardi e servi i servi {{R|245}}E sia felice e di splendor circondi Religïon di Dio! — Di nobil core </poem><noinclude></noinclude> ggk9uhe7r9nfu3hxztv6g2aaf9059s5 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/546 108 1014623 3895292 3892714 2026-09-06T07:45:59Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895292 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 543 —|}}</noinclude> <poem> {{R|95}}Inclito nome. Che se vieni, o bella, Il gineceo, le stanze mie riposte A rimirar, la dolce mia regina Sarai tu sola, d’ogni regal donna La prima tu, degna d’un trono, luce {{R|100}}Di regal maestà, d’inclito nome E di sorte propizia. Anche inviai Alla tua madre un foglio mio, perch’ella, In quella guisa ch’è di te più degna, Qui a me ti mandi, nel real costume {{R|105}}D’una figlia di re, ti precedendo Il sacerdote d’Ispahàn con tutte Le ancelle addette alla corona tua, Con gli elefanti e i palanchini e quella Che ti diè il latte e ti nutrì di miele. {{R|110}}Nel nostro gineceo vieni tu adunque Con splendid’alma, che sarai di tutte Le regie donne ivi regina. Il cielo, Quest’alto ciel, si volgerà conforme Alle tue brame, da’ nemici tuoi {{R|115}}Lungi il tuo capo, lungi da perigli. :Un sapïente venne allor, qual nembo Rapido, a lei, del principe del mondo Tutte a ridir quelle parole oneste. :Ma Dilarày che le parole intese, {{R|120}}Trasse dal petto un profondo sospiro E lagrime di duol dagli occhi mesti Versò per Darà, che giacea sotterra. Ma poi chiamossi nel cospetto un suo D’epistole scrittor. Poi che versate {{R|125}}Ebbe dal ciglio per le guance smorte Alcune stille, acconcia una risposta Compose al foglio d’Iskendèr, notando Con mente eletta e con antico senno Alte parole. Benedisse a Dio {{R|130}}Primieramente, donator di pace, Di consiglio e virtù. Soggiunse poi: </poem><noinclude></noinclude> g1y1cgtz3cpilrnmn7ryzakommnx60o Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/547 108 1014624 3895334 3892715 2026-09-06T09:28:06Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895334 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 544 —|}}</noinclude> <poem> Da questo cielo roteante, donde E la pace e la guerra e lo scambievole Amor vengon quaggiù, chiedemmo noi {{R|135}}Ogni splendor per Dàra nostro e il suo Nome diletto su la nostra lingua Tenemmo ognora. Ma poichè suo tempo Volse a l’occaso ed il regal suo trono Della sua bara ne’ commessi legni {{R|140}}Si tramutò, quaggiù t’auguriam noi Lieta la sorte, potestà regale, E vittoria e grandezza. Anche vogl’io Che volga il mondo al cenno tuo conforme, Poi che non so quale s’asconda arcano {{R|145}}Sotto a bella parvenza. Udii pur quello Che a me dicesti con amor (deh! lieto Sia per l’anima tua quest’alto cielo!), Di quel sepolcro e dell’albero tristo E di Mahyàr, del castigo che il reo {{R|150}}Gianusiyàr toccò. Se alcun del suo Prence sovrano sparge il sangue, a lungo Dimorar non potrà su questa terra. Anche la pace mi chiedesti e molti Giorni passasti consigliando; eppure {{R|155}}Chieder non vuolsi da regnanti mai La servitù, nè di schiavo domandasi L’ossequio a prence. Ma poichè nel loco Di re Dàra sei tu, se cadde il sole, Tu qual luna se’ a noi che ci rischiara, {{R|160}}E se il destin ti scelse re, ben sai Che da consiglio del destin nessuno Osa torcere il capo. Or, poi che alcuno Di Roshanèk è fatto a noi ricordo, Sappi che il nostro cor lieto si fece {{R|165}}In cotesta tua brama. Ell’è tua ancella, Siam noi tuoi servi che umilïam la fronte Al tuo precetto e al tuo voler. Ti manda </poem><noinclude></noinclude> rm3ryuxgbw6h5k5dam127gg9tyn9972 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/550 108 1014627 3895335 3892718 2026-09-06T09:29:36Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895335 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 547 —|}}</noinclude> <poem> Suppellettili e d’or con mille fregi, Lungo ben molte parasanghe; e ancora Avean tappeti e vestimenta fulgide, {{R|50}}Drappi da sciorinar, pregiate cose Da gittarsi all’intorno. E v’eran anche Arabi palafreni aureo-bardati, Indiche spade con guaine d’oro, Elmi e gualdrappe, usberghi ancora ed ascie {{R|55}}In fulgid’or, clave pesanti e vesti Un dì tagliate ed altre intatte ancora, Di cui copia maggior nessuno in terra Vista mai non avea. D’ambra e di muschio Intatto e puro e d’aloè dovizia {{R|60}}Eravi ancor. Davver! che ogni nemico Toccavano livor! Dal regio ostello Altri appellava le fanciulle e tosto Apprestò venti palanchini e venti In fulgid’oro. Un palanchin pur anco {{R|65}}Eravi con valletti ed una regia Ombrella in alto, e in quello si compose Beata Roshanèk. Da quella reggia Di Dilarày fino a metà del lungo Sentiero, oh sì!, non eran che monete {{R|70}}Splendide e gemme e palafreni e molta Gente raccolta. Avean loro apparati Per quell’ampia città sospesi in alto. Piene le labbra di sorrisi, pieno Di vampo il cor. Ma fulgide monete {{R|75}}Spargean dall’alto su la regia ombrella Di finissimo drappo, anche da l’alto Mescean denari con intatto muschio. :Come le stanze penetrò del sire La vaga donna, Sikendèr alquanto {{R|80}}La riguardò. Mirò la sua leggiadra Persona e il portamento e la statura E il vago aspetto. Dir potevi allora </poem><noinclude></noinclude> gv05c2bumkhr6y1bgk74sbcye4o8pdj Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/557 108 1014634 3895352 3892725 2026-09-06T09:46:02Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895352 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 554 —|}}</noinclude> <poem> La proboscide sua dentro a quel loco {{R|190}}Si rimanea. Da chi risposta rende, Odi tu pronta la risposta. Il mondo In quella casa riconosci e un prence Irriverente verso a Dio signore Nell’elefante. Menzognero e ingiusto {{R|195}}È quel regnante, e nulla di sovrano Trovasi in lui fuor che di prence nome, Che vile egli è di cor, fiacco di membra, Precipitoso nelle voglie sue, D’anima fosca. Alfln, come a l’occaso {{R|200}}Volgerà il nome suo, tristo alla meta Vedrassi e gramo. Una corona e un seggio Vedesti poi, da cui discende tale, Tal altro monta per la sua fortuna. Il tristo mondo è pur cotesto, e quello {{R|205}}Egli innalza talor, rapido l’altro Talor tragge con sè. Terza vedesti Una nitida tela, e attorno attorno Di mente eletta quattro l’afferravano Uomini a gara; non rompeasi quella {{R|210}}Nitida tela al trar gagliardo e nulla Venia stanchezza in chi traea. Ma un giorno Un inclito verrà da quei deserti Campi d’astati cavalieri, uomo Santo e di nobil cor, pel qual di Dio {{R|215}}A quattro parti della terra intorno La fè si espanderà. Tu però intendi La fè di Dio nella composta tela, Quale per custodir, di trarla in atto, Quattro verranno. Un d’essi è quella prima {{R|220}}Religïon di chi venera il fuoco Ed è preposto a governar la villa, Quale non mal de le verbene il fascio Prendesi in pugno senza dir preghiera Fra i riti suoi. Religïone è l’altra </poem><noinclude></noinclude> 1e9v5sdwup1l9v1v6gin0txd8jfskdw Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/600 108 1014677 3895307 3892768 2026-09-06T08:30:07Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895307 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 597 —|}}</noinclude> {{Ct|c=t1|XI. Presa della rocca di re Feryân.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1314-1310).}} <poem> :Sikendèr, come letto ebbe quel foglio, Le trombe fe’ squillar, le sue falangi Subitamente via menò. Per quella Remota via trenta giornate ei scese {{R|5}}Camminando veloce, in fin che giunse A quel confin con le sue genti. Quivi, Feryàn di nome, era un sovrano e avea Tesori e squadre, e il suo comando attorno Si propagava in ogni parte. Avea {{R|10}}Superba una città con armi e arnesi, Di cui le mura a superar volando Le gru non aggiugnean. Colà menava Principe Sikendèr le genti sue Quel castello a espugnar, di cui su l’alto {{R|15}}Dell’alte mura spazïose e forti Passar poteva un cavalier. Fe’ cenno Perchè màngani quivi e catapulte E baliste recassero i guerrieri. Ed ei la rocca in sette dì prendea {{R|20}}Forte e superba, e penetrava ancora Con le sue genti valorose in quella Vinta città; ma tosto che v’entrava, Ei fe’ comando che nessun spargesse Nemico sangue. Di Keydàfeh allora {{R|25}}Stanza un figlio si avea tra quelle mura, Genero di Feryàn, che sì nel core Compiacenza ne avea. Data la figlia, L’inclita figlia sua, qual dolce sposa Gli avea quel sire, e la corona sua {{R|30}}Per favor di Keydàfeh in alto assai </poem><noinclude></noinclude> h976olwzlzsfgxu11458xwpdb4n039m Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/605 108 1014682 3895308 3892773 2026-09-06T08:30:50Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895308 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 602 —|}}</noinclude> <poem> Alberi d’ogni sorta e avean lor frutti, Ed erbe si vedean per la montagna Folte e virenti. Da quel monte ei scesero, Per l’aspro calle camminando, in quella {{R|20}}Ampia contrada ove sua stanza avea La regal donna. Come poi novella Ebbe del figlio suo Keydàfeh accorta, Porse l’orecchio, per quel figlio suo, Ampio ed intento, e sì gli venne incontro {{R|25}}Con molte squadre, con eroi famosi D’inclita sorte. Ma non tosto vide Della sua madre l’amoroso figlio Da lungi il volto, che discese a piedi E omaggio le prestò. Ch’ei ritornasse {{R|30}}Alto in arcioni fe’ comando a lui Keydàfeh allora, e in via con lui si pose. Nella sua man stringendone la mano. :Allora Keyderùsh ciò ch’egli vide, Ciò ch’egli udì, le raccontò, le gote {{R|35}}Pallide ancora, e quale di sventura Parte incoglieva la città munita Di re Feryàn, sì che nessuna traccia Di regal serto e di regal tesoro, E di corona e d’armigere genti, {{R|40}}Rimasta là non era. Oh! ma costui, Aggiunse poscia, che con noi sen viene. Mi liberò con la diletta sposa Da Sikendèr, di Feylakùs rampollo; Se no, che alla cervice mi colpissero {{R|45}}Comandava quel tristo e dentro al fuoco Ardesser poi questa persona. Intanto Ciò ch’egli vuol, tu gli concedi, o madre, Con molta cura, e per ciò ch’ei dimanda, Ogni impromessa tua non romper seco. :{{R|50}}Keydàfeh, come udì queste parole Dal figlio suo, tutto agitarsi il core </poem><noinclude></noinclude> c4ix5y7nuanfiquizz1o5f78uw464qy Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/627 108 1014704 3895324 3892795 2026-09-06T08:55:09Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895324 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 624 —|}}</noinclude> <poem> Scese Tinùsh dal suo destriero al suolo {{R|235}}Subitamente e diede un pianto e un bacio Su la terra stampò. Nella sua mano La man gli prese de la terra il sire In quella guisa che già detto avea, Quel suo patto fermando. Oh! di cotesto, {{R|240}}Disse, non darti alcuna cura, e pace Ridona all’alma tua, ch’io veramente Di vendetta desìo non ho nel core A te di contro. Quando in aureo trono Alta sedea la madre tua, la mano {{R|245}}Posi nella tua mano e dissi allora Veracemente: «Nella mano tua La man porrò del principe sovrano Dell’ampia terra in questa guisa». Or, ecco! Del patto mio compiesi il giorno! Bella {{R|250}}Non vien parola increscïosa e acerba Da un re quaggiù. Ma Sikendèr son io E tale era a quel dì. Vedi che tutti Apertamente i casi miei ti dissi; E Keydàfeh in quel dì, che di tal sire {{R|255}}Nella tua destra stavasi la mano, Chiaramente sapea. — Fe’ cenno allora Il greco prence a’ suoi valletti e disse: :Troni recate sotto a queste piante Che spargon fiori. — E comandò che apposte {{R|260}}Fosser le mense e musici e cantori Si chiedessero e vino. In bel desìo, Letiziando e giubilando, quivi Stetter que’ grandi fin che molta gioia Loro ebbe infuso il rubicondo vino; {{R|265}}E allora Sikendèr fece una vesta Degna di prence apparecchiar, di greci Panni e cinesi e pehlèvici ancora, E fe’ un dono a Tinùsh; oro ed argento Tra’ suoi compagni dispensò, cinture </poem><noinclude></noinclude> 2crh8la0z3nesv0h2my3hlbd7748cb3 Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/635 108 1014712 3895293 3892803 2026-09-06T07:47:49Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895293 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 632 —|}}</noinclude> <poem> :Iskendèr ne stupìa, sì che invocava In greca lingua Iddio signor; ma intanto, {{R|20}}Ecco! dall’acque sorgere un gran monte, Sì come il sol biondo e lucente. Ratto Un navicello Sikendòr cercava, Con gli occhi suoi per contemplar da presso Quel nuovo monte; ma de’ greci savi {{R|25}}Un disse al re: Non è su le profonde Acque un varco per te. Lascia che alcuno Che molta parte di saggezza vanti, Vegga quel monte in pria. — Trenta si assisero Tra Greci e Persi dentro al navicello. {{R|30}}Ma la montagna era un gran pesce, fulgido Nelle sue squame. Come accanto a lui Fu quella schiera di gagliardi, ratto Egli ingoiò la zattera veloce E sotto all’onde rapido scomparve. :{{R|35}}Di Sikendèr stupìan le schiere accolte Per tal prodigio, e ognun de’ valorosi Gridava il nome dell’Eterno. Al sire Un sacerdote disse allor: Saggezza Ottima cosa, e maggiore di tutti {{R|40}}È il sapïente su la terra. Vedi? S’ito ne fosse il re, se dentro all’acque Fosse perito, piena d’esti eroi L’alma or saria d’ineffabile angoscia. :Di là trasse l’esercito, e ben tosto {{R|45}}Lago novello si mostrò. D’attorno Erano canne come piante, e detto, Detto avrestù che di platani forti Eran tronchi. Grossezza avean di dieci Cubiti più d’assai, quaranta cubiti {{R|50}}Misurava l’altezza; e v’eran case Fatte del legno de le canne, e il suolo Sotto al gran peso s’affondava. Intanto Fra quelle canne soggiornar lung’ora </poem><noinclude></noinclude> 7oic86szxd8zo0l4b3c3b6lifwf30qv Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/658 108 1014735 3895353 3892826 2026-09-06T09:46:56Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895353 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 655 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> {{R|205}}Più si pentì chi nulla prese e volse Da tante gemme preziose il capo. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|XX. La barriera sulla via di Yâgiûg’e Mâgiûg’.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1342-1344).}} <poem> :Due settimane al solitario loco Rimase il prence, e com’ei fu d’assai Più riposato, le falangi sue Trasse più lungi. In Orïente ei venne, {{R|5}}Poi che la terra occidental per lui Era già vista, e fe’ consiglio in core D’andar vagando per la terra. Vide Eletta una città sulla sua via, Su cui, detto avrestù, nembo di polve {{R|10}}bufera non passa. Allor che un suono Di timpani venìa da l’ardue schiene Degli elefanti, i principi di quella Città lontana per due miglia al sire Vennero incontro; e il greco re che gloria {{R|15}}Cercavasi quaggiù, fe’ le accoglienze, Come li vide, e sollevò lor grado A questo sol che va pel cielo errando, E dimandò: Qual meraviglia è in questa Lontana region, di cui maggiore {{R|20}}Nato mortal non vegga alla misura? :Dinanzi al greco re sciogliean la lingua A lamentar con lui della fortuna I mutamenti. Grave cosa, ei dissero, È innanzi a noi. E la direm, del sire {{R|25}}D’invitta sorte nel cospetto. Noi Da questo monte che a le fosche nubi Leva la cima, pien d’affanno e duolo, </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> shkau4qmf7o4mwupp3qfvkugbn4yyps Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/693 108 1014770 3895291 3892861 2026-09-06T07:45:11Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895291 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 690 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> Di Khurra segnata, e dissero, e quel monte Tal risposta rendè: Perchè si a lungo {{R|100}}Tieni appo te de’ principi la bara? Ma d’Iskendèr il nobile sepolcro È là in Iskenderìa, quale nel tempo Ch’egli vìvea, si fabbricò egli stesso. :L’arcana voce come udì, ne andava {{R|105}}Quella gente guerriera, e da quel bosco Velocemente l’arca ei si portarono. </poem><section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|XXVI. Lutto per la morte di Sikender.}} {{Ct|c=t2|(Ed. Calc. p. 1359-1361).}} <poem> :Ebbe la gente di novella foggia Una contesa, là in Iskenderìa Come il re fu portato. E fu deposta In vasto campo quella bara, e tosto {{R|5}}Da confine a confin di alterne voci Fu ripiena la terra. Intorno all’arca S’adunaron colà, d’Iskenderìa Fra l’alte mura, pargoletti infanti. Uomini e donne, e allor, se di tal gente {{R|10}}Posto si fosse a numerar la copia Il geometra, più che a centomila Saria salito il computo verace. Il savio Arsitalìs dinanzi agli altri Stavasi quivi, e sopra a lui rivolti {{R|15}}Eran gli occhi di tutti lagrimosi. La mano egli ponea su quell’angusta Arca di Sikender. Sire, ei dicea, Devoto a Dio, dov’è la tua saggezza E il tuo consiglio e il senno tuo, se questa {{R|20}}Angusta bara è il tuo soggiorno? Al tempo Del viver giovinetto, agli anni tuoi Sì preziosi, a che per tuo giaciglio Scegliesti il nudo suol della tua tomba? </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> oc6szziw27925et00uf6z6r0cqibi3a Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/704 108 1014781 3895333 3872924 2026-09-06T09:25:11Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895333 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 701 —|}}</noinclude> {{Ct|f=200%|v=1|t=3|INDICE}} {{Rule|4em|t=1|v=2}} {{Ct|c=t01|Il re Lohrâsp.}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=I.|titolo=Principio del regno di Lohrâsp|pagina=''pag.'' {{Pg|5}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=II.|titolo=Ira di Gushtâsp|pagina=» {{Pg|7}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=III.|titolo=Andata di Gushtâsp in Grecia|pagina=» {{Pg|14}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=IV.|titolo=Nozze di Ketayûna e di Gushtâsp|pagina=» {{Pg|22}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=V.|titolo=Richiesta di Mîrîn|pagina=» {{Pg|28}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=VI.|titolo=Il lupo della selva di Fâskûn|pagina=» {{Pg|34}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=VII.|titolo=Richiesta di Ahren|pagina=» {{Pg|41}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=VIII.|titolo=L’impresa del dragone sul monte di Sekilâ|pagina=» {{Pg|46}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=IX.|titolo=Prodezze di Gushtâsp nella palestra|pagina=» {{Pg|52}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=X.|titolo=L’impresa di Gushtâsp contro Ilyâs principe dei Khazari|pagina=» {{Pg|57}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=XI.|titolo=Domanda di tributi al re Lohrâsp|pagina=» {{Pg|63}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=XII.|titolo=Ritorno di Gushtâsp nell’Iran|pagina=» {{Pg|70}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=XIII.|titolo=Sogno di Firdusi|pagina=» {{Pg|76}}}} {{Ct|c=t01|Il re Gushtâsp}} {{Ct|c=t1|1. Leggenda di Zerdusht e guerra con Argiâsp}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=I.|titolo=Ritiro di Lohrâsp a vita religiosa|pagina=''pag.'' {{Pg|79}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=II.|titolo=Venuta di Zerdusht|pagina=» {{Pg|81}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=III.|titolo=Rimostranze di Argiâsp|pagina=» {{Pg|85}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=IV.|titolo=Risposta di Gushtâsp|pagina=» {{Pg|95}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=V.|titolo=Mossa degli eserciti|pagina=» {{Pg|100}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=VI.|titolo=Consulto di Giâmâsp|pagina=» {{Pg|104}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=VII.|titolo=Battaglia fra Irani e Turani|pagina=» {{Pg|116}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=VIII.|titolo=Morte di Bîderefsh e fuga di re Argiâsp|pagina=» {{Pg|127}}}}{{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=IX.|titolo=Propagazione della fede di Zerdusht per Isfendyâr|pagina=» {{Pg|139}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=X.|titolo=Sospetti di Gushtâsp|pagina=» {{Pg|145}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=XI.|titolo=Riscossa di Argiâsp|pagina=» {{Pg|153}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=XII.|titolo=Osservazioni di Firdusi ai versi di Dekîki|pagina=» {{Pg|157}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=XIII.|titolo=Assalto di Balkh e morte di Lohrâsp|pagina=» {{Pg|160}}}} {{Vi|larghezzap=50|larghezzas=80|sezione=XIV.|titolo=Battaglia di Gushtâsp e sua fuga|pagina=» {{Pg|167}}}}<noinclude></noinclude> 7pd7whjxlr2qxn6o85lmpk9g75atath Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/706 108 1014783 3895310 3852157 2026-09-06T08:31:34Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3895310 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 703 —|}}</noinclude>{{Vi|larghezzap=50|largezzas=50|sezione=XVII.|titolo=Altro combattimento di Rustem con Isfendyâr|pagina=» {{Pg|388}}}} {{Vi|larghezzap=50|largezzas=50|sezione=XVIII.|titolo=Parole estreme e morte d'Isfendyâr|pagina=» {{Pg|401}}}} {{Vi|larghezzap=50|largezzas=50|sezione=XIX.|titolo=La bara d’Isfendyâr recata al re Gushtâsp|pagina=» {{Pg|407}}}} {{Vi|larghezzap=50|largezzas=50|sezione=XX.|titolo=Lettere di Rustem e di re Gushtâsp|pagina=» {{Pg|415}}}} {{Ct|c=t1|4. Leggenda della morte di Rustem}} {{Vi|larghezzap=50|largezzas=50|sezione=I.|titolo=Principio del racconto|pagina=''pag.'' {{Pg|420}}}} {{Vi|larghezzap=50|largezzas=50|sezione=II.|titolo=Nascita e inganni di Sheghâd|pagina=» {{Pg|422}}}} {{Vi|larghezzap=50|largezzas=50|sezione=III.|titolo=Morte di Rustem|pagina=» {{Pg|430}}}} {{Vi|larghezzap=50|largezzas=50|sezione=IV.|titolo=Funerali di Rustem|pagina=» {{Pg|437}}}} {{Vi|larghezzap=50|largezzas=50|sezione=V.|titolo=Punizione del re di Kabûl|pagina=» {{Pg|442}}}} {{Vi|larghezzap=50|largezzas=50|sezione=VI.|titolo=Morte di re Gushtâsp|pagina=» {{Pg|447}}}} {{Ct|c=t01|Il re Behmen Ardeshìr, la regina Humây, il re Dârâb, il re Darâ}} {{Ct|c=t1|1. Il re Behmen Ardeshìr}} {{Vi|larghezzap=50|largezzas=50|sezione=I.|titolo=Spedizione di Behmen contro il Sìstân|pagina=''pag.'' {{Pg|449}}}} {{Vi|larghezzap=50|largezzas=50|sezione=II.|titolo=Battaglia e supplizio di Ferâmurz|pagina=» {{Pg|455}}}} {{Vi|larghezzap=50|largezzas=50|sezione=III.|titolo=Nozze di Behmen Ardeshìr con sua figlia Humây|pagina=» {{Pg|461}}}} {{Ct|c=t1|2. La regina Humây}} {{Vi|larghezzap=50|largezzas=50|sezione=I.|titolo=Nascita di Dârâb|pagina=''pag.'' {{Pg|463}}}} {{Vi|larghezzap=50|largezzas=50|sezione=II.|titolo=Avventura del lavandaio|pagina=» {{Pg|466}}}} {{Vi|larghezzap=50|largezzas=50|sezione=III.|titolo=Riconoscimento di Dârâb|pagina=» {{Pg|475}}}} {{Vi|larghezzap=50|largezzas=50|sezione=IV.|titolo=Battaglie di Dârâb coi Greci|pagina=» {{Pg|478}}}} {{Vi|larghezzap=50|largezzas=50|sezione=V.|titolo=Riconoscimento di Dârâb da parte della regina Humây|pagina=» {{Pg|483}}}} {{Ct|c=t1|3. Il re Dârâb}} {{Vi|larghezzap=50|largezzas=50|sezione=I.|titolo=Fondazione di Dârâb-ghird|pagina=''pag.'' {{Pg|490}}}} {{Vi|larghezzap=50|largezzas=50|sezione=II.|titolo=Guerra con Feylakûs di Grecia|pagina=» {{Pg|493}}}} {{Vi|larghezzap=50|largezzas=50|sezione=III.|titolo=Nascita di Sikender|pagina=» {{Pg|497}}}} {{Ct|c=t1|4. Il re Dârâ}} {{Vi|larghezzap=50|largezzas=50|sezione=I.|titolo=Principio del regno di Darâ e di Sikender|pagina=''pag.'' {{Pg|500}}}} {{Vi|larghezzap=50|largezzas=50|sezione=II.|titolo=Spedizione di Sikender contro l’Iran|pagina=» {{Pg|504}}}} {{Vi|larghezzap=50|largezzas=50|sezione=III.|titolo=Battaglia fra Darâ e Sikender|pagina=» {{Pg|513}}}}<noinclude></noinclude> s2w1bgk6q48vml6tkazc8g3gwq9fcmo Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1888, VI.djvu/433 108 1015248 3895356 3893306 2026-09-06T10:18:46Z Alex brollo 1615 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3895356 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 428 —|}}</noinclude> <poem> Son cose vili innanzi a lui tesori {{R|220}}E monete quaggiù, questo messaggio D’India al prence ora invia, foglio regale In pehlèviche cifre e in bianca seta. :Shengùl, come ascoltò, chiese l’epistola Meravigliando per quest’uom famoso, {{R|225}}E poi che letto dell’iranio il foglio Ebbe l’inclito scriba, impallidirono Com’erba verde rapide le gote Di lui, di lui incoronato prence. :Uom tracotante in tue parole, ei disse, {{R|230}}Non t’affrettar nel tuo sermone e tanta Furia non concepir. Quel tuo sovrano La sua superbia qui disvela e questo Vïaggio tuo sì la dimostra. Intanto, Se d’India alcun dimandami tributo, {{R|235}}In ciò l’uom saggio non si accorda; e s’ei Di tesori favella appo sue genti E calpestar con nostro duol presume I campi e le città, sappi che i prenci Dell’ampia terra son le gru, che l’aquila {{R|240}}Cacciatrice son io, ch’ei veramente Son polve e ch’io son qui come un gran mare D’acque profonde. Con le stelle in cielo A guerreggiar non s’affatichi alcuno, Nè col ciel si cercò nato mortale {{R|245}}Tenzon di gloria mai. Del far parole E stolte e vane miglior cosa invero È la saggezza, che per fatui detti Stolto ti crede l’uom ch’è saggio. In voi Non è valor, non sapïenza, voi {{R|250}}Non terre avete, non città, ma danno È vostra sorte per l’imperïale Grado che avete. Ora da noi, per tutta Quest’ampia region, li miei tesori Stanno celati, e gli avi miei la mano </poem><noinclude></noinclude> lrqe4xythnshyj6hun0n89c30l6j9zg Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/14 108 1019184 3895128 3852462 2026-09-05T19:24:09Z Panz Panz 3665 3895128 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|x}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>universale, per contemplarlo in tutto l’immenso teatro de’ suoi fenomeni, delle cause di questi, delle leggi per cui sono questi diversamente modificati in tutta l’estensione dei secoli che abbracciano le molteplici sue fasi e che costituiscono, la sua personalità immortale. Nel primo modo insomma essa studia l’uomo nella sua costituzione fisica, intellettuale, morale, e nel secondo lo studia in tutti i suoi possibili prodotti scientifici, industriali, ne’ suoi sviluppi eudemonologici e nei secoli. Ma comechè sì l’uno che l’altro si giovino di vicendevole sussidio, il primo è meramente elementare, ed una più splendida dignità è solo del secondo. E per verità osserviamo a che generalmente si circoscriva l’ufficio del primo, e scorgeremo la filosofia intendere a nulla più che all’alfabeto della scienza: scorgeremo che ella si arresta quasi al limitare della scienza dell’uomo, poichè la compiuta nozione dell’uomo non consta solo di quella dei congegni della sua machina, delle funzioni, dei rapporti di questi congegni e nemmeno di quella del numero e dei vicendevoli rapporti di quelle potenze che svolgonsi dalla sua natura fisica, intellettuale e morale; ma sibbene della cognizione degli effetti di queste funzioni e di queste potenze sottoposte a tutte le relative loro possibili influenze modificatrici. Gettando pertanto lo sguardo sulla vita universale dei popoli non è più solo l’uomo individuo che ne si para al pensiero, ma l’uomo nel più grandioso aspetto che possa mai presentarsi allo sguardo del filosofo; l’umanità sviluppata. Quale spettacolo non offrono allora tutte le nazioni, tutti i secoli che concorrono a porgere quei sublimi prodigi delle arti e delle scienze che li fe’ splendide di gloria e di sapere non più siccome l’esclusivo retaggio di una nazione, ma bensì come l’opera di un solo immenso essere collettivo. Allora la dignità dell’uomo in tutta l’ampia sua luce risplende e grandeggia. Allora può l’uomo col linguaggio di un entusiastico orgoglio sclamare: ''Ecco l’uomo''. Allora ne sarà dato di scorgere come la natura, nell’egual modo che intromise fra gl’individui quella mirabile varietà di attitudini d’onde ne sorge quel tutto armonico nella sfera dei bisogni e dei mezzi a soddisfarli che tanto si ammira nell’ordine sociale, abbia contradistinto il carattere delle varie nazioni con facoltà loro proprie, affidandone il vario grado di sviluppamento, la maggiore o minore energia delle medesime alle influenze di clima, di suolo ecc. Allora penetrato l’uomo di un sentimento che lo dice cittadino del mondo, avranno tregua quelle municipali e nazionali rivalità che, coll’urto e riurto di città e nazioni fra loro, tanto fanno tempestose le età, sorgendone un vero e continuato suicidio sociale. . . . . Ma a dove ne leva un delirio del cuore! Aprendo i grandi annali dello spirito umano, divisando con qual magistero venga dalla natura governata l’economia universale dell’umano sapere, v’ha chi credette trovare indeclinabili argomenti a dimostrare il famoso principio presentito da {{AutoreCitato|Platone|Platone}}, e tanto da {{AutoreCitato|Giambattista Vico|Vico}} e seguaci suoi proclamato, che l’andamento cioè del progresso intellettuale elaborato nel segreto della meditazione di alcuni di eminente ingegno, non sia punto diverso da quello della coltura intellettuale delle nazioni. Credettero esistere nella vita politica e morale delle nazioni, tranne quella da Dio stesso illuminata e governata, gli stadii stessi che noi ravvisiamo nelle età dell’uomo individuo, d’infanzia cioè, di adolescenza, di pubertà, di virilità, di vecchiezza, decadimento. E perchè ciò? Perchè, dicon essi, nel mondo non esiste veruna potenza educatrice esteriore, ma tutto si compie per l’opera stessa degli uomini. E mentre l’uomo individuo cade nè più risorge a questa vita terrena, la vita intellettuale delle nazioni decade per risorgere, dopo un più o meno lungo letargo, a vita novella. I pochi semi che una tramonta civiltà lascia sempre qua e colà sparsi sulla terra, avvivati dal concorso di varie benefiche influenze, principiano grado grado a gettare i primi germogli; questi vigoreggiati dal tempo, vale a dire da mille arcani e providenziali combinamenti che solo ponno nella lunga estensione dei tempi svilupparsi, rampollano vigorose radici, mettono fiori, fronde e frutti, che indi di bel nuovo cadono per potere con perpetua vece a nuova vita e a nuova morte tornare. Ma a tali principii farebbe conflitto la storia di un gran numero di popoli e tribù rimasti sempre impotenti di civiltà, finchè loro non venne da altre nazioni importata. I principii poi della indefinita perfettibilità con tanto entusiasmo da alcuni proclamata, ne riempiono proprio di un inebbriante affetto lo spirito; ma gettiamo un solo sguardo profondo nel cuore umano, ed essi non sono più che fantasmi di una sognante filantropia. Se l’uomo è perfettibile, è altresì combattuto continuo da troppo possenti e indomite passioni, perchè la sua ragione possa riuscire su di lui quell’assoluto dominio che solo potrebbe guidare il suo perfezionamento ad un progresso continuato e indefinito, comprimendo il troppo prevalente istinto corrotto ed incostante. S’egli insomma è perfettibile, lo è solo quanto è mestieri lo sia pei fini eterni dell’autore della natura, che ha segnate all’uomo,<noinclude><references/></noinclude> d8jiqyebamkvonvau49ki4sglbqjgms Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/15 108 1019186 3895129 3852659 2026-09-05T19:24:39Z Panz Panz 3665 3895129 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE|{{Sc|xi}}||riga=sì}}</noinclude>e a tutte le nazioni la durata e le fasi della loro esistenza, con quelle leggi immutabili che misea presiedere segrete all’ordine si istintivo come artificiale di tutti i fenomeni umani. Vedremo noi però che se molti sono i secoli che la natura adopera a maturare e produrre quelle grandi cosmologiche rivoluzioni che mutano in gran parte la faccia della terra, di varii secoli mostra aver mestieri per maturare e sviluppare le catastrofi politiche ed i civili, letterarii e scientifici rivolgimenti. Essa lavora in segreto ed a lentissimi moti: tutte, per così dire, le sue potenze sono assorbite dal suo gran lavoro nella gestazione di quel grand’essere che l’organo esser debbe de’ suoi grandi operati. Sorgono di quando in quando questi enti privilegiati, i quali, colla forza prepotente del loro genio, guidano a loro talento le menti e le passioni dei popoli; improntano del loro carattere l’intellettuale criterio di queste, e fecondano le loro età di quei germi che gradatamente svolgonsi e figliano nelle età successive gli avvenimenti che sono le cause cooperatrici di quelli di molti secoli avvenire. Egli è evidente che noi qui diciamo di quei genii meramente scientifici che compiono la loro sublime missione indipendentemente da ogni politica influenza. Ma la providenza non si vale esclusivamente di sifatti mezzi per condurre le grandi sue crisi; essa affida bene spesso il ministero di queste a degli enti di ben altra tempra, ma non straordinarii meno. Volgiamo uno sguardo sul teatro delle apoteosate glorie umane, e uomini vedremo di veementi passioni e di un genio profondo sorgere qua e là nel tempo, che aggirati da una splendida chimera trascinano le nazioni allo sterminio fra loro. Vedremo gemere insanguinata l’umanità al passaggio di queste terribili meteore, ma vedremo non essere se non se allora che lo spirito umano spiega talvolta più rapidi i voli al progresso; non essere se non se allora che una nuova rigenerazione si sviluppa degli Stati e della società. Uno spirito generale d’innovazione svolgesi e domina il carattere di queste età, e riflettendosi gagliardemente nel pensiero del filosofo, dello storico, del poeta, dell’artista; lo commove, lo agita, lo sublima, e sorgono allora i capolavori dell’umano ingegno. In ben picciol numero troveremo noi scolpite siffatte crisi, ma, meditandole, vedremo quanto abbiano esse contribuito a condurre gli avvenimenti di ben sessanta secoli. Noi vedremo insomma tutto essere nell’universo mirabilmente coordinato, tutto essere nell’ordine dei tempi e delle cose una filiazione di conseguenti. Ecco perchè il presente dicesi figlio del passato e padre dell’avvenire. Noi siamo ben lontani dall’assurdo principio della fatalità, ma non puossi non ammettere una catena di umani pensieri dai primordii del mondo sino a noi che non è misteriosa meno, nè men grande di quella degli esseri fisici. E se alla sola divinità potrebbe esser dato di segnare la linea e divisare i punti con che, quasi per addentellato, si connettono le idee de’ primissimi pensatori con quelle delle presenti convinzioni, nulladimeno potremo noi sempre ravvisare questa relazione in generale; potremo in generale scoprire come i secoli abbiano influito sopra i secoli; le nazioni sopra le nazioni; gli errori sopra le verità; le verità sopra gli errori. Infine, cercando su questi grandi annali che cosa, e per quale impulso abbiano mai sempre operato ed operino gli uomini, strano spettacolo contempleremo di avvilimento e di eroismo, di orrore e di ammirazione, di vizio e di virtù, di tenebre e di luce. Vedremo tutti i fenomeni sottoposti all’influenza dei governi che imprimono loro un generale impulso progressivo o retrogrado; a quella delle leggi che servendo di freno dirigono le abitudini; a quella del commercio che tramesta la nazioni, i lumi e gli errori, i vizii e le virtù: a quella del clima e del suolo, forza latente ma non meno cooperativa: finalmente a quella della religione, una delle più possenti cagioni, che determina il vario grado d’incivilimento, il vario carattere di moralità, e che se, traviata, può talvolta fare di un uomo un bruto, può sempre, colla fede di un Dio supremamente perfetto, renderlo virtuoso e felice, e statuire i fondamenti su cui erigere indeclinabile l’edificio dell’umana sapienza. L’uomo quindi, a mente nostra, ben è continuamente perfettibile per la sua psicologica costituzione; ma dissentiamo che il suo perfezionamento sia fatale e indeclinabile. Ma se l’umanità continuamente si muove, se si sviluppa, qual è dunque la linea che esprime questo suo andamento? Vuolsi distinguere il muoversi dell’umanità nella sfera del bene morale ed eudemonologico dal movimento meramente intellettivo, e dalle corrispondenti forme esterne della Società. Nel primo caso l’uomo non può che correre a congetture, e neppure probabili; restringendosi al secondo, opiniamo che il sistema di un regresso periodico o un ritorno sui propri passi, ma non però identici, ma diversi in qualche modo dai primi, sia l’andamento naturale delle nazioni. In quanto poi alla Società dominala dal cristianesimo, ci accostiamo all’opinione che stabilisce muoversi questa per una spirale le cui rivoluzioni sempre più s’allarghino senza potersi assegnare all’ampliamento alcun limite necessario.<noinclude><references/></noinclude> mohhp5afcq6m1x9m2c8fc5itlgew0wp Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/16 108 1019187 3895144 3843824 2026-09-05T19:35:22Z Panz Panz 3665 3895144 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|xii}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude> {{Centrato|CAPITOLO I.}} {{Indentatura}}{{Sc|Epoca}} 1<sup>a</sup>, ''delle tradizioni'' mitologiche ''risguardanti le origini del mondo, dell’uomo e delle nazioni.''{{FineIndentatura}} {{Centrato|{{smaller|(dalla creazione al 2965 av. C.)}}}} L’origine dei popoli (nelle storie profane) si smarrisce nel buio dei secoli non altrimenti di quella di pressochè tutte le instituzioni sociali, religiose, e di gran parte delle scienze e delle arti le più strettamente connesse colle prime necessità della vita. Ma l’epoca primitiva d’ogni popolo, quale ne si rivela da antiche tradizioni, ha certamente dovuto esser dominata da instituzioni d’una forma assolutamente teocratica. E questo solo è forse il motivo per eui gli annali di ogni più antica nazione tutti mettono capo ad una cosmogonia; forse è in ciò solo la causa per cui i principii loro ne si mostrano involuti in quella strana moltitudine di miti, dai quali i cento e più sistemi dei simbolici eruditi non hanno per anco potuto evocare pur un lume di verità. Destituita siccome è la scienza umana di quella chiave d’interpretazione che sola potrebbe aprirci il linguaggio in cui quelle tradizioni ci parlano, essa fantasticherà sistemi, ma non arriverà pur mai a rimovere un lembo di quel velo in che si ravvolge a’ nostri sguardi quella mistica antichità. — Se, non ostante i numerosi interpreti che si successero da {{AutoreCitato|Proclo|Proclo}} a {{AutoreCitato|Victor Cousin|Cousin}}, è pur tanto inaccessibile alla nostra intelligenza la maniera con cui {{AutoreCitato|Platone|Platone}} applica le proporzioni armoniche alla generazione dell’anima del mondo nel suo ''{{TestoCitato|Timeo|Timeo}}'', non lo è certamente per una metafisica affettazione di quel filosofo, ma sibbene perchè non conosciamo noi le idee che le sue espressioni rappresentano, nè il rapporto di queste idee fra loro. Se taluno all’esempio di lui volesse oggidi ritrarre con forme poetiche il sistema dell’universo e che a tale oggetto si giovasse della legge di {{AutoreCitato| Giovanni Keplero|Keplero}}, di quella dell’accelerazione dei gravi di {{AutoreCitato|Galileo Galilei|Galileo}}, e di quella della gravitazione di {{AutoreCitato|Isaac Newton|Newton}}, non gli è vero che, ove le opere di Keplero, Galileo, Newton e le successive ad esse andassero smarrite o interamente dimenticate, non comprenderebbesi questo sistema meglio dell’anima cosmica di Platone? Tale è per appunto il caso per noi, riguardo al linguaggio con cui quelle antiche tradizioni ci tramandarono certamente la storia politica e civile delle prime umane famiglie. Ma se è per noi, per tale via storica, inesplicabile il modo con cui la primitiva umanità è venuta mano mano costituendosi in società, egli è però certo che l’opera della religione ha dovuto essere universale e lo doveva essere necessariamente; mentre essa non fu altrimenti che un universale linguaggio della natura loro propria, espresso bensì con differenti segni, differenti dogmi, simboli e riti, ma che ha un principio identico nella primitiva rivelazione; è dessa la voce inestinguibile di un sentimento che la Providenza fece istintivo e che fra i fenomeni morali i primi a svilupparsi nello spirito umano iniziato a civiltà, è di tutti per psicologica necessità il primo. È ben vero che attraverso alle molteplici modificazioni della carriera progressiva de’ popoli, bene spesso assume forme nuove e diverse, ma esso ha pur sempre un perpetuo ed identico principio nel gran quesito che ogni intelligenza perseguíta del ''come'', del ''quando'', del ''perchè'', banno esistito ed esistono gli uomini, la terra, i cieli. L’immaginativa umana volendo, per un connaturale suo bisogno raggiungere di tutto una causa, si è talvolta con sterminato volo sospinta perfino al di là del punto stesso in cui cominciarono i secoli, e datò gli annali del mondo da epoche che quasi confinano coll’eternità. Di qui la vantata antichità dei Persi, nei religiosi e letterarii monumenti dei quali voi avreste un Caimort che fino da 100,000 anni fa avrebbe dato origine alla progenie umana<ref>Vedi la Memoria di {{AutoreCitato| Vans Kennedy|Kennedy}} nelle ''Transazioni della Società letteraria'' di Bombay, circa la storia persiana avanti {{AutoreCitato|Alessandro Magno|Alessandro Magno}}, secondo i Musulmani.</ref>; in quelli de’ Caldei o Babilonesi voi andate ancora assai più oltre e, 480,554 anni fa, il mondo, popolato allora di mostri a forme e grandezze diverse, sarebbe stato governato da Omorca<ref>{{AutoreCitato|Charles de Brosses|Brosses}}, ''Memorie dell’Accad. delle iscrizioni'' tom. xxv, pag. 28.</ref>; volgetevi a’ Cinesi ed essi vi diranno essere stati governati da gran numero di principi per più milioni d’anni<ref>A Poancu, altrimenti Huentun, che, secondo essi, fu il primo uomo, succedettero Tien-hoang, Ti-hoang, e Gin-hoang. Tien-hoang ebbe 15 successori, Ti-hoang 11, Gin-hoang 9 che regnarono 18,000 anni ciascheduno; in tutto 594 mila anni. Tutto il rimanente di questa immensità di tempo è diviso in dieci ''Chi'' o periodi e riempiuti da gran numero di principi sino a Ten-tsao-sci; finalmente da Poancu fino all’epoca della morte di {{AutoreCitato|Confucio|Confucio}} (439 anni av. C.) trascorsero 276 mila anni secondo alcuni, secondo altri ne trascorsero 2,276,000, e secondo altri ancora 96,961,740.</ref>. Nè meno sterminatamente esagerate rinverrete le antichità de’ Giaponesi, che spingono i loro annali nientemeno che a 2,562,594 anni<ref>Nipu o Dai Itsi Ran ecc., ''Annali degli imperatori del Giapone'', tradotti dal giaponese-cinese da Ti-tsing, pubblicati con note e rettificazioni da {{AutoreCitato|Julius Klaproth|Klaproth}}: Vedine l’Introduzione.</ref>. I libri dei Bramini poi fanno risalire il regno del loro Brama a parecchi milioni<noinclude><references/></noinclude> 9rqs0pgtziky48a9b56nh45j95q05ny Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/17 108 1019188 3895148 3843777 2026-09-05T19:38:48Z Panz Panz 3665 3895148 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|xiii}}||riga=sì}}</noinclude>d’anni<ref> Gli Indiani ammettono quattro età del mondo che essi chiamano ''yuga''. La prima è detta ''krita-yuga'' e la fanno di 1,728,000 d’anni; la seconda ''treta-yuga'' di 1,296,000; la terza ''dvapara-yuga'' di 864,010 anni; la quarta ''kaly-yuga'' debbe avere 432,000; l’anno presente dell’era nostra volgare 1845 corrisponderebbe al 4946 del ''kaly-yuga'' indiano. Secondo questi calcoli l’esistenza del mondo conterebbe oggidi 3,892,926 anni. {{AutoreCitato|Johann Gottlieb Rhode|Rhade}}, ''Della filosofia e mitologia degli Indi'', p. 117; {{AutoreCitato|Quintin Craufurd|Crawfurd}}, ''Researches concerning the laws, theology ecc. of ancient and modern India''. Per ciò che riguarda le sterminate cifre su accennate, veggasi {{AutoreCitato|Jean Sylvain Bailly|Bailly}} ''Astron. ind. Hist. de l’astron. ancienne.''</ref>. Ciò che più evidentemente rivela la natura favolosa di queste tradizioni è il modo stesso con cui tali tradizioni vennero in quei libri conservate. Ogni cosa è vestita di un tal carattere mistico e religioso; ogni epoca è così costantemente dominata da forme simboliche, che non è chi non possa ravvisare in esse, anzi che il linguaggio della storia, i sogni beati d’una fantastica mitologia. Quindi, a modo di esempio, in tutto l’intervallo di milioni d’anni vantati dai Giaponesi voi non vedrete che spiriti celesti dominare la terra; non avrà principio, per così dire la loro storia umana che al 660 av. C.<ref>Secondo essi Ten-sio-tai-tsin il primo de’ semidei successi ai sette spiriti celesti che prima li governarono, e che considerano come il capo dei Dairi regnò 250,000 anni; il suo successore 300,000 anni; un terzo 318,000; un quarto 637,892; un quinto chiamato Ava-sedsu-no-mi-cottò 856,000 anni; sommate a queste immani cifre i 660 anni A. C. e vedrete come spicciamente i Giaponesi arrivano alla milionaria loro antichità.</ref>. Nè di un carattere meno mitologico è la cosmogonia degli altri popoli orientali ove se ne eccettui l’indiana, la quale fra tutte le altre dell’Oriente è quella certamente che maggiormente rivela qualche analogia con quella di Mosè. Infatti in amendue queste cosmogonie è un Dio unico eterno, che esiste per se stesso, immateriale, o per lo meno invisibile, ordinatore e regolatore padrone sovrano di tutte le cose. Ma se Manù concepisce Dio come distinto dal mondo, tuttavolta la sua nozione è già molto meno pura di quella di Mosè: poichè il Manava-Dharma-Sastra presenta il mondo come qualche cosa di preesistente, di coeterno a Dio, il quale non crea la materia, ma si l’organizza dopo averla cavata dal sonno e fatta capace di percepire. In questo Dio, il quale dopo avere compiuta l’opera sua, dispare assorbito nell’anima suprema, in cui alla loro volta dissolvonsi gli esseri animati, semplici forme di cui l’anima nostra si spoglia e si riveste successivamente, vi ha un qualche principio di panteismo. Ma se il cristiano scorge in questi principii un pervertimento già operato nella primitiva rivelazione, egli vi ravvisa però sempre altresì una gran parte di vero maravigliosamente conservato. In Manù come in Mosè, il primo stato delle cose erano il caos e le tenebre, la prima manifestazione del potere divino è la produzione della luce. In Mani come in Mosè tutto esce dal seno dell’elemento umido, e lo spirito di Dio ''nuota su le acque''. Nella Genesi è la parola di Dio che feconda; nel ''Manava-Dharma-Sastra'', Dio ''formò il cielo e la terra col solo pensiero''. Noi potremmo spingere più innanzi questo confronto e forse mostrare nei dieci Maharisci (''maha'' grande, ''risci'' santi) prodotti dal creatore di tutte le cose, quando è in desiderio di dare nascimento al genere umano, i dieci patriarchi anteriori al diluvio: Adamo, Seth, Enos, Caino, Malaleel, Jared, Enoch, Matusalem, Lamech e Noè. Ma questo confronto ci condurrebbe troppo lontani. Discendiamo più basso nei secoli e noi vedremo le cosmogonie andarsi sempre più discostando dai principii mosaici, ma sempre ravvolgere esse in forme mitologiche la spiegazione del gran problema della creazione. Quindi presso a’ Sidonii o Fenici che, secondo {{AutoreCitato|Sancuniatone|Sanconiatone}}, fanno risalire l’epoca della loro origine, e in un quella del mondo a 50,000 anni. Colp e Baan sono i primi esseri — Esone o il primogenito generò Genio o Urano, da cui uscirono i giganti, Cossio, Libano, Antilibano e Bratio. I loro discendenti Memrumo ed Ipsuramio, furono i primi Sidonii e gli antenati di Vulcano e di Titano che loro appresero le arti, la caccia, la pesca, l’agricoltura; da essi discesero Amino e Mago, padri di Misor e di Sidic ece. Ma guardate all’idea che di sotto a questi nomi apparentemente storici si occulta, e voi vi ravviserete bentosto la loro radice mitologica cominciando da Colp e Baan che non sono altrimenti che il vento e la notte: risalite all’origine di questi due enti, e voi ne scoprirete bentosto la loro vera natura. — L’aria tenebrosa, lo spirito dell’aria tenebroso ed il caos, erano i primi principii dell’universo. Infiniti esistettero gran tempo innanzi che limite alcuno li circoscrivesse; ma lo spirito animò questi principii, ne subbolli un miscuglio, e le cose vennero a coesione; nacque l’amore, e il mondo cominciò. Lo spirito non concepi già la sua generazione, ma mediante la coesione delle cose generò Mot. Mot è o il limo o la putrefazione d’una massa acquosa. Di qui l’origine di tutti i germi. Svilupparonsi animali privi d’organi e di sensi, i quali divennero col tempo esseri intelligenti, contemplatori del cielo; erano tutti sotto la forma d’un uovo. In seguito alla produzione di Mot venne quella del sole, della luna e degli astri. Dell’aria fatta umida dal mare e riscaldata dalla terra, ri-<noinclude><references/></noinclude> eipfzq9nsfmnpyrj6isz0eaas4sd0tl Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/19 108 1019190 3895150 3852469 2026-09-05T19:39:07Z Panz Panz 3665 3895150 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|xv}}||riga=sì}}</noinclude>mazia; Visnu, Siva e Brama nell’India, sono Amone, Fta, Cnef nell’Egitto, e via via l’identità medesima nelle altre divinità non pure, ma ben anco nella gerarchia stessa dei semidei. Se dalle tradizioni mitologiche risguardanti le origini del mondo e dell’uomo passiamo a quelle delle origini e delle instituzioni delle prime nazioni noi ci riscontriamo in un ammasso di non meno strane fantasie da ugualmente disperarne la critica dello storico e le induzioni del filosofo. I Bramini, i Giaponesi, i Cinesi, i Caldei, i Persi, gli Egizii, i Fenicii, i Belici, i Giuni dell’Arabia, i Telchini, tutti alla loro volta producono documenti tradizionali che farebbero ciascuno di essi gli autori delle prime nazioni instituite, ed institutrici delle altre. Ma egli è però indubitato che innanzi che le religioni dell’Oriente fossero portate nell’Occidente e nel Settentrione, i Celti empivano l’Europa, e gli Sciti occupavano quelle immense regioni che si allargano su le alture settentrionali dell’Asia. Forse nel tempo stesso che Taunac formava superiormente all’India ed alla Persia un impero nel Turchestan, costituivansi nelle isole dell’Asia tra gli Sciti ed i Celti, orde separate che assumevano nomi diversi, e tanto anticamente quanto gli imperi di cui conosciamo gli annali, cominciarono a formare masse di popoli e nazioni. I Mongoli, i Tartari, del pari che gli Jun-Ju, poscia Unni, hanno pretensione di essere stati i popoli più antichi degli Sciti asiatici, e di avere formato i primi stabilimenti. Senza dubbio questi popoli erano ben lungi dal credere di ripetere la propria origine dai popoli meridionali che in progresso le tante volte sottomisero alle loro leggi. I popoli celti che si partivano l’Europa erano ugualmente vanitosi delle vetustissime loro origini<ref> ''Des Celtes, antérieurement aux temps historiques'' par {{AutoreCitato|Jean-François Le Déist de Botidoux|M. Le Deist de Botidoux}}.</ref>. Gli Scandinavi le estesero pure ai tempi più remoti<ref>Franke, ''Tavole genealogiche per l’istoria dei popoli Scandinavi''. Vedi anche il ''Museo Scandinavo'' ann. 1797.</ref>. Odino distruttore dei giganti fu loro legislatore, i Finni, gli Estonii e i Livonii avevano avuto Ymala; i Lapponi, Baiva; gli Islandesi, Junner; i Germani, Tuiston, figlio di Tis o Tuis e della Terra, come padre di Manno da cui provengono gl’Ingevoni, gli Erminoni, i Vendisi, i Peucini e gli Istevoni che si divisero il centro dell’Europa. I Sarmati avevano avuto Perun, i Bretoni Mosoc, gli Schiavoni Slaveno a loro legislatore ad un’epoca si remota che si smarrisce come quella dei popoli orientali nei più oscuri tempi mitologici<ref>A tutte queste cosmogonie avremmo dovuto aggiungere le greche (non comprendiamo la {{AutoreCitato|Platone|platonica}}) e la greco-romana, se di tutte non fossero queste le più complicate e contraddittorie, e diremo anzi le meno meritevoli di essere sollevate alla scientifica dignità di una vera cosmogonia, altro più non essendo esse che un antilogico e grossolano sincretismo di principii tratti dall’Egitto, dalla Persia, dall’India, e fors’anche dalla Scandinavia. Abbiamo detto, non compresa la platonica, giacchè è dessa certamente dopo la mosaica la più perfetta delle antiche cosmogonie; intorno ad essa ponno essere consultati i bellissimi ''Études sur le Timée de Platon'' (Parigi 1841) di {{AutoreCitato| Thomas Henri Martin|Martin}}, e particolarmente le note XXII, XXXVIII e LXIV, in cui è dottamente ragionato della sua analogia con quella di Mosè.</ref>. In tanto conflitto di pretese di priorità, la mente del filosofo cristiano vede la terra ugualmente abitata dai popoli fino dai più antichi tempi; deplora la perdita della storia degli uni, la dubbiezza di quella degli altri, e induce che la benignità del clima abbia potuto più o meno sollecitamente sviluppare l’incivilimento e l’esistenza degli imperi che dominarono primi su la faccia della terra: cerca e trova nei documenti delle sacre carte di che risolvere compiutamente il grave problema facendo ugualmente tranquillo il suo cuore e soddisfatta la sua ragione. 1° Dio creò l’uomo adulto e perfetto, dolato della favella nel primo istante della creazione, ricevette ad un tratto nella mente una successione di segni vocali, e le idee espresse di questi segni rampollarono simultaneamente nello spirito di quello tutti quei principii intellettuali e morali che costituirono la causa e l’effetto della sua civiltà: poi fattagli una compagna, Dio stabili fino dai primordii del mondo la società domestica, fondamento di tutte le altre. 2° L’uomo per sua colpa scadde da quel primitivo stato d’innocenza e felicità; la sua caduta turbò e sconvolse quell’armonica disposizione delle umane facoltà. Alla corruzione dell’uomo Dio provede colla promessa di un Redentore del cui sacrifizio eruento era segno il prescritto olocausto degli animali. 3° La specie umana non è più antica di sei o settemila anni, e tutte le così dette razze o stirpi umane hanno una sola e medesima origine. — Ecco in qual modo le sacre carte, il cristianesimo hanno sciolto il problema del ''come'', del ''quando'', del ''perchè'' hanno esistito ed esistono gli uomini, e della ereazione di tutto l’universo<ref>{{AutoreCitato|Pierre Toussaint Marcel de Serres de Mesplès|Marcel de Serres}} nella sua opera ''De la Cosmogonie de Moise comparée aux faits géologiques'', {{AutoreCitato|Nicholas Patrick Stephen Wiseman|Wiseman}} nei suoi ''Discorsi sulle relazioni tra la scienza e la Religione rivelata'', {{AutoreCitato|William Buckland|Buckland}}, {{AutoreCitato|Henry De la Beche|Labèche}} e più altri hanno molto dottamente aiutate le credenze cristiane su questo principio di dottrina biblica cogli argomenti stessi della geologia; assunto già stato preso dal {{AutoreCitato|Joseph François Du Clot|Duclot}} e dal {{AutoreCitato|Nicolas Bergier|Bergier}}, ma non troppo felicemente riuscito, il primo per inopia di dottrina, l’altro per troppe declamazioni che toccavano a nulla.</ref>.<noinclude><references/></noinclude> 0u0nksex7nlsvzyu5lxujxuoo3jc6ln Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/20 108 1019191 3895151 3843825 2026-09-05T19:39:28Z Panz Panz 3665 3895151 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|xvi}}|INTRODUZIONE||riga=sì}}</noinclude> {{Centrato|CAPITOLO II.}} {{Indentatura}}{{Sc|Epoca}} II<sup>a</sup>, ''Delle tradizioni'' storiche ''risguardanti le origini delle nazioni, delle scienze e delle arti più strettamente connesse colle prime necessità della vita.''{{FineIndentatura}} {{Centrato|{{smaller|(dal 2964 al 1000 av. C.)}}}} Ma se così stranamente fantastica è l’antichità di tutte le su accennate mitologiche cosmogonie, se la ragion critica non può che sorridere a quelle pagane tradizioni su le origini del mondo e dell’uomo, abbiamo noi almeno, astrazion fatta dalle sacre Carte, qualche miglior argomento con cui poter svolgere dall’inviluppo delle mitologiche tradizioni, alcuna induzione legittimamente storica su l’origine delle prime nazioni, su le parti del globo dalle prime umane famiglie popolate? Ove si voglia che le regioni più elevate del globo sieno state necessariamente quelle che per le prime videro nascere il genere umano, pare verisimile che le Alpi le quali separano l’India dal Tibet dovettero innanzi ogni altra montagna mostrare le loro vette al di sopra dell’antichissimo oceano; le generazioni formatesi in quelle terre videro ben presto sorridere ai loro piedi le felici valli del Cascemir ed i fertili poggi di Sirinagar; ove rinvenire un giardino di maggiori agi e delizie pei nostri primi padri? Ma quando si voglia esser paghi di una ipotesi meno ardita e più filosofica; quando senza presumere di rintracciare Forigine della specie umana, non si voglia che far congetture sui paesi nei quali dovettero formarsi le prime riunioni di famiglie, le prime tribu, l’India torna a presentarsi ad ogni mente imparziale siccome uno dei paesi più anticamente inciviliti. In nessun’altra parte del globo poteano gli uomini trovare alimenti più copiosi, più salubri, più facilmente apprestati che sulle rive del Gange; in nessun altro luogo poteano essi sentire un minor bisogno di contendersi il possedimento di un fonte, il ricolto di un campo; in nessun altro luogo un clima più mite poteva risparmiar loro la cura di spogliare gli animali delle loro lane, delle loro pelli a difesa delle intemperie; perfino il pensiero di fabbricarsi una capanna facevasi loro inutile; le palme ed i banani offrivano spontaneamente ad essi un ricovero contro la pioggia, ed uno schermo contro gli ardori del sole. Dalla storia poi hannosi argomenti i quali sembrano far certo ciò che la geografia fisica rende probabile. Il commercio dei popoli dell’Asia occidentale risale a tempi rimotissimi; i libri di Mosè parlano già dei legni d’aloe e d’ebano, della cannella e delle pietre preziose delle Indie di cui ignoravasi tuttavia il nome. Più tardi vediamo Fenici, Egizii, Greci, Romani, andare in traccia sulle coste del Malabar di quelle stoffe leggiere, di quelle materie coloranti dette endaco, gomma lacca, dei lavori d’avorio e di madreperla che esportansi tuttavia da quei paesi. Un tale commercio fa necessariamente indurre che molte nazioni indiane avessero toccato ad un certo grado di civiltà. Quando gli uomini mostrano una tanta preferenza per le merci di un paese, ciò vuole essere attribuito non solo all’ottima qualità delle produzioni di quel suolo e di quel clima, ma si anche alla supremazia de’ suoi abitanti nell’industria, nel gusto e nelle arti. E la predilezione degli antichi per le merci indiane non venne certamente soltanto dal merito particolare delle naturali produzioni dell’India; imperciocchè, eccettuatone il pepe, tutti gli altri prodotti di quel paese sono pressochè i medesimi di quelli delle altre contrade del tropico; e l’Etiopia e l’Arabia avrebbero potuto somministrare in gran copia ai Fenici ed agli altri popoli commercianti dell’antichità gli aromi, i profumi, le pietre preziose che erano gli oggetti principali del loro commercio. Volendosi quindi risalire alla cagione principale del commercio coil’India, debbe essere meglio che non altrove ravvisata nei progressi degli Indiani verso la perfezione della vita sociale. Tuttociò ne conduce a dover ammettere l’esistenza di molte nazioni indiane costituite in società politica parecchi secoli prima che l’invasione di {{AutoreCitato|Alessandro Magno|Alessandro}} le ponesse in comunicazione regolare e continua col resto del mondo. E se la cronologia degli Indiani, quale l’abbiamo più sopra veduta, datrice di molte migliaia d’anni alla vita umana, e di milioni di secoli ai diversi periodi dell’esistenza del mondo, è così assurda da rifiutarle qualunque serio esame, è però certo che ponno essere legittimamente accolte le prime notizie che i Greci, i quali primi militarono sotto Alessandro, ci tramandarono di quella contrada. E questi Greci parlano di regni di una grande estensione. I territorii di Porro e di Tassilo abbracciavano gran parte del Penjab, una delle regioni più fertili e meglio coltivate dell’India. Il regno dei Prasii o sia dei Gangaridi comprendeva un gran tratto di entrambi le sponde del Gange. Questi tre regni erano popolatissimi e potenti. Tale divisione dell’India in regni così vasti, pare a noi, sia per se sola una prova capitale dei suoi grandi progressi nell’incivilimento. In qualunque regione della terra in cui si possa osservare il graduato progredire<noinclude><references/></noinclude> 41u5q267buzj9dxdakkyhvh6voneq50 Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/13 108 1019235 3895127 3851699 2026-09-05T19:23:41Z Panz Panz 3665 3895127 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" /></noinclude><noinclude>{{Centrato|{{xx-larger|INTRODUZIONE}}}} {{rule|4em}}</noinclude> {{Centrato|{{x-larger|'''PRELIMINARI'''}}}} {{larger|T|}}utto è moto e vicissitudine nell’universo. La produzione e la distruzione costituiscono le leggi supreme con che si svolgono e connettonsi ad armonia le vitali potenze della natura. Ma che è mai distruzione e produzione? Nulla più che la ''indefinita mutabilità di forma'' cui scorgiamo la materia sottoposta. Niente si annichila, niente si aumenta nel seno della natura. I vocaboli vita e morte non altrimenti esprimono che il passaggio da una ad altra forma degli enti materiali e pel quale providenzialmente reggesi e sta il miracoloso organismo dell’universo. È solo nei libri che gli esseri fisici esistono in tre grandi regni partiti: la natura travalica continuo nella economia de’ suoi fenomeni questi limiti imposti dall’uomo, e con mirabile magistero fa passare ogni suo elemento dalla specie animale e sensibile a quella bruta ed inorganica, e vicendevolmente da questa a quella. In tutto l’universo vi ha quindi un immenso processo chimico incessantemente produttivo; la metempsicosi indiana non era forse più che un simbolo di questa cosmogonica verità. Ma duplice è, per così dire, il mondo: fisico e spirituale; e per simil modo che i fenomeni di quello traggono la loro prima cagione dalle leggi attrattive e ripulsive, quelli del secondo la ripetono dalla ragione e dall’istinto alla felicità, le sole primitive ed originali dello spirito umano. Vizi e virtù, tutti promanano da queste universali potenze; in esse tutti sviluppansi gl’impulsi delle umane azioni. Ma che è mai questa felicità cui tutti anelano gli uomini su questa terra? Certo il suo oggetto debbe pur essere qualche cosa che pienamente appagare lo debbe; ma l’uomo traviato dalle sue passioni la convertì in un indefinito desiderio che lo agita, che attraverso alle fortune della vita lo trascina d’illusione in illusione, continuamente d’una in altra età mutando sembianze. Ecco l’uomo colle sue passioni, ed ecco le cause, l’economia dei fenomeni umani. - Ma duplice è pur il modo con cui può essere l’uomo dalla filosofia considerato. O sotto la forma di individuo, nella quale questi si presenta a se stesso, cioè a dire siccome un tutto finito, un microcosmo; o sotto quella nella quale realmente esiste nel cospetto della natura, nella idea cioè collettiva di tutto il mondo delle nazioni in cui scompare l’uomo individuo, e prospettasi quasi individuo tutto il genere umano. Nel primo modo la filosofia lo contempla particolarmente col microscopio dell’anatomia, della fisiologia e della psicologia; e, nel secondo, ella in vece si giova, per così dire, del telescopio mentale della storia<noinclude><references/> {{PieDiPagina|''Encic. pop. - {{Sc|Tomo}} I.|A|}}</noinclude> 6rbja40mp11admtg1k1w50fd1a8kea1 Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/22 108 1019236 3895152 3843833 2026-09-05T19:40:10Z Panz Panz 3665 3895152 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|xviii}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>Atene, Argo, Corinto, Ercolano, Megara, Messene, Sinope, Tebe, Aliea, Padova, Alba, Damasco, Susa, e più e più altre città accennano la civiltà dei popoli sincrona ed universale sul globo. Emigrazioni causale, quando dal soverchio delle popolazioni, quando dal desiderio di procacciare stanza presso popoli meglio inciviliti, e sotto un cielo più benigno, quando dalle fortune della guerra, mettono in un continuo moto quei popoli accomunandone i costumi, i riti, le passioni, gli interessi, la civiltà. Quindi i Sidonii immigrano nella Libia; gli Indu, nelle regioni al di là del Gange; gli Iberi, nella Spagna; gli Umbri, nell’Italia; gli Iranii ed i Turanii, nell’India; i Sicani, nella Sicilia; i Fenici, nel Peloponneso; i Filistei, nella Palestina; i Pelasgi, nell’Arcadia e poscia nella Tessaglia; gli Ebrei, nell’Egitto; gli Egizi, nell’Attica; numerose orde straniere capitanate dai Xoiti s’impadroniscono del Basso Egitto; Satpal imprende la conquista della Cina; Cadmo, alla testa dei Siri, quella dell’Armenia; Nino figlio di Belo, guerreggiando per 17 anni conquista la Media, la Siria, la Babilonia, la Sarmazia; Semiramide, su le traccie di Nino, invade l’Etiopia e parte delle Indie ecc.<ref>Vedi per tutte queste emigrazioni {{AutoreCitato|Arnold Hermann Ludwig Heeren|Heeren}} ''De la politique et du commerce des peuples de l’antiquité'', tom. I, II. {{AutoreCitato|Henri Moke|Moke}}, ''Histoire des Francs'', tom. I. — {{AutoreCitato|Karl Joseph Hieronymus Windischmann|Windischmann}}, ''Die Philosophie im Fortgang der Weltgeschichte''; il {{AutoreCitato|Johann Friedrich Kleuker|Kleuker}} nella traduzione ed illustrazione che fece dei primi due ''farger'' del Vendidad dello Zendavesta, citato da {{AutoreCitato| Arnold Hermann Ludwig Heeren|Heeren}}, tom. II. — Il {{AutoreCitato|Frédéric Pascal de Brotonne|Brotonne}}, ''Hist. de la filiation et de la migration des peuples''.</ref>. Chi avesse potuto di uno sguardo dominare tutta la superficie del globo di allora, certamente avrebbe contemplato il risultamento di tutte queste emigrazioni ed immigrazioni, e fin d’allora avrebbe scorta l’umanità ripartirsi nelle diverse razze, in che è pur oggidi tuttavia ripartita e la bianca organizzare verso i monti scandinavi l’immensa famiglia celtica progenitrice dei Cimbri, dei Goti, degli Svevi, dei Teutoni, degli Alani, dei Franchi, dei Normanni, dei Danesi, dei Sassoni; al fianco occidentale della catena caucasea, i padri dei popoli della Moscovia, dell’Ukrania, della Polonia, della Turchia, di tutte le generazioni scitiche, schiavone, vandale, sarmale, illiriche e tatare che hanno inondato successivamente l’Europa orientale; sulle montagne dell’Armenia, le famiglie arabe, israelitiche, siriache, persiane; sulle montagne del Korasan, della Persia (Battriana), le famiglie indiane e mongole, sparse fino al Gange, al Malabar ed alle coste del Coromandel. L’olivastra o semitica rampollare fra le montagne che stanno fra la Lena ed il Jenissei, le famiglie polari dei Samoiedi, dei Sangus, dei Jakuti, degii Ostiaki, che si estesero all’oriente fino al Kamtseiatka, e che verso l’occidente popolarono la Laponia, la Groenlandia, il Labrador coi paesi degli Eschimesi, nell’America; sul ripiano della Tartaria le orde dei Kalmuchi, dei Mongoli, degli Eleuti che diffusero i loro vasti rami in tutta l’Asia settentrionale; dalle montagne del Tibet inondare i Mongoli orientali e meridionali, i Malesi, i Cinesi, i Siamesi, i Giaponesi. La razza del color di rame originare fra le Ande americane i popoli del Perù e del Yucatan, del Messico, della Luigiana e della California; fra le Cordigliere, i Brasiliani, quelli del Paraguay e del Chili, e gli abitanti delle terre Magellaniche. Numerose colonie dal mare del Sud fino alla Novella Zelanda ed al Madagascar diffondersi dalle isole della Sonda, Molucche e Filippine, e dalla penisola di Malacca, e tutte di un color fisso. La razza nera mandare dalle montagne della Nigrizia ipopoli occidentali dell’Africa, da quelle della Lana, da quelle più interne dell’Africa, dell’ardente Etiopia i Cafei; dalle montagne, del paese de’ Namachi, la razza ottentota, e da quelle della Nuova Olanda gli abitanti della Nuova Olanda ed i Papus. Ma di mezzo a tanto commovimento di guerre e conquiste, fra tanto moto di popoli peregrinanti ed invasori, fra tanto numero di monarchi e legislatori, fra tante nazioni elevate alla potenza d’imperi, quali erano le condizioni morali e religiose, quale lo stato della vita economica e civile dei popoli di quella età? La storia dei gentili è pressochè muta su tutti questi punti di erudizione a cui mettono capo niente meno che tutti i problemi i quali si riferiscono all’origine delle scienze e delle arti le più strettamente connesse colle prime necessità della vita. Ma al silenzio della storia soccorrono le induzioni del filosofo, e gli annali della primitiva umanità acquistano dallo studio delle leggi immutabili della natura e del cuore umano, una luce che è loro dalle lacune storiche negata. Leggi che ne insegnano a pareggiare la vita delle nazioni a quella dell’individuo, e che ne additano come dalla cognizione delle varie fasi della vita di questo ci possano essere rivelate le fasi della vita di quelle, e far quindi dell’uomo vivente la psicologica statua comparativa che ne apra gli arcani di tutta la grande fisiologia del passato. L’analogia può quindi essere un argomento da cui può trarre la storia un gran sussidio non meno logico ed efficace di quello che ne traggono le scienze fisiche e naturali. Se nel mondo delle nazioni non esiste veruna potenza esteriore la quale possa dirsi causa di<noinclude><references/></noinclude> o7fdyuavirtnom83cjo04h8rg3sk2b4 Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/9 108 1019275 3895181 3843775 2026-09-05T20:02:30Z Panz Panz 3665 3895181 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Ilpanettiere" /></noinclude>{{Centrato|{{x-larger|’’’GLI EDITORI’’’}}}} {{Centrato|A CHI LEGGE}} {{x-larger|C}}hiunque si faccia attentamente a considerare la tendenza del secolo in cui viviamo e ad osservare come l’istruzione sia ormai divenuta un vero bisogno per tutte le classi della società, si convincerà di leggieri non potersi far cosa più utile all’universale, del diffondere quelle opere che offrono quasi un compendio di tutto l’umano sapere, e sono, per così dire, la statistica dell’incivilimento. — I grandi passi che le nazioni hanno fatto dopo la stupenda invenzione della stampa, sia per la facilità sempre crescente di conoscere tutto ciò che la mente dell’uomo va meditando e il suo ingegno discoprendo, in ogni parte del globo, sia per le relazioni di fraternità che, quasi naturale effetto della comunicazione delle idee, si sono venute fra i varii popoli ampliando, non sono mai stati cotanto sensibili quanto in questi ultimi tempi nei quali il lungo riposo di una fortunata pace fu in ciò specialmente rivolto a benefizio dell’umanità, che vi si diede opera a spandere ogni sorta d’istruzione e a gettare così i fondamenti di un migliore avvenire. — La stampa che si può giustamente dire essere stata la principale operatrice di di una gran parte di quel ben essere, qualunque siasi, di cui ci è dato godere, doveva tuttavia per la sua stessa natura, dopo essere stata causa d’incivilimento, produrre l’inevitabile effetto di moltiplicare in siffatta guisa le produzioni dell’intelletto umano, da generare una specie di confusione in chi, non consacrandosi unicamente e di proposito ad un ramo speciale di scienza, volesse abbracciare un più vasto campo di cognizioni utili, e vedere sino a qual punto l’uomo abbia progredito nelle molteplici sue speculazioni sul buono e sul bello, ossia nelle sue investigazioni del vero. — Cresciuta così oltre ogni credere la massa delle opere su tutte le parti dello scibile, e vedutasi la difficoltà di trovare in un sì avviluppato labirinto un filo che conducesse a una pronta cognizione di quelle cose che o sono indispensabili nell’uso giornaliero della vita o non si possono senza vergogna ignorare dalle persone che bramano aver riputazione di educante, fu chi pensò a raccogliere in Dizionari Enciclopedici di maggiore o minor estensione, secondo il fine che altri si proponeva, tutte le parti delle varie scienze e in generale tutte le umani cognizioni, delle quali già si era col medesimo scopo venuto compilando un gran numero di Dizionari Speciali. — Utile e lodevole cosa fecero senza dubbio coloro che posero mano a simili compilazioni, mercè le quali fu dato di aggirarsi, con molto maggior facilità che per l’addietro non si potesse, nell’immenso mare dell’umano sapere, e di riconoscere in ogni parte i confini sino ai quali l’ingegno dell’uomo aveva spinto le sue perlustrazioni e le sue scoperte. Ma queste collezioni, comechè giovassero a spargere un’istruzione generale, non potevano agevolmente andare per le mani di tutti, né erano compilate in un modo da porgere un pascolo abbondante e vario, e soprattutto adatto alla genialità dei lettori, imperciocchè o troppo diffusamente si stendevano nelle parti scientifiche in guisa da diventare veri trattati su ciascuna materia, invece di limitarsi a darne compendiosamente l’essenza, o trascrivevano la maggior parte delle cose più usuali e più necessarie a sapersi, quasi che la dignità non permettesse loro di discendere a soggetti volgari. Così dividendo soverchiamente gravi e per la mole e per le materie trattate, l’utilità loro scemava in proporzione degli sforzi medesimi che si erano fatti per più ampiamente istruire, onde ne veniva che erano rilegate negli scaffali delle<noinclude><references/></noinclude> rgcbc57tiiekj5hyvm7wdcz2j07exa3 3895182 3895181 2026-09-05T20:02:41Z Panz Panz 3665 3895182 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Ilpanettiere" /></noinclude>{{Centrato|{{x-larger|'''GLI EDITORI'''}}}} {{Centrato|A CHI LEGGE}} {{x-larger|C}}hiunque si faccia attentamente a considerare la tendenza del secolo in cui viviamo e ad osservare come l’istruzione sia ormai divenuta un vero bisogno per tutte le classi della società, si convincerà di leggieri non potersi far cosa più utile all’universale, del diffondere quelle opere che offrono quasi un compendio di tutto l’umano sapere, e sono, per così dire, la statistica dell’incivilimento. — I grandi passi che le nazioni hanno fatto dopo la stupenda invenzione della stampa, sia per la facilità sempre crescente di conoscere tutto ciò che la mente dell’uomo va meditando e il suo ingegno discoprendo, in ogni parte del globo, sia per le relazioni di fraternità che, quasi naturale effetto della comunicazione delle idee, si sono venute fra i varii popoli ampliando, non sono mai stati cotanto sensibili quanto in questi ultimi tempi nei quali il lungo riposo di una fortunata pace fu in ciò specialmente rivolto a benefizio dell’umanità, che vi si diede opera a spandere ogni sorta d’istruzione e a gettare così i fondamenti di un migliore avvenire. — La stampa che si può giustamente dire essere stata la principale operatrice di di una gran parte di quel ben essere, qualunque siasi, di cui ci è dato godere, doveva tuttavia per la sua stessa natura, dopo essere stata causa d’incivilimento, produrre l’inevitabile effetto di moltiplicare in siffatta guisa le produzioni dell’intelletto umano, da generare una specie di confusione in chi, non consacrandosi unicamente e di proposito ad un ramo speciale di scienza, volesse abbracciare un più vasto campo di cognizioni utili, e vedere sino a qual punto l’uomo abbia progredito nelle molteplici sue speculazioni sul buono e sul bello, ossia nelle sue investigazioni del vero. — Cresciuta così oltre ogni credere la massa delle opere su tutte le parti dello scibile, e vedutasi la difficoltà di trovare in un sì avviluppato labirinto un filo che conducesse a una pronta cognizione di quelle cose che o sono indispensabili nell’uso giornaliero della vita o non si possono senza vergogna ignorare dalle persone che bramano aver riputazione di educante, fu chi pensò a raccogliere in Dizionari Enciclopedici di maggiore o minor estensione, secondo il fine che altri si proponeva, tutte le parti delle varie scienze e in generale tutte le umani cognizioni, delle quali già si era col medesimo scopo venuto compilando un gran numero di Dizionari Speciali. — Utile e lodevole cosa fecero senza dubbio coloro che posero mano a simili compilazioni, mercè le quali fu dato di aggirarsi, con molto maggior facilità che per l’addietro non si potesse, nell’immenso mare dell’umano sapere, e di riconoscere in ogni parte i confini sino ai quali l’ingegno dell’uomo aveva spinto le sue perlustrazioni e le sue scoperte. Ma queste collezioni, comechè giovassero a spargere un’istruzione generale, non potevano agevolmente andare per le mani di tutti, né erano compilate in un modo da porgere un pascolo abbondante e vario, e soprattutto adatto alla genialità dei lettori, imperciocchè o troppo diffusamente si stendevano nelle parti scientifiche in guisa da diventare veri trattati su ciascuna materia, invece di limitarsi a darne compendiosamente l’essenza, o trascrivevano la maggior parte delle cose più usuali e più necessarie a sapersi, quasi che la dignità non permettesse loro di discendere a soggetti volgari. Così dividendo soverchiamente gravi e per la mole e per le materie trattate, l’utilità loro scemava in proporzione degli sforzi medesimi che si erano fatti per più ampiamente istruire, onde ne veniva che erano rilegate negli scaffali delle<noinclude><references/></noinclude> igc1ai39hgvn06xdzii5dkolwlm2a08 Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/23 108 1019317 3895153 3844066 2026-09-05T19:40:24Z Panz Panz 3665 3895153 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|xix}}||riga=sì}}</noinclude>tutti quei fenomeni umani di cui è questo mondo il perpetuo teatro; se tutto che avviene nell’ordine morale e politico della società è un naturale prodotto dell’uomo, noi possiamo a tutta ragione inferirne, che la società in generale non sia che una imagine ingigantita dell’uomo particolare; noi dovremo inferirne esistere fra la vita delle nazioni e quella dell’uomo individuo un’assoluta ''similarità''. La vita insomma delle nazioni altro non essere se non se un tessuto di vite individuali che analogo con queste assume il proprio carattere. Indagare pertanto quale possa essere stato lo stadio primo della società risolvesi in nostra mente nell’uguale quistione quale sia lo stadio primo della vita individuale dell’uomo. Il porre in dubbio se l’uomo sia naturalmente socievole è il volere avvisar possibile che lo stato attuale dell’uomo non sia l’effetto naturale, necessario delle sue potenze istintive e razionali, ma sibbene l’opera di una qualche forza esteriore, l’opera di un miracolo. L’uomo è, fu e sarà sempre quale lo vogliono quelle leggi eterne che la natura ha identificate coll’essenza di lui. Se l’uomo è attualmente socievole, egli ha sempre dovuto esserlo; l’ammettere uno stato selvaggio e di solitudine anteriore al presente suo stato sociale non è pertanto un ammettere un mutamento di natura in lui; noi non veniamo a porre l’uomo in quella sua prima età sfornito dell’istinto socievole, ma unicamente destituito ancora di tutte quelle influenze di clima, di suolo, ecc. che il suo istinto sviluppano e lo rendono all’atto. Vedremo in seguito quali e quante sieno queste influenze e per quali graduate leggi operino sull’uomo. Ma noi abbiamo già avvertito ad un’analogia esistente fra la vita individua dell’uomo e quella delle nazioni; le stesse epoche, le fasi stesse che noi scorgiamo in quelle dovranno medesimamente scontrarsi nella vita di queste. Il vario carattere che presiede alle varie età di quelle dovranno pure alle età di queste presiedere. Ecco la scorta che ne guiderà per sicuro cammino a contemplare lo stato primitivo della società; ad analizzare il carattere dominante tutti i fenomeni di questo stato; a riconoscere insomma quale possa essere stata la genesi primitiva di tutti quei trovati della mente; di tutti quei fenomeni del cuore dell’uomo che costituiscono tutto il pieno tesoro dell’umanità e che sono nel tempo stesso e i mezzi e l’essenza dell’incivilimento. Ma innanzi conoscere i prodotti delle potenze dell’uomo, vorrebbesi indagare quali e quante siano queste potenze; indagare il fisico, intellettuale, e morale complesso d’onde tali potenze si svolgono. Ciò è ufficio dell’anatomia, della fisiologia e della psicologia, e noi a volere ora pienamente esaurire siffatte analisi ci allargheremmo a più assai parole che non consente la natura del nostro discorso. Perciò senza andarne per tutti i punti di tali ricerche noi staremo paghi d’accennare brevemente a quei soli che avranno col nostro argomento un più immediato e necessario rapporto. L’uomo è un essere duplice, fisico e spirituale. Se l’essenza di questi principii, se il mirabile magistero, pel quale si opera l’armonica e vicendevole influenza di quelle loro funzioni che sviluppano e reggono l’economia fisica, intellettuale, morale dell’uomo, è ricinto di un velo cui tutti gli sforzi dell’analisi e della imaginativa umana non potranno rimovere giammai, la filosofia mediante lo studio de’ loro effetti certi e continui ha nullameno riuscito di assegnare ad essi generali e positive proprietà che di un gran numero de’ loro fenomeni rendono sufficiente ragione. L’uomo seco non reca dalla natura se non se il lume della ragione, la potenza di sentire e conoscere le cose e di appetirle e volerle. Queste facoltà originarie sono come i germi di altre generiche facoltà che indi, da mille intrinseche ed estrinseche cagioni sviluppate, rampollano tutte quelle attitudini intellettuali, per le quali egli consegue la sublimità di carattere, l’universale dominio sul mondo a cui venne dalla sua natura sortito. Egli allora entra nella imputabilità degli atti del suo volere. Ma grado grado va il fisico dell’uomo acquistando sviluppamento e vigore, svolgonsi in esso lui nuove potenze, le quali, più che non su l’intellettivo agendo sul volitivo sistema del suo pensiero, assumono il carattere di morali. Egli è chiaro che noi diciamo qui delle passioni, nel moto, nel conflitto delle quali è precipuamente riposta la vita morale dell’uomo. Noi abbiamo già avvertito ad una reciprocanza di azione fra il principio materiale e l’immateriale dell’uomo. Un non dissimile influsso vicendevole vi ha pure fra l’intellettuale e la morale sua economia. Le idee influiscono a modificare le passioni; le passioni a modificare le idee. Le une illuminano l’uomo, lo agitano le altre, e sempre le une dalle altre con alterna vicissitudine assumono norma e carattere. Da ciò ne viene che se la natura, la forza, l’estensione delle passioni è relativa sempre alla natura, alla forza, all’estensione delle idee, queste non vanno, per così dire, a riflettersi nel pensiero se non se attraverso delle passioni che quasi magiche lenti a modo di loro<noinclude><references/></noinclude> 6ej3xkr99s32opyq4tpbipndudcllhv Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/26 108 1019331 3895154 3844077 2026-09-05T19:40:43Z Panz Panz 3665 3895154 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|xxii}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>bisogno. E noi coll’avere fornito l’uomo di un linguaggio, abbiamo esaurito tutto ciò che ne era necessario per sollevarlo da uomo senziente ad uomo intelligente, o a meglio dire gli abbiamo forniti i mezzi materiali per l’esercizio delle intellettuali sue facoltà, s’egli è pur vero che nessuna idea possa essere dalla mente umana concepita senza un segno che ne la informi e la rappresenti. Avvalorati gli istinti del suo intelletto di un tanto sussidio, somministrato alla sua intelligenza il ministerio della loquela, noi vedremo l’uomo avviarsi di per se stesso su la via di tutti quei progressi morali pei quali la sua specie ha potuto produrre un {{AutoreCitato|Socrate|Socrate}}, un {{AutoreCitato|Archimede|Archimede}}, un {{AutoreCitato|Galileo Galilei|Galileo}}, un {{AutoreCitato|Dante Alighieri|Dante}}, un {{AutoreCitato|Raffaello Sanzio|Raffaello}} ecc. Noi vedremo svilupparsi dalla sua mente e dal suo cuore i primi germi del pensiero e dell’affetto, e col simultaneo concorso di questi svolgersi in lui quel sentimento religioso ch’è pur sempre l’auspice primo dei progressi della sua intelligenza. — Ma coll’accennar qui noi del sentimento religioso come l’auspice primo dei progressi della umana intelligenza, non escludiamo che sia esso preceduto sempre da una idea o nozione della divinità, la quale col ministerio della religione rivelata ha essa sola costituito il principio e lo sviluppo di quella civiltà primitiva che li rannoda al cristianesimo e che il cristianesimo trasmise a noi. L’uomo è sempre portato a riferire l’esistenza di una cosa ad un’altra anteriore, da cui la prima dipenda come da causa necessaria. Questa mentale operazione condusse le prime menti meditative dei popoli in cui erasi offuscato il lume delle primitive tradizioni a far ascendere la serie delle cause apparenti dei fenomeni sino a quel punto cui la sfera delle loro osservazioni empiriche permetteva che arrivassero. Ma posciachè non erasi per anco sospettato un mondo intellettuale al di là del mondo fisico, si qualificavano per cause quei soli ultimi effetti che potevano essere conosciuti dalla testimonianza dei sensi. Ecco perchè le religioni pagane hanno tutta quella analogia che già abbiamo avvertito ed offrono un sì picciol numero di caratteri distintivi. Lo spirito speculativo guidato dalla osservazione empirica non poteva arrivare ad altre prime cause della natura e dei suoi fenomeni, fuorchè agli elementi ed agli astri, ond’è che tutte le antiche religioni si riferiscono al culto degli elementi o a quello degli astri e queste degenerano le più volte in culto della sola natura. Gli elementi e gli astri, e soprattutto il sole e la luna erano quindi considerati come autori e signori del mondo, e lor si tribuivano tutti gli omaggi della divinità a cagione del poter loro che videsi essere superiore a quello dell’uomo. Siffatta credenza dovette essere alimentata dall’osservare la mutua dipendenza dei fenomeni naturali, l’influenza esercitata dagli astri su la terra e su gli esseri viventi nelle diverse epoche del giorno e dell’anno, e il moto armonico apparentemente spontaneo degli astri e degli elementi. Fu dunque una conseguenza del carattere naturale della imaginazione, non che della povertà delle lingue primitive, quasi tutte simboliche e drammatiche, se la fede avuta nelle cause materiali del mondo portò ben tosto a credere all’esistenza di altrettante divinità. La differenza che passa fra lo stato attivo e passivo della materia fra un’azione disordinata ed una armonica non poteva sfuggire ai primi pensatori, per poco che fossero abituati alle più facili astrazioni, ma non era lor dato di ravvisare il principio assoluto di azione nei fenomeni della natura, nè possibil era per essi innalzarsi per astrazione all’idea di forza e di effetto; anzi mancavano perfino dei segni propri ad esprimere questa idea. Altra via dunque non restava loro che quella di personificare simbolicamente le forze motrici degli astri e degli elementi, cioè di supporre in essi vari enti investiti di attributi tolti dai loro effetti, che vivificassero la materia e ne regolassero l’azione. Ma se fu ben naturale che sino a che erano ignorate le leggi del mondo fisico, dovessero essere le forze fisiche gli obbietti della adorazione, doveva altrettanto naturalmente avvenire che ad un’epoca più innoltrata, essendosi le leggi della natura fisica spiegate, l’adorazione dovesse necessariamente ritirarsi sul campo della morale. Più tardi essendosi rivelato il concatenamento delle cause e degli effetti, la religione dovea ritraggersi nella metafisica e nella spiritualità; e più tardi ancora, essendo abbandonate le sottigliezze metafisiche siccome impotenti a spiegare alcuna cosa, era nel santuario del cuore che la religione, questa suprema necessità del nostro spirito, doveva ritrovare il suo inespugnabile asilo. Ma un rivolgimento di forme e di riti doveva allora aver luogo, poichè se l’idea della divinità ha forse sempre ed in ogni dove esistito, la sua concezione fu però sempre subordinata a tutto ciò che coesisteva a ciascun’ epoca. La religione quando esce dal campo della rivelazione per divagare fra le aberrazioni dello spirito umano non è nella sua essenza legata ad alcun tempo, e non consiste punto in tradizioni trasmesse d’età in età. Essa non è quindi sottomessa a confini determinati e stabili, imposti in una maniera letterale ed immobile alle generazioni che si avvicendano. Essa procede in quella vece coi tempi e e cogli uomini. Ciascun’epoca ebbe<noinclude><references/></noinclude> 0csbtj22zkt67c8j0j56jfmtprd17gb Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/27 108 1019332 3895155 3847293 2026-09-05T19:41:01Z Panz Panz 3665 3895155 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|xxiii}}|riga=sì}}</noinclude>i suoi profeti ed i suoi inspirati, ma ciascuno parlò il linguaggio dell’epoca. Non vi ha allora nella religione come pure nell’idea della divinità alcuna cosa di storico in quanto alla base, ma tutto è storico nello sviluppamento. Tale fu il processo intimo e psicologico di quelle menti che ordirono umanamente le prime idee religiose; e tale il procedimento successivo del sentimento religioso presso tutti i popoli gentili, il quale subi poi sempre nelle forme estrinseche della sua manifestazione una modificazione infinitamente variata, a seconda dei climi e di tutte quelle altre peculiari influenze che determinano il vario carattere morale dei popoli. E che il sentimento religioso sia siffattamente istintivo negli uomini, ch’abbia potuto svolgersi in essi indipendentemente da ogni altro elemento morale, indipendentemente dalla stessa condizione sociale, e l’uomo ancorchè tuttavia nomade e selvaggio abbia dovuto sentire questo principio nel cuore, avanti che la sua ragione avesse pur fatto un solo passo nella civiltà, lo prova l’esperienza del presente, che deve pur essere un criterio sicuro d’indovinare il passato. Anche oggidi i selvaggi americani scelgono a loro idolo ogni oggetto che maggiormente colpisca la loro fantasia, continuamente cambiandolo ({{AutoreCitato|Pierre-François-Xavier de Charlevoix|Charlevoix}}, ''Journ.'' p. 245). I Malabaresi delle tribù più rozze si fingono degli dei secondo il capriccio del momento: un albero, il primo animale ch’essi incontrano diviene la loro divinità. I Tonguz piantano un piuolo ove loro par meglio, vi attaccano la pelle di una volpe o d’un zibellino e dicono ecco il nostro Dio. I selvaggi del Canadà si prostrano dinanzi alle spoglie di un castoro. Presso i Negri di Bissao ciascuno inventa o fabbrica la divinità a suo talento (''Hist. génér. des Voyag.'' t. 11, p. 104). Nei deserti della Lapponia vi hanno delle pietre isolate che porgono una grossolana rassomiglianza colle forme umane. Allorchè i Lapponi passano vicino a queste pietre non tralasciano pur mai di sagrificarvi un qualche renne, delle corna dei quali scorgonsi poi queste pietre adornate ({{AutoreCitato|Giuseppe Acerbi|Acerbi}}, ''Viaggi''). Ma dopo avere mostrato come abbia potuto l’uomo acquistarsi un linguaggio, primo elemento dello sviluppo intellettuale, e svolgere in se stesso un sentimento religioso, primo elemento della vita morale, veggiamo per quali vie, e mediante quali altri elementi, abbia egli potuto giungere ad una vita sociale. E qui spontanea ed irrecusabile ne si offre una quistione presentata dalle teorie di {{AutoreCitato|Giambattista Vico|Vico}}, i cui pensamenti sui principii che condussero gli uomini a civiltà, hanno ormai una tanta celebrità da non poter essere, sieno pur veri o falsi, dissimulati. Quel profondo ed imaginoso intelletto dopo di avere mostrato siccome la religione ed i matrimoni debbono essere stati necessariamente i principali operatori dell’incivilimento primitivo dei popoli, vi aggiunge l’instituzione dei sepolcri. «Si imagini, dice egli ({{TestoCitato|La scienza nuova - Volume I/Libro I|''Scienza nuova'', lib. 1}}), uno stato ferino nel quale restino insepolti i cadaveri umani sopra la terra ad esser esca dei corvi e cani; certamente con questo bestiale costume dee andar di concerto quello d’esser incolti i campi, non che disabitate le città: e gli uomini, a guisa di porci, anderebbono a mangiar le ghiande colte dentro il marciume de’ loro morti congiunti; onde a gran ragione le sepolture con questa espressione sublime ''fœdera generis humani'' ci furono definite, e con minor grandezza ''humanitatis commercia'' ci furono descritte da {{AutoreCitato|Publio Cornelio Tacito|Tacito}}. Oltrechè questo è un placito nel quale certamente son convenute tutte le nazioni gentili che l’anime restassero sopra la terra inquiete ed andassero errando intorno a’ loro colpi insepolti, e in conseguenza che non muoiano insieme co’ loro corpi, ma che sieno immortali, ecc.». Ma noi crediamo potersi derivare da tutt’altro fonte l’instituzione dei sepolcri e in ugual tempo mostrare per altro motivo essere state le sepolture un principio dell’incivilimento. — Egli è oramai fuori d’ogni dubbio che l’antropofagia abbia esistito non pur presso alcuni popoli antichi, ma ben anco presso molte altre selvaggie nazioni a noi di tempo vicinissime. {{AutoreCitato|Erodoto|Erodoto}}<ref>Lib. I.</ref> e {{AutoreCitato|Strabone|Strabone}}<ref>Lib. II.</ref> parlano dei Messageti, costume de’ quali era di tagliare a pezzi gli uomini tutti pervenuti ad un’età decrepita, e quindi divorarseli insieme ad altri pezzi di carne pecorina. Lo stesso Erodoto<ref>Lib. IV.</ref> parla di alcuni Indiani nomadi da lui appellati Pudesi che erano antropofagi. Strabone<ref>Lib. IV.</ref> e {{AutoreCitato|Gaio Plinio Secondo|Plinio}}<ref>Lib. VI.</ref> attestano essere stati antropofagi i Sesti, i Sauromati, alcuni barbari abitatori del Caucaso. Gli Ibernii, secondo Strabone<ref>Lib. VII.</ref>, cibavansi de’ cadaveri dei proprii genitori. Plinio<ref>Lib. X.</ref> dopo di essere uscito con apostrofe di esecrazione contro l’uso delle vittime umane tuttavia in vigore a’ suoi tempi presso i Galli, i Britanni ed in Roma stessa, e dopo di aver parlato del senatoconsulto del 657 col quale venne tolto il costume di tali vittime, altifica la sapienza e l’umanità del dominio romano, per avere in tutto l’orbe allora conosciuto diradicata l’inumana credenza di essere santa cosa ed accetta l’immolare agli dei vittime umane, e cosa<noinclude><references/></noinclude> t287jdtuqor20iweurw6dckwyzwabcs Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/52 108 1020415 3895158 3849231 2026-09-05T19:42:39Z Panz Panz 3665 3895158 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|xlviii}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>Riesce malagevole il determinare a chi debbansi attribuire i progressi della chirurgia nella Grecia, dopo l’assedio di Troia, epoca a cui ci siamo noi nell’antecedente periodo arrestati. Esercitavasi allora l’arte di risanare nei tempii di Esculapio, che noi abbiamo già veduto divinizzarsi, fondati dai suoi figli e dai loro successori nel Peloponneso, a Coo, a Gnido e in altre parti della Grecia; testificavansi in questi stabilimenti le guarigioni mediante certe iscrizioni, quasi sempre incapaci di offrire qualche esalta idea dei mali e delle operazioni che dovettero far conoscere: nè riscontrasi negli scrittori alcun cenno sugli strumenti dei quali fa in quel tempo l’arte arricchita. Si che gli scritti d’{{AutoreCitato|Ippocrate|Ippocrate}} formano il punto da cui debbesi principiare la storia positiva dei progressi e delle rivoluzioni della chirurgia. Praticavansi ai giorni d’Ippocrate le operazioni anche le più difficili. Raccomanda quel grand’uomo per le ferite della testa di tagliare gl’integumenti, di staccare il periostio, di rastiare le ossa, per distinguere le suture dalle crepature o dalle fessure a cui potrebbero essere soggette, di perforarle secondo il caso o col trapano perforativo, o con la corona ordinaria. Strappava i polipi dalle fosse nasali, passando entro il naso un pezzo di spugna che seco li trascinava: altre volte li cauterizzava. Gli erano familiari le scarificazioni, non che gli assottigliamenti della congiuntiva appartenente alle palpebre o all’occhio. Rinviensi nei suoi scritti la descrizione del taglio dell’ugola; non si arrischiava toccare il cancro delle mammelle. Ippocrate aveva pure sottilmente studiati i segni della lesione del diaframma, il riso sardonico, le ferite dell’aspra arteria, gli aneurismi, le malattie delle amigdale e la ranula: avea perfezionate le fasciature, non che gli apparati e gli strumenti che adopravansi per ridurre le lussazioni e le fratture. Aggiungansi a complemento del quadro dei progressi della chirurgia in questo periodo i molti ottimi precetti sulla medicatura delle piaghe, delle ferite e delle ulcere, le molte considerazioni sopra i parti, il prolasso dell’utero, le ulcere uterine, le emorragie precedenti il parto e più altre cose. Più tardi {{AutoreCitato|Ctesia di Cnido|Ctesia}}, Critobulo, Critodemo e Prassagora tentarono gli avanzamenti della scienza contro le invasioni della metafisica, che delle sue astrazioni la ravviluppò in mille oftenebranti quistioni; ma, tranne alcune operazioni da quest’ultimo consigliate, e specialmente quella di aprire l’addomine per la passione iliaca, all’oggetto di riporre gl’intestini in convenevole situazione, il che, sebbene barbarissima operazione, dà a divedere conosciuta la invaginazione intestinale, nessun reale avanzamento fu operato fino all’epoca di {{AutoreCitato|Erofilo|Erofilo}}, e di {{AutoreCitato| Erasistrato|Erasistrato}}, di cui più tardi avremo a far parola. Noi abbiamo già accennate nell’antecedente periodo le celebratissime scuole mediche degli Asclepiadi; successori ad essi, ed anzi loro discepoli, brillarono nell’epoca che stiamo delineando Eurifone uno dei primi scrittori in medicina a cui dobbiamo il libro delle Sentenze gnidie, citato spesse volte da {{AutoreCitato|Galeno|Galeno}} e da {{AutoreCitato|Sorano di Efeso|Sorano}}; Ctesia medico e storico; Ippocrate, figliuolo di Gnosidico, avo del grandissimo Ippocrate, e ben altri sei o sette Ippocrati. In Italia poi sorgevano Democede celebre medico di Policrate e di Dario, {{AutoreCitato|Filistione di Locri|Filistione}} scrittore citato da {{AutoreCitato|Celio Aureliano|Celio}}<ref>''Acut.'' II, c. 16.</ref>, {{AutoreCitato|Acrone|Acrone}} osservatore meteorologico in medicina, autore di scritti medici assai lodati dagli antichi e creduto da {{AutoreCitato|Gaio Plinio Secondo|Plinio}} primo capo della setta empirica, Erodico inventore della ginnastica medica, Icco, {{AutoreCitato|Pausania di Gela|Pausania}} e numerosi altri Italiani; ma eminentissimo su tutti costoro sorse il genio del grande Ippocrate figliuolo di Eraclide, diciottesimo discendente di Esculapio per linea di Podalirio. Prima di lui la medicina era, specialmente in parecchie città ed isole di Grecia, una parte della filosofia, e i medesimi professori applicavano ugualmente alla contemplazione dell’universo ed alle mediche speculazioni. Ippocrate, conosciuti i danni che provenivano da un sì matto permischiamento di cose, separò la medicina dalla filosofia appoggiandola alle lunghe ed immense osservazioni sue proprie, de’ suoi antecessori e de’ suoi numerosi discepoli. Colla scorta di queste innalzò la medicina al vero grado di scienza positiva e stabili pel primo l’arte dei prognostici, le regole generali di cura e la dottrina delle malattie epidemiche. Nè mancarono quegli antichi di passare dallo studio particolare dell’uomo a quello più universale della natura nel triplice suo regno animale, vegetale e minerale, che anzi questo studio è provato di una antichità assai remota dalle stesse parole della {{TestoCitato|Bibbia|sacra Scrittura}}, allorquando ci narra aver Salomone saputo disputare dottamente dei giumenti, degli uccelli, de rettili e de’ pesci ecc.<ref>Reg., lib. II, cap. IV.</ref>. I primi studii di tutti i savi cinesi, egizii, greci e d’ogni altra nazione si volsero alla contemplazione degli animali e di tutti i prodotti della natura. Quali fossero però stati i progressi di questi studi avanti {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotele}}, il più antico degli scrittori di storia naturale che sia pervenuto sino a noi, è assai malagevole il determinare, avvegnachè sia assai facile indurae la latitudine loro<noinclude><references/></noinclude> 0uhmx6u2yb4wdgev79i4g645qk91umx Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/55 108 1020418 3895160 3851145 2026-09-05T19:43:40Z Panz Panz 3665 3895160 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|li}}|riga=sì}}</noinclude>loro frasi farebbero supporre ad essi cognita la circolazione del sangue<ref>Hippocr., ''Oper.'', tom. I, sect. 17. ''De venis'', Platone, ''{{TestoCitato|Timeo|Timeo}}'', ediz. di Lione, 1590, pag. 545.</ref>. {{AutoreCitato|Teofrasto|Teofrasto}} avrebbe conosciuta la sessualità delle piante<ref>''Hist. Plant.'', lib. III, cap. 9.</ref> e sperimentato l’accoppiamento delle palme per renderle fruttifere<ref> ''Hist. Plant.'', lib. II, cap. 9.</ref>. {{AutoreCitato|Empedocle|Empedocle}} avrebbe parlato dell’ermafroditismo vegetale<ref> Aristotel., ''De plantis'', lib. I, cap. 2.</ref> {{AutoreCitato|Ippocrate|Ippocrate}}, Empedocle, {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotele}} avrebbero conosciuta la generazione ovipara di {{AutoreCitato| Niccolò Stenone|Stenone}} e di {{AutoreCitato|Francesco Redi|Redi}}; Ippocrate, Platone, Aristotele la spermatica di {{AutoreCitato|Nicolaas Hartsoeker|Hartsocker}}, {{AutoreCitato|Antoni van Leeuwenhoek|Leewenhock}}, {{AutoreCitato|Lazzaro Spallanzani|Spallanzani}}<ref>{{AutoreCitato|Louis Dutens|Dutens}}, ''Recherches etc.'', part. III, cap. 2.</ref>. Nelle matematiche {{AutoreCitato|Diofanto di Alessandria|Diofante}} sarebbe stato nel 360 av. C. il vero creatore dell’algebra, e {{AutoreCitato|John Wallis|Vallis}} troverebbe nel metodo delle esaustioni degli antichi il vero metodo degli indivisibili<ref>''Oper.'', tom. II, pag. 2.</ref>. Nell’astronomia poi le scoperte di quei primi osservatori avrebbero del miracolo, considerazion fatta agli strumenti di cui era allora la scienza proveduta. {{AutoreCitato|Eraclide Pontico|Eraclito da Ponto}} ed {{AutoreCitato|Ecfanto di Siracusa|Eefanto}} pitagorici avrebbero insegnata la rivoluzione dei pianeti sopra se stessi<ref>{{AutoreCitato|Plutarco|Plutarco}}, ''De placit. philos.'', lib. III, cap. 12.</ref>. Empedocle ed {{AutoreCitato|Anassimandro|Anassimandro}} conosciuto essere la luna illuminata dal sole<ref>Plutarco, ''De facie in orbe lunæ''. — {{AutoreCitato|Diogene Laerzio|Diog. Laer.}} ''{{TestoCitato|Vite dei filosofi/Libro Secondo/Vita di Anassimandro|in Anaximandro}}'', lib. II.</ref>. {{AutoreCitato|Pitagora|Pitagora}} indotta popolata la luna<ref>Plut., ''De placit. phil.'', lib. II, cap. 30.</ref>; {{AutoreCitato|Anassagora|Anassagora}} scorte le montagne e le valli<ref>{{AutoreCitato|Giovanni Stobeo|Stobeo}}, ''Eclog. phys.'', lib. I.</ref>; {{AutoreCitato|Democrito|Democrito}} attribuite a queste valli e a queste montagne le macchie lunari<ref>Plutarco, ''De facie in orbe lunæ''.</ref>. {{AutoreCitato|Pitea|Pitea}} avrebbe trovato corrispondere il flusso e riflusso del mare alle fasi della luna<ref>Plutarco, ''De placit.'' ecc., lib. III, cap. 17.</ref>. {{AutoreCitato|Aristarco di Samo|Aristarco}} pel primo avrebbe insegnato il metodo di determinare la distanza del sole dalla terra, mediante la dicotomia della luna<ref>Dutens, ''Recherches etc.'', tom. II, part. IV, cap. 1.</ref>; {{AutoreCitato|Ipparco di Nicea|Ipparco}} e {{AutoreCitato|Timeo di Locri|Timeo di Locri}} avrebbero considerata la precessione degli equinozi<ref>Timeo, ''De anima mundi'', nell’edizione di Platone, tradotto dal {{AutoreCitato|Jean de Serres|Serrano}}, tom. III, pag. 96.</ref>. I Caldei, gli Egizi, Pitagora, Democrito, {{AutoreCitato|Ippocrate di Chio|Ippocrate da Chio}}, {{AutoreCitato|Artemidoro di Efeso|Artemidoro}} conosciuto il ritorno, la natura, il corso delle comete<ref>Dutens, ''ib.'', parte II, cap. 10.</ref>. Ma tutte siffatte scoperte, perchè cadute tosto in oblio e isterilite da un sopragiungere infinito di errori, esercitatono un influsso così nullo nel progressivo sviluppo delle scienze cui appartengono, che stimammo doverle qui tutte indistintamente cumulare, siccome straniere alla storia genealogica dello scibile umano. Le scienze morali frattanto avevano avuto in questo periodo Budda nell’India, Sin-mu nel Giapone, {{AutoreCitato|Confucio|Confucio}} e {{AutoreCitato|Mencio|Mencio}} nella Cina, {{AutoreCitato|Zarathustra|Zoroastro}} nella Persia, {{AutoreCitato|Socrate|Socrate}} in Grecia, Numa in Italia, Boccori in Egitto, i quali o nelle leggi o nel culto o nelle scuole avevano introdotta l’idea delle virtù cittadine siccome a fondamento delle grandi arti e sociali, ed erettele in teoria dello stesso più universale tornaconto. I precetti loro valicarono i secoli e si perpetuarono sino a noi. Le letterature di parecchi popoli hanno già acquistato gli eterni monumenti che durano tuttavia nella ammirazione degli uomini siccome tipi di sapienza di creazione. La poesia ha già avuto nella Cina i celebri canti in onore di Yn-ki; il Kue-fong, il Ya, il Sung di cui si compone il Ki-king di Confucio e le elegie di Kin-ping; nell’India le opere di Viasa; nella Grecia già surse l’epico {{AutoreCitato|Omero|Omero}} ed il didattico {{AutoreCitato|Esiodo|Esiodo}}; {{AutoreCitato|Epigene di Sicione|Epigene}}, {{AutoreCitato|Tespi|Tespi}}, {{AutoreCitato|Frinico|Frinico}}, {{AutoreCitato|Cherilo|Cherilo d’Atene}}, {{AutoreCitato|Aristarco di Tegea|Aristarco di Tegea}} creano il dramma e la tragedia, che {{AutoreCitato|Eschilo|Eschilo}}, {{AutoreCitato|Sofocle|Sofocle}}, {{AutoreCitato|Euripide|Euripide}} sollevano col loro genio alla maggiore altezza estetica; {{AutoreCitato|Susarione|Susarione}}, {{AutoreCitato|Cratino|Cratino}}, {{AutoreCitato|Eupoli|Eupoli}}, {{AutoreCitato|Ferecrate|Ferecrate}}, {{AutoreCitato|Platone (comico)|Platone il comico}}, {{AutoreCitato|Aristofane|Aristofane}} compongono la comedia antica, mentre {{AutoreCitato|Epicarmo|Epicarmo}} e {{AutoreCitato|Formide|Formi}} compongono la siciliana, {{AutoreCitato|Alceo|Alceo}}, {{AutoreCitato|Saffo|Saffo}}, {{AutoreCitato|Anacreonte|Anacreonte}}, {{AutoreCitato|Ibico|Ibico}}, {{AutoreCitato|Bacchilide|Bacchilide}}, {{AutoreCitato|Stesicoro|Stesicoro}}, {{AutoreCitato|Pindaro|Pindaro}}, {{AutoreCitato|Corinna|Corinna}} sublimano la lirica; {{AutoreCitato|Laso|Laso di Ermione}}, {{AutoreCitato|Pratina|Pratina}}, {{AutoreCitato|Praxilla|Prassilla}} creano il ditirambo; {{AutoreCitato|Archiloco|Archiloco}} ha trovato il giambo e con esso creata la satira; {{AutoreCitato|Callino|Callino}} l’elegia guerriera in cui {{AutoreCitato|Tirteo|Tirteo}} si rende immortale; {{AutoreCitato|Esopo|Esopo}} crea la favola e l’apologo, se pur non la deriva dal Locman e dal Bidpay dell’India<ref>Vedi ''Bidpay'', l’edizione del {{AutoreCitato|Antoine-Isaac Silvestre de Sacy|Sacy}}, Parigi 1816.</ref>. La storia ha nella Cina Confucio, lo Sciu-king ed il Tehun-tsieu continuato da Tso-kien-ming; i lavori di Li-Isce sulle tre dinastie Hia, Chang, Tchen, e le opere storico-filosofiche di Meng-tseu. {{AutoreCitato|Ctesia di Cnido|Ctesia di Gaido}} e Clearco danno la storia dei Persi; lo stesso Ctesia e {{AutoreCitato|Megastene|Megastene}} quella dell’India; {{AutoreCitato|Abideno|Abideno}} della Caldea; {{AutoreCitato|Bione di Proconneso|Bione di Proconneso}} quella degli Assiri; {{AutoreCitato|Carone di Lampsaco|Carone di Lampsaco}} quella di Persia e di Creta; {{AutoreIgnoto|Santo}} quella di Lidia; {{AutoreCitato|Ippi di Reggio|Ippi reggiano}} quella di Sicilia. Nella Grecia poi, nella terra della grande civiltà, {{AutoreCitato|Ecateo di Mileto|Ecateo}}, {{AutoreCitato|Ellanico di Lesbo|Ellanico}}, {{AutoreCitato|Ferecide|Ferecide}}, {{AutoreCitato|Cadmo di Mileto|Cadmo milesio}}, {{AutoreCitato|Acusilao|Acusilao}} e più altri danno principio a quei parziali lavori storici dai quali in progresso {{AutoreCitato|Erodoto|Erodoto}}, {{AutoreCitato|Tucidide|Tucidide}} e {{AutoreCitato|Senofonte|Senofonte}} traggono maleria e forma per le immortali loro storie sortite ad essere uno splendido tipo di arte e di sapienza pei secoli avvenire. {{AutoreCitato|Antifonte|Antifonte}}, {{AutoreCitato|Lisia|Lisia}}, {{AutoreCitato|Iseo|Iseo}}, {{AutoreCitato|Isocrate|Isocrate}},<noinclude><references/></noinclude> l1y47xi9j0xgxvx8s24dazpfh1e5ebq Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/65 108 1020663 3895162 3865201 2026-09-05T19:44:57Z Panz Panz 3665 3895162 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|lxi}}|riga=sì}}</noinclude>scuole alla testa del perfezionamento progressivo, l’altra con principii stazionari perpetuano le lotte proprie di tutte le nazioni e di tutti i secoli del movimento e dell’inerzia morale con {{AutoreCitato| Marco Cocceio Nerva|Nerva}}, {{AutoreCitato|Proculo|Proculo}}, Nerva figlio, Pegaso, Celso padre e {{AutoreCitato|Giuvenzio Celso Figlio|figlio}}, {{AutoreCitato|Nerazio Prisco|Nerazio Prisco}} da un lato, e {{AutoreCitato|Masurio Sabino|Massurio Sabino}}, Cassio, {{AutoreCitato|Celio Aruleno Sabino|Celio Sabino}}, {{AutoreCitato|Lucio Giavoleno Prisco|Prisco Javoleno}}, {{AutoreCitato|Lucio Fulvio Aburnio Valente|Aburno Valente}}, {{AutoreCitato|Salvio Giuliano|Salvio Giuliano}} dall’altro; lotte le quali sembrano all’epoca di {{AutoreCitato|Gaio|Gaio}} avere un termine negli eclettici ''miscelliones'' od ''herciscundi''. Infinito è il numero di tutti quei giureconsulti che cooperarono al progresso della scienza civile da {{AutoreCitato|Marco Tullio Cicerone|Cicerone}} ad Alessandro Severo<ref>{{AutoreCitato|Bernardino Rutilio|Rutilio}}, Birleaud e {{AutoreCitato|Ugo Grozio|Grozio}} porsero parecchi saggi di biografie di questi giurisperiti; {{Wl|Q112420325|Frank}} riunì questi saggi sotto il titolo di ''Vitae tripartitæ'', Halæ 1718; {{AutoreCitato|Barthold Georg Niebuhr|Niebuhr}} ha pure pubblicata in tedesco nel 1806 una biografia dei giureconsulti romani, giovandosi però assai del nostro {{AutoreCitato|Guido Panciroli|Panciroli}}. {{AutoreCitato|Sigmund Wilhelm Zimmern|Zimmern}} nella sua ''Storia del diritto romano'' è quegli che, dopo {{AutoreCitato|Giovanni Vincenzo Gravina|Gravina}}, abbia meglio parlato di questi giureconsulti e delle opere loro, le quali vennero nel secolo scorso da {{AutoreCitato|Carl Ferdinand Hommel|Hommel}} ristabilite nel loro ordine primitivo nella sua ''Paleogenesia juris romani''.</ref>, nè meno numerose sono le opere loro, delle quali pervennero a noi estratti preziosi, che da più secoli sono le leggi universali di tutte le moderne nazioni<ref>Sono esse od opere, i cui titoli ci sono stati conservati fra i frammenti delle Pandette, e che costituiscono o altrettanti Manuali di diritto ad uso di studio e di lezioni, siccome le ''Institutiones'', le ''Regulæ'', le ''Definitiones''; od opere pratiche più o meno estese, siccome i ''Libri juris civilis'', i ''Digesta'', le ''Recepte sententia''; o estesi commentarii, siccome i ''Libri ad edictum'', i Δωδεxαδελτοι, cioè a dire commentarii di Gaio sulle leggi delle dodici tavole; o commentarii sopra opere d’altri giureconsulti, come ''ad Sabinum, ad Papinianum''; o monografie, commentarii su certe leggi, o certi senatoconsulti, o trattati di materie speciali, ''Libri singularis, de dotibus, de fideicommissis, de officio judicis, ad senatusconsultum Vellejanum, ad legem Corneliam de falsis''; o raccolte di decisione e consulte, ''Libri responsorum, factorum, epistolæ, casus, decretorum libri''; od opere di controversie, siccome ''Aureorum, Quotidiana, Pandectæ, Membranæ'' ecc. Libri differentiarum rerum; ed una moltitudine d’altri, {{AutoreCitato|Leopold August Warnkönig|Warnkoenig}}, pag. 137.</ref>. Caio, {{AutoreCitato|Emilio Papiniano|Emilio Papiniano}}, {{AutoreCitato|Giulio Paolo|Giulio Paolo}}, {{AutoreCitato|Ulpiano|Domizio Ulpiano}} ed {{AutoreCitato|Erennio Modestino|Erennio Modestino}} sono i cinque veri luminari della scienza del diritto e la vera età dell’oro della romana giurisprudenza termina colle loro opere, le quali sotto Valentiniano III avevano perfino acquistato forza di legge<ref>{{AutoreCitato|Gustav Hugo|Hugo}}, ''Lezioni di D. R.'', tom. II, pag. 944; Warnkoenig, pag. 149.</ref>. Dalla morte di Alessandro Severo, l’impero romano si avanza sempre più al suo sfasciamento; i soldati pretoriani creano e depongono gli imperatori; e il despotismo di questi da un lato, da un altro le irruzioni dei Barbari, sconvolgono lo Stato in guisa che tutte le scienze, e con esse la giurisprudenza, decadono neglette e questa anche nei principii dell’equità violata. Da Alessandro Severo sino a {{AutoreCitato|Costantino I|Costantino}} continua bensì l’ordine politico e la legislazione precedente; il diritto classico è tuttavia in vigore ed alimentato da {{AutoreCitato|Aurelio Arcadio Carisio|Arcadio}}, Aquila, Carisio, Gregoriano ed {{AutoreCitato|Ermogeniano|Ermogeniano}}; esso traspira anche dai rescritti degli imperatori, ma ben tosto non è più dato conservare altrimenti la cognizione del diritto che per mezzo dell’opera continuata del potere, cioè a dire mediante una moltitudine di ''leggi novelle'' le une peggio delle altre redatte. Questi decreti si moltiplicano in modo che fassi necessario il riunirli nelle grandi raccolte chiamate codici, e la codificazione è quindi a Roma l’effetto della decadenza dei lumi e della scienza del diritto. La storia del diritto diviene da questo momento la storia di tali raccolte. Dall’epoca di {{AutoreCitato|Diocleziano|Diocleziano}} in poi, in cui ha il vero suo termine la storia del diritto classico, la legislazione può essere chiamata ''bisantina'', ed assume un carattere tutto suo speciale. Il cristianesimo influisce pure grandemente su di essa, e sotto parecchi rapporti si confondono fra di loro la Chiesa e lo Stato; l’imperatore interviene negli affari di religione; convoca od autorizza i concilii; prescrive la sommissione ai canoni della Chiesa, ed il clero acquista privilegi e favori; dianzi povero ed umiliato, diviene in breve tempo dovizioso e potente. I diritti che gli imperatori romani, specialmente dopo Teodosio, avevano concesso alla Chiesa, non periscono già coll’impero, ma costituiscono la base del diritto politico ecclesiastico sotto i re barbari. Il Codice Gregoriano che abbraccia le costituzioni da {{AutoreCitato|Adriano|Adriano}} fino a Costantino, l’Ermogeniano che contiene quelle di Diocleziano Massimiliano<ref>Di questi due codici si trovano reliquie nello {{AutoreCitato|Antonius Schulting|Schulting}}, ''Jurisprud. antijust.'', pag. 683-718 e nella nuova edizione di Berlino del ''D. antegiustin.'' Del primo codice sussistono ancora sessantatrè costituzioni e trenta del secondo.</ref> ed il Teodosiano<ref>La migliore edizione di questo codice è quella di {{AutoreCitato|Johann Daniel Ritter|Ritter}}, pubblicata dal 1756 al 1745 a Lipsia in 6 volumi. {{AutoreCitato|Walter Friedrich Clossius|Clossio}}, {{AutoreCitato|Angelo Mai|Mai}} e {{AutoreCitato|Amedeo Peyron|Peyron}} pubblicarono in questi ultimi anni nuovi frammenti di questo codice scoperti in alcuni palimsesti di Roma e di Torino.</ref> che {{AutoreCitato|Teodosio II|Teodosio II}} promulgò in Oriente nel 428, e venne sanzionato ne’ suoi Stati in Occidente da Valentiniano I, contenente le costituzioni di Costantino e suoi successori compresi Teodosio e Valentiniano, sono tutto il mi- <ref follow="p64">vero perfezionamento che unendo insieme i metodi d’amendue le scuole. Da ciò ben scorgesi coeme di mano in mano venissero a componimento alla fine le due diverse scuole. {{AutoreCitato|Heinrich Eduard Dirksen|Dircksen}}, ''Supplimenti per la conoscenza del D. R.,'' p. 46. {{AutoreCitato|Anton von Haimberger|Haimberger}}, oper. cit., §. 5, n. 2.</ref><noinclude><references/></noinclude> m40yfakutd3in45ggqstbi0rc7yun2s 3895163 3895162 2026-09-05T19:45:50Z Panz Panz 3665 3895163 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|lxi}}|riga=sì}}</noinclude>scuole alla testa del perfezionamento progressivo, l’altra con principii stazionari perpetuano le lotte proprie di tutte le nazioni e di tutti i secoli del movimento e dell’inerzia morale con {{AutoreCitato| Marco Cocceio Nerva|Nerva}}, {{AutoreCitato|Proculo|Proculo}}, Nerva figlio, Pegaso, Celso padre e {{AutoreCitato|Giuvenzio Celso Figlio|figlio}}, {{AutoreCitato|Nerazio Prisco|Nerazio Prisco}} da un lato, e {{AutoreCitato|Masurio Sabino|Massurio Sabino}}, Cassio, {{AutoreCitato|Celio Aruleno Sabino|Celio Sabino}}, {{AutoreCitato|Lucio Giavoleno Prisco|Prisco Javoleno}}, {{AutoreCitato|Lucio Fulvio Aburnio Valente|Aburno Valente}}, {{AutoreCitato|Salvio Giuliano|Salvio Giuliano}} dall’altro; lotte le quali sembrano all’epoca di {{AutoreCitato|Gaio|Gaio}} avere un termine negli eclettici ''miscelliones'' od ''herciscundi''. Infinito è il numero di tutti quei giureconsulti che cooperarono al progresso della scienza civile da {{AutoreCitato|Marco Tullio Cicerone|Cicerone}} ad Alessandro Severo<ref>{{AutoreCitato|Bernardino Rutilio|Rutilio}}, Birleaud e {{AutoreCitato|Ugo Grozio|Grozio}} porsero parecchi saggi di biografie di questi giurisperiti; {{Wl|Q112420325|Frank}} riunì questi saggi sotto il titolo di ''Vitae tripartitæ'', Halæ 1718; {{AutoreCitato|Barthold Georg Niebuhr|Niebuhr}} ha pure pubblicata in tedesco nel 1806 una biografia dei giureconsulti romani, giovandosi però assai del nostro {{AutoreCitato|Guido Panciroli|Panciroli}}. {{AutoreCitato|Sigmund Wilhelm Zimmern|Zimmern}} nella sua ''Storia del diritto romano'' è quegli che, dopo {{AutoreCitato|Giovanni Vincenzo Gravina|Gravina}}, abbia meglio parlato di questi giureconsulti e delle opere loro, le quali vennero nel secolo scorso da {{AutoreCitato|Carl Ferdinand Hommel|Hommel}} ristabilite nel loro ordine primitivo nella sua ''Paleogenesia juris romani''.</ref>, nè meno numerose sono le opere loro, delle quali pervennero a noi estratti preziosi, che da più secoli sono le leggi universali di tutte le moderne nazioni<ref>Sono esse od opere, i cui titoli ci sono stati conservati fra i frammenti delle Pandette, e che costituiscono o altrettanti Manuali di diritto ad uso di studio e di lezioni, siccome le ''Institutiones'', le ''Regulæ'', le ''Definitiones''; od opere pratiche più o meno estese, siccome i ''Libri juris civilis'', i ''Digesta'', le ''Recepte sententia''; o estesi commentarii, siccome i ''Libri ad edictum'', i Δωδεxαδελτοι, cioè a dire commentarii di Gaio sulle leggi delle dodici tavole; o commentarii sopra opere d’altri giureconsulti, come ''ad Sabinum, ad Papinianum''; o monografie, commentarii su certe leggi, o certi senatoconsulti, o trattati di materie speciali, ''Libri singularis, de dotibus, de fideicommissis, de officio judicis, ad senatusconsultum Vellejanum, ad legem Corneliam de falsis''; o raccolte di decisione e consulte, ''Libri responsorum, factorum, epistolæ, casus, decretorum libri''; od opere di controversie, siccome ''Aureorum, Quotidiana, Pandectæ, Membranæ'' ecc. Libri differentiarum rerum; ed una moltitudine d’altri, {{AutoreCitato|Leopold August Warnkönig|Warnkoenig}}, pag. 137.</ref>. Caio, {{AutoreCitato|Emilio Papiniano|Emilio Papiniano}}, {{AutoreCitato|Giulio Paolo|Giulio Paolo}}, {{AutoreCitato|Ulpiano|Domizio Ulpiano}} ed {{AutoreCitato|Erennio Modestino|Erennio Modestino}} sono i cinque veri luminari della scienza del diritto e la vera età dell’oro della romana giurisprudenza termina colle loro opere, le quali sotto Valentiniano III avevano perfino acquistato forza di legge<ref>{{AutoreCitato|Gustav Hugo|Hugo}}, ''Lezioni di D. R.'', tom. II, pag. 944; Warnkoenig, pag. 149.</ref>. Dalla morte di Alessandro Severo, l’impero romano si avanza sempre più al suo sfasciamento; i soldati pretoriani creano e depongono gli imperatori; e il despotismo di questi da un lato, da un altro le irruzioni dei Barbari, sconvolgono lo Stato in guisa che tutte le scienze, e con esse la giurisprudenza, decadono neglette e questa anche nei principii dell’equità violata. Da Alessandro Severo sino a {{AutoreCitato|Costantino I|Costantino}} continua bensì l’ordine politico e la legislazione precedente; il diritto classico è tuttavia in vigore ed alimentato da {{AutoreCitato|Aurelio Arcadio Carisio|Arcadio}}, Aquila, Carisio, Gregoriano ed {{AutoreCitato|Ermogeniano|Ermogeniano}}; esso traspira anche dai rescritti degli imperatori, ma ben tosto non è più dato conservare altrimenti la cognizione del diritto che per mezzo dell’opera continuata del potere, cioè a dire mediante una moltitudine di ''leggi novelle'' le une peggio delle altre redatte. Questi decreti si moltiplicano in modo che fassi necessario il riunirli nelle grandi raccolte chiamate codici, e la codificazione è quindi a Roma l’effetto della decadenza dei lumi e della scienza del diritto. La storia del diritto diviene da questo momento la storia di tali raccolte. Dall’epoca di {{AutoreCitato|Diocleziano|Diocleziano}} in poi, in cui ha il vero suo termine la storia del diritto classico, la legislazione può essere chiamata ''bisantina'', ed assume un carattere tutto suo speciale. Il cristianesimo influisce pure grandemente su di essa, e sotto parecchi rapporti si confondono fra di loro la Chiesa e lo Stato; l’imperatore interviene negli affari di religione; convoca od autorizza i concilii; prescrive la sommissione ai canoni della Chiesa, ed il clero acquista privilegi e favori; dianzi povero ed umiliato, diviene in breve tempo dovizioso e potente. I diritti che gli imperatori romani, specialmente dopo Teodosio, avevano concesso alla Chiesa, non periscono già coll’impero, ma costituiscono la base del diritto politico ecclesiastico sotto i re barbari. Il Codice Gregoriano che abbraccia le costituzioni da {{AutoreCitato|Adriano|Adriano}} fino a Costantino, l’Ermogeniano che contiene quelle di Diocleziano Massimiliano<ref>Di questi due codici si trovano reliquie nello {{AutoreCitato|Antonius Schulting|Schulting}}, ''Jurisprud. antijust.'', pag. 683-718 e nella nuova edizione di Berlino del ''D. antegiustin.'' Del primo codice sussistono ancora sessantatrè costituzioni e trenta del secondo.</ref> ed il Teodosiano<ref>La migliore edizione di questo codice è quella di {{AutoreCitato|Johann Daniel Ritter|Ritter}}, pubblicata dal 1756 al 1745 a Lipsia in 6 volumi. {{AutoreCitato|Walter Friedrich Clossius|Clossio}}, {{AutoreCitato|Angelo Mai|Mai}} e {{AutoreCitato|Amedeo Peyron|Peyron}} pubblicarono in questi ultimi anni nuovi frammenti di questo codice scoperti in alcuni palimsesti di Roma e di Torino.</ref> che {{AutoreCitato|Teodosio II|Teodosio II}} promulgò in Oriente nel 428, e venne sanzionato ne’ suoi Stati in Occidente da Valentiniano I, contenente le costituzioni di Costantino e suoi successori compresi Teodosio e Valentiniano, sono tutto il mi-<ref follow="p64">vero perfezionamento che unendo insieme i metodi d’amendue le scuole. Da ciò ben scorgesi coeme di mano in mano venissero a componimento alla fine le due diverse scuole. {{AutoreCitato|Heinrich Eduard Dirksen|Dircksen}}, ''Supplimenti per la conoscenza del D. R.,'' p. 46. {{AutoreCitato|Anton von Haimberger|Haimberger}}, oper. cit., §. 5, n. 2.</ref><noinclude><references/></noinclude> addaoix9bba7otmdkbu1pb4xg82i1wp 3895165 3895163 2026-09-05T19:47:20Z Panz Panz 3665 3895165 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|lxi}}|riga=sì}}</noinclude>scuole alla testa del perfezionamento progressivo, l’altra con principii stazionari perpetuano le lotte proprie di tutte le nazioni e di tutti i secoli del movimento e dell’inerzia morale con {{AutoreCitato| Marco Cocceio Nerva|Nerva}}, {{AutoreCitato|Proculo|Proculo}}, Nerva figlio, Pegaso, Celso padre e {{AutoreCitato|Giuvenzio Celso Figlio|figlio}}, {{AutoreCitato|Nerazio Prisco|Nerazio Prisco}} da un lato, e {{AutoreCitato|Masurio Sabino|Massurio Sabino}}, Cassio, {{AutoreCitato|Celio Aruleno Sabino|Celio Sabino}}, {{AutoreCitato|Lucio Giavoleno Prisco|Prisco Javoleno}}, {{AutoreCitato|Lucio Fulvio Aburnio Valente|Aburno Valente}}, {{AutoreCitato|Salvio Giuliano|Salvio Giuliano}} dall’altro; lotte le quali sembrano all’epoca di {{AutoreCitato|Gaio|Gaio}} avere un termine negli eclettici ''miscelliones'' od ''herciscundi''. Infinito è il numero di tutti quei giureconsulti che cooperarono al progresso della scienza civile da {{AutoreCitato|Marco Tullio Cicerone|Cicerone}} ad Alessandro Severo<ref>{{AutoreCitato|Bernardino Rutilio|Rutilio}}, Birleaud e {{AutoreCitato|Ugo Grozio|Grozio}} porsero parecchi saggi di biografie di questi giurisperiti; {{Wl|Q112420325|Frank}} riunì questi saggi sotto il titolo di ''Vitae tripartitæ'', Halæ 1718; {{AutoreCitato|Barthold Georg Niebuhr|Niebuhr}} ha pure pubblicata in tedesco nel 1806 una biografia dei giureconsulti romani, giovandosi però assai del nostro {{AutoreCitato|Guido Panciroli|Panciroli}}. {{AutoreCitato|Sigmund Wilhelm Zimmern|Zimmern}} nella sua ''Storia del diritto romano'' è quegli che, dopo {{AutoreCitato|Giovanni Vincenzo Gravina|Gravina}}, abbia meglio parlato di questi giureconsulti e delle opere loro, le quali vennero nel secolo scorso da {{AutoreCitato|Carl Ferdinand Hommel|Hommel}} ristabilite nel loro ordine primitivo nella sua ''Paleogenesia juris romani''.</ref>, nè meno numerose sono le opere loro, delle quali pervennero a noi estratti preziosi, che da più secoli sono le leggi universali di tutte le moderne nazioni<ref>Sono esse od opere, i cui titoli ci sono stati conservati fra i frammenti delle Pandette, e che costituiscono o altrettanti Manuali di diritto ad uso di studio e di lezioni, siccome le ''Institutiones'', le ''Regulæ'', le ''Definitiones''; od opere pratiche più o meno estese, siccome i ''Libri juris civilis'', i ''Digesta'', le ''Recepte sententia''; o estesi commentarii, siccome i ''Libri ad edictum'', i Δωδεxαδελτοι, cioè a dire commentarii di Gaio sulle leggi delle dodici tavole; o commentarii sopra opere d’altri giureconsulti, come ''ad Sabinum, ad Papinianum''; o monografie, commentarii su certe leggi, o certi senatoconsulti, o trattati di materie speciali, ''Libri singularis, de dotibus, de fideicommissis, de officio judicis, ad senatusconsultum Vellejanum, ad legem Corneliam de falsis''; o raccolte di decisione e consulte, ''Libri responsorum, factorum, epistolæ, casus, decretorum libri''; od opere di controversie, siccome ''Aureorum, Quotidiana, Pandectæ, Membranæ'' ecc. Libri differentiarum rerum; ed una moltitudine d’altri, {{AutoreCitato|Leopold August Warnkönig|Warnkoenig}}, pag. 137.</ref>. Caio, {{AutoreCitato|Emilio Papiniano|Emilio Papiniano}}, {{AutoreCitato|Giulio Paolo|Giulio Paolo}}, {{AutoreCitato|Ulpiano|Domizio Ulpiano}} ed {{AutoreCitato|Erennio Modestino|Erennio Modestino}} sono i cinque veri luminari della scienza del diritto e la vera età dell’oro della romana giurisprudenza termina colle loro opere, le quali sotto Valentiniano III avevano perfino acquistato forza di legge<ref>{{AutoreCitato|Gustav Hugo|Hugo}}, ''Lezioni di D. R.'', tom. II, pag. 944; Warnkoenig, pag. 149.</ref>. Dalla morte di Alessandro Severo, l’impero romano si avanza sempre più al suo sfasciamento; i soldati pretoriani creano e depongono gli imperatori; e il despotismo di questi da un lato, da un altro le irruzioni dei Barbari, sconvolgono lo Stato in guisa che tutte le scienze, e con esse la giurisprudenza, decadono neglette e questa anche nei principii dell’equità violata. Da Alessandro Severo sino a {{AutoreCitato|Costantino I|Costantino}} continua bensì l’ordine politico e la legislazione precedente; il diritto classico è tuttavia in vigore ed alimentato da {{AutoreCitato|Aurelio Arcadio Carisio|Arcadio}}, Aquila, Carisio, Gregoriano ed {{AutoreCitato|Ermogeniano|Ermogeniano}}; esso traspira anche dai rescritti degli imperatori, ma ben tosto non è più dato conservare altrimenti la cognizione del diritto che per mezzo dell’opera continuata del potere, cioè a dire mediante una moltitudine di ''leggi novelle'' le une peggio delle altre redatte. Questi decreti si moltiplicano in modo che fassi necessario il riunirli nelle grandi raccolte chiamate codici, e la codificazione è quindi a Roma l’effetto della decadenza dei lumi e della scienza del diritto. La storia del diritto diviene da questo momento la storia di tali raccolte. Dall’epoca di {{AutoreCitato|Diocleziano|Diocleziano}} in poi, in cui ha il vero suo termine la storia del diritto classico, la legislazione può essere chiamata ''bisantina'', ed assume un carattere tutto suo speciale. Il cristianesimo influisce pure grandemente su di essa, e sotto parecchi rapporti si confondono fra di loro la Chiesa e lo Stato; l’imperatore interviene negli affari di religione; convoca od autorizza i concilii; prescrive la sommissione ai canoni della Chiesa, ed il clero acquista privilegi e favori; dianzi povero ed umiliato, diviene in breve tempo dovizioso e potente. I diritti che gli imperatori romani, specialmente dopo Teodosio, avevano concesso alla Chiesa, non periscono già coll’impero, ma costituiscono la base del diritto politico ecclesiastico sotto i re barbari. Il Codice Gregoriano che abbraccia le costituzioni da {{AutoreCitato|Adriano|Adriano}} fino a Costantino, l’Ermogeniano che contiene quelle di Diocleziano Massimiliano<ref>Di questi due codici si trovano reliquie nello {{AutoreCitato|Antonius Schulting|Schulting}}, ''Jurisprud. antijust.'', pag. 683-718 e nella nuova edizione di Berlino del ''D. antegiustin.'' Del primo codice sussistono ancora sessantatrè costituzioni e trenta del secondo.</ref> ed il Teodosiano<ref>La migliore edizione di questo codice è quella di {{AutoreCitato|Johann Daniel Ritter|Ritter}}, pubblicata dal 1756 al 1745 a Lipsia in 6 volumi. {{AutoreCitato|Walter Friedrich Clossius|Clossio}}, {{AutoreCitato|Angelo Mai|Mai}} e {{AutoreCitato|Amedeo Peyron|Peyron}} pubblicarono in questi ultimi anni nuovi frammenti di questo codice scoperti in alcuni palimsesti di Roma e di Torino.</ref> che {{AutoreCitato|Teodosio II|Teodosio II}} promulgò in Oriente nel 428, e venne sanzionato ne’ suoi Stati in Occidente da Valentiniano I, contenente le costituzioni di Costantino e suoi successori compresi Teodosio e Valentiniano, sono tutto il {{Pt|mi-|}} <ref follow="p64">vero perfezionamento che unendo insieme i metodi d’amendue le scuole. Da ciò ben scorgesi coeme di mano in mano venissero a componimento alla fine le due diverse scuole. {{AutoreCitato|Heinrich Eduard Dirksen|Dircksen}}, ''Supplimenti per la conoscenza del D. R.,'' p. 46. {{AutoreCitato|Anton von Haimberger|Haimberger}}, oper. cit., §. 5, n. 2.</ref><noinclude><references/></noinclude> 0c0qxi9h0iwobly34brd8d6dne8qje7 Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/66 108 1020664 3895167 3852040 2026-09-05T19:47:39Z Panz Panz 3665 3895167 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|lxii}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>{{Pt|glior|miglior}} prodotto della giurisprudenza da Alessandro Severo alla caduta dell’impero romano. Ma mentre le costituzioni politiche e civili di Roma compierono nell’intervallo degli otto secoli di questo periodo il corso di tante vicissitudini, la Cina vedeva comparire le leggi di Tsin-scin-hoang-ti, colla distruzione da questi operata di tutti i principati dell’impero (255 a. C.); quindi (249 a. C.) il primo suo codice penale (''Le-quee-falching'')<ref>Diviso in sette parti. 1° Le leggi in generale; 2° le leggi civili; 3° le leggi fiscali; 4° le rituali; 5° le militari; 6° le criminali; 7° i pubblici lavori.</ref> del famoso Le-quee, mezzo secolo dopo (202 a. C.) Cao-hoang-ti fa compilare il suo codice, esaminato e poscia sottoscritto da un’assemblea dei grandi; questo chiuso in una cassetta d’oro giace inutile monumento della sapienza civile del suo autore, e le leggi obliate, i costumi corrotti, mille sanguinose vicissitudini politiche rattristano gli annali di quell’impero finchè risorge ad una rigenerazione morale e civile con Sseme-ieu che segna la data (265 d. C.) della legislazione nota sotto il nome dei Tein in quelle regioni. Tra i Parti, Mitridate raccoglie le leggi dei popoli conquistati e ne compone un codice universale pel suo impero (164 a. C.). I Belgi offrono forse il più perfetto modello dei moderni governi rappresentativi, ed il Settentrione offre in Induciomaro, in Cingerotici tra i Treviri, in Comio fra gli Atrebati, in Ambiorice fra gli Eburoni, la più vera imagine degli attuali re del Belgio e della Francia. Giuda fra gli Ebrei chiamato il Santo Padre, concepisce il pensiero di raccogliere le leggi della sua nazione disperse, e sotto il nome di Misna promulga il codice civile e canonico degli Ebrei<ref>L’opera è divisa in sei parti. La prima versa sulla distinzione delle sementi in un campo, sugli alberi, sulle decime ecc.; la seconda sull’osservanza delle feste; la terza che tratta delle donne, decide tutte le cause matrimoniali; la quarta, intitolata delle ''Perdite'', versa sulle liti che nascono in commercio, e sulle procedure che vi sono relative; la quinta riguarda le oblazioni; la sesta tutto ciò che concerne la purificazione.</ref>; al quale più tardi (284 d. C.) serve d’illustrazione e di complemento il Talmud, che Giocanan, assistito da Rab e Samuele discepoli di Ginda, compose. I Persi hanno in Artaserse (226), fondatore dei Sassanidi, il ristauratore delle loro leggi, delle loro arti, della loro civiltà; e Faramondo fra i Francesi, mentre gli imperatori d’Oriente fanno compilare i loro codici, commette a Visogasto, Salegasto, Bisogasto e Vidovello di percorrere la Germania, studiare, raccogliere le leggi tradizionali di quei numerosi e diversi popoli, a fine di comporre con esse un codice per la selvaggia e feroce sua nazione. Codice nel quale sono tuttavia a rintracciarsi alcuni dei più fondamentali principii della attuale legislazione francese. La storia del diritto politico e civile dei popoli ci conduce naturalmente a quella della loro pubblica economia. Questa scienza che un molto generale pregiudizio vorrebbe fare primogenita figlia del secolo XVIII, ed istantaneamente fuori balzata dalle menti di {{AutoreCitato|François Quesnay|Quesnay}}, {{AutoreCitato|Adam Smith|Smith}} e {{AutoreCitato|Anne Robert Jacques Turgot|Turgot}}, ha i suoi principii nella più rimota antichità. Ciro fra i Persi, Amasi e Boccori fra gli Egizii, Servio Tullio fra i Romani, quali gloriose testimonianze non sono essi della profonda sapienza antica in questa disciplina? Di quali profonde meditazioni non furono oggetto ai pubblici economisti antichi le instituzioni di Sparta e di Atene, e tutte le magnificenze dell’amministrazione di Roma imperiale? Se quelle lontane età non ebbero un’economia politica sistematica e formolata in scienza, la conobbero e la esercitarono nei loro grandi ordinamenti sociali; se non produssero alcuna opera speciale che riassumesse scritti i loro principii, questi ci furono tramandati luminosi ed eloquentissimi nelle loro instituzioni, nei loro monumenti, nella loro giurisprudenza. Quando si studii con attenzione la legislazione finanziaria dei Greci e dei Romani, non puossi a meno di ammirare le profonde meditazioni di questi popoli sopra i più gravi problemi della politica economia<ref>Vedi {{AutoreCitato|August Boeckh|Boeckh}}, ''Sull’economia politica degli Ateniesi'' e {{AutoreCitato|Adolphe Dureau de la Malle|Dureau de la Malle}} su quella dei Romani.</ref>. Basti il considerare con quanta sollecitudine vegliassero sopra le loro relazioni internazionali, sullo stato civile degli stranieri, sulla natura e gli effetti delle imposte, sopra gli incoraggiamenti a darsi all’agricoltura, e sul reggime della navigazione. Che non pensarono essi intorno al gran problema della partizione del lavoro? Vi ha nel secondo libro della Repubblica di {{AutoreCitato|Platone|Platone}} un’analisi intorno a ciò che farebbe onore al più sagace discepolo di Adamo Smith. Gli ''Economici'' di {{AutoreCitato|Senofonte|Senofonte}} racchiudono idee di una maravigliosa verità; e noi non conosciamo ancora una definizione della moneta migliore di quella dataci da {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotele}} nel primo libro della sua ''Politica''. L’usura, le imposte gravose, le tariffe, le forme, l’insufficienza degli emolumenti, il pauperismo afflissero le antiche società come le più moderne, e i nostri antichi non hanno meno di noi cercato un rimedio a questi flagelli<ref>{{AutoreCitato| Auguste Blanqui|A. Blanqui}}, ''Histoire de l’économie politique'', tom. I.</ref>. Ma i tempi che abbraccia questo nostro periodo sono particolarmente quelli della romana gradezza, nella storia della quale si riassume quasi<noinclude><references/></noinclude> pcktzcdd8rs73b66d7t3h7tvca4a65t Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/72 108 1021305 3895131 3853075 2026-09-05T19:27:17Z Panz Panz 3665 3895131 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|lxviii}}|INTRODUZIONE.|riga=sì}}</noinclude>tutte doviziate delle spoglie dei vinti, d’onde proveniva? Si consideri pertanto alle imprese marittime sì di guerra che di commercio, alle leggi tutelatrici e promotrici della mercatura, alle profonde vedute amministrative sì del senato che dei Cesari, di cui abbiam qui offerto un si rapido cenno e inducasi quale non debba essere stata la perizia nautica dei Romani, quanto il loro governo, si di repubblica che di impero, abbia sentita la somma importanza sociale delle arti mercantili ed industriali; quanto profondamente non abbiano i loro magistrati meditati e svolti tutti i più gravi problemi della politica economia. Ma intanto le matematiche continuando il corso del loro progresso sorgono in Alessandria ad un’altezza emulatrice dell’antica sapienza egizia, e della greca stessa. L’astronomia riconosce da questo periodo l’epoca della vera sua sistemazione in scienza positiva. Già innanzi che Tolomeo Filadelfo fondasse la celebre scuola d’Alessandria, {{AutoreCitato|Autolico di Pitane|Autolico}} avea composto i suoi due trattati della ''Sfera'' e ''Del levarsi e tramontar delle stelle'', i più antichi lavori che ne rimangono dei Greci; {{AutoreCitato|Arato di Soli|Arato}} parafrasato le due opere di {{AutoreCitato|Eudosso di Cnido|Eudossio}} i ''Fenomeni'' e lo ''Specchio'', e Dionigi d’Alessandria incominciata l’era astronomica col 15 giugno, e scoperto l’anno solare di 365 giorni, 5 ore, 49 minuti. Quindi {{AutoreCitato|Aristillo|Aristillo}} e {{AutoreCitato|Timocari|Timocari}} primi osservatori della scuola alessandrina formano un catalogo delle stelle, osservando le principali del zodiaco, ed offrendo con ciò ad {{AutoreCitato|Ipparco di Nicea|Ipparco}} la prima idea della precessione degli equinozii, a {{AutoreCitato|Claudio Tolomeo|Tolomeo}}, quella della teoria del moto degli astri; {{AutoreCitato|Aristarco di Samo|Aristarco da Samo}} determina la distanza del sole per la ''dicotomia'' della luna, coglie cioè l’istante in cui la parte visibile della luna è semi-illuminata, e misura la grandezza dell’arco intercetto fra il sole e questo pianeta; trova un triangolo rettangolo, un cui lato vien costituito dalla distanza dalla luna alla terra, l’altro da quella dalla luna al sole, ed il terzo dalla distanza dal sole all’occhio dello spettatore; trova la distanza dal sole alla terra venti volte più grande di quella dalla terra alla luna, ed il diametro della luna essere un terzo di quello della terra<ref>''De magnit. et dist. solis et lunæ.''</ref>; inventa l’emisfero del quadrante, o quadrante orizzontale; determina il diametro del sole a <math>\frac{1}{720}</math> della circonferenza celeste, e abbozza il primo sistema astronomico collocando il sole al centro delle stelle e muovendo intorno a lui tutti i pianeti<ref>V. Archimed. ''in Aren.''</ref>. {{AutoreCitato|Eratostene|Eratostene}} inventa la sfera armillare, strumento di tanto sussidio alle più fine operazioni astronomiche. La posizione del zodiaco, la via del corso del sole attraverso le stelle, la distanza dei punti solstiziali e l’obliquità della eclittica erano state l’oggetto della ricerca di molti astronomi, i quali non avevano però potuto che svagare in congetture, quando pure si eccettuino l’osservazione già accennata di {{AutoreCitato|Pitea|Pitea}} e l’osservazione del solstizio fatta da {{AutoreCitato| Aristarco di Samo|Aristarco}}; Eratostene colla esattezza a cui pretendea la scuola alessandrina, replica numerose osservazioni nei solstizi estivi e negli invernali, e determina la distanza nei tropici fra 47° 40’, e 47° 45’; la luna ci dista per lui 780,000 stadi, il sole 804,000,000<ref>{{AutoreCitato|Plutarco|Plut.}}, ''De plac. phil.'', lib. II, cap. 32.</ref>; eseguisce la prima misura astronomica e geometrica della terra, e la determina, confrontando l’altezza del polo d’Alessandria e di Siene, a stadi 250,000<ref>{{AutoreCitato|Gaio Plinio Secondo|Plinio}} (lib. II, cap. 108), {{AutoreCitato|Marco Vitruvio Pollione|Vitruvio}} (lib. I, cap. 6) e {{AutoreCitato|Ambrogio Teodosio Macrobio|Macrobio}} (''Somn. Scip.'', lib. I, cap. 20) dicono 252,000; osserva il {{AutoreCitato|Giovanni Battista Riccioli|Riccioli}} (''Almag.'', lib. III, cap. 27), che ciò risulta dall’avere essi preso nel numero tondo di 700 gli stadii compresi in un grado, e che Eratostene ne contava solamente 694. {{Ec|49.|}}</ref>, misura assai prossima a quella data in questi ultimi tempi dal {{AutoreCitato|Jean-Baptiste Delambre|Delambre}}; insegna agli Egizi misurare l’altezza delle piramidi secondo l’ombra e sospetta lo schiacciamento dei poli.{{AutoreCitato|Archimede|Archimede}} autore del primo planetario, assegna al diametro del sole un valore compreso tra la 200<sup>ma</sup> parte dell’angolo retto, e la 164<sup>ma</sup>; calcola il moto dei pianeti; lo rappresenta e dà il centro di gravità degli spazi parabolici e circolari; {{AutoreCitato|Publio Virgilio Marone|Virgilio}}<ref>''Eclog.'' II.</ref> e {{AutoreCitato|Lucio Anneo Seneca|Seneca}}<ref>''Quest. nat.'', lib. VII, cap. 3.</ref> lodano di quest’epoca un {{AutoreCitato|Conone di Samo|Conone}} celeberrimo astronomo, ma la storia della scienza nulla ci ricorda di lui, e ci volge ad Ipparco il vero padre dell’astronomia: quegli che da empirica, come era per l’innanzi quasi sempre stata, la sublima agli universali principii di vera scienza, creando la teoria che connette tutti i fatti osservati, dando la misura precisa che somministra i mezzi di calcolare tutti i fenomeni, saperne conchiudere le distanze e la celerità dei corpi celesti, il loro corso, i loro incontri, i loro eclissi, e determinare i tempi, i modi con cui questi fenomeni si presentano. Scopre egli che il sole più non leva in primavera nei segni stessi sotto cui levava ai tempi degli Argonauti, e ciò gli rivela come la precessione degli equinozii o il movimento progressivo delle stelle in longitudine si faccia parallelamente all’eclittica; osserva il ritorno del sole all’equatore ed ai tropici; e paragonando le sue<noinclude><references/></noinclude> jbwapni8ojdhi0s37hu9ghcxe4g3nkc Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/74 108 1021820 3895168 3854697 2026-09-05T19:47:57Z Panz Panz 3665 3895168 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|lxx}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>senza bisogno dell’epiciclo non solo spiegò meglio i detti fenomeni, ma varii altri eziandio del sole e della luna dagli altri astronomi ignorati; {{AutoreCitato|Claudio Tolomeo|Tolomeo}} unendo l’epiciclo coll’eccentrico, e imaginando un epiciclo che abbia per deferente un eccentrico, spiegò non solo quella disuguaglianza lunare, ma sì anche due altre che si osservano nei pianeti tanto riguardo al sole quanto al zodiaco. La teoria dei pianeti, delle loro distanze, dei loro movimenti, delle dimensioni delle loro orbite fu tutta opera di Tolomeo. {{AutoreCitato|Ipparco di Nicea|Ipparco}}, autore di tante osservazioni, non ardì sollevarsi ad una universale cagione di esse; Tolomeo, più coraggioso e di maggior dottrina presidiato, intraprese a spiegar tutto, e costituì di tutti i fenomeni celesti una compiuta teoria. Colla cognizione delle stelle fisse, del sole, della luna e dei pianeti si avvisa poter dominare l’universo, e dalle leggi ch’egli stesso creò emerse il famoso sistema che da lui assume il nome di ''Tolemaico'', dovizioso, in mezzo ad un irto ingombro di epicicli, di circoli, di eccentrici e concentrici, di tante capitali scoperte. In esso le stelle avanzano di un grado al secolo; sono ordinate in catalogo, e 1020 di esse hanno indicata la loro longitudine; la luce degli astri, venendo a noi, si frange nell’atmosfera; notando l’altezza del sole durante il giorno e quella di una stella durante la notte, e combinando la posizione dell’astro colla latitudine del luogo, è determinata l’ora: è scoperta l’evezione della luna, ed osservato che l’equazione del centro dell’orbe lunare è più piccola nelle sizigie che non nelle quadrature; descritta la proiezione del cielo e della sfera sopra un piano nel planisferio e nell’analemma in cui sta anche il germe della moderna trigonometria; e dopo di avere colle sue ipotesi preparata la via a {{AutoreCitato|Giovanni Keplero|Keplero}}, ridotte le distanze dei luoghi tutti della terra in gradi e minuti di longitudine e latitudine; insegnata la costruzione delle carte geografiche giusta i principii astronomici, e offerte le proiezioni onde rappresentare il globo terrestre; descritta la sfera armillare d’Ipparco e l’astrolabio con cui osservava l’altezza degli astri e le regole parallattiche, che formavano un triangolo isoscele, e servivano a misurare la distanza di un astro dal zenit, Tolomeo pubblica il suo famoso Almagesto, l’opera che costituisce il più importante amminicolo fra l’astronomia antica e la moderna, il più prezioso deposito della sapienza astronomica di tutta l’antichità, il libro dottrinale di molti secoli avvenire. I successori di Tolomeo, come quelli d’Ipparco, non fanno più che commentare le sue opere, senza nulla aggiungere alle sue scoperte, quando pure eccettuar si voglia {{AutoreCitato|Teone di Smirne|Teone Smirneo}} osservatore, nel 390, di due eclissi di luna, {{AutoreCitato|Ippolito di Roma|Ippolito di Porto}} ed {{AutoreCitato|Anatolio di Laodicea|Anatolio d’Alessandria}}, autori l’uno nel 224, l’altro nel 269, di un ciclo di 16, e di 19 anni, onde correggere il calendario, e {{AutoreCitato|Proclo|Proclo Diadoco}}, che nelle sue ''Hipotiposis'' fu il primo a parlare del modo di tracciare una meridiana, mediante la misura di due ombre. I fenomeni celesti non hanno osservatori pel lasso di ben seicento anni, e la scienza non acquistò alcun progresso nemmeno dalle opere di {{AutoreCitato|Censorino|Censorino}}, di {{AutoreCitato|Massimo di Tiro|Massimo di Tiro}}, è dal trattato didattico di {{AutoreCitato|Ambrogio Teodosio Macrobio|Macrobio}}. È però in questo periodo (405) che appare nell’India il Siddanta di {{AutoreCitato|Brahmagupta|Brahima Gupta}}, una delle più importanti opere astronomiche di quella nazione. Il numero ''Poligono'' di {{AutoreCitato|Nicomaco di Gerasa|Nicomaco}}, il ''Cribro'' di {{AutoreCitato|Eratostene|Eratostene}}, alcuni libri di {{AutoreCitato|Euclide|Euclide}}, il ''Psammite'' di {{AutoreCitato|Archimede|Archimede}} sono pure altrettanti argomenti del progresso fatto in questo periodo dall’aritmetica innanzi la comparsa di {{AutoreCitato|Diofanto di Alessandria|Diofante}}, i di cui pochi libri superstiti costituiscono il più bel monumento della scienza aritmetica degli antichi, cui fanno quanto scarso, altrettanto prezioso supplemento alcuni frammenti dei primi libri delle ''Raccolte matematiche'' di {{AutoreCitato|Pappo di Alessandria|Pappo}}. Ma Diofante è pure il ver maestro dell’algebra in Occidente, giacchè s’egli è pur vero che l’indiano {{AutoreCitato|Aryabhata|Arya Bhatta}} avesse fino dal 360 a. C. trovata la maravigliosa soluzione dei problemi indeterminati chiamata col nome di ''cultaca'', egli è indubitato che l’Europa ebbe la prima nozione certa di questa scienza nei libri di Diofante. La celebre {{AutoreCitato|Ipazia|Ipazia}} compose un commentario delle opere diofantee<ref>Suida, voce Yπάτία.</ref>, ma di esso non ci è rimasto alcun vestigio. Più doviziosi d’invenzioni e di perfezionamenti ci si offrono in questo periodo i progressi della geometria. Appartengono ad esso le opere di Euclide che può riguardarsi il padre, ed è il vero maestro dell’antica geometria. L’esattezza e severità con cui defini egli ogni parola, dimostrò ogni proposizione, connesse ogni cosa, è sì mirabile e tanta, che può dirsi avere creato egli primo quello spirito geometrico che valse di tanto giovamento all’incremento delle scienze ed alla perfezione dello spirito umano. Gli elementi di Euclide furono per un lungo corso di secoli il codice dei geometri, il libro classico di tutte le scuole di geometria, ed i Latini andarono in questa scienza per tanto tempo palpando tenebre, sterili d’ogni frutto per avere ignorati questi elementi, i quali vennero per la prima volta rivelati all’Europa, tradotti e commentati dagli Arabi<noinclude><references/></noinclude> a0ahrj2n8px6uxpkv3ess5lv8yf21jo Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/102 108 1025403 3895169 3871471 2026-09-05T19:48:54Z Panz Panz 3665 3895169 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|xcviii}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>che estenderla; ma avessero pur tutto occupato, non tutto avrebbero saputo conservare. Il valore e la politica degli Arabi brillò terribile e luminosa sopra una gran parte di mondo, ma venne essa pure a frangersi contro il cristianesimo sui campi di Tolosa (1246). L’Occidente poi era popolato da una moltitudine innumerevole di piccole nazioni, sciolte da ogni freno di legge comune, e troppo feroci per cedere alle armi di verun imperatore. I loro re più non avevano autorità; come mai avrebbero esse riconosciuto uno straniero? L’amore di quei popoli per la libertà avrebbe avuto in onta la potenza di lui; il loro attaccamento alle abitudini antiche sarebbe insorto contro le sue leggi; la loro avarizia contro le imposte. E ciò nondimeno sorse un re di tutte le nazioni dell’Occidente; tutte accorsero ad obbedirlo. Ciò che non poterono Teodorico, nè {{AutoreCitato|Carlo Magno|Carlomagno}}, nè Ottone, fu tentato e riuscito da un papa, e Roma nuovamente comparve alla testa delle nazioni. Senza averne vinta pur una, il papa regnò sopra tutte e sui loro re: quest’uomo di un genio vasto e profondo, questo papa fu {{AutoreCitato|Papa Gregorio VII|Gregorio VII}}. Ma come è egli a tanto riuscito? Fa questa l’opera di un miracolo? No: fra le diverse cause generali che vi concorsero, e che tutte si rifondono nella potenza morale acquistata in quei tempi dal clero, quattro sono le principali: I° Le vaste possessioni dei vescovi che loro acquistavano un posto considerevole in quella gerarchia dei grandi proprietarii cui la società europea ha per si lungo tempo soggiaciuto. II° L’intervento loro nel reggime municipale e la preponderanza ch’essi acquistaronsi raccogliendo direttamente od indirettamente l’eredità delle antiche magistrature. III° Le loro qualità di consiglieri del potere temporale, che li mise in grado di poter circuire i nuovi re e dirigerli nell’amministrazione dello Stato. IV° Finalmente la costituzione speciale della Chiesa a quest’epoca. Il clero formava allora un corpo, una gerarchia, una società compiuta, indipendente, posseditrice di numerosi e potenti mezzi di influenza. Egli solo era forte e ben ordinato di mezzo alla debolezza ed al disordine delle altre instituzioni; solo era esso illuminato di mezzo alle tenebre generali. Al potere spirituale che dominava coi lumi il pensiero e la volontà di tutti, e trovavasi per tal modo a capo di tutta la vita intellettuale dei popoli, doveva riuscir ben facile conseguire il potere temporale ed afferrare il governo del mondo. D’altra parte Roma approfittando sagacemente dello stato di disordine e di violenze in cui trovavansi le laiche potestà, divenne, col difendere i popoli contro i re, la protettrice degli uni, la rivale degli altri e la dominatrice d’entrambi. Ma quali furono gli effetti da questa influenza politica operati su la civiltà dei popoli? Non v’ha dubbio ch’essa tornò molto benefica alla libertà del pensiero che venne anzi direttamente ed indirettamente molto sviluppata. I suoi concilii, in cui si procedeva per deliberazione comune, i suoi scritti contro le eresie, nei quali dovette far uso della discussione, e sovente di una discussione logica e profonda, occuparono, eccitarono l’attività umana, e tale e tanta fu nel suo seno l’energia della vita intellettuale, che, ciò che più splendidamente in essa spicea, è l’esercizio della ragione e della libertà. Sotto l’aspetto intellettuale, l’influenza della Chiesa fa quindi altamente salatevole, nè è a dolere se lo sviluppamento ch’essa impresse all’Europa fu specialmente teologico; giacchè non poteva essere altrimenti, ed il suo sistema di dottrina e di precetti era sempre di gran lunga superiore a tutto ciò che aveva conosciuto il mondo pagano. Con tutto ciò la rozzezza dei popoli, la violenza delle passioni dei grandi, non poteva a meno di partorire in quei tempi pregiudizi e superstizioni che dominarono le menti ed i cuori sotto la forma e coll’entusiasmo di necessarie virti. Questo periodo abbraccia il grande avvenimento delle Crociate. Un uomo d’ignobile aspetto e di meschina statura, ma sotto le cui sembianze celava un animo elevato ed un insaziabile bisogno di forti sensazioni; un uomo che ricercato aveva in tutte le condizioni della vita quella felicità che la sua indole irrequieta non gli lasciava pur mai rinvenire cui il mestiere dell’armi, lo studio delle lettere, il celibato e il matrimonio, lo stato ecclesiastico, avevano pur mai potuto soddisfare il suo spirito ardente, erasi ritirato fra i cenobiti più austeri, ed ivi la solitudine, le preghiere, i digiuni gli esaltarono l’imaginazione. La smania molto comune al suo tempo dei pellegrinaggi in Oriente lo trasse dall’eremo: vide l’oppressione dei cristiani, uomini incatenati, aggiogati come bruti; e pieno di un santo ardore di evangelica carità, giurò di armare l’Occidente per redimerli, le moschee nella patria degli apostoli, aggirato da un errore comune ai suoi contemporanei, si credè destinato dal cielo ad invocare i potenti, la violenza delle armi per rialzare la croce nei luoghi santificati dalla mansuetudine dell’Uomo-Dio. Presentossi al pontefice {{AutoreCitato|Papa Urbano II|Urbano II}}, che lo accolse come profeta, indi traversò l’Italia, percorse Francia e gran parte dell’Europa cavalcando una mula, a piedi nudi e a testa scoperta, cinto d’una<noinclude><references/></noinclude> 978d310k9ch127i6c4bj4std8jf6qog Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/118 108 1025733 3895173 3888548 2026-09-05T19:51:08Z Panz Panz 3665 3895173 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|cxiv}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>portanti<ref>{{AutoreCitato|Guglielmo Libri|Libri}}, p. 100.</ref>. Combattendo gli epicicli spiana la strada al sistema copernicano; sostituisce l’azione degli atomi alle cause occulte; considera i corpi siccome reciprocamente attirati; fa le azioni elettriche, magnetiche e fisiologiche dipendenti da un principio imponderabile, e forse sono a lui dovute le lenti astronomiche<ref>Vedi ''Homocentres'' sect. II. c. 8. e sect. III. c. 24.</ref>. Dal {{AutoreCitato|Leonardo Fibonacci|Fibonacci}} fin dopo {{AutoreCitato|Luca Pacioli|frà Luca Pacioli}} o a meglio dire fino al termine del secolo XV, i matematici non aveano potuto risolvere che le equazioni determinate dei due primi gradi, con alcune delle dipendenti equazioni derivative: non si erano pur mai considerate le radici negative nè le imaginarie; e solo in un caso speciale erasi avvertito alla multiplicità delle radici. Furono gli algebristi italiani del XVI secolo, e nel tempo in cui la scienza era tuttavia infante, gli inventori del calcolo degli imaginarii e della risoluzione delle equazioni generali del terzo e del quarto grado, nè si arrestarono essi che alla barriera stessa cui tutti gli sforzi di {{AutoreCitato|Joseph-Louis Lagrange|Lagrangia}} non hanno potuto abbattere, e che è pur tuttavia giudicata insormontabile. In pochissimi anni quanti progressi in questa scienza! {{AutoreCitato|Scipione del Ferro|Scipione del Ferro}} poco prima del 1525 scopre il modo di risolvere le equazioni del terzo grado: muore senza poter pubblicare la sua scoperta, ma il genio matematico di {{AutoreCitato|Niccolò Tartaglia|Tartaglia}} la indovina, e lasciasi rubare da {{AutoreCitato|Gerolamo Cardano|Cardano}} la gloria di pubblicarla. Tartaglia continua i suoi lavori, e porge lo sviluppamento del binomio, pel caso dell’esponente intiero e positivo, con una formola generale della quale alcuni geometri moderni si sono attribuito l’onore, perfeziona il calcolo delle radicali, e porge parecchi problemi sui massimi e sui minimi delle funzioni algebriche, e prelude al calcolo delle probabilità. La storia attribuisce al {{AutoreCitato|François Viète|Vieta}} il merito di aver primo impiegato le lettere per indieare tanto le quantità cognite, quanto le incognite; or bene, tali lettere vedetele in Tartaglia usate trentasette anni prima del Vieta<ref>Vieta pubblicò la sua Isagoge circa il 1593. Vedete il ''General Trattato de’ numeri e misure'' del Tartaglia apparso nel 1556 al lib. VII, p. 109. Vedete anche l’''Arte Magna'' del Cardano apparsa nel 1545 al cap. XXXI, XL, XLII, e si scorgerà come anche senza ricorrere al Fibonacci, gli Italiani precedessero gli stranieri in questa scoperta.</ref>. Successivamente {{AutoreCitato|Lodovico Ferrari|Luigi Ferrari}} scopre la soluzione delle equazioni del quarto grado; e Cardano ricco allora dei progressi della scienza algebrica operati dai suoi connazionali offre pel primo le radici imaginarie, un metodo per trovare le radici delle equazioni di un grado qualunque per approssimazione, ed un altro per le varie trasformazioni che si possono impiegare per dare una forma più comoda ad un’equazione, glorie tutte che poi vengono usurpate dal Vieta: presenta nella sua costruzione dell’equazione generale di 3° grado la prima idea della rappresentazione generale del rapporto che esiste fra due quantità, pei rapporti che legano le ascisse e le ordinate in una curva qualunque, e, come Tartaglia, previene {{AutoreCitato|Cartesio|Cartesio}} nell’applicazione dell’algebra alla costruzione delle curve geometriche; previene l’{{AutoreCitato|Thomas Harriot|Harriot}} nell’agguagliare un’equazione a zero, facendone passare tutti i termini in uno stesso membro e osserva il caso ''irreducibile'' nelle equazioni del 3° grado. Finalmente {{AutoreCitato|Rafael Bombelli|Bombelli}} mostra pel primo che le parti della formola che rappresenta ciascuna radice del caso irreducibile, formano col loro aggregato un risultato reale in tutti i casi<ref>Il metodo di Bombelli per estrarre la radice cubica di un binomio reale o imaginario, venne appropriato dal Wallis che lo spacciò per suo (''Opera'', tom. II. p. 167). Bombelli ha pure il merito di avere pel primo offerto il rigore della sintesi applicato alle dimostrazioni algebriche.</ref>, ed insegna a comporre qualunque data equazione del 4° grado in due del 2º, metodo che venne in seguito attribuito al Cartesio<ref>Vedi Wallis nella lettera IX a {{AutoreCitato|Gottfried Wilhelm von Leibniz|Leibnitz}} inserita nel tom. III delle ''Opera omnia'' di questi.</ref>, e {{AutoreCitato|Pietro Antonio Cataldi|Cataldi}} continua poco dopo (1615) le glorie degli Italiani nelle matematiche, prevenendo il {{AutoreCitato|William Brouncker|Brounker}} nel trovato delle frazioni continue, ed il {{AutoreCitato|John Wallis|Wallis}} nell’uso delle serie infinite nell’analitica. D’allora in poi il progresso delle scienze matematiche pure ed applicate va sempre più propagandosi nell’Europa l’aritmetica arricchita dei logaritmi di {{AutoreCitato|Nepero|Neper}}, progredisce col triangolo di {{AutoreCitato|Blaise Pascal|Pascal}}, cogli studi di {{AutoreCitato|Pierre de Fermat|Fermat}} intorno ai numeri figurati ed ai a numeri primi, coi triangoli rettangoli in numeri e coll’abbreviazione delle combinazioni, col metodo delle esclusioni di {{AutoreCitato|Bernard Frénicle de Bessy|Frenicle}}, coi lavori di Brounker, di Wallis, del {{AutoreCitato|Nicolaus Mercator|Mercator}}, del {{AutoreCitato|Isaac Barrow|Barrow}} finchè sopragiungono più tardi {{AutoreCitato|Adrien-Marie Legendre|Legendre}}, Lagrangia e {{AutoreCitato|Carl Friedrich Gauss|Gauss}} a portarle l’ultima perfezione. Ma intanto l’''aritmetica universale'' di {{AutoreCitato|Isaac Newton|Newton}} riducendo in un corpo solo di dottrina l’aritmetica e l’algebra, per formare con esse un caro perfetto dell’arte di calcolare, aveva per così dire fuso il procedimento dell’una in quello dell’altra sino dal secolo XVI. A {{AutoreCitato|Christoph Rudolff|Rudolphs}}, {{AutoreCitato|Michael Stifel|Stifelio}}, {{AutoreCitato|Robert Recorde|Ricord}}, che fin dalla metà del secolo XVI avevano appresi dagli Italiani i primi avanzamenti dell’algebra, succedono intanto il Vieta, l’Harriot, il Cartesio, l’{{AutoreCitato|William Oughtred|Ougtred}}, {{AutoreCitato|Claude-Gaspard Bachet de Méziriac|Bachet}}, {{AutoreCitato|Pierre de Fermat|Fermat}}, il Wallis.<noinclude><references/></noinclude> s8mz1m8pevmaloutqto74k5qsycgc30 Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/119 108 1025737 3895172 3888688 2026-09-05T19:50:43Z Panz Panz 3665 3895172 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|cxv}}|riga=sì}}</noinclude>Allora l’applicazione dell’algebra alla geometria si fa sempre più generale, e queste due parti delle matematiche procedono di pari passo nei loro progressi. Dai lavori di {{AutoreCitato|Leonardo da Vinci|Leonardo da Vinci}}, di {{AutoreCitato|Francesco Maurolico|Maurolico}}, di {{AutoreCitato|Federico Commandino|Commandino}}, di {{AutoreCitato|Giambattista Benedetti|Benedetti}}, fino a quelli di {{AutoreCitato|François Viète|Vieta}}, {{AutoreCitato|Luca Valerio|Luca Valerio}}, {{AutoreCitato|Giovanni Keplero|Keplero}} e {{AutoreCitato|Paolo Guldino|Guldino}}, quanti progressi non fece la geometria? Pure tutti questi vennero sorpassati dal genio di un solo Italiano. {{AutoreCitato|Bonaventura Cavalieri|Cavalieri}} crea il suo metodo degli indivisibili e una maravigliosa rivoluzione subisce tutta quanta la geometria. Assalita questa nuova teoria da tre gesuiti, il {{AutoreCitato|André Tacquet|Tacquet}}, il {{AutoreCitato|Mario Bettini|Bettini}}, il Guldino, Cavalieri la difende colle sue ''Exercitationes geometricæ'' nelle quali offre il famoso teorema che gli aperse la strada alla misura di tutte le parabole di un ordine superiore e di tutti i solidi generati, con farli folgere intorno ad un qualche asse, ed alla determinazione del centro di gravità delle une e degli altri, e col quale gettò le prime basi dei principii del calcolo differenziale ed integrale. Il metodo di questo maraviglioso Italiano colla fecondità delle sue applicazioni scioglie tra le mani del {{AutoreCitato|Evangelista Torricelli|Torricelli}} problemi stati fino allora insolubili, trova la misura del solido acuto iperbolico e la tanto disputata quadratura della cicloide. Nelle mani di {{AutoreCitato|Vincenzo Viviani|Viviani}} trova una nuova quadratura della parabola; nelle mani di {{AutoreCitato|John Wallis|Wallis}} si arricchisce di una generale applicazione del calcolo: {{AutoreIgnoto|Albins}} giovasi di esso nel trattare delle sezioni fatte in un emisfero; {{AutoreCitato|Frans van Schooten|Scooten}} l’applica nella descrizione organica delle sezioni coniche. {{AutoreCitato|Jean-François Niceron|Niceron}}, {{AutoreCitato|Jean de Beaugrand|Beaugrand}}, {{AutoreCitato|Marin Mersenne|Mersenne}}, {{AutoreCitato|Ismaël Boulliau|Bouillaud}} se ne giovano per nuove soluzioni di problemi. Successivamente {{AutoreCitato|Cartesio|Cartesio}} per la famosa regola delle tangenti, {{AutoreCitato|Pierre de Fermat|Fermat}} per quelle dei massimi e dei minimi, {{AutoreCitato|Blaise Pascal|Pascal}} per la considerazione degli elementi delle curve, {{AutoreCitato|Isaac Barrow|Barrow}} pel suo piccolo triangolo differenziale, {{AutoreCitato|Nicolaus Mercator|Mercator}} per la sua arte di formare delle serie infinite di un’altra specie diverse da quelle di Wallis, tutti prestano omaggio al metodo degli indivisibili, tutti si trovano condotti o all’infinito, o sul limitare di esso. {{AutoreCitato|Johannes Hudde|Hudde}} e {{AutoreCitato|Gilles Personne de Roberval|Roberval}} allargano a {{AutoreCitato|Gottfried Wilhelm von Leibniz|Leibnitz}} ed a {{AutoreCitato|Isaac Newton|Newton}} le vie che prime aveva il Cavalieri dischiuse. Ma innanzi procedere più oltre nei progressi della geometria, ragion vuole che si dica delle prime applicazioni di questa scienza alla fisica, e dell’uso che se ne fece per penetrare nei più riposti arcani della natura; e qui ne si presenta il più grande ristoratore della filosofia sperimentale, il genio da cui prendono principio quasi tutte le scienze fisiche e mecaniche, quegli che pose l’Italia a capo di tutto il moderno progresso. E questi l’inventore del termometro, del compasso di proporzione e del microscopio; l’indovino ed il perfezionatore del telescopio; lo scopritore dei satelliti di Giove, delle fasi di Venere, delle macchie e della rotazione del sole, delle montagne della luna; quegli che primo avverte l’isocronismo del pendolo e l’applica alla misura del tempo ed alla musica, nel modo stesso che applicò le osservazioni dei satelliti di Giove alla determinazione delle longitudini in mare; quegli che gettò le prime basi dell’idrostatica, che creò la dinamica, porgendo la teoria della caduta dei gravi, ed applicò il principio delle celerità virtuali al calcolo degli effetti delle machine: quegli che non contento di adoprare le matematiche siccome stromento a studiare i fenomeni naturali ed a rintracciare le cause che li producono, seppe sollevarsi nello studio di esse al punto da saper determinare la traiettoria descritta da un corpo che cade senza seguire la verticale, e che colla divinazione del suo genio seppe perfino preludere al calcolo degli indivisibili e a quello delle probabilità; è questi il massimo {{AutoreCitato|Galileo Galilei|Galileo}}. Non appena la filosofia Galileana valicò le Alpi che tutte le scienze furono in un commovimento universale; tutte progrediscono a passi giganteschi verso una vitale e metodica rigenerazione. Quale non fu allora l’avventuroso fermento che negli spiriti si destò da un confine all’altro dell’Europa? Newton alle proprietà generali dei corpi ne aggiunge due altre, inerzia ed attrazione, e le fa servire alla più intima cognizione delle operazioni della natura. Le matematiche divengono più feconde, e più semplici i metodi. Halley perfeziona l’algebra, forma tavole astronomiche, dà una teoria delle comete, segna in tutta la estensione del globo una linea da cui la declinazione comincia, e che ben verificata potrà un giorno tener luogo di longitudine. Si applica l’analisi al calcolo dell’infinito, e l’Alemagna e l’Inghilterra si disputano questo grande trovato come la Spagna e il Portogallo la conquista delle Indie, e la scienza è arricchita di un metodo in cui l’ingegno dell’uomo trova un mezzo di scoperta che sta ai metodi prima impiegati come la machina a vapore alle potenze mecaniche già per l’innanzi usate. L’applicazione della geometria alla fisica più largamente dilatasi; e Newton fa sopra il moto dei corpi celesti ciò che nella diottrica e sopra alcune parti di meteore avea fatto Cartesio. Le leggi di Keplero sono dimostrate per calcolo, e spiegato è il corso ellittico dei pianeti. Galileo aveva già mostrato esistere un’attrazione reciproca fra i corpi, Keplero l’aveva mostrata proporzionale alle loro masse, Bouillaud l’aveva giudicata variare secondo il rap-<noinclude><references/></noinclude> dzbewbkfmt6sjyt2gw43eles1hdiw8z Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/123 108 1025790 3895174 3894678 2026-09-05T19:51:25Z Panz Panz 3665 3895174 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|cxix}}|riga=sì}}</noinclude>e trovato avea ardenti difensori in {{AutoreCitato|Giorgio Gemisto Pletone|Pletone}}, {{AutoreCitato|Angelo Poliziano|Poliziano}}, {{AutoreCitato|Bessarione|Bessarione}}, {{AutoreCitato|Marsilio Ficino|Ficino}}. La dottrina di {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotele}} vien ristaurata da {{AutoreCitato|Pietro Pomponazzi|Pomponaccio}}, da {{AutoreCitato|Giulio Cesare Scaligero|Scaligero}}, da {{AutoreCitato|Simone Porzio|Simone}}, da {{AutoreCitato| Giovanni Battista Della Porta|Porta}}, e due sorta di peripateticismo cominciasi a distinguere, l’antico ed il moderno. Tutti gli altri sistemi dell’antichità si rialzano successivamente, ma ciascuno è allora erudito, nessuno pensatore. Finalmente come {{AutoreCitato|Francesco Petrarca|Petrarca}} avea già fatto in Italia, {{AutoreCitato|Erasmo da Rotterdam|Erasmo}} e {{AutoreCitato|Filippo Melantone|Melantone}} nel Nord, {{AutoreCitato|Michel de Montaigne|Montagna}}, {{AutoreCitato|Pierre Charron|Charron}} in Francia rovesciano l’impero della scolastica. Rimane ad intraprendersi una nuova riforma. {{AutoreCitato|Bernardino Telesio|Telesio}} l’intraprende, ma la sua scuola non si fa strada fuori d’Italia; {{AutoreCitato|Gerolamo Cardano|Girolamo Cardano}}, {{AutoreCitato|Rudolf Agricola|Rodolfo Agricola}}, {{AutoreCitato|Giordano Bruno|Giordano Bruno}} (precursore dei vortici cartesiani, delle monadi leibniziane) che ne fanno altri tentativi, hanno imaginazione troppo impetuosa. {{AutoreCitato|Andrea Cesalpino|Andrea Cesalpini}}, quantunque più ritenuto, va a smarrirsi ne’ sistemi del panteismo che {{AutoreCitato|Baruch Spinoza|Spinosa}} ricostruisce in formidabile architettura matematica; {{AutoreCitato|Ralph Cudworth|Cudworth}} promulga la dottrina delle idee innate; {{AutoreCitato|Henry More|Enrico Moro}} la moltiplica, {{AutoreCitato|Tommaso Campanella|Campanella}} fa rivivere, in tutta la lor vigoria, i diritti obbliati dell’esperienza. {{AutoreCitato|Pietro Ramo|Pietro Ramo}} nega l’autenticità de’ libri aristotelici e ricusa ogni merito alla sua dottrina. Ma dopo che sommi pensatori italiani ebbero ristaurati in Italia i metodi della ricerca della verità, sorge in Inghilterra {{AutoreCitato|Francesco Bacone|Bacone}}; egli pure studia la natura, tutto rapportando alla sperienza. {{AutoreCitato|Cartesio|Cartesio}} si rinchiude nel santuario della meditazione e tutto trae dalle sue proprie idee. {{AutoreCitato|Gottfried Wilhelm von Leibniz|Leibnizio}}, collocandosi fra loro, cerca di legare i fatti ai principii, studia gli uni per impiegarli, sviluppa gli altri per fecondarli. Bacoñe insegna a meglio sapere, Cartesio a meglio pensare, Leibniz a meglio dedurre. La prima di queste dottrine acquista una estensione ed uno sviluppamento universale. {{AutoreCitato|Nicolas Malebranche|Malebranche}} dimostra gli errori della imaginazione e dei sensi; {{AutoreCitato|John Locke|Locke}} combattendo le idee innate, intraprende primo l’analisi dello spirito umano; egli, come {{AutoreCitato|Isaac Newton|Newton}}, ha presto i suoi ammiratori ed i suoi seguaci; il metodo analitico diviene generale: per esso si tenta delineare la filiazione, farne apprezzare l’influenza del linguaggio sulla giustatezza dei pensieri e farne vedere tutto l’artificio delle operazioni dell’intelletto. L’analisi delle sensazioni e delle idee conduce sopratutto all’analisi delle lingue; {{AutoreCitato|Étienne Bonnot de Condillac|Condillac}}, {{AutoreCitato|Charles Pinot Duclos|Duclos}} e {{AutoreCitato|César Chesneau Dumarsais|Dumarsais}} sollevano a viste generali i principii isolati della grammatica. Lo spirito di analisi si introduce nella critica e compaiono opere in cui le bellezze e i difetti de’ grandi maestri vengono discussi dietro principii metodici; genere di scritti quasi totalmente ignoti al secolo di {{AutoreCitato|Luigi XIV di Francia|Luigi XIV}}. {{AutoreCitato|Niccolò Machiavelli|Machiavelli}}, {{AutoreCitato|Francesco Guicciardini|Guicciardini}}, {{AutoreCitato|Pietro Bembo|Bembo}}, {{AutoreCitato|Paolo Paruta|Paruta}}, {{AutoreCitato|Paolo Giovio|Giovio}}, {{AutoreCitato|Benedetto Varchi|Varchi}}, {{AutoreCitato|Carlo Sigonio|Sigonio}}, {{AutoreCitato|Scipione Maffei|Maffei}}, {{AutoreCitato|Guido Bentivoglio|Bentivoglio}}, {{AutoreCitato|Arrigo Caterino Davila|Davila}}, {{AutoreCitato|Paolo Sarpi|Sarpi}}, {{AutoreCitato|Carlo Denina|Denina}}, {{AutoreCitato|Ludovico Antonio Muratori|Muratori}}, {{AutoreCitato|Pietro Giannone|Giannone}} in Italia; {{AutoreCitato|Hernando del Pulgar|Pulgar}}, {{AutoreCitato|Bernardino de Mendoza|Mendoza}}, {{AutoreCitato|Jerónimo Zurita y Castro|Zurita}}, {{AutoreCitato|Juan de Mariana|Mariana}} nella Spagna; {{AutoreCitato|Gabriel Daniel|Daniel}}, {{AutoreCitato|René-Aubert Vertot|Vertot}}, {{AutoreCitato|Charles Rollin|Rollin}}, {{AutoreCitato|Voltaire|Voltaire}}, {{AutoreCitato|Claude-François-Xavier Millot|Millot}}, {{AutoreCitato|Guillaume-Thomas François Raynal|Raynal}} nella Francia; {{AutoreCitato|Edward Hyde, I conte di Clarendon|Clarendon}}, {{AutoreCitato|David Hume|Hume}}, {{AutoreCitato|William Robertson|Robertson}}, {{AutoreCitato|Edward Gibbon|Gibbon}}, {{AutoreCitato|Adam Ferguson|Ferguson}}, {{AutoreCitato|John Gillies|Gillies}}, {{AutoreCitato|Conyers Middleton|Middleton}} in Inghilterra allargano i dominii della letteratura storica, siccome {{AutoreCitato|Jean-Baptiste Bourguignon d'Anville|d’Anville}}, {{AutoreCitato|Anton Friedrich Büsching|Büsching}}, {{AutoreCitato|Pascal François Joseph Gossellin|Gosselin}}, {{AutoreCitato|Pierre Henri Larcher|Larcher}}, {{AutoreCitato|Guillaume de Sainte-Croix|Sainte-Croix}}, {{AutoreCitato|James Rennell|Rennell}}, {{AutoreIgnoto|Vincent}}, {{AutoreCitato|Edme Mentelle|Mentelle}}, {{AutoreCitato|William Guthrie|Guthrie}}, {{AutoreCitato|John Pinkerton|Pinkerton}} allargano quelli della geografica. La cronologia colla scoperta dei marmi arundeliani, e colle opere di {{AutoreCitato|Giuseppe Giusto Scaligero|Scaligero}}, {{AutoreCitato|Denis Pétau|Pelavio}}, {{AutoreCitato|James Ussher|Usserio}}, {{AutoreCitato|Giovanni Battista Riccioli|Riccioli}}, i Padri Maurini, Larcher, {{AutoreCitato|Antoine Pagi|Pagi}}, {{AutoreCitato|Daniel Papebroch|Papebrochio}}, {{AutoreCitato|Enrico Noris|Noris}}, {{AutoreCitato|John Marsham|Marsham}}, {{AutoreCitato|Nicolas Fréret|Freret}} e più altri ha quasi riuscito di mettere in armonia le discrepanze delle date dei più capitali avvenimenti. La poesia ha già dato l’{{AutoreCitato|Lodovico Ariosto|Ariosto}}, {{AutoreCitato|Torquato Tasso|Tasso}}, {{AutoreCitato|Luís de Camões|Camoens}}, {{AutoreCitato|John Milton|Milton}}, {{AutoreCitato|Lope de Vega|Lope de Vega}}, {{AutoreCitato|Pedro Calderón de la Barca|Calderon}}, {{AutoreCitato|Pierre Corneille|Corneille}}, {{AutoreCitato|Jean Racine|Racine}}, {{AutoreCitato|William Shakespeare|Shakspeare}}, {{AutoreCitato|John Dryden|Dryden}}, {{AutoreCitato|Vittorio Alfieri|Alfieri}}, {{AutoreCitato|Friedrich Schiller|Schiller}} e {{AutoreCitato|Johann Wolfgang von Goethe|Gœthe}}. La comedia ha dato {{AutoreCitato|Molière|Moliere}} e {{AutoreCitato|Carlo Goldoni|Goldoni}}. L’eloquenza sacra ha già avuti i {{AutoreCitato|Louis Bourdaloue|Bourdaloue}}, i {{AutoreCitato|Jacques Bénigne Bossuet|Bossuet}}, i {{AutoreCitato|Esprit Fléchier|Fléchier}}, i {{AutoreCitato|Jean-Baptiste Massillon|Massillon}}. Si cercano nelle idee eterne dello spirito umano le regole del giusto per tutti i paesi e per tutti i secoli, e ne sorge novella scienza morale, che in cambio di sconnessi frammenti presenta edificii maestosi, a simmetrica unità ridotti ed organizzati. Nella giurisprudenza, in tutto l’intervallo di questo periodo, ha veduto succedersi più scuole, e pareceli uomini di sommo ingegno e sapere. Alla gloriosa scuola di {{AutoreCitato|Andrea Alciato|Andrea Alciato}} succede quella di {{AutoreCitato|Jacques Cujas|Cuiaccio}}, interprete profondo di {{AutoreCitato|Giulio Paolo|Paolo}} e di {{AutoreCitato|Emilio Papiniano|Papiniano}}, combattuto dal {{AutoreCitato|Hugo Donellus|Doneau}} il quale, considerando il diritto come diritto, come una geometria e come un sistema, lo estrae come scienza dal codice romano. {{AutoreCitato|Jean Bodin|Bodin}} acquista al diritto una forma scientifica e sistematica; saltiamo l’autore del diritto naturale e delle genti, ''juxta disciplinam Hebræorum'', e siamo a {{AutoreCitato|Ugo Grozio|Grozio}} che tenta stabilire un diritto od una ragione indipendente da ogni principio religioso, dimostrandolo col doppio sistema storico e filosofico; ma affatto destituito di sagacità nelle investigazioni metafisiche, gli rimarrebbe la gloria di aver primo trattato del diritto delle genti, se non fosse stato in ciò preceduto dall’italiano {{AutoreCitato|Alberico Gentili|Alberico Gentile}}. {{AutoreCitato|Samuel von Pufendorf|Puffendorf}} successore di Grozio confonde i principii fra loro opposti di Grozio e di {{AutoreCitato|Thomas Hobbes|Hobbes}}: {{AutoreCitato|Gottfried Wilhelm von Leibniz|Leibnitz}} genio universale, riforma ed ingrandisce la giurisprudenza con ricerche filosofiche sull’origine del diritto, coi nuovi metodi d’insegnamento, coi piani di codificazione e con una giusta deter-<noinclude><references/></noinclude> 40dtuiifjmu1rqa3pl55hh21j633y1i Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/124 108 1025791 3895120 3874127 2026-09-05T19:18:01Z Panz Panz 3665 3895120 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|cxx}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>minazione del carattere e delle originalità del diritto romano. {{AutoreCitato|Christian Thomasius|Tomasio}}, {{AutoreCitato|Christian Wolff|Volf}}, {{AutoreCitato|Johann Gottlieb Heineccius|Eineccio}}, {{AutoreCitato|Johann August Bach|Bach}}, ben poco aggiungono alla scienza, {{AutoreCitato|Jean Domat|Domat}} cerca conciliare le massime del Vangelo colla superba sapienza del diritto romano, di cui {{AutoreCitato|Robert Joseph Pothier|Pothier}} illustra i testi, e {{AutoreCitato|Gian Vincenzo Gravina|Gravina}} sapientemente la storia. {{AutoreCitato|Giambattista Vico|Vico}} trae dalla storia del diritto romano la famosa sua legge universale che governa la vita dei popoli, il corso della civiltà, e prima d’ogni altro ne indovina la simbolica. {{AutoreCitato|Montesquieu|Montesquieu}} illuminato da {{AutoreCitato|Jean Bodin|Bodin}}, {{AutoreCitato|Niccolò Machiavelli|Machiavelli}}, Gravina e Vico ritrae il diritto da una ragione primitiva nettamente distinta dalle leggi positive e dedotta dalla storia universale; ma poco profondo nella cognizione dell’umana natura trascorre nelle esagerazioni, della teorica sul clima, e si tace sull’ontologia storica, l’oggetto delle grandi ricerche degli studi d’oggidi; e mentre {{AutoreCitato|Gaetano Filangieri|Filangeri}} intende alla riforma delle leggi e dei codici proponendo la vera scienza teorica e pratica della legislazione universale, {{AutoreCitato|Cesare Beccaria|Beccaria}} dà il primo impulso alla rigenerazione dei codici penali. Nell’economia pubblica dopo che l’Italia ebbe offerte le prime teoriche sulla moneta e sui cambi per opera dello {{AutoreCitato|Gasparo Scaruffi|Scaruffi}}, del {{AutoreCitato|Bernardo Davanzati|Davanzati}}, del {{AutoreCitato|Gian Donato Turbolo|Turbolo}}, del {{AutoreCitato|Carlo Antonio Broggia|Broggia}}, del {{AutoreCitato|Ferdinando Galiani|Galiani}}, del {{AutoreCitato|Geminiano Montanari|Montanari}} e particolarmente del {{AutoreCitato|Gian Rinaldo Carli|Carli}}, il primo determinatore della giusta misura o proporzione dei metalli monetati e degli altri valori, dopo insegnato con Davanzati, {{AutoreCitato|Sallustio Bandini|Bandini}}, {{AutoreCitato|Ferdinando Galiani|Galiani}}, {{AutoreCitato|Antonio Genovesi|Genovesi}}, come la ricchezza non derivi dalla quantità dell’oro e dell’argento, ma sì piuttosto dall’abbondanza degli articoli necessarii, utili e dilettevoli, dopo svolto primamente, per opera dello {{AutoreCitato|Antonio Serra|Serra}}, il principio produttore dell’industria; anticipate col Bandini le idee del fisiocratismo di Francia, anticipate quelle relative alla libertà del commercio coll’{{AutoreCitato|Giammaria Ortes|Ortes}}, col {{AutoreCitato|Pompeo Neri|Neri}}, anzi pure cogli statuti della repubblica milanese (1248); dopo aver date le prime catedre di economia pubblica a Napoli, a Milano, a Modena, si videro comparire le dottrine del {{AutoreCitato|Jean-Baptiste Colbert|Colbertismo}}, di {{AutoreCitato|François Quesnay|Quesnay}}, {{AutoreCitato|Anne Robert Jacques Turgot|Turgot}}, quindi le ricerche di {{AutoreCitato|Adam Smith|Adamo Smith}}. - Si applica lo spirito filosofico alle lettere, si crea la metafisica delle arti, ed i processi anche di queste, come le teorie e le osservazioni delle scienze fisiche, ricevono dallo stesso metodo maggior precisione. {{AutoreCitato|Raffaele Fabretti|Fabretti}} getta le prime basi della critica epigrafica, {{AutoreCitato|Joseph Pellerin|Pellerin}} dà le prime idee del sistema numismatico che poscia {{AutoreCitato|Joseph Hilarius Eckhel|Eckhel}} perfeziona. {{AutoreCitato|Johann Joachim Winckelmann|Winckelmann}} consolida sopra nuove basi l’alleanza delle arti e dell’archeologia. {{AutoreCitato|Jean-Jacques Barthélemy|Barthélemy}} riedifica la Grecia di Pericle dalle proprie sue ruine, e {{AutoreCitato|Ennio Quirino Visconti|Visconti}} con enciclopedica scienza sorge il più grande archeologo dei suoi tempi. - Da {{AutoreCitato|Benvenuto Sangiorgio|Benvenuto Sangiorgio}}, il primo ordinatore dei sani principii della diplomatica sino a {{AutoreCitato|Jean Mabillon|Mabillon}}, ristoratore della critica di questa scienza, da Mabillon sino a {{AutoreCitato|Scipione Maffei|Maffei}}, {{AutoreCitato|Angelo Fumagalli|Fumagalli}}, {{AutoreCitato|Luigi Gaetano Marini|Marini}}, {{AutoreCitato|Karl Traugott Gottlob Schoenemann|Schoenemann}}, quali e quante opere di questa disciplina non annoverano presso che tutte le letterature d’Europa? Gli studii della erudizione d’ogni genere sono saliti ad uno splendore, solo in questi ultimi tempi emulato, mercè le fatiche di un {{AutoreCitato|Gottfried Wilhelm von Leibniz|Leibnitz}}, di un {{AutoreCitato|Charles du Fresne, sieur du Cange|Du Cange}}, di un {{AutoreCitato|Johannes van Meurs|Meursio}}, di un {{AutoreCitato|Ludovico Antonio Muratori|Muratori}}, di un {{AutoreCitato|Girolamo Tiraboschi|Tiraboschi}}; le ricerche sulla greca storia e su le greche antichità del {{AutoreCitato|Nikolaos Sophianos|Sofiano}}, del {{AutoreCitato|Nicolas Gerbel|Gerberio}}, del {{AutoreCitato|Carlo Sigonio|Sigonio}}, del {{AutoreCitato|Johann Lauremberg|Laurembergio}}, del {{AutoreCitato|Jacques Le Paulmier de Grentemesnil|Palmerio}}, del {{AutoreCitato|Everard Feith|Feithio}}, del {{AutoreCitato|John Potter|Potter}}, sono continuate e fecondate di principii filosofici dai lavori di {{AutoreCitato|Nicolas Fréret|Freret}}, {{AutoreCitato|Jean-Pierre Gibert|Gibert}}, {{AutoreCitato|Pierre Henri Larcher|Larcher}}; i tanto sterminati lavori di {{AutoreCitato|Carlo Sigonio|Sigonio}}, {{AutoreCitato|Barnabé Brisson|Brissonio}}, {{AutoreCitato|Giovanni Rosini|Rosini}}, {{AutoreCitato|Johann Georg Graeve|Grevio}}, {{AutoreCitato|Johann Friedrich Gronov|Gronovio}}, {{AutoreCitato|Samuel Pitiscus|Pitisco}}, {{AutoreIgnoto|Pighi}} e più altri su la storia romana, e le romane antichità vengon continuati con erudizione non minore e con maggior senso filosofico da Freret, {{AutoreCitato|Charles de Brosses|De Brosses}}, {{AutoreCitato|Jean Lévesque de Burigny|Buriguy}}, {{AutoreCitato|René-Aubert Vertot|Vertot}}, {{AutoreCitato|Jean-François du Resnel|Resnel}}, {{AutoreCitato|Jean Lévesque de Burigny|Levesque}}, {{AutoreIgnoto|Anselme}}, {{AutoreCitato|Louis de Beaufort|Beaufort}}; la storia universale di {{AutoreCitato|Francesco Bianchini|Bianchini}}, le Antichità asiatiche di {{AutoreCitato|Edmund Chishull|Chishul}}, la Biblioteca orientale di {{AutoreCitato|Barthélemy d'Herbelot de Molainville|Herbelot}}, l’Etruria regale del {{AutoreCitato|Thomas Dempster|Dempster}}, e tutti i lavori sulla Cina di {{AutoreCitato|Chrétien-Louis-Joseph de Guignes|De Guignes}}, {{AutoreCitato|Étienne Fourmont|Fourmont}}, {{AutoreCitato|Jean-Baptiste Du Halde|Du Haid}}; di {{AutoreCitato|Michel Fourmont|Fourmont}}, {{AutoreCitato|Abraham Hyacinthe Anquetil-Duperron|Anquetil}}, Freret sulla Persia; di {{AutoreCitato|Bernard de Montfaucon|Montfaucon}}, {{AutoreCitato|Pierre Blanchard|Blanchard}}, {{AutoreCitato|Jean-Baptiste Alexandre Le Blond|Le Blond}}, {{AutoreCitato|Gabriel Brotier|Brotier}} sull’Egitto; di {{AutoreCitato|Vincent Mignot|Mignot}}, {{AutoreIgnoto|Fontenu}} sulla Fenicia; di {{AutoreCitato|Augustin Belley|Belley}}, {{AutoreCitato|Louis Jouard de La Nauze|De la Nauze}} sulla Siria; dei due Vaillant, {{AutoreCitato|Eusèbe Renaudot|Renaudot}} sulle antichità di Palmira; di {{AutoreIgnoto|Sevin}}, Freret, De Brosses, Larcher, De Guignes, Anquetil, {{AutoreCitato|Jean-Baptiste Bourguignon d'Anville|d’Anville}} sull’Assiria, la Babilonia e la Caldea; di {{AutoreCitato|Jacques Boucher de Crèvecœur de Perthes|Boucher}}, Belley, {{AutoreCitato|Nicolas Gédoyn|Gedoyn}} sul Ponto e sulla Paflagonia; di {{AutoreCitato|Louise-Félicité Guynement de Kéralio|Keralio}}, {{AutoreCitato|Claude Gros de Boze|De Boze}}, {{AutoreCitato|Antoine Banier|Banier}}, Freret, d’Anville, {{AutoreIgnoto|Magausen}} sui popoli del Nord, preludono a grandi e profonde e nuove indagini storiche e archeologiche dei tempi presenti. Che dire dello studio della linguistica? Da {{AutoreCitato|Teseo Ambrogio degli Albonesi|Teseo Ambrogio}}, autore della prima opera poliglotta in Europa, sino ad {{AutoreCitato|Johann Christoph Adelung|Adelung}}; da {{AutoreCitato|Agostino Giustiniani|Giustiniani}}, il primo a portar fuori d’Italia lo studio delle lingue orientali, dal {{AutoreCitato|Giambattista Raimondi|Raimondi}}, dal {{AutoreCitato|Ludovico Marracci|Marracci}}, dal {{AutoreCitato|Antonio Giggei|Giggeo}} al {{AutoreCitato|Antoine-Isaac Silvestre de Sacy|Sacy}}; dall’ebraicista {{AutoreCitato|Sante Pagnini|Pagnini}} al {{AutoreCitato|Giovanni Bernardo De Rossi|De-Rossi}}; dallo {{AutoreCitato|Giulio Cesare Scaligero|Scaligero}} al {{AutoreCitato|Tommaso Valperga di Caluso|Caluso}} per la lingua copta; dal {{AutoreCitato|Clemente Galano|Galano}} e dal {{AutoreCitato|Francesco Rivola|Rivola}} al {{AutoreCitato|Pierre-Simon Lourdet|Lourdet}} per l’armena; dal {{AutoreCitato|Antoine-Léonard de Chézy|Ceschio}} al {{AutoreCitato|William Jones|Jones}} pel sanscrito; da {{AutoreCitato|Matteo Ricci|Matteo Ricci}}, dal padre {{AutoreCitato|Basilio Brollo|Basilio di Gemona}} al Fourmont ed al {{AutoreCitato|Antonio Montucci|Montucci}} pel cinese ecc. quale innumerevole schiera di orientalisti di ogni nazione! {{AutoreCitato|Francesco De Marchi|De-Marchi}} e Borgo fra gli Italiani, {{AutoreCitato|Sébastien Le Prestre de Vauban|Vauban}} fra i Francesi, Cochoorn fra gli Olandesi, Rimpler fra i Tedeschi creano perfezionano l’architettura militare. Falconetto, Peruzzi, i Lombardi, {{AutoreCitato|Giovanni Giocondo|frà Giocondo}}, Sanmicheli, Sangallo, {{AutoreCitato|Giulio Romano|Giulio Romano}}, {{AutoreCitato|Raffaello Sanzio|Raffaello}}{{Ec||,}} {{AutoreCitato|Michelangelo Buonarroti|Buonarroti}}, Sansovino, Alessi Galeazzo, {{AutoreCitato|Andrea Palladio|Palladio}}, {{AutoreCitato|Jacopo Barozzi da Vignola|Barozzi}},<noinclude><references/></noinclude> 59rpwcrfbeqpbr963c19k1fj3ppjznz 3895124 3895120 2026-09-05T19:20:38Z Panz Panz 3665 3895124 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|cxx}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>minazione del carattere e delle originalità del diritto romano. {{AutoreCitato|Christian Thomasius|Tomasio}}, {{AutoreCitato|Christian Wolff|Volf}}, {{AutoreCitato|Johann Gottlieb Heineccius|Eineccio}}, {{AutoreCitato|Johann August Bach|Bach}}, ben poco aggiungono alla scienza, {{AutoreCitato|Jean Domat|Domat}} cerca conciliare le massime del Vangelo colla superba sapienza del diritto romano, di cui {{AutoreCitato|Robert Joseph Pothier|Pothier}} illustra i testi, e {{AutoreCitato|Giovanni Vincenzo Gravina|Gravina}} sapientemente la storia. {{AutoreCitato|Giambattista Vico|Vico}} trae dalla storia del diritto romano la famosa sua legge universale che governa la vita dei popoli, il corso della civiltà, e prima d’ogni altro ne indovina la simbolica. {{AutoreCitato|Montesquieu|Montesquieu}} illuminato da {{AutoreCitato|Jean Bodin|Bodin}}, {{AutoreCitato|Niccolò Machiavelli|Machiavelli}}, Gravina e Vico ritrae il diritto da una ragione primitiva nettamente distinta dalle leggi positive e dedotta dalla storia universale; ma poco profondo nella cognizione dell’umana natura trascorre nelle esagerazioni, della teorica sul clima, e si tace sull’ontologia storica, l’oggetto delle grandi ricerche degli studi d’oggidi; e mentre {{AutoreCitato|Gaetano Filangieri|Filangeri}} intende alla riforma delle leggi e dei codici proponendo la vera scienza teorica e pratica della legislazione universale, {{AutoreCitato|Cesare Beccaria|Beccaria}} dà il primo impulso alla rigenerazione dei codici penali. Nell’economia pubblica dopo che l’Italia ebbe offerte le prime teoriche sulla moneta e sui cambi per opera dello {{AutoreCitato|Gasparo Scaruffi|Scaruffi}}, del {{AutoreCitato|Bernardo Davanzati|Davanzati}}, del {{AutoreCitato|Gian Donato Turbolo|Turbolo}}, del {{AutoreCitato|Carlo Antonio Broggia|Broggia}}, del {{AutoreCitato|Ferdinando Galiani|Galiani}}, del {{AutoreCitato|Geminiano Montanari|Montanari}} e particolarmente del {{AutoreCitato|Gian Rinaldo Carli|Carli}}, il primo determinatore della giusta misura o proporzione dei metalli monetati e degli altri valori, dopo insegnato con Davanzati, {{AutoreCitato|Sallustio Bandini|Bandini}}, {{AutoreCitato|Ferdinando Galiani|Galiani}}, {{AutoreCitato|Antonio Genovesi|Genovesi}}, come la ricchezza non derivi dalla quantità dell’oro e dell’argento, ma sì piuttosto dall’abbondanza degli articoli necessarii, utili e dilettevoli, dopo svolto primamente, per opera dello {{AutoreCitato|Antonio Serra|Serra}}, il principio produttore dell’industria; anticipate col Bandini le idee del fisiocratismo di Francia, anticipate quelle relative alla libertà del commercio coll’{{AutoreCitato|Giammaria Ortes|Ortes}}, col {{AutoreCitato|Pompeo Neri|Neri}}, anzi pure cogli statuti della repubblica milanese (1248); dopo aver date le prime catedre di economia pubblica a Napoli, a Milano, a Modena, si videro comparire le dottrine del {{AutoreCitato|Jean-Baptiste Colbert|Colbertismo}}, di {{AutoreCitato|François Quesnay|Quesnay}}, {{AutoreCitato|Anne Robert Jacques Turgot|Turgot}}, quindi le ricerche di {{AutoreCitato|Adam Smith|Adamo Smith}}. - Si applica lo spirito filosofico alle lettere, si crea la metafisica delle arti, ed i processi anche di queste, come le teorie e le osservazioni delle scienze fisiche, ricevono dallo stesso metodo maggior precisione. {{AutoreCitato|Raffaele Fabretti|Fabretti}} getta le prime basi della critica epigrafica, {{AutoreCitato|Joseph Pellerin|Pellerin}} dà le prime idee del sistema numismatico che poscia {{AutoreCitato|Joseph Hilarius Eckhel|Eckhel}} perfeziona. {{AutoreCitato|Johann Joachim Winckelmann|Winckelmann}} consolida sopra nuove basi l’alleanza delle arti e dell’archeologia. {{AutoreCitato|Jean-Jacques Barthélemy|Barthélemy}} riedifica la Grecia di Pericle dalle proprie sue ruine, e {{AutoreCitato|Ennio Quirino Visconti|Visconti}} con enciclopedica scienza sorge il più grande archeologo dei suoi tempi. - Da {{AutoreCitato|Benvenuto Sangiorgio|Benvenuto Sangiorgio}}, il primo ordinatore dei sani principii della diplomatica sino a {{AutoreCitato|Jean Mabillon|Mabillon}}, ristoratore della critica di questa scienza, da Mabillon sino a {{AutoreCitato|Scipione Maffei|Maffei}}, {{AutoreCitato|Angelo Fumagalli|Fumagalli}}, {{AutoreCitato|Luigi Gaetano Marini|Marini}}, {{AutoreCitato|Karl Traugott Gottlob Schoenemann|Schoenemann}}, quali e quante opere di questa disciplina non annoverano presso che tutte le letterature d’Europa? Gli studii della erudizione d’ogni genere sono saliti ad uno splendore, solo in questi ultimi tempi emulato, mercè le fatiche di un {{AutoreCitato|Gottfried Wilhelm von Leibniz|Leibnitz}}, di un {{AutoreCitato|Charles du Fresne, sieur du Cange|Du Cange}}, di un {{AutoreCitato|Johannes van Meurs|Meursio}}, di un {{AutoreCitato|Ludovico Antonio Muratori|Muratori}}, di un {{AutoreCitato|Girolamo Tiraboschi|Tiraboschi}}; le ricerche sulla greca storia e su le greche antichità del {{AutoreCitato|Nikolaos Sophianos|Sofiano}}, del {{AutoreCitato|Nicolas Gerbel|Gerberio}}, del {{AutoreCitato|Carlo Sigonio|Sigonio}}, del {{AutoreCitato|Johann Lauremberg|Laurembergio}}, del {{AutoreCitato|Jacques Le Paulmier de Grentemesnil|Palmerio}}, del {{AutoreCitato|Everard Feith|Feithio}}, del {{AutoreCitato|John Potter|Potter}}, sono continuate e fecondate di principii filosofici dai lavori di {{AutoreCitato|Nicolas Fréret|Freret}}, {{AutoreCitato|Jean-Pierre Gibert|Gibert}}, {{AutoreCitato|Pierre Henri Larcher|Larcher}}; i tanto sterminati lavori di {{AutoreCitato|Carlo Sigonio|Sigonio}}, {{AutoreCitato|Barnabé Brisson|Brissonio}}, {{AutoreCitato|Giovanni Rosini|Rosini}}, {{AutoreCitato|Johann Georg Graeve|Grevio}}, {{AutoreCitato|Johann Friedrich Gronov|Gronovio}}, {{AutoreCitato|Samuel Pitiscus|Pitisco}}, {{AutoreIgnoto|Pighi}} e più altri su la storia romana, e le romane antichità vengon continuati con erudizione non minore e con maggior senso filosofico da Freret, {{AutoreCitato|Charles de Brosses|De Brosses}}, {{AutoreCitato|Jean Lévesque de Burigny|Buriguy}}, {{AutoreCitato|René-Aubert Vertot|Vertot}}, {{AutoreCitato|Jean-François du Resnel|Resnel}}, {{AutoreCitato|Jean Lévesque de Burigny|Levesque}}, {{AutoreIgnoto|Anselme}}, {{AutoreCitato|Louis de Beaufort|Beaufort}}; la storia universale di {{AutoreCitato|Francesco Bianchini|Bianchini}}, le Antichità asiatiche di {{AutoreCitato|Edmund Chishull|Chishul}}, la Biblioteca orientale di {{AutoreCitato|Barthélemy d'Herbelot de Molainville|Herbelot}}, l’Etruria regale del {{AutoreCitato|Thomas Dempster|Dempster}}, e tutti i lavori sulla Cina di {{AutoreCitato|Chrétien-Louis-Joseph de Guignes|De Guignes}}, {{AutoreCitato|Étienne Fourmont|Fourmont}}, {{AutoreCitato|Jean-Baptiste Du Halde|Du Haid}}; di {{AutoreCitato|Michel Fourmont|Fourmont}}, {{AutoreCitato|Abraham Hyacinthe Anquetil-Duperron|Anquetil}}, Freret sulla Persia; di {{AutoreCitato|Bernard de Montfaucon|Montfaucon}}, {{AutoreCitato|Pierre Blanchard|Blanchard}}, {{AutoreCitato|Jean-Baptiste Alexandre Le Blond|Le Blond}}, {{AutoreCitato|Gabriel Brotier|Brotier}} sull’Egitto; di {{AutoreCitato|Vincent Mignot|Mignot}}, {{AutoreIgnoto|Fontenu}} sulla Fenicia; di {{AutoreCitato|Augustin Belley|Belley}}, {{AutoreCitato|Louis Jouard de La Nauze|De la Nauze}} sulla Siria; dei due Vaillant, {{AutoreCitato|Eusèbe Renaudot|Renaudot}} sulle antichità di Palmira; di {{AutoreIgnoto|Sevin}}, Freret, De Brosses, Larcher, De Guignes, Anquetil, {{AutoreCitato|Jean-Baptiste Bourguignon d'Anville|d’Anville}} sull’Assiria, la Babilonia e la Caldea; di {{AutoreCitato|Jacques Boucher de Crèvecœur de Perthes|Boucher}}, Belley, {{AutoreCitato|Nicolas Gédoyn|Gedoyn}} sul Ponto e sulla Paflagonia; di {{AutoreCitato|Louise-Félicité Guynement de Kéralio|Keralio}}, {{AutoreCitato|Claude Gros de Boze|De Boze}}, {{AutoreCitato|Antoine Banier|Banier}}, Freret, d’Anville, {{AutoreIgnoto|Magausen}} sui popoli del Nord, preludono a grandi e profonde e nuove indagini storiche e archeologiche dei tempi presenti. Che dire dello studio della linguistica? Da {{AutoreCitato|Teseo Ambrogio degli Albonesi|Teseo Ambrogio}}, autore della prima opera poliglotta in Europa, sino ad {{AutoreCitato|Johann Christoph Adelung|Adelung}}; da {{AutoreCitato|Agostino Giustiniani|Giustiniani}}, il primo a portar fuori d’Italia lo studio delle lingue orientali, dal {{AutoreCitato|Giambattista Raimondi|Raimondi}}, dal {{AutoreCitato|Ludovico Marracci|Marracci}}, dal {{AutoreCitato|Antonio Giggei|Giggeo}} al {{AutoreCitato|Antoine-Isaac Silvestre de Sacy|Sacy}}; dall’ebraicista {{AutoreCitato|Sante Pagnini|Pagnini}} al {{AutoreCitato|Giovanni Bernardo De Rossi|De-Rossi}}; dallo {{AutoreCitato|Giulio Cesare Scaligero|Scaligero}} al {{AutoreCitato|Tommaso Valperga di Caluso|Caluso}} per la lingua copta; dal {{AutoreCitato|Clemente Galano|Galano}} e dal {{AutoreCitato|Francesco Rivola|Rivola}} al {{AutoreCitato|Pierre-Simon Lourdet|Lourdet}} per l’armena; dal {{AutoreCitato|Antoine-Léonard de Chézy|Ceschio}} al {{AutoreCitato|William Jones|Jones}} pel sanscrito; da {{AutoreCitato|Matteo Ricci (gesuita)|Matteo Ricci}}, dal padre {{AutoreCitato|Basilio Brollo|Basilio di Gemona}} al Fourmont ed al {{AutoreCitato|Antonio Montucci|Montucci}} pel cinese ecc. quale innumerevole schiera di orientalisti di ogni nazione! {{AutoreCitato|Francesco De Marchi|De-Marchi}} e Borgo fra gli Italiani, {{AutoreCitato|Sébastien Le Prestre de Vauban|Vauban}} fra i Francesi, Cochoorn fra gli Olandesi, Rimpler fra i Tedeschi creano perfezionano l’architettura militare. Falconetto, Peruzzi, i Lombardi, {{AutoreCitato|Giovanni Giocondo|frà Giocondo}}, Sanmicheli, Sangallo, {{AutoreCitato|Giulio Romano|Giulio Romano}}, {{AutoreCitato|Raffaello Sanzio|Raffaello}}{{Ec||,}} {{AutoreCitato|Michelangelo Buonarroti|Buonarroti}}, Sansovino, Alessi Galeazzo, {{AutoreCitato|Andrea Palladio|Palladio}}, {{AutoreCitato|Jacopo Barozzi da Vignola|Barozzi}},<noinclude><references/></noinclude> esyzyt4bd7agwmcowmrgtfj9mbcfwwx Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/8 108 1025980 3894990 3894987 2026-09-05T12:00:12Z Giaccai 13220 3894990 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 74 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{ct|t=3|v=2|{{Sc|{{larger|stragi e terrorismo in italia dal dopoguerra al 1974}}}}}} {{ct|t=1|v=2|{{Sc|parte prima l strategia della tensione fino allo scoppio delle bomb}}}} {{Sc|I ― Le origini della strategia della tensione}}<br> I.1 ''La politica americana in Italia dalla fine della guerra fredda alla nascita di Gladio'' È difficile individuare una data precisa alla quale far risalire l'origine della c.d. {{Wl|Q956002|strategia della tensione}}. Sicuramente, questa data è molto più lontana di quanto non lo siano gli avvenimenti oggetto di questa relazione, la vera e propria strategia della tensione, con le stragi e gli omicidi quale elemento portante, e le congiure e i depistaggi anche ad opera di apparati dello Stato, come corollario. Si vedrà, più oltre, che per certi versi il rapporto può essere rovesciato, essendo la parte operativa solo l'estrinsecazione di un ben più raffinato disegno. Di certo, è necessario tornare indietro di molti anni, di decenni, quando con la fine della seconda guerra mondiale inizia lo scontro tra i due blocchi. L'Italia è per buona parte di questo periodo in prima fila come territorio di confine, un vero e proprio «laboratorio» nel quale sperimentare le diverse strategie che Stati Uniti e, diversamente, Unione Sovietica applicheranno poi su scala planetaria. Un laboratorio nel quale sono cresciuti elementi che vedremo poi «lavorare» in diversi paesi, con i medesimi mezzi e, soprattutto, con i medesimi fini. Ed è difficile non vedere una regia unica - per quanto articolata - negli episodi che in Occidente, dall'Europa al Sud America, hanno segnato questi cinquant'anni di dopoguerra. Per sintesi estrema, e volutamente limitando la nostra analisi al rapporto tra USA e Italia, è possibile affermare che in questo mezzo secolo Washington ha ininterrottamente applicato la «{{Wl|Q171375|dottrina Truman}}», permanendo in una convinzione che, anno dopo anno, non trovava più nessun riscontro nella realtà. Non conta qui vedere gli avvenimenti successivi alla metà degli anni '70, ma non può tacersi che i principali artefici della strategia della tensione almeno sotto il profilo operativo si ritroveranno, variamente combinati, attivi anche nel disegno statunitense di controllo del sub continente americano. Basti qui citare il caso di {{Wl|Q1372194|Stefano Delle Chiaie}}, fondatore di {{Wl|Q790144)(Q790144|Avanguardia Nazionale}}, e uomo alle dirette dipendenze del ditta-<noinclude><references/></noinclude> hhgsngi87p37bpkhdk7c9xcqmsqed41 3894993 3894990 2026-09-05T12:01:06Z Giaccai 13220 3894993 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 74 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{ct|t=3|v=2|{{Sc|{{larger|stragi e terrorismo in italia<br> dal dopoguerra al 1974}}}}}} {{ct|t=1|v=2|{{Sc|{{x-larger|parte prima l strategia della tensione fino allo scoppio delle bombe}}}}}} {{Sc|I ― Le origini della strategia della tensione}}<br> I.1 ''La politica americana in Italia dalla fine della guerra fredda alla nascita di Gladio'' È difficile individuare una data precisa alla quale far risalire l'origine della c.d. {{Wl|Q956002|strategia della tensione}}. Sicuramente, questa data è molto più lontana di quanto non lo siano gli avvenimenti oggetto di questa relazione, la vera e propria strategia della tensione, con le stragi e gli omicidi quale elemento portante, e le congiure e i depistaggi anche ad opera di apparati dello Stato, come corollario. Si vedrà, più oltre, che per certi versi il rapporto può essere rovesciato, essendo la parte operativa solo l'estrinsecazione di un ben più raffinato disegno. Di certo, è necessario tornare indietro di molti anni, di decenni, quando con la fine della seconda guerra mondiale inizia lo scontro tra i due blocchi. L'Italia è per buona parte di questo periodo in prima fila come territorio di confine, un vero e proprio «laboratorio» nel quale sperimentare le diverse strategie che Stati Uniti e, diversamente, Unione Sovietica applicheranno poi su scala planetaria. Un laboratorio nel quale sono cresciuti elementi che vedremo poi «lavorare» in diversi paesi, con i medesimi mezzi e, soprattutto, con i medesimi fini. Ed è difficile non vedere una regia unica - per quanto articolata - negli episodi che in Occidente, dall'Europa al Sud America, hanno segnato questi cinquant'anni di dopoguerra. Per sintesi estrema, e volutamente limitando la nostra analisi al rapporto tra USA e Italia, è possibile affermare che in questo mezzo secolo Washington ha ininterrottamente applicato la «{{Wl|Q171375|dottrina Truman}}», permanendo in una convinzione che, anno dopo anno, non trovava più nessun riscontro nella realtà. Non conta qui vedere gli avvenimenti successivi alla metà degli anni '70, ma non può tacersi che i principali artefici della strategia della tensione almeno sotto il profilo operativo si ritroveranno, variamente combinati, attivi anche nel disegno statunitense di controllo del sub continente americano. Basti qui citare il caso di {{Wl|Q1372194|Stefano Delle Chiaie}}, fondatore di {{Wl|Q790144)(Q790144|Avanguardia Nazionale}}, e uomo alle dirette dipendenze del ditta-<noinclude><references/></noinclude> c4m7zsf4ayioduq7kr5bypw61jyf6r4 3894995 3894993 2026-09-05T12:01:32Z Giaccai 13220 3894995 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 74 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{ct|t=3|v=2|{{Sc|{{larger|stragi e terrorismo in italia<br> dal dopoguerra al 1974}}}}}} {{ct|t=1|v=2|{{Sc|{{larger|parte prima l strategia della tensione fino allo scoppio delle bombe}}}}}} {{Sc|I ― Le origini della strategia della tensione}}<br> I.1 ''La politica americana in Italia dalla fine della guerra fredda alla nascita di Gladio'' È difficile individuare una data precisa alla quale far risalire l'origine della c.d. {{Wl|Q956002|strategia della tensione}}. Sicuramente, questa data è molto più lontana di quanto non lo siano gli avvenimenti oggetto di questa relazione, la vera e propria strategia della tensione, con le stragi e gli omicidi quale elemento portante, e le congiure e i depistaggi anche ad opera di apparati dello Stato, come corollario. Si vedrà, più oltre, che per certi versi il rapporto può essere rovesciato, essendo la parte operativa solo l'estrinsecazione di un ben più raffinato disegno. Di certo, è necessario tornare indietro di molti anni, di decenni, quando con la fine della seconda guerra mondiale inizia lo scontro tra i due blocchi. L'Italia è per buona parte di questo periodo in prima fila come territorio di confine, un vero e proprio «laboratorio» nel quale sperimentare le diverse strategie che Stati Uniti e, diversamente, Unione Sovietica applicheranno poi su scala planetaria. Un laboratorio nel quale sono cresciuti elementi che vedremo poi «lavorare» in diversi paesi, con i medesimi mezzi e, soprattutto, con i medesimi fini. Ed è difficile non vedere una regia unica - per quanto articolata - negli episodi che in Occidente, dall'Europa al Sud America, hanno segnato questi cinquant'anni di dopoguerra. Per sintesi estrema, e volutamente limitando la nostra analisi al rapporto tra USA e Italia, è possibile affermare che in questo mezzo secolo Washington ha ininterrottamente applicato la «{{Wl|Q171375|dottrina Truman}}», permanendo in una convinzione che, anno dopo anno, non trovava più nessun riscontro nella realtà. Non conta qui vedere gli avvenimenti successivi alla metà degli anni '70, ma non può tacersi che i principali artefici della strategia della tensione almeno sotto il profilo operativo si ritroveranno, variamente combinati, attivi anche nel disegno statunitense di controllo del sub continente americano. Basti qui citare il caso di {{Wl|Q1372194|Stefano Delle Chiaie}}, fondatore di {{Wl|Q790144)(Q790144|Avanguardia Nazionale}}, e uomo alle dirette dipendenze del ditta-<noinclude><references/></noinclude> 28o7th4uhokjzmqnackhwie2bx9q4qj 3894997 3894995 2026-09-05T12:01:58Z Giaccai 13220 3894997 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 74 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{ct|t=3|v=2|{{Sc|{{larger|stragi e terrorismo in italia<br> dal dopoguerra al 1974}}}}}} {{ct|t=1|v=2|{{Sc|{{larger|parte prima l strategia della tensione<br> fino allo scoppio delle bombe}}}}}} {{Sc|I ― Le origini della strategia della tensione}}<br> I.1 ''La politica americana in Italia dalla fine della guerra fredda alla nascita di Gladio'' È difficile individuare una data precisa alla quale far risalire l'origine della c.d. {{Wl|Q956002|strategia della tensione}}. Sicuramente, questa data è molto più lontana di quanto non lo siano gli avvenimenti oggetto di questa relazione, la vera e propria strategia della tensione, con le stragi e gli omicidi quale elemento portante, e le congiure e i depistaggi anche ad opera di apparati dello Stato, come corollario. Si vedrà, più oltre, che per certi versi il rapporto può essere rovesciato, essendo la parte operativa solo l'estrinsecazione di un ben più raffinato disegno. Di certo, è necessario tornare indietro di molti anni, di decenni, quando con la fine della seconda guerra mondiale inizia lo scontro tra i due blocchi. L'Italia è per buona parte di questo periodo in prima fila come territorio di confine, un vero e proprio «laboratorio» nel quale sperimentare le diverse strategie che Stati Uniti e, diversamente, Unione Sovietica applicheranno poi su scala planetaria. Un laboratorio nel quale sono cresciuti elementi che vedremo poi «lavorare» in diversi paesi, con i medesimi mezzi e, soprattutto, con i medesimi fini. Ed è difficile non vedere una regia unica - per quanto articolata - negli episodi che in Occidente, dall'Europa al Sud America, hanno segnato questi cinquant'anni di dopoguerra. Per sintesi estrema, e volutamente limitando la nostra analisi al rapporto tra USA e Italia, è possibile affermare che in questo mezzo secolo Washington ha ininterrottamente applicato la «{{Wl|Q171375|dottrina Truman}}», permanendo in una convinzione che, anno dopo anno, non trovava più nessun riscontro nella realtà. Non conta qui vedere gli avvenimenti successivi alla metà degli anni '70, ma non può tacersi che i principali artefici della strategia della tensione almeno sotto il profilo operativo si ritroveranno, variamente combinati, attivi anche nel disegno statunitense di controllo del sub continente americano. Basti qui citare il caso di {{Wl|Q1372194|Stefano Delle Chiaie}}, fondatore di {{Wl|Q790144)(Q790144|Avanguardia Nazionale}}, e uomo alle dirette dipendenze del ditta-<noinclude><references/></noinclude> ov4k45jgp74ked39963nke12xg3jlyo Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/10 108 1025982 3895039 3894721 2026-09-05T13:24:01Z Giaccai 13220 3895039 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 76 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{gap|2em}}Le energie investite in questa operazione sono difficilmente calcolabili, e probabilmente superiori a quelle necessarie per un golpe, ma il risultato è stato senza dubbio all'altezza dell'investimento. Il governo mondiale degli USA è riuscito a portare un'Italia «democratica», cioè anti-comunista, oltre la {{Wl|Q69163529|caduta del muro di Berlino}}. ''1.2 Le elezioni del 18 aprile 1948 e la nuova guerra contro la sinistra'' Questa premessa per spiegare la difficoltà di individuare la data di partenza della strategia USA nei confronti dell'Italia, che possiamo fissare, però, a prima della fine della seconda guerra mondiale, quando con la {{Wl|Q3885257|caduta del fascismo}} il 25 luglio 1943, appare chiaro che il regime ventennale di {{Wl|Q23559|Mussolini}} è destinato a passare la mano, e che sullo scacchiere mondiale c'è ora un'altra grande potenza, l'{{Wl|Q15180|Unione Sovietica}} di {{Wl|Q855|Stalin}}. È su queste basi che inizia la «<guerra» americana all'Italia, non solo al {{Wl|Q461886|PCI}} o alla sinistra, ma proprio all'intero paese, al quale si impedirà con ogni mezzo di decidere autonomamente da chi farsi governare. Impedire, a costo di una nuova guerra, che le sinistre possano – legittimamente e attraverso libere e democratiche elezioni – giungere al governo del paese, è l'obiettivo primario sul quale concentrare ogni sforzo. In questa guerra al comunismo, agli Stati Uniti non mancano certo gli alleati, e anche tra i nemici del giorno prima verranno pescate forze utili alla crociata. Intorno agli interessi nordamericani si coagulano immediatamente soggetti diversi e lontani per storia e cultura, cementati solo dall'obiettivo finale: evitare, sempre e comunque, una «deriva comunista» del paese. Così, in breve, accanto a uomini della {{Wl|Q37230|CIA}} e ai militari della {{Wl|Q7184|NATO}}, troviamo elementi dell'{{Wl|Q601355|OVRA}} (la polizia politica di Mussolini), e settori della {{Wl|Q41726|massoneria}}, le gerarchie del Vaticano, e parte di quella {{Wl|Q815348|DC}} che, assieme ai comunisti, aveva dato il suo contributo alla {{Wl|Q706633|Resistenza}} e che governava il paese; la massoneria americana giocherà una parte non irrilevante, come la giocheranno, inevitabilmente, buona parte delle Forze armate italiane e degli apparati adibiti al controllo dell'ordine pubblico. Monarchici ed ex fascisti<ref>La fondazione nel 1946 del MSI, che si richiamava già nel nome alla {{Wl|Q153660|Repubblica di Salò}}, non potè certo passare inosservata negli USA, e fu con ogni probabilità avallata dal governo statunitense proprio in funzione anti-comunista.</ref> saranno, di volta in volta, utilizzati per questo disegno, prima che la strategia passi alla fase operativa e le cellule neofasciste diventino il vero braccio armato dell'intera operazione. E i Servizi americani non rinunciano neppure a coltivare buoni rapporti con la mafia fin dall'immediato dopoguerra, in quanto questa, «per sua natura anticomunista, è uno degli elementi su cui poggia la CIA per tenere sotto controllo l'Italia»<ref>Così ha dichiarato l'ex agente della CIA {{Wl|Q2285380|Victor Marchetti}} in un'intervista al settimanale «Panorama» del 10 febbraio 1976.</ref><noinclude>{{rule|4em|l=2em}} <references/></noinclude> 33230at8keg5q1p2oogaae4z4b3o5ik Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/13 108 1026006 3895055 3894742 2026-09-05T14:31:15Z Giaccai 13220 3895055 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 79 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>e internazionale, le sue politiche economiche ed industriali, come quelle in materia sociale e sindacale. Conviene, dunque, provare a segnalare come fin dall’inizio delle ostilita, da parte statunitense emergesse con forza la necesita di contrastare con ogni mezzo il possibile successo elettorale della sinistra. ''L’Office of policy coordination e le armi nella campagna elettorale'' Siamo ancora nell’ambito del governo unitario - DC, PCI, {{Wl|Q590750|PSI}} — quando la CIA decreta la nascita dell’''Office of policy coordination'' (OPC) con lo scopo di aiutare «i movimenti clandestini anticomunisti sia con l’aiuto finanziario che militare»<ref>''National Security Council'', Direttiva 1/3, 8 marzo 1948, ''Foreign Relations'' 1948, vol. III, p. 779.</ref>, e il risultato di questa prima operazione si avrà di lì a poco con I’estromissione delle sinistre da parte del Presidente del Consiglio {{Wl|Q153832|De Gasperi}}. Non era bastato, evidentemente, che il PCI avesse fornito i suoi esponenti pià illustri all’Esecutivo, né che {{Wl|Q310158|Togliatti}} si fosse fatto promotore in prima persona della {{Wl|Q3614489|grande amnistia}} nei confronti dei militanti fascisti. Parimenti vano era stato l’impegno democratico delle sinistre nell’approvazione della {{Wl|Q719967|Costituzione}}, con i comunisti in prima fila nel sostenere la necesità dell’unità nazionale, fino al voto favorevole — costato una lacerazione interna al partito e alla sinistra — sull’inclusione dei {{Wl|Q193270|Patti Lateranensi}} nella Carta fondamentale della nazione. La macchina americana si era ormai messa in moto; nel 1948 i proclami anti-comunisti diventano azione, e scatta il primo dei numerosi piani messi in opera dalla Casa Bianca per contrastare il possibile buon risultato elettorale della sinistra. È il famoso «piano X»: dieci milioni di dollari in armamenti per la campagna elettorale del 1948, a favore dei partiti di centrodestra, ma destinati in ultima analisi a «movimenti reazionari con caratteristiche {{Wl|Q182121|anticomuniste}}»<ref>A. Cipriani e G. Cipriani, ''Sovranita limitata'', Roma, Edizioni Associate, 1991, p. 18.</ref>, Lungi dal considerare sufficiente la propaganda e l’investimento economico, per le elezioni del 1948 dagli USA arrivano dunque in Italia le armi, destinate a tutti coloro che, fuori dalle urne elettorali, intendono continuare la loro battaglia contro la sinistra. Un risultato a favore del Fronte popolare di PCI e PSI viene, quindi, preso in attenta considerazione, ma nessuno sbocco in tal senso è possibile, come afferma anche H. S. Hughes, gia responsabile dell’Ufficio ricerche e analisi dell’OSS (''Office of Strategic Service'', poi divenuto {{Wl|Q37230|CIA}}), secondo cui «alla fine di giugno del 1945 qualsiasi possibilità di una rivoluzione in Italia, seppure esisteva prima, era definitivamente perduta»<ref>R. Faenza e M. Fini, ''Gli americani in Italia'', p. 243.</ref>. Anche il senatore Cossiga, non an-<noinclude><references/></noinclude> kwqy38inrgccue00l0npt6gt6z5iy4x 3895061 3895055 2026-09-05T15:12:57Z Giaccai 13220 3895061 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 79 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>e internazionale, le sue politiche economiche ed industriali, come quelle in materia sociale e sindacale. Conviene, dunque, provare a segnalare come fin dall’inizio delle ostilita, da parte statunitense emergesse con forza la necesita di contrastare con ogni mezzo il possibile successo elettorale della sinistra. ''L’Office of policy coordination e le armi nella campagna elettorale'' Siamo ancora nell’ambito del governo unitario - DC, PCI, {{Wl|Q590750|PSI}} — quando la CIA decreta la nascita dell’''{{Wl|Q3436384|Office of policy coordination}}'' (OPC) con lo scopo di aiutare «i movimenti clandestini anticomunisti sia con l’aiuto finanziario che militare»<ref>''National Security Council'', Direttiva 1/3, 8 marzo 1948, ''Foreign Relations'' 1948, vol. III, p. 779.</ref>, e il risultato di questa prima operazione si avrà di lì a poco con I’estromissione delle sinistre da parte del Presidente del Consiglio {{Wl|Q153832|De Gasperi}}. Non era bastato, evidentemente, che il PCI avesse fornito i suoi esponenti pià illustri all’Esecutivo, né che {{Wl|Q310158|Togliatti}} si fosse fatto promotore in prima persona della {{Wl|Q3614489|grande amnistia}} nei confronti dei militanti fascisti. Parimenti vano era stato l’impegno democratico delle sinistre nell’approvazione della {{Wl|Q719967|Costituzione}}, con i comunisti in prima fila nel sostenere la necesità dell’unità nazionale, fino al voto favorevole — costato una lacerazione interna al partito e alla sinistra — sull’inclusione dei {{Wl|Q193270|Patti Lateranensi}} nella Carta fondamentale della nazione. La macchina americana si era ormai messa in moto; nel 1948 i proclami anti-comunisti diventano azione, e scatta il primo dei numerosi piani messi in opera dalla Casa Bianca per contrastare il possibile buon risultato elettorale della sinistra. È il famoso «piano X»: dieci milioni di dollari in armamenti per la campagna elettorale del 1948, a favore dei partiti di centrodestra, ma destinati in ultima analisi a «movimenti reazionari con caratteristiche {{Wl|Q182121|anticomuniste}}»<ref>A. Cipriani e G. Cipriani, ''Sovranita limitata'', Roma, Edizioni Associate, 1991, p. 18.</ref>, Lungi dal considerare sufficiente la propaganda e l’investimento economico, per le elezioni del 1948 dagli USA arrivano dunque in Italia le armi, destinate a tutti coloro che, fuori dalle urne elettorali, intendono continuare la loro battaglia contro la sinistra. Un risultato a favore del Fronte popolare di PCI e PSI viene, quindi, preso in attenta considerazione, ma nessuno sbocco in tal senso è possibile, come afferma anche H. S. Hughes, gia responsabile dell’Ufficio ricerche e analisi dell’OSS (''Office of Strategic Service'', poi divenuto {{Wl|Q37230|CIA}}), secondo cui «alla fine di giugno del 1945 qualsiasi possibilità di una rivoluzione in Italia, seppure esisteva prima, era definitivamente perduta»<ref>R. Faenza e M. Fini, ''Gli americani in Italia'', p. 243.</ref>. Anche il senatore Cossiga, non an-<noinclude><references/></noinclude> esmzaaun454s15tfej0x3t00hfz80nw Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/14 108 1026011 3895062 3894944 2026-09-05T16:53:51Z Giaccai 13220 3895062 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 80 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>cora investito di cariche politiche di rilievo ricorda come ci si preparò a quel fatidico {{Wl|Q632933|18 aprile 1948}}: «In Sardegna noi eravamo armati [...] con armi corte in parte fornite dalle Forze dell’ordine e in parte acquistate sul libero mercato. Le bombe a mano ci furono fornite dall’Arma dei carabinieri. L’addestramento del gruppo, del commando di cui facevo parte venne seguito da un sottufficiale della San Marco del Sud [...]. Nulla posso dire per scienza diretta del fatto che la parte awversa fosse armata»<ref>Audizione senatore F. Cossiga, cit. pag. 1130. E interessante notare che, sottolineando come J’addestramento fosse stato tenuto «da un sottufficiale della San Marco del Sud», il senatore Cossiga aggiunga «non di quella di Valerio Borghese, anche se poi Ja storia dovra chiarire che differenza c’è». Sembra di capire che I’addestramento avvenne, quindi, ad opera di una struttura non dissimile da quella del principe Borghese, il cui nome ricorrerà fin troppo nella storia della strategia della tensione in Italia.</ref>. E facile ritenere che, in realtà, buona parte di queste armi facessero parte di quella abbondante partita arrivata da oltreoceano, ed è ancora più preoccupante che ai «ragazzi della DC» le armi venissero fornite dalle Forze dell’ordine e dai carabinieri. Sarà questa, peraltro, una drammatica consuetudine, con i depositi istituzionali di armi e munizioni utilizzati come fonte di rifornimento da parte dei terroristi<ref>Durante il servizio militare, il capo dei NAR Valerio Fioravanti sottrae dalla polveriera della caserma «due casse di bombe a mano Srom, 25 chili l'una». (I’episodio è riportato da G. Bianconi, ''A mano armata'', ed. L’Unita, p. 71). Sergio Minetto, agente CIA a Verona tra la fine degli anni ’60 e I’inizio degli anni ’70, procura a {{Wl|Q3763037|Gianfranco Bertoli}} le bombe a mano tipo «ananas» con le quali questi si eserciterà per eseguire la {{Wl|Q3975700|strage di via Fatebenefratelli}} a Milano il 17 maggio 1973 [sentenza-ordinanza 3.2.1998 del G.l. di Milano Salvini, p. 257]. Inquietante è stata la recente scoperta che per la {{Wl|Q1634609|strage di via Fani}} del 16 marzo 1978 furono utilizzati anche alcuni proiettili provenienti «da un deposito dell'italia settentrionale», molto probabilmente della NATO. Le successive indagini non hanno purtroppo consentito di risalire alla fonte dell’informazione. Più complessa è la vicenda del deposito della {{Wl|Q3885667|Gladio}} NASCO di Aurisina, scoperto casualmente dai carabinieri il 24 febbraio 1972, e contenente armi ed esplosivo. Poiché dai differenti verbali risulterebbe come mancante un chilo e mezzo di esplosivo, il magistrato competente ha ipotizzato che il materiale possa essere stato utilizzato per compiere gravi attentati, con particolare riferimento alla strage di Peteano del 31 maggio 1972. Allo stato degli atti, tuttavia, tale circostanza non risulta confermata.</ref>. La testimonianza del senatore Cossiga, tuttavia, non è la sola a suffragare l’ipotesi che le armi di cui disponevano le forze vicine alla DC provenissero dagli ambienti americani. Con la costituzione dei {{Wl|Q3684385|Comitati Civici}} di {{Wl|Q3839686|Luigi Gedda}}, infatti, vennero parallelamente attivati numerosi militanti incaricati di distribuire le armi ai civili considerati vicini alle posizioni della Chiesa, della DC e degli americani. Così racconta Vito Talamini, nel 1946 capo squadra alla FIAT di Padova e militante dell’Azione Cattolica: «Voglio ricordare che qualche mese prima dell’attentato a Togliatti fui chiamato da {{Wl|Q1415906|Gui}}, Lorenzi, Saggin, Riondato e don Piero Costa, assistente diocesano dell’{{Wl|3318304|Azione Cattolica}}. Mi recai dunque presso il {{Wl|Q3803696|Collegio Barbarigo}}, dopo aver giorni prima preso accordi con i predetti a casa mia circa un servizio speciale e segreto — concernente una serie di trasporti di<noinclude><references/></noinclude> 7uuikv1lcs78orbmszskpbfx840k3xq Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/15 108 1026013 3895063 3894945 2026-09-05T16:57:53Z Giaccai 13220 3895063 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 81 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>materiale di armamento, ufficialmente da qualificare «macchine da scrivere» che avrei dovuto effettuare nel giro di più mesi, così come feci. [...] Trasportai così con la mia vettura Lancia Augusta e sempre di sera: bombe a mano nostre «balilla», fucili modello 91, mitra, pistole. Per ogni viaggio trasportavo quattro pacchi che andavo consegnando ai singoli parroci o cappellani. [...] Io attingevo i pacchi dal cortile del Collegio Barbarigo con sede in via Rogati, retto all'epoca da un Monsignore molto quotato. Il Collegio dipendeva dalla curia Vescovile di Padova. [...] Sapevo di operare per conto dei Comitati Civici di Padova, i quali stavano operando un sistema di organizzazione anticomunista»<ref>Sentenza-ordinanza del G.I. di Venezia, dottor C. Mastelloni, pp. 3077-3078.</ref> Proseguendo nella sua deposizione Talamini, afferma trattarsi «di materiale aviolanciato di notte durante la guerra dagli alleati in zona Arcella di Padova, raccolto da frate Stanislao con alcuni giovani e indi convogliato al Collegio». Analogamente, l'ex senatore {{Wl|Q55979285|Uberto Breganze}}, all'epoca Presidente diocesano dell'Azione Cattolica, così testimonia davanti al giudice istruttore Mastelloni: <<Le armi dei partigiani bianchi furono custodite dagli stessi fino a quando gli organi centrali della DC diedero direttive di consegnarle alle Forze dell'Ordine. Ciò avvenne dopo il 1948, dopo le elezioni. Senz'altro all'uopo intervenne il ministro dell'interno {{Wl|Q367342|Scelba}} per il tramite dei Prefetti»<ref>Ibidem, p. 3082.</ref> Erano quindi certamente i c.d. partigiani bianchi a detenere le armi ben oltre la Liberazione. A distanza di tre anni dal {{Wl|Q2851732|25 aprile 1945}}, infatti, elementi civili vicini e/o appartenenti alla DC sono ancora in possesso di armi e munizioni, nel caso le elezioni del 18 aprile 1948 non fossero andate nel verso auspicato dagli americani e dal Vaticano. Che questo fosse lo scopo, infatti, è abbondantemente documentato anche negli atti giudiziari cui si fa qui riferimento. Ancora il senatore Breganze, riferisce che «i partigiani avevano conservato delle armi. A Vicenza erano parecchi e l'armamento era custodito nelle case degli stessi partigiani bianchi. Nei giorni immediatamente precedenti al {{Wl|Q632933|18 aprile del 1948}} vi era una grossa preoccupazione per una avanzata eventuale del {{Wl|Q2246167|Fronte Popolare}} e perciò bisognava illuminare le coscienze sui pericoli della vittoria del Fronte e sull'utilità del successo delle forze democratiche»><ref>Idem.</ref>. È da notare, per inciso, che l'indagine del consigliere Mastelloni origina da una curiosa denuncia sporta nel 1969 dal signor Giuseppe Falcone, ufficiale di fanteria in congedo, il quale affermò che tra gli oggetti sottratti dalla sua abitazione vi era anche un mitra «Beretta» che egli deteneva dal 1948. La denuncia, per sé non particolarmente rilevante, assume importanza, viceversa, per due ordini di motivi. Il primo è la motivazione che<noinclude><references/></noinclude> 7bayyal3g2czhfn700weftambj2nhwy 3895199 3895063 2026-09-06T06:02:11Z Giaccai 13220 3895199 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 81 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>materiale di armamento, ufficialmente da qualificare «macchine da scrivere» che avrei dovuto effettuare nel giro di più mesi, così come feci. [...] Trasportai così con la mia vettura Lancia Augusta e sempre di sera: bombe a mano nostre «balilla», fucili modello 91, mitra, pistole. Per ogni viaggio trasportavo quattro pacchi che andavo consegnando ai singoli parroci o cappellani. [...] Io attingevo i pacchi dal cortile del Collegio Barbarigo con sede in via Rogati, retto all'epoca da un Monsignore molto quotato. Il Collegio dipendeva dalla curia Vescovile di Padova. [...] Sapevo di operare per conto dei Comitati Civici di Padova, i quali stavano operando un sistema di organizzazione anticomunista»<ref>Sentenza-ordinanza del G.I. di Venezia, dottor C. Mastelloni, pp. 3077-3078.</ref> Proseguendo nella sua deposizione Talamini, afferma trattarsi «di materiale aviolanciato di notte durante la guerra dagli alleati in zona Arcella di Padova, raccolto da frate Stanislao con alcuni giovani e indi convogliato al Collegio». Analogamente, l'ex senatore {{Wl|Q55979285|Uberto Breganze}}, all'epoca Presidente diocesano dell'Azione Cattolica, così testimonia davanti al giudice istruttore Mastelloni: «Le armi dei partigiani bianchi furono custodite dagli stessi fino a quando gli organi centrali della DC diedero direttive di consegnarle alle Forze dell'Ordine. Ciò avvenne dopo il 1948, dopo le elezioni. Senz'altro all'uopo intervenne il ministro dell'interno {{Wl|Q367342|Scelba}} per il tramite dei Prefetti»<ref>Ibidem, p. 3082.</ref> Erano quindi certamente i c.d. partigiani bianchi a detenere le armi ben oltre la Liberazione. A distanza di tre anni dal {{Wl|Q2851732|25 aprile 1945}}, infatti, elementi civili vicini e/o appartenenti alla DC sono ancora in possesso di armi e munizioni, nel caso le elezioni del 18 aprile 1948 non fossero andate nel verso auspicato dagli americani e dal Vaticano. Che questo fosse lo scopo, infatti, è abbondantemente documentato anche negli atti giudiziari cui si fa qui riferimento. Ancora il senatore Breganze, riferisce che «i partigiani avevano conservato delle armi. A Vicenza erano parecchi e l'armamento era custodito nelle case degli stessi partigiani bianchi. Nei giorni immediatamente precedenti al {{Wl|Q632933|18 aprile del 1948}} vi era una grossa preoccupazione per una avanzata eventuale del {{Wl|Q2246167|Fronte Popolare}} e perciò bisognava illuminare le coscienze sui pericoli della vittoria del Fronte e sull'utilità del successo delle forze democratiche»<ref>Idem.</ref>. È da notare, per inciso, che l'indagine del consigliere Mastelloni origina da una curiosa denuncia sporta nel 1969 dal signor Giuseppe Falcone, ufficiale di fanteria in congedo, il quale affermò che tra gli oggetti sottratti dalla sua abitazione vi era anche un mitra «Beretta» che egli deteneva dal 1948. La denuncia, per sé non particolarmente rilevante, assume importanza, viceversa, per due ordini di motivi. Il primo è la motivazione che<noinclude><references/></noinclude> galmi618qbwb2fzmowoarsuflxt61wd Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/18 108 1026016 3895277 3874453 2026-09-06T07:01:52Z Giaccai 13220 3895277 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 84 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>colo li indusse a rafforzare il sistema di «difesa» sperimentato in quella occasione. L’{{Wl|Q3885666|organizzazione «O»}}, da questo punto di vista, è la progenitrice di quella complessa struttura – non ancora del tutto disvelata – che va sotto il nome di Gladio (S/B). La «O» prende il nome, ereditandone uomini e organizzazione, dalla formazione partigiana Osoppo, sciolta nel giugno 1945, ma ricostituita sei mesi dopo, asseritamente per tutelare i confini a fronte di episodi di violenza alla frontiera con la Jugoslavia. Secondo la Relazione sull’organizzazione «O», redatta dal V Comando militare territoriale – Ufficio monografie – (14 dicembre 1954) già due mesi dopo la struttura può contare su 2130 uomini e creare al suo interno un «servizio informazioni, con ''compiti informativi interni'' e d’oltre confine»<ref>L’Ufficio Monografie del V Comando Militare Territoriale (COMILITER) è stato per anni il nome di copertura dell’ufficio all’interno dell’Arcivescovado di Udine dove erano conservati documenti e divise della organizzazione «Osoppo».</ref>. Ridenominata Volontari Difesa Confini Italiani VIII, l’organizzazione viene incaricata dal Comando della divisione Mantova di «preparare uno studio per l’impiego dei volontari nella protezione di opere, impianti e comunicazioni in caso di grave perturbazione dell’ordine pubblico»<ref>Idem.</ref>. Così, quella che era una formazione partigiana ― non inserita nel circuito delle formazioni comuniste ― diventa in breve, prima una struttura di supporto dell’esercito per il controllo delle zone di confine, poi una vera e propria organizzazione clandestina «costituita da elementi sui quali si poteva fare sicuro affidamento» <ref>Idem.</ref>. L’affidamento, per paradossale che possa apparire, sembra però configurarsi come un espresso rifiuto della legittimità della Repubblica nata il 2 giugno 1946, tanto che il signor Amelio Cuzzi, pur essendosi rifiutato di prestare giuramento di fedeltà alla Repubblica, e per questo congedato dall’Esercito, venne contattato dal colonnello Olivieri per far parte dell’organizzazione. È con queste persone che le componenti filoatlantiche delle Forze Armate italiane ― certo prevalenti sulle altre ― prestano il loro contributo alla ricostruzione del paese dopo la rovina della guerra. L’organizzazione, nel corso degli anni, assume connotati sempre più definiti in senso clandestino e occulto. Il 6 aprile del 1950, sulla base di direttive dello Stato Maggiore dell’Esercito, il corpo dei Volontari per la Difesa dei Confini Italiani VIII viene trasformato in una organizzazione militare segreta alla quale fu data la denominazione di «Organizzazione O». Era costituita, a quella data, da 256 ufficiali, 496 sottufficiali, 5728 uomini di truppa, al comando del colonnello Luigi Olivieri. Alla fine del 1956, l’organizzazione viene poi trasformata nella «Stella Alpina» che sarà una delle cinque articolazioni di Gladio. Lungi dall’essere una banale organizzazione di reduci o ex partigiani, la «O» rivestirà un ruolo fondamentale in questa strategia, com’è chiaramente dimostrato dalla sua dipendenza diretta dal Presidente del Consiglio, perlomeno nel periodo 1949-1950, ed avvalorato ulteriormente<noinclude><references/></noinclude> ao54k7phy0dhx4c1prqcen10ho1oxdg 3895278 3895277 2026-09-06T07:11:33Z Giaccai 13220 3895278 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 84 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>colo li indusse a rafforzare il sistema di «difesa» sperimentato in quella occasione. L’{{Wl|Q3885666|organizzazione «O»}}, da questo punto di vista, è la progenitrice di quella complessa struttura – non ancora del tutto disvelata – che va sotto il nome di Gladio (S/B). La «O» prende il nome, ereditandone uomini e organizzazione, dalla {{Wl|Q3644677|formazione partigiana Osoppo}}, sciolta nel giugno 1945, ma ricostituita sei mesi dopo, asseritamente per tutelare i confini a fronte di episodi di violenza alla frontiera con la Jugoslavia. Secondo la Relazione sull’organizzazione «O», redatta dal V Comando militare territoriale – Ufficio monografie – (14 dicembre 1954) già due mesi dopo la struttura può contare su 2130 uomini e creare al suo interno un «servizio informazioni, con ''compiti informativi interni'' e d’oltre confine»<ref>L’Ufficio Monografie del V Comando Militare Territoriale (COMILITER) è stato per anni il nome di copertura dell’ufficio all’interno dell’Arcivescovado di Udine dove erano conservati documenti e divise della organizzazione «Osoppo».</ref>. Ridenominata Volontari Difesa Confini Italiani VIII, l’organizzazione viene incaricata dal Comando della divisione Mantova di «preparare uno studio per l’impiego dei volontari nella protezione di opere, impianti e comunicazioni in caso di grave perturbazione dell’ordine pubblico»<ref>Idem.</ref>. Così, quella che era una formazione partigiana ― non inserita nel circuito delle formazioni comuniste ― diventa in breve, prima una struttura di supporto dell’esercito per il controllo delle zone di confine, poi una vera e propria organizzazione clandestina «costituita da elementi sui quali si poteva fare sicuro affidamento» <ref>Idem.</ref>. L’affidamento, per paradossale che possa apparire, sembra però configurarsi come un espresso rifiuto della legittimità della Repubblica nata il 2 giugno 1946, tanto che il signor Amelio Cuzzi, pur essendosi rifiutato di prestare giuramento di fedeltà alla Repubblica, e per questo congedato dall’Esercito, venne contattato dal colonnello Olivieri per far parte dell’organizzazione. È con queste persone che le componenti filoatlantiche delle Forze Armate italiane ― certo prevalenti sulle altre ― prestano il loro contributo alla ricostruzione del paese dopo la rovina della guerra. L’organizzazione, nel corso degli anni, assume connotati sempre più definiti in senso clandestino e occulto. Il 6 aprile del 1950, sulla base di direttive dello Stato Maggiore dell’Esercito, il corpo dei Volontari per la Difesa dei Confini Italiani VIII viene trasformato in una organizzazione militare segreta alla quale fu data la denominazione di «Organizzazione O». Era costituita, a quella data, da 256 ufficiali, 496 sottufficiali, 5728 uomini di truppa, al comando del colonnello Luigi Olivieri. Alla fine del 1956, l’organizzazione viene poi trasformata nella «Stella Alpina» che sarà una delle cinque articolazioni di Gladio. Lungi dall’essere una banale organizzazione di reduci o ex partigiani, la «O» rivestirà un ruolo fondamentale in questa strategia, com’è chiaramente dimostrato dalla sua dipendenza diretta dal Presidente del Consiglio, perlomeno nel periodo 1949-1950, ed avvalorato ulteriormente<noinclude><references/></noinclude> 59ix9jzycgrd1nypi863w6d40btn7il Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/19 108 1026018 3895303 3894952 2026-09-06T08:00:22Z Giaccai 13220 3895303 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 85 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>l'interesse che gli Stati Uniti manifestano nel 1958 per un suo presunto (temuto) scioglimento. A rassicurare il dominus penseranno i vertici dei nostri Servizi, con un appunto del 26 marzo 1958 dal titolo «Risposta ai quesiti del Servizio americano riguardanti il programma S/B». È bene riportare l'intero passaggio della risposta, per valutarne poi la reale portata. Scrivono, dunque, i nostri Servizi: «Il Servizio italiano ha sempre considerato che sarebbe stato un errore lasciare cadere nel nulla tali idealità e propositi [degli aderenti alla "O"] (che sarebbero altrimenti andati delusi e perduti) e, perciò, quando a fine 1956 lo Stato Maggiore dell'Esercito disponeva lo scioglimento della "Osoppo", il Servizio italiano prendeva a suo carico l'organizzazione e ne decideva la conservazione e la ricostituzione. Le nuove basi per la ricostituzione dell'organizzazione datano dal 10 ottobre 1957, quando esse venivano così precisate: ― denominazione: Stella Alpina ― compiti: in tempo di pace: controllo e neutralizzazione dell'attività slavo-comunista ― in caso di conflitto e o insurrezione interna: antiguerriglia e antisabotaggio [...] <ref>Ibidem, p. 20.</ref>. A tali compiti, l'organizzazione «O»> si preparava forte di «32 mortai da 81, 23 mortai da 45, 204 mitragliatrici, 351 fucili mitragliatori, 820 moschetti automatici, 3.416 fucili, 371 fucili esteri»><ref>Ibid. p. 24</ref>. È da notare, peraltro, che la disponibilità di quasi 400 fucili di provenienza straniera, poteva giustificarsi solo con la clandestinità che caratterizzava la struttura. Parallelamente alla trasformazione della Osoppo, i vertici istituzionali del paese predispongono un piano/rete clandestino da attivare in caso di tentativi insurrezionali del PCI. È lo stesso ministro dell'interno Scelba a rivelarlo in una intervista, dichiarando che «già nei primi mesi del 1948 era stata messa a punto una infrastruttura capace di far fronte a un tentativo insurrezionale comunista. L'intero paese era stato diviso in una serie di grosse circoscrizioni, ognuna delle quali comprendeva varie province, e alla loro testa era stato designato in maniera riservata [...] una specie di prefetto regionale[...]. I superprefetti da me designati avrebbero assunto gli interi poteri dello Stato sapendo esattamente, in base ad un piano prestabilito, che cosa fare»<ref>A. Gambino, «Storia dell'Italia nel dopoguerra», Bari, 1975, pp. 473-4.</ref> Probabilmente in relazione con questo piano è la costituzione dell'Armata italiana della libertà (AIL) del luglio 1947, fondata dal colonnello Ettore Musco, già Capo di Stato Maggiore alla data dell'armistizio, designato dagli alleati come capo dei Servizi italiani, e dal 1952 al vertice del SIFAR. Secondo Faenza e Fini<ref>R. Faenza e M. Fini, op. cit., pp. 264-265.</ref>, in realtà il vero capo dell'AIL era il ge-<noinclude><references/></noinclude> 0g3zk2o9l492ztsuo93bfu7m0cmxztm 3895305 3895303 2026-09-06T08:03:01Z Giaccai 13220 3895305 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 85 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>l'interesse che gli Stati Uniti manifestano nel 1958 per un suo presunto (temuto) scioglimento. A rassicurare il dominus penseranno i vertici dei nostri Servizi, con un appunto del 26 marzo 1958 dal titolo «Risposta ai quesiti del Servizio americano riguardanti il programma S/B». È bene riportare l'intero passaggio della risposta, per valutarne poi la reale portata. Scrivono, dunque, i nostri Servizi: «Il Servizio italiano ha sempre considerato che sarebbe stato un errore lasciare cadere nel nulla tali idealità e propositi [degli aderenti alla "O"] (che sarebbero altrimenti andati delusi e perduti) e, perciò, quando a fine 1956 lo Stato Maggiore dell'Esercito disponeva lo scioglimento della "Osoppo", il Servizio italiano prendeva a suo carico l'organizzazione e ne decideva la conservazione e la ricostituzione. Le nuove basi per la ricostituzione dell'organizzazione datano dal 10 ottobre 1957, quando esse venivano così precisate: ― denominazione: Stella Alpina ― compiti: in tempo di pace: controllo e neutralizzazione dell'attività slavo-comunista ― in caso di conflitto e o insurrezione interna: antiguerriglia e antisabotaggio [...] <ref>Ibidem, p. 20.</ref>. A tali compiti, l'organizzazione «O»> si preparava forte di «32 mortai da 81, 23 mortai da 45, 204 mitragliatrici, 351 fucili mitragliatori, 820 moschetti automatici, 3.416 fucili, 371 fucili esteri»><ref>Ibid. p. 24</ref>. È da notare, peraltro, che la disponibilità di quasi 400 fucili di provenienza straniera, poteva giustificarsi solo con la clandestinità che caratterizzava la struttura. Parallelamente alla trasformazione della Osoppo, i vertici istituzionali del paese predispongono un piano/rete clandestino da attivare in caso di tentativi insurrezionali del PCI. È lo stesso ministro dell'interno Scelba a rivelarlo in una intervista, dichiarando che «già nei primi mesi del 1948 era stata messa a punto una infrastruttura capace di far fronte a un tentativo insurrezionale comunista. L'intero paese era stato diviso in una serie di grosse circoscrizioni, ognuna delle quali comprendeva varie province, e alla loro testa era stato designato in maniera riservata [...] una specie di prefetto regionale[...]. I superprefetti da me designati avrebbero assunto gli interi poteri dello Stato sapendo esattamente, in base ad un piano prestabilito, che cosa fare»<ref>A. Gambino, «Storia dell'Italia nel dopoguerra», Bari, 1975, pp. 473-4.</ref> Probabilmente in relazione con questo piano è la costituzione dell'Armata italiana della libertà (AIL) del luglio 1947, fondata dal colonnello {{Wl| (1899–1990)|Ettore Musco}}, già Capo di Stato Maggiore alla data dell'armistizio, designato dagli alleati come capo dei Servizi italiani, e dal 1952 al vertice del SIFAR. Secondo Faenza e Fini<ref>R. Faenza e M. Fini, op. cit., pp. 264-265.</ref>, in realtà il vero capo dell'AIL era il ge-<noinclude><references/></noinclude> puwubsj8oywcrg6r8wh12w6vav4cg86 3895312 3895305 2026-09-06T08:32:54Z Giaccai 13220 3895312 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 85 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>l'interesse che gli Stati Uniti manifestano nel 1958 per un suo presunto (temuto) scioglimento. A rassicurare il dominus penseranno i vertici dei nostri Servizi, con un appunto del 26 marzo 1958 dal titolo «Risposta ai quesiti del Servizio americano riguardanti il programma S/B». È bene riportare l'intero passaggio della risposta, per valutarne poi la reale portata. Scrivono, dunque, i nostri Servizi: «Il Servizio italiano ha sempre considerato che sarebbe stato un errore lasciare cadere nel nulla tali idealità e propositi [degli aderenti alla "O"] (che sarebbero altrimenti andati delusi e perduti) e, perciò, quando a fine 1956 lo Stato Maggiore dell'Esercito disponeva lo scioglimento della "Osoppo", il Servizio italiano prendeva a suo carico l'organizzazione e ne decideva la conservazione e la ricostituzione. Le nuove basi per la ricostituzione dell'organizzazione datano dal 10 ottobre 1957, quando esse venivano così precisate: ― denominazione: Stella Alpina ― compiti: in tempo di pace: controllo e neutralizzazione dell'attività slavo-comunista ― in caso di conflitto e o insurrezione interna: antiguerriglia e antisabotaggio [...] <ref>Ibidem, p. 20.</ref>. A tali compiti, l'organizzazione «O»> si preparava forte di «32 mortai da 81, 23 mortai da 45, 204 mitragliatrici, 351 fucili mitragliatori, 820 moschetti automatici, 3.416 fucili, 371 fucili esteri»><ref>Ibid. p. 24</ref>. È da notare, peraltro, che la disponibilità di quasi 400 fucili di provenienza straniera, poteva giustificarsi solo con la clandestinità che caratterizzava la struttura. Parallelamente alla trasformazione della Osoppo, i vertici istituzionali del paese predispongono un piano/rete clandestino da attivare in caso di tentativi insurrezionali del PCI. È lo stesso ministro dell'interno Scelba a rivelarlo in una intervista, dichiarando che «già nei primi mesi del 1948 era stata messa a punto una infrastruttura capace di far fronte a un tentativo insurrezionale comunista. L'intero paese era stato diviso in una serie di grosse circoscrizioni, ognuna delle quali comprendeva varie province, e alla loro testa era stato designato in maniera riservata [...] una specie di prefetto regionale[...]. I superprefetti da me designati avrebbero assunto gli interi poteri dello Stato sapendo esattamente, in base ad un piano prestabilito, che cosa fare»<ref>A. Gambino, «Storia dell'Italia nel dopoguerra», Bari, 1975, pp. 473-4.</ref> Probabilmente in relazione con questo piano è la costituzione dell'Armata italiana della libertà (AIL) del luglio 1947,fondata dal colonnello {{Wl|Q3733974|Ettore Musco}}, già Capo di Stato Maggiore alla data dell'armistizio, designato dagli alleati come capo dei Servizi italiani, e dal 1952 al vertice del SIFAR. Secondo Faenza e Fini<ref>R. Faenza e M. Fini, op. cit., pp. 264-265.</ref>, in realtà il vero capo dell'AIL era il ge-<noinclude><references/></noinclude> rs1uxxwsbwjiq9ry93s5zzoz2vyuu7u 3895381 3895312 2026-09-06T11:50:19Z Giaccai 13220 3895381 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 85 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>l'interesse che gli Stati Uniti manifestano nel 1958 per un suo presunto (temuto) scioglimento. A rassicurare il dominus penseranno i vertici dei nostri Servizi, con un appunto del 26 marzo 1958 dal titolo «Risposta ai quesiti del Servizio americano riguardanti il programma S/B». È bene riportare l'intero passaggio della risposta, per valutarne poi la reale portata. Scrivono, dunque, i nostri Servizi: «Il Servizio italiano ha sempre considerato che sarebbe stato un errore lasciare cadere nel nulla tali idealità e propositi [degli aderenti alla "O"] (che sarebbero altrimenti andati delusi e perduti) e, perciò, quando a fine 1956 lo Stato Maggiore dell'Esercito disponeva lo scioglimento della "Osoppo", il Servizio italiano prendeva a suo carico l'organizzazione e ne decideva la conservazione e la ricostituzione. Le nuove basi per la ricostituzione dell'organizzazione datano dal 10 ottobre 1957, quando esse venivano così precisate: ― denominazione: {{Wt|Q141324153|Stella Alpina}} ― compiti: in tempo di pace: controllo e neutralizzazione dell'attività slavo-comunista ― in caso di conflitto e o insurrezione interna: antiguerriglia e antisabotaggio [...] <ref>Ibidem, p. 20.</ref>. A tali compiti, l'organizzazione «O»> si preparava forte di «32 mortai da 81, 23 mortai da 45, 204 mitragliatrici, 351 fucili mitragliatori, 820 moschetti automatici, 3.416 fucili, 371 fucili esteri»><ref>Ibid. p. 24</ref>. È da notare, peraltro, che la disponibilità di quasi 400 fucili di provenienza straniera, poteva giustificarsi solo con la clandestinità che caratterizzava la struttura. Parallelamente alla trasformazione della Osoppo, i vertici istituzionali del paese predispongono un piano/rete clandestino da attivare in caso di tentativi insurrezionali del PCI. È lo stesso ministro dell'interno Scelba a rivelarlo in una intervista, dichiarando che «già nei primi mesi del 1948 era stata messa a punto una infrastruttura capace di far fronte a un tentativo insurrezionale comunista. L'intero paese era stato diviso in una serie di grosse circoscrizioni, ognuna delle quali comprendeva varie province, e alla loro testa era stato designato in maniera riservata [...] una specie di prefetto regionale[...]. I superprefetti da me designati avrebbero assunto gli interi poteri dello Stato sapendo esattamente, in base ad un piano prestabilito, che cosa fare»<ref>A. Gambino, «Storia dell'Italia nel dopoguerra», Bari, 1975, pp. 473-4.</ref> Probabilmente in relazione con questo piano è la costituzione dell'Armata italiana della libertà (AIL) del luglio 1947,fondata dal colonnello {{Wl|Q3733974|Ettore Musco}}, già Capo di Stato Maggiore alla data dell'armistizio, designato dagli alleati come capo dei Servizi italiani, e dal 1952 al vertice del SIFAR. Secondo Faenza e Fini<ref>R. Faenza e M. Fini, op. cit., pp. 264-265.</ref>, in realtà il vero capo dell'AIL era il ge-<noinclude><references/></noinclude> 6px9diq8tf240vgixg53bwtd8sfai9l 3895382 3895381 2026-09-06T11:51:10Z Giaccai 13220 3895382 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 85 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>l'interesse che gli Stati Uniti manifestano nel 1958 per un suo presunto (temuto) scioglimento. A rassicurare il dominus penseranno i vertici dei nostri Servizi, con un appunto del 26 marzo 1958 dal titolo «Risposta ai quesiti del Servizio americano riguardanti il programma S/B». È bene riportare l'intero passaggio della risposta, per valutarne poi la reale portata. Scrivono, dunque, i nostri Servizi: «Il Servizio italiano ha sempre considerato che sarebbe stato un errore lasciare cadere nel nulla tali idealità e propositi [degli aderenti alla "O"] (che sarebbero altrimenti andati delusi e perduti) e, perciò, quando a fine 1956 lo Stato Maggiore dell'Esercito disponeva lo scioglimento della "Osoppo", il Servizio italiano prendeva a suo carico l'organizzazione e ne decideva la conservazione e la ricostituzione. Le nuove basi per la ricostituzione dell'organizzazione datano dal 10 ottobre 1957, quando esse venivano così precisate: ― denominazione: {{Wl|Q141324153|Stella Alpina}} ― compiti: in tempo di pace: controllo e neutralizzazione dell'attività slavo-comunista ― in caso di conflitto e o insurrezione interna: antiguerriglia e antisabotaggio [...] <ref>Ibidem, p. 20.</ref>. A tali compiti, l'organizzazione «O»> si preparava forte di «32 mortai da 81, 23 mortai da 45, 204 mitragliatrici, 351 fucili mitragliatori, 820 moschetti automatici, 3.416 fucili, 371 fucili esteri»><ref>Ibid. p. 24</ref>. È da notare, peraltro, che la disponibilità di quasi 400 fucili di provenienza straniera, poteva giustificarsi solo con la clandestinità che caratterizzava la struttura. Parallelamente alla trasformazione della Osoppo, i vertici istituzionali del paese predispongono un piano/rete clandestino da attivare in caso di tentativi insurrezionali del PCI. È lo stesso ministro dell'interno Scelba a rivelarlo in una intervista, dichiarando che «già nei primi mesi del 1948 era stata messa a punto una infrastruttura capace di far fronte a un tentativo insurrezionale comunista. L'intero paese era stato diviso in una serie di grosse circoscrizioni, ognuna delle quali comprendeva varie province, e alla loro testa era stato designato in maniera riservata [...] una specie di prefetto regionale[...]. I superprefetti da me designati avrebbero assunto gli interi poteri dello Stato sapendo esattamente, in base ad un piano prestabilito, che cosa fare»<ref>A. Gambino, «Storia dell'Italia nel dopoguerra», Bari, 1975, pp. 473-4.</ref> Probabilmente in relazione con questo piano è la costituzione dell'Armata italiana della libertà (AIL) del luglio 1947,fondata dal colonnello {{Wl|Q3733974|Ettore Musco}}, già Capo di Stato Maggiore alla data dell'armistizio, designato dagli alleati come capo dei Servizi italiani, e dal 1952 al vertice del SIFAR. Secondo Faenza e Fini<ref>R. Faenza e M. Fini, op. cit., pp. 264-265.</ref>, in realtà il vero capo dell'AIL era il ge-<noinclude><references/></noinclude> opeou805elfam0a7wu4bujwagjhu8ut Wikisource:Bar/Archivio/2026.09 4 1029421 3895032 3894760 2026-09-05T13:13:06Z Myron Aub 24422 /* Tavola cronologica assente in Vico */ Risposta 3895032 wikitext text/x-wiki {{Bar}} == Il Libro dei Re: rifiniture == @[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Sto ritoccando [[Il Libro dei Re]], su cui ha lavorato parecchio @[[Utente:DLamba|DLamba]], e che era un peccato lasciare incompiuto. Ecco alcuni quesiti: # inizialmente la struttura generale era suddivisa in pagine ns0 indipendenti, una per ciascuno degli 8 volumi. Adesso invece c'è una sola pagina principale, suddivisa in sottopagine che rispecchiano le macro-sezioni dell'opera. Le pagine ns0 dei volumi sono conservate ma "orfane": la prima, [[Il Libro dei Re - Volume I]]. Io le cancellerei: ok? # fra le prime centinaia di pagine del poema, che DLamba ha portato a un eccellente SAL 75%, e le successive ci sono piccole differenze di formattazione. In particolare, DLamba ha numerato i versi (ogni 5) ma la numerazione cessa alla [[Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1886, I.djvu/261|pagina 260]] del primo volume. Rimuovo la numerazione versi oppure la continuo? E: da dove riparto con la numerazione? Se dovessi inserirla, io ripartirei da ognuna delle sezioni trascritta come sottopagina in ns0. Sarebbe un lavoraccio, ma forse potrebbe essere fatto via bot. PS: Esiste una pagina FB "Amici della Persia", dove il poema di Ferdusi viene nominato più volte. Vediamo se riesco a farci un po' di divulgazione wikisource :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 21:40, 1 set 2026 (CEST) :Nell'ordine: :# Sì, cancella pure. :# mi rendo conto che se la numerazione non c'è non siamo tenuti ad aggiungerla, ma al tempo stesso i template di numerazione R, Ottava ecc. sono pensati per essere anche delle "áncore" per citare con precisione un passo, dunque è sempre ottima idea aggiungerle. Anni e anni fa si scrisse che la numerazione dei versi fosse requisito per il SAL 75%, dunque si aggiungano i versi. :'''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">&epsilon;</span><span style="color:blue;">&Delta;</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">&omega;</span>]]''' 10:51, 2 set 2026 (CEST) ::@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Mi organizzo, ma mi manca un dettaglio su come organizzare la numerazione, ossia se ripartire ad ogni sezione di dettaglio o, come ha fatto DLamba, ripartire solo dalle macro-sezioni (alcune delle quali veramente immense). Personalmente preferirei la prima delle due. Intanto scaldo il bot :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 11:17, 2 set 2026 (CEST) :::Il criterio è semplice: fintantoché non ci sono numeri di verso ripetuti nella transclusione in ns0 nella stessa pagina, puoi ricominciare la numerazione quanto vuoi. '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">&epsilon;</span><span style="color:blue;">&Delta;</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">&omega;</span>]]''' 12:40, 2 set 2026 (CEST) ::::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] (e a chiunque altro interessi): visto che nel Libro dei Re è nominata un'infinità di re, principi e gente varia, ho fatto uno strumento per controllare l'ortografia dei nomi propri. Sul "Cerca errori ortografici" adesso c'è un tab "Nomi propri", che cerca tutte le parole maiuscole, le conta e ne cerca altre di simili (1-2 lettere di differenza). Così ad esempio sull'ultimo volume risulta che: Khusrèv è nominato 368 volte, ma 39 volte c'è Khusrev senza accento, Khusròv c'è 2 volte e 1 volta c'è Kliusrèv, tutti probabili errori di trascrizione. Ovviamente trova anche somiglianze che non c'entrano e trova normali parole che per puro caso sono sempre maiuscole, perché appaiono solo all'inizio di un verso. Ma a parte questo spero che possa venire utile. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 17:19, 2 set 2026 (CEST) :::::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Altrochè! Grazie! Ma lo userò dopo aver risolto il problema della numerazione dei versi. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 21:53, 2 set 2026 (CEST) ::::::@[[Utente:Candalua|Candalua]] @[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Sono '''stupefatto '''del risultato della nuova opzione per la verifica della grafia dei nomi (delle persone e dei luoghi) e noto una "proprietà emergente": potrebbe anche essere utilizzata per la compilazione di un "Indice dei nomi delle persone e dei luoghi". ''Facile'' la compilazione di un semplice elenco alfabetico, laborioso un elenco completo di link al volume e alla pagina per ciascuna voce. Problema: sarebbe un contributo originale? Potrebbe essere aggiunto a ns0 senza violare le regole di itwikisource? Di certo, in un testo complesso come Il Libro dei Re, privo sia di annotazioni che di indici analitici, sarebbe utile. ::::::Seconda idea: c'è qualcosa che impedisce di caricare un'eventuale versione del testo, integrata di annotazioni e di indici analitici, in itwikibooks? ::::::Comunicazione di servizio: BrolloBot sta aggiungendo la numerazione versi (ogni 5). Il primo volume è stato un po' ostico, ma i successivi, più standardizzati nella formattazione, vanno via lisci, salvo E & O. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 09:14, 4 set 2026 (CEST) == Tavola cronologica assente in Vico == segnalo che nell'edizione stampata nel 1911 della Scienza Nuova di Vico curata da Nicolini a un certo punto è presente una tavola cronologica qui [[La scienza nuova - Volume I/Libro I/Tavola cronologica]] mentre è assente in una edizione del 1928 sempre curata da Nicolini [[La scienza nuova seconda/Libro primo]]. Entrambe le edizioni ristampano l'edizione originale del 1744. Con tutta probabilità nelle scansioni dell'edizione 1928 il foglio ripiegabile della tavola cronologica era presente anche lì (infatti è richiamato nel testo) ed è stato staccato. Bisognerebbe quindi cercare altre scansioni con quella tavola. Inoltre segnalo che la digitalizzazione del 1911 mette dopo il titolo e l'autore l'anno 1911 che è errato dato che si deve mettere il 1744, cioè l'anno di prima pubblicazione dell'opera. [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 13:38, 2 set 2026 (CEST) :@[[Utente:Myron Aub|Myron Aub]] Ho dato un'occhiata alla Tavola, spaventosa. Ma ci sarebbe bisogno di un lavoro di riorganizzazione ns0: i tre volumi dovrebbero essere riuniti in un'unica pagina principale. Anni fa la regola "nelle edizioni in più volumi, a ogni pagina nsIndice una pagina principale ns0" aveva motivazioni tecniche, ma oggi sono superate. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 20:45, 4 set 2026 (CEST) ::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] in effetti la tavola è davvero enorme e la digitalizzazione della tavola nell'edizione del 1911 non è stata terminata, non so se qualcuno esperto in tabelle ha qualche suggerimento... [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 15:13, 5 set 2026 (CEST) na0nicab0ihq4pi5hn4qngqs8sez130 3895237 3895032 2026-09-06T06:31:33Z OrbiliusMagister 129 /* Il Libro dei Re: rifiniture */ Risposta 3895237 wikitext text/x-wiki {{Bar}} == Il Libro dei Re: rifiniture == @[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Sto ritoccando [[Il Libro dei Re]], su cui ha lavorato parecchio @[[Utente:DLamba|DLamba]], e che era un peccato lasciare incompiuto. Ecco alcuni quesiti: # inizialmente la struttura generale era suddivisa in pagine ns0 indipendenti, una per ciascuno degli 8 volumi. Adesso invece c'è una sola pagina principale, suddivisa in sottopagine che rispecchiano le macro-sezioni dell'opera. Le pagine ns0 dei volumi sono conservate ma "orfane": la prima, [[Il Libro dei Re - Volume I]]. Io le cancellerei: ok? # fra le prime centinaia di pagine del poema, che DLamba ha portato a un eccellente SAL 75%, e le successive ci sono piccole differenze di formattazione. In particolare, DLamba ha numerato i versi (ogni 5) ma la numerazione cessa alla [[Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1886, I.djvu/261|pagina 260]] del primo volume. Rimuovo la numerazione versi oppure la continuo? E: da dove riparto con la numerazione? Se dovessi inserirla, io ripartirei da ognuna delle sezioni trascritta come sottopagina in ns0. Sarebbe un lavoraccio, ma forse potrebbe essere fatto via bot. PS: Esiste una pagina FB "Amici della Persia", dove il poema di Ferdusi viene nominato più volte. Vediamo se riesco a farci un po' di divulgazione wikisource :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 21:40, 1 set 2026 (CEST) :Nell'ordine: :# Sì, cancella pure. :# mi rendo conto che se la numerazione non c'è non siamo tenuti ad aggiungerla, ma al tempo stesso i template di numerazione R, Ottava ecc. sono pensati per essere anche delle "áncore" per citare con precisione un passo, dunque è sempre ottima idea aggiungerle. Anni e anni fa si scrisse che la numerazione dei versi fosse requisito per il SAL 75%, dunque si aggiungano i versi. :'''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">&epsilon;</span><span style="color:blue;">&Delta;</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">&omega;</span>]]''' 10:51, 2 set 2026 (CEST) ::@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Mi organizzo, ma mi manca un dettaglio su come organizzare la numerazione, ossia se ripartire ad ogni sezione di dettaglio o, come ha fatto DLamba, ripartire solo dalle macro-sezioni (alcune delle quali veramente immense). Personalmente preferirei la prima delle due. Intanto scaldo il bot :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 11:17, 2 set 2026 (CEST) :::Il criterio è semplice: fintantoché non ci sono numeri di verso ripetuti nella transclusione in ns0 nella stessa pagina, puoi ricominciare la numerazione quanto vuoi. '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">&epsilon;</span><span style="color:blue;">&Delta;</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">&omega;</span>]]''' 12:40, 2 set 2026 (CEST) ::::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] (e a chiunque altro interessi): visto che nel Libro dei Re è nominata un'infinità di re, principi e gente varia, ho fatto uno strumento per controllare l'ortografia dei nomi propri. Sul "Cerca errori ortografici" adesso c'è un tab "Nomi propri", che cerca tutte le parole maiuscole, le conta e ne cerca altre di simili (1-2 lettere di differenza). Così ad esempio sull'ultimo volume risulta che: Khusrèv è nominato 368 volte, ma 39 volte c'è Khusrev senza accento, Khusròv c'è 2 volte e 1 volta c'è Kliusrèv, tutti probabili errori di trascrizione. Ovviamente trova anche somiglianze che non c'entrano e trova normali parole che per puro caso sono sempre maiuscole, perché appaiono solo all'inizio di un verso. Ma a parte questo spero che possa venire utile. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 17:19, 2 set 2026 (CEST) :::::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Altrochè! Grazie! Ma lo userò dopo aver risolto il problema della numerazione dei versi. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 21:53, 2 set 2026 (CEST) ::::::@[[Utente:Candalua|Candalua]] @[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Sono '''stupefatto '''del risultato della nuova opzione per la verifica della grafia dei nomi (delle persone e dei luoghi) e noto una "proprietà emergente": potrebbe anche essere utilizzata per la compilazione di un "Indice dei nomi delle persone e dei luoghi". ''Facile'' la compilazione di un semplice elenco alfabetico, laborioso un elenco completo di link al volume e alla pagina per ciascuna voce. Problema: sarebbe un contributo originale? Potrebbe essere aggiunto a ns0 senza violare le regole di itwikisource? Di certo, in un testo complesso come Il Libro dei Re, privo sia di annotazioni che di indici analitici, sarebbe utile. ::::::Seconda idea: c'è qualcosa che impedisce di caricare un'eventuale versione del testo, integrata di annotazioni e di indici analitici, in itwikibooks? ::::::Comunicazione di servizio: BrolloBot sta aggiungendo la numerazione versi (ogni 5). Il primo volume è stato un po' ostico, ma i successivi, più standardizzati nella formattazione, vanno via lisci, salvo E & O. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 09:14, 4 set 2026 (CEST) :::::::As usual, :::::::l'indice o la concordanza di un testo sono sogni nel cassetto che sento quasi da quando sono arrivato qui. :::::::Di fatto sono o ricerca originale o materiale compilatorio, inoltre, dato che sono uno strumento scientifico, o si basano su un testo ad altissimo grado di affidabilità o non fanno che convalidare scientificamente dati di partenza non affidabili. :::::::Questo non significa che non si possano creare, ma che vanno pensati ''esternamente al testo'' in un luogo apposito, non saprei bene dove indicarlo, oppure come aggiunta in testi considerati affidabili. Chiederò alla comunità internazionale se ci sono stati esempi in tal senso. :::::::Qui esco un po' dal thread, ma mi ricordo che quando un amico mi chiese cosa significa "SAL 100%" e gli risposi "che almeno due lettori hanno controllato il testo" mi girò le spalle con sufficienza ritenendo questo un criterio troppo minimale per dare credibilità scientifica ai nostri testi. Non mi sono sentito di dargli totalmente torto. Riusciremo un giorno ad avere "featured texts" o testi con altissimo livello di controllo? '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">&epsilon;</span><span style="color:blue;">&Delta;</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">&omega;</span>]]''' 08:31, 6 set 2026 (CEST) == Tavola cronologica assente in Vico == segnalo che nell'edizione stampata nel 1911 della Scienza Nuova di Vico curata da Nicolini a un certo punto è presente una tavola cronologica qui [[La scienza nuova - Volume I/Libro I/Tavola cronologica]] mentre è assente in una edizione del 1928 sempre curata da Nicolini [[La scienza nuova seconda/Libro primo]]. Entrambe le edizioni ristampano l'edizione originale del 1744. Con tutta probabilità nelle scansioni dell'edizione 1928 il foglio ripiegabile della tavola cronologica era presente anche lì (infatti è richiamato nel testo) ed è stato staccato. Bisognerebbe quindi cercare altre scansioni con quella tavola. Inoltre segnalo che la digitalizzazione del 1911 mette dopo il titolo e l'autore l'anno 1911 che è errato dato che si deve mettere il 1744, cioè l'anno di prima pubblicazione dell'opera. [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 13:38, 2 set 2026 (CEST) :@[[Utente:Myron Aub|Myron Aub]] Ho dato un'occhiata alla Tavola, spaventosa. Ma ci sarebbe bisogno di un lavoro di riorganizzazione ns0: i tre volumi dovrebbero essere riuniti in un'unica pagina principale. Anni fa la regola "nelle edizioni in più volumi, a ogni pagina nsIndice una pagina principale ns0" aveva motivazioni tecniche, ma oggi sono superate. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 20:45, 4 set 2026 (CEST) ::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] in effetti la tavola è davvero enorme e la digitalizzazione della tavola nell'edizione del 1911 non è stata terminata, non so se qualcuno esperto in tabelle ha qualche suggerimento... [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 15:13, 5 set 2026 (CEST) 44c40gipub5mf6ebio6y1rml98233dx 3895357 3895237 2026-09-06T10:27:20Z Alex brollo 1615 /* Tavola cronologica assente in Vico */ Risposta 3895357 wikitext text/x-wiki {{Bar}} == Il Libro dei Re: rifiniture == @[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Sto ritoccando [[Il Libro dei Re]], su cui ha lavorato parecchio @[[Utente:DLamba|DLamba]], e che era un peccato lasciare incompiuto. Ecco alcuni quesiti: # inizialmente la struttura generale era suddivisa in pagine ns0 indipendenti, una per ciascuno degli 8 volumi. Adesso invece c'è una sola pagina principale, suddivisa in sottopagine che rispecchiano le macro-sezioni dell'opera. Le pagine ns0 dei volumi sono conservate ma "orfane": la prima, [[Il Libro dei Re - Volume I]]. Io le cancellerei: ok? # fra le prime centinaia di pagine del poema, che DLamba ha portato a un eccellente SAL 75%, e le successive ci sono piccole differenze di formattazione. In particolare, DLamba ha numerato i versi (ogni 5) ma la numerazione cessa alla [[Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1886, I.djvu/261|pagina 260]] del primo volume. Rimuovo la numerazione versi oppure la continuo? E: da dove riparto con la numerazione? Se dovessi inserirla, io ripartirei da ognuna delle sezioni trascritta come sottopagina in ns0. Sarebbe un lavoraccio, ma forse potrebbe essere fatto via bot. PS: Esiste una pagina FB "Amici della Persia", dove il poema di Ferdusi viene nominato più volte. Vediamo se riesco a farci un po' di divulgazione wikisource :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 21:40, 1 set 2026 (CEST) :Nell'ordine: :# Sì, cancella pure. :# mi rendo conto che se la numerazione non c'è non siamo tenuti ad aggiungerla, ma al tempo stesso i template di numerazione R, Ottava ecc. sono pensati per essere anche delle "áncore" per citare con precisione un passo, dunque è sempre ottima idea aggiungerle. Anni e anni fa si scrisse che la numerazione dei versi fosse requisito per il SAL 75%, dunque si aggiungano i versi. :'''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">&epsilon;</span><span style="color:blue;">&Delta;</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">&omega;</span>]]''' 10:51, 2 set 2026 (CEST) ::@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Mi organizzo, ma mi manca un dettaglio su come organizzare la numerazione, ossia se ripartire ad ogni sezione di dettaglio o, come ha fatto DLamba, ripartire solo dalle macro-sezioni (alcune delle quali veramente immense). Personalmente preferirei la prima delle due. Intanto scaldo il bot :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 11:17, 2 set 2026 (CEST) :::Il criterio è semplice: fintantoché non ci sono numeri di verso ripetuti nella transclusione in ns0 nella stessa pagina, puoi ricominciare la numerazione quanto vuoi. '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">&epsilon;</span><span style="color:blue;">&Delta;</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">&omega;</span>]]''' 12:40, 2 set 2026 (CEST) ::::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] (e a chiunque altro interessi): visto che nel Libro dei Re è nominata un'infinità di re, principi e gente varia, ho fatto uno strumento per controllare l'ortografia dei nomi propri. Sul "Cerca errori ortografici" adesso c'è un tab "Nomi propri", che cerca tutte le parole maiuscole, le conta e ne cerca altre di simili (1-2 lettere di differenza). Così ad esempio sull'ultimo volume risulta che: Khusrèv è nominato 368 volte, ma 39 volte c'è Khusrev senza accento, Khusròv c'è 2 volte e 1 volta c'è Kliusrèv, tutti probabili errori di trascrizione. Ovviamente trova anche somiglianze che non c'entrano e trova normali parole che per puro caso sono sempre maiuscole, perché appaiono solo all'inizio di un verso. Ma a parte questo spero che possa venire utile. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 17:19, 2 set 2026 (CEST) :::::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Altrochè! Grazie! Ma lo userò dopo aver risolto il problema della numerazione dei versi. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 21:53, 2 set 2026 (CEST) ::::::@[[Utente:Candalua|Candalua]] @[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Sono '''stupefatto '''del risultato della nuova opzione per la verifica della grafia dei nomi (delle persone e dei luoghi) e noto una "proprietà emergente": potrebbe anche essere utilizzata per la compilazione di un "Indice dei nomi delle persone e dei luoghi". ''Facile'' la compilazione di un semplice elenco alfabetico, laborioso un elenco completo di link al volume e alla pagina per ciascuna voce. Problema: sarebbe un contributo originale? Potrebbe essere aggiunto a ns0 senza violare le regole di itwikisource? Di certo, in un testo complesso come Il Libro dei Re, privo sia di annotazioni che di indici analitici, sarebbe utile. ::::::Seconda idea: c'è qualcosa che impedisce di caricare un'eventuale versione del testo, integrata di annotazioni e di indici analitici, in itwikibooks? ::::::Comunicazione di servizio: BrolloBot sta aggiungendo la numerazione versi (ogni 5). Il primo volume è stato un po' ostico, ma i successivi, più standardizzati nella formattazione, vanno via lisci, salvo E & O. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 09:14, 4 set 2026 (CEST) :::::::As usual, :::::::l'indice o la concordanza di un testo sono sogni nel cassetto che sento quasi da quando sono arrivato qui. :::::::Di fatto sono o ricerca originale o materiale compilatorio, inoltre, dato che sono uno strumento scientifico, o si basano su un testo ad altissimo grado di affidabilità o non fanno che convalidare scientificamente dati di partenza non affidabili. :::::::Questo non significa che non si possano creare, ma che vanno pensati ''esternamente al testo'' in un luogo apposito, non saprei bene dove indicarlo, oppure come aggiunta in testi considerati affidabili. Chiederò alla comunità internazionale se ci sono stati esempi in tal senso. :::::::Qui esco un po' dal thread, ma mi ricordo che quando un amico mi chiese cosa significa "SAL 100%" e gli risposi "che almeno due lettori hanno controllato il testo" mi girò le spalle con sufficienza ritenendo questo un criterio troppo minimale per dare credibilità scientifica ai nostri testi. Non mi sono sentito di dargli totalmente torto. Riusciremo un giorno ad avere "featured texts" o testi con altissimo livello di controllo? '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">&epsilon;</span><span style="color:blue;">&Delta;</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">&omega;</span>]]''' 08:31, 6 set 2026 (CEST) == Tavola cronologica assente in Vico == segnalo che nell'edizione stampata nel 1911 della Scienza Nuova di Vico curata da Nicolini a un certo punto è presente una tavola cronologica qui [[La scienza nuova - Volume I/Libro I/Tavola cronologica]] mentre è assente in una edizione del 1928 sempre curata da Nicolini [[La scienza nuova seconda/Libro primo]]. Entrambe le edizioni ristampano l'edizione originale del 1744. Con tutta probabilità nelle scansioni dell'edizione 1928 il foglio ripiegabile della tavola cronologica era presente anche lì (infatti è richiamato nel testo) ed è stato staccato. Bisognerebbe quindi cercare altre scansioni con quella tavola. Inoltre segnalo che la digitalizzazione del 1911 mette dopo il titolo e l'autore l'anno 1911 che è errato dato che si deve mettere il 1744, cioè l'anno di prima pubblicazione dell'opera. [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 13:38, 2 set 2026 (CEST) :@[[Utente:Myron Aub|Myron Aub]] Ho dato un'occhiata alla Tavola, spaventosa. Ma ci sarebbe bisogno di un lavoro di riorganizzazione ns0: i tre volumi dovrebbero essere riuniti in un'unica pagina principale. Anni fa la regola "nelle edizioni in più volumi, a ogni pagina nsIndice una pagina principale ns0" aveva motivazioni tecniche, ma oggi sono superate. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 20:45, 4 set 2026 (CEST) ::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] in effetti la tavola è davvero enorme e la digitalizzazione della tavola nell'edizione del 1911 non è stata terminata, non so se qualcuno esperto in tabelle ha qualche suggerimento... [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 15:13, 5 set 2026 (CEST) :::@[[Utente:Myron Aub|Myron Aub]] Si può provare riducendo parecchio le dimensioni dei caratteri e allargando la larghezza della tabella in ns0, ma sarà dura. Provo con una o due righe. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 12:27, 6 set 2026 (CEST) ddjdfjalh211ix3s5oc41saztdk2cyz 3895375 3895357 2026-09-06T11:12:11Z Alex brollo 1615 /* Tavola cronologica assente in Vico */ Risposta 3895375 wikitext text/x-wiki {{Bar}} == Il Libro dei Re: rifiniture == @[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Sto ritoccando [[Il Libro dei Re]], su cui ha lavorato parecchio @[[Utente:DLamba|DLamba]], e che era un peccato lasciare incompiuto. Ecco alcuni quesiti: # inizialmente la struttura generale era suddivisa in pagine ns0 indipendenti, una per ciascuno degli 8 volumi. Adesso invece c'è una sola pagina principale, suddivisa in sottopagine che rispecchiano le macro-sezioni dell'opera. Le pagine ns0 dei volumi sono conservate ma "orfane": la prima, [[Il Libro dei Re - Volume I]]. Io le cancellerei: ok? # fra le prime centinaia di pagine del poema, che DLamba ha portato a un eccellente SAL 75%, e le successive ci sono piccole differenze di formattazione. In particolare, DLamba ha numerato i versi (ogni 5) ma la numerazione cessa alla [[Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1886, I.djvu/261|pagina 260]] del primo volume. Rimuovo la numerazione versi oppure la continuo? E: da dove riparto con la numerazione? Se dovessi inserirla, io ripartirei da ognuna delle sezioni trascritta come sottopagina in ns0. Sarebbe un lavoraccio, ma forse potrebbe essere fatto via bot. PS: Esiste una pagina FB "Amici della Persia", dove il poema di Ferdusi viene nominato più volte. Vediamo se riesco a farci un po' di divulgazione wikisource :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 21:40, 1 set 2026 (CEST) :Nell'ordine: :# Sì, cancella pure. :# mi rendo conto che se la numerazione non c'è non siamo tenuti ad aggiungerla, ma al tempo stesso i template di numerazione R, Ottava ecc. sono pensati per essere anche delle "áncore" per citare con precisione un passo, dunque è sempre ottima idea aggiungerle. Anni e anni fa si scrisse che la numerazione dei versi fosse requisito per il SAL 75%, dunque si aggiungano i versi. :'''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">&epsilon;</span><span style="color:blue;">&Delta;</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">&omega;</span>]]''' 10:51, 2 set 2026 (CEST) ::@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Mi organizzo, ma mi manca un dettaglio su come organizzare la numerazione, ossia se ripartire ad ogni sezione di dettaglio o, come ha fatto DLamba, ripartire solo dalle macro-sezioni (alcune delle quali veramente immense). Personalmente preferirei la prima delle due. Intanto scaldo il bot :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 11:17, 2 set 2026 (CEST) :::Il criterio è semplice: fintantoché non ci sono numeri di verso ripetuti nella transclusione in ns0 nella stessa pagina, puoi ricominciare la numerazione quanto vuoi. '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">&epsilon;</span><span style="color:blue;">&Delta;</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">&omega;</span>]]''' 12:40, 2 set 2026 (CEST) ::::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] (e a chiunque altro interessi): visto che nel Libro dei Re è nominata un'infinità di re, principi e gente varia, ho fatto uno strumento per controllare l'ortografia dei nomi propri. Sul "Cerca errori ortografici" adesso c'è un tab "Nomi propri", che cerca tutte le parole maiuscole, le conta e ne cerca altre di simili (1-2 lettere di differenza). Così ad esempio sull'ultimo volume risulta che: Khusrèv è nominato 368 volte, ma 39 volte c'è Khusrev senza accento, Khusròv c'è 2 volte e 1 volta c'è Kliusrèv, tutti probabili errori di trascrizione. Ovviamente trova anche somiglianze che non c'entrano e trova normali parole che per puro caso sono sempre maiuscole, perché appaiono solo all'inizio di un verso. Ma a parte questo spero che possa venire utile. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 17:19, 2 set 2026 (CEST) :::::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Altrochè! Grazie! Ma lo userò dopo aver risolto il problema della numerazione dei versi. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 21:53, 2 set 2026 (CEST) ::::::@[[Utente:Candalua|Candalua]] @[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Sono '''stupefatto '''del risultato della nuova opzione per la verifica della grafia dei nomi (delle persone e dei luoghi) e noto una "proprietà emergente": potrebbe anche essere utilizzata per la compilazione di un "Indice dei nomi delle persone e dei luoghi". ''Facile'' la compilazione di un semplice elenco alfabetico, laborioso un elenco completo di link al volume e alla pagina per ciascuna voce. Problema: sarebbe un contributo originale? Potrebbe essere aggiunto a ns0 senza violare le regole di itwikisource? Di certo, in un testo complesso come Il Libro dei Re, privo sia di annotazioni che di indici analitici, sarebbe utile. ::::::Seconda idea: c'è qualcosa che impedisce di caricare un'eventuale versione del testo, integrata di annotazioni e di indici analitici, in itwikibooks? ::::::Comunicazione di servizio: BrolloBot sta aggiungendo la numerazione versi (ogni 5). Il primo volume è stato un po' ostico, ma i successivi, più standardizzati nella formattazione, vanno via lisci, salvo E & O. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 09:14, 4 set 2026 (CEST) :::::::As usual, :::::::l'indice o la concordanza di un testo sono sogni nel cassetto che sento quasi da quando sono arrivato qui. :::::::Di fatto sono o ricerca originale o materiale compilatorio, inoltre, dato che sono uno strumento scientifico, o si basano su un testo ad altissimo grado di affidabilità o non fanno che convalidare scientificamente dati di partenza non affidabili. :::::::Questo non significa che non si possano creare, ma che vanno pensati ''esternamente al testo'' in un luogo apposito, non saprei bene dove indicarlo, oppure come aggiunta in testi considerati affidabili. Chiederò alla comunità internazionale se ci sono stati esempi in tal senso. :::::::Qui esco un po' dal thread, ma mi ricordo che quando un amico mi chiese cosa significa "SAL 100%" e gli risposi "che almeno due lettori hanno controllato il testo" mi girò le spalle con sufficienza ritenendo questo un criterio troppo minimale per dare credibilità scientifica ai nostri testi. Non mi sono sentito di dargli totalmente torto. Riusciremo un giorno ad avere "featured texts" o testi con altissimo livello di controllo? '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">&epsilon;</span><span style="color:blue;">&Delta;</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">&omega;</span>]]''' 08:31, 6 set 2026 (CEST) == Tavola cronologica assente in Vico == segnalo che nell'edizione stampata nel 1911 della Scienza Nuova di Vico curata da Nicolini a un certo punto è presente una tavola cronologica qui [[La scienza nuova - Volume I/Libro I/Tavola cronologica]] mentre è assente in una edizione del 1928 sempre curata da Nicolini [[La scienza nuova seconda/Libro primo]]. Entrambe le edizioni ristampano l'edizione originale del 1744. Con tutta probabilità nelle scansioni dell'edizione 1928 il foglio ripiegabile della tavola cronologica era presente anche lì (infatti è richiamato nel testo) ed è stato staccato. Bisognerebbe quindi cercare altre scansioni con quella tavola. Inoltre segnalo che la digitalizzazione del 1911 mette dopo il titolo e l'autore l'anno 1911 che è errato dato che si deve mettere il 1744, cioè l'anno di prima pubblicazione dell'opera. [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 13:38, 2 set 2026 (CEST) :@[[Utente:Myron Aub|Myron Aub]] Ho dato un'occhiata alla Tavola, spaventosa. Ma ci sarebbe bisogno di un lavoro di riorganizzazione ns0: i tre volumi dovrebbero essere riuniti in un'unica pagina principale. Anni fa la regola "nelle edizioni in più volumi, a ogni pagina nsIndice una pagina principale ns0" aveva motivazioni tecniche, ma oggi sono superate. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 20:45, 4 set 2026 (CEST) ::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] in effetti la tavola è davvero enorme e la digitalizzazione della tavola nell'edizione del 1911 non è stata terminata, non so se qualcuno esperto in tabelle ha qualche suggerimento... [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 15:13, 5 set 2026 (CEST) :::@[[Utente:Myron Aub|Myron Aub]] Si può provare riducendo parecchio le dimensioni dei caratteri e allargando la larghezza della tabella in ns0, ma sarà dura. Provo con una o due righe. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 12:27, 6 set 2026 (CEST) ::::@[[Utente:Myron Aub|Myron Aub]] Test fatto, ma bisognerebbe estenderlo a una riga "bella piena". [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 13:12, 6 set 2026 (CEST) 6r3bpqc9lg25wz9ggoebur8vfcaren5 Pagina:Due canzoni in chiave di sol.pdf/11 108 1029537 3895376 3894778 2026-09-06T11:36:10Z Pic57 12729 /* Trascritta */ 3895376 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|||1}}</noinclude>All'amico<br> ARISTIDE D<sup>r</sup> GALLI {{Ct|f=300%|IO RIDO SEMPRE!}} {{A destra|'''{{AutoreCitato|Giano Brida|G. BRIDA}}.'''}} <score sound=1> << %Apre Aggancio Canto a Pianoforte \new Staff \with { instrumentName = \markup{\italic "CANTO" }} << %Apre aggancio lyrics al Canto \relative c'{ \clef treble \key d \major \time 6/8 \set Staff.midiInstrument = #"voice oohs" %rigo Canto 1.1 R1*6/8*4| \break %rigo canto 1.2 R1*6/8| r4 r8 \autoBeamOff ^\markup{\italic "Disinvolto"}cis' cis cis| cis4.~ cis8[ b ^\< cis]| d4\! r8 ^\> r4 r8| r4\! r8 r r ^\p a \break %rigo canto 1.3 b4.^\< cis| d4 \!fis,8 b4 \stemDown a8| \stemUp g4.~g4 a8| fis4._\(a8\) \!r r| \stemDown b4.^\< cis\! \break %rigo canto 2.4 }%Chiude relative Canto \addlyrics { Io ri -- do sem -- pre! io ri -- do sempre e co -- me pe -- sce_o -- gno -- ra son fe- }%Chiude new staff canto >> %Chiude aggancio a lyrics %Inizia basePiano \new PianoStaff \with { instrumentName = \markup{\bold "Allegro." }} << \new Staff = "Up" { \clef treble \key d \major \time 6/8 %\tempo = mosso_non_troppo \tempo 4.= 110 \relative c' { \override Staff.Rest.style = #'classical %rigo up 1.1 <<{a'4.^^ ^\markup{\italic "Brillante"} a4.^^| a4.^^ r8 a8^\< ais\!| g4.^^ g^^| g4.^^ ^\markup{\italic "cres."} g8\rest \stemDown g8^\< gis\!| \break %rigo up 1.2 \stemUp cis4.^^ cis^^| cis4.^^ r4 r8| } \\ {r8_\p g-. e-. r fis-. d-.| s2.| r8 a'8-. f-. r g-. e-.| s1*6/8| r8 b'!8-. gis-.r a-. fis-.| r8 gis-. cis,-. s4.| } >> <cis' a gis e>2._\f| r8 r <d a fis> r r <d a fis>| r8 r <d a fis> r r <d a fis>| \break %rigo Up 1.3 r8_\p r <b g e> r r <cis g e>| r r <b fis d> r r <b g d>| r8 r <a g cis,> r8 r <a g cis,>| r8 r <a fis d> r r <a fis>| r8 r <b g e> r r <cis g e> \break %rigo 2.4 } %Chiude relative Up }%Chiude New Staff Up \new Staff="Down" { \clef bass \key d \major \time 6/8 \relative c{ \override Staff.Rest.style = #'classical %rigo Down 1.1 s1*6/8| \change Staff = "Up" r8 \stemDown e'8_. \change Staff = "Down" a,8_. r4 r8| s1*6/8| \change Staff = "Up" r8 \stemDown fis'8_. \change Staff = "Down" b,8_. r4 r8| \break %rigo Down 1.2 s1*6/8| s4. r4 r8| \stemUp <a, a,>2.| \acciaccatura d,8 \stemDown d'8 r r fis8 r r| a8 r r d r r| \break %rigo Down 1.3 cis4. a| b4. e,| a4. \stemUp a,| \stemDown d4.^( d'8) r r| cis4. a \break %rigo Down 2.4 } %Chiude relative low }%Chiude Staff low >>%Fine Base Piano >>%Fine Piano e Canto \midi { } \layout { %ragged-right = ##t indent = 3\cm %short-indent = 2\cm } </score><noinclude><references/> {{PieDiPagina|''Prop. F. Lucca — Milano''| ''r 14958 r'' |}}</noinclude> 82vgi4iwe5257e305zx3kkivbnonsh2 Pagina:Due canzoni in chiave di sol.pdf/12 108 1029717 3895073 3894779 2026-09-05T18:44:11Z Pic57 12729 3895073 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|2||}}</noinclude><score sound=1> << %Apre Aggancio Canto a Pianoforte \new Staff << %Apre aggancio lyrics al Canto \relative c'{ \clef treble \key d \major \time 6/8 \set Staff.midiInstrument = #"voice oohs" %rigo canto 2.4 d'4 \stemUp fis,8 \stemDown b4 a8| \stemUp g4 a8 g4 a8| \stemUp fis4. fis8 r r| \stemDown d'4. cis4 cis8 \break %rigo canto 2.5 b4. \stemUp g4 g8| fis4 \stemDown cis'8 \acciaccatura e8 d4^> b8| ais4. ais4 r8| d4. cis| \break %rigo Canto 2.6 b4.^\(fis'\)| e4^\< e8\! f4^\> f8\!| e4. f^^| e2.^\(| \stemUp a,2.\) \break %rigo Canto 2.7 \stemDown g'4^(^\markup{\italic "Smorfioso"} fis8) g4 fis8| g4^\(fis8\) g4^\(fis8\)| f4 e8 f4 e8| f4^\( e8\) f4^\( e8\)| ees4^( d8) ees 4 d8| \break %rigo Canto 3.8 }%Chiude relative Canto \addlyrics { -li -- ce e mi go -- do_in_com -- pa -- gni -- a, m'al -- zo al tra- -mon -- to e_al sor -- ger del -- l'au -- ro -- ra va -- do_in let -- to e non ho ma -- lin -- co -- ni -- a pian -- ga chi vuo -- _ le e si mar -- tel -- li_il cuo -- _ re _ col -- le pas- }%Chiude new staff canto >> %Chiude aggancio a lyrics %Inizia basePiano \new PianoStaff << \new Staff = "Up" { \set PianoStaff.connectArpeggios = ##t \clef treble \key d \major \time 6/8 \tempo 4.= 90 \relative c' { \override Staff.Rest.style = #'classical %rigo Up 2.4 r8 r \stemUp <d' fis, d> r r <b g d>| r8 r <a g cis> r8 r <a g cis>| r8 r <a fis d> r8 r <a fis d>| <<{d4.^^ cis^^ \break %rigo Up 2.5 b4. g^^| fis4. g^^ ^(| fis4.) fis^^| fis' 4.^^ e^^| \break %rigo Up 2.6 d4. fis| \dynamicUp e4.\< f4.\> | e4.\! ^\< f4. \>| e4.\! gis,| } \\ {r8 r <fis d> r8 r <ais fis e> \break %rigo Up 2.5 r8 r <fis d b> r r <d b>| r8 r <e cis ais> r r <d b>| r8 r <e cis ais> r r <e cis ais>| r8 r <d' b fis> r r <ais fis e>| \break %rigo Up 2.6 r8 r <b fis d> r r <cis a fis>| r8 r <cis a e> r r <c a f>| r8 r <cis a e> r r <c a f>| r8 r <cis a e> r r <e, d b>| } >> <a e cis a>2\arpeggio r4| \break %rigo Up 2.7 <g e c>4^(_\mf <fis e c>8) <g e c>4^( <fis e c>8) <g d>4^( <fis d>8) <g d>4^( <fis d>8)| <fis d b>4^( <e d b>8) <fis d b>4^( <e d b>8)| <f c>4^( <e c>8)<f c>4^( <e c>8)| <ees c a>4^( <d c a>8) <ees c a>4^( <d cis a>8) \break %rigo Up 3.8 } %Chiude relative Up }%Chiude New Staff Up \new Staff="Down" { \clef bass \key d \major \time 6/8 \relative c{ \override Staff.Rest.style = #'classical %rigo Down 2.4 b'4. e,| a4. \stemUp a,4.| b4. d4.| b4. cis| \break %rigo Down 2.5 \stemDown d4. e^^| fis4. eis^^ ^(| fis)^(fis8) r r| b4. cis| \break %rigo Down 2.6 d,4. dis^^| e4. dis_^| e4. dis_^| e4. \stemUp <e e,>| <e a>2\arpeggio r4 \break %rigo Down 2.7 \stemDown b'4^(^\> ais8)\! b4^(^\> ais8)\!| \stemDown b4^(^\> ais8)\! b4 ais8| \stemDown b4^( ais8) b4^( ais8)| \stemDown b4^(^\> ais8)_\! \stemDown b4^( ais8)| g4^( fis!8) g4^( fis8) \break %rigo Down 3.8 } %Chiude relative low }%Chiude Staff low >>%Fine Base Piano >>%Fine Piano e Canto \midi { } \layout { %ragged-right = ##t %indent = 3\cm %short-indent = 2\cm } </score><noinclude><references/></noinclude> hojgd9pnyvnhcdlas5xf5uhl91j4wrt 3895377 3895073 2026-09-06T11:36:37Z Pic57 12729 3895377 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|2||}}</noinclude><score sound=1> << %Apre Aggancio Canto a Pianoforte \new Staff << %Apre aggancio lyrics al Canto \relative c'{ \clef treble \key d \major \time 6/8 \set Staff.midiInstrument = #"voice oohs" %rigo canto 2.4 d'4 \stemUp fis,8 \stemDown b4 a8| \stemUp g4 a8 g4 a8| \stemUp fis4. fis8 r r| \stemDown d'4. cis4 cis8 \break %rigo canto 2.5 b4. \stemUp g4 g8| fis4 \stemDown cis'8 \acciaccatura e8 d4^> b8| ais4. ais4 r8| d4. cis| \break %rigo Canto 2.6 b4.^\(fis'\)| e4^\< e8\! f4^\> f8\!| e4. f^^| e2.^\(| \stemUp a,2.\) \break %rigo Canto 2.7 \stemDown g'4^(^\markup{\italic "Smorfioso"} fis8) g4 fis8| g4^\(fis8\) g4^\(fis8\)| f4 e8 f4 e8| f4^\( e8\) f4^\( e8\)| ees4^( d8) ees 4 d8| \break %rigo Canto 3.8 }%Chiude relative Canto \addlyrics { -li -- ce e mi go -- do_in_com -- pa -- gni -- a, m'al -- zo al tra- -mon -- to e_al sor -- ger del -- l'au -- ro -- ra va -- do_in let -- to e non ho ma -- lin -- co -- ni -- a pian -- ga chi vuo -- _ le e si mar -- tel -- li_il cuo -- _ re _ col -- le pas- }%Chiude new staff canto >> %Chiude aggancio a lyrics %Inizia basePiano \new PianoStaff << \new Staff = "Up" { \set PianoStaff.connectArpeggios = ##t \clef treble \key d \major \time 6/8 \tempo 4.= 110 \relative c' { \override Staff.Rest.style = #'classical %rigo Up 2.4 r8 r \stemUp <d' fis, d> r r <b g d>| r8 r <a g cis> r8 r <a g cis>| r8 r <a fis d> r8 r <a fis d>| <<{d4.^^ cis^^ \break %rigo Up 2.5 b4. g^^| fis4. g^^ ^(| fis4.) fis^^| fis' 4.^^ e^^| \break %rigo Up 2.6 d4. fis| \dynamicUp e4.\< f4.\> | e4.\! ^\< f4. \>| e4.\! gis,| } \\ {r8 r <fis d> r8 r <ais fis e> \break %rigo Up 2.5 r8 r <fis d b> r r <d b>| r8 r <e cis ais> r r <d b>| r8 r <e cis ais> r r <e cis ais>| r8 r <d' b fis> r r <ais fis e>| \break %rigo Up 2.6 r8 r <b fis d> r r <cis a fis>| r8 r <cis a e> r r <c a f>| r8 r <cis a e> r r <c a f>| r8 r <cis a e> r r <e, d b>| } >> <a e cis a>2\arpeggio r4| \break %rigo Up 2.7 <g e c>4^(_\mf <fis e c>8) <g e c>4^( <fis e c>8) <g d>4^( <fis d>8) <g d>4^( <fis d>8)| <fis d b>4^( <e d b>8) <fis d b>4^( <e d b>8)| <f c>4^( <e c>8)<f c>4^( <e c>8)| <ees c a>4^( <d c a>8) <ees c a>4^( <d cis a>8) \break %rigo Up 3.8 } %Chiude relative Up }%Chiude New Staff Up \new Staff="Down" { \clef bass \key d \major \time 6/8 \relative c{ \override Staff.Rest.style = #'classical %rigo Down 2.4 b'4. e,| a4. \stemUp a,4.| b4. d4.| b4. cis| \break %rigo Down 2.5 \stemDown d4. e^^| fis4. eis^^ ^(| fis)^(fis8) r r| b4. cis| \break %rigo Down 2.6 d,4. dis^^| e4. dis_^| e4. dis_^| e4. \stemUp <e e,>| <e a>2\arpeggio r4 \break %rigo Down 2.7 \stemDown b'4^(^\> ais8)\! b4^(^\> ais8)\!| \stemDown b4^(^\> ais8)\! b4 ais8| \stemDown b4^( ais8) b4^( ais8)| \stemDown b4^(^\> ais8)_\! \stemDown b4^( ais8)| g4^( fis!8) g4^( fis8) \break %rigo Down 3.8 } %Chiude relative low }%Chiude Staff low >>%Fine Base Piano >>%Fine Piano e Canto \midi { } \layout { %ragged-right = ##t %indent = 3\cm %short-indent = 2\cm } </score><noinclude><references/></noinclude> iamvg8sah0mi058aemj29cgrrtfa8nq Pagina:Due canzoni in chiave di sol.pdf/13 108 1029878 3895360 3894816 2026-09-06T10:37:19Z Pic57 12729 /* Trascritta */ 3895360 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|||3}}</noinclude><score sound=1> << %Apre Aggancio Canto a Pianoforte \new Staff << %Apre aggancio lyrics al Canto \relative c'{ \clef treble \key d \major \time 6/8 \set Staff.midiInstrument = #"voice oohs" %rigo Canto 3.8 ees'4^\(d8\) ees4^\(d8\)| des4^\( ^\markup{\italic "poco rit."} c8\) des4 ^\(c8\)| b2.^\( f'2\) r8 f8| e4.~e4 dis16[ e]| \break %rigo canto 3.9 f4.~f4 e8| a,4 r8 r4 r8| r4 r8 \stemUp a ^\markup{\italic "rit. a piacere"} a ais \stemDown b2.^\(| b8\) r r b^\markup{\italic "rit:....."} b bis| \break %rigo canto 3.10 cis2.^\(| cis8\) r r cis cis cis| cis4.^>~cis8[ b cis]| d4 r8 r4 r8| r4 r8 r4 ^\p \stemUp a8| \break %rigo canto 3.11 b4.^\< cis4.| d4\! \stemUp fis,8 b r a| g4 a8 g4 a8| fis4._\( a8\) r r| \break %rigo canto 4.12 }%Chiude relative Canto \addlyrics { -sio -- _ni _ e con il mal d'a -- mo -- re e con il mal d'a -- mor! al mal d'a -- mo -- re? al mal d'a- mo -- re? Io ri -- do sem -- pre! al mal d'a -- mo -- _ re ohi -- bò più non vi pen -- so... }%Chiude new staff canto >> %Chiude aggancio a lyrics %Inizia basePiano \new PianoStaff << \new Staff = "Up" { \set PianoStaff.connectArpeggios = ##t \clef treble \key d \major \time 6/8 %\tempo = mosso_non_troppo \tempo 4.= 90 \relative c' { \override Staff.Rest.style = #'classical %rigo Up 3.8 <ees bes>4^(<d bes>8) <ees bes>4^(<d bes>8)| s1*6/8*4| \break %rigo Up 3.9 s1*6/8| <<{a'4.^^ a^^}\\{r8 _\markup{\italic "a Tempo."}g!8 e r f! d}>> a'4.^^ r4 r8| <<{b4.^^ b^^}\\{r8 _\markup{\italic "a Tempo."} a8 f r g e}>>| b'4.^^ r4 r8| \break %rigo Up 3.10 <<{cis4.^^ cis 4.^^| cis4. r4 r8| } \\ {r8 b gis r cis a| r8 gis cis s4.| } >> <cis a g! e>2. _\markup{\dynamic f \italic " a Tempo"}| r8 r <d a fis> r r <d a fis>| r8 r <d a fis> r r <d a fis>| \break %rigo Up 3.11 r8 r <b g e> r r <cis g e>| r8 r <d fis, d> r r <b g d>| r8 r <a g cis> r r <a g cis>| r8 r <a fis d> r r <a fis> \break %rigo Up 4.12 } %Chiude relative Up }%Chiude New Staff Up \new Staff="Down" { \clef bass \key d \major \time 6/8 \relative c{ \override Staff.Rest.style = #'classical %rigo Down 3.8 g'4^( fis!8) g4^( fis!8)| <<{<des' bes g!>4^( ^\markup {\italic "col canto."} <c bes g>8) <des bes g>4^( <c bes g>8)| <b! a fis! dis>2.^( <<{\change Staff= "Up" f' 2.)}\\{\change Staff ="Down" \override Stem.length = #14.0 \stemUp <b, a> }\\{\stemDown <f! d!>}>> <<{\change Staff= "Up" e'2.^(| %\break %rigo Down 3.9a \change Staff="Down" <d b>4.)^(<d b>8) r r} \\{ \change Staff="Down" \override Stem.length = #14.0 \stemUp <c a>2.^( %\break %rigo Down 3.9b \stemDown a4.)_(gis8) } \\{ \change Staff="Down" \stemDown e,2._( %\break %rigo 3.9c e4.)_(e8) e8\rest e8\rest }>> } \\ {f'4_(e8) f4_(e8)| } >> s1*6/8| \change Staff="Up" r8 e' \change Staff="Down" a,8 r4 ^\markup{\italic "col canto."} r8| s1*6/8| \change Staff="Up" r8 fis' \change Staff="Down" b,8 r4 ^\markup{\italic "col canto."} r8| \break %rigo Down 3.10 s1*6/8| s4. r4 r8| \stemUp <a, a,>2.| \acciaccatura d,8 \stemDown d'8 r8 r fis r r| a8 r r d r r | \break %rigo Down 3.11 cis4.^\p a| b4. e,| a4.a,| d4.^( d'8) r r \break % rigo Down 4.12 } %Chiude relative low }%Chiude Staff low >>%Fine Base Piano >>%Fine Piano e Canto \midi { } \layout { %ragged-right = ##t %indent = 3\cm %short-indent = 2\cm } </score><noinclude><references/></noinclude> citno9khfbzdgne39g2qcau8j2lyqtg 3895378 3895360 2026-09-06T11:37:15Z Pic57 12729 3895378 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|||3}}</noinclude><score sound=1> << %Apre Aggancio Canto a Pianoforte \new Staff << %Apre aggancio lyrics al Canto \relative c'{ \clef treble \key d \major \time 6/8 \set Staff.midiInstrument = #"voice oohs" %rigo Canto 3.8 ees'4^\(d8\) ees4^\(d8\)| des4^\( ^\markup{\italic "poco rit."} c8\) des4 ^\(c8\)| b2.^\( f'2\) r8 f8| e4.~e4 dis16[ e]| \break %rigo canto 3.9 f4.~f4 e8| a,4 r8 r4 r8| r4 r8 \stemUp a ^\markup{\italic "rit. a piacere"} a ais \stemDown b2.^\(| b8\) r r b^\markup{\italic "rit:....."} b bis| \break %rigo canto 3.10 cis2.^\(| cis8\) r r cis cis cis| cis4.^>~cis8[ b cis]| d4 r8 r4 r8| r4 r8 r4 ^\p \stemUp a8| \break %rigo canto 3.11 b4.^\< cis4.| d4\! \stemUp fis,8 b r a| g4 a8 g4 a8| fis4._\( a8\) r r| \break %rigo canto 4.12 }%Chiude relative Canto \addlyrics { -sio -- _ni _ e con il mal d'a -- mo -- re e con il mal d'a -- mor! al mal d'a -- mo -- re? al mal d'a- mo -- re? Io ri -- do sem -- pre! al mal d'a -- mo -- _ re ohi -- bò più non vi pen -- so... }%Chiude new staff canto >> %Chiude aggancio a lyrics %Inizia basePiano \new PianoStaff << \new Staff = "Up" { \set PianoStaff.connectArpeggios = ##t \clef treble \key d \major \time 6/8 %\tempo = mosso_non_troppo \tempo 4.= 110 \relative c' { \override Staff.Rest.style = #'classical %rigo Up 3.8 <ees bes>4^(<d bes>8) <ees bes>4^(<d bes>8)| s1*6/8*4| \break %rigo Up 3.9 s1*6/8| <<{a'4.^^ a^^}\\{r8 _\markup{\italic "a Tempo."}g!8 e r f! d}>> a'4.^^ r4 r8| <<{b4.^^ b^^}\\{r8 _\markup{\italic "a Tempo."} a8 f r g e}>>| b'4.^^ r4 r8| \break %rigo Up 3.10 <<{cis4.^^ cis 4.^^| cis4. r4 r8| } \\ {r8 b gis r cis a| r8 gis cis s4.| } >> <cis a g! e>2. _\markup{\dynamic f \italic " a Tempo"}| r8 r <d a fis> r r <d a fis>| r8 r <d a fis> r r <d a fis>| \break %rigo Up 3.11 r8 r <b g e> r r <cis g e>| r8 r <d fis, d> r r <b g d>| r8 r <a g cis> r r <a g cis>| r8 r <a fis d> r r <a fis> \break %rigo Up 4.12 } %Chiude relative Up }%Chiude New Staff Up \new Staff="Down" { \clef bass \key d \major \time 6/8 \relative c{ \override Staff.Rest.style = #'classical %rigo Down 3.8 g'4^( fis!8) g4^( fis!8)| <<{<des' bes g!>4^( ^\markup {\italic "col canto."} <c bes g>8) <des bes g>4^( <c bes g>8)| <b! a fis! dis>2.^( <<{\change Staff= "Up" f' 2.)}\\{\change Staff ="Down" \override Stem.length = #14.0 \stemUp <b, a> }\\{\stemDown <f! d!>}>> <<{\change Staff= "Up" e'2.^(| %\break %rigo Down 3.9a \change Staff="Down" <d b>4.)^(<d b>8) r r} \\{ \change Staff="Down" \override Stem.length = #14.0 \stemUp <c a>2.^( %\break %rigo Down 3.9b \stemDown a4.)_(gis8) } \\{ \change Staff="Down" \stemDown e,2._( %\break %rigo 3.9c e4.)_(e8) e8\rest e8\rest }>> } \\ {f'4_(e8) f4_(e8)| } >> s1*6/8| \change Staff="Up" r8 e' \change Staff="Down" a,8 r4 ^\markup{\italic "col canto."} r8| s1*6/8| \change Staff="Up" r8 fis' \change Staff="Down" b,8 r4 ^\markup{\italic "col canto."} r8| \break %rigo Down 3.10 s1*6/8| s4. r4 r8| \stemUp <a, a,>2.| \acciaccatura d,8 \stemDown d'8 r8 r fis r r| a8 r r d r r | \break %rigo Down 3.11 cis4.^\p a| b4. e,| a4.a,| d4.^( d'8) r r \break % rigo Down 4.12 } %Chiude relative low }%Chiude Staff low >>%Fine Base Piano >>%Fine Piano e Canto \midi { } \layout { %ragged-right = ##t %indent = 3\cm %short-indent = 2\cm } </score><noinclude><references/></noinclude> fs9gxfqpu17s7o1w6mnvkeypkmk9ztw Pagina:Raineri Biscia Pepoli - Alcune poesie.djvu/40 108 1029890 3895029 3894966 2026-09-05T13:11:04Z Paperoastro 3695 3895029 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Paperoastro" /></noinclude>{{Ct|f=120%|L=6pt|v=2|INDICE}} {{Rule|4em|v=4}} {| class=tindex | {{dotted|Alla Sovrana d’Italia}} || pag. || {{Pg|3}} | {{dotted|A Como}} || pag. || {{Pg|22}} |- | {{dotted|In villa}} ||»|| {{Pg|4}} | {{dotted|All’inclito gentiluomo Conte A. C. S.}} ||»||{{Pg|23}} |} <!-- Fronda gentil >> 5 " Tradimmi (infida). " 6 • Allo stesso >> 24 D’aprile il fior 7 id. < 25 Giurai. > 8 id. Giugno 1898 " 26 Un di. (Vergissnicht) . " 9 id. Settembre 1898» 27 Non dubitar. " 10 Parto » 11 Adriano. (Dall’America). " 12 Luna >> Allo stesso. (Per altro dono)» 1 flori. (Piccolo mazzo). >>> 28 All’Amico mio Aronne (Nell’offrire un dono). >> 29 30 Ugo. > 14. id. (Brindisi). > 31 • Allo Spirito Divino. 15 id. » 32 . Sovvengo All’ottimo amico C. G. Allo stesso. " 16 id. 33 >> 17 . id. (Offrendo un fior)» 34 » 18 A Lui id. " 19 Un pensiero id. » 201 All’esimio concitt, G. Z. id. < 21 Tuberose. . 35 » 36 >> 37 " 38 --><noinclude></noinclude> qfctbp0yxy1ql7tiydgh4f71d8ffhz3 3895033 3895029 2026-09-05T13:13:08Z Paperoastro 3695 3895033 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Paperoastro" /></noinclude>{{Ct|f=120%|L=6pt|v=2|INDICE}} {{Rule|4em|v=4}} {| class=tindex | colspan="3" style="width:50%" | | colspan="3" style="width:50%" | |- | {{dotted|Alla Sovrana d’Italia}} || pag. || {{Pg|3}} | {{dotted|A Como}} || pag. || {{Pg|22}} |- | {{dotted|In villa}} ||»|| {{Pg|4}} | {{dotted|All’inclito gentiluomo Conte A. C. S.}} ||»||{{Pg|23}} |} <!-- Fronda gentil >> 5 " Tradimmi (infida). " 6 • Allo stesso >> 24 D’aprile il fior 7 id. < 25 Giurai. > 8 id. Giugno 1898 " 26 Un di. (Vergissnicht) . " 9 id. Settembre 1898» 27 Non dubitar. " 10 Parto » 11 Adriano. (Dall’America). " 12 Luna >> Allo stesso. (Per altro dono)» 1 flori. (Piccolo mazzo). >>> 28 All’Amico mio Aronne (Nell’offrire un dono). >> 29 30 Ugo. > 14. id. (Brindisi). > 31 • Allo Spirito Divino. 15 id. » 32 . Sovvengo All’ottimo amico C. G. Allo stesso. " 16 id. 33 >> 17 . id. (Offrendo un fior)» 34 » 18 A Lui id. " 19 Un pensiero id. » 201 All’esimio concitt, G. Z. id. < 21 Tuberose. . 35 » 36 >> 37 " 38 --><noinclude></noinclude> mjrgx8a40gm78l6n5w4uh56morre590 3895185 3895033 2026-09-05T21:26:28Z Paperoastro 3695 3895185 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Paperoastro" /></noinclude>{{Ct|f=120%|L=6pt|v=2|INDICE}} {{Rule|4em|v=4}} {| class=tindex | colspan="3" style="width:50%" | | colspan="3" style="width:50%" | |- | {{dotted|Alla Sovrana d’Italia}} || pag. || {{Pg|3}} | {{dotted|A Como}} || pag. || {{Pg|22}} |- | {{dotted|In villa}} ||»|| {{Pg|4}} | All’inclito gentiluomo || |- | {{dotted|Fronda gentil}} ||»|| {{Pg|5}} | style="padding-left:2em" | {{dotted|Conte A. C. S.}} ||»||{{Pg|23}} |} <!-- Tradimmi (infida). " 6 • Allo stesso >> 24 D’aprile il fior 7 id. < 25 Giurai. > 8 id. Giugno 1898 " 26 Un di. (Vergissnicht) . " 9 id. Settembre 1898» 27 Non dubitar. " 10 Parto » 11 Adriano. (Dall’America). " 12 Luna >> Allo stesso. (Per altro dono)» 1 flori. (Piccolo mazzo). >>> 28 All’Amico mio Aronne (Nell’offrire un dono). >> 29 30 Ugo. > 14. id. (Brindisi). > 31 • Allo Spirito Divino. 15 id. » 32 . Sovvengo All’ottimo amico C. G. Allo stesso. " 16 id. 33 >> 17 . id. (Offrendo un fior)» 34 » 18 A Lui id. " 19 Un pensiero id. » 201 All’esimio concitt, G. Z. id. < 21 Tuberose. . 35 » 36 >> 37 " 38 --><noinclude></noinclude> cb1qoggzetqom38gu7fzhf5axbthg0x Modulo:Dati/Raineri Biscia Pepoli - Alcune poesie.djvu 828 1029892 3895026 2026-09-05T13:10:06Z Paperoastro 3695 Creazione/aggiornamento di Modulo:Dati 3895026 Scribunto text/plain local d2b = {} local b2d = {} local pagine = {} d2b[1]="copertina" d2b[2]="1" d2b[3]="dedica" d2b[4]="3" d2b[5]="4" d2b[6]="5" d2b[7]="6" d2b[8]="7" d2b[9]="8" d2b[10]="9" d2b[11]="10" d2b[12]="11" d2b[13]="12" d2b[14]="13" d2b[15]="14" d2b[16]="15" d2b[17]="16" d2b[18]="17" d2b[19]="18" d2b[20]="19" d2b[21]="20" d2b[22]="21" d2b[23]="22" d2b[24]="23" d2b[25]="24" d2b[26]="25" d2b[27]="26" d2b[28]="27" d2b[29]="28" d2b[30]="29" d2b[31]="30" d2b[32]="31" d2b[33]="32" d2b[34]="33" d2b[35]="34" d2b[36]="35" d2b[37]="36" d2b[38]="37" d2b[39]="38" d2b[40]="39" for i,v in ipairs(d2b) do b2d[v]=i end local cap={} local i=1 cap[1]={} cap[1].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli" cap[1].titolo="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli" cap[1].from=1 cap[1].to=3 cap[1].delta="copertina" cap[2]={} cap[2].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Alla sovrana d'Italia" cap[2].titolo="Alla sovrana d'Italia" cap[2].from=4 cap[2].to=4 cap[2].delta="1" cap[3]={} cap[3].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/In villa" cap[3].titolo="In villa" cap[3].from=5 cap[3].to=5 cap[3].delta="1" cap[4]={} cap[4].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Fronda gentil" cap[4].titolo="Fronda gentil" cap[4].from=6 cap[4].to=6 cap[4].delta="1" cap[5]={} cap[5].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Tradimmi" cap[5].titolo="Tradimmi" cap[5].from=7 cap[5].to=7 cap[5].delta="1" cap[6]={} cap[6].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/D'Aprile il fior" cap[6].titolo="D'Aprile il fior" cap[6].from=8 cap[6].to=8 cap[6].delta="1" cap[7]={} cap[7].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Giurai" cap[7].titolo="Giurai" cap[7].from=9 cap[7].to=9 cap[7].delta="1" cap[8]={} cap[8].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Un dì" cap[8].titolo="Un dì" cap[8].from=10 cap[8].to=10 cap[8].delta="1" cap[9]={} cap[9].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Non dubitar" cap[9].titolo="Non dubitar" cap[9].from=11 cap[9].to=11 cap[9].delta="1" cap[10]={} cap[10].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Parto" cap[10].titolo="Parto" cap[10].from=12 cap[10].to=12 cap[10].delta="1" cap[11]={} cap[11].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Adriano" cap[11].titolo="Adriano" cap[11].from=13 cap[11].to=13 cap[11].delta="1" cap[12]={} cap[12].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Luna" cap[12].titolo="Luna" cap[12].from=14 cap[12].to=14 cap[12].delta="1" cap[13]={} cap[13].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Ugo" cap[13].titolo="Ugo" cap[13].from=15 cap[13].to=15 cap[13].delta="1" cap[14]={} cap[14].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Allo spirito divino" cap[14].titolo="Allo spirito divino" cap[14].from=16 cap[14].to=16 cap[14].delta="1" cap[15]={} cap[15].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Sovvengo" cap[15].titolo="Sovvengo" cap[15].from=17 cap[15].to=17 cap[15].delta="1" cap[16]={} cap[16].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/All'ottimo amico C. G." cap[16].titolo="All'ottimo amico C. G." cap[16].from=18 cap[16].to=18 cap[16].delta="1" cap[17]={} cap[17].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Allo stesso (1)" cap[17].titolo="Allo stesso (1)" cap[17].from=19 cap[17].to=19 cap[17].delta="1" cap[18]={} cap[18].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Allo stesso (Da Felsina a Massaua)" cap[18].titolo="Allo stesso (Da Felsina a Massaua)" cap[18].from=20 cap[18].to=20 cap[18].delta="1" cap[19]={} cap[19].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Allo stesso (1891)" cap[19].titolo="Allo stesso (1891)" cap[19].from=21 cap[19].to=21 cap[19].delta="1" cap[20]={} cap[20].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Allo stesso (4)" cap[20].titolo="Allo stesso (4)" cap[20].from=22 cap[20].to=22 cap[20].delta="1" cap[21]={} cap[21].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/A Como" cap[21].titolo="A Como" cap[21].from=23 cap[21].to=23 cap[21].delta="1" cap[22]={} cap[22].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/All'inclito gentiluomo conte A. C. S." cap[22].titolo="All'inclito gentiluomo conte A. C. S." cap[22].from=24 cap[22].to=24 cap[22].delta="1" cap[23]={} cap[23].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Allo stesso (5)" cap[23].titolo="Allo stesso (5)" cap[23].from=25 cap[23].to=25 cap[23].delta="1" cap[24]={} cap[24].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Allo stesso (6)" cap[24].titolo="Allo stesso (6)" cap[24].from=26 cap[24].to=26 cap[24].delta="1" cap[25]={} cap[25].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Allo stesso (giugno 1898)" cap[25].titolo="Allo stesso (giugno 1898)" cap[25].from=27 cap[25].to=27 cap[25].delta="1" cap[26]={} cap[26].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Allo stesso (settembre 1898)" cap[26].titolo="Allo stesso (settembre 1898)" cap[26].from=28 cap[26].to=28 cap[26].delta="1" cap[27]={} cap[27].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/I fiori (piccolo mazzo)" cap[27].titolo="I fiori (piccolo mazzo)" cap[27].from=29 cap[27].to=29 cap[27].delta="1" cap[28]={} cap[28].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/All'amico mio Aronne (Nell'offrirgli un dono)" cap[28].titolo="All'amico mio Aronne (Nell'offrirgli un dono)" cap[28].from=30 cap[28].to=30 cap[28].delta="1" cap[29]={} cap[29].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Allo stesso (per altro dono)" cap[29].titolo="Allo stesso (per altro dono)" cap[29].from=31 cap[29].to=31 cap[29].delta="1" cap[30]={} cap[30].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Allo stesso (brindisi)" cap[30].titolo="Allo stesso (brindisi)" cap[30].from=32 cap[30].to=32 cap[30].delta="1" cap[31]={} cap[31].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Allo stesso (11)" cap[31].titolo="Allo stesso (11)" cap[31].from=33 cap[31].to=33 cap[31].delta="1" cap[32]={} cap[32].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Allo stesso (12)" cap[32].titolo="Allo stesso (12)" cap[32].from=34 cap[32].to=34 cap[32].delta="1" cap[33]={} cap[33].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Allo stesso (offrendo un fior)" cap[33].titolo="Allo stesso (offrendo un fior)" cap[33].from=35 cap[33].to=35 cap[33].delta="1" cap[34]={} cap[34].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/A lui" cap[34].titolo="A lui" cap[34].from=36 cap[34].to=36 cap[34].delta="1" cap[35]={} cap[35].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Un pensiero" cap[35].titolo="Un pensiero" cap[35].from=37 cap[35].to=37 cap[35].delta="1" cap[36]={} cap[36].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/All'esimio concittadino C. Z." cap[36].titolo="All'esimio concittadino C. Z." cap[36].from=38 cap[36].to=38 cap[36].delta="1" cap[37]={} cap[37].nome="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli/Tuberose" cap[37].titolo="Tuberose" cap[37].from=39 cap[37].to=40 cap[37].delta="1" local indexData={} indexData.autore="Clementina Raineri Biscia Pepoli" indexData.nomepagina="Alcune poesie della Contessa Clementina Raineri Biscia Pepoli" indexData.titolo="" indexData.anno="1898" indexData.editore="Premiato Stabilimento Tipografico S.M." indexData.citta="Bologna" indexData.progetto="" indexData.traduttore="" indexData.curatore="" indexData.fonte="scansione" local infodata={} pagine.d2b=d2b pagine.b2d=b2d pagine.cap=cap pagine.indexData=indexData return pagine --[[{"1":"copertina","2":"1","3":"dedica","4":"3","5":"4","6":"5","7":"6","8":"7","9":"8","10":"9","11":"10","12":"11","13":"12","14":"13","15":"14","16":"15","17":"16","18":"17","19":"18","20":"19","21":"20","22":"21","23":"22","24":"23","25":"24","26":"25","27":"26","28":"27","29":"28","30":"29","31":"30","32":"31","33":"32","34":"33","35":"34","36":"35","37":"36","38":"37","39":"38"}]] avq5h0a4v45hqtavxf6nrikffisw3oo Pagina:Vocabolario del dialetto napolitano (Rocco 1882, A - CAN).djvu/190 108 1029893 3895069 2026-09-05T18:25:02Z Suðurítali 82255 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: ARR — 168 — ARR S^apara, s^arreseria e sta aspettanno L’ordene vuostre. Arresidiatavole. Divoratore. Bas. Petit. 2..p. 244. No sfrattapanelle, no arresifliatavole. Arresidìo. L’atto e l’eflfetto deWarresediare. Bas, Peni. 4. 6. p. 61. Chi ave fatto sto bello arresidio? Ciucc. 9. 7. S’ba da fare no castiello E ciert’aute arresidie pe la terra De lorre de li ciucce. Yal. Fucyrf. 2. 5. 24. Nzomma hanno dato a tutto T arr... 3895069 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Suðurítali" /></noinclude>ARR — 168 — ARR S^apara, s^arreseria e sta aspettanno L’ordene vuostre. Arresidiatavole. Divoratore. Bas. Petit. 2..p. 244. No sfrattapanelle, no arresifliatavole. Arresidìo. L’atto e l’eflfetto deWarresediare. Bas, Peni. 4. 6. p. 61. Chi ave fatto sto bello arresidio? Ciucc. 9. 7. S’ba da fare no castiello E ciert’aute arresidie pe la terra De lorre de li ciucce. Yal. Fucyrf. 2. 5. 24. Nzomma hanno dato a tutto T arresidio, L’hanno arreddutto pevo de presidio. Arch. 2. 2. (?) Noe vorria no cannone de corzea Pe nne fa n’arresidio Corame dichMo. Arresorvere. Risolvere. Sam. Pos..p. 175. Non sapeva a che s’arresorvere nò addove dare de pietto. E 3. p, 230. Accessi simmo arresolute e no nce vo autro. Pag Batr. 2. 26. A sta neutrale Tuttelisumme deje arresorvero. (Ved, orig. ha Tutti li sumrai dei arresolvero).£’ 2. 27. Arresolute de se dare morte, JB^if. d’0. 12. 9. Era ommo forte, De cricco, crapecciuso e arresoluto. Fas. Ger. 19. 15. E chìsto arresoluto Trase. Stigl.En 1. 147. Arresoluto De trovare autro regno.Perr. Agn, zeff,K>.19. Saccio ch’ognuno de vuje è arresoluto. Arresponnere. Rispondere. Tard, Yaj.p. 16. Ecco ca co chesta accasione io v’arresponno e dico ec. Arressuso. Rissoso, Accattabrighe. Arrestare. Restare, Ristare, Fermarsi. Perr, Agn. zeff. 3. 20. Tanto che Tartarone se chiegaje E da la botta storduto arrestale. Fas. Ger. 19.65. Ca de parlare l’uno e l’autro arresta. Pag. M. (V 0, 3. 2. De gualejare sempe maje n’arresta. Arrestare, Catturare, Menar prigione. Arrestare, Porre in resta. Fas. Ger, 3. 16. Moppe la squatra ed arrestale l’antenna. Arresto. Y. Arriesto. Arretecare. Indietreggiare, Retrocedere. Fas. Ger, 20. 69. Accommenzajeno a ghiro arretecanno..^83. Sempe lo Guasconese arretecava. Arretecone, Arretecune. A ritroso. AlPìndietro, Rinculando. Fas. Ger. 3. 16. E ghiero a poco a poco, Commattenno e saglienno arretecone, A na coHipa. E 7. 38. E nche no poco arreto lo vede ire, Nce lo volta a lo ntutto arretecime. Arretenare. Lo stesso che Accodare, detto d^gli animali da soma. Arreterare, Arretirare. Ritirare. Eos, Pipp. 3. ult. (?) Pippo, tu t’arretire Pecche vide ch’io venco: Statte, statte, Arreto. Dietro, Indietro. Fas. Ger, 7. *.S8. E nche no poco arreto lo vede ire. E 19. 72. Faje muto bene Venire arreto a chi arreto te tene. Gap. Il, 2. 79. Comm’a lo funaro Pe parte de ghi nnante jammo arreto. Ceri. Clar. 3, 10. Posso avanzarmi, o cesso arreto a uso de carrozza? Ciucc. 3. 17. Ordenava Che n’avesse potuto torna arreto Lo rre. E 9 22. E quase sempe co no passo arreto. J^ 10. 1 1. Jammo a la bona, e no nc’è nnanze o arreto. E 13. 86. E arreto a chiste n’ata frattaria. Perr. Agn. zeff. l. 39. E se vedeva arreto pò li fine Ch’Arcure e Felicure hanno lassate. Dare arreto vale Retrocedere, Ritrarsi, e dicesi in particolare di veicoli e vetture. Fas. Ger, 1. 50. Mmeatono e danno arreto. Bas. Petit, 1. 5.p. 67. Non me pozzo dare arreto de la prommessa. {Fig.) E IO, p. 119. Non pe chesto se dette arreto. (Fig,) E 3. 5. p, 308. Non potenno darese arreto de la promessa. (Fig), Val pure Rendere, Restituire, Mandare indietro. Vtol. vern, 21. Lo inasto de cappella Nce l’avea dato arreto. Dalle arreto si usa come Dalle or’rieto. V. Arrieto. Ire a Varreto vale Andare indietro, Cessare, ed anche Scapitare. Tard, "Vaj. p. 44. Cercava de far a ire a l’ar reto chist’ammore. Bas. Peni. 3. Q.p318. E pe parte de ire nnante vaje sempre a r arreto. Mettere arreto vale Porre in posto inferiore. Posporre. Bas. Peni. 1. egr. p. 153. Lo lauro è puosto arreto da la foglia. Tornare arreto vale Venir restituito. Lo Sagliem. 2. 12. La robbatomaar* reto, Presone lo ncappato, Corriva rieste tu. Parlando di tempo si usa come Fa in italiano, e prendendo aspetto di un aggettivo, rimane per lo più invariato. Velard, st. 1. Cient’anne arreto ch’era viva vava. Cap. Son* 43. Patreto r anno ai reto era vastaso. E 186. Me Digitized by Google<noinclude><references/></noinclude> d8d3kj9vocl4137rdy4m8stcsfgwrgo 3895070 3895069 2026-09-05T18:36:14Z Suðurítali 82255 3895070 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Suðurítali" /></noinclude>ARR S’apara, s’arreseria e sta aspettanno L’ordene vuostre. '''Arresidiatavole'''. Divoratore. ''Bas. Pent.'' 2. 10. p. 244. No sfrattapanelle, no arresidiatavole. '''Arresidio'''. L’atto e l’effetto dell’''arresediare''. ''Bas. Pent.'' 4. 6. p.61. Chi ave fatto sto bello arresidio? ''Ciucc.'' 9. 7. S’ha da fare no castiello E ciert’aute arresidie pe la terra De lo rre de li ciucce. ''Val. Fuorf.'' 2. 5. 24. Nzomma hanno dato a tutto l’arresidio, L’ hanno arreddutto pevo de presidio. ''Arch.'' 2. 2. (2) Nce vorria no cannone de corzea Pe nne fa n’arresidio Comme dich’io. '''Arresorvere.''' Risolvere. Sarn. Pos. 1. p. 175. Non sapeva a che s’arresorvere né addove dare de pietto. ''E'' 3. p. 230. Accossi simmo arresolute e no nce vo autro. Pag Batr. 2. 26. A sta neutrale Tuttelisumme deje arresorvero. (L’ed. orig. ha Tutti li summi dei arresolve- ro).E 2. 27. Arresolute de se dare mor- te. FE M. d°O.12. 9.Era ommo forte, De cricco, crapecciuso e arresoluto. Fas. Ger. 19.15. E chisto arresoluto Trase. Stigl. En 1. 147. Arresoluto De trovare autro regno.Perr. Agn. zeff.5.79. Sac- cio ch’ ognuno de vuje 8 arresoluto. Arresponnere. Rispondere. Tard. Vaj. p. 16. Ecco ca co chesta accasione io v’ar- responno e dico ec. Arressuso. Rissoso, Accattabrighe. Arrestare. Restare, Ristare, Fermarsi. Perr, Agn. zeff. 3. 20. Tanto che Tar- tarone se chiegaje E da la botta stor- duto arrestaje. Fas. Ger. 19.65. Ca de parlare l’uno e l’autro arresta. Pag. M. @ O. 3. 2. De gualejare sempe maje n’arresta. Arrestare, Catturare, Menar pri- gione. Arrestare, Porre in resta. Fas. Ger. 3. 16. Moppe la squatra ed arrestaje Vantenna. Arresto. V. Arriesto. Arretecare. Indietreggiare, Retrocedere. Fas. Ger. 20. 69. Accommenzajeno a ghire arretecanno. FE 83. Sempe lo Gua- sconese arretecava. Arretecone, Arretecune. A ritroso, Al- l'indietro, Rinculando. Fas. Ger. 3. 16. E ghiero a poco a poco, Commattenno e spememne arretecone, A na colina. E 7. 38. E nche no poco arreto lo vede — 168 — ire, Nce lo votta a lo ntutto arretecune. ARR Arretenare. Lo stesso che Accodare, det- to degli animali da soma. Arreterare, Arretirare. Ritirare. Ros. Pipp. 3. uit. (?) Pippo, tu t’arretire Pec- ché vide ch’io venco: Statte, statte, Arreto. Dietro, Indietro. Fas. Ger. 7. 38. E nche no poco arreto lo vede ire. E 19.72. Faje muto bene Venire ar- reto a chi arreto te tene. Cap. Il. 2 79. Comm’a lo funaro Pe parte de ghi nnante jammo arreto. Cerl. Clar. 3, 10. Posso avanzarmi, 0 cesso arreto a us0 de carrozza? Ciucc. 8. 17. Ordenava Chen'avesse potuto tornaarreto Lorre. E 9. 22. E quase sempe co no pass0 arreto. E10. 11. Jammo a la bona, e no nc’é nnanze o arreto. E 13. 36. Earre- to a chiste n’ata frattaria. Perr. Agn. zeff. 1.39. E se vedeva arreto po li rine Ch’Arcure e Felicure hanno lassate. Dare avreto vale Retrocedere, Ri- trarsi, e dicesi in particolare di veico li e vetture. Fas. Ger. 1. 50. Mmesto- no e danno arreto. Bas. Pent. 1.5. p 67. Non me pozzo dare arreto de prommessa. (Fig.) E 10. p. 119. Non pe chesto se dette arreto. (Fig.) E 3. 5. p. 308. Non potenno darese arreto de la promessa. (Fig). Val pure Rendere, Restituire, Man dare indietro. Viol. vern. 21. Lo ma- sto de cappella Nce l’avea dato arreto. Dalle arreto si usa come Dalle ar- rieto. V. Arrieto. Ire a V'arreto vale Andare indietro, Cessare, ed anche Scapitare. Tard. Vaj. p. 44. Cercava de fara ire al'ar reto chist’ammore. Bas. Pent. 3. 6.p. 318. E pe parte de ire nnante vaje sempre a |’ arreto. Mettere arreto vale Porre in posto inferiore, Posporre. Bas. Pent. 1. egr. p. 158. Lo lauro & puosto arreto dala foglia. Tornare arretovale Venir restituito. Lo Sagliem. 2.:12. La robba torna ar- reto, Presone lo ncappato, Corriva rie ste tu. : Parlando di tempo si usa come Fa in italiano, e prendendo aspetto di un aggettivo, rimane per lo pii invariato. Velard. st. 1. Cient’anne arreto ch’e- ra viva vava. Cap. Son. 43. Patreto Y anno arreto era vastaso. E 186. Me<noinclude><references/></noinclude> k66g6l2yvkkf8ynnnm1rut6oynvioq8 Autore:Antonio Montucci 102 1029894 3895074 2026-09-05T18:46:38Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Antonio | Cognome = Montucci | Attività = sinologo/letterato/traduttore/editore | Nazionalità = italiano | Professione e nazionalità = }} 3895074 wikitext text/x-wiki {{Autore | Nome = Antonio | Cognome = Montucci | Attività = sinologo/letterato/traduttore/editore | Nazionalità = italiano | Professione e nazionalità = }} qvbny10cek53040yrksdr5398p2oyhc Categoria:Pagine in cui è citato Antonio Montucci 14 1029895 3895075 2026-09-05T18:46:55Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Antonio Montucci}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Montucci, Antonio]] 3895075 wikitext text/x-wiki {{Vedi anche autore|Antonio Montucci}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Montucci, Antonio]] k9zx0kl6mg1msg58yxzm1m5t4nfjroh Autore:Clemente Galano 102 1029896 3895078 2026-09-05T18:49:35Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Clemente | Cognome = Galano | Attività = missionario/presbitero | Nazionalità = italiano | Professione e nazionalità = }} 3895078 wikitext text/x-wiki {{Autore | Nome = Clemente | Cognome = Galano | Attività = missionario/presbitero | Nazionalità = italiano | Professione e nazionalità = }} lcu5xynjapp9lpdp95wft7jjxlttza1 Categoria:Pagine in cui è citato Clemente Galano 14 1029897 3895079 2026-09-05T18:49:54Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Clemente Galano}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Galano, Clemente]] 3895079 wikitext text/x-wiki {{Vedi anche autore|Clemente Galano}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Galano, Clemente]] 3diq0u8xaoyiq0d022hkdqarzkss4q3 Autore:Francesco Rivola 102 1029898 3895082 2026-09-05T18:51:16Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Francesco | Cognome = Rivola | Attività = orientalista/presbitero | Nazionalità = italiano | Professione e nazionalità = }} 3895082 wikitext text/x-wiki {{Autore | Nome = Francesco | Cognome = Rivola | Attività = orientalista/presbitero | Nazionalità = italiano | Professione e nazionalità = }} nhw33qutkdo6qsrdmsmwr359d7umu2w Categoria:Pagine in cui è citato Francesco Rivola 14 1029899 3895083 2026-09-05T18:51:27Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Francesco Rivola}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Rivola, Francesco]] 3895083 wikitext text/x-wiki {{Vedi anche autore|Francesco Rivola}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Rivola, Francesco]] 1y0rxvquhzrhrohhmmfnff1fzpnlkp8 Autore:Sante Pagnini 102 1029900 3895084 2026-09-05T18:53:49Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Sante | Cognome = Pagnini | Attività = biblista/monaco | Nazionalità = italiano | Professione e nazionalità = }} 3895084 wikitext text/x-wiki {{Autore | Nome = Sante | Cognome = Pagnini | Attività = biblista/monaco | Nazionalità = italiano | Professione e nazionalità = }} o0c1qjqst4x01ttvjflec4x5629rnis Categoria:Pagine in cui è citato Sante Pagnini 14 1029901 3895085 2026-09-05T18:54:03Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Sante Pagnini}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Pagnini, Sante]] 3895085 wikitext text/x-wiki {{Vedi anche autore|Sante Pagnini}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Pagnini, Sante]] poup91mdowt04gvgqiljv47o1akxpbk Autore:Ludovico Marracci 102 1029902 3895086 2026-09-05T18:54:56Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Ludovico | Cognome = Marracci | Attività = presbitero/orientalista/traduttore | Nazionalità = italiano | Professione e nazionalità = }} 3895086 wikitext text/x-wiki {{Autore | Nome = Ludovico | Cognome = Marracci | Attività = presbitero/orientalista/traduttore | Nazionalità = italiano | Professione e nazionalità = }} dmd9y7jl7wa6ul5ddlxd80qxnoomli6 Categoria:Pagine in cui è citato Ludovico Marracci 14 1029903 3895087 2026-09-05T18:55:08Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Ludovico Marracci}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Marracci, Ludovico]] 3895087 wikitext text/x-wiki {{Vedi anche autore|Ludovico Marracci}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Marracci, Ludovico]] qm532ah1zepy34zprqoo2oeqsk6lquy Autore:Giambattista Raimondi 102 1029904 3895089 2026-09-05T18:56:50Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Giambattista | Cognome = Raimondi | Attività = orientalista/matematico/filosofo | Nazionalità = italiano | Professione e nazionalità = }} 3895089 wikitext text/x-wiki {{Autore | Nome = Giambattista | Cognome = Raimondi | Attività = orientalista/matematico/filosofo | Nazionalità = italiano | Professione e nazionalità = }} swv8jr76a9v5daqagxkmwuetf7pwpfn Categoria:Pagine in cui è citato Giambattista Raimondi 14 1029905 3895090 2026-09-05T18:56:57Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Giambattista Raimondi}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Raimondi, Giambattista]] 3895090 wikitext text/x-wiki {{Vedi anche autore|Giambattista Raimondi}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Raimondi, Giambattista]] sma7toh1wdrp6eat52z74b5p4x5lvfg Autore:Louise-Félicité Guynement de Kéralio 102 1029906 3895091 2026-09-05T18:58:02Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Louise-Félicité | Cognome = Guynement de Kéralio | Attività = scrittrice/femminista | Nazionalità = francese | Professione e nazionalità = }} 3895091 wikitext text/x-wiki {{Autore | Nome = Louise-Félicité | Cognome = Guynement de Kéralio | Attività = scrittrice/femminista | Nazionalità = francese | Professione e nazionalità = }} 4gu0d23i2o807xkvodkgwygvmj41tcz Categoria:Pagine in cui è citato Louise-Félicité Guynement de Kéralio 14 1029907 3895092 2026-09-05T18:58:19Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Louise-Félicité Guynement de Kéralio}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Kéralio, Louise-Félicité Guynement de]] 3895092 wikitext text/x-wiki {{Vedi anche autore|Louise-Félicité Guynement de Kéralio}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Kéralio, Louise-Félicité Guynement de]] f47sit2nm7caw7whcg0z8q95rxqqwgf Autore:Chrétien-Louis-Joseph de Guignes 102 1029908 3895093 2026-09-05T19:00:19Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Chrétien-Louis-Joseph | Cognome = de Guignes | Attività = diplomatico/orientalista | Nazionalità = francese | Professione e nazionalità = }} 3895093 wikitext text/x-wiki {{Autore | Nome = Chrétien-Louis-Joseph | Cognome = de Guignes | Attività = diplomatico/orientalista | Nazionalità = francese | Professione e nazionalità = }} dmvb1vk2rq87gssw63ieubcroqipyhb Categoria:Pagine in cui è citato Chrétien-Louis-Joseph de Guignes 14 1029909 3895094 2026-09-05T19:00:29Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Chrétien-Louis-Joseph de Guignes}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Guignes, Chrétien-Louis-Joseph de]] 3895094 wikitext text/x-wiki {{Vedi anche autore|Chrétien-Louis-Joseph de Guignes}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Guignes, Chrétien-Louis-Joseph de]] 6ydv1cgp1lj35bcu5dok0lj25clxcal Autore:Jean-François du Resnel 102 1029910 3895096 2026-09-05T19:01:22Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Jean-François | Cognome = du Resnel | Attività = scrittore/traduttore | Nazionalità = francese | Professione e nazionalità = }} 3895096 wikitext text/x-wiki {{Autore | Nome = Jean-François | Cognome = du Resnel | Attività = scrittore/traduttore | Nazionalità = francese | Professione e nazionalità = }} p4vm8sy0vuldsykpt51pnl3l52lbv7y Categoria:Pagine in cui è citato Jean-François du Resnel 14 1029911 3895098 2026-09-05T19:01:34Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Jean-François du Resnel}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Resnel, Jean-François du]] 3895098 wikitext text/x-wiki {{Vedi anche autore|Jean-François du Resnel}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Resnel, Jean-François du]] p6jgvto4teirm5s1ajoq698vmbibtm7 Autore:Jean-Pierre Gibert 102 1029912 3895105 2026-09-05T19:08:32Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Jean-Pierre | Cognome = Gibert | Attività = giurista | Nazionalità = francese | Professione e nazionalità = }} 3895105 wikitext text/x-wiki {{Autore | Nome = Jean-Pierre | Cognome = Gibert | Attività = giurista | Nazionalità = francese | Professione e nazionalità = }} edwlz33dt4u6b9sv18cclpj2bl0e1pf Categoria:Pagine in cui è citato Jean-Pierre Gibert 14 1029913 3895106 2026-09-05T19:08:53Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Jean-Pierre Gibert}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Gibert, Jean-Pierre]] 3895106 wikitext text/x-wiki {{Vedi anche autore|Jean-Pierre Gibert}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Gibert, Jean-Pierre]] if7dntedzoy61czscgxc6pq72nahugi Autore:Giammaria Ortes 102 1029914 3895108 2026-09-05T19:10:56Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Giammaria | Cognome = Ortes | Attività = filosofo/economista/matematico/monaco | Nazionalità = italiano | Professione e nazionalità = }} 3895108 wikitext text/x-wiki {{Autore | Nome = Giammaria | Cognome = Ortes | Attività = filosofo/economista/matematico/monaco | Nazionalità = italiano | Professione e nazionalità = }} 9liq93txmwtht3kr77ft7f5eztb540k Categoria:Pagine in cui è citato Giammaria Ortes 14 1029915 3895109 2026-09-05T19:11:13Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Giammaria Ortes}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Ortes, Giammaria]] 3895109 wikitext text/x-wiki {{Vedi anche autore|Giammaria Ortes}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Ortes, Giammaria]] e20ofla0rzm14wogt4xyx5lur8vvv5k Autore:Gian Donato Turbolo 102 1029916 3895111 2026-09-05T19:12:05Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Gian Donato | Cognome = Turbolo | Attività = economista | Nazionalità = italiano | Professione e nazionalità = }} 3895111 wikitext text/x-wiki {{Autore | Nome = Gian Donato | Cognome = Turbolo | Attività = economista | Nazionalità = italiano | Professione e nazionalità = }} b7gn5nrfwotvbja8xjlhf9nucnqfevs Categoria:Pagine in cui è citato Gian Donato Turbolo 14 1029917 3895112 2026-09-05T19:12:47Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Gian Donato Turbolo}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Turbolo, Gian Donato]] 3895112 wikitext text/x-wiki {{Vedi anche autore|Gian Donato Turbolo}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Turbolo, Gian Donato]] 9ccinmyg4rhqlnt3id9iog9y7smi7pu Autore:Pierre-Simon Lourdet 102 1029918 3895121 2026-09-05T19:18:56Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Pierre-Simon | Cognome = Lourdet | Attività = professore/accademico/orientalista | Nazionalità = francese | Professione e nazionalità = }} 3895121 wikitext text/x-wiki {{Autore | Nome = Pierre-Simon | Cognome = Lourdet | Attività = professore/accademico/orientalista | Nazionalità = francese | Professione e nazionalità = }} rh63blgw7ry5abnc8z2mvwabojr91v9 Categoria:Pagine in cui è citato Pierre-Simon Lourdet 14 1029919 3895122 2026-09-05T19:19:00Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Pierre-Simon Lourdet}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Lourdet, Pierre-Simon]] 3895122 wikitext text/x-wiki {{Vedi anche autore|Pierre-Simon Lourdet}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Lourdet, Pierre-Simon]] r3ul0i1fn5q1txvp8thdigqwoals0rq Categoria:Pagine in cui è citato Sallustio Bandini 14 1029920 3895123 2026-09-05T19:20:16Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Sallustio Bandini}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Bandini, Sallustio]] 3895123 wikitext text/x-wiki {{Vedi anche autore|Sallustio Bandini}} [[Categoria:Pagine per autore citato|Bandini, Sallustio]] rucy95s5zovzgg91kiau7q0u1rno2vs Categoria:Pagine in cui è citato il testo Istoria dell'Imperio dopo Marco (De Romanis) 14 1029921 3895134 2026-09-05T19:28:24Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche|Istoria dell'Imperio dopo Marco (De Romanis)}} [[Categoria:Pagine in cui sono citati altri testi|Istoria dell'Imperio dopo Marco (De Romanis)]] 3895134 wikitext text/x-wiki {{Vedi anche|Istoria dell'Imperio dopo Marco (De Romanis)}} [[Categoria:Pagine in cui sono citati altri testi|Istoria dell'Imperio dopo Marco (De Romanis)]] m55gw96zf4km4w3fw5rkexqe80j2smu Categoria:Pagine in cui è citato il testo Vite dei filosofi 14 1029922 3895136 2026-09-05T19:28:49Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche|Vite dei filosofi}} [[Categoria:Pagine in cui sono citati altri testi|Vite dei filosofi]] 3895136 wikitext text/x-wiki {{Vedi anche|Vite dei filosofi}} [[Categoria:Pagine in cui sono citati altri testi|Vite dei filosofi]] g8kmxly8l3pcgqv3vp1kp3r7aa9vayw Utente:Àncilu 2 1029923 3895141 2026-09-05T19:34:06Z Àncilu 62184 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: [[Special:RandomInCategory/Pagine SAL 25%]] 3895141 wikitext text/x-wiki [[Special:RandomInCategory/Pagine SAL 25%]] snw48nml4093p6bd1m42pp4nbiawwpg Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/123 108 1029924 3895186 2026-09-05T22:27:59Z Cruccone 53 /* new eis level3 */ 3895186 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||CAPITOLO XI|113}}</noinclude>principio pare che il Cronaca andasse nel condurre la fabbrica di questa sala molto adagio, ma per le sollecitazioni di Fra Girolamo, innanzi che andasse a Roma dove era stato chiamato dal Papa, e dopo il suo ritorno, egli accrebbe per maniera di zelo e procedette con tanta celerità che si andava dicendo avervi messo le mani gli angeli. E quando il Savonarola riprese a predicare in Firenze nella quaresima del 1196 la Sala era presso che finita. Durante quella quaresima cadde il 25 febbraio, la elezione della nuova Signorìa, con gran concorso di Consiglieri, che si crede potessero ascendere al numero di 1723. Il Savonarola cogliendo l’occasione parlò di politica nelle sue prediche del 24 e 25 febbraio, ed in specie si fermò col discorso intorno al modo di fare le elezioni, e disse, fra le altre, cose che sono buone sempre a ridirsi quante volte si fanno elezioni. «Sono molti, diceva il frate, che vanno seminando polizze per la Città, le quali dicono: non eleggete il tale. Io vi dico: non fate ciò che suggeriscono quelle polizze. Se quelli i quali non volete che sieno eletti son cattivi, voi potete dirlo apertamente in Consiglio, ora che non c’è il tiranno. Vieni dunque fuori, e di’ su franco: il tale non è buono a questo uffizio. Se poi è buono, lascialo eleggere». Ed altrove: «Intendo che sonvi alcuni in Consiglio che, quando uno va a partito, dicono: diamoli la fava nera o bianca, perchè egli è della tal parte. ''Et quod pejus est'', intendo che v’è alcuni che dicono: Egli è di quelli del Frate, diamoli le fave nere. Come! hovvi io insegnato così? Io non ho amico nessuno, se non Cristo e chi fa bene. Non fate più così, chè questa non è mia intenzione, e voi fareste presto nascere divisione. Chi rende le fave, le dia a chi pare a lui che sia buono e prudente, secondo la coscienza sua, com’io v’ho detto altre volte. Tale era il Savonarola; non avrebbe mai, Egli che voleva la concordia di tutti i cittadini in verità e giustizia, essere capo di parte, ma pure per lui la città fu ancora divisa; e i Piagnoni e gli Arrabbiati, cioè coloro che seguivano la dottrina sua e coloro che l’avversavano, si contrastarono la Signorìa di Firenze per tutto il tempo che Egli visse, e più volte vennero alle mani. La parola del frate calda come fuoco, potente come ferro, entrava negli animi dei cittadini, l’infiammava di libertà, e talvolta li alzava fino al<noinclude></noinclude> axf0cweq2btbscpb0yedbpsapmcf1t4 Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/124 108 1029925 3895198 2026-09-06T05:49:36Z Cruccone 53 /* new eis level3 */ 3895198 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|114|PALAZZO VECCHIO|}}</noinclude>sentimento più grande della pietà e della virtù; e la parte de’ Medici grandemente ne soffriva. «Firenze, nel 1495 e 96, non era più, dice il {{AutoreCitato|Gino Capponi|Capponi}}, la città del {{AutoreCitato|Lorenzo de' Medici|Magnifico}}, ma universale una professione di costumi severi, e frequenza d’atti religiosi; nelle chiese ufficii, ed un pregare di donne ai tabernacoli per le vie; Laudi composte in linguaggio familiare dal Frate e da’ suoi più devoti, si udivano invece dei sozzi canti carnascialeschi». La città si andava spogliando della veste ricca e pomposa che le aveano messa addosso i Medici, e quasi si vestiva del rozzo saio fratesco. Su i primi del 1496 si abbruciavano in piazza della Signorìa le ''vanità'' e gli ''anatemi'', così chiamavano disegni e libri osceni, arnesi di giuoco, abiti da maschera, e simili cose, tra le quali, si disse, esservene state anco di preziose per l’arte. Ai 20 di agosto di quell’anno, il frate predicò nella nuova sala di Palazzo, alla presenza di tutti i magistrati e dei principali cittadini, dove prendeva occasione dalla sua vita passata per respingere le accuse che contro lui si andavano spargendo, poi entrando, com’egli soleva fare nelle sue prediche, nella politica, dava suggerimenti sul modo di mantener fermo il nuovo governo. Il suo avviso era, così lo riassume il Villari{{Nota separata|Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/131|8}} che si dovesse dare nel Consiglio una piena libertà di discussione, e facoltà di dire tutto ciò che si voleva; e fare nello stesso tempo una legge, che punisse severamente quelli che andavano sparlando di fuori. Ma il frate aveva nemici potenti e dentro la città e fuori, quanti volevano veder tornare a galla il partito de’ Medici, e avere in mano la città e lo Stato, e un popolo che mentre essi governavano pensasse ad altro, ad essi dando noia quella religione e quella virtù che fa a tutti, in alto e in basso, una legge del dovere, e un diritto della libertà. Essendo succeduto nel marzo ed aprile del 1497 al {{Wl|Q3750766|Valori}} che era pel frate, nel gonfalonierato, {{Wl|Q17154521|Bernardo del Nero}}, che era co’ partigiani de’ Medici, venne in Firenze, mandato da {{Wl|Q559339|Giovanni di Pier Francesco de’ Medici}} che s’era fatto marito della bella vedova {{Wl|Q80992|Caterina Sforza}}, la quale reggeva pei figliuoli lo Stato di Forlì, un tale {{Wl|Q8686295|Mariano da Ghinazzano}}, generale dell’Ordine di Sant’Agostino, che aveva lasciata in Firenze, a’ tempi di Lorenzo, fama grande di predicatore. Questi salendo in pulpito si dichiarò<noinclude></noinclude> h23400fu67kspd7r2l82nu33hzrt75b Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/125 108 1029926 3895302 2026-09-06T08:00:16Z Cruccone 53 /* new eis level3 */ 3895302 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||CAPITOLO XI|115}}</noinclude>contrario alla dottrina di Fra Girolamo, e cominciò a lui quella guerra di frati, che lo condusse alla morte, e fu principale forza alla vittoria de’ Medici, ed alla rovina dello Stato. Primo segno della vittoria dei Palleschi degli arrabbiati, così si chiamavano gli avversi a fra Girolamo, fu che gli venne proibito di predicare, avendo la Signorìa di maggio e giugno del 1497, uscita in gran parte contraria a lui, fatto un bando che proibiva ad ogni frate di predicare. In que’ mesi fu tenuta anche una pratica sulla proposta di esiliare addirittura il Savonarola, ma non fu vinta. Dopo col cambiare della Signorìa, si mutarono daccapo le cose, e il Savonarola tornò a fare udire la voce sua dal pergamo, che era come un parlare a tutto il popolo. Il popolo non capiva, sul principiare dell’anno 1498, nella chiesa di San Marco, e il Savonarola predicava da un pergamo alzato fuori della porta di chiesa, sulla piazza. Il volto del Savonarola si mostrava allora più che mai ispirato, e pareva che un raggio della sua anima tutto si ripercotesse nella gente che l’ascoltava e pregava. Tornato anche a predicare in Duomo, la sua parola andò direttamente contro Roma e il Papa, il quale offeso sempre più di quella voce che tanto andava più in alto, quanto più veniva dal profondo d’una coscienza cristiana, minacciò Firenze d’un altro interdetto, se a lui non dessero nelle mani il Frate. Ma non gli riuscì, non ostante che la nuova Signorìa del marzo e dell’aprile, volentieri avrebbe veduto andar via il Savonarola; così grande ancora era il favore di che questo godeva del popolo, che quella Signorìa medesima si trovò costretta a scrivere al Papa una lettera in difesa di lui con espresso rifiuto di fargli offesa. Ma la fortuna del Savonarola già volgeva a male, e quello era l’anno in cui la sua vita sarebbe troncata. «Era nel convento di San Marco, narra il Capponi{{Nota separata|Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/131|9}} un Fra {{Wl|Q18945186|Domenico Buonvicini}} da Pescia, uomo semplice, fanatico, tutto devoto a Fra Girolamo, che lo faceva spesso predicare in vece sua quand’era costretto al silenzio. Un giorno il pio Frate si lasciò andare dal pulpito a dire che la dottrina del suo Maestro sosterrebbe anche la prova del fuoco: il giorno dipoi un Francescano, predicando in Santa Croce, raccolse la sfida, offrendosi pronto a fare lo esperimento: le forme ed i modi tra le due parti furono dibattuti, e i Magistrati della Repubblica v’intervennero. Da quel momento il Savo-<noinclude></noinclude> m3injmnvh0aawv749kotkc0ib3i574x Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/126 108 1029927 3895337 2026-09-06T09:30:49Z Cruccone 53 /* new eis level3 */ 3895337 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|116|PALAZZO VECCHIO|}}</noinclude>narola fu spacciato, e fu da indi in poi minore a sè stesso», Non già che il Savonarola avesse fede in que’ giudizi, ne’ quali si tentava Dio a far miracoli, ma pericoloso era a lui così il rifiutarsi come l’andare incontro a quell’esperimento; e si condusse come uomo che teme e spera ad un tempo, in piazza della Signorìa, dove tutto era pronto a quell’uopo, e il popolo aspettava accalcato intorno alle fiamme che cominciavano ad ardere. La Loggia de’ Signori aveano divisa in due spazi, che uno pe’ Frati minori, e l’altro pei Domenicani, la piazza era guardata da molto numero di soldati a cavallo e a piedi, le armature dei Capitani splendevano come a un torneo. Giunsero i frati da l’una parte e dall’altra processionalmente, e in abito sacerdotale, con grande accompagnamento dei loro. Fra Girolamo portava il Sacramento, e a lato aveva uomini della nobiltà con torchi accesi. Come gli uni e gli altri furono alla Loggia, ivi cominciarono tra essi delle dispute intorno al modo di fare l’esperimento; il Savonarola pretendeva che Fra Domenico da Pescia, quello de’ suoi che doveva entrare nel rogo, v’entrasse con l’ostia consacrata in mano; i Frati minori, pe’ quali sarebbe entrato Frate Andrea Rondinelli, dicevano di no, che sarebbe stata una profanazione, e peggio ancora se l’ostia fosse bruciata. Così s’andava per le lunghe; forse venuti a tal punto e in faccia alle fiamme, era scemato in ambedue le parti l’ardore della prova. Ma il popolo s’impanzientiva, che esso a quello spettacolo parea prendere gusto, quando una forte pioggia venne a tempo a spengere il fuoco e a mandare a casa la gente. Ma non senza pericolo Fra Girolamo e i suoi poterono tornare al Convento, peggio che vinti, perchè gli si facevano contro anche que’ medesimi a quali pareva dover essere egli certo del fatto suo e però sicuro della prova. Il giorno dopo tutta la città era in movimento, e gli amici del Frate o erano molto scemati o se ne stavano in disparte, che è avere perduta la coscienza della propria forza. Il Palazzo era con gli arrabbiati; sulla piazza del Duomo, per le strade, per tutto erano armati i Compagnoni, i vecchi e nuovi avversari dei Piagnoni, che erano fatti, i pochi che si mostravano, segno alle beffe e all’ira popolare; due poveretti che pregavano inginocchiati innanzi ad un tabernacolo, furono barbaramente uccisi. Di fedeli a Fra Girolamo era corso un certo numero a<noinclude></noinclude> 6q3pa12wr4brjpphb5on9dthd5z6dox Discussioni pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1887, V.djvu/339 109 1029928 3895340 2026-09-06T09:36:56Z Alex brollo 1615 /* EC */ nuova sezione 3895340 wikitext text/x-wiki == EC == Un "Gundebaàn" corretto in "Gunbedàn" per analogia con altre locuzioni non distanti. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 11:36, 6 set 2026 (CEST) 94le4umyp5dzmkln2zu5y16afnpfgtk 3895341 3895340 2026-09-06T09:37:17Z Alex brollo 1615 3895341 wikitext text/x-wiki == EC == Un "Gundebàn" corretto in "Gunbedàn" per analogia con altre locuzioni non distanti. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 11:36, 6 set 2026 (CEST) g439608nvyuyad233f0cf3bkw39mgem Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/127 108 1029929 3895355 2026-09-06T09:59:38Z Cruccone 53 /* new eis level3 */ 3895355 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||CAPITOLO XI|117}}</noinclude>San Marco, chi per difendere sè stesso nel Convento, che non si credeva ardirebbero i contrari di assalire, chi per difendere il Frate se l’assalto avesse avuto luogo. Fra Girolamo stava in coro pregando, e vietava si spargesse sangue da’ suoi, e intanto con parole e con lacrime diceva addio ai circostanti, come chi parte senza speranza nè forse desiderio di tornare più: egli guardava allora al cielo; nient’altro, gli rimaneva a fare; l’affetto dell’animo andava diritto ad alto segno, ed egli in quel giorno rinvenne sè stesso. Alla sera la gente andò al convento, dove si credeva fossero chiuse chi sa quante arme, e s’aspettavano lunga difesa; e un po’ di conflitto ci fu, si batterono in chiesa, e taluni caddero su i gradini dell’altar maggiore, dietro il quale era Fra Girolamo inginocchiato che pregava; e dovendo uscire di li andò portando con seco il sacramento nella Biblioteca greca, quella per cui in Italia rifiorirono gli studi della greca letteratura. Frattanto giunsero i messaggieri della Signorìa, la quale era a capo di tutto quel moto, e presero. Fra Girolamo e Fra Domenico, senza ch’e’ facessero resistenza, ed a notte avanzata li portarono a palazzo. Fra Girolamo fu chiuso nell’Alberghettino, che era stato la prigione di {{Wl|Q48544|Cosimo de’ Medici}}. Il giorno dopo la Signorìa avvertiva da una parte il Papa e dall’altra il Duca di Milano, della presura dei due frati, e intanto ad essi aggiungeva un terzo, Fra Silvestro Maruffi, uomo dubbio e a quel che ne dicono gli storici, gran mestatore. Si cominciarono tosto i processi, non senza s’intende, l’accompagnamento della tortura ed altri mezzi per far confessare non sempre ciò che potevano gli accusati, ma più spesso ciò che volevano i giudici. Come tali processi più d’una volta si facessero, come il Papa mandasse due commissarii apostolici, nelle persone del Generale dei Domenicani e del Vescovo, quindi Cardinale, {{Wl|Q2518507|Romorino}}, e come si alterassero le confessioni e i processi per volgerli al fine a cui si voleva andare per tutti i modi, si può vedere in tutti gli storici del tempo, o meglio nella storia che di Fra Girolamo Savonarola ha scritta ai nostri giorni il signor Pasquale Villari. Il processo, fatto e ricorretto, fu letto nella sala del Consiglio grande, in presenza di tutto il popolo; avrebbe dovuto esserci anco il Savonarola, ma si stimò meglio che e’ non ci fosse, e il cancelliere degli Otto, dichiarò al Popolo che e’ non aveva voluto intervenire, per paura di non essere lapidato, e del<noinclude>{{PieDiPagina|||16}}</noinclude> dafdha259kiu01hcrqsuki014ahfs23 Pagina:Due canzoni in chiave di sol.pdf/14 108 1029930 3895364 2026-09-06T10:47:14Z Pic57 12729 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: <score sound=1> << %Apre Aggancio Canto a Pianoforte \new Staff << %Apre aggancio lyrics al Canto \relative c'{ \clef treble \key d \major \time 6/8 \set Staff.midiInstrument = #"voice oohs" %rigo canto 4.12 b'4. cis4 cis8| }%Chiude relative Canto \addlyrics { vi -- vo ri -- den -- do }%Chiude new staff canto >> %Chiude aggancio a lyrics %Inizia basePiano \new PianoStaff << \new Staff = "Up... 3895364 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|||4}}</noinclude><score sound=1> << %Apre Aggancio Canto a Pianoforte \new Staff << %Apre aggancio lyrics al Canto \relative c'{ \clef treble \key d \major \time 6/8 \set Staff.midiInstrument = #"voice oohs" %rigo canto 4.12 b'4. cis4 cis8| }%Chiude relative Canto \addlyrics { vi -- vo ri -- den -- do }%Chiude new staff canto >> %Chiude aggancio a lyrics %Inizia basePiano \new PianoStaff << \new Staff = "Up" { \set PianoStaff.connectArpeggios = ##t \clef treble \key d \major \time 6/8 %\tempo = mosso_non_troppo \tempo 4.= 90 \relative c' { \override Staff.Rest.style = #'classical %rigo Up 4.12 r8 r <b' g e> r r <cis g e>| } %Chiude relative Up }%Chiude New Staff Up \new Staff="Down" { \clef bass \key d \major \time 6/8 \relative c{ \override Staff.Rest.style = #'classical %rigo Down 4.12 cis'4. a| } %Chiude relative low }%Chiude Staff low >>%Fine Base Piano >>%Fine Piano e Canto \midi { } \layout { %ragged-right = ##t %indent = 3\cm %short-indent = 2\cm } </score><noinclude><references/></noinclude> nfn24buylu0iy53g5vjcwwkw9l48hyu 3895379 3895364 2026-09-06T11:47:43Z Pic57 12729 3895379 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|||4}}</noinclude><score sound=1> << %Apre Aggancio Canto a Pianoforte \new Staff << %Apre aggancio lyrics al Canto \relative c'{ \clef treble \key d \major \time 6/8 \set Staff.midiInstrument = #"voice oohs" %rigo canto 4.12 \stemDown b'4. cis4 cis8| d4.^\( ^\< fis8\)~[ fis16] \! r16^\fermata fis8| fis4 \stemUp gis,8 \stemDown b4 d8| fis4. e8[ b cis]| \break %rigo canto 4.13 d4 r8 r4 r8| e4~ ^\markup{\dynamic p \italic "Animato"} e16[ fis] e4~ e16 fis| e4.~ e4 \stemUp fis,8_\(| \stemDown e'4\) \stemUp fis,8_\( ^\markup{\italic "strisciato"}\stemDown e'4\) \stemUp fis,8| \break %rigo canto 4.14 }%Chiude relative Canto \addlyrics { vi -- vo ri -- den -- do e con pia -- ce -- re im -- men -- _ _ so! pian -- ga chi vuol _ e si mar -- tel -- li_il }%Chiude new staff canto >> %Chiude aggancio a lyrics %Inizia basePiano \new PianoStaff << \new Staff = "Up" { \set PianoStaff.connectArpeggios = ##t \clef treble \key d \major \time 6/8 %\tempo = mosso_non_troppo \tempo 4.= 110 \relative c' { \override Staff.Rest.style = #'classical %rigo Up 4.12 r8 r <b' g e> r r <cis g e>| r8 r <d fis, d>8~[ <d fis, d> <d fis, d>16] r16 ^\fermata r8| <fis d b>2._\f | <fis, cis g!>4. <e a, g>| \break %rigo Up 4.13 } %Chiude relative Up }%Chiude New Staff Up \new Staff="Down" { \clef bass \key d \major \time 6/8 \relative c{ \override Staff.Rest.style = #'classical %rigo Down 4.12 cis'4. a ^\markup{\italic "cres."}| b4.^(^\<gis8)~ [gis16] \! r16^\fermata r8| <g e>2.| \stemUp <e a,>4. a,| \break %rigo Down 4.13 } %Chiude relative low }%Chiude Staff low >>%Fine Base Piano >>%Fine Piano e Canto \midi { } \layout { %ragged-right = ##t %indent = 3\cm %short-indent = 2\cm } </score><noinclude><references/></noinclude> fjumc0oss00snzdwp3eo099pult6h3q Indice:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/styles.css 110 1029931 3895366 2026-09-06T10:50:48Z Alex brollo 1615 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: .tab {font-size:75%} 3895366 sanitized-css text/css .tab {font-size:75%} 9b8hcyd01x3dz8rpviumxwjzhskascj 3895369 3895366 2026-09-06T10:59:53Z Alex brollo 1615 3895369 sanitized-css text/css .tab {font-size:75%; line-height:1.4;} mi0gnbf1w047oz7au3orqztpiijhmi7