Wikisource itwikisource https://it.wikisource.org/wiki/Pagina_principale MediaWiki 1.47.0-wmf.19 first-letter Media Speciale Discussione Utente Discussioni utente Wikisource Discussioni Wikisource File Discussioni file MediaWiki Discussioni MediaWiki Template Discussioni template Aiuto Discussioni aiuto Categoria Discussioni categoria Autore Discussioni autore Progetto Discussioni progetto Portale Discussioni portale Pagina Discussioni pagina Indice Discussioni indice Opera Discussioni opera TimedText TimedText talk Modulo Discussioni modulo Evento Discussioni evento Divina Commedia/Inferno/Canto II 0 1354 3898743 3891034 2026-09-13T12:32:00Z Micione 2672 +6 ancore 3898743 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=11 luglio 2013|arg=Poemi}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[Divina Commedia/Inferno|Inferno]]<br />Canto secondo|prec=../Canto I|succ=../Canto III}} ''Canto secondo de la prima parte ne la quale fa proemio a la prima cantica cioè a la prima parte di questo libro solamente, e in questo canto tratta l’auttore come trovò {{AutoreCitato|Publio Virgilio Marone|Virgilio}}, il quale il fece sicuro del cammino per le tre donne che di lui aveano cura ne la corte del cielo.'' <poem> Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno toglieva li animai che sono in terra da le fatiche loro; e io sol uno {{R|3}} m’apparecchiava a sostener la guerra sì del cammino e sì de la pietate, che ritrarrà la mente che non erra. {{R|6}} {{§|O muse, o alto ingegno, or m'aiutate|O muse, o alto ingegno, or m’aiutate; o mente che scrivesti ciò ch’io vidi, qui si parrà la tua nobilitate.}} {{R|9}} Io cominciai: "Poeta che mi guidi, guarda la mia virtù s’ell’è possente, prima ch’a l’alto passo tu mi fidi. {{R|12}} Tu dici che di Silvïo il parente, corruttibile ancora, ad immortale secolo andò, e fu sensibilmente. {{R|15}} Però, se l’avversario d’ogne male cortese i fu, pensando l’alto effetto ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale {{R|18}} non pare indegno ad omo d’intelletto; ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero ne l’empireo ciel per padre eletto: {{R|21}} la quale e ’l quale, a voler dir lo vero, fu stabilita per lo loco santo u’ siede il successor del maggior Piero. {{R|24}} Per quest’andata onde li dai tu vanto, intese cose che furon cagione di sua vittoria e del papale ammanto. {{R|27}} Andovvi poi lo Vas d’elezïone, per recarne conforto a quella fede ch’è principio a la via di salvazione. {{R|30}} {{§|Ma io, perché venirvi?|Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede? Io non Enëa, io non Paulo sono; me degno a ciò né io né altri ’l crede.}} {{R|33}} Per che, se del venire io m’abbandono, temo che la venuta non sia folle. Se’ savio; {{§|Intendi me' ch'i' non ragiono|intendi me’ ch’i’ non ragiono".}} {{R|36}} E qual è quei che disvuol ciò che volle e per novi pensier cangia proposta, sì che dal cominciar tutto si tolle, {{R|39}} tal mi fec’ïo ’n quella oscura costa, perché, pensando, consumai la ’mpresa che fu nel cominciar cotanto tosta. {{R|42}} "S’i’ ho ben la parola tua intesa", rispuose del magnanimo quell’ombra, "{{§|L'anima tua è da viltade offesa|l’anima tua è da viltade offesa}}; {{R|45}} la qual molte fïate l’omo ingombra sì che d’onrata impresa lo rivolve, come falso veder bestia quand’ombra. {{R|48}} Da questa tema acciò che tu ti solve, dirotti perch’io venni e quel ch’io ’ntesi nel primo punto che di te mi dolve. {{R|51}} {{§|Io era tra color che son sospesi|Io era tra color che son sospesi, e donna mi chiamò beata e bella, tal che di comandare io la richiesi.}} {{R|54}} Lucevan li occhi suoi più che la stella; e cominciommi a dir soave e piana, con angelica voce, in sua favella: {{R|57}} "{{§|O anima cortese mantoana|O anima cortese mantoana, di cui la fama ancor nel mondo dura, e durerà quanto ’l mondo lontana,}} {{R|60}} {{§|l'amico mio, e non de la ventura|l’amico mio, e non de la ventura}}, ne la diserta piaggia è impedito sì nel cammin, che vòlt’è per paura; {{R|63}} e temo che non sia già sì smarrito, ch’io mi sia tardi al soccorso levata, per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito. {{R|66}} Or movi, e con la tua parola ornata e con ciò c’ ha mestieri al suo campare, l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata. {{R|69}} {{§|I' son Beatrice che ti faccio andare|I’ son Beatrice che ti faccio andare; vegno del loco ove tornar disio; amor mi mosse, che mi fa parlare.}} {{R|72}} Quando sarò dinanzi al segnor mio, di te mi loderò sovente a lui". Tacette allora, e poi comincia’ io: {{R|75}} "O donna di virtù sola per cui l’umana spezie eccede ogne contento di quel ciel c’ ha minor li cerchi sui, {{R|78}} tanto m’aggrada il tuo comandamento, che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi; più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento. {{R|81}} Ma dimmi la cagion che non ti guardi de lo scender qua giuso in questo centro de l’ampio loco ove tornar tu ardi". {{R|84}} "Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro, dirotti brievemente", mi rispuose, "perch’i’ non temo di venir qua entro. {{R|87}} {{§|Temer si dee di sole quelle cose|Temer si dee di sole quelle cose c’ hanno potenza di fare altrui male; de l’altre no, ché non son paurose.}} {{R|90}} I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale, che la vostra miseria non mi tange, né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale. {{R|93}} {{§|Donna è gentil nel ciel che si compiange|Donna è gentil nel ciel che si compiange di questo ’mpedimento ov’io ti mando, sì che duro giudicio là sù frange.}} {{R|96}} Questa chiese Lucia in suo dimando e disse: - Or ha bisogno il tuo fedele di te, e io a te lo raccomando -. {{R|99}} {{§|Lucia|Lucia, nimica di ciascun crudele}}, si mosse, e venne al loco dov’i’ era, che mi sedea con l’antica Rachele. {{R|102}} {{§|Beatrice, loda di Dio vera|Disse: - Beatrice, loda di Dio vera, ché non soccorri quei che t’amò tanto, ch’uscì per te de la volgare schiera? {{R|105}} Non odi tu la pieta del suo pianto, non vedi tu la morte che ’l combatte su la fiumana ove ’l mar non ha vanto? -.}} {{R|108}} Al mondo non fur mai persone ratte a far lor pro o a fuggir lor danno, com’io, dopo cotai parole fatte, {{R|111}} venni qua giù del mio beato scanno, fidandomi del tuo parlare onesto, ch’onora te e quei ch’udito l’ hanno". {{R|114}} Poscia che m’ebbe ragionato questo, li occhi lucenti lagrimando volse, per che mi fece del venir più presto. {{R|117}} E venni a te così com’ella volse: d’inanzi a quella fiera ti levai che del bel monte il corto andar ti tolse. {{R|120}} {{§|perché restai|Dunque: che è perché, perché restai, perché tanta viltà nel core allette, perché ardire e franchezza non hai, {{R|123}} poscia che tai tre donne benedette curan di te ne la corte del cielo, e ’l mio parlar tanto ben ti promette?".}} {{R|126}} Quali fioretti dal notturno gelo chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca, si drizzan tutti aperti in loro stelo, {{R|129}} tal mi fec’io di mia virtude stanca, e tanto buono ardire al cor mi corse, ch’i’ cominciai come persona franca: {{R|132}} "Oh pietosa colei che mi soccorse! e te cortese ch’ubidisti tosto a le vere parole che ti porse! {{R|135}} Tu m’ hai con disiderio il cor disposto sì al venir con le parole tue, ch’i’ son tornato nel primo proposto. {{R|138}} {{§|Or va, ch'un sol volere è d'ambedue|Or va, ch’un sol volere è d’ambedue: tu duca, tu segnore e tu maestro".}} Così li dissi; e poi che mosso fue, {{R|141}} intrai per lo cammino alto e silvestro. </poem> ===== Altri progetti ===== {{Interprogetto|etichetta=Inferno - Canto secondo|w=Inferno_-_Canto_secondo|b}} [[ca:La comedia (1878)/Capítol II]] [[cs:Božská komedie/Peklo/Zpěv druhý]] [[en:The Divine Comedy/Inferno/Canto II]] [[es:La Divina Comedia: El Infierno: Canto II]] [[fr:La Divine Comédie (trad. Lamennais)/L’Enfer/Chant II]] [[pl:Boska Komedia (Porębowicz)/Piekło - Pieśń II]] [[pt:A Divina Comédia/Inferno/II]] [[ru:Божественная комедия (Данте/Мин)/Ад/Песнь II/ДО]] [[sl:Božanska komedija/Pekel/Spev II]] bh2eihqxja51pm3jnldtuukm59yj2fu Divina Commedia/Inferno/Canto VII 0 1359 3898745 3686235 2026-09-13T13:08:52Z Micione 2672 amplio àncora 3898745 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=11 luglio 2013|arg=Poemi}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[Divina Commedia/Inferno|Inferno]]<br />Canto settimo|prec=../Canto VI|succ=../Canto VIII}} ''Canto settimo, dove si dimostra del quarto cerchio de l’inferno e alquanto del quinto; qui pone la pena del peccato de l’avarizia e del vizio de la prodigalità; e del dimonio Pluto; e quello che è fortuna.'' <poem> "{{§|Pape Satàn|Pape Satàn, pape Satàn aleppe!}}", cominciò Pluto con la voce chioccia; e quel savio gentil, che tutto seppe, {{R|3}} disse per confortarmi: "Non ti noccia la tua paura; ché, poder ch’elli abbia, non ci torrà lo scender questa roccia". {{R|6}} Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia, e disse: "{{§|vuolsi così colà dove si puote|Taci, maladetto lupo! consuma dentro te con la tua rabbia. {{R|9}} Non è sanza cagion l’andare al cupo: vuolsi ne l’alto, là dove Michele fé la vendetta del superbo strupo}}". {{R|12}} Quali dal vento le gonfiate vele caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca, tal cadde a terra la fiera crudele. {{R|15}} Così scendemmo ne la quarta lacca, pigliando più de la dolente ripa che ’l mal de l’universo tutto insacca. {{R|18}} Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa nove travaglie e pene quant’io viddi? e perché nostra colpa sì ne scipa? {{R|21}} Come fa l’onda là sovra Cariddi, che si frange con quella in cui s’intoppa, così convien che qui la gente riddi. {{R|24}} Qui vid’i’ gente più ch’altrove troppa, e d’una parte e d’altra, con grand’urli, voltando pesi per forza di poppa. {{R|27}} Percotëansi ’ncontro; e poscia pur lì si rivolgea ciascun, voltando a retro, gridando: "Perché tieni?" e "Perché burli?". {{R|30}} Così tornavan per lo cerchio tetro da ogne mano a l’opposito punto, gridandosi anche loro ontoso metro; {{R|33}} poi si volgea ciascun, quand’era giunto, per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra. E io, ch’avea lo cor quasi compunto, {{R|36}} dissi: "Maestro mio, or mi dimostra che gente è questa, e se tutti fuor cherci questi chercuti a la sinistra nostra". {{R|39}} Ed elli a me: "Tutti quanti fuor guerci sì de la mente in la vita primaia, che con misura nullo spendio ferci. {{R|42}} Assai la voce lor chiaro l’abbaia, quando vegnono a’ due punti del cerchio dove colpa contraria li dispaia. {{R|45}} {{§|Questi fuor cherci|Questi fuor cherci, che non han coperchio piloso al capo, e papi e cardinali, in cui usa avarizia il suo soperchio}}". {{R|48}} E io: "Maestro, tra questi cotali dovre’ io ben riconoscere alcuni che furo immondi di cotesti mali". {{R|51}} Ed elli a me: "Vano pensiero aduni: la sconoscente vita che i fé sozzi, ad ogne conoscenza or li fa bruni. {{R|54}} In etterno verranno a li due cozzi: questi resurgeranno del sepulcro col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi. {{R|57}} Mal dare e mal tener lo mondo pulcro ha tolto loro, e posti a questa zuffa: qual ella sia, parole non ci appulcro. {{R|60}} Or puoi, figliuol, veder la corta buffa d’i ben che son commessi a la fortuna, per che l’umana gente si rabuffa; {{R|63}} ché tutto l’oro ch’è sotto la luna e che già fu, di quest’anime stanche non poterebbe farne posare una". {{R|66}} "Maestro mio", diss’io, "or mi dì anche: questa fortuna di che tu mi tocche, che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?". {{R|69}} {{§|E quelli a me: Oh creature sciocche|E quelli a me: "Oh creature sciocche, quanta ignoranza è quella che v’offende! Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche. {{R|72}} Colui lo cui saver tutto trascende, fece li cieli e diè lor chi conduce sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende, {{R|75}} distribuendo igualmente la luce. Similemente a li splendor mondani ordinò general ministra e duce {{R|78}} che permutasse a tempo li ben vani di gente in gente e d’uno in altro sangue, oltre la difension d’i senni umani; {{R|81}} per ch’una gente impera e l’altra langue, seguendo lo giudicio di costei, che è occulto come in erba l’angue. {{R|84}} Vostro saver non ha contasto a lei: questa provede, giudica, e persegue suo regno come il loro li altri dèi. {{R|87}} Le sue permutazion non hanno triegue: necessità la fa esser veloce; sì spesso vien chi vicenda consegue. {{R|90}} Quest’è colei ch’è tanto posta in croce pur da color che le dovrien dar lode, dandole biasmo a torto e mala voce; {{R|93}} ma ella s’è beata e ciò non ode: con l’altre prime creature lieta volve sua spera e beata si gode.}} {{R|96}} Or discendiamo omai a maggior pieta; già ogne stella cade che saliva quand’io mi mossi, e ’l troppo star si vieta". {{R|99}} Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva sovr’una fonte che bolle e riversa per un fossato che da lei deriva. {{R|102}} L’acqua era buia assai più che persa; e noi, in compagnia de l’onde bige, intrammo giù per una via diversa. {{R|105}} In la palude va c’ ha nome Stige questo tristo ruscel, quand’è disceso al piè de le maligne piagge grige. {{R|108}} E io, che di mirare stava inteso, vidi genti fangose in quel pantano, ignude tutte, con sembiante offeso. {{R|111}} Queste si percotean non pur con mano, ma con la testa e col petto e coi piedi, troncandosi co’ denti a brano a brano. {{R|114}} Lo buon maestro disse: "Figlio, or vedi l’anime di color cui vinse l’ira; e anche vo’ che tu per certo credi {{R|117}} che sotto l’acqua è gente che sospira, e fanno pullular quest’acqua al summo, come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira. {{R|120}} {{§|Fitti nel limo|Fitti nel limo dicon: "Tristi fummo ne l'aere dolce che dal sol s'allegra, portando dentro accidïoso fummo: {{R|123}} or ci attristiam ne la belletta negra". Quest’inno si gorgoglian ne la strozza, ché dir nol posson con parola integra".}} {{R|126}} Così girammo de la lorda pozza grand’arco, tra la ripa secca e ’l mézzo, con li occhi vòlti a chi del fango ingozza. {{R|129}} Venimmo al piè d’una torre al da sezzo. </poem> ===== Altri progetti ===== {{Interprogetto|etichetta=Inferno - Canto settimo|w=Inferno_-_Canto_settimo}} [[cs:Božská komedie/Peklo/Zpěv sedmý]] [[en:The Divine Comedy/Inferno/Canto VII]] [[es:La Divina Comedia: El Infierno: Canto VII]] [[fr:La Divine Comédie (trad. Lamennais)/L’Enfer/Chant VII]] [[pl:Boska Komedia (Porębowicz)/Piekło - Pieśń VII]] [[pt:A Divina Comédia/Inferno/VII]] [[ru:Божественная комедия (Данте/Мин)/Ад/Песнь VII/ДО]] k9a6367hfw3ib57zt5ab2z0vh3vl8vf Codice penale/Libro II 0 2141 3898768 3678998 2026-09-13T15:48:53Z Giuseppe333332 82064 /* */ 3898768 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=17 settembre 2022|arg=diritto}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Libro secondo: Dei delitti in particolare|prec=../Libro I|succ=../Libro III}} * {{testo|/Titolo I|Titolo I: Dei delitti contro la personalità dello stato}} <small>(Artt. 241 - 313)</small> * {{testo|/Titolo II|Titolo II: Dei delitti contro la pubblica amministrazione}} <small>(Artt. 314 - 360)</small> * {{testo|/Titolo III|Titolo III: Dei delitti contro l'amministrazione della giustizia}} <small>(Artt. 361 - 401)</small> * {{testo|/Titolo IV|Titolo IV: Dei delitti contro il sentimento religioso e contro la pietà dei defunti}} <small>(Artt. 402 - 413)</small> * {{testo|/Titolo V|Titolo V: Dei delitti contro l'ordine pubblico}} <small>(Artt. 414 - 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La stessa pena di applica anche ai proprietari o ai detentori degli animali impiegati nei combattimenti o nelle competizioni di cui al primo comma, se consenzienti.<br/> Chiunque, anche se non presente sul luogo del reato, fuori dai casi di concorso nel medesimo, organizza o effettua scommesse sui combattimenti e sulla competizioni è punito con al reclusione da 3 mesi a 2 anni e con la multa da 5.000 a 30.000 euro. ====Art. 544 sexies Confisca e pene accessorie==== Nel caso di condanna, o di applicazione delle pena su richiesta delle parti a norma dell’articolo 444 del codice di procedura penale, per o delitti previsti dagli articoli 544 ter, 544 quarter e 544 quinquies, è sempre ordinata la confisca dell’animale, salvo che appartenga a persona estranea al reato. È altresì disposta la sospensione da 3 mesi a 3 anni dell’attività di trasporto, di commercio o di allevamento degli animali se la sentenza di condanna o di applicazione della pena su richiesta è pronunciata nei confronti di chi svolge le predette attività. In caso di recidiva è disposta l'interdizione dall'esercizio delle attività medesime. ebxluymuavqxv7lh1c7w9ylsfee9tqt Utente:Modafix 2 236240 3898985 3897657 2026-09-14T09:49:12Z Modafix 8534 3898985 wikitext text/x-wiki {{Babelsource-X|rilettore}} == Testi ai quali ho collaborato alla trascrizione == <div class="toccolours itwiki_template_babelbox" style="float:right; clear:right; margin-bottom:1em"> <div class="intestazione">[[Wikisource:Rilettura del mese|Attestati di rilettura]]<br />2011</div> {| cellspacing="0" style="width:238px; border:1px solid #999; background:#EEE; margin:1px;" ! style="width:45px; height:45px; background:#DDD; text-align:center; padding:1px; line-height:1.25em; vertical-align: middle; " | [[File:Featured article star - check.svg|40px]] | style="text-align:center; font-size:8pt; padding:4px; height:45px; line-height:1.25em; color:black; vertical-align: middle; " | <center>Medaglia di partecipazione alla [[Wikisource:Rilettura del mese|Rilettura occasionale: giugno 2011]]<br />'''[[Favole (Fedro)/Libro terzo/XX - L'Asino e i Galli sacerdoti di Cibele|L'Asino e i Galli sacerdoti di Cibele]]'''</center> |} {| cellspacing="0" style="width:238px; border:1px solid #999; background:#EEE; margin:1px;" ! style="width:45px; height:45px; background:#DDD; text-align:center; font-size:14pt; color:black; padding:1px; line-height:1.25em; vertical-align: middle; " | [[File:Featured article star - check.svg|40px]] | style="text-align:left; font-size:8pt; padding:4px; height:45px; line-height:1.25em; color:black; vertical-align: middle; " | <center>Medaglia di partecipazione alla [[Wikisource:Rilettura del mese|Rilettura del mese: agosto 2011]]<br />'''1. [[Indice:Pirandello - Il fu Mattia Pascal, Milano (1919).djvu|Il fu Mattia Pascal]]<br />2. [[Indice:Poemi conviviali (1905).djvu|Poemi conviviali]]'''</center> |} {| cellspacing="0" style="width:238px; border:1px solid #999; background:#EEE; margin:1px;" ! style="width:45px; height:45px; background:#DDD; text-align:center; font-size:14pt; color:black; padding:1px; line-height:1.25em; vertical-align: middle; " | [[File:Featured article star - check.svg|40px]] | style="text-align:left; font-size:8pt; padding:4px; height:45px; line-height:1.25em; color:black; vertical-align: middle; " | <center>Medaglia di partecipazione alla [[Wikisource:Rilettura del mese|Rilettura del mese: settembre 2011]]<br />'''[[Indice:Storia dei Mille.djvu|Storia dei Mille]]'''</center> |} {| cellspacing="0" style="width:238px; border:1px solid #999; background:#EEE; margin:1px;" ! style="width:45px; height:45px; background:#DDD; text-align:center; font-size:14pt; color:black; padding:1px; line-height:1.25em; vertical-align: middle; " | [[File:Featured article star - check.svg|40px]] | style="text-align:left; font-size:8pt; padding:4px; height:45px; line-height:1.25em; color:black; vertical-align: middle; " | <center>Medaglia di partecipazione alla [[Wikisource:Rilettura del mese|Rilettura del mese: ottobre 2011]]<br />'''1.[[Indice:Satire_(Persio).djvu|Satire di Persio]]<br />2. [[Indice:Zibaldone di pensieri I.djvu|Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura]]'''</center> |} {| cellspacing="0" style="width:238px; border:1px solid #999; background:#EEE; margin:1px;" ! style="width:45px; height:45px; background:#DDD; text-align:center; font-size:14pt; color:black; padding:1px; line-height:1.25em; vertical-align: middle; " | [[File:Featured article star - check.svg|40px]] | style="text-align:left; font-size:8pt; padding:4px; height:45px; line-height:1.25em; color:black; vertical-align: middle; " | <center>Medaglia di partecipazione alla [[Wikisource:Rilettura del mese|Rilettura del mese: novembre 2011]]<br />'''[[Indice:Dubbi amorosi.djvu|Dubbj amorosi, altri dubbj e sonetti lussuriosi]]'''</center> |} <div class="intestazione">2012</div> {| cellspacing="0" style="width:238px; border:1px solid #999; background:#EEE; margin:1px;" ! style="width:45px; height:45px; background:#DDD; text-align:center; padding:1px; line-height:1.25em; vertical-align: middle; " | [[File:Featured article star - check.svg|40px]] | style="text-align:center; font-size:8pt; padding:4px; height:45px; line-height:1.25em; color:black; vertical-align: middle; " | <center>Medaglia di partecipazione alla [[Wikisource:Rilettura del mese|Rilettura del mese: gennaio 2012]]<br />'''[[Indice:Storia della rivoluzione piemontese del 1821 (Santarosa).djvu|Storia della rivoluzione piemontese del 1821]]'''</center> |} <div class="intestazione">2013</div> {| cellspacing="0" style="width:238px; border:1px solid #999; background:#EEE; margin:1px;" ! style="width:45px; background:#DDD; text-align:center; padding:1px; line-height:1.25em; vertical-align: middle;"| [[File:Featured article star - check.svg|40px]] | style="font-size:8pt; padding:4px; line-height:1.25em; text-align:center; vertical-align: middle;" |Medaglia di partecipazione alla [[Wikisource:Rilettura del mese|Rilettura del mese: novembre 2013]]<br />'''[[Indice:Le mie prigioni.djvu|Le mie prigioni]]''' |} {| cellspacing="0" style="width:238px; border:1px solid #999; background:#EEE; margin:1px;" ! style="width:45px; height:45px; background:#DDD; text-align:center; padding:1px; line-height:1.25em; vertical-align: middle; " | [[File:Featured article star - check.svg|40px]] | style="text-align:center; font-size:8pt; padding:4px; height:45px; line-height:1.25em; color:black; vertical-align: middle; " | <center>Medaglia di partecipazione alla [[Wikisource:Rilettura del mese|Rilettura del mese: dicembre 2013]]<br />'''[[Indice:Avventure di Robinson Crusoe.djvu|Avventure di Robinson Crusoe]] |}</div> * {{Testo|Favole (Fedro)}} * {{Testo|La Secchia rapita con annotazioni e col canto dell'Oceano}} * {{Testo|Elegia di Tommaso Gray sopra un cimitero di campagna}} * {{Testo|Vincenzo Bellini}} * {{Testo|Commedie (Aristofane)}} * {{testo|La Nova Scientia}} == Nuovi testi inseriti == * {{Testo|Alcune prose giovanili}} * {{Testo|Del sistema in genere}} * {{Testo|Difesa del sig. 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Francesco Gemelli Careri - Vol. VI|Giro del Mondo - Vol. VI}} * {{Testo|Per Cannatà Girolamo}} * {{testo|Epigrammi latini}} * {{Testo|Le gru di Ibico}} * {{Testo|Ecco gli antichi Eroi di patria mia}} * {{Testo|Qua dove l'onda di Nettuno irato}} * {{Testo|L'antica patria, ove l'altere piume}} * {{Testo|Non di mortal caduchi Semidei}} * {{Testo|Mentre del gran Pastor Stefano canti}} * {{Testo|S. Stefano Vescovo di Reggio}}, coro. * {{Testo|Lettera dell'Accademia degli Artificiosi a Girolamo Gigli}} * {{Testo|Terza canzone (Ferrante)}} * {{Testo|La Maddalena liberata (1857)}}, estratti. * {{Testo|Storia di Reggio di Calabria (Spanò Bolani)|Storia di Reggio di Calabria}} * {{Testo|Rhegii Amoenitates}} * {{Testo|Amenità di Reggio}} * {{Testo|Reggio (sonetto)|Reggio}} * {{Testo|Il due settembre 1847}} * {{Testo|Ricordi intorno al movimento politico di Reggio nell'anno 1847}} * {{Testo|Ricordi storici: i fatti delle Calabrie nel Luglio ed Agosto 1860}} * {{Testo|Note a' ricordi storici di Cesare Morisani}} * {{Testo|Ite ardenti sospiri al dolce loco}} * {{Testo|Viaggi per Europa}} * {{Testo|Memorie e Pene}} * {{Testo|San Paolo a Reggio}} * {{Testo|Aggiunta a' viaggi di Europa}} == Riletture == * {{Testo|Rivista italiana di numismatica 1889/Ai Lettori|Ai Lettori}} * {{Testo|Una medaglia di Antonio Abondio}} * {{Testo|Note monegasche}} * {{Testo|Moneta d’oro del Principe Siro da Correggio}} * {{Testo|Memoria sullo scavo della via Appia}} * {{Testo|L'amor coniugale e le poesie d'argomento affine}} * {{Testo|Le Pastorali con un Discorso su la Buccolica}} * {{Testo|La sentenza data a Guglielmo Piazza e Gio. 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Cino da Pistoia e d'altri del secolo XIV}} * {{Testo|Dell'obbedienza del cavallo}} * {{Testo|Traduzioni e riduzioni}} * {{Testo|Lucrezio tradotto da Alessandro Marchetti con Fedro}} * {{Testo|Dal diario di una samaritana}} * {{Testo|I bambini delle diverse nazioni}} * {{Testo|Gli assempri}} * {{Testo|The Oxford book of Italian verse}} * {{Testo|Delle funzioni riproduttive negli animali}} * {{testo|Canti (Aleardi)}} * {{Testo|Lotario}} == In progress (a scanso di Wikipause) == === Trascrizioni === * {{Testo|La Maddalena liberata (1673)}} === Riletture === === Tafazzismi === == Cosa potrebbe bollire in pentola == == Cose utili == * [[/Cose utili]] * [[Wikisource:Convenzioni di trascrizione]] * [[Wikisource:Lavoro sporco]] * [[Aiuto:Guida alla pubblicazione di un testo|Guida alla pubblicazione di un testo]] * [[Aiuto:Come aggiungere le note|Come aggiungere le note]] * [[:Categoria:Autori non presenti]] * [[Template:Ct]] * [[Template:RigaPunteggiata]] * [[Aiuto:Tabelle]] * [[Template:Spaziato]] * [[Template:Cs]] 4h08b65dhgf3cfc6ro9trdjttn7egx6 Pagina:La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu/638 108 300031 3898926 3898685 2026-09-14T06:28:51Z Dr Zimbu 1553 3898926 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Dio farà tornare Giuda'' | centro = GEREMIA, 31. | dx =''dalla cattività''}}</small></noinclude><section begin=30 />{{colonna}}{{vb|30|3|continua}}io diedi a’ padri loro<ref>{{BibLink|Ezec|39|25}}. {{BibLink|Am|9|14}}, {{BibLink|Am|9|15|15}}.</ref>, ed essi lo possederanno. {{vb|30|4}}Or queste ''sono'' le parole, che il Signore ha pronunziate intorno ad Israele, ed a Giuda. {{vb|30|5}}Perciocchè il Signore ha detto così: Noi abbiamo udito un grido di terrore; spavento, e niuna pace. {{vb|30|6}}Deh! domandate, e vedete se un maschio partorisce; perchè ''dunque'' ho io veduto ogni uomo con le mani in su i lombi, come una donna che partorisce? e ''perchè'' son tutte le facce cangiate, e divenute pallide? {{vb|30|7}}Ohimè lasso! quant’''è'' pur grande quel giorno! non ne ''fu giammai'' alcun pari<ref>{{BibLink|Gioele|2|11|Gioele 2. 11}}, {{BibLink|Gioele|2|31|31}}. {{BibLink|Sof|1|14}}, ecc.</ref>; egli è il tempo della distretta a Giacobbe; ma pure egli ne sarà salvato. {{vb|30|8}}E avverrà in quel giorno, dice il Signor degli eserciti, che io spezzerò il giogo di colui d’in sul tuo collo, e romperò i tuoi legami; e gli stranieri non ti terranno più in servitù. {{vb|30|9}}Anzi serviranno al Signore Iddio loro, e a Davide, lor re, che io susciterò loro<ref>{{BibLink|Ezec|34|23}}.</ref>. {{vb|30|10}}Tu adunque, o Giacobbe, mio servitore, non temere, dice il Signore; e non ispaventarti, o Israele; perciocchè, ecco, io ti salverò di lontan ''paese'', e la tua progenie dal paese della sua cattività; e Giacobbe ritornerà, e sarà in riposo, e tranquillità; e non ''vi sarà'' alcuno che ''lo'' spaventi. {{vb|30|11}}Perciocchè io ''son'' teco, dice il Signore, per salvarti; e farò una finale esecuzione sopra tutte le genti, dove ti avrò disperso; ma sopra te non farò una finale esecuzione; anzi ti castigherò moderatamente; ma pur non ti lascerò del tutto impunito. {{vb|30|12}}Perciocchè, così ha detto il Signore: Il tuo fiaccamento è senza rimedio<ref>{{BibLink|2 Cron|36|16}}.</ref>, la tua piaga ''è'' dolorosa. {{vb|30|13}}Non ''vi è'' alcuno che prenda in mano la tua causa, per guarir ''la tua piaga''; tu non hai alcuni medicamenti per risaldar''la''. {{vb|30|14}}Tutti i tuoi amanti ti hanno dimenticata, non ti ricercano; perciocchè io ti ho percossa d’una battitura da nemico, d’un gastigamento da crudele; per la grandezza della tua iniquità, ''perchè'' i tuoi peccati sono accresciuti. {{vb|30|15}}Perchè gridi per lo tuo fiaccamento? la tua doglia ''è'' insanabile. Io ti ho fatte queste cose per la grandezza della tua iniquità, ''perchè'' i tuoi peccati sono accresciuti. {{vb|30|16}}Ma pure, tutti quelli che ti divorano saran divorati, e tutti i tuoi nemici andranno in cattività, e quelli che ti spogliano saranno spogliati, e darò in preda tutti quelli che ti predano. {{vb|30|17}}Perciocchè io risalderò ''la tua piaga'', {{AltraColonna}}{{vb|30|17|continua}}e ti guarirò delle tue ferite, dice il Signore; perciocchè ti hanno chiamata: Scacciata, Sion che niuno ricerca. {{vb|30|18}}Così ha detto il Signore: Ecco, io ritrarrò di cattività i tabernacoli di Giacobbe, e avrò pietà de’ suoi abitacoli; e la città sarà riedificata in sul suo colmo, e il Tempio sarà posto secondo i suoi ordini. {{vb|30|19}}E di quelli uscirà lode, e voce d’uomini festeggianti<ref>{{BibLink|Is|35|10}}.</ref>; ed io li farò moltiplicare, e non iscemeranno; e li accrescerò, e non diminuiranno. {{vb|30|20}}E i suoi figliuoli saranno come anticamente, e la sua raunanza sarà stabilita dinanzi a me; e farò punizione di tutti quelli che l’oppressano. {{vb|30|21}}E colui che avrà autorità sopra lui sarà di lui stesso, e colui che signoreggerà sopra lui uscirà del mezzo di lui<ref>{{BibLink|Gen|49|10}}.</ref>; ed io lo farò accostare, ed egli verrà a me; perciocchè chi è colui che pieghi dolcemente il cuor suo, per accostarsi a me? dice il Signore. {{vb|30|22}}E voi mi sarete popolo, ed io vi sarò Dio. {{vb|30|23}}Ecco il turbo del Signore, l’ira è uscita fuori, la tempesta si accoglie; caderà sopra il capo degli empi. {{vb|30|24}}L’ardor dell’ira del Signore non si racqueterà, finchè egli non abbia eseguiti e messi ad effetto i pensieri del cuor suo; alla fin de’ giorni voi intenderete la cosa. <section end=30 /> <section begin=31 /> {{vb|31|1|capolettera}} IN quel tempo, dice il Signore, io sarò Dio a tutte le famiglie d’Israele, ed essi mi saran popolo.</p> {{vb|31|2}}Così ha detto il Signore: Il popolo scampato dalla spada trovò grazia nel deserto, allora che io andava per dar riposo a Israele<ref>{{BibLink|Deut|1|33}}. {{BibLink|Is|63|14}}.</ref>. {{vb|31|3}}Anticamente avvenne che il Signore mi appariva. Anzi io ti ho amata d’un amore eterno<ref>{{BibLink|Rom|11|28}}, {{BibLink|Rom|11|29|29}}.</ref>; perciò anche ho usata continua benignità inverso te. {{vb|31|4}}Ancora ti edificherò, e sarai edificata, o vergine d’Israele; ancora sarai adorna de’ tuoi tamburi, e uscirai con danze d’uomini sollazzanti. {{vb|31|5}}Ancora pianterai delle vigne ne’ monti di Samaria; e quelli che le avranno piantate ''ne'' corranno il frutto per uso loro comune. {{vb|31|6}}Perciocchè vi è un giorno, nel quale le guardie grideranno nel monte di Efraim: Levatevi, e saliamo in Sion, al Signore Iddio nostro<ref>{{BibLink|Is|2|3}}.</ref>. {{vb|31|7}}Perciocchè, così ha detto il Signore: Fate grida di allegrezza per Giacobbe, e strillate in capo delle genti; risonate, cantate lodi, e dite: O Signore, salva il tuo popolo, il rimanente d’Israele.{{FineColonna}}<section end=31 /><noinclude> <hr> <references/>{{PieDiPagina||630}}</noinclude> d54auaiejzv24e7lls7xqefqw0mj19x Pagina:La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu/639 108 300032 3898924 2426512 2026-09-14T06:27:04Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898924 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''e farà con lui'' | centro = GEREMIA, 31. | dx =''un nuovo patto.''}}</small></noinclude><section begin=31 />{{colonna}} {{vb|31|8}}Ecco, io li adduco dal paese di Settentrione, e li raccolgo dal fondo della terra; fra loro ''saranno'' ciechi, e zoppi, donne gravide, e donne di parto, tutti insieme; ritorneranno qua ''in'' gran raunanza. {{vb|31|9}}Saranno andati con pianto; ma io li farò ritornare con supplicazioni; e li condurrò a’ torrenti d’acque, per una strada diritta, nella quale non s’intopperanno; perciocchè io son padre a Israele, ed Efraim è il mio primogenito. {{vb|31|10}}(O genti, ascoltate la parola del Signore, e annunziate''la'' fra le isole lontane, e dite: Colui che ha sparso Israele lo raccoglierà, e lo guarderà come un pastore la sua mandra; {{vb|31|11}}Perciocchè il Signore ha riscattato Giacobbe, e l’ha riscosso di mano d’un più forte di lui.) {{vb|31|12}}E verranno e daranno grida di allegrezza nella sommità di Sion<ref>{{BibLink|Is|35|10}}. {{BibLink|Apoc|21|4}}.</ref>, e accorreranno a’ beni del Signore, al frumento, ed al mosto, e all’olio, e a’ frutti del minuto, e del grosso bestiame; e l’anima loro sarà come un orto inaffiato; e non saranno più in continui dolori. {{vb|31|13}}Allora la vergine si rallegrerà nel ballo; e i giovani, e i vecchi tutti insieme; ed io cangerò il lor cordoglio in letizia, e li rallegrerò, e li consolerò del lor dolore. {{vb|31|14}}E inebbrierò l’anima de’ sacerdoti di grasso, e il mio popolo sarà saziato de’ miei beni, dice il Signore. {{vb|31|15}}Così ha detto il Signore: Una voce è stata udita in Rama, un lamento, un pianto amarissimo: Rachele piagne i suoi figliuoli, ha rifiutato d’essere consolata de’ suoi figliuoli, perciocchè non ''son più''<ref>{{BibLink|Mat|2|17}}, {{BibLink|Mat|2|18|18}}.</ref>. {{vb|31|16}}Così ha detto il Signore: Ritieni la tua voce di piagnere, e i tuoi occhi di lagrimare; perciocchè vi è premio per la tua opera, dice il Signore; ed essi ritorneranno dal paese del nemico<ref>{{BibLink|Esd|1|5}}.</ref>. {{vb|31|17}}E vi è ancora speranza per te alla fine, dice il Signore; e i ''tuoi'' figliuoli ritorneranno a’ lor confini. {{vb|31|18}}Io ho pure udito Efraim che si rammaricava, ''dicendo'': Tu mi hai castigato, ed io sono stato castigato, come un toro non ammaestrato; convertimi, ed io mi convertirò; conciossiachè tu ''sii'' il Signore Iddio mio. {{vb|31|19}}Perciocchè, dopo che sarò stato convertito, io mi pentirò; e dopo che sarò stato ammaestrato a riconoscermi, mi percoterò in su la coscia. Io son confuso, ed anche svergognato; perciocchè io porto il vituperio della mia giovanezza. {{vb|31|20}}''È costui'' Efraim, mio figliuolo caro? ''è costui'' il fanciullo delle ''mie'' delizie? da che io parlai contro a lui, io mi son pure {{AltraColonna}}{{vb|31|20|continua}}anche sempre ricordato di lui; perciò, le mie interiora son commosse per lui; io del tutto ne avrò pietà, dice il Signore. {{vb|31|21}}Rizzati de’ pili, ponti de’ monti di pietre per insegne, pon mente alla strada, al cammino che hai fatto; ritornatene, vergine d’Israele; ritorna a queste tue città. {{vb|31|22}}Infino a quando andrai aggirandoti, figliuola ribella? conciossiachè il Signore abbia creata una cosa nuova nella terra: la femmina intornia l’uomo. {{vb|31|23}}Così ha detto il Signor degli eserciti, l’Iddio d’Israele: Ancora sarà detta questa parola nel paese di Giuda, e nelle sue città, quando io li avrò ritratti di cattività: Il Signore ti benedica, o abitacolo di giustizia, o monte di santità. {{vb|31|24}}E in esso abiteranno ''que’ di'' Giuda, e ''que’ di'' tutte le sue città insieme; i lavoratori, e quelli che vanno qua e là con le lor mandre. {{vb|31|25}}Perciocchè io avrò inebbriata l’anima assetata, e stanca, e avrò saziata ogni anima languente. {{vb|31|26}}Per questo io mi sono svegliato, e ho riguardato; e il mio sonno mi è stato dolce. {{vb|31|27}}Ecco, i giorni vengono, dice il Signore, che io seminerò la casa d’Israele, e la casa di Giuda, di semenza d’uomini, e di semenza di animali. {{vb|31|28}}E avverrà che, siccome io ho vigilato sopra loro, per divellere, e per diroccare, e per distruggere, e per disperdere, e per danneggiare, così vigilerò sopra loro, per edificare, e per piantare, dice il Signore. {{vb|31|29}}In que’ giorni non si dirà più: I padri han mangiato l’agresto, e i denti de’ figliuoli ne sono allegati<ref>{{BibLink|Ezec|18| 2}}, ecc.</ref>. {{vb|31|30}}Ma ognuno morrà per la sua iniquità<ref>{{BibLink|Gal|6|5}}, ecc.</ref>; chiunque mangerà l’agresto, i denti gli si allegheranno. {{vb|31|31}}Ecco, i giorni vengono, dice il Signore, che io farò un nuovo patto con la casa d’Israele, e con la casa di Giuda<ref>{{BibLink|Eb|8|8}}-{{BibLink|Eb|8|12|12}}; {{BibLink|Eb|10|16|10. 16}}, {{BibLink|Eb|10|17|17}}.</ref>. {{vb|31|32}}Non già, qual ''fu'' il patto che io feci coi padri loro, quando io li presi per la mano, per trarli fuor del paese di Egitto; il qual mio patto essi han rotto; onde io li ho avuti a schifo, dice il Signore. {{vb|31|33}}Perciocchè, questo ''è'' il patto, che io farò con la casa d’Israele, dopo que’ giorni, dice il Signore: Io metterò la mia Legge nel loro interiore, e la scriverò sopra il lor cuore<ref>{{BibLink|Sal|40|8}}. {{BibLink|Ezec|11|19}}, {{BibLink|Ezec|11|20|20}}. {{BibLink|2 Cor|3|3}}.</ref>; ed io sarò lor Dio, ed essi mi saranno popolo. {{vb|31|34}}E non insegneranno più ciascuno il suo compagno, e il suo fratello, dicendo: Conoscete il Signore; perciocchè essi tutti, dal minore infino al maggiore di loro, mi conosceranno<ref>{{BibLink|Is|54|13}}. {{BibLink|Giov|6|45}}. {{BibLink|1 Cor|2|10}}.</ref>, dice il Signore; {{Pt|impe-|}}{{FineColonna}}<section end=31 /><noinclude> <hr> <references/>{{PieDiPagina||631}}</noinclude> sghdkmjbqn819uf49crr5pmn65mxj6v 3898927 3898924 2026-09-14T06:28:56Z Dr Zimbu 1553 3898927 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''e farà con lui'' | centro = GEREMIA, 31. | dx =''un nuovo patto.''}}</small></noinclude><section begin=31 />{{colonna}} {{vb|31|8}}Ecco, io li adduco dal paese di Settentrione, e li raccolgo dal fondo della terra; fra loro ''saranno'' ciechi, e zoppi, donne gravide, e donne di parto, tutti insieme; ritorneranno qua ''in'' gran raunanza. {{vb|31|9}}Saranno andati con pianto; ma io li farò ritornare con supplicazioni; e li condurrò a’ torrenti d’acque, per una strada diritta, nella quale non s’intopperanno; perciocchè io son padre a Israele, ed Efraim è il mio primogenito. {{vb|31|10}}(O genti, ascoltate la parola del Signore, e annunziate''la'' fra le isole lontane, e dite: Colui che ha sparso Israele lo raccoglierà, e lo guarderà come un pastore la sua mandra; {{vb|31|11}}Perciocchè il Signore ha riscattato Giacobbe, e l’ha riscosso di mano d’un più forte di lui.) {{vb|31|12}}E verranno e daranno grida di allegrezza nella sommità di Sion<ref>{{BibLink|Is|35|10}}. {{BibLink|Apoc|21|4}}.</ref>, e accorreranno a’ beni del Signore, al frumento, ed al mosto, e all’olio, e a’ frutti del minuto, e del grosso bestiame; e l’anima loro sarà come un orto inaffiato; e non saranno più in continui dolori. {{vb|31|13}}Allora la vergine si rallegrerà nel ballo; 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Io son confuso, ed anche svergognato; perciocchè io porto il vituperio della mia giovanezza. {{vb|31|20}}''È costui'' Efraim, mio figliuolo caro? ''è costui'' il fanciullo delle ''mie'' delizie? da che io parlai contro a lui, io mi son pure {{AltraColonna}}{{vb|31|20|continua}}anche sempre ricordato di lui; perciò, le mie interiora son commosse per lui; io del tutto ne avrò pietà, dice il Signore. {{vb|31|21}}Rizzati de’ pili, ponti de’ monti di pietre per insegne, pon mente alla strada, al cammino che hai fatto; ritornatene, vergine d’Israele; ritorna a queste tue città. {{vb|31|22}}Infino a quando andrai aggirandoti, figliuola ribella? conciossiachè il Signore abbia creata una cosa nuova nella terra: la femmina intornia l’uomo. {{vb|31|23}}Così ha detto il Signor degli eserciti, l’Iddio d’Israele: Ancora sarà detta questa parola nel paese di Giuda, e nelle sue città, quando io li avrò ritratti di cattività: Il Signore ti benedica, o abitacolo di giustizia, o monte di santità. {{vb|31|24}}E in esso abiteranno ''que’ di'' Giuda, e ''que’ di'' tutte le sue città insieme; i lavoratori, e quelli che vanno qua e là con le lor mandre. {{vb|31|25}}Perciocchè io avrò inebbriata l’anima assetata, e stanca, e avrò saziata ogni anima languente. {{vb|31|26}}Per questo io mi sono svegliato, e ho riguardato; e il mio sonno mi è stato dolce. {{vb|31|27}}Ecco, i giorni vengono, dice il Signore, che io seminerò la casa d’Israele, e la casa di Giuda, di semenza d’uomini, e di semenza di animali. {{vb|31|28}}E avverrà che, siccome io ho vigilato sopra loro, per divellere, e per diroccare, e per distruggere, e per disperdere, e per danneggiare, così vigilerò sopra loro, per edificare, e per piantare, dice il Signore. {{vb|31|29}}In que’ giorni non si dirà più: I padri han mangiato l’agresto, e i denti de’ figliuoli ne sono allegati<ref>{{BibLink|Ezec|18| 2}}, ecc.</ref>. {{vb|31|30}}Ma ognuno morrà per la sua iniquità<ref>{{BibLink|Gal|6|5}}, ecc.</ref>; chiunque mangerà l’agresto, i denti gli si allegheranno. {{vb|31|31}}Ecco, i giorni vengono, dice il Signore, che io farò un nuovo patto con la casa d’Israele, e con la casa di Giuda<ref>{{BibLink|Eb|8|8}}-{{BibLink|Eb|8|12|12}}; {{BibLink|Eb|10|16|10. 16}}, {{BibLink|Eb|10|17|17}}.</ref>. {{vb|31|32}}Non già, qual ''fu'' il patto che io feci coi padri loro, quando io li presi per la mano, per trarli fuor del paese di Egitto; il qual mio patto essi han rotto; onde io li ho avuti a schifo, dice il Signore. {{vb|31|33}}Perciocchè, questo ''è'' il patto, che io farò con la casa d’Israele, dopo que’ giorni, dice il Signore: Io metterò la mia Legge nel loro interiore, e la scriverò sopra il lor cuore<ref>{{BibLink|Sal|40|8}}. {{BibLink|Ezec|11|19}}, {{BibLink|Ezec|11|20|20}}. {{BibLink|2 Cor|3|3}}.</ref>; ed io sarò lor Dio, ed essi mi saranno popolo. {{vb|31|34}}E non insegneranno più ciascuno il suo compagno, e il suo fratello, dicendo: Conoscete il Signore; perciocchè essi tutti, dal minore infino al maggiore di loro, mi conosceranno<ref>{{BibLink|Is|54|13}}. {{BibLink|Giov|6|45}}. {{BibLink|1 Cor|2|10}}.</ref>, dice il Signore; {{Pt|impe-|}}{{FineColonna}}<section end=31 /><noinclude> <hr> <references/>{{PieDiPagina||631}}</noinclude> g7u8fj0uqf2tm6aketmk03sqh9nvth6 Pagina:La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu/640 108 301794 3898925 2426514 2026-09-14T06:28:22Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898925 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Sion sarà riedificata.'' | centro = GEREMIA, 32. | dx =''Geremia compra un campo.''}}</small></noinclude><section begin=31 />{{colonna}}{{vb|31|34|continua}}{{Pt|rocchè|imperocchè}} io perdonerò ''loro'' la lor iniquità, e non mi ricorderò più del lor peccato<ref>{{BibLink|Mic|7|18}}. {{BibLink|Fat|10|43}}.</ref>. {{vb|31|35}}Così ha detto il Signore, che ha dato il sole per la luce del dì, ''e'' gli ordini della luna, e delle stelle, per la luce della notte; che commuove il mare, onde le sue onde romoreggiano; il cui Nome ''è'': Il Signor degli eserciti: {{vb|31|36}}Se quegli ordini sono ''giammai'' da me cangiati, dice il Signore<ref>{{BibLink|Sal|148|6}}.</ref>; anche potrà la progenie d’Israele cessare d’esser nazione davanti a me in perpetuo. {{vb|31|37}}Così ha detto il Signore: Se i cieli di sopra si possono misurare, e i fondamenti della terra di sotto si possono scandagliare, io altresì riproverò tutta la progenie d’Israele, per tutte le cose che hanno fatte, dice il Signore. {{vb|31|38}}Ecco, i giorni vengono, dice il Signore, che questa città sarà riedificata al Signore, dalla torre di Hananeel, infino alla porta del cantone<ref>{{BibLink|Neem|3|1}}.</ref>. {{vb|31|39}}E la funicella da misurare sarà ancora tratta lungo il colle di Gareb, e girerà verso Goa<ref>{{BibLink|Zac|2|1}}, {{BibLink|Zac|2|2|2}}.</ref>. {{vb|31|40}}E tutta la valle de’ corpi morti, e delle ceneri, e tutti i campi infino al torrente Chidron, ''ed'' infino al canto della porta de’ cavalli, verso Oriente, ''sarà luogo'' sacro al Signore; essa non sarà giammai più diroccata, nè distrutta. <section end=31 /> <section begin=32 /> {{Centrato|{{smaller|''Promesse e pegni del ristabilimento d’Israele e di future benedizioni spirituali.''}}}} {{vb|32|1|capolettera}} LA parola che fu dal Signore ''indirizzata'' a Geremia, nell’anno decimo di Sedechia, re di Giuda, ''che'' fu l’anno diciottesimo di Nebucadnesar; {{vb|32|2}}E allora l’esercito del re di Babilonia assediava Gerusalemme<ref>{{BibLink|2 Re|25|1|2 Re 25. 1}}, {{BibLink|2 Re|25|2|2}}. {{BibLink|Ger|39|1}}.</ref>; e il profeta Geremia era rinchiuso nel cortile della prigione, ch’''era'' nella casa del re di Giuda. {{vb|32|3}}Perciocchè Sedechia, re di Giuda, l’avea rinchiuso, dicendo: Perchè profetizzi tu, dicendo: Così ha detto il Signore: Ecco, io do questa città in man del re di Babilonia, ed egli la prenderà? {{vb|32|4}}E Sedechia, re di Giuda, non iscamperà dalla mano de’ Caldei; anzi per certo sarà dato in man del re di Babilonia; ed egli parlerà a lui a bocca a bocca, e lo vedrà a faccia a faccia. {{vb|32|5}}E menerà Sedechia in Babilonia, ed egli resterà quivi, finchè io lo visiti, dice il Signore. Se voi combattete co’ Caldei, non prospererete. {{vb|32|6}}Geremia adunque disse: La parola del Signore mi è stata ''indirizzata'', dicendo: {{vb|32|7}}Ecco Hanameel, figliuolo di Sallum, tuo zio, viene a te, per dir''ti'': Compera il mio campo, che ''è'' in Anatot; perciocchè {{AltraColonna}}{{vb|32|7|continua}}tu hai per consanguinità la ragion del riscatto, per comperar''lo''<ref>{{BibLink|Lev|25|24}}, ecc. {{BibLink|Ru|4|4|Rut 4. 4}}.</ref>. {{vb|32|8}}E Hanameel, figliuol del mio zio, venne a me, secondo la parola del Signore, nel cortile della prigione, e mi disse: Deh! compera il mio campo, che ''è'' in Anatot, nel territorio di Beniamino; perciocchè a te ''appartiene'' il diritto dell’eredità, e la ragion del riscatto; compera''lo adunque''. Ed io conobbi che ciò ''era'' parola del Signore. {{vb|32|9}}Ed io comperai quel campo, ch’''era'' in Anatot, da Hanameel, figliuol del mio zio; e gli pesai i danari, ''cioè'': diciassette ''sicli'' d’argento. {{vb|32|10}}Ed io ne feci la scritta, e ''la'' suggellai, e ne presi testimoni, e pesai i danari nelle bilance. {{vb|32|11}}Poi presi la scritta della compera; quella suggellata, ''secondo'' la legge e gli statuti, e l’aperta; {{vb|32|12}}E diedi la scritta della compera a Baruc, figliuolo di Neria, figliuolo di Maaseia, in presenza di Hanameel, mio cugino, e in presenza de’ testimoni che aveano sottoscritto nella scritta della compera, alla vista di tutti i Giudei, che sedevano nel cortile della prigione. {{vb|32|13}}Poi comandai a Baruc, in lor presenza, dicendo: {{vb|32|14}}Così ha detto il Signor degli eserciti, l’Iddio d’Israele: Prendi queste scritte, questa scritta di compera, così quella che è suggellata, come quest’''altra'' che è aperta; e mettile dentro un vaso di terra, acciocchè durino lungo tempo. {{vb|32|15}}Perciocchè, così ha detto il Signor degli eserciti, l’Iddio d’Israele; ancora si compereranno case, e campi, e vigne, in questo paese. {{vb|32|16}}E dopo ch’ebbi data la scritta della compera a Baruc, figliuolo di Neria, io feci orazione al Signore, dicendo: {{vb|32|17}}Ahi Signore Iddio! ecco, tu hai fatto il cielo, e la terra, con la tua gran forza, e col tuo braccio steso; niente ti è difficile<ref>{{BibLink|Gen|18|14}}. {{BibLink|Luc|1|37}}.</ref>: {{vb|32|18}}''Tu sei quel'' che usi benignità in mille ''generazioni''<ref>{{BibLink|Es|20|5}}, {{BibLink|Es|20|6|6}}; {{BibLink|Es|34|6|34. 6}}, {{BibLink|Es|34|7|7}}.</ref>, e fai la retribuzione dell’iniquità de’ padri nel seno de’ lor figliuoli, dopo loro; Iddio grande, potente, il cui Nome ''è'': Il Signor degli eserciti; {{vb|32|19}}Grande in consiglio, e potente in opere; i cui occhi ''sono'' aperti sopra tutte le vie de’ figliuoli degli uomini<ref>{{BibLink|Prov|5|21}}.</ref>, per rendere ad ognuno secondo le sue vie, e secondo il frutto de’ suoi fatti; {{vb|32|20}}Che hai, infino al dì d’oggi, fatti miracoli, e prodigi, nel paese di Egitto, e in Israele, e fra ''tutti'' gli uomini; e ti sei acquistato un Nome, quale ''è'' oggidì; {{vb|32|21}}E traesti il tuo popolo Israele fuor {{FineColonna}}<section end=32 /><noinclude> <hr> <references/>{{PieDiPagina||632}}</noinclude> qvu0yiasuwagagyiri3c2nbrzew03gk Geremia (Diodati 1821)/capitolo 31 0 301801 3898928 3695373 2026-09-14T06:29:06Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3898928 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=14 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../capitolo_30|succ=../capitolo_32}} <pages index="La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu" from=638 to=640 fromsection=31 tosection=31 /> {{Sezione note}} <!--{{Sezione note}}--> [[Categoria:Testi sacri del cristianesimo]] 9wkd2g32rgvzczh8urworehikyeston Pagina:Betti Brioschi - Gli Elementi d'Euclide, 1868.djvu/21 108 501778 3898870 1874750 2026-09-14T02:12:51Z Longagnani 25992 3898870 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Stefano mariucci" />{{RigaIntestazione||LIBRO PRIMO.|9}}</noinclude>{{nop}} {{Ct|f=120%|v=1|PROPOSIZIONE IV}} {{Ct|v=1|{{Sc|{{lc:PROBLEMA.}}}}}} Se due triangoli hanno due lati rispettivamente uguali a due lati, ed hanno uguale l’angolo che è contenuto dai lati uguali, avranno anche la base uguale alla base, ed il triangolo sarà uguale al triangolo, e degli altri angoli saranno uguali, l’uno all’altro, quelli che sono opposti ai lati uguali. Siano due triangoli ''ABC'', ''DEF'' i quali abbiano due lati ''AB'', ''AC'' uguali a due lati ''DE'', ''DF'', l’uno all’altro, cioè il lato ''AB'' uguale al lato ''DE'', ed il lato ''AC'' a ''DF'', e l’angolo ''BAC'' uguale all’angolo ''EDF''. Dico anche la base ''BC'' esser uguale alla base ''EF'', ed il triangolo ''ABC'' uguale al triangolo ''DEF'', e gli altri angoli uguali agli altri angoli, cioè l’angolo ''ABC'' all’angolo ''DEF'', e l’angolo ''ACB'' all’angolo ''DFE''. Perciocchè, se si adatta il triangolo ''ABC'' sul triangolo ''DEF'', posto il punto ''A'' sopra ''D'' e la retta ''AB'' sopra ''DE'', il punto ''B'' coinciderà col punto ''E'', per esser la ''AB'' uguale alla ''DE''; e adattandosi la ''AB'' alla ''DE'', eziandio la retta ''AC'' si adatterà alla ''DF'', perchè l’angolo ''BAC'' è uguale all’angolo ''EDF''; onde anche il punto ''C'' coinciderà col punto ''F'', perchè la linea retta ''AC'' è uguale alla linea retta ''DF''. Adunque altresì la base ''BC'' si adatterà alla base ''EF''; perciocchè, se coincidendo il punto ''B'' col punto ''E'' e ''C'' con ''F'' la base ''BC'' non<noinclude></noinclude> ea9hnh2m9um3o1v7fepsovi31mm2gmq Indice:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu 110 535524 3898898 3877459 2026-09-14T06:19:29Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3898898 proofread-index text/x-wiki {{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template |Autore=E. T. A. Hoffmann |NomePagina=Racconti (Hoffmann) |Titolo=Racconti |TitoloOriginale=Racconti |Sottotitolo=di Ernesto Teodoro Hoffmann, premesso un discorso di {{Wl|Q79025|Gualtiero Scott}}, prima versione italiana, Volume IV |LinguaOriginale=Tedesco |Lingua=Italiano |Traduttore=G. 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Il Capuzzi del teatro si mise a ridere e gli gittò qualche ducato. Pasquale! Pasquale! gridò l’altro Capuzzi, sei indemoniato? Gli fu comandato di tacere. Pasquarello continuò a cantare le lodi di Capuzzi e venne a quella tale arietta che doveva ricreare tutti i cuori. Il Capuzzi del teatro battè amorevolmente sopra una spalla di Pasquarello, e gli disse ridendo che vedeva bene che non s’intendeva di musica, altrimenti si sarebbe accorto che quell’arietta come tutte le altre che spacciava per sue, era stata rubata a Frescobaldi ed a Carissimi. Tu menti per la gola, briccone! gridò il Capuzzi della platea levandosi dal suo posto. Gli fu gridato di nuovo di tacersi, e si assettò! — È tempo, disse il Capuzzi del teatro, di pensare a delle cose più gravi. Dimani, caro Pasquarello voglio dare un gran pranzo, e conviene che tu mi procacci il bisognevole. E in questa si cavò<noinclude> <references/></noinclude> l07aqhtj5vmi4vig9n5140l5zjmsmrs Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/105 108 536592 3898874 3877437 2026-09-14T06:16:36Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898874 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 105 —|}}</noinclude>di tasca una polizza delle più care e più peregrine vivande, che si mise a leggere ad alta voce, e ad ogni piatto Pasquarello recitava il prezzo che costava, e gli erano sul punto contati i denari. — Pasquale! ribaldo! prodigo! maledetto pazzo! gridava ad ogni piatto il Capuzzi della platea, e il suo furore cresceva in proporzione delle spese del più pazzo di tutti i pranzi. Finita la lista, Pasquarello dimandò a Capuzzi per chi era tutta quella festa. — Domani è il più bel giorno della mia vita, riprese il Capuzzi del teatro. Sappi, mio caro Pasquarello, che domani faccio le nozze della mia bella nipote Marianna, che marito ad un valente giovane, al primo dei nostri artisti, ad Antonio Scacciati. Appena un Capuzzi ebbe proferito questo nome, che l’altro stringendo le pugna e cogli occhi di bragia, esclamò: — Questo è quello che non farai, povero Pasquale! va a gettar nelle braccia di uno scioperato la tua tenera Marianna, la tua vita, la tua speranza, il tuo tutto! Ah maledetto pazzo, provati se sai, ed io ti farò passare la voglia delle nozze.<noinclude> <references/></noinclude> atuqrqun7p538dvz15qcnci91tbvoof Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/106 108 536593 3898875 3877438 2026-09-14T06:16:45Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898875 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 106 —|}}</noinclude>{{Nop}} Ma il Capuzzi della scena, non meno concitato dell’altro si mise a strillare. — Ti colgano tutti i diavoli, maledetto Pasquale! vecchio avaro, stupido, decrepito! Bada bene che io non ti guiderdoni come meriti e che non ti calchi un berretto cornuto sulle orecchie! e spergiurando e gestendo, il commediante si mise a recitare l’una dopo l’altra forse venti storie ridicole su colui che contraffaceva. Gridandogli per ultimo che desse pur mano a turbare la gioia di due innamorati che il cielo aveva fatto l’uno per l’altro! In quest’istante si vide dal fondo del teatro Antonio Scacciati e Marianna nelle braccia l’uno dell’altro. La rabbia centuplicò le forze al vecchio Capuzzi e d’un salto si gittò sulla scena, trasse la spada e la puntò contro l’infinto Antonio. In pari tempo si sentì afferrare da un Officiale della guardia pontificia che gli disse minacciosamente: Rapattumatevi, signor Pasquale, voi siete al teatro di Nicolò Musso, ove senza saperlo fate una parte molto piacevole. Voi non troverete quivi nè Antonio, nè Marianna.<noinclude> <references/></noinclude> jnyqtzq8mp3qdqswzglx8yxhzd8kjfz Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/107 108 536594 3898876 3877439 2026-09-14T06:16:49Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898876 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 107 —|}}</noinclude>{{Nop}} Le due persone che Capuzzi voleva investire erano commedianti, e non si vide dintorno che delle facce che non conosceva; onde gli cadde la spada dalle mani tremanti, e si riscosse come una persona desta per forza stropicciandosi gli occhi e la fronte e gridando con terribil voce: — Marianna! Marianna! Ma le sue grida non giunsero fino a lei; perchè Antonio s’era profittato di questo momento per accostarsele e trarla verso una porticina, ove un vetturino l’aspettava col suo calesse. Partirono subito e velocitarono verso Firenze. Pasquale volle inseguirli, ma l’Officiale lo sostenne perchè scontasse la soperchieria che aveva voluto fare di dare addosso ai commedianti. Il povero Capuzzi fu dunque menato dagli stessi sbirri che dovevano difenderlo, e fu carcerato quella notte stessa che doveva essere del suo trionfo.<noinclude> <references/></noinclude> 0gv7rdfozwyfyvbuggslpzm8samky12 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/108 108 536595 3898877 3876999 2026-09-14T06:16:52Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898877 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /></noinclude>{{Nop}} {{Ct|L=0.1em|'''CAPITOLO VI.'''}} {{Ct|f=90%|L=0.3em|L’ACCADEMIA DEI PERCOSSI}} {{Xx-larger|T}}utto è sottomesso sotto il sole a perpetui mutamenti; ma nulla è più variabile delle disposizioni dell’uomo. Colui che jeri si commendava alle stelle, oggi è vilipeso con ogni genere di vituperio, ed oggi si calpesta coi piedi chi si adorava jeri. Nè v’era persona in Roma che non ridesse del vecchio Pasquale Capuzzi, della sua sporca avarizia, della sua gelosia, e non desiderasse che fosse scarcerata la povera Marianna. Ed ora che Antonio fuggiva colla sua innamorata, tutti i sarcasmi si volgevano in<noinclude> <references/></noinclude> stkij7d8mc7g5fm7mwzgpttg9nybthb Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/109 108 536596 3898878 3877441 2026-09-14T06:16:55Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898878 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 109 —|}}</noinclude>compassione pel vecchio che s’incontrava nelle strade di Roma, camminando a lento passo, colla testa china, e tutto inconsolabile. È raro che capiti una disgrazia sola, perchè è proverbio che si danno la mano. Quindi dopo il ratto di Marianna, Pasquale perdette il suo più fedele amico. Il picciolo Piticchinaccio morì soffocato da una mandorla che inghiottì troppo golosamente, mentre faceva una cadenza. E il dottor Piramida si accorciò la vita da sè per un fallo che fece in un’ordinazione. Le busse che gli erano tocche da Michele gli avevano messa addosso una gran febbre; e siccome aveva risolto di guarirsi da sè, con un rimedio di sua testa, scrisse una ricetta in cui fallì la dose. Tanto che non ebbe appena trangugiata la medicina, che ricadde sul suo origliere e non si levò mai più. Il mal animo si mostrò altresì contro Salvator Rosa, l’autor principale delle disgrazie del vecchio Pasquale. Non può essere, si diceva, che il degno compagno di Masaniello, colui che presta la mano ad ogni genere di soprusi; e non può più essere tollerato in Roma senza danno dei Romani.<noinclude> <references/></noinclude> mn13zailaab2xo24cwnmttpzm7kzc7f Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/110 108 536597 3898879 3877442 2026-09-14T06:16:57Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898879 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 110 —|}}</noinclude>E il broglio che si fece contro di lui fu tale che parve che gli dimezzasse l’ingegno. Uscivano del continuo del suo studio delle mirabili pitture: ma i pretesi intelligenti alzavano sempre le spalle, trovando le montagne ora troppo azzurre, gli alberi troppo verdi, o le figure soverchiamente lunghe, e non ristando a questo, ma biasimandone altresì la disposizione, s’ingegnavano ad ogni potere di disfare la riputazione di Salvatore. Gli accademici di s. Luca che non potevano dimenticarsi il diploma dato al chirurgo, lo perseguitavano particolarmente uscendo anche dai loro attributi, e criticando i versi che faceva Salvatore i quali per altro erano pieni di grazie! Salvatore fu veramente trafitto dai mali dipinti de’ suoi nemici; onde pieno di stizza ed anche un poco avvilito, compose in questa preoccupazione d’animo due quadri che misero in sobbuglio tutta Roma. L’uno rappresentava l’instabilità delle cose umane, e si ravvisava nella figura principale, vestita da baldracca, un’innamorata assai nota d’un gran personaggio. L’altro raffigurava la fortuna che distri-<noinclude> <references/></noinclude> 2s594207g1qhz6y7ojuyiok19mcvdsb Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/111 108 536598 3898881 3877443 2026-09-14T06:17:29Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898881 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 111 —|}}</noinclude>buiva i suoi favori; ed erano cappelli da Cardinale, mitre, medaglie e nastri che piovevano su un gregge esterrefatto d’asini, e d’altri animali immondi, mentre degli uomini di fiero contegno passeggiavano laceri e mendichi. Salvatore aveva veramente sfrenata tutta l’acerbità dell’anima sua, ed ogni animale aveva un non so che di somigliante con qualche notabile personaggio di Roma. L’odio contro di lui straboccò da tutte le parti e il numero de’ suoi nemici fu senza fine. Madonna Caterina lo fece avvisato colle lagrime agli occhi di guardarsi alle spalle. Ella aveva notato che degli incogniti aliavano di notte tempo come il nibbio attorno la casa, e che erano appostati tutti i suoi passi. Allora il pittore s’accorse che era ormai tempo d’esiliarsi da Roma, e madonna Caterina e le sue figlie furono le sole persone da cui si spiccò con dolore. Si mise in cammino per Firenze ove il gran Duca l’aveva spesse volte chiamato, e quivi fu compensato con ogni sorte d’onori di tutti gli affanni che ebbe a sostenere in Roma. Il Duca gli fece dei ricchi presenti, e gl’ingegni più riputati di quell’età gli furono<noinclude> <references/></noinclude> dzp9cqsmoubjptc4i095ljt9hst7ov7 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/112 108 536599 3898882 3877444 2026-09-14T06:17:51Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ Gadget AutoreCitato 3898882 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 112 —|}}</noinclude>intorno con ogni genere di sollecitudini. Basterà dinominar tra costoro {{AutoreCitato|Evangelista Torricelli|Evangelista Torricelli}}, Valerio Pimantelli, Battista Ricciardi, Pietro Salviati, Filippo Appolloni, Volunnio Bandelli e Francesco Rovai; e Salvatore era la vita di queste radunanze che aveano l’aspetto il più pittoresco. La sala ove si apprestava il pranzo avea la sembianza di un folto bosco, pieno di arboscelli fioriti e di acque di viva vena; e i piatti istessi erano ornati d’ogni bizzarrìa di colori. Questo bel cerchio che si accoglieva nella casa di Salvator Rosa ebbe il nome d’accademia dei Percossi. Salvatore non trascurava l’amico Antonio che viveva quietamente colla sua Marianna e menava la bella vita dell’artista. Ragionavano spesso del vecchio Pasquale, del modo con cui l’avevano corbellato, e di quanto era occorso al teatro di Nicolò Musso. Antonio dimandò Salvatore come avvenne che l’Agli o il Formica presero così caldamente le sue parti, e subito cessò ogni meraviglia quando gli fu detto che il commediante era un amico di vecchia data. Ad ogni modo Marianna non poteva tenere le lagrime<noinclude> <references/></noinclude> d2xxfz13cpltt87e8cv6qfqfyhpivi7 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/113 108 536600 3898883 3877445 2026-09-14T06:18:00Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898883 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 113 —|}}</noinclude>pensando che il fratello di suo padre si recherebbe sotterra un certo odio contro di lei, e la memoria del vecchio Pasquale turbava la sua beatitudine. Salvatore gli consolava dicendo che il tempo mitigherebbe il risentimento del vecchio, e che verrebbe caso in cui un giorno sarebbe stato condotto fra loro. A suo tempo vedremo che Salvatore fu un buon profeta. Erano corsi alcuni mesi, quando un giorno Antonio sopraggiunse nello studio di Salvatore pallido e tutto ansante. — Salvatore! amico mio! mio protettore, io sono perduto se voi non m’ajutate! Pasquale Capuzzi è in Firenze e tiene un ordine d’arresto contro di me come rapitore di sua nipote. — Ma che cosa può fare il signor Pasquale se la chiesa stessa ti ha sposato con sua nipote? Antonio rispose che le benedizioni della chiesa non bastavano per proteggerlo. — Dio sa che strada ha tenuto per giungere sino al nipote del Papa. Esso l’ha preso in protezione e gli ha dato speranza che il Santo Padre casserebbe il mio matrimonio con Marianna.<noinclude> <references/></noinclude> 52m9in3wxf3z5ia5om06k9thj7a680c Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/114 108 536601 3898884 3877446 2026-09-14T06:18:08Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898884 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 114 —|}}</noinclude>{{Nop}} — Ora comprendo tutto, disse Salvatore, il mal animo che mi porta il nipote del Papa è la causa della tua disgrazia. Sappi che quel goffo orgoglioso figurava fra gli animali del mio quadro, così largiti dalla fortuna. Io non so, per Dio, come ovviare a questo inconveniente. E proferendo le ultime parole, Salvatore che avea sempre proseguito a lavorare, depose la tavolozza e il pennello, ed appoggiatosi al cavalletto colle braccia in croce girò gli occhi per lo studio, mentre il povero Antonio stava tutto dimesso. In fine Salvatore lo scosse, e disse ridendo: — Senti, amico, io non posso far nulla contro quel prepotente; ma v’è taluno che potrà fare qualche buon officio per te, e questo cotale è il signor Formica. — Ah! per carità, disse Antonio, non prendetevi gabbo d’un infelice che è senza speranza. — Ti replico che l’amico Formica ti ajuterà in Firenze, come ti ha ajutato a Roma. Va a confortare Mariana, ed attendi quietamente il fine della commedia. Spero che farete tutti e due a modo<noinclude> <references/></noinclude> 1f5ntt44jg4mu0str0ltypxmh3994v5 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/115 108 536602 3898885 3877447 2026-09-14T06:18:11Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898885 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 115 —|}}</noinclude>del signor Formica, che per vostra fortuna si trova a Firenze. Antonio lo promise di cuore, e se ne andò meno disperato che non era venuto; perchè aveva un’intiera fede nei bei trovati di Salvatore. Il signor Pasquale Capuzzi non fu poco sorpreso ricevendo un invito solenne dall’Accademia dei Percossi. — Dunque Firenze sa pregiare chi merita, e vi si onorano gl’ingegni meglio che a Roma! Così disse fra sè il signor Pasquale, e vestitosi il più ornato che potè andò all’Accademia. Vi fu accolto con ogni dimostrazione di riverenza, e si rapportarono così spesso al suo gusto, parlandogli tanto di tutti i beneficj che aveva fatto alle arti, che mosso da un estro tutto nuovo, parlò con più senno di mille cose che non aveva mai fatto. D’altronde Pasquale non si vide mai onorato con tanta magnificenza, nè mai aveva bevuto di così generosi vini, onde dimenticò nei bicchieri tutti gli affanni e tutte le noje che lo avevano condotto a Firenze. Gli accademici costumavano di far recitare alcune commediole nelle loro ra-<noinclude> <references/></noinclude> enbo6hlq0u6mavzu9bi4due4pntjxx7 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/116 108 536603 3898886 3877448 2026-09-14T06:18:13Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898886 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 116 —|}}</noinclude>dunanze, e il poeta drammatico Filippo Apolloni, richiese che la festa fosse terminata in un passatempo di questo genere. E dopo qualche spazio s’aperse il fondo della sala e fu improvvisato un picciolo teatro con alcune scranne per gli spettatori. — Ohimè! gridò Pasquale tutto spaventato, questo è il teatro di Nicolò Musso. Senza far sembiante di dar retta alle sue grida, Evangelista Torricelli ed Andrea Cavalcanti, ambedue uomini d’un aspetto grave e venerando, lo trassero ad una scranna presso la scena, e se lo fecero sedere in mezzo. Non era ancora seduto che comparì Formica, vestito da Pasquarello! — Maledetto Formica, gridò Pasquale levandosi ritto in piedi e minacciandolo colle pugna. Uno sguardo severo di Torricelli e di Cavalcanti, gli comandò silenzio. Pasquarello pianse, si scapigliò, maledisse la sua fortuna, e disse che non sapeva più come fare per ridere ancora un poco. E terminò le sue lamentazioni protestando che si sarebbe tagliata la<noinclude> <references/></noinclude> gb8na5y824a4e1ntw7pdgbrh6gw1sm4 Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/117 108 536604 3898887 3877449 2026-09-14T06:18:16Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898887 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 117 —|}}</noinclude>gola se non avesse avuto paura del sangue, o che si sarebbe affogato nell’Arno, se sventuratamente non avesse saputo nuotare. Allora venne in iscena il dottor Graziano, e lo richiese della causa del suo cordoglio. Pasquarello gli dimandò se non sapeva quel che era accaduto nella casa del suo padrone il signor Pasquale Capuzzi di Sinigaglia, e se non sapeva che un maledetto briccone aveva rubato la bella Marianna, nipote del gentiluomo. — Ah! lo veggio, mormorò Capuzzi, voi vorreste scolparvi, signor Formica, ma la vedremo. Il dottor Graziano fece conoscere la parte che prendeva a questo avvenimento, e disse che il rapitore doveva essere ben destro se sapeva sottrarsi alle indagini del signor Capuzzi. — Oh! oh! rispose Pasquarello, non pensate, dottore, che quel ribaldo di Scacciati possa scansarsi dalle perquisizioni del signor Capuzzi, a cui è dato mano da potenti amici. Antonio fu carcerato e cassato il suo matrimonio, Marianna è tornata buon grado o malgrado con noi.<noinclude> <references/></noinclude> k91ehrb1f9vttjmiekkxy57t1u5fb7l Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/118 108 536605 3898888 3877450 2026-09-14T06:18:32Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898888 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 118 —|}}</noinclude>{{Nop}} — È arrestata ella pure? quel maledetto Antonio è dentro? oh mio bravo Formica! esclamò Capuzzi. — Voi c’entrate pur troppo in cotesta commedia, signor Pasquale, disse gravemente Cavalcanti, lasciate parlare gli attori, non interrompeteli ad ogni tratto. Pasquale, un po’ vergognoso, stette zitto sulla sua scranna. Il dottor Graziano dimandò che cosa era avvenuto. — Si fecero delle altre nozze, disse Pasquarello, Marianna si pentì d’essersi lasciata rubare; e il signor Pasquale frattanto ebbe una dispensa di sposare la nipote. — Tutto è dunque accomodoto, disse il dottore, nè vi veggio motivo di afflizione. Pasquarello si mise allora a gemere nel più bello, e si lasciò cadere come sfinito dal dolore. Il dottore corse qua e là con inquietudine; pareva desolato di non avere con sè qualche essenza, cercò tutte le tasche e ne trasse alfine una castagna arrositita che tenne sotto il naso di Pa-<noinclude> <references/></noinclude> 4ur544yiikmubc7wq1x9o6j2csl0tlr Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/119 108 536606 3898889 3877451 2026-09-14T06:18:35Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898889 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 119 —|}}</noinclude>squarello, il quale riconfortatosi; gli disse di attribuire quell’accidente alla debolezza de’ suoi nervi, e raccontò che subito dopo il suo matrimonio con Capuzzi, Marianna era caduta in una gran malinconia che anzi aveva sempre in bocca il nome di Antonio, e non poteva vedere Capuzzi che non cessava mai di tormentarla. Allora si mise a raccontare mille tratti di follia che aveva fatti Pasquale, e che correvano difatti per tutta Roma. Capuzzi si dimenava sulla sua sedia e brontolava di tratto in tratto: — Maledetto Formica! tu menti! Dove è il diavolo che t’inspira tutte coteste ribalderie? E senza Torricelli e Cavalcanti, che non gli levarono mai gli occhi d’addosso avrebbe prorotto in qualche escandescenza. Pasquarello terminò dicendo che la sventurata Marianna non potendo più reggere al profondo dolore, ed ai mali trattamenti che sostenea; era morta nel fiore degli anni. E non aveva ancora finito di dire che s’intesero terribili accenti d’un ''de profundis'' cantato da rauche voci, ed alcuni penitenti avvolti in lunghi feltri neri procedevano portando una bara<noinclude> <references/></noinclude> ei1s3z2lmvp4kz4ie03b8pafapp3tqw Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/120 108 536607 3898890 3877452 2026-09-14T06:18:38Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898890 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 120 —|}}</noinclude>scoperta, in cui si vedeva Marianna distesa col viso non velato. Un altro signor Pasquale Capuzzi teneva dietro al funerale stracciandosi i capelli. Pasquale non potè più frenare le lagrime gridando: Marianna! povera Marianna! sciagurato che io sono. Insomma il lettore s’immagini un feretro scoperchiato e una giovane fanciulla stesavi di sopra immobile e senza vita, circondata da penitenti che salmeggiano l’officio dei morti, e fra loro il dottor Graziano, e Pasquarello esprimendo il loro dolore con mille atteggiamenti ridicoli, e i due Capuzzi che strillano e si sciolgono in lagrime! Tutto a un tratto si fece un gran bujo, tuonò, lampeggiò, ed uno spettro minaccioso che aveva le sembianze di Pietro, padre di Marianna morto a Sinigaglia, apparve sulla scena. — Fratello Pasquale! gridò con una voce flebile; che cosa facesti di mia figlia? Va! assassino de’ miei figli, in inferno avrai la tua mercede. — Capuzzi cadde senza moto, come percosso dal fulmine, e nello stesso tempo l’altro Capuzzi stramazzò dalla scranna.<noinclude> <references/></noinclude> k6w3h5vpfaugwt9ehtsqack31umxcwp Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/121 108 536608 3898891 3877453 2026-09-14T06:18:40Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898891 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 121 —|}}</noinclude>Il fondo della sala si chiuse, e il teatro, Marianna Capuzzi, lo spettro di Pietro, tutto disparve. Il signor Pasquale era così tramortito che si durò fatica a rivocarlo in vita. In fine si riscosse e mandò un profondo sospiro. Poi distese le mani, come per allontanare qualcheduno ed esclamò. — Lasciami, Pietro! Lasciami! e così dicendo piangeva dirottamente e gorgogliava il nome di Marianna. — Confortatevi, signor Pasquale, disse Cavalcanti, vostra nipote non è morta che sul teatro. Ella vive ed è qui per implorare il vostro perdono, e scongiurarvi di perdonarle un peccato d’amore. In questo punto Marianna ed Antonio abbracciarono le ginocchia del vecchio che era coricato in una poltrona. Marianna tutta piangente lo supplicava di volerle rimettere ogni colpa, ed Antonio congiungeva le sue preghiere a quelle di sua moglie. Gli occhi di Pasquale sfavillarono di rabbia. — Ah! maladetto truffatore; e tu vipera che io nudrii nel mio seno, fuggi lungi da me! Vuoi avvelenar di bel nuovo la mia vita!<noinclude> <references/></noinclude> hek2hz5h317pilgug7a33netsuk9a0h Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/122 108 536609 3898892 3877454 2026-09-14T06:18:43Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898892 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 122 —|}}</noinclude>{{Nop}} Il grave Torricelli si accostò allora a Capuzzi, e gli espose tutti i mali che potevano procedere dalla sua ostinazione, mentre Marianna gridava pietosamente che suo zio l’ucciderebbe se la dividesse dal suo Antonio. Si vedeva palesemente che il vecchio sosteneva una gran battaglia con sè stesso: sospirò, si nascose il volto nelle mani, ed i suoi sguardi si volgevano ora verso Antonio, ora verso la nipote, ma a poco a poco si dileguò ogni collera, ed esclamò: — Ebbene io vi perdono! via da me ogni pensiero di turbare la vostra felicità, obbedisco volentieri ai vostri buoni ricordi, signor Torricelli, e voi Formica avete fatto bene a mostrarmi sul teatro tutti i mali che potrebbero venire dal mio rigore. Io sono guarito, veramente guarito d’ogni mia pazzia. Ma dove è il signor Formica, mio degno medico, che voglio benedirlo mille volte? Venne avanti Pasquarello, e Pasquale gli saltò al collo dicendo: — O signor Formica gittate questa maschera difforme e fate che io vegga il vostro volto; io vi sarò sempre obbligato d’avermi fatto ricuperare la mia ragione!<noinclude> <references/></noinclude> 7rqptdjshx2s9hxhspkjbns9ztil1zy Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/123 108 536610 3898893 3877455 2026-09-14T06:18:45Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898893 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 123 —|}}</noinclude>{{Nop}} Pasquarello si trasse il cappuccio e la maschera che pareano fatte al vivo, tanto era l’arte con cui erano stati lavorati e cotesto signor Formica, cotesto Pasquarello si cangiò in... Salvator Rosa! — Salvatore! gridarono ad una voce Marianna, Antonio e Capuzzi. — Sì, replicò Capuzzi, quello stesso Salvator Rosa che i Romani non hanno voluto conoscere per pittore nè per poeta, ha raccolto per un anno sul teatro di Musso, ignoto a tutti, gli applausi e l’entusiasmo di tutti. — Salvatore, quantunque io v’abbia tenuto per mio più nojoso nemico, ho sempre onorato il vostro ingegno, ed ora vi amo come il carissimo degli amici, e vi prego di aver cura di me. — Parlate, signor Pasquale, ditemi che cosa posso fare per voi, e rassicuratevi che sono tutto disposto ai vostri servigi. — Capuzzi prese la mano di Salvatore, e gli disse soavemente: — Signor Salvatore, voi potete assai sull’animo d’Antonio. Pregatelo che sia contento che io passi il resto de’ miei giorni con lui, e colla mia cara Marianna a cui<noinclude> <references/></noinclude> mvdg6pu1vwzbmln4k5pj0592j2wgp6h Pagina:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu/124 108 536611 3898894 3877023 2026-09-14T06:18:48Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898894 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 124 —|}}</noinclude>voglio lasciare ogni mio avere. Nè si adiri con me se bacio qualche volta la mano della cara fanciulla. Mentre Salvatore era per rispondere, Antonio e Marianna strinsero il vecchio nelle loro braccia, e giurarono che sarebbero beati di far vita con lui. Dopo si terminò la giornata in un bel pranzo, dove la gioja e le feste furono grandi. {{Ct|f=90%|FINE DI SALVATORE ROSA}}<noinclude> <references/></noinclude> bfrju1y59kqb1zfo3jr27yvqjcajdtk Opera:Canti (Leopardi) 112 544999 3898956 3896663 2026-09-14T08:11:41Z Xavier121 1159 /* Edizioni */ 3898956 wikitext text/x-wiki __NOTOC__{{Opera}} == Edizioni == {{FI |file = Crystal Clear action bookmark.svg | width = 30px | float = right | margin-top = -2.5em | link = Wikisource:Canone delle opere della letteratura italiana#Dall'800 al '900 }} * {{Testo|Canzoni (1818)|Canzoni di Giacomo Leopardi|tipo=tradizionale}}, a cura di [[Autore:Francesco Cancellieri|Francesco Cancellieri]], Roma, Bourliè, 1818 * {{Testo|Canzone ad Angelo Mai|Canzone di Giacomo Leopardi ad Angelo Mai|tipo=tradizionale}}, a cura di [[Autore:Pietro Brighenti|Pietro Brighenti]], Bologna, Marsigli, 1820 * {{Testo|Canzoni (1824)|Canzoni del conte Giacomo Leopardi|tipo=tradizionale}}, a cura di [[Autore:Pietro Brighenti|Pietro Brighenti]], Bologna, Nobili, 1824 * {{Testo|Versi del conte Giacomo Leopardi|Versi del conte Giacomo Leopardi|tipo=tradizionale}}, a cura di [[Autore:Pietro Brighenti|Pietro Brighenti]], Bologna, Stamperia delle Muse, 1826 * {{Testo|Canti (1831)|Canti del conte Giacomo Leopardi|tipo=tradizionale}}, a cura di [[Autore:Antonio Ranieri|Antonio Ranieri]], Firenze, Piatti, 1831 (1ª edizione)<ref>Ristampata a Palermo: ''Canti del conte Giacomo Leopardi'', Palermo, Spampinato, 1834 ([http://id.sbn.it/bid/PAL0192174 SBN] e [http://id.sbn.it/bid/TO00634085 SBN]).</ref> * {{Testo|Canti (1835)|Canti di Giacomo Leopardi|tipo=tradizionale}}, ''edizione corretta, accresciuta e sola approvata dall'autore'', a cura di [[Autore:Antonio Ranieri|Antonio Ranieri]], Napoli, Starita, 1835 (2ª edizione)<ref>Ristampata a Firenze: {{Testo|Canti (1836)|Canti di Giacomo Leopardi|tipo=tradizionale}}, ''edizione corretta, e notabilmente accresciuta'', Firenze, Piatti, 1836 ([http://id.sbn.it/bid/TO00634092 SBN], [https://books.google.it/books?id=nSlLAAAAcAAJ GB])</ref> * {{Testo|Canti (Starita corretta 1835)|Canti di Giacomo Leopardi|tipo=tradizionale}} ''edizione corretta ed accresciuta dall'autore'', a cura di [[Autore:Antonio Ranieri|Antonio Ranieri]], [Parigi, Baudry, 1836 (3ª edizione)]<ref>Copia di lavoro preparata per il passaggio, mai realizzato a causa della morte improvvisa dell'autore, alla casa editrice francese Baudry. Cfr. ''[[Canti (Starita corretta 1835)/Notizia|Notizia]]'', p. [[Pagina:Leopardi - Canti, Starita (corretta), Napoli 1835.djvu/11|5]] e sgg. L'anno 1836 si riferisce al periodo degli interventi di Leopardi sui testi, quasi tutti di suo pugno o per dettatura al Ranieri. Su questa copia, nota anche come ''Starita corretta'', si fonda la prima edizione completa dei ''Canti'' curata da Ranieri stesso a Firenze nel 1845 per Le Monnier che, pur con molte sviste, pubblica per la prima volta due nuove composizioni, ''Il tramonto della luna'' e ''La ginestra o il fiore del deserto''. Nel 1927 si appoggia a questa copia, testimone dell'ultima volontà dell'autore, anche l'edizione Moroncini per i tipi Cappelli di Bologna, che, con un apparato critico fortemente interpretativo, distingue tra varianti più o meno importanti. Rispetteranno questi criteri, con pochi miglioramenti di grafia e punteggiatura, le edizioni commentate a cura di R. Bacchelli e G. Scarpa (Officina gregoriana, Milano 1935), di L. Ginzburg (Laterza, Bari 1938), e di F. Flora (Mondadori, Milano 1940). L'edizione critica dei ''Canti'' di E. Peruzzi (Rizzoli, Milano 1981), con riproduzione fotografica dei manoscritti, abbandona i criteri precedenti e propone la versione definitiva dei singoli canti, permettendo di seguire in ordine cronologico, secondo le modifiche riportate dai manoscritti, le varie fasi di scrittura e di modifica di ciascun verso. Di segno opposto l'edizione di pregio, sempre corredata da riproduzioni fotografiche, di D. De Robertis (Edizioni Il Polifilo, Milano, 1984), «che parte dalla prima redazione nota, corrispondente alla sua prima organica definizione» (p. CXVII), elencando in apparato le varianti successive. Nel 2009 esce a Firenze l'ultima edizione critica dei Canti a cura di F. Gavazzeni (che riunisce i lavori di un gruppo di studiosi per l'Accademia della Crusca), con un DVD che riproduce tutti i manoscritti e le stampe a colori e un apparato critico che rispetta «l'ultima lezione del manoscritto e l'ultima lezione delle stampe» (p. XLII).</ref> === Edizioni commentate === * {{Testo|Canti_(Leopardi - Ranieri)|Canti|tipo=tradizionale}} a cura di [[Autore:Antonio Ranieri|Antonio Ranieri]], Le Monnier, Firenze, 1845 ({{Sc|Opere i}}) * {{Testo|Canti (Leopardi - Donati)|Canti|tipo=tradizionale}} a cura di [[Autore:Alessandro Donati|Alessandro Donati]], Laterza, Bari, 1917 * {{Testo|Canti (Leopardi - Bacchelli, Scarpa)|Canti|tipo=tradizionale}} a cura di [[Autore:Riccardo Bacchelli|Riccardo Bacchelli]] e [[Autore:Gino Scarpa|Gino Scarpa]], Officina gregoriana, Milano, 1935 * {{Testo|Canti (Leopardi - Ginzburg)|Canti|tipo=tradizionale}} a cura di [[Autore:Leone Ginzburg|Leone Ginzburg]], Laterza, Bari, 1938 <ref>Edizione che sostituisce quella curata per gli «Scrittori d'Italia» da Alessandro Donati, nel 1917.</ref> * {{Testo|Canti (Leopardi - Flora)|Canti|tipo=tradizionale}} a cura di [[Autore:Francesco Flora|Francesco Flora]], Mondadori, Milano, 1940 === Edizioni critiche === * {{Testo|Canti (Leopardi-Moroncini)|Canti|tipo=tradizionale}} a cura di [[Autore:Francesco Moroncini|Francesco Moroncini]], Cappelli, Bologna, 1927 * {{Testo|Canti (Leopardi - Peruzzi)|Canti|tipo=tradizionale}} a cura di [[Autore:Emilio Peruzzi|Emilio Peruzzi]] con la riproduzione degli autografi, Rizzoli, Milano, 1981 * {{Testo|Canti (Leopardi - De Robertis)|Canti|tipo=tradizionale}} a cura di [[Autore:Domenico De Robertis|Domenico De Robertis]] con la riproduzione degli autografi, Il Polifilo, Milano, 1984 * ''Canti e poesie disperse'' a cura di [[Autore:Franco Gavazzeni|Franco Gavazzeni]] con la riproduzione degli autografi, L'Accademia della Crusca, Firenze, 2006 === Autografi === * {{Testo|Idilli (Leopardi)|Idilli}} == Indice{{x-smaller|<ref>Indice ricostruito secondo l'ultima volontà di Leopardi, espressa sulla copia stampata a Napoli, conosciuta come ''Starita corretta'' (N35c), parzialmente segnata con modifiche, note, aggiunte, dell'autore stesso e, in alcuni casi, dall'amico Ranieri sotto supervisione.</ref>}}== {|cellpadding="0" cellspacing="0" width="100%" | valign=top width="50%"| * I. {{Sc|[[Opera:All'Italia|All'Italia]]}} * II. {{Sc|[[Opera:Sopra il monumento di Dante che si preparava in Firenze|Sopra il monumento di Dante che si preparava in Firenze]]}} * III. {{Sc|[[Opera:Ad Angelo Mai quand'ebbe trovato i libri di Cicerone della Repubblica|Ad Angelo Mai quand'ebbe trovato i libri di Cicerone della Repubblica]]}} * IV. {{Sc|[[Opera:Nelle nozze della sorella Paolina|Nelle nozze della sorella Paolina]]}} * V. {{Sc|[[Opera:A un vincitore nel pallone|A un vincitore nel pallone]]}} * VI. {{Sc|[[Opera:Bruto minore|Bruto minore]]}} * VII. {{Sc|[[Opera:Alla primavera o Delle favole antiche|Alla primavera o Delle favole antiche]]}} * VIII. {{Sc|[[Opera:Inno ai patriarchi o De' princípi del genere umano|Inno ai patriarchi o De' princípi del genere umano]]}} * IX. {{Sc|[[Opera:Ultimo canto di Saffo|Ultimo canto di Saffo]]}} * X. {{Sc|[[Opera:Il primo amore|Il primo amore]]}} * XI. {{Sc|[[Opera:Il passero solitario|Il passero solitario]]}} * XII. {{Sc|[[Opera:L'infinito|L'infinito]]}} * XIII. {{Sc|[[Opera:La sera del dì di festa|La sera del dì di festa]]}} * XIV. {{Sc|[[Opera:Alla luna|Alla luna]]}} * XV. {{Sc|[[Opera:Il sogno|Il sogno]]}} * XVI. {{Sc|[[Opera:La vita solitaria|La vita solitaria]]}} * XVII. {{Sc|[[Opera:Consalvo|Consalvo]]}} * XVIII. {{Sc|[[Opera:Alla sua donna|Alla sua donna]]}} * XIX. {{Sc|[[Opera:Al conte Carlo Pepoli|Al conte Carlo Pepoli]]}} * XX. {{Sc|[[Opera:Il risorgimento|Il risorgimento]]}} * XXI. {{Sc|[[Opera:A Silvia|A Silvia]]}} * XXII. {{Sc|[[Opera:Le ricordanze|Le ricordanze]]}} | valign=top width="50%"| * XXIII. {{Sc|[[Opera:Canto notturno di un pastore errante dell'Asia|Canto notturno di un pastore errante dell'Asia]]}} * XXIV. {{Sc|[[Opera:La quiete dopo la tempesta|La quiete dopo la tempesta]]}} * XXV. {{Sc|[[Opera:Il sabato del villaggio|Il sabato del villaggio]]}} * XXVI. {{Sc|[[Opera:Il pensiero dominante|Il pensiero dominante]]}} * XXVII. {{Sc|[[Opera:Amore e Morte|Amore e morte]]}} * XXVIII. {{Sc|[[Opera:A se stesso|A se stesso]]}} * XXIX. {{Sc|[[Opera:Aspasia|Aspasia]]}} * XXX. {{Sc|[[Opera:Sopra un basso rilievo antico sepolcrale dove una giovane morta è rappresentata in atto di partire, accomiatandosi dai suoi|Sopra un basso rilievo antico sepolcrale dove una giovane morta è rappresentata in atto di partire, accomiatandosi dai suoi]]}} * XXXI. {{Sc|[[Opera:Sopra il ritratto di una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima|Sopra il ritratto di una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima]]}} * XXXII. {{Sc|[[Opera:Palinodia al marchese Gino Capponi|Palinodia al marchese Gino Capponi]]}} * XXXIII. {{Sc|[[Opera:Il tramonto della luna|Il tramonto della luna]]}} * XXXIV. {{Sc|[[Opera:La ginestra, o Il fiore del deserto|La ginestra, o Il fiore del deserto]]}} * XXXV. {{Sc|[[Opera:Imitazione|Imitazione]]}} * XXXVI. {{Sc|[[Opera:Scherzo|Scherzo]]}} FRAMMENTI * XXXVII. {{Sc|[[Opera:Odi, Melisso|Odi, Melisso]]}} * XXXVIII. {{Sc|[[Opera:Io qui vagando|Io qui vagando]]}} * XXXIX. {{Sc|[[Opera:Spento il diurno raggio|Spento il diurno raggio]]}} * XL. {{Sc|[[Opera:Dal greco di Simonide|Dal greco di Simonide]]}} * XLI. {{Sc|[[Opera:Dello stesso|Dello stesso]]}} |} {{Sezione note}}[[Categoria:Canone delle opere della letteratura italiana]] nfmn4vrfrnimvbcy1ug588nr6fx5695 Pagina:Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. I, 1960 – BEIC 1723036.djvu/128 108 550273 3898962 1995478 2026-09-14T09:22:40Z Cruccone 53 /* Pagine SAL 100% */ 3898962 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|122|{{Sc|i libri della famiglia}}|}}</noinclude>o per alcuno altro incommodo fussono colle membra o coll’animo caduti, o vero oppressi dalle calamità e infermi. Certo sarà pietà e misericordia quanto sia in noi darsi a costui, esserli oficioso e utilissimo. Ma colui sarà temerario e crudele, el quale sé stessi proferirà agli ultimi pericoli della morte, ove a’ pericoli seguiranno minimi, o forse niuno premio di laude e fama. E così stia: non se non grandissima cagione debba muovere gli animi nostri a non schifare e’ pericoli e a non pregiare noi stessi. Nuocere a sé non giovando ad altri non veggo io quanto si venga da pietà. Loderemo la giustizia e fortitudine in sapere da ogni caso avverso e da ogni male difendere e vendicare la fama, le fortune, il sangue e la vita nostra. Ma qual giusto mai offenderà sé stessi non difendendo altrui? Quale uomo mai ebbe lodo di fortitudine per inimicare sé stessi? Piace la liberalità e prudenza nell’opere magnifiche e molto utilissime; ma quale non stultissimo stimerà mai questo essere cosa degna di non grandissima riprensione darsi agli estremi pericoli ove tu non salvi, ma gratifichi a uno solo? A me certo pare stultissimo consiglio non amare più la vita certa di molti sani che la sanità dubbia d’uno infermo. Le quali cose se così sono, chi dubita che sarà pietà, giustizia e prudenza in simili casi provedere che lo ’nfermo guarisca, ma non meno sarà consiglio e ragione provedere ancora ch’e’ sani non infermino? Chi studia che lo ’nfermo si liberi, costui lo cerca sano. Adunque apresso di lui sia caro avere in sé quello quale brama in altrui. E se vogliamo la nostra prudenza e pietà essere lodata, daremo opera ch’allo ’nfermo sanza pericolo della vita nostra ogni cosa a lui utile e necessaria abondi. Aremovi medici, chiameremo speziali, non mancheranno gli astanti; ma noi provederemo alla sanità nostra, colla quale all’infermo e alla famiglia nostra saremo più che col pericolo acomodatissimi, dove perseverando in tanto pericolo sarebbe a chi giace poco utile e alla famiglia dannoso, imperoché colui così infetto può facilmente amorbare costui, e costui quell’altro, e a quel modo tutta la famiglia cadere in infermità e ruina.<noinclude></noinclude> oh2m4s2uli5n3d0qk6zlrwrae2hhxg1 Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/121 108 616083 3898899 3047382 2026-09-14T06:20:23Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898899 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 113 —|}}</noinclude><nowiki /> — Il burattinaio ha fatto capolino tre volte dalla sua tenda, cercando con gli occhi in giro nel suo uditorio. Pareva il patriarca Noè, quando mise il capo fuori dal finestrino dell’Arca, per vedere se il corvo fosse ancora tornato. Ma il corvo non c’era. — Ah, me ne dispiace, creda, me ne dispiace. — E a me più di Lei. Sono una ragazza, e non ho la borsa troppo gaia. La mamma, del resto, non mi lascerebbe fare la bella follia che ha fatta Lei l’altra sera. Ah, come l’avrei dato volentieri io, quello scudo! — Signorina... Le ha fatto piacere? Ne sono contento, più ancora che degli occhi sbarrati della burattinaia, quando vide il mio biglietto da cinque nel suo piattellino di stagno. Ma dica, non c’erano dunque cavalieri, alla rappresentazione di iersera? — Tutti; non mancava che Lei. Ma non vogliono andare in rovina, quei là. Due soldi appena, mi capisce? due miseri soldi. E si scusano con una buona ragione, quei signori: dicono che il burattinaio manda la<noinclude><references/></div></noinclude> 04pisftg5phnj18upljll2tnforrx7m Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/122 108 616084 3898900 3047383 2026-09-14T06:20:27Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898900 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 114 —|}}</noinclude>moglie in giro tre volte, e che tre volte due soldi fan sei. — E sei per ognuno dei tre satelliti della contessa, fanno diciotto soldi in una sera; che scialo! — I satelliti! — ripetè la signorina Wilson, ridendo senza averne voglia. — È strano che Le siano venuti in mente quelli. — Oh, non faccia caso. Volevo evitare Terenzio Spazzòli, il mio divo Terenzio, che fa bene ogni cosa. — Buono, quello! E Lei gli è molto amico, non è vero? — Sì, dopo la trovata del caffè, Le confesso che m’è entrato in grazia. — Chi La sentisse, signor Morelli! — E chi sentisse Lei, signorina, quando mi dice che gli son tanto amico! — Questo il dialogo occorso oggi tra me e la signorina Kathleen. Io, veramente, non avevo dimenticato il burattinaio, venuto la sera del 4 a dar saggio della sua abilità in Corsenna; ma lo avevo creduto uccel di passo, che dovesse contentarsi di una sola rappresenta-<noinclude><references/></div></noinclude> aihoque5vo7bjysw0rlqslksbg02vzt Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/123 108 616085 3898901 3047386 2026-09-14T06:20:30Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898901 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 115 —|}}</noinclude>zione e portare la sua baracca altrove; perciò, volendo scrivere, ordinar le mie note, ero rimasto a casa. Non bisogna neanche star troppo ai fianchi della gente, pensavo; e voi signor Buci, per questa sera rimarrete in camera, a far ballare eternamente la sedia. Lo spettacolo dell’altra sera, gran novità annunziata a suon di tamburo per l’unica via del villaggio, aveva tirato in piazza tutto il popolo dei Corsennati. La colonia dei villeggianti si era commossa di desiderio. In campagna par sempre di annoiarsi, e si corre volentieri a tutti gli svaghi. Mi avevano incontrato, preso in mezzo e condotto a teatro; cioè a dire in piazza, dove si stava pigiati su certe panche d’osteria, davanti ad un castello di burattini, illuminato da due lampade fumose a petrolio. La povertà del burattinaio mi aveva fatto pena: contando così a occhio e croce i soldi che la sua donna veniva raccogliendo negli intermezzi dalla “bontà di lor signori„, pensai che quei poveri diavoli non avrebbero intascate due lire; dond’era poi da detrarre il prezzo di locazione delle<noinclude><references/></div></noinclude> 0ihzef1k4x1ytaa5by3m79sdxh16ped Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/124 108 616086 3898902 3047389 2026-09-14T06:20:41Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898902 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 116 —|}}</noinclude>panche e il costo del petrolio, non restando forse una lira alla “fabbrica dell’appetito„. Preso dalla compassione, alla seconda tornata della burattinaia avevo fatto scivolare un biglietto da cinque lire nel suo piattellino, sperando che la cosa non fosse osservata da nessuno, in quella mezza oscurità della piazza. Ma la burattinaia, avvezza a vederci di notte come i gatti, e costretta a tener d’occhio quei pochi, per timore che i monelli, scambio di darne, lavorassero a ghermirne, si era bene avveduta della mia generosità, si era fermata a guardare il biglietto, poi me, che dovetti parerle un principe travestito. Tutto ciò aveva dato tempo alla signorina Wilson, che mi sedeva daccanto, di vedere a sua volta nel piattellino. Quanto a me, non avevo creduto di far niente di strano. Tra l’altre cose, avrei giurato che Terenzio Spazzòli dèsse almeno una ventina di lire. Le signore si divertivano tanto, a quello spettacolo inaspettato! Non bisognava forse pagarle, quelle buone scappate di risa argentine? Ma niente; due soldi, tre soldi; fors’anche più<noinclude><references/></div></noinclude> 0h2i7zd8nbxs67i4p1zi6jqr4xn7kro Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/125 108 616087 3898903 3047390 2026-09-14T06:20:56Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898903 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 117 —|}}</noinclude>“argentini„ delle risa sullodate, i due soldi, e da non poterli spendere niente di più. Anche il mio divo Terenzio Spazzòli, due soldi? "Buono quello!" e nel sarcastico epifonema della signorina Wilson l’amico inarrivabile ci ha avuto il suo conto saldato. In verità, gli egoisti che sanno spendere solamente per sè stessi, e tutto si mettono sulla persona, non sanno quel che si facciano. Ripeto, io non sapevo che ci fosse ieri una seconda rappresentazione. Credevo che il burattinaio fosse di passaggio in Corsenna, avviato a qualche borgo più importante e più capace d’intenderlo. Vuol far la stagione qui? E sia. Ho promesso stamane alla signorina Wilson di non mancar questa sera, ed ho mantenuta la parola. Intorno alle otto, grande stamburata per l’unica via di Corsenna. Non tengo conto dei vicoli e delle traverse, si capisce. Il cartellone, appeso alla facciata del palazzo comunale, annunzia: ''Griselda di Saluzzo, ovvero sia la Moglie obbediente e il Marito stravagante, con Fasolino armigero Bolognese''. La favola<noinclude><references/></div></noinclude> pgsamv19m0pi39n8luywskzqd1pu1ti Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/126 108 616088 3898904 3047391 2026-09-14T06:20:59Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898904 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 118 —|}}</noinclude>è patetica, nel Decamerone; sa Iddio come l’avrà conciata il burattinaio. Ho osservato ier l’altro che il suo Fasolino è un po’ sboccato; per piacere ai volghi, s’intende, ma non sapendo distinguere tra chi lo paga in applausi e chi gli da la mancia più larga. Perciò, lasciate un momento le signore, ho rincorso l’uomo del tamburo, l’ho tratto in un vicolo, e gli ho raccomandato di dir meno parolacce e di somministrar più legnate. — Sarà contento; — dice il burattinaio, a cui brillano gli occhi, poichè mi ha riconosciuto per quel dello scudo. — Ci ho Fasolino in una parte tutta da ridere; Fasolino che scampa dai ladri e poi dalla giustizia. — Bene, mi raccomando, legnate a tutti, tante legnate da far piangere gli occhi dal ridere. E badate, voglio veder molti morti accatastati sulla ribalta. — Non dubiti, illustrissimo; ci passerà tutta la compagnia. — Quanto guadagnate? — gli ho chiesto prima di congedarlo.<noinclude><references/></div></noinclude> cpqrtxuqlfknhlbqekd0kmk5wx3ld62 Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/127 108 616089 3898905 3047392 2026-09-14T06:21:02Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898905 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 119 —|}}</noinclude><nowiki /> — Ah, signore, una miseria! Iersera, che Lei non c’era, appena una lira e venti! — Poveraccio! Iersera i miei cavalieri hanno dunque lesinato perfino i due soldi? — Una lira e venti! — rispondo. — C’è da morire. Io per questa sera ve ne dò dieci; sì, dieci, ed eccole qua; ma ad un patto. — Comandi, illustrissimo, comandi. — Che questa sera non mandiate attorno il piattellino della buona grazia. Regalo io la rappresentazione, stasera; e resto incognito, c’intendiamo? — Non dubiti; che il Cielo la benedica. — La ''Griselda'' ha molto divertito il buon popolo di Corsenna, ed anche in certi punti lo ha commosso. Non così la colonia dei villeggianti, a cui pare, e giustamente, che il patetico non faccia buona prova, con le teste di legno. Del resto, non potendo far dire delle cosacce al suo Fasolino, il povero burattinaio ha perso la metà dei suoi effetti di chiaroscuro. Che importa? Ha fatto un maggior effetto, non mandando in giro la moglie col piattellino di stagno. “Che novità è mai questa?„<noinclude><references/></div></noinclude> 8tsj0joqp9wamc8zv1ijbrexaz5jzfe Pagina:Wells - Quando il dormente si sveglierà, 1907.djvu/202 108 662265 3898871 3564351 2026-09-14T05:57:43Z Carbonchiolo 81333 /* Riletta */ 3898871 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|192|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude> {{Pt|bili|possibili}} erano i grandi vapori appartenenti al Trust marittimo, una delle forze più formidabili del Consiglio. Tutte le forze della polizia obbedivano al Consiglio: la polizia delle strade ferrate, quella della navigazione, quella dell’agricoltura; custodi e sorveglianti di ogni genere il cui numero era dieci volte più grande di quello della forza pubblica al Servizio del Governo e delle antiche organizzazioni municipali. Allora furono lanciate le macchine volanti. Esistono ancora degli uomini che si ricordano l’ultimo gran dibattimento alla Camera dei Comuni: il partito legale, il partito opposto al Consiglio, era in minor numero, ma esso lottò disperatamente: e i deputati uscivano in massa sulla terrazza per vedere quelle vaste e straordinarie forme alate che descrivevano tranquillamente i loro cerchi nell’aria. Il Consiglio aveva preso il sopravvento con tutta la potenza possibile ed era sparito l’ultimo sembiante di una democrazia che aveva permesso l’esistenza della proprietà irresponsabile, illimitata. Centocinquant’anni dopo che Graham si era addormentato, il Consiglio aveva potuto, con tutta sicurezza, gettar via la maschera e regnare apertamente appropriandosi la suprema autorità. Le elezioni non erano più che una semplice formalità, una sciocchezza, settennale, un antico uso, senza significato alcuno — un Parlamento sociale — ugualmente nullo e superfluo quanto il Sinodo della Chiesa Nazionale, al tempo della regina Vittoria. Si adunava di tanto in tanto, mentre un legittimo re d’Inghilterra, detronizzato, ubriaco e imbecille, faceva stupida mostra di sè in una sala musicale di second’ordine. Così, il sogno magnifico del XIX secolo, il nobile progetto di libertà individuale e<noinclude></noinclude> 781fgrnllrjdkygt916wcfbz92mictf Pagina:Wells - Quando il dormente si sveglierà, 1907.djvu/203 108 662266 3898872 3564352 2026-09-14T05:59:29Z Carbonchiolo 81333 /* Riletta */ 3898872 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''In vedetta''|193|riga=si}}</noinclude> di universale felicità, contaminato dalla malattia dell’onore, ristretto dalla superstizione della proprietà assoluta, paralizzato dalle questioni religiose delle sètte che si disputavano l’educazione del popolo, e distruggevano ogni regola di condotta, screditando e disprezzando ogni sensazione morale, — questo sogno, raffazzonato e torturato da nuove necessità e da nuove invenzioni, svisato da attentati e da delitti ignominiosi, si era realizzato e trasformato, prima in una plutocrazia avida e aggressiva; quindi in una plutocrazia trionfante. In breve il Consiglio non si dette nemmen più la cura di far legalizzare i propri decreti dalle autorità costituzionali. Durante questo tempo, Graham, essere senza movimento, scarno e giallo, nè morto nè vivo, riposava nella sua cornice di vetro, possessore incontestato del mondo; e al suo risveglio egli si trovava padrone assoluto di una tale eredità, libero di contemplare, sotto il cielo senza nubi, la grandezza del suo impero. Per qual fine s’era destato? Quella città, quell’alveare in cui soffrivano tante persone senza speranza, era essa la confutazione morale delle sue antiche speranze? Oppure quel fuoco sacro di libertà, quel fuoco che aveva fiammeggiato e si era poi estinto negli anni della sua vita passata, covava forse ancora sotto la cenere? Egli pensava allo slancio, all’affascinante impulso di quel canto della rivoluzione. Quell’inno non era forse che la soperchieria di un demagogo, e non sarebbe esso stato dimenticato dopo avere raggiunto il proprio scopo?... La speranza da cui era incessantemente agitato, non era forse che il ricordo delle cose abbandonate, l’orma di una fede morta? Oppure tale speranza aveva<noinclude></noinclude> l9i8lyb0z6s634tjscpwnb1lft6yet1 Pagina:Wells - Quando il dormente si sveglierà, 1907.djvu/204 108 662267 3898934 3564353 2026-09-14T06:46:00Z Carbonchiolo 81333 /* Riletta */ 3898934 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|204|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude> un senso più vasto, uno stato di cose che si sarebbe immischiato ai destini dell’uomo? Perchè si era svegliato? Che cosa doveva fare in questo mondo? L’umanità si stendeva sotto di lui, come una carta geografica: egli pensava ai milioni e milioni di esseri umani che si succedevano incessantemente e per sempre gli uni agli altri dalle tenebre della non esistenza alle tenebre della morte. A qual fine? Un fine ci doveva essere, ma un tal fine oltrepassava i limiti del pensiero di Graham e per la prima volta egli vedeva chiaramente la sua infinita meschinità: vedeva, vero e terribile, il tragico contrasto fra la forza umana e le aspirazioni del cuore. In quel breve istante, egli considerò se stesso per quel piccolo, infimo accidente che era e nel medesimo tempo sentì la grandezza del suo desiderio. Improvvisamente la propria nullità e le proprie aspirazioni gli apparvero intollerabili.... e qualche cosa d’irresistibile lo spinse a pregare.... Pregò allora balbettando cose vaghe, incoerenti, contradittorie: l’anima sua, attraverso il tempo e lo spazio e attraverso ad ogni confusione multipla e dubbiosa dell’esistenza, era tesa verso qualche cosa — non sapeva quale, affatto — verso qualche cosa che potesse capire tutta la sua angoscia e sentirne pietà. {{RigaPunteggiata|20}} Laggiù — lontano — su una terrazza, un uomo e una donna godevano la freschezza dell’aria mattutina. L’uomo aveva portato un canocchiale per spiare il Palazzo del Consiglio e pregava la donna a volersene servire. In breve la loro curiosità fu sodisfatta; dal posto in cui si trovavano, non avevano potuto vedere nessun spargimento di sangue. Dopo {{Pt|un’ispe-|}}<noinclude></noinclude> fd8fbhl84tqxb9a2vpvxvqfuyuedy9d Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 1 - 1802.djvu/208 108 698945 3899018 2846958 2026-09-14T11:54:59Z Cruccone 53 3899018 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|161}}</noinclude>dopo abbiamo sofferti, e grande inegualità di Stagione: li giorni 20, 21, parevano di State, li 27, 28, giorni d’Inverno. Nel temporale della notte 26, 27, a ore 5, una piccola Saetta colpì un Camino di questo Convento di S. Antonio. Il 25, giorno di S. Marco, uno dei più piovosi dell’anno, passò senza pioggia in questo paese; non così altrove, potendosi leggere ne’ Giornali (Bovillon, ed altri) la descrizione delle stragi che fece intorno Bar-le-Duc in Francia una pioggia con grandine prodigiosa, tale, che in un’ora ingrossò un ruscello a segno, che nel Villaggio di Tremonti abbattè 99. Case, con morte di varie persone, e rovine immense. Tal fu appresso di noi, ma più universale, il diluvio del fine di Settembre, di cui parlerò. {{Ct|class=anno|MAGGIO, {{Sc|e}} GIUGNO.}} 52. Unisco questi due Mesi, perchè furono molto conformi, e fecondi ambedue di pioggia, di freddo, di temporali, di gragnuole, di fulmini, e turbini, per tutti questi Territorj. Certo notabile fu l’insistenza del freddo gareggiando anche nella {{Pt|lun-|}}<noinclude>{{PieDiPagina|{{Sc|Tom. I}}|L|}}</noinclude> bxm7ij4nzrv3voaolqip0k4vuhlvfdz Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 1 - 1802.djvu/259 108 699001 3899015 3552834 2026-09-14T11:41:32Z Cruccone 53 /* Pagine SAL 100% */ 3899015 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|212|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>d’essere pubblicate in serie, niente cedendo a quelle del {{AutoreCitato|Thomas Bartholin|Bartolino}}, del {{AutoreCitato|Friedrich Hoffmann|Hoffmanno}}, del {{AutoreCitato|Bernardino Ramazzini|Ramazzini}}, del Sig. {{Wl|Q167883|Malovin}}, che sono tanto pregiate. Lasciando per ora la parte Medica, io mi limiterò alla Meteorologica, e ad un solo anno, per far un confronto ragionato dei nominati luoghi. 8. Quelle della Città d’Udine sono fatte dal Giovane Sig. Co: {{AutoreIgnoto|Giulio Asquino}}, figlio ben degno di quell’egregio Cavaliere, Segretario perpetuo di quell’Accademia, che colla sua attività procura, e promove tanti beni nell’Economia Campestre, e nella sua Patria. 9. Quelle di Crespano, Terra tra Asolo, e Bassano sopra de’ primi Colli, sono fatte da persona degnissima, che vuol guardare l’incognito. 10. Quelle di Marostica, vengono dal Signor D. {{AutoreIgnoto|Vincenzo Chiminello}}, nostro socio, Cugino del Dottor D. {{Wl|Q4013167|Vincenzo Chiminello}}, mio Nipote, e compagno di studio, l’uno e l’altro del pari studiosi, ed ingegnosi. Il Sig. D. Vincenzo, seguendo la vocazione dell’Accademia nostra nel diletto dell’Agricoltura, combina le osservazioni Meteorologiche colle Campestri.<noinclude></noinclude> p5wez8r8dwgeo5q4svlqhdpake0z6om Pagina:De Sanctis, Francesco – Storia della letteratura italiana, Vol. I, 1912 – BEIC 1806199.djvu/337 108 722784 3899017 3578343 2026-09-14T11:49:59Z Cruccone 53 3899017 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" /></noinclude>{{Ct|f=120%|t=8|v=1|X}} {{Ct|f=150%|v=2|L’ULTIMO TRECENTISTA}} {{smaller block|v=2|[Franco Sacchetti — Idillio e commedia — Il mondo stesso boccaccevole, in aspetto piú borghese e domestico — Povertá di arte nelle novelle del Sacchetti — La tristezza pel mutamento dei costumi e lo sparire degli spiriti magni — Il ''Lamento'' di Antonio da Ferrara — Fisonomia della nuova societá — Decadenza della vita politica e religiosa: fiorire della vita privata e gaia — Il mondo greco-latino, involucro e impaccio del nuovo ideale d’arte — Il Boccaccio come abbozzo del futuro svolgimento della letteratura italiana.]}} L’ultima voce di questo secolo è {{AutoreCitato|Franco Sacchetti|Franco Sacchetti}}, l’uomo «discolo e grosso». Di mezzana coltura, d’ingegno poco al di lá del comune ma di un raro buon senso, di poca iniziativa e originalitá ma di molta semplicitá e naturalezza, era nella sua mediocritá la vera eco del tempo. Gli facea cerchio la turba de’ rimatori, ripetizione stanca del passato: il lucchese {{Wl|Q87189706|Guinigi}} e {{AutoreIgnoto|Matteo da San Miniato}}, e {{Wl|Q3619235|Antonio da Ferrara}}, e {{AutoreIgnoto|Filippo Albizi}}, e {{AutoreIgnoto|Giovanni d’Amerigo}}, e {{wl|Q311674|Francesco degli Organi}}, e {{wl|Q96937440|Benuccio da Orvieto}}, e {{AutoreIgnoto|Antonio da Faenza}}, e {{Wl|Q2413843|Astorre pur da Faenza}}, e {{AutoreIgnoto|Antonio Cocco}}, e {{AutoreIgnoto|Angelo da San Geminiano}}, e {{AutoreIgnoto|Andrea Malavolti}}, e {{AutoreIgnoto|Antonio Piovano}}, e {{AutoreCitato|Giovanni di Gherardo da Prato|Giovanni da Prato}}, e {{AutoreIgnoto|Francesco Peruzzi}}, e {{AutoreIgnoto|Alberto degli Albizi}}, e {{AutoreIgnoto|Benzo de’ Benedetti}}, che lo chiama «eroe gentile», e parecchi altri. E il nostro «eroe gentile» riceveva e mandava sonetti, cambiando lodi con lodi. Ultime voci de’ trovatori italiani. Luoghi comuni e forma barbara annunziano un mondo tradizionale ed esaurito. Ci trovi anche sentimenti morali e religiosi, ma insipidi e freddi come un’avemaria ripetuta meccanicamente tutt’i giorni. Per questo<noinclude></noinclude> pwve2dk5dwldexbeqlajhfyxa0jy453 Pagina:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu/58 108 725740 3898912 3612618 2026-09-14T06:23:01Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898912 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|52|giovanni guidiccioni|}}</noinclude> {{ct|c=t1|LXXXIII}} {{ct|c=t|Dolce ritorna primavera, non il suo amore.}} <poem> :I dí giá involan parte de la notte, e le stelle noiose dipartendo, il freddo perde; vedesi a parte a parte {{R|5}}e Driope e le sorelle di quel che ’n Po morio, vestir di verde; ogni bosco rinverde, e i prati son dipinti di fior persi e vermigli; {{R|10}}or gli odorati gigli e Giacinto ed Adone, ancora tinti di sangue, apron appieno a le lascive aurette il vago seno. :E le vezzose ninfe {{R|15}}si veggiono infiorire verdi ghirlande e i crin dorati ornarsi; e per l’erbette linfe lievemente fuggire con mormorio soave, e ’l terren farsi {{R|20}}gravido tutto, e starsi su’ fioriti arboscelli, allor che ’l dí vien fuora, a salutar l’Aurora con vari canti i dilettosi augelli; {{R|25}}e ’l tauro ora le corna a un tronco indura or l’altro a ferir torna. :E ’l pastorel, cantando a le fresch’ombre, mira con occhio lieto la sua dolce schiera. {{R|30}}Ma che vad’io narrando, se il cor langue e sospira, quante scopre ricchezze primavera? Perché la storia vera de’ mie’ infiniti mali </poem><noinclude></noinclude> s7eiwuwj7i62fl88kxmd8ydbuyta8fx Pagina:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu/59 108 725741 3898913 3612626 2026-09-14T06:23:03Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898913 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||ii - rime d'amore e di religione|53}}</noinclude><poem> {{R|35}}(bastando dir ch’Amore m’assalse e punse ’l core ne l’acerba stagion co’ fieri strali) non raccont’io piangendo e a disfogar il mio dolor mi rendo? :{{R|40}}Dico ch’Amor diviso, sí tosto com’io entrai sotto il suo giogo dispietato, m’have da l’angelico viso, da’ chiari e caldi rai {{R|45}}degli occhi e da la tanta onestá grave, dal ragionar soave ch’addolcia le mie pene: ma piú, lasso! m’attrista che la beata vista {{R|50}}mi chiuda allor ch’in fronte a scherzar viene tra gl’irti capei d’oro e inanellati, ond’io mi discoloro. :Pur crederei tenermi, fra tante pene, in vita, {{R|55}}fra quante Amor mi ruota indegnamente; ch’agli occhi tristi e ’nfermi talor la mente ardita il bel volto disegna e quell’ardente luce, ove dolcemente {{R|60}}piove Amor gioia pura; ma s’agghiacciano i sensi, quando avvien poi ch’i’ pensi che il mio ricco tesoro altri mi fura, e ’n guisa manco e tremo, {{R|65}}ch’a gran giornate vo verso l’estremo. :Dir puoi, canzon, se a’ piè santi t’inchini, che piú de l’altrui gioia che del mio gran dolor sento di noia. </poem><noinclude></noinclude> iuh6lygpetxgfco78bwpm8pyqz5ebmj Pagina:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu/60 108 725742 3898916 3612643 2026-09-14T06:23:38Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898916 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|54|giovanni guidiccioni|}}</noinclude><section begin="s1" /> {{ct|c=t1|LXXXIV}} {{ct|c=t|Protesta non aver mai detto di amare altra donna.}} <poem> :S’io il dissi mai, che l’onorata fronde, sacro d’Apollo e glorioso pegno, sia per me secca e m’abbia il mondo a sdegno {{R|4}}né grazie iniqua dal ciel mi sian seconde; :s’il dissi mai, che in queste torbide onde ch’io vo d’Amor solcando, il fido segno del mio corso non veggia, e ’n fragil legno {{R|8}}senza governo orribilmente affonde. :Ma s’io nol dissi, la man bianca e bella, che dolcemente il cor mi sana e punge, {{R|11}}cinga le tempie mie di verde alloro; :e quanto di felice have ogni stella sovra me versi; e quei lumi, ch’io adoro, {{R|14}}guidinmi al dolce porto ond’io son lunge. </poem> <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{ct|c=t1|LXXXV}} {{ct|c=t|Crucciato dello sdegno di lei.}} <poem> :Iniquissimo sdegno, che ’n sul fiorir di mie speranze hai spento quel ben che sol potea farmi contento, pártiti dal bel petto, amaro sdegno, {{R|5}}ché dal mio sento giá l’alma partire. Crudel! d’ogni speranza e ogni desire m’hai tolto in mezzo e tronco ogni disegno. Pártiti dal bel petto e dal bel volto, amaro sdegno, e ponmi ove m’hai tolto. {{R|10}}Che s’io ritrovo ancora, non dico, lieta, ma posata un’ora, sí come io bramo e sí come dovrei, io ne vivrò, dov’or me ne morrei. </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> f62axeb3cap8ugo7cdprg0g4mb0ogdq Pagina:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu/61 108 725743 3898917 3619252 2026-09-14T06:23:41Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898917 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||ii - rime d'amore e di religione|55}}</noinclude><section begin="s1" /> {{ct|c=t1|LXXXVI}} {{ct|c=t|Stanco di tante amarezze e piú dell’essere altrui posposto.}} <poem> :Io son sí stanco sotto il grave peso, Amor, degli empi tuoi duri martiri, che veder secchi i miei verdi desiri {{R|4}}bramo e quel laccio rotto ov’io fui preso. :Un tempo fu che il mio bel sole, acceso d’un vago lume, con pietosi giri scacciò la folta nebbia de’ sospiri, {{R|8}}che ’l viver m’avean giá quasi conteso; :or, per far le mie dolcezze amare e i chiari giorni tenebrose notti, {{R|11}}ha per me spento di pietate i rai. :Ma, perch’io veggio altrui de le mie care spoglie vestirsi, piú mi dolgo assai {{R|14}}che de’ riposi miei turbati e rotti. </poem> <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{ct|c=t1|LXXXVII}} {{ct|c=t|Quantunque posposto altrui, spera tuttavia.}} <poem> :Quella ch’a l’ombra e al sol ne’ miei sospiri chiamo, le cui divine, alte, chiare opre folta nebbia del mondo non ricopre {{R|4}}né può tempo involar, fin che il sol giri, :t’adorna or di smeraldi e di zaffiri ambe le sponde, o Tebro, ed in te scopre le glorie occulte e sol par che s’adopre {{R|8}}mille accender d’onor caldi desiri; :e mentre io penso al suo dolce sereno di cosí folte tenebre spogliarmi, {{R|11}}ella altri riccamente al cielo scorge. :Ma, perch’io impoverisca e mi disarmi di gioia, non fia mai che venga meno {{R|14}}la speranza ch’ognor piú ardita sorge. </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> 02rcj7m5miur75al7fqg33u208imi55 Pagina:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu/62 108 725744 3898915 3612655 2026-09-14T06:23:34Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898915 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|56|giovanni guidiccioni|}}</noinclude><section begin="s1" /> {{ct|c=t1|LXXXVIII}} {{ct|c=t|Premii la sua umiltá mostrandoseli benigna.}} <poem> :Se l’armi d’umiltade, ond’io pur soglio coprirmi ognor con disusati ingegni, passar né romper può punta di sdegni {{R|4}}o forza mai del vostro altèro orgoglio, :e, se per darmi a voi, tutto mi toglio a me stesso, e la turba de’ miei indegni mali piú chiara mostra a mille segni {{R|8}}l’alta fé di cui mai non mi dispoglio, :perché, rasserenando il nubiloso ciglio, non mi mostrate in quel lucente {{R|11}}sol de’ begli occhi le mie paci scritte? :Ché non possono omai questo noioso, grave incarco terren piú lungamente {{R|14}}tener campato le virtudi afflitte. </poem> <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{ct|c=t1|LXXXIX}} {{ct|c=t|Per un giorno di gioia, interminabile martirio.}} <poem> :Or ch’atra nebbia, o re de’ monti, il crine bianco ti cinge e quanto è in te d’umore rapido spargi per lo mento fòre {{R|4}}e arrichi le campagne ivi vicine, :e che qui le gelate, alte pruine fan la terra canuta ed il furore di borea fiede l’aere, io sento il core, {{R|8}}stretto da fredda man, giungere al fine; :e ’l desio ardito ne’ miei danni incolpo, che, per gioire un dí, quel che m’avanza {{R|11}}di vita dato in preda al dolor have; :anzi Amor biasmo, che sí dura e grave legge comporta, e per virtú d’un colpo {{R|14}}non torna verde mai la mia speranza. </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> tthrsglt7hrf5mr8evf4waypkgh5dng Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/221 108 735524 3898958 3894480 2026-09-14T08:56:21Z Francyskus 76680 /* Trascritta */ 3898958 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" /></noinclude> {{ms|7em}}<poem> {{o|1|o1}} :Io truovo d’una donna da Milano, ch’ebbe nome madonna Leonessa, che madre fue d’[[w:Ezzelino III da Romano|Azolino Romano]], che fue tanto ardito in ogni pressa. Il suo marito ha nome Capitano: di Lombardia ell’era principessa; tutta la Lombardia signoreggiava, e Toscana di lei forte tremava. {{o|2|o1}} :Ell’era sopr’ogn’altra savia e bella, e sempre avea semilia cavalieri, con i quali prendea cittá e castella o per battaglia o per falsi mestieri; e non montava cavaliere in sella, che non temesse de’ suo’ colpi fieri: e, se d’amor d’alcuno era richiesta, di botto gli facea tagliar la testa. {{o|3|o1}} :Cosí reggendo, venne che ’l marito, ch’era d’Italia la piú franca lancia, vennegli in cuore e grande apitito di voler visitare il re di Francia; onde si mosse, molto ben fornito, con semiiia tedeschi, a non dir ciancia. Tanto cavalca, che giunge a Parigi; laonde fe’ di grandi e be’ servigi. </poem><noinclude></noinclude> 6rl1rr5lkfhud04dogeiygx8npgxbhy Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/96 108 753063 3898906 2691371 2026-09-14T06:21:24Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898906 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|88|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>altrove; ''la vanità fa collazione con l’abbonadanza, pranza colla povertà, e cena con la vergogna''. Del resto qual vantaggio ritraesi da questa vanità di far comparsa, per cui ci prendiamo tanti fastidj, e ci esponiamo a noje sì grandi? Essa non può nè conservarci sani, nè guarirci dalle noste malattie. Anzi al contrario senza accrescere il merito personale, essa suscita l’invidia, ed accelera la rovina delle proprie fortune. Cosa è una Farfalla? Essa tutto al più non è altro che un bruco vestito: quest’è il ritratto del ''petit-maitre''. Qual follia non è questa mai, come pur dice l’uom dabbene Riccardo, d’''indebitarsi per sì ridicole superfluità''. In questo incanto, miei amici, ci vengono offerti sei mesi di tempo a pagare, e forse egli è il vantaggio di tal condizione che ha invitato qualcuno di noi a trovarvisi, perchè mancandoci il dinaro contante, noi troveremo qui la facilità di soddisfare al nostro capriccio senza esborsar nulla. Ma di grazia, riflettete voi al fatto vostro, quando incontrate un debito? Voi date diritto ad un altro uomo sulla vostra libertà. Se voi non pagate al tempo convenuto, vi vergognerete di vedere il vostro creditore, trepiderete<noinclude></noinclude> a1fnskgdngk9myt5ddvz9ss4vujl33w Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/97 108 753065 3898907 2691372 2026-09-14T06:21:27Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898907 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|89}}</noinclude>parlandogli, vi abbasserete a trovar delle miserabili scuse, poco a poco perderete la vostra sincerità, e verrete in fine a disonorarvi colle più disprezzabili, ed evidenti menzogne. Poichè, come dice l’uom dabbene Riccardo, ''la prima colpa è l’indebitarsi, la seconda mentire''. Chi fa debiti, ha sempre la menzogna in groppa. Un Inglese nato libero non dovrebbe mai arrossire, nè paventar di parlare a qualsisia uomo vivente, nè di guardarlo in faccia. La povertà non è che troppo atta ad annientare il coraggio, e tutte le virtù dell’uomo. ''Egli è difficile'', dice l’uom dabbene Riccardo, che, ''un sacco vuoto possa star ritto''. Cosa dirette del Principe, o del governo, che vi proibisce con un’editto di vestirvi come le persone di un certo rango sotto la pena di prigionia, o di schiavitù? Non direste voi che siete nati liberi, che avete il diritto di vestirvi come meglio vi piace, che un tal editto sarebbe un’attentato formale ai vostri privilegj? Pure da voi stessi vi sommettete a questa tirannia, allorchè v’indebitate per soddisfar al capriccio di figurare. Il vostro creditore ha il diritto, se gli piace, di privarvi della libertà, {{Pt|confinando-|}}<noinclude></noinclude> 8h6ojszjv3wujw84elg0rxcnj7m9n8s Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/98 108 753066 3898908 2692034 2026-09-14T06:21:29Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898908 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|90|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>{{Pt|vi|confinandovi}} per tutta la vostra vita in una prigionia; o vendendovi come schiavi se non siete in istato di pagarlo. Dopo che avete comprato quel che vi aggrada, può succedere che non vi ricordiate più del pagamento; ma i ''creditori'', come dice l’uom dabbene Riccardo, ''hanno miglior memoria dei debitori''. I ''creditori'', dice egli ancora, ''sono la setta più superstiziosa del mondo''. Non vi sono osservatori più esatti ch’essi di tutte le epoche del Calendario. Il tempo passa attorno di voi senza che gli poniate mente, e succede che il creditore venga a dimandare il suo, prima che voi abbiate fatto alcun preparativo per soddisfarlo. Ma se all’opposto voi pensate al vostro debito, il tempo a pagare che vi parea sì lungo, vi sembrerà assai corto. ''La Quaresima è breve'', dice l’uom dabbene Riccardo, ''per chi deve pagar a Pasqua''. Chi prende imprestito, e chi fa debiti rendesi schiavo, l’uno di chi presta, l’altro del creditore. Facciavi orrore siffatta catena conservate la vostra libertà, e la vostra indipendenza; siate industriosi e liberi, siate modesti, e liberi. Forse però giudicate di trovarvi in questo momento in tale stato di opulenza, che vi permetta {{Pt|sod-|}}<noinclude></noinclude> bh9rrs9mpymxq3i0twvbsc5r6dz5c5s Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/99 108 753068 3898909 2692035 2026-09-14T06:21:32Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898909 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|91}}</noinclude>{{Pt|disfare|soddisfare}} a qualche capriccio senza rischiar un gran danno, ad onta di ciò, risparmiate or che il potete, pel tempo della vecchiaja, e del bisogno; ''il Sole della mattina non dura tutto il giorno'', come dice l’uom dabbene Riccardo, il guadagno è incerto e passaggero, ma la spesa sarà sempre continua, e certa; ''egli è più facile fabbricar due camini, che mantenerne uno sempre caldo'', come dice l’uom dabbene Riccardo; perciò andate a letto senza cena, piuttostochè alzarvi con debiti. Guadagnate quanto potete, e sappiate risparmiar quanto guadagnate. Questo è il vero segreto per cambiar il piombo in oro. Egli è certo che quando voi possederete questa pietra filosofica, non avrete a lagnarvi della durezza de’ tempi, e della difficoltà di pagare le imposte. Questa Dottria miei amici, è quella della ragione, e della prudenza. Non vogliate però confidarvi unicamente nella vostra industria, nella vostra vigilanza, e nella vostra economia. Queste sono cose eccellenti, a dir vero, ma vi saranno affatto inutili, se non ottenerete innanzi la benedizione dal Cielo. Dimandate dunque umilmente questa benedizione; non siate insensibili ai bisogni di quelli cui<noinclude></noinclude> di0l6rbjuph9fdw1f34ti9zy6fsfox0 Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/100 108 753069 3898910 2692276 2026-09-14T06:21:34Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898910 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|92|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>fu essa negata, ma prestate loro consolazioni, e soccorsi. Ricordatevi, che Giobbe fu povero, e che poi ritornò felice. Io non vi dirò di più. L’esperienza è una scuola in cui le lezioni costano care; pur essa è la sola nella quale gl’insensati possono istruirsi, quantunque, però non arrivino ad impararvi molto; poichè, come dice l’uom dabbene Riccardo, ''si può dare un buon consiglio, ma non una buona condotta''. Sovvengavi dunque, che colui, il quale non sa ricevere un buon consiglio, non può nemmeno essere soccorso in una maniera utile; poichè, come dice l’uom dabbene Riccardo, ''se voi non volete ascoltar la ragione, essa non lascierà di farsi sentire''. Il vecchio Abramo fini in tal guisa il suo sermone. Il popolo ascoltava il suo discorso, ed approvava le sue massime; non lasciò egli per altro di far in quello stesso punto precisamente il contrario, come succede per solito a tutte le prediche, poichè essendosi da lì a poco cominciato la vendita, ciascuno comperò nel modo il più stravagante ad onta di tutte le rimostranze del predicatore, ed i timori che avea quella compagnia di non poter pagare le tasse.<noinclude></noinclude> 9tnp34e1qb89q9fp1py81gi3b2ope4y Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/101 108 753070 3898911 2679725 2026-09-14T06:21:37Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898911 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|93}}</noinclude><nowiki/> La frequente menzione ch’egli avea fatto di me Riccardo, cioè {{Wl|Q34969|Franklino}}, potea essere per qualunque altro nojosa; ma la mia vanità ne fu mirabilmente lusingata; quantunque io fossi certo che di tutta la filosofia attribuitami, non ve ne fosse la decima parte che mi appartenesse, e ch’io non avessi raccolta rispigolando nel buon senso di tutti i secoli e di tutte le nazioni. Comunque sia risolsi di correggermi dopo la ripetizione che intesi a farne; e sebbene fossi fermo nella risoluzione di comprar da farmi un’abito nuovo, mi determinai subito a far che il vecchio tiri innanzi. Lettore, se voi potete, fate lo stesso: vi guadagnerete al pari di me.<noinclude></noinclude> ai4a3lma4g29iafm6u7o507bflebuje Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/275 108 753268 3898929 2966465 2026-09-14T06:32:34Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3898929 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|267}}</noinclude>{{Ct|class=capitoletto|ALTRE OSSERVAZIONI SOPRA L’ANNO 1789}} {| align=center style="text-align:right; border-collapse:collapse; font-size:smaller" | colspan="11" {{Cs|L|font-size:150%; padding-left:1em; border-bottom: 3px solid black}} | ''BAROMETRO, IN PADOVA.'' | colspan="10" {{Cs|R|font-size:150%; padding-right:1em; border-bottom: 3px solid black}} | ''TERMOMETRO:'' |- | {{Cs|b|border-left: 3px solid black}} | | {{Cs|lb|padding:1em .25em}} | Mas. | colspan="2" {{Cs|b|padding:1em .25em}} | Alt. | {{Cs|lb|padding:1em .25em}} | dì | {{Cs|lb|padding:1em .25em}} | Min. | colspan="2"{{Cs|b|padding:1em .25em}} | Alt. | {{Cs|lb|padding:1em .25em}} | dì | colspan="2" {{Cs|lb|padding:1em .25em}} | Medio | {{Cs|lb|padding:1em .25em}} | Gr. | {{Cs|b|padding:1em .25em}} | Mas. | {{Cs|lb|padding:1em .25em}} | dì | {{Cs|lb|padding:1em .25em}} | Fr. | colspan="2" {{Cs|b|padding:1em .25em}} | Mag. | {{Cs|lb|padding:1em .25em}} | dì | colspan="2" {{Cs|lb|padding:1em .25em; 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Fr. | colspan="2" {{Cs|blC|padding-top:1em}} | Chiozza | colspan="2" {{Cs|blC|padding-top:1em}} | Coneglian | colspan="2" {{Cs|blC|padding-top:1em}} | Feltre | colspan="2" {{Cs|blC|padding-top:1em}} | Fossombr. | colspan="2" {{Cs|blC|padding-top:1em}} | Mansuè | colspan="2" {{Cs|blC|padding-top:1em}} | Molfeta | colspan="2" {{Cs|blC|padding-top:1em; padding-bottom:1em}} | Monte Belluno |- | {{Cs|L|padding-top:1em}} | {{Dotted|Gennaro}} | {{Cs|l|padding-top:1em}} | 1. || 8,0 | {{Cs|l|padding-top:1em}} | 6. || 10 | {{Cs|l|padding-top:1em}} | 2. || 5,5 | {{Cs|l|padding-top:1em}} | 1. || 1,8 | {{Cs|l|padding-top:1em}} | 2. || 10,3 | {{Cs|l|padding-top:1em}} | 4. || 7,0 | {{Cs|l|padding-top:1em}} | 2. || 1 | {{Cs|l|padding-top:1em}} | 2. || 3,4 | {{Cs|l|padding-top:1em}} | 0. || 11,3 | {{Cs|l|padding-top:1em}} | 3. || 2 |- | {{Cs|L}} | {{Dotted|Febbraro}} | {{Cs|l}} | 1. || 1,3 | {{Cs|l}} | 1. || 5 | {{Cs|l}} | 2. || 5,2 | {{Cs|l}} | 1. || 10,5 | {{Cs|l}} | 2. || 2,4 | {{Cs|l}} | 3. || 6,6 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Cogliati |Città=Milano |Anno=1910 |Fonte=Fondazione Istituto dei Ciechi di Milano |Immagine=1 |Progetto=Archivio Meraviglioso |Argomento= |Qualità=100% |Pagine=<pagelist 1=321 /> |Sommario={{Indice sommario|nome=Il buon cuore - Anno IX, n. 41 - 8 ottobre 1910|titolo=Il buon cuore - Anno IX, n. 41 - 8 ottobre 1910|from=1|delta=-320}} {{Indice sommario|nome=Il buon cuore - Anno IX, n. 41 - 8 ottobre 1910/Educazione ed Istruzione|titolo=Educazione ed Istruzione|from=1|delta=-320}} {{Indice sommario|nome=Il buon cuore - Anno IX, n. 41 - 8 ottobre 1910/Religione|titolo=Religione|from=7|delta=-320}} {{Indice sommario|nome=Il buon cuore - Anno IX, n. 41 - 8 ottobre 1910/Notiziario|titolo=Notiziario|from=8|delta=-320}} |Volumi={{Il buon cuore - Volumi}} |Note={{Archivio Meraviglioso}} |Css= }} oguat6cdezj893bg9bi2c4e0ikv6ing Il buon cuore - Anno IX, n. 41 - 8 ottobre 1910 0 810414 3898977 3703963 2026-09-14T09:30:54Z Cruccone 53 Porto il SAL a SAL 100% 3898977 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=14 settembre 2026}}{{Intestazione | Nome e cognome dell'autore = Autori vari | Nome e cognome del curatore = | Titolo = Il Buon Cuore<br>Anno IX n. 41 - 8 ottobre 1910 | Anno di pubblicazione = 1910 | Lingua originale del testo = | Nome e cognome del traduttore = | Anno di traduzione = | Progetto = | Argomento = | URL della versione cartacea a fronte = Indice:Il buon cuore - Anno IX, n. 41 - 8 ottobre 1910.pdf }} {{raccolta|Il buon cuore - Anno IX - 1910}} <pages index="Il buon cuore - Anno IX, n. 41 - 8 ottobre 1910.pdf" from="1" to="1" fromsection="1" tosection="1" /> [[Categoria:Archivio Meraviglioso]] 5e24gbjyugfae9gq13cbaq3kw6l9x7l Pagina:Il buon cuore - Anno IX, n. 41 - 8 ottobre 1910.pdf/8 108 826691 3898974 2990937 2026-09-14T09:30:03Z Cruccone 53 /* Pagine SAL 100% */ 3898974 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|328|{{Sc|il buon cuore}}||riga=si}}</noinclude>{{Colonna|33%}}{{centrato|{{larger|'''NOTIZIARIO'''}}}} {{Rule|6em|000}} '''Una munifica beneficenza reale.''' — S. M. il Re ha messo a disposizione del presidente del Consiglio, la somma di 50,000 lire, da assegnarsi alle cucine economiche di Napoli e 10.000 lire per lenire le miserie più gravi derivanti dalle innondazioni di Rimini. '''Un nuovo orario per gli uffici comunali.''' — Il Regio Commissario ha disposto un nuovo orario per gli uffici comunali, che avrà effetto dal 15 corrente. Col nuovo orario verranno soppressi i turni degli impiegati per la colazione, che davano luogo a qualche inconveniente ed abuso. Alle 9.30 avrà principio il lavoro; dal mezzogiorno alle 13.30 tutti gli uffici rimarranno chiusi per la colazione. L’orario terminerà alle 17. Per certi speciali uffici (certificati, nascite, morti) si avrà un orario supplementare dalle 18 alle 21, e ciò per favorire quei cittadini, che per i loro impegni non possono approfittare delle ore del giorno. {{Rule|100%|000}} {{Rule|100%|000}} {{centrato|{{larger|'''Necrologio settimanale'''}}}} {{Rule|4em|000}} A Milano, il signor ''Diego Colombo'', chimico-farmacista; — la signora ''Niny Luisa Zucchi''. — A Nembro, il comm. ''{{wl|Q88181124|Benigno Crespi}}'', industriale stimato e benemerito cittadino. I funerali riuscirono una imponente dimostrazione di cordoglio e di affetto e valsero a denotare quante vive e generali simpatie avesse saputo acquistarsi. — A Firenze, la nobil donna ''Alaide Pellizzari Marzichi Lenzi''. — A Pavia, il nobile colonnello medico cav. uff. dott. ''Roberto Monti'', veterano delle campagne 186o-61-66. — A Trapani, il comm. avv. ''Agostino Burgarella''. Fu volontario garibaldino e combattè nel battaglione universitario a Bezzecca, coprendo poi in patria cariche elevate. — A Bologna, la signora ''Gaetanina Bandini Cantoni'', donna esemplare di irreprensibili costumi, dedicò tutta la sua vita all’amore dei figli. — A Torino, il signor ''Carlo Rubadi'', commendatore dei SS. Maurizio e Lazzaro e grande ufficiale della Corona d’Italia, capo divisione a riposo del Grande Magistero mauriziano. — A Monticello d’Alba, la contessa ''Ifigenia Cusani'' di San Giuliano e di Sagliano. — A Napoli, l’avvocato comm. ''Giuseppe Nappi'', presidente di Corte di cassazione a riposo. Ebbe vasta coltura giuridica, fu travolto nei moti insurrezionali del 1848, ove si distinse per coraggio e patriottismo e conservò sempre un carattere integro e puro. — A Pesaro, il comm. ''Tito Donati'', prefetto a riposo, già assessore per le finanze di quella Giunta comunale. — A San Remo, il cav. prof. ''{{wl|Q3220075|Lazzaro De Maestri}}'', distintissimo pittore, autore di {{pt|af-}}{{altraColonna|33%|style=vertical-align:top;}}{{pt|freschi|affreschi}} che si ammirano nelle cattedrali di Savona, di Novi e di Genova, e in molte altre chiese della Liguria e delle regioni vicine. La sua scomparsa ha suscitato vivo rammarico nella cittadinanza. — Ad Ozieri (Sassari), il cav. uff. ''Giovanni Battista Carta-Tola'', colonnello a riposo, veterano delle guerre del 1859 e del 1866. — A Turate, nella casa Umberto I, il professore ''Leonardo Uzielli'', di Modena, veterano delle guerre del 1859, del 1860 e del 1866 alle quali partecipò come volontario dell’esercito regolare e come volontario garibaldino. Per 24 anni l’Uzielli era stato professore di francese alla Scuola militare di Modena. Era nato nell’aprile del 1832. {{Rule|100%|000}} {{Rule|100%|000}} {{centrato|{{larger|DIARIO ECCLESIASTICO}}}} {{Rule|6em|000}} {{mlb|'''9 ottobre''' — Domenica seconda d’ottobre — S. Dionisio vesc. '''10, lunedi''' — S. Casimiro re m. '''11, martedi''' — S. Germano m. '''12, mercoledi''' — S. Mora de’ Borri mil. '''13, giovedi''' — S. Edoardo re. '''14, venerdi''' — S. Calisto I papa. '''15, sabato''' — S. Teresa.}} {{centrato|''Adorazione del SS. Sacramento.}} {{Mlb|'''9, domenica''' — A S. Ambrogio ad Nemus. '''13, giovedi''' — Alla Ss. Trinità.}} {{Rule|10em|000}} Presso le Religiose di N. S. del Cenacolo, in Via Monte di Pietà, 3, avranno luogo gli Esercizi Spirituali per le Maestre. Essi incominceranno il giorno 11 Ottobre alle ore 16 e termineranno il giorno 15 mattina. {{Il buon cuore/Gerente responsabile}} {{FI |file = Il buon cuore - Anno IX, n. 41 - 8 ottobre 1910 (page 8 crop).jpg | width = 100% | float = center | caption = }} {{altraColonna|33%|style=vertical-align:top;}} {{FI |file = Il buon cuore - Anno IX, n. 41 - 8 ottobre 1910 (page 8 crop 2).jpg | width = 100% | float = center | caption = }} {{FineColonna}}<noinclude><references/></noinclude> mw6zkm1h5qc11xd4gy9b114jdr0yjgh Il buon cuore - Anno IX, n. 41 - 8 ottobre 1910/Notiziario 0 826692 3898976 3806629 2026-09-14T09:30:24Z Cruccone 53 Porto il SAL a SAL 100% 3898976 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=14 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Notiziario|prec=../Religione|succ=}} <pages index="Il buon cuore - Anno IX, n. 41 - 8 ottobre 1910.pdf" from="8" to="8" /> qpcexp7vp13lf8mmf1elpz4xjy64zxs Pagina:Oriani - Vortice, Bari, Laterza, 1917.djvu/17 108 852939 3898798 3073005 2026-09-13T17:43:16Z PapaYoung89 70981 /* Riletta */ 3898798 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" /></noinclude>toscano, l’ultimo che gli rimaneva nelle tasche; quindi alla fiamma del cerino alzò gli occhi per guardare la barriera chiusa in fondo alla strada. Un riverbero del fanale sporgente dalla gabella lasciava intravedere alcune stecche della cancellata, al di là passava il fiume, e oltre il fiume si scorgevano le prime fiammelle del borgo. Oramai era presso casa. — Che cosa le dirò? — si chiese subitamente, pensando alle interrogazioni, colle quali la moglie lo avrebbe seccato. Egli aveva già trovato difficilmente una scusa per andare a Bologna, ma ora, in quel fallimento di tutte le combinazioni, non sapeva più inventare un’altra bugia per sottrarsi all’irritazione di riparlarne con lei. A che prò? Ella non conosceva, anzi non aveva mai conosciuto le vere condizioni della famiglia: poi non avrebbe potuto esservi di alcun giovamento, anche conoscendole. Perchè metterla a parte di certe cose, dal momento che la sua testa vi si perderebbe, e tutto si sarebbe risolto in un piagnisteo pieno di rimbrotti e di carezze? Egli l’aveva sempre trattata bene allo stesso modo; ella, preoccupata di sè e dei bambini, non aveva mai cercato di indovinare quanto le si nascondeva. Invece egli avrebbe adesso voluto parlare con qualcuno, esaminare bene in due la propria posizione, alla quale si accorgeva di aver sempre girato intorno, senza guardarla mai davvero in faccia per quella secreta paura dei deboli, che s’abbandonano alla vita, risolvendone le rinascenti difficoltà col ripetere quasi sempre lo stesso espediente. Era arrivato all’uscio, tenendo già in mano la chiave secondo il solito: si fermò a guardare la<noinclude></noinclude> nl00jh3rrycjrq0xqoy4dvsf6fcm6wn Pagina:Oriani - Vortice, Bari, Laterza, 1917.djvu/18 108 852942 3898799 3073006 2026-09-13T17:45:05Z PapaYoung89 70981 /* Riletta */ 3898799 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" /></noinclude>casetta. Tutti dovevano dormirvi. Lassù, a l’ultima finestra di sinistra, un filo di luce passava per gli scuri; era la camera del vecchio prete, un mansionario quasi ottantenne, il quale non viveva più che della paura di morire, e la notte teneva sempre acceso un lumicino alla Madonna sopra il comò, perchè le tenebre lo spaventavano e tremava di spirarvi improvvisamente. Voleva la luce, anche di notte. — La vedrò ancora per così poco! — aveva detto un giorno a lui con quell’accento impressionante dei vecchi. — Ecco uno che non deve aver pensieri! — egli si disse in quel momento, invidiando la necessaria calma di quella vita già conchiusa. L’aria dell’andito gli pesò sul respiro. Aveva acceso un secondo cerino, salì le scale col suo ordinario passo accelerato, come non ricordandosi più di nulla, trovò dietro la porta dell’appartamento la candela sulla vecchia cassapanca; ma invece di andare per la cucina nella camera della moglie, infilò la saletta da pranzo, dopo la quale teneva in una specie di gabinetto il proprio studiolo. Con una segreta, quasi inconsapevole soddisfazione aveva riconosciuto tutto a posto nella saletta; sulla tavola ancora coperta della tovaglia macchiata di vino rosso, non era disposto che il suo coperto con dinanzi due altri piatti: nell’uno c’era un mezzo pollo arrosto colla testa, perchè in famiglia sapevano che questo era il suo boccone preferito, nell’altro un mezzo formaggio fresco, molle, uno dei pochi capolavori dell’industria paesana; poi l’insalata nella solita barchetta di porcellana bianca, e alcuni finocchi sopra il piattello dal piede di filograna rossastra.<noinclude></noinclude> rtgdc5roqtdgenuk0e1esae5elv9y35 Pagina:Oriani - Vortice, Bari, Laterza, 1917.djvu/19 108 852945 3898802 3073007 2026-09-13T17:48:02Z PapaYoung89 70981 /* Riletta */ 3898802 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" /></noinclude><nowiki /> Caterina, la moglie, non vedendolo arrivare all’ora di cena, gliene aveva lasciata la miglior parte, immaginandosi che potesse avere molta fame al ritorno. La bottiglia nera del vino era quasi piena. La saletta dall’usciuolo di sinistra metteva nella camera da letto. Egli camminava in punta di piedi; la vista della cena gli risvegliò quasi istantaneamente l’appetito, perchè non aveva più mangiato da quella colazione sul mezzogiorno, prodiga e sontuosa quanto un pranzo. Rimase incerto qualche secondo, temendo, se si fosse posto a tavola, di svegliare col rumore dei piatti Caterina, che doveva dormire da un occhio solo; quindi schiuse con molta precauzione l’uscio del gabinetto, e vi entrò senza sapere bene il perchè. Non aveva niente da farvi; in quel momento la sua testa affaticata non gli suggeriva alcun espediente. Ma quello studiolo era l’unica solitudine, nella quale si chiudeva ogni qualvolta avesse qualche affare difficile da svolgere, o qualche tristezza da nascondere; vi teneva pochi libri, perchè non era mai stato un grande leggitore, ma tutte le carte importanti vi stavano disposte in bell’ordine sopra due scansie portatili. Il resto dei mobili si componeva appena di uno scrittoio in noce e di un piccolo sofà ricoperto in crespo di lana verde. Nell’angolo, presso la finestra, quell’inverno medesimo vi aveva messo una stufa minuscola in ghisa, più che sufficiente a riscaldarvi l’aria sino ad una temperatura insopportabile. — Che cosa faccio? In sostanza non aveva bisogno che di guadagnar tempo per l’inevitabile colloquio colla moglie. Anche lì tutto era ordinato. Macchinalmente si trasse il pa-<noinclude></noinclude> nfxr88kwqee4u6rgk732yc00k8wwr2d Pagina:Oriani - Vortice, Bari, Laterza, 1917.djvu/20 108 852947 3898803 3073008 2026-09-13T17:48:14Z PapaYoung89 70981 /* Riletta */ 3898803 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" /></noinclude>strano e il cappello, appendendoli ad un minimo attaccapanni piantato nella parete. Ascoltò: l’appartamentino aveva la calma ordinaria, nell’altra camera Caterina lo attendeva dormendo; poi v’era lo stanzino dei bimbi, nel quale stava anche la donna di servizio, oramai diventata della famiglia: una donna pettegola, che dominava la padrona, ma faceva tutte le economie possibili, riuscendo quasi sempre a dissipare i malintesi fra lui e la moglie. Malgrado la scarsezza del patrimonio, egli avrebbe quindi potuto vivere contento nella famiglia. Infatti non si era mai lagnato: sentiva anche in quel momento una compiacenza onesta, che gli alleggeriva il peso di tutti i disappunti subiti nella giornata. La candela bruciava sul tavolo da qualche minuto, egli si era girato e rigirato inutilmente per il gabinetto due o tre volte, quando vide una lettera quasi sotto al largo calamaio di maiolica bianca. Veniva, a lui, ma sulle prime non ne ravvisò il carattere; qualcuno doveva averla recata nella sua assenza, perchè non portava francobollo. Stracciandone la busta si sentì tremare da capo; la lettera diceva: {{A destra|{{Smaller|Città, 29 aprile 1896.}}}} :::Caro Adolfo, Debbo partire subito per Firenze, senza perdere un minuto, perchè mia madre è gravemente malata; ma capirai come posso stare non avendo potuto ottenere il permesso stamattina. Ti ho cercato dopo pranzo al caffè per comunicarti in segreto che Oreste Bugnoli ha portato al pretore una tua cambiale per<noinclude></noinclude> k1cdb152jf6lpo8bb5tl2psiq3kvdk4 Pagina:Oriani - Vortice, Bari, Laterza, 1917.djvu/21 108 852949 3898804 3073009 2026-09-13T17:48:25Z PapaYoung89 70981 /* Riletta */ 3898804 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" /></noinclude>duemila e cinquecento lire, dichiarandola falsa. Siamo sempre stati amici sino da ragazzi, e quindi non credo che tu possa aver fatto ciò: ecco perchè ti avviso; ma in ogni modo brucia subito questa mia lettera. Per te non ne sarà nulla certamente, o tutto al più un equivoco che si scoprirà; invece io non sono che un impiegato, e se mi sospettassero solamente di averti avvisato, finirei forse col perdere il posto. Ma sono sicuro della tua discrezione; invece temo assai della mia povera mamma. Quale disgrazia per me se dovesse morire! In fretta {{A destra|tuo {{Sc|Anselmo Roberti}}.}} {{Asterismo}} Era stato come un colpo di mazza sulla testa. Non aveva quasi capito, ma nello stordimento della percossa gli era parso che lunghe strisce sanguigne solcassero il buio, nel quale cadeva, dritto, così senza cappello in testa, con quella lettera in mano, mentre la fiamma della candela gli agitava brevi ombre leggere sul volto immobile come un ritratto. Finalmente ebbe un soprassalto. Il primo moto fu di guardarsi intorno con un rapido girar del capo e quel subito raggricchiarsi di tutte le membra, quasi per farsi più piccolo e meglio sparire in una fuga, che hanno sempre i sorpresi in flagrante. Poi, col tornargli della coscienza, tutti i tremiti lo scossero; le mani gli battevano quasi l’una contro l’altra, gli battevano le palpebre, mentre un’onda<noinclude></noinclude> tojotux4ncygi616hiksnuyp8nnhu68 Pagina:Oriani - Vortice, Bari, Laterza, 1917.djvu/22 108 852950 3898805 3073010 2026-09-13T17:48:34Z PapaYoung89 70981 /* Riletta */ 3898805 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" /></noinclude>come di vento gli si rompeva dall’interno entro gli occhi, e glieli gonfiava inaridendoli. Appoggiò una mano sull’orlo dello scrittoio, quindi girandovi intorno venne a cadere sulla poltrona. Era anch’essa in crespo di lana verde, con una stretta spalliera semicircolare. Si trasse più vicino la candela, si passò il fazzoletto sugli occhi. La fronte gli era diventata perlacea sotto i capelli neri, dritti e tagliati a spazzola, che rendevano più dura l’espressione della sua faccia. Infine bisognava rileggere. Benchè stravolto, comprendeva tutto; lo aveva capito nello scoppio stesso: era stata una visione istantanea, accecante come quegli incendi dei temporali notturni, alla luce dei quali si scorgono in un attimo i particolari più minuti, meno osservabili di un paesaggio, e poi tutto ritorna nero, tempestoso, fragoroso, pauroso. Da molto tempo aveva voluto scordarsene, ma lo sapeva. La lettera era proprio di Anselmo Roberti, il suo amico d’infanzia, poi di studi, nato a Marradi e venuto cancelliere nella città da quattro anni; era la sua calligrafia rotonda, chiarissima, una calligrafia da impiegato. Che cosa era stato? Perchè? Era troppo presto, non doveva essere, perchè mancavano ancora quarantacinque giorni alla scadenza. Rileggeva sempre, forse per la decima volta, brancolando col pensiero fra le lettere, che gli si dilatavano dinanzi agli occhi, quasi staccate dalla carta. Ma attraverso tale sensazione leggeva con chiarezza sempre più spaventevole. Quelle poche<noinclude></noinclude> 9bn1h04l1lpu58ogvqxx58y7w9bnmvn Pagina:Oriani - Vortice, Bari, Laterza, 1917.djvu/23 108 852951 3898806 3073012 2026-09-13T17:48:55Z PapaYoung89 70981 /* Riletta */ 3898806 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" /></noinclude>righe frettolose, buone, senza un dubbio o una esagerazione, erano la forma più micidiale, più insopportabile, colla quale gli si fosse potuto comunicare, così impensatamente, la sua colpa. — Ha la mamma ammalata, — pensò poco dopo in una sosta del turbinio, che lo aggirava; quindi corse nuovamente cogli occhi all’altra riga, dove Roberti gli annunciava la consegna della cambiale al pretore, senza crederne falsa la firma ed affermando anzi che non poteva trattarsi se non di un equivoco. Poi la lettera finiva con quel grido per la mamma forse già morta. Nel gabinetto non c’era alcuno: fuori, in tutta la città, a chi rivolgersi? Malgrado la smania non potè muoversi; non c’era più niente da dire o da fare! Si trovava già lontano da tutti, con quella sensazione di un baratro buio, freddo, sordo, senza cielo, senz’aria, uno di quegli abissi di sogno, nei quali cadendo non si sente che il vuoto e quando la caduta si arresta non si tocca ancora nulla. Allora le forze l’abbandonarono e si accasciò sulla poltrona, colla testa bassa, in un atteggiamento sfatto. La sua vita, così normale poco prima, era svanita; egli vi rimaneva come un corpo molle, insaccato dentro gli abiti, coll’occhio sinistro, che in quella piegatura del capo ancora gli si vedeva aperto ed opaco, così che la moglie Caterina entrando in quel momento avrebbe gridato per la paura. Intanto il tempo passava. Quel colpo, che avrebbe atterrato qualunque altro, non aveva però nulla di strano, e ciò lo rendeva ancora più terribile. In tutta la giornata, pur non volendo pensarci, perchè gli rimanevano ancora circa due mesi prima della scadenza, ne aveva pro-<noinclude></noinclude> 8h1nnuqhum3tj8900e411ob33zopwvj Pagina:Oriani - Vortice, Bari, Laterza, 1917.djvu/24 108 852952 3898807 3073013 2026-09-13T17:49:09Z PapaYoung89 70981 /* Riletta */ 3898807 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" /></noinclude>vato un presentimento; anzi nella sua vita ancora giovane, abituato come era da tempo a cercare danaro per la piazza, vantandosene cogli amici se gli riusciva bene qualche difficile operazione, non si era mai sentito così profondamente scoraggiato. Eppure non si trattava che di girare una cambiale di cinquecento lire, questa volta in piena regola. Ma il credito gli sfuggiva da parecchi mesi, la gente e le cose cangiavano intorno a lui; non aveva più quel bell’umore facile ed espansivo, che seduceva le persone, e col quale sovente perveniva a trarsi senz’altro d’impaccio: pensieri tristi lo travagliavano, improvvisi sgomenti gli facevano vedere il mondo in nero traendogli dalla bocca quelle frasi pessimiste di chi non si sente bene in gambe. Erano impazienze nervose, scatti ingiustificabili, coi quali offendeva talora scioccamente le persone inimicandosele; e poco dopo si accorgeva del male fatto, giacchè gli capitava d’intoppare in visi chiusi, gli cascavano addosso giudizi sospettosi, diventava come tutti gli altri caduti volontariamente nella sua posizione, un oggetto d’esame fra la gente pettegola o grave, che valuta le riputazioni e pesa tutti i valori. A Bologna quella mattina aveva dovuto subirne la dolorosa esperienza più di una volta. La sua aria preoccupata, le grosse nubi che gli passavano sul volto, erano state osservate; tutti quei mercanti, quei minuscoli uomini d’affari, così poco colti e perspicaci parlando di politica o d’altro senza immediati rapporti alla loro vita, erano di una penetrazione inquisitoriale, avevano il colpo d’occhio infallibile per indovinare certe crisi o cogliere certe situazioni.<noinclude></noinclude> n5r8mda1n92uhcrlk92840eyiwehavv Pagina:Oriani - Vortice, Bari, Laterza, 1917.djvu/25 108 852953 3898813 3073017 2026-09-13T17:50:09Z PapaYoung89 70981 /* Riletta */ 3898813 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" /></noinclude><nowiki /> Era la loro stessa battaglia di tutti i giorni nell’imbroglio continuo di contratti fra gente di tutte le risme, in mezzo alla quale bisognava guardarsi da ogni lato e far buon viso a tutti i presenti, senza il permesso di potere ingannarsi sulla probità o sulla solvibilità di alcuno. Al primo dubbio tutte le espansioni si restringevano, ognuno per necessità di battaglia si rimetteva sulla parata con un orgoglio di egoismo, che non vuole lasciarsi abbindolare da pietà di sventure o da illusioni di risorse. Sotto la loquacità chiassosa della colazione egli aveva sentito la durezza impenetrabile dei cuori, la diffidenza vigilante e pronta a tentare col più atroce degli scherzi l’imminenza di una ruina per meglio evitarla. Ma prima di quella cambiale, non aveva notato certe cose. Quindi si era sforzato di non pensarci: il disegno per rimediarvi lo aveva, vendere l’unico podere a quello stesso strozzino, giacchè vi rimaneva ancora, malgrado le ipoteche, un margine di tre o quattro mila lire. Ecco perchè quasi non se ne preoccupava; ma gli altri debiti, i regolari, lo urgevano tutti i giorni, senza requie. Era andato a Bologna appunto per girare una cambiale colla firma di un amico, un giovinotto in vena di ruinarsi gaiamente, e così fare fronte ad altre due cambiali, che gli scadrebbero lunedì alla Cassa di Risparmio e alla Banca Popolare; ma fra tutte e due non superavano le quattrocentosessanta lire. Era poco, però ne aveva altre, anche più piccole, poi tutto il resto dei debiti e delle liste. Mai si era sentito più sconsolato di quel giorno; per reagire aveva bevuto parecchi ''vermouth'' nelle bottiglierie, aveva seguito per strada, sino a casa,<noinclude></noinclude> cvsqsvknotozcadpty43we2810rw1b6 Pagina:Oriani - Vortice, Bari, Laterza, 1917.djvu/26 108 852955 3898812 3073018 2026-09-13T17:50:02Z PapaYoung89 70981 /* Riletta */ 3898812 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" /></noinclude>una ragazza che nemmeno gli piaceva; ma ad ogni disillusione cogli amici, sui quali credeva di contare, pur confessando a se stesso di non averne motivo sufficiente, la tetraggine gli si addensava nell’animo. Quella giornata gli era parsa eterna, specialmente nelle ultime ore. Perchè aveva perduto il treno delle quattro e mezzo? non avrebbe saputo dirlo. Infatti quelle, che con uno sforzo di volontà potevano sembrargli combinazioni probabili per la girata della cambiale, erano tutte esaurite prima della colazione. Dopo, non aveva tentato ancora che per rabbia contro se stesso, per darsi dell’imbecille prima, e poi bestemmiando nel fondo del cuore contro il destino. Ma lo sapeva già. Quindi aveva girellato trovando sempre le strade troppo lunghe, curiosando senza voglia nelle vetrine, con quell’aria pesante e distratta, alla quale la gente non s’inganna quasi mai e fiuta i poveri, gli spostati, tutti coloro momentaneamente senza danaro e nella impossibilità di procurarselo malgrado qualunque dolore della necessità. Egli stesso si accorgeva di tradirsi; una vergogna nuova e sottile gli faceva credere di essere mal vestito, gli pareva di sentirsi sempre qualche occhiata addosso; poi non s’incontrava più, egli uso a trovare tanto lusso e tanta squisitezza a Bologna, in niente di bello. Quando vide accendersi i primi lampioni, ne provò un sollievo: l’ombra del crepuscolo aveva spopolato le strade, rendendo meno osservabili coloro che vi passavano. Si avviò verso la stazione, allungando la strada per tutte le svolte sino alla Montagnola; il vecchio ed angusto passeggio era deserto, pieno di alberoni secolari, che avevano già messo le foglie, ma che in quel freddo di sera non abbastanza pri-<noinclude></noinclude> 232erf5zukwoaamlba1n0innr7z3mjc Pagina:Oriani - Vortice, Bari, Laterza, 1917.djvu/27 108 852956 3898811 3073019 2026-09-13T17:49:56Z PapaYoung89 70981 /* Riletta */ 3898811 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" /></noinclude>maverile rabbrividivano ancora. Qualcuno vi si aggirava come lui, in preda a pensieri forse più disperati. Il rumore della città si assopiva lentamente: i fanali punteggiavano l’oscurità, allineandosi fino lontano, donde un rumore veniva tuttavia, mentre alle finestre delle case per bene si vedevano già accendere i lumi per la gaiezza del pranzo. L’isolamento gli aveva fatto paura: era stata una sensazione subitanea, violenta. Quell’ora del pranzo doveva essere ben terribile per tutti quelli che non avevano dove pranzare, dopo un giorno così lungo, e dinanzi alla notte anche più lunga senza ricovero! Per non pensarci troppo era disceso dalla Montagnola, per il viale degli ippocastani, lungo le mura verso la stazione. Anche lì sembrava stagnare la vita; l’orologio della torre, alto sul mezzo della stazione in quel crepuscolo, col lume acceso dietro il trasparente, aveva una opacità di grande occhio ammalato. Egli così poco artista ed osservatore, n’ebbe l’impressione per la prima volta. Nel ritorno aveva avuto la fortuna di entrare in uno scompartimento di seconda classe vuoto; ma poi, nel viaggio, se ne era rammaricato. Non aveva mangiato e non aveva fame, però l’estenuazione cominciava a dargli quella sensibilità dolente, propria dei deboli; finalmente non si rinfrancò che arrivando in piazza dinanzi al Duomo, sotto quei portici così famigliari, salutando e ricevendo il saluto di voci amiche. Nel caffè c’era Gaudenzi, che lo invitò alla solita partita; un vecchio maestro delle scuole tecniche, vegeto, allegro, chiacchierino, un ricco mugnaio attempato, uno scrivano di notaio, mezzo storpio e divertente per la loquacità melodrammatica e letteraria, avevano circondato il loro tavolino, e la<noinclude></noinclude> it4pu5bgha9jz3772kncd17p9fnilhd Pagina:Oriani - Vortice, Bari, Laterza, 1917.djvu/28 108 852957 3898810 3073020 2026-09-13T17:49:49Z PapaYoung89 70981 /* Riletta */ 3898810 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" /></noinclude>partita era seguitata fra i soliti discorsi nella bonomia tranquilla di tutte le sere. Ma quel gran colpo gli aveva tolto anche la memoria di tale triste ritorno. Poi una paura lo assalì; si nascose frettolosamente la lettera nella tasca dei calzoni e in punta di piedi, lasciando la candela sulla scrivania, venne ad origliare all’uscio della camera da letto. Caterina dormiva con un russo leggiero: stette qualche minuto coll’orecchio incollato alla fessura dell’uscio, poi a ritroso, senza urtare in alcun mobile, rientrò nello studiolo. La mente gli tornava: ritrasse la lettera dalla tasca e, ubbidendo alla preghiera dell’amico, la bruciò, con un senso quasi di sollievo. Era la prima accusa distrutta. Che fare? In quel subbuglio di tutte le idee non poteva ancora rendersi un conto, anche solo relativamente esatto, della propria situazione, ma sentiva che fra poco, quando saprebbe meglio dominarsi, non troverebbe egualmente nulla. Era sempre la stessa sensazione di un buio improvviso e cieco, nel quale non poteva nemmeno gridare: da chi invocare soccorso? Qualunque fosse il perchè o il come di tale catastrofe, la violenza non ne diventava che maggiore. Nessuno lo aveva rovinato, nessuno in quel momento lo spingeva nell’abisso. Era stato lui solo, gaiamente, storditamente, per un seguito di piccoli piaceri, di minime compiacenze, di false abitudini, a mettersi in quell’abbrivo, lusingandosi fantasticamente di potersi sempre fermare, coll’esempio di tanti altri, che avendo fatto o facendo tuttavia assai peggio, rimanevano ancora in piedi, salutati, ricevuti<noinclude></noinclude> hbk5h7xvnbcpylwbbc7miwob93uck6c Pagina:Oriani - Vortice, Bari, Laterza, 1917.djvu/29 108 852958 3898809 3073021 2026-09-13T17:49:41Z PapaYoung89 70981 /* Riletta */ 3898809 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" /></noinclude>dovunque. Ed egli pure aveva voluto essere così forte, senza comprendere in che cosa tale forza consistesse, ma soprattutto vivere meglio del come era nato, in una più alta sfera. Quindi il suo distacco lento ed orgoglioso dai primi compagni, che convinti della propria posizione l’accettavano, nella modestia degli inevitabili lavori, con una rinuncia onesta alla vivacità delle troppo facili speranze; poi la iniziazione nella classe dei signori, che avevano finito col trattarlo da pari, tutta una conquista assidua e minuta, piena di piccole gioie e di nascenti soddisfazioni, onde si era persuaso di essere un qualcuno importante, e di poter un giorno diventare anche qualche cosa. Finalmente lo scialo, non vistoso ma continuo, i vizi, sino a quella passione breve ma rapace, inevitabile, che gli aveva fatto perdere la testa rendendolo ridicolo fra i nuovi amici, e per la quale in una mattina di follia, una mattina pioviginosa e fredda, era andato da quello strozzino per fargli accettare la cambiale! Nemmeno allora se ne era reso ben conto; aveva agito come sotto un incubo, con dei brividi freddi come quelli che adesso gli passavano per le reni, la testa pesante, ma recitando fin troppo bene la commedia preparata. Dopo, aveva sempre fatto degli sforzi per non pensarci, malgrado i debiti, che seguitavano a travolgerlo senza lasciargli un’ora di pace. E tutto era finito prima della scadenza vera; il dramma scoppiava in questa anticipazione imprevedibile, alla quale qualcuno doveva aver cooperato. Non restava che morire. Egli pronunciò mentalmente questa parola, come eco di una voce, che gli sonasse dentro nel profondo del cuore, e subito dopo fu più calmo. Perchè? Che<noinclude></noinclude> 162ew5mzd96s3obj3zjoeyfjacbwqcy Pagina:Oriani - Vortice, Bari, Laterza, 1917.djvu/30 108 852959 3898808 3073022 2026-09-13T17:49:35Z PapaYoung89 70981 /* Riletta */ 3898808 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" /></noinclude>cosa era stato? Nè la sua volontà, nè la sua ragione lo avevano condotto a questa decisione, e tuttavia potè ripetersi distintamente: — Sì, morire! {{Asterismo}} Come accade sempre nelle decisioni troppo importanti, che agiscono sull’anima al pari di un abbarbaglio, una pesantezza torbida lo aveva poco dopo prostrato. Quella idea della morte non gli si era mostrata con alcun significato preciso; non ne aveva veduta la forma, nè sentito il dolore, quantunque fosse già il distacco da tutto quanto componeva la sua vita di trentadue anni, una vita senza valore per gli altri, ma intera ed alacre entro l’angustia della propria orbita. Adesso, nell’impossibilità per lui di ripensarla attraverso i molteplici minimi ricordi, acquistava come un’improvvisa, sconfinata dilatazione, nella quale si perdeva anche quel dramma finale come una voce di disperazione per la solitudine di un grande prato squallido, quando la notte sta per involgerlo nella propria ombra. Non gli restava che la sensazione di un vuoto. Sempre così seduto stancamente sulla poltrona teneva gli occhi fisi sulla fiammella della candela, alla quale il suo alito imprimeva tratto tratto qualche lieve oscillazione. Sul suo volto, generalmente rosso, un pallore livido alterava tutti i lineamenti; la fronte diventata greve in quella improvvisa opacità, che le troppo lunghe meditazioni sembrano lasciare su quelle dei pensa-<noinclude></noinclude> koe3y3fxn8pxvr110qeq6j9mbw2wfcw Pagina:Oriani - Vortice, Bari, Laterza, 1917.djvu/31 108 852961 3898814 3073023 2026-09-13T17:50:42Z PapaYoung89 70981 /* Riletta */ 3898814 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" /></noinclude>tori, gli si aggrondava sui sopracigli velandogli gli occhi, mentre uno stiramento gli irrigidiva la bocca convulsa. L’orologio della piazza battè tre quarti d’ora dopo la mezzanotte. La prima cosa che sentì, fu di essere così profondamente mutato. Benchè in casa propria, non vi si riconosceva più: vedeva la disposizione di tutto l’appartamento con quelli che vi abitavano, sua moglie Caterina addormentata nell’altra camera sotto la coperta di filugello verde; nella stanzina attigua Ada e Carletto nei due lettini di ferro; vedeva il proprio posto vuoto accanto a Caterina, l’attaccapanni col grande cappello nero a cencio, il mantello scuro, la specchiera sul comò di fronte al letto, udiva la respirazione regolare, il russo lieve di quei dormienti, ma con un senso inesplicabile d’indifferenza come di uno straniero, pel quale quella casa e quelle persone non potessero avere alcun significato. Era solo! La stessa intimità del suo passato con essi si rompeva improvvisamente, isolandolo dalla loro esistenza, della quale una volta provava le ripercussioni ad ogni atto, senza potersene staccare nell’avvenire nemmeno colla fantasia. Quindi un più sottile malessere gli veniva da quel gabinetto quasi vuoto, rischiarato appena dalla candela, freddo e muto come una stanza d’albergo. Infatti era quasi il medesimo mobilio: sedie, scrittoio, scansie, sofà in noce e lana, senza stile, senza accento. Egli vi era solo. Così? Perchè? Perchè così solo? — Dove sono? — esclamò sommessamente, portandosi ambo le mani alla faccia. L’idea gli si ripresentava lucida, inesorabile.<noinclude></noinclude> 3qwtvlia632uc298y50qp93miqubm9f Pagina:Oriani - Vortice, Bari, Laterza, 1917.djvu/32 108 852962 3898815 3073024 2026-09-13T17:50:47Z PapaYoung89 70981 /* Riletta */ 3898815 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" /></noinclude><nowiki /> O la morte o la prigione, non vi era mezzo termine. Ma daccapo ebbe paura, e si cacciò col pensiero come fuggendo per tutte le vie che gli si aprivano davanti, acciecato da una speranza di salvezza. La passione della vita gli si era ridestata in uno scoppio: qualunque fossero la colpa e la pena che lo minacciavano, non voleva morire. V’era tempo, tutto poteva ancora accomodarsi. Una ressa d’indistinti bisbigli gli saliva dalla memoria di tanti casi disperati, che aveva veduto a poco a poco acconciarsi nella normalità della vita, di altre esistenze quasi sradicate da un colpo di bufera, e che nullameno avevano potuto resistere rituffando le radici nel terreno e coprendosi dopo qualche mese di nuove foglie. Egli non voleva soccombere: la vita protestava in lui da ogni punto dell’anima in un orgasmo di tutte le fibre. Ma nessuna di quelle vie, per le quali il suo pensiero fuggiva smaniando, era neppure abbastanza lunga per dare tempo ad una illusione; tutte finivano contro lo stesso muro, la medesima impossibilità di evitare il processo, dal momento che la cambiale era già nelle mani del pretore. Questi, un giovane di Senigallia, eccezionalmente ricco per la sua classe, mirava a diventare presto giudice, facendo pompa di un riserbo e di una severità egualmente inflessibili. Ma egli non voleva il processo, quella morte più lenta, ed atroce di qualunque altra nell’agonia del domani o del posdomani, appena il fatto si fosse divulgato, e poi di tutti gli altri giorni sino all’ultimo della condanna a cinque anni, giacchè ci aveva pensato involontariamente altre volte di sfuggita. Quel giorno non sarebbe mai finito su quello scanno degli<noinclude></noinclude> 9eljps7buit7zcek5qw9762qw66594c Pagina:Oriani - Vortice, Bari, Laterza, 1917.djvu/177 108 853114 3898801 3073185 2026-09-13T17:47:26Z PapaYoung89 70981 /* Riletta */ 3898801 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" /></noinclude>la sua luce appariva simile a quella di un palloncino roseo librato nell’aria, ma egli non vedeva che la morte. Era scattato in piedi alla prima scossa del terreno come ad un appello, protendendo il volto in una impazienza quasi insolente della fine. Aveva negli occhi un chiarore di cristallo e sulla faccia una fisonomia di marmo. Rimase così immobile, colla volontà tesa contro il treno, calcolando mentalmente la rapidità della sua corsa. Un fremito d’orgoglio lo scosse ancora, nel vederlo già così vicino che si discernevano distintamente i due fanali; aprì le braccia ad un gesto inesprimibile, e si gettò sulla rotaia abbandonato. Era caduto, quasi colla fronte sul ferro, gli occhi rivolti al treno. Avanzò la testa per poggiare il collo sulla rotaia, lasciando penzolare il capo nel vano come da una ghigliottina. Il freddo del ferro alla gola gli fece passare questo paragone nel pensiero. Ma allora tutte le forze lo abbandonarono, si decomposero per le scosse della terra, che gli passavano per tutto il corpo colla violenza di continue scariche elettriche. Si raggricchiò, chiuse gli occhi, travolto dal fragore precipite che già l’investiva; il ferro della rotaia gli friggeva quasi sotto il collo, una vampa gli aveva ventato sugli occhi, mentre nel terrore delirante, ineffabile, di quella cosa senza nome, la sua volontà caparbiamente disperata, come quella di un bambino, ripeteva: — Non importa, non importa! Con un ultimo sforzo premè ancora il collo sulla rotaia. Poi un’estrema convulsione di turbine, di abisso, di valanga, d’incendio, lo fece quasi rivoltolare so-<noinclude></noinclude> lmftis5bust6rkrpw10gpk0d0gd4nzg Pagina:Oriani - Vortice, Bari, Laterza, 1917.djvu/178 108 853115 3898800 3073186 2026-09-13T17:46:59Z PapaYoung89 70981 correzione 3898800 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" /></noinclude>pra se stesso; aprì gli occhi nella fiamma, e per una paura più terribile gridò: — Mio Dio! Ma l’enorme macchina gli era già passata furiosamente sulla testa, soffocando nel proprio fracasso di cateratta l’inutile parola. {{Centrato|{{Smaller|FINE.}}}}<noinclude></noinclude> b8q42le1rkz3ndqu4ip0a0b2xcusmit Autore:Ignazio Cumbo 102 891711 3898987 3786578 2026-09-14T09:50:50Z Modafix 8534 3898987 wikitext text/x-wiki {{Autore | Nome = Ignazio | Cognome = Cumbo | Attività = poeta/frate | Nazionalità = italiano | Professione e nazionalità = }} == Opere == * {{Opera|La Maddalena liberata}} * ''La lira sacra di varie corde poetiche'' 6a2mj5pvjwlyx991i3nh9b0b0hgakie Utente:Pic57/wikidiario 2 957775 3898823 3898742 2026-09-13T18:39:55Z Pic57 12729 /* Musica nel wikiverso 2026.9 */ 3898823 wikitext text/x-wiki == [https://it.wikisource.org/wiki/Wikisource:Bar/Archivio/2026.09#Musica_nel_wikiverso Musica nel wikiverso 2026.9] == In costruzione [[File:Musica e Musicisti, 1905 vol. I (page 32 crop).jpg|Musica e musicisti, 1905 vol. I (page 32 crop a)|400px|centro]] {{Centrato|'''Aggiornamento mensile lilypondiano'''}} [[File:Ars et Labor, 1906 vol. I (page 112 crop a).jpg|Ars et Labor, 1906 vol. I (page 112 crop a)|300px|centro]] * Al '''15 settembre 2026''', abbiamo trascritto e pubblicato (197) ''[[:Categoria:Partiture|partiture]]'' (ad oggi '''{{PAGESINCATEGORY:Partiture}}'''). * '''P{{Sc|ubblicati questo mese}}''': :* {{Sc|'''Canti popolari'''}} :: · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Calabria/Int'a nu boscu}} :: · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Romagna ed Emilia/Io son nata tra le rose}} :* {{Sc|'''Musica colta'''}} — Questo mese abbiamo trascritto due impegnativi brani sul ''mal d'amore'' scritti da Giano Brida, compositore e direttore d'orchestra veronese, ma attivo a Milano alla metà del XIX secolo. I due brani sono una riuscita satira del ''mal du siècle'' (o ''Weltschmerz''), ovvero quel senso di vuoto, profonda malinconia e inadeguatezza verso il mondo che colpiva i giovani romantici della prima metà dell'Ottocento a causa di un rifiuto amoroso o per la fine di una passione che riducevano il giovane sofferente allo stato di "esule" intellettuale, incapace di integrarsi nelle dinamiche utilitaristiche della nascente società borghese. I due brani, in chiave di sol, celebrano la liberazione da questo stato. :::* {{Testo|Due canzoni in chiave di sol/Non piango più}} :::* {{Testo|Due canzoni in chiave di sol/Io rido sempre!}} :: — Ci siamo inoltre avventurati a pubblicare una canzone su wikisource angloamericana :::*[https://en.wikisource.org/wiki/%27Till_The_End_O%27_The_World_With_You 'Till The End O' The World With You] (1925) by Harold Dixon :: — Tutte le trascrizioni di questo mese sono state create sull'ottimo [https://www.hacklily.org/ hacklily.org] <hr> :* {{Sc|'''Opere'''}} — Queste pagine contengono link a partiture appartenenti ad una stessa opera e sono collegate alle omonime pagine di Wikipedia tramite {{Sc|Interprogetto}} :** [[Opera: La figlia di Iorio (Franchetti)]] <hr> :* {{Sc|'''Libri'''}} — È stata completata la trascrizione de: :** {{Testo|L'Anima musicale d'Italia}} <hr> :''[[:Categoria:Partiture|→ Vai a tutte le partiture]]'' <hr> * [[Utente:Pic57/Laboratorio_musica |'''{{Sc|Laboratorio}}''']] — E' un manualetto per chi vuole avvicinarsi a Lilypond, ma scritto per wikisource: il codice è infatti '''senza variabili'''. Contiene '''frammenti di codice complesso''' riutilizzabili in contesti analoghi corredati dagli esempi delle partiture trascritte.<br>Questo mese abbiamo pubblicato: :* ''[[Utente:Pic57/Laboratorio_musica#Linea del testo posizionata sopra il rigo superiore | Linea del testo posizionata sopra il rigo superiore]]'' ::Vedi codice commentato in{{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Romagna ed Emilia/Io son nata tra le rose}} :* ''[[Utente:Pic57/Laboratorio_musica#Note sovrapposte con trasparenza del capo di quella sottostante|Note sovrapposte con trasparenza del capo di quella sottostante]]'' :: Vedi codice commentato al rigo down 3.8 in {{Testo|Due canzoni in chiave di sol/Non piango più}} :* ''[[Utente:Pic57/Laboratorio_musica#Stile classico|Stile classico]]'' :: Vedi tutta la trascrizione di {{Testo|Due canzoni in chiave di sol/Non piango più}} :*''[[Utente:Pic57/Laboratorio_musica#Crescendo o diminuendo senza note| Crescendo o diminuendo senza note]]'' ::\override Hairpin.to-barline = ##t | \! :: Vedi codice in {{Testo|Che dici, o parola del saggio?}} %rigo down 3.10b <hr> * '''{{Sc|Revisioni}}''' — Periodicamente, via via che acquisiamo nuove conoscenze, revisioniamo brani già pubblicati con SAL 75% o addirittura 100% '''ottimizzandone il codice lilypond'''. :* {{Testo|Due canzoni in chiave di sol/Non piango più}} :* {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Toscana/Peschi fiorenti}} :* {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Nina mia son barcaiolo}} :* {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Calabria/Int'a nu boscu}} :* {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Toscana/Giovanuttin che vesti de turchino}} :* {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Venezia/O benedett l'amor dei giovin}} <hr> * '''{{Sc|Riletture}}''' — Al fine di '''facilitare la rilettura''' del codice da parte dei volonterosi, a partire da oggi in testa ad ogni partitura lunga '''è posta la seguente riga prima del codice lilypond''':<br> ''<nowiki><!-- Cancella questa riga per visualizzare il contatore e facilitare la rilettura </nowiki>''<br>''<nowiki> <syntaxhighlight lang="lilypond" line start="2">--> </nowiki>''<br> Cancellando la prima riga, l'intera pagina è mostrata con il contatore di righe come in un editor di codice. 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La composizione è ancora più suggestiva perché il termine "bluette" - in francese - è utilizzato principalmente per indicare un colore azzurro intenso, (bleu turquoise o bleu vif). E - sempre in francese - l'assonante "bleuet" è il fiordaliso, uno dei pochi fiori davvero blu, così che per affinità «bluette» ha finito per significare "scintilla". Buon ascolto 🎹 Linkedin - facebook - ==[[Wikisource:Bar/Archivio/2026.04#Musica_nel_wikiverso|Musica nel wikiverso 2026.4]]== ==[[Wikisource:Bar/Archivio/2026.03#.eps_files|Musica nel wikiverso 2026.3]]== == 17.3.2026 == '''[[Ars_et_Labor,_1908_vol._I/N._2/Automobile|Automobile]]''' è una divertente composizione per pianoforte di Giulio Ricordi (sì, oltre che editore è stato compositore). Frutto del clima culturale che anticipa il futurismo (1908), celebra con ironia l'avvento dell'automobile, quando delle macchine si poteva ancora scherzare e prima che il futurismo stesso venisse fagocitato dalla propaganda bellica. Esilarante il modo in cui viene reso il sobbalzo dei passeggeri a causa di una cunetta, nonché l'occasionale investimento di un povero cane vittima (collaterale) della macchina che tutto travolge: nulla la arresta! L'accidentale scoppio di una gomma (altra ironia) viene prontamente riparato e il motore - arrancando - porta finalmente i passeggeri a destinazione. Ah, la ''Belle Époque!'' ==[[Wikisource:Bar/Archivio/2026.02#Babel_Lilypond|Musica nel wikiverso 2026.2]]== == 22.2.2026== <poem>[[File:Sandringham House from the air (cropped).jpg|miniatura|sinistra]]'''Coincidenze!''' Stavo giusto trascrivendo la [[Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N._7/Sandringham_-_Marcia |''Sandringham March'']] di Natalie Townsend quando giunge la notizia dell'arresto dell'ex-principe Andrea, indovinate dove? Ma a '''Sandringham House''', ovviamente, la residenza di campagna dei Windsor, nel Norfolk! Qui si era ritirato dopo lo sfratto dalla Royal Lodge di Londra in seguito alle indagini sugli Epstein Files! Ebbene, nel luglio 1904 la compositrice statunitense - nonché moglie di un ambasciatore USA - fu ospitata nella Sandringham House per una breve vacanza e lasciò come dono alla Regina Alexandra - che l'aveva invitata per la stima che aveva nei suoi confronti - questa elegante e briosa marcia. https://it.wikisource.org/wiki/Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N._7/Sandringham_-_Marcia Non era raro che i brani della Townsend venissero eseguiti dalle bande militari britanniche durante i cambi della guardia o in occasione di eventi ufficiali a cui partecipava la Regina. Altri tempi!</poem> ==[[Wikisource:Bar/Archivio/2026.01#Ars_et_Labor_1906,_vol._I_con_SAL_75%|Musica nel wikiverso 2026.1]]== == 27.1.2026== :La musica attraversa il tempo e lo spazio perché è un linguaggio universale: più facile suonare con un giapponese, che parlargli. :E questo vale anche per la musica del passato, per la quale wikisource offre mille possibilità. :Accade così che [https://it.wikisource.org/wiki/Ars_et_Labor,_1907_vol._II/N._9/Aria questa "Aria barocca"] di Antonio Francesco Tenaglia, un clavicembalista della metà del XVII sec., venga scoperta e trascritta per violino e pianoforte 250 anni dopo, nel 1906, da [https://it.wikipedia.org/wiki/Enrico%20Polo Enrico Polo], un violinista cultore di Paganini. :E venga poi pubblicata su Ars et Labor, una bella rivista dell'Archivio Ricordi in corso di trascrizione su Wikisource. :Così oggi, esattamente 120 anni dopo, accade che io possa codificarla per digitalizzarla in MIDI. :E possa poi anche sostituire la voce del violino con quella della mia armonica accompagnata dal pianoforte e... [https://www.spreaker.com/episode/aria-barocca--69423778 suonare un pezzo barocco per poi pubblicarlo sul mio podcast]. :Non è sempre stato così: devo dire grazie a Wikisource. E ovviamente grazie all'autore, al musicista che l'ha scovato e trascritto, al decodificatore, all'interprete e grazie anche a [https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_d%27Arezzo Guido d'Arezzo], di cui a dicembre si è celebrato il millenario della notazione musicale da lui inventata. {{A destra|(pubblicato sulla pagina Facebook di Wikisource)}} == 21.1.2026 == All'Archivio Ricordi (info@) ​Gent.ma Redazione, ... ho curato la trascrizione su Wikisource dei primi 6 numeri di Ars Et Labor con le relative partiture in MIDI. Nell'accingermi a proseguire il lavoro con il secondo volume del 1906 della rivista, ho notato che le partiture elencate non sono però incluse nella versione digitale di Ars et Labor. E' possibile recuperarle? Ecco l'elenco, così come ricostruito dalle stesse pagine della rivista: # Sous les pommiers di Vittorio Monti per mandolino e piano (n. 7, 1906, p. 647 cartacea, 37 digitale) # A lei di G. Calamani, romanza. (n. 7, 1906, p. 644 cartacea, 37 digitale ) # [https://musescore.com/user/97106398/scores/19541758 Quelle labbra non son rose... di Stefano Donaudy] (n. 8, 1906, p. 751 cartacea, 88 digitale) # Au son des harpes di Alfred Cottin (n. 8, 1906, p. 751 cartacea, 88 digitale) # Dejanice di Alfredo Catalani (n. 9,1906, p. 839 cartacea, 137 digitale) # Campane di Napoleone Cesi (n. 10/1906, p. 927 cartacea, 181 digitale) # Se vuoi ch'io muoia, amor, morrò... di Stefano Donaudy (n. 11, p. 1036 cartacea, 236 digitale) # Éloignement di Henry Soro (n. 11, p. 1036 cartacea, 236 digitale) # Allegretto per organo di Roberto Remondi (n. 11, p. 1036 cartacea, 236 digitale) # Il presepio di J. Burgmein (n. 12, p. 1133 cartacea, 284 digitale) # Musette (da: Heures deliceuses) di Enrico De Leva (n. 12, p. 1133 cartacea, 284 digitale) Grazie per l'attenzione e un cordiale saluto == 15.1.2026 == Elenco (67 autori) ottenuta da [https://query.wikidata.org/querybuilder/?uselang=it&query=%7B%22conditions%22%3A%5B%7B%22propertyId%22%3A%22P570%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22time%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%7B%22value%22%3A%22%2B1955-00-00T00%3A00%3A00Z%22%2C%22precision%22%3A9%7D%2C%22subclasses%22%3Afalse%2C%22conditionRelation%22%3Anull%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P570%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22time%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%7B%22value%22%3A%22%2B1955-00-00T00%3A00%3A00Z%22%2C%22precision%22%3A9%7D%2C%22subclasses%22%3Afalse%2C%22conditionRelation%22%3A%22and%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P27%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q38%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22and%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q36180%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22and%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q201788%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22or%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q1930187%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22or%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q49757%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22or%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q28389%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22or%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%5D%2C%22limit%22%3A500%2C%22useLimit%22%3Atrue%2C%22omitLabels%22%3Afalse%7D questa query] a wikidata fatta con il comodo Query Builder chiedendo scrittori, poeti, storici, giornalisti e sceneggiatori italiani scomparsi nel 1955 {| class="wikitable sortable" ! item wikidata !! Nome !! Cognome |- | http://www.wikidata.org/entity/Q799111 || Ermanno || Amicucci |- | http://www.wikidata.org/entity/Q98164064 || Giuseppe || Ammendola |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3893714 || Paolo || Arcari |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3611325 || Alfredo || Baccelli |- | http://www.wikidata.org/entity/Q1615033 || Piero || Ballerini |- | http://www.wikidata.org/entity/Q19753744 || Achille || Bertini Calosso |- | http://www.wikidata.org/entity/Q1316687 || Ferruccio || Biancini |- | http://www.wikidata.org/entity/Q16554572 || Ettore || Boschi |- | http://www.wikidata.org/entity/Q569638 || Anselmo || Bucci |- | http://www.wikidata.org/entity/Q4015314 || Vittorio || Butera |- | http://www.wikidata.org/entity/Q55226171 || Franco || Caburi |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3623763 || Arrigo || Cajumi |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3770245 || Giuseppe || Cardinali |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3833066 || Lino || Carrara |- | http://www.wikidata.org/entity/Q93260474 || Antonio || Casamassa |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3082360 || Franco || Casavola |- | http://www.wikidata.org/entity/Q21196716 || Garzia || Cassola |- | http://www.wikidata.org/entity/Q28030727 || Eugenio || Cirese |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3737981 || Fabrizio || Colamussi |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3848457 || Mario || Colombi Guidotti |- | http://www.wikidata.org/entity/Q65132766 || Melchiorre || Corelli |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3737666 || Fabio || Cusin |-style="background-color:#abcdef;" | http://www.wikidata.org/entity/Q1005945 || Silvio || D'Amico |- | http://www.wikidata.org/entity/Q102278256 || Nicola || D'Atri |- | http://www.wikidata.org/entity/Q20953743 || Marziale || Ducos |- | http://www.wikidata.org/entity/Q55227407 || Silvano || Fasulo |- | http://www.wikidata.org/entity/Q104761101 || Giuseppe || Ferrandi |- | http://www.wikidata.org/entity/Q50804877 || Raffaele || Foà |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3882159 || Omero || Franceschi |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3901119 || Petru || Giovacchini |- | http://www.wikidata.org/entity/Q110214924 || Paolo || Guicciardini |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3935925 || Rinaldo || Küfferle |-style="background-color:#abcdef;" | |http://www.wikidata.org/entity/Q50059259 || Carolina || Lanzani |- | http://www.wikidata.org/entity/Q113765776 || Francesco || Lo Bue |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3845620 || Marcello || Manni |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3845507 || Marcella || Mariani |- | http://www.wikidata.org/entity/Q123925248 || Antonio || Martino |- | http://www.wikidata.org/entity/Q54925054 || Amato || Masnovo |- | http://www.wikidata.org/entity/Q536191 || Angelo || Mercati |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3732619 || Ersilio || Michel |- | http://www.wikidata.org/entity/Q1165939 || Luigi || Motta |- | http://www.wikidata.org/entity/Q42298127 || Ruggero || Nuti |- | http://www.wikidata.org/entity/Q206442 || Biagio || Pace |- | http://www.wikidata.org/entity/Q23775667 || Francesco || Palmegiani |- | http://www.wikidata.org/entity/Q98731369 || Luigi || Parigi |- | http://www.wikidata.org/entity/Q27824408 || Ferdinando || Pasini |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3840013 || Luigi || Piccioni |- | http://www.wikidata.org/entity/Q52576898 || Luca || Pignato |- | http://www.wikidata.org/entity/Q61481359 || Benvenuto || Pitzorno |- | http://www.wikidata.org/entity/Q115766708 || Pietro || Pizzoni |- | http://www.wikidata.org/entity/Q18421227 || Gustavo || Reisoli |- | http://www.wikidata.org/entity/Q63025648 || Romana || Rompato |- | http://www.wikidata.org/entity/Q98346641 || Anaïs || Ronc-Désaymonet |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3733999 || Ettore || Rossi |- | http://www.wikidata.org/entity/Q107149686 || Guido || Ruberti |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3948292 || Sandro || Salvini |- | http://www.wikidata.org/entity/Q1897006 || Mariano || San Nicolò |- | http://www.wikidata.org/entity/Q93243643 || Angelo || Silvagni |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3659855 || Carlo || Silvestri |- | http://www.wikidata.org/entity/Q75837465 || Cipriano || Silvestri |- | http://www.wikidata.org/entity/Q55452458 || Anna || Stančova |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3740416 || Fausto || Torrefranca |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3629710 || Augusto || Turati |- | http://www.wikidata.org/entity/Q23854442 || Alessandro || Visconti |- | http://www.wikidata.org/entity/Q92600748 || Vito || Vitale |- | http://www.wikidata.org/entity/Q3611526 || Alfredo || Zerbini |- | http://www.wikidata.org/entity/Q59533184 || Elio || Zorzi |} == 14.4.2025 == In questi giorni ho finito di trascrivere "Francesco e il suo tempo" di Francesco Prudenzano, un patriota meridionale che scrisse questo libro nel 1857, poco prima dell'Unità. L'avevo trovato citato in un articolo sul film "Frate Sole" (1918), emerso dallo scaffale del Cinema di Wikisource. Tra un anno si celebra l'ottavo centenario della morte di Francesco d'Assisi: piccolo contributo il mio nella speranza che il mite messaggio del poverello di Assisi non finisca soffocato dalle urla dei nazionalismi. L'11 gennaio di quest'anno 2025 ricorreva l'ottocentesimo anniversario del ''Cantico delle creature'', esordio poetico della letteratura italiana: non se n'è parlato molto, ma si può sempre rimediare... Comunque il libro (il cui titolo completo sarebbe "Francesco d’Assisi e il suo secolo, considerato in relazione con la politica, cogli svolgimenti del pensiero e colla civiltà. Studii") bene ci mostra - con tutte le forzature nazional-patriottiche che si possono immaginare - come Francesco d'Assisi fosse destinato a diventare patrono d'Italia prima ancora che ci fosse uno Stato "Italia". Il buon Prudenzano si impegna a descriverci Francesco d'Assisi come "il santo italiano per eccellenza" e lo colloca all'inizio di una nuova "gloriosa" visione della cultura del nascente Stato. Anche il cinema - sin dai suoi esordi muti - ha fatto la sua parte: ho contato 11 film italiani su Francesco d'Assisi dal 1911 al 2007... una media cioè di 1 film ogni 10 anni (e sicuramente ne avrò dimenticato qualcuno). Nel gran calderone dei temi - talora polemici - sollevati dal libro, colpisce la storica rivalità tra francescani e domenicani, risalente al fatto che entrambi si trovarono nel XIII sec. a combattere le eresie, ma con due strumenti agli antipodi: la povertà di Francesco e la dottrina di Domenico. Dante nella Commedia risolve brillantemente la questione in Paradiso, facendo elogiare Francesco dal domenicano San Tommaso e Domenico dal francescano san Bonaventura. Perfetto! Ma la storia non finisce lì e si trascina fino al Risorgimento. E anche dopo: scopro infatti che se - come tutti sanno - Francesco è Patrono d'Italia, Caterina da Siena - terziaria domenicana a 16 anni, la cui reliquia della testa è custodita appunto nella Basilica di San Domenico a Siena - lo è anche lei! E così per non scontentare nessuno l'Italia si trova due patroni. La Francia ha Giovanna d'Arco, l'Inghilterra San Giorgio, l'Irlanda San Patrizio, la Spagna San Giacomo, noi invece due e pare che la Germania ne abbia addirittura tre. All'Europa ne basta uno: Benedetto da Norcia. Sit aliquis nobis auxilio! == 21.2.2025 == Che bella sorpresa! Su wikisource possiamo anche trascrivere la musica e ascoltarla! Chi già legge la musica può con poco sforzo (e grande soddisfazione) usare Lilypond, un potente programma di incisione musicale per la produzione di spartiti di qualità eseguibili in MIDI. Ecco qui un piccolo esempio: [[Al_mio_pregar_t'arrendi|Al mio pregar t'arrendi]], dalla Semiramide di Gioachino Rossini. E altri sono in arrivo :-) [[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 13:51, 21 feb 2025 (CET) == 21.1.2025 == C'è qualcosa di profetico nel breve racconto - umoristico - "Per la storia..." (1942) di Vitaliano Brancati. Egli immagina che il suo amico e regista Mario Camerini (quello delle commedie sentimentali piccolo-borghesi degli anni Trenta), riceva un sonoro '''"no!"''' da una ragazza (milanese) che rifiuta (incredibile!) di diventare famosa attrice in uno dei suoi film. Non vi voglio spoilerare il finale - assurdo e sarcastico -, ma credo che se le donne - e gli uomini - rifiutassero davvero "con uno sguardo sfavillante di rabbia" di sottrarsi - almeno un po' - alle lusinghe e ai facili successi dell'industria dello spettacolo, il mondo sarebbe meno cinico nei loro confronti e il cinema ne guadagnerebbe in termini di qualità artistica. Ma non è facile in un'epoca che sembra aver trasformato tutto in spettacolo. Sembra impossibile: tuttavia il raccontino dice che si può. Si legge in due minuti e sta [[Per_la_storia...|qui, su wikisource, solo su wikisource!]] == 12.1.2025 == In [[Note sul neo-realismo|Note sul realismo]] del 1952 di Agostino degli Espinosa, che l'autore sviluppa magistralmente a partire da una breve conversazione con Cesare Zavattini, leggo:<br> ''Un brano di musica o un discorso trasmesso dalla radio, raccoglie gli ascoltatori in un’unica commozione, rendendo illusoria la loro consapevolezza di essere ognuno in una dimora privata.'' Non esiste realtà individuale che non sia sempre inevitabilmente anche collettiva. Questa è la «fame di realtà» da cui nasce il neorealismo. ''Ognuno di noi per un’abitudine che solamente uno sforzo di pensiero può vincere, si crede ricinto di solitudine, libero da ogni rapporto con gli altri e lo spazio sociale in cui si libra gli appare come un oscuro «al di là» che trascenda il suo mondo. E’, affondando lo sguardo in questo «al di là», che Cesare Zavattini ha cercato «gli altri».'' Come il neo-realismo ci ha dimostrato, il cinema può essere quello "sforzo di pensiero" che solleva il velo delle solitudini. == 10.1.2025 == Ho recentemente riletto per WS ''La figlia di Iorio'' di Gabriele D'Annunzio portando il SAL al 100% e l'ho trovato di un'attualità sorprendente in merito a quanto si sta dicendo sul patriarcato e sui femminicidi. Quest'opera (1904) - di carattere mitologico e non veristico, come si vorrebbe far credere (lo dimostrano i nomi i dei personaggi "Lazaro di Roio • Candia della Leonessa • Aligi • Splendore • Mila di Codra ecc..."), mi sembra la tomba del patriarcato. E infatti c'è un parricidio. Aligi uccide il padre Lazaro, più o meno intenzionalmente: per legittima difesa o per difendere Mila. O perché davvero si ribella. Ma - dilaniato com'è tra Mila e Vienda - non ha più la forza di sostituire Lazaro perché non è come lui. La figura che giganteggia alla fine è Ornella che - sottraendo Mila, la figlia di Iorio, al suo destino - ha di fatto ucciso il patriarcato che la reclamava attraverso l'ululante ''coro dei mietitori''. Alla fine l'eroina si immolerà per salvare Aligi (non più eroe, ma una vittima, un po' vigliacca anche). Chi ha capito tutto è invece Ornella, che da lì continuerà la sua emancipazione. <poem>''A chi lo lasci l’aratro, oh Lazaro, a chi lo lasci? Chi ti vanga il campo tuo, la tua mandra chi la pasce?''</poem> Nessuno risponde. Perché il patriarcato è indissolubilmente legato all'agricoltura e alla pastorizia. E così la sua religione, ridotta qui a superstizione. == 9.1.2025 == ''[[La musica e il film]]'' è un saggio di ''S. A. Luciani'' scovato dentro il n. 6 della rivista B&N del 30 giugno 1937. Tra le tante cose interessanti che vi si scoprono, questa mi sembra una vera perla: <br> ''La musica nel film non ha solo la funzione di integrare obbiettivamente la visione silenziosa, ma di commentarla dal punto di vista dello spettatore, funzione analoga questa (non stupisca il richiamo storico) a quella del coro nella tragedia greca.''<br> Proprio così: il coro agiva come intermediario tra la narrazione e il pubblico, offriva commenti, riflessioni, e spiegazioni sugli eventi che si svolgevano sulla scena. Insomma guidava la comprensione e l'interpretazione dei temi principali enfatizzando i momenti di tensione, dramma o pathos. E la colonna sonora non fa questo all'interno del film? Guida le nostre emozioni spesso anticipandole: quante volte siamo stati messi sull'avviso da una musica improvvisamente cupa che annuncia un evento catastrofico. O che lo sottolinea. O che al contrario libera da uno scampato pericolo un personaggio... e così via... == 4.1.2025 == Qualche giorno fa stavo sfogliando su Internet Archive alcuni numeri della rivista "Cinema" del 1939 alla ricerca di qualche bel pezzo da portare su Wikisource: tra pagine intere di pubblicità (belle immagini però!) e propaganda di regime (uff!), sfoglia, sfoglia... ecco che all'improvviso leggo: "Dramma e sonoro". Un articolo di Luigi Pirandello.... <br> Faccio un salto sulla sedia! <br> E da dove salta fuori quest'articolo del Maestro sul rapporto tra cinema e teatro? Nel '39 Pirandello era già passato a miglior vita da 3 anni. Possibile che ci abbia scritto qualcosa dall'aldilà e noi non ce ne siamo accorti? Sembrerebbe la trama di una delle sue novelle! <br> Strabuzzo gli occhi e vado a leggere meglio. Si tratta di un articolo del 1929 (aaaah.... ecco!) scritto per "La Nacion" di Buenos Aires, in cui si è imbattuto - per caso anche lui - il buon Renato Giani che lo ha ri-tradotto in Italiano dallo Spagnolo e pubblicato poi sulla rivista "Cinema" dieci anni dopo la sua pubblicazione in Argentina. Un gioiellino! Vado subito a trascriverlo. Eccolo, lo potete leggere qui anche voi: https://it.wikisource.org/wiki/Dramma_e_sonoro Ma tu vedi cosa ti può capitare di leggere su wikisource... solo su wikisource!😀 == 28.12.2024 == E' in corso su wikisource la rilettura di Piccoli eroi, un romanzo per ragazzi scritto nel 1892 da Virginia Tedeschi-Treves - sotto lo pseudonimo di Cordelia - e pubblicato (ovviamente) dall'Editore Giuseppe Treves di Milano, di cui Virginia era consorte. Anzi sarà proprio grazie alla sua dote, proveniente da una facoltosa famiglia veronese, che la casa editrice potrà ingrandirsi e acquistare a Milano, in via Palermo, adiacente alla via Solferino, già sede della casa editrice, il terreno in cui insediare la tipografia che darà alle stampe nel 1864 ''Il Corriere di Milano'', giornale liberale di ispirazione cavouriana, che dieci anni dopo diventerà ''Il Corriere della Sera''. ''Piccoli eroi'' è un romanzo piuttosto importante nella nostra letteratura: non tragga in inganno il fatto che sia destinato ai ragazzi. Sarebbe anzi ora di finirla di considerare la letteratura per ragazzi come una letteratura di serie B. Questo romanzo ebbe ben 62 ristampe! A p.63/64 si legge: .''..le guerre di conquista non sono più conformi alla nostra civiltà, e l’Italia libera e indipendente non ha più gran bisogno che i suoi figli le consacrino il loro coraggio e il loro sangue, bensì le occorrono ingegni educati a forti studii, che la facciano ricca e potente.'' Un bel messaggio per i ragazzi dell'epoca. Le cose sarebbero però andate diversamente: ci sarebbe stata non solo una prima guerra mondiale, ma pure una seconda. Però fa piacere sapere che nel 1892 c'era chi la pensasse così! == 22.12.2024 == E' in corso su wikisource la rilettura dei Canti orfici di Dino Campana nell'edizione originale, quella pubblicata a Marradi (la sua città d'origine, sull'Appennino tosco-romagnolo) nel 1914. Già questo è emozionante perché dietro quell'edizione c'è una bella storia che vi vorrei raccontare. La raccolta dei Canti Orfici era già pronta per la pubblicazione nel 1913, ma la redazione della rivista Lacerba - quella di Papini e Soffici - a cui Campana aveva affidato l'unica copia del manoscritto - ebbe la dabbenaggine di smarrirla. Che fare? Io penso che li avrei torturati. Il poeta invece non si perse d'animo e riscrisse tutte le poesie a memoria: un'impresa titanica! Finito il manoscritto però, non lo riconsegnò a Lacerba (e come dargli torto?). Lo affidò a una tipografia del suo paese, la Tipografia F. Ravagli, appunto, come leggiamo sulla copertina. Ora, questa tipografia ha una storia particolare: era stata fondata da un marradese, Federico Ravagli, professore di Lettere nel Ginnasio di Cortona. La tipografia era il suo sogno e pubblicò varie riviste e opere del territorio, finendo per lavorare addirittura con il giornale di Firenze, La Nazione. Alla sua morte (1910) i macchinari furono trasferiti a Marradi, dove Bruno insieme a Baldo e Teresa, continuò l'attività del fratello Francesco. Fu dunque Bruno a pubblicare i Canti orfici, facendo un ottimo lavoro come possiamo vedere. La sua edizione è quella che stiamo trascrivendo digitalmente: proprio quella! Ecco perché anche solo sfogliarla per rileggerla è già emozionante. Se la storia vi è piaciuta e volete fare un giro per provare anche voi l'emozione di trascrivere qualche pagina dei Canti orfici, cliccate qui: ( https://it.wikisource.org/wiki/Indice:Dino_Campana_-_Canti_Orfici,_Ravagli,_Marradi_1914.djvu ) Scegliete una pagina con l'iconcina rossa e buon lavoro. Però affrettatevi, perché le pagine da formattare stanno per finire e dovrete aspettare la prossima rilettura. Ma tu vedi dove può portare un canto orfico di wikisource...😀 == 20.12.2024 == Rileggendo, per formattarlo in wikisource, il cap. IX del Trattato Primo del Convivio di Dante mi imbatto con meraviglia in un proverbio popolare, e cioè: "una rondine non fa primavera", cosa apparentemente inappropriata in un'opera filosofica di alto livello come il Convivio. E invece scopro che Dante lo mutua da Aristotele: "come dice il mio maestro Aristotile nel primo de l’Etica". Vado immediatamente a verificare. Aristotele ne parla a proposito della felicità: «come una rondine non fa primavera, né la fa un solo giorno di sole, così un solo giorno o un breve spazio di tempo non fanno felice nessuno» Aristofane non si lascia scappare l'occasione per fare una battuta delle sue: «C'è bisogno di molte rondini» e Dante invece ne parla a per motivare la sua scelta (ancora una volta "popolare" ) di usare il volgare in un'opera filosofica: «pronta liberalitade mi mosse al volgare anzi che a lo latino» Ma tu vedi dove può portare una rondine di wikisource😀 r6yol8wp4yxs6q62hp8gogy5c7pyjum La Maddalena liberata (1857) 0 957831 3898984 3712769 2026-09-14T09:48:09Z Modafix 8534 3898984 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=9 gennaio 2025|arg=Da definire}}{{Intestazione | Nome e cognome dell'autore = Ignazio Cumbo | Titolo = La Maddalena Liberata | Anno di pubblicazione = 1673 | Lingua originale del testo = italiano | Nome e cognome del traduttore = | Anno di traduzione = | Progetto = letteratura | Argomento = religione | URL della versione cartacea a fronte = Indice:Spanò Bolani - Storia di Reggio Calabria, Vol. II, Fibreno, 1857.djvu }} {{Raccolta|Storia di Reggio di Calabria (Spanò Bolani)|Storia di Reggio di Calabria}} <pages index="Spanò Bolani - Storia di Reggio Calabria, Vol. II, Fibreno, 1857.djvu" from="208" to="218" fromsection="s1" tosection="s1" /> eklxpz60ozxo918tqki10aidfh2q6ij Utente:Pic57/Laboratorio musica 2 959115 3898842 3888854 2026-09-13T19:01:31Z Pic57 12729 3898842 wikitext text/x-wiki <poem>Naturalmente occorre '''saper leggere la musica'''. Non si può pretendere di tra-scrivere, se prima non si sa leggere e scrivere. :) Detto questo, puoi cominciare a dare un'occhiata qui sotto. </poem> <hr> {{Cassetto |Titolo = == Esempio facile facile == |Testo = {{Ct|f=140%|L=0.1em|El pobrecito}} {{Centrato|<small>''Huaynito'' del folklore ecuadoriano. Fine del XIX sec.</small>}} <score sound=1>{ \relative c \clef treble \key c \major \time 4/4 r2 r4 a'8 b'8| c''4 e'' b' d''| c'' a' r4 a'8 b'8| c''4 e'' b' d''| c'' a' r4 a'8 c'' \break d''4 c'' c'' c'' | d'' c'' r4 a'8 c''8 | d''4 c'' c'' c''| a' g' r4 c''8 d''\break e''4 e'' e'' e''| g'' e'' r2| gis''2 e''4 d''| c'' a' r2 \bar "|." } \addlyrics { Aun que | soy un po -- bre -- ci -- to in -- di -- gno | de | tu pre -- sen -- cia ven -go | a | can -- tarte | de | no -- che | pa' | no | mo -- rir | de | ver -- guen -- za | pa' | no | mo -- rir | de | ver -- guen -- za. | Ay, | po -- bre -- ci -- to! | } </score> Ed ecco il codice:<br> <pre><nowiki> <score sound=1>{ \relative c \clef treble \key c \major \time 4/4 %rigo 1 r2 r4 a'8 b'8| c''4 e'' b' d''| c'' a' r4 a'8 b'8| c''4 e'' b' d''| c'' a' r4 a'8 c'' \break %rigo 2 d''4 c'' c'' c'' | d'' c'' r4 a'8 c''8 | d''4 c'' c'' c''| a' g' r4 c''8 d''\break e''4 e'' e'' e''| g'' e'' r2| gis''2 e''4 d''| c'' a' r2 \bar "|." } \addlyrics { Aun que | soy un po -- bre -- ci -- to in -- di -- gno | de | tu pre -- sen -- cia ven -go | a | can -- tarte | de | no -- che | pa' | no | mo -- rir | de | ver -- guen -- za | pa' | no | mo -- rir | de | ver -- guen -- za. | Ay, | po -- bre -- ci -- to! | } </score> </nowiki> </pre> |Default = Chiuso }} {{Rule|4em}} {{Cassetto | Titolo = == Esempio un po' più complesso == | Testo = {{Ct|f=140%|L=0.1em|Addio del volontario}} {{Centrato|<small>in progress</small>}} Questo brano prevede: # un inizio parziale, ovvero la prima battuta di 2/4 inizia però con 1/8 # prevede una ripetizione <score sound=1>{ \relative c'' \clef treble \key f \major \time 2/4 \partial 8 c'8 \bar ".|:" ^\(a'4. g'8 f'4 g' a'4. (g'8) f'4\) f'8 g' a'4 a' c'' a'8 (f'8) g'2 (g'8) r8 g' a' bes'4 bes'4 d'' bes' a'4 a'4 c'' a'8 f'8 g'2 c'' a' (a'8) r8 g'8 a'8 bes'4 bes'4 d'' bes' a' a' c'' a'8 f'8 g'2 c''2 f'2 f'4 r8 c' \bar ":|." f'2 (f'4) r4 \bar "|." } \addlyrics { } </score> {{Rule|4em}} | Default = }} Non esitare a contattarmi al [[Wikisource:bar|'''bar''']] se vuoi anche tu avvicinarti a questo linguaggio e/o collaborare alle trascrizioni. <hr> <hr> {{Cassetto | Titolo = == Frammenti == | Testo = Tutto il codice è senza variabili, e pertanto eseguibile in WikiSource ==={{Sc|'''Immagini'''}}=== <poem>Il messaggio "not allowed in safe" su Wikisource compare perché l'ambiente MediaWiki esegue LilyPond in Modalità Sicura (--safe) per proteggere i server da codice dannoso. In questa modalità, il comando \epsfile è bloccato per diversi motivi di sicurezza: Accesso al File System: \epsfile tenta di leggere un file esterno ("Automobile1.eps") dal disco del server, operazione vietata in modalità sicura. Codice PostScript: I file EPS contengono istruzioni PostScript che potrebbero essere sfruttate per eseguire operazioni non autorizzate sul sistema. '''In ogni caso occorre interrompere lo score.''' Per fare in modo che l'utente non si accorga dell'interruzione dello score dovuto all'inserimento dell'immagine, occorre questo piccolo stratagemma: il lettore midi in calce va sostituito con un lettore midi che legga al pagina dal frammento midi caricato su Commons</poem> <!-- 1. BLOCCO SOLO AUDIO (Unico e continuo) --> <div style="display:none"> <score vorbis="1"> \relative c' { c4 d e f | g a b c } % Tutta la musica qui </score> </div> <!-- 2. BLOCCO VISIVO PARTE 1 --> <score> \relative c' { c4 d e f } </score> <!-- 3. IMMAGINE --> {{FI |file = Ars et Labor, 1908 vol. I (page 210 crop).jpg | tsize = 400px | float = center | caption = }} <!-- 4. BLOCCO VISIVO PARTE 2 --> <score> \relative c'' { g4 a b c } </score> Qui inserire il lettore del frammento caricato su Commons <pre><nowiki> <!-- 1. BLOCCO SOLO AUDIO (Unico e continuo) --> <div style="display:none"> <score vorbis="1"> \relative c' { c4 d e f | g a b c } % Tutta la musica qui </score> </div> <!-- 2. BLOCCO VISIVO PARTE 1 --> <score> \relative c' { c4 d e f } </score> <!-- 3. IMMAGINE --> {{FI |file = Ars et Labor, 1908 vol. I (page 210 crop).jpg | tsize = 400px | float = center | caption = }} <!-- 4. BLOCCO VISIVO PARTE 2 --> <score> \relative c'' { g4 a b c } </score> Qui inserire il lettore del frammento caricato su Commons </nowiki></pre> '''Esempio:''' https://it.wikisource.org/wiki/Pagina:Ars_et_Labor,_1908_vol._I.djvu/210 <hr> === {{Sc|'''Parentesizzare una nota con acciaccatura'''}} === <score> \relative c'{ \acciaccatura { \once \override Parentheses.font-size = #6.5 \once \override Parentheses.padding = #0.5 <\parenthesize f'>16 }e8 d d| } </score> === {{Sc|'''Pedale doppio'''}} === <score> \relative c' { r4 _\markup { \concat { \bold "2 " \italic "Ped." } } bes'2.^>^~| } </score> <pre><nowiki> <score> \relative c' { r4 _\markup { \concat { \bold "2 " \italic "Ped." } } bes'2.^>^~| } </score> </nowiki></pre> '''Esempio''': https://it.wikisource.org/wiki/Pagina:Musica_e_Musicisti,_1904_vol._II.djvu/193 battuta 23 <hr> ==={{Sc|'''Partitura senza tempo'''}}=== <score> \relative c' { \tempo 4=90 \omit Score.MetronomeMark \set Staff.midiInstrument = #"voice oohs" \key bes \major %rigo 1.1 \cadenzaOn bes'8_(_~[ bes16 a g)] g4. \bar "|" c8 c8. ^( [ d16 c bes8 ]\cadenzaOff \bar "|." } \layout { \context { \Staff \remove "Time_signature_engraver" } ragged-last = ##t } \midi {} </score> <pre><nowiki> \context { \Staff \remove "Time_signature_engraver" % Rimuove l'elemento dalla memoria dello spartito, ma le note vanno inserite in una cadenza in modo da poter collocare le barrette delle battute dove vuoi } </nowiki></pre> '''Esempio''': · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Sicilia/Anna Annuzza mia}} <hr> ==='''{{Sc|Rosette}}'''=== <score> \relative c' { aes'8 aes8\rest -\markup { \concat { \fontsize #3 "✴" \hspace #0.5 \fontsize #3 "✴" } } aes4\rest aes2\rest \cadenzaOff \bar "|." } </score> <pre><nowiki> <score> \relative c' { aes'8 aes8\rest -\markup { \concat { \fontsize #3 "✴" \hspace #0.5 \fontsize #3 "✴" } } aes4\rest aes2\rest \cadenzaOff \bar "|." } </score> </nowiki></pre> '''Esempio''': https://it.wikisource.org/wiki/Pagina:Musica_e_Musicisti,_1904_vol._II.djvu/193 battuta 25 <hr> === '''Terzine senza parentesi quadra, ma tonda, con legatura e acciaccatura''' === <score> \relative c' { \override TupletBracket.bracket-visibility = ##f bes'!4_~ \acciaccatura c8 \tupletUp \tuplet 3/2 {bes8^([ a g])} } </score> <pre><nowiki> \relative c' { \override TupletBracket.bracket-visibility = ##f bes'!4_~ \acciaccatura c8 \tupletUp \tuplet 3/2 {bes8^([ a g])} } </nowiki></pre> === '''Stile classico''' === <score> \relative c' { \override Staff.Rest.style = #'classical r4 r8 } </score> <pre><nowiki> \relative c' { \override Staff.Rest.style = #'classical r4 r8 </nowiki></pre> '''Esempio''': {{Testo|Due canzoni in chiave di sol/Non piango più}} === '''Crescendo o diminuendo senza note''' === <score>\relative c' { e2 e_\< \override Hairpin.to-barline = ##t | \! } </score> <pre><nowiki> \relative c' { e2 e_\< \override Hairpin.to-barline = ##t | \! } </nowiki></pre> :: '''Esempio''': {{Testo|Che dici, o parola del saggio?}} %rigo down 3.8b | Default = Chiuso }} == Miniere == Elenca fonti on line da cui reperire partiture {| class="wikitable sortable" |+ Miniere |- ! Archivi !! Link |- | Biblioteca Nazionale Roma || http://digitale.bnc.roma.sbn.it/tecadigitale/spartiti |- | Archivio Ricordi || https://www.archivioricordi.com/collezioni/riviste#/ |- |MusOpen ||https://musopen.org/ |- | IA - Chorus score || https://archive.org/details/texts?tab=collection&query=Chorus+score |- | IA - Pergolesi || https://archive.org/details/texts?tab=collection&query=pergolesi |- |Choral Wiki || https://www.cpdl.org/ |- | Mutopia || https://www.mutopiaproject.org/ |- |IMSLP (Petrucci Music Library) || https://imslp.org/ |- |Barocco || https://baroquemusic.it/ |- | — || Puoi cercare su [https://archive.org/ Internet Archive] e creare una lista "Partiture" come ho fatto io sul mio account. |} lwz4atk0ge1amlm8j0n833386ao3b0a I dí giá involan parte 0 999042 3898914 3804790 2026-09-14T06:23:13Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3898914 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=14 settembre 2026}}{{Intestazione | Nome e cognome dell'autore = Giovanni Guidiccioni | Nome e cognome del curatore = Ezio Chiorboli | Titolo =I dí giá involan parte | Anno di pubblicazione = | Lingua originale del testo = | Nome e cognome del traduttore = | Anno di traduzione = | Progetto = Letteratura | Argomento = canzoni | URL della versione cartacea a fronte = Indice:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu | prec = Com'avrá sparsi i santi odor l'Aurora | succ = S'io il dissi mai, che l'onorata fronde }} {{Raccolta|Rime (Guidiccioni)/Rime d'amore e di religione/Secondo amore/La gelosia|Secondo amore - La gelosia}} <pages index="Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu" from="58" to="59" /> 0wn836hxd69swvkj5hoc5rh28vz2a2i S'io il dissi mai, che l'onorata fronde 0 999043 3898918 3825897 2026-09-14T06:23:53Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3898918 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=14 settembre 2026}}{{Intestazione | Nome e cognome dell'autore = Giovanni Guidiccioni | Nome e cognome del curatore = Ezio Chiorboli | Titolo =S'io il dissi mai, che l'onorata fronde | Anno di pubblicazione = | Lingua originale del testo = | Nome e cognome del traduttore = | Anno di traduzione = | Progetto = Letteratura | Argomento = sonetti | URL della versione cartacea a fronte = Indice:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu | prec = I dí giá involan parte | succ = Iniquissimo sdegno }} {{Raccolta|Rime (Guidiccioni)/Rime d'amore e di religione/Secondo amore/La gelosia|Secondo amore - La gelosia}} <pages index="Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu" from="60" to="60" tosection="s1" /> amuplheejqc7qh3oplx823ru9nde7bq Iniquissimo sdegno 0 999044 3898919 3809154 2026-09-14T06:23:56Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3898919 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=14 settembre 2026}}{{Intestazione | Nome e cognome dell'autore = Giovanni Guidiccioni | Nome e cognome del curatore = Ezio Chiorboli | Titolo =Iniquissimo sdegno | Anno di pubblicazione = | Lingua originale del testo = | Nome e cognome del traduttore = | Anno di traduzione = | Progetto = Letteratura | Argomento = madrigali | URL della versione cartacea a fronte = Indice:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu | prec = S'io il dissi mai, che l'onorata fronde | succ = Io son sì stanco sotto il grave peso }} {{Raccolta|Rime (Guidiccioni)/Rime d'amore e di religione/Secondo amore/La gelosia|Secondo amore - La gelosia}} <pages index="Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu" from="60" to="60" fromsection="s2" /> 7vmctjmq4f3wsorhntw2o8smslxp46b Io son sì stanco sotto il grave peso 0 999045 3898920 3809255 2026-09-14T06:24:03Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3898920 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=14 settembre 2026}}{{Intestazione | Nome e cognome dell'autore = Giovanni Guidiccioni | Nome e cognome del curatore = Ezio Chiorboli | Titolo =Io son sì stanco sotto il grave peso | Anno di pubblicazione = | Lingua originale del testo = | Nome e cognome del traduttore = | Anno di traduzione = | Progetto = Letteratura | Argomento = sonetti | URL della versione cartacea a fronte = Indice:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu | prec = Iniquissimo sdegno | succ = Quella ch'a l'ombra e al sol ne' miei sospiri }} {{Raccolta|Rime (Guidiccioni)/Rime d'amore e di religione/Secondo amore/La gelosia|Secondo amore - La gelosia}} <pages index="Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu" from="61" to="61" tosection="s1" /> i5gokqf8x7f6kee0m3p0u4o9oykiiz7 Quella ch'a l'ombra e al sol ne' miei sospiri 0 999046 3898921 3823829 2026-09-14T06:24:06Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3898921 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=14 settembre 2026}}{{Intestazione | Nome e cognome dell'autore = Giovanni Guidiccioni | Nome e cognome del curatore = Ezio Chiorboli | Titolo =Quella ch'a l'ombra e al sol ne' miei sospiri | Anno di pubblicazione = | Lingua originale del testo = | Nome e cognome del traduttore = | Anno di traduzione = | Progetto = Letteratura | Argomento = sonetti | URL della versione cartacea a fronte = Indice:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu | prec = Io son sì stanco sotto il grave peso | succ = Se l'armi d'umiltade, ond'io pur soglio }} {{Raccolta|Rime (Guidiccioni)/Rime d'amore e di religione/Secondo amore/La gelosia|Secondo amore - 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La gelosia}} <pages index="Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu" from="62" to="62" fromsection="s2" /> 8ju88iyr0vem94ib9551jieyui1touh Pagina:L'Anima musicale d'Italia.djvu/110 108 1019504 3898954 3844662 2026-09-14T07:41:51Z Gatto bianco 43648 /* Riletta */ 3898954 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 108 —|}}</noinclude>{{Centrato|'''ROMAGNA ED EMILIA.'''}} Nonostante la denominazione di Romagna siamo sempre molto in alto perchè le musiche di questa regione non portino traccia della etnofonia che chiamerò alpigiana. Eppure in qualcos’altro vi trapela già il meridionale. È un alito caldo di passioni violente, uno slancio verso l’acuto cui s’arriva per le note sciolte dell’arpeggio, un arricchimento d’espressione musicale a sottintesi che non possono lasciare dubbio alcuno nel critico appena pratico di questi studi. {{Centrato|⁂}} Sono lieto di imbattermi alla bella prima con persona conosciuta la ''Donna lombarda''. È arrivata anche qui, in viaggio di piacere, dato che una melodia è una consolazione dell’animo anche quando, mesta, spreme dal ciglio qualche lacrima. Il maestro Pedrelli, che ne è il primo trascrittore, dà la melodia colle parole: {{Blocco centrato|<poem>Vutti ch’a t’êma sacra curona, Vutti ch’a t’êma sacra curona, :Ch’a j’ho il marì, Ch’a j’ho il marì :C’ha j’ho il marì.</poem>}}<noinclude><references/></noinclude> pea6x8unoezhl5sry9fdfq83bb3zlhn Indice:Zarathustra - L'Avesta.djvu/styles.css 110 1021533 3899013 3897948 2026-09-14T10:56:30Z Alex brollo 1615 3899013 sanitized-css text/css .ri td:first-of-type, .ri td:last-of-type {font-style:italic;} .sbi {font-size:90%; line-height:1.5; padding-left:2em; } .sbi p {text-indent:-2em;} .t1 {text-align:center; font-variant:small-caps; } .t2 {text-align:center; } .t1 p, .t2 p {text-indent:0; font-size:120%;line-height:1.4;} .poem {padding-left:6em;} .sc {font-style:normal; font-variant:small-caps;} clau07y8hitq78sbwd9lqjwobq9c2jr Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/250 108 1021589 3898855 3862683 2026-09-13T20:06:13Z Alex brollo 1615 Aggiunto template FI tramite il gadget CropTool 3898855 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="0" user="Alex brollo" /></noinclude>{{FI |file = Zarathustra - L'Avesta (page 250 crop).jpg |width = 100% |caption = }} {{Ct|f=100%|v=1|GLI IMMORTALI}} {{Ct|f=100%|v=1|E ALTRI MASSIMI SCRITTORI}} {{Ct|f=100%|v=1|RACCOLTA DIRETTA DA}} {{Ct|f=100%|v=1|LUIGI LUZZATTI E FERDINANDO MARTINI}} {{Ct|f=100%|v=1|II SERIE}} {{Ct|f=100%|v=1|VOL XCI}}<noinclude>{{PieDiPagina||— 250 —|}}</noinclude> 2l6uosd9cxza12m5alkvffkj5cvne65 3898856 3898855 2026-09-13T20:15:24Z Alex brollo 1615 /* new eis level0 */ 3898856 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="0" user="Alex brollo" /></noinclude>{{FI |file = Zarathustra - L'Avesta (page 250 crop).jpg |width = 80% |caption = }} {{Ct|f=250%|v=1|L=8px|GLI IMMORTALI}} {{Ct|f=150%|v=1|L=3.5px|E ALTRI MASSIMI SCRITTORI}} {{Ct|f=100%|v=1|RACCOLTA DIRETTA DA}} {{Ct|f=150%|v=1|L=.5px|{{Sc|Luigi Luzzatti e Ferdinando Martini}}}} {| style="color:LightGray;" width=85% align=center |{{cs|L}}|II SERIE||{{cs|R}}|VOL XCI |}<noinclude></noinclude> eos6b8j7bx5e0r8u1bifrq8db8mnjxa Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/120 108 1021693 3898752 3898608 2026-09-13T13:31:17Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898752 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> :Così d’un terzo ancor, più che non era Vasta dapprima, egli aggrandì la terra. Sì che ivi si aggirar bovi ed armenti Ed uomini conforme a lor desio, A lor voglia così, come pur era. </poem> ''A questo punto si rifa, con le stesse parole, la narrazione di sopra per dire che passarono ugualmente sotto il regno di Yima altri trecento anni e poi altri trecento ancora, e come, alla fine di ciascuno di questi periodi, egli ampliò d’un terzo la terra, cioè ne rese abitabile un’altra parte introducendovi l’agricoltura.'' (''Vendidad'', II, 1-41). <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|2. IL DILUVIO}} <poem> :Ed ecco un’assemblea coi santi Spirti<ref>I Genî buoni creati da Ahura Mazdao. Vedi l’''Introduzione''. II. 26 e segg.</ref> Aura Mazda creante indisse allora, Illustre in quella, di santa natura, Irania terra. E indisse un’assemblea Yima il fulgido, quel di genti elette Yima signor, con gli uomini d’allora I più prestanti, celebrato in quella Irania terra di santa natura. Venne a quell’assemblea coi santi Spirti </poem> , *<section end="s2" /><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 120 —|}}</noinclude> 7ktvvruc39yoy4eq6r3tgivsrapmhkw 3898753 3898752 2026-09-13T13:31:51Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898753 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> :Così d’un terzo ancor, più che non era Vasta dapprima, egli aggrandì la terra. Sì che ivi si aggirar bovi ed armenti Ed uomini conforme a lor desio, A lor voglia così, come pur era. </poem> ''A questo punto si rifa, con le stesse parole, la narrazione di sopra per dire che passarono ugualmente sotto il regno di Yima altri trecento anni e poi altri trecento ancora, e come, alla fine di ciascuno di questi periodi, egli ampliò d’un terzo la terra, cioè ne rese abitabile un’altra parte introducendovi l’agricoltura.'' 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(''Vendidad'', II, 1-41). <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|2. IL DILUVIO}} <poem> :Ed ecco un’assemblea coi santi Spirti<ref>I Genî buoni creati da Ahura Mazdao. Vedi l’''Introduzione''. II. 26 e segg.</ref> Aura Mazda creante indisse allora, Illustre in quella, di santa natura, Irania terra. E indisse un’assemblea Yima il fulgido, quel di genti elette Yima signor, con gli uomini d’allora I più prestanti, celebrato in quella Irania terra di santa natura. Venne a quell’assemblea coi santi Spirti </poem><section end="s2" /><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 120 —|}}</noinclude> 8g1rcg1qi37b870hjqt9vzluwdhq555 Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/123 108 1021696 3898746 3897356 2026-09-13T13:14:34Z Alex brollo 1615 /* new eis level1 */ 3898746 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude> <poem> Veggasi, o Yima, non balbuzie mai. Non trista povertà, non di persona Picciolezza o difetto, e non di corpo Altezza che soverchi, e non di denti Lunghezza estrema, non alcun de’ molti Infausti segni che ai viventi apporre Suole Anra Mainyu non empie parole. Non frode o inganno! In quello degli ostelli Che più alto sia, nove ripiani appresta; In quel di mezzo, sei; tre nel più basso; E in quel primiero mille riporrai Germi d’uomini e donne, in quel di mezzo Seicento germi, e in quel che infimo sia. Trecento. Tutti allor K guida, o Yima, Là nel recinto col pungolo d’oro, E muri attorno vi conduci, e in proprio Loco v’apri finestre, e n’abbian luce. Yima allor si pensò : Di qual mai guisa Farti potrò, quale tu a me dicesti, Il recinto. Aura Mazda? — A Yima allora Aura Mazda rispose : O Yima, o figlio. Bello, di Vivahvante, ecco! tu dei Questa terra, calcando de' talloni. Calpestar di tal guisa e di tue mani Tramenarla così, come son usi Gli uomini calpestar molle la creta. Il testo, a questo punto, descrive con le medesime parole il modo con cui Yima jece il recinto e come vi ri Il dio malvado, creatore del male. Vedi V Inirodazìone, II, 39. </poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 123 —|}}</noinclude> im9vqdyv66ndx9s18ky0rmxy4gln9eo 3898747 3898746 2026-09-13T13:20:56Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898747 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude> <poem> Veggasi, o Yima, non balbuzie mai. Non trista povertà, non di persona Picciolezza o difetto, e non di corpo Altezza che soverchi, e non di denti Lunghezza estrema, non alcun de’ molti Infausti segni che ai viventi apporre Suole Anra Mainyu<ref>Il dio malvagio, creatore del male. Vedi l’Introduzione, II, 39.</ref>, non empie parole. Non frode o inganno! 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Bello, di Vivahvante, ecco! tu dei Questa terra, calcando de’ talloni, Calpestar di tal guisa e di tue mani Tramenarla così, come son usi Gli uomini calpestar molle la creta. </poem> ''Il testo, a questo punto, descrive con le medesime parole il modo con cui Yima jece il recinto e come vi {{Pt|ri-|}}''<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 123 —|}}</noinclude> q9ma4ps4ikldxylrptrwf5gwlavpkt0 3898757 3898747 2026-09-13T13:36:12Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898757 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude> <poem> Veggasi, o Yima, non balbuzie mai. Non trista povertà, non di persona Picciolezza o difetto, e non di corpo Altezza che soverchi, e non di denti Lunghezza estrema, non alcun de’ molti Infausti segni che ai viventi apporre Suole Anra Mainyu<ref>Il dio malvagio, creatore del male. Vedi l’Introduzione, II, 39.</ref>, non empie parole. Non frode o inganno! 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Bello, di Vivahvante, ecco! tu dei Questa terra, calcando de’ talloni, Calpestar di tal guisa e di tue mani Tramenarla così, come son usi Gli uomini calpestar molle la creta. </poem> ''Il testo, a questo punto, descrive con le medesime parole il modo con cui Yima fece il recinto e come vi {{Pt|ri-|}}''<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 123 —|}}</noinclude> 3su1tv0k2wx070uluipg68i0ajww2un Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/124 108 1021697 3898748 3897357 2026-09-13T13:24:01Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898748 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude><section begin="s1" />coverò la stirpe degli uomini e le razze dei bruti e le generazioni delle piante. È un’antica narrazione del diluvio, molto simile alla biblica, forse di origine semitica. (''Vendidad'', II. 42-96). <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|3. LODI E PREGI DELL’AGRICOLTURA}} <poem> :Dimmi, tu, o santo, o Fattor dei terreni Esseri, chi alla terra è di maggiore Letizia apportator? — Quegli è, rispose Aura Mazda, che numero maggiore Di biade crescer fa, d’erbe ne’ paschi, E d’alberi fruttiferi, o divino Zarathustra! ovver quando altri un terreno Arido irriga, o un campo d’acque pregno Va prosciugando. E veramente nullo Gaudio ha la terra che si giacque inculta Lunga stagion, la terra, che dell’opra Del cultor fu pur degna. Ove qualcuno La coltivi, ella è sì d’ogni gran bene Lieto ricetto, e aggirasi per essa Florida la donzella che non anche Ebbe figliuoli. E quelli hanno di bene Questa parte che maschia in lor famiglia Cresce la prole. A lor, che questa terra Van coltivando, o santo Zarathustra, </poem><section end="s2" /><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 124 —|}}</noinclude> ne9p2biz48ydm0cu4bvdwv0mfs6lbyn 3898755 3898748 2026-09-13T13:33:19Z Alex brollo 1615 Gadget Pt 3898755 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" /></noinclude><section begin="s1" />''{{Pt|coverò|ricoverò}} la stirpe degli uomini e le razze dei bruti e le generazioni delle piante. È un’antica narrazione del diluvio, molto simile alla biblica, forse di origine semitica.'' (''Vendidad'', II. 42-96). <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t1|3. LODI E PREGI DELL’AGRICOLTURA}} <poem> :Dimmi, tu, o santo, o Fattor dei terreni Esseri, chi alla terra è di maggiore Letizia apportator? — Quegli è, rispose Aura Mazda, che numero maggiore Di biade crescer fa, d’erbe ne’ paschi, E d’alberi fruttiferi, o divino Zarathustra! ovver quando altri un terreno Arido irriga, o un campo d’acque pregno Va prosciugando. E veramente nullo Gaudio ha la terra che si giacque inculta Lunga stagion, la terra, che dell’opra Del cultor fu pur degna. Ove qualcuno La coltivi, ella è sì d’ogni gran bene Lieto ricetto, e aggirasi per essa Florida la donzella che non anche Ebbe figliuoli. E quelli hanno di bene Questa parte che maschia in lor famiglia Cresce la prole. 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Ma a quel che questa terra non coltiva, O santo Zarathustra, nè col destro Braccio nè col mancino, essa, la terra. Parla così : Poiché non mi coltivi Tu nè col manco nè col destro braccio. Tu qui sempre starai, d’altri alla porta Venendo, fra color che chiedon pane Limosinando, e a te, che ti starm Fuori sedente, apporterassi un vile Alimento. Dei beni ti daranno. Recando a te, che sono a lor superflui. O santo, o Creator tu dei terreni Esseri, e quale è mai di questa fede D’Aura Mazda incremento? — Allor rispose Aura Mazda così : Quando la terra Con arder si coltivi, o Zarathustra ^ Oscurissimo passo, variamente inteso. </poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 125 —|}}</noinclude> k23rh8f3tt3d9f0gprqny0fegpl7un3 3898758 3898751 2026-09-13T13:39:06Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898758 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude><poem> Col manco braccio e il destro, ampia ricchezza La terra apporta come allor che, assiso A un bene adorno sedio, e un figlio e un dono Apporta di ricchezze un uom ch’è amico, A un amico che l’ama<ref>Oscurissimo passo, variamente inteso.</ref>. A quegli, o santo Zarathustra, che il suol col destro braccio Si coltiva e col manco, essa, la terra. Parla così; Poichè tu mi coltivi Col braccio destro e il manco, a te, o mortale, A te qui sempre ne verrò portando D’alimenti ogni sorta, apportatrice A te d’essi farommi oltre le biade. :Ma a quel che questa terra non coltiva, O santo Zarathustra, nè col destro Braccio nè col mancino, essa, la terra. Parla così: Poichè non mi coltivi Tu nè col manco nè col destro braccio. Tu qui sempre starai, d’altri alla porta Venendo, fra color che chiedon pane Limosinando, e a te, che ti starai Fuori sedente, apporterassi un vile Alimento. Dei beni ti daranno. Recando a te, che sono a lor superflui. :O santo, o Creator tu dei terreni Esseri, e quale è mai di questa fede D’Aura Mazda incremento? — Allor rispose Aura Mazda così: Quando la terra Con arder si coltivi, o Zarathustra </poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 125 —|}}</noinclude> m8l9g4oqvj24xxh9uy7oexdd5ohxkmg Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/126 108 1021699 3898759 3897359 2026-09-13T13:48:40Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898759 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude><poem> Santissimo! Oh! colui che coltivando Le biade va, la santità ei coltiva! Ei d’Aura Mazda crescer fa la legge, Ei prosperar la fa come per cento Lochi più inoltre, per mille alimenti, Per mille offerte e mille <ref>Traduzione congetturale, essendo probabilmente guasto il testo.</ref>. Ove del grano Sia, sobbalzano i Devi<ref>I demoni (vedi l’''Introduzione''), creature di Anra Mainyu, si turbano al vedere le opere del bene, specialmente quelle dell’agricoltura.</ref> esterrefatti; Ove il gran si rimondi, in scoppi i Devi Rompon di tosse; dove impasto alcuno Di farine si faccia, i Devi piangono; Dove sian spiche, fuggon via volando I Devi; i Devi, ove son spiche assai, Là stanno intenti ad atterrar l’ostello. <ref>Forse degli agricoltori per impedirne le opere.</ref> {{loop|12!.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;}}<ref>Si tralascia un breve passo indecifrabile.</ref> :Dicasi memorando esta preghiera: «Niun di quei che non mangiano, ha vigore, Non per lo zelo dell’intègra vita, Non per lo zelo del coltivar campi. Non per forte desìo dell’aver prole,<ref>Cioè non soltanto per queste cose spirituali si può aver vigore, se pure il passo va inteso così.</ref> Chè, per cibo che prendesi, si vive Ogni corporale essere, e per manco D’alimenti si muore ogni mortale». (''Vendidad'', III, 75-126). </poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 126 —|}}</noinclude> p7miimeyms3r6slhwi5mp7ob6yozx3c 3898762 3898759 2026-09-13T13:50:14Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898762 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude><poem> Santissimo! Oh! colui che coltivando Le biade va, la santità ei coltiva! Ei d’Aura Mazda crescer fa la legge, Ei prosperar la fa come per cento Lochi più inoltre, per mille alimenti, Per mille offerte e mille <ref>Traduzione congetturale, essendo probabilmente guasto il testo.</ref>. Ove del grano Sia, sobbalzano i Devi<ref>I demoni (vedi l’''Introduzione''), creature di Anra Mainyu, si turbano al vedere le opere del bene, specialmente quelle dell’agricoltura.</ref> esterrefatti; Ove il gran si rimondi, in scoppi i Devi Rompon di tosse; dove impasto alcuno Di farine si faccia, i Devi piangono; Dove sian spiche, fuggon via volando I Devi; i Devi, ove son spiche assai, Là stanno intenti ad atterrar l’ostello. <ref>Forse degli agricoltori per impedirne le opere.</ref> {{loop|12|.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;}}<ref>Si tralascia un breve passo indecifrabile.</ref> :Dicasi memorando esta preghiera: «Niun di quei che non mangiano, ha vigore, Non per lo zelo dell’intègra vita, Non per lo zelo del coltivar campi. Non per forte desìo dell’aver prole,<ref>Cioè non soltanto per queste cose spirituali si può aver vigore, se pure il passo va inteso così.</ref> Chè, per cibo che prendesi, si vive Ogni corporale essere, e per manco D’alimenti si muore ogni mortale». (''Vendidad'', III, 75-126). </poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 126 —|}}</noinclude> fqgi4p57ufgney3qb0mjlz9ld4xf0k4 Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/127 108 1021700 3898761 3897360 2026-09-13T13:49:35Z Alex brollo 1615 /* new eis level1 */ 3898761 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude> 4. LE CONTAMINAZIONI Il capitolo V del Vendidad che qui si dà tradotto, tratta della contarrìinazione che oiene dai cadaoeri. Per il contatto del cadavere d’un uomo o d’un cane, entra la Drugia contaminatrice , detta Nasu (vedi ITntroduzione, 55. 42). Si traHa anche un caso tutto particolare, se cioè la materia morta, portata attorno da altri animali, per esempio, da uccelli, può contaminare. Si tocca la questione, inoltre, se il fuoco o l’acqua dònno Veramente la morte. Seguono alcune prescrizioni funebri, e alcune considerazioni intorno alta purità delle acque piovane. Muore una persona in luoghi profondi di vallate, e uno stormo di uccelli discende volando dalle alture dei monti in quei luoghi profondi delle vallate, divora di quel cadavere, del cadavere dell'uomo che là è morto. Indi quello stormo di uccelli da quei luoghi profondi delle vallate rivola alle alture dei monti, va a posarsi sugli alberi, sugli aridi, sui verdi, e su di essi rigetta, espelle, depone. * Un tale poi, da luoghi profondi nelle vallate, sale alle alture dei monti, s’accosta a quegli alberi su cui erano volati gli uccelli, per procacciarsi delle legna per il fuoco. Abbatte di quegli alberi, taglia di quelle le Cioè di quel cadavere di cui gli uccelli si sono nutriti.<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 127 —|}}</noinclude> 8ddy6wjkwa2kjjxha0qlbnf82906vta 3898765 3898761 2026-09-13T14:19:02Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898765 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude> {{Ct|c=t2|4. LE CONTAMINAZIONI}} ''Il capitolo V del Vendidad che qui si dà tradotto, tratta della contarminazione che viene dai cadaoeri. Per il contatto del cadavere d’un uomo o d’un cane, entra la Drugia contaminatrice, detta Nasu (vedi l’Introduzione, 55. 42). Si tratta anche un caso tutto particolare, se cioè la materia morta, portata attorno da altri animali, per esempio, da uccelli, può contaminare. Si tocca la questione, inoltre, se il fuoco o l’acqua dànno Veramente la morte. Seguono alcune prescrizioni funebri, e alcune considerazioni intorno alta purità delle acque piovane.'' Muore una persona in luoghi profondi di vallate, e uno stormo di uccelli discende volando dalle alture dei monti in quei luoghi profondi delle vallate, divora di quel cadavere, del cadavere dell’uomo che là è morto. Indi quello stormo di uccelli da quei luoghi profondi delle vallate rivola alle alture dei monti, va a posarsi sugli alberi, sugli aridi, sui verdi, e su di essi rigetta, espelle, depone.<ref>Cioè di quel cadavere di cui gli uccelli si sono nutriti.</ref> Un tale poi, da luoghi profondi nelle vallate, sale alle alture dei monti, s’accosta a quegli alberi su cui erano volati gli uccelli, per procacciarsi delle legna per il fuoco. Abbatte di quegli alberi, taglia di quelle {{Pt|le-|}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 127 —|}}</noinclude> 63ldai0r7hom7q0zixr5ck1fk2x8i0p Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/128 108 1021701 3898766 3897361 2026-09-13T14:22:17Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898766 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude> {{Pt|gna.|legna.}} spacca di quelle legna, ne accende una vampa in onore del Fuoco figlio di Ahura Mazdao. Quale sarà l’espiatzione di tutto cotesto? Disse allora Ahura Mazdao: La contaminazione della drugia Nasu, ove sia addotta da cani, ove sia addotta da uccelli, ove sia addotta da lupi, ove sia addotta dal vento, ove sia addotta da mosche<ref>È il concetto dell’infezione portata e propagata dalle mosche.</ref>, non rende impuro<ref>Infetto.</ref> l’uomo. Che se tutta la conteiminazione addotta da cani, addotta da uccelli, addotta da lupa, addotta dal vento, addotta da mosche, potesse mai rendere impuro l’uomo, tutta, d’un tratto, questa mia creazione terrena si farebbe in breve d’anima riottosa rifuggendo dalla purità, e tutta quanta sarebbe guasta per la grande copia di cadaveri contaminati di quanti già son morti sopra questa terra. O Creatore degli esseri terreni, o Santo! Viene un tale, e, spargendola. mena dell’acqua in un campo seminato a grano, e viene poi spargendola un’altra volta, e poi una terza volta ancora. Ma poi, alla quarta, ecco che o un cane o una volpe o un lupo vi strascinano un cadavere. Quale è l’espiazione di cotesto? Rispose allora Ahura Mazdao: Un cadavere che sia menato qua e là da cani, da uccelli, da lupi, da venti, da mosche<ref>Cioè il pus infettivo del cadavere.</ref>, non rende impuro l’uomo. Che se tutta la contaminazione addotta da cani, addotta da uccelli, addotta da venti, addotta da mosche, potesse mai {{Pt|ren-|}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 128 —|}}</noinclude> mcvmhpzrxf2xixvnwd7jl4akzgk4cqe 3898769 3898766 2026-09-13T16:08:49Z Alex brollo 1615 3898769 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude> {{Pt|gna|legna}}, spacca di quelle legna, ne accende una vampa in onore del Fuoco figlio di Ahura Mazdao. Quale sarà l’espiatzione di tutto cotesto? Disse allora Ahura Mazdao: La contaminazione della drugia Nasu, ove sia addotta da cani, ove sia addotta da uccelli, ove sia addotta da lupi, ove sia addotta dal vento, ove sia addotta da mosche<ref>È il concetto dell’infezione portata e propagata dalle mosche.</ref>, non rende impuro<ref>Infetto.</ref> l’uomo. Che se tutta la contaminazione addotta da cani, addotta da uccelli, addotta da lupi, addotta dal vento, addotta da mosche, potesse mai rendere impuro l’uomo, tutta, d’un tratto, questa mia creazione terrena si farebbe in breve d’anima riottosa rifuggendo dalla purità, e tutta quanta sarebbe guasta per la grande copia di cadaveri contaminati di quanti già son morti sopra questa terra. O Creatore degli esseri terreni, o Santo! Viene un tale, e, spargendola. mena dell’acqua in un campo seminato a grano, e viene poi spargendola un’altra volta, e poi una terza volta ancora. Ma poi, alla quarta, ecco che o un cane o una volpe o un lupo vi strascinano un cadavere. Quale è l’espiazione di cotesto? Rispose allora Ahura Mazdao: Un cadavere che sia menato qua e là da cani, da uccelli, da lupi, da venti, da mosche<ref>Cioè il pus infettivo del cadavere.</ref>, non rende impuro l’uomo. 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Che se tutta la contaminazione addotta da cani, addotta da uccelli, addotta da lupi, addotta dal vento, addotta da mosche, potesse mai rendere impuro l’uomo, tutta, d’un tratto, questa mia creazione terrena si farebbe in breve d’anima riottosa rifuggendo dalla purità, e tutta quanta sarebbe guasta per la grande copia di cadaveri contaminati di quanti già son morti sopra questa terra. O Creatore degli esseri terreni, o Santo! Viene un tale, e, spargendola. mena dell’acqua in un campo seminato a grano, e viene poi spargendola un’altra volta, e poi una terza volta ancora. Ma poi, alla quarta, ecco che o un cane o una volpe o un lupo vi strascinano un cadavere. Quale è l’espiazione di cotesto? Rispose allora Ahura Mazdao: Un cadavere che sia menato qua e là da cani, da uccelli, da lupi, da venti, da mosche<ref>Cioè il pus infettivo del cadavere.</ref>, non rende impuro l’uomo. Che se tutta la contaminazione addotta da cani, addotta da uccelli, addotta da venti, addotta da mosche, potesse mai {{Pt|ren-|}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 128 —|}}</noinclude> a3h88r0uoy7swed93m1ejcx6rbmfk4z Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/129 108 1021702 3898773 3897362 2026-09-13T16:17:27Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898773 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude> {{Pt|dere|rendere}} impuro l’uomo, tutta, d’un tratto, questa mia creazione terrena si farebbe in breve d’anima riottosa rifuggendo dalla purità, e tutta quanta sarebbe guasta per la copia grande di cadaveri contaminati di quanti già son morti sopra questa terra. O Creatore degli esseri terreni, o Santo! L’acqua è quella che dà morte all’uomo?<ref>Che vuol dire: Una cosa buona come l’acqua, creata da Ahura Mazdao. può far del male, dare nientemeno che la morte?</ref> Disse allora Ahura Mazdao: L’acqua non dà mai morte aH’uomo! Il demone Astovidotu<ref>Demone infernale, su cui vedi l’Introduzione, II. 41.</ref> è quello bensì che lo avvince: augeli poi<ref>Augelli funebri, ministri di Anra Mainyu.</ref> lo strascinano via così avvinto. L’acqua poi lo solleva; l’acqua lo mena con sè; l’acqua lo bagna; gli augelli<ref>Dubbioso se siano gli stessi uccelli di cui sopra, o gli uccelli comuni.</ref> quindi lo divorano, e il cadavere ne va là dove esso capita per il suo destino. O Creatore! 11 fuoco è quello che dà morte all’uomo? Disse allora Ahura Mazdao: 11 fuoco non dà mai morte all’uomo! Il demone Astovidotu è quello bensì che lo avvince; augelli poi lo strascinano via così avvinto. Il fuoco ne arde le ossa e ne consuma le forze vitali, e il cadavere ne va là dove esso capita per il suo destino. O Creatore degli esseri terreni, o Santo! È passata l’estate e già si è in inverno. Che devon fare quelli che sono devoti ad Ahura Mazdao?<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 129 —|}}{{PieDiPagina|{{span|Zarathustra|sc}} — L'Avesta||9}}</noinclude> 6gmirv2eke9dx0gs2x72unaeqjtd0he Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/130 108 1021703 3898774 3897363 2026-09-13T16:25:06Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898774 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude> Disse allora Ahura Mazdao: Di abitazione in abitazione, di vico in vico, elevino essi tre ''kata'' per collocarvi la persona che muore.<ref>Sono piccoli monticelli di terriccio per adagiarvi sopra i cadaveri.</ref> O Creatore degli esseri terreni, o Santo! di che maniera devono essere cotesti ''kata'' da collocarvi sopra la persona morta? Disse allora Ahura Mazdao: Saranno di tal maniera che la parte da dove sta il capo della persona morta, non ne tocchi il capo, e il resto non sia oltre la lunghezza dei piedi, oltre la lunghezza delle mani<ref>In modo, insomma, che ne sporgano e ne restino sollevati dal suolo il capo, le mani, i piedi.</ref>. Tale appunto è il ''kata'', conforme al rito prescritto per una persona morta. Si deponga quindi quel corpo, dal quale gli spiriti vitali sono partiti, su quel ''kata'' così apprestato, e vi si lasci per due notti, ovvero per tre notti, o anche per tutta la durata di un mese, fino a che gli uccelli ritornino a volare, e gli alberi a germogliare, e le acque a scorrere, e i venti a rasciugar la terra<ref>Cioè al ritorno della primavera. L’inverno. descritto dall’''Avesta'', è sempre rigidissimo; segno ch’esso ''Avesta'' è originario di regioni fredde dell’Iran.</ref>. Quando poi gli augelli torneranno a volare, e gli alberi a germogliare, e le acque a scorrere, e i venti a rasciugar la terra, i fedeli di Ahura Mazdao espongano alla luce del sole la persona morta. {{RigaPunteggiata|22}} O Creatore degli esseri terreni, o Santo! E {{Pt|veramen-|}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 130 —|}}</noinclude> ijwi9lq2s7aedplann0eeq98pegw4xm Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/131 108 1021704 3898775 3897365 2026-09-13T16:29:05Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898775 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude> {{Pt|te|veramente}} fai tu uscire le acque dal lago Vourukasha<ref>Il mitico mare in cui si raccolgono le acque tutte.</ref> con venti e nuvoli, tu che sei Ahura Mazdao? E le meni sui cadaveri, tu che sei Ahura Mazdao? E le meni ai cimiteri, tu che sei Ahura Mazdao? E le meni tra le sozzure impure, tu che sei Ahura Mazdao? E le fai penetrar fra le ossa, tu che sei Ahura Mazdao? E le meni in modo invisibile, tu che sei Ahura Mazdao, finchè poi le riduci fin là nel lago Puitika?<ref>Mitico Iago in cui si raccolgono tutte le sozzure, e dove le acque che ne sono inquinate, se ne purificano. L’obbiezione è: Come mai tu, o Ahura Mazdao, meni fra le sozzure e contamini le acque?</ref> Disse allora Ahura Mazdao: Così appunto a’wiene come tu dici veramente, o Zarathustra! Io faccio uscire dal lago Vourukasha con venti e con nuvoli le acque, io che sono Ahura Mazdao. E le meno sui cadaveri, io che sono Ahura Mazdao. E le meno al cimiteri, io che sono Ahura Mazdao. E le meno tra le sozzure impure, io che sono Ahura Mazdao. E le fo penetrar tra le ossa, io che sono Ahura Mazdao. E le meno in modo invisibile, io che sono Ahura Mazdao, finchè le riduco fin là dov’è il lago Puitika. Tutte coteste cose<ref>Cioè tutte le sozzure, i cadaveri, le brutture, raccolte nel Iago Puitika (il puzzolente, dalla rad, pù, putire).</ref> là stanno a concuocersi insieme nel grembo del lago donde poi, purificate, tornano scorrendo le acque, dal lago Puitika al lago Vourukasha, là presso l’albero Huapa<ref>Cioè l’albero delle acque buone, albero meraviglioso che cresce nel bel mezzo del lago Vourukasha. Contiene il principio vitale di tutte le piante e ne porta tutti i semi.</ref>, dove per me crescono gli alberi<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 131 —|}}</noinclude> im0vzgnyk5rbn4fw5u6ed2nd37oiyur Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/132 108 1021705 3898776 3897366 2026-09-13T16:37:19Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898776 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude><section begin="s1" /> di tutte quante le specie. Là allora io, che sono Ahura Mazdao, faccio piovere attorno queste acque tutte perchè producano poi gli alimenti agli uomini pii, il foraggio ai bestiami benefici all’uomo, il grano che per me l’uomo si mangia, il foraggio dei bestiami che sono benefici all’uomo. (''Vendidad'', V, 1-62). <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t2|5. ''CONTAMINAZIONE''<br>DELLA DRUGIA CADAVERICA}} ''Si tratta della contaminazione o iniezione prodotta dal contatto dei cadaveri, rappresentata nella drugia Nasu<ref>Vedi l’''Introduzione'', II, 42.</ref>. Per discacciamela si assegna il rito descritto nella parte seguente del capitolo VIII del ''Vendidad'': Al purificando, lavatesi tre volte le mani, si dà l’acqua lustrale, dopo di che l’iniezione viene cacciata di membro in membro partendo dalla sommità del capo e andando all’ultima falange dei piedi. Zarathustra interroga:'' O Creatore degli esseri terreni, o Santo! Quando l’acqua buona ha toccato la sommità della fronte della persona da purificare, in qual parte se ne caccia la drugia, cioè la Nasu? — Rispose allora Ahura Mazdao: La drugia, cioè la Nasu, si caccia fra le sopracciglia da purificare. <section end="s2" /><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 132 —|}}</noinclude> nszxoug95yamao0722w0u7z8aoitzpw Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/133 108 1021706 3898777 3897367 2026-09-13T16:39:56Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898777 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude><section begin="s1" /> O Creatore degli esseri terreni, o Santo! Quando l’acqua buona ha toccato il punto di mezzo tra le sopracciglia, in quale altra parte se ne caccia la drugia, cioè la Nasu? — Rispose allora Ahura Mazdao: La Nasu, si caccia nella parte posteriore del capo. O Creatore degli esseri terreni, o Santo! Quando l’acqua buona ha toccato la parte posteriore del capo, dove se ne caccia la drugia, cioè la Nasu? — Rispose allora Ahura Mazdao: La drugia, cioè la Nasu, si caccia nelle ossa delle mascelle. ''Così di seguito, rispondendo ad altrettante domande consimili, similmente minute, Ahura Mazdao dichiara a Zarathustra in che modo la drugia Nasu è cacciata di membro in membro fino all’ultima falange dei piedi. Allora, toccata con l’acqua lustrale l’ultima falange del piede sinistro,'' La drugia, la Nasu, è ributtata verso le regioni settentrionali sotto la forma di una mosca, di foggia orrenda, coi ginocchi piegati innanzi, con le parti deretane rattratte a dietro, con una desolazione infinita, al modo degl’insetti più maligni. (''Vendidad'', VIII, 131-228). <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t2|6. IL TAGLIO DELLE UNGHIE E DEI CAPELLI}} ''Il taglio delle unghie e dei capelli si deve fare recitando certe preghiere, perchè, ove non si recitino, i {{Pt|de-|}}''<section end="s2" /><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 133 —|}}</noinclude> gh2twzjt1umkwmzk3w9trsnc2p2fra8 Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/134 108 1021707 3898778 3897368 2026-09-13T16:54:21Z Alex brollo 1615 /* new eis level1 */ 3898778 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude> ''{{Pt|moni|demoni}} se ne fanno un arma coi ritagli. — Anche in certi paesi europei si crede dal volgo che così facciano le streghe. — Del resto, il precetto dell’''Avesta'' è informato alla dottrina dualistica, perchè ogni cosa che si stacchi dal corpo umano, è morta, e le cose morte appartengono tutte ad Anra Mainyu, e però sono nocive''. Domandò Zarathustra ad Ahura Mazdao: Ahura Mazdao, spirito santissimo, creatore degli esseri terreni, o Santo! In qual modo più esiziale possono gli uomini promuovere la morte che è prodotta dai demoni?<ref>Questo è il vero caso teologico-morale: come mai l’uomo, anche pio, può favorire il male?</ref> Rispose allora Ahura Mazdao: Ciò avviene appunto, o pio Zarathustra, allorquando, in questo mondo terreno, qualcuno si sta ravviando i capelli, si taglia i capelli, si taglia le unghie, e lascia le parti così recise nella propria abitazione, a danno degli uomini<ref>Nel senso che. lasciati questi resti nelle case, vi producono l’infezione.</ref>. Per tali atti colpevoli<ref>Ovvero: In quei luoghi così contaminati.</ref>, i demoni invadono la terra; per tali atti colpevoli, gl’insetti nocivi invadono la terra, gl’insetti nocivi che gli uomini chiamano vermi, che divorano il grano nei granai, e rodono le vesti nei loro ripostigli. Ma tu, o Zarathustra, quaggiù, in questo mondo terreno, puoi ben tagliarti i capelli e scorciarti le unghie. Ma poi ne porterai via le parti recise alla distanza di dieci passi lontano dagli uomini pii<ref>Il testo primitivo doveva dire uomini senz’altro; pii è una glossa.</ref>, di venti passi {{Pt|lon-|}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 134 —|}}</noinclude> fedwydlkof2n2dv79tu5l5dwkmarcpz 3898779 3898778 2026-09-13T16:54:33Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898779 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude> ''{{Pt|moni|demoni}} se ne fanno un arma coi ritagli. — Anche in certi paesi europei si crede dal volgo che così facciano le streghe. — Del resto, il precetto dell’''Avesta'' è informato alla dottrina dualistica, perchè ogni cosa che si stacchi dal corpo umano, è morta, e le cose morte appartengono tutte ad Anra Mainyu, e però sono nocive''. Domandò Zarathustra ad Ahura Mazdao: Ahura Mazdao, spirito santissimo, creatore degli esseri terreni, o Santo! In qual modo più esiziale possono gli uomini promuovere la morte che è prodotta dai demoni?<ref>Questo è il vero caso teologico-morale: come mai l’uomo, anche pio, può favorire il male?</ref> Rispose allora Ahura Mazdao: Ciò avviene appunto, o pio Zarathustra, allorquando, in questo mondo terreno, qualcuno si sta ravviando i capelli, si taglia i capelli, si taglia le unghie, e lascia le parti così recise nella propria abitazione, a danno degli uomini<ref>Nel senso che. lasciati questi resti nelle case, vi producono l’infezione.</ref>. Per tali atti colpevoli<ref>Ovvero: In quei luoghi così contaminati.</ref>, i demoni invadono la terra; per tali atti colpevoli, gl’insetti nocivi invadono la terra, gl’insetti nocivi che gli uomini chiamano vermi, che divorano il grano nei granai, e rodono le vesti nei loro ripostigli. Ma tu, o Zarathustra, quaggiù, in questo mondo terreno, puoi ben tagliarti i capelli e scorciarti le unghie. Ma poi ne porterai via le parti recise alla distanza di dieci passi lontano dagli uomini pii<ref>Il testo primitivo doveva dire uomini senz’altro; pii è una glossa.</ref>, di venti passi {{Pt|lon-|}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 134 —|}}</noinclude> q8cw6e85jqmesbe1iijnc10hwqqrfow Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/135 108 1021708 3898843 3897369 2026-09-13T19:13:15Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898843 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude> {{Pt|tano|lontano}} dal fuoco, di trenta passi lontano dall’acqua, di cinquanta passi lontano dal fascio delle verbene legate secondo il rito.<ref>Vedi l’''Introduzione'', II, 57.</ref> Là tu scaverai una fossa, della profondità di una ''disti''<ref>Nome d’una misura sconosciuta.</ref>, nella terra dura, della misura di una spanna nella terra molle; e vi deporrai quelle parti recise, pronunciando, o Zarathustra, queste parole vittoriose: «Per la santità, Ahura Mazdao ha fatto crescere le piante!»<ref>Passo del ''Yasna'', XLVII, 6.</ref>. Indi, con una mazza di metallo, intorno a quella fossa, traccerai tu tre e sei e nove circoli. {{RigaPunteggiata|22}} Reciterai allora tre e sei e nove volte la preghiera ''Ahuna Vairya''<ref>È la preghiera più santa del Zoroastrismo. Se ne darà la traduzione più innanzi.</ref>, dicendo: «A te adduco queste unghie! A te, o augello Ashozusta<ref>Ashozusta, cioè l’amico della purità, è uno degli augelli sapienti mentovati qua e là dall’''Avesta''.</ref>, addico queste unghie! A te le addico acciocchè diventino altrettanti pungoli, coltelli, archi, frecce adorne di penne d’aquila<ref>Quest’aggettivo, di natura epica (cfr. l’''Inno a Mithra'' più innanzi), non doveva essere nel testo primitivo.</ref>, pietre da fionda, contro i demoni di Mazana!»<ref>È la regione montuosa intorno al Mar Caspio abitata da demoni anche secondo il ''Libro dei Re'', di Firdusi.</ref>. Che se non fossero così addette all’augello Ashozusta, quelle unghie diverrebbero appresso, in mano ai demoni di Mazana,<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 135 —|}}</noinclude> 2vdyyy1za9lz3zo53nuwow80aragoeo Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/136 108 1021709 3898844 3897370 2026-09-13T19:18:05Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898844 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude><section begin="s1" />altrettanti pungoli, altrettanti coltelli, archi, freccie adorne di penne d’aquila, pietre da fionda. (''Vendidad'', XVII, 1-29). <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t2|7. IL FUOCO}} <poem> Dimandò Zarathustra: O Creatore Degli esseri terreni, o puro, o santo, Ministro oh! chi egli è mai di quel valente Sraosa puro<ref>Il Genio dell’obbedienza. Vedi l’Introduzione, II. 27.</ref>, incarnata sapienza, Devoto ad Aura Mazda, e fermo e forte? :Disse allora Aura Mazda: Egli è l’augello, O Zarathustra, che il gallo si noma, A cui di Kahrkatasa il nome danno Maledici i mortali<ref>Il nome sembra una goffa imitazione, e perciò qui biasimato, del canto del gallo.</ref>. Or, la sua voce Leva cotesto augel della divina Aurora al tempo, e dice: Or vi levate, Uomini, e lode a quella ottima in vita Santità si tributi. I Devi intanto S’annientino! Busyasta<ref>Il demone femminile del sonno. Vedi l’''Introduzione'', II, 44.</ref> ecco! v’assale Con le mani sue lunghe, ed ella vuole Nel sonno ricacciar, da ch’egli è desto </poem><section end="s2" /><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 136 —|}}</noinclude> al7j90quyjzne2s2dt2kf6o2xxqry7m Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/137 108 1021710 3898849 3897371 2026-09-13T19:49:54Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898849 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude> <poem> Alla luce del dì, l’intero mondo Corporeato. A te, o mortale, un sonno Lungo, oh no! non s’addice. E voi, frattanto, Non v’opponete a tre ch’ènno supreme Bontà, o mortali, al buon pensiero, al buono Parlare, al buono oprar<ref>Concetti fondamentali della morale zoroastriana. Vedi l’Introduzione, II. 58.</ref>; ma sì evitate Tre che supremi son peccati, il reo Pensiero, l’atto reo, la rea parola! :Ma, dei tre tempi della notte al primo, Figliuolo, il Fuoco, d’Aura Mazda, aita Chiede al sir della casa: O della casa Sire, levati! Cingi le tue vesti E le mani ti lava e ti procaccia De’ legni e a me li porta, indi con pure Mani que’ legni puri alla mia vampa Accendimi. Se no, quello dai Devi Azi creato<ref>Il demone della cupidigia.</ref> a me verranne contro, Il viver mio per togliermi oppugnando. :Della notte al secondo dei tre tempi, Figliuolo, il Fuoco, d’Aura Mazda, aita Chiede al colono intento: Ora ti teva, Colono intento! Cingiti le vesti E le mani ti lava e ti procaccia De’ legni e a me li porta, indi con pure Mani que’ legni puri alla mia vampa Accendimi. Se no, quello dai Devi </poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 137 —|}}</noinclude> 39iyx8j24eple4of229fsta8y9wziem 3898850 3898849 2026-09-13T19:50:19Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898850 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude> <poem> Alla luce del dì, l’intero mondo Corporeato. A te, o mortale, un sonno Lungo, oh no! non s’addice. E voi, frattanto, Non v’opponete a tre ch’ènno supreme Bontà, o mortali, al buon pensiero, al buono Parlare, al buono oprar<ref>Concetti fondamentali della morale zoroastriana. Vedi l’''Introduzione'', II. 58.</ref>; ma sì evitate Tre che supremi son peccati, il reo Pensiero, l’atto reo, la rea parola! :Ma, dei tre tempi della notte al primo, Figliuolo, il Fuoco, d’Aura Mazda, aita Chiede al sir della casa: O della casa Sire, levati! Cingi le tue vesti E le mani ti lava e ti procaccia De’ legni e a me li porta, indi con pure Mani que’ legni puri alla mia vampa Accendimi. Se no, quello dai Devi Azi creato<ref>Il demone della cupidigia.</ref> a me verranne contro, Il viver mio per togliermi oppugnando. :Della notte al secondo dei tre tempi, Figliuolo, il Fuoco, d’Aura Mazda, aita Chiede al colono intento: Ora ti teva, Colono intento! Cingiti le vesti E le mani ti lava e ti procaccia De’ legni e a me li porta, indi con pure Mani que’ legni puri alla mia vampa Accendimi. Se no, quello dai Devi </poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 137 —|}}</noinclude> 188me66qmm6uruxrbr9r49psdtsmlrt Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/138 108 1021711 3898851 3897372 2026-09-13T19:52:44Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898851 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude> <poem> Azi creato a me verranne contro Il viver mio per togliermi oppugnando. :Al terzo poi dei tre tempi alla notte, Figliuolo, il Fuoco, d’Aura Mazda, chiede A Sraosa divo aita. O santo, ei dice, Sraosa di vago aspetto, or fa che alcuno Con pure mani rechimi de’ puri Legni alquanto, di tanti che qui sono Nel terren mondo, che quello dai Devi Azi creato a me verranne contro, Il viver mio per togliermi oppugnando. :Sraosa divo, allor, l’augello desta, O Zarathustra, che il gallo si noma, A cui di Kahrkatasa il nome dànno Maledici i mortali. Or, la sua voce Leva cotesto augel della divina Aurora al tempo, e dice: Or vi levate. Uomini, e lode a quella ottima in vita Santità si tributi. I Devi intanto S’annientino! Busyasta, ecco! v’assale Con le mani sue lunghe, ed ella vuole Nel sonno ricacciar, da ch’egli è desto Alla luce del dì, l’intero mondo Corporeato. A te, o mortale, un sonno Lungo, oh no! non s’addice. E voi, frattanto, Non v’opponete a tre ch’ènno supreme Bontà, o mortali; al buon pensiero, al buono Parlare, al buono oprar; ma sì evitate Tre che supremi son peccati, il reo Pensiero, l’atto reo, la rea parola! </poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 138 —|}}</noinclude> lkaaxxb9nw7l3p0uybbkmp1ttnwv035 Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/139 108 1021712 3898852 3897373 2026-09-13T19:56:37Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898852 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> :Allora al sozio suo, tra quei che stanno Su giacigli a posar, così favella Il sozio: Ora ti leva! Ecco, mi sprona Del dì la luce! Quello che dei due Primo si leva, al Paradiso ascende, E a quel dei due che primo d’Aura Mazda Apporta al figlio, con pure le mani, De’ legni puri, a lui, come ad amico, Contento benedice e satisfatto Di questa guisa il Fuoco: Oh! di giovenche Tocchi una mandra a te, venga di forti Figli una schiera! Operante uno spirto, Operante una mente anche in te sia, Viver tu possa con animo lieto Per quanti a viver giorni hai sulla terra! :Tale del Fuoco il benedir per tale Che aridi e al sol gli apporta disseccati I legni puri, sempre ad incremento Del viver santo dei devoti e pii. :(''Vendidad'', XVIII, 33-63). </poem> <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t2|8. TENTAZIONE DI ZARATHUSTRA}} <poem> :Di là dal varco di Settentrione, Di là dai varchi di Settentrione, Fuor sobbalzò pieno di morte, primo </poem><section end="s2" /><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 139 —|}}</noinclude> ba85dzk6rquimayrkdjmel9a7y5reqk Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/140 108 1021713 3898857 3897375 2026-09-13T20:59:47Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898857 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude> <poem> Dei demoni, Anra Mainyu. Ei così disse, Pieno di morte Anra Mainyu, lo stolto: Bàlzati fuori, o Drugia, e morte al pio Zarathustra inferisci! — E fuor balzava La Drugia allor, la demoniaca peste, Buiti. demòne femminil, d’inganni Pieno. Ma Zarathustra una preghiera Intender fea, l’Ahuna-vairya<ref>La preghiera zoroastriana dì cui già si è parlato in altra nota.</ref>, e intanto Le acque adorava, le acque della buona Creazïon, la fè di chi devoto È ad Aura Mazda professando, e quella Ingannatrice, demoniaca peste, Buiti, sgomenta si ritrasse a dietro, E ad Anra Mainyu voce diè: Non io, Cruciatore Anra Mainyu, alcun di morte Modo non veggio in Zarathustra santo. È pien di gloria il santo Zarathustra! :Intese allora di sua mente e disse Zarathustra così: Di me la morte Insiem van congiurando i rei demòni! Levossi allora Zarathustra. Innanzi Zarathustra si fe’ dai tristi e rei Consigli non sgomento del malvagio Spirto<ref>Akamanah, uno dei demoni di Anra Mainyu.</ref>, e in pugno tenea, grosse d’un ''kata''<ref>Misura di volume o di peso di cui non si conosce il valore.</ref>, Le pietre ch’ebbe già dal Creatore Aura Mazda . . . . . . . </poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 140 —|}}</noinclude> 8jpgbwnt3pwi7rjnfpy9trhd56s0eoe Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/141 108 1021714 3898858 3897376 2026-09-13T21:04:25Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898858 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude> <poem> . . . . . . Fe’ aperto allora il suo Pensiero Zarathustra ad Anra Mainyu: :Stolto Anra Mainyu, or io le creature Dei Devi annienterò, quella dai Devi Nasu creata annienterò, con essa La Pairika Khnathaiti<ref>Vedi l’''Introduzione'', II, 44.</ref>, e nasca intanto Vittorïoso, dalla plaga uscendo Orïental, dai varchi d’Oriente, Il Salvator, dall’acque del Kansava!<ref>Il Saosyant che verrà dall’Oriente alla fine del mondo. Vedi l’''Introduzione'', II. 48.</ref> :E a lui di contro urlò quello di ree Opre autore Anra Mainyu: Oh! l’opra mia Creata non disfar, tu Zarathustra, Santo, che figlio sei di Pourushaspa, Detto così nel nascer tuo! Rinnega La fede pura d’Aura Mazda e t’abbi Inclita sorte qual già s’ebbe un tempo Vadaghana signor di regïoni!<ref>Nome d*un personaggio sconosciuto.</ref> :E Zarathustra pio così rispose: Non io rinnegherò quella di Mazda Buona religïon, s’anco queste ossa Schiantassero e la mente io ne perdessi E l’intelletto! — A lui di contro allora Urlò Anra Mainyu il tristo: E di chi mai Annienterai col detto, e di chi mal Con l’armi annienterai l’opera mia, Da me Anra Mainyu procreata? — A lui </poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 141 —|}}</noinclude> qw23a2ptszl3umy7872u3airz0n37fa Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/142 108 1021715 3898859 3897377 2026-09-13T21:10:50Z Alex brollo 1615 /* new eis level1 */ 3898859 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> Così rispose Zarathustra il pio: :I mortai e le tazze e l’haoma<ref>Il succo sacrificale. Vedi l’Introduzione, II, 36 e 57.</ref> e i detti Che Aura Mazda dicea, le mie migliori Armi sono! Distruggere con questo Detto io vo’, con quest’armi e con tal voce, Stolto Anra Mainyu, l’opra tua. Le fea, Queste armi, il Santo Spirto, ei le creava Già nell’evo infinito<ref>Cioè ''ab aeterno''.</ref>, e le crearo. Saggi, avveduti in lor potestà, i sette Santi immortali<ref>I sette Santi immortali che, a guisa di arcangeli, formano la milizia celeste di Ahura Mazdao. Vedi l’Introduzione, II, 26.</ref>. — Allora, intender fea Zarathustra la prece Ahuna Vairya. :(''Vendidad'', XIX, 1-35). </poem> <noinclude><references/></noinclude> <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t2|9. CONDIZIONE DELL’ANIMA UMANA<br>DOPO LA MORTE}} <poem> Disse Aura Mazda: Poi che alcuno è spiente. Poi che morto egli sta, poi che la pugna Conserta hanno sovr’esso i tristi Devi, Gli stolti Devi<ref>Antico concetto secondo cui i demoni contendono al cielo l’anima d’una persona appena morta e pugnano con le potenze celesti.</ref>, al finir della terza </poem><section end="s2" /><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 142 —|}}</noinclude> 010s62y77gbg6azcsw0il0toek6jqi3 3898860 3898859 2026-09-13T21:12:25Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898860 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> Così rispose Zarathustra il pio: :I mortai e le tazze e l’haoma<ref>Il succo sacrificale. Vedi l’Introduzione, II, 36 e 57.</ref> e i detti Che Aura Mazda dicea, le mie migliori Armi sono! Distruggere con questo Detto io vo’, con quest’armi e con tal voce, Stolto Anra Mainyu, l’opra tua. Le fea, Queste armi, il Santo Spirto, ei le creava Già nell’evo infinito<ref>Cioè ''ab aeterno''.</ref>, e le crearo, Saggi, avveduti in lor potestà, i sette Santi immortali<ref>I sette Santi immortali che, a guisa di arcangeli, formano la milizia celeste di Ahura Mazdao. Vedi l’Introduzione, II, 26.</ref>. — Allora, intender fea Zarathustra la prece Ahuna Vairya. :(''Vendidad'', XIX, 1-35). </poem> <noinclude><references/></noinclude> <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t2|9. CONDIZIONE DELL’ANIMA UMANA<br>DOPO LA MORTE}} <poem> :Disse Aura Mazda: Poi che alcuno è spento, Poi che morto egli sta, poi che la pugna Conserta hanno sovr’esso i tristi Devi, Gli stolti Devi<ref>Antico concetto secondo cui i demoni contendono al cielo l’anima d’una persona appena morta e pugnano con le potenze celesti.</ref>, al finir della terza </poem><section end="s2" /><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 142 —|}}</noinclude> e3l2wftu4izy7agh5h6g3igmhl30hjz Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/143 108 1021716 3898865 3897378 2026-09-13T21:16:40Z Alex brollo 1615 /* new eis level1 */ 3898865 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude> <poem> Notte, allorquando la novella aurora Splende e riluce, e in armi belle ascende Mithra ' le alture luminose, e spunta Fulgido il sole, il dèmone cbe nome Ha Vizaresa *, o Zarathustra pio. Le anime avvinte dei malvagi, addette Dei Devi al culto, di perversa vita. Tutte mena con sè. Scendono al varco. Già procreato nel tempo infinito, E lo spirto di lui ch’empio fu visso, E lo spirto del giusto, e al ponte scendono. Ponte santo, che un dì fece Aura Mazda. ’ E l'alma allor, la mente dell’estinto, Chieggon qual sia di lui la sorte, a lui Già procacciata nella mortai vita. ^ Leggiadra allora una fanciulla, e forte Ed aitante, avanzasi, ed un cane Dietro le va, tenera d’anni, cinta Di diadema, con potestà. L’alme Essa de’ pii di là dalla montagna Di Berezaiti ® guida, oltre le mena Del ponte santo, al ponte che al celesti ^ 11 dio sole. ^ Nome del demone che strascina le anime. ^ Il ponte Cinvant (il raccogliente), che serve di passaggio ai regni oltramondani. ^ Passo oscuro. Pare voglia dire che Tanima e la coscienza del morto domandano di sapere quale sia lo stato che gli toccherà nella vita spirituale, secondo le azioni di lui nella vita terrena. ^ Il mitico monte che cinge ai suoi confini la terra, determinato poi geograficamente nel monte Alburz al nord della Persia. </poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 143 —|}}</noinclude> b62svjf8rzz1qhhqtdvtp22e1037fu7 Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/144 108 1021717 3898866 3897379 2026-09-13T21:17:42Z Alex brollo 1615 /* new eis level1 */ 3898866 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude> <poem> Geni appartiene. Levasi dall’auTeo Suo trono allora Vohumano ’ e dice: Di qual mai guisa qui venisti, o pio, Dal mortai mondo a questo ch’è immortale? Beate allora le anime de’ pii Vengono al trono d’Aura Mazda, al trono Aureo de’ Santi vengono immortali, All’ostel della gloria, alla dimora D’Aura Mazda, del Santi alla dimora. Alla dimora delle altre alme pie. Poi che così, dopo la morte sua. Pura è l’alma del pio, perversi e tristi I Daevi ne temon la fragranza Come l’agnella teme 0 lupo allora Che del lupo alla insidia ella va esposta. (Vendidad, XIX, 90-112). ^ Uno dei Santi immortali. Vedi V Introduzione, II, 26. </poem> {{Ct|c=t2|10. SCONGIUR1 CONTRO LE MALATTIE}} <poem> Zarathustra domanda ad Ahura Mazdao chi fu quel primo tra i sapienti che trovò i rimedi contro le malattie. E Ahura Mazdao risponde: Disse allora Aura Mzizda: Esso fu Thrita ‘ Quel primo, o santo Zarathustra, in quelli Antico e mitico sapiente ed eroe discendente da Yima. </poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 144 —|}}</noinclude> rf166n048f5b2rhhcc9794t7c9t6xpd 3898867 3898866 2026-09-13T21:18:43Z Alex brollo 1615 /* new eis level1 */ 3898867 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> Geni appartiene. Levasi dall’auTeo Suo trono allora Vohumano ’ e dice: Di qual mai guisa qui venisti, o pio, Dal mortai mondo a questo ch’è immortale? Beate allora le anime de’ pii Vengono al trono d’Aura Mazda, al trono Aureo de’ Santi vengono immortali, All’ostel della gloria, alla dimora D’Aura Mazda, del Santi alla dimora. Alla dimora delle altre alme pie. Poi che così, dopo la morte sua. Pura è l’alma del pio, perversi e tristi I Daevi ne temon la fragranza Come l’agnella teme 0 lupo allora Che del lupo alla insidia ella va esposta. (Vendidad, XIX, 90-112). ^ Uno dei Santi immortali. Vedi V Introduzione, II, 26. </poem> <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t2|10. SCONGIURi CONTRO LE MALATTIE}} <poem> Zarathustra domanda ad Ahura Mazdao chi fu quel primo tra i sapienti che trovò i rimedi contro le malattie. E Ahura Mazdao risponde: Disse allora Aura Mzizda: Esso fu Thrita ‘ Quel primo, o santo Zarathustra, in quelli Antico e mitico sapiente ed eroe discendente da Yima. </poem><section end="s2" /><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 144 —|}}</noinclude> lvdppkfjj4m8h3fw1nzp5w7hgo5o434 3898931 3898867 2026-09-14T06:42:34Z Alex brollo 1615 /* Trascritta */ 3898931 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> Geni appartiene. Levasi dall’auTeo Suo trono allora Vohumano<ref>Uno dei Santi immortali. Vedi l’''Introduzione'', II, 26.</ref> e dice: :Di qual mai guisa qui venisti, o pio, Dal mortal mondo a questo ch’è immortale? :Beate allora le anime de’ pii Vengono al trono d’Aura Mazda, al trono Aureo de’ Santi vengono immortali, All’ostel della gloria, alla dimora D’Aura Mazda, del Santi alla dimora. Alla dimora delle altre alme pie. :Poi che così, dopo la morte sua, Pura è l’alma del pio, perversi e tristi I Daevi ne temon la fragranza Come l’agnella teme il lupo allora Che del lupo alla insidia ella va esposta. :(''Vendidad'', XIX, 90-112). </poem> <section end="s1" /> <section begin="s2" /> {{Ct|c=t2|10. SCONGIURi CONTRO LE MALATTIE}} ''Zarathustra domanda ad Ahura Mazdao chi fu quel primo tra i sapienti che trovò i rimedi contro le malattie. 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Alla dimora delle altre alme pie. :Poi che così, dopo la morte sua, Pura è l’alma del pio, perversi e tristi I Daevi ne temon la fragranza Come l’agnella teme il lupo allora Che del lupo alla insidia ella va esposta. :(''Vendidad'', XIX, 90-112). </poem> <section end="s1" /> <section begin="s2" /> {{Ct|c=t2|10. SCONGIURi CONTRO LE MALATTIE}} ''Zarathustra domanda ad Ahura Mazdao chi fu quel primo tra i sapienti che trovò i rimedi contro le malattie. E Ahura Mazdao risponde:'' <poem> :Disse allora Aura Mzizda: Esso fu Thrita<ref>Antico e mitico sapiente ed eroe discendente da Yima.</ref> Quel primo, o santo Zarathustra, in quelli </poem><section end="s2" /><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 144 —|}}</noinclude> h0334ldm9iiw78i875x755ffv7ikvav 3898935 3898932 2026-09-14T06:47:03Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898935 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> Geni appartiene. Levasi dall’aureo Suo trono allora Vohumano<ref>Uno dei Santi immortali. Vedi l’''Introduzione'', II, 26.</ref> e dice: :Di qual mai guisa qui venisti, o pio, Dal mortal mondo a questo ch’è immortale? :Beate allora le anime de’ pii Vengono al trono d’Aura Mazda, al trono Aureo de’ Santi vengono immortali, All’ostel della gloria, alla dimora D’Aura Mazda, del Santi alla dimora. Alla dimora delle altre alme pie. :Poi che così, dopo la morte sua, Pura è l’alma del pio, perversi e tristi I Daevi ne temon la fragranza Come l’agnella teme il lupo allora Che del lupo alla insidia ella va esposta. :(''Vendidad'', XIX, 90-112). </poem> <section end="s1" /> <section begin="s2" /> {{Ct|c=t2|10. SCONGIURi CONTRO LE MALATTIE}} ''Zarathustra domanda ad Ahura Mazdao chi fu quel primo tra i sapienti che trovò i rimedi contro le malattie. E Ahura Mazdao risponde:'' <poem> :Disse allora Aura Mazda: Esso fu Thrita<ref>Antico e mitico sapiente ed eroe discendente da Yima.</ref> Quel primo, o santo Zarathustra, in quelli </poem><section end="s2" /><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 144 —|}}</noinclude> ke795iew6unxqgnwkix6jj5s9oawccu 3898940 3898935 2026-09-14T06:57:21Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898940 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude><section begin="s1" /> <poem> Geni appartiene. Levasi dall’aureo Suo trono allora Vohumano<ref>Uno dei Santi immortali. Vedi l’''Introduzione'', II, 26.</ref> e dice: :Di qual mai guisa qui venisti, o pio, Dal mortal mondo a questo ch’è immortale? :Beate allora le anime de’ pii Vengono al trono d’Aura Mazda, al trono Aureo de’ Santi vengono immortali, All’ostel della gloria, alla dimora D’Aura Mazda, del Santi alla dimora. Alla dimora delle altre alme pie. :Poi che così, dopo la morte sua, Pura è l’alma del pio, perversi e tristi I Daevi ne temon la fragranza Come l’agnella teme il lupo allora Che del lupo alla insidia ella va esposta. :(''Vendidad'', XIX, 90-112). </poem> <section end="s1" /> <section begin="s2" /> {{Ct|c=t2|10. SCONGIURI CONTRO LE MALATTIE}} ''Zarathustra domanda ad Ahura Mazdao chi fu quel primo tra i sapienti che trovò i rimedi contro le malattie. E Ahura Mazdao risponde:'' <poem> :Disse allora Aura Mazda: Esso fu Thrita<ref>Antico e mitico sapiente ed eroe discendente da Yima.</ref> Quel primo, o santo Zarathustra, in quelli </poem><section end="s2" /><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 144 —|}}</noinclude> g2mab8uqxpohpbwvcc5miogbageh0m0 Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/145 108 1021718 3898936 3897380 2026-09-14T06:53:37Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898936 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude> <poem> Uomini dotti in medic’arti. Un farmaco Ei dimandava a Ksathra Vairya<ref>Uno dei Santi immortali. Ksathra Vairya. Vedi l’''Introduzione''. II. 26.</ref>, e l’ebbe Di Ksathra Vairya pel favor, rimedio A tutte doglie, a febbri, a mali, a morte. Rimedio a tutte cose e schife e putride, A tutte impurità, quali Anra Mainyu A’ danni producea dell’uman corpo. :Io, pertanto, Aura Mazda, a lui recava E piante ed erbe salutari, e furo A centinaia ed a migliaia, a mille Migliaia; e il Gaokérena<ref>È il nome della mìtica pianta del bianco Haoma, che cresce in mezzo al lago Vounikasha, custodito da un infinito numero di Fravashi. Vedi l’''Introduzione'', II, 36.</ref> v’aggiunsi. :Tutto cotesto or noi benediciamo. Tutto cotesto or noi desideriamo, Tutto cotesto veneriam per questo Umano corpo! E maledetto sii Tu, o morbo, e tu da noi sii maledetta, O morte, o febbre, e tu, doglia, pur anco, E tu, Aura Meizda, tal poter mi dona Per ch’io, d’esso per forza, e atterri e abbatta La Drugia! I morbi oppugnar vo’, la morte, La febbre, i mali oppugnar vo’, le cose Tutte putride e schife, esse, che ai danni Dell’uman corpo Anra Mainyu produsse. Tutti i morbi e la morte, e i maghi tutti E le Pairike oppugnar vo’, e le Giaini </poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 145 —|}}{{PieDiPagina|{{span|Zarathustra|sc}} — L’Avesta||10}}</noinclude> 1ommz75zusx20a9gemvoxulve65g324 Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/146 108 1021719 3898937 3897382 2026-09-14T06:55:40Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3898937 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude> <poem> Tutte malvagie. E qui a conforto venga, D’uomini e donne a Zarathustra addetti, La prece che in ''Airyàma''<ref>Prece solenne zoroastriana di cui la voce ''airyama'' o ''airyèma'' è la prima parola</ref> ha il suo principio. :(''Vendidad'', XX. 11-29). </poem> {{Rule|8em|t=1|v=1}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 146 —|}}</noinclude> 4c9qcnqs3yu5lroqyiv42gwxjwiy2vg Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/147 108 1021720 3899001 3897383 2026-09-14T10:29:45Z Alex brollo 1615 3899001 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude><section begin="s1" />{{Ct|f=140%|v=1|II. - DAL YASNA}} <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t2|I. GLORIFICAZIONE DI HAOMA<ref>Vedi l’''Introduzione'', II. 36.</ref>}} <poem> :Haoma, nell’ora in che spuntava il giorno, Da Zarathustra venne un dì, nel tempo Che Zarathustra intento era la pura Fiamma del Fuoco in adorar<ref>Vedi di sopra i passi dell’''Avesta'', consacrati al Fuoco.</ref>, nel tempo Ch’egli udir fea li sacri canti<ref>I canti o inni che la tradizione costante attribuisce a Zarathustra. Vedi l’''Introduzione'', II, 5.</ref>. Allora Zarathustra il richiese: E tu chi sei, Tu, cui vid’io, nella persona sua, Per tutto il terren mondo, il più avvenente, Nella persona splendida, immortale? :Haoma l’intègro allor, che lungi arresta La morte, così disse: Haoma son io, O Zarathustra, l’integro, che lungi La morte arresta. Oh! tu, santo, alla traccia Vanne di me, spremi del succo mio Perchè poi tu ne gusti, e mi fa lode </poem> <section end="s2" /><noinclude> <references/>{{PieDiPagina||— 147 —|}}</noinclude> 8r15xk1o71js82fbovxvl1h9625ceyi 3899002 3899001 2026-09-14T10:30:23Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3899002 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{rule}}{{rule|v=4}}</noinclude><section begin="s1" />{{Ct|f=140%|v=1|II. - DAL YASNA}} <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{Ct|c=t2|I. GLORIFICAZIONE DI HAOMA<ref>Vedi l’''Introduzione'', II. 36.</ref>}} <poem> :Haoma, nell’ora in che spuntava il giorno, Da Zarathustra venne un dì, nel tempo Che Zarathustra intento era la pura Fiamma del Fuoco in adorar<ref>Vedi di sopra i passi dell’''Avesta'', consacrati al Fuoco.</ref>, nel tempo Ch’egli udir fea li sacri canti<ref>I canti o inni che la tradizione costante attribuisce a Zarathustra. Vedi l’''Introduzione'', II, 5.</ref>. Allora Zarathustra il richiese: E tu chi sei, Tu, cui vid’io, nella persona sua, Per tutto il terren mondo, il più avvenente, Nella persona splendida, immortale? :Haoma l’intègro allor, che lungi arresta La morte, così disse: Haoma son io, O Zarathustra, l’integro, che lungi La morte arresta. Oh! tu, santo, alla traccia Vanne di me, spremi del succo mio Perchè poi tu ne gusti, e mi fa lode </poem> <section end="s2" /><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 147 —|}}</noinclude> bfp05qcqvxmsdb8cjsud8muvfoig0fp Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/148 108 1021721 3899005 3897384 2026-09-14T10:35:43Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3899005 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude> <poem> In un canto di gloria in quella guisa Che altri pii già di me fecer le lodi. :Ad Haoma gloria sia! rispose allora Zarathustra così. Ma qual, rispondi, Haoma, primiero ti spremea<ref>Si noti quest’uso promiscuo (qui e avanti) del senso materiale (''haoma'', pianta, e succo estratto da questa stessa pianta), e del simbolico (''Haoma'', il Genio della pianta).</ref> di questo Terreno mondo a pro’? Qual grazia a lui Toccava? Quale a lui favor sorvenne? :Haoma l’intègro allor, che lungi arresta La morte, rispondea: Fu Vivahvante Quel che primiero mi spremea di questo Terreno mondo a prode. E gli sorvenne Questo favor, toccavagli cotesta Grazia, che un figlio nacquegli, e fu Yima<ref>Intorno a questo mitico re ed eroe, vedi di sopra il numero i dei passi tolti dal ''Vendidad''.</ref>, Splendido, re d’inclite genti, illustre Fra i nati al mondo, che del sol l’aspetto Quaggiù avea tra i mortali. Ei fe’ che, al tempo Di suo regnar quaggiù, la morte mai Non vedesser gli umani e non gli armenti, Non disseccasser mai piante e fontane, Alimento prendessero i mortali Qual giammai non scemò. Lui imperante. Valente e prode, non spiraron venti Freddi mai, non cocenti, e non vecchiaia Era allora e non morte e non invidia Che i demoni creâr. Padre e figliuolo </poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 148 —|}}</noinclude> 8hvvohxo79tci79vvs0af1h0080wivv Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/149 108 1021722 3899006 3897385 2026-09-14T10:38:59Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3899006 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude> <poem> Aggiravansi allor per l’ampia terra Qual se d’essi ciascuno in sua persona Anni quindici avesse. E fu cotesto Fin che Yima regnò, quello di belle Genti signor, di Vivahvante figlio. </poem> ''Seguita il testo raccontando, con le stesse parole, degli uomini che onorarono il Genio Haoma e ne spremettero il succo vitale, e dei benefici che ne ritrassero. Essi sono: Athwya, che perciò ebbe un prode e valente figlio, il re ed eroe Thraetaona; Thrita, che andò lieto di due animosi figli e inventò la medicina (vedi il passo che precede); Pourushaspa, che ebbe il vanto di divenir padre di Zarathustra, profeta e legislatore.'' ''A questo punto, il testo reca il seguente inno di gloria ad Haoma:'' <poem> :Ad Haoma gloria sia! gridava allora Zarathustra così. Haoma gli è buono, Santamente beato! Egli è datore. Salutifero egli è, d’inclito corpo, Benefico, vincente. Aureo colore Tutto l’adorna, negli steli suoi Flessibile, pieghevole. E soave Egli è, se alcun ne gusta, all’alme tutte Apportator di grazie e benefici. :Or io di te proclamo la scïenza, O biondo, e la possanza e la vittoria; Proclamo il tuo vigor, la possa tua Che dà salute, il crescer tuo proclamo </poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 149 —|}}</noinclude> 3xfu6f3q5q3vrpt0zfnd3iro6svqxud Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/150 108 1021723 3899007 3897386 2026-09-14T10:41:43Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3899007 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude> <poem> E il tuo vigoreggiar, la tua proclamo Virtù che a tutti si propaga i corpi, E l’onniforme tua grandezza. Oh! tanto Di te vo’ celebrar perchè concesso Di correre a me sia le regioni Ampie del mondo, in poter mio disciolto, Tutti i malvagi conquidendo, e i rei E la Drugia atterrando. Io di te questo Vo celebrando per ch’io l’empia voglia Rintuzzar possa de’ malvagi e rei, E dei Devi e degli uomini e dei maghi, Degli empi rintuzzar, delle Pairike E dei ciechi e dei sordi<ref>S’intende sordi e ciechi in materia religiosa e morale.</ref> ogni rea voglia, Dei serpi e degli eretici che due Han piè, dei lupi che n’han quattro, schiera Nemica, avversa, che s’avventa e irrompe, Subdola, ingannatrice, ampia la fronte! :Questa grazia primiera io ti domando, Haoma, che lungi la morte trattieni, Il Paradiso ch’è l’ostel de’ pii, E la luce che assomma ogni altra luce! :Questa grazia seconda io ti domando, Haoma, che lungi la morte trattieni. Sano vigor della persona mia! :Terzo questo favore io ti domando, Haoma, che lungi la morte trattieni, Lunga esistenza con vital vigore! :Quarto questo favore io ti domando, </poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 150 —|}}</noinclude> rzu3birzi8iv9coi6xv19a5lzhgrsds Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/151 108 1021724 3899008 3897387 2026-09-14T10:43:54Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3899008 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude> <poem> Haoma, che lungi la morte trattieni. Ch’io forte e sempre al mio desìo conforme Possa aggirarmi per la terra, l’opre Struggendo ree, la drugia conquidendo! :Quinto questo favore io ti domando, Haoma, che lungi la morte trattieni, Ch’io vincitor, colpi in assalti e pugne Sferrando, vada per la terra, l’opre Struggendo ree, la drugia conquidendo! :Sesto questo favore io ti domando, Haoma, che lungi la morte trattieni, Ch’io primo il ladro scorger possa e l’uomo Micidïal, ch’io primo vegga il lupo, Che niun lo scorga pria di noi, ma noi, Primi noi tutti scorgerlo possiamo. :A quelli tutti che valenti aggiogano Coppie alla corsa di cavalli, forza Haoma dona e vigore. Egli alle donne Vicine al parto splendida concede La prole, pia la discendenza. A quelli Che stanno a meditar li sacri carmi, Patriarchi in lor case, un buono stato Haoma dona e grandezza, e alle fanciulle Che lunga età non disposate stanno, Valente e di grand’animo uno sposo Invia che, saggio, le addimandi, e tosto. :Haoma già tolse a Keresàni il regno, A lui, che di regnar forte voglioso Levandosi, dicea: Niun sacerdote Dopo me scorra queste regioni! — </poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 151 —|}}</noinclude> sr7xwf00ex08ju7hqzv69d5shsemv3q Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/153 108 1021725 3899012 3897388 2026-09-14T10:55:35Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3899012 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude> {{Ct|c=t2|2. PREPARAZIONE DELLA BEVANDA<br>SACRIFICALE}} <poem> Lungi di qui s’involino i demòni, E con essi lor femmine, e s’avanzi. Qui a dimorar, Sraosa buono, e seco Ashi buona si stia!<ref>Per Sraosa. e per Ashi, che è il genio femminile della pietà e della santità, vedi l’Introduzione, II, 34. 35.</ref>, Venga e si piaccia Ashi buona di starsi in questa casa Che d’Haoma, germe santo, è proprio albergo! {{RigaPunteggiata|11|m=inline}} :Io benedico e le nubi e la piova Che di te il corpo crebbero dei monti. Là, sulle alture, e i monti benedico Alti ove cresci! Questa io benedico Terra ampia e vasta e fertile e benefica Che puro ti nutriva, Haoma, e quel loco Di questa terra in che tu spunti, ed hai Odor soave e lunge ti distendi. Grazia e favore di Aura Mazda. E cresci, Haoma, tu cresci là sui monti, e attorno Da tutte parti ti distendi. Oh! vera‐ mente sei tu di purità la fonte! Oh! possa tu, per le preghiere mie. In ogni ramo, in ogni tuo germoglio, In ogni germe tuo, prosperar lunge! Haoma si cresce ov’ei laudato sia, </poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 153 —|}}</noinclude> enmbnprl7eol03drjhmf19z051pgt6u Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/154 108 1021726 3899021 3897389 2026-09-14T11:58:00Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3899021 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude><poem> E vittoria maggior sempre s’acquista L’uom che d’inni l’esalta. Or, la più lieve Stilla d’esso spremuta, e la più tenue Lode che a lui si faccia, e quel del succo Di lui saggio più lieve, in forza uguali Sono alla morte di ben mille e mille Dèmoni<ref>Cioè distruggono mille e mille Devi o demoni.</ref>, e dall’ostello ove l’offerta Ad Haoma è addotta, via s’invola e sperde La trista impurità, là ’ve d’alcuno Inno ei si laudi. Or io da lui domando, Da lui ch’è salutifero, la bella E forte sanità per questa mia Casa e per questo borgo. E veramente Gli altri farmachi tutti ènno d’Aesma Astato l’opra<ref>Aeshma, cioè Asmodeo, demone della rabbia, della discordia. Vedi l’''Introduzione'', 11, 41.</ref>, ma quel d’Haoma viene Da bella purità che l’alma allegra.<ref>Allusione alla magia per guarir morbi, in opposizione al succo salutare dell’''haooma''.</ref> Esso il corpo ristora, e a chi ’l riceve Sì come un figlio tenerello, in seno Haoma penetra e sanità v’infonde. Haoma, deh! porgi a me di que’ tuoi farmachi Onde salute apporti! Anche mi dona Delle tue guise di vittoria, vincere Onde sai tu! Fa ch’io per te ne venga Tuo prediletto laudator, che quello Aura Mazda creante un prediletto </poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 154 —|}}</noinclude> nqh9w6k24ycxb95ba725udk88et3o5h Discussioni indice:Zarathustra - L'Avesta.djvu 111 1021833 3898764 3898566 2026-09-13T14:14:52Z Alex brollo 1615 Gadget [[Aiuto:Gadget Trova e Sostituisci|Trova e Sostituisci]]: salvataggio MemoRegex 3898764 wikitext text/x-wiki == memoRegex == <nowiki>{"Ed\\.\\ Cale\\.":["","Ed. 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La rielaborazione ha permesso di sistemare un po' di cose e soprattutto di inserire l'header (RigaIntestazione) e il footer(PieDiPagina), e con un successivo passaggio un po' di tag poem. Chi rilegge non si aspetti la perfezione... ci sono ancora parecchie cose da sistemare, ma chi si accontenta gode :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 10:02, 29 giu 2026 (CEST) :Iniziato la correzione e la sistemazione della formattazione. In ns0 va aggiunto un tl|Sezione note. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 15:16, 9 set 2026 (CEST) i5r7tql4est3hrxjs65l7aeqh71irzb 3898772 3898764 2026-09-13T16:16:57Z Alex brollo 1615 Gadget [[Aiuto:Gadget Trova e Sostituisci|Trova e Sostituisci]]: salvataggio MemoRegex 3898772 wikitext text/x-wiki == memoRegex == <nowiki>{"Ed\\.\\ Cale\\.":["","Ed. 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Melodia ad ogni modo elegantissima. Il curioso è, come il lettore che abbia pazienza vedrà più tardi, che questa ninna-nanna ha molto di un’antica colascionata napoletana. Che davvero il sole meridionale abbia riscaldato di uno dei suoi più bei raggi la culla del settentrione? Ecco i tiri birboni serbati al musicografo che non si rivolge direttamente alla contadinesca fonte. Madama Bellemo o vero la sua cultura ha inconsciamente tratto su una falsa via l’incauta studiosa. E bisogna leggere che eloquente pagina l’{{AutoreCitato|Ella Adaïewsky|Adaiewshi}} ha ricamato sul sentimento umano e il colore etnico di questa ninna-nanna! Ed intanto l’innocente bambinello che crede potersi tranquillamente addormentare cullato dall’amorose braccia di una leggiadra ''putela'' è invece affidato alle robuste braccia di un vero e proprio ''guaglione''. <section end="s1" /> <section begin="s2" /> {{Ct|f=200%|ISTRIA.}} Anche dei canti etnici di questa regione dobbiamo pur troppo lamentare la mancanza di una raccolta-studio fatta con quel metodo e ordine che solo musicologi specialisti avrebbero potuto, e dobbiamo ringraziare gli studiosi di {{Pt|dialettolo-|}} <section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude> 0wklr74mn3cxjerauoku5naampzg6zl Pagina:L'Anima musicale d'Italia.djvu/105 108 1021983 3898950 3874032 2026-09-14T07:38:32Z Gatto bianco 43648 /* Riletta */ 3898950 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 103 —|}}</noinclude>{{Pt|gia|dialettologia}} che si sono dati la pena di raccogliere qualcuna delle melodie che accompagnano le poesie da essi studiate, poichè è solo mercè tale materiale, per quanto scarso e disordinato e non fedelissimo, che, sottoposto alla maggior quantità possibile di audizioni di controllo da parte di istriani, possiamo tentare un saggio di indagine critica della etnofonia istriana. Sbocciata sulle coste adriatiche, dal digradare dell’aspro Carso verso il mare, occhieggia tenera Venezia, la fatata regina dell’acque, dal golfo di cui fan parte entrambe ed entrambe disegnano le coste colle braccia tese a mezzo cerchio quasi affettuose sorelle che si tengan per mano. E la minore delle due, dai canti dei pescatori di Chioggia riceve, nelle serene notti estive, trasportata dalla brezza marina, la dolcissima eco di cui ritrae luci e colori. Ma pur l’Istria è ricca di canti suoi, come tutte le terre d’Italia e tali canti rimanda in generosa gara sonora alla madre patria per la superficie dell’acque. Canti ben italiani dunque, fiori di uno stesso stelo, di una passione di un’anima stessa, su i quali nulla ha potuto l’influsso delle genti slave, serbi, sloveni, bosniaci, perchè i caratteri della loro musica troppo si discostano dalla etnofonia veneta-italica perchè questa ne potesse raccogliere anche il minimo elemento. I canti della regione sono generalmente {{Pt|po-|}}<noinclude><references/></noinclude> q53pbgfymv1ksly6ykarrgl2qg0e320 Pagina:L'Anima musicale d'Italia.djvu/106 108 1021984 3898955 3855855 2026-09-14T07:42:14Z Gatto bianco 43648 /* Riletta */ 3898955 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 104 —|}}</noinclude>{{Pt|veri|poveri}} di movimento e disadorni di abbellimenti se se ne toglie l’acciaccatura, o appoggiatura breve, che per la brevità dell’intervallo spesso non arriva al semitono dalla nota reale su cui posa l’accento, e del valore che tanto si identifica in movimento emozionale sonoro che non viene avvertito come un vero e proprio abbellimento musicale ed è quindi spiegabile come sia stato finora trascurato dai trascrittori. Per questi caratteri le melodie, per lo più tristi, si riallacciano a tutte quelle che, dirò così, rappresentano la prima linea di canto popolano nazionale italico costituita dal Piemonte, Lombardia, Veneto, che si prolunga fino a questo capo della costa adriatica. Noi dobbiamo contentarci qui di prendere in esame le canzoni del popolo di Rovigno, centro fortunatamente conservatosi fra i più puri di tutta l’Istria da stranieri contagi. {{Centrato|⁂}} La melodia che fra tutte mi pare più importante riportare è questa con la quale anche in Istria si canta la ''Donna Lombarda'', pur qui trasmigrata chi sa mai da quanto tempo. Siamo alla terza lezione di questa popolaresca canzone che pare essere fra tante quella che gira più disinvolta per maggior numero di regioni e quel che più<noinclude><references/></noinclude> hhcfal6abbiqny01b7x6epvi4z4waox Pagina:L'Anima musicale d'Italia.djvu/107 108 1021985 3898951 3868529 2026-09-14T07:39:47Z Gatto bianco 43648 /* Riletta */ 3898951 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 105 —|}}</noinclude>conta, senza troppo perdere del suo carattere originario, conservandone anzi, quel tanto che potrebbe servire di spunto a più di una acuta osservazione ([[L'Anima musicale d'Italia/Istria/Amememeî|Tav. n. 27]]). Qui il 6/8 della ''Donna Lombarda'' piemontese da noi riportata è trasformato in un 3/8 ma l’unica differenza reale fra le due melodie è che mentre la prima si lega alla poesia in ragione di una nota per sillaba in modo da ottenere un così detto canto sillabico; nella seconda invece, per la maggior parte, ad ogni sillaba corrispondono due note in modo da formare un canto vocale. Questa differenza tecnica fa sì che il primo sia più deciso e semplice mentre questo più dolce ed agile e dal trascinarsi delle sillabe su due o tre oscillazioni di suono, accentuata dall’iniziale spinta delle due semicrome, acquisti il carattere proprio dei canti del mare da cui figliarono tutte le barcarole.... più o meno artistiche. Ed anche nella semplice linea è notevole la salita agli armonici superiori col quale incomincia il tema piemontese e l’ondulazione nella quale si mantiene tutta la melodia istriana. Entrambe però cominciano in levare, la prima frase finiscono in tempo debole, da vere canzoni etniche, e la seconda frase di chiusa ''Amememe'' hanno simile, quasi con le stesse note, salvo un rilevamento ultimo in quella rovignese. Fra la ''Donna lombarda'' istriana e quella veneta le<noinclude><references/></noinclude> 3ez1kct2sb0y10b4ksvo9eshy5um8hi Pagina:L'Anima musicale d'Italia.djvu/108 108 1021986 3898952 3868530 2026-09-14T07:40:21Z Gatto bianco 43648 /* Riletta */ 3898952 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 106 —|}}</noinclude>differenze sono meno sensibili, eppure in quella dell’Istria i caratteri montanini della lezione piemontese si attutiscono ancora più mentre quelli dirò così liquidi che compariscono in quella veneta vi si accentuano in modo tanto notevole da farne il suo colore essenziale. {{Centrato|⁂}} A [[L'Anima musicale d'Italia/Istria/Fiuri de reîso|tav. n. 28]] riporto uno stornello, per contenuto poetico e musicale totalmente diverso dal tema precedente. Ma io lo riporto, più che per altro, perchè dimostra essere questa forma musicale fra le più recenti della musica etnica. Lo stesso ''muttetu'' sardo, ben più antico, non è certo fra i tipi melodici più arcaici che vanti la Sardegna. In quest’esempio istriano è un’aria di famiglia col ''Fior di giaggiolo'' mascagnano che sorprende ma di cui tenendo conto della comune origine etrusca di questa forma di canto popolare in tutta Italia non è possibile più fare le maraviglie e ci fa pensare ad un innesto toscano fatto dal Maestro livornese in territorio siciliano. Alla terza, ottava e ultima battuta la conclusione dei tre diversi periodi musicali avviene sul secondo movimento cioè il debole e vi si prolunga.<noinclude><references/></noinclude> gs57azypyjb5d18k603o7uh0p5qfsu1 Pagina:L'Anima musicale d'Italia.djvu/109 108 1021987 3898953 3868531 2026-09-14T07:40:50Z Gatto bianco 43648 /* Riletta */ 3898953 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 107 —|}}</noinclude>{{Centrato|⁂}} E non posso trattenermi dal riportare ancora (vedi [[L'Anima musicale d'Italia/Istria/Mi cioro|tav. n. 29]] e [[L'Anima musicale d'Italia/Istria/E su la reîva|30]]) due altri temi, tanto il loro fondo patetico, incorniciato nel primo dal quattro quarti in cui muove qualche croma col punto seguito da semicroma, nel secondo dal sei ottavi in cui si racchiude il movimento più elegante della danza etnica, mi pare colorato di lievi sfumature atte in sommo grado a commuovere quando siano, come qui, unite ad una tessitura piuttosto ardita che costringe le voci non educate agli atlettismi da circo dei cantanti da palcoscenico, ad una emissione di falsetto adombrato dalla bocca semichiusa, di un effetto caratteristico. {{Centrato|⁂}} Stesa così, come invincibile baluardo, una rete di italici canti da Nizza a Rovigno, senza curarci di frugare oltre negli estremi limiti su in alto ove vanno divulgandosi e imponendosi colla loro dolcezza e colla loro forza, volgiamo i passi verso l’interno sicuri, man mano che c’inoltreremo, di trovare sempre più ricca messe di voci arcane ed incantevoli nell’aria diffuse come l’oro de’ raggi del sole.<noinclude><references/></noinclude> tseupamdouwk3ocr7rr3eq4298qs7ce Pagina:L'Anima musicale d'Italia.djvu/101 108 1022869 3898946 3857944 2026-09-14T07:35:30Z Gatto bianco 43648 /* Riletta */ 3898946 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 99 —|}}</noinclude>di congiunzione di quella lombarda. E sarebbe stato interessantissimo seguire la stessa melodia passo passo nelle varie modificazioni prese in tutte le regioni d’Italia ove si canta. Il lettore voglia perdonarmi del salto da attribuire magari a mal destro nelle ricerche, non a mancanza di volontà di contentarlo o di mio bisogno da musicologo. {{Centrato|⁂}} A [[L'Anima_musicale_d'Italia/Venezia/Pelegrin_che_vien_da_Roma|tav. n. 23]] è riportato il tema del motivo che nel Veneto, ma forse più strettamente nel padovano, il popolano pose alle parole ''Pelegrin che vien da Roma''. Lo dò unicamente perchè il lettore lo confronti con l’altro, ben più elaborato, che cantasi in Piemonte colle stesse parole, e ne tragga le considerazioni che meglio crederà. Per me entrambi le melodie, niente belle perchè non manifestano alcun sentimento umano prodotto di etnos. In questo caso il verso passato da una in altra regione vi ha preso a prestito un vestito musicale qualsiasi già tagliato e cucito per altra poesia. Così è che in nessuna delle due versioni la melodia corrisponde alle parole.<noinclude><references/></noinclude> pfm92iohv8ey1hxj8xxi0nu9tbpq9wa Pagina:L'Anima musicale d'Italia.djvu/102 108 1022870 3898947 3874031 2026-09-14T07:36:04Z Gatto bianco 43648 /* Riletta */ 3898947 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 100 —|}}</noinclude>Ed ecco a [[L'Anima musicale d'Italia/Venezia/O benedett l'amor dei giovin|tav. n. 24]] poche battute di un tema a più voci. È per uomini nonostante l’arditézza della parte acuta. Ma questa viene eseguita con voce di falsetto mentre la più grave canta nel miglior centro della voce di tenore o di baritono. Chi avrà insegnato a questi contadini del Friuli a cantare a più parti armonizzando e ricamando e disponendo le diverse voci in così fatto modo da ricavarne il più ricco effetto di sonorità? Mah! lo direi semplicemente: la natura li ha suggeriti; ma ci sarà senza dubbio qualche grosso storico di cui i nostri cervelli come molle cera si sono abituati a fonografare tutti i solenni... giudizi, che dirà l’uomo non saper cantare a più parti per natura, essere l’armonia, il contrappunto e gli artifizi tutti del canto a più parti, frutto storico dei grandi tecnici e il canto popolare polivoco dovuto al canto liturgico. E i più giureranno su tale vangelo. {{Centrato|⁂}} Ma prima d’abbandonare questa regione piena d’incanti sento il dovere di dare a [[L'Anima_musicale_d'Italia/Venezia/Fame_la_nana|tav. n. 25]] e [[L'Anima musicale d'Italia/Venezia/Nanà nanà nanà|26]] due saggi di nanna dolcissima.<noinclude><references/></noinclude> 0557aabj3i8280e37mscx7y99r8yk6j Pagina:L'Anima musicale d'Italia.djvu/103 108 1022871 3898948 3857946 2026-09-14T07:37:03Z Gatto bianco 43648 /* Riletta */ 3898948 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 101 —|}}</noinclude>Il primo, antichissimo, è certo più di un secolo che non ha cullato bambino. Semplice e più che semplice primitiva la melodia che muove a stentati passi nel ristretto ambito di cinque gradi e par quasi dover prender lena prima di inalzarsi fino alla terza e poi alla quinta del tono. Le uniche modeste grazie naturali, il tempo di ''sei ottavi'' che camminando ''andantino'' gli toglie del grave e gli presta eleganza di mosse; il modo minore che alla naturale mestizia, non facendo sentire l’alterazione ascendente del sesto e settimo grado, aggiunge l’impressione del modo ipofrigio de’ greci. Nella ripetizione finale all’ottava bassa dell’ultima frase è un effetto di eco, col rilasciamento di tutti i muscoli diaframmatici ed intercostali, che riscontrasi talvolta in certa musica etnica ma è più spesso artificio di compositore consumato. Il secondo, molto più marcato nel ritmo dalle sfuggenti semicrome che fanno accentare di più le crome puntate, ripercussione delle prime sforzate spinte date alla signorile culla nell’andamento ritmico, che oltrepassa facilmente, per successivi slanci, di una terza, l’ottava alta, è in tono maggiore ed è palesemente più moderno e mi pare abbia anche perduto qualche cosa dell’impronta originale del luogo e starei per dire del popolano, senza raggiungere quell’alta espressione raggiunta da altre canzoni della culla di altre regioni<noinclude><references/></noinclude> p3zul8okoitc427t8wgkuuhhnbwrc5r Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/152 108 1024254 3899009 3862517 2026-09-14T10:46:15Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3899009 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude><poem> Ei volea, Keresani, ogni fiorente Stato annientar; tutte volea costui L’opre annientar che son gioconde e liete.<ref>Passo oscurissimo. Non si sa chi sia cotesto Keresani. Forse un principe nemico della religione zoroastriana, che fu sconfitto e ridotto al silenzio.</ref> :Haoma, salute a te! chè, di vigore Proprio armato, ten vai libero attorno In tuo proprio volere! A te salute, Che i molti carmi sai che fûr già detti Con verità! Salute a te, che i carmi Veridici non vai investigando!<ref>Non ne dubiti come fanno i miscredenti.</ref> Aura Mazda però d‘una cintura Dono ti fe’, di stelle adorna, in cielo Oprata un dì, la fè buona di Mazda, Di cui, dei monti sovra l’ardue vette. Accinto stai per che tu renda assidui Della legge divina e i canti e i doni.<ref>Altro passo oscuro. La frase, inoltre, ha senso reaie (la pianta haoma che cresce sui monti), e simbolico (il Genio Haoma a cui Ahura Mazdao dà, come cintura, la religione).</ref> :(''Yasna''. IX. 1-20; 49-82). </poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 147 —|}}{{PieDiPagina|{{span|Zarathustra|sc}} — L’Avesta||10}}</noinclude> amd58dvikcdxxnly5rk1ltlkdpls2a9 Salvatore Rosa 0 1025184 3898897 3877457 2026-09-14T06:19:20Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3898897 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=14 settembre 2026}}{{Intestazione | Nome e cognome dell'autore = E. T. A. Hoffmann | Nome e cognome del curatore = | Titolo =Salvatore Rosa | Anno di pubblicazione = 1819 | Lingua originale del testo = tedesco | Nome e cognome del traduttore = G. B. | Anno di traduzione = 1835 | Progetto = Letteratura | Argomento = Racconti | URL della versione cartacea a fronte = Indice:Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu }} {{Raccolta|Racconti (Hoffmann)}} <pages index="Hoffmann - Racconti IV, Milano, 1835.djvu" from="5" to="5" fromsection="s1" tosection="s1" /> ==Indice== * {{testo|/Capitolo I}} * {{testo|/Capitolo II}} * {{testo|/Capitolo III}} * {{testo|/Capitolo IV}} * {{testo|/Capitolo V}} * {{testo|/Capitolo VI}} 1bxxbwpa105uybkdyx2a0f6iyhccvmg Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/97 108 1025231 3898770 3896127 2026-09-13T16:09:49Z Panz Panz 3665 3898770 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|xciii}}|riga=sì}}</noinclude>riscontro a questi vedete il sano e forte criterio di {{AutoreCitato|Avicenna|Avicenna}} e di {{AutoreCitato| Al-Kindi|Alchindi}} combattere la vanità di quei sogni, e il primo, dopo esaminati i libri più famosi degli alchimisti, dichiararli un matto accozzamento di frasi e menzogne, l’altro pubblicare un apposito trattato ''Delle fredi e degli errori degli alchimisti'' <ref>''Bibliot. arab.'' dei filosofi. Voce ''Alchindi''. </ref>. Quindi citeremo {{AutoreCitato|Abū Zayd al-Balkhī|Abu Said Alsekri}}<ref>''Storia degli animali''.</ref>, Asmai o {{AutoreCitato|Al-ʾAṣmaʿiyy|Abusaid}}<ref>''Storia degli animali''. Vedi {{AutoreCitato|Barthélemy d'Herbelot de Molainville|Herbelot}}, pag. 134.</ref>, {{AutoreIgnoto|Avasi Mohamed}}<!--Muhammad al-Habashi--><ref>''Storia degli animali'', opera di parecchi volumi, lodatissima da {{AutoreCitato|Ibn al-Khatib|Catib}} (''Bibliot. araba'').</ref>, {{AutoreCitato|Al-Damîrî|Demiri Chealeddin}}<ref>''Storia degli animali'', opera vastissima, in cui non solo sono rappresentati ed illustrati i nomi degli animali, la loro natura, proprietà, qualità, virtù, educazione, ma sì anche i proverbi da loro presi, e decise le controversie che dalle varie loro specie nascono tra i dottori maomettani. {{AutoreCitato|Jacob Golius|Golio}}, {{AutoreCitato|Giuseppe Simone Assemani|Assemani}}, {{AutoreCitato|Oluf Gerhard Tychsen|Tychsen}}, {{AutoreCitato|Samuel Bochart|Bochart}}, fecero opere con solo alcune parti di questo vasto lavoro. Esiste inedita una traduzione francese di {{AutoreCitato|François Pétis de la Croix|Petit La Croix}}.</ref>, {{AutoreCitato|Al-Jahiz|Giahed abu Othman}}<ref>''Trattato degli animali'', opera di cui approfittarono Demiri e Bochart.</ref>, che illustrarono la zoologia; {{AutoreCitato|Ibn al-Baitar|Beitar}}, uomo di una prodigiosa erudizione, non pago delle cognizioni acquistate sui libri, nella scienza botanica, va a rintracciarle nelle piante stesse sui campi e sui monti percorre la Spagna, la Grecia, l’Africa, l’Asia, e colle sue scoperte arricchisce di ben mille altre piante la botanica di {{AutoreCitato|Dioscoride|Dioscoride}}: {{AutoreCitato|Ibn al-Awwam|Awam}}, {{AutoreCitato|Rhazes|Razis}}, Avicenna, {{AutoreCitato|Averroè|Averroe}}, {{AutoreCitato|Al-Jazari|Alsari}} e i numerosi altri citati dal {{AutoreCitato|Miguel Casiri|Casiri}}<ref>''Bibliot. arab. hisp.'', tom. I, pag. 323. Veggasi pure {{AutoreCitato|Albrecht von Haller|Haller}}, ''Bibliot. botan.'' passim. {{AutoreCitato|Kurt Sprengel|Sprengel}}, ''Historia rei erbariæ'', passim.</ref> fanno negli studi botanici una gloriosa corona intorno a Beitar, appellato il {{AutoreCitato|Joseph Pitton de Tournefort|Tournefort}} degli Arabi. Il ''Trattato della cognizione dei minerali'', e l’altro ''delle miniere e dei minerali'' di {{AutoreCitato|Al-Maqrizi|Makrizi}}, offrono pur essi bel saggio delle loro cognizioni mineralogiche; Makrizi aggiungasi Avicenna, sì celebre specialmente per la sua classificazione dei minerali che trovavasi ancora adottata non molti anni sono; ne aveva formato quattro classi: le ''pietre'', i ''metalli'', i ''zolfi'' o ''sostanze infiammabili'', ed i ''sali''; aveva inoltre dimostrata l’utilità della chimica nel distinguere i minerali, d’onde ebbe origine l’''analisi generale'' ed i saggi chimici e mineralogici per via umida. Veniamo alle scienze matematiche. E primamente che non debbe l’aritmetica agli Arabi? Le opere di {{AutoreCitato|Thābit ibn Qurra|Thebit ben Corrah}} sui numeri poligoni, e su quei che si moltiplicano all’infinito; quelle di {{AutoreCitato|Muhammad ibn Musa al-Khwarizmi|Aba Abdalla Mohamed}}, chiamato per antonomasia l’''aritmetico''; di {{AutoreIgnoto|Abu Barza}}<!--Abū Barza al-Jīlī-->, detto il ''calcolatore'', di quanti nuovi metodi, di cui però ben poco ci rimane oggidì, non hanno arricchita questa scienza? — La ''regola di falsa posizione'' non è essa stessa un’invenzione degli Arabi, i quali la chiamavano col nome di ''elcatai''<ref>{{AutoreCitato|Luca Pacioli|Luca di Borgo San Sepolcro}}, ''Somm. d’aritm. e di geometria''. {{AutoreCitato|William Beveridge|Bevereggio}}, ''Arithm. cronolog.'', lib. I.</ref>. Non è agli Arabi che noi dobbiamo l’uso delle cifre indiane che ritengono pure il nome di arabiche<ref>''Disc. prèl. Encyclop. méthod. mathém.''</ref>. Che non fecero gli Arabi nell’algebra? {{AutoreCitato|Muhammad ibn Musa al-Khwarizmi|Mohamed ben Musa}} sì versato in questa scienza da farlo dire inventore di essa, Thebit ben Corrah che giunse perfino a dar problemi algebraici da comprovarsi con geometriche dimostrazioni; {{AutoreCitato|Omar Khayyam|Omar ben Ibraim}} che scrisse un trattato di ''Algebra delle equazioni cubiche'', senza parlare delle opere di {{AutoreCitato|Ahmad ibn al-Tayyib al-Sarakhsi|Ahmed Altajeb}}, di {{AutoreCitato|Ibn al-Banna al-Marrakushi|Ebn Albanna}}, di {{AutoreCitato|Al-Karaji|Kosein}}, di {{AutoreCitato|Ibn Mu'adh al-Jayyani|Jahia}}, di {{AutoreCitato|Ali ibn Abdullah Tabrizi|Tejoddin}}, ed infiniti altri, ben rivelano a quale progresso avessero gli Arabi spinta la scienza algebrica. I già citati {{AutoreCitato|Thābit ibn Qurra|Thebit ben Corral}} ed {{AutoreCitato|Al-Kindi|Alchindi}} erano nella geometria salutati come gli {{AutoreCitato|Archimede|Archimedi}} e gli {{AutoreCitato|Apollonio di Perga|Apollonii}} della loro nazione. «Gli Arabi, dice {{AutoreCitato|Charles Bossut|Bossut}}, diedero al calcolo trigonometrico la forma che conserva anche oggidi, almeno quanto ai principii. Essi sostituirono l’uso dei seni a quello delle corde che adoperavasi prima, e con questo resero più semplici e più facili le operazioni della geometria pratica<ref>{{AutoreCitato|Alexandre Sarrazin de Montferrier|Montferrier}} ha fatto conoscere un opuscolo di aritmetica di Avicenna, che è una esposizione delle radici del calcolo e dell’aritmetica. Vedi ''Dictionnaire des Sciences mathématiques'', tom. I, pag. 141.</ref>». Giudizio ben giustificato dal libro ''Delle sfere'' di {{AutoreCitato|Banū Mūsā|Mohamed ben Musa}}, dalle opere di {{AutoreCitato|Muḥammad ibn Jābir al-Ḥarrānī al-Battānī|Albatenio}}, dal trattato sui seni retti di {{AutoreCitato|Ahmad ibn Muhammad ibn Kathir al-Farghani|Alfragano}}, da quello delle tavole dei seni, e del loro uso nella trigonometria di {{AutoreCitato|Alcabizio|Abdelazis Massudi}} e dalle opere di {{AutoreCitato|Alhazen|Hassen}}, che colla trisezione dell’angolo e colle ricerche sulle due medie proporzionali per la duplicazione del cubo, risolse problemi stati insolubili agli antichi. Vedete a qual punto arrivassero nelle matematiche applicate nei ''Trattati di mecanica'' di {{AutoreCitato|Al-Jazari|Gezeri Abulaz}}, e dei tre figli di Mose ben Musa, Mohamed cioè Ahmed, ed Hassen. Il libro d’idraulica del succitato Gezeri, i trattati ''Delle cose che galleggiano sull’acqua, e di quelle che in esse s’immergono'', mostrano siccome gli Arabi non attendessero solo alla pratica de’ loro canali ed acquedotti, ma si dedicassero si anche alle idrostatiche teorie. {{AutoreCitato|Abū Naṣr Muḥammad ibn Muḥammad Fārābī|Alfarabi}}, che nel II libro de’ suoi ''Elementi di musica'' espone i sentimenti dei teorici ch’erano giunti a sua notizia, e mostra quanto<noinclude><references/></noinclude> rfhistklst7dsep4o2g25f117jwkjt8 Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/98 108 1025232 3898820 3884230 2026-09-13T18:29:06Z Panz Panz 3665 3898820 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|{{Sc|xciv}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>ciascuno di essi si fosse avanzalo in questa scienza, ne corregge gli errori e, come dice egli, empie il vuoto delle loro dottrine, e guidato dai lumi della fisica e della matematica deride la vanità delle imaginazioni dei pitagorici sui suoni dei pianeti, e su l’armonia dei cieli, mostra non essere stati trasandati dagli Arabi nemmeno gli studi dell’acustica e della musica. Veggasi come {{AutoreCitato|Abū Naṣr Muḥammad ibn Muḥammad Fārābī|Alfarabi}} spieghi fisicamente in qual modo per le vibrazioni dell’aria si producano i suoni più o meno acuti degli strumenti, e quali riguardi debbano aversi nella figura e costruzione di essi per avere i suoni che si richieggano, nè più parrà inverosimile ciò che riferisce di lui l’{{AutoreCitato|Barthélemy d'Herbelot de Molainville|Herbelot}}<ref>''Biblioth. orient.'', pag. 357.</ref> di avere cioè dinanzi a Seifeddalat, e ad una illustre adunanza fatto maravigliare i maestri dell’arte col canto accompagnato dal suono del liuto, di tre arie da lui composte, le quali produssero su gli animi degli astanti tre diverse impressioni, di riso, di pianto e di sonno. Ahmed ben Musa, {{AutoreCitato|Thābit ibn Qurra|Thebit ben Corrah}}, {{AutoreCitato|Abu Saʿīd ibn Abi l-Khayr|Abulsalt}}, {{AutoreCitato|Barebreo|Abulfaragio}}<ref>Della ''Gran raccolta de’ tuoni'' di Abulfaragio non ci rimane che il solo primo tomo: in esso sono 150 ariette e la vita di quattordici eccellenti maestri e di quattro famose cantatrici.</ref>, furono pure in grido di valentissimi teorici nella musica e nell’acustica. Che diremo dell’ottica? Noi non citeremo che i sette famosi libri di {{AutoreCitato|Alhazen|Hassan ben Alhazen}} tradotti e pubblicati da {{AutoreCitato|Friedrich Risner|Risner}} (nel 1572), e nei quali fra le molte importanti soluzioni di problemi vi ha quella di trovare in uno specchio sferico il punto, cui un raggio vegnente da un dato punto sarà riflesso ad un altro dato punto. E poichè Alhazen era pure valente anatomico, potè spiegare il come si veda un oggetto solo con due occhi, mostrando che noi non vediamo che una sola imagine quando sono affette parti corrispondenti della retina. Gli osservatori astronomici, gli estremamente grandi ed esatti strumenti, l’operazione della misura della terra, le molte tavole astronomiche, la storia celeste di {{AutoreCitato|Ibn Yunus|Iba Janis}}, il celebre scopritore dell’accelerazione in longitudine del moto medio della luna, in cui si raccolgono moltissime loro osservazioni, ed infinite opere non solo conservateci nell’arabo, ma tradotte in più lingue d’Europa che hanno per parecchi secoli servito di testo a tutte le scuole del mondo<ref>Citeremo i soli ''Elementi astronomici'' di {{AutoreCitato|Ahmad ibn Muhammad ibn Kathir al-Farghani|Alfargani}}, stati il libro classico non solo presso gli Arabi, ma eziandio per tutta l’Europa. Essi ebbero i commenti del celebre {{AutoreCitato|Mosè Maimonide|Maimonide}}, il {{AutoreCitato|Jacob Golius|Golio}} li tradusse in latino, e {{AutoreCitato|Richard Pococke|Pocock}} li pubblicò nel 1660. Altra traduzione ed edizione ne aveva data il {{AutoreCitato|Jakob Christmann|Cristmann}} nel 1590, ma sull’ebraica dell’{{AutoreCitato|Jacob Anatoli|Antoli}}. </ref>, ben accennano quanto fosse stata dagli Arabi coltivata l’astronomia, la quale fu anche da essi stessi arricchita di più vocaboli tecnici e nomi proprii pur tuttavia in uso. Delle numerose osservazioni e scoperte citeremo la determinazione più giusta della lunghezza dell’anno, l’osservazione della declinazione dell’eclittica, la ''trepidazione delle fisse'' di Alfargani, le tavole toledane, le belle osservazioni, il metodo più perfetto di quello di {{AutoreCitato|Ipparco di Nicea|Ipparco}} e di {{AutoreCitato|Claudio Tolomeo|Tolomeo}} per determinare l’apogeo del sole, la sua eccentricità, e quella specie di equazione del centro data alle longitudini di tutte le stelle, del più volte citato Thebit ben Corrah; la dottrina dei crepuscoli, dell’atmosfera e delle astronomiche rifrazioni di Alhazen, che giovarono pur tanto al gran {{AutoreCitato|Giovanni Keplero|Keplero}}; la riforma del calendario di Omar Cheyan, stabilita sopra l’ingegnosa intercalazione di fare otto anni bisestili ogni 55 anni; riforma che {{AutoreCitato|Giovanni Cassini|D. Cassini}} propose nel 1690 come preferibile alla gregoriana. Ma tutti siffatti avanzamenti apportati alla scienza sono ancora un nulla a petto di ciò che fece il grande {{AutoreCitato|Muḥammad ibn Jābir al-Ḥarrānī al-Battānī|Albatenio}}. Egli assai più che gli antichi s’accostò alla verità nel determinare il movimento che osservasi nelle fisse riducendolo ad un grado per 70 anni incirca (oggidì ridotto a 72 anni), in luogo di 100 come diaanzi si credeva. Toccò si dappresso l’eccentricità dell’orbita solare, che i moderni non seppero ancora cora darne una più esatta. Compose tavole astronomiche più giuste delle tolemaiche, infine scoperse un movimento nell’apogeo del sole distinto da quello delle fisse, alquanto più rapido, pel quale l’apogeo del sole s’avanzi uniformemente lungo l’eclittica: scoperta che per analogia lo portò ad indurre un movimento simile negli apogei degli altri pianeti, come le osservazioni moderne sembrano dimostrare. E questo fu pare un gran passo nell’astronomia<ref>L’opera di Albatenio (''Zidge Sabi'') ebbe una traduzione latina e due edizioni, tutte pessime: l’originale arabo tuttavia inedito, esiste nella Vaticana.</ref>, senza annoverare la misura di un grado di latitudine nel deserto di Sangiar fra Racca e Palmira, ed il prodigioso numero di astronomi e d’opere astronomiche, degli Arabi tuttavia poco noti alla storia della scienza<ref>{{AutoreCitato|Philippe Labbe|Labbe}} (''Bibl. nov. mss. sup.'' VI) parla di un vastissimo trattato di astronomia lavorato da molti valenti astronomi sotto il comando e gli auspicii di Almamon, e che esiste in più biblioteche inedito. {{AutoreCitato|Edward Bernard|Bernard}} (''Trans. phil.'', anno 1694) scrive possedere la sola biblioteca di Oxford più di 450 mss. arabi appartenenti all’astronomia. A ciò aggiungasi tutto il tesoro dell’Escuriale illustrato dal {{AutoreCitato|Miguel Casiri|Casiri}}.</ref>. Tra i filosofi, {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotele}}, co’ suoi commentatori sino a {{AutoreCitato|Giovanni Filopono|Filopono}}, fu presso a poco il solo che ot-<noinclude><references/></noinclude> s93q6pe9oq8eqd3m600im6g62b6vlop Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/99 108 1025240 3898824 3886173 2026-09-13T18:41:34Z Panz Panz 3665 3898824 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||INTRODUZIONE.|{{Sc|xcv}}|riga=sì}}</noinclude>tenne l’attenzione degli Arabi. Ricevettero essi il corpo intero delle opere di {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotele}}, a dir vero, coll’intermediario fallace del neoplatonismo ed in traduzioni molto imperfette<ref>Ciò venue asserito da {{AutoreCitato|Wilhelm Gottlieb Tennemann|Tenneman}}, ''Manuale della storia della filosofia'', part. 1. §. 225, e molto bene provato da {{AutoreCitato|Amable Jourdain|Jourdain}} e {{AutoreCitato|Johann Gottlieb Buhle|Buhle}}.</ref>. Unirono a questo studio quello delle matematiche, della storia naturale e della medicina. Ma parecchi ostacoli arrestarono i loro progressi in filosofia; il loro testo sacro che era d’impedimento al libero uso della ragione: un partito possente e soverchiatore tutto dato all’ortodossia: l’autorità dispotica concessa ad Aristotele congiunta alla difficoltà di ben intenderlo: e la tendenza nazionale alla superstizione. Quindi nulla più seppero essi fare che interpretare, e spesso snaturare la filosofia aristotelica<ref>{{AutoreCitato|Eusèbe Renaudot|Renaudot}}, ''De barbaricis Aristotelis librorum versionibus disquisitio''. Nella ''Bibliot. græc.'' di {{AutoreCitato|Johann Albert Fabricius|Fabrizio}} tom. XII.</ref>, ed applicarla alla esposizione della loco religione che imponeva una cieca fede. Da ciò nacque presso loro una filosofia alquanto simile a quella dei popoli cristiani del medio evo, medesimamente preoccupata di argutezze dialetiche, ed avente per base la religione positiva. A questa scienza di vane formole si unì il misticismo, specialmente tra la setta panteistica dei ''sofis'' o ''ssuffis'', fondati circa il secondo secolo dell’egira da {{AutoreCitato|Abu Saʿīd ibn Abi l-Khayr|Abu Said Abu Cheir}}, setta sparsa anche al dì d’oggi nella Persia e nell’India<ref>''Ssufismus sive theosophia Persarum panteistica, quam e ms. Biblioth. regiæ Berol., Persicis, Arabicis, ecc. eruit, atque illustravit F. A. D. Tholuk.'' Berlino 1821. {{AutoreCitato|August Tholuck|Tholuk}} provò come il sofismo non sia nato nell’India e nella Persia, come comunemente si pensava, ma siasi formato nel seno dell’islamismo. {{AutoreCitato|Joseph von Hammer-Purgstall|Hammer}} però lo combattè nella Gazzetta di Lipsia 1822, n° 252-58.</ref>. Tuttavia {{AutoreCitato|Al-Kindi|Alchindi}} di un vastissimo e svariato sapere, {{AutoreCitato|Abū Naṣr Muḥammad ibn Muḥammad Fārābī|Alfarabi}} chiamato il secondo institutore dell’intelligenza, il cui trattato di logica fu lungamente il libro classico degli scolastici; {{AutoreCitato|Avicenna|Avicenna}}, pensatore assai originale nel commentario sulla metafisica di Aristotele<ref>''Methaphysica'', Venet. 1495.</ref>; {{AutoreCitato|Al-Ghazali|Algazel}}, scettico acutissimo che seppe combattere con molto ingegno a pro del sopranaturalismo il principio dell’armonia delle cause, il sistema delle emanazioni, e la sostanzialità dell’anima; {{AutoreCitato|Ibn Tufayl|Thopail od Abubekr}}, celebre pel suo romanzo filosofico intitolato ''Hai ben Yokdan'' (l’uomo della natura)<ref>''Philosophus antedoctus'', trad. lat. di {{AutoreCitato|Richard Pococke|Pocock}}, Oxon. 1761, quindi di {{AutoreCitato|Johann Gottfried Eichhorn|Eichhorn}}, Berlino 1783.</ref>, nel quale sviluppa in modo originale la dottrina entusiasta dell’intuizione dei neoplatonismo, offrono pur sempre un argomento glorioso delle attitudini filosofiche degli Arabi<ref>{{AutoreCitato|Al-Shahrastani|Scehristani}} nel suo ''Trattato delle sette religiose e filosofiche'' edito in arabo a Londra nel 1842, porge preziose notizie di molti altri filosofi della sua nazione, come pure la ''Storia dei filosofi'' di {{AutoreCitato|Said al-Andalusi|Abulkassem}}.</ref>. Averroe sorpassò tutti i filosofi arabi forse più nella celebrità, che non nel merito reale del sapere e del genio; ingegno però perspicace e moderato crede nella verità del {{TestoCitato|Corano|Corano}}, ma considerandolo come un testo popolare d’insegnamento religioso, ed ammettendo la necessità di stabilire la dottrina sopra una base scientifica. Ma lasciando la serie degli autori che attesero a ciascuno dei varii rami particolari delle scienze, noi staremo paghi di accennare a quei soli che somiglianza delle nostre grandiose opere generali, riassunsero in una sintesi enciclopedica tutto il sapere della nazione; e per tacere degli altri citeremo {{AutoreCitato|Ibn al-Wardi|Alvardi Serageddin}}<ref>''Charidat alagiaib'' (Tesoro delle meraviglie), opera lodatissima dagli Arabi e dagli Europei: l’{{AutoreCitato|Carl Aurivillius|Avrivillio}}, il {{AutoreCitato|Olof Celsius|Celsio}}, {{AutoreCitato|Johann Bernhard Köhler|Köhler}}, {{AutoreCitato|Anders Hylander|Hilandro}} e {{AutoreCitato|Matthias Norberg|Norberg}}, {{AutoreCitato|Christian Martin Frähn|Fraehn}} ne tradussero e pubblicarono parecchie parti.</ref>, {{AutoreCitato|Zakariyya al-Qazwini|Kazvini}}<ref>''Agiaib almachlakat'' (Meraviglie delle creature). Questa immensa opera tratta degli esseri superiori, delle sfere celesti, dei pianeti, delle stelle fisse, delle costellazioni, della luna, dei segni del zodiaco, del tempo, dei giorni, delle notti, dei mesi e degli anni degli Arabi, dei Persiani, dei Greci e quindi degli esseri inferiori, degli elementi, delle meteore, dei mari monti, fiumi, fontane, pozzi, metalli, animali, pietre, piante, e del corpo umano con un corollario di alcuni mostri. {{AutoreCitato|Ahmad ibn Muhammad ibn Kathir al-Farghani|Alfragano}}, {{AutoreCitato|Thomas Hyde|Hyde}}, {{AutoreCitato|Giuseppe Simone Assemani|Assemani}}, {{AutoreCitato|Samuel Bochart|Bochart}}, {{AutoreCitato|Samuel Friedrich Günther Wahl|Wahl}}, {{AutoreCitato|Wilhelm Friedrich Hezel|Hezel}}, {{AutoreCitato|Johann Jahn|Jahn}}, {{AutoreCitato|Antoine-Isaac Silvestre de Sacy|Sacy}}, {{AutoreCitato|Antoine-Léonard de Chézy|Chezy}} pubblicarono e tradussero molte parti di quest’opera.</ref> che sono ambidue i {{AutoreCitato|Gaio Plinio Secondo|Plinii}} degli Arabi. Ove poi vogliate estendere l’enciclopedismo a tutti i rami dello scibile, vedete la vasta opera di {{AutoreCitato|Ibn Abi Usaibia|Salamì Abdalmalech}}, autore di mille e cinquanta libri, dei quali sette riguardanti l’etica, quindici la genealogia e storia, otto il gius delle genti, sessanta la medicina, novanta l’arte militare ed equestre ecc.<ref>Veggasi la ''Biblioteca araba'' di {{AutoreCitato|Ibn al-Khatib|Catib}} presso il {{AutoreCitato|Miguel Casiri|Casiri}}, tom. II, pag. 107.</ref>, l’Enciclopedia tanto celebrata di {{AutoreCitato|Abū Naṣr Muḥammad ibn Muḥammad Fārābī|Farabi Abunassar}}, quella di Ebn Sina abu ({{AutoreCitato|Avicenna|Avicenna}}), che egli stesso illustra poscia con un commento di ben altri 20 volumi, le innumerevoli opere di {{AutoreCitato|al-Suyuti|Sojuti Gelaleddin}}, il {{AutoreCitato|Gottfried Wilhelm von Leibniz|Leibnitz}} dell’Egitto, quelle di {{AutoreCitato|Nasir al-Din al-Tusi|Nassireddin}}, di {{AutoreCitato|Al-Maqrizi|Makrizi}}<ref>Per le opere di questi tre vedi il ''Dizionario storico degli autori arabi'', di {{AutoreCitato|Giovanni Bernardo De Rossi|De Rossi}}.</ref>, vedete infine il sommo già menzionato Alchindi, detto la fenice degli Arabi, e che {{AutoreCitato|Gerolamo Cardano|Cardano}} celebrava per uno dei dodici più sublimi ingegni che fino al suo tempo fossero comparsi al mondo. Profondo in ogni disciplina dei Greci, dei Persi, degl’Indiani, nella filosofia come nella medicina, ed in ogni<noinclude><references/></noinclude> 6s4g3o6onq8fbe821u995mzsff6gb6l Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/48 108 1026144 3898744 3874972 2026-09-13T13:00:12Z Giaccai 13220 3898744 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 114 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>delle quali, ma non tutte, sono quelle nominate nei vari processi svoltisi per le bombe di Trento. Però c’erano anche dei personaggi più grossi dei quali non mi è proprio possibile fare i nomi, comunque sempre personaggi di Trento»<ref>Sentenza-Ordinanza del G.I. Guido Salvini, pp. 144-146.</ref>. ''I legami tra NDS e la destra eversiva. Il gruppo Sigfried'' Sui Nuclei di Difesa dello Stato ha ampiamente riferito anche {{Wl|Q17490259|Carlo Digilio}}, principale testimone nel nuovo processo sulla {{Wl|Q891865|strage di piazza Fontana}} e in quello sui complici di Gianfranco Bertoli in occasione dell’attentato alla questura di Milano. Dalle dichiarazioni di Digilio risultano gli stretti legami tra NDS e i settori ordinovisti, a cominciare dall’ispettore per il Triveneto, Carlo Maria Maggi. Ha raccontato Carlo Digilio: «In relazione ai Nuclei di Difesa dello Stato, in merito ai quali ho già ampiamente riferito, mi è venuto in mente un altro episodio che riguarda il dottor Maggi. Un giorno, verso la metà degli anni ’70, io e Montavoci [elemento di Ordine Nuovo, nda] ci trovavamo a casa di Maggi e ad un certo punto rimanemmo soli nel suo studio in quanto Maggi era andato in un’altra stanza da sua moglie. Ci mettemmo a guardare alcuni volumi di Julius Evola che Maggi teneva nella libreria e che eravamo soliti scambiarci quando c’era qualche nuovo volume o nuova edizione. Mentre guardavamo questi libri, da uno di essi uscirono alcuni fogli su uno dei quali era raffigurata, in modo molto semplice, una carta d’Italia con l’indicazione dei capoluoghi di Regione. Vicino a molti di questi vi era una crocetta blu e in calce al foglio c’era l’indicazione "Nuclei di Difesa dello Stato". Le crocette erano soprattutto segnate accanto ai capoluoghi del NordEst ed indicavano la sede di una Legione come spiegato in calce al foglio. Ad esempio, vicino alla crocetta apposta a fianco di Verona c’era anche l’indicazione a numero romano "V" che stava certamente ad indicare la "quinta" Legione. Rimettemmo a posto il libro prima che Maggi tornasse facendo attenzione che egli non notasse nulla. Montavoci non aveva capito molto di tale organigramma, ma io avevo invece compreso subito che esso riguardava la struttura di cui ho parlato e in cui anche Maggi era inserito»<ref>Interrogatorio di Carlo Digilio del 30 dicembre 1996 al G.I. di Milano, Guido Salvini.</ref>. Digilio, naturalmente, era molto informato sui NDS, in quanto agente della struttura informativa USA attivata presso le basi NATO e componente della cellula veneta di Ordine Nuovo.<noinclude><references/></noinclude> g7d0x69pfru2snk556vqhz5s17hyk5k Pagina:Due canzoni in chiave di sol.pdf/4 108 1026170 3898957 3897628 2026-09-14T08:40:56Z Cruccone 53 /* Pagine SAL 100% */ 3898957 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|2||}}</noinclude><!-- Cancella questa riga per visualizzare il contatore del codice <syntaxhighlight lang="lilypond" line start="2">--> <score sound=1> << % --- RIGO CANTO --- \new Staff \with { midiInstrument = #"synth voice" } { \new Voice = "canto" \relative c'' { \override Staff.Rest.style = #'classical \key f \major \time 6/8 \tempo 4. = 60 % Inserisci qui le note della melodia %rigo canto 2.4 f4. e| d2.| d8 cis d e4 d8| c4.^\( a4\)r8| r4 r8 des des des| \break %rigo canto 2.5 %rigo canto 2.5 c4.^\> b| bes4 bes8 a4 a8\!^\p| g2._\(| f4\) r8 r4 r8| R1*6/8| \break %rigo canto 2.6 r8 ^\markup{\italic "Con anima"} r c' des4 ees8| des4.^\( c8\) r r| r4 r8 beses r16 beses beses beses| aes4._\( f8\) r r| \break %rigo canto 2.7 r8 r c' des8[ f] ^\markup{\italic "ten."} ees8| des4.^\( c8\) r r| r4 r8 \autoBeamOff beses beses16 beses beses beses| aes4._\( f8\) r r| %rigo canto 3.8 } } % --- TESTO VOCALE --- \addlyrics{ pria che_in ciel spun -- ti la bel -- la_au -- ro_ ra mi sve -- glia sem -- pre la ma -- lin -- co -- ni -- a ep -- pur non pian -- go, ma mi batte il co -- re ep -- pur ___ non pen -- so al -- lo per -- du -- to_a -- mo -- re! } % --- SISTEMA PIANOFORTE --- \new PianoStaff \with { instrumentName = \markup { } } << % Mano Destra \new Staff = "right" \relative c'' { \override Staff.Rest.style = #'classical \key f \major \time 6/8 % Inserisci qui le note della mano destra %rigo up 2.4 <<{d4. c| bes4. bes| bes4. c4 bes8| a4.^( f4) r8| des'4.^^ des^^| \break %rigo up 2.5 c4.^^ b^^| bes4.^^ a^^| g4.^^ e| f2.^(^\pp| f8) r \stemDown ^\< f'8 f4 f8 \!| } \\ {r8 <a, f><a f> r <a f><a f>| r8 <g d><g d> r <g d><g d>| r8 <g d><g d> r <g c,><g c,>| r8 <c, a><c a> r <c a><c a>| r _\mf <g' fes d><g fes d> r <g fes d><g fes d> \break %rigo up 2.5 r8 <a f c><a f c> r <aes f b,><aes f b,>| r8 <g des bes!><g des bes> r <f c a><f c a>| r8 _\p <des bes g><des bes g> r <c bes g><c bes g>| \stemUp <c a>2.~| <c a>8 r \stemDown f8 _\markup{\italic "rit."} f4 f8| } >> \break %rigo up 2.6 _\mf <f' f,>4^\markup{\italic "a Tempo"} <e! e,!>8<f f,>4 <ges ges,>8| <f f,>4._(^(<ees ees,>8)) r r| <es, c>8[_\pp <es c> <es c>] <es>[ <es><es>]| r8 des des des des des| \break %rigo up 2.7 _\mf<f' f,>4 \stemDown <e! 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Dal Vendidad 0 1030253 3898864 3897176 2026-09-13T21:15:41Z Alex brollo 1615 3898864 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=9 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|L'Avesta]] - I. Dal Vendidad|prec=../../L'Avesta|succ=../I. 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Letto questo decreto, i magistrati diedero il loro voto, il popolo levò le mani e... 3898983 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Furgiros" /></noinclude>336 <strong>IL MENIPPO.</strong><br> su ed entrino in corpo agli asini, e vi staranno per dugento-cinquantamila anni, nascendo asini da asini, portando pesi, ed essendo menati e picchiati dai poveri: dopo questo termine potranno morire.» Disse questo parere Cranio figliuolo di Scheletrino, della città Defuntana, della tribù dei Morticini. Letto questo decreto, i magistrati diedero il loro voto, il popolo levò le mani e l’approvò, Ecate ululò, Cerbero abbaiò, e cosi rimase rato e fermo. Ed eccoti ciò che fu stabilito nel parlamento. Ora io mi avvicinai a Tiresia, essendo disceso a posta per questo, e, narratogli ogni cosa, strettamente lo pregai di dirmi quale egli credeva la miglior vita. Ed ei sorridendo, che è un vecchietto cieco, pallido, e con una vociolina sottile, risposemi: — O figliuolo, io so la cagione del tuo dubbio, la ti viene dai sapienti, che sono discordi fra di loro: ma io non posso dirtelo, che è vietato da Radamanto. — No, padre mio caro, risposi: deh dimmelo, e sappi che io vo più cieco di te camminando nella vita. Egli allora mi trasse in disparte molto lunge dagli altri, e fattomisi all’orecchio, pianamente mi disse: — La vita dell’ignorante è la migliore e la più saggia: onde lascia di spiare il cielo, di strolagare su i principii e i fini delle cose: manda alla malora i filosofi e i loro sillogismi, che le son tutte baie; ed attendi solo a questo, usar bene del presente, passar ridendo sopra molte cose, non dare importanza a nulla. <em>{{Centrato|Cosi diceado ritornò veloce<br> Sul prato d’asfodillo.}}</em> Essendo già l’ora tarda. Su via, o Mitrobarzane, io dissi: — Che più indugiamo? Perché non ritorniamo sul mondo? Ed egli: — Sta’ lieto, o Menippo — disse — che ti mostrerò un breve e facile tragetto. E menatomi in un cantuccio più scuro degli altri, mi mostrò un certo barlume che entrava come per una finestrella. — Questo — mi disse — è il tempio di Trofonio: per qui si scende dalla Beozia: entravi, e tosto sarai in Grecia. A queste parole io tutto lieto saluto il mago, mi ficco e mi arrampico per quella buca, ed eccomi non so come in Livadia.<ref>Livadia, città di Beozia, dov’era il tempio, anzi l’antro di Trofonio.</ref> <references /><noinclude><references/></noinclude> jshhbmwz0rs7rk0syhq3qo12k56b2tw 3898998 3898983 2026-09-14T10:24:49Z Furgiros 82374 3898998 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Furgiros" /></noinclude>336 '''IL MENIPPO.''' <p style="text-indent: 0; margin: 0;">su ed entrino in corpo agli asini, e vi staranno per dugento-cinquantamila anni, nascendo asini da asini, portando pesi, ed essendo menati e picchiati dai poveri: dopo questo termine potranno morire.»</p> <p style="text-indent: 2em; margin: 0;">Disse questo parere Cranio figliuolo di Scheletrino, della città Defuntana, della tribù dei Morticini. Letto questo decreto, i magistrati diedero il loro voto, il popolo levò le mani e l’approvò, Ecate ululò, Cerbero abbaiò, e cosi rimase rato e fermo. Ed eccoti ciò che fu stabilito nel parlamento.</p> <p style="text-indent: 2em; margin: 0;">Ora io mi avvicinai a Tiresia, essendo disceso a posta per questo, e, narratogli ogni cosa, strettamente lo pregai di dirmi quale egli credeva la miglior vita. 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Letto questo decreto, i magistrati diedero il loro voto, il popolo levò le mani e l’approvò, Ecate ululò, Cerbero abbaiò, e cosi rimase rato e fermo. Ed eccoti ciò che fu stabilito nel parlamento.</p> <p style="text-indent: 2em; margin: 0;">Ora io mi avvicinai a Tiresia, essendo disceso a posta per questo, e, narratogli ogni cosa, strettamente lo pregai di dirmi quale egli credeva la miglior vita. 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Ed ei sorridendo, che è un vecchietto cieco, pallido, e con una vociolina sottile, risposemi:</p> <p style="text-indent: 2em; margin: 0;">— O figliuolo, io so la cagione del tuo dubbio, la ti viene dai sapienti, che sono discordi fra di loro: ma io non posso dirtelo, che è vietato da Radamanto.</p> <p style="text-indent: 2em; margin: 0;">— No, padre mio caro, risposi: deh dimmelo, e sappi che io vo più cieco di te camminando nella vita.</p> <p style="text-indent: 2em; margin: 0;">Egli allora mi trasse in disparte molto lunge dagli altri, e fattomisi all’orecchio, pianamente mi disse:</p> <p style="text-indent: 2em; margin: 0;">— La vita dell’ignorante è la migliore e la più saggia: onde lascia di spiare il cielo, di strolagare su i principii e i fini delle cose: manda alla malora i filosofi e i loro sillogismi, che le son tutte baie; ed attendi solo a questo, usar bene del presente, passar ridendo sopra molte cose, non dare importanza a nulla.</p> {{Centrato|''Cosi dicendo ritornò veloce''<br />''Sul prato d’asfodillo.''}} <p style="text-indent: 2em; margin: 0;">Essendo già l’ora tarda. Su via, o Mitrobarzane, io dissi:</p> <p style="text-indent: 2em; margin: 0;">— Che più indugiamo? Perché non ritorniamo sul mondo?</p> <p style="text-indent: 2em; margin: 0;">Ed egli: — Sta’ lieto, o Menippo — disse — che ti mostrerò un breve e facile tragetto.</p> <p style="text-indent: 2em; margin: 0;">E menatomi in un cantuccio più scuro degli altri, mi mostrò un certo barlume che entrava come per una finestrella.</p> <p style="text-indent: 2em; margin: 0;">— Questo — mi disse — è il tempio di Trofonio: per qui si scende dalla Beozia: entravi, e tosto sarai in Grecia.</p> <p style="text-indent: 2em; margin: 0;">A queste parole io tutto lieto saluto il mago, mi ficco e mi arrampico per quella buca, ed eccomi non so come in Livadia.<ref>Livadia, città di Beozia, dov’era il tempio, anzi l’antro di Trofonio.</ref></p> <br><noinclude><references/></noinclude> 6ac50k6z1zjr798n6tglwippoe3bnul Pagina:Cumbo - La Maddalena liberata, Venezia, Baglioni, 1673.djvu/6 108 1030580 3898986 2026-09-14T09:49:56Z Modafix 8534 /* Senza testo */ 3898986 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="0" user="Modafix" /></noinclude><noinclude></noinclude> cfvqbk1rggukobpovco9fswel48tubz Categoria:Opere di Ignazio Cumbo 14 1030581 3898988 2026-09-14T09:51:02Z Modafix 8534 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Ignazio Cumbo}} [[Categoria:Opere per autore|Cumbo, Ignazio]] 3898988 wikitext text/x-wiki {{Vedi anche autore|Ignazio Cumbo}} [[Categoria:Opere per autore|Cumbo, Ignazio]] pic8y5uxf351l1h13ofcqkrhsqvekk3 Pagina:Cumbo - La Maddalena liberata, Venezia, Baglioni, 1673.djvu/616 108 1030582 3898989 2026-09-14T09:52:40Z Modafix 8534 /* Senza testo */ 3898989 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="0" user="Modafix" /></noinclude><noinclude></noinclude> cfvqbk1rggukobpovco9fswel48tubz Pagina:Cumbo - La Maddalena liberata, Venezia, Baglioni, 1673.djvu/615 108 1030583 3898990 2026-09-14T09:53:03Z Modafix 8534 /* Senza testo */ 3898990 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="0" user="Modafix" /></noinclude><noinclude></noinclude> cfvqbk1rggukobpovco9fswel48tubz Pagina:Cumbo - La Maddalena liberata, Venezia, Baglioni, 1673.djvu/614 108 1030584 3898991 2026-09-14T09:53:24Z Modafix 8534 /* Senza testo */ 3898991 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="0" user="Modafix" /></noinclude><noinclude></noinclude> cfvqbk1rggukobpovco9fswel48tubz Pagina:Cumbo - La Maddalena liberata, Venezia, Baglioni, 1673.djvu/613 108 1030585 3898992 2026-09-14T09:53:54Z Modafix 8534 /* Senza testo */ 3898992 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="0" user="Modafix" /></noinclude><noinclude></noinclude> cfvqbk1rggukobpovco9fswel48tubz Categoria:Libri di Ignazio Cumbo 14 1030586 3898996 2026-09-14T10:10:31Z Modafix 8534 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Ignazio Cumbo}} [[Categoria:Libri per autore|Cumbo, Ignazio]] 3898996 wikitext text/x-wiki {{Vedi anche autore|Ignazio Cumbo}} [[Categoria:Libri per autore|Cumbo, Ignazio]] bkd4nkk7agax77fuyddupu9ylnc5m7p Categoria:Libri pubblicati da Paolo Baglioni 14 1030587 3898997 2026-09-14T10:10:50Z Modafix 8534 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Interprogetto|w=Paolo Baglioni|etichetta=Paolo Baglioni}} [[Categoria:Libri per editore|Paolo Baglioni]] 3898997 wikitext text/x-wiki {{Interprogetto|w=Paolo Baglioni|etichetta=Paolo Baglioni}} [[Categoria:Libri per editore|Paolo Baglioni]] qd3vye8f0dokv0jj0nr9h90yte1vekl L'Avesta (Pizzi, 1914)/L'Avesta/II. Dal Yasna/1 0 1030588 3899003 2026-09-14T10:31:27Z Alex brollo 1615 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3899003 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=14 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|II. Dal Yasna]] - 1. - Glorificazione di Haoma|prec=../|succ=../2}} <pages index="Zarathustra - L'Avesta.djvu" from="147" to="152" fromsection="s2" /> ira7zu28hyxz5u33i6hufh0npyws1d5 3899004 3899003 2026-09-14T10:31:46Z Alex brollo 1615 3899004 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=14 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|II. Dal Yasna]] - 1. - Glorificazione di Haoma|prec=../|succ=../2}} <pages index="Zarathustra - L'Avesta.djvu" from="147" to="152" fromsection="s2" /> {{sezione note}} e2kbjdt79twsa9ted0yv5xb530godmp 3899010 3899004 2026-09-14T10:46:34Z Alex brollo 1615 Porto il SAL a SAL 75% 3899010 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=14 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|II. 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Dal Yasna]] - 2. - Preparazione della bevanda sacrificale dell'haoma|prec=../1|succ=../3}} <pages index="Zarathustra - L'Avesta.djvu" from="153" to="156" tosection="s1" /> {{sezione note}} tlr0amosmbn03qe5ad7tzilkmotuklt Discussioni indice:Cumbo - La Maddalena liberata, Venezia, Baglioni, 1673.djvu 111 1030590 3899014 2026-09-14T11:31:07Z Modafix 8534 salvataggio memoregex 3899014 wikitext text/x-wiki == memoRegex == <nowiki>{"f":["","s","g"]}</nowiki> rzscmp3hdppzn152gf4vbkqkkw0cvk3 Pagina:Cumbo - La Maddalena liberata, Venezia, Baglioni, 1673.djvu/7 108 1030591 3899016 2026-09-14T11:46:43Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3899016 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" /></noinclude>{{Ct|t=1|v=1.2|w=0.3em|f=120%|ECCELLENTISS. SIGN.}} {{Capolettera|P}}''Erche non si credesse tal’unopoco versato, che io, in dedicarle il mio Poema, non mi havessi eletto personaggio degno di un ta titolo, hò voluto dimostrare di nuovo al Mondo l’antica sua Nobiltà, qual mi costa per li privilegi concessi da’ Sign. Re, l’illustriss. Sig. Falco Cuberto, Catalano, il qual per la peritia politica, e militare fù sovente Prefetto di Calaras, e Privato de’ Rè di Sicilia, è stato il suo primo progenitore, e ’l ceppo dell’albero de’ Francoperti, che per la Spagna, per la Francia, e per l’Italia dilatandosi, in ogni tempo, per molti secoli, illustri fiori d’Eroi, e d’Eroine venne à produrre. Ne fiorì uno nella Spagna, che la sua assediata Città di tanta vittovaglia soccorse che la liberò dall’assedio, onde il suo Rè accumolatolo di privilegi, gli cangiò l’arme di sei gigli, in sei spiche. Fiorinne un’altro in Francia, il quale liberando, da un manifesto pericolo quel Rè, gli fù da quello, doppo molti favori, detto: Franco per tè, d’onde, secondo alcuni proviene il cognome Francoperta. Fiorì nell’Italia, dove cangiossi alcun tempo di Francoperta, in Foncupert; un Beringario, che mandato Imbasciatore al Papa, dal {{Wl|Q436753|Rè Alfonso}}, fù da quello fatto coprire. Ivi anco fiorì Giovanni Michele, primo padrone di {{Wl|Q2407749|Pentidattilo}}, non però primo in altri vassallaggi della Sicilia, e Ferdinando, cordialissimo al Rè di Napoli Ferdinando, dal quale nel'' 1497. ''gli fù confirmato quel Dominio, posseduto da Giovanni Michele'' 30. ''anni prima, godendo, come Cittadino Napolitano, i privilegi de’ Napolitani. Ivi fiorì Elisabetta Francoperta, Dama d’honore della {{Wl|Q948330|Regina Giovanna}}, che dall’Erario Regio dotata, e congiunta in'' {{Pt|''ma-''|}}<noinclude>{{PieDiPagina||† 2|''trimonio''{{spazi|5}}}}</noinclude> ctktfuott2b9l6lqt1x8ud966emu870 Pagina:Cumbo - La Maddalena liberata, Venezia, Baglioni, 1673.djvu/8 108 1030592 3899019 2026-09-14T11:56:45Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3899019 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" /></noinclude>{{Pt|''trimonio''|''matrimonio''}} ''con D. Antonio Morra, hebbe una tal Nipote del suo nome, che si maritò con uno de’ Duchi di Matalone, essendo questa casa Morra tanto degna, ch’oltre gli Illustriss. parentadi, e vassallaggi, hebbe un Sommo Pontefice, detto {{Wl|Q101866|Gregorio VIII.}} Talche, per mezo di questa Signora D. Elisabetta i suoi Francoperti, non solo s’apparentarono la prima volta co’ Signori Morri, ma per mezo di questa sua Nipote Isabella, co’ Signori Carassi, l’istesso fecero. Si come poi, per mezo della Signora D. Antonia Francoperta, maritata al Signor D. Flavio Ruffo, co’ Signori Ruffi contrassero parentela. Ivi fiorì Giovanni Paolo Francoperta, che nella S. Lega sotto D. Giovan d’Austria contro il Turco, sopra una Galea, à sue spese armata, guerreggiò, e trionfò gloriosamente. Fiorì sinalmente l’Illustriss. suo Padre, primo Padrone della Terra di Cosolito, il qual congiunto con la Signora D. Maria Morra, Sorella del Sig. Principe di Buccheri, produsse al Mondo V. E. che raccoglie in se come in compendio, tutti i fiori delle virtù degli antenati. Hor s’io dedicai à sì degno personaggio il mio Poema, non devo esser’imputato di poco giuditioso. Ricevalo V. E. con la solita benignità; mentre io le prego dal Cielo ogni meritata grandezza. Reggio primo Gennaro'' 1673. ''Di V. E.'' {{A destra|''Humiliss. Servid.''|1em}} {{Blocco a destra|style=line-height:1.1em; text-align:center|Fr. Ignatio da Reggio</br>Cappuccino.}}<noinclude>{{PieDiPagina|||{{larger|ALLA}}{{spazi|5}}}}</noinclude> i8pnhy2pautnp1ddfnxn906bczb5wng La Maddalena liberata (1673)/Dedica 0 1030593 3899020 2026-09-14T11:57:28Z Modafix 8534 Porto il SAL a SAL 75% 3899020 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=14 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Dedica|prec=../|succ=../Alla diva, l'autore}} <pages index="Cumbo - La Maddalena liberata, Venezia, Baglioni, 1673.djvu" from="7" to="8" /> ni91uj0ylsdyg72i81syjev1qkffof2