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Divina Commedia/Purgatorio/Canto XXIV
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{{Qualità|avz=75%|data=13 febbraio 2008|arg=Poemi}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[Divina Commedia/Purgatorio|Purgatorio]]<br /><br />Canto ventiquattresimo|prec=../Canto XXIII|succ=../Canto XXV}}
''Canto XXIV nel quale si tratta del sopradetto sesto girone e di quelli che si purgano del predetto peccato e vizio de la gola; e predicesi qui alcune cose a venire de la città lucana.’
<poem>
Né ’l dir l’andar, né l’andar lui più lento
facea, ma ragionando andavam forte,
sì come nave pinta da buon vento; {{r|3}}
e l’ombre, che parean cose rimorte,
per le fosse de li occhi ammirazione
traean di me, di mio vivere accorte. {{r|6}}
E io, continüando al mio sermone,
dissi: "Ella sen va sù forse più tarda
che non farebbe, per altrui cagione. {{r|9}}
Ma dimmi, se tu sai, dov’è Piccarda;
dimmi s’io veggio da notar persona
tra questa gente che sì mi riguarda". {{r|12}}
{{§|La mia sorella|"La mia sorella, che tra bella e buona
non so qual fosse più}}, trïunfa lieta
ne l’alto Olimpo già di sua corona". {{r|15}}
Sì disse prima; e poi: "Qui non si vieta
di nominar ciascun, da ch’è sì munta
nostra sembianza via per la dïeta. {{r|18}}
Questi", e mostrò col dito, "è Bonagiunta,
Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
di là da lui più che l’altre trapunta {{r|21}}
ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
dal Torso fu, e purga per digiuno
l’anguille di Bolsena e la vernaccia". {{r|24}}
Molti altri mi nomò ad uno ad uno;
e del nomar parean tutti contenti,
sì ch’io però non vidi un atto bruno. {{r|27}}
Vidi per fame a vòto usar li denti
Ubaldin da la Pila e Bonifazio
che pasturò col rocco molte genti. {{r|30}}
Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio
già di bere a Forlì con men secchezza,
e sì fu tal, che non si sentì sazio. {{r|33}}
Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza
più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca,
che più parea di me aver contezza. {{r|36}}
El mormorava; e non so che "Gentucca"
sentiv’io là, ov’el sentia la piaga
de la giustizia che sì li pilucca. {{r|39}}
"O anima", diss’io, "che par sì vaga
di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda,
e te e me col tuo parlare appaga". {{r|42}}
"Femmina è nata, e non porta ancor benda",
cominciò el, "che ti farà piacere
la mia città, come ch’om la riprenda. {{r|45}}
Tu te n’andrai con questo antivedere:
se nel mio mormorar prendesti errore,
dichiareranti ancor le cose vere. {{r|48}}
Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore
trasse le nove rime, cominciando
’Donne ch’avete intelletto d’amore’ ". {{r|51}}
{{§|I' mi son un|E io a lui: "I’ mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch’e’ ditta dentro vo significando".}} {{r|54}}
{{§|O frate|"O frate, issa vegg’io", diss’elli, "il nodo
che {{Ac|Giacomo da Lentini|’l Notaro}} e {{Ac|Guittone d'Arezzo|Guittone}} e {{Ac|Bonagiunta Orbicciani|me}} ritenne
di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo! {{r|57}}
Io veggio ben come le vostre penne
di retro al dittator sen vanno strette,
che de le nostre certo non avvenne; {{r|60}}
e qual più a gradire oltre si mette,
non vede più da l’uno a l’altro stilo";
e, quasi contentato, si tacette}}. {{r|63}}
Come li augei che vernan lungo ’l Nilo,
alcuna volta in aere fanno schiera,
poi volan più a fretta e vanno in filo, {{r|66}}
così tutta la gente che lì era,
volgendo ’l viso, raffrettò suo passo,
e per magrezza e per voler leggera. {{r|69}}
E come l’uom che di trottare è lasso,
lascia andar li compagni, e sì passeggia
fin che si sfoghi l’affollar del casso, {{r|72}}
sì lasciò trapassar la santa greggia
Forese, e dietro meco sen veniva,
dicendo: "Quando fia ch’io ti riveggia?". {{r|75}}
"Non so", rispuos’io lui, "quant’io mi viva;
ma già non fïa il tornar mio tantosto,
ch’io non sia col voler prima a la riva; {{r|78}}
però che ’l loco u’ fui a viver posto,
di giorno in giorno più di ben si spolpa,
e a trista ruina par disposto". {{r|81}}
"Or va", diss’el; "che quei che più n’ ha colpa,
vegg’ïo a coda d’una bestia tratto
inver’ la valle ove mai non si scolpa. {{r|84}}
La bestia ad ogne passo va più ratto,
crescendo sempre, fin ch’ella il percuote,
e lascia il corpo vilmente disfatto. {{r|87}}
Non hanno molto a volger quelle ruote",
e drizzò li occhi al ciel, "che ti fia chiaro
ciò che ’l mio dir più dichiarar non puote. {{r|90}}
Tu ti rimani omai; ché ’l tempo è caro
in questo regno, sì ch’io perdo troppo
venendo teco sì a paro a paro". {{r|93}}
Qual esce alcuna volta di gualoppo
lo cavalier di schiera che cavalchi,
e va per farsi onor del primo intoppo, {{r|96}}
tal si partì da noi con maggior valchi;
e io rimasi in via con esso i due
che fuor del mondo sì gran marescalchi. {{r|99}}
E quando innanzi a noi intrato fue,
che li occhi miei si fero a lui seguaci,
come la mente a le parole sue, {{r|102}}
parvermi i rami gravidi e vivaci
d’un altro pomo, e non molto lontani
per esser pur allora vòlto in laci. {{r|105}}
Vidi gente sott’esso alzar le mani
e gridar non so che verso le fronde,
quasi bramosi fantolini e vani {{r|108}}
che pregano, e ’l pregato non risponde,
ma, per fare esser ben la voglia acuta,
tien alto lor disio e nol nasconde. {{r|111}}
Poi si partì sì come ricreduta;
e noi venimmo al grande arbore adesso,
che tanti prieghi e lagrime rifiuta. {{r|114}}
"Trapassate oltre sanza farvi presso:
legno è più sù che fu morso da Eva,
e questa pianta si levò da esso". {{r|117}}
Sì tra le frasche non so chi diceva;
per che {{Ac|Publio Virgilio Marone|Virgilio}} e Stazio e io, ristretti,
oltre andavam dal lato che si leva. {{r|120}}
"Ricordivi", dicea, "d’i maladetti
nei nuvoli formati, che, satolli,
Tesëo combatter co’ doppi petti; {{r|123}}
e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli,
per che no i volle Gedeon compagni,
quando inver’ Madïan discese i colli". {{r|126}}
{{§|Sì accostati|Sì accostati a l'un d'i due vivagni
passammo, udendo colpe de la gola
seguite già da miseri guadagni.}} {{r|129}}
Poi, rallargati per la strada sola,
ben mille passi e più ci portar oltre,
contemplando ciascun sanza parola. {{r|132}}
"Che andate pensando sì voi sol tre?",
sùbita voce disse; ond’io mi scossi
come fan bestie spaventate e poltre. {{r|135}}
Drizzai la testa per veder chi fossi;
e già mai non si videro in fornace
vetri o metalli sì lucenti e rossi, {{r|138}}
com’io vidi un che dicea: "S’a voi piace
montare in sù, qui si convien dar volta;
quinci si va chi vuole andar per pace". {{r|141}}
L’aspetto suo m’avea la vista tolta;
per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori,
com’om che va secondo ch’elli ascolta. {{r|144}}
E quale, annunziatrice de li albori,
l’aura di maggio movesi e olezza,
tutta impregnata da l’erba e da’ fiori; {{r|147}}
tal mi senti’ un vento dar per mezza
la fronte, e ben senti’ mover la piuma,
che fé sentir d’ambrosïa l’orezza. {{r|150}}
{{§|Beati cui alluma|E senti’ dir: "Beati cui alluma
tanto di grazia, che l’amor del gusto
nel petto lor troppo disir non fuma, {{r|153}}
esurïendo sempre quanto è giusto!".}}
</poem>
===== Altri progetti =====
{{Interprogetto|etichetta=Purgatorio - Canto ventiquattresimo|w=Purgatorio_-_Canto_ventiquattresimo}}
[[cs:Božská komedie/Očistec/Zpěv dvacátý čtvrtý]]
[[en:The Divine Comedy/Purgatorio/Canto XXIV]]
[[es:La Divina Comedia: El Purgatorio: Canto XXIV]]
[[fr:La Divine Comédie (trad. Lamennais)/Le Purgatoire/Chant XXIV]]
[[pt:A Divina Comédia/Purgatório/XXIV]]
[[ro:Divina Comedie/Purgatoriul/Cântul XXIV]]
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{{Qualità|avz=100%|data=22 dicembre 2014|arg=novelle}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore =Camillo Boito
| Titolo =Senso. Nuove storielle vane
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| Nome e cognome del traduttore =
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==Indice==
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Autore:Camillo Boito
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== Opere ==
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{{Cassetto
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=== Saggistica ===
* ''Scultura e pittura d'oggi'', Torino, 1877 - {{IA|sculturaepittura00boit}}
* ''Leonardo e Michelangelo'', Milano, 1879 - {{IA|leonardoemichela00boit}}
* ''I principii del disegno e gli stili dell'ornamento'', Milano, 1897 - {{IA|iprincipiideldis00boit}}
* ''Il duomo di Milano'', Milano, 1889 - {{IA|ilduomodimilanoe00boit}}
* ''Questioni pratiche di belle arti'', Milano, 1893 - {{IA|questionipratich00boit}}
== Autori correlati ==
* [[Autore:Arrigo Boito|Arrigo Boito]] (1842 – 1918), fratello minore di Camillo Boito.
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Discussione:Il maestro di setticlavio
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{{Infotesto
| Progetto= letteratura
|Edizione=''"Il maestro di setticlavio (Novelle veneziane)"''<br/>Passigli Editore, Firenze, 1990<br/>Biblioteca del viaggiatore 29<br/>ISBN 368-0182-X
|Fonte= Sito internet [http://www.liberliber.it/libri/b/boito/index.htm LiberLiber]
|Eventuale nome del traduttore =
|Nome del primo contributore = [[Utente:Snark|Snark]]
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}}
== Fonte ==
''Il maestro di setticlavio'' si trova nella {{GB|BRUQAAAAYAAJ|Nuova Antologia, vol. 36}}, diviso in due parti. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 10:20, 17 set 2026 (CEST)
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Autore:Gabriele D'Annunzio
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{{Autore
| Nome = Gabriele
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| Attività = scrittore/poeta
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}}
== Opere ==
===Novelle===
* {{Testo|San Pantaleone}}
=== Poesia ===
* {{Testo|Primo vere}}
* {{Testo|Intermezzo di rime}}
* {{Testo|Isaotta Guttadauro}}
* {{Testo|L'Isottèo}}
* {{Testo|Elegie romane}}
* {{Testo|Poema paradisiaco - Odi navali}}
** {{Testo|Poema paradisiaco}}
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** {{Testo|Canti della guerra latina}}
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* {{Testo|L'innocente}} (1892) {{IA|linnocente02dangoog}}
* {{Testo|Le Vergini delle Rocce }}
* {{Testo|Il Trionfo della morte}} (1894) {{GB|voFwY5rZUw8C|ed. 1891}}, {{GB|NtFLAAAAMAAJ|ed. 1912}}
* {{Testo|Il fuoco}} (1900) {{IA|ilfuoco00dannuoft}} {{GB|3clEAAAAYAAJ}}
* {{Testo|Forse che sì, forse che no}} (1910) {{IA|forsechesiforsec00dannuoft}}
=== Teatro ===
* ''[[La città morta]]'' (1898) - Milano, Fratelli Treves Editori [https://archive.org/details/1898lacittmort00dannuoft/page/n9/mode/2up IA]
* {{Testo|La figlia di Iorio}}
* {{Testo|Cabiria}}
* ''[[La riscossa]]'' (1918) - Milano, Casa Editrice d'arte Sestetti & Tumminelli {{IA|lariscossa00dannuoft}}
=== Lettere ===
* {{Testo|Alla Maestà di Vittorio Emanuele terzo re d'Italia}}
* {{Testo|Messaggio ai Marinai Abruzzesi dal cielo di Francavilla al Mare il giorno di San Giovanni 1928}}
== Documenti ==
* {{Testo|Il testo del nuovo Patto marino}}
{{Sezione note}}
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|56||}}</noinclude>petto, e mai più in mia tasca stretta e poco sicura, la quale, ciononostante, co’ suoi tre pendagli, aggiunge lire 10,200 alla spesa, e 700 grammi al peso.
Tutti questi abiti, sopraccaricati da tanti abbellimenti e superfluità, che in marcia o in campagna, si rinchiudono nella valigia, o s’aggiustano sulla sella insieme al resto, costano molto allo Stato, sagrificano l’utile all’apparenza, aggravano il carico, e rendono necessaria, indispensabile una riduzione.
Oggi un cavallo di truppa completamente bardato vi mostra sul dorso due prominenze più alte delle gobbe del dromedario. — Inzeppateci in mezzo un omaccione, strozzato alla gola dall’alto collare; stretto al petto dalla tunica, con cordami dinanzi ed altri in giro; con fiocchi che gli dondolano a sinistra; fasciato intorno dal grosso rotolo del pastrano, e dalla bandoliera d’una giberna, da cui se estraete una cartuccia ve ne cadon due; stretto a vita da grossa cinghia da cui scendon giù correggie e pendagli d’ogni specie; mettetegli in capo un ''gallicano cheppì'' tirato a destra dalla pioggia dei crini, o meglio un ''berrettone boreale'' coi suo doppio decimetro di pennacchio, e poi ditemi dove sta il buon gusto e l’eleganza; — venitemi a parlare dell’agilità del centauro!.....
Bisogna che la tenuta della cavalleria sia sciolta, e perciò nelle commissioni a ciò deputate — «il vecchio elemento che vorrebbe tutto cinghiare e serrare non primeggi<ref>{{Sc|{{Wl|Q141487885|Ulrico D’Aichelburg}}}} ''maggiore nei Bersaglieri''. — {{TestoAssente|''Considerazioni sull’armata italiana dopo la campagna del'' 1866}}</ref>.»
Bisogna che la forma degli abiti sia appropriata alle necessità della vita, e non soggetta ad un gusto passeggiero o ai capricci della moda.
Bisogna che il corredo sia in armonia colla nuova tattica; con quella tattica in cui durante un’intiera guerra si resta sempre accampati. — A che aver cose che non servono che alle rassegne o nei dì festivi?...
Sia dunque la divisa comoda per la forma, semplice pei colori, forte per la sostanza e non chiassosa. Sia atta a {{Pt|ve-|}}<noinclude>
<references/></noinclude>
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Pagina:Opere (Chiabrera).djvu/378
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{sc|del chiabrera}}|365}}</noinclude><section begin="1" />{{Pt|durre|condurre}} a credere che nel linguaggio Toscano l’uomo nato in terra Toscana malamente potesse vincersi, ed a fatica pareggiarsi nell’opera dello scrivere. Ma altramente in ciò è da giudicarsi secondo me; anzi colui, il quale solamente sa ben favellare, non merita loda scrivendo; ben gli si dee biasimo, se egli scrivendo favellare non sapesse. L’uomo eloquente dee potere con la forza degli argomenti persuadere altrui e col turbare le passioni dell’animo e con l’apparire di costumi sì fatti che l’uditore si rechi a vergogna non gli dar fede. E se ciò è vero, io prendo ardimento di porre Sperone Speroni a paro di qualunque scrittore sia stato, non consentendo che alcuno gli vada innanzi neppure un poco; e quando per le sue scritture non se ne facesse prova abbastanza, sarebbe ragionevole darselo ad intendere per le riguardevoli sue qualità; perciocchè egli visse ottanta otto anni, e sempre mai fra persone ben dottrinate, e per natura egli fu d’intelletto nobilissimo, e tale fu la sua memoria che nè anco nella gran vecchiezza non menomò. E però se egli ebbe desiderio di avanzarsi nelle lettere (e modo non gli venne meno di questo desiderio compire, e dalla natura fu ottimamente disposto) che cosa poteva divietargli il pervenire a pregi sommi ed ammirabili? Scrisse dunque con ogni eccellenza, e spezialmente Dialoghi, ove possiamo affermare che per lo valore de’ suoi non ha la lingua italiana di che invidiare l’altrui. In questa scrittura cotanto è il numero degli argomenti, e tale è la robustezza nel vibrarli, e sì fatta l’accortezza nell’allegarli, e sì grande finalmente la gentilezza nel dispiegarli, che l’uditore crede e discrede pure, secondo che ascolta, e di buon grado consente alla violenza che gli vien fatta, in modo che dassi vinto e dilettasi nella vittoria, sempre ammirando la forza di chi lo soggioga. Ora che dee volersi dagli scrittori? e che ne vuole il mondo pur fino a qui? Certamente l’arte del persuadere con ogni fortezza fu pregio di Sperone e gloria. Compose la tragedia ''Canace'', ed ella fu sottilmente esaminata ed acerbamente ripresa, ma egli, difendendola, fecesi maraviglioso fuor di misura senza dubbio; perciocchè è vero che leggendosi la tragedia, non scorge il lettore come in alcune parti possa scusarla, ma sentendo le scuse, confessa che in ogni parte è costretto di commendarla. Scrisse similmente una Apologia per li Dialoghi, e scrisse di maniera che obbligo dobbiamo a quei saggi i quali tentarono che essi rimanessero condannati, per la nobile scrittura che egli distese acciò fossero prosciolti. Ed in questo grande uomo fu strana cosa, che egli non seppe altro che scrivere toscanamente, e padovanamente parlare. Ben è vero che egli favellava in guisa che più nobile idioma non si desiderava ascoltandolo, e le corti di Padova ed i tribunali di Venezia ne serbavano memoria, e ne fanno alta testimonianza. Non mai scemò la sua gloria nel corso lunghissimo della vita, e dopo la morte gli crebbe. Che più? Padova per decreto pubblico alzògli statua, onorando il cittadino da cui tanti erano a lei pervenuti onori. Veramente fu lo Sperone grande ornamento all’Italia; negar non si può; è all’incontro da dubitarsi, che egli in alcuna parte sarà per nocerle; perciocchè molti, i quali per sè chiari, nel tempo a venire l’averebbono illustrata, rimanendo dal fulgore di lui quasi senza alcun lume, non averanno di che adornarla grandemente. Non pertanto è bene che in fra le stelle sparga i raggi, splenda il sole sovranamente.<section end="1" />
<section begin="2" />{{Ct|v=2|{{AutoreCitato|Torquato Tasso|TORQUATO TASSO}}}}
Parlando di Torquato Tasso, hassene, secondo me, a parlare intorno a pregio di poesia, per la quale tutta Europa ha altamente di lui parlato, nè senza ragione; chè dire del sangue e della sua patria e di cose simili, non si racconterebbono lodi, onde egli andasse più su che gli altri; quantunque egli perciò sia stato riguardevole nel mondo, come ciascuno ben nato; ma di personaggio fatto sì singolare dalle altre persone per sommo studio, sarebbe una fatica dire qualità nelle quali non è, salvo pari agli altri. Ora sembrami che il Tasso in fra i poeti volgari si rappresenti quale presentossi {{Ac|Publio Virgilio Marone|Virgilio}} fra’ suoi latini; conciossiachè Virgilio dottrinossi nelle scuole de’ filosofanti, e nel suo poema fu vago di far mostra della dottrina imparata; ed avvegnacchè più maniere di poesia egli trattasse, non pertanto vedesi ch’ei nacque alle grandi, e per celebrare pure gli eroi; e nel poema suo rivolgendosi verso la sublimità non fissò la mente ad alcuna condizione di favola, nè a porre minutamente sotto gli occhi a’ lettori con le parole le cose narrate si travagliò, ma sempre mai vola per l’alto, e verseggiando fa rimbombo, ed empie fortemente le orecchie con infinita soavità. Similmente Torquato, non attaccossi alla singolarità della favola, nè minutamente fece la sua narrazione, ma intento a sollevare il verso toscano, tuona e colma l’uditore co’ versi suoi d’insuperabil dolcezza, e dove gli viene in acconcio, non schifa di mostrarsi ben dotto e domestico delle scuole; nè perchè in varie maniere egli poetasse, fu mai miglior poeta che faticandosi nella epopea. Possiamo similmente contare come Virgilio lasciò l’{{TestoCitato|Opera:Eneide|Eneida}} imperfetta per morte importuna, ed il Tasso non diede a suo grado fine alla {{TestoCitato|Gerusalemme liberata|Gerusalemme}} per accidente peggiore che morte: ambidui rimasero poco soddisfatti di loro scrittura, ma nondimeno i secoli corsi da poi hannola stimata se non senza paragone, tuttavia senza errore; e veramente specchiandosi in questi poeti, tutti i poeti, se fieno poeti, affisserannosi. Per tal maniera suo studio e natura fece il Tasso a Virgilio somigliante; ma per altra mostra che egli somigliante sia ad {{Ac|Omero|Omero}}. Non voglio cominciare da alto, e dire che uno si nacque molto poverello, come si sa, e l’altro sul cominciamento della vita vide al padre togliersi tutto il suo avere, onde, siccome ad Omero, a Torquato convenne sostenersi dell’altrui {{Pt|cor-|}}<section end="2" />
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{sc|del chiabrera}}|365}}</noinclude><section begin="1" />{{Pt|durre|condurre}} a credere che nel linguaggio Toscano l’uomo nato in terra Toscana malamente potesse vincersi, ed a fatica pareggiarsi nell’opera dello scrivere. Ma altramente in ciò è da giudicarsi secondo me; anzi colui, il quale solamente sa ben favellare, non merita loda scrivendo; ben gli si dee biasimo, se egli scrivendo favellare non sapesse. L’uomo eloquente dee potere con la forza degli argomenti persuadere altrui e col turbare le passioni dell’animo e con l’apparire di costumi sì fatti che l’uditore si rechi a vergogna non gli dar fede. E se ciò è vero, io prendo ardimento di porre Sperone Speroni a paro di qualunque scrittore sia stato, non consentendo che alcuno gli vada innanzi neppure un poco; e quando per le sue scritture non se ne facesse prova abbastanza, sarebbe ragionevole darselo ad intendere per le riguardevoli sue qualità; perciocchè egli visse ottanta otto anni, e sempre mai fra persone ben dottrinate, e per natura egli fu d’intelletto nobilissimo, e tale fu la sua memoria che nè anco nella gran vecchiezza non menomò. E però se egli ebbe desiderio di avanzarsi nelle lettere (e modo non gli venne meno di questo desiderio compire, e dalla natura fu ottimamente disposto) che cosa poteva divietargli il pervenire a pregi sommi ed ammirabili? Scrisse dunque con ogni eccellenza, e spezialmente Dialoghi, ove possiamo affermare che per lo valore de’ suoi non ha la lingua italiana di che invidiare l’altrui. In questa scrittura cotanto è il numero degli argomenti, e tale è la robustezza nel vibrarli, e sì fatta l’accortezza nell’allegarli, e sì grande finalmente la gentilezza nel dispiegarli, che l’uditore crede e discrede pure, secondo che ascolta, e di buon grado consente alla violenza che gli vien fatta, in modo che dassi vinto e dilettasi nella vittoria, sempre ammirando la forza di chi lo soggioga. Ora che dee volersi dagli scrittori? e che ne vuole il mondo pur fino a qui? Certamente l’arte del persuadere con ogni fortezza fu pregio di Sperone e gloria. Compose la tragedia ''Canace'', ed ella fu sottilmente esaminata ed acerbamente ripresa, ma egli, difendendola, fecesi maraviglioso fuor di misura senza dubbio; perciocchè è vero che leggendosi la tragedia, non scorge il lettore come in alcune parti possa scusarla, ma sentendo le scuse, confessa che in ogni parte è costretto di commendarla. Scrisse similmente una Apologia per li Dialoghi, e scrisse di maniera che obbligo dobbiamo a quei saggi i quali tentarono che essi rimanessero condannati, per la nobile scrittura che egli distese acciò fossero prosciolti. Ed in questo grande uomo fu strana cosa, che egli non seppe altro che scrivere toscanamente, e padovanamente parlare. Ben è vero che egli favellava in guisa che più nobile idioma non si desiderava ascoltandolo, e le corti di Padova ed i tribunali di Venezia ne serbavano memoria, e ne fanno alta testimonianza. Non mai scemò la sua gloria nel corso lunghissimo della vita, e dopo la morte gli crebbe. Che più? Padova per decreto pubblico alzògli statua, onorando il cittadino da cui tanti erano a lei pervenuti onori. Veramente fu lo Sperone grande ornamento all’Italia; negar non si può; è all’incontro da dubitarsi, che egli in alcuna parte sarà per nocerle; perciocchè molti, i quali per sè chiari, nel tempo a venire l’averebbono illustrata, rimanendo dal fulgore di lui quasi senza alcun lume, non averanno di che adornarla grandemente. Non pertanto è bene che in fra le stelle sparga i raggi, splenda il sole sovranamente.<section end="1" />
<section begin="2" />{{Ct|v=2|{{AutoreCitato|Torquato Tasso|TORQUATO TASSO}}}}
Parlando di Torquato Tasso, hassene, secondo me, a parlare intorno a pregio di poesia, per la quale tutta Europa ha altamente di lui parlato, nè senza ragione; chè dire del sangue e della sua patria e di cose simili, non si racconterebbono lodi, onde egli andasse più su che gli altri; quantunque egli perciò sia stato riguardevole nel mondo, come ciascuno ben nato; ma di personaggio fatto sì singolare dalle altre persone per sommo studio, sarebbe una fatica dire qualità nelle quali non è, salvo pari agli altri. Ora sembrami che il Tasso in fra i poeti volgari si rappresenti quale presentossi {{Ac|Publio Virgilio Marone|Virgilio}} fra’ suoi latini; conciossiachè Virgilio dottrinossi nelle scuole de’ filosofanti, e nel suo poema fu vago di far mostra della dottrina imparata; ed avvegnacchè più maniere di poesia egli trattasse, non pertanto vedesi ch’ei nacque alle grandi, e per celebrare pure gli eroi; e nel poema suo rivolgendosi verso la sublimità non fissò la mente ad alcuna condizione di favola, nè a porre minutamente sotto gli occhi a’ lettori con le parole le cose narrate si travagliò, ma sempre mai vola per l’alto, e verseggiando fa rimbombo, ed empie fortemente le orecchie con infinita soavità. Similmente Torquato, non attaccossi alla singolarità della favola, nè minutamente fece la sua narrazione, ma intento a sollevare il verso toscano, tuona e colma l’uditore co’ versi suoi d’insuperabil dolcezza, e dove gli viene in acconcio, non schifa di mostrarsi ben dotto e domestico delle scuole; nè perchè in varie maniere egli poetasse, fu mai miglior poeta che faticandosi nella epopea. Possiamo similmente contare come Virgilio lasciò l’{{TestoCitato|Opera:Eneide|Eneida}} imperfetta per morte importuna, ed il Tasso non diede a suo grado fine alla {{TestoCitato|Gerusalemme liberata|Gerusalemme}} per accidente peggiore che morte: ambidui rimasero poco soddisfatti di loro scrittura, ma nondimeno i secoli corsi da poi hannola stimata se non senza paragone, tuttavia senza errore; e veramente specchiandosi in questi poeti, tutti i poeti, se fieno poeti, affisserannosi. Per tal maniera suo studio e natura fece il Tasso a Virgilio somigliante; ma per altra mostra che egli somigliante sia ad {{Ac|Omero|Omero}}. Non voglio cominciare da alto, e dire che uno si nacque molto poverello, come si sa, e l’altro sul cominciamento della vita vide al padre togliersi tutto il suo avere, onde, siccome ad Omero, a Torquato convenne sostenersi dell’altrui {{Pt|cor-|}}<section end="2" /><noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|366|{{sc|prose}}|}}</noinclude><section begin="1" />{{Pt|tese|cortese}} amorevolezza. Ben dirò, che Omero datosi a poetare rimase senza la luce degli occhi, e Torquato, poetando, vide abbarbagliarsi la luce dell’intelletto assai spesso. In oltre i poemi di Omero, dispersi e lacerati, ebbono a raccozzarsi e porsi insieme; e quello del Tasso trapassando per le altrui mani ed in molti modi mal concio, ebbe mestieri della diligenza altrui. Che più? Di Omero molte città vollero esser patria, ed il Tasso di più d’una può cittadino dirsi non falso; perciocchè in Napoli nacque, e di Bergamo trasse origine, ed in Ferrara menò più parte de’ giorni. Fu Omero assai per la Grecia peregrinando, ora per vaghezza ora per necessità, e Torquato per la Italia non poco per molte cagioni trascorse: e l’uno e l’altro finalmente di più grande splendore adornossi dopo vita, e più marivigliosi apparvero al mondo quando non più rimirando le sembianze del loro corpo, egli ebbe solamente a riguardare le opere de’ loro ingegni. Ora pare a me accidente da non tralasciarsi con maraviglia, che nel volgare poeta sieno le qualità tanto a numero, onde egli al Latino ed al Greco possa per varie cagioni paragonarsi. Ha voluto la natura far credere, che formando il Tasso, ella aveva dinanzi Omero e Virgilio, e volle sottilmente dare ad intendere per questa via, in quale stima egli debba tenersi dagli uomini, veggendolo rappresentare sulla scena dell’universo somigliante a due personaggi, i quali sono per tanti secoli trascorsi reputati ammirabili. Ha dunque la nostra Italia di che ben avventurata appellarsi, e dee con ogni sforzo onorare Torquato Tasso, ed onorarlo supremamente; perciocchè i sommi pregi onorare mezzanamente è far sembiante di averli in dispregio manifestamente.<section end="1" />
<section begin="2" />{{Ct|v=2|{{AutoreCitato|Galileo Galilei|GALILEO GALILEI}}}}
Galileo Galilei nacque in Firenze, ed al suo nobile spirito natura non venne meno di nobile patria; ma di somiglianti grazie uomini infiniti sogliono goderne. Di lui si vuole dire proprie glorie, ed alle quali pochi intelletti abbiano ad aspirare con buona speranza. Egli dunque nella gioventù adornossi di ogni leggiadra letteratura; ma l’animo determinatamente rivolse alle scienze matematiche; lessele in cattedra nella città di Pisa, e poscia in quella di Padova, là dove le sue parole furo sì fatte, che messe le ali se ne volarono di là dall’Alpi, e furono con maraviglia raccolte da quelli uomini grandi, i quali, spezzato il chiostro della barbarie, vanno volentieri incontro all’ammirabile gentilezza. Di Padova il trassero i Serenissimi di Toscana, ed ebbono per onore fermare nell’altezza della loro corte il Galilei, il quale aveva nell’altezza del Cielo fermato il nome della loro famiglia chiarissima. Quivi gradito da principi, quantunque abitator della terra, passeggia, a dirlo con parole belle di {{AutoreCitato|Omero|Omero}}, le cime eccelse dell’Olimpo; e se a nostri giorni fosse l’antichissimo costume concesso di onorare i veri concetti co’ velami di favole, averemmo per lui grande opportunità di proporre altri carichi di Atlante, ed altre notti sonnacchiose d’Endimione. E veramente se deesi credere che i Cieli, ed i loro lumi, parte abbiano nel componimento de’ corpi umani, sicchè migliori e peggiori facciano gli stromenti onde poi l’intelletto si adopera con maggiore forza o con minore, io non mi riterrò di dichiarare intorno al Galilei mia opinione, cioè, che a gran ragione apprestarono quei corpi superni a quest’uomo il modo di altamente contemplare; poichè contemplando pur loro, spose qua giuso i movimenti di quelle eterne regioni per via, che, fatte più chiare, sono agli occhi mortali più caramente manifestate; e però più vivamente s’invogliano i sublimi ingegni di mirarle, ed anco ammirarle. Di qui le Muse e la Fama non deono d’altro che di stelle coronare la fronte a personaggio sì singolare; grande perchè in gran cose travagliò l’animo, e via più grande perchè varj mostri non ne lo distolsero, ma, siccome Ercole, ebbe a domarli, e poi trionfarne. E se per {{AutoreCitato|Cristoforo Colombo|Cristoforo Colombo}} ogni rimbombo di lode è fiocco siccome a trovatore di nuove terre, in qual modo degnamente loderassi il Galileo discopritore di nuove stelle? Per certo non porransi in paragone le cose caduche con le sempiterne, salvo da coloro, in cui l’anima, se fosse possibile, appagherebbesi di essere mortale. Noi all’incontro mettiamo gridi in celebrando il vigore dell’intelletto, e diamo al suo sapere titolo d’infinito; nè altramente diranno gli uomini forniti di senno che sono per nascere al mondo; anzi volgendo l’animo a’ giorni bene spesi ed alle notti ottimamente impiegate, esalteranno uno intelletto, il quale nè immensa autorità di maestri antichi, nè opinioni per anni innumerabili fatte robuste negli animi altrui, hanno potuto abbassare, nè privarlo della ragionevole libertà; ed è vero che egli, dando mai sempre l’imperio alle ragioni ed ai fortissimi argomenti, ha saputo francarsi da plebea, ed indegna di vero filosofo, servitù.<section end="2" />
<section begin="3" />{{Ct|v=2|{{AutoreCitato|Ottavio Rinuccini|OTTAVIO RINUCCINI}}}}
Gli uomini, perchè nascono senza sapere ed hanno per la brevità della vita poco tempo di apprendere, si diedero intentamente ad osservazioni intorno alle cose che deono farsi, e così formarono arti, secondo le quali altri, operando, si affidasse di non errare; e coloro che con sì fatti ammaestramenti si reggono, hanno titolo di savi nel loro mestiere e reputansi eccellenti. Ciò fu veramente giovevole assai per la umana generazione; è però da dirsi, che fra gli uomini sorgono alcuni sì singolari, i quali sanno apprendere nelle altrui scuole, e sono maestri a sè stessi. Affermasi di Pompeo, ch’egli si era fatto, soldato, sotto sè medesimo capitano; ed anco Lucullo non s’intese della guerra, salvo quando egli la esercitò nè apprese a combattere salvo sul punto ch’egli guadagnò le vittorie: questa maraviglia ne diede {{AutoreCitato|Omero|Omero}} parimente, il quale poetando produsse {{Pt|l’arti-|}}<section end="3" />
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Pagina:Rivista italiana di numismatica 1893.djvu/63
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|56|{{Sc|f. ed e. gnecchi}}|}}</noinclude>
{{Ct|t=3|v=1|f=120%|GALEAZZO II {{sc|e}} BARNABÒ VISCONTI}}
{{Ct|t=1|v=1|{{Sc|signori di milano.}}}}
{{Ct|t=1|v=2|(1354–1385).}}
{{no rientro}}1. ''Grosso'' (gr. 2.620, 2.500, 2.450). — ''Var. n. 2.''
::<div style=text-indent:-1em;">D/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ BERNABOS • & • GALEAZ • VICECOMITES</span>. Nel campo incorniciato la Biscia fra le iniziali <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>B • G</span>. Ai quattro angoli esterni della cornice, quattro rosette o stellette.</div>
::<div style=text-indent:-1em;">R/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>S • AMBROSI MEDIOLANVM</span>. Il Santo seduto col pastorale e lo staffile.</div>
{{SinistraDestra|Museo di Parma, Viganò e Gnecchi.|Arg. R. L. 3.}}
{{smaller block|f=90%|t=1|v=1|NB. Nella collezione Viganò esiste un esemplare di questo ''grosso'', in cui nel dritto il campo è libero, senza rosette nè stellette.}}
{{no rientro}}2. ''Grosso'' (gr. 2.400). — ''2<sup>a</sup> Var. n. 2.''
::<div style=text-indent:-1em;">D/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ BERNABO & GALEAZ • VICECOMITES</span>. Come il precedente.</div>
::<div style=text-indent:-1em;">R/ — Come il precedente.</div>
{{SinistraDestra|Coll. Viganò. Arg.|R. L. 3.}}
{{no rientro}}3. ''Grosso'' (gr. 2.650). — ''3<sup>a</sup> Var. n. 2.''
::<div style=text-indent:-1em;">D/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ BERNABOS • & • GALEAZ • VICECOITES</span>. Come i precedenti.</div>
::<div style=text-indent:-1em;">R/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>S • AMBROSI • MEDIOLANV</span>. Come i precedenti.</div>
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::<div style=text-indent:-1em;">D/ – Come il precedente.</div>
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{{SinistraDestra|Coll. Gnecchi. Arg.|R. L. 3.}}<noinclude>
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{{Ct|t=3|v=1|f=120%|GALEAZZO II {{sc|e}} BARNABÒ VISCONTI}}
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{{no rientro}}1. ''Grosso'' (gr. 2.620, 2.500, 2.450). — ''Var. n. 2.''
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| Museo di Parma, Viganò e Gnecchi. || align=right| Arg. R. L. 3.
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{{no rientro}}4. ''Grosso'' (gr. 2.650). — ''4<sup>a</sup> Var. n. 2.''
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Pagina:La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu/645
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Il rotolo bruciato dal re.'' | centro = GEREMIA, 37. | dx =''Il secondo rotolo.''}}</small></noinclude><section begin=36 />{{colonna}}
{{vb|36|11}}E Michea, figliuolo di Ghemaria, figliuolo di Safan, udì tutte le parole del Signore, ''lette'' fuor del libro,
{{vb|36|12}}E scese nella Casa del re, nella camera del segretario; ed ecco, quivi sedevano tutti i principi: Elisama segretario, e Delaia, figliuolo di Semaia, ed Elnatan, figliuolo di Acbor, e Ghemaria, figliuolo di Safan, e Sedechia, figliuolo di Hanania, e tutti gli ''altri'' principi.
{{vb|36|13}}E Michea rapportò loro tutte le parole ch’egli aveva udite mentre Baruc leggeva nel libro, in presenza del popolo.
{{vb|36|14}}Allora tutti i principi mandarono Iudi, figliuolo di Netania, figliuolo di Selemia, figliuolo di Cusi, a Baruc, per dir''gli'': Prendi in mano il rotolo, nel quale tu hai letto in presenza del popolo, e vieni. E Baruc, figliuolo di Neria, prese il rotolo in mano, e se ne venne a loro.
{{vb|36|15}}Ed essi gli dissero: Deh! siedi, e leggicelo. E Baruc lo lesse loro.
{{vb|36|16}}E quando ebbero intese tutte quelle parole sbigottirono, ''riguardandosi'' l’un l’altro, poi dissero a Baruc: Noi non mancheremo di rapportar tutte queste parole al re.
{{vb|36|17}}Appresso domandarono Baruc, dicendo: Deh! dichiaraci come tu hai scritte tutte queste parole di bocca di Geremia.
{{vb|36|18}}E Baruc disse loro: Egli mi dettava di sua bocca tutte queste parole, ed io le scriveva con inchiostro nel libro.
{{vb|36|19}}Allora i principi dissero a Baruc: Va, nasconditi tu, e Geremia; e niuno sappia dove voi ''siate''.
{{vb|36|20}}Ed essi vennero al re, dentro al cortile, e riposero il rotolo nella camera di Elisama, segretario; e rapportarono al re tutte quelle parole.
{{vb|36|21}}E il re mandò Iudi, per recare il rotolo. Ed egli lo recò dalla camera di Elisama, segretario. E Iudi lo lesse in presenza del re, e in presenza di tutti i principi, ch’erano in piè d’intorno al re.
{{vb|36|22}}Or il re sedeva nella casa del verno, nel nono mese; e dinanzi a lui ''vi era'' un focolare acceso.
{{vb|36|23}}E quando Iudi ne ebbe lette tre o quattro facce, il re lo tagliò col coltellino del segretario, e lo gettò nel fuoco, ch’''era'' nel focolare, finchè tutto il rotolo fu consumato sul fuoco, ch’''era'' in sul focolare.
{{vb|36|24}}E nè il re, nè alcun de’ suoi servitori, che udirono tutte quelle parole, si spaventarono, nè stracciarono i lor vestimenti<ref>{{BibLink|2 Re|22|11|2 Re 22. 11}}.</ref>.
{{vb|36|25}}E benchè Elnatan e Delaia e Ghemaria intercedessero appo il re, che non bruciasse il libro, egli non li ascoltò.
{{vb|36|26}}Anzi il re comandò a Ieremeel, figliuolo di Hammelec, e a Seraia, figliuolo di Azriel, e a Selemia, figliuolo di Abdeel, {{AltraColonna}}{{vb|36|26|continua}}di prender lo scriba Baruc, e il profeta Geremia. Ma il Signore li nascose.
{{vb|36|27}}E la parola del Signore fu ''indirizzata'' a Geremia, dopo che il re ebbe bruciato il rotolo, e le parole che Baruc aveva scritte di bocca di Geremia, dicendo:
{{vb|36|28}}Torna a prenderti un altro rotolo e scrivi in quello tutte le parole di prima, ch’erano nel primo rotolo, che Gioiachim, re di Giuda, ha bruciato.
{{vb|36|29}}E di’ a Gioiachim, re di Giuda: Così ha detto il Signore: Tu hai bruciato quel rotolo, dicendo: Perchè hai scritto in esso, che il re di Babilonia per certo verrà, e guasterà questo paese, e farà che non vi saranno più nè uomini, nè bestie?
{{vb|36|30}}Perciò, così ha detto il Signore intorno a Gioiachim, re di Giuda: Egli non avrà alcuno che segga sopra il trono di Davide; e il suo corpo morto giacerà ''esposto'' al caldo di giorno, e al gelo di notte.
{{vb|36|31}}Ed io farò punizione sopra lui, e sopra la sua progenie, e sopra i suoi servitori, della loro iniquità; e farò venire sopra loro, e sopra gli abitanti di Gerusalemme, e sopra gli uomini di Giuda, tutto il male che io ho loro pronunziato, e ''che'' non hanno ascoltato.
{{vb|36|32}}Geremia adunque prese un altro rotolo, e lo diede a Baruc, figliuolo di Neria, scriba; ed egli vi scrisse, di bocca di Geremia, tutte le parole del libro, che Gioiachim, re di Giuda, aveva bruciato al fuoco; alle quali furono ancora aggiunte molte somiglianti parole. <section end=36 />
<section begin=37 />
{{Centrato|{{smaller|''Geremia in prigione.''}}}}
{{vb|37|1|capolettera}} OR il re Sedechia, figliuolo di Giosia, regnò in luogo di Conia, figliuolo di Gioiachim, essendo stato costituito re nel paese di Giuda, da Nebucadnezar, re di Babilonia<ref>{{BibLink|2 Re|24|17|2 Re 24. 17}}. {{BibLink|2 Cron|36|10}}, ecc.</ref>.
{{vb|37|2}}E nè egli, nè i suoi servitori, nè il popolo del paese, non ubbidirono alle parole del Signore, ch’egli aveva pronunziate per lo profeta Geremia.
{{vb|37|3}}Or il re Sedechia mandò Iucal, figliuolo di Selemia; e Sefania, figliuolo di Maaseia, sacerdote, al profeta Geremia, per dir''gli'': Deh! fa’ orazione per noi al Signore Iddio nostro.
{{vb|37|4}}Or Geremia andava e veniva per mezzo il popolo, e non era ancora stato messo in prigione.
{{vb|37|5}}E l’esercito di Faraone era uscito di Egitto; laonde i Caldei che assediavano Gerusalemme, intesone il grido, si erano dipartiti d’appresso a Gerusalemme<ref>{{BibLink|2 Re|24|7|2 Re 24. 7}}.</ref>.
{{vb|37|6}}E la parola del Signore fu ''indirizzata'' al profeta Geremia, dicendo:
{{vb|37|7}}Così ha detto il Signore Iddio d’Israele: Dite così al re di Giuda, che vi ha mandati a me, per domandarmi: Ecco, l’esercito di Faraone, ch’era uscito a {{FineColonna}}<section end=37 /><noinclude>
<hr>
<references/>{{PieDiPagina||637}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Geremia arrestato'' | centro = GEREMIA, 38. | dx =''e gettato nella fossa.''}}</small></noinclude><section begin=37 />{{colonna}}{{vb|37|7|continua}}vostro soccorso, è ritornato nel suo paese, in Egitto.
{{vb|37|8}}E i Caldei torneranno, e combatteranno contro a questa città, e la prenderanno, e l’arderanno col fuoco.
{{vb|37|9}}Così ha detto il Signore: Non v’ingannate voi stessi, dicendo: Per certo i Caldei si dipartiranno da noi; perciocchè essi non se ''ne'' dipartiranno.
{{vb|37|10}}Anzi, avvegnachè voi aveste sconfitto tutto l’esercito de’ Caldei, che combattono con voi, e che non ne fossero rimasti se non ''alcuni pochi'', ''pur'' si leverebbero quelli, ciascuno nella sua tenda, e brucerebbero questa città col fuoco.
{{vb|37|11}}Or avvenne che quando l’esercito dei Caldei si fu dipartito d’appresso a Gerusalemme, per cagion dell’esercito di Faraone;
{{vb|37|12}}Geremia usciva di Gerusalemme, per andarsene nel paese di Beniamino, per isfuggire di là per mezzo il popolo.
{{vb|37|13}}Ma quando fu alla porta di Beniamino, quivi ''era'' un capitano della guardia, il cui nome ''era'' Ireia, figliuolo di Selemia, figliuolo di Hanania; il quale prese il profeta Geremia, dicendo: Tu vai ad arrenderti a’ Caldei.
{{vb|37|14}}E Geremia disse: ''Ciò è'' falso; io non vo ad arrendermi a’ Caldei. Ma colui non l’ascoltò; anzi, lo prese, e lo menò a’ principi.
{{vb|37|15}}E i principi si adirarono gravemente contro a Geremia, e lo percossero, e lo misero in prigione, in casa di Gionatan, scriba; perciocchè avevano di quella fatta una carcere.
{{vb|37|16}}Quando Geremia fu entrato nella fossa, e nelle grotte, vi dimorò molti giorni<ref>{{BibLink|Ger|38|6}}, {{BibLink|Ger|38|26|26}}.</ref>.
{{vb|37|17}}Poi il re Sedechia mandò a farlo trarre ''di là'': e il re lo domandò in casa sua di nascosto, e disse: Evvi alcuna parola da parte del Signore? E Geremia disse: ''Sì'', ve n’è. Poi disse: Tu sarai dato in mano del re di Babilonia.
{{vb|37|18}}Oltre a ciò, geremia disse al re Sedechia: Che peccato ho io commesso contro a te, o contro a’ tuoi servitori, o contro a questo popolo, che voi mi avete messo in prigione?
{{vb|37|19}}E dove ''sono ora'' i vostri profeti, che vi profetizzavano, dicendo: Il re di Babilonia non verrà sopra voi, nè sopra questo paese?
{{vb|37|20}}Or al presente, ascolta, ti prego, o re, mio signore; deh! caggia la mia supplicazione nel tuo cospetto; non farmi ritornar nella casa di Gionatan, scriba, chè io non vi muoia.
{{vb|37|21}}E il re Sedechia comandò che Geremia fosse rinchiuso nella corte della prigione, e che gli fosse dato un pezzo di pane per giorno, dalla piazza de’ fornai; ''il che {{AltraColonna}}{{vb|37|21|continua}}fu fatto'' finchè tutto il pane fu venuto meno nella città. Così Geremia stette nella corte della prigione. <section end=37 />
<section begin=38 />
{{Centrato|{{smaller|''Geremia gettato nella fossa.''}}}}
{{vb|38|1|capolettera}} MA Sefatia, figliuolo di Mattan, e Ghedalia, figliuolo di Pashur, e Iucal, figliuolo di Selemia, e Pashur, figliuolo di Malchia, udirono le parole che Geremia pronunziava a tutto il popolo, dicendo:
{{vb|38|2}}Così ha detto il Signore: Quelli che dimoreranno in questa città morranno di spada, di fame, e di pestilenza; ma chi se ne uscirà a’ Caldei viverà; e l’anima sua gli sarà per ispoglia, ed egli viverà<ref>{{BibLink|Ger|21|8}}, ecc.</ref>.
{{vb|38|3}}Così ha detto il Signore: Questa città sarà per certo data in man dell’esercito del re di Babilonia, ed esso la prenderà.
{{vb|38|4}}E i principi dissero al re: Deh! facciasi morir quest’uomo; perciocchè egli rende rimesse le mani della gente di guerra, che è restata in questa città, e le mani di tutto il popolo; tenendo loro cotali ragionamenti; conciossiachè quest’uomo non procacci punto la prosperità di questo popolo, anzi il male.
{{vb|38|5}}E il re Sedechia disse: Eccolo in mano vostra; perciocchè il re non può nulla contro a voi.
{{vb|38|6}}Essi adunque presero Geremia, e lo gettarono nella fossa di Malchia, figliuolo di Hammelec, ch’''era'' nella corte della prigione; e ve lo calarono con delle funi. Or nella fossa non ''vi era'' acqua, ma del pantano; e Geremia affondò nel pantano.
{{vb|38|7}}Ma Ebed-melec Etiopo, eunuco, il quale ''era'' nella casa del re, avendo udito che avevano messo Geremia nella fossa (ora, il re sedeva ''allora'' nella porta di Beniamino);
{{vb|38|8}}Se ne uscì della casa del re, e parlò al re, dicendo:
{{vb|38|9}}O re, mio signore, male hanno fatto quegli uomini in tutto ciò che hanno fatto al profeta Geremia, avendolo gettato nella fossa; or ''assai'' sarebbe egli morto di fame là dove era; conciossiachè non ''vi sia'' più pane alcuno nella città.
{{vb|38|10}}E il re comandò ad Ebed-melec Etiopo, dicendo: Prendi teco di qui trent’uomini, e tira il profeta Geremia fuor della fossa, avanti ch’egli muoia.
{{vb|38|11}}Ed Ebed-melec prese quegli uomini seco, ed entrò nella casa del re, di sotto alla tesoreria, e ne tolse de’ vecchi stracci, e de’ vecchi panni logori, e li calò a Geremia con delle funi nella fossa.
{{vb|38|12}}Ed Ebed-melec Etiopo disse a Geremia: Deh! mettiti questi vecchi stracci, e panni logori, sotto le ascelle di sotto alle funi. E Geremia fece così.
{{vb|38|13}}Ed essi trassero Geremia con quelle funi, e lo fecero salir fuor della fossa. E {{FineColonna}}<section end=38 /><noinclude>
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Geremia (Diodati 1821)/capitolo 36
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Geremia (Diodati 1821)/capitolo 37
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|{{Sc|xii}}|''ESIODO''||riga=2}}</noinclude>avevano generato gli eroi. Era, dice bene il {{Wl|Q85398|Christ}}, «il gran magazzino da cui la lirica corale e i logografi solevano attingere le antiche leggende». Accanto alle ''Eoe'', si ricordavano
{{Sc|Le grandi Eoe}}. - E pare fossero un poema ben distinto dal primo; ma non ne sappiamo altro.
{{Sc|Le grandi Opere}}. - Pare vi si ragionasse delle attività umane reputate piú alte e nobili, e che il titolo fosse stato scelto in contrapposizione a quello de ''Le opere e i giorni'', dove si parlava essenzialmente della coltivazione dei campi.
{{Sc|Le nozze di Ceice}}. - Poemetto epico, in cui si descrivevano le nozze di Ceice con Alcione, avvenute sotto gli auspici di Ercole.
{{Sc|Egimio}}. - Cantava la lotta di Egimio, appartenente all’antichissima stirpe dei Dorii, coi Lapiti. Epico, e, sembra, assai ricco di episodii.
{{Sc|Melampodia}}. - Si aggirava intorno alla figura dell’indovino Melampo di Dilo, famoso perché avrebbe superato nell’arte di sciogliere indovinelli il celeberrimo Calcante, e lo avrebbe fatto morire di passione.
{{Sc|Sentenze di Chirone}}. - Sappiamo solo che era un poemetto didascalico.
Già nell’antichità erano sospetti come apocrifi altri poemetti, e cioè:
{{Sc|La Astronomia.}}
{{Sc|I Dattili Idei.}}
Ora, facendo astrazione dai particolari, questi poemetti, riguardo alla materia, si possono dividere in tre gruppi principali: {{Ec|poesie|poesia}} epica (storia dei Numi e degli eroi); poesia religiosa: poesia gnomica.
Ma per intendere bene il carattere e il valore di questa poesia, bisogna assolutamente bandire dalle nostre menti il concetto moderno, che, su per giú, considera la letteratura in<noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||{{Sc|distinzioni sommarie}}|41}}</noinclude>la burla è satira iperbolica, spietata.<ref>Vedi {{Wl|Q52160297|Jacques Denis}}, ''La comédie greque'', vol. I, chap. VI, Paris, Hachette et Cie. 1886, e la bella e dotta prefazione di {{AutoreCitato|Ettore Romagnoli|Ettore Romagnoli}} alla sua impareggiabile traduzione delle commedie di A. (Torino, Bocca, 1908).</ref> Aristofane ha uno scopo morale, e il suo non è mai dunque il mondo della fantasia pura. Nessuno studio della verosimiglianza: egli non se ne cura perchè si riferisce di continuo a cose e a persone vere: astrae iperbolicamente dalla realtà contingente e non crea una realtà fantastica, come, ad esempio, lo Swift. Umorista non è Aristofane, ma Socrate, come acutamente osserva Teodoro Lipps:<ref>{{AutoreCitato|Theodor Lipps|Teodor Lipps}}, ''Komik und Humor'', eine psychologisch-iisthetische Untersuchung (Hamburg u. Leipzig, Voss 1898).</ref> Socrate che assiste alla rappresentazione delle ''Nuvole'' e ride con gli altri della derisione che fa di lui il poeta, Socrate che «versteht den Standpunkt des Volksbewusstseins, zu dessen Vertreter sich Aristophanes gemacht hat, und sieht darin etwas relativ Gutes und Vernünftiges. Er anerkennt eben damit das relative Recht derer, die seinen Kampf gegen das Volksbewusstsein verlachen. Damit erst wird sein Lachen zum Mitlachen. Andererseits lacht er doch über die Lacher. Er thut es und kann es thun, weil er des höheren Rechtes und notwendigen Sieges seiner Anschauungen gewiss ist. Eben dieses Bewusstsein leuchtet durch sein Lachen, und lässt es in seiner Thorheit logisch berechtigt, in seiner Nichtigkeit sittlich erhaben erscheinen». Socrate ha il sentimento del contrario; Aristofane ha un sentimento solo, unilaterale, e Aristofane, dunque, se mai, può esser considerato umorista soltanto se intendiamo l’umorismo nell’altro senso molto più largo, e per noi improprio, in cui siano compresi la burla, la baja, la facezia, la satira, la caricatura, tutto il comico insomma nelle sue varie espressioni. Ma in questo senso anche tanti e tant’altri scrittori faceti, burleschi,<noinclude>
<hr style="width:4em;" />
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Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/289
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|||119}}</noinclude>''via, disse; e proseguendo con ragionari molti e prolissi, nel nome vostro sacratissimo s'imbattè, affermando poter io metter fine alle disgrazie mie, qualora la copia delle vostre parole gustassi; ed egli come del merito vostro più certo, statone io già sicuro, soggiunse: Conobbilo in Avignone, giovine in seno alle muse dalle mani di Giove educato, del latte di filosofia nodrito, e colle scienze divine fatto robusto, e lì, discepolo del sacro vaso d’elezione rapito già al terzo cielo glorioso''<ref>S. Paolo.</ref>'', predica in pubblico recondite ed arcane dottrine. Egli è pur desso cui pennuta fama per bocca de’ suoi portatori divulga, l’adornano i costumi, e le virtudi il circondano: egli è fatto ingegnosissimo da Saturno; placido e ricco da Giove; guerriero, contra i vizii che uccidono, da Marte; lucido, regale, affabile, da Apollo; giocondissimo a tutti, da Citerea; dal Coppiere de’ numi, matematico e formale; da Ecate umilissimo, onesto. È monarca per eccellenza in queste arti: in grammatica {{AutoreCitato|Aristarco di Samotracia|Aristarco}}; in dialettica {{AutoreCitato|Guglielmo di Ockham|Ockano}}; in retorica {{AutoreCitato|Marco Tullio Cicerone|Tullio}}, od Ulisse; in Aritmetica {{Wl|Q1232954|Jordano}}; ad {{AutoreCitato|Euclide|Euclide}} pari in geometria, o seguita il siracusano {{AutoreCitato|Archimede|Archimede}}; nella musica {{AutoreCitato|Anicio Manlio Torquato Severino Boezio|Boezio}}; in astrologia risuscita {{AutoreCitato|Claudio Tolomeo|Tolomeo d’Egitto}}. Che più? moralizza qual Seneca;''<ref follow="p288">{{Pt|che|anche}} le altre lettere colla data dal sepolcro di Virgilio debbono assegnarsi allo stesso tempo incirca. In quanto alla lettera la crede scritta ad un Colonnese, ovvero a Giacomo amico del Petrarca.</ref><noinclude>
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Pagina:Pisacane - Saggio sulla rivoluzione.djvu/22
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||— 6 —|}}</noinclude>{{Pt|l’ignominia|nell’ignominia}}; alcuni nel sacrifizio, altri nei beni materiali..... È questo un fatto che niuno può revocare in forse; esso è riconosciuto da tutta la scuola del sensismo francese ed inglese, dai nostri grandi italiani, {{AutoreCitato|Francesco Mario Pagano|Pagano}}, {{AutoreCitato|Gaetano Filangieri|Filangieri}}, {{AutoreCitato|Cesare Beccaria|Beccaria}}, {{AutoreCitato|Gian Domenico Romagnosi|Romagnosi}} e sottinteso da {{AutoreCitato|Giambattista Vico|Vico}}, da {{AutoreCitato|Tommaso Campanella|Campanella}}, da {{AutoreCitato|Bernardino Telesio|Telesio}}, da tutti gli economisti moderni, da tutti i socialisti, dai razionalisti della Germania: ''Di buon grado'', dice {{AutoreCitato|Friedrich Schiller|Schiller}}, ''io presto aiuto agli amici. Ma ahi lasso! lo fo per indignazione; onde spesso mi contrista il pensiero di non essere virtuoso''. {{AutoreCitato|Johann Gottlieb Fichte|Fichte}} dice: ''ama te stesso sopra ogni cosa, ed il tuo prossimo per amor di te stesso''. Negano questa verità i paesi devoti ad un Dio personale, e gli ecclettici, cioè quelli che cercano conciliare i principii della scienza e lo stato presente della società; e così si fanno gli apologisti del sacrifizio quelli che ne rifuggono con orrore!! A Giordano Bruno sarebbe stato più doloroso rinnegare la sua dottrina, che sentirsi ardere le carni; si gettò nel rogo per fuggire il dolore di rinunziare alle proprie idee. I due ultimi versi del suo sonetto il dicono chiaramente:
{{Blocco centrato|{{smaller block|<poem>Fendi secur le nubi e muor contento,
Se il ciel sì illustre morte ti destina!</poem>}}}}
Chi ha creato il mondo? Nol so. Di tutte le ipotesi la più assurda è quella di supporre l’esistenza di un Dio, e l’uomo creato a sua imagine; ovvero, non essendoci dato imaginare questo Dio, l’uomo l’ha creato ad imagine propria, e ne ha fatto il Creatore del mondo; e così una particella diventata creatrice del tutto.
Ma quale utile può ottenersi dalla ricerca del Creatore del mondo? Nessuno. Il mondo esiste, e ciò è un fatto; in esso da pertutto io trovo moto, da pertutto la medesima causa della vita, che appare in mille<noinclude></noinclude>
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Pagina:Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. I, 1960 – BEIC 1723036.djvu/129
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||{{Sc|libro secondo}}|123}}</noinclude>{{nop}}
Quante terre già si viddono da piccolo principio d’infezione essere cresciuto grandissimo incendio di pestilenza, tale che quasi tutta la gioventù in pochi dì si truova perita e consumata! Non bisogna qui allegarne storie, né recitarne essempli. In questo veneno niuno dubita a quanto sia forza di morte da qualunque minimo principio cresca e spandasi grande e furiosa. Vedemmo a Genova, non fa molti anni, sendo concorso il popolo a uno spettaculo religioso e publico, alcuni salirono in luoghi ove prima qualche amorbato era giaciuto e perito. Fra pochi dì qualunque ivi allo spettaculo era in su que’ luoghi dimorato, cosa miserabile! in brieve morì, e amorbossi chi gli ricevette in casa, amorbossi chi gli visitò, per modo che tutta la terra sentì la ruina e strage di quella pestiferissima velenosa furia. O veneno nocentissimo, o infirmità orribilissima, o cosa molto da fuggirla! Non so io se qui merito essere in queste parole duro e impio riputato, ma poiché di questo trattiamo, siaci licito non tacere l’utile della famiglia. Dirò quello comandano i dotti fisici, quale confermano il giudicio di ciascuno prudente, quale anche ogni uomo non in tutto pazzo può per esperienza così el vero conoscere. Fugga el padre, fugga el figliuolo, fugga il fratello, fuggano tutti, poiché a tanta forza di veneno, a tanta bestemmia, nulla si truova che giovi se non fuggirla. Fuggansi, poiché altra arme o arte cóntroli niuna ci vale. Non si può, non, propulsare, non difendere quella rabbia mortifera ed essecrabile. Adunque vorranno i savi prima salvare sé fuggendo, che rimanendo non giovare ad altri e nuocere a sé. Piaccia a’ piatosi non meno la salute sua che una vana opinione di grazia. All’uomo per salvare sé, chi niega non essere licito e concesso dalle leggi uccidere chi con inimico animo l’assaliva? Se così lice, quale pertinace mi negherà non molto più meritare perdono chi abandonerà quell’uomo, el quale al continuo gli porga pericolo di morte? Anzi qual prudente, quale affezionato al bene e salute de’ suoi mai riputasse abbandonatosi, ove si vegga di quelle cose tutte copia, quali giovano a’ bisogni suo’, medici, servidori, e medicine? Può a quel modo guarire, ove<noinclude></noinclude>
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Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/13
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<noinclude><pagequality level="4" user="Mariu223" />{{RigaIntestazione||— 5 —|}}</noinclude><nowiki />
Idee nere, dirai. Ma io, se rammenti, le ho sempre avute. A certe cose bisogna pensarci in tempo, per non esser poi colti alla sprovveduta.
Quella gran diavola della falce è così capricciosa! Già, donna anche lei; ed io non voglio esser più corbellato. Errori, ne ho commessi molti, fin troppi, cercando l’introvabile. Povere donne, del resto!
Ossequiate, lusingate, insidiate, ti amano per vanità: molte, se sei ricco, sentono il bisogno di entrare nella tua casa; nessuna il desiderio di penetrare nell’anima tua. Ed è strano contrasto; perchè noi uomini, chi più chi meno, avremmo tutti la curiosità di penetrare nell’anima loro, anche a costo di non trovarci niente. Così l’amore, rinunziando al piacere dell’indagine psicologica, si riduce necessariamente ad uno scherzo, ad un grazioso errore commesso qualche volta per ardore di temperamento, più spesso per follia d’imitazione.
Ah, il mondo non è più dei sensitivi. Si fanno tante cose per consuetudine, per vezzo, per moda, non ritrovandoci più il senso arcano dei loro principii; esempio l’andare in campagna, un pia-<noinclude><references/></div></noinclude>
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Pagina:L'Ossola di Carlo Errera.djvu/85
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||OSSOLA|75}}</noinclude>nè pel soffitto moderno della navata centrale, nè manco per gli affreschi cinquecenteschi delle pareti, fra i quali quelli di destra, generalmente ritoccati e di scarso valore, dovrebbero (stando al {{AutoreCitato|Lazzaro Agostino Cotta|Cotta}}, scrittore novarese del Seicento) attribuirsi ad
{{FI
|file = L'Ossola di Carlo Errera (page 85 crop).jpg
| width = 75%
| float = floating-center
| caption = {{Sc|facciata e campanile della chiesa di crevola.}}
| tstyle=font-size:75%; line-height:1.5em
| margin-top=3em
| margin-bottom=3em
}}
Antonio Zanetti; ma ben altro richiamo è dato dall’interessantissimo Coro, ricco delle insigni opere d’arte che vi adunò la munificenza di Paolo Silva, signore del luogo. Qui le volte a crociera rette da agili nervature s’adornano tutte di rosoni e di fregi, e una serie di santi decora tutto l’arco acuto d’ingresso, mentre un grande affresco della Cena occupa la parete di destra, e una Crocifissione (appena visibile)<noinclude></noinclude>
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Pagina:Wells - Quando il dormente si sveglierà, 1907.djvu/225
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Carbonchiolo
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''L'Aeropilo''|215|riga=si}}</noinclude>
posti orizzontali, e all’indietro una grossa elice aerea; dall’altra, l’aeropilo più leggero.
Gli aeropiani non volavano con sicurezza che con un vento calmo e moderato, e le tempeste improvvise, i bruschi cambiamenti dell’atmosfera che ora si potevano prevedere in modo preciso, li rendevano inutilizzabili per ogni fine pratico.
Si costruivano di dimensioni enormi, la loro larghezza ordinaria era di seicento piedi e più, e la loro lunghezza totale di mille piedi; essi non servivano che per il trasporto dei viaggiatori. Il vagone che si dondolava al disotto, all’estremità di leggeri legacci, era lungo da cento a centocinquanta piedi, e sospeso in maniera da ridurre al minimo la vibrazione complessa che produceva un vento anche moderato; e, per la stessa ragione i piccoli sedili, nell’interno del vagone, giacchè ogni passeggero restava seduto durante il viaggio, mantenevano una grande libertà di movimento. La vibrazione dell’apparecchio non era possibile che per mezzo di un carro gigantesco, posto sulla ruota d’una piattaforma costruita appositamente. Graham aveva veduto benissimo dal suo posto di sentinella quelle vaste piattaforme, le piattaforme volanti; che erano sei arene immense, ciascuna delle quali provviste di un gigantesco «carro portatile». La scelta del luogo della discesa era ugualmente circoscritta, essendo necessaria una superficie assolutamente piana per toccar terra con sicurezza. Tolti i danni che avrebbe prodotto la discesa di questo grande inviluppo di vele e di metallo, e l’impossibilità di sgombrare subito, l’urto sopra una superficie irregolare, come il fianco selvoso d’una collina, sarebbe bastato per forare o danneggiare la carcassa, fracassare la mem-<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Wells - Quando il dormente si sveglierà, 1907.djvu/226
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Carbonchiolo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|216|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>
bratura, e forse esser causa della morte di passeggeri. Dinanzi a questi ingombranti apparecchi, Graham fu a prima vista deluso, ma ben presto si convinse che altre più piccole macchine non sarebbero state rimuneratrici, per questa semplice ragione che la loro capacità sarebbe considerevolmente diminuita nel tempo stesso del loro volume. Inoltre le loro colossali dimensioni le mettevano in grado, e questa era una considerazione di primaria importanza, di attraversare l’aria con una velocità grandissima senza correre il rischio d’esser colpiti da tempeste impreviste. Il più breve tragitto da Londra a Parigi richiedeva circa tre quarti d’ora, ma in questo caso la velocità raggiunta non era molto grande; per andare fino a New York, ci volevano circa due ore, e regolando bene l’orario, era possibile di poter fare in un sol giorno il giro del mondo.
I piccoli aeropili (si chiamavano così senza nessuna ragione particolare) erano differentissimi, e molti di essi andavano e venivano nell’aria in un momento. Questi apparecchi servivano soltanto a portare uno o due individui; la loro costruzione e il loro mantenimento erano assai costosi, per conseguenza non se li potevano procurare che le persone molto ricche. Queste macchine da volare dai vivaci colori, consistevano in due paia di posti laterali nel medesimo piano, con un’elice indietro.
Le loro piccole dimensioni rendevano la discesa facile e gradevole in tutto lo spazio libero, ed era possibile munirli di ruote pneumatiche oppure di motori ordinari per traffico terrestre, ciò che permetteva di condurli a un punto di partenza conveniente. Per lanciarli nell’aria era necessario una specie di<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:De Sanctis, Francesco – Storia della letteratura italiana, Vol. II, 1912 – BEIC 1807957.djvu/252
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Cruccone
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|246|{{Sc|storia della letteratura italiana}}|}}</noinclude>era Telesio, il gran novatore; il suo odio era Aristotile, con tutto il suo séguito, e, come Bruno, preferiva gli antichi filosofi greci, massime {{AutoreCitato|Pitagora|Pitagora}}. Venuto in Cosenza, i suoi frati, che giá conoscevano l’uomo, non vollero permettergli di udire né di veder Telesio: ciò che infiammò il desiderio e l’amore. Il giorno che Telesio morí, fu visto in chiesa accanto alla bara il giovine frate, che dovea continuarlo. I cosentini, sentendolo nelle dispute, dicevano che in lui era passato lo spirito di Telesio. La scuola telesiana o «riformatrice», come era detta, gli fu tutta intorno: il {{AutoreCitato|Bernardino Bombini|Bombino}}, il Montano, il {{Wl|Q27865366|Gaieta}}, da lui celebrati insieme col maestro. Il suo primo lavoro fu una difesa di Telesio contro il napoletano {{Wl|Q55849871|Marta}}. Venuto a Napoli per la stampa dell’opera, attirò l’attenzione per il suo ardore nelle dispute, per l’agilitá e la presenza dello spirito, per la franchezza delle opinioni e per l’immenso sapere. E gl’invidiosi dicevano: — Come sa di lettere costui, che mai non le imparò? — E recavano a magia, a cabala, a scienza occulta ciò che era frutto di studi solitari. Le opinioni telesiane poco attecchivano in Napoli, onde il buon Telesio avea dovuto andar via per le molte inimicizie. Anche il {{AutoreCitato|Giovanni Battista Della Porta|Porta}} ci stava a disagio, e dovea con le commedie far perdonare alla sua filosofia. Naturalmente, si strinse un legame tra Campanella e l’autore della {{TestoAssente|''Magia naturale''}} e della {{TestoAssente|''Fisionomia''}}. Disputavano, leggevano, conferivano i loro lavori. Frutto di questa dimestichezza fu il libro {{TestoAssente|''De sensu rerum''}}, a cui successe l’altro {{TestoAssente|''De investigatione''}}. Ivi si stabilisce per qual via si giunga a ragionare «col solo senso e colle cose che si conoscono pe’ sensi»: ciò che è il metodo sperimentale, base della filosofia naturale. Ci si vede l’influenza di Telesio, di Porta e di tutta la scuola riformatrice.
Porta poté esser tollerato a Napoli, perché era non solo gentiluomo e assai riverito, ma uomo di spirito e amabilissimo. Ma Campanella non sapea vivere, come dicevano i suoi emuli. Era tutto di un pezzo e alla naturale, veemente, rozzo, audace di pensiero e di parola. E venne in uggia a moltissimi, e anche ai suoi frati, che non gli potevano perdonare l’odio contro Aristotile. Come Bruno, lasciò il convento, e indi a non molto<noinclude>
<references/></div></noinclude>
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Pagina:De Sanctis, Francesco – Storia della letteratura italiana, Vol. II, 1912 – BEIC 1807957.djvu/280
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Cruccone
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|274|{{Sc|storia della letteratura italiana}}|}}</noinclude>monarchia assoluta. Ma volevano che il papa dominasse i principi, e volevano loro dominare il papa.
I principi si difendevano, offendendo, e cercando fino un sostegno nelle idee nuove. Cosí Paolo Sarpi difendeva la libertá di Venezia. La lotta era disuguale, perché alle armi spirituali era scemata la riputazione, e i principi avevano guadagnata tutta quella forza ch’era mancata a’ feudi ed a’ comuni. I gesuiti allora, non trasandando le armi puramente ecclesiastiche, operarono principalmente come un corpo politico, e seppero maneggiare le armi mondane con una tenacitá uguale alla destrezza. Presero aria di democratici e cercarono forza ne’ popoli contro i principi. Fin dal 1562 {{Wl|Q301664|Lainez}}, il secondo generale de’ gesuiti, sosteneva nel concilio di Trento che la Chiesa ha le sue leggi da Dio, ma la societá ha il dritto di scegliersi essa il suo governo. Il cardinale Bellarmino sostiene che il potere politico è da Dio; ma il dritto divino è non ne’ singoli uomini, ma nella intera societá, non ci essendo nessuna buona ragione che uno o molti debbano comandare agli altri; che monarchia, aristocrazia, repubblica sono forme che derivano dalla natura dell’uomo; e che perciò, quando ci è alcuna legittima ragione, può il popolo mutare la sua forma di governo, come fecero i romani. Ecco giá spuntare la «sovranitá del popolo» e il «dritto dell’insurrezione». {{AutoreCitato|Juan de Mariana|Mariana}} vuole la monarchia, ma a patto che ubbidisca al consiglio de’ migliori cittadini raccolti in senato. Era spagnuolo, e scriveva sotto {{AutoreCitato|Filippo III di Spagna|Filippo terzo}}, che tenea Campanella nelle prigioni di Napoli. Non ammette il dritto ereditario, «nato dalla troppa possanza de’ re e dalla servilitá de’ popoli», e causa di tanti mali, non ci essendo niente piú mostruoso che «commettere le sorti di un popolo a fanciulli ancora in culla e al capriccio di una donna». Re che offende i dritti de’ popoli e disprezza la religione è come una bestia feroce, e «ciascuno gli può metter le mani addosso». I dritti di successione non possono esser mutati che col consenso del popolo, perché «dal popolo viene il dritto della signoria». Il re ha il suo potere dal popolo: perciò «non è signore dello Stato o de’ singoli individui, ma un primo magistrato, pagato da’ cittadini». Il re non<noinclude>
<references/></div></noinclude>
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Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/98
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Shinitas" />{{RigaIntestazione|92|{{Sc|iv - istoria di tre giovani disperati e di tre fate}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|4|o1}}
:Perché talvolta si truova in un prato,
e’ si vuol sempre ogni cosa cercare.
E’ furon tre che ciascun disperato
erano, e non sapean come si fare,
tanto ch’ognun di lor si fu accordato,
ciascuno insieme cominciò a parlare:
— Dove vai tu? — E tu che vai cercando? —
— E’ tel dirò, stu mi verrai ’scoltando.
{{o|5|o1}}
:I’ ho cercato di molto cammino,
e son disposto tanto camminare,
e tanto andrò portando il capo chino,
ch’i’ porrò fine a tanto sospirare. —
Rispose l’altro: — Ed io son sí meschino,
sí, mi dovessi un dí gettar nel mare,
ch’io son disposto con pene o con danni
veder s’i’ posso uscir di tanti affanni.
{{o|6|o1}}
— Veggio ch’ognun di noi è disperato;
se ci vogliamo insieme accompagnare,
arèn pel mondo poi tanto cercato,
qualche ventura ci potrebbe aitare. —
E fussi insieme ciascuno accordato;
cosí présono insieme a camminare
e stettono una sera all’osteria,
e la mattina poi ritornò via.
{{o|7|o1}}
:Eran tutti vestiti alla leggiera;
ma, perché n’era lontano il cammino,
tolsen del pan dall’oste quella sera,
e ciascheduno aveva un fiaschettino,
e perché l’oste disse che lungi era,
ciascun la sera se l’empiè di vino.
E camminorno insino al sol passato,
tal che la sera alloggiorno in un prato.
</poem><noinclude></noinclude>
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Francyskus
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|112|{{Sc|iv - istoria di tre giovani disperati e di tre fate}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|12|o1}}
:Tolse que’ fichi, e sí n’ha dati dua
ad una di color ch’eran con seco,
e disse: — Mangia questi, che son tua,
e dua ne do a quest’altra ch’è teco. —
Quegli altri quattro volle che sien sua.
— E’ per gran dono — disser — me lo reco. —
Tal che per gran vaghezza gli mangiorno,
e che sien vaga cosa ragionorno.
{{o|13|o1}}
:Ell’avíen quasi mezzo desinato,
e ancor tra lor questi fichi si loda;
una delle donzelle avea parlato
e tal parlare alla regina isnoda,
e disse: — Un tristo caso mi è incontrato!
Oh trista a me! Che mi è nato la coda! —
Cosí disse quell’altra: — Anche a me pare. —
Tanto ch’elle restâr di desinare.
{{o|14|o1}}
E la regina in zambra se n’andò,
e chiama poi con seco le donzelle.
Alzonsi i panni, e la coda guardò,
e tutt’e tre l’avean, le meschinelle,
quelle n’avean due palmi, misurò,
e la regina n’ebbe quattro anch’elle;
e, ragguagliando che dua e dua fa quattro,
le non sapean comprender questo fatto,
{{o|15|o1}}
:E venne quella cosa immaginando,
siccome aveva lor dato due fichi,
se ne venivan due palmi trovando,
e lei, che n’ebbe quattro, si replíchi;
e tanto sopra questo vien pensando,
che infine disse: — E’ sono stati i fichi. —
E fe’ per molti medici mandare
che di tal mal la venghin medicare.
</poem><noinclude></noinclude>
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Francyskus
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|cantare secondo}}|113}}</noinclude>
<poem>
{{o|16|o1}}
:E fur di molti medici trovati,
ed a ciascun gran cosa gli pareva;
e infine tutti s’erano accordati:
rimedio a questa cosa non s’aveva;
tanto che molti n’è mal capitati,
perché cosí la regina volea;
e comandò che cosí si facesse,
perché tal cosa non si risapesse.
{{o|17|o1}}
:Nientedimeno tal cosa si sa.
Biagio, che nella terra è ritornato,
ad un medico a casa se ne va
e a questo modo a lui n’ebbe parlato:
— Maestro, Dio ti doni sanitá! —
Disse il maestro: — Denar ci abbi dato! —
Biagio gli disse: — Danari anco arai,
sed a mio modo, maestro, tu farai. —
{{o|18|o1}}
:Biagio era stato piú volte in Turchia
e sapeva il linguaggio molto bene.
Disse al maestro: — La disgrazia mia
m’ha fatto sopportare affanni e pene:
io vengo dalle parti di Rossía;
Fortuna mi rivolse le sue rene.
Tutta la robba mia rimase in mare
ed ho avuto fatica di campare.
{{o|19|o1}}
:L’arte mia era della medicina,
e son venuto a caso in questa terra;
e’ parmi intender come la regina
cattiva infermitá suo corpo serra.
Se mi presti una vesta purpurina
con un cavallo usato nella guerra
e due famigli, molto car l’arei
e del guadagno mio te ne darei.
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/137
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Francyskus
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|v - la donna del vergiú}}|131}}</noinclude>
<poem>
{{o|24|o1}}
:Di ciò la donna si facea gran riso,
e disse: — La duchessa è forte errata,
che pensa nostra fede aver divisa;
e voi, messer, se m’avessi ingannata,
sí retrovata m’aresti conquisa
di mala morte, in terra trangosciata.
Ma ’l nostro amor celato ha tanto effetto,
che dura e durerá sempre perfetto. —
{{o|25|o1}}
:Parlando el cavaliere alla donzella,
tornò in quel punto il duca dalla caccia
con la sua compagnia chiarita e bella,
e smontò dal cavallo con bonaccia.
In quello venne la duchessa fella,
piangendo fece croce delle braccia;
graffiata el volto con molta malizia,
gli disse: — Signor mio, fammi giustizia! —
{{o|26|o1}}
:Turbossi el duca con maninconia,
udendo la duchessa sí parlare,
e sí le disse: — Dolce vita mia,
perché vi fate sí gran lamentare?
Fecevi oltraggio niun uomo che sia?
Dimmelo, ché non è di qua dal mare
re né baron, che se v’ha fatto oltraggio,
ch’io non faccia mia ’l onta e mio ’l dannaggio.
{{o|27|o1}}
:Allora la duchessa fraudolente,
per dare alla malizia piú colore,
trasse el duca da parte della gente,
e cominciògli a dir questo tinore:
— Messer Guglielmo, falso e sconoscente,
mi richiese oggi del villano amore;
ond’io ti priego, Maestá gradita,
che a tale offesa non campi la vita.
</poem><noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|138|{{Sc|v - la donna del vergiú}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|52|o1}}
:Disse ’l duca adirato: — Tu ne menti
del cavalier, e sí fai gran peccato,
e ’ncontro a lui falsamente argomenti
ch’egli ha a tal donna el suo amor donato
ch’è piú bella di te per ognun venti;
e io l’ho veduto, egli me l’ha mostrato,
e come il modo tiene a gire a quella
dama, che luce piú che sole o stella. —
{{o|53|o1}}
:Or, quando la duchessa lo duca ode
dir che messer Guglielmo ha un’amica,
iratamente gli parlò con frode,
e disse: — Sir, se Dio vi benedica,
chi è la donna che ’l cavalier gode,
in cui bellezza non falla una mica? —
El duca le rispuose: — Amore bello,
certo non tel direi per un castello! —
{{o|54|o1}}
:Ma tanto la duchessa lo scongiura,
che, innanzi ched e’ fusse la mattina,
disse el duca per lor mala ventura:
— La Donna del verzú, che è mia cugina;
e raccontolle el fatto per misura
come messaggio era una catenina,
e come e’ vidde uscirgli del palazzo,
e nel giardin tener l’un l’altro in brazzo.
{{o|55|o1}}
:A tanto si tacíe questa novella,
e la duchessa campò dolorosa.
Il giorno avia giá fatta l’aria bella,
ch’ella uscí fuor della zambra amorosa
vestita d’una porpora novella,
ma non mostrava in sembiante dogliosa,
e ginne in sala dove avea i baroni
e donne e cavalier di piú ragioni.
</poem><noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|cantare primo}}|147}}</noinclude>
<poem>
{{o|8|o1}}
:Giugnendo a Gienudrisse la cittade
la balia col fantino e’ mercatanti,
le donne e gli signor di gran biltade
per vederlo si fûro lor davanti,
ch’a’ piú parea che l’alta Maestade
vi fosse stato a farlo e gli altri santi.
Parea che fosse nato in paradiso,
tant’era di bellezze nuove affiso.
{{o|9|o1}}
:Questa cittade vi si mantenea,
cioè Gienudris’, per una pulcella,
che Argogliosa appellare si facea
ed era di nov’anni, molto bella.
Vide la gente ch’al fantin traea;
dimandò ch’era e seppe la novella.
Disse a’ suoi bali’: — Or mel fate venire
che per mio servo il vo’ fare a nudrire. —
{{o|10|o1}}
:I mercatanti fûr sanza soggiorno
davanti alla pulcella col fantino.
La pulcelletta collo viso adorno,
veggendolo sí bel da piccolino
e che la gente andava lor dintorno,
ché rassembrava un angelo divino,
chiesel a’ mercatanti in dono caro,
ed e’ con allegrezza gliel donâro.
{{o|11|o1}}
:Molte balie fûr tolte a governarlo,
che inamorata ciascuna parea,
e di quel drappo ad oro dismantarlo,
e la pulcella sí lo riponea,
come persona ch’è di gran legnaggio.
Gibel la dama nome gli ponea,
tosto lo fece crescere e allevare
con piú maestri a legger e a studiare.
</poem><noinclude></noinclude>
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Francyskus
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|150|{{Sc|vi - gibello}}|}}</noinclude><poem>
{{o|20|o1}}
:E la pulzella gran dolore avía,
udendo le novelle di Gibello.
Il braccio in collo quella gli ponía,
piangendo dice: — Giglio mio novello,
i’ t'aggio amato alla mia signoria.
Donde venissi, deh, lascia andar quello!
Dolce ’l mio amor, no’ languir né aver doglia,
sia mio marito ed io sarò tua moglie. —
{{o|21|o1}}
:Allor Gibello, lo gentil garzone,
disse: — Pulzella, moglie non torrei,
se mio legnaggio in prima non soe;
amor di donna mai non prenderei.
Cercar vo’ di mia gesta, s’io potròe. —
E dove andasse, domandòne lei;
ella gli disse come l’avea tolto
e diègli il drappo d’oro, in che fu involto.
{{o|22|o1}}
:La pulzelletta, senza dimorare,
innanzi che Gibello cavalcasse,
chi ’l proverbiò, ella il fece pigliare,
e la testa volea gli si tagliasse.
Allor Gibello no’ la lasciò fare,
anzi pregolla che gli perdonasse.
Ella gli perdonò, poi ch’a lui piacque;
ma a tutta l’altra gente ne dispiacque.
{{o|23|o1}}
Orgogliosa pulcella di dolore
en el suo cuore era tutta smarrita,
e sí dicea: — Lassa! Dolce el mio amore,
poi che ti parti, i’ non vorre’ piú vita.
Ad altra donna donerá’ ’l tuo cuore,
poi che da me cosí fai dipartita.
Dogliosa a me, ch’io ho fatto nutricarti!
Or quando ti vedrò? Perché ti parti? —
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/164
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<poem>
{{o|44|o1}}
:Per tutto il suo reame immantanente
re Tarsiano grand’oste bandíe;
cavalieri e di popolo gran gente
collo re Tarsiano al campo uscíe.
Di Serpentina il duca, sorridente,
andò in quell’oste, ma non piú redíe.
Re Tarsiano sue insegne ebbe poste
intorno a Gienutrisse co’ grand’oste.
{{o|45|o1}}
:Il valoroso Gibel, ch’è in prigione,
per nulla guisa sí si rallegrava,
sentendo che lo re contra a ragione
la pulzelletta sua ’manza assediava.
La duchessa dicea: — Gentil garzone
— davanti alla prigion sí gli parlava, —
o donzel, c’hai d’ogni biltá corona,
gioi’ vo’ che prendi della mia persona! —
{{o|46|o1}}
:Gibello a sue parole no’ attendea,
ché nel suo cuore giá era conquiso;
e la duchessa parlava e dicea:
— Or che ha’ tu, angel di paradiso? —
Allor Gibello sí le rispondea:
— I' sento che la morte sí m’ha priso,
perch’io a Gienutrisse andar non posso
contro al re Tarsian, che a torto è mosso. —
{{o|47|o1}}
:E la duchessa, veggendo Gibello
che a Gienutrisse avea voglia d’andare,
disse: — Io ti lascerò, giglio novello,
se mi prometti di qui ritornare. —
Ed egli rispondea, chiarito e bello:
— S’i’non son morto, i’giuro di tornare.
Se mi lasciate andar, fate merzé,
che la pulcella difenda dal re. —
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/173
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<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|cantare secondo}}|167}}</noinclude>
<poem>
{{o|80|o1}}
:E lo fratello ne fe’ gran sollazzo,
disse: — Io non vo’ che la reina s’arda! —
Imantanente montò in sul palazzo
con quella gente ch’egli ha in sua guarda.
E ciascun de’ baron, se non fu pazzo,
e’ giovani ubidir niente tarda;
e lo re Tarsian mena gran duolo,
ch’a tal bisogno si ritruova solo.
{{o|81|o1}}
:Veggendosi cosí ’l re abbandonato
da’ suoi baroni, gran dolor n’avía.
Allor Gibello, savio ed insegnato,
co’ molta gente al padre se ne gía.
Davanti a lui e’ si fu inginocchiato,
umilemente parlava e dicía:
— Padre mio, a ragion or m’intendete
come dritta giustizia mi facete. —
{{o|82|o1}}
:E ’l padre rispondea con gran dolore:
— Di’ ciò che vuoi, ched io l’ascolteròe. —
Allor Gibello rispuose e parlòne:
— A onor di Dio i’ sí vel conteròe:
come non fu ’mpossibile al Signore
di fare Adamo, primo uom che formòe,
cosí non gli è ’mpossibile di fare
duo figliuol’ in un’ora in generare. —
{{o|83|o1}}
:E ’l padre disse: — Dolce figliuol caro,
tu m’hai mostrato il ver sí apertamente,
ond’io cognosco e veggio puro e chiaro
che uno e duo sono in Dio possente. —
E gli baroni Iddio ringraziâro,
veggendo il re del vero conoscente.
Allora il re Gibel per man pigliòe,
allato a sé a sedere l’assettòe.
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|primo cantare}}|175}}</noinclude>
<poem>
{{o|16|o1}}
:E Gismirante, po’ che fue passato
alquanti giorni di cota’ parole,
in grazia al re Artúe chiese comiato,
de la qual cosa il re forte si duole.
Infine molti arnesi gli ha donato,
quando pur vede che partir si vuole,
e po’ gli disse: — Or va’, e quie ritorna, —
ed e’ va per veder la dama adorna.
{{o|17|o1}}
:Ben otto mesi e piue ha cavalcato,
sanza trovar ventura questa volta;
ma pure una mattina fue arrivato
in una selva ch’era molto folta;
cosí guardando vide da l’un lato
un drago ed un grifon con forza molta
che s’azzufâro; ed e’ si fe’ campione,
e liberollo, e uccise il dragone.
{{o|18|o1}}
:Po’ cavalcava il damigel selvaggio,
fuglisi innanzi un’aguiglia parata,
incominciògli a fare grande oltraggio,
però che fortemente era affamata.
El damigel, come discreto e saggio,
di groppa al suo cavallo ebbe levata
un gran pezzo di carne, e sí gliel diede.
Ella si parte, e mai nolla rivede.
{{o|19|o1}}
:Po’, cavalcando il damigel pregiato
per quella selva dove dovea andare,
trovò uno isparvier, ch’era allacciato
ad una siepe, e non potíe volare.
Ed e’, come gentile, fu smontato,
e sviluppollo, e po’ il lasciò andare.
E l’aguiglia, e ’l grifone, e lo sparviere
eran per arte posti in tal maniere.
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|primo cantare}}|233}}</noinclude>
<poem>
{{o|8|o1}}
:E disse al papa: — In cotal parte regna
una che fa del mondo paradiso;
e, fòr di questa, ogni altra vita sdegna,
mondan diletti vuol per non diviso.
Se questo è vero, ella è di morte degna,
e tutto ’l suo reame esser conquiso:
però richieder la fate in persona
che vegna inanzi a voi, Santa Corona. —
{{o|9|o1}}
:E ’l papa fu con tutti i cardinali,
e comandò che ella fusse richesta:
che comparisse in cento di, fra’ quali
fatta avesse sua scusa manifesta,
gravandola con scritte e con segnali,
acciò che del venir fusse piú presta:
che, a pena del fuoco, si movesse,
come ’l suggel papal veduto avesse.
{{o|10|o1}}
:E ’l messo cavalcò tanto che puose
a la reina in man quella ambasciata.
Ella la lesse, e poi si gli rispuose:
— La tua richesta fia ben osservata,
però che sopra tutte l’altre cose
ho disiato di far questa andata,
per veder Roma e le reliquie sante,
e baciar dove il papa pon le piante. —
{{o|11|o1}}
:Quando si partí ’l messo, un palafreno
donar gli fece con cento once d’oro;
ed ei, contento piú ch’altr’uom terreno,
al papa ritornò senza dimoro,
e raccontò dello stato sereno
de la reina e del suo gran tesoro,
e la risposta ched ella avea fatta.
E ’l papa disse: — Questa non è matta. —
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/240
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|234|{{Sc|x - la reina d'oriente}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|12|o1}}
:Lo ’mperadore, ch’avea gran vaghezza
d’udir parlar di lei, mandò pel messo,
e domandolli della sua bellezza.
Rispuose il saggio messaggiere ad esso:
— Non domandate della sua adornezza,
ché non è lingua che ’l dicesse a presso:
di nobil baronaggio e dell’avere
non ha nel mondo pari, al mio parere. —
{{o|13|o1}}
:Quando egli udiva sua biltá contare,
gli crescea voglia di vederla al core,
e spesso andava al papa a ricordare
che li facesse il termine minore.
— E s’ella vien, faretela scusare;
se non ha colpa, faccialesi onore;
ché molti giá son stati accagionati,
che sanza colpa si son poi trovati. —
{{o|14|o1}}
:Il papa, udendo li suoi prieghi adorni,
fèlli un comandamento via piú forte
che comparisse: infra cinquanta giorni,
a pena della vita, fosse a corte;
e, se piú tempo vien ch’ella soggiorni,
fará bandir lo stuol per darli morte.
Ond’ella, udendo ciò, per ubbidire,
molta sua gente a sé fece venire,
{{o|15|o1}}
:fra’ quali aveva principi e marchesi,
duchi, conti, baroni e castellani,
cavalieri, mercatanti e borghesi,
ed altri gentiluomini cattani ;
donne e donzelle, che di lor paesi
il signoraggio avean traile lor mani,
vedove donne, rimase contesse,
ed altre marchisiane e principesse.
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|primo cantare}}|235}}</noinclude>
<poem>
{{o|16|o1}}
:E, ragunato ch’ebbe il parlamento,
l’alta reina in piè fússi levata,
e lesse, dopo il bel proponimento,
la lettera che ’l papa avea mandata.
Poi lesse l’altro gran comandamento
che in breve tempo fosse apparecchiata
dicendo: — Consigliate che vi pare, —
E dopo lei un conte andò a parlare,
{{o|17|o1}}
:e disse: — Alta reina, perch’io sono
un de’ minor del vostro baronaggio,
duomila cavalier profero e dono
per la difesa di cotanto oltraggio.
Ma, s’io fallasse, chieggiovi perdono:
lasciate fare a noi questo viaggio,
e voi vi state con diletto e gioia.
Chi contro a ciò vuol dir, dico che muoia. —
{{o|18|o1}}
:Disse un marchese, che si levò poi :
— Per Dio non si sostenga tal vergogna !
10 vi vo’ dar, per difesa di voi,
tremila cavalier senza menzogna.
Dama, lasciate far la scusa a noi :
le spade acconceran ciò che bisogna. —
Quand’ebbe detto, scese il parlatore.
E montò suso un grande barbasore,
{{o|19|o1}}
:il quale stava al fine d’Oriente,
campion de’ner gioganti, s’io non erroi
e disse: — Io vi darò della mia gente
duomila turchi con baston di ferro,
e vo’ morir con tutti lor presente,
se dieci tanti di lor non disserro. —
E dopo costui molti altri baroni
11 proferian cavalieri e pedoni.
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|236|{{Sc|x - la reina d'oriente}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|20|o1}}
:Ed ella ringraziò in lor presenza,
baroni e donne col viso giocondo,
dicendo: — Poi ch’io so la vostra intenza
lo ’ntendimento mio non vi nascondo,
lo son pur ferma di far l’ubbidienza
del papa, che è vicario di Dio al mondo:
però mi date quella compagnia,
che a voi par ch’onorevole mi sia. —
{{o|21|o1}}
:La gente sua, vedendola si magna,
l’un piú che l’altro andava volentieri,
ma della sua partenza ognun si lagna.
Piangon le donne, baroni e scudieri.
E ordinaron che avesse in sua compagna
ad elmo diecimilia cavalieri,
che la metá di lor fosson gioganti
dell’Oriente, neri tutti quanti.
{{o|22|o1}}
:L’alta reina si levò e disse:
— Grazia ne rendo alla vostra bontade: —
poi comandò che, infin ch’ella redisse,
stessono in pace ed in tranquillitade.
Appresso comandò che si partisse
ciascuno e ritornasse in sue contrade;
si che si dipartiron lacrimando,
e la reina si venne acconciando.
{{o|23|o1}}
:Io vo’, signor, che voi siate avvisati
che quella donna di sua terra mosse
con diecemila cavalieri armati,
che per tre tanti non temean percosse,
di pedon sanza numero pregiati
menò con seco molte schiere grosse,
mille dottor con batoli di vaio,
vestiti d’un color allegro e gaio.
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" /></noinclude>
<poem>
{{o|24|o1}}
:Appresso si menò mille donzelle,
di seta d’un color tutte vestite,
di musica maestre e tanto belle,
ch’allor parean del paradiso uscite;
e mille donne per guardia di quelle,
da cui la notte e ’1 di eran servite;
e mille carra coverte a scarlatto,
ch’andavano, a lor modo, piano e ratto.
{{o|25|o1}}
:Li carri, ch’io vi dico, eran tirati
ciascun da due destrieri ambianti e forti ;
per due maestri turchi eran guidati,
attenti a’loro uffici e bene accorti;
presso alla donna andavano ordinati
con canti e suon perch’ella si conforti;
sopra ogni carro aveva la bandiera,
lá dove Tarme di quella donna era.
{{o|26|o1}}
:Appresso un carro v’era d’oro fino,
tratto da dieci grossi palafreni,
lattati e bianchi quanto Termelino,
e d’oro aveano tutti quanti i freni ;
sopra ciascuno avea un saracino,
perché soavemente il carro meni,
il qual di perle e gemme avea cortina,
e dentro si posava la reina.
{{o|27|o1}}
:Or chi potrebbe raccontar le some
de’ muli a campanelle d’ariento,
che ben valeano piú di sette Rome?
Del trionfante e magno fornimento
se avete voglia di sapere il come,
io vel dirò, per far ognun contento,
com’ella potea far piú ch’io non dico,
se vero è ciò che conta il libro antico.
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
{{o|24|o1}}
:Appresso si menò mille donzelle,
di seta d’un color tutte vestite,
di musica maestre e tanto belle,
ch’allor parean del paradiso uscite;
e mille donne per guardia di quelle,
da cui la notte e ’1 di eran servite;
e mille carra coverte a scarlatto,
ch’andavano, a lor modo, piano e ratto.
{{o|25|o1}}
:Li carri, ch’io vi dico, eran tirati
ciascun da due destrieri ambianti e forti ;
per due maestri turchi eran guidati,
attenti a’loro uffici e bene accorti;
presso alla donna andavano ordinati
con canti e suon perch’ella si conforti;
sopra ogni carro aveva la bandiera,
lá dove Tarme di quella donna era.
{{o|26|o1}}
:Appresso un carro v’era d’oro fino,
tratto da dieci grossi palafreni,
lattati e bianchi quanto Termelino,
e d’oro aveano tutti quanti i freni ;
sopra ciascuno avea un saracino,
perché soavemente il carro meni,
il qual di perle e gemme avea cortina,
e dentro si posava la reina.
{{o|27|o1}}
:Or chi potrebbe raccontar le some
de’ muli a campanelle d’ariento,
che ben valeano piú di sette Rome?
Del trionfante e magno fornimento
se avete voglia di sapere il come,
io vel dirò, per far ognun contento,
com’ella potea far piú ch’io non dico,
se vero è ciò che conta il libro antico.
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|238|{{Sc|x - la reina d'oriente}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|28|o1}}
:Per lo reame suo correva un fiume
ch’uscia del paradiso deliziano,
e pietre preziose per costume
menava, ed oro ed ariento sovrano.
Non era fiumicel, ma di vilume,
per la larghezza un miglio intero e sano,
e per lunghezza tenea trenta miglia:
se questo è ver, quel non è maraviglia.
{{o|29|o1}}
:E, quando a Roma giunse quella donna,
che mille turchi menava d’intorno,
e sopra al capo, in sur una colonna,
aveva uno istendardo molto adorno,
veracemente ben parea madonna
di ciò che ’n questa vita fa soggiorno;
e tutta Roma correva a furore
dicendo: — Chi sará questo signore? —
{{o|30|o1}}
:Quando la gente la donna vedia
piú rilucente che non è il cristallo,
e riguardò la sua gran baronia,
ch’eran con lei a piede ed a cavallo,
e le donzelle, che venian per via,
agnoli le credeano sanza fallo;
diceva l’uno a l’altro de’romani:
— Di vero quelli non son corpi umani ! —
{{o|31|o1}}
:E, dismontata al palagio papale,
l’alta reina, siccome saputa,
mille turchi menò su per le scale,
ché a torto non volia esser tenuta:
e, quando vide il papa naturale,
con riverenzia lo inchina e saluta;
poi disse in ginocchion con umiltade:
— Che mi comanda Vostra Santitade? —
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/245
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|primo cantare}}|239}}</noinclude>
<poem>
{{o|32|o1}}
:Il papa disse: — Tu mi se’ accusata
di questo mondo paradiso fai,
e l’altra vita in tutto hai disprezzata
e ne’ mondan diletti sempre stai. —
Ed ella disse: — Io sono accagionata,
Padre, di cosa che ma’ non pensai,
ch’io credo in Dio e vita eterna spero:
chi altro dice non vi porge il vero.
{{o|33|o1}}
:Diletto prendo per considerare
l’eternai vita che mai non ha fine,
e penso, udendo mie dame cantare,
che debbian esser le voci divine!
E, disiando udirle, star mi pare
in questo mondo tra pungenti spine.
Di questa vita non curo una fronda;
ma, sperando aver l’altra, sto gioconda. —
{{o|34|o1}}
:Appresso disse: — Acciò ch’io non v’inganni,
fate cessar tutta la gente vostra. —
Quando con lui fu sola, alza li panni,
una camicia di setole mostra,
e dice: — Padre santo, quindici anni
fatto ho con questa col Nimico giostra. —
Poi mostrò un ferro in sulle carni cinto;
laonde il papa disse: — Tu m’hai vinto. —
{{o|35|o1}}
:Levossi ritto e presela per mano,
dicendo: — Donna santa, grazia chiedi; —
ed ella, lagrimando umile e piano,
disse: — Per quello Iddio a cui mi diedi,
vi priego, Padre mio, Pastor sovrano,
che m’assolviate innanzi a’ vostri piedi. —
E poi che l’ebbe di tal voglia sazia,
ed ella disse: — Io voglio un’altra grazia.
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/246
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|240|{{Sc|x - la reina d'oriente}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|36|o1}}
:Voglio, Santa Corona, che vi piaccia
di pregare il Signor che mi conceda,
eh’un figliuolo col mio marito faccia,
che del tesoro mio rimagna reda. —
Il Padre santo disse: — Va’, procaccia,
ché ’l ventre tuo avrá di corto preda. —
Ed ella se ne andò con gran letizia
ad albergo, al Castel della milizia.
{{o|37|o1}}
:Quando l’imperadore ebbe spiato
ch’eil’era sciolta sanza suo pregare,
subitamente a cavai fu montato
ed all’albergo l’andò a visitare.
E la reina l’ebbe ringraziato,
ed e’ si parte sanza dimorare,
e manda alle milizie pel maestro
de’ cavalier, sempre alla guardia presto.
{{o|38|o1}}
:E disseli:—Tu hai molto fallito,
che la reina ha’ messa in tal fortezza;
ma guarda pur che tu non sie tradito,
ch’ella vuol prender la romana altezza;
ché seco ha gente per cotal partito
la piú fiorita che sia di prodezza,
e Roma vuol, per aver lo papato
e per signoreggiare lo ’mperiato. —
{{o|39|o1}}
:Disse il maestro: — Tal cosa m’è nuova.
Ma non temete per cotal cagione;
ché, se di ciò si metterá alla prova,
farò sonare ad arme lo squillone.
Quando suona al bisogno, si ritrova
trenta milizie d’uomini in arcione,
e cento legion di popol franco,
che a sua difesa non si vede stanco.
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|secondo cantare}}|241}}</noinclude>
<poem>
{{o|40|o1}}
:Le milizie sapete sono tante,
centosessanta con mille ducento,
e le legion di populi altrettanto,
si che saria si grande assembramento,
che, se costei n’avesse sei cotanto,
di sua venuta arebbe pentimento.
Ma priego voi che, a si fatto periglio,
mi diate il vostro discreto consiglio. —
{{o|41|o1}}
:Ed e’ rispose: — Fa’ che a’ suoi cavagli
sien tolti tutti e’ freni e’ loro arnesi.
Appresso, lo squillon fa’ che battagli,
e’ traditori saran morti e presi. —
Disse il maestro: — Io temo non v’abbagli
altro pensier che sopra a ciò vi pesi:
che vogli alquanto procurar sua vista,
ché mal per voi, se tal briga s’acquista! —
{{o|42|o1}}
:Mentre che ’l maestro tai parole dice,
a quello ’inperador venne un presente,
un altro alla sua madre imperadrice
da parte della donna d’Oriente.
Quel de lo ’mperador fu si felice,
eh’una cittá valeva certamente;
onde e’ disse: — Piú son che ’n prima preso. —
Quel maestro di botto l’ebbe inteso,
{{o|43|o1}}
:e disse: — Se di donna sí gentile
amor v’ha preso, non so ch’io mi dica,
ch’io non ne vidi mai una simile,
con tanti buon costumi si nutrica.
Se di lei volete esser signorile,
la ’mperadrice vi fia buona amica:
manilestate a lei vostro talento,
ed ella vi fará di lei contento. —
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|primo cantare}}|241}}</noinclude>
<poem>
{{o|40|o1}}
:Le milizie sapete sono tante,
centosessanta con mille ducento,
e le legion di populi altrettanto,
si che saria si grande assembramento,
che, se costei n’avesse sei cotanto,
di sua venuta arebbe pentimento.
Ma priego voi che, a si fatto periglio,
mi diate il vostro discreto consiglio. —
{{o|41|o1}}
:Ed e’ rispose: — Fa’ che a’ suoi cavagli
sien tolti tutti e’ freni e’ loro arnesi.
Appresso, lo squillon fa’ che battagli,
e’ traditori saran morti e presi. —
Disse il maestro: — Io temo non v’abbagli
altro pensier che sopra a ciò vi pesi:
che vogli alquanto procurar sua vista,
ché mal per voi, se tal briga s’acquista! —
{{o|42|o1}}
:Mentre che ’l maestro tai parole dice,
a quello ’inperador venne un presente,
un altro alla sua madre imperadrice
da parte della donna d’Oriente.
Quel de lo ’mperador fu si felice,
eh’una cittá valeva certamente;
onde e’ disse: — Piú son che ’n prima preso. —
Quel maestro di botto l’ebbe inteso,
{{o|43|o1}}
:e disse: — Se di donna sí gentile
amor v’ha preso, non so ch’io mi dica,
ch’io non ne vidi mai una simile,
con tanti buon costumi si nutrica.
Se di lei volete esser signorile,
la ’mperadrice vi fia buona amica:
manilestate a lei vostro talento,
ed ella vi fará di lei contento. —
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|242|{{Sc|x - la reina d'oriente}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|44|o1}}
:Lo ’mperador. per seguitar sua voglia,
a la sua madre il fatto ebbe contato,
dicendo: — Madre, io mi moro di doglia
per la reina, che m’ha inamorato.
Se le potessi far passar la soglia
d’esto palagio, ben saria sanato. —
Ed ella, udendo allora il suo volere,
disse: — Io anderò per lei, e non temere. —
{{o|45|o1}}
:E l’altro di in persona andò per lei:
e settanta reine menò seco,
e ringraziolla. Poi disse: — Io vorrei
nel mio palagio alquanto esser con tcco:
non mel disdir, eh’ io non mi partirci
se ’n prima mossa non fussi con meco. —
E la reina sospettò nel core;
ma pur disse: — Io verrò per vostro amore.
{{o|46|o1}}
:Poi ordinò che mille turchi armati
la seguissen vestiti come donne;
alli altri disse: — State apparecchiati
a seguitarmi, se bisogno avronne; —
e molto ammaestròe turchi velati,
e poi con quella ’mperadrice andonne,
e portò sotto una spada forbita,
che a qualunque feria, toglie la vita.
{{o|47|o1}}
:E, giungendo al palagio imperiale,
lo ’mperador incontro se li fece,
e per man prese la donna reale,
che di color nel viso si disfece.
La ’mperadrice, ch’era accorta al male,
menolla dentro, dove piú le lece;
e poi disse al figlio!: — Fa’ciò che dèi; —
e volle serrar dentro lui e lei.
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/249
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|primo cantare}}|243}}</noinclude>
<poem>
{{o|48|o1}}
:E quelle donne turchie non lascierò
serrar la porta, ch’èrno ammaestrate:
apresso loro stavano a riparo,
e preso avean prima tutte l’entrate.
I baron del signor allora andáro,
e ispinsono le donne piú fiate,
ma no’che le smagliassi d’in sull’uscio,
ch’a petto loro non valeano un guscio.
{{o|49|o1}}
:Disse lo imperador: — Tre donne quinci
non potrete cacciar, tristi baroni!
Non fia nessun di voi che incominci
a dar lor delle pugna e de’bastoni? —
Allor vi trasser gli scudieri e i princi,
dando e togliendo su per li gropponi:
correndo la reina a tale offesa,
e quella ’mperadrice l’ebba presa.
{{o|50|o1}}
:E la reina in su quella fu presta,
e mise mano a la spada attoscata,
e die’ alla ’mperadrice in sulla testa
tal colpo, ch’ella cadde stramazzata.
Nel secondo cantar si manifesta
come vi fu battaglia ismisurata,
e chi ne scampò allora in su quel tratto.
{{AutoreCitato|Antonio Pucci|Antonio Pucci}} al vostro onor l’ha fatto.
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/252
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|246|{{Sc|x - la reina d'oriente}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|4|o1}}
:E quella donna co’ turchi velati
tornò al suo albergo sanza dimorare;
e trovò tutti gli altri apparecchiati
di ogni arnesi acconci a camminare;
e disse: — Poi che siete tutti armati,
partianci quindi, se voglián campare;
clic, se ci suona adosso lo squillone,
a rischio tutti sián de le persone. —
{{o|5|o1}}
:E come fu partita dal Castello,
l’alta rcina al papa mandò a dire
che li piacesse rimediare a quello
che non potesserla impedimentire.
Allor suonò lo squillone a martello,
e’l papa disse: — Ah! le convien morire,,
però che questa gente son si cani,
che duro fia campar dalle lor mani. —
{{o|6|o1}}
:E poi le scrisse: «Reina, di saldo
a rischio se’ con quanta gente hai teco,
perché lo ’mperador si è molto caldo,
e gente senza numero ha con seco.
Ma prendi vestimento di ribaldo
e torna indietro, e saraiti con meco,
tanto che sfoghi alquanto l’ira sua:
poi ti potrai tornare a casa tua».
{{o|7|o1}}
:E la reina discreta ed accorta
immantanente disse: — A Dio non piaccia
che questa gente, che m’ha fatto scorta,
abbandonata sia dalle mie braccia:
’nanzi voglio esser io la prima morta,
poi che di loro ho guidato la traccia. —
E la sua gente gridava: — Campate —
alla reina, — e di noi non curate ! —
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/253
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" /></noinclude>
<poem>
{{o|8|o1}}
:Disse un de’ savi suoi : — Di questa offesa,
de’ due partiti l’un convien pigliare:
o noi ci apparecchiam per la difesa
in ogni modo e ’l me’ che possián fare;
o disarmati, senza far contesa,
incominciamo mercé a domandare;
ché io son certo ch’e’ roman saranno
pietosi si che ci perdoneranno. —
{{o|9|o1}}
:E la reina disse: — Al mio parere,
meglio è a fare una morte che cento;
ché, se noi ci arrendiamo al lor volere,
ne le prigioni ci faran far stento. —
E confortò la gente e fé’ le schiere,
dicendo: — Cavalicr pien d’ardimento,
vogliate innanzi morire ad onore
che viver con vergogna e disinore. —
{{o|10|o1}}
:Lo ’mperador correndo uscí di Roma,
dicendo a la sua gente: — Siate accorti
di prender la reina per la chioma,
la strascinate insin dentro le porti;
e ciaschedun clic sua gente si noma,
pedoni e cavalier sien tutti morti;
le dame ignude tutte le ispogliate,
e incontanente a Roma le menate. —
{{o|11|o1}}
:Quando la donna piena di bontade
vide venir lo ’mperador possente,
guardando intorno, da tutte contrade
premer si vide addosso molta gente;
ond’ella, sospirando con pietade,
iscese da cavai subitamente,
e cogli occhi levati, inginocchiata,
si fu di cuore a Dio raccomandata,
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|secondo cantare}}|247}}</noinclude>
<poem>
{{o|8|o1}}
:Disse un de’ savi suoi : — Di questa offesa,
de’ due partiti l’un convien pigliare:
o noi ci apparecchiam per la difesa
in ogni modo e ’l me’ che possián fare;
o disarmati, senza far contesa,
incominciamo mercé a domandare;
ché io son certo ch’e’ roman saranno
pietosi si che ci perdoneranno. —
{{o|9|o1}}
:E la reina disse: — Al mio parere,
meglio è a fare una morte che cento;
ché, se noi ci arrendiamo al lor volere,
ne le prigioni ci faran far stento. —
E confortò la gente e fé’ le schiere,
dicendo: — Cavalicr pien d’ardimento,
vogliate innanzi morire ad onore
che viver con vergogna e disinore. —
{{o|10|o1}}
:Lo ’mperador correndo uscí di Roma,
dicendo a la sua gente: — Siate accorti
di prender la reina per la chioma,
la strascinate insin dentro le porti;
e ciaschedun clic sua gente si noma,
pedoni e cavalier sien tutti morti;
le dame ignude tutte le ispogliate,
e incontanente a Roma le menate. —
{{o|11|o1}}
:Quando la donna piena di bontade
vide venir lo ’mperador possente,
guardando intorno, da tutte contrade
premer si vide addosso molta gente;
ond’ella, sospirando con pietade,
iscese da cavai subitamente,
e cogli occhi levati, inginocchiata,
si fu di cuore a Dio raccomandata,
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|248|{{Sc|x - la reina d'oriente}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|12|o1}}
:dicendo: — O Dio, pietá di me ti prenda,
ché ciò m’avvien per voler viver casta;
ond’io ti priego che tu mi diffenda
da quello ’mperador, che mi contrasta,
si che di mille dame non si offenda,
la 1 )r virginitade e non sia guasta.
Soccorrimi, Signor celestiale,
che per ben fare io non riceva male. —
{{o|13|o1}}
:E l’agnol, poi che l’orazione ha detta,
li apparve e disse: —Non ti sgomentare:
perché istata se’ da Dio diletta,
mandato m’ha per non ti abbandonare. —
E poi li disse: — To’ questa bacchetta;
fra tuoi nemici si la va a gittare,
dicendo: — Gite come fumo al vento; —
e lo tuo cor di Ior sará contento. —
{{o|14|o1}}
:E dipartita quella santa boce,
l’alta reina a cavai fu montata,
fecesi il segno de la santa croce,
e contra e’ suoi nemici ne fu andata
Quando fu presso a lor, molto feroce
la bacchetta tra loro ebbe gittata,
dicendo come l’agnol detto avia,
e tutta quella gente si fuggia.
{{o|15|o1}}
:E in isconfitta a Roma se n’andáro,
non aspettando lo padre il figliuolo,
e settemilia e piú ne trafeláro
a piede ed a cavai di quello istuolo,
e de’ maggior baron pochi campáro.
Di che lo’mperador n’have gran duolo;
e que’ de la reina molto arnese
de li roman portarno in lor paese.
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|secondo cantare}}|249}}</noinclude>
<poem>
{{o|16|o1}}
:Sentendo la sconfitta, il Padre santo
andò al palazzo dello ’mperadore,
e in camera il trovò far si gran pianto,
che somigliante mai noi le’ signore.
E disse: — Dimmi il fatto tutto quanto. —
Ed e’ rispuose con molto dolore:
— Il fatto è gito come voi voleste,
quando la falsa reina assolveste.
{{o|17|o1}}
:1’ vo’ che voi sappiate, santo Padre,
ch’ella è maestra di diabolica arte,
e le ricchezze sue tanto leggiadre
tutte le vengon da si fatta parte;
e per tal modo uccise la mia madre
con dieci cameriere po’ in disparte;
e ora senza combatter mi sconfisse
con parole e mal cose ch’ella disse. —
{{o|18|o1}}
:E ’l papa, che la cosa tutta quanta
sapeva, disse: — Non mi ti scusare.
Tu m’accusasti quella donna santa,
poi la volesti qui vituperare;
perch’ella si difese, tu sai quanta
crudeltá inverso lei volesti fare.
Dio ne fe’ uno miraeoi manifesto,
e la reina non ha colpa in questo. —
{{o|19|o1}}
:E poi che l’ebbe molto predicato,
lo ’mperadore tornò a coscienza,
ed a’ suoi piè, di lagrime bagnato,
s’inginocchiò con molta riverenza,
dicendo: — Padre, i’ ho molto fallato,
ond’io mi pento e cheggio penitenza. —
E ’l papa l’assolvette d’ogni rio,
e benedisselo e poi si partio.
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|secondo cantare}}|249}}</noinclude>
<poem>
{{o|16|o1}}
:Sentendo la sconfitta, il Padre santo
andò al palazzo dello ’mperadore,
e in camera il trovò far si gran pianto,
che somigliante mai noi le’ signore.
E disse: — Dimmi il fatto tutto quanto. —
Ed e’ rispuose con molto dolore:
— Il fatto è gito come voi voleste,
quando la falsa reina assolveste.
{{o|17|o1}}
:I’ vo’ che voi sappiate, santo Padre,
ch’ella è maestra di diabolica arte,
e le ricchezze sue tanto leggiadre
tutte le vengon da si fatta parte;
e per tal modo uccise la mia madre
con dieci cameriere po’ in disparte;
e ora senza combatter mi sconfisse
con parole e mal cose ch’ella disse. —
{{o|18|o1}}
:E ’l papa, che la cosa tutta quanta
sapeva, disse: — Non mi ti scusare.
Tu m’accusasti quella donna santa,
poi la volesti qui vituperare;
perch’ella si difese, tu sai quanta
crudeltá inverso lei volesti fare.
Dio ne fe’ uno miraeoi manifesto,
e la reina non ha colpa in questo. —
{{o|19|o1}}
:E poi che l’ebbe molto predicato,
lo ’mperadore tornò a coscienza,
ed a’ suoi piè, di lagrime bagnato,
s’inginocchiò con molta riverenza,
dicendo: — Padre, i’ ho molto fallato,
ond’io mi pento e cheggio penitenza. —
E ’l papa l’assolvette d’ogni rio,
e benedisselo e poi si partio.
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2026-09-16T15:00:26Z
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|250|{{Sc|x - la reina d'oriente}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|20|o1}}
:Appresso scrisse alla donna reale
in Oriente come il fatto istava.
Quando ella lesse la scritta papale,
fu molto lieta di ciò che contava,
perché aspettava l’oste imperiale,
de la qual cosa molto dubitava.
Quando sua gente la novella intese,
facean gran festa per tutto il paese.
{{o|21|o1}}
:La sera la reina di biltade
suo debito richiese al suo marito.
Rispuose il re: — Perché tal novitate?
Non mostri sanza quel tale appetito;
ché sián tant’anni stati in castitade
e or mi richiedi a si fatto partito. —
Ed ella disse: — Io ’l fo, perché di noi
nasca un figliuol che signoreggi poi. —
{{o|22|o1}}
:Udendo il re cosi buona ragione,
rispuose: — Tu di’ bene, al parer mio. —
Giacque collei, si ch’ella ingravidòne
in quella notte, come piacque a Dio.
E la reina poi il fatto contòne
a’ suoi baron, che n’aveano disio:
— D’un figliuol maschio io sono ingravidata;
onde di ciò si fe’ grande armeggiata.
{{o|23|o1}}
:E poco istante il re si fu ammalato
e in brieve si parti di questa vita.
Di ciò si fe’ lamento smisurato,
e gran gente di brun si fu vestita;
e non si vide mai corpo onorato
come fu quel d’adornezza infinita.
Po’ che fu soppellito, di presente,
l’alta reina amaestrò sua gente,
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/257
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/* Pagine SAL 25% */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|secondo cantare}}|251}}</noinclude>
<poem>
{{o|24|o1}}
:dicendo: — Ciascun sia come fratello,
e niuno faccia ad alcun altro torto;
ché a doppio punirò qual sará quello
che faccia peggio perché ’1 re sia morto.
Non dubitate, ché signor novello
so veramente ch’avrete di corto,
il qual sará bilancia di giustizia.—
E tutta gente n’andò con letizia.
{{o|25|o1}}
:Ed una ch’avea nome donna Certa,
sua segretiera istata sempre mai,
disse: — Reina, come se’ tu certa
di figliuol maschio aver, che ancor no’l’hai?
Iscandal nascerá di tal proferta
fra la tua gente, se femina fai! —
E la reina disse: — Tu di’ vero:
ripara tu, che ha’ ’l senno tutto intero. —
{{o|26|o1}}
:Appresso di dolore fu gravata
l’alta reina sopra a partorire;
e donna Berta savia ed insegnata
celato un fanciul maschio fe’ venire,
e in camera con quel si fu serrata,
eh’altra persona non vi potè’ gire.
Ed ella partori quando gli lece:
or vi dirò che donna Berta fece.
{{o|27|o1}}
:La donna partori una fanciulla,
che di bellezza fu maravigliosa;
e donna Berta no’ ne disse nulla,
ma fuor l’ebbe mandata alla nascosa,
e con quel maschio in collo si trastulla.
Gridando, apri la camera gioiosa:
— Venite dentro, ché ’l signore è nato,
piú bel figliuol che mai fosse portato. —
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/258
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|252|{{Sc|x - la reina d'oriente}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|28|o1}}
:E delle donne fu la calca grande
a visitar la donna lor maggiore.
Quando la boce tra’ baron si spande
che gli era nato il lor novel signore,
tutti armeggiar con sopraveste e bande,
piú volte il giorno mutando colore:
e ciaschedun crede che maschio sia
quel che regger dovea la signoria.
{{o|29|o1}}
:Levandosi del parto la reina,
fece lattar quel maschio nel palagio.
E donna Berta facie la fantina
celatamente star senza disagio;
e po’, crescendo, a foggia mascolina
la faceva vestire e stare ad agio;
si che maschio pareva veramente
piú bel ch’altro bellissimo e piacente.
{{o|30|o1}}
:E quando di sett’anni fu in etade,
e la reina a donna Berta disse
che rimandasse il maschio in sue contrade,
siccome ella ordinò che vi venisse.
E poi che fatta fu suo volontade,
si che non fu persona che ’l sentisse,
ed ella fe’ tornare la figliuola
siccome maschio, per mandarlo a scuola.
{{o|31|o1}}
:E disse a donna Berta: — E’ ti conviene
andar con questa fanciulla a Bologna,
però ch’io temo ch’essa sanza tene
non ricevesse biasimo o vergogna:
teco non potre’ stare se non bene.
Prendi tesoro quanto ti bisogna,
e la non dir chi sia: falla studiare:
s’io non mando per te, giá non tornare.—
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|secondo cantare}}|253}}</noinclude>
<poem>
{{o|32|o1}}
:Ed ella si parti con molto avere
e vassene a Bologna quando puote.
Quando fu giunta, ella volle sapere
chi di scienza sape’ me’ le note.
Fu col maestro, e disseli: — Messere,
con voi vo’ porre questo mio nipote,
ché l’amo piú che mio figliuolo assai,
e qui da lui non mi partirò mai.
{{o|33|o1}}
:E se farete si ched egli appari
tanto che basti come voi sapete,
non ne pensate d’avere denari,
ch’io ve ne darò quanti vorrete;
si che, se non aveste piú scolari,
co’ sol costui ad agio ne starete. —
Disse il maestro, udendo tal sermone:
— lo ’1 faro savio piú che Salamone. —
{{o|34|o1}}
:E poi che la fanciulla fu avviata,
ella imprende’ciò che vedea d’inchiostro.
Se la reina n’era domandata
da’ suoi baroni: — Ch’è del signor nostro?—
ella dicea: — Ene bene — ogni fiata,
— però che studia nel servigio vostro;
e spero in Dio che tornerá si saggio,
che di scienza non ara paraggio. —
{{o|35|o1}}
:E quando la fanciulla fu cresciuta
tanto, era in etá di quindici anni,
e in quel tempo suo par non fu veduta
maestra di scienza sanza inganni:
da tutta gente maschio era tenuta
per atti, per sembianti e per li panni;
e di bellezze tante in sé avea,
che molte donne innamorar facea.
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
{{o|36|o1}}
:Ed in quel tempo la reina scrisse
a donna Berta che s’apparecchiasse,
che di Bologna in breve si partisse
e come re la figliuola menasse;
e d’un color cento donzei vestisse,
e gente a piè ed a cavai soldasse,
si che paresse bene accompagnato
il re novello d’oro incoronalo.
{{o|37|o1}}
:E donna Berta fece incontanente
ciò che da quella lettera comprese:
vesti donzelli e soldo molta gente,
e some fe’ di molto bello arnese;
e da’ signor de la cittá presente
prese comiato, e fece allor palese
che figliuol era: donde i cittadini
l’accompagnáro piú che a lor confini.
{{o|38|o1}}
:E, cavalcando poi, ogni cittade
gli fece onor quanto li convenia.
La madre, che sapea per veritade
la sua tornata, fece ambasceria
a tutti i suoi baron di nobiltade
ch’ognuno andasse a farle compagnia;
onde marchesi, barvasori e conti
con altra gente a cavai furon pronti.
{{o|39|o1}}
:Poi la reina fe’ per suo contado
tutta la strada, dove dé’ passare,
quaranta miglia coprir di zendado,
e poi la piazza, ove dovia smontare,
di drappo d’oro coprir, che di rado
si bel si vede mai adoperare.
Giunto ch’è il re, la fe*ta e l’allegrezza
fu tal, che a dire mi sare’ gravezza.
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
{{o|40|o1}}
:Ma, poi che ’l fu ne la sedia reale,
parlamentò si ben, che ognun da canto
diceva: — Il nostro signor naturale
parla per bocca di Spirito santo.
E certi sidn che ’l Re celestiale
colla sua man l’ha fatto tutto quanto,
però ch’uscito par del paradiso. —
E ciascun si parti con giuoco e riso.
{{o|41|o1}}
:E lo re poi, per piú chiaro mostrare
che ’l fosse maschio com’era tenuto,
apparò di schermire e di giostrare,
ed in ciascuno fu ardito e saputo.
Cantar sapeva e stormenti suonare,
di gran vantaggio l’arpa ed il liuto:
si che di sua virtú per ogni verso
fama n’andò per tutto l’universo.
{{o|42|o1}}
:Ed in quel tempo avia lo ’mperadore
una figliuola grande da marito;
e disse al papa un di : — Santo pastore,
mia figliuola vorrebbe anello in dito;
ond’io ne sto in pensiero a tutte l’ore,
poi che non so chi sia di tal partito:
se ne sapete alcun, che a lei si faccia,
di maritarla priego che ’l vi piaccia. —
{{o|43|o1}}
:Sapendo il papa la magnificenza
de lo re d’Oriente e sua vertute,
disse a lo ’niperador la convenenza.
— Questi sará di tua figlia salute:
però che, s’ella ha bella appariscenza,
odo ch’egli ha tutte virtú compiute:
da lui ’n fuor, non so in cristianitade
chi degno sia di tanta nobiltade. —
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|256|{{Sc|x - la reina d'oriente}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|44|o1}}
:Lo ’mperador ne fu molto contento,
e lettere fúr fatte e suggellate,
e per ambasciador di valimento
a lo re d’Oriente fúr mandate.
E lo re l’accettò di fin talento;
poi disse a que’ messaggi: — Or m’aspettate;
e poi le lesse in zambra saviamente,
con donna Berta e la madre presente.
{{o|45|o1}}
:Quando leggendo intende la scrittura,
come lo ’mperador gli vuol dar moglie,
non sentendosi maschio di natura,
egli e la madre parean pien di doglie.
E donna Berta s’impromette e giura
di riparare a ciò, sed e’ la toglie;
dicendo: — Scusa parrebbe disdegno,
onde distrutto saria questo regno. —
{{o|46|o1}}
:E lo re fe’ chiamar l’ambasceria,
e disse lor: — Signori, in veritade,
che tutto ’l tempo della vita mia
promesso aveva a Dio verginitade;
si che per tal cagion grave mi fia
offender la divina Maestade:
ma, per aver con lui perfetta pace,
son per far ciò ch’alio ’mperador piace. —
{{o|47|o1}}
:E fece ragunar sua gente a presso,
e in parlemento fe’ dir l’ambasciata,
e tutta la sua gente gridò ad esso:
— Facciasi ciò che dice la mandata. —
E, fatto nel Consiglio il compromesso,
per cavalcar si fe’ l’apparecchiata.
Quando il re fu per mover la mattina,
s’inginocchiòe e disse alla reina:
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|secondo cantare}}|257}}</noinclude>
<poem>
{{o|48|o1}}
:— Forse che piú non mi rivedi mai;
ond’io ti cheggio la tua benezione.—
E la reina allor mise gran guai,
e cadde in terra per quella cagione.
E donna Berta le disse: — Dove hai,
reina, il senno e il core di lione? —
E la reina disse: —Omè! non dire,
ch’io veggio andar la mia figlia a morire.
{{o|49|o1}}
:Perch’io uccisi, donde son corrucciosa,
la madre di colui che ’l mondo regge.
Se il nostro re si spoglia con la sposa,
e’ non fia quel che ’l matrimonio legge,
e se torna in palese questa cosa,
ad aspra morte il condanna la legge! —
Rispose donna Berta: — Non dottare,
ché il re con lei qui san credo menare. —
{{o|50|o1}}
:E la reina allor l’ha benedetto,
ed el con donna Berta fu partito,
e cogli ambasciator di tale effetto,
e con altri baron, che l’han seguito.
Nel terzo vi dirò come nel letto
la moglie molto lusingò il marito,
pognam che poco valse il lusingare.
Al vostro onore Antonio fé’ ’l cantare.
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|260|{{Sc|x - la reina d'oriente}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|4|o1}}
:Entrato in Roma, tutte le persone
si maraviglian della sua bellezza,
dicendo: — Questi è piú bel che Assalone,
ed angiol par de la divina Altezza. —
E ’l santo papa seco nel menòne
al suo palagio, ché ne avea vaghezza;
e, dismontato, sempre donna Berta
vuol presso a lui, perché di senno sperta.
{{o|5|o1}}
:E, poi che il re si fu posato alquanto
e ragionato col sommo pastore,
quando fu tempo, disse al padre santo:
— Andiamo a corte dello ’mperadore. -
E fúrsi mossi e cavalcaron tanto,
che giunti furo al palazzo maggiore;
isceson da cavai, salir la scala,
lo ’mperador trováro in su la sala.
{{o|6|o1}}
:E lo re corse e gitòlisi a’ piede,
e salutollo da parte di Dio.
Lo ’mperadore, che si bello il vede,
disse: — Ben sia venuto’l figliuol mio!
Poi eh’è piaciuto al papa, sua mercede,
se se’ contento tu, son content’ io. —
Rispose il re:—Santissima Corona,
io sono vostro in avere e in persona. —
{{o|7|o1}}
:Lo ’mperadore allor chiamò la figlia,
e dimandolla se per sposo il vuole.
Ella, che inver’ di lui alzò le ciglia,
e rilucente il vide piú che ’l sole,
rispose, tutta di color vermiglia:
— O padre mio, perché tante parole?
poiché a voi piace, ed io ne son contenta.
Ma lo ’ndugiare è quel che mi tormenta. —
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|terzo cantare}}|261}}</noinclude>
<poem>
{{o|8|o1}}
:Il padre tenne il dito a la donzella,
presente molti re, conti e marchesi ;
e lo re la sposò con cinque anella
piú rilucenti che carboni accesi,
e valean piú di quindici castella,
de le miglior di lutti que’ paesi ;
e se ne fece festa in tutta Roma,
tal che per tutto il mondo ancor si noma.
{{o|9|o1}}
:E1 papa fu partito di presente,
da poi che vide la donna sposata.
Il nuovo sposo poi celatamente
madonna Berta a sé ebbe chiamata;
e’ ragionò della sera vegnente,
dicendo: — Poi che qui sono arrivata,
come farò con quella, che nel letto
stasera aspetta aver di me diletto? —
{{o|10|o1}}
:Ed ella disse: — Quando se’ alle prese,
lussuria spregia, loda virgin’tade;
il matrimonio, di’, fatt’hai palese
per non aver col padre nimistade;
forma di maschio mostri in tuo paese,
per me’ signoreggiar le tue contrade.
E sappi tanto dir, che la converta
teco a tener virginitá coperta. —
{{o|11|o1}}
:La sera, poi che ’l re ebbe cenato,
le donne si ’l pigliáro senza posa;
l’ebber di peso in camera portato,
dove aspettava con desio la sposa.
E poi che dentro fu con lei serrato,
ed ella disse alquanto vergognosa:
— Spogliatevi, messer, ché vi posiate
prima che a noi le donne sian tornate. —
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|262|{{Sc|x - la reina d'oriente}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|12|o1}}
:E lo re disse: — Va’ inanzi a dormire,
però eh’ a Dio vo’ fare orazione. —
E poi s’inginocchiò e prese a dire:
— O Signor mio, — con gran divozione, —
poi che per questo mi convien morire,
alla mia gente campa le persone:
poi ch’io virginitade t’ho servata,
l’anima mia ti sia raccomandata. —
{{o|13|o1}}
:E poi, tremando tutto di paura,
da l’altra parte si fu coricato.
E quand’ella fu assai stata alla dura,
disse: — Messer, molto avete fallato.
Per tener questi modi non si giura
il matrimonio, da Dio comandato
anzi per generare e far figliuoli. —
E ’l re piangendo disse con gran duoli :
{{o|14|o1}}
:— Tu se’ figliuola peggio maritata
che niun’altra che nel mondo sia;
ed io sono colei che t’ho ingannata,
come udirai contra la voglia mia. —
E tutta la novella ebbe contata,
piangendo fortemente tuttavia,
e disse: — Come tu, femina sono;
di morte degna son, cheggio perdono. —
{{o|15|o1}}
:Appresso disse come donna Berta
gli avea insegnato con la mente greve;
e la fanciulla, per esserne certa
(ché non credeva al suo detto di leve),
tutta dal capo al piè l’ebbe scoperta,
che parea pure una massa di neve;
e poi li disse, quando ben i’addocchia:
— Non pianger piú, ch’io ti sarò sirocchia. —
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|terzo cantare}}|263}}</noinclude>
<poem>
{{o|16|o1}}
:E insieme si promison d’osservare
virginitá, mostrandosi contente,
e cotal cosa non manifestare
in tutta la lor vita ad uom vivente:
poi s’abbracciáro in poco dimorare.
E ne la zambra ritornò la gente,
la qual danzando era gita intorno;
si che levársi, ch’era presso ’I giorno.
{{o|17|o1}}
:Lo ’mperador la figlia ebbe chiamata,
perché la vide cosi lieta in viso,
e disse: — Figlia, come se’ tu stata? —
Ed ella disse: — Me’ che ’n paradiso. —
E similmente a chi l’ha domandata,
a tutti dicea: — Bene, per mio avviso. —
E cosi dicie ’1 re, c’ha senno assai:
— r son contento piú ch’i’ fossi mai. —
{{o|18|o1}}
:E, poi che donna Berta ebbe sentito
la mattina dal re la veritade,
disse: — Pognam che l’abbi convertita,
in femina non è stabilitade;
si che facián di qui tosto partita. —
Ed e’ rispose: — Apparrebbe viltade! —
Ed ella disse: — Io farò la bisogna
per modo tal, che non ci sia vergogna. —
{{o|19|o1}}
:E fe’ fare una lettera, mostrando
che la mandassi la vecchia reina,
ne la qual contenea, breve parlando:
«Sappi, figliuoi, che la mia vita fina.
Da poi che mi lassasti sospirando,
non posai mai né sera né mattina:
però, se metti di mia vita cura,
fa’ che ti mova, letta la scrittura».
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|264|{{Sc|x - la reina d'oriente}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|20|o1}}
:E, quando il re fu posto a desinare,
la lettera gli fu appresentata.
Leggendo, incominciò a lagrimare;
onde tutta la corte fu turbata,
e presto fu levato da mangiare.
Ed allo ’mperador l’ebbe portata,
dicendo: — E’ mi convien partir da voi. —
Egli la lesse, e risposeli poi:
{{o|21|o1}}
:— Tu hai cagion, ch’io non sarei colui
che ti volessi tenere qui a bada;
va’ tosto, muovi, e la cagione altrui
non dir perché, né dove tu ti vada. —
Disse la sposa: — Io voglio ire collui. —
Ed el rispose: — Fa’ ciò che t’aggrada. —
E fèllo accompagnar da molta gente.
E ’l re la ne menò in Oriente.
{{o|22|o1}}
:E, trovando la madre fresca e sana,
fé’ dimostrar come fosse guerita.
Per lo tornar del re, l’alta sovrana
un anno tenne o piú corte bandita.
Quando n’andò la baronia romana
fé* lor ta’ doni, si ch’alia reddita
a lo ’mperador disser: — Signor nostro,
signor del mondo pare il gener vostro. —
{{o|23|o1}}
:E, quando donna Berta ebbe ridetto
a la reina come ’l fatto era ito,
molto si contentò, poiché ’l diffetto
del re non era per altrui sentito.
La sposa avea col re maggior diletto
ch’ai mondo avesse mai moglie e marito;
e ’l padre suo n’avea lettere assai,
ch’ella si contentava piú che mai.
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/271
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|terzo cantare}}|265}}</noinclude>
<poem>
{{o|24|o1}}
:Poi che due anni inseme furo state,
amandosi l’un l’altro d’amor fino,
per lo gran caldo avvenne un di di state,
ch’ell’erano spogliate in un giardino.
E donna Berta le trovò abbracciate,
e riprendéle per aspro latino;
ed elle disser: — Vanne, vecchiarella,
ché non cape tra noi piú tua novella. —
{{o|25|o1}}
:E donna Berta allor, molto adirata,
fra suo cor disse: — Io ne farò vendetta. —
Subitamente a cavai fu montata,
ed a Roma n’andò con molta fretta,
ed allo ’mperador fu appresentata,
e tutta la novella gli ebbe detta,
dicendo: — La tua figlia è ancor pulcella,
e femina è lo sposo si com’ella. —
{{o|26|o1}}
:Ed el rispose: — Io mi maraviglio
ch’ella abbia avuta in sé tanta malizia! —
Di ciò prese co’ savi suoi consiglio,
i quali, accesi tutti di nequizia,
dissero ognuno: — Gli si dia di piglio,
poi se ne faccia un’aspra giustizia. —
Disse il signor: — Se questo fia palese,
condanno al fuoco lui e ’l suo paese. —
{{o|27|o1}}
:Appresso scrisse, come savio e dotto,
a la figliuola ed allo re d’Oriente,
che, veduta la lettera, di botto
il visitasser, ché sta gravemente.
A la figliuola e al re non parve motto,
e montáro a cavai subitamente
con molta gente, e tanto cavalcáro,
ch’a la cittá di Roma si trováro.
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/272
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|266|{{Sc|x - la reina d'oriente}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|28|o1}}
:Lo ’mperadore fe’ di lor venuta
festa e gioia, mostrandosi guarito:
poi domandò la figliuola saputa
s’egli era maschio o femina il marito.
Ed ella si fu allor molt’aveduta,
e disse: — Padre mio, egli è fornito
di ciò che a vero sposo si richiede. —
Ed el per tutto questo nolle crede.
{{o|29|o1}}
:Ed ordinò d’andar fuori a cacciare
e di menar la figlia e ’l suo compagno,
e disse a’ servi: — Fate ch’ai tornare
per loro in sala fatto truovi un bagno. —
E questo fe’ per vederlo ispogliare,
mostrando a lui di farli onore magno.
Poi cavalcò, e il re sigui la traccia,
non sapendo perché facea la caccia.
{{o|30|o1}}
:Disse un, ch’andando li si accostò allato:
— Lo ’mperador vuol far la cotal prova,
ed havvi ad aspra morte condannato,
se natura di femina vi trova.
— S’io fussi a piè, il t’averei mostrato! —
rispose il re, — ma di questo mi giova. —
E con letizia aspettò il convenente:
poi si parti da lui cortesemente.
{{o|31|o1}}
:Cacciando poi per una selva scura,
el re andava pur acqua cercando
per affogarsi, per la gran paura
ch’avea d’essere giunto in cotal bando.
Non trovand’acqua in quella valle dura,
iscese, non potendo ir cavalcando;
e, poi da sé ’l cavallo ebbe cacciato,
fussi nascoso in quel chiuso burlato.
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|terzo cantare}}|267}}</noinclude>
<poem>
{{o|32|o1}}
:Piangendo poi ficcò in terra la spada,
e diceva, adorando a quella croce:
— Poi che di tèrmi la vita t’aggrada,
pregoti Cristo con pietosa voce
che la mi togli qui, si ch’io non vada
a morte sofferir tanto feroce. —
In quella venne un cervio per la valle,
bussando colle corna e colle spalle.
{{o|33|o1}}
:Giugnendo il cerbio inanzi a lui, soggiorna.
Il re teme che fosser cavalieri;
ed apparigli un angiol fra le corna,
dicendo: — O re, non ti dar piú pensieri:
arditamente alla cittá ritorna,
e colla sposa fa’ ciò eh’è mestieri,
ché tu se’ maschio per grazia di Dio,
ed hai ciò che bisogna; — e poi spano.
{{o|34|o1}}
:E ’l re pose la mano a sua natura,
com’ebbe inteso l’angiol prestamente,
e ritrovossi si fatta misura,
che comparir poteva arditamente.
Di che molto nel cor si rassicura,
e cominciò a cantar divotamente:
— Te Deum laudamus-, —e, poi si fu armato,
partissi da quel luogo ov’ era stato.
{{o|35|o1}}
:Lo ’mperador, che noi trova la sera,
a Roma fe’ bandir senza dimoro
che ’l si cercasse con gran luminerá
per quella selva, la notte, ogni foro;
e chi ’l trovasse in alcuna maniera,
da corte arebbe poi mille once d’oro;
si che gran gente la selva cercava,
e la sua sposa, che piangendo andava.
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|268|{{Sc|x - la reina d'oriente}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|36|o1}}
:E quando venne sii l’alba del giorno,
cercando per la selva, ebber udito
cantar quel salmo, eh’è cotanto adorno,
in quel vallon, ché ancor non era uscito.
Per quella voce andar tanto dintorno,
che ritrováro il re, ch’era smarrito.
Se la moglie fu lieta in su quel tratto,
ben sará piú com’ella saprá il fatto.
{{o|37|o1}}
:E come il re fu montato a cavallo,
e la novella a Roma inanzi giá,
com’ el tornava piú chiar che cristallo
con la sua sposa e con la baronia,
lo ’mperadore spera senza fallo
farlo morir, se quel che crede sia,
e come giunse quel signor sovrano,
lo ’mperador li disse a mano a mano:
{{o|38|o1}}
:— Perché ti dèi sentir alcuna doglia,
non ti vo’ dimandar, se non ti posi ;
ma di presente in quel bagno ti spoglia,
che v’è unguenti molto preziosi.
Spogliossi il re, ché n’aveva gran voglia,
per far le donne e quei baron gioiosi,
e mostrò lor si bella masserizia,
che tutta gente si ne fé’ letizia.
{{o|39|o1}}
:Lo imperador, di voluntate acceso,
la gente caccia e poi al re diria:
— Dove andastú? — Ed ei disse: — I* fu preso
nella foresta d’Enoc ed Elia,
che con certi altri mi portar di peso
dove si sta con gioia tuttavia:
ciò fu nel paradiso luziano,
dov’era Salamone allegro e sano,
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|terzo cantare}}|269}}</noinclude>
<poem>
{{o|40|o1}}
:el qual mi disse ch’a voi era detto
ch’io (emina era, e non disse da cui.
Si ch’io lassai quel loco benedetto,
per trar d’errore voi ed anche altrui;
e quei, che mi portáro, con effetto
mi puoser lá dov’ i’ trovato fui. —
Disse lo ’mperador: — Lasciamo andare:
tu m’hai contento; vatti a riposare. —
{{o|41|o1}}
:E la mogliere sofferia gran pena
del gran disio di trovatosi in braccio,
perché di prima sapeva la mena,
e non sapeva poi il suo procaccio,
presei per mano e in camera si ’l mena,
dicendo: — Amore, andiamci a letto avaccio! —
Poi fér nel letto l’amorosa danza,
come tra moglie e marito è l’usanza.
{{o|42|o1}}
:Poi ch’ell’ebbe assaggiato quell’uccello,
disse: — Amor mio, onde avestú questo? —
Ed e’ rispuose: — L’angiol Gabriello,
come Dio volle, me ’1 fe’ manifesto.
Non maraviglia s’egli è buono e bello —
dissele, — se dal ciel venne si presto.
E lo re disse: — Vorrei ch’ai presente
tornassimo a mia madre in Oriente. —
{{o|43|o1}}
:Ed ella fu contenta, e ’1 giorno poi
disse allo ’mperadore il suo disio:
— Concedi, padre, in quanto non ti nói,
ch’i mi diparta col marito mio. —
Ed ei rispose: — Quando piaccia a voi,
andate con la benezion di Dio. —
Ond’ei s’apparecchiáro di vantaggio
e dipartirsi con gran baronaggio.
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|270|{{Sc|x - la reina d'oriente}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|44|o1}}
:Ed una, ch’era la maggior reina
che in que’ paesi allor fussi trovata,
chiamata era la Donna della Spina,
s’era al bagnar del re innamorata,
e pensò di pigliarlo se ’l camina;
ond’ella molta gente ha ragunata
alla sua ròcca donde dovea gire.
Quando fu giunto ed ella gli fe’ dire:
{{o|45|o1}}
:— Il signor d’esta ròcca m’ha mandato,
che parlar vi vorrebbe, se ’l vi lece. —
Ed e’ rispuose: — Sono apparecchiato. —
Usci di schiera e contro le si fece.
Ed ella, come cavalieri armato,
andò ver’ lui ben con piú di diece:
ché n’avea seco ben dieci migliaia;
il re se’ mila e cinque centinaia.
{{o|46|o1}}
:Com’clla giunse ed ella a lui, il prese
per man, dicendo: — Venite a posare.
{{o|46|o1}}
:— Perdonami, messer, ché in mio paese
rispose il re — ho fretta di tornare. —
Ed ella, ragionando alla cortese,
ad arte il fe’ alla ròcca appressare.
Quando si vidde da sua gente forte,
si ’l mise dentro e poi serrò le porte.
{{o|47|o1}}
:Poi disarmata, disse: — Quando ignudo
bagnar vi vidi, fu’ presa d’amore;
onde vo’ che vi piaccia, caro drudo,
ch’io sia la donna e voi siate il signore. —
Ed e’ rispose con aspetto crudo:
— Ogni pensier te ne leva del core;
ch’i’ sofTerrei innanzi d’esser morto
che fare alla mia donna si gran torto. —
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" /></noinclude>
<poem>
{{o|48|o1}}
:E la falsa reina gli die’ bere
un beveraggio, ond’el fu addormentato.
Poi comandò alle sue camerere
che ignudo fusse subito spogliato.
E messo in letto e fatto il suo volere,
ed ella allor vi si coricò a lato:
poi l’abbracciò e con suo argomento
el fe’ destar d’amoroso talento.
{{o|49|o1}}
:E lo re, desto, le baciò la bocca
e fe’ piú volte la danza amorosa,
conciosiacosaché ognor che la tocca,
esser si crede con la vera sposa.
Poi che in prigion si vede nella ròcca,
forte piangendo, non trova mai posa,
né parole el confortan né vivande,
e fuor della ròcca era il pianto grande.
{{o|50|o1}}
:La ròcca era si forte, che battaglia
da niuna parte vi si potea dare.
Signor, pensate se briga e travaglia
quella donn’ebbe al marito ad acquistare.
Intendo dirvi nell’altro cantare
come vi pose l’oste di gran vaglia
e come vendicò si fatto scherzo.
Antonio al vostro onor finito ha il terzo.
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
{{o|48|o1}}
:E la falsa reina gli die’ bere
un beveraggio, ond’el fu addormentato.
Poi comandò alle sue camerere
che ignudo fusse subito spogliato.
E messo in letto e fatto il suo volere,
ed ella allor vi si coricò a lato:
poi l’abbracciò e con suo argomento
el fe’ destar d’amoroso talento.
{{o|49|o1}}
:E lo re, desto, le baciò la bocca
e fe’ piú volte la danza amorosa,
conciosiacosaché ognor che la tocca,
esser si crede con la vera sposa.
Poi che in prigion si vede nella ròcca,
forte piangendo, non trova mai posa,
né parole el confortan né vivande,
e fuor della ròcca era il pianto grande.
{{o|50|o1}}
:La ròcca era si forte, che battaglia
da niuna parte vi si potea dare.
Signor, pensate se briga e travaglia
quella donn’ebbe al marito ad acquistare.
Intendo dirvi nell’altro cantare
come vi pose l’oste di gran vaglia
e come vendicò si fatto scherzo.
Antonio al vostro onor finito ha il terzo.
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|274|{{Sc|x - la reina d'oriente}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|4|o1}}
:Quando la donna d’Oriente intese
che a quella ròcca preso era ’1 figliuolo,
a tutta gente debb’esser palese
se la senti nel cor letizia o duolo.
Poi che fornita fu di quello arnese
che bisognava, menò grande stuolo
di gente seco, e tanto cavalcòne,
che giunse ove el figliuolo era in prigione.
{{o|5|o1}}
:E domandò come gli era fornita
la ròcca, ch’esser forte dimostrava.
Fulle risposto: — Ell’è si ben guernita,
che tutto ’1 mondo non cura una fava. —
E la reina saputa ed ardita
da piú parte d’intorno ordinò cava;
e fu la prima che mai si facesse
a terra, che per cave s’arrendesse.
{{o|6|o1}}
:Tre mesi e piú fatt’era giá l’assedio,
quando le cave giunsono alle mura;
poi che tagliato fu ’1 forte risedio,
fe’ dare una battaglia forte dura;
e per la cava intrár, sicché rimedio
non ebbon contro alla gente sicura:
si che la ròcca co’ lo re acquistorno,
e molti prigionieri ne menomo.
{{o|7|o1}}
:Tornossi a Roma la gente romana,
di che a lo ’mperador fu gran dolcezza:
la figlia, il re con sua madre sovrana,
in Oriente andar con allegrezza.
E quella donna, che fu si villana,
si fèro incarcerar con molta asprezza,
e incatenar con molti suo’ baroni,
ohe della ròcca menarno prigioni.
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|quarto cantare}}|275}}</noinclude>
<poem>
{{o|8|o1}}
:Poi la reina vecchia ebbe chiamato
il suo figliuolo, e poi si fe’ mostrare
s’egli era vero quel gli era contato
che avessi quell’uccel da pizzicare.
E, poi che l’ebbe il suo cuore appagato,
una gran festa si fe’ apparecchiare
di giostra e d’armeggiare e di schermire,
e molti gran signor vi fe’ venire.
{{o|9|o1}}
:Perché tal festa era cotanta magna,
de’ carcerati non era menzione.
La donna un di col suo guardian si lagna,
e d’un servigio umilmente il pregòne.
— Ciò che vi piace ed a vostra compagna —
rispose, — fuor che trarvi di prigione. —
Diss’ella: — Un guanto in piazza alto m’appicca,
e poi mi sappi dir chi lo ne spicca. —
{{o|10|o1}}
:La guardia poi la mattina per mancia
fe’ suo volere, e poi guardò da canto.
Giungendo in piazza, disse il re di Francia:
— Battaglia dimandar si de’ quel guanto. —
Appresso corse e spiccòl dalla lancia,
poselsi in capo dicendo: — lo mi vanto
di questo guanto osservar la proposta. —
La guardia tornò e disse la risposta.
{{o|11|o1}}
:Ed ella tosto scrisse a quel signore,
dicendo: «La reina Galatea
è ’ncarcerata per colpa d’amore,
come se fossi pessima giudea.
Onde ti priego col tuo gran valore
di trarmi di prigion cotanto rea;
ché tu ’l de’ far, però che ’l promettesti,
quando di piazza il mio guanto prendesti».
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|276|{{Sc|x - la reina d'oriente}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|12|o1}}
:E, ricevuta la lettera e letta,
la pose in mano a lo re d’Oriente.
Ed el si scusa e po’ co’ molta fretta
liberò lei con tutta la sua gente:
perché, sappiate, s’ella era soletta,
secento cavalieri avea presente,
e’ quali ebbon ogni loro arnese,
e gli altri suoi morirò alle difese.
{{o|13|o1}}
:E, quando ella si vide liberata,
rendéne grazie a cui si convenia,
e di presente si si fu avviata
al torniamento de la baronia.
Poi corse ad uno albergo e lussi armata
con arme travisate, ch’ell’avia,
ed a ferir nel torniamento andava,
Scavalcando quanti ne trovava.
{{o|14|o1}}
:Dando e togliendo, quel di fu mestieri
che rimanesse a lei quel campo adorno;
ciascun dicia: — Chi è quel cavalieri
c’ha fatto si ben d’arme in questo giorno?
E molti, per uscirne di pensieri,
quando si disarmò, furonle intorno,
e quattro re di lei innamoráro,
i qual per astio a morte si sfidáro.
{{o|15|o1}}
:E, quando questo pervenne a l’orecchia
de lo re d’Oriente, la mattina
disse alla madre: — D’arme s’apparecchia
tutta la gente per questa reina. —
Rispose allora la reina vecchia:
— Che s’accomiati questa paterina;
e questi signor poi si partiranno:
s’ella qui sta, ci potrebb’esser danno. —
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|quarto cantare}}|277}}</noinclude>
<poem>
{{o|16|o1}}
:Poi li mandò a dir ch’ella venisse
al palagio del re sanza fallire.
Andò ’l messaggio, ritornò e disse:
— La donna dice che non vuol venire. —
E la reina allora maladisse
chi l’avea fatta di prigione uscire;
e poi co’ re si mosse in su la sera,
ed andò fino a lei, dove la era.
{{o|17|o1}}
:E disse: — Donna, per lo tuo migliore,
partiti quinci e vanne alla tua via:
io non potre’ raffrenar il furore
che ti vien contro della gente mia. —
Rispose quella donna traditore:
— Di grazia v’addi mando in cortesia
che mi scorgiate fin fuor della porta,
si ch’io non sia da vostra gente morta. —
{{o|18|o1}}
:E lo re disse: — Molto volentieri,
quanto bisogna, ne verrem con teco. —
Disse la madre: — Io vo’ piú cavalieri,
ché ’l re n’ha qui forse dugento seco. —
Rispose quella: — Non mi fa mestieri,
ché n’ho secento ben armati meco. —
E la reina e ’l re sanza paura
l’accompagnaron fuori delle mura.
{{o|19|o1}}
:E quando dilungati fur due miglia,
e la reina allor prese connato;
e quella donna in persona la piglia,
com’ella avea con sua gente ordinato.
E ’l re con la reina e lor famiglia
fur presi e tolto lor l’arme da lato.
E tanto va, che nel suo paese entra,
in una terra chiamata Valentra.
</poem><noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|278|{{Sc|x - la reina d'oriente}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|20|o1}}
:E tutta quella gente incatenata
subitamente si fa incarcerare,
e disse al re: — Quando fu’ innamorata,
ti presi per tenerti a solazzare,
e nella ròcca mia fui assediata,
e poi sa’ quel che mi facesti fare.
Si ch’io farò di te aspra vendetta,
or ch’io non son dell’amor tuo costretta, —
{{o|21|o1}}
:E la sposa del re, non ritrovando
il re né la reina per le strade,
a’ forestier mandò di botto il bando
che subito sgombrassin la cittade.
Onde, per ubbidir il suo comando,
ciascun si ritornò in sue contrade:
sentendo poi che il re non si sapea,
per tutto l’Oriente si piangeva.
{{o|22|o1}}
:E lo re, eh’è in pregion sanza conforto,
volendo scrivere allo ’mperadore,
disse la guardia: — Messere, egli è morto,
e tutta Roma è ad arme in grand’errore. —
E lo re, come savio e molt’accorto,
scrisse alla donna sua tutto il tenore,
si come o dov’egli era imprigionato,
ed un corrier segreto ebbe mandato.
{{o|23|o1}}
:Come la donna sua senti l’effetto,
non potre’dir com’ella fu dolente,
e fe’ venir di tutto il suo distretto
a piè ed a cavai di molta gente,
e con molti baron sanza difetto,
mastri di guerra, mosse incontanente;
e tanto cavalcò per tal partito,
che giunse ov’era ’n prigione il marito.
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/285
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|quarto cantare}}|279}}</noinclude>
<poem>
{{o|24|o1}}
:E la cittá con la sua gente serra,
si che non vi può né entrare né uscire;
e sei mesi vi fece si gran guerra,
che i cittadin, che non poter soffrire,
aprir le porte e diedero la terra;
e la sposa del re, piena d’ardire,
liberò la sua gente, e poi ne mena
presa colei che gli ha tenuti in pena.
{{o|25|o1}}
:E, passando una selva molt’alpestra,
e quella donna falsa e frodolente,
si come d’arte magica maestra,
un fuoco fe’ venir subitamente,
ch’ardea la selva a sinistra ed a destra;
onde color temeano fortemente,
e disser: — Poi che non possiam passare,
torniamo a dietro e passerén per mare. —
{{o|26|o1}}
:E, quando giunti furono alla riva,
e quella donna, che campar s’ingegna,
fe’ che per mar l’esercito veniva,
ed ogni legno avea di Roma insegna.
Un messaggier. che dinanzi appariva,
a lo re d’Oriente si rassegna,
dicendo: — 1 roman vegnon per difesa
di questa donna che menate presa. —
{{o|27|o1}}
:E lo re sopra a ciò prese consiglio,
e la reina cominciò a parlare:
— Da poi che Dio n’ha tratti di periglio,
a me parrebbe di lasciarla andare. —
Mandárla via, e poi non giro un miglio,
che quel navilio tutto quanto spare:
allor s’avvidde il re del convenente,
e tornòne co’ suoi in Oriente.
</poem><noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|280|{{Sc|x - la reina d'oriente}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|28|o1}}
:E, giunto a casa, il re fece bandire
per tutto ’1 suo con gran comandamento,
che ciascun gisse alla corte ad udire
il re, che far voleva parlamento.
E, quando fur venuti, prese a dire,
tutto dal fine allo ’ncominciamento,
gl’inganni e ’l tradimento che gli avea
fatti quella regina Galatea.
{{o|29|o1}}
:Quando la gente suo detto riguarda,
gridaron tutti ad una voce, forte:
— Mandisi l’oste di gente gagliarda,
che con vittoria tornino alla corte!
Tutta sua terra si disfaccia ed arda,
e diasi a lei co’ suo’ seguaci morte! —
Il re gli ringraziò delle proposte,
e di presente fògli bandir l’oste.
{{o|30|o1}}
:E quando fue tale novella nota
a quella, come l’oste era bandita,
perché di Macometto era di vota,
subitamente a Roma ne fu ita,
e inginocchiossi a piè della sua rota,
dicendo: — Se tua forza non m’aita,
dallo re d’Oriente, che mi sprona,
ch’i’son per perdere avere e persona,
{{o|31|o1}}
:dappoi che ’l m’ha bandita l’oste addosso:
ond’io ti priego che in mia difensione,
poi ch’io da lui difender non mi posso,
mandi un de’ tuo’ baron per mio campione. —
Rispose Macometto: — Gli è giá mosso
quel de la sinagoga, Ronciglione,
di cui temerá tanto il re co’ suoi,
che ’l non s’impaccerá de’ fatti tuoi.
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|quarto cantare}}|281}}</noinclude>
<poem>
{{o|32|o1}}
:Ed ella si pardo lietamente,
poi ebbe Macometto ringraziato;
e quel dimonio giunse in Oriente,
ch’agevol cosa gli era esserv’andato.
Perché sappiate di suo convenente,
i’ vi dirò com’egli era adobbato:
forma avea di giogante, sua grandezza
quindici braccia e quattro di grossezza,
{{o|33|o1}}
:ed era tutto ner come carbone,
gli occhi avea rossi come foco ardenti.
E cavalcava un orribil roncione,
sei braccia grosso e lungo piú di venti.
Quattro leon legati avie a l’arcione,
e un’anca, di dolor, mordea co’ denti
semila porci all’intorno, con zanne
fuor della bocca piú di quattro spanne.
{{o|34|o1}}
:E come fu nella cittá reale,
e que’ porci si sparser per la terra,
la gente fuggia su per le scale,
e per paura in zarnbra ognun si serra;
e’ porci divoravan per le sale
ciò che trovavan, se ’l libro non erra.
Uomini e donne erano sbigottiti,
e molti per temenza son luggiti.
{{o|35|o1}}
:Giugnendo in piazza l’orribil giogante,
lá dove molta gente armata avea,
perché egli avea si feroce sembiante,
sbigottiva chiunque lo vedea.
Giudicandosi morto, il re davante
gli venne e dimandòl quel che volea;
ed e’ rispose: — lo sono un de’ Balbani
di Macometto, iddio degli romani,
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/288
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|282|{{Sc|x - la reina d'oriente}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|36|o1}}
:e! qual dalla sua parte ti comando,
e del popol di Roma che m’aspetta,
che d’una, contro a cui mandato hai bando,
piú non t’impacci, eh’è nostra diletta;
conciosiacosach’io ne fare’, quando
facessi contra a ciò, aspra vendetta;
e s’tu andassi ad oste a sua cittade,
non torneresti mai in tuo’ contrade. —
{{o|37|o1}}
:E1 re, che vede sua gente smarrita,
perché si parta subito, rispuose,
dicendo: — Va’, ché ’n tempo di mia vita
non m’impaccerò piú di queste cose.
Ma fa’ che tosto sia la tua partita,
ché molte gente fai star paurose. —
Egli rispose: — Innanzi ch’io mi parta,
io ne vorrò miglior pegno che carta. —
{{o|38|o1}}
:Veggendo la reina dal balcone
quel dimonio parlar si aspramente,
di botto fu gittata in orazione,
dicendo: — Iddio, come veracemente
liberasti da man di Faraone
quel Moisé col popol tuo servente,
ben ch’io no’ ne sia degna come lui,
libera noi dalle man di costui. —
{{o|39|o1}}
:E, detta l’orazion, l’agnol di Dio
gli apparve e disse: — Non aver temenza,
ché ’l venir di costui, ch’è tanto rio,
permesso fue per molta altrui fallenza.
Ma, se tu vuoi vedere il tuo disio,
va’ francamente nella sua presenza,
dicendo: «Verbum ceno factum e 5 te»,
e vederai sue forze manifeste. —
</poem><noinclude></noinclude>
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<poem>
{{o|36|o1}}
:e! qual dalla sua parte ti comando,
e del popol di Roma che m’aspetta,
che d’una, contro a cui mandato hai bando,
piú non t’impacci, eh’è nostra diletta;
conciosiacosach’io ne fare’, quando
facessi contra a ciò, aspra vendetta;
e s’tu andassi ad oste a sua cittade,
non torneresti mai in tuo’ contrade. —
{{o|37|o1}}
:El re, che vede sua gente smarrita,
perché si parta subito, rispuose,
dicendo: — Va’, ché ’n tempo di mia vita
non m’impaccerò piú di queste cose.
Ma fa’ che tosto sia la tua partita,
ché molte gente fai star paurose. —
Egli rispose: — Innanzi ch’io mi parta,
io ne vorrò miglior pegno che carta. —
{{o|38|o1}}
:Veggendo la reina dal balcone
quel dimonio parlar si aspramente,
di botto fu gittata in orazione,
dicendo: — Iddio, come veracemente
liberasti da man di Faraone
quel Moisé col popol tuo servente,
ben ch’io no’ ne sia degna come lui,
libera noi dalle man di costui. —
{{o|39|o1}}
:E, detta l’orazion, l’agnol di Dio
gli apparve e disse: — Non aver temenza,
ché ’l venir di costui, ch’è tanto rio,
permesso fue per molta altrui fallenza.
Ma, se tu vuoi vedere il tuo disio,
va’ francamente nella sua presenza,
dicendo: «Verbum ceno factum e 5 te»,
e vederai sue forze manifeste. —
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|quarto cantare}}|283}}</noinclude>
<poem>
{{o|40|o1}}
:Poiché partito fu l’agnol veloce,
e la reina, come gli avea detto,
si fece in fronte il segno della croce,
ed andonne al vicar di Macometto.
E, come giunse a lui, ad alta boce:
— Ver bum caro — gridò; e ’l maladetto
con sua gente spari immantenente,
lasciando un corpo molto puzzolente.
{{o|41|o1}}
:Come fu dileguato Ronciglione
co’ porci, che l’andavan seguitando,
cominciáro a uscir fuora le persone,
ch’eran fuggite prima spaventando.
E* sacerdoti con gran divozione
andavan per la terra predicando,
dicendo: — Immaginate che governo
den’ far costor deH’anime d’inferno.
{{o|42|o1}}
:E immaginate che mille cotanti
son piú feroci gli altri che vi stanno!
E sempre stride e dolorosi pianti
fanno color che a quelle pene vanno.
Desiderate udire e’ dolci canti
che ’n paradiso e’ santi angioli fanno:
ma chi qui de’ peccati non si pente,
non puote andar fra si beata gente. —
{{o|43|o1}}
:E lo re d’ogni ingiuria rendè pace,
e per pietá la volle aver sofferta,
e ribandi colei che fu fallace
contro lui molto, ciò fu donna Berta,
ch’era gran tempo stata contumace,
dovendo della vita esser diserta;
la qual, pentuta de li suo’ peccata,
fe’ poi tal vita ch’ella fue beata.
</poem><noinclude></noinclude>
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Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/290
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<noinclude><pagequality level="1" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|284|{{Sc|x - la reina d'oriente}}|}}</noinclude>
<poem>
{{o|44|o1}}
:Tutta la gente s’era convertita,
battendosi con molta reverenza;
e la reina e ’l re tutta lor vita
al mondo fèr si aspra penitenza,
che poi, al tempo della lor finita,
in vita eterna andár con pazienza.
Alla qual ci conduca il Salvatore.
{{AutoreCitato|Antonio Pucci|Antonio Pucci}} il fece al vostro onore
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|258|{{Sc|diario roncalli }}|riga=si}}</noinclude>a ripararvi possibilmente, sta concertando commissioni per inviarle nelle provincie onde verificare se la tassa sia stata debitamente ripartita.
Contro il ministero delle armi si avanzarono reclami per la sua inazione, imperciocchè vi sono nove mila posizioni arretrate.
Il pro-ministro delie finanze conservava tuttora la qualifica ed il soldo come computista della Trinità de’ Pellegrini. Per non pagare la tassa, preferì di rinunziare a quel tenue impiego.
Il suddetto pro-ministro, non ha guari, acquistò, per proprio conto, le mole di S. Pietro Montorio, appartenenti ai fratelli Ricci, per la somma di scudi diecimila.
Ultimamente, si recò ad esaminare la villa Mellini, posta sul monte Mario, per trattarne l’acquisto.
Tratta similmente di acquistare il palazzo Marescotti.
Si assicura abbia acquistato, insieme con i fratelli Antonelli, una porzione delle paludi Pontine per la somma di sopra a centomila scudi.
In Castelnuovo di Farfa, in Sabina, divenuto oramai suo feudo, con le rendite del Comune, rese carrozzabili ed adagiate tutte le strade che conducono alle immense sue possessioni.
Intanto le finanze dello Stato corrono sempre più a precipizio. Dopo il ripristinamento del Governo pontificio, si aumentò un debito di 14 milioni di scudi. Il totale del debito a tutt’oggi è di quarantasette milioni di scudi.
Il pro-ministro delle finanze è stato autorizzato a coniare altri 300 mila scudi di bajocchi da cinque.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|260|{{Sc|diario roncalli }}|riga=si}}</noinclude>{{nop}}
''16''. — Ai 12 corrente, il pro-ministro delle armi presentò a S. Santità i militari ultimamente promossi. Tanto dell’avvenuto avanzamento, quanto della presentazione al Santo Padre si volle che il giornale ufficiale osservasse il più stretto silenzio. Il vero motivo ignorasi; ma il pubblico crede di doverlo riferire alla illegalità tenuta nelle promozioni, per essersi, cioè, premiati coloro cui non concorrevano i giusti titoli e preferiti ad altri ai quali, per anzianità e merito personale, veniva, per dritto, la superiore considerazione. Ciò però che veramente si notò, con generale disapprovazione, fu che l’unico avanzamento che il pro-ministro diede nell’amministrazione sia stato nella persona di un tal Arati che venne promosso ad ispettore di 2<sup>a</sup>. A tutti è noto che costui, nelle passate vicende politiche, fu intendente generale del corpo de’ carabinieri, segretario del generale {{AutoreCitato|Giuseppe Galletti (politico)|Galletti}}, da cui non si divise mai nel fatto d’armi di che ben meritò della repubblica. Sembra che tali meriti siano stati valutati anche dal pro-ministro delle armi.
In tale circostanza, Sua Santità diresse alcuni rimproveri al pro-ministro per non aver dato esecuzione ad un suo ordine relativo all’ammissione nei ruoli militari ad un giovine Forlivese pel quale la Santità Sua aveva manifestato il desiderio. Conchiuse col dirgli, essere a tutti noto che una premura del Sovrano ha forza di un comando.
''19''. — Ai 26 del corrente partiranno alla volta di Senigallia il pro-ministro delle finanze e del commercio, nonchè Sterbini, Mazio e Benucci.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1852 |261|riga=s}}</noinclude>
Il pro-ministro scrisse a quel Delegato onde si fosse disposto il conveniente alloggio nel palazzo pontificio. Gli aggiunse la preghiera di evitare, possibilmente, che colà gli venissero fatte dimostrazioni, mentre il suo viaggio non aveva tate scopo.
La gita dei suddetti ministri e seguito sembra che non si limiterà a Senigallia soltanto, ma si estenderà ad Ancona, Bologna ed anche a Milano. In quest’ultima città il pro-ministro delle finanze si proporrebbe di accomodare le vertenze che vi sono tra la guarnigione austriaca ed il Governo pontificio.
Intanto, per tale viaggio, già si diedero le disposizioni perchè fossero allestite due carrozze di posta con la scorta dei finanzieri.
Alcuni vorrebbero raccomandata ai magnifici, agli illustri viaggiatori l’economia nei pranzi, per un caritatevole riguardo al Governo che ne sostiene la spesa, poichè, ultimamente, per un loro pranzo a Fiumicino, soltanto per un storioncino si spesero 17 scudi.
Frattanto la Depositeria è senza danaro, e sabato, 17 del corrente, come spesso avviene, fu chiusa poco dopo mezzogiorno per non esservi più fondi, e moltissimi mandati di pagamento non poterono essere realizzati dai possessori.
È vero, per altro, che il pro-ministro delle finanze, penetrato degli odierni bisogni, fa lavorare, con molta alacrità, nuovi Boni del tesoro, ed anche rame; ma, disgraziatamente, è più sollecito lo smaltimento della fabbricazione del numerario.<noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1852 |263|riga=s}}</noinclude>
Il pro-ministro si tace sul debito galleggiante e, coi due milioni circa di ''deficit'' che soltanto occupa, nasconde le piaghe vergognose ed incurabili dello Stato, e crede così di rassicurare il pubblico, che, d’altronde, è troppo illuminato sui fraudolenti maneggi di quell’amministrazione.
Egli, intanto, all’urgenza del caso, crede di provvedere col solo prestito di altri due milioni con Rotschild, e ciò principalmente per pagare al medesimo gli 800.000 scudi di frutti scaduti.
Non riflette però che al secondo semestre l’imbarazzo sarà eguale e forse anche più grave.
Si vuole che abbia tentato un prestito maggiore; ma che il sovventore, per mancanza di fiducia e per non trovare le debite garanzie, se ne sia ricusato. Con altri sovventori le difficoltà diverrebbero insuperabili.
Esso crede di poter fare appello alla tassa sull’industria ed a quelle che vorrebbe introdurre sui legni di lusso e sui cani. Generalmente, però, tali risorse veggonsi incerte ed insufficienti a riparare il vuoto tenebroso ed enorme che vi è nella finanza, e queste, in sostanza, non faranno che aumentare la sfiducia nel Governo, gli inimici al medesimo, l’avvilimento nel commercio ed il malcontento generale.
In siffatto deplorabile stato di finanze, il pubblico, frattanto, con indignazione osserva che il pro-ministro non desiste dalle soverchie spese, imperciocchè ora ha disposto d’inviare commissioni a Londra ed a Parigi per studiare i ''Bolli a secco'', prendendo argomento dalla facile falsificazione verificatasi nella Stato pontificio nei Boni del Tesoro.<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|268|{{Sc|diario roncalli }}|riga=si}}</noinclude>
3° L’importo della spesa della fabbricazione della medesima;
4° L’importo dei cambi per trasmettere all’estero i frutti e le quote di ammortizzazione dei prestiti, contratti nella somma di 21 milioni di scudi.
Si dice che il pro-ministro delle finanze siasi sconcertato alle richieste fattegli e che probabilmente non corrisponderà all’invito.
''1° Dicembre''. — Ultimamente vennero in Roma alcune cravatte con colori ed emblemi settari. Alle estremità vi erano impressi teschi di morti.
Furono pure messi in commercio coltelli aventi sulla lama le iniziali M. A. T. (morte ai tiranni), lo che pose in attività la Polizia.
''9.'' — La proclamazione di {{AutoreCitato|Napoleone III di Francia|Napoleone III}} all’impero francese fu solennizzata, nel dì 8, dal corpo di occupazione nel modo seguente:
Nella mattina, nella chiesa nazionale di S. Luigi de’ Francesi, si cantò messa solenne e si eseguì un ''Te Deum'' in musica, coll’intervento dell’ambasciatore francese, del comandante in capo, dei generali, nonchè del figlio maggiore del {{Wl|Q157521|principe di Canino}} (D. Giuseppe), nepote cugino dell’imperatore a cui fu dato il primo posto di onore, assumendo, in pari tempo, il titolo di Altezza.
Quindi, ad un’ora pomeridiana, l’ambasciatore passò in rivista la guarnigione, schierata lungo il Corso, e poscia, dalla loggia del Casino militare a piazza Colonna, comunicò il decreto imperiale. Le<noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1852 |269|riga=s}}</noinclude>truppe, per tre volte, con voce debole, gridarono: ''Viva Napoleone III''.
Frattanto, l’artiglieria francese, dal forte di Sant’Angelo, sparò 101 colpi.
L’ambasciatore, nello stesso giorno, riunì a lauto banchetto i generali ed altri notabili francesi. Erano 64 coperti. Torlonia gli prestò il servizio da tavola.
Nella sera, a piazza Colonna, ebbe luogo una illuminazione dell’intiera facciata dov’è il quartiere. Fra i due orologi si osservava una grandiosa aquila coll’iscrizione: «A Napoleone III». Seguivano poi le iniziali L. N.
{{Wl|Q958448|Pasquino}}, credendo che le iniziali riguardassero il nome di quella mostruosa bestia, che non conosceva, la prese per un ''uccello di rapina'' e lesse: ''La Nottola''.
{{Wl|Q831467|Marforio}} lesse: ''L’ultimo Naufragio''.
L’aquila di legno di giorno presentava uno scheletro, senz’alcun effetto. Si disse, pertanto, che avendo l’aquila perdute le penne, ed essendo ridotta in ossa, gli orologi, presso cui era situata, contavano le ore di sua vita, per cui si sarebbe trovato ben a proposito il motto: ''Hodie mihi, cras tibi''.
Altri poi lo scheletro e le iniziali L. N. le interpretarono politicamente, cosicchè, ravvisando nello scheletro medesimo il vero stato della Francia, lessero ''La Nazione'', ossia la fisonomia della nazione francese.
In Roma vi è un’antica superstizione volgare, consolidata dall’esperienza, che se di Santa Bibiana piove, il tempo piovoso dura 40 giorni ed una settimana. Ora, essendosi osservato che la proclamazione di Napoleone III avvenne ai 2 corrente e precisamente nel giorno di Santa Bibiana, i presaghi<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|270|{{Sc|diario roncalli }}|riga=si}}</noinclude>astronomici giudicarono che l’impero durerà soltanto per 40 giorni ed una settimana.
Del resto, generalmente si è rimarcato nelle truppe francesi un freddo accoglimento ed una totale indifferenza alla proclamazione dell’imperatore.
I Francesi avevano ideato di fare la dimostrazione di esultanza al Campidoglio e perciò lo richiesero al Municipio. Questi si oppose dicendo che una tale festa non riguardava la città.
Nella notte dall’8 al 9 furono affisse, per le contrade di Roma, e specialmente presso i quartieri francesi, alcune stampe contenenti le seguenti parole: ''Viva la Repubblica, morte a Napoleone III''.
A S. Eustachio si eresse il solito casotto per i giocattoli. Nel suddetto giorno vi si trovò scritto, a grandi lettere, ''Ville de Paris'', alludendo ai fantocci che vi sono.
Il {{Wl|Q157521|principe di Canino}} ha in Roma tre figlie, maritate a {{Wl|Q33125609|Campello}}, <!--Alessandro-->Del Gallo e Primoli<!--pietro-->.
Pasquino, vedendo che costoro si pavoneggiavano per essere divenuti cugini d’un imperatore, disse che i medesimi avevano avuto realmente una promozione poichè da ''bauli'' erano divenuti ''imperiali''.
''17''. — Nella notte dal 10 all’11 furono arrestati 21 individui sospetti di cose politiche. Tali individui sono tutti precettati dalla Polizia. S’ignora il vero motivo del loro arresto; ma sembra che possano essere supposti autori, o smaltitori della stampa clandestina contenente le parole: ''Viva la Repubblica, morte a Napoleone III''.
{{Rule|8em}}<noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| |271|riga=s}}</noinclude>{{nop}}
{{ct|f=1.8em|1853}}
{{Rule|2em}}
''5 Febbraio.'' — Ieri il Papa si recò a visitare il
{{Wl|Q1755046|palazzo Madama}}<ref>Cioè il palazzo ove risiede ora il Senato del Regno e che era destinato allora al ministero delle finanze.</ref>.
Il pro-ministro {{AutoreCitato|Angelo Galli|Galli}} fece dire agli impiegati che chiunque avesse avanzato reclami a S. Santità sarebbe stato espulso.
Sembra che il Papa restasse poco soddisfatto. Si aggiunge che dicesse che, tranne il vantaggio della riunione di tutti gli uffici delle finanze, i locali però erano angusti, e che la Posta, specialmente, era meglio situata a piazza Colonna.
Il pro-ministro perfino nella notte precedente aveva fatto lavorare nel palazzo Madama gli artisti per ultimare lavori di abbellimento e di polizie.
{{Wl|Q958448|Pasquino}} disse di avere anch’egli ammirato le polizie e nettezze fatte dal pro-ministro nel palazzo Madama. Nessuna camera era tanto pulita quanto<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1853 |273|riga=s}}</noinclude>
Nel giorno 9, anniversario della repubblica romana, i detenuti politici rinchiusi a S. Michele fecero una dimostrazione con canti liberali. Fatta inutile intimazione di silenzio, i carabinieri li minacciarono con pistole alla mano. Riuscito anche ciò di niun effetto, esplosero un colpo e ne rimasero feriti due.
Quindi tutto rientrò nell’ordine.
Il principe Antonio Santacroce, uno dei Conservatori, addetto alla sezione dei pubblici spettacoli, non ha guari, si recò da S. Santità. Il Papa mosse discorso sopra i busti di uomini illustri che decoravano il Pincio. Rimarcò, disapprovando, quello dell’{{AutoreCitato|Vittorio Alfieri|Alfieri}}, ed a tal uopo domandò se fosse vero che anche questo vi figurasse. Il principe rispose negativamente, senza saperlo, ed insistette, non ostante che S. Santità dicesse essergli stato assicurato il contrario. Infatti, avvedutosi poscia dell’errore, corse al Pincio, fece abbassare all’istante l’Alfieri sostituendovi un’altra figura ignota. Pasquino vi scrisse: «Il Poeta Marchetti».
Un tale aneddoto fu oggetto, per varie sere, d’ilarità, non senza rimarcarsi l’arbitrio commesso.
''14''. — Relativamente alla tentata sommossa di Milano del 6 corrente, si è notato che i demagoghi di Roma annunziavano un tale avvenimento fin da circa 15 giorni scorsi, come fatto consumato e favorevole alla causa italiana. Chiaro emerge che i medesimi conservano tra loro esatte intelligenze e non ignorano i tentativi sediziosi.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|272|{{Sc|diario roncalli }}|riga=si}}</noinclude>la {{Ec|Depositoria|Depositeria|Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/690}}. S. E., di sua propria mano, si era degnata di spolverare tutte le casse, e, anzi, il cassiere, avendo domandato al pro-ministro se anche le medesime si dovevano pulire, S. E. gli rispose che già ci aveva pensato lui.
''7 Febbraio''. — Il pubblico si è scandalizzato nel leggere sul foglio ufficiale che S. Santità approvasse i lavori del palazzo Madama, ed è indignato della impudenza del pro-ministro che confermava ciò, in perpetua memoria, con iscrizione lapidaria, mentre poi a tutti è noto che il S. Padre disapprovò chiaramente, sì per l’angustia dei locali che per la migliore centrabilità dell’antica Posta.
Si assicura, generalmente, che la nuova Posta, al palazzo Madama, ha importato la spesa di scudi 75.000 e i lavori, in complesso, di 300.000 scudi circa.
Il pro-ministro, però, per rimuovere i dispiacevoli commenti, ha preparato un Rendiconto, riferibile alla suddetta spesa, che darà alle stampe.
Ieri si vociferava che i demagoghi avrebbero fatto una dimostrazione per il compleanno della repubblica (che matura ai 9 corrente), mediante una passeggiata per il Corso. La medesima non ebbe luogo.
''12''. — Agli 11 corrente, al palazzo Madama, sopra i due portoni d’ingresso, non ostante le guardie della finanza, fu affisso uno scritto, a caratteri cubitali in cui leggevasi: ''Portæ Inferi''.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|274|{{Sc|diario roncalli }}|riga=si}}</noinclude>
Sembra incontrastabile che anche in Roma, per l’anniversario della repubblica, dovesse farsi qualche tentativo di sommossa.
''L’Italia e Popolo'', giornale della setta, in data di Genova, 9 corrente, dice:
«Domani forse può venirci la notizia che a Roma l’anniversario della Repubblica si celebri con un lutto supremo, affrettato da qualche feroce vendetta de’ Santi restaurati».
''21''. — Alle tante cause di malcontento vi è sempre quello della mancanza di denaro nelle casse pubbliche. Sabato scorso la Depositeria urbana si chiuse un’ora avanti mezzogiorno e fu ricusato il pagamento anche ai piccioli mandati.
''19 Marzo''. — Ai 13 corrente fu carcerato un certo Pozzi, abitante in via Leonina, antico impiegato nel ministero delle armi. Presso il medesimo, murata in un vano di porta, si rinvenne una corrispondenza settaria, i proclami mazziniani, satire autografe ed una biografia di varii impiegati pontifici, specialmente nel ramo militare, i nomi dei quali meriterebbero di essere avuti in considerazione allorchè si cambiassero le cose, non che molte monete da 5 franchi.
''9 Aprile''. — Il progetto presentato dalla Commissione delle finanze, sul modo di togliere la carta monetata, non fu approvato. Essendo però decisa volontà del S. Padre che si tolga, si sta trattando<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1853 |275|riga=s}}</noinclude>di contrarre un nuovo prestito di sette milioni di scudi con Rotschild.
Nulla, però, sinora è conchiuso.
Frattanto la Cassa pubblica è esaurita. Molti impiegati si lagnano che ancora non sieno stati pagati i loro onorari.
Ai 7, la Polizia fece una rigorosa perquisizione a Luigi Costa, al suo palazzo al Corso. Al medesimo furono dati gli arresti in casa.
Il guardaportone del suddetto palazzo, a cui furono rinvenute alcune armi, fu arrestato.
''22 Aprile''. — Alla piazza del Vaticano montano alternativamente la guardia le truppe pontificie e le francesi.
Allorquando montano le pontificie, alcune centinaia d’individui seguono ed accompagnano alla piazza di S. Pietro il concerto musicale. Terminato questo di suonare ed attaccando l’altro concerto musicale francese, che smonta, la turba si discioglie ed alcuno non lo segue. Ciò produsse malumore nella guarnigione.
''17 Maggio''. — Nella mattina dei 17 corrente si trovò affisso un foglietto clandestino intitolato «Protesta di Giuseppe Mazzini e della emigrazione repubblicana».
Esso, in sostanza, contiene una lagnanza relativamente al cambiamento del Comitato Nazionale in quello della Direzione centrale dell’Associazione Nazionale, che si è creduto fare abusivamente da alcuni soci.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|276|{{Sc|diario roncalli }}|riga=si}}</noinclude>
Il suddetto foglio porta le date di aprile, anno corrente.
''30 Maggio''. — Da varii giorni alcuni demagoghi, per segnale settario, portano un cappello di forma schiacciata di color verde.
La Polizia ordinò che tutti coloro che saranno trovati con tale distintivo siano arrestati, come pure i fabbricatori.
Contro gli esteri che portassero un tale cappello non si procederà all’arresto.
''6 Giugno''. — Questa mattina si è affisso per Roma, e distribuito dalla setta, un foglio clandestino, sottoscritto da Mazzini, in data di maggio, anno corrente.
Le parole del Mazzini sono dirette al Gabinetto piemontese ed incomincia colle parole: «Siete coll’Austria o contro l’Austria?», e dichiara che quella politica non rappresenta un principio, ma un interesse.
In sostanza, si lamenta col Governo piemontese per le persecuzioni agli emigrati italiani e per non favorire, con tutti i mezzi, la causa italiana<ref>Questo scritto si legge a pag. 5 del volume 9° delle ''Opere di Giuseppe Mazzini'' (Roma, Barbèra, 1877) col titolo «Ai ministri piemontesi. Siete con l’Austria o contro l’Austria?»</ref>.
''21''. — Nella mattina dei 18 {{Wl|Q2255869|monsignor Matteucci}}, Direttore generale di Polizia, si recò dal Papa, in forma pubblica, a prendere possesso della carica di vice Camerlengo di S. Chiesa e ricevere il bastone del comando.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1853 |277|riga=s}}</noinclude>
S. Santità, nel consegnare al lodato monsignore il bastone, gli disse: «La crudezza del legno di questo bastone è mitigata dalla morbidezza del velluto da cui è coperto. Ella dunque, nell’adoperarlo, usi dell’una e dell’altra».
''23 Luglio''. — Nella decorsa settimana in Roma, fuori di Porta S. Paolo, si fece un pranzo di numerose persone. Colà, tra gli evviva alla repubblica, si giunse perfino ad una bandiera tricolore.
Varie di queste furono arrestate.
''29 Agosto''. — Si è trovato affisso per Roma il seguente
{{Ct|t=1|v=1|''Avviso''.}}
{{blocco centrato|<poem>
:«La così detta Legione d’onore
Creava già Napoleon primiero
Perchè, come segnale di valore,
Ornasse il petto d’ogni eroe guerriero.
:» Or Napoleone terzo, il così detto,
D’ogni infame, impostor, d’ogni buffone
A segno di viltà la pose in petto
Vedi come finisce? in derisione!»</poem>}}
''10 Settembre''. — Oreste Galli, che aveva introdotto causa contro suo zio Angelo (pro-ministro delle finanze), già amministratore del di lui vistoso patrimonio, la perdette avanti il primo turno.
Ora anderanno in Rota.
Naturalmente, si parla molto di tale incidente che si farebbe risultare poco decoroso per quei {{Pt|giu-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|278|{{Sc|diario roncalli }}|riga=si}}</noinclude>{{Pt|dici,|giudici,}} i quali non vollero ammettere l’esame dei testimoni prodotti dall’attore.
''3 Ottobre''. — «In nome della santa Repubblica romana. Viva e gloria al nostro triumvirato della detta Repubblica. Salute e gloria ai nostri Presidenti e di Roma rappresentanti.
» E morte al governatore monsignor Matteucci.
» E morte all’assassino del cardinale Antonelli.
» E morte a papa Pio IX, indegnamente regnante.
» E morte ai cardinali, ministri dei detti neri, come Rossi, Pacca e Golio.
» E tutti gli altri discendenti gli pigli una barrozza e mezza di accidenti in bocca (''sic'').
» Viva Dio e la gloria celeste, i quali vedono tutte quelle infamità che fanno i neri preti.
» E noi liberalisti ci raccomandiamo ai nostri protettori Ss. Pietro e Paolo.
» A dispetto dei neri!».
Rinvenuto affisso nel Rione Parione, la notte dal 1° al 2 ottobre 1853.
''Ristretto di notizie arretrate a tutto il 3 ottobre 1853:''
Al settimo arco di porta Furba, sulla via Tuscolana, si è rinvenuta una tipografia della setta, che era affidata al Lepri, uno dei politici ultimamente arrestati. Si rinvennero utensili tipografici e molti caratteri costituiti in pagine, unitamente al suggello del Comitato con sua cassetta e scopetta con inchiostro rosso. Il sigillo aveva l’emblema di due spade in croce. Il tutto era rinchiuso in un recipiente di<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1853 |279|riga=s}}</noinclude>bandone, sepolto sotto terra, a tre palmi dalla superficie.
''8''. — Nella mattina dei 5 corrente il S. Padre ricevette i consultori di Stato per le finanze.
Disse ai medesimi «ch’egli aveva molto operato pel bene dello Stato; ma che alla difficoltà dei tempi se ne doveva il risultato non corrispondente ai suoi sforzi. Soggiunse che la sua coscienza poteva comparire tranquilla innanzi a Dio, mentre aveva agito di proposito e di buona fede», e, nel dir ciò, fu talmente commosso che proruppe in pianto, che fu seguito anche dai consultori.
Terminò col dire «che le continue trame dei settarii mazziniani e più di esse quelle dei mamianisti, che diconsi moderati, tengono sempre in agitazione lo Stato».
Quindi consegnò ai consultori due progetti riservati onde li esaminassero, dichiarando che, fin d’ora, sulla sua lista civile, di scudi seicentomila, rilasciava, spontaneamente, scudi trecentomila.
Da ciò si deduce che, ammesso il relativo progetto, anche gli impiegati dovrebbero fare un rilascio sui loro soldi per riparare all’esquilibrio delle finanze.
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{{Qualità|avz=100%|data=17 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=1853|prec=../1852|succ=../1854}}
<pages index="Diario di Nicola Roncalli.djvu" from="289" to="297" />
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|280|{{Sc| }}|riga=si}}</noinclude>{{nop}}
{{ct|f=1.8em|1854}}
{{Rule|2em}}
''27 Gennaio''. — Nel 1849 alcuni Finanzieri, dipendenti dagli ordini dello {{Wl|Q2934184|Zambianchi}}, commisero 12 omicidi, 10 dei quali in persone di ecclesiastici. Fra questi furono il P. Sghirla, domenicano, parroco della chiesa della Madonna del Rosario, sul Monte Mario, ed il P. Pellicciala, similmente domenicano, parroco della Minerva, i cui cadaveri insultarono orrendamente ed impudicamente<ref>La uccisione di questi e di altri preti avvenne tra gli ultimi di aprile e i primi di maggio. Non occorre dire che tali atti ebbero la disapprovazione dei liberali, e del Governo della repubblica.</ref>.
Allorchè furono entrate le truppe francesi lo Zambianchi e molti di lui seguaci erano fuggiti. Molti altri ne rimasero, e, tra questi, 130 ne furono arrestati e processati.
Varii, per mancanza di prove, furono rilasciati. Quindi il tribunale della prima Consulta condannò a morte:<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1854 |281|riga=s}}</noinclude>
::Antonio Capistoni, romano, d’anni 26.
::Ignazio Mancini, di Ascoli, id. 30.
::Giovanni Marioni, di Forli, id. 28.
::Gustavo Rambelli, di Ravenna, id. 28.
Il Capistoni morì in carcere di tifo, ai 22 settembre 1853.
La decapitazione di tali malfattori seguì la mattina dei 24, alle 7 1<sub>|</sub>2 antimeridiane, alla {{Wl|Q26256745|Madonna de’ Cerchi}}.
Allorquando fu comunicata loro la sentenza non si turbarono punto; anzi chiesero di mangiare e bere, e varii caffè. I confortatori fecero inutili sforzi per convertirli, ed in tale contumacia furono tradotti al patibolo.
Dodici tamburi dovettero di continuo battere per confondere, col loro suono, le orrende bestemmie che, lungo la strada, profferirono, e il canto della nota canzone: «Chi per la patria muore, vissuto ha assai — Bello incontrar la morte gridando libertà».
Il primo di essi, senza voler entrare nella conforteria, ascese il palco festevole, e, colà giunto, si pose a ballare, all’usanza romanesca, gridando: ''Viva l’Italia, viva la repubblica, morte ai preti, forti compagni''.
Il secondo, similmente impavido, rinnovò le stesse declamazioni, terminando col dire che moriva per sostegno dell’Italia.
Il terzo poi, giunto sul palco, si pose a fare una calorosa apostrofe ai cadaveri dei suoi compagni con indescrivibile freddezza encomiando il loro eroismo. I confortatori concepirono qualche speranza di ravvedimento per quest’ultimo, imperciocchè, {{Pt|appressa-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|282|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude>{{Pt|togli|appressatogli}} il Cristo, lo baciò reiterate volte; ma conchiuse coi dire che egli ed i suoi compagni amavano Cristo perchè anch’esso era repubblicano.
Il Rambelli chiese di abboccarsi col detenuto politico Ruspoli; ma gli si negò.
Nella notte dal 25 al 26 corrente furono affissi, in varii punti remoti della città, diversi esemplari manoscritti, contenenti le seguenti parole:
«Il Governo dei preti tiranno massacra i veri seguaci della Repubblica».
''10 Febbraio''. — Nelle ore pomeridiane del giorno 8 corrente, vigilia dell’anniversario della repubblica romana, a porta del Popolo furono sorpresi due individui con alcuni pacchi di stampe mazziniane, impresse probabilmente in qualche stamperia clandestina, nelle vicinanze di Roma, per affiggersi nella notte.
Nella mattina seguente, ciò non pertanto, si trovarono affisse poche linee di niun interesse, allegoriche alla circostanza e di ricordo ai seguaci della medesima. Sotto si leggeva: «Dalla stamperia nazionale».
Nella notte s’intese anche qualche piccolo sparo.
Nella sera, nel teatro di Tordinona, furono sparsi alcuni foglietti, dove si leggeva ''Viva la Repubblica''.
Nella sera del giorno 9, ad un’ora e mezza di notte, sulla piazza degli Orfanelli, fu ucciso proditoriamente, con una stoccata al cuore, un Andrea Conti, bandista nel concerto dell’artiglieria pontificia. L’assassino resta totalmente ignoto.<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1854 |283|riga=s}}</noinclude>
Si crede per spirito di parte, tanto più che godeva fama di spione.
''17 Marzo''. — Nei decorsi giorni si trovò affisso per Roma il seguente scritto satirico:
{{blocco centrato|<poem>
:«Gasperone<ref>{{AutoreCitato|Giacomo Antonelli|Antonelli}}.</ref> comanda
» Galli pulisce
» Il popolo languisce
» Accidenti a quando finisce!»
</poem>}}
Susseguentemente si parlò d’altra satira che è la seguente:
«Pasquino, dopo aver studiato varii mezzi per sentire il meno possibile l’attuale carestia, suggerì a Marforio di far uso dei così detti ''strozza preti'', unica minestra adattata alle circostanze attuali».
Ai 24 corrente il tribunale della Consulta incomincerà a discutere il processo dell’assassinio di {{AutoreCitato|Pellegrino Rossi|Rossi}}, accaduto ai 15 novembre 1848. Vi sono in carcere 16 individui, rei di essersi trovati nel crocchio dove il Rossi fu ucciso. Il fisco pretende che tra questi sia l’esecutore materiale, ossia il feritore.
Sembra, d’altronde, che i principali autori della congiura siano fuggiti.
''21''. — Il comm. {{Wl|Q3651524|Camillo Jacobini}} mori di pleuritide nel dì 17 corrente.
Come si disse, il Jacobini lasciò memoria di molta onestà.
Pasquino, a proposito di ciò, disse con Martorio, che gli sembrava incredibile la morte del Jacobini.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|284|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude>
Marforio rispose essere cosa provata che senza mangiare si moriva. Jacobini era quello che tra i ministri non mangiava, e per conseguenza era morto.
Allora Pasquino conchiuse che sarebbe stata una vera provvidenza se, invece del pulcino, fosse crepato il ''gallo'' ben satollo.
Allude al pro-ministro Galli e al defunto Jacobini, ch’era piccolissimo di statura.
Il Jacobini mori dopo le ore 6 pomeridiane del giorno 17 corrente, in età di 62 anni.
Nella prossima estrazione uscì tutto il terno, cioè: ''6, 17, 62''.
Il pro-ministro delle finanze, inquieto di questo, voleva citare il defunto per tentato danno al pubblico erario, e dichiarava di essere bene scandalizzato del suo collega, che, dopo morto, facesse ciò che egli avrebbe soltanto fatto finchè viveva.
È uscita altra satira, relativa alla morte di Jacobini, ministro dei lavori pubblici, che verificò il nuovo braccio del palazzo delle Finanze che si è costruito.
Il signor Ministro approvò il tutto, e, per conseguenza, non mancando altro che di pagare, così prega che sollecitamente gli sia mandato il pro-ministro delle finanze.
''1° Aprile''. — Marforio, impaziente di conoscere qualche deliberazione sulla carica vacante del ministero del commercio, interpellò Pasquino.
Questi rispose che Galli si manderà ai lavori pubblici a forza, e che si sta cercando un galantuomo per le finanze.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1854 |285|riga=s}}</noinclude>
A monsignor Delegato di Rieti venne inviata una lettera, a nome della Direzione generale di Polizia, con bollo d’ufficio, nella quale gli si partecipava, confidenzialmente, che, dalle carceri di Roma erano fuggiti sette ladri, e che vi era fondato sospetto che sarebbero passati da Rieti con due carrozze, per recarsi nel vicino regno di Napoli. Perciò lo pregava d’invigilare e farli arrestare, acchiudendosi, per ogni buon effetto, i connotati personali.
Monsignor Delegato diede le opportune disposizioni ed infatti giunsero le due carrozze coi sette individui, corrispondenti ai connotati, ed i gendarmi li arrestarono.
Questi rimasero sorpresi, e palesarono all’istante i loro, nomi, ed erano Galli, pro-ministro delle finanze, l’architetto..... ed altri, detti volgarmente soci della ''Lega Lombarda''.....<ref>Società della ''Lega Lombarda'' chiamavansi in Roma alcuni che s’erano arricchiti a danno dello Stato.</ref>.
''8''. — Da varii giorni il tribunale della Consulta si occupa dell’esame del processo relativo all’assassinio del conte Pellegrino Rossi.
Questa mattina, dicesi, proferirà la sentenza.
I carcerati sono 16, e si crede, generalmente, che tra questi saranno condannati a morte {{Wl|Q96679869|Luigi Grandoni}}, mercante di campagna, romano, già militare, e direttore della esecuzione nell’assassinio, e Sante Costantini di Foligno, scalpellino, militare nel 1848, ed esecutore materiale, ossia feritore.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|286|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude>
Risulta che quest’ultimo venne portato in trionfo dalla setta per il felice risultato e mostrò il pugnale, ancora insanguinato, nel pranzo fatto poco dopo consumato il delitto.
Fra i molti compromessi sonvi due fratelli Facciotti, ebanisti ed un Ruggero, colonnello, ex-gendarme napoletano.
''15''. — Nel processo del conte Rossi la sentenza non è ancora proferita.
Si dice che il Costantini, accusato di essere esecutore materiale, vedendosi convinto, abbia fatto importanti rivelazioni sperando grazia.
I giudici dovettero, perciò, fare ulteriori indagini e la sentenza è differita a dopo le vacanze di Pasqua.
''6 Maggio''. — La sentenza del processo di Rossi non si conosce legalmente dal pubblico. Si assicura, però, che furono condannati a morte Sante Costantini di Foligno, come esecutore materiale, e Grandoni, romano, come direttore del colpo, tre alla galera in vita, due a 20 anni, altri per tempo minore e sei in libertà provvisoria.
Ai 16 corrente la sentenza sarà esaminata nella revisione.
''17''. — La sentenza degli assassini di Rossi è tuttora sul tavolino del Papa.
''22 Giugno''. — I cortigiani del Papa, di servizio in una delle ultime anticamere, raccontano che il S. Padre, nell’uscire il pro-ministro Galli, si era<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1854 |287|riga=s}}</noinclude>talmente alterato che anch’egli, senza avvedersene, passò nella contigua camera declamando contro i suoi ministri, conchiudendo che un giorno o l’altro li avrebbe cacciati via tutti.
''30''. — Nella notte dal 27 al 28 furono gettate alcune materie incendiarie alla polveriera pontificia, presso porta S. Paolo. Gli autori restano ignoti.
Si parla molto dello stato deplorabile in cui fu ridotta l’amministrazione degli ospedali e specialmente quello di S. Spirito.
Sembra che il Papa, disgustato di tali risultati, prendesse il temperamento di togliere il cardinale Morichini e nominarvi un prelato, siccome fece con monsignor Ferrari, sperando da questo una più regolare ed utile direzione.
''1° Luglio''. — {{Wl|Q96679869|Grandoni}}, romano, uno dei condannati a morte nel processo del conte Rossi, alle ore 7 antimeridiane del giorno 30 giugno, mediante un fazzoletto di seta, raccomandato al catenaccio della finestra, si appiccò.
Il di lui cadavere, nella notte susseguente, fu asportato presso il vicolo delle Serpi e sotterrato con calce viva, presso gli ultimi tre politici morti impenitenti.
''22''. — Nella mattina dei 22 venne decapitato, alla Bocca della Verità, Sante Costantini di Foligno, di anni 28, scultore, prevenuto di omicidio, per spirito di parte, a danno del conte Pellegrino Rossi.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|288|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude>
Quello sciagurato cercò di suicidarsi precedentemente col non prendere cibo per circa tre giorni.
Nella sera precedente aveva luogo un assembramento, composto di alcune centinaia di persone sulla piazza di S. Carlo al Corso, allo scopo di fare una dimostrazione in favore del condannato.
''25''. — L’assembramento che, nella sera dei 21 corrente, era di già composto di alcune centinaia di persone sulla piazza di S. Carlo al Corso, aveva lo scopo di fare una dimostrazione al generale francese onde intercedesse dal Sovrano la grazia al Costantini. Il colonnello {{Wl|Q87067169|Nardoni}}, con un uffiziale, dissipò facilmente quella inconsiderata riunione, prima che 400 gendarmi giungessero sul luogo per disperderla.
Le sentenze affisse per la città, come di consueto, dando luogo a commenti, d’ordine della Polizia, nella notte dal 23 al 24, furono tutte lacerate».
''Relazione del giustiziato Costantini, 25 luglio 1854:''
«La Polizia prese, nella sera scorsa, varie ed energiche misure di precauzione sul supposto che potesse aver luogo qualche dimostrazione in favore del Costantini.
» Alle ore 9 pomeridiane, fu intimata al Costantini la sentenza di morte. Egli l’apprese con tutta fermezza e chiese di leggerne il tenore.
» Domandò un sigaro ed un caffè; quindi, con istraordinario sangue freddo, la lesse, e, terminatala, disse: «Sta bene». Poscia, voltosi ai confortatori,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1854 |289|riga=s}}</noinclude>li congedò dicendo che, essendo irremovibile nel non volersi convertire, la loro opera si rendeva inutile.
» Alle 5 e mezza del 22 fu tradotto alla conforteria. Lungo la strada si mostrò ilare e tranquillo e fermo nel suo proposito.
» Un mezzo squadrone di cavalleria, che precedeva il convoglio, disperdeva, nel passare, qualsiasi riunione. Giunto al patibolo, lo guardò sorridendo e gridando a tutta voce: ''Viva la repubblica''.
» Subì la morte alle ore 6 ed un quarto».
''5 Agosto''. — Anche in Roma assicurano che vennero sequestrati, opportunamente, i proclami mazziniani, il che permise alla Polizia di adottare misure preventive onde distogliere qualche incauto, che si mostrava al pubblico con striscia di lutto sul cappello di paglia bianco.
Il tema giornaliero è il còlera e non la politica.
Quindi tutti sono occupati dei preservativi, dei bollettini, che sono sempre incerti.
I sacerdoti di Roma, che furono invitati per l’assistenza ai colerici si ricusarono; si dovette ricorrere ai religiosi.
''12''. — Il Papa disse col dottor Carpi che il vero còlera era nelle finanze.
Alcuni volevano rimproverare il medico, perchè non aveva suggerito di far rinchiudere nel Lazzaretto il pro-ministro.
Anche Pasquino, desideroso di provvedersi di qualche preservativo pel contagio, domandò a Marforio dove si vendesse l’aceto dei sette ladroni.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|290|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude>
Questi gli rispose che andasse dal ministro Galli che ne aveva la privativa.
Stampa clandestina affissa dai sediziosi la notte dal 21 al 22 settembre 1854:
::«Romani!
«Quarant’anni decorrono che la misera Italia si dibatte nella guerra feroce tra Popolo e Re, carceri, esilio, martirii e morte, non mancarono a propagare la causa.
» Ministri di simile infamia ne avemmo per lo passato.... molti, ma esecrandi come ora, mai!
» Il 15 agosto 1853 fu èra di novello assassinio.
» Roma viene ora a conoscere a quale orribile condanna soggiacciono dei sventurati di niuna colpa rei.
» Tempo è oramai di cessare da tanta infamia. L’occhio di un popolo veglia su voi, o giudici venduti alla pretesca rabbia.... Che ognuno di voi tremi sul venire di un giorno. Condannare l’innocente saria il colmo della miseria.
» Immaginate con l’idea, se potete, un giorno di popolare rivincita: Roma sel ricorda».
''25 Novembre''. — Il pro-ministro delle finanze, {{AutoreCitato|Angelo Galli|Angelo Galli}}, fu invitato ad emettere la rinunzia al portafoglio. Subentrerà al medesimo, in qualità di tesoriere, monsignor Ferrari, commendatore di S. Spirito, che ebbe di già il biglietto.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1854 |291|riga=s}}</noinclude>
Sembra che monsignor Ferrari non voglia accettare se prima il Galli non avrà consegnato il rendiconto della sua gestione.
''9 Dicembre''. — Pasquino, allorchè intese la nomina di monsignor Ferrari, commendatore di Santo Spirito, al ministero delle finanze, disse che dallo ospedale di S. Spirito era passato agli Incurabili.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|292|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude>{{nop}}
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''13 Giugno''. — Ieri, alle 6 1<sub>|</sub>2 pomeridiane, il cardinale Antonelli scendeva le scale del Vaticano per fare la solita sua trottata. All’ultimo capo trovò un tal Antonio De Felici, cappellaio romano, avente bottega in via Cesarini, precettato politico, il quale, colla mano sinistra, gli presentò un memoriale, e colla destra prese un’arma e lo investì. Il cardinale potè alquanto retrocedere schivando il colpo e gridare, e così i servitori, che lo precedevano alquanto, volgendosi, fermarono l’assassino. Questi, allora, gettò il pugnale verso il petto del cardinale, dicendo: «Hai fatto spargere tanto sangue, che conviene sia sparso il tuo. Io morirò; ma vi sono altri venti che vendicheranno la mia morte»<ref>Il De Felici non adoprò, in questo suo tentativo, un pugnale, ma un forchettone. Dopo rapida procedura, fu condannato al patibolo, e morì impavido lasciando la moglie e un figlio chiamato Bruto. La moglie, il giorno della esecuzione della sentenza, fu trasportata, da casa sua, in quella d’un’amica, in via della Lungaretta, in Trastevere. Per sua sventura, una compagnia di soldati s’avviava allora al luogo del supplizio, alla Bocca della Verità. Inteso il rnllo dei tamburi, la povera donna rimase così atterrita che poco dopo impazzì, e pazza vive ancora all’ospedale di Roma.</ref>.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1855 |293|riga=s}}</noinclude>{{nop}}
''24 Settembre''. — Negli scorsi giorni sono stati arrestati otto bassi uffiziali del battaglione dei Cacciatori Pontifici, stanziati in Roma. I medesimi furono rinchiusi nel carcere politico di S. Michele. Si dice che ricevessero sussidii da mani occulte, ossia dalla setta<ref>Gli arrestati, tra i quali erano Gaspare Sanguigni, Ettore Serafini, Luigi Paoletti, romani, Pietro Zamboni, bolognese, Paolo Diamantini, anconetano, d’accordo con alcuni borghesi, volevano sollevare Roma. Traditi da uno dei congiurati, chiusi nelle carceri nuove (non nel carcere di S. Michele, come narra il Roncalli), quantunque mancassero le prove, furono cancellati dai ruoli e condannati alla sorveglianza della Polizia o all’esilio.</ref>.
''18 Ottobre''. — Alcuni giovani romani raccolsero franchi 1670, per fare una offerta ai loro fratelli di Piemonte, i quali, combattendo in Crimea sotto la bandiera italiana, hanno bene meritato della patria.
Non si conoscono gli autori e solo si lesse tutto ciò nella ''Gazzetta Piemontese'' dei 10 corrente.
''16 Novembre''. — Un tal Adolfo Mancini, arrestato politico, evase dall’ospedale de’ pazzi, dove si era fatto condurre fingendosi demente.
Si credette che il medesimo fosse già a Marsiglia; ma, invece, si tenne sempre nascosto in Roma, e nella sera dei 13 corrente fu nuovamente arrestato in una casa affittatagli dal macellaio Bernardini soprannominato ''il Telegrafo'', in via Laurina, n. 14.
Egli era intento, insieme ad un Lucenti, campanaro, abitante in via Tordinona, alla compilazione di un programma rivoluzionario.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|294|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude>
Un tale arresto è stato veramente interessante, poichè si rinvennero la corrispondenza settaria, i conti con la provenienza dei fondi ed erogazione, e circa dieci lettere già preparate a varii individui, tra’ quali ad alcuni militari.
''24''. — Poco dopo l’importante arresto in via Laurina, n. 14, di Adolfo Mancini di Ariccia, di Giovanni Lucenti, campanaro, in via Tordinona, n. 102, e del macellaio Bernardini, soprannominato ''il Telegrafo'', ne furono eseguiti altri nelle persone di:
Giuseppe Zamboni, romano, domiciliato in via dell’Orso, n. 88, il quale si qualificò per un Morando, forestiere. I gendarmi, essendo entrati da una finestra, lo sorpresero mentre scriveva una lettera a Mazzini ragguagliandolo dell’infausto avvenimento dell’arresto dei comuni amici, deplorandone le {{Ec|conseguenze;|le conseguenze,}} di Agostino Botaro, romano, da vario tempo dimorante in Genova e venuto, clandestinamente, a Roma.
Pochi giorni innanzi fu arrestato Gio. Battista Alessandrini di Ancona, ex-capitano di marina, quale sospetto in linea politica e possessore di varie monete di oro, e che, con i documenti pervenuti in mani della Polizia, si è verificato appartenere alla setta.
Si conobbe, inoltre, che i fondi alla setta venivano fatti con effetti provenienti da varie piazze estere, per mezzo delle cuffiaie merciaie:
Massoni, Ripari, Giovannetti, Duprè<ref>Ciò avveniva a loro insaputa.</ref>.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1855 |295|riga=s}}</noinclude>
Il Governo, intanto, prese anche alcune precauzioni rafforzando le caserme, esplorando lo spirito pubblico.
Il campanaro Lucenti, già compromesso nelle decorse vicende politiche, era stato esiliato. Per impegni di monsignor Fioramonti fu amnistiato e consegnato al Papa e quindi riammesso, come campanaro, in S. Maria Maggiore.
''1° Dicembre''. — Alcuni soldati pontificii, che da qualche tempo erano stati arrestati come sospetti di ricevere sussidii dalla setta, sono stati rilasciati per mancanza di prove, ma espulsi dal Corpo e sotto la vigilanza della Polizia.
Si dice che si stia trattando di chiamare a Roma tutti gli Svizzeri che sono al soldo della S. Sede e di mandare in provincia tutti i soldati pontificii che ora sono di presidio a Roma.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|296|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude>{{nop}}
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''22 Marzo''. — Si è scoperta una nuova trama politica, tendente a sorprendere il Papa in una delle sue passeggiate private. Fra i capi della medesima era un Ferrari, macellaio in via del Pellegrino, ed altri individui oscuri che caddero nelle mani della Polizia<ref>Il Ferrari, ch’io ho fatto interrogare su questa trama, ha dichiarato che la notizia è al tutto falsa.</ref>.
''13 Settembre''. — Il P. Curci, gesuita, notissimo predicatore, ultimamente predicò nella chiesa di S. Eustachio ed in Trastevere. Parlando, di passaggio, del Sommo Pontefice, disse che era buono, pio, ecc.; ma che i Ministri erano pessimi.
Ai 3 corrente i Gesuiti diedero un saggio di rettorica nel Collegio Romano. I temi furono ''La pace di Parigi ed il Concordato coll’Austria''. Vi furono componimenti in lode dell’imperatore dei Francesi. (''Applausi''). Altri in biasimo del Piemonte. (''Profondo silenzio'').<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1856 |297|riga=s}}</noinclude>
I Gesuiti mandarono per la stampa; ma il Padre Maestro non volle darne il permesso. Si fece appello al Papa; ma questi pure vi si ricusò.
''4 Ottobre''. — In Genova, da un anonimo, non ha guari, fu stampato un opuscolo intitolato: ''Epoca seconda di Pio IX e gli uomini del suo Governo''.
Esso tratta, cioè, del periodo dal ripristinamento del Governo pontificio ad oggi, delle persone, di quel tanto che poteva farsi e non si è fatto e dei mali che ne sono derivati.
In sostanza, appoggia la maggiore responsabilità avanti a Dio e agli uomini sul cardinale {{AutoreCitato|Giacomo Antonelli|Antonelli}}.
Quindi dà alcuni cenni biografici degli uomini prescelti nella ripristinazione al Governo. Questa è poco vantaggiosa per i cardinali Della Genga ed Altieri. Il terzo, cioè l’Eminentissimo Vannicelli, altro membro della Commissione Governativa di Stato, forse reputandolo incensurabile, lo risparmiò.
Non così del Savelli, su cui più si diffonde, e poscia degli attuali ministri.
Conchiude esser tempo di conciliazione, se vuolsi evitare indispensabili conseguenze funeste, oramai giunte alla sua maturità.
In Roma ne circolò qualche esemplare, e dai moderati stessi fu letto con interesse perchè è scritto con proposito, con mente; e scemo di livore, e, per quanto è permesso dirlo, con verità.
''25''. — Nelle sere dei 20, 21 e 22, al teatro Valle, si recitò una produzione del {{AutoreCitato|Gaetano Gattinelli|Gattinelli}} intitolata: ''Clelia, ossia la Plutomania''. Destò molto fanatismo<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|298|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude>ed infine la Polizia si avvide che le ovazioni avevano qualche senso politico, imperciocchè il protagonista, essendo un incettatore di cereali che si fa dovizioso a danno di una intera famiglia, gettata nella miseria, si trovò, nei sentenziosi concetti, un’allusione a qualche noto personaggio<ref>Non occorre dire che qui si allude all’Antonelli, la cui famiglia dicevasi arricchita a questo modo.</ref>.
''8 Novembre''. — Nel giorno 4 morì il professore {{AutoreCitato|Francesco Orioli|Francesco Orioli}}, divenuto celebre nella rivoluzione di Bologna del 1831, quindi Consigliere di Stato<ref>L’illustre fisico e archeologo Francesco Orioli, che, per amore di patria, era stato esule dal 1831 al 1846, poi deputato di Viterbo, suo paese nativo, mutate, più tardi, opinioni politiche, accettò, dal Papa, l’ufficio di Consigliere di Stato e lo tenne fino alla morte.</ref>.
Si dice che dieci cardinali abbiano sottoscritto un indirizzo al Papa, relativo all’attuale stato di cose, per un provvedimento.
Si è trovata affissa per Roma la seguente satira del defunto professore Orioli:
<poem>«Fu mercenario, menzogner lettore;
Fu patriotta, menzogner’audace;
Fu per favole oratore loquace,
Fu privo di senno, di fè, di cuore.</poem>
{{blocco a destra|{{Centrato|<poem>Al cardinale Antonelli
Pro-Mecenate».</poem>}}}}
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{{nop}}<noinclude></noinclude>
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{{Sezione note}}
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|192|{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|}}</noinclude>dal cappuccio, con i capelli un po’ in ribellione per la fronte e per la nuca, si abbandonava alla sua naturale giocondità un po’ clamorosa e puerile.
D’in torno, la gente movevasi variamente. In mezzo alla folla tre o quattro arlecchini camminavano su ’l pavimento, con le mani e con i piedi; e si rotolavano, simili a grandi scarabei. Amalia Solofra, ritta sopra una sedia, con alte le braccia ignude, rosse ai gomiti, agitava un tamburello. Sotto di lei una coppia saltava alla maniera rustica, gittando brevi gridi; e un gruppo di giovini stava a guardare con li occhi levati, un poco ebri di desio. Di tanto in tanto dalla sala inferiore giungeva la voce di Don Ferdinando Giordano che comandava le quadriglie con gran bravura:
‟''Balancez! Tour de mains! Rond à gauche!''”
A poco a poco la tavola di Violetta Kutufà diveniva amplissima. Don Nereo Pica, Don Sebastiano Pica, Don Grisostomo Troilo, altri della corte ussoriana, sopraggiunsero; poi anche Don Cirillo D’Amelio, Don Camillo D’Angelo, Don Rocco Mattace. Molti estranei d’in torno stavano a guardar mangiare, con volti stupidi. Le donne invidiavano. Di tanto in tanto, dalla tavola si levava uno scoppio di risa rauche; e, di tanto in<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|194|{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|}}</noinclude>accalcavasi in torno alla tavola, come ad uno spettacolo.
‟Andiamo,” disse Violetta, a un certo punto, rimettendosi la maschera e il cappuccio.
Don Giovanni, al culmine dell’entusiasmo amoroso, tutto invermigliato e sudante, porse il braccio. I parassiti bevvero l’ultimo bicchiere e si levarono confusamente, dietro la coppia.
{{Ct|t=2|v=2|IV.}}
Pochi giorni dopo, Violetta Kutufà abitava un appartamento in una casa di Don Giovanni, su la piazza comunale; e una gran diceria correva Pescara. La compagnia dei cantori partì, senza la contessa d’Amalfi, per Brindisi. Nella grave quiete quaresimale, i Pescaresi si dilettarono della mormorazione e della calunnia, modestamente. Ogni giorno una novella nuova faceva il giro della città, e ogni giorno dalla fantasia popolare sorgeva una favola.
La casa di Violetta Kutufà stava proprio dalla parte di Sant’Agostino, in contro al palazzo di Brina, accosto al palazzo di Memma. Tutte le sere le finestre erano illuminate. I curiosi, sotto, si assembravano.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|193}}</noinclude>tanto, saltava un turacciolo e le spume del vino si riversavano.
Don Giovanni amava spruzzare i convitati, specialmente i calvi, per far ridere Violetta. I parassiti levavano le facce arrossite; e sorridevano, ancora masticando, al ''principale'', sotto la pioggia nivea. Ma Don Antonio Brattella s’impermalì e fece per andarsene. Tutti li altri, contro di lui, misero un clamore basso che pareva un abbaiamento.
Violetta disse:
‟Restate.”
Don Antonio restò. Poi fece un brindisi poetico in quinari.
Don Federico Sicoli, mezzo ebro, fece anche un brindisi a gloria di Violetta e di Don Giovanni, in cui si parlava persino di ''sacre tede'' e di ''felice imene''. Egli declamò a voce alta. Era un uomo lungo e smilzo e verdognolo come un cero. Viveva componendo epitalami e strofette per li onomastici e laudazioni per le festività ecclesiastiche. Ora, nell’ebrietà, le rime gli uscivano dalla bocca senza ordine, vecchie rime e nuove. A un certo punto egli, non reggendosi su le gambe, si piegò come un cero ammollito dal calore; e tacque.
Violetta Kutufà si diffondeva in risa. La gente<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|175}}</noinclude>nerissimi, vestite di una eguale stoffa rosea, tutte con i capelli stretti in treccia giù per la schiena, ridevano forte e gesticolavano. Emilia D’Annunzio volgeva a torno i belli occhi castanei con un’aria di tedio infinito. Mariannina Cortese faceva segni col ventaglio a Donna Rachele Profeta che stava di fronte. Donna Rachele Bucci con Donna Rachele Carabba ragionava di tavolini parlanti e di apparizioni. Le maestre Del Gado, vestite tutt’e due di seta cangiante, con mantellette di moda antichissima e con certe cuffie luccicanti di pagliuzze d’acciaio, tacevano, compunte, forse stordite dalla novità del caso, forse pentite d’esser venute a uno spettacolo profano. Costanza Lesbii tossiva continuamente, rabbrividendo sotto lo scialle rosso; bianca bianca, bionda bionda, sottile sottile.
Nelle prime sedie della platea sedevano li ottimati. Don Giovanni Ussorio primeggiava, bene curato nella persona, con magnifici calzoni a quadri bianchi e neri, con soprabito di castoro lucido, con alle dita e alla camicia una gran quantità di oreficeria chietina. Don Antonio Brattella, membro dell’Areopago di Marsiglia, un uomo spirante la grandezza da tutti i pori e specialmente dal lobo auricolare sinistro ch’era grosso come un’albicocca acerba, raccontava a voce alta, il dramma<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|178|{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|}}</noinclude>tava fiorentinamente, aspirando i ''c'' iniziali, anzi addirittura sopprimendoli talvolta.
{{Blocco centrato|<poem>
Non sai tu che piombo è a ippiede
La atena oniugale?
</poem>}}
Ma quando nel suo canto nominò alfine ''d’Amalfi la contessa'', corse nel pubblico un fremito. La contessa era desiderata, invocata.
Chiese Don Giovanni Ussorio a Don Antonio Brattella:
‟Quando viene?”
Rispose Don Antonio, lasciando cadere dall’alto la risposta:
‟Oh, mio Dio, Don Giovà! Non sapete? Nell’atto secondo! Nell’atto secondo!”
Il sermone di Sertorio fu ascoltato con una certa impazienza. Il sipario calò fra applausi deboli. Il trionfo di Violetta Kutufà così incominciava. Un mormorio correva per la platea, per le tribune, crescendo, mentre si udivano dietro il sipario i colpi di martello dei macchinisti. Quel lavorio invisibile aumentava l’aspettazione.
Quando il sipario si alzò, una specie di stupore invase li animi. L’apparato scenico parve meraviglioso. Tre arcate si prolungavano in prospettiva, illuminate; e quella di mezzo terminava in<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|181}}</noinclude>bandonavano un poco in dietro quasi per gorgheggiare insieme con la sirena perdentesi tra i fiori.
{{Blocco centrato|<poem>
La barca è presta..... deh vieni, o bella!
Amor c’invita.... vivere è amar.
</poem>}}
In quel punto Violetta Kutufà conquistò intero Don Giovanni Ussorio che, fuori di sè, preso da una specie di furore musicale ed erotico, acclamava senza fine:
‟Brava! Brava! Brava!”
Disse Don Paolo Seccia, forte:
‟’O vi’, ’o vi’, s’è ’mpazzito Ussorio!”
Tutte le signore guardavano Ussorio, stordite, smarrite. Le maestre Del Gado scorrevano il rosario, sotto le mantelline. Teodolinda Pumèrici rimaneva estatica. Soltanto le Fusilli conservavano la loro vivacità e cinguettavano, tutte rosee, facendo guizzare nei movimenti le trecce serpentine.
Nel terzo atto, non i morenti sospiri di Tilde che le donne proteggevano, non le rampogne di Sertorio a Carnioli, non le canzonette dei popolani, non il monologo del malinconico Egidio, non le allegrezze delle dame e dei cavalieri ebbero virtù di distrarre il pubblico dalla voluttà antecedente. — Leonora! Leonora! —
E Leonora ricomparve a braccio del conte di<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|180|{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|}}</noinclude>il principio del duetto, tutte le scene suscitarono applausi. Nella sala s’era addensato il calore; per le tribune i ventagli s’agitavano confusamente, e nello sventolio le facce femminili apparivano e sparivano. Quando la contessa si appoggiò a una colonna, in un’attitudine d’amorosa contemplazione, e fu rischiarata dalla luce lunare d’un ''bengala'', mentre Egidio cantava la romanza soave, Don Antonio Brattella disse forte:
‟È grande!”
Don Giovanni Ussorio, con un impeto subitaneo; si mise a battere le mani, solo. Li altri imposero silenzio, poichè volevano ascoltare. Don Giovanni rimase confuso.
{{Blocco centrato|<poem>
Tutto d’amore, tutto ha favella:
La luna, il zeffiro, le stelle, il mar....
</poem>}}
Le teste delli uditori, al ritmo della melodia petrelliana, ondeggiavano, se bene la voce di Egidio era ingrata; e li occhi si deliziavano, se bene la luce della luna era fumosa e un po’ giallognola. Ma quando, dopo un contrasto di passione e di seduzione, la contessa d’Amalfi incamminandosi verso il giardino riprese la romanza, la romanza che ancora vibrava nelle anime, il diletto delli uditori fu tanto che molti sollevavano il capo e l’ab-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|179}}</noinclude>un giardino fantastico. Alcuni paggi stavano sparsi qua e là, e s’inchinavano. La contessa d’Amalfi, tutta vestita di velluto rosso, con uno strascico regale, con le braccia e le spalle nude, rosea nella faccia, entrò a passi concitati.
{{Blocco centrato|<poem>
Fu una sera d’ebrezza, e l’alma mia
N’è piena ancor....
</poem>}}
La sua voce era disuguale, talvolta stridula, ma spesso poderosa, acutissima. Produsse nel pubblico un effetto singolare, dopo il miagolio tenero di Tilde. Subitamente il pubblico si divise in due fazioni: le donne stavano per Tilde; li uomini, per Leonora.
{{Blocco centrato|<poem>
A’ vezzi miei resistere
Non è si facil giuoco....
</poem>}}
Leonora aveva nelle attitudini, nei gesti, nei passi, una procacità che inebriava ed accendeva i celibi avvezzi alle flosce Veneri del vico di Sant’Agostino e i mariti stanchi delle scipitezze coniugali. Tutti guardavano, ad ogni volgersi della cantatrice, le spalle grasse e bianche, dove al gioco delle braccia rotonde due fossette parevano ridere.
Alla fine dell’''a solo'' li applausi scoppiarono con un fragore immenso. Poi lo svenimento della contessa, le simulazioni dinanzi al duca Carnioli,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|177}}</noinclude>{{nop}}
Egidio venne. Egli era il tenore giovine. Come aveva il petto singolarmente incavato, le gambe un po’ curve, rassomigliava un cucchiaio a doppio manico, su ’l quale fosse appiccicata una di quelle teste di vitello raschiate e pulite che si veggono talvolta nelle mostre dei beccai.
{{blocco centrato|<poem>
Tilde! il tuo labbro è muto,
Abbassi al suol gli sguardi.
Un tuo gentil saluto,
Dimmi, perchè mi tardi?
È la tua man tremante....
Fanciulla mia, perchè?
</poem>}}
E Tilde, con un impeto di sentimento:
{{Blocco centrato|<poem>
In sì solenne istante
Tu lo domandi a me?
</poem>}}
Il duetto crebbe in tenerezza. Le melodie del cavaliere Petrella deliziavano le orecchie delli uditori. Tutte le signore stavano chinate su ’l parapetto delle tribune, immobili, attente; e i loro volti, battuti dal riflesso del verde delle bandiere, impallidivano.
{{Blocco centrato|<poem>
Un cangiar di paradiso
Il morir ci sembrerà!
</poem>}}
Tilde uscì; ed entrò, cantando, il duca Carnioli ch’era un uomo corpulento e truculento e zazzeruto come ad un baritono si addice. Egli can-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|182|{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|}}</noinclude>Lara, scendendo da un padiglione. E toccò il culmine del trionfo.
Ella aveva ora un abito violetto, ornato di galloni d’argento e di fermagli enormi. Si volse verso la platea, dando un piccolo colpo di piede allo strascico e scoprendo nell’atto la caviglia. Poi, inframezzando le parole di mille vezzi e di mille lezi, cantò fra giocosa e beffarda:
{{Blocco centrato|<poem>
Io son la farfalla che scherza tra i fiori....
</poem>}}
Quasi un delirio prese il pubblico, a quell’aria già nota. La contessa d’Amalfi, sentendo salire fino a sè l’ammirazione ardente delli uomini e la cupidigia, s’inebriò; moltiplicò le seduzioni del gesto e del passo; salì con la voce a supreme altitudini. La sua gola carnosa, segnata dalla collana di Venere, palpitava ai gorgheggi, scoperta.
{{Blocco centrato|<poem>
Son l’ape che solo di mèle si pasce;
M’inebrio all’azzurro d’un limpido ciel....
</poem>}}
Don Giovanni Ussorio, rapito, guardava con tale intensità che li occhi parevano volergli uscir fuori delle orbite. Il barone Cappa faceva un po’ di bava, incantato. Don Antonio Brattella, membro dell’Areopago di Marsiglia, gonfiò, gonfiò, fin che disse, in ultimo:
‟Colossale!”<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|183}}</noinclude>{{nop}}
{{Ct|t=2|v=2|III.}}
E Violetta Kutufà così conquistò Pescara.
Per oltre un mese le rappresentazioni dell’opera del cavaliere Petrella si seguirono con favore crescente. Il teatro era sempre pieno, gremito. Le acclamazioni a Leonora scoppiavano furiose ad ogni fine di romanza. Un singolar fenomeno avveniva: tutta la popolazione di Pescara pareva presa da una specie di manía musicale; tutta la vita pescarese pareva chiusa nel circolo magico di una melodia unica, di quella ov’è la farfalla che scherza tra i fiori. Da per tutto, in tutte le ore, in tutti i modi, in tutte le possibili variazioni, in tutti li stromenti, con una persistenza stupefacente, quella melodia si ripeteva; e l’imagine di Violetta Kutufà collegavasi alle note cantanti, come, Dio mi perdoni, alli accordi dell’organo l’imagine del Paradiso. Le facoltà musiche e liriche, le quali nel popolo aternino sono nativamente vivissime, ebbero allora una espansione senza limiti. I monelli fischiavano per le vie; tutti i dilettanti sonatori provavano. Donna Lisetta Memma sonava l’aria su ’l gravicembalo, dall’alba al tramonto; Don Antonio Brattella la sonava su ’l flauto; Don Domenico Quaquino su ’l clarinetto; Don Giacomo<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|184|{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|}}</noinclude>Palusci, il prete, su una sua vecchia spinetta rococò; Don Vincenzo Rapagnetta su ’l violoncello; Don Vincenzo Ranieri su la tromba; Don Nicola D’Annunzio su ’l violino. Dai bastioni di Sant’Agostino all’Arsenale e dalla Pescheria alla Dogana, i vari suoni si mescolavano e contrastavano e discordavano. Nelle prime ore del pomeriggio il paese pareva un qualche grande ospizio di pazzi incurabili. Perfino li arrotini, affilando i coltelli alla ruota, cercavano di seguire con lo stridore del ferro e della cote il ritmo.
Com’era tempo di carnevale, nella sala del teatro fu dato un festino pubblico.
Il giovedì grasso, alle dieci di sera, la sala fiammeggiava di candele steariche, odorava di mortelle, risplendeva di specchi. Le maschere entravano a stuoli. I pulcinella predominavano. Sopra un palco, fasciato di veli verdi e constellato di stelle di carta d’argento, l’orchestra incominciò a sonare. Don Giovanni Ussorio entrò.
Egli era vestito da gentiluomo spagnuolo, e pareva un conte di Lara più grasso. Un berretto azzurro con una lunga piuma bianca gli copriva la calvizie; un piccolo mantello di velluto rosso gli ondeggiava su le spalle, gallonato d’oro. L’abito metteva più in vista la prominenza del<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|188|{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|}}</noinclude>cercando parer leggero e molle come una piuma, con atti di grazia così goffi e con smorfie così scimmiescamente mobili che in torno a lui le risa e i motti dei pulcinella cominciarono a grandinare.
‟Un soldo si paga, signori!”
‟Ecco l’orso della Polonia, che balla come un cristiano! Mirate, signori!”
‟Chi vuol nespoleeee? Chi vuol nespoleeee?”
‟’O vi’! ’O vi’! L’urangutango!”
Don Antonio fremeva, dignitosamente, pur seguitando a ballare.
In torno a lui altre coppie giravano. La sala si era empita di gente variissima; e nel gran calore le candele ardevano con una fiamma rossiccia, tra i festoni di mortella. Tutta quell’agitazione multicolore si rifletteva nelli specchi. La Ciccarina, la figlia di Montagna, la figlia di Suriano, le sorelle Montanaro apparivano e sparivano, mettendo nella folla l’irraggiamento della loro fresca bellezza plebea. Donna Teodolinda Pumèrici, alta e sottile, vestita di raso azzurro, come una madonna, si lasciava portare trasognata; e i capelli sciolti in anella le fluttuavano su li omeri. Costanzella Caffè, la più agile e la più infaticabile fra le danzatrici e la più bionda, volava da un’estremità all’altra in un baleno. Amalia Solofra, la rossa dai capelli<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|189}}</noinclude>quasi fiammeggianti, vestita da forosetta, con audacia senza pari, aveva il busto di seta sostenuto da un solo nastro che contornava l’appiccatura del braccio; e, nella danza, a tratti le si vedeva una macchia scura sotto le ascelle. Amalia Gagliano, la bella dalli occhi cisposi, vestita da maga, pareva una cassa funeraria che camminasse verticalmente. Una specie di ebrietà teneva tutte quelle fanciulle. Esse erano alterate dall’aria calda e densa, come da un falso vino. Il lauro e la mortella formavano un odore singolare, quasi ecclesiastico.
La musica cessò. Ora tutti salivano i gradini conducenti alla sala dei rinfreschi.
Don Giovanni Ussorio venne ad invitare Violetta a cena. L’Areopagita, per mostrare d’essere in grande intimità con la cantatrice, si chinava verso di lei e le susurrava qualche cosa all’orecchio e poi si metteva a ridere. Don Giovanni non si curò del rivale.
‟Venite, contessa?” disse, tutto cerimonioso, porgendo il braccio.
Violetta accettò. Ambedue salirono i gradini, lentamente, con Don Antonio dietro.
‟Io vi amo!” avventurò Don Giovanni, tentando di dare alla sua voce un accento di passione<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|190|{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|}}</noinclude>appreso dal ''primo amoroso giovine'' d’una compagnia drammatica di Chieti.
Violetta Kutufà non rispose. Ella si divertiva a guardare il concorso della gente verso il banco di Andreuccio che distribuiva rinfreschi gridando il prezzo ad alta voce, come in una fiera campestre. Andreuccio aveva una testa enorme, il cranio polito, un naso che si curvava su la sporgenza del labbro inferiore poderosamente; e somigliava una di quelle grandi lanterne di carta, che hanno la forma d’una testa umana. I mascherati mangiavano e bevevano con una cupidigia bestiale, spargendosi su li abiti le briciole delle paste dolci e le gocce dei liquori.
Vedendo Don Giovanni, Andreuccio gridò:
‟Signò, comandate?”
Don Giovanni aveva molte ricchezze, era vedovo, senza parenti prossimi; cosicchè tutti si mostravano servizievoli per lui e lo adulavano.
‟’Na cenetta,” rispose. ‟Ma!...”
E fece un segno espressivo per indicare che la cosa doveva essere eccellente e rara.
Violetta Kutufà sedette e con un gesto pigro si tolse la mascherina dal volto ed aprì un poco su ’l seno il dominò. Dentro il cappuccio scarlatto la sua faccia, animata dal calore, pareva più pro-<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|191}}</noinclude>cace. Per l’apertura del dominò si vedeva una specie di maglia rosea che dava l’illusione della carne viva.
‟Salute!” esclamò Don Pompeo Nervi fermandosi dinanzi alla tavola imbandita e sedendosi, attirato da un piatto di aragoste succulente.
E allora sopraggiunse Don Tito De Sieri e prese posto, senza complimenti; sopraggiunse Don Giustino Franco insieme con Don Pasquale Virgilio e con Don Federico Sicoli. La tavola s’ingrandì. Dopo molto rigirare tortuoso, venne anche Don Antonio Brattella. Tutti costoro erano per lo più i convitati ordinari di Don Giovanni; gli formavano in torno una specie di corte adulatoria; gli davano il voto nelle elezioni del Comune; ridevano ad ogni sua facezia; lo chiamavano, per antonomasia, ''il principale''.
Don Giovanni disse i nomi di tutti a Violetta Kutufà. I parassiti si misero a mangiare, chinando sui piatti le bocche voraci. Ogni parola, ogni frase di Don Antonio Brattella veniva accolta con un silenzio ostile. Ogni parola, ogni frase di Don Giovanni veniva applaudita con sorrisi di compiacenza, con accenni del capo. Don Giovanni, tra la sua corte, trionfava. Violetta Kutufà gli era benigna, poichè sentiva l’oro; e, ormai liberata<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|185}}</noinclude>ventre e la picciolezza delle gambe. I capelli, lucidi di olii cosmetici, parevano una frangia artificiale attaccata intorno al berretto ed erano più neri del consueto.
Un pulcinella impertinente, passando, strillò con la voce falsa:
‟Mamma mia!”
E fece un gesto di orrore così grottesco, dinanzi al travestimento di Don Giovanni, che in torno molte risa scampanellarono. La Ciccarina, tutta rosea dentro il cappuccio nero della bautta, simile a un bel fiore di carne, rideva d’un riso luminosissimo, dondolandosi fra due arlecchini cenciosi.
Don Giovanni si perse tra la folla, con dispetto. Egli cercava Violetta Kutufà; voleva prendersi Violetta Kutufà. I sarcasmi delle altre maschere lo inseguivano e lo ferivano. D’un tratto egli s’incontrò in un secondo gentiluomo di Spagna, in un secondo conte di Lara. Riconobbe Don Antonio Brattella, ed ebbe una fitta al cuore. Già tra quei due uomini la rivalità era scoppiata.
‟Quanto ’sta nespola?” squittì Don Donato Brandimarte, velenosamente, alludendo all’escrescenza carnosa che il membro dell’Areopago di Marsiglia aveva nell’orecchio sinistro.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|176|{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|}}</noinclude>lirico di Giovanni Peruzzini; e le parole, uscendo dalla sua bocca, acquistavano una rotondità ciceroniana. Li altri sulle sedie si agitavano con maggiore o minore importanza. Il dottore Panzoni lottava in vano contro le lusinghe del sonno e di tanto in tanto faceva un remore che si confondeva con il ''la'' delli stromenti preludianti.
— Pss! psss! pssss! —
Nel teatro il silenzio divenne profondo. All’alzarsi della tela, la scena era vuota. Il suono d’un violoncello veniva di tra le quinte. Uscì Tilde, e cantò. Poi uscì Sertorio, e cantò. Poi entrò una torma di allievi e di amici, e intonò un coro. Poi Tilde si avvicinò pianamente alla finestra.
{{blocco centrato|<poem>
Oh! come lente l’ore
Sono al desio!...
</poem>}}
Nel pubblico incominciava la commozione, poichè doveva essere imminente un duetto di amore. Tilde, in verità, era un ''primo soprano'' non molto giovine; portava un abito azzurro; aveva una capellatura biondastra che le ricopriva insufficientemente il cranio; e, con la faccia bianca di cipria, rassomigliava a una costoletta cruda e infarinata che fosse nascosta dentro una parrucca di canapa.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|187}}</noinclude>vano. A un certo punto, l’Areopagita, ripetendo le parole del conte di Lara nel melodramma petrelliano, disse, anzi sommessamente cantò:
‟Poss’io dunque sperarrrr?”
Violetta Kutufà rispose, come Leonora:
‟Chi ve lo vieta?... Addio.”
E, vedendo Don Giovanni poco discosto, si staccò dal cavaliere affascinato e si attaccò all’altro che già da qualche tempo seguiva con occhi pieni d’invidia e di dispetto li avvolgimenti della coppia tra la folla danzante.
Don Giovanni tremò, come un giovincello al primo sguardo della fanciulla adorata. Poi, preso da un impeto glorioso, trasse la cantatrice nella danza. Egli girava affannosamente, con il naso su ’l seno della donna; e il mantello gli svolazzava dietro, la piuma gli si piegava, rivi di sudore misti ad olii cosmetici gli colavano giù per le tempie. Non potendo più, si fermò. Traballava per la vertigine. Due mani lo sorressero; e una voce beffarda gli disse nell’orecchio:
‟Don Giovà, riprendete fiato!”
Era la voce dell’Areopagita. Il quale a sua volta trasse la bella nella danza.
Egli ballava tenendo il braccio sinistro arcuato su ’l fianco, battendo il piede ad ogni cadenza,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|186|{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|}}</noinclude>{{nop}}
Don Giovanni esultò di una gioia feroce. I due rivali si guardarono e si osservarono dal capo alle piante; e si mantennero sempre l’uno poco discosto dall’altro, pur girando tra la folla.
Alle undici, nella folla corse una specie di agitazione. Violetta Kutufà entrava.
Ella era vestita diabolicamente, con un dominò nero a lungo cappuccio scarlatto e con una mascherina scarlatta su la faccia. Il mento rotondo e niveo, la bocca grossa e rossa si vedevano a traverso un sottil velo. Li occhi allungati e resi un po’ obliqui dalla maschera, parevano ridere.
Tutti la riconobbero, subito; e tutti quasi fecero ala al passaggio di lei. Don Antonio Brattella si avanzò, leziosamente, da una parte. Dall’altra si avanzò Don Giovanni. Violetta Kutufà ebbe un rapido sguardo per li anelli che brillavano alle dita di quest’ultimo. Indi prese il braccio dell’Areopagita. Ella rideva, e camminava con un certo vivace ondeggiare de’ lombi. L’Areopagita, parlandole e dicendole le sue solite gonfie stupidezze, la chiamava contessa, e intercalava nel discorso i versi lirici di Giovanni Peruzzini. Ella rideva e si piegava verso di lui e premeva il braccio di lui, ad arte, perchè li ardori e li sdilinquimenti di quel brutto e vano signore la diletta-<noinclude></noinclude>
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Pagina:Il buon cuore - Anno IX, n. 45 - 5 novembre 1910.pdf/5
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||{{Sc|il buon cuore}}|357|riga=si}}</noinclude>{{Colonna}}
in noi l’infinito sgomento, che faccia vibrare tutto il nostro spirito e poi, per farci coraggio e attinger lena, pensiamo che i santi dicono il trionfo di Dio nell’uomo, pensiamo che essi sono la rivelazione della divina bontà.... sia che li vediamo, con mistica visione, felici oltre la morte, sia che li avviciniamo, misericordiosi e grandi, quaggiù!
E i morti? I morti predicano la stessa virtù, ma in forma cruda, in forma, quasi, di terrore. Essi invitano alla virtù, mostrando a nudo le conseguenze del male. È un mezzo che può avere efficacia educativa e salvatrice anch’esso.
La morte è lo stipendio del peccato.... la morte è lo squagliarsi di tutto ciò che fu caro, che fu amato, che fu idolatrato secondo il mondo, secondo la carne.... Che rimane del piacere indegno, della ricchezza ingiusta a un’anima che lascia la terra? Nulla! Ed essa si ritroverà sola, misera, nell’al di là. Che squallore! I morti ci ricordano il peccato, tutto il peccato, solo il peccato!
Meditiamo, cerchiamo di capire fin dove il male ci stringe per strapparlo da noi, senza fiacchezza, senza indugio.... togliamo da noi, fin dove possiamo, tutto ciò che è diminuzione di spiritualità e di vita eterna!
E la Chiesa avvicina il giorno dei santi a quello dei morti; ci mostra il premio della virtù e il castigo del vizio; pare che voglia così assumere tutte le voci per stimolarci, per chiamarci....
Chiama, chiama la madre dei santi, che la sua voce non resti senza risposta, che, intorno a Lei, viva e fiorisca una larga corona d’eroi!
{{FI
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| float = center}}
{{Centrato|{{Larger|'''Vangelo della domenica terza dopo la Dedicazione'''}}}}
{{Rule|6em|000}}
{{Centrato|'''Testo del Vangelo.'''}}
''Il Signore Gesù ricominciò a parlare ai Principi dei Sacerdoti e ai Farisei per vie di parabole dicendo: Il regno de’ cieli è simile ad un re, il quale fece lo sposalizio del suo figliuolo, mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, e non volevano andare. Mandò di nuovo altri servi, dicendo: Dite agli invitati: il mio desinare è già in ordine, si sono ammazzati i buoi e gli animali di serbatoio, tutto è pronto, venite alle nozze. Ma quelli misero ciò in non cale, e se ne andarono chi alla sua villa, chi al suo negozio: altri poi presero i servi di lui, e trattaronli ignominiosamente e li uccisero. Udito ciò il re si sdegnò: e mandate le sue milizie, sterminò quegli omicidi, e diede alle fiamme la loro città. Allora disse ai suoi servi: Le nozze sono all’ordine, ma quelli che erano stati invitati, non ne furono degni. Andate dunque ai capi delle strade, e quanti incontrerete, chiamate tutti alle nozze. E andati i servitori di lui per le strade, radunarono quanto trovarono, e buoni e cattivi: e il banchetto fu pieno di convitati. Ma entrato il re per vedere i convitati, vi osservò un uomo che non era in abito da nozze. E dissegli: Amico, come sei tu entrato qua, non avendo la veste nuziale? Ma egli ammutolì. Allora il re disse a’ suoi ministri: Legatelo per le mani e pe’ piedi, e gittatelo nelle tenebre esteriori: ivi sarà pianto e stridore di denti. Imperocchè molti sono i chiamati e pochi gli eletti.''
{{A destra|margine=1em|{{smaller|S. GIOVANNI, Cap. 22.}}}}
{{AltraColonna}}
{{Centrato|'''Pensieri.'''}}
Ricordiamo brevemente la parabola evangelica: Un
signore manda ad avvisare gli invitati a un pranzo che
vengano alla sua casa, perchè tutto è preparato per la
festa; ma gli invitati, chi per una ragione chi per un’altra, si scusano di non poter prender parte al convito.
Allora il padrone, sdegnato, fa riempire le sale del banchetto, invitando i poveri della città.
{{asterismo}}
Dio, in mille guise, chiama le anime alla sua mensa,
al suo regno, le chiama tutte, sempre.... e tante accettan l’invito.
Accettar l’invito di Dio vuol dire accettare, accogliere la sicurezza della vita, della felicità.... Sì, verrò
quando tu chiami, dice l’anima, perchè io voglio essere
con te, Signore, sempre, sempre felice con te.
Non è difficile accettar questo primo invito, che l’anima prende come invito alla gioia....
È un’illusione così comune, questa, in numero grande
di anime, le quali, pare si diano alla religiosità per
mettersi al riparo degli eventi tristi e dolorosi della
vita terrena....
Ma Dio chiama a convito spirituale, a elevazione
sempre più eccelsa, non a goder ancor più largamente
dei mondani..., perchè una comoda pietà a che si risolve se non in godimento più completo?
Dio chiama e richiama a sè, e per andar a Lui vien
l’ora in cui bisogna rinunziare alle persone, alle cose
più sacre e più care, l’ora in cui bisogna lasciarsi annientare, calpestare.... l’anima arriverà a Dio, a volte,
vibrante d’amore e di fede, ma grondante mistico sangue.... E non tutti son pronti ad andare a queste condizioni.... e quando lo vedono, si ritraggono, dicon di
no, trovan mille pretesti per non partecipare al santo,
ma cruento convito. S’arrestano.... e Dio non li chiama
più e si rivolge ai poveri, ai miseri, perchè nulla di
terreno sazia il loro desio dell’eterno, ed essi vanno,
salgono a Lui per tutte le vie più ardue, ma vanno,
ma salgono a raggiungono la vita eterna.
Questi poveri noncuranti della terra sono i santi, i
ricchi delle ricchezze eterne!
{{asterismo}}
Lo spirito lotta per conquistare il mondo, ma il mondo
non è facilmente vinto nè nella società, nè nelle singole anime! La vittoria spirituale s’effettua costante,
ma lenta, ma laboriosa..., solo i più eletti l’effettuano
in sè e intorno a sè.....
Questo è un fatto: però io penso che al progresso
della elevazione spirituale nel mondo s’opponga, anche, il modo incompleto con cui gli educatori ripetono
intorno a loro la chiamata alla virtù, al bene.... Tanti,
troppi, allettano alla virtù, promettendo la gioia, la felicità, quasi quasi la prosperità terrena. Sotto c’è come
l’idea di un contratto.... che sia così, che molti pensino
così è reso evidente da certe frasi che si raccolgono
sulle labbra di persone pie:
— Era tanto buono, perchè è così disgraziato? Era
santo, perchè è infelice? Era così religioso, non meritava quello che gli è caduto adosso!
{{FineColonna}}<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Alighieri, Giuliani - Opere latine vol I - 1878.djvu/157
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{Rh|138|DE VULGARI ELOQUENTIA.|}}
</br></noinclude>{{Pt|te|interamente}}, nè per ogni genere di scritture. Di certo poi indi ci riesce evidente ch’egli, il nostro Autore, nel dar norme alla Lingua italica, dovette per impeto della sua gentil natura consigliarsi col patrio Dialetto, insegnando che in cambio di ''nof'' e ''vif'' s’avea scrivere ''nove'' e ''vivo'', siccome a ''bontè'' e ''mercò'' bisognava sostituire ''bontà'' e ''mercato'', e cosi via dicendo.
{{Ancora|XIV27|[[:la:De Vulgari Eloquentia/Liber I#XIV27|27]]}}. ''Si quis eorum, errore compulsus'', etc. Da ciò si palesa, che quel siffatto vantatore dell’eccellenza del natìo Dialetto dovette essere un Poeta veneto, cui si attribuiva d’aver anzi in formola di giuramento proferite le rozze parole: «''Per le plage de Dio tu non veras''.» Il che nel corretto Volgare tornerebbe a dire: ''Per le piaghe di Dio'' (di Cristo) ''tu non verrai''. Ma è pur forza di confessare che sì deboli e scarse testimonianze gioverebbero assai poco a sostegno della grave sentenza conclusa, quando dall’altra parte non ci sovrabbondassero all’uopo gli opportuni argomenti.
{{Ancora|XIV30|[[:la:De Vulgari Eloquentia/Liber I#XIV30|30]]}}. ''Inter quos'' (Venetos) ''unum vidimus nitentem divertere a materno et ad Curiale Vulgare intendere, videlicet Ildebrandinum Paduanum''. Dante, giusta l’avvertenza del {{Ac|Giusto Fontanini|Fontanini}}, sembra che volesse — dilatare il Dialetto ''Veneziano'' ai Padovani, dandoci egli il solo {{Ac|Aldobrandino Mezzabati|''Ildebrandino'' da Padova}} per dilungato dal ''mateRNo Dialetto'' e inteso al ''Volgare Curiale''. — Questo Poeta, che il {{Ac|Gian Giorgio Trissino|Trissino}} chiama Brandino, fu figlio di Prando, e pare abbia poi fatto la professione di Notajo. Ma di lui non ci rimangono che due Sonetti, pubblicati dall’{{AutoreCitato|Leone Allacci|Allacci}}. I quali veramente, ove siano autentici nè guasti dagli Amenuensi, non basterebbero ad accrescerci fede, che il loro Autore poetando siasi ''sforzato'' con buon effetto per accostarsi al Volgare migliore. Cfr. il vol. {{Sc|Dante e Padova}}, 1865: ''Del Volgare Illustre in Padova al tempo di Dante'', Discorso del prof. {{Ac|Antonio Tolomei|Antonio Tolomei}}, pag. 305.
{{Ancora|XIV32|[[:la:De Vulgari Eloquentia/Liber I#XIV32|32]]}}. ''Quare omnibus'' (Vulgaribus) ''præsentis Capituli ad judicium cumparentibus arbitramur'', etc. D’onde meglio si conosce l’animo e la fantasia dello Scrittore, che anco nelle aride disquisizioni, e con forme indocili al pensiero, fa sentire la sua poetica virtù, così disvelando sè stesso.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/18
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<noinclude><pagequality level="3" user="Didimo69" /></noinclude><b>{{ct|f=150%|L=0px|v=3|LETTERATURA}}</b>
{{ct|f=130%|L=0px|v=1|IL DON CARLO DI SCHILLER}}
{{ct|f=100%|L=0px|v=1|E}}
{{ct|f=130%|L=0px|v=1|IL FILIPPO D'ALFIERI<ref>''Nota''. Questo articolo, scritto in Toscana sulla fine del 1842, quando {{AutoreCitato|Andrea Maffei|Andrea Maffei}} diede alla luce la bella sua versione di Don Carlo, venne inserto nel volume V del Politecnico.</ref>}}
Le sventure dei potenti lasciano profonda impressione di stupore e di pietà nelle moltitudini solite ad ammirare e invidiare come pegno di non dubia felicità quella vana grandezza, e pronte a vedere nella repentina sua caduta l'opera d'un'arcana potenza, che ragguaglia ad una legge commune di debolezza e di dolore gli estremi dell'umana fortuna. Le menti raccolgono avide i luttuosi racconti; cercano spiegarsi il secreto di quelle tremende passioni; le adattano al loro modo d'intendere una vita principesca e pomposa; e nel tramandare ai posteri la commozione onde vennero esse primamente ferite, sfrondano i particolari del fatto, e lo vengono inalzando a ideale sublimità. Per tal modo presso ai popoli di più eletto ingegno, la memoria nel corso del tempo procrea le arti; le quali, nei lamenti di Filottete, o nei simulacri di Niobe e Laocoonte, raccolgono<noinclude><references/>
{{PieDiPagina|{{x-smaller|CATTANEO ''T.I.''}}||1}}</noinclude>
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Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/19
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Didimo69" />{{RigaIntestazione|2|SCHILLER|}}</noinclude>e addensano quanto di più compassionevole hanno gli atti e le voci degli esseri addolorati.
Quando poi l'uomo ha scorto una volta quali condizioni di grandezza e di miseria debbono avere gli avvenimenti per commovere gli animi di gente che vive lontana di tempi e di luoghi, allora va correndo d'ogni parte le istorie e le tradizioni, in cerca d'argomenti coi quali pascere la publica pietà. E nello stesso tempo viene traendo dalla ripetuta esperienza certe norme, che sembrano render più sicura ed agevole l'impresa di trattenere l'attenzione e commovere l'affetto. Nelle quali regole vien ponendo fiducia sempre maggiore, sino a che nello studio delle forme si smarrisce il supremo fine della passione, e l'arte popolare e poderosa traligna in vano artificio. Allora mal pago di sè ritorna sulle prime sue vestigia; rifiuta tutte le regole poco dianzi idolatrate, vuole immergersi nel puro fonte della passione, e ritemprarsi ad una barbara vigorìa. Perlochè nel corso dei tempi debbono venire ondeggiando anche i giudizi che si recano delle opere illustri; e il vulgo, con alterna intemperanza, vilipendere le una quando si è tediato, e le altre quando è satollo d'un incondita agitazione.
Molti fra noi possono rammentare d'aver corso in breve intervallo di tempo questa vicenda d'opinioni; poichè l'adolescenza nostra fu allevata nel culto di regole che poi la nostra gioventù fu ammaestrata a discredere; e ciò che pochi anni addietro aveva autorità d'esemplare quasi sovrumano, poco di poi, al chiarore delle mutate dottrine, apparve traviamento, d'ingegno snervato dalle scuole, e documento quasi di naturale inferiorità. Gli avventurosi che primi poterono abbeverarsi alle novelle letterature, crollarono il capo caritatevole sui ciechi nati che rimanevano a deliziarsi negli insipidi frutti del povero paese. Dalle nuvole della boria nazionale gli studiosi piombarono in una precipitosa abnegazione della patria e dell'arte. Essi volsero sprezzanti il dorso a cinque secoli di gloria letteraria e alle memorie di più antiche età; e per poco non s'augurarono d'essere nati sott'altro cielo e da barbari antenati, per ricominciare colla scorta di più alte e onnipotenti dottrine una vita di pura<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/20
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Didimo69" />{{RigaIntestazione||E ALFIERI|3}}</noinclude>inspirazione, sciolta dai pregiudizi dell'esempio e dalle stringhe del precetto. Egli è ormai più di vent'anni che le menti si misero a peregrinare pei nuovi campi; epperò dovrebb'essere maturo il tempo di far savia rassegna delle dovizie nostrali e delle straniere, e di considerare se non sia migliore il consiglio d'abbracciarle tutte con più larga e generosa astrazione; poichè l'ingegno ha diritto di raccogliere da ogni parte le opere dell'ingegno, e di trattarle come sue tutte quante, senza divario di lingua, di tempo o di terreno.
Fra le tragiche avventure della vicina età, nessuna è tanto atta a destar terrore e meraviglia quanto la misteriosa e sciagurata fine dell'infante Carlo di Spagna. Figlio del più potente e temuto principe d'Europa, unico erede suo nei dominii dei due mondi, successore riconosciuto con solenne giuramento dalle Cortes in Toledo, promesso consorte prima alla figlia del re di Francia, poi a quella dell'imperatore di Germania, viene, nel fiore dell'età, fra il silenzio della notte, nella quiete della sua stanza e del suo letto, sorpreso fra il sonno e disarmato da uno stuolo di ministri e di guardie, fra cui coperto di corazza e d'elmo vede in faccia il torvo suo padre. Da quell'istante, intercluso dal consorzio de' suoi congiunti e de' suoi fedeli, vigilato a vista da uomini nemici e aborrit, messo al sindacato di tre giudici, che senza vederlo nè udirlo lo condannano per attentato di ribellione e di parricidio, viene da loro con infinita pietà raccomandato alla clemenza del padre. Il quale, rispondendo che il suo cuore ben gli consiglia il perdono, tuttavia, ad onta del paterno amore ''e dello strazio di così duro sacrificio'', dichiara inevitabile la sua morte: e come ''la maggior prova d'amore che possa dare al figlio suo ed alla nazione spagnola'', gli manda invito di prepararsi a morire, e ''confessarsi per l'eterna salute''.
Correvano già sei mesi che il prigioniero stava divorandosi nella disperazione e nelle smanie d'un'anima fiera e indomita, quando due de' suoi giudici, Esponosa e Ruy Gomez, ''imaginandosi di sodisfare alle vere intenzioni di Filippo, se anticipavano a Carlo l'istante della morte'', commisero al regio<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/21
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Didimo69" />{{RigaIntestazione|4|SCHILLER|}}</noinclude>medico d'Olivares ''d'illuminarlo'', e senza dirgli nulla dello sdegno del re e della sua condanna, ''persuaderlo'' a disporsi alla morte, che ''Dio gl'inviava come termine a' suoi mali''. Olivares, argomentando dagli oscuri cenni che gli si dimandava l'esecuzione d'una sentenza di morte, ''in modo che simigliasse al una morte naturale, purgò il principe'', come scrive un contemporaneo, ''senza buon effetto, ma senz'ordine, nè senza deliberazione''; e il male manifestò incontanente segni mortali. I ministri proposero al re di veder suo figlio, e dargli la consolazione di ''benedirlo''. Ma saviamente i confessori del moribondo, Chaves e Suarez, risposero ch'egli era composto e rassegnato, e doveva temersi che non si alterasse alla vista di ''suo padre''. Tuttavia, nella notte del 23 e 24 luglio (1568) inteso che l'infelice era agli estremi aneliti, Filippo si recò nella sua stanza, e stendendo le braccia fra le spalle di Ruy Gomez e d'Antonio Toledo, senza essere visto, gli diede ''la sua paterna benedizione''. Poi si ritirò piangendo.
Annunciò per lettere la morte di Don Carlo, come già la prigionia, a tutti i vescovi, i capitoli, i governatori, i tribunali, alle città ed ai loro corregidori, a molti prìncipi, all'imperatore, al pontefice. Era già stato un conforto al suo cuore, e forse un impulso, la lettera della città di Murcia, la quale "''baciandogli mille vole i piedi''" per segnalato favore d'informarla della prigionia di Don Carlo, "''non poteva pensare senza intenerirsi''" d'avere un re ''tanto giusto e tanto affezionati al bene universale'', da anteporlo ad ogni cosa, e dimenticar persino "''il tenero affetto che nutriva per suo figlio!''"
Qual fosse la colpa per cui la giustizia o la ragione di Stato potessero necessitar Filippo II a infliggere una proditoria morte a suo figlio, insultando ogni rispetto di natura, e votando sè medesimo a esecrazione perpetua, rimane sempre un tetro e tremendo arcano, sul quale l'imaginazione dei posteri ama di sommovere ogni maniera di congetture. Filippo serbò il suo secreto; i suoi nemici dissero tuttociò che poteva far più esoso il suo nome; e l'istoria troppo lentamente dissotterra le testimonianze deposte dal tempo negli archivi, e troppo lentamente<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Didimo69" />{{RigaIntestazione|8|SCHILLER|}}</noinclude>positori rapidamente cadèvano; centomila e più persone fuggivano, e con esse il circospetto Orange. Ma il conte d'Egmonte, che confidando nelle battaglie da lui vinte per Filippo, continuava a venire in Corte e in consiglio, fu coll'ammiraglio Hoorne improvisamente arrestato (9 settembre). La principessa reggente, ch'era una illegìttima sorella di Filippo, moglie già di quel tristo Alessandro de' Medici e poi d'Ottavio Farnese, se ne tenne gravemente offesa, chiese al re di ritirarsi; e partiva infatti (30 dicembre), accompagnata con vana onoranza sino ai confini dal duca d'Alba. Il quale, rimaso degno e solo vicario di Filippo, si pose col nuovo anno alla testa d'un tribunale, che il pòvero popolo fiammingo chiamò poi il ''Consiglio di sangue'' (''Bloedraedt''); poichè in breve tutto il paese fu pieno d'arresti, di torture, di confische e di supplicii.
Dìcesi che il duca d'Alba fra le carte d'Egmonte trovasse un lèttera di Don Carlo. Questi, infatti, già da mesi faceva raccògliere denaro per fuggire in Fiandra, e porsi alla testa dell'opposizione; e intendeva trar seco anche Don Giovanni, fratello illegìttimo di suo padre, e illustre poi per la vittoria navale di Lèpanto. Il 17 gennaio, Don Carlo dimandava otto cavalli al direttor delle poste Raimondo de' Tassi; il quale, insospettito, e per non entrar in impegni, fece prima partire da Madrid tutti i cavalli della posta, poi corse all'Escuriale per darne notizia a Filippo. Vi accorreva nello stesso tempo Don Giovanni, il quale con Don Carlo erasi infinto voglioso di partire seco lui. Quasi allo stesso momento, padre e figlio giungèvano da diversa parte a Madrid. Il prìncipe scoperto e sconcertato differiva la partenza; e nel mattino seguente, venuto ad acerbe parola con Don Giovanni, lo investiva colla spada alla mano, come pochi mesi prima aveva investito il duca d'Alba. Ma quella sera (18) Filippo, entrando con falsa chiave improviso e armato nelle sue stanze, lo arrestava.
Intanto Lodovico di Nassau, fratello d'Orange, penetrava colle sue bande armate nei Paesi Bassi, e sorprendeva le truppe regie. Ma il duca d'Alba fece tosto troncare il capo ai conti d'Egmonte e d'Hoorne; affrontò Lodovico, che gli sfuggiva a pena in una pòvera barca; inalzò coll'òpera d'ingegneri ita-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Didimo69" />{{RigaIntestazione|12|SCHILLER|}}</noinclude>pòpoli quel fatto obbrobrioso. Mancavano forse archibugieri o carnèfici, che fosse necessario violare i più intimi nodi della civile fiducia, torcendo a strumento d'assassinio una medicina?<br>Certamente Don Carlo non era senza amici, o almeno senza partigiani; e molti in Ispagna gli dièdero denaro pe' suoi disegni. E Filippo dovette, per mezzo del ''Corregidore'', distoglier la città di Madrid dall'interporre offici in favor suo; e non gli lasciò avvicinar mai nessuno, fuorchè i suoi carcerieri, invigilati dal supremo fra tutti inesorabile Ruy Gomez prìncipe d'Èboli; e gli tenne l'uscio della stanza chiuso “''con lucchetto, notte e giorno''”; nè permise che in sei mesi lo visitassero la regina Isabella e la principessa Giovanna sua zia, le quali avevano implorato di ''fargli una vìsita per consolarlo''. E «diffidava talmente, che visse quasi schiavo; interruppe le sue gite al Pardo, all'Escuriale, ad Aranjuez; tènnesi serrato nelle sue stanze, ad ogni minimo rumore accorrendo alla finestra, per timore di tumulti, sospettando dei Fiamminghi e d'altri partigiani.» Tremenda pittura, che fa credere più esoso ai pòpoli il punitore che il punito! - E sìano grazie a Dio, che anco i potenti della terra non possano senza fiere angosce disciogliersi dalle leggi di natura.
Forse un giorno l'istoria scoprirà qualche documento che spanda maggior luce su quei tetri avvenimenti<ref>Ne furono infatti scoperti poi da {{AutoreCitato|François-Auguste Mignet|Mignet}}</ref>. Ma intanto fra gli scrittori che credono all'affetto di Carlo e d'Isabella, e quelli che non vi credono, l'opinione popolare penderà sempre verso i primi. E l'imaginazione, stringendo tempi e luoghi in un fascio, dimanderà che il poeta richiami a vita quella famiglia sciagurata che riempì di sangue e di làgrime tante famiglie e tante città; e dal silenzio del sepolcro tragga una volta ancora quelle voci di mortale odio e di funesto amore; e con potenti parole riveli quei secreti che amanti e nemici non dicono talvolta a sè stessi.
Sul cadere del sècolo scorso due poeti esposero sul teatro a due nazioni la trista istoria del re che potè uccidere un figlio<noinclude><references/></noinclude>
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{{A destra|'''Pittura.'''}}
* La città di Leida s'appresta a solennizzare il terzo centenario della anscita d'un suo figlio che la gloria eternò, il pittore {{AutoreCitato|Rembrandt|Rembrandt van Rijn}}: lo solennizza nel 1906, quantunque l'anno di nascita del Grande resti ancora molto dubbio che sia stato il 1606! In ogni modo, in qualche anno era dovere solennizzare la nascita: bene sia nel 1906.
* Al Congresso artistico internazionale tenuto testé a Venezia, il pittore tedesco {{AutoreCitato|Georg Fuchs|Giorgio Fuchs}} svolse una sua relazione sulla “ Modificazioni da apportarsi alla decorazione teatrale, affinché essa risponda pienamente delle esigenze artistiche moderne„. Egli propose il seguente ordine del giorno: “Il Congresso fa voti che gli artisti e gli amatori d'arte, come pure la stampa che di ciò s'interessa, promuovano una riforma del teatro e influiscano in questo senso degli architetti, pittori e decoratori moderni, esercitando speciali pressioni sui Governi chiamati a dirigere cose teatrali„. L'assemblea ha approvato unanimemente. Ordine del giorno bellissimo, ma che, per quanto riflette l'Italia, lascierà il tempo che trova; del resto, per ciò che riflette la scenografia, alcuni nostri pittori italiani hanno di già realizzato qualche progresso rilevante.
* Anche questa volta è ad uno straniero, ad un inglese, a Mr. Horne, che dobbiamo se un quadro di {{AutoreCitato|Alesso Baldovinetti|Alessio Baldovinetti}}, nascosto nei ripostigli di una parrocchia a Sant'Ambrogio a Firenze, ritorna alla luce. Si tratta dalla pala dal Baldovinetti dipinta appunto per la chiesa di San'Ambrogio e che fu sostituita dal celebre tabernacolo di {{AutoreCitato|Mino da Fiesole|Mino da Fiesole}}. Benché rovinata dal tempo, sono in essa bene conservati i volti dei Santi e della Vergine, che è di una dolcezza tale da rammentare le soavissime Madonne dell'Angelico e del Lippi.
* Il ''Figaro'' ha pubblicato un disegno, rappresentante la figura d'un ''Barbiere'', fatto da un acquerello dipinto dal re Carlo di Portogallo e da questi regalato all'aristocratico giornale parigino. Il ''Figaro'' ha scritto parole assai lusinghiere per il sovrano acquarellista, già ospite della Francia.
* Sette quadri illustrante la vita di {{Wl|Q83235|Nelson}} sono stati in questi ultimi giorni compiuti dal nostro connazionale {{AutoreCitato|Eduardo de Martino|Edoardo De Martino}}, che vi attendeva da 16 anni. Il 21 ottobre egli li ha concessi all'ammirazione del pubblico, aprendone un'Esposizione nel suo magnifico studio in St. John's Wood, a Londra.
* A Parigi, nella Galleria Petit, si è proceduto alla vendita per incanto dei quadri ed oggetti d'arte appartenenti a M. Cronier, suicidatosi. La prima seduta di questa vendita ha dato la formidabile cifra di 2,468.000 lire. Un quadro di {{AutoreCitato|Jean-Honoré Fragonard|Fragonard}}, ''Il biglietto dolce'', ha raggiunto la cifra di 420,000 lire, un altro, ''Volante'' di Harchin è stato venduto per 200,000 lire, un altro quadro, anche di {{AutoreCitato|Jean-Honoré Fragonard|Fragonard}}, ''La Lettrice'', per 182,000 lire. Dei moderni, quello che ha raggiunto la più alta cifra è stato Teodoro Roousseau, un quadro del quale è stato venduto per lire 140,500.
* A Citta di Castello per l'avvenuta vendita degli affreschi alla scuola di {{AutoreCitato|Raffaello Sanzio|Raffaello}}, che si trovano nel palazzo Vitelli alla Cannoniera, e che avrebbero dovuto essere trasportati a Firenze, nella cittadinanza erasi manifestato un palese malcontento. In seguito a ciò, l'acquirente, che è il pittore Elia Volpi, acquistò anche l'intero palazzo Vitelli e di tutto fece dono al Municipio, perchè adibisse il locale ad uso di Pinacoteca comunale.
* La Commissione del Museo di Anversa ha acquistato due opere di {{AutoreCitato|Jacob Jordaens|Jordaens}}: sono ''Meléagre'' ed ''Atlante'', quadri appartenenti ad un ricco amatore di Copenaghen, e ''Le Roi boit'', disegni appartenenti ad un altro amatore di München. Lo stesso Museo ha acquistato due ''Ritratti'' di Corneille De Vos.
* Nella chiesa di Casciata, presso Pelago, fu rubato un prezioso bassorilievo di {{AutoreCitato|Luca della Robbia|Luca dalla Robbia}}, che aveva la superficie di un metro e cinquanta centimetri e rappresentava la Madonna col Bambino e due figure di santi. Al bassorilievo si attribuisce un valore di circa 100,000 lire; fino ad oggi nulla si sa dei ladri, il che non è affatto straordinario.
{{A destra|'''Araldica.'''}}
* A Pistoia l'ispettore dei monumenti d'arte, l'avvocato P. Bacci, denunziava al tenente dei carabinieri Ademollo la vendita abusiva di stemmi antichi dei secoli XV e XVI del castello del Podestà dal Montale Agliana. L'autorità in seguito ad indagini ha potuto ritirare ad un signore di Prato tutti quegli stemmi, preziosi e rari documenti araldici.
* Jules Maurice alla Societé des Antiquères de France dimostra che il labaro di Costantino fu simile agli stendardi della cavalleria romana con l'aggiunta del solo monogramma nella parte superiore dell'asta reggente il pennone: ciò confermerebbe la descrizione di {{AutoreCitato|Eusebio di Cesarea|Eusebio }}in ''Vita Costantini''.
* {{AutoreCitato|Carlo Kunz|Carlo Kunz}} documenta e descrive i due sigilli vescovili di Nona appartenenti al Museo di Trieste — l'un d'essi spetta a Jacopo Bragandino, veneziano, che fu il centesimottavo vescovo di Nona (1463-1474) — l'altro sigillo spetta a vescovo Jacopo, dell'antica famiglia Divinic di Sebenico.
{{A destra|'''Poesia.'''}}
* S. M. la {{Wl|Q135631|regina Margherita}}, che già aveva acquistata la proprietà dei manoscritti e della biblioteca di {{AutoreCitato|Giosuè Carducci|Giosuè Carducci}}, ora ha ben voluto anche acquistare la casa dove da gran anni l'illustre poeta dimora a Bologna. Così manoscritti e biblioteca resteranno al posto preciso ove l'insegna poeta e letterato li tiene ora collocati.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.5em|IL PLUTO}}|}}</noinclude>{{poem t|c=ac|Pl.+ Nò. appartien à me se io entro ne la casa tua, non toglier niente, ma portarvi dentro, e riempirla.
Mo.+ Non ti lascierai sparger il capo?
Pl.+ Sì, dentro de la casa come si suole: ma fugiremmo volontieri questo carico: che non è il devere d’un precettore gettar fighi secchi ne altre gentilezze à spettatori, et indi moverne poi il riso.
Mo.+ Dici benissimo. eh questo hospite è lievato suso come per pigliar i fighi.}}
<noinclude>{{poem t|c=ac|Car.+ Come è dolce cosa ò huomini à farla felicemente, e pur quando niente escie fuor di casa. un montone di bene è venuto à casa nostra, e nanche havemo fatto ingiuria à nissuno. pur cosi arricchirsi è una cosa dolce. questa casa è ripiena de le bianche farine: queste botte sono piene di vin vermiglio, et il menomo d’ogni nostro vaso {{Ec|e|è}} pieno d’oro et d’argento, tal che è maraviglia assai. un pozzo gli è pien d’oglio: questi boccali, questi bussoli sono pieni d’unguentini, e tutto questo tavolato è carico de fighi secchi. ogni vaso d’aceto, ogni secchiello, ogni lavezzo è di metallo. e le scutelle ch’erano sporche e marze, e piatelli da pesce si vegono esser d’argento. questo camino è fatto d’avorio. noi servi giocamo à scudi d’oro. s’afforbimo non più con le pietre, con i sassi, ma homai}}</noinclude><noinclude>{{PieDiPagina|||''con''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||D’{{Type|l=0.5em|ARISTOFAN}}E.|21}}</noinclude>{{poem t|c=ac|{{Pt|con panni delicati.|Car.+ Come è dolce cosa ò huomini à farla felicemente, e pur quando niente escie fuor di casa. un montone di bene è venuto à casa nostra, e nanche havemo fatto ingiuria à nissuno. pur cosi arricchirsi è una cosa dolce. questa casa è ripiena de le bianche farine: queste botte sono piene di vin vermiglio, et il menomo d’ogni nostro vaso {{Ec|e|è}} pieno d’oro et d’argento, tal che è maraviglia assai. un pozzo gli è pien d’oglio: questi boccali, questi bussoli sono pieni d’unguentini, e tutto questo tavolato è carico de fighi secchi. ogni vaso d’aceto, ogni secchiello, ogni lavezzo è di metallo. e le scutelle ch’erano sporche e marze, e piatelli da pesce si vegono esser d’argento. questo camino è fatto d’avorio. noi servi giocamo à scudi d’oro. s’afforbimo non più con le pietre, con i sassi, ma homai con panni delicati.}} Adesso è dentro il signore, è incoronato: et sacrifica un porco, un becco, et un montone. Il fumo mi ha scacciato fuori, che non è possibile a starci, che mi abbrusciava le palpebre de gli ochij.
Huomo giusto.+4 Vien meco ragazzo che n’andiamo a’l dio.
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Giu.+ Son io un huomo di prima disgratiato: s’è mutata hormai (ma tardi) la mia sorte.
Car.+ Sei huomo da bene a’l mio parere.
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Giu.+ Voglio visitar il dio, che ver me dimostra gran bontade: che io ricevuta da mio padre assai facultà n’ho fatto partecipi i poveri miei amici, ciò imaginatomi dovermi esser utile al viver mio.
Car.+ La roba te hà prest’abbandonato.
Giu.+ Presto di certo.
Car.+ E ti ritrovi adesso povero?
Giu.+ Sì certamente. Io mi credea, che facendo bene à quelli che n’haveano bisogno, me gli dovesse far amici fideli, e costanti, acioche s’alcuna volta ne’l medesimo io fusse divenuto, che anchor loro potessero dar aiuto à me. elli m’hanno postergato, et non piu paiono che mi conoscano.}}<noinclude>{{PieDiPagina|||''Car.''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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{{Ct|f=110%|t=1|v=1|L= |CONSIGLIO COMUNALE DI ROMA}}
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{{Ct|f=100%|t=1|v=.1|L= |Art. 1.}}
« Il Consiglio comunale deve riunirsi due volte l’anno in sessione ordinaria.
«L’una nei mesi di marzo, aprile o maggio.
«L’altra nei mesi di settembre, ottobre o novembre.
« Può riunirsi straordinariamente, o per determinazione del Sindaco, ferme le disposizioni dell’art. 117 o per deliberazione della Giunta comunale, o per domanda d’una terza parte dei Consiglieri.
«La riunione del Consiglio deve aver luogo entro dieci giorni dalla deliberazione o dalla presentazione della domanda, salvo casi d’urgenza.
«In tutti i casi, il Sindaco deve partecipare al Prefetto il giorno e l’oggetto della<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" /></noinclude>{{nop}}
{{Ct|f=130%|t=3|v=1|L= |NUOVO REGOLAMENTO INTERNO}}
{{Ct|f=80%|t=1|v=1|L= |DEL}}
{{Ct|f=110%|t=1|v=1|L= |CONSIGLIO COMUNALE DI ROMA}}
{{Rule|8em|000|t=1|v=1}}
{{Ct|f=105%|t=1|v=1|L= |CAPO I.}}
{{Ct|f=95%|t=1|v=1|L= |'''Delle sessioni e delle convocazioni del Consiglio.'''}}
{{Rule|2em|000|t=1|v=1}}
{{Ct|f=100%|t=1|v=.1|L= |Art. 1.}}
« Il Consiglio comunale deve riunirsi due volte l’anno in sessione ordinaria.
«L’una nei mesi di marzo, aprile o maggio.
«L’altra nei mesi di settembre, ottobre o novembre.
« Può riunirsi straordinariamente, o per determinazione del Sindaco, ferme le disposizioni dell’art. 117 o per deliberazione della Giunta comunale, o per domanda d’una terza parte dei Consiglieri.
«La riunione del Consiglio deve aver luogo entro dieci giorni dalla deliberazione o dalla presentazione della domanda, salvo casi d’urgenza.
«In tutti i casi, il Sindaco deve partecipare al Prefetto il giorno e l’oggetto della<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|||5}}</noinclude>volte la maggioranza: dei Consiglieri presenti lo richiegga, ogni deliberazione può essere differita al giorno seguente.
«Altrettanto resta stabilito per gli elenchi di oggetti da trattarsi in aggiunta ad altri già inscritti nell’ordine del giorno di una determinata seduta».
(''Art. 104 della legge com. e prov. 10 Febbraio 1889'').
{{Ct|f=100%|t=1|v=1|L= |Art. 3}}
«Il Consiglio comunale non può deliberare se non interviene la metà del numero dei Consiglieri assegnati al Comune; però alla seconda convocazione, che avrà luogo in altro giorno, le deliberazioni sono valide qualunque sia il numero degli intervenuti.
«Anche la seconda convocazione deve esser fatta con avvisi scritti nei termini e nei modi indicati dall’art. 2 del presente regolamento».
(''Art. 112 della legge com. e prov. 10 Febbraio 1889 e art. 50 del regolamento per la esecuzione della legge stessa'').
{{nop}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione|{{smaller|80}}|{{Sc|l’illustratore fiorentino}}}}</noinclude>e malati e nel 1625 trasformò a carattere più moderno anche la chiesa che fino ad allora aveva conservato l’austera semplicità ’delle sue forme originarie.
La chiesa era abbastanza ampia e decorosa e aveva quattro altari, oltre a quello maggiore, che fondato circa il 1400 da Gabbriello Panciatichi, era passato dipoi sotto il patronato della famiglia Mini.
Il {{AutoreCitato|Francesco Bocchi|Bocchi}} nelle sue ''{{TestoAssente|Bellezze della città di Firenze}}'' dice che nella chiesa erano «alcune pitture molto vaghe».
Accenna fra le altre ad una Annunziata bellissima dipinta nel muro dal {{Wl|Q822982|Cavallini}}, alla tavola dell’altar maggiore raffigurante S. Basilio che discioglie un peccatore dal patto fatto coi demonio, a due tavole di {{Wl|Q956093|Iacopo Vignali}} rappresentanti S. Antonio e S. Caterina e ad un Crocifisso scolpito in sughero da {{Wl|Q748346|Simone Filarete}} (o piuttosto Ferrucci?).
La Congrega fu soppressa alla fine del XVIII secolo e la chiesa chiusa al culto servì ad altri usi, pur conservando esternamente il suo aspetto.
Nella casa che corrisponde sulla piazzetta di fianco alla chiesa e dove fu già la porta d’ingresso al Convento e poi air Ospizio, vedesi tuttora murato un tondo di terracotta invetriata dei Della Robbia nel quale la bianca colomba ad ali spiegate coi raggi che si partono dal<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 140 —|}}</noinclude><section begin="s1" />{{Pt|grafia|Bibliografia}} abbiamo dedicato alla raccolta del Jahier e Gui, e conoscerà il nostro pensiero su certa musica.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Centrato|'''ABRUZZI.'''}}
{{AutoreCitato|Francesco Paolo Michetti|Francesco Paolo Michetti}} co’ suoi quadri, {{AutoreCitato|Gabriele D'Annunzio|Gabriele D’Annunzio}} con le sue novelle, ci avevano mostrato una regione quanto mai ricca di colore locale da i forti contrasti, dalle tinte cariche, dalle passioni schiette ma violenti; paese in cui l’artista poteva ad ogni svolto di strada, in ogni porta aperta, nel gesto della contadina, nell’abito del paesano, nelle processioni, nei funerali, nel duello d’amore, ne’ tramonti come nell’aurore, alla fontana come nella rustica cucina o nella piccola chiesetta, trovare materia a’ suoi studi, alle sue meditazioni, alle sue fantasticherie, alle sue creazioni d'arte.
Io, che senza tener conto della raccolta fatta dal {{AutoreCitato|Francesco Paolo Tosti|Tosti}} con un mal gusto da non dirsi, a base di voci cantanti continuamente per terze, nè dell’uso più o meno felice fattone dal {{AutoreCitato|Alberto Franchetti|Franchetti}} nella sua ''Figlia di Jorio'' in cui i canti d’Abruzzo a quelli di Sicilia mescola, dico, che conoscendo le preziose melodie della raccolta del {{AutoreCitato|Gennaro Finamore|Finamore}} e la magnifica ninna-nanna dello studio sulla ''Berceuse'' dell’{{AutoreCitato|Ella Adaïewsky|Adaïewsky}}, di cui mi servirò, speravo potere<section end="s2" /><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 141 —|}}</noinclude>spigolare ne’ villaggi abruzzesi ancora qualche cosa di originale specie in proposito a strumenti pastorali; mi rivolsi ad un signore de’ luoghi per averne schiarimenti e non ne ottenni che una lavata di capo in cui erami fatto sapere che «gli Abruzzi sono contrade civili dove la musica è coltivata a preferenza delle altre contrade d’Italia e sono famose le bande abruzzesi continuamente vincitrici di concorsi».
Lascio da parte la civiltà, assolutamente fuori questione e la continuità delle vittorie bandistiche, ma riporto il brano perchè il lettore veda come non solo la etnofonia non sia tenuta in conto di materia di studio ma, dagli stessi indigeni, tenuta come cosa da ripudiare, come una rogna paesana.
È noto quanto fortemente contrasti l’energica protesta dell’egregio interpellato, fatta certo in buona fede, col comune chiamare abruzzesi tutti i suonatori di cornamusa; coll’affermazione di un amatore e raccoglitore di dati etnografici, il Maes, che nelle ''Curiosità romane'' asserisce piovere un tempo a Roma dall’Abruzzo e dalla Ciocciaria i pifferari, i quali si fermavano a fare la novena del Natale innanzi le imagini sacre poste nelle vie, offrendo così ai romani quelle scene tanto pittoresche mirabilmente ritratte dall’arte del {{AutoreCitato|Bartolomeo Pinelli|Pinelli}}; e in fine coll’esistenza, al museo istrumentale del Conservatorio di Bruxelles, di<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 131 —|}}</noinclude>intitolato ''La poesia del Lazio''. In esso sono figurati, in gruppo, lavoratori dormienti nudi, all’aperta aria de’ campi, vicino ai quali un po’ più in fondo, ed evanescente quasi visione, una giovinetta in atto di pizzicare le corde di una cetra par rendere più dolci i sogni degli stanchi dormienti col suono lieve del suo strumento. A me che non intesi allora e non intendo ora il significato del quadro, più giusto parrebbe chiamarlo fantasia che poesia del Lazio come all’artista piacque.
Ma se nel Lazio nudi non dormono all’aperto i lavoratori e non più vi risuona il suono della cetra da troppo lungo tempo caduta in polvere, ancora al canto, or non è molto, univa la sua voce il colascione rustico, emblema di improvvisatore e verseggiatore di strada, degenere figlio della olimpica cetra e della lira; come tuttora anche in grossi paesi e cittadelle intona ed allieta le paesane danze il rusticale zufolo di mazza in sugo o di canna, istoriato di primitivi disegni; come infine nelle ingenue novene del Natale ancora mormora sommessa le pastorali cantilene la cornamusa, cioè l’''atricularium'' o ''tibia ulricularis'' tanto diffusa presso i pastori dell’antica Roma. Ed io non dispero ancora che qualcuno non vi sia che mosso d’amore raccolga gli ultimi echi della evanescente canzone {{Pt|popola-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 132 —|}}</noinclude>{{Pt|na|popolana}} in modo più esauriente e scientificamente esatto di quanto finora non si sia fatto.
Sin ora dunque un vero e proprio studio sulla etnofonia laziale non c’è ma, come già dissi, solo tentativi di studi, ed in mancanza di meglio di questi ci serviremo.
{{Centrato|⁂}}
Il primo, credo, che delle melodie del popolo romano si sia occuppato e con una tal quale competenza, che in altri rami all’infuori dell’etnofonia, era grandissima, è {{AutoreCitato|Alessandro Parisotti|Alessandro Parisotti}} nome ben noto nel campo musicale. Di lui sono i due esempi che qui riporto (Tav. n. [[L'Anima_musicale_d'Italia/Lazio/M'affaccio_a_la_finestra|45]], [[L'Anima_musicale_d'Italia/Lazio/La_cas'è_bbassa|46]]).
Il primo, a mio giudizio, rimonta ad antichissima epoca, forse al primo periodo storico della musica. Potrebbe quindi risalire all’epoca greco-romana in cui la musica era già oggetto di studio e posta fra le scienze come fra le arti, ma in cui la musica dotta era per gli scienziati piuttosto campo di speculazioni teoriche che applicazioni pratiche, mentre la musica popolare aveva acquistato un sì notevole sviluppo nel campo vocale e strumentale da imporsi a tutta la musica dotta come in appresso, come sempre. Un così grande e maraviglioso sviluppo che ancora ne è traccia nelle odierne musiche campestri. Il canto in questione infatti ha tutti i caratteri della {{Pt|mu-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 133 —|}}</noinclude>{{Pt|sica|musica}} popolare maturata nel periodo neroniano, che è, checchè ne dicano gli storici che lo chiamano di decadenza, quello fra i primi periodi storici in cui la musica si sviluppò maggiormente conquistando le più raffinate sottigliezze tecniche che fosse possibile, e che per certi caratteri si riallaccia e si mostra stretto parente a quel canto del Maggio che ancora non è molto si cantava nell’Appennino Modenese e in quel di Pisa.
Il secondo tema è di una ninna-nanna, indi doppiamente prezioso; per la sua alta antichità e semplicità in cui si rivela schietto il carattere etnico e l’umano, per lo studio di comparazione con gli altri canti similari delle altre regioni d’Italia cui si presta benissimo. Canto melodioso e tranquillo con cui si sogliono addormentare i bambini cullandoli in seno e stando sopra una sedia posta fuor d’equilibrio. Le due lunghe fermate sopra quell’''o o o'', servono così bene ad indurre alla quiete del sonno o a calmare il pianto del bambino restio». Così il {{AutoreCitato|Alessandro Parisotti|Parisotti}} e tanto bene che a me nulla rimane aggiungervi.
{{Centrato|⁂}}
Mi è occorso spesso nei miei studi di parlare di musica involuta, di quella materia musicale che trovasi molte volte in germe, allo stato latente in certe forme della parlata popolare come<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 134 —|}}</noinclude>sarebbero ad esempio le grida de’ rivenditori, le voci chiedenti l’elemosina d’un pane o d’un soldino, certe vociate segnali di gruppi di persone che hanno da lavorare assieme ad un comune scopo come i pescatori che dalle varie barche, battento sull’acqua, tentano far concorrere i pesci in un dato punto, o come gli altrove citati battipali veneti.
A furia di ripetere e ripetere la stessa frase, il tono se n’accentua, i salti vocali diventano più decisamente suono, melodia, le richieste, le esclamazioni, le conclusioni si fissano in tante altre forme melodiche, modulazioni, cadenze, conclusioni. Quando poi la vociata è quella del poeta popolaresco, del cantafavole o cantastorie che narra le vicende di re Artù, di Rinaldo e della bella Angelica, o i miracoli della beatissima vergine di Lourdes di Pompei o di qualsivoglia altra vergine o martire, sia per le ragioni su esposte, sia per trattarsi di versi, che sono già musica di per sè, sia in fine per doverli declamare ad una moltitudine, la qual cosa consiglia al canto e non al grido che presto stanca e rende fioca la voce, allora prende la forma musicale in modo più evidente che in tutte le altre parlate. E tale cosa accade precisamente nelle declamazioni dei così detti improvvisatori di Roma. Ed il popolo questi germi musicali sviluppando ne trasse fuori una vera e propria {{Pt|melo-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 135 —|}}</noinclude>{{Pt|dia|melodia}} che il {{AutoreCitato|Alessandro Parisotti|Parisotti}}, trascrivendo, così commentò; «Questa melodia nata in Roma, vi si è mantenuta senza cambiamenti essenziali e si può affermare l’unica che rappresenti incorrotta l’espressione del popolo romano. Codesto canto è simile a quello che fanno gli improvvisatori detti a Roma ''poveti'' o meglio, i sonetti sono cantati dal popolo sulla melodia dei ''poveti''».
Proprio così; incorrotta, incorrottissima l'espressione musicale etnica del popolo romano perchè proviene dagli elementi musicali che si nascondono nella cicalata dialettale romana. Ma io rimando il lettore che ha voglia di conoscere questa melodia all’interessante studio del {{AutoreCitato|Alessandro Parisotti|Parisotti}}, e riporto invece il tono della parlata, che del resto differisce pochissimo dalla suddetta melodia, raccolta da {{AutoreCitato|Filippo Marchetti|Filippo Marchetti}} con quella finezza di artista che l’autore del Rui Blas non doveva smentire neppure nella raccolta dei canti del popolo ([[L'Anima_musicale_d'Italia/Lazio/Quanno_Noene_l'arca_frabbicò|Tav. n. 47]]).
Il {{AutoreCitato|Filippo Marchetti|Marchetti}} di questa melodia, nella sua raccolta, dice: «È quasi impossibile rendere interamente questo canto, specialmente nel ritmo. Precipitano, rallentano a seconda delle parole che improvvisano e della facilità che hanno nell’improvvisare. Allungano sempre il fa alla battuta 37; precipitano la battuta 40, quasi soddisfatti d’essersela cavata tanto bene».
«Queste ottave sono tolte da un improvviso<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 136 —|}}</noinclude>di due popolani di Trastevere. Tranne qualche racconcio di verseggiatura, esse serbano la loro integrità sia di concetto, sia di frase ed ortografia del vernacolo che i romaneschi mantengono più rigidamente nei canti estemporanei che nej ritornelli». Importantissima mi pare quest’ultima osservazione in quanto che essa riguarda un fatto strettamente connesso all’etnofonia.
Qualunque melodia passando da una regione ad un’altra, venendo cioè cantata con parole di un diverso dialetto perde della sua originale purezza per le concessioni di ritmo e di tono cui è costretta dal nuovo testo al quale è adattata. Più preziosa dunque la parlata dell’improvvisatore in quanto andando sposata al puro dialetto romanesco conservò intatta la prisca purità.
{{Centrato|⁂}}
Lo stornello romano ha non solo le forme generali dello stornello, ma, in pari tempo, cantato più in lingua che in pretto dialetto, prende caratteri più tosto di italianità che regionali e lo vediamo avvicinarsi ed assomigliare nell’andamento e persino nel motivo al ritornello toscano. Leggete, ad esempio, questo riportato dal Marchetti ([[L'Anima_musicale_d'Italia/Lazio/Fior_di_grispigni|Tav. n. 48]]).
Non è curioso che si veda spuntare il «Fior<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 137 —|}}</noinclude>di giaggiolo» in quasi tutti gli stornelli d’Italia fuorchè proprio in quello di Sicilia?
{{Centrato|⁂}}
Risalendo un po’ in sù, verso l’Umbria, lo stornello comincia da romanesco a trasformarsi in romagnolo nonostante la vicinanza della Toscana. Ma rimane sempre, nel tipo generale, romano. Questo trascritto dal Castelli ne è una prova ([[L'Anima_musicale_d'Italia/Lazio/Fior_di_viola|Tav. n. 49]]).
Per quanto mi dolga servirmi di melodie raccolte non da musicologi mi vedo costretto, scendendo in quel piccolo angolo del Lazio, chiuso fra il Molise la Campania, a riportarne un esempio del libro del Marsigliani (Vedi [[L'Anima_musicale_d'Italia/Lazio/Più_bella_sei|Tav. n. 50]]).
Il raccoglitore ne dice: «L’aria con la quale quei contadini cantano i rispetti e le serenate è quasi la stessa in tutte le città e terre della valle degli ernici e viene chiamata la ''paesana''. Io me lo feci trascrivere con le note musicali, insieme con l’accompagnamento della chitarra e del colascione, ed è quello che pubblico in fine del presente volume, acciocchè il lettore abbia conoscenza di quel canto monotono e melanconico, che ricorda, io credo, un tempo remotissimo. La melodia è nel suo insieme di carattere primitivo ma non nel senso storico. È semplice nel ritmo e nella linea melodica, le note si presentano tutte procedenti per grado {{Pt|con-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 138 —|}}</noinclude>{{Pt|giunto|congiunto}}, salvo fra la settima e l’ottava battuta in cui vi è un salto ma che in realtà non è altro, il lettore avrà già visto, che il ripigliare della nota prima, la più grave, da quella più alta già toccata nella quarta misura. Manca però non solo di caratteri preistorici e di quelli che potrebbero collocarsi nel primo o nel secondo periodo storico della musica in cui erano altre tonalità delle nostre diverse, ma manca anche di caratteri essenzialmente popolari per modo che si potrebbe dubitare essere piuttosto erba spuntata fra il selciato delle malsane vie cittadine che non fiore sbocciato negli assolati ed ubertosi campi.
Il Marsigliani dice a proposito dei molti testi da lui raccolti. «Ma ben pochi di questi canti dialettali rivestono propriamente una forma dialettale, il che fa credere sieno derivati da altre contrade d’Italia, e degli antichi poeti siciliani e di Toscana». E noi non possiamo che, soggiungere, riguardo alla musica di quella ora riportata, che se essa non è in alcun modo derivata da altre e tanto meno dalla siciliana di cui è lontanissima interiormente ed esteriormente, per spirito e per forma, ha però affinità fonetiche e morfologiche, mi si consenta la presa a prestito di questi vocaboli dal campo linguistico, con la melodia al popolo toscano gradita.
Quanto al ''colascione'' è lo strumento contadinesco che, a parodia di altri strumenti a corde<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 139 —|}}</noinclude>pizzicate, comparisce nel medio evo. Esso era composto di un tronco di fico scavato, nel quale, a mezzo rozzi cavicchi venivano tese alcune corde, fatte con budella di bue, che davano un suono come quello del contrabbasso pizzicato, e sostenevano la parte invariata di bordone. Usavasi il ''colascione'' ancora il secolo scorso nella Basilicata ove lo chiamavano ''lu colaioni''. E questo andare accompagnato da tale strumento ci indica a qual’epoca, approssimativamente, possa appartenere la melodia.
{{Centrato|⁂}}
Anche l’amatissimo amico prof. Giuseppe Radiciotti cercò, con fraterna premura, portarmi il contributo laziale da me richiestogli, e mi è caro dargliene pubblica attestazione di grazie; ma non essendogli stata possibile una felice scelta, dei tre temi favoritimi, tanta è la banalità, non ho il coraggio di riportarne che uno ([[L'Anima_musicale_d'Italia/Lazio/Il_mazzolin_di_fiori|Tav. n. 51]]).
Questo tema è stato raccolto anche dal Gui ma in altro ritmo e con alcune varianti melodiche ed io già l’avevo udito eseguire in sei ottavi, ma mi sono attenuto alla lezione del Radiciotti come l’unica che rispondesse al modo più comune di cantarla. Sprecata ogni indagine critica, superfluo persino ogni commento. Il lettore legga, se crede, le poche righe che nella {{Pt|Biblio-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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Nuovo regolamento interno del Consiglio comunale di Roma (1895)/Capo I
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{{Qualità|avz=100%|data=17 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Capo I|prec=../Frontespizio|succ=../Capo II}}
<pages index="Nuovo regolamento interno del Consiglio comunale di Roma (1895).pdf" from="2" to="4" />
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude>{{Ct|c=t2|5. DOMANDE AD AHURA MAZDAO INTORNO AL PERCHÈ<br>E ALL’ORIGINE DELLE COSE}}
<poem>
:1. A te questo chiegg’io, tu il ver rispondi
A me, Aura Mazda! — Di qual culto, o Mazda,
Onorarti dovrò? Cotesto, oh! dica
Un amico tuo pari ad un amico
Qual io mi sono. Per la tua benigna
Santità, deh! ci manda alcun soccorso.
Ed essa venga a noi con Vohumano.
:2. A te questo chiegg’io, tu il ver rispondi
A me, Aura Mazda! — Qual del Paradiso
L’origin fu? Chi questa e l’altra vita
Brama goder, come aitar si puote?
Per la sua santità santo di contro
L’uom reo, di tutti egli è la meta, amico
Mazda, all’un mondo protettore e all’altro.<ref>Al mondo spirituale e al materiale.</ref>
:3. A te questo chiegg’io, tu il ver rispondi
A me, Aura Mazda! — Chi fu padre a questo
Ordin del mondo da principio, e quale
Colui che il procreò? Chi diede al sole,
Chi alle stelle la via? Chi, per cui cresce
La luna e scema? Or io, Mazda, cotesto
Ed altro ancor da te saper desìo.
:4. A te questo chiegg’io. tu il ver rispondi
A me, Aura Mazda! — Chi sostien la terra
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 179 —|}}</noinclude>
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<poem>
E chi le nubi dal cader trattiene?
Chi le piante creò? chi l’acque? Ai venti
Chi fu che aggiunse ed alle nubi in alto
Velocità? Chi fu, Mazda, colui
Che un retto indusse e buono spirto in noi?<ref>L’istinto buono opposto a quello del male, ambedue innati nell’uomo. Da questo concetto si è svolto poi l’altro del dualismo, che informa tutta quanta la religione zoroastriana, tra il bene e il male, tra Ahura Mazdao e Anra Mainyu. Vedi l’Introduzione, II, 38.</ref>
:5. A te questo chiegg’io, tu il ver rispondi
A me, Aura Mazda! — Qual mai destro artefice
Creò la veglia e il sonno? E chi le aurore,
Le notti e il mezzodì? Chi procreava
Quei che alla legge medita il pensiero?<ref>Cioè che significhi, che voglia dire la legge divina. 11 passo è incertissimo e tradotto per congettura soltanto.</ref>
6. A te questo chiegg’io, tu il ver rispondi
A me, Aura Mazda! Proclamar vogl’io
Tutto cotesto, poi ch’è vero. — Accresce
Il senno adunque, per nostre opre egregie.
La nostra santità? Donasti adunque
Per buon consiglio a’ tuoi che ti son fidi,
La signoria, pei quali un dì creasti
La datrice di beni agil Giovenca?<ref>La Giovenca primeva già tante volte ricordata. Anche questo è un passo d’incertissima interpretazione.</ref>
:7. A te questo chiegg’io, tu il ver rispondi
A me, Aura Mazda! — Chi, di sua potestà,
L’alta saggezza procreò? Chi mai
Con sapïenza segno fea d’amore
Al genitor la prole? Io di cotesto
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 180 —|}}</noinclude>
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<poem>
Inchieditore a te ne vengo, o Mazda,
Santo spirto, fattor di tutte cose.
:8. A te questo chiegg’io, tu il ver rispondi
A me, Aura Mazda! — Poi che a me tu porgi,
Mazda, quelle onde sei donno e maestro
Dottrine sante, quali a te fûr chieste
Con mente pia ti favellando, quali
Ottima cosa, per la tua saggezza,
È al mondo dichiarar, dimmi quest’alma
Quando mai di cotesto avrà contento?
Quando avverrà ch’essa a cotesto aggiunga?
:9. A te questo chiegg’io, tu il ver rispondi
A me, Aura Mazda! — Di qual guisa mai
Pura insegnar poss’io quella tua pura
Dottrina che già un tale<ref>Forse Zarathustra stesso.</ref>, a te simìle.
Che guida fu ben sapïente, apprese
Solerte, o Mazda, alle contrade pure,
E con Asha frattanto e Vohumano
Solo un albergo ad abitar si stava?<ref>Forse metaforicamente per dire che questo maestro era intimo di Asha e di Vohumano.</ref>
:10. A te questo chiegg’io, tu il ver rispondi
A me, Aura Mazda! — Questa che ai mortali
Ottima è tua religïon, che gli esseri
Terreni tutti ad Asha insiem congiunta
Prospererà, d’Armaiti in qual mai guisa
Alle parole aggiungerà potèsta
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 181 —|}}</noinclude>
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<poem>
Veracemente?<ref>Armaiti, personificazione della sapienza. Genio femminile della terra.</ref>. O Mazda, a te si volge,
Quale un desìo, di me questo intelletto.
:11. A te questo chiegg’io, tu il ver rispondi
A me, Aura Mazda! — E quando fia che Armaiti
Vostra appo quelli adducasi venendo,
A cui, Mazda, la tua fu annunziata
Religïosa fè? Per te a cotesti
La insegnerò, mentre del malo spirto
Io gli altri tutti guarderò dall'odio.
:12. A te questo chiegg’io, tu il ver rispondi
A me, Aura Mazda! — E sarà pio colui?
Empio quello a cui parlo? A qual mai d'essi
L'uom reo si afferrerà, l’uom ch’è maligno?
Quel sì che 1' opre tue combatte e osteggia
Beneficanti? E perchè mai costui,
Non quello, si dirà tristo e malvagio?<ref>Incertezza del poter giudicare (?) se gli uomini meritano veramente o demeritano, se sono pii o empi. Vedi {{AutoreCitato|Dante Alighieri|Dante}}, ''Paradiso''.</ref>
:13. A te questo chiegg’io, tu il ver rispondi
A me, Aura Mazda! — Di qual guisa mai
Discaccerem di qui la mala Drugia,
E quelli darò a morte con l’accento
Di tua dottrina, e a loro, agli empi, a’ rei,
Possente colpo inferirò? Deh! come
Gl’ingannatori, o Mazda, a crudo affanno,
Ad esizio mortal dannar potrei?
:15. A te questo chiegg’io, tu il ver rispondi
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 182 —|}}</noinclude>
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<poem>
A me, Aura Mazda! — Se per Asha in questo
Ch’io domando<ref>Tutte queste domande ch’io ti ho fatte fino a questo punto.</ref>, hai poter, quando a contesa
Ambo verranno due immortali schiere,<ref>Schiere avverse (?) che si combatteranno, di empi e di buoni. Il testo qualifica le due schiere con una voce oscura che qui, con lo Spiegel e il Justi, si traduce per ''immortali''. Il Kossowiez traduce ''tacite'' (?). Secondo la tradizione dei Parsi, si tratterebbe dei buoni e degli empi, contrastantisi al tempo della resurrezione dei morti. Le due schiere sì direbbero immortali perchè composte di anime (?).</ref>
Per quelle in che tu insisti leggi tue,
O Mazda, delle due<ref>Delle due schiere.</ref>, quella a cui dare
Vorrai tu la vittoria, ove fia mai?
:16. A te questo chiegg’io, tu il ver rispondi
A me, Aura Mazda! — Qual sarà colui
Che con vittoria abbatterà quanti unque
Empi saranno?<ref>Chi sarà quel sire (il re Vistaspa, ovvero il Saoshyant?) che abbatterà gli empi?</ref> Chiaro a me tu questo
Sapïente dimostra, alto signore
Dell’un mondo e dell’altro. Oh! venga a lui
Con Vohumano Sraosa, qualunque,
Qualunque ei sia, che tu, Mazda, più brami!<ref>Venga da lui in aiuto Sraosha che pur tu desideri che aiuti ogni altra persona pia. Passo incertissimo.</ref>
:17. A te questo chiegg’io, tu il ver rispondi
A me, Aura Mazda! — Quando mai l’ufficio
Che da voi mi procede, ordine vostro,
Imprendere io potrò, sì che a me venga
Ciò che a voce dimando, in mia potèsta
Per ch’io resti conforme all’immortale
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 183 —|}}</noinclude>
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<poem>
E all’integro Principio<ref>I due Santi immortali (''Introduzione'', II. 26; così abbiam procurato
di tradurne i nomi) cioè Ameretat (immortalità) e Haurvatat (integrità).</ref> in quella guisa
Dottrinal che dell’Asha inclito è dono?
:18. A te questo chiegg’io, tu il ver rispondi
A me, Aura Mazda! — Quando mai cotesta
Mercede d’Asha avrò per grazia, dieci
Pregne puledre ed un cammel con esse,
Quali, per l'immortale e per l’intègro
Principio<ref>Vedi
la nota che precede.</ref> o Mazda, sian per me decreti,<ref>Dati a me per tuo decreto.</ref>
Quali a te poscia per offerta io doni?
:19. A te questo chiegg'io, tu il ver rispondi
A me, Aura Mazda! — Ove non dia cotesta
Mercede alcuno a chi pur n’ebbe il merto,
Quella mercè ch’uom dona a chi del vero
Favellando gli vien, qual fia la prima
Pena a colui di ciò ? Ben vedo intanto
La pena estrema qual sarà di lui!<ref>uale sarà, di quest’empio, la prima pena, cioè quella del
mondo presente? Quanto all' estrema, cioè quella del mondo di là,
io la so e la conosco.</ref>
:20. O Mazda, e quando mai giusto i demòni
Ebbero un reggimento?<ref>Accadde mai che, sotto il governo dei demoni o Devi, gli uomini
stessero bene? Non mai!</ref>. Io di cotesto
Fo a te dimanda per chi mai la pugna
S’ingaggerà con quelli onde<ref>Per opera dei quali.</ref> li sordi<ref>Sordi e, più sotto, ciechi in materia di fede.</ref>
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 184 —|}}</noinclude>
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<poem>
E gli empi abbandonâr già la primeva
Giovenca in man d’Aesma, onde in possanza
Crebbero poscia i ciechi. Oh! a prosperarli,
Asha, sui campi lor piova non scenda!<sup>nota</sup>
:(''Yasna'', XLIII).
‘ <ref>Strofa oscurissima, tradotta soltanto per congettura.</ref>
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t2|6. PREGHIERE, VOTI, BENEDIZIONI}}
<poem>
1 . Ampia e buona potèsta ed ogni sorte
Più disiata a quello Iddio concede,
A quel soltanto che ogni eletta cosa
Altrui donando va per Asha Or questa
Somma felicità, veracemente,
O Mazda, fa che a noi anche si effettui!
2. Questo a te chieggo in prima cosa, o Mazda.
Ed. Asha, a te; questo ch’è tuo, Armaiti,
Dimando a te, la potestà che viene
Da voi, d’ogni mio voto E tu con buona
Mente * buon frutto al pregar mio concedi.
^ <ref>Per rispetto ad Asha fa larghezza dei doni della terra.</ref>
^ <ref>Di fatto, in effetto.</ref>
^ <ref>Fa ch’io possa conseguire per voi il compimento d’ogni mio voto.</ref>
^ <ref>Ovvero: con Vohumano. personificazione della mente pia e
buona.</ref>
</poem><section end="s2" /><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 185 —|}}</noinclude>
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<poem>
E gli empi abbandonâr già la primeva
Giovenca in man d’Aesma, onde in possanza
Crebbero poscia i ciechi. Oh! a prosperarli,
Asha, sui campi lor piova non scenda!<ref>Strofa oscurissima, tradotta soltanto per congettura.</ref>
:(''Yasna'', XLIII).
‘
</poem>
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{{Ct|c=t2|6. PREGHIERE, VOTI, BENEDIZIONI}}
<poem>
:1 . Ampia e buona potèsta ed ogni sorte
Più disìata a quello Iddio concede,
A quel soltanto che ogni eletta cosa
Altrui donando va per Asha<ref>Per rispetto ad Asha fa larghezza dei doni della terra.</ref>. Or questa
Somma felicità, veracemente,<ref>Di fatto, in effetto.</ref>
O Mazda, fa che a noi anche si effettui!
:2. Questo a te chieggo in prima cosa, o Mazda.
Ed, Asha, a te; questo ch’è tuo, Armaiti,
Dimando a te, la potestà che viene
Da voi, d’ogni mio voto<ref>Fa ch’io possa conseguire per voi il compimento d’ogni mio voto.</ref>. E tu con buona
Mente<ref>Ovvero: con Vohumano. personificazione della mente pia e buona.</ref> buon frutto al pregar mio concedi.
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<poem>
E gli empi abbandonâr già la primeva
Giovenca in man d’Aesma, onde in possanza
Crebbero poscia i ciechi. Oh! a prosperarli,
Asha, sui campi lor piova non scenda!<ref>Strofa oscurissima, tradotta soltanto per congettura.</ref>
:(''Yasna'', XLIII).
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t2|6. PREGHIERE, VOTI, BENEDIZIONI}}
<poem>
:1. Ampia e buona potèsta ed ogni sorte
Più disìata a quello Iddio concede,
A quel soltanto che ogni eletta cosa
Altrui donando va per Asha<ref>Per rispetto ad Asha fa larghezza dei doni della terra.</ref>. Or questa
Somma felicità, veracemente,<ref>Di fatto, in effetto.</ref>
O Mazda, fa che a noi anche si effettui!
:2. Questo a te chieggo in prima cosa, o Mazda.
Ed, Asha, a te; questo ch’è tuo, Armaiti,
Dimando a te, la potestà che viene
Da voi, d’ogni mio voto<ref>Fa ch’io possa conseguire per voi il compimento d’ogni mio voto.</ref>. E tu con buona
Mente<ref>Ovvero: con Vohumano. personificazione della mente pia e buona.</ref> buon frutto al pregar mio concedi.
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<poem>
:3. Appo voi si raccolgono ascoltando
Quei che conforme all’opre vostre il regno,
Aura ed Asha, governano<ref>I principi, il re Vistaspa (?).</ref>, e quel detto
Che di sua lingua Vohumano apprese
Loro seguono intanto, ai quali primo
Tu, o Mazda, sei maestro e precettore.
:4. Ov’è pienezza di giustizia? e dove
Misericordia sta? Per qual mal via
A santità si viene, e dove è quella
Armaiti santa? Ov’è il miglior pensiero?
E dove, o Mazda, sono i regni tuoi?
:5. Tutto cotesto domandando viene
L’uom che i campi coltiva<ref>L’agricoltore, tanto stimato e reputato nella religione zoroastriana.</ref>, in tutte l’opre
Integro, pio, saggio di mente, ond’ei,
D’Asha per grazia, ottenga il viver suo,<ref>Cioè vita prospera e agiata e quieta.</ref>
Ei che giusto e possente a tutti annunzia
I mortali quaggiù retto un governo.<ref>Ovvero: sotto un duce, un principe, un moderatore.</ref>
:6. Quei che oltre il buono ciò ch’è meglio, dona,
È quei sì che conforme al suo desìo
Dona a lui<ref>All’uomo pio che governa secondo giustizia e a cui si fa cenno nella strofa che precede.</ref> sua potestà, ed è Aura Mazda.
Ma ciò ch’è peggio ei manda, oltre il cattivo,
A chi per lui non ben governa, al termine
Che del mondo sarà termine estremo.
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 186 —|}}</noinclude>
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<poem>
:7. Tu che creasti li bestiami e l’acque,
Le piante e l’immortale anima e tutto
L’ampio universo, dammi tu, santissimo
Spirto, Aura Mazda, e possa e vigorìa.
Con mente buona di tanto io ti prego!<ref>Ovvero: secondo la legge; altra interpretazione della voce dubbia (''çénhê'') del testo.</ref>
:8. Or per te, o Mazda, ben dirò le cose
Che ad uom saggio l’uom dice, e a chi è protervo
Qual male incolga! Io, me felice! intanto
A santità mi attengo. Ed è pur lieto
Chi ad uom saggio favella in sua dottrina.
:9. Quella che ai due pugnanti<ref>Gli uomini buoni, e gli empi, avversari fra loro nel mondo appunto perchè tali.</ref> arte donasti
Allor che, o Mazda, col tuo fuoco ardente
L’ostil ferro<ref>Detto in senso figurato o metaforico.</ref> hai disfatto, ora agli umani
Ridona, l’empio a rintuzzar, l’uom pio
E puro a ricolmar d’opre di bene.
:10. Ma l’uom che ordisce la mia morte, d’altro
Costume è ben dall’altro!<ref>È diverso dall’uom pio (?).</ref>. Ei si professa<ref>Con questo verbo ''professa'' si traduce per congettura una voce oscurissima (''hunustâ'') che altri prende per un nome proprio (?), altri traduce per ''favorisce'' (?).</ref>
Una, Aura Mazda, delle creature
Della Drugia, e son tanti! un degl’insani.
Or tu a me, prego, santità largisci,
Donami santità per la tua grazia!
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 187 —|}}</noinclude>
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Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/188
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude>
<poem>
:11. Qual uom del santo Zarathustra è amico?
Maestro, o puri, a voi chi fia? La santa
Armaiti ov’e? Qual uomo integro insegna
Ciò che grandezza a Vohumano acquista?
:12. Non questi due quel santo Zarathustra
Consolar ponno, l’impudico e il cieco,<ref>Cieco in materia di fede.</ref>
Di questa terra sul passaggio, poi
Che al mondo ei crebbe! Ed essi ambo si avanzano
Con empia forza ad assalirlo insieme.<ref>Altra strofa oscurissima. «La version pehlvie y voit autre chose, le refus de vètements et d’aliments pendant la durée de l’iver (?!)»
Così il De Harlez in una nota a questo passo.</ref>
:13. Ma dell’empio e del giusto e nota e vede
Tutto religïon, mentre affannosa
L’alma s’accosta dell’uom giusto e pio
Al raccogliente ponte manifesto,<ref>Il ponte Cinvant (cioè il raccoglitore) su cui passano le anime dei morti.</ref>
D’entrar vogliosa d’Asha nel sentiero
Per l’opre sue, pel dir della sua lingua.<ref>Per il merito di ciò che ha fatto e detto di bene nel mondo.</ref>
:14. Alle create cose oh! già non sono
Amici i sordi in opre<ref>In materia di fede.</ref>, e alla primeva
Natura<ref>Negano culto alla natura (?): alla Giovenca primeva (?).</ref> non procaccian l’alimento
Con lor dottrine e l’opre e le parole!
Ma della Drugia, alfine, alla dimora
Li menerà la lor stessa dottrina.
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 188 —|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude>
<poem>
:15. E quel premio che già dalle celesti
Possanze apprese Zarathustra: «Primo
Venirne incontro là, nel Paradiso,
Aura Mazda», per voi già fu decreto.
Con molto pro’, da Vohumano ed Asha.
:16. Or sapienza tal ch’è di grandezza
Regno e potestà, quale un dì sull' orme
Di Vohumano il santo escogitava
Aura Mazda, ottenea sire Vistaspa.<ref>Il re alla cui corte Zarathustra iniziò la sua predicazione.</ref>
Oh a noi, felici noi! si apprenda ancora!
:17. Di veder disiò quella a me cara
Persona<ref>Una figlia di Zarathustra.</ref> Frashaostra, egli de’ Hvovi.<ref>Nome d’una famiglia alla quale appartengono molti personaggi della leggenda di Zarathustra.</ref>
Deh! gli si dia, poi ch’ella è disïata,
In pro’ di nostra fede buona!<ref>Questo matrimonio di Frashaostra con la figlia di Zarathustra doveva favorire la propagazione della fede.</ref> Assai
È potente Aura Mazda. A lui pertanto
Andate<ref>Ovvero anche: gridate!</ref>, orsù! per accostarvi ad Asha.
:18. Questa scïenza, o Giamaspa de’ Hvovi,<ref>Uno dei personaggi della corte di Vistaspa che presto si convertì alla fede.</ref>
Ch’è splendor di desìo congiunto ad Asha,
Quelli scegliean per sè che la potestà
Di Vohumano han conosciuta. Questo
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 189 —|}}</noinclude>
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Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/190
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<poem>
Dammi, Aura Mazda, che a te pure è grato.
:19. O Maidyomaonha santo<ref>Zio di Zarathustra e uno dei suoi primi discepoli.</ref>, ad uom cotesto<ref>Cioè la scienza già invocata nella strofa antecedente.</ref>
Donar si dee che nostra fè ha ben nota
E al bene intende di quaggiù, che quelle
Leggi annunzio di Mazda, ottime invero
Ai vivi tutti di quaggiù per l’opre.
:20. Or voi tutti<ref>Cioè tutte voi, o Potestà celesti.</ref>, d’un’anima concordi,
Questo ci date inclito frutto, il santo
Costume d’Asha e le parole dette
Da Vohumano, onde Armaiti<ref>Cioè la scienza. Altrove, il Genio femminile della terra.</ref> s’acquista.
Voi, da noi venerati, ogni contento
Disïanti con noi sempre di Mazda.
:21. L’uom ch’è d’Armaiti<ref>Che possiede la scienza.</ref>,santo è nel pensiero
E nell’opre e nei detti. Oh! lui creava
Per la fede Aura Mazda, e il procreava
Accrescente con alma integra quella
Possanza e Santità che il mondo regge.<ref>''Che il mondo regge'', parole da me aggiunte per far meglio intendere
il pensiero.</ref>
Buona a lui, buona a lui purità invoco!
:22. Or, per chi mai nel sacrificio mio<ref>Celebrato da Zarathustra.</ref>
Per santità si stia la miglior parte,<ref>A chi tocchi, per merito e santità, la parte migliore dell’offerta.</ref>
Aura Mazda conosce. Ei sa chi furo
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 190 —|}}</noinclude>
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<poem>
E chi son elli <ref>Cioè i buoni, i pii, i fedeli.</ref>. Questi io con lor nomi
Celebrerò, questi verrò lodando.
:(''Yasna'', L, ovvero LI).
</poem>
{{Rule|8em|t=1|v=1}}<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 191 —|}}</noinclude>
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{{Ct|f=140%|v=1|IV. - DAGLI INNI (YASHT)}}
<section end="s1" /><section begin="s2" />
1 . INNO ALLA DEA DELLE ACQUE
<poem>
S’avanzò allora Zarathustra e disse :
Ardvi Sura Anahita (e tu da Mazda
Procedi creator), vieni, o leggiadra.
Deh! vieni, e del vigor sian dei puledri
Le candide tue braccia Oh! vieni, o bella.
Con rapido volar, rapida, santa.
Con braccia che vigore han dei puledri.
Così pensando nella mente tua :
li Or chi mi loda? e chi mi onora intanto
Di haoma * con le offerte e con le carni
Purificate, rituali? A quale
M’accosterò che a me s’accosti, e laudi
Porgami intanto, e a me, offerendo, pensi
Di sua mente benigna? n. — Or per il suo
Regai splendore venerarla io voglio ’
* Cioè le correnti delle acque.
- Il succo haoma dell'offerta sacrificale, già ricordato tante volte.
O Zarathustra, o il fedele invocante la benefica dea.
</poem>
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{{Ct|c=t2|1. INNO ALLA DEA DELLE ACQUE}}
<poem>
:S’avanzò allora Zarathustra e disse:
Ardvi Sura Anahita (e tu da Mazda
Procedi creator), vieni, o leggiadra.
Deh! vieni, e del vigor sian dei puledri
Le candide tue braccia Oh! vieni, o bella.
Con rapido volar, rapida, santa,
Con braccia che vigore han dei puledri,
Così pensando nella mente tua:
«Or chi mi loda? e chi mi onora intanto
Di haoma<sup>nota</sup> con le offerte e con le carni
Purificate, ritüali? A quale
M’accosterò che a me s’accosti, e laudi
Porgami intanto, e a me, offerendo, pensi
Di sua mente benigna?» n. — Or per il suo
Regai splendore venerarla io voglio ’
* Cioè le correnti delle acque.
- Il succo haoma dell’offerta sacrificale, già ricordato tante volte.
O Zarathustra, o il fedele invocante la benefica dea.
</poem>
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{{Ct|c=t2|1. INNO ALLA DEA DELLE ACQUE}}
<poem>
:S’avanzò allora Zarathustra e disse:
Ardvi Sura Anahita (e tu da Mazda
Procedi creator), vieni, o leggiadra.
Deh! vieni, e del vigor sian dei puledri
Le candide tue braccia<ref>Cioè le correnti delle acque.</ref>. Oh! vieni, o bella.
Con rapido volar, rapida, santa,
Con braccia che vigore han dei puledri,
Così pensando nella mente tua:
«Or chi mi loda? e chi mi onora intanto
Di haoma<ref>O Zarathustra, o il fedele invocante la benefica dea.</ref> con le offerte e con le carni
Purificate, ritüali? A quale
M’accosterò che a me s’accosti, e laudi
Porgami intanto, e a me, offerendo, pensi
Di sua mente benigna?». — Or per il suo
Regal splendore venerarla io voglio<ref>Il succo haoma dell’offerta sacrificale, già ricordato tante volte.</ref>
</poem>
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<poem>
Con risonante lode, io venerarla
Vo’ con laudabil lode, essa, la pura
Ardvi Sura Anahita. E vengo a lei
Con offerte. Oh! tu sii bene invocata,
Bene invocata, Ardvi Sura Anahita,
Con Haoma<ref>Il genio divino, Haoma, della pianta da cui si estrae il succo sacrificale.</ref> insieme, con le offerte carni,
Con le verbene<ref>Il fascio delle sacre verbene usate nel sacrifizio.</ref>, con gl’inni che saggia
Lingua già pronunciò, con l’opre e i detti,
Coi sacrifizi e con le fauste voci!
{{RigaPunteggiata|11|m=inline}}
:E lei per primo<ref>Tra tanti altri eroi e monarchi del tempo mitico ed eroico.</ref> adorava offerendo
Vafra Navaza<ref>Personaggio sconosciuto della mitologia iranica che, in forma di corvo o di gallo, aiutò il re Thraetaona (il re Fredun del ''Libro dei Re'', di Firdusi) in una impresa alla quale questo re lo aveva chiamato. Pare che nel ritorno smarrisse la via e che la Dea, da lui invocata. Io rimettesse sul buon sentiero.</ref> allor che ad alte grida
A sè il chiamò l’invitto e valoroso
Thraetaona. Ei la forma intanto assunse
Dell’augello ch’è il corvo, e poi tre giorni
E poi tre notti a ritornar si mosse
Vêr la sua casa. Non però scendendo
Giungere vi potè<ref>Volando per l’aria in forma d’augello, non poteva, pare, discendere a terra.</ref>. Per ch’egli allora
Anche avanzò fin che l’aurora bella
In ciel splendette. Al splender dell’aurora,
Ardvi Sura Anahita a invocar prese:
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 193 —|}}{{PieDiPagina|{{span|Zarathustra|sc}} — L’Avesta||13}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude>
<poem>
:Ardvi Sura Anahita, oh! vieni al mio
Pronto soccorso. Tu m’apporta aita.
Mille a te offerte con haoma e con carni,
Offerte pure, ritüali, presso
Le acque del Ranha<ref>Mitico fiume, detto nei Vgdi indiani, con nome corrispondente. Rasa, identificato poi geograficamente all'Arasse.</ref>, apporterò, s’io mai
Vivo la terra toccherò, creata
Da Aura Mazda, e vedrò la casa mia!
:Ardvi Sura Anahita accorse allora,
E aspetto avea di leggiadra fanciulla,
Forte, aitante, alto succinta, pura,
Splendida il volto, eretta, aureo cingente
Un dïadema, i piè calzati, fulgida.
Per le braccia ella il prese, e ratto e senza
Indugio allor fu sì che giù discese
Vafra Navaza rapido alla terra
Che Aura Mazda creò, verso la sua
Propria dimora, incolume, del corpo
Forte così come pur dianzi egli era.
{{RigaPunteggiata|11|m=inline}}
:Saggio, intanto, avveduto a lei dicea
Aura Mazda così : Deh! vieni e scendi,
Ardvi Sura Anahita, a questa terra
Che Aura Mazda creò, dalle tue stelle!
Te adoreranno i principi valenti,
Duci di regioni, e i figli ancora
Dei duci, e te richiederanno i forti
Eroi perchè lor dii possanza e gloria
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 194 —|}}</noinclude>
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<poem>
E veloci destrieri. E i sacerdoti
Memori, e quei che osservano le leggi.
Te pregheranno di grandezza, e te
Di sapïenza [e di vittoria, data
Da Aura Mazda, vincente, alto operante],<ref>Glossa stata aggiunta da qualche Interpolatore e qui messa tra parentesi quadre.</ref>
E le fanciulle nubili d’un saggio
Sposo te pregheranno, abile e forte
Sire alla casa; e te le incinte donne
D’un parto pregheran che sia felice.
Or tu, che il puoi, esaudi per cotesto,
Ardvi Sura Anahita, i supplicanti.
:O Zarathustra<ref>È Ahura Ma7dao che parla al suo profeta.</ref>, venne allora innanzi
Ardvi Sura Anahita, e discendea
Giù dagli astri alla terra che Aura Mazda
Un dì creò, dicendo: Ecco, signore
Te fece, [o santo Zarathustra,]<ref>Si badi al modo singolare di riferire i discorsi, onde s’intende che si è dovuto fare qualche interpolazione come questa tra le parentesi quadre.</ref> a questo
Terren mondo Aura Mazda. E me pur fece
Aura Mazda custode a tutto questo
Integro suo creato. Or però, in grazia
Del mio splendor, della mia possa, vanno
Armenti e bovi per la terra attorno
Ed uomini con essi. Io veramente
Tutti cotesti che Aura Mazda un tempo
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 195 —|}}</noinclude>
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<poem>
Vari beni creò, sì vo guardando
Come un armento che di paschi abbonda.<ref>Si notino le belle immagini primitive tolte alla vita pastorale.</ref>
{{Rp|13|m=inline}}
Per questa laude e questa offerta, adunque.
Per cotesto, deh! vieni e qui discendi,
Ardvi Sura Anahita, a questa terra
Che Aura Mazda creò, dalle tue stelle
Al sacerdote che ti adora e prega!
Vieni all’offerta che piena straripa,<ref>La sacra patera o coppa colma di succo sacrificale.</ref>
Vieni al soccorso di chi giusto e pio
Fa l’offerta, datrice al supplicante
D’alcuna grazia, perchè un giorno i forti
Tutti vengano a te correndo in fretta
Come già venne a te sire Vistaspa!
:(''Yasht'', V, 7-9: 61-65: 85-89: 132).
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t2|2. INNO AL SOLE}}
<poem>
:Adoriam questo sol, chiaro, immortale.
Dai veloci destrieri! — Allor che il sole
Arde nel suo fulgor, quando in sua luce
Ei splende, tutti, a cento, a mille, sorgono
Gli spiriti celesti, e quella attorno
</poem><section end="s2" /><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 196 —|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude>
<poem>
Luce recando vanno e quella spandono,
E quella luce donano per questa
Terra che fe’ Aura Mazda, in incremento
D’ogni esistenza pura, in incremento
Dei puri corpi, del sole immortale
Dai veloci destrieri in incremento.
:Come si leva il sol, pura ei la terra
Fa che Mazda creò, le acque scorrenti,
Le acque dei fonti egli fa pure, e l’acque
Anche dei laghi e de’ paduli, e tutte
Le cose sante cui creava un tempo
Il santo Spirto. Che se questo sole
Mai non spuntasse, i Devi tutti attorno,
Quanti pur sono, darien morte, in sette
Climi alla terra, a ogni vivente cosa,
Nè qui, nel mondo corporal, gli spirti
Celesti forza avrìan della Pairika
A ributtar gli assalti. Or, quei che il sole
Dai veloci destrier, chiaro, immortale.
Viene adorando e le tenèbre oppugna
E oppugna i Devi figli alle tenèbre,
E i ladri e i vïolenti e i maghi oppugna,
E le Pairike e il creator de’ mali
Tutti, di morte apportator, costui
Mazda e venera e adora, e i Santi adora,
Immortali con esso e l’alma sua,
E a sè rende propizio ogni celeste
Spirto ed ogni terreno allor che il sole
Dai veloci cavalli egli si adori,
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 197 —|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude><section begin="s1" />
<poem>
Immorlal, radïante. Anche vogl’io
Mithra<ref>Vedi l’inno a Mithra più avanti.</ref> adorar dai lati paschi, lui
Che tutto ascolta e vede! Anche la clava
Adorar vo’, la clava alto cadente
Di lui dai lati pascoli, e con esso
Adorar vo’ quell’amistà, l’eletta
D’ogni amistà, che va tra luna e sole!
:(''Yasht'', VI, 1-5).
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t2|3. INNO ALLA LUNA}}
<poem>
:Ad Aura Mazda lode e agl’immortali
Santi, e lode alla luna! A lei che i semi
Serba de’ greggi<ref>Concetto prettamente zoroastrlano, come pare, di cui non si conosce bene la ragione o il significato.</ref>, lode, allor che in cielo
SI mostra; lode, allor ch’è vista! In quanti
Giorni ella cresce, in quanti scema? In cinque
E dieci dì cresce la luna, e in cinque
E dieci dì ella scema. Or, quale appunto
È il crescer suo, tale il scemarsi; e quale
È il suo scemar, tale è pur sempre il crescere.
:Però la luna adorerem che serba
</poem><section end="s2" /><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 198 —|}}</noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude>
<poem>
Dei greggi i semi, pura, e d’ogni pura
Opra regina! Ed io frattanto ad essa
Vo, quando splende, per mirarla, e ad essa
Vo, quando splende, a contemplarla. E stanno
Intorno a lei tutti i Santi immortali,
Fulgido il nimbo<ref>L’aureola che cinge il capo degli Esseri divini e dei monarchi
del tempo epico ed eroico, segno della maestà reale. Vedi più
avanti il ''Yasht'' XIX.</ref> ne serbando, e stanno
Intorno a lei tutti i Santi immortali,
Sovra la terra, che Mazda creava,
Spandendone la luce. Allor che in alto
Splende la luce della luna, al scendere
Delle rugiade la verzura cresce
Delle auree piante per la terra intorno,
E la luna ora è nuova ed ora è colma,
E interluni vi sono. Or noi la luna
Pura adoriam quand' è novella, a tutte
Pure cose regina. Anche adoriamo
La pura luna quand’è colma, a tutte
Pure cose regina, e l'interlunio
Anche di lei, di tutte pure cose
Regina, adorerem puro interlunio!
:Oh! ch’ io possa adorarla! Essa de’ greggi
1 semi accoglie ed è lucente e diva,
Chiara, datrice di rugiada e luce,
Splendida, errante, ultrapossente, ricca,
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 199 —|}}</noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude>
<poem>
Spande grazie e favori, e di virenti
Erbe veste il terren, diva, di beni
Al mortal donatrice e di salute.
(''Yasht'', VII, 1-5).
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t2|4. COMBATTIMENTO DI TISTRYA (SIRIO)<br>COL DEMONE APAOSHA<ref>Vedi l’''Introduzione'', II, 32.</ref>}}
<poem>
S' avanza allora, o santo Zarathustra,
Sirio lucente e maestoso, e al lago
Vourukasha si tragge, e aspetto reca
D’un destrier bello, candido, che d’oro
Ha orecchi e d’oro una gualdrappa. Ed ecco
Incontro a lui sobbalzasi il demone
Apaosha in giù correndo, e aspetto reca
D’un calvo destrier bruno. Esso pur calvo,
Calvi ha gli orecchi e calvo il dorso e calva
la coda, e di sciagura inusti i segni.
:Scendono ambo a pugnar d’un moto istesso
Fulgente Sirio e maestoso e il dèmone
Apaosha. Per tre giorni egli combattono,
O Zarathustra santo, e per tre notti,
Fin che il demone Apaosha lui vince
Di possa, fin che il supera vincendo,
Lui, che Sirio è fulgente e maestoso,
E di là il scaccia via, lungi dal lago
Di Vourukasha, tutto per il tratto
</poem><section end="s2" /><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 200 —|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude>
<poem>
Lungo d'un hathra<ref>Misura di distanza di cui non si conosce il valore, come si è
già notato.</ref>. Ed ei la sua sconfitta,
Ed ei confessa la disfatta sua,
Sirio fulgente e maestoso : Oh! data
Fu a me. Aura Mazda, una sconfitta! Data
M’è una disfatta, o piante ed acque, o fede
Di Mazda!<ref>Annunzia alle acque e alle piante la sua sconfitta, perchè e
datore di pioggie con le quali vivifica i campi e le piante. Vedi
avanti.</ref>. Non mi onorano i mortali
Ora d’un inno in cui suoni il mio nome,
Come pur gli altri Geni<ref>Gli altri Yazata o Geni buoni. Vedi l'Introduzione. II. 27.</ref> onoran essi
D’un inno con lor nome. Oh! se i mortali
D’un inno mi onorassero in che il mio
Nome s’udisse come onoran essi
Gli altri Geni con inni al loro nome,
Io per me stesso di dieci cavalli
La forza piglierei, di dieci bovi
E di dieci cammelli, e di dieci acque
Scorrenti la virtù, di dieci monti.
:A Sirio, allora, maestoso e fulgido,
Io, che Aura Mazda son, porgo col suo
Nome adorando un inno, e gli do forza
Di dieci bovi e di dieci cavalli
E di dieci cammelli, e di dieci acque
Scorrenti la virtù, di dieci monti.
:S’avanza allora, o santo Zarathustra,
Sirio lucente e maestoso, e al lago
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 201 —|}}</noinclude>
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Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/202
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude>
<poem>
Vourukasha si tragge, e aspetto reca
D’un destrier bello, candido, che d’oro
Ha orecchi e d’oro una gualdrappa. Ed ecco
Incontro a lui sobbalzasi il demone
Apaosha in pù correndo, e aspetto reca
D’un calvo destrier bruno. Esso pur calvo.
Calvi ha gli orecchi e calvo il dorso e calva
La coda, e di sciagura inusti i segni.
:Scendono ambo a pugnar d’un moto istesso
Fulgente Sirio e maestoso e il dèmone
Apaosha. O santo Zarathustra, ei pugnano
Del pomeriggio in fino all’ora, e vince
Costui di possa e il supera vincendo
Sirio splendente e maestoso, lui,
Lui Apaosha demone. Indi pel tratto
Lo scaccia via, dal lago Vourukasha,
D’un hathra, e intanto la vittoria sua
Proclama Sirio maestoso e fulgido.
Aura Mazda! gridando, a me salute!
Salute, o acque, o piante, o fè di Mazda!
A voi salute, o regïoni!<ref>Regioni ariane o iraniche.</ref>. Or vengano,
Vengano d’acque a voi, non contrastate,
Le correnti sui campi che di grano
Copia non hanno<ref>Secondo altri, che hanno gran copia di grano.</ref>, a pro’ di quanti sono
Corporati viventi in su la terra.
:S’avanza allora, o santo Zarathustra,
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 202 —|}}</noinclude>
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Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/203
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<poem>
Agita Sirio il lago, indi l’acqueta;
Solleva il lago, indi l’appiana, e intanto
S’agitan tutte al lago Vourukasha
Le spiagge intorno, e se n’agita ancora
La parte mediana. Ecco! si leva
Sirio di là fulgente e maestoso,
Di là dal lago Vourukasha, e levasi
Di là pur anco Satavaesa<ref>Nome d’una stella (la stella della sera? Espero?) che viene in aiuto di Sirio.</ref>, ed ecco
Agglomerarsi i nuvoli dal monte
D’Hindva che stassi in mezzo al lago. Allora
Sirio i vapori limpidi, le nubi
Che formano, sospinge, e un vento ei primo
Adduce per le vie per cui cammina
Haoma, di vita accrescitore, augusto,
Onde poscia, di là, gagliardo un vento
Spira, da Mazda procreato, e mena
Grandine e pioggia e nubi alle diverse
Regïoni e città, sul sette climi.
:O Zarathustra santo, ora quelle acque,
Concesse alle contrade, attorno in questo
Mondo terreno a dispartir si muove
Apam-napàt<ref>Mitica divinità delle acque. Vedi l’Introduzione, II, 29.</ref>, e impetuoso un vento
Le spartisce, e con esso la celata
Luce nelle acque<ref>La folgore e il lampo celato nella nube acquosa e temporalesca.</ref>, ed a spartirle vanno
Dei pii mortali le Fravàshi intente.
(''Yashi'', VIII, 20-34).
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 203 —|}}</noinclude>
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<poem>
5. INNO A MITHRA
Ecco! veloci palafreni il sire
Mithra dai vasti paschi a quelli tutti
Dona che noi ripudiano, e diritta
Dona il Fuoco la via, figlio di Mazda,
A tutti quei che Mithra non ripudiano.
A tutti quei che non ripudian Mithra.
De’ giusti e puri, vigorose e buone.
Le pie Fravàshi donan genuina
La discendenza. Ed or, per la sua gloria
E il suo splendor, vogl’io con una laude
Che alto risuoni, venerar lui, sire
Di vasti paschi. E noi sì ronoriamo
D'offerte, lui dai vasti paschi, lui
Fonte di g^ioia all'arie regioni ‘
E di felicità. Deh! ch’egli venga
In nostro aiuto e a nostra gioia, e venga
Al conforto di noi, venga le nostre
Peccata a cancellar! Salute a noi
Apporti anche e vittoria, e buono stato
Anche ci doni e a purità ci adduca.
Tremendo egli è, signor di vasti paschi,
Mithra. degno di laude, impetuoso.
Degno d’offerta, e niun per tutto il mondo
Visibil di quaggiù può fargli inganno.
^ Vedi Vlniroduzione^ 11, 30.
^ Le regioni del paese ario o iranico.
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 204 —|}}</noinclude>
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{{Ct|c=t2|5. INNO A MITHRA<ref>Vedi l’''Introduzione'', II, 30.</ref>}}
<poem>
:Ecco! veloci palafreni il sire
Mithra dai vasti paschi a quelli tutti
Dona che noi ripudiano, e diritta
Dona il Fuoco la via, figlio di Mazda,
A tutti quei che Mithra non ripudiano,
A tutti quei che non ripudian Mithra,
De’ giusti e puri, vigorose e buone,
Le pie Fravàshi donan genuina
La discendenza. Ed or, per la sua gloria
E il suo splendor, vogl’io con una laude
Che alto risuoni, venerar lui, sire
Di vasti paschi. E noi sì l’onoriamo
D’offerte, lui dai vasti paschi, lui
Fonte di gioia all’arie regïoni<ref>Le regioni del paese ario o iranico.</ref>
E di felicità. Deh! ch’egli venga
In nostro aiuto e a nostra gioia, e venga
Al conforto di noi, venga le nostre
Peccata a cancellar! Salute a noi
Apporti anche e vittoria, e buono stato
Anche ci doni e a purità ci adduca.
Tremendo egli è, signor di vasti paschi,
Mithra. degno di laude, impetüoso,
Degno d’offerta, e niun per tutto il mondo
Visibil di quaggiù può fargli inganno.
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 204 —|}}</noinclude>
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<poem>
:Ora vogl’io cotesto oltrapotente
Genio gagliardo, alle create cose
Proficuo, Mithra, onorar con offerte,
Chè a lui verronne con preghiere e laudi;
Lui dai pascoli vasti con un inno
Adorerò che alto risuoni. Oh! Mithra,
Fonte di gioia all’arie regïoni
E di felicità, dai vasti paschi,
Onorerem d’offerte. Egli pertanto
Da noi si adori, lui, ch’è onniveggente,
Onniaudïente, socievol, verace,
Dai paschi spazïosi, inclito e bellamente
formato, dall’ampie vedette,
Vigile, insonne eroe! Lui già, movendo
Fin da Arezàhi<ref>Nome d’uno dei sette climi o regioni in cui, secondo 1'Avesta, è divisa la terra.</ref>, venerar li prenci
Di questa e quella regïon scendendo
Contro il nemico stuol, contro le schiere
Insiem raccolte, allor che per l’acquisto
Si pugnava di regni. Or, dalla parte
Onde primi adorando elli venièno,
Piena l’alma di fede e con devota
La mente e il cor, da quella anche venìa
Mithra balzando, il sir dai vasti paschi,
E dator di vittoria avea con seco
Un nembo, e l’imprecar dentro la mente.<ref>L'imprecar contro i nemici (?). Passo oscuro e variamente inteso. Il Kossowicz traduce: ''cum (terribili) sapientiae simulacro'' (?).</ref>
Per la sua gloria e il suo splendor, vogl’io
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 205 —|}}</noinclude>
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<poem>
Mithra adorar dai vasti paschi, lui
Con un inno adorar che alto risuoni!
:Mithra adoriam dai vasti paschi! Lui,
Vigor chiedendo ai palafreni e ai corpi
Salute e forza, adorano i curuli
Guerrieri, alti sul dorso de’ cavalli,
E pieno degli avversi lo sterminio
Gli domandano, e piena la sconfitta
Dei nemici, e degli emuli, in lor foga
Impetuosi, avversi, ampia la strage.
:Per la sua gloria e il suo splendor, vogl’io
Mithra adorar dai vasti paschi, lui
Con un inno adorar che alto risuoni!
:Mithra adoriam dai vasti paschi! Primo
Celeste Genio, il monte Hara egli ascende
Dinanzi al Sol dai veloci cavalli,
Immortal Sole. Primo egli, aitante.
Tutto coverto d’or, le alture amene
Sale del monte, donde poi contempla
Tutta col guardo suo l’ariaca terra
Propizïando. E nell’ariaca terra
Duci son valorosi, ampie falangi
Intesi ad ordinar. E vi son monti
Alti, con molti paschi, e irrigui sono,
Ed hanno fonti, li bestiami e i greggi
Ad allevar. Profondi laghi ed ampie
Acque vi son, vi son correnti vaste
Quali fluenti scendon fino ai monti
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 206 —|}}</noinclude>
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<poem>
D’iskata e di Pouruta ed oltre ancora.<ref>Con questo : ''oltre ancora'', ho inteso di sottintendere o di rappresentare dodici nomi propri geografici, irriducibili, tanto sono di forma strana, allo schema del verso italiano.</ref>
{{rp|13|m=inline}}
:Mithra adoriam, suvvia! dai molti paschi,
Dal verace parlar, dal core amico,
Ben conformato, che ode tutto e ascolta.
Che tutto vede, altissimo, dall’ampie
Vedette, insonne, vigile e gagliardo,
Punitor delle colpe! Egli una schiera
E procacciasi e adunasi, ed ha mille
E mille potestà, signoreggiante,
Dominante, onnisciente. Egli la pugna
Forte sospinge, là, nelle battaglie,
Forte resiste, e resistendo forte
Nelle battaglie, le inimiche schiere
Tutte disperde. Vanno scompigliate
Ambe allor dell’esercito nemico
L’ali, quando è sospinto alla battaglia,
E dell’oste barbarica la media
Turba ei riempie di terror. Sgomento
E spavento, ei che il può, dentro vi spande;
Di lor che lo ripudiano, le teste
Abbatte al suol, di lor che lo ripudiano,
Lunge i capi disperde. Oh! desolate
Son le dimore, diserte di figli,
Squallide, dove ad abitar si stanno
Quei che Mithra ripudiano, protervi,
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 207 —|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude>
<poem>
Di santità nemici: e tortüoso
Segue e triste sentiero ogni giovenca
Dall’unghia ossuta là, nelle contrade
Di chi Mithra rinnega. Essa, di tali
Empi al carro aggiogata, assai di lagrime
Bagnata il muso, là si arresta; e i dardi
Pennuti di costor, ben che da un arco
Ch’è ben teso scagliati, anche sospinti
Via dalla corda, fendon l’etra invano
Quando adirato, in suo corruccio, in nulla
Propizïato, possessor di vasti
Pascoli, Mithra a’ suoi nemici avventasi,
E l’aste lor, benchè battute, aguzze,
Di lunga punta, via dalle lor braccia
Forte scagliate, fendon l’etra invano
Quando adirato, in suo corruccio, in nulla
Propizïato, possessor di vasti
Pascoli, Mithra a’ suoi nemici avventasi.
Lor fionde a lanciar pietre, ove scagliate
Sian da lor braccia, fendon l’etra invano
Quando adirato, in suo corruccio, in nulla
Propizïato, possessor di vasti
Paschi, Mithra s’avventi. E le lor clave.
Ben che forte la testa dei mortali
Volte a colpir, fendono l’etra invano
Quando adirato, in suo corruccio, in nulla
Propiziato, possessor di vasti
Pascoli, Mithra a’ suoi nemici avventasi.
{{rp|13|m=inline}}
:Or tu, Mithra, proteggi le contrade
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 208 —|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude>
<poem>
Che a te, dai vasti pascoli, le offerte
Recan buone, tu sì, che le ribelli
Terre vai devastando. Al mio soccorso
Io ti chiamo e t’invoco. Oh! venga a noi
Al nostro aiuto il sir di regïoni,
Splèndido Mithra. Ei, degno assai di lodi
E d’inni, venga, impetüoso e forte!
{{Rp|13|m=inline}}
:Mithra adoriam dai vasti paschi allora
Che avanzando la terra ampia egli cinge
Poi che il sol tramontò<ref>In questa parte dell’inno, Mithra è considerato come dio della luce crepuscolare vespertina.</ref>. Così alla terra,
Rotonda e vasta e dai remoti lembi,
Questo confin rasenta e quello, e tutto
Vede ciò, intanto, ch’è tra cielo e terra.
A cento nodi, a cento nocchi, in pugno
Stringe una clava impetüosa, quale
Gli eroi atterra, di metallo biondo,
Fusa, d’aureo metal, forte, compatto,
Di tutte l’armi la più forte, l’arma
Più datrice tra l’altre di vittoria.
{{Rp|13|m=inline}}
:Trema Anra Mainyu a lui dinanzi, quello
Ch’è pien di morte, e trema innanzi a lui
Aesma tristo, tutto reo. Busyasta
Che ha lunghe mani, trema a lui dinanzi,
E tutti innanzi a lui tremano i Devi,
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 209 —|}}
{{PieDiPagina|{{span|Zarathustra|sc}} — L’Avesta||14}}</noinclude>
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<poem>
E quei dell’aria e quei malvagi e rei
Che del Varena sono<ref>Non si sa bene che sia il Varena. Forse una regione mitica.</ref>. Oh! non sia mai
Che vadasi per noi di Mithra irato,
Dai vasti paschi, ad affrontar la possa!
Oh! non sia mai che irato ei ci percuota
Mithra dai vasti paschi, egli, il più forte
Dei Geni, il più valente, il più aitante
Dei Geni tutti, d’essi il più veloce.
Che alla terra s’attien quale il più invitto
De’ Geni, di gran pascoli signore.
:Mithra adunque adoriam dai vasti pascoli,
Vigile, insonne! Tremano gli aerei
Devi dinanzi a lui, tremano i Devi
Malvagi e tristi del Varena; e intanto
Ei sì, dai vasti pascoli, signore
Di regïoni, da man destra avventasi
Di questa terra ch’è rotonda e vasta,
Che ha lontani confini. A lui da dritta
Sraosa buono procede, e a lui da manca
Rasnu grande e possente<ref>Genio della rettitudine; uno dei Geni minori.</ref>, e avanzan tutte
Al fianco suo le piante e le acque tutte
E degli uomini pii quante pur sono
Fravashi seco. Ed egli, di gran possa.
Sempre le frecce sue, di penne adorne,
Scaglia sui Devi, e allor che là discende
Carreggiando ove son le regïoni
Dei nemici di Mithra, egli pel primo
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 210 —|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude>
<poem>
Su cavalli ed eroi sferra la clava,
A questi e a quelli di sgomento il core,
Ai combattenti e a’ lor cavalli, ingombra.
:Mitbra adoriam dai candidi cavalli,
Dall’arma aguzza e lunga! Agili sono
Le frecce sue, di lui, guerrier curule,
Di gran virtù, lungi veggente. Lui
Aura Mazda creò custode e vindice,
Tutto del terren mondo ad incremento,
Ed ei, del terren mondo ad incremento,
È vindice e custode, egli cbe insonne,
Nella sua veglia, di Mazda protegge
Le creature, cbe di Mazda, insonne,
Le creature in suo vegliar difende.
:Mithra adoriam dai vasti paschi! Lunghe
Tende le braccia, e col vigor di Mithra<ref>Cioè di lui soltanto.</ref>
Quant'è a Levante d'Indo e prende e occupa,
E quant’è in basso ad Occidente<ref>Il passo è incerto e oscuro. La Ranha. fiume mitico ricordato di sopra anche in altra nota.</ref>, e quelle
Lande ancor della Ranha, e quanto è al medio
Punto di questa terra. Or dunque, o Mithra,
Stendi, suvvia! le braccia e tutto invadi!
L’uom di rea luce che giustizia offende,
Cagion di doglia è al mondo. Ei così pensa,
L’uom di rea luce : Non ogni opra trista.
Non ogni detto menzognero, in sua
Scïenza inetta, Mithra e vede e scorge! —
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 211 —|}}</noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude>
<poem>
:Ora in mia mente io vo pensando : Tante
L'uom di quaggiù, centuplicando in forza,
Cose triste non può formar pensando,
Quante, in sua forza, di buone ed elette
Mithra celeste ne ripensa. Tante
L’uom di quaggiù, centuplicando in forza,
Triste parole a pronunciar non vale,
Quante, in sua forza, di buone ed elette
Mithra celeste ne pronuncia. Tante
L'uom quaggiù, centuplicando in forza,
Opre compier non può proterve e ree,
Quante, in sua forza, di buone ed elette
Mithra celeste ne fa e compie<ref>Mithra da solo fa, pensa e dice del bene più che un uomo, centuplicando le sue forze, può pensare e dire e fare del male.</ref>. Oh! quella
Sapïenza divina, anche se cento
Volte cresciuta, all’uom terreno tanto
Servir non può quanto al celeste Mithra,
Divina, serve! E l’uom terreno, a cento
Crescendo in forza, tanto udir non puote
D’orecchi, quanto degli orecchi suoi
Audïenti udir può Mithra celeste,
Ei che ha mille virtù, sì che ogni tale
Che mentir osa, ben discopre e vede.
:Mithra possente, ecco! s’avanza. Scende
Tremendo alla contrada, e volge intanto
Belli da lungn e nitidi gli sguardi
Con ambo gli occhi suoi! Or, chi mi adora?
Chi mi rinnega? ei dice. E chi si pensa
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 212 —|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude>
<poem>
Degno culto di darmi, o indegno culto,
A me Genio celeste? E a chi degg’io
Ricchezze conferir, splendore e gloria?
A chi, da che il poss’io, darò di corpo
Salute e forza? Opulenza preclara
A chi darò, da che il poss’io? Discesa
Dal cielo a chi darò figliuolanza?
A chi degg’io potestà inclita e balda
Conferir di grand’oste, e buona, e tale
Che pur nell’alma non la pensa? — Intanto,
Del suo nemico che in poter l’uguaglia,
Che atterra e abbatte, e pur dinanzi a lui
Piegasi, il capo Mithra alto colpisce,
Mithra, che attende le assegnate pene
Ad eseguir<ref>Cioè Mithra le fa eseguire o applicare.</ref>. D’un tratto, ogni castigo
S’eseguisce per lui, quando s’ostina
Iroso contro a lui, non satisfatto
E disdegnato, quel nemico suo.<ref>Cioè quando Mithra è sdegnato e non soddisfatto. Si lascia un breve inciso oscuro e forse interpolato.</ref>
{{rp|13|m=inline}}
:A chi degg’io morbi donare e morte?
A chi, da che il poss’io, di rea natura
Mandar la povertà? Quella discesa
Figliuolanza dal cielo a chi degg’io
Sterminar di sterminio? A chi la possa
Inclita e balda rapirò, la possa
Buona ch’è di grand’oste e ch’ei non pensa,
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 213 —|}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude>
<poem>
Oh’ei pur non pensa nella mente sua?<ref>Si lascia un breve passo, interpolato anch’esso, ma con senso contrario deH’antecedente.</ref>
{{rp|13|m=inline}}
:Mithra adunque adoriam dai vasti pascoli,
Vigile, insonne, dall’argenteo casco,
Dall’aureo usbergo, che la morte arreca
Di pugnal, di gran possa ed aitante,
Guerrier curule, di villaggi sire!
Luminosi di Mithra ènno i sentieri,
Ed ei per quella via per cui s’avanza
Bene onorato, in pascoli fecondi
Converte le ampie regïoni. Allora
Di propria voglia governando incede
Ed uomini ed armenti. Oh! venga adunque
Mithra al soccorso nostro e Mazda seco,
Ambo eccelsi, nell’ora in che le frecce
Alto mandano un sibilo, e le nari
Sbuffano dei destrieri, e stridon l’aste,
E le corde stridendo avventan punte
Dall’arco acute, e al suol caggion trafitti,
Con sconvolte le chiome e rabbuffate,
Di quelli i figli che hanno offerte ree.
:(''Yasht'', X. 3-16; 35-40; 78; 95-114).
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 214 —|}}</noinclude>
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Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/215
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<poem>
6. INNO ALLE FRAVASHl ‘
Or io per lor splendor, per lor possanza,
Ampia ordinai la terra, o Zarathustra,
Da me Aura Mazda procreata, grande.
Dai viventi percorsa. Ed essa intanto
D’assai cose leggiadre e apportatrice,
E tutto il terren mondo, e il vivo e il morto,
Sostiene e le montagne ardue, dal molti
Pascoli, irrigue. Scendono per essa
1^ acque scorrenti che ne’ fiumi stanno.
Mentre dal suol ne spuntano di varie
Guise le piante, di bestiami e d uomini
Per alimento, delle arìache terre
Per alimento e di giovenche e bovi.
Che cinque hanno legami ad ogni pio
Ed integro mortai soccorso e aita.
Ecco! per lor splendor, per lor possanza.
Acque fluenti da una fonte sgorgano
Indefettibil sempre, e dal terreno
Alberi e piante da una fonte spuntano
Indefettibil sempre, e da una fonte
Indefettibil sempre, e per la forza
* Vedi V Introduzione, 11, 34.
2 È Ahura Mazdao che parla.
* Cioè delle Fravaahi.
* Non si sa cosa voglia dire. Si riferisce forse ad un modo particolare,
a noi sconosciuto, di aggiogare i buoi.
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 215 —|}}</noinclude>
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{{Ct|c=t2|6. INNO ALLE FRAVASHI<ref>Vedi l’''Introduzione'', II, 34.</ref>}}
<poem>
:Or io<ref>È Ahura Mazdao che parla.</ref>, per lor splendor, per lor possanza,<ref>Cioè delle Fravashi.</ref>
Ampia ordinai la terra, o Zarathustra,
Da me Aura Mazda procreata, grande.
Dai viventi percorsa. Ed essa intanto
D’assai cose leggiadre è apportatrice,
E tutto il terren mondo, e il vivo e il morto,
Sostiene e le montagne ardue, dal molti
Pascoli, irrigue. Scendono per essa
l’acque scorrenti che ne’ fiumi stanno,
Mentre dal suol ne spuntano di varie
Guise le piante, di bestiami e d’uomini
Per alimento, delle arìache terre
Per alimento e di giovenche e bovi.
Che cinque hanno legami<ref>Non si sa cosa voglia dire. Si riferisce forse ad un modo particolare, a noi sconosciuto, di aggiogare i buoi.</ref>, ad ogni pio
Ed integro mortal soccorso e aita.
{{rp|13|m=inline}}
:Ecco! per lor splendor, per lor possanza.
Acque fluenti da una fonte sgorgano
Indefettibil sempre, e dal terreno
Alberi e piante da una fonte spuntano
Indefettibil sempre, e da una fonte
Indefettibil sempre, e per la forza
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 215 —|}}</noinclude>
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<poem>
D'esse e per lo splendor, nubi menando
Nembi spirano e venti. E figli intanto
Concepiscon di lor per lo splendore
E per la forza, e figli partoriscono
Dei mortali le femmine, di parto
Fausto e felice, sì che poi di figli
Attorniate sen vanno. E l’uom che brilla
Nelle adunanze, che in raccorle è destro,
Che udir vi fa sua bella voce e intanto
Altri il ricerca per il senno e l'ama,
Che del tapino la domanda accoglie,
Del tapino infelice, ecco! sol d'esse
Per la forza e il splendor viene alla luce!<ref>Incertissimo punto, tradotto soltanto per congettura.</ref>
Anche per lor splendor, per lor possanza
Percorre il sole la sua via, percorre
Il suo sentier la luna, e gli astri il corrono
D' esse per lo splendore e la possanza.
{{rule|13|m=inline}}
:Forti son elle, e fortemente assalgono;
Impetüose, e con impeto assalgono;
Di gran potèsta, e con potèsta assalgono;
Elle valenti in tutte egregie le opere,
Elle valenti in vittorie che toccano,
Elle valenti in battaglie che pugnano.
A chi le invoca donano vittoria,
Donan favori a chi le cole ed ama,
Donan salute all'egro. Inclita gloria
Dànno a collui che lor gratificando
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 216 —|}}</noinclude>
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<poem>
D'esse e per lo splendor, nubi menando
Nembi spirano e venti. E figli intanto
Concepiscon di lor per lo splendore
E per la forza, e figli partoriscono
Dei mortali le femmine, di parto
Fausto e felice, sì che poi di figli
Attorniate sen vanno. E l’uom che brilla
Nelle adunanze, che in raccorle è destro,
Che udir vi fa sua bella voce e intanto
Altri il ricerca per il senno e l'ama,
Che del tapino la domanda accoglie,
Del tapino infelice, ecco! sol d'esse
Per la forza e il splendor viene alla luce!<ref>Incertissimo punto, tradotto soltanto per congettura.</ref>
Anche per lor splendor, per lor possanza
Percorre il sole la sua via, percorre
Il suo sentier la luna, e gli astri il corrono
D' esse per lo splendore e la possanza.
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:Forti son elle, e fortemente assalgono;
Impetüose, e con impeto assalgono;
Di gran potèsta, e con potèsta assalgono;
Elle valenti in tutte egregie le opere,
Elle valenti in vittorie che toccano,
Elle valenti in battaglie che pugnano.
A chi le invoca donano vittoria,
Donan favori a chi le cole ed ama,
Donan salute all'egro. Inclita gloria
Dànno a collui che lor gratificando
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<poem>
Di sue offerte le invoca, e puro e pio
Offre suoi doni. Più frequenti assai
Là scendon elle ove a giustizia addetti
Stanno gli uomini pii, là ’ve più eletti
Onori a lor si danno, ove l’uom pio
È venerato sì che niun l'offende.
Ed esse all’acque tutte, procreate
Ma Mazda, il bel sentier mostrando vanno,
Air acque che dal dì che fùr create,
Da lor sorgiva non sgorganti ancora.
Lunga stagion si stettero a un sol loco.
Or però scorrono esse per la via
Che Mazda fece, e per gli spazi vanno
Che un dio loro assegnò, per un sicuro
Ed irriguo sentiero, agl'immortali
Santi gratificando e ad Aura Mazda.
E mostran esse alle piante fruttifere
Lor crescere leggiadro, a lor che pria
Create, a germogliar non anche addotte,
Lunga stagion si stettero a un sol loco.
Or però crescon esse in quella guisa
Che indisse Mazda, e levansi alla meta
Che un dio loro assegnava, agl'immortali
Santi gratificando e ad Aura Mazda.
Ora adoriam le Fràvashi de' pii.
Buone e sante e valenti! E son maggiori,
E son più forti e veloci e gagliarde.
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 217 —|}}</noinclude>
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<poem>
Di sue offerte le invoca, e puro e pio
Offre suoi doni. Più frequenti assai
Là scendon elle ove a giustizia addetti
Stanno gli uomini pii, là ’ve più eletti
Onori a lor si danno, ove l’uom pio
È venerato sì che niun l’offende.
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:Ed esse all’acque tutte, procreate
Ma Mazda, il bel sentier mostrando vanno,
All’acque che dal dì che fûr create,
Da lor sorgiva non sgorganti ancora.
Lunga stagion si stettero a un sol loco.
Or però scorrono esse per la via
Che Mazda fece, e per gli spazi vanno
Che un dio loro assegnò, per un sicuro
Ed irriguo sentiero, agl’immortali
Santi gratificando e ad Aura Mazda.
:E mostran esse alle piante fruttifere
Lor crescere leggiadro, a lor che pria
Create, a germogliar non anche addotte,
Lunga stagion si stettero a un sol loco.
Or però crescon esse in quella guisa
Che indisse Mazda, e levansi alla meta
Che un dio loro assegnava, agl’immortali
Santi gratificando e ad Aura Mazda.
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:Ora adoriam le Fràvashi de’ pii,
Buone e sante e valenti! E son maggiori,
E son più forti e veloci e gagliarde,
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<poem>
Di sue offerte le invoca, e puro e pio
Offre suoi doni. Più frequenti assai
Là scendon elle ove a giustizia addetti
Stanno gli uomini pii, là ’ve più eletti
Onori a lor si danno, ove l’uom pio
È venerato sì che niun l’offende.
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:Ed esse all’acque tutte, procreate
Ma Mazda, il bel sentier mostrando vanno,
All’acque che dal dì che fûr create,
Da lor sorgiva non sgorganti ancora.
Lunga stagion si stettero a un sol loco.
Or però scorrono esse per la via
Che Mazda fece, e per gli spazi vanno
Che un dio loro assegnò, per un sicuro
Ed irriguo sentiero, agl’immortali
Santi gratificando e ad Aura Mazda.
:E mostran esse alle piante fruttifere
Lor crescere leggiadro, a lor che pria
Create, a germogliar non anche addotte,
Lunga stagion si stettero a un sol loco.
Or però crescon esse in quella guisa
Che indisse Mazda, e levansi alla meta
Che un dio loro assegnava, agl’immortali
Santi gratificando e ad Aura Mazda.
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:Ora adoriam le Fràvashi de’ pii,
Buone e sante e valenti! E son maggiori,
E son più forti e veloci e gagliarde,
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<poem>
Son più vincenti e son più salutari
E operanti assai più di quanto alcuno
Dir possa a voce, lor, che a mille a mille
Alle offerte intervengono. Ma le acque
Allor che, o santo Zarathustra, adducono
Esse dal lago Vourukasha e menano
Quella da Mazda procreata luce
Di maestà<ref>Il nimbo o aureola della maestà del re. accolta nelle acque del lago. Vedi più innanzi. Tinno alla maestà reale.</ref>, s’avanzano de’ pii
Esse, le sante Fràvashi tremende,
A cento, a mille, a diecimila, e intanto
Guida le acque ciascuna alla sua casa,
Ciascuna al vico, alla famiglia sua,
Alla sua terra, e dice intanto: Oh! sia
Di noi la terra in ubertà e ricchezza!<ref>Ricordiamoci che le Fravashi appartengono, quasi come angeli protettori, agli indivìdui umani e che ne favoriscono, come se fossero loro propri, gl'interessi. Vedi anche i versi che seguono.</ref>
In pro’ di lor contrada e di lor terra
Così combattono in lor pugne, e tiene
Ciascuna il loco suo, la sua magione.
Per abitarvi, come appunto un prode
Uom, curule guerrier, per l’adunata
Ricchezza sua, cinto dell’arme e vigile,
Va combattendo. D’esse, ove discendano
In guerra a contrastar, l’acque ciascuna
Menasi e guida alla sua propria casa,
Ciascuna al vico e alla famiglia sua,
Alla sua terra, e dice intanto: Oh! sia
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 218 —|}}</noinclude>
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Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/219
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude>
<poem>
Di noi la terra in incremento e in fiore!
:E quando un sire di contrade, giusto
In suo dominio, alla minaccia è segno
Di rubesti nemici e queste invoca
De’ pii tremende Fràvashi, de pii
Accorrono le Fràvashi al soccorso
Tosto di lui quando non sian d’offesa
Alcuna tocche, e sian contente e in nulla
Contrastate, oppugnate. Esse là volano
Al par di augello di vaste ale, e sono
A lui sferza e difesa, e sono a lui
Arma e fortezza contro la spirtale
Drugia proterva del Varena, contro
Ogni impudico apportator di danno,
Contro Anra Mainyu reo. pieno di morte.
Così come un uom prode a cento e a mille
E a diecimila deboli nell’armi
Di sterminio è cagion, nè mai l’offendono
Trafieri aguzzi, non volanti frecce,
Non ben ferrate clave e non ben ferme
Aste, non pietre che uom del braccio avventa.
{{rule|13|m=inline}}
E allora che Anra Mainyu entro cacciossi
Alla buona, alla santa opra del bene<ref>Cioè assalendo, per annientarla, tutta la creazione di Ahura Mazdao.</ref>,
E Vohumano là intervenne e seco
Il divo Fuoco<ref>Vennero in aiuto di Ahura Mazdao. in quell’assalto. Vohumano e il Fuoco.</ref>, la malvagia e rea
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 219 —|}}</noinclude>
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<poem>
Di noi la terra in incremento e in fiore!
:E quando un sire di contrade, giusto
In suo dominio, alla minaccia è segno
Di rubesti nemici e queste invoca
De’ pii tremende Fràvashi, de pii
Accorrono le Fràvashi al soccorso
Tosto di lui quando non sian d’offesa
Alcuna tocche, e sian contente e in nulla
Contrastate, oppugnate. Esse là volano
Al par di augello di vaste ale, e sono
A lui sferza e difesa, e sono a lui
Arma e fortezza contro la spirtale
Drugia proterva del Varena, contro
Ogni impudico apportator di danno,
Contro Anra Mainyu reo. pieno di morte.
Così come un uom prode a cento e a mille
E a diecimila deboli nell’armi
Di sterminio è cagion, nè mai l’offendono
Trafieri aguzzi, non volanti frecce,
Non ben ferrate clave e non ben ferme
Aste, non pietre che uom del braccio avventa.
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E allora che Anra Mainyu entro cacciossi
Alla buona, alla santa opra del bene<ref>Cioè assalendo, per annientarla, tutta la creazione di Ahura Mazdao.</ref>,
E Vohumano là intervenne e seco
Il divo Fuoco<ref>Vennero in aiuto di Ahura Mazdao. in quell’assalto. Vohumano e il Fuoco.</ref>, la malvagia e rea
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text/x-wiki
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A loro offerte ei volano scendendo.
{{rule|13|m=inline}}
:E del pio Gaya-màrtana<ref>Il primo uomo (il primo re, anche, secondo Firdusi), creato insieme alla Giovenca primeva.</ref> adoriamo
La Fravashi, di lui, che d'Aura Meizda
Primo intese la mente e le dottrine.
Onde poi delle arïache contrade
Mazda creava il germe e producea
L’origin prima. E insiem di Zarathustra
La santità e la Fràvashi adoriamo.
Di lui ch’è santo e pio, che eletto il primo
Fu ad ogni buon pensier, che eletto il primo
Fu ad ogni buon parlar, che eletto il primo
Fu ad ogni buono oprar. Eletto il primo
Dei sacerdoti, il primo dei curuli
Prodi ei fu solo, e de’ coloni il primo
Che allevan bovi. Al saper fu allevato
Primo e donato di saper. Di doni
Primo ebbe copia e primo anche donava
Ai mortali quaggiù di campi e colti
Ubertà, santità primo impartiva
E orai dottrina, e obbedïenza ad essa
Oral dottrina, e potestà coi beni
Tutti che Mazda fe’, d’origin santa.
Ed ei fu il primo sacerdote e il primo
Guerrier curule veramente e il primo
Benefico pastor. Primo ei la rota
Dell’imperio volgeva, anzi che nati
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 221 —|}}</noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
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A loro offerte ei volano scendendo.
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:E del pio Gaya-màrtana<ref>Il primo uomo (il primo re, anche, secondo Firdusi), creato insieme alla Giovenca primeva.</ref> adoriamo
La Fravashi, di lui, che d'Aura Meizda
Primo intese la mente e le dottrine.
Onde poi delle arïache contrade
Mazda creava il germe e producea
L’origin prima. E insiem di Zarathustra
La santità e la Fràvashi adoriamo.
Di lui ch’è santo e pio, che eletto il primo
Fu ad ogni buon pensier, che eletto il primo
Fu ad ogni buon parlar, che eletto il primo
Fu ad ogni buono oprar. Eletto il primo
Dei sacerdoti, il primo dei curuli
Prodi ei fu solo, e de’ coloni il primo
Che allevan bovi. Al saper fu allevato
Primo e donato di saper. Di doni
Primo ebbe copia e primo anche donava
Ai mortali quaggiù di campi e colti
Ubertà, santità primo impartiva
E orai dottrina, e obbedïenza ad essa
Oral dottrina, e potestà coi beni
Tutti che Mazda fe’, d’origin santa.
Ed ei fu il primo sacerdote e il primo
Guerrier curule veramente e il primo
Benefico pastor. Primo ei la rota
Dell’imperio volgeva, anzi che nati
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude><poem>
Fosser demòni ed uomini. La lode
Primo ei dicea del puro esser del mondo
Creato, e si dicea dei Devi intanto
Sgominator, devoto a Mazda, avverso
Ai dèmoni, alla fè di Zarathustra
Addetto e d’Aura Mazda. Egli primiero
Del procreato mondo la parola
Pronunciò avversa ai dèmoni, devota
Ad Aura Mazda. Pronunciava ei primo
Del procreato mondo la parola
Avversa ai Devi, sacra ad Aura Mazda,
E primo ei designò di laudi e onori
Quello indegno che ai dèmoni è devoto.
Egli è forte, e preclaro è Zarathustra
In tutto l’esser suo, primo, in cotante
Regïoni, alla fè verace addetto.
:E per lui già s’intese ogni parola,
Ogni dottrina santa, ed egli è sire,
Egli è duce ai terreni esseri. E laudi
Ei fe’ alla purità, purità grande,
Santa, sovrana, della fè che a tutte
L’altre sovrasta, interprete<ref>Forse perchè, nell’Aveata, Zarathustra si trova quasi sempre in colloquio con Ahura Mazdao che l’istruisce intorno alle cose della religione.</ref>. Ma lui,
Lui disïâr tutti i Santi immortali,
Concordi al Sole<ref>Al Sole qui considerato come una divinità.</ref> in lor desio, la fede
Per raffermar nelTanima con atto
Di fè del core: e il disïâr signore
</poem>
-<noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 222 —|}}</noinclude>
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Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/223
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude><section begin="s1" /><poem>
Degli esseri e lor duce, e laudatore
Anche alila purità, purità grande.
Santa, sovrana, della fè che a tutte
L’altre sovrasta, interprete. E le piante
E Tacque prosperar quand’ei nascea,
Quand’ei cresceva. Gli alberi, nel tempo
Ch’ei nacque e crebbe, crebbero con lui
E Tacque seco, e allor ch’ei nacque e crebbe.
Tutte del Santo Spirto le create
Cose di tutti acclamar la salute:
ZaratJiustra, oh felici! Egli ci e nato,
Il santo Zarathustra! Oh d’ora in poi.
Con le verbene in man levate, offerte
Faccia per noi con sacrifici, e intanto
La buona fè di Mazda per le sette
Regioni alla terra ampia si estenda!
</poem>
(Yasht, XIll, 9-10; 14-16; 23-25 53-56; 64-72; 77-78;
82-95).
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t2|7. IL LAMENTO DI ASHI<sup>nota</sup>}}
<poem>
Il suo primo lamento alza la buona
Ashi, l’eccelsa, per tal donna a cui
Non nacquer figli. Di costei sull orme.
Dice, tu non andar! Tu di costei
</poem>
* Dea della purità, già ricordata altre volte.<section end="s2" /><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 223 —|}}</noinclude>
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2026-09-17T11:27:01Z
Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude><section begin="s1" /><poem>
Degli esseri e lor duce, e laudatore
Anche alla purità, purità grande,
Santa, sovrana, della fè che a tutte
L’altre sovrasta, interprete. E le piante
E l’acque prosperâr quand’ei nascea,
Quand’ei cresceva. Gli alberi, nel tempo
Ch’ei nacque e crebbe, crebbero con lui
E l’acque seco, e allor ch’ei nacque e crebbe.
Tutte del Santo Spirto le create
Cose di tutti acclamâr la salute:
:Zarathustra, oh felici! Egli ci è nato,
Il santo Zarathustra! Oh d’ora in poi,
Con le verbene in man levate, offerte
Faccia per noi con sacrifici, e intanto
La buona fè di Mazda per le sette
Regioni alla terra ampia si estenda!
:(''Yasht'', XIII, 9-10; 14-16; 23-25 53-56; 64-72; 77-78;82-95).
</poem>
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t2|7. IL LAMENTO DI ASHI<ref>Dea della purità, già ricordata altre volte.</ref>}}
<poem>
:Il suo primo lamento alza la buona
Ashi, l’eccelsa, per tal donna a cui
Non nacquer figli. Di costei sull’orme.
Dice, tu non andar! Tu di costei
</poem><section end="s2" /><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 223 —|}}</noinclude>
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Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/224
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude><poem>
Non penetrar la casa! Or, che degg’io
Far per cotesto? E tornerommi al cielo?<ref>Anche dagli Antichi si favoleggiava che, nella trista età del ferro, la dea della giustizia, Astrea. abbandonò la terra e si rifugiò in cielo.</ref>
E il sen penetrerò di questa terra?
Il secondo suo pianto alza la buona
Ashi, l’eccelsa, per la meretrice
Che il figlio suo, cui generava ignoto
Maschio, depone sulla via<ref>Altri intende : che dà un figlio d'altri al suo proprio marito.</ref> : Che deggio
Far per cotesto? E tornerommi al cielo?
E il sen penetrerò di questa terra?
Il suo terzo lamento alza la buona
Ashi, l’eccelsa : Oh! colpa più d’ogn’altra
Scellerata per me, ch’uomini crudi
Orbe di nozze rendan le fanciulle
Da che, non disposate, al parto addotte
Furon per essi!<ref>Furono violate, abbandonate, e però non più volute in ispose da alcuno.</ref>. E tornerommi al cielo?
E il sen penetrerò di questa terra?
:Disse Aura Mazda allora: Ashi leggiadra
Che ben fosti creata<ref>Creata da Ahura Mazdao stesso, ovvero, secondo altri. sapiente.</ref>, oh! non tornarti,
Oh! non tornarti al cielo, il sen di questa
Terra non penetrar! Ma tu con meco
Entra là dentro alla mia casa, bella,
Regal mia casa. Onorarti vogl’io
Di tale offerta, venerarti io voglio
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 224 —|}}</noinclude>
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Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/225
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude><section begin="s1" />
<poem>
Con tale offerta, quale, ad onor tuo,
Già ti recò Vistaspa. Alta frattanto
Levi la voce un sacerdote accanto
Di Daitya alla corrente<ref>Ovvero; alla corrente bene creata da Ahura Mazdao. La voce
''daitya'', in tal caso, è aggettivo, non nome proprio.</ref>, e in piè si stia
Da retro alle verbene insiem congiunte!<ref>È il mazzo delle verbene, sospeso su due sostegni di ferro, dinanzi
al sacerdote, mentre egli celebra il sacrifizio.</ref>
Con questa offerta venerarti io voglio.
Onorarti vogl’io con questa offerta,
O bella Ashi, che ben fosti creata!
(''Yasht''. XVIII. 58-61).
</poem>
^
^
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=t2|8. INNO ALLA MAESTÀ REALE<ref>Secondo l'Aveste, la Maestà reale è un’aureola luminosa che cinge il capo dei sovrani prescelti dal cielo a regnare.</ref>}}
<poem>
:Or la tremenda s’adori per noi
Maestà regia che Aura Mazda fea
Creando, assai laudabile, superna‐
mente fautrice, salutar, splendente,
Possente, a tutte le create cose
Sovrastante, che un dì si discendea
Sul capo a Yima splendido, signore
</poem>
<section end="s2" /><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 225 —|}}{{PieDiPagina|{{span|Zarathustra|sc}} — L’Avesta||7}}</noinclude>
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Alex brollo
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<poem>
Con tale offerta, quale, ad onor tuo,
Già ti recò Vistaspa. Alta frattanto
Levi la voce un sacerdote accanto
Di Daitya alla corrente<ref>Ovvero; alla corrente bene creata da Ahura Mazdao. La voce
''daitya'', in tal caso, è aggettivo, non nome proprio.</ref>, e in piè si stia
Da retro alle verbene insiem congiunte!<ref>È il mazzo delle verbene, sospeso su due sostegni di ferro, dinanzi
al sacerdote, mentre egli celebra il sacrifizio.</ref>
Con questa offerta venerarti io voglio.
Onorarti vogl’io con questa offerta,
O bella Ashi, che ben fosti creata!
(''Yasht''. XVIII. 58-61).
</poem>
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{{Ct|c=t2|8. INNO ALLA MAESTÀ REALE<ref>Secondo l'Aveste, la Maestà reale è un’aureola luminosa che cinge il capo dei sovrani prescelti dal cielo a regnare.</ref>}}
<poem>
:Or la tremenda s’adori per noi
Maestà regia che Aura Mazda fea
Creando, assai laudabile, superna‐
mente fautrice, salutar, splendente,
Possente, a tutte le create cose
Sovrastante, che un dì si discendea
Sul capo a Yima splendido, signore
</poem>
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Alex brollo
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude><poem>
D’inclito gregge<ref>Cioè signore d’un popolo forte; designazione bellissima d‘un sovrano di genti che occorre anche nella Bibbia, nei poemi di Omero (Agamennone pastor di popoli), nel ''Libro dei Re'', di Firdusi.</ref>, in quello diuturno
Tempo ch’egli regnò su questa in sette
Climi terra divisa. Ei dominava
E gli uomini e i Daèvi e le Pairike,
I maghi e gli empi tutti e gl’infedeli,
Quale ai Daèvi ambo rapìa cotesti
Possessi, buono stato e di ricchezza
Copia e abbondanza. E lor togliea di beni
Pienezza e copia di bestiami. Gloria
Ed alimento lor togliea. Lui sire,
Mai non scemaro la bevanda o il cibo
Ai viventi quaggiù, nè furo a morte
Soggetti uomini e armenti. Alberi ed acque
Non disseccaron mai, regnando Yima,
Yima regnando, non ardor d’estati,
Non stridor fu d’inverni, e non vecchiezza,
Non morte fu, non quella che i Daèvi
Creâr, l’invidia, fin che scevro ei fue
Di menzogna, fin ch’ei, nella sua mente,
Quella non ebbe accolta empia parola,
Menzognera parola<ref>Quando volle farsi adorare come un Dio.</ref>. Oh! ma la rea
Menzognera parola allor ch’egli ebbe
Nella sua mente accolta, ecco! fuggirsi
In forma d’un augel visibilmente
Via da lui l’aureo nimbo<ref>Il segno visibile della Maestà reale.</ref>. Allor che in pria
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 226 —|}}</noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude><poem>
Non vide più quell’aureo nimbo, il fulgido
Yima, quel sire dal bel gregge, in core
Turbato e tristo giù cadea, da tristi
Pensieri oppresso stramazzando al suolo.
:La prima volta che da Yima illustre
Via s' involava la regal potesta<ref>Cioè la Maestà stessa.</ref>,
Quando da Yima, a Vivahvante figlio.
Sotto la forma dell’augel Varaghna,
La regia maestà si dipartìa,
Quella ghermìasi allor Mithra dai vasti
Pascoli, Mithra che ben ode e sente,
Che ha mille facoltà. Quando da Yima
Via s’involò per la seconda volta
Da Yima illustre la regal potestà,
Quando da Yima, a Vivahvante figlio,
Sotto la forma dell’augel Varaghna,
La regai maestà si dipartìa,
Quella allor si ghermì dell’athviana
Stirpe il rampollo, Thraetaona<ref>Il re Fredun del ''Libro dei Re'', figlio di Athvya, perciò detto qui di stirpe ''athvyana''. Vedi dì sopra il I° passo del ''Yasna''.</ref> sceso
Da una gente gagliarda. Ed atterrava
Thraetaona il serpente che Dahaka<ref>Vedi l’''Introduzione'', II, 43.</ref>
Diceasi. da tre fauci e da tre teste
E da sei occhi e di mille possanze,
Peste ferale e demoniaca drugia,
Quale Anra Mainyu procreava un giorno
Mortifera e letal per le terrene
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 227 —|}}</noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude><poem>
Opera a rintuzzar sceser del tristo
Anra Mainyu le Fràvashi de’ pii.
Perchè mai più dal correre impedisse
Le acque Anra Mainyu e dal crescer le piante.
D’un tratto, allora, del possente e forte
Creatore Aura Mazda a scorrer presero
Le acque buone e a inverdir preser le piante.
{{rule|13|m=inline}}
:Le buone e sante Fràvashi adoriamo!
Quelle adoriam de’ santi Spirti<ref>Anche gli Esserì divini, anche lo stesso Ahura Mazdao, hanno, ciascuno, la loro Fravashi.</ref>! E sono
Immortali e valenti i santi Spirti,
Assai veggenti, eccelsi, oltrapossenti,
Forti, spirtali! Sempiterni e puri,
Sette son elli ed hanno un sol pensiero,
Sette son elli ed han sola una voce,
Sette son elli ed hanno sola un’opra,
Poichè sola una mente e sola un’opra
E solo un detto in essi alberga. Un solo
Moderatore egli hanno ed un sol padre,
Ed è Aura Mazda creator. L’un d’essi
Dell’altro nello spirito con gli occhi
Penetra e scorge come ei va le buone
Parole meditando e l’opre buone
E i pensamenti buoni, e come aderge
La mente al Paradiso. Oh! luminose
Sono d’essi le vie quando alle dapi
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 220 —|}}</noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude><poem>
Opera a rintuzzar sceser del tristo
Anra Mainyu le Fràvashi de’ pii.
Perchè mai più dal correre impedisse
Le acque Anra Mainyu e dal crescer le piante.
D’un tratto, allora, del possente e forte
Creatore Aura Mazda a scorrer presero
Le acque buone e a inverdir preser le piante.
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:Le buone e sante Fràvashi adoriamo!
Quelle adoriam de’ santi Spirti<ref>Anche gli Esserì divini, anche lo stesso Ahura Mazdao, hanno, ciascuno, la loro Fravashi.</ref>! E sono
Immortali e valenti i santi Spirti,
Assai veggenti, eccelsi, oltrapossenti,
Forti, spirtali! Sempiterni e puri,
Sette son elli ed hanno un sol pensiero,
Sette son elli ed han sola una voce,
Sette son elli ed hanno sola un’opra,
Poichè sola una mente e sola un’opra
E solo un detto in essi alberga. Un solo
Moderatore egli hanno ed un sol padre,
Ed è Aura Mazda creator. L’un d’essi
Dell’altro nello spirito con gli occhi
Penetra e scorge come ei va le buone
Parole meditando e l’opre buone
E i pensamenti buoni, e come aderge
La mente al Paradiso. Oh! luminose
Sono d’essi le vie quando alle dapi
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Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/111
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||DELLA RIFORMA PENALE|104}}</noinclude>silenziarie d'Inghilterra, nel corso d'un anno, se ne registràrono trentotto mila; e quasi un quarto dei castighi registrati in tutte le prigioni d'Inghilterra e Galles venne inflitto nel solo Silenziario di Wakefield, in cui non entrò la trentèsima parte dei prigionieri.<ref>
{| cellspacing="0" cellpadding="8"
|-
| valign="top" |
''Sola prigione di Wakefield''
| valign="top" |
''Tutte le altre prigioni d'Inghilterra e Galles''
|-
|Numero dei prigionieri 3438
|{{S|30}}109495
|-
|{{S|5}} » {{S|5}} dei castighi{{S|5}} 12445
|{{S|32}}54825
|}</ref>
In questa promiscuità, perpetuamente tentati dalla vicinanza, essi póngono tutta la scaltrezza a parlare senza mòvere le labbra, con sussurri, con occhiate, con cenni. Nelle prigioni d'Auburn si prescrive loro di fare molte operazioni con moto uniforme come soldati, e volger sempre la testa verso li aguzzini, e tener li occhi fissi sul lavoro; e se alcuno vien colto a girare uno sguardo o fare il mìnimo atto del viso, vien tosto percosso, e con quel nùmero di nervate e quella forza che ''piace'' all'aguzzino. Per l'addietro non si poteva ad una volta infliggere più di 39 nervate, se non presente l'ispettore; ma ciò non valeva; ed ora basta che si registri il mancamento e il nùmero delle battiture. Nella prigione di Sing-Sing in Amèrica li aguzzini non rèndono conti, nè tèngono registri; e si nàrrano istorie di donne incinte, battute a segno di morirne. Per poco che la brigata sia numerosa, le lagnanze e le dispute son tante, che il direttore di Coldbath-Fields non ne riceve meno di sessanta al giorno, alle quali è mestieri improvisare un qualsìasi provedimento. E dove un senso d'umanità e la pùblica riprovazione fècero vietare le continue percosse, il digiuno frequente, il negato passeggio, il càrcere tenebroso lògorano le forze del corpo; poichè a vita già mìsera poco si può tògliere senza grave danno. Tutte queste asprezze non sono proporzionate ai delitti, non sono fondate nel decreto del giùdice e nel precetto della legge, e infine non pòssono spìngersi oltre limite angusto e insufficiente.
Un sì largo arbitrio richiederebbe nei sovrastanti tal giustizia, e prudenza e misura, tale eguaglianza d'ànimo, tale vigilanza<noinclude></noinclude>
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Candalua
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||DELLA RIFORMA PENALE|104}}</noinclude>silenziarie d'Inghilterra, nel corso d'un anno, se ne registràrono trentotto mila; e quasi un quarto dei castighi registrati in tutte le prigioni d'Inghilterra e Galles venne inflitto nel solo Silenziario di Wakefield, in cui non entrò la trentèsima parte dei prigionieri.<ref>
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''Sola prigione di<br>Wakefield''
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''Tutte le altre prigioni<br>d'Inghilterra e Galles''
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|Numero dei prigionieri 3438
|{{S|20}}109495
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|{{S|22}}54825
|}</ref>
In questa promiscuità, perpetuamente tentati dalla vicinanza, essi póngono tutta la scaltrezza a parlare senza mòvere le labbra, con sussurri, con occhiate, con cenni. Nelle prigioni d'Auburn si prescrive loro di fare molte operazioni con moto uniforme come soldati, e volger sempre la testa verso li aguzzini, e tener li occhi fissi sul lavoro; e se alcuno vien colto a girare uno sguardo o fare il mìnimo atto del viso, vien tosto percosso, e con quel nùmero di nervate e quella forza che ''piace'' all'aguzzino. Per l'addietro non si poteva ad una volta infliggere più di 39 nervate, se non presente l'ispettore; ma ciò non valeva; ed ora basta che si registri il mancamento e il nùmero delle battiture. Nella prigione di Sing-Sing in Amèrica li aguzzini non rèndono conti, nè tèngono registri; e si nàrrano istorie di donne incinte, battute a segno di morirne. Per poco che la brigata sia numerosa, le lagnanze e le dispute son tante, che il direttore di Coldbath-Fields non ne riceve meno di sessanta al giorno, alle quali è mestieri improvisare un qualsìasi provedimento. E dove un senso d'umanità e la pùblica riprovazione fècero vietare le continue percosse, il digiuno frequente, il negato passeggio, il càrcere tenebroso lògorano le forze del corpo; poichè a vita già mìsera poco si può tògliere senza grave danno. Tutte queste asprezze non sono proporzionate ai delitti, non sono fondate nel decreto del giùdice e nel precetto della legge, e infine non pòssono spìngersi oltre limite angusto e insufficiente.
Un sì largo arbitrio richiederebbe nei sovrastanti tal giustizia, e prudenza e misura, tale eguaglianza d'ànimo, tale vigilanza<noinclude></noinclude>
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Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/129
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Candalua
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELLA RIFORMA PENALE|122}}</noinclude>militare; e il maggior costo di tutte le cose che dovèvansi recare in quella solitùdine dalla remota Europa; e infine le pèrdite di lavoro pel disperso vìvere dei relegati, per l'ozio loro e i vizj e i delitti. Perlochè se il finanziere considerava una ciurma di condannati come una squadra di lavoratori, ognuno ben poteva colla penna in mano calcolare con quale strana aritmètica si amministràssero li interessi dello Stato.
Quando il legislatore a un grado di delitto decreta una maniera e misura di pena, egli la giùdica sufficiente; la vuole quale ella è; non altra più mite o più severa. Se il suo decreto debb'èssere frustrato per qualsìasi aggiunta o diminuzione da lui non prevista nè prevoluta, la sua legge è infranta. Ora la deportazione, che nella mente del legislatore è pena temporaria e limitata per lo più dai sette anni ai quattòrdici, diviene, per fatto non suo, bene spesso una pena capitale; e questa tremenda aggravazione cade con iniqua disparità piuttosto sui più gràcili per temperamento, i più dèboli per sesso e per età, i più sensitivi, e più pentiti e addolorati. Già in men d'otto anni (1787-1795), sopra 5196 deportati, più d'un dècimo (522), era perito nel passaggio. Se su le navi si concede lìbero moto ai condannati, si mette in forse la sicurezza; se si tèngono reclusi, si distrugge la loro salute; uno solo può portar dalle galere o dalli ospitali un contagio che divori tutta la trista comitiva. Le vesti d'un prigioniero, infette di tifo carcerario, avèvano a bordo d'una sola nave recato la morte a un centinajo d'infelici, che pur la legge non aveva condannati a morte. Quali regolamenti pòssono assicurare di quelli uòmini duri e cùpidi che si assùmono di condurre codesti trasporti? le provisioni saranno sufficienti? non saranno insalubri? i moribondi saranno appartati dai sani? la morte non penetrerà colle sue più orrìbili forme in quelle anguste prigioni di legno, che dèvono galleggiare sì a lungo sotto latitùdini tòrride, percórrere mezzo il giro del globo? Sa il legislatore ciò ch'egli fa, quando coll'apparato di distinzioni minute e di misure precise nùmera a ciascuno i giorni d'una pena, che poi nell'esecuzione non dipende da lui? d'una pena che soggiace a infiniti casi? che appena pronunciata può cangiar natura, e divenire affatto un'altra da quella<noinclude></noinclude>
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Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/130
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||II. DELLA DEPORTAZIONE|123}}</noinclude>che fu nella sua mente? La giustizia, che infliggendo alli uòmini il dolore, intende librarlo su la bilancia, non divien ella una spensierata lotterìa? — «Io ti condanno, sentenzia il giùdice, io ti condanno; ma non so a qual pena; — forse alla burrasca e al naufragio; — forse al tifo; — forse alla fame; — forse ai pesci e alle bestie feroci; — forse ad èssere divorato dai canìbali; — forse, al contrario, a divenire in altra terra un facultoso signore; — va, tenta la tua fortuna; muori o pròspera; soffri o godi: la nave che ti porta, mi tolga l'aspetto del tuo bene e del tuo male»!
Nè si dica che questo transitorio disòrdine prepari una colonia fortunata, i cui pòsteri saranno migliori, nè che l'''utilità politica'' compensi la improvidenza penale. Non è così. Di tutti i modi che si potèvano elèggere per fondar colonie, il meno opportuno al fine, il più dispendioso nei mezzi, era quello di fondarle con uòmini avviliti e depravati. Se v'è cosa al mondo che richieda perseveranza, industria, previdenza, òrdine, sobrietà, ella è la situazione d'un pugno d'uòmini gettati lungi da ogni gente civile, sottoposti ad ogni privazione, costretti a crear tutto colle loro mani e coi loro pensieri, fra selvaggi giustamente insospettiti d'un'invasione che minaccia di rapir loro la terra che li alimenta. Uòmini disperati e corrotti, pieni di tutte le passioni che basterèbbero a distrùggere la meglio ordinata cittadinanza, non hanno quelle doti che pòssono far pròspera una società nascente, posta a fronte d'una rude e indòmita natura. Si studii l'istoria delle colonie che hanno prosperato; e si rinverrà che la forza loro fu in quei pacìfici e caritatèvoli quàcheri, in quelli èsuli religiosi che cercàvano nelle solitùdini la tranquilla adorazione del loro Dio, in quei pòveri e onesti agricultori che si rassegnàvano a viver di poco, fecondando con assidui sudori la terra. Ma le turbe dei flibustieri che colle spoglie delle nazioni sembràvano dover fondare poderosi Stati, fùrono divorate dai vizj, e appena nell'istoria lasciàrono vestigio d'un'esistenza esecrata. Era dunque mestieri allettare alle rive della nuova colonia buoni agricultori, esperti artèfici, costumate famiglie, e protèggerle dalli scapestrati che potrèbbero recar fra loro i germi d'una perenne pravità.<noinclude></noinclude>
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Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/132
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||II. DELLA DEPORTAZIONE|125}}</noinclude>la quale, dacchè li uòmini di Stato disdègnano le preventive induzioni delli studiosi, deve additar loro le disastrose lezioni d'una compiuta esperienza.
Il discorso comincia col notare che la pena della deportazione racchiude tre elementi: l'esilio in una ''colonia penale''; il ''lavoro forzato''; la soggezione a varj ''castighi disciplinali''. Quattro sono le colonie penali nei domìnj britànnici: La prima è quella dell’''Australia'', che nel 1836 contava quasi 28 mila relegati, dei quali le donne facèvano all'incirca l'undècima parte. La seconda è quella della ''Diemenia'', con 17 mila relegati, fra cui duemila donne. La terza è l'''Isola Nòrfolk'', che ha circa 1200 condannati a maggior pena. La quarta è l'ìsola ''Bermuda'' nei mari d'Amèrica, e conta 900 condannati; i quali però soggiàciono allo stesso trattamento che nei ''pontoni'' in patria, epperò non a tutte le circostanze che accompàgnano la deportazione. La pena del ''lavoro forzato'' viene imposta in due modi: o ''direttamente'' dalli officiali del governo, o ''indirettamente'' dai privati, al cui servizio si ''assègnano'' i delinquenti.
La classe delli ''assegnati'' comprende circa due terzi dei condannati (29,000). Il padrone, divenuto cessionario del diritto che il governo ha su le fatiche del prigioniero, sceglie a suo piacimento il gènere e la misura del lavoro. Adunque l'ìndole, la condizione e l'arbitrio dal padrone, e non la mente del giùdice, detèrminano in fatto il grado di pena che veramente soffre l'''assegnato''. Alcuni divèngono domèstici salariati, altri operai, e se valenti, sono assai stimati; ma i più vèngono posti a lavorar terre e custodir bestiami. Alcune famiglie li tràttano con carità e confidenza, altre come abjetti schiavi.
Grande è il potere che ha il padrone di fare applicar loro dal magistrato ''castighi disciplinali'', i quali anche per lievi colpe sono assai rigorosi. La lèttera della legge dispone che il deportato possa soggiacere a sommario castigo per ubriachezza, disobedienza, trascurato lavoro, assenza, insolenza verso il padrone o il soprintendente, e per qualunque altro disordinato e disonèsto comportamento. I castighi sono il càrcere, la reclusione solitaria, il lavoro in catena e le frustate. Nè questa legge al certo rimane oziosa; poichè fra i 23 mila deportati che si contàvano<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||II. DELLA DEPORTAZIONE|127}}</noinclude>tutta l'opportunità d'ammaestrarsi fra loro. Altre volte si mandàvano in brigate a costruir le strade, e spesso divenìvano compagnìe di ladroni. Era impossìbile attivare in quelle solitùdini la necessaria vigilanza, senza cui non si dà buona disciplina penale nemmeno nel ricinto d'un càrcere. Fu quindi necessità costituire colli stessi condannati una polizìa; e Sir G. Arthur dichiarò ch'essa era la migliore di qualunque si potesse formare con uòmini lìberi della colonia.
Siccome nessuno dei modi, che si divisàrono per disciplinare i prigionieri, riescì applicàbile ai deportati, si tentò alla fine di ridurli al bene col terrore; si fece loro d'ogni lieve trasgressione un delitto, e lo si punì fieramente, sicchè il còdice dei deportati non ebbe pari presso i pòpoli civili. Il capitano Mac Onochie dichiarò, che le pene in Diemenia giùngono all'eccesso della crudeltà.
La frusta è il castigo preferito dai padroni, perchè non li priva del servizio dei castigati, come quando s'invìano alle brigate da catena (''chain-gangs''). Codesto castigo della catena, al quale soggiacèvano nelle due colonie 1700 relegati, è, a parere del governatore Arthur, di sproporzionata asprezza. Rimàngono chiusi dal tramonto all'alba in ''cassoni'', che ne contèngono da venti a ventotto; e non vi pòssono rimaner tutti nello stesso tempo giacenti o piedestanti, ma dèvono tener le ginocchia piegate, non avendo poi ciascuno su le nude tàvole spazio più largo d'un mezzo metro. Nel giorno lavòrano sotto stretta guardia, soggetti alle frustate per ogni lieve trascorso. La loro depravazione si sparge fra i pòveri militari che li custodìscono; e il colonello Breton attestò che nel suo reggimento aveva fatto gran guasto la convivenza dei soldati coi malfattori, fra i quali incontràvano talvolta loro conoscenti; cosicchè molti èrano poi entrati essi pure nel càrcere di Sìdney sotto accusa di gravi delitti.
L'estremo castigo è l'ulteriore relegazione nei due stabilimenti penali (''penal settlements''); l'uno dei quali è nell'ìsola Nòrfolk e l'altro a Port-Arthur in Diemenia, e còntano in complesso circa duemila condannati. Questi e i loro custodi sono i soli abitatori di quei luoghi; le fatiche loro sono più aspre e indefesse; ogni trascorso viene immantinenti punito colla fru-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELLA RIFORMA PENALE|128}}</noinclude>sta. Il giùdice primario dell'Australia, scrisse che la pena della deportazione giunge per costoro a tale acerbità, che divien loro desideràbile la morte, e sovente se la procàcciano per orrìbili modi. «Ho visto, attestò egli alla Commissione, parecchi relegati all'Isola Nòrfolk, che avèvano commesso un nuovo delitto pel solo fine d'èssere rimandati al tribunale di Sìdney, e uscire di quella tormentosa vita; e per le parole loro mi assicuràì ch'essi confidàvano nella certezza d'èsser condannati a morte. Ed io medèsimo, nello stato loro, preferirèi qualsìasi morte». Perlochè il governatore Bourke ottenne nel 1834 l'istituzione d'un tribunale nell'ìsola stessa per la speranza che lo spettàcolo della pena capitale, eseguita sotto li occhi di quelli infelici, potrebbe forse rimòverli da quell'atroce desiderio di morire, che li traeva a involontarii delitti.
Ridutti a tale estremo, sono sempre pronti a feroci ribellioni. Nel 1834 per poco non riescìrono a sorprèndere il presidio, e sottometter l'ìsola; nove rimàsero uccisi nel fatto, ventinove èbbero condanna di morte, ùndici dei quali vènnero giustiziati. Il sacerdote catòlico, mandato ad assìsterli, riferì alla Commissione la strana scena di cui fu testimonio. «Dette poche parole per disporli a rassegnazione, pronunciài i nomi di quelli fra i condannati che dovèvano soffrire la morte; e restài stupefatto vedendo li nominati, ad uno ad uno, cader ginocchioni, ringraziando Iddìo che li voleva redenti da quel luogo orrìbile, intantochè i graziati rimanèvano in cupo silenzio».
Un èssere umano non può venir vessato oltre a certa misura; l'estremo della miseria tocca l'estremo della degradazione. I sacerdoti anglicani e catòlici espòsero alla Commissione con parole che non è lècito ripètere, come quelli sciagurati vìvano tra odj furiosi e abominèvoli dissolutezze, in modo che fa raccapriccio il pensiero di mandare qualsìasi èssere umano in quella vita di disperazione.
Al contrario li avventurati, quelli che dopo quattro o sei anni di pena ottèngono un ''viglietto di licenza'' (''ticket of leave''), pòssono lavorare ove lor piace e per loro conto, e tròvano buone mercedi, pel gran bisogno che si ha d'operài. E siccome per cattivi diporti si può tosto ritògliere quell'indulto, così riesce<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||II. DELLA DEPORTAZIONE|129}}</noinclude>loro di qualche impulso a ben fare, e costituisce la meno riprovèvol parte di tutto il règime deportativo, benchè nella concessione delle licenze si commèttano palmari abusi.
La deportazione contiene adunque li elementi d'una giusta pena? — Il primo intento della pena è atterrire coll'esempio: ''poena in paucos, ut metus in omnes''; il legislatore che ha promesso d'infliggere un male a chi commette certe azioni, è tenuto a punire, non per vendetta, ma per attenere la sua promessa, e per provare che la sua minaccia non fu inane, e liberare la società da quell'assiduo spavento in cui la immergerebbe l'impunità dei malviventi. Se la pena oltrepassa il lìmite richiesto all'esempio, diviene inùtile strazio. Tutta quella parte di pena che non è conosciuta e ''creduta'', non adempie il fine della legge. Perfetta legislazione sarebbe quella che col mìnimo male imprimesse il màssimo spavento. E l'ideale modello sarebbe una pena che apparisse alli occhi della moltitùdine con tutti li orrori d'un inferno, quantunque nel secreto della realtà riservasse pure al paziente un paradiso.
Ora, qual grado di paura incute la deportazione? Il giùdice intima al reo ch'egli sarà mandato dal natìo paese a terra ignota, separato forse per sempre dai congiunti e dalli amici, costretto nella nuova dimora ad affaticare per altrùi. Ma codesto esilio e codesta separazione, qualunque fosse l'effetto loro nelli andati tempi, hanno omài perduto la primiera loro terribilità. Non sono più le terre strane e li ignoti mari; sono paesi abitati dalle milliaja dei loro consorti, e dalle milliaja di venturieri che vi còrrono come a terra promessa. E talora avviene, che, mentre un giùdice amplìfica avanti ai condannati la sventura dell'esilio, qualche sensale va magnificando nella stessa città la bellezza e salubrità della nuova colonia, la sua fertilità, la mite temperatura, le grosse paghe, le grandi fortune che vi si fanno; ed offre ai circostanti come gran ventura il passaggio a quello stesso luogo col cui nome il giùdice dovrebbe far paura al delinquente. Nell'anno 1839 e nel precedente, approdàrono nell'Oceania cinquemila condannati e diecimila lìberi emigranti; molti andàrono a servire le medèsime famiglie e ad arare li stessi campi; innocenti e scellerati si confùsero, con sov-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELLA RIFORMA PENALE|130}}</noinclude>versione d'ogni morale e annullamento d'ogni penalità. Come escusare tanta contradizione?
Chi può far sentire anzi tempo ai malvagi quanto dura possa riescire la sorte loro nelle colonie, e quanto aspri vi pòssano èssere i patimenti? La condizione d'un deportato oscilla a caso fra quella d'un domèstico di buona gente e d'uno schiavo di bàrbari. Talora soffre assai più che non volle il suo giùdice; ma l'incerto e ignoto soffrire è un gratùito e ingiusto male. Non si può persuaderne la feccia della plebe, alla quale si dirige la minaccia penale. Essa ne riceve notizie solo da quei condannati che nella lotterìa penale fùrono vincitori; ed è noto, che nei rari casi nei quali i più sfortunati màndano novelle alle case loro, sògliono dissimulare la loro miseria, anche per allettare li altri su la stessa via, e vendicarsi screditando la giustizia. Perlochè Sir G. Arthur propose di diramare ragguagli d'officio su la condizione vera dei deportati. Ma è chiaro che i più dei malvagi prèstano ben poca fede alle istorie dei magistrati, in confronto alle notizie avute per la via dei loro consorti. E ad ogni modo verrèbbero infine a conchiùdere che la pena è ineguale e venturosa; e come tutti li altri giocatori, avrèbbero più speranza di vìncere che timor di pèrdere. Il timore non potrà mai dunque esser proporzionato al male.
La legge dovrebbe rèndere impossìbile al colpèvole il commèttere nuovi delitti, almeno in quel tempo che gli dura la pena; dovrebbe rèndergli quanto si possa spiacèvole l'idèa del delitto, e quando compì la pena, premunirlo dalla tentazione d'una recidiva. Ma per tutti questi saggi rispetti la deportazione riesce inefficace. I prospetti criminali e le cifre suesposte dei sommarj castighi ben pròvano che il delitto è frequente fra i deportati, e durante la condanna e dopo; e anche il doloroso vìvere d'Isola Nòrfolk e di Porto Arthur non li rattiene dal meritarsi d'èsservi mandati una seconda volta; poichè la pena in tal modo amministrata abbrutisce l'ànima, offusca le facoltà riflessive, e lascia vivi i soli impulsi d'una bestiale sensualità. E Stephens governatore della Diemenia dichiarò, che, se mai l'emenda è il fine della pena, non ve n'ha in quelle colonie<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||II. DELLA DEPORTAZIONE|131}}</noinclude>alcuna speranza. Infine allo spirar della pena il liberato entra cittadino d'una società ove il vizio è la règola, e il buon costume è l'eccezione.
Il nùmero dei delitti è veramente enorme; e ciò dimostra che l'esempio dei deportati corrompe tutta l'altra popolazione: poichè in luoghi ove i lavoranti sono tanto cercati, sì pingui le mercedi, sì facile guadagnare coll'industria un' abondèvol vivere, la frequenza dei delitti dev'èssere da mera pravità. Nel 1834 la Diemenia contava 23 mila abitanti lìberi, 16 mila èsuli e mille soldati; e le sentenze sommarie salìrono quell'anno a 15 mila, fra le quali mille condanne alla catena, e 1500 alla frusta. Le condanne per delitti capitali sommàrono ad 1 per ogni 100 ànime in sette anni; mentre in Inghilterra si conterebbe un tal nùmero solamente in settant'anni, e nella Scozia in poco meno d'un sècolo. In un tempo che tutte quelle colonie penali non contàvano novantamila ànime, si èbbero in sette anni 923 condanne di morte, e 362 esecuzioni, cioè ''una per settimana''. Il giùdice Bàrton disse, che chi osservasse quella popolazione, dovrebbe crèdere che l'ùnico fine della vita fosse quello di commètter delitti o di punirli. E cotanti supplicj non hanno efficacia d'esempio; anzi di molti delitti non è fàcile scoprire li autori, perchè fra i lìmiti d'un territorio vasto quanto l'Inghilterra, molti deportati èrrano colli armenti in libertà e spesso in armi. Talora un fugiasco a cavallo e minaccioso si affaccia all'abitazione appartata di qualche tranquillo coltivatore, e lo spoglia, mentre i domèstici rimàngono ilari testimonj dell'audacia del loro consorte di condanna. I pastori commèttono le più atroci crudeltà contro li indìgeni. Trenta di questi infelici, che vivèvano in pace presso una delle più remote stazioni pastorizie, fùrono uccisi da una banda di deportati; una sola donna giòvane fu risparmiata. Un primo consesso di giurati assolse li uccisori; e un secondo li condannò, ma fece un ricorso in loro favore; e perchè sette fùrono giustiziati, si diede accusa al governatore che si fòssero messi a morte tanti Bianchi, che infine avèvano ucciso solamente canìbali Negri. Queste atrocità pròvocano i selvaggi alla vendetta, sicchè diviene poi necessità di cacciarli come lupi. Perlochè nella Diemenia<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELLA RIFORMA PENALE|132}}</noinclude>omai sono distrutti, tranne quei pochi che fùrono trasportati a perire altramente su l'isoletta di Flinder.
Qual maraviglia che tutto tenda alla violenza e al delitto, se si considera di quali elementi si componga quella popolazione? «Fin da cinquant'anni addietro, dice il signor Molesworth, il sapiente Bentham predisse li effetti d'una colonia fondata con malfattori, che sono suggetti ad una pena la quale non tende all'emenda; e il fatto corrispose strettamente alla sua predizione. Fino all'anno 1836 vi si tradùssero centomila condannati, e li emigrati lìberi non fùrono più di sessantamila. Questa sproporzionata mìscela d'innocenti e colpèvoli poco poteva condurre all'emenda di questi, molto al pervertimento di quelli».
In centomila deportati, le donne non giùnsero a 13 mila. L'ùltimo censo diede per tutta la colonia cinque uòmini per due donne, e nelle campagne, ove risiede il maggior nùmero dei relegati, 17 uòmini per una donna. Eppure i magistrati si oppòsero sempre a ricèvere maggior nùmero di deportate, perchè non sapèvano con qual castigo raffrenarle; le famiglie rispettàbili non le volèvano al loro servigio, perchè temèvano di vedersi infetta dai più indecenti esempj la prole. Per lo più le donne mandate in ''assegno'' venìvano in breve rimandate da castigarsi; e i magistrati non sapèvano come fare. Il càrcere penitenziale è la sola pena che si convenga alle donne; ma quello che si era a tal uopo fondato nella Nuova Galles, per lungo tempo nulla fu di meglio che un postrìbolo, o un ospizio di partorienti. Il più savio partito è quello di promòvere i matrimonj; ma ciò rimove ogni apparenza di pena. Il trattamento delle donne è la più grave difficoltà di tutto il règime della deportazione; nè perciò consegue che debba restrìngersi ai soli uòmini; e poichè la legge manda milliaja di malfattori ad esser prima schiavi e poi cittadini in Australia, bisogna bene che dia loro la più natural compagnìa, altrimenti sarà peggio pei costumi. Il tentativo di pareggiare il nùmero dei due sessi col promòvere l'emigrazione lìbera delle donne, andò a vuoto, màssime per la mala direzione di certe inette e pie persone che vòllero prènderne l'assunto. Le vie di<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||II. DELLA DEPORTAZIONE|133}}</noinclude>Sìdney e di Hòbart-Town si affollàrono di prostitute senza costumi e senza voglia di lavorare; e con ciò si sciupò un millione di franchi; nè mai si potè ottenere che le donne morigerate si facèssero all'idèa di recarsi sole fra una popolazione di scapestrati.
È chiaro qual vita sia quella d'un'onesta persona in una società ove tre quinti sono colpèvoli di grave delitto, ove alcuni dei più ricchi possidenti, e la maggior parte dei mercanti, delli albergatori, quasi tutti i domèstici, li agricultori, li stradajoli, i soprintendenti dei condannati, e nella Diemenia li impiegati stessi di polizìa, i carcerieri, i giurati, e tàlora anche i giùdici, e perfino i maestri delle scuole, fùrono in origine condannati. Ad ogni istante il colono si trova secoloro; è circondato e assediato dal delitto, vessato dal quotidiano spettàcolo di bestiali castighi; ad ogni istante la frusta; in tutte le vie, masnade di miseràbili incatenati; i suoi domèstici sono inveterati malfattori; le serve sono prostitute ubriache; i lavoranti si arrògano per poco lavoro le più ingorde paghe, si danno ad ogni dissolutezza, e costrìngono il padrone a provocar sopra loro la frusta del magistrato. Delitti, che non hanno esempio altrove, vèngono commessi dai servitori nel seno di costumate famiglie, che vèdono spesso contaminati li innocenti figli in tènera età. Nella Diemenia una polizìa composta di malfattori può forzar l'uscio delle case a qualunque ora di notte, sotto pretesto di rintracciare un fugitivo, e può arrestar chiunque su la pùblica via, sotto pretesto che sia un prigioniero. Nell'Australia, chiamato il colono a sedere in tribunale fra i giurati, può trovarsi presso un collega che fu egli stesso malfattore, e che ad ogni modo vorrà protèggere l'accusato. Se gli si conferisce una magistratura, deve passare il giorno e la notte a decretar frustate per lievi trasgressioni, e a vigilare che il condannato che ha l'incàrico d'amministrarle, le infligga col rigore voluto dalla legge. Insomma, il paese è una vasta e mal governata prigione; ed egli è niente di più che un carceriere di sospetta fede; poichè sì odioso officio si assume difficilmente per onorata vocazione.
La schiavitù, sotto qualunque forma, corrompe sempre il padrone, rendèndolo avaro, crudele e dissoluto. Pure la sèm-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELLA RIFORMA PENALE|134}}</noinclude>plice schiavitù, come nelli Stati Uniti, ammette, se in così tristo uso è pur possìbile, qualche circostanza mitigante; ammette uno stàbile interesse del padrone nel benèssere del suo schiavo; ammette quel vìncolo di naturale benevolenza che nasce tra padrone e schiavo, quando crèbbero compagni della puerizia. Nulla di ciò nella schiavitù penale; ma dall'una parte, perpetua diffidenza; dall'altra, odio e terrore.
Qual bene fa dunque la deportazione? Non previene il delitto, perchè il terrore che produce non è proporzionato al male; non emenda il colpèvole, ma lo deprava del tutto: non diminuisce il nùmero dei malfattori, ma solo muta con enorme spesa la loro abitazione, e porta a centuplicarsi in Australia il mal seme della nostra malvagità. È ineguale, incerta, inesemplare, crudele, immorale. Come pena adottata da un'antica nazione, è inetta e indegna; come modo di fondar nuove nazioni, è perversa e infame. «L'ùmile mia persuasione, conchiude Sir W. Molesworth, è dunque che la deportazione si abolisca del tutto».
Il ministro Lord J. Russell aveva esposto in una lèttera li argomenti che militàvano contro la deportazione, ma èrasi ristretto a dimandare che si abolìssero li assegnamenti, e che i condannati a più di sette anni scontàssero la maggior parte della pena nell'ìsola Nòrfolk, per còmpierla poi nei lavori pùblici dell'Australia.
Ma spirata la loro condanna, dice il sig. Molesworth, si dovranno forse ricondurre a pùbliche spese in Inghilterra, o si dovranno vomitare in massa su le pòvere colonie dell'Australia, a infettare un pòpolo nascente? Deve intanto continuarsi l'orrìbile disciplina dell'ìsola Nòrfolk? Oppure con qual altro modo raffrenare quella turba sciagurata? Non fu ànimo crudele che trasse a quelli estremi i magistrati; ma vi giùnsero per inevitàbile necessità, dacchè concepìrono il tristo propòsito di sostenere la disciplina colla nuda forza; quindi aspri strazj ad ogni frìvola trasgressione; quindi un vìvere peggior della morte. Appenachè quella disciplina si rallenti, non è possìbile frenare tanta moltitùdine, se non rinchiudèndola tutta nelle càrceri. Ora si vògliono costruire codeste prigioni nell'ìsola stessa, in quell'àngolo del<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||II. DELLA DEPORTAZIONE|135}}</noinclude>mondo? È forza dunque continuare frattanto nelli stessi orrori, poichè càrceri non vi sono; e il porto, capace di sole barche, non si può ridurre ad uso di galere (''pontoni''). E si è ben considerata la spesa di costruir càrceri in un'isoletta, senza legnami, senza porti, in mezzo all'occèano, mille miglia lontana dal più lontano ricòvero di gente civile? Le braccia dei condannati pòssono fornire solo tenue quantità del più triviale lavoro; convien dunque allettarvi dall'altra estremità del mondo esperti artèfici; e sarà difficile il rattenerli, che non vàdano in cerca di più grosse paghe in altre più fortunate colonie: nè si può assentir loro un vìver troppo lìbero e largo, in luogo di pena, ove la durezza e la noja del vìvere riduce spesso a tumulto i militari più disciplinati. La spesa dunque di costruir càrceri nelli Antìpodi, col sussidio del lavoro forzato, tornerà di più doppj maggiore, che non quella di lasciarvi pure in ozio i relegati, e costruir le nuove càrceri in quell'Europa medèsima, ove fùrono commessi i delitti che si vògliono punire.
E come poi vigilare quelle càrceri remote? Perchè si sono instituiti nella Gran Britannia li ispettori delle prigioni? perchè s'impose loro di darne ogni anno pùblico rendiconto? «Se dunque siete venuti a capire, dice il proponente, che, senza indefessa pùblica ispezione, la vera disciplina carceraria non si può conservare nemmeno in paese, e che d'una ispezione non vigilata non potete fidarvi nemmeno sul vostro uscio, avete poi ragione di collocare maggior confidenza nei carcerieri della Nuova Galles? o volete mandare ispettori annuali alli Antìpodi? e lasciare che passi ogni volta un anno tra li abusi più gravi e la più urgente vigilanza?»
I vizj fomentati dalla coabitazione dei delinquenti non si pòssono tògliere se non colla loro segregazione, ossia con càrceri perfette. Bisogna dunque venire ad un buon règime cellare, in cui ciascun colpèvole, segregato dalla corruttrice presenza de' suoi pari, escluso dall'alta scola del delitto, altro conforto non abbia nella sua romita cella, che il ''permesso del lavoro volontario'', e le visite di benèvoli ammaestratori; e non soggiacia ai bestiali castighi del ''lavoro forzato'' e del ''bastone silenziario'', ma soltanto a quell'aggravazione, che nella sua<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELLA RIFORMA PENALE|136}}</noinclude>dolcezza è pure a rea coscienza l'ùnica insopportàbile e irresistìbile: ''l'assoluta solitùdine senza lavoro''.
Alcuni oppòsero che la spesa d'un buon càrcere segregante sia maggiore di quella della deportazione. Ma il fatto dimostra che le colonie penali, dalla loro fondazione al 1836, costàrono più di otto milioni sterlini o duecento milioni di franchi; e ricevèttero 98 mila condannati; sicchè ogni condanna costò finora allo Stato più di duemila franchi; e supposto che ognuna durasse per ragguaglio quattro anni, più di 500 franchi per anno; e rimane ad aggiùngersi l'ulteriore spesa di 46 mila condannati che non hanno peranco consumato la pena. Se poi si considera a parte il compimento d'una condanna ai lavori forzati d'isola Nòrfolk, supposto che ogni condanna ragguagli quattro anni, costerebbe, compresa la spesa del viaggio, circa 912 franchi all'anno; e rimarrebbe ancora a calcolarsi il resto della pena da scontare nei lavori forzati d'Australia. Questa grave spesa della deportazione sfuggì sinora all'aritmètica delli uòmini di Stato, perchè suddivisa sotto varie forme, per una parte nelle spese della marina, per un'altra in quella del militare, in quella delle pùbliche costruzioni, e in varie miscellanee; e prima che s'instituisse un appòsito comitato su la deportazione non si era mai raccolta in complessivo specchio. Nell'ànnata 1836-1837 le spese del trasporto, poste a conto della marina (73,000 sterl.), e quelle del militare (174,000 sterl.), pareggiàvano quelle del mantenimento dei prigionieri (241,000 sterl.); e le spese di giustizia e di polizia fùrono, in rapporto di popolazione, ''nove volte'' quanto quelle della madre patria.
Al contrario una condanna di quattro anni, scontata nel segregatòrio di Glasgovia, costò in ragione di 125 franchi all'anno; sui pontoni d'Inghilterra 187 franchi; nei silenziarj di Wakefield e di Coldbathfields 345 incirca; nel suntuoso càrcere di Millbank 600; e a detta dei più esperti, ragguaglierèbbero in certo nùmero di magnìfici segregatorj 450 franchi all'anno.
L'abolire del tutto la deportazione darebbe annualmente alle càrceri della madre patria maggior afflusso di quattromila prigionieri, i quali, rimanèndovi per tèrmine medio quattro anni, richiederèbbero pel compimento delle loro condanne sèdici-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELLA RIFORMA PENALE|138}}</noinclude>estingua ogni altro più nòbile sentimento, deve provare avversione al pensiero di farsi concittadino d'una communità infamata; e la contrarietà che i pòveri d'Inghilterra dimòstrano a recarsi in quelle colonie, torna a grande onore dei loro costumi. E certo, se la buona gente vi si manda a poco a poco, ella dovrà mano mano uniformarsi al paese, e contrarne tutta l'infezione; solo la sospensione del bando penale e un vigoroso aumento delle libere emigrazioni ponno far sì che in pochi anni le tristi reliquie del grande errore legislativo rimàngano sommerse nel torrente d'una popolazione degna d'esser madre d'una nuova Europa.
Così conchiude il savio presidente il suo discorso a quei potenti legislatori; i quali solo colla grandezza d'ànimo con cui sòffrono l'aperta censura dei loro atti, si rèndono degni di dominare tanta parte di mondo.
L'esilio e la deportazione non sono adunque modi approvàbili d'amministrare la pena e reprìmere il delitto, perchè ridùcono a inùtile e costosa traslocazione del teatro dei delitti e delle pene. Il terrore, che la lontananza e stranezza dei luoghi arreca, è puerile spauracchio che il tempo disperde, mentre ogni graduazione delle pene diventa fortùita, incerta, arbitraria, con elusione della legge e distruzione d'ogni giustizia. Il bando e la deportazione dei cittadini d'un paese è un modo di regalare alli altri il frutto del suo disòrdine e della sua corruzione; è un insulto ai diritti delle genti, dell'ospitalità e della posterità. Ogni Stato ha dovere di tenersi per sè medèsimo i malfattori che allevò nel suo seno, e di godersi l'effetto de' suoi errori, della sua ignoranza, della improvidenza, della ipocrisìa. È inùtile infierire contro il delitto, quando ogni càrcere in tante parti d'Europa ne contiene l'aperta scòla, quando la vigilanza e severità dei magistrati riescono soltanto ad accrèscervi il nùmero delli allievi; quando nel trasporto quotidiano delli arrestati non si ha riguardo al pudore, sicchè un sèmplice arresto equivale ad una condanna di berlina; quando un erroneo principio di protezione, invocato dai rischiosi e fallaci càlcoli delli imprenditori, devìa la pòvera plebe dalle aperte e onorate vie del commercio, e la caccia pei viòttoli d'un invincìbile contrabando, addestràndola<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||II. DELLA DEPORTAZIONE|139}}</noinclude>a calcolare i vantaggi del disòrdine e l'impotenza della legge. Il delitto si previene da lontano, quando la società ammaestra fin dai tèneri anni i figli del pòvero alla fatica, alla riflessione, all'òrdine, alla mansuetùdine, all'onore.
Intanto lo studio del règime penale dimostra sempre più quanto profondo e sapiente sia il detto di Romagnosi, che ''un buon governo è una gran tutela, accoppiata ad una grande educazione''. È grande e non vulgare esempio quello che danno all'Europa li uòmini di Stato della Gran Bretagna, confessando nelle splèndide loro discussioni i fatti errori, ed espiando con onorèvoli parole l'oblìo in cui pòsero ostinatamente i consigli del pensatore ''Bentham''. Pur troppo li studj morali sono guardati in Europa con indifferenza dai più, con avversione da molti, e si cancèllano perfino dal nùmero delle scienze e dai colloquj delli scienziati; ma i duri fatti presto o tardi li rammèntano: il tempo matura li errori, i quali si fanno grandi, e avvilùppano le finanze degli Stati, e intràlciano i passi delle amministrazioni. Si può disprezzare lo studio e negare la verità; ma infine la pienezza dei tempi arriva; e la verità morde il piede che la calpesta.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>
{{Centrato|'''III.'''}}
{{Centrato|'''DELLE GALERE'''<ref>''Nota.'' Pubblicato nel Politècnico, l'anno 1843, ad esame dell'òpera intitolata: ''Les forçats considérés sous le rapport physiologique, moral et intellectuel, observés au Bagne de Toulon'', par N. Lauvergne, professeur de médecine de la Marine royale, médecin en chef de l'hôpital des forçats de Toulon. Paris, Baillière, 1841.</ref>}}
{{rule|2em}}
Quando nel 1841 il grave argomento della riforma carceraria venne proposto dai signori Mittermaier, Petitti di Roreto e Ronchivecchi al Congresso radunato in Firenze, l'improvisa proposta parve quasi inopportuna al luogo e alle persone; e si palesò che in quel primo istante i nostri mèdici non avèvano potuto orientarsi nella nuova e perplessa questione. E infatti nell'intervallo dell'anno fàttisi a considerarla di propòsito, addivènnero nel successivo Congresso di Pàdova a conclusioni che sembràrono quasi opposte alle prime. Laonde li stranieri, osservatori poco amichèvoli delle cose nostre, le notàrono come segno d'inconsiderato e arbitrario mutamento d'opinione; benchè veramente solo il secondo voto si potesse avere per manifestazione di lìbero e ponderato giudicio.
Intanto la stretta connessione della scienza penale e della medicina si fece in questo argomento sempre più manifesta,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||III. DELLE GALERE|141}}</noinclude>cosicchè omai vuolsi sperar piuttosto dall'osservazione mèdica che non dalle deduzioni dei giureconsulti alcun grande e sùbito incremento nella dottrina criminale. Nè i fatti che il mèdico è in grado di raccògliere si ristringono solo al governo del càrcere e alla vita dei mìseri reclusi; ma si riferìscono alla più intima parte della ragion penale, ossìa all'esplorazione di quella spinta criminosa, da cui dipende la scelta e misura delle pene, come nell'arte militare dalla natura e potenza delle armi offensive dipèndono le condizioni della difesa.
Nessuno dubitò mai che alcuni uòmini non sìano per natura feroci, perversi, proclivi al furor delle passioni, come altri al contrario fin dal seno materno sèmbrino temperati a mansuetùdine e benevolenza, sicchè a tenerli sulla diritta via non è certamente mestieri atterrirli col volto del carnèfice e col suono delle catene. Codeste varietà delli umani individui dal mèdico pòssono èssere osservate; ma l'uomo dei metafisici, e quindi anche l'uomo dei giureconsulti i quali sògliono mòvere appunto dalle asserzioni generali della metafisica, si riduce a cifra ùnica e costante, a invariàbile astrazione.
Un perseverante osservatore di quelli esterni e interni fatti che costituìscono nei sìngoli la spinta criminosa, è il dott. Lauvergne, professore di medicina della regia Marina e mèdico primario dell'ospital delle galere di Tolone. Nessuno era meglio di lui collocato per osservare in quella vasta sentina di sventura e delitto le forme estreme dell'umana depravazione, e vederla nuda fra i patimenti delle infermità e le angosce della morte. Oltre ai minori colpèvoli, egli potè studiare più di ''cinquecento condannati a pena capitale'', radunati non solo da tutte le parti della Francia, ma d'altri luoghi del Continente, dalla Còrsica e dalle genti àrabe, cabaile e israelìtiche dell'Algeria; al che vògliousi aggiùngere le osservazioni ch'egli raccolse ne' suoi viaggi per l'Italia, la Grecia, l'Egitto, le Antille e il Brasile. Perlochè non credìamo che alcuno dei giureconsulti sarà così vano della propria dottrina da negare udienza al buon mèdico, se anco gli dovesse apparire un po' all'oscuro di certe verità che son da loro universalmente tenute. Intanto noi, che non riconosciamo altra scienza da quella che si viene<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione|142|DELLA RIFORMA PENALE|}}</noinclude>lentamente estraendo dalla testimonianza dei fatti, vorremmo che al suo esempio seguìssero quanti per avventura pòssono trovarsi in sìmile opportunità d'osservare; e che i giureconsulti sapèssero poi cernire e ordinare a qualche utilità la congerie delle nuove osservazioni.
E qui alcuno penserà forse che le osservazioni del mèdico sìano sempre desunte dalle attitùdini corporee e non dalle leggi della natura morale, e dèbbano riescire affatto estranie ai fondamentali principj della repressione penale. Ma le osservazioni del dott. Lauvergne anzi pròvano che le spinte materiali non sono le più frequenti càuse del delitto, e che anco fra le spinte materiali le indirette prevàlgono di lunga mano alle dirette. Non è innato impulso di rapacità che fa il più gran nùmero dei ladri; ma è l'amor dei piaceri, e la vanità, e la cieca imitazione di quei tristi esempli che si affàcciano in seno della società, e si propàgano con velenoso contatto nel fondo delle prigioni. Primeggia fra le càuse dei delitti la negletta educazione, e la mancanza di quella iniziativa al dovere e all'onore, che un fanciullo avventurato riceve dalla voce d'una madre. Quindi l'A. si leva con ìmpeto contro la precoce emancipazione dell'adolescenza, contro l'incuria e l'imbecillità dei padri, contro le discordie domèstiche che fanno intorno all'innocenza un inferno, contro la licenza dei ricchi i quali, traviando le fanciulle della plebe, le spìngono di miseria in miseria a dare incerti natali e sangue infetto ai figli, e allevarli nella bèttola e nel lupanare. Fra queste bruttùre cresce la più abjetta classe dei ladri, la quale a corpo snervato e infermiccio aggiunge ànimo vile, mendace, pieno d'ogni impudenza, e svogliato d'ogni util fatica.
E talora la madre si fece ella stessa educatrice al vizio, e pose nell'ànimo del figlio i semi di tardo delitto. E il falsario Durand narrava al buon mèdico, come sua madre lo avesse allevato al gioco, ov'ella profondeva ogni sua cosa. «Quando ella aveva perduto, mangiavamo tristamente il pane secco. E dopo una sera di gioco, soleva tenermi sveglio tutta la notte, per tentar meco da capo, se non il piacer del guadagno, almeno quello della vittoria. E io son qui, perchè ho speso l'onor mio per riparare alla perfidia d'una carta. Per<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||III. DELLE GALERE|143}}</noinclude>me le carte èrano sirene; la vista d'un ''fante di cuore'' mi faceva un senso màgico; mi era più dilettèvole di qualsiasi pittura. Quando più ardeva il gioco, io stringèndomi la mano sopra il cuore, me lo sentiva tentennare d'ansietà; e se la sorte mi tornava avversa, io, senza averne sentore, mi trovava d'èssermi confitto le ugne entro la carne viva». E così dicendo egli mostrava da senno al mèdico i miseràbili segni di quella smania che lo aveva avviato da una sciagurata cuna alla galera. Ed è un conforto l'udire come, dopochè fùrono vietate in Francia le case di gioco e le lotterìe, èntrano in minor nùmero nelle galere di Tolone quelli che dal gioco mòssero ai primi traviamenti.
Non pochi sono i giòvani, che da remote provincie gettati per tìtolo di studj e senza scorta di genitori fra li allettamenti d'una vasta capitale, tròvano in una donna scostumata e imperiosa la pietra d'inciampo, e l'artificiosa consigliera d'un furto o d'una truffa. La più parte di costoro tiene appena i primi rudimenti del sapere, nozioni vaghe d'ogni cosa, uno stile strano e romanzesco; nessun condannato si vide mai a Tolone che avesse una grave educazione, e come l'A. dice, un' educazione ''oratoria''. I truffatori eleganti sono le vìttime d'una prematura libertà; credèvano èsser chiamati a tutte le grandezze, a tutti li ''amori''; coltivàrono le inezie vanitose e non le serie virtù; smarrìrono la semplicità, senza cògliere il fiore della dottrina; e talvolta si tròvarono perduti per una donna, senza aver mai provato l'amore. — Armand condannato a dieci anni di ferri, bello e grande della persona, biondo, aggraziato, ma già guasto nell'infanzia da una madre leggera, poi traviato dalla moglie del suo principale a cui manomise lo scrigno, non porgeva al mèdico indagatore indicio alcuno di veementi passioni: li amori suoi èrano tutti di vanaglòria; e un'ambizione tutta di frivolezze aveva spinto un'ànima molle fino all'avvelenamento domèstico.
Il buon dottore, alquanto proclive per posizione a vedere nelle cose umane piuttosto le càuse del male che del bene, dice che li antichi si gloriàvano di sprezzare li agi e le morbidezze, ma noi ci facciamo gloria di godere squisitamente; mentre l'idèa che la vita è tempo di prova e di milizia si<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione|144|DELLA RIFORMA PENALE|}}</noinclude>va nelli uòmini semprepiù cancellando. L'amor dei piaceri e delle vanità accende il desidèrio delle sùbite ricchezze. I guadagni fatti da taluno senza pericoli e senza fatica, infiàmmano le menti; eziandìo chi non nacque avaro, prende il furore di far pronta fortuna; le anime più generose si cùrvano al culto dell'oro. Quando un pòpolo ha consacrato nelle sue leggi la divinità dell'oro, è naturale che ognuno cerchi a suo modo la pietra filosofale; il più impaziente o più spensierato accèlera il passo, studia li scorciatoj, e cade per via. Chi usurpò un patrimonio simulando un fallimento, non ha recato a' suoi creditori la centèsima parte del danno che cagiona alla sequela de' suoi bassi imitatori, i quali, tentando le stesse arti con altro ingegno e altra fortuna, s'invòlgono nelle reti della legge criminale. Il morbo dell'oro è quello di tre quarti dei condannati ''a tempo''. Essi si son messi in giostra per acquistare una bella fortuna; sbalzati di sella torneranno in giostra un'altra volta, dopo aver meditata nelle galere la cagione del loro disappunto, ed èssere stati a lungo consiglio con più provetti maestri.
La sete dell'oro dòmina assai più assiduamente le ànime piccole e le menti anguste, non fecondate da generosa e profonda dottrina, non divise fra la cura delle cose e quella delle idèe. E forse quella legge naturale che trasfonde le sembianze dei padri nei figli, rende ad ogni nuova generazione più poderosi quelli istinti che i padri esercitàrono assiduamente in sè medèsimi, e fomentàrono fino all'eccesso. L'incessante preoccupazione dei nùmeri lògora la potenza nervea, e inaridisce materialmente il cèrebro; cosicchè l'autore illuso da preconcette opinioni, e scambiando la càusa per l'effetto, asserisce che l'anatomìa stessa ne riscontra le vestigia.
Molti non cèrcano in una carriera la legìtima applicazione delle loro attitùdini; vògliono aprirsi una fonte di lucro e d'ambizione in officj a cui non sono adatti; vògliono, con diritto o senza, occupare i sommi gradi della scala civile. E quando mai la capacità mancò all'uomo che seppe valersi della protezione e del raggiro? L'esempio di codesti intrusi ìncita ad alte speranze tutta la caterva delli incapaci, che fidando nell'importu-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||III. DELLE GALERE|145}}</noinclude>nità e nell'impudenza aspìrano a soppiantare l'ingegno e la fatica. Confuse quindi tutte le ragioni del mèrito e del demèrito, messo l'uno in guerra colla fortuna, e l'altro in guerra colla natura, si riempie la società d'uòmini deliberati a non fare ciò che pòssono, e impotenti a fare ciò che vorrèbbero; e si sovverte nelli ànimi ogni rettitùdine, ogni equità.
Ma la fonte più larga del male è l'imitazione. La maggioranza dei viventi, dèbile d'intelletto, incerta di consiglio, si affolla dietro i passi di chi con audace volontà o alto ingegno la precede. Poco è il nùmero delli uòmini grandi nel bene o nel male; ma immenso è il loro potere sui mediocri, che hanno l'istinto canino dell'adesività e l'istinto pecorino d'andare in greggia. Alcuni arrìvano alle galere senza aver mai concepito da sè stessi il propòsito d'un delitto, o aver avuto la forza di còmpierlo, ma sempre dòcili strumenti d'ànimi più fieri che li tràggono seco con potente volontà. — Tale era a Tolone il pòvero recidivo Gibrat, che ad assoluta imbecillità univa li indizj della più cieca adesione, e persino col volto annunciava la feroce fedeltà d'un cane da pastori.
Noi siamo naturalmente proclivi a ripètere ciò che vediamo fatto da altri. Se ci vèngono posti inanzi i virtuosi esempli, la ragione prende lena sui bassi istinti. Ma se nature già inferme, e non sanate da buona educazione, anzi sconvolte dalla memoria dei fatti errori e dell'onore perduto, si aggiunge il consòrzio di tutto ciò che v'ha di più corrotto nel mondo, quali frutti produrrà l'imitazione? Ora, quando si osservano quei nefandi luoghi che si chìamano ''bagni'' in Francia e ''galere'' in Italia, si vede che la legge vi ha d'ogni parte adunato le più maligne corruttele, per generarne un fòmite ancor più maligno, e innestarlo appunto in quelle ànime che sono più acconce ad assorbirlo, e riprodurlo e diffònderlo in tutta la comitiva. Tre quarti di quei miseràbili hanno mente affatto stùpida; e pòngono mano al male, solo per ripètere ciò che òdono e vèdono intorno a sè. Caduti una prima volta nei ferri, ne èscono, dopo aver ascoltato per anni la voce dei veri scellerati, che, posti quasi a maestri trasmèttono in quel diabòlico concilio il sìmbolo tradizionale dell'iniquità. Colà s'impara l'orribil arte di sepellire in un col-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione|146|DELLA RIFORMA PENALE|}}</noinclude>l'ucciso le vestigia dell'uccisione; colà si stùdiano tutti li scaltrimenti per elùdere la legge, o fàrsela meno aspra, e ottenere il càrcere in luogo della morte. In siffatta società lo scellerato primeggia; e il vulgo, che si lascia abbagliare da tutto ciò che non è commune, ne trae pàscolo a curiosa e stolta ammirazione.
E la vita delle galere è assai meno austera di quella del càrcere. Il condannato trae la sua catena per le vie d'una bella città, gode il cielo aperto, gode il consòrzio de' suoi pari, e divide le fatiche e le paghe dei più onorati operaj, ben lontano però dal compensare collo svogliato lavoro la spesa che cagiona allo Stato la sua custodia. Destinato alle fatiche delli arsenali, vien pasciuto in modo di conservare la floridezza delle forze; e può mòvere invidia a tre quarti dei pòveri contadini di Francia, che hanno scarso il pane e il vestimento, e tetto di paglia, e pareti di loto. Per lo più il condannato vive assòrto nella sua natìva stupidezza, contando i giorni che gli rèstano a svestire la casacca rossa, e riprèndere i cenci nuziali della libertà. E intanto si consola co' suoi consorti, imparando il gergo e i misterj di quel soggiorno, stazione e riposo del malvagio; il quale sotto l'ira della legge è a considerarsi assai meno infelice del ladro lìbero, che s'aggira in assìdua ansietà, perseguitato dalli uòmini e vessato dalla natura. Quando poi, scontati i giorni di pena, ripiglia i diritti d'onesto cittadino, e può annidarsi nelle grandi capitali, confederato con quanto hanno d'immondo, e restar tuttavìa celato nella folla: quale infezione egli non si reca intorno!
Posto l'irresistìbile impulso delli uòmini vulgari all'imitazione, divien càusa di male anche la teatrale publicità che suol darsi colle pene ai delitti, e che riempie le menti di male imàgini, ed espone il moribondo alla pietà, se compunto: all'ammirazione, se impàvido e sfrontato. — Il galeotto Suttler a Tolone tenèvasi in saccòccia, come documento onorèvole, la sua difesa stampata nella ''Gazzetta de' Tribunali''.
L'estremo supplìcio non fa bastèvol terrore, e dall'altra parte è pàscolo improvidamente sporto alla ferocia popolare. Quando i supplìcj divènnero frequenti, i ragazzi si divertìvano per le<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||III. DELLE GALERE|147}}</noinclude>vie a decapitar li animali, come in tempo di guerra si solazzàvano a fare il soldato. Un giorno di patìbolo è giorno di spettàcolo; le turbe a cui si vorrèbbe infòndere orror del sangue e rispetto della vita umana, s'affòllano per saziare nell'altrui dolore un'atroce curiosità. E se all'istante fatale v'ha chi ritràe lo sguardo, e chi osa appena levarlo furtivo, v'ha eziandìo chi si leva in punta di piedi per solleticare un istinto sanguinario. Viste le quali tendenze del rozzo vulgo, sembra degna d'esame l'opinione, che meglio si provederebbe alla pùblica sicurezza, se colla perpetua càrcere si evitasse prima la bàrbara festività del supplìcio, poi l'immorale ritorno della colpa impenitente dalle galere alla società.
A queste càuse di delitto, communi a tutti i paesi, altre si aggiùngono nel gran ricettàcolo di Tolone, affatto speciali a quelli che vi conferìscono il tributo dei loro colpèvoli. Ogni parte della Francia e delle sue dipendenze vi dimostra col gènere diverso delle colpe diverso stato morale. Di 88 delitti, che nel 1840 si portàrono avanti le ''assise'' della Còrsica, all'incirca 70 èrano atti di sangue. Nè ai frequenti omicidj aveva dato occasione l'ìndole propria del colpèvole quanto la forza delle consuetùdini e delle tradizioni. Il montanaro della Còrsica è pòvero, frugale, costumato, ma superbo e iracondo, e per pregiùdicio inveterato riguarda la vendetta come dèbito di domèstica pietà. Robusto, agilìssimo, duro alle fatiche, è sempre presto a sacrificare a una vendetta la quiete del suo tugurio, e farsi vagabondo nei monti, finchè in un momento d'oblìo, le reti della giustizia no 'l còlgano, e un giùdice savio, per non moltiplicare le morti e non seminare altre vendette, non li commuti la pena dell'omicidio colle galere di Tolone. Ma un bandito córso vive in Tolone tra quella corrotta accozzàglia senza mescolarsi seco; egli si rassegna stoicamente al suo destino; non v'ha esempio che un Córso abbia mai levato la mano per uccìdere un guardiano; e se infine esce a libertà, nulla ha imparato, ma nulla obliato; e ritorna nelle sue valli covando nell'ànimo profondo la vendetta.
E qui l'A. si trattiene, anche oltre il suo propòsito, a dipìngere l'ìndole sagace e magnànima di quel pòpolo, che tanto<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|148|DELLA RIFORMA PENALE|}}</noinclude>ritràe nel linguaggio e nelle tradizioni dalla fiera Toscana del medio evo. Più d'una volta, egli dice, viaggiando tra le selve di Fiumorbo, mi parve raffigurare in qualche solitario pastore il pàllido volto del Primo Cònsole. Passate con un'uniforme càrico d'oro a canto a quell'altiero contadino; appena farà sembiante di vedervi; ma se da pari a pari gli volgete la parola, rimarrete stupefatti della cordialità con cui vi farà padrone della sua cavalcatura e della sua casa. Se poi nel pigliar commiato, gli stringete una moneta in mano, esso ve la getterà dispettoso; ma se gli offrite il ricambio dell'ospitalità nel vostro paese, allora vi siete fatto un amico. E quel plàcido osservatore delle cose, diventa una fiera se viene offeso nella sua onoratezza. L'autore troppo sfavorèvol giùdice de' suoi Francesi, attribuisce ai Córsi con tutti i vizj d'una società primitiva una straordinaria perfettibilità; e fa voto che a coltivare quell' «ìsola prodigiosa» e quel «pòpolo magnànimo» la Francia consacri i tesori e il sangue che indarno versa «nell'abisso dell'Algeria».
E l'Algeria dà essa pure a Tolone i suoi omicidi; e sono quelli che persevèrano a luttare contro le armi francesi nei luoghi ov'esse hanno preso ferma stanza. Un giorno si annunciò al mèdico che un condannato àrabo era in accesso d'insania; era un giòvane d'altìssima statura e di forza meravigliosa. «Quel leone incatenato era terrìbile a vedersi; ma alla vista del cortese e amorèvole chirurgo Arban tutto quel furore fu tosto sedato .... Partimmo stupefatti della nobil ìndole di quelle genti che la Francia persèguita nella loro patria come fiere .... Non si vèdono mai accomunarsi alla feccia dei furfanti, coi quali un'odiosa legge tenta confònderli; giàciono sui loro letti d'ospitale, come sotto le loro tende nelle solitùdini dell'Atlante». — La legge, che considera solo il fatto materiale, condannò alle galere di Tolone tutta una famiglia, per aver ricettato del sale sottratto ai pùblici depòsiti; v'era in essa una puèrpera, che morì nell'ospitale delle galere, e seco morìrono i due suoi nati. Un ''marabuto'', venerando vecchio con volto grave e solcato da rughe profonde, sedeva nel suo letto in assìdua preghiera, stringendo con una mano una pietra simbòlica che si teneva al collo, annoverando<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||III. DELLE GALERE|149}}</noinclude>coll'altra i grani del suo rosario musulmano, e mormorando i versetti del Profeta, e all'annuncio della morte de' suoi parlando come il suo antenato Job sul letamajo.
Si vèdono fra i condannati di Tolone anche i Cabaili, rozzi discendenti dei Nùmidi, inferiori alli Àrabi nei doni dell'intelletto, e tolleranti di loro solamente, perchè sono della progenie che portò in Àfrica la parola del Profeta. Il Cabailo ama anch'esso di rifugiarsi nell'ospitale, ove sta tutto il giorno avviluppato nel suo lenzuolo, che si stringe intorno alle tempia a guisa di ''burnù''. Non conosce giochi, non ama conversare, e pensando a' suoi cavalli e a' suoi monti, si consuma di lento ''rammàrico''. «Più volte, dice il buon mèdico, nel dettare la loro dieta, pronunciài di propòsito il nome della loro vivanda popolare, il ''cuscussù''; e tutte le volte vedeva quelli squàllidi volti sfavillare di giùbilo puerile». E qui con quella bizzarra diffidenza che l'A. dimostra della presente civiltà europèa, rammenta che se li Arabi, i quali sognàrono tutta la poesìa delle ''Mille Notti'', e fùrono forse primi a esplorare le stelle del cielo, ora non hanno più scienze nè arti da insegnarci come i loro padri, egli è che la barbarie e la civiltà sono i due poli fra cui oscìllano le nazioni gloriose e le decadenti; ma quelle che chiùdono tutti i loro pensieri nel culto della materia, si prepàrano alla debolezza, che poi le conduce sotto il flagello della conquista.
L'Algeria manda con li Arabi e i Cabaili anche un'altra gente, che mostra i mìseri effetti d'una diuturna oppressione. Sono li Israeliti africani, che il Turco teneva racchiusi nel ghetto, e che ora sollèvano bensì la fronte inanzi alli abbattuti musulmani, ma non pòssono scuòtere sì tosto le tradizioni domèstiche della passata sventura. Vèngono ancora alle galere per furti e fràudi; scostumati, scaltri, abjetti d'ànimo, fiacchi di corpo, spregiati dalli altri Africani.
V'èrano nelli anni addietro a Tolone molti Vandeani, condannati per fatto di guerra civile, e ricevèvano pur sempre secreti soccorsi dalla patria; e v'èrano alcuni di quei soldati che nel 1823 fùrono presi colle insegne della libertà tra le file delli Spagnoli; siffatti prigionieri sono guardati con rispetto dall'altra turba, su la quale esèrcitano quasi un domìnio; l'infamia<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione|150|DELLA RIFORMA PENALE|}}</noinclude>del luogo non li tocca. E qui l'Autore palesa una persuasione non lontana dalla nostra. Noi incliniamo a pensare, che, in mezzo alle incessanti mutazioni della polìtica, li eccessi che derìvano da intemperanza d'opinione, non appartèngano tanto al regno dell'infamia criminale, quanto alle leggi della guerra, le quali ferìscono il nemico quando può nuòcere, e fin dove può nuòcere. Il tempo accende codeste passioni, e il tempo in breve le spegne; e allora la legge s'affaccenda senza frutto intorno a un foco estinto. Chi rimovesse i timori e le ire della polìtica, avrebbe agevolato oltre modo il lìbero sviluppo della ragion penale, e la fiducia dei pòpoli nei ministri della legge.
Vi sono tra i condannati alcuni che alla minaccia del più lieve castigo si rassegnerèbbero a rimanere nel càrcere anche a porte spalancate; e anzi alcuni sono dominati da tale amore dei luoghi e delle consuetùdini, che ricèvono con dolore l'annuncio della libertà. E alcuni sanno per prova che la libertà per chi ha perduto lo stato e l'onore è troppo amara. — Un pòvero liberato si presenta al sig. Dupetit Thouars, lagnàndosi che in tutto il paese nessuno gli voglia dar lavoro; il buon magistrato lo manda a racconciare la strada regia. Alla sua vista li altri lavoratori pàrtono dispettosi, non volendo rimanersi in compagnìa d'un galeotto. Lo sciagurato si riduce a vìvere di carità dentro una grotta, finchè un giorno scompare senza dar più segno di sè. — Altri al contrario, a guisa di augelli selvàtici, che rómpono contro la gabbia il capo e le ale, darèbbero la vita per la libertà. Più volte su la spiaggia di Tolone si trovò il cadàvere di qualche condannato che, gettàtosi in mare, trovò, prima di raggiùngere il lìbero lido, la stanchezza e la morte. — Appena i soprastanti s'avvèdono d'una fuga, ne danno avviso con tre cannonate alli abitanti del circondario, i quali hanno un premio se ricondùcono il fuggitivo. Codesto tentativo si punisce coll'aggiunta di tre anni di pena; e parecchj infelici, rei di non gravi delitti, giùnsero, per codesta insanàbile smania di libertà, a rimanersi in catene tutta la vita. Ora, qual providenza è quella d'una legge disciplinare, che pareggia nella pena le più infami scelleratezze e un naturale amore di libertà?
Ma se a popolar le galere concórrono per indiretto stìmolo<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||III. DELLE GALERE|151}}</noinclude>le stesse più innocenti inclinazioni, bisogna poi riconòscere anche le azioni di stìmoli al tutto diretti e materiali, e d'una natura quasi morbosa. — Un condannato, nello stèndersi la sera sul suo pagliariccio, dice al suo vicino: «come russi? Se lo fai ancora, t'ammazzo». E non passò un'ora che per sì poca cosa lo aveva veramente ucciso. Codesti uòmini affatto bestiali, che spàrgono il sangue senza profitto e senza passione, non sògliono venire dalle città, ma dalle appartate valli, a cagion d'esempio, dalle selve d'Esterel nel dipartimento del Varo; non danno segno di cultura, nè d'alcuna nozione del giusto e dell'ingiusto, nè idèa veruna del valore che ha la vita d'un uomo. Per la manifesta loro stupidezza non giudicati degni del patìbolo, vanno alle galere come andàvano al campo cacciando i bovi; soppòrtano come giumenti le fatiche dell'arsenale, senza lagnarsi, e senza farsi odiare, nè amare; ma se un custode li esàspera, erómpono nei più atroci eccessi, e soggiàciono poi senza ostentazione e senza sgomento alla pena finale. — Un macellajo, cresciuto senza cura alcuna, nè alcuna nozione di Dio e della giustizia, si trovò allacciato in una lega d'assassini, che solèvano di tempo in tempo adunarsi in aperta campagna sotto una vetusta pianta, e da quel convegno s'avviàvano a còmpiere quel qualunque assalto che dai capi sull'istante si proponeva. Uccìsero fra li altri un denaroso campagnolo, nei giorni appunto che un suo nipote era venuto d'altro paese a visitarlo. Questo infelice, accusato dalle apparenze, non seppe spiegarle avanti al tribunale; fu tenuto reo, e condannato a morte. Nella mattina fatale doveva morir sul patìbolo anche il macellajo, e stava bevendo spensieratamente l'ùltimo bicchiero, e aspettando il carnèfice, quando gli percòssero l'ànimo i singulti dell'infelice che si doleva di morire innocente. «Per la prima volta in vita mia intesi chè fosse un rimorso, e provài il desidèrio di fare una buona azione: io dissi: — Voi menate a morire quest'uomo, quando il colpèvole è un altro». — Si sospese il supplìcio; si convinse il vero omicida, il quale, condotto a piè dell'àrbore ove aveva sepolto l'ucciso, lo dissepellì di sua mano. Andò dunque al patìbolo, e l'innocente fu salvo. E il suo salvatore mutò la morte coi ferri in vita, e fece poi rassegnata<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione|152|DELLA RIFORMA PENALE|}}</noinclude>e tranquilla fine. — Come spiegare in costùi così contrarj istinti: la propensione ad uccìdere, e l'impulso a salvare?
Ciò che all'astratto ragionatore rimarrebbe affatto inaccessìbile, riesce meno oscuro al mèdico, ove non rifiuti i lumi che l'osservazione gli porge. S'egli è vero: che, fra 30 omicidi entrati nell'ospitale, il dott. Lauvergne ne riscontrò ben 16 che non dàvano indicio esterno di naturale ferocia, e in fatti èrano giunti al delitto per via indiretta, è poi vero del pari che li altri 14 mostràvano i segni esterni d'ìndole violenta, e 8 fra essi si palesàvano affatto brutali ed efferati. — Il prigioniero Levalay al mìnimo eccesso di fatica cadeva in vera insania; e sotto l'oppressione d'uno stìmolo morboso, supplicava il mèdico a liberarlo dallo strettojo che lo premeva ai lati del capo. E infatti dopo largo salasso e due giorni di riposo, tornava refrigerato e plàcido al suo lavoro. E confessava d'aver sempre avuto una smania di distruzione, facèndosi diporto da fanciullo a fare scempio dei cani e dei gatti, e ad èsser caporione in tutte le guerricciuole dei ragazzi da paese a paese. — Ai medèsimi accessi era soggetto anche il condannato Raymond, sopranomato il ''taciturno'', il quale in quei sùbiti bollori anelava a distrùggere li altri e sè. Un giorno per un'ingiustizia dell'ispettore si accese a segno, che, altro non potendo, si lacerò con un pezzo di coltello il braccio col propòsito di svenarsi. Raffrenato prontamente, e sottoposto al salasso, alle sanguisughe, al ghiaccio, si racquetò; e alla sera, ripreso amorevolmente dal mèdico, gli promise di non attentare altrimenti alla propria vita; e gli si mostrò poi sempre affezionato e dòcile; ma all'annuncio che il mèdico doveva partir di Tolone per altri officj, n'ebbe tanto dolore che tentò uccìdersi di nuovo. Anch'egli, oltre alla cupa e selvaggia natura, aveva avuto l'infortunio di crèscere non mitigato da cura materna.
Ma il più deploràbile esempio di questa insanità sanguinaria era un prigioniero che aveva trucidato sua moglie e suo cognato, e tentato di trucidar tutti quelli che sospettava còmplici nel torgli l'ùnica cosa ch'egli aveva cara al mondo, l'affetto della sua donna. «Quand'io lo vidi, in catene, sdrajato a terra, si agitava, digrignava i denti, ruggiva, e col tetro<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione|154|DELLA RIFORMA PENALE|}}</noinclude>un oriuolo ad altro dei condannati. E aveva poi rubato otto libre di rame nell'arsenale, poi il cerchione dell'àlbero maestro della fregata l'''Independente'', poi la caldaja del vivandiere, e persino il denaro per le paghe dei condannati e il loro vino; i quali furti gli avèvano procacciato in varie riprese quattrocento bastonate. Eppure ne parlava ridendo, e diceva: «il furto è una passione come l'amore; quando mi va il sangue alle unghie, ruberèi a me medèsimo, s'io potessi». E un tale sgraziato, che in una cella solitaria potrebbe lavorare innocuamente, e ascoltar con pace e con frutto le amorèvoli ammonizioni d'un visitatore, veniva tenuto sotto l'impotente minaccia del bastone, in un arsenale marìtimo, ove un adunamento d'inestimàbili valori adescava ad ogni istante l'insanàbile suo vizio!
Questo furore di delitti venne dall'autore studiato anche in quelli indicj esterni, che non sono materia di giurisprudenza, ma che si vògliono pur sempre osservare dal mèdico, il quale tesoreggia i fatti pel rimoto avvenire della scienza. Laonde accenneremo su questo propòsito alcuni pensieri dell'autore, affinchè li altri mèdici, che si tròvino in posto egualmente opportuno, pòssano divisarvi altre osservazioni.
Benchè adunque egli riguardi l'estrema angustia del cèrebro come impedimento all'esercizio delle interne facoltà, trova però che il suo largo e pieno sviluppo non è sempre, come taluno s'avvisa, segnale d'ìndole felice. Laonde opina che la congettura mèdica non debba versar solo sul modo appariscente in cui li strumenti materiali dell'immateriale e pensante unità sono proporzionati e disposti. Egli congettura che la parte superiore e colmeggiante del cèrebro sia uno dei più preziosi distintivi della specie umana, affatto negato dal Creatore ai bruti, i quali perciò si divìdano da noi più che a prima giunta non paja al superficiale e temerario osservatore. Egli, come il nostro egregio collaboratore Oken<ref>Vedi ''Politècnico'', vol. III. Vedi anche lo scritto del prof. Giorgio Jan: ''Su l'uomo considerato come un quarto e proprio regno della natura''; ''Politècnico'' vol. VI.</ref>, vede nel gran disegno dell'universa creazione animale una serie progressi-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione|154|DELLA RIFORMA PENALE|}}</noinclude>un oriuolo ad altro dei condannati. E aveva poi rubato otto libre di rame nell'arsenale, poi il cerchione dell'àlbero maestro della fregata l'''Independente'', poi la caldaja del vivandiere, e persino il denaro per le paghe dei condannati e il loro vino; i quali furti gli avèvano procacciato in varie riprese quattrocento bastonate. Eppure ne parlava ridendo, e diceva: «il furto è una passione come l'amore; quando mi va il sangue alle unghie, ruberèi a me medèsimo, s'io potessi». E un tale sgraziato, che in una cella solitaria potrebbe lavorare innocuamente, e ascoltar con pace e con frutto le amorèvoli ammonizioni d'un visitatore, veniva tenuto sotto l'impotente minaccia del bastone, in un arsenale marìtimo, ove un adunamento d'inestimàbili valori adescava ad ogni istante l'insanàbile suo vizio!
Questo furore di delitti venne dall'autore studiato anche in quelli indicj esterni, che non sono materia di giurisprudenza, ma che si vògliono pur sempre osservare dal mèdico, il quale tesoreggia i fatti pel rimoto avvenire della scienza. Laonde accenneremo su questo propòsito alcuni pensieri dell'autore, affinchè li altri mèdici, che si tròvino in posto egualmente opportuno, pòssano divisarvi altre osservazioni.
Benchè adunque egli riguardi l'estrema angustia del cèrebro come impedimento all'esercizio delle interne facoltà, trova però che il suo largo e pieno sviluppo non è sempre, come taluno s'avvisa, segnale d'ìndole felice. Laonde opina che la congettura mèdica non debba versar solo sul modo appariscente in cui li strumenti materiali dell'immateriale e pensante unità sono proporzionati e disposti. Egli congettura che la parte superiore e colmeggiante del cèrebro sia uno dei più preziosi distintivi della specie umana, affatto negato dal Creatore ai bruti, i quali perciò si divìdano da noi più che a prima giunta non paja al superficiale e temerario osservatore. Egli, come il nostro egregio collaboratore Oken<ref>Vedi ''Politècnico'', vol. III. Vedi anche lo scritto del prof. Giorgio Jan: ''Su l'uomo considerato come un quarto e proprio regno della natura''; ''Politècnico'' vol. VI.</ref>, vede nel gran disegno dell'universa creazione animale una serie progressiva, che dal ganglio capitale dell'insetto ascende mano ma-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||III. DELLE GALERE|155}}</noinclude>no, ''ripetendo'' sempre e comprendendo tutto il grado sottoposto, e aggiungèndovi il dono d'un ulteriore apparato, finchè arriva non solo all'uomo, ma d'uno in altro uomo, fino a quei rari ingegni che per divino beneficio sono capaci delle più sublimi contemplazioni. Le indoli più sinistre e perverse sono quelle nelle quali alla mostruosa preponderanza dei cùpidi e feroci istinti, si sovrapone alcuno dei segnali culminanti del gènio, noi diremmo, come filo d'aciajo che rende più tagliente un'arme di morte. Questi frenètici di male, ch'egli chiama indoli ''satàniche'', si riscòntrano assai frequenti nelle tribù selvagge; ma felicemente sono rari nelle nostre stirpi mansuefatte dall'educazione, nelle quali però si fanno orrìbili insegnatori d'ogni scelleratezza al gregge dei pìccoli malvagi; onde per càusa loro l'istinto imitativo dei più, che per sè sarebbe innocente, diviene più quotidiana càusa di delitto che non la naturale rapacità e crudeltà. I compagni, che l'infame Trestaillon trasse seco a tanti omicidj tra le agitazioni della Francia Meridionale, non palesàrono al mèdico segnali di più feroce ìndole che i buoni e cordiali marinài dell'''Ifigenìa'', esaminati ad uno ad uno.
Ogni uomo sorte da natura vario ingegno, temperato a esercitarsi più agevolmente in certo òrdine d'idèe che in altro; questa intelligenza naturale delle cose detèrmina ciò che si chiama ''vocazione''. Laonde chi non è chiamato ad una cosa, non sa talvolta capacitarsi come altri possa attèndervi con tanto diletto; lo sventato non sa imaginarsi i piaceri d'una vita raccolta e studiosa; l'inerte stupisce dell'industre che lavora cantando; la donna pomposa languirebbe di tedio fra le tàcite delizie d'una famigliuola modesta.
Queste inclinazioni, a corroborar le quali se buone, e a reprìmerle se malvage, mira ogni sforzo d'educazione, non sono vaghe e isolate, ma corrispòndono anche alle facoltà esterne dei sensi e delle membra, che sèrvono a manifestarle ed effettuarle. Il sentito possesso d'una forza esterna, ne pròvoca l'esercizio; e tutto l'èssere si coòrdina ad una preminente funzione. Per questa ''correlazione'' naturale, che servì già di filo a Cuvier nel discoprire e ricomporre i viventi d'un mondo sepolto,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione|156|DELLA RIFORMA PENALE|}}</noinclude>l'autore osservò che tra i selvaggi certe tribù cacciatrici e carnìvore mòstrano non solo nelle brutali forme del cranio la loro ìndole immane e sanguinaria; ma persino nella brutta sporgenza delle mascelle e dei denti canini. E al contrario quelle altre tribù, che naturalmente tìmide vìvono dei frutti della terra, mòstrano più èsili le mascelle, e più sviluppati i molari; sicchè un anatòmico potrebbe arguire da questo solo la natural ferocia o mansuetùdine dell'una o dell'altra tribù.
Laonde l'autore congettura che le tribù quand'èrano selvagge, fòssero predominate da speciale ìndole, che poi si venne correggendo dall'educazione, dalla immigrazione, dalla schiavitù, da ogni maniera di commerci e d'avvenimenti. Li antichi fùrono valentìssimi a cògliere nelle òpere d'arte quei tratti esterni che danno indicio dell'ìndole interna, e accènnano a certe esòpiane affinità, prese qua e là nella natura irrazionale. In Egitto, quando l'arcana ragione simbòlica non permetteva di raffigurare le divinità sovraponendo teste ferine a tronco umano, evidente si mostra la tendenza delle teste d'umana forma a rammentare ed adombrare ora l'idèa d'un bùfalo, ora quella d'un lupo, o d'un cane, o d'un crocodilo; ora finalmente a indicare colla strana elevazione della fronte e del vèrtice, sopra corpo gràcile e fornito d'un piede solo o d'un sol braccio, l'ideale d'un'intelligenza sovrumana. E nelle famiglie dei Copti sparsi nel Sennaar si ravvìsano tuttora quelle fattezze ignòbili e quasi bovine, che i monumenti Egizj attribuìscono alla parte servile della nazione, mentre le pìccole facce e le ampie fronti che si vèdono nelle figure delle deità e delle classi sacerdotali e dominatrici, sono affatto sparite dal moderno Egitto, perchè quelle caste educate sopravvìssero ben poco alla caduta della loro potenza.
Ma noi non intendiamo divagarci coll'A. in contemplazioni avventurate troppo; e amiamo ricondurci ai frutti di più modesta e certa osservazione. Diremo dunque che ùtile ne pare il pensamento di notare con esattezza mèdica tutti i fatti morali e corporei dell'individuo malfattore; e siamo persuasi che da queste particolari istorie, raccolte in più luoghi e presso diverse nazioni con fedeltà, debba scaturire qualche induzione<noinclude></noinclude>
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Candalua
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<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||III. DELLE GALERE|157}}</noinclude>su la spinta criminosa in certe nature eccezionalmente infelici. Quindi una parte della controspinta verrà pietosamente rassegnata alla cura del mèdico; e forse una reclusione preventiva e scevra d'ogni penalità verrassi palesando come ùnica via di premunire la società da certi delitti, che pòssono piuttosto tenersi eruzioni d'insania, che atti di pensata malvagità. Vorremmo che i mèdici non si ristringèssero troppo timidamente alla prima questione che sul grave e profondo argomento della dottrina carceraria venne loro proposta, cioè, su la preferenza da darsi piuttosto ad uno che ad altro modo di reclusione. Ma facciamo loro sollècito invito a prèndere più vasto campo d'indàgine scientìfica, ben certi che chi allarga i confini dell'osservazione, allarga i confini della scienza.<noinclude></noinclude>
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Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo, volume III/Prefazione
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Candalua
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Porto il SAL a SAL 75%
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{{Qualità|avz=75%|data=17 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Prefazione|prec=../|succ=}}
<pages index="Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu" from=8 to=11 />
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Della riforma penale
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Candalua
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{{Qualità|avz=75%|data=30 agosto 2026|arg=Diritto}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore =Carlo Cattaneo
| Titolo =Della riforma penale
| Anno di pubblicazione =1847
| Lingua originale del testo =
| Nome e cognome del traduttore =
| Anno di traduzione =
| Progetto =letteratura
| Argomento =Diritto
| URL della versione cartacea a fronte =Indice:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu
}}
{{Raccolta|Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo, volume III}}
<pages index="Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu" from=85 to=86 />
==Indice==
* {{testo|/I. Delle càrceri}}
* {{testo|/II. Della deportazione}}
* {{testo|/III. Delle galere}}
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Della riforma penale/I. Delle càrceri
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Candalua
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Porto il SAL a SAL 75%
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{{Qualità|avz=75%|data=17 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=I. Delle càrceri|prec=../|succ=../II. Della deportazione}}
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Della riforma penale/II. Della deportazione
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Porto il SAL a SAL 75%
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text/x-wiki
{{Qualità|avz=75%|data=17 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=II. Della deportazione|prec=../I. Delle càrceri|succ=../III. Delle galere}}
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Della riforma penale/III. Delle galere
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Candalua
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Porto il SAL a SAL 75%
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text/x-wiki
{{Qualità|avz=75%|data=17 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=III. Delle galere|prec=../II. Della deportazione|succ=}}
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Wikisource:Bar/Archivio/2026.09
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Utoutouto
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/* Pagine bianche */ nuova sezione
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wikitext
text/x-wiki
{{Bar}}
== Il Libro dei Re: rifiniture ==
@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Sto ritoccando [[Il Libro dei Re]], su cui ha lavorato parecchio @[[Utente:DLamba|DLamba]], e che era un peccato lasciare incompiuto. Ecco alcuni quesiti:
# inizialmente la struttura generale era suddivisa in pagine ns0 indipendenti, una per ciascuno degli 8 volumi. Adesso invece c'è una sola pagina principale, suddivisa in sottopagine che rispecchiano le macro-sezioni dell'opera. Le pagine ns0 dei volumi sono conservate ma "orfane": la prima, [[Il Libro dei Re - Volume I]]. Io le cancellerei: ok?
# fra le prime centinaia di pagine del poema, che DLamba ha portato a un eccellente SAL 75%, e le successive ci sono piccole differenze di formattazione. In particolare, DLamba ha numerato i versi (ogni 5) ma la numerazione cessa alla [[Pagina:Il Libro dei Re, Vincenzo Bona, 1886, I.djvu/261|pagina 260]] del primo volume. Rimuovo la numerazione versi oppure la continuo? E: da dove riparto con la numerazione? Se dovessi inserirla, io ripartirei da ognuna delle sezioni trascritta come sottopagina in ns0. Sarebbe un lavoraccio, ma forse potrebbe essere fatto via bot.
PS: Esiste una pagina FB "Amici della Persia", dove il poema di Ferdusi viene nominato più volte. Vediamo se riesco a farci un po' di divulgazione wikisource :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 21:40, 1 set 2026 (CEST)
:Nell'ordine:
:# Sì, cancella pure.
:# mi rendo conto che se la numerazione non c'è non siamo tenuti ad aggiungerla, ma al tempo stesso i template di numerazione R, Ottava ecc. sono pensati per essere anche delle "áncore" per citare con precisione un passo, dunque è sempre ottima idea aggiungerle. Anni e anni fa si scrisse che la numerazione dei versi fosse requisito per il SAL 75%, dunque si aggiungano i versi.
:'''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 10:51, 2 set 2026 (CEST)
::@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Mi organizzo, ma mi manca un dettaglio su come organizzare la numerazione, ossia se ripartire ad ogni sezione di dettaglio o, come ha fatto DLamba, ripartire solo dalle macro-sezioni (alcune delle quali veramente immense). Personalmente preferirei la prima delle due. Intanto scaldo il bot :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 11:17, 2 set 2026 (CEST)
:::Il criterio è semplice: fintantoché non ci sono numeri di verso ripetuti nella transclusione in ns0 nella stessa pagina, puoi ricominciare la numerazione quanto vuoi. '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 12:40, 2 set 2026 (CEST)
::::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] (e a chiunque altro interessi): visto che nel Libro dei Re è nominata un'infinità di re, principi e gente varia, ho fatto uno strumento per controllare l'ortografia dei nomi propri. Sul "Cerca errori ortografici" adesso c'è un tab "Nomi propri", che cerca tutte le parole maiuscole, le conta e ne cerca altre di simili (1-2 lettere di differenza). Così ad esempio sull'ultimo volume risulta che: Khusrèv è nominato 368 volte, ma 39 volte c'è Khusrev senza accento, Khusròv c'è 2 volte e 1 volta c'è Kliusrèv, tutti probabili errori di trascrizione. Ovviamente trova anche somiglianze che non c'entrano e trova normali parole che per puro caso sono sempre maiuscole, perché appaiono solo all'inizio di un verso. Ma a parte questo spero che possa venire utile. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 17:19, 2 set 2026 (CEST)
:::::@[[Utente:Candalua|Candalua]] Altrochè! Grazie! Ma lo userò dopo aver risolto il problema della numerazione dei versi. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 21:53, 2 set 2026 (CEST)
::::::@[[Utente:Candalua|Candalua]] @[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Sono '''stupefatto '''del risultato della nuova opzione per la verifica della grafia dei nomi (delle persone e dei luoghi) e noto una "proprietà emergente": potrebbe anche essere utilizzata per la compilazione di un "Indice dei nomi delle persone e dei luoghi". ''Facile'' la compilazione di un semplice elenco alfabetico, laborioso un elenco completo di link al volume e alla pagina per ciascuna voce. Problema: sarebbe un contributo originale? Potrebbe essere aggiunto a ns0 senza violare le regole di itwikisource? Di certo, in un testo complesso come Il Libro dei Re, privo sia di annotazioni che di indici analitici, sarebbe utile.
::::::Seconda idea: c'è qualcosa che impedisce di caricare un'eventuale versione del testo, integrata di annotazioni e di indici analitici, in itwikibooks?
::::::Comunicazione di servizio: BrolloBot sta aggiungendo la numerazione versi (ogni 5). Il primo volume è stato un po' ostico, ma i successivi, più standardizzati nella formattazione, vanno via lisci, salvo E & O. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 09:14, 4 set 2026 (CEST)
:::::::As usual,
:::::::l'indice o la concordanza di un testo sono sogni nel cassetto che sento quasi da quando sono arrivato qui.
:::::::Di fatto sono o ricerca originale o materiale compilatorio, inoltre, dato che sono uno strumento scientifico, o si basano su un testo ad altissimo grado di affidabilità o non fanno che convalidare scientificamente dati di partenza non affidabili.
:::::::Questo non significa che non si possano creare, ma che vanno pensati ''esternamente al testo'' in un luogo apposito, non saprei bene dove indicarlo, oppure come aggiunta in testi considerati affidabili. Chiederò alla comunità internazionale se ci sono stati esempi in tal senso.
:::::::Qui esco un po' dal thread, ma mi ricordo che quando un amico mi chiese cosa significa "SAL 100%" e gli risposi "che almeno due lettori hanno controllato il testo" mi girò le spalle con sufficienza ritenendo questo un criterio troppo minimale per dare credibilità scientifica ai nostri testi. Non mi sono sentito di dargli totalmente torto. Riusciremo un giorno ad avere "featured texts" o testi con altissimo livello di controllo? '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 08:31, 6 set 2026 (CEST)
::::::::@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Io, nel tempo, preso atto dei miei limiti di accuratezza "caratteriali", mi sono specializzato in SAL 75% rapidi + formattazione (sperando di agevolare il lavoro di "specialisti nel controllo minuzioso"). Se dovessi affrontare il problema del controllo minuzioso della concordanza con la fonte, al momento non immagino altra soluzione che lavorare in coppia, come facevo nella correzione delle bozze si stampa degli articoli che pubblicava il mio primario: uno legge l'originale, il secondo legge le bozze. Forse c'è un metodo alternativo per fare da soli, sfruttando qualche trucco informatico, con efficacia pari o superiore, ma non lo immagino.
::::::::''Indici'': pensavo a indici analitici dei singoli testi, non a ipotetici "indici di wikisource". Senza obiettivi troppo ambiziosi: mi basterebbe che gli indici fossero allineati alla qualità della trascrizione della singola edizione. Un'altra cosa di cui sento spesso la necessità sono le ''annotazioni dei rilettori'', ammesse, se non sbaglio, da altri progetti wikisource, ma non consentite dalle nostre regole (anche se non sarebbe impossibile creare una convenzione che permetta di distinguerle chiaramente da quelle originali dell'edizione). [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 22:14, 7 set 2026 (CEST)
== Tavola cronologica assente in Vico ==
segnalo che nell'edizione stampata nel 1911 della Scienza Nuova di Vico curata da Nicolini a un certo punto è presente una tavola cronologica qui [[La scienza nuova - Volume I/Libro I/Tavola cronologica]] mentre è assente in una edizione del 1928 sempre curata da Nicolini [[La scienza nuova seconda/Libro primo]]. Entrambe le edizioni ristampano l'edizione originale del 1744. Con tutta probabilità nelle scansioni dell'edizione 1928 il foglio ripiegabile della tavola cronologica era presente anche lì (infatti è richiamato nel testo) ed è stato staccato. Bisognerebbe quindi cercare altre scansioni con quella tavola. Inoltre segnalo che la digitalizzazione del 1911 mette dopo il titolo e l'autore l'anno 1911 che è errato dato che si deve mettere il 1744, cioè l'anno di prima pubblicazione dell'opera. [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 13:38, 2 set 2026 (CEST)
:@[[Utente:Myron Aub|Myron Aub]] Ho dato un'occhiata alla Tavola, spaventosa. Ma ci sarebbe bisogno di un lavoro di riorganizzazione ns0: i tre volumi dovrebbero essere riuniti in un'unica pagina principale. Anni fa la regola "nelle edizioni in più volumi, a ogni pagina nsIndice una pagina principale ns0" aveva motivazioni tecniche, ma oggi sono superate. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 20:45, 4 set 2026 (CEST)
::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] in effetti la tavola è davvero enorme e la digitalizzazione della tavola nell'edizione del 1911 non è stata terminata, non so se qualcuno esperto in tabelle ha qualche suggerimento... [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 15:13, 5 set 2026 (CEST)
:::@[[Utente:Myron Aub|Myron Aub]] Si può provare riducendo parecchio le dimensioni dei caratteri e allargando la larghezza della tabella in ns0, ma sarà dura. Provo con una o due righe. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 12:27, 6 set 2026 (CEST)
::::@[[Utente:Myron Aub|Myron Aub]] Test fatto, ma bisognerebbe estenderlo a una riga "bella piena". [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 13:12, 6 set 2026 (CEST)
== <span lang="en" dir="ltr">Tech News: 2026-37</span> ==
<div lang="en" dir="ltr">
<section begin="technews-2026-W37"/><div class="plainlinks">
Latest '''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|tech news]]''' from the Wikimedia technical community. Please tell other users about these changes. Not all changes will affect you. [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/37|Translations]] are available.
'''Updates for editors'''
* [[mw:Special:MyLanguage/Help:Growth/Tools/Add_a_link|Add a Link]] has been upgraded for English Wikipedia users with improved detection of links that have different capitalization. This will help reduce ambiguous suggestions caused by differences in capitalization in article titles, including articles about cultural goods. A second phase of improvements is planned, which will also prepare the feature for release in other languages. [https://phabricator.wikimedia.org/T435526#12240876] [https://phabricator.wikimedia.org/T434259]
* The [[mw:Special:MyLanguage/Article_guidance|Article guidance]] feature will be enabled by default for junior editors on Simple English and Turkish Wikipedia starting 10 September 2026 following [[mw:Special:MyLanguage/Article_guidance/Updates#Summary_of_experiment_result|an experiment]]. Junior editors with 0 to 99 edits will automatically see the feature when they click a red link or use the "[[tr:Vikipedi:Madde_sihirbazı|Madde oluşturto]]" option on Turkish Wikipedia to create a new article. The change is intended to help junior editors create higher-quality articles that meet each Wikipedia’s standards. [[phab:maniphest/query/z3tcTjmLMxk5/#R|Additional improvements]] will continue based on the experiment results and community feedback.
* The [https://pageviews.wmcloud.org Pageviews Analysis] tool which allows users to compare pageviews across multiple pages, turns 10 years old this year and several new features have been added. They include [[toolforge:wikinav|WikiNav]] which provides insights into how readers of Wikipedia explore the content, editing stats in [https://pageviews.wmcloud.org/siteviews?range=latest-30&sites=en.wikipedia.org Siteviews], the ability to [https://pageviews.wmcloud.org/massviews?source=wikiproject&project=en.wikipedia.org lookup articles belonging to a WikiProject], and support for dark mode. [https://phabricator.wikimedia.org/T378549]
* A [[mw:Special:MyLanguage/Readers/Reader_Growth/Minimal_Minerva|visually simplified Minerva]] navigation bar is being tested for logged-out readers using mobile web on the Bengali, Czech, English, Farsi, and Polish Wikipedias. The experiment aims to determine whether simplifying the navigation improves reader retention. The test will run from August 31 to September 28, and no action is required from users.
* [[m:Special:MyLanguage/WMDE Technical Wishes|WMDE Technical Wishes]] is working on improving [[en:Wikipedia:VisualEditor/Named references|auto-generated reference names in VisualEditor]]. Editors will only notice a slight change starting this week. When adding automatic reference names the numbering will start at <bdi lang="zxx" dir="ltr"><code><nowiki>:1</nowiki></code></bdi> instead of <bdi lang="zxx" dir="ltr"><code><nowiki>:0</nowiki></code></bdi>. Read more on the [[m:WMDE Technical Wishes/References/VisualEditor automatic reference names|project page]]. [https://gerrit.wikimedia.org/r/c/VisualEditor/VisualEditor/+/1332704]
* All wikis will be [[m:Special:MyLanguage/Tech/Server switch|read-only for a few minutes]] on September 23. This is planned at 14:00 UTC. More information will be published in Tech News and will also be posted on individual wikis in the coming weeks. [https://phabricator.wikimedia.org/T433363]
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] View all {{formatnum:25}} community-submitted {{PLURAL:25|task|tasks}} that were [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Recently resolved community tasks|resolved last week]]. For example, an issue where [[mw:Special:MyLanguage/Parsoid|Parsoid]] could mishandle nested nowiki tags, causing content to be lost and displaying unwanted text has now been fixed. [https://phabricator.wikimedia.org/T435116]
'''Updates for technical contributors'''
* Interface administrators can configure gadgets from [[MediaWiki:Gadgets-definition]]. The definition format has been updated and no longer requires the <bdi lang="zxx" dir="ltr"><code><nowiki>ResourceLoader</nowiki></code></bdi> option, as gadgets are always loaded through <bdi lang="zxx" dir="ltr"><code><nowiki>ResourceLoader</nowiki></code></bdi>. This simplifies gadget configuration by removing an option that is no longer necessary, making gadget definitions easier for administrators. [https://phabricator.wikimedia.org/T298199]
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] Detailed code updates later this week: [[mw:MediaWiki 1.47/wmf.19|MediaWiki]]
'''''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|Tech news]]''' prepared by [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Writers|Tech News writers]] and posted by [[m:Special:MyLanguage/User:MediaWiki message delivery|bot]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News#contribute|Contribute]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/37|Translate]] • [[m:Tech|Get help]] • [[m:Talk:Tech/News|Give feedback]] • [[m:Global message delivery/Targets/Tech ambassadors|Subscribe or unsubscribe]].''
</div><section end="technews-2026-W37"/>
</div>
<bdi lang="en" dir="ltr">[[User:MediaWiki message delivery|MediaWiki message delivery]]</bdi> 20:44, 7 set 2026 (CEST)
(This message was sent to [[:Wikisource:Bar]] and is being posted here due to a redirect.)
<!-- Messaggio inviato da User:STei (WMF)@metawiki usando l'elenco su https://meta.wikimedia.org/w/index.php?title=Global_message_delivery/Targets/Tech_ambassadors&oldid=31008437 -->
== itWikiCon 2026: iscrizioni aperte fino al 12 ottobre ==
Ciao a tutti,
'''[[m:ItWikiCon/2026|itWikiCon 2026]]''' si sta avvicinando! Il convegno annuale della comunità Wikimedia di lingua italiana si terrà '''da venerdì 6 a domenica 8 novembre a Vezia (Lugano)'''.
Ormai è aperta la fase di iscrizione e rimarrà '''aperta fino a lunedì 12 ottobre a mezzanotte'''.
Assicuratevi il vostro posto compilando '''[https://ticket.itwikicon.org/itwikicon/2026/ il modulo di iscrizione]'''. La quota di partecipazione di 15.00 CHF serve a sostenere l’organizzazione dell’evento e va pagata direttamente online per confermare l’iscrizione.
Venerdì mattina è prevista una visita guidata a cui potete iscrivervi tramite lo stesso modulo. Vi consigliamo di prenotare alloggio e mezzi di trasporto con largo anticipo. Troverete consigli su come arrivare e dove dormire [[m:ItWikiCon/2026/Informazioni|sulla pagina Informazioni]].
Per domande o suggerimenti potete scambiare opinioni sulla [[m:Talk:ItWikiCon/2026|pagina di discussione dell’evento]] o contattarci all’indirizzo info{at}itwikicon.org.
Non vediamo l’ora di vedervi a Vezia!
Il team organizzativo di itWikiCon 2026: [[User:Vallema|Vallema]], [[User:cassinam|Cassinam]], [[User:Dario Crespi (WMIT)|Dario Crespi (WMIT)]], [[User:Dorine Barth (WMCH)|Dorine Barth (WMCH)]] 11:44, 11 set 2026 (CEST)
== <span lang="en" dir="ltr">Tech News: 2026-38</span> ==
<div lang="en" dir="ltr">
<section begin="technews-2026-W38"/><div class="plainlinks">
Latest '''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|tech news]]''' from the Wikimedia technical community. Please tell other users about these changes. Not all changes will affect you. [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/38|Translations]] are available.
'''Weekly highlight'''
* The Future Audiences team has started a [[en:Special:MyLanguage/Wikipedia:Village pump (proposals)#New proposed experiment to let readers know about “Google preferred sources”|discussion on English Wikipedia]] about a proposed new experiment to show a temporary notice about the new [https://blog.google/products-and-platforms/products/search/original-high-quality-content-search/ Google Preferred Sources] feature to Wikipedia readers coming from Google. The experiment is to test whether this notice makes visitors come back to Wikipedia more often. Preferred Sources feature lets users choose websites they trust so Google can highlight content from those sources more prominently in Search and AI experiences. We are interested in testing this on other languages that Google supports and would welcome assistance with starting conversations on other wikis. If interested, please reach out to Future Audiences on the [[m:Special:MyLanguage/Future Audiences/Preferred sources|talk page]].
'''Updates for editors'''
* The chat platform Discord is releasing a new self-service framework that websites can use to specify how their links should look when shared on Discord. The Future Audiences team is planning to start using this new framework to improve how Wikipedia links look when shared on Discord, giving better attribution and credit to contributors. The link appearance and behavior won't change in the first phase of this project as we want to first collect some baseline data to assess the impact of future changes. However, if community members who are active on Discord spot any issues, they can reach out on [[phab:tag/future-audiences/|Phabricator]] or [[m:Special:MyLanguage/Future Audiences|Metawiki]].
* The Reader Growth team will be running an experiment to test whether [[mw:Special:MyLanguage/Readers/Reader_Growth/Compact Lead|compacting article lead sections on mobiles]] with the addition of a "read more" button improves reader retention. The test will begin on September 17 on Arabic, Spanish, French, Indonesian, Italian, Japanese, Portuguese, Vietnamese, and Chinese Wikipedias and will run for four weeks.
* All wikis will be [[m:Special:MyLanguage/Tech/Server switch|read-only for a few minutes]] on September 23. This is planned at 14:00 UTC. More information will be published in Tech News and will also be posted on individual wikis in the coming week. [https://phabricator.wikimedia.org/T433363]
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] View all {{formatnum:28}} community-submitted {{PLURAL:28|task|tasks}} that were [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Recently resolved community tasks|resolved last week]]. For example, an issue where [https://wikistats.wmcloud.org/ Wikistats] for Wikipedias was returning an HTTP 500 error and could not be reached, has now been fixed. [https://phabricator.wikimedia.org/T435959]
'''Updates for technical contributors'''
* Developers who maintain a tool that queries the Wikimedia Commons links tables need to update their code to connect to the new x4 database cluster. The links tables have been moved from the s4 cluster to x4, and will no longer receive updates on s4. The page and redirect tables remain available on both clusters. A wiki replica for the x4 cluster will be set up afterwards. The change is being made because the s4 cluster has grown too large to operate efficiently. You can [[wikitech:Special:MyLanguage/News/2026 Commons links tables database split|read more]].
* [[File:Reload icon with two arrows.svg|12px|link=|class=skin-invert|Recurrent item]] Detailed code updates later this week: [[mw:MediaWiki 1.47/wmf.20|MediaWiki]]
'''''[[m:Special:MyLanguage/Tech/News|Tech news]]''' prepared by [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/Writers|Tech News writers]] and posted by [[m:Special:MyLanguage/User:MediaWiki message delivery|bot]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News#contribute|Contribute]] • [[m:Special:MyLanguage/Tech/News/2026/38|Translate]] • [[m:Tech|Get help]] • [[m:Talk:Tech/News|Give feedback]] • [[m:Global message delivery/Targets/Tech ambassadors|Subscribe or unsubscribe]].''
</div><section end="technews-2026-W38"/>
</div>
<bdi lang="en" dir="ltr">[[User:MediaWiki message delivery|MediaWiki message delivery]]</bdi> 17:31, 14 set 2026 (CEST)
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<!-- Messaggio inviato da User:STei (WMF)@metawiki usando l'elenco su https://meta.wikimedia.org/w/index.php?title=Global_message_delivery/Targets/Tech_ambassadors&oldid=31039826 -->
== Orientalizzando... ==
Fatto [[Il Libro dei Re]], in dirittura di arrivo [[L'Avesta (Pizzi, 1914)|L'Avesta]], sto palpeggiando un'altra traduzione antologica di Pizzi, [[Fiori d'Oriente (1907)]], che ha un'ottima scansione IA. Ma siamo solo alle verifiche preliminari. NB: qualsiasi richiesta di una mano per altre cose avrà comunque la precedenza :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 11:58, 15 set 2026 (CEST)
== Scambio Server - La tua wiki presto sarà in modalità solo lettura per un breve periodo ==
<section begin="server-switch"/><div class="plainlinks">
[[:m:Special:MyLanguage/Tech/Server switch|Leggi questo messaggio in un'altra lingua]] • [https://meta.wikimedia.org/w/index.php?title=Special:Translate&group=page-Tech%2FServer+switch&language=&action=page&filter= {{int:please-translate}}]
[[foundation:|Wikimedia Foundation]] scambierà il traffico tra i suoi data center. Lo scopo è accertarsi che Wikipedia e le altre wiki Wikimedia riescano a rimanere online anche dopo un disastro.
Tutto il traffico sarà commutato il giorno '''{{#time:j xg|2026-09-23|it}}'''. Il test avrà inizio alle '''[https://zonestamp.toolforge.org/{{#time:U|2026-09-23T14:00|en}} {{#time:H:i e|2026-09-23T14:00}}]'''.
Purtroppo, a causa di alcune limitazioni di [[mw:Special:MyLanguage/Manual:What is MediaWiki?|MediaWiki]], tutte le attività di modifica dovranno essere interrotte mentre si effettua il cambio. Ci scusiamo per il disagio, stiamo lavorando per minimizzarlo in futuro.
Un banner apparirà su tutte le wiki 30 minuti prima dell'inizio dell'operazione. Questo avviso rimarrà visibile fino alla fine dell'operazione.
Puoi contribuire alla [https://meta.wikimedia.org/w/index.php?title=Special%3ATranslate&group=Centralnotice-tgroup-read_only_banner&task=view&language=&filter=&action=translate traduzione o correzione] di questo testo.
'''Sarai in grado di leggere, ma non di modificare, tutte le wiki per un breve periodo di tempo.'''
* Il giorno {{#time:l j xg Y|2026-09-23|it}} non sarà possibile effettuare modifiche per al massimo un'ora.
* Se proverai a modificare o a salvare durante il periodo di sospensione, vedrai apparire un messaggio d'errore. Speriamo che nessuna modifica venga persa durante questi pochi minuti, ma non possiamo garantirlo. Se vedi apparire il messaggio di errore, per cortesia attendi fino a che non sia tornato tutto alla normalità. Da quel momento potrai salvare le tue modifiche. È comunque consigliabile fare prima una copia delle modifiche, per essere pronti a ogni eventualità.
''Altre conseguenze'':
* I processi in background saranno più lenti e alcuni potrebbero interrompersi. I link rossi potrebbero non essere aggiornati velocemente come al solito. Se crei una voce per cui esiste già un link entrante a partire da un'altra voce, il collegamento rimarrà rosso più a lungo del solito. Alcuni script in esecuzione di lunga durata dovranno essere fermati.
* La distribuzione del codice dovrebbe avvenire normalmente come le altre settimane. Tuttavia, alcuni blocchi nell'aggiornamento del codice potrebbero avvenire puntualmente se l'operazione lo dovesse richiedere in seguito.
* [[mw:Special:MyLanguage/GitLab|GitLab]] non sarà disponibile per circa 90 minuti.
Il progetto potrebbe essere posticipato se necessario. Puoi [[wikitech:Switch_Datacenter|leggere la tabella di marcia su wikitech.wikimedia.org]]. Ogni cambiamento sarà annunciato nella tabella di marcia.
'''Per favore, condividi queste informazioni con la tua comunità.'''</div><section end="server-switch"/>
[[m:user:Trizek (WMF)|Trizek (WMF)]] 14:58, 15 set 2026 (CEST)
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<!-- Messaggio inviato da User:Trizek (WMF)@metawiki usando l'elenco su https://meta.wikimedia.org/w/index.php?title=Distribution_list/Non-Technical_Village_Pumps_distribution_list&oldid=30513874 -->
== Musica nel wikiverso ==
[[File:Musica e Musicisti, 1905 vol. I (page 32 crop).jpg|Musica e musicisti, 1905 vol. I (page 32 crop a)|400px|centro]]
{{Centrato|'''Aggiornamento mensile lilypondiano'''}}
[[File:Ars et Labor, 1906 vol. I (page 112 crop a).jpg|Ars et Labor, 1906 vol. I (page 112 crop a)|300px|centro]]
* Al '''15 settembre 2026''', abbiamo trascritto e pubblicato (202) ''[[:Categoria:Partiture|partiture]]'' (ad oggi '''{{PAGESINCATEGORY:Partiture}}''').
* '''P{{Sc|ubblicati questo mese}}''':
:* {{Sc|'''Canti popolari'''}}
:: · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Calabria/Int'a nu boscu}}
:: · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Romagna ed Emilia/Io son nata tra le rose}}
:* {{Sc|'''Musica colta'''}} — Questo mese abbiamo trascritto due impegnativi brani sul ''mal d'amore'' scritti da Giano Brida, compositore e direttore d'orchestra veronese, ma attivo a Milano alla metà del XIX secolo. I due brani sono una riuscita satira del ''mal du siècle'' (o ''Weltschmerz''), ovvero quel senso di vuoto, profonda malinconia e inadeguatezza verso il mondo che colpiva i giovani romantici della prima metà dell'Ottocento a causa di un rifiuto amoroso o per la fine di una passione che riducevano il giovane sofferente allo stato di "esule" intellettuale, incapace di integrarsi nelle dinamiche utilitaristiche della nascente società borghese. I due brani, in chiave di sol, celebrano la liberazione da questo stato.
:::* {{Testo|Due canzoni in chiave di sol/Non piango più}}
:::* {{Testo|Due canzoni in chiave di sol/Io rido sempre!}}
:: — Ci siamo inoltre avventurati a pubblicare una canzone su wikisource angloamericana
:::*[https://en.wikisource.org/wiki/%27Till_The_End_O%27_The_World_With_You 'Till The End O' The World With You] (1925) by Harold Dixon
:: — Tutte le trascrizioni di questo mese sono state create sull'ottimo [https://www.hacklily.org/ hacklily.org]
<hr>
:* {{Sc|'''Opere'''}} — Queste pagine contengono link a partiture appartenenti ad una stessa opera e sono collegate alle omonime pagine di Wikipedia tramite {{Sc|Interprogetto}}
:** [[Opera: La figlia di Iorio (Franchetti)]]
<hr>
:* {{Sc|'''Libri'''}} — È stata completata la trascrizione de:
:** {{Testo|L'Anima musicale d'Italia}}
<hr>
:''[[:Categoria:Partiture|→ Vai a tutte le partiture]]''
<hr>
* [[Utente:Pic57/Laboratorio_musica |'''{{Sc|Laboratorio}}''']] — E' un manualetto per chi vuole avvicinarsi a Lilypond, ma scritto per wikisource: il codice è infatti '''senza variabili'''. Contiene '''frammenti di codice complesso''' riutilizzabili in contesti analoghi corredati dagli esempi delle partiture trascritte.<br>Questo mese abbiamo pubblicato:
:* ''[[Utente:Pic57/Laboratorio_musica#Linea del testo posizionata sopra il rigo superiore | Linea del testo posizionata sopra il rigo superiore]]''
::Vedi codice commentato in{{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Romagna ed Emilia/Io son nata tra le rose}}
:* ''[[Utente:Pic57/Laboratorio_musica#Note sovrapposte con trasparenza del capo di quella sottostante|Note sovrapposte con trasparenza del capo di quella sottostante]]''
:: Vedi codice commentato al rigo down 3.8 in {{Testo|Due canzoni in chiave di sol/Non piango più}}
:* ''[[Utente:Pic57/Laboratorio_musica#Stile classico|Stile classico]]''
:: Vedi tutta la trascrizione di {{Testo|Due canzoni in chiave di sol/Non piango più}}
:*''[[Utente:Pic57/Laboratorio_musica#Crescendo o diminuendo senza note| Crescendo o diminuendo senza note]]''
::\override Hairpin.to-barline = ##t | \!
:: Vedi codice in {{Testo|Che dici, o parola del saggio?}} %rigo down 3.10b
(di prossima pubblicazione)<hr>
* '''{{Sc|Revisioni}}''' — Periodicamente, via via che acquisiamo nuove conoscenze, revisioniamo brani già pubblicati con SAL 75% o addirittura 100% '''ottimizzandone il codice lilypond'''.
:* {{Testo|Due canzoni in chiave di sol/Non piango più}}
:* {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Toscana/Peschi fiorenti}}
:* {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Nina mia son barcaiolo}}
:* {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Calabria/Int'a nu boscu}}
:* {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Toscana/Giovanuttin che vesti de turchino}}
:* {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Venezia/O benedett l'amor dei giovin}}
<hr>
* '''{{Sc|Riletture}}''' — Al fine di '''facilitare la rilettura''' del codice da parte dei volonterosi, a partire da oggi in testa ad ogni partitura lunga '''è posta la seguente riga prima del codice lilypond''':<br>
''<nowiki><!-- Cancella questa riga per visualizzare il contatore e facilitare la rilettura
</nowiki>''<br>''<nowiki>
<syntaxhighlight lang="lilypond" line start="2">-->
</nowiki>''<br>
Cancellando la prima riga, l'intera pagina è mostrata con il contatore di righe come in un editor di codice. Ciò facilita enormenemente:
: * l'individuazione di eventuali errori
: * l'inserimento di ottimizzazioni
: * la comunicazione di un problema da risolvere taggando Pic57 nella pagina di discussione
'''Ovviamente al termine si prega di ripristinare la riga,''' assicurandosi di premettere il tag '''<nowiki><!--</nowiki>''' che consente l'esecuzione del codice lilypond.<br>
Gradualmente questa riga sarà inserita nelle partiture più lunghe, ovvero quelle che occupano più pagine.<br>
Per un esempio vedere:
:* {{Testo|Due canzoni in chiave di sol/Io rido sempre!}}
<hr>
[[File:Musica e Musicisti, 1905 vol. II (page 237 crop).jpg|400px|centro]]
{{Centrato|{{x-smaller|Immagini tratte da: Ricordi, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, da Wikimedia Commons}}}}
<hr> [[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 17:09, 15 set 2026 (CEST)
== Pagine bianche ==
ieri ho provato a caricare da Commons File:La strega, ovvero Degli inganni de' demoni.djvu, il risultato: pagina bianca quando clicco su anteprima.
Ho lasciato perdere. Stamattina ho ripreso il mio lavoro di trascrizione con la pagina [[Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/448|Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/448 - Wikisource]] ma quando clicco su modifica mi da' anche qui una pagina bianca.
Credo di aver fatto qualche pasticcio. Qualcuno sa darmi qualche dritta? [[User:Utoutouto|Utoutouto]] ([[User talk:Utoutouto|disc.]]) 11:42, 17 set 2026 (CEST)
4se4t94ki661s5t4b88xu0gv372txio
L'Avesta (Pizzi, 1914)/L'Avesta/III. Dalle Gatha
0
1030255
3900213
3897178
2026-09-16T13:40:13Z
Alex brollo
1615
Porto il SAL a SAL 75%
3900213
wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=75%|data=16 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|L'Avesta]] - III. Dalle Gatha|prec=../II. Dal Yasna/6|succ=../III. Dalle Gatha/1}}
<pages index="Zarathustra - L'Avesta.djvu" from="164" to="164" tosection="s1" />
=== Indice ===
* {{testo|/1|1. - Preci e auguri per Zarathustra e per Vistaspa}}
* {{testo|/2|2. - Lamento della giovenca primeva}}
* {{testo|/3|3. - I due spiriti primevi}}
* {{testo|/4|4. - Contro i nemici della religione}}
* {{testo|/5|5. - Domande ad Ahura Mazdao intorno al perchè e all'origine delle cose}}
* {{testo|/6|6. - Preghiere, voti, benedizioni}}
{{sezione note}}
8q00ogyn7pzrtynfc4c9o7gihpxq0fz
Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/145
108
1030488
3900381
3898580
2026-09-17T05:56:04Z
Cruccone
53
3900381
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||CAPITOLO XII|135}}</noinclude>
(9) <section begin="9" />Op. cit., pag. 271.<section end="9" />
(10) <section begin="10" />Vedi {{Sc|Landucci}}, ''Diario'', pag. 276.<section end="10" />
(11) <section begin="11" />Archivio di Stato di Firenze, ''Carteggio universale de’ Granduchi'', filza 363, c. 419.<section end="11" />
(12) <section begin="12" />Ivi, vol. {{Sc|ii}}, pag. 35.<section end="12" />
(13) <section begin="13" />Loc. cit., vol. {{Sc|ii}}, pag. 50, n.º 1.<section end="13" />
(14) <section begin="14" />Vedi ''L’Elogio del De Fabris'' che io lessi nella sala dei Dugento in Palazzo Vecchio il 20 maggio 1887, pag. 13.<section end="14" />
(15) <section begin="15" />{{Sc|Vasari}}, Op. cit., tomo {{Sc|vi}}, pag. 151.<section end="15" />
(16) <section begin="16" />Mostro che tenga del leone e del bue.<section end="16" />
(17) <section begin="17" />{{Sc|Cellini}}, ''La vita scritta da Lui medesimo''. Firenze, Successori Le Monnier, 1866, pag. 412.<section end="17" />
(18) <section begin="18" />''Il Riposo'' di {{Sc|Raffaello Borghini}}. In Fiorenza appresso Giorgio Marescotti, 1584, pag. 164.<section end="18" /><noinclude><references/></noinclude>
ovj31s92l7lbqqyqd3hu0vvw81w3ewm
Pagina:Ars et Labor, 1908 vol. I.djvu/95
108
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2026-09-16T21:34:05Z
Pic57
12729
3900348
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|||5}}</noinclude><!--<syntaxhighlight lang="lilypond" line start="2">-->
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r2 r4 r8 \stemDown b ^\p|
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%rigo canto 6.20
}%Chiude relative Canto
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-ma -- ni; e ti cin -- ge con u -- na ghir -- lan -- da più
fre -- sca.„.... M'at -- ten -- de: lo so.
Ma il_da -- to -- re di gio -- ia non ha più ghir -- lan -- de:............... ha
da -- to_il ci -- pres -- so all'A -- mo -- re e_il mir -- to_a Co -- lei ch'è più
}%Chiude new staff canto
\new PianoStaff
<<
\new Staff="up" {
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3900348
2026-09-16T21:56:42Z
Pic57
12729
/* Trascritta */
3900350
proofread-page
text/x-wiki
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b^\(|\!
\stemDown b,2\)_> c2_>|
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c'8\rest <g e>4<g e>8 c8\rest ^\> <fis, dis b>4 <fis dis b>8 \!|
c'8\rest \)<e, b>4 <e b g>4 <e b g> <e b g>8|
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s1*4/4|
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>>
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%rigo down 5.19
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a,1\)|
<ais ais,>1^\(s1024\)
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%rigo down 6.20
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}%Chiude Staff low
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2026-09-16T22:05:51Z
Pic57
12729
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proofread-page
text/x-wiki
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}%Chiude new staff canto
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^\markup{\italic "Moderato"} b1^^~ ^\>|
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\stemDown b,2\)_> c2_>|
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c'8\rest^\( ^\< \stemUp<g e>4 <g e>8 \! c8\rest <fis, e>4 <fis e>8
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r8 <g e>4 <g e>8 r <b gis e>4 <b gis e>8|
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>>
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a,1\)|
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Discussioni indice:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu
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OrbiliusMagister
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/* Struttura */ Risposta
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wikitext
text/x-wiki
== memoRegex ==
<nowiki>{"xxxx":["","xxxx","g"]}</nowiki>
== Struttura ==
@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Consiglio preliminare. Si tratta di un'antologia, e ogni brano è seguito dal ''nome dell'autore'' e dalla ''lingua originale''. Per una corretta categorizzazione, transcluderei ciascun brano in una pagina ns0 principale, riuniti in una "raccolta di raccolte" a due livelli (pagina base, libro). OK?
Non c'è fretta, prima finisco l'Avesta. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 15:00, 15 set 2026 (CEST)
:Antologie... bestie nere! Ci devo pensare. '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 23:59, 16 set 2026 (CEST)
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Il trapezio
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Candalua
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Porto il SAL a SAL 75%
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text/x-wiki
{{Qualità|avz=75%|data=17 settembre 2026}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = Arrigo Boito
| Nome e cognome del curatore = Gioachino Brognoligo
| Titolo =Il trapezio
| Anno di pubblicazione =
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| Nome e cognome del traduttore =
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Categoria:Testi in cui è citato Adrien Auzout
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Categoria:Testi in cui è citato Claude Chappe
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Categoria:Testi in cui è citato Guillaume Amontons
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Categoria:Testi in cui è citato Otto von Guericke
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Categoria:Testi in cui è citato Charles François de Cisternay du Fay
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Categoria:Testi in cui è citato Domenico Guglielmini
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Categoria:Testi in cui è citato Carl Scheele
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Categoria:Testi in cui è citato Louis Nicolas Vauquelin
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Categoria:Testi in cui è citato Georg Matthias Bose
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Categoria:Testi in cui è citato Wilhelm Gottlieb Tilesius
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Categoria:Testi in cui è citato Peter Forsskål
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Categoria:Testi in cui è citato Jean-André Peyssonnel
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Categoria:Testi in cui è citato Rasmus Bartholin
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Categoria:Testi in cui è citato Willebrord Snel
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Categoria:Testi in cui è citato Louis-Bertrand Castel
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Categoria:Testi in cui è citato Antonio Maria Valsalva
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{{Vedi anche autore|Antonio Maria Valsalva}}
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Candalua
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|69}}</noinclude>avevo dedotto la certezza che quel ''gin-mù'' ingannava mia madre. Il carico di schiavi l’avevo visto co’ miei occhi; nessun’altra mercanzia apparve né sotto né sopra il ponte. Sentivo d’essere caduto in potere di un feroce nemico, e fanciulletto e solo, provavo il bisogno di difendermi, di armarmi, di conquistare le nobili forze del corpo e della mente, tanto più che difendendomi mi pareva di vendicare mia madre. Sotto i miei piedi penzolanti nel vuoto vedevo l’equipaggio della nave muoversi, affaccendarsi; tutta quella folla mi sembrava ostile. Compivo in quel giorno undici anni; mi rammento di aver fatto questo computo. — Undici anni! — pensai con orgoglio, e levando il mio berretto marinaresco dal capo, mormorai gravemente come compiendo un voto sacro: — Sii tu il mio ''Kuan'', il mio berretto di virilità; sono uomo! — E mi ricoprii fieramente la testa. Anticipavo così di nove anni la tradizionale imposizione del ''Kuan'' e m’ero consacrato uomo da me stesso.
La luna spuntava sull’orizzonte e l’aura del giorno non era ancora scomparsa. Io rimanevo sulla mia antenna, immerso nelle brezze marine co’ miei pensieri. A un tratto, nel torcere gli occhi in giù, vidi un non so che di bruno che s’arrampicava sull’albero maestro con maggior sveltezza e rapidità che una scimmia. Un attimo dopo riconobbi un fanciullo bizzarrissimo nel volto e nelle movenze, il quale cavalcava già l’antenna accanto a me.
Appena ch’egli ebbe inforcata l’antenna di fronte a me, quel fanciullo ed io ci guatammo come due esseri di razza contraria che si vedono per la prima volta; attoniti, serii, faccia a faccia e muti.
Per un istinto tutto bambinesco di vanità e di difesa<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/96
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Candalua
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|70|{{smaller|NOVELLE}}|}}</noinclude>misurai collo sguardo le nostre due stature. Le punte de’ suoi piedi, penzolanti nel vuoto, giungevano al malleolo de’ miei ed i suoi occhi non arrivavano al mio mento. Arguii, dunque, con tacita compiacenza, che sul suolo io sarei stato d’un palmo e mezzo più grande del mio aereo compagno. Il suo corpicino snellissimo s’agitava tutto senza posa, come uno di que’ vibrioni d’acqua che vivono in una oscillazione perenne, e la mobilità del suo volto era anche più rapida che quella delle sue membra. Le sue chiome apparivano più nere e più lucide di questo inchiostro col quale scrivo, e prolisse e pendenti e attortigliate come le corde che sopravvanzano dalla testa delle nostre citàre. Di quei capelli foltissimi nessuna parte era rasa; il vento li scuoteva dolcemente di qua e di là, come una pianta di zonarie marine dondolante nell’onda. La sua pelle aveva il colore dell’oliva acerba e sotto i pori sembrava gli traspirasse anche l’untume dolce di quel frutto. Quella testina livida e ardente pareva impregnata d’un balsamo oleoso; il mio sguardo scivolava su di essa senza potersi arrestare a nessun punto, tanta era la instabilità del fanciullo. Fra un guizzo e l’altro del suo volto, lo potei mirare negli occhi, neri così che mettevano raggi come due carboni elettrici, raggi intermittenti ed acuti. Tutto quel corpo era un magnete. Si pensava, a vederlo, che una elettricità più che un’anima lo vivificava. Benché io, giovanetto, a quell’epoca non conoscessi ancora le leggi di certi fenomeni fisici, presentivo che se avessi avvicinato un mio dito alla fronte di quel fanciullo, ne sarebbe scaturita una scintilla. Non credevo allora, come non credo oggi, alle cose soprannaturali; pure una strana inquietudine m’agitava accanto a quella bizzarra<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/97
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Candalua
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|71}}</noinclude>creatura d’aspetto fantastico. Oltre gli occhi, altri due punti su quella figura brillavano: i denti fulgidissimi e una piccola moneta d’oro che gli penzolava sul petto nudo. Vestiva una zimarra bruna e sdruscita e squarciata in mille modi e ridevolmente amplia che, sbattuta dal vento, gli svolazzava d’intorno, spandendo al cielo un’allegria di brandelli scossi.
A un tratto egli scoppiò in una sonora risata e con intensa curiosità indicò la mia coda, che fin da quegli anni avevo bellissima, e che dalla sommità del cocuzzolo sfuggendo di sotto al berretto, pendeva lunga lunga e solenne.
Io, a quello scroscio di risa, rimasi muto, immobile e un poco offeso.
L’altro allora incominciò a parlarmi un idioma armonico e strano che non avevo inteso mai; il suo accento terminava come interrogandomi. Quella voce mi penetrava nell’udito così soave che il mio sdegno nascente scomparve e fece luogo a un moto primo di simpatia.
Le cose ch’egli mi chiedeva pensai che dovessero essere, senza dubbio, argomenti di affettuosa inchiesta. Mi immaginai ch’egli mi domandasse, non so perché, di mia madre. E fermo in questa supposizione, risposi con tutta semplicità nel mio linguaggio: — Mia madre è una povera ''Kùa!'' (vedova).
A quelle parole il fanciullo fu colto da una frenetica ilarità. Strillò {{Ec|sghignazznndo|sghignazzando}}: — Ah! Kùa! Kùa! Kùa! Ah! Kùa! Kùa! Kùa! — capitombolando sull’antenna più svelto d’una girandola. Poi fra le vociferazioni e le risate si lasciò piombare colla testa all’ingiù, si abbrancò ad una fune, e scivolò così capovolto fin sul ponte, più ratto di una pietra e più leggiero d’una piuma; e scomparve.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|72|{{smaller|NOVELLE}}|}}</noinclude>{{Nop}}
Io rimasi ancora sull’antenna, sorpreso, meditabondo. L’apparizione di quel fanciullo, là sulle alture dell’albero maestro, fra il cielo ed il mare, mi aveva scosso, né arrivavo a immaginarmi da dove poteva essere sbucata quella pazza creatura che non avevo veduta mai prima d’allora sul vascello.
Intanto il vascello correva gagliardo, la vela sotto di me si gonfiava maestosamente piena d’aria. S’era fatto notte. Lungo il mio corpo vidi repente scorrere un lume che si fermò alla cima dell’albero; era la lanterna del bastimento. Il rintocco d’una campana annunciò la cena della ciurma e discesi sul ponte.
Diletto Meng-pen, l’occhio tuo diligentissimo ha seguito fin qui i preliminari del mio racconto, troppo, forse, lentamente svolti dalla mia penna. Perdona all’involontaria prolissità d’un vecchio che ritorna col pensiero sui più giovani anni della sua vita. Mille particolari del passato si presentano alla mia mente che li coglie come se ti favellassi, e dimentico che scrivo e che tu leggi accanto a me le diffuse parole che vado delineando. Ma di questa prolissità minuziosa esiste (lo temo e lo sento confusamente), esiste anche una causa volontaria in parte.
Questa causa sta nel ribrezzo che provo d’avvicinarmi a quella stessa catastrofe la di cui narrazione è lo scopo di questo racconto. Mentre mi soffermo qua e là nello scrivere, osservando e dissertando allontano dalla mia penna e dal mio pensiero l’incontro dell’ultimo avvenimento verso cui fatalmente s’avvia questa mia storia. E appunto nella esposizione di quella catastrofe, più assai che altrove, mi converrà adoperare tutta l’arte della più minuta e scrupolosa analisi.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|73}}</noinclude>{{Nop}}
Ma il tuo volto atteggiato ad espressione di nobile pazienza mi conforta a ripigliare il mio tema.
Dopo ch’io m’imbattei sull’antenna con quel fanciullo bizzarro che ti descrissi, non passò ora che non fossimo insieme. Egli, nei dì anteriori era stato rinchiuso dal suo padrone in una cabina del bastimento per castigo di non so più quale colpa.
Ecco perché non l’avevo mai scontrato sul ponte nei primi giorni della navigazione. Quel fanciullo esprimeva colle riflessioni della fisionomia, colla vivacità dei gesti e col modular dell’accento tutto ciò che, in sulle prime, il suo barbarico gergo aveva d’incompreso per me. Egli parlava un misto di latino e d’orientale, e la sua {{Ec|naziozionalità|nazionalità}} era ibrida più che il suo idioma. Apparteneva a una schiatta di popoli errabondi, senza patria e senza nome, o, per dir meglio, di più patrie e di più nomi. Sul ponte egli esilarava la ciurma che si componeva di marinai di vari paesi; alcuni lo chiamavano, sorridendo, ''Tartaro'', altri ''Pharaòbnepek''; gli americani lo battezzavano per ''indiano nero, Hind-Kales''; gli olandesi lo qualificavano ''Heidene'' (idolatra); parecchi gli dicevano sorridendo ''gypsi'', parecchi altri ''gitano'' o ''zingaro''.
A tutti questi appellativi diversi egli rispondeva indifferentemente. Ma quando alcuno lo richiedeva del suo vero nome indicante la sua propria personalità, il piccolo zingaro denudava il suo braccio sinistro e con un gesto grazioso e solenne poneva l’indice della mano destra su d’un tatuaggio che ornava la gagliarda curva del suo bicipite, e pronunciava la parola ''Ramàr'', secca, sonora come due colpi di tamburo. Ramàr ed io diventammo amici prestissimo. Io capivo i suoi gesti, egli arrivò in poco<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|74|{{smaller|NOVELLE}}|}}</noinclude>tempo a intendere le mie parole. Gl’insegnavo la lingua chinese con un sistema assai semplice. Mettevo, per esempio, la mano al posto del cuore e articolavo la parola ''sin'' (cuore), ch’egli ripeteva ridendo; oppure allungavo le palme e dicevo ''tsci'', oppure additavo l’azzurro e dicevo ''lì'' (cielo). Questi ammaestramenti pareva lo dilettassero assai, perché sghignazzava ad ogni urto un poco aspro di consonanti come d’un effetto fonico ridevolissimo. La sua sfrenata gaiezza, ch’ei non sapeva contenere neanche in presenza delle cose più serie, mi era qualche volta uggiosa, forse perché contrastava fin d’allora coll’indole mia. L’instabilità di Ramàr m’indispettiva anche un poco e l’impeto delle sue parole, delle sue azioni e de’ suoi sguardi. Ramàr sconcertava la mia individualità nascente, e questa era senza dubbio la causa dell’uggia. Io, là, solo, senza soccorsi, migrante su d’un vascello che viaggiava per un paese a me ignoto; io disamato da tutti, disarmato contro tutti, stavo appunto in quei giorni raccogliendo i miei istinti per cingermi di forza e di difesa. S’operava entro me un lavorio morale simile in tutto a quello del baco da seta che fila il robusto suo bozzolo, ed ecco che quello zingaro spensierato, irriverente, leggiadro, confondeva l’opera mia.
Non mi perdonavo il fascino di curiosità ch’egli m’imponeva e dal quale non potevo sciogliermi.
Ricorrevo spesso alla lettura di Confucio per rassodarmi nelle mie aspirazioni, intuivo più che non capissi letteralmente le profonde massime dell’''Invariabilità nel centro''; l’anima di quel libro passava nella mia, quasi attratta da un elemento omogeneo. Dopo quelle letture sentivo la coscienza della mia superiorità e contemplavo Ra-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|75}}</noinclude>màr con affettuoso disprezzo. Quel povero fanciullo ignorava perfino il vero senso dei nomi di ''madre'' e di ''padre''. Un giorno che io gli chiesi chi era suo padre, Ramàr mi mostrò un signore gigantesco, coi capelli rossi, cogli occhi celesti, un americano del Nord puro sangue, che passeggiava sul ponte. Compresi che Ramàr confondeva il nome di ''padre'' con {{Ec|quello|quello di}} ''padrone''. Fin che fui sul vascello non potei raccapezzare nessun altro dato intorno alla condizione sociale del mio piccolo amico.
Quando io gli domandavo: — sai leggere? sai scrivere? — o qualche altra consimile domanda, egli mi rispondeva invariabilmente con uno stranissimo accento di convinzione: — Io so volare.
La stagione, che era piuttosto fredda al principio del viaggio, andava mano mano temperandosi. Mi pareva di essere balzato dall’autunno alla primavera. Ripensavo alle lune che avevano brillato sul mare durante la nostra navigazione e non riuscivo a computarne più di tre. Secondo i miei calcoli, dovevamo esser vicini al solstizio d’inverno, e il caldo aumentava. Questo fenomeno atmosferico m’inspirava meraviglia e turbamento. Tutto era enigmatico intorno a me, il vascello in cui viaggiavo, il ''gin-mù'' che lo guidava, il piccolo Ramàr, e l’aria stessa che respiravo e la meta verso cui ero rivolto. Il mio istinto di esattezza s’angosciava in mezzo tutta questa incertezza strana che componeva la mia vita, e mi ribellavo contro il mare, contro l’aria, contro gli uomini, tacitamente, ma con un gran tumulto di pensieri. Nessuno mi parlava tranne Ramàr, il quale pareva abbandonarsi spensierato su tutto ciò che gli sembrava ignoto o misterioso. Io avevo un solenne disdegno d’interrogare gli altri su tutte le cose<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|76|{{smaller|NOVELLE}}|}}</noinclude>gravi che non capivo; volevo indagare, indurre, dedurre, scoprire tutto da me. Questo sistema era senza dubbio il più dignitoso per non intender nulla, ma non il più spiccio per arrivare al fondo degli arcani che mi agitavano.
Pure sentivo che quella vita di mare non poteva essere che passeggiera per me, e benché mi rammentassi quelle parole di mia madre: — ''Diventerai un grande navigatore'', — pensavo che l’arte marinaresca non sarebbe stata il mio destino, dacché nessuno s’occupava ad istruirmi in quella, né il ''gin-mù'' esigeva da me fatica di sorta sul vascello, e da ciò mi risultava ancora più evidente l’inganno in cui doveva esser caduta la madre. La madre! ed allora mille incertezze assai più crudeli mi assalivano e pensavo: — Quella affettuosa donna mi allontanò dalle sue braccia per causa della carestia che infieriva; mi salvò così dalla fame; diede il suo oro per salvarmi, quel poco d’oro che essa aveva raccolto con tanto sacrificio di lavoro e di astinenze: il pericolo dunque doveva essere estremo, la necessità ineluttabile. Dunque, se mia madre sofferse ch’io mi distaccassi da lei, è segno che vivere in due non si poteva fuggire in due, neanche; ma essa? — E mi si parava davanti alla memoria, terribile, il granaio deserto e quegli ultimi ''ping'' di riso misurati dalla povera donna piangente. Una deduzione orrenda sorgeva sempre alla fine di questi pensieri. Allora, per isfuggire dallo sguardo degli uomini, salivo al mio rifugio, l’albero maestro, e mi sedevo non più sull’antenna, bensì sulla cima stessa dell’immenso pino, come un augello che più sale volando e più si salva. Quando l’angoscia persisteva, quando quella immersione nell’azzurro non bastava a calmarmi, afferravo colle mani la punta dell’albero e mi abbandonavo con<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|77}}</noinclude>tutto il corpo penzolante a seconda del vento e rimanevo così finché le forze me lo permettevano. Quella stiracchiatura di muscoli violenta distraeva l’ansia del pensiero.
Spesso Ramàr, che mi vedeva dal ponte e che credeva ch’io facessi per giocare, mi raggiungeva. Allora s’incominciava una sequela di evoluzioni ginnastiche stranissime, portentose, egli ridente, io piangente quasi ed in preda ad una specie d’esasperazione nervosa. Ciò che mi affascinava in quelle evoluzioni altissime e pazze era l’imminenza del pericolo. I marinai sul ponte ci ammiravano beffandoci. Un giorno m’accadde di compiere una prodezza che mi valse, per così dire, il loro rispetto.
Quel giorno io me stavo accovacciato presso la bussola, studiando le oscillazioni dell’ago magnetico, quando mi scosse un gaio vociar della ciurma. Mi avvicinai ad un crocchio di mozzi; costoro guardavano in alto qualcosa che destava la loro curiosità. Era uno di quegli uccelli gialli di montagna che noi chiamiamo ''mièn-man'', smarrito non so come nei deserti del mare; s’era posato sull’albero di prora, stanco, sfinito, immobile. La ciurma proponeva un premio a chi avrebbe atterrato quell’uccello. Il ''gin-mù'', a cui, in quel dì, sorrideva l’umore, permise la gara. Si caricarono i fucili, la mira appariva difficilissima per la piccolezza del ''mièn-man'' e per l’altezza ove posava. Tutti tirarono e sbagliarono il loro colpo. Ad ogni fucilata il ''mièn-man'' fuggiva dall’albero con ala incerta, girovagava per l’aria, poi, spossato, si riduceva sul primo appoggio. Dopo l’ultimo colpo io corsi a cercare la mia frombola che avevo portato meco, la armai d’una grossa palla di piombo e mi posi nell’atteggiamento di chi compie un calcolo mentale, fisso coll’occhio al mio<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|78|{{smaller|NOVELLE}}|}}</noinclude>bersaglio. I marinai, il ''gin-mù'' e il padrone di Ramàr mi contemplavano ironicamente. Convien qui notare che il colpire colla frombola un bersaglio piccolo, alto e lontano è ardua impresa per i più esperti, giacché la parabola del proiettile varia secondo il peso e lo slancio. Pure, dopo due giri di corda, feci scattare la palla ed il ''mièn-man'' cadde morto in mare. Un applauso scoppiò dalla ciurma. Io vinsi il premio, che era una moneta d’argento.
Il padrone di Ramàr mi pose la sua poderosa palma sulla spalla in segno di approvazione; poi s’allontanò sollecito col ''gin-mù'' a fianco.
Il giorno dopo di quel fatto, all’alba, vidi una linea biancastra all’estremo dell’orizzonte sul mare, lontanissima, immobile. Vidi poi a poco a poco questa linea ingrossare da un lato, diminuire dall’altro. Percepii alcuni vaghi contorni di montagna. Era la terra, e quale terra? Lo ignoravo; pure m’invase una gran gioia. La terra mi rappresentava una meta qualunque e ciò mi bastava per rasserenarmi. In quella meta io costruivo già le mie speranze, i miei progetti.
Il vento ci spingeva verso la costa con una rapidità prodigiosa. Un paese incantevole s’offerse ai miei occhi verdeggiante, luminoso. Una piccola città appariva sulla spiaggia; i marinai la segnavano col dito dicendo la parola ''{{Wl|Q105037|Callao}}''. Poco dopo ci trovammo alla foce di un gran fiume che si chiamava {{Wl|Q1343245|Rimàc}}. Questi nomi risuonavano stranamente al mio orecchio. Ci mettemmo nel fiume a vele sciolte, navigando fra due spalliere di colli meravigliosi. Verso il cader del sole apparve sulla spiaggia immensa del fiume una strana città, rosseggiante come le nubi del tramonto che infocavano l’orizzonte. Le sue case<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|79}}</noinclude>parevano tinte di sangue. Era Lima. Quel paese si chiamava Perù.
Nella confusione dei marinai e dei mozzi che preparavano il vascello per lo sbarco, il ''gin-mù'' mi chiamò, mi prese per mano, poi mi condusse davanti al padrone di Ramàr dicendogli: — Sir William Wood, ecco Yào.
Un’ora dopo percorrevo le contrade di Lima col piccolo Ramàr, condotti entrambi per mano del gigantesco sir Wood.
Attraversammo un largo viale costeggiato da salici e da aranci; poi ci mettemmo per una immensa piazza nel cui mezzo appariva una colonna di bronzo; su questa colonna s’ergeva una statua mirabile per la solennità del suo atteggiamento. Non potei trattenermi dal dire a Ramár, sottovoce, accennando alla colonna: — Ventidue piedi di altezza. — Sir William che m’aveva udito, mi chiese: — Come fai a saperlo? — Io risposi: — Gli occhi sono le due punte del compasso mentale. — Poi drizzando il gesto alla statua, esclamai: — La Gloria. — Quella statua impugnava una immensa tromba e dalle fiere gote pareva che vi soffiasse dentro uno spiro possente. Dal padiglione della tuba sgorgava una cascata d’acqua perpendicolare, che si raccoglieva in una vasca, a’ piedi della colonna. Io, pur camminando, non istaccavo gli occhi da quel bronzo effigiato e lo ammiravo e m’aggiravo già col pensiero nei forti sogni dell’orgoglio. Lo scroscio di quella fontana percoteva l’aria come un grido incessante di trionfo; io pensavo: — Se quella fontana non inaridisce mai, l’artefice che la ideò conobbe realmente il concetto della vera gloria. — Sentivo il bisogno di dare al mio nome il rimbombo continuo di quell’acqua. Interrogavo l’animo mio:<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|79}}</noinclude>parevano tinte di sangue. Era Lima. Quel paese si chiamava Perù.
Nella confusione dei marinai e dei mozzi che preparavano il vascello per lo sbarco, il ''gin-mù'' mi chiamò, mi prese per mano, poi mi condusse davanti al padrone di Ramàr dicendogli: — Sir William Wood, ecco Yào.
Un’ora dopo percorrevo le contrade di Lima col piccolo Ramàr, condotti entrambi per mano del gigantesco sir Wood.
Attraversammo un largo viale costeggiato da salici e da aranci; poi ci mettemmo per una immensa piazza nel cui mezzo appariva una colonna di bronzo; su questa colonna s’ergeva una statua mirabile per la solennità del suo atteggiamento. Non potei trattenermi dal dire a Ramàr, sottovoce, accennando alla colonna: — Ventidue piedi di altezza. — Sir William che m’aveva udito, mi chiese: — Come fai a saperlo? — Io risposi: — Gli occhi sono le due punte del compasso mentale. — Poi drizzando il gesto alla statua, esclamai: — La Gloria. — Quella statua impugnava una immensa tromba e dalle fiere gote pareva che vi soffiasse dentro uno spiro possente. Dal padiglione della tuba sgorgava una cascata d’acqua perpendicolare, che si raccoglieva in una vasca, a’ piedi della colonna. Io, pur camminando, non istaccavo gli occhi da quel bronzo effigiato e lo ammiravo e m’aggiravo già col pensiero nei forti sogni dell’orgoglio. Lo scroscio di quella fontana percoteva l’aria come un grido incessante di trionfo; io pensavo: — Se quella fontana non inaridisce mai, l’artefice che la ideò conobbe realmente il concetto della vera gloria. — Sentivo il bisogno di dare al mio nome il rimbombo continuo di quell’acqua. Interrogavo l’animo mio:<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|80|{{smaller|NOVELLE}}|}}</noinclude>la nuova terra che calpestavo, aveva ridestato in me quella ''personalità'' che s’era un poco assopita in mezzo alla vaga immensità del mare. Il mio ''individuo'' intellettuale e morale ringagliardiva tutto al contatto del suolo, come una fronda. Stringevo sotto l’ascella, gelosamente, Mencio e Confucio. Mi passava per la memoria un capitolo del ''Lun-yu'', dove è scritto: — Convien por mente alla professione che si vuole abbracciare; tutta la nostra esistenza s’informerà da quella. Lo scopo dell’uomo che fa delle freccie, è di ferire gli uomini; lo scopo di quello che fabbrica delle corazze e degli scudi, è d’impedire che gli uomini siano feriti. — Questo versetto, che ricordavo, mi dimostrava come lo scopo di tutte le opere umane sia beneficamente o maleficamente fatale. Sentivo la gravità di questa sentenza piuttosto dal punto di vista filosofico che dal punto di vista umanitario. Ferire gli uomini o impedire che sieno feriti, pensavo che erano due scopi opposti, ma non concedevo a questi due scopi una grave importanza per ciò ch’essi riguardassero gli uomini, ma per ciò ch’essi mi rappresentavano due moti elementari e contrarii delle facoltà umane.
Interpretato a questo modo, il versetto di Confucio mi appariva in tutta la sua chiara maestà, ed io già mi schieravo tra i ''feritori'' della parabola. Sì, ferire, cogliere nel centro con una freccia o con un’idea, una cosa o un problema, o un’occasione o un bersaglio, un astro, un cerchio, o il cuore di un ''mièn-man'' o il cuore di un uomo, era per me, fin d’allora, un solo fatto fisico, un solo fatto intellettuale. ''Il Centro'' (''to tschiung''): in questa parola sentivo spuntare la vocazione della mia esistenza. Ripetevo mentalmente queste parole del libro sacro: — Il giusto<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|81}}</noinclude>mezzo non è colto: il dotto lo oltrepassa, l’ignorante no! giunge. Oltrepassare il segno non è coglierlo. — Ma io lo coglierò, — soggiungevo entro me, e i miei pensieri affluivano tutti a questo ideale di giustizia e di moderazione con accanimento feroce.
Lima si avvolgeva già nella penombra della sera; io, Ramàr e sir William, dopo aver lasciato dietro le spalle la ''plaza mayor'' e quattro o cinque contrade, ci trovammo in una grande spianata. In fondo a questa ergevasi un immenso edificio circolare. Sir William Wood dirigeva i nostri passi verso quell’edifizio. Io continuavo il corso delle mie meditazioni. Ignoravo perché la mia piccola mano era congiunta al pugno colossale dello strano personaggio che mi guidava, e dov’egli mi guidasse ignoravo anche, né mi degnavo di chiedergli com’egli fosse subentrato al ''gin-mù'' ne’ miei destini. Sentivo che il mio passo era schiavo del suo, ma l’ardita indipendenza delle mie aspirazioni mi rassicurava. Il mio piede correva ad una meta ignota, ma nell’anima mia si precisava sempre più la meta dei miei pensieri.
Il progetto della mia esistenza si disegnava esatto, saldo, nel mio cervello, e lo formulavo già in quattro parole: — ''Sarò un grande geometra''. — Ma ci eravamo arrestati davanti al vastissimo ingresso dell’edifizio che stava in fondo della spianata. Parecchi immensi cartelli variopinti stavano appesi alle pareti. William Wood, che parlava un poco il chinese, mi disse allora (proprio mentre stavo pensando: — ''Sarò un grande geometra''): — Ecco il mio circo e tu, Yao, sarai il mio giocoliere. Entriamo.
E qui, diletto Meng-pen, soffri che interrompa un poco<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|82|{{smaller|NOVELLE}}|}}</noinclude>la scrittura. Ho sete, porgimi una tazza di thè; piglia anche tu la tua, e supponi che mentre noi stiamo qui bevendo passino dieci anni sulla mia storia.
Il recinto nel quale io vissi dai dieci anni ai venti dell’età mia, è (dico "è" perché esiste ancora) un circolo perfetto, scoperto sotto la luce del cielo. Il suo diametro consta di 855 ''tsci''; sulla sua circonferenza s’ergono alte mura, lungo le quali ricirculano tre ordini di scaglioni giganteschi, occupanti un punto del diametro, cerchi minori, concentrici, inchiusi nel circolo massimo. Il punto dove l’infimo scaglione degrada, dista dal centro 255 ''tsci'' e questo spazio, tutto libero e piano, è coperto da una certa rena, proveniente dalle sponde del Rimàc, fulgida e rossa perché mista alle scorie dell’oro e a molta parte di ferro. Ogni quarto di cerchio del semplice edificio che descrivo, era, a’ miei tempi, segnato da una immensa lettera dell’alfabeto latino, la quale serviva a contraddistinguere il sottostante ingresso, e quelle quattro cifre, A B C D, cooperavano non poco a rendere il maestoso circo simigliante a una figura geometrica, tracciata sull’altipiano di Lima come per un prodigioso teorema. Parecchie corde tese dall’uno all’altro emiciclo ne frazionavano l’area in guisa di tangenti, e da queste pendevano tre trapezi e sei parallele.
Quante volte, aggrappato ad uno di quei trapezi, alti 215 piedi dal suolo, stetti a meditare sull’enigma insolubile che ogni circolo rinserra, fin che mi coglieva la vertigine, non già dell’abisso materiale, ma dell’abisso scientifico, assai più profondo.
Tanto andavo compenetrandomi nel cerchio in cui vivevo, e da dove in dieci anni non escii neppur per un<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|83}}</noinclude>attimo, che mi pareva d’essere diventato un punto mobile di quello, agitantevisi entro e delineante coi passi mille angoli e mille curve matematiche. I principali assiomi della geometria mi si rivelarono allo spirito giovanetto solo nel percorrere quel ricinto immenso ch’era il ''Circo dei tori'' della città di Lima.
William Wood lo aveva preso ad appalto per un decennio, promettendo al pubblico peruviano una ''caccia di tori'' ogni quindici giorni e nei rimanenti dì del mese molte altre rappresentazioni minori. Egli aveva percorso la Spagna, l’Inghilterra, la Boemia, l’Africa, la China allo scopo di raccogliere i tori, i cavalli, gli uomini, le donne, le scimie che gli abbisognavano per la sua intrapresa, ed era riuscito a radunare una popolosa carovana di persone e di animali. Quand’egli, giunto a Lima, si trovò in possesso di tutta la sua baraonda, aperse il circo che prese la denominazione di ''Circo Wood'', e divise i suoi spettacoli in ''grandi'' e ''piccole rappresentazioni''. Le ''grandi rappresentazioni'' erano diurne, incominciavano prima del cader del sole, sotto la luce dello splendido cielo americano, ed erano caccie di tori, corse di barberi, assalti di fiere, ''fantasie'' orientali e incendi pirotecnici quando calava la notte. Le ''rappresentazioni piccole'' avevano luogo di sera, al coperto, in un padiglione provvisorio che si poteva erigere ed abbattere in poche ore, nel mezzo del circo ed ivi s’ammirava dal pubblico le pantomime, le prodezze dei volteggiatori, dei ginnasti, i lazzi dei ''clowns'' e cento altri minori trastulli.
O paziente Meng-pen, ti sarai già meravigliato indovinando ciò che ora sto per affermarti.
Sì, varie e spesso bizzarre sono le vie del destino. Io<noinclude><references/></noinclude>
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Categoria:Testi in cui è citato Hieronymus David Gaubius
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Categoria:Testi in cui è citato Friedrich Ernst Ludwig von Fischer
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Categoria:Testi in cui è citato Pierre Lyonnet
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Categoria:Testi in cui è citato Elias Magnus Fries
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Categoria:Testi in cui è citato William Sharp Macleay
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Categoria:Testi in cui è citato Frederik Ruysch
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Categoria:Testi in cui è citato Ignaz von Born
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Categoria:Testi in cui è citato Christlieb Ehregott Gellert
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Categoria:Testi in cui è citato Axel Fredrik Cronstedt
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Categoria:Testi in cui è citato Pierre Chirac
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Categoria:Testi in cui è citato Francesco Torti
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Categoria:Testi in cui è citato Paul Gottlieb Werlhof
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Categoria:Testi in cui è citato Jean Astruc
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Categoria:Testi in cui è citato John Brown
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Categoria:Testi in cui è citato Jean Baptiste Sénac
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Categoria:Testi in cui è citato Thomas Pigot
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Categoria:Testi in cui è citato Francis Hauksbee
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Categoria:Testi in cui è citato Gaspare Aselli
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Categoria:Testi in cui è citato Jean Pecquet
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Categoria:Testi in cui è citato Giovanni Domenico Santorini
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Categoria:Testi in cui è citato Alexander Monro
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Categoria:Testi in cui è citato William Hunter
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Categoria:Testi in cui è citato Félix Vicq d'Azyr
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Categoria:Testi in cui è citato Paolo Mascagni
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Categoria:Testi in cui è citato Jan Swammerdam
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Categoria:Testi in cui è citato Joseph Guichard Duverney
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Categoria:Testi in cui è citato Théophile de Bordeu
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Categoria:Testi in cui è citato Paul Joseph Barthez
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{{Vedi anche autore|Paul Joseph Barthez}}
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Categoria:Testi in cui è citato John Hunter
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{{Vedi anche autore|John Hunter}}
[[Categoria:Testi per autore citato|Hunter, John]]
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Categoria:Testi in cui è citato Benjamin Bell
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{{Vedi anche autore|Benjamin Bell}}
[[Categoria:Testi per autore citato|Bell, Benjamin]]
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Categoria:Testi in cui è citato André-Marie-Constant Duméril
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{{Vedi anche autore|André-Marie-Constant Duméril}}
[[Categoria:Testi per autore citato|Duméril, André-Marie-Constant]]
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Categoria:Testi in cui è citato Christoph Girtanner
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text/x-wiki
{{Vedi anche autore|Christoph Girtanner}}
[[Categoria:Testi per autore citato|Girtanner, Christoph]]
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Categoria:Testi in cui è citato Armand Seguin
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text/x-wiki
{{Vedi anche autore|Armand Seguin}}
[[Categoria:Testi per autore citato|Seguin, Armand]]
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Categoria:Testi in cui è citato Luigi Valentino Brugnatelli
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text/x-wiki
{{Vedi anche autore|Luigi Valentino Brugnatelli}}
[[Categoria:Testi per autore citato|Brugnatelli, Luigi Valentino]]
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Carlomorino
42
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" /></noinclude>ATT
20
zecca. Una ordinazione del 30 luglio 1588 dice:
« The General Thomas Acheson maister ofhis
hienes cunyehous, and utheris officiaris ofthe said
cunyehous » fu incaricato di coniare Eighty
stone weight » di quelle monete (MNC . 128 ) .
1
INDIE PORTOGHEST.
Atia de Din
Att. Mon. di rame o di peltro ( stagno raf
finato) del Siam del val . di 04 di Tical. Il
mezzo Att è detto Solot o Lot. Queste mo
nete furono coniate nel 1862 ma subito riti
rate essendo facili a falsificarsi . Vi sono pezzi
da 4 Aff detti Song p'hai o Sik: da 2 Att
o P'hai od anche Sieu. Il nome deriva dalla
parola pali Attha , che significa otto perchè
otto Aff formano un Fuang.
Atravetes. Zecca merovingia di Arras .
Atrebatensis mon. Vedi Artesiani.
Attaören. Nome dato al Marco svedese . Vedi
Mark.
Attesaal . Nella costituzione di Enrico VII di
Danimarca del 1269 si legge : « tunc propinquio
res solvant duo ATTESAAL » . II DU CANGE dice
trattarsi della terza parte del Solidum, il Tremis .
Sotto Magnus i Buono ( 1042-1047 ) le mo
nete danesi imitarono il tipo bizantino , ma non
risulta che i re di Danimarca abbiano co
niato moneta d'oro prima di Giovanni o Hans
(1481-1513 ).
Attico (sistema). Fu introdotto in Atene da
Solone . Il Tetradramma attico era il pezzo più
forte di quel sistema ed aveva il peso normale
di gr.mi 17,2 circa. Vedi Monete d'Atene .
Attine. Mon. d'arg. turca del val. di circa
Lire 0,12 .
Aturre. Zecca merovingia di Aire .
Aubra. Antica misura inglese . Carta di En
rico re d'Inghilterra del 1063 « reddentes ei
XV AUBRAS salis » (DCG . ) .
Auferstehungsthaler, Tallero della resurre
zione. Fu coniato nella zecca di Ioachimsthal
AUGUSTALE
dell ' incisore Baldovino Pagano di Messina.
Il nome di Augustale gli deriva dal busto
dell'imperato
re che imitava
quelli degli an
tichi Augusti.
Vi era infatti
la dicitura CE
SAR AVG IMP
ROM . non che
BRINDIST F MESSINA - Federico II
Augustale del 1231
l'aquila impe
riale. Il peso
della moneta si aggira nei vari esemplari a
gr.mi 5. Negli statuti ms . di Carlo d'Angiò
(1256-1285 ) , troviamo che 100 Agostari pesa
vano una libbra d'oro . In una carta del 1253 .
riportata dal MURATORI, viene assegnato al
l'Augustale il val. di 10 Grossi del Senato
(vedi Romanino ) . Nel diario dei conti del te
soro del tempo di Carlo II d'Angiò al 6 feb
braio 1297 si dice : «< cepimus super Regem
pro denariis Regi traditis pro negotiis segretis
suis 865 florenos auri de Florentia et 140 re
gales aureos et 180 duplices auri et 3 grossos
AUGUSTARIOS auri » ( DCG . ) . Il MALASPINO dice
che
era grossa de charati 20 » . Il GARAMPI
riporta come 4 Augustali si cambiavano con
5 Fiorini, e che pesavano gr.ni 106 ed ave
vano di fino gr.ni 90. Si valutavano in seguito
nel Regno per quattro Tari d'oro . Secondo il
WINCKELMANN , il vero peso dell'Augustale
doveva aggirarsi da gr.mi 5,297 e gr.mi 5,350.
I DIODATI ci da il peso di trappesi 6 , (gr.mi
5,346) . In alcuni documenti angioini il Tari
d'oro è valutato 6 dell ' Augustale. In un
documento relativo alla monetazione sveva
riportato dal BLANCARD (Rev. Num. , 1864 ,
112) leggiamo : « AUGUSTALES auri qui labo
rantur in predictis siclis (Brindisi e Messina)
fiunt de caratis viginti et medio , ita quod quo
libet auri libra in pondere tenet de puro et
fino auro uncias x tarenos VII I 2 reliqua vero
uncia et tareni XXII et 2 sunt in quarta parte
de ere et in tribus partibus de argento fino sicut
in tarenis » . Si conoscono ben 14 varianti di
conio dell'Augustale. Nel gabinetto imperiale
di Vienna si conserva un Augustale ove il
busto dell' imperatore ha in capo la corona
(Boemia) con l'arg. di quelle miniere , dopo
il 1518 .
Augustae vindelicorum moneta. Zecca di
Augsburg .
Augustale, Agostaro, Augustarius. Moneta
d'oro, fatta coniare da Federico II , imperatore
(1198-1250 ) nella zecca di Brindisi e forse an
che in quellad i Messina . Nella cronaca di Ric
cardo di S. Germano , all'anno 1231 , leggesi :
<< nummi aurei qui AUGUSTALES vocantur de
mandato Imperatoris in utraque Sicilia Brun
disir et Messanae cuduntur » . Il conio è opera
Augustale
Prova di conio in oto - Gab. imp. di Vienna.
imperiale , invece che di lauro . In questi ul
timi tempi ne è stato trovato un secondo esem
plare . L' Augustale rappresenta la riforma del<noinclude></noinclude>
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Carlomorino
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<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione|ATT|— 20 —|AUGUSTALE}}
{{Rule| |000|h=1px}}</noinclude>{{colonna}}
zecca. Una ordinazione del 30 luglio 1588 dice:
« The General Thomas Acheson maister ofhis
hienes cunyehous, and utheris officiaris ofthe said
cunyehous » fu incaricato di coniare Eighty
stone weight » di quelle monete (MNC . 128 ) .
<!--a
INDIE PORTOGHEST.
Atia de Din
-->
'''Att'''. Mon. di rame o di peltro ( stagno raffinato) del Siam del val. di 1/64 di ''Tical''. Il
mezzo Att è detto ''Solot'' o ''Lot''. Queste monete furono coniate nel 1862 ma subito ritirate essendo facili a falsificarsi . Vi sono pezzi
da 4 '''''Att''''' detti ''Song p'hai'' o ''Sik'': da 2 ''{{colonna}}''
o ''P'hai'' od anche ''Sieu''. Il nome deriva dalla
parola pali ''Attha'' , che significa ''otto'' perchè
otto '''''Att''''' formano un ''Fuang''.
'''Atravetes'''. Zecca merovingia di {{Wl|Q131329|Arras}}.
Atrebatensis mon. Vedi Artesiani.
Attaören. Nome dato al Marco svedese . Vedi
Mark.
Attesaal . Nella costituzione di Enrico VII di
Danimarca del 1269 si legge : « tunc propinquio
res solvant duo ATTESAAL » . II DU CANGE dice
trattarsi della terza parte del Solidum, il Tremis .
Sotto Magnus i Buono ( 1042-1047 ) le mo
nete danesi imitarono il tipo bizantino , ma non
risulta che i re di Danimarca abbiano co
niato moneta d'oro prima di Giovanni o Hans
(1481-1513 ).
Attico (sistema). Fu introdotto in Atene da
Solone . Il Tetradramma attico era il pezzo più
forte di quel sistema ed aveva il peso normale
di gr.mi 17,2 circa. Vedi Monete d'Atene .
Attine. Mon. d'arg. turca del val. di circa
Lire 0,12 .
Aturre. Zecca merovingia di Aire .
Aubra. Antica misura inglese . Carta di En
rico re d'Inghilterra del 1063 « reddentes ei
XV AUBRAS salis » (DCG . ) .
Auferstehungsthaler, Tallero della resurrezione. Fu coniato nella zecca di Ioachimsthal
{{altra volonna}}
dell' incisore Baldovino Pagano di Messina.
Il nome di Augustale gli deriva dal busto
dell'imperato
re che imitava
quelli degli an
tichi Augusti.
Vi era infatti
la dicitura CE
SAR AVG IMP
ROM . non che
BRINDIST F MESSINA - Federico II
Augustale del 1231
l'aquila impe
riale. Il peso
della moneta si aggira nei vari esemplari a
gr.mi 5. Negli statuti ms . di Carlo d'Angiò
(1256-1285 ) , troviamo che 100 Agostari pesa
vano una libbra d'oro . In una carta del 1253 .
riportata dal MURATORI, viene assegnato al
l'Augustale il val. di 10 Grossi del Senato
(vedi Romanino ) . Nel diario dei conti del te
soro del tempo di Carlo II d'Angiò al 6 feb
braio 1297 si dice : «< cepimus super Regem
pro denariis Regi traditis pro negotiis segretis
suis 865 florenos auri de Florentia et 140 re
gales aureos et 180 duplices auri et 3 grossos
AUGUSTARIOS auri » ( DCG . ) . Il MALASPINO dice
che
era grossa de charati 20 » . Il GARAMPI
riporta come 4 Augustali si cambiavano con
5 Fiorini, e che pesavano gr.ni 106 ed ave
vano di fino gr.ni 90. Si valutavano in seguito
nel Regno per quattro Tari d'oro . Secondo il
WINCKELMANN , il vero peso dell'Augustale
doveva aggirarsi da gr.mi 5,297 e gr.mi 5,350.
I DIODATI ci da il peso di trappesi 6 , (gr.mi
5,346) . In alcuni documenti angioini il Tari
d'oro è valutato 6 dell ' Augustale. In un
documento relativo alla monetazione sveva
riportato dal BLANCARD (Rev. Num. , 1864 ,
112) leggiamo : « AUGUSTALES auri qui labo
rantur in predictis siclis (Brindisi e Messina)
fiunt de caratis viginti et medio , ita quod quo
libet auri libra in pondere tenet de puro et
fino auro uncias x tarenos VII I 2 reliqua vero
uncia et tareni XXII et 2 sunt in quarta parte
de ere et in tribus partibus de argento fino sicut
in tarenis » . Si conoscono ben 14 varianti di
conio dell'Augustale. Nel gabinetto imperiale
di Vienna si conserva un Augustale ove il
busto dell' imperatore ha in capo la corona
(Boemia) con l'arg. di quelle miniere , dopo
il 1518 .
Augustae vindelicorum moneta. Zecca di
Augsburg .
Augustale, Agostaro, Augustarius. Moneta
d'oro, fatta coniare da Federico II , imperatore
(1198-1250 ) nella zecca di Brindisi e forse an
che in quellad i Messina . Nella cronaca di Ric
cardo di S. Germano , all'anno 1231 , leggesi :
<< nummi aurei qui AUGUSTALES vocantur de
mandato Imperatoris in utraque Sicilia Brun
disir et Messanae cuduntur » . Il conio è opera
Augustale
Prova di conio in oto - Gab. imp. di Vienna.
imperiale , invece che di lauro . In questi ul
timi tempi ne è stato trovato un secondo esem
plare . L' Augustale rappresenta la riforma del
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zecca. Una ordinazione del 30 luglio 1588 dice:
« The General Thomas Acheson maister ofhis
hienes cunyehous, and utheris officiaris ofthe said
cunyehous » fu incaricato di coniare Eighty
stone weight » di quelle monete (MNC . 128 ) .
<!--a
INDIE PORTOGHEST.
Atia de Din
-->
'''Att'''. Mon. di rame o di peltro ( stagno raffinato) del Siam del val. di 1/64 di ''Tical''. Il
mezzo Att è detto ''Solot'' o ''Lot''. Queste monete furono coniate nel 1862 ma subito ritirate essendo facili a falsificarsi . Vi sono pezzi
da 4 '''''Att''''' detti ''Song p'hai'' o ''Sik'': da 2 '''''Att'''''
o ''P'hai'' od anche ''Sieu''. Il nome deriva dalla
parola pali ''Attha'' , che significa ''otto'' perchè
otto '''''Att''''' formano un ''Fuang''.
'''Atravetes'''. Zecca merovingia di {{Wl|Q131329|Arras}}.
Atrebatensis mon. Vedi Artesiani.
Attaören. Nome dato al Marco svedese . Vedi
Mark.
Attesaal . Nella costituzione di Enrico VII di
Danimarca del 1269 si legge : « tunc propinquio
res solvant duo ATTESAAL » . II DU CANGE dice
trattarsi della terza parte del Solidum, il Tremis .
Sotto Magnus i Buono ( 1042-1047 ) le mo
nete danesi imitarono il tipo bizantino , ma non
risulta che i re di Danimarca abbiano co
niato moneta d'oro prima di Giovanni o Hans
(1481-1513 ).
Attico (sistema). Fu introdotto in Atene da
Solone . Il Tetradramma attico era il pezzo più
forte di quel sistema ed aveva il peso normale
di gr.mi 17,2 circa. Vedi Monete d'Atene .
Attine. Mon. d'arg. turca del val. di circa
Lire 0,12 .
Aturre. Zecca merovingia di Aire .
Aubra. Antica misura inglese . Carta di En
rico re d'Inghilterra del 1063 « reddentes ei
XV AUBRAS salis » (DCG . ) .
Auferstehungsthaler, Tallero della resurrezione. Fu coniato nella zecca di Ioachimsthal
{{altraColonna}}
dell' incisore Baldovino Pagano di Messina.
Il nome di Augustale gli deriva dal busto
dell'imperato
re che imitava
quelli degli an
tichi Augusti.
Vi era infatti
la dicitura CE
SAR AVG IMP
ROM . non che
BRINDIST F MESSINA - Federico II
Augustale del 1231
l'aquila impe
riale. Il peso
della moneta si aggira nei vari esemplari a
gr.mi 5. Negli statuti ms . di Carlo d'Angiò
(1256-1285 ) , troviamo che 100 Agostari pesa
vano una libbra d'oro . In una carta del 1253 .
riportata dal MURATORI, viene assegnato al
l'Augustale il val. di 10 Grossi del Senato
(vedi Romanino ) . Nel diario dei conti del te
soro del tempo di Carlo II d'Angiò al 6 feb
braio 1297 si dice : «< cepimus super Regem
pro denariis Regi traditis pro negotiis segretis
suis 865 florenos auri de Florentia et 140 re
gales aureos et 180 duplices auri et 3 grossos
AUGUSTARIOS auri » ( DCG . ) . Il MALASPINO dice
che
era grossa de charati 20 » . Il GARAMPI
riporta come 4 Augustali si cambiavano con
5 Fiorini, e che pesavano gr.ni 106 ed ave
vano di fino gr.ni 90. Si valutavano in seguito
nel Regno per quattro Tari d'oro . Secondo il
WINCKELMANN , il vero peso dell'Augustale
doveva aggirarsi da gr.mi 5,297 e gr.mi 5,350.
I DIODATI ci da il peso di trappesi 6 , (gr.mi
5,346) . In alcuni documenti angioini il Tari
d'oro è valutato 6 dell ' Augustale. In un
documento relativo alla monetazione sveva
riportato dal BLANCARD (Rev. Num. , 1864 ,
112) leggiamo : « AUGUSTALES auri qui labo
rantur in predictis siclis (Brindisi e Messina)
fiunt de caratis viginti et medio , ita quod quo
libet auri libra in pondere tenet de puro et
fino auro uncias x tarenos VII I 2 reliqua vero
uncia et tareni XXII et 2 sunt in quarta parte
de ere et in tribus partibus de argento fino sicut
in tarenis » . Si conoscono ben 14 varianti di
conio dell'Augustale. Nel gabinetto imperiale
di Vienna si conserva un Augustale ove il
busto dell' imperatore ha in capo la corona
(Boemia) con l'arg. di quelle miniere , dopo
il 1518 .
Augustae vindelicorum moneta. Zecca di
Augsburg .
Augustale, Agostaro, Augustarius. Moneta
d'oro, fatta coniare da Federico II , imperatore
(1198-1250 ) nella zecca di Brindisi e forse an
che in quellad i Messina . Nella cronaca di Ric
cardo di S. Germano , all'anno 1231 , leggesi :
<< nummi aurei qui AUGUSTALES vocantur de
mandato Imperatoris in utraque Sicilia Brun
disir et Messanae cuduntur » . Il conio è opera
Augustale
Prova di conio in oto - Gab. imp. di Vienna.
imperiale , invece che di lauro . In questi ul
timi tempi ne è stato trovato un secondo esem
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zecca. Una ordinazione del 30 luglio 1588 dice:
«''The General Thomas Acheson maister of his hienes cunyehous, and utheris officiaris ofthe said cunyehous''» fu incaricato di coniare «''Eighty stone weight''» di quelle monete (MNC. 128).
<!--a
INDIE PORTOGHESI.
Atta de Diu
-->
'''Att'''. Mon. di rame o di peltro (stagno raffinato) del Siam del val. di 1/64 di ''Tical''. Il
mezzo Att è detto ''Solot'' o ''Lot''. Queste monete furono coniate nel 1862 ma subito ritirate essendo facili a falsificarsi. Vi sono pezzi
da 4 '''''Att''''' detti ''Song p’hai'' o ''Sik'': da 2 '''''Att'''''
o ''P’hai'' od anche ''Sieu''. Il nome deriva dalla
parola pali ''Attha'', che significa ''otto'' perchè
otto '''''Att''''' formano un ''Fuang''.
'''Atravetes'''. Zecca merovingia di {{Wl|Q131329|Arras}}.
'''Atrebatensis mon'''. Vedi '''Artesiani'''.
'''Attaören'''. Nome dato al Marco svedese. Vedi
'''Mark'''.
'''Attesaal'''. Nella ''costituzione'' di Enrico VII di Danimarca del 1269 si legge: «''tunc propinquio res solvant duo ATTESAAL''». II {{Sc|Du Cange}} dice
trattarsi della terza parte del ''Solidum'', il ''Tremis''.
Sotto {{Wl|Q310999|Magnus il Buono}} (1042-1047) le mo
nete danesi imitarono il tipo bizantino, ma non
risulta che i re di Danimarca abbiano co
niato moneta d’oro prima di Giovanni o Hans
(1481-1513).
'''Attico (sistema)'''. Fu introdotto in Atene da
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forte di quel sistema ed aveva il peso normale
di ''gr.<sup>mi</sup>'' 17,2 circa. Vedi '''Monete d’Atene'''.
'''Attine'''. Mon. d’arg. turca del val. di circa
''Lire'' 0,12.
'''Aturre'''. Zecca merovingia di {{Wl|Q403349|Aire}}.
'''Aubra'''. Antica misura inglese. Carta di Enrico re d’Inghilterra del 1063 «''reddentes ei XV AUBRAS salis''» (DCG.).
'''Auferstehungsthaler, Tallero della resurrezione'''. Fu coniato nella zecca di Ioachimsthal
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'''Augustale, ''Agostaro, Augustarius'''''. Moneta
d’oro, fatta coniare da {{Wl|Q130221|Federico II}}, imperatore
(1198-1250) nella zecca di Brindisi e forse anche in quella di Messina. Nella cronaca di Riccardo di S. Germano, all’anno 1231, leggesi:
«''nummi aurei qui AUGUSTALES vocantur de mandato Imperatoris in utraque Sicilia Brundisis et Messanae cuduntur''». Il conio è opera
{{altraColonna}}
dell’incisore Baldovino Pagano di Messina.
Il nome di '''''Augustale''''' gli deriva dal busto
dell’imperatore che imitava
quelli degli antichi ''Augusti''.
Vi era infatti
la dicitura {{Sc|cesar avg imp • rom}}. non che
<!--a{{Sc|Brindisi e Messina}} - Federico II
Augustale del 1231
-->
l’aquila imperiale. Il ''peso''
della moneta si aggira nei vari esemplari a
''gr.<sup>mi</sup>'' 5. Negli statuti ms. di Carlo d’Angiò
(1256-1285), troviamo che 100 '''''Agostari''''' pesavano una libbra d’oro. In una carta del 1253, riportata dal {{Sc|{{AutoreCitato|Ludovico Antonio Muratori|Muratori}}}}, viene assegnato all’'''''Augustale''''' il val. di 10 ''Grossi'' del Senato
(vedi '''''Romanino'''''). Nel diario dei conti del tesoro del tempo di {{Wl|Q314331|Carlo II d'Angiò}} al 6 febbraio 1297 si dice: «''cepimus super Regem pro denariis Regi traditis pro negotiis segretis suis 865 florenos auri de Florentia et 140 re gales aureos et 180 duplices auri et 3 grossos AUGUSTARION auri''» (DCG.). Il {{Sc|Malaspino}} dice
che
era «''grossa de charati 20''». Il {{AutoreCitato|Giuseppe Garampi|{{Sc|Garampi}}}}
riporta come 4 '''''Augustali''''' si cambiavano con
5 Fiorini, e che pesavano ''gr.<sup>ni</sup>'' 106 ed ave
vano di fino ''gr.<sup>ni</sup>'' 90. Si valutavano in seguito
nel Regno per quattro Tari d’oro. Secondo il
{{Wl|Q57280|Winckelmann}}, il vero peso dell’'''''Augustale'''''
doveva aggirarsi da ''gr.<sup>mi</sup>'' 5,297 e ''gr.<sup>mi</sup>'' 5,350.
Il DIODATI ci da il peso di trappesi 6, (''gr.<sup>mi</sup>''
5,346). In alcuni documenti angioini il Tari
d’oro è valutato 6 dell ’ Augustale. In un
documento relativo alla monetazione sveva
riportato dal BLANCARD (Rev. Num., 1864,
112) leggiamo: «AUGUSTALES auri qui laborantur in predictis siclis (Brindisi e Messina)
fiunt de caratis viginti et medio, ita quod quo
libet auri libra in pondere tenet de puro et
fino auro uncias x tarenos VII I 2 reliqua vero
uncia et tareni XXII et 2 sunt in quarta parte
de ere et in tribus partibus de argento fino sicut
in tarenis». Si conoscono ben 14 varianti di
conio dell’Augustale. Nel gabinetto imperiale
di Vienna si conserva un Augustale ove il
busto dell’imperatore ha in capo la corona
<!--a
Augustale
Prova di conio in oto - Gab. imp. di Vienna.
-->
imperiale, invece che di lauro. In questi ul
timi tempi ne è stato trovato un secondo esem
plare. L’Augustale rappresenta la riforma del
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Carlomorino
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zecca. Una ordinazione del 30 luglio 1588 dice:
«''The General Thomas Acheson maister of his hienes cunyehous, and utheris officiaris ofthe said cunyehous''» fu incaricato di coniare «''Eighty stone weight''» di quelle monete (MNC. 128).
<!--a
INDIE PORTOGHESI.
Atta de Diu
-->
'''Att'''. Mon. di rame o di peltro (stagno raffinato) del Siam del val. di 1/64 di ''Tical''. Il
mezzo Att è detto ''Solot'' o ''Lot''. Queste monete furono coniate nel 1862 ma subito ritirate essendo facili a falsificarsi. Vi sono pezzi
da 4 '''''Att''''' detti ''Song p’hai'' o ''Sik'': da 2 '''''Att'''''
o ''P’hai'' od anche ''Sieu''. Il nome deriva dalla
parola pali ''Attha'', che significa ''otto'' perchè
otto '''''Att''''' formano un ''Fuang''.
'''Atravetes'''. Zecca merovingia di {{Wl|Q131329|Arras}}.
'''Atrebatensis mon'''. Vedi '''Artesiani'''.
'''Attaören'''. Nome dato al Marco svedese. Vedi
'''Mark'''.
'''Attesaal'''. Nella ''costituzione'' di Enrico VII di Danimarca del 1269 si legge: «''tunc propinquio res solvant duo ATTESAAL''». II {{Sc|Du Cange}} dice
trattarsi della terza parte del ''Solidum'', il ''Tremis''.
Sotto {{Wl|Q310999|Magnus il Buono}} (1042-1047) le mo
nete danesi imitarono il tipo bizantino, ma non
risulta che i re di Danimarca abbiano co
niato moneta d’oro prima di Giovanni o Hans
(1481-1513).
'''Attico (sistema)'''. Fu introdotto in Atene da
{{Wl|Q133337|Solone}}. Il '''Tetradramma attico''' era il pezzo più
forte di quel sistema ed aveva il peso normale
di ''gr.<sup>mi</sup>'' 17,2 circa. Vedi '''Monete d’Atene'''.
'''Attine'''. Mon. d’arg. turca del val. di circa
''Lire'' 0,12.
'''Aturre'''. Zecca merovingia di {{Wl|Q403349|Aire}}.
'''Aubra'''. Antica misura inglese. Carta di Enrico re d’Inghilterra del 1063 «''reddentes ei XV AUBRAS salis''» (DCG.).
'''Auferstehungsthaler, Tallero della resurrezione'''. Fu coniato nella zecca di Ioachimsthal
(Boemia) con l’arg. di quelle miniere, dopo
il 1518.
'''Augustae vindelicorum moneta'''. Zecca di
{{Wl|Q2749|Augsburg}}.
'''Augustale, ''Agostaro, Augustarius'''''. Moneta
d’oro, fatta coniare da {{Wl|Q130221|Federico II}}, imperatore
(1198-1250) nella zecca di Brindisi e forse anche in quella di Messina. Nella cronaca di Riccardo di S. Germano, all’anno 1231, leggesi:
«''nummi aurei qui AUGUSTALES vocantur de mandato Imperatoris in utraque Sicilia Brundisis et Messanae cuduntur''». Il conio è opera
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dell’incisore Baldovino Pagano di Messina.
Il nome di '''''Augustale''''' gli deriva dal busto
dell’imperatore che imitava
quelli degli antichi ''Augusti''.
Vi era infatti
la dicitura {{Sc|cesar avg imp • rom}}. non che
<!--a{{Sc|Brindisi e Messina}} - Federico II
Augustale del 1231
-->
l’aquila imperiale. Il ''peso''
della moneta si aggira nei vari esemplari a
''gr.<sup>mi</sup>'' 5. Negli statuti ms. di Carlo d’Angiò
(1256-1285), troviamo che 100 '''''Agostari''''' pesavano una libbra d’oro. In una carta del 1253, riportata dal {{Sc|{{AutoreCitato|Ludovico Antonio Muratori|Muratori}}}}, viene assegnato all’'''''Augustale''''' il val. di 10 ''Grossi'' del Senato
(vedi '''''Romanino'''''). Nel diario dei conti del tesoro del tempo di {{Wl|Q314331|Carlo II d'Angiò}} al 6 febbraio 1297 si dice: «''cepimus super Regem pro denariis Regi traditis pro negotiis segretis suis 865 florenos auri de Florentia et 140 re gales aureos et 180 duplices auri et 3 grossos AUGUSTARION auri''» (DCG.). Il {{Sc|Malaspino}} dice
che
era «''grossa de charati 20''». Il {{AutoreCitato|Giuseppe Garampi|{{Sc|Garampi}}}}
riporta come 4 '''''Augustali''''' si cambiavano con
5 Fiorini, e che pesavano ''gr.<sup>ni</sup>'' 106 ed ave
vano di fino ''gr.<sup>ni</sup>'' 90. Si valutavano in seguito
nel Regno per quattro Tari d’oro. Secondo il
{{Sc|{{Wl|Q57280|Winckelmann}}}}, il vero peso dell’'''''Augustale'''''
doveva aggirarsi da ''gr.<sup>mi</sup>'' 5,297 e ''gr.<sup>mi</sup>'' 5,350.
Il {{Sc|Diodati}} ci da il ''peso'' di ''trappesi'' 6, (''gr.<sup>mi</sup>''
5,346). In alcuni documenti angioini il ''Tarì d’oro'' è valutato 6 dell’'''''Augustale'''''. In un
documento relativo alla monetazione sveva
riportato dal {{Sc|{{Wl|Q18578072|Blancard}}}} (''Rev. Num''., 1864, 112) leggiamo: « ''{{Sc|augustales}} auri qui laborantur in predictis siclis'' (Brindisi e Messina) ''fiunt de caratis viginti et medio, ita quod quo libet auri libra in pondere tenet de puro et fino auro uncias {{Sc|x}} tarenos {{Sc|vii}} 1/2 reliqua vero uncia et tareni {{Sc|xxii}} et 1/2 sunt in quarta parte de ere et in tribus partibus de argento fino sicut in tarenis''». Si conoscono ben 14 varianti di
conio dell’Augustale. Nel gabinetto imperiale
di Vienna si conserva un Augustale ove il
busto dell’imperatore ha in capo la corona
<!--a
Augustale
Prova di conio in oto - Gab. imp. di Vienna.
-->
imperiale, invece che di lauro. In questi ultimi tempi ne è stato trovato un secondo esemplare. L’Augustale rappresenta la riforma del
{{fineColonna}}<noinclude></noinclude>
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Discussioni utente:Mariu223
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Cruccone
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{{smaller block|{{A destra|«Firenze, 6 marzo 1875.|margine=2em}}
Ella m’esternò il desiderio di avere alcuni ragguagli intorno al trasporto del David di Michelangelo, avvenuto negli ultimi giorni del luglio 1873. Ben volentieri procurerò nella presente di soddisfare il di Lei desiderio, nel modo il più breve ed il più chiaro che mi sarà possibile.}}<noinclude></noinclude>
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Cruccone
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{{smaller block}}{{A destra|«Firenze, 6 marzo 1875.|margine=2em}}
Ella m’esternò il desiderio di avere alcuni ragguagli intorno al trasporto del David di Michelangelo, avvenuto negli ultimi giorni del luglio 1873. Ben volentieri procurerò nella presente di soddisfare il di Lei desiderio, nel modo il più breve ed il più chiaro che mi sarà possibile.<noinclude></noinclude>
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<< % Apre Canto e Piano
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<<
\new Staff="up" {
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{{Qualità|avz=75%|data=17 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|IV. Dagli Inni (Yasht)]] - 4. - Combattimento di Tistrya (Sirio) col demone Apaosha|prec=../3|succ=../5}}
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||CAPITOLO XII|131}}</noinclude><noinclude>{{Smaller block}}</noinclude>
La celebre statua presenta diverse avarie, di cui la più importante consiste in a1cuni cretti profondi nelle gambe. Perciò, venne deciso di trasportarla nella sua posizione verticale, procurando di non alterare, durante l’operazione del trasporto, gli sforzi di compressione o tensione sopportati dal marmo nella posizione naturale della statua. In questo intendimento, la parte inferiore della statua venne racchiusa in una cassa di legno solidamente raccomandata alla base, alle ginocchia ed alla parte superiore delle gambe; quindi si passarono forti spranghe di ferro sotto la base, onde formare un piano sul quale riposasse la statua durante il trasporto; questo piano venne tenuto sospeso, mediante lunghe aste di ferro attaccate superiormente al carro di trasporto, di modo che la statua potessi considerare come posta nel piatto d’una di quelle bilance dette romane, mantenendosi sempre verticale, giacchè la disposizione data al carro ed alla sospensione permetteva alla statua di oscillare liberamente in tutti i sensi. Per evitare le scosse, si collocarono forti molle spirali in acciaio nell’apparecchio di sospensione, e si fece muovere il carro sopra una ferrovia composta di alcuni travi armati di ruotaie, che, strada facendo, si trasportavano dall’indietro all’avanti del carro stesso. Agli angoli delle strade si adoperò un piano girante a semplice fregamento, e tale da potersi facilmente collocare sul lastricato delle strade. L’operazione del trasporto durò cinque giorni, dovendo, per il caldo eccessivo, lavorare soltanto nelle ore del mattino, dalle quattro alle undici.....»</div>
Il De Fabris, come ho detto, ebbe a fare la Tribuna nella quale all’Accademia di Belle Arti sarebbe stato il David. Quando esso l’ebbe compita{{Nota separata|Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/145|14}} gli artisti dissero ad una voce che il David vi stava bene, nè più grande elogio poteva esser fatto all’opera dell’architetto. E l’ingegnere {{Wl|Q56007325|Francolini}}, nelle poche ma lacrimose parole che pronunziò dinanzi al cadavere dell’amico suo De Fabris, disse: «La Tribuna del David regge al paragone di qualsiasi monumento dello stesso genere ch’abbia prodotto l’êra felice del Rinascimento, vuoi per la forma sceltissima ed appropriata alla destinazione, vuoi per la eccellente armonia delle proporzioni, vuoi per la semplicità e la sceltezza delle modinature che ne formano la decorazione».
In un pezzo di marmo, che al tempo di {{AutoreCitato|Papa Leone X|Leone X}} era stato cavato in Carrara, alto braccia nove e mezzo, e largo cinque braccia da piè, aveva avuto Michelangelo il pensiero di scolpire un altro Gigante, in persona d’Ercole che uccide Cacco, e porlo in Piazza accanto al David, cioè all’altro lato della porta del Palazzo, per essere, dice il Vasari, l’uno e l’altro, cioè il David e l’Ercole, insegna del Palazzo. Il David giovane con la frombola in mano, nell’atto di difendere il suo popolo,<noinclude></noinclude>
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Cruccone
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La celebre statua presenta diverse avarie, di cui la più importante consiste in a1cuni cretti profondi nelle gambe. Perciò, venne deciso di trasportarla nella sua posizione verticale, procurando di non alterare, durante l’operazione del trasporto, gli sforzi di compressione o tensione sopportati dal marmo nella posizione naturale della statua. In questo intendimento, la parte inferiore della statua venne racchiusa in una cassa di legno solidamente raccomandata alla base, alle ginocchia ed alla parte superiore delle gambe; quindi si passarono forti spranghe di ferro sotto la base, onde formare un piano sul quale riposasse la statua durante il trasporto; questo piano venne tenuto sospeso, mediante lunghe aste di ferro attaccate superiormente al carro di trasporto, di modo che la statua potessi considerare come posta nel piatto d’una di quelle bilance dette romane, mantenendosi sempre verticale, giacchè la disposizione data al carro ed alla sospensione permetteva alla statua di oscillare liberamente in tutti i sensi. Per evitare le scosse, si collocarono forti molle spirali in acciaio nell’apparecchio di sospensione, e si fece muovere il carro sopra una ferrovia composta di alcuni travi armati di ruotaie, che, strada facendo, si trasportavano dall’indietro all’avanti del carro stesso. Agli angoli delle strade si adoperò un piano girante a semplice fregamento, e tale da potersi facilmente collocare sul lastricato delle strade. L’operazione del trasporto durò cinque giorni, dovendo, per il caldo eccessivo, lavorare soltanto nelle ore del mattino, dalle quattro alle undici.....»
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Il De Fabris, come ho detto, ebbe a fare la Tribuna nella quale all’Accademia di Belle Arti sarebbe stato il David. Quando esso l’ebbe compita{{Nota separata|Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/145|14}} gli artisti dissero ad una voce che il David vi stava bene, nè più grande elogio poteva esser fatto all’opera dell’architetto. E l’ingegnere {{Wl|Q56007325|Francolini}}, nelle poche ma lacrimose parole che pronunziò dinanzi al cadavere dell’amico suo De Fabris, disse: «La Tribuna del David regge al paragone di qualsiasi monumento dello stesso genere ch’abbia prodotto l’êra felice del Rinascimento, vuoi per la forma sceltissima ed appropriata alla destinazione, vuoi per la eccellente armonia delle proporzioni, vuoi per la semplicità e la sceltezza delle modinature che ne formano la decorazione».
In un pezzo di marmo, che al tempo di {{AutoreCitato|Papa Leone X|Leone X}} era stato cavato in Carrara, alto braccia nove e mezzo, e largo cinque braccia da piè, aveva avuto Michelangelo il pensiero di scolpire un altro Gigante, in persona d’Ercole che uccide Cacco, e porlo in Piazza accanto al David, cioè all’altro lato della porta del Palazzo, per essere, dice il Vasari, l’uno e l’altro, cioè il David e l’Ercole, insegna del Palazzo. Il David giovane con la frombola in mano, nell’atto di difendere il suo popolo,<noinclude></noinclude>
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La celebre statua presenta diverse avarie, di cui la più importante consiste in alcuni cretti profondi nelle gambe. Perciò, venne deciso di trasportarla nella sua posizione verticale, procurando di non alterare, durante l’operazione del trasporto, gli sforzi di compressione o tensione sopportati dal marmo nella posizione naturale della statua. In questo intendimento, la parte inferiore della statua venne racchiusa in una cassa di legno solidamente raccomandata alla base, alle ginocchia ed alla parte superiore delle gambe; quindi si passarono forti spranghe di ferro sotto la base, onde formare un piano sul quale riposasse la statua durante il trasporto; questo piano venne tenuto sospeso, mediante lunghe aste di ferro attaccate superiormente al carro di trasporto, di modo che la statua potessi considerare come posta nel piatto d’una di quelle bilance dette romane, mantenendosi sempre verticale, giacchè la disposizione data al carro ed alla sospensione permetteva alla statua di oscillare liberamente in tutti i sensi. Per evitare le scosse, si collocarono forti molle spirali in acciaio nell’apparecchio di sospensione, e si fece muovere il carro sopra una ferrovia composta di alcuni travi armati di ruotaie, che, strada facendo, si trasportavano dall’indietro all’avanti del carro stesso. Agli angoli delle strade si adoperò un piano girante a semplice fregamento, e tale da potersi facilmente collocare sul lastricato delle strade. L’operazione del trasporto durò cinque giorni, dovendo, per il caldo eccessivo, lavorare soltanto nelle ore del mattino, dalle quattro alle undici.....»
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Il De Fabris, come ho detto, ebbe a fare la Tribuna nella quale all’Accademia di Belle Arti sarebbe stato il David. Quando esso l’ebbe compita{{Nota separata|Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/145|14}} gli artisti dissero ad una voce che il David vi stava bene, nè più grande elogio poteva esser fatto all’opera dell’architetto. E l’ingegnere {{Wl|Q56007325|Francolini}}, nelle poche ma lacrimose parole che pronunziò dinanzi al cadavere dell’amico suo De Fabris, disse: «La Tribuna del David regge al paragone di qualsiasi monumento dello stesso genere ch’abbia prodotto l’êra felice del Rinascimento, vuoi per la forma sceltissima ed appropriata alla destinazione, vuoi per la eccellente armonia delle proporzioni, vuoi per la semplicità e la sceltezza delle modinature che ne formano la decorazione».
In un pezzo di marmo, che al tempo di {{AutoreCitato|Papa Leone X|Leone X}} era stato cavato in Carrara, alto braccia nove e mezzo, e largo cinque braccia da piè, aveva avuto Michelangelo il pensiero di scolpire un altro Gigante, in persona d’Ercole che uccide Cacco, e porlo in Piazza accanto al David, cioè all’altro lato della porta del Palazzo, per essere, dice il Vasari, l’uno e l’altro, cioè il David e l’Ercole, insegna del Palazzo. Il David giovane con la frombola in mano, nell’atto di difendere il suo popolo,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||CAPITOLO XII|131}}</noinclude><noinclude>{{Smaller block}}</noinclude>
La celebre statua presenta diverse avarie, di cui la più importante consiste in alcuni cretti profondi nelle gambe. Perciò, venne deciso di trasportarla nella sua posizione verticale, procurando di non alterare, durante l’operazione del trasporto, gli sforzi di compressione o tensione sopportati dal marmo nella posizione naturale della statua. In questo intendimento, la parte inferiore della statua venne racchiusa in una cassa di legno solidamente raccomandata alla base, alle ginocchia ed alla parte superiore delle gambe; quindi si passarono forti spranghe di ferro sotto la base, onde formare un piano sul quale riposasse la statua durante il trasporto; questo piano venne tenuto sospeso, mediante lunghe aste di ferro attaccate superiormente al carro di trasporto, di modo che la statua potessi considerare come posta nel piatto d’una di quelle bilance dette romane, mantenendosi sempre verticale, giacchè la disposizione data al carro ed alla sospensione permetteva alla statua di oscillare liberamente in tutti i sensi. Per evitare le scosse, si collocarono forti molle spirali in acciaio nell’apparecchio di sospensione, e si fece muovere il carro sopra una ferrovia composta di alcuni travi armati di ruotaie, che, strada facendo, si trasportavano dall’indietro all’avanti del carro stesso. Agli angoli delle strade si adoperò un piano girante a semplice fregamento, e tale da potersi facilmente collocare sul lastricato delle strade. L’operazione del trasporto durò cinque giorni, dovendo, per il caldo eccessivo, lavorare soltanto nelle ore del mattino, dalle quattro alle undici.....»
</div>
Il De Fabris, come ho detto, ebbe a fare la Tribuna nella quale all’Accademia di Belle Arti sarebbe stato il David. Quando esso l’ebbe compita{{Nota separata|Pagina:Storia del Palazzo Vecchio 1889.djvu/145|14}} gli artisti dissero ad una voce che il David vi stava bene, nè più grande elogio poteva esser fatto all’opera dell’architetto. E l’ingegnere {{Wl|Q56007325|Francolini}}, nelle poche ma lacrimose parole che pronunziò dinanzi al cadavere dell’amico suo De Fabris, disse: «La Tribuna del David regge al paragone di qualsiasi monumento dello stesso genere ch’abbia prodotto l’êra felice del Rinascimento, vuoi per la forma sceltissima ed appropriata alla destinazione, vuoi per la eccellente armonia delle proporzioni, vuoi per la semplicità e la sceltezza delle modinature che ne formano la decorazione».
In un pezzo di marmo, che al tempo di {{AutoreCitato|Papa Leone X|Leone X}} era stato cavato in Carrara, alto braccia nove e mezzo, e largo cinque braccia da piè, aveva avuto Michelangelo il pensiero di scolpire un altro Gigante, in persona d’Ercole che uccide Cacco, e porlo in Piazza accanto al David, cioè all’altro lato della porta del Palazzo, per essere, dice il Vasari, l’uno e l’altro, cioè il David e l’Ercole, insegna del Palazzo. Il David giovane con la frombola in mano, nell’atto di difendere il suo popolo,<noinclude></noinclude>
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L'Avesta (Pizzi, 1914)/L'Avesta/IV. Dagli Inni (Yasht)/5
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|84|{{smaller|NOVELLE}}|}}</noinclude>''Yao-sse'' o ''Dottor Yao'', come mi chiamano gli scienziati europei, io che ora scrivo e che porto il bottone di corallo sul berretto e sulla toga, presi parte alle piccole ed alle grandi rappresentazioni di William Wood nel circo di Lima.
In molte esatte piacevolezze ero destro. Alcune te ne citerò, se non t’annoio.
Solevo spesso comparire davanti al pubblico con sette campanelli di legno di sandalo fra le mani (di quelli che noi chiamiamo ''mu-to''), intuonati variamente tra loro secondo le leggi musicali. Incominciavo il mio esercizio facendo balzare uno di questi campanelli in aria, per modo che giunto al sommo della sua parabola, col suo battocchio squillasse e ricadesse lieve nell’altra mano. Poscia ad uno ad uno rapidissimamente li facevo tutti girare, avendo cura di così avvicendarne il turno che insieme componessero il suono d’una vera melodia leggiadra. La cantilena che intercalavo più sovente nel mio artificio era quella nostra:
{{Centrato|{{Smaller|Kuan-tsin-tsi-Kuan}}}}
{{No rientro}}del ''Libro de’ versi'', nobile tanto. Pure al pubblico molto non garbava, e se volevo finire il mio esperimento in mezzo ai più entusiastici applausi, dovevo ritornar sempre ad una volgarissima canzone spagnuola: la ''jotta aragonese''.
Alle volte, invece del ''mu-to'', erano cinque palle di spingarda che scattavano dalle mie mani come uno zampillo di fonte, mentre con una sfera di piombo assai grave, attaccata per mezzo d’un gancio alla mia tenacissima coda, descrivevo nel vuoto, dondolando placidamente la testa, un moto rotatorio orizzontale come un’immensa au-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|85}}</noinclude>reola che tagliava nelle sue intermittenze, il giro delle cinque palle, esattissimamente, senza mai trovare un inciampo. Più ancora che la precisione dei miei movimenti pareva al pubblico, la di cui maggioranza era composta di teste calve, meravigliosa la robustezza della mia chioma che roteava con tanta facilità un peso già forte da sollevarsi colle mani.
Intanto la mia celebrità s’aumentava di giorno in giorno e sui cartelloni del ''Circo Wood'' si leggeva scritto in lettere rosse, d’un cubito l’una, il nome di ''Yao'' che adescava la folla.
L’uomo s’acconcia presto alla propria gloria da qualunque parte essa gli venga, ed io mi stimavo già lieto d’essere lo scopo di tanta curiosità, il centro di tanti sguardi, la causa di tanta meraviglia e di tanto diletto.
Mi confortavo nella massima di Mencio che dice: "''wet-kuer''", massima che un latino plagiò quando scrisse: "''populus est prae omnibus mobilis''". Mi confortavo anche ripensando a ciò che Confucio racconta dei savi dell’antichità, "i quali mettevano la loro gioia nella gioia del popolo", e non disperavo di far apprezzare un dì o l’altro ai miei spettatori la cantilena
{{Centrato|{{Smaller|Kuan-tsin-tsi-Kuan}}}}
{{No rientro}}del ''Libro dei versi'', dignitosa tanto.
Applicavo la matematica alla ginnastica.
Analizzavo la forza di ripercussione d’un’asse inclinata, calcolavo il peso del mio corpo, stabilivo tre punti, come a dire tre angoli d’un triangolo ottuso colla base rovesciata. Spiccavo un salto dal primo angolo, cadevo sul<noinclude><references/></noinclude>
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Candalua
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|86|{{smaller|NOVELLE}}|}}</noinclude>secondo ch’era l’estremità elastica dell’asse, da dove rimbalzavo sul terzo, a 15 o a 20 palmi di distanza, giusta il calcolo fatto. Sotto il mio corpo, per tutto lo spazio del salto, facevo disporre molte lancie acutissime, sulle quali sorridendo trasvolavo. Il salto pareva prodigioso al pubblico, che attribuiva alla mia robustezza ed al mio ardimento ciò che era il risultato infallibile d’una legge d’angoli riflessi e di forze ripercosse.
Io avevo a quel tempo venti anni. Ramàr, snellissimo sempre benché ingrandito nel corpo, era un satellite de’ miei trionfi. Egli contava forse allora dieciott’anni. Molti celebri esercizi eseguivamo insieme. Uno fra questi era il ''giuoco delle freccie''. E consiste, come già sai, nel lanciare molti strali lungo il contorno d’una persona addossata ad un tavolato, in modo che sul tavolato restino confitti, senza ferire il corpo offerto a bersaglio.
Ramàr, colle braccia e colle gambe nude, e stretto le anche e il torso in una maglia olivastra come la sua pelle, attendeva i miei colpi a 15 passi di distanza. Durante tutto l’esperimento quelle sue membra, sempre oscillanti, s’intirizzivano come davanti ad un gelo de’ miei occhi. Ci leggevamo nelle pupille: egli prevedeva sempre il luogo dove io stavo per ferire, e la stessa fermezza appariva nel suo atteggiamento come nella mia mira. Io disegnavo a punta di stile sull’assito ov’egli stava le linee del suo corpo elegante collo stesso paziente affetto col quale un dipintore ritrae l’immagine d’una persona amata.
Quando ogni contorno era marcato e Ramàr era ingombro di freccie sulla testa, ai piedi, al collo, sotto le ascelle, fra le dita, lungo ogni parte del suo corpo, egli si staccava gaiamente dal tavolato e partivamo in-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|87}}</noinclude>sieme in mezzo ad un fragore d’applausi. Io dividevo con Ramàr volentieri le acclamazioni del pubblico, le quali del resto venivano a me più che a lui. Ma se su d’esso si riverberava la mia gloria, io sentivo nella vicinanza della sua persona un non so quale contatto di grazia e di formosità che nobilitava me a me stesso. Avevo sentito parlare di un ''re degli zingari'' che doveva essere eletto in quell’epoca, e pensavo che Ramàr avrebbe saputo essere quel re, giacché nessuno più di lui poteva mostrarsi in pari tempo più zingaresco e più regale.
Ma un dì giunse persona nel nostro circo (fu il giorno del solstizio d’estate, quarantatrè anni or sono) che staccò a poco a poco il bel Ramàr dalla mia gloria ed alla sua lo atttirò. Questa persona fu una donna, una giovanetta andalusa, danzatrice, già attesa in mezzo a noi da molto tempo.
Questa giovinetta aveva una vaga età: sedici anni; e un bel nome: Ambra, ed essa era più bella de’ suoi anni e più vaga del suo nome. Appena apparve danzando, trionfò. Savio Meng-pen, chi non vide la donna europea, non conobbe la vera bellezza, e tu sei fra questi. Tu che ammiri pudicamente delle nostre dame i minutissimi piedi, tenui triangoli sui quali esse appena si reggono, sappi che l’andalusa aveva le piante minute così essa pure, ma per gentilezza della natura, non per arte crudele d’una nutrice. Ed erano liscie e soavi, un levigato avorio dall’amore stesso miniato, le dita che succedevansi con ordine armonioso di gerarchia dal robusto pollice al mignolo tenerello, morendo in curva d’ala; e come la lodola sui vanni picciolissimi altissima vola, così sui {{Ec|piccciolissimi|picciolissimi}} piedi Ambra volava. Era suo capriccio<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|87}}</noinclude>sieme in mezzo ad un fragore d’applausi. Io dividevo con Ramàr volentieri le acclamazioni del pubblico, le quali del resto venivano a me più che a lui. Ma se su d’esso si riverberava la mia gloria, io sentivo nella vicinanza della sua persona un non so quale contatto di grazia e di formosità che nobilitava me a me stesso. Avevo sentito parlare di un ''re degli zingari'' che doveva essere eletto in quell’epoca, e pensavo che Ramàr avrebbe saputo essere quel re, giacché nessuno più di lui poteva mostrarsi in pari tempo più zingaresco e più regale.
Ma un dì giunse persona nel nostro circo (fu il giorno del solstizio d’estate, quarantatrè anni or sono) che staccò a poco a poco il bel Ramàr dalla mia gloria ed alla sua lo {{Ec|atttirò|attirò}}. Questa persona fu una donna, una giovanetta andalusa, danzatrice, già attesa in mezzo a noi da molto tempo.
Questa giovinetta aveva una vaga età: sedici anni; e un bel nome: Ambra, ed essa era più bella de’ suoi anni e più vaga del suo nome. Appena apparve danzando, trionfò. Savio Meng-pen, chi non vide la donna europea, non conobbe la vera bellezza, e tu sei fra questi. Tu che ammiri pudicamente delle nostre dame i minutissimi piedi, tenui triangoli sui quali esse appena si reggono, sappi che l’andalusa aveva le piante minute così essa pure, ma per gentilezza della natura, non per arte crudele d’una nutrice. Ed erano liscie e soavi, un levigato avorio dall’amore stesso miniato, le dita che succedevansi con ordine armonioso di gerarchia dal robusto pollice al mignolo tenerello, morendo in curva d’ala; e come la lodola sui vanni picciolissimi altissima vola, così sui {{Ec|piccciolissimi|picciolissimi}} piedi Ambra volava. Era suo capriccio<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|88|{{smaller|NOVELLE}}|}}</noinclude>il tenerli nudi quando volteggiava sul dorso, pur nudo, del suo nero puledro. Un lungo pezzo di raso or cinereo, or ceruleo, or fosco le avviluppava le spalle, i lombi, le ginocchia fino ad una spanna dal malleolo; lì, perché la strettissima gonna non isvolazzasse, una fascia annodata la raccoglieva. Tutto quel raso scintillante aderiva alle forme d’Ambra come una di quelle foglie di lucido talco colle quali sono avvolte le nostre confetture di miele e d’aromati. Uno spiraglio di nudità scendeva dalla gola a mezzo il seno. Il suo volto pareva una fusione di pallido argento e la chioma d’oro fulvo sparsa in una miriade di trecce sottili, massiccie e sferzanti l’aria; gli occhi essa aveva di crisopazio, te lo affermo, o Meng-pen, di ametista viola, proprio viola (non sorridere a ciò che scrivo), ed erano dolci e cupi. Occhi come come quelli non vedrò mai più sulla terra. La bocca, perennemente chiusa, pareva non doversi aprire che al bacio e custodiva perle. L’uomo che su quella bocca divina posò una volta le labbra, dovette poi, se più non l’ebbe, per tutta la vita esser casto.
La stupenda fanciulla, forse per amor del suo nome, non s’adornava che di vezzi d’ambra. Come al raggio del sole si schiudono le conchiglie sulla spiaggia del mare, quando Ambra passava nel circo, le labbra degli uomini si schiudevano ammirando.
Fu questa la donna che mi rapì la dolce fratellanza di Ramàr.
Un giorno vidi sui programmi del circo il mio nome scritto, come sempre, in grandissimi caratteri; ma senza il nome di Ramàr, che da tanti anni teneva il suo posto immediatamente sotto il mio con lettere meno appariscenti,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|89}}</noinclude>e lessi invece, più discosto, tre parole di lucid’oro collegate in una sola linea così:
{{Ct|f=120%|t=1|v=1|AMBRA E RAMAR}}
Non t’accadde mai d’udir favellare i caratteri? Per me quei due nomi risplendevano non solo, risuonavano anche. Il mio orecchio percepiva fonicamente ciò che il mio occhio abbagliato leggeva. E andavo ripetendo: ''Ambra e Ramàr!'' Quell’"e" situato in mezzo ai due nomi sonava maligno e pareva più che una congiunzione grammaticale. Per una stranezza tipografica quell’"e" splendeva singolarmente, quasi fosse fra le cinque lettere d’''Ambra'' e le cinque di ''Ramàr'' un centro luminoso, un punto focale di convergenze e di raggi.
Quanta affinità fra i due nomi! cinque cifre nell’uno, cinque nell’altro, bisillabi ambidue, e nell’uno e nell’altro una sola vocale, la più pura, la più umana, dominante e due volte ripercossa. Oh! come dolcemente preludiava quella vocale e cadenzava il nome d’''Ambra''! Con arte parimenti perfetta la più romoreggiante fra le consonanti vibrava al principio ed alla fine del nome di ''Ramàr''. Una indistinta femminea soavità emanava dal primo, tutta la baldezza virile irrompea nel secondo; eppur l’uno parea composto coll’armonia dell’altro. Già i due nomi s’amavano nei loro bei caratteri d’oro. E il nome di Yao, tutto solo, se ne stava quasi reietto nella sua gloria.
''Yao'' e ''Ramàr'' simboleggiavano parecchie profonde antitesi il calcolo e l’intuizione, l’esattezza e l’audacia, la pazienza e l’impeto, la scienza e l’arte.
''Ambra'' e ''Ramàr'' una più profonda sintesi più subli-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|90|{{smaller|NOVELLE}}|}}</noinclude>memente stavano per simboleggiare: ''la Bellezza e la Forza nell’armonia dell’Amore''.
E due vere figure da simbolo parevano quando sui loro bruni corsieri entravano nell’arena avvinti in un plastico allacciamento. I cavalli, alteri del loro carco, incedevano con lenta violenza incurvando il collo e le zampe anteriori come archi tesi fino all’estremo. Il pugno possente di Ramàr tendeva colle briglie quegli archi pronti a scattare. A un tratto le briglie cadevano e i cavalli volavano scagliati nella rotazione della corsa, colle membra leggiere, distese, eleganti, furibonde, sfrenate, e incominciava il poema d’Ambra e Ramàr, poema più chimerico d’un sogno, pieno di emozioni terribili e vaghe. Io lo miravo dal di fuori dello steccato, confuso nella folla dei palafrenieri e dei ''clowns''.
Quel poema principiava come una fuga e finiva come un trionfo.
Nei primi aggruppamenti lo zingaro e l’andalusa spiravano tanta ansietà d’orrore che parevano evasi dall’antro d’un drago. I nodi dello spavento avviticchiavano quei corpi e quelle anime. Lo zingaro guidava la fuga inginocchiato col ginocchio sinistro sul dorso del suo cavallo, premeva col piede la groppa dell’altro. L’andalusa si aggrappava al collo dell’ansimante Ramàr. I due puledri, lanciati a briglia sciolta, alternavano i loro valchi come due onde d’uragano; le loro brune criniere sferzavano il volto d’Ambra, più pallido di un’agonia, spume tenebrose; ed il plastico gruppo era ad un tempo equestre ed equoreo.
Io m’immaginavo, tanto il terrore tragico m’invadeva, di seguire coll’occhio non già una finzione mimica ri-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|91}}</noinclude>circulante intorno allo stesso cerchio, ma una vera fuga attraverso una distesa di terreni spaventosi. Ed erano deserti immensurabili percorsi in un baleno dai due fuggiaschi, o precipizi varcati miracolosamente, o boschi fantasmati dal raggio della luna, irti di mandragore e di serpi. Ma a poco a poco Ambra si ridestava alla vita, al sorriso, e già nei due vaghi erranti l’abbracciamento della paura mutavasi, per la sola trasfigurazione dei volti, in abbracciamento d’amore. Ed allora anche il fondo immaginario del quadro si trasformava, e vedevo una plenitudine di paesaggi aerei disciolti in un’iride immensa. Il rapido gruppo spiccava in nero or sulla zona d’oro, or sulla verde, or sulla rosea dell’iride, come un’ombra chinese del cielo, sfilante di plaga in plaga. E l’iride apriva lentamente il suo arco, simile ad un colossale ventaglio. Questa immagine dell’iride pigliava certamente le sue cause dalla forma circolare dell’anfiteatro e dalle sue conseguenze prospettiche e dalle magiche irradiazioni del tramonto, e dallo scintillare della sabbia scossa sotto le zampe dei corsieri, e dalla vertiginosa rapidità della corsa e dal fluttuar della folla che or allargava or ristringeva lo spazio davanti ai miei sguardi, ma più ancora dalla stessa equestre visione che nel suo volo e nel suo aspetto portava un non so che di meteorico.
Quando, verso il fine, la fuga diventava apoteosi, Ambra e Ramàr ad ogni giro mutavano aggruppamento. Le pose che essi, inebbriati, trovavano, non sono paragonabili a scultura terrena, e in verità mi pareva che un nuovo Zodiaco si svolgesse davanti ai miei occhi con istrana e sublime novità di segni. Ambra e Ramàr erano invasi da una vera ispirazione delle membra. Spesse volte Am-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|92|{{smaller|NOVELLE}}|}}</noinclude>bra gettava al collo del suo puledro un velo bianco ed alle sue estremità s’aggrappava, e tale in quel momento era il furor della corsa, che il leggerissimo corpo dell’andalusa rimaneva sospeso d’attimo in attimo, come uno di quei cervi volanti che i nostri avi trascinavano in battaglia per incantare i nemici. Le pose dell’andalusa e dello zingaro per effetto della rotazione incessante pendevano fuori di piombo e da ciò ne veniva un’impressione di slancio meravigliosa. Le zampe del corsiero di Ambra non battevano più la sabbia, ma attratte da una violentissima forza centrifuga, scalpitavano sul parapetto stesso dell’arena con un fragor di tempesta, mentre il corpo della fanciulla, tutto convergente verso il centro, disegnava una linea obliqua, inclinata sull’orizzonte, vaga ipotenusa.
Ad ogni giro, quando Ambra e Ramàr, avvinti nelle loro pose, passavano vicino a me, mi sentivo combattuto da due moti contrari, da un fascino e da un terrore; volevo torcere gli sguardi per non veder quei corpi e li figgevo con maggior forza in essi; e in quell’estrema vicinanza mi pareva che gli otto ferri dei cavalli scalpitanti battessero tutti sul petto mio; poi, quando s’allontanavano, respiravo più liberamente. Spesso m’univo ai clamori entusiasti del pubblico o anche li biasimavo, perché non ti nascondo che gli atteggiamenti dell’andalusa, pur idealissimi, facevano salire al mio volto di quando in quando il sangue del pudore ferito.
A giorni, cotanta interna confusione mi turbava che desideravo gettarmi sotto i corsieri accorrenti. Inorridivo con orror di fratello all’idea che le due belle creature cadessero; e altre volte (vedi contraddizione), come si co-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|93}}</noinclude>glie un malfattore all’agguato, coglievo il mio pensiero spiante l’attimo della caduta.
Un giorno caddero. L’urlo della folla fu tragico e tragico il silenzio che lo seguì. Io avevo presentito la catastrofe e l’aspettavo. Vedevo chiaramente che quei due si perdevano. L’abbraccio era troppo intenso e l’animo dell’uno e dell’altra troppo errante sulle pupille. Il circo, i cavalli, il pubblico, il mondo, la vita, la morte, tutto essi parevano obbliare pei loro voli. Uno dei cavalli, indovinando l’obblio, rallentò d’un attimo la ferocità della corsa e si staccò dall’altro. Sotto Ambra e Ramàr s’aperse una voragine: precipitarono annodati alle briglie in mezzo al furiar degli scalpitii. Quando poteronsi arrestare i cavalli, Ramàr tentò sollevarsi da terra, ma ricadde tosto tramortito; Ambra stette immobile e distesa come una morta.
La rappresentazione fu interrotta; si trasportarono i due svenuti all’ambulanza del circo. Parecchi medici accorsero dalle loggie del pubblico per soccorrere Ambra e Ramàr. Molti giovani ammiratori della bella andalusa affollavano l’ambulanza e chiedevano con elegante zelo il verdetto dei medici.
Dentro e fuor della sala era un favellio sommesso, un timido agitarsi di pedate: William Wood, pallido, s’affaccendava colle più cortesi supplicazioni a diradar la calca.
Mezz’ora dopo, accanto ai due letti rimanevo io con William Wood e con tre medici, compreso il medico di guardia.
Né Ambra, né Ramàr non avevano ricuperato i sensi. Il fiero urto cerebrale si manifestava in Ramàr colle forme<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|94|{{smaller|NOVELLE}}|}}</noinclude>del delirio, in Ambra, assai più gravemente, colle apparenze della catalessi. Ramàr sanguinava, Ambra no. Un rigagnolo rosseggiante scorreva dalla fronte dello zingaro, si stagnava un poco sulle sue labbra, poi discendeva sul petto, e quel corpo immobile d’un color di bronzo, stillante sangue, rendeva immagine di statua ferita. Col pugno destro lo zingaro serrava tenacemente l’amuleto d’oro che gli pendea dal collo fin dagli anni più teneri. La ferita salvava Ramàr alleggerendo col sangue scorrente la congestione del cerebro.
Sul corpo d’Ambra né contusione, né scalfitura: immacolato ma spento. La bella donna nel suo sereno aspetto pareva aver preferito entrar nella morte conservando intatta la bellezza sua, anziché sopportare la vita collo sfregio d’una cicatrice.
Mentre i medici deliberavano intorno al letto d’Ambra, io me ne stavo accanto all’amico, tutto chino a rassodare le bende, a tergere il sangue della sua fronte piagata, e appena il ghiaccio si liquefaceva sul bollente capo, m’affrettavo a ricollocarne dell’altro con quella attenta pazienza per cui vanno decantati i popoli della nostra razza.
Quando gli ripigliava il delirio, io mi mettevo in disparte; non volevo arrischiare di sorprendere qualche sua segreta idea nei vaneggiamenti suoi e volgevo gli occhi dalla parte d’Ambra.
Quasi nuda giaceva la tramortita fanciulla sotto le mani dei medici. La catalepsi aveva resistito ad una forte applicazione di corrente elettrica; gli strofinamenti coi lini caldi avevano valso a rianimare la circolazione del sangue, non a sgombrare la stupefazione cerebrale. Era urgente un più efficace soccorso. Vidi il medico di guardia av-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|95}}</noinclude>vicinarsi al braccio d’Ambra con una lama piccola e lucidissima. Quello stesso ribrezzo fisico che ci coglie alla vista di un’unghia che striscia su d’un pezzo di raso, mi fece torcere gli occhi per non vedere più avanti.
Ritornai pian piano alla destra del capezzale di Ramàr, lungo il muro. I medici dall’altro lato s’agitavano nella stretta che divideva i due letti e occultavano colle loro spalle, a me seduto, la fanciulla. La luce del giorno s’era tutta spenta. William Wood sollevava una lampada accesa sul letto d’Ambra. Io quietavo le mie pupille su Ramàr dormente. Nessuno più si curava dello zingaro. Il suo braccio sinistro, là dove era tatuato, trascolorava a seconda dell’allentare o dell’incrudelir della febbre come il marchio dei cavalli arabi di purissimo sangue. Se rinnovavo spesso le bende ghiacciate sulla fronte dell’amico mio, il suo sopore diventava più calmo, il tremito febbrile cessava e la cicatrice del braccio, in cui si leggeva il suo nome, illividiva. Se permettevo invece che la compressa si riscaldasse sul suo capo, il tatuaggio assumeva poco a poco una tinta pavonazza e il delirio ripigliava il suo corso. Io potevo dunque a mio capriccio temperare o sconvolgere quella organizzazione così squisitamente impressionabile. I miei pensieri si rivolgevano a Ramar spinti da tenerezza verace.
— O buon Ramàr, — pensavo —, sarebbe stato assai meglio che quella fanciulla, non ti fosse apparsa mai, perché ora tu non saresti qui, tremebondo, col cranio spaccato. Yao solo sapeva stornare i pericoli dalla tua testa, il suo occhio vigilava su te, cauto ed acuto, la vertigine non ti coglieva guardandolo, e quando insieme al tuo vecchio<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|96|{{smaller|NOVELLE}}|}}</noinclude>amico ti dondolavi nell’aria, sospeso ai cordami del circo, eri più sicuro che in una culla.
I miei pensieri erano accompagnati da un picchio uniforme come d’una grossa goccia cadente, ad ogni minuto secondo, in una vasca metallica colla regolarità d’un oriolo ad acqua.
Già la mia mente incominciava ad essere distratta dalle cose esterne, quando udii queste frasi staccate proferite da diverse labbra:
— Tentativi inutili!
— Sostengo che il deliquio era vinto...
— Ora si tratta stagnare il dissanguamento.
— Avrei bisogno d’una mano paziente e ferma.
— La mia! — esclamai, sorgendo dallo scanno su cui stavo ed avvicinandomi al letto d’Ambra.
— Pigliatelo in parola, — disse William Wood ai medici, accennando alla mia persona.
Fu collocata una sedia fra il letto d’Ambra e quello di Ramàr; poscia uno di que’ medici osservò attentamente l’epiderme delle mie palme, prese la mia mano sinistra e la collocò in modo che il grosso del metacarpo aderisse fortemente alla vena aperta del braccio d’Ambra, e m’invitò a sedere. Indi rivolto a’ suoi colleghi, disse:
— Vedete? Portiamo spesso i migliori rimedii con noi. L’epiderme umana stagna assai meglio il sangue che qualunque altro più ricercato farmaco.
Poi pose un piccolo guanciale sotto il braccio d’Ambra acciò stesse sollevato. Mi raccomandò di star fermo colla mano e di non sollevarla dalla vena ferita prima di mezzanotte; soggiunse che la salvezza della fanciulla dipendeva dalla mia pazienza. Se all’indomani mattina Ambra<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|97}}</noinclude>avrebbe parlato, ogni pericolo cessava. Dovevo guardarmi dal sonno e dai movimenti repentini.
Pochi minuti dopo nella sala dell’ambulanza restavamo io, il medico di guardia e William Wood. Mezz’ora dopo William Wood si ritirò nelle sue stanze raccomandando l’andalusa al medico di guardia. Un’ora dopo anche quest’ultimo, sopraffatto dalla noia, escì dall’ambulanza dopo aver rinnovato il ghiaccio sulla fronte di Ramàr e dopo aver raccomandato a sua volta, sbadigliando, l’andalusa.
Suonavano le dieci ore dal campanile della cattedrale di Lima, quando in quella sala, dove due ore prima si accalcavano forse duecento persone, non restavo che io solo, fra Ambra e Ramàr.
Immobile al mio posto, subivo quel tedio delle membra che prova la sentinella notturna nella prim’ora di guardia. Incominciai a volgere gli occhi e la testa lentamente qua e là. Mi vidi circondato da una luce verde, direi quasi umida, da una luce come di fondo di mare che scoloriva l’aspetto delle cose e mutava i contorni secchi della realtà in torbide sfumature d’''aquarium''.
William Wood, prima d’escire, aveva collocato, per amor dei dormienti, l’unica lampada sull’unico tavolo della sala, dietro ad un largo recipiente di cristallo, colmo fino al collo d’una tintura d’assenzio. I raggi del lume filtrati da quell’ampio smeraldo producevano, divergendo, la misteriosa luce che mi circondava. Quel tavolo, distante molte braccia dai letti fra i quali io stavo, offriva al mio sguardo, falsato dall’anormalità della luce, fra i molti oggetti che lo ingombravano, un oggetto che era un persistente enigma da sciogliere. Lo vedevo come un’apparizione confusa, irta, violacea che terminava in una sfumatura tri-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|98|{{smaller|NOVELLE}}|}}</noinclude>cuspidale; quella vista tormentava il mio pensiero e la mia pupilla; non arriva a scoprire che cosa fosse; il solo concetto che me ne formavo, era questo: ''lo spettro d’una fiamma''. Accanto vi luccicavano parecchie fiale di medicinali.
Io, che non potei mai sopportare senza angoscia il più frivolo dubbio, mi smaniavo di verificare la natura dell’oggetto incomprensibile che tanto aizzava i miei occhi pur acutissimi.
L’impossibilità dell’avvicinarmi al tavolo inaspriva la curiosità mia; la mia mano non doveva staccarsi dalla ferita d’Ambra neppure per un attimo, ma ad ogni minuto mi assaliva la tentazione di avvicinarmi a quell’oggetto. Pensavo che tre soli passi avanti mi avrebbero rivelata la natura di quella forma inesplicabile. La solitudine, il silenzio, l’immobilità, la noia alla quale era condannato, imbizzarrivano sempre più questa mia già inasprita curiosità. Mi provai di condurre lo sguardo sovra altri obbiettivi. Contro la sponda del tavolo stava appoggiata una frusta. Entro una vetrina appariva disposta in bell’ordine tutta una batteria di strumenti chirurgici. Sparse per terra giacevano le vesti d’Ambra e di Ramàr luccicanti d’oro e d’argento. Quel miscuglio d’attrezzi da teatro e da ospedale meravigliava lo sguardo e più ancora il pensiero. Un odore di farmacia graveolente, aromatico, giungeva fino alle mie nari; da una catasta di ghiaccio accumulata in un angolo veniva alle mie membra una frescura quasi montanina. Più che sospingevo lo sguardo e più vedevo annebbiarsi la glauca luce d’assenzio. Respiravo un’aria torbida, amara, che dai miei polmoni passava nella circolazione del mio sangue e invadeva il cervello. Pensavo anche idee torbide ed amare. L’oggetto inesplicabile, ''lo''<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|99}}</noinclude>''spettro della fiamma'', attirava sempre la mia attenzione. Per sottrarmi da quell’incubo decisi di torcere coraggiosamente lo sguardo a sinistra, sul corpo della svenuta. Ramàr dormiva. L’animo mio si scagliò repentinamente in un nuovo corso di pensieri. La prima impressione che provai nel guardare Ambra, fu di ribrezzo. Credetti quasi di trovarmi accanto al cadavere d’un’annegata, nel fondo d’una laguna, io pure sommerso. Sentivo sotto la mia palma il braccio della ideale fanciulla freddo più dello ambiente che ci avvolgeva.
Ci sono dei pensieri che gridano, altri che mormorano. Io udii dentro di me, non so dove, mormorare queste parole: ''è proprio morta''.
Il lenzuolo col quale l’avevano coperta, segnava su quel meraviglioso corpo delle pieghe funerarie, come quei drappeggiamenti marmorei che avvolgono le effigi delle imperatrici, distese sull’alto dei mausolei. La piega dei piedi pareva in ispecial modo lugúbre; poi, come il mio occhio saliva verso il bel grembo e verso il bel seno, i bianchi panneggiamenti ammorbidivano le loro curve e pareva rasserenarsi il sudario. La parte destra del petto rimaneva scoperta per causa del braccio nudo affidato alla mia pazienza.
— Ma se è morta — pensai — a che giova ch’io mi rimanga? — Pur non rimuovevo d’un atomo la mano dalla ferita. — Se è morta — il pensiero continuava così — Yao e Ramàr torneranno fratelli. Se è viva sono io che l’avrò salvata.
Allora tutta la mia mente si destò per risolvere questo nuovo dubbio. Mi alzai oncia ad oncia dalla scranna avendo sempre riguardo di non distrarre la mia mano<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|100|{{smaller|NOVELLE}}|}}</noinclude>dall’ufficio impostole, e colla destra scopersi il seno sinistro della fanciulla; poi, lento come una sfera di quadrante, mi chinai fino a collocare un orecchio sul cuore di lei. Un olezzo d’olio di rosa lambì le mie narici. Le candide carni erano fredde e mute, sotto l’eburneo costato non vibrava la più languida pulsazione; pur continuai ad origliare adagiando le mie ginocchia per terra, ché la bassezza del letto me lo permetteva. Acuivo l’udito su quella soave epiderme coll’avidità d’una spia, invaso da non so quale devozione feroce.
Stetti così attento, prostrato, immobile per lungo spazio; ad un tratto sentii come uno scoppio di palpiti irruenti, convulsi; mi alzai in piedi precipitosamente, atterrito dall’idea d’Ambra viva e desta. Le pulsazioni continuavano a rimbombare nel mio cervello: non era il cuore della fanciulla che batteva, erano le mie arterie, le mie tempie agitate da tumulto febbrile. Udivo dietro a me Ramàr respirare tranquillo come uno che dorme. Allora l’idea d’ascoltare il respiro d’Ambra mi colse violenta. Tornai a inginocchiarmi e feci per avvicinare il mio volto al suo, ma fui tosto impedito da un inesprimibile sgomento. Mi arrestai lontano due palmi. La fredda fanciulla teneva gravosamente calate le palpebre, ma la sua bocca brillava socchiusa e tutta la pallidissima faccia splendeva. Non dubitai più che fosse morta e questa idea mi dié coraggio ad appressarmi al suo volto. Volli vedere un’ultima volta le divine pupille e sollevai col pollice e coll’indice le pesanti palpebre, ma non vidi che due occhi bianchi, da statua. Ritrassi la mano; le palpebre ricaddero. Allora mi invase una pietà profonda e fu tutta scossa l’irremovibilità del mio cuore.<noinclude><references/></noinclude>
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L'Avesta (Pizzi, 1914)/L'Avesta/IV. Dagli Inni (Yasht)/6
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|101}}</noinclude>{{Nop}}
Non volli più che quella bella creatura fosse morta, e come fanno i fanciulli sui leggiadri insetti agonizzanti, avvicinai la mia bocca alla faccia d’Ambra per ravvivarla col caldo alito mio. Le mie labbra caddero sulle sue, sentii l’avorio freddo de’ suoi denti che mi fece tremare. Un gemito di Ramàr mi scosse; tornai a ricompormi sulla scranna.
Egli dormiva ancora. Scoccarono due ore da un campanile lontanissimo. Stetti lungo tempo immerso in una strana novità di pensieri. Verso le tre sentii sotto la mia palma sinistra una sensazione di leggiero tiepore: Ambra non era dunque morta! Le toccai il polso: viveva; il suo seno, benché quasi impercettibilmente, ondulava sollevato e abbassato da un principio di respiro. La catalepsi era vinta. Io avevo salvato Ambra, io avevo impedito che tutto il suo sangue uscisse dalle sue vene; mi pareva d’averle infuso parte della mia vita, del mio calore, e riconoscevo ciò dispettosamente, irato contro la mia stessa virtù. Non so perché, mi pareva d’averla salvata troppo presto.
La commovente passività del cadavere era svanita. Il volto solo portava ancora il peso del letargo, ma le stupende forme dell’andalusa assumevano già, sempre più vivificate, una fatale potenza che m’annichiliva. Pure, se il sangue ch’io frenavo non era ancora stagnato, quella vita stava sempre sotto la mia mano e poteva giuocarla e illanguidirla a mio talento e rianimarla poi. Questa idea mi fece battere vertiginosamente il cuore, per immenso orgoglio, per acre curiosità, per desiderio violento. Del resto la lunga immobilità de’ muscoli aveva affrante le forze del mio braccio e della mano; provavo un estremo<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|102|{{smaller|NOVELLE}}|}}</noinclude>bisogno di mutar posizione. Se la vena era rimarginata, potevo liberarmi a mia voglia da quella catena. Sollevai un attimo la palma. Tosto una goccia di sangue rigò il braccio d’Ambra. Ricollocai immediatamente la mano sulla ferita, tutto sgomento. Bisognava tergere il braccio dalla macchia sanguigna prima che arrivassero i medici. Quel sangue era soavemente tiepido e più dolce del miele. Una goccia me n’era caduta sulla mano e l’avevo succhiata. Portai le mie arse labbra su tutta la striscia che maculava l’incantevole braccio dell’andalusa, e poco a poco giunto colla bocca presso alla viva fonte di quel voluttuoso sangue di donna, allontanai la mano, e mi posi a suggerlo a larghi fiotti come si sugge l’umore d’un preziosissimo frutto. A un tratto mi sentii ghermito spaventosamente pel collo e udii la voce di Ramàr ululare: — Vampiro!
Non feci un gesto per difendermi, benché sentissi la mia vena iugulare contorcersi sotto le dita di Ramar; a un tratto la mano che mi strozzava si allentò e lo zingaro stramazzò per terra, fra i due letti, ai miei piedi. Io avevo già ricollocata la mia palma sulla ferita d’Ambra. Quell’assalto fulmineo mi ridonò la smarrita impassibilità del corpo e del pensiero. Così un meccanismo turbato è spesse volte rimesso a posto subitaneamente da un urto. Le violenze degli uomini produssero sempre questo effetto su di me: aumentarono la mia calma. Ramàr, disteso sul suolo, si dibatteva affannosamente sotto l’incubo del delirio. Egli subiva una grave reazione febbrile dacché l’ultimo pezzo di ghiaccio gli si era liquefatto sulla fronte. Ne’ suoi vaneggiamenti ritornava sempre più angoscioso il nome d’Ambra. Io aiutarlo non po-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|103}}</noinclude>tevo; nel tempo che mi sarebbe occorso per rifasciare la testa di Ramàr colle bende gelate e riadagiarlo sul letto,
Ambra avrebbe potuto morire. La coscienza della mia missione tutta ridestata costringeva tenacemente la mia mano al braccio della bella andalusa, tiepido ancora; il rimorso del fallo che avevo commesso poco prima, dava di sproni al mio dovere ch’era di non muovermi, per necessità che tosse, dalla posizione in cui stavo. Se Ramàr abbandonato moriva, la colpa non era mia. Avvertivo sugli angoli della mia bocca ancora il dolce sapore del sangue d’Ambra, purissimo. L’idea ch’io tenevo un poco di quel sangue nelle mie viscere, m’inteneriva stranamente. Sentivo anche una fitta dolorosa nella parte destra del collo, dove le ugne dello zingaro avevano serrato; ed ero contento di portare i segni dell’ira di Ramàr; questo pensiero mi alleggeriva il cuore da un grave peso indistinto. Mi rammento d’aver mormorato allora cinque o sei volte, guardando l’amante d’Ambra disteso a terra, queste parole in chinese: "eulh weï eulh, ngo weï ngo"<ref>Traduzione letterale: ''te per te, me per me.''</ref>.
Quando i primi bagliori dell’alba illuminarono l’ambulanza, giunse il medico di guardia ancora scarmigliato e cogli occhi imbambolati dal sonno. Vide Ramàr svenuto, così come l’ho descritto, e tornò ad escire in cerca di soccorso. Alcuni minuti dopo entrarono nella sala cinque attori della compagnia, il medico, un ''clown'' e William Wood. Poi che lo zingaro fu rimesso a giacere sul suo letto, tutti accorsero ad Ambra. Essa respirava dol-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|104|{{smaller|NOVELLE}}|}}</noinclude>cemente. Il medico mi ordinò di staccare pian piano la palma dal braccio dell’ammalata.
Il sangue non colava più. Allora il medico disse a William Wood: — Se parla è salva.
Io che non mi ero mosso ancora dal mio scanno, avvicinavo di tanto in tanto una boccetta di sali ammoniaci alle narici d’Ambra.
Tutti aspettavano ansiosamente una parola dalla bocca dell’andalusa, tutti pendevano da quelle labbra mute. Poco a poco Ambra aperse gli occhi, ma soltanto poi parve realmente destarsi; guardò intorno stupita; quando s’accorse di me che tenevo pazientemente il sale sotto l’alito suo, mi guardò fiso in volto e mi disse con accento languido e gentile: — Grazie, buona donna.
Uno scroscio di risa plebeo assordò la mia testa; un fiume di sangue affluì al mio cuore. Mi guardai in uno specchio che mi stava di fronte, e ringraziai col pensiero la divinità che mi fece nascere nel paese degli uomini pallidi.
Qui una spiegazione mi pare necessaria; poi ripiglierò il mio racconto sommariamente fino a tanto che un altro fatto grave m’obbligherà d’arrestarmi. Ambra non mi aveva mai parlato, né, forse, visto prima di quella mattina in cui disse quelle malaugurate parole. Essa trionfava in una gloria così diversa dalla mia, che mai non s’avvide di me, né de’ miei campanelli di legno di sandalo. Che il suo sguardo di donna europea non avesse ravvisato sul mio volto l’aspetto di virilità, non me ne meravigliai io stesso, e ciò aumentava l’onta mia, giacché sul mio mento neppur l’ombra della lanuggine rivelava l’uomo, e le<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|105}}</noinclude>mie vesti chinesi e la mia treccia, che in quel giorno portavo attortigliata sul capo, potevano essere scambiate, da un occhio non avvezzo ai nostri costumi, per acconciamenti muliebri.
Quindici giorni dopo il dì della catastrofe, ch’ebbe per me conseguenze così bizzarre, lo zingaro e l’andalusa volteggiavano nel circo già gagliardi e lieti, fra le acclamazioni del pubblico.
Intanto tramavasi una beffarda congiura da’ miei colleghi contro di me; l’equivoco d’Ambra, tosto noto a tutta la compagnia, dava diritto all’infimo staffiere di sogghignarmi in faccia. Tutti si dettero parola di non palesare l’inganno all’andalusa, a fine di prolungare più che fosse possibile la celia e le risate. Nessuno mi chiamava più ''Mister Yao'' o ''Señor Yao'' come per lo innanzi, ma invece ''Miss Yao'' o ''Señorita Yao'', e Ramàr si rallegrava di questa burla più d’ogni altro e cercava assiduamente l’occasione di rinnovarla. Quando Ambra mi rivolgeva il discorso, tutti trattenevano il fiato per poter squittire più fragorosamente dopo la parlata. Io intanto rimuginavo nella memoria il capitolo VII del ''Lun-yu'', là dove Tseng-sse, l’amico di Kon-fu-tseu, dice queste savie parole: — Lasciati offendere senza mostrare risentimento, — e stavo ligio alla antica sentenza: non ''mostravo'' risentimento, ma nel profondo del pensiero contavo le offese, una ad una, e tenevo interna, indelebile nota.
La mia imperturbalità eccitava i derisori fino all’accanimento; quando lo scherno si mutava in rabbia, io trionfavo entro me; m’accontentavo intanto di questa pigra vendetta. Io, rettificare l’abbaglio ad Ambra, sdegnavo; il mio decoro non mi permetteva una così bizzarra ret-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|106|{{smaller|NOVELLE}}|}}</noinclude>tificazione. La dignità mia non trovava altro modo d’atteggiarsi fuorché questo: dare a pensare cioè, ch’io credessi l’andalusa conscia e partecipe dello scherzo e che non me ne curassi. Brutto destino, amico mio, è quello di vivere in mezzo a gente di razza diversa dalla propria; l’amarezza di questo destino m’era stata un tempo raddolcita dalla fratellanza di Ramàr; ora egli stesso m’abbandonava.
La nostra amicizia aveva subíto come una specie d’attossicamento; evitavamo di incontrarci colle pupille.
Io lo studiavo di soppiatto. Volevo arrivare a scoprire se gli era rimasta nella memoria qualche reminiscenza di quella notte ch’egli m’aveva chiamato ''vampiro''. Quella parola era stata pronunciata da esso in un attimo così violento, fra un assalto di delirio e una crisi di febbre; se anche egli se la rammentava, doveva, pensavo, confonderla cogli altri vaneggiamenti. In queste induzioni mi tranquillavo un poco, ma in una pace breve e non soddisfatta. Un punto nero stava fra me e lo zingaro tutte le volte che ci trovavamo di fronte: un punto nero, fatale, incancellabile, come quello che turba la vista d’una retina malata. Ed anche Ramàr vedeva quel punto; me ne accorsi poi tutte le volte che eseguimmo insieme nel circo il ''giuoco delle freccie'', di cui ti narrai nelle pagine già scritte.
William Wood volle un giorno che quell’esercizio, da molti mesi trascurato, ritornasse nel repertorio degli spettacoli. Ubbidimmo. Ambra fu atterrita un poco a quest’annunzio; essa non si capacitava che una ''donna'' sapesse trar d’arco. Un ''clown'' la rassicurò con tal celia ch’essa ne rise e la paura scomparve. Il pubblico rivedeva con<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|107}}</noinclude>emozione intensa il nostro giuoco. Io ridiscendevo nell’arena a fianco di Ramàr come nei sereni giorni della nostra gloria comune.
Ramàr si piantava fermo, diritto, davanti alla mia mira, con aspetto più temerario, forse, di una volta; io però vedevo, sotto la finissima seta che lo copriva, battere il suo cuore. Il punto nero stava allora in mezzo a noi.
Pur le nostre pupille dovevano incontrarsi per forza. L’antica intuizione dei nostri sguardi era smarrita. Un’altra intuizione, tutta morale, le era subentrata. Quando le freccie dovevano correre lungo il costato, io mi trattenevo dolorosamente dal mirare il cuore palpitante di Ramàr; l’abitudine del polso e dell’occhio vinceva il traviamento della volontà, e la freccia, malgrado mio, si conficcava esatta rasente il contorno. Per tutto il tempo che durava il giuoco io e Ramàr ci leggevamo biecamente nell’anima; a giuoco finito il cupo incanto svaniva e riappariva il dubbio. Il pubblico applaudiva, ma lo zingaro aveva da me solo l’ammirazione che meritava, giacché io solo potevo essere allora il vero giudice del suo coraggio.
Fu appunto in quell’epoca che io, sempre deriso, per distrarmi dall’astio e per rifugiarmi in un affetto qualunque che mi fosse accessibile, mi diedi all’ammaestramento dei cani.
In quel nuovo stato della vita mia avventurosa imparai a conoscere cinque buoni amici, i più umani, i più nobili di quanti ne avevo sperimentato fin allora. Li trovai nelle stalle del circo dove miseramente vivevano, e li portai nella mia cameretta e attesi alla loro educazione.
Questi miei ottimi amici erano due cani barboni, un bassetto, un bracco e un stupendo ''bull-dog'' d’un anno,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|108|{{smaller|NOVELLE}}|}}</noinclude>mio prediletto fra tutti. Quando nel tempo della mia senilità mi dedicai all’ammaestramento degli uomini, non riscontrai fra i miei simili tanto intelletto d’amore e di ragione quanto ne avevo ammirato in quelle umili bestie. Io insegnavo a ciascuno di quei cani certe meravigliose facezie da far ridere il volgo e ciascuno d’essi insegnava mutuamente e in vario stile a me le virtù d’umanità, che gli uomini m’avevano nascosto. Imposi ad essi dei nomi cinesi.
Uno dei due barboni, il più ilare, il più bianco, lo chiamavo ''Ani-kaine'' (buon augurio). ''Scing-tscie'' (perfetto) era il nome dell’altro. Chiamava il can bassetto ''Buddha'', perché realmente quando stava in riposo assomigliava all’idolo del nume per la pingue serenità del suo volto. ''Ta-fu'' (mandarino) era il can bracco. Al giovane ''bull-dog'' avevo imposto il nome ''uomo'' (''Gin''). E così vivevo nel consorzio de’ miei amici amandoli e conversando con essi nella mia lingua materna, e da essi riamato. Gin, forse perché più giovane degli altri e più violento negli istinti suoi, per la fierezza della razza, mi si affezionò appassionatamente e in breve tempo. Egli aggiungeva pregio all’affetto perseguitando i miei colleghi coll’odio suo. Io esercitavo questo generoso animale nelle doti mirabili del corpo più che nella memoria: Gin saltava una barriera di sei metri d’altezza. Il mio affetto per questo cane era così coscienzioso che non volli mai umiliare l’indole sua caratteristica coll’applicarlo alle buffonesche celie che si impongono agli altri cani così detti sapienti; e di questo delicato rispetto Gin pareva riconoscente. Io stesso scopersi che fra il mio ed il suo volto correva una rassomiglianza bizzarra, proveniente dal naso schiacciato e dalla<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|109}}</noinclude>esiguità del labbro superiore, che lasciava due denti scoperti sul davanti delle nostre bocche. La prominenza dell’osso frontale dava al cranio di Gin ed al mio la stessa espressione grave e meditabonda.
Una affinità singolarissima, della quale m’onoravo, mi legava al giovane molosso. Gin odiava i miei nemici forse più che io stesso non li odiassi, e da essi era egli pure ferocemente odiato; pur non osavano offenderlo né offender me in presenza sua, perché un giorno ad un ''clown'', che in pieno circo mi gettò per brutta celia una corda al collo, s’avventò il ''bull-dog'' alla gola, e la mia autorità bastò appena a salvare il beffardo.
A questi cinque cani dimenticai di aggiungere un sesto e dimenticai perché poco o nulla lo amavo, tanto mi pareva inintelligente e pigro. Era un catellino chinese di lungo pelo, obeso nelle sue movenze e tutto tenerello nelle sue membra, uno di quei piccoli cagnuoli che nei nostri paesi si mangiano dagli uomini e son tenuti per giottornia perfetta quando sieno bene scuoiati e molto accuratamente purgate le loro interiora e cotti in quattro cucchiaiate d’olio d’oliva e in due di miele, insieme a pistacchi e cipolle. Di questo minuscolo cane ch’era venuto cogli altri, io non ne facevo nulla; pur me lo tenevo perché sapevo che ad Ambra piaceva ed aspettavo l’opportunità d’offrirglielo e farmene così un vanto.
Un giorno William Wood venne al mio canile e mi disse:
— Yao, ho destinato per ''te'' (quel "''te''" patronale plebeo, basso quanto il nostro "''ju''", squarciava le mie orecchie), per ''te'' e le ''tue'' bestie una camera assai più vasta di questa.
Lo stesso di Yao, Gin, Buddha, Ani-kaine, Ta-fu e<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|109}}</noinclude>esiguità del labbro superiore, che lasciava due denti scoperti sul davanti delle nostre bocche. La prominenza dell’osso frontale dava al cranio di Gin ed al mio la stessa espressione grave e meditabonda.
Una affinità singolarissima, della quale m’onoravo, mi legava al giovane molosso. Gin odiava i miei nemici forse più che io stesso non li odiassi, e da essi era egli pure ferocemente odiato; pur non osavano offenderlo né offender me in presenza sua, perché un giorno ad un ''clown'', che in pieno circo mi gettò per brutta celia una corda al collo, s’avventò il ''bull-dog'' alla gola, e la mia autorità bastò appena a salvare il beffardo.
A questi cinque cani dimenticai di aggiungere un sesto e dimenticai perché poco o nulla lo amavo, tanto mi pareva inintelligente e pigro. Era un catellino chinese di lungo pelo, obeso nelle sue movenze e tutto tenerello nelle sue membra, uno di quei piccoli cagnuoli che nei nostri paesi si mangiano dagli uomini e son tenuti per giottornia perfetta quando sieno bene scuoiati e molto accuratamente purgate le loro interiora e cotti in quattro cucchiaiate d’olio d’oliva e in due di miele, insieme a pistacchi e cipolle. Di questo minuscolo cane ch’era venuto cogli altri, io non ne facevo nulla; pur me lo tenevo perché sapevo che ad Ambra piaceva ed aspettavo l’opportunità d’offrirglielo e farmene così un vanto.
Un giorno William Wood venne al mio canile e mi disse:
— Yao, ho destinato per ''te'' (quel "''te''" patronale plebeo, basso quanto il nostro "''ju''", squarciava le mie orecchie), per ''te'' e le ''tue'' bestie una camera assai più vasta di questa.
Lo stesso dì Yao, Gin, Buddha, Ani-kaine, Ta-fu e<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|110|{{smaller|NOVELLE}}|}}</noinclude>Scing-tscie e il cagnetto chinese mutarono quartiere. Quel nostro nuovo ricovero era un ampio locale attiguo alla camera d’Ambra (non ti dissi che tutti noi dimoravamo nel circo?); la porta dell’andalusa e la mia riescivano sullo stesso andito, il quale non dava uscita a nessun’altra stanza. Quando fui lì co’ miei cani, William Wood, che ci aveva seguiti, disse, additando a destra:
— Qui dimora la bella andalusa; so che molti calabroni vorrebbero ronzarle d’attorno; scopersi alcuni biglietti ne’ mazzi di fiori che le vennero presentati iersera dai damerini delle loggie. Che ciò sia, è naturale, e fin che i tentatori ronzano e non pungono, fanno assai bene e li lodo; aumentano così il rumor della fama intorno ad Ambra; ma se uno solo d’essi arrivasse a pungere, il mio danno sarebbe irreparabile. Una danzatrice che pel pubblico è casta, frutta l’ottanta per certo, e assai meno se non lo è. So che Ambra ama Ramàr e ciò mi piace e mi rassicura un poco. Pure sarò più tranquillo ora che tu, saggio ed accorto, dimorerai qui co’ tuoi cani. Bada di far buona guardia. Ambra non indovinerà lo scopo pel quale ti ho collocato così vicino ad essa.
— Farò buona guardia, — risposi. Wood escì confortato. Allora io chiamai: — Gin! — e tosto il ''bull-dog'' si slanciò contro le mie ginocchia. — A noi due, — gli dissi, e Gin dimenava la coda così gaiamente come quando leggeva ne’ miei occhi qualche lieto pensiero.
Ramàr, allorché seppe la mia nuova dimora (Wood stesso gliela indicò e gliene confidò lo scopo ed io ero presente), s’oscurò in fronte; poi disse assai turbato: — Non può essere! — Ma Wood riprese tosto: — E perché non può essere? guardiano migliore del nostro chinese non trove-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|111}}</noinclude>resti in tutta Lima. Ambra sarà rallegrata dalla vicinanza di ''miss Yao''. Sai che essa ride sempre guardandolo in viso. Aggiungi ch’egli è devoto ad Ambra e che le salvò la vita con un miracolo di pazienza.
— È vero, è vero, — rispose lo zingaro, e rise come ad una sua ubbia segreta e stolta e mi stese la mano.
Wood continuò: — e anche i suoi cani sono utili. Le macchinazioni dei nostri signori di Lima potrebbero esserci fatali. Quando sarete sposi (Ramàr stringeva sempre la mia mano) il custode d’Ambra sarai tu (e Wood sorrideva) e saprai custodirla meglio che una intiera muta di segugi e cento chinesi; ma la moralità del nostro circo impedisce che tu ora viva troppo d’accanto alla fidanzata.
Scorsero due placide settimane, senza avvenimenti nuovi. Ambra mi credeva sempre una donna, ed a me conveniva il lasciarglielo credere per non isgomentarla d’un tratto e per non perdere nulla della sua lieta famigliarità. La assistevo spesso quando s’acconciava per comparire nel circo; stavo allora in mezzo alle sue serventi, né queste si meravigliavano della mia presenza e, ben lungi dallo scandolezzarsi, sorridevano come d’un fatto di nessun conto. Io divoravo silenziosamente la mia vergogna e colla vergogna un’acre gioia segreta.
Spesso quando Ambra esciva dal bagno, io, chiamato da essa, accorrevo. La trovavo seduta sulla sponda della vasca, avviluppata in una tunica scarlatta di finissima lana. Nella camera vaporavano ancora i caldi fumi dell’acqua. Il sole del meriggio filtrava attraverso le tende di seta gialla e illuminava un pezzo di sapone opalino che appena estratto dal lavacro scivolava da sé, lentamente, sui gradini di marmo del bagno, come una cosa viva. Io, senza<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|112|{{smaller|NOVELLE}}|}}</noinclude>dir parola, poiché già sapevo a quale ufficio ero chiamato, cercavo sotto allo specchio una lima d’argento e una piccola cesoia e un pezzo di pomice e una fiala d’olio odorifero; poi m’inginocchiavo davanti la bella andalusa e pigliavo nelle mie mani i suoi piedini nudi e in un soffice lino li asciugavo ben bene, con quella cura con la quale un intagliatore d’avorio terge i suoi ninnoli preziosi. Indi collocavo sul mio naso un paio d’occhiali da presbite che serbavo esclusivamente per l’opera a cui stavo per accingermi, acciocché la mia vista, meravigliosamente acuta per discernere da lungi, ma sulle minute vicinanze un po’ fiacca, non avesse a tradirmi. Essa allora rideva d’un ridere represso da bimba e mi sporgeva il suo piede più asciutto, sul quale io incominciavo il mio lavoro di cesello e d’intaglio, che nessun testimonio profano turbava. Ho ancora impresse nella memoria una ad una le unghiette di quei piedi incantevoli. Nell’ovale di ciascuna d’esse io ravvisavo una certa vaga espressione di volto; la più leggiadra era quella del quarto dito del piede sinistro; i pollici robusti brillavano come un fulgido quarzo; su’ due mignoli apparivano due unghiettine, vaghe cornee dilicate così che era un intenerimento a vederle, benché avessero un poco la curva di due artiglietti nascenti. Io limavo, levigavo, tornivo, arrotondavo quelle opale, quelle madreperle con tocco leggiero e devoto. Ambra di nessun altro si fidava fuorché di me in quella operazione paziente, e ciò venne da un giorno che mi vide, per mio sollazzo, scolpire sull’avorio alla maniera dei nostri diligenti artefici. Io di questa fiducia sua me ne stavo orgoglioso. Il mio fido Gin m’accompagnava quasi sempre. Mentre io lavoravo essa accarezzava il cagnetto chinese<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|113}}</noinclude>che io le avevo donato e che teneva assai caro, accoccolato nei tiepidi lini del bel grembo. Sotto la sua tunica scarlatta Ambra non aveva altre vesti, e a volte, mentre le mie mani erravano da un all’altro dei sottili ordegni coi quali abbellivo i piedi dell’andalusa, il mio sguardo si smarriva un po’ più alto degli alabastrini malleoli, nella rosea penombra delle carni colorate dalla intonazione calda delle pieghe vagamente succinte.
Il mio cuore batteva allora violento, gaio come un applauso interno, e lo era, perché io trionfavo segretamente di coloro che credevano beffarmi.
Quando, compiuto il lavoro, mi sollevavo da terra e mi rimettevo sui calcagni (io che pur sapevo resistere per molti minuti penzolante col capo in giù dall’alto d’un trapezio, senza temer vertigini), sentivo in quel momento alla tempia ed al petto un subbuglio di sangue così impetuoso che mi faceva traballare.
Un giorno che m’ero appena quetato da questo turbinio delle arterie e m’avviavo alla porta della camera per escire (Gin mi seguiva passo passo), incontrai Ramàr sulla soglia, che entrava. Io evitai, non so perché, di fissarlo nel volto. Ad un tratto il mio ''bull-dog'' ruggendo gli si avventò al petto come una fiera; un mio comando bastò a salvare Ramàr, che con un bel sorriso sulle labbra corse a tranquillare Ambra sgomenta. Io percossi il cane, che mi guardò con uno sguardo di disapprovazione sommessa, e li lasciammo soli. Mentre m’allontanavo udii Ramàr mormorare ad Ambra quel proverbio spagnuolo che dice: ''tal padrone tal cane'', e ciò mi dispiacque e biasimai nel mio interno l’amico d’aver mormorato alla sua bella una malignità a mio riguardo che sentivo di non meritare. Gin<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|114|{{smaller|NOVELLE}}|}}</noinclude>mugolava ai miei piedi dimenando la testa come un muto che cerca ansiosamente la parola. Il ''bull-dog'' prima d’allora non s’era mai mostrato ostile allo zingaro e tanta repentina ira non poteva spiegarsi senza una causa. L’istinto meraviglioso del cane aveva visto qualche indubbio segno di malevolenza verso di me nello sguardo dello zingaro. Promisi a me stesso di studiare l’occhio di Ramàr e di trar vantaggio dall’avvertimento della povera bestia, poiché il filosofo dice: — Se ascoltate attentamente le parole d’un uomo e se scrutate le pupille de’ suoi occhi, come mai potrebb’egli celarsi a voi?
Da quel giorno Ramàr non poté più penetrar nella camera d’Ambra senza rischio per via della guardia del cane e de’ suoi latrati che attiravano gente con grande ira dello zingaro e soddisfazione di William Wood.
Avvenne poco tempo dopo ch’io, nell’escir dalla mia camera più tardi del consueto e nell’avviarmi col ''bull-dog'' ai trapezi per le esercitazioni del mattino, m’imbattei in un gruppo di dieci o dodici compagni, fra i quali scorsi Ramàr. Ridevano tutti sguaiatamente; ma quando mi videro da lungi, si ricomposero e parvero proseguire una animatissima conversazione in cui ripetevasi spesso la parola "scommessa". Come fui loro d’accosto, Ramàr con piglio allegrissimo mi disse:
— ''Señora Yao'', capiti appuntino. C’è qui Flibbertigibbet (e accennò il ''clown'' inglese) che non istima abbastanza il tuo cane.
— Salta lungo, ma non salta alto, — aggiunse strillando il ''clown''.
— Flibbertigibbet scommette che a tre metri d’altezza Gin non coglierebbe un pezzo di lardo, — soggiunse Ramàr.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|115}}</noinclude>{{Nop}}
— Distinguo. Non ho detto un pezzo di lardo, — replicò il clown; — ho detto un pezzo di pane.
Questo "distinguo" sottile fece ridere la comitiva, e lo zingaro ripigliò:
— Vada pel pezzo di pane! Io scommetto un dollaro che Gin a tre metri d’altezza lo coglie, se è Yao stesso che glielo porge.
— Non ne dubito, — dissi io.
— ''All right!'' Dollaro per dollaro, acconsento alla scommessa. Dov’è il pane? — gridò il ''clown''.
— L’ho qui io, — rispose Ramàr, estraendo una mollica informe dalla sua tasca. Io presi il pane, salii su d’un tavolato. Flibbertiggibet in quattro salti corse a provvedersi d’un metro, misurò lo spazio stabilito dalla terra alla mia mano. Tutti mi stavano d’attorno con certe faccie stranamente immobilizzate in un bizzarro sorriso. Io gridai: — Gin, hop! — e il buon ''dog'' spiccò un salto e colse il pane mirabilmente bene e lo ingoiò tutto lieto come per ricompensa a se stesso della fatica fatta.
All’indomani mattina, quand’io mi destai, trovai il mio povero Gin morto; una gomma verdastra gli esciva dalle nari. Allora mi sovvenne di non aver visto Flibbertigibbet pagare il prezzo della scommessa a Ramàr, e mi ricordai dello sghignazzo infernale che scoppiò nella comitiva quando Gin inghiottò il pezzo di pane. Infamia! m’avevano avvelenato il mio ''dog'', e Ramàr aveva posto nelle mie stesse mani il veleno. Quando riconobbi ciò, lo sdegno mio fu così violento che in sulle prime soffocò il dolore. Poi piansi amaramente. L’alba spuntava appena; tutti dormivano. Raccolsi il cadavere del mio povero Gin e scesi nell’arena. Là, sotto al mio trapezio, scavai una fossa e<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|116|{{smaller|NOVELLE}}|}}</noinclude>seppellii la povera bestia; poscia rassettai diligentemente la sabbia dorata sulla sepoltura e ripensai le parole di Confucio: "Se un uomo ti offende gravemente una volta, non mostrare risentimento; ricordati l’offesa, ma non correre ancora alla vendetta". Mi prostrai sulla fossa del cane e presi in mano la mia lunga treccia e feci un groppo alla sua estremità; poi dissi a me stesso: — Ramàr mi ha offeso ''una volta''. — E rientrai nella mia cella.
E mi diedi ad assaporare irosamente l’amarezza dei miei pensieri. Dissi a me stesso che in terra non mi restava più nessun affetto. Senza madre (un presentimento incessante mi susurrava nel cuore che dovevo esser orfano), senza amici, senza amore, straniero, deriso, avevo collocato in quel povero ''bull-dog'' tutta la tenerezza di cui mi sentivo capace. Egli divideva le mie fatiche e i miei rancori; non ero uno straniero per quella povera bestia; quando quell’onesto cane mi guardava dilatando le labbra del suo grugno sagace e mostrando gli acutissimi denti come una persona che ride, non mi guardava coll’occhio sospettoso di Ramar, non rideva col riso beffardo dei ''clowns''. Povero Gin, era morto! me l’avevano ucciso! Mentre il mio dolore muto m’abbruciava l’interno petto come un fuoco rinchiuso, udii graffiare sul basso dell’uscio; lo apersi e mi trovai fra i piedi il cagnoletto chinese prediletto dell’andalusa. Lo sollevai da terra pigliandolo per la pelle del collo, afferrai un coltello e lo scannai. Lo scuoiai poscia, e purgate ch’ebbi le sue interiora, accesi un fornello e posi a cuocere l’animaluccio pingue in una certa mia pentola, con un po’ di mele e di cipolle, commestibili questi che tenevo sempre ne’ miei ripostigli.
In un paio d’ore il manicaretto fu all’ordine; lo trinciai<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|117}}</noinclude>accuratamente e mi accinsi a mangiarlo. Intanto udivo dal di fuori Ambra che correva di qua e di là e chiamava ad alta voce: — ''Niño! Niño!'' — ch’era il nome da essa imposto alla bestiuola. Io rosicchiavo gli ossicini di Niño coi miei denti robusti, quando si aperse l’uscio ed entrarono Ambra, Ramàr e Flibbertigibbet.
Ramàr mi chiese: — Ov’è Niño?
Io, compiendo tranquillamente il gesto voluto dalle mie parole, risposi: — È qui, e se posso offrirvene una costola...
Ambra svenne. Ramàr la soccorse indirizzandomi parole di furore. Io replicai, continuando a rosicchiare i garetti di Niño, che il cagnuolo era mio e che potevo farne il mio pro’ quando volevo. Non feci la minima allusione all’avvelenamento di Gin. Ramàr trasportò Ambra nella camera attigua.
Flibbertigibbet, che si smascellava dalle risa, corse a raccontare a tutta la compagnia il caso di Niño che gli pareva stranissimo. M’avvidi troppo tardi che avevo commesso un errore. La vita di scherno nella quale m’illividivo da tanto tempo s’aggravò dopo quel fatto. I miei colleghi mi chiamarono d’allora in poi il ''mangia-cani'', soprannome che in China non sarebbe parso per nulla vergognoso, ma che pareva ridicolosissimo a quella gente plebea.
La storiella varcò le mura del circo, passò nelle gazzette e macchiò la mia rinomanza.
Quando entravo nel circo, ai dì delle rappresentazioni, le damine galanti, nascondevano per celia i loro catellini avanesi, fingendo di temere che li dovessi divorare belli e crudi, e ridevano.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|118|{{smaller|NOVELLE}}|}}</noinclude>{{Nop}}
Ho avuto sempre cura d’analizzare i moventi delle risoluzioni repentine della mia vita, le quali furono per buona sorte poche. Così, perché tu mi assolva un poco dal mio errore, voglio aiutarti a scoprire le cause che mi spinsero all’uccisione del cagnuolo dilettissimo ad Ambra. Le cause minori furono l’istinto di rabbia contro l’amante dell’andalusa che m’aveva attossicato il povero ''bull-dog''; l’antipatia invincibile che nutrivo contro quell’obeso Niño; un brutale bisogno di distruggere una creatura viva per vendicare il mio Gin e me stesso. Ma il movente maggiore di quel fatto di sangue, di miele e di cipolle, mi venne da un lungamente maturato bisogno di ghiottoneria, di cui era forse inconscio io stesso nel momento della catastrofe. Il Niño d’Ambra era l’ideale delle mie merende e delle mie cene. La vendetta fu il pretesto della gola. E quella fu la terza e, fino ad oggi, ultima volta che la mia innata ghiottoneria m’aveva tratto ai cattivi passi.
Un’altra volta questo malo istinto mi valse quella tale staffilata che mi diede il ''gin-mù'' quando nella stiva del vascello andai alla cerca delle cose dolci promessemi dalla madre. E quando dieci anni dopo succhiai il dolcissimo sangue della voluttuosa vena dell’andalusa, fu la seconda volta. Ma tu sorridi, savio Meng-pen, col sorriso di chi nota un errore nella dimostrazione di un teorema, e i tuoi occhi mesti non concordano coll’espressione della tua bocca. Ma lasciami proseguire il racconto.
Una sera, dopo gli spettacoli, stanco di servire da bersaglio alle beffe dei ''clowns'' e alle risate del pubblico (Flibbertigibbet aveva attaccato quella sera un pezzo di lardo all’estremità della mia coda, senza che me ne fossi<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL TRAPEZIO}}|119}}</noinclude>avvisto, per modo che tutti i cani e tutti i gatti del circo mi stavano alle calcagna con grande tripudio della plebe), irritato, eppur con passo paziente, mi diressi verso la camera del direttore. Trovai William Wood intento a numerare dollari e banconote.
— Che c’è di nuovo? — mi disse come appena mi vide.
Io risposi con voce umile, ma franca: — Domando la mia licenza, voglio partirmene dal circo.
Uno scroscio di risa riempì così fattamente le fauci di William Wood che queste parole smozzicate s’udirono appena:
— E perché, ''miss Yao?''
— Parto perché sono un ginnasta e non un buffone, sclamai risolutamente.
— Sta bene, sta bene, sta bene — ripeté cantarellando l’americano; m’accorgo che hai bisogno di leggere certa scrittura.
E mi porse una vecchia carta, un contratto. Discesi cogli occhi alla firma e lessi un nome a me ignoto: ''Tom Tompson''. Poi nel mezzo di una linea scorsi il mio nome, "Yao", e nella stessa linea queste due parole: "tremila dollari", e più sotto, alla distanza di tre righe: "venduto, colle vesti che indossa e con una preziosa edizione di Confucio, a William Wood direttore del Circo di Lima". Altro non lessi. Mi appoggiai ad una parete e rividi in un baleno della memoria l’orrendo stivaggio del vascello del ''pastore d’uomini''. Tom Tompson, il ''gin-mu'', aveva ingannato mia madre. William Wood sorrideva. Ero uno schiavo!
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