Wikisource itwikisource https://it.wikisource.org/wiki/Pagina_principale MediaWiki 1.47.0-wmf.19 first-letter Media Speciale Discussione Utente Discussioni utente Wikisource Discussioni Wikisource File Discussioni file MediaWiki Discussioni MediaWiki Template Discussioni template Aiuto Discussioni aiuto Categoria Discussioni categoria Autore Discussioni autore Progetto Discussioni progetto Portale Discussioni portale Pagina Discussioni pagina Indice Discussioni indice Opera Discussioni opera TimedText TimedText talk Modulo Discussioni modulo Evento Discussioni evento Divina Commedia/Inferno/Canto III 0 1355 3898738 3686230 2026-09-13T11:09:42Z Micione 2672 +4 ancore 3898738 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=8 maggio 2018|arg=Poemi}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[Divina Commedia/Inferno|Inferno]]<br />Canto terzo|prec=../Canto II|succ=../Canto IV}} ''Canto terzo, nel quale tratta de la porta e de l’entrata de l’inferno e del fiume d’Acheronte, de la pena di coloro che vissero sanza opere di fama degne, e come il demonio Caron li trae in sua nave e come elli parlò a l’auttore; e tocca qui questo vizio ne la persona di papa Cilestino.'' <poem> ’{{§|Per me si va ne la città dolente|Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l'etterno dolore, per me si va tra la perduta gente. {{R|3}} Giustizia mosse il mio alto fattore; fecemi la divina podestate, la somma sapïenza e ’l primo amore. {{R|6}} Dinanzi a me non fuor cose create se non etterne, e io etterno duro. {{§|Speranza|Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate}}}}’. {{R|9}} Queste parole di colore oscuro vid’ïo scritte al sommo d’una porta; per ch’io: "Maestro, il senso lor m’è duro". {{R|12}} Ed elli a me, come persona accorta: "Qui si convien lasciare ogne sospetto; ogne viltà convien che qui sia morta. {{R|15}} Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ ho detto che tu vedrai le genti dolorose c’ hanno perduto il ben de l’intelletto". {{R|18}} E poi che la sua mano a la mia puose con lieto volto, ond’io mi confortai, mi mise dentro a le segrete cose. {{R|21}} Quivi sospiri, pianti e alti guai risonavan per l’aere sanza stelle, per ch’io al cominciar ne lagrimai. {{R|24}} Diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d’ira, voci alte e fioche, e suon di man con elle {{R|27}} facevano un tumulto, il qual s’aggira sempre in quell’aura sanza tempo tinta, come la rena quando turbo spira. {{R|30}} E io ch’avea d’error la testa cinta, dissi: "Maestro, che è quel ch’i’ odo? e che gent’è che par nel duol sì vinta?". {{R|33}} {{§|Senza infamia e senza lode|Ed elli a me: "Questo misero modo tegnon l’anime triste di coloro {{§|che visser sanza ’nfamia e sanza lodo|che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.}}}} {{R|36}} Mischiate sono a quel cattivo coro de li angeli che non furon ribelli né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro. {{R|39}} Caccianli i ciel per non esser men belli, né lo profondo inferno li riceve, ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli". {{R|42}} E io: "Maestro, che è tanto greve a lor che lamentar li fa sì forte?". Rispuose: "Dicerolti molto breve. {{R|45}} {{§|Questi non hanno speranza di morte|Questi non hanno speranza di morte, e la lor cieca vita è tanto bassa, che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte. {{R|48}} Fama di loro il mondo esser non lassa; misericordia e giustizia li sdegna: {{§|non ragioniam di lor, ma guarda e passa|non ragioniam di lor, ma guarda e passa}}}}". {{R|51}} E io, che riguardai, vidi una ’nsegna che girando correva tanto ratta, che d’ogne posa mi parea indegna; {{R|54}} e dietro le venìa sì lunga tratta di gente, ch’i’ non averei creduto che morte tanta n’avesse disfatta. {{R|57}} {{§|Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto|Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto, vidi e conobbi l’ombra di colui {{§|Viltade|che fece per viltade il gran rifiuto}}.}} {{R|60}} {{§|Incontanente intesi e certo fui|Incontanente intesi e certo fui che questa era la setta d’i cattivi, a Dio spiacenti e a’ nemici sui.}} {{R|63}} Questi sciaurati, che mai non fur vivi, erano ignudi e stimolati molto da mosconi e da vespe ch’eran ivi. {{R|66}} Elle rigavan lor di sangue il volto, che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi da fastidiosi vermi era ricolto. {{R|69}} E poi ch’a riguardar oltre mi diedi, vidi genti a la riva d’un gran fiume; per ch’io dissi: "Maestro, or mi concedi {{R|72}} ch’i’ sappia quali sono, e qual costume le fa di trapassar parer sì pronte, com’i’ discerno per lo fioco lume". {{R|75}} Ed elli a me: "Le cose ti fier conte quando noi fermerem li nostri passi su la trista riviera d’Acheronte". {{R|78}} Allor con li occhi vergognosi e bassi, temendo no ’l mio dir li fosse grave, infino al fiume del parlar mi trassi. {{R|81}} {{§|Ed ecco|Ed ecco verso noi venir per nave un vecchio, bianco per antico pelo, gridando: "Guai a voi, anime prave! {{R|84}} Non isperate mai veder lo cielo: i’ vegno per menarvi a l’altra riva ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo. {{R|87}} E tu che se’ costì, anima viva, pàrtiti da cotesti che son morti". Ma poi che vide ch’io non mi partiva, {{R|90}} disse: "Per altra via, per altri porti verrai a piaggia, non qui, per passare: più lieve legno convien che ti porti".}} {{R|93}} E ’l duca lui: "Caron, non ti crucciare: {{§|vuolsi così colà dove si puote|vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare}}". {{R|96}} {{§|nocchier|Quinci fuor quete le lanose gote al nocchier de la livida palude, che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.}} {{R|99}} Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude, cangiar colore e dibattero i denti, ratto che ’nteser le parole crude. {{R|102}} Bestemmiavano Dio e lor parenti, l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme di lor semenza e di lor nascimenti. {{R|105}} Poi si ritrasser tutte quante insieme, forte piangendo, a la riva malvagia ch’attende ciascun uom che Dio non teme. {{R|108}} {{§|Caron dimonio|Caron dimonio, con occhi di bragia loro accennando, tutte le raccoglie; batte col remo qualunque s'adagia.}} {{R|111}} Come d’autunno si levan le foglie l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo vede a la terra tutte le sue spoglie, {{R|114}} similemente il mal seme d’Adamo gittansi di quel lito ad una ad una, per cenni come augel per suo richiamo. {{R|117}} Così sen vanno su per l’onda bruna, e avanti che sien di là discese, anche di qua nuova schiera s’auna. {{R|120}} {{§|Figliuol mio|"Figliuol mio", disse 'l maestro cortese, "quelli che muoion ne l'ira di Dio tutti convegnon qui d'ogne paese; {{R|123}} e pronti sono a trapassar lo rio, ché la divina giustizia li sprona,}} sì che la tema si volve in disio. {{R|126}} Quinci non passa mai anima buona; e però, se Caron di te si lagna, ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona". {{R|129}} Finito questo, la buia campagna tremò sì forte, che de lo spavento la mente di sudore ancor mi bagna. {{R|132}} La terra lagrimosa diede vento, che balenò una luce vermiglia la qual mi vinse ciascun sentimento; {{R|135}} e caddi come l’uom cui sonno piglia. </poem> ===== Altri progetti ===== {{Interprogetto|etichetta=Inferno - Canto terzo|w=Inferno_-_Canto_terzo|b}} [[ca:La comedia (1878)/Capítol III]] [[cs:Božská komedie/Peklo/Zpěv třetí]] [[el:Θεία Κωμωδία/Κόλαση/Άσμα τρίτο]] [[en:The Divine Comedy/Inferno/Canto III]] [[es:La Divina Comedia: El Infierno: Canto III]] [[fr:La Divine Comédie (trad. Lamennais)/L’Enfer/Chant III]] [[pl:Boska Komedia (Porębowicz)/Piekło - Pieśń III]] [[pt:A Divina Comédia/Inferno/III]] [[ru:Божественная комедия (Данте/Мин)/Ад/Песнь III/ДО]] [[sl:Božanska komedija/Pekel/Spev III]] thndvotqd83etyvkpghxzbtjt01yxec Divina Commedia/Inferno/Canto IV 0 1356 3898739 3686231 2026-09-13T11:12:08Z Micione 2672 +àncora 3898739 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=11 luglio 2013|arg=Poemi}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[Divina Commedia/Inferno|Inferno]]<br />Canto quarto|prec=../Canto III|succ=../Canto V}} ''Canto quarto, nel quale mostra del primo cerchio de l’inferno, luogo detto Limbo, e quivi tratta de la pena de’ non battezzati e de’ valenti uomini, li quali moriron innanzi l’avvenimento di Gesù Cristo e non conobbero debitamente Idio; e come Iesù Cristo trasse di questo luogo molte anime.'' <poem> Ruppemi l’alto sonno ne la testa un greve truono, sì ch’io mi riscossi come persona ch’è per forza desta; {{R|3}} e l’occhio riposato intorno mossi, dritto levato, e fiso riguardai per conoscer lo loco dov’io fossi. {{R|6}} Vero è che ’n su la proda mi trovai de la valle d’abisso dolorosa che ’ntrono accoglie d’infiniti guai. {{R|9}} Oscura e profonda era e nebulosa tanto che, per ficcar lo viso a fondo, io non vi discernea alcuna cosa. {{R|12}} "Or discendiam qua giù nel cieco mondo", cominciò il poeta tutto smorto. "Io sarò primo, e tu sarai secondo". {{R|15}} E io, che del color mi fui accorto, dissi: "Come verrò, se tu paventi che suoli al mio dubbiare esser conforto?". {{R|18}} Ed elli a me: "L’angoscia de le genti che son qua giù, nel viso mi dipigne quella pietà che tu per tema senti. {{R|21}} Andiam, ché la via lunga ne sospigne". Così si mise e così mi fé intrare nel primo cerchio che l’abisso cigne. {{R|24}} Quivi, secondo che per ascoltare, non avea pianto mai che di sospiri che l’aura etterna facevan tremare; {{R|27}} ciò avvenia di duol sanza martìri, ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi, d’infanti e di femmine e di viri. {{R|30}} Lo buon maestro a me: "Tu non dimandi che spiriti son questi che tu vedi? Or vo’ che sappi, innanzi che più andi, {{R|33}} ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi, non basta, perché non ebber battesmo, ch’è porta de la fede che tu credi; {{R|36}} e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo, non adorar debitamente a Dio: e di questi cotai son io medesmo. {{R|39}} Per tai difetti, non per altro rio, semo perduti, e sol di tanto offesi che sanza speme vivemo in disio". {{R|42}} Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi, però che gente di molto valore conobbi che ’n quel limbo eran sospesi. {{R|45}} "Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore", comincia’ io per volere esser certo di quella fede che vince ogne errore: {{R|48}} "uscicci mai alcuno, o per suo merto o per altrui, che poi fosse beato?". E quei che ’ntese il mio parlar coverto, {{R|51}} rispuose: "Io era nuovo in questo stato, quando ci vidi venire un possente, con segno di vittoria coronato. {{R|54}} Trasseci l’ombra del primo parente, d’Abèl suo figlio e quella di Noè, di Moïsè legista e ubidente; {{R|57}} Abraàm patrïarca e Davìd re, Israèl con lo padre e co’ suoi nati e con Rachele, per cui tanto fé, {{R|60}} e altri molti, e feceli beati. E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi, spiriti umani non eran salvati". {{R|63}} Non lasciavam l’andar perch’ei dicessi, ma passavam la selva tuttavia, la selva, dico, di spiriti spessi. {{R|66}} Non era lunga ancor la nostra via di qua dal sonno, quand’io vidi un foco ch’emisperio di tenebre vincia. {{R|69}} Di lungi n’eravamo ancora un poco, ma non sì ch’io non discernessi in parte ch’orrevol gente possedea quel loco. {{R|72}} "O tu ch’onori scïenzïa e arte, questi chi son c’ hanno cotanta onranza, che dal modo de li altri li diparte?". {{R|75}} E quelli a me: "L’onrata nominanza che di lor suona sù ne la tua vita, grazïa acquista in ciel che sì li avanza". {{R|78}} {{§|Onorate l'altissimo poeta|Intanto voce fu per me udita: "Onorate l’altissimo poeta; l’ombra sua torna, ch’era dipartita".}} {{R|81}} Poi che la voce fu restata e queta, vidi quattro grand’ombre a noi venire: sembianz’avevan né trista né lieta. {{R|84}} Lo buon maestro cominciò a dire: "Mira colui con quella spada in mano, che vien dinanzi ai tre sì come sire: {{R|87}} quelli è {{AutoreCitato|Omero|Omero}} poeta sovrano; l’altro è {{AutoreCitato|Quinto Orazio Flacco|Orazio}} satiro che vene; {{AutoreCitato|Publio Ovidio Nasone|Ovidio}} è ’l terzo, e l’ultimo {{AutoreCitato|Marco Anneo Lucano|Lucano}}. {{R|90}} Però che ciascun meco si convene nel nome che sonò la voce sola, fannomi onore, e di ciò fanno bene". {{R|93}} Così vid’i’ adunar la bella scola di quel segnor de l’altissimo canto che sovra li altri com’aquila vola. {{R|96}} Da ch’ebber ragionato insieme alquanto, volsersi a me con salutevol cenno, e ’l mio maestro sorrise di tanto; {{R|99}} e più d’onore ancora assai mi fenno, ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera, sì ch’io fui sesto tra cotanto senno. {{R|102}} Così andammo infino a la lumera, parlando cose che ’l tacere è bello, sì com’era ’l parlar colà dov’era. {{R|105}} Venimmo al piè d’un nobile castello, sette volte cerchiato d’alte mura, difeso intorno d’un bel fiumicello. {{R|108}} Questo passammo come terra dura; per sette porte intrai con questi savi: giugnemmo in prato di fresca verdura. {{R|111}} Genti v’eran con occhi tardi e gravi, di grande autorità ne’ lor sembianti: parlavan rado, con voci soavi. {{R|114}} Traemmoci così da l’un de’ canti, in loco aperto, luminoso e alto, sì che veder si potien tutti quanti. {{R|117}} Colà diritto, sovra ’l verde smalto, mi fuor mostrati li spiriti magni, che del vedere in me stesso m’essalto. {{R|120}} I’ vidi Eletra con molti compagni, tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea, Cesare armato con li occhi grifagni. {{R|123}} Vidi Cammilla e la Pantasilea; da l’altra parte vidi ’l re Latino che con Lavina sua figlia sedea. {{R|126}} Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino, Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia; e solo, in parte, vidi ’l Saladino. {{R|129}} Poi ch’innalzai un poco più le ciglia, vidi ’l maestro di color che sanno seder tra filosofica famiglia. {{R|132}} Tutti lo miran, tutti onor li fanno: quivi vid’ïo {{AutoreCitato|Socrate|Socrate}} e {{AutoreCitato|Platone|Platone}}, che ’nnanzi a li altri più presso li stanno; {{R|135}} {{§|Democrito|{{AutoreCitato|Democrito|Democrito}} che ’l mondo a caso pone}}, {{AutoreCitato|Diogene di Sinope|Dïogenès}}, {{AutoreCitato|Anassagora|Anassagora}} e {{AutoreCitato|Talete|Tale}}, {{AutoreCitato|Empedocle|Empedoclès}}, {{AutoreCitato|Eraclito|Eraclito}} e {{AutoreCitato|Zenone|Zenone}}; {{R|138}} e vidi il buono accoglitor del quale, {{AutoreCitato|Dioscoride|Dïascoride}} dico; e vidi [[w:Orfeo|Orfeo]], {{AutoreCitato|Marco Tullio Cicerone|Tulïo}} e [[w:Lino (cantore)|Lino]] e {{AutoreCitato|Lucio Anneo Seneca|Seneca}} morale; {{R|141}} {{AutoreCitato|Euclide|Euclide}} geomètra e {{AutoreCitato|Claudio Tolomeo|Tolomeo}}, {{AutoreCitato|Ippocrate|Ipocràte}}, {{AutoreCitato|Avicenna|Avicenna}} e {{AutoreCitato|Galeno|Galïeno}}, {{AutoreCitato|Averroè|Averoìs}} che ’l gran comento feo. {{R|144}} Io non posso ritrar di tutti a pieno, però che sì mi caccia il lungo tema, che molte volte al fatto il dir vien meno. {{R|147}} La sesta compagnia in due si scema: per altra via mi mena il savio duca, fuor de la queta, ne l’aura che trema. {{R|150}} E vegno in parte ove non è che luca. </poem> ===== Altri progetti ===== {{Interprogetto|etichetta=Inferno - Canto quarto|w=Inferno_-_Canto_quarto|b}} [[cs:Božská komedie/Peklo/Zpěv čtvrtý]] [[en:The Divine Comedy/Inferno/Canto IV]] [[es:La Divina Comedia: El Infierno: Canto IV]] [[fr:La Divine Comédie (trad. Lamennais)/L’Enfer/Chant IV]] [[pl:Boska Komedia (Porębowicz)/Piekło - Pieśń IV]] [[pt:A Divina Comédia/Inferno/IV]] [[ru:Божественная комедия (Данте/Мин)/Ад/Песнь IV/ДО]] 0o9a0v36f0nwyb2m8fm89sirbz819fz Divina Commedia/Inferno/Canto XXVIII 0 1380 3898584 3890431 2026-09-12T16:58:56Z Micione 2672 +2 ancore 3898584 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=11 luglio 2013|arg=Poemi}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[Divina Commedia/Inferno|Inferno]]<br />Canto ventottesimo|prec=../Canto XXVII|succ=../Canto XXIX}} ''Canto XXVIII, nel quale tratta le qualitadi de la nona bolgia, dove l’auttore vide punire coloro che commisero scandali, e’ seminatori di scisma e discordia e d’ogne altro male operare.'' <poem> Chi poria mai pur con parole sciolte dicer del sangue e de le piaghe a pieno ch’i’ ora vidi, per narrar più volte? {{r|3}} Ogne lingua per certo verria meno per lo nostro sermone e per la mente c’ hanno a tanto comprender poco seno. {{r|6}} S’el s’aunasse ancor tutta la gente che già, in su la fortunata terra di Puglia, fu del suo sangue dolente {{r|9}} per li Troiani e per la lunga guerra che de l’anella fé sì alte spoglie, come Livïo scrive, che non erra, {{r|12}} con quella che sentio di colpi doglie per contastare a Ruberto Guiscardo; e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie {{r|15}} a Ceperan, là dove fu bugiardo ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo, dove sanz’arme vinse il vecchio Alardo; {{r|18}} e qual forato suo membro e qual mozzo mostrasse, d’aequar sarebbe nulla il modo de la nona bolgia sozzo. {{r|21}} {{§|Già veggia|Già veggia, per mezzul perdere o lulla, com’io vidi un, così non si pertugia, rotto dal mento infin dove si trulla. {{r|24}} Tra le gambe pendevan le minugia; la corata pareva e ’l tristo sacco che merda fa di quel che si trangugia. {{r|27}} {{§|Maometto|Mentre che tutto in lui veder m'attacco, guardommi e con le man s'aperse il petto, dicendo: "Or vedi com'io mi dilacco! {{r|30}} vedi come storpiato è Mäometto!}} Dinanzi a me sen va piangendo Alì, fesso nel volto dal mento al ciuffetto.}} {{r|33}} E tutti li altri che tu vedi qui, seminator di scandalo e di scisma fuor vivi, e però son fessi così. {{r|36}} Un diavolo è qua dietro che n’accisma sì crudelmente, al taglio de la spada rimettendo ciascun di questa risma, {{r|39}} quand’avem volta la dolente strada; però che le ferite son richiuse prima ch’altri dinanzi li rivada. {{r|42}} Ma tu chi se’ che ’n su lo scoglio muse, forse per indugiar d’ire a la pena ch’è giudicata in su le tue accuse?". {{r|45}} "Né morte ’l giunse ancor, né colpa ’l mena", rispuose ’l mio maestro, "a tormentarlo; ma per dar lui esperïenza piena, {{r|48}} a me, che morto son, convien menarlo per lo ’nferno qua giù di giro in giro; e quest’è ver così com’io ti parlo". {{r|51}} Più fuor di cento che, quando l’udiro, s’arrestaron nel fosso a riguardarmi per maraviglia, oblïando il martiro. {{r|54}} "Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi, tu che forse vedra’ il sole in breve, s’ello non vuol qui tosto seguitarmi, {{r|57}} sì di vivanda, che stretta di neve non rechi la vittoria al Noarese, ch’altrimenti acquistar non saria leve". {{r|60}} Poi che l’un piè per girsene sospese, Mäometto mi disse esta parola; indi a partirsi in terra lo distese. {{r|63}} Un altro, che forata avea la gola e tronco ’l naso infin sotto le ciglia, e non avea mai ch’una orecchia sola, {{r|66}} ristato a riguardar per maraviglia con li altri, innanzi a li altri aprì la canna, ch’era di fuor d’ogne parte vermiglia, {{r|69}} e disse: "O tu cui colpa non condanna e cu’ io vidi in su terra latina, se troppa simiglianza non m’inganna, {{r|72}} {{§|Pier da Medicina|rimembriti di Pier da Medicina, se mai torni a veder lo dolce piano che da Vercelli a Marcabò dichina.}} {{r|75}} E fa sapere a’ due miglior da Fano, a messer Guido e anco ad Angiolello, che, se l’antiveder qui non è vano, {{r|78}} gittati saran fuor di lor vasello e [[:w:mazzeratura|mazzerati]] presso a la Cattolica per tradimento d’un tiranno fello. {{r|81}} Tra l’isola di Cipri e di Maiolica non vide mai sì gran fallo Nettuno, non da pirate, non da gente argolica. {{r|84}} Quel traditor che vede pur con l’uno, e tien la terra che tale qui meco vorrebbe di vedere esser digiuno, {{r|87}} farà venirli a parlamento seco; poi farà sì, ch’al vento di Focara non sarà lor mestier voto né preco". {{r|90}} E io a lui: "Dimostrami e dichiara, se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella, chi è colui da la veduta amara". {{r|93}} Allor puose la mano a la mascella d’un suo compagno e la bocca li aperse, gridando: {{§|Questi è desso|"Questi è desso, e non favella. {{r|96}} Questi, scacciato, il dubitar sommerse in Cesare, affermando che ’l fornito sempre con danno l’attender sofferse".}} {{r|99}} Oh quanto mi pareva sbigottito con la lingua tagliata ne la strozza Curïo, ch’a dir fu così ardito! {{r|102}} {{§|Mosca dei Lamberti|E un ch’avea l’una e l’altra man mozza, levando i moncherin per l’aura fosca, sì che ’l sangue facea la faccia sozza, {{r|105}} gridò: "Ricordera’ ti anche del Mosca, che disse, lasso!, ’Capo ha cosa fatta’, che fu mal seme per la gente tosca". {{r|108}} E io li aggiunsi: "E morte di tua schiatta"; per ch’elli, accumulando duol con duolo, sen gio come persona trista e matta.}} {{r|111}} Ma io rimasi a riguardar lo stuolo, e vidi cosa ch’io avrei paura, sanza più prova, di contarla solo; {{r|114}} se non che {{§|coscienza m'assicura|coscïenza m'assicura, la buona compagnia che l'uom francheggia sotto l'asbergo del sentirsi pura.}} {{r|117}} Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia, un busto sanza capo andar sì come andavan li altri de la trista greggia; {{r|120}} e ’l capo tronco tenea per le chiome, pesol con mano a guisa di lanterna: e quel mirava noi e dicea: "Oh me!". {{r|123}} Di sé facea a sé stesso lucerna, ed eran due in uno e uno in due; com’esser può, quei sa che sì governa. {{r|126}} Quando diritto al piè del ponte fue, levò ’l braccio alto con tutta la testa per appressarne le parole sue, {{r|129}} che fuoro: "Or vedi la pena molesta, tu che, spirando, vai veggendo i morti: vedi s’alcuna è grande come questa. {{r|132}} E perché tu di me novella porti, sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli che diedi al re giovane i ma’ conforti. {{r|135}} Io feci il padre e ’l figlio in sé ribelli; Achitofèl non fé più d’Absalone e di Davìd coi malvagi punzelli. {{r|138}} Perch’io parti’ così giunte persone, partito porto il mio cerebro, lasso!, dal suo principio ch’è in questo troncone. {{r|141}} Così s’osserva in me lo contrapasso". </poem> ===== Altri progetti ===== {{Interprogetto|etichetta=Inferno - Canto ventottesimo|w=Inferno_-_Canto_ventottesimo}} [[cs:Božská komedie/Peklo/Zpěv dvacátý osmý]] [[en:The Divine Comedy/Inferno/Canto XXVIII]] [[es:La Divina Comedia: El Infierno: Canto XXVIII]] [[fr:La Divine Comédie (trad. Lamennais)/L’Enfer/Chant XXVIII]] [[pt:A Divina Comédia/Inferno/XXVIII]] [[ru:Божественная комедия (Данте/Мин)/Ад/Песнь XXVIII/ДО]] chd5kffhd4r5g4hw14far71oyctrysa Convivio/Trattato quarto 0 2104 3898571 3680317 2026-09-12T13:51:20Z Micione 2672 +2 ancore 3898571 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=50%|data=23 luglio 2008|arg=Saggi}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Trattato quarto|prec=../Trattato terzo|succ=}} ==CANZONE TERZA== <poem> {{§|Le dolci rime d'amor ch'i' solia|Le dolci rime d’amor ch’i’ solia cercar ne’ miei pensieri, convien ch’io lasci; non perch’io non speri ad esse ritornare, ma perchè li atti disdegnosi e feri{{R|5}} che ne la donna mia sono appariti m’han chiusa la via de l’usato parlare.}} E poi che tempo mi par d’aspettare, diporrò giù lo mio soave stile,{{R|10}} ch’i’ ho tenuto nel trattar d’amore; e dirò del valore, per lo qual veramente omo è gentile, con rima aspr’e sottile; riprovando ’l giudicio falso e vile{{R|15}} di quei che voglion che di gentilezza sia principio ricchezza. E, cominciando, chiamo quel signore ch’a la mia donna ne li occhi dimora, per ch’ella di se stessa s’innamora.{{R|20}} {{§|Federico II di Svevia|Tale imperò che gentilezza volse, secondo ’l suo parere, che fosse antica possession d’avere con reggimenti belli}}; e altri fu di più lieve savere,{{R|25}} che tal detto rivolse, e l’ultima particula ne tolse, chè non l’avea fors’elli! Di retro da costui van tutti quelli che fan gentile per ischiatta altrui{{R|30}} che lungiamente in gran ricchezza è stata; ed è tanto durata la così falsa oppinion tra nui, che l’uom chiama colui omo gentil che può dicere: ’Io fui{{R|35}} nepote, o figlio, di cotal valente’, benchè sia da niente. Ma vilissimo sembra, a chi ’l ver guata, cui è scorto ’l cammino e poscia l’erra, e tocca a tal, ch’è morto e va per terra!{{R|40}} Chi diffinisce: ’Omo è legno animato’, prima dice non vero, e, dopo ’l falso, parla non intero; ma più forse non vede. Similemente fu chi tenne impero{{R|45}} in diffinire errato, chè prima puose ’l falso e, d’altro lato, con difetto procede; chè le divizie, sì come si crede, non posson gentilezza dar nè torre,{{R|50}} però che vili son da lor natura: poi chi pinge figura, se non può esser lei, non la può porre, nè la diritta torre fa piegar rivo che da lungi corre.{{R|55}} Che siano vili appare ed imperfette, chè, quantunque collette, non posson quietar, ma dan più cura; onde l’animo ch’è dritto e verace per lor discorrimento non si sface.{{R|60}} Nè voglion che vil uom gentil divegna, nè di vil padre scenda nazion che per gentil già mai s’intenda; questo è da lor confesso: onde lor ragion par che sè offenda{{R|65}} in tanto quanto assegna che tempo a gentilezza si convegna, diffinendo con esso. Ancor, segue di ciò che innanzi ho messo, che siam tutti gentili o ver villani,{{R|70}} o che non fosse ad uom cominciamento; ma ciò io non consento, ned ellino altressì, se son cristiani! Per che a ’ntelletti sani è manifesto i lor diri esser vani,{{R|75}} ed io così per falsi li riprovo, e da lor mi rimovo; e dicer voglio omai, sì com’io sento, che cosa è gentilezza, e da che vene, e dirò i segni che ’l gentile uom tene.{{R|80}} Dico ch’ogni vertù principalmente vien da una radice: vertute, dico, che fa l’uom felice in sua operazione. Questo è, secondo che l’Etica dice,{{R|85}} un abito eligente lo qual dimora in mezzo solamente, e tai parole pone. Dico che nobiltate in sua ragione importa sempre ben del suo subietto,{{R|90}} come viltate importa sempre male; e vertute cotale dà sempre altrui di sè buono intelletto; per che in medesmo detto convegnono ambedue, ch’en d’uno effetto.{{R|95}} Onde convien da l’altra vegna l’una, o d’un terzo ciascuna; ma se l’una val ciò che l’altra vale, e ancor più, da lei verrà più tosto. E ciò ch’io dett’ho qui sia per supposto.{{R|100}} {{§|È gentilezza dovunqu'è vertute|È gentilezza dovunqu’è vertute, ma non vertute ov’ella; sì com’è ’l cielo dovunqu’è la stella, ma ciò non e converso. E noi in donna e in età novella{{R|105}} vedem questa salute, in quanto vergognose son tenute, ch’è da vertù diverso.}} Dunque verrà, come dal nero il perso, ciascheduna vertute da costei,{{R|110}} o vero il gener lor, ch’io misi avanti. Però nessun si vanti dicendo: ’Per ischiatta io son con lei’, ch’elli son quasi dei quei c’han tal grazia fuor di tutti rei;{{R|115}} chè solo Iddio a l’anima la dona che vede in sua persona perfettamente star: sì ch’ad alquanti che seme di felicità sia costa, messo da Dio ne l’anima ben posta.{{R|120}} L’anima cui adorna esta bontate non la si tiene ascosa, chè dal principio ch’al corpo si sposa la mostra infin la morte. Ubidente, soave e vergognosa{{R|125}} è ne la prima etate, e sua persona adorna di bieltate con le sue parti accorte; in giovinezza, temperata e forte, piena d’amore e di cortese lode,{{R|130}} e solo in lealtà far si diletta; è ne la sua senetta prudente e giusta, e larghezza se n’ode, e ’n se medesma gode d’udire e ragionar de l’altrui prode;{{R|135}} poi ne la quarta parte de la vita a Dio si rimarita, contemplando la fine che l’aspetta, e benedice li tempi passati. Vedete omai quanti son l’ingannati!{{R|140}} Contra-li-erranti mia, tu te n’andrai; e quando tu sarai in parte dove sia la donna nostra, non le tenere il tuo mestier coverto tu le puoi dir per certo:{{R|145}} «Io vo parlando de l’amica vostra».</poem> ==CAPITOLO I== 1. Amore, secondo la concordevole sentenza de li savi di lui ragionanti, e secondo quello che per esperienza continuamente vedemo, è che congiunge e unisce l’amante con la persona amata; onde Pittagora dice: «Ne l’amistà si fa uno di più». 2. E però che le cose congiunte comunicano naturalmente intra sè le loro qualitadi, in tanto che talvolta è che l’una torna del tutto ne la natura de l’altra, incontra che le passioni de la persona amata entrano ne la persona amante, sì che l’amore de l’una si comunica ne l’altra, e così l’odio e lo desiderio e ogni altra passione. Per che li amici de l’uno sono da l’altro amati, e li nemici odiati; per che in greco proverbio è detto: «De li amici essere deono tutte le cose comuni». 3. Onde io, fatto amico di questa donna, di sopra ne la verace esposizione nominata, cominciai ad amare e odiare secondo l’amore e l’odio suo. Cominciai adunque ad amare li seguitatori de la veritade e odiare li seguitatori de lo errore e de la falsitade, com’ella face. 4. Ma però che ciascuna cosa per sè è da amare, e nulla è da odiare se non per sopravenimento di malizia, ragionevole e onesto è, non le cose, ma le malizie de le cose odiare e procurare da esse di partire. E a ciò s’alcuna persona intende, la mia eccellentissima donna intende massimamente: a partire, dico, la malizia de le cose, la qual cagione è d’odio; però che in lei è tutta ragione e in lei è fontalemente l’onestade. 5. Io, lei seguitando ne l’opera sì come ne la passione quanto potea, li errori de la gente abominava e dispregiava, non per infamia o vituperio de li erranti, ma de li errori; li quali biasimando credea far dispiacere, e, dispiaciuti, partire da coloro che per essi eran da me odiati. 6. Intra li quali errori uno io massimamente riprendea, lo quale non solamente è dannoso e pericoloso a coloro che in esso stanno, ma eziandio a li altri, che lui riprendano, porta dolore e danno. 7. Questo è l’errore de l’umana bontade in quanto in noi è da la natura seminata e che ’nobilitade’ chiamare si dee; che per mala consuetudine e per poco intelletto era tanto fortificato, che [l']oppinione, quasi di tutti, n’era falsificata; e de la falsa oppinione nascevano li falsi giudicii, e de’ falsi giudicii nascevano le non giuste reverenze e vilipensioni; per che li buoni erano in villano dispetto tenuti, e li malvagi onorati ed essaltati. La qual cosa era pessima confusione del mondo; sì come veder puote chi mira quello che di ciò può seguitare, sottilmente. 8. Per che, con ciò fosse cosa che questa mia donna un poco li suoi dolci sembianti transmutasse a me, massimamente in quelle parti dove io mirava e cercava se la prima materia de li elementi era da Dio intesa, - per la qual cosa un poco dal frequentare lo suo aspetto mi sostenni -, quasi ne la sua assenzia dimorando, entrai a riguardare col pensiero lo difetto umano intorno al detto errore. 9. E per fuggire oziositade, che massimamente di questa donna è nemica, e per istinguere questo errore, che tanti amici le toglie, proposi di gridare a la gente che per mal cammino andavano, acciò che per diritto calle si dirizzassero; e cominciai una canzone nel cui principio dissi: Le dolci rime d’amor ch’i’ solia. Ne la quale io intendo riducer la gente in diritta via sopra la propia conoscenza de la verace nobilitade; sì come per la conoscenza del suo testo, a la esposizione del quale ora s’intende, vedere si potrà. 10. E però che in questa canzone s’intese a rimedio così necessario, non era buono sotto alcuna figura parlare, ma conveniesi per via tostana questa medicina, acciò che fosse tostana la sanitade; la quale corrotta, a così laida morte si correa. 11. Non sarà dunque mestiere ne la esposizione di costei alcuna allegoria aprire, ma solamente la sentenza secondo la lettera ragionare. Per mia donna intendo sempre quella che ne la precedente ragione è ragionata, cioè quella luce virtuosissima, Filosofia, li cui raggi fanno ne li fiori rifronzire e fruttificare la verace de li uomini nobilitade, de la quale trattare la proposta canzone pienamente intende. ==CAPITOLO II== 1. Nel principio de la impresa esposizione, per meglio dare a intendere la sentenza de la proposta canzone, conviensi quella partire prima in due parti, che ne la prima parte pr[oemi]almente si parla, ne la seconda si seguita lo trattato; e comincia la seconda parte nel cominciamento del secondo verso, dove dice: Tale imperò che gentilezza volse. 2. La prima parte ancora in tre membra si può comprendere: nel primo si dice perchè da lo parlare usato mi parto; nel secondo dico quello che è di mia intenzione a trattare; nel terzo domando aiutorio a quella cosa che più aiutare mi può, cioè a la veritade. Lo secondo membro comincia: E poi che tempo mi par d’aspettare. Lo terzo comincia: E, cominciando, chiamo quel signore. 3. Dico adunque che ’a me conviene lasciare le dolci rime d’amore le quali solieno cercare li miei pensieri’; e la cagione assegno, perchè dico che ciò non è per intendimento di più non rimare d’amore, ma però che ne la donna mia nuovi sembianti sono appariti li quali m’hanno tolto materia di dire al presente d’amore. 4. Ov’è da sapere che non si dice qui li atti di questa donna essere ’disdegnosi e fieri’ se non secondo l’apparenza; sì come nel decimo capitolo del precedente trattato si può vedere come altra volta dico che l’apparenza de la veritade si discordava. E come ciò può essere, che una medesima cosa sia dolce e paia amara, o vero sia chiara e paia oscura, qui[vi] sufficientemente vedere si può. 5. Appresso, quando dico: E poi che tempo mi par d’aspettare, dico, sì come detto è, questo che trattare intendo. E qui non è da trapassare con piede secco ciò che si dice in ’tempo aspettare’, imperò che potentissima cagione è de la mia mossa; ma da vedere è come ragionevolemente quel tempo in tutte le nostre operazioni si dee attendere, e massimamente nel parlare. 6. Lo tempo, secondo che dice Aristotile nel quarto de la Fisica, è «numero di movimento, secondo prima e poi»; e «numero di movimento celestiale», lo quale dispone le cose di qua giù diversamente a ricevere alcuna informazione. 7. Chè altrimenti è disposta la terra nel principio de la primavera a ricevere in sé la informazione de l’erbe e de li fiori, e altrimenti lo verno; e altrimenti è disposta una stagione a ricevere lo seme che un’altra; e così la nostra mente in quanto ella è fondata sopra la complessione del corpo, che a seguitare la circulazione del cielo altrimenti è disposto un tempo e altrimenti un altro. 8. Per che le parole, che sono quasi seme d’operazione, si deono molto discretamente sostenere e lasciare, [sì] perchè bene siano ricevute e fruttifere vegnano, sì perchè da la loro parte non sia difetto di sterilitade. E però lo tempo è da provedere, sì per colui che parla come per colui che dee udire: chè se ’l parladore è mal disposto, più volte sono le sue parole dannose; e se l’uditore è mal disposto, mal sono quelle ricevute che buone siano. E però Salomone dice ne lo Ecclesiaste: «Tempo è da parlare, e tempo è da tacere». 9. Per che io sentendo in me turbata disposizione, per la cagione che detta è nel precedente capitolo, a parlare d’Amore, parve a me che fosse d’aspettare tempo, lo quale seco porta lo fine d’ogni desiderio, e appresenta, quasi come donatore, a coloro a cui non incresce d’aspettare. 10. Onde dice santo Iacopo apostolo ne la sua Pistola: «Ecco lo agricola aspetta lo prezioso frutto de la terra, pazientemente sostenendo infino che riceva lo temporaneo e lo serotino». E tutte le nostre brighe, se bene veniamo a cercare li loro principii, procedono quasi dal non conoscere l’uso del tempo. 11. Dico: ’poi che da aspettare mi pare, diporroe’, cioè lascierò stare, ’lo mio stilo’, cioè modo, ’soave’ che d’Amore parlando hoe tenuto; e dico di dicere di quello ’valore’ per lo quale uomo è gentile veracemente. E avvegna che ’valore’ intendere si possa per più modi, qui si prende ’valore’ quasi potenza di natura, o vero bontade da quella data, sì come di sotto si vedrà. 12. E prometto di trattare di questa materia con rima aspr’e sottile. Per che sapere si conviene che ’rima’ si può doppiamente considerare, cioè largamente e strettamente: stretta[mente], s’intende pur per quella concordanza che ne l’ultima e penultima sillaba far si suole; quando largamente, s’intende per tutto quel parlare che ’n numeri e tempo regolato in rimate consonanze cade, e così qui in questo proemio prendere e intendere si vuole. 13. E però dice aspra quanto al suono de lo dittato, che a tanta materia non conviene essere leno; e dice sottile quanto a la sentenza de le parole, che sottilmente argomentando e disputando procedono. 14. E soggiungo: Riprovando ’l giudicio falso e vile, ove si promette ancora di riprovare lo giudicio de la gente piena d’errore; falso, cioè rimosso da la veritade, e vile, cioè da viltà d’animo affermato e fortificato. 15. Ed è da guardare a ciò, che in questo proemio prima si promette di trattare lo vero, e poi di riprovare lo falso, e nel trattato si fa l’opposito; chè prima si ripruova lo falso, e poi si tratta lo vero: che pare non convenire a la promessione. Però è da sapere che tutto che a l’uno e a l’altro s’intenda, al trattare lo vero s’intende principalmente; a riprovare lo falso s’intende in tanto in quanto la veritade meglio si fa apparire. 16. E qui prima si promette lo trattare del vero, sì come principale intento, lo quale a l’anima de li auditori porta desiderio d’udire: nel trattato prima si ripruova lo falso, acciò che, fugate le male oppinioni, la veritade poi più liberamente sia ricevuta. E questo modo tenne lo maestro de l’umana ragione, Aristotile, che sempre prima combatteo con li avversari de la veritade e poi, quelli convinti, la veritade mostroe. 17. Ultimamente, quando dico: E, cominciando, chiamo quel signore, chiamo la veritade che sia meco, la quale è quello signore che ne li occhi, cioè ne le dimostrazioni de la filosofia dimora, e bene è signore, chè a lei disposata l’anima è donna, e altrimenti è serva fuori d’ogni libertade. 18. E dice: Per ch’ella di se stessa s’innamora, però che essa filosofia, che è, sì come detto è nel precedente trattato, amoroso uso di sapienza, se medesima riguarda, quando apparisce la bellezza de li occhi suoi a lei; che altro non è a dire, se non che l’anima filosofante non solamente contempla essa veritade, ma ancora contempla lo suo contemplare medesimo e la bellezza di quello, rivolgendosi sovra se stessa e di se stessa innamorando per la bellezza del suo primo guardare. E così termina ciò che proemialmente per tre membri porta lo testo del presente trattato. ==CAPITOLO III== 1. Veduta la sentenza del proemio, è da seguire lo trattato; e per meglio quello mostrare, partire si conviene per le sue parti principali, che sono tre: che ne la prima si tratta de la nobilitade secondo oppinioni d’altri; ne la seconda si tratta di quella secondo la propria oppinione; ne la terza si volge lo parlare a la canzone, ad alcuno adornamento di ciò che detto è. 2. La seconda parte comincia: Dico ch’ogni vertù principalmente. La terza comincia: Contra-li-erranti mia, tu te n’andrai. E appresso queste tre parti generali, e altre divisioni fare si convegnono, a bene prender lo ’ntelletto che mostrare s’intende. 3. Però nullo si maravigli se per molte divisioni si procede, con ciò sia cosa che grande e alta opera sia per le mani al presente e da li autori poco cercata, e che lungo convegna essere lo trattato e sottile, nel quale per me ora s’entra, a distrigare lo testo perfettamente secondo la sentenza che esso porta. 4. Dunque dico che ora questa prima parte si divide in due: che ne la prima si pongono le oppinioni altrui, ne la seconda si ripruovano quelle; e comincia questa seconda parte: Chi diffinisce: ’Omo è legno animato’. 5. Ancora la prima parte che rimane sì ha due membri: lo primo è la narrazione de l’oppinione de lo imperadore; lo secondo è la narrazione de l’oppinione de la gente volgare, che è d’ogni ragione ignuda. E comincia questo secondo membro: E altri fu di più lieve savere. 6. Dico dunque: Tale imperò, cioè tale usò l’officio imperiale: dov’è da sapere che Federigo di Soave, ultimo imperadore de li Romani - ultimo dico per rispetto al tempo presente, non ostante che Ridolfo e Andolfo e Alberto poi eletti siano, appresso la sua morte e de li suoi discendenti -, domandato che fosse gentilezza, rispuose ch’era antica ricchezza e belli costumi. 7. E dico che altri fu di più lieve savere: che, pensando e rivolgendo questa diffinizione in ogni parte, levò via l’ultima particula, cioè li belli costumi, e tennesi a la prima, cioè a l’antica ricchezza; e, secondo che lo testo pare dubitare, forse per non avere li belli costumi non volendo perdere lo nome di gentilezza, diffinio quella secondo che per lui facea, cioè possessione d’antica ricchezza. 8. E dico che questa oppinione è quasi di tutti, dicendo che dietro da costui vanno tutti coloro che fanno altrui gentile per essere di progenie lungamente stata ricca, con ciò sia cosa che quasi tutti così latrano. 9. Queste due oppinioni - avvegna che l’una, come detto è, del tutto sia da non curare - due gravissime ragioni pare che abbiano in aiuto: la prima è che dice lo Filosofo che quello che pare a li più, impossibile è del tutto essere falso; la seconda ragione è l’autoritade de la diffinizione de lo imperadore. 10. E perchè meglio si veggia poi la vertude de la veritade, che ogni autoritade convince, ragionare intendo quanto l’una e l’altra di queste ragioni aiutatrice e possente è. E, prima, [poi che] de la imperiale autoritade sapere non si può se non si ritruovano le sue radici, di quelle per intenzione in capitolo speziale è da trattare. ==CAPITOLO IV== 1. Lo fondamento radicale de la imperiale maiestade, secondo lo vero, è la necessità de la umana civilitade, che a uno fine è ordinata, cioè a vita felice; a la quale nullo per sè è sufficiente a venire sanza l’aiutorio d’alcuno, con ciò sia cosa che l’uomo abbisogna di molte cose, a le quali uno solo satisfare non può. E però dice lo Filosofo che l’uomo naturalmente è compagnevole animale. 2. E sì come un uomo a sua sufficienza richiede compagnia dimestica di famiglia, così una casa a sua sufficienza richiede una vicinanza: altrimenti molti difetti sosterrebbe che sarebbero impedimento di felicitade. E però che una vicinanza [a] sè non può in tutto satisfare, conviene a satisfacimento di quella essere la cittade. Ancora la cittade richiede a le sue arti e a le sue difensioni vicenda avere e fratellanza con le circavicine cittadi; e però fu fatto lo regno. 3. Onde, con ciò sia cosa che l’animo umano in terminata possessione di terra non si queti, ma sempre desideri gloria d’acquistare, sì come per esperienza vedemo, discordie e guerre conviene surgere intra regno e regno, le quali sono tribulazioni de le cittadi, e per le cittadi de le vicinanze, e per le vicinanze de le case, [e per le case] de l’uomo; e così s’impedisce la felicitade. 4. Il perchè, a queste guerre e le loro cagioni torre via, conviene di necessitade tutta la terra, e quanto a l’umana generazione a possedere è dato, essere Monarchia, cioè uno solo principato, e uno prencipe avere; lo quale, tutto possedendo e più desiderare non possendo, li regi tegna contenti ne li termini de li regni, sì che pace intra loro sia, ne la quale si posino le cittadi, e in questa posa le vicinanze s’amino, in questo amore le case prendano ogni loro bisogno, lo qual preso, l’uomo viva felicemente; che è quello per che esso è nato. 5. E a queste ragioni si possono reducere parole del Filosofo ch’egli ne la Politica dice, che quando più cose ad uno fine sono ordinate, una di quelle conviene essere regolante, o vero reggente, e tutte l’altre rette e regolate. Sì come vedemo in una nave, che diversi offici e diversi fini di quella a uno solo fine sono ordinati, cioè a prendere loro desiderato porto per salutevole via: dove, sì come ciascuno officiale ordina la propria operazione nel proprio fine, così è uno che tutti questi fini considera, e ordina quelli ne l’ultimo di tutti; e questo è lo nocchiero, a la cui voce tutti obedire deono. 6. Questo vedemo ne le religioni, ne li esserciti, in tutte quelle cose che sono, come detto è, a fine ordinate. Per che manifestamente vedere si può che a perfezione de la universale religione de la umana spezie conviene essere uno, quasi nocchiero, che, considerando le diverse condizioni del mondo, a li diversi e necessari offici ordinare abbia del tutto universale e inrepugnabile officio di comandare. 7. E questo officio per eccellenza Imperio è chiamato, sanza nulla addizione, però che esso è di tutti li altri comandamenti comandamento. E così chi a questo officio è posto è chiamato Imperadore, però che di tutti li comandamenti elli è comandatore, e quello che esso dice a tutti è legge, e per tutti dee essere obedito e ogni altro comandamento da quello di costui prendere vigore e autoritade. E così si manifesta la imperiale maiestade e autoritade essere altissima ne l’umana compagnia. 8. Veramente potrebbe alcuno gavillare dicendo che, tutto che al mondo officio d’imperio si richeggia, non fa ciò l’autoritade de lo romano principe ragionevolemente somma, la quale s’intende dimostrare; però che la romana potenzia non per ragione nè per decreto di convento universale fu acquistata, ma per forza, che a la ragione pare esser contraria. 9. A ciò si può lievemente rispondere, che la elezione di questo sommo officiale convenia primieramente procedere da quello consiglio che per tutti provede, cioè Dio; altrimenti sarebbe stata la elezione per tutti non iguale; con ciò sia cosa che, anzi l’officiale predetto, nullo a bene di tutti intendea. 10. E però che più dolce natura [in] segnoreggiando, e più forte in sostenendo, e più sottile in acquistando nè fu nè fia che quella de la gente latina - sì come per esperienza si può vedere - e massimamente [di] quello popolo santo nel quale l’alto sangue troiano era mischiato, cioè Roma, Dio quello elesse a quello officio. 11. Però che, con ciò sia cosa che a quello ottenere non sanza grandissima vertude venire si potesse, e a quello usare grandissima e umanissima benignitade si richiedesse, questo era quello popolo che a ciò più era disposto. Onde non da forza fu principalmente preso per la romana gente, ma da divina provedenza, che è sopra ogni ragione. E in ciò s’accorda {{Ac|Publio Virgilio Marone|Virgilio}} nel primo de lo Eneida, quando dice, in persona di Dio parlando: «A costoro - cioè a li Romani - nè termine di cose nè di tempo pongo; a loro ho dato imperio sanza fine». 12. La forza dunque non fu cagione movente, sì come credeva chi gavillava, ma fu cagione instrumentale, sì come sono li colpi del martello cagione del coltello, e l’anima del fabbro è cagione efficiente e movente; e così non forza, ma ragione, [e] ancora divina, [conviene] essere stata principio del romano imperio. 13. E che ciò sia, per due apertissime ragioni vedere si può, le quali mostrano quella civitade imperatrice, e da Dio avere spezial nascimento, e da Dio avere spezial processo. 14. Ma però che in questo capitolo sanza troppa lunghezza ciò trattare non si potrebbe, e li lunghi capitoli sono inimici de la memoria, farò ancora digressione d’altro capitolo per le toccate ragioni mostrare; che non fia sanza utilitade e diletto grande. ==CAPITOLO V== 1. Non è maraviglia se la divina provedenza, che del tutto l’angelico e lo umano accorgimento soperchia, occultamente a noi molte volte procede, con ciò sia cosa che spesse volte l’umane operazioni a li uomini medesimi ascondono la loro intenzione; ma da maravigliare è forte, quando la essecuzione de lo etterno consiglio tanto manifesto procede c[on] la nostra ragione. 2. E però io nel cominciamento di questo capitolo posso parlare con la bocca di Salomone, che in persona de la Sapienza dice ne li suoi Proverbi: «Udite: però che di grandi cose io debbo parlare». 3. Volendo la ’nmensurabile bontà divina l’umana creatura a sè riconformare, che per lo peccato de la prevaricazione del primo uomo da Dio era partita e disformata, eletto fu in quello altissimo e congiuntissimo consistorio de la Trinitade, che ’l Figliuolo di Dio in terra discendesse a fare questa concordia. 4. E però che ne la sua venuta nel mondo, non solamente lo cielo, ma la terra convenia essere in ottima disposizione; e la ottima disposizione de la terra sia quando ella è monarchia, cioè tutta ad uno principe, come detto è di sopra; ordinato fu per lo divino provedimento quello popolo e quella cittade che ciò dovea compiere, cioè la gloriosa Roma. 5. E però [che] anche l’albergo dove il celestiale rege intrare dovea convenia essere mondissimo e purissimo, ordinata fu una progenie santissima, de la quale dopo molti meriti nascesse una femmina ottima di tutte l’altre, la quale fosse camera del Figliuolo di Dio: e questa progenie fu quella di David, del qual nasce[tt]e la baldezza e l’onore de l’umana generazione, cioè Maria. 6. E però è scritto in Isaia: «Nascerà virga de la radice di Iesse, e fiore de la sua radice salirà»; e Iesse fu padre del sopra detto David. E tutto questo fu in uno temporale, che David nacque e nacque Roma, cioè che Enea venne di Troia in Italia, che fu origine de la cittade romana, sì come testimoniano le scritture. Per che assai è manifesto la divina elezione del romano imperio per lo nascimento de la santa cittade che fu contemporaneo a la radice de la progenie di Maria. 7. E incidentemente è da toccare che, poi che esso cielo cominciò a girare, in migliore disposizione non fu che allora quando di là su discese Colui che l’ha fatto e che ’l governa; sì come ancora per virtù di loro arti li matematici possono ritrovare. 8. Nè ’l mondo mai non fu nè sarà sì perfettamente disposto come allora che a la voce d’un solo, principe del roman popolo e comandatore, fu ordinato, sì come testimonia Luca evangelista. E però [che] pace universale era per tutto, che mai, più, non fu nè fia, la nave de l’umana compagnia dirittamente per dolce cammino a debito porto correa. 9. Oh ineffabile e incomprensibile sapienza di Dio che a una ora, per la tua venuta, in Siria suso e qua in Italia tanto dinanzi ti preparasti! E oh stoltissime e vilissime bestiuole che a guisa d’uomo voi pascete, che presummete contra nostra fede parlare e volete sapere, filando e zappando, ciò che Iddio, che con tanta prudenza hae ordinato! Maladetti siate voi, e la vostra presunzione, e chi a voi crede! 10. E come detto è di sopra nel fine del precedente [capitolo del presente] trattato, non solamente speziale nascimento, ma speziale processo ebbe da Dio; chè brievemente, da Romolo incominciando, che fu di quella primo padre, infino a la sua perfettissima etade, cioè al tempo del predetto suo imperadore, non pur per umane ma per divine operazioni andò lo suo processo. 11. Che se consideriamo li sette regi che prima la governaro, cioè Romolo, Numa, Tullo, Anco e li re Tarquini, che furono quasi baiuli e tutori de la sua puerizia, noi trovare potremo per le scritture de le romane istorie, massimamente per Tito Livio, coloro essere stati di diverse nature, secondo l’opportunitade del pr[o]cedente tempo. 12. Se noi consideriamo poi [quella] per la maggiore adolescenza sua, poi che da la reale tutoria fu emancipata, da Bruto primo consolo infino a Cesare primo prencipe sommo, noi troveremo lei essaltata non con umani cittadini, ma con divini, ne li quali non amore umano, ma divino era inspirato in amare lei. E ciò non potea nè dovea essere se non per ispeziale fine, da Dio inteso in tanta celestiale infusione. 13. E chi dirà che fosse sanza divina inspirazione, Fabrizio infinita quasi moltitudine d’oro rifiutare, per non volere abbandonare sua patria? Curio, da li Sanniti tentato di corrompere, grandissima quantità d’oro per carità de la patria rifiutare, dicendo che li romani cittadini non l’oro, ma li possessori de l’oro possedere voleano? e Muzio la sua mano propria incendere, perchè fallato avea lo colpo che per liberare Roma pensato avea? 14. Chi dirà di Torquato, giudicatore del suo figliuolo a morte per amore del publico bene, sanza divino aiutorio ciò avere sofferto? e Bruto predetto similemente? Chi dirà de li Deci e de li Drusi, che puosero la loro vita per la patria? Chi dirà del cattivato Regolo, da Cartagine mandato a Roma per commutare li presi cartaginesi a sè e a li altri presi romani, avere contra sè per amore di Roma, dopo la legazione ritratta, consigliato, solo da [umana, e non da] divina natura mosso? 15. Chi dirà di Quinzio Cincinnato, fatto dittatore e tolto da lo aratro, e dopo lo tempo de l’officio, spontaneamente quello rifiutando a lo arare essere ritornato? Chi dirà di Cammillo, bandeggiato e cacciato in essilio, essere venuto a liberare Roma contra li suoi nimici, e dopo la sua liberazione, spontaneamente essere ritornato in essilio per non offendere la senatoria autoritade, sanza divina istigazione? 16. O sacratissimo petto di Catone, chi presummerà di te parlare? Certo maggiormente di te parlare non si può che tacere, e seguire Ieronimo quando nel proemio de la Bibbia, là dove di Paolo tocca, dice che meglio è tacere che poco dire. 17. Certo e manifesto esser dee, rimembrando la vita di costoro e de li altri divini cittadini, non sanza alcuna luce de la divina bontade, aggiunta sopra la loro buona natura, essere tante mirabili operazioni state; e manifesto esser dee, questi eccellentissimi essere stati strumenti con li quali procedette la divina provedenza ne lo romano imperio, dove più volte parve esse braccia di Dio essere presenti. 18. E non puose Iddio le mani proprie a la battaglia dove li Albani con li Romani, dal principio, per lo capo del regno combattero, quando uno solo Romano ne le mani ebbe la franchigia di Roma? Non puose Iddio le mani proprie, quando li Franceschi, tutta Roma presa, prendeano di furto Campidoglio di notte, e solamente la voce d’una oca fè ciò sentire? 19. E non puose Iddio le mani, quando, per la guerra d’Annibale avendo perduti tanti cittadini che tre moggia d’anella in Africa erano portati, li Romani volsero abbandonare la terra, se quel benedetto Scipione giovane non avesse impresa l’andata in Africa per la sua franchezza? E non puose Iddio le mani quando uno nuovo cittadino di picciola condizione, cioè Tullio, contra tanto cittadino quanto era Catellina la romana libertà difese? Certo sì. 20. Per che più chiedere non si dee, a vedere che spezial nascimento e spezial processo, da Dio pensato e ordinato, fosse quello de la santa cittade. Certo di ferma sono oppinione che le pietre che ne le mura sue stanno siano degne di reverenzia, e lo suolo dov’ella siede sia degno oltre quello che per li uomini è predicato e approvato. ==CAPITOLO VI== 1. Di sopra, nel terzo capitolo di questo trattato, promesso fue di ragionare de l’altezza de la imperiale autoritade e de la filosofica; e però, ragionato de la imperiale, procedere oltre si conviene la mia digressione, a vedere di quella del Filosofo, secondo la promessione fatta. 2. E qui è prima da vedere che questo vocabulo vuole dire, però che qui è maggiore mestiere di saperlo che sopra lo ragionamento de la imperiale, la quale per la sua maiestade non pare esser dubitata. 3. È dunque da sapere che ’autoritade’ non è altro che ’atto d’autore’. Questo vocabulo, cioè ’autore’, sanza quella terza lettera C, può discendere da due principii: l’uno si è d’uno verbo molto lasciato da l’uso in gramatica, che significa tanto quanto ’legare parole’, cioè ’auieo’. E chi ben guarda lui, ne la sua prima voce apertamente vedrà che elli stesso lo dimostra, che solo di legame di parole è fatto, cioè di sole cinque vocali, che sono anima e legame d’ogni parole, e composto d’esse per modo volubile, a figurare imagine di legame. 4. Chè, cominciando da l’A, ne l’U quindi si rivolve, e viene diritto per I ne l’E, quindi si rivolve e torna ne l’O; sì che veramente imagina questa figura: A, E, I, O, U, la quale è figura di legame. E in quanto ’autore’ viene e discende da questo verbo, si prende solo per li poeti, che con l’arte musaica le loro parole hanno legate: e di questa significazione al presente non s’intende. 5. L’altro principio, onde ’autore’ discende, sì come testimonia Uguiccione nel principio de le sue Derivazioni, è uno vocabulo greco che dice ’autentin’, che tanto vale in latino quanto ’degno di fede e d’obedienza’. E così, ’autore’, quinci derivato, si prende per ogni persona degna d’essere creduta e obedita. E da questo viene questo vocabulo del quale al presente si tratta, cioè ’autoritade’; per che si può vedere che ’autoritade’ vale tanto quanto ’atto degno di fede e d’obedienza’. [Onde, quand'io provi che Aristotile è dignissimo di fede e d'obedienza,] manifesto è che le sue parole sono somma e altissima autoritade. 6. Che Aristotile sia dignissimo di fede e d’obedienza così provare si può. Intra operarii e artefici di diverse arti e operazioni, ordinate a una operazione od arte finale, l’artefice o vero operatore di quella massimamente dee essere da tutti obedito e creduto, sì come colui che solo considera l’ultimo fine di tutti li altri fini. Onde al cavaliere dee credere lo spadaio, lo frenaio, lo sellaio, lo scudaio, e tutti quelli mestieri che a l’arte di cavalleria sono ordinati. 7. E però che tutte l’umane operazioni domandano uno fine, cioè quello de l’umana vita al quale l’uomo è ordinato in quanto elli è uomo, lo maestro e l’artefice che quello ne dimostra e considera, massimamente obedire e credere si dee. Questi è Aristotile: dunque esso è dignissimo di fede e d’obedienza. 8. E a vedere come Aristotile è maestro e duca de la ragione umana, in quanto intende a la sua finale operazione, si conviene sapere che questo nostro fine, che ciascuno disia naturalmente, antichissimamente fu per li savi cercato. E però che li disideratori di quello che sono in tanto numero e li appetiti sono quasi tutti singularmente diversi, avvegna che universalmente siano pur [uno], ma[lag]evole fu molto a scernere quello dove dirittamente ogni umano appetito si riposasse. 9. Furono dunque filosofi molto antichi, de li quali primo e prencipe fu Zenone, che videro e credettero questo fine de la vita umana essere solamente la rigida onestade; cioè rigidamente, sanza respetto alcuno, la verità e la giustizia seguire, di nulla mostrare dolore, di nulla mostrare allegrezza, di nulla passione avere sentore. 10. E diffiniro così questo onesto: ’quello che, sanza utilitade e sanza frutto, per sè di ragione è da laudare’. E costoro e la loro setta chiamati furono Stoici, e fu di loro quello glorioso Catone di cui non fui di sopra oso di parlare. 11. Altri filosofi furono, che videro e credettero altro che costoro; e di questi fu primo e prencipe uno filosofo che fu chiamato Epicuro; chè, veggendo che ciascuno animale, tosto che nato è, quasi da natura dirizzato nel debito fine, che fugge dolore e domanda allegrezza, quelli disse questo nostro fine essere voluptade (non dico ’voluntade’, ma scrivola per P), cioè diletto sanza dolore. 12. E però [che] tra ’l diletto e lo dolore non ponea mezzo alcuno, dicea che ’voluptade’ non era altro che ’non dolore’, sì come pare Tullio recitare nel primo di Fine di Beni. E di questi, che da Epicuro sono Epicurei nominati, fu Torquato, nobile romano, disceso del sangue del glorioso Torquato del quale feci menzione di sopra. 13. Altri furono, e cominciamento ebbero da Socrate e poi dal suo successore Platone, che, agguardando più sottilmente, e veggendo che ne le nostre operazioni si potea peccare e peccavasi nel troppo e nel poco, dissero che la nostra operazione sanza soperchio e sanza difetto, misurata col mezzo per nostra elezione preso, ch’è virtù, era quel fine di che al presente si ragiona; e chiamaronlo ’operazione con virtù’. 14. E questi furono Academici chiamati, sì come fue Platone e Speusippo suo nepote: chiamati per luogo così dove Plato studiava, cioè Academia; nè da Socrate presero vocabulo, però che ne la sua filosofia nulla fu affermato. 15. {{§|Veramente Aristotile|Veramente Aristotile, che Stagirite ebbe sopranome, e Zenocrate Calcedonio, suo compagnone, [e per lo studio loro], e per lo ’ngegno [singulare] e quasi divino che la natura in Aristotile messo avea, questo fine conoscendo per lo modo socratico quasi e academico, limaro e a perfezione la filosofia morale redussero, e massimamente Aristotile. E però che Aristotile cominciò a disputare andando in qua e in lae, chiamati furono - lui dico, e li suoi compagni - Peripatetici, che tanto vale quanto ’deambulatori’. 16. E però che la perfezione di questa moralitade per Aristotile terminata fue, lo nome de li Academici si spense, e tutti quelli che a questa setta si presero Peripatetici sono chiamati; e tiene questa gente oggi lo reggimento del mondo in dottrina per tutte parti, e puotesi appellare quasi cattolica oppinione. Per che vedere si può, Aristotile essere additatore e conduttore de la gente a questo segno. E questo mostrare si volea.}} 17. Per che, tutto ricogliendo, è manifesto lo principale intento, cioè che l’autoritade del filosofo sommo di cui s’intende sia piena di tutto vigore. E non repugna a la imperiale autoritade; ma quella sanza questa è pericolosa, e questa sanza quella è quasi debile, non per sè, ma per la disordinanza de la gente; sì che l’una con l’altra congiunta utilissime e pienissime sono d’ogni vigore. 18. E però si scrive in quello di Sapienza: «Amate lo lume de la sapienza, voi tutti che siete dinanzi a’ populi». Ciò è a dire: Congiungasi la filosofica autoritade con la imperiale, a bene e perfettamente reggere. 19. Oh miseri che al presente reggete! e oh miserissimi che retti siete! chè nulla filosofica autoritade si congiunge con li vostri reggimenti nè per propio studio nè per consiglio, sì che a tutti si può dire quella parola de lo Ecclesiaste: «Guai a te, terra, lo cui re è fanciullo, e li cui principi la domane mangiano!»; e a nulla terra si può dire quella che seguita: «Beata la terra lo cui re è nobile e li cui principi [cibo] usano i[n] suo tempo, a bisogno e non a lussuria!». 20. Ponetevi mente, nemici di Dio, a’ fianchi, voi che le verghe de’ reggimenti d’Italia prese avete - e dico a voi, Carlo e Federigo regi, e a voi altri principi e tiranni -; e guardate chi a lato vi siede per consiglio, e annumerate quante volte lo die questo fine de l’umana vita per li vostri consiglieri v’è additato! Meglio sarebbe a voi come rondine volare basso, che come nibbio altissime rote fare sopra le cose vilissime. ==CAPITOLO VII== 1. Poi che veduto è quanto è da reverire l’autoritade imperiale e la filosofica, che paiono aiutare le proposte oppinioni, è da ritornare al diritto calle de lo inteso processo. 2. Dico dunque che questa ultima oppinione del vulgo è tanto durata, che sanza altro respetto, sanza inquisizione d’alcuna ragione, gentile è chiamato ciascuno che figlio sia o nepote d’alcuno valente uomo, tutto che esso sia da niente. E questo è quello che dice: Ed è tanto durata La così falsa oppinion tra nui, Che l’uom chiama colui Omo gentil che può dicere: ’Io fui Nepote, o figlio, di cotal valente’, Benchè sia da niente. 3. Per che è da notare che pericolosissima negligenza è lasciare la mala oppinione prendere piede; che così come l’erba multiplica nel campo non cultato, e sormonta, e cuopre la spiga del frumento sì che, disparte agguardando, lo frumento non pare, e perdesi lo frutto finalmente; così la mala oppinione ne la mente, non gastigata e corretta, sì cresce e multiplica sì che le spighe de la ragione, cioè la vera oppinione si nasconde e quasi sepulta si perde. 4. Oh com’è grande la mia impresa in questa canzone, a volere omai così trifoglioso campo sarchiare come quello de la comune sentenza, sì lungamente da questa cultura abbandonato! Certo non del tutto questo mondare intendo, ma solo in quelle parti dove le spighe de la ragione non sono del tutto sorprese: cioè coloro dirizzare intendo ne’ quali alcuno lumetto di ragione per buona loro natura vive ancora, chè de li altri tanto è da curare quanto di bruti animali; però che non minore maraviglia mi sembra reducere a ragione [colui in cui è la luce di ragione] del tutto spenta, che reducere in vita colui che quattro dì è stato nel sepulcro. 5. Poi che la mala condizione di questa populare oppinione è narrata, subitamente, quasi come cosa orribile, quella percuot[o] fuori di tutto l’ordine de la riprovagione, dicendo: Ma vilissimo sembra, a chi ’l ver guata, a dare a intendere la sua intollerabile malizia, dicendo costoro mentire massimamente; però che non solamente colui è vile, cioè non gentile, che disceso di buoni è malvagio, ma eziandio è vilissimo: e pongo essemplo del cammino mostrato [e poscia errato]. 6. Dove, a ciò mostrare, far mi conviene una questione, e rispondere a quella, in questo modo. Una pianura è con certi sentieri: campo con siepi, con fossati, con pietre, con legname, con tutti quasi impedimenti, fuori de li suoi stretti sentieri. Nevato è sì, che tutto cuopre la neve e rende una figura in ogni parte, sì che d’alcuno sentiero vestigio non si vede. 7. Viene alcuno da l’una parte de la campagna e vuole andare a una magione che è da l’altra parte; e per sua industria, cioè per accorgimento e per bontade d’ingegno, solo da sè guidato, per lo diritto cammino si va là dove intende, lasciando le vestigie de li suoi passi diretro da sè. Viene un altro appresso costui, e vuole a questa magione andare, e non li è mestiere se non seguire li vestigi lasciati; e, per suo difetto, lo cammino che altri sanza scorta ha saputo tenere, questo scorto erra, e tortisce per li pruni e per le ruine, e a la parte dove dee non va. 8. Quale di costoro si dee dicere valente? Rispondo: quegli che andò dinanzi. Questo altro come si chiamerà? Rispondo: vilissimo. Perchè non si chiama non valente, cioè vile? Rispondo: perchè non valente, cioè vile, sarebbe da chiamare colui che, non avendo alcuna scorta, non fosse ben camminato; ma però che questi l’ebbe, lo suo errore e lo suo difetto non può salire, e però è da dire non vile, ma vilissimo. 9. E così quelli che dal padre o d’alcuno suo maggiore [buono è disceso ed è malvagio], non solamente è vile, ma vilissimo, e degno d’ogni dispetto e vituperio più che altro villano. E perchè l’uomo da questa infima viltade si guardi, comanda Salomone a colui che ’l valente antecessore hae avuto, nel vigesimo secondo capitolo de li Proverbi: «Non trapasserai li termini antichi che puosero li padri tuoi»; e dinanzi dice, nel quarto capitolo del detto libro: «La via de’ giusti», cioè de’ valenti, «quasi luce splendiente procede, e quella de li malvagi è oscura. Elli non sanno dove rovinano». 10. Ultimamente, quando si dice: E tocca a tal, ch’è morto e va per terra, a maggiore detrimento dico questo cotale vilissimo essere morto, parendo vivo. Onde è da sapere che veramente morto lo malvagio uomo dire si puote, e massimamente quelli che da la via del buono suo antecessore si parte. 11. E ciò si può così mostrare. Sì come dice Aristotile nel secondo de l’Anima, «vivere è l’essere de li viventi»; e per ciò che vivere è per molti modi (sì come ne le piante vegetare, ne li animali vegetare e sentire e muovere, ne li uomini vegetare, sentire, muovere e ragionare, o vero intelligere), e le cose si deono denominare da la più nobile parte, manifesto è che vivere ne li animali è sentire - animali, dico, bruti -, vivere ne l’uomo è ragione usare. 12. Dunque, se ’l vivere è l’essere [dei viventi e vivere ne l'uomo è ragione usare, ragione usare è l'essere] de l’uomo, e così da quello uso partire è partire da essere, e così è essere morto. E non si parte da l’uso del ragionare chi non ragiona lo fine de la sua vita? e non si parte da l’uso de la ragione chi non ragiona il cammino che fare dee? Certo si parte; e ciò si manifesta massimamente c[on] colui che ha le vestigie innanzi, e non le mira. 13. E però dice Salomone nel quinto capitolo de li Proverbi: «Quelli muore che non ebbe disciplina, e ne la moltitudine de la sua stoltezza sarà ingannato». Ciò è a dire: Colui è morto che non si fè discepolo, che non segue lo maestro; e questo vilissimo è quello. 14. Potrebbe alcuno dicere: Come è morto e va? Rispondo che è morto [uomo] e rimaso bestia. Chè, sì come dice lo Filosofo nel secondo de l’Anima, le potenze de l’anima stanno sopra sè come la figura de lo quadrangulo sta sopra lo triangulo, e lo pentangulo, cioè la figura che ha cinque canti, sta sopra lo quadrangulo: e così la sensitiva sta sopra la vegetativa, e la intellettiva sta sopra la sensitiva. 15. Dunque, come levando l’ultimo canto del pentangulo rimane quadrangulo e non più pentangulo, così levando l’ultima potenza de l’anima, cioè la ragione, non rimane più uomo, ma cosa con anima sensitiva solamente, cioè animale bruto. E questa è la sentenza del secondo verso de la canzone impresa, nel quale si pongono l’altrui oppinioni. ==CAPITOLO VIII== 1. Lo più bello ramo che de la radice razionale consurga si è la discrezione. Chè, sì come dice Tommaso sopra lo prologo de l’Etica, "conoscere l’ordine d’una cosa ad altra è proprio atto di ragione», e è questa discrezione. Uno de’ più belli e dolci frutti di questo ramo è la reverenza che dee lo minore a lo maggiore. 2. Onde Tullio, nel primo de li Offici, parlando de la bellezza che in su l’onestade risplende, dice la reverenza essere di quella; e così come questa è bellezza d’onestade, così lo suo contrario è turpezza e menomanza de l’onesto, lo quale contrario inreverenza, o vero tracotanza dicere in nostro volgare si può. 3. E però esso Tullio nel medesimo luogo dice: «Mettere a negghienza di sapere quello che li altri sentono di lui, non solamente è di persona arrogante, ma di dissoluta»; che non vuole altro dire, se non che arroganza e dissoluzione è se medesimo non conoscere, ch’è principio ed è la misura d’ogni reverenza. 4. Per che io volendo, con tutta reverenza e a lo Principe e al Filosofo portando, la malizia d’alquanti de la mente levare, per fondarvi poi suso la luce de la veritade, prima che a riprovare le proposte oppinioni proceda, mostrerò come, quelle riprovando, nè contra l’imperiale maiestade nè contra lo Filosofo si ragiona inreverentemente. 5. Che se in alcuna parte di tutto questo libro inreverente mi mostrasse, non sarebbe tanto laido quanto in questo trattato; nel quale, di nobilitade trattando, me nobile e non villano deggio mostrare. E prima mostrerò me non presummere [contra l'autorità del Filosofo; poi mostrerò me non presummere] contra la maiestade imperiale. 6. Dico adunque che quando lo Filosofo dice: «Quello che pare a li più, impossibile è del tutto essere falso», non intende dicere del parere di fuori, cioè sensuale, ma di quello dentro, cioè razionale; con ciò sia cosa che ’l sensuale parere secondo la più gente, sia molte volte falsissimo, massimamente ne li sensibili comuni, là dove lo senso spesse volte è ingannato. 7. Onde sapemo che a la più gente lo sole pare di larghezza, nel diametro, d’un piede, e sì è ciò falsissimo. Chè, secondo lo cercamento e la invenzione che ha fatto l’umana ragione con l’altre sue arti, lo diametro del corpo del sole è cinque volte quanto quello de la terra, e anche una mezza volta; [onde], con ciò sia cosa che la terra per lo diametro suo sia semilia cinquecento miglia, lo diametro del sole, che a la sensuale apparenza appare di quantità d’un piede, è trentacinque milia settecento cinquanta miglia. 8. Per che manifesto è Aristotile non avere inteso de la sensuale apparenza; e però, se io intendo solo a la sensuale apparenza riprovare, non faccio contra la intenzione del Filosofo, e però nè la riverenza che a lui si dee non offendo. E che io sensuale apparenza intenda riprovare è manifesto. 9. Chè costoro, che così giudicano, non giudicano se non per quello che sentono di queste cose che la fortuna può dare e torre; che perchè veggiono fare le parentele e li alti matrimonii, li edifici mirabili, le possessioni larghe, le signorie grandi, credono quelle essere cagioni di nobilitade, anzi essa nobilitade credono quelle essere. Chè s’elli giudicassero con l’apparenza razionale, dicerebbero lo contrario, cioè la nobilitade essere cagione di questo, sì come di sotto in questo trattato si vedrà. 10. E come io, secondo che vedere si può, contra la reverenza del Filosofo non parlo ciò riprovando, così non parlo contra la reverenza de lo Imperio: e la ragione mostrare intendo. Ma però che, dinanzi da l’avversario s[e] ragiona, lo rettorico dee molta cautela usare nel suo sermone, acciò che l’avversario quindi non prenda materia di turbare la veritade, io, che al volto di tanti avversarii parlo in questo trattato, non posso [brievemente] parlare; onde, se le mie digressioni sono lunghe, nullo si maravigli. 11. Dico adunque che, a mostrare me non essere inreverente a la maiestade de lo Imperio, prima è da vedere che è ’reverenza’. Dico che reverenza non è altro che confessione di debita subiezione per manifesto segno. E veduto questo, da distinguere è intra loro ’inreverente’ [e 'non reverente'. Lo inreverente] dice privazione, lo non reverente dice negazione. E però la inreverenza è disconfessare la debita subiezione, per manifesto segno, dico, e la non reverenza è negare la debita subiezione. 12. Puote l’uomo disdicere la cosa doppiamente: per uno modo puote l’uomo disdicere offendendo a la veritade, quando de la debita confessione si priva, e questo propriamente è ’disconfessare’; per un altro modo puote l’uomo disdicere non offendendo a la veritade, quando quello che non è non si confessa, e questo è proprio ’negare’: sì come disdicere l’uomo sè essere del tutto mortale, è negare, propriamente parlando. 13. Per che se io niego la reverenza de lo Imperio, non sono inreverente, ma sono non reverente: che non è contro a la reverenza, con ciò sia cosa che quella non offenda; sì come lo non vivere non offende la vita, ma offende quella la morte, che è di quella privazione. Onde altro è morte e altro è non vivere; che non vivere è ne le pietre. 14. E però che morte dice privazione, che non può essere se non nel subietto de l’abito, e le pietre non sono subietto di vita, per che non ’morte’, ma ’non vivere’ dicere si deono; similemente io, che in questo caso a lo Imperio reverenza avere non debbo, se la disdico, inreverente non sono, ma sono non reverente, che non è tracotanza nè cosa da biasimare. 15. Ma tracotanza sarebbe l’essere reverente (se reverenza si potesse dicere), però che in maggiore e in vera [in]reverenza si cadrebbe, cioè de la natura e de la veritade, sì come di sotto si vedrà. E da questo fallo si guardò quello maestro de li filosofi, Aristotile, nel principio de l’Etica quando dice: «Se due sono li amici, e l’uno è la verità, a la verità è da consentire». 16. Veramente, perchè detto ho ch’i’ sono non reverente, che è la reverenza negare, cioè negare la debita subiezione per manifesto segno, da vedere è come questo è negare e non disconfessare, cioè da vedere come, in questo caso, io non sia debitamente a la imperiale maiestà subietto. E perchè lunga conviene essere la ragione, per proprio capitolo immediatamente intendo ciò mostrare. ==CAPITOLO IX== 1. A vedere come in questo caso, cioè in riprovando o in approvando l’oppinione de lo Imperadore, a lui non sono tenuto a subiezione, reducere a la mente si conviene quello che de lo imperiale officio di sopra, nel quarto capitolo di questo trattato, è ragionato, cioè che a perfezione de l’umana vita la imperiale autoritade fu trovata, e che ella è regolatrice e rettrice di tutte le nostre operazioni, giustamente; che, pertanto, oltre quanto le nostre operazioni si stendono tanto la maiestade imperiale ha giurisdizione, e fuori di quelli termini non si sciampia. 2. Ma sì come ciascuna arte e officio umano da lo imperiale è a certi termini limitato, così questo da Dio a certo termine è finito: e non è da maravigliare, chè l’officio e l’arte de la natura finito in tutte sue operazioni vedemo. Che se prendere volemo la natura universale di tutto, tanto ha giurisdizione quanto tutto lo mondo, dico lo cielo e la terra, si stende; e questo è a certo termine, sì come per lo terzo de la Fisica e per lo primo De Celo et Mundo è provato. 3. Dunque la giurisdizione de la natura universale è a certo termine finita - e per consequente la parti[culare] -; e anche di costei è limitatore colui che da nulla è limitato, cioè la prima bontade, che è Dio, che solo con la infinita capacitade infinito comprende. 4. E a vedere li termini de le nostre operazioni, è da sapere che solo quelle sono nostre operazioni che subiacciono a la ragione e a la volontade; che se in noi è l’operazione digestiva, questa non è umana, ma naturale. 5. Ed è da sapere che la nostra ragione a quattro maniere d’operazioni, diversamente da considerare, è ordinata: chè operazioni sono che ella solamente considera, e non fa nè può fare alcuna di quelle, sì come sono le cose naturali e le soprannaturali e le matematice; e operazioni che essa considera e fa nel proprio atto suo, le quali si chiamano razionali, sì come sono arti di parlare; e operazioni sono che ella considera e fa in materia di fuori di sè, sì come sono arti meccanice. 6. E queste tutte operazioni, avvegna che ’l considerare loro subiaccia a la nostra volontade, elle per loro a nostra volontade non subiacciono: chè, perchè noi volessimo che le cose gravi salissero per natura suso, e perchè noi volessimo che ’l silogismo con falsi principii conchiudesse veritade dimostrando, e perchè noi volessimo che la casa sedesse così forte pendente come diritta, non sarebbe; però che di queste operazioni non fattori propriamente, ma li trovatori semo. Altri l’ordinò e fece maggior fattore. 7. Sono anche operazioni che la nostra [ragione] considera ne l’atto de la volontade, sì come offendere e giovare, sì come star fermo e fuggire a la battaglia, sì come stare casto e lussuriare, e queste del tutto soggiacciono a la nostra volontade; e però semo detti da loro buoni e rei perch’elle sono proprie nostre del tutto, perchè, quanto la nostra volontade ottenere puote, tanto le nostre operazioni si stendono. 8. E con ciò sia cosa che in tutte queste volontarie operazioni sia equitade alcuna da conservare e iniquitade da fuggire (la quale equitade per due cagioni si può perdere, o per non sapere quale essa si sia o per non volere quella seguitare), trovata fu la Ragione scritta, e per mostrarla e per comandarla. Onde dice Augustino: «Se questa - cioè equitade - li uomini la conoscessero, e conosciuta servassero, la Ragione scritta non sarebbe mestiere»; e però è scritto nel principio del Vecchio Digesto: «La ragione scritta è arte di bene e d’equitade». 9. A questa scrivere, mostrare e comandare, è questo officiale posto di cui si parla, cioè lo Imperadore, al quale tanto quanto le nostre operazioni proprie, che dette sono, si stendono, siamo subietti; e più oltre no. 10. Per questa ragione, in ciascuna arte e in ciascuno mestiere li artefici e li discenti sono, ed esser deono, subietti al prencipe e al maestro di quelle, in quelli mestieri ed in quella arte; e fuori di quello la subiezione pere, però che pere lo principato. Sì che quasi dire si può de lo Imperadore, volendo lo suo officio figurare con una imagine, che elli sia lo cavalcatore de la umana volontade. Lo quale cavallo come vada sanza lo cavalcatore per lo campo assai è manifesto, e spezialmente ne la misera Italia, che sanza mezzo alcuno a la sua governazione è rimasa! 11. E da considerare è che quanto la cosa è più propia de l’arte o del maestro, tanto è maggiore in quella la subiezione; chè, multiplicata la cagione, multiplica l’effetto. Onde è da sapere che cose sono che sono sì pure arti, che la natura è instrumento de l’arte: sì come vogare con remo, dove l’arte fa suo instrumento de la impulsione, che è naturale moto; sì come nel trebbiare lo frumento, che l’arte fa suo instrumento del caldo, che è natural qualitade; e in queste massimamente a lo prencipe e maestro de l’arte esser si dee subietto. 12. E cose sono dove l’arte è instrumento de la natura, e queste sono meno arti; e in esse sono meno subietti li artefici a loro prencipe; sì com’è dare lo seme a la terra (qui si vuole attendere la volontà de la natura), sì come uscire è di porto (qui si vuole attendere la naturale disposizione del tempo). E però vedemo in queste cose spesse volte contenzione tra li artefici, e domandare consiglio lo maggiore al minore. 13. Altre cose sono che non sono de l’arte, e paiono avere con quella alcuna parentela, e quinci sono li uomini molte volte ingannati; e in queste li discenti a lo artefice, o vero maestro, subietti non sono, nè credere a lui sono tenuti quanto è per l’arte: sì come pescare pare aver parentela col navicare, e conoscere la vertù de l’erbe pare aver parentela con l’agricoltura; che non hanno insieme alcuna regola, con ciò sia cosa che ’l pescare sia sotto l’arte de la venagione e sotto suo comandare, e lo conoscere la vertù de l’erbe sia sotto la medicina o vero sotto più nobile dottrina. 14. Queste cose simigliantemente, che de l’altre arti sono ragionate, vedere si possono ne l’arte imperiale; chè regole sono in quella che sono pure arti, sì come sono le leggi de’ matrimonii, de li servi, de le milizie, de li successori in dignitade, e di queste in tutto siamo a lo Imperadore subietti, sanza dubbio e sospetto alcuno. 15. Altre leggi sono che sono quasi seguitatrici di natura, sì come constituire l’uomo d’etade sofficiente a ministrare, e di queste non semo in tutto subietti. Altre molte sono che paiono avere alcuna parentela con l’arte imperiale - e qui fu ingannato ed è chi crede che la sentenza imperiale sia in questa parte autentica -: sì come [diffinire] giovinezza e gentilezza, sovra le quali nullo imperiale giudicio è da consentire, in quanto elli è imperadore: però, quello che è di [Cesare sia renduto a Cesare, e quello che è di] Dio sia renduto a Dio. 16. Onde non è da credere nè da consentire a Nerone imperadore, che disse che giovinezza era bellezza e fortezza del corpo, ma a colui che dicesse che giovinezza è colmo de la naturale vita, che sarebbe filosofo. E però è manifesto che diffinire di gentilezza non è de l’arte imperiale; e se non è de l’arte, trattando di quella, a lui non siamo subietti; e se non [siamo] subietti, reverire lui in ciò non siamo tenuti: e questo è quello [che cerc]ando s’andava. 17. Per che omai con tutta licenza e con tutta franchezza d’animo è da ferire nel petto a le usate oppinioni, quelle per terra versando, acciò che la verace, per questa mia vittoria, tegna lo campo de la mente di coloro per c[ui] fa questa luce avere vigore. ==CAPITOLO X== 1. Poi che poste sono l’altrui oppinioni di nobilitade, e mostrato è quelle riprovare a me esser licito, verrò a quella parte ragionare che ciò ripruova; che comincia, sì come detto è di sopra: Chi diffinisce: ’Omo è legno animato’. E però, è da sapere che l’oppinione de lo Imperadore - avvegna che con difetto quella ponga - ne l’una particula, cioè là dove disse belli costumi, toccò de li costumi di nobilitade, e però in quella parte riprovare non s’intende. 2. L’altra particula, che di natura di nobilitade è del tutto diversa, s’intende riprovare; la quale due cose pare dicere quando dice antica ricchezza, cioè tempo e divizie, le quali a nobilitade sono del tutto diverse, come detto è e come di sotto si mostrerà. E però riprovando si fanno due parti: prima si ripruovano le divizie, e poi si ripruova lo tempo essere cagione di nobilitade. La seconda parte comincia: Nè voglion che vil uom gentil divegna. 3. E da sapere è che, riprovate le divizie, è riprovata non solamente l’oppinione de lo Imperadore in quella parte che le divizie tocca, ma eziandio quella del vulgo interamente che solo ne le divizie si fondava. La prima parte in due si divide: che ne la prima generalmente si dice lo ’mperadore essere stato erroneo ne la diffinizione di nobilitade; secondamente si mostra ragione perchè. E comincia questa seconda parte: Chè le divizie, sì come si crede. 4. Dico adunque, Chi diffinisce: ’Omo è legno animato’, che prima dice non vero, cioè falso, in quanto dice ’legno’; e poi parla non intero, cioè con difetto, in quanto dice ’animato’, non dicendo ’razionale’, che è differenza per la quale uomo da la bestia si parte. 5. Poi dico che per questo modo fu erroneo in diffinire quelli che tenne impero: non dicendo ’imperadore’, ma ’quelli che tenne imperio’, a mostrare (come detto è di sopra) questa cosa determinare essere fuori d’imperiale officio. Poi dico similemente lui errare, che puose de la nobilitade falso subietto, cioè ’antica ricchezza’, e poi procede[tt]e a ’defettiva forma’, o vero differenza, cioè ’belli costumi’, che non comprendono ogni formalitade di nobilitade, ma molto picciola parte, sì come di sotto si mostrerà. 6. E non è da lasciare, tutto che ’l testo si taccia, che messere lo Imperadore in questa parte non errò pur ne le parti de la diffinizione, ma eziandio nel modo di diffinire, avvegna che, secondo la fama che di lui grida, elli fosse loico e clerico grande: chè la diffinizione de la nobilitade più degnamente si farebbe da li effetti che da’ principii, con ciò sia cosa che essa paia avere ragione di principio, che non si può notificare per cose prime, ma per posteriori. 7. Poi quando dico: Chè le divizie, sì come si crede, mostro come elle non possono causare nobilitade, perchè sono vili; e mostro quelle non poterla torre, perchè son disgiunte molto da nobilitade. E pruovo quelle essere vili per uno loro massimo e manifestissimo difetto; e questo fo quando dico: Che siano vili appare. 8. Ultimamente conchiudo, per virtù di quello che detto è di sopra, l’animo diritto non mutarsi per loro transmutazione; che è pruova di quello che detto è di sopra, quelle essere da nobilitade disgiunte, per non seguire l’effetto de la congiunzione. Ove è da sapere che, sì come vuole lo Filosofo, tutte le cose che fanno alcuna cosa, conviene essere prima quelle perfettamente in quello essere; onde dice nel settimo de la Metafisica: «Quando una cosa si genera da un’altra, generasi di quella, essendo in quello essere». 9. Ancora è da sapere che ogni cosa che si corrompe, sì si corrompe, precedente alcuna alterazione, e ogni cosa che è alterata conviene essere congiunta con l’altera[nte cag]ione, sì come vuole lo Filosofo nel settimo de la Fisica e nel primo De Generatione. Queste cose proposte, così procedo, e dico che le divizie, come altri credea, non possono dare nobilitade; e a mostrare maggiore diversitade avere con quella, dico che non la possono torre a chi l’ha. 10. Dare non la possono, con ciò sia cosa che naturalmente siano vili, e per la viltade siano contrarie a la nobilitade. E qui s’intende viltade per degenerazione, la quale a la nobilitade s’oppone; con ciò sia cosa che l’uno contrario non sia fattore de l’altro nè possa essere, per la prenarrata cagione la quale brevemente s’aggiugne al testo, dicendo: Poi chi pinge figura, [Se non può esser lei, non la può porre]. 11. Onde nullo dipintore potrebbe porre alcuna figura, se intenzionalmente non si facesse prima tale, quale la figura essere dee. Ancora torre non la possono, però che da lungi sono di nobilitade, e per la ragione prenarrata che [ciò che] altera o corrompe alcuna cosa convegna essere congiunto con quella. 12. E però soggiugne: Nè la diritta torre Fa piegar rivo che da lungi corre; che non vuole altro dire, se non rispondere a ciò che detto è dinanzi, che le divizie non possono torre nobilitade, dicendo quasi quella nobilitade essere torre diritta, e le divizie fiume da lungi corrente. ==CAPITOLO XI== 1. Resta omai solamente a provare come le divizie sono vili, e come disgiunte sono e lontane da nobilitade; e ciò si pruova in due particulette del testo, a le quali si conviene al presente intendere. E poi quelle esposte, sarà manifesto ciò che detto ho, cioè le divizie essere vili e lontane da nobilitade; e per questo saranno le ragioni di sopra contra le divizie perfettamente provate. 2. Dico adunque: Che siano vili appare ed imperfette. E a manifestare ciò che dire s’intende, è da sapere che la viltade di ciascuna cosa da la imperfezione di quella si prende, e così la nobilitade da la perfezione: onde tanto quanto la cosa è perfetta, tanto è in sua natura nobile; quanto imperfetta, tanto vile. E però se le divizie sono imperfette, manifesto è che siano vili. 3. E che elle siano imperfette, brievemente pruova lo testo quando dice: Chè, quantunque collette, Non posson quietar, ma dan più cura; in che non solamente la loro imperfezione è manifesta, ma la loro condizione essere imperfettissima, e però essere quelle vilissime. E ciò testimonia Lucano, quando dice, a quelle parlando: «Sanza contenzione periro le leggi; e voi ricchezze, vilissima parte de le cose, moveste battaglia». 4. Puotesi brevemente la loro imperfezione in tre cose vedere apertamente: e prima, ne lo indiscreto loro avvenimento; secondamente, nel pericoloso loro accrescimento; terziamente, ne la dannosa loro possessione. E prima ch’io ciò dimostri, è da dichiarare un dubbio che pare consurgere: che, con ciò sia cosa che l’oro, le margherite e li campi perfettamente forma e atto abbiano in loro essere, non pare vero dicere che siano imperfette. 5. E però si vuole sapere che, quanto è per esse in loro considerate, cose perfette sono, e non sono ricchezze, ma oro e margherite; ma in quanto sono ordinate a la possessione de l’uomo, sono ricchezze, e per questo modo sono piene d’imperfezione. Chè non è inconveniente una cosa, secondo diversi rispetti, essere perfetta e imperfetta. 6. Dico che la loro imperfezione primamente si può notare ne la indiscrezione del loro avvenimento, nel quale nulla distributiva giustizia risplende, ma tutta iniquitade quasi sempre, la quale iniquitade è proprio effetto d’imperfezione. 7. Che se si considerano li modi per li quali esse vegnono, tutti si possono in tre maniere ricogliere: chè o vengono da pura fortuna, sì come quando sanza intenzione o speranza vegnono per invenzione alcuna non pensata; o vengono da fortuna che è da ragione aiutata, sì come per testamenti o per mutua successione; o vegnono da fortuna aiutatrice di ragione, sì come quando per licito o per illicito procaccio: licito dico, quando è per arte o per mercatantia o per servigio meritante; illicito dico, quando è per furto o per rapina. 8. E in ciascuno di questi tre modi si vede quella iniquitade che io dico, chè più volte a li malvagi che a li buoni le celate ricchezze che si truovano o che si ritruovano si rappresentano; e questo è sì manifesto, che non ha mestiere di pruova. Veramente io vidi lo luogo, ne le coste d’un monte che si chiama Falterona, in Toscana, dove lo più vile villano di tutta la contrada, zappando, più d’uno staio di santalene d’argento finissimo vi trovò, che forse più di dumilia anni l’aveano aspettato. 9. E per vedere questa iniquitade, disse Aristotile che «quanto l’uomo più subiace a lo ’ntelletto, tanto meno subiace a la fortuna». E dico che più volte a li malvagi che a li buoni pervengono li retaggi, legati e caduti; e di ciò non voglio recare innanzi alcuna testimonianza, ma ciascuno volga li occhi per la sua vicinanza, e vedrà quello che io mi taccio per non abominare alcuno. 10. Così fosse piaciuto a Dio che quello che addomandò lo Provenzale fosse stato, che chi non è reda de la bontade perdesse lo retaggio de l’avere! E dico che più volte a li malvagi che a li buoni pervegnono a punto li procacci; chè li non liciti a li buoni mai non pervegnono, però che li rifiutano. 11. E quale buono uomo mai per forza o per fraude procaccerà? Impossibile sarebbe ciò, chè solo per la elezione de la illicita impresa più buono non sarebbe. E li liciti rade volte pervegnono a li buoni, perchè, con ciò sia cosa che molta sollicitudine quivi si richeggia, e la sollicitudine del buono sia diritta a maggiori cose, rade volte sofficientemente quivi lo buono è sollicito. 12. Per che è manifesto in ciascuno modo quelle ricchezze iniquamente avvenire; e però Nostro Segnore inique le chiamò, quando disse: «Fatevi amici de la pecunia de la iniquitade», invitando e confortando li uomini a liber[ali]tade di benefici, che sono generatori d’amici. 13. E quanto fa bello cambio chi di queste imperfettissime cose dà per avere e per acquistare cose perfette, sì come li cuori de’ valenti uomini! Lo cambio ogni die si può fare. Certo nuova mercatantia è questa de l’altre, che, credendo comperare uno uomo per lo beneficio, mille e mille ne sono comperati. 14. E c[u]i non è ancora [ne]l cuore Alessandro per li suoi reali benefici? Cui non è ancora lo buono re di Castella, o il Saladino, o il buono Marchese di Monferrato, o il buono Conte di Tolosa, o Beltramo dal Bornio, o Galasso di Montefeltro? Quando de le loro messioni si fa menzione, certo non solamente quelli che ciò farebbero volentieri, ma quelli prima morire vorrebbero che ciò fare, amore hanno a la memoria di costoro. ==CAPITOLO XII== 1. Come detto è, la imperfezione de le ricchezze non solamente nel loro avvenimento si può comprendere, ma eziandio nel pericoloso loro accrescimento; e però che in ciò più si può vedere di loro difetto, solo di questo fa menzione lo testo, dicendo quelle, quantunque collette, non solamente non quietare, ma dare più sete e rendere altri più defettivo e insufficiente. 2. E qui si vuole sapere che le cose defettive possono aver li loro difetti per modo, che ne la prima faccia non paiono, ma sotto pretesto di perfezione la imperfezione si nasconde; e possono avere quelli sì, che del tutto sono discoperti, sì che apertamente ne la prima faccia si conosce la imperfezione. 3. E quelle cose che prima non mostrano li loro difetti sono più pericolose, però che di loro, molte fiate prendere guardia non si può; sì come vedemo nel traditore, che ne la faccia dinanzi si mostra amico, sì che fa di sè fede avere, e sotto pretesto d’amistade chiude lo difetto de la inimistade. E per questo modo le ricchezze pericolosamente nel loro accrescimento sono imperfette, che, sommettendo ciò che promettono, apportano lo contrario. 4. Promettono le false traditrici sempre, in certo numero adunate, rendere lo raunatore pieno d’ogni appagamento; e con questa promissione conducono l’umana volontade in vizio d’avarizia. E per questo le chiama Boezio, in quello De Consolatione, pericolose, dicendo: «Ohmè! chi fu quel primo che li pesi de l’oro coperto e le pietre che si voleano ascondere, preziosi pericoli, cavoe?». 5. Promettono le false traditrici, se bene si guarda, di torre ogni sete e ogni mancanza, e apportare ogni saziamento e bastanza; e questo fanno nel principio a ciascuno uomo, questa promissione in certa quantità di loro accrescimento affermando: e poi che quivi sono adunate, in loco di saziamento e di refrigerio danno e recano sete di casso febricante intollerabile; e in loco di bastanza recano nuovo termine, cioè maggiore quantitade a desiderio, e, con questa, paura grande e sollicitudine sopra l’acquisto. Si che veramente non quietano, ma più danno cura, la qual prima sanza loro non si avea. 6. E però dice Tullio in quello De Paradoxo, abominando le ricchezze: «Io in nullo tempo per fermo nè le pecunie di costoro, nè le magioni magnifiche, nè le ricchezze, nè le signorie, nè l’allegrezze de le quali massimamente sono astretti, tra cose buone o desiderabili esser dissi; con ciò sia cosa che certo io vedesse li uomini ne l’abondanza di queste cose massimamente desiderare quelle di che abondano. Però che in nullo tempo si compie nè si sazia la sete de la cupiditate; nè solamente per desiderio d’accrescere quelle cose che hanno si tormentano, ma eziandio tormento hanno ne la paura di perdere quelle». 7. E queste tutte parole sono di Tullio, e così giacciono in quello libro che detto è. E a maggiore testimonianza di questa imperfezione, ecco Boezio in quello De Consolatione dicente: «Se quanta rena volve lo mare turbato dal vento, se quante stelle rilucono, la dea de la ricchezza largisca, l’umana generazione non cesserà di piangere». 8. E perchè più testimonianza, a ciò ridurre per pruova, si conviene, lascisi stare quanto contra esse Salomone e suo padre grida; quanto contra esse Seneca, massimamente a Lucillo scrivendo; quanto Orazio, quanto Iuvenale e, brievemente, quanto ogni scrittore, ogni poeta; e quanto la verace Scrittura divina chiama contra queste false meretrici, piene di tutti defetti; e pongasi mente, per avere oculata fede, pur a la vita di coloro che dietro a esse vanno, come vivono sicuri quando di quelle hanno raunate, come s’appagano, come si riposano. 9. E che altro cotidianamente pericola e uccide le cittadi, le contrade, le singulari persone, tanto quanto lo nuovo raunamento d’avere appo alcuno? Lo quale raunamento nuovi desiderii discuopre, a lo fine de li quali sanza ingiuria d’alcuno venire non si può. E che altro intende di meditare l’una e l’altra Ragione, Canonica dico e Civile, tanto quanto a riparare a la cupiditade che, raunando ricchezze, cresce? 10. Certo assai lo manifesta e l’una e l’altra Ragione, se li loro cominciamenti, dico de la loro scrittura, si leggono. Oh com’è manifesto, anzi manifestissimo, quelle in accrescendo essere del tutto imperfette, quando di loro altro che imperfezione nascere non può, quanto che accolte siano! E questo è quello che lo testo dice. 11. Veramente qui surge in dubbio una questione, da non trapassare sanza farla e rispondere a quella. Potrebbe dire alcuno calunniatore de la veritade che se, per crescere desiderio acquistando, le ricchezze sono imperfette e però vili, che per questa ragione sia imperfetta e vile la scienza, ne l’acquisto de la quale sempre cresce lo desiderio di quella; onde Seneca dice: «Se l’uno de li piedi avesse nel sepulcro, apprendere vorrei». 12. Ma non è vero che la scienza sia vile per imperfezione: dunque, per la distruzione del consequente, lo crescere desiderio non è cagione di viltade a le ricchezze. Che sia perfetta, è manifesto per lo Filosofo nel sesto de l’Etica, che dice la scienza essere perfetta ragione di certe cose. 13. A questa questione brievemente è da rispondere; ma prima è da vedere se ne l’acquisto de la scienza lo desiderio si sciampia come ne la questione si pone, e se sia per ragione. Per che io dico che non solamente ne l’acquisto de la scienza e de le ricchezze, ma in ciascuno acquisto l’umano desiderio si sciampia, avvegna che per altro e altro modo. 14. E la ragione è questa: che lo sommo desiderio di ciascuna cosa, e prima da la natura dato, è lo ritornare a lo suo principio. E però che Dio è principio de le nostre anime e fattore di quelle simili a sè (sì come è scritto: «Facciamo l’uomo ad imagine e similitudine nostra»), essa anima massimamente desidera di tornare a quello. 15. E sì come peregrino che va per una via per la quale mai non fue, che ogni casa che da lungi vede crede che sia l’albergo, e non trovando ciò essere, dirizza la credenza a l’altra, e così di casa in casa, tanto che a l’albergo viene; così l’anima nostra, incontanente che nel nuovo e mai non fatto cammino di questa vita entra, dirizza li occhi al termine del suo sommo bene, e però, qualunque cosa vede che paia in sè avere alcuno bene, crede che sia esso. 16. E perchè la sua conoscenza prima è imperfetta, per non essere esperta nè dottrinata, piccioli beni le paiono grandi, e però da quelli comincia prima a desiderare. Onde vedemo li parvuli desiderare massimamente un pomo; e poi, più procedendo, desiderare uno augellino; e poi, più oltre, desiderare bel vestimento; e poi lo cavallo; e poi una donna; e poi ricchezza non grande, e poi grande, e poi più. E questo incontra perchè in nulla di queste cose truova quella che va cercando, e credela trovare più oltre. 17. Per che vedere si può che l’uno desiderabile sta dinanzi a l’altro a li occhi de la nostra anima per modo quasi piramidale, che ’l minimo li cuopre prima tutti, ed è quasi punta de l’ultimo desiderabile, che è Dio, quasi base di tutti. Sì che, quanto da la punta ver la base più si procede, maggiori appariscono li desiderabili; e questa è la ragione per che, acquistando, li desiderii umani si fanno più ampii, l’uno appresso de l’altro. 18. Veramente così questo cammino si perde per errore come le strade de la terra. Che sì come d’una cittade a un’altra di necessitade è una ottima e dirittissima via, e un’altra che sempre se ne dilunga (cioè quella che va ne l’altra parte), e molte altre quale meno allungandosi e quale meno appressandosi, così ne la vita umana sono diversi cammini, de li quali uno è veracissimo e un altro è fallacissimo, e certi meno fallaci e certi meno veraci. 19. E sì come vedemo che quello che dirittissimo vae a la cittade, e compie lo desiderio e dà posa dopo la fatica, e quello che va in contrario mai nol compie e mai posa dare non può, così ne la nostra vita avviene: lo buono camminatore giugne a termine e a posa; lo erroneo mai non l’aggiugne, ma con molta fatica del suo animo sempre con li occhi gulosi si mira innanzi. 20. Onde avvegna che questa ragione del tutto non risponda a la questione mossa di sopra, almeno apre la via a la risposta, chè fa vedere non andare ogni nostro desiderio dilatandosi per un modo. Ma perchè questo capitolo è alquanto produtto, in capitolo nuovo a la questione è da rispondere, nel quale sia terminata tutta la disputazione che fare s’intende al presente contra le ricchezze. ==CAPITOLO XIII== 1. A la questione rispondendo, dico che propriamente crescere lo desiderio de la scienza dire non si può, avvegna che, come detto è, per alcuno modo si dilati. Chè quello che propriamente cresce, sempre è uno: lo desiderio de la scienza non è sempre uno, ma è molti, e finito l’uno, viene l’altro; sì che, propriamente parlando, non è crescere lo suo dilatare, ma successione di picciola cosa in grande cosa. 2. Che se io desidero di sapere li principii de le cose naturali, incontanente che io so questi, è compiuto e terminato questo desiderio. E se poi io desidero di sapere che cosa e com’è ciascuno di questi principii, questo è un altro desiderio nuovo, nè per l’avvenimento di questo non mi si toglie la perfezione a la quale mi condusse l’altro; e questo cotale dilatare non è cagione d’imperfezione, ma di perfezione maggiore. Quello veramente de la ricchezza è propriamente crescere, chè è sempre pur uno, sì che nulla successione quivi si vede, e per nullo termine e per nulla perfezione. 3. E se l’avversario vuol dire che, sì come è altro desiderio quello di sapere li principii de le cose naturali e altro di sapere che elli sono, così altro desiderio è quello de le cento marche e altro è quello de le mille, rispondo che non è vero; che ’l cento sì è parte del mille, e ha ordine ad esso come parte d’una linea a tutta linea, su per la quale si procede per uno moto solo, e nulla successione quivi è nè perfezione di moto in parte alcuna. 4. Ma conoscere che siano li principii de le cose naturali, e conoscere quello che sia ciascheduno, non è parte l’uno de l’altro, e hanno ordine insieme come diverse linee, per le quali non si procede per uno moto, ma, perfetto lo moto de l’una, succede lo moto de l’altra. 5. E così appare che, dal desiderio de la scienza, la scienza non è da dire imperfetta, sì come le ricchezze sono da dire per lo loro, come la questione ponea; chè nel desiderare de la scienza successivamente finiscono li desiderii e viensi a perfezione, e in quello de la ricchezza no. Sì che la questione è soluta, e non ha luogo. 6. Ben puote ancora calunniare l’avversario dicendo che, avvegna che molti desiderii si compiano ne lo acquisto de la scienza, mai non si viene a l’ultimo: che è quasi simile a la ’mperfezione di quello che non si termina e che è pur uno. 7. Ancora qui si risponde, che non è vero ciò che si oppone, cioè che mai non si viene a l’ultimo: chè li nostri desiderii naturali, sì come di sopra nel terzo trattato è mostrato, sono a certo termine discendenti; e quello de la scienza è naturale, sì che certo termine quello compie, avvegna che pochi, per male camminare, compiano la giornata. 8. E chi intende lo Commentatore nel terzo de l’Anima, questo intende da lui. E però dice Aristotile nel decimo de l’Etica, contra Simonide poeta parlando, che «l’uomo si dee traere a le divine cose quanto può»; in che mostra che a certo fine bada la nostra potenza. E nel primo de l’Etica dice che «’l disciplinato chiede di sapere certezza ne le cose, secondo che [ne] la loro natura di certezza si riceva»; in che mostra che non solamente da la parte de l’uomo desiderante, ma deesi fine attendere da la parte de lo scibile desiderato. 9. E però Paulo dice: «Non più sapere che sapere si convegna, ma sapere a misura». Sì che, per qualunque modo lo desiderare de la scienza si prende, o generalmente o particularmente, a perfezione viene. E però la scienza ha perfetta e nobile perfezione, e per suo desiderio sua perfezione non perde, come le maladette ricchezze. 10. Le quali come ne la loro possessione siano dannose, brievemente è da mostrare, che è la terza nota de la loro imperfezione. Puotesi vedere la loro possessione essere dannosa per due ragioni: l’una, che è cagione di male; l’altra, che è privazione di bene. Cagione è di male, chè fa, pur vegliando, lo possessore timido e odioso. 11. Quanta paura è quella di colui che appo sè sente ricchezza, in camminando, in soggiornando, non pur vegliando ma dormendo, non pur di perdere l’avere ma la persona per l’avere! Ben lo sanno li miseri mercatanti che per lo mondo vanno, che le foglie che ’l vento fa menare, li fa tremare, quando seco ricchezze portano; e quando sanza esse sono, pieni di sicurtade, cantando e sollazzando fanno loro cammino più brieve. 12. E però dice lo Savio: «Se voto camminatore entrasse ne lo cammino, dinanzi a li ladroni canterebbe». E ciò vuol dire Lucano nel quinto libro, quando commenda la povertà di sicuranza, dicendo: «Oh sicura facultà de la povera vita! oh stretti abitaculi e masserizie! oh non ancora intese ricchezze de li Iddei! A quali tempii o a quali muri poteo questo avvenire, cioè non temere con alcuno tumulto, bussando la mano di Cesare?» E quello dice Lucano quando ritrae come Cesare di notte a la casetta del pescatore Amiclas venne, per passare lo mare Adriano. 13. E quanto odio è quello che ciascuno al possessore de la ricchezza porta, o per invidia o per desiderio di prendere quella possessione! Certo tanto è, che molte volte contra la debita pietade lo figlio a la morte del padre intende: e di questo grandissime e manifestissime esperienze possono avere li Latini, e da la parte di Po e da la parte di Tevero! E però Boezio nel secondo de la sua Consolazione dice: «Per certo l’avarizia fa li uomini odiosi». 14. Anche è privazione di bene la loro possessione. Chè, possedendo quelle, larghezza non si fa, che è vertude ne la quale è perfetto bene e la quale fa li uomini splendienti e amati; che non può essere possedendo quelle, ma quelle lasciando di possedere. Onde Boezio nel medesimo libro dice: «Allora è buona la pecunia, quando, transmutata ne li altri per uso di larghezza, più non si possiede». Per che assai è manifesto la loro viltade per tutte le sue note. 15. E però l’uomo di diritto appetito e di vera conoscenza quelle mai non ama, e, non amandole, non si unisce ad esse, ma quelle sempre di lungi da sè essere vuole, se non in quanto ad alcuno necessario servigio sono ordinate. Ed è cosa ragionevole, però che lo perfetto con lo imperfetto non si può congiugnere; onde vedemo che la torta linea con la diritta non si congiunge mai, e se alcuno congiungimento v’è, non è da linea a linea, ma da punto a punto. 16. E però seguita che l’animo che è diritto, cioè d’appetito, e verace, cioè di conoscenza, per loro perdita non si disface; sì come lo testo pone nel fine di questa parte. E per questo effetto intende di provare lo testo che elle siano fiume corrente di lungi da la diritta torre de la ragione, o vero di nobilitade; e per questo, che esse divizie non possono torre la nobilitade a chi l’ha. E per questo modo disputasi e ripruovasi contra le ricchezze per la presente canzone. ==CAPITOLO XIV== 1. Riprovato l’altrui errore quanto è in quella parte che a le ricchezze s’appoggiava, [seguita che si riprovi quanto è] in quella parte, che tempo diceva essere cagione di nobilitade, dicendo antica ricchezza. E questa riprovagione si fa in quella parte che comincia: Nè voglion che vil uom gentil divegna. 2. E in prima si ripruova ciò per una ragione di costoro medesimi che così errano; poi, a maggiore loro confusione, questa loro ragione anche si distrugge: e ciò si fa quando dice: Ancor, segue di ciò che innanzi ho messo. Ultimamente conchiude manifesto essere lo loro errore, e però essere tempo d’intendere a la veritade: e ciò si fa quando dice: Per che a ’ntelletti sani. 3. Dico adunque: Nè voglion che vil uom gentil divegna. Dove è da sapere che oppinione di questi erranti è che uomo prima villano mai gentile uomo dicer non si possa; nè uomo che figlio sia di villano similemente dicere mai non si possa gentile. E ciò rompe la loro sentenza medesima, quando dicono che tempo si richiede a nobilitade, ponendo questo vocabulo ’antico’; però ch’è impossibile per processo di tempo venire a la generazione di nobilitade per questa loro ragione che detta è, la quale toglie via che villano uomo mai possa esser gentile per opera che faccia, o per alcuno accidente, e toglie via la mutazione di villano padre in gentile figlio. 4. Chè se lo figlio del villano è pur villano, e lo figlio fia pur figlio di villano e così fia anche villano, e anche suo figlio, e così sempre, e mai non s’avrà a trovare là dove nobilitade per processo di tempo si cominci. 5. E se l’avversario, volendosi difendere, dicesse che la nobilitade si comincerà in quel tempo che si dimenticherà lo basso stato de li antecessori, rispondo che ciò fia contra loro medesimi, che pur di necessitade quivi sarà transmutazione di viltade in gentilezza, d’un uomo in altro o di padre a figlio, ch’è contra ciò che essi pongono. 6. E se l’avversario pertinacemente si difendesse, dicendo che bene vogliono questa transmutazione potersi fare quando lo basso stato de li antecessori corre in oblivione, avvegna che ’l testo ciò non curi, degno è che la chiosa a ciò risponda. E però rispondo così: che di ciò che dicono seguitano quattro grandissimi inconvenienti, sì che buona ragione essere non può. 7. L’uno si è che quanto la natura umana fosse migliore tanto sarebbe più malagevole e più tarda generazione di gentilezza; che è massimo inconveniente, con ciò sia cosa, com’ho no[t]ato, che la cosa quanto è migliore tanto è più cagione di bene; e nobilitade intra li beni sia commemorata. 8. E che ciò fosse così si pruova. Se la gentilezza o ver nobilitade, che per una cosa intendo, si generasse per oblivione, più tosto sarebbe generata la nobilitade quanto li uomini fossero più smemorati, [chè] tanto più tosto ogni oblivione verrebbe. Dunque, quanto li uomini smemorati più fossero, più tosto sarebbero nobili; e per contrario, quanto con più buona memoria, tanto più tardi nobili si farebbero. 9. Lo secondo si è, che ’n nulla cosa, fuori de li uomini, questa distinzione si potrebbe fare, cioè nobile o vile; che è molto inconveniente, con ciò sia cosa che in ciascuna spezie di cose veggiamo l’imagine di nobilitade e di viltade: onde spesse volte diciamo uno nobile cavallo e uno vile, e uno nobile falcone e uno vile, e una nobile margherita e una vile. 10. E che non si potesse fare questa distinzione, così si pruova. Se l’oblivione de li bassi antecessori è cagione di nobilitade, e là ovunque bassezza d’antecessori mai non fu, non può essere l’oblivione di quelli - con ciò sia cosa che l’oblivione sia corruzione di memoria, e in questi altri animali e piante e minere bassezza e altezza non si noti, però che in uno sono naturati solamente ed iguale stato -, in loro generazione di nobilitade essere non può; e così nè viltade, con ciò sia cosa che l’una e l’altra si guardi come abito e privazione, che sono ad uno medesimo subietto possibili; e però in loro de l’una e de l’altra non potrebbe essere distinzione. 11. E se l’avversario volesse dicere che ne l’altre cose nobilità s’intende per la bontà de la cosa, ma ne li uomini s’intende perchè di sua bassa condizione non è memoria, rispondere si vorrebbe non con le parole ma col coltello a tanta bestialitade, quanta è dare a la nobilitade de l’altre cose bontade per cagione, e a quella de li uomini principio di dimenticanza. 12. Lo terzo si è che molte volte verrebbe prima lo generato che lo generante; che è del tutto impossibile; e ciò si può così mostrare. Pognamo che Gherardo da Cammino fosse stato nepote del più vile villano che mai bevesse del Sile o del Cagnano, e la oblivione ancora non fosse del suo avolo venuta: chi sarà oso di dire che Gherardo da Cammino fosse vile uomo? e chi non parlerà meco, dicendo quello essere stato nobile? Certo nullo, quanto vuole sia presuntuoso, però che egli fu, e fia sempre la sua memoria. 13. E se la oblivione del suo basso antecessore non fosse venuta, sì come si suppone, ed ello fosse grande di nobilitade e la nobilitade in lui si vedesse così apertamente come aperta si vede, prima sarebbe stata in lui che ’l generante suo fosse stato: e questo è massimamente impossibile. 14. Lo quarto si è che tale uomo sarebbe tenuto nobile morto che non fu nobile vivo; che più inconveniente essere non potrebbe; e ciò così si mostra. Pognamo che ne la etade di Dardano de’ suoi antecessori bassi fosse memoria, e pognamo che ne la etade di Laomedonte questa memoria fosse disfatta, e venuta l’oblivione. Secondo l’oppinione avversa, Laomedonte fu gentile e Dardano fu villano in loro vita. Noi, a li quali la memoria de li loro anticessori, dico di là da Dardano, [anche non è rimasa, dir dovremmo che Dardano] vivendo fosse villano e morto sia nobile. 15. E non è contro a ciò, che si dice Dardano esser stato figlio di Giove, chè ciò è favola, de la quale, filosoficamente disputando, curare non si dee; e pur se volesse a la favola fermare l’avversario, di certo quello che la favola cuopre disfà tutte le sue ragioni. E così è manifesto, la ragione che ponea la oblivione causa di nobilitade essere falsa ed erronea. ==CAPITOLO XV== 1. Da poi che, per la loro medesima sentenza, la canzone ha riprovato tempo non richiedersi a nobilitade, incontanente seguita a confondere la premessa loro oppinione, acciò che di loro false ragioni nulla ruggine rimagna ne la mente che a la verità sia disposta; e questo fa quando dice: Ancor, segue di ciò che innanzi ho messo. 2. Ove è da sapere che, se uomo non si può fare di villano gentile o di vile padre non può nascere gentile figlio, sì come messo è dinanzi per loro oppinione, che de li due inconvenienti l’uno seguire conviene: l’uno sì è che nulla nobilitade sia; l’altro sì è che ’l mondo sempre sia stato con più uomini, sì che da uno solo la umana generazione discesa non sia. 3. E ciò si può mostrare. Se nobilitade non si genera di nuovo, sì come più volte è detto che la loro oppinione vuole (non generandosi di vile uomo in lui medesimo, nè di vile padre in figlio), sempre è l’uomo tale quale nasce, e tale nasce quale è lo padre; e così questo processo d’una condizione è venuto infino dal primo parente: per che tale quale fu lo primo generante, cioè Adamo, conviene essere tutta l’umana generazione, chè da lui a li moderni non si puote trovare per quella ragione alcuna transmutanza. 4. Dunque, se esso Adamo fu nobile, tutti siamo nobili, e se esso fu vile, tutti siamo vili; che non è altro che torre via la distinzione di queste condizioni, e così è torre via quelle. E questo dice, che di quello ch’e messo dinanzi seguita che siam tutti gentili o ver villani. 5. E se questo non è, [e] pur alcuna gente è da dire nobile e alcuna è da dir vile, di necessitade, da poi che la transmutazione di viltade in nobilitade è tolta via, conviene l’umana generazione da diversi principii essere discesa, cioè da uno nobile e da uno vile. E ciò dice la canzone, quando dice: O che non fosse ad uom cominciamento, cioè uno solo: non dice ’cominciamenti’. E questo è falsissimo appo lo Filosofo, appo la nostra Fede che mentire non puote, appo la legge e credenza antica de li Gentili. 6. Chè, avvegna che ’l Filosofo non pogna lo processo da uno primo uomo, pur vuole una sola essenza essere in tutti li uomini, la quale diversi principii avere non puote; e Plato vuole che tutti li uomini da una sola Idea dependano, e non da più, che è dare loro uno solo principio. E sanza dubbio forte riderebbe Aristotile udendo fare spezie due de l’umana generazione, sì come de li cavalli e de li asini; che, perdonimi Aristotile, asini ben si possono dire coloro che così pensano. 7. Che appo la nostra fede, la quale del tutto è da conservare, sia falsissimo, per Salomone si manifesta, che là dove distinzione fa di tutti li uomini a li animali bruti, chiama quelli tutti figli d’Adamo; e ciò fa quando dice: «Chi sa se li spiriti de li figliuoli d’Adamo vadano suso, e quelli de le bestie vadano giuso?». 8. E che appo li Gentili falso fosse, ecco la testimonianza d’Ovidio nel primo del suo Metamorfoseos, dove tratta la mondiale constituzione secondo la credenza pagana, o vero de li Gentili, dicendo: «Nato è l’uomo» - non disse ’li uomini’; disse ’nato’, e ’l’uomo’ - «o vero che questo l’artefice de le cose di seme divino fece, o vero che la recente terra, di poco dipartita dal nobile corpo sottile e diafano, li semi del cognato cielo ritenea. La quale, mista con l’acqua del fiume, lo figlio di Iapeto, cioè Prometeus, compuose in imagine de li Dei, che tutto governano». Dove manifestamente pone lo primo uomo uno solo essere stato. 9. E però dice la canzone: Ma ciò io non consento, cioè che cominciamento ad uomo non fosse. E soggiugne la canzone: Ned ellino altressì, se son cristiani: e dice ’cristiani’ e non ’filosofi’ o vero ’Gentili’, [de li quali] le sentenze anco [non] sono in contro, però che la cristiana sentenza è di maggiore vigore, ed è rompitrice d’ogni calunnia, mercè de la somma luce del cielo che quella allumina. 10. Poi quando dico: Per che a ’ntelletti sani È manifesto i lor diri esser vani, conchiudo lo loro errore essere confuso, e dico che tempo è d’aprire li occhi a la veritade; questo dice quando dico: E dicer voglio omai, sì com’io sento. Dico adunque che, per quello che detto è, è manifesto a li sani intelletti che i detti di costoro sono vani, cioè sanza midolla di veritade. E dico sani non sanza cagione. 11. Onde è da sapere che lo nostro intelletto si può dir sano e infermo: e dico intelletto per la nobile parte de l’anima nostra, che con uno vocabulo ’mente’ si può chiamare. Sano dire si può, quando per malizia d’animo o di corpo impedito non è ne la sua operazione; che è conoscere quello che le cose sono, sì come vuole Aristotile nel terzo de l’Anima. 12. Chè, secondo la malizia de l’anima, tre orribili infermitadi ne la mente de li uomini ho vedute. L’una è di naturale [jat]tanza causata: chè sono molti tanto presuntuosi, che si credono tutto sapere, e per questo le non certe cose affermano per certe; lo qual vizio Tullio massimamente abomina nel primo de li Offici e Tommaso nel suo Contra-li-Gentili dicendo: «Sono molti tanto di suo ingegno presuntuosi, che credono col suo intelletto poter misurare tutte le cose, estimando tutto vero quello che a loro pare, falso quello che a loro non pare». 13. E quinci nasce che mai a dottrina non vegnono; credendo da sè sufficientemente essere dottrinati, mai non domandano, mai non ascoltano, disiano essere domandati e, anzi la domandagione compiuta, male rispondono. E per costoro dice Salomone ne li Proverbii: «Vedesti l’uomo ratto a rispondere? di lui stoltezza, più che correzione, è da [sperare]». 14. L’altra è di naturale pusillanimitade causata: chè sono molti tanto vilmente ostinati, che non possono credere che nè per loro nè per altrui si possano le cose sapere; e questi cotali mai per loro non cercano nè ragionano, mai quello che altri dice non curano. E contra costoro Aristotile parla nel primo de l’Etica, dicendo quelli essere insufficienti uditori de la morale filosofia. Costoro sempre come bestie in grossezza vivono, d’ogni dottrina disperati. 15. La terza è da levitade di natura causata: chè sono molti di sì lieve fantasia che in tutte le loro ragioni transvanno, e anzi che silogizzino hanno conchiuso, e di quella conclusione vanno transvolando ne l’altra, e pare loro sottilissimamente argomentare, e non si muovono da neuno principio, e nulla cosa veramente veggiono vera nel loro imaginare. 16. E di costoro dice lo Filosofo che non è da curare nè da avere con essi faccenda, dicendo nel primo de la Fisica, che «contra quelli che niega li principii disputare non si conviene». E di questi cotali sono molti idioti che non saprebbero l’a. b. c., e vorrebbero disputare in geometria, in astrologia e in fisica. 17. E secondo malizia, o vero difetto di corpo, può essere la mente non sana: quando per difetto d’alcuno principio da la nativitade, sì come [ne'] mentecatti; quando per l’alterazione del cerebro, sì come sono frenetici. E di questa infertade de la mente intende la legge, quando lo Inforzato dice: «In colui che fa testamento, di quel tempo nel quale lo testamento fa, sanitade di mente, non di corpo, è a domandare». Per che a quelli intelletti che per malizia d’animo o di corpo infermi non sono, liberi, espediti e sani a la luce de la veritade, dico essere manifesto l’oppinione de la gente, che detto è, essere vana, cioè sanza valore. 18. Appresso soggiugne, che io così li giudico falsi e vani, e così li ripruovo; e ciò si fa quando si dice: E io così per falsi li riprovo. E appresso dico che da venire è a la veritade mostrare; e dico che mostrare [è] quello, cioè che cosa è gentilezza, e come si può conoscere l’uomo in cui essa è. E ciò dico quivi: E dicer voglio omai, sì com’io sento. ==CAPITOLO XVI== 1. «Lo rege si letificherà in Dio, e saranno lodati tutti quelli che giurano in lui, però che serrata è la bocca di coloro che parlano le inique cose». Queste parole posso io qui veramente proponere; però che ciascuno vero rege dee massimamente amare la veritade. Ond’è scritto nel libro di Sapienza: «Amate lo lume di sapienza, voi che siete dinanzi a li populi»; e lume di sapienza è essa veritade. Dico adunque che però si rallegrerà ogni rege che riprovata è la falsissima e dannosissima oppinione de li malvagi e ingannati uomini che di nobilitade hanno infino a ora iniquamente parlato. 2. Convienesi procedere al trattato de la veritade, secondo la divisione fatta nel terzo capitolo di questo trattato. Questa seconda parte adunque, che comincia: Dico ch’ogni vertù principalmente, intende diterminare d’essa nobilitade secondo la veritade; e partesi questa parte in due: che ne la prima s’intende mostrare che è questa nobilitade; ne la seconda s’intende mostrare come conoscere si puote colui dov’ella è: e comincia questa parte seconda: L’anima cui adorna esta bontate. 3. La prima parte ha due parti ancora: che ne la prima si cercano certe cose che sono mestiere a veder la diffinizione di nobilitade; ne la seconda si cerca de la sua diffinizione: e comincia questa seconda parte: È gentilezza dovunqu’è vertute. 4. A perfettamente entrare per lo trattato è prima da vedere due cose: l’una, che per questo vocabulo ’nobilitade’ s’intende, solo semplicemente considerato; l’altra è per che via sia da camminare a cercare la prenominata diffinizione. Dico adunque che, se volemo riguardo avere de la comune consuetudine di parlare, per questo vocabulo ’nobilitade’ s’intende perfezione di propria natura in ciascuna cosa. 5. Onde non pur de l’uomo è predicata, ma eziandio di tutte cose - chè l’uomo chiama nobile pietra, nobile pianta, nobile cavallo, nobile falcone - qualunque in sua natura si vede essere perfetta. E però dice Salomone ne lo Ecclesiastes: «Beata la terra lo cui re è nobile», che non è altro a dire, se non lo cui rege è perfetto, secondo la perfezione de l’animo e del corpo; e così manifesta per quello che dice dinanzi quando dice: «Guai a te, terra, lo cui rege è pargolo», cioè non perfetto uomo: e non è pargolo uomo pur per etade, ma per costumi disordinati e per difetto di vita, sì come n’ammaestra lo Filosofo nel primo de l’Etica. 6. Bene sono alquanti folli che credono che per questo vocabulo ’nobile’ s’intenda ’essere da molti nominato e conosciuto’, e dicono che viene da uno verbo che sta per conoscere, cioè ’nosco’. E questo è falsissimo; chè, se ciò fosse, quali cose più fossero nomate e conosciute in loro genere, più sarebbero in loro genere nobili: e così la guglia di San Piero sarebbe la più nobile pietra del mondo; e Asdente, lo calzolaio da Parma, sarebbe più nobile che alcuno suo cittadino; e Albuino de la Scala sarebbe più nobile che Guido da Castello di Reggio: che ciascuna di queste cose è falsissima. E però è falsissimo che ’nobile’ vegna da ’conoscere’, ma viene da ’non vile’; onde ’nobile’ è quasi ’non vile’. 7. Questa perfezione intende lo Filosofo nel settimo de la Fisica quando dice: «Ciascuna cosa è massimamente perfetta quando tocca e aggiugne la sua virtude propria, e allora è massimamente secondo sua natura; onde allora lo circulo si può dicere perfetto quando veramente è circulo», cioè quando aggiugne la sua propria virtude; e allora è in tutta sua natura, e allora si può dire nobile circulo. 8. E questo è quando in esso è uno punto lo quale equalmente distante sia da la circunferenza, sua virtute part[icular]e; per[ò] lo circulo che ha figura d’uovo non è nobile, nè quello che ha figura di presso che piena luna, però che non è in quello sua natura perfetta. E così manifestamente vedere si può che generalmente questo vocabulo, cioè nobilitade, dice in tutte cose perfezione di loro natura: e questo è quello che primamente si cerca, per meglio entrare nel trattato de la parte che esponere s’intende. 9. Secondamente è da vedere come da camminare è a trovare la diffinizione de l’umana nobilitade, a la quale intende lo presente processo. Dico adunque che, con ciò sia cosa che in quelle cose che sono d’una spezie, sì come sono tutti li uomini, non si può per li principii essenziali la loro ottima perfezione diffinire, conviensi quella e diffinire e conoscere per li loro effetti. 10. E però si legge nel Vangelio di santo Matteo - quando dice Cristo: «Guardatevi da li falsi profeti» -: «A li frutti loro conoscerete quelli». E per lo cammino diritto è da vedere, questa diffinizione che cercando si vae, per li frutti: che sono morali vertù e intellettuali, de le quali essa nostra nobilitade è seme, sì come ne la sua diffinizione sarà pienamente manifesto. E queste sono quelle due cose che vedere si convenia prima che ad altre si procedesse, sì come in questo capitolo di sopra si dice. ==CAPITOLO XVII== 1. Appresso che vedute sono quelle due cose che parevano utili a vedere prima che sopra lo testo si procedesse, ad esso esponere è da procedere. E dice e comincia adunque: Dico ch’ogni vertù principalmente Vien da una radice: Vertute, dico, che fa l’uom felice In sua operazione. E soggiungo: Questo è, secondo che l’Etica dice, Un abito eligente, ponendo tutta la diffinizione de la morale virtù, secondo che nel secondo de l’Etica è per lo Filosofo diffinito. 2. In che due cose principalmente s’intende: l’una è che ogni vertù vegna d’uno principio; l’altra sì è che queste ogni vertù siano le vertù morali, di cui si parla; e ciò si manifesta quando dice: Questo è, secondo che l’Etica dice. Dove è da sapere che propiissimi nostri frutti sono le morali vertudi, però che da ogni canto sono in nostra podestade. 3. E queste diversamente da diversi filosofi sono distinte e numerate; ma però che in quella parte dove aperse la bocca la divina sentenza d’Aristotile da lasciare mi pare ogni altrui sentenza, volendo dire quali queste sono, brevemente secondo la sua sentenza trapasserò di quelle ragionando. 4. Queste sono undici vertudi dal detto Filosofo nomate. La prima si chiama Fortezza, la quale è arme e freno a moderare l’audacia e la timiditate nostra, ne le cose che sono corr[u]zione de la nostra vita. La seconda è Temperanza, che è regola e freno de la nostra gulositade e de la nostra soperchievole astinenza ne le cose che conservano la nostra vita. La terza si è Liberalitade, la quale è moderatrice del nostro dare e del nostro ricevere le cose temporali. 5. La quarta si è Magnificenza, la quale è moderatrice de le grandi spese, quelle facendo e sostenendo a certo termine. La quinta si è Magnanimitade, la quale è moderatrice e acquistatrice de’ grandi onori e fama. La sesta si è Amativa d’onore, la quale è moderatrice e ordina noi a li onori di questo mondo. La settima si è Mansuetudine, la quale modera la nostra ira e la nostra troppa pazienza contra li nostri mali esteriori. 6. L’ottava si è Affabilitade, la quale fa noi ben convenire con li altri. La nona si è chiamata Veritade, la quale modera noi dal vantare noi oltre che siamo e da lo diminuire noi oltre che siamo, in nostro sermone. La decima si è chiamata Eutrapelia, la quale modera noi ne li sollazzi facendo, quelli usando debitamente. L’undecima si è Giustizia, la quale ordina noi ad amare e operare dirittura in tutte cose. 7. E ciascuna di queste vertudi ha due inimici collaterali, cioè vizii, uno in troppo e un altro in poco; e queste tutte sono li mezzi intra quelli, e nascono tutte da uno principio, cioè da l’abito de la nostra buona elezione: onde generalmente si può dicere di tutte che siano abito elettivo consistente nel mezzo. 8. E queste sono quelle che fanno l’uomo beato, o vero felice, ne la loro operazione, sì come dice lo Filosofo nel primo de l’Etica quando diffinisce la Felicitade, dicendo che «Felicitade è operazione secondo virtude in vita perfetta». Bene si pone Prudenza, cioè senno, per molti, essere morale virtude, ma Aristotile dinumera quella intra le intellettuali; avvegna che essa sia conduttrice de le morali virtù e mostri la via per ch’elle si compongono e sanza quella essere non possono. 9. Veramente è da sapere che noi potemo avere in questa vita due felicitadi, secondo due diversi cammini, buono e ottimo, che a ciò ne menano: l’una è la vita attiva, e l’altra la contemplativa; la quale, avvegna che per l’attiva si pervegna, come detto è, a buona felicitade, ne mena ad ottima felicitade e beatitudine, secondo che pruova lo Filosofo nel decimo de l’Etica. 10. E Cristo l’afferma con la sua bocca, nel Vangelio di Luca, parlando a Marta, e rispondendo a quella: «Marta, Marta, sollicita se’ e turbiti intorno a molte cose: certamente una cosa è necessaria», cioè ’quello che fai’. E soggiugne: «Maria ottima parte ha eletta, la quale non le sarà tolta». E Maria, secondo che dinanzi è scritto a queste parole del Vangelio, a’ piedi di Cristo sedendo, nulla cura del ministerio de la casa mostrava; ma solamente le parole del Salvatore ascoltava. 11. Che se moralemente ciò volemo esponere, volse lo nostro Segnore in ciò mostrare che la contemplativa vita fosse ottima, tutto che buona fosse l’attiva: ciò è manifesto a chi ben vuole porre mente a le evangeliche parole. Potrebbe alcuno però dire, contra me argomentando: ’Poichè la felicitade de la vita contemplativa è più eccellente che quella de l’attiva, e l’una e l’altra possa essere e sia frutto e fine di nobilitade, perchè non anzi si procedette per la via de le virtù intellettuali che de le morali?’ 12. A ciò si può brievemente rispondere che in ciascuna dottrina si dee avere rispetto a la facultà del discente, e per quella via menarlo che più a lui sia lieve. Onde, perciò che le virtù morali paiano essere e siano più comuni e più sapute e più richieste che l’altre e [im]itate ne lo aspetto di fuori, utile e convenevole fu più per quello cammino procedere che per l’altro; chè così bene [non] si verrebbe a la conoscenza de le api per lo frutto de la cera ragionando come per lo frutto del mele, tutto che l’uno e l’altro da loro procede. ==CAPITOLO XVIII== 1. Nel precedente capitolo è diterminato come ogni vertù morale viene da uno principio, cioè buona e abituale elezione; e ciò importa lo testo presente infino a quella parte che comincia: Dico che nobiltate in sua ragione. 2. In questa parte adunque si procede per via probabile a sapere che ogni sopra detta virtude, singularmente o ver generalmente presa, proceda da nobilitade sì come effetto da sua cagione. E fondasi sopra una proposizione filosofica, che dice che quando due cose si truovano convenire in una, che ambo queste si deono riducere ad alcuno terzo, o vero l’una a l’altra, sì come effetto a cagione; però che una cosa avuta prima e per sè non può essere se non da uno: e se quelle non fossero ambedue effetto d’un terzo, o vero l’una de l’altra, ambedue avrebbero quella cosa prima e per sè, ch’è impossibile. 3. Dice adunque che nobilitade e vertute cotale, cioè morale, convegnono in questo, che l’una e l’altra importa loda di colui di cui si dice; e dico ciò quando dice: Per che in medesmo detto Convegnono ambedue, ch’en d’uno effetto, cioè lodare e rendere pregiato colui cui esser si dicono. E poi conchiude prendendo la vertude de la sopra notata proposizione, e dice che però conviene l’una procedere da l’altra, o vero ambe da un terzo; e soggiunge che più tosto è da presummere l’una venire da l’altra, che ambe da terzo, s’elli appare che l’una vaglia quanto l’altra, e più ancora; e ciò dice: Ma se l’una val ciò che l’altra vale. 4. Ove è da sapere che qui non si procede per necessaria dimostrazione, sì come sarebbe a dire, se lo freddo è generativo de l’acqua, e noi vedemo li nuvoli [generare acqua, che lo freddo è generativo de li nuvoli]; sì di bella e convenevole induzione, che se in noi sono più cose laudabili, [e] in noi è lo principio de le nostre lodi, ragionevole è queste a questo principio riducere; e quello che comprende più cose, più ragionevolemente si dee dire principio di quelle, che quelle principio di lui. 5. Chè lo piè de l’albero, che tutti li altri rami comprende, si dee principio dire e cagione di quelli, e non quelli di lui; e così nobilitade, [che] comprende ogni vertude, sì come cagione effetto comprende, [e] molte altre nostre operazioni laudabili, si dee avere per tale, che la vertude sia da ridurre ad essa prima che ad altro terzo che in noi sia. 6. Ultimamente dice, che quello ch’è detto (cioè, che ogni vertù morale vegna da una radice, e che vertù cotale e nobilitade convegnano in una cosa, come detto è di sopra; e che però si convegna l’una reducere a l’altra, o vero ambe ad uno terzo; e che se l’una vale quello che l’altra e più, di quella [questa] proceda maggiormente che d’altro terzo), tutto sia per supposto, cioè ordito e apparecchiato a quello che per innanzi s’intende. E così termina questo verso e questa presente parte. ==CAPITOLO XlX== 1. Poi che ne la precedente parte sono pertrattate certe cose e diterminate, ch’erano necessarie a vedere come diffinire si possa questa buona cosa di che si parla, procedere si conviene a la seguente parte, che comincia: È gentilezza dovunqu’è vertute. 2. E questa si vuole in due parti reducere: ne la prima si pruova certa cosa che dinanzi è toccata e lasciata non provata; ne la seconda, conchiudendo, si truova questa diffinizione che cercando si va. E comincia questa seconda parte: Dunque verrà, come dal nero il perso. 3. Ad evidenza de la prima parte, da reducere a memoria è che di sopra si dice che se nobilitade vale e si stende più che vertute, [vertute] più tosto procederà da essa. La qual cosa ora in questa parte pruova, cioè che nobilitade più si stenda; e rende essemplo del cielo, dicendo che dovunque è vertude, quivi è nobilitade. 4. E quivi si vuole sapere che, sì come scritto è in Ragione e per regola di Ragione si tiene, in quelle cose che per sè sono manifeste non è mestiere di pruova; e nulla n’è più manifesta che nobilitade essere dove è vertude, e ciascuna cosa volgarmente vedemo, in sua natura [virtuosa], nobile esser chiamata. 5. Dice dunque: Sì com’è ’l cielo dovunqu’è la stella, e non è questo vero e converso, cioè rivolto, che dovunque è cielo sia la stella, così è nobilitade dovunque è vertude, e non vertude dovunque nobilitade: e con bello e convenevole essemplo, chè veramente è cielo ne lo quale molte e diverse stelle rilucono. Riluce in essa le intellettuali e le morali virtudi; riluce in essa le buone disposizioni da natura date, cioè pietade e religione, e le laudabili passioni, cioè vergogna e misericordia e altre molte; riluce in essa le corporali bontadi, cioè bellezza, fortezza e quasi perpetua valitudine. 6. E tante sono le sue stelle, che [n]el cielo si stendono, che certo non è da maravigliare se molti e diversi frutti fanno ne la umana nobilitade; tante sono le nature e le potenze di quella, in una sotto una semplice sustanza comprese e adunate, ne le quali sì come in diversi rami fruttifica diversamente. Certo da dovvero ardisco a dire che la nobilitade umana, quanto è da la parte di molti suoi frutti, quella de l’angelo soperchia, tutto che l’angelica in sua unitade sia più divina. 7. Di questa nobilitade nostra, che in tanti e tali frutti fruttificava, s’accorse lo Salmista, quando fece quel Salmo che comincia: «Segnore nostro Iddio, quanto è ammirabile lo nome tuo ne l’universa terra!», là dove commenda l’uomo, quasi maravigliandosi del divino affetto in essa umana creatura, dicendo: «Che cosa è l’uomo, che tu, Dio, lo visiti? Tu l’hai fatto poco minore che li angeli, di gloria e d’onore l’hai coronato, e posto lui sopra l’opere de le mani tue». Veramente dunque bella e convenevole comparazione fu del cielo a l’umana nobilitade. 8. Poi quando dice: E noi in donna e in età novella, pruova ciò che dico, mostrando che la nobilitade si stenda in parte dove virtù non sia. E dice poi: vedem questa salute: e tocca nobilitade, che bene è vera salute, essere là dove è vergogna, cioè tema di disnoranza, sì come è ne le donne e ne li giovani, dove la vergogna è buona e laudabile; la qual vergogna non è virtù, ma certa passione buona. 9. E dice: E noi in donna e in età novella, cioè in giovani; però che, secondo che vuole lo Filosofo nel quarto de l’Etica, «vergogna non è laudabile nè sta bene ne li vecchi e ne li uomini studiosi», però che a loro si conviene di guardare da quelle cose che a vergogna li conducano. 10. A li giovani e a le donne non è tanto richesto di c[au]tela, e però in loro è laudabile la paura del disnore ricevere per la colpa; che da nobilitade viene, e nobilitade si puote credere e in loro chiamare, sì come viltade e ignobilitade la sfacciatezza. Onde buono e ottimo segno di nobilitade è ne li pargoli e imperfetti d’etade, quando dopo lo fallo nel viso loro vergogna si dipinge, che è allora frutto di vera nobilitade. ==CAPITOLO XX== 1. Quando appresso seguita: Dunque verrà, come dal nero il perso, procede lo testo a la diffinizione di nobilitade, la qual si cerca, e per la quale si potrà vedere che è questa nobilitade di che tanta gente erroneamente parla. Dice dunque, conchiudendo da quello che dinanzi detto è: dunque ogni vertude, o vero il gener loro, cioè l’abito elettivo consistente nel mezzo, verrà da questa, cioè nobilitade. 2. E rende essemplo ne li colori, dicendo: sì come lo perso dal nero discende, così questa, cioè vertude, discende da nobilitade. Lo perso è uno colore misto di purpureo e di nero, ma vince lo nero, e da lui si dinomina; e così la vertù è una cosa mista di nobilitade e di passione; ma perchè la nobilitade vince in quella, è la vertù dinominata da essa, e appellata bontade. 3. Poi appresso argomenta, per quello che detto è, che nessuno, per poter dire: ’Io sono di cotale schiatta’, non dee credere essere con essa, se questi frutti non sono in lui. E rende incontanente ragione, dicendo che quelli che hanno questa grazia, cioè questa divina cosa, sono quasi come dei, sanza macula di vizio; e ciò dare non può se non Iddio solo, appo cui non è scelta di persone, sì come le divine Scritture manifestano. 4. E non paia troppo alto dire ad alcuno, quando si dice: Ch’elli son quasi dei; chè, sì come di sopra nel settimo capitolo del terzo trattato si ragiona, così come uomini sono vilissimi e bestiali, così uomini sono nobilissimi e divini, e ciò pruova Aristotile nel settimo de l’Etica per lo testo d’Omero poeta. 5. Sì che non dica quelli de li Uberti di Fiorenza, nè quelli de li Visconti da Melano: ’Perch’io sono di cotale schiatta, io sono nobile’; chè ’l divino seme non cade in ischiatta, cioè in istirpe, ma cade ne le singulari persone, e, sì come di sotto si proverà, la stirpe non fa le singulari persone nobili, ma le singulari persone fanno nobile la stirpe. 6. Poi, quando dice: Chè solo Iddio a l’anima la dona, ragione è del suscettivo, cioè del subietto dove questo divino dono discende: ch’è bene divino dono, secondo la parola de l’Apostolo: «Ogni ottimo dato e ogni dono perfetto di suso viene, discendendo dal padre de’ lumi». 7. Dice adunque che Dio solo porge questa grazia a l’anima di quelli cui vede stare perfettamente ne la sua persona, acconcio e disposto a questo divino atto ricevere. Chè, secondo dice lo Filosofo nel secondo de l’Anima, «le cose convengono essere disposte a li loro agenti, e a ricevere li loro atti»; onde se l’anima è imperfettamente posta, non è disposta a ricevere questa benedetta e divina infusione: sì come se una pietra margarita è male disposta, o vero imperfetta, la vertù celestiale ricever non può, sì come disse quel nobile {{Ac|Guido Guinizelli|Guido Guinizzelli}} in una sua canzone, che comincia: {{TestoCitato|Al cor gentil rempaira sempre amore|Al cor gentil ripara sempre Amore}}. 8. Puote adunque l’anima stare non bene ne la persona per manco di complessione, o forse per manco di temporale: e in questa cotale questo raggio divino mai non risplende. E possono dire questi cotali, la cui anima è privata di questo lume, che essi siano sì come valli volte ad aquilone, o vero spelunche sotterranee, dove la luce del sole mai non discende, se non ripercussa da altra parte da quella illuminata. 9. Ultimamente conchiude, e dice che, per quello che dinanzi detto è (cioè che le vertudi sono frutto di nobilitade, e che Dio questa metta ne l’anima che ben siede), che ad alquanti, cioè a quelli che hanno intelletto, che sono pochi, è manifesto che nobilitade umana non sia altro che ’seme di felicitade’, messo da Dio ne l’anima ben posta, cioè lo cui corpo è d’ogni parte disposto perfettamente. Chè se le vertudi sono frutto di nobilitade, e felicitade è dolcezza [per quelle] comparata, manifesto è essa nobilitade essere semente di felicitade, come detto è. 10. E se bene si guarda, questa diffinizione tutte e quattro le cagioni, cioè materiale, formale, efficiente e finale, comprende: materiale in quanto dice: ne l’anima ben posta, che è materia e subietto di nobilitade: formale in quanto dice che è seme; efficiente in quanto dice: Messo da Dio ne l’anima; finale in quanto dice: di felicità. E così è diffinita questa nostra bontade, la quale in noi similemente discende da somma e spirituale Virtude, come virtude in pietra da corpo nobilissimo celestiale. ==CAPITOLO XXI== 1. Acciò che più perfettamente s’abbia conoscenza de la umana bontade, secondo che in noi è principio di tutto bene, la quale nobilitade si chiama, da chiarire è in questo speziale capitolo come questa bontade discende in noi; e prima per modo naturale, e poi per modo teologico, cioè divino e spirituale. 2. In prima è da sapere che l’uomo è composto d’anima e di corpo; ma ne l’anima è quella; sì come detto è che è a guisa di semente de la virtù divina. Veramente per diversi filosofi de la differenza de le nostre anime fue diversamente ragionato: chè Avicenna e Algazel volsero che esse da loro e per loro principio fossero nobili e vili; e Plato e altri volsero che esse procedessero da le stelle, e fossero nobili e più e meno secondo la nobilitade de la stella. 3. Pittagora volse che tutte fossero d’una nobilitade, non solamente le umane, ma con le umane quelle de li animali bruti e de le piante, e le forme de le minere; e disse che tutta la differenza è de le corpora e de le forme. Se ciascuno fosse a difendere la sua oppinione, potrebbe essere che la veritade si vedrebbe essere in tutte; ma però che ne la prima faccia paiono un poco lontane dal vero, non secondo quelle procedere si conviene, ma secondo l’oppinione d’Aristotile e de li Peripatetici. 4. E però dico che quando l’umano seme cade nel suo recettaculo, cioè ne la matrice, esso porta seco la vertù de l’anima generativa e la vertù del cielo e la vertù de li elementi legati, cioè la complessione; e matura e dispone la materia a la vertù formativa, la quale diede l’anima del generante; e la vertù formativa prepara li organi a la vertù celestiale, che produce de la potenza del seme l’anima in vita. 5. La quale, incontanente produtta, riceve da la vertù del motore del cielo lo intelletto possibile; lo quale potenzialmente in sè adduce tutte le forme universali, secondo che sono nel suo produttore, e tanto meno quanto più dilungato da la prima Intelligenza è. 6. Non si maravigli alcuno, s’io parlo sì che par forte ad intendere; chè a me medesimo pare maraviglia, come cotale produzione si può pur conchiudere e con lo intelletto vedere. Non è cosa da manifestare a lingua, lingua, dico, veramente volgare. Per che io voglio dire come l’Apostolo: «O altezza de le divizie de la sapienza di Dio, come sono incomprensibili li tuoi giudicii e investigabili le tue vie!». 7. E però che la complessione del seme puote essere migliore e men buona, e la disposizione del seminante puote essere migliore e men buona, e la disposizione del Cielo a questo effetto puote essere buona, migliore e ottima (la quale si varia per le constellazioni, che continuamente si transmutano); incontra che de l’umano seme e di queste vertudi più pura [e men pura] anima si produce; e, secondo la sua puritade, discende in essa la vertude intellettuale possibile che detta è, e come detto è. 8. E s’elli avviene che, per la puritade de l’anima ricevente, la intellettuale vertude sia bene astratta e assoluta da ogni ombra corporea, la divina bontade in lei multiplica, sì come in cosa sufficiente a ricevere quella, e quindi sì multiplica ne l’anima questa intelligenza, secondo che ricevere puote. E questo è quel seme di felicitade del quale al presente si parla. 9. E ciò è concordevole a la sentenza di Tullio in quello De Senectute, che, parlando in persona di Catone, dice: «Imperciò celestiale anima discese in noi, de l’altissimo abitaculo venuta in loco lo quale a la divina natura e a la etternitade è contrario». E in questa cotale anima è la vertude sua propria, e la intellettuale, e la divina, cioè quella influenza che detta è: però è scritto nel libro de le Cagioni: «Ogni anima nobile ha tre operazioni, cioè animale, intellettuale e divina». 10. E sono alcuni di tale oppinione che dicono, se tutte le precedenti vertudi s’accordassero sovra la produzione d’un’anima ne la loro ottima disposizione, che tanto discenderebbe in quella de la deitade, che quasi sarebbe un altro Iddio incarnato. E quasi questo è tutto ciò che per via naturale dicere si puote. 11. Per via teologica si può dire che, poi che la somma deitade, cioè Dio, vede apparecchiata la sua creatura a ricevere del suo beneficio, tanto largamente in quella ne mette quanto apparecchiata è a riceverne. E però che da ineffabile caritate vegnono questi doni, e la divina caritate sia appropriata a lo Spirito Santo, quindi è che chiamati sono doni di Spirito Santo. 12. Li quali, secondo che li distingue Isaia profeta, sono sette, cioè Sapienza, Intelletto, Consiglio, Fortezza, Scienza, Pietade e Timore di Dio. Oh buone biade, e buona e ammirabile sementa! e oh ammirabile e benigno seminatore, che non attende se non che la natura umana li apparecchi la terra a seminare! e beati quelli che tale sementa coltivano come si conviene! 13. Ove è da sapere che ’l primo e lo più nobile rampollo che germogli di questo seme, per essere fruttifero, si è l’appetito de l’animo, lo quale in greco è chiamato ’hormen’. E se questo non è bene culto e sostenuto diritto per buona consuetudine, poco vale la sementa, e meglio sarebbe non essere seminato. 14. E però vuole santo Augustino, e ancora Aristotile nel secondo de l’Etica, che l’uomo s’ausi a ben fare e a rifrenare le sue passioni, acciò che questo tallo, che detto è, per buona consuetudine induri, e rifermisi ne la sua rettitudine, sì che possa fruttificare, e del suo frutto uscire la dolcezza de l’umana felicitade. ==CAPITOLO XXII== 1. Comandamento è de li morali filosofi che de li benefici hanno parlato, che l’uomo dee mettere ingegno e sollicitudine in porgere li suoi benefici quanto puote [utili] più al ricevitore; onde io, volendo a cotale imperio essere obediente, intendo questo mio Convivio per ciascuna de le sue parti rendere utile quanto più mi sarà possibile. 2. E però che in questa parte occorre a me di potere alquanto ragionare [de l'umana felicitade, de la sua dolcezza ragionare] intendo; chè più utile ragionamento fare non si può a coloro che non la conoscono. Chè, sì come dice lo Filosofo nel primo de l’Etica e Tullio in quello del Fine de’ Beni, male tragge al segno quelli che nol vede; e così male può ire a questa dolcezza chi prima non l’avvisa. 3. Onde, con ciò sia cosa che essa sia finale nostro riposo, per lo quale noi vivemo e operiamo ciò che facemo, utilissimo e necessario è questo segno vedere, per dirizzare a quello l’arco de la nostra operazione. E massimamente è da gradire quelli che a coloro che non veggiano l’addita. 4. Lasciando dunque stare l’oppinione che di quello ebbe Epicuro filosofo, e di quello ebbe Zenone, venire intendo sommariamente a la verace oppinione d’Aristotile e de li altri Peripatetici. Sì come detto è di sopra, de la divina bontade, in noi seminata e infusa dal principio de la nostra generazione, nasce uno rampollo, che li Greci chiamano ’hormen’, cioè appetito d’animo naturale. 5. E sì come ne le biade che, quando nascono, dal principio hanno quasi una similitudine ne l’erba essendo, e poi si vengono per processo dissimigliando; così questo naturale appetito, che de la divina grazia surge, dal principio quasi si mostra non dissimile a quello che pur da natura nudamente viene, ma con esso, sì come l’erbate quasi di diversi biadi, si simiglia. E non pur ne li uomini, ma ne li uomini e ne le bestie ha similitudine; e ['n] questo appare, che ogni animale, sì come elli è nato, razionale come bruto, se medesimo ama, e teme e fugge quelle cose che a lui sono contrarie, e quelle odia. 6. Procedendo poi, sì come detto è, comincia una dissimilitudine tra loro, nel procedere di questo appetito, chè l’uno tiene uno cammino e l’altro un altro. Sì come dice l’Apostolo: «Molti corrono al palio, ma uno è quelli che ’l prende», così questi umani appetiti per diversi calli dal principio se ne vanno, e uno solo calle è quello che noi mena a la nostra pace. E però, lasciando stare tutti li altri, col trattato è da tenere dietro a quello che bene comincia. 7. Dico adunque che dal principio se stesso ama, avvegna che indistintamente; poi viene distinguendo quelle cose che a lui sono più amabili e meno, e più odibili [e meno], e seguita e fugge più e meno, secondo la conoscenza distingue non solamente ne l’altre cose, che secondamente ama, ma eziandio distingue in sè, che ama principalmente. 8. E conoscendo in sè diverse parti, quelle che in lui sono più nobili, più ama quelle; e con ciò sia cosa che più [nobile] parte de l’uomo sia l’animo che ’l corpo, quello più ama. E così, amando sè principalmente, e per sè l’altre cose, e amando di sè la migliore parte più, manifesto è che più ama l’animo che ’l corpo o che altra cosa: lo quale animo naturalmente più che altra cosa dee amare. 9. Dunque, se la mente si dil[et]ta sempre ne l’uso de la cosa amata, che è frutto d’amore, [e] in quella cosa che massimamente è amata è l’uso massimamente dilettoso, l’uso del nostro animo è massimamente dilettoso a noi. E quello che massimamente è dilettoso a noi, quello è nostra felicitade e nostra beatitudine, oltre la quale nullo diletto è maggiore, nè nullo altro pare; sì come veder si puote, chi bene riguarda la precedente ragione. 10. E non dicesse alcuno che ogni appetito sia animo; chè qui s’intende animo solamente quello che spetta a la parte razionale, cioè la volontade e lo intelletto; sì che se volesse chiamare animo l’appetito sensitivo, qui non ha luogo, nè instanza puote avere, chè nullo dubita che l’appetito razionale non sia più nobile che ’l sensuale, e però più amabile: e così è questo di che ora si parla. Veramente l’uso del nostro animo è doppio, cioè pratico e speculativo (pratico è tanto quanto operativo), l’uno e l’altro dilett[os]issimo, avvegna che quello del contemplare sia più, sì come di sopra è narrato. 11. Quello del pratico si è operare per noi virtuosamente, cioè onestamente, con prudenza, con temperanza, con fortezza e con giustizia; quello de lo speculativo si è non operare per noi, ma considerare l’opere di Dio e de la natura. E questo [come] quell’altro è nostra beatitudine e somma felicitade, sì come vedere si può; la quale è la dolcezza del sopra notato seme, sì come omai manifestamente appare, a la quale molte volte cotale seme non perviene per male essere coltivato, e per essere disviata la sua pullulazione. 12. E similemente puote essere per molta corr[e]zione e cultura; chè là dove questo seme dal principio non cade, si puote inducere [n]el suo processo, sì che perviene a questo frutto; ed è uno modo quasi d’insetare l’altrui natura sopra diversa radice. E però nullo è che possa essere scusato; chè se da sua naturale radice uomo non ha questa sementa, ben la puote avere per via d’insetazione. Così fossero tanti quelli di fatto che s’insetassero, quanti sono quelli che da la buona radice si lasciano disviare! 13. Veramente di questi usi l’uno è più pieno di beatitudine che l’altro; sì come è lo speculativo, lo quale sanza mistura alcuna è uso de la nostra nobilissima parte, la quale, per lo radicale amore che detto è, massimamente è amabile, sì com’è lo ’ntelletto. E questa parte in questa vita perfettamente lo suo uso avere non puote - lo quale [è ved]ere [in s]è Iddio ch’è sommo intelligibile -, se non in quanto considera lui e mira lui per li suoi effetti. 14. E che noi domandiamo questa beatitudine per somma, e non altra, cioè quella de la vita attiva, n’ammaestra lo Vangelio di Marco, se bene quello volemo guardare. Dice Marco che Maria Maddalena e Maria Iacobi e Maria Salomè andaro per trovare lo Salvatore al monimento, e quello non trovaro; ma trovaro uno giovane vestito di bianco che disse loro: «Voi domandate lo Salvatore, e io vi dico che non è qui; e però non abbiate temenza, ma ite, e dite a li discepoli suoi e a Piero che elli li precederà in Galilea; e quivi lo vedrete, sì come vi disse». 15. Per queste tre donne si possono intendere le tre sette de la vita attiva, cioè li Epicurei, li Stoici e li Peripatetici, che vanno al monimento, cioè al mondo presente che è recettaculo di corruttibili cose, e domandano lo Salvatore, cioè la beatitudine, e non la truovano; ma uno giovane truovano in bianchi vestimenti, lo quale, secondo la testimonianza di Matteo e anche de li altri, era angelo di Dio. E però Matteo disse: «L’angelo di Dio discese di cielo, e vegnendo volse la pietra e sedea sopra essa. E ’l suo aspetto era come folgore, e le sue vestimenta erano come neve». 16. Questo angelo è questa nostra nobilitade che da Dio viene, come detto è, che ne la nostra ragione parla, e dice a ciascuna di queste sette, cioè a qualunque va cercando beatitudine sue ne la vita attiva, che non è qui; ma vada, e dicalo a li discepoli e a Piero, cioè a coloro che ’l vanno cercando, e a coloro che sono sviati, sì come Piero che l’avea negato, che in Galilea li precederà: cioè che la beatitudine precederà noi in Galilea, cioè ne la speculazione. 17. Galilea è tanto a dire quanto bianchezza. Bianchezza è uno colore pieno di luce corporale più che nullo altro; e così la contemplazione è più piena di luce spirituale che altra cosa che qua giù sia. E dice: ’Elli precederà’; e non dice: ’Elli sarà con voi’: a dare a intendere che ne la nostra contemplazione Dio sempre precede, nè mai lui giugnere potemo qui, lo quale è nostra beatitudine somma. E dice: ’Quivi lo vedrete, sì come disse’: cioè quivi avrete de la sua dolcezza, cioè de la felicitade, sì come a voi è promesso qui; cioè, sì come stabilito è che voi avere possiate. 18. E così appare che nostra beatitudine (questa felicitade di cui si parla) prima trovare potemo quasi imperfetta ne la vita attiva, cioè ne le operazioni de le morali virtudi, e poi perfetta quasi ne le operazioni de le intellettuali. Le quali due operazioni sono vie espedite e dirittissime a menare a la somma beatitudine, la quale qui non si puote avere, come appare pur per quello che detto è. ==CAPITOLO XXIII== 1. Poi che dimostrata sufficientemente pare la diffinizione di nobilitade, e quella per le sue parti, come possibile è stato, è dichiarata, sì che vedere si puote omai che è lo nobile uomo, da procedere pare a la parte del testo che comincia: L’anima cui adorna esta bontate; ne la quale si mostrano li segni per li quali conoscere si puote il nobile uomo che detto è. 2. E dividesi questa parte in due: che ne la prima s’afferma che questa nobilitade luce e risplende per tutta la vita del nobile, manifestamente; ne la seconda si dimostra specificamente ne li suoi splendori, e comincia questa seconda parte: Ubidente, soave e vergognosa. 3. Intorno de la prima è da sapere che questo seme divino, di cui parlato è di sopra, ne la nostra anima incontanente germoglia, mettendo e diversificando per ciascuna potenza de l’anima, secondo la essigenza di quella. Germoglia dunque per la vegetativa, per la sensitiva e per la razionale; e dibrancasi per le vertuti di quelle tutte, dirizzando quelle tutte a le loro perfezioni, e in quelle sostenendosi sempre infino al punto che, con quella parte de la nostra anima che mai non muore, a l’altissimo e gloriosissimo seminadore al cielo ritorna. 4. E questo dice per quella prima che detta è. Poi quando comincia: Ubidente, soave e vergognosa, mostra quello per che potemo conoscere l’uomo nobile a li segni apparenti, che sono, di questa bontade divina, operazione; e partesi questa parte in quattro, secondo che per quattro etadi diversamente adopera, sì come per l’adolescenza, per la gioventute, per la senettute e per lo senio. E comincia la seconda parte: In giovinezza, temperata e forte; la terza comincia: E ne la sua senetta; la quarta comincia: Poi ne la quarta parte de la vita. In quest[o] è la sentenza di questa parte in generale. Intorno a la quale si vuole sapere che ciascuno effetto, in quanto effetto è, riceve la similitudine de la sua cagione, quanto è più possibile di ritenere. 6. Onde, con ciò sia cosa che la nostra vita, sì come detto è, ed ancora d’ogni vivente qua giù, sia causata dal cielo, e lo cielo a tutti questi cotali effetti, non per cerchio compiuto, ma per parte di quello a loro si scuopra; e così conviene che ’l suo movimento sia sopra essi come uno arco quasi, [e] tutte le [terrene] vite (e dico [terrene], sì de li [uomini] come de li altri viventi), [mon]tando e volgendo, convengono essere quasi ad imagine d’arco assimiglianti. Tornando dunque a la nostra, sola de la quale al presente s’intende, sì dico ch’ella procede a imagine di questo arco, montando e discendendo. 7. Ed è da sapere che questo arco [di giù, come l'arco] di su sarebbe eguale, se la materia de la nostra seminale complessione non impedisse la regola de la umana natura. Ma però che l’umido radicale [è] meno e più, e di migliore qualitade e [men buona], e più ha durare [in uno] che in uno altro effetto - lo qual è subietto e nutrimento del calore, che è nostra vita -, avviene che l’arco de la vita d’un uomo è di minore e di maggiore tesa che quello de l’altro. 8. E alcuna morte è violenta, o vero per accidentale infertade affrettata; ma solamente quella che naturale è chiamata dal vulgo, e che è, è quel termine del quale si dice per lo Salmista: «Ponesti termine, lo quale passare non si può». E però che lo maestro de la nostra vita Aristotile s’accorse di questo arco di che ora si dice, parve volere che la nostra vita non fosse altro che uno salire e uno scendere: però dice in quello dove tratta di Giovinezza e di Vecchiezza, che giovinezza non è altro se non accrescimento di quella. 9. Là dove sia lo punto sommo di questo arco, per quella disaguaglianza che detta è di sopra, è forte da sapere; ma ne li più io credo tra il trentesimo e quarantesimo anno, e io credo che ne li perfettamente naturati esso ne sia nel trentacinquesimo anno. 10. E muovemi questa ragione: che ottimamente naturato fue lo nostro salvatore Cristo, lo quale volle morire nel trentaquattresimo anno de la sua etade; chè non era convenevole la divinitade stare [in] cos[a] in discresc[er]e, nè da credere è ch’elli non volesse dimorare in questa nostra vita al sommo, poi che stato c’era nel basso stato de la puerizia. 11. E ciò manifesta l’ora del giorno de la sua morte, chè volle quella consimigliare con la vita sua; onde dice Luca che era quasi ora sesta quando morio, che è a dire lo colmo del die. Onde si può comprendere per quello ’quasi’ che al trentacinquesimo anno di Cristo era lo colmo de la sua etade. 12. Veramente questo arco non pur per mezzo si distingue da le scritture; ma, seguendo le quattro combina[zioni] de le contrarie qualitadi che sono ne la nostra composizione, a le quali pare essere appropriata, dico a ciascuna, una parte de la nostra etade, in quattro parti si divide, e chiamansi quattro etadi. 13. La prima è Adolescenza, che s’appropria al caldo e a l’umido; la seconda si è Gioventute, che s’appropria al caldo e al secco; la terza si è Senettute, che s’appropria al freddo e al secco; la quarta si è Senio, che s’appropria al freddo e a l’umido, secondo che nel quarto de la Metaura scrive Alberto. 14. E queste parti si fanno simigliantemente ne l’anno, in primavera, in estate, in autunno e in inverno; e nel die, ciò è infino a la terza, e poi infino a la nona (lasciando la sesta, nel mezzo di questa parte, per la ragione che si discerne), e poi infino al vespero e dal vespero innanzi. E però li gentili, cioè li pagani, diceano che ’l carro del sole avea quattro cavalli: lo primo chiamavano Eoo, lo secondo Pirroi, lo terzo Eton, lo quarto Flegon, secondo che scrive Ovidio nel secondo del Metamorfoseos. 15. Intorno a le parti del giorno è brievemente da sapere che, come detto è di sopra nel sesto del terzo trattato, la Chiesa usa, ne la distinzione de le ore, [le ore] del dì temporali, che sono in ciascuno die dodici, o grandi o piccole, secondo la quantitade del sole; e però che la sesta ora, cioè lo mezzo die, è la più nobile di tutto lo die e la più virtuosa, li suoi offici appressa quivi da ogni parte, cioè da prima e di poi, quanto puote. 16. E però l’officio de la prima parte del die, cioè la terza, si dice in fine di quella; e quello de la terza parte e de la quarta si dice ne li principii. E però si dice mezza terza, prima che suoni per quella parte; e mezza nona, poi che per quella parte è sonato; e così mezzo vespero. E però sappia ciascuno che, ne la diritta nona, sempre dee sonare nel cominciamento de la settima ora del die: e questo basti a la presente digressione. ==CAPITOLO XXIV== 1. Ritornando al proposito, dico che la umana vita si parte per quattro etadi. La prima si chiama Adolescenzia, cioè ’accrescimento di vita’; la seconda si chiama Gioventute, cioè ’etade che puote giovare’, cioè perfezione dare, e così s’intende perfetta - chè nullo puote dare se non quello ch’elli ha -; la terza si chiama Senettute; la quarta si chiama Senio, sì come di sopra detto è. 2. De la prima nullo dubita, ma ciascuno savio s’accorda ch’ella dura in fino al venticinquesimo anno; e però che infino a quel tempo l’anima nostra intende a lo crescere e a lo abbellire del corpo, onde molte e grandi transmutazioni sono ne la persona, non puote perfettamente la razionale parte discernere. Per che la Ragione vuole che dinanzi a quella etade l’uomo non possa certe cose fare sanza curatore di perfetta etade. 3. De la seconda, la quale veramente è colmo de la nostra vita, diversamente è preso lo tempo da molti. Ma, lasciando ciò che ne scrivono li filosofi e li medici, e tornando a la ragione propria, dico che ne li più, ne li quali prendere si puote e dee ogni naturale giudicio, quella etade è venti anni. E la ragione che ciò mi dà si è che, se ’l colmo del nostro arco è ne li trentacinque, tanto quanto questa etade ha di salita tanto dee avere di scesa; e quella salita e quella scesa è quasi lo tenere de l’arco, nel quale poco di flessione si discerne. 4. Avemo dunque che la gioventute nel quarantacinquesimo anno si compie. E sì come l’adolescenzia è in venticinque anni che precede, montando, a la gioventute, così lo discendere, cioè la senettute, è [in] altrettanto tempo che succede a la gioventute; e così si termina la senettute nel settantesimo anno. 5. Ma però che l’adolescenza non comincia dal principio de la vita, pigliandola per lo modo che detto è, ma presso a otto anni dopo quell[o]; e però che la nostra natura si studia di salire, e a lo scendere raffrena, però che lo caldo naturale è menomato, e puote poco, e l’umido è ingrossato (non per[ò] in quantitade, ma p[ur] in qualitade, sì ch’è meno vaporabile e consumabile), avviene che oltre la senettute rimane de la nostra vita forse in quantitade di diece anni, o poco più o poco meno: e questo tempo si chiama senio. 6. Onde avemo di Platone, del quale ottimamente si può dire che fosse naturato e per la sua perfezione e per la fisonomia che di lui prese Socrate quando prima lo vide, che esso vivette ottantuno anno, secondo che testimonia Tullio in quello De Senectute. E io credo che se Cristo fosse stato non crucifisso, e fosse vivuto lo spazio che la sua vita poteva secondo natura trapassare, elli sarebbe a li ottantuno anno di mortale corpo in etternale transmutato. 7. Veramente, sì come di sopra detto è, queste etadi possono essere più lunghe e più corte secondo la complessione nostra e la composizione; ma, come elle siano in questa proporzione, come detto è, in tutti mi pare da servare, cioè di fare l’etadi in quelli cotali e più lunghe e meno secondo la integritade di tutto lo tempo de la naturale vita. Per queste tutte etadi questa nobilitade, di cui si parla, diversamente mostra li suoi effetti ne l’anima nobilitata; e questo è quello che questa parte, sopra la quale al presente si scrive, intende a dimostrare. 8. Dov’è da sapere che la nostra buona e diritta natura ragionevolmente procede in noi, sì come vedemo procedere la natura de le piante in quelle; e però altri costumi e altri portamenti sono ragionevoli ad una etade più che ad altra, ne li quali l’anima nobilitata ordinatamente procede per una semplice via, usando li suoi atti ne li loro tempi ed etadi sì come a l’ultimo suo frutto sono ordinati. E Tullio in ciò s’accorda in quello De Senectute. 9. E lasciando lo figurato che di questo diverso processo de l’etadi tiene Virgilio ne lo Eneida, e lasciando stare quello che Egidio eremita ne dice ne la prima parte de lo Reggimento de’ Principi, e lasciando stare quello che ne tocca Tullio in quello de li Offici, e seguendo solo quello che la ragione per sè ne puote vedere, dico che questa prima etade è porta e via per la quale s’entra ne la nostra buona vita. 10. E questa entrata conviene avere di necessitade certe cose, le quali la buona natura, che non viene meno ne le cose necessarie, ne dà; sì come vedemo che dà a la vite le foglie per difensione del frutto, e li vignuoli con li quali difende e lega la sua imbecillitade, sì che sostiene lo peso del suo frutto. 11. Dà adunque la buona natura a questa etade quattro cose, necessarie a lo entrare ne la cittade del bene vivere. La prima si è obedienza; la seconda soavitade; la terza vergogna; la quarta adornezza corporale, sì come dice lo testo ne la prima particola. 12. È dunque da sapere, che sì come quello che mai non fosse stato in una cittade, non saprebbe tenere le vie sanza insegnamento di colui che l’hae usata; così l’adolescente, che entra ne la selva erronea di questa vita, non saprebbe tenere lo buono cammino, se da li suoi maggiori non li fosse mostrato. Nè lo mostrare varrebbe, se a li loro comandamenti non fosse obediente; e però fu a questa etade necessaria la obedienza. 13. Ben potrebbe alcuno dire così: dunque potrà essere detto quelli obediente che crederà li malvagi comandamenti, come quelli che crederà li buoni? Rispondo che non fia quella obedienza, ma transgressione: chè se lo re comanda una via e lo servo ne comanda un’altra, non è da obedire lo servo; chè sarebbe disobedire lo re e così sarebbe transgressione. 14. E però dice Salomone, quando intende correggere suo figlio (e questo è lo primo suo comandamento): «Audi, figlio mio, l’ammaestramento del tuo padre». E poi lo rimuove incontanente da l’altrui reo consiglio e ammaestramento, dicendo: ’Non ti possano quello fare di lusinghe nè di diletto li peccatori, che tu vadi con loro’. Onde, sì come, nato, tosto lo figlio a la tetta de la madre s’apprende, così tosto, come alcuno lume d’animo in esso appare, si dee volgere a la correzione del padre, e lo padre lui ammaestrare. 15. E guardisi che non li dea di sè essemplo ne l’opera, che sia contrario a le parole de la correzione: chè naturalmente vedemo ciascuno figlio più mirare a le vestigie de li paterni piedi che a l’altre. E però dice e comanda la Legge, che a ciò provede, che la persona del padre sempre santa e onesta dee apparere a li suoi figli; e così appare che la obedienza fue necessaria in questa etade. 16. E però scrive Salomone ne li Proverbi, che quelli che umilemente e obedientemente sostiene dal correttore le sue corrett[iv]e riprensioni, «sarà glorioso»; e dice ’sarà’, a dare ad intendere che elli parla a lo adolescente, che non puote essere, ne la presente etade. E se alcuno calunniasse: ’Ciò che detto è, è pur del padre e non d’altri’, dico che al padre si dee riducere ogni altra obedienza. 17. Onde dice l’Apostolo a li Colossensi: «Figliuoli, obedite a li vostri padri per tutte cose, per ciò che questo vuole Iddio». E se non è in vita lo padre, riducere si dee a quelli che per lo padre è ne l’ultima volontade in padre lasciato; e se lo padre muore intestato, riducere si dee a colui cui la Ragione commette lo suo governo. 18. E poi deono essere obediti maestri e maggiori, c[ui] in alcuno modo pare dal padre, o da quelli che loco paterno tiene, essere commesso. Ma però che lungo è stato lo capitolo presente per le utili digressioni che contiene, per l’altro capitolo l’altre cose sono da ragionare. ==CAPITOLO XXV== 1. Non solamente questa anima e natura buona in adolescenza è obediente, ma eziandio soave; la quale cosa è l’altra ch’è necessaria in questa etade a bene intrare ne la porta de la gioventute. Necessaria è, poi che noi non potemo perfetta vita avere sanza amici, sì come ne l’ottavo de l’Etica vuole Aristotile; e la maggiore parte de l’amistadi si paiono seminare in questa etade prima, però che in essa comincia l’uomo ad essere grazioso, o vero lo contrario: la quale grazia s’acquista per soavi reggimenti, che sono dolce e cortesemente parlare, dolce e cortesemente servire e operare. 2. E però dice Salomone a lo adolescente figlio: «Li schernidori Dio li schernisce, e a li mansueti Dio darà grazia». E altrove dice: «Rimuovi da te la mala bocca, e li altri atti villani siano di lungi da te». Per che appare, che necessaria sia questa soavitade, come detto è. 3. Anche è necessaria a questa etade la passione de la vergogna; e però la buona e nobile natura in questa etade la mostra, sì come lo testo dice. E però che la vergogna è apertissimo segno in adolescenza di nobilitade, perchè quivi è massimamente necessaria al buono fondamento de la nostra vita, a lo quale la nobile natura intende, di quella è alquanto con diligenza da parlare. 4. Dico che per vergogna io intendo tre passioni necessarie al fondamento de la nostra vita buona: l’una si è stupore; l’altra si è pudore; la terza si è verecundia; avvegna che la volgare gente questa distinzione non discerna. E tutte e tre queste sono necessarie a questa etade per questa ragione: a questa etade è necessario d’essere reverente e disidiroso di sapere; a questa etade è necessario d’essere rifrenato, sì che non transvada; a questa etade è necessario d’essere penitente del fallo, sì che non s’ausi a fallare. E tutte queste cose fanno le passioni sopra dette, che vergogna volgarmente sono chiamate. 5. Chè lo stupore è uno stordimento d’animo per grandi e maravigliose cose vedere o udire o per alcuno modo sentire: che, in quanto paiono grandi, fanno reverente a sè quelli che le sente; in quanto paiono mirabili, fanno voglioso di sapere di quelle. E però li antichi regi ne le loro magioni faceano magnifici lavorii d’oro e di pietre e d’artificio, acciò che quelli che le vedessero divenissero stupidi, e però reverenti, e domandatori de le condizioni onorevoli de lo rege. 6. E però dice Stazio, lo dolce poeta, nel primo de la Tebana Istoria, che quando Adrasto, rege de li Argi, vide Polinice coverto d’un cuoio di leone, e vide Tideo coverto d’un cuoio di porco selvatico, e ricordossi del risponso che Apollo dato avea per le sue figlie, che esso divenne stupido; e però più reverente e più disideroso di sapere. 7. Lo pudore è uno ritraimento d’animo da laide cose, con paura di cadere in quelle; sì come vedemo ne le vergini e ne le donne buone e ne li adolescenti, che tanto sono pudici, che non solamente là dove richesti o tentati sono di fallare, ma dove pure alcuna imaginazione di venereo compimento avere si puote, tutti si dipingono ne la faccia di palido o di rosso colore. 8. Onde dice lo sopra notato poeta ne lo allegato libro primo di Tebe, che quando Aceste, nutrice d’Argia e di Deifile, figlie d’Adrasto rege, le menò dinanzi da li occhi del santo padre ne la presenza de li due peregrini, cioè Polinice e Tideo, le vergini palide e rubicunde si fecero, e li loro occhi fuggiro da ogni altrui sguardo, e solo ne la paterna faccia, quasi come sicuri, si tennero. 9. Oh quanti falli rifrena esto pudore! quante disoneste cose e dimande fa tacere! quante disoneste cupiditati raffrena! quante male tentazioni non pur ne la pudica persona diffida, ma eziandio in quello che la guarda! quante laide parole ritene! Chè, sì come dice Tullio nel primo de li Offici: Nullo atto è laido, che non sia laido quello nominare; e però lo pudico e nobile uomo mai non parla sì, che ad una donna non fossero oneste le sue parole. Ahi quanto sta male a ciascuno nobile uomo che onore vada cercando, menzionare cose che ne la bocca d’ogni donna stean male! 10. La verecundia è una paura di disonoranza per fallo commesso; e di questa paura nasce un pentimento del fallo, lo quale ha in sè una amaritudine che è gastigamento a più non fallire. Onde dice questo medesimo poeta, in quella medesima parte, che quando Polinice fu domandato da Adrasto rege del suo essere, ch’elli dubitò prima di dicere, per vergogna del fallo che contra lo padre fatto avea, e ancora per li falli d’Edippo suo padre, chè paiono rimanere in vergogna del figlio; e non nominò suo padre, ma li antichi suoi e la terra e la madre. Per che bene appare, vergogna essere necessaria in quella etade. 11. E non pure obedienza, soavitade e vergogna la nobile natura in questa etade dimostra, ma dimostra bellezza e snellezza nel corpo; sì come dice lo testo quando dice: E sua persona adorna. E questo ’adorna’ è verbo e non nome: verbo, dico, indicativo del tempo presente in terza persona. Ove è da sapere che anco è necessaria questa opera a la nostra buona vita; chè la nostra anima conviene grande parte de le sue operazioni operare con organo corporale, e allora opera bene che ’l corpo è bene per le sue parti ordinato e disposto. 12. E quando elli è bene ordinato e disposto, allora è bello per tutto e per le parti; chè l’ordine debito de le nostre membra rende uno piacere non so di che armonia mirabile, e la buona disposizione, cioè la sanitade, getta sopra quelle uno colore dolce a riguardare. 13. E così dicere che la nobile natura lo suo corpo abbellisca e faccia conto e accorto, non è altro a dire se non che l’acconcia a perfezione d’ordine, e, co[sì questa come l']altre cose che ragionate sono, appare essere necessarie a l’adolescenza: le quali la nobile anima, cioè la nobile natura, [dà, e] ad esse primamente intende, sì come cosa che, come detto è, da la divina provedenza è seminata. ==CAPITOLO XXVI== 1. Poi che sopra la prima particola di questa parte, che mostra quello per che potemo conoscere l’uomo nobile a li segni apparenti, è ragionato, da procedere è a la seconda parte, la quale comincia: In giovinezza, temperata e forte. 2. Dice adunque che sì come la nobile natura in adolescenza ubidente, soave e vergognosa, e adornatrice de la sua persona si mostra, così ne la gioventute si fa temperata, forte, amorosa, cortese e leale: le quali cinque cose paiono, e sono, necessarie a la nostra perfezione, in quanto avemo rispetto a noi medesimi. 3. E intorno di ciò si vuole sapere che tutto quanto la nobile natura prepara ne la prima etade, è apparecchiato e ordinato per provedimento di Natura universale, che ordina la particulare a sua perfezione. Questa perfezione nostra si può doppiamente considerare. Puotesi considerare secondo che ha rispetto a noi medesimi: e questa ne la nostra gioventute si dee avere, che è colmo de la nostra vita. 4. Puotesi considerare secondo che ha rispetto ad altri; e però che prima conviene essere perfetto, e poi la sua perfezione comunicare ad altri, convienesi questa secondaria perfezione avere appresso questa etade, cioè ne la senettute, sì come di sotto si dicerà. 5. Qui adunque è da reducere a mente quello che di sopra, nel ventiduesimo capitolo di questo trattato, si ragiona de lo appetito che in noi dal nostro principio nasce. Questo appetito mai altro non fa che cacciare e fuggire; e qualunque ora esso caccia quello che e quanto si conviene, e fugge quello che e quanto si conviene, l’uomo è ne li termini de la sua perfezione. 6. Veramente questo appetito conviene essere cavalcato da la ragione; chè sì come uno sciolto cavallo, quanto ch’ello sia di natura nobile, per sè, sanza lo buono cavalcatore, bene non si conduce, così questo appetito, che irascibile e concupiscibile si chiama, quanto ch’ello sia nobile, a la ragione obedire conviene, la quale guida quello con freno e con isproni, come buono cavaliere. 7. Lo freno usa quando elli caccia, e chiamasi quello freno temperanza, la quale mostra lo termine infino al quale è da cacciare; lo sprone usa quando fugge, per lui tornare a lo loco onde fuggire vuole, e questo sprone si chiama fortezza, o vero magnanimitate, la quale vertute mostra lo loco dove è da fermarsi e da pugnare. 8. E così infrenato mostra Virgilio, lo maggiore nostro poeta, che fosse Enea, ne la parte de lo Eneida ove questa etade si figura; la quale parte comprende lo quarto, lo quinto e lo sesto libro de lo Eneida. E quanto raffrenare fu quello, quando, avendo ricevuto da Dido tanto di piacere quanto di sotto nel settimo trattato si dicerà, e usando con essa tanto di dilettazione, elli si partio, per seguire onesta e laudabile via e fruttuosa, come nel quarto de l’Eneida scritto è! 9. Quanto spronare fu quello, quando esso Enea sostenette solo con Sibilla a intrare ne lo Inferno a cercare de l’anima di suo padre Anchise, contra tanti pericoli, come nel sesto de la detta istoria si dimostra! Per che appare che, ne la nostra gioventute, essere a nostra perfezione ne convegna ’temperati e forti’. E questo fa e dimostra la buona natura, sì come lo testo dice espressamente. 10. Ancora è a questa etade, a sua perfezione, necessario d’essere amorosa; però che ad essa si conviene guardare diretro e dinanzi, sì come cosa che è nel meridionale cerchio: conviensi amare li suoi maggiori, da li quali ha ricevuto ed essere e nutrimento e dottrina, sì che esso non paia ingrato; conviensi amare li suoi minori, acciò che, amando quelli, dea loro de li suoi benefici, per li quali poi ne la minore prosperitade esso sia da loro sostenuto e onorato. 11. E questo amore mostra che avesse Enea lo nomato poeta nel quinto libro sopra detto, quando lasciò li vecchi Troiani in Cicilia raccomandati ad Aceste, e partilli da le fatiche; e quando ammaestrò in questo luogo Ascanio, suo figliuolo, con li altri adolescentuli armeggiando. Per che appare a questa etade necessario essere amare, come lo testo dice. 12. Ancora è necessario a questa etade essere cortese; chè, avvegna che a ciascuna etade sia bello l’essere di cortesi costumi, a questa è massimamente necessario; però che [lievemente merita perdono l'adolescenza, se di cortesia manchi, per minoranza d'etade, e però che,] nel contrario, non la puote avere la senettute, per la gravezza sua e per la severitade che a lei si richiede; e così lo senio maggiormente. 13. E questa cortesia mostra che avesse Enea questo altissimo poeta, nel sesto sopra detto, quando dice che Enea rege, per onorare lo corpo di Miseno morto, che era stato trombatore d’Ettore e poi s’era raccomandato a lui, s’accinse e prese la scure ad aiutare tagliare le legne per lo fuoco che dovea ardere lo corpo morto, come era di loro costume. Per che bene appare questa essere necessaria a la gioventute, e però la nobile anima in quella la dimostra, come detto è. 14. Ancora è necessario a questa etade essere leale. Lealtade è seguire e mettere in opera quello che le leggi dicono, e ciò massimamente si conviene a lo giovane: però che lo adolescente, come detto è, per minoranza d’etade lievemente merita perdono; lo vecchio per più esperienza dee essere giusto, e non essaminatore di legge, se non in quanto lo suo diritto giudicio e la legge è tutto uno quasi e, quasi sanza legge alcuna, dee giustamente sè guidare: che non può fare lo giovane. E basti che esso seguiti la legge, e in quella seguitare si diletti: sì come dice lo predetto poeta, nel predetto quinto libro, che fece Enea, quando fece li giuochi in Cicilia ne l’anniversario del padre; che ciò che promise per le vittorie, lealmente diede poi a ciascuno vittorioso, sì come era di loro lunga usanza, che era loro legge. 15. Per che è manifesto che a questa etade lealtade, cortesia, amore, fortezza e temperanza siano necessarie, sì come dice lo testo che al presente è ragionato; e però la nobile anima tutte le dimostra. ==CAPITOLO XXVII== 1. Veduto e ragionato è assai sofficientemente sopra quella particola che ’l testo pone, mostrando quelle probitadi che a la gioventute presta la nobile anima; per che da intendere pare a la terza parte che comincia: è ne la sua senetta, ne la quale intende lo testo mostrare quelle cose che la nobile natura mostra e dee avere ne la terza etade, cioè senettude. 2. E dice che l’anima nobile ne la senetta sì è prudente, sì è giusta, sì è larga, e allegra di dir bene in prode d’altrui e d’udire quello, cioè che è affabile. E veramente queste quattro vertudi a questa etade sono convenientissime. E a ciò vedere, è da sapere che, sì come dice Tullio in quello De Senectute, «certo corso ha la nostra buona etade, e una via semplice è quella de la nostra buona natura; e a ciascuna parte de la nostra etade è data stagione a certe cose». 3. Onde sì come a l’adolescenza dato è, com’è detto di sopra, quello per che a perfezione e a maturitade venire possa, così a la gioventute è data la perfezione, e [a la senettute] la maturitade acciò che la dolcezza del suo frutto e a sè e ad altrui sia profittabile; chè sì come Aristotile dice, l’uomo è animale civile, per che a lui si richiede non pur a sè ma altrui essere utile. Onde si legge di Catone che non a sè, ma a la patria e a tutto lo mondo nato esser credea. 4. Dunque appresso la propria perfezione, la quale s’acquista ne la gioventute, conviene venire quella che alluma non pur sè ma li altri; e conviensi aprire l’uomo quasi com’una rosa che più chiusa stare non puote, e l’odore che dentro generato è spandere: e questo conviene essere in questa terza etade, che per mano corre. 5. {{§|Conviensi adunque essere prudente|Conviensi adunque essere prudente, cioè savio: e a ciò essere si richiede buona memoria de le vedute cose, buona conoscenza de le presenti e buona provedenza de le future.}} E, sì come dice lo Filosofo nel sesto de l’Etica, «impossibile è essere savio a chi non è buono», e però non è da dire savio chi con sottratti e con inganni procede, ma è da chiamare astuto; chè sì come nullo dicerebbe savio quelli che si sapesse bene trarre de la punta d’uno coltello ne la pupilla de l’occhio, così non è da dire savio quelli che ben sa una malvagia cosa fare, la quale facendo, prima sè sempre che altrui offende. 6. Se bene si mira, da la prudenza vegnono li buoni consigli, li quali conducono sè e altri a buono fine ne le umane cose e operazioni; e questo è quello dono che Salomone, veggendosi al governo del populo essere posto, chiese a Dio, sì come nel terzo libro de li Regi è scritto. 7. Nè questo cotale prudente non attende [chi] li domandi ’Consigliami’, ma proveggendo per lui, sanza richesta colui consiglia; sì come la rosa, che non pur a quelli che va a lei per lo suo odore rende quello, ma eziandio a qualunque appresso lei va. 8. Potrebbe qui dire alcuno medico o legista: ’Dunque porterò io lo mio consiglio e darollo eziandio che non mi sia chesto, e de la mia arte non averò frutto?’ Rispondo, sì come dice nostro Signore: «A grado riceveste, a grado e date». 9. Dico dunque, messer lo legista, che quelli consigli che non hanno rispetto a la tua arte e che procedono solo da quel buono senno che Dio ti diede (che è prudenza, de la quale si parla), tu non li dei vendere a li figli di Colui che te l’ha dato: quelli che hanno rispetto a l’arte, la quale hai comperata, vendere puoi; ma non sì che non si convegnano alcuna volta decimare e dare a Dio, cioè a quelli miseri a cui solo lo grado divino è rimaso. 10. Conviensi anche a questa etade essere giusto, acciò che li suoi giudicii e la sua autoritade sia un lume e una legge a li altri. E perchè questa singulare vertù, cioè giustizia, fue veduta per li antichi filosofi apparire perfetta in questa etade, lo reggimento de le cittadi commisero in quelli che in questa etade erano; e però lo collegio de li rettori fu detto Senato. 11. Oh misera, misera patria mia! quanta pietà mi stringe per te, qual volta leggo, qual volta scrivo cosa che a reggimento civile abbia rispetto! Ma però che di giustizia nel penultimo trattato di questo volume si tratterà, basti qui al presente questo poco avere toccato di quella. 12. Conviensi anche a questa etade essere largo; però che allora si conviene la cosa quando più satisface al debito de la sua natura, nè mai a lo debito de la larghezza non si può satisfacere così come in questa etade. Chè se volemo bene mirare al processo d’Aristotile nel quarto de l’Etica, e a quello di Tullio in quello de li Offici, la larghezza vuole essere a luogo e a tempo, tale che lo largo non noccia a sè nè ad altrui. 13. La quale cosa avere non si puote sanza prudenza e sanza giustizia; le quali virtudi anzi a questa etade avere perfette per via naturale è impossibile. Ahi malestrui e malnati, che disertate vedove e pupilli, che rapite a li men possenti, che furate e occupate l’altrui ragioni; e di quelle corredate conviti, donate cavalli e arme, robe e denari, portate le mirabili vestimenta, edificate li mirabili edifici, e credetevi larghezza fare! 14. E che è questo altro a fare che levare lo drappo di su l’altare e coprire lo ladro la sua mensa? Non altrimenti si dee ridere, tiranni, de le vostre messioni, che del ladro che menasse a la sua casa li convitati, e la tovaglia furata di su l’altare, con li segni ecclesiastici ancora, ponesse in su la mensa e non credesse che altri se n’accorgesse. 15. Udite, ostinati, che dice Tullio contro a voi nel libro de li Offici: «Sono molti, certo desiderosi d’essere apparenti e gloriosi, che tolgono a li altri per dare a li altri, credendosi buoni essere tenuti, [se li] arricchiscono per qual ragione essere voglia. Ma ciò tanto è contrario a quello che far si conviene, che nulla è più». 16. Conviensi anche a questa etade essere affabile, ragionare lo bene, e quello udire volontieri: imperò che allora è buono ragionare lo bene, quando esso è ascoltato. E questa etade pur ha seco un’ombra d’autoritade, per la quale più pare che lei l’uomo ascolti che nulla più tostana etade, e più belle e buone novelle pare dover savere per la lunga esperienza de la vita. Onde dice Tullio in quello De Senectute, in persona di Catone vecchio: «A me è ricresciuto e volontà e diletto di stare in colloquio più ch’io non solea». 17. E che tutte e quattro queste cose convegnono a questa etade, n’ammaestra Ovidio nel settimo Metamorfoseos, in quella favola dove scrive come Cefalo d’Atene venne ad Eaco re per soccorso, ne la guerra che Atene ebbe con Creti. Mostra che Eaco vecchio fosse prudente, quando, avendo per pestilenza di corrompimento d’aere quasi tutto lo popolo perduto, esso saviamente ricorse a Dio e a lui domandò lo ristoro de la morta gente; e per lo suo senno, che a pazienza lo tenne e a Dio tornare lo fece, lo suo popolo ristorato li fu maggiore che prima. 18. Mostra che esso fosse giusto, quando dice che esso fu partitore a nuovo popolo e distributore de la terra diserta sua. Mostra che fosse largo, quando disse a Cefalo dopo la dimanda de lo aiuto: «O Atene, non domandate a me aiutorio, ma toglietevelo; e non dite a voi dubitose le forze che ha questa isola. E tutto questo è [lo] stato de le mie cose: forze non ci menomano, anzi ne sono a noi di soperchio; e lo avversario è grande, e lo tempo da dare è, bene avventuroso e sanza escusa». 19. Ahi quante cose sono da notare in questa risposta! Ma a buono intenditore basti essere posto qui come Ovidio lo pone. Mostra che fosse affabile, quando dice e ritrae per lungo sermone a Cefalo la istoria de la pestilenza del suo popolo diligentemente, e lo ristoramento di quello. 20. Per che assai è manifesto a questa etade essere quattro cose convenienti; per che la nobile natura in essa le mostra, sì come lo testo dice. E perchè più memorabile sia l’essemplo che detto è, dice di Eaco re che questi fu padre di Telamon, [di Peleus] e di Foco, del quale Telamon nacque Aiace, e di Peleus Achilles. ==CAPITOLO XXVIII== 1. Appresso de la ragionata particola è da procedere a l’ultima, cioè a quella che comincia: Poi ne la quarta parte de la vita; per la quale lo testo intende mostrare quello che fa la nobile anima ne l’ultima etade, cioè nel senio. 2. E dice ch’ella fa due cose: l’una, che ella ritorna a Dio, sì come a quello porto onde ella si partio quando venne ad intrare nel mare di questa vita; l’altra si è che ella benedice lo cammino che ha fatto, però che è stato diritto e buono e sanza amaritudine di tempesta. 3. E qui è da sapere che, sì come dice Tullio in quello De Senectute, la naturale morte è quasi a noi porto di lunga navigazione e riposo. Ed è così: [chè], come lo buono marinaio, come esso appropinqua al porto, cala le sue vele, e soavemente, con debile conducimento, entra in quello; così noi dovemo calare le vele de le nostre mondane operazioni e tornare a Dio con tutto nostro intendimento e cuore, sì che a quello porto si vegna con tutta soavitade e con tutta pace. 4. E in ciò avemo da la nostra propria natura grande ammaestramento di soavitade, chè in essa cotale morte non è dolore nè alcuna acerbitate, ma sì come uno pomo maturo leggiermente e sanza violenza si dispicca dal suo ramo, così la nostra anima sanza doglia si parte dal corpo ov’ella è stata. Onde Aristotile in quello De Iuventute et Senectute dice che {{§|sanza tristizia|«sanza tristizia è la morte ch’è ne la vecchiezza»}}. 5. E sì come a colui che viene di lungo cammino, anzi ch’entri ne la porta de la sua cittade, li si fanno incontro li cittadini di quella, così a la nobile anima si fanno incontro, e deono fare, quelli cittadini de la etterna vita; e così fanno per le sue buone operazioni e contemplazioni: chè, già essendo a Dio renduta e astrattasi da le mondane cose e cogitazioni, vedere le pare coloro che appresso di Dio crede che siano. 6. Odi che dice Tullio, in persona di Catone vecchio: «A me pare già vedere e levomi in grandissimo studio di vedere li vostri padri, che io amai, e non pur quelli [che io stesso conobbi], ma eziandio quelli di cui udi’ parlare». 7. Rendesi dunque a Dio la nobile anima in questa etade, e attende lo fine di questa vita con molto desiderio e uscir le pare de l’albergo e ritornare ne la propria mansione, uscir le pare di cammino e tornare in cittade, uscir le pare di mare e tornare a porto. O miseri e vili che con le vele alte correte a questo porto, e là ove dovereste riposare, per lo impeto del vento rompete, e perdete voi medesimi là dove tanto camminato avete! 8. Certo lo cavaliere Lancelotto non volse entrare con le vele alte, nè lo nobilissimo nostro latino Guido montefeltrano. Bene questi nobili calaro le vele de le mondane operazioni, che ne la loro lunga etade a religione si rendero, ogni mondano diletto e opera disponendo. 9. E non si puote alcuno escusare per legame di matrimonio, che in lunga etade lo tegna; chè non torna a religione pur quelli che a santo Benedetto, a santo Augustino, a santo Francesco e a santo Domenico si fa d’abito e di vita simile, ma eziandio a buona e vera religione si può tornare in matrimonio stando, chè Dio non volse religioso di noi se non lo cuore. 10. E però dice santo Paulo a li Romani: «Non quelli ch’è manifestamente, è Giudeo, nè quella ch’è manifesta in carne è circuncisione; ma quelli ch’è in ascoso, è Giudeo, e la circuncisione del cuore, in ispirito non in littera, è circuncisione; la loda de la quale è non da li uomini, ma da Dio». 11. E benedice anco la nobile anima in questa etade li tempi passati; e bene li può benedicere, però che, per quelli rivolvendo la sua memoria, essa si rimembra de le sue diritte operazioni, sanza le quali al porto, ove s’appressa, venire non si potea con tanta ricchezza nè con tanto guadagno. 12. E fa come lo buono mercatante, che, quando viene presso al suo porto, essamina lo suo procaccio e dice, ’Se io non fosse per cotal cammino passato, questo tesoro non avre’ io, e non avrei di ch’io godesse ne la mia cittade, a la quale io m’appresso’; e però benedice la via che ha fatta. 13. E che queste due cose convegnano a questa etade, ne figura quello grande poeta Lucano nel secondo de la sua Farsalia, quando dice che Marzia tornò a Catone e richiese lui e pregollo che la dovesse riprendere [g]ua[s]ta: per la quale Marzia s’intende la nobile anima. 14. E potemo così ritrarre la figura a veritade. Marzia fu vergine, e in quello stato si significa l’adolescenza; [poi si maritò] a Catone, e in quello stato si significa la gioventute; fece allora figli, per li quali si significano le vertudi che di sopra si dicono a li giovani convenire; e partissi da Catone, e maritossi ad Ortensio, per che [si] significa che si partì la gioventute e venne la senettute; fece figli di questo anche, per che si significano le vertudi che di sopra si dicono convenire a la senettute. 15. Morì Ortensio; per che si significa lo termine de la senettute; e vedova fatta - per lo quale vedovaggio si significa lo senio - tornò Marzia dal principio del suo vedovaggio a Catone, per che si significa la nobile anima dal principio del senio tornare a Dio. {{§|E quale uomo terreno|E quale uomo terreno più degno fu di significare Iddio, che Catone? Certo nullo.}} 16. E che dice Marzia a Catone? «Mentre che in me fu lo sangue», cioè la gioventute, «mentre che in me fu la maternale vertute», cioè la senettute, che bene è madre de l’alte [vertu]di, sì come di sopra è mostrato, «io» dice Marzia «feci e compiei li tuoi comandamenti», cioè a dire che l’anima stette ferma a le civili operazioni. Dice: «E tolsi due mariti», cioè a due etadi fruttifera sono stata. 17. «Ora» dice Marzia «che ’l mio ventre è lasso, e che io sono per li parti vota, a te mi ritorno, non essendo più da dare ad altro sposo»; cioè a dire che la nobile anima, cognoscendosi non avere più ventre da frutto, cioè li suoi membri sentendosi a debile stato venuti, torna a Dio, colui che non ha mestiere de le membra corporali. E dice Marzia: «Dammi li patti de li antichi letti, dammi lo nome solo del maritaggio»; che è a dire che la nobile anima dire a Dio: ’Dammi, Signor mio, omai lo riposo di te; dammi, almeno, che io in questa tanta vita sia chiamata tua’. 18. E dice Marzia: «Due ragioni mi muovono a dire questo: l’una si è che dopo di me si dica ch’io sia morta moglie di Catone; l’altra, che dopo me si dica che tu non mi scacciasti, ma di buono animo mi maritasti». 19. Per queste due cagioni si muove la nobile anima; e vuole partire d’esta vita sposa di Dio, e vuole mostrare che graziosa fosse a Dio la sua [oper]azione. Oh sventurati e male nati, che innanzi volete partirvi d’esta vita sotto lo titolo d’Ortensio che di Catone! Nel nome di cui è bello terminare ciò che de li segni de la nobilitade ragionare si convenia, però che in lui essa nobilitade tutti li dimostra per tutte etadi. ==CAPITOLO XXIX== 1. Poi che mostrato [ha] lo testo quelli segni li quali per ciascuna etade appaiono nel nobile uomo e per li quali conoscere si puote, e sanza li quali essere non puote, come lo sole sanza luce e lo fuoco sanza caldo, grida lo testo a la gente, a l’ultimo di ciò che di nobilità è ritratto, e dice: ’O voi che udito m’avete, vedete quanti sono coloro che sono ingannati!’: cioè coloro che, per essere di famose e antiche generazioni e per essere discesi di padri eccellenti, credono essere nobili, nobilitade non avendo in loro. 2. E qui surgono due quistioni, a le quali ne la fine di questo trattato è bello intendere. Potrebbe dire ser Manfredi da Vico, che ora Pretore si chiama e Prefetto: ’Come che io mi sia, io reduco a memoria e rappresento li miei maggiori, che per loro nobilitade meritaro l’officio de la Prefettura, e meritaro di porre mano a lo coronamento de lo Imperio, meritaro di ricevere la rosa dal romano Pastore: onore deggio ricevere e reverenza da la gente’. E questa è l’una questione. 3. L’altra è, che potrebbe dire quelli da Santo Nazzaro di Pavia, e quelli de li Piscitelli da Napoli: ’Se la nobilitade è quello che detto è, cioè seme divino ne la umana anima graziosamente posto, e le progenie, o vero schiatte, non hanno anima, sì come è manifesto, nulla progenie, o vero schiatta, nobile dicere si potrebbe: e questo è contra l’oppinione di coloro che le nostre progenie dicono essere nobilissime in loro cittadi’. 4. A la prima questione risponde Giovenale ne l’ottava satira, quando comincia quasi esclamando: «Che fanno queste onoranze che rimangono da li antichi, se per colui che di quelle si vuole ammantare male si vive? se per colui che de li suoi antichi ragiona e mostra le grandi e mirabili opere, s’intende a misere e vili operazioni? Avvegna [che, «chi dicerà»], dice esso poeta satiro, «nobile per la buona generazione quelli che de la buona generazione degno non è? Questo non è altro che chiamare lo nano gigante». 5. Poi appresso, a questo cotale dice: «Da te a la statua fatta in memoria del tuo antico non ha dissimilitudine altra, se non che la sua testa è di marmo, e la tua vive». E in questo, con reverenza lo dico, mi discordo dal Poeta, chè la statua di marmo, di legno o di metallo, rimasa per memoria d’alcuno valente uomo, si dissimiglia ne lo effetto molto dal malvagio discendente. 6. Però che la statua sempre afferma la buona oppinione in quelli che hanno udito la buona fama di colui cui è la statua, e ne li altri genera: lo ma[l]estr[u]o figlio o nepote fa tutto lo contrario, chè l’oppinione di coloro che hanno udito bene de li suoi maggiori, fa più debile; chè dice alcuno loro pensiero: ’Non può essere che de li maggiori di costui sia tanto quanto si dice, poi che de la loro semenza sì fatta pianta si vede’. Per che non onore, ma disonore dee ricevere quelli che a li buoni mala testimonianza porta. 7. E però dice Tullio che ’lo figlio del valente uomo dee procurare di rendere al padre buona testimonianza’. Onde, al mio giudicio, così come chi uno valente uomo infama è degno d’essere fuggito da la gente e non ascoltato, così lo ma[l]estr[u]o disceso de li buoni maggiori è degno d’essere da tutti scacciato, e de’ si lo buono uomo chiudere li occhi per non vedere quello vituperio vituperante de la bontade, che in sola la memoria è rimasa. E questo basti, al presente, a la prima questione che si movea. 8. A la seconda questione si può rispondere, che una progenie per sè non hae anima, e ben è vero che nobile si dice ed è per certo modo. Onde è da sapere che ogni tutto si fa de le sue parti. È alcuno tutto che ha una essenza simplice con le sue parti, sì come in uno uomo è una essenza di tutto e di ciascuna parte sua; e ciò che si dice ne la parte, per quello medesimo modo si dice essere in tutto. 9. Un altro tutto è che non ha essenza comune con le parti, sì come una massa di grano; ma è la sua una essenza secondaria che resulta da molti grani, che vera e prima essenza in loro hanno. E in questo tutto cotale si dicono essere le qualitadi de le parti così secondamente come l’essere; onde si dice una bianca massa, perchè li grani onde è la massa sono bianchi. 10. Veramente questa bianchezza è pur ne li grani prima, e secondariamente resulta in tutta la massa, e così secondariamente bianca dicere si può; e per cotale modo si può dicere nobile una schiatta, o vero una progenie. Onde è da sapere che, sì come a fare una [bianca] massa convegnono vincere li bianchi grani, così a fare una nobile progenie convegnono in essa li nobili uomini [vincere] (dico ’vincere’ essere più che li altri), sì che la bontade con la sua grida oscuri e celi lo contrario che dentro è. 11. E sì come d’una massa bianca di grano si potrebbe levare a grano a grano lo formento, e a grano [a grano] restituire meliga rossa, e tutta la massa finalmente cangerebbe colore; così de la nobile progenie potrebbero li buoni morire a uno a uno e nascere in quella li malvagi, tanto che cangerebbe lo nome, e non nobile ma vile da dire sarebbe. E così basti a la seconda questione essere risposto. ==CAPITOLO XXX== 1. Come di sopra nel terzo capitolo di questo trattato si dimostra, questa canzone ha tre parti principali. Per che, ragionate le due (de le quali la prima cominciò nel capitolo predetto, e la seconda nel sestodecimo; sicchè la prima per tredici e la seconda per quattordici è determinata, sanza lo proemio del trattato de la canzone, che in due capitoli si comprese), in questo trentesimo e ultimo capitolo, de la terza parte principale brievemente è da ragionare, la quale per tornata di questa canzone fatta fu ad alcuno adornamento, e comincia: Contra-li-erranti mia, tu te n’andrai. 2. E qui primamente si vuole sapere che ciascuno buono fabricatore, ne la fine del suo lavoro, quello nobilitare e abbellire dee in quanto puote, acciò che più celebre e più prezioso da lui si parta. E questo intendo, non come buono fabricatore ma come seguitatore di quello, fare in questa parte. 3. Dico adunque: Contra-li-erranti mia. Questo Contra-li-erranti è tutto una par[ola], e è nome d’esta canzone, tolto per essemplo del buono frate Tommaso d’Aquino, che a uno suo libro, che fece a confusione di tutti quelli che disviano da nostra Fede, puose nome Contra-li-Gentili. 4. Dico adunque che ’tu andrai’: quasi dica: ’Tu se’ omai perfetta, e tempo è di non stare ferma, ma di gire, chè la tua impresa è grande’; e quando tu sarai In parte dove sia la donna nostra, dille lo tuo mestiere. Ove è da notare che, sì come dice nostro Signore, non si deono le margarite gittare innanzi a li porci, però che a loro non è prode, e a le margarite è danno; e, come dice Esopo poeta ne la prima Favola, più è prode al gallo uno grano che una margarita, e però questa lascia e quello coglie. 5. E in ciò considerando, a cautela di ciò comando a la canzone che suo mestiere discuopra là dove questa donna, cioè la filosofia, si troverà. Allora si troverà questa donna nobilissima quando si truova la sua camera, cioè l’anima in cui essa alberga. Ed essa filosofia non solamente alberga pur ne li sapienti, ma eziandio, come provato è di sopra in altro trattato, essa è dovunque alberga l’amore di quella. E a questi cotali dico che manifesti lo suo mestiere, perchè a loro sarà utile la sua sentenza, e da loro ricolta. 6. E dico ad essa: Dì a questa donna, «Io vo parlando de l’amica vostra». Bene è sua amica nobilitade; chè tanto l’una con l’altra s’ama, che nobilitate sempre la dimanda, e filosofia non volge lo sguardo suo dolcissimo a l’altra parte. Oh quanto e come bello adornamento è questo che ne l’ultimo di questa canzone si dà ad essa, chiamandola amica di quella la cui propria ragione è nel secretissimo de la divina mente! kjjdmbol14pe6fp2gloinfm04rgpafb Pagina:La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu/637 108 300030 3898684 2426510 2026-09-13T06:42:08Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898684 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''ai cattivi di Babilonia.'' | centro = GEREMIA, 30. | dx =''Varii falsi profeti puniti.''}}</noinclude></small> <section begin=29 />{{colonna}} {{vb|29|9}}Perciocchè quelli vi profetizzano falsamente in Nome mio; io non li ho mandati, dice il Signore. {{vb|29|10}}Imperocchè così ha detto il Signore: Quando i settant’anni di Babilonia saranno compiuti, io vi visiterò<ref>{{BibLink|2 Cron|36|21}}, {{BibLink|2 Cron|36|22|22}}. {{BibLink|Esd|1|1}}, ecc. {{BibLink|Dan|9|2}}.</ref>, e metterò ad effetto inverso voi la mia buona parola, per ricondurvi in questo luogo. {{vb|29|11}}Perciocchè io so i pensieri che io penso intorno a voi, dice il Signore; 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il che io non avea lor comandato; ed io ''sono'' quel che ''ne'' son sapevole, e testimonio, dice il Signore. {{vb|29|24}}Parla eziandío a Semaia Nehelamita, dicendo: {{vb|29|25}}Così ha detto il Signore degli eserciti, l’Iddio d’Israele: Perciocchè tu hai mandate in nome tuo lettere a tutto il popolo, che ''è'' in Gerusalemme, e a Sofonia, figliuolo di Maaseia, sacerdote, e a tutti i sacerdoti, dicendo: {{vb|29|26}}Il Signore ti ha costituito sacerdote in luogo del sacerdote Gioiada; acciocchè voi siate sopraintendenti della Casa del Signore, ''avendo podestà'' sopra ogni uomo forsennato, e che fa il profeta, per metterlo in carcere, e ne’ ceppi. {{vb|29|27}}Ora dunque, perchè non hai tu sgridato Geremia di Anatot, che fa il profeta fra voi? {{vb|29|28}}Perciocchè egli ci ha mandato a dire in Babilonia: La cosa andrà in lungo; edificate pur delle case, e abitate ''in esse''; piantate de’ giardini, e mangiatene il frutto. {{vb|29|29}}(Or il sacerdote Sofonia avea lette queste lettere in presenza del profeta Geremia.) {{vb|29|30}}La parola del Signore è stata ''indirizzata'' a Geremia, dicendo: {{vb|29|31}}Manda a dir così a tutti quelli che sono in cattività: Il Signore ha detto così intorno a Semaia Nehelamita: Perciocchè Semaia vi ha profetizzato, benchè io non l’abbia mandato; e vi ha fatti confidare in menzogna; {{vb|29|32}}Perciò, così ha detto il Signore: Ecco, io farò punizione di Semaia Nehelamita, e della sua progenie; non vi sarà alcuno de’ suoi discendenti che abiti in mezzo di questo popolo; e ''nè egli'', ''nè alcuno della sua progenie'', non vedrà il bene che io farò al mio popolo, dice il Signore; perciocchè egli ha parlato di ribellione contro al Signore. <section end=29 /> <section begin=30 /> {{Centrato|{{smaller|''Dio promette di far ritornare il popolo dalla cattività.''}}}} {{vb|30|1|capolettera}} LA parola che fu dal Signore ''indirizzata'' a Geremia, dicendo: {{vb|30|2}}Così ha detto il Signore, l’Iddio d’Israele: Scriviti in un libro tutte le parole che io ti ho dette. {{vb|30|3}}Perciocchè, ecco, i giorni vengono, dice il Signore, che io ritrarrò di cattività il mio popolo, Israele e Giuda, ha detto il Signore; e li ricondurrò nel paese, che {{FineColonna}}<section end=30 /><noinclude> <hr> <references/>{{PieDiPagina||629}}</noinclude> 9b402yctev4ok9pnfw4oatvk27xygpr 3898686 3898684 2026-09-13T06:44:11Z Dr Zimbu 1553 3898686 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''ai cattivi di Babilonia.'' | centro = GEREMIA, 30. | dx =''Varii falsi profeti puniti.''}} </small></noinclude><section begin=29 />{{colonna}} {{vb|29|9}}Perciocchè quelli vi profetizzano falsamente in Nome mio; 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spavento, e niuna pace. {{vb|30|6}}Deh! domandate, e vedete se un maschio partorisce; perchè ''dunque'' ho io veduto ogni uomo con le mani in su i lombi, come una donna che partorisce? e ''perchè'' son tutte le facce cangiate, e divenute pallide? {{vb|30|7}}Ohimè lasso! quant’''è'' pur grande quel giorno! non ne ''fu giammai'' alcun pari<ref>{{BibLink|Gioele|2|11|Gioele 2. 11}}, {{BibLink|Gioele|2|31|31}}. {{BibLink|Sof|1|14}}, ecc.</ref>; egli è il tempo della distretta a Giacobbe; ma pure egli ne sarà salvato. {{vb|30|8}}E avverrà in quel giorno, dice il Signor degli eserciti, che io spezzerò il giogo di colui d’in sul tuo collo, e romperò i tuoi legami; e gli stranieri non ti terranno più in servitù. {{vb|30|9}}Anzi serviranno al Signore Iddio loro, e a Davide, lor re, che io susciterò loro<ref>{{BibLink|Ezec|34|23}}.</ref>. {{vb|30|10}}Tu adunque, o Giacobbe, mio servitore, non temere, dice il Signore; e non ispaventarti, o Israele; perciocchè, ecco, io ti salverò di lontan ''paese'', e la tua progenie dal paese della sua cattività; e Giacobbe ritornerà, e sarà in riposo, e tranquillità; e non ''vi sarà'' alcuno che ''lo'' spaventi. {{vb|30|11}}Perciocchè io ''son'' teco, dice il Signore, per salvarti; e farò una finale esecuzione sopra tutte le genti, dove ti avrò disperso; ma sopra te non farò una finale esecuzione; anzi ti castigherò moderatamente; ma pur non ti lascerò del tutto impunito. {{vb|30|12}}Perciocchè, così ha detto il Signore: Il tuo fiaccamento è senza rimedio<ref>{{BibLink|2 Cron|36|16}}.</ref>, la tua piaga ''è'' dolorosa. {{vb|30|13}}Non ''vi è'' alcuno che prenda in mano la tua causa, per guarir ''la tua piaga''; tu non hai alcuni medicamenti per risaldar''la''. {{vb|30|14}}Tutti i tuoi amanti ti hanno dimenticata, non ti ricercano; perciocchè io ti ho percossa d’una battitura da nemico, d’un gastigamento da crudele; per la grandezza della tua iniquità, ''perchè'' i tuoi peccati sono accresciuti. {{vb|30|15}}Perchè gridi per lo tuo fiaccamento? la tua doglia ''è'' insanabile. Io ti ho fatte queste cose per la grandezza della tua iniquità, ''perchè'' i tuoi peccati sono accresciuti. {{vb|30|16}}Ma pure, tutti quelli che ti divorano saran divorati, e tutti i tuoi nemici andranno in cattività, e quelli che ti spogliano saranno spogliati, e darò in preda tutti quelli che ti predano. {{vb|30|17}}Perciocchè io risalderò ''la tua piaga'', {{AltraColonna}}{{vb|30|17|continua}}e ti guarirò delle tue ferite, dice il Signore; perciocchè ti hanno chiamata: Scacciata, Sion che niuno ricerca. {{vb|30|18}}Così ha detto il Signore: Ecco, io ritrarrò di cattività i tabernacoli di Giacobbe, e avrò pietà de’ suoi abitacoli; e la città sarà riedificata in sul suo colmo, e il Tempio sarà posto secondo i suoi ordini. {{vb|30|19}}E di quelli uscirà lode, e voce d’uomini festeggianti<ref>{{BibLink|Is|35|10}}.</ref>; ed io li farò moltiplicare, e non iscemeranno; e li accrescerò, e non diminuiranno. {{vb|30|20}}E i suoi figliuoli saranno come anticamente, e la sua raunanza sarà stabilita dinanzi a me; e farò punizione di tutti quelli che l’oppressano. {{vb|30|21}}E colui che avrà autorità sopra lui sarà di lui stesso, e colui che signoreggerà sopra lui uscirà del mezzo di lui<ref>{{BibLink|Gen|49|10}}.</ref>; ed io lo farò accostare, ed egli verrà a me; perciocchè chi è colui che pieghi dolcemente il cuor suo, per accostarsi a me? dice il Signore. {{vb|30|22}}E voi mi sarete popolo, ed io vi sarò Dio. {{vb|30|23}}Ecco il turbo del Signore, l’ira è uscita fuori, la tempesta si accoglie; caderà sopra il capo degli empi. {{vb|30|24}}L’ardor dell’ira del Signore non si racqueterà, finchè egli non abbia eseguiti e messi ad effetto i pensieri del cuor suo; alla fin de’ giorni voi intenderete la cosa. <section end=30 /> <section begin=31 /> {{vb|31|1|capolettera}} IN quel tempo, dice il Signore, io sarò Dio a tutte le famiglie d’Israele, ed essi mi saran popolo. {{vb|31|2}}Così ha detto il Signore: Il popolo scampato dalla spada trovò grazia nel deserto, allora che io andava per dar riposo a Israele<ref>{{BibLink|Deut|1|33}}. {{BibLink|Is|63|14}}.</ref>. {{vb|31|3}}Anticamente avvenne che il Signore mi appariva. Anzi io ti ho amata d’un amore eterno<ref>{{BibLink|Rom|11|28}}, {{BibLink|Rom|11|29|29}}.</ref>; perciò anche ho usata continua benignità inverso te. {{vb|31|4}}Ancora ti edificherò, e sarai edificata, o vergine d’Israele; ancora sarai adorna de’ tuoi tamburi, e uscirai con danze d’uomini sollazzanti. {{vb|31|5}}Ancora pianterai delle vigne ne’ monti di Samaria; e quelli che le avranno piantate ''ne'' corranno il frutto per uso loro comune. {{vb|31|6}}Perciocchè vi è un giorno, nel quale le guardie grideranno nel monte di Efraim: Levatevi, e saliamo in Sion, al Signore Iddio nostro<ref>{{BibLink|Is|2|3}}.</ref>. {{vb|31|7}}Perciocchè, così ha detto il Signore: Fate grida di allegrezza per Giacobbe, e strillate in capo delle genti; risonate, cantate lodi, e dite: O Signore, salva il tuo popolo, il rimanente d’Israele.{{FineColonna}}<section end=31 /><noinclude> <hr> <references/>{{PieDiPagina||630}}</noinclude> mvbere2f347q0v3qtrpkczvcrlexyct Geremia (Diodati 1821)/capitolo 29 0 300046 3898687 3695370 2026-09-13T06:44:21Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3898687 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=13 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../capitolo_28|succ=../capitolo_30}} <pages index="La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu" from=636 to=637 fromsection=29 tosection=29 /> {{Sezione note}} <!--{{Sezione note}}--> [[Categoria:Testi sacri del cristianesimo]] gw0a8ohd6o1t9rqyvznt7hg4bmi8pm5 Geremia (Diodati 1821)/capitolo 30 0 300047 3898688 3695372 2026-09-13T06:44:34Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3898688 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=13 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../capitolo_29|succ=../capitolo_31}} <pages index="La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu" from=637 to=638 fromsection=30 tosection=30 /> {{Sezione note}} <!--{{Sezione note}}--> [[Categoria:Testi sacri del cristianesimo]] bs8935enm0rdhkhxgiagh5yso204o02 Pagina:Rivista italiana di numismatica 1893.djvu/64 108 301042 3898689 1796557 2026-09-13T06:50:55Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898689 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|monete di milano inedite}} |57}}</noinclude>{{nop}} {{no rientro}}5. ''Pegione'' (gr. 2.550-2.520). — ''Var. n. 4.'' ::<div style=text-indent:-1em;">D/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>BERNABOS • & • GALEAZ • VICECOMITES</span>. Nel campo incorniciato la Biscia fra le iniziali <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>B • G</span>. Al disopra l’Aquila imperiale. Nei quattro angoli esterni della cornice quattro borchie.</div> ::<div style=text-indent:-1em;">R/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>S • AMBROSI MEDIOLANV</span>. Il Santo seduto col pastorale e lo staffile.</div> {{SinistraDestra|Museo di Parma.|Arg. R. L. 3.}} [[File:Rivista italiana di numismatica 1893 (page 64 crop).jpg|250px|center]] <!--{{immagine da inserire}} vedi anche https://archive.org/stream/rivistaitalianad06sociuoft#page/56/mode/2up --> {{no rientro}}6. ''Denaro o Mezzo denaro?'' (gr. 0.380). — ''Var. n. 7.'' ::<div style=text-indent:-1em;">D/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>• + • B • G • VICECOMES</span>. Croce fiorita.</div> ::<div style=text-indent:-1em;">R/ – Nel campo, in tre righe: <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ME DIOLA NVM</span>. Al disopra e al disotto, la Biscia fra due trifogli.</div> {{SinistraDestra|Coll. Gnecchi.|Arg. R.<sup>6</sup> L. 50.}} {{no rientro}}7. ''Denaro o Mezzo denaro'' (gr. 0.400). — ''2<sup>a</sup> Var. n. 7.'' ::<div style=text-indent:-1em;">D/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ B • G • VICECOITES</span>. Croce fiorita.</div> ::<div style=text-indent:-1em;">R/ — Come il precedente.</div> {{SinistraDestra|Coll. Bertolotti.|Arg. R.<sup>6</sup> L. 50.}} {{Ct|t=3|v=1|f=120%|GALEAZZO II VISCONTI}} {{Ct|t=1|v=1|{{Sc|signore di milano.}}}} {{Ct|t=1|v=2|(1354-1378).}} Negli ''Avvertimenti preliminari'' alle nostre Monete di Milano (pag. XXV), parlando delle controversie che nascono talora fra i numismatici sulla attribuzione di qualche moneta, dicevamo quanto segue: “Il fiorino d’oro e alcune e forse<noinclude> <references/></noinclude> ga182bhy1ob3brf4f2ghjhnlprclrjj Pagina:Rivista italiana di numismatica 1893.djvu/65 108 301043 3898690 2470705 2026-09-13T06:52:10Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898690 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|58|{{Sc|f. ed e. gnecchi}}|}}</noinclude>{{Pt|“|}}tutte le monete d’argento fin qui attribuite a Galeazzo II Visconti, da taluno vorrebbero invece attribuirsi a Gian Galeazzo Visconti, e le ragioni addotte sono tutt’altro che deboli e inconcludenti... Noi siamo stati lungamente titubanti fra l’una e l’altra ipotesi; ma, considerando che le ragioni addotte a favore dell’attribuzione a Gian Galeazzo, per quanto buone, non sono affatto incontestabili, non abbiamo osato urtare troppo radicalmente contro l’opinione fin qui prevalsa, e abbiamo conservato quelle monete a Galeazzo II, salvo a ricrederci quando nuovi studii e nuove ricerche facessero mutare l’attuale nostro dubbio in certezza.„ Ora questi studii e queste ricerche furono fatte appunto da due egregi nostri Collaboratori, il Cav. {{AutoreCitato|Giuseppe Gavazzi|Giuseppe Gavazzi}} e il Dott. {{AutoreCitato|Solone Ambrosoli|Solone Ambrosoli}}, e le pubblicazioni da loro fatte in questa medesima ''Rivista'', hanno, a nostro parere, sciolta definitivamente la quistione e indicato con valide ragioni quali siano le monete realmente battute da Galeazzo II, e quali vadano restituite a Gian Galeazzo. Il Cav. Gavazzi, nel suo articolo ''{{TestoCitato|Ricerca del fiorino d’oro di Giangaleazzo Visconti|Ricerca del fiorino d’oro di Gian Galeazzo Visconti}}'' (''{{TestoCitato|Rivista italiana di numismatica 1888|Riv. Ital. di Numismatica, Anno I}}'', pag. 411-432), provava luminosamente che il fiorino d’oro N. 1 da noi pubblicato fra le monete di Galeazzo II, secondo l’attribuzione generalmente ammessa, appartiene invece indubitatamente a Gian Galeazzo. Il Dott. Solone Ambrosoli poi, nel suo articolo ''{{TestoCitato|Il Ripostiglio di Como|Il ripostiglio di Como}}'', pubblicato nella medesima ''Rivista'' ({{TestoCitato|Rivista italiana di numismatica 1891|Anno IV}}, pag. 163-171), servendosi de’ dati offertigli dalle numerose monete milanesi di quell’epoca contenute nel ripostiglio, riusciva con ingegnose deduzioni a determinare quali, fra le monete d’argento da noi pubblicate, vanno assegnate a Galeazzo II, e quali a Gian Galeazzo. Quei due articoli, ai quali rimandiamo i nostri lettori, ci resero perfettamente convinti della giustezza di quelle attribuzioni, che adotteremo sicuramente per l’avvenire, qualora ci accingessimo ad una seconda edizione delle ''Monete di Milano'', persuasi che resteranno sempre definitive. Ecco intanto come risulterebbero suddivise, secondo le deduzioni dei Signori Gavazzi ed Ambrosoli, le monete da noi pubblicate sotto il nome di Galeazzo II.<noinclude><references/></noinclude> 7pz3wdjejfp11zb7ly2ocbjxg3q8tvg Pagina:Rivista italiana di numismatica 1893.djvu/66 108 301051 3898691 2470706 2026-09-13T06:55:24Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898691 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|monete di milano inedite}} |59}}</noinclude> Restano assegnati con certezza a quest’ultimo i numeri seguenti: ::{| |- |align=center| N. || 2. Fiorino d’oro coi ''tizzoni'' nel campo del diritto, e al rovescio la leggenda: <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>DNS: MEDIOLANI: PAPIE: & C • </span> |- |align=center| » || 3. Pegione col ''Drago crestato'' fiancheggiato dai ''tizzoni'', nel diritto. |- |align=center| » || 7, 8 e 9. Sesini col ''Drago crestato'' nel diritto, e al rovescio, il ''tizzone colle secchie''. |} Vanno invece restituiti a Gian Galeazzo i numeri seguenti: ::{| |- | align=center| N. ||1. Fiorino d’oro col ''Cimiero coronato'' sormontato dal ''Drago alato'', |- |align=center| » ||4, 5 e 6. Pegioni colla ''Biscia'' fra le lettere <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>G Z</span> nel diritto. |} Partendo dunque da questi dati, per noi ormai sicuri, descriveremo fra le varianti inedite di Gian Galeazzo 4 ''pegioni'' varianti dal tipo dei pegioni 4-5-6, da noi pubblicati sotto le monete di Galeazzo II. {{no rientro}}''Fiorino'' (gr. 3.510). — ''Var. n. 2.'' ::<div style=text-indent:-1em;">D/ <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ GALEAZ: VICECOMES:</span> (''I tre anelli''), Galeazzo a cavallo galoppante a destra, colla spada sguainata. La corazza è ornata dalla biscia, e la gualdrappa da due biscie fiancheggiate ciascuna dalle lettere <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>G Z</span>. Queste due lettere sono ripetute sul collo del cavallo. Al disopra, ai due lati nel campo, ''i tizzoni colle secchie''.</div> ::<div style=text-indent:-1em;">R/ <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>• + D{{overline|N}}S: MEDIOLANI: PAPIE: & C •</span> Nel campo incorniciato, Cimiero sormontato dal drago cristato, fiancheggiato dalle lettere <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>G Z</span>. Al disotto Scudo colla Biscia. Agli angoli esterni della cornice, i ''tre anelli''.</div> {{SinistraDestra|Coll. Gnecchi.|Oro. R.<sup>4</sup> L. 150.}} {{smaller block|f=90%|NB. In altro esemplare della nostra collezione, come pure in uno della collezione Papadopoli, i ''tre anelli'' del dritto, invece che nel giro, si trovano nella parte superiore del campo a sinistra, dietro la testa di Galeazzo.}}<noinclude><references/></noinclude> re635l43zlfesoracwoao7kv16gohb3 Pagina:Rivista italiana di numismatica 1893.djvu/67 108 301053 3898695 1796560 2026-09-13T06:59:54Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898695 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|60|{{Sc|f. ed e. gnecchi}}|}}</noinclude> {{Ct|t=3|v=1|f=120%|BARNABÒ VISCONTI}} {{Ct|t=1|v=1|{{Sc|signore di milano.}}}} {{Ct|t=1|v=2|(1354-1385).}} {{no rientro}}1. ''Fiorino'' (gr. 3.500). — ''Var. n. 1''. ::<div style=text-indent:-1em;">D/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ CIMERIV • DNI • BENABOVIS • VICECOMITIS</span>. Nel campo incorniciato cimiero sormontato dal drago alato, fra le iniziali <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>D • B</span>. Al disotto, scudo colla biscia. Agli otto angoli esterni della cornice, otto borchie.</div> ::<div style=text-indent:-1em;">R/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>• MDLI • ET • C • DNI • GENERALIS</span>. Nel campo incorniciato, la biscia fra le iniziali <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>D • B</span>. Al disopra aquila. A ciascuno degli angoli esterni della cornice, i tre anelli.</div> {{SinistraDestra|Museo di Parma.|Oro R.<sup>4</sup> L. 70.}} {{no rientro}}2. ''Fiorino'' (gr. 3.500), — ''2<sup>a</sup> Var. n. 1''. ::<div style=text-indent:-1em;">D/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ CIMERIV • DNI • BENABOVIS • VICECOMIS •</span> Come il precedente.</div> ::<div style=text-indent:-1em;">R/ — Come il precedente.</div> {{SinistraDestra|Coll. Bertolotti.|Oro R.<sup>4</sup> L. 70.}} {{FI |file = Rivista italiana di numismatica 1893 (page 67 crop).jpg | tsize = 250px | float = center | caption = }} {{no rientro}}3. ''Grosso''<ref name=pagina67>A questa moneta da noi descritta nelle ''|Monete di Milano'' al N. 11, e ad una sua ''variante'' data al N. 12, fu da noi, sulla fede del {{AutoreCitato|Giovanni Mulazzani|Mulazzani}}, assegnato il nome di ''Pegione'', mentre indicavamo come ''Soldo'' l’altra moneta consimile colle iniziali D B, descritta al N. 13. Stante la</ref> (gr. 3.550). — ''Compl. della Descriz. del n. 11.'' ::<div style=text-indent:-1em;">D/ — Anepigrafo. — Cimiero sormontato dal drago, fra le iniziali <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>D • B</span>. Sulla falda del cimiero, in due righe, <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>SO VF</span>.</div> ::<div style=text-indent:-1em;">R/ — Anepigrafo, — Sant’Ambrogio in piedi col pastorale e lo staffile, fra le iniziali <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>D • B</span>.</div> {{SinistraDestra|Coll. Verri.|Arg. R.<sup>8</sup> L. 200.}}<noinclude><references/></noinclude> i5lne7n25mbqtm0b9owfu625sl1ujgl Pagina:Rivista italiana di numismatica 1893.djvu/68 108 301054 3898697 2200640 2026-09-13T07:03:46Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898697 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|monete di milano inedite}} |61}}</noinclude> Le lettere {{Sc|so vf}}, che si leggono distintamente sul bellissimo esemplare di questa rara moneta, qui riprodotta, sono probabilmente le prime quattro lettere di {{Sc|sovfrir}} con cui comincia la divisa che si legge sul monumento sepolcrale di Barnabò Visconti, conservato nel Museo Archeologico di Brera: {{Sc|sovfrir . mestvet . mestvoter . sarv . sovfrir}}<ref>Intorno a questa divisa si torturarono lungamente i cervelli degli studiosi, senza poter mai venire ad una soddisfacente spiegazione. Tra i molti amici, cui abbiamo sottoposto recentemente l’arduo problema, sia in Italia che all’estero, il solo Cav. {{AutoreCitato|Giuseppe Gavazzi|Giuseppe Gavazzi}} ci offre una spiegazione, che, se non potrà essere da tutti accettata assolutamente quale definitiva e inappellabile, offre però una certa apparenza di attendibilità e si adatta anche al violento carattere del Barnabò, il quale non poteva certo acquietarsi all’ombra di una troppo umile e rassegnata divisa, come il principio {{Sc|sovfrir m’est vertv}} potrebbe far supporre.<br/> Ecco dunque la spiegazione data dall’amico Gavazzi:<br/> {{Sc|sov<sub>f</sub>frir m’est ve<sub>r</sub>t<sub>v</sub> m<sub>ais</sub> est vo<sub>l</sub>ter sa<sub>ns</sub> rv<sub>er</sub> sov<sub>f</sub>frir}}, ossia: ''Soffrire m’è virtù, ma è soffrire cansare la botta senza ripostare,'' o meglio ''senza assalire.''<br/> E chi ha di meglio si faccia avanti!</ref>. — Su alcuni smalti, certamente appartenenti a Barnabò, perchè portano le iniziali {{Sc|d • b}}, leggiamo le lettere {{Sc|so fr}}, che possono egualmente ritenersi come il principio della citata divisa. 4. ''Sesino'' (gr. 1.120). — ''Var. n. 14.'' D/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ DOMINVS • BERNABOS</span>. Biscia. R – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ VICICOMES • MLI • ET • C •</span> Nel campo, in cornice, le due lettere <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>D B</span>. A ciascuno dei quattro angoli esterni della cornice, un cerchietto. :Coll. Osnago. Arg. R. L. 2. <ref follow=pagina67>rarità di queste monete, non si era potuto farne eseguire l’assaggio, il quale avrebbe dimostrato chiaramente l’errore della denominazione data.<br/> L’egregio Dott. Cav. {{AutoreCitato|Umberto Rossi|Umberto Rossi}} pubblicava testé in questa ''Rivista'' (''{{TestoCitato|Gride relative al corso delle monete milanesi in Reggio d’Emilia}}'', ''{{TestoCitato|Rivista italiana di numismatica 1892|Riv. Num.}}'', Anno V, fasc. IV, pag. 490-91), un’interessante Grida di Gian Galeazzo Visconti dell’anno 1388, relativa appunto a queste monete di Barnabò. In essa le due monete sono chiaramente designate come ''grosso'' e ''sesino''. Rettifichiamo quindi le loro denominazioni, chiamando ''grosso'' il tipo N. 11-12, ''sesino'' il tipo N. 13.<br/> Aggiungeremo che scopo della succitata Grida era quello di proibire assolutamente la spendita di quelle due monete, ''nisi pro eo quod valebunt tanquam argentum ruptum, et pro argento rupto,'' etc. — “Così — conchiude il Rossi — è spiegata anche la grande rarità di queste monete, che dovettero scomparire in breve tempo dalla circolazione dietro il bando assoluto dato loro da Gian Galeazzo.„</ref><noinclude><references/></noinclude> flww21q2uusz3bqg85n5rwho0s472cg Pagina:Rivista italiana di numismatica 1893.djvu/69 108 301062 3898698 1800072 2026-09-13T07:06:17Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898698 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|62|{{Sc|f. ed e. gnecchi}}|}}</noinclude> {{Ct|t=3|v=1|GIAN GALEAZZO VISCONTI {{Sc|Conte di Virtù}}<ref name=pagina69> {{ct|v=1|{{Sc|il pezzo d’oro da dieci zecchini.}}}} Nelle nostre ''Monete di Milano'' abbiamo pubblicato, sotto Gian Galeazzo (N. 1, pag. 44), il magnifico pezzo in oro da 10 Zecchini o Medaglia, appartenente alla collezione Verri. Questo pezzo, che è l’unico conosciuto, non appartiene certo all’epoca di Gian Galeazzo (1385-1402), sibbene a quella degli Sforza, come lo indicano chiaramente il suo tipo ed i suoi caratteri. Esso può considerarsi con tutta certezza come una ''Restituzione'' o medaglia commemorativa fatta coniare in onore del primo Duca di Milano da uno de’ suoi ultimi successori. I caratteri capitali romani della leggenda, usati per la prima volta nella seconda monetazione di Galeazzo Maria Sforza, e così pure la testina mitrata di S. Ambrogio al principio della leggenda, introdotta appunto sotto la stesso Galeazzo Maria Sforza, quale distintivo della zecca milanese, ci dimostrano chiaramente come il medaglione non possa essere anteriore a quest’epoca. Ma questo non è tutto. Giova inoltre considerare che il medaglione d’oro in questione non è un pezzo isolato, ma che invece ve n’hanno altri, i quali, coniati in oro e in argentò, formano una serie rappresentante parecchi fra i Duchi di Milano, incominciando dal Conte di Virtù e terminando coll’ultimo Sforza. La serie non è completa, ma probabilmente lo era, e solo di alcuni ci è pervenuto qualche rarissimo esemplare. Per di più questi medaglioni o multipli di fiorini o di testoni, secondo che furono coniati in oro o in argento, non solo formano una serie pel tipo unico e costante, ma hanno fra di loro tale collegamento, che talvolta il conio che servì di dritto a uno di essi, servì poi di rovescio ad un altro. Così il medaglione d’argento della collezione Verri, che porta al dritto il busto di Francesco I Sforza (V. ''Monete di Milano'', Francesco I Sforza, n. 14, Tav. XII, n. 1), ha il rovescio comune col dritto del medaglione d’oro di G. Galeazzo Visconti in questione, e il dritto comune col rovescio dell’altro medaglione d’argento di Lodovico</ref><ref name=pagina69bis>&nbsp;</ref>}} {{Ct|t=1|v=1|{{Sc|primo duca di milano.}}}} {{Ct|t=1|v=2|(1385-1402).}} {{no rientro}}1. ''Pegione'' c. s. (gr. 2.570–2.554). — ''Var. n. 4-6 di Galeazzo II. (Pag. 40)''. ::<div style=text-indent:-1em;">D/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ GALEAZ • VICECOES . D • MEDIOLANI • & • C</span>. Nel campo incorniciato, la biscia fra le lettere <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>G Z</span>.</div> ::<div style=text-indent:-1em;">R/ - <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>S • AMBROSIV • MEDIOLAN</span>. Il Santo seduto col pastorale e lo staffile. Ai suoi lati, nel campo, due cerchietti od anelli.</div> {{SinistraDestra|Coll. Municipale, Gnecchi.|Arg. R. L. 2.}}<noinclude><references/></noinclude> g2otwlt3t16ngtsf5ja1zbl4a4tha34 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/69 108 536556 3898645 3876996 2026-09-13T06:31:45Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898645 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /></noinclude>{{Nop}} {{Ct|L=0.1em|'''CAPITOLO IV'''}} {{Ct|f=90%|L=0.4em|IL SIGNOR FORMICA}} {{Xx-larger|I}}l giorno seguente Antonio venne di nuovo a casa di Salvatore tristo e mal soddisfatto. — Ebbene che cosa hai? Tu sei bene infelice di potere ogni giorno a tuo bell’agio vagheggiare e abbracciare, e far mille carezze alla tua cara Marianna. — Ah! Salvatore, pare che mi porti il diavolo in groppa! I nostri disegni sono falliti, ed eccoci in guerra col signor Capuzzi! — Tanto meglio, ma dimmi un poco che cosa intervenne?<noinclude> <references/></noinclude> eir2eptedl6cpizg9zloizuhks2ieo6 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/70 108 536557 3898646 3877382 2026-09-13T06:32:02Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898646 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 70 —|}}</noinclude>{{Nop}} — Figuratevi che quando dopo l’assenza di un paio d’ore, io sboccava nella contrada Ripetta con ogni sorta d’essenze, scorsi il signor Capuzzi, vestito di tutto punto, e ritto in piedi sulla sua porta. E dietro lui era il dottor Piramida con quel ladro di sbirro, e fra le gambe vedevo una creaturina che stimo che fosse il Piticchinacchio. Appena il vecchio mi vide, mi minacciò con ambe le pugna, dicendo con mille spergiuri che m’avrebbe rotto le ossa se avessi messo piede sulla sua porta. — Aspetta, gridava, aspetta ribaldo, che darò il mio ultimo ducato per farti appiccare; e quel tuo gentile amico, signor Salvatore, quell’assassino scappato dalla forca, andrà a raggiungere nell’inferno il suo capitano Masaniello; e intanto state cheti, che non durerò fatica a farvi cacciar da Roma. — Così gridava il vecchio Capuzzi, e siccome il popolo cominciava ad affollarsi, vidi che non mi rimaneva altro partito che di fuggire. E nella mia desolazione non voleva venire da voi perchè sapeva che non avreste fatto che ridere. Ed ecco che già ridete!<noinclude> <references/></noinclude> eadtmyx47eldk7qjzw7qad22kp3vhw3 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/71 108 536558 3898626 3877384 2026-09-13T06:29:37Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898626 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 71 —|}}</noinclude>{{Nop}} Salvatore si teneva il ventre. — Ora incomincia il buono! Anzi ti voglio dire, mio caro Antonio, quel che seguì nella casa di Capuzzi dopo che tu ne uscisti. Tu non eri ancor fuori, che, Dio sa come, venne agli orecchi del signor Splendiano Accoramboni che l’amico Pasquale s’era rotto una gamba entro la notte, e gli capitò a casa un chirurgo. L’apparecchio e la maniera di medicatura, destarono più di un sospetto; onde il chirurgo tolse le bende, trovò, quel che noi sapevamo pur troppo, che il destro piede di Capuzzi non era nè rotto nè slogato, il resto lo puoi indovinare. — Ma, caro maestro, replicò Antonio, come sapete tutto quel che si fa in casa di Capuzzi? — Ti ho già detto che vi sta un’amica di madonna Caterina. Questa donna vedova di un mercante di vino, ha una figliuoletta che la mia Margheritina va spesso a trovare. Le fanciullette, come sai, hanno un istinto particolare di farsi le mille domande, e si trastullano di appiattarsi in qualche luogo ed andarsi a cercare. Ed è a questo modo che Rosa e Margherita hanno scoperto una fessura<noinclude> <references/></noinclude> mj4pv9wbx29huwwf10z51k9jq41ek1x Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/72 108 536559 3898627 3877385 2026-09-13T06:29:49Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898627 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 72 —|}}</noinclude>che riesce nella camera di Marianna, e subito le tre si sono trovate d’accordo; e quando Capuzzi dorme sul dopo pranzo, le giovinette sono insieme a cicalare. Così sono informato di tutto quello che accade. — Sia benedetta la fessura della camera di Marianna! Le scrivo subito una lettera, se Margherita glie la vuol recare. — No! no! disse Salvatore, Margherita ne servirà senza che sia nostra mezzana. D’altronde le tue ciarle potrebbero cader fra le mani di Pasquale, e fare impaccio a Marianna, che è sul merito di beffarsi del vecchio Pantalone. Il modo con cui ella l’accolse, quando noi l’abbiamo fatto trasportare, l’ha intieramente convertito. Tiene per fermo che Marianna gli abbia dato più che la metà del cuore, e che non gli resta che di conquistarsi l’altra. In quanto a Marianna, dopo che ha succhiato il veleno dei tuoi baci, è diventata più circospetta, e disinvolta che mai. Nè solamente ha fatto credere allo zio di non aver avuto mano nel nostro raggiro, ma lo ha convinto che ne detesta, e che s’ingegnerebbe di torcisi dattorno. Onde Pasquale, per<noinclude> <references/></noinclude> pfjeexsgedum1y3slf5g1hcga2ofjqc Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/73 108 536560 3898628 3877386 2026-09-13T06:29:51Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898628 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 73 —|}}</noinclude>ricompensarla, si mostra oltremodo indulgente con lei a fare ogni suo piacere. Però la discreta Marianna non ha altro voluto dal suo carissimo zio che andare con lui al teatro della porta del Popolo per vedere il signor Formica. E sopra ciò, il vecchio geloso, tenne consiglio col dottor Piramida e Piticchinaccio, e si accordarono che Marianna andrebbe domani al teatro, e Piticchinaccio deve accompagnarla. Il dottor Piramida e Pasquale andranno a cercare questa notte il picciolo nano a casa sua per averlo sottomano, e domani il nobile triumvirato anderà colla bella Marianna al teatro del signor Formica dirimpetto alla porta del Popolo. È necessario di dir qualche cosa del signor Formica, e del suo teatro alla porta del Popolo. Niente affliggeva di più i Romani che certi sconci in tempo di carnovale, quando gli impresari di Teatro erano poco felici nella scelta dei compositori e degli attori; quando il primo Tenore del teatro dell’Argentina aveva perduto la voce nel viaggio, o il primo uomo del teatro Valle era infreddato, insomma quando gli venivano attraversati i diver-<noinclude> <references/></noinclude> 38xxjalkvpezhx4pyblyaq8u466vo2n Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/74 108 536561 3898629 3877387 2026-09-13T06:29:54Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898629 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 74 —|}}</noinclude>timenti che forse si aspettavano, e capitava addosso il Giovedì grasso a rompere tutte le speranze che si potevano avere ancora. Quasi subito dopo un tristo carnovale di questo genere, un certo Niccolò Musso aperse presso la porta del Popolo, un teatro dove non si rappresentavano che delle buffonerie estemporanee. L’annuncio era fatto in uno stile spirituale e piccante, e i Romani che erano ghiotti di qualche divertimento drammatico, augurarono bene dell’intrapresa di Musso. L’acconciatura del teatro, o piuttosto del tavolato, non dava a credere che l’imprenditore fosse in una condizione molto brillante, giacchè non v’erano nè orchestre ne’ palchi. Ma invece di questo scompartimento era stata accomodata in fondo della sala una galleria, nel mezzo della quale campeggiava l’arma Colonna che aveva tolto Musso e il suo teatro sotto la sua protezione. Da un luogo più alto pendevano alcune tappezzerie che secondo la necessità raffiguravano, ora un bosco ora una sala, ora una strada, e quel luogo serviva di scena. Delle malvagie banchette di legno offerte agli spettatori,<noinclude> <references/></noinclude> jblfp8saoqlub3mng94ny3m8133nzsx Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/75 108 536562 3898630 3877388 2026-09-13T06:30:02Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898630 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 75 —|}}</noinclude>arredavano tutta la sala, e quegli incomodi sedili non erano di natura a far cessare il malcontento che pareva volesse scoppiare da ogni parte per un teatro così cattivo che si annunciava con tanta pompa. Ma appena i due primi attori ebbero proferite alcune parole, non si sentì più a fiatare. E tanto crebbe l’attenzione che prima vi fu approvazione, poi meraviglia, quindi entusiasmo, che proruppe in iscoppj di risa e in mille applausi. Difatti non si poteva veder nulla di meglio di coteste rappresentazioni improvvisate da Nicolò Musso, così piene d’estro, di spirito e di abbandono, e che sferzavano in un modo così sanguínoso le follie del giorno. Ogni commediante dava alla sua parte un carattere inimitabile, ma Pasquarello sopra ogni altro traeva a sè tutti gli spettatori, pel talento che avea di imitare appuntino la voce, l’aspetto e le attitudini di certe persone di Roma. Uno spirito non ordinario pareva animar l’uomo che faceva l’ufficio di Pasquarello e che avea per nome Formica: e talvolta mettea ne’ suoi atti qualche cosa di così inavvertito che<noinclude> <references/></noinclude> cqbb8cam8m5af19e8n30n14qg26s3b6 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/76 108 536563 3898631 3877408 2026-09-13T06:30:18Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898631 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 76 —|}}</noinclude>gli spettatori si sentivano côlti dal raccapriccio della paura, in mezzo al ridere il più matto. Dietro lui veniva il dottor Graziano che aveva una pantomima ed una voce d’una giovialità senza pari, e che diceva le cose più allegre del mondo senza spostare un muscolo del suo volto. Questo dottor Graziano, era un vecchio bolognese per nome Maria Agli. Non andò guari che tutta la buona società di Roma dovette convenire al teatrino di Nicolò Musso, nè si parlava d’altro che del signor Formica, e per le strade e in teatro non si sentivano che queste parole: — O Formica Formica benedetto. O Formicissimo! Era tenuto per qualche cosa di sovrumano; e più d’una vecchia che fu per morir delle risa al teatro, diceva con gravità, quando si biasimava menomamente la maniera del signor Formica: — Scherza coi fanti e lascia stare i Santi! Questo forse procedeva perchè fuor del teatro il signor Formica era tutto mistero. Non si lasciava mai vedere, e vano fu ogni studio per incontrarlo, oltrechè Nicolò Musso non volle mai aprir bocca a dire dove stesse di casa.<noinclude> <references/></noinclude> j655w0eluwy9680sjkhphjr9o17wpke Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/77 108 536564 3898632 3877390 2026-09-13T06:30:20Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898632 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 77 —|}}</noinclude>{{Nop}} — Tale era il teatro a cui Marianna era tanto smaniosa di intervenire. — Andiamo ad assaltare il nemico di fronte, disse Salvatore; il ritorno dal teatro in città ne porge la miglior occasione. E qui disse ad Antonio un altro suo trovato a cui fu subito acconsentito, perchè sperava di venire a capo di trar dalle mani di Capuzzi la sua innamorata. E già vagheggiava il piacere di far qualche mal tratto al dottor Piramida. Sopravvenuta la notte, Salvatore ed Antonio diedero di mano alle loro chitarre e furono in contrada Ripetta, per far istizzire il vecchio Capuzzi facendo a Marianna la più bella serenata del mondo. Salvatore suonava e cantava meravigliosamente, ed Antonio fece così bene le parti di Tenore, che Odoardo Cecarelli non avrebbe saputo far meglio. Il signor Pasquale venne sul balcone e disse delle villanie ai cantanti perchè si tacessero; ma tutto il vicinato, che s’era già fatto alle finestre gridò ad una voce che almeno in compenso degli strilli con cui lacerava le orecchie, lasciasse che si udissero una volta delle belle note! Pasquale fu costretto di ascoltare suo mal-<noinclude> <references/></noinclude> s8pc7q9nnzr6mhpod9vlzadsq4uli37 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/78 108 536565 3898633 3877391 2026-09-13T06:30:24Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898633 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 78 —|}}</noinclude>grado tutta la notte i canti d’amore che Salvatore ed Antonio indirizzavano a Marianna, e Marianna stessa venne al balcone a marcio dispetto di Capuzzi. La sera del dì seguente la più bella brigata che si sia mai vista uscire dalla contrada Ripetta mosse i passi verso la porta del Popolo. E così rubava gli sguardi, che si chiedevano l’un l’altro, se il carnovale aveva dimenticato qualche maschera in città! Il signor Pasquale aveva un bell’abito alla spagnuola, un cappello tutto nuovo sormontato da una piuma gialla, e seco la bella Marianna col velo sugli occhi non lasciando vedere che la snellezza della bella persona. Dall’altra parte era il signor Splendiano Accoramboni sotterrato nella sua gran parrucca che gli calava sino oltre le spalle; cosicchè da lungi pareva che si vedesse una gran testa a moversi su due piccole gambe. E subito dietro Marianna, tapinava l’omiciattolo in abito matronale color di fiamma col capo dentro in una rete tutta a bindellini. Quella sera il signor Formica vinse sè stesso, e quel che non s’era ancora veduto, innestò qua e là delle ariette, in<noinclude> <references/></noinclude> 0q994zyajtwet1l8w62vriww8sjjqfh Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/79 108 536566 3898634 3877392 2026-09-13T06:30:26Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898634 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 79 —|}}</noinclude>cui imitò la maniera di parecchi cantanti conosciuti. Il gusto del teatro per cui già una volta Capuzzi pareva che avesse voluto impazzire si risvegliò in lui con una vivacità tutta nuova. Baciò con estasi le mani di Marianna, e giurò che non passerebbe una sera senza visitare il teatro di Nicolò Musso; e levando il Formica alle stelle applaudì a più potere insieme a tutti gli altri spettatori. Il signor Splendiano si mostrò meno soddisfatto ed avvertì Capuzzi e la bella Marianna di non ridere così sconciamente, nominando di un fiato venti malattie che potrebbero procedere da un troppo gran tremito della milza. Marianna e Capuzzi non posero mente a questi avvisi, e Piticchinaccio si credeva malarrivato perchè era stato costretto d’appostarsi dietro il dottor Piramida che l’ombreggiava affatto colla sua vasta parrucca. Non vedeva nulla nè della scena, nè degli attori, ed oltre a ciò era del continuo nojato da due donne maliziose che gli stavano ai fianchi. Facendo sembiante d’averlo per una bella signora, gli chiedevano se anche a dispetto della gran gioventù era già maritata, e se aveva dei<noinclude> <references/></noinclude> jydm7r73v0ou4iz67y3t5u9q47sbnzd Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/80 108 536567 3898635 3877393 2026-09-13T06:30:28Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898635 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 80 —|}}</noinclude>figli, che avrebbero dovuto essere delle angeliche creature. Il povero Piticchinaccio si sentiva bagnar la fronte da goccioloni di sudor freddo; e pestava i piedi e pigolava e malediceva la vita. Finita la rappresentazione il signor Pasquale aspettò che avessero difilato tutti gli spettatori e si spegneva l’ultimo lumicino a cui il signor Splendiano accese una sua lanterna, quando Capuzzi accompagnato da Marianna e da’ suoi amici si avviò adagio verso la città. Erano ancora discretamente lontani dalla porta del Popolo, quando si videro sovrappresi da persone avvolte in lunghi mantelli. In pari tempo dato di un colpo nel lanternino del dottore, glielo fecero cader di mano, in modo che si spense. Capuzzi e il dottore rimasero senza voce. Allora un chiarore rossigno balenò sui circostanti, e quattro pallide teste di cadaveri guardarono il dottore dal fondo delle cavità scintillanti delle vuote occhiaje. Guai, guai a Splendiano Accoramboni! esclamarono tutti con una sorda voce. Poi gli si accostò una di queste figure e gli disse:<noinclude> <references/></noinclude> atah18s9p2vx31hwkawhvx7t3vmzrod Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/81 108 536568 3898636 3877395 2026-09-13T06:30:31Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898636 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 81 —|}}</noinclude>{{Nop}} — Mi conosci tu? Mi conosci tu? Io sono Cordier, quel pittor francese che hai fatto seppellire la settimana scorsa, e che le tue medicine hanno messo sotterra. Si accostò il secondo: — Mi conosci tu? mi conosci tu? Splendiano? Io sono Kuffner, quel pittore tedesco, che avvelenasti colle tue maledette pillole! Poi si recò innanzi il terzo: — Mi conosci tu, Splendiano? Sono Lliers fiammingo che tu uccidesti al pari di mio fratello co’ tuoi elettuarj per rubarne i nostri quadri. L’ultimo in fine: — Mi conosci tu? Io sono Ghigi, quel pittor napolitano che soffocasti colle tue polveri! E tutti quattro replicarono: Guai a te, Splendiano! maledetto dottor Piramida! È forza che tu venga con noi all’inferno. Vi sei aspettato: andiamo, andiamo! A queste parole si avventarono addosso all’infelice dottore, e levatolo in aria, lo portarono colla rapidità del vento. Il signor Pasquale non fu assalito da poco spavento vedendosi così rapito il suo dottore. Ma tuttavia mostrò un co-<noinclude> <references/></noinclude> 54e8pntbxi74pgn655uni6jm9h0i3t9 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/82 108 536569 3898637 3877396 2026-09-13T06:30:33Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898637 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 82 —|}}</noinclude>raggio meraviglioso. Se non che Piticchinaccio s’era innicchiato sotto il mantello di Capuzzi nè mai potette spiccarselo da dosso. — Rinfrancati, disse Capuzzi; vieni con me la mia colomba; il mio degno amico Splendiano è al diavolo. S. Bernardo, che era un gran medico lo assista, se quegli stizzosi di pittori gli torcono il collo! Chi canterà d’or innanzi le mie parti di basso? E questo bricconcello di Piticchinaccio, mi stringe di modo la gola tirandomi pel mantello che non potrò più fare una nota per sei settimane! Calmati, mia cara Marianna, mia dolce speranza, tutto, è passato. Marianna l’assicurò che aveva già cacciata la paura, e pregò Capuzzi di non darsi un pensiero per lei: ma esso la brancicò più strettamente e disse che per nulla al mondo le avrebbe lasciato movere un passo da sè in quel bujo della notte. Mentre il signor Capuzzi si apparecchiava a seguitare la sua strada, quattro figure indiavolate che parevano uscite di sotterra, lo fermarono gridando: Pasquale Capuzzi, maledetto matto! vieni, diavolo<noinclude> <references/></noinclude> t0bloirtwga9pk2s5x6nhzp7cdj4g2n Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/83 108 536570 3898638 3877397 2026-09-13T06:30:51Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898638 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 83 —|}}</noinclude>imbertonato! Noi siamo tuoi compagni; noi ti cerchiamo per trarti in inferno col tuo compagno Piticchinaccio. Così gridavano i Diavoli. Capuzzi cadde per terra con Piticchinaccio, e tutti e due mandarono uno strido di spavento. Marianna s’era spiccata dal vecchio tutore e tratta in disparte. Uno dei diavoli la strinse dolcemente fra le braccia e gli disse: Ah! Marianna! la mia Marianna! ci sono finalmente riuscito! intanto che i miei amici menano seco Pasquale, partiamo insieme; troveremo tosto un asilo. — Caro Antonio, mormorò dolcemente Marianna. E poco stette che delle fiaccole illuminarono la scena, e Antonio si sentì battere sopra una spalla; voltatosi come un lampo, trasse la spada, e corse sopra a colui che l’aveva percosso e che gli era al fianco con un pugnale. Allora s’accorse che i suoi amici erano alle mani con una banda di sbirri; e si sarebbero lasciati forse soverchiare dal numero se non fossero sopraggiunti altri due a dare addosso agli sbirri. Ed uno di questi incogniti mise d’un colpo ai<noinclude> <references/></noinclude> e3bc3v150ajbcnw502zc7vhbudji6fs Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/84 108 536571 3898639 3877399 2026-09-13T06:30:54Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898639 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 84 —|}}</noinclude>suoi piedi lo sbirro che investiva Antonio. La baruffa fu finita in pochi istanti perchè quegli sbirri che non erano feriti si misero la via fra le gambe, fuggendo verso la porta del Popolo con grande schiammazzo. Salvatore Rosa (poichè non altri che esso era corso in ajuto d’Antonio), voleva inseguirli, ma Maria Agli che era sopravvenuto con lui e che l’aveva così gagliardamente ajutato, benchè fosse molto attempato, lo contraddisse dicendo, che la guardia appostata alla porta del Popolo li avrebbe arrestati. Allora si ripararono tutti presso Nicolò Musso, che li accolse nella sua piccola casa non lungi dal teatro. I pittori deposero le loro maschere e i loro mantelli imbrattati di fosforo, ed Antonio medicò le ferite di Salvatore, d’Agli e degli altri, ferite che non erano pericolose. Il tiro per ardito che fosse, sarebbe sortito a buon fine, se Salvatore ed Antonio non avessero trasandato qualcheduno che guastò ogni cosa. Michele che era già stato un Bravo ed uno sbirro, e che era in certo modo il servo di Capuzzi, gli aveva tenuto dietro, benchè<noinclude> <references/></noinclude> 0w4qhs9h7rt0a3ef6kst5bz3brp4lg4 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/85 108 536572 3898640 3877400 2026-09-13T06:30:56Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898640 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 85 —|}}</noinclude>a qualche spazio, perchè il borioso Capuzzi arrossiva d’un valletto cencioso come Michele. Quando apparvero gli spettri, Michele che non paventava nè il diavolo nè la morte, entrando in qualche sospetto, corse alla porta del Popolo, e raccoltivi gli sbirri che vi trovò, venne addosso ai diavoli mentre appunto s’apparecchiavano a portar via Pasquale. Ed esso aveva approfittato del trambusto per portarsi seco Marianna tramortita in braccio, e s’era scampato con una rapidità senza pari, accompagnato dal suo indivisibile nano. Il dì seguente si trovò presso la Piramide di Cestio, il dottor Splendiano tutto avvolto e sepolto nella sua parrucca che dormiva profondamente come in un letto spirimacciato. Quando fu desto pareva che i sogni lo portassero ancora, tanto che fu fatica a convincerlo che si trovava tuttavia sulla superficie della terra ed in Roma. In fine quando fu ricondotto a casa, ringraziò la Vergine e i Santi della sua liberazione, e gittate per le finestre tutte le sue tinture, le essenze, gli elettuarj e le polveri, bruciò le sue ricette, e giurò di non guarir d’or<noinclude> <references/></noinclude> 58y5n7c4sus4yhvk3asmywf6rl0we5z Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/86 108 536573 3898641 3877402 2026-09-13T06:31:01Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898641 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 86 —|}}</noinclude>innanzi i suoi pazienti che coll’imposizione delle mani, come aveva già fatto un celebre medico di cui non mi ricordo più il nome. Il dì seguente dissè Antonio a Salvatore che male avrebbe potuto esprimere la rabbia che lo rose quando s’accorse che dava sangue. Avrebbe voluto veder mille volte morto quel ribaldo di Capuzzi, e gridava ancora lo scannerò se mi contrasta! voglio che Marianna venga con me! — Ammirabile invenzione! disse Salvatore ridendo; perfettamente immaginata! Io per me stimo che abbi trovato modo di trarti dietro per aria la tua Marianna alla piazza di Spagna, onde non ti ghermiscano e non ti impicchino prima che ti ricoveri in questo luogo d’asilo. — No, mio caro Antonio! la violenza non è buona a nulla, e ti giovi credere che il tuo avversario sta in guardia. D’altronde la nostra scappata ha fatto rumore, e le risa universali che messe il mal trattamento che abbiamo fatto a Pasquale ed a Splendiano, hanno destato la Polizia dal suo letargo. No, caro Antonio non ci dipartiamo dalla frode;<noinclude> <references/></noinclude> 772toiebbcylvft1rc2quzmlclpdpnn Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/87 108 536574 3898642 3877405 2026-09-13T06:31:22Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898642 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 87 —|}}</noinclude>“con arte e con inganno si vive mezzo l’anno: coll’inganno e coll’arte si vive l’altra parte.” Così canta madonna Caterina ed ha ragione. Nè andrà molto che tu ti avrai la tua Marianna. Ho ammaestrato di tutto Nicolò Musso e Formica, troveremo modo di appostare la caccia. Consolati Antonio, il signor Formica ti darà una mano. — Il signor Formnica! disse Antonio con un certo atto di disprezzo, in che cosa mi può mai giovare cotesto saltimbanco! — Oh! oh! abbiate rispetto, ve ne prego, pel signor Formica mio maestro. Non sapete voi che il signor Formica è un mago iniziato nelle scienze occulte? Vi dico che il signor Formica vi ajuterà; e il vecchio Maria Agli, l’ammirabile dottor Graziano e il Bolognese saranno tutti della congiura. Tu potrai portarti via la tua Marianna non d’altra parte che dal teatro di Musso. — Salvatore, voi mi lusingate di vane speranze; come credere che Pasquale si risolva a ritornare a cotesto teatro? — Forse non è così malagevole di trarvelo come tu stimi, e siccome verrà<noinclude> <references/></noinclude> b9tv9niqbidpprr4f4mpzcf2tn2u6u8 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/88 108 536575 3898643 3877406 2026-09-13T06:31:24Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898643 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 88 —|}}</noinclude>ben scortato, apparecchiati a menarti la tua Marianna a Firenze, ove col tuo ingegno troverai modo di campare la vita. Del resto lascia fare a me. Qualche giorno di riposo e poi al travaglio; e ti dico ancora una volta che il signor Formica ti ajuterà.<noinclude> <references/></noinclude> 3ze7xpa6sm2nsf5e22uutmnjl2jxvp0 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/89 108 536576 3898644 3876998 2026-09-13T06:31:27Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898644 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /></noinclude>{{Nop}} {{Ct|L=0.3em|'''CAPITOLO V'''}} {{Ct|f=90%|I DUE CAPUZZI}} {{Xx-larger|I}}l signor Capuzzi sapeva pur troppo chi gli avea ordita la trama della porta del Popolo, e si può credere come era adirato contro Antonio e Salvatore. Intanto s’ingegnava di confortar Marianna, che mostrava di essere ammalata di spavento, ma che non l’era che di rammarico di aver visto che il maledetto Michele l’aveva tolta di mano al suo Antonio. Margherita le recava del continuo qualche nuova dell’innamorato, e se aveva una speranza non era che nella<noinclude> <references/></noinclude> 76g5r6cncvomlj0scltl0qob6x0o6rq Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/90 108 536577 3898647 3877416 2026-09-13T06:32:17Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898647 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 90 —|}}</noinclude>disinvoltura di Salvatore. Si aspettava da un giorno all’altro qualche nuovo accidente, intanto si consolava, tormentando il vecchio Pasquale che nella sua passione si mostrava molto inclinato a tutti i capricci della pupilla. Così che quando aveva versata tutta la sua tristezza, e che sopportava che li toccasse colle labbra le manine di rosa, giurava che non si sarebbe levato dalle ginocchia del Papa se non gli fosse stata data la licenza di sposar la nipote. Erano scorsi alcuni giorni, quando una mattina verso mezzodì, sopravvenne Michele tutto frettoloso, annunciando che v’era una persona abbasso che sollecitava di parlare col signor Pasquale Capuzzi. — Ma per Dio! esclamò il vecchio tutto rabbuffato; non sai che io non ricevo alcun forestiere in casa mia? — Il forestiero, disse Michele, ha cera d’uomo dabbene, è piuttosto attempato, parla con gentilezza e si chiama Nicolò Musso. — Nicolò Musso! disse Capuzzi, stando come sopra pensiero, quegli che ha il teatro della porta del Popolo; che cosa<noinclude> <references/></noinclude> achai0bs6ibb0xqnzk4gc0phz1rf5r9 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/91 108 536578 3898648 3877427 2026-09-13T06:32:20Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898648 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 91 —|}}</noinclude>può mai volere? — Detto questo rafforzò a chiave la porta, e discese per andare a parlare con Nicolò sotto il peristilio. — Mio degno signor Pasquale, disse Nicolò movendosi verso lui e salutandolo garbatamente, io son ben fortunato di poter fare la vostra conoscenza! Non vi so dire gli obblighi che ho con voi! Dopo che i Romani vi videro al mio teatro, voi sommo stimatore delle arti, il primo dei Virtuosi, le mie rendite e la mia riputazione sono cresciute del doppio. Se non che sono mortificato che alcuni ribaldi v’abbiano assalito lungo la strada al vostro ritorno. Per carità, signor Pasquale non portate rancore al mio teatro in grazia di questo accidente, che io maledico con voi, nè mi private di un’altra visita. — Mio buon signor Nicolò, rispose Pasquale ringalluzzandosi, siate sicuro che non ebbi mai tanto piacere come al vostro teatro. Il Formica e l’Agli sono commedianti che non hanno pari. Ma lo spavento, che mi ridusse quasi a morire me e lo Splendiano, non mi è potuto ancora passare; e se non mi ha fatto abborrire dal vostro teatro, abborro dalla strada che<noinclude> <references/></noinclude> kz7h4uzzbe2btz47jkk6y1czvxacpo3 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/92 108 536579 3898649 3877418 2026-09-13T06:32:23Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898649 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 92 —|}}</noinclude>mi vi conduce. Fate di allogarvi sulla piazza del Popolo o nella contrada Babuina o in quella di Ripetta ed io sarò ogni sera da voi, in caso diverso non v’è barba d’uomo che mi faccia andare di notte alla porta del Popolo. — Nicolò sospirò come fosse assediato da un profondo pensiero. — Questo mi trafigge e più acerbamente che non credete, signor Pasquale. Ohimè! io aveva messa in voi ogni mia speranza! Veniva ad impetrare la vostra grazia! — La mia grazia! replicò il vecchio tutto attonito. Che cosa posso fare per voi, signor Nicolò? — Mio buon signor Pasquale, {{Ec|ripose|rispose}} Nicolò, cavando fuori un moccichino per asciugarsi le lagrime, mio eccellentissimo signor Pasquale, voi avrete notato che i miei commedianti vanno tratto tratto intromettendo delle ariette. Pensava d’introdurre così pian piano un’orchestra, e scansando certe ordinanze avventurare col tempo un’operetta. Voi, signor Capuzzi, siete il primo compositore di tutta Italia, e senza l’incredibile leggerezza dei Romani, e la gelosia dei<noinclude> <references/></noinclude> lvg88vn2awxqzw2402qf92kiolfm7b5 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/93 108 536580 3898650 3877428 2026-09-13T06:32:26Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898650 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 93 —|}}</noinclude>maestri, credo che i teatri non suonerebbero che dei vostri lavori. Perciò voleva supplicarvi d’accordarmi qualche momento per dar opera alla vostra musica, in quanto lo consente la mia povera possibilità. — Mio bravo signor Nicolò perchè dunque ci intratteniamo qui in istrada? Abbiate la compiacenza di far qualche gradino, e venite nel mio abituro. Appena Nicolò pose piede in casa subito Capuzzi diede mano ad una gran matassa di musica, e postosi a trimpellare una chitarra cominciò una indiavolata cacofonia da disgradarne il miagolare del gatto e l’abbajare dei cani. Nicolò pestava dei piedi come un ossesso. Sospirava, sbuffava, esclamava a tutte le pause: bravo! — bravissimo! — benedettissimo Capuzzi! tanto che in un eccesso d’entusiasmo cadde ai ginocchi di Pasquale e l’abbracciò così violentemente che lo fece strillare. — Basta, perdio, basta, signor Nicolò, voi mi volete atterrare! — Io non mi leverò, signor Pasquale, se prima non mi promettete di darmi questa divina arietta, perchè Formica la<noinclude> <references/></noinclude> 70zpvy102cuub2f8xexff2tpgc4510i Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/94 108 536581 3898651 3877420 2026-09-13T06:32:34Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898651 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 94 —|}}</noinclude>possa cantare domani l’altro sul mio teatro. — Voi siete un uomo di gusto, un uomo di profondissimo tatto! a chi meglio che a voi potrei fidare le mie composizioni! Voi avrete tutte le mie ariette... ma lasciatemi andare. Lasciatemi dunque, signor Nicolò. — Nò, gridava l’altro, stringendogli sempre più tenacemente le fragili gambe. Io non mi leverò da questo posto se non mi date parola di intervenire anche voi dopo domani al mio teatro. Temete forse un’altra aggressione? E non sapete che i Romani quando avranno sentite le vostre ariette vi porteranno in trionfo con delle torce? E quando questo non fosse io e i miei diletti compagni vi terremo compagnia sino a casa. — Volete accompagnarmi voi stesso coi vostri compagni! Quanta gente sarete fra tutti? — D’otto in dieci ai vostri ordini. Avete risolto di esaudire la mia preghiera? — Formica, mormorò Pasquale con una bella voce. — Risolvetevi di grazia! esclamò Nicolò dandogli un’altra stretta.<noinclude> <references/></noinclude> h6bfshp2pchmvfu9y6h1toimx2b3yq6 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/95 108 536582 3898652 3877429 2026-09-13T06:32:38Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898652 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 95 —|}}</noinclude>{{Nop}} — Voi mi fate sicuro che io tornerò sano e salvo a casa? — Metto l’onore e la vita, se volete. — Sia fatto, disse Pasquale. Dopo domani sarò al vostro teatro. Nicolò si levò, e riserrò così fortemente Pasquale fra le sue braccia, che gli tolse quasi il respiro. In questo mezzo venne dentro Marianna. Il signor Pasquale le fece segno d’andarsene, ma fu indarno, che ella non gli pose mente. E procedendo verso Musso, gli disse incollerita. — Voi signor Musso cercate inutilmente di tirar mio zio al teatro. Forse che obliate la soperchieria che ne fu fatta, e che ne condusse quasi in punto di morte! Non sosterrò mai che mio zio corra di nuovo un così fatto pericolo. Deponete le vostre speranze, messer Nicolò. Che cosa dite caro zio? forse che vi avventurerete ancora per quella brutta strada della porta del Popolo? Pasquale cercò indarno di rassicurarla dicendole che Musso aveva promesso di provvedere alla sua difesa. — Io non mi smovo dal mio proponimento, rispose Marianna, e vi consiglio di non andare. Perdonatemi se parlo<noinclude> <references/></noinclude> 7hd6wqhvlt68xi1xz97sv914cvxecl4 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/96 108 536583 3898653 3877422 2026-09-13T06:32:41Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898653 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 96 —|}}</noinclude>così in vostra presenza, signor Nicolò. Voi siete, per quel che stimo, in qualche intrinsichezza con Salvator Rosa, e con Antonio Scacciati. Come possiamo fidarci a voi se siete d’accordo coi nostri più cordiali nemici? — Qual sospetto! qual sospetto! Signora! Mi stimate dunque così perverso? Corre forse una così malvagia opinione sul conto mio? Se è così fatevi accompagnare da Michele che vi ha già salvato un’altra volta e che prenderà seco una buona mano di sbirri. — Che cosa dite, rispose Marianna, guardandolo fiso, ora intendo che i miei sospetti furono ingiusti. Vi chiedo scusa delle mie parole inconsiderate; ad ogni modo non potendo vincere la mia trepidazione, scongiuro un’altra volta mio zio a non accettare il vostro invito. Il signor Pasquale aveva ascoltato il sermone a due orecchie; ma non potendosi più tenere, s’inginocchiò dinanzi alla nipote, prese le sue mani gliele baciò e le coperse di lagrime, ed esclamò come un invasato: — Non posso dire la tenerezza che mi fanno le tue inquietudini ed i tuoi timori! Ah celeste Marianna!<noinclude> <references/></noinclude> 17ookr7m8pj5gj1pxc8d9trldtzkyx4 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/97 108 536584 3898654 3877430 2026-09-13T06:33:22Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898654 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 97 —|}}</noinclude>questa è la più bella protesta d’amore. E la supplicò di tranquillarsi e di andare a sentire con lui al teatro la più divina delle ariette. Non vi dirò la fatica ch’ebbe a durare il signor Pasquale per persuadere il dottor Piramida, e Piticchinaccio di rifare la strada del teatro. Splendiano non vi avrebbe acconsentito se non avesse prima ricevuto da un frate Bernardino un ''Agnus Dei'' di tutta efficacia contro il Diavolo e Piticchinaccio senza la condizione che avrebbe deposti gli abiti del vecchio suo vestire, la tonaca e la cappa d’abate. Intervenne appunto quel che Salvatore temeva, giacchè tenea per fermo che il suo disegno sarebbe andato a vuoto se Pasquale e Marianna non erano divisi dalle loro guide {{Ec|ordinaire|ordinarie}}; ma il caso lo servì sopra le sue speranze. Nella medesima notte s’intesero delle grida di pianto nella contrada Ripetta presso alla casa del signor Pasquale; fu un gran baccano, di lamenti, di gemiti, di villanie che svegliò tutto il vicinato; tanto che gli sbirri che furono sulle peste di un assassino fino alla piazza di Spagna, sospettando di omicidio, corsero<noinclude> <references/></noinclude> iaaip404ds31ktomcbi0z5t5vgqc0c6 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/98 108 536585 3898655 3877424 2026-09-13T06:33:26Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898655 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 98 —|}}</noinclude>a torce accese, e quando sopravvennero dove uscivano le grida, trovarono il piccolo Piticchinaccio seduto sul selciato, e Michele che pestava con un bastone il dottor Piramida, il quale scappava, mentre il signor Pasquale correva colla spada alla mano contro alla furia di Michele. Erano sparpagliate all’intorno delle scheggie di chitarra, e fu sostenuto il braccio a Capuzzi mentre stava per passare da parte a parte Michele; il quale allorchè al chiarore delle fiaccole s’accorse di quello che aveva fatto, restò morto di sorpresa, stracciandosi i capelli perchè gli perdonassero. Non erano feriti nè il dottor Piramida, nè il nano, ma così malconci che non si potevano muovere, e furono portati in casa. Il signor Pasquale s’era proprio cercata questa sciagura. Dopo la serenata di Antonio e di Salvatore, si era ingegnato a tutto potere che non si rinnovasse, ed aveva promesso a Michele una buona mancia se avesse fregate le spalle ai primi cantanti che si fossero mostrati. Obbliò sventuratamente egli stesso cotesta raccomandazione, ed immaginò di<noinclude> <references/></noinclude> gh6gy40eytfgtulj8gre3gxtr7wkq03 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/99 108 536586 3898656 3877431 2026-09-13T06:33:29Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898656 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 99 —|}}</noinclude>fare a Marianna la galanteria di un regalo delle ariette che aveva composte e che dovevano cantarsi sul teatro di Musso. Andò secretamente a cercare i suoi fidati amici, e li condusse seco sotto la finestra. Ma appena ebbero incominciate le prime note, che Michele tutto lieto di buscarsi la mancia, corse fuori della casa e gliene diede delle buone. Così il signor Pasquale dovette far senza della compagnia del dottore e di Piticchinaccio nella sera che andò al teatro. Se quando uscì di casa colla sua Marianna per andare da Nicolò, avesse avuto al fianco un frate, si sarebbe detto, che andavano al patibolo. Dinanzi a loro spazzava la strada tutto dispettoso il suo valente Michele, armato fino ai denti con venti sbirri dattorno. Nicolò accolse solennemente Pasquale e la nipote alla porta del teatro, e li condusse presso alla scena in un posto riservato per essi. Il signor Capuzzi fu molto lusingato di queste dimostrazioni, e data un’occhiata all’intorno con una gioja mista all’orgoglio, fu tanto più soddisfatto quando si avvide che non erano che donne fra lui e Marianna.<noinclude> <references/></noinclude> tr3hu6mmcaaa5hwol28tqq0zipqp68x Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/100 108 536587 3898657 3877426 2026-09-13T06:33:39Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898657 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 100 —|}}</noinclude>{{Nop}} Dietro le tele della scena si sentivano due violini ed un basso che cercavano di accordarsi; batteva il cuore a Pasquale, e fu tocco come d’un colpo elettrico quando cominciò il ritornello della sua aria. Formica si fece avanti vestito da Pasquarello, e cantò la più meschina di tutte le arie, quella di Capuzzi, mentre egli batteva la solfa. Il teatro eccheggiò di uno scoppio di risa, e si gridò ad una voce; Pasquale Capuzzi, compositore virtuoso, celeberrimo, bravo! bravissimo! Pasquale era tuffato in un mare di delizie. Finita l’aria si gridò da tutte le parti di far silenzio perchè il dottor Graziano, contraffatto dallo stesso Nicolò Musso, mosse alcuni passi sulla scena turandosi le orecchie, ed esclamando che Pasquarello cessasse al fine i suoi maledetti ragli. Il dottore domandò a Pasquarello, quando s’era avvezzo a ragghiare a quel modo, e dove aveva dissotterrato quella abbominevole arietta. Pasquarello ripose, che non sapeva ciò che si volesse dire il dottore; e che si poteva dire di lui come dei Romani, che non avevano gusto per la buona<noinclude> <references/></noinclude> j0cwv18thtny19cezta2t0uvspsppmt Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/101 108 536588 3898658 3877432 2026-09-13T06:33:48Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898658 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 101 —|}}</noinclude>musica, e che non ponevano mente ai più grandi ingegni. Ed aggiunse che l’aria era del più gran Virtuoso, e del più gran compositore vivente, essendosi appunto messo ai servigi di lui per essere nobilmente ammaestrato nel canto e nella musica. Graziano si mise allora a cercare, e nominò una moltitudine di Virtuosi e di compositori conosciuti; ma ad ogni nome più celebre, Pasquarello scuoteva la testa con disprezzo. Quando Pasquarello gridò che il dottore mostrava una grossa ignoranza, non conoscendo neppure il primo compositore del suo tempo, che non era altri che il signor Pasquale Capuzzi, di cui esso Pasquarello era servitore ed amico. Il dottor Graziano sogghignò forte e rispose: Come, Pasquino, dopo esservi tolto dal mio servizio ove vi buscavate sempre qualche quattrino, oltre il mantenimento e il vostro salario, vi siete impastojato col vecchio più balordo che abbia empito il ventre di maccheroni, con un zanni da carnovale che si paoneggia per le strade come un anitroccolo dopo la pioggia, col più sordido avaro, con un tanghero innamorato che grida<noinclude> <references/></noinclude> cl3e65ifsjvkp3oouivkkh8vf752sy7 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/102 108 536589 3898659 3877433 2026-09-13T06:33:52Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898659 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 102 —|}}</noinclude>quando canta come una capra affamata, e fa miagolare tutti i gatti della contrada Ripetta! Pasquarello tutto adirato replicò; che era l’invidia che faceva parlare il dottore, col cuore in mano; e che d’esso non era l’uomo più acconcio per pregiare il signor Pasquale Capuzzi di Sinigaglia; e qui Pasquarello si distese in un lungo panegirico comico del suo nuovo signore, nel quale trovò tutte le virtù cardinali e teologali, e finì colla descrizione della sua persona che proferse come un modello di grazia e di perfezione umana. — Ecco che il mio maestro istesso vi potrà meglio rispondere di me. Il signor Pasquale Capuzzi affatto somigliante nei gesti, negli atti, nell’abito e nel portamento al Capuzzi che era in platea, s’innoltrò sulla scena. La somiglianza era così meravigliosa che il vero Capuzzi, pieno di paura, lasciò andare la mano di Marianna che non aveva mai allentata un istante, e si cercò per assicurarsi se era desto, e se era veramente un altro quel che vedeva sul teatro di Nicolò Musso.<noinclude> <references/></noinclude> momoexfcbesbgk41rj3bp89llbvp253 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/103 108 536590 3898660 3877434 2026-09-13T06:33:55Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898660 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 103 —|}}</noinclude>{{Nop}} Il Capuzzi del teatro abbracciò cordialmente il dottor Graziano e gli chiese novelle della sua salute. Il dottore rispose che aveva appetito, e sonno tranquillo, per servirlo; ma che in quanto alla borsa era scarsa oltre ogni credere. Perchè il giorno prima per avere le grazie dell’amica, aveva speso l’ultimo suo ducato per un pajo di scarpe color rosmarino, ed ora andava in cerca d’un banchiere che gli volesse imprestare trenta ducati. Come, non vi rivolgete al vostro miglior amico? disse Capuzzi. Tenete, mio buon signore, ecco trenta ducati. Pasquale che fai? Grido l’altro Capuzzi dal suo posto a mezza voce. Il dottor Graziano parlò allora d’interessi, d’obbligazione scritta, ma il signor Capuzzi protestò che non vorrebbe nulla da un amico come era il dottore. Pasquale hai tu perduto il cervello! gridò Capuzzi di nuovo con una voce più alta. Il dottor Graziano si accomiatò dal suo prestatore non senza molti abbracciamenti. Allora Pasquarello si appressò a Capuzzi, gli fece profondi inchini, levò<noinclude> <references/></noinclude> cd9kvmujms87va796ls424luyvv070i Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/117 108 616079 3898661 3046061 2026-09-13T06:34:19Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898661 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 109 —|}}</noinclude> {{Ct|t=2|v=2|IX.}} {{Ct|v=2|'''Il castello dei burattini.'''}} {{A destra|''6 agosto 18...''|2em}} — Perchè non è venuto ai burattini, iersera? — Ah, perbacco! — esclamai, battendomi la fronte. — Se n’era dimenticato? Belle cose! — Dimenticato io, dei burattini? Come si vede che non mi conosce! Ma non sa che li adoro? Sì, è il verbo adatto, e Lei dica pure ch’è un’iperbole mia. Delizia della mia infanzia, sorriso della mia giovinezza, memore dilettazione della mia... maturità, i burattini hanno sempre avuto un fascino strano su<noinclude> <references/></div></noinclude> s4nivlx3zt9l205fx5p81sw3uh7swld Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/118 108 616080 3898662 3047379 2026-09-13T06:34:25Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898662 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 110 —|}}</noinclude>me. Cari fantocci di cenci, con la testa di legno, che da ragazzo mi parevano uomini, e più mi paiono uomini quanto più m’inoltro nell’esperienza del mondo; sempre quelli, sempre maneggiati da un burattinaio invisibile dietro la tenda, per dire e per fare mai sempre le medesime cose, con quelle loro smorfie intagliate, fissate, irrigidite nella sorda materia! E noti, signorina; quelle smorfie sono le loro qualità e le loro virtù, i loro difetti e i loro vizi, un po’ contraffatti, ma per eccesso di significazione, che è pur necessario, a darci da lontano l’apparenza del vero. E riescono tanto evidenti, così! Non c’è modo di scambiar gli uni per gli altri, nè da crederli diversi da noi. La nostra sciocchezza e la nostra viltà, le nostre astuzie e le nostre piccinerie, tutto ciò che siamo e tutto ciò che sentiamo, hanno la loro espressione chiara, sicura, efficace, in quelle facce di legno. Tutto il teatro, e per conseguenza tutta la vita, è là dentro, e non c’è più nulla da aggiungere. Com’è giunto l’uomo, per qual arte divinatoria, per qual lampo d’ingegno,<noinclude><references/></div></noinclude> 479rv0dm7fjeicxein1c8u206nl1dzk Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/119 108 616081 3898663 3047387 2026-09-13T06:34:40Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898663 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 111 —|}}</noinclude>a immaginare il burattino? Ed è così antico, oramai! Ma nessuna maraviglia di ciò; è pure antica l’''{{TestoCitato|Opera:Iliade|Iliade}}''. C’è stato un tempo, molto lontano da noi, che l’uomo ha veduto, inteso e potuto esprimere artisticamente sè stesso. Quello è stato il gran punto; in quel giorno tutto è stato creato, nella filosofia, nella morale e nell’arte; tutto, capisce? tutto, tranne la polvere da cannone, la stampa, la strada ferrata e il telegrafo; quattro arnesi di utilità, ne convengo, e non sarò venuto al mondo io per dirne male. Voglio dire piuttosto che son cose piccine; mentre tutte le cose alte e grandi, che per via della rappresentazione hanno raggiunta l’intelligenza della vita, avevano già da duemil’anni, forse da tremila, la loro estrinsecazione miracolosa, il loro svolgimento felice, il loro ufficio rinnovatore nel mondo. — La signorina Wilson mi lasciava dire. Ero in vena, ed ella non voleva trattenermi. Forse ha imparato a conoscermi, ed ha presa l’abitudine di lasciarmi sfogare. Il che, dopo tutto, mi fa piacere, e vuol essere una delle<noinclude><references/></div></noinclude> qdc3ijkd8qhute3fw50l9jrgq5kvbxl Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/120 108 616082 3898664 3047381 2026-09-13T06:34:43Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898664 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 112 —|}}</noinclude>ragioni che me la rendono simpatica. L’uomo che ciancia, bisogna lasciarlo cianciare; egli si persuade di piacervi, e piacete tanto più a lui quanto più state a sentirlo. Ma non bisogna distrarsi, quando egli ha sciolto Giordano. Povero a voi, se egli si ferma per domandarvi approvazione, e voi siete col capo ad altro. Io, per esempio, quando mi fanno un discorso troppo lungo, penso volentieri ai fatti miei; ma uso l’avvertenza di collocare ad ogni tanto un “già„ un “sicuro„ un “è proprio così„ che mi vengono naturalissimi, facilissimi, senza bisogno di studiarci. Guardatevi per altro dalle interruzioni che escano dai generali. A me accadde un giorno di collocare un “e lui?„ che fece rimaner male l’amico. — Ma che lui! — mi gridò egli stizzito. — Ti parlavo di lei. — Ah sì, è vero; — rimediai alla meglio. — È stato un ''lapsus linguae''. — Torniamo alla signorina Wilson, che mi aveva lasciato dire a mia posta, e poi soggiunse, con accento malinconico:<noinclude><references/></div></noinclude> s6f9ps0oi7w8bg1bwh3wcyjok8l8toq Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/161 108 616123 3898572 3046064 2026-09-12T15:33:49Z Francyskus 76680 3898572 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Luigi62" />{{RigaIntestazione||— 153 —|}}</noinclude> {{Ct|t=2|v=2|XI.}} {{Ct|v=2|'''Marlborough s'en va-t en guerre....'''}} {{A destra|''13 luglio 18...''|2em}} Questa mattina ero stato un po’ in forse dell’andare o del non andare in visita al Roccolo. È debito, dicevo tra me, debito di galantuomo, dopo l’impresa del mulino. Sì, mi rispondevo, ma che cosa ne penserà Galatea? Orbene, che male ci sarà? Son io infeudato alla signorina Kitty? Le ho mai detto una parola più calda di tutte le altre, e mie e di coloro che vede ogni giorno? Con lei, con sua madre, colle Berti, colla Quarneri, perfino colla signora segretaria comunale e colla signora sindachessa di Corsenna, ci ho<noinclude> <references/></div></noinclude> eav1m7oxtq1qbr7f8qtobczxztsfgw4 Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/390 108 616358 3898575 3046082 2026-09-12T15:37:14Z Francyskus 76680 /* Riletta */ 3898575 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||— 382 —|}}</noinclude> {{Ct|t=2|v=2|XX.}} {{Ct|v=2|'''Galathea for ever.'''}} {{A destra|''21 settembre 18...''|2em}} Tiriamo le somme. Io ho trentacinque anni, e Galatea ne ha ventuno. Forse sono un po’ troppo vecchio per lei. Ma c’è chi sostiene che l’uomo debba avere dieci o dodici anni più della moglie, essendo ragionevole ch’egli abbia giudizio per due. A questo patto, io sono ancora troppo giovane; e mi consolo, pensando che il dente del giudizio non mi è nato ancora. Una pazzia avrò cansato di fare, non terminando il mio ''Don Giovanni''. Poco male, del resto; ero appena al settimo canto,<noinclude> <references/></div></noinclude> s0b1p5xiyt9hlmezleomwwvzcw2bsvc Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/391 108 616359 3898576 3046083 2026-09-12T15:41:05Z Francyskus 76680 /* Riletta */ 3898576 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||— 383 —|}}</noinclude>e il mio disegno avrebbe portato il poema ai quaranta. Ha ragione Filippo Ferri. Perchè darsi pensiero della posterità, la quale non si darà pensiero di noi? E farà bene, dal canto suo; noi dal nostro ci leveremo il gusto di mandarle qualche saggio del nostro valore, ma non in carta stampata; in carne ed ossa, piuttosto, in buona salute e di ottimo umore, che sappia ridere di lei, vedendola fare le medesime sciocchezze ond’è rallegrato il secolo nostro, non dissimile in ciò dai passati. Del resto, se il mondo durerà ancora nel secolo ventesimo ''et ultra'', sarà sempre in forza di una buona consuetudine che noi abbiamo ereditata dai nostri maggiori, quella di prender moglie e di far famiglia; buona consuetudine, che io non raccomanderò mai abbastanza ai miei cari ed amati contemporanei. Galatea leggerà questa sera il mio memoriale. L’ha chiesto, ed io glielo porterò, condotto diligentemente fin qui. Lo giudicherà; e se vorrà condannarlo alle fiamme, non sarò per lagnarmene. Le cose buone e pia-<noinclude> <references/></div></noinclude> brydwvxdgdbighnwbwdjxvgv1cr2i3e Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/392 108 616360 3898579 3046084 2026-09-12T16:30:02Z Francyskus 76680 /* Riletta */ 3898579 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||— 384 —|}}</noinclude>cevoli che ci son registrate, le ho tutte scolpite nel cuore; non è necessario che rimangano scritte sulla carta. E finalmente, io voglio inaugurare l’altra buona consuetudine di far tutto ciò che a lei piacerà. L’umano consorzio va male, dacchè il codice costringe le mogli ad obbedire ai mariti. Chi sa che non voglia andare un po’ meglio, se i mariti prenderanno il verso d’obbedire alle mogli? {{A destra|''22 settembre 18...''|2em}} “Ho letto, e scrivo io, Galatea. Prima di tutto mi piace il nome, e lo assumo per mio. Direi una bugia, se soggiungessi che mi piace egualmente tutto ciò che è scritto in questo memoriale del signor Rinaldo Morelli. Vedo che la pelle di Spagna è stata lì lì per dare al cervello del mio fidanzato, e non saprei consolarmene, se non rendessi giustizia alla sua sincerità, che sovra ogni altra cosa mi è cara. Fors’anche lo scrittore s’è lasciato un po’ vincer la mano dal suo ippogrifo, e l’amor della<noinclude><references/></div></noinclude> rtrokafka07o9grz6sq09c49atdbw8e Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/393 108 616361 3898581 3046086 2026-09-12T16:40:22Z Francyskus 76680 /* Riletta */ 3898581 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||— 385 —|}}</noinclude>frase lo ha condotto oltre i termini del vero. Teniamo conto anche di questo, e conchiudiamo col nostro {{AutoreCitato|William Shakespeare|Shakespeare}}, che ''all’s well that ends well''. In casa mia, del resto, non entrerà pelle di Spagna; ne faccio promessa formale. Ma io non sarò prepotente, e qualche freno accetterò ancor io; per esempio, non giuocherò più al ''lawn-tennis''. Che idea, per altro; non amare un giuoco tanto bello! Ma sui gusti non si discute; ciò che non piace a lui, non piacerà a me, di sicuro. “In un’altra cosa ci troviamo pienamente d’accordo: il simulacro di bronzo a Buci. Buci lo ha meritato. Ha, veramente, corso il rischio di guastar sulla fine quello che aveva cominciato; ma quello che aveva cominciato era buono. Vedi il memoriale di Rinaldo al capitolo quarto. E ne sia lode a Buci, sapientissimo cane, che ride senza far rumore, e pensa ottime cose dei suoi amici, senza tingersi le dita d’inchiostro. Il guaio intanto è accaduto a me. Con che coraggio stenderò io la mano a Rinaldo? specie sapendo per esperienza recente che egli....<noinclude><references/></div></noinclude> ihxeimfmlw8s4zl54q3gmto2f6x3fj2 Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/394 108 616362 3898582 3046090 2026-09-12T16:44:00Z Francyskus 76680 /* Riletta */ 3898582 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||— 386 —|}}</noinclude><nowiki /> “Basta; sarà quel che sarà. Intanto non gli neghiamo il “''visto, si approva''.„ {{A destra|“{{Sc|Galatea}}.„|2em}} Ma che inchiostro! che inchiostro! Paura io, dell’inchiostro!... Vi siete persuasa ora? È fuggita, si capisce, dopo avermi accoccato quello che lì per lì le è venuto alla mano; un gomitolo di refe. Sempre lei, sempre lei; viva Galatea, ''Galathea for ever!'' Ma non senza una giunta, intendiamoci. Galatea Morelli, s’ha a dire. Sarete meno mitologica, mia dolce bambina; ma tanto più vera, e sommamente piacevole a me. {{A destra|{{Sc|Rinaldo}}.|2em}} {{Ct|t=4|v=2|''FINE.''}}<noinclude><references/></div></noinclude> 64v49cgq83ypcxgz9iuyz0es6z2lki0 Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/395 108 616363 3898573 3050684 2026-09-12T15:34:36Z Francyskus 76680 3898573 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Luigi62" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude> {{Ct|v=2|INDICE.}} {{Vi|sezione=I.|titolo=Rinaldo a Filippo|pagina=Pag. 1}} {{Vi|sezione=II.|titolo=Sequitur Lamentatio....|pagina=10}} {{Vi|sezione=III.|titolo=All’Acqua Ascosa|pagina=20}} {{Vi|sezione=IV.|titolo=Poscritto.... rimasto a casa|pagina=32}} {{Vi|sezione=V.|titolo=All’altra bellissima ottava|pagina=45}} {{Vi|sezione=VI.|titolo=In alto e in basso|pagina=66}} {{Vi|sezione=VII.|titolo=Rinaldo a Filippo|pagina=87}} {{Vi|sezione=VIII.|titolo=Si torna al memoriale|pagina=98}} {{Vi|sezione=IX.|titolo=Il castello dei burattini|pagina=109}} {{Vi|sezione=X.|titolo=Pelle di Spagna|pagina=126}} {{Vi|sezione=XI.|titolo=Marlborough s’en va-t en guerre....|pagina=153}} {{Vi|sezione=XII.|titolo=Violino di spalla|pagina=174}} {{Vi|sezione=XIII.|titolo=Una giornata campale|pagina=196}} {{Vi|sezione=XIV.|titolo=Il prologo... e l’epilogo|pagina=233}} {{Vi|sezione=XV.|titolo=Per quei cari bambini|pagina=257}} {{Vi|sezione=XVI.|titolo=Mattina e sera|pagina=280}} {{Vi|sezione=XVII.|titolo=A tu per tu|pagina=305}} {{Vi|sezione=XVIII.|titolo=Teste rotte|pagina=322}} {{Vi|sezione=XIX.|titolo=Cavalier bagnato|pagina=348}} {{Vi|sezione=XX.|titolo=Galathea for ever|pagina=382}}<noinclude><references/></div></noinclude> btptcf6qv4dnv25cf52e65t5p9yewxq 3898574 3898573 2026-09-12T15:34:58Z Francyskus 76680 3898574 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Luigi62" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude> {{Ct|v=2|INDICE.}} {{Vi|sezione=I.|titolo=Rinaldo a Filippo|pagina=Pag. 1}} {{Vi|sezione=II.|titolo=Sequitur Lamentatio....|pagina=10}} {{Vi|sezione=III.|titolo=All’Acqua Ascosa|pagina=20}} {{Vi|sezione=IV.|titolo=Poscritto.... rimasto a casa|pagina=32}} {{Vi|sezione=V.|titolo=All’altra bellissima ottava|pagina=45}} {{Vi|sezione=VI.|titolo=In alto e in basso|pagina=66}} {{Vi|sezione=VII.|titolo=Rinaldo a Filippo|pagina=87}} {{Vi|sezione=VIII.|titolo=Si torna al memoriale|pagina=98}} {{Vi|sezione=IX.|titolo=Il castello dei burattini|pagina=109}} {{Vi|sezione=X.|titolo=Pelle di Spagna|pagina=126}} {{Vi|sezione=XI.|titolo=Marlborough s’en va-t en guerre....|pagina=153}} {{Vi|sezione=XII.|titolo=Violino di spalla|pagina=174}} {{Vi|sezione=XIII.|titolo=Una giornata campale|pagina=196}} {{Vi|sezione=XIV.|titolo=Il prologo... e l’epilogo|pagina=233}} {{Vi|sezione=XV.|titolo=Per quei cari bambini|pagina=257}} {{Vi|sezione=XVI.|titolo=Mattina e sera|pagina=280}} {{Vi|sezione=XVII.|titolo=A tu per tu|pagina=305}} {{Vi|sezione=XVIII.|titolo=Teste rotte|pagina=322}} {{Vi|sezione=XIX.|titolo=Cavalier bagnato|pagina=348}} {{Vi|sezione=XX.|titolo=Galathea for ever|pagina=382}} {{Rule|4em}}<noinclude><references/></div></noinclude> t1z94wruydl5h93khm20greg6urz5iv Galatea (Barrili)/XX 0 616392 3898583 3802498 2026-09-12T16:44:18Z Francyskus 76680 Porto il SAL a SAL 100% 3898583 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=12 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=XX|prec=../XIX|succ=}} <pages index="Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu" from=390 to=394 /> i5voi31woq43gccf9ir3a94s0v6fgqs Pagina:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu/53 108 725735 3898670 3612560 2026-09-13T06:37:07Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898670 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||ii - rime d'amore e di religione|47}}</noinclude><section begin="s1" /> {{ct|c=t1|LXXV}} {{ct|c=t|Molte le bellezze e le virtú di lei; felice chi ne sospira.}} <poem> :O fronte, piú che ’l ciel chiara e serena, ove due luci, anzi due vaghe stelle fiammeggian sí che fanno invidia a quelle {{R|4}}che la notte girando intorno mena! :O treccia d’oro fin, dolce catena, da stringer l’alme piú d’amor rubelle! O pure nevi, o rose sparse in elle! {{R|8}}O sol, che ’l secol nostro rasserena! :O rara e viva fonte d’onestate, di senno, di costume e di valore, {{R|11}}in cui la nostra etá si specchia e mira! :O d’ogni alta virtute e di beltate unico esempio e de le donne onore! {{R|14}}Felice chi per voi piange e sospira! </poem> <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{ct|c=t1|LXXVI}} {{ct|c=t|Consolato di un lieto sogno.}} <poem> :Perch’io sia a’ colpi, Amor, di sdegni e d’ire stato, poi che tuo fui, segno ad ogn’ora, da te non ebbi mai tranquilla un’ora, {{R|4}}ché ’nvece di pietá doppi ’l martire. :Or, pur a tuo malgrado, in su l’aprire primo de’ fior, poc’anzi che l’Aurora con la fronte vermiglia uscisse fòra {{R|8}}di Gange, ho sazio in parte il mio desire: :ché quella il cui bel volto a me mi fura, dormendo, piú che mai bella ed adorna, {{R|11}}m’ha alzato u’ col pensier giunger non oso. :O re de’ sogni, dolce, alto riposo de le genti egre e stanche, o eterno dura {{R|14}}o almen sovente a consolarmi torna. </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> nswuq7jndkgu6hn6iovbtq5oo8j1ys4 Pagina:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu/54 108 725736 3898671 3612564 2026-09-13T06:37:19Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898671 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|48|giovanni guidiccioni|}}</noinclude> {{ct|c=t1|LXXVII}} {{ct|c=t|Egli ritorna; ma ella gli dará nuovi dolori?}} <poem> :Quando, Amor, da quel dí ch’al tuo foco arsi senza mai ’ntepidir, vo rimembrando l’ore che poco liete ho avuto amando, {{R|4}}veggio la speme al sol di neve farsi. :Tempo omai fôra dagli affanni alzarsi con l’ali del desio, che indarno spando, al sommo del tuo ben verace, quando {{R|8}}sento giá ’l verde de l’etá cangiarsi. :Ché, perché sia novellamente al fine giunto il mio grave e duro esilio indegno, {{R|11}}non spero risaldar le piaghe interne: :ché mi par d’ora in or le due divine luci carche veder d’acerbo sdegno, {{R|14}}perché spargan, le mie, lacrime eterne. </poem><noinclude></noinclude> d3hlkfjnmisetbqbpmpsw2y3w6zmfeh Pagina:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu/55 108 725737 3898676 3612572 2026-09-13T06:38:30Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898676 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||ii - rime d'amore e di religione|49}}</noinclude><section begin="s1" />{{Ct|f=100%|v=1|4.}} {{Ct|f=100%|v=1|{{sc|la gelosia}}}} {{Ct|f=90%|v=2|(1530)}} <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{ct|c=t1|LXXVIII}} {{ct|c=t|Triste, ché altri gli contende la sua donna.}} <poem> :Ne lo spuntar che il sol fe’ in oriente, quando il terren ne’ dí piú lunghi fende, assiso a’ piè d’un faggio, ov’ora pende {{R|4}}la cetra ch’ei sonò sí dolcemente, :ruppe Trenio il silenzio con dolente voce in tal guisa: — Ohimè, chi mi contende il bel viso, la fronte che piú splende {{R|8}}quanto meno è la mia virtú possente? :chi gli occhi, ond’io m’appago de l’offese che reca Amor sul tormentoso fianco? {{R|11}}e chi mille divine altre bellezze? :O fugaci d’Amor rare dolcezze! — Quando di tai lamenti e d’altri stanco, {{R|14}}sonâr le valli e ’l ciel, le stelle accese. </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> 7zcsjve2ldaslm4zlssiz0em45x6kqt Pagina:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu/56 108 725738 3898677 3612581 2026-09-13T06:38:37Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898677 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|50|giovanni guidiccioni|}}</noinclude><section begin="s1" /> {{ct|c=t1|LXXIX}} {{ct|c=t|Geloso delle molte bellezze di lei.}} <poem> :Poiché questa mia donna in terra nacque, ogni spirto gentil ver’ lei si volse; tante virtuti e tante grazie accolse {{R|4}}ch’a me non sol ma a tutto ’l mondo piacque. :Onde tanto timor poi meco giacque, che s’augel per volar mai l’ali sciolse, tremo di gelosia, né mai mi dolse {{R|8}}tanto cosa mortal né mi dispiacque. :Temo chi di lei parla o di lei scrive, chi con lei ride e chi per lei sospira, {{R|11}}e chi la segue e chi s’accosta seco; :al fin tanto sospetto meco vive, ch’io temo ogn’altro ed odio chi la mira. {{R|14}}Foss’io senz’occhi o tutto il mondo cieco! </poem> <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{ct|c=t1|LXXX}} {{ct|c=t|In amore ogni dolore.}} <poem> :Veramente in amore si prova ogni dolore; ma tutti gli altri avanza goder solo una volta e perder poi {{R|5}}tutti i diletti suoi e viver sempre mai fuor di speranza. </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> ajq983t2duttp1xpn6zoxkghp5sl1v8 Pagina:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu/57 108 725739 3898678 3612614 2026-09-13T06:38:48Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898678 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||ii - rime d'amore e di religione|51}}</noinclude><section begin="s1" /> {{ct|c=t1|LXXXI}} {{ct|c=t|Vorrebbe pur renderla pietosa.}} <poem> :La fiamma almen de’ sospir caldi e spessi che romper l’aere fanno, ovunque stanco l’orme altrui fuggo, nel gelato fianco {{R|4}}un foco accender di pietá potessi! :Tu me ’l pur giuri, Amor, per quelli stessi strali co’ quai m’apristi ’l lato manco: io, che per téma ad ora ad ora imbianco, {{R|8}}scorger non lasso i miei pensieri oppressi, :come quel che ben ho questi anni addietro, con mio non largo onor, provato sempre {{R|11}}mie speranze e tua fé di fragil vetro. :Ma fa, s’avvien che dopo mille inganni con poco dolce il molto amaro tempre, {{R|14}}che non piú a lacrimar mi ricondanni. </poem> <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{ct|c=t1|LXXXII}} {{ct|c=t|Supplica, lacrimando, amore.}} <poem> :— Com’avrá sparsi i santi odor l’Aurora col grembo d’oro in questa parte e ’n quella, tesserti mi vedrai laurea sí bella, {{R|4}}ch’invidia te n’avran Cerere e Flora, :immortal dea: s’al biondo Apollo ancora non cedi né a sua chiara invida stella, non mi sei giá men cara, alma sorella; {{R|8}}se tu argenti le rive, egli le ’ndora. :S’a quest’olmi due viti, a que’ due faggi l’edra è per sempre, ahi misera! abbracciata, {{R|11}}perch’io non teco, o dolce Tirsi mio? — :Cosí spargendo Alcippe innamorata lacrime e voci a Tirsi lungo ’l rio, {{R|14}}sen gîr fuggendo d’oriente i raggi. </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> aylymn3frpyw5ytn108pxbm3oud9nj5 Autore:Bartolomeo Galletti 102 737585 3898699 3779499 2026-09-13T07:50:54Z Carlomorino 42 /* Opere */ 3898699 wikitext text/x-wiki {{Autore | Nome = Bartolomeo | Cognome = Galletti | Attività = patriota/militare | Nazionalità = italiano | Professione e nazionalità = }} ==Opere == * {{GB|IaYWIzoyyeEC|Il giro del mondo colla Ristori}}, Note di viaggio {{Sezione note}} 26ppivddg2zusk70i3yum1gi6n4y81n Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/91 108 753057 3898665 3057457 2026-09-13T06:35:34Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898665 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|83}}</noinclude>{{Pt|po|dopo}} esser stato tutta la sua vita inchiodato sul suo lavoro. ''Quanto è più grassa la cucina'', dice l’uom dabbene Riccardo, ''tanto è più magro il testamento''. Molte fortune si dissipano nel momento stesso che si guadagnano, dacchè le Donne hanno lasciato la Rocca e l’Ago per la tavola a Thè, e gli uomini l’Ascia e ’l Martello per l’Osteria. ''Se voi volete esser ricco'', dice egli in un altro Almanacco, ''non imparate solamente a guadagnare, imparate anco a risparmiare''. Le Indie non hanno arricchito gli Spagnuoli, perchè le spese furono maggiori dei guadagni. Rinunziate dunque alle vostre dispendiose follie, che così avrete meno da lagnarvi della malvagità de’ tempi, della durezza delle imposte, e del mantenimento oneroso delle vostre case. Poichè, come dice l’uom dabbene Riccardo, ''il Vino, le Donne, il giuoco, e la mala fede, diminuiscono la fortuna, moltiplicano i bisogni''. Costa più mantener un vizio, che allevar due figliuoli. Voi credete forse che un pò di ''thè'' e di ''cafè'', qualche tazza di ''punch'' di quando in quando, qualche delicatezza nella tavola, qualche ricercatezza di più negli abiti, e<noinclude>{{Ct|class=destra|F&nbsp;&nbsp;2}}</noinclude> rdag8cgwawgeka86rzyo54vqzyhy2ul Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/92 108 753059 3898666 2691124 2026-09-13T06:35:36Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898666 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|84|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>qualche divertimento di tratto in tratto non possano essere di grande importanza? Sovvengavi però quel che dice l’uom dabbene Riccardo, ''il poco spesse volte ripetuto, fa molto''; mettetevi in guardia contro le piccole spese: basta una piccola vena d’acqua per sommergere un gran Vascello. La delicatezza del gusto conduce alla mendicità. I pazzi fanno banchetti, ed i saggi li mangiano. Eccovi ora qui tutti radunati per assistere ad una vendita di varietà, e di bagatelle preziosissime. Poi le chiamate beni; vi avverto però, che se non vi guarderete, per qualcuno di voi saranno grandissimi mali. Voi altri fate conto che questi oggetti saranno venduti a buon mercato, cioè a minor prezzo di quel che costarono; se però essi non vi sono realmente necessarj, saranno sempre troppo cari per voi. Fatevi sovvenire quel che dice l’uom da bene Riccardo: ''Se tu compri il superfluo, non starai molto a vendere il necessario''. Pensatevi sempre innanzi d’approfittar del buon mercato. L’uom dabbene giudica forse che il buon mercato sia sovente illusorio, e che portando incomodo a’ vostri affari, vi cagioni più<noinclude></noinclude> sx331dk6vh87u3uu069f5vfiwkhhyvp Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/93 108 753060 3898667 2912586 2026-09-13T06:35:40Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898667 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|85}}</noinclude>danno che utile. Imperciocchè mi ricordo ch’egli dice. ''Ho veduto molta gente rovinata dai buoni mercati; ella è una follia''; dice ancora l’uom dabbene Riccardo, ''impiegare il suo dinaro a comprar un pentimento''. Pur questo è quel che succede ogni giorno negl’incanti per non aver letto l’Almanacco. ''L’uomo saggio'', dice l’uom dabbene Riccardo, ''s’istruisce coi mali altrui''. Le sventure dei pazzi non li risanano: ''Felix quem faciunt aliena pericula cautum''. Io conosco un tale che per adornarsi le spalle, ha fatto digiunar il ventre, ed ha quasi ridotta la sua famiglia senza pane. ''Le Stoffe di Seta, i Rasi, gli Scarlati, ed i Veluti raffreddano la cucina''. Ben lungi dall’essere bisogni della vita, essi appena possono esser tenuti in conto di comodità. Non siamo stimolati a procurarceli, che dalla loro appariscenza. In tal guisa i bisogni artifiziali del genere umano sono divenuti più numerosi dei bisogni naturali. ''Di cento indigenti'', dice l’uom dabbene Riccardo, ''v’è una sola persona realmente povera''. A cagion di questa, e di altre simili stravaganze, la gente ben nata è ridotta alla povertà, e costretta a chieder soccorso a quelli<noinclude>{{Ct|class=destra|F&nbsp;&nbsp;3}}</noinclude> a11byil6bptnrrctflzqn0epdjtakll Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/94 108 753061 3898668 2691293 2026-09-13T06:35:53Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898668 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|86|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>che prima erano oggetto del suo disprezzo, ma che seppero mantenersi coll’industria, e colla temperanza. Ciò prova che, ''un contadino in piedi'', come dice saggiamente l’uom dabbene Riccardo, ''è più grande di un gentiluomo ginocchioni''. Egli è facile che quelli appunto si lagnino più, i quali avevano avuta in retaggio una più ricca fortuna; ma non conoscendo essi i mezzi, coi quali era stata acquistata, andaronsi dicendo, ''è giorno, non farà mai notte''. Una sì piccola spesa, avendo uno stato qual è il mio non merita che vi si dia pensiero. Ma in conclusione, ''i ragazzi, ed i pazzi'', come dice avvedutamente l’uom dabbene Riccardo, ''s’immaginano che venti lire, e venti anni non non possano mai aver fine''. Levar sempre, e non metter mai, presto scopre il fondo della cassa; e allora, come dice l’uom dabbene Riccardo, ''quando il pozzo è asciutto si conosce quanto val l’acqua''. Questo è ciò che avrebbero saputo anche innanzi, se avessero voluto consultarlo. Avete curiosità, miei amici, di sapere quanto vale il dinaro? Andate, e provate a prenderne imprestito da qualcheduno; chi vuole un imprestito dee prepararsi ad una {{Pt|mortifica-|}}<noinclude></noinclude> c1ny3yulqjhw847ks6qzg83tgqdtlgy Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/95 108 753062 3898669 2912587 2026-09-13T06:36:09Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898669 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|87}}</noinclude>{{Pt|zione.|mortificazione.}} Succede altrettanto ad alcuni che fanno imprestiti a certa gente, quando vanno a ridimandare il loro credito. Ma questo non è il nostro argomento. L’uom dabbene Riccardo a proposito di quel ch’io dicevo innanzi, prudente ci previene, che la vanità degli ornamenti è un funesto delirio. Innanzi di consultare la vostra fantasia, consigliatevi con la borsa. L’orgoglio è un medico che grida così forte come il bisogno, ma che è insaziabile infinitamente di più. Se voi avete comprato un’ornamento, ve ne abbisogneranno altri dieci, affinchè ne abbiate un compiuto assortimento; poichè, come dice l’uom dabbene Riccardo, ''egli è più facile reprimere il primo capriccio, che soddisfare tutti quelli che vengono in appresso''. {{Ec|E’|È}} tanto pazzo il povero, che la fa da Scimmia del ricco, quanto lo era la Rana gonfiandosi per uguagliare il Bue. Le Navi grandi possono esporsi a maggiori rischi; ma i piccoli battelli non deggiono allontanarsi dalla riva. Le follie di questa spezie sono assai presto punite, poichè, come dice l’uom dabbene Riccardo, ''la vanità che pranza di orgoglio, trova una cena di disprezzo''. E l’uom dabbene dice pure<noinclude>{{Ct|class=destra|F&nbsp;&nbsp;4}}</noinclude> bmpvcnmumhlltsqpahxt79fa6zo7snd Template:PAGES NOT PROOFREAD 10 753893 3898692 3898190 2026-09-13T06:59:29Z SodiumBot 71905 Unattended update of statistics templates 3898692 wikitext text/x-wiki 88490 6lu243dwqka6s3xodkfu1fm6mn6ja7e Template:ALL PAGES 10 753894 3898693 3898191 2026-09-13T06:59:39Z SodiumBot 71905 Unattended update of statistics templates 3898693 wikitext text/x-wiki 631373 dxh176nv3lxun4k04vq2gzsbx92lsim Template:PR TEXTS 10 753895 3898694 3898192 2026-09-13T06:59:49Z SodiumBot 71905 Unattended update of statistics templates 3898694 wikitext text/x-wiki 87704 mizszon505rnfxir61cql0liyc01368 Template:ALL TEXTS 10 753896 3898696 3898193 2026-09-13T06:59:59Z SodiumBot 71905 Unattended update of statistics templates 3898696 wikitext text/x-wiki 109533 abnidf2v63e953hw5mtenthvuue7eg5 Pagina:D'Annunzio - San Pantaleone, 1886.pdf/181 108 789308 3898569 3090808 2026-09-12T13:29:30Z Francyskus 76680 /* Riletta */ 3898569 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|173}}</noinclude>ciate. Il naso non rivelava l’origine greca: era corto, un poco erto, con le narici larghe e respiranti. I capelli, neri, abbondavano su ’l capo. Ed ella parlava con un accento molle, esitando ad ogni parola, ridendo quasi sempre. La sua voce spesso diventava roca, d’improvviso. Quando la compagnia giunse, i Pescaresi smaniavano nell’aspettazione. I cantatori forestieri furono ammirati per le vie, nei loro gesti, nel loro incedere, nel loro vestire, e in ogni loro attitudine. Ma la persona su cui tutta l’attenzione converse fu Violetta Kutufà. Ella portava una specie di giacca scura orlata di pelliccia e chiusa da alamari d’oro; e su ’l capo una specie di tôcco tutto di pelliccia, chino un po’ da una parte. Andava sola, camminando speditamente; entrava nelle botteghe, trattava con un certo disdegno i bottegai, si lagnava della mediocrità delle merci, usciva senza aver nulla comprato: cantarellava, con noncuranza. Per le vie, nelle piazzette, su tutti i muri, grandi scritture a mano annunziavano la rappresentazione della ''Contessa d’Amalfi''. Il nome di Violetta Kutufà risplendeva in lettere vermiglie. Li animi dei Pescaresi si accendevano. La sera aspettata giunse.<noinclude></noinclude> 2uyg2sudjyq7ixhxgq9o7c5k1sl44re Pagina:D'Annunzio - San Pantaleone, 1886.pdf/182 108 789309 3898570 3090809 2026-09-12T13:36:18Z Francyskus 76680 /* Riletta */ 3898570 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|174|{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|}}</noinclude>{{nop}} Il teatro era in una sala dell’antico ospedal militare, all’estremità del paese, verso la marina. La sala era bassa, stretta e lunga, come un corridoio: il palco scenico, tutto di legname e di carta dipinta, s’inalzava pochi palmi da terra; contro le pareti maggiori stavano le tribune, costruite d’assi e di tavole, ricoperte di bandiere tricolori, ornate di festoni. Il sipario, opera insigne di Cucuzzitto figlio di Cucuzzitto, raffigurava la Tragedia, la Commedia e la Musica allacciate come le tre Grazie e trasvolanti su ’l ponte a battelli sotto cui passava la Pescara turchina. Le sedie, tolte alle chiese, occupavano metà della platea. Le panche, tolte alle scuole, occupavano il resto. Verso le sette la banda comunale prese a sonare in piazza e sonando fece il giro del paese; e si fermò quindi al teatro. La marcia fragorosa sollevava li animi al passaggio. Le signore fremevano d’impazienza, nei loro belli abiti di seta. La sala rapidamente si empì. Su le tribune raggiava una corona di signore e di signorine gloriosissima. Teodolinda Pumèrici, la filodrammatica sentimentale e linfatica, sedeva a canto a Fermina Memma, la ''mascula''. Le Fusilli, venute da Castellammare, grandi fanciulle dalli occhi<noinclude></noinclude> ku4rjxbxyrw0gqxuwwvumn6qyxjqijt Pagina:De Cesare - Roma e lo Stato del Papa I.djvu/126 108 790364 3898577 2798371 2026-09-12T16:24:29Z Carlomorino 42 3898577 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione|108|{{Sc|capitolo vii. }}|}}</noinclude>{{Centrato|{{*}}}} Una famiglia caratteristica dell’alta borghesia era quella dei Mazio, che abitava in via della Scrofa. Al principio del secolo vi era stato un {{Wl|Q1081431|cardinal Mazio}}, dei cui nepoti uno era succeduto al padre nell’ufficio di direttore delle zecche pontificie di Roma e di Bologna; e l’altro, {{Wl|Q87066313|Paolo}}, fu prima nei gesuiti, e poi, senza aver preso gli ordini sacri, ne uscì, e sposò la bellissima Nibby, figlia dell’{{AutoreCitato|Antonio Nibby|archeologo}}. Rimasto vedovo, si unì in seconde nozze con la signorina Armanni. I Mazio avevano una sorella chiamata Luigia, la cui meravigliosa bellezza le aveva fatto dare il nome di ''anticamera del paradiso''. Sposò il signor Luigi Ravaglini, assuntore di lavori stradali. Ed a questa vaghissima donna si riannoda un episodio curiosissimo della vita di {{Wl|Q7721|Napoleone III}}. Quando egli, nel 1830, era in Roma, semplice principe Luigi Bonaparte e abitava al palazzo Ruspoli, s’innamorò di lei, che aveva casa nel prossimo vicolo dell’Arancio, nè avendo altro mezzo di avvicinarla, e dichiararlesi, si vestì da donna in acconciatura di modista, e bussò all’uscio. Ma, o che il marito fosse in sospetto, o fosse caso, aprì l’uscio egli stesso, e riconosciuto nella finta modista il Bonaparte, lo cacciò ruvidamente, e con un bastone lo rincorse sin nel portone del palazzo Ruspoli. Il principe aveva allora ventitre anni, e per quanto non bello, era audace in simili imprese. La cosa si riseppe, e levò naturalmente gran rumore in città. Divenuto imperatore, Luigi Napoleone non obliò i giorni dell’esilio, nè gli amici Morichini, Volpicelli e Tortolini, suoi compagni di studi; e meno ancora la bella Ravaglini; si disse anzi che, saputo che gli affari del marito erano andati male, fosse venuto generosamente in di lui aiuto. Ma tornando ai Mazio, che appartenevano alla borghesia elevatasi con l’ingegno e col lavoro, e che vivevano con larghezza, dando pranzi e ricevimenti, è da ricordare che in quella famiglia era, da oltre un secolo, tradizionalmente concentrata la direzione della zecca. Giacomo Mazio, padre del cardinale, fu nominato da Benedetto XIV, nel 1769, intendente generale delle due zecche presso il ministero delle finanze, e occupò quel posto<noinclude></noinclude> flu10ghx6ree7wnmk2izl6jrs723wr6 Pagina:Leopardi - Canti, Starita (corretta), Napoli 1835.djvu/7 108 797064 3898613 3622453 2026-09-12T21:26:24Z Xavier121 1159 3898613 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" /></noinclude>{{ct|f=300%|L=8px|v=2|CANTI}} {{ct|f=90%|w=0.5em|v=2|DI}} {{ct|f=150%|L=2px|w=0.5em|v=5|GIACOMO LEOPARDI.}} {{ct|f=90%|w=0.5em|v=1|EDIZIONE CORRETTA<s>,</s> ED ACCRESCIUTA<s>,</s>}} {{ct|f=90%|L=2px|w=0.5em|v=10|<s>E SOLA APPROVATA</s> DALL’AUTORE.}} <s>{{ct|f=130%|v=1|N A P O L I,}}</s> <s>{{ct|f=75%|L=4px|w=0.2em|v=1|PRESSO SAVERIO STARITA}}</s> <s>{{ct|f=85%|w=0.2em|v=1|Strada Quercia n. 14.}}</s> {{Rule|4em}} {{ct|f=100%|<s>1835</s><ref name"nota 1">La cancellazione di luogo, editore e data di pubblicazione indicano il progettato e mai attuato passaggio alla casa francese ''Baudry''. Cfr. più avanti p. [[176]]. L'anno ''1836'' dell’''Intestazione'' si riferisce al periodo degli interventi di Leopardi su questa copia personale, quasi tutti di suo pugno o per dettatura al Ranieri. Sulla ''Starita corretta'' si fonda la prima edizione completa dei [[Opera:Canti (Leopardi)|Canti]] curata da Ranieri stesso a Firenze nel 1845 per '' Le Monnier'' che, pur con molte sviste, pubblica per la prima volta ''Il tramonto della luna'' e ''La ginestra o il fiore del deserto''. Nel 1927 si appoggia a questa copia, testimone dell'ultima volontà dell'autore, anche l'edizione Moroncini per i tipi ''Cappelli'' di Bologna, che, con un apparato critico fortemente interpretativo, distingue tra varianti più o meno importanti. Rispetteranno questi criteri, con pochi miglioramenti di grafia e punteggiatura, sia l'edizione a cura di R. Bacchelli e G. Scarpa (Officina gregoriana, Milano 1935), sia [[Canti (Leopardi - Ginzburg)|quella a cura di L. Ginzburg]] (Laterza, Bari 1938), sia quella di F. Flora (Mondadori, Milano 1940). L'edizione critica dei ''Canti'' di E. Peruzzi (Rizzoli, Milano 1981), con riproduzione fotografica dei manoscritti, abbandona i criteri precedenti e, partendo dalla versione definitiva dei singoli canti, permette di seguire in ordine cronologico, secondo i manoscritti, le varie fasi di scrittura e di modifica di ciascun verso. Di segno opposto l'edizione di pregio, sempre corredata da riproduzioni fotografiche, di D. De Robertis (Edizioni Il Polifilo, Milano 1984) «che parte dalla prima redazione nota, corrispondente alla sua prima organica definizione» (p. CXVII), elencando in apparato le varianti successive. Nel 2009 esce a Firenze l'ultima edizione critica dei ''Canti'' a cura di F. Gavazzeni (che riunisce i lavori di un gruppo di studiosi per l'Accademia della Crusca), con un DVD che riproduce tutti i manoscritti e le stampe a colori e un apparato critico che rispetta «l'ultima lezione del manoscritto e l'ultima lezione delle stampe» (p. XLII).</ref>}}<noinclude>{{Sezione note}}</noinclude> rajtagzzdsvp8prjk1n7zdzwiknlsto 3898614 3898613 2026-09-12T21:32:32Z Xavier121 1159 3898614 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" /></noinclude>{{ct|f=300%|L=8px|v=2|CANTI}} {{ct|f=90%|w=0.5em|v=2|DI}} {{ct|f=150%|L=2px|w=0.5em|v=5|GIACOMO LEOPARDI.}} {{ct|f=90%|w=0.5em|v=1|EDIZIONE CORRETTA<s>,</s> ED ACCRESCIUTA<s>,</s>}} {{ct|f=90%|L=2px|w=0.5em|v=10|<s>E SOLA APPROVATA</s> DALL’AUTORE.}} <s>{{ct|f=130%|v=1|N A P O L I,}}</s> <s>{{ct|f=75%|L=4px|w=0.2em|v=1|PRESSO SAVERIO STARITA}}</s> <s>{{ct|f=85%|w=0.2em|v=1|Strada Quercia n. 14.}}</s> {{Rule|4em}} {{ct|f=100%|<s>1835</s><ref name"nota 1">La cancellazione di luogo, editore e data di pubblicazione indicano il progettato e mai attuato passaggio alla casa francese ''Baudry'' (Cfr. più avanti gli interventi sulle ''note'' a p. [[Pagina:Leopardi - Canti, Starita (corretta), Napoli 1835.djvu/182|176]]). L'anno ''1836'' dell’''Intestazione'' si riferisce al periodo degli interventi di Leopardi su questa copia personale, quasi tutti di suo pugno o per dettatura al Ranieri. Sulla ''Starita corretta'' si fonda la prima edizione completa dei [[Opera:Canti (Leopardi)|Canti]] curata da Ranieri stesso a Firenze nel 1845 per '' Le Monnier'' che, pur con molte sviste, pubblica per la prima volta ''Il tramonto della luna'' e ''La ginestra o il fiore del deserto''. Nel 1927 si appoggia a questa copia, testimone dell'ultima volontà dell'autore, anche l'edizione Moroncini per i tipi ''Cappelli'' di Bologna, che, con un apparato critico fortemente interpretativo, distingue tra varianti più o meno importanti. Rispetteranno questi criteri, con pochi miglioramenti di grafia e punteggiatura, sia l'edizione a cura di R. Bacchelli e G. Scarpa (Officina gregoriana, Milano 1935), sia [[Canti (Leopardi - Ginzburg)|quella a cura di L. Ginzburg]] (Laterza, Bari 1938), sia quella di F. Flora (Mondadori, Milano 1940). L'edizione critica dei ''Canti'' di E. Peruzzi (Rizzoli, Milano 1981), con riproduzione fotografica dei manoscritti, abbandona i criteri precedenti e, partendo dalla versione definitiva dei singoli canti, permette di seguire in ordine cronologico, secondo i manoscritti, le varie fasi di scrittura e di modifica di ciascun verso. Di segno opposto l'edizione di pregio, sempre corredata da riproduzioni fotografiche, di D. De Robertis (Edizioni Il Polifilo, Milano 1984) «che parte dalla prima redazione nota, corrispondente alla sua prima organica definizione» (p. CXVII), elencando in apparato le varianti successive. Nel 2009 esce a Firenze l'ultima edizione critica dei ''Canti'' a cura di F. Gavazzeni (che riunisce i lavori di un gruppo di studiosi per l'Accademia della Crusca), con un DVD che riproduce tutti i manoscritti e le stampe a colori e un apparato critico che rispetta «l'ultima lezione del manoscritto e l'ultima lezione delle stampe» (p. XLII).</ref>}}<noinclude>{{Sezione note}}</noinclude> 1l4npawj7wy4wb12lcsmx2911250phj Pagina:Leopardi - Canti, Starita (corretta), Napoli 1835.djvu/14 108 797070 3898619 3864462 2026-09-12T21:45:08Z Xavier121 1159 3898619 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Xavier121" />{{RigaIntestazione|8|{{Sc|all’italia}}|}}</noinclude><poem>Le genti a vincer nata {{R|20}}E nella fausta sorte e nella ria. Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive, Mai non potrebbe il pianto Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno; Che fosti donna, or sei povera ancella. {{R|25}}Chi di te parla o scrive, Che, rimembrando il tuo passato vanto, Non dica: già fu grande, or non è quella? Perché, perché? dov’è la forza antica, Dove l’armi e il valore e la costanza? {{R|30}}Chi ti discinse il brando? Chi ti tradì? qual arte o qual fatica O qual tanta possanza Valse a spogliarti il manto e l’auree bende? Come cadesti o quando {{R|35}}Da tanta altezza in così basso loco? Nessun pugna per te? non ti difende Nessun de’ tuoi? l’armi, qua l’armi: io solo Combatterò, procomberò sol io. Dammi, o ciel, che sia foco {{R|40}}Agl’italici petti il sangue mio. Dove sono i tuoi figli? Odo suon d’armi E di carri e di voci e di timballi: In estranie contrade</poem><noinclude></noinclude> h885rm999maw1smyncr9gapf8ck9rgv Pagina:Leopardi - Canti, Starita (corretta), Napoli 1835.djvu/18 108 797074 3898618 3864466 2026-09-12T21:43:31Z Xavier121 1159 3898618 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Xavier121" />{{RigaIntestazione|12|{{Sc|all’italia}}|}}</noinclude><poem> Prima divelte, in mar precipitando, Spente nell’imo strideran le stelle, Che la memoria e il vostro Amor trascorra o scemi. {{R|125}}La vostra tomba è un’ara; e qua mostrando Verran le madri ai parvoli le belle Orme del vostro sangue. Ecco io mi prostro, O benedetti, al suolo, E bacio questi sassi e queste zolle, {{R|130}}Che fien lodate e chiare eternamente Dall’uno all’altro polo. Deh foss’io pur con voi qui sotto, e molle Fosse del sangue mio quest’alma terra. Che se il fato è diverso, e non consente {{R|135}}Ch’io per la Grecia i moribondi lumi Chiuda prostrato in guerra, Così la vereconda Fama del vostro vate appo i futuri Possa, volendo i numi, {{R|140}}Tanto durar quanto la vostra duri.</poem><noinclude></noinclude> 2c4wldcsapkpdskn4zrlv488nkcapp7 Pagina:Oriani - Vortice, Bari, Laterza, 1917.djvu/11 108 852926 3898620 3838224 2026-09-12T23:33:22Z PapaYoung89 70981 /* Riletta */ 3898620 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" /></noinclude>{{Nop}} — Aspettatemi dunque! — esclamò l’avvocato Guglielmi, indugiando nel rimettersi il pastrano grigio da mezza stagione, e aperse la bussola, che dal caffè dava sotto il portico. Gli altri due si erano fermati ad attenderlo. Il portico leggermente ricurvo era poco illuminato; due guardie di pubblica sicurezza stavano addossate all’ultima colonna verso la piazza, che, stretta fra il doppio loggiato, a quell’ora e in quella tenebra sembrava anche più piccola. I suoi fanali, bianchi sopra esili colonnine di ghisa, non rischiaravano nè la notte nè il selciato; erano otto d’ambo i lati, e la loro luce faceva poco più di un’aureola intorno ai loro vetri. Benchè fosse appena mezzanotte, e i due maggiori caffè tuttavia aperti, non passava alcuno. La massa bruna del duomo disegnava un’ombra più scura sul lividore biancastro della grande scalinata in granito, un’opera nuova, per la quale nella cittadina si era speso troppo e parlato anche di più; a fianco del duomo, quasi dirimpetto al caffè, donde l’avvocato era uscito per ultimo, la fontana monumentale, prigioniera di un’alta cancellata a palle di<noinclude></noinclude> 61t1n0kkdueo3gorhwlfh3e8lwkmcx4 Pagina:Oriani - Vortice, Bari, Laterza, 1917.djvu/12 108 852929 3898621 3072999 2026-09-12T23:34:44Z PapaYoung89 70981 /* Riletta */ 3898621 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" /></noinclude>ottone, continuava quel sommesso borbottio dei due becchi cadenti sugli abbeveratoi di marmo candido, posti l’uno di contro all’altro fuori della cancellata. Il cielo era oscuro, con poche stelle; e una nebbiolina, ancora diafana, inumidiva l’aria non abbastanza riscaldata dai primi tepori della primavera. I tre rimasero alcuni secondi ritti dinanzi al caffè. — Perchè non facciamo due giri di loggia? — disse l’avvocato Guglielmi, che aveva questa abitudine, comune del resto a quanti della città non rincasavano presto. Quel portico del caffè Gritti e quella loggia sinistra della piazza, che formava come la facciata del palazzo municipale, erano il passeggio favorito di tutti i signori. Nella notte i più sfaccendati, anche dopo la chiusura dei caffè e dei ''clubs'', seguitavano per ore, talvolta sino all’alba, quando le ortolane disponevano già i banchi e le ceste per la piazza, ad incontrarvisi in gruppi, promettendo sempre di separarsi dopo un ultimo giro, e non di meno prolungando la monotona passeggiata con ostinazione quasi inconsapevole. Forse non avrebbero saputo fare egualmente tardi altrove. — Tre giri soli, — rispose Gaudenzi, un impiegato al telegrafo sulla cinquantina, venuto da Milano molti anni addietro e diventato quasi della città. L’avvocato Guglielmi si pose in mezzo. Era un vecchietto arzillo, con troppe pretese per la sua levatura; e in quei giorni aveva ceduto ad una delle solite esaltazioni per la lotta elettorale fra moderati e radicali. Egli credeva in buona fede di essere fra questi, mentre invece il temperamento e la vita lo avevano<noinclude></noinclude> sncapdwrr8jmpjwlwb63zhtt5frhggb Pagina:Oriani - Vortice, Bari, Laterza, 1917.djvu/13 108 852932 3898622 3073000 2026-09-12T23:36:37Z PapaYoung89 70981 /* Riletta */ 3898622 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" /></noinclude>sempre tenuto in sospetto verso la piazza. Quindi uscito dal ''club'' dopo una vivace discussione, nel passare dinanzi al caffè Gritti, vi era entrato per parlare ancora con Gaudenzi e Romani, due fra i suoi amici più condiscendenti. Essi avevano finito da un’ora la solita partita a scopa, e ciarlavano di donne. Ma la notte e la solitudine, sotto a quel loggiato, finirono di calmare l’avvocato Guglielmi. — Dove sei stato oggi, che non ti ho visto dopo pranzo al caffè? — domandò questi a Romani. — A Bologna: ne sono ritornato col treno delle dieci e mezzo; debbo ancora rientrare a casa da stamattina alle sette. — La donnetta! — disse Gaudenzi con accento metà ilare e metà sornione, alludendo ad una cantante di operette partita colla compagnia dalla città poche settimane prima, e colla quale Romani si era lasciato vedere parecchie volte a cena nell’albergo del ''Falcone'', il maggiore della città, con altri amici. — Oh va! — Un’altra adunque! — rincarò Guglielmi. — Nemmeno, — e la voce di Romani ebbe un tremito: — sono andato a Bologna per affari... cattivi! — aggiunse sospirando. In quel momento passavano davanti all’enorme scalone del palazzo municipale, che saliva dritto e larghissimo sino ad un pianerottolo alto, cintato, quasi simile ad una cappella, nel mezzo della quale un lume a petrolio, chiuso entro un antico lucernario, spandeva una luce malinconica. Le due guardie, nere nei cappotti impermeabili, perchè la notte sul principio era sembrata voltarsi al cattivo tempo, si erano rimesse a girare, segui-<noinclude></noinclude> sw4d1uz72ekxzw52kr9h4ctun910055 Pagina:Oriani - Vortice, Bari, Laterza, 1917.djvu/14 108 852934 3898623 3073002 2026-09-12T23:37:50Z PapaYoung89 70981 /* Riletta */ 3898623 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" /></noinclude>tando quasi automaticamente il passo di quei tre; ma si fermarono di botto vedendoli arrestarsi. Gli altri si voltarono; quindi proseguirono senza barattare alcuna altra osservazione. — Vado a casa, — disse Romani prima di rientrare sotto il portico del caffè. — Ci vediamo domattina sul mezzogiorno? — Già. — Buona notte! — Buona notte! Romani si diresse verso porta Appia passando lungo la fontana e il Duomo. Adesso era ridivenuto improvvisamente triste. La piccola città, sepolta nel sonno e nelle tenebre, aveva perduto ogni fisonomia; i fanali scarsi, a petrolio, indicavano appena il vano della strada, nella quale le casette irregolari s’addossavano l’una all’altra in silenzio, colle porte e le finestre buie, senza colori, come in una tranquillità di abbandono. Era una città di circa quindicimila abitanti, compresovi il grosso borgo al di là del fiume, abbastanza ricca, antica e rimasta vecchia anche nel rinnovamento moderno, che guasta dove non muta, e muta quasi da per tutto. Egli rifaceva quella strada a testa bassa, senza guardare, anticipando i passi col pensiero e ripetendosi meccanicamente: adesso arrivo alla bottega del barbiere, poi all’angolo del palazzo Bandi, al pizzicagnolo... tutte le stazioni più importanti di quella strada, che percorreva da tanti anni, e nella quale era persino nato. La conosceva nei più minuti particolari, tutta; la sua casa vi stava in fondo, una casetta a due piani, con un cornicione di legno ai tetti, le persiane verdi, una porta stretta, alta sul marciapiede due scalini, un andito, una scaletta<noinclude></noinclude> frojctmvhtjsozntlr96k2dzzcplhxz Pagina:Oriani - Vortice, Bari, Laterza, 1917.djvu/15 108 852936 3898624 3073003 2026-09-12T23:38:58Z PapaYoung89 70981 /* Riletta */ 3898624 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" /></noinclude>oscura, poi l’appartamento al primo piano, dove abitava con la moglie e due bambini. All’altro, stavano due famiglie, quella di un calzolaio, e un vecchio prete con una serva. Gli parve improvvisamente di aver freddo; un passo risuonò lontano, dietro di lui. Qualche soffio agitava l’aria; dal selciato disuguale, a ciottoli, tratto tratto raggiavano baleni sull’umidore lasciatovi dalla pioggia, mentre il rombo del fiume fuori dalla barriera si faceva a mano a mano, più distinto. Allentò il passo. Altri brividi lo scossero e, daccapo, risentì più greve quel peso, sotto al quale era quasi venuto meno tutto il giorno; non si ricordava di cosa alcuna distintamente, ma era come una stanchezza senza motivo, un’inquietudine tratto tratto percossa da paure inafferrabili come quei suoni fantastici, che talora sembrano batterci sull’orecchio, girando di notte per la campagna. Quella giornata non era certo stata buona: a Bologna aveva fallito l’ultima combinazione, cui intendeva da parecchi giorni, e che l’avrebbe rimesso a galla lasciandogli forse il modo di riordinare i suoi affari sconquassati. Poi aveva meditato, tentato altri espedienti presso alcuni vecchi amici della grossa città, nella quale aveva studiato due anni da giovinetto: aveva corso da una strada all’altra, salito parecchie scale, per concludere sempre allo stesso modo. Quegli amici avevano quasi tutti cambiato abitazione da lungo tempo; alcuni non erano in casa, altri non l’avevano ricevuto o, ricevendolo, si erano mostrati così freddi che gli era caduto improvvisamente dal cuore il coraggio di ogni domanda. Erano state al solito interrogazioni e risposte insignificanti, qualche complimento volgare, e infine un<noinclude></noinclude> kxeo6jy9fje6zx02q0by1c89mavfz8f Pagina:Oriani - Vortice, Bari, Laterza, 1917.djvu/16 108 852937 3898625 3073004 2026-09-12T23:40:33Z PapaYoung89 70981 /* Riletta */ 3898625 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" /></noinclude>saluto frettoloso. Tutti avevano da fare, ognuno pensava a sè. Si era sentito respinto, isolato. Ma siccome era sabato, e in quel giorno tutti i mercanti e gli uomini d’affari affluivano a Bologna dalle città vicine, vi aveva incontrate molte, troppe conoscenze. — Oh! come, anche tu? Altri discorsi insulsi, strette di mano, qualche vanteria dei minori commercianti, ai quali pareva d’ingrandire mostrandosi ad un concittadino in quel giorno a Bologna. Parecchi sfaccendati erano venuti per ozio o per capriccio, il Mercato di Mezzo era pieno. Quindi aveva dovuto andare a colazione con un gruppo di amici, tutti della propria città, una colazione rumorosa, vanagloriosa, perchè la sera ne avrebbero parlato certamente nel caffè Gritti. Però quel chiasso lo aveva rinfrancato. Adesso, invece, uno scoramento lo riprendeva, sebbene nessun pericolo vero lo minacciasse ancora; era dissestato da gran tempo, ma s’ingegnava sempre per andare innanzi, riuscendovi non senza pena, con abbastanza disinvoltura. Aveva vissuto comodamente colla famiglia, accettato, stimato da per tutto più di quanto la posizione lo consentisse. Questo, che era stato sempre il suo vanto secreto, gli si mutava ora in rammarico, quasi solamente dopo quella triste giornata di disillusioni e quel ritorno in ferrovia, solo in un vagone di seconda classe, perchè tutti gli altri amici erano già partiti col treno antecedente, gli si rischiarasse entro l’oscurità silenziosa della strada, improvvisamente, il problema della propria posizione. La strada era sempre così deserta, il rombo del fiume cresceva. Si fermò per accendere un sigaro<noinclude></noinclude> n8p1myd69ge97pnvr7wq3bfy1663qi3 Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/288 108 956321 3898611 3874845 2026-09-12T20:14:30Z Candalua 1675 3898611 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|278|maschere nude|}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Direttore}}. Eccola qua! {{Sc|Toti}}. Dato il principio... {{block|is|S’avvia per rientrare nel Gabinetto di Storia Naturale; ma scorge presso l’uscio Lillina e ritorna pian piano verso il Direttore:}}E sa? Ragazzina la piglio — di sedici anni — per obbligare il Governo a pagarle la pensione per almeno altri cinquant’anni dopo la mia morte. Non se la passa liscia con me, il Governo, glielo giuro! {{block|is|Rientra nel Gabinetto di Storia Naturale.}} {{Sc|Cinquemani}} (''avvicinandosi al Direttore con la spazzola''). Permette, signor Direttore? {{block|is|Si mette a spazzolarlo.}}Ah che tipo! Capace di farlo, sa? Di ciò che la gente possa dir di lui, non s’è mai curato. Può star certo che prende moglie davvero! {{Sc|Direttore}}. E vedremo anche questo! Addio. {{Sc|Cinquemani}}. Servitor suo, signor Direttore. {{block|is|E appena andato via il Direttore rivolgendosi alla moglie e alla figlia, li in attesa:}}Su, su oh! sbrighiamoci! {{Sc|Marianna}}. Eh già, manca per noi difatti! Da un’ora qua ad aspettare, con tutto il da fare che ho su; a sentir certe sudicerie! {{Sc|Cinquemani}}. Ssss, sta’ zitta! {{block|is|Indica l’uscio del Gabinetto di Storia Naturale, dove è entrato il professor Toti.}} {{Sc|Marianna}}. Mi senta, mi senta, che gli sta bene! Ho i capelli bianchi, e me li ha fatti diventar rossi dalla vergogna! {{block|is|Entra nella terza classe, con la scopa ecc.}} {{Sc|Cinquemani}}. Maledetta linguaccia delle donne! Va’ in terza subito, non perdiamo altro tempo! {{block|is|Alla figlia:}}E tu, in quarta!<noinclude></noinclude> qp615ryblgu7ffiq1gpr349hn97p0o5 Utente:Pic57/wikidiario 2 957775 3898742 3897674 2026-09-13T11:54:54Z Pic57 12729 /* Musica nel wikiverso 2026.9 */ 3898742 wikitext text/x-wiki == [https://it.wikisource.org/wiki/Wikisource:Bar/Archivio/2026.09#Musica_nel_wikiverso Musica nel wikiverso 2026.9] == In costruzione [[File:Musica e Musicisti, 1905 vol. I (page 32 crop).jpg|Musica e musicisti, 1905 vol. I (page 32 crop a)|400px|centro]] {{Centrato|'''Aggiornamento mensile lilypondiano'''}} [[File:Ars et Labor, 1906 vol. I (page 112 crop a).jpg|Ars et Labor, 1906 vol. I (page 112 crop a)|300px|centro]] * Al '''15 settembre 2026''', abbiamo trascritto e pubblicato (197) ''[[:Categoria:Partiture|partiture]]'' (ad oggi '''{{PAGESINCATEGORY:Partiture}}'''). * '''P{{Sc|ubblicati questo mese}}''': :* {{Sc|'''Canti popolari'''}} :: · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Calabria/Int'a nu boscu}} :: · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Romagna ed Emilia/Io son nata tra le rose}} :* {{Sc|'''Musica colta'''}} — Questo mese abbiamo trascritto due impegnativi brani sul ''mal d'amore'' scritti da Giano Brida, compositore e direttore d'orchestra veronese, ma attivo a Milano alla metà del XIX secolo. I due brani sono una riuscita satira del ''mal du siècle'' (o ''Weltschmerz''), ovvero quel senso di vuoto, profonda malinconia e inadeguatezza verso il mondo che colpiva i giovani romantici della prima metà dell'Ottocento a causa di un rifiuto amoroso o per la fine di una passione che riducevano il giovane sofferente allo stato di "esule" intellettuale, incapace di integrarsi nelle dinamiche utilitaristiche della nascente società borghese. I due brani, in chiave di sol, celebrano la liberazione da questo stato. :::* {{Testo|Due canzoni in chiave di sol/Non piango più}} :::* {{Testo|Due canzoni in chiave di sol/Io rido sempre!}} :: — Ci siamo inoltre avventurati a pubblicare una canzone su wikisource angloamericana :::*[https://en.wikisource.org/wiki/%27Till_The_End_O%27_The_World_With_You 'Till The End O' The World With You] (1925) by Harold Dixon <hr> :* {{Sc|'''Opere'''}} — Queste pagine contengono link a partiture appartenenti ad una stessa opera e sono collegate alle omonime pagine di Wikipedia tramite {{Sc|Interprogetto}} :** [[Opera: La figlia di Iorio (Franchetti)]] <hr> :* {{Sc|'''Libri'''}} — È stata completata la trascrizione de: :** {{Testo|L'Anima musicale d'Italia}} <hr> :''[[:Categoria:Partiture|→ Vai a tutte le partiture]]'' <hr> * [[Utente:Pic57/Laboratorio_musica |'''{{Sc|Laboratorio}}''']] — E' un manualetto per chi vuole avvicinarsi a Lilypond, ma scritto per wikisource: il codice è infatti '''senza variabili'''. Contiene '''frammenti di codice complesso''' riutilizzabili in contesti analoghi corredati dagli esempi delle partiture trascritte.<br>Questo mese abbiamo pubblicato: :* ''[[Utente:Pic57/Laboratorio_musica#Linea del testo posizionata sopra il rigo superiore | Linea del testo posizionata sopra il rigo superiore]]'' ::Vedi codice commentato in{{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Romagna ed Emilia/Io son nata tra le rose}} :* ''[[Utente:Pic57/Laboratorio_musica#Note sovrapposte con trasparenza del capo di quella sottostante|Note sovrapposte con trasparenza del capo di quella sottostante]]'' :: Vedi codice commentato al rigo down 3.8 in {{Testo|Due canzoni in chiave di sol/Non piango più}} :* ''[[Utente:Pic57/Laboratorio_musica#Stile classico|Stile classico]]'' :: Vedi tutta la trascrizione di {{Testo|Due canzoni in chiave di sol/Non piango più}} :*''[[Utente:Pic57/Laboratorio_musica#Crescendo o diminuendo senza note| Crescendo o diminuendo senza note]]'' ::\override Hairpin.to-barline = ##t | \! :: Vedi codice in {{Testo|Che dici, o parola del saggio?}} %rigo down 3.10b <hr> * '''{{Sc|Revisioni}}''' — Periodicamente, via via che acquisiamo nuove conoscenze, revisioniamo brani già pubblicati con SAL 75% o addirittura 100% '''ottimizzandone il codice lilypond'''. :* {{Testo|Due canzoni in chiave di sol/Non piango più}} :* {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Toscana/Peschi fiorenti}} :* {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Nina mia son barcaiolo}} :* {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Calabria/Int'a nu boscu}} :* {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Toscana/Giovanuttin che vesti de turchino}} :* {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Venezia/O benedett l'amor dei giovin}} <hr> * '''{{Sc|Riletture}}''' — Al fine di '''facilitare la rilettura''' del codice da parte dei volonterosi, a partire da oggi in testa ad ogni partitura lunga '''è posta la seguente riga prima del codice lilypond''':<br> ''<nowiki><!-- Cancella questa riga per visualizzare il contatore e facilitare la rilettura </nowiki>''<br>''<nowiki> <syntaxhighlight lang="lilypond" line start="2">--> </nowiki>''<br> Cancellando la prima riga, l'intera pagina è mostrata con il contatore di righe come in un editor di codice. Ciò facilita enormenemente: : * l'individuazione di eventuali errori : * l'inserimento di ottimizzazioni : * la comunicazione di un problema da risolvere taggando Pic57 nella pagina di discussione '''Ovviamente al termine si prega di ripristinare la riga,''' assicurandosi di premettere il tag '''<nowiki><!--</nowiki>''' che consente l'esecuzione del codice lilypond.<br> Gradualmente questa riga sarà inserita nelle partiture più lunghe, ovvero quelle che occupano più pagine.<br> Per un esempio vedere: :* {{Testo|Due canzoni in chiave di sol/Io rido sempre!}} <hr> [[File:Musica e Musicisti, 1905 vol. II (page 237 crop).jpg|400px|centro]] {{Centrato|{{x-smaller|Immagini tratte da: Ricordi, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, da Wikimedia Commons}}}} <hr> == [https://it.wikisource.org/wiki/Wikisource:Bar/Archivio/2026.08#Musica_nel_wikiverso Musica nel wikiverso 2026.8] == ==[https://it.wikisource.org/wiki/Wikisource:Bar/Archivio/2026.07#Musica_nel_wikiverso Musica nel wikiverso 2026.7] == ==[https://it.wikisource.org/wiki/Wikisource:Bar/Archivio/2026.06#Musica_nel_wikiverso_2026.6 Musica nel wikiverso 2026.6] == ==[https://it.wikisource.org/wiki/Wikisource:Bar/Archivio/2026.06#Musica_nel_wikiverso_2026.5 Musica nel wikiverso 2026.5] == == 8.5.2026 == Ho trascritto per wikisource una «'''bluette'''» di Pietro Floridia, pubblicata sulla rivista della Ricordi "Musica d'oggi" a luglio del 1920. La «bluette» è una breve e raffinata composizione pianistica di carattere elegiaco. Qui in effetti lo spunto è offerto al musicista da una poesia di Théophile Gautier. La composizione è ancora più suggestiva perché il termine "bluette" - in francese - è utilizzato principalmente per indicare un colore azzurro intenso, (bleu turquoise o bleu vif). E - sempre in francese - l'assonante "bleuet" è il fiordaliso, uno dei pochi fiori davvero blu, così che per affinità «bluette» ha finito per significare "scintilla". Buon ascolto 🎹 Linkedin - facebook - ==[[Wikisource:Bar/Archivio/2026.04#Musica_nel_wikiverso|Musica nel wikiverso 2026.4]]== ==[[Wikisource:Bar/Archivio/2026.03#.eps_files|Musica nel wikiverso 2026.3]]== == 17.3.2026 == '''[[Ars_et_Labor,_1908_vol._I/N._2/Automobile|Automobile]]''' è una divertente composizione per pianoforte di Giulio Ricordi (sì, oltre che editore è stato compositore). Frutto del clima culturale che anticipa il futurismo (1908), celebra con ironia l'avvento dell'automobile, quando delle macchine si poteva ancora scherzare e prima che il futurismo stesso venisse fagocitato dalla propaganda bellica. Esilarante il modo in cui viene reso il sobbalzo dei passeggeri a causa di una cunetta, nonché l'occasionale investimento di un povero cane vittima (collaterale) della macchina che tutto travolge: nulla la arresta! L'accidentale scoppio di una gomma (altra ironia) viene prontamente riparato e il motore - arrancando - porta finalmente i passeggeri a destinazione. Ah, la ''Belle Époque!'' ==[[Wikisource:Bar/Archivio/2026.02#Babel_Lilypond|Musica nel wikiverso 2026.2]]== == 22.2.2026== <poem>[[File:Sandringham House from the air (cropped).jpg|miniatura|sinistra]]'''Coincidenze!''' Stavo giusto trascrivendo la [[Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N._7/Sandringham_-_Marcia |''Sandringham March'']] di Natalie Townsend quando giunge la notizia dell'arresto dell'ex-principe Andrea, indovinate dove? Ma a '''Sandringham House''', ovviamente, la residenza di campagna dei Windsor, nel Norfolk! Qui si era ritirato dopo lo sfratto dalla Royal Lodge di Londra in seguito alle indagini sugli Epstein Files! Ebbene, nel luglio 1904 la compositrice statunitense - nonché moglie di un ambasciatore USA - fu ospitata nella Sandringham House per una breve vacanza e lasciò come dono alla Regina Alexandra - che l'aveva invitata per la stima che aveva nei suoi confronti - questa elegante e briosa marcia. https://it.wikisource.org/wiki/Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N._7/Sandringham_-_Marcia Non era raro che i brani della Townsend venissero eseguiti dalle bande militari britanniche durante i cambi della guardia o in occasione di eventi ufficiali a cui partecipava la Regina. Altri tempi!</poem> ==[[Wikisource:Bar/Archivio/2026.01#Ars_et_Labor_1906,_vol._I_con_SAL_75%|Musica nel wikiverso 2026.1]]== == 27.1.2026== :La musica attraversa il tempo e lo spazio perché è un linguaggio universale: più facile suonare con un giapponese, che parlargli. :E questo vale anche per la musica del passato, per la quale wikisource offre mille possibilità. :Accade così che [https://it.wikisource.org/wiki/Ars_et_Labor,_1907_vol._II/N._9/Aria questa "Aria barocca"] di Antonio Francesco Tenaglia, un clavicembalista della metà del XVII sec., venga scoperta e trascritta per violino e pianoforte 250 anni dopo, nel 1906, da [https://it.wikipedia.org/wiki/Enrico%20Polo Enrico Polo], un violinista cultore di Paganini. :E venga poi pubblicata su Ars et Labor, una bella rivista dell'Archivio Ricordi in corso di trascrizione su Wikisource. :Così oggi, esattamente 120 anni dopo, accade che io possa codificarla per digitalizzarla in MIDI. :E possa poi anche sostituire la voce del violino con quella della mia armonica accompagnata dal pianoforte e... [https://www.spreaker.com/episode/aria-barocca--69423778 suonare un pezzo barocco per poi pubblicarlo sul mio podcast]. :Non è sempre stato così: devo dire grazie a Wikisource. E ovviamente grazie all'autore, al musicista che l'ha scovato e trascritto, al decodificatore, all'interprete e grazie anche a [https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_d%27Arezzo Guido d'Arezzo], di cui a dicembre si è celebrato il millenario della notazione musicale da lui inventata. {{A destra|(pubblicato sulla pagina Facebook di Wikisource)}} == 21.1.2026 == All'Archivio Ricordi (info@) ​Gent.ma Redazione, ... ho curato la trascrizione su Wikisource dei primi 6 numeri di Ars Et Labor con le relative partiture in MIDI. Nell'accingermi a proseguire il lavoro con il secondo volume del 1906 della rivista, ho notato che le partiture elencate non sono però incluse nella versione digitale di Ars et Labor. E' possibile recuperarle? Ecco l'elenco, così come ricostruito dalle stesse pagine della rivista: # Sous les pommiers di Vittorio Monti per mandolino e piano (n. 7, 1906, p. 647 cartacea, 37 digitale) # A lei di G. Calamani, romanza. (n. 7, 1906, p. 644 cartacea, 37 digitale ) # [https://musescore.com/user/97106398/scores/19541758 Quelle labbra non son rose... di Stefano Donaudy] (n. 8, 1906, p. 751 cartacea, 88 digitale) # Au son des harpes di Alfred Cottin (n. 8, 1906, p. 751 cartacea, 88 digitale) # Dejanice di Alfredo Catalani (n. 9,1906, p. 839 cartacea, 137 digitale) # Campane di Napoleone Cesi (n. 10/1906, p. 927 cartacea, 181 digitale) # Se vuoi ch'io muoia, amor, morrò... di Stefano Donaudy (n. 11, p. 1036 cartacea, 236 digitale) # Éloignement di Henry Soro (n. 11, p. 1036 cartacea, 236 digitale) # Allegretto per organo di Roberto Remondi (n. 11, p. 1036 cartacea, 236 digitale) # Il presepio di J. Burgmein (n. 12, p. 1133 cartacea, 284 digitale) # Musette (da: Heures deliceuses) di Enrico De Leva (n. 12, p. 1133 cartacea, 284 digitale) Grazie per l'attenzione e un cordiale saluto == 15.1.2026 == Elenco (67 autori) ottenuta da [https://query.wikidata.org/querybuilder/?uselang=it&query=%7B%22conditions%22%3A%5B%7B%22propertyId%22%3A%22P570%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22time%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%7B%22value%22%3A%22%2B1955-00-00T00%3A00%3A00Z%22%2C%22precision%22%3A9%7D%2C%22subclasses%22%3Afalse%2C%22conditionRelation%22%3Anull%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P570%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22time%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%7B%22value%22%3A%22%2B1955-00-00T00%3A00%3A00Z%22%2C%22precision%22%3A9%7D%2C%22subclasses%22%3Afalse%2C%22conditionRelation%22%3A%22and%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P27%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q38%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22and%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q36180%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22and%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q201788%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22or%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q1930187%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22or%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q49757%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22or%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q28389%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22or%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%5D%2C%22limit%22%3A500%2C%22useLimit%22%3Atrue%2C%22omitLabels%22%3Afalse%7D questa query] a wikidata fatta con il comodo Query Builder chiedendo scrittori, poeti, storici, giornalisti e sceneggiatori italiani scomparsi nel 1955 {| class="wikitable sortable" ! item wikidata !! Nome !! Cognome |- | http://www.wikidata.org/entity/Q799111 || Ermanno || Amicucci |- | http://www.wikidata.org/entity/Q98164064 || Giuseppe || Ammendola |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3893714 || Paolo || Arcari |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3611325 || Alfredo || Baccelli |- | http://www.wikidata.org/entity/Q1615033 || Piero || Ballerini |- | http://www.wikidata.org/entity/Q19753744 || Achille || Bertini Calosso |- | http://www.wikidata.org/entity/Q1316687 || Ferruccio || Biancini |- | http://www.wikidata.org/entity/Q16554572 || Ettore || Boschi |- | http://www.wikidata.org/entity/Q569638 || Anselmo || Bucci |- | http://www.wikidata.org/entity/Q4015314 || Vittorio || Butera |- | http://www.wikidata.org/entity/Q55226171 || Franco || Caburi |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3623763 || Arrigo || Cajumi |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3770245 || Giuseppe || Cardinali |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3833066 || Lino || Carrara |- | http://www.wikidata.org/entity/Q93260474 || Antonio || Casamassa |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3082360 || Franco || Casavola |- | http://www.wikidata.org/entity/Q21196716 || Garzia || Cassola |- | http://www.wikidata.org/entity/Q28030727 || Eugenio || Cirese |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3737981 || Fabrizio || Colamussi |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3848457 || Mario || Colombi Guidotti |- | http://www.wikidata.org/entity/Q65132766 || Melchiorre || Corelli |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3737666 || Fabio || Cusin |-style="background-color:#abcdef;" | http://www.wikidata.org/entity/Q1005945 || Silvio || D'Amico |- | http://www.wikidata.org/entity/Q102278256 || Nicola || D'Atri |- | http://www.wikidata.org/entity/Q20953743 || Marziale || Ducos |- | http://www.wikidata.org/entity/Q55227407 || Silvano || Fasulo |- | http://www.wikidata.org/entity/Q104761101 || Giuseppe || Ferrandi |- | http://www.wikidata.org/entity/Q50804877 || Raffaele || Foà |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3882159 || Omero || Franceschi |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3901119 || Petru || Giovacchini |- | http://www.wikidata.org/entity/Q110214924 || Paolo || Guicciardini |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3935925 || Rinaldo || Küfferle |-style="background-color:#abcdef;" | |http://www.wikidata.org/entity/Q50059259 || Carolina || Lanzani |- | http://www.wikidata.org/entity/Q113765776 || Francesco || Lo Bue |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3845620 || Marcello || Manni |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3845507 || Marcella || Mariani |- | http://www.wikidata.org/entity/Q123925248 || Antonio || Martino |- | http://www.wikidata.org/entity/Q54925054 || Amato || Masnovo |- | http://www.wikidata.org/entity/Q536191 || Angelo || Mercati |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3732619 || Ersilio || Michel |- | http://www.wikidata.org/entity/Q1165939 || Luigi || Motta |- | http://www.wikidata.org/entity/Q42298127 || Ruggero || Nuti |- | http://www.wikidata.org/entity/Q206442 || Biagio || Pace |- | http://www.wikidata.org/entity/Q23775667 || Francesco || Palmegiani |- | http://www.wikidata.org/entity/Q98731369 || Luigi || Parigi |- | http://www.wikidata.org/entity/Q27824408 || Ferdinando || Pasini |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3840013 || Luigi || Piccioni |- | http://www.wikidata.org/entity/Q52576898 || Luca || Pignato |- | http://www.wikidata.org/entity/Q61481359 || Benvenuto || Pitzorno |- | http://www.wikidata.org/entity/Q115766708 || Pietro || Pizzoni |- | http://www.wikidata.org/entity/Q18421227 || Gustavo || Reisoli |- | http://www.wikidata.org/entity/Q63025648 || Romana || Rompato |- | http://www.wikidata.org/entity/Q98346641 || Anaïs || Ronc-Désaymonet |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3733999 || Ettore || Rossi |- | http://www.wikidata.org/entity/Q107149686 || Guido || Ruberti |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3948292 || Sandro || Salvini |- | http://www.wikidata.org/entity/Q1897006 || Mariano || San Nicolò |- | http://www.wikidata.org/entity/Q93243643 || Angelo || Silvagni |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3659855 || Carlo || Silvestri |- | http://www.wikidata.org/entity/Q75837465 || Cipriano || Silvestri |- | http://www.wikidata.org/entity/Q55452458 || Anna || Stančova |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3740416 || Fausto || Torrefranca |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3629710 || Augusto || Turati |- | http://www.wikidata.org/entity/Q23854442 || Alessandro || Visconti |- | http://www.wikidata.org/entity/Q92600748 || Vito || Vitale |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3611526 || Alfredo || Zerbini |- | http://www.wikidata.org/entity/Q59533184 || Elio || Zorzi |} == 14.4.2025 == In questi giorni ho finito di trascrivere "Francesco e il suo tempo" di Francesco Prudenzano, un patriota meridionale che scrisse questo libro nel 1857, poco prima dell'Unità. L'avevo trovato citato in un articolo sul film "Frate Sole" (1918), emerso dallo scaffale del Cinema di Wikisource. Tra un anno si celebra l'ottavo centenario della morte di Francesco d'Assisi: piccolo contributo il mio nella speranza che il mite messaggio del poverello di Assisi non finisca soffocato dalle urla dei nazionalismi. L'11 gennaio di quest'anno 2025 ricorreva l'ottocentesimo anniversario del ''Cantico delle creature'', esordio poetico della letteratura italiana: non se n'è parlato molto, ma si può sempre rimediare... Comunque il libro (il cui titolo completo sarebbe "Francesco d’Assisi e il suo secolo, considerato in relazione con la politica, cogli svolgimenti del pensiero e colla civiltà. Studii") bene ci mostra - con tutte le forzature nazional-patriottiche che si possono immaginare - come Francesco d'Assisi fosse destinato a diventare patrono d'Italia prima ancora che ci fosse uno Stato "Italia". Il buon Prudenzano si impegna a descriverci Francesco d'Assisi come "il santo italiano per eccellenza" e lo colloca all'inizio di una nuova "gloriosa" visione della cultura del nascente Stato. Anche il cinema - sin dai suoi esordi muti - ha fatto la sua parte: ho contato 11 film italiani su Francesco d'Assisi dal 1911 al 2007... una media cioè di 1 film ogni 10 anni (e sicuramente ne avrò dimenticato qualcuno). Nel gran calderone dei temi - talora polemici - sollevati dal libro, colpisce la storica rivalità tra francescani e domenicani, risalente al fatto che entrambi si trovarono nel XIII sec. a combattere le eresie, ma con due strumenti agli antipodi: la povertà di Francesco e la dottrina di Domenico. Dante nella Commedia risolve brillantemente la questione in Paradiso, facendo elogiare Francesco dal domenicano San Tommaso e Domenico dal francescano san Bonaventura. Perfetto! Ma la storia non finisce lì e si trascina fino al Risorgimento. E anche dopo: scopro infatti che se - come tutti sanno - Francesco è Patrono d'Italia, Caterina da Siena - terziaria domenicana a 16 anni, la cui reliquia della testa è custodita appunto nella Basilica di San Domenico a Siena - lo è anche lei! E così per non scontentare nessuno l'Italia si trova due patroni. La Francia ha Giovanna d'Arco, l'Inghilterra San Giorgio, l'Irlanda San Patrizio, la Spagna San Giacomo, noi invece due e pare che la Germania ne abbia addirittura tre. All'Europa ne basta uno: Benedetto da Norcia. Sit aliquis nobis auxilio! == 21.2.2025 == Che bella sorpresa! Su wikisource possiamo anche trascrivere la musica e ascoltarla! Chi già legge la musica può con poco sforzo (e grande soddisfazione) usare Lilypond, un potente programma di incisione musicale per la produzione di spartiti di qualità eseguibili in MIDI. Ecco qui un piccolo esempio: [[Al_mio_pregar_t'arrendi|Al mio pregar t'arrendi]], dalla Semiramide di Gioachino Rossini. E altri sono in arrivo :-) [[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 13:51, 21 feb 2025 (CET) == 21.1.2025 == C'è qualcosa di profetico nel breve racconto - umoristico - "Per la storia..." (1942) di Vitaliano Brancati. Egli immagina che il suo amico e regista Mario Camerini (quello delle commedie sentimentali piccolo-borghesi degli anni Trenta), riceva un sonoro '''"no!"''' da una ragazza (milanese) che rifiuta (incredibile!) di diventare famosa attrice in uno dei suoi film. Non vi voglio spoilerare il finale - assurdo e sarcastico -, ma credo che se le donne - e gli uomini - rifiutassero davvero "con uno sguardo sfavillante di rabbia" di sottrarsi - almeno un po' - alle lusinghe e ai facili successi dell'industria dello spettacolo, il mondo sarebbe meno cinico nei loro confronti e il cinema ne guadagnerebbe in termini di qualità artistica. Ma non è facile in un'epoca che sembra aver trasformato tutto in spettacolo. Sembra impossibile: tuttavia il raccontino dice che si può. Si legge in due minuti e sta [[Per_la_storia...|qui, su wikisource, solo su wikisource!]] == 12.1.2025 == In [[Note sul neo-realismo|Note sul realismo]] del 1952 di Agostino degli Espinosa, che l'autore sviluppa magistralmente a partire da una breve conversazione con Cesare Zavattini, leggo:<br> ''Un brano di musica o un discorso trasmesso dalla radio, raccoglie gli ascoltatori in un’unica commozione, rendendo illusoria la loro consapevolezza di essere ognuno in una dimora privata.'' Non esiste realtà individuale che non sia sempre inevitabilmente anche collettiva. Questa è la «fame di realtà» da cui nasce il neorealismo. ''Ognuno di noi per un’abitudine che solamente uno sforzo di pensiero può vincere, si crede ricinto di solitudine, libero da ogni rapporto con gli altri e lo spazio sociale in cui si libra gli appare come un oscuro «al di là» che trascenda il suo mondo. E’, affondando lo sguardo in questo «al di là», che Cesare Zavattini ha cercato «gli altri».'' Come il neo-realismo ci ha dimostrato, il cinema può essere quello "sforzo di pensiero" che solleva il velo delle solitudini. == 10.1.2025 == Ho recentemente riletto per WS ''La figlia di Iorio'' di Gabriele D'Annunzio portando il SAL al 100% e l'ho trovato di un'attualità sorprendente in merito a quanto si sta dicendo sul patriarcato e sui femminicidi. Quest'opera (1904) - di carattere mitologico e non veristico, come si vorrebbe far credere (lo dimostrano i nomi i dei personaggi "Lazaro di Roio • Candia della Leonessa • Aligi • Splendore • Mila di Codra ecc..."), mi sembra la tomba del patriarcato. E infatti c'è un parricidio. Aligi uccide il padre Lazaro, più o meno intenzionalmente: per legittima difesa o per difendere Mila. O perché davvero si ribella. Ma - dilaniato com'è tra Mila e Vienda - non ha più la forza di sostituire Lazaro perché non è come lui. La figura che giganteggia alla fine è Ornella che - sottraendo Mila, la figlia di Iorio, al suo destino - ha di fatto ucciso il patriarcato che la reclamava attraverso l'ululante ''coro dei mietitori''. Alla fine l'eroina si immolerà per salvare Aligi (non più eroe, ma una vittima, un po' vigliacca anche). Chi ha capito tutto è invece Ornella, che da lì continuerà la sua emancipazione. <poem>''A chi lo lasci l’aratro, oh Lazaro, a chi lo lasci? Chi ti vanga il campo tuo, la tua mandra chi la pasce?''</poem> Nessuno risponde. Perché il patriarcato è indissolubilmente legato all'agricoltura e alla pastorizia. E così la sua religione, ridotta qui a superstizione. == 9.1.2025 == ''[[La musica e il film]]'' è un saggio di ''S. A. Luciani'' scovato dentro il n. 6 della rivista B&N del 30 giugno 1937. Tra le tante cose interessanti che vi si scoprono, questa mi sembra una vera perla: <br> ''La musica nel film non ha solo la funzione di integrare obbiettivamente la visione silenziosa, ma di commentarla dal punto di vista dello spettatore, funzione analoga questa (non stupisca il richiamo storico) a quella del coro nella tragedia greca.''<br> Proprio così: il coro agiva come intermediario tra la narrazione e il pubblico, offriva commenti, riflessioni, e spiegazioni sugli eventi che si svolgevano sulla scena. Insomma guidava la comprensione e l'interpretazione dei temi principali enfatizzando i momenti di tensione, dramma o pathos. E la colonna sonora non fa questo all'interno del film? Guida le nostre emozioni spesso anticipandole: quante volte siamo stati messi sull'avviso da una musica improvvisamente cupa che annuncia un evento catastrofico. O che lo sottolinea. O che al contrario libera da uno scampato pericolo un personaggio... e così via... == 4.1.2025 == Qualche giorno fa stavo sfogliando su Internet Archive alcuni numeri della rivista "Cinema" del 1939 alla ricerca di qualche bel pezzo da portare su Wikisource: tra pagine intere di pubblicità (belle immagini però!) e propaganda di regime (uff!), sfoglia, sfoglia... ecco che all'improvviso leggo: "Dramma e sonoro". Un articolo di Luigi Pirandello.... <br> Faccio un salto sulla sedia! <br> E da dove salta fuori quest'articolo del Maestro sul rapporto tra cinema e teatro? Nel '39 Pirandello era già passato a miglior vita da 3 anni. Possibile che ci abbia scritto qualcosa dall'aldilà e noi non ce ne siamo accorti? Sembrerebbe la trama di una delle sue novelle! <br> Strabuzzo gli occhi e vado a leggere meglio. Si tratta di un articolo del 1929 (aaaah.... ecco!) scritto per "La Nacion" di Buenos Aires, in cui si è imbattuto - per caso anche lui - il buon Renato Giani che lo ha ri-tradotto in Italiano dallo Spagnolo e pubblicato poi sulla rivista "Cinema" dieci anni dopo la sua pubblicazione in Argentina. Un gioiellino! Vado subito a trascriverlo. Eccolo, lo potete leggere qui anche voi: https://it.wikisource.org/wiki/Dramma_e_sonoro Ma tu vedi cosa ti può capitare di leggere su wikisource... solo su wikisource!😀 == 28.12.2024 == E' in corso su wikisource la rilettura di Piccoli eroi, un romanzo per ragazzi scritto nel 1892 da Virginia Tedeschi-Treves - sotto lo pseudonimo di Cordelia - e pubblicato (ovviamente) dall'Editore Giuseppe Treves di Milano, di cui Virginia era consorte. Anzi sarà proprio grazie alla sua dote, proveniente da una facoltosa famiglia veronese, che la casa editrice potrà ingrandirsi e acquistare a Milano, in via Palermo, adiacente alla via Solferino, già sede della casa editrice, il terreno in cui insediare la tipografia che darà alle stampe nel 1864 ''Il Corriere di Milano'', giornale liberale di ispirazione cavouriana, che dieci anni dopo diventerà ''Il Corriere della Sera''. ''Piccoli eroi'' è un romanzo piuttosto importante nella nostra letteratura: non tragga in inganno il fatto che sia destinato ai ragazzi. Sarebbe anzi ora di finirla di considerare la letteratura per ragazzi come una letteratura di serie B. Questo romanzo ebbe ben 62 ristampe! A p.63/64 si legge: .''..le guerre di conquista non sono più conformi alla nostra civiltà, e l’Italia libera e indipendente non ha più gran bisogno che i suoi figli le consacrino il loro coraggio e il loro sangue, bensì le occorrono ingegni educati a forti studii, che la facciano ricca e potente.'' Un bel messaggio per i ragazzi dell'epoca. Le cose sarebbero però andate diversamente: ci sarebbe stata non solo una prima guerra mondiale, ma pure una seconda. Però fa piacere sapere che nel 1892 c'era chi la pensasse così! == 22.12.2024 == E' in corso su wikisource la rilettura dei Canti orfici di Dino Campana nell'edizione originale, quella pubblicata a Marradi (la sua città d'origine, sull'Appennino tosco-romagnolo) nel 1914. Già questo è emozionante perché dietro quell'edizione c'è una bella storia che vi vorrei raccontare. La raccolta dei Canti Orfici era già pronta per la pubblicazione nel 1913, ma la redazione della rivista Lacerba - quella di Papini e Soffici - a cui Campana aveva affidato l'unica copia del manoscritto - ebbe la dabbenaggine di smarrirla. Che fare? Io penso che li avrei torturati. Il poeta invece non si perse d'animo e riscrisse tutte le poesie a memoria: un'impresa titanica! Finito il manoscritto però, non lo riconsegnò a Lacerba (e come dargli torto?). Lo affidò a una tipografia del suo paese, la Tipografia F. Ravagli, appunto, come leggiamo sulla copertina. Ora, questa tipografia ha una storia particolare: era stata fondata da un marradese, Federico Ravagli, professore di Lettere nel Ginnasio di Cortona. La tipografia era il suo sogno e pubblicò varie riviste e opere del territorio, finendo per lavorare addirittura con il giornale di Firenze, La Nazione. Alla sua morte (1910) i macchinari furono trasferiti a Marradi, dove Bruno insieme a Baldo e Teresa, continuò l'attività del fratello Francesco. Fu dunque Bruno a pubblicare i Canti orfici, facendo un ottimo lavoro come possiamo vedere. La sua edizione è quella che stiamo trascrivendo digitalmente: proprio quella! Ecco perché anche solo sfogliarla per rileggerla è già emozionante. Se la storia vi è piaciuta e volete fare un giro per provare anche voi l'emozione di trascrivere qualche pagina dei Canti orfici, cliccate qui: ( https://it.wikisource.org/wiki/Indice:Dino_Campana_-_Canti_Orfici,_Ravagli,_Marradi_1914.djvu ) Scegliete una pagina con l'iconcina rossa e buon lavoro. Però affrettatevi, perché le pagine da formattare stanno per finire e dovrete aspettare la prossima rilettura. Ma tu vedi dove può portare un canto orfico di wikisource...😀 == 20.12.2024 == Rileggendo, per formattarlo in wikisource, il cap. IX del Trattato Primo del Convivio di Dante mi imbatto con meraviglia in un proverbio popolare, e cioè: "una rondine non fa primavera", cosa apparentemente inappropriata in un'opera filosofica di alto livello come il Convivio. E invece scopro che Dante lo mutua da Aristotele: "come dice il mio maestro Aristotile nel primo de l’Etica". Vado immediatamente a verificare. Aristotele ne parla a proposito della felicità: «come una rondine non fa primavera, né la fa un solo giorno di sole, così un solo giorno o un breve spazio di tempo non fanno felice nessuno» Aristofane non si lascia scappare l'occasione per fare una battuta delle sue: «C'è bisogno di molte rondini» e Dante invece ne parla a per motivare la sua scelta (ancora una volta "popolare" ) di usare il volgare in un'opera filosofica: «pronta liberalitade mi mosse al volgare anzi che a lo latino» Ma tu vedi dove può portare una rondine di wikisource😀 bpl0ru5ammaapw03xcwu4w0pywj82ii Autore:Guido Reni 102 969942 3898736 3786036 2026-09-13T10:55:52Z Paperoastro 3695 3898736 wikitext text/x-wiki {{Autore | Nome = Guido | Cognome = Reni | Attività = pittore/incisore | Nazionalità = italiano | Professione e nazionalità = }} {{Sezione note}} ezx6tnh4g1ma1jicp9huu4yhp5xe7g0 Autore:Heribert Rosweyde 102 977467 3898737 3786397 2026-09-13T11:00:32Z Paperoastro 3695 3898737 wikitext text/x-wiki {{Autore | Nome = Heribert | Cognome = Rosweyde | Attività = agiografo/gesuita | Nazionalità = olandese | Professione e nazionalità = }} {{Sezione note}} 927uq6nsq7c09crtbmlkkebgxsr1esl Canti (Starita corretta 1835)/Notizia 0 984014 3898616 3796364 2026-09-12T21:39:26Z Xavier121 1159 Porto il SAL a SAL 100% 3898616 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=12 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Notizia|prec=../Indice Baudry|succ=../All'Italia}} <pages index="Leopardi - 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La lontananza|prec=../Il trionfo della castità|succ=../La gelosia}} <pages index="Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu" from="50" to="50" tosection="s1" /> === Indice === * {{testo|Qui, donde a forza, doloroso e lasso|tipo=tradizionale}} * {{testo|O tristi pensier miei|tipo=tradizionale}} * {{testo|Vedrò quegli occhi mai chiari e lucenti|tipo=tradizionale}} * {{testo|Io aspetto pur quel giorno sospirando|tipo=tradizionale}} * {{testo|Qui dove i lumi bei solean far giorno|tipo=tradizionale}} * {{testo|O fronte, piú che 'l ciel chiara e serena|tipo=tradizionale}} * {{testo|Perch'io sia a' colpi, Amor, di sdegni e d'ire|tipo=tradizionale}} * {{testo|Quando, Amor, da quel dí ch'al tuo foco arsi|tipo=tradizionale}} acgaizxko1q7sw4mz41zll8h8jr29qr Quando, Amor, da quel dí ch'al tuo foco arsi 0 999023 3898674 3823641 2026-09-13T06:37:41Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3898674 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=13 settembre 2026}}{{Intestazione | Nome e cognome dell'autore = Giovanni Guidiccioni | Nome e cognome del curatore = Ezio Chiorboli | Titolo =Quando, Amor, da quel dí ch'al tuo foco arsi | Anno di pubblicazione = | Lingua originale del testo = | Nome e cognome del traduttore = | Anno di traduzione = | Progetto = Letteratura | Argomento = | URL della versione cartacea a fronte = Indice:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu | prec = Perch'io sia a' colpi, Amor, di sdegni e d'ire }} {{Raccolta|Rime (Guidiccioni)/Rime d'amore e di religione/Secondo amore/La lontananza|Secondo amore - 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L'Avesta.djvu/86 108 1021660 3898549 3898404 2026-09-12T12:25:25Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898549 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ITALO PIZZI''||}}</noinclude> forse anche all’indoeuropeo. E nulla vogliam dire di Daena che è il Genio della legge divina, di Asi, che è il Genio femminile della purità e della benedizione, di Arstat, Genio della rettitudine, e di altre poche figure astratte, sbiadite e impersonali, il cui significato è già fatto chiaro dal loro nome stesso. Veniamo piuttosto al genio Haoma che nel culto zoroastriano ha importanza grandissima. 36. — E antica divinità indoiranica è il Genio della pianta che i botanici chiamano ''asclepias acida'' ovvero ''cynanchum viminale''. Cresce, quest’erba, nei campi del Ghilan, intorno a Yezd, nel Mazenderan, e reca fiorellini gialli. Gli steli di essa, fatti disseccare, si pestano ne’ mortai, donde poi con acqua si trae una specie di bevanda di sapore acre che il sacerdote celebrante va libando mentre recita le sacre preghiere. È questa l’offerta sacrificale, e l’uso ne rimonta fino ai tempi vedici perchè appunto, nel ''Rigoeda'' e in tutta quanta la letteratura liturgica dei ''Vedi'', si fa frequentissima menzione della bevanda detta il ''soma'' (è lo ''haoma'' iranico) di cui il dio Indra si abbevera per discender poi in battaglia contro i molti suoi nemici. Fin qui, Haoma è la bevanda sacrificale. Ma c’è anche il bianco Haoma, detto il Gaokerena, che cresce e prospera, mitica pianta, in mezzo al mitico lago Vourukasa, in un luogo misterioso, custodito da un infinito numero di Fravasi e dal pesce Khar-mahi che ne allontana gli animali nocivi. E c’è, inoltre, l’Haoma divino, il genio della pianta stessa, al quale l’''Avesta'' e<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 86 —|}}</noinclude> g9smuxnc6h01bdfuyi5kvgl8wnv0alz Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/87 108 1021661 3898550 3897318 2026-09-12T12:28:57Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898550 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''INTRODUZIONE''}}</noinclude> con esso tutta la tradizione tributa onore grandissimo. Haoma fa prosperare gli esseri tutti terreni, tiene lontana la morte dai viventi, e a chi piamente lo prega concede favori e grazie, cioè salute, prosperità, abbondanza di beni, bella e forte figliuolanza, giovani e fiorenti mariti alle fanciulle, forza e vigore ai cavalieri in guerra. Agli eroi antichi poi che santamente spremettero il succo della pianta a lui consacrata, concedette già in premio, come figli, altrettanti eroi gagliardi e valenti, le imprese dei quali saranno poi celebrate dall’epopea. L’epopea, anzi, racconta di lui come, un giorno, atterrasse e menasse avvinto dinanzi al re Husrava il nemico e debellato re Franrasyan che ad Husrava aveva ucciso il padre; e l’''Avesta'', mentre dice ch’esso apparve bellissimo di forme, un giorno, a Zarathustra recitante gl’inni sacri, soggiunge anche come tolse il regno ad un Keresani, protervo e tiranno signore, che voleva distruggere la fede e disfare il culto. 37. — ''Vexilla regia prodeun {{Ct|c=t2|Inferni'', dice {{AutoreCitato|Dante Alighieri|Dante}},}} ed eccoci, anche noi, alle schiere infernali e al loro capo, Anra Mainyu. Si compongono di Daêvi o Devi che sono infiniti, sì che ne è tutta piena e ingombra l’aria all’intorno. Operano insieme a guisa di nembi o di stuoli infesti che si scatenano ai danni altrui, tutti serrati e compatti, congiunti in una volontà sola, quella del fare il male. L’''Avesta'' non li tratteggia particolarmente, laddove l’epopea parla or di questo or di quello, e ne racconta e ne descrive le ree imprese. 38. — Anche la schiera del male è ordinata in modo gerarchico appunto come quella del bene, e ha tre<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 87 —|}}</noinclude> nviw38iauvne1eovhpw12tyjf48fk86 3898555 3898550 2026-09-12T12:36:17Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898555 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''INTRODUZIONE''}}</noinclude> con esso tutta la tradizione tributa onore grandissimo. Haoma fa prosperare gli esseri tutti terreni, tiene lontana la morte dai viventi, e a chi piamente lo prega concede favori e grazie, cioè salute, prosperità, abbondanza di beni, bella e forte figliuolanza, giovani e fiorenti mariti alle fanciulle, forza e vigore ai cavalieri in guerra. Agli eroi antichi poi che santamente spremettero il succo della pianta a lui consacrata, concedette già in premio, come figli, altrettanti eroi gagliardi e valenti, le imprese dei quali saranno poi celebrate dall’epopea. L’epopea, anzi, racconta di lui come, un giorno, atterrasse e menasse avvinto dinanzi al re Husrava il nemico e debellato re Franrasyan che ad Husrava aveva ucciso il padre; e l’''Avesta'', mentre dice ch’esso apparve bellissimo di forme, un giorno, a Zarathustra recitante gl’inni sacri, soggiunge anche come tolse il regno ad un Keresani, protervo e tiranno signore, che voleva distruggere la fede e disfare il culto. 37. — ''Vexilla regia prodeunt Inferni'', dice {{AutoreCitato|Dante Alighieri|Dante}}, ed eccoci, anche noi, alle schiere infernali e al loro capo, Anra Mainyu. Si compongono di Daêvi o Devi che sono infiniti, sì che ne è tutta piena e ingombra l’aria all’intorno. Operano insieme a guisa di nembi o di stuoli infesti che si scatenano ai danni altrui, tutti serrati e compatti, congiunti in una volontà sola, quella del fare il male. L’''Avesta'' non li tratteggia particolarmente, laddove l’epopea parla or di questo or di quello, e ne racconta e ne descrive le ree imprese. 38. — Anche la schiera del male è ordinata in modo gerarchico appunto come quella del bene, e ha tre<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 87 —|}}</noinclude> iphvcyekh9p7hm6x45782s3psya3u8m Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/88 108 1021662 3898551 3897319 2026-09-12T12:31:03Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898551 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ITALO PIZZI''||}}</noinclude> ordini, al primo dei quali appartiene Anra Mainyu, e il secondo è costituito dai Devi, e il terzo dagli altri esseri diabolici e infernali. Quanto al concetto della essenziale e reciproca opposizione tra il bene e il male secondo il Zoroastrismo primitivo, abbiamo fatto un cenno di sopra. In quel primo stadio della religione, quando Zarathustra la predicava, il genio del male, il dio malvagio e reo, non era concepito o inteso come staccato e indipendente da Ahura Mazdao, essenzialmente opposto a lui, sì bene come insito in lui stesso. In Ahura Mazdao il Zoroastrismo più antico ravvisava due principi, due spiriti opposti, l’uno Spenta Mainyu, cioè lo spirito che accresce, che aiuta, che afforza: l’altro Anra Mainyu, cioè lo spirito che abbatte, che atterra. Vuol dir cotesto che Zarathustra riconosceva esservi nello spirito divino creatore, in Ahura Mazdao stesso, come anche nello spirito e nella coscienza dell’uomo, due inclinazioni opposte, volgenti l’una al bene, l’altra al male. Egli, insomma, intravvedeva o supponeva nel Dio supremo la stessa intima battaglia che si combatte nella coscienza dell’uomo tra gl’istinti buoni e i cattivi. Un notevole passo delle ''Gâtha'' (XXX. 3-4) chiama gemelli i due spiriti fra loro avversi, figli, inoltre, di Ahura Mazdao. Eccolo fedelmente tradotto: <poem> :Dei due primevi spiriti, che nome Di gemini hanno, per lor propria scelta In lor favella, in lor pensieri ed opre. L’uno è buon, l’altro è malo. I sapïenti </poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 88 —|}}</noinclude> 2qjml19hftksngdre2i585ejaiydg67 Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/89 108 1021663 3898552 3897320 2026-09-12T12:33:43Z Alex brollo 1615 /* new eis level1 */ 3898552 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|||''INTRODUZIONE''}}</noinclude> <poem> Discerner sanno l’un dall’altro, e nulla Può chi non sa discerner di cotesto. :Quand’elli convenìan, ambo i due spirti, La prima volta, procreâr la vita, La morte procreâr, per che alla fine Così pur fosse il mondo. E si rimase Appo i malvagi lo peggiore, e presso A’ pii rimase il miglior dei due spirti. </poem> Risulta dall’oscuro passo che, se un dualismo intendeva insegnare e proclamar Zarathustra, egli lo concepì come procedente da Ahura Mazdao nella simbolica figura di due suoi figli gemelli, riprodotto poi, come per eco ripercossa, nella coscienza umana, alla quale spetta di far prevalere ora l’uno, ora l’altro. 39. — Anra Mainyu invece, come essere che diremo personale, se così può dirsi, come essere che sta da sè, opposto non più veramente a Spenta Mainyu, ma ad Ahura Mazdao stesso, è concetto del dualismo teologico e filosofico posteriore, del dualismo nettamente distinto secondo il Vendtdàd e gli altri libri recenti. Era noto anche ai Greci sotto il corrispondente nome di Areimanios, ai Persiani recenti e a noi sotto quello di Arimane. S intende poi che su di lui vanno accumulati tutti gli attributi del male, quali già, parlando a principio del dualismo in generale, abbiamo enumerati. Sono gli attributi che la filosofia e la speculazione sacerdotale gli hanno riconosciuti, mentre la fantasia popolare, seguita in parte e fatta sua anche dalla teologia, paurosamente soggiunge ch’esso, di<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 89 —|}}</noinclude> euy2fbfq6kteka5586k9g0rygmqdkwd 3898553 3898552 2026-09-12T12:34:06Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898553 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''INTRODUZIONE''}}</noinclude> <poem> Discerner sanno l’un dall’altro, e nulla Può chi non sa discerner di cotesto. :Quand’elli convenìan, ambo i due spirti, La prima volta, procreâr la vita, La morte procreâr, per che alla fine Così pur fosse il mondo. E si rimase Appo i malvagi lo peggiore, e presso A’ pii rimase il miglior dei due spirti. </poem> Risulta dall’oscuro passo che, se un dualismo intendeva insegnare e proclamar Zarathustra, egli lo concepì come procedente da Ahura Mazdao nella simbolica figura di due suoi figli gemelli, riprodotto poi, come per eco ripercossa, nella coscienza umana, alla quale spetta di far prevalere ora l’uno, ora l’altro. 39. — Anra Mainyu invece, come essere che diremo personale, se così può dirsi, come essere che sta da sè, opposto non più veramente a Spenta Mainyu, ma ad Ahura Mazdao stesso, è concetto del dualismo teologico e filosofico posteriore, del dualismo nettamente distinto secondo il Vendtdàd e gli altri libri recenti. Era noto anche ai Greci sotto il corrispondente nome di Areimanios, ai Persiani recenti e a noi sotto quello di Arimane. S intende poi che su di lui vanno accumulati tutti gli attributi del male, quali già, parlando a principio del dualismo in generale, abbiamo enumerati. 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E si rimase Appo i malvagi lo peggiore, e presso A’ pii rimase il miglior dei due spirti. </poem> Risulta dall’oscuro passo che, se un dualismo intendeva insegnare e proclamar Zarathustra, egli lo concepì come procedente da Ahura Mazdao nella simbolica figura di due suoi figli gemelli, riprodotto poi, come per eco ripercossa, nella coscienza umana, alla quale spetta di far prevalere ora l’uno, ora l’altro. 39. — Anra Mainyu invece, come essere che diremo personale, se così può dirsi, come essere che sta da sè, opposto non più veramente a Spenta Mainyu, ma ad Ahura Mazdao stesso, è concetto del dualismo teologico e filosofico posteriore, del dualismo nettamente distinto secondo il ''Vendidâd'' e gli altri libri recenti. Era noto anche ai Greci sotto il corrispondente nome di Areimanios, ai Persiani recenti e a noi sotto quello di Arimane. S’intende poi che su di lui vanno accumulati tutti gli attributi del male, quali già, parlando a principio del dualismo in generale, abbiamo enumerati. Sono gli attributi che la filosofia e la speculazione sacerdotale gli hanno riconosciuti, mentre la fantasia popolare, seguita in parte e fatta sua anche dalla teologia, paurosamente soggiunge ch’esso, di<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 89 —|}}</noinclude> 6iq5wmp8il0cznqwvv72idobs2m5ulx Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/90 108 1021664 3898557 3897321 2026-09-12T12:43:51Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898557 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ITALO PIZZI''||}}</noinclude> notte, esce con le schiere de’ suoi Devi ad intrecciar danze infernali sui monti più squallidi e deserti, appunto come fa Satana coi diavoli e con le streghe secondo certe nostre leggende medievali. Si è poi cercato lungamente con quale altro concetto di altro popolo o nazione fosse affine questo di Aura Mainyu; ma dai confronti sono risultate differenze grandissime, per le quali è forza dire che il concetto primo ne è prettamente iranico, non venuto da alcuna origine o fonte straniera. Forse, certa lontanissima relazione potrebbe avere col mitico Ahi del ''Rigveda'', serpente mostruoso, nemico del dio Indra; senonchè l’iranismo, come vedremo fra poco, ci offre altra figura mitica che con l’Ahi indiano ha maggior parentela che Ama Mainyu non abbia. E forse potrebbe avere maggior somiglianza col Satana degli Ebrei, perchè, come esso procede (almeno quale è concepito nelle Gàtha) da Ahura Mazdao di cui, con Spenta Mainyu, è figlio gemello, così da Yahveh creatore procede, poichè sua creatura a principio, Satana, l’avversario del bene. Ma, anche qui, ci si affaccia una differenza grandissima. Anra Mainyu è stoltissimo, nè potrebbe essere altro, perchè, essendo il male per eccellenza nella sua totalità, ove avesse qualche poco di sapienza, avrebbe in sè anche alcun che di bene. Satana all opposto, se non sempre, appare assai spesso furbo e astuto e acuto trovator d’inganni e d’arti subdole, identificato poi, per facile e fantastica illazione del pensiero. Silo spirito scrutatore e indagatore dell’uomo. Un giorno, alla fine del mondo, saranno vinti ambedue; ma, laddove Satana rimarrà in eterno il signore del {{Pt|dolo-|}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 90 —|}}</noinclude> ap9mi4wppvsu40n8q12a9zk914e3p52 Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/91 108 1021665 3898558 3897322 2026-09-12T12:45:56Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898558 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''INTRODUZIONE''}}</noinclude> {{Pt|roso|doloroso}} regno, Anra Mainyu, da che allora soltanto incomincerà il regno assoluto del bene, rimarrà annientato. Sarà così allora cassata per sempre l’esistenza del male. 40. — I Devi, con altri esseri maligni, formano la fosca milizia di Anra Mainyu. Quand’egli, in un primo assalto dato ad Ahura Mazdao, rimase sconfitto, in contrapposizione ai sette Santi immortali creò sette Devi maggiori degli altri, sette arcidevi, se così possiam dire, contro i sette arcangeli. Sono Ako-manah, Andra, Sauru, Naonhaithya, Taurvi, Zairica; il settimo n’è lo stessei Anra Mainyu, come il settimo dei Santi è appunto quello stesso che li creò, Ahura Mazdao. Ma ve ne sono altri molti, e poichè si legge nel ''Yasna'' (IX, 46) che essi un giorno, prima di Zarathustra, si aggiravano per la terra in aspetto umano, ritorna qui in acconcio l’osservazione già fatta di antiche popolazioni rappresentate poi come schiere di demoni e di spiriti malvagi. Venne Zarathustra. e li fece scomparir dalla terra e dal consorzio degli uomini; ma essi di quando in quando escono dalle fauci dell’Inferno a danno degli uomini e delle cose create. L’epopea poi racconterà un giorno come Rustem, il maggiore eroe nazionale degl’ lrani, ne conquiderà e ucciderà in molte battaglie; e la fantasia popolare vedrà nelle stelle filanti le lande fulgide dei Geni celesti, discaccianti dal cielo qualcuno di essi che non si penta di accostarsi a quelle chiostre per udire o vedere ciò che si fa dai beati in Paradiso. È fantastica idea del volgo che si trova riferita anche in altri libri persiani, anche nel Corano<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 91 —|}}</noinclude> twi5jc2ilirone7jtz4pkz1y57vbgpj 3898559 3898558 2026-09-12T12:46:03Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898559 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''INTRODUZIONE''}}</noinclude> {{Pt|roso|doloroso}} regno, Anra Mainyu, da che allora soltanto incomincerà il regno assoluto del bene, rimarrà annientato. Sarà così allora cassata per sempre l’esistenza del male. 40. — I Devi, con altri esseri maligni, formano la fosca milizia di Anra Mainyu. Quand’egli, in un primo assalto dato ad Ahura Mazdao, rimase sconfitto, in contrapposizione ai sette Santi immortali creò sette Devi maggiori degli altri, sette arcidevi, se così possiam dire, contro i sette arcangeli. Sono Ako-manah, Andra, Sauru, Naonhaithya, Taurvi, Zairica; il settimo n’è lo stessei Anra Mainyu, come il settimo dei Santi è appunto quello stesso che li creò, Ahura Mazdao. Ma ve ne sono altri molti, e poichè si legge nel ''Yasna'' (IX, 46) che essi un giorno, prima di Zarathustra, si aggiravano per la terra in aspetto umano, ritorna qui in acconcio l’osservazione già fatta di antiche popolazioni rappresentate poi come schiere di demoni e di spiriti malvagi. Venne Zarathustra. e li fece scomparir dalla terra e dal consorzio degli uomini; ma essi di quando in quando escono dalle fauci dell’Inferno a danno degli uomini e delle cose create. L’epopea poi racconterà un giorno come Rustem, il maggiore eroe nazionale degl’ lrani, ne conquiderà e ucciderà in molte battaglie; e la fantasia popolare vedrà nelle stelle filanti le lande fulgide dei Geni celesti, discaccianti dal cielo qualcuno di essi che non si penta di accostarsi a quelle chiostre per udire o vedere ciò che si fa dai beati in Paradiso. È fantastica idea del volgo che si trova riferita anche in altri libri persiani, anche nel Corano<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 91 —|}}</noinclude> 3gwpkf11qy1lrdpxynfai00qxs539wb Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/92 108 1021666 3898560 3897323 2026-09-12T12:50:48Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898560 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ITALO PIZZI''||}}</noinclude> di Maometto, anche nel libro di {{Wl|Q116619826|Sidrac }} della letteratura provenzale. 41. Non possiamo ora enumerare tutti gli altri Devi, nè di tutti ci dice e nomi e qualità l’''Avesta'', o qualcuno dei libri tradizionali. Uno è Aesma, gpà noto a noi col nome di Asmodeo, cioè il demone o devo Aesma, nel libro di Tobia, della Bibbia, e nel romanzo del {{Wl|Q267962|Le Sage}}. È il demone malvagio dell’ira (come indica il nome), della ribellione, della furia, della rabbia, della discordia, raffigurato con una terribile asta in pugno. Suo avversario è Sraosa, ai colpi vittoriosi del quale egli soggiacerà nell’ultima battaglia alla fine del mondo. Molti monarchi e molti eroi dell’età mitica iranica precipitarono a rovina per i rei consigli di lui. Araska è il demone dell’invidia, Zaurva quello della vecchiaia, Azi quello dell’avidità e della cupidigia. Altri Devi personificano invece certi antichissimi concetti popolari, come quello, femminile, già ricordato più volte, del sonno, Busyasta, che ha lunghe le mani perchè con esse chiude e intoppa gli occhi ai mortali. Esso fugge alla mattina quando il gallo fa intendere il suo canto. E di simil genere deve essere Vizaresa, il demone che per tre notti e per tre giorni si aggira intorno al cadavere d’un estinto, ne contrasta l’anima, come i nostri diavoli secondo un concetto medievale, al Paradiso, e quand’essa è peccaminosa, la avvince e strascina con sè all’Inferno. Astovidotus è il demone che divelle l’anima dal corpo. Se poi la siccità e la carestia son dovute al devo Apaosa,<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 92 —|}}</noinclude> kovoh375scxntoy7tsair75874x0fbz Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/93 108 1021667 3898561 3897324 2026-09-12T13:02:38Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898561 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''INTRODUZIONE''}}</noinclude> avversario della bella stella di Sirio, l’inverno è creatura, è opera dei Devi, come in qualche luogo dice VAoesta, l’inverno che nell’Iran, specialmente nella parte settentrionale alla quale appunto pare doversi riferire 1 Aoesta, era estremamente freddo. 42. — Altra schiera di esseri maligni è quella delle Druge, il qual nome (''Drug’'') indica inganno, frode, inenzogna. Come le streghe dei nostri volghi, sono esseri femminili dati a spargere il male dovunque in qualunque modo possano. Una delle principali e più {{ec|temili|temibili}}, è quella detta Nasu, cioè la contaminazione che si caccia in ogni cadavere appena che n’è uscito l’ultimo alito vitale, e vi si annida, e si attacca a tutti quelli che accostandosi toccano quel cadavere. Molti riti prescrive l’''Avesta'' per allontanarla, e sono, s’intende, provvedimenti igienici in gran parte, oltre un rito o costume superstizioso che consiste nel mostrare ad un cane il cadavere stesso. Vinta dallo sguardo del cane che è animale sacro nell’''Avesta'', la Nasu fugge all’istante. Accanto a questa drugia, sta l’altra, detta Zahi, che e il demone femminile dell’impurità e della lascivia. 43. Ma uno dei parti più strani e mostruosi della fantasia popolare è la Drugia detta Azi-Dahaka, nella quale s’accumularono col tempo, accanto al significato primo naturalistico, concetti sacerdotali e speculativi e oscure e incerte reminiscenze storiche. Anzi Dahaka significa il serpe che morde. Nel senso naturalistico, è il mostro aereo che, secondo i primitivi concetti d’una {{Pt|re-|}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 93 —|}}</noinclude> rttrti11tf0itp920iejt3rddmz7fcr Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/94 108 1021668 3898562 3897325 2026-09-12T13:09:15Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898562 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ITALO PIZZI''||}}</noinclude> {{Pt|ligione|religione}} naturalistica, contende gli spazi celesti agli Dei della luce, e però si ricongiunge al suo fratello del Rigoeda che è il serpente Ahi. L’''Avesta'', serbando i tratti spaventosi e orribili dovuti alla immaginazione del volgo, lo designa a volta a volta come la peggiore e la più esiziale Drugia che Anra Mainyu abbia creata, e lo descrive con tre capi, con tre fauci, con sei occhi; ma poi, assorgendo a concetto teologico e filosofico, la pone tra le schiere del male, e asserisce che Anra Mainyu appunto la creò per disfare tutto quanto il mondo terreno e indurvi la morte. Ma Traetaona, il mitico eroe disceso dal mitico monte Haraberezaiti, lo atterrò un giorno, e lo avvinse in una caverna paurosa del Demavend, donde alla fine del mondo uscirà per combattere al fianco di Anra Mainyu. Senonche l’eroe Keresaspa, risorto dalla sua tomba solitaria situata in un lontano piano deserto, lo atterrerà e ucciderà. Fin qui l’''Avesta'' e i libri tradizionali. Ma sede e luogo d’origine del mostro è la terra di Bawri che è Babilonia; ed ecco consertarsi qui, alla vecchia tradizione iranica, un elemento storico. Forse la fantasia calda degl’Irani in un qualche principe di stirpe semitica, crudele e tirannico, che li infestò, vide in esso l’immagine vivente e visibile della malvagia Drugia infernale procreata da Anra Mainyu, e nella saga epica immaginò per conseguenza un crudele tiranno, arabo d’origine, che aveva sua sede in Babil, cioè in Babilonia, detto Azdahak o semplicemente Dahak, che tolse il regno e poi la vita al loro re Gemshid e li tiranneggiò per mille anni. Dahak<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 94 —|}}</noinclude> k0xskr6f4wxzov53cr97co1gzilwg7d Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/95 108 1021669 3898563 3897326 2026-09-12T13:20:05Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898563 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''INTRODUZIONE''}}</noinclude> poi, secondo l’epopea, erasi dato ad Ahrimane, erasi macchiato di orribili delitti, perchè aveva ucciso il proprio padre per averne il regno, aveva sofferto che il Genio del male, trasformatosi in amabile giovinetto, gli stampasse due baci sulle spalle, donde poi, dato quel bacio, erano spuntati due neri e orribili serpenti ch’egli nutriva ogni giorno di cervella umane. È questo l’ultimo tratto mitico che l’epopea ha serbato della figura dell’aereo serpente, mutato dalla fantasia posteriore in uomo e in tiranno. L’eroe Fredun, che è il Traetaona delVAoesta, gli tolse poi il regno e l’avvinse di catene. Tutto cotesto si legge nel Libro dei Re, di Firdusi. 44. — Tra gli esseri maligni che vogliono ingannare, per perderli, gli uomini, trovasi Akhtya che, come la Sfinge tebana, proponeva enigmi e uccideva i malcapitati che non sapevano scioglierli finchè un giovane eroe, Yoista della pia famiglia dei Fryana, con l’aiuto della dea delle acque Anahita, da lui onorata di offerte, tutti li sciolse. Le Pairike, inoltre, formano una schiera a parte di esseri femminili che vanno attorno danneggiando la terra, il fuoco, le acque, i vegetali, i bestiami tutti. Tre se ne ricordano nell’/loesfa, e una di esse, Knathaiti, che sembra personificare il culto degl’idoli, è rappresentata come una fanciulla di mirabile avvenenza che seduce e trae a perdizione gli uomini. Gè avvenne, per esempio, all’eroe e guerriero Keresaspa che si perdette per lei. Era creatura di Anra Mainyu. S’intende che le Pairike erano come altrettante fate bellissime, cagione agli uomini, coi loro vezzi, di dannazione eterna. Senon-<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 95 —|}}</noinclude> 4hu8dv00fiob50w93u77q93ygepvpla 3898564 3898563 2026-09-12T13:20:28Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898564 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''INTRODUZIONE''}}</noinclude> poi, secondo l’epopea, erasi dato ad Ahrimane, erasi macchiato di orribili delitti, perchè aveva ucciso il proprio padre per averne il regno, aveva sofferto che il Genio del male, trasformatosi in amabile giovinetto, gli stampasse due baci sulle spalle, donde poi, dato quel bacio, erano spuntati due neri e orribili serpenti ch’egli nutriva ogni giorno di cervella umane. È questo l’ultimo tratto mitico che l’epopea ha serbato della figura dell’aereo serpente, mutato dalla fantasia posteriore in uomo e in tiranno. L’eroe Fredun, che è il Traetaona delVAoesta, gli tolse poi il regno e l’avvinse di catene. Tutto cotesto si legge nel Libro dei Re, di Firdusi. 44. — Tra gli esseri maligni che vogliono ingannare, per perderli, gli uomini, trovasi Akhtya che, come la Sfinge tebana, proponeva enigmi e uccideva i malcapitati che non sapevano scioglierli finchè un giovane eroe, Yoista della pia famiglia dei Fryana, con l’aiuto della dea delle acque Anahita, da lui onorata di offerte, tutti li sciolse. Le Pairike, inoltre, formano una schiera a parte di esseri femminili che vanno attorno danneggiando la terra, il fuoco, le acque, i vegetali, i bestiami tutti. Tre se ne ricordano nell’/loesfa, e una di esse, Knathaiti, che sembra personificare il culto degl’idoli, è rappresentata come una fanciulla di mirabile avvenenza che seduce e trae a perdizione gli uomini. Gè avvenne, per esempio, all’eroe e guerriero Keresaspa che si perdette per lei. Era creatura di Anra Mainyu. S’intende che le Pairike erano come altrettante fate bellissime, cagione agli uomini, coi loro vezzi, di dannazione eterna. {{Pt|Senon-|}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 95 —|}}</noinclude> d7xtubg55xa81laqhr99vxlhy4i0r96 Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/96 108 1021670 3898565 3897328 2026-09-12T13:24:19Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898565 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ITALO PIZZI''||}}</noinclude> {{Pt|chè,|Senonchè,}} nella mitologia persiana posteriore, forse dal X secolo dell’Era nostra in poi, esse, mutando nome, o piuttosto trasformando il loro nome in quello di Peri, diventarono, agli occhi dei Persiani e dei poeti che si piacquero adornarne le loro fantasie, creature angeliche bellissime, adorne di eterna giovinezza, buone e benefiche, protettrici degli uomini. Si alimentano delle rugiade mattutine all’apparir dell’aurora, si vestono dei raggi del sole, si bagnano nelle fonti più limpide, abitano le lontane e favolose citta di Anbar-abad, la città candida come l’ambra. Gavhar-abad, la città delle gemme, Sad-u-kam, la città della gioia e del piacere. Si dicevano già Pairike, cioè le pugnanti, le assalitrici; ma ora il loro nome nuovo di Peri, per una errata etimologia popolare, significa le alate, e come tali, cioè con lunghe e variopinte ali, sono raffigurate da poeti e da artisti. Su di una saga che tocca di una avvenente Peri, rea di grave fallo e però scacciata dal Paradiso, indi redenta dal suo dolore, ha composto un leggiadro poemetto l’inglese Tommaso {{Wl|Q315346|Thomas Moore}}, reso elegantemente italiano da {{AutoreCitato|Andrea Maffei|Andrea Maffei}}. 45. — Così adunque, nel modo che brevemente abbiam descritto, si raffigurarono gl’ lrani l’eterna battaglia tra il male e il bene nell’ordine morale, l’eterna lotta cosmica nell’ordine naturale, fissando tuttavia ad un termine dato la cessazione di essa con la vittoria del bene e la sconfitta del male. In questa figurazione ha parte molto di filosofico e di teologico, ma molto anche, e forse in maggior misura, d’immaginoso, dovuto al fantasticar popolare, poichè non possono procedere che da feconda<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 96 —|}}</noinclude> kkqzr7fj4bo5lwfl2dk4y138yvohw8o Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/97 108 1021671 3898567 3897329 2026-09-12T13:28:25Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898567 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''INTRODUZIONE''}}</noinclude> e immaginosa fantasia da una parte gli arcangeli luminosamente belli del cielo, e dall’altra i demoni foschi, abitatori delle tenebre infinite. Questa gran lotta ha i suoi eroi in terra, gli eroi del bene, che l’''Avesta'', libro sacerdotale, rappresenta armati di armi sacerdotali, la preghiera e l’offerta. Ma verrà l’epopea, che, rifatta nel verso sonante di Firdusi, ripiglierà la primitiva tradizione popolare e tratteggerà i suoi eroi come guerrieri veri in carne e ossa, armati di clava e di spada. 46. — Da che l’Universo è tutta opera di Ahura Mazdao, tutta creazione buona di lui, altro scopo non ha l’avversarlo suo che d’indurvi quanto più può di contaminazione e di guasto. La terra, posta nel punto di mezzo tra la luce infinita in cui siede Ahura Mazdao, e tra le tenebre infinite in cui sta agli agguati Anra Mainyu, è la palestra della gran lotta, il punto in cui avverrà l’urto, come a dire, delle due formidabili potenze. Ma poichè l’uomo alla sua volta, come la più nobile e bella opera del Creatore, è il punto di mezzo, il centro di tutto quanto il creato, procede da ciò che il possesso dell’anima di lui è il premio contrastato e agognato dei due avversari. L’uomo, meritando o demeritando, si procaccia o premio o pena nell’altra vita. Ma, finchè egli appartiene alla vita presente, non può a meno di prender parte alla gran lotta tra il bene e il male e schierarsi o da questa o da quella parte. È un ''mazdayasna'' se é buono e pio, e però parteggia per Ahura Mazdao: è un daêvayasna se é malvagio ed empio, e però parteggia per Anra Mainyu.<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 97 —|}}</noinclude> 791ni2o2cpia39zhzykicz8ffqrfo9u 3898568 3898567 2026-09-12T13:29:29Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898568 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''INTRODUZIONE''}}</noinclude> e immaginosa fantasia da una parte gli arcangeli luminosamente belli del cielo, e dall’altra i demoni foschi, abitatori delle tenebre infinite. Questa gran lotta ha i suoi eroi in terra, gli eroi del bene, che l’''Avesta'', libro sacerdotale, rappresenta armati di armi sacerdotali, la preghiera e l’offerta. Ma verrà l’epopea, che, rifatta nel verso sonante di Firdusi, ripiglierà la primitiva tradizione popolare e tratteggerà i suoi eroi come guerrieri veri in carne e ossa, armati di clava e di spada. 46. — Da che l’Universo è tutta opera di Ahura Mazdao, tutta creazione buona di lui, altro scopo non ha l’avversarlo suo che d’indurvi quanto più può di contaminazione e di guasto. La terra, posta nel punto di mezzo tra la luce infinita in cui siede Ahura Mazdao, e tra le tenebre infinite in cui sta agli agguati Anra Mainyu, è la palestra della gran lotta, il punto in cui avverrà l’urto, come a dire, delle due formidabili potenze. Ma poichè l’uomo alla sua volta, come la più nobile e bella opera del Creatore, è il punto di mezzo, il centro di tutto quanto il creato, procede da ciò che il possesso dell’anima di lui è il premio contrastato e agognato dei due avversari. L’uomo, meritando o demeritando, si procaccia o premio o pena nell’altra vita. Ma, finchè egli appartiene alla vita presente, non può a meno di prender parte alla gran lotta tra il bene e il male e schierarsi o da questa o da quella parte. È un ''mazdayasna'' se é buono e pio, e però parteggia per Ahura Mazdao: è un ''daêvayasna'' se é malvagio ed empio, e però parteggia per Anra Mainyu.<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 97 —|}} {{PieDiPagina|{{span|Zarathustra|sc}} — L'Avesta||7}}</noinclude> 3hp7peialbjlpobkg8tpoplhlp1k1kx Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/98 108 1021672 3898586 3897330 2026-09-12T18:15:05Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898586 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ITALO PIZZI''||}}</noinclude> 47. — Incominciò la gran guerra fin dal principio delle cose, quando, secondo il concetto zoroastriano, il tempo era ancora infinito e coesisteva insieme ai due avversari, tra i quali pure, standosi l’uno nella luce e tenendosi l’altro nelle tenebre, cioè ai punti estremamente opposti, stava uno spazio immenso. Ma poi, movendo Ahura Mazdao alla creazione, l’atto creativo di lui non poteva che scuotere dall’inerzia sua Anra Mainyu, iniziandosi così d’un subito l’antagonismo e la conseguente guerra tra i due. Alla quale Ahura Mazdao assegnò, perchè possa svolgersi e compiersi, un lasso di tempo di dodicimila anni, onde il tempo che prima era infinito, divenne finito o definito, e il novero degli anni così fissati segnò anche la durata del mondo presente. Il periodo poi dei dodicimila anni fu suddiviso alla sua volta in quattro periodi di tremila ciascuno, sì che, nel corso di essi, sarà compresa altresì tutta la storia del mondo, tutta quanta l’azione del gran dramma cosmico, dal principio alla fine, dalla creazione alla risurrezione dei morti. 48. — Al primo periodo, intanto, appartiene la creazione spirituale di Ahura Mazdao, quand’egli creò i Santi immortali e le Fravasi. Avuto sentore di ciò, sbucò dalle sue tenebre Anra Mainyu e volle spiar l’opera dell’avversario suo, ma rimase smarrito alla luce improvvisa che lo percosse dall’alto. Tentò di dar battaglia, e Ahura Mazdao fissò novemila anni qual termine decisivo, e intanto un primo colpo fece precipitar dall’alto nell’abisso, dal quale era uscito, il reo autor del male.<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 98 —|}}</noinclude> 57b0bxdt1pu03zbwhe17ax85xnxa6ul Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/99 108 1021673 3898587 3897331 2026-09-12T18:17:17Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898587 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''INTRODUZIONE''}}</noinclude> Quel primo colpo fu la recitazione prima, per parte di Ahura Mazdao, della preghiera divina che, come il Verbo dei Cristiani e la dea Vac (la parola) dei Brahmini, esisteva prima ancora della creazione. All’entrare del secondo periodo, Ahura Mazdao si accinse a dare effetto alla creazione materiale per la quale vennero alla luce, nell’ordine che segue, il cielo, la terra, i vegetali, gli alberi, gli animali, l’uomo. Aura Mainyu allora, per lo spirito dell’opposizione innato in lui, procrea i Devi e con essi tutti gli altri esseri maligni e rei. Al terzo periodo, ecco Anra Mainyu invadere la terra e indurvi mille malanni, cioè malattie, guasti, morti, sperperi, intemperie, ardori e geli, ogni flagello insomma morale e materiale che potesse infestarla. Vi furono scontri e battaglie tra le milizie celesti e le infernali. Gustò per primo la morte il primo uomo stato creato da Ahura Mazdao, cioè Gaya Maretan, e morì la Giovenca primeva, la simbolica giovenca che, secondo un concetto tutto proprio del Zoroastrismo, rappresenta la fecondità della terra. Essa fu uccisa da Anra Mainyu stesso, e l’anima, poichè dal corpo ne uscirono varie specie di semi di cereali, ne volò al cielo lamentando nel cospetto di Ahura Mazdao la patita offesa. Ahura Mazdao, allora, le mostrò per consolarla la Fravasi santa di Zarathustra che, un giorno, sarebbe disceso in terra, apportatore di una nuova legge. In quel tempo, vissero anche e regnarono i grandi monarchi del tempo mitico ed eroico, da Haosyanha e da Yima a Vistaspa, sotto il regno del quale nacque e predicò Zarathustra.<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 99 —|}}</noinclude> 6thloa8r0y1ubccegi1jpy6pr39jblk Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/100 108 1021674 3898588 3897332 2026-09-12T18:20:12Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898588 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ITALO PIZZI''||}}</noinclude> Sono i monarchi, i re primitivi, di cui poi l’epopea, nel verso di Firdusi, narrerà un giorno le gloriose imprese. Il quarto e ultimo periodo di altri tremila anni s’inizia con la venuta del gran riformatore. Scompaiono allora spaventati i Devi. «Tu hai sospinto sotterra i Devi, o Zarathustra!», dice l’''Avesta'' (''Yasna'' IX, 46), e Zarathustra, intanto, incomincia alla corte di Vistaspa la sua predicazione. È questo il periodo in cui è ora il mondo e che finirà con la risurrezione dei morti, compiendosi allora appunto lo spazio dei dodicimila anni fissato già da Ahura Mazdao. Se pertanto, come a suo luogo abbiam notato, Zarathustra visse nel VI secolo prima dell’Era nostra, dei tremila anni di quest’ultimo periodo non rimangono più che poco meno di cinquecento. Giunto quel momento fatale, si appiccherà tra Ahura Mazdao e Anra Mainyu l’ultima terribile battaglia che deciderà della vittoria finale del bene. Anra Mainyu sarà annientato, e i morti risorgeranno, perchè la vita, dono del Creatore, tolta per offesa della morte, che è opera di Anra Main5ru, dovrà esser loro restituita, non potendosi annullare giammai un dono divino. Senonchè questa battaglia finale e la risurrezione dei morti andranno strettamente collegate alla venuta di un tardo e postumo figlio di Zarathustra, al quale l’''Avesta'' dà il nome di Saosyant, cioè di Salvatore o di Riparatore. Nascerà egli dalla fanciulla Eredatfedri che, bagnatasi in un mitico lago posto nell’estremo Oriente dove sta riposta e custodita la pura semenza di Zarathustra, ne rimarrà fecondata, e lo darà alla luce sul finire dei secoli. Dall’Oriente muoverà il Saosyant incoronato di<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 100 —|}}</noinclude> qzy8la421l16mu9zoi45i2t0aqtq7se Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/101 108 1021675 3898589 3897333 2026-09-12T18:22:21Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898589 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''INTRODUZIONE''}}</noinclude> dodici stelle, e l’accompagneranno, amati di loro armi rilucenti, gli eroi gloriosi del tempo antico, usciti per ciò appunto dalle loro tombe. 11 Saosyant è il Riparatore, e come tale trova un riscontro in tutte quelle altre figure luminose di personaggi divini, proprie delle credenze di molte altre nazioni, che un giorno, alla fine dei secoli, usciranno da un luogo misterioso, noto soltanto a Dio che li manda, e ripareranno al disordine presente e rimetteranno in onore la giustizia. 49. Questo rinnovamento del mondo per opera del Saosyant e la risurrezione richiederanno lo spazio di cinquantasette anni. Ma poi la cometa Gurz-sehr, cadendo dal cielo, incendierà tutta quanta la terra e ne farà liquefare i metalli e le rupi. Per quella rovente gora di materie liquefatte dovranno passare gli uomini risorti dalle sepolture, e allora i rei vi proveranno indicibili pene, mentre ai buoni e ai giusti parrà d’immergersi in una corrente di tiepido latte. Quella corrente, intanto, ne laverà le colpe commesse, ed essi ne usciranno purificati per sempre. Superata la prova, ciascuno riconoscerà con giubilo le persone ch’ebbe già care in vita, e però lo sposo sarà ricongiunto alla sposa, il figlio al padre, il fratello al fratello, l’amico all’amico, e nulla più li disgiungerà. Sarà data allora l’ultima battaglia tra le milizie celesti e le infernali, in cui Anra Mainyu perirà con tutte le sue schiere. Il serpe Dahaka, la più orribile delle drugie, perirà nel metallo fuso dalla cometa precipitata dal cielo, e l’Inferno sarà sgombrato e tolto via; saranno appianati i monti, e il mondo sarà ampliato per<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 101 —|}}</noinclude> 826ny90279ma6ml65uqajflx7phgnnn Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/102 108 1021676 3898590 3897334 2026-09-12T18:24:55Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898590 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ITALO PIZZI''||}}</noinclude> dar luogo e principio ad una vita nuova, tutta integra e pura in sempiterno. Non vi sarà adunque eternità di pene, perchè, ove ciò fosse, perdurerebbe eterno il male che deve scomparir dal creato, secondo il concetto che il bene deve avere alla fine una intera e assoluta vittoria. Il concetto poi che il mondo presente deve perir nelle fiamme, il Zoroastrismo l’ha comune col Cristianesimo (''solvet saeclum in favilla'', dice un canto della Chiesa), col Brahmanesimo, e anche con l’antica religione teutonica, nella quale altresì (secondo l’''Edda'') si parla della cometa Muspilli che, come la cometa Gurz-sehr, cagionerà cadendo il totale incendio del mondo. 50. Ma, fino a che avverranno le cose che or ora abbiam descritte, l’uomo in terra, per tutta la vita sua, deve aiutare e facilitare con le opere buone e pie la vittoria finale di Ahura Mazdao solvendo così il sacro debito di gratitudine verso di lui che l’ha creato. Dalla nascita, pertanto, fino alla morte, fino ai funerali, le opere dei genitori di lui in primo luogo quand’è ancora infante e nulla si conosce del bene o del male, e poi quelle di lui, dopo l’adolescenza, devono cooperare e cospirare a questo gran fine. 51. Una lavanda alla quale, igienica da principio, la tradizione attribuisce valore e significato religioso, è prescritta dall’''Avesta'' per l’infante appena nato. Ove i genitori trascurassero di compiere tale cerimonia, ne renderanno conto un giorno come di colpa da loro commessa. A loro intanto la responsabilità di ciò che di bene o di male commetterà il figlio sino all’adolescenza;<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 102 —|}}</noinclude> b00lnp83lqgq9fc7lw52arj8bxkfaun Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/103 108 1021677 3898591 3897335 2026-09-12T18:27:12Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898591 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''INTRODUZIONE''}}</noinclude> e intanto il figlio maschio deve passare presso le donne di casa i cinque primi suoi anni a null’altro attendendo che ai trastulli della sua tenera età. Dal quinto al diciassettesimo anno, reducazione sua consiste nel montare a cavallo, nel tirar d’arco, e sopra tutto nel dir sempre la verità. Quest’ultimo punto è di capitale importanza per la morale iranica, e l’attestano Erodoto e Senofonte tra gli Antichi, e l’attesta lo stesso Dario d’Istaspe che, in un notevole passo della sua grande iscrizione di Behistan, raccomanda al suo successore di non pronunciar mai una parola menzognera e di punir severamente quell’uomo qualunque che non dica la verità. Così, in mezzo a nobili cure e inségnamenti, passava il fanciullo l’adolescenza sua. Raggiunti gli anni diciassette, passava fra i giovinetti, e allora una sacra cintura gli era cinta ai fianchi, con alcune cerimonie sacre prescritte dall’''Avesta''. Quella cintura ch’egli non doveva deporre mai più se non nelle ore del sonno, indicava ch’egli era entrato nella comunità dei Zoroastriani e ne faceva parte assumendo inoltre i doveri imposti dalla religione. 1 giovinetti di nobile famiglia erano sovente educati o presso qualche gran signore che loro insegnava le virtù più elette, ovvero alla corte. 52. In un passo dell’''Avesta'' (Vendidâd, IV, 130) è detto chiaramente che l’uomo che ha una sposa, è superiore, in senso morale, all’uomo che vive celibe, e che il capo d’una famiglia è ugualmente superiore a chi non ne ha alcuna. Alle fanciulle poi non torna {{Pt|certa-|}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 103 —|}}</noinclude> ag2kb738iv78ql9xkoieg426mp1f2ow Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/104 108 1021678 3898592 3897336 2026-09-12T18:31:19Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898592 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ITALO PIZZI''||}}</noinclude> {{Pt|mente|certamente}} ad onore il viver sempre fanciulle, anzi il desiderar ciò è loro attribuito a grave colpa che condanna all’inferno, e però l’''Avesta'' riferisce, come ingenua e buona, la seguente preghiera per domandare uno sposo «A lui (cioè al dio Vento) fecero offerte le fanciulle non ancor sposate domandando questa grazia: Fa tu, o Vento che supernamente operi, che noi possiam trovare un capo di casa, giovane e di belle forme, che ci nutra finchè noi vivremo, e ci procacci una figliuolanza savia, bene intendente, ben parlante!» (''Yasht'', XV, 39-40). Il celibato adunque era meno apprezzato dello stato matrimoniale, e dono della Divinità era perciò appunto un marito, secondo che l’''Avesta'' stesso dice di Haoma che procaccia uno sposo alle fanciulle rimaste nubili per lungo tempo. Il quindicesimo anno è fissato come l’età da marito per le fanciulle; ma in tempi posteriori invalse l’uso di sposarle anche prima di quest’età. Semplicissimo il rito nuziale secondo i Parsi nei tempi recenti. Si domanda dal sacerdote, in presenza di testimoni, al giovane e alla giovane se acconsentano alla loro unione. Avuto l’assenso, egli prende un poco d’acqua pura, mormorandovi sopra alcune preghiere, indi, con altre poche preghiere, ne lava la fronte ai due che, dopo ciò, sono legittimi sposi. L’''Avesta'' dice assai poco intorno alle nozze e ai riti e alle cerimonie che vi si riferiscono. Sappiamo tuttavia che il libro diciottesimo di esso trattava appunto dei matrimoni, ma quel libro, con gli altri molti, è andato perduto. Singolare poi, e tale che è stato notato con meraviglia e orrore dagli Antichi e contro cui gridarono {{Pt|co-|}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 104 —|}}</noinclude> pmemlg8w3zqipck4etyp4y5z6w8q9oq Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/105 108 1021679 3898593 3897337 2026-09-12T18:33:48Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898593 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''INTRODUZIONE''}}</noinclude> {{Pt|me|come}} contro vituperio gravissimo i Padri della Chiesa, è il matrimonio, frequentissimo fra i Persiani e raccomandato come opera meritoria dall’''Avesta'' e da tutta la tradizione, tra i più prossimi parenti. «Approvo, dice il fedele zoroastriano nel ''Yasna'' (XIII, 28), e lodo il santo matrimonio fra i consunti che di tutti i presenti matrimoni e di quelli che saranno, è il maggiore, il migliore, il più bello, ahurico (cioè approvato da Ahura Mazdao). zoroastriano!». È noto dalla storia che il re Cambise sposò due sue sorelle, e che, del resto, era lecito, anzi imposto e lodato, il matrimonio non solo tra fratelli e sorelle, ma anche tra genitori e figliuoli, oltre quello tra congiunti più o meno prossimi. Si disse che l’uso, strano e abbominevole per noi, originasse dal proposito di mantenere intatta, fin ch’era possibile, la nobiltà della famiglia e l’integrità della stirpe. Ma, osserveremo, non ai nobili e non ai grandi soltanto esso era imposto e raccomandato, e, per quanto se ne sa, era anche praticato da tutta quanta la nazione. Non era nemmeno uso o legge dei soli Persiani o Irani, perchè l’avevano e l’osservavano gli antichi Egizi, gl’Incas del Perù e i Vedda, gente primitiva e barbarica che abita nel Ceylan sulle montagne. 53. Lunghe e minuziose sono le cerimonie funebri, tutte intese però, sebbene stravaganti in apparenza, ad evitare che il cadavere contamini qualche essere vivente o l’aria o l’acqua o la terra o il fuoco, sotto colore di offendere Ahura Mazdao, primo creatore di tutte queste cose, pure e sante. Ai defunti, perciò, è {{Pt|assegna-|}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 105 —|}}</noinclude> 2yl2q8b2oa5tioo0laq9hwfliilbh9w Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/106 108 1021680 3898594 3897339 2026-09-12T18:37:03Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898594 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ITALO PIZZI''||}}</noinclude> {{Pt|to|assegnato}} un cimitero comune, ora sui monti, ora in luogo piano, ma aperto e libero sempre; ed esso altro non è che un ricinto in cui, fra scompartimenti e sentieri correnti in vario senso, vanno esposti i cadaveri, deposti e legati sopra lettucci di ferro. Ciò si fa e si pratica, perchè non è lecito nè consegnarli al fuoco, nè sotterrarli, nè gettarli in una corrente d’acqua. Ma là, nel ricinto apposito, ecco venire avoltoi e corvi e cani erranti e lacerare i cadaveri e spolparli finchè non ne rimangono che le ossa nude, che poi il vento inaridisce e il tempo riduce in polvere. L’uso è antico, prescritto solennemente dall’''Avesta''. I viaggiatori poi che hanno veduto tali cimiteri, ne sono rimasti inorriditi, tanto sono orribili a vedersi, e {{Wl|Q447476|Onesicrito}}, uno dei compagni di Alessandro, attesta che, nella Battriana, città e villaggi si vedevano pieni e ingombri di ossa umane, e che Alessandro ordinò cessasse il non bello costume. Così {{AutoreCitato|Gaio Fannio Strabone|Strabone }}(XI, 517). Il cadavere della persona estinta si toglie dal letto e si porta in luogo perfettamente asciutto. Due necrofori con un loro capo o duce, attendendo che il tempo sia sereno, lo trasportano, toltene le vesti, nel cimitero o ricinto or ora descritto, perchè vi sia divorato e consumato. I parenti e gli amici stanno attenti ad osservare, vogliosi di vedere da qual parte del corpo incomincino i corvi e i cani, perchè è indizio di buona o di cattiva fortuna per l’anima di lui nella vita futura, secondo certe loro idee, se quel dilacerare incomincia, per esempio, dall’occhio destro prima che dal sinistro, ovvero dal sinistro prima che dal destro. Si purificano intanto,<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 106 —|}}</noinclude> icjqju0lxio2tzkdo22x6km89azzrj7 3898603 3898594 2026-09-12T19:27:44Z Alex brollo 1615 Gadget AutoreCitato 3898603 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ITALO PIZZI''||}}</noinclude> {{Pt|to|assegnato}} un cimitero comune, ora sui monti, ora in luogo piano, ma aperto e libero sempre; ed esso altro non è che un ricinto in cui, fra scompartimenti e sentieri correnti in vario senso, vanno esposti i cadaveri, deposti e legati sopra lettucci di ferro. Ciò si fa e si pratica, perchè non è lecito nè consegnarli al fuoco, nè sotterrarli, nè gettarli in una corrente d’acqua. Ma là, nel ricinto apposito, ecco venire avoltoi e corvi e cani erranti e lacerare i cadaveri e spolparli finchè non ne rimangono che le ossa nude, che poi il vento inaridisce e il tempo riduce in polvere. L’uso è antico, prescritto solennemente dall’''Avesta''. I viaggiatori poi che hanno veduto tali cimiteri, ne sono rimasti inorriditi, tanto sono orribili a vedersi, e {{Wl|Q447476|Onesicrito}}, uno dei compagni di Alessandro, attesta che, nella Battriana, città e villaggi si vedevano pieni e ingombri di ossa umane, e che Alessandro ordinò cessasse il non bello costume. Così {{AutoreCitato|Strabone|Strabone}} (XI, 517). Il cadavere della persona estinta si toglie dal letto e si porta in luogo perfettamente asciutto. Due necrofori con un loro capo o duce, attendendo che il tempo sia sereno, lo trasportano, toltene le vesti, nel cimitero o ricinto or ora descritto, perchè vi sia divorato e consumato. I parenti e gli amici stanno attenti ad osservare, vogliosi di vedere da qual parte del corpo incomincino i corvi e i cani, perchè è indizio di buona o di cattiva fortuna per l’anima di lui nella vita futura, secondo certe loro idee, se quel dilacerare incomincia, per esempio, dall’occhio destro prima che dal sinistro, ovvero dal sinistro prima che dal destro. Si purificano intanto,<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 106 —|}}</noinclude> m36cgt5ozcqgq7pgb42oams99664el0 Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/107 108 1021681 3898595 3897340 2026-09-12T18:40:14Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898595 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''INTRODUZIONE''}}</noinclude> secondo il rito prescritto, i necrofori, e si purifica la via stata percorsa dal cadavere facendovi passai tre volte un cane che abbia certe macchie particolari nel pelame. Il cane, infatti, ha grande importanza in tutto quanto il rituale avestaico, e l’''Avesta'' ne fa elogi grandissimi come dell’animale più utile all’uomo, dotato, inoltre, di qualche virtù occulta. 54. La fede congiunta alla immaginazione ha raffigurato e rappresentato in modo particolare la sorte delle anime al di là della vita presente e i regni oltramondani. Secondo un passo dell’''Avesta'', l’anima, appena separata dal corpo, per tre giorni e per tre notti vi si aggira errabonda dattorno. Secondo la coscienza del bene o del male operato, essa prova gioia o dolore. Ma poi, all’alba del quarto giorno, migra lontano da questa terra, e allora, se buona ed eletta, sente come una fragranza di brezza profumata, e se rea e reietta, sente come un puzzo di vento fetido, mentre, poco stante, alla buona muove incontro per riceverla una leggiadra e aitante fanciulla, e alla rea, una femmina laida e ributtante. Sono queste le personificazioni delle opere di ciascuna. Ma poi eccola al varco del ponte che mette ai luoghi eternali e dóve la attendono tre giudici severi. Mithra, Sraosa, Rasnu. È quello che l’''Avesta'' chiama il ponte che raduna (''cinvant-perethu''), e che alle anime buone si mostra comodo e spazioso, e alle ree appare tanto arduo e angusto da precipitarne irremissibilmente nel sottoposti baratri infernali. Le anime buone, invece,<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 107 —|}}</noinclude> d69okytir1x4c0xosihnyol80hct9hr Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/108 108 1021682 3898596 3897341 2026-09-12T18:41:59Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898596 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ITALO PIZZI''||}}</noinclude> agevolmente lo varcano per ascendere ai cieli che le attendono. È il ponte che da noi in Occidente si crede comunemente essere tra le credenze musulmane, mentre esso è soltanto di fede zoroastriana. 55. Il Paradiso, che si designa coi nomi ora di luce infinita, ora di lieto soggiorno, ora di ostello dei pii pensieri, ora di luogo eletto, è disposto in un ordine di significato razionalmente morale, perchè, prima di giungere all’empireo dove sta in trono Ahura Mazdao, vi s’incontrano tre luoghi, rispettivamente collocati nelle stelle, nella luna, nel sole. Nel primo, sono premiate le anime che sempre rettamente pensarono; nel secondo, quelle che sempre rettamente parlarono; nel terzo, quelle che sempre rettamente operarono. Parimente per tre gradi è disposto l’Inferno, detto il luogo reo e tristo, dimora dei demoni e di Anra Mainyu. Nel primo grado stanno a penare le anime che ebbero sempre pensieri malvagi; nel secondo, quelle ohe sempre ebbero parole cattive; nel terzo, quelle che sempre commisero opere ree. E dovunque sono tenebre infinite, tanto dense da potersi stringere coi pugni. E vi è ogni male. Ma il maggiore sarà che ogni anima, con un senso di disperata desolazione, vi si sentirà sola e abbandonata pure in mezzo alle tante altre dolenti che vi si troveranno fitte e dense come i crini, si dice, nella folta criniera d’un cavallo. V’è inoltre un luogo in cui staranno senza premio e senza pena tutte quelle anime le cui opere buone furono equivalenti alle ree. Quel luogo è posto tra la {{Pt|ter-|}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 108 —|}}</noinclude> 8u6zq2d1nvaadss21j8gyfo6axytmkt Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/109 108 1021683 3898597 3897342 2026-09-12T18:46:38Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898597 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''INTRODUZIONE''}}</noinclude> {{Pt|ra|terra}} e la sfera delle stelle; è detto l’Hamêstegân, cioè l’Immobile; non vi si purga o espia alcun peccato; non vi si gode, non vi si soffre. Senonchè, come avanti abbiam notato, esso e l’Inferno dovranno cessare allorquando Ahura Mazdao, dopo l’ultima battaglia, avrà avuto sull’avversario suo intera e finale vittoria. 56. Un libro tradizionale forse del V secolo dell’era nostra, scritto in pehlevi, racconta di un viaggio che il pio sacerdote Arda figlio di Viraf avrebbe fatto nei regni oltramondani per recarne ai viventi certa notizia. Questo sacerdote, al tempo del re Ardesir fondatore della dinastia dei Sassanidi, si sarebbe addormentato in un tempio del Fuoco dopo avere ingoiato certa possente bevanda soporifera. L’anima sua, uscita dal corpo, avrebbe percorso visitando, guidata e ammaestrata dal dio Fuoco, il Paradiso prima e poi l’Inferno. Menata in fine nel cospetto di Ahura Mazdao, la luce divina tanto l’avrebbe colpita da far terminare, appunto come quella di Dante, questa sua mirabile visione. Inferno e Paradiso vi sono descritti, ma aridamente e freddamente. Arda vi vede molte anime di beati e molte di dannati; ma nessuna volge a lui la parola, nè egli sa o può trovare alcun accento per alcuna di esse. Vi manca perciò quel drammatico che fa tanto grande la visione dantesca, con la quale tuttavia questa iranica ha non poche somiglianze. Il {{Wl|Q809421|Barthélemy}}, che ne ha pubblicato una traduzione francese, le nota accuratamente in una sua dotta introduzione premessavi. 57. Ma per evitar le pene dell’Inferno e meritare di<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 109 —|}}</noinclude> fcdzclv3z219wnahnil5arsc8n8kgks Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/110 108 1021684 3898598 3897343 2026-09-12T18:51:03Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898598 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ITALO PIZZI''||}}</noinclude> salire al cielo, oltre alle opere buone si raccomanda al fedele la pia offerta, celebrata dai sacerdoti, con la recitazione della parte rituale del ''Yasna''. Il rito ne è semplice, come è semplice tutto quanto il culto zoroastriano. Prime cose richieste erano il pane, la carne (o secondo altri il latte), il succo della pianta ''haoma'' di cui sopra e del genio Haoma che la personifica e deifica abbiam fatto cenno, l’acqua purificatrice. Durante la cerimonia, mormorando il sacerdote offerente i versetti del ''Yasna'', egli tiene in pugno un fascio di rami di piante odorose, di cui non bene s’intende il significato, e davanti alle labbra ha un bianco pannolino disteso per impedire che qualche lieve sprazzo di saliva, recitando, contamini la sacra fiamma che gli arde davanti. Precedono lunghe e monotone invocazioni ad esseri e a cose sante. La consacrazione della sacra bevanda è la parte principale del rito, ma vi si connettono le benedizioni per l’acqua lustrale, l’offerta del burro e del latte, l’offerta dei pani. S’aggiunge la benedizione di certa quantità di orina di bue, usata sempre in qualunque cerimonia di purificazione. Nell’antichità, gli eroi e i primi monarchi offrivano già alle diverse Divinità, centinaia e migliaia di giovenchi, ed Erodoto parla di alcune vittime scannate ad onore degli Dei e poi mangiate dai sacerdoti. Ma quella notizia si legge in quella parte dell’''Avesta'' che, come abbiam veduto, contiene le più vecchie idee religiose, quelle del primitivo naturalismo, laddove Zarathustra, maestro di alta dottrina, offriva la preghiera ad Ahura Mazdao e la devozione dell’animo suo.<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 110 —|}}</noinclude> 65tptcyryak5i0xf6rq6jm93vrlm0bu Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/111 108 1021685 3898599 3897344 2026-09-12T18:55:34Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898599 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''INTRODUZIONE''}}</noinclude> 58. Quanto alla morale, s’intende che il Zoroastrismo proclama e impone unica guida quaggiù all’uomo quanto si comanda nell’''Avesta'' che contiene la dottrina rivelata dalla Divinità stessa al suo profeta. Voglionsi eseguire con animo obbediente e devoto quei comandi e quei precetti, osservar quelle leggi, compiere scrupolosamente quei riti; e soltanto chi farà tutto ciò, si salverà: chi non farà, sarà irremissibilmente dannato. Per questo punto, l’''Avesta'' è minuziosissimo ed estremamente cavilloso; e la visione dell’Inferno, menzionata or ora, ricorda persone dannate per l’infrazione minima del minimo precetto. Cotesto, però, è proprio, più o meno, di qualunque religione che si fondi su di un codice sacro. Ma, anche con tutto ciò, la morale insegnata dall’''Avesta'', oltre e al disopra dei suoi precetti teologici, dogmatici, rituali, è pur sempre una morale molto alta e pura che con ragione colloca il Zoroastrismo fra le più elette religioni del mondo. Lo stesso triplice precetto del non peccar mai in pensieri, in opere, in parole, che si trova anche tra ì precetti del Cristianesimo, racchiude nella sua rigidezza e compendia ogni altro precetto che sia inteso a guidar l’uomo quaggiù. Le maggiori virtù che, del resto, erano raccomandate non pure dall’''Avesta'', ma anche dalla legge e dalla consuetudine comune a tutti gl’Irani, erano la giustizia, la beneficenza, la generosità, la pietà, l’orrore per la menzogna. Dell’obbligo del dir sempre e ovunque la verità, abbiam detto a suo luogo come di precetto capitale per gl’Irani; aggiungeremo ora soltanto che per essi, dopo la {{Pt|menzo-|}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 111 —|}}</noinclude> 4ikapj7wphp1iefxaocr32f32nzl8yq Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/112 108 1021686 3898600 3897345 2026-09-12T19:00:12Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898600 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ITALO PIZZI''||}}</noinclude> {{Pt|gna,|menzogna,}} il centrar debiti era considerato il malanno maggiore, perchè chi ha debiti, è costretto anche a dir bugie. Così Erodoto, parlando appunto dei Persiani (I, 138). La religione poi che rifuggiva dal misticismo e più ancora dalla vita ascetica quale fu tanto in onore presso gl’indiani, tanto in onore da soffocarne ogni attività più bella e feconda nella vita pratica, come tenne lontano dagl’Irani cotesta aberrazione della mente, così li sospinse anche e li incitò a due arti essenzialmente attive e rafforzatrici della tempra umana, sebbene opposte fra loro, alla guerra e all’agricoltura. Del valore degl’Irani, figli robusti e valorosi di un’alta regione montana, attestano, come abbiam già notato, l’elogio del re Dario sulla rupe di Behistan, la storia di Erodoto e la solenne canzone epica di Firdusi tutta risonante d’alto strepito d’armi. Della cura che si aveva del coltivare i campi, parla in più luoghi con verace accento di raccomandazione l’''Avesta'', ed è noto, per testimonianze antiche e recenti, che l’agricoltura in tutto quanto il paese iranico era in onore grandissimo. Premi e onori si decretavano a chi per il primo dissodava un terreno incolto, e l’''Avesta'', con primitiva, ma bella immagine, ci dice che i Devi di Anra Mainyu si turbano dapprima e poi si mettono in fuga allorquarrdo veggono germogliar le biade e biondeggiare in un campo le spighe. La dea delle acque, Anahita, perchè ne fecondava i campi, aveva da loro offerte, sacrifizi e preghiere, e concedeva loro grazie e favori. Così l’agricoltura li rendeva forti, vigili, gagliardi, e l’aspra e ingrata natura che li {{Pt|circon-|}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 112 —|}}</noinclude> 9vi6g5bkosra9ydq4we6vpd82733pib Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/113 108 1021687 3898601 3897346 2026-09-12T19:04:05Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898601 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''INTRODUZIONE''}}</noinclude> {{Pt|dava|circondava}} e che pareva negar loro il sostentamento necessario, costringendoli ad un lavoro non interrotto, impedì che l’animo loro si accasciasse e si avvilisse. In India, invece, l’ubertosità soverchia del paese infiacchì gli animi di quei forti ch’erano discesi dalle valli del Pancianada, e li condusse man mano, rinnegando sè stessi e perdendo l’individuale energia, ad annientarsi nell’ascesi e nella vita contemplativa. Se fu detto giustamente che l’India al mondo ha dato i sacerdoti, e che la Grecia e Roma hanno dato l’uomo civile, non meno gfiustamente si può dire che la Persia ha dato invece il tipo dell’uomo che crede, che lavora, che combatte. Così, almeno, nell’antichità. {{Rule|8em|t=1|v=1}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 113 —|}} {{PieDiPagina|{{span|Zarathustra|sc}} — L'Avesta||8}}</noinclude></noinclude> 3sh7cn9sgojj03xpubuvwzo704sdhs8 Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/116 108 1021689 3898604 3897349 2026-09-12T19:42:55Z Alex brollo 1615 /* new eis level0 */ 3898604 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="0" user="Alex brollo" /><!--{{RigaIntestazione|''ITALO PIZZI''||}}--></noinclude><noinclude></noinclude> msbw6r8hn39u91tphsag0mxhnde4b9k Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/117 108 1021690 3898605 3897220 2026-09-12T19:44:22Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898605 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{Rule}}{{Rule|v=4}}</noinclude><section begin="s1" /> {{Ct|f=140%|v=1|I. - DAL VENDIDAD}} <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t2|I. IL RE YIMA}} <poem> :Così allora ad inchiedere si fea Zarathustra Aura Mazda<ref>Così per il metro. Nella Introduzione e nelle note, per maggiore esattezza, abbiam scritto Ahura Mazdao.</ref>; O santo Spirto, Aura Mazda, che gli esseri terreni Creasti, o puro, a chi mai tu primiero Fra i mortali volgesti una parola. Tu che Aura Mazda sei? A chi primiero, Oltre di me che Zarathustra sono, Questa religion manifestasti Che è tua, che è mia? — Questa risposta allora Aura Mazda rendeva: A Yima, al bello, A quel d’inclito popolo signore, O santo Zarathustra! A lui primiero Fra i mortali io rivolsi una parola Io che Aura Mazda sono, e a lui primiero. Oltre di te che Zarathustra sei, </poem> <section end="s2" /><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 117 —|}}</noinclude> 29211ym531l2sztuf4z13qbt35inzq7 Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/118 108 1021691 3898606 3897350 2026-09-12T19:49:33Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898606 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude> <poem> Questa religïon manifestai Che è mia, che è tua. Per che così gli dissi Io che Aura Mazda sono, o Zarathustra: :«O Yima, o bello, o figlio a Vivahvante<ref>Cioè il ''Lucente'' (in sanscrito Vivasvan3), antica personificazione del sole.</ref> Vieni a me qual maestro alla mia fede. D’essa propagator!». Ma Yima il bello, O Zarathustra, così allor mi disse: «Non a cotesto atto son io. Non io Ebbi dottrina perchè alla tua fede Maestro fossi e banditor». «Se adunque (Io che Aura Mazda son, così gli dissi) Se per me adunque nè maestro vieni Nè banditor della mia fede, oh! questi Terreni esseri miei<ref>Gli uomini e tutti gli animali buoni e utili all’uomo, che aono le creature di Ahura Mazdao.</ref> tu mi sostenta, O Yima, e tu gli accresci, e a me sottentra Guardiano degli esseri terreni, D’essi proteggitor vienmi e custode!». :E Yima il bello, o Zarathustra, allora Così mi rispondea: «Gli esseri tuoi Terreni prosperar ti farò io, Crescere io ti farò questi terreni Esseri. A te sottentrerò di questi Esseri tuoi custode e protettore. Oh! fin ch’io regni, mai non sia che ardori Sopravvengano estivi e nembi algenti. Non tabe alcuna esizial, non morte!». </poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 118 —|}}</noinclude> h14e7ka9j5bqpq5u1byye7lninkykij Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/119 108 1021692 3898607 3897351 2026-09-12T19:53:59Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898607 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude> <poem> :Io che Aura Mazda son, gli porsi allora Un’arma, ed era un pungolo dorato, Tutto d’oro un aratro. Ebbesi Yima In man la regia potestà. Ma intanto, Yima regnando, ben trecento inverni<ref>Cioè trecento anni.</ref> Trapassaron così quando era ingombra Tutta d’armenti e bovi ampia la terra, Di cani ingombra e d’uomini e d’augelli, Di fuochi rossi e ardenti. In essa omai Loco più non potean bovi od armenti, Non uomini trovar, perch’io consiglio A Yima così porsi: «O Yima, o bello, O figlio a Vivahvante, ingombra omai Si fe’ la terra e d’armenti e di bovi, Di cani ingombra e d’uomini e d’augelli, Di fuochi rossi e ardenti. Un loco in essa Non han bovi, non l’hanno uomini e armenti». :Yima allora degli astri ver la via, Del mezzodì verso le plaghe, al corso Del sol conforme, si movea. Con quello Aratro d’oro il suol rompendo ei venne. Fendendo il venne con quell’arma, e intanto Così dicea: «Deh! cara e santa Armaiti<ref>Il Genio femminile della terra. Vedi l’''Introduzione'', II. 26.</ref> Al pregar mio dirómpiti, ti fendi. Nutrice sii di buoi, d’uomini e armenti!». </poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 119 —|}}</noinclude> sceoz41sb0pu9cc59l3f7bwwkst2ozl Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/120 108 1021693 3898608 3897352 2026-09-12T19:58:58Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898608 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude> <poem> :Così d’un terzo ancor, più che non era Vasta dapprima, egli aggrandì la terra. Sì che ivi si aggirar bovi ed armenti Ed uomini conforme a lor desio, A lor voglia così, come pur era. </poem> ''A questo punto si rifa, con le stesse parole, la narrazione di sopra per dire che passarono ugualmente sotto il regno di Yima altri trecento anni e poi altri trecento ancora, e come, alla fine di ciascuno di questi periodi, egli ampliò d’un terzo la terra, cioè ne rese abitabile un’altra parte introducendovi l’agricoltura.'' (''Vendidad'', II, 1-41). {{Ct|c=t1|2. IL DILUVIO}} <poem> :Ed ecco un’assemblea coi santi Spirti<ref>I Genî buoni creati da Ahura Mazdao. Vedi l’''Introduzione''. II. 26 e segg.</ref> Aura Mazda creante indisse allora, Illustre in quella, di santa natura, Irania terra. E indisse un’assemblea Yima il fulgido, quel di genti elette Yima signor, con gli uomini d’allora I più prestanti, celebrato in quella Irania terra di santa natura. Venne a quell’assemblea coi santi Spirti </poem> , *<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 120 —|}}</noinclude> o71cvcpatolqphs24kyeyzstbmoedgv Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/121 108 1021694 3898609 3897353 2026-09-12T20:01:55Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898609 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude> <poem> Aura Mazda creante, illustre in quella Irania terra di santa natura; E Yima anche vi scese, egli, lo splendido, Sire di genti elette, illustre in quella Irania terra di santa natura, Con gli uomini d’allora i più prestanti. :A Yima allor così dicendo, O Yima, Aura Mazda si volse, o Yima, o bello, Figliuol di Vivahvante, ecco! sventura D’intemperie a venir già già s’appresta Nel terren mondo, e turbine di neve A principio cadrà là sovra i monti Che più alti sono, e giù nelle bassure Dell’ardue regioni. Allora, o Yima, Terza una parte degli armenti in questa Terra morrà, di quei che stanno in luoghi Più perigliosi, e di quei che alle alture Stanno de’ monti, e di quei che le gole Delle valli frequentano, e di quelli Che stanno in abitacoli sicuri. </poem> ''Segue un breve passo quasi indecifrabile, tanto è guasto il testo, e che si ommette. Sembra che vi si descriva la prossima devastazione e desolazione della terra. Ahura Mazdao, a questo punto, indica il modo di salvarsi, con parte dei viventi, dal disastro che si avvicina.'' <poem> :Un recinto farai. Quello farai Lungo ciascun de’ quattro lati suoi Quanto la corsa d’un cavallo, e dentro </poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 121 —|}}</noinclude> 2l5pi8bzuv2m1bxmjmpxd2juveptpgw Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/122 108 1021695 3898610 3897354 2026-09-12T20:04:41Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898610 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude> <poem> E d’armenti e di bovi ogni semenza E d’uomini e d’augelli accoglierai; Semi v’accoglierai di fuochi ardenti E rosseggianti. Il recinto farai Lungo ciascun de’ quattro lati suoi Quanto la corsa d’un destriero, e sia Stalla agli armenti. E l’acqua per un calle Lungo un hathra<ref>Misura di lunghezza di cui non si conosce il valore.</ref> v’adduci; anche v’apposta Gli augelli dentro e grano lor provvedi Biondeggiante che mai non manchi o scemi Per mangiarne ch’ei facciano. Tu poi Rizzavi ostelli e alberghi con colonne. Vestiboli e recessi. Anche v’accogli Tutti di maschi e di femmine i germi Che son di questa terra i più prestanti. I più belli, i più forti. Indi v’adduci, Di tutte specie, quelli de’ bestiami Che son di questa terra i più prestanti, I più belli, i più forti, e vi raccogli Quanti piu eletti sulla terra stanno D’alberi semi, i più odorosi; e semi Anche vi poni d’ogni cibo, quali Sono di questa terra i più fragranti, A gustar più soavi. Or tu cotesta Gente per coppie indefettibil rendi Fin che là, nel recinto, essi dimora Con te, Yima, faranno. Ivi non mai Gibbosa forma o da retro o davanti </poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 122 —|}}</noinclude> kku1cyfrvu48gyuq244kl9mqrn2ab8h Discussioni indice:Zarathustra - L'Avesta.djvu 111 1021833 3898554 3898113 2026-09-12T12:35:58Z Alex brollo 1615 Gadget [[Aiuto:Gadget Trova e Sostituisci|Trova e Sostituisci]]: salvataggio MemoRegex 3898554 wikitext text/x-wiki == memoRegex == <nowiki>{"^t1 (.+)\\n(.+)":["(regex)","{{Ct|c=t1|$1}}\n{{Ct|c=t2|$2}}","gm"], "Ed\\.\\ Cale\\.":["","Ed. 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La rielaborazione ha permesso di sistemare un po' di cose e soprattutto di inserire l'header (RigaIntestazione) e il footer(PieDiPagina), e con un successivo passaggio un po' di tag poem. Chi rilegge non si aspetti la perfezione... ci sono ancora parecchie cose da sistemare, ma chi si accontenta gode :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 10:02, 29 giu 2026 (CEST) :Iniziato la correzione e la sistemazione della formattazione. In ns0 va aggiunto un tl|Sezione note. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 15:16, 9 set 2026 (CEST) 1lndgu88ptyxwcsfdreuxn3gv14izot 3898566 3898554 2026-09-12T13:25:46Z Alex brollo 1615 Gadget [[Aiuto:Gadget Trova e Sostituisci|Trova e Sostituisci]]: salvataggio MemoRegex 3898566 wikitext text/x-wiki == memoRegex == <nowiki>{"^t1 (.+)\\n(.+)":["(regex)","{{Ct|c=t1|$1}}\n{{Ct|c=t2|$2}}","gm"], "Ed\\.\\ Cale\\.":["","Ed. 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La rielaborazione ha permesso di sistemare un po' di cose e soprattutto di inserire l'header (RigaIntestazione) e il footer(PieDiPagina), e con un successivo passaggio un po' di tag poem. Chi rilegge non si aspetti la perfezione... ci sono ancora parecchie cose da sistemare, ma chi si accontenta gode :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 10:02, 29 giu 2026 (CEST) :Iniziato la correzione e la sistemazione della formattazione. In ns0 va aggiunto un tl|Sezione note. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 15:16, 9 set 2026 (CEST) aq6kccar0ty1gfyl7l9uj7dtq0rrv7c Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/94 108 1024425 3898700 3876408 2026-09-13T09:05:24Z Panz Panz 3665 3898700 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|{{Sc|xc}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>presso di questi nelle arti del dire. Hariri, a quel che ne dicono {{AutoreCitato|Ibn Khallikan|Chalecan}}, il {{AutoreCitato|Jacob Golius|Golio}}, lo {{AutoreCitato|Albert Schultens|Schultens}}, {{AutoreCitato|Ernst Friedrich Karl Rosenmüller|Rosenmüller}}, {{AutoreCitato|Antoine-Isaac Silvestre de Sacy|Sacy}}, {{AutoreCitato|Giovanni Bernardo De Rossi|De-Rossi}}, avrebbe emulato nell’oratoria {{AutoreCitato|Demostene|Demostene}} e {{AutoreCitato|Marco Tullio Cicerone|Cicerone}}<ref>Nel quadro storico che porgiamo qui della letteratura e delle scienze degli Arabi, noi oltrepasseremo talvolta i limiti di questo periodo menzionando autori ed opere di tempo posteriore al 1093; e ciò abbiamo creduto di dover fare onde viemeglio prospettare nella sua unità l’origine ed il progresso della civiltà araba, alla quale, per la necessaria rapidità e stringatezza del nostro discorso, non ci sarà dato di poter toccare nei periodi successivi: del resto l’influenza di questa civiltà sull’Occidente, non ha durato che finchè durarono le tenebre in Europa; l’Italia, come lo vedremo tra poco, ha fatto dimenticare gli Arabi e la Spagna.</ref>. Che diremo degli studi storici? Cominciando da {{AutoreCitato|Al-Waqidi|Vakedi abu Abdalla}}, il più antico degli storici arabi pervenuti sino a noi, e giungendo fino ad {{AutoreCitato|Abulfeda|Abulfeda}} che ne è il più illustre, qual prodigioso numero di storie universali e particolari non annovera l’araba letteratura? I lavori di {{AutoreCitato|Ibn al-Athir|Atir Azzedin}}<ref>''Camel perfetto'', è una storia universale dalla creazione al 1230, ''Storia della dinastia degli Alabech'' del 1084 al 1210: di questa si giovò copiosamente il {{AutoreCitato|Friedrich Wilken|Witcheus}} per la sua ''Storia delle crociate'', premiata dall’Università di Gottinga.</ref>, di {{AutoreCitato|Eutichio di Alessandria|Batrik}}<ref>''Ornamento di perle'', è una storia universale dalla creazione al 937. Fu pubblicata in latino ed in arabo dal {{AutoreCitato|John Selden|Seldeno}} e dal {{AutoreCitato|Richard Pococke|Pocock}} nel 1654-9 ad Oxford, e fornì molti materiali ad Ottingen.</ref>, di {{AutoreCitato|Al-Nuwayri|Novairi}}<ref>''Meta dei desiderii'', è una grandiosa storia universale in 10 immensi volumi: Schultens e {{AutoreCitato|Rosario Gregorio|Gregorio}} ne pubblicarono alcune parti.</ref>, di {{AutoreCitato|Al-Baydawi|Beidavi Nassereddin}}<ref>''Nedam altavarik'', è una storia universale tradotta in latino da {{AutoreCitato|Johannes von Müller|Müller}}, e stampata coll’originale a Berlino nell’anno 1689.</ref>, di {{AutoreCitato|Ibn Khaldun|Chaldun}}<ref> ''Storie, antichità, studii, guerre e domini degli Arabi''; questo lavoro cui per esser classico non altro mancò che una minore tendenza al maraviglioso, tendenza che contamina presso che tutte le storie degli Arabi, tratta nei suoi prolegomeni dell’eccellenza della storia, del genere umano in società, quindi passa alla storia degli Arabi dal principio del mondo, e di quella degli Stati contemporanei e dei Berberi del Magreb.</ref>, di {{AutoreCitato|al-Dhahabi|Dahabi}}<ref>Scrisse gli ''Annali maomettani'' ed una ''Biblioteca storica universale'', continuata da {{AutoreCitato|Shams al-Din al-Sakhawi|Alsachavi}}.</ref>, di {{AutoreCitato|Ṭabarī|Tabari}}<ref>''Tarif giafari'', è una vasta storia universale tanto stimata per la sua fedeltà ed esattezza, che passa, secondo Chalecan per la più sincera di tutte le altre, e pel fondamento di tutte le storie arabe. {{AutoreCitato|Johann Kosegarten|Kosegarten}} la tradusse e pubblicò in latino con belle note ed aggiunte a Gripswald nel 1829.</ref>, di {{AutoreCitato|'Imad al-Din al-Isfahani|Emadeddin}}<ref>''Prato fiorito'', è una storia da Adamo fino al 1308.</ref>, di {{AutoreCitato|Muṣṭafá ibn Ḥasan Jannābī|Gianabi}}<ref>''Mar gonfio'', è una storia universale dalla creazione al 1588, è la più ampia che abbiano i Musulmani, dai quali fu più volte compendiata.</ref>, ed i centocinquanta volumi della ''Storia orientale ed occidentale'' di {{AutoreCitato|Ibn Sa'id al-Maghribi|Abulhassan Ali ben Said}}, quale concetto non ci porgono della vastità della storica erudizione degli Arabi? Aggiungete a costoro le storie particolari dell’Egitto di {{AutoreCitato|Ibn Taghribirdi|Tagri Bardi}}<ref>''Nogium alzalera'', è una esimia storia universale dell’Egitto dal primo dominio degli Arabi fino al 1455: di essa fece Tagri varii compendii, dei quali uno fu pubblicato da {{AutoreCitato|Joseph Dacre Carlyle|Carlyle}} in arabo ed in latino a Cambridge nel 1792. Sacy ne fa grandissimi elogi (Notizie de’ suoi mss.).</ref>, dei visiri di {{AutoreCitato|Sahib ibn Abbad|Ebad}}<ref>Ebad visir, egli stesso, detto da {{AutoreCitato|Ibn Khallikan|Ben Scolna}} l’uomo più liberale del suo secolo, aveva raccolta una biblioteca di centodiciassette mila volumi.</ref>, dei Saraceni di {{AutoreCitato|Jirjis al-Makin Ibn al-'Amid|Elmacin}}<ref>Pubblicata in arabo ed in latino da {{AutoreCitato|Erpenius|Erpenio}} (Leida 1625), vuolsi sia questa un compendio della grande storia di Tabari.</ref>, di Saladino e dei Selgiucidi di {{AutoreCitato|'Imad al-Din al-Isfahani|Emadeddin}}<ref>Ne pubblicò qualche parte lo Schultens nel 1752 a Leida dietro la vita di Saladino, del {{AutoreCitato|Bahāʾ al-Dīn ibn Šaddād|Bohaddino}}.</ref>, degli Etiopi di Giuzi, dell’alto e basso Egitto, e della Tebaide di Tunes, dei profeti, di {{AutoreCitato|Maometto|Maometto}}, dei califfi e dei re, di Kodai, dell’Arabia Felice di {{AutoreCitato|Qutb ad-Dīn an-Nahrawālī|Kotbeddin}}<ref>''Bark Jemani'' (Il folgore del Jemen), opera insigne che narra la conquista di quella vasta provincia fatta dagli Ottomani, e la storia della politica rivoluzione per l’intervallo di 80 anni.</ref>, dell’Egitto, Gioibiti e Mameluchi, dei re maomettani dell’Abissinia, di Damiata, di Fostat, del celebre {{AutoreCitato|Al-Maqrizi|Makrizi Takieddin}}, ed innumerevoli altri, di cui {{AutoreCitato|Edward Pococke|Pocock}}, {{AutoreCitato|János Uri|Uri}}, {{AutoreCitato|Miguel Casiri|Casiri}}, {{AutoreCitato|Christian Friedrich Schnurrer|Schnurrer}}, Schultens, Sacy e più e più altri, fanno menzione; si consideri come non vi abbia città alcuna delle province state dominate dagli Arabi, che non vanti cronache, annali, storie più o meno diffuse, e induca il fervore con cui hanno gli Arabi applicato a quegli studi storici che formano uno dei più sicuri eriterii della civiltà di un popolo. Le genealogie di {{AutoreCitato|Abulfeda|Ismael Abal Magidi}}, di {{AutoreCitato|Ibn Qutaybah|Kotaiba}}, le cronologie di {{AutoreCitato|Abu Isa at-Tirmidhi|Abu Issa Mohamed}}, di {{AutoreCitato|Kâtip Çelebi|Catib}}, di {{AutoreCitato|Fakhr al-Din al-Razi|Fachreddino}}, di {{AutoreCitato|Hamza al-Isbahani|Hamza}} ecc., gli immensi dizionarii storici di Chalecan<ref>''Vafiat alajam'' (le morti degli uomini illustri), opera di una immensa erudizione, in cui per ordine alfabetico espongono la patria, la nascita, la vita, la morte, le virtù, gli scritti degli Arabi d’ogni paese, che per dignità, dottrina, valore si sono distinti. È questi il {{AutoreCitato|Louis Moréri|Moreri}} degli Arabi, e tutti gli orientalisti europei ne fecero e ne fanno uso. {{AutoreCitato|Oluf Gerhard Tychsen|Tychsen}} ed {{AutoreCitato|Jacob Georg Christian Adler|Adler}} ne pubblicarono alcuni estratti.</ref>, di {{AutoreCitato|Ibn Duraid|Dereid}}<ref>''Dizionario storico e genealogico delle tribù e famiglie degli Arabi.'' Contiene anche le vite degli uomini illustri che ne sono usciti, ed un’esposizione grammaticale ed etimologica dei nomi.</ref>, {{AutoreCitato|Al-Maqrizi|Makrizi}} ed infiniti altri; i lavori cosmografici e geografici di {{AutoreIgnoto|Abulhassan}}<!--https://viaf.org/en/viaf/4475175780201517010007--><ref>''Descrizione geografica e storica del mondo.''</ref>, di {{AutoreCitato|Ibn Iyas|Ajas ebn Mohamed}}<ref>''Odor dei fiori.'' È una geografia, in cui dopo aver premessa una notizia generale della terra passa a ragionare dei sette climi e dei regni, provincie, città, mari, isole, fiumi e monti, che vi sono compresi, delle ere più celebri e delle 4 stagioni dell’anno, ecc.</ref>, di {{AutoreCitato| Muhammad al-Idrisi|Edrisi}}<ref>Vedi questo nome nella nostra Enciclopedia.</ref>, di {{AutoreCitato|Ibn Hawqal|Aukal}}<ref name="p94">''Geografia orientale'', fu tradotta in inglese da Ouseley</ref>,<noinclude><references/></noinclude> 20hk3km3xif6lq0qmva6im5pu13i4cy Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/96 108 1025230 3898729 3874753 2026-09-13T09:23:43Z Panz Panz 3665 3898729 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|{{Sc|xcii}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>dalla medicina. Già fino dai tempi di {{AutoreCitato|Maometto|Maometto}} vi avevano medici alla Mecca, educati alla scuola dei Greci; fra questi Hbereth ebn Kaldath sorse in grande nominanza, e venne da Maometto stesso altamente celebrato<ref>Abulfaragio, ''Hist. dynast.'', p. 158, {{AutoreCitato|Barthélemy d'Herbelot de Molainville|Herbelot}}, p. 450.</ref>; ma non fu che poscia che gli Arabi, guidati da Omar, si impadronirono dell’Egitto che l’araba medicina venne portata al grado di una scienza illuminata. Scrive {{AutoreCitato|Barebreo|Abulfaragio}}<ref>''Chron. Syr.'' p. 142.</ref> in proposito della medicina araba, che i Siriaci eressero sopra fondamenta greche l’edifizio che in progresso gli Arabi cercarono di sempre più abbellire, e ciò prova come i cristiani greci di Siria, in un però cogli Ebrei, fossero stati i maestri degli Arabi, traducendo in arabo le opere mediche: ma non ostante che tali traduzioni fossero in appresso la base di tutte le loro cognizioni, pure non mancarono essi di emergere con istudi loro particolari, mercè il favore prodigato da parecchi califfi. Quindi vediamo nella famosa Università di Bagdad un collegio dei medici presieduto da un capo, cui era commesso l’esame di tutti coloro che esercitar volevano l’arte medica. Una schiera innumerevole di dotti e studenti accorreva a quel collegio, sì che vuolsi se ne numerassero una volta ben seimila<ref>{{AutoreCitato|Leone l'Africano|Leone Africano}}, ''De phil. et med. arab.'', nel {{AutoreCitato|Johann Albert Fabricius|Fabricio}}, ''Biblioth. græc.'', vol. XIII, p. 274.</ref>: ivi numerosi spedali e farmacie erano aperte alla pubblica istruzione. Ciò che si era fatto a Bagdad, si fece in progresso ad Alessandria, a Damasco, a Tunisi, a Fez, a Marocco, a Cafa e nella Spagna. L’opera medica degli Arabi più antica sono le ''Pandette'' in 30 libri, di {{AutoreCitato|Aaron di Alessandria|Ahran d’Alessandria}}, coetaneo di {{AutoreCitato|Paolo di Egina|Paolo di Egina}}: in essa trovasi la prima menzione del vaiuolo, scienza e criterio assai maravigliosi ove si consideri alle condizioni dei tempi<ref>Vedi l’analisi di quest’opera nello {{AutoreCitato|Kurt Sprengel|Sprengel}}, ''Storia prammatica della medicina'', vol. I, pag. 182, traduzione ed edizione di Firenze.</ref>. Dschibrail, tanto celebre per la guarigione fatta della apoplessia di Aaron al Rashid col mezzo di un salasso, e per la paralisi guarita in una concubina di questo<ref>Egli la curò collo spavento e col pudore. Il califfo radunò tutta la sua corte in una sala, ove recossi anche la concubina, Dschibrail le si avvicino, ed alla presenza di tutti gli astanti tentò alzarle la gonna; ma ella inopinatamente sforsossi d’opporvisi, e in tal maniera riacquistò l’uso delle sue braccia.</ref>; Mesue il seniore, Masawaih, Hhonain, Hhobaisch, Serapione seniore, Alchindi, è particolarmente Rasis, Ali-ben Abbas, {{AutoreCitato|Avicenna|Avicenna}}, {{AutoreCitato|Serapione il Giovane|Serapione il giovane}}, Mesne il giovane, Albucasi, Avenzoar, Averroes e Beitar sono pure una rappresentanza gloriosa di questa scienza presso gli Arabi. E fu per questi che la scienza acquistò la cognizione dell’indole del vaiuolo dalla cura delle malattie dei bambini, della spina ventosa, della rosolia, dell’affetto ipocondriaco-malinconico, dell’operazione, della paracentesi, delle maniere di salassare, della febbre lento-nervosa che immortalò in questi tempi {{AutoreCitato|John Huxham|Huscam}}. {{AutoreCitato|Girolamo Fabrici d'Acquapendente|Acquapendente}} non si dichiara scolaro di {{AutoreCitato|Abu al-Qasim al-Zahrawi|Albucasi}}? {{AutoreCitato|Antoine Portal|Portal}} non trovò in questi moli invenzioni che diedero gloria al {{AutoreCitato|Ambroise Paré|Paré}} ed al Petit?<ref>Portal, ''Hist. de l’anatom.'', tom. I.</ref> Vuolsi da Sprengel che il pregiudizio dell’islamismo che vieta rigorosamente l’autopsia dei cadaveri, impedisse i progressi dell’{{AutoreCitato|ʿAbd al-Laṭīf al-Baghdādī|Abdollatif}} che i medici maomettani studiassero anatomia; ciò nondimeno noi leggiamo pure in accuratamente la struttura ossea del corpo umano, e ch’egli stesso inculca siccome l’anatomia non debba esser solo studiata nei libri, ma sui cadaveri umani<ref>Abdollatif, ''Mem. Egyp.'', lib. II, cap. 3, pag. 150; edizione di Tubinga 1789.</ref>. E come costui sapesse solo inculcare ma praticare una siffatta massima, lo si prova bastantemente dall’avere egli colle sue osservazioni rettificata la opinione di {{AutoreCitato|Galeno|Galeno}}, che faceva l’osso della mascella inferiore ed il sacro composti, il primo di due, l’altro di tre pezzi insieme uniti. Più avanti parlando dell’ottica vedremo come Hassan fosse valente nell’anatomia dell’occhio. È agli Arabi che la materia medica e la farmaceutica van debitrici della manna, del rabarbaro, della cassia e d’altri miti purganti; dell’uso del muschio, dell’ambra, del bezoar, dell’ancardio, della moscata, dell’acqua gelata nella cura di parecchie malattie. I nomi di alcool, di giulebbe o sciroppo, di looc, di nafta, di canfora, sono tutti di origine araba. Agli Arabi è dovuta la nascita della chimica, il lambicco, le prime analisi delle sostanze dei tre regni, le distinzioni e le affinità degli alcali e degli acidi, e l’arte di estrarre dai minerali e da altre sostanze distruttive della vita e della salute, rimedii per conservare l’una e l’altra. Leggete le opere di {{AutoreCitato|Jabir ibn Hayyan|Geber}} e in esse troverete i primi cenni di alcune preparazioni mercuriali, siccome del sublimato corrosivo, del precipitato rosso, dell’acqua forte e di altre chimiche combinazioni<ref>''Alchemia'' Gebri, Bero. 1545. {{AutoreCitato|Leopold Gmelin|Gmelin}}, ''Storia della chimica'', part. I, pag. 15-20. {{AutoreCitato|Hubert Franz Hoefer|Hoefer}}, ''Hist. de la chimic.''</ref>. Ben vi furono tra Arabi numerosi sognatori nella scienza chimica, ma di<noinclude><references/></noinclude> pb0ucf76p0294wjp7g5rq5lb4sz1woi Pagina:Ars et Labor, 1908 vol. I.djvu/92 108 1030114 3898740 3898129 2026-09-13T11:19:22Z Pic57 12729 3898740 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|2||}}</noinclude><!--<syntaxhighlight lang="lilypond" line start="2">--> <score sound=1> << % Apre Canto e Piano \new Staff = "Canto" \with { %instrumentName = "Tenore " midiInstrument = "voice oohs" % Suono vocale più dolce } \relative c' { \clef treble \key g \major \time 4/4 \tempo 4 = 88 %rigo canto 2.4 fis4 e~e8 r e4| g4^\> fis8 e e4 dis8 e\!| fis4 b,4~b8 r r4| \break %rigo canto 2.5 \tempo 4 = 92 r2 r4 b'^\p^\markup{\italic "Moderato"}| b4 a8 g a4 b8 c| b4 a8 g \stemDown a4^( c)| \break %rigo canto 2.6 \stemDown b4 \breathe ^\markup{\italic "poco rit:...................... a tempo"}b b \stemUp a8 g| fis4^\< e r4 \stemDown b'\!| d2 b4 \breathe c8 d| \break %rigo canto 2.7 c4 b8 a c4 b8 a| \stemUp g4 ^\>fis8 e8 e4 dis8 e| g4 fis4_~fis8\! r b4| \break %rigo canto 3.8 }%Chiude relative Canto \addlyrics { vag -- gio,............ tra -- scor -- ra le fon -- ti_o -- ve be -- ve!,....... Io so che_il van pian -- to mi gua -- sta le ci -- glia dal -- l'om -- bra sì lun -- ga... O vi -- ta, e_u_ -- na la __ cri -- ma ba -- sta a spe -- gner la fa -- ce con -- sun -- ta!....... Ben }%Chiude new staff canto \new PianoStaff << \new Staff="up" { \set PianoStaff.connectArpeggios = ##t \clef treble \key g \major \time 4/4 \relative c' { <<{ %rigo up 2.4a fis4 e2\) e4| g4 fis8 e e4 dis8 e| fis2~fis8 a8\rest a4\rest| \break %rigo up 2.5a \tempo 4 = 92 s1| b'8\rest^( <g e>4 <g e>8 b8\rest <fis e>4 <fis e>8)| b8\rest <g e>4 <g e>8 b8\rest <fis e>4 <fis e>8 \break %rigo up 2.6a r8^\( <g e>4 <g e>8 r <fis dis b>4 <fis dis b>8| r8\) ^\<\( \stemUp <e b>4 <e b g> <e b g> <e b g>8\)\!| r8 ^\(<b' e,>4 <b e,>8 r <b gis e>4 <b gis e>8| \break %rigo up 2.7a r8 <a, e>4 <a e c> <a e c> <a e c>8\)| b1^\(| g4 fis~fis8\) r8 r4| %rigo up 3.8a } \\ { %rigo up 2.4b c1| ais1| <dis b>2~<dis b>8 s8 s4| \break %rigo up 2.5b \tempo 4 = 92 b'1 ^\markup{\dynamic p \italic "Moderato"}^> ^\(| b,2\) c2| b2 c2| \break %rigo up 2.6b b2 a2| g4 s2.| d'2 d| \break %rigo up 2.7b c4 s8 s2 s8| r8 <e c g>4 <e c g> <e c g> <e c g>8| r8 <dis b a>4 <dis b a><dis b a><dis b a>8 } >> } %Chiude relative Up }%Chiude New Staff Up \new Staff = "down" { \clef bass \key g \major \time 4/4 \relative c{ %rigo down 2.4 <g' c,>1| c,2 _(fis,2| b2)~b8 r8 r4| \break %rigo down 2.5 R1*4/4*3 \break %rigo down 2.6 <<{d2\rest b2^>^~| b4^~b8 r8 r2| } \\ {s2 b2_\(| e,4~e8 s8 s2 } >> gis'2^\( e2| \break %rigo down 2.7 a,1\)| ais1_\(| b\) \break %rigo down 3.8 } %Chiude relative low }%Chiude Staff low >>%Fine Base Piano >> %Chiude Canto e Piano \layout { \context { \Staff \RemoveAllEmptyStaves } \context { \PianoStaff \consists "Span_stem_engraver" } \context{ \Staff \consists "Slur_engraver" \consists "Span_arpeggio_engraver" } \context{ %\Voice %\remove "Slur_engraver" } %indent = 3\cm %short-indent = 2\cm %ragged-right = ##f %ragged-last = ##f } \midi { } </score> <!--</syntaxhighlight>--><noinclude><references/> {{Centrato|''b'' 112140 ''b''}}</noinclude> egqh963682cmbczybkivftoo85pm0fp 3898741 3898740 2026-09-13T11:25:21Z Pic57 12729 3898741 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|2||}}</noinclude><!--<syntaxhighlight lang="lilypond" line start="2">--> <score sound=1> << % Apre Canto e Piano \new Staff = "Canto" \with { %instrumentName = "Tenore " midiInstrument = "voice oohs" % Suono vocale più dolce } \relative c' { \clef treble \key g \major \time 4/4 \tempo 4 = 88 %rigo canto 2.4 fis4 e~e8 r e4| g4^\> fis8 e e4 dis8 e\!| fis4 b,4~b8 r r4| \break %rigo canto 2.5 \tempo 4 = 92 r2 r4 b'^\p^\markup{\italic "Moderato"}| b4 a8 g a4 b8 c| b4 a8 g \stemDown a4^( c)| \break %rigo canto 2.6 \stemDown b4 \breathe ^\markup{\italic "poco rit:...................... a tempo"}b b \stemUp a8 g| fis4^\< e r4 \stemDown b'\!| d2 b4 \breathe c8 d| \break %rigo canto 2.7 c4 b8 a c4 b8 a| \stemUp g4 ^\>fis8 e8 e4 dis8 e| g4 fis4_~fis8\! r b4| \break %rigo canto 3.8 }%Chiude relative Canto \addlyrics { vag -- gio,............ tra -- scor -- ra le fon -- ti_o -- ve be -- ve!,....... 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Imitazione|prec=../La ginestra, o Il fiore del deserto|succ=../Scherzo}} <pages index="Leopardi - Canti, Starita (corretta), Napoli 1835.djvu" from="207" to="207" /> tp5ymrqdycuhxkp4tu67oab3zcrxjwy 3898548 3898547 2026-09-12T11:59:24Z Xavier121 1159 Porto il SAL a SAL 100% 3898548 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=12 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=XXXV. Imitazione|prec=../La ginestra, o Il fiore del deserto|succ=../Scherzo}} <pages index="Leopardi - Canti, Starita (corretta), Napoli 1835.djvu" from="207" to="207" /> {{Sezione note}} lcz6wz9a5e90w1m03foj45gumq7fsat Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/137 108 1030487 3898578 2026-09-12T16:27:34Z Cruccone 53 /* new eis level3 */ 3898578 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||CAPITOLO XII|127}}</noinclude>Simone del Pollaiolo, Antonio da San Gallo, Bartolommeo (''ossia Baccio d’Agnolo'') legnaiolo, e Bernardo della Cecca. Da Giuliano e Antonio da San Gallo, al dire del Vasari, e da Simone del Pollaiolo, secondo che afferma il {{Wl|Q101438918|Parenti}}, nelle sue Storie Fiorentine, fu fatto il castello di legname fortissimo, al quale con grossi canapi stava sospesa la figura, per maniera che nel tragitto scotendosi non si guastasse, anzi per via continuamente venisse dondolando: il castello strisciava sopra quattordici legni uniti, i quali si mutavano di mano in mano, e con argano lo tiravano più di quaranta uomini, come rilevasi da un libro di memorie e ricordi che è fra gli spogli dello {{Wl|Q20477729|Strozzi}}, citati dal Gaye{{Nota separata|Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/144|7}}, e dal {{AutoreCitato|Michelangelo Gualandi|Gualandi}}, nelle ''Memorie di Belle Arti''{{Nota separata|Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/144|8}} il libro dice così: «A dì 14 di maggio 1504, si trasse dall’Opera il Gigante di marmo: uscì fuori alle 24 hore e ruppono il muro sopra la porta, tanto che ne potesse uscire, e in quella notte fu gittato certi sassi al Gigante per far male; bisognò fare la guardia la notte, e andava molto adagio, così ritto legato, che ispenzolava, che non toccava co’ piedi, con fortissimi legni et con grande ingegnio; e penò 4 dì a giugere in piazza: giunse a dì 18 in piazza a hore 12; haveva più di 40 huomini a farlo andare; haveva sotto 14 legni uniti e’ quali si mutavano di mano in mano; e penossi insino a dì 8 di giugno 1504 a posarlo in su la ringhiera dov’era la ''Giuditta'', là quale s’ebbe a levare e porre in palagio, in terra. El detto Gigante haveva fatto Michelagnolo Buonarroti». Questo libro di memorie e di ricordi, dal quale sono tolte tali parole, ora possiamo dire non essere altro che il ''Diario Fiorentino'' di {{Wl|Q1422497|Luca Landucci}}, già più volte citato, nel quale appunto si trova il citato ricordo del trasporto del David dall’Opera del Duomo alla piazza della Signorìa. E in quanto agli uomini invidiosi che volevano guastare la maravigliosa opera, il Parenti nelle sue Storie manoscritte, aggiunge: «Guardavasi la notte, per causa delli spiacevoli et invidiosi: finalmente alchuni giovanastri assaltarono le guardie; et con sassi percossono la statua, mostrando volerla guastare; onde, conosciuti l’altro giorno, ne furono presi dalli Otto, e rimasene condannati nelle Stinche circa 3». Subito collocato il David al luogo suo, la Signorìa ne fe fare la base col disegno del Cronaca e di Antonio da Sangallo; e Michelangelo<noinclude></noinclude> qe75hi71moevat5rrlx1lax8lam8rkj Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/145 108 1030488 3898580 2026-09-12T16:34:42Z Cruccone 53 /* Trascritta */ 3898580 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||CAPITOLO XII|135}}</noinclude> (9) <section begin="9" />Op. cit., pag. 271.<section end="9" /> (10) <section begin="10" />Vedi {{Sc|Landucci}}, ''Diario'', pag. 276.<section end="10" /> (11) <section begin="11" />Archivio di Stato di Firenze, ''Carteggio universale de’ Granduchi'', filza 363, c. 419.<section end="11" /> (12) <section begin="12" />Ivi, vol. {{Sc|ii}}, pag. 35.<section end="12" /> (13) <section begin="13" />Loc. cit., voi. {{Sc|ii}}, pag. 50, n.º 1.<section end="13" /> (14) <section begin="14" />Vedi ''L’Elogio del De Fabris'' che io lessi nella sala dei Dugento in Palazzo Vecchio il 20 maggio 1887, pag. 13.<section end="14" /> (15) <section begin="15" />{{Sc|Vasari}}, Op. cit., tomo {{Sc|vi}}, pag. 151.<section end="15" /> (16) <section begin="16" />Mostro che tenga del leone e del bue.<section end="16" /> (17) <section begin="17" />{{Sc|Cellini}}, ''La vita scritta da Lui medesimo''. Firenze, Successori Le Monnier, 1866, pag. 412.<section end="17" /> (18) <section begin="18" />''Il Riposo'' di {{Sc|Raffaello Borghini}}. In Fiorenza appresso Giorgio Marescotti, 1584, pag. 164.<section end="18" /><noinclude><references/></noinclude> qcvxkvvxx9t62avo6yvrful4lv2n9g8 Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/138 108 1030489 3898585 2026-09-12T18:00:32Z Cruccone 53 /* new eis level3 */ 3898585 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|128|PALAZZO VECCHIO|}}</noinclude>intanto vi si mise attorno per dargli gli ultimi tocchi, e condurlo a quella perfezione, per le quali è una vera meraviglia dell’arte. Fu in questo mentre, che {{Wl|Q289104|Piero Soderini}}, gonfaloniere a vita della repubblica, guardando alla nuova statua, disse a Michelangelo che assai gli piaceva ma parergli che il naso avesse un po’ grosso. Perchè Michelangelo, accortosi che il gonfaloniere guardava il gigante di sotto in su, e che la vista lo ingannava, volendosi garbatamente burlare di lui, mostrò di menargli buono quel che e’ diceva, e preso uno scalpello nella mano manca, e nell’altra un poco di polvere di marmo, che era in su le tavole del ponte, fè’ l’atto di lavorare al naso del gigante, lasciando cadere a poco a poco la polvere; ma in realtà non toccandolo nè punto nè poco; quindi voltosi al Soderini: guardatelo ora, disse. E il Soderini: «A me mi piace più, rispose: gli avete dato la vita». E Michelangelo se ne rise, avendo compassione a coloro che, per parere d’intendersi, non sanno quel che si dicono. Si trova poi nel diario del Landucci, più volte citato, questo ricordo: «E a dì 8 di settembre 1504, fu fornito el gigante in Piazza, e scoperto del tutto{{Nota separata|Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/145|9}}» . Quanto alla ''Giuditta'' di Donatello fu finita di porre, sulla Loggia de’ Signori, sotto il primo Arco verso Vacchereccia, ai 10 di maggio del 1506{{Nota separata|Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/145|10}}, poi di li venne remossa per far posto al ''Ratto delle Sabine'' di {{Wl|Q220136|Giovan Bologna}}, e situata sotto l’altro Arco della Loggia, che guarda la via della Ninna. In un tumulto che si fece al Palazzo nel 1527, quando di nuovo vennero cacciati i Medici di Firenze, una grossa pietra levata da un muro a secco che {{AutoreCitato|Jacopo Nardi|Jacopo Nardi}}, uno de’ Gonfalonieri di compagnia, mostrava agli altri presso il ballatoio del Palazzo, fatto apposta per averne pietre da gettare giù sopra chi assaltasse la Porta, venne a cadere sul braccio del David che reggeva la frombola e lo fece in tre pezzi. I quali pezzi stettero per più giorni in terra, senza che venissero raccattati, fino a che passando per di là {{Wl|Q704594|Francesco detto dei Salviati}}, e Giorgio Vasari, l’uno e l’altro giovanetti, non li tolsero e portaronli a casa del padre di Francesco: da cui avutili più tardi il Duca {{Wl|Q48547|Cosimo}}, li fece rimettere insieme al luogo loro, con perni di rame. E ciò fu nel novembre del 1543, di che è testimonianza anche una lettera di Pier Francesco Riccio, dei 7 appunto di questo mese, dove è detto: «El populo<noinclude></noinclude> sur6iuzpdxt32fwx0jm803wpg3aqcql Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/139 108 1030490 3898612 2026-09-12T20:18:33Z Cruccone 53 /* new eis level3 */ 3898612 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||CAPITOLO XII|129}}</noinclude>passa un poco di tempo nel veder fabbricare un ponte intomo al gigante David. Fassi per rannestargli il suo povero braccio; ma molti pensano che gli si abbia a lavare il viso{{Nota separata|Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/145|11}}». Quando si trattò della collocazione del David, erano alcuni come abbiamo veduto, che lo volevano al coperto per la natura e imperfezione del marmo in che era fatto, ed avevano ragione; dopo tre secoli e mezzo, cioè nel 1846 dal marchese Nerli, Direttore dello Scrittoio delle Regie Fabbriche si proponeva di remuovere dal suo posto quella statua, sostituendovi un getto in bronzo della medesima, e cinque anni dopo il commendatore {{Wl|Q3610104|Alessandro Manetti}}, successo al Nerli in detto ufficio, avendo nuova occasione di esaminare da vicino la detta statua, vi riscontrò «sensibili degradazioni, da incutere serio timore sulla sua sicurezza, in specie, egli dice, se avvenisse una qualche scossa, anco leggera, di terremoto». Ma per allora non si pensò ad altro, solamente il Prof. {{Wl|Q16542364|Clemente Papi}}, celebre fonditore in bronzo, e che più tardi, cioè nel 1859, gettò stupendamente la stessa figura del David, quella che oggi s’ammira lassù nel piazzale, presso il Monte alle Croci, fu interrogato dal comm. {{Wl|Q134277759|Bourbon del Monte}}, Presidente dell’Accademia di Belle Arti, circa a ciò che fosse da fare per remuovere ogni pericolo dalla statua, al che rispondendo propose un congegno di rame che la fortificasse in quella parte dove è un piccolo tronco d’albero, a cui s’appoggia la gamba destra, e dove principalmente erano quei cretti che facevano temere della sua saldezza. Non parve bello espediente questo proposto dal Papi, e mentre si commise a lui di farne una forma per trarne intanto una riproduzione in gesso, si rimise al Consiglio Accademico delle belle arti di nuovamente esaminare la statua e proporre ciò che fosse da fare per assicurarne più lungamente la esistenza. Tale Consiglio Accademico era composto dei professori {{Wl|Q16853769|Gaspero Martellini}}, {{Wl|Q525936|Giuseppe Bezzuoli}}, {{Wl|Q48795077|Arcangelo Migliarini}} ''pittori''; {{Wl|Q3880936|Odoardo Fantacchiotti}}, {{Wl|Q4003057|Ulisse Cambi}}, {{Wl|Q50192205|Gaetano Grazzini}}, ''scultori''; {{Wl|Q104007990|Giuseppe Michelacci}}, e {{Wl|Q1634055|Pasquale Poccianti}}, ''architetti''; i quali adunatisi ai 4 di giugno del 1852, convennero in ciò che espose nel suo rapporto al Presidente dell’Accademia, il Prof. Poccianti, parlando in loro nome, cioè: «che dalle ripetute inspezioni da loro fatte su quel capolavoro del Buonarroti restarono convinti della sussistenza di due cretti o fendi-<noinclude></noinclude> 5ae1143ohtqifq7695htxu8bk1dt7w7 Autore:Al-Waqidi 102 1030491 3898701 2026-09-13T09:06:05Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Al-Waqidi | Cognome = | Attività = storico | Nazionalità = arabo | Professione e nazionalità = }} 3898701 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hv0d2e0itqmi32x7r9vvbk7naas558u Categoria:Pagine in cui è citato Ibn al-Athir 14 1030494 3898704 2026-09-13T09:07:17Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Ibn al-Athir}} [[Categoria:Pagine per autore citato|al-Athir, Ibn]] 3898704 wikitext text/x-wiki {{Vedi anche autore|Ibn al-Athir}} [[Categoria:Pagine per autore citato|al-Athir, Ibn]] av6ez2d6riocvdc2r2s7jgl9wyninnb Autore:Al-Baydawi 102 1030495 3898705 2026-09-13T09:08:04Z Panz Panz 3665 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Al-Baydawi | Cognome = | Attività = magistrato/teologo/filosofo | Nazionalità = persiano | Professione e nazionalità = }} 3898705 wikitext text/x-wiki {{Autore | Nome = Al-Baydawi | Cognome = | Attività = magistrato/teologo/filosofo | Nazionalità = persiano | Professione e nazionalità = }} h7iyxe3widxwf659lmo6rupoh6edmzg Categoria:Pagine in cui è citato Al-Baydawi 14 1030496 3898706 2026-09-13T09:08:19Z Panz Panz 3665 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