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Divina Commedia/Paradiso/Canto I
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{{Qualità|avz=75%|data=13 febbraio 2008|arg=Poemi}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[Divina Commedia/Paradiso|Paradiso]]<br /><br /> Canto Primo|prec=../|succ=../Canto II}}
''Comincia la terza cantica de la Commedia di Dante Alighieri di Fiorenza, ne la quale si tratta de’ beati e de la celestiale gloria e de’ meriti e premi de’ santi, e dividesi in nove parti. Canto primo, nel cui principio l’auttore proemizza a la seguente cantica; e sono ne lo elemento del fuoco e Beatrice solve a l’auttore una questione; nel quale canto l’auttore promette di trattare de le cose divine invocando la scienza poetica, cioè Appollo chiamato il deo de la Sapienza.''
<poem>
La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove. {{r|3}}
Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende; {{r|6}}
perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire. {{r|9}}
Veramente quant’io del regno santo
ne la mia mente potei far tesoro,
sarà ora materia del mio canto. {{r|12}}
O buono Appollo, a l’ultimo lavoro
fammi del tuo valor sì fatto vaso,
come dimandi a dar l’amato alloro. {{r|15}}
Infino a qui l’un giogo di Parnaso
assai mi fu; ma or con amendue
m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso. {{r|18}}
{{§|Entra nel petto mio, e spira tue|Entra nel petto mio, e spira tue
sì come quando Marsïa traesti
de la vagina de le membra sue.}} {{r|21}}
O divina virtù, se mi ti presti
tanto che l’ombra del beato regno
segnata nel mio capo io manifesti, {{r|24}}
vedra’ mi al piè del tuo diletto legno
venire, e coronarmi de le foglie
che la materia e tu mi farai degno. {{r|27}}
Sì rade volte, padre, se ne coglie
per trïunfare o cesare o poeta,
colpa e vergogna de l’umane voglie, {{r|30}}
che parturir letizia in su la lieta
delfica deïtà dovria la fronda
peneia, quando alcun di sé asseta. {{r|33}}
{{§|Poca favilla gran fiamma seconda|Poca favilla gran fiamma seconda:
forse di retro a me con miglior voci
si pregherà perché Cirra risponda.}} {{r|36}}
Surge ai mortali per diverse foci
la lucerna del mondo; ma da quella
che quattro cerchi giugne con tre croci, {{r|39}}
con miglior corso e con migliore stella
esce congiunta, e la mondana cera
più a suo modo tempera e suggella. {{r|42}}
Fatto avea di là mane e di qua sera
tal foce, e quasi tutto era là bianco
quello emisperio, e l’altra parte nera, {{r|45}}
quando Beatrice in sul sinistro fianco
vidi rivolta e riguardar nel sole:
aguglia sì non li s’affisse unquanco. {{r|48}}
E sì come secondo raggio suole
uscir del primo e risalire in suso,
pur come pelegrin che tornar vuole, {{r|51}}
così de l’atto suo, per li occhi infuso
ne l’imagine mia, il mio si fece,
e fissi li occhi al sole oltre nostr’uso. {{r|54}}
Molto è licito là, che qui non lece
a le nostre virtù, mercé del loco
fatto per proprio de l’umana spece. {{r|57}}
Io nol soffersi molto, né sì poco,
ch’io nol vedessi sfavillar dintorno,
com’ ferro che bogliente esce del foco; {{r|60}}
e di sùbito parve giorno a giorno
essere aggiunto, come quei che puote
avesse il ciel d’un altro sole addorno. {{r|63}}
Beatrice tutta ne l’etterne rote
fissa con li occhi stava; e io in lei
le luci fissi, di là sù rimote. {{r|66}}
Nel suo aspetto tal dentro mi fei,
qual si fé Glauco nel gustar de l’erba
che ’l fé consorto in mar de li altri dèi. {{r|69}}
{{§|Trasumanar|Trasumanar significar per verba
non si poria; però l'essemplo basti
a cui esperïenza grazia serba.}} {{r|72}}
S’i’ era sol di me quel che creasti
novellamente, amor che ’l ciel governi,
tu ’l sai, che col tuo lume mi levasti. {{r|75}}
Quando la rota che tu sempiterni
desiderato, a sé mi fece atteso
con l’armonia che temperi e discerni, {{r|78}}
parvemi tanto allor del cielo acceso
de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
lago non fece alcun tanto disteso. {{r|81}}
La novità del suono e ’l grande lume
di lor cagion m’accesero un disio
mai non sentito di cotanto acume. {{r|84}}
Ond’ella, che vedea me sì com’io,
a quïetarmi l’animo commosso,
pria ch’io a dimandar, la bocca aprio {{r|87}}
e cominciò: "Tu stesso ti fai grosso
col falso imaginar, sì che non vedi
ciò che vedresti se l’avessi scosso. {{r|90}}
Tu non se’ in terra, sì come tu credi;
ma folgore, fuggendo il proprio sito,
non corse come tu ch’ad esso riedi". {{r|93}}
S’io fui del primo dubbio disvestito
per le sorrise parolette brevi,
dentro ad un nuovo più fu’ inretito {{r|96}}
e dissi: "Già contento requïevi
di grande ammirazion; ma ora ammiro
com’io trascenda questi corpi levi". {{r|99}}
Ond’ella, appresso d’un pïo sospiro,
li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante
che madre fa sovra figlio deliro, {{r|102}}
e cominciò: "Le cose tutte quante
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che l’universo a Dio fa simigliante. {{r|105}}
Qui veggion l’alte creature l’orma
de l’etterno valore, il qual è fine
al quale è fatta la toccata norma. {{r|108}}
Ne l’ordine ch’io dico sono accline
tutte nature, per diverse sorti,
più al principio loro e men vicine; {{r|111}}
onde si muovono a diversi porti
per lo gran mar de l’essere, e ciascuna
con istinto a lei dato che la porti. {{r|114}}
Questi ne porta il foco inver’ la luna;
questi ne’ cor mortali è permotore;
questi la terra in sé stringe e aduna; {{r|117}}
né pur le creature che son fore
d’intelligenza quest’arco saetta,
ma quelle c’ hanno intelletto e amore. {{r|120}}
La provedenza, che cotanto assetta,
del suo lume fa ’l ciel sempre quïeto
nel qual si volge quel c’ ha maggior fretta; {{r|123}}
e ora lì, come a sito decreto,
cen porta la virtù di quella corda
che ciò che scocca drizza in segno lieto. {{r|126}}
Vero è che, come forma non s’accorda
molte fïate a l’intenzion de l’arte,
perch’a risponder la materia è sorda, {{r|129}}
così da questo corso si diparte
talor la creatura, c’ ha podere
di piegar, così pinta, in altra parte; {{r|132}}
e sì come veder si può cadere
foco di nube, sì l’impeto primo
l’atterra torto da falso piacere. {{r|135}}
Non dei più ammirar, se bene stimo,
lo tuo salir, se non come d’un rivo
se d’alto monte scende giuso ad imo. {{r|138}}
Maraviglia sarebbe in te se, privo
d’impedimento, giù ti fossi assiso,
com’a terra quïete in foco vivo". {{r|141}}
Quinci rivolse inver’ lo cielo il viso.
</poem>
===== Altri progetti =====
{{Interprogetto|etichetta=Paradiso - Canto Primo|w=Paradiso_-_Canto_primo}}
[[cs:Božská komedie/Ráj/Zpěv první]]
[[en:The Divine Comedy/Paradiso/Canto I]]
[[es:La Divina Comedia: El Paraíso: Canto I]]
[[fr:La Divine Comédie (trad. Lamennais)/Le Paradis/Chant I]]
[[pl:Boska Komedia (Porębowicz)/Niebo - Pieśń I]]
[[pt:A Divina Comédia/Paraíso/I]]
[[ro:Divina Comedie/Paradisul/Cântul I]]
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Divina Commedia/Paradiso/Canto XVIII
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{{Qualità|avz=75%|data=13 febbraio 2008|arg=Poemi}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[Divina Commedia/Paradiso|Paradiso]]<br /><br />Canto diciottesimo|prec=../Canto XVII|succ=../Canto XIX}}
''Canto XVIII, nel quale si monta ne la stella di Giove, e narrasi come li luminari spirituali figuravano mirabilmente.''
<poem>
Già si godeva solo del suo verbo
quello specchio beato, e io gustava
lo mio, temprando col dolce l’acerbo; {{r|3}}
e quella donna ch’a Dio mi menava
disse: «Muta pensier; pensa ch’i’ sono
presso a colui ch’ogne torto disgrava». {{r|6}}
Io mi rivolsi a l’amoroso suono
del mio conforto; e qual io allor vidi
ne li occhi santi amor, qui l’abbandono: {{r|9}}
non perch’ io pur del mio parlar diffidi,
ma per la mente che non può redire
sovra sé tanto, s’altri non la guidi. {{r|12}}
Tanto poss’ io di quel punto ridire,
che, rimirando lei, lo mio affetto
libero fu da ogne altro disire, {{r|15}}
fin che ’l piacere etterno, che diretto
raggiava in Bëatrice, dal bel viso
mi contentava col secondo aspetto. {{r|18}}
Vincendo me col lume d’un sorriso,
ella mi disse: «Volgiti e ascolta;
ché non pur ne’ miei occhi è paradiso». {{r|21}}
Come si vede qui alcuna volta
l’affetto ne la vista, s’elli è tanto,
che da lui sia tutta l’anima tolta, {{r|24}}
così nel fiammeggiar del folgór santo,
a ch’io mi volsi, conobbi la voglia
in lui di ragionarmi ancora alquanto. {{r|27}}
El cominciò: «In questa quinta soglia
de l’albero che vive de la cima
e frutta sempre e mai non perde foglia, {{r|30}}
spiriti son beati, che giù, prima
che venissero al ciel, fuor di gran voce,
sì ch’ogne musa ne sarebbe opima. {{r|33}}
Però mira ne’ corni de la croce:
quello ch’io nomerò, lì farà l’atto
che fa in nube il suo foco veloce». {{r|36}}
Io vidi per la croce un lume tratto
dal nomar Iosuè, com’ el si feo;
né mi fu noto il dir prima che ’l fatto. {{r|39}}
E al nome de l’alto Macabeo
vidi moversi un altro roteando,
e letizia era ferza del paleo. {{r|42}}
Così per Carlo Magno e per Orlando
due ne seguì lo mio attento sguardo,
com’ occhio segue suo falcon volando. {{r|45}}
Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo
e ’l duca Gottifredi la mia vista
per quella croce, e Ruberto Guiscardo. {{r|48}}
Indi, tra l’altre luci mota e mista,
mostrommi l’alma che m’avea parlato
qual era tra i cantor del cielo artista. {{r|51}}
Io mi rivolsi dal mio destro lato
per vedere in Beatrice il mio dovere,
o per parlare o per atto, segnato; {{r|54}}
e vidi le sue luci tanto mere,
tanto gioconde, che la sua sembianza
vinceva li altri e l’ultimo solere. {{r|57}}
E come, per sentir più dilettanza
bene operando, l’uom di giorno in giorno
s’accorge che la sua virtute avanza, {{r|60}}
sì m’accors’ io che ’l mio girare intorno
col cielo insieme avea cresciuto l’arco,
veggendo quel miracol più addorno. {{r|63}}
E qual è ’l trasmutare in picciol varco
di tempo in bianca donna, quando ’l volto
suo si discarchi di vergogna il carco, {{r|66}}
tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto,
per lo candor de la temprata stella
sesta, che dentro a sé m’avea ricolto. {{r|69}}
Io vidi in quella giovïal facella
lo sfavillar de l’amor che lì era
segnare a li occhi miei nostra favella. {{r|72}}
E come augelli surti di rivera,
quasi congratulando a lor pasture,
fanno di sé or tonda or altra schiera, {{r|75}}
sì dentro ai lumi sante creature
volitando cantavano, e faciensi
or D, or I, or L in sue figure. {{r|78}}
Prima, cantando, a sua nota moviensi;
poi, diventando l’un di questi segni,
un poco s’arrestavano e taciensi. {{r|81}}
O diva Pegasëa che li ’ngegni
fai glorïosi e rendili longevi,
ed essi teco le cittadi e ’ regni, {{r|84}}
illustrami di te, sì ch’io rilevi
le lor figure com’ io l’ho concette:
paia tua possa in questi versi brevi! {{r|87}}
Mostrarsi dunque in cinque volte sette
vocali e consonanti; e io notai
le parti sì, come mi parver dette. {{r|90}}
’DILIGITE IUSTITIAM’, primai
fur verbo e nome di tutto ’l dipinto;
’QUI IUDICATIS TERRAM’, fur sezzai. {{r|93}}
Poscia ne l’emme del vocabol quinto
rimasero ordinate; sì che Giove
pareva argento lì d’oro distinto. {{r|96}}
E vidi scendere altre luci dove
era il colmo de l’emme, e lì quetarsi
cantando, credo, il ben ch’a sé le move. {{r|99}}
Poi, come nel percuoter d’i ciocchi arsi
surgono innumerabili faville,
onde li stolti sogliono agurarsi, {{r|102}}
resurger parver quindi più di mille
luci e salir, qual assai e qual poco,
sì come ’l sol che l’accende sortille; {{r|105}}
e quïetata ciascuna in suo loco,
la testa e ’l collo d’un’aguglia vidi
rappresentare a quel distinto foco. {{r|108}}
Quei che dipinge lì, non ha chi ’l guidi;
ma esso guida, e da lui si rammenta
quella virtù ch’è forma per li nidi. {{r|111}}
L’altra bëatitudo, che contenta
pareva prima d’ingigliarsi a l’emme,
con poco moto seguitò la ’mprenta. {{r|114}}
O dolce stella, quali e quante gemme
mi dimostraro che nostra giustizia
effetto sia del ciel che tu ingemme! {{r|117}}
Per ch’io prego la mente in che s’inizia
tuo moto e tua virtute, che rimiri
ond’ esce il fummo che ’l tuo raggio vizia; {{r|120}}
sì ch’un’altra fïata omai s’adiri
del comperare e vender dentro al templo
che si murò di segni e di martìri. {{r|123}}
{{§|O milizia del ciel|O milizia del ciel cu’ io contemplo,
adora per color che sono in terra
tutti svïati dietro al malo essemplo! {{r|126}}
Già si solea con le spade far guerra;
ma or si fa togliendo or qui or quivi
lo pan che ’l pïo Padre a nessun serra. {{r|129}}
Ma tu che sol per cancellare scrivi,
pensa che Pietro e Paulo, che moriro
per la vigna che guasti, ancor son vivi. {{r|132}}
Ben puoi tu dire: «I’ ho fermo ’l disiro
sì a colui che volle viver solo
e che per salti fu tratto al martiro, {{r|135}}
ch’io non conosco il pescator né Polo».}}
</poem>
===== Altri progetti =====
{{Interprogetto|etichetta=Paradiso - Canto diciottesimo|w=Paradiso_-_Canto_diciottesimo}}
[[cs:Božská komedie/Ráj/Zpěv osmnáctý]]
[[en:The Divine Comedy/Paradiso/Canto XVIII]]
[[es:La Divina Comedia: El Paraíso: Canto XVIII]]
[[fr:La Divine Comédie (trad. Lamennais)/Le Paradis/Chant XVIII]]
[[pt:A Divina Comédia/Paraíso/XVIII]]
[[ro:Divina Comedie/Paradisul/Cântul XVIII]]
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Divina Commedia/Paradiso/Canto XXIV
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2026-09-11T14:52:36Z
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text/x-wiki
{{Qualità|avz=75%|data=13 febbraio 2008|arg=Poemi}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[Divina Commedia/Paradiso|Paradiso]]<br /><br />Canto ventiquattresimo|prec=../Canto XXIII|succ=../Canto XXV}}
''Canto XXIV, dove si tratta de la nona e ultima parte di questa ultima cantica; ne la quale san Pietro Appostolo a priego di Beatrice essamina l’auttore sopra la fede cattolica.''
<poem>
«O sodalizio eletto a la gran cena
del benedetto Agnello, il qual vi ciba
sì, che la vostra voglia è sempre piena, {{r|3}}
se per grazia di Dio questi preliba
di quel che cade de la vostra mensa,
prima che morte tempo li prescriba, {{r|6}}
ponete mente a l’affezione immensa
e roratelo alquanto: voi bevete
sempre del fonte onde vien quel ch’ei pensa». {{r|9}}
Così Beatrice; e quelle anime liete
si fero spere sopra fissi poli,
fiammando, volte, a guisa di comete. {{r|12}}
E come cerchi in tempra d’orïuoli
si giran sì, che ’l primo a chi pon mente
quïeto pare, e l’ultimo che voli; {{r|15}}
così quelle carole, differente-
mente danzando, de la sua ricchezza
mi facieno stimar, veloci e lente. {{r|18}}
Di quella ch’io notai di più carezza
vid’ ïo uscire un foco sì felice,
che nullo vi lasciò di più chiarezza; {{r|21}}
e tre fïate intorno di Beatrice
si volse con un canto tanto divo,
che la mia fantasia nol mi ridice. {{r|24}}
Però salta la penna e non lo scrivo:
ché l’imagine nostra a cotai pieghe,
non che ’l parlare, è troppo color vivo. {{r|27}}
«O santa suora mia che sì ne prieghe
divota, per lo tuo ardente affetto
da quella bella spera mi disleghe». {{r|30}}
Poscia fermato, il foco benedetto
a la mia donna dirizzò lo spiro,
che favellò così com’ i’ ho detto. {{r|33}}
Ed ella: «O luce etterna del gran viro
a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi,
ch’ei portò giù, di questo gaudio miro, {{r|36}}
tenta costui di punti lievi e gravi,
come ti piace, intorno de la fede,
per la qual tu su per lo mare andavi. {{r|39}}
S’elli ama bene e bene spera e crede,
non t’è occulto, perché ’l viso hai quivi
dov’ ogne cosa dipinta si vede; {{r|42}}
ma perché questo regno ha fatto civi
per la verace fede, a glorïarla,
di lei parlare è ben ch’a lui arrivi». {{r|45}}
Sì come il baccialier s’arma e non parla
fin che ’l maestro la question propone,
per approvarla, non per terminarla, {{r|48}}
così m’armava io d’ogne ragione
mentre ch’ella dicea, per esser presto
a tal querente e a tal professione. {{r|51}}
«Dì, buon Cristiano, fatti manifesto:
fede che è?». Ond’ io levai la fronte
in quella luce onde spirava questo; {{r|54}}
poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte
sembianze femmi perch’ ïo spandessi
l’acqua di fuor del mio interno fonte. {{r|57}}
«La Grazia che mi dà ch’io mi confessi»,
comincia’ io, «da l’alto primipilo,
faccia li miei concetti bene espressi». {{r|60}}
E seguitai: «Come ’l verace stilo
ne scrisse, padre, del tuo caro frate
che mise teco Roma nel buon filo, {{r|63}}
{{§|fede è sustanza di cose sperate|fede è sustanza di cose sperate
e argomento de le non parventi;
e questa pare a me sua quiditate».}} {{r|66}}
Allora udi’: «Dirittamente senti,
se bene intendi perché la ripuose
tra le sustanze, e poi tra li argomenti». {{r|69}}
E io appresso: «Le profonde cose
che mi largiscon qui la lor parvenza,
a li occhi di là giù son sì ascose, {{r|72}}
che l’esser loro v’è in sola credenza,
sopra la qual si fonda l’alta spene;
e però di sustanza prende intenza. {{r|75}}
E da questa credenza ci convene
silogizzar, sanz’ avere altra vista:
però intenza d’argomento tene». {{r|78}}
Allora udi’: «Se quantunque s’acquista
giù per dottrina, fosse così ’nteso,
non lì avria loco ingegno di sofista». {{r|81}}
Così spirò di quello amore acceso;
indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa
d’esta moneta già la lega e ’l peso; {{r|84}}
ma dimmi se tu l’hai ne la tua borsa».
Ond’ io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda,
che nel suo conio nulla mi s’inforsa». {{r|87}}
Appresso uscì de la luce profonda
che lì splendeva: «Questa cara gioia
sopra la quale ogne virtù si fonda, {{r|90}}
onde ti venne?». E io: «La larga ploia
de lo Spirito Santo, ch’è diffusa
in su le vecchie e ’n su le nuove cuoia, {{r|93}}
è silogismo che la m’ha conchiusa
acutamente sì, che ’nverso d’ella
ogne dimostrazion mi pare ottusa». {{r|96}}
Io udi’ poi: «L’antica e la novella
proposizion che così ti conchiude,
perché l’hai tu per divina favella?». {{r|99}}
E io: «La prova che ’l ver mi dischiude,
son l’opere seguite, a che natura
non scalda ferro mai né batte incude». {{r|102}}
Risposto fummi: «Dì, chi t’assicura
che quell’ opere fosser? Quel medesmo
che vuol provarsi, non altri, il ti giura». {{r|105}}
«Se ’l mondo si rivolse al cristianesmo»,
diss’ io, «sanza miracoli, quest’ uno
è tal, che li altri non sono il centesmo: {{r|108}}
ché tu intrasti povero e digiuno
in campo, a seminar la buona pianta
che fu già vite e ora è fatta pruno». {{r|111}}
Finito questo, l’alta corte santa
risonò per le spere un ’Dio laudamo’
ne la melode che là sù si canta. {{r|114}}
E quel baron che sì di ramo in ramo,
essaminando, già tratto m’avea,
che a l’ultime fronde appressavamo, {{r|117}}
ricominciò: «La Grazia, che donnea
con la tua mente, la bocca t’aperse
infino a qui come aprir si dovea, {{r|120}}
sì ch’io approvo ciò che fuori emerse;
ma or convien espremer quel che credi,
e onde a la credenza tua s’offerse». {{r|123}}
«O santo padre, e spirito che vedi
ciò che credesti sì, che tu vincesti
ver’ lo sepulcro più giovani piedi», {{r|126}}
comincia’ io, «tu vuo’ ch’io manifesti
la forma qui del pronto creder mio,
e anche la cagion di lui chiedesti. {{r|129}}
E io rispondo: Io credo in uno Dio
solo ed etterno, che tutto ’l ciel move,
non moto, con amore e con disio; {{r|132}}
e a tal creder non ho io pur prove
fisice e metafisice, ma dalmi
anche la verità che quinci piove {{r|135}}
per Moïsè, per profeti e per salmi,
per l’Evangelio e per voi che scriveste
poi che l’ardente Spirto vi fé almi; {{r|138}}
e credo in tre persone etterne, e queste
credo una essenza sì una e sì trina,
che soffera congiunto ’sono’ ed ’este’. {{r|141}}
De la profonda condizion divina
ch’io tocco mo, la mente mi sigilla
più volte l’evangelica dottrina. {{r|144}}
Quest’ è ’l principio, quest’ è la favilla
che si dilata in fiamma poi vivace,
e come stella in cielo in me scintilla». {{r|147}}
Come ’l segnor ch’ascolta quel che i piace,
da indi abbraccia il servo, gratulando
per la novella, tosto ch’el si tace; {{r|150}}
così, benedicendomi cantando,
tre volte cinse me, sì com’ io tacqui,
l’appostolico lume al cui comando {{r|153}}
io avea detto: sì nel dir li piacqui!
</poem>
===== Altri progetti =====
{{Interprogetto|etichetta=Paradiso - Canto ventiquattresimo|w=Paradiso_-_Canto_ventiquattresimo}}
[[cs:Božská komedie/Ráj/Zpěv dvacátý čtvrtý]]
[[en:The Divine Comedy/Paradiso/Canto XXIV]]
[[es:La Divina Comedia: El Paraíso: Canto XXIV]]
[[fr:La Divine Comédie (trad. Lamennais)/Le Paradis/Chant XXIV]]
[[pt:A Divina Comédia/Paraíso/XXIV]]
[[ro:Divina Comedie/Paradisul/Cântul XXIV]]
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{{Qualità|avz=100%|data=12 settembre 2026}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore =Niccolò Machiavelli
| Titolo =Decennali
| Anno di pubblicazione =1509
| Lingua originale del testo =
| Nome e cognome del traduttore =
| Anno di traduzione =
| Progetto =letteratura
| Argomento =Letteratura
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Opere di Niccolò Machiavelli VI.djvu
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<pages index="Opere di Niccolò Machiavelli VI.djvu" from="371" to="371" fromsection="s1" tosection="s1" />
===Indice===
* {{Testo|/Dedica}}
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===== Altri progetti =====
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Dr Zimbu
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Porto il SAL a SAL 100%
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PapaYoung89
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wikitext
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__NOTOC__
<div class="usermessage">Se hai intenzione di modificare i contenuti della pagina principale assicurati di aver prima letto e compreso [[Aiuto:Pagina principale|questa pagina di istruzioni]].</div>
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*[[Pagina principale/Sezioni#Biblioteca|Biblioteca]]
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*[[Pagina principale/Sezioni#Testo in evidenza|Testo in evidenza]]
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*[[Pagina principale/Sezioni#Citazioni|Citazioni]]
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<div style="border: 1px solid #{{Colore portale sfondo barre 4}}; padding: .3em;">Sezioni "comunità"
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*[[Pagina principale/Sezioni#WikiGuida|WikiGuida]]
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*[[Pagina principale/Sezioni#Laboratorio|Laboratorio]]
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<div style="border: 1px solid #{{Colore portale sfondo barre 4}}; padding: .5em;">Sezioni "portale"
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*[[Pagina principale/Sezioni#Ricorrenze|Ricorrenze]]
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*[[Pagina principale/Sezioni#Ultimi arrivi|Ultimi arrivi]]
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<div style="border: 1px solid #{{Colore portale sfondo barre 4}}; padding: .5em;;">Sezioni "comunità"
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*[[Pagina principale/Sezioni#Oltre Wikisource|Oltre Wikisource]]
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=== Titolo ===
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<div style="margin-bottom:15px">Se vuoi '''[[Aiuto:Come registrarsi|iscriviti]]''' e impara '''[[Wikisource:cosa mettere su Wikisource|cosa aggiungere qui]]'''. Rispetta le nostre '''[[Wikisource:Wikiquette|linee di condotta]]'''.<br />Domanda liberamente al '''[[Wikisource:Bar|Bar]]''' o sperimenta nella '''[[Wikisource:pagina delle prove|pagina delle prove]]'''.</div>
<div style="margin-bottom:12px">{{Centrato|{{Sc|[[Aiuto:SAL|Qualità dei testi]]}}: [[File:100%.svg]] [[:Categoria:Pagine indice SAL 100%|Riletti]] [[File:75%.svg]] [[:Categoria:Pagine indice SAL 75%|Formattati]] [[File:50%.svg]] [[:Categoria:Pagine indice SAL 50%|Completi]] [[File:25%.svg]] [[:Categoria:Pagine indice SAL 25%|Incompleti]]}} </div>
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<div style="text-align: center">{{Sc|[[Aiuto:FAQ|FAQ]] • [[Aiuto:Guida essenziale|Guida essenziale]] • [[Wikisource:Avvertenze generali|Avvertenze generali]] • [[Aiuto:Aiuto|Manuale di Wikisource]] • [[Aiuto:Guida alla comunità|Guida alla comunità]] • [[Portale:Progetti|Progetti]] • [[Portale:Portali|Portali]] • [[wikimedia:Fundraising#Donation methods|Donazioni]]}}</div>
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== Prima colonna ==
=== Biblioteca ===
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[[File:HILLBLU indici.png|30px]] '''[[Portale:Autori|Indici per autori]]'''</span>
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[[Wikisource:Indice alfabetico degli autori|Alfabetico]] · [[Wikisource:Indice cronologico degli autori|Cronologico]] · [[Wikisource:Indice degli autori per argomento|Tematico]]
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[[Wikisource:Indice alfabetico dei testi|Alfabetico]] · [[Wikisource:Indice cronologico dei testi|Cronologico]] · [[Wikisource:Testi in ordine alfabetico per argomento|Tematico]] · [[Wikisource:Indice dei testi per Stato di Avanzamento dei Lavori|Per SAL]] <small>([[Aiuto:SAL|?]])</small>
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[[:Categoria:Agricoltura|Agricoltura]] · [[:Categoria:Informatica|Informatica]] · [[:Categoria:Medicina|Medicina]] · [[:Categoria:Ingegneria|Ingegneria]] · [[:Categoria:Trasporti|Trasporti]] ([[:Categoria:Ferrovie|Ferrovie]])
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=== Biblioteca NUOVA (2015) ===
<section begin="Biblioteca2015"/><div style="margin-bottom:10px;">
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[[Wikisource:Indice alfabetico degli autori|Alfabetico]] · [[Wikisource:Indice cronologico degli autori|Cronologico]] · [[Wikisource:Indice degli autori per argomento|Tematico]]
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<div style="margin: 0 0 <!-- margin-bottom: -->2em 36px">
[[Wikisource:Indice alfabetico dei testi|Alfabetico]] · [[Wikisource:Indice cronologico dei testi|Cronologico]] · [[Wikisource:Testi in ordine alfabetico per argomento|Tematico]] · [[Wikisource:Indice dei testi per Stato di Avanzamento dei Lavori|Per SAL]] <small>([[Aiuto:SAL|?]])</small>
</div>
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[[File:HILLBLU tavolozza.png|30px]] '''[[:Categoria:Arti|Arte]]'''</span>
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[[:Categoria:Architettura|Architettura]] · [[:Categoria:Letteratura|Letteratura]] ([[:Categoria:Poesie|Poesie]], [[:Categoria:Racconti|Racconti]], [[:Categoria:Romanzi|Romanzi]]) · [[:Categoria:Musica|Musica]] · [[:Categoria:Pittura|Pittura]] · [[:Categoria:Scultura|Scultura]] · [[:Categoria:Teatro|Teatro]]
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[[:Categoria:Biografie|Biografie]] · [[:Categoria:Politica|Politica]] · [[:Categoria:Religione|Religione]]
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[[File:HILLBLU meccanismo.png|30px]] '''[[:Categoria:Tecnologia e scienze applicate|Tecnologia e scienze applicate]]'''</span>
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[[:Categoria:Agricoltura|Agricoltura]] · [[:Categoria:Informatica|Informatica]] · [[:Categoria:Medicina|Medicina]] · [[:Categoria:Ingegneria|Ingegneria]] · [[:Categoria:Trasporti|Trasporti]] ([[:Categoria:Ferrovie|Ferrovie]])
</div></div><section end="Biblioteca2015"/>
=== Testo in evidenza ===
<section begin="Testo in evidenza" />{{#section:Pagina principale/Testo in evidenza|{{NumeroCasuale|24}}}}<section end="Testo in evidenza" />
=== Citazioni ===
<section begin="Citazioni" />
<div style="text-align:center">{{#section:Pagina principale/Citazioni|{{NumeroCasuale|8}} }}</div><section end="Citazioni" />
=== Proposte ===
<section begin="Proposte" />
<div style="text-align:center; text-align: -webkit-center;">{{#section:Pagina principale/Proposte}}</div><section end="Proposte" />
==Seconda colonna==
=== Laboratorio ===
<section begin="Laboratorio" /><div style="margin-bottom:10px;">
{{Centrato}}'''[[Wikisource:Aiuta Wikisource|Aiuta Wikisource!]]'''<br/>
'''È sufficiente saper leggere'''
[[File:Torriani - Un matrimonio in provincia, Milano, Galli, 1885.djvu|170px|page=5|border|link=Indice:Torriani - Un matrimonio in provincia, Milano, Galli, 1885.djvu]]<br/>La [[Wikisource:Rilettura del mese|collaborazione del mese]] propone la rilettura di
[[Indice:Torriani - Un matrimonio in provincia, Milano, Galli, 1885.djvu|'''''Un matrimonio in provincia''''']] di [[Autore:Maria Antonietta Torriani|Maria Antonietta Torriani]]
In alternativa scegli pure un testo a piacimento tra quelli [[:Categoria:Pagine indice SAL 75%|da rileggere]], o se ti senti più esperto anche tra quelli [[:Categoria:Pagine indice SAL 25%|da ''trascrivere'']]! Qui c'è [[Speciale:IndexPages|l'elenco completo]].
[[Aiuto:Rilettura - 1 - primissimi passi|({{smaller|Serve un ''aiutino''?}})]]</div></div><section end="Laboratorio" />
{{Centrato|'''N.B. La rilettura del mese va rinnovata [[w:Template:Pagina principale/Wikisource|anche su Wikipedia]]'''}}
=== Ricorrenze ===
<section begin=Ricorrenze /><div style="margin-bottom:10px;">{{Wikisource:Ricorrenze/{{CURRENTDAY}} {{CURRENTMONTHNAME}}}}<div style="clear:both"></div></div><section end=Ricorrenze />
=== Ultimi arrivi ===
<section begin=Ultimi arrivi /><div style="margin-bottom:10px;">
<b>Ultimi testi riletti</b>
<!-----------------------------------
MODIFICARE QUA SOTTO
Inserire i nuovi testi SAL 100% in CIMA
Numero massimo 5 testi
-------------------------------------->
* {{testo|Un matrimonio in provincia}}
* {{testo|Il marchese del Grillo}}
* {{testo|Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni}}
* {{testo|Scritti autobiografici e rari}}
* {{testo|Nita Naldi}}
<!--------------------------------------
MODIFICARE QUA SOPRA
--------------------------------------->
<div style="margin-top: 0;"></div>
<b>Ultimi testi trascritti</b>
<!-----------------------------------
MODIFICARE QUA SOTTO
Inserire i nuovi testi SAL 75% in CIMA
Numero massimo: 5 testi
NON TOGLIERE I TESTI SE DIVENTANO RILETTI!
------------------------------------->
* {{Testo|Aggiunta a' viaggi di Europa}}
* {{Testo|Il Libro dei Re}}
* {{Testo|Racconti (Hoffmann)}}
* {{Testo|Tartufo - Il Misantropo}}
* {{Testo|L'Anima musicale d'Italia}}
</div><section end=Ultimi arrivi />
=== Oltre Wikisource ===
<section begin="Oltre Wikisource" />
<div style="text-align:center;">
Clicca sui loghi per conoscere gli altri progetti liberi della [[:foundation:|Wikimedia Foundation]].
[[File:Wikipedia-logo.svg|40px|link=:w:]]
[[File:Commons-logo.svg|35px|link=:commons:]]
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[[File:Wikidata-logo.svg|35px|link=:d:Wikidata:Pagina principale]]
[[File:Wikivoyage-Logo-v3-icon.svg|35px|link=:voy:]]
[[File:Wikifunctions-logo.svg|35px|link=:f:]]
</div><section end="Oltre Wikisource" />
<noinclude>[[Categoria:Pagina principale]]</noinclude>
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3898380
3898322
2026-09-11T18:41:04Z
Dr Zimbu
1553
/* Laboratorio */ aggiorno rilettura
3898380
wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=75%|data=21 agosto 2018|arg=Da definire}}<div class="noprint indice_gestione_portale_intestazione">
{{ucfirst:Gestione delle sezioni della Pagina principale}}</div>
<span class="noprint indice_etichetta" style="float: right;">[[Image:Nuvola filesystems folder open.png|16px]] Categoria: '''[[:Categoria:Gestione della pagina principale|Pagina principale]]'''</span>
<span class="noprint indice_etichetta">[[{{ucfirst:Pagina principale}}|{{lcfirst:Pagina principale}}]] [[File:Nuvola apps noatun.png|8px]] [[Pagina principale/Sezioni|Gestione della Pagina principale]]</span>
<br style="clear: both;" />
__NOTOC__
<div class="usermessage">Se hai intenzione di modificare i contenuti della pagina principale assicurati di aver prima letto e compreso [[Aiuto:Pagina principale|questa pagina di istruzioni]].</div>
<section begin="Layout" />
{|width=50% align=center
|+ <big>'''Layout della pagina principale'''</big>
!colspan=3 style="width: 100%; border: 1px solid #{{Colore portale sfondo barre 4}}; background: #{{Colore portale sfondo barre 3}};"|[[Pagina principale/Sezioni#Titolo|Titolo]]
|-
| valign=top width=60% |<!-- PRIMA COLONNA -->
<div style="border: 1px solid #{{Colore portale sfondo barre 4}}; padding: .5em;">Sezioni "vetrina"
<div style="border: 1px solid #{{Colore portale sfondo barre 4}}; background-color: #{{Colore portale sfondo barre 2}}; padding: .2em; spacing: .2em">
*[[Pagina principale/Sezioni#Biblioteca|Biblioteca]]
</div>
<div style="border: 1px solid #{{Colore portale sfondo barre 4}}; background-color: #{{Colore portale sfondo barre 2}}; padding: .2em; spacing: .2em">
*[[Pagina principale/Sezioni#Testo in evidenza|Testo in evidenza]]
</div>
<div style="border: 1px solid #{{Colore portale sfondo barre 4}}; background-color: #{{Colore portale sfondo barre 2}}; padding: .2em; spacing: .2em">
*[[Pagina principale/Sezioni#Citazioni|Citazioni]]
</div>
<div style="border: 1px solid #{{Colore portale sfondo barre 4}}; background-color: #{{Colore portale sfondo barre 2}}; padding: .2em; spacing: .2em">
*[[Pagina principale/Sezioni#Proposte|Proposte]]
</div></div>
| valign=top width=1%| <!-- SEPARATORE verticale tra le colonne-->
| valign=top width=39% | <!-- SECONDA COLONNA -->
<div style="border: 1px solid #{{Colore portale sfondo barre 4}}; padding: .3em;">Sezioni "comunità"
<div style="border: 1px solid #{{Colore portale sfondo barre 4}}; background-color: #{{Colore portale sfondo barre 1}}; padding: .2em; spacing: .2em">
*[[Pagina principale/Sezioni#WikiGuida|WikiGuida]]
</div>
<div style="border: 1px solid #{{Colore portale sfondo barre 4}}; background-color: #{{Colore portale sfondo barre 1}}; padding: .2em; spacing: .2em">
*[[Pagina principale/Sezioni#Laboratorio|Laboratorio]]
</div></div>
<div style="border: 1px solid #{{Colore portale sfondo barre 4}}; padding: .5em;">Sezioni "portale"
<div style="border: 1px solid #{{Colore portale sfondo barre 4}}; background-color: #{{Colore portale sfondo barre 3}}; padding: .2em; spacing: .2em">
*[[Pagina principale/Sezioni#Ricorrenze|Ricorrenze]]
</div>
<div style="border: 1px solid #{{Colore portale sfondo barre 4}}; background-color: #{{Colore portale sfondo barre 3}}; padding: .2em; spacing: .2em">
*[[Pagina principale/Sezioni#Ultimi arrivi|Ultimi arrivi]]
</div></div>
<div style="border: 1px solid #{{Colore portale sfondo barre 4}}; padding: .5em;;">Sezioni "comunità"
<div style="border: 1px solid #{{Colore portale sfondo barre 4}}; background-color: #{{Colore portale sfondo barre 1}}; padding: .2em; spacing: .2em">
*[[Pagina principale/Sezioni#Oltre Wikisource|Oltre Wikisource]]
</div></div>
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=== Titolo ===
<section begin=Titolo />
<div class="main-page-header" style="padding:1px; border:1px solid #{{Colore portale sfondo barre 2}}; background-color:#{{Colore portale sfondo barre 3}}; border-radius:120px; text-align:center; margin-bottom:7px;">
<span class="nomobile">[[File:Amanutondo3.png|right|146px]]</span>
<div style="padding:0.2em 1em 0 1em; margin-right:120px; margin-left:10%">
<div style="margin-bottom:5px;"><span class="nomobile">{{xx-larger|[[Aiuto:Benvenuto|Benvenuti]] in}}</span> <span style="font-family:Times;serif">{{xxx-larger|{{Sc|Wikisource}}}}{{x-larger|,}} </span>{{Larger|la [[Wikisource:Cos'è Wikisource?|biblioteca]] [[Aiuto:Cosa vuol dire libera|libera]]}} <span class="nomobile">{{Larger|con [[Speciale:Statistiche|{{NUMBEROFARTICLES}} pagine di contenuto]]!}}</span>
</div>
<div style="margin-bottom:15px">Se vuoi '''[[Aiuto:Come registrarsi|iscriviti]]''' e impara '''[[Wikisource:cosa mettere su Wikisource|cosa aggiungere qui]]'''. Rispetta le nostre '''[[Wikisource:Wikiquette|linee di condotta]]'''.<br />Domanda liberamente al '''[[Wikisource:Bar|Bar]]''' o sperimenta nella '''[[Wikisource:pagina delle prove|pagina delle prove]]'''.</div>
<div style="margin-bottom:12px">{{Centrato|{{Sc|[[Aiuto:SAL|Qualità dei testi]]}}: [[File:100%.svg]] [[:Categoria:Pagine indice SAL 100%|Riletti]] [[File:75%.svg]] [[:Categoria:Pagine indice SAL 75%|Formattati]] [[File:50%.svg]] [[:Categoria:Pagine indice SAL 50%|Completi]] [[File:25%.svg]] [[:Categoria:Pagine indice SAL 25%|Incompleti]]}} </div>
</div>
</div>
<div class="nomobile">
<div style="text-align: center">{{Sc|[[Aiuto:FAQ|FAQ]] • [[Aiuto:Guida essenziale|Guida essenziale]] • [[Wikisource:Avvertenze generali|Avvertenze generali]] • [[Aiuto:Aiuto|Manuale di Wikisource]] • [[Aiuto:Guida alla comunità|Guida alla comunità]] • [[Portale:Progetti|Progetti]] • [[Portale:Portali|Portali]] • [[wikimedia:Fundraising#Donation methods|Donazioni]]}}</div>
{{Cassetto
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}}
</div><section end=Titolo />
== Prima colonna ==
=== Biblioteca ===
<section begin=Biblioteca /><div style="margin-bottom:10px;">
<span style="font-size:110%; border-bottom:1px solid #{{Colore portale sfondo barre 1}}; display:block">
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=== Testo in evidenza ===
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=== Proposte ===
<section begin="Proposte" />
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==Seconda colonna==
=== Laboratorio ===
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'''È sufficiente saper leggere'''
[[File:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu|170px|page=7|border|link=Indice:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu]]<br/>La [[Wikisource:Rilettura del mese|collaborazione del mese]] propone la rilettura di
[[Indice:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu|'''''Galatea''''']] di [[Autore:Anton Giulio Barrili|Anton Giulio Barrili]]
In alternativa scegli pure un testo a piacimento tra quelli [[:Categoria:Pagine indice SAL 75%|da rileggere]], o se ti senti più esperto anche tra quelli [[:Categoria:Pagine indice SAL 25%|da ''trascrivere'']]! Qui c'è [[Speciale:IndexPages|l'elenco completo]].
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<b>Ultimi testi riletti</b>
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MODIFICARE QUA SOTTO
Inserire i nuovi testi SAL 100% in CIMA
Numero massimo 5 testi
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* {{testo|Un matrimonio in provincia}}
* {{testo|Il marchese del Grillo}}
* {{testo|Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni}}
* {{testo|Scritti autobiografici e rari}}
* {{testo|Nita Naldi}}
<!--------------------------------------
MODIFICARE QUA SOPRA
--------------------------------------->
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<b>Ultimi testi trascritti</b>
<!-----------------------------------
MODIFICARE QUA SOTTO
Inserire i nuovi testi SAL 75% in CIMA
Numero massimo: 5 testi
NON TOGLIERE I TESTI SE DIVENTANO RILETTI!
------------------------------------->
* {{Testo|Aggiunta a' viaggi di Europa}}
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Pagina:La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu/635
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Dio ordina al popolo'' | centro = GEREMIA, 27. | dx =''di arrendersi ai Caldei.''}}</small></noinclude><section begin="26" />{{colonna}}{{vb|26|20|continua}}Uria, figliuolo di Semaia, da Chiriat-iearim; il quale profetizzò contro a questa città, e contro a questo paese, secondo tutte le parole di Geremia.
{{vb|26|21}}E il re Gioiachim, e tutti i suoi uomini di valore, e tutti i principi, udirono le parole di esso; e il re procacciò di farlo morire; ma Uria l’intese, e temette, e se ne fuggì, ed entrò in Egitto.
{{vb|26|22}}Ma il re Gioiachim mandò degli uomini in Egitto, ''cioè'': Elnatan, figliuolo di Acbor, ed ''altri'' personaggi con lui.
{{vb|26|23}}Ed essi trassero Uria fuor di Egitto, e lo condussero al re Gioiachim; ed egli lo percosse con la spada, e fece gittare il suo corpo morto fra le sepolture del comun popolo.
{{vb|26|24}}Ma la mano di Ahicam, figliuolo di Safan, fu con Geremia<ref>{{BibLink|Ger|39|14}}.</ref>, acciocchè non fosse messo in man del popolo, per farlo morire. <section end="26" />
<section begin="27" />
{{Centrato|{{smaller|''Geremia ordina ai Giudei di sottomettersi al re di Babilonia.''}}}}
{{vb|27|1|capolettera}} NEL principio del regno di Gioiachim, figliuolo di Giosia, re di Giuda, questa parola fu dal Signore ''indirizzata'' a Geremia, dicendo:
{{vb|27|2}}Così mi ha detto il Signore: Fatti dei legami, e de’ gioghi; e mettiti gli ''uni'' in sul collo;
{{vb|27|3}}E manda gli ''altri'' al re di Edom, e al re di Moab, e al re de’ figliuoli di Ammon, e al re di Tiro, e al re di Sidon; per gli ambasciatori che verranno in Gerusalemme, a Sedechia, re di Giuda.
{{vb|27|4}}E ingiugni loro che dicano a’ lor signori: Così ha detto il Signor degli eserciti, l’Iddio d’Israele: Dite così a’ vostri signori:
{{vb|27|5}}Io ho fatta la terra, gli uomini, e le bestie che ''sono'' sopra la faccia della terra, con la mia gran potenza, e col mio braccio disteso; e do quella a cui mi piace.
{{vb|27|6}}Ed ora io ho dati tutti questi paesi in man di Nebucadnesar, re di Babilonia, mio servitore; e gli ho dato eziandío fino alle bestie della campagna, acciocchè gli servano<ref>{{BibLink|Dan|2|37}}, {{BibLink|Dan|2|38|38}}.</ref>.
{{vb|27|7}}E tutte le nazioni serviranno a lui, e al suo figliuolo, e al figliuolo del suo figliuolo<ref>{{BibLink|2 Cron|36|20}}, {{BibLink|2 Cron|36|21|21}}.</ref>, finchè venga ancora il tempo del suo paese; e ''allora'' nazioni possenti, e re grandi, ridurranno ancora lui in servitù<ref>{{BibLink|Dan|5|25}}, ecc.</ref>.
{{vb|27|8}}E se alcuna gente, o regno, non vuol servirgli, ''cioè'', a Nebucadnesar, re di Babilonia, e non vuol sottoporre il collo al giogo del re di Babilonia; io farò punizione di quella gente, dice il Signore, con la spada, e con la fame, e con la pestilenza, finchè io li abbia consumati per mano di esso.
{{AltraColonna}}
{{vb|27|9}}Voi adunque non ascoltate i vostri profeti, nè i vostri indovini, nè i vostri sognatori, nè i vostri pronosticatori, nè i vostri incantatori, che vi dicono: Voi non servirete al re di Babilonia;
{{vb|27|10}}Perciocchè essi vi profetizzano menzogna, per dilungarvi d’in su la vostra terra; e acciocchè io vi scacci, e periate.
{{vb|27|11}}Ma la gente, che sottoporrà il collo al giogo del re di Babilonia, e gli servirà, io la lascerò sopra la sua terra, dice il Signore; ed ella la lavorerà, e abiterà in essa.
{{vb|27|12}}Io parlai ancora a Sedechia, re di Giuda, secondo tutte quelle parole, dicendo: Sottoponete il vostro collo al giogo del re di Babilonia, e servite a lui, e al suo popolo, e voi viverete.
{{vb|27|13}}Perchè morreste, tu e il tuo popolo<ref>{{BibLink|Ezec|18|31}}.</ref>, per la spada, per la fame, e per la pestilenza, come il Signore ha pronunziato contro alla gente che non servirà al re di Babilonia?
{{vb|27|14}}E non ascoltate le parole de’ profeti che vi dicono: Voi non servirete al re di Babilonia; perciocchè essi vi profetizzano menzogna.
{{vb|27|15}}Conciossiachè io non li abbia mandati, dice il Signore; ma profetizzano in Nome mio falsamente; acciocchè io vi scacci, e periate, voi e i profeti che vi profetizzano.
{{vb|27|16}}Io parlai eziandío a’ sacerdoti, e a tutto questo popolo, dicendo: Così ha detto il Signore: Non attendete alle parole de’ vostri profeti che vi profetizzano, dicendo: Ecco, ora prestamente saranno riportati di Babilonia gli arredi della Casa del Signore<ref>{{BibLink|2 Cron|36|7}}.</ref>; perciocchè essi vi profetizzan menzogna.
{{vb|27|17}}Non li ascoltate; servite al re di Babilonia, e voi viverete; perchè sarebbe questa città messa in desolazione?
{{vb|27|18}}Che se pure eglino ''son'' profeti, e se la parola del Signore è appo loro, intercedano ora appo il Signor degli eserciti, che quegli arredi che son rimasti nella Casa del Signore, e nella casa del re di Giuda, e in Gerusalemme, non vadano in Babilonia.
{{vb|27|19}}Perciocchè il Signor degli eserciti ha detto così delle colonne, del mare, e de’ basamenti, e del rimanente degli arredi, che son restati in questa città;
{{vb|27|20}}I quali Nebucadnesar, re di Babilonia, non prese, quando menò in cattività Geconia, figliuolo di Gioiachim, re di Giuda, di Gerusalemme in Babilonia, insieme con tutti i nobili di Giuda, e di Gerusalemme;
{{vb|27|21}}Così, dico, ha detto il Signor degli eserciti, l’Iddio d’Israele, degli arredi, che son rimasti nella Casa del Signore, {{FineColonna}}<section end="27" /><noinclude>
<hr>
<references/>{{PieDiPagina||627}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Il falso profeta Anania.'' | centro = GEREMIA, 28, 29. | dx =''Lettere di Geremia''}}</small></noinclude><section begin=27 />{{colonna}}{{vb|27|21|continua}}e nella casa del re di Giuda, ed in Gerusalemme:
{{vb|27|22}}Saranno portati in Babilonia, e quivi resteranno<ref>{{BibLink|2 Re|25|13|2 Re 25. 13}}, ecc. {{BibLink|2 Cron|36|18}}.</ref>, infino al giorno che io li visiterò, dice il Signore; poi li trarrò di là, e li farò riportare in questo luogo<ref>{{BibLink|Esd|1|7}}; {{BibLink|Esd|7|19|7. 19}}.</ref>. <section end=27 />
<section begin=28 />
{{Centrato|{{smaller|''Lotta di Geremia col falso profeta Anania.''}}}}
{{vb|28|1|capolettera}} OR avvenne in quello stesso anno, nel principio del regno di Sedechia, re di Giuda, nell’anno quarto, nel quinto mese, che Anania, figliuolo di Azzur, profeta, ch’''era'' da Gabaon, mi parlò nella Casa del Signore, nel cospetto de’ sacerdoti, e di tutto il popolo, dicendo:
{{vb|28|2}}Così ha detto il Signor degli eserciti, l’Iddio d’Israele: Io ho rotto il giogo del re di Babilonia.
{{vb|28|3}}Infra lo spazio di due anni io farò riportare in questo luogo tutti gli arredi della Casa del Signore, che Nebucadnesar, re di Babilonia, ha tolti di questo luogo, e ha portati in Babilonia;
{{vb|28|4}}Ed io ricondurrò, dice il Signore, in questo luogo, Geconia, figliuolo di Gioiachim, re di Giuda, e tutti que’ di Giuda, che sono stati menati in cattività, e son venuti in Babilonia; perciocchè io romperò il giogo del re di Babilonia.
{{vb|28|5}}E il profeta Geremia rispose al profeta Anania, nel cospetto de’ sacerdoti, e nel cospetto di tutto il popolo, ch’era presente nella Casa del Signore,
{{vb|28|6}}E disse: Amen; così faccia il Signore; il Signore metta ad effetto le tue parole, che tu hai profetizzate, facendo tornar di Babilonia in questo luogo gli arredi della Casa del Signore, e tutti quelli che sono stati menati in cattività.
{{vb|28|7}}Ma pure, ascolta ora questa parola, la quale io pronunzio in presenza tua ed in presenza di tutto il popolo:
{{vb|28|8}}I profeti che sono stati davanti a me, e davanti a te, ab antico, han profetizzato contro a molti paesi, e contro a gran regni, di guerra, e di fame, e di pestilenza.
{{vb|28|9}}Quando la parola del profeta, che avrà profetizzato di pace, sarà avvenuta, egli sarà riconosciuto ''essere'' il profeta che il Signore avrà mandato in verità<ref>{{BibLink|Deut|18|22}}.</ref>.
{{vb|28|10}}Ma il profeta Anania prese il giogo d’in sul collo del profeta Geremia, e lo ruppe.
{{vb|28|11}}Ed Anania parlò nel cospetto di tutto il popolo, dicendo: Così ha detto il Signore: In questo modo romperò, infra lo spazio di due anni, il giogo di Nebucadnesar, re di Babilonia, d’in sul collo di tutte le nazioni. E il profeta Geremia se ne andò a suo cammino.
{{vb|28|12}}E la parola del Signore fu ''indirizzata'' a Geremia, dopo che il profeta Anania {{AltraColonna}}{{vb|28|12|continua}}ebbe rotto il giogo d’in sul collo del profeta Geremia, dicendo:
{{vb|28|13}}Va’, e parla ad Anania, dicendo: Così ha detto il Signore: Tu hai rotti i gioghi di legno; ma fattene, in luogo di quelli, degli altri di ferro.
{{vb|28|14}}Perciocchè, così ha detto il Signor degli eserciti, l’Iddio d’Israele: Io ho messo un giogo di ferro in sul collo di tutte queste nazioni; acciocchè servano a Nebucadnesar, re di Babilonia; e gli serviranno; gli ho eziandío dato fino alle fiere della campagna.
{{vb|28|15}}Poi il profeta Geremia disse al profeta Anania: Deh! ascolta, o Anania: Il Signore non ti ha mandato, e tu hai fatto confidar questo popolo in menzogna.
{{vb|28|16}}Perciò, così ha detto il Signore: Ecco, io ti scaccio d’in su la faccia della terra; quest’anno tu morrai; perchè tu hai parlato di ribellione contro al Signore<ref>{{BibLink|Deut|13|5}}.</ref>.
{{vb|28|17}}E il profeta Anania morì quello stesso anno, nel settimo mese. <section end=28 />
<section begin=29 />
{{Centrato|{{smaller|''Lettere di Geremia ai cattivi di Babilonia.''}}}}
{{vb|29|1|capolettera}} OR queste ''sono'' le parole delle lettere che il profeta Geremia mandò di Gerusalemme al rimanente degli anziani di quelli ch’erano stati menati in cattività, e a’ sacerdoti, e a’ profeti, e a tutto il popolo, che Nebucadnesar avea menato in cattività di Gerusalemme in Babilonia;
{{vb|29|2}}(Dopo che il re Geconia fu uscito di Gerusalemme, insieme con la regina, e con gli eunuchi, e coi principi di Giuda, e di Gerusalemme, e co’ fabbri, e ferraiuoli<ref>{{BibLink|2 Re|24|12|2 Re 24. 12}}, ecc.</ref>),
{{vb|29|3}}Per Elasa, figliuolo di Safan, e per Ghemaria, figliuolo di Hilchia, (i quali Sedechia, re di Giuda, mandava in Babilonia, a Nebucadnesar, re di Babilonia);
{{vb|29|4}}Cioè: Così ha detto il Signor degli eserciti, l’Iddio d’Israele, a tutti quelli che sono stati menati in cattività, i quali io ho fatti menare in cattività di Gerusalemme in Babilonia:
{{vb|29|5}}Edificate delle case, e abitate in esse, e piantate de’ giardini, e mangiatene il frutto;
{{vb|29|6}}Prendete mogli, e generate figliuoli e figliuole; prendete eziandío mogli per li vostri figliuoli, e date a marito le vostre figliuole, e partoriscano figliuoli e figliuole; e moltiplicate quivi, e non diminuite.
{{vb|29|7}}E procacciate la pace della città, dove io vi ho fatti andare in cattività; e pregate il Signore per essa<ref>{{BibLink|1 Tim|2|1}}, {{BibLink|1 Tim|2|2|2}}.</ref>: perciocchè nella pace di essa voi avrete pace.
{{vb|29|8}}Conciossiachè il Signor degli eserciti, l’Iddio d’Israele, abbia detto così: Non seducanvi i vostri profeti, che ''sono'' fra voi, nè i vostri indovini; e non attendete a’ vostri sogni, che voi sognate.{{FineColonna}}<section end=29 /><noinclude>
<hr>
<references/>{{PieDiPagina||628}}</noinclude>
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Geremia (Diodati 1821)/capitolo 26
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Geremia (Diodati 1821)/capitolo 27
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[[Categoria:Testi sacri del cristianesimo]]
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Geremia (Diodati 1821)/capitolo 28
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{{Qualità|avz=100%|data=12 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../capitolo_27|succ=../capitolo_29}}
<pages index="La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu" from=636 to=636 fromsection=28 tosection=28 />
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<!--{{Sezione note}}-->
[[Categoria:Testi sacri del cristianesimo]]
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|352|||riga=si}}</noinclude>
{{Centrato}}{{x-larger|DECENNALE PRIMO}}
{{Sc|cioè}}
{{larger|COMPENDIO DELLE COSE FATTE IN DIECI ANNI IN ITALIA.}}</div>
<poem>
{{xx-larger|I}}O canterò l’Italiche fatiche
Seguite già ne’ due passati lustri
{{R|3}}Sotto le Stelle al suo bene inimiche.
Quanti alpestri sentier, quanti palustri
Narrerò io, di sangue e morti pieni,
{{R|6}}Pel variar de’ regni, e stati illustri!
O Musa, questa mia cetra sostieni,
E tu, Apollo, per darmi soccorso,
{{R|9}}Dalle tue Suore accompagnato vieni.
Aveva il Sol veloce sopra il dorso
Del nostro mondo ben termini mille
{{R|12}}E quattro cennovanta quattro corso,
Dal tempo, che Gesù le nostre ville
Visitò prima, e col Sangue, che perse,
{{R|15}}Estinse le diaboliche faville;
Quando in se discordante Italia aperse
La via a’ Galli, e quando esser calpesta
{{R|18}}Dalle genti barbariche sofferse.
E perchè a seguitarle non fu presta
Vostra Città, chi ne tenea la briglia
{{R|21}}Assaggiò i colpi della lor tempesta:
</poem><noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||DECENNALE PRIMO.|361}}</noinclude><poem>
Nè anche ’l vostro Stato ben potea
Deliberarsi, e mentre che fra dua
{{R|288}}Del Re non ben contento si vivea,
Il Duca Valentin le vele sua
Ridette ai venti, e verso il mar di sopra
{{R|291}}Della sua nave rivoltò la prua;
E con sue genti fe’ mirabil opra
Espugnando Faenza in tempo curto,
{{R|294}}E mandando Romagna sottosopra.
Sendo da poi sopra Bologna surto
Con gran fatica, la Lega sostenne
{{R|297}}La violenza di sue genti, e l’urto.
Partito quindi, in Toscana ne venne
Se rivestendo delle vostre spoglie,
{{R|300}}Mentre che il campo sopra ’l vostro tenne.
Onde che voi per fuggir tante doglie,
Come color che altro far non ponno,
{{R|303}}Cedeste in qualche parte alle sue voglie;
E così le sue genti oltre passonno;
Ma nel passar piacque a chi Siena regge
{{R|306}}Rinnovellar Piombin di nuovo donno.
A costor retro venne nuova gregge,
Che sopra ’l vostro Stato pose ’l piede,
{{R|309}}Non moderata da freno, o da legge.
Mandava questi il Re contra l’erede
Di Fernandin, e perchè si fuggissi,
{{R|312}}La metà di quel Regno a Spagna diede.
Tanto che Federigo dipartissi,
Visto de’ suoi la Capovana pruova,
{{R|315}}E nelle man di Francia a metter gissi.
E perchè ’n questo tempo si ritruova
Roano in Lombardia, voi praticavi
{{R|318}}Far col Re per suo mezzo lega nuova.
</poem><noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|362|DECENNALE PRIMO.|}}</noinclude><poem>
Eri senz’arme, e ’n gran timore stavi
Pel corno, che al Vitello era rimaso,
{{R|321}}E dell’Orso, e del Papa dubitavi.
E parendovi pur viver a caso,
E dubitando non esser difesi,
{{R|324}}Se vi avveniva qualche avverso caso;
Dopo ’l voltar di molti giorni, e mesi,
Non sanza grande spendio fuste ancora
{{R|327}}In sua protezion da Francia presi.
Sotto il cui caldo vi pensasti allora
Posser torre a’ Pisan le biade in erba,
{{R|330}}E le vostre bandiere mandar fuora.
Ma Vitellozzo, e sua gente superba
Sendo contra di voi di sdegno pieno
{{R|333}}Per la ferita del fratello acerba,
Al Cavallo sfrenato ruppe il freno
Per tradimento, e Valdichiana tutta
{{R|336}}Vi tolse, e l’altre terre in un baleno.
La guerra, che Firenze avea distrutta,
E la confusion de’ Cittadini
{{R|339}}Vi fe questa ferita tanto brutta.
E da cotante ingiurie de’ vicini
Per liberarvi, e da sì crudo assalto,
{{R|342}}Chiamaste i Galli ne’ vostri confini.
E perchè il Valentin avea fatt’alto
Con sue genti a Nocera, e quindi preso
{{R|345}}Il Ducato di Urbin sol con un salto,
Stavi col cuor, e con l’almo sospeso,
Che col Vitello e’ non si raccozzassi,
{{R|348}}E con quel fusse a’ vostri danni sceso.
Quando a l’un comandò, che si fermassi
Pe’ vostri prieghi, il Re di San Dionigi,
{{R|351}}A l’altro furo i suoi disegni cassi.
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||DECENNALE PRIMO.|363}}</noinclude><poem>
Trasse il Vitel d’Arezzo i suoi vestigi,
E ’l duca in Asti si fu presentato
{{R|354}}Per giustificar se col Re Luigi.
Non saria tanto ajuto a tempo Stato.
Se non fusse la industria di colui,
{{R|357}}Che allora governava il vostro stato,
Forse che venevate in forza altrui;
Perchè quattro mortal ferite avevi,
{{R|360}}Che tre ne fur sanate da costui.
Pistoja in parte ribellar vedevi,
E di confusion Firenze pregna,
{{R|363}}E Pisa, e Valdichiana non tenevi.
Costui la scala alla suprema insegna
Pose, su per la qual condotta fusse,
{{R|366}}S’anima c’era di salirvi degna.
Costui Pistoja in gran pace ridusse;
Costui Arezzo, e tutta Valdichiana
{{R|369}}Sotto l’antico giogo ricondusse.
La quarta piaga non potè far sana
Di questo corpo; perchè nel guarillo
{{R|372}}S’oppose il tempo a sì felice mana.
Venuto adunque il giorno sì tranquillo,
Nel qual il popol vostro fatto audace
{{R|375}}Il portator creò del suo vessillo:
Nè fur d’un cerchio due corna capace,
Acciocchè sopra la lor soda petra
{{R|378}}Potesse edificar la vostra pace.
E se alcun da tal ordine s’arretra
Per alcuna cagion, esser potrebbe
{{R|381}}Di questo mondo non buon geometra.
Poscia che ’l Valentin purgato s’ebbe,
E ritornato in Romagna, la impresa
{{R|384}}Contro a Messer Giovanni far vorrebbe.
</poem><noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|364|DECENNALE PRIMO.|}}</noinclude><poem>
Ma come fu questa novella intesa,
Par che l’Orso, e il Vitel non si contenti
{{R|387}}Di voler esser seco a tale offesa.
E, rivolti fra lor questi serpenti
Di velen pien, cominciar a ghermirsi,
{{R|390}}E con gli ugnioni a stracciarsi e co’ denti.
E mal potendo il Valentin fuggirsi,
Gli bisognò per ischifare il rischio,
{{R|393}}Con lo scudo di Francia ricoprirsi.
E per pigliare i suoi nemici al vischio,
Fischiò soavemente; e per ridurli
{{R|396}}Nella sua tana, questo bavalischio.
Nè molto tempo perse in ricondurli,
Che il traditor di Fermo, e Vitellozzo,
{{R|399}}E quelli Orsin, che sì nimici furli,
Ne le sue insidie presto dier di cozzo;
Dove l’Orso lasciò più d’una zampa,
{{R|402}}Ed al Vitel fu l’altro corno mozzo.
Sentì Perugia, e Siena ancor la vampa
Dell’Idra, e ciaschedun di quei tiranni
{{R|405}}Fuggendo innanzi a la sua furia scampa.
Nè il cardinal Orsin potè li affanni
Della sua casa misera fuggire,
{{R|408}}Ma restò morto sotto mille inganni.
In questi tempi i Galli pien d’ardire
Contro gl’Ispani voltaron le punte,
{{R|411}}Volendoiel Regno a lor modo partire.
E le genti inimiche avien consunte,
E del Reame occupato ogni cosa,
{{R|414}}Non essendo altre forze sopraggiunte.
Ma, divenuta forte, e poderosa
La parte Ispana, fu del sangue avverso
{{R|417}}La Puglia, e la Calavria sanguinosa.
</poem><noinclude>
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Ma come fu questa novella intesa,
Par che l’Orso, e il Vitel non si contenti
{{R|387}}Di voler esser seco a tale offesa.
E, rivolti fra lor questi serpenti
Di velen pien, cominciar a ghermirsi,
{{R|390}}E con gli ugnioni a stracciarsi e co’ denti.
E mal potendo il Valentin fuggirsi,
Gli bisognò per ischifare il rischio,
{{R|393}}Con lo scudo di Francia ricoprirsi.
E per pigliare i suoi nemici al vischio,
Fischiò soavemente; e per ridurli
{{R|396}}Nella sua tana, questo bavalischio.
Nè molto tempo perse in ricondurli,
Che il traditor di Fermo, e Vitellozzo,
{{R|399}}E quelli Orsin, che sì nimici furli,
Ne le sue insidie presto dier di cozzo;
Dove l’Orso lasciò più d’una zampa,
{{R|402}}Ed al Vitel fu l’altro corno mozzo.
Sentì Perugia, e Siena ancor la vampa
Dell’Idra, e ciaschedun di quei tiranni
{{R|405}}Fuggendo innanzi alla sua furia scampa.
Nè il cardinal Orsin potè li affanni
Della sua casa misera fuggire,
{{R|408}}Ma restò morto sotto mille inganni.
In questi tempi i Galli pien d’ardire
Contro gl’Ispani voltaron le punte,
{{R|411}}Volendoiel Regno a lor modo partire.
E le genti inimiche avien consunte,
E del Reame occupato ogni cosa,
{{R|414}}Non essendo altre forze sopraggiunte.
Ma, divenuta forte, e poderosa
La parte Ispana, fu del sangue avverso
{{R|417}}La Puglia, e la Calavria sanguinosa.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|364|DECENNALE PRIMO.|}}</noinclude><poem>
Ma come fu questa novella intesa,
Par che l’Orso, e il Vitel non si contenti
{{R|387}}Di voler esser seco a tale offesa.
E, rivolti fra lor questi serpenti
Di velen pien, cominciar a ghermirsi,
{{R|390}}E con gli ugnioni a stracciarsi e co’ denti.
E mal potendo il Valentin fuggirsi,
Gli bisognò per ischifare il rischio,
{{R|393}}Con lo scudo di Francia ricoprirsi.
E per pigliare i suoi nemici al vischio,
Fischiò soavemente; e per ridurli
{{R|396}}Nella sua tana, questo bavalischio.
Nè molto tempo perse in ricondurli,
Che il traditor di Fermo, e Vitellozzo,
{{R|399}}E quelli Orsin, che sì nimici furli,
Nelle sue insidie presto dier di cozzo;
Dove l’Orso lasciò più d’una zampa,
{{R|402}}Ed al Vitel fu l’altro corno mozzo.
Sentì Perugia, e Siena ancor la vampa
Dell’Idra, e ciaschedun di quei tiranni
{{R|405}}Fuggendo innanzi alla sua furia scampa.
Nè il cardinal Orsin potè li affanni
Della sua casa misera fuggire,
{{R|408}}Ma restò morto sotto mille inganni.
In questi tempi i Galli pien d’ardire
Contro gl’Ispani voltaron le punte,
{{R|411}}Volendoiel Regno a lor modo partire.
E le genti inimiche avien consunte,
E del Reame occupato ogni cosa,
{{R|414}}Non essendo altre forze sopraggiunte.
Ma, divenuta forte, e poderosa
La parte Ispana, fu del sangue avverso
{{R|417}}La Puglia, e la Calavria sanguinosa.
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||DECENNALE PRIMO.|365}}</noinclude><poem>
Onde che ’l Gallo si rivoltò verso
Italia irato, come quel che brama
{{R|420}}Di riaver lo Stato, e l’onor perso.
E il Sir della Tremoglia, uom di gran fama,
Per vendicarlo in queste parti corse
{{R|423}}A soccorrer Gaeta, che lo chiama.
Nè molto innanzi le sue genti porse;
Perchè Valenza, e il suo Padre mascagno
{{R|426}}Di seguitarlo li mettieno in forse.
Cercavan questi di nuovo compagno,
Che desse lor delli altri Stati in preda,
{{R|429}}Non veggendo col Gallo più guadagno.
Voi per non esser del Valentin preda,
Come eravate stati ciascun dì,
{{R|432}}E che e’ non fosse di Marzocco ereda,
Condotto avevi di Canne il Baglì
Con cento lance, ed altra gente molta,
{{R|435}}Credendo star sicuri più così.
Con la qual gente la seconda volta
Faceste Pisa di speranza priva
{{R|438}}Di potersi goder la sua ricolta.
Mentre che la Tremoglia ne veniva,
E che fra il Papa, e Francia umor ascoso;
{{R|441}}E colera maligna ribolliva,
Malò Valenza, e per aver riposo
Portato fu fra l’anime beate
{{R|444}}Lo spirto di Alessandro glorioso;
Del qual seguiro le sante pedate
Tre sue familiari, e care ancelle,
{{R|447}}Lussuria, Simonìa e Crudeltate.
Ma come furo in Francia le novelle,
Ascanio Sforza quella volpe astuta;
{{R|450}}Con parole soavi, ornate, e belle
</poem><noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|366|DECENNALE PRIMO.|}}</noinclude><poem>
A Roan persuase la venuta
D’Italia, promettendogli l’ammanto,
{{R|453}}Che salir a’ Cristian nel Cielo ajuta.
I Galli a Roma s’eran fermi intanto,
Nè passar volser l’onorato rio,
{{R|456}}Mentre che vuoto stette il Seggio santo.
E così fu creato Papa Pio;
Ma pochi giorni stiè sotto a quel pondo,
{{R|459}}Che lli avea posto in su le spalle Iddio.
Con gran concordia poi Giulio Secondo
Fu fatto portinar di Paradiso,
{{R|462}}Per ristorar de’ suoi disagi il mondo.
Poichè Alessandro fu dal Cielo ucciso,
Lo stato del suo Duca di Valenza
{{R|465}}In molte parti fu rotto, e diviso.
Baglion, Vitelli, Orsini, e la semenza
Di Monte Feltro in casa lor ne giro,
{{R|468}}E Marco prese Rimino, e Faenza.
Insino in Roma il Valentin seguiro
E Baglion, e l’Orsin per darli guai,
{{R|471}}E delle spoglie sue si rivestiro.
Giulio sol lo nutrì di speme assai,
E quel Duca in altrui trovar credette
{{R|474}}Quella pietà, che non conobbe mai.
Ma poichè ad Ostia qualche giorno stette
Per dipartirsi, il Papa fe’ tornallo
{{R|477}}In Roma, ed a sue genti a guardia ’l dette,
Intanto i Capitan del fiero Gallo
Sopra la riva del Gariglian giunti
{{R|480}}Facevan ogni forza per passallo.
Ed avendo in quel luogo invan consunti
Con gran disagi molti giorni, e notti,
{{R|483}}Dal freddo afflitti, e da vergogna punti;
</poem><noinclude>
<references/></noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||DECENNALE PRIMO.|367}}</noinclude><poem>
E non essendo insieme mai ridotti,
Per varj luoghi, e in più parti dispersi,
{{R|486}}Dal tempo, e da’ nemici furon rotti.
Onde avendo l’onor, e i danar persi
A Salsa, a Roma, e quivi tutto mesto
{{R|489}}Si dolse il Gallo de’ suoi casi avversi.
E parendo all’Ispano aver in questo
Conflitto avuto le vittorie sue,
{{R|492}}Nè volendo giocar co’ Galli il resto,
Forse sperando nella pace piue
Fece fermar il bellico tumulto,
{{R|495}}E della tregua ben contento fue.
Nè voi teneste il valor vostro occulto.
Ma d’arme più gagliarde vi vestisti,
{{R|498}}Per poter meglio opporvi ad ogni insulto;
Nè dalle offese de’ Pisan partisti,
Anzi toglieste lor le terze biade,
{{R|501}}E per mare, e per terra gli assalisti.
E perchè non temean le vostre spade,
Voi vi sforzaste con varj disegni
{{R|504}}Rivolger Arno per diverse strade.
Or per disacerbar gli animi pregni
Avete a ciaschedun le braccia aperte,
{{R|507}}Che a domandar perdon venir si degni.
Intanto il Papa, dopo molte offerte,
Fe’ di Furlì, e della rocca acquisto,
{{R|510}}E Borgia si fuggì per vie coperte.
E benchè e’ fosse da Consalvo visto
Con lieto volto, li pose la soma,
{{R|513}}Che meritava un ribellante a Cristo.
E per far ben tanta superbia doma,
In Ispagna mandò legato e vinto
{{R|516}}Chi già fe’ tremar voi, e pianger Roma.
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Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/36
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 36 —|}}</noinclude>che avreste fatto come certi altri giovani, che appena sono avvertiti di qualche leggiera somiglianza di volto con un gran maestro portano la barba e i capelli alla medesima foggia, dandosi a credere d’essere stati chiamati ad imitare il suo fare. — Ma io vi dico, e mel potete credere, che onorai nelle vostre pitture l’orma del genio divino che segnò i celesti campi a Raffaello. Voi intendete il gran maestro e non mi rispondete come Vèlasquez, che richiesto da me quel che pensava dello Sanzio mi disse: — Tiziano è il più gran maestro, e Raffaello non s’intende di carnagione. In cotesto Spagnuolo vi è la carne e non la parola, eppure gli accademici di S. Luca lo levano alle stelle perchè dipinse una volta delle cerase che i passerotti andarono a beccare.
Accadde che alcuni giorni dopo gli accademici di S. Luca, si radunarono nella lor chiesa per dar giudizio delle opere dei candidati che si presentavano. Salvatore aveva fatto esporre nella chiesa il bel quadro dello Scacciati. Balzò agli occhi di tutti il vigore e la grazia di quella pittura, ed applausi di meraviglia sorsero da tutte le parti quando Salva-<noinclude>
<references/></noinclude>
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Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/37
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 37 —|}}</noinclude>tore spacciò che egli aveva recato da Napoli quella tela unica eredità di un giovane pittore morto di fresco.
Non andò guari che tutta Roma corse a contemplare l’opera del giovane Napoletano; e tutti si accordavano a dire che dopo Guido Reni non s’era mai veduto altrettanto, e l’entusiasmo andò sì oltre che si ripose la Maddalena dello Scacciati sopra i lavori di Guido. Fra la calca quivi raccolta ad ammirare la bella tavola dello Scacciati, Salvatore notò un uomo di sembianze assai singolari. Era attempato, alto della persona, sottile come un fuscello, pallido estremamente nel volto, col naso assai lungo, il mento aguzzo ed allungato maggiormente da una barba aguzza; gli occhi erano grigi e scintillanti. Sopra una gran zazzera bionda portava un cappello di un’alta sagoma sormontato da un largo pennacchio. Il mantello di un rosso scuro era fregiato da una gran quantità di bottoni d’argento; ed indossava un giustacorpo azzurro tagliato alla spagnuola, portava altresì dei lunghi guanti a frange d’argento, delle scarpe a rosettine gialle, ed una lunga spada a forma di<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 38 —|}}</noinclude>stocco. Questa strana figura era ritta in piedi dinanzi al quadro. Egli pareva così rapito che si levava sulla punta dei piedi, poi si accosciava sino a terra, e si librava di nuovo sulle gracili gambe, s’allontanava un poco e poi tornava, stringeva così gli occhi da cavarne le lagrime, gli sbarrava, sospirava, faceva mille visacci dinanzi a quell’angelica Maddalena e susurrava con una sdolcinata voce da castrato, ah! carissima, benedettissima, — ah! Marianna, — Mariannina, — bellissima ec.
Salvatore tratto dal bizzarro personaggio, ruppe la calca, e s’ingegnò di entrare in discorso con lui a proposito del quadro che tanto ammirava. Ma desso, senza por mente a Salvatore, malediceva la sua miseria che non gli consentiva di dare un milione per quella pittura, per poterla chiudere con venti chiavi e toglierla a tutti gli sguardi. Poi ricominciava quei suoi contorcimenti, benedicendo la Vergine e tutti i Santi della morte del maledetto pittore che aveva lavorato quel ritratto che così l’affliggeva. Salvatore conchiuse che l’uomo fosse pazzo, o che fosse qualche accademico di San Luca che non conosceva.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 39 —|}}</noinclude>{{Nop}}
In tutta Roma non si parlava d’altro che del quadro meraviglioso, e questa gran voga bastava a comprovare l’eccellenza dell’opera. Quando gli accademici si raccolsero di nuovo nella chiesa di San Luca per aggiungersi ad altri confratelli, Salvator Rosa dimandò se il pittore che aveva fatta la Maddalena appiè del Salvatore non era degno d’essere accolto nell’accademia. Tutti i pittori, senza pure eccettuare lo schizzinoso Giuseppino, gridarono ad una voce che un sì gran maestro sarebbe stato l’ornamento dell’accademia, deplorandone la morte in termini molto leggiadri, benchè nel profondo del cuore, rendessero grazia al Cielo, come aveva fatto l’uomo dalla bionda parrucca. Anzi procedettero tanto avanti nella loro esaltazione, che risolsero di rendere un onore solenne al giovine artista tolto così acerbamente alla sua arte, proclamandolo accademico sulla sua tomba stessa e facendogli dire nella chiesa di S. Luca, non so quante messe pel riposo dell’anima sua. Quindi scongiurarono Salvatore ch’egli volesse dire il nome e la nazione del defunto.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 40 —|}}</noinclude>{{Nop}}
Salvatore si levò in piedi, e disse con una voce solenne: — L’onore che volete fare ad un morto sotterra, starebbe meglio ad un vivo che cammina fra voi. Sappiate che la Maddalena appiè del Salvatore, questa bella pittura che voi riponete molto ragionevolmente sopra tutti i quadri moderni, non è lavoro di un giovane pittore Napolitano. Questo capo d’opera ammirato da tutti, fu dipinto per mano di Antonio Scacciati chirurgo!
I pittori stupefatti ammutirono per alcun poco guardando Salvatore che sorrideva. Si trastullò di vederli impacciati ed aggiunse: — Non avete voluto accogliere fra voi il nostro valente Antonio, perchè chirurgo, ma io stimo che un uomo di questa professione non starebbe male nella nobile accademia di S. Luca per acconciare le membra slogate che si veggono per gli studi di più d’un accademico! Ora penso che non indugierete a far quello che dovevate aver fatto da lungo tempo e dare un seggio fra voi al valoroso Antonio Scacciati.
Gli accademici trangugiarono la pilola amara, e fecero sembiante d’essere molto contenti di poter così gratificare<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 41 —|}}</noinclude>il merito di Antonio che fu ricevuto fra loro con molta solennità.
Appena corse la voce che il quadro della Maddalena era di Antonio, gli toccarono da ogni parte mille commissioni. Così Salvatore con un pietoso stratagemma lo trasse dall’oscurità in cui vegetava, e lo mise in onore. Antonio non sapeva capire in sè per la gran gioja di questa fortuna. E Salvatore fu ancor più attonito quando fra qualche giorno, vide sopravvenire Antonio pallido, disfatto, colla disperazione negli occhi. — Ah Salvatore! che cosa mi giova che mi abbiate riposto più in alto che non salivano le mie speranze, e fatto colmare di lode e d’onore, poichè per mia disavventura il quadro che tanto mi onora mi è cagione di un’infinita disgrazia.
— Non bestemmiare la nostra sacra arte, rispose Salvatore. Io non credo alla disgrazia che ti attende. Tu sei come me e non hai potuto adempire tutti i tuoi desiderj. Ecco la tua gran disgrazia senza dubbio. Gli innamorati sono come i fanciulli, piangono e strillano se gli si toccano appena i loro fantocci. Lascia, te ne prego, il genere lamentevole che non lo<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 42 —|}}</noinclude>posso soffrire. Siedi e raccontami placidamente come la tua bella Maddalena s’è mescolata ai tuoi amori, e dimmi quali sono i sassi che ti nojano per la strada, onde li possa rimovere, che già ti voglio ajutare. Più gli accidenti sono avventurosi più mi dilettano. Vedi che m’incomincia a bollire il sangue nelle vene ed ho necessità di far qualche follia. Narrami tutto, mio caro Antonio, ma come ti dico senza sospiri. Io ti ascolto.
Antonio sedette sullo sgabello che Salvatore gli accennò presso un quadro che lavorava, e cominciò così: — Nella contrada
Ripetta in un alto caseggiato dove subito salta agli occhi un balcone sporgente in fuori, appena si spunta dalla porta del Popolo, abita il più bizzarro di tutti i bizzarrissimi che potete incontrare in Roma: un vecchio cortigiano, che ha tutte le magagne del suo ordine, avaro, vanitoso, un fatuo innamorato, che vorrebbe fare il vagheggino, lungo e secco come una pertica, aggiustato come un bellimbusto con una parruccaccia bionda, guanti frangiati, nastri e nastrini, in testa un cappello aguzzo e una gran spada al fianco.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 43 —|}}</noinclude>{{Nop}}
Sosta un momento, caro Antonio, disse Salvatore, e rivolgendo la tela che dipingeva, prese del bianco e disegnò in quattro tratti il personaggio che aveva visto smaniarsi in certi gesti dinanzi alla Maddalena.
Per Dio, sclamò Antonio dimenandosi sulla sua scranna e forte sghignazzando in mezzo alla sua disperazione, è desso! è il signor Pasquale veramente al vivo! — Vedi, bene, disse tranquillamente Salvatore che conosco il patrono, il quale è senza dubbio il tuo rivale: ma prosiegui.
— Il signor Pasquale Capuzzi, aggiunse Antonio, è uno straricco, ma come vi dissi un avaro gaglioffo. E se ha qualche parte di buono, si è che ama le arti, e soprattutto la musica e la pittura; ma però è d’un gusto così bizzarro, che sarebbe impossibile d’accordarsi con lui. Egli si tiene pel primo compositore del mondo, e per un cantante di forza che non v’abbia il suo simile nella cappella del Papa. Perciò non guarda il vecchio Frescobaldi che dall’alto in basso, e stima che Ceccarelli canti come uno stivale dentro la staffa; e al modo che il primo cantore del Papa si fa nominare Odoardo Ceccarelli di Me-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 44 —|}}</noinclude>rania, il nostro gentiluomo si fa dire messer Pasquale Capuzzi di Sinigaglia; perchè Sinigaglia appunto è il luogo dove è nato, ed a quel che si dice nella barca di un pescatore, dove sua madre lo partorì innanzi termine per uno spavento che ebbe di un cane di mare. In gioventù fece por sul teatro una sua opera, che fu inesorabilmente fischiata, ma questo non bastò a guarirlo della mania abbominevole. Anzi quando intese l’opera di Francesco Cavelli, le nozze di Teti e di Peleo, giurò che il maestro gli rubò i più sublimi pensieri. È tuttavia infermo della malattia del canto strimpellando una povera chitarra idropica che non ne può più. Il suo fidato Pilade è una specie di nano mezzo castrato, a cui i Romani hanno posto il soprannome di Piticchinaccio. Alla bella coppia si aggiunge per lo più, indovinate? Non altri che il dottor Piramida che tira giù delle note come un asino malinconico, dandosi a credere di avere una voce da basso da far invidia al Martinelli della cappella papale. I tre venerandi personaggi fanno cerchio la sera tra loro, e seduti su i balconi cantano dei mottetti di Carissimi a far mia-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 45 —|}}</noinclude>golare i gatti ed uggiolare tutti i cani del vicinato; di modo che non vi voglio dire se sono maledetti da tutti quelli che passano in contrada Ripetta e che hanno orecchia d’uomo.
Mio padre usava molto in casa di questo signor Pasquale, servendolo di barba e di parrucca in qualità di barbiere-chirurgo. Venuto a morte mio padre ereditai l’avventore, e Capuzzi fu molto soddisfatto di me, perchè diceva che io sapeva meglio d’ogni altro dare una certa forma virile alle sue basette e soprattutto ciò che non confessava, perchè m’accontentava di pochi quattrini di salario. Ma stimava di compensarmi ad usura, perchè ogni volta che lo radeva mi gracidava negli orecchj ad occhi chiusi un’arietta di sua invenzione.
Un giorno sopravvenni di cheto, come al mio solito, e schiuso l’uscio, scôrsi una giovinetta, un angelo di luce! — Voi conoscete la mia Maddalena! — Era dessa! Rimasi immobile e pareva che i piedi si fossero abbarbicati. — Voi non volete esclamazioni, ed io non ve le dico; ma vi dico che in un punto arsi dell’amore più appassionato. Il vecchio gentiluomo<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 46 —|}}</noinclude>soggiunse aggrottando le ciglia, che era la figliuola di Pietro suo fratello, già morto a Sinigaglia. Il suo nome era Marianna, e siccome non avea parenti, esso l’avea raccolta in casa in qualità di zio e di tutore. Figuratevi che da quel dì la casa di Capuzzi mi parve un paradiso. Ma mai mi venne fatto di trovarmi un istante solo con lei; se non che certe occhiate e sospironi repressi, e qualche stretta di mano non mi lasciavano in dubbio della mia fortuna. — Il vecchio l’indovinò, e dolendosi de’ miei diporti, mi richiese delle mie intenzioni. Gli confessai ingenuamente che l’amava con tutti gli spiriti, e che non conosceva altra beatitudine in terra, che di sposarmi a lei. A queste parole, Capuzzi mi squadrò dalla testa ai piedi, e disse che non avrebbe mai sospettato che dei pensieri così smisurati potessero germogliar nella testa d’un miserabile barbitonsore. La collera mi diè dell’orgoglio, e gli risposi ch’ei sapeva bene che io non era un barbiere, ma un chirurgo dabbene, e per soprappiù un allievo del grande Annibale Caracci e dell’incomparabile Guido, in fatto di pittura. Capuzzi ruppe<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 47 —|}}</noinclude>in un grande scoppio di risa, aggiungendo: — Eh! mio dolce signor barbiere, eccellente signor chirurgo, sublime Annibale Caracci, dilettissimo Guido Reni, andate al diavolo, e non lasciatevi più mai vedere, se non volete avere le membra rotte!
A queste parole il vecchio Capuzzi mi spinse fuori dell’uscio e mi cacciò villanamente. Per cui fuggendomi la pazienza, presi il vecchio nel collo, e lo squassai così terribilmente, che ne scrosciarono l’ossa. Nè più potetti por piede in quella casa.
A così fatti termini erano le cose quando voi capitaste a Roma, e che al padre Bonifazio venne la buona ispirazione di venirmi a chiamare. Quando per la vostra destrezza l’accademia mi ebbe ricevuto, quando tutta Roma mi commendò come sapete, andai ad appresentarmi al vecchio Capuzzi come uno spettro minaccioso; io per lo meno gli parvi tale; perchè impallidì e si ritrasse tutto tremante dietro a un tavolato. Allora gli dissi con un certo tuono tra l’ardito e il grave che non avea più a fare con un Antonio Scacciati chirurgo e barbitonsore, ma<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 48 —|}}</noinclude>che chi portava quel nome era un pittor rinomato, un accademico di S. Luca, a cui non avrebbe a schifo di maritare una sua nipote. Proruppe in una collera smisurata urlando spaventosamente, torcendosi le mani e gridando che io era un ribaldo che gli voleva involare la sua Marianna, per metterla sulla tela e farne pubblica mostra; ed aggiunse che badassi bene che mi avrebbe abbruciato vivo con tutti i miei quadri, e detto questo si mise a strillare come un indemoniato, al fuoco! ai ladri! che presi consiglio di fuggire.
Il vecchio pazzo è fieramente innamorato di sua nipote. Ei la tien sotto chiave, e se potrà essere dispensato la sforzerà a delle abbominevoli nozze. Tutte le mie speranze sono fallite! — Perchè fallite, disse Salvatore ridendo. Stimo all’incontro che tutto sia pel meglio. E se Marianna t’ama, altro non resta che di trarla di mano al vecchio Capuzzi. E per verità non veggio come due uomini della nostra tempra non si mettano all’opera! Animo Antonio; invece di gemere, di sospirare, ed essere infermo d’amore, conviene adoprar le mani e salvare Ma-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 49 —|}}</noinclude>rianna. Per ora torna a casa, e t’aspetto domattina per tempissimo. Dopo Salvatore depose il suo pennello, e chiuso nel tabarro andò al corso, mentre che il povero Antonio tornava lentamente a casa.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /></noinclude>{{Nop}}
{{Ct|L=0.1em|'''CAPITOLO III'''}}
{{Ct|f=90%|L=0.4em|PASQUALE CAPUZZI}}
{{Xx-larger|A}}ntonio non fu poco meravigliato quando il dì seguente Salvatore gli descrisse a parte a parte l’interno della casa di Capuzzi. — La povera Marianna, disse Salvatore, è malmenata da un vecchio balordo che sospira e rantola tutto il giorno, e quel che è peggio canta delle arie di suo conio per movere il cuore della fanciulla. Oltre a ciò è geloso alla morte, e rimove da lei tutti i domestici che le potrebbero fare un officio. Sta sempre attorno alla povera Ma-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 51 —|}}</noinclude>rianna mattina e sera un brutto ceffo che le fa tutti i servigi di fantesca. E questa larva d’uomo non è che quello scorpione di Pucet, il Piticchinacchio insomma che Capuzzi fa vestire da donna. E quando Capuzzi esce di casa, chiude accuratamente tutte le porte, ed un briccone che ha fatto altre volte l’officio di Bravo, e che è sbirro al presente, monta la guardia dinanzi la casa. E benchè paja impossibile di porvi piede, ad ogni modo ti prometto che la notte vegnente tu vedrai la tua Marianna al cospetto dello stesso Capuzzi. — Che cosa dite? esclamò Antonio quasi fuori di senno, la notte vegnente! questo è impossibile!
— Zitto, disse Salvatore. Diamo ordine al nostro disegno. Primamente ti devo dire che io era di già in qualche domestichezza col signor Capuzzi senza saperlo. Quella grama spinetta che è là in un cantone è roba sua, ed io gliene devo pagare l’enorme somma di dieci ducati. Nella mia convalescenza mi venne il capriccio della musica; tanto più che fu sempre la mia ricreazione. Onde pregai la mia albergatrice che mi procacciasse una spinetta, e madonna Caterina si ri-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 52 —|}}</noinclude>cordò che nella strada Ripetta dimorava un gentiluomo che voleva vendere un così fatto istromento. Difatti mi fu recato; ed io per ismemoraggine non mi occupai più del prezzo e del possessore; e ieri sera soltanto mi fu ricordato che aveva a fare col gentile signor Capuzzi. Madonna Caterina s’era rivolta a non so qual suo famigliare che abita nella casa di Pasquale, e tu puoi ora inferire donde mi vengano questi contrassegni. — Ah! esclamò Antonio, ecco trovata la strada! — So quel che vuoi dire, replicò Salvatore, tu pensi che possiamo giungere a Marianna per opera di Caterina. Ma non è così. Madonna Caterina è troppo ciarliera e guasterebbe ogni cosa. Dammi mente.
Ogni sera sull’imbrunire, il signor Pasquale, per fatica che faccia si reca a casa in braccio un suo eunuchetto; giacchè per tutto l’oro del mondo il pauroso Piticchinaccio non metterebbe piede sul selciato a quest’ora. Così dunque quando...
In questo mezzo si picchia alla porta dello studio, e con gran meraviglia dei due pittori, il signor Pasquale Capuzzi<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 53 —|}}</noinclude>entrò in tutta la sua magnificenza. Visto appena lo Scacciati, stette sui due piedi, e stropicciandosi gli occhi, aspirò l’aria attorno a sè come se gli mancasse il respiro. Salvatore fu sollecito di andargli incontro, e presolo per le due mani, esclamò! — Mio degno signor Pasquale, voi onorate troppo la mia povera casa! Non può essere che l’amore dell’arte che vi abbia condotto qui. Forse volete vedere che cosa ho fatto di nuovo, e fors’anco chiedermi qualche lavoro. Parlate, mio degno signore, in che cosa vi posso gradire?
— Io ho, disse Capuzzi balbettando, ho a parlarvi, signor Salvatore, ma... solo... quando voi sarete solo... permettete che mi ritiri, e che ritorni in tempo più opportuno.
— Per nulla, disse Salvatore tenendolo saldo. Non vi moverete di qui, che non avreste potuto capitare in un miglior momento; e poichè siete un gran dilettante di pittura, un amico degli artisti più valorosi, credo che vi sarà carissimo che io vi presenti il signor Antonio Scacciati, il primo pittore del nostro tempo, che fece il bel quadro della Maddalena pentita,<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 54 —|}}</noinclude>che riempì tutto Roma di ammirazione. E certamente voi siete ancor pieno di quella bellezza, ed avete desiderato più d’una volta di conoscere l’artefice che ha fatto il miracolo.
Il povero vecchio fu occupato da un tremito in tutte le membra; crollò la testa come in un insulto nervoso e guardò Antonio tutto sdegnoso. Ed Antonio s’accostò a Pasquale e salutatolo piacevolmente, si chiamò beato d’incontrarsi all’impensata col signor Capuzzi, giacchè la sua scienza in fatto di musica e di pittura, era l’ammirazione non solo di Roma ma di tutta Italia.
Questo procedere racchetò un poco Capuzzi. Il quale ingegnandosi di sorridere levò alquanto le sue basette e mormorò alcune parole incomprensibili. Poi si rivolse verso Salvatore parlandogli dei dieci ducati che gli dovea sborsare in pagamento della spinetta.
Aggiusteremo più tardi il conticello, mio degno signore! disse Salvatore. Intanto siate grazioso di dare un’occhiata a questo abbozzo che feci or ora, ed aggradite un bicchiero di vino di Siracusa. Salvatore acconciò lo schizzo sopra<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 55 —|}}</noinclude>un cavalletto, e porta una scranna al gentiluomo gli versò in una bella tazza di cristallo il suco dorato dei grappoli di Sicilia.
Il vecchio beveva volentieri un bicchiero di buon vino, quando non gli costava nulla; si recò la coppa alla bocca, contemplò lo schizzo socchiudendo gli occhi e prorompendo di tratto in tratto: Perfetto! squisito! tanto che era malagevole discernere se parlava del vino o del quadro.
Appena il gentiluomo fu un poco più gajo, Salvatore esclamò tutto ad un tratto: Ditemi, signore, corre voce, che avete una bella nipote, detta Marianna? Tutta la gioventù mossa da non so quale follia amorosa corre continuamente alla vostra contrada, e si rompe il collo per levare la testa al balcone a vedere la bella Marianna, ed avere uno sguardo da lei.
Tutta la soddisfazione e tutta la gioja, ch’erano stati effetto del vino disparvero subito dal volto di Capuzzi, e con uno sguardo bieco, rispose: Si può misurare da voi la profonda corruzione della nostra gioventù. I vostri sguardi diabolici sono tutti rivolti ad una fanciulla per<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 56 —|}}</noinclude>farla pericolare! perchè io vi dico, signore, che mia nipote è una vera bambina appena slattata.
Salvatore parlò d’altro, e il vecchio si ricompose, ma quando colmato un altro bicchiero cominciò a farsi rubicondo, Salvatore replicò: ditemi dunque, mio buon signore, la vostra bambina di sedici anni ha veramente bei capelli castani, e degli occhi pieni di voluttà come la Maddalena d’Antonio? Tutti lo dicono.
— Non so nulla, rispose Capuzzi brontolando, ma lasciamo la nipote, e parliamo dell’arte!
Ma Salvatore tornando di continuo alla bella Marianna, il vecchio si mise in furore, rovesciò violentemente il bicchiere e disse con rabbia: — Per tutti i demonj, voi mi mescete il veleno nel vino! ma veggio bene che voi altri due mi avete preso a dileggiare se vi venisse fatto. Scontatemi subito i dieci ducati che mi dovete, e poi andate al diavolo, voi e il vostro buon compagnone.
Salvatore fece sembiante d’essere tutto adirato, e si mise a gridare: — Come voi osate farmi villania in casa mia!<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 57 —|}}</noinclude>e volete dieci ducati per questo tanghero tarlato, che i vermi hanno roso sino al midollo. Dieci ducati! non ne avrete cinque, non tre, non uno che non vale un quattrino. Portatevelo via se lo volete! E non aveva ancora finito che gli gittò ai piedi la spinetta che mandò un suono querulo e prolungato.
— Ah! ah! vi sono delle leggi a Roma! Vi farò sotterrare in un carcere. E così dicendo voleva sbiettarsela fuori dell’uscio, ma Salvatore lo tenne a forza e lo fece risedere sulla sedia da cui s’era levato dicendogli tutto soavemente: — Mio dabben signor Pasquale non vi avvedete che ho voluto fare una burla? Non dieci, ma trenta ducati vi avrete per la vostra spinetta. E continuò a replicare: — Trenta ducati! Onde Capuzzi con una voce fioca: — Che cosa parlate di trenta ducati signore? Salvatore rispose che manteneva quel che aveva detto, e giurò sull’onore che non passerebbe un’ora che la spinetta varrebbe trenta ed anche quaranta ducati, e che gli sarebbero contati subito l’un sopra l’altro.
Il vecchio prese fiato e mormorò: — Trenta ducati, quaranta ducati! poi ag-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 58 —|}}</noinclude>giunse, ma voi mi avete fieramente offeso, signor Salvatore.
— Trenta ducati, replicò Salvatore.
— Ma voi m’avete trafitto nel cuore, signor Salvatore.
— Trenta ducati, disse di nuovo il pittore, sempre ripetendo: trenta ducati, trenta ducati.
Sinchè il vecchio soggiunse: — Se tocco trenta o quaranta ducati per la spinetta, tutto sarà composto fra noi e saremo migliori amici di prima.
— Ma prima di adempire alla mia promessa, vi faccio una condizioncella, mio venerabile signor Pasquale Capuzzi di Sinigaglia, il primissimo dei compositori d’Italia, l’ottimo dei cantanti. M’ha colmato veramente le orecchie quella gran scena delle nozze di Teti e di Peleo, che vi rubò quel ladro di Francesco, e ben mi piacerebbe che voleste cantarmela mentre vi acconcio la vostra spinetta. Io ve ne prego come di una grazia che mi fate.
Il vecchio sorrise con ogni compiacenza possibile, e disse: — Si vede bene, o signore, che voi siete un eccellente musico, poichè mostrate d’aver in pregio<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 59 —|}}</noinclude>le persone di merito più che non fanno questi ingrati Romani. Udite dunque l’arietta delle ariette.
E in questo il signor Capuzzi si levò sulla punta dei piedi socchiuse gli occhi a un dipresso come un gallo che si apparecchia a cantare, e cominciò con una voce così spaventosa, che accorsero le figlie e madonna, immaginando che quelle grida sinistre annunciassero qualche disgrazia. E si fermarono all’uscio percosse da meraviglia facendo così come un po’ di pubblico al sublime Virtuoso.
Intanto Salvatore aveva spalancata la spinetta e dato di mano alla tavolozza s’era dato a scombiccherare sul coperchio la più bizzarra pittura che gli sia mai girata pel capo. Il pensier principale era tratto da una scena dell’opera di Cavalli, le nozze di Teti; se non che il pittore v’intromise una turba d’altri personaggi, fra i quali si trovavano Capuzzi, Antonio, Marianna, lo stesso Salvatore, madonna Caterina, e le due figliuole non che il dottor Piramida, tutti così vivi e parlanti, atteggiati in un gruppo di tanto artifizio, che Antonio non potè tenersi di un gran grido di ammirazione.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 60 —|}}</noinclude>{{Nop}}
Il vecchio Capuzzi per nulla distratto dalla sua musica, continuò a tubare un interminabile recitativo, che durò forse due ore, e dopo cadde come rifinito sulla sua scranna. In questo Salvatore aveva appena terminato lo schizzo che già aveva tutta la perfezione di un quadro finito.
— Vi ho tenuto parola, signor Pasquale, a proposito della spinetta, e lo trasse per un braccio presso l’istrumento. A questa vista il gentiluomo si fregò gli occhi come se fosse stato un miracolo, poi riponendosi di fretta il bastone sotto l’ascella e il cappello sulla parrucca e dato un salto sulla spinetta ne scassinò di modo il coperchio che recatoselo in capo fuggì, tenendolo colle due mani, non senza meraviglia di madonna Caterina e delle due figliuole.
— Il vecchio ladro sa bene che non ha che a portare il coperchio al conte Colonna, od al mio amico Rossi per avere i quaranta ducati ed anche di più! disse Salvatore. Ed allora si mise a trovar modo con Antonio di dare effetto all’assalto notturno. Vedremo come ne verrà fatto.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 61 —|}}</noinclude>{{Nop}}
Venuta la notte, il signor Pasquale dopo aver ben chiusa la casa, si recò in braccio al consueto il suo eunuchetto. Lungo la strada l’omiciattolo si doleva vivamente della vita che menava in grazia del signor Pasquale, il quale non contento di fargli venire il rantolo a forza d’ariette, ed abbrustolirgli le mani a cuocere i maccheroni, stimava a proposito di usarlo in qualità di cameriere presso Marianna, professione in cui non gli toccavano che schiaffi e rabbuffi. Capuzzi lo consolò promettendogli di fargli dono d’una logora veste di peluzzo nero per un abito d’abate. Ma il nano malcontento volle di giunta una parrucca ed una spada. Così capitolando giunsero nella contrada Borgognona ove abitava Piticchinaccio distante quattro porte dalla casa di Salvatore.
Capuzzi depose il nano, aperse la porta e salirono insieme, l’omiccino dinanzi al grande. La scala era molto angusta, e così fatta come quella di un pollajo; ma non aveano ancora salita la metà dei gradini che s’intese un gran fracasso a capo della scala; era come la voce di un ubbriaco che scongiurava<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 62 —|}}</noinclude>l’inferno di volergli insegnar la maniera di entrare in quella maledetta casa. Piticchinaccio si strinse al cuore e scongiurò Capuzzi in nome di Dio di voler mettersi avanti; ma appena Pasquale ebbe fatto due passi che l’ubbriaco cadde dall’alto dei gradini, afferrò Capuzzi per le braccia facendolo girare come una trottola, e capitombolarono traendolo seco, fino in mezzo alla strada per la porta spalancata. Quivi caddero in un fascio, Capuzzi sul selciato, e l’altro steso su lui come un otre pesante.
— Gesummaria che caso è questo, signor Pasquale! come voi qui in ora così tarda? che accidente avete incontrato in questa casa? Così parlarono Antonio e Salvatore.
— È il mio ultimo giorno, disse Capuzzi gemendo. Questo briccone m’ha fracassato le ossa; non posso più muovere un dito.
— Vediamo un poco, disse Antonio, e si mise a cercare il corpo di Capuzzi, e lo tasteggiò così aspramente alla gamba destra che mise uno strillo.
— In nome di Dio, esclamò Antonio esterrefatto; voi vi siete rotta la gamba<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 63 —|}}</noinclude>sinistra, e dove il pericolo è maggiore. Se non vi soccorrono subito, siete morto, o zoppicherete tutta la vita.
Capuzzi mandò un grido di dolore.
— Tranquillatevi, mio buon signore, disse Antonio, quantunque pittore non ho scordato il mio antico mestiere di chirurgo. Noi vi recheremo a casa di Salvatore, e quivi sarete subito medicato.
— Mio buon signore, gorgogliò Capuzzi, voi nudrite dell’astio contro di me, io so....
— Ah! disse Salvatore, non si parli di ruggine, voi siete in pericolo e basta pel nostro dabben Antonio perchè vi proferìsca i suoi servigi.
— Su via, amico Antonio, ajutatemi a sollevarlo. E si dettero la mano a levare di terra il vecchio gentiluomo che si doleva amaramente dal malore che aveva alla gamba, e lo portarono a casa di Salvatore.
Madonna Caterina disse d’aver avuto il presentimento d’una disgrazia, che non s’era voluta coricare apposta. Anzi appena visto il gentiluomo gli fece un gran rabbuffo.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 64 —|}}</noinclude>{{Nop}}
— So bene, signor Pasquale, ciò che vi reca in questa casa. Stimate che la vostra Marianna possa far senza i servigi di madonna, ed abusate terribilmente la pazienza del povero Piticchinaccio di cui avete fatto una cameriera. Ma, eccovi, ogni carne ha il suo osso, e quando si hanno in casa delle figlie bisogna avere almeno una donna che le governi. Fate il passo secondo la gamba e non richiedete da Marianna quello che non potete richiedere, nè fate un carcere della vostra casa. Asino punto convien che trotti. Voi avete una bella nipote, vivete dunque come si conviene, e fate quel che ella vuole. Ma voi siete un zotico che non s’intende nulla di galanteria, e per giunta un innamorato geloso all’età vostra. Perdonatemi se vi dico tutto questo, ma chi ha nel petto fiele, non può sputar mele. Ebbene se come la vostra età lo fa presumere, voi aveste a morire di questa caduta, vi sia d’avviso che vostra nipote sposerà un bel giovane che gli lascerà tutta la sua libertà.
Una parola non aspettava l’altra; mentre che Salvatore ed Antonio trae-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 65 —|}}</noinclude>vano con diligenza i panni d’addosso a Capuzzi, e lo adagiavano a letto.
I rimproveri di Madonna Caterina furono per lui tante punture di coltello; e quando volle rispondere, Antonio gli chiuse la bocca perchè non aumentasse la grandezza del male, e gli fu forza di trangugiarsi la collera. Poi Salvatore mandò via anche la Caterina perchè apparecchiasse l’acqua gelata che dimandava Antonio.
Salvatore ed Antonio toccarono con mano che il mariuolo che aveano mandato nella casa di Piticchinaccio aveva meravigliosamente adempita la sua commissione. E da qualche contusione in fuori, come mostravano alcune lividure, non avea tocco altro danno dal capitombolo in apparenza così terribile.
Antonio deterse e bendò il piede del vecchio gentiluomo in modo che avesse a rimanere in letto come confitto; e vi fece sopra bagnuoli d’acqua ghiacciata, onde prevenire, come diceva, l’infiammazione.
— Mio buon signore, disse Capuzzi tutto raccapricciando dal freddo, ditemi se sono spicciato e se morrò?<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 66 —|}}</noinclude>{{Nop}}
— Tranquillatevi, signor Pasquale, poichè avete sostenuto la prima medicatura senza tormentarne, il pericolo non è più così grande; però non conviene che stiate un momento senza chirurgo.
— Ah! mio caro Antonio, voi sapete l’amore e la stima che ho per voi! Non è vero, caro figliuolo, che non m’abbandonerete?
— Benchè non sia più chirurgo, ed abbia detto addio alla lancetta, mi piglio volentieri il carico d’aver cura di voi, a condizione che mi siate grazioso della vostra confidenza e della vostra amicizia. Finora non siete stato troppo amorevole con me.
— Non parliamone più, mio caro Antonio, ve ne prego.
— Vostra nipote deve essere molto inquieta di non vedervi a tornare. E poichè siete in forza di essere trasportato, vi faremo portare a casa vostra domattina sull’alba. Quivi vi medicherò ancora una volta io stesso, e poi messo in pronto un novello apparecchio, dirò a vostra nipote che cosa abbia a fare perchè vi guarisca.
Il vecchio sospirò profondamente, chiuse gli occhi e stette qualche istante senza<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 67 —|}}</noinclude>parlare, poi stese la mano ad Antonio e gli disse:
— Non è vero che non avete mai pensato seriamente a Marianna? e se lo avete fatto v’è uscito dal cuore come interviene a tutti i giovani?
— Che volete, signor Pasquale, io credeva d’essere innamorato di Marianna e forse non intravedeva che un bel modello per la mia Maddalena. E forse non per altro il mio quadro... in somma Marianna m’è diventata indifferente.
— Tu sei il mio salvatore, la mia consolazione! non ho altra speranza che in te!
— In sul mattino quando entrò un po’ di luce per la finestra, Antonio disse a Capuzzi che era tempo di portarlo a casa sua. Il signor Pasquale non rispose che con un profondo sospiro, e Salvatore ed Antonio l’avvolsero in un gran mantello che era già stato del defunto marito di madonna Caterina. Due facchini lo adagiarono in una barella e lo trasportarono nella contrada Ripetta seguito dai due amici.
Veggendo lo zio in quel compassionevole stato, Marianna pianse e fu per dispe-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 68 —|}}</noinclude>rarsi, tanto la povera fanciulla avea buon cuore; ma nell’istesso tempo si rivelò la natura femminile, perchè bastò un’occhiata di Salvatore, perchè intendesse tutto l’arcano, ed un fino sogghigno spuntò fra le sue lagrime.
Antonio preparò un letto da maestro; riserrò di bel nuovo la bendatura, perchè Capuzzi fosse impedito di muoversi, e in grazia delle buone cure, gli diede l’immobilità di una marionetta a cui siano stati rannodati i fili. Poi lo seppellì sotto un monte di cuscini, avviluppandogli il capo d’una gran quantità di pezzuole bagnate che gli togliessero d’intendere i dolci colloquj dei due innamorati, a cui era dato finalmente di spandere l’anima in lagrime ed in baci.
Antonio non stette guari ad allontanarsi per andare, come disse, a fargli apparecchiare qualche bevanda che gli giovasse; ma in effetto per accomodarsi con Salvatore del modo che avevano a tenere perchè il vecchio gentiluomo fosse sempre più inchiodato in letto.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" />{{RigaIntestazione||— 105 —|}}</noinclude>quelle». E lui capì, perchè mi guardò intensamente, proprio con un’occhiata d’amore, e riprese il discorso:
— Non c’è più venuta però a Sant’Eufemia.
— No. Stiamo troppo lontano... La mia matrigna non vuole.
— Ma lei vorrebbe, però?
Voleva dire, e gli occhi e la voce lo dissero: «Vorrebbe rivedermi e ripetere quelle occhiate?»
Ed io risposi a quella domanda sottintesa, sinceramente, seria e commossa come se avessi realmente confessato il mio amore:
— Io, sì, vorrei.
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— Grazie! — ed allora tutto fu detto. Ci eravamo compresi, ed eravamo commossi tutti e due. Passava il baldacchino col Sacramento. I contadini in istrada s’inginocchiarono tutti. La Titina piombò in ginocchio. Io<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Smd13" />{{RigaIntestazione||— 129 —|}}</noinclude>fusero, si strinsero, si baciarono lungamente.
Quando la voce stonata del prete, e subito dopo quelle alte e festose dei musici, intuonarono l’''O salutaris hostia'', io mi scossi sbalordita, confusa, inebriata, come da un lungo amplesso. Mi pareva d’essermi legata anche più strettamente a lui; sentivo d’appartenergli.
Finchè durò l’ottava, rialzammo il capo al momento della benedizione, e ripetemmo quella specie di muto ed ardente colloquio d’amore, che mi lasciava turbata come una colpa, ma pazzamente felice.
Per tutta la mia vita, quell’alto silenzio della benedizione mi ricordò la gioia di quell’ora, e mi commosse, e mi fece piangere. I miei parenti ed amici hanno una grande idea della mia divozione.
Finita l’ottava, sentii una gran mancanza, mi parve che fosse avvenuta una grave catastrofe, come un incendio, un’inondazione<noinclude></noinclude>
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{{Qualità|avz=100%|data=11 settembre 2026}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = Maria Antonietta Torriani
| Titolo =Un matrimonio in provincia
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{{ct|f=120%|L=0px|v=3|t=3|GIAMBATTISTA MARINO}}
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Dr Zimbu
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{{Ct|f=130%|v=1|II}}
{{Ct|f=130%|v=1|SECONDO AMORE}}
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<section end="s2" /><section begin="s3" />
{{ct|c=t1|XXVIII}}
{{ct|c=t|Ella dal cielo gli perdoni il nuovo amore.}}
<poem>
:A quel che fe’ nel cor l’alta ferita,
soavissimo stral, cheggio perdono,
se degli occhi, ond’uscío, piú non ragiono,
{{R|4}}e se d’altra beltá l’alma è invaghita.
:Poi che lor luce e mia speme infinita
Morte empia spense e ’l suo piú caro dono
chi cel die’ si ritolse, in abbandono
{{R|8}}diedi al dolor la mia angosciosa vita;
:le cui spine pungean l’anima tanto,
che non scerneva il suo sereno stato
{{R|11}}e chiudeva a se stessa il camin santo:
:diei loco a nuova fiamma, onde, lentato
il duol acerbo e scosso il mortal manto,
{{R|14}}vengo, ove sei, talor lieto e beato.
</poem>
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Dr Zimbu
1553
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|34|giovanni guidiccioni|}}</noinclude><section begin="s1" />
{{Ct|f=100%|v=1|2.}}
{{Ct|f=100%|v=1|{{Sc|il trionfo della castitá}}}}
{{Ct|f=90%|v=2|(1528)}}
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{ct|c=t1|LI}}
{{ct|c=t|Un miracolo di donna, la sua.}}
<poem>
:Chi desia di veder dove s’adora,
quasi nel tempio suo, vera pietate,
dove nacque bellezza ed onestate
{{R|4}}d’un parto e ’n pace or fan dolce dimora,
:venga a mirar costei, che Roma onora
sovra quante fûr mai belle e pregiate,
a cui s’inchinan l’anime ben nate,
{{R|8}}com’a cosa qua giú non vista ancora.
:Ma non indugi, perch’io sento l’Arno,
che ’nvidia al Tebro il suo piú caro pegno,
{{R|11}}richiamarla al natio fiorito nido.
:Vedrá, se vien, come si cerca indarno
per miracol sí novo e quanto il segno
{{R|14}}passa l’alma beltá del mortal grido.
</poem>
<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||ii - rime d'amore e di religione|43}}</noinclude><section begin="s1" />
{{ct|c=t1|LXVIII}}
{{ct|c=t|Tramonti la luna, l’oscuritá l’assecondi.}}
<poem>
:O tu, cui ’l Sol de la sua luce adorna,
alma beata Luna, ch’or ten vai
per l’ampio ciel superba de’ bei rai,
{{R|4}}ambe innalzando le tue ricche corna,
:se ne la mente alcun dolce ti torna,
ch’amando il bel pastor giá sentito hai,
nascondi il chiaro tuo splendore omai,
{{R|8}}che l’ombra fosca de la notte aggiorna,
:acciò ch’io possa, sconosciuto e solo,
per l’amico silenzio gir lá, ov’io
{{R|11}}de’ mie’ affanni (o ch’io spero) avrò mercede;
:ch’intanto l’ora s’avvicina e ’l mio
desir mi sface, mi solleva a volo
{{R|14}}se non quanto il poter fallace riede.
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{ct|c=t1|LXIX}}
{{ct|c=t|Dolce liberatrice la morte.}}
<poem>
:Avvezzatici a morir, se proprio è morte
e non piú tosto una beata vita
l’alma inviar per lo suo regno ardita,
{{R|4}}ov’è chi la rallumi e la conforte;
:l’alma ch’avvinta d’uno stretto e forte
nodo al suo fral, ch’a vano oprar la ’nvita,
non sa da questo abisso, ov’è smarrita,
{{R|8}}levarsi al ciel su le destr’ali accorte;
:ché sí gradisce le visibil forme
e ciò ch’è qui tra noi breve e fallace,
{{R|11}}ch’oblia le vere e ’l suo stato gentile.
:Quel tanto a me ch’io men vo dietro a l'orme
di morte cosí pia, diletta e piace;
{{R|14}}ogn’altra vita ho per noiosa e vile.
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
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{{Ct|f=100%|v=1|3.}}
{{Ct|f=100%|v=1|LA LONTANANZA}}
{{Ct|f=100%|v=2|(1529-1530)}}
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{ct|c=t1|LXX}}
{{ct|c=t|Lagnasi, costretto a dipartirsi dalla sua donna.}}
<poem>
:Qui, donde a forza, doloroso e lasso,
col piè diparto, il cor ne’ lacci avvolto,
ch’Amor m’ha d’oro orditi, ed un bel volto,
{{R|4}}sovra il sol chiaro, or invaghito lasso.
:Qui nel profondo mar piú che di passo
degli amorosi affanni entro, e, con molto
pensier d’avermi a me medesmo tolto,
{{R|8}}rassembro in vista uom no, ma freddo sasso.
:Vero è che se talor ne’ suoi pensieri
qual io sia mi capissi, assai mi fôra
{{R|11}}men grave il trar questa angosciosa vita:
:ma il lor alto viaggio è cosí fuora
del basso uso mortal, che quel ch’io speri
{{R|14}}non veggio in questa acerba empia partita.
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
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{{Ct|f=100%|v=1|3.}}
{{Ct|f=100%|v=1|{{sc|la lontananza}}}}
{{Ct|f=90%|v=2|(1529-1530)}}
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{ct|c=t1|LXX}}
{{ct|c=t|Lagnasi, costretto a dipartirsi dalla sua donna.}}
<poem>
:Qui, donde a forza, doloroso e lasso,
col piè diparto, il cor ne’ lacci avvolto,
ch’Amor m’ha d’oro orditi, ed un bel volto,
{{R|4}}sovra il sol chiaro, or invaghito lasso.
:Qui nel profondo mar piú che di passo
degli amorosi affanni entro, e, con molto
pensier d’avermi a me medesmo tolto,
{{R|8}}rassembro in vista uom no, ma freddo sasso.
:Vero è che se talor ne’ suoi pensieri
qual io sia mi capissi, assai mi fôra
{{R|11}}men grave il trar questa angosciosa vita:
:ma il lor alto viaggio è cosí fuora
del basso uso mortal, che quel ch’io speri
{{R|14}}non veggio in questa acerba empia partita.
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Dr Zimbu
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/* Riletta */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||ii - rime d'amore e di religione|45}}</noinclude><section begin="s1" />
{{ct|c=t1|LXXI}}
{{ct|c=t|Sul medesimo argomento.}}
<poem>
:O tristi pensier miei,
non fia ch’io speri mai
uscir d’affanni e guai
né veder lieti voi, com’io dovrei:
{{R|5}}dunque prendiamo ardire,
voi nel dolore ed io nel mio martíre;
ché, poich’io non potei
in quel punto morire,
ch’io lasciai que’ begli occhi e ’l mio cor seco,
{{R|10}}dolenti state meco,
e al nostro van disio
tanto pensate voi quant’il piangh’io.
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{ct|c=t1|LXXII}}
{{ct|c=t|Brama, lontano, rivederla.}}
<poem>
:Vedrò quegli occhi mai chiari e lucenti,
ove dipinto è il fin de le mie pene,
e i bei crin, ove Amor preso mi tiene
{{R|4}}con mille lacci e mille nodi ardenti?
:Quand’udirò giá mai que’ dolci accenti,
per cui tanta dolcezza al cor mi viene?
Quando sará che l’ore mie serene
{{R|8}}porgan riposo a sí lunghi tormenti?
:Deh, fia mai ’l dí che ’l ciel mi renda tanto
che, come sconosciuto pellegrino,
{{R|11}}ne ’nvoli or una ed or un’altra parte?
:o quell’almen che appar fuor del bel guanto,
la qual, come Amor vuol e ’l mio destino,
{{R|14}}umilmente consacro in mille carte?
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
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/* Riletta */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|46|giovanni guidiccioni|}}</noinclude><section begin="s1" />
{{ct|c=t1|LXXIII}}
{{ct|c=t|Sospira di rivederla.}}
<poem>
:Io aspetto pur quel giorno sospirando,
nel qual comprenda il mio felice stato
e quanto i’ sia tra gli altri ’l piú beato:
{{R|4}}cosí passo il mio tempo ardendo, amando.
:Dimmi, Amor, tu che ’l sai, ti prego, quando
verrá quel punto tanto desiato,
che, godendo quel ben che m’hai giá dato,
{{R|8}}io vada per dolcezza lacrimando?
:Verrá quell’ora mai, verrá quel giorno,
che, mirando i begli occhi e ’l dolce riso,
{{R|11}}scacci dal petto mio téma e dolore?
:Dí per me felicissimo ed adorno,
fia mai, mercé del tuo chiaro splendore,
{{R|14}}ch’io resti in terra e ’l cor sia in paradiso?
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{ct|c=t1|LXXIV}}
{{ct|c=t|Forse ad Alessandro Ruffini, men pudico in amore.}}
<poem>
:Qui dove i lumi bei solean far giorno
a le tue notti e mie, qui dove ’l riso
n’aperse il chiuso ben del paradiso,
{{R|4}}veggio ombre oscure, ovunque miro intorno;
:ma pur ne l’aria del bel viso adorno,
c’ha me dal mondo e te dal cor diviso,
soavemente col pensier m’affiso,
{{R|8}}e con lui piú che mai lieto soggiorno.
:Tu no, cui fiamma men pudica il core
arde e consuma, né piacer può quella
{{R|11}}bellezza che lontan vede occhio interno;
:e credi ghiaccio il mio non vero ardore,
cui piú che ’l velo suo l’alma par bella,
{{R|14}}e gioiscon gli spirti nel suo eterno.
</poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Bruto di Bretagna
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Porto il SAL a SAL 75%
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{{Qualità|avz=75%|data=12 settembre 2026}}
{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = Antonio Pucci
| Nome e cognome del curatore = Ezio Levi
| Titolo = Bruto di Bretagna
| Anno di pubblicazione = 1914
| Lingua originale del testo =
| Nome e cognome del traduttore =
| Anno di traduzione =
| Progetto =
| Argomento = cantari
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu
}}
{{raccolta|Fiore di leggende, Cantari antichi}}
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|202|{{Sc|viii - bruto di bretagna}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|4|o1}}
:Ed ella li rispose: — Po’ ch’io sento
il tuo volere, or vo’ che ’l mio tu saccia.
Se tu vòi del mio amore esser contento,
d’una cosa ch’i’ ho voglia mi procaccia. —
Disse ’l donzel: — Dite ’l vostro talento,
ché ’l non fia cosa, ch’io per voi non faccia,
e’ sia ad acquistar, quanto vuol, forte,
ch’i’ no’ mi metta per aver la morte. —
{{o|5|o1}}
:Disse la donna: — Or vedi, cavaliere,
lá dove fa lo re Artú dimoro,
ha nella sala un nobile sparviere
che sta legato ad una stanga d’oro.
Appresso quell’uccel, eli’è sí maniere,
due bracchi stan che vaglion un tesoro,
la carta de le regole d’amore,
dove son scritte ’n dorato colore.
{{o|6|o1}}
:E, stu puoi far ch’i’ abia quel c’ho detto,
pognam che te sia greve ad acquistare,
infino ad ora ti giuro e prometto
ch’altri che te giammai non voglio amare.
Ed el rispose: — Questo m’è diletto.
Addio, madonna, ch’i’ ’l vo a procacciare! —
E tanto cavalcò dopo ’l comiato,
che ’n la selva reai si fu trovato.
{{o|7|o1}}
:E, cavalcando per la selva scura,
pervenne a luoghi molt’aspri e crudeli
e poi, pensando sopra sua ventura,
ed una damigella senza veli
l’apparve e disse: — Non aver paura,
ch’i’ so dove tu vai, benché tu ’l celi;
ma tu seristi a troppo gran periglio,
se tu da me non avessi consiglio. —
</poem><noinclude></noinclude>
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Francyskus
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|viii - bruto di bretagna}}|203}}</noinclude>
<poem>
{{o|8|o1}}
:Ed egli, udendo ciò, guardava fiso
la biondissima e vaga damigella:
a li capelli ch’avea dietro al viso
portava d’òr legata una cordella,
dicendo: — Dama, angel di paradiso,
che luci piú che la Diana stella,
deh, dimmi perch’io vo, se tu lo sai,
e poi ti crederò ciò che dirai! —
{{o|9|o1}}
:Ed ella, rispondendo al suo dimando,
a motto a motto tutto gli contòne
com’e perché n’andava, e come e quando
e’ s’era mosso per cotal cagione.
E Bruto disse: — I’ mi ti raccomando
che m’aiuti fornire mia ’ntenzione.
Oh, dimmi il modo che ti par ch’io pigli,
ch’io no’ mi partirò di tuo’ consigli! —
{{o|10|o1}}
:Ed ella disse: — Ben t’aterò alquanto,
se per mio senno portar ti vorrai.
Sappi che quel che tu brami cotanto
in nulla guisa acquistar non potrai,
se primamente tu non ti dá’ vanto
d’avere amor di bella donna, s’hai,
piú ch’alcun altro cavalier che truovi,
e per battaglia poi convien che ’l pruovi.
{{o|11|o1}}
:Ma nel palazzo non potra’ entrare,
se ’l guanto de l’uccel non hai primieri,
e tu quel guanto non potrá’ ’equistare,
se non combatti con duo cavalieri,
i quali son posti ’l guanto guardare,
e son gioganti molti arditi e fieri
Se tu gli vinci, non toccar da loro,
ma spicca tu da la colonna d’oro. —
</poem><noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|204|{{Sc|viii - bruto di bretagna}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|12|o1}}
:E Bruto disse: — Dama, i’ non potrei
donna nomar di tanta appariscenza.
Se non ti fosse grave, ben vorrei
che tu di te mi dessi la licenza. —
Ed ella disse: — Fa’ ciò che tu déi,
ch’i’ son contenta per tal convenenza. —
E con fermezza d’amore il baciòe,
e un destriero fornito gli donòe.
{{o|13|o1}}
:E disse: — E’ ti convien sanza pavento
cavalcare e combatter con ardire;
tu ha’ cavai che corre come vento
e meneratti dove tu vogl’ re. —
Ed e’ vi montò su con ardimento,
e ringraziolla molto in suo partire,
e tanto degli sproni el destrier punse,
ch’a la riva d’un gran fiume giunse.
{{o|14|o1}}
:E, non possendo quel fiume passare
perch’era cupo e d’ogni lato monte,
lungo la riva prese a cavalcare,
tanto che d’oro ebbe trovato un ponte,
ch’era sí basso, che per l’ondeggiare
l’acqua sopr’esso ispesso facía fonte.
Dal primo capo un cavalier avea,
armato e fier quantunque si potea.
{{o|15|o1}}
:E Bruto, poscia che l’ebbe veduto,
il salutò co’ molta cortesia
e quello gli rispuose a suo saluto,
ma domandollo poi perché venía.
E Bruto gli rispuose: — I’ son venuto
per passar qui, se tolto no’ mi fia.
— Per passar no — rispuose quel guardiano,
ma per aver la morte di mia mano!
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/211
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Francyskus
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|viii - bruto di bretagna}}|205}}</noinclude>
<poem>
{{o|16|o1}}
:Ma, perché se’ di giovanezza tale,
i’ ti vo’ perdonar — gli disse accorto, —
che ma’ non arrivò in queste contrade
picciol né grande, che non fosse morto;
ma, perch’io veggio per sempricitade
t’ha fatto pervenire a questo porto,
o lassa l’arme e tutti arnesi tuoi,
e vattene al piú presto che tu puoi. —
{{o|17|o1}}
:Rispose Bruto: — Ha’ tu tanta mattezza,
che credi per tuo dire i’ lasci l’arme?
Intendo di provar mia giovinezza
contro chi ’l passo vorrá constrastarme! —
Ed e’ sí fo adirato e con fierezza
disse: — Se tu se’ stolto, come parme,
da po’ch’io veggio che vò’ pur morire,
e tu morrai! — E corselo a fedire.
{{o|18|o1}}
:E di molt’arme gli tagliava adosso,
ed in piú parte la carne gli afferra.
E Bruto allor, sentendosi percosso,
e ’l sangue suo cadere in su la terra,
e la sua donna gli tornò nel cosso,
ond’egli isprona il buon destrier di guerra,
e ferí quel guardian sí aspramente,
che per morto l’abatte di presente.
{{o|19|o1}}
:E quel giogante gli chiese mercede,
ed egli perdonò per cortesia,
e ’l suo cavallo degli sproni fiede
e per lo ponte subito si ’nvia.
Quando il guardian da l’altra parte vide
ch’al suo compagno pur morte giungía,
di forte il ponte cominciò a corlare
che spesso sotto l’acqua il facía andare.
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/212
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Francyskus
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<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|206|{{Sc|viii - bruto di bretagna}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|20|o1}}
:E Bruto, per bontá del buon cavallo,
pur passò oltre per lo ponte ratto,
e giunse a quel fellone quale strale,
dove crollava il ponte al primo tratto,
che su la testa ferí senza fallo
e, per vendetta di quel ch’avea fatto,
per forza il prese e nel fiume il gittòe,
onde il guardian di subito affogòe.
{{o|21|o1}}
:E, quando egli ebbe valicato il passo
ed amendue le guardie abattute,
ed e’ si risposò, perch’era lasso
delle percosse, c’have ricevute;
e ’l meglio che poté, seggendo a basso,
venne curando tutte suo’ ferite.
Po’ valorosamente, come saggio,
montò a cavallo ed uscí di suo viaggio.
{{o|22|o1}}
:E, cavalcando il franco damigello
per un bel prato tutto pien di fiori,
vide un palazzo fortissimo e bello,
ma no’ parea ch’avesse abitatore,
però che porta, finestra o sportello
no’ si vedea da lato né di fuori.
Nel prato sí v’avea mensa d’ariento,
piena di cibi e d’ogni guarnimento.
{{o|23|o1}}
:E poi appresso vide sotto un pino
un gran vaso d’argento pien di biada,
ond’egli ismonta, di coraggio fino,
perché per suo destrier molto gli agrada.
Trassegli il freno e puosegli all’orino,
perché rodesse, poi d’intorno vada.
No’ veggendo persona, fra sé pensa:
— Sia ciò che puote! — e fussi posto a mensa.
</poem><noinclude></noinclude>
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Francyskus
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<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|viii - bruto di bretagna}}|207}}</noinclude>
<poem>
{{o|24|o1}}
:Mangiando francamente, come quello
ch’avea grande bisogno di mangiare,
una porta s’aperse del castello,
che facea sí grandissimo sonare,
che maravigliar face quel donzello;
sicché ristette e volsisi a guardare,
ed e’ vide venire un gra’ giogante
verso di sé con un baston pesante.
{{o|25|o1}}
:E da seder non si mosse costui,
ma piú che mai mangiava alla sicura.
Disse il giogante, quando giunse a lui:
— Che ne fa’ tu costá senza paura?
Queste mense son messe per altrui,
cioè per gente di miglior natura.
E Bruto mangia prima quanto volle
poi gli rispuose: — Deh, quanto se’ folle! —
{{o|26|o1}}
:Se queste mense son per gentil gente,
ed io mi tengo ben d’esser gentile,
ché ’l padre mio fu molto soficiente,
e suo paese molto signorile.
A la corte del re, ch’è sí possente,
per ch’io vi mangi, no’ manca’ su’ stile.
E son venuto per portarne meco
uno isparviere che ’l re Artú ha seco. —
{{o|27|o1}}
:Disse il giogante: — Oh! t’inganna il pensiero,
ché gran sempricitá nel cor t’abonda;
ché sarebbe impossibile ad avere
al piú prod’uom, che è ’n Tavola rotonda;
ch’è per guardia del guanto piú vedere
che quel palazzo intorno non cerconda,
e, se compagni avessi un centinaio,
ti veterebbe il passo il portinaio.
</poem><noinclude></noinclude>
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Francyskus
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|viii - bruto di bretagna}}|207}}</noinclude>
<poem>
{{o|28|o1}}
:Però, deh, parti, e torna in tuo paese
po’che ancora non t’è la vita tolta;
lassa l'arme e ’l caval, ch’a le tue spese
vo’ ch’abbi manicato a questa volta. —
Rispuose allora quel donzel cortese:
— Per cosa molto grande ora m’ascolta,
ch’io, prima che per te i’ torni adrieto,
teco saprò se l'arme mia han divieto! —
{{o|29|o1}}
:Disse il giocante: — Con questo bastone
io n’ho giá morti piú di cinquecento;
ma, perché tu mi par troppo garzone,
sí perdonava al tuo gran falimento.
Ora ti dico ch’i’ ho intenzione
di raddoppiarti la pena e’l tormento.
Ora va’, monta a caval, ché ’l ti bisogna,
ch’io non ti voglio a piè, per piú vergogna.
{{o|30|o1}}
:Rispuos’allora il valoroso Bruto:
— Non piacci a Dio che io monti in arcione,
ched e’ sarebbe troppo gran partito
combattere a caval con un pedone!
Or come cavalier prod’ ed ardito
— disse al giogante — fa’ tua difensione! —
E colla ispada fiede arditamente,
ma no’ che sangue gli uscisse niente.
{{o|31|o1}}
:Disse il giogante, di niquizia pregno:
— Io te ne pagherò, se Dio mi vaglia! —
col baston del metallo e non di legno,
che lo menava come fil di paglia,
e fedía Bruto con un tal disdegno,
che di molt’arme addosso sí gli taglia,
e feciolo per forza inginocchiare,
sicché di morte e’ cominciò a dottare.
</poem><noinclude></noinclude>
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Francyskus
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|208|{{Sc|viii - bruto di bretagna}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|28|o1}}
:Però, deh, parti, e torna in tuo paese
po’che ancora non t’è la vita tolta;
lassa l'arme e ’l caval, ch’a le tue spese
vo’ ch’abbi manicato a questa volta. —
Rispuose allora quel donzel cortese:
— Per cosa molto grande ora m’ascolta,
ch’io, prima che per te i’ torni adrieto,
teco saprò se l'arme mia han divieto! —
{{o|29|o1}}
:Disse il giocante: — Con questo bastone
io n’ho giá morti piú di cinquecento;
ma, perché tu mi par troppo garzone,
sí perdonava al tuo gran falimento.
Ora ti dico ch’i’ ho intenzione
di raddoppiarti la pena e’l tormento.
Ora va’, monta a caval, ché ’l ti bisogna,
ch’io non ti voglio a piè, per piú vergogna.
{{o|30|o1}}
:Rispuos’allora il valoroso Bruto:
— Non piacci a Dio che io monti in arcione,
ched e’ sarebbe troppo gran partito
combattere a caval con un pedone!
Or come cavalier prod’ ed ardito
— disse al giogante — fa’ tua difensione! —
E colla ispada fiede arditamente,
ma no’ che sangue gli uscisse niente.
{{o|31|o1}}
:Disse il giogante, di niquizia pregno:
— Io te ne pagherò, se Dio mi vaglia! —
col baston del metallo e non di legno,
che lo menava come fil di paglia,
e fedía Bruto con un tal disdegno,
che di molt’arme addosso sí gli taglia,
e feciolo per forza inginocchiare,
sicché di morte e’ cominciò a dottare.
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Francyskus
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|viii - bruto di bretagna}}|209}}</noinclude>
<poem>
{{o|32|o1}}
:E poi gli disse: — Po’ che tanta noia
t’ha fatto il primo, che fará il secondo?
Tu ci venisti per acquistar gioia,
i’ ti farò portar di morte pondo,
ché veramente convien che tu muoia,
sicché mal ci venisti a questo mondo. —
E la mazza levò co’ gra’ tempesta,
volendo dare a Bruto in su la testa.
{{o|33|o1}}
:E, quando Bruto vidde la colonna,
cioè ’l baston che ’l giogame have ’n alto,
ed e’ si ricordò della sua donna,
e’ ferí lui sopra ’l lucente smalto,
sicché, per che di ferro avesse gonna,
poco gli valse allo secondo assalto:
e’ diedegli tal colpo in su la spalla
che col bastone il braccio a terra ’valla.
{{o|34|o1}}
:— Deh! no’ mi uccider, per lo tuo migliore
— disse il giogante, sentendo tal pena, —
ch’io ti recherò il guanto del signore,
e tu potrai intanto prender lena.
— Tu mi vogli ingannare, o traditore! —
rispose Bruto, e dettegli una mena.
Ed e’ per téma della morte volse,
e menol seco dov’ il guanto tolse.
{{o|35|o1}}
:E, come Bruto il guanto ell’ha spiccato,
e grande istrida dentro si leváro,
e non vi si vedeva in nessun lato
chi si facesse il pianto cosí amaro.
Ed egli vettorioso torna al prato,
e montò al destriero allegro e gaio,
e cosí cavalcò parecchi giorni
pur per pratelli di bei fiori adorni.
</poem><noinclude></noinclude>
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Francyskus
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|210|{{Sc|viii - bruto di bretagna}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|36|o1}}
:E, riguardando, vede dalla lunge
il palazzo real dello re Artú,
e forte degli sproni il destrier punge,
tanto ch’a quella porta giunto fu;
e, siccome alla porta mastra giunge,
mostrò il guanto e fu lasciato ire su
da dodici guardian, che disson: — Passa,
ché la tua vita sará molto bassa! —
{{o|37|o1}}
:Signor, sappiate che secento braccia
aveva di lunghezza quel palazzo,
e d’ariento avea ’l tetto e la faccia
e dentro d’oro le mura e lo spazzo,
iscala e panca v’ha, che ciascun saccia,
ch’eran d’avorio, intagliate a sollazzo
e sonvi d’oro altri sette iscaglioni.
Sedevi re Artú con suo’ baroni.
{{o|38|o1}}
:E Bruto arditamente per la scala
montò, pensando di tal novitade;
e, quando giunse in su la mastra sala
e vide il re con tanta nobiltade,
con riverenza inginocchiando cala
e salutollo con benignitade.
E re Artú gli rendé suo saluto,
benché ma’ piú no’ lo avesse veduto.
{{o|39|o1}}
:— Perché venisti a meco, in questa corte? —
disse un di que’ baroni in corte. Piano
rispuose Bruto con parole accorte:
— Venuto son per lo sparvier sovrano. —
Disse ’l baron: — Per cosí fatta sorte,
credo che tu sara’ venuto invano!
Onde ti move ardir di cheder dono,
che piú di miile giá morti ne sono? —
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/217
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Francyskus
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|viii - bruto di bretagna}}|211}}</noinclude>
<poem>
{{o|40|o1}}
:Bruto, pensando di quella ch’egli ama,
rispuose lietamente a quel barone,
dicendo: — Lo sparvier di sí gran fama
i’ non dimando senza gran cagione,
ch’i’ ho l’amor della piú bella dama
che niun altro di questa magione.
E, se alcun ci è che voglia contastare,
per forza d’arme gliel tolgo a provare! —
{{o|41|o1}}
:Rispose quel baron: — Siene a la pruova!
Però ch’io vo’ difendere la mia ’manza,
ch’a petto a lei la tua non vai tre uova,
però che di beltade ogn’altra avanza.
E veramente, anzi che tu ti muova,
confessar ti farò co’ mia possanza. —
E ’n un pratello si furono armati
dentro al palazzo, e furonsi isfidati.
{{o|42|o1}}
:E ferirse l’un l’altro co’ la lancia
sí forte, che le rupper negli scudi,
e, poi che dato s’ebben cotal mancia,
miser mano a le spade i baron drudi;
e l’uno e l’altro non pareva ciancia,
quando si riscontrâr co’ ferri ignudi;
e ’l baron per tal forza Bruto offese,
che de l’elmo tagliò quanto ne prese.
{{o|43|o1}}
:E Bruto si ricorda su quell’ora
di quella donna per cui amor fa questo,
di che el rinvigorisse e risan’ora;
e con la spada in mano, ardito e presto,
feríe ’l baron, sí che senza dimora
in su la terra cadde manifesto.
V’olendosi levare a questo tratto,
e Bruto smonta ed ucisclo affatto.
</poem><noinclude></noinclude>
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Francyskus
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|viii - bruto di bretagna}}|211}}</noinclude>
<poem>
{{o|40|o1}}
:Bruto, pensando di quella ch’egli ama,
rispuose lietamente a quel barone,
dicendo: — Lo sparvier di sí gran fama
i’ non dimando senza gran cagione,
ch’i’ ho l’amor della piú bella dama
che niun altro di questa magione.
E, se alcun ci è che voglia contastare,
per forza d’arme gliel tolgo a provare! —
{{o|41|o1}}
:Rispose quel baron: — Siene a la pruova!
Però ch’io vo’ difendere la mia ’manza,
ch’a petto a lei la tua non vai tre uova,
però che di beltade ogn’altra avanza.
E veramente, anzi che tu ti muova,
confessar ti farò co’ mia possanza. —
E ’n un pratello si furono armati
dentro al palazzo, e furonsi isfidati.
{{o|42|o1}}
:E ferirse l’un l’altro co’ la lancia
sí forte, che le rupper negli scudi,
e, poi che dato s’ebben cotal mancia,
miser mano a le spade i baron drudi;
e l’uno e l’altro non pareva ciancia,
quando si riscontrâr co’ ferri ignudi;
e ’l baron per tal forza Bruto offese,
che de l’elmo tagliò quanto ne prese.
{{o|43|o1}}
:E Bruto si ricorda su quell’ora
di quella donna per cui amor fa questo,
di che el rinvigorisse e risan’ora;
e con la spada in mano, ardito e presto,
feríe ’l baron, sí che senza dimora
in su la terra cadde manifesto.
Volendosi levare a questo tratto,
e Bruto smonta ed uciselo affatto.
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Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/218
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2026-09-12T01:58:07Z
Francyskus
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|212|{{Sc|viii - bruto di bretagna}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|44|o1}}
:E poscia se n’andò ritto a la stanga
e tolse lo sparvier, la carta e’ cani
e partendosi disse: — A Dio rimanga
lo re Artú con i suoi baron sovrani! —
E tutta quella corte par che pianga
ch’un uom cosí gaiardo s’allontani.
Lecenziato dal re, che se ne vada,
vettorioso tornò a sua contrada.
{{o|45|o1}}
:E giorno e notte tanto ha cavalcato,
ched egli giunse a la donna selvaggia,
quella che prima gli aveva insignato
come salir si voleva tal piaggia,
e, poi che ’l suo saluto gli ha donato,
ed ella gli responde come saggia:
— Ben sia venuto, per le mille volte,
sí fatto amante, che no’ l’hanno molte! —
{{o|46|o1}}
:E poi con baci e con abbracciamenti
gran pezza il tenne, senz’altro fallace,
e poi li disse: — Mò che t’argomenti
di ritornare a tua donna verace? —
Ed e’ le disse: — Se tu te contenti,
i’ farò volentier ciò che ti piace. —
E ringraziolla di coraggio fino,
poi si partí e tornò a suo cammino.
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/82
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|74||}}</noinclude>[[File:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 1 - 1802 (page 12 1 crop).png|center|450px]]
{{Ct|t=1|Nel {{Sc|Giornale}} dell’Anno 1794.}}
{{Ct|RICORDI ECONOMICI|class=capitoletto}}
{{Ct|DEL CELEBRE FRANKLIN.}}
[[File:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 2 - 1802 (page 132 crop).png|center|120px]]
{{CapoletteraVar|Q}}uel meraviglioso Uomo di {{Wl|Q34969|Benjamino Franklin}}, volendo giovare in tutti i modi alla sua nazione, componeva e pubblicava ogn’anno, essendo Stampatore di professione, un Almanacco, in cui inseriva Massime morali, ed economiche, essendo questo il mezzo più facile di far penetrare al popolo la verità; e facea comparire tale Almanacco sotto il nome del ''buon Uomo Ricardo''. Uno squarcio di queste Massime, che credo più utili di molti pronostici del tempo, e delle sentenze dei sette Sapienti, ho inserito quest’anno in questo Lunario.
Finge il Franklin che si trovi ragunato un gran numero di gente per un ''Incanto'', o<noinclude></noinclude>
fzis2bflgouv0z5xmnbr0yd6d9okcz0
Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/83
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|75}}</noinclude>vendita di mobili di casa, che si andava a fare, come si pratica ne’ paesi Oltramontani. Finchè veniva l’ora dell’''Incanto'', ciarlavano quelle genti tra loro, e il principal soggetto dei discorsi era la durezza dei tempi, il caro prezzo dei viveri, le gravezze pubbliche, ec. Passò a caso il Vecchio Abramo, uomo conosciuto, rispettabile per l’età, per la probità, per la saviezza. Viene fermato; ascolta questi lamenti, ed interrogato cosa pensasse di tale infelicità di tempi, Franklin gli mette in bocca questo discorso.
Miei cari Amici, e buoni vicini, egli è certo che i viveri son cari, le gabelle, le spese pesanti; pure noi potressimo farvi fronte se non avessimo tante altre spese volontarie. Ma noi ne abbiamo una quantità di altre assai più onerose: per esempio, la nostra pigrizia ci toglie due volte altrettanto di quel che esige il Governo; il nostro orgoglio tre, e la nostra spensieratezza quattro volte ancora altrettanto. Queste tasse sono di tal natura che ai Commissarj non è possibile diminuirne il peso, o liberarcene. Nulla ostante v’è a sperar qualche cosa, se vorremo seguire un saggio consiglio, giacchè<noinclude></noinclude>
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Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/84
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|76|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>come dice l’uom da bene Riccardo nel suo Almanacco del 1733, ''Dio dice all’Uomo, ajutati, che ti ajuterò anch’io''.
Se vi fosse un Governo che obbligasse i sudditi a contribuire regolarmente pel di lui servizio la decima parte del loro tempo, tal condizione verrebbe trovata certamente assai dura: or la maggior parte di noi altri è tassata dalla propria pigrizia in un modo molto più duro. Poichè se voi contate il tempo che passate in un ozio assoluto, cioè, o non facendo cosa alcuna, o distraendovi in cose di nessuna rilevanza, troverete che dico la verità. L’ozio trae seco degli incomodi, ed accorcia sensibilmente la durata della vita: l’ozio, come dice l’uom dabbene Riccardo, somiglia alla rugine, esso logora assai più che la fatica: la chiave che si adopera è sempre lustra, ''ma se voi amate la vita'', come dice l’Uom dabbene Riccardo, ''non dissipate il tempo, di cui la vita è fatta''. Quanto tempo non concediamo noi al sonno, oltre a quello che dovressimo dargli naturalmente? Noi ci dimentichiamo; che ''Volpe che dorme'' non prende ''Polli'', e che avremo tempo bastantemente da dormire, quando sarem nel sepolcro. Se il tempo è il più pregiato dei<noinclude></noinclude>
lqfk5jzfsju1dywq91dfwibmxvfcfha
Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/85
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Dr Zimbu
1553
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|77}}</noinclude>beni, ''la perdita del tempo'', come dice l’uom dabbene Riccardo, ''deve esser la maggior delle prodigalità'', poichè, come egli pur dice, ''il tempo perduto non si ricupera mai'', e quel che noi diciamo aver molto tempo, si trova essere sempre troppo corto. Coraggio dunque ed operiamo finchè possiamo. Mediante l’attività noi faremo assai più, e con minor fatica. L’ozio, come dice l’uom dabbene Riccardo, ''rende tutto difficile; l’industria facilita tutto'': chi s’alza tardi, è tutto il giorno agitato, ed appena ha cominciati gli affari, ch’egli trova la notte. La pigrizia va sì lentamente, che la povertà l’arriva tutto ad un tratto; sollecitate i vostri affari, e non vi lasciate sollecitar da essi: ''Andar a letto per tempo, ed alzarsi di buon mattino'', son due mezzi per conservar salute, fortuna, e giudizio.
Cosa mai significano le speranze, ed i voti che noi formiamo per tempi più felici? Ci renderemo buono il tempo, se ci scuoteremo da noi stessi. ''L’industria'', come dice l’uom dabbene Riccardo, ''non ha niente da desiderare'': chi vive di speranza, corre rischio di morirsene di fame: non v’è {{Pt|guada-|}}<noinclude></noinclude>
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Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/86
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2026-09-12T06:36:41Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3898460
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|78|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>{{Pt|gno|guadagno}} senza fatica. Convien ch’io adoperi le mani, poichè non ho entrate; o se ne ho, esse hanno delle forti imposizioni, e come l’uom dabbene Riccardo osserva giustamente, ''un mestiere vale un podere'': una professione è un impiego che unisce sempre l’onore, ed il guadagno; ma conviene attendere al suo mestiere, e mantenersi buona riputazione, altrimenti nè poderi, nè magazzini ci basteranno a pagare le imposte. ''Chi è industrioso'', dice l’uom dabbene Riccardo, ''non teme la carestia''. La fame addocchia la porta dell’uomo laborioso, ma non ardisce entrarvi. L’industria è ugualmente rispettata e dai ''Commissarj'', e dai ''Doganieri''; poichè, come dice l’uom dabbene Riccardo, ''l’industria paga i debiti; e la dissipazione gli accresce''. Non importa che voi troviate dei tesori, nè che ricchi parenti vi facciano loro eredi; ''la vigilanza'', come dice l’uom dabbene Riccardo, ''è la madre del la prosperità, e Dio non niega niente all’industria''. Lavorate finchè il pigro dorme, voi avrete del Frumento da vendere, e da tenere. Lavorate in tutti gl’istanti, che si chiamano oggi, giacchè non potete sapere tutti<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|79}}</noinclude>gli ostacoli che troverete nell’indomani. Questa ragione fece dire all’uom dabbene Riccardo, ''un buon oggi val più che due dimani''. Fatela oggi: se voi foste il servo di un buon Padrone non vi arrossireste di sentirvi dir da lui che siete pigro? Ora voi siete il vostro padrone; ''vergognatevi dunque'', come dice l’uom dabbene Riccardo, ''di dovervi rimproverar la pigrizia''. Voi avete tante cose da fare per voi stesso, per la vostra famiglia, per la vostra patria per il vostro governo. Alzatevi dunque allo spuntar del giorno; e fate che il Sole guardando la terra, non possa dire, ''vè là un poltrone che dorme''. Non ci frammettete indugi; datevi subito al lavoro, incallite le vostre mani maneggiando i vostri utensili, e vi sovvenga, come dice l’uom dabbene Riccardo: ''un Gatto coi guanti non prende mai Sorci''. Voi mi direte, che gli affari son molti, e che non avete bastantemente forza per tutti. Ciò può essere: pure abbiate la volontà, e la perseveranza, e vedrete meraviglie; perchè come dice l’uom dabbene Riccardo nel suo Almanacco non mi sovviene ben di qual anno, ''la goccia continua spezza la pietra'', a<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|80|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>forza di fatica, e di pazienza, un Topo spezza una gomena; e piccoli colpi ripetuti abbattono grandissime Quercie.
Ma par di sentirmi a dire da taluno di voi: ''Dunque non ci dovrem prendere alcun momento di riposo?'' Io vi risponderei, miei cari amici, quel che dice l’uom dabbene Riccardo; ''impiegate bene il vostro tempo, se volete meritarvi il riposo, e non perdete mai un’ora, giacchè non siete padroni d’un minuto''. Il tempo che spendete a riposare, può essere impiegato in qualche cosa utile. Soltanto l’uomo vigilante può procurarsi quella spezie di riposo, a cui non giunge mai l’infingardo. ''La vita tranquilla'', come dice l’uom dabbene Riccardo, ''e la vita oziosa, son due cose molto diverse''. Credete voi che la pigrizia vi procurerà più diletti che il lavoro? avete il torto: poichè come pur dice l’uom dabbene Riccardo, ''la pigrizia genera delle cure, ed il riposo senza necessità produce molestie fastidiosissime. Molti vorrebbero senza lavorare vivere col solo loro spirito; ma vanno ad arenarsi per mancanza di fondo''. L’industria al contrario trae sempre seco il diletto, l’abbondanza, e la stima. Il {{Pt|piace-|}}<noinclude>{{A destra|re|margine=2em}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|81}}</noinclude>{{Pt|re|piacere}} corre dietro a chi lo fugge. ''Filatrice vigilante non è mai senza camiscia. Dacchè ho una greggia, ed una vacca, ciascun mi dà il buon giorno'', come dice l’uom dabbene Riccardo ottimamente.
Ma indipendentemente dalla industria conviene anco aver costanza, e risoluzione, e darsi de’ pensieri. Bisogna veder i suoi affari co’ suoi proprj occhi, e non fidarsi troppo degli altri; poichè come dice l’uom dabbene Riccardo, ''io non ho mai veduto un’albero, che spesso si trapianta, nè una famiglia che spesso cambia Casa, prosperar, quanto quelle che stanno stabili''. Cangiar tre volte di casa fa mal quanto un incendio. {{Ec|E’|È}} meglio gittar l’albero sul fuoco, che cambiarlo di sito. Custodite la vostra bottega, ed essa vi custodirà. Se volete fare i vostri interessi, andate voi stessi; se non volete che sieno fatti, mandate altri. Perchè l’agricoltore prosperi, conviene ch’egli guidi il suo aratro, o ch’egli stesso lo tiri. L’occhio del Padrone fa più che le sue due mani. Danneggia più mancar di attenzione, che di sapere. Non invigilar sugli operaj, è dar la sua borsa a loro discrezione. La troppa fiducia negli altri è la rovina di molti; poichè,<noinclude>{{PieDiPagina|{{Sc|Tom. III.}}|F|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|82|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>come dice l’Almanacco, ''negli affari del mondo non è la fede che salvi, è il non averne''. I pensieri che si prendono per se stessi sono sempre proficui; poichè, come dice l’uom dabbene Riccardo, ''l’uomo studiato ottiene il sapere, ed il vigilante le ricchezze. Come altresì il potere, segue il volere, ed il Cielo la virtù''. Se voi volete avere un servitor fedele, e che possiate amare, cosa dovete fare? servirvi voi stesso. L’uom dabbene Riccardo consiglia ad esser circospetti, ed attenti anche nelle cose di minor importanza; poichè non rade volte succede che una leggiera negligenza produce un gran malanno. ''Per mancanza d’un chiodo'', dice egli, ''perde un ferro il Cavallo, e per mancanza di Cavallo è perduto lo stesso Cavaliere, perchè il suo nemico lo sopraggiunge, e lo uccide; e tutto ciò per non aver posto mente ad un chiodo di ferro della sua cavalcatura''.
Basti il detto, miei Amici, intorno all’industria, ed all’attenzione, che dobbiamo usare ne’ nostri affari: ma dopo tuttociò ci vuole ancora la temperanza, se vogliamo assicurarsi dell’esito della nostra industria. Se un Uomo al momento che guadagna ricusa anco risparmiare, morirà senza quattrini, {{Pt|do-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capitolo ventesimo}}|185}}</noinclude>giacchè nel 1870, sempre bella donna e, con tutti i suoi cinquantadue anni che aveva, sempre dimostrante dieci o dodici anni di meno, si andava stropicciando ad alcuni dei reduci del ventenne esilio e ci fu un momento, nel 1873, che stava per ottenere protezione dall’onorando patriota e Deputato Conte {{Wl|Q3840007|Luigi Pianciani}}, allora Sindaco di Roma, quando il dottor {{AutoreCitato|Pietro Guerrini|Pietro Guerrini}}, che era capo del gabinetto di lui in Campidoglio, potè mettere sull’avviso il Pianciani che ributtò subito con sdegno la delatrice. La quale, rientrata ben presto nell’ombra dei bassi fondi sociali in cui aveva sempre vissuto, ha tirato innanzi la sua esistenza, vecchia, curva, raggomitolata, ma sempre vispa, sfrontata e piena di energia, portando sempre la pettinatura usata nella sua giovinezza coi capelli disposti a ciambellette sulle due tempie sino all’ ll Agosto del decorso anno 1908, morendo qui in Roma, in età di novantanni compiuti.
Ma per quante ricerche abbia io fatte, fin qui non mi è riuscito di poter rinvenire con sicurezza le traccie del più turpe e lurido personaggio di questo dramma, dell’infame impunitario e lenone Filippo Bernasconi.
E le ragioni delle difficoltà ad avere notizie di costui si presenteranno naturali a prima vista all’occhio dei lettori.
Le principali vittime delle sue denuncie e delle sue calunnie giacevano in fondo agli ergastoli dello Stato a Civitavecchia, a Narni, a Spoleto ed erano, quindi, nella impossibilità di seguire i passi del loro carnefice. Nè più, nè meglio potevano tener dietro alle orme di lui, le centinaia e centinaia di patriotti sparpagliati sulle vie dell’esilio; tanto più che, quando, sul finire del 1854, lo scellerato ebbe ricuperato la libertà, egli ebbe tutta la cura, come certo aveva tutto l’interesse, di occultarsi nell’ombra il più che gli fosse possibile.
Due versioni ho avuto sulla sua fine. L’amico mio Cesare Capanna, figlio di quel Filippo Capanna che i lettori hanno veduto dalle accuse del Bernasconi coimplicato in questo processo, da cui scampò a miracolo, Cesare Capanna, compromesso e processato politico egli pure per la tentata {{Pt|in-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Chiarazuccarini" />{{RigaIntestazione|Par|— 357 —|Par|riga=s}}</noinclude>pidocchi, pulci etc., così uno Stato mal governato abbonda di individui sanguisughe (V. ''Succhione'') o di ceti sociali che si nutrono, imponendosi come necessari.
'''Paratìa:''' ter. mar., tramezzo di tavole o di lamiere che divide gli alloggi o la stiva in compartimenti separati: nelle odierne grandi costruzioni di navi di ferro coteste paratie si fanno stagne, cioè in modo da dividere la nave in tante sezioni sì che se in una avviene una falla, l’acqua non penetra nelle altre, quindi il naviglio non cola a fondo.
'''Parcella:''' si dice così alla ''specifica'' del procuratore e dell’avvocato. È la nota delle ''spese'' o delle ''competenze'' od ''onorari''. Si dice anche ''notula''.
'''Pàrcere subiectis et debellare superbos:''' {{AutoreCitato|Publio Virgilio Marone|Verg}}., {{TestoCitato|Eneide_(Caro)|Eneide_(Caro)}} VI, 853: ''perdonare ai vinti e debellare chi resiste''. Sintesi della romana sapienza politica, che concilia in modo non illogico nè vile il fatale e tristo diritto della forza con l’umana pietà.
'''Parce sepulto:''' sono le dolenti, tragiche parole dello spirito di Polidoro ad Enea: ''Quid miserum'', ''Aenea'', ''laceras? jam parce sepulto'' (''Eneide'' III, 41): ma le gravi parole, secondo l’indole nostra, sono volte in senso lepido: quasi valgono: il morto giace, il vivo si dà pace.
'''Parco d’artiglieria:''' locuzione del linguaggio militare per indicare il luogo occupato dall’artiglieria e tutto ciò che occorre all’azione ed alla potenza di questa arma. Similmente si dice ''parco areostatico''.
'''Pardessus''' o '''surtout:''' due voci che si equivalgono nel senso, e noi bene renderemmo con ''soprabito''. Vero è che la voce ''soprabito'' non di rado genera confusione giacchè in molti luoghi per ''soprabito'' intendono quel capo di vestiario a falde che si sovrapone alla sottoveste o corpetto ''(gilet)'', e che nel veneto dicono ''velada'', a Napoli ''sciassa'', a Milano ''marsina'', e i sarti più spesso dicono o ''dorsay'' o ''kraus'' con altra voce della moda. Ora le parole ''pardessus'' e ''surtout'' sono penetrate sin nel dialetto por indicare nettamente quel pastrano, leggero, di mezza stagione con maniche, bavaro, risvolti, una o due bottoniere secondo la moda, lungo un po’ meno del ''paletot'', che si sovrapone al giacchetto o all’abito a falde. Tanto per intenderci a Firenze e a Napoli lo dicono ''chemise''. Con ispeciale taglio dicesi ''raglan''. Il {{AutoreCitato|Pietro Fanfani|Fanfani}} e l’Arlia, ''op. cit''. propongono la parola ''cappa''. Ma converrebbe trovare anche le persone che accettino la parola in questo senso. E non basta: codesto indumento è chiamato da alcuni anche ''spolverino'', con la quale parola più esattamente e comunemente si dovrebbe intendere quella sopraveste leggera che molti portano di state in viaggio e difende dalla polvere. | Il ''paletot'' voce tanto comune che il {{AutoreCitato|Policarpo Petrocchi|Petrocchi}} la accoglie sotto la forma ''paltò'', ''paltòn'', ''paltoncino,'' è più greve e da inverno, ''pastrano''. Il {{AutoreCitato|Francesco Cherubini|Cherubini}} ricorda il ''paletot'' nel figurino francese del 10 luglio 1838. ''Corrier delle dame'', e la dice «foggia di vestire allora derisa». In milanese dim. ''paltorìn''.
'''Parc aux cerfs:''' spieghiamo in francese: ''nom d’un ancien quartier de Versailles, batì sur l’emplacement d’un ancien parc aux cerfs.... Louis XV y possedait une petite maison et y a entrenu quelques jeunes filles''.
{{smaller|<poem>
Veniano i giovinetti e le donzelle
a inginocchiarsi con l’infamia in man,
e del suo bruto sangue un volgo imbelle
murò il ''parco de’ cervi'' al re cristian.</poem>}}
{{A destra|{{AutoreCitato|Giosuè Carducci|{{Sc|Carducci}}}}, {{TestoCitato|Giambi_ed_epodi/Libro_II/Versaglia|''Versaglia'' in ''Giambi ed Epòdi''.}}}}
{{No rientro}}
Trovasi usato ''parc aux cerfs'' estensivamente.
'''Pardon:''' non solo questa parola francese è da antico radicata nell’italiano nel senso di ''scusa'', o del verbo ''scusare'', ma spesso si trova usata con valore avversativo, lievemente caustico, di chi si corregge di un errore od ommissione che vuol parere involontaria mentre è ad arte.
'''Pareri di Perpetua''' (i)''':''' nei ''Promessi Sposi'' Perpetua consiglia il suo padrone Don Abbondio, di ricorrere all’autorità del Cardinale {{AutoreCitato|Federico Borromeo|Federico Borromeo}}, come a sommo gerarca e superiore diretto contro la prepotenza di Don Rodrigo. ''I pareri di Perpetua!'' esclama poi il povero prete quando il Cardinale gli chiedo conto della sua opera e lo rimprovera perchè non si rivolse a lui. Onde si dice ''i pareri di Perpetua'' per indicare il consiglio più semplice e logico, o troppo semplice,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Chiarazuccarini" />{{RigaIntestazione|Par|— 358 —|Par|riga=s}}</noinclude>quindi senza valore. NB. Don Abbondio non potendo indovinare che il cardinale Borromeo costituiva un’eccezione umana, aveva ragione da vendere quando scartò, come troppo semplice, il consiglio della sua serva-padrona.
'''Paresi:''' gr. ''πάρεσις'' = debolezza, remissione. Paralisi lieve, consistente nell’indebolimento della contrattilità.
'''Pària:''' voce sanscrita che storicamente vale uomo nato nell’ultima casta degli Indiani che seguono la legge di Brama: gente spregiata e avuta in niun conto. Dicesi comunemente di persone che non hanno valore sociale se non come ''capite censi''.
'''Pari-mutuel:''' espressione francese delle corse, non di grande uso fra noi, e risponde alla parola ben nota ''totalizzatore'', cioè ufficio di ripartizione uguale su le puntate di un cavallo vincitore.
'''Paris vaut bien une messe:''' motto attribuito al buon Re {{AutoreCitato|Enrico IV di Francia|Enrico IV}} di Navarra, quando con l’abiura al partito degli Ugonotti fu re di Francia: primo ed ottimo della dinastia de’ Borboni. Il motto spesso volgesi ad altro e vario senso per indicare una necessaria rinuncia ovvero transazione con la propria coscienza allo scopo di ottenere un bene reale e maggiore.
'''Parlar grasso:''' cioè liberamente, sboccato, specie di argomenti erotici e sensuali.
'''Parlare in difficile:''' locuzione volgare milanese che vuol dire ''parlare in italiano'', il quale ai lombardi pare tanto più difficile in quanto in loro è viva la erronea opinione, anche di persone colte, che soltanto nel fiorentino stia la buona italianità dei suoni.
'''Parlare in punta di forchetta:''' cioè «con affettazione di sceltezza: imagine tolta, o dal soverchio acume o dalla delicatezza che richiedesi a maneggiar cosa che si regge sopra una punta»: ({{AutoreCitato|Niccolò Tommaseo|Tommaseo}}): in altri termini è un traslato, dal modo prezioso e schifiltoso che taluni hanno di mangiare (portandosi a pena uno scelto bricciolo di cibo alle labbra su la punta della forchetta) al modo prezioso di parlare.
'''Parlour:''' inglese, ''parlatoio'' o ''sala di conversazione''.
'''Parmigiano:''' è detto in commercio il formaggio lodigiano. La Camera di Commercio di Milano (6 feb. 1895) decise che per «consuetudine generale nelle contrattazioni coll’estero, ed anche in molti casi per quelle all’interno, per formaggio Parmigiano s’intende il formaggio di Milano e di Lodi, e per formaggio Reggiano si intende quello di Parma e di Reggio». Questa stranezza ha la sua spiegazione nella popolarità e divulgazione della voce parmigiano, fin da antico, come puoi vedere nella famosa novella del {{AutoreCitato|Giovanni Boccaccio|Boccaccio}} di {{TestoCitato|Decameron|''Calandrino''}}. In fr. ''parmesan''.
'''Parnassiani:''' V. ''Decadente''.
'''Parola:''' per ''parola d’onore,'' forma elittica.
'''Parole di colore oscuro:''' emistichio dantesco ({{TestoCitato|Divina_Commedia_(Guerri)/Inferno/Canto_III|Inf. III}}, 10) che il popolo usa facetamente per indicar cosa che non capisce o, meglio, non vuol capire, là dove in {{AutoreCitato|Dante Alighieri|Dante}} i nove terribili versi posti su l’ingresso dell’Inferno, (Per me si va, etc.) sono assai manifesti e sono detti oscuri in altro senso.
'''Pàroli:''' nel linguaggio dei giocatori di azzardo dicesi quando chi punta raddoppia la posta. Dal fr. ''paroli''. (Origine ignota, scrive il {{AutoreCitato|Émile Littré|Littré}}).
'''Parone:''' (da padrone) il capitano o il proprietario di una piccola nave peschereccia o anche di commercio. Voce volgare del litorale adriatico.
'''Parquet:''' voce fr., da noi comune, costante in Lombardia, per indicare un pavimento, a scompartimento, specie se di legno. ''Parquet'', da ''pare = parco'', vuol significare ''recinto'', ''parchetto'', se dir si potesse, ed indicò lo spazio ne’ tribunali riservato alla corte.
'''Parrocchetto (vela di):''' V. ''Gabbia''.
'''Parte Civile:''' è il nome che prende una persona che abbia interesse in una causa penale quando vi comparisce, si fa rappresentare e spiega e sostiene l’esistenza del reato e il proprio diritto a conseguire il risarcimento d’un danno sia materiale, sia morale.
'''Parterre:''' voce fr., abusivamente usata nel ceto mondano per ''aiuola'' e per ''platea'' de’ teatri. Del resto questo ''parterre'' per «luogo non grande con ''aiole'', panche e<noinclude></noinclude>
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Chiarazuccarini
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<noinclude><pagequality level="4" user="Chiarazuccarini" />{{RigaIntestazione|Par|— 359 —|Pas|riga=s}}</noinclude>alberi» come spiega il {{AutoreCitato|Policarpo Petrocchi|Petrocchi}}, è da assai tempo entrato nell’uso e registrato. Come il solito, i gallicismi usati a Firenze hanno onore di registrazione, ma converrà pronunciare proprio alla fiorentina ''partèrre!'' Il buon {{AutoreCitato|Pietro Fanfani|Fanfani}} però protesta, «Sì signori, in Firenze così addimandasi un Publico Giardino fuori di Porta San Gallo, è per ciò che la voce non è francese?».
'''Partibus''' (in)''':''' V. ''In partibus''.
'''Participio di necessità:''' così chiamano i grammatici quella forte e sintetica forma verbale, propria della lingua latina, che contiene il concetto della necessità: ''amandus'' = che deve essere amato. Ora questa forma va divenendo neologica in molte voci, ''educando'', ''instituendo'', ''contennendo'', ''erigendo'', ''licenziando'' etc. Sarà comoda, certo non è estetica e si confonde col gerundio.
'''Partire in guerra:''' è la traduzione dell’idiotismo francese ''partir en guerre = partir pour la guerre''. Spesso tale locuzione si adopera in senso figurato e con forza caustica, quasi di chi piglia lo slancio per un goffo assalto. Nel linguaggio giornalistico è molto comune. Locuzione probabilmente effimera.
'''Partita d’onore:''' per ''duello'', è locuzione comunissima. Trae la sua origine dal francese ''partie d’honneur''. Così dicasi di ''partita di caccia'', ''di piacere,'' per ''divertimento'', ''solazzo'', ''scampagnata''. La lingua italiana, nota il {{AutoreCitato|Giuseppe Rigutini|Rigutini}}, non conosce altre partite che quelle del giuoco.
'''Partita doppia''' (giocare a)''':''' vale ''tenere i piedi in due staffe'', seguire occultamente due partiti opposti, ''far due parti in commedia'', in modo che se la va male per un verso, vada bene per l’altro. Questa locuzione deve essere tolta dal linguaggio di borsa, riferendosi a quei giuochi di speculazione per cui perdendo in una data partita, si guadagni dall’altra.
'''Partiti popolari:''' nuova denominazione politica italiana, usata per indicare l’unione di quei partiti (dal radicale al socialista) i quali pur discordando nella finalità e nei mezzi, concordano nel reggimento sovrano del popolo, nell’incremento di esso, economico e morale, e nell’opposizione ai partiti conservatori e di casta. Quanto codesta divisione politica, che pare così netta e sicura, risponda alla realtà ed al fatto economico, non è qui il luogo di esporre. La locuzione ''partiti popolari'' fu specialmente usata e consacrata nelle elezioni politiche del 1900 allo scopo di resistere in fascio al ministero {{AutoreCitato|Luigi Pelloux|Pelloux}}.
'''Parturient montes, nascetur ridiculus mus:''' ''i monti avranno le doglie del parto, ne verrà fuori un ridicolo topo,'' così {{AutoreCitato|Quinto Orazio Flacco|Orazio}} con acuta imagine nella sua ''Arte poetica'' (vs. 139) parla di quelle opere il cui grande e reboante proemio non corrisponde all’opera, gracile e misera. In tal senso è ripetuta la frase latina e, più generalmente, per significare che le premesse saranno sproporzionate al mezzo ed al fine.
'''Parure:''' nome fem. dal verbo francese ''parer'' (latino ''parare'') ''adornare''. In italiano v’è la parola ''finimento'', che è composto della collana e degli orecchini; ma la parola ''parure'' prevale nel ceto mondano e nel linguaggio delle mode.
'''Parva sapientia:''' lat. ''piccola sapienza!'' dalla nota sentenza ''videbis'', ''fili mi, quam parva sapientia regitur mundus''. Della varia attribuzione di questa massima. V. {{AutoreCitato|Giuseppe Fumagalli|Fumagalli}}, {{TestoCitato|Chi l'ha detto?|''Chi l’ha detto?''}}
'''Parvenu:''' lett. ''arrivato,'' cioè ''villan rifatto'', ''pidocchio rifatto'', che sono le voci nostre equivalenti. Ma in francese non v’è quel grave senso di spregio che v’è in italiano, e che certo non risponde più bene ad un fatto sociale così comune al dì d’oggi come l’arricchire rapidamente. Cfr. il motto, ''enrichissez vous''.
'''Pasciulì:''' è (o credo possa essere) la scrittura italiana di ''Patchouli''. V. questa voce.
'''Pascore:''' bella voce antica e disusata: ''primavera''. Rivive nel poetare degli esteti:
{{smaller|<poem>
Bergamo, nella prima primavera,
ti vidi al novel tempo del pascore.</poem>}}
{{A destra|{{smaller|{{AutoreCitato|Gabriele D'Annunzio|{{Sc|G. d’Annunzio}}}}.}}}}
'''Pas de zèle:''' V. ''Surtout pas de zèle''.
'''Pasquinata:''' satira, beffa di Pasquino.
'''Pasquino:''' (V. il lungo studio di {{AutoreCitato|Luigi Morandi|Luigi Morandi}} nella prefazione alle opere del {{AutoreCitato|Giuseppe Gioachino Belli|Belli}}, Lapi, ''Città di Castello'', 1889). La celebrità dei motti satirici di Pasquino risale al principio del ’500 e rappresenta lo spirito satirico, scettico, critico del popolo romano, in rapporto al dominio {{Pt|pa-|}}<noinclude></noinclude>
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Chiarazuccarini
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<noinclude><pagequality level="4" user="Chiarazuccarini" />{{RigaIntestazione|Pas|— 360 —|Pas|riga=s}}</noinclude>{{Pt|pale.|papale.}} È l’anima del popolo penetrata nel tronco informe, marmoreo che venne scavato e rizzato in via di Parione presso la bottega di un sarto di nome Pasquino che godea fama di uomo assai arguto e satirico. Da esso l’informe busto prese nome. La moderna libertà di stampa tolse valore e forza alla satira di Pasquino. Pasquino diede nome ad un noto giornale satirico, nel modo stesso che ''L’omm de preia'' (l’Uomo di pietra) statua marmorea che era in una casa della Corsia de’ Servi (ora Corso V. E.) in Milano, diè titolo ad un giornale satirico milanese.
'''Passabilmente:''' per ''discretamente'', ''mediocremente, così così, abbastanza'', es. ''io sto passabilmente''. ricorda ai puristi il ''passablement'' de’ francesi.
'''Passacaille:''' fr., dallo spagnuolo ''passa calle'', cioè a dire ''ballo per le vie''. Nome di ballo assai vivace e leggiadro, press’a poco come la gavotta e il minuetto; assai in voga nel sec. XVII. ''Passacaille'' è tanto il ballo come la musica. {{AutoreCitato|Johann Sebastian Bach|G. S. Bach}} elevò a grande severità questo genere mondano. La forma italiana ''passacaglia'' mi pare poco usata.
'''Passaggio:''' per ''passo, squarcio'', ''brano'' di scrittura od autore, ricorda ai puristi il fr. ''passage''.
'''Passare all’ordine del giorno:''' V. ''Ordine''.
'''Passare il Rubicone:''' vale acquistare nuova coscienza, assumere attitudine risoluta e chiara entrando in altro campo di idee, seguendo altro più vero e miglior partito: motto derivato dal varcare che fece {{AutoreCitato|Gaio Giulio Cesare|Cesare}} in armi il confine d’Italia (Rubicone) contro il divieto del Senato. V. ''Jacta alea est''. Intesi anche dire ''passare l’Acheronte''.
'''Passare in giudicato:''' dicesi delle sentenze che diventano definitive e non suscettibili di ricorso. Dicesi di questione già decisa e finita.
'''Passata la festa, gabbato lo santo:''' ''ottenuto il beneficio si dimentica il benefattore'' e il santo che si pregò per la grazia: dicesi anche nel senso: ''le cose hanno valore secondo il tempo''. Il motto è di origine napoletana, probabilmente dai voti fatti a S. Gennaro.
'''Passatella:''' voce romanesca. V. ''Tocco''.
'''Passeggiata militare:''' dicesi di impresa di guerra facile a compiersi. È versione del francese, ''Promenade militaire; marche de quelques heures qu’on fait faire à un régiment autour du lie de sa residence'', ''afin d’exercer les soldats''. Figurato ''Cette expédition ne fut q’une promenade''.
'''Passe-partout:''' fr., così è detta la chiave unica che apre tutte le serrature di una casa o di uno stabilimento. Per ampliazione poi dicesi: l’oro è un ''passe-partout'', (apre tutte le porte), questa lettera è un ''passe-partout'', etc. Così si chiamano inoltre certe cornicette di cartone.
'''Passe-pied:''' nome di antica danza vivace, in tripla semplice: la parola francese trovasi anche tradotta in ''passa-piede''.
'''Passerella:''' in marina indica quel ponte posto nel senso longitudinale dei piroscafi che mette in comunicazione il palco del comando col cassero. Ponticello di sbarco. Usasi anche per ''cavalcavia''. Dal fr. ''passerelle''.
'''Passerotto:''' per ''sproposito'', ha esempi classici del ’500. V. {{AutoreCitato|Giovanni Gherardini|Gherardini}}, ''op. cit.,'' Dicevasi familiarmente di errore di stampa, gambero giornalistico, etc. Da ''passerotto'' (passero da nido), che facilmente si prende; così facilmente si cade nell’errore.
'''Passibile:''' propriamente vale ''atto'' o ''disposto a patire:'' nel gergo curiale per indicare ''chi è condannato a patire una pena,'' è pei puristi voce tolta dal fr. ''passible''. Dicesi anche nel senso che ''può sostenere (suscettibile)'' nel linguaggio amministrativo. Es. ''la tassa sui fabbricati è passibile di aumento''. «Maniera sguaiata» ({{AutoreCitato|Giuseppe Rigutini|Rigutini}}).
'''Passim:''' lat., ''da ogni parte, senz’ordine, in ogni luogo''. Dicesi spesso per accennare ad una parola o frase o idea ripetuta assai volte nel corso di un’opera.
'''Passionale:''' nei nostri diz. vale ''Libro contenente gli atti dei Santi Martiri, Passionarium''. Nel senso di ''appassionato'' è neol. dal fr. ''passionel''. Eppure v’è un esempio del {{AutoreCitato|Giosuè Carducci|Carducci}}: «Una musica fantastica attrasse le coppie entro un cerchio magico e con le cadenze via via più ''passionali'', le trascinò a turbine». Carducci, versione di un passo dello {{AutoreCitato|Edouard Schuré|Schuré}}, ''Histoire''<noinclude></noinclude>
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|Autore=Giacomo Leopardi
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|Sottotitolo=edizione corretta ed accresciuta dall'autore
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|Lingua=Italiano
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|Curatore=Antonio Ranieri
|Editore=Saverio Starita
|Città=Napoli
|Anno=1835
|Fonte=[[W:Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III|Biblioteca nazionale di Napoli Vittorio Emanuele III]]
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|Progetto=Letteratura
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''Frammenti''
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ripetizione delle cose dette avanti. Segue il pastore: ancor io provo pochi piaceri (godo ancor poco); né mi lagno di questo solo, cioè che il piacere mi manchi; mi lagno dei patimenti che provo, cioè della noia. Questo non era detto avanti. Poi, conchiudendo, riduce in termini brevi la quistione trattata in tutta la stanza; perché gli animali non s’annoino, e l’uomo sì: la quale se fosse tautologia, tutte quelle conclusioni dove per evidenza si riepiloga il discorso, sarebbero tautologie.
Pag. 148. (11) Pelliccia in figura di serpente, detta dal tremendo rettile di questo nome, nota alle donne gentili de’ tempi nostri. Ma come la cosa è uscita di moda, potrebbe anche il senso della parola andare fra poco in dimenticanza. Però non sarà superflua questa noterella.
Pag. 8 del ms. (12) Parole di un moderno, al quale è dovuta tutta la loro eleganza.<noinclude><references/></noinclude>
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''Salvo alcuni pochi, sono errori per lo più tenuissimi:''
''il notarli sia segno di diligenza''}}
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Pagina 36. linea 19. Natura stessa — p. 37. l. 14. fulgea, — p. 41. l. 1. Prometéo — p. 42. l. 5. oh gener — p. 43. l. 19. febo — p. 45. l. 21. alberghi, — p. 51. l. 16. doma; — p. 52. l. 8. fato, — p. 53. l. 2. numi — p. 54. l. 6. genti; — l. 18. perir — p. 56. l. 9. Pensieri si volgean — p. 58. l. 14. aure — p. 59. l. 20. mio! — p. 60. l. 1. E te german di giovinezza, amore, — p. 63. l. 5. E queta sovra — p. 65. l. 5. Io venia pien d’angoscia — p. 69. l. 5. concedi, — p. 70. l. 5. La gallinella — p. 72. l. 1. giovanil — l. 26. selve; — p. 73. l. 16. vil, — l. 24. Ed ancor io soleva, — p. 77. l. 3. donarmi? — p. 79. l. 7. a sostentarla — l. 10. tutti i felici — p. 84. l. 13. e 14. all’intento Giunger — p. 86. l. 9. vóti — p. 87. l. 14. Su l’alte — p. 88. l. 8. move — p. 91. l. 15. Mancàr — p. 96. l. 1. annullàr — p. 102. l. 23. ch’ho appresso — p. 104. l. 12. vóti — p. 110. l. 8. da parenti — p. 118. l. ult. Ciascuno — p. 120. l. 8. sì spesso — p. 128. l. 9. ridesta; — p. 131. l. 4. invoco, — p. 137. l. 1. larva, — l. 12. ne’ tuoi — l. 15. somiglianza un — p. 140. l. 12. destin, — p. 142. l. 2. anzi — p. 149. l. 6. o danzeranno — l. 23. dal mar —.<noinclude><references/></noinclude>
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{{xxx-larger|Q}}uale in notte solinga,
Sovra campagne inargentate ed acque,
Là ’ve zefiro aleggia,
E mille vaghi aspetti
{{R|5}}E ingannevoli obbietti
Fingon l’ombre lontane
Infra l’onde tranquille
E rami e siepi e collinette e ville;
Giunta al confin del cielo,
Dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno
Nell’infinito seno
Scende la luna; e si scolora il mondo;
Spariscon l’ombre, ed una
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E rami e siepi e collinette e ville;
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<poem>
{{xx-larger|Q}}uale in notte solinga,
Sovra campagne inargentate ed acque,
Là ’ve zefiro aleggia,
E mille vaghi aspetti
{{R|5}}E ingannevoli obbietti
Fingon l’ombre lontane
Infra l’onde tranquille
E rami e siepi e collinette e ville;
Giunta al confin del cielo,
{{R|10}}Dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno
Nell’infinito seno
Scende la luna; e si scolora il mondo;
Spariscon l’ombre, ed una
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Oscurità la valle e il monte imbruna;
{{R|15}}Orba la notte resta,
E cantando, con mesta melodia,
L'estremo albor della fuggente<ref>ms: «cadente» > ''fuggente''</ref> luce,
Che dianzi gli fu duce,
Saluta il carrettier dalla sua via;
Tal si dilegua
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Che dianzi gli fu duce,
Saluta il carrettier dalla sua via;
{{R|20}}Tal si dilegua,<ref>Nota editoriale: «Spazio» cerchiato in interlinea sopra ''dilegua''.</ref> e tale
Lascia l’età mortale
La giovinezza. In fuga
Van l’ombre e le sembianze
Dei dilettosi inganni; e vengon meno
{{R|25}}Le lontane speranze,
Ove s’appoggia la mortal natura.
Abbandonata, oscura
Resta la vita. In lei porgendo il guardo,
Cerca il confuso viatore invano
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Lascia l’età mortale
La giovinezza. In fuga
Van l’ombre e le sembianze
Dei dilettosi inganni; e vengon meno
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{{Rule|100%}}</noinclude>{{Colonna}}{{pt|me|sublime}} nel suo ardire, spinto da infinito amore per la sua Patria, offrendo in olocausto sè stesso, tanto animò quei prodi da renderli vincitori, scongiurando così un tremendo sfacelo che sarebbe costato migliaia di vittime nostre, la sfiducia nei nostri bravi soldati e una grande tristezza pel nostro Paese? Onore sommo a Lui, valoroso, modesto, buono!
E come meglio si potrebbe tributargli omaggio e riconoscenza, se non beneficando il suo Reggimento prediletto, i suoi baldi Bersaglieri dell’11°?
Signore benefiche, giovinette buone e gentili, pensate al gran bene che potete fare, dedicando i momenti d’ozio a qualche bel lavoro. Colle vostre mani abili e laboriose, tramuterete poca cosa in tanti oggetti graziosi, che saranno desiderati e serviranno a raccogliere danaro per venire in aiuto alle famiglie di quei poveretti che caddero nelle terribili giornate di Henni e di Sciara-Sciat.
Sono poveri vecchi, desolate spose, sventurati piccini, che hanno perduto chi li amava, chi li proteggeva, chi lavorava per loro. — Pensate alle lagrime dolorose, alle miserie di quei poverini che non rivedranno mai più il loro caro! Sono centinaia e centinaia che perirono in quei giorni tremendi solo nell’11°!
Ebbene è a Voi che viene una preghiera calda, fervidissima; a Voi persone caritatevoli, per chiedere il vostro aiuto in quest’opera pietosa e degna del cuore di quel valoroso Comandante.
Vi chiediamo poco: il desiderio è di fare una pesca con tutti i lavori, con tutti i doni che ci sarà dato raccogliere; tutto sarà gradito.
E per non escludere gli uomini in questo plebiscito d’ammirazione e di carità, abbiamo pensato di raccogliere in un album le loro firme, accompagnate da un tenue obolo, una lira! E’ poca cosa, ma coll’aiuto di tanti cuori generosi, arriveremo a fare un bel gruzzolo. L’album raccoglierà pure i nomi delle gentili oblatrici.
A '''Gustavo Fara''' il nostro plauso; ai suoi poveri Bersaglieri il nostro soccorso. E questo soccorso che vogliamo dedicare al glorioso 11°, fra i primi alla lotta e il più sventurato, sarà una carezza gentile al cuore paterno del valoroso Generale.
Domani, sempre, per tutti gli altri coraggiosi nostri soldati, tutti ugualmente cari a noi.
Date, o buoni, date collo stesso slancio generoso, come loro diedero la vita e non vi stancate; date poco, ma date sempre!
Fortunati noi, che possiamo lenire qualche dolore!
O Madri amorose, che avete i vostri figlioli vicini, tranquilli, accarezzati, volgete un pensiero a quelle povere Mamme che trepidano ansiose poi loro cari laggiù; ai disagi, alle sofferenze, al martirio subìto da tanti gagliardi giovani; date un pensiero ai poveri mutilati inabili per tutta la vita, ed il Cielo vi benedirà nei vostri affetti più cari!
{{A destra|margine=1em|{{Sc|Un Gruppo Di Signore.}}}}
N. B. — Le offerte si ricevono alla Sede della '''Pensione Benefica per Giovani Lavoratrici''' in Milano, Piazza Formentini (già Piazzetta S. Carpoforo), n. 18.
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{{Smaller|Nel prossimo numero pubblicheremo uno studio sull’editto di Costantino che gentilmente Mons. G. Polvara ci ha concesso come preludio della solenne commemorazione Costantiniana, e che saremo lieti di offerire in omaggio ai pellegrini che visiteranno Roma il giorno 18 marzo.}}
{{AltraColonna}}
{{centrato|{{larger|'''Patronato per le liberate dal carcere}}}}
{{centrato|'''e le minorenni abbandonate'''}}
{{FI
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Da quattro anni è sorta una Società di Patronato per le liberate dal carcere e per le minorenni moralmente e materialmente abbandonate.
Sulle prime il Patronato svolse la sua azione nella misura dei limitati mezzi finanziari e colle cautele che impone sempre una istituzione nuova.
Mano mano però che si progrediva, il Patronato cercò di sviluppare e completare la sua azione riguardo ad ogni articolo del proprio statuto.
Si cominciò coll’istituire un laboratorio nel Carcere Cellulare, che oramai funziona regolarmente, assistito da una maestra, che giornalmente vi si reca dalle ore 9 alle 16, e diretto da una Signora appartenente al Consiglio, che ne cura il regolare andamento, sia per la parte finanziaria, sia nel far eseguire le commissioni di lavoro. Il vantaggio morale che esercita il lavoro su queste disgraziate, togliendole alla vita oziosa della cella, è troppo evidente, per essere dimostrato.
Ciò che ora preme di far conoscere, è il bisogno che si ha di vedere crescere le domande di lavoro per questa scuola. Le commissioni si ricevono in via Fieno, n. 3, sede del Patronato, ove, dalla Direttrice dell’Istituto signora Pesenti ved. Latini, si dà anche alloggio alle scarcerate che non ne trovano altrove.
Da due mesi si è pure iniziata la scuola elementare per le analfabete e per quelle che desiderano istruirsi; e le lezioni sono impartite da un’ottima maestra comunale, che vi si dedica con vero slancio di carità.
E per il ''Laboratorio'' e per la ''Scuola'' si fa appello al concorso di quanti amano il bene per il bene, e pensano che anche i caduti ci sono fratelli, e devono essere da noi aiutati non solo nell’ordine materiale ma anche in quello superiore e morale dello spirito.
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{{centrato|{{larger|'''Per l’Asilo Convitto Luigi Vitali poi bambini ciechi'''}}}}
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Dr Zimbu
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{{Rule|100%}}</noinclude>{{Colonna}}
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Signore Longhi Carolina — Quadrelli Eugenia ved. Erba — Pecchio Annunciata ved. Brambilla — Rossini Flaminia ved. Corbella — Bazzi Menini Rita — Bazzi Maria.
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{{Centrato|{{Larger|'''CIRCOLO ROSSARI'''}}}}
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Al ''Circolo femminile Luigi Rossari'' si ebbe, qualche tempo fa, una festicciola patriottica.
La palestra della scuola di via Rossari, che ogni domenica ospita le socie del Circolo, era in quel pomeriggio festivo, adorna di armi e bandiere, artisticamente disposte attorno al ritratto del Re. La parte principale del trattenimento fu il discorso d’occasione tenuto dal M. R. Prof. Don Pietro Rusconi, preceduto dal canto della Marcia Reale e dell’Inno di Mameli e seguito da altra musica e da un po’ di recitazione.
Sin dalle sue prime parole, l’oratore seppe avvincere a sè l’attenzione delle uditrici, ed esse lo seguirono con sempre crescente interesse nella rapida, lucida disamina ch’egli fece e con la quale egli mostrò, come, dalla dolorosa, triste necessità della guerra, conseguenza di condizioni politiche, si sprigionano beni reali, — di altissimo valore morale. — E quei beni egli studiò, da acuto osservatore e da educatore provetto, mettendo in luce la sublime economia della Provvidenza, che sa sempre da un male far scaturire un bene maggiore; cavandone applicazioni palpitanti di vita pratica; incuorando le presenti tutte ad applaudire all’alto valore del nostro esercito, valore che è frutto di una educazione, la quale a Dio riconosce tutti i suoi diritti. — Il discorso terminò con l’augurio della pace e col grido dì «Viva la Patria! Viva il Re!» a cui rispose un caloroso applauso.
Il Consiglio direttivo del Circolo, grato all’oratore della sua bella conferenza, lieto della buona riuscita della festicciola, gli introiti della quale andaron tutti a beneficio dei combattenti e delle loro famiglie, ha voluto far stampare il discorso in un volumetto, il cui importo andrà ancora a favore dei medesimi. — I volumetti si lasciano per la tenue somma di trenta centesimi e si possono trovare presso la Direzione del Circolo, in via Rossari n. 2.
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{{Il buon cuore - Titolo sommario|Educazione ed Istruzione}}
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Settant’anni di dimora in un medesimo Istituto! È caso più unico che raro. Questo caso è avvenuto nell’Istituto dei Ciechi, e lo si è ricordato con scena commovente il giorno 4 corrente.
La signora maestra '''Gambarini Maddalena''', dell’età d’anni 82, ora in pensione, compieva il 4 corr. il settantesimo anno della sua entrata quale allieva nell’Istituto.
{{AltraColonna}}
Entrò come cieca, ma, in seguito a operazioni, riacquistò un notevole grado di vista, tanto che come non più cieca avrebbe dovuto essere allontanata; ma il fondatore Barozzi la trattenne, dicendo: potremo farne una maestra.
E maestra dei lavori divenne infatti nel 1868, e continuò ad esserlo, fino a tre anni sono, quando i superiori, non volendo che sottostasse a un peso superiore alle sue forze, la dispensarono dall’insegnamento, trattenendola in riposo nell’Istituto, per riguardo ai molti servigi prestati, e prestati con diligenza e zelo eccezionali.
Lunedì, la Comunità femminile volle rendere alla venerata maestra, l’attestato della propria riverenza e affezione.
Alla mattina, si celebrò una messa nell’oratorio dell’Istituto, con accompagnamento di alcuni pezzi di musica; e alle ore 9, la Comunità femminile, raccolta nella grande sala di lavoro, già campo di battaglia della signora Gambarini, si procurò la consolazione di offrirle alcuni piccoli doni.
Una bambina dell’Asilo le presentò un mazzo di fiori, dicendo:
{{blocco centrato|<poem>
:A te, nonnina cara,
Qual simbolo d’amore
Interpreti di tutti
Offriamo un bacio, un fiore.
</poem>}}
Un’allieva, fra le più grandi, offrì altro mazzo di fiori, accompagnando il dono colla recita di alcune strofette, e le ultime erano le seguenti:
{{blocco centrato|<poem>
:Nel buon riposo de la tua giornata
Ti veglia, o cara, il palpito divino
Dei grati nostri sensi: è riserbata
Viva dolcezza a l’util tuo cammino.
:E per te prega il ben che ognor t’avvinse
Di questa casa ai figli sventurati;
L’anelito d’amor che ti sospinse
Ai gaudi puri nella fe’ celati.
:Sul tuo tramonto risfavilla il raggio
Di quella pace che il buon Dio non nega
A chi amando compì lungo viaggio
E alla fatica del lavor non piega.
</poem>}}
Il Rettore chiuse la cara festicciola con alcune parole, che riassumevano tutta la vita passata dalla Gambarini nell’Istituto, prima come allieva e poi come maestra, benamata da tutti, da superiori e da allieve, per la sua bontà, pel suo spirito di sacrificio, per l’amore sempre portato all’Istituto, come fosse la sua famiglia. Ricordò la spontanea offerta fatta dalla Gambarini, in un anno di minaccia del colera, di essere pronta ad assistere le allieve, rifiutando ogni proposta di compenso.
Con dolore abbandonò la vita attiva dell’insegnamento, vivendo ora in mezzo alla Comunità, come una memoria permanente e cara di tutta la vita passata dell’Istituto.
Le fu offerta come ricordo perenne della bella giornata una catenella d’oro, con ''breloq'' portante incise le due date: ''4 Marzo 1842'' — ''4 Marzo 1912''; e nel presentargliela il Rettore disse: è una ''catena''; ricorda il
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Il buon cuore - Anno XI, n. 10 - 9 marzo 1912/Beneficenza
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vincolo che l’ha unita e la unisce alla Comunità; è catena ''d’oro'', perchè i sentimenti di questa unione non potrebbero essere più preziosi: da una parte l’amore e il sacrificio, dall’altra l’amore e la riconoscenza.
La vecchia maestra ricevendo il dono pianse!
Le maestre e le allieve applaudivano.
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{{centrato|{{larger|'''La solenne distribuzione dei Premi nell’Orfanotrofio Maschile ai “Martinitt„'''}}}}
{{Centrato|'''Gentile omaggio al Conte di Torino.'''}}
{{centrato|{{Smaller|'''(''3 marzo 1912'')'''}}}}
Quest’anno la festa annuale della distribuzione dei premî all’Orfanotrofio Maschile assunse un carattere solenne per la presenza di un principe della Casa Regnante, pel grande concorso di pubblico eletto, e per la speciale solennità che si volle ad essa attribuire, allo scopo di far convergere sopra l’Istituto, che si può ben chiamare glorioso, l’attenzione affettuosa della cittadinanza.
L’aula magna dell’Istituto in corso Vittoria era stata ornata con molto sfarzo: il palcoscenico appariva tutto tappezzato di drappi tricolori, di bandiere e di stemmi producendo un bellissimo effetto.
{{Asterismo}}
L’avvento del Conte di Torino fu salutato dalla fanfara dell’Istituto. Fra le autorità erano il prefetto senatore Panizzardi, il tenente generale Di Majo, comandante il corpo di armata, l’assessore prof. Ferrari, in rappresentanza del Sindaco, mons. Giuseppe Polvara, in rappresentanza del Cardinale Arcivescovo, il maggor generale Pirozzi, i senatori Sormani e Pirelli, l’ingegnere Edoardo De Marchi, il provveditore agli studi comm. Ronchetti, l’ingegnere Pestalozza, l’ex presidente Carnelli, il capitano Conte Caccia, ufficiale d’ordinanza del Principe, e gli ufficiali d’ordinanza dei generali, il colonnello d’Ajala, l’avv. cav. Giulini, il comm. Ricordi, l’ing. T. Brioschi, Luisa Anzoletti, l’avv. M. Gennari, e numerose altre notabilità.
Furono ricevuti con squisita gentilezza dall’illustre e benemerito presidente dell’Orfanotrofio avv. comm. Giuseppe De Capitani d’Arzago e dall’on. Consiglio.
Le autorità salirono sul palcoscenico del salone del teatro, decorato con fine eleganza, e la sala fu invasa dalla folla giovanile e dagli invitati.
Prima della distribuzione dei premî, il benemerito presidente comm. De Capitani pronunciò un discorso richiamando con accenni efficaci gli scopi dell’Orfanotrofio e specialmente trattando dell’educazione quivi impartita ai figli del popolo più disgraziati e bisognosi.
Disse come nell’Istituto gli educatori mirano sopratutto a formare il carattere morale dei giovanetti, in modo che questi usciti dalla vita di convittori portino sempre e profondamente radicati nella loro anima quei sentimenti elevati, quei sensi lealmente e saldamente professati che saranno loro usbergo nella vita di cittadini, di operai laboriosi ed esperti, allontanandoli da ogni malsana forma di scetticismo e di egoismo.
{{AltraColonna}}
«L’opera didattica e paterna del nuovo direttore professor Brian — aggiunse l’oratore — che a questo obbietto è volta, con la fermezza, e la soavità, dà buon affidamento per questi alti principî di civile educazione che il Consiglio, con tutto l’animo, si propone di raggiungere per il bene dei convittori».
Accennò poi alla Commissione per lo studio delle riforme all’Istituto che i tempi nuovi esigono, per farne un organismo sempre più saldo, più vitale, più giovane, curando in primo luogo che meno crudo ed impetuoso sia il passaggio degli adolescenti ricoverati alle lotte della vita.
Terminò — con nobile perorazione — ricordando le nuove sorti della patria e il magnifico spettacolo dato dalle sue forze latenti, e salutando il Conte di Torino che con tanta premura — e dando con la sua presenza uno speciale significato — ha voluto essere presente alla cerimonia.
Il discorso fu vivamente applaudito.
Dopo che il Presidente ebbe parlato, fu presentata al Conte di Torino una pergamena, lavoro degli allievi dell’Orfanotrofio, dono che riuscì graditissimo.
L’epigrafe è la seguente:
«A S. A. R. il Conte di Torino — per vincolo di mutua pietà patria — gli orfani di Milano — ardenti di giovinezza feconda — nel giorno della distribuzione dei premi — umilmente — offrono».
Parlò quindi il nuovo Direttore dell’Istituto, professore M. A. Brian, spiegando i suoi concetti per fare dei giovanetti affidati alle sue cure degli uomini con una coscienza virile ed elevata, e perciò appunto egli affermò doversi allontanare da ogni forma di volgare materialismo per raffinare invece gli alti sensi e le idee, che sono propagatrici di fede, di attività, di amor patrio.
Riaffermò poi le riforme già accennate dal Presidente e spiegò il nuovo ed ampio campa che — in questa rinnovata Italia — si apre specialmente alla intelligenza, al buon volere degli educatori.
Il Principe, consegnò poi, personalmente, i premi e i diplomi di merito, agli alunni, man mano che venivano chiamati. Per tutti ebbe parole buone incoraggianti; ed essi, che si presentavano seri, compunti, un po’ confusi, tornavano raggianti tra i compagni, stringendo il libretto di risparmio, o il volume educativo, o la menzione onorevole.
Dopo le premiazioni il Principe, accompagnato da tutte le Autorità, visitò l’Istituto, ammirandone l’ordine, la pulizia, le belle, ben disposte ed ariose camerate; e nel salone superiore ebbe luogo un piccolo trattenimento — un coro eseguito dagli allievi — che fu assai applaudito.
Una calorosa ovazione salutò il Conte di Torino mentre si allontanava lasciando in tutte le persone presenti alla cerimonia felicemente riuscita ottima impressione dell’Istituto, augurando ognora più al suo miglior avvenire.
{{Asterismo}}
Siamo lieti di presentare ai nostri gentili lettori lo splendido discorso dell’ill.mo e nobil signor avvocato
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||IL BUON CUORE|77}}
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comm. Giuseppe De Capitani d’Arzago; discorso, che fu pronunciato con tale sentimento, da produrre in tutti gli invitati una vivissima e molto visibile commozione.
L’illustre personaggio, che da più anni occupa la carica di Presidente di codesto filantropico ed importantissimo Istituto, ha saputo mercè il suo grande ingegno ed il suo nobile cuore, far accrescere vieppiù la fama della ben nota e pia istituzione.
:''Altezza Reale, Signore, Signori,''
A nome del Consiglio, interprete sicuro del sentimento di questi nostri orfani, porgo a S. A. R. il Conte di Torino il saluto riconoscente e devoto, l’omaggio sincero, ed il ringraziamento per l’auspicata Sua presenza a questa solennità: il Principe di Savoia è qui fra il suo popolo, fra la parte più sventurata a cara del suo Popolo — fra mezzo gli orfani è davvero dunque nella sua Gran Casa!
Ricorderanno i Martinitt questo giorno fra i più fulgidi della lor giovinezza.
Grazie pure alle Autorità qui presenti, a tutti quanti presenziano alla distribuzione dei premi.
È questo un momento assai importante per la vita dell’Istituto, perchè pone in evidenza, ed anche segna ad esempio, chi si distinse: per i premiati è il coronamento di generosi sforzi fatti; pei loro colleghi è la tangibile prova di quanto si può ottenere con la forza di volontà.
Così la distribuzione dei premi diventa un ottimo coefficiente di educazione morale e tende a facilitare l’arduo compito nostro, e della Direzione dell’Orfanotrofio: ''la formazione del carattere''. Ecco la meta sognata da noi! formare il carattere al giovane che esce da queste ospitali mura, fargli d’attorno la corazza adamantina e fulgente che lo guiderà nella vita.
''Il carattere'' è, dopo Dio, la più eletta aspirazione umana: è tutto per l’Individuo e per la Patria, e il più imperioso dei nostri doveri è quello di dotare questi figli di popolo di una salda educazione che gli faccia poi non solo uomini onesti, lavoratori coscienti nel letterale e morale senso della parola, ma centri luminosi di onestà, divulgatori di principii, di convinzioni saldamente e lealmente professate, entro le immutabili basi del bello e del buono; in una parola: ''giovani, giovani'' sempre ed ad onta dello incalzar degli anni nella comprensione del sentimento: sprezzatori convinti dello scetticismo e dell’egoismo gretto!
A questa meta tende il Consiglio.
Ai miglioramenti materiali ognora portati nell’Orfanotrofio, alle innovazioni risguardanti alla educazione fisica dei Martinitt, alle provvidenze intese a renderli, non già discreti apprendisti o garzoni all’uscita dell’Istituto, ma esperti operai, noi vogliamo aggiungere qualche cosa di più; ''vogliamo qui approfondire lo studio della psiche dei giovinetti''; curarlo con affettuosità e fermezza ad un tempo: tutto questo abbiam fede d’ottenere sotto la geniale e appassionata direzione del prof. Marcantonio Brian che qui giungendo riassunse, con sintesi felice, il futuro suo atteggiamento col detto: ''soaviter et fortiter'': tutto questo realizzeremo dico,{{AltraColonna}} se, come non dubitiamo, con entusiasmo i suoi dipendenti lo aiuteranno nell’aspro compito.
Il cinquantenario glorioso della Patria risorta, ha provvidenzialmente risvegliato nel Paese una forza in se stesso latente ma non mai indebolita.
La meritata e più alta soddisfazione ebbe invero l’Augusto ed amato nostro Sovrano nel trovarsi così all’unissono col suo Popolo nell’ora del cimento, attorniato da un esercito, da una marina gloriosi e fortissimi, che destarono nel mondo ammirazione.
Ma più in là, assai più in là, giunge la ripercussione della data memoranda, e in ogni centro, in ogni parte d’Italia nostra si riaccende la fiamma del bene, si intensifica l’idea vivificatrice del miglioramento sociale e morale, e ogni organismo, ogni ente si ripiega quasi su di se stesso, si esamina, e cerca la via d’ascesa per raggiungere il suo ideale.
Qui, noi l’abbiamo l’ideale da perseguire: un ideale bello e santo, quello di riparare alla sventura che colpì i piccini.
L’Orfanotrofio deve ripetere con cosciente sicurezza le soavi parole: ''sinite parvulos venire ad me'', venite a me ch’io vi darò l’aiuto, il consiglio del padre, la carezza, il bacio della mamma che forse non v’ha sfiorata la guancia! questa è la sua missione.
Così, studiando il presente, e scrutando l’avvenire dei nostri Martinitt, sentiamo la responsabilità che ci grava.
Già da più d’un anno un’apposita Commissione, nominata nel seno del nostro Consiglio, studia quali siano le riforme da potersi introdurre nell’Orfanotrofio maschile onde renderlo sempre più consono alle moderne esigenze.
Tal delicato lavoro noi compiamo avendo sempre avanti la mente la necessità di conservare la bella fisonomia data all’Istituto dalle antiche e gloriose sue tavole di fondazione, monumento di sapienza e preveggenza insieme, ma pur pensando che un organismo, se vuol conservarsi solido e vitale, non deve fossilizzarsi, ma plasmarsi invece secondo le poliedriche esigenze dei tempi.
Seguendo questi concetti, esaminando quanto lungi da qui, in Italia ed all’Estero, si va facendo in tema d’educazione artiera e professionale, già abbiam fissati i cardini per una riforma che s’ispira fra gli altri numerosi e varii concetti, al desiderio di rendere meno crudo e impreparato il passaggio del Martinitt dall’Orfanotrofio alla Società, addolcendo con nuovi organismi questo pericoloso periodo nel quale il giovane, d’un tratto si sente libero dalla disciplina dell’istituto, e affatto disarmato per sostenere la lotta, e troppo spesso le insidie della vita per l’inesperto lavoratore: ''libertà s’acquista e non si dona''.
La riforma sarà ben ponderata, si farà per gradi, a titolo di esperimento e di premio per i migliori allievi, avvallendoci, caso per caso, dell’aiuto della famiglia ove se ne presenti la opportunità, e non verrà adottata se prima non se ne sarà scrupolosamente esaminata ogni diretta e indiretta conseguenza.
Già, frattanto, coll’illuminato concorso della Autorità
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Municipale, si sta cercando il modo di intrecciare nuovi accordi fra la Casa nostra che produce operai, e la gran macchina industriale del Comune che ognora ne abbisogna.
Il problema dei miglioramenti per gli orfani è complesso, ma affascinante, e Noi, qui al cospetto d’un valoroso Principe, che sì degnamente rappresenta l’amata dinastia che guida l’Italia per un cammino sempre più radioso, delle Autorità governative e cittadine che ci attorniano di benevoli attestazioni, promettiamo di dare ogni miglior fibra di noi stessi a vantaggio di questo Istituto: d’aver sempre in cuore questi Martinitt, che nel fatidico giorno furon per Milano i baldi araldi della vittoria e che saranno ognora il fiore della forza e della gentilezza del popolo nostro!
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{{Il buon cuore - Titolo sommario|Religione}}
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{{Centrato|'''Testo del Vangelo.'''}}
''Diceva il Signore Gesù a’ quei Giudei, che avevano creduto in lui. Sarete veramente miei discepoli, se persevererete ne’ miei insegnamenti: e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi. Gli risposero essi: Siamo discendenti di Abramo, e non siamo mai stati servi di nessuno: come dunque dici tu: Sarete liberi? Rispose loro Gesù: In verità, in verità vi dico, che chiunque fa il peccato, è servo del peccato. Ora il servo non istà per sempre nella casa: il figliuolo sta per sempre nella casa. Per la qual cosa, se il figliuolo vi libererà sarete veramente liberi. So, che siete figliuoli di Abramo: ma cercate di uccidermi, perchè non cape in voi la mia parola. Io dico quello, che ho veduto appresso al Padre mio; e voi parimenti fate quello, che avete imparato appresso al vostro padre. Gli risposero, e dissero: Il Padre nostro è Abramo. Disse loro Gesù: Se siete figliuoli di Abramo, fate le opere di Abramo. Ma adesso cercate di uccider me, uomo, che vi ho detto la verità la quale ho udito da Dio: simil cosa già non fece Abramo. Voi fate quello, che fece il padre vostro. Gli risposero essi pertanto: Noi non siamo di razza di fornicatori: abbiamo un solo padre, Dio. Ma Gesù disse loro: Se Dio fosse il vostro padre, certamente amereste me: imperocchè da Dio sono uscito, e sono venuto; dappoichè non sono venuto da me stesso, ma egli mi ha mandato. Per qual cagione non intendete voi il mio linguaggio? Perchè non potete soffrire le mie parole? Voi avete per padre il diavolo, e volete soddisfare ai desideri del padre vostro; quegli fu omicida fin da principio e non perseverò nella verità, conciossiachè verità non è in lui: quando parla con bugia, parla da suo pari; perchè egli è bugiardo e padre della bugia. A me poi non credete, perchè vi dico la verità. Chi di voi mi convincerà di peccato? Se vi dico la verità, per qual cagione non mi credete? Chi è da Dio, le parole{{AltraColonna}} di Dio ascolta. Voi per questo non le ascoltate, perchè non siete da Dio. Gli risposero però i Giudei e dissero: Non diciamo noi con ragione, che tu sei un Samaritano e un indemoniato? Rispose Gesù: Io non sono indemoniato: ma onoro il Padre mio, e voi mi avete vituperato. Ma io non prendo pensiero della mia gloria: v’ha chi cura ne prende, e faranne vendetta. In verità, in verità vi dico: chi custodirà i miei insegnamenti non vedrà morte in eterno. Gli dissero pertanto i Giudei: Adesso riconosciamo, che tu sei un indemoniato. Abramo morì e i profeti: e tu dici: Chi custodirà i miei insegnamenti, non gusterà morte in eterno. Sei tu forse da più del padre nostro Abramo, il quale morì? E i Profeti morirono. Chi pretendi tu di essere? Rispose Gesù: Se io glorifico me stesso la mia gloria è un niente: è il Padre mio quello mi glorifica, il quale voi dite che è vostro Dio. Ma non l’avete conosciuto: io sì che lo conosco, e se dicessi, che nol conosco, sarei bugiardo come voi: ma lo conosco, e osservo le sue parole. Abramo il padre vostro sospirò di vedere questo mio giorno, lo vide e ne tripudiò. Gli dissero però i Giudei: Tu non hai ancora cinquant’anni e hai veduto Abramo? Disse loro Gesù: In verità, in verità vi dico: prima che fosse fatto Abramo, io sono. Diedero perciò di piglio a de’ sassi per trarglieli: ma Gesù si nascose, e uscì dal tempio.''
{{A destra|margine=1em|{{smaller|S. GIOVANNI, Cap. 8.}}}}
{{Centrato|'''Pensieri.'''}}
Gesù Cristo promette ai Giudei che gli hanno prestato già una certa fede che saranno suoi seguaci, discepoli — simili a lui, solo titolo di vera grandezza! — ''se rimarranno alle sue parole''!
Via! alle parole, ad un discorso, ad un programma si piega l’orecchio, si china agli argomenti ed alla luce del vero l’intelligenza, ma il rimanere — effetti di libera scelta — in un programma più o meno non è effetto immediato dell’intelligenza, ma ciò fluisce e ci deriva assai più da un atto della volontà. È la volontà che elegge, che sceglie, non la facoltà dell’intelletto.
Eppure Cristo promette la gloria della sua sequela, promette il vantaggio della libertà a chi eleggerà e starà fedele alle sue parole. Ma come? ma perchè?...
Dice ancora che allora — in seguito all’atto buono della loro libera elezione — essi conosceranno quella verità che li farà liberi.
Più ancora a loro che agitano la bandiera onorata del seme purissimo d’Abramo, Cristo non dà peso alcuno, ma subito soggiunse — all’infuori dei titoli della schiatta d’origine — che non ci fa Abramo alcunchè, ma che colui che fa il peccato per questo rimane servo, schiavo del peccato e perde quella libertà che è solo e puro premio della verità, della sua parola, della sua fede, del suo pensiero religioso.
{{Asterismo}}
Per questo Gesù promette allora le grazie ed il dono della sua fede non al più intelligente, ma al più buono, alla volontà che più a Dio s’inchina. Allora la fede la troveremo non già nei più saputi, ma nei cuori più docili... allora la fede, meglio Gesù vivente l’avremo
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Il buon cuore - Anno XI, n. 10 - 9 marzo 1912/Educazione ed Istruzione
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{{Qualità|avz=100%|data=12 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Educazione ed Istruzione|prec=../Beneficenza|succ=../Religione}}
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||IL BUON CUORE|7}}
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più che nelle dotte disquisizioni dei sapienti, nell’anima semplice, ingenua dei santi, degli umili.... allora ci spieghiamo come rigettata e rifiutata dalle cattedre della scienza superba d’un mondo in contrasto con Dio, come la fede ami e predilige ricoverarsi nei semplici abituri dei poveri, degli indigenti, ami e predilige sedersi regina indisturbata e rispettata nelle case, nelle famiglie tranquille, pie, aliene dal fasto e dal rumor mondano..., come la fede parli forte possente nei cuori caritatevoli... come venga intesa forma delicata pei sofferenti, per gli angosciati... come sollevi chi gema... come conforta chi lotta d’angustia, come sorrida al generoso, come sfugge all’egoismo, alla follia del piacere... come muta si stia là dove — dorato o meno — s’adora il vizio, la carne, l’oro, le passioni più basse e volgari!...
Disse {{wl|Q1290|Pascal}}... «Sgombrate il cuore dalle passioni, troverete la fede!».
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Vantano gli Giudei la loro discendenza d’Abramo. Gesù pare non calcoli molto le ragioni avversarie. Chi ci nobilita, chi ci da il vero titolo di gloria non sono le circostanze esteriori, fortuite: sono invece l’opere nostre; la virtù è il premio dello sforzo e del sacrificio individuale.
Le grandi, secolari tradizioni di fede non contano per quel giovane che tiene una condotta ben in opposizione alle vantate glorie della famiglia. Più che un merito, sono esse per lui un’aggravante, per lui che tanto ha tralignato!... Nè basta alla bisogna di nostra vita la scienza — anche la più profonda — di religione. Non è un arido sistema filosofico che s’accontenti dell’intelletto, no! essa è un sistema di vita pratica, reale, quotidiana per ciascun individuo, per la società, per tutti i luoghi e tempi. Tanto è vero che nè uomini, nè tempi, nè luoghi mai l’hanno esaurita.
Meno ancora la religione è un complesso di sterili forme esterne, vuote, morte, convenienza più che altro. No! Una tale religione è una bestemmia, è un insulto al Dio che Cristo disse da adorarsi in ispirito e verità!
La vera religione è l’armonia dell’intelletto e del cuore, luce celeste che fra le scorie umane ritrovò l’oro purissimo della virtù; grazia e dolcissima mozione alla volontà che inorridisce ai pascoli della terra per deliziarsi delle margarite celesti: forza che lavora «fortiter et suaviter» la vita di quaggiù per ordinarla ed adattarla alla vita di luce e grazia nel cielo.
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{{centrato|{{larger|'''Angela Gavazzi Sessa'''}}}}
Dopo lungo soffrire, confortata dalle speranze eterne e dalla numerosa famiglia che si stringeva intorno a Lei come ad un altare, '''Angela Gavazzi Sessa''' è serenamente, santamente spirata verso le ore 12 di mercoledì scorso.
Donna ammirabile sotto ogni rispetto, moglie e madre esemplare, suocera, ava e bisava venerata, Ella armonizzava in sè tutte le virtù più nobili ed era centro dei santi amori famigliari, mentre da tutti era{{AltraColonna}} segnalata come modello di perfezione cristiana, di profonda, sincera pietà, di carità esplicata con sentimento materno.
Rifuggente sempre da ogni mondanità, la buona signora Angela, anche in età fresca, era chiamata la ''Dama della carità''. Ella, infatti, esercitava seriamente e dolcemente la sua missione di benefattrice, specie nell’Opera Pia Gerli dei piccoli contributi a favore delle famiglie povere sperdute in città, senza i requisiti voluti per aspirare alla pubblica beneficenza, e la sua opera attiva, intelligente, pietosa, si estendeva dalla città alla campagna, specie al suo diletto borgo di Valmadrera, dove la pia signora era riguardata con affettuosa venerazione.
Alla rimpianta Angela Gavazzi Sessa si possono giustamente applicare le parole che l’abate Antonio Stoppani, colpito da sventura a Damasco, rivolgeva alla madre sua venerata: «Regina della casa è la madre per noi, nodo di amore tra il padre e la prole, vincolo sacro di fratellanza tra i figli, e anello che tiene congiunte le generazioni di nipoti e di pronipoti.... Finchè ce n’è un capello vivo di questa donna che si chiama madre, c’è un culto di rispetto e d’amore per lei, tale che nessun altro culto più s’avvicina al culto di Dio. L’umile scranna dove siede è un trono, un altare».
Modesta, semplice, affettuosa, la buona signora ebbe la soddisfazione di vedersi crescere intorno una figliolanza virtuosa e distinta; ma il suo animo non fu mai accessibile all’orgoglio, nemmen quando vide ripetutamente i figli suoi occupare posti ambiti da molti. In tutti gli eventi vedeva la manifestazione della volontà divina, mentre in ogni occasione, Ella, con rara saggezza, con preziosa influenza, faceva il possibile per tutto convergere a beni superiori.
La di Lei dolce, cara, santa memoria, conforti i superstiti! Conforti specialmente il venerando vedovo, che nell’ultimo scorcio di vita, ha veduto scomparire Colei, che fu sempre il sorriso, la forza, il conforto della sua nobile esistenza.
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{{No rientro}}''{{capolettera|A|30pt}}llo scopo di procurare ai nostri soldati d’Africa la maniera di comunicare più facilmente colle loro famiglie venne iniziata la seguente '''palla di neve'''.''
''Coloro che leggeranno queste parole faranno il piacere di mandare '''almeno''' tre cartoline '''illustrate''' in una busta, colla propria firma (in un biglietto) al seguente indirizzo:''
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''Inoltre sono pregati di copiare questo appello, '''firmare''' e inviare a quante persone di loro conoscenza credono; queste alla loro volta faranno ugualmente continuando così la '''palla di neve'''.''
''Le cartoline raccolte verranno poi consegnate alle signore degli Ufficiali del 68 Regg. Fanteria, iniziatrici dell’atto gentile, che penseranno a mandarle a destinazione.''
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Tutte le sezioni si occuparono della lotta{{altraColonna|33%|style=vertical-align:top;}} contro la malaria e a favore della colonizzazione interna, del rimboschimento, e ricevettero medicinali, cure, prestazioni mediche, ecc., 3683 persone.
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In un bel volume di circa 300 pagine, la veramente inspirata autrice vi presenta la vita intima religiosa d’una tra le più simpatiche, adorabili figure di frati moderni, il P. Giulio Trabucchi nato nel 1863 e morto nel 1907; ed in così bella luce, da far amare la Corporazione di cui fu membro — la Compagnia di Gesù — che è tutto dire, fra quel po’ po’ di diffidenze e antipatie e odii aperti di cui è gratificata!
Veramente il più ed il meglio del libro in questione è roba del protagonista — lettere confidenziali, appunti e note di carattere privato che il caro giovane gesuita gettava in carta volta per volta a fissar meglio le tante impressioni, i tanti lumi, i tanti propositi di ordine ascetico e mistico della sua ammirabile vita, che, da tali suoi scritti intimi, balza completa, perfetta, stupefacente come quella d’un religioso consumato nell’esercizio della virtù. Un filo sottilissimo di cronologia e di spiegazioni, dove il bisogno lo imponga, lega tante pagine di confidenze alla sorella Bice, cosi degna del santo protagonista. Non esito a dire che ci troviamo innanzi ad un libro indovinatissimo e semplicemente magnifico.
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'''11, lunedì''' - S. Eulogio.
'''12, martedì''' - S. Gregorio Magno.
'''13, mercoledì''' - S. Eufrasia e S. Macedonio.
'''14, giovedì''' - S. Matilde regina.
'''15, venerdì''' - S. Longino
'''16, sabato''' - S. Agapito e SS. Ciriaco e C.}}
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Autore:Giulio Fara
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{{Autore
| Nome = Giulio
| Cognome = Fara
| Attività = musicologo/docente
| Nazionalità = italiano
| Professione e nazionalità =
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== Opere ==
* {{Testo|L'Anima musicale d'Italia}}
* ''L'anima della Sardegna. La musica tradizionale'', Accademia, Udine, 1940: [https://archive.org/details/faraanimadellasardegna qui]
* ''Sulla musica popolare in Sardegna'', Illiso, 1997 (postumo)
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Sulla porta maggiore d’ingresso si scorgono le armi di Avignone, una città sorretta da due aquile, ad al disotto tre chiavi papali in oro; entrando si trovano cortili deserti, mura altissime, scale eterne, lunghi corridoi a foggia di monastero, capelle gotiche ora chiuse, ampie sale attualmente tramezzate, stanze nelle torri, vôlte sotteranee, un vero laberinto di Dedalo, il quale fa venire le vertigini. Rimbomba il tamburo; i soldati gridano, schiamazzano, e negli splendidi appartamenti che furono di {{AutoreCitato|Papa Clemente VI|Clemente VI}} si scorgano ora lunghe file di letti militari. Dopochè la rivoluzione nel 1790 ebbe cacciato di Avignone i legati pontificii, il palazzo venne senza difficoltà ridotto ad uso di caserma, e serba oggidì tuttora quella destinazione. Ne ha tutto quanto l’aspetto, essendo stata devastata in modo barbaro dai soldati durante la rivoluzione, e sotto la ristaurazione nel 1815. I preziosi affreschi delle cappelle, e di parecchie stanze furono intieramente rovinati, e non vi si scorgono più che a mala pena alcune reliquie di belle pitture della scuola di {{AutoreCitato|Giotto|Giotto}}.
Queste mura ora mute, furono testimoni durante settant’anni, della storia del papato, in una delle epoche più meravigliose d’Europa, quando cominciava a splendere di bel nuovo la luce delle scienze, ed a diradarsi le profonde tenebre nelle quali giaceva immersa l’umanità. Non sarà quindi fuor di proposito trattenerci alcun poco a fare parola dei Papi, i quali vissero in Avignone.
Il degnissimo {{AutoreCitato|Papa Clemente V|Clemente V}}, Bertrando du Got, dapprima arcivescovo di Bordeaux, volpe astuta in abiti sacerdotali, come lo qualificò il {{AutoreCitato|Ludovico Antonio Muratori|Muratori}}, ottenne per simonia il pontificato nel 1305. Eletto e confermato a seguito di segrete intelligenze con {{Wl|Q130969|Filippo il Bello}}, si fece incoronare a Lione contro il volere dei cardinali; li costrinse a venire in Francia, a seguirlo in Avignone dove fissò la sua stanza nel 1309. Quella città apparteneva in allora a {{Wl|Q314331|Carlo II re di Napoli}}; il Papa pertanto era suo ospite, non esisteva colà palazzo pontificio, e Clemente andò ad alloggiare nel convento dei Domenicani. Macchiò, siccome è noto, la sua<noinclude><references/></noinclude>
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</noinclude>calpestata... La posizione nostra — la mia e la sua — in fondo, sono uguali: io qua, lei di là. Che vuole che le dica? Una sola domanda volevo rivolgerle; e non alla signora propriamente, ma alla sua coscienza.
{{Sc|Fifí}}. Che domanda?
{{Sc|Ciampa}}. Scusi, se dico alla sua coscienza...
{{block|is|Con scatto improvviso aprendo la finanziera e presentandosi al Delegato Spanò:}}Signor Delegato, mi cerchi!
{{Sc|Fifí}} (''tirandolo indietro''). Ma no, che dite!
{{Sc|Spanò}}. Sappiamo bene che siete un galantuomo, Ciampa!
{{Sc|Ciampa}}. Del resto, c’è qua lei. E mi piace, mi piace che ci sia lei, signor Delegato, perché cosí vede il cuore... Il cuore d’un uomo che piange e che fa sangue... sangue davvero, perché sono stato assassinato...
{{block|is|Scoppia in improvvisi e irrefrenabili singhiozzi.}}
{{Sc|Fifí}} e {{Sc|Spanò}}. Ma no... ma no... che dite!... Ma se non ce n’è ragione! State tranquillo, Ciampa!
{{Sc|Ciampa}}. Tranquillo, già... Questa sola domanda, insomma, alla signora, in presenza vostra, volete lasciarmela fare?
{{Sc|Fifí}}. Ma sí, ma sí! Ecco, ve la chiamo.
{{block|is|Chiamando dall’uscio di destra:}}Beatrice! Mammà! Vieni, Beatrice!
{{Ct|c=scena|SCENA QUINTA}}
{{Ct|c=personaggi|Beatrice, Assunta ''e'' Detti, ''infine'' Vicini ''e'' Vicine.}}
{{Sc|Fifí}} (''a Beatrice che entra con la madre''). Senti qua Ciampa, che vuol rivolgerti non so che domanda.
{{Sc|Assunta}} (''pietosamente''). Oh, poverino! Siete ferito?
{{Sc|Ciampa}}. Non è niente, signora. Il guajo è per gli occhiali, che mi si sono rotti. Ci vedo e non ci vedo. Ma, tanto, ormai, non ho piú niente da vedere.
{{block|is|A Beatrice:}}Questa sola domanda, a lei, signora: Crede lei... — (lasciamo il fatto, ciò che è accaduto questa mattina, lasciamo star tutto) — crede lei, in coscienza, d’aver avuto<noinclude></noinclude>
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Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/408
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<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|398|maschere nude|}}{{block|recita}}</noinclude><noinclude>
</noinclude>ragione di far questo, non ostante che io jeri — presente suo fratello...
{{Sc|Assunta}} (''cercando d’interromperlo''). Ma sí, sappiamo tutto, Ciampa!
{{Sc|Fifí}}. Che finanche le portaste qua vostra moglie!
{{Sc|Ciampa}}. Permettano... permettano... — lascino dire a lei! Perché può darsi che la signora, non ostante tutto, abbia voluto colpire anche me, credendo d’aver tutta la ragione di farlo. È cosí, signora? Mi risponda — in coscienza!
{{Sc|Beatrice}} (esitante). No... io... io, a voi...
{{Sc|Spanò}}. La signora non voleva colpir voi, caro Ciampa! Tant’è vero che vi volle allontanare, mandandovi a Palermo!
{{Sc|Beatrice}}. Ecco... già... io... come dice il Delegato...
{{Sc|Ciampa}}. Ah, no, signora! Che lei non abbia pensato a me, non è possibile! Perché per ben due ore io qua, jeri, non feci altro che mettere le mani avanti!
{{Sc|Beatrice}}. Sí, sí. E appunto per questo volli mandarvi a Palermo! Per aver mano libera, qua, su vostra moglie e su mio marito!
{{Sc|Ciampa}}. Senza pensare a me?
{{Sc|Beatrice}}. Senza pensare a voi.
{{Sc|Ciampa}}. E che cos’ero io? Niente? Pietra d’affilare? Mi gettava a terra; mi prendeva cosí, con due dita, come uno strofinaccio qualunque; mi buttava in un canto, proprio come se non ci fosse da fare nessun conto di me... — Ma voglio ammettere tutto, signora! voglio entrare nella sua coscienza, fino in fondo, e ammetter pure che lei non si sia fatto scrupolo di colpire anche me, perché io — secondo lei — sapevo tutto e mi stavo zitto. È cosí? Mi risponda. È cosí?
{{Sc|Beatrice}}. Eh... poiché lo dite voi stesso... sí, è proprio cosí.
{{Sc|Ciampa}}. Ah! E allora, a uno che — poniamo — è guercio, lei gli appende un cartellino alle spalle: — «Popolo! È guercio!» —?
{{Sc|Beatrice}}. Ma no... che c’entra!
{{Sc|Ciampa}}. Lasciamo il guercio di cui tutti si possono accorgere senza bisogno di cartellino. Lei deve provarmi che ''uno, uno solo,'' signora, in tutto il paese potesse sospettare di me quello che lei ha creduto! ''che uno, uno'' solo potesse<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||il berretto a sonagli|399}}{{block|recita}}</noinclude><noinclude>
</noinclude>venire a dirmi in faccia: «Ciampa, tu sei becco, e lo sai!».
{{Sc|Fifí}} (''subito''). Ma no! Ma chi? Ma nessuno!
{{Sc|Spanò}} (''contemporaneamente''). Ma a chi poteva venire in mente!
{{Sc|Assunta}} (''contemporaneamente''). Ma che dite, Ciampa!
{{Sc|Fana}} (''contemporaneamente''). Veramente a nessuno, Signore Iddio, in coscienza!
{{Sc|Ciampa}} (''dominando le esclamazioni simultanee''). Ma la signora potrebbe dire: — Se non lo sapevano gli altri, era noto a voi e tanto basta! — È vero? è vero? Non lo neghi! Io ho bisogno della sua coscienza, signora: non del verbale! Dica: è vero?
{{Sc|Beatrice}}. È vero, sí.
{{block|is|Movimento di sorpresa dolorosa e d’intensa costernazione negli altri. Silenzio.}}
{{Sc|Ciampa}} (''ferito, tentennando il capo''). Ah, signora. — Io ora parlo... non per me... parlo in generale... — E che può saper lei, signora, perché uno, tante volte, ruba; perché uno, tante volte, ammazza; perché uno, tante volte — poniamo, brutto, vecchio, povero — per l’amore d’una donna che gli tiene il cuore stretto come in una morsa, ma che intanto non gli fa dire: — ''ahi!'' — che subito glielo spegne in bocca con un bacio, per cui questo povero vecchio si strugge e s’ubriaca — che può saper lei, signora, con qual doglia in corpo, con quale supplizio questo vecchio può sottomettersi fino al punto di spartirsi l’amore di quella donna con un altro uomo — ricco, giovane, bello — specialmente se poi questa donna gli dà la soddisfazione che il padrone è lui e che le cose son fatte in modo che nessuno se ne potrà accorgere? — Parlo in generale, badiamo! Non parlo per me! — È come una piaga, questa, signora: una piaga vergognosa, nascosta. E lei che fa? stende la mano e la scopre cosí... pubblicamente? — Lasciamo questo discorso, e veniamo a noi! — Io, signora, sapevo che lei aveva sospetti su mia moglie e su suo marito. — Gelosia! — Chi non ne ha, quando si vuol bene? — Compatisco anche i delitti, signora; si figuri se non avrei compatito lei per la gelosia! Ero venuto qua, jeri, apposta per farla parlare, per farla sfogare. — Aveva un sospetto? — Non<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|400|maschere nude|}}{{block|recita}}</noinclude><noinclude>
</noinclude>glielo volevo levare! Perché so che codesti sospetti, piú si vogliono levare, e piú si raffermano! — Se lei avesse parlato seriamente con me, io me ne sarei tornato a casa e avrei detto a mia moglie: — «Pst! Fagotto, e via!». — Oggi mi sarei presentato al signor cavaliere: — «Signor cavaliere, bacio le mani: non posso star piú con lei!». — «Perché, caro Ciampa?» — «Perché non posso star piú con lei: ho altri affari.» — Cosí si fa, signora mia! — E perché crede che io le portai qua, jeri, mia moglie? Ma per farla scattare, signora, per farle scatenare dalla bocca tutta la tempesta che lei covava dentro! Glielo gridai finanche: — «''Parli! parli!''» — E lei non volle dir niente! Volle gettarmi cosí a terra, assassinarmi... E che vuole che faccia io ora? Mi dica lei che cosa debbo fare! Tenermi questo sfregio? comperarmi una testiera con due bei pennacchi, per far la mia comparsa in paese? e tutti i ragazzini dietro, in baldoria, a gridarmi: — ''Bèèè... Bèèè''... — e io, pacifico e sorridente, a ringraziare a destra e a sinistra?
{{Sc|Fifí}}. Ma perché? dove? che sfregio! che testiera! che ragazzini! Se non c’è stato niente!
{{Sc|Spanò}}. Niente di niente! Niente assoluto!
{{Sc|Ciampa}}. Perché lo dice il verbale, è vero? Ma chi vuole che creda a codesto suo verbale dopo tanto scandalo? Guardie, Delegato, sorpresa in casa, arresto...
{{Sc|Spanò}}. Sta bene! Ma con risultato negativo! Dunque...
{{Sc|Ciampa}}. Signor Delegato, son macchie d’olio, che non levano, queste! Diranno: «Si tratta d’un cavaliere! Hanno accomodato la cosa!» — E come resto io? — Lei, signora, poteva prendersi questo piacere, se credeva che suo marito si fosse messo con qualche ragazza, senza però — badiamo — né padre, né fratelli. Dava una lezione a suo marito — non c’erano altri uomini di mezzo — e tutto si sarebbe accomodato alla meglio. Ma qua c’era un uomo di mezzo, signora! Come non pensò a me, lei? O che ero niente, io? — Lei ha scherzato; s’è passato questo piacere; ha fatto ridere tutto un paese; domani rifarà pace con suo marito... — e io? per lei sarà finito tutto — ma io? resto col verbale, che non c’è stato nulla? E debbo sopportarmi che tutti, domani, vengano a dirmi in faccia, con occhi dolenti: — «Non è stato nulla, Ciampa; la signora ha scherzato!».<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||il berretto a sonagli|401}}{{block|recita}}</noinclude>
{{block|is|Con scatto improvviso:}}Signor Delegato, qua, mi tasti il polso!
{{block|is|Gli porge il polso.}}
{{Sc|Spanò}} (''stordito''). Come? perché?
{{Sc|Ciampa}}. Mi tasti il polso. Dica se ci avverte un battito di piú. Io dico qua, con la massima calma, testimonio lei, testimonii tutti, che questa sera stessa, o domani, appena mia moglie ritorna a casa, io con l’accetta le spacco la testa!
{{block|is|Subito:}}E non ammazzo soltanto lei, perché forse farei un piacere, cosí, alla signora! Ammazzo anche lui, il signor cavaliere — per forza, signori miei! per forza!
{{Sc|Fifí}} e {{Sc|Spanò}} (''afferrandolo, mentre le tre donne gridano e piangono''). Che è? che avete detto? Voi siete pazzo! Chi ammazzate?
{{Sc|Ciampa}} (''pallido, stravolto, quasi sorridente''). Tutti e due! Per forza! Non posso farne a meno! Non l’ho voluto io!
{{Sc|Fifí}}. Voi non ammazzate nessuno, perché non ne avete né diritto né ragione! Ma se pure l’aveste, ci saremo qua noi a impedirvelo!
{{Sc|Spanò}}. Ci sono io!
{{Sc|Ciampa}}. Signor Delegato, me l’impedisce oggi... —
{{Sc|Spanò}}. — anche domani! —
{{Sc|Ciampa}}. — ma doman l’altro l’ammazzo! Lei sa come si dice da noi: «Guai a chi è morto nel cuore d’un altro!». — Io sono calmo, signor Delegato. Lei m’è testimonio che io non volevo questo. Mi ci hanno buttato in questo fosso! Con questo sfregio in faccia, davanti al paese — se lo scrivano bene in mente — io non resto!
{{Sc|Beatrice}} (''insorgendo''). Ma se ve lo dico io ora, se ve lo dico io, Ciampa, che non ne avete nessuna ragione?
{{Sc|Ciampa}}. Me lo dice ''ora'', lei, signora? Lo riconosce ''ora'', che non doveva mettere a questo cimento un uomo? Troppo tardi, signora mia!
{{Sc|Fifí}}. Ma, scusate, se lo riconosce lei stessa, che non c’è stato niente...
{{Sc|Ciampa}}. Codesto «niente», signor Fifí, lei, a me, non me lo deve dire!
{{Sc|Fifí}}. Ma se lo scandalo è stato per una pazzia!<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|402|maschere nude|}}{{block|recita}}</noinclude>
{{Sc|Assunta}} (''incalzando''). Per una pazzia, per una pazzia, Ciampa!
{{Sc|Spanò}} (''incalzando''). Per una pazzia, ve lo confessa la stessa signora!
{{Sc|Fifí}} (''incalzando''). Se ve lo dice lei! Ve lo confermiamo tutti! Una pazzia!
{{Sc|Tutti}}. Una pazzia! sí, una pazzia!
{{Sc|Ciampa}} (''in mezzo a tutti che gridano: «una pazzia! una pazzia!», all’improvviso, assorto in una idea che gli balena li per lí, raggiante''). Oh Dio! Oh che bellezza! Oh che bellezza! Signori, pacificamente! Oh che bellezza! Sissignori... sissignori... Si può aggiustar tutto... pacificamente... Ah, che respiro! Mi metterei a ballare... a saltare... per il gran peso che mi son levato dal petto! Le mie mani... le mie mani possono restar pulite... pulite, e me le bacio! me le bacio! — Lei, signora, vada a prepararsi... Subito, subito!
{{Sc|Beatrice}} (''trasecolata, come tutti gli altri''). Io? Perché?
{{Sc|Ciampa}}. Dia ascolto a me, vada a prepararsi! Non perdiamo tempo!
{{block|is|Guarda l’orologio.}}Ci arrival ci arrival
{{Sc|Beatrice}}. Ma perché? a che cosa arrivo?
{{Sc|Fifí}}. Che dice?
{{Sc|Spanò}}. Dove volete che arrivi la signora?
{{Sc|Ciampa}}. Ma síl ma sí! Voi, Fana, e lei, signora Assunta, vadano, vadano ad ajutarla a mettere un po’ di biancheria, abiti, nella valigia! Facciamo presto, per carità! Non c’è tempo da perdere!
{{Sc|Beatrice}}. Ma insomma, perché? Debbo partire? Dove debbo andare? Vi ha dato di volta il cervello?
{{Sc|Ciampa}}. A me? Nossignora! Ha dato di volta a lei il cervello, signora mia! Scusi, l’ha riconosciuto suo fratello Fifí; lo riconosce il Delegato; la sua mamma; lo riconosciamo tutti: e dunque lei è pazza! Pazza, e se ne va al manicomio! È semplicissimo!
{{Sc|Fifí}}. Come? Chi?
{{Sc|Assunta}}. Mia figlia? Che dite?
{{Sc|Beatrice}}. Al manicomio? io? io, al manicomio?
{{Sc|Ciampa}}. Lasciamo il manicomio! In una casa di salute, signora! Tre mesi. Villeggiatura.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||il berretto a sonagli|403}}{{block|recita}}</noinclude>
{{Sc|Beatrice}} (''indignata''). Ma ci andrete voi, al manicomio! voi! Uscite fuori! fuori di casa mia! subito fuori!
{{Sc|Ciampa}}. Signora, dove mi manda? Badi che nel suo interesse io parlo!
{{Sc|Spanò}}. Ma vi sembra che siano proposte da fare, codeste?
{{Sc|Fifí}}. Dove siamo?
{{Sc|Ciampa}}. Anche lei, signor Fifí? Non comprende che questo è l’unico rimedio? Per lei stessa! Per il signor cavaliere! Per tutti! Non capisce che sua sorella ha svergognato anche il signor cavaliere, e che deve dare anche a lui una riparazione di fronte al paese? Si dice: — ''È pazza!'' — e non se ne parla piú! — Si spiega tutto! — ''Pazza, pazza da chiudere e da legare!'' — E solo cosí io non ho piú niente da vendicare! Mi disarma. Dico: — «''È pazza! Posso più farmene d’una pazza?''». E basta cosí! Il cavaliere non avrà piú da mortificarsi, domani, comparendo tra i suoi amici; e la signora va a farsi tre mesi di villeggiatura! — Via, via, sbrighiamoci, che meglio di cosí non si potrebbe fare! Ma deve partire assolutamente questa sera stessa!
{{Sc|Fifí}}. Sí, sí, è giusto! è giusto!
{{block|is|A Beatrice:}}Capisci? È per finta!
{{Sc|Beatrice}}. Ma chi? io? Tu sei pazzo! Io, al manicomio? Ma lo sente lei, mammà? al manicomio!
{{Sc|Assunta}}. Figlia mia, è per rimedio, non senti?
{{Sc|Spanò}}. Per rimedio, signora! Sembra anche a me la risoluzione migliore! Pensi anche al signor cavaliere, signora...
{{Sc|Beatrice}}. Ma che dite? Volete davvero che passi per pazza davanti a tutto il paese?
{{Sc|Ciampa}}. Ma davanti a tutto il paese, lei, signora, non ha bollato con un marchio d’infamia tre persone? Uno, d’adulterio; un’altra, di sgualdrina; e me, di becco? Ah, lei vorrebbe dirlo soltanto d’aver commesso una pazzia? Non basta, signora! Deve dimostrare d’esser pazza — pazza davvero — da chiudere!
{{Sc|Beatrice}}. Pazzo da chiudere sarete voi!
{{Sc|Ciampa}}. Nossignora. Lei. Per il suo bene! E lo sappiamo tutti qua, che lei è pazza. E ora deve saperlo anche tutto il paese. Non ci vuole niente, sa, signora mia, non s’allarmi!<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|404|maschere nude|}}{{block|recita}}</noinclude><noinclude>
</noinclude>
Niente ci vuole a far la pazza, creda a me! Gliel’insegno io come si fa. Basta che lei si metta a gridare in faccia a tutti la verità. Nessuno ci crede, e tutti la prendono per pazza!
{{Sc|Beatrice}} (''furente, convulsa''). Ah, dunque voi lo sapete che io ho ragione, e che avevo ragione di far questo?
{{Sc|Ciampa}}. No. Ah, no! Volti la pagina, signora! Se lei volta la pagina, vi legge che non c’è piú pazzo al mondo di chi crede d’aver ragione! — Via, vada! vada! si prenda questo piacere, di fare per tre mesi la pazza per davvero! Le par cosa da nulla? Fare il pazzo! Potessi farlo io, come piacerebbe a me! Sferrare, signora, qua
{{block|is|indica la tempia sinistra col solito gesto}} per davvero tutta la corda pazza, cacciarmi fino agli orecchi il berretto a sonagli della pazzia e scendere in piazza a sputare in faccia alla gente la verità. La cassa dell’uomo, signora, comporterebbe di vivere, non cento, ma duecent’anni! Sono i bocconi amari, le ingiustizie, le infamie, le prepotenze, che ci tocca d’ingozzare, che c’infràcidano lo stomaco! il non poter sfogare, signora! il non potere aprire la valvola della pazzia! Lei, può aprirla: ringrazii Dio, signora! Sarà la sua salute, per altri cent’anni! — Cominci, cominci a gridare!
{{Sc|Beatrice}}. Comincio a gridare?
{{Sc|Ciampa}}. Sí, ecco! Qua! in faccia a suo fratello!
{{block|is|Glielo spinge davanti.}} Forza! in faccia al Delegato!
{{block|is|Glielo spinge davanti.}} Forza! In faccia a me! E si persuada, signora, che solamente da pazza lei poteva pigliarsi il piacere di gridarmi in faccia: «''Bèèè!''».
{{Sc|Beatrice}}. E allora, sí: ''Bèèè!''... ve lo grido in faccia, sí: ''bèèè! bèèè!''
{{Sc|Fifí}} (''cercando di trattenerla''). Beatrice!
{{Sc|Spanò}} (''cercando di trattenerla''). Signora!
{{Sc|Assunta}} (''cercando di trattenerla''). Figlia mia!
{{Sc|Beatrice}} (''con grida furibonde''). No! Sono pazza? E debbo gridarglielo: ''Bèèè! bèèè! bèèè!''<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||il berretto a sonagli|405}}{{block|recita}}</noinclude>
{{Sc|Ciampa}} (''mentre tutti fanno per portar via Beatrice, che seguita a gridare come se fosse impazzita davvero''). È pazza! — Ecco la prova: è pazza! Oh che bellezza! — Bisogna chiuderla! bisogna chiuderla!
{{block|is|Balla dalla contentezza, battendo le mani. Momento di gran confusione, anche perché alle grida sopravvengono i vicini e le vicine di casa Fiorìca, con facce sbalordite, e chiedono a coro, più coi gesti che con le parole, che cosa sia accaduto. Ciampa, seguitando a batter le mani, festante, al colmo della gioja, e rispondendo ora all’una, ora all’altro:}}
È pazza! È pazza!... Se la portano al manicomio! È pazza!
{{block|is|E mentre tutti quei curiosi, spinti dolcemente ora dal Delegato, ora dal fratello, si ritirano commentando sotto sotto la disgrazia, si butta a sedere su una seggiola in mezzo alla scena, scoppiando in un’orribile risata, di rabbia, di selvaggio piacere e di disperazione a un tempo.}}
</div>
{{Ct|f=100%|v=1|TELA}}<noinclude></noinclude>
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{{Ct|f=140%|v=5|t=5|LA GIARA}}<noinclude></noinclude>
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{{Ct|c=atto|PERSONAGGI}}
{{block|is|{{Sc|Don Lolò Zirafa - Zí Dima Licasi}}, conciabrocche - L’avvocato {{Sc|Scimè}} - ’Mpari {{Sc|Pè}}, garzone - {{Sc|Tararà, Fillicò}}, contadini abbacchiatori - La ’gnà {{Sc|Tana, Trisuzza, Carminella,}} contadine raccoglitrici d’olive - Un {{Sc|Mulattiere}} - {{Sc|Nociarello}}, ragazzo di undici anni, contadino.
{{*}}
Campagna siciliana. Oggi.}}<noinclude></noinclude>
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Pensaci, Giacomino! (Commedia, 1965)
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{{Qualità|avz=100%|data=12 settembre 2026}}{{Intestazione
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Pensaci, Giacomino! (Commedia, 1965)/Personaggi
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Il berretto a sonagli
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Il berretto a sonagli/Atto II
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Pagina:Leopardi - Canti, Starita (corretta), Napoli 1835.djvu/189
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Xavier121
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Xavier121" />{{RigaIntestazione||5|}}</noinclude><poem>
Ma la vita mortal, poi che la bella
Giovinezza sparì, non si colora
{{R|65}}D’altra luce giammai, nè d’altra aurora.
Vedova è insino al fine; ed alla notte
Che l’altre etadi oscura,
Segno poser gli Dei la sepoltura.<ref>I versi 63-68 sono di mano del Ranieri, ma già il {{ac|Francesco Moroncini|Moroncini}} negava che fossero stati dettati dal poeta al soldale pochi attimi prima di morire, rifiutando una tradizione risalente allo Schulz ([[w:de:Heinrich Wilhelm Schulz|Heinrich Wilhelm Schulz]], ''G.L., sein Leben und seine Schriften'', Berlino 1840), che si dichiarava testimone oculare del fatto. cfr. Moroncini, ''Discorso proemiale (XIV)'', in F. Moroncini, ''Canti di Giacomo Leopardi'', Cappelli, Bologna 1927, pp. LII-LVII.</ref></poem><noinclude><references/></noinclude>
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Rime (Guidiccioni)/Rime d'amore e di religione/Secondo amore
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{{Qualità|avz=75%|data=9 gennaio 2026|arg=Da definire}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|Rime d'amore e di religione]] - Secondo amore|prec=../|succ=../Secondo amore/Le lodi}}
<pages index="Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu" from="28" to="28" tosection="s1" />
== Indice ==
*{{testo|/Le lodi}}
*{{testo|/Il trionfo della castità}}
*{{testo|/La lontananza}}
*{{testo|/La gelosia}}
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Rime (Guidiccioni)/Rime d'amore e di religione/Secondo amore/Il trionfo della castità
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Dr Zimbu
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{{Qualità|avz=100%|data=12 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|Secondo amore]] - Il trionfo della castità|prec=../Le lodi|succ=../La lontananza}}
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=== Indice ===
* {{testo|Chi desia di veder dove s'adora|tipo=tradizionale}}
* {{testo|Sovra un bel verde cespo, in mezzo un prato|tipo=tradizionale}}
* {{testo|Vedrá la gente omai che quant'io dissi|tipo=tradizionale}}
* {{testo|O cor piú ch'altro saggio e piú pudico|tipo=tradizionale}}
* {{testo|Sovra il bel morto Adon non fûr giá quelle|tipo=tradizionale}}
* {{testo|Scaldava Amor ne' chiari amati lumi|tipo=tradizionale}}
* {{testo|Donna, che 'ntesa a bei pensier d'onore|tipo=tradizionale}}
* {{testo|Fonte d'alto valor, de' cui bei rivi|tipo=tradizionale}}
* {{testo|Spargete, o ninfe d'Arno, arabi odori|tipo=tradizionale}}
* {{testo|A la bell'ombra de la nobil pianta|tipo=tradizionale}}
* {{testo|Grazie rendo a' bei lumi onesti e chiari|tipo=tradizionale}}
* {{testo|Splende nel mio pensier l'imagin viva|tipo=tradizionale}}
* {{testo|Correggio, se 'l tuo cor sospira invano|tipo=tradizionale}}
* {{testo|Parmi veder che su la destra riva|tipo=tradizionale}}
* {{testo|Al chiaro foco del mio vivo sole|tipo=tradizionale}}
* {{testo|Questo che gli occhi abbaglia e l'alma accende|tipo=tradizionale}}
* {{testo|Dolce è 'l legame, Amor, ch'ordito m'hai|tipo=tradizionale}}
* {{testo|O tu cui 'l Sol de la sua luce adorna|tipo=tradizionale}}
* {{testo|Avvezzianci a morir, se proprio è morte|tipo=tradizionale}}
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O tu cui 'l Sol de la sua luce adorna
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{{Qualità|avz=100%|data=12 settembre 2026}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = Giovanni Guidiccioni
| Nome e cognome del curatore = Ezio Chiorboli
| Titolo =O tu cui 'l Sol de la sua luce adorna
| Anno di pubblicazione =
| Lingua originale del testo =
| Nome e cognome del traduttore =
| Anno di traduzione =
| Progetto = Letteratura
| Argomento = sonetti
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu
| prec = Dolce è 'l legame, Amor, ch'ordito m'hai
| succ = Avvezzianci a morir, se proprio è morte
}}
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Avvezzianci a morir, se proprio è morte
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| Nome e cognome dell'autore = Giovanni Guidiccioni
| Nome e cognome del curatore = Ezio Chiorboli
| Titolo =Avvezzianci a morir, se proprio è morte
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| Progetto = Letteratura
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| prec = O tu cui 'l Sol de la sua luce adorna
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{{Raccolta|Rime (Guidiccioni)/Rime d'amore e di religione/Secondo amore/Il trionfo della castità|Secondo amore - Il trionfo della castità}}
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Qui, donde a forza, doloroso e lasso
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| Nome e cognome dell'autore = Giovanni Guidiccioni
| Nome e cognome del curatore = Ezio Chiorboli
| Titolo =Qui, donde a forza, doloroso e lasso
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| succ = O tristi pensier miei
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O tristi pensier miei
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{{Qualità|avz=100%|data=12 settembre 2026}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = Giovanni Guidiccioni
| Nome e cognome del curatore = Ezio Chiorboli
| Titolo =O tristi pensier miei
| Anno di pubblicazione =
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| Progetto = Letteratura
| Argomento = madrigali
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu
| prec = Qui, donde a forza, doloroso e lasso
| succ = Vedrò quegli occhi mai chiari e lucenti
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Vedrò quegli occhi mai chiari e lucenti
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| Nome e cognome dell'autore = Giovanni Guidiccioni
| Nome e cognome del curatore = Ezio Chiorboli
| Titolo =Vedrò quegli occhi mai chiari e lucenti
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| Lingua originale del testo =
| Nome e cognome del traduttore =
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| Progetto = Letteratura
| Argomento = sonetti
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu
| prec = O tristi pensier miei
| succ = Io aspetto pur quel giorno sospirando
}}
{{Raccolta|Rime (Guidiccioni)/Rime d'amore e di religione/Secondo amore/La lontananza|Secondo amore - La lontananza}}
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Io aspetto pur quel giorno sospirando
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| Nome e cognome dell'autore = Giovanni Guidiccioni
| Nome e cognome del curatore = Ezio Chiorboli
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| prec = Vedrò quegli occhi mai chiari e lucenti
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Qui dove i lumi bei solean far giorno
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1553
Porto il SAL a SAL 100%
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text/x-wiki
{{Qualità|avz=100%|data=12 settembre 2026}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = Giovanni Guidiccioni
| Nome e cognome del curatore = Ezio Chiorboli
| Titolo =Qui dove i lumi bei solean far giorno
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| Lingua originale del testo =
| Nome e cognome del traduttore =
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| Progetto = Letteratura
| Argomento =sonetti
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu
| prec = Io aspetto pur quel giorno sospirando
| succ = O fronte, piú che 'l ciel chiara e serena
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{{Raccolta|Rime (Guidiccioni)/Rime d'amore e di religione/Secondo amore/La lontananza|Secondo amore - La lontananza}}
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Wikisource:Rilettura del mese/Archivio/2026
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Dr Zimbu
1553
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text/x-wiki
{{Intestazione indice progetto
|Titolo pagina = Archivio delle riletture del mese completate
|Nome categoria = Progetto trascrizioni
|Nome progetto = Trascrizioni
|Titolo livello 1 = Rilettura del mese
|Link livello 1 = Wikisource:Rilettura del mese
|Titolo livello 2 =Archivio
|Link livello 2 =Wikisource:Rilettura del mese/Archivio
|Archivio = {{Archivio|Anno|2020}}
}}
{{Cassetto
| Default = Aperto
| Titolo = ===2026===
| Testo =
* {{testo|Fantasia (Serao)}} '''1° febbraio-28 marzo'''
* {{testo|La Costa d'Avorio}} '''29 marzo-30 maggio'''
* {{testo|Romanzo d'una signorina per bene}} '''30 maggio-17 giugno'''
* {{testo|L'argine}} '''18 giugno-29 luglio'''
* {{testo|Il bacio di Lesbia}} '''31 luglio-19 agosto'''
* {{testo|Un matrimonio in provincia}} '''22 agosto-11 settembre'''
* {{testo|Galatea (Barrili)}} '''11 settembre-'''
}}
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Gatto bianco
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 69 —|}}</noinclude>Ha del volgare e non s’attaglia che assai imperfettamente ai versi, il quale fatto da solo farebbe sospettare di una fortuita unione di questi con la musica ad altre parole destinata in origine.
Ed io infatti della Girometta avevo, già da tempo, raccolto dalla bocca del popolo un’altra versione musicale molto diversa da quella data dal Nigra e che mi pareva molto più schiettamente popolare e consona al testo, ma che senza il documento storico non mi sentivo, nonostante il fiuto critico che me ne faceva quasi certo, di darla per la vera contro quella dell’etnografo piemontese. Il documento però, additato dal {{AutoreCitato|Alessandro D'Ancona|D’Ancona}}, magnificamente sfruttato dall’Alaleona con raro senso di musicologo, c'è, ed io quindi mi prendo il gusto di darne l’interessantissimo spunto comparativo che, c’è da augurarselo ma non da sperarlo, colla sua evidente importanza dovrebbe indurre qualche giovane musicologo a farne base di un lungo studio di raffronto fra la canzone tradizionale e i primi documenti della canzone popolare dei passati secoli.
Da tempo immemorabile, fin da quando le religioni ebbero una regolare liturgia, le lodi in onore delle divinità venivano intonate su melodie profane o meglio su melodie ispirate da altri sentimenti come l’amore materno, l’amore<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:L'Anima musicale d'Italia.djvu/72
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Gatto bianco
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 70 —|}}</noinclude>sessuale, il dolore e la gioia. Coll'andare dei tempi l'abito rimase e ancora a' nostri giorni usano, e dal quattrocento, e forse prima, tanto era comune l'uso di far risuonare le chiese di voci popolani accoppiate a versetti sacri, che tali voci vennero addirittura trascritte nelle raccolte di laudi fatte dagli stessi sacerdoti e molto spesso in detti libri, per richiamare alla memoria di que' fedeli che di musica non sapevano, il motivo con cui dovevano cantare le laudi, sopra i versetti o sopra la melodia era trascritto il primo verso della canzone profana cui dovevano andare associate le parole della liturgia.
Ora dunque, il documento o i documenti cui più sopra ci riferiamo sono il ''Libro primo delle laudi spirituali raccolte dal R. P. Fra Serafino Razzi, nuovamente stampato in Venezia ad instanzia de' Giunti di Firenze MDLXIII 4° C. 148,'' e le ''Corone di sacre canzoni o Laudi spirituali nuovamente corrette ed accresciute per opera di Matteo Coferati in Firenze dagli eredi di Francesco Onofrio 1689.''
In entrambe queste raccolte fa la sua comparsa la melodia della Girometta.
Quella del codice del Razzi suona così ([[L'Anima musicale d'Italia/Piemonte/Noi siamo tre sorelle (A) |Tav. n. 7]]).
Quella del codice del Coferati, nonostante un intervallo di oltre un secolo, ha conservato, come il lettore può vedere, quasi integro il suo carattere originale modificato solo dalla {{Pt|traspo-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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Gatto bianco
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 70 —|}}</noinclude>sessuale, il dolore e la gioia. Coll’andare dei tempi l’abito rimase e ancora a’ nostri giorni usano, e dal quattrocento, e forse prima, tanto era comune l’uso di far risuonare le chiese di voci popolani accoppiate a versetti sacri, che tali voci vennero addirittura trascritte nelle raccolte di laudi fatte dagli stessi sacerdoti e molto spesso in detti libri, per richiamare alla memoria di que’ fedeli che di musica non sapevano, il motivo con cui dovevano cantare le laudi, sopra i versetti o sopra la melodia era trascritto il primo verso della canzone profana cui dovevano andare associate le parole della liturgia.
Ora dunque, il documento o i documenti cui più sopra ci riferiamo sono il ''Libro primo delle laudi spirituali raccolte dal R. P. Fra Serafino Razzi, nuovamente stampato in Venezia ad instanzia de’ Giunti di Firenze MDLXIII 4° C. 148,'' e le ''Corone di sacre canzoni o Laudi spirituali nuovamente corrette ed accresciute per opera di Matteo Coferati in Firenze dagli eredi di Francesco Onofrio 1689.''
In entrambe queste raccolte fa la sua comparsa la melodia della Girometta.
Quella del codice del Razzi suona così ([[L'Anima musicale d'Italia/Piemonte/Noi siamo tre sorelle (A) |Tav. n. 7]]).
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Gatto bianco
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 71 —|}}</noinclude>{{Pt|sizione|trasposizione}} in altro modo che dà un’impressione auri colare leggermente diversa ([[L'Anima musicale d'Italia/Piemonte/Noi siamo tre sorelle (B) |Tav. n. 8]]).
Crediamo utile far notare come la trascrizione da noi data dei due motivi di Girometta riportati dai suddetti codici, è quale la esecuzione vuole e che non differisce dagli originali e dalla traduzione dell’Alaleona che apparentemente, per una riduzione di valori, indispensabile in un libro non fatto esclusivamente per i musicologi. Il testo originale ed anche la riduzione dell’Alaleona avrebbero potuto far cadere i non specialisti in una erronea esecuzione lenta e dilavata assolutamente fuori posto.
Ora eccoci finalmente alla lezione della Girometta qual oggi si canta e da me raccolta dalla bocca di festose corone di bimbi dell’isola di S. Pietro alla Sardegna strettamente legata ([[L'Anima musicale d'Italia/Piemonte/Chi t'à fatto sti be' scarpette |Tav. n. 9]]).
La rassomiglianza colle precedenti lezioni è davvero impressionante e colpisce anche il solo sguardo tanto la disposizione dei segni si svolge, come puro disegno, quasi identica. All’esecuzione poi la rassomiglianza diventa identità e per un prezioso caso la melodia odierna si avvicina più alla lezione del Razzi che a quella del Coferati. In tutt’ e tre le lezioni l’identità più sorprendente cade proprio sulla parola Girometta che si presenta anche com’una originalità ritmica contrastante, in apparenza, col testo. In tutt’e tre le lezioni, detta parola che essendo<noinclude><references/></noinclude>
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Gatto bianco
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 72 —|}}</noinclude>base della canzone dovrebbe apparentemente formare anche la base della melodia, pare invece essere nella melodia interpolata quasi di straforo, poichè le due prime sillabe collocate su due semicrome cadenti sulle due altre sillabe danno l’impressione dell’accidentale sul quale si voglia rapidamente sorvolare. La ragione di questo fatto è così sottile che sfugge di fra le pagine di questo libro ed io la raccoglierò co’ dovuti riguardi quando se ne presenti l’occasione propizia, certo che nessuno, nel frattempo, si curerà di prenderla in esame.
Nella moderna lezione, naturalmente, la moderna tonalità si afferma e si sviluppa e la melodia s’inizia e finisce regolarmente sulla tonica dopo avere toccato, nel breve passo pentatono, la dominante. Ma il fatto bellissimo rimane lo stesso e, ciò che preme, evidentissimo anche ai semplici amatori di musica: una canzone del popolo fiorente nel 1500 si conserva intatta nel testo e nella musica per ben quattro secoli fino
al 1919.
Ma che dico quattro secoli? Girometta era fiorente nel 1500 e la prova è nei molti codici che la riportano e nel trovare la melodia presa a tema di laudi spirituali come di profani madrigali de’ molti maestri compositori dell’epoca... più teneri della nostra canzone popolare di quel che non siano i moderni musicisti.<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 73 —|}}</noinclude>Ma quando la melodia è fiorita in bocca al popolo e quali modificazioni fonetiche ha subito il suo testo poetico prima di arrivare a quella forma consacrata in quei codici di cui abbiamo discorso?
{{Centrato|⁂}}
Il tema seguente, al contrario di quello che il Nigra riporta per la Girometta, ha invece tutti i caratteri formali e sostanziali della melodia etnica piemontese. Brevità di frase; sospensione della prima parte sul movimento debole; afflato melanconico. L’ulteriore svolgimento melodico ch’è riportato nel già citato libro del {{AutoreCitato|Costantino Nigra|Nigra}}
è opera del tempo, di rabberciamento fatto a gusto del volgo e perciò noi ci siamo astenuti dal riportarlo rimandando il lettore che n'avesse voglia al suddetto libro ([[L'Anima musicale d'Italia/Piemonte/Di là da cui boscage |Tav. n. 10]]).
{{Centrato|⁂}}
Non posso tacere della canzone che parlando di Carolina di Savoia va sotto il titolo di «Madama Carolina» o anche la «bella madamina». L’origine della poesia viene generalmente attribuita al 1781, quando cioè nella cappella del Castello di Moncalieri la principessa {{AutoreCitato|Maria Carolina di Savoia|Maria Carolina di Savoia }} giurò fede di sposa al duca {{Pt|An-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 74 —|}}</noinclude>{{Pt|tonio|Antonio}} Clemente di Sassonia rappresentato da Carlo Emanuele principe di Piemonte, ma essa risale forse oltre nei tempi ad una tal principessa di Savoia che andata sposa ad un re Luigi straniero ne veniva poco tempo dopo avvelenata. Quanto alla melodia, trascritta nel libro del {{AutoreCitato|Costantino Nigra|Nigra}}, non so se per la prima volta, e poi riesumata dall’infelice poeta {{AutoreCitato|Guido Gozzano|Guido Gozzano}}, morto tanto giovane, e in seguito ancora da altri, non mi pare debba essere riportata se non per la critica cui può prestarsi e mai come parte di una raccolta. A me fa l’effetto di una delle tante canzoni composte da i cantastorie ([[L'Anima musicale d'Italia/Piemonte/Madama Carolin | Tav. n. 11]]).
E posto che la parola m’è venuta giù dalla penna, tutte le volte che ci troveremo di fronte ad un canto narrativo di fatto storico od anche di novella, stiamo in guardia. Il Nigra, studioso accuratissimo e talvolta felice di argomenti buonissimi, mette fra i generi della poesia popolare italiana cantata i canti narrativi o canzoni, e li dice di carattere più impersonale degli strambotti e stornelli. Con tutto il rispetto dovuto all’opera dell’insigne studioso piemontese, non posso far a meno di notare che se pure la canzone che ricorda fatti storici ha origini antichissime e da i nostri poeti epici, dall’{{AutoreCitato|Ludovico Ariosto|Ariosto}} e il {{AutoreCitato|Torquato Tasso|Tasso}} ad {{AutoreCitato|Omero|Omero}}, attraverso i trovatori ed i bardi, risale ai poemi indiani, a i cantori che presso alcune tribù selvagge hanno il compito di {{Pt|ri-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 75 —|}}</noinclude>{{Pt|cordare|ricordare}} a presenti le gesta dei loro terribili eferoci capi, detta canzone però, non essendo estrinsecazione diretta, ne’ per concetto verbale ne’ per concetto puramente sonoro o musicale che dir si voglia, di impressioni materiali o morali primitive, cioè di sentimenti, come invece sono le espressioni etnofoniche di dolore e di gioia, non è così ingenua, così pura, così assolutamente umana ed impersonale quanto il Nigra crede, ed è anzi, a nostro modesto avviso, la più personale di tutte, ed è al contrario la meno che possiede, se pure ne possiede, caratteri etnofonici così che non dovrebbe mai essere data, musicalmente parlando, come campione di canzone regionale, del popolo.
Studiando bene tale genere di canzoni (ch’io non mi sento di comprendere fra le manifestazioni etnofoniche) si rinverrà essere nella struttura melodica più di un particolare che le rivela opera certa del cittadino, o del contadino ammaliziato in città, che pure stilizzando la musica sullo stampo di quella realmente contadinesca conserva le tracce di indubbia volgarità. Così è che la melodia è sempre un tema etnico elaborato ed aggiustato comunque a’ bisogni del racconto cui è appiccicata. Stiamo in guardia, ripeto, l’opera del cantastorie non è mai etnica nè intieramente del popolo ma al popolo si accosta e si mostra come il falso brillante alla {{Pt|scia|}}-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 76 —|}}</noinclude>{{Pt|gurata|sciagurata}} Margherita, per abbagliarlo e strappargli il soldino di tasca. Possono però talvolta rintracciarsi nella canzone narratrice elementi musicali involuti dovuti ai caratteri musicali del dialetto, ed in tal caso si tratta di elementi veramente preziosi allo studioso.
Nel caso nostro della {{AutoreCitato|Maria Carolina di Savoia|Carolina di Savoia}}, è stridentissimo il contrasto fra i versi di contenuto tragico e la melodia di espressione farandolesca. La melodia, senza caratteri etnici, ha qualche cosa delle canzoni da trastullo infantile, che tutt’oggi nei giardini e nelle piazze cittadine vengono cinguettate e danzate da sciami di bambini. Ne ha la solita manierina della frasetta ripetuta su diversi gradi della scala, col solito artificioso slancio lirico per cui arriva a toccare l’ottava alta della tonalità in cui è impostata. Vi è si un zinzino di poetico derivante dalla ripetizione della frase, specie se fosse in un tempo lento, e della chiusa su le note gravi, ma è, com’era naturale fosse, in tono maggiore al contrario della maggior parte della musica etnica. Pel resto, ha caratteri tali che non lasciano dubbio alcuno sulla recente sua nascita. È musica storica se pure composta da persona digiuna di dottrina musicale.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 77 —|}}</noinclude>{{Centrato|⁂}}
Ho citato i canti da trastullo infantile e, una volta tanto, mi permetto darne uno del Piemonte ([[L'Anima musicale d'Italia/Piemonte/Pianta la fava | Tav. n. 12]]).
Il {{AutoreCitato|Costantino Nigra|Nigra}} ne dice: «Il coro dei cantanti imita qui, col gesto, accompagnato da danze, l’atto del piantare e così di seguito l’atto del bagnare, dello sgusciare, del mangiare. È un’imitazione col gesto, accompagnato da canti e danze, delle operazioni indicate dalle parole. Tali imitazioni sono comuni nella poesia popolare di molti paesi. Esistono in Francia, in Provenza, in Germania, nei paesi Slavi e altrove.»
Ed è vero. Solo che la melodia di tali canti non ha quasi mai caratteri etnici nè cronologici e non trovasi quasi mai, almeno a quanto io ne so, presso i popoli primitivi, se non come riduzione delle melodie usate dai grandi.
{{Centrato|⁂}}
Ma una stanca e fioca voce d’uomo esce come di sotterra. A chi rivolge il suo canto e quali parole accompagna a quella monotona e triste melodia? Ascoltate:
<poem>Troitina, dundeina, troitina, dundun.
Travaja, pover’om, t’arè mai nen.
T’è nà s’la paia, t’morrè sül fèn
::::Troitina, buntemp.</poem><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 78 —|}}</noinclude><section begin="s1" />Parole di cui la traduzione italiana suona così: «Troitina, dundeina, Troitina, dundun. Lavora pover’uomo, non avrai mai nulla. Sei nato sulla paglia, morrai sul fieno.»
Così cantava una volta nelle stalle della Val di Soana il povero contadino per addormentare il suo marmocchio mentre di fiori cadeva la neve e il vento urlava nei larici il freddo e la miseria del paese. Oggi tale canto non sarebbe più in carattere perchè nel Piemonte il contadino, per fortuna sua, sta meglio forse che in qualsiasi altra contrada d’Italia, ma, per sfortuna mia perchè non posso così darne la mesta cantilena, vero fiore di poesia cresciuto all’ombra della sventura, innaffiato dal sangue del popolo. Ad ogni modo questa canzone, un tempo diffusissima, palesa la mesta corda dell’anima piemontese.
No, decisamente, {{Wl|Q1522395|Gianduia}} non è allegro.
<section end="s1" />
<section begin="s2" />
{{Ct|f=200%|LOMBARDIA.}}
Milano non ha la sua marsigliese o meglio il suo inno di libertà, e si capisce; impiegò solo cinque giornate a spezzare il bastone austriaco per poter aver avuto il tempo nonchè di scrivere ma neppure di pensare un inno.... più o meno ambrosiano.<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 79 —|}}</noinclude>Forse, ben condotte indagini avrebbero potuto rigalarci qualche sorpresa, e qualche inno di guerra e di gloria riesumare, di quella Lombardia che ai tempi della discesa in Italia di {{AutoreCitato|Francesco Giuseppe I d’Austria|Francesco I}} come narrano le cronache di Paullo e del Morigi, aveva suonatori di trombe, pifferi e tamburi reputatissimi; ma la storia della musica va un po’ a rilento, e se trascurato finora fu il periodo preistorico non meno e forse più quello del medio evo che sbrigativamente ci dice essere stato di completa decadenza per l’arte de’ suoni.
Ad ogni modo, se Milano non ha il suo squillo di eroismo non ha neppure più, se mai l’ebbe, la canzone del suo focolare, della fatica casalinga, della sua intimità, dell’anima sua.
La civiltà è troppo solerte livellatrice di usi e costumi, è troppo accurata nel lavare ogni benchè minima macchiolina di color locale, nell’intercettare il passaggio ad ogni più sottile raggio di particolare luce, nel soffocare ogni e qualsiasi vestigia di etnos, per essersi permessa la sbadataggine di lasciare risuonare neppure l’eco di canzone locale nelle città e specie in quella di Milano ov’essa impera dispotica da lunghissimo tempo. Io non comprendo anzi che razza d’idea abbiano mai avuto {{AutoreCitato|Giulio Ricordi|Giulio Ricordi}} e {{AutoreCitato|Gialdino Gialdini|Gialdino Gialdini}} raccogliendo e pubblicando quel traditore ''Eco della Lombardia''. Traditore dico perchè della Lombardia non c’è nulla o quasi. C’è<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 80 —|}}</noinclude>di Milano è vero, ma bisognava metterlo sulla copertina e non dirlo nella prefazione, perchè a questo modo io potrei bellamente pubblicare un ''Eco della Sardegna'' in cui lo studioso allettato dal titolo non trovasse poi altro che canzoni metto a caso toscane, romagnole o piemontesi da lungo tempo diventate popolari a Cagliari ma canti insomma che colla Sardegna hanno a che fare precisamente come e quanto la canzonetta popolare a Milano con la canzone popolana di Lombardia.
Eppure, se Milano non ha, com’è giusto, canzone propria, l’ha però la Lombardia. Non è vano indizio di musicalità popolaresca l’avere questa contrada dato poeti e musici molti e di gran fama. Ed infatti il popolo lombardo, quello delle campagne, canta e molto. Canta alla filatura del lino, canta allo spannocchiare del granturco e al lavoro malsano nelle risaie, canta alla coltivazione del baco da seta, come canta sommesso le aspirazioni delle giovinette, e forte gli ardimenti dei lavoratori. Non ricordo ove ho letto essere le canzoni di Lombardia piene di bonomia e di ridanciana arguzia. Già, l’arguzia ridanciana di {{AutoreCitato|Carlo Porta|Carlo Porta}}, il dantesco fustigatore; la bonomia di {{AutoreCitato|Giuseppe Verdi|Giuseppe Verdi}} del ''Rigoletto'', dell’''Aida'', d’''Otello'', dei famosissimi cori o quella di {{AutoreCitato|Amatore Sciesa|Antonio Sciesa}} il cui epico: ''Tiremm innanz'' può stare a petto della sublime parola di<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 81 —|}}</noinclude>Cambronne cui l’Hugo dedicava una delle sue più belle pagine.
In poche città, nota G. Marinelli «s’incontra così spiccata la legge dei contrasti, vale a dire, nelle sue genti un senso di altissimo patriottismo nazionale e di particolarismo municipale; uno spirito d’ordinario tollerante, conservatore in politica come in religione, e in pari tempo capace delle più terribili e selvagge, anche delle più sante ribellioni; per indole critico e discorde, ma ed insieme anche atto nei supremi momenti a una assoluta concordia, così all’apparenza bonario e all’occorrenza fiero; disposto ad assecondare le necessità pratiche della vita quotidiana, ma anche a gaudente ed epicureo, la maggior serietà di propositi e di obbiettivi col bisogno del teatrale e dello spettacoloso, il culto dell’arte e della scienza, con una indifferenza tra sentita ed affettata per il teorico e l’accademico, quello delle memorie d’un passato glorioso, con l’adorazione e la viva coscienza del presente».
Ma trattandosi di canti etnici noi dobbiamo considerare trattarsi di cosa che va più in fondo di qualsiasi altra, ch’è suono mandato dalle corde dell’anima toccate dal sentimento, e l’anima lombarda è profondamente e sinceramente generosa, grande di passione; indi la canzone sua nell’essenza non ridanciana ma mesta, non piena di bonomia ma di bontà.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 82 —|}}</noinclude>{{Centrato|⁂}}
L’unica raccolta di melodie lombarde realmente popolari ch’io conosca, si restringe alla regione comasca. Di tali canzoni di cui il raccoglitore, Bolza, dice che si cantavano all’unisono da cori di contadine, quando l’estate lavorano nei campi e nell’inverno filano a veglia nelle stalle mi contento riportarne una sola perchè han tutte gli stessi caratteri cronologici ed etnici. Sono cioè tutte creazione ingenua e semplice, balbettamento di melodia creata però in tempi storici avanzati il che loro toglie quel carattere originale puramente etnico ([[L'Anima musicale d'Italia/Lombardia/Dove si stâ jersira|Tav. n. 13]]).
Il ''sei ottavi'' e il ''modo minore'' sono i suoi caratteri generali e palesi di melodia popolare e mesta; la veste esteriore, con l’estensione che si spinge oltre l’ottava, la così detta perfetta quadratura della frase, la non identità di questa quando si ripresenta, anzi con una certa e tal quale pretesa di salire all’acuto, la fan palese frutto del contado un po’ infangatosi della poltiglia cittadinesca.
{{Centrato|⁂}}
Nelle città, come dissi, canzone vera e propria del popolo non c’è; ma, oltre alla canzonetta cosmopolita con caratteri nazionali ma non<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 83 —|}}</noinclude>regionali, v’è anche una sorta di canzonetta popolare, composta ne’ versi e nella musica da ammalizziti rapsodi cittadini, che i caratteri regionali incornicia nelle forme cittadine della canzonetta dotta, in modo da attirare il buon villico con un’accorta pennellata di colore ambientale, un accordo, un passaggio, una sola nota che lascino intravvedere il paesello, il campo, il vigneto, la collina, la campagna, e da solleticare il borghesuccio e il signorotto col titillante accompagnamento, con un ingegnoso contraccanto e quell’ingenuità di cui talvolta sente il bisogno in cambio delle forti droghe armoniche e strumentali della moderna secrezione musicale, come talvolta d’un bicchiere d’acqua pura a ristoro del bruciante bicchierino di grappa. Tal genere di canzone dunque non deve essere esclusa anche da una raccolta fatta con intenti seri, poichè in essa possono essere elementi degni di nota.
Anch’io, in una piccola raccolta di canti della Sardegna, che pubblicai a scopo di volgarizzamento, ho creduto utile includere una canzone di un cantore contemporaneo della città di Cagliari. Ciò perchè tale canzone, pur non essendo essenzialmente sarda, del canto sardo in genere serba le tracce ammanierate dall’abitudine del compositore alla musica dotta pur di questa tecnicamente ignorante, e si può dire che la {{Pt|melo-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 84 —|}}</noinclude>{{Pt|dia|melodia}} di tal genere di musica rappresenti la etnofonia moderna, se così posso esprimermi.
Ritornando alla regione che in questo momento ne occupa, dico che non essendomi riuscito riportare genuini canti della campagna lombarda, il meglio è dare almeno qualche esempio delle canzoni della moderna etnofonia milanese. Eccone una, la più nota, dell’ultimo e più celebre cantastorie che abbia avuto Milano, il ''Barbapedana'' ([[L'Anima musicale d'Italia/Lombardia/De tan piscinin che l'era|Tav. n. 14]]).
Essa ha per titolo ''El piscinin'', il piccolino.
In tal genere di canzonette non solo spesso non è nulla di regionale, di colore locale, ma talvolta, come precisamente in questa, reminiscenze palesi di volgari melodie di opere di poco pregio ma molto in voga. E non manca neppure la chiusa in alto a così detto effetto.
Un’altra, fra le più conosciute, non del ''Barbapedana'', è ''El moletta'', l’arrotino ([[L'Anima musicale d'Italia/Lombardia/E gira che ti gira|Tav. n. 15]]).
È questa canzone che pare abbia dato vita ad un onesto e legittimo figliolo ch’ha per titolo ''Me padre fa ’l moletta''. Il lettore confronti e tragga quelle deduzioni che il particolare gusto e discernimento critico gli suggeriscono, ma, come vede, nè padre nè figlio discendono dal nonno lavoro e non hanno quindi nulla a che spartire colla vera canzone del popolo ([[L'Anima musicale d'Italia/Lombardia/Me pader fa 'l moletta|Tav. n. 16]]).<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 85 —|}}</noinclude>{{Centrato|⁂}}
Ancora un tema. ''La bella Rachele''.
È questo il tipo generico della mesta canzone amorosa lombarda. Canzone di dominio del popolo, ma non popolaresca creazione ([[L'Anima musicale d'Italia/Lombardia/Mi gh'hoo la mia sorella|Tav. n. 17]]).
{{Centrato|⁂}}
Se, come è detto in principio, Milano non ha la sua Marsigliese, ha bene però una canzone sua, tutta sua, della intiera Lombardia anzi, divenuta un’abitudine, una seconda natura, un incosciente bisogno dell’animo, canticchiata dal villico come dal cittadino, dall’organetto in istrada come dal pianoforte nel salotto, dall’orchestra in teatro, come dalle voci avvinazzate nella bettola. Questa canzone ripete il fatto della Marsigliese in quanto un musicista esprime il pensiero del popolo; ma più della Marsigliese è del popolo perchè prima di essere scritta, di ricevere l’impronta dell’artista che doveva fissarla in forme durature e perenni, di avere quel regolare passaporto fra gli uomini che è la denunzia di nascita innanzi all’uficiale di stato civile, il battesimo, già vagava nell’aria, era nel petto e nell’anima di tutti i lombardi, bisogno sentito, non formulato, non appagato con forma {{Pt|concre-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 86 —|}}</noinclude>{{Pt|ta|concreta}}. Ed è per questo che mentre la Marsigliese è canzone dotta divenuta popolare, quella lombarda di cui discorro, è invece genuina espressione del popolo e ne ha tutti i caratteri peculiari etnici.
Un giovinetto doveva compiere il miracolo, portare al popolo la lieta novella, proferire l’attesa parola. Il giovinetto era milanese di nascita e si chiamava {{AutoreCitato|Paolo Giorza|Paolo Giorza}}. La canzone è quella che andata prima, per poco tempo, sotto il titolo di ''Daghela avanti un passo'' è ora generalmente conosciuta sotto il nome di ''La bella Gigogin'' e che allo scoccare della mezzanotte dell’ultimo giorno di carnevale dell’anno 1858, nel teatro Carcano, veniva eseguita da un’orchestra composta di settanta suonatori e che dopo fuori, dinanzi al palazzo del governatore austriaco e del capo della polizia, veniva intuonata da oltre ventimila squillanti e maschie voci, di quel così detto «bonaccione» popolo lombardo. All’austriaco padrone quel ''Daghela avanti un passo'' ha forse suonato come imperioso invito a darne addietro altrettanti lui e la sua odiosa nazione.
Ridete pure, o lettori, se volete, che il riso fa buon sangue, ma pensate pure che questa «canzonetta» formò la delizia, la distrazione, fu l’amica più cara ed intima di molti se non di tutti quei giovani soldati che furono nel sessanta gli<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 87 —|}}</noinclude><section begin="s1" />eroi dell’ultima guerra che potè ancora colorarsi di poesia, come se ne colorarono tutte le azioni d’armi in cui fiammeggiò la rossa camicia del grande magnanimo eroe nizzardo.<section end="s1" />
<section begin="s2" />
{{Ct|f=200%|VENEZIA.}}
Di qualunque altra regione che fosse stata come questa da tanti secoli e così intensamente e variamente rastrellata, arata, piallata per lungo e per largo da civiltà sue e straniere, sarebbe stata vana speme credere di poterne rintracciare una qualsiasi traccia di colore locale ne’ canti del suo popolo.
Ma tant’è così fortemente originale la disposizione di tutto questo paese, che il dialetto, il gestire, il carattere, tutta la fisonomia degli abitanti rimane pur sempre fra le più caratteristiche d’Italia, con arguzie, finezze, eleganze, servilità e signorilità e superbie, di pensieri, movimenti modi di dire, forme, toni e colori, timbri, cadenze e ritmi vocali che si accentuano e si accendono e si accentrano e concentrano in Venezia la regina dell’Adriatico, la città del sogno, del misterioso, del fantastico, più dell’Andalusia dell’Arabia della stessa Costantinopoli.
Tutta bella, anche nelle sue più umili ''calle'', a tutte le ore, in tutte le stagioni e così {{Pt|poetica-|}}<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ITALO PIZZI''||}}</noinclude>
Speroni, benchè studiosissimo dell’armonia del periodo, non si avvisò mai di fare.
16. — Fin qui la storia esterna, se così può dirsi, dell’/l pesta. Bisogna ora che se ne faccia la storia interna.
Esso è il codice sacro, ritenuto come rivelato dalla Divinità, d’una particolare dottrina religiosa che, col Giudaismo e il Cristianesimo, è una delle più pure ed elevate dell’antichità. IL Brahmanesimo, invece, e il Buddhismo, più che religioni, sembrano essere due profondi e molto elaborati sistemi filosofici, accessibili, nella loro essenza vera, soltanto a menti molto elevate, laddove la dottrina dell’''Avesta'', pur con gli alti concetti del fondatore, volge maggiormente alla pratica della vita. Ha pochi dogmi, ma reca al fedele insegnamenti altissimi; ammette la vita futura, promette la venuta, alla fine del mondo e quando risorgeranno i morti, d’un Salvatore, annunzia il premio che toccherà ai buoni, e la pena dei malvagi che però non sarà eterna, inculca una morale nobile ed elevata, non inerte e inoperosa perchè non conosce l’ascetismo brahmanico e nemmeno l’indifferenza e la calma del Buddhismo, inculca il lavoro, quello specialmente, proclamato da essa il più santo, il più utile, dell’agricoltura, insegnato dallo stesso dio creatore, Ahura Mazdao, al primo re, Yima, e da Yima propagato con l’esempio tra i primi mortali.
Questa dottrina ebbe nomi diversi. L’''Avesta'' stesso la dice religione ahurica, dal nome di Ahura Mazdao, e zoroastriana dal nome del primo che la predicò. Da noi ora si dice Mazdeismo, dal culto tributato ad Ahura<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 58 —|}}</noinclude>
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''INTRODUZIONE''}}</noinclude>
Mazdao, anche dualismo per certa particolar dottrina dualistica che la informò poi, come vedremo, e anche zoroastrismo. Comunque sia, essa è un bene ordinato e architettato sistema di religione che, come il Mosaismo, il Cristianesimo e 1 Islamismo, procede dalla predicazione e dall’opera feconda d’una persona sola. Vi si sono aggiunte poi, e ne vedremo il come, alcune altre parti, dovute indubbiamente ad altre idee religiose e ad altri culti preesistenti, quelle radicate fin dal principio nella mente della nazione, questi praticati fin dall’antichità, che la dottrina di Zarathustra non potè cancellare.
Nella dottrina zoroastriana pertanto, quale ci risulta dall’''Avesta'', distinguiamo anzi tutto un fondamento, un substrato di primitive idee che diremo ariane, e anche indoeuropee: poi, tutta la parte, religiosa in più alto senso e anche filosofica, dovuta alla mente e allo spirito di Zarathustra, legislatore e novatore; in fine, tutte quelle parti che o sono venute da altre fonti, fonti straniere, ovvero sono rampollate per naturale e organico svolgimento, opera indubbiamente di discepoli e di seguaci nei tempi susseguenti, dalla dottrina stessa di lui.
17. — Senza dubbio la primitiva religione iranica era un naturalismo politeistico, proprio, del resto, a tante altre nazioni quando si trovano ai primordi della civiltà, ovvero nella età ancor primitiva. Le divinità del primitivo Olimpo iranico erano il Cielo, il Sole, la Luna, l’Aurora, la stella Sirio, le Acque, il Fuoco. Dal culto, anzi, di questa ultima divinità fu detto, sebbene {{Pt|erro-|}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 59 —|}}</noinclude>
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{{Pt|neamente,|erroneamente,}} che gl’ lrani erano esclusivamente adoratori del Fuoco. Gl’inni vedici, quelli in particolare del Rigveda, son pure consacrati a simili ed equivalenti divinità, ciò che dimostra quanto stretto fosse il vincolo che congiunge la primitiva religione iranica all’indiana. E, del resto, attesta Erodoto che i Persiani del suo tempo adoravano soltanto il Sole, la Luna, la Terra, il Fuoco, le Acque, gli Astri, i Persiani, che, come pare, non professavano il Zoroastrismo, sì bene avevano una religione più semplice e di carattere più primitivo, vicina perciò all’originaria religione degl’ lrani. Come gl’inni vedici, così anche gl’inni del quarto libro dell’''Avesta'', quello dei ''Yasht'', si comportano verso le singole divinità con un loro fare particolare, del quale, tra noi, non si potrebbe trovare alcun altro riscontro se non in qualcuno degl’inni omerici. Narrano sovente e descrivono con certo entusiasmo che sta tra l’epico e il lirico, le imprese gloriose delle divinità, massime se queste son di natura guerriera. Veggasi, per esempio, l’inno a Mithra, che è uno dei più belli e più epicamente descrittivi.
18. — La parte che è dovuta in modo speciale a Zarathustra, si può determinare (pur con molte riserve e con molta circospezione) in una sua riforma per la quale egli portò in mezzo a quelli che poi gli si fecero seguaci, una spiccata idea monoteistica, che almeno da principio dovette fortemente contrastare col prevalente politeismo. Ma poi, per ragioni insite in questo stesso monoteismo di lui, ecco che la nuova religione, dopo di lui, si volse al dualismo, e tanto in questo senso {{Pt|de-|}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 60 —|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''INTRODUZIONE''}}</noinclude>
{{Pt|generò,|degenerò,}} che la religione dell’''Avesta'', quale si mostra in
esso e quale fu professata e si professa tuttora, altro non
è che un rigido e sistematico dualismo. Dir. dualismo e
zoroastrismo, ora, è la stessa cosa. Tutto ciò fu indubbiamente
lungo e lento lavorìo di scuole sacerdotali, venute
su dopo il fondatore della nuova religione. Che poi
Zarathustra inclinasse apertamente al monoteismo, s’intende
già dal concetto ch’egli aveva del dio supremo,
del dio creatore Ahura Mazdao. Il nome Ahura, come
il nome Yahveh che la Bibbia dà al Dio d’Israele, significa
l’Essere, cioè l’Essere per eccellenza; ed è ovvio
l’intendere che simile concetto, alto e sublime, mera e
pura astrazione metafisica, non può procedere che da
una eletta mente speculativa, non può appartenere all’ordine
delle idee proprie delle religioni naturalistiche.
E sarebbe forse, questa idea, venuta a Zarathustra dai
Semiti, anzi dagli Ebrei?
19. — Dato poi, come sembra vero, che gl’inni detti
le ''Gâtha'' procedano direttamente da lui e ne riflettano
il pensiero genuino, appunto sul monoteismo essi insistono
manifestamente, e di concetti monoteistici si mostrano
come compenetrati e pervasi, pur rinchiudendo in
sè un certo germe di dualismo che doveva svolgersene
poi. E il modo molto probabilmente deve esserne stato
questo, cioè che Zarathustra, considerando che nell’arrimo
umano sono innate due inclinazioni diverse, anzi
opposte fra loro, l’una volta al bene, al male l’altra, l’una
e l’altra va considerando e trattando come due spiriti
diversi, contrari fra loro, dai quali procedono le<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 61 —|}}</noinclude>
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azioni tutte deH’uomo quaggiù, le buone dal buono spirito, le ree dal reo. Dal concetto di questi due spiriti contrastantisi fra loro nel profondo dell’animo dell’uomo, fu ovvio, fu agevole passare all’altro di un contrasto tra bene e male insito in tutto quanto l’universo, ad una eterna battaglia tra due spiriti creatori, l’uno del bene, personificato in Ahura Mazdao, l’altro del male, personificato in Anra Mainyu, in una parola alla dottrina del dualismo che scinde in due campi opposti tutto quanto il creato. Per tal via, il dissidio del mondo interiore fu trasportato nel mondo universo esteriore; e ciò non altro potè essere che opera e lavorìo speculativo e teologico dei seguaci di Zarathustra che in tal modo logicamente ne svolsero la dottrina. Ma se il dualismo venne poi, esso col monoteismo, sebbene non del tutto puro, di Zarathustra, si dovette imporre e sovrapporre a quel primitivo fondo di idee e credenze politeistiche e naturalistiche che di sopra abbiamo assegnate alla fede primitiva nazionale. Ne vennero indubbiamente contrasti e dispute e riluttanze, come avvien sempre in simili casi. E veramente Zarathustra, nello stesso ''Avesta'', ci è presentato come un apportatore, in nome della Divinità, d’una dottrina novella fortemente contrastante con le idee e le credenze comuni e volgari, e gl’inni suoi si lagnano sovente di ciechi e di sordi in materia di fede, di eretici, di miscredenti.
È certo però che nessuna gente che abbracci una fede novella, tanto dimentica la fede antica da non trovarsene più alcuna traccia in tutto ciò che accetta e crede dopo la sua conversione. Chiamasi perciò {{Pt|super-|}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 62 —|}}</noinclude>
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{{Pt|stizione|superstizione}} tutto ciò che in essa rimane delle abbandonate credenze. Ma troppo grande, nel caso della voluta riforma di Zarathustra, dovette essere la distanza tra i concetti monoteistici di lui e le idee politeistiche della nazione, perchè queste potessero cancellarsi e toglier via d’un tratto, anche lasciando dietro di sè residui e tracce. Ed ecco che, appunto per ciò, dovette farsi come un compromesso, secondo cui tutto quanto l’antico Olimpo iranico, con visibile studio, fu sottoposto ad Ahura Mazdao, primo creatore e supremo iddio, che divenne perciò padre del fuoco, cioè dell’antico dio del Fuoco, creatore del dio Sole, della santa e pura Armaiti che è la dea della terra, creatore e autore primo degli esseri tutti celesti e terrestri. Ne nacque pertanto una mista e nuova gerarchia celeste, bene ordinata veramente, ma pure alquanto ibrida, nella quale è ancor manifesto un primitivo e originario politeismo stato mascherato di monoteismo, degenerato, o piuttosto svoltosi poi e ridottosi ad essere un dualismo. È naturale inoltre che, anche essendo divenuto un dualismo, esso dualismo conservò e comprese le antiche divinità, ma le benefiche schierò e ordinò sotto Ahura Mazdao, le malefiche sotto Anra Mainyu.
Tanto è vero cotesto, che l’edificio novello, quantunque assai abilmente architettato, mostra i pezzi aggiunti e i tasselli. Ciò accade in particolar modo là dove era necessario far risaltare l’idea, il concetto di Ahura Mazdao, signore assoluto e creatore deH”universo, sopre le altre divinità lungamente enumerate ed esaltate nel testo primitivo. Quei testi, anzi, che più degli altri<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 63 —|}}</noinclude>
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vanno pregni di concetti naturalistici e politeistici, recano più spesse che gli altri e più visibili le tracce di questo lavorìo. E sono altrettante aggiunte, cioè interpolazioni fatte posteriormente, le quali aiutarono assai il Geldner nel ricostruirne nel modo che di sopra abbiam detto, il metro originario: o forse sarà meglio dire che, riconosciute da lui come interpolazioni e però tolte via, il metro originario gli risultò fra le mani nettamente rifatto. Ma chi fu l’autore di quelle aggiunte, di quelle interpolazioni? Non certamente Zarathustra: senza dubbio, invece, i discepoli suoi e i seguaci delle età posteriori.
20. — E v’è anche, nel Zoroastrismo, qualche parte che venne di fuori. Del monoteismo, come di dottrina d’origine semitica e forse ebraica, abbiam già fatto or ora un cenno. Si può aggiungere il concetto della creazione. o meglio il modo con cui viene espresso e nel linguaggio dell’''Avesta'' e in quello della Genesi nella Bibbia l’atto del creare, il quale è inteso come uno spaccare, uno scindere, un lavorare, quasi materialmente, alcun che. A principio deH’Esodo si legge che l’Iddio d’Israele si chiamava Yahveh. che vuol dire l’Essere, cioè l’Essere supremo, l’Essere per eccellenza, il solo Essere, ed Essere. e non altro, significa il nome che l’''Avesta'' dà al dio creatore, Ahura. Molti racconti ha l’antichità intorno al diluvio, ma quelli che maggiormente si assomigliano fra loro «sono il semitico, nelle due forme date l’una dalla Genesi, l’altra dai cuneiformi assiri, e l’iranico secondo l’''Avesta'', nel quale altresì la descrizione del recinto in<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 64 —|}}</noinclude>
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cui riparò Yima per ordine di Ahura Mazdao con la famiglia e con certe coppie di animali e di piante, ha una somiglianza singolare con l’arca in cui, per ordine del Signore, riparò Noè con i suoi. E il modo, inoltre, di rappresentar sui monumenti l’immagine sacra di Ahura Mazdao sovrastante, per così dire, ad un simbolico cerchio con due ali di sparviere aperte e stese, deve esser venuto agl’Irani, con ogni meiggior probabilità, dai Babilonesi che l’avrebbero avuto, alla loro volta, dagli Egiziani.
21. — Ma chi era Zarathustra e che sappiamo o possiam sapere di lui?
Gli scrittori greci e latini, in minor misura i più antichi, in maggiore i più recenti, in particolare quelli del Medio Evo, e con questi gli orientali, zoroastriani e musulmani, anch’essi dei tempi più tardivi, hanno spacciato sul conto di questo antico e oscuro personaggio le notizie più strane e meravigliose. L’''Avesta'', invece, mostra saperne ben poco; almeno, ne dice ben poco. Noi non riferiremo qui tante favole quante se ne leggono in quei libri. Non hanno fondamento alcuno di verità: e però chi volesse averne notizia precisa, potrà consultare il libro di un dottissimo americano, del professore {{Wl|Q4648478|Guglielmo Jackson}}, che, raccoltevi e ordinatevi accuratamente insieme tutte le testimonianze antiche e recenti, orientali e occidentali, intese di ricavarne il racconto della vita e della carriera di profeta e di legislatore. Ammette egli, come ammettiamo anche noi, che Zarathustra sia personaggio storico: e però altro lavoro non gli resta che di vagliare, di esaminare, di confrontare le testimonianze<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 65 —|}}
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Infinite che vanno, in Oriente. dall’''Avesta'' alle ultime compilazioni dei Parsi, e. in Occidente, vanno da Platone agli ultimi cronisti e teologi del Medio Evo.
In tutto questo non possiamo seguirlo noi; e però ci appagheremo di riferir soltanto e brevemente quella parte della tradizione orientale che è la più ammissibile e credibile, lasciando, s’intende, gl’infiniti miracoli che vanno attribuiti al gran profeta e le notizie tutte di poco conto. L’''Avesta'' dice che Zarathustra era figlio di Pourushaspa, che nacque presso il fiume Daregia, nell Airyana-vaegia, cioè nell’Iran, nel paese iranico, e propriamente nella Media, cioè nell’Iran occidentale. Era soprannominato Spitama. soprannome o cognome indubbiamente di famiglia. L’età del viver suo e della predicazione. poichè senza alcun dubbio egli recò nell’Iran una fede e una legge novella, cade con ogni probabilità, come altrove abbiamo notato, tra il V e il VI secolo avanti l’Era nostra: e un monarca che si chiamava Vistaspa, da non confondersi col Vistaspa o Istaspe padre di Dario, fu uno dei primi suol discepoli. Di qual gente e di qual paese fosse signore cotesto Vistaspa, non è ben certo, perchè il dirlo e crederlo re d’un regno di Battriana nell’Oriente dell’Iran, come fino ad ora si e creduto da molti, si è trovato di recente essere errore manifesto. Un regno di Battriana a sei secoli avanti l’Era nostra, non è stato mai. Ma Zarathustra, pur avendo convertito alla sua religione e il re e la corte, anche coi molti e mirabili prodigi che si racconta seppe fare, trovò non pochi nemici e non pochi ostacoli. La predicazione sua fu cagione, inoltre, d’un’accanita guerra con un re<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 66 —|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''INTRODUZIONE''}}</noinclude>
di nome Aregiataspa, che aveva signoria nel Turan, cioè nell’Asia settentrionale, e che, dopo ch’ebbe invano esortato il re Vistaspa a rinnegare la nuova fede, gli mosse incontro con le armi. In un assalto che il nemico re diede alla citta di Bakhdhi, che è la Baktra o Battriana degli Antichi. Zarathustra rimase ucciso nella strage comune.
22. — Questo poco soltanto possiam dire con una tal quale certezza, e questo poco è facilmente credibile. Tutto il resto è favola. Senonchè, nella scarsa tradizione riferita di sopra, è necessario rilevare due punti che sono importanti, e uno tocca la provenienza di Zarathustra, l’altro tocca il modo secondo cui la tradizione ce lo rappresenta. Quanto alla provenienza, risulta quasi certo ch’egli mosse da una regione che era ad Occidente dell’Iran, o almeno dalla parte più occidentale, d’intorno al lago Urmia, cioè da una regione iranica più prossima a genti semitiche e loro contigua, se pure non venne addirittura, come qualcuno anche ha quasi sospettato, da paese semitico. Tutto ciò consuonerebbe con la dottrina del monoteismo, che i profeti ebrei, precisamente nell’età in cui si suppone abbia vissuto Zarathustra, altamente predicavano e inculcavano. E non sarebbe stato egli stesso un semita venuto a predicare in paese iranico e ad imporvi l’alta dottrina monoteistica del suo paese?
Il nome stesso onde va designato, che suona Zarathustra nell’''Avesta'', Zoroastro presso i classici, e Zerdus
{{Ct|c=t2|nell’idioma}}
persiano recente, non ha plausibile etimologia nella lingua iranica, antica o moderna, e ha forse {{Pt|par-|}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 67 —|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ITALO PIZZI''||}}</noinclude>
{{Pt|venza|parvenza}} di essere di origine straniera. Resta che. secondo la supposizione nostra, se ne possa rinvenire quando mai l’origine in qualcuna delle lingue semitiche.
Quanto poi al modo con cui la tradizione ce lo rappresenta. si può dire anche qui con certezza ch’essa lo atteggia non solo come riformatore, ma anche come tale che avendo ricevuto dalla Divinità l’alto ufficio di bandire ad un popolo, ad una gente, una nuova dottrina, santamente e costantemente, fino alla morte, adempie quell’ufficio. Il qual tratto è interamente simile a quello dei profeti o riformatori o legislatori semiti, e n’è, anzi, l’essenziale e il formale, laddove i grandi legislatori o fondatori di religioni d’origine non semitica sono ben diversamente tratteggiati e dalla storia e dalla tradizione. Non sono messaggieri di alcuna divinità, sì bene si levano di p«r sè stessi e dalla loro mente e dalla loro anima ricavano la dottrina loro e questa vanno predicando non in nome della Divinità, sì bene in loro nome come appunto, a sei secoli avanti l’Era volgare, fece Buddha in India predicando la sua religione, o meglio sua filosofia che, tra l’altro, era anche atea. Questo di Buddha, se non erriamo, è il tipo del riformatore o legislatore ariano o indoeuropeo, mentre Zarathustra è legislatore, è fondatore di tipo semitico, vale a dire del tipo stesso di Mosè e di Samuele, d’Isaia e di Geremia presso gli Ebrei, fino a Maometto, al profeta degli Arabi, che asseriva d’esser stato il suggello di tutti i profeti del tempo antico. Tutto adunque, in Zarathustra, accenna ad un carattere semitico che s’intrawede quasi non dubbio nella figura sua tradizionale, nell’ufficio suo, nell’opera. E c’è anche<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 68 —|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''INTRODUZIONE''}}</noinclude>
una tradizione musulmana che lo dice discepolo di Geremia. Noi non ammetteremo tanto, ma noteremo soltanto che. se anche tale tradizione è falsa in sè, può esser nata tuttavia da un lontano e incerto sentore dell’origine o provenienza semitica di lui, e ci permetteremo anche di osservare che, se Zarathustra era del secolo VI avanti l’Era nostra, era appunto contemporaneo di quel profeta.
23. — Riassumendo le cose dette fin qui, sembra che il cammino percorso, per così dire, dal Zoroastrismo per formarsi e divenire quale ora lo troviamo nel’''Avesta'', sia il seguente. Religione primitiva delle stirpi iraniche dovette essere un culto naturalistico, politeistico, affine al vedico, portato con sè dalle stirpi stesse fino dalla sede originaria comune ad esse stirpi indoeuropee. Le divinità ch’erano oggetto di quel culto, rappresentavano, s’intende, e personificavano le forze e i fenomeni della natura, e formavano un bene ordinato Olimpo. Sopravvenne dal di fuori, recata da un profeta o legislatore, Zarathustra, una dottrina essenzialmente opposta, monoteistica; ma l’importata dottrina suscitò opposizioni, destò contrasti, trovò ostacoli, dei quali si lagna il riformatore stesso. L’insegnamento primo e genuino, diremo anche personale, di lui, deve rinvenirsi soltanto negl’inni o canti che la tradizione unanime, con venerazione grande, gli attribuisce. L’''Avesta'' allora, come è ovvio intendere, non c’era ancora. Ma intanto, vivente ancora Zarathustra o poco dopo di lui, ecco che, per toglier via i contrasti e gli ostacoli e per accordar la nuova<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 69 —|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ITALO PIZZI''||}}</noinclude>
dottrina con le troppo radicate credenze nazionali (non diremo volgari), si dovette ricorrere a quel compromesso di cui sopra abbiam detto, sottomettendo al monoteismo insegnato e bandito dal nuovo profeta, il vecchio politeismo. Ne nacque così un nuovo Olimpo che diremo teologico, con a capo Ahura Mazdao, con soggetti a lui gli antichi Dei. Soltanto poterono esservi aggiunte, come pare, alcune divinità nuove, mere astrazioni, dovute alla speculazione dei teologi e dei filosofi, quali, per esempio, Vohumanah, cioè l’Intenzione buona, Rasnu, cioè la Rettitudine, e altre simili, lontane certamente dai concetti schiettamente naturalistici del vecchio culto.
Il dualismo, quantunque già in germe nei primi canti zoroastriani, venne svolgendosi lentamente di mano in mano, e mise capo al ''Vendidâd'', al libro inteso a preservare la creazione buona di Ahura Mazdao dalla contaminazione rea di Anra Mainyu. Ma il libro, già l’abbiam detto, è opera di più tarda età, lavoro ulteriore di sacerdoti zoroastriani svolgenti a forza di speculare, nelle loro scuole, la dottrina del fondatore, quando già in una regione particolare dell’Iran s’era formata una sede fissa, ora si direbbe o focolare o centro, della religione. Quella regione particolare dovette essere la parte occidentale dell’Iran, la Media, anzi propriamente la città che ora diciamo Rey, detta Ragha nell’''Avesta'' e Raga nelle Iscrizioni cuneiformi persiane. In Ragha adunque, sede del Zarathustrotema, cioè del successore di Zarathustra, laddove era anche il collegio dei Magi, seguaci di lui, fu data la forma definitiva alla religione, fu {{Pt|mes-|}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 70 —|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|||''INTRODUZIONE''}}</noinclude>
so insieme VAoesta, se non tutto, nella sua maggior parte
certamente, sino a fame quella varia e vasta enciclopedia
del sapere quale esso era da principio, e di cui
a noi altro non è pervenuta che una parte ben piccola.
Fu quella la sede del Zoroastrismo dualistico; del monoteistico
derivante da Zarathustra la prima sede fu 'a
corte del re Vistaspa, forse nella parte opposta dell’Iran,
nella orientale, non però precisamente in Battriana, come
pare che oggi si debba escludere in modo quasi assoluto.
24.
— Come si vede, procede molto incerta e dubbiosa
l’esposizione nostra; ma l’argomento è irto di difficoltà
e per molti punti che richiederebbero maggior luce,
mancano i dati storici. Quello tuttavia che ora diremo
cercando di tratteggiar meglio il Zoroastrismo, perchè
ricavato dall’^loes/a stesso e dai libri tradizionali, sarà
assai più certo e più fondato.
II dualismo deir/4 vesta è un dualismo strettamente
e sottilmente logico, intrawisto e riconosciuto in tutto
quanto il creato, sia materiale, sia spirituale, in forza del
quale esso creato, tutto l’Universo insomma nel suo
complesso, agli occhi del fedele si mostra come diviso e
scisso in due campi opposti, essenzialmente e naturalmente
nemici, eternamente contrastantisi a vicenda fra
loro. È la gran battaglia tra il bene e il male, battaglia
cosmica, iniziata fin dal principio del mondo; e del bene
è creatore Ahura Mazdao, e del male è creatore Anra
.Vlainyu, increati ambedue. Tutto ciò che nell’Universo
è buono, è bello, è onesto, è utile nel senso materiale<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 71 —|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''INTRODUZIONE''}}</noinclude>
{{Pt|so|messo}} insieme l’''Avesta'', se non tutto, nella sua maggior parte certamente, sino a farne quella varia e vasta enciclopedia del sapere quale esso era da principio, e di cui a noi altro non è pervenuta che una parte ben piccola. Fu quella la sede del Zoroastrismo dualistico; del monoteistico derivante da Zarathustra la prima sede fu la corte del re Vistaspa, forse nella parte opposta dell’Iran, nella orientale, non però precisamente in Battriana, come pare che oggi si debba escludere in modo quasi assoluto.
24. — Come si vede, procede molto incerta e dubbiosa l’esposizione nostra; ma l’argomento è irto di difficoltà e per molti punti che richiederebbero maggior luce, mancano i dati storici. Quello tuttavia che ora diremo cercando di tratteggiar meglio il Zoroastrismo, perchè ricavato dall’^loes/a stesso e dai libri tradizionali, sarà assai più certo e più fondato.
II dualismo dell’''Avesta'' è un dualismo strettamente e sottilmente logico, intravvisto e riconosciuto in tutto quanto il creato, sia materiale, sia spirituale, in forza del quale esso creato, tutto l’Universo insomma nel suo complesso, agli occhi del fedele si mostra come diviso e scisso in due campi opposti, essenzialmente e naturalmente nemici, eternamente contrastantisi a vicenda fra loro. È la gran battaglia tra il bene e il male, battaglia cosmica, iniziata fin dal principio del mondo; e del bene è creatore Ahura Mazdao, e del male è creatore Anra Mainyu, increati ambedue. Tutto ciò che nell’Universo è buono, è bello, è onesto, è utile nel senso materiale<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 71 —|}}</noinclude>
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e nel morale, è bella opera di Ahura Mazdao; tutto ciò che nell’Universo è malvagio, è brutto, è inonesto, nocivo nel senso materiale e nel morale, è rea opera di Anra Mainyu. Nè ciò si dice da noi come per vaghezza soverchia di simmetria, perchè appunto su di un ordine rigidamente e sottilmente simmetrico sta fondato questo così fatto dualismo. Alla luce, perciò, sta opposta nel creato la tenebra: alla verità, la menzogna: alla pietà. l’empietà: alla fede, il dubbio: alla vita, la morte: ad Ahura Mazdao, l’avversario suo Anra Mainyu. Che se potrà osservarsi che i concetti ora enumerali sono già essenzialmente fra loro opposti, e che, come tali, non solo fanno parte di qualunque altra fede o religione, ma anche appartengono all’ordine, si può dire, delle verità prime che l’uomo possa concepire, ciò è vero e sta bene. Ma il particolare del dualismo dell’''Avesta'' consiste in questo soltanto ch’esso assegna alla creazione di Ahura Mazdao tutti i concetti e tutte le cose buone, e all’avversario suo tutti i concetti e tutte le cose ree. Qui sta il punto. Tutto, inoltre, nel creato è opposizione, anche nelle cose materiali, perchè se il fuoco è creatura del dio buono, il dio malvagio e reo vi creò, per contaminarlo, il fumo e la cenere: e gli animali nocivi son pure creature di Anra Mainyu, e con essi le malattie tutte, gli escrementi e ogni sorta di brutture, anche i vermi e gl’insetti e tutto ciò che viene da essi, come, per esempio, il miele delle api e il prodotto del baco da seta. Nè i due geni creatori stanno mai inerti: che, anzi, mentre Ahura Mazdao troneggia nella limpida plaga del cielo dove la luce è infinita, Anra Mainyu si {{Pt|tie-|}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 72 —|}}</noinclude>
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{{Pt|ne|tiene}} accovacciato, pronto sempre alle offese, nella regione delle tenebre infinite, donde muove all’assalto. L’opera sua perciò, oltre ad essere essenzialmente malvagia, è anche una specie di voluta contaminazione del bene creato daH’avversario, appunto come per esempio abbiam detto or ora che, se Ahura Mazdao creò il fuoco, egli v’indusse la cenere e il fumo. Questo particolare l’hanno inteso assai bene i teologi e i filosofi speculanti dell’''Avesta'' secondo i quali l’opera di Ahura Mazdao è designata come una vera e propria creazione (''dâmi, dâhi, dâman''), e l’opera avversa di Anra Mainyu è chiamata opposizione (''paityâra''). intanto, Anra Mainyu cerca con ogrni mezzo di distruggere, di annientare l’opera di Ahura Mazdao, e là, nel fondo del freddo e tenebroso settentrione, sta la sede dei demoni da lui procreati, mentre sotto la plaga lucente del cielo meridionale, là dove è la via percorsa dal sole, si sta la sede felice dei beati.
25. — Ora, la teologia avestaica stabili.sce e riconosce due gerarchie nemiche, una celeste con a capo Ahura Mazdao, una infernale con a capo Anra Mainyu. Consta la prima dei sette Amesa Spenta, o Imsaspandi, cioè dei sette Santi immortali, tra i quali è compreso alla sua volta lo stesso Ahura Mazdao, e di un’infinita schiera di Geni, cioè di esseri buoni e benefici, protettori degli uomini, designati dall’''Avesta'' col nome di Yazata, che vuol dire i Venerabili. Consta l’altra di Anra Mainyu stesso e di infiniti esseri malvagi ed essenzialmente rei, di demoni, che si chiamano Daêvi o Devi, nemici {{Pt|d’o-|}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 73 —|}}</noinclude>
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{{Pt|gni|d’ogni}} bene, intenti continuamente a contaminarlo e a disperderlo. Notisi intanto e come di passaggio che i Daêvi del Zoroastrismo altro non sono in origine che i Devi della corrispondente, anzi affine mitologia e teologia indiana. Senonchè i Devi indiani sono divinità buone, protettrici amiche dell’uomo, laddove i Daêvi iranici sono esseri maligni, veri geni del male. Ciò dipende probabilmente dal fatto che una qualche scissura religiosa, come ragionevolmente si può supporre, turbò la società o la vita ariana o indoiranica prima della scambievole separazione, ovvero da ciò, che antichi concetti religiosi dovettero man mano cambiarsi e alterarsi profondamente per cagioni che è assai difficile, per non dire impossibile, rintracciare.
26. — Ahura Mazdao intanto, il cui nome nella seconda parte, se l’interpretazione è giusta, vuol dire quei che grandemente sa, nell’''Avesta'' è considerato come l’essere supremo, creatore primo d ogni cosa buona, e come tale solennemente proclamato. Ha tutti gli attributi d’un Dio altissimo, perchè è onnisciente, sapientissimo, custode e difensore delle creature sue, inaccessibile all’inganno perchè tutto vede e sa, creatore della luce, degli uomini e della così detta giovenca primeva che è, come si vedrà, il simbolo vivente della forza e della virtù produttiva della natura. Il trono di lui sta nel più alto cielo, ed egli vi siede attorniato dalle milizie celesti. Quest’ultimo concetto è comune, si può dire, a quasi tutte le religioni; ma gli attributi ora enumerati sono di natura filosofica e teologica, tali che accostano esso<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 74 —|}}</noinclude>
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Ahura Mazdao al dio semitico, al Yahveh in particolare degli Ebrei, mentre lo discostano da ogni altro dio indoeuropeo al quale, di solito, vanno accompagnati sempre, o quasi, attributi antropomorfici. Anche con tutto questo, l’astratta natura del loro Dio supremo non impedì agl’ lrani di rappresentarlo con la scultura. Fra gli altri attributi che l’''Avesta'' ne va enumerando, c’è anche quello di assai ben conformato, e gli Achemenidi lo vollero rappresentato sui loro monumenti sepolcrali con tiara e ali da sparviere, reggendo in pugno un simbolico anello, l’anello della potestà. La faccia, virilmente barbuta, spira certa dolcezza e bontà. Come abbiam notato altrove, questo modo di rappresentar la divinità, venne agl’ lrani dai Babilonesi.
Ma di concetto assai più astrattamente teologico e filosofico sono i sette Santi immortali. Nel tratteggiarne la figura, se si può dir figura di cosa tanto astratta, dovette aver lavorato soltanto una mente sacerdotale e speculativa, perchè, veramente, in ben altra maniera la fantasia del popolo si immagina e foggia le figure de’ suoi Dei. Dopo Ahura Mazdao il primo di essi è Vohumanah, cibò il buon Pensiero, la buona Intenzione. Vengono poi in ordine Asa-vahista, cioè la miglior Rettitudine: Ksathra-vairya, cioè il più eletto Governo; Spenta-Armaiti, la santa Pietà, che è il Genio femminile della terra; in fine, Haurvatat, l’Integrità, e Ameretat, l’Immortalità. Non siamo certi d’aver tradotto con la dovuta precisione cotesti nomi; ma i significati dati sono approssimativamente quelli di altri interpreti autorevoli, compreso lo stesso {{AutoreCitato|Plutarco|Plutarco}} che tutti li riferisce. {{Pt|Comun-|}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 75 —|}}</noinclude>
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dei trenta o trentuno si trova sotto la protezione di uno di essi, appunto come si fa da noi coi nostri calendari. Loro ufficio è quello di eseguire, come angeli o ministri, gli ordini di Ahura Mazdao, di favorire, di proteggere gli uomini pii tutti, di difendere le creature tutte contro gli assalti di Anra Mainyu e de’ suoi demoni. Si dividono in spirituali e in corporali o terreni; ma capo e duce e signore di tutti, massime dei primi, è sempre Ahura Mazdao.
Secondo però la lor natura, possiamo suddividerli anche in altra maniera. Alcuni di essi procedono dall’antica e primitiva religione naturalistica, sono, anzi, gli antichi e primitivi Dei della nazione; altri sono dovuti alla speculazione sacerdotale e teologica, e sono, perciò, altrettante personificazioni di concetti astratti, come anche i Santi immortali. Questa divisione può dirsi storica, perchè suggerita dalla storia stessa del Zoroastrismo. Alla prima schiera, intanto, appartengono il Fuoco, le Acque, il Sole, la Luna, la stella Sirio, ai quali la speculazione posteriore, per cancellarne il carattere mitico, ha aggiunto per ciascuno un Genio custode. Vale a dire che, mentre a principio il Fuoco stesso, per esempio, anche materialmente inteso, era il Genio divino in sè e per sè, ora vi si colloca accanto, come custode e protettore, un Genio del fuoco. Così a poco a poco, come del resto in altre religioni, l’essere divino si stacca dal fenomeno naturale che rappresenta, e si va personificando. Appartengono all’altra schiera, tra gli altri, Sraosa che è il Genio dell’obbedienza, Daena, il Genio della religione, Verethraghna, il Genio della vittoria, Rasnu,<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 77 —|}}</noinclude>
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il Genio della giustizia, le Fravasi, di cui diremo a suo luogo.
28. — 11 Fuoco è il primo, adunque, dei Geni buoni, tanto elevato e alto e santo nella coscienza degli Irani da far sì che questi ne furon detti, sebbene erroneamente, gli adoratori. Essi, invece, lo considerano come il maggior simbolo di Ahura Maizdao, figlio, anzi, di lui, degnissimo perciò di lode e di venerazione. Si aveva grandissima cura di mantenerlo sempre acceso, di alimentarlo con legne aride. Ardeva di consueto nello spazio aperto davanti alla casa, e l’ingenua fantasia popolare, come si legge nell’inno che gli è consacrato, immaginava che esso, quasi chiedendo soccorso ad un amico, mirasse alle mani dei passanti spiando se mai gli recassero alimento di legne. Ogni giorno, all’alba prima, egli desta il domestico gallo perchè col suo canto metta in fuga dalle palpebre dei viventi il demone femminile del sonno, detto la Busyasta dalle lunghe mani; e poi, ad alta voce, chiede al capo di casa legne secche e copiose.
Son queste le idee primitive, popolari, che si connettono all’essenza del dio nel senso naturalistico. Alla speculazione appartiene invece il concetto, mentovato or ora, che fa del dio Fuoco un figlio di Ahura Meizdao, e v’appartiene quest’altro delle diverse epifanie o manifestazioni sue che sono cinque. Cinque fuochi diversi, cioè torme o parvenze varie del dio, distingue il Zoroastrismo, che sono: quello che è occulto nel seno della terra: il calore del corpo umano; quello che è nascosto<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 78 —|}}</noinclude>
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nelle legne e in ogni materia combustibile: il lampo e il fulmine; la luce che investe e avvolge Ahura Mazdao e tutte le creature celesti. Facciam grazia ai lettori dei cinque nome propri, alquanto strani per noi, e soggiungiamo che altra manifestazione o epifania divina del Fuoco è quel nimbo o aureola luminosa che circonda il capo dei monarchi irani dei tempi eroici e dei sacerdoti zoroastriani, simile all’aureola dei nostri Santi. Quel nimbo, quell’aureola è il visibile segno della maestà reale, e però, secondo le idee strettamente legittimistiche degl’ lrani, soli quei personaggi che ne andavano fregiati, potevano essere assunti al trono. Così, nella saga epica, un figlio del re Nevder, il valoroso, ma alquanto vanitoso principe Tus, non potè succedere al padre perchè ne andava privo. Così, secondo l’''Avesta'', in un passo che riferirem tradotto, il nemico maggiore degl’Irani, Franrasyan re dei Turani, privo della maestà reale, affannosamente per tre volte le corse dietro mentre essa, in forma di un mitico augello, s’involava da lui.
29. — Le Acque son tutte personificate nella dea Ardvi Sura Anahita, che, conosciuta dai Greci sotto il nome di Anaitis, fu da loro identificata ad Artemide. È divinità d importanza grandissima in paese, quale è l’iranico, scarso d’acque e perciò arido e sterile e pur dato all’agricoltura. Il suo culto sembra di origine assira, ed era ampiamente sparso per tutta l’Asia anteriore, esercitato in Babilonia, in Susa, in Echatana, in Damasco, in Sardi. L’''Avesta'' poi, come si vedrà nell’inno che esso le consacra, con manifesta compiacenza la descrive e {{Pt|ador-|}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 79 —|}}</noinclude>
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{{Pt|na.|adorna.}} La sua mitica dimora sta sulla vetta del monte Hukairya,
ed essa, generosamente liberale, manda le acque
sue, dette con primitiva e robusta immagine le sue veloci
puledre, ad irrigare e a fecondare attorno le regioni tutte
del mondo. È vestita di pelli di fiere, porta in capo un
diadema d’oro e in pugno un fascio di sacre verbene; va
montata su d’un carro tratto da quattro candidi destrieri,
e le statuette che la rappresentano, state pà rinvenute
negli scavi di Susa, ne fanno una donna formosa,
con mamme rigonfie, simbolo della copia e dell’abbondanza.
Appunto per fecondar la terra essa, un giorno,
fu creata da Ahura Mazdao. Ma essa è altresì fecondatrice
benefica degli esseri viventi, e alle donne che
la invocano, concede un parto felice.
Accanto a lei sta un’altra divinità delle acque, divinità
maschile, che Y A cesia chiama Apam-napat, cioè,
secondo la più probabile accezione, il discendente (il nipote),
ovvero il figlio delle acque. È un dio misterioso,
designato come tale che ha molte spose e possiede veloci
cavalli. Abita nel mitico lago Vourukasa, nelle cui acque
egli custodisce e guarda la regia maestà, che è l'aureola
luminosa cingente il capo ai monarchi del tempo antico.
Y detto inoltre creator degli uomini, nel qual tratto particolare
si deve riconoscere o che il dio fa per i maschi,
concedendo loro viril vigore, ciò che la dea femminile
delle acque, Anahita, fa per le femmine, ovvero che
abbiam qui un antico e primordiale concetto naturalistico,
rimasto superstite dopo che fu introdotto il culto monoteistico
di Ahura Mazdao, tra i principali attributi del
quale sta pur quello di essere l’unico creatore degli es<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 80 —|}}</noinclude>
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{{Pt|na.|adorna.}} La sua mitica dimora sta sulla vetta del monte Hukairya, ed essa, generosamente liberale, manda le acque sue, dette con primitiva e robusta immagine le sue veloci puledre, ad irrigare e a fecondare attorno le regioni tutte del mondo. È vestita di pelli di fiere, porta in capo un diadema d’oro e in pugno un fascio di sacre verbene; va montata su d’un carro tratto da quattro candidi destrieri, e le statuette che la rappresentano, state già rinvenute negli scavi di Susa, ne fanno una donna formosa, con mamme rigonfie, simbolo della copia e dell’abbondanza. Appunto per fecondar la terra essa, un giorno, fu creata da Ahura Mazdao. Ma essa è altresì fecondatrice benefica degli esseri viventi, e alle donne che la invocano, concede un parto felice.
Accanto a lei sta un’altra divinità delle acque, divinità maschile, che l’''Avesta'' chiama Apam-napat, cioè, secondo la più probabile accezione, il discendente (il nipote), ovvero il figlio delle acque. È un dio misterioso, designato come tale che ha molte spose e possiede veloci cavalli. Abita nel mitico lago Vourukasa, nelle cui acque egli custodisce e guarda la regia maestà, che è l’aureola luminosa cingente il capo ai monarchi del tempo antico. È detto inoltre creator degli uomini, nel qual tratto particolare si deve riconoscere o che il dio fa per i maschi, concedendo loro viril vigore, ciò che la dea femminile delle acque, Anahita, fa per le femmine, ovvero che abbiam qui un antico e primordiale concetto naturalistico, rimasto superstite dopo che fu introdotto il culto monoteistico di Ahura Mazdao, tra i principali attributi del quale sta pur quello di essere l’unico creatore degli {{Pt|es-|}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 80 —|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''INTRODUZIONE''}}</noinclude>
{{Pt|seri|esseri}} tutti. Tanto è antico questo dio delle acque, ch’esso si trova ricordato con lo stesso nome e onorato d’inni anche nel ''Rigveda'' come incarnazione del dio del fuoco, Agni, del fuoco in particolare che si sprigiona dalle nuvole acquose, cioè del fulmine.
30. — Il Sole, antichissima divinità indoeuropea, e di tutte, si può dire, le n^lzio^i del mondo, è bellamente raffigurato dall’''Avesta'' come tale che guida per le regioni celesti veloci cavalli, che purifica l’aria, la terra, le acque tutte quando al mattino spunta luminoso all’Oriente, e mette in fuga i demoni maligni di Anra Mainyu. È qualificato di splendido, d’immortale, detto, inoltre, l’occhio di Ahura Mazdao stesso.
Associato a lui e congiunto a lui sta Mithra, il dio della luce che rallegra i cieli e la terra. Come antica divinità naturalistica, esso è il Genio salutare del tempo che va dallo spuntar del sole al mezzogiorno. Dinanzi al sole, a cui più tardi fu identificato, spunta Mithra la mattina dal mitico monte Hara-berezaiti che è ai confini della terra, e che è la sua dimora, dove non sono mai nè tenebre nè notti, dove non spira mai alcun vento, nè caldo nè rigido. Non va soggetto al sonno, e però vede e ascolta tutto, è onnisciente, e nulla in cielo o in terra può sottrarsi a lui. È armato di clava, e con essa, ben fusa e ben ferrata, va sgominando le schiere dei demoni e di tutti quelli che lo rinnegano, le cui armi sono scagliate invano da loro contro di lui. È detto altresì possessore e signore di vasti pascoli, intendendosi per pascoli gli spazi celesti ovvero le ampie distese della terra {{Pt|ch’e-|}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 81 —|}}
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{{Pt|gli|ch’egli}} contempla dall’alto. I crisantemi, di vivido color rosso. gli erano sacri.
Nel rispetto etico e morale. Mithra è considerato come custode geloso dei patti che i mortali concludono fra loro, mallevadore della giustizia e della fede reciproca, punitore dei traditori e dei fedifraghi; e Senofonte attesta che i Persiani solevano appunto giurare nel suo nome. Gli stanno accanto, perciò, due divinità, Rasnu e Sraosa, le due personificazioni della giustizia e della obbedienza. Per queste qualità morali sopra tutto, fu poi condotto a far parte della gerarchia celeste, e però fu detto che esso è stato creato da Ahura Mazdao, fatto da lui a sua immagine, e da lui eletto e proclamato suo primo sacerdote, arbitro, inoltre, nelle decisioni e nei giudizi tutti che toccano la legge divina. Sono suoi avversari principali Anra Mainyu e Aesma, il demone dell’ira, e Busyasta, il demone femminile del sonno, e Asto-vidotus, il demone orribile che fa scempio delle ossa dei morti. Il suo culto si sparse non meno in Occidente che in Oriente. Ma del culto occidentale, giunto fino a Roma dove ebbe templi e altari, mescolandosi col culto di altre divinità, non è questo il luogo di parlare.
31. — Alla Luna come divinità celeste l’''Avesta'' consacra un breve ma grazioso inno che noi a suo luogo riferiremo tradotto. È adorata e invocata accanto al Sole, e il fedele ne nota e osserva con meraviglia il crescere e lo scemare alterno. Zarathustra stesso, in uno dei suoi inni più belli inteso a domandare ad Ahura Mazdao il perchè e il come di tante cose di quaggiù, chiede {{Pt|curio-|}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 82 —|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''INTRODUZIONE''}}</noinclude>
{{Pt|samente|curiosamente}} come avvenga quel succedersi in cielo delle fasi lunari. Con concetto poi che è difficile da intendersi, la Luna contiene in sè e custodisce i germi dei bestiami tutti, datrice inoltre alla terra di luce e di acque fecondatrici.
32. — Gli altri corpi celesti sono tutti schierati, secondo l’''Avesta'', intorno a Sirio, che ne è come il duce, custode, inoltre, delle regioni orientali del cielo, ed essi ne sono i satelliti. È considerato come l’astro benefico, detto anche il maestoso, il rilucente, che dona le acque alla terra e ne feconda le contrade fatte inaridire dal suo maggiore avversario, Apaosa, il demone della siccità. Contro Apaosa, in forma di destriero fulvo, ingaggia una terribile battaglia, alla fine della quale, ripresa più volte, egli, sconfitto il nemico, libera le acque che precipitano dal cielo e scorrono spumose a fecondar la terra. Altro suo avversario è una Pairika (è questa una genìa di esseri malvagi di cui diremo poi) detta la Duzyairya, che è la dea malvagia in cui va personificata l’annata rea o la carestia. Passiam sotto silenzio i pochi nomi di astri che l’''Avesta'' va ricordando, e non tocchiamo la questione, ancora non bene definita, se gl’Irani abbiano ricevuto dai Babilonesi alcun che intorno al culto di essi.
33. — Di tra le divinità teologiche o filosofiche o speculative, ecco farcisi innanzi forse la più degna di venerazione per i fedeli, Sraosa. Questo dio, che si rappresenta come giovane di vago aspetto, armato di clava, è la personificazione dell’obbedienza ad Ahura Mazdao e alla sua legge, e nella tradizione posteriore, come si<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 83 —|}}</noinclude>
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vede nel poema di Firdusi, è l’angelo che reca agli uomini in terra i comandi di lui. Molti e magnifici attributi gli dà l’''Avesta''; ma il più singolare è ch’esso vi è detto la persona stessa della parola divina, e ch’egli armato va di simboliche armi che sono certe preghiere inserite nell’''Avesta'' stesso con le quali esso atterra e sgomina i demoni. Insegnò per il primo la legge divina; protegge e alimenta i poveri, custodisce il mondo e accompagna Mithra nelle sue molte imprese per gli spazi celesti, insonne come Mithra e vigile come lui. Ogni mattina, allo spuntar dell’alba, desta il gallo perchè col suo canto scacci dagli occhi dei viventi addormentati il demone del sonno. Una tradizione posteriore che non si trova nell’''Avesta'', lo pone anche tra i giudici dei morti.
34. — Schiera di esseri divini molto singolari è quella delle così dette Fravasi, dovute ad un’idea, ad un concetto solamente iranico. Ogni uomo ha la Fravasi, già creata fin dal principio da Ahura Mazdao e dimorante in cielo fin dal principio, mandata poi in terra accanto all’anima dell’uomo quand’esso nasce o è concepito. Le Fravasi poi sono come il tipo ideale che Ahura Mazdao, creando, aveva in mente, il tipo divino di ciascun essere intelligente, il genio superiore che lo ispira e che veglia su di lui. L’''Avesta'', intanto, ne esalta la potenza proclamandole a volta a volta e buone e forti, sante e pure, valide nel difendere la santità e purità delle cose create. Esse poi come tali spandono ed estendono per tutto, ovunque, la loro opera benefica e salutare. Ahura Mazdao stesso potè, aiutato soltanto dalla loro<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 84 —|}}</noinclude>
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maestà e dal loro splendore, secondo l’espressione dell’''Avesta'', proteggere la dea delle acque Anahita e la terra, su cui scorrono le acque e crescono e prosperano le piante. Difendono e proteggono i bambini pur nell’alvo materno contro le insidie del demone Asto-vidotus; presiedono alla giusta spartizione fra gli uomini dpi beni terreni: bestiami e armenti percorrono liberamente, per loro grazia, la terra, e il sole e la luna e le stelle, soltanto per esse, rinvengono la loro via. Custodiscono le acque del lago Vourukasa, e però deve invocarle il buon agricoltore in paese, quale è appunto l’iranico, tanto scarso d’acque. Ma deve invocarle per la vittoria anche il pio guerriero perchè esse, con Mithra, con Rasnu, con Vayu, che è il genio del vento, combattono costantemente contro le schiere del male. La derivazione del loro nome, ad onta d’ogni congettura fattane, rimane tuttora oscura.
35. — Ricordiarn di passaggio il dio o genio della vittoria, Verethraghna, che l’''Avesta'' dice essere stato creato da Ahura Mazdao, invocato dai guerrieri per conseguir la vittoria. È concetto astratto, ma serba alcuni tratti particolari che indurrebbero a crederlo anche una deità dell’antico e primitivo culto naturalistico, perchè è rappresentato spesso come tale che si mostra agli uomini sotto l’aspetto di animali, specialmente sotto quello di un verro. Questi son tratti mitici e non teologici o filosofici; e, del resto, uno degli aggettivi più frequenti che il ''Rigveda'' dà al dio Indra, è quello anche di Vritrahan, che vuol dire il vittorioso, l’uccisore del mostro Vritra. Così questa divinità antica risale fino al tempo indoiranico e<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 85 —|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|''ITALO PIZZI''||}}</noinclude>
forse anche aH'indoeuropeo. E nulla vogliam dire di
Daena che è il Genio della legge divina, di Asi, che è
il Genio femminile della purità e della benedizione, di
Arstat, Genio della rettitudine, e di altre poche figure
astratte, sbiadite e impersonali, il cui significato è già
fatto chiaro dal loro nome stesso. Veniamo piuttosto al
genio Haoma che nel culto zoroastriano ha importanza
grandissima.
36. — E antica divinità indoiranica è il Genio
della pianta che i botanici chiamano asclepias acida ovvero
cynanchum oiminale. Cresce, quest’erba, nei campi
del Ghilan, intorno a Yezd, nel Mazenderan, e reca
fiorellini gialli. Gli steli di essa, fatti disseccare, si pestano
ne’ mortai, donde poi con acqua si trae una specie
di bevanda di sapore acre che il sacerdote celebrante
va libando mentre recita le sacre preghiere. È questa
l’offerta sacrificale, e l’uso ne rimonta fino ai tempi vedici
perchè appunto, nel Rigoeda e in tutta quanta la
letteratura liturgica dei Vedi, si fa frequentissima menzione
della bevanda detta il soma (è lo haoma iranico)
di cui il dio Indra si abbevera per discender poi in battaglia
copilo i molti suoi nemici. Fin qui, Haoma è la
bevanda sacrificale.
Ma c’è anche il bianco Haoma, detto il Gaokerena,
che cresce e prospera, mitica pianta, in mezzo al mitico
lago Vourukasa, in un luogo misterioso, custodito da un
infinito numero di Travasi e dal pesce Khar-mahi che
ne allontana gli animali nocivi. E c’è, inoltre, l’Haoma
divino, il genio della pianta stessa, al quale VA vesta e<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 86 —|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|lxxxi}}|riga=sì}}</noinclude><section begin="s1" />
Volendo poi ripartire le grandi epoche storiche non dall’aritmetica distribuzione dei secoli, non dalla celebrità di uomini stati di una grandezza affatto infeconda, ma sì dagli avvenimenti piccioli o massimi, ma che figliarono le maggiori conseguenze generatrici di ciò che si chiama vera crisi della umanità, noi potremmo dividere tutto questo vasto periodo in sette epoche principali, cioè: 1° della guerra tarentina che, come
già dicemmo, avviò Roma verso quella dominazione italiana che acquistar le doveva l’imperio del mondo. 2° Delle guerre puniche che stabilirono così i principii dell’onnipotenza, come la prima e più operativa sebben latente cagione della decadenza della romana repubblica. 3° Della guerra sociale che, facendo cittadini di Roma
tutti gli alleati, acquistò un più compatto consodamento alla nazionale e politica sovranità italiana dominatrice del mondo. 4° Della guerra civile di Mario e Silla che die’ il crollo alla imperatrice repubblica. 5° Di {{AutoreCitato|Gaio Giulio Cesare|Cesare}}, che apre il primo periodo dell’impero. 6° Dei Cesari, la cui serie
costituisce le varie fasi d’incremento e decadimento dell’impero romano. 7° Di {{AutoreCitato|Costantino I|Costantino}}, che comincia il predominio del cristianesimo sulle sorti politiche e civili dell’umanità.
Nella maggior parte del mondo asiatico e in tutto il mondo americano compiva intanto il suo corso uniforme una civiltà, affatto straniera ai grandi cataclismi politici e civili dei maggiori popoli d’Europa e d’Africa che rappresentavano il vero progresso sociale d’allora. I suoi avvenimenti infecondi di conseguenze sui destini universali della restante parte dell’umanità non ponno aver posto in un quadro che prospetta le grandi cause di quegli avvenimenti che determinarono la presente condizione politica, civile ed intellettuale delle nazioni. Noi non iscriviamo qui la storia dei popoli, ma sì quella della civiltà umana sente<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Centrato|CAPITOLO QUINTO.}}
{{Indentatura}}{{Sc|Epoca}} V, ''ossia della'' Storia del medio evo, ''e suoi quattro periodi principali, considerala in tutti i suoi rapporti col progresso universale delle scienze, delle lettere e delle arti.{{FineIndentatura}}
{{Centrato|{{smaller|(Dal 477 al 1500).}}}}
Diverse sono le opinioni dei dotti nel fissare il principio e la fine, non che i varii periodi in cui può essere suddivisa quell’epoca storica che suolsi comunemente appellare del ''medio evo''<ref>Su di ciò si consultino {{AutoreCitato|Friedrich Rühs|Rühs}}, ''Storia del medio evo'', Berlino 1818. {{AutoreIgnoto|Rahon}}, ''Abrigé du moyen age'', Marburgo 1821. {{AutoreCitato|Jean-Marie-Félicité Frantin|Frantin}}, ''Annales du moyen age'', Parigi 1825. {{AutoreCitato|Jean Moeller|Moeller}}, ''Manuel d’hist. du moyen age'', Parigi 1837. {{AutoreCitato|Henry Hallam|Hallam}}, ''A view of the state of Europe during the middle ages'', Londra 1826. Oltre i lavori di {{AutoreCitato|Voltaire|Voltaire}}, {{AutoreCitato|Joseph-François Michaud|Michaud}}, {{AutoreCitato|François Guizot|Guizot}}, {{AutoreCitato|William Russell|Russell}}, {{AutoreCitato|Heinrich Leo|Leo}}, {{AutoreCitato|Carl Arnold Kortum|Kortum}}, {{AutoreCitato|Jean Charles Léonard Simonde de Sismondi|Sismondi}}, e le storie più generali di {{AutoreCitato|Pierre-Joseph-André Roubaud|Rouband}}, {{AutoreCitato|François-Marie de Marsy|De Marsy}} et {{AutoreCitato|Adrien Richer|Richer}}, {{AutoreCitato|Bernard-Germain de Lacépède|Lacépède}}, {{AutoreCitato|Christophe-Guillaume Koch|Kock}}, {{AutoreCitato|Frédéric Schoell|Scholl}}, {{AutoreCitato|Cesare Cantù|Cantù}} ecc.</ref>.
Noi, senza discendere a discutere le ragioni dei varii sistemi altrui, produrremo quelle che ci fecero adottare la ripartizione da noi seguita.
A chi ben guarda al procedimento universale dello spirito umano dal V secolo sino al principio del XVI, facilmente vi ravvisa l’origine prima, lo sviluppo ed il compimento di più fasi sociali, dal complesso delle quali ebbe il suo radicale principio tutto l’organismo politico, civile, filosofico e religioso che costituisce, per così dire, o il corpo e la vita del mondo moderno.
Le tracce dei costumi, delle passioni e delle istituzioni di quell’età si congiungono con prolungato movimento alla storia moderna e portano in parte la forma del passato sull’esistenza presente. E nel medio evo che i politici rintracciano le nuove divisioni della gran famiglia sociale, e l’origine di quelle dinastie, le quali stendono anche oggidì il loro scettro antico sui popoli che nacquero allora. Nel medio evo notano i
filosofi i passi dello spirito umano nei varii stadii del suo passaggio dalla seconda barbarie alla nuova coltura; e il poeta non più sognatore, ma seguace fedele dei lumi di costoro, cerca e trova nel medio evo le memorie solenni di famiglie, di uomini, di virtù, di delitti, di cui sentiamo le conseguenze, e che sono atti a gagliardemente percuotere l’intelletto ed il cuore de’ suoi contemporanei. I primi secoli che siamo per delineare ponno riguardarsi come i ''tempi eroici'' della storia moderna. {{AutoreCitato|Dante Alighieri|Dante}} è in certo qual modo il loro {{AutoreCitato|Omero|Omero}}, l’Italia la loro Grecia. Ma chi volesse trovare negli avvenimenti di questo periodo una tendenza, uno spirito speciale che ne formolasse, per così dire, un carattere particolare dell’ingegno, delle passioni, dei vizii e delle virtù degli uomini, e delle instituzioni di questi secoli, invano lo cercherebbe, giacchè nessuna epoca maggiormente del medio evo mancò di una uniformità nel suo spirito e nella sua tendenza non pure, ma si anche nella storia della sua civiltà. Quindi ben lungi dal vero troviamo noi la sentenza e di chi vuole essere stato il medio evo un tempo tutto di barbarie e d’ignoranza, e di chi lo proclama età d’eroismo, di forti virtù, di grandezza politica e religiosa. Il medio evo, considerato in tutta la latitudine dei dieci secoli in cui viene comunemente compreso, non
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 88 —|}}</noinclude>{{Pt|mente|poeticamente}}, sdegnosamente e fastosamente bella delle più rare e preziose signorilità delle più squisite raffinatezze dei lussi più intellettuali, così diversa da tutte le altre città del mondo, con caratteri così originalmente propri, che, pur civilissima, pare dalla moderma civiltà non tocca e rimanere quella che è stata per ben oltre dieci secoli sotto il pomposo e terribile dominio dei dogi.
E al mondo non v’è città che meglio e più sia l’esponente d’una contrada, come Venezia del veneto. E tutti i caratteri etnici si manifestano subblimati dall’arte nella loggetta del {{AutoreCitato|Francesco Sansovino|Sansovino}}, nei dipinti del {{AutoreCitato|Tiziano Vecellio|Tiziano}} e del {{AutoreCitato|Paolo Veronese|Veronese}}; nelle miracolose e fragili costruzioni delle vetrerie di Murano che sembrano fantasticherie che un soffio può dispendere, che un urto può infrangere in mille stelle; ne i finissimi merletti di Burano che pure nelle trasparenti squisitezze
di fiori, di draghi, di leoni di una fauna e flora fantastiche, sono una direttissima discendenza di quelle stesse semplici reti che le umili mani del pescatore intreccia in quello stesso isolotto e che già conosceva l’uomo dell’epoca della pietra levigata; nei quadri di {{Ec|Antonio|Giacomo}} {{AutoreCitato|Giacomo Favretto|Favretto}}, nella poesia di {{AutoreCitato|Riccardo Selvatico|Selvatico}}, nel canto dei gondolieri.
La canzone del popolo trascinata al bordello, costretta a continuati immondi connubi con straniere musiche dolci di suono come il {{Pt|diruggini|}}-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 89 —|}}</noinclude>{{Pt|re|dirugginire}} dei denti di can mastino, costretta a lungamente tacere o parlare in falsetto, scossa e sbattuta ma non sradicata, come l’olmo al quetare del vento si raddrizza, riprese il suo carattere primiero rifacendosi paesana, casalinga, mesta o festevole, ma sempre nobile bella e pura come le aurore e i tramonti che colorano il paesaggio della terra in cui nacque. E come lo schiavo riesce talvolta per le sue doti di mente a imporsi al padrone più dispotico, così il canto del popolo veneto riuscì ad imporsi al canto dei popoli invasori e s’infiltrò senza spintoni, urti, gomitate, ma al contrario con sorrisetti con «compermessi» pieni di certa dolce irresistibile grazietta che la portò fino in terra austriaca. I nostri gazzettanti imparino a strillar meno contro lo scandalo della esecuzione fra noi di certa musichetta danzante «viennese» perchè questa è invece nuova materia di orgoglio a noi che ne siamo gl’ispiratori come altra volta lo fummo del così detto buon umore Hajdniano.
La canzone del popolo, forse più di tutte le altre manifestazioni d’arte veneta, incosciente e cosciente, ignorante e dotta, si rivela e si rileva per caratteri suoi particolari etnici anche quando, ed è spesso e forse oramai sempre, non risale molto oltre nei tempi.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 90 —|}}</noinclude>{{Centrato|⁂}}
Il primo tema che riportiamo (vedi [[L'Anima_musicale_d'Italia/Venezia/O_giovanoti_ô_o|tav. n. 18]]) è di una canzone del lavoro che usano i battipali veneziani per coordinare i movimenti e gli sforzi comuni occorrenti per sollevare e far ricadere a tempo, ritmicamente, il pesantissimo maglio sospeso ad una corda che scorre in una carrucola; maglio che serve a figgere nell’umido sottosuolo i lunghi e duri pali che sono l’ordinaria base alle fondamenta in muratura delle costruzioni venete.
Veramente questo tema non avrei dovuto riportare in un libro che si propone di parlare unicamente della «canzone» perchè sotto certi aspetti rientra nel campo della etnofonia involuta nella quale il germe musicale propriamente detto non si palesa ancora apertamente; ma m’è piaciuto riportarlo perchè oltre alla sua brevità, al procedere per gradi congiunti, all’appartenere al modo dorico de’ Greci (ora disusato ed estraneo al moderno concetto tonale se non nel canto gregoriano e in certi tentativi modernissimi di far del nuovo... con del vecchio) che dimostrano la sua altissima antichità, esso è inoltre una evidentissima figurazione sonora di un lavoro manuale proprio del veneto e contiene in sè,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 91 —|}}</noinclude>caratteri fondamentali del canto veneto vero e proprio.
Come vorrei aver libero il piede e correre in tutte quelle regioni palustri d’Italia come il Lago Maggiore di Varese, le Torbiere di Mercurago, Mombello, Cerro, le stazioni di Bodio e Bordello e cento altre in cui già i Gastaldi, Moro, Marinoni, Chierici, Pigorini, Patroni, Castelfranco e tanti e tanti altri illustri e pazienti e acuti ricercatori hanno scoperto quelle strane rimanenze di stazioni lacustri innalzate su palafitte da miseri esseri umani primitivi. Come vorrei esservi pur io, umile archeologo del suono, a tendere l’orecchio e l’arco di tutte le mie forze intellettuali per cogliere nella gola degli attuali abitatori di quelle regioni un’eco lontana della cadenza che pur l’uomo delle prime età doveva intonare mentre piantava nel suolo melmoso delle acque quegli enormi tronchi appena squadrati coll’accetta di selce e appuntiti ed induriti col fuoco, che dovevano dargli un rifugio sicuro contro gli assalti delle belve e de’ suoi più feroci simili. Vorrei correre, e non potendo, mi auguro ci voglia e ci possa correre qualche giovane di me più fortunato al quale fin d’ora mi permetto suggerire, qual’ora buon materiale raccolga, di farne pro’ per un lavoro di comparazione coi canti che intonavano certe tribù dell’Oceania che vivono precisamente in abitazioni<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 92 —|}}</noinclude>lacustri è con quelli pur simili che accompagnavano il lavoro di battipali nell'Olanda.
{{Centrato|
⁂
}}
Il gondoliere canta, chè l’acque sono grandi ispiratrici di poesia e il remare è fatica che apre le gole al canto. Canta il gondoliere e ci si affaccia al pensiero Barnaba colla festosa e insidiosa sua barbacola. Canta e ci par di vederlo lieto, spensierato, leggiadro intonare una melodia ondeggiante e graziosa, snella come la prora della sua gondola, agile come un trillo d’allodola.
Ma la realtà è tutto l’opposto. Il canto dell’acque, come in fondo sono tutti i canti etnici, vuol essere blando e melanconico.
La giovane ''tankadera'' cinese, conducendo dopo il tramonto il suo ''sampan'' sulle acque oscure dell’Huag-Pu canta: «Egli è andato lontano, fino al paese dei Mansciuri o forse fino alle muraglie della China! Ah! il mio cuore sussultava quando il vento muggiva ed egli se ne andava sfidando l’uragano!» E la melodia è ancora più mesta delle parole. Il canto del battelliere ''Banghiri'' dell’Africa centrale, non troppo felicemente trascritto dal dotto esploralore Dibowskg, è monotono nella uniformità del movimento a terzine e quartine di semicrome che si<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 93 —|}}</noinclude>ripetono senza fine, e udito eseguire di notte proprio sull’acque, desta un senso di scoramento da strappare le lacrime. I molti canti del mare della Sicilia, quei pochi della Sardegna, spirano tutti un vago senso di tristezza, di nostalgia per la terra lontana in cui una madre una sorella una sposa attendono ansiose. E l’acque della laguna veneta sono profonde, quete e in fondo melanconiche assai più dell’acque del mare, e le notti, se illuminate, poetiche, ma tristi sempre, e sempre il canto del gondoliere disdegnando il movimento ed il colore del giorno s’informa alla mestizia della notte e più di quella nera e illune in cui non è altro rumore che dia segno di vita che lo sciaguattare dell’onda mossa dai fragili battelli, non è altro barlume che quello dell’umile fiammella divotamente accesa a’ piè di qualche madonnina. Ed il canto dei gondolieri informandosi a tale ambiente non poteva essere altro e non è infatti che grave, lento, solenne.
Quando i gondolieri rompono i notturni silenzi gettandovi da un traghetto all’altro i marínareschi segnali, le voci baritonali risonano quasi sinistre. La particolare tristezza della laguna veneta ben intese il maestro di Paderno e ben seppe magistralmente rilevare con felice pennello nell’ultimo atto del terribile dramma dell’Ugo in cui le tetre voci alzantesi nella notte per denunciare i morti che galleggiano sull’acque del {{Pt|Ca-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 94 —|}}</noinclude>{{Pt|nal|Canal}} Orfano maravigliosamente rispondono allo stato d’animo della misera Gioconda.
A [[L'Anima_musicale_d'Italia/Venezia/Canto_l'armi_pietose|tav. n. 19]] si riporta il canto dei gondolieri del tempo in cui «Non erano in Arno tanti pesciolini quanti in Venezia gondole e cammini».
Non solo questa canzone, che già oltre un secolo fa non risonava più che assai raramente in Canal Grande, è mestissima per la melodia cui s’aggiungono l'impiego del tono minore della linea discendente che procede sempre per grado congiunto, e per quelle stesse terzine che non vi fungono che da scivolamenti vocali, ma è pure oltre modo mesta per la qualità de’ versi, che son quelli del {{AutoreCitato|Torquato Tasso|Tasso}}, così poco atti a dare movimento ed allegria ad una melodia.
L’''Otello'' di {{AutoreCitato|Gioachino Rossini|Rossini}}, così incolore ed in qualche punto perfino urtante il nostro senso estetico, specie dopo l’''Otello'' di {{AutoreCitato|Giuseppe Verdi|Verdi}}, ha però nell’ultimo atto alcune battute di melodia così ispirata che ancora oggi lo illuminano tutto e sono fulgido bagliore di genio possente. Intendo quelle della melodia con cui il {{AutoreCitato|Gioachino Rossini|Rossini}} osò gareggiare in espressione con {{AutoreCitato|Dante Alighieri|Dante}} musicandone le celebri parole: ''Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria''. Poste dal librettista in bocca ad un gondoliere, il grande Pesarese le rivestì, certo senza saperlo, di una musica che potrebbe davvero essere cantata da’<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 95 —|}}</noinclude>gondolieri tanto assona per molti caratteri con quella di cui abbiamo sopra dato l’esempio.
{{Centrato|⁂}}
Vicino gli mettiamo un esempio di (Vedi [[L'Anima_musicale_d'Italia/Venezia/In_mezzo_al_mare_ghe_xe_una_fontana|tav. n. 20]]) canto marinaresco di Chioggia.
Questa ''villotta'' o ''vilotta'' come i veneti pronunciano, mi pare proprio etnica (a quante e quante canzoni popolari non ha poi prestato lo spunto melodico?). Alla quarta battuta io ho corretto etnofonicamente precipitando la conclusione sulla seconda croma, debole, parendomi ciò giustificato dal procedimento identico che è nella ottava battuta. L’esperto se lo ricanti parecchie volte ne’ due toni e giudichi.
{{Centrato|⁂}}
La ''villotta'' veneta corrisponde, in certo tal modo, allo stornello toscano e romano, al ''muttettu'' sardo e, sempre musicalmente parlando ad altri temi fatti per cantarsi con una filza di versi senza svolgimento melodico e poetico, senza scopo di serenata, di nanna od altro, ma a solo fine di divertimento sonoro e forse di satira poetica.
Qualche musicologo non s’è peritato di asserire pacificamente, in base a concetti storici {{Pt|or-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 96 —|}}</noinclude>mai sorpassati e sulla via di tramontare per sempre, le ''villotte'' venire, nel secolo XVIII, dagli amanti sospirosi cantanti sotto le finestre delle loro belle a guisa di serenate facendo ad esse ''villotte'' assumere della serenata carattere ed andamento. Che solo più tardi le ''villotte'' mutando ambiente, s’indugiarono sulle labbra delle popolane, che, sedute sulla porta di casa o durando nelle domestiche faccende fingevano di cantarle per distrazione propria ma in realtà ad un dato passante indirizzavano, onde poterci discorrere senza parere. E che più tardi ancora le ''villotte'' si rifugiarono ne cortili e ne i ''campieli'' dove numerose brigate si riunivano in allegria e ove venivano dalla più anziana cantate a voce spiegata accompagnate dal ritmico battito di un tamburello basco mentre le altre si ondeggiavano a movenze di danza.
Ma la storia interrogata secondo i moderni criteri suggeriscono, ci dice ben altro, anzi precisamente il contrario di quanto i poetici narratori di altri tempi gli avevan fatto raccontare.
L’amante sospiroso in giubbetto di seta che noi vediamo riprodotto nei quadretti di genere su una gondola atteggiato a tenore di quarto ordine che al chiaro di luna, intona la dolce canzone d’amore alla dama gentile incorniciata dalle colonnette di un balcone dalle policrome vetrate, è venuto dopo, ma molto dopo del paesano<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 97 —|}}</noinclude>che con assai meno teatrale apparecchio, ma con assai più di sincerità, alla forosetta del suo cuore raccontava in tono musicale le sofferte pene d’amore. La ''villotta'' nella forma di serenata è un’invenzione, anche poeticamente, ben più antica del settecento, e figuriamoci poi musicalmente. Se non è certo fra le manifestazioni più antiche, perchè non è la canzone d’amore vera e propria ma di questa un tardo succedaneo, è però sempre una manifestazione che risale oltre la storia e sgorga dal popolo. Ed è un altro errore il credere che la ''villotta'' abbia dal centro della città esulato fino a raggiungere la periferia lambita dal mare. La ''villotta'' è nata nei campi come nel mare di cui taluna porta le indelebili impronte nella melodia come nel verso, e solo in seguito s’è introdotta in città e vi è stata accolta dal servile paggetto, dalla sdegnosetta damina, dal cavaliere fatuo, per quella specie di civetteria del signore che talvolta ama mascherarsi da contadino.
Un esempio, magnificamente melanconico, con caratteri dolcissimi quasi meridionali, che ci portano indietro ne’ tempi ed in luoghi tanto diversi da quelli abitualmente spasseggiati da brighella, ne riporto a [[L'Anima_musicale_d'Italia/Venezia/Canto del gondoliere|tav. n. 21]], delizia delle menti che amano vagare nel regno dei sogni suscitati dai suoni.
Lo riporto come il trascrittore lo ha dato per la prima volta, senza le parole; quanto a me<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 98 —|}}</noinclude>è stato cantato con de’ versi mesti ed espressivi di vera poesia. Alla terza, quinta e settima misura il lettore avrà già osservato la solita conclusione delle parti del periodo su i tempi deboli prolungati, e, sulla fine la molleggiante terzina che vuol essere come una pennellata di colore ambientale.
{{Centrato|⁂}}
Anche nel Veneto, dicevo altrove, si canta la ''Donna Lombarda''. La melodia, pur con delle modificazioni che a prima vista possono farla passare per una nuova confezione conserva l’aria di famiglia della sua capo stipite piemontese, ma alleggerita del ''sei ottavi'' che importa un peso di tre crome per movimento, che qui diventa invece un semplice ''tre quarti''. Per cambio, si arricchisce di suono puro per modo da trascinare spesso una sillaba su due note, dando così l’impressione del primo tragitto fatto sull’acque che le imprimono quel nuovo elemento del dondolio. Le corone ho aggiunto io per fermare l’attenzione del lettore sulla fermata conclusiva della frase sul movimento debole ([[L'Anima_musicale_d'Italia/Venezia/Amememi_o_dona_Lombarda|Tav. n. 22]]).
Forse la mancanza di materiale e forse ancor più la mancanza mia di avvedutezza nel far le ricerche non mi hanno permesso di riallacciare la lezione veneta a quella piemontese con l’anello<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|||3.}}</noinclude><poem>{{R|30}}Del cammin lungo che avanzar si sente
Meta o ragione; e vede
Che a se l’umana sede,
Esso a lei veramente è fatto estrano.
Troppo felice e lieta
Nostra misera sorte
Parve lassù, se il giovanile stato,
Dove ogni ben di mille pene è frutto,
Durasse tutto della vita il corso.
Troppo mite decreto
Quel che sentenzia ogni animale a morte,
S’anco mezza la via
Lor non si desse in pria
Della terribil morte assai più dura.
D’intelletti immortali
Degno trovato, estremo
Di tutti i mali, ritrovàr gli eterni</poem><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Xavier121" />{{RigaIntestazione|||3.}}</noinclude><poem>{{R|30}}Del cammin lungo che avanzar si sente
Meta o ragione; e vede
Che a se l’umana sede,
Esso a lei veramente è fatto estrano.
Troppo felice<ref>N. ed.: «Spazio» cerchiato in interlinea sopra ''felice'', vd. n. v. 20.</ref> e lieta
{{R|35}}Nostra misera sorte
Parve lassù, se il giovanile stato,
Dove ogni ben di mille pene è frutto,
Durasse tutto della vita il corso.
Troppo mite decreto
{{R|40}}Quel che sentenzia ogni animale a morte,
S’anco mezza la via
Lor non si desse in pria
Della terribil morte assai più dura.
D’intelletti immortali
{{R|45}}Degno trovato, estremo
Di tutti i mali, ritrovàr gli eterni</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Meta o ragione; e vede
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Esso a lei veramente è fatto estrano.
Troppo felice<ref>N. ed.: «Spazio» cerchiato in interlinea sopra ''felice'', vd. n. v. 20.</ref> e lieta
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Parve lassù, se il giovanile stato,
Dove ogni ben di mille pene è frutto,
Durasse tutto della vita il corso.
Troppo mite decreto
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Della terribil morte assai più dura.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Xavier121" />{{RigaIntestazione|||3.}}</noinclude><poem>{{R|30}}Del cammin lungo che avanzar si sente
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Esso a lei veramente è fatto estrano.
Troppo felice<ref>N. ed.: «spazio» cerchiato in interlinea sopra ''felice'', vd. n. v. 20.</ref> e lieta
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Parve lassù, se il giovanile stato,
Dove ogni ben di mille pene è frutto,
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Della terribil morte assai più dura.
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|{{Sc|lxxxviii}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>avevano difesa la loro indipendenza, produssero un gran numero di eccellenti poeti. L’amore della libertà e della gloria scaldava i loro petti e concorrevano alle radunanze della Mecca e di Okado per isfidarsi vicendevolmente nell’aringo poetico. Nati e cresciuti fra continue guerre, erano quasi tutti poeti guerrieri, trattando essi colla stessa facilità la penna e la spada<ref>No’mano poeta e capitano musulmano vibrando la lancia contro il re di Mesopotamia, gli recita quel suo distico «io sono No’mano, figlio di Mukarrano; uccido gli eroi, e poi li celebro ne’ miei versi». ''Le rarità dell’istoria, estratto di Maometto Anbaritano scrittore arabo'', recato dall’originale in italiano da {{AutoreCitato|Antonio Madini|A. Madini}}. Milano 1844, pag. XXIX.</ref>. La loro maniera di vivere ed una lingua immensamente ricca<ref>Non sii chi voglia giudicare esagerato questo nostro appellativo di ''immensamente''; la lingua araba era sì immensamente ricca, che avanti Maometto contava ottanta vocaboli per significare il mele, dugento per significare il serpente, cinquecento per significare il leone, mille per significare la spada; ai tempi di {{AutoreCitato|Firuzabadi|Firuzabadi}} avea un dizionario di ben sessanta mila vocaboli; questa lingua venne poi siffattamente arricchita dal linguaggio tecnico delle scienze e delle arti che il suo dizionario si estese a ben 60 volumi: del quali quello del {{AutoreCitato|Abu Nasr al-Jawhari|Gewhari}} non è che un compendio. E a parecchie centinaia sommano le voci tecniche specialmente delle scienze naturali, fisiche, chimiche, matematiche che la sapienza moderna ha ritenute in tutte le lingue del mondo. {{AutoreCitato|Olof Celsius|Celsio Olao}} nella sua ''Historia lingue et eruditionis Arabum'' e particolarmente al cap. II ''de fatis illius ante Mohammedem'', ed il cap. VI ''de usu lingue in variis disciplinis'' (cito l’edizione del {{AutoreCitato|Nicolaus Barkey|Barkey}} 1764), l’{{AutoreCitato|Johann Heinrich Hottinger (teologo)|Hottingero}} nell’opera sua ''De usu lingue arabice in theologia, medicina, jurisprudentia, philosophia et philologia'' (Zurigo 1652), lo {{AutoreCitato|Albert Schultens|Schultens}} in una sua dotta dissertazione ''De utilitate lingua arabica in interpretatione sacræ Scriptura'' (Groninga 1706), e specialmente in alcuni passi della sua illustrazione del libro di Giob, l’{{AutoreCitato|Johann Gottfried Hasse|Hasse}}, nella sua Memoria ''De usu lingue arabica in rebus vitæ communis'' (Königsberga 1791), il {{AutoreCitato|Johann Christian Clodius|Clodius}} nella sua ''Theoria et praxis linguæ arabicæ'' ecc. (Lipsia 1729) e particolarmente al cap. IV ''de lingue arabicæ usu in exegesi sacra, in historia et geographia, aliisque disciplinis'', e nell’analisi del libro di Giob, ed infiniti altri hanno pur mostrato come questa lingua si fosse fatta enciclopedica ministra di ogni ramo di scienza, d’arte e di gravissima letteratura.</ref>, la quale non lascia mai mancare la rima, li rendevano più che mai atti all’improvisare. Le armi di {{AutoreCitato|Maometto|Maometto}} diventate troppo potenti e minacciando la libertà araba, da tutte le parti i poeti l’attaccarono violeutemente. Indarno cercò il pseudoprofeta di guadagnar al suo partito Zohairo, signore potente e uno dei più grandi poeti di quell’epoca. Dicesi che alle lusinghe di Maometto rispondesse: «o mio Dio, liberami dal demonio che agita costui».<ref>Op. cit., prefazione, pag. XXX.</ref> Ka’bo e Bugiair, figlio di Zohairo, e anch’essi valenti poeti, attaccarono nondimeno con affezione al partito di Maometto. La presa della Mecca ed il trionfo dell’islamismo diedero alla letteratura araba una direzione diversa, e da questo tempo si apre
per essa un’era nuova; e questa nuova era principia dal {{TestoCitato|Corano|Corano}}<ref>“È un’idea scioccamente ridicola, scriveva il celebre Jones, quella sì diffusa fra noi che l’ignoranza sia una massima fondamentale dell’islamismo, e che il Corano vieti ai Turchi ogni istruzione. Maometto non solo permise, ma anzi raccomandò ai suoi di imparare e di applicarsi
all’acquisto della dottrina.” — “Andate in traccia del sapere, egli dice, in una delle sue sure, quand’anche fosse nella Cina”. E l’alta stima in cui egli teneva la scienza è posta in maggior luce ancora dalla stravagante
sua preposizione che “l’inchiostro del letterato ed il sangue dei martiri siano di egual valore al cospetto del cielo.”</ref>. Durante la vita di Maometto questo libro non esistette nè completo, nè coordinato, come lo fu poi dopo la sua morte da Othmano, terzo califfo. Le ''sure'', di cui essa costituisce, erano allora staccate e sparse o conservate nella memoria dei ''Schabiti'' (compagni del profeta). Il dialetto del Corano è il coraiscitico, quello cioè della tribù dei coreisciti<ref>Gli Arabi chiamano il dialetto del Corano dialetto di ''Modaro'' perchè parlato dalla discendenza di Modaro, progenie di Abramo, nel seno della cui tribù nacque Maometto: questo dialetto Modaro è usato dalla tribù coreiscita, ed è stimato il più puro della nazione araba. Ciò a rettificazione di uno sbaglio occorso all’art. Corano.</ref>. Lo stile fluido, paro, elegante, conciso, spesso oscuro, adorno di figure ardite e talvolta, specialmente quando parlasi della maestà e degli attributi di Dio, magnifico e sublime, rendono a buon diritto questo libro il principale monumento letteratura degli Arabi. Le stesse collezioni dei ''Moallakah''<ref>Sono questi sette poemi di sette celeberrimi poeti, che nelle gare della Mecca ottennero l’onore del premio, e che vennero e sono pur tuttavia avuti dagli Arabi per modello di classica lingua e poesia. Su di essi veggasi il Sacy, ''Magn. encyclop.'', tom. V, p. 414-522, ed il tom. L delle ''Memorie dell’Academia delle Iscrizioni''. Furono tradotti in inglese da Jones, in tedesco dall’{{AutoreCitato|Anton Theodor Hartmann|Hartmann}}, e una parte di essi di Reiske in latino con glose tolte dagli Arabi.</ref> impallidiscono a petto della potente poesia del Corano. Dalla comparsa del Corano in poi un’innumerevole serie di sommi poeti apparve su ogni parte del mondo in cui potè l’islamismo mettere radice. Per non essere infiniti, noi citeremo Abiurdi Abulmodaffer, detto la gloria del Korashan<ref>{{AutoreCitato|Miguel Casiri|Casiri}}, op. cit., tom. I, pag. 125.</ref>; Abulola Ahmed, la
<ref follow="p91">di più oltre la poesia: la traduzione della {{TestoCitato|Bibbia|Bibbia}} in arabo data da molto tempo prima di Maometto ({{AutoreCitato|Richard Simon|Simon}} ''Hist. crit.'' tom. I. p. e lin. 80; {{AutoreCitato|Brian Walton|Walton}}, ''Proleg.'' pag. 54 e passim): le sfide che qualche secolo prima di Maometto si faceano alla Mecca non erano di sola poesia, ma sì anche di eloquenza, di morale, e di studi storici: ma senza andare più oltre in ciò, si consulti il ''Mémoire sur l’origine et les anciens monumens de la littérature parmi les Arabes'' di {{AutoreCitato|Antoine-Isaac Silvestre de Sacy|Silvestro de Sacy}}, il {{AutoreCitato|Richard Pococke|Pococke}} nel suo ''Specimen hist. arab.'', il {{AutoreCitato|William Jones|Jones}} nella sua prefazione ai Moallakah, il {{AutoreCitato|Johann Jakob Reiske|Reiske}} nei supplementi all’{{AutoreCitato|Barthélemy d'Herbelot de Molainville|Herbelot}}.</ref><noinclude><references/></noinclude>
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ITALO PIZZI''||}}</noinclude>
{{Pt|que|Comunque}} sia, osserveremo che nessuno degli antichi e primitivi Dei del vecchio Olimpo iranico fu posto tra questi Santi, e se ne intende il perchè. La lor natura particolare, mitica, antropomorfica, avrebbe discordato troppo dalla natura astratta di queste altre divinità. Vi fu tuttavia chi volle trovare il prototipo dei Santi immortali nei sette Aditya dell’Olimpo vedico, che sono i figli di Aditi, della dea del firmamento o dello spazio infinito; ma la congettura non ebbe seguito. Altri pensò a cercarne l’origine nell’angelologia del Talmud: ma è noto che in quest’ampia e vasta opera tradizionale del Giudaismo molte cose si trovano prese a prestito da altre nazioni, anche dall’iranica, cosicchè dovrebbe inferirsene, forse con maggior probabilità, tutto l’opposto. Ad ogni modo, i Santi immortali dell’''Avesta'' sono come angeli o arcangeli, ministri di Ahura Mazdao, esecutori attenti e passivi dei comandi di lui. Risalgono indubbiamente al Zoroastrismo più antico, trovandosene frequente menzione nelle ''Gâtha''. Plutarco poi, che li ricorda e descrive, attingeva probabilmente a {{AutoreCitato|Teopompo|Teopompo}}, scrittore assai più antico, generalmente assai bene informato.
27. — Schiera di spiriti santi e benigni, ma d’importanza e dignità minore, sono gli Yazata o Genî, che a centinaia e a migliaia occupano tutto quanto il creato spirituale e corporale. Anche {{AutoreCitato|Diogene Laerzio|Diogene Laerzio}} dice che, secondo le credenze persiane, tutta l’aria intorno n’è piena e ingombra. Ma i principali ne sono soli ventiquattro, ai quali, insieme ai sette Santi immortali, essendo consacrato un giorno del mese, avviene che ogni giorno<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 76 —|}}</noinclude>
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Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/74
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 140 —|''Camera dei deputati''|riga=si}}
{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>detti, che Delle Chiaie sarebbe stato interrogato per i fatti di strage avvenuti a Milano.
Dopo due o tre giorni Delle Chiaie fuggì all'estero. Contestatami la deposizione del Paglia sui punti relativi ai rapporti tra Delle Chiaie ed il Ministero dell'interno, rapporti su cui mi diffusi e per i quali io subii la reazione, la sera, del Paglia e dello stesso Delle Chiaie.
Ricordo che la sera dello stesso giorno il Delle Chiaie, assieme al Paglia e ad altre cinque o sei persone, venne presso casa mia. Il Paglia suonò al campanello e mi fece scendere. Delle Chiaie mi chiese spiegazioni su quanto avevo riferito al Paglia. Fui evidentemente minacciato e risposi che non potevo dare spiegazioni di ciò che avevo detto perché non potevo rivelare la fonte che, come ho detto testé, era l'onorevole Almirante che si era in tal guisa espresso nel corso di una riunione ristretta adducendo che Delle Chiaie sarebbe stato ascoltato dall'autorità giudiziaria circa i fatti di strage. Almirante aveva in più occasioni detto che il Delle Chiaie era un provocatore al servizio del Ministero dell'interno ed in particolare del prefetto Federico Umberto D'Amato.
Almirante diceva di essere in possesso delle fotografie che rappresentavano Delle Chiaie mentre sortiva dal Ministero dell'interno. È vero che il Delle Chiaie faceva attaccare manifesti del candidato della DC Petrucci nella zona tuscolana impiegando anche propri elementi che io conoscevo.
Tutto questo io riferii al Paglia a colazione ma il discorso principale fu da me incentrato sul coinvolgimento asserito da Almirante del Delle Chiaie nei fatti di piazza Fontana.
Era noto da anni, dal 1965 in poi, nel contesto del MSI, che il Delle Chiaie era un provocatore che agiva per conto del Ministero dell'interno, della Democrazia Cristiana e tanto al fine di alzare i livelli di scontro nelle manifestazioni. Fui io a invitare a pranzo il Paglia concretizzando un tentativo di sottrarlo all'area del Delle Chiaie. Il gruppo la sera tentò di aggredirmi fisicamente cercando di sapere le mie fonti circa le attribuzioni fatte da me nei confronti dell'operato del Delle Chiaie. Almirante sosteneva esplicitamente che Delle Chiaie era finanziato dal Ministero dell'interno. Nel partito ciò però costituiva notizia corrente da anni pertanto la direttiva era quella di non far frequentare le sedi di Avanguardia Nazionale dai nostri elementi. Devo dire comunque che, coevamente, a noi risultava che Delle Chiaie aveva anche rapporti diretti con lo stesso Almi- rante e che nel 1975 da latitante, il Delle Chiaie si recò presso il predetto, presso la abitazione parlamentare. Tanto mi disse lo stesso Almirante dopo questo episodio, aggiungendo che la pubblica sicurezza, che sorvegliava la sua abitazione, aveva riconosciuto il Delle Chiaie ma non lo aveva arrestato, tale confidenza l'apprendemmo io e mia moglie a casa di Almirante. Non ricordo chi altro fosse presente. Almirante sostenne che la pubblica sicurezza non voleva prendere Delle Chiaie perché non si voleva che parlasse.
La Polizia aveva chiesto conferma allo stesso Almirante della identità dell'ospite.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/206
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Giaccai
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 272 —|''Camera dei deputati''|riga=si}}
{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>del rafforzamento dei Volontari, l’onorevole Almirante ha dato incarico al professor Signorelli di organizzare squadre speciali e segrete, con il compito di effettuare azioni di rappresaglia». Nella stessa nota, a testimonianza del livello di compromissione raggiunto dal MSI di Almirante in quel periodo, si legge ancora che il segretario politico di quel partito si sarebbe vantato «che le bombe di Trento sono state opera del MSI [...] e che la situazione nel MSI è comunque difficile da controllare, sia per il clima generale creatosi [...] sia per gli armamenti individuali che si vanno incrementando»<ref>Cfr. elaborato peritale e perizia integrativa del professor A. S. Giannuli, inoltrati al Presidente di questa Commissione dal G.I. di Milano, dottor Guido Salvini, in data 17 marzo e 20 ottobre 1997.</ref>.
Nonostante tutto ciò, ed anzi a causa di ciò, si consentirà ai carabinieri della Pastrengo, dove erano di casa esponenti di primo piano del MSI come Servello, Nencioni ed altri, di rivolgere le indagini verso persone (militanti di Lotta Continua e poi balordi) che si sapevano estranee ai fatti, e che verranno arrestate e processate. Non solo, ma una riproduzione fotografica della Fiat 500 saltata in aria a Peteano, oltre che un cadavere dilaniato dalla bomba esplosa in via Fatebenefratelli, compariranno nel libro curato dall’onorevole missino, il piduista {{Wl|Q3769531|Giulio Caradonna}}, nel 1973 dal titolo «Terrore: rito attivo della sovversione rossa»; il che la dice lunga sugli avvelenamenti delle indagini che hanno impedito per anni l’accertamento della verità sulle stragi.
Del resto sempre l’onorevole Almirante si rendera protagonista dell’accreditamento di un altro inquinatore, tale Francesco Sgro, bidello all’università di Roma, che, attraverso falsità di ogni genere che gli costeranno due condanne definitive per calunnia, indicherà gli autori dell’attentato al treno Italicus, nel corso del processo contro Tuti, Franci e Malentacchi, in esponenti della sinistra iscritti al PCI, nel tentativo di dirottare le indagini dall’ambiente neofascista e massonico aretino verso una fantomatica «pista rossa».
Oltre a quella condotta calunniosa, i giudici dell’Italicus accerteranno altresì le vocazioni golpiste di Licio Gelli, e come la sua loggia massonica «aiutasse e finanziasse non solo esponenti della destra parlamentare ― nell’udienza del 27 ottobre 1972 il generale Siro Rosseti, già tesoriere della loggia [e uomo di fiducia di Miceli quando questi guidava il SIOS, ndr], ha ricordato come quest’ultima avesse, tra l’altro, sovvenzionato la campagna elettorale del "fratello" Birindelli ―, ma anche giovani della destra extraparlamentare, quantomeno di Arezzo, ove risiedeva appunto Gelli».
Accertava altresì l’intervento di massoni di piazza del Gesù diretti a finanziare Ordine Nuovo attraverso Marco Affatigato e come costoro avessero cercato di «spingere gli ordinovisti di Lucca a compiere atti di terrorismo, promettendo a Tomei ed Affatigato armi, esplosivo ed una sovvenzione di lire 50.000» 307<ref>Atti dell’Italicus bis, requisitoria pubblico ministero e sentenza-ordinanza G.I. Bologna.</ref><noinclude><references/></noinclude>
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Nonostante tutto ciò, ed anzi a causa di ciò, si consentirà ai carabinieri della Pastrengo, dove erano di casa esponenti di primo piano del MSI come Servello, Nencioni ed altri, di rivolgere le indagini verso persone (militanti di Lotta Continua e poi balordi) che si sapevano estranee ai fatti, e che verranno arrestate e processate. Non solo, ma una riproduzione fotografica della Fiat 500 saltata in aria a Peteano, oltre che un cadavere dilaniato dalla bomba esplosa in via Fatebenefratelli, compariranno nel libro curato dall’onorevole missino, il piduista {{Wl|Q3769531|Giulio Caradonna}}, nel 1973 dal titolo «Terrore: rito attivo della sovversione rossa»; il che la dice lunga sugli avvelenamenti delle indagini che hanno impedito per anni l’accertamento della verità sulle stragi.
Del resto sempre l’onorevole Almirante si rendera protagonista dell’accreditamento di un altro inquinatore, tale Francesco Sgro, bidello all’università di Roma, che, attraverso falsità di ogni genere che gli costeranno due condanne definitive per calunnia, indicherà gli autori dell’attentato al treno Italicus, nel corso del processo contro Tuti, Franci e Malentacchi, in esponenti della sinistra iscritti al PCI, nel tentativo di dirottare le indagini dall’ambiente neofascista e massonico aretino verso una fantomatica «pista rossa».
Oltre a quella condotta calunniosa, i giudici dell’Italicus accerteranno altresì le vocazioni golpiste di Licio Gelli, e come la sua loggia massonica «aiutasse e finanziasse non solo esponenti della destra parlamentare ― nell’udienza del 27 ottobre 1972 il generale Siro Rosseti, già tesoriere della loggia [e uomo di fiducia di Miceli quando questi guidava il SIOS, ndr], ha ricordato come quest’ultima avesse, tra l’altro, sovvenzionato la campagna elettorale del "fratello" Birindelli ―, ma anche giovani della destra extraparlamentare, quantomeno di Arezzo, ove risiedeva appunto Gelli».
Accertava altresì l’intervento di massoni di piazza del Gesù diretti a finanziare Ordine Nuovo attraverso Marco Affatigato e come costoro avessero cercato di «spingere gli ordinovisti di Lucca a compiere atti di terrorismo, promettendo a Tomei ed Affatigato armi, esplosivo ed una sovvenzione di lire 50.000»<ref>Atti dell’Italicus bis, requisitoria pubblico ministero e sentenza-ordinanza G.I. Bologna.</ref>.<noinclude><references/></noinclude>
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Nonostante tutto ciò, ed anzi a causa di ciò, si consentirà ai carabinieri della Pastrengo, dove erano di casa esponenti di primo piano del MSI come Servello, Nencioni ed altri, di rivolgere le indagini verso persone (militanti di Lotta Continua e poi balordi) che si sapevano estranee ai fatti, e che verranno arrestate e processate. Non solo, ma una riproduzione fotografica della Fiat 500 saltata in aria a Peteano, oltre che un cadavere dilaniato dalla bomba esplosa in via Fatebenefratelli, compariranno nel libro curato dall’onorevole missino, il piduista {{Wl|Q3769531|Giulio Caradonna}}, nel 1973 dal titolo «Terrore: rito attivo della sovversione rossa»; il che la dice lunga sugli avvelenamenti delle indagini che hanno impedito per anni l’accertamento della verità sulle stragi.
Del resto sempre l’onorevole Almirante si rendera protagonista dell’accreditamento di un altro inquinatore, tale Francesco Sgro, bidello all’università di Roma, che, attraverso falsità di ogni genere che gli costeranno due condanne definitive per calunnia, indicherà gli autori dell’attentato al treno Italicus, nel corso del processo contro Tuti, Franci e Malentacchi, in esponenti della sinistra iscritti al PCI, nel tentativo di dirottare le indagini dall’ambiente neofascista e massonico aretino verso una fantomatica «pista rossa».
Oltre a quella condotta calunniosa, i giudici dell’Italicus accerteranno altresì le vocazioni golpiste di Licio Gelli, e come la sua loggia massonica «aiutasse e finanziasse non solo esponenti della destra parlamentare ― nell’udienza del 27 ottobre 1972 il generale Siro Rosseti, già tesoriere della loggia [e uomo di fiducia di Miceli quando questi guidava il SIOS, ndr], ha ricordato come quest’ultima avesse, tra l’altro, sovvenzionato la campagna elettorale del "fratello" Birindelli ―, ma anche giovani della destra extraparlamentare, quantomeno di Arezzo, ove risiedeva appunto Gelli».
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Salvatore Rosa/Capitolo II
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Salvatore Rosa/Capitolo III
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Giaccai
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{gap|2em}}Scrivera il presidente della Commissione parlamentare sulle stragi senatore Gualtieri nella relazione approvata da tutta la Commissione: «Emerge il quadro di una partecipazione delle strutture dello Stato non per contrastare, reprimere, far cessare l’attivita terroristica messa in atto da settori indipendentisti in Alto Adige, ma per alimentarla ed aggravarla fino a veri e propri atti di controterrorismo predisposti nel nostro territorio ma anche, forse, in quello austriaco»<ref>Commissione parlamentare d’inchiesta cit., Relazione</ref>.
IV.4 I''l Movimento d’Azione Rivoluzionaria (MAR)''
Tl Movimento d’Azione Rivoluzionaria (MAR) fondato da Carlo Fumagalli e da Gaetano Orlando, non é stato — contrariamente a quanto da più parti affermato — un gruppo eversivo neofascista ma, al contrario, un gruppo armato schierato su posizioni rigidamente atlantiche, propugnatore di una più rigida politica anticomunista e di una svolta di tipo presidenzialista, per dare all’Italia un governo forte.
Lo stesso Fumagalli amava definirsi «estremista di centro», mentre Gaetano Orlando aveva militato nelle fila del Partito socialdemocratico, con il quale era stato eletto sindaco del suo paese, in Valtellina.
L’equivoco che ha portato molti commentatori ad assimilare il MAR agli altri gruppi neo-fascisti, deriva dalla successiva alleanza militare che il MAR strinse assai dopo la sua nascita con i ragazzi delle SAM (Squadre d’Azione Mussolini) compiendo cosi quella saldatura tra oltranzisti atlantici e fascisti che ha determinato la nascita e lo sviluppo dell’intera strategia della tensione.
Basti ricordare che il MAR fu fondato nel 1962, per contrastare l’eventuale slittamento del paese su posizioni progressiste a seguito dei governi di centrosinistra. E stato per questo ipotizzato che il MAR fosse una delle tante strutture di civili messe in piedi dai servizi segreti per appoggiare eventuali tentativi eversivi, come il Piano Solo.
L’esistenza del gruppo, la sua pericolosità e la sua attitudine eversiva, noti da tempo, divennero di dominio pubblico a seguito di accertamenti giudiziari, che mossero da un episodio avvenuto il 30 maggio 1974 - e ciò appena due giorni dopo la strage di piazza della Loggia in Brescia — in una localita dell’Appennino (Pian del Rascino) dove una pattuglia dei carabinieri sorprese, accampati in una tenda, tre estremisti; uno di questi riuscì a sparare ferendo due carabinieri; gli altri militari della pattuglia risposero al fuoco uccidendolo. Il morto si chiamava Giancarlo Esposti, un aderente di Avanguardia Nazionale vicino al MAR gia processato e condannato a Milano per attentati organizzati dalle SAM"<ref>Oscuro, nella tragica fine di Esposti, resta l’episodio dell’''identikit'' di uno dei presunti autori della strage di Brescia pubblicato sui giornali; tale ''identikit'' presentava una forte somiglianza con il volto senza barba di Esposti. Ma a Pian del Rascino Esposti viene trovato con una folta barba che si era fatto crescere da tempo.</ref>. È il caso di ri-<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/124
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Giaccai
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>cordare — perchè la vicenda, come si vedrà in seguito, non risulterà priva
di importanza − che i giorni precedenti alla sua fuga a Pian del Rascino,
Esposti si era allontanato precipitosamente da Milano spiegando ai familiari che il suo gruppo sarebbe stato «tradito dai carabinieri». In pratica,
Esposti e le SAM godevano dell’appoggio di ufficiali dell’Arma, come sarebbe stato dimostrato negli anni successivi.
A Brescia, 20 giorni prima della strage di piazza della Loggia, era
stato arrestato il leader del gruppo Carlo Fumagalli insieme ad altre undici
persone, con le quali trasportava ingenti quantità di esplosivo e di armi
(compreso un bazooka, divise militari, 200 targhe false di automobili, passaporti falsi e due tende cabine insonorizzate del tipo usato per detenervi
persone sequestrate). Fino a quel momento, Fumagalli aveva goduto di
una sorta di immunità, che gli aveva consentito di rimanere libero, pur essendo il suo gruppo sospettato di essere l’autore di una serie di attentati ai
tralicci in Versilia.
Le successive indagini giudiziarie che si conclusero con sentenza di
condanna concernente una lunga serie di attentati a cose e persone, e financo un sequestro di persona a scopo di estorsione, consentirono una
prima ricostruzione dell’attività del MAR che aveva raggiunto la massima
dimensione negli anni ’70-’74, ma con una dislocazione nella sola Lombardia (in particolare nella Valtellina) e con al vertice Carlo Fumagalli
e Gaetano Orlando.
Gli accertamenti giudiziari riguardarono però prevalentemente gli
specifici episodi criminali appena ricordati, mentre all’epoca ne restarono
almeno parzialmente in ombra le finalità più propriamente politiche e i
collegamenti con altre strutture eversive.
Oggi molte lacune sono state colmate. E si può ritenere che il MAR,
come detto, fin dal primo momento si pose in una posizione più marcatamente «filoatlantica» rispetto ad Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale
(con cui, peraltro, avrebbe stretto una solida alleanza nel periodo di attività piena nel ’73-’74, culminata nel già descritto episodio del conflitto
a fuoco di Pian del Rascino); più in particolare è emerso che Carlo Fumagalli durante la Resistenza aveva comandato una, seppur del tutto anomala, formazione di «partigiani bianchi» chiamata «I Gufi», venendo in
contatto con servizi segreti statunitensi (OSS), tanto da essere decorato,
ed avere successivamente operato nello Yemen del Sud con la CIA.
Nel ’70 il gruppo dei valtellinesi si era schierato, sia pure con posizioni meno oltranziste, con la struttura del principe Borghese, rimanendone, però, autonomo e separato; negli anni ’73-’74 aveva operato in numerose azioni terroristiche anche grazie alla grande disponibilità di armi ed esplosivo (cioè in particolare era avvenuto facendo esplodere i tralicci ENEL della Valtellina, il cui controllo militare era ritenuto fondamentale per via del fatto che detta zona riforniva di energia elettrica l’intera Italia settentrionale).
Attraverso la testimonianza di Gaetano Orlando è emerso il contrasto
intervenuto tra lo stesso Orlando ed il Fumagalli, in relazione alla fusione
tra MAR, AN e ON in funzione golpista, cui Orlando si era dichiarato<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/144
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Cruccone
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Gadget AutoreCitato
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|134|PALAZZO VECCHIO|}}</noinclude><section begin="s1" />avrebbe ricondotta l’arte della scultura agli antichi splendori del Buonarroti, ed era per cominciare il secolo in cui qui a Firenze dovevano nascere e crescere alla stessa arte ed alla gloria il {{Wl|Q693288|Bartolini}}, il {{Wl|Q3839974|Pampaloni}} e il {{Wl|Q916057|Duprè}}.
Più presso alla porta del Palazzo fra il David e l’Ercole, erano poi e sono ancora due Termini, uno maschio ed uno femmina, questo dello stesso {{Wl|Q358348|Bandinelli}}, l’altro del suo discepolo {{Wl|Q1632902|Vincenzo de’ Rossi}}, a’ quali si solca attaccare una catena per impedire l’ingresso nel Palazzo, in certe occorrenze. In quella di forme maschili, dice il {{Wl|Q3417359|Borghini}}, volesse l’artista significare la forza e la magnanimità della Toscana, nell’altra in cui la femmina ha un diadema sul capo, ed è presso a mutarsi in lauro, che si volesse simboleggiata la leggiadrìa e la virtìi della Toscana nelle arti che si dicono sorelle e nella amenità degli studi. Volgarmente queste due statue sono dette Filomene e Bauci.
{{rule|8em}}<section end="s1" />
(1) <section begin="1" />Nel libro di Deliberazioni degli Operai di Palazzo, dal 1495 al 1497, trovasi la nota degli oggetti della Cappella, passati dal Palazzo Medici a quello de’ Signori, per ornamento della loro, consegnati dai Sindaci di Piero.
{{smaller block|<poem>Uno chalice con la patena.
Una pietra sagrata con diaspri et madreperla.
Uno canpanuzzo di rame.
Quattro candellieri d’ottone, cioè due d’ottone et due alla domaschina.
Tre cordigli bianchi.
Cinque stole di più colorì.
Dieci manipoli di più colori.
Cinque amitti di più colori.
Uno fornimento da chamici.
Due fazoletti di seta pel chalice.
Una coperta per la tavola dell’altare di raso alexandrino con frangie d’oro.
Dua pianete; una di taffettà rosso con fregio biancho et l’altra d’apicolato con fregio d’oro di Cipri.
Uno messale richo con puntali d’ariento.
Due altri amitti.
Quattro fazoletti da chalice.
Uno guanciale di raso chermisi richamato.
Uno camicio bruscato di velluto apicolato.
Una tavola da altare con sua ornamenti, dipinta et colorata con Vergine Maria drento.
Uno dosale di velluto apicolato con fregio d’oro di cipri.
Due chamici bianchi sanza brusti.
Una tovaglia d’altare lavorata d’oro et di seta.
Quattro tovaglie tra buone et cattive.
Uno sciughatoio.
Uno paio di champanelle, ch’erano all’uscio della Cappella.</poem>}}<section end="1" />
(2) <section begin="2" />Vedi {{Sc|Vasari}}, Op. cit., vol. {{Sc|vii}}, pag. 153, n.º 2.<section end="2" />
(3) <section begin="3" />Si conserva tuttora nel Museo Buonarroti.<section end="3" />
(4) <section begin="4" />Vedi {{Sc|{{AutoreCitato|Aurelio Gotti|A. Gotti}}}}, ''Vita di Michelangiolo Buonarroti'', vol. {{Sc|i}}, pag. 28.<section end="4" />
(5) <section begin="5" />Quello di bronzo del Verrocchio.<section end="5" />
(6) <section begin="6" />{{Sc|{{AutoreCitato|Johannes Wilhelm Gaye|Gaye}}}}, Op. cit., vol. {{Sc|ii}}, pag. 464.<section end="6" />
(7) <section begin="7" />Op. cit., vol. {{Sc|ii}}, pag. 464.<section end="7" />
(8) <section begin="8" />Ivi, tomo {{Sc|iv}}, pag. 94.<section end="8" /><noinclude><references/></noinclude>
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POPOLARI TOSCANI
RACCOLTI E ANNOTATI
DA GIUSEPPE TIGRI.
RISPETTI. — LETTERE, — SERENATE. — STORNELLI.
POEMETTO RUSTICALE.
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BARBÈRA, BIANCHI & COMP.
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: CANTI POPOLARI TOSCANI. RISPETTI. <<.... un chiaro suon...... ........... di pastorali accenti Misto e di boscherecce inculte avene.>> Gerus. Lib. Cantate su, cantate du' Rispetti;1 Se troppi vi paressen, diten uno. Cantate voi che li sapete belli, Del vostro bel cantar me n'innamoro. Del vostro bel cantar ne2 brucio ed ardo; Un dolce riso, un amoroso sguardo. Del vostro bel cantar n'ardo e ne brucio; Un dolce riso, u...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Gius.arena" /></noinclude>CANTI POPOLARI TOSCANI.
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Un dolce riso, uno sguardo amoroso.
*
Vo' cantare un Rispetto piano piano
A quel giovanettin ch'é pien d'amore:
Vorrebbe confessar, non è piovano;^
Saper vorrebbe a chi ho donato il core.
Fatti piovano, e poi confesserai;
A chi ho donato il core lo saprai.
1 Che s’intenda per Rispetto, vedi nella Prefazione. Nota qui i troncamenti di parole usati nel parlar popolare: du' per due; paressen per paressero; diten per ditene, cioè dite di essi. Rispetti, e belli, son rime d’assonanza o d'orecchio; e così molte altre che si trovano in questi Canti.
2 Riempitivo vezzeggiativo.
3 O pievano; capo della pieve, chiesa parrocchiale.
CANTI POPOLARI.<noinclude><references/></noinclude>
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Categoria:Testi di Giulio Fara
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Francyskus
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[[Categoria:Testi per autore|Fara, Giulio]]
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: RISPETTI. 3 ’ E paion fila d’ór, d’oro filato; Belli sono ì capelli, e chi li ha in capo. 7 Giovanettin che vai da su e da giae,^ Meglio faresti a attendere a far altro,’ Che tanto la tua dama ’ non son pine,* E lo mie core 1* ho donato a un altro. E r ho donato ad un fuor del paese, E più ricco di voi, bello e cortese; E r ho donato ad un fuor delio stato, E più bello di voi,. ricco e garbato; E 1* ho donato ad un fu...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Gius.arena" /></noinclude>RISPETTI.
3
’ E paion fila d’ór, d’oro filato;
Belli sono ì capelli, e chi li ha in capo.
7
Giovanettin che vai da su e da giae,^
Meglio faresti a attendere a far altro,’
Che tanto la tua dama ’ non son pine,*
E lo mie core 1* ho donato a un altro.
E r ho donato ad un fuor del paese,
E più ricco di voi, bello e cortese;
E r ho donato ad un fuor delio stato,
E più bello di voi,. ricco e garbato;
E 1* ho donato ad un fuor del castello,
E più ricco di voi, garbato e bello.
s
E’ ’^ non accade tanto canzonare,
Che qualche volta canzonerò voi;
E non accade ì bottoni tirare,"
Che li bottoni li facciam da noi.
Tu tiri li bottoni, ed io li prendo.
Tu credi ch’io li compri, e te li vendo:
Tirateli i bottoni, e li prend’io,
Ti pensi eh* io li compri, e li ho fatt’io.
9
Di là dal mar mi parve di vedere
Un’acqua chiara, ed una fresca fonte.
Avevo "^ sete e non potevo bere,
Non mi potevo accostare alla fonte.^
Noli mi potevo alia fonte accostare;
’ Per giù; voce antiquata che s’usa ancora dai campagnoli e dalla plebe. In montagna nue per no.
* Nota bella frase. Altro, altre cose.
’ Dalma, per donna, signora del proprio core: egualmente il damo.
* Più (Vedi qui sopra la nota 1 }.
^ E’ per egli qui è riempitivo di grazia. — Accada per occorre, fa 6»«ogno di.
* Punger con acuti motti: di qui sbottonare, e sbottoneggiare, dar biasimo e mala voce.
’ Aveva, e cosi poteva ec. La terminazione in o negl’imperfetti da
usarsi solo nel parlar familiare.
’ Nella fonte rassomiglia il suo damo, cioè il signore del proprio
core.<noinclude><references/></noinclude>
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Gius.arena
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: RISPETTI. 5 Vorrei volare su quel bel giardino Dove sta lo mio amore a lavorare; E gli Torrei volare intorno intorno, E ci vorrei restar la notte e il giorno. * 14 Giovanetti n che passi per la via, Non ti voltar, che non canto per te; Canto per 1* amor mio eh* ó andato via. Per r amor mio ch’ò più bellin di te. 15 Ti pensi, bello, eh* io di te ’ morissi, E di malinconia me n’ammalassi? E pensi che ventura perso avess...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Gius.arena" /></noinclude>RISPETTI.
5
Vorrei volare su quel bel giardino
Dove sta lo mio amore a lavorare;
E gli Torrei volare intorno intorno,
E ci vorrei restar la notte e il giorno.
*
14 Giovanetti n che passi per la via,
Non ti voltar, che non canto per te;
Canto per 1* amor mio eh* ó andato via.
Per r amor mio ch’ò più bellin di te.
15 Ti pensi, bello, eh* io di te ’ morissi,
E di malinconia me n’ammalassi?
E pensi che ventura perso avessi,’
Che un bello come te non ritrovassi?
Un bello come te V ho scritto al cuore,’
Sol per amarlo, e per portargli amore:
Un bello come te V ho scritto al petto,
Sol per amarlo, e per portargli affetto.
16 Io me n’andiedi * suir aspra ^ montagna;
Credevo che V amor non mi trovasse.
C era un giovanottino bianco e rosso,
Pareva che 1* amor lo trasportasse.
Guarda se questa cosa è fatta in prova,^
Per tutto dove vo, V amor mi trova;
Guarda se questa cosa in prova è fatta,
Per tutto dove vo, V *amor mi chiappa."’
17 Sono stata all’inferno, e son tornata;
Misericordia 1 ^ la gente che e* era!
~’--
^
-■■■■ — -^>
■ ■■ ■
Il
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I
—■■■■■ —
■
I ■ ■ ■ ^ ■ _^
’ Per te, se mi lasciassi.
’ Perduto la sorte.
* Come registrato. Cosi dicesi di un conto scritto al libro, invece che
wl libro.
* Andai: finale usata dalla plebe anche in altri verbi, come potiediec,
per potei.
’ Scabra, ripida. Cino da Pistoia ha gli aspri monti, dell’Appennino.
* In prova vale a posta, volontariamente.
^ Mi sorprende, e mi prende. Espressivo: cosi dicono chiappar gli ur»
relli aU’ archetto.
* Esclamazion di terrore. Quanta gente! Vedi bel modo ellittico.<noinclude><references/></noinclude>
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Gius.arena
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: RISPETTI. 15 E ro’ é venuto il sudor della morte, Sento le membra mie ’n ^ terra cadere; E’ m’é venuto il sudor dell* affanno, E il giorno d’oggi a me m* è parso * un anno; E m’è venuto il sudor del morire, Il giorno d’oggi non vuol più finire. 47 Non ti maravigliar se tu sei bella, Perchè sei nata accanto alla marina; ’ L* acqua del mar ti mantien fresca e bella Come la, rosa in sulla verde spina. Se delle rose...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Gius.arena" /></noinclude>RISPETTI.
15
E ro’ é venuto il sudor della morte,
Sento le membra mie ’n ^ terra cadere;
E’ m’é venuto il sudor dell* affanno,
E il giorno d’oggi a me m* è parso * un anno;
E m’è venuto il sudor del morire,
Il giorno d’oggi non vuol più finire.
47
Non ti maravigliar se tu sei bella,
Perchè sei nata accanto alla marina; ’
L* acqua del mar ti mantien fresca e bella
Come la, rosa in sulla verde spina.
Se delle rose ce n* è nel rosaio,
Nei tuo viso ci sono di gennaio;
Se delle rose nel rosaio ne fosse,
Nel tuo viso ci sonò bianche e rosse.»
4S
Ora che m’hai condulta ^ al cimitero,
Fammela pur veder la sepoltura;
E m’hai conduUa ove non mi credevo,
E m’hai condutta in una tomba oscura.
Per me non suoneranno più campane,
Non sarà fatta allegrezza nessuna:
E i niia ^ che da bruno vestiranno!
Chi mi voleva ben, *lasciato m* hanno.
49
La vo- fare una tavola d* invito.
Gli vo* * invitar gli affortunati '' amanti:
E da mangiar gli vo’ dare il mio core,
Da bere gli vo* dar lagrime e pianti.
* In
di Dante.
Vi senti il suono imitativo del a Caddi come corpo morto cade,»
* A me m’i parso. Quantasignificanza del proprio dolore in quel pleonasmo!
’ Campagna presso al mare.
* In montagna usano sempre questa pronunzia che sente del latino
ronducta, per condotta.
* J mia sta per t miei; sottintendi parenti. Mia è usato spesso anche
per mie, come iaa per tuoi e tue^ sua per suoi e sue.
’ Voglio.
sione.^ Bella voce^ che con l’aggiunta di quella sillaba af, cresce d’espres<noinclude><references/></noinclude>
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Candalua
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|182||}}</noinclude>{{Ct|f=180%|L=0.1em|L’ARMONIA}}
{{Ct|f=120%|L=0.1em|t=1|v=1|POEMETTO}}
{{Ct|f=90%|L=0.2em|DEL}}
{{Ct|f=120%|t=1|v=1|CONTE ABATE ROBERTI}}
<poem>
{{xx-larger|S}}ul puro serenissimo zaffiro
Dello stellato ciel siede Armonia,
Ed i lenti ritorni ivi prescrive
Alla cometa incendiosa, e segna
Degli erranti pianeti i sentier curvi,
E del sol nutre la dorata lampa,
E all’argentea sorella or cresce, or scema
La fatica inegual. Così governa
Colla perenne succession i tempi
Del variabil anno: e per lei veste
Sua verde gioventù la selva e il prato;
E la messe spigosa ingialla il pingue
Sen della gleba; e la sposata vite
Al fedel olmo l’uve omai mature
Arrubina o imbiondisce; in fin che torna
Brina, ch’aspra utilmente imbianca e ingemma
Con sue canute lucicanti stille
Le vedove pendici, e piani ignudi.</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Candalua
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|||183}}</noinclude><poem>
Nella corporea salma Armonia vuole,
Che ogni parte rispondasi, e ogni forma;
E libra e atteggia con distinti moti
Le pieghevoli fibre, e gli spiccati
Muscoli risaltanti; e il ben tessuto
Sangue di vena in vena essa conduce;
Come gli altri liquor fini e secreti,
Che innaffian tutta la trattabil carne,
Per li sottili diramati rivi
Colla proporzion giusta divide,
Non usurpando altrui ciò, che altrui debbe:
Quinci poi scorron fuggitivi e lieti
Fuor dal laberinteo cerabro schiusi
Limpidissimi spiriti vitali;
E grata sanità sucosa e fresca
Di ridente color tinge la guancia.
All’utile commercio Armonia detta
Le reciproche leggi, e amica stringe
Con nodi d’or tra benefizi alterni,
E mutui cambi, e gemine promesse
I bruni e i bianchi abitator del mondo.
Ciò che d’Africa l’aje ingombra e rompe
D’India i granai, e i fondachi odorati,
Le vario-tinte mercerie, nel grembo
Ai cavi abeti veleggianti addensa;
E ad altri climi, ad altre terre, ad altre
Genti lo reca, e il lor difetto adempie.
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. II, 1977 – BEIC 1871053.djvu/1
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Francyskus
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<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" /></noinclude>{{ct|f=180%|v=1|L=2|SCRITTORI D’ITALIA}}
{{Rule|26em|v=3}}
{{ct|f=120%|L=0px|v=3|t=3|GIAMBATTISTA MARINO}}
{{ct|f=400%|L=0px|v=2|ADONE}}
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{{ct|f=100%|L=0px|v=.7|{{Sc|di}} }}
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{{FI
|file = Marino, Giambattista – Adone, Vol. I, 1975 – BEIC 1869702 (page 5 crop).jpg
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}}
{{ct|f=100%|L=0px|t=4|v=.4|GIUS. LATERZA & FIGLI }}
{{ct|f=100%|L=0px|v=3|1977}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Xavier121" />{{RigaIntestazione|4.||}}</noinclude><poem>
La vecchiezza, ove fosse
Incolume il desio, la speme estinta,
Secche le fonti del piacer, le pene
{{R|50}}maggiori sempre, e non più dato il bene.
Voi, collinette<ref>N. ed.: «spazio», cerchiato in interlinea sopra ''collinette''.</ref> e piagge,
Caduto lo splendor che all'occidente
Inargentava della notte il velo,
Orfane ancor gran tempo
{{R|55}}non resterete; che dall'altra parte
Tosto<ref>Ms.: «Presto» > ''Tosto''.</ref> vedrete il cielo
Imbiancar novamente, e sorger l'alba:
Alla qual poscia seguitando il sole,
E folgorando intorno
{{R|60}}Con sue fiamme possenti,
Di lucidi torrenti
Inonderà con voi gli eterei campi.
</poem><noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Xavier121" />{{RigaIntestazione|4.||}}</noinclude><poem>
La vecchiezza, ove fosse
Incolume il desio, la speme estinta,
Secche le fonti del piacer, le pene
{{R|50}}maggiori sempre, e non più dato il bene.
Voi, collinette<ref>N. ed.: «spazio», cerchiato in interlinea sopra ''collinette'', vd. n. v.34.</ref> e piagge,
Caduto lo splendor che all'occidente
Inargentava della notte il velo,
Orfane ancor gran tempo
{{R|55}}non resterete; che dall'altra parte
Tosto<ref>Ms.: «Presto» > ''Tosto''.</ref> vedrete il cielo
Imbiancar novamente, e sorger l'alba:
Alla qual poscia seguitando il sole,
E folgorando intorno
{{R|60}}Con sue fiamme possenti,
Di lucidi torrenti
Inonderà con voi gli eterei campi.
</poem><noinclude></noinclude>
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Canti (Starita corretta 1835)/Il tramonto della luna
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{{Qualità|avz=100%|data=11 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=XXXIII. Il tramonto della luna|prec=../Palinodia al marchese Gino Capponi|succ=../La ginestra, o Il fiore del deserto}}
<pages index="Leopardi - Canti, Starita (corretta), Napoli 1835.djvu" from="185" to="189" />
{{Sezione note}}
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Cruccone
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|124|PALAZZO VECCHIO|}}</noinclude>''posuere'' {{Sc|mccccxcv}}. Certo che questa statua, la quale abbiamo sempre dinanzi agl’occhi nella gran Loggia de’ Signori, è bella veramente e degna di colui che trovò la scultura indietro alle arti sorelle, e la portò tanto innanzi da non avere più nulla da invidiare ad esse, sebbene il {{AutoreCitato|Leopoldo Cicognara|Cicognara}}, la dica di minore eccellenza che celebrità. Donatello poi, superò sè stesso nella statua di San Giorgio, una di quelle che nei tabernacoli adornano l’imbasamento dell’edifizio d’Or San Michele: qui pare, veramente, la persona muoversi dentro al marmo, ed un espressione dignitosa è nelle fattezze di quel nobile soldato che poco invero hanno del santo. Ma diciamo del David che prese il luogo della Giuditta innanzi alla porta del Palazzo.
Nel 1501, Michelangelo, giovane ancora di ventisei anni, ma già molto in fama, faceva da Roma ritorno in Firenze. Gli Operai di Santa Maria del Fiore avevano nei loro magazzini un grande marmo, il quale era rimasto, come dire, mal condotto e storpiato, da un tal maestro Bartolommeo di Pietro detto ''Baccellino'', il quale ebbe il carico di cavare ed abbozzare una seconda statua alla cava di Carrara, e la storpiò{{Nota separata|Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/144|2}}; il {{AutoreCitato|Giorgio Vasari|Vasari}} invece aveva detto essere stato quel marmo guasto da maestro {{Wl|Q395755|Agostino d’Antonio di Duccio}} scultore, il quale vi aveva cominciato nel 1464 a fare un gigante, e non era riuscito. Questo marmo così in parte e malamente tagliato, pensarono gli Operai di dare a Michelangelo, perchè e’ ne facesse una statua come meglio gli potesse riuscire. Michelangelo acconsentì, e come furono i patti convenuti, fece di cera un modelletto{{Nota separata|Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/144|3}}, rappresentante David con la frombola in mano, in atto di scagliare il sasso, che uccise il gigante Golia. Che statua sia il David di Michelangelo, non è chi nol sappia in tutto il mondo, è nell’arte moderna quello che nell’antica l’Apollo di Belvedere; però a chi la guardi bene, in specie nella schiena, non è difficile scorgere alcune delle prime scarpellate date in quel marmo da maestro Bartolommeo, e sulle quali non potè ripassare con la sua mano il Buonarroti, per non assottigliare di troppo la figura, come si dice, da petto a reni. Questo difetto di marmo, già esistente, fece apparire un miracolo l’opera del Buonarroti, quasi che traendovi fuori quella figura così viva e così in ogni sua parte compiuta, avesse egli risuscitato uno che era morto. Ai 25 gennaio del 1504 questa statua doveva essere presso che finita, avendo in detto giorno gli Operai<noinclude></noinclude>
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Cruccone
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||CAPITOLO XII|125}}</noinclude>del Duomo che l’avevano commessa, convocato ed adunato quanti erano in Firenze riconosciuti abili a dare un giudizio circa il luogo, per ogni rispetto ad essa statua conveniente; e furono chiamati d’ogni professione e d’ogni classe di cittadini. E furono{{Nota separata|Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/144|4}} {{Wl|Q195655|Andrea della Robbia}}, {{Wl|Q590255|Benedetto Buglioni}}, {{Wl|Q19569735|Giovanni delle Corniole}}, {{Wl|Q707520|Attavante}} miniatore, messer {{AutoreCitato|Francesco Filarete|Francesco araldo della Signorìa}}, {{Wl|Q66439780|Francesco Monciatto legnaiuolo}}, Giovanni piffero (''padre di {{AutoreCitato|Benvenuto Cellini|Benvenuto Cellini}}''), {{Wl|Q24646782|Lorenzo della Volpaia}}, Buonaccorso di Bartoluccio (''nipote di {{Wl|Q208125|Lorenzo Ghiberti}}''), Salvestro gioielliere, {{Wl|Q3856430|Michelagnolo orafo}} (''padre di {{AutoreCitato|Baccio Bandinelli|Baccio Bandinelli}}''), {{Wl|Q29447|Cosimo Rosselli}}, Guasparre di Simone {{FI|file = Storia del Palazzo Vecchio 1889 (page 135 crop).jpg|width = 50%|float=right|margin-left=1em}}orafo (''padre di Bernardo Baldini detto Bernardino''), Lodovico orafo e maestro di getti (''padre di {{Wl|Q1363951|Lorenzo Lotti}} detto Lorenzetto, scultore''), Andrea detto il Riccio orafo, Gallieno ricamatore, {{Wl|Q1145811|David del Ghirlandaio}}, {{Wl|Q2527880|Simone del Pollaiolo}} detto il Cronaca, {{Wl|Q296265|Filippino Lippi}}, {{Wl|Q5669|Sandro Botticelli}}, {{Wl|Q312365|Giuliano}} e {{Wl|Q456861|Antonio da Sangallo}}, {{Wl|Q495011|Andrea dal Monte Sansavino}}, Chimenti del Tasso, {{Wl|Q717097|Francesco Granacci}}, {{Wl|Q2311437|Biagio pittore}} (''Tucci''), Bernardo di Marco (detto della Cecca, legnaiolo ed architetto), {{Wl|Q280851|Pier di Cosimo}}, {{AutoreCitato|Leonardo da Vinci|Leonardo da Vinci}} e {{Wl|Q5827|Pietro Perugino}}. Erano in questa, che oggi si sarebbe detta commissione, rappresentate tutte le arti del disegno, perchè allora si teneva che chi avesse in una di esse esperto l’occhio e la mano, anche nelle altre potesse e dovesse dare un giudizio sicuro, così che per esempio in opera di scultura non pareva strano che si ricercasse il giudizio de’ pittori ed anco di legnaioli, e in una di pittura quello degli architetti, degli scultori e degli orafi.
I pareri, come sempre accade, furono diversi, ma poi si ridussero può dirsi a due, cioè al parere che si trova espresso nelle parole di Giuliano da San Gallo, che diceva «veduto la imperfecione del marmo, per<noinclude>{{PieDiPagina|||17}}</noinclude>
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Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/136
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|126|PALAZZO VECCHIO|}}</noinclude>lo essere tenero e cotto, et essendo stato all’acqua, non mi pare fussi durabile, s’avesse a porre nella Loggia dei Signori, nell’arco di mezo della detta Loggia o i’ nel mezo dell’archo, che si potessi andarle intorno, dal lato drènto presso al muro nel mezo chon uno nichio nero di drieto in modo di cappelluzza; che se la mettono all’acqua verrà mancho presto: et vuole stare coperta»; e al parere di coloro, che essendo detta statua fatta per stare all’aperto e dove le si potesse stare attorno, e d’ogni parte le piovesse la luce, proponevano di porla sulla ringhiera di Palazzo o dove era il Leone, ossia il Marzocco, o dove stava la Giuditta di Donatello. Di questo parere fu anche maestro Francesco, araldo della Signorìa, al quale sarebbe anco piaciuta nel mezzo della corte dov’era il David di bronzo del {{Wl|Q183458|Verrocchio}}. Questo David era stato commesso al Verrocchio dalla Signorìa nel 1476, e fu posto dapprima in palazzo al sommo della scala, dove stava la catena, e fu portato dipoi nel mezzo del cortile. Val la pena d’essere riportato, quale ei lo dette, il parere dell’araldo, uomo che doveva essere molto semplice. «Io ho rivolto, disse, per l’animo quello che mi possa dare el iuditio: havere due luoghi dove può sopportare tale statua: el primo dove è la ''Juditta''; el secondo el mezzo della corte del Palagio dove è il David{{Nota separata|Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/144|5}} primo; perchè la ''Juditta'' è segno mortifero: e non sta bene, havendo noi la [[File:Storia del Palazzo Vecchio 1889 (page 129 crop).jpg|20px]] per insegnia et el giglio; non sta bene che la donna uccida l’uomo, et maxime essendo stata posta con chattiva chostellatione; perchè da poi en qua siete iti di male in peggio et perdèsi Pisa. Et ''David'' della corte è una figura e non è perfetta, perchè la gamba sua di drieto è sciocha. Pertanto io consiglierei che si ponesse questa statua in uno dei due luoghi: ma piuttosto dove è la ''Juditta''». Interrogato lo stesso Michelangiolo, al cui parere si riportavano i più di quei cittadini, fu per il luogo della ringhiera di Palazzo, e precisamente dove era la Giuditta. Quindi ai 28 di maggio di quell’anno 1504, fu deliberato che il David venisse collocato, dove era la Giuditta, sulla ringhiera di Palazzo, accanto alla porta principale. Erano stati già dagli Operai del Duomo, con deliberazione del primo di aprile, incaricati del trasporto del David, Simone del Pollaiolo e Michelangiolo medesimo{{Nota separata|Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/144|6}}, e deputati ad assistere a tale trasporto furono per i signori Priori, oltre che lo stesso<noinclude></noinclude>
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Autore:Frédéric Schoell
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Categoria:Pagine in cui è citato Frédéric Schoell
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{{Vedi anche autore|Frédéric Schoell}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Schoell, Frédéric]]
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Autore:Pierre-Joseph-André Roubaud
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Categoria:Pagine in cui è citato Pierre-Joseph-André Roubaud
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{{Vedi anche autore|Pierre-Joseph-André Roubaud}}
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Autore:William Russell
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Categoria:Pagine in cui è citato William Russell
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Autore:Anton Theodor Hartmann
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Categoria:Pagine in cui è citato Anton Theodor Hartmann
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{{Vedi anche autore|Anton Theodor Hartmann}}
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Autore:Antonio Madini
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Categoria:Pagine in cui è citato Antonio Madini
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{{Vedi anche autore|Antonio Madini}}
[[Categoria:Pagine per autore citato|Madini, Antonio]]
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Pagina:Leopardi - Canti, Starita (corretta), Napoli 1835.djvu/207
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Xavier121
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|file = Leopardi - Canti, Starita (corretta), Napoli 1835 (page 207 crop).jpg
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}}
<poem>
{{xx-larger|L}}ungi dal proprio ramo,
Povera foglia frale,
Dove vai tu? — Dal faggio
Là dov’io nacqui, mi divise il vento.
{{R|5}}Esso, tornando, a volo
Dal bosco alla campagna,
Dalla valle mi porta alla montagna.
Seco perpetuamente
Vo pellegrina, e tutto l’altro ignoro.<ref>Ms.: «,» > ''.''</ref>
{{R|10}}Vo dove ogni altra cosa,
Dove naturalmente
Va la foglia rosa,
E la foglia d’alloro.
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Xavier121
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Povera foglia frale,
Dove vai tu? — Dal faggio
Là dov’io nacqui, mi divise il vento.
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Dal bosco alla campagna,
Dalla valle mi porta alla montagna.
Seco perpetuamente
Vo pellegrina, e tutto l’altro ignoro.<ref>Ms.: «,» > ''.''</ref>
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Dove naturalmente
Va la foglia rosa,
E la foglia d’alloro.
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