Wikisource itwikisource https://it.wikisource.org/wiki/Pagina_principale MediaWiki 1.47.0-wmf.20 first-letter Media Speciale Discussione Utente Discussioni utente Wikisource Discussioni Wikisource File Discussioni file MediaWiki Discussioni MediaWiki Template Discussioni template Aiuto Discussioni aiuto Categoria Discussioni categoria Autore Discussioni autore Progetto Discussioni progetto Portale Discussioni portale Pagina Discussioni pagina Indice Discussioni indice Opera Discussioni opera TimedText TimedText talk Modulo Discussioni modulo Evento Discussioni evento Convivio/Trattato quarto 0 2104 3901561 3898571 2026-09-18T13:48:37Z Micione 2672 +2 ancore e un refuso 3901561 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=50%|data=23 luglio 2008|arg=Saggi}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Trattato quarto|prec=../Trattato terzo|succ=}} ==CANZONE TERZA== <poem> {{§|Le dolci rime d'amor ch'i' solia|Le dolci rime d’amor ch’i’ solia cercar ne’ miei pensieri, convien ch’io lasci; non perch’io non speri ad esse ritornare, ma perchè li atti disdegnosi e feri{{R|5}} che ne la donna mia sono appariti m’han chiusa la via de l’usato parlare.}} E poi che tempo mi par d’aspettare, diporrò giù lo mio soave stile,{{R|10}} ch’i’ ho tenuto nel trattar d’amore; e dirò del valore, per lo qual veramente omo è gentile, con rima aspr’e sottile; riprovando ’l giudicio falso e vile{{R|15}} di quei che voglion che di gentilezza sia principio ricchezza. E, cominciando, chiamo quel signore ch’a la mia donna ne li occhi dimora, per ch’ella di se stessa s’innamora.{{R|20}} {{§|Federico II di Svevia|Tale imperò che gentilezza volse, secondo ’l suo parere, che fosse antica possession d’avere con reggimenti belli}}; e altri fu di più lieve savere,{{R|25}} che tal detto rivolse, e l’ultima particula ne tolse, chè non l’avea fors’elli! Di retro da costui van tutti quelli che fan gentile per ischiatta altrui{{R|30}} che lungiamente in gran ricchezza è stata; ed è tanto durata la così falsa oppinion tra nui, che l’uom chiama colui omo gentil che può dicere: ’Io fui{{R|35}} nepote, o figlio, di cotal valente’, benchè sia da niente. Ma vilissimo sembra, a chi ’l ver guata, cui è scorto ’l cammino e poscia l’erra, e tocca a tal, ch’è morto e va per terra!{{R|40}} Chi diffinisce: ’Omo è legno animato’, prima dice non vero, e, dopo ’l falso, parla non intero; ma più forse non vede. Similemente fu chi tenne impero{{R|45}} in diffinire errato, chè prima puose ’l falso e, d’altro lato, con difetto procede; chè le divizie, sì come si crede, non posson gentilezza dar nè torre,{{R|50}} però che vili son da lor natura: poi chi pinge figura, se non può esser lei, non la può porre, nè la diritta torre fa piegar rivo che da lungi corre.{{R|55}} Che siano vili appare ed imperfette, chè, quantunque collette, non posson quietar, ma dan più cura; onde l’animo ch’è dritto e verace per lor discorrimento non si sface.{{R|60}} Nè voglion che vil uom gentil divegna, nè di vil padre scenda nazion che per gentil già mai s’intenda; questo è da lor confesso: onde lor ragion par che sè offenda{{R|65}} in tanto quanto assegna che tempo a gentilezza si convegna, diffinendo con esso. Ancor, segue di ciò che innanzi ho messo, che siam tutti gentili o ver villani,{{R|70}} o che non fosse ad uom cominciamento; ma ciò io non consento, ned ellino altressì, se son cristiani! Per che a ’ntelletti sani è manifesto i lor diri esser vani,{{R|75}} ed io così per falsi li riprovo, e da lor mi rimovo; e dicer voglio omai, sì com’io sento, che cosa è gentilezza, e da che vene, e dirò i segni che ’l gentile uom tene.{{R|80}} Dico ch’ogni vertù principalmente vien da una radice: vertute, dico, che fa l’uom felice in sua operazione. Questo è, secondo che l’Etica dice,{{R|85}} un abito eligente lo qual dimora in mezzo solamente, e tai parole pone. Dico che nobiltate in sua ragione importa sempre ben del suo subietto,{{R|90}} come viltate importa sempre male; e vertute cotale dà sempre altrui di sè buono intelletto; per che in medesmo detto convegnono ambedue, ch’en d’uno effetto.{{R|95}} Onde convien da l’altra vegna l’una, o d’un terzo ciascuna; ma se l’una val ciò che l’altra vale, e ancor più, da lei verrà più tosto. E ciò ch’io dett’ho qui sia per supposto.{{R|100}} {{§|È gentilezza dovunqu'è vertute|È gentilezza dovunqu’è vertute, ma non vertute ov’ella; sì com’è ’l cielo dovunqu’è la stella, ma ciò non e converso. E noi in donna e in età novella{{R|105}} vedem questa salute, in quanto vergognose son tenute, ch’è da vertù diverso.}} Dunque verrà, come dal nero il perso, ciascheduna vertute da costei,{{R|110}} o vero il gener lor, ch’io misi avanti. Però nessun si vanti dicendo: ’Per ischiatta io son con lei’, ch’elli son quasi dei quei c’han tal grazia fuor di tutti rei;{{R|115}} chè solo Iddio a l’anima la dona che vede in sua persona perfettamente star: sì ch’ad alquanti che seme di felicità sia costa, messo da Dio ne l’anima ben posta.{{R|120}} L’anima cui adorna esta bontate non la si tiene ascosa, chè dal principio ch’al corpo si sposa la mostra infin la morte. Ubidente, soave e vergognosa{{R|125}} è ne la prima etate, e sua persona adorna di bieltate con le sue parti accorte; in giovinezza, temperata e forte, piena d’amore e di cortese lode,{{R|130}} e solo in lealtà far si diletta; è ne la sua senetta prudente e giusta, e larghezza se n’ode, e ’n se medesma gode d’udire e ragionar de l’altrui prode;{{R|135}} poi ne la quarta parte de la vita a Dio si rimarita, contemplando la fine che l’aspetta, e benedice li tempi passati. Vedete omai quanti son l’ingannati!{{R|140}} Contra-li-erranti mia, tu te n’andrai; e quando tu sarai in parte dove sia la donna nostra, non le tenere il tuo mestier coverto tu le puoi dir per certo:{{R|145}} «Io vo parlando de l’amica vostra».</poem> ==CAPITOLO I== 1. Amore, secondo la concordevole sentenza de li savi di lui ragionanti, e secondo quello che per esperienza continuamente vedemo, è che congiunge e unisce l’amante con la persona amata; onde Pittagora dice: «Ne l’amistà si fa uno di più». 2. E però che le cose congiunte comunicano naturalmente intra sè le loro qualitadi, in tanto che talvolta è che l’una torna del tutto ne la natura de l’altra, incontra che le passioni de la persona amata entrano ne la persona amante, sì che l’amore de l’una si comunica ne l’altra, e così l’odio e lo desiderio e ogni altra passione. Per che li amici de l’uno sono da l’altro amati, e li nemici odiati; per che in greco proverbio è detto: «De li amici essere deono tutte le cose comuni». 3. Onde io, fatto amico di questa donna, di sopra ne la verace esposizione nominata, cominciai ad amare e odiare secondo l’amore e l’odio suo. Cominciai adunque ad amare li seguitatori de la veritade e odiare li seguitatori de lo errore e de la falsitade, com’ella face. 4. Ma però che ciascuna cosa per sè è da amare, e nulla è da odiare se non per sopravenimento di malizia, ragionevole e onesto è, non le cose, ma le malizie de le cose odiare e procurare da esse di partire. E a ciò s’alcuna persona intende, la mia eccellentissima donna intende massimamente: a partire, dico, la malizia de le cose, la qual cagione è d’odio; però che in lei è tutta ragione e in lei è fontalemente l’onestade. 5. Io, lei seguitando ne l’opera sì come ne la passione quanto potea, li errori de la gente abominava e dispregiava, non per infamia o vituperio de li erranti, ma de li errori; li quali biasimando credea far dispiacere, e, dispiaciuti, partire da coloro che per essi eran da me odiati. 6. Intra li quali errori uno io massimamente riprendea, lo quale non solamente è dannoso e pericoloso a coloro che in esso stanno, ma eziandio a li altri, che lui riprendano, porta dolore e danno. 7. Questo è l’errore de l’umana bontade in quanto in noi è da la natura seminata e che ’nobilitade’ chiamare si dee; che per mala consuetudine e per poco intelletto era tanto fortificato, che [l']oppinione, quasi di tutti, n’era falsificata; e de la falsa oppinione nascevano li falsi giudicii, e de’ falsi giudicii nascevano le non giuste reverenze e vilipensioni; per che li buoni erano in villano dispetto tenuti, e li malvagi onorati ed essaltati. La qual cosa era pessima confusione del mondo; sì come veder puote chi mira quello che di ciò può seguitare, sottilmente. 8. Per che, con ciò fosse cosa che questa mia donna un poco li suoi dolci sembianti transmutasse a me, massimamente in quelle parti dove io mirava e cercava se la prima materia de li elementi era da Dio intesa, - per la qual cosa un poco dal frequentare lo suo aspetto mi sostenni -, quasi ne la sua assenzia dimorando, entrai a riguardare col pensiero lo difetto umano intorno al detto errore. 9. E per fuggire oziositade, che massimamente di questa donna è nemica, e per istinguere questo errore, che tanti amici le toglie, proposi di gridare a la gente che per mal cammino andavano, acciò che per diritto calle si dirizzassero; e cominciai una canzone nel cui principio dissi: Le dolci rime d’amor ch’i’ solia. Ne la quale io intendo riducer la gente in diritta via sopra la propia conoscenza de la verace nobilitade; sì come per la conoscenza del suo testo, a la esposizione del quale ora s’intende, vedere si potrà. 10. E però che in questa canzone s’intese a rimedio così necessario, non era buono sotto alcuna figura parlare, ma conveniesi per via tostana questa medicina, acciò che fosse tostana la sanitade; la quale corrotta, a così laida morte si correa. 11. Non sarà dunque mestiere ne la esposizione di costei alcuna allegoria aprire, ma solamente la sentenza secondo la lettera ragionare. Per mia donna intendo sempre quella che ne la precedente ragione è ragionata, cioè quella luce virtuosissima, Filosofia, li cui raggi fanno ne li fiori rifronzire e fruttificare la verace de li uomini nobilitade, de la quale trattare la proposta canzone pienamente intende. ==CAPITOLO II== 1. Nel principio de la impresa esposizione, per meglio dare a intendere la sentenza de la proposta canzone, conviensi quella partire prima in due parti, che ne la prima parte pr[oemi]almente si parla, ne la seconda si seguita lo trattato; e comincia la seconda parte nel cominciamento del secondo verso, dove dice: Tale imperò che gentilezza volse. 2. La prima parte ancora in tre membra si può comprendere: nel primo si dice perchè da lo parlare usato mi parto; nel secondo dico quello che è di mia intenzione a trattare; nel terzo domando aiutorio a quella cosa che più aiutare mi può, cioè a la veritade. Lo secondo membro comincia: E poi che tempo mi par d’aspettare. Lo terzo comincia: E, cominciando, chiamo quel signore. 3. Dico adunque che ’a me conviene lasciare le dolci rime d’amore le quali solieno cercare li miei pensieri’; e la cagione assegno, perchè dico che ciò non è per intendimento di più non rimare d’amore, ma però che ne la donna mia nuovi sembianti sono appariti li quali m’hanno tolto materia di dire al presente d’amore. 4. Ov’è da sapere che non si dice qui li atti di questa donna essere ’disdegnosi e fieri’ se non secondo l’apparenza; sì come nel decimo capitolo del precedente trattato si può vedere come altra volta dico che l’apparenza de la veritade si discordava. E come ciò può essere, che una medesima cosa sia dolce e paia amara, o vero sia chiara e paia oscura, qui[vi] sufficientemente vedere si può. 5. Appresso, quando dico: E poi che tempo mi par d’aspettare, dico, sì come detto è, questo che trattare intendo. E qui non è da trapassare con piede secco ciò che si dice in ’tempo aspettare’, imperò che potentissima cagione è de la mia mossa; ma da vedere è come ragionevolemente quel tempo in tutte le nostre operazioni si dee attendere, e massimamente nel parlare. 6. Lo tempo, secondo che dice Aristotile nel quarto de la Fisica, è «numero di movimento, secondo prima e poi»; e «numero di movimento celestiale», lo quale dispone le cose di qua giù diversamente a ricevere alcuna informazione. 7. Chè altrimenti è disposta la terra nel principio de la primavera a ricevere in sé la informazione de l’erbe e de li fiori, e altrimenti lo verno; e altrimenti è disposta una stagione a ricevere lo seme che un’altra; e così la nostra mente in quanto ella è fondata sopra la complessione del corpo, che a seguitare la circulazione del cielo altrimenti è disposto un tempo e altrimenti un altro. 8. Per che le parole, che sono quasi seme d’operazione, si deono molto discretamente sostenere e lasciare, [sì] perchè bene siano ricevute e fruttifere vegnano, sì perchè da la loro parte non sia difetto di sterilitade. E però lo tempo è da provedere, sì per colui che parla come per colui che dee udire: chè se ’l parladore è mal disposto, più volte sono le sue parole dannose; e se l’uditore è mal disposto, mal sono quelle ricevute che buone siano. E però Salomone dice ne lo Ecclesiaste: «Tempo è da parlare, e tempo è da tacere». 9. Per che io sentendo in me turbata disposizione, per la cagione che detta è nel precedente capitolo, a parlare d’Amore, parve a me che fosse d’aspettare tempo, lo quale seco porta lo fine d’ogni desiderio, e appresenta, quasi come donatore, a coloro a cui non incresce d’aspettare. 10. Onde dice santo Iacopo apostolo ne la sua Pistola: «Ecco lo agricola aspetta lo prezioso frutto de la terra, pazientemente sostenendo infino che riceva lo temporaneo e lo serotino». E tutte le nostre brighe, se bene veniamo a cercare li loro principii, procedono quasi dal non conoscere l’uso del tempo. 11. Dico: ’poi che da aspettare mi pare, diporroe’, cioè lascierò stare, ’lo mio stilo’, cioè modo, ’soave’ che d’Amore parlando hoe tenuto; e dico di dicere di quello ’valore’ per lo quale uomo è gentile veracemente. E avvegna che ’valore’ intendere si possa per più modi, qui si prende ’valore’ quasi potenza di natura, o vero bontade da quella data, sì come di sotto si vedrà. 12. E prometto di trattare di questa materia con rima aspr’e sottile. Per che sapere si conviene che ’rima’ si può doppiamente considerare, cioè largamente e strettamente: stretta[mente], s’intende pur per quella concordanza che ne l’ultima e penultima sillaba far si suole; quando largamente, s’intende per tutto quel parlare che ’n numeri e tempo regolato in rimate consonanze cade, e così qui in questo proemio prendere e intendere si vuole. 13. E però dice aspra quanto al suono de lo dittato, che a tanta materia non conviene essere leno; e dice sottile quanto a la sentenza de le parole, che sottilmente argomentando e disputando procedono. 14. E soggiungo: Riprovando ’l giudicio falso e vile, ove si promette ancora di riprovare lo giudicio de la gente piena d’errore; falso, cioè rimosso da la veritade, e vile, cioè da viltà d’animo affermato e fortificato. 15. Ed è da guardare a ciò, che in questo proemio prima si promette di trattare lo vero, e poi di riprovare lo falso, e nel trattato si fa l’opposito; chè prima si ripruova lo falso, e poi si tratta lo vero: che pare non convenire a la promessione. Però è da sapere che tutto che a l’uno e a l’altro s’intenda, al trattare lo vero s’intende principalmente; a riprovare lo falso s’intende in tanto in quanto la veritade meglio si fa apparire. 16. E qui prima si promette lo trattare del vero, sì come principale intento, lo quale a l’anima de li auditori porta desiderio d’udire: nel trattato prima si ripruova lo falso, acciò che, fugate le male oppinioni, la veritade poi più liberamente sia ricevuta. E questo modo tenne lo maestro de l’umana ragione, Aristotile, che sempre prima combatteo con li avversari de la veritade e poi, quelli convinti, la veritade mostroe. 17. Ultimamente, quando dico: E, cominciando, chiamo quel signore, chiamo la veritade che sia meco, la quale è quello signore che ne li occhi, cioè ne le dimostrazioni de la filosofia dimora, e bene è signore, chè a lei disposata l’anima è donna, e altrimenti è serva fuori d’ogni libertade. 18. E dice: Per ch’ella di se stessa s’innamora, però che essa filosofia, che è, sì come detto è nel precedente trattato, amoroso uso di sapienza, se medesima riguarda, quando apparisce la bellezza de li occhi suoi a lei; che altro non è a dire, se non che l’anima filosofante non solamente contempla essa veritade, ma ancora contempla lo suo contemplare medesimo e la bellezza di quello, rivolgendosi sovra se stessa e di se stessa innamorando per la bellezza del suo primo guardare. E così termina ciò che proemialmente per tre membri porta lo testo del presente trattato. ==CAPITOLO III== 1. Veduta la sentenza del proemio, è da seguire lo trattato; e per meglio quello mostrare, partire si conviene per le sue parti principali, che sono tre: che ne la prima si tratta de la nobilitade secondo oppinioni d’altri; ne la seconda si tratta di quella secondo la propria oppinione; ne la terza si volge lo parlare a la canzone, ad alcuno adornamento di ciò che detto è. 2. La seconda parte comincia: Dico ch’ogni vertù principalmente. La terza comincia: Contra-li-erranti mia, tu te n’andrai. E appresso queste tre parti generali, e altre divisioni fare si convegnono, a bene prender lo ’ntelletto che mostrare s’intende. 3. Però nullo si maravigli se per molte divisioni si procede, con ciò sia cosa che grande e alta opera sia per le mani al presente e da li autori poco cercata, e che lungo convegna essere lo trattato e sottile, nel quale per me ora s’entra, a distrigare lo testo perfettamente secondo la sentenza che esso porta. 4. Dunque dico che ora questa prima parte si divide in due: che ne la prima si pongono le oppinioni altrui, ne la seconda si ripruovano quelle; e comincia questa seconda parte: Chi diffinisce: ’Omo è legno animato’. 5. Ancora la prima parte che rimane sì ha due membri: lo primo è la narrazione de l’oppinione de lo imperadore; lo secondo è la narrazione de l’oppinione de la gente volgare, che è d’ogni ragione ignuda. E comincia questo secondo membro: E altri fu di più lieve savere. 6. Dico dunque: Tale imperò, cioè tale usò l’officio imperiale: dov’è da sapere che Federigo di Soave, ultimo imperadore de li Romani - ultimo dico per rispetto al tempo presente, non ostante che Ridolfo e Andolfo e Alberto poi eletti siano, appresso la sua morte e de li suoi discendenti -, domandato che fosse gentilezza, rispuose ch’era antica ricchezza e belli costumi. 7. E dico che altri fu di più lieve savere: che, pensando e rivolgendo questa diffinizione in ogni parte, levò via l’ultima particula, cioè li belli costumi, e tennesi a la prima, cioè a l’antica ricchezza; e, secondo che lo testo pare dubitare, forse per non avere li belli costumi non volendo perdere lo nome di gentilezza, diffinio quella secondo che per lui facea, cioè possessione d’antica ricchezza. 8. E dico che questa oppinione è quasi di tutti, dicendo che dietro da costui vanno tutti coloro che fanno altrui gentile per essere di progenie lungamente stata ricca, con ciò sia cosa che quasi tutti così latrano. 9. Queste due oppinioni - avvegna che l’una, come detto è, del tutto sia da non curare - due gravissime ragioni pare che abbiano in aiuto: la prima è che dice lo Filosofo che quello che pare a li più, impossibile è del tutto essere falso; la seconda ragione è l’autoritade de la diffinizione de lo imperadore. 10. E perchè meglio si veggia poi la vertude de la veritade, che ogni autoritade convince, ragionare intendo quanto l’una e l’altra di queste ragioni aiutatrice e possente è. E, prima, [poi che] de la imperiale autoritade sapere non si può se non si ritruovano le sue radici, di quelle per intenzione in capitolo speziale è da trattare. ==CAPITOLO IV== 1. Lo fondamento radicale de la imperiale maiestade, secondo lo vero, è la necessità de la umana civilitade, che a uno fine è ordinata, cioè a vita felice; a la quale nullo per sè è sufficiente a venire sanza l’aiutorio d’alcuno, con ciò sia cosa che l’uomo abbisogna di molte cose, a le quali uno solo satisfare non può. E però dice lo Filosofo che l’uomo naturalmente è compagnevole animale. 2. E sì come un uomo a sua sufficienza richiede compagnia dimestica di famiglia, così una casa a sua sufficienza richiede una vicinanza: altrimenti molti difetti sosterrebbe che sarebbero impedimento di felicitade. E però che una vicinanza [a] sè non può in tutto satisfare, conviene a satisfacimento di quella essere la cittade. Ancora la cittade richiede a le sue arti e a le sue difensioni vicenda avere e fratellanza con le circavicine cittadi; e però fu fatto lo regno. 3. Onde, con ciò sia cosa che l’animo umano in terminata possessione di terra non si queti, ma sempre desideri gloria d’acquistare, sì come per esperienza vedemo, discordie e guerre conviene surgere intra regno e regno, le quali sono tribulazioni de le cittadi, e per le cittadi de le vicinanze, e per le vicinanze de le case, [e per le case] de l’uomo; e così s’impedisce la felicitade. 4. Il perchè, a queste guerre e le loro cagioni torre via, conviene di necessitade tutta la terra, e quanto a l’umana generazione a possedere è dato, essere Monarchia, cioè uno solo principato, e uno prencipe avere; lo quale, tutto possedendo e più desiderare non possendo, li regi tegna contenti ne li termini de li regni, sì che pace intra loro sia, ne la quale si posino le cittadi, e in questa posa le vicinanze s’amino, in questo amore le case prendano ogni loro bisogno, lo qual preso, l’uomo viva felicemente; che è quello per che esso è nato. 5. E a queste ragioni si possono reducere parole del Filosofo ch’egli ne la Politica dice, che quando più cose ad uno fine sono ordinate, una di quelle conviene essere regolante, o vero reggente, e tutte l’altre rette e regolate. Sì come vedemo in una nave, che diversi offici e diversi fini di quella a uno solo fine sono ordinati, cioè a prendere loro desiderato porto per salutevole via: dove, sì come ciascuno officiale ordina la propria operazione nel proprio fine, così è uno che tutti questi fini considera, e ordina quelli ne l’ultimo di tutti; e questo è lo nocchiero, a la cui voce tutti obedire deono. 6. Questo vedemo ne le religioni, ne li esserciti, in tutte quelle cose che sono, come detto è, a fine ordinate. Per che manifestamente vedere si può che a perfezione de la universale religione de la umana spezie conviene essere uno, quasi nocchiero, che, considerando le diverse condizioni del mondo, a li diversi e necessari offici ordinare abbia del tutto universale e inrepugnabile officio di comandare. 7. E questo officio per eccellenza Imperio è chiamato, sanza nulla addizione, però che esso è di tutti li altri comandamenti comandamento. E così chi a questo officio è posto è chiamato Imperadore, però che di tutti li comandamenti elli è comandatore, e quello che esso dice a tutti è legge, e per tutti dee essere obedito e ogni altro comandamento da quello di costui prendere vigore e autoritade. E così si manifesta la imperiale maiestade e autoritade essere altissima ne l’umana compagnia. 8. Veramente potrebbe alcuno gavillare dicendo che, tutto che al mondo officio d’imperio si richeggia, non fa ciò l’autoritade de lo romano principe ragionevolemente somma, la quale s’intende dimostrare; però che la romana potenzia non per ragione nè per decreto di convento universale fu acquistata, ma per forza, che a la ragione pare esser contraria. 9. A ciò si può lievemente rispondere, che la elezione di questo sommo officiale convenia primieramente procedere da quello consiglio che per tutti provede, cioè Dio; altrimenti sarebbe stata la elezione per tutti non iguale; con ciò sia cosa che, anzi l’officiale predetto, nullo a bene di tutti intendea. 10. E però che più dolce natura [in] segnoreggiando, e più forte in sostenendo, e più sottile in acquistando nè fu nè fia che quella de la gente latina - sì come per esperienza si può vedere - e massimamente [di] quello popolo santo nel quale l’alto sangue troiano era mischiato, cioè Roma, Dio quello elesse a quello officio. 11. Però che, con ciò sia cosa che a quello ottenere non sanza grandissima vertude venire si potesse, e a quello usare grandissima e umanissima benignitade si richiedesse, questo era quello popolo che a ciò più era disposto. Onde non da forza fu principalmente preso per la romana gente, ma da divina provedenza, che è sopra ogni ragione. E in ciò s’accorda {{Ac|Publio Virgilio Marone|Virgilio}} nel primo de lo Eneida, quando dice, in persona di Dio parlando: «A costoro - cioè a li Romani - nè termine di cose nè di tempo pongo; a loro ho dato imperio sanza fine». 12. La forza dunque non fu cagione movente, sì come credeva chi gavillava, ma fu cagione instrumentale, sì come sono li colpi del martello cagione del coltello, e l’anima del fabbro è cagione efficiente e movente; e così non forza, ma ragione, [e] ancora divina, [conviene] essere stata principio del romano imperio. 13. E che ciò sia, per due apertissime ragioni vedere si può, le quali mostrano quella civitade imperatrice, e da Dio avere spezial nascimento, e da Dio avere spezial processo. 14. Ma però che in questo capitolo sanza troppa lunghezza ciò trattare non si potrebbe, e li lunghi capitoli sono inimici de la memoria, farò ancora digressione d’altro capitolo per le toccate ragioni mostrare; che non fia sanza utilitade e diletto grande. ==CAPITOLO V== 1. Non è maraviglia se la divina provedenza, che del tutto l’angelico e lo umano accorgimento soperchia, occultamente a noi molte volte procede, con ciò sia cosa che spesse volte l’umane operazioni a li uomini medesimi ascondono la loro intenzione; ma da maravigliare è forte, quando la essecuzione de lo etterno consiglio tanto manifesto procede c[on] la nostra ragione. 2. E però io nel cominciamento di questo capitolo posso parlare con la bocca di Salomone, che in persona de la Sapienza dice ne li suoi Proverbi: «Udite: però che di grandi cose io debbo parlare». 3. Volendo la ’nmensurabile bontà divina l’umana creatura a sè riconformare, che per lo peccato de la prevaricazione del primo uomo da Dio era partita e disformata, eletto fu in quello altissimo e congiuntissimo consistorio de la Trinitade, che ’l Figliuolo di Dio in terra discendesse a fare questa concordia. 4. E però che ne la sua venuta nel mondo, non solamente lo cielo, ma la terra convenia essere in ottima disposizione; e la ottima disposizione de la terra sia quando ella è monarchia, cioè tutta ad uno principe, come detto è di sopra; ordinato fu per lo divino provedimento quello popolo e quella cittade che ciò dovea compiere, cioè la gloriosa Roma. 5. E però [che] anche l’albergo dove il celestiale rege intrare dovea convenia essere mondissimo e purissimo, ordinata fu una progenie santissima, de la quale dopo molti meriti nascesse una femmina ottima di tutte l’altre, la quale fosse camera del Figliuolo di Dio: e questa progenie fu quella di David, del qual nasce[tt]e la baldezza e l’onore de l’umana generazione, cioè Maria. 6. E però è scritto in Isaia: «Nascerà virga de la radice di Iesse, e fiore de la sua radice salirà»; e Iesse fu padre del sopra detto David. E tutto questo fu in uno temporale, che David nacque e nacque Roma, cioè che Enea venne di Troia in Italia, che fu origine de la cittade romana, sì come testimoniano le scritture. Per che assai è manifesto la divina elezione del romano imperio per lo nascimento de la santa cittade che fu contemporaneo a la radice de la progenie di Maria. 7. E incidentemente è da toccare che, poi che esso cielo cominciò a girare, in migliore disposizione non fu che allora quando di là su discese Colui che l’ha fatto e che ’l governa; sì come ancora per virtù di loro arti li matematici possono ritrovare. 8. Nè ’l mondo mai non fu nè sarà sì perfettamente disposto come allora che a la voce d’un solo, principe del roman popolo e comandatore, fu ordinato, sì come testimonia Luca evangelista. E però [che] pace universale era per tutto, che mai, più, non fu nè fia, la nave de l’umana compagnia dirittamente per dolce cammino a debito porto correa. 9. Oh ineffabile e incomprensibile sapienza di Dio che a una ora, per la tua venuta, in Siria suso e qua in Italia tanto dinanzi ti preparasti! E oh stoltissime e vilissime bestiuole che a guisa d’uomo voi pascete, che presummete contra nostra fede parlare e volete sapere, filando e zappando, ciò che Iddio, che con tanta prudenza hae ordinato! Maladetti siate voi, e la vostra presunzione, e chi a voi crede! 10. E come detto è di sopra nel fine del precedente [capitolo del presente] trattato, non solamente speziale nascimento, ma speziale processo ebbe da Dio; chè brievemente, da Romolo incominciando, che fu di quella primo padre, infino a la sua perfettissima etade, cioè al tempo del predetto suo imperadore, non pur per umane ma per divine operazioni andò lo suo processo. 11. Che se consideriamo li sette regi che prima la governaro, cioè Romolo, Numa, Tullo, Anco e li re Tarquini, che furono quasi baiuli e tutori de la sua puerizia, noi trovare potremo per le scritture de le romane istorie, massimamente per Tito Livio, coloro essere stati di diverse nature, secondo l’opportunitade del pr[o]cedente tempo. 12. Se noi consideriamo poi [quella] per la maggiore adolescenza sua, poi che da la reale tutoria fu emancipata, da Bruto primo consolo infino a Cesare primo prencipe sommo, noi troveremo lei essaltata non con umani cittadini, ma con divini, ne li quali non amore umano, ma divino era inspirato in amare lei. E ciò non potea nè dovea essere se non per ispeziale fine, da Dio inteso in tanta celestiale infusione. 13. E chi dirà che fosse sanza divina inspirazione, Fabrizio infinita quasi moltitudine d’oro rifiutare, per non volere abbandonare sua patria? Curio, da li Sanniti tentato di corrompere, grandissima quantità d’oro per carità de la patria rifiutare, dicendo che li romani cittadini non l’oro, ma li possessori de l’oro possedere voleano? e Muzio la sua mano propria incendere, perchè fallato avea lo colpo che per liberare Roma pensato avea? 14. Chi dirà di Torquato, giudicatore del suo figliuolo a morte per amore del publico bene, sanza divino aiutorio ciò avere sofferto? e Bruto predetto similemente? Chi dirà de li Deci e de li Drusi, che puosero la loro vita per la patria? Chi dirà del cattivato Regolo, da Cartagine mandato a Roma per commutare li presi cartaginesi a sè e a li altri presi romani, avere contra sè per amore di Roma, dopo la legazione ritratta, consigliato, solo da [umana, e non da] divina natura mosso? 15. Chi dirà di Quinzio Cincinnato, fatto dittatore e tolto da lo aratro, e dopo lo tempo de l’officio, spontaneamente quello rifiutando a lo arare essere ritornato? Chi dirà di Cammillo, bandeggiato e cacciato in essilio, essere venuto a liberare Roma contra li suoi nimici, e dopo la sua liberazione, spontaneamente essere ritornato in essilio per non offendere la senatoria autoritade, sanza divina istigazione? 16. O sacratissimo petto di Catone, chi presummerà di te parlare? Certo maggiormente di te parlare non si può che tacere, e seguire Ieronimo quando nel proemio de la Bibbia, là dove di Paolo tocca, dice che meglio è tacere che poco dire. 17. Certo e manifesto esser dee, rimembrando la vita di costoro e de li altri divini cittadini, non sanza alcuna luce de la divina bontade, aggiunta sopra la loro buona natura, essere tante mirabili operazioni state; e manifesto esser dee, questi eccellentissimi essere stati strumenti con li quali procedette la divina provedenza ne lo romano imperio, dove più volte parve esse braccia di Dio essere presenti. 18. E non puose Iddio le mani proprie a la battaglia dove li Albani con li Romani, dal principio, per lo capo del regno combattero, quando uno solo Romano ne le mani ebbe la franchigia di Roma? Non puose Iddio le mani proprie, quando li Franceschi, tutta Roma presa, prendeano di furto Campidoglio di notte, e solamente la voce d’una oca fè ciò sentire? 19. E non puose Iddio le mani, quando, per la guerra d’Annibale avendo perduti tanti cittadini che tre moggia d’anella in Africa erano portati, li Romani volsero abbandonare la terra, se quel benedetto Scipione giovane non avesse impresa l’andata in Africa per la sua franchezza? E non puose Iddio le mani quando uno nuovo cittadino di picciola condizione, cioè Tullio, contra tanto cittadino quanto era Catellina la romana libertà difese? Certo sì. 20. Per che più chiedere non si dee, a vedere che spezial nascimento e spezial processo, da Dio pensato e ordinato, fosse quello de la santa cittade. Certo di ferma sono oppinione che le pietre che ne le mura sue stanno siano degne di reverenzia, e lo suolo dov’ella siede sia degno oltre quello che per li uomini è predicato e approvato. ==CAPITOLO VI== 1. Di sopra, nel terzo capitolo di questo trattato, promesso fue di ragionare de l’altezza de la imperiale autoritade e de la filosofica; e però, ragionato de la imperiale, procedere oltre si conviene la mia digressione, a vedere di quella del Filosofo, secondo la promessione fatta. 2. E qui è prima da vedere che questo vocabulo vuole dire, però che qui è maggiore mestiere di saperlo che sopra lo ragionamento de la imperiale, la quale per la sua maiestade non pare esser dubitata. 3. È dunque da sapere che ’autoritade’ non è altro che ’atto d’autore’. Questo vocabulo, cioè ’autore’, sanza quella terza lettera C, può discendere da due principii: l’uno si è d’uno verbo molto lasciato da l’uso in gramatica, che significa tanto quanto ’legare parole’, cioè ’auieo’. E chi ben guarda lui, ne la sua prima voce apertamente vedrà che elli stesso lo dimostra, che solo di legame di parole è fatto, cioè di sole cinque vocali, che sono anima e legame d’ogni parole, e composto d’esse per modo volubile, a figurare imagine di legame. 4. Chè, cominciando da l’A, ne l’U quindi si rivolve, e viene diritto per I ne l’E, quindi si rivolve e torna ne l’O; sì che veramente imagina questa figura: A, E, I, O, U, la quale è figura di legame. E in quanto ’autore’ viene e discende da questo verbo, si prende solo per li poeti, che con l’arte musaica le loro parole hanno legate: e di questa significazione al presente non s’intende. 5. L’altro principio, onde ’autore’ discende, sì come testimonia Uguiccione nel principio de le sue Derivazioni, è uno vocabulo greco che dice ’autentin’, che tanto vale in latino quanto ’degno di fede e d’obedienza’. E così, ’autore’, quinci derivato, si prende per ogni persona degna d’essere creduta e obedita. E da questo viene questo vocabulo del quale al presente si tratta, cioè ’autoritade’; per che si può vedere che ’autoritade’ vale tanto quanto ’atto degno di fede e d’obedienza’. [Onde, quand'io provi che Aristotile è dignissimo di fede e d'obedienza,] manifesto è che le sue parole sono somma e altissima autoritade. 6. Che Aristotile sia dignissimo di fede e d’obedienza così provare si può. Intra operarii e artefici di diverse arti e operazioni, ordinate a una operazione od arte finale, l’artefice o vero operatore di quella massimamente dee essere da tutti obedito e creduto, sì come colui che solo considera l’ultimo fine di tutti li altri fini. Onde al cavaliere dee credere lo spadaio, lo frenaio, lo sellaio, lo scudaio, e tutti quelli mestieri che a l’arte di cavalleria sono ordinati. 7. E però che tutte l’umane operazioni domandano uno fine, cioè quello de l’umana vita al quale l’uomo è ordinato in quanto elli è uomo, lo maestro e l’artefice che quello ne dimostra e considera, massimamente obedire e credere si dee. Questi è Aristotile: dunque esso è dignissimo di fede e d’obedienza. 8. E a vedere come Aristotile è maestro e duca de la ragione umana, in quanto intende a la sua finale operazione, si conviene sapere che questo nostro fine, che ciascuno disia naturalmente, antichissimamente fu per li savi cercato. E però che li disideratori di quello che sono in tanto numero e li appetiti sono quasi tutti singularmente diversi, avvegna che universalmente siano pur [uno], ma[lag]evole fu molto a scernere quello dove dirittamente ogni umano appetito si riposasse. 9. Furono dunque filosofi molto antichi, de li quali primo e prencipe fu Zenone, che videro e credettero questo fine de la vita umana essere solamente la rigida onestade; cioè rigidamente, sanza respetto alcuno, la verità e la giustizia seguire, di nulla mostrare dolore, di nulla mostrare allegrezza, di nulla passione avere sentore. 10. E diffiniro così questo onesto: ’quello che, sanza utilitade e sanza frutto, per sè di ragione è da laudare’. E costoro e la loro setta chiamati furono Stoici, e fu di loro quello glorioso Catone di cui non fui di sopra oso di parlare. 11. Altri filosofi furono, che videro e credettero altro che costoro; e di questi fu primo e prencipe uno filosofo che fu chiamato Epicuro; chè, veggendo che ciascuno animale, tosto che nato è, quasi da natura dirizzato nel debito fine, che fugge dolore e domanda allegrezza, quelli disse questo nostro fine essere voluptade (non dico ’voluntade’, ma scrivola per P), cioè diletto sanza dolore. 12. E però [che] tra ’l diletto e lo dolore non ponea mezzo alcuno, dicea che ’voluptade’ non era altro che ’non dolore’, sì come pare Tullio recitare nel primo di Fine di Beni. E di questi, che da Epicuro sono Epicurei nominati, fu Torquato, nobile romano, disceso del sangue del glorioso Torquato del quale feci menzione di sopra. 13. Altri furono, e cominciamento ebbero da Socrate e poi dal suo successore Platone, che, agguardando più sottilmente, e veggendo che ne le nostre operazioni si potea peccare e peccavasi nel troppo e nel poco, dissero che la nostra operazione sanza soperchio e sanza difetto, misurata col mezzo per nostra elezione preso, ch’è virtù, era quel fine di che al presente si ragiona; e chiamaronlo ’operazione con virtù’. 14. E questi furono Academici chiamati, sì come fue Platone e Speusippo suo nepote: chiamati per luogo così dove Plato studiava, cioè Academia; nè da Socrate presero vocabulo, però che ne la sua filosofia nulla fu affermato. 15. {{§|Veramente Aristotile|Veramente Aristotile, che Stagirite ebbe sopranome, e Zenocrate Calcedonio, suo compagnone, [e per lo studio loro], e per lo ’ngegno [singulare] e quasi divino che la natura in Aristotile messo avea, questo fine conoscendo per lo modo socratico quasi e academico, limaro e a perfezione la filosofia morale redussero, e massimamente Aristotile. E però che Aristotile cominciò a disputare andando in qua e in lae, chiamati furono - lui dico, e li suoi compagni - Peripatetici, che tanto vale quanto ’deambulatori’. 16. E però che la perfezione di questa moralitade per Aristotile terminata fue, lo nome de li Academici si spense, e tutti quelli che a questa setta si presero Peripatetici sono chiamati; e tiene questa gente oggi lo reggimento del mondo in dottrina per tutte parti, e puotesi appellare quasi cattolica oppinione. Per che vedere si può, Aristotile essere additatore e conduttore de la gente a questo segno. E questo mostrare si volea.}} 17. Per che, tutto ricogliendo, è manifesto lo principale intento, cioè che l’autoritade del filosofo sommo di cui s’intende sia piena di tutto vigore. E non repugna a la imperiale autoritade; ma quella sanza questa è pericolosa, e questa sanza quella è quasi debile, non per sè, ma per la disordinanza de la gente; sì che l’una con l’altra congiunta utilissime e pienissime sono d’ogni vigore. 18. E però si scrive in quello di Sapienza: «Amate lo lume de la sapienza, voi tutti che siete dinanzi a’ populi». Ciò è a dire: Congiungasi la filosofica autoritade con la imperiale, a bene e perfettamente reggere. 19. Oh miseri che al presente reggete! e oh miserissimi che retti siete! chè nulla filosofica autoritade si congiunge con li vostri reggimenti nè per propio studio nè per consiglio, sì che a tutti si può dire quella parola de lo Ecclesiaste: «Guai a te, terra, lo cui re è fanciullo, e li cui principi la domane mangiano!»; e a nulla terra si può dire quella che seguita: «Beata la terra lo cui re è nobile e li cui principi [cibo] usano i[n] suo tempo, a bisogno e non a lussuria!». 20. Ponetevi mente, nemici di Dio, a’ fianchi, voi che le verghe de’ reggimenti d’Italia prese avete - e dico a voi, Carlo e Federigo regi, e a voi altri principi e tiranni -; e guardate chi a lato vi siede per consiglio, e annumerate quante volte lo die questo fine de l’umana vita per li vostri consiglieri v’è additato! Meglio sarebbe a voi come rondine volare basso, che come nibbio altissime rote fare sopra le cose vilissime. ==CAPITOLO VII== 1. Poi che veduto è quanto è da reverire l’autoritade imperiale e la filosofica, che paiono aiutare le proposte oppinioni, è da ritornare al diritto calle de lo inteso processo. 2. Dico dunque che questa ultima oppinione del vulgo è tanto durata, che sanza altro respetto, sanza inquisizione d’alcuna ragione, gentile è chiamato ciascuno che figlio sia o nepote d’alcuno valente uomo, tutto che esso sia da niente. E questo è quello che dice: Ed è tanto durata La così falsa oppinion tra nui, Che l’uom chiama colui Omo gentil che può dicere: ’Io fui Nepote, o figlio, di cotal valente’, Benchè sia da niente. 3. Per che è da notare che pericolosissima negligenza è lasciare la mala oppinione prendere piede; che così come l’erba multiplica nel campo non cultato, e sormonta, e cuopre la spiga del frumento sì che, disparte agguardando, lo frumento non pare, e perdesi lo frutto finalmente; così la mala oppinione ne la mente, non gastigata e corretta, sì cresce e multiplica sì che le spighe de la ragione, cioè la vera oppinione si nasconde e quasi sepulta si perde. 4. Oh com’è grande la mia impresa in questa canzone, a volere omai così trifoglioso campo sarchiare come quello de la comune sentenza, sì lungamente da questa cultura abbandonato! Certo non del tutto questo mondare intendo, ma solo in quelle parti dove le spighe de la ragione non sono del tutto sorprese: cioè coloro dirizzare intendo ne’ quali alcuno lumetto di ragione per buona loro natura vive ancora, chè de li altri tanto è da curare quanto di bruti animali; però che non minore maraviglia mi sembra reducere a ragione [colui in cui è la luce di ragione] del tutto spenta, che reducere in vita colui che quattro dì è stato nel sepulcro. 5. Poi che la mala condizione di questa populare oppinione è narrata, subitamente, quasi come cosa orribile, quella percuot[o] fuori di tutto l’ordine de la riprovagione, dicendo: Ma vilissimo sembra, a chi ’l ver guata, a dare a intendere la sua intollerabile malizia, dicendo costoro mentire massimamente; però che non solamente colui è vile, cioè non gentile, che disceso di buoni è malvagio, ma eziandio è vilissimo: e pongo essemplo del cammino mostrato [e poscia errato]. 6. Dove, a ciò mostrare, far mi conviene una questione, e rispondere a quella, in questo modo. Una pianura è con certi sentieri: campo con siepi, con fossati, con pietre, con legname, con tutti quasi impedimenti, fuori de li suoi stretti sentieri. Nevato è sì, che tutto cuopre la neve e rende una figura in ogni parte, sì che d’alcuno sentiero vestigio non si vede. 7. Viene alcuno da l’una parte de la campagna e vuole andare a una magione che è da l’altra parte; e per sua industria, cioè per accorgimento e per bontade d’ingegno, solo da sè guidato, per lo diritto cammino si va là dove intende, lasciando le vestigie de li suoi passi diretro da sè. Viene un altro appresso costui, e vuole a questa magione andare, e non li è mestiere se non seguire li vestigi lasciati; e, per suo difetto, lo cammino che altri sanza scorta ha saputo tenere, questo scorto erra, e tortisce per li pruni e per le ruine, e a la parte dove dee non va. 8. Quale di costoro si dee dicere valente? Rispondo: quegli che andò dinanzi. Questo altro come si chiamerà? Rispondo: vilissimo. Perchè non si chiama non valente, cioè vile? Rispondo: perchè non valente, cioè vile, sarebbe da chiamare colui che, non avendo alcuna scorta, non fosse ben camminato; ma però che questi l’ebbe, lo suo errore e lo suo difetto non può salire, e però è da dire non vile, ma vilissimo. 9. E così quelli che dal padre o d’alcuno suo maggiore [buono è disceso ed è malvagio], non solamente è vile, ma vilissimo, e degno d’ogni dispetto e vituperio più che altro villano. E perchè l’uomo da questa infima viltade si guardi, comanda Salomone a colui che ’l valente antecessore hae avuto, nel vigesimo secondo capitolo de li Proverbi: «Non trapasserai li termini antichi che puosero li padri tuoi»; e dinanzi dice, nel quarto capitolo del detto libro: «La via de’ giusti», cioè de’ valenti, «quasi luce splendiente procede, e quella de li malvagi è oscura. Elli non sanno dove rovinano». 10. Ultimamente, quando si dice: E tocca a tal, ch’è morto e va per terra, a maggiore detrimento dico questo cotale vilissimo essere morto, parendo vivo. Onde è da sapere che veramente morto lo malvagio uomo dire si puote, e massimamente quelli che da la via del buono suo antecessore si parte. 11. E ciò si può così mostrare. Sì come dice Aristotile nel secondo de l’Anima, «vivere è l’essere de li viventi»; e per ciò che vivere è per molti modi (sì come ne le piante vegetare, ne li animali vegetare e sentire e muovere, ne li uomini vegetare, sentire, muovere e ragionare, o vero intelligere), e le cose si deono denominare da la più nobile parte, manifesto è che vivere ne li animali è sentire - animali, dico, bruti -, vivere ne l’uomo è ragione usare. 12. Dunque, se ’l vivere è l’essere [dei viventi e vivere ne l'uomo è ragione usare, ragione usare è l'essere] de l’uomo, e così da quello uso partire è partire da essere, e così è essere morto. E non si parte da l’uso del ragionare chi non ragiona lo fine de la sua vita? e non si parte da l’uso de la ragione chi non ragiona il cammino che fare dee? Certo si parte; e ciò si manifesta massimamente c[on] colui che ha le vestigie innanzi, e non le mira. 13. E però dice Salomone nel quinto capitolo de li Proverbi: «Quelli muore che non ebbe disciplina, e ne la moltitudine de la sua stoltezza sarà ingannato». Ciò è a dire: Colui è morto che non si fè discepolo, che non segue lo maestro; e questo vilissimo è quello. 14. Potrebbe alcuno dicere: Come è morto e va? Rispondo che è morto [uomo] e rimaso bestia. Chè, sì come dice lo Filosofo nel secondo de l’Anima, le potenze de l’anima stanno sopra sè come la figura de lo quadrangulo sta sopra lo triangulo, e lo pentangulo, cioè la figura che ha cinque canti, sta sopra lo quadrangulo: e così la sensitiva sta sopra la vegetativa, e la intellettiva sta sopra la sensitiva. 15. Dunque, come levando l’ultimo canto del pentangulo rimane quadrangulo e non più pentangulo, così levando l’ultima potenza de l’anima, cioè la ragione, non rimane più uomo, ma cosa con anima sensitiva solamente, cioè animale bruto. E questa è la sentenza del secondo verso de la canzone impresa, nel quale si pongono l’altrui oppinioni. ==CAPITOLO VIII== 1. Lo più bello ramo che de la radice razionale consurga si è la discrezione. Chè, sì come dice Tommaso sopra lo prologo de l’Etica, "conoscere l’ordine d’una cosa ad altra è proprio atto di ragione», e è questa discrezione. Uno de’ più belli e dolci frutti di questo ramo è la reverenza che dee lo minore a lo maggiore. 2. Onde Tullio, nel primo de li Offici, parlando de la bellezza che in su l’onestade risplende, dice la reverenza essere di quella; e così come questa è bellezza d’onestade, così lo suo contrario è turpezza e menomanza de l’onesto, lo quale contrario inreverenza, o vero tracotanza dicere in nostro volgare si può. 3. E però esso Tullio nel medesimo luogo dice: «Mettere a negghienza di sapere quello che li altri sentono di lui, non solamente è di persona arrogante, ma di dissoluta»; che non vuole altro dire, se non che arroganza e dissoluzione è se medesimo non conoscere, ch’è principio ed è la misura d’ogni reverenza. 4. Per che io volendo, con tutta reverenza e a lo Principe e al Filosofo portando, la malizia d’alquanti de la mente levare, per fondarvi poi suso la luce de la veritade, prima che a riprovare le proposte oppinioni proceda, mostrerò come, quelle riprovando, nè contra l’imperiale maiestade nè contra lo Filosofo si ragiona inreverentemente. 5. Che se in alcuna parte di tutto questo libro inreverente mi mostrasse, non sarebbe tanto laido quanto in questo trattato; nel quale, di nobilitade trattando, me nobile e non villano deggio mostrare. E prima mostrerò me non presummere [contra l'autorità del Filosofo; poi mostrerò me non presummere] contra la maiestade imperiale. 6. Dico adunque che quando lo Filosofo dice: «Quello che pare a li più, impossibile è del tutto essere falso», non intende dicere del parere di fuori, cioè sensuale, ma di quello dentro, cioè razionale; con ciò sia cosa che ’l sensuale parere secondo la più gente, sia molte volte falsissimo, massimamente ne li sensibili comuni, là dove lo senso spesse volte è ingannato. 7. Onde sapemo che a la più gente lo sole pare di larghezza, nel diametro, d’un piede, e sì è ciò falsissimo. Chè, secondo lo cercamento e la invenzione che ha fatto l’umana ragione con l’altre sue arti, lo diametro del corpo del sole è cinque volte quanto quello de la terra, e anche una mezza volta; [onde], con ciò sia cosa che la terra per lo diametro suo sia semilia cinquecento miglia, lo diametro del sole, che a la sensuale apparenza appare di quantità d’un piede, è trentacinque milia settecento cinquanta miglia. 8. Per che manifesto è Aristotile non avere inteso de la sensuale apparenza; e però, se io intendo solo a la sensuale apparenza riprovare, non faccio contra la intenzione del Filosofo, e però nè la riverenza che a lui si dee non offendo. E che io sensuale apparenza intenda riprovare è manifesto. 9. Chè costoro, che così giudicano, non giudicano se non per quello che sentono di queste cose che la fortuna può dare e torre; che perchè veggiono fare le parentele e li alti matrimonii, li edifici mirabili, le possessioni larghe, le signorie grandi, credono quelle essere cagioni di nobilitade, anzi essa nobilitade credono quelle essere. Chè s’elli giudicassero con l’apparenza razionale, dicerebbero lo contrario, cioè la nobilitade essere cagione di questo, sì come di sotto in questo trattato si vedrà. 10. E come io, secondo che vedere si può, contra la reverenza del Filosofo non parlo ciò riprovando, così non parlo contra la reverenza de lo Imperio: e la ragione mostrare intendo. Ma però che, dinanzi da l’avversario s[e] ragiona, lo rettorico dee molta cautela usare nel suo sermone, acciò che l’avversario quindi non prenda materia di turbare la veritade, io, che al volto di tanti avversarii parlo in questo trattato, non posso [brievemente] parlare; onde, se le mie digressioni sono lunghe, nullo si maravigli. 11. Dico adunque che, a mostrare me non essere inreverente a la maiestade de lo Imperio, prima è da vedere che è ’reverenza’. Dico che reverenza non è altro che confessione di debita subiezione per manifesto segno. E veduto questo, da distinguere è intra loro ’inreverente’ [e 'non reverente'. Lo inreverente] dice privazione, lo non reverente dice negazione. E però la inreverenza è disconfessare la debita subiezione, per manifesto segno, dico, e la non reverenza è negare la debita subiezione. 12. Puote l’uomo disdicere la cosa doppiamente: per uno modo puote l’uomo disdicere offendendo a la veritade, quando de la debita confessione si priva, e questo propriamente è ’disconfessare’; per un altro modo puote l’uomo disdicere non offendendo a la veritade, quando quello che non è non si confessa, e questo è proprio ’negare’: sì come disdicere l’uomo sè essere del tutto mortale, è negare, propriamente parlando. 13. Per che se io niego la reverenza de lo Imperio, non sono inreverente, ma sono non reverente: che non è contro a la reverenza, con ciò sia cosa che quella non offenda; sì come lo non vivere non offende la vita, ma offende quella la morte, che è di quella privazione. Onde altro è morte e altro è non vivere; che non vivere è ne le pietre. 14. E però che morte dice privazione, che non può essere se non nel subietto de l’abito, e le pietre non sono subietto di vita, per che non ’morte’, ma ’non vivere’ dicere si deono; similemente io, che in questo caso a lo Imperio reverenza avere non debbo, se la disdico, inreverente non sono, ma sono non reverente, che non è tracotanza nè cosa da biasimare. 15. Ma tracotanza sarebbe l’essere reverente (se reverenza si potesse dicere), però che in maggiore e in vera [in]reverenza si cadrebbe, cioè de la natura e de la veritade, sì come di sotto si vedrà. E da questo fallo si guardò quello maestro de li filosofi, Aristotile, nel principio de l’Etica quando dice: «Se due sono li amici, e l’uno è la verità, a la verità è da consentire». 16. Veramente, perchè detto ho ch’i’ sono non reverente, che è la reverenza negare, cioè negare la debita subiezione per manifesto segno, da vedere è come questo è negare e non disconfessare, cioè da vedere come, in questo caso, io non sia debitamente a la imperiale maiestà subietto. E perchè lunga conviene essere la ragione, per proprio capitolo immediatamente intendo ciò mostrare. ==CAPITOLO IX== 1. A vedere come in questo caso, cioè in riprovando o in approvando l’oppinione de lo Imperadore, a lui non sono tenuto a subiezione, reducere a la mente si conviene quello che de lo imperiale officio di sopra, nel quarto capitolo di questo trattato, è ragionato, cioè che a perfezione de l’umana vita la imperiale autoritade fu trovata, e che ella è regolatrice e rettrice di tutte le nostre operazioni, giustamente; che, pertanto, oltre quanto le nostre operazioni si stendono tanto la maiestade imperiale ha giurisdizione, e fuori di quelli termini non si sciampia. 2. Ma sì come ciascuna arte e officio umano da lo imperiale è a certi termini limitato, così questo da Dio a certo termine è finito: e non è da maravigliare, chè l’officio e l’arte de la natura finito in tutte sue operazioni vedemo. Che se prendere volemo la natura universale di tutto, tanto ha giurisdizione quanto tutto lo mondo, dico lo cielo e la terra, si stende; e questo è a certo termine, sì come per lo terzo de la Fisica e per lo primo De Celo et Mundo è provato. 3. Dunque la giurisdizione de la natura universale è a certo termine finita - e per consequente la parti[culare] -; e anche di costei è limitatore colui che da nulla è limitato, cioè la prima bontade, che è Dio, che solo con la infinita capacitade infinito comprende. 4. E a vedere li termini de le nostre operazioni, è da sapere che solo quelle sono nostre operazioni che subiacciono a la ragione e a la volontade; che se in noi è l’operazione digestiva, questa non è umana, ma naturale. 5. Ed è da sapere che la nostra ragione a quattro maniere d’operazioni, diversamente da considerare, è ordinata: chè operazioni sono che ella solamente considera, e non fa nè può fare alcuna di quelle, sì come sono le cose naturali e le soprannaturali e le matematice; e operazioni che essa considera e fa nel proprio atto suo, le quali si chiamano razionali, sì come sono arti di parlare; e operazioni sono che ella considera e fa in materia di fuori di sè, sì come sono arti meccanice. 6. E queste tutte operazioni, avvegna che ’l considerare loro subiaccia a la nostra volontade, elle per loro a nostra volontade non subiacciono: chè, perchè noi volessimo che le cose gravi salissero per natura suso, e perchè noi volessimo che ’l silogismo con falsi principii conchiudesse veritade dimostrando, e perchè noi volessimo che la casa sedesse così forte pendente come diritta, non sarebbe; però che di queste operazioni non fattori propriamente, ma li trovatori semo. Altri l’ordinò e fece maggior fattore. 7. Sono anche operazioni che la nostra [ragione] considera ne l’atto de la volontade, sì come offendere e giovare, sì come star fermo e fuggire a la battaglia, sì come stare casto e lussuriare, e queste del tutto soggiacciono a la nostra volontade; e però semo detti da loro buoni e rei perch’elle sono proprie nostre del tutto, perchè, quanto la nostra volontade ottenere puote, tanto le nostre operazioni si stendono. 8. E con ciò sia cosa che in tutte queste volontarie operazioni sia equitade alcuna da conservare e iniquitade da fuggire (la quale equitade per due cagioni si può perdere, o per non sapere quale essa si sia o per non volere quella seguitare), trovata fu la Ragione scritta, e per mostrarla e per comandarla. Onde dice Augustino: «Se questa - cioè equitade - li uomini la conoscessero, e conosciuta servassero, la Ragione scritta non sarebbe mestiere»; e però è scritto nel principio del Vecchio Digesto: «La ragione scritta è arte di bene e d’equitade». 9. A questa scrivere, mostrare e comandare, è questo officiale posto di cui si parla, cioè lo Imperadore, al quale tanto quanto le nostre operazioni proprie, che dette sono, si stendono, siamo subietti; e più oltre no. 10. Per questa ragione, in ciascuna arte e in ciascuno mestiere li artefici e li discenti sono, ed esser deono, subietti al prencipe e al maestro di quelle, in quelli mestieri ed in quella arte; e fuori di quello la subiezione pere, però che pere lo principato. Sì che quasi dire si può de lo Imperadore, volendo lo suo officio figurare con una imagine, che elli sia lo cavalcatore de la umana volontade. Lo quale cavallo come vada sanza lo cavalcatore per lo campo assai è manifesto, e spezialmente ne la misera Italia, che sanza mezzo alcuno a la sua governazione è rimasa! 11. E da considerare è che quanto la cosa è più propia de l’arte o del maestro, tanto è maggiore in quella la subiezione; chè, multiplicata la cagione, multiplica l’effetto. Onde è da sapere che cose sono che sono sì pure arti, che la natura è instrumento de l’arte: sì come vogare con remo, dove l’arte fa suo instrumento de la impulsione, che è naturale moto; sì come nel trebbiare lo frumento, che l’arte fa suo instrumento del caldo, che è natural qualitade; e in queste massimamente a lo prencipe e maestro de l’arte esser si dee subietto. 12. E cose sono dove l’arte è instrumento de la natura, e queste sono meno arti; e in esse sono meno subietti li artefici a loro prencipe; sì com’è dare lo seme a la terra (qui si vuole attendere la volontà de la natura), sì come uscire è di porto (qui si vuole attendere la naturale disposizione del tempo). E però vedemo in queste cose spesse volte contenzione tra li artefici, e domandare consiglio lo maggiore al minore. 13. Altre cose sono che non sono de l’arte, e paiono avere con quella alcuna parentela, e quinci sono li uomini molte volte ingannati; e in queste li discenti a lo artefice, o vero maestro, subietti non sono, nè credere a lui sono tenuti quanto è per l’arte: sì come pescare pare aver parentela col navicare, e conoscere la vertù de l’erbe pare aver parentela con l’agricoltura; che non hanno insieme alcuna regola, con ciò sia cosa che ’l pescare sia sotto l’arte de la venagione e sotto suo comandare, e lo conoscere la vertù de l’erbe sia sotto la medicina o vero sotto più nobile dottrina. 14. Queste cose simigliantemente, che de l’altre arti sono ragionate, vedere si possono ne l’arte imperiale; chè regole sono in quella che sono pure arti, sì come sono le leggi de’ matrimonii, de li servi, de le milizie, de li successori in dignitade, e di queste in tutto siamo a lo Imperadore subietti, sanza dubbio e sospetto alcuno. 15. Altre leggi sono che sono quasi seguitatrici di natura, sì come constituire l’uomo d’etade sofficiente a ministrare, e di queste non semo in tutto subietti. Altre molte sono che paiono avere alcuna parentela con l’arte imperiale - e qui fu ingannato ed è chi crede che la sentenza imperiale sia in questa parte autentica -: sì come [diffinire] giovinezza e gentilezza, sovra le quali nullo imperiale giudicio è da consentire, in quanto elli è imperadore: però, quello che è di [Cesare sia renduto a Cesare, e quello che è di] Dio sia renduto a Dio. 16. Onde non è da credere nè da consentire a Nerone imperadore, che disse che giovinezza era bellezza e fortezza del corpo, ma a colui che dicesse che giovinezza è colmo de la naturale vita, che sarebbe filosofo. E però è manifesto che diffinire di gentilezza non è de l’arte imperiale; e se non è de l’arte, trattando di quella, a lui non siamo subietti; e se non [siamo] subietti, reverire lui in ciò non siamo tenuti: e questo è quello [che cerc]ando s’andava. 17. Per che omai con tutta licenza e con tutta franchezza d’animo è da ferire nel petto a le usate oppinioni, quelle per terra versando, acciò che la verace, per questa mia vittoria, tegna lo campo de la mente di coloro per c[ui] fa questa luce avere vigore. ==CAPITOLO X== 1. Poi che poste sono l’altrui oppinioni di nobilitade, e mostrato è quelle riprovare a me esser licito, verrò a quella parte ragionare che ciò ripruova; che comincia, sì come detto è di sopra: Chi diffinisce: ’Omo è legno animato’. E però, è da sapere che l’oppinione de lo Imperadore - avvegna che con difetto quella ponga - ne l’una particula, cioè là dove disse belli costumi, toccò de li costumi di nobilitade, e però in quella parte riprovare non s’intende. 2. L’altra particula, che di natura di nobilitade è del tutto diversa, s’intende riprovare; la quale due cose pare dicere quando dice antica ricchezza, cioè tempo e divizie, le quali a nobilitade sono del tutto diverse, come detto è e come di sotto si mostrerà. E però riprovando si fanno due parti: prima si ripruovano le divizie, e poi si ripruova lo tempo essere cagione di nobilitade. La seconda parte comincia: Nè voglion che vil uom gentil divegna. 3. E da sapere è che, riprovate le divizie, è riprovata non solamente l’oppinione de lo Imperadore in quella parte che le divizie tocca, ma eziandio quella del vulgo interamente che solo ne le divizie si fondava. La prima parte in due si divide: che ne la prima generalmente si dice lo ’mperadore essere stato erroneo ne la diffinizione di nobilitade; secondamente si mostra ragione perchè. E comincia questa seconda parte: Chè le divizie, sì come si crede. 4. Dico adunque, Chi diffinisce: ’Omo è legno animato’, che prima dice non vero, cioè falso, in quanto dice ’legno’; e poi parla non intero, cioè con difetto, in quanto dice ’animato’, non dicendo ’razionale’, che è differenza per la quale uomo da la bestia si parte. 5. Poi dico che per questo modo fu erroneo in diffinire quelli che tenne impero: non dicendo ’imperadore’, ma ’quelli che tenne imperio’, a mostrare (come detto è di sopra) questa cosa determinare essere fuori d’imperiale officio. Poi dico similemente lui errare, che puose de la nobilitade falso subietto, cioè ’antica ricchezza’, e poi procede[tt]e a ’defettiva forma’, o vero differenza, cioè ’belli costumi’, che non comprendono ogni formalitade di nobilitade, ma molto picciola parte, sì come di sotto si mostrerà. 6. E non è da lasciare, tutto che ’l testo si taccia, che messere lo Imperadore in questa parte non errò pur ne le parti de la diffinizione, ma eziandio nel modo di diffinire, avvegna che, secondo la fama che di lui grida, elli fosse loico e clerico grande: chè la diffinizione de la nobilitade più degnamente si farebbe da li effetti che da’ principii, con ciò sia cosa che essa paia avere ragione di principio, che non si può notificare per cose prime, ma per posteriori. 7. Poi quando dico: Chè le divizie, sì come si crede, mostro come elle non possono causare nobilitade, perchè sono vili; e mostro quelle non poterla torre, perchè son disgiunte molto da nobilitade. E pruovo quelle essere vili per uno loro massimo e manifestissimo difetto; e questo fo quando dico: Che siano vili appare. 8. Ultimamente conchiudo, per virtù di quello che detto è di sopra, l’animo diritto non mutarsi per loro transmutazione; che è pruova di quello che detto è di sopra, quelle essere da nobilitade disgiunte, per non seguire l’effetto de la congiunzione. Ove è da sapere che, sì come vuole lo Filosofo, tutte le cose che fanno alcuna cosa, conviene essere prima quelle perfettamente in quello essere; onde dice nel settimo de la Metafisica: «Quando una cosa si genera da un’altra, generasi di quella, essendo in quello essere». 9. Ancora è da sapere che ogni cosa che si corrompe, sì si corrompe, precedente alcuna alterazione, e ogni cosa che è alterata conviene essere congiunta con l’altera[nte cag]ione, sì come vuole lo Filosofo nel settimo de la Fisica e nel primo De Generatione. Queste cose proposte, così procedo, e dico che le divizie, come altri credea, non possono dare nobilitade; e a mostrare maggiore diversitade avere con quella, dico che non la possono torre a chi l’ha. 10. Dare non la possono, con ciò sia cosa che naturalmente siano vili, e per la viltade siano contrarie a la nobilitade. E qui s’intende viltade per degenerazione, la quale a la nobilitade s’oppone; con ciò sia cosa che l’uno contrario non sia fattore de l’altro nè possa essere, per la prenarrata cagione la quale brevemente s’aggiugne al testo, dicendo: Poi chi pinge figura, [Se non può esser lei, non la può porre]. 11. Onde nullo dipintore potrebbe porre alcuna figura, se intenzionalmente non si facesse prima tale, quale la figura essere dee. Ancora torre non la possono, però che da lungi sono di nobilitade, e per la ragione prenarrata che [ciò che] altera o corrompe alcuna cosa convegna essere congiunto con quella. 12. E però soggiugne: Nè la diritta torre Fa piegar rivo che da lungi corre; che non vuole altro dire, se non rispondere a ciò che detto è dinanzi, che le divizie non possono torre nobilitade, dicendo quasi quella nobilitade essere torre diritta, e le divizie fiume da lungi corrente. ==CAPITOLO XI== 1. Resta omai solamente a provare come le divizie sono vili, e come disgiunte sono e lontane da nobilitade; e ciò si pruova in due particulette del testo, a le quali si conviene al presente intendere. E poi quelle esposte, sarà manifesto ciò che detto ho, cioè le divizie essere vili e lontane da nobilitade; e per questo saranno le ragioni di sopra contra le divizie perfettamente provate. 2. Dico adunque: Che siano vili appare ed imperfette. E a manifestare ciò che dire s’intende, è da sapere che la viltade di ciascuna cosa da la imperfezione di quella si prende, e così la nobilitade da la perfezione: onde tanto quanto la cosa è perfetta, tanto è in sua natura nobile; quanto imperfetta, tanto vile. E però se le divizie sono imperfette, manifesto è che siano vili. 3. E che elle siano imperfette, brievemente pruova lo testo quando dice: Chè, quantunque collette, Non posson quietar, ma dan più cura; in che non solamente la loro imperfezione è manifesta, ma la loro condizione essere imperfettissima, e però essere quelle vilissime. E ciò testimonia Lucano, quando dice, a quelle parlando: «Sanza contenzione periro le leggi; e voi ricchezze, vilissima parte de le cose, moveste battaglia». 4. Puotesi brevemente la loro imperfezione in tre cose vedere apertamente: e prima, ne lo indiscreto loro avvenimento; secondamente, nel pericoloso loro accrescimento; terziamente, ne la dannosa loro possessione. E prima ch’io ciò dimostri, è da dichiarare un dubbio che pare consurgere: che, con ciò sia cosa che l’oro, le margherite e li campi perfettamente forma e atto abbiano in loro essere, non pare vero dicere che siano imperfette. 5. E però si vuole sapere che, quanto è per esse in loro considerate, cose perfette sono, e non sono ricchezze, ma oro e margherite; ma in quanto sono ordinate a la possessione de l’uomo, sono ricchezze, e per questo modo sono piene d’imperfezione. Chè non è inconveniente una cosa, secondo diversi rispetti, essere perfetta e imperfetta. 6. Dico che la loro imperfezione primamente si può notare ne la indiscrezione del loro avvenimento, nel quale nulla distributiva giustizia risplende, ma tutta iniquitade quasi sempre, la quale iniquitade è proprio effetto d’imperfezione. 7. Che se si considerano li modi per li quali esse vegnono, tutti si possono in tre maniere ricogliere: chè o vengono da pura fortuna, sì come quando sanza intenzione o speranza vegnono per invenzione alcuna non pensata; o vengono da fortuna che è da ragione aiutata, sì come per testamenti o per mutua successione; o vegnono da fortuna aiutatrice di ragione, sì come quando per licito o per illicito procaccio: licito dico, quando è per arte o per mercatantia o per servigio meritante; illicito dico, quando è per furto o per rapina. 8. E in ciascuno di questi tre modi si vede quella iniquitade che io dico, chè più volte a li malvagi che a li buoni le celate ricchezze che si truovano o che si ritruovano si rappresentano; e questo è sì manifesto, che non ha mestiere di pruova. Veramente io vidi lo luogo, ne le coste d’un monte che si chiama Falterona, in Toscana, dove lo più vile villano di tutta la contrada, zappando, più d’uno staio di santalene d’argento finissimo vi trovò, che forse più di dumilia anni l’aveano aspettato. 9. E per vedere questa iniquitade, disse Aristotile che «quanto l’uomo più subiace a lo ’ntelletto, tanto meno subiace a la fortuna». E dico che più volte a li malvagi che a li buoni pervengono li retaggi, legati e caduti; e di ciò non voglio recare innanzi alcuna testimonianza, ma ciascuno volga li occhi per la sua vicinanza, e vedrà quello che io mi taccio per non abominare alcuno. 10. Così fosse piaciuto a Dio che quello che addomandò lo Provenzale fosse stato, che chi non è reda de la bontade perdesse lo retaggio de l’avere! E dico che più volte a li malvagi che a li buoni pervegnono a punto li procacci; chè li non liciti a li buoni mai non pervegnono, però che li rifiutano. 11. E quale buono uomo mai per forza o per fraude procaccerà? Impossibile sarebbe ciò, chè solo per la elezione de la illicita impresa più buono non sarebbe. E li liciti rade volte pervegnono a li buoni, perchè, con ciò sia cosa che molta sollicitudine quivi si richeggia, e la sollicitudine del buono sia diritta a maggiori cose, rade volte sofficientemente quivi lo buono è sollicito. 12. Per che è manifesto in ciascuno modo quelle ricchezze iniquamente avvenire; e però Nostro Segnore inique le chiamò, quando disse: «Fatevi amici de la pecunia de la iniquitade», invitando e confortando li uomini a liber[ali]tade di benefici, che sono generatori d’amici. 13. E quanto fa bello cambio chi di queste imperfettissime cose dà per avere e per acquistare cose perfette, sì come li cuori de’ valenti uomini! Lo cambio ogni die si può fare. Certo nuova mercatantia è questa de l’altre, che, credendo comperare uno uomo per lo beneficio, mille e mille ne sono comperati. 14. E c[u]i non è ancora [ne]l cuore Alessandro per li suoi reali benefici? Cui non è ancora lo buono re di Castella, o il Saladino, o il buono Marchese di Monferrato, o il buono Conte di Tolosa, o Beltramo dal Bornio, o Galasso di Montefeltro? Quando de le loro messioni si fa menzione, certo non solamente quelli che ciò farebbero volentieri, ma quelli prima morire vorrebbero che ciò fare, amore hanno a la memoria di costoro. ==CAPITOLO XII== 1. Come detto è, la imperfezione de le ricchezze non solamente nel loro avvenimento si può comprendere, ma eziandio nel pericoloso loro accrescimento; e però che in ciò più si può vedere di loro difetto, solo di questo fa menzione lo testo, dicendo quelle, quantunque collette, non solamente non quietare, ma dare più sete e rendere altri più defettivo e insufficiente. 2. E qui si vuole sapere che le cose defettive possono aver li loro difetti per modo, che ne la prima faccia non paiono, ma sotto pretesto di perfezione la imperfezione si nasconde; e possono avere quelli sì, che del tutto sono discoperti, sì che apertamente ne la prima faccia si conosce la imperfezione. 3. E quelle cose che prima non mostrano li loro difetti sono più pericolose, però che di loro, molte fiate prendere guardia non si può; sì come vedemo nel traditore, che ne la faccia dinanzi si mostra amico, sì che fa di sè fede avere, e sotto pretesto d’amistade chiude lo difetto de la inimistade. E per questo modo le ricchezze pericolosamente nel loro accrescimento sono imperfette, che, sommettendo ciò che promettono, apportano lo contrario. 4. Promettono le false traditrici sempre, in certo numero adunate, rendere lo raunatore pieno d’ogni appagamento; e con questa promissione conducono l’umana volontade in vizio d’avarizia. E per questo le chiama Boezio, in quello De Consolatione, pericolose, dicendo: «Ohmè! chi fu quel primo che li pesi de l’oro coperto e le pietre che si voleano ascondere, preziosi pericoli, cavoe?». 5. Promettono le false traditrici, se bene si guarda, di torre ogni sete e ogni mancanza, e apportare ogni saziamento e bastanza; e questo fanno nel principio a ciascuno uomo, questa promissione in certa quantità di loro accrescimento affermando: e poi che quivi sono adunate, in loco di saziamento e di refrigerio danno e recano sete di casso febricante intollerabile; e in loco di bastanza recano nuovo termine, cioè maggiore quantitade a desiderio, e, con questa, paura grande e sollicitudine sopra l’acquisto. Si che veramente non quietano, ma più danno cura, la qual prima sanza loro non si avea. 6. E però dice Tullio in quello De Paradoxo, abominando le ricchezze: «Io in nullo tempo per fermo nè le pecunie di costoro, nè le magioni magnifiche, nè le ricchezze, nè le signorie, nè l’allegrezze de le quali massimamente sono astretti, tra cose buone o desiderabili esser dissi; con ciò sia cosa che certo io vedesse li uomini ne l’abondanza di queste cose massimamente desiderare quelle di che abondano. Però che in nullo tempo si compie nè si sazia la sete de la cupiditate; nè solamente per desiderio d’accrescere quelle cose che hanno si tormentano, ma eziandio tormento hanno ne la paura di perdere quelle». 7. E queste tutte parole sono di Tullio, e così giacciono in quello libro che detto è. E a maggiore testimonianza di questa imperfezione, ecco Boezio in quello De Consolatione dicente: «Se quanta rena volve lo mare turbato dal vento, se quante stelle rilucono, la dea de la ricchezza largisca, l’umana generazione non cesserà di piangere». 8. E perchè più testimonianza, a ciò ridurre per pruova, si conviene, lascisi stare quanto contra esse Salomone e suo padre grida; quanto contra esse Seneca, massimamente a Lucillo scrivendo; quanto Orazio, quanto Iuvenale e, brievemente, quanto ogni scrittore, ogni poeta; e quanto la verace Scrittura divina chiama contra queste false meretrici, piene di tutti defetti; e pongasi mente, per avere oculata fede, pur a la vita di coloro che dietro a esse vanno, come vivono sicuri quando di quelle hanno raunate, come s’appagano, come si riposano. 9. E che altro cotidianamente pericola e uccide le cittadi, le contrade, le singulari persone, tanto quanto lo nuovo raunamento d’avere appo alcuno? Lo quale raunamento nuovi desiderii discuopre, a lo fine de li quali sanza ingiuria d’alcuno venire non si può. E che altro intende di meditare l’una e l’altra Ragione, Canonica dico e Civile, tanto quanto a riparare a la cupiditade che, raunando ricchezze, cresce? 10. Certo assai lo manifesta e l’una e l’altra Ragione, se li loro cominciamenti, dico de la loro scrittura, si leggono. Oh com’è manifesto, anzi manifestissimo, quelle in accrescendo essere del tutto imperfette, quando di loro altro che imperfezione nascere non può, quanto che accolte siano! E questo è quello che lo testo dice. 11. Veramente qui surge in dubbio una questione, da non trapassare sanza farla e rispondere a quella. Potrebbe dire alcuno calunniatore de la veritade che se, per crescere desiderio acquistando, le ricchezze sono imperfette e però vili, che per questa ragione sia imperfetta e vile la scienza, ne l’acquisto de la quale sempre cresce lo desiderio di quella; onde Seneca dice: «Se l’uno de li piedi avesse nel sepulcro, apprendere vorrei». 12. Ma non è vero che la scienza sia vile per imperfezione: dunque, per la distruzione del consequente, lo crescere desiderio non è cagione di viltade a le ricchezze. Che sia perfetta, è manifesto per lo Filosofo nel sesto de l’Etica, che dice la scienza essere perfetta ragione di certe cose. 13. A questa questione brievemente è da rispondere; ma prima è da vedere se ne l’acquisto de la scienza lo desiderio si sciampia come ne la questione si pone, e se sia per ragione. Per che io dico che non solamente ne l’acquisto de la scienza e de le ricchezze, ma in ciascuno acquisto l’umano desiderio si sciampia, avvegna che per altro e altro modo. 14. E la ragione è questa: che lo sommo desiderio di ciascuna cosa, e prima da la natura dato, è lo ritornare a lo suo principio. E però che Dio è principio de le nostre anime e fattore di quelle simili a sè (sì come è scritto: «Facciamo l’uomo ad imagine e similitudine nostra»), essa anima massimamente desidera di tornare a quello. 15. E sì come peregrino che va per una via per la quale mai non fue, che ogni casa che da lungi vede crede che sia l’albergo, e non trovando ciò essere, dirizza la credenza a l’altra, e così di casa in casa, tanto che a l’albergo viene; così l’anima nostra, incontanente che nel nuovo e mai non fatto cammino di questa vita entra, dirizza li occhi al termine del suo sommo bene, e però, qualunque cosa vede che paia in sè avere alcuno bene, crede che sia esso. 16. E perchè la sua conoscenza prima è imperfetta, per non essere esperta nè dottrinata, piccioli beni le paiono grandi, e però da quelli comincia prima a desiderare. Onde vedemo li parvuli desiderare massimamente un pomo; e poi, più procedendo, desiderare uno augellino; e poi, più oltre, desiderare bel vestimento; e poi lo cavallo; e poi una donna; e poi ricchezza non grande, e poi grande, e poi più. E questo incontra perchè in nulla di queste cose truova quella che va cercando, e credela trovare più oltre. 17. Per che vedere si può che l’uno desiderabile sta dinanzi a l’altro a li occhi de la nostra anima per modo quasi piramidale, che ’l minimo li cuopre prima tutti, ed è quasi punta de l’ultimo desiderabile, che è Dio, quasi base di tutti. Sì che, quanto da la punta ver la base più si procede, maggiori appariscono li desiderabili; e questa è la ragione per che, acquistando, li desiderii umani si fanno più ampii, l’uno appresso de l’altro. 18. Veramente così questo cammino si perde per errore come le strade de la terra. Che sì come d’una cittade a un’altra di necessitade è una ottima e dirittissima via, e un’altra che sempre se ne dilunga (cioè quella che va ne l’altra parte), e molte altre quale meno allungandosi e quale meno appressandosi, così ne la vita umana sono diversi cammini, de li quali uno è veracissimo e un altro è fallacissimo, e certi meno fallaci e certi meno veraci. 19. E sì come vedemo che quello che dirittissimo vae a la cittade, e compie lo desiderio e dà posa dopo la fatica, e quello che va in contrario mai nol compie e mai posa dare non può, così ne la nostra vita avviene: lo buono camminatore giugne a termine e a posa; lo erroneo mai non l’aggiugne, ma con molta fatica del suo animo sempre con li occhi gulosi si mira innanzi. 20. Onde avvegna che questa ragione del tutto non risponda a la questione mossa di sopra, almeno apre la via a la risposta, chè fa vedere non andare ogni nostro desiderio dilatandosi per un modo. Ma perchè questo capitolo è alquanto produtto, in capitolo nuovo a la questione è da rispondere, nel quale sia terminata tutta la disputazione che fare s’intende al presente contra le ricchezze. ==CAPITOLO XIII== 1. A la questione rispondendo, dico che propriamente crescere lo desiderio de la scienza dire non si può, avvegna che, come detto è, per alcuno modo si dilati. Chè quello che propriamente cresce, sempre è uno: lo desiderio de la scienza non è sempre uno, ma è molti, e finito l’uno, viene l’altro; sì che, propriamente parlando, non è crescere lo suo dilatare, ma successione di picciola cosa in grande cosa. 2. Che se io desidero di sapere li principii de le cose naturali, incontanente che io so questi, è compiuto e terminato questo desiderio. E se poi io desidero di sapere che cosa e com’è ciascuno di questi principii, questo è un altro desiderio nuovo, nè per l’avvenimento di questo non mi si toglie la perfezione a la quale mi condusse l’altro; e questo cotale dilatare non è cagione d’imperfezione, ma di perfezione maggiore. Quello veramente de la ricchezza è propriamente crescere, chè è sempre pur uno, sì che nulla successione quivi si vede, e per nullo termine e per nulla perfezione. 3. E se l’avversario vuol dire che, sì come è altro desiderio quello di sapere li principii de le cose naturali e altro di sapere che elli sono, così altro desiderio è quello de le cento marche e altro è quello de le mille, rispondo che non è vero; che ’l cento sì è parte del mille, e ha ordine ad esso come parte d’una linea a tutta linea, su per la quale si procede per uno moto solo, e nulla successione quivi è nè perfezione di moto in parte alcuna. 4. Ma conoscere che siano li principii de le cose naturali, e conoscere quello che sia ciascheduno, non è parte l’uno de l’altro, e hanno ordine insieme come diverse linee, per le quali non si procede per uno moto, ma, perfetto lo moto de l’una, succede lo moto de l’altra. 5. E così appare che, dal desiderio de la scienza, la scienza non è da dire imperfetta, sì come le ricchezze sono da dire per lo loro, come la questione ponea; chè nel desiderare de la scienza successivamente finiscono li desiderii e viensi a perfezione, e in quello de la ricchezza no. Sì che la questione è soluta, e non ha luogo. 6. Ben puote ancora calunniare l’avversario dicendo che, avvegna che molti desiderii si compiano ne lo acquisto de la scienza, mai non si viene a l’ultimo: che è quasi simile a la ’mperfezione di quello che non si termina e che è pur uno. 7. Ancora qui si risponde, che non è vero ciò che si oppone, cioè che mai non si viene a l’ultimo: chè li nostri desiderii naturali, sì come di sopra nel terzo trattato è mostrato, sono a certo termine discendenti; e quello de la scienza è naturale, sì che certo termine quello compie, avvegna che pochi, per male camminare, compiano la giornata. 8. E chi intende lo Commentatore nel terzo de l’Anima, questo intende da lui. E però dice Aristotile nel decimo de l’Etica, contra Simonide poeta parlando, che «l’uomo si dee traere a le divine cose quanto può»; in che mostra che a certo fine bada la nostra potenza. E nel primo de l’Etica dice che «’l disciplinato chiede di sapere certezza ne le cose, secondo che [ne] la loro natura di certezza si riceva»; in che mostra che non solamente da la parte de l’uomo desiderante, ma deesi fine attendere da la parte de lo scibile desiderato. 9. E però Paulo dice: «Non più sapere che sapere si convegna, ma sapere a misura». Sì che, per qualunque modo lo desiderare de la scienza si prende, o generalmente o particularmente, a perfezione viene. E però la scienza ha perfetta e nobile perfezione, e per suo desiderio sua perfezione non perde, come le maladette ricchezze. 10. Le quali come ne la loro possessione siano dannose, brievemente è da mostrare, che è la terza nota de la loro imperfezione. Puotesi vedere la loro possessione essere dannosa per due ragioni: l’una, che è cagione di male; l’altra, che è privazione di bene. Cagione è di male, chè fa, pur vegliando, lo possessore timido e odioso. 11. Quanta paura è quella di colui che appo sè sente ricchezza, in camminando, in soggiornando, non pur vegliando ma dormendo, non pur di perdere l’avere ma la persona per l’avere! Ben lo sanno li miseri mercatanti che per lo mondo vanno, che le foglie che ’l vento fa menare, li fa tremare, quando seco ricchezze portano; e quando sanza esse sono, pieni di sicurtade, cantando e sollazzando fanno loro cammino più brieve. 12. E però dice lo Savio: «Se voto camminatore entrasse ne lo cammino, dinanzi a li ladroni canterebbe». E ciò vuol dire Lucano nel quinto libro, quando commenda la povertà di sicuranza, dicendo: «Oh sicura facultà de la povera vita! oh stretti abitaculi e masserizie! oh non ancora intese ricchezze de li Iddei! A quali tempii o a quali muri poteo questo avvenire, cioè non temere con alcuno tumulto, bussando la mano di Cesare?» E quello dice Lucano quando ritrae come Cesare di notte a la casetta del pescatore Amiclas venne, per passare lo mare Adriano. 13. E quanto odio è quello che ciascuno al possessore de la ricchezza porta, o per invidia o per desiderio di prendere quella possessione! Certo tanto è, che molte volte contra la debita pietade lo figlio a la morte del padre intende: e di questo grandissime e manifestissime esperienze possono avere li Latini, e da la parte di Po e da la parte di Tevero! E però Boezio nel secondo de la sua Consolazione dice: «Per certo l’avarizia fa li uomini odiosi». 14. Anche è privazione di bene la loro possessione. Chè, possedendo quelle, larghezza non si fa, che è vertude ne la quale è perfetto bene e la quale fa li uomini splendienti e amati; che non può essere possedendo quelle, ma quelle lasciando di possedere. Onde Boezio nel medesimo libro dice: «Allora è buona la pecunia, quando, transmutata ne li altri per uso di larghezza, più non si possiede». Per che assai è manifesto la loro viltade per tutte le sue note. 15. E però l’uomo di diritto appetito e di vera conoscenza quelle mai non ama, e, non amandole, non si unisce ad esse, ma quelle sempre di lungi da sè essere vuole, se non in quanto ad alcuno necessario servigio sono ordinate. Ed è cosa ragionevole, però che lo perfetto con lo imperfetto non si può congiugnere; onde vedemo che la torta linea con la diritta non si congiunge mai, e se alcuno congiungimento v’è, non è da linea a linea, ma da punto a punto. 16. E però seguita che l’animo che è diritto, cioè d’appetito, e verace, cioè di conoscenza, per loro perdita non si disface; sì come lo testo pone nel fine di questa parte. E per questo effetto intende di provare lo testo che elle siano fiume corrente di lungi da la diritta torre de la ragione, o vero di nobilitade; e per questo, che esse divizie non possono torre la nobilitade a chi l’ha. E per questo modo disputasi e ripruovasi contra le ricchezze per la presente canzone. ==CAPITOLO XIV== 1. Riprovato l’altrui errore quanto è in quella parte che a le ricchezze s’appoggiava, [seguita che si riprovi quanto è] in quella parte, che tempo diceva essere cagione di nobilitade, dicendo antica ricchezza. E questa riprovagione si fa in quella parte che comincia: Nè voglion che vil uom gentil divegna. 2. E in prima si ripruova ciò per una ragione di costoro medesimi che così errano; poi, a maggiore loro confusione, questa loro ragione anche si distrugge: e ciò si fa quando dice: Ancor, segue di ciò che innanzi ho messo. Ultimamente conchiude manifesto essere lo loro errore, e però essere tempo d’intendere a la veritade: e ciò si fa quando dice: Per che a ’ntelletti sani. 3. Dico adunque: Nè voglion che vil uom gentil divegna. Dove è da sapere che oppinione di questi erranti è che uomo prima villano mai gentile uomo dicer non si possa; nè uomo che figlio sia di villano similemente dicere mai non si possa gentile. E ciò rompe la loro sentenza medesima, quando dicono che tempo si richiede a nobilitade, ponendo questo vocabulo ’antico’; però ch’è impossibile per processo di tempo venire a la generazione di nobilitade per questa loro ragione che detta è, la quale toglie via che villano uomo mai possa esser gentile per opera che faccia, o per alcuno accidente, e toglie via la mutazione di villano padre in gentile figlio. 4. Chè se lo figlio del villano è pur villano, e lo figlio fia pur figlio di villano e così fia anche villano, e anche suo figlio, e così sempre, e mai non s’avrà a trovare là dove nobilitade per processo di tempo si cominci. 5. E se l’avversario, volendosi difendere, dicesse che la nobilitade si comincerà in quel tempo che si dimenticherà lo basso stato de li antecessori, rispondo che ciò fia contra loro medesimi, che pur di necessitade quivi sarà transmutazione di viltade in gentilezza, d’un uomo in altro o di padre a figlio, ch’è contra ciò che essi pongono. 6. E se l’avversario pertinacemente si difendesse, dicendo che bene vogliono questa transmutazione potersi fare quando lo basso stato de li antecessori corre in oblivione, avvegna che ’l testo ciò non curi, degno è che la chiosa a ciò risponda. E però rispondo così: che di ciò che dicono seguitano quattro grandissimi inconvenienti, sì che buona ragione essere non può. 7. L’uno si è che quanto la natura umana fosse migliore tanto sarebbe più malagevole e più tarda generazione di gentilezza; che è massimo inconveniente, con ciò sia cosa, com’ho no[t]ato, che la cosa quanto è migliore tanto è più cagione di bene; e nobilitade intra li beni sia commemorata. 8. E che ciò fosse così si pruova. Se la gentilezza o ver nobilitade, che per una cosa intendo, si generasse per oblivione, più tosto sarebbe generata la nobilitade quanto li uomini fossero più smemorati, [chè] tanto più tosto ogni oblivione verrebbe. Dunque, quanto li uomini smemorati più fossero, più tosto sarebbero nobili; e per contrario, quanto con più buona memoria, tanto più tardi nobili si farebbero. 9. Lo secondo si è, che ’n nulla cosa, fuori de li uomini, questa distinzione si potrebbe fare, cioè nobile o vile; che è molto inconveniente, con ciò sia cosa che in ciascuna spezie di cose veggiamo l’imagine di nobilitade e di viltade: onde spesse volte diciamo uno nobile cavallo e uno vile, e uno nobile falcone e uno vile, e una nobile margherita e una vile. 10. E che non si potesse fare questa distinzione, così si pruova. Se l’oblivione de li bassi antecessori è cagione di nobilitade, e là ovunque bassezza d’antecessori mai non fu, non può essere l’oblivione di quelli - con ciò sia cosa che l’oblivione sia corruzione di memoria, e in questi altri animali e piante e minere bassezza e altezza non si noti, però che in uno sono naturati solamente ed iguale stato -, in loro generazione di nobilitade essere non può; e così nè viltade, con ciò sia cosa che l’una e l’altra si guardi come abito e privazione, che sono ad uno medesimo subietto possibili; e però in loro de l’una e de l’altra non potrebbe essere distinzione. 11. E se l’avversario volesse dicere che ne l’altre cose nobilità s’intende per la bontà de la cosa, ma ne li uomini s’intende perchè di sua bassa condizione non è memoria, rispondere si vorrebbe non con le parole ma col coltello a tanta bestialitade, quanta è dare a la nobilitade de l’altre cose bontade per cagione, e a quella de li uomini principio di dimenticanza. 12. Lo terzo si è che molte volte verrebbe prima lo generato che lo generante; che è del tutto impossibile; e ciò si può così mostrare. Pognamo che Gherardo da Cammino fosse stato nepote del più vile villano che mai bevesse del Sile o del Cagnano, e la oblivione ancora non fosse del suo avolo venuta: chi sarà oso di dire che Gherardo da Cammino fosse vile uomo? e chi non parlerà meco, dicendo quello essere stato nobile? Certo nullo, quanto vuole sia presuntuoso, però che egli fu, e fia sempre la sua memoria. 13. E se la oblivione del suo basso antecessore non fosse venuta, sì come si suppone, ed ello fosse grande di nobilitade e la nobilitade in lui si vedesse così apertamente come aperta si vede, prima sarebbe stata in lui che ’l generante suo fosse stato: e questo è massimamente impossibile. 14. Lo quarto si è che tale uomo sarebbe tenuto nobile morto che non fu nobile vivo; che più inconveniente essere non potrebbe; e ciò così si mostra. Pognamo che ne la etade di Dardano de’ suoi antecessori bassi fosse memoria, e pognamo che ne la etade di Laomedonte questa memoria fosse disfatta, e venuta l’oblivione. Secondo l’oppinione avversa, Laomedonte fu gentile e Dardano fu villano in loro vita. Noi, a li quali la memoria de li loro anticessori, dico di là da Dardano, [anche non è rimasa, dir dovremmo che Dardano] vivendo fosse villano e morto sia nobile. 15. E non è contro a ciò, che si dice Dardano esser stato figlio di Giove, chè ciò è favola, de la quale, filosoficamente disputando, curare non si dee; e pur se volesse a la favola fermare l’avversario, di certo quello che la favola cuopre disfà tutte le sue ragioni. E così è manifesto, la ragione che ponea la oblivione causa di nobilitade essere falsa ed erronea. ==CAPITOLO XV== 1. Da poi che, per la loro medesima sentenza, la canzone ha riprovato tempo non richiedersi a nobilitade, incontanente seguita a confondere la premessa loro oppinione, acciò che di loro false ragioni nulla ruggine rimagna ne la mente che a la verità sia disposta; e questo fa quando dice: Ancor, segue di ciò che innanzi ho messo. 2. Ove è da sapere che, se uomo non si può fare di villano gentile o di vile padre non può nascere gentile figlio, sì come messo è dinanzi per loro oppinione, che de li due inconvenienti l’uno seguire conviene: l’uno sì è che nulla nobilitade sia; l’altro sì è che ’l mondo sempre sia stato con più uomini, sì che da uno solo la umana generazione discesa non sia. 3. E ciò si può mostrare. Se nobilitade non si genera di nuovo, sì come più volte è detto che la loro oppinione vuole (non generandosi di vile uomo in lui medesimo, nè di vile padre in figlio), sempre è l’uomo tale quale nasce, e tale nasce quale è lo padre; e così questo processo d’una condizione è venuto infino dal primo parente: per che tale quale fu lo primo generante, cioè Adamo, conviene essere tutta l’umana generazione, chè da lui a li moderni non si puote trovare per quella ragione alcuna transmutanza. 4. Dunque, se esso Adamo fu nobile, tutti siamo nobili, e se esso fu vile, tutti siamo vili; che non è altro che torre via la distinzione di queste condizioni, e così è torre via quelle. E questo dice, che di quello ch’e messo dinanzi seguita che siam tutti gentili o ver villani. 5. E se questo non è, [e] pur alcuna gente è da dire nobile e alcuna è da dir vile, di necessitade, da poi che la transmutazione di viltade in nobilitade è tolta via, conviene l’umana generazione da diversi principii essere discesa, cioè da uno nobile e da uno vile. E ciò dice la canzone, quando dice: O che non fosse ad uom cominciamento, cioè uno solo: non dice ’cominciamenti’. E questo è falsissimo appo lo Filosofo, appo la nostra Fede che mentire non puote, appo la legge e credenza antica de li Gentili. 6. Chè, avvegna che ’l Filosofo non pogna lo processo da uno primo uomo, pur vuole una sola essenza essere in tutti li uomini, la quale diversi principii avere non puote; e Plato vuole che tutti li uomini da una sola Idea dependano, e non da più, che è dare loro uno solo principio. E sanza dubbio forte riderebbe Aristotile udendo fare spezie due de l’umana generazione, sì come de li cavalli e de li asini; che, perdonimi Aristotile, asini ben si possono dire coloro che così pensano. 7. Che appo la nostra fede, la quale del tutto è da conservare, sia falsissimo, per Salomone si manifesta, che là dove distinzione fa di tutti li uomini a li animali bruti, chiama quelli tutti figli d’Adamo; e ciò fa quando dice: «Chi sa se li spiriti de li figliuoli d’Adamo vadano suso, e quelli de le bestie vadano giuso?». 8. E che appo li Gentili falso fosse, ecco la testimonianza d’Ovidio nel primo del suo Metamorfoseos, dove tratta la mondiale constituzione secondo la credenza pagana, o vero de li Gentili, dicendo: «Nato è l’uomo» - non disse ’li uomini’; disse ’nato’, e ’l’uomo’ - «o vero che questo l’artefice de le cose di seme divino fece, o vero che la recente terra, di poco dipartita dal nobile corpo sottile e diafano, li semi del cognato cielo ritenea. La quale, mista con l’acqua del fiume, lo figlio di Iapeto, cioè Prometeus, compuose in imagine de li Dei, che tutto governano». Dove manifestamente pone lo primo uomo uno solo essere stato. 9. E però dice la canzone: Ma ciò io non consento, cioè che cominciamento ad uomo non fosse. E soggiugne la canzone: Ned ellino altressì, se son cristiani: e dice ’cristiani’ e non ’filosofi’ o vero ’Gentili’, [de li quali] le sentenze anco [non] sono in contro, però che la cristiana sentenza è di maggiore vigore, ed è rompitrice d’ogni calunnia, mercè de la somma luce del cielo che quella allumina. 10. Poi quando dico: Per che a ’ntelletti sani È manifesto i lor diri esser vani, conchiudo lo loro errore essere confuso, e dico che tempo è d’aprire li occhi a la veritade; questo dice quando dico: E dicer voglio omai, sì com’io sento. Dico adunque che, per quello che detto è, è manifesto a li sani intelletti che i detti di costoro sono vani, cioè sanza midolla di veritade. E dico sani non sanza cagione. 11. Onde è da sapere che lo nostro intelletto si può dir sano e infermo: e dico intelletto per la nobile parte de l’anima nostra, che con uno vocabulo ’mente’ si può chiamare. Sano dire si può, quando per malizia d’animo o di corpo impedito non è ne la sua operazione; che è conoscere quello che le cose sono, sì come vuole Aristotile nel terzo de l’Anima. 12. Chè, secondo la malizia de l’anima, tre orribili infermitadi ne la mente de li uomini ho vedute. L’una è di naturale [jat]tanza causata: chè sono molti tanto presuntuosi, che si credono tutto sapere, e per questo le non certe cose affermano per certe; lo qual vizio Tullio massimamente abomina nel primo de li Offici e Tommaso nel suo Contra-li-Gentili dicendo: «Sono molti tanto di suo ingegno presuntuosi, che credono col suo intelletto poter misurare tutte le cose, estimando tutto vero quello che a loro pare, falso quello che a loro non pare». 13. E quinci nasce che mai a dottrina non vegnono; credendo da sè sufficientemente essere dottrinati, mai non domandano, mai non ascoltano, disiano essere domandati e, anzi la domandagione compiuta, male rispondono. E per costoro dice Salomone ne li Proverbii: «Vedesti l’uomo ratto a rispondere? di lui stoltezza, più che correzione, è da [sperare]». 14. L’altra è di naturale pusillanimitade causata: chè sono molti tanto vilmente ostinati, che non possono credere che nè per loro nè per altrui si possano le cose sapere; e questi cotali mai per loro non cercano nè ragionano, mai quello che altri dice non curano. E contra costoro Aristotile parla nel primo de l’Etica, dicendo quelli essere insufficienti uditori de la morale filosofia. Costoro sempre come bestie in grossezza vivono, d’ogni dottrina disperati. 15. La terza è da levitade di natura causata: chè sono molti di sì lieve fantasia che in tutte le loro ragioni transvanno, e anzi che silogizzino hanno conchiuso, e di quella conclusione vanno transvolando ne l’altra, e pare loro sottilissimamente argomentare, e non si muovono da neuno principio, e nulla cosa veramente veggiono vera nel loro imaginare. 16. E di costoro dice lo Filosofo che non è da curare nè da avere con essi faccenda, dicendo nel primo de la Fisica, che «contra quelli che niega li principii disputare non si conviene». E di questi cotali sono molti idioti che non saprebbero l’a. b. c., e vorrebbero disputare in geometria, in astrologia e in fisica. 17. E secondo malizia, o vero difetto di corpo, può essere la mente non sana: quando per difetto d’alcuno principio da la nativitade, sì come [ne'] mentecatti; quando per l’alterazione del cerebro, sì come sono frenetici. E di questa infertade de la mente intende la legge, quando lo Inforzato dice: «In colui che fa testamento, di quel tempo nel quale lo testamento fa, sanitade di mente, non di corpo, è a domandare». Per che a quelli intelletti che per malizia d’animo o di corpo infermi non sono, liberi, espediti e sani a la luce de la veritade, dico essere manifesto l’oppinione de la gente, che detto è, essere vana, cioè sanza valore. 18. Appresso soggiugne, che io così li giudico falsi e vani, e così li ripruovo; e ciò si fa quando si dice: E io così per falsi li riprovo. E appresso dico che da venire è a la veritade mostrare; e dico che mostrare [è] quello, cioè che cosa è gentilezza, e come si può conoscere l’uomo in cui essa è. E ciò dico quivi: E dicer voglio omai, sì com’io sento. ==CAPITOLO XVI== 1. «Lo rege si letificherà in Dio, e saranno lodati tutti quelli che giurano in lui, però che serrata è la bocca di coloro che parlano le inique cose». Queste parole posso io qui veramente proponere; però che ciascuno vero rege dee massimamente amare la veritade. Ond’è scritto nel libro di Sapienza: «Amate lo lume di sapienza, voi che siete dinanzi a li populi»; e lume di sapienza è essa veritade. Dico adunque che però si rallegrerà ogni rege che riprovata è la falsissima e dannosissima oppinione de li malvagi e ingannati uomini che di nobilitade hanno infino a ora iniquamente parlato. 2. Convienesi procedere al trattato de la veritade, secondo la divisione fatta nel terzo capitolo di questo trattato. Questa seconda parte adunque, che comincia: Dico ch’ogni vertù principalmente, intende diterminare d’essa nobilitade secondo la veritade; e partesi questa parte in due: che ne la prima s’intende mostrare che è questa nobilitade; ne la seconda s’intende mostrare come conoscere si puote colui dov’ella è: e comincia questa parte seconda: L’anima cui adorna esta bontate. 3. La prima parte ha due parti ancora: che ne la prima si cercano certe cose che sono mestiere a veder la diffinizione di nobilitade; ne la seconda si cerca de la sua diffinizione: e comincia questa seconda parte: È gentilezza dovunqu’è vertute. 4. A perfettamente entrare per lo trattato è prima da vedere due cose: l’una, che per questo vocabulo ’nobilitade’ s’intende, solo semplicemente considerato; l’altra è per che via sia da camminare a cercare la prenominata diffinizione. Dico adunque che, se volemo riguardo avere de la comune consuetudine di parlare, per questo vocabulo ’nobilitade’ s’intende perfezione di propria natura in ciascuna cosa. 5. Onde non pur de l’uomo è predicata, ma eziandio di tutte cose - chè l’uomo chiama nobile pietra, nobile pianta, nobile cavallo, nobile falcone - qualunque in sua natura si vede essere perfetta. E però dice Salomone ne lo Ecclesiastes: «Beata la terra lo cui re è nobile», che non è altro a dire, se non lo cui rege è perfetto, secondo la perfezione de l’animo e del corpo; e così manifesta per quello che dice dinanzi quando dice: «Guai a te, terra, lo cui rege è pargolo», cioè non perfetto uomo: e non è pargolo uomo pur per etade, ma per costumi disordinati e per difetto di vita, sì come n’ammaestra lo Filosofo nel primo de l’Etica. 6. Bene sono alquanti folli che credono che per questo vocabulo ’nobile’ s’intenda ’essere da molti nominato e conosciuto’, e dicono che viene da uno verbo che sta per conoscere, cioè ’nosco’. E questo è falsissimo; chè, se ciò fosse, quali cose più fossero nomate e conosciute in loro genere, più sarebbero in loro genere nobili: e così la guglia di San Piero sarebbe la più nobile pietra del mondo; e Asdente, lo calzolaio da Parma, sarebbe più nobile che alcuno suo cittadino; e Albuino de la Scala sarebbe più nobile che Guido da Castello di Reggio: che ciascuna di queste cose è falsissima. E però è falsissimo che ’nobile’ vegna da ’conoscere’, ma viene da ’non vile’; onde ’nobile’ è quasi ’non vile’. 7. Questa perfezione intende lo Filosofo nel settimo de la Fisica quando dice: «Ciascuna cosa è massimamente perfetta quando tocca e aggiugne la sua virtude propria, e allora è massimamente secondo sua natura; onde allora lo circulo si può dicere perfetto quando veramente è circulo», cioè quando aggiugne la sua propria virtude; e allora è in tutta sua natura, e allora si può dire nobile circulo. 8. E questo è quando in esso è uno punto lo quale equalmente distante sia da la circunferenza, sua virtute part[icular]e; per[ò] lo circulo che ha figura d’uovo non è nobile, nè quello che ha figura di presso che piena luna, però che non è in quello sua natura perfetta. E così manifestamente vedere si può che generalmente questo vocabulo, cioè nobilitade, dice in tutte cose perfezione di loro natura: e questo è quello che primamente si cerca, per meglio entrare nel trattato de la parte che esponere s’intende. 9. Secondamente è da vedere come da camminare è a trovare la diffinizione de l’umana nobilitade, a la quale intende lo presente processo. Dico adunque che, con ciò sia cosa che in quelle cose che sono d’una spezie, sì come sono tutti li uomini, non si può per li principii essenziali la loro ottima perfezione diffinire, conviensi quella e diffinire e conoscere per li loro effetti. 10. E però si legge nel Vangelio di santo Matteo - quando dice Cristo: «Guardatevi da li falsi profeti» -: «A li frutti loro conoscerete quelli». E per lo cammino diritto è da vedere, questa diffinizione che cercando si vae, per li frutti: che sono morali vertù e intellettuali, de le quali essa nostra nobilitade è seme, sì come ne la sua diffinizione sarà pienamente manifesto. E queste sono quelle due cose che vedere si convenia prima che ad altre si procedesse, sì come in questo capitolo di sopra si dice. ==CAPITOLO XVII== 1. Appresso che vedute sono quelle due cose che parevano utili a vedere prima che sopra lo testo si procedesse, ad esso esponere è da procedere. E dice e comincia adunque: Dico ch’ogni vertù principalmente Vien da una radice: Vertute, dico, che fa l’uom felice In sua operazione. E soggiungo: Questo è, secondo che l’Etica dice, Un abito eligente, ponendo tutta la diffinizione de la morale virtù, secondo che nel secondo de l’Etica è per lo Filosofo diffinito. 2. In che due cose principalmente s’intende: l’una è che ogni vertù vegna d’uno principio; l’altra sì è che queste ogni vertù siano le vertù morali, di cui si parla; e ciò si manifesta quando dice: Questo è, secondo che l’Etica dice. Dove è da sapere che propiissimi nostri frutti sono le morali vertudi, però che da ogni canto sono in nostra podestade. 3. E queste diversamente da diversi filosofi sono distinte e numerate; ma però che in quella parte dove aperse la bocca la divina sentenza d’Aristotile da lasciare mi pare ogni altrui sentenza, volendo dire quali queste sono, brevemente secondo la sua sentenza trapasserò di quelle ragionando. 4. Queste sono undici vertudi dal detto Filosofo nomate. La prima si chiama Fortezza, la quale è arme e freno a moderare l’audacia e la timiditate nostra, ne le cose che sono corr[u]zione de la nostra vita. La seconda è Temperanza, che è regola e freno de la nostra gulositade e de la nostra soperchievole astinenza ne le cose che conservano la nostra vita. La terza si è Liberalitade, la quale è moderatrice del nostro dare e del nostro ricevere le cose temporali. 5. La quarta si è Magnificenza, la quale è moderatrice de le grandi spese, quelle facendo e sostenendo a certo termine. La quinta si è Magnanimitade, la quale è moderatrice e acquistatrice de’ grandi onori e fama. La sesta si è Amativa d’onore, la quale è moderatrice e ordina noi a li onori di questo mondo. La settima si è Mansuetudine, la quale modera la nostra ira e la nostra troppa pazienza contra li nostri mali esteriori. 6. L’ottava si è Affabilitade, la quale fa noi ben convenire con li altri. La nona si è chiamata Veritade, la quale modera noi dal vantare noi oltre che siamo e da lo diminuire noi oltre che siamo, in nostro sermone. La decima si è chiamata Eutrapelia, la quale modera noi ne li sollazzi facendo, quelli usando debitamente. L’undecima si è Giustizia, la quale ordina noi ad amare e operare dirittura in tutte cose. 7. E ciascuna di queste vertudi ha due inimici collaterali, cioè vizii, uno in troppo e un altro in poco; e queste tutte sono li mezzi intra quelli, e nascono tutte da uno principio, cioè da l’abito de la nostra buona elezione: onde generalmente si può dicere di tutte che siano abito elettivo consistente nel mezzo. 8. E queste sono quelle che fanno l’uomo beato, o vero felice, ne la loro operazione, sì come dice lo Filosofo nel primo de l’Etica quando diffinisce la Felicitade, dicendo che «Felicitade è operazione secondo virtude in vita perfetta». Bene si pone Prudenza, cioè senno, per molti, essere morale virtude, ma Aristotile dinumera quella intra le intellettuali; avvegna che essa sia conduttrice de le morali virtù e mostri la via per ch’elle si compongono e sanza quella essere non possono. 9. Veramente è da sapere che noi potemo avere in questa vita due felicitadi, secondo due diversi cammini, buono e ottimo, che a ciò ne menano: l’una è la vita attiva, e l’altra la contemplativa; la quale, avvegna che per l’attiva si pervegna, come detto è, a buona felicitade, ne mena ad ottima felicitade e beatitudine, secondo che pruova lo Filosofo nel decimo de l’Etica. 10. E Cristo l’afferma con la sua bocca, nel Vangelio di Luca, parlando a Marta, e rispondendo a quella: «Marta, Marta, sollicita se’ e turbiti intorno a molte cose: certamente una cosa è necessaria», cioè ’quello che fai’. E soggiugne: «Maria ottima parte ha eletta, la quale non le sarà tolta». E Maria, secondo che dinanzi è scritto a queste parole del Vangelio, a’ piedi di Cristo sedendo, nulla cura del ministerio de la casa mostrava; ma solamente le parole del Salvatore ascoltava. 11. Che se moralemente ciò volemo esponere, volse lo nostro Segnore in ciò mostrare che la contemplativa vita fosse ottima, tutto che buona fosse l’attiva: ciò è manifesto a chi ben vuole porre mente a le evangeliche parole. Potrebbe alcuno però dire, contra me argomentando: ’Poichè la felicitade de la vita contemplativa è più eccellente che quella de l’attiva, e l’una e l’altra possa essere e sia frutto e fine di nobilitade, perchè non anzi si procedette per la via de le virtù intellettuali che de le morali?’ 12. A ciò si può brievemente rispondere che in ciascuna dottrina si dee avere rispetto a la facultà del discente, e per quella via menarlo che più a lui sia lieve. Onde, perciò che le virtù morali paiano essere e siano più comuni e più sapute e più richieste che l’altre e [im]itate ne lo aspetto di fuori, utile e convenevole fu più per quello cammino procedere che per l’altro; chè così bene [non] si verrebbe a la conoscenza de le api per lo frutto de la cera ragionando come per lo frutto del mele, tutto che l’uno e l’altro da loro procede. ==CAPITOLO XVIII== 1. Nel precedente capitolo è diterminato come ogni vertù morale viene da uno principio, cioè buona e abituale elezione; e ciò importa lo testo presente infino a quella parte che comincia: Dico che nobiltate in sua ragione. 2. In questa parte adunque si procede per via probabile a sapere che ogni sopra detta virtude, singularmente o ver generalmente presa, proceda da nobilitade sì come effetto da sua cagione. E fondasi sopra una proposizione filosofica, che dice che quando due cose si truovano convenire in una, che ambo queste si deono riducere ad alcuno terzo, o vero l’una a l’altra, sì come effetto a cagione; però che una cosa avuta prima e per sè non può essere se non da uno: e se quelle non fossero ambedue effetto d’un terzo, o vero l’una de l’altra, ambedue avrebbero quella cosa prima e per sè, ch’è impossibile. 3. Dice adunque che nobilitade e vertute cotale, cioè morale, convegnono in questo, che l’una e l’altra importa loda di colui di cui si dice; e dico ciò quando dice: Per che in medesmo detto Convegnono ambedue, ch’en d’uno effetto, cioè lodare e rendere pregiato colui cui esser si dicono. E poi conchiude prendendo la vertude de la sopra notata proposizione, e dice che però conviene l’una procedere da l’altra, o vero ambe da un terzo; e soggiunge che più tosto è da presummere l’una venire da l’altra, che ambe da terzo, s’elli appare che l’una vaglia quanto l’altra, e più ancora; e ciò dice: Ma se l’una val ciò che l’altra vale. 4. Ove è da sapere che qui non si procede per necessaria dimostrazione, sì come sarebbe a dire, se lo freddo è generativo de l’acqua, e noi vedemo li nuvoli [generare acqua, che lo freddo è generativo de li nuvoli]; sì di bella e convenevole induzione, che se in noi sono più cose laudabili, [e] in noi è lo principio de le nostre lodi, ragionevole è queste a questo principio riducere; e quello che comprende più cose, più ragionevolemente si dee dire principio di quelle, che quelle principio di lui. 5. Chè lo piè de l’albero, che tutti li altri rami comprende, si dee principio dire e cagione di quelli, e non quelli di lui; e così nobilitade, [che] comprende ogni vertude, sì come cagione effetto comprende, [e] molte altre nostre operazioni laudabili, si dee avere per tale, che la vertude sia da ridurre ad essa prima che ad altro terzo che in noi sia. 6. Ultimamente dice, che quello ch’è detto (cioè, che ogni vertù morale vegna da una radice, e che vertù cotale e nobilitade convegnano in una cosa, come detto è di sopra; e che però si convegna l’una reducere a l’altra, o vero ambe ad uno terzo; e che se l’una vale quello che l’altra e più, di quella [questa] proceda maggiormente che d’altro terzo), tutto sia per supposto, cioè ordito e apparecchiato a quello che per innanzi s’intende. E così termina questo verso e questa presente parte. ==CAPITOLO XIX== 1. Poi che ne la precedente parte sono pertrattate certe cose e diterminate, ch’erano necessarie a vedere come diffinire si possa questa buona cosa di che si parla, procedere si conviene a la seguente parte, che comincia: È gentilezza dovunqu’è vertute. 2. E questa si vuole in due parti reducere: ne la prima si pruova certa cosa che dinanzi è toccata e lasciata non provata; ne la seconda, conchiudendo, si truova questa diffinizione che cercando si va. E comincia questa seconda parte: Dunque verrà, come dal nero il perso. 3. Ad evidenza de la prima parte, da reducere a memoria è che di sopra si dice che se nobilitade vale e si stende più che vertute, [vertute] più tosto procederà da essa. La qual cosa ora in questa parte pruova, cioè che nobilitade più si stenda; e rende essemplo del cielo, dicendo che dovunque è vertude, quivi è nobilitade. 4. E quivi si vuole sapere che, sì come scritto è in Ragione e per regola di Ragione si tiene, in quelle cose che per sè sono manifeste non è mestiere di pruova; e nulla n’è più manifesta che nobilitade essere dove è vertude, e ciascuna cosa volgarmente vedemo, in sua natura [virtuosa], nobile esser chiamata. 5. Dice dunque: Sì com’è ’l cielo dovunqu’è la stella, e non è questo vero e converso, cioè rivolto, che dovunque è cielo sia la stella, così è nobilitade dovunque è vertude, e non vertude dovunque nobilitade: e con bello e convenevole essemplo, chè veramente è cielo ne lo quale molte e diverse stelle rilucono. Riluce in essa le intellettuali e le morali virtudi; riluce in essa le buone disposizioni da natura date, cioè pietade e religione, e le laudabili passioni, cioè vergogna e misericordia e altre molte; riluce in essa le corporali bontadi, cioè bellezza, fortezza e quasi perpetua valitudine. 6. E tante sono le sue stelle, che [n]el cielo si stendono, che certo non è da maravigliare se molti e diversi frutti fanno ne la umana nobilitade; tante sono le nature e le potenze di quella, in una sotto una semplice sustanza comprese e adunate, ne le quali sì come in diversi rami fruttifica diversamente. Certo da dovvero ardisco a dire che la nobilitade umana, quanto è da la parte di molti suoi frutti, quella de l’angelo soperchia, tutto che l’angelica in sua unitade sia più divina. 7. Di questa nobilitade nostra, che in tanti e tali frutti fruttificava, s’accorse lo Salmista, quando fece quel Salmo che comincia: «Segnore nostro Iddio, quanto è ammirabile lo nome tuo ne l’universa terra!», là dove commenda l’uomo, quasi maravigliandosi del divino affetto in essa umana creatura, dicendo: «Che cosa è l’uomo, che tu, Dio, lo visiti? Tu l’hai fatto poco minore che li angeli, di gloria e d’onore l’hai coronato, e posto lui sopra l’opere de le mani tue». Veramente dunque bella e convenevole comparazione fu del cielo a l’umana nobilitade. 8. Poi quando dice: E noi in donna e in età novella, pruova ciò che dico, mostrando che la nobilitade si stenda in parte dove virtù non sia. E dice poi: vedem questa salute: e tocca nobilitade, che bene è vera salute, essere là dove è vergogna, cioè tema di disnoranza, sì come è ne le donne e ne li giovani, dove la vergogna è buona e laudabile; la qual vergogna non è virtù, ma certa passione buona. 9. E dice: E noi in donna e in età novella, cioè in giovani; però che, secondo che vuole lo Filosofo nel quarto de l’Etica, {{§|vergogna non è laudabile|«vergogna non è laudabile nè sta bene ne li vecchi e ne li uomini studiosi»}}, però che a loro si conviene di guardare da quelle cose che a vergogna li conducano. 10. A li giovani e a le donne non è tanto richesto di c[au]tela, e però in loro è laudabile la paura del disnore ricevere per la colpa; che da nobilitade viene, e nobilitade si puote credere e in loro chiamare, sì come viltade e ignobilitade la sfacciatezza. Onde buono e ottimo segno di nobilitade è ne li pargoli e imperfetti d’etade, quando dopo lo fallo nel viso loro vergogna si dipinge, che è allora frutto di vera nobilitade. ==CAPITOLO XX== 1. Quando appresso seguita: Dunque verrà, come dal nero il perso, procede lo testo a la diffinizione di nobilitade, la qual si cerca, e per la quale si potrà vedere che è questa nobilitade di che tanta gente erroneamente parla. Dice dunque, conchiudendo da quello che dinanzi detto è: dunque ogni vertude, o vero il gener loro, cioè l’abito elettivo consistente nel mezzo, verrà da questa, cioè nobilitade. 2. E rende essemplo ne li colori, dicendo: sì come lo perso dal nero discende, così questa, cioè vertude, discende da nobilitade. {{§|Lo perso è uno colore|Lo perso è uno colore misto di purpureo e di nero, ma vince lo nero, e da lui si dinomina; e così la vertù è una cosa mista di nobilitade e di passione; ma perchè la nobilitade vince in quella, è la vertù dinominata da essa, e appellata bontade.}} 3. Poi appresso argomenta, per quello che detto è, che nessuno, per poter dire: ’Io sono di cotale schiatta’, non dee credere essere con essa, se questi frutti non sono in lui. E rende incontanente ragione, dicendo che quelli che hanno questa grazia, cioè questa divina cosa, sono quasi come dei, sanza macula di vizio; e ciò dare non può se non Iddio solo, appo cui non è scelta di persone, sì come le divine Scritture manifestano. 4. E non paia troppo alto dire ad alcuno, quando si dice: Ch’elli son quasi dei; chè, sì come di sopra nel settimo capitolo del terzo trattato si ragiona, così come uomini sono vilissimi e bestiali, così uomini sono nobilissimi e divini, e ciò pruova Aristotile nel settimo de l’Etica per lo testo d’Omero poeta. 5. Sì che non dica quelli de li Uberti di Fiorenza, nè quelli de li Visconti da Melano: ’Perch’io sono di cotale schiatta, io sono nobile’; chè ’l divino seme non cade in ischiatta, cioè in istirpe, ma cade ne le singulari persone, e, sì come di sotto si proverà, la stirpe non fa le singulari persone nobili, ma le singulari persone fanno nobile la stirpe. 6. Poi, quando dice: Chè solo Iddio a l’anima la dona, ragione è del suscettivo, cioè del subietto dove questo divino dono discende: ch’è bene divino dono, secondo la parola de l’Apostolo: «Ogni ottimo dato e ogni dono perfetto di suso viene, discendendo dal padre de’ lumi». 7. Dice adunque che Dio solo porge questa grazia a l’anima di quelli cui vede stare perfettamente ne la sua persona, acconcio e disposto a questo divino atto ricevere. Chè, secondo dice lo Filosofo nel secondo de l’Anima, «le cose convengono essere disposte a li loro agenti, e a ricevere li loro atti»; onde se l’anima è imperfettamente posta, non è disposta a ricevere questa benedetta e divina infusione: sì come se una pietra margarita è male disposta, o vero imperfetta, la vertù celestiale ricever non può, sì come disse quel nobile {{Ac|Guido Guinizelli|Guido Guinizzelli}} in una sua canzone, che comincia: {{TestoCitato|Al cor gentil rempaira sempre amore|Al cor gentil ripara sempre Amore}}. 8. Puote adunque l’anima stare non bene ne la persona per manco di complessione, o forse per manco di temporale: e in questa cotale questo raggio divino mai non risplende. E possono dire questi cotali, la cui anima è privata di questo lume, che essi siano sì come valli volte ad aquilone, o vero spelunche sotterranee, dove la luce del sole mai non discende, se non ripercussa da altra parte da quella illuminata. 9. Ultimamente conchiude, e dice che, per quello che dinanzi detto è (cioè che le vertudi sono frutto di nobilitade, e che Dio questa metta ne l’anima che ben siede), che ad alquanti, cioè a quelli che hanno intelletto, che sono pochi, è manifesto che nobilitade umana non sia altro che ’seme di felicitade’, messo da Dio ne l’anima ben posta, cioè lo cui corpo è d’ogni parte disposto perfettamente. Chè se le vertudi sono frutto di nobilitade, e felicitade è dolcezza [per quelle] comparata, manifesto è essa nobilitade essere semente di felicitade, come detto è. 10. E se bene si guarda, questa diffinizione tutte e quattro le cagioni, cioè materiale, formale, efficiente e finale, comprende: materiale in quanto dice: ne l’anima ben posta, che è materia e subietto di nobilitade: formale in quanto dice che è seme; efficiente in quanto dice: Messo da Dio ne l’anima; finale in quanto dice: di felicità. E così è diffinita questa nostra bontade, la quale in noi similemente discende da somma e spirituale Virtude, come virtude in pietra da corpo nobilissimo celestiale. ==CAPITOLO XXI== 1. Acciò che più perfettamente s’abbia conoscenza de la umana bontade, secondo che in noi è principio di tutto bene, la quale nobilitade si chiama, da chiarire è in questo speziale capitolo come questa bontade discende in noi; e prima per modo naturale, e poi per modo teologico, cioè divino e spirituale. 2. In prima è da sapere che l’uomo è composto d’anima e di corpo; ma ne l’anima è quella; sì come detto è che è a guisa di semente de la virtù divina. Veramente per diversi filosofi de la differenza de le nostre anime fue diversamente ragionato: chè Avicenna e Algazel volsero che esse da loro e per loro principio fossero nobili e vili; e Plato e altri volsero che esse procedessero da le stelle, e fossero nobili e più e meno secondo la nobilitade de la stella. 3. Pittagora volse che tutte fossero d’una nobilitade, non solamente le umane, ma con le umane quelle de li animali bruti e de le piante, e le forme de le minere; e disse che tutta la differenza è de le corpora e de le forme. Se ciascuno fosse a difendere la sua oppinione, potrebbe essere che la veritade si vedrebbe essere in tutte; ma però che ne la prima faccia paiono un poco lontane dal vero, non secondo quelle procedere si conviene, ma secondo l’oppinione d’Aristotile e de li Peripatetici. 4. E però dico che quando l’umano seme cade nel suo recettaculo, cioè ne la matrice, esso porta seco la vertù de l’anima generativa e la vertù del cielo e la vertù de li elementi legati, cioè la complessione; e matura e dispone la materia a la vertù formativa, la quale diede l’anima del generante; e la vertù formativa prepara li organi a la vertù celestiale, che produce de la potenza del seme l’anima in vita. 5. La quale, incontanente produtta, riceve da la vertù del motore del cielo lo intelletto possibile; lo quale potenzialmente in sè adduce tutte le forme universali, secondo che sono nel suo produttore, e tanto meno quanto più dilungato da la prima Intelligenza è. 6. Non si maravigli alcuno, s’io parlo sì che par forte ad intendere; chè a me medesimo pare maraviglia, come cotale produzione si può pur conchiudere e con lo intelletto vedere. Non è cosa da manifestare a lingua, lingua, dico, veramente volgare. Per che io voglio dire come l’Apostolo: «O altezza de le divizie de la sapienza di Dio, come sono incomprensibili li tuoi giudicii e investigabili le tue vie!». 7. E però che la complessione del seme puote essere migliore e men buona, e la disposizione del seminante puote essere migliore e men buona, e la disposizione del Cielo a questo effetto puote essere buona, migliore e ottima (la quale si varia per le constellazioni, che continuamente si transmutano); incontra che de l’umano seme e di queste vertudi più pura [e men pura] anima si produce; e, secondo la sua puritade, discende in essa la vertude intellettuale possibile che detta è, e come detto è. 8. E s’elli avviene che, per la puritade de l’anima ricevente, la intellettuale vertude sia bene astratta e assoluta da ogni ombra corporea, la divina bontade in lei multiplica, sì come in cosa sufficiente a ricevere quella, e quindi sì multiplica ne l’anima questa intelligenza, secondo che ricevere puote. E questo è quel seme di felicitade del quale al presente si parla. 9. E ciò è concordevole a la sentenza di Tullio in quello De Senectute, che, parlando in persona di Catone, dice: «Imperciò celestiale anima discese in noi, de l’altissimo abitaculo venuta in loco lo quale a la divina natura e a la etternitade è contrario». E in questa cotale anima è la vertude sua propria, e la intellettuale, e la divina, cioè quella influenza che detta è: però è scritto nel libro de le Cagioni: «Ogni anima nobile ha tre operazioni, cioè animale, intellettuale e divina». 10. E sono alcuni di tale oppinione che dicono, se tutte le precedenti vertudi s’accordassero sovra la produzione d’un’anima ne la loro ottima disposizione, che tanto discenderebbe in quella de la deitade, che quasi sarebbe un altro Iddio incarnato. E quasi questo è tutto ciò che per via naturale dicere si puote. 11. Per via teologica si può dire che, poi che la somma deitade, cioè Dio, vede apparecchiata la sua creatura a ricevere del suo beneficio, tanto largamente in quella ne mette quanto apparecchiata è a riceverne. E però che da ineffabile caritate vegnono questi doni, e la divina caritate sia appropriata a lo Spirito Santo, quindi è che chiamati sono doni di Spirito Santo. 12. Li quali, secondo che li distingue Isaia profeta, sono sette, cioè Sapienza, Intelletto, Consiglio, Fortezza, Scienza, Pietade e Timore di Dio. Oh buone biade, e buona e ammirabile sementa! e oh ammirabile e benigno seminatore, che non attende se non che la natura umana li apparecchi la terra a seminare! e beati quelli che tale sementa coltivano come si conviene! 13. Ove è da sapere che ’l primo e lo più nobile rampollo che germogli di questo seme, per essere fruttifero, si è l’appetito de l’animo, lo quale in greco è chiamato ’hormen’. E se questo non è bene culto e sostenuto diritto per buona consuetudine, poco vale la sementa, e meglio sarebbe non essere seminato. 14. E però vuole santo Augustino, e ancora Aristotile nel secondo de l’Etica, che l’uomo s’ausi a ben fare e a rifrenare le sue passioni, acciò che questo tallo, che detto è, per buona consuetudine induri, e rifermisi ne la sua rettitudine, sì che possa fruttificare, e del suo frutto uscire la dolcezza de l’umana felicitade. ==CAPITOLO XXII== 1. Comandamento è de li morali filosofi che de li benefici hanno parlato, che l’uomo dee mettere ingegno e sollicitudine in porgere li suoi benefici quanto puote [utili] più al ricevitore; onde io, volendo a cotale imperio essere obediente, intendo questo mio Convivio per ciascuna de le sue parti rendere utile quanto più mi sarà possibile. 2. E però che in questa parte occorre a me di potere alquanto ragionare [de l'umana felicitade, de la sua dolcezza ragionare] intendo; chè più utile ragionamento fare non si può a coloro che non la conoscono. Chè, sì come dice lo Filosofo nel primo de l’Etica e Tullio in quello del Fine de’ Beni, male tragge al segno quelli che nol vede; e così male può ire a questa dolcezza chi prima non l’avvisa. 3. Onde, con ciò sia cosa che essa sia finale nostro riposo, per lo quale noi vivemo e operiamo ciò che facemo, utilissimo e necessario è questo segno vedere, per dirizzare a quello l’arco de la nostra operazione. E massimamente è da gradire quelli che a coloro che non veggiano l’addita. 4. Lasciando dunque stare l’oppinione che di quello ebbe Epicuro filosofo, e di quello ebbe Zenone, venire intendo sommariamente a la verace oppinione d’Aristotile e de li altri Peripatetici. Sì come detto è di sopra, de la divina bontade, in noi seminata e infusa dal principio de la nostra generazione, nasce uno rampollo, che li Greci chiamano ’hormen’, cioè appetito d’animo naturale. 5. E sì come ne le biade che, quando nascono, dal principio hanno quasi una similitudine ne l’erba essendo, e poi si vengono per processo dissimigliando; così questo naturale appetito, che de la divina grazia surge, dal principio quasi si mostra non dissimile a quello che pur da natura nudamente viene, ma con esso, sì come l’erbate quasi di diversi biadi, si simiglia. E non pur ne li uomini, ma ne li uomini e ne le bestie ha similitudine; e ['n] questo appare, che ogni animale, sì come elli è nato, razionale come bruto, se medesimo ama, e teme e fugge quelle cose che a lui sono contrarie, e quelle odia. 6. Procedendo poi, sì come detto è, comincia una dissimilitudine tra loro, nel procedere di questo appetito, chè l’uno tiene uno cammino e l’altro un altro. Sì come dice l’Apostolo: «Molti corrono al palio, ma uno è quelli che ’l prende», così questi umani appetiti per diversi calli dal principio se ne vanno, e uno solo calle è quello che noi mena a la nostra pace. E però, lasciando stare tutti li altri, col trattato è da tenere dietro a quello che bene comincia. 7. Dico adunque che dal principio se stesso ama, avvegna che indistintamente; poi viene distinguendo quelle cose che a lui sono più amabili e meno, e più odibili [e meno], e seguita e fugge più e meno, secondo la conoscenza distingue non solamente ne l’altre cose, che secondamente ama, ma eziandio distingue in sè, che ama principalmente. 8. E conoscendo in sè diverse parti, quelle che in lui sono più nobili, più ama quelle; e con ciò sia cosa che più [nobile] parte de l’uomo sia l’animo che ’l corpo, quello più ama. E così, amando sè principalmente, e per sè l’altre cose, e amando di sè la migliore parte più, manifesto è che più ama l’animo che ’l corpo o che altra cosa: lo quale animo naturalmente più che altra cosa dee amare. 9. Dunque, se la mente si dil[et]ta sempre ne l’uso de la cosa amata, che è frutto d’amore, [e] in quella cosa che massimamente è amata è l’uso massimamente dilettoso, l’uso del nostro animo è massimamente dilettoso a noi. E quello che massimamente è dilettoso a noi, quello è nostra felicitade e nostra beatitudine, oltre la quale nullo diletto è maggiore, nè nullo altro pare; sì come veder si puote, chi bene riguarda la precedente ragione. 10. E non dicesse alcuno che ogni appetito sia animo; chè qui s’intende animo solamente quello che spetta a la parte razionale, cioè la volontade e lo intelletto; sì che se volesse chiamare animo l’appetito sensitivo, qui non ha luogo, nè instanza puote avere, chè nullo dubita che l’appetito razionale non sia più nobile che ’l sensuale, e però più amabile: e così è questo di che ora si parla. Veramente l’uso del nostro animo è doppio, cioè pratico e speculativo (pratico è tanto quanto operativo), l’uno e l’altro dilett[os]issimo, avvegna che quello del contemplare sia più, sì come di sopra è narrato. 11. Quello del pratico si è operare per noi virtuosamente, cioè onestamente, con prudenza, con temperanza, con fortezza e con giustizia; quello de lo speculativo si è non operare per noi, ma considerare l’opere di Dio e de la natura. E questo [come] quell’altro è nostra beatitudine e somma felicitade, sì come vedere si può; la quale è la dolcezza del sopra notato seme, sì come omai manifestamente appare, a la quale molte volte cotale seme non perviene per male essere coltivato, e per essere disviata la sua pullulazione. 12. E similemente puote essere per molta corr[e]zione e cultura; chè là dove questo seme dal principio non cade, si puote inducere [n]el suo processo, sì che perviene a questo frutto; ed è uno modo quasi d’insetare l’altrui natura sopra diversa radice. E però nullo è che possa essere scusato; chè se da sua naturale radice uomo non ha questa sementa, ben la puote avere per via d’insetazione. Così fossero tanti quelli di fatto che s’insetassero, quanti sono quelli che da la buona radice si lasciano disviare! 13. Veramente di questi usi l’uno è più pieno di beatitudine che l’altro; sì come è lo speculativo, lo quale sanza mistura alcuna è uso de la nostra nobilissima parte, la quale, per lo radicale amore che detto è, massimamente è amabile, sì com’è lo ’ntelletto. E questa parte in questa vita perfettamente lo suo uso avere non puote - lo quale [è ved]ere [in s]è Iddio ch’è sommo intelligibile -, se non in quanto considera lui e mira lui per li suoi effetti. 14. E che noi domandiamo questa beatitudine per somma, e non altra, cioè quella de la vita attiva, n’ammaestra lo Vangelio di Marco, se bene quello volemo guardare. Dice Marco che Maria Maddalena e Maria Iacobi e Maria Salomè andaro per trovare lo Salvatore al monimento, e quello non trovaro; ma trovaro uno giovane vestito di bianco che disse loro: «Voi domandate lo Salvatore, e io vi dico che non è qui; e però non abbiate temenza, ma ite, e dite a li discepoli suoi e a Piero che elli li precederà in Galilea; e quivi lo vedrete, sì come vi disse». 15. Per queste tre donne si possono intendere le tre sette de la vita attiva, cioè li Epicurei, li Stoici e li Peripatetici, che vanno al monimento, cioè al mondo presente che è recettaculo di corruttibili cose, e domandano lo Salvatore, cioè la beatitudine, e non la truovano; ma uno giovane truovano in bianchi vestimenti, lo quale, secondo la testimonianza di Matteo e anche de li altri, era angelo di Dio. E però Matteo disse: «L’angelo di Dio discese di cielo, e vegnendo volse la pietra e sedea sopra essa. E ’l suo aspetto era come folgore, e le sue vestimenta erano come neve». 16. Questo angelo è questa nostra nobilitade che da Dio viene, come detto è, che ne la nostra ragione parla, e dice a ciascuna di queste sette, cioè a qualunque va cercando beatitudine sue ne la vita attiva, che non è qui; ma vada, e dicalo a li discepoli e a Piero, cioè a coloro che ’l vanno cercando, e a coloro che sono sviati, sì come Piero che l’avea negato, che in Galilea li precederà: cioè che la beatitudine precederà noi in Galilea, cioè ne la speculazione. 17. Galilea è tanto a dire quanto bianchezza. Bianchezza è uno colore pieno di luce corporale più che nullo altro; e così la contemplazione è più piena di luce spirituale che altra cosa che qua giù sia. E dice: ’Elli precederà’; e non dice: ’Elli sarà con voi’: a dare a intendere che ne la nostra contemplazione Dio sempre precede, nè mai lui giugnere potemo qui, lo quale è nostra beatitudine somma. E dice: ’Quivi lo vedrete, sì come disse’: cioè quivi avrete de la sua dolcezza, cioè de la felicitade, sì come a voi è promesso qui; cioè, sì come stabilito è che voi avere possiate. 18. E così appare che nostra beatitudine (questa felicitade di cui si parla) prima trovare potemo quasi imperfetta ne la vita attiva, cioè ne le operazioni de le morali virtudi, e poi perfetta quasi ne le operazioni de le intellettuali. Le quali due operazioni sono vie espedite e dirittissime a menare a la somma beatitudine, la quale qui non si puote avere, come appare pur per quello che detto è. ==CAPITOLO XXIII== 1. Poi che dimostrata sufficientemente pare la diffinizione di nobilitade, e quella per le sue parti, come possibile è stato, è dichiarata, sì che vedere si puote omai che è lo nobile uomo, da procedere pare a la parte del testo che comincia: L’anima cui adorna esta bontate; ne la quale si mostrano li segni per li quali conoscere si puote il nobile uomo che detto è. 2. E dividesi questa parte in due: che ne la prima s’afferma che questa nobilitade luce e risplende per tutta la vita del nobile, manifestamente; ne la seconda si dimostra specificamente ne li suoi splendori, e comincia questa seconda parte: Ubidente, soave e vergognosa. 3. Intorno de la prima è da sapere che questo seme divino, di cui parlato è di sopra, ne la nostra anima incontanente germoglia, mettendo e diversificando per ciascuna potenza de l’anima, secondo la essigenza di quella. Germoglia dunque per la vegetativa, per la sensitiva e per la razionale; e dibrancasi per le vertuti di quelle tutte, dirizzando quelle tutte a le loro perfezioni, e in quelle sostenendosi sempre infino al punto che, con quella parte de la nostra anima che mai non muore, a l’altissimo e gloriosissimo seminadore al cielo ritorna. 4. E questo dice per quella prima che detta è. Poi quando comincia: Ubidente, soave e vergognosa, mostra quello per che potemo conoscere l’uomo nobile a li segni apparenti, che sono, di questa bontade divina, operazione; e partesi questa parte in quattro, secondo che per quattro etadi diversamente adopera, sì come per l’adolescenza, per la gioventute, per la senettute e per lo senio. E comincia la seconda parte: In giovinezza, temperata e forte; la terza comincia: E ne la sua senetta; la quarta comincia: Poi ne la quarta parte de la vita. In quest[o] è la sentenza di questa parte in generale. Intorno a la quale si vuole sapere che ciascuno effetto, in quanto effetto è, riceve la similitudine de la sua cagione, quanto è più possibile di ritenere. 6. Onde, con ciò sia cosa che la nostra vita, sì come detto è, ed ancora d’ogni vivente qua giù, sia causata dal cielo, e lo cielo a tutti questi cotali effetti, non per cerchio compiuto, ma per parte di quello a loro si scuopra; e così conviene che ’l suo movimento sia sopra essi come uno arco quasi, [e] tutte le [terrene] vite (e dico [terrene], sì de li [uomini] come de li altri viventi), [mon]tando e volgendo, convengono essere quasi ad imagine d’arco assimiglianti. Tornando dunque a la nostra, sola de la quale al presente s’intende, sì dico ch’ella procede a imagine di questo arco, montando e discendendo. 7. Ed è da sapere che questo arco [di giù, come l'arco] di su sarebbe eguale, se la materia de la nostra seminale complessione non impedisse la regola de la umana natura. Ma però che l’umido radicale [è] meno e più, e di migliore qualitade e [men buona], e più ha durare [in uno] che in uno altro effetto - lo qual è subietto e nutrimento del calore, che è nostra vita -, avviene che l’arco de la vita d’un uomo è di minore e di maggiore tesa che quello de l’altro. 8. E alcuna morte è violenta, o vero per accidentale infertade affrettata; ma solamente quella che naturale è chiamata dal vulgo, e che è, è quel termine del quale si dice per lo Salmista: «Ponesti termine, lo quale passare non si può». E però che lo maestro de la nostra vita Aristotile s’accorse di questo arco di che ora si dice, parve volere che la nostra vita non fosse altro che uno salire e uno scendere: però dice in quello dove tratta di Giovinezza e di Vecchiezza, che giovinezza non è altro se non accrescimento di quella. 9. Là dove sia lo punto sommo di questo arco, per quella disaguaglianza che detta è di sopra, è forte da sapere; ma ne li più io credo tra il trentesimo e quarantesimo anno, e io credo che ne li perfettamente naturati esso ne sia nel trentacinquesimo anno. 10. E muovemi questa ragione: che ottimamente naturato fue lo nostro salvatore Cristo, lo quale volle morire nel trentaquattresimo anno de la sua etade; chè non era convenevole la divinitade stare [in] cos[a] in discresc[er]e, nè da credere è ch’elli non volesse dimorare in questa nostra vita al sommo, poi che stato c’era nel basso stato de la puerizia. 11. E ciò manifesta l’ora del giorno de la sua morte, chè volle quella consimigliare con la vita sua; onde dice Luca che era quasi ora sesta quando morio, che è a dire lo colmo del die. Onde si può comprendere per quello ’quasi’ che al trentacinquesimo anno di Cristo era lo colmo de la sua etade. 12. Veramente questo arco non pur per mezzo si distingue da le scritture; ma, seguendo le quattro combina[zioni] de le contrarie qualitadi che sono ne la nostra composizione, a le quali pare essere appropriata, dico a ciascuna, una parte de la nostra etade, in quattro parti si divide, e chiamansi quattro etadi. 13. La prima è Adolescenza, che s’appropria al caldo e a l’umido; la seconda si è Gioventute, che s’appropria al caldo e al secco; la terza si è Senettute, che s’appropria al freddo e al secco; la quarta si è Senio, che s’appropria al freddo e a l’umido, secondo che nel quarto de la Metaura scrive Alberto. 14. E queste parti si fanno simigliantemente ne l’anno, in primavera, in estate, in autunno e in inverno; e nel die, ciò è infino a la terza, e poi infino a la nona (lasciando la sesta, nel mezzo di questa parte, per la ragione che si discerne), e poi infino al vespero e dal vespero innanzi. E però li gentili, cioè li pagani, diceano che ’l carro del sole avea quattro cavalli: lo primo chiamavano Eoo, lo secondo Pirroi, lo terzo Eton, lo quarto Flegon, secondo che scrive Ovidio nel secondo del Metamorfoseos. 15. Intorno a le parti del giorno è brievemente da sapere che, come detto è di sopra nel sesto del terzo trattato, la Chiesa usa, ne la distinzione de le ore, [le ore] del dì temporali, che sono in ciascuno die dodici, o grandi o piccole, secondo la quantitade del sole; e però che la sesta ora, cioè lo mezzo die, è la più nobile di tutto lo die e la più virtuosa, li suoi offici appressa quivi da ogni parte, cioè da prima e di poi, quanto puote. 16. E però l’officio de la prima parte del die, cioè la terza, si dice in fine di quella; e quello de la terza parte e de la quarta si dice ne li principii. E però si dice mezza terza, prima che suoni per quella parte; e mezza nona, poi che per quella parte è sonato; e così mezzo vespero. E però sappia ciascuno che, ne la diritta nona, sempre dee sonare nel cominciamento de la settima ora del die: e questo basti a la presente digressione. ==CAPITOLO XXIV== 1. Ritornando al proposito, dico che la umana vita si parte per quattro etadi. La prima si chiama Adolescenzia, cioè ’accrescimento di vita’; la seconda si chiama Gioventute, cioè ’etade che puote giovare’, cioè perfezione dare, e così s’intende perfetta - chè nullo puote dare se non quello ch’elli ha -; la terza si chiama Senettute; la quarta si chiama Senio, sì come di sopra detto è. 2. De la prima nullo dubita, ma ciascuno savio s’accorda ch’ella dura in fino al venticinquesimo anno; e però che infino a quel tempo l’anima nostra intende a lo crescere e a lo abbellire del corpo, onde molte e grandi transmutazioni sono ne la persona, non puote perfettamente la razionale parte discernere. Per che la Ragione vuole che dinanzi a quella etade l’uomo non possa certe cose fare sanza curatore di perfetta etade. 3. De la seconda, la quale veramente è colmo de la nostra vita, diversamente è preso lo tempo da molti. Ma, lasciando ciò che ne scrivono li filosofi e li medici, e tornando a la ragione propria, dico che ne li più, ne li quali prendere si puote e dee ogni naturale giudicio, quella etade è venti anni. E la ragione che ciò mi dà si è che, se ’l colmo del nostro arco è ne li trentacinque, tanto quanto questa etade ha di salita tanto dee avere di scesa; e quella salita e quella scesa è quasi lo tenere de l’arco, nel quale poco di flessione si discerne. 4. Avemo dunque che la gioventute nel quarantacinquesimo anno si compie. E sì come l’adolescenzia è in venticinque anni che precede, montando, a la gioventute, così lo discendere, cioè la senettute, è [in] altrettanto tempo che succede a la gioventute; e così si termina la senettute nel settantesimo anno. 5. Ma però che l’adolescenza non comincia dal principio de la vita, pigliandola per lo modo che detto è, ma presso a otto anni dopo quell[o]; e però che la nostra natura si studia di salire, e a lo scendere raffrena, però che lo caldo naturale è menomato, e puote poco, e l’umido è ingrossato (non per[ò] in quantitade, ma p[ur] in qualitade, sì ch’è meno vaporabile e consumabile), avviene che oltre la senettute rimane de la nostra vita forse in quantitade di diece anni, o poco più o poco meno: e questo tempo si chiama senio. 6. Onde avemo di Platone, del quale ottimamente si può dire che fosse naturato e per la sua perfezione e per la fisonomia che di lui prese Socrate quando prima lo vide, che esso vivette ottantuno anno, secondo che testimonia Tullio in quello De Senectute. E io credo che se Cristo fosse stato non crucifisso, e fosse vivuto lo spazio che la sua vita poteva secondo natura trapassare, elli sarebbe a li ottantuno anno di mortale corpo in etternale transmutato. 7. Veramente, sì come di sopra detto è, queste etadi possono essere più lunghe e più corte secondo la complessione nostra e la composizione; ma, come elle siano in questa proporzione, come detto è, in tutti mi pare da servare, cioè di fare l’etadi in quelli cotali e più lunghe e meno secondo la integritade di tutto lo tempo de la naturale vita. Per queste tutte etadi questa nobilitade, di cui si parla, diversamente mostra li suoi effetti ne l’anima nobilitata; e questo è quello che questa parte, sopra la quale al presente si scrive, intende a dimostrare. 8. Dov’è da sapere che la nostra buona e diritta natura ragionevolmente procede in noi, sì come vedemo procedere la natura de le piante in quelle; e però altri costumi e altri portamenti sono ragionevoli ad una etade più che ad altra, ne li quali l’anima nobilitata ordinatamente procede per una semplice via, usando li suoi atti ne li loro tempi ed etadi sì come a l’ultimo suo frutto sono ordinati. E Tullio in ciò s’accorda in quello De Senectute. 9. E lasciando lo figurato che di questo diverso processo de l’etadi tiene Virgilio ne lo Eneida, e lasciando stare quello che Egidio eremita ne dice ne la prima parte de lo Reggimento de’ Principi, e lasciando stare quello che ne tocca Tullio in quello de li Offici, e seguendo solo quello che la ragione per sè ne puote vedere, dico che questa prima etade è porta e via per la quale s’entra ne la nostra buona vita. 10. E questa entrata conviene avere di necessitade certe cose, le quali la buona natura, che non viene meno ne le cose necessarie, ne dà; sì come vedemo che dà a la vite le foglie per difensione del frutto, e li vignuoli con li quali difende e lega la sua imbecillitade, sì che sostiene lo peso del suo frutto. 11. Dà adunque la buona natura a questa etade quattro cose, necessarie a lo entrare ne la cittade del bene vivere. La prima si è obedienza; la seconda soavitade; la terza vergogna; la quarta adornezza corporale, sì come dice lo testo ne la prima particola. 12. È dunque da sapere, che sì come quello che mai non fosse stato in una cittade, non saprebbe tenere le vie sanza insegnamento di colui che l’hae usata; così l’adolescente, che entra ne la selva erronea di questa vita, non saprebbe tenere lo buono cammino, se da li suoi maggiori non li fosse mostrato. Nè lo mostrare varrebbe, se a li loro comandamenti non fosse obediente; e però fu a questa etade necessaria la obedienza. 13. Ben potrebbe alcuno dire così: dunque potrà essere detto quelli obediente che crederà li malvagi comandamenti, come quelli che crederà li buoni? Rispondo che non fia quella obedienza, ma transgressione: chè se lo re comanda una via e lo servo ne comanda un’altra, non è da obedire lo servo; chè sarebbe disobedire lo re e così sarebbe transgressione. 14. E però dice Salomone, quando intende correggere suo figlio (e questo è lo primo suo comandamento): «Audi, figlio mio, l’ammaestramento del tuo padre». E poi lo rimuove incontanente da l’altrui reo consiglio e ammaestramento, dicendo: ’Non ti possano quello fare di lusinghe nè di diletto li peccatori, che tu vadi con loro’. Onde, sì come, nato, tosto lo figlio a la tetta de la madre s’apprende, così tosto, come alcuno lume d’animo in esso appare, si dee volgere a la correzione del padre, e lo padre lui ammaestrare. 15. E guardisi che non li dea di sè essemplo ne l’opera, che sia contrario a le parole de la correzione: chè naturalmente vedemo ciascuno figlio più mirare a le vestigie de li paterni piedi che a l’altre. E però dice e comanda la Legge, che a ciò provede, che la persona del padre sempre santa e onesta dee apparere a li suoi figli; e così appare che la obedienza fue necessaria in questa etade. 16. E però scrive Salomone ne li Proverbi, che quelli che umilemente e obedientemente sostiene dal correttore le sue corrett[iv]e riprensioni, «sarà glorioso»; e dice ’sarà’, a dare ad intendere che elli parla a lo adolescente, che non puote essere, ne la presente etade. E se alcuno calunniasse: ’Ciò che detto è, è pur del padre e non d’altri’, dico che al padre si dee riducere ogni altra obedienza. 17. Onde dice l’Apostolo a li Colossensi: «Figliuoli, obedite a li vostri padri per tutte cose, per ciò che questo vuole Iddio». E se non è in vita lo padre, riducere si dee a quelli che per lo padre è ne l’ultima volontade in padre lasciato; e se lo padre muore intestato, riducere si dee a colui cui la Ragione commette lo suo governo. 18. E poi deono essere obediti maestri e maggiori, c[ui] in alcuno modo pare dal padre, o da quelli che loco paterno tiene, essere commesso. Ma però che lungo è stato lo capitolo presente per le utili digressioni che contiene, per l’altro capitolo l’altre cose sono da ragionare. ==CAPITOLO XXV== 1. Non solamente questa anima e natura buona in adolescenza è obediente, ma eziandio soave; la quale cosa è l’altra ch’è necessaria in questa etade a bene intrare ne la porta de la gioventute. Necessaria è, poi che noi non potemo perfetta vita avere sanza amici, sì come ne l’ottavo de l’Etica vuole Aristotile; e la maggiore parte de l’amistadi si paiono seminare in questa etade prima, però che in essa comincia l’uomo ad essere grazioso, o vero lo contrario: la quale grazia s’acquista per soavi reggimenti, che sono dolce e cortesemente parlare, dolce e cortesemente servire e operare. 2. E però dice Salomone a lo adolescente figlio: «Li schernidori Dio li schernisce, e a li mansueti Dio darà grazia». E altrove dice: «Rimuovi da te la mala bocca, e li altri atti villani siano di lungi da te». Per che appare, che necessaria sia questa soavitade, come detto è. 3. Anche è necessaria a questa etade la passione de la vergogna; e però la buona e nobile natura in questa etade la mostra, sì come lo testo dice. E però che la vergogna è apertissimo segno in adolescenza di nobilitade, perchè quivi è massimamente necessaria al buono fondamento de la nostra vita, a lo quale la nobile natura intende, di quella è alquanto con diligenza da parlare. 4. Dico che per vergogna io intendo tre passioni necessarie al fondamento de la nostra vita buona: l’una si è stupore; l’altra si è pudore; la terza si è verecundia; avvegna che la volgare gente questa distinzione non discerna. E tutte e tre queste sono necessarie a questa etade per questa ragione: a questa etade è necessario d’essere reverente e disidiroso di sapere; a questa etade è necessario d’essere rifrenato, sì che non transvada; a questa etade è necessario d’essere penitente del fallo, sì che non s’ausi a fallare. E tutte queste cose fanno le passioni sopra dette, che vergogna volgarmente sono chiamate. 5. Chè lo stupore è uno stordimento d’animo per grandi e maravigliose cose vedere o udire o per alcuno modo sentire: che, in quanto paiono grandi, fanno reverente a sè quelli che le sente; in quanto paiono mirabili, fanno voglioso di sapere di quelle. E però li antichi regi ne le loro magioni faceano magnifici lavorii d’oro e di pietre e d’artificio, acciò che quelli che le vedessero divenissero stupidi, e però reverenti, e domandatori de le condizioni onorevoli de lo rege. 6. E però dice Stazio, lo dolce poeta, nel primo de la Tebana Istoria, che quando Adrasto, rege de li Argi, vide Polinice coverto d’un cuoio di leone, e vide Tideo coverto d’un cuoio di porco selvatico, e ricordossi del risponso che Apollo dato avea per le sue figlie, che esso divenne stupido; e però più reverente e più disideroso di sapere. 7. Lo pudore è uno ritraimento d’animo da laide cose, con paura di cadere in quelle; sì come vedemo ne le vergini e ne le donne buone e ne li adolescenti, che tanto sono pudici, che non solamente là dove richesti o tentati sono di fallare, ma dove pure alcuna imaginazione di venereo compimento avere si puote, tutti si dipingono ne la faccia di palido o di rosso colore. 8. Onde dice lo sopra notato poeta ne lo allegato libro primo di Tebe, che quando Aceste, nutrice d’Argia e di Deifile, figlie d’Adrasto rege, le menò dinanzi da li occhi del santo padre ne la presenza de li due peregrini, cioè Polinice e Tideo, le vergini palide e rubicunde si fecero, e li loro occhi fuggiro da ogni altrui sguardo, e solo ne la paterna faccia, quasi come sicuri, si tennero. 9. Oh quanti falli rifrena esto pudore! quante disoneste cose e dimande fa tacere! quante disoneste cupiditati raffrena! quante male tentazioni non pur ne la pudica persona diffida, ma eziandio in quello che la guarda! quante laide parole ritene! Chè, sì come dice Tullio nel primo de li Offici: Nullo atto è laido, che non sia laido quello nominare; e però lo pudico e nobile uomo mai non parla sì, che ad una donna non fossero oneste le sue parole. Ahi quanto sta male a ciascuno nobile uomo che onore vada cercando, menzionare cose che ne la bocca d’ogni donna stean male! 10. La verecundia è una paura di disonoranza per fallo commesso; e di questa paura nasce un pentimento del fallo, lo quale ha in sè una amaritudine che è gastigamento a più non fallire. Onde dice questo medesimo poeta, in quella medesima parte, che quando Polinice fu domandato da Adrasto rege del suo essere, ch’elli dubitò prima di dicere, per vergogna del fallo che contra lo padre fatto avea, e ancora per li falli d’Edippo suo padre, chè paiono rimanere in vergogna del figlio; e non nominò suo padre, ma li antichi suoi e la terra e la madre. Per che bene appare, vergogna essere necessaria in quella etade. 11. E non pure obedienza, soavitade e vergogna la nobile natura in questa etade dimostra, ma dimostra bellezza e snellezza nel corpo; sì come dice lo testo quando dice: E sua persona adorna. E questo ’adorna’ è verbo e non nome: verbo, dico, indicativo del tempo presente in terza persona. Ove è da sapere che anco è necessaria questa opera a la nostra buona vita; chè la nostra anima conviene grande parte de le sue operazioni operare con organo corporale, e allora opera bene che ’l corpo è bene per le sue parti ordinato e disposto. 12. E quando elli è bene ordinato e disposto, allora è bello per tutto e per le parti; chè l’ordine debito de le nostre membra rende uno piacere non so di che armonia mirabile, e la buona disposizione, cioè la sanitade, getta sopra quelle uno colore dolce a riguardare. 13. E così dicere che la nobile natura lo suo corpo abbellisca e faccia conto e accorto, non è altro a dire se non che l’acconcia a perfezione d’ordine, e, co[sì questa come l']altre cose che ragionate sono, appare essere necessarie a l’adolescenza: le quali la nobile anima, cioè la nobile natura, [dà, e] ad esse primamente intende, sì come cosa che, come detto è, da la divina provedenza è seminata. ==CAPITOLO XXVI== 1. Poi che sopra la prima particola di questa parte, che mostra quello per che potemo conoscere l’uomo nobile a li segni apparenti, è ragionato, da procedere è a la seconda parte, la quale comincia: In giovinezza, temperata e forte. 2. Dice adunque che sì come la nobile natura in adolescenza ubidente, soave e vergognosa, e adornatrice de la sua persona si mostra, così ne la gioventute si fa temperata, forte, amorosa, cortese e leale: le quali cinque cose paiono, e sono, necessarie a la nostra perfezione, in quanto avemo rispetto a noi medesimi. 3. E intorno di ciò si vuole sapere che tutto quanto la nobile natura prepara ne la prima etade, è apparecchiato e ordinato per provedimento di Natura universale, che ordina la particulare a sua perfezione. Questa perfezione nostra si può doppiamente considerare. Puotesi considerare secondo che ha rispetto a noi medesimi: e questa ne la nostra gioventute si dee avere, che è colmo de la nostra vita. 4. Puotesi considerare secondo che ha rispetto ad altri; e però che prima conviene essere perfetto, e poi la sua perfezione comunicare ad altri, convienesi questa secondaria perfezione avere appresso questa etade, cioè ne la senettute, sì come di sotto si dicerà. 5. Qui adunque è da reducere a mente quello che di sopra, nel ventiduesimo capitolo di questo trattato, si ragiona de lo appetito che in noi dal nostro principio nasce. Questo appetito mai altro non fa che cacciare e fuggire; e qualunque ora esso caccia quello che e quanto si conviene, e fugge quello che e quanto si conviene, l’uomo è ne li termini de la sua perfezione. 6. Veramente questo appetito conviene essere cavalcato da la ragione; chè sì come uno sciolto cavallo, quanto ch’ello sia di natura nobile, per sè, sanza lo buono cavalcatore, bene non si conduce, così questo appetito, che irascibile e concupiscibile si chiama, quanto ch’ello sia nobile, a la ragione obedire conviene, la quale guida quello con freno e con isproni, come buono cavaliere. 7. Lo freno usa quando elli caccia, e chiamasi quello freno temperanza, la quale mostra lo termine infino al quale è da cacciare; lo sprone usa quando fugge, per lui tornare a lo loco onde fuggire vuole, e questo sprone si chiama fortezza, o vero magnanimitate, la quale vertute mostra lo loco dove è da fermarsi e da pugnare. 8. E così infrenato mostra Virgilio, lo maggiore nostro poeta, che fosse Enea, ne la parte de lo Eneida ove questa etade si figura; la quale parte comprende lo quarto, lo quinto e lo sesto libro de lo Eneida. E quanto raffrenare fu quello, quando, avendo ricevuto da Dido tanto di piacere quanto di sotto nel settimo trattato si dicerà, e usando con essa tanto di dilettazione, elli si partio, per seguire onesta e laudabile via e fruttuosa, come nel quarto de l’Eneida scritto è! 9. Quanto spronare fu quello, quando esso Enea sostenette solo con Sibilla a intrare ne lo Inferno a cercare de l’anima di suo padre Anchise, contra tanti pericoli, come nel sesto de la detta istoria si dimostra! Per che appare che, ne la nostra gioventute, essere a nostra perfezione ne convegna ’temperati e forti’. E questo fa e dimostra la buona natura, sì come lo testo dice espressamente. 10. Ancora è a questa etade, a sua perfezione, necessario d’essere amorosa; però che ad essa si conviene guardare diretro e dinanzi, sì come cosa che è nel meridionale cerchio: conviensi amare li suoi maggiori, da li quali ha ricevuto ed essere e nutrimento e dottrina, sì che esso non paia ingrato; conviensi amare li suoi minori, acciò che, amando quelli, dea loro de li suoi benefici, per li quali poi ne la minore prosperitade esso sia da loro sostenuto e onorato. 11. E questo amore mostra che avesse Enea lo nomato poeta nel quinto libro sopra detto, quando lasciò li vecchi Troiani in Cicilia raccomandati ad Aceste, e partilli da le fatiche; e quando ammaestrò in questo luogo Ascanio, suo figliuolo, con li altri adolescentuli armeggiando. Per che appare a questa etade necessario essere amare, come lo testo dice. 12. Ancora è necessario a questa etade essere cortese; chè, avvegna che a ciascuna etade sia bello l’essere di cortesi costumi, a questa è massimamente necessario; però che [lievemente merita perdono l'adolescenza, se di cortesia manchi, per minoranza d'etade, e però che,] nel contrario, non la puote avere la senettute, per la gravezza sua e per la severitade che a lei si richiede; e così lo senio maggiormente. 13. E questa cortesia mostra che avesse Enea questo altissimo poeta, nel sesto sopra detto, quando dice che Enea rege, per onorare lo corpo di Miseno morto, che era stato trombatore d’Ettore e poi s’era raccomandato a lui, s’accinse e prese la scure ad aiutare tagliare le legne per lo fuoco che dovea ardere lo corpo morto, come era di loro costume. Per che bene appare questa essere necessaria a la gioventute, e però la nobile anima in quella la dimostra, come detto è. 14. Ancora è necessario a questa etade essere leale. Lealtade è seguire e mettere in opera quello che le leggi dicono, e ciò massimamente si conviene a lo giovane: però che lo adolescente, come detto è, per minoranza d’etade lievemente merita perdono; lo vecchio per più esperienza dee essere giusto, e non essaminatore di legge, se non in quanto lo suo diritto giudicio e la legge è tutto uno quasi e, quasi sanza legge alcuna, dee giustamente sè guidare: che non può fare lo giovane. E basti che esso seguiti la legge, e in quella seguitare si diletti: sì come dice lo predetto poeta, nel predetto quinto libro, che fece Enea, quando fece li giuochi in Cicilia ne l’anniversario del padre; che ciò che promise per le vittorie, lealmente diede poi a ciascuno vittorioso, sì come era di loro lunga usanza, che era loro legge. 15. Per che è manifesto che a questa etade lealtade, cortesia, amore, fortezza e temperanza siano necessarie, sì come dice lo testo che al presente è ragionato; e però la nobile anima tutte le dimostra. ==CAPITOLO XXVII== 1. Veduto e ragionato è assai sofficientemente sopra quella particola che ’l testo pone, mostrando quelle probitadi che a la gioventute presta la nobile anima; per che da intendere pare a la terza parte che comincia: è ne la sua senetta, ne la quale intende lo testo mostrare quelle cose che la nobile natura mostra e dee avere ne la terza etade, cioè senettude. 2. E dice che l’anima nobile ne la senetta sì è prudente, sì è giusta, sì è larga, e allegra di dir bene in prode d’altrui e d’udire quello, cioè che è affabile. E veramente queste quattro vertudi a questa etade sono convenientissime. E a ciò vedere, è da sapere che, sì come dice Tullio in quello De Senectute, «certo corso ha la nostra buona etade, e una via semplice è quella de la nostra buona natura; e a ciascuna parte de la nostra etade è data stagione a certe cose». 3. Onde sì come a l’adolescenza dato è, com’è detto di sopra, quello per che a perfezione e a maturitade venire possa, così a la gioventute è data la perfezione, e [a la senettute] la maturitade acciò che la dolcezza del suo frutto e a sè e ad altrui sia profittabile; chè sì come Aristotile dice, l’uomo è animale civile, per che a lui si richiede non pur a sè ma altrui essere utile. Onde si legge di Catone che non a sè, ma a la patria e a tutto lo mondo nato esser credea. 4. Dunque appresso la propria perfezione, la quale s’acquista ne la gioventute, conviene venire quella che alluma non pur sè ma li altri; e conviensi aprire l’uomo quasi com’una rosa che più chiusa stare non puote, e l’odore che dentro generato è spandere: e questo conviene essere in questa terza etade, che per mano corre. 5. {{§|Conviensi adunque essere prudente|Conviensi adunque essere prudente, cioè savio: e a ciò essere si richiede buona memoria de le vedute cose, buona conoscenza de le presenti e buona provedenza de le future.}} E, sì come dice lo Filosofo nel sesto de l’Etica, «impossibile è essere savio a chi non è buono», e però non è da dire savio chi con sottratti e con inganni procede, ma è da chiamare astuto; chè sì come nullo dicerebbe savio quelli che si sapesse bene trarre de la punta d’uno coltello ne la pupilla de l’occhio, così non è da dire savio quelli che ben sa una malvagia cosa fare, la quale facendo, prima sè sempre che altrui offende. 6. Se bene si mira, da la prudenza vegnono li buoni consigli, li quali conducono sè e altri a buono fine ne le umane cose e operazioni; e questo è quello dono che Salomone, veggendosi al governo del populo essere posto, chiese a Dio, sì come nel terzo libro de li Regi è scritto. 7. Nè questo cotale prudente non attende [chi] li domandi ’Consigliami’, ma proveggendo per lui, sanza richesta colui consiglia; sì come la rosa, che non pur a quelli che va a lei per lo suo odore rende quello, ma eziandio a qualunque appresso lei va. 8. Potrebbe qui dire alcuno medico o legista: ’Dunque porterò io lo mio consiglio e darollo eziandio che non mi sia chesto, e de la mia arte non averò frutto?’ Rispondo, sì come dice nostro Signore: «A grado riceveste, a grado e date». 9. Dico dunque, messer lo legista, che quelli consigli che non hanno rispetto a la tua arte e che procedono solo da quel buono senno che Dio ti diede (che è prudenza, de la quale si parla), tu non li dei vendere a li figli di Colui che te l’ha dato: quelli che hanno rispetto a l’arte, la quale hai comperata, vendere puoi; ma non sì che non si convegnano alcuna volta decimare e dare a Dio, cioè a quelli miseri a cui solo lo grado divino è rimaso. 10. Conviensi anche a questa etade essere giusto, acciò che li suoi giudicii e la sua autoritade sia un lume e una legge a li altri. E perchè questa singulare vertù, cioè giustizia, fue veduta per li antichi filosofi apparire perfetta in questa etade, lo reggimento de le cittadi commisero in quelli che in questa etade erano; e però lo collegio de li rettori fu detto Senato. 11. Oh misera, misera patria mia! quanta pietà mi stringe per te, qual volta leggo, qual volta scrivo cosa che a reggimento civile abbia rispetto! Ma però che di giustizia nel penultimo trattato di questo volume si tratterà, basti qui al presente questo poco avere toccato di quella. 12. Conviensi anche a questa etade essere largo; però che allora si conviene la cosa quando più satisface al debito de la sua natura, nè mai a lo debito de la larghezza non si può satisfacere così come in questa etade. Chè se volemo bene mirare al processo d’Aristotile nel quarto de l’Etica, e a quello di Tullio in quello de li Offici, la larghezza vuole essere a luogo e a tempo, tale che lo largo non noccia a sè nè ad altrui. 13. La quale cosa avere non si puote sanza prudenza e sanza giustizia; le quali virtudi anzi a questa etade avere perfette per via naturale è impossibile. Ahi malestrui e malnati, che disertate vedove e pupilli, che rapite a li men possenti, che furate e occupate l’altrui ragioni; e di quelle corredate conviti, donate cavalli e arme, robe e denari, portate le mirabili vestimenta, edificate li mirabili edifici, e credetevi larghezza fare! 14. E che è questo altro a fare che levare lo drappo di su l’altare e coprire lo ladro la sua mensa? Non altrimenti si dee ridere, tiranni, de le vostre messioni, che del ladro che menasse a la sua casa li convitati, e la tovaglia furata di su l’altare, con li segni ecclesiastici ancora, ponesse in su la mensa e non credesse che altri se n’accorgesse. 15. Udite, ostinati, che dice Tullio contro a voi nel libro de li Offici: «Sono molti, certo desiderosi d’essere apparenti e gloriosi, che tolgono a li altri per dare a li altri, credendosi buoni essere tenuti, [se li] arricchiscono per qual ragione essere voglia. Ma ciò tanto è contrario a quello che far si conviene, che nulla è più». 16. Conviensi anche a questa etade essere affabile, ragionare lo bene, e quello udire volontieri: imperò che allora è buono ragionare lo bene, quando esso è ascoltato. E questa etade pur ha seco un’ombra d’autoritade, per la quale più pare che lei l’uomo ascolti che nulla più tostana etade, e più belle e buone novelle pare dover savere per la lunga esperienza de la vita. Onde dice Tullio in quello De Senectute, in persona di Catone vecchio: «A me è ricresciuto e volontà e diletto di stare in colloquio più ch’io non solea». 17. E che tutte e quattro queste cose convegnono a questa etade, n’ammaestra Ovidio nel settimo Metamorfoseos, in quella favola dove scrive come Cefalo d’Atene venne ad Eaco re per soccorso, ne la guerra che Atene ebbe con Creti. Mostra che Eaco vecchio fosse prudente, quando, avendo per pestilenza di corrompimento d’aere quasi tutto lo popolo perduto, esso saviamente ricorse a Dio e a lui domandò lo ristoro de la morta gente; e per lo suo senno, che a pazienza lo tenne e a Dio tornare lo fece, lo suo popolo ristorato li fu maggiore che prima. 18. Mostra che esso fosse giusto, quando dice che esso fu partitore a nuovo popolo e distributore de la terra diserta sua. Mostra che fosse largo, quando disse a Cefalo dopo la dimanda de lo aiuto: «O Atene, non domandate a me aiutorio, ma toglietevelo; e non dite a voi dubitose le forze che ha questa isola. E tutto questo è [lo] stato de le mie cose: forze non ci menomano, anzi ne sono a noi di soperchio; e lo avversario è grande, e lo tempo da dare è, bene avventuroso e sanza escusa». 19. Ahi quante cose sono da notare in questa risposta! Ma a buono intenditore basti essere posto qui come Ovidio lo pone. Mostra che fosse affabile, quando dice e ritrae per lungo sermone a Cefalo la istoria de la pestilenza del suo popolo diligentemente, e lo ristoramento di quello. 20. Per che assai è manifesto a questa etade essere quattro cose convenienti; per che la nobile natura in essa le mostra, sì come lo testo dice. E perchè più memorabile sia l’essemplo che detto è, dice di Eaco re che questi fu padre di Telamon, [di Peleus] e di Foco, del quale Telamon nacque Aiace, e di Peleus Achilles. ==CAPITOLO XXVIII== 1. Appresso de la ragionata particola è da procedere a l’ultima, cioè a quella che comincia: Poi ne la quarta parte de la vita; per la quale lo testo intende mostrare quello che fa la nobile anima ne l’ultima etade, cioè nel senio. 2. E dice ch’ella fa due cose: l’una, che ella ritorna a Dio, sì come a quello porto onde ella si partio quando venne ad intrare nel mare di questa vita; l’altra si è che ella benedice lo cammino che ha fatto, però che è stato diritto e buono e sanza amaritudine di tempesta. 3. E qui è da sapere che, sì come dice Tullio in quello De Senectute, la naturale morte è quasi a noi porto di lunga navigazione e riposo. Ed è così: [chè], come lo buono marinaio, come esso appropinqua al porto, cala le sue vele, e soavemente, con debile conducimento, entra in quello; così noi dovemo calare le vele de le nostre mondane operazioni e tornare a Dio con tutto nostro intendimento e cuore, sì che a quello porto si vegna con tutta soavitade e con tutta pace. 4. E in ciò avemo da la nostra propria natura grande ammaestramento di soavitade, chè in essa cotale morte non è dolore nè alcuna acerbitate, ma sì come uno pomo maturo leggiermente e sanza violenza si dispicca dal suo ramo, così la nostra anima sanza doglia si parte dal corpo ov’ella è stata. Onde Aristotile in quello De Iuventute et Senectute dice che {{§|sanza tristizia|«sanza tristizia è la morte ch’è ne la vecchiezza»}}. 5. E sì come a colui che viene di lungo cammino, anzi ch’entri ne la porta de la sua cittade, li si fanno incontro li cittadini di quella, così a la nobile anima si fanno incontro, e deono fare, quelli cittadini de la etterna vita; e così fanno per le sue buone operazioni e contemplazioni: chè, già essendo a Dio renduta e astrattasi da le mondane cose e cogitazioni, vedere le pare coloro che appresso di Dio crede che siano. 6. Odi che dice Tullio, in persona di Catone vecchio: «A me pare già vedere e levomi in grandissimo studio di vedere li vostri padri, che io amai, e non pur quelli [che io stesso conobbi], ma eziandio quelli di cui udi’ parlare». 7. Rendesi dunque a Dio la nobile anima in questa etade, e attende lo fine di questa vita con molto desiderio e uscir le pare de l’albergo e ritornare ne la propria mansione, uscir le pare di cammino e tornare in cittade, uscir le pare di mare e tornare a porto. O miseri e vili che con le vele alte correte a questo porto, e là ove dovereste riposare, per lo impeto del vento rompete, e perdete voi medesimi là dove tanto camminato avete! 8. Certo lo cavaliere Lancelotto non volse entrare con le vele alte, nè lo nobilissimo nostro latino Guido montefeltrano. Bene questi nobili calaro le vele de le mondane operazioni, che ne la loro lunga etade a religione si rendero, ogni mondano diletto e opera disponendo. 9. E non si puote alcuno escusare per legame di matrimonio, che in lunga etade lo tegna; chè non torna a religione pur quelli che a santo Benedetto, a santo Augustino, a santo Francesco e a santo Domenico si fa d’abito e di vita simile, ma eziandio a buona e vera religione si può tornare in matrimonio stando, chè Dio non volse religioso di noi se non lo cuore. 10. E però dice santo Paulo a li Romani: «Non quelli ch’è manifestamente, è Giudeo, nè quella ch’è manifesta in carne è circuncisione; ma quelli ch’è in ascoso, è Giudeo, e la circuncisione del cuore, in ispirito non in littera, è circuncisione; la loda de la quale è non da li uomini, ma da Dio». 11. E benedice anco la nobile anima in questa etade li tempi passati; e bene li può benedicere, però che, per quelli rivolvendo la sua memoria, essa si rimembra de le sue diritte operazioni, sanza le quali al porto, ove s’appressa, venire non si potea con tanta ricchezza nè con tanto guadagno. 12. E fa come lo buono mercatante, che, quando viene presso al suo porto, essamina lo suo procaccio e dice, ’Se io non fosse per cotal cammino passato, questo tesoro non avre’ io, e non avrei di ch’io godesse ne la mia cittade, a la quale io m’appresso’; e però benedice la via che ha fatta. 13. E che queste due cose convegnano a questa etade, ne figura quello grande poeta Lucano nel secondo de la sua Farsalia, quando dice che Marzia tornò a Catone e richiese lui e pregollo che la dovesse riprendere [g]ua[s]ta: per la quale Marzia s’intende la nobile anima. 14. E potemo così ritrarre la figura a veritade. Marzia fu vergine, e in quello stato si significa l’adolescenza; [poi si maritò] a Catone, e in quello stato si significa la gioventute; fece allora figli, per li quali si significano le vertudi che di sopra si dicono a li giovani convenire; e partissi da Catone, e maritossi ad Ortensio, per che [si] significa che si partì la gioventute e venne la senettute; fece figli di questo anche, per che si significano le vertudi che di sopra si dicono convenire a la senettute. 15. Morì Ortensio; per che si significa lo termine de la senettute; e vedova fatta - per lo quale vedovaggio si significa lo senio - tornò Marzia dal principio del suo vedovaggio a Catone, per che si significa la nobile anima dal principio del senio tornare a Dio. {{§|E quale uomo terreno|E quale uomo terreno più degno fu di significare Iddio, che Catone? Certo nullo.}} 16. E che dice Marzia a Catone? «Mentre che in me fu lo sangue», cioè la gioventute, «mentre che in me fu la maternale vertute», cioè la senettute, che bene è madre de l’alte [vertu]di, sì come di sopra è mostrato, «io» dice Marzia «feci e compiei li tuoi comandamenti», cioè a dire che l’anima stette ferma a le civili operazioni. Dice: «E tolsi due mariti», cioè a due etadi fruttifera sono stata. 17. «Ora» dice Marzia «che ’l mio ventre è lasso, e che io sono per li parti vota, a te mi ritorno, non essendo più da dare ad altro sposo»; cioè a dire che la nobile anima, cognoscendosi non avere più ventre da frutto, cioè li suoi membri sentendosi a debile stato venuti, torna a Dio, colui che non ha mestiere de le membra corporali. E dice Marzia: «Dammi li patti de li antichi letti, dammi lo nome solo del maritaggio»; che è a dire che la nobile anima dire a Dio: ’Dammi, Signor mio, omai lo riposo di te; dammi, almeno, che io in questa tanta vita sia chiamata tua’. 18. E dice Marzia: «Due ragioni mi muovono a dire questo: l’una si è che dopo di me si dica ch’io sia morta moglie di Catone; l’altra, che dopo me si dica che tu non mi scacciasti, ma di buono animo mi maritasti». 19. Per queste due cagioni si muove la nobile anima; e vuole partire d’esta vita sposa di Dio, e vuole mostrare che graziosa fosse a Dio la sua [oper]azione. Oh sventurati e male nati, che innanzi volete partirvi d’esta vita sotto lo titolo d’Ortensio che di Catone! Nel nome di cui è bello terminare ciò che de li segni de la nobilitade ragionare si convenia, però che in lui essa nobilitade tutti li dimostra per tutte etadi. ==CAPITOLO XXIX== 1. Poi che mostrato [ha] lo testo quelli segni li quali per ciascuna etade appaiono nel nobile uomo e per li quali conoscere si puote, e sanza li quali essere non puote, come lo sole sanza luce e lo fuoco sanza caldo, grida lo testo a la gente, a l’ultimo di ciò che di nobilità è ritratto, e dice: ’O voi che udito m’avete, vedete quanti sono coloro che sono ingannati!’: cioè coloro che, per essere di famose e antiche generazioni e per essere discesi di padri eccellenti, credono essere nobili, nobilitade non avendo in loro. 2. E qui surgono due quistioni, a le quali ne la fine di questo trattato è bello intendere. Potrebbe dire ser Manfredi da Vico, che ora Pretore si chiama e Prefetto: ’Come che io mi sia, io reduco a memoria e rappresento li miei maggiori, che per loro nobilitade meritaro l’officio de la Prefettura, e meritaro di porre mano a lo coronamento de lo Imperio, meritaro di ricevere la rosa dal romano Pastore: onore deggio ricevere e reverenza da la gente’. E questa è l’una questione. 3. L’altra è, che potrebbe dire quelli da Santo Nazzaro di Pavia, e quelli de li Piscitelli da Napoli: ’Se la nobilitade è quello che detto è, cioè seme divino ne la umana anima graziosamente posto, e le progenie, o vero schiatte, non hanno anima, sì come è manifesto, nulla progenie, o vero schiatta, nobile dicere si potrebbe: e questo è contra l’oppinione di coloro che le nostre progenie dicono essere nobilissime in loro cittadi’. 4. A la prima questione risponde Giovenale ne l’ottava satira, quando comincia quasi esclamando: «Che fanno queste onoranze che rimangono da li antichi, se per colui che di quelle si vuole ammantare male si vive? se per colui che de li suoi antichi ragiona e mostra le grandi e mirabili opere, s’intende a misere e vili operazioni? Avvegna [che, «chi dicerà»], dice esso poeta satiro, «nobile per la buona generazione quelli che de la buona generazione degno non è? Questo non è altro che chiamare lo nano gigante». 5. Poi appresso, a questo cotale dice: «Da te a la statua fatta in memoria del tuo antico non ha dissimilitudine altra, se non che la sua testa è di marmo, e la tua vive». E in questo, con reverenza lo dico, mi discordo dal Poeta, chè la statua di marmo, di legno o di metallo, rimasa per memoria d’alcuno valente uomo, si dissimiglia ne lo effetto molto dal malvagio discendente. 6. Però che la statua sempre afferma la buona oppinione in quelli che hanno udito la buona fama di colui cui è la statua, e ne li altri genera: lo ma[l]estr[u]o figlio o nepote fa tutto lo contrario, chè l’oppinione di coloro che hanno udito bene de li suoi maggiori, fa più debile; chè dice alcuno loro pensiero: ’Non può essere che de li maggiori di costui sia tanto quanto si dice, poi che de la loro semenza sì fatta pianta si vede’. Per che non onore, ma disonore dee ricevere quelli che a li buoni mala testimonianza porta. 7. E però dice Tullio che ’lo figlio del valente uomo dee procurare di rendere al padre buona testimonianza’. Onde, al mio giudicio, così come chi uno valente uomo infama è degno d’essere fuggito da la gente e non ascoltato, così lo ma[l]estr[u]o disceso de li buoni maggiori è degno d’essere da tutti scacciato, e de’ si lo buono uomo chiudere li occhi per non vedere quello vituperio vituperante de la bontade, che in sola la memoria è rimasa. E questo basti, al presente, a la prima questione che si movea. 8. A la seconda questione si può rispondere, che una progenie per sè non hae anima, e ben è vero che nobile si dice ed è per certo modo. Onde è da sapere che ogni tutto si fa de le sue parti. È alcuno tutto che ha una essenza simplice con le sue parti, sì come in uno uomo è una essenza di tutto e di ciascuna parte sua; e ciò che si dice ne la parte, per quello medesimo modo si dice essere in tutto. 9. Un altro tutto è che non ha essenza comune con le parti, sì come una massa di grano; ma è la sua una essenza secondaria che resulta da molti grani, che vera e prima essenza in loro hanno. E in questo tutto cotale si dicono essere le qualitadi de le parti così secondamente come l’essere; onde si dice una bianca massa, perchè li grani onde è la massa sono bianchi. 10. Veramente questa bianchezza è pur ne li grani prima, e secondariamente resulta in tutta la massa, e così secondariamente bianca dicere si può; e per cotale modo si può dicere nobile una schiatta, o vero una progenie. Onde è da sapere che, sì come a fare una [bianca] massa convegnono vincere li bianchi grani, così a fare una nobile progenie convegnono in essa li nobili uomini [vincere] (dico ’vincere’ essere più che li altri), sì che la bontade con la sua grida oscuri e celi lo contrario che dentro è. 11. E sì come d’una massa bianca di grano si potrebbe levare a grano a grano lo formento, e a grano [a grano] restituire meliga rossa, e tutta la massa finalmente cangerebbe colore; così de la nobile progenie potrebbero li buoni morire a uno a uno e nascere in quella li malvagi, tanto che cangerebbe lo nome, e non nobile ma vile da dire sarebbe. E così basti a la seconda questione essere risposto. ==CAPITOLO XXX== 1. Come di sopra nel terzo capitolo di questo trattato si dimostra, questa canzone ha tre parti principali. Per che, ragionate le due (de le quali la prima cominciò nel capitolo predetto, e la seconda nel sestodecimo; sicchè la prima per tredici e la seconda per quattordici è determinata, sanza lo proemio del trattato de la canzone, che in due capitoli si comprese), in questo trentesimo e ultimo capitolo, de la terza parte principale brievemente è da ragionare, la quale per tornata di questa canzone fatta fu ad alcuno adornamento, e comincia: Contra-li-erranti mia, tu te n’andrai. 2. E qui primamente si vuole sapere che ciascuno buono fabricatore, ne la fine del suo lavoro, quello nobilitare e abbellire dee in quanto puote, acciò che più celebre e più prezioso da lui si parta. E questo intendo, non come buono fabricatore ma come seguitatore di quello, fare in questa parte. 3. Dico adunque: Contra-li-erranti mia. Questo Contra-li-erranti è tutto una par[ola], e è nome d’esta canzone, tolto per essemplo del buono frate Tommaso d’Aquino, che a uno suo libro, che fece a confusione di tutti quelli che disviano da nostra Fede, puose nome Contra-li-Gentili. 4. Dico adunque che ’tu andrai’: quasi dica: ’Tu se’ omai perfetta, e tempo è di non stare ferma, ma di gire, chè la tua impresa è grande’; e quando tu sarai In parte dove sia la donna nostra, dille lo tuo mestiere. Ove è da notare che, sì come dice nostro Signore, non si deono le margarite gittare innanzi a li porci, però che a loro non è prode, e a le margarite è danno; e, come dice Esopo poeta ne la prima Favola, più è prode al gallo uno grano che una margarita, e però questa lascia e quello coglie. 5. E in ciò considerando, a cautela di ciò comando a la canzone che suo mestiere discuopra là dove questa donna, cioè la filosofia, si troverà. Allora si troverà questa donna nobilissima quando si truova la sua camera, cioè l’anima in cui essa alberga. Ed essa filosofia non solamente alberga pur ne li sapienti, ma eziandio, come provato è di sopra in altro trattato, essa è dovunque alberga l’amore di quella. E a questi cotali dico che manifesti lo suo mestiere, perchè a loro sarà utile la sua sentenza, e da loro ricolta. 6. E dico ad essa: Dì a questa donna, «Io vo parlando de l’amica vostra». Bene è sua amica nobilitade; chè tanto l’una con l’altra s’ama, che nobilitate sempre la dimanda, e filosofia non volge lo sguardo suo dolcissimo a l’altra parte. Oh quanto e come bello adornamento è questo che ne l’ultimo di questa canzone si dà ad essa, chiamandola amica di quella la cui propria ragione è nel secretissimo de la divina mente! loopz17bh66qndmciuvdbqz135zqpbh Pagina:Opere (Chiabrera).djvu/383 108 299778 3901760 1806756 2026-09-19T06:46:52Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901760 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|370|{{sc|prose}}|}}</noinclude>Anversa Sancio d’Avila, e raccomandollo al duca d’Arescotto, indi, pentendosi de’ modi tenuti, egli procacciò per varie maniere di farsi governatore senza patti e senza accordate convenzioni, riparossi nel castello di Namurre, ed armossi quanto potea, laonde venuta discordia fra lui e gli Stati, non piccolo danno intervenne, anzi grandissimo, ed allora la cittadella d’Anversa si appianò, e quelle di Gante e di Valentiana e di Lilla. Eransi a tale termine condotte quelle basse provincie, macchiate di eresia, intinte di rubellione, gravate di danni presenti, e pasciute di lontane speranze, a’ buoni in odio ed a malvagi in larghissima preda. Sì fatti regni dati furono a governarsi ad Alessandro Farnese, e così fatti prendendo a governargli, egli non disperò. Qui dico io: Se senno fu di don Giovanni morendo lasciarlo in sua vece, e loda di Filippo II, di confermarvelo, fu similmente franchezza d’Alessandro sottentrare a cotanti carichi. E come no? vedevasi il rigore riuscito a rovescio, la piacevolezza indarno tentata, aveano sommi consiglieri errato nel discorrere, espertissimo monarca fallato nel risolvere. Ed un giovine obbligarsi all’emenda di tanti errori, nou fu coraggio ed alta prova di saldo intelletto? certamente egli fu. Nè noi lo vedemmo mentire all’altrui speranze, nemmeno alla sua confidenza, anzi subitamente chiamando i suoi pensieri a consiglio, col disconcio delle cose passate alle presenti egli diede provvedimento, ed armandosi per domare i rubelli seppe con atti d’amore farsegli amici: quinci Henalto ed Artoè, provincie già ripiene di mala contentezza, alzarono la mano, e con nobile pentimento ascoltarono i comandamenti reali, e con esso loro Lilla, Dovai ed Orcie, città di pregio e di non poco momento. Nè meno valse la sua gentile destrezza con esso il conte di Rimberga, ma guadagnosselo dolcemente, e parimente Groninga, terra tanto riguardevole nella Frisia, per tal guisa cangiando le vittorie agli accordi, egli alzò trofei a niuno dannosi, ed a ciascuno disiderabili. Diede poi aigomento di non minore prudenza, quando sorpreso Bruggia, trovando uomini i quali gliele posero in mani senz’armi, e similmente quando schermendo gli avversarj fece le viste di andare altrove, e corse sopra l’Inclusa, e fecesene possessore: ma via più chiaro apparve suo senno allora ch’egli svolse quelle nazioni e quelle terre ad accettare per loro guardia le guarnigioni straniere: azione per verità di singolare maraviglia. Era fra loro il nome spagnuolo in odio supremo; aveano quei senatori e quei popoli consumate infinite preghiere col re Filippo, acciò loro togliesse quella nazione dinanzi, nè compiaciuti, eransi ribellati, e per tal modo che don Giovanni diede bando, diremo, alle squadre spagnuole per acquetare i mal soddisfatti Fiamenghi, ed essi Fiamenghi stimavansi felici col sentirsi quella generazione da lunge: non pertanto ebbe possanza Alessandro di spegnere l’odio, di annullare le memorie, e di assennare quelli intelletti infuriati, e videsi di nuovo l’esercito di Spagna per le campagne di Fiandra, e vi si dispiegarono quelle insegne discacciate, e vi si ascoltarono quegli abbominati tamburi. Queste furono maraviglie vedute, e disperate di doversi vedere, non avvenute per forza d’incanti, nè prodotte con la voce delle sirene, ma col provvedimento di questo signore, e col soave suo comandare e coll’altiero suo sofferire. E via più finalmente manifestossi il suo antivedere nel tempo che navigava l’armata per assalire Inghilterra, perciocchè Alessandro non mai lodò quel cammino, nè commendò quei viaggi; egli sforzossi di persuadere che Zelanda si assalisse, e quindi poi si facesse vela contra Inghilterra; suo consiglio non si ascoltò, ma fecelo apparire ottimo l’universale calamità. Una armata, in cui cotanti anni consumossi tante fatiche, e per cui impiegossi tanto tesoro sciarrossi in un giorno, e si disperse per l’ampiezza dell’oceano, ed in quelle avverse procelle rimase tanta giovinezza sommersa, che tutt’i regni di Spagna per lungo tempo vestirono a bruno. Tanto costa un buon coniglio rifiutato, ed uno non buono eseguito! E per fare motto di alcuna cosa, la quale possa avere riguardo alla gentilezza del vostro ingegno: Che crediamo, o signori, che volesse Omero significare, quando egli ne cantò che Diomede ammaestrato da Pallade impiegò Marte nelle battaglie di Troja? Certamente non altro, salvo che il senno tra’ guerrieri sta sopra la fierezza, e che nelle guerre la prudenza dee sempre avere suo luogo: la qual prudenza se mai non si discostò dal fianco del nostro duce, via meno discostossene allora ch’egli esaminando come darsi dovesse principio agli assalti contr’a’ nemici, propose di moversi dirittamente verso Mastricche, città onde aveano il varco le genti della Germania per entrar nelle Fiandre contra il re cattolico, e donde molte fiate erano trapassate; sì che, serrato quel passo agli eretici, veniva meno il soccorso; e di più, essendo la città molto ampia e ben provveduta e di soldati ripiena, e per altrui stima ad espugnarsi molto malagevole, atterrandosi ella avrebbe sbigottito ogni altra che mirasse lei atterrata, e così fu. E però deesi il duca Alessandro riputare prudente, tuttochè egli affrontasse l’impresa pericolosa, perchè il principio è la maggior parte dell’opera. Nè quivi fu data occasione al Farnese di rimembrare i popoli asiani, ai quali Cesare giunse, videgli e vinsegli, anzi egli ebbe a fare con uomini guerrieri e forti, e che non solamente cinsero la spada, ma la impugnarono, e nel caldo della battaglia videro in fronte la morte, nè se ne sgomentarono: e così fatti capitani e soldati si accampavano dentro una città ampia, e partita da grossa fiumara ed afforzata con ogni macchina militare, laonde necessario fu, che sangue si spandesse copiosamente, e molti campioni di pregio perdessero la vita infra coloro che assaltavano, e coloro che risospingevano gli assalitori: finalmente, fatta forza ad ogni contrasto, dopo molti mesi vi si apersero l’entrata i Cattolici colla possanza delle destre e col {{Pt|vi-|}}<noinclude> <references/></noinclude> m47qoxgnl4mqrncvjdo3mhigfjkzegk Pagina:Rivista italiana di numismatica 1893.djvu/52 108 300930 3901788 2470700 2026-09-19T07:03:13Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901788 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|monete di milano inedite}} |45}}</noinclude> {{Ct|t=3|v=1|f=120%|RODOLFO DI BORGOGNA}} {{Ct|t=1|v=1|{{Sc|re d’italia.}}}} {{Ct|t=1|v=2|(922-926).}} {{no rientro}}1. 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LXV.}} {{Ct|t=3|v=1|f=120%|BERENGARIO II (?)}} {{Ct|t=1|v=1|{{Sc|re d’italia.}}}} {{Ct|t=1|v=2|(950–961).}} {{no rientro}}1. ''Denaro''. ::<div style=text-indent:-1em;">D/ — <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ REPIIICΛRIVS PEX</span>. Nel campo, in un circolo perlato, monogramma di Cristo.</div> ::<div style=text-indent:-1em;">R/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ XPISTIANA PIIICIO</span>. Nel campo, in tre righe: <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>MEDI C OIΛ</span>.</div> {{a destra|Arg. R.<sup>6</sup> L. 40.}} {{smaller block|f=90%|{{no rientro}}{{Sc|Gariel}}, Op. cit. Parte II, pag. 347, n. 5; tav. LXV. NB. Questo denaro è dal Gariel attribuito a Berengario II. }}<noinclude><references/></noinclude> l4op9ecjmmrtrwkx9rnlt94yo9m2o60 Pagina:Rivista italiana di numismatica 1893.djvu/71 108 301065 3900951 2470707 2026-09-18T11:59:21Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3900951 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|64|{{Sc|f. ed e. gnecchi}}|}}</noinclude>{{nop}} {{no rientro}}3. ''Pegione'' c. s. (gr. 2.570-2.554). — ''3<sup>a</sup> Var. n. 4-6.'' ::<div style=text-indent:-1em;">D/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ GALEAZ • VICECOMES • D • MEDIOLANI • & • C</span> Come i precedenti.</div> ::<div style=text-indent:-1em;">R/ — Come i precedenti.</div> :{| width=100% | Coll. Gnecchi. || align=right | Arg. R. L. 2. |} {{no rientro}}4. ''Pegione'' (gr. 2.250). — ''4<sup>a</sup> Var. n. 4-6 c. s.'' ::<div style=text-indent:-1em;">D/ — Come i precedenti. Sopra la biscia un globetto.</div> ::<div style=text-indent:-1em;">R/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>S • AMBROSIV • MEDIOLAN</span>. Come i precedenti.</div> :{| width=100% | Coll. Gnecchi. || align=right | Arg. R. L. 2. |} <ref follow=pagina69bis>{{Pt|zione|dell’imitazione}}, meglio riuscito forse nel rovescio che non nel dritto; infine il tipo generale della moneta, più rozzo, più grossolano del solito, inducono in questa certezza, che la moneta non è di quell’epoca e va radiata dal numero delle monete di Gian Galeazzo. Nè vale la ragione che la moneta fu pubblicata da valenti numismatici, quali il {{AutoreCitato|Ludovico Antonio Muratori|Muratori}}, l’{{AutoreCitato|Filippo Argelati|Argelati}}, il {{AutoreCitato|Giorgio Giulini|Giulini}}, il {{AutoreCitato|Pompeo Litta Biumi|Litta}}, ecc. — Comincieremo dall’osservare che l’errore fu commesso in origine dal Muratori, e che tutti gli altri non fecero che riprodurre da lui il disegno e la descrizione di quella moneta. — Poi, come tutti sanno, i nostri vecchi numismatici, se erano valentissimi per quanto riguarda la parte storica ed economica delle monete, non avendo però il mezzo di esaminare a loro agio tante {{Ec|collelezioni|collezioni}} pubbliche e private, come avviene al dì d’oggi, e non potendo quindi fare i necessari confronti coi pochi e cattivi esemplari a loro disposizione, non avevano la pratica tecnica indispensabile per distinguere le monete buone dalle false, e conoscere dall’arte l’epoca in cui furono coniate; e così avvenne che tutti, dal più al meno, pubblicarono delle monete false ed inventate, senza emettere su di esse il minimo dubbio.<br/> Del resto, se fummo prevenuti nel giudicare questa moneta, fummo anche seguiti, e questo è un motivo di più per giustificare ed anzi rendere doverosa e necessaria la rettifica.<br/> Il Müntz in una recente sua opera (''Histoire de l’Art pendant la renaissance: I. Les Primitifs.'' Paris, 1889, pag. 30), riproduce il disegno di questa moneta, colla dicitura: ''La première monnaie moderne à effigie. Livre de J. Galéas Visconti''. Egli dice che l’uso di porre il ritratto del principe sulle monete fu rimesso in onore da un Visconti, erede d’una razza di Titani, e aggiunge in nota: “Je veux parler de Jean Galéas Visconti, duc de Milan de 1395 à 1402 (livre en argent publiée par les frères Gnecchi). Puis cet usage retombe en désuétude jusque vers le milieu du quinzième siécle.„ <br/> Ora conviene rendere ''cuique suum'' e, cancellando per le ragioni esposte questa ''lira'' dalle monete di Gian Galeazzo Visconti, sia che la si voglia considerare una restituzione sforzesca, sia che la si voglia ritenere una mistificazione posteriore, l’onore del primato nell’aver messo il ritratto sulle monete della serie milanese, va restituito a Francesco I Sforza.</ref><noinclude><references/></noinclude> ij4exigvgvqbeandig94g50bmuobvhl Pagina:La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu/649 108 304645 3901766 2426523 2026-09-19T06:51:20Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901766 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Ismaele uccide Ghedalia.'' | centro = GEREMIA, 42. | dx =''I Giudei voglion scendere in</noinclude>Egitto.''}}</small> <section begin=41 />{{colonna}}{{vb|41|1|continua}}alcuni grandi ''della corte'' del re, e dieci uomini con lui, vennero a Ghedalia, figliuolo di Ahicam, in Mispa<ref>{{BibLink|2 Re|25|25|2 Re 25. 25}}.</ref>; e quivi in Mispa mangiarono insieme. {{vb|41|2}}Poi Ismaele, figliuolo di Netania, si levò, insieme co’ dieci uomini ch’erano con lui, e percossero colla spada Ghedalia, figliuolo di Ahicam, figliuolo di Safan. Così lo fece morire; lui, che il re di Babilonia aveva costituito sopra il paese. {{vb|41|3}}Ismaele uccise ancora gli uomini di guerra, d’infra tutti i Giudei, ch’erano con Ghedalia in Mispa, e i Caldei che si ritrovarono quivi. {{vb|41|4}}E il giorno appresso ch’egli ebbe ucciso Ghedalia, avanti che se ne sapesse nulla; {{vb|41|5}}Avvenne, che alcuni uomini di Sichem, di Silo, e di Samaria, in numero di ottant’uomini, venivano, avendo le barbe rase, ed i vestimenti stracciati, e delle tagliature ''sul corpo''<ref>{{BibLink|Lev|19|27}}, {{BibLink|Lev|19|28|28}}. {{BibLink|Is|15|2}}, {{BibLink|Is|15|3|3}}.</ref>; e avevano in mano offerte, e incenso, da presentar nella Casa del Signore. {{vb|41|6}}E Ismaele, figliuolo di Netania, uscì di Mispa incontro a loro, e camminava piangendo; e quando li ebbe scontrati, disse loro: Venite a Ghedalia, figliuolo di Ahicam. {{vb|41|7}}Ma quando furono entrati in mezzo della città, Ismaele, figliuolo di Netania, accompagnato dagli uomini, ch’egli aveva seco, li scannò, ''e li gettò'' in mezzo della fossa. {{vb|41|8}}Or fra quelli si trovarono dieci uomini, che dissero ad Ismaele: Non ucciderci; perciocchè noi abbiamo in sulla campagna delle segrete conserve di grano, e d’orzo, e d’olio, e di mele. Ed egli si ritenne, e non li uccise fra i lor fratelli. {{vb|41|9}}Or la fossa, nella quale Ismaele gettò tutti i corpi morti degli uomini, ch’egli uccise del seguito di Ghedalia, ''era'' quella che il re Asa aveva fatta per tema di Baasa, re d’Israele<ref>{{BibLink|1 Re|15|17|1 Re 15. 17}}-{{BibLink|1 Re|15|22|22}}.</ref>; Ismaele, figliuolo di Netania, la riempiè di uccisi. {{vb|41|10}}Poi appresso Ismaele ne menò via prigione tutto il rimanente del popolo, ch’''era'' in Mispa: le figliuole del re, e tutto il popolo restato in Mispa, il quale Nebuzaradan, capitan delle guardie, aveva dato in governo a Ghedalia, figliuolo di Ahicam; Ismaele, figliuolo di Netania, li menava via prigioni, e se ne andava per passare a’ figliuoli di Ammon. {{vb|41|11}}Ma Giohanan, figliuolo di Carea, e tutti i capi della gente di guerra, ch’''erano'' con lui<ref>{{BibLink|Ger|40|7}}, {{BibLink|Ger|40|8|8}}, {{BibLink|Ger|40|13|13}}.</ref>, avendo udito tutto il male, che Ismaele, figliuolo di Netania, aveva fatto; {{vb|41|12}}Presero tutta la ''lor'' gente, e andarono per combattere contro a Ismaele, figliuolo di Netania; e lo trovarono presso alle grandi acque, che ''sono'' in Gabaon. {{AltraColonna}} {{vb|41|13}}E quando tutto il popolo ch’''era'' con Ismaele vide Giohanan, figliuolo di Carea, e tutti i capi della gente di guerra, ch’''erano'' con lui, si rallegrò. {{vb|41|14}}E tutto il popolo, che Ismaele menava prigione da Mispa si rivoltò, e se ne ritornò a Giohanan, figliuolo di Carea. {{vb|41|15}}Ma Ismaele, figliuolo di Netania, scampò con otto uomini, d’innanzi a Giohanan, e se ne andò a’ figliuoli di Ammon. {{vb|41|16}}Poi Giohanan, figliuolo di Carea, e tutti i capitani della gente di guerra, ch’''erano'' con lui, presero tutto il rimanente del popolo, che avevano riscosso da Ismaele, figliuolo di Netania, ''e il quale egli ne menava via'' da Mispa, dopo aver percosso Ghedalia, figliuolo di Ahicam: uomini, gente di guerra, e donne, e fanciulli, ed eunuchi; e li ricondussero da Gabaon; {{vb|41|17}}E andarono, e dimorarono in Gherut-Chimham, che ''è'' vicin di Bet-lehem, con intenzione di andarsene, e di entrare in Egitto, {{vb|41|18}}D’innanzi a’ Caldei; conciossiachè temessero di loro; perciocchè Ismaele, figliuolo di Netania, aveva percosso Ghedalia, figliuolo di Ahicam, il quale il re di Babilonia aveva costituito sopra il paese. <section end=41 /> <section begin=42 /> {{Centrato|{{smaller|''Geremia si oppone ai Giudei che vogliono scendere in Egitto.''}}}} {{vb|42|1|capolettera}} E TUTTI i capi della gente di guerra, e Giohanan, figliuolo di Carea, e Iezania, figliuolo di Osaia, e tutto il popolo, dal minore al maggiore, si accostarono; {{vb|42|2}}E dissero al profeta Geremia: Deh! caggia la nostra supplicazione nel tuo cospetto, e fa’ orazione al Signore Iddio tuo per noi<ref>{{BibLink|1 Sam|7|8}}. {{BibLink|Giac|5|16}}.</ref>, per tutto questo rimanente (perciocchè di molti siamo rimasti pochi, come i tuoi occhi ci veggono); {{vb|42|3}}Acciocchè il Signore Iddio tuo ci dichiari la via, per la quale abbiamo da camminare, e ciò che abbiamo a fare. {{vb|42|4}}E il profeta Geremia disse loro: Ho inteso; ecco, io farò orazione al Signore Iddio vostro, come avete detto; ed io vi rapporterò tutto ciò che il Signore vi avrà risposto; io non ve ne celerò nulla. {{vb|42|5}}Ed essi dissero a Geremia: Il Signore sia per testimonio verace e fedele tra noi, se noi non facciamo secondo tutto ciò che il Signore Iddio tuo ti avrà mandato a dirci. {{vb|42|6}}O bene, o mal ''che sia'', noi ubbidiremo alla voce del Signore Iddio nostro, al quale noi ti mandiamo; acciocchè bene ne avvenga, quando avremo ubbidito alla voce del Signore Iddio nostro. {{vb|42|7}}E avvenne, in capo di dieci giorni, {{FineColonna}}<section end=42 /><noinclude> <hr> <references/>{{PieDiPagina||641|21}}</noinclude> b2ust7mgtiw131lpn193nvo0zijxw5k 3901767 3901766 2026-09-19T06:51:58Z Dr Zimbu 1553 3901767 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Ismaele uccide Ghedalia.'' | centro = GEREMIA, 42. | dx =''I Giudei voglion scendere in Egitto.''}}</small></noinclude><section begin=41 />{{colonna}}{{vb|41|1|continua}}alcuni grandi ''della corte'' del re, e dieci uomini con lui, vennero a Ghedalia, figliuolo di Ahicam, in Mispa<ref>{{BibLink|2 Re|25|25|2 Re 25. 25}}.</ref>; e quivi in Mispa mangiarono insieme. {{vb|41|2}}Poi Ismaele, figliuolo di Netania, si levò, insieme co’ dieci uomini ch’erano con lui, e percossero colla spada Ghedalia, figliuolo di Ahicam, figliuolo di Safan. 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Ed egli si ritenne, e non li uccise fra i lor fratelli. {{vb|41|9}}Or la fossa, nella quale Ismaele gettò tutti i corpi morti degli uomini, ch’egli uccise del seguito di Ghedalia, ''era'' quella che il re Asa aveva fatta per tema di Baasa, re d’Israele<ref>{{BibLink|1 Re|15|17|1 Re 15. 17}}-{{BibLink|1 Re|15|22|22}}.</ref>; Ismaele, figliuolo di Netania, la riempiè di uccisi. {{vb|41|10}}Poi appresso Ismaele ne menò via prigione tutto il rimanente del popolo, ch’''era'' in Mispa: le figliuole del re, e tutto il popolo restato in Mispa, il quale Nebuzaradan, capitan delle guardie, aveva dato in governo a Ghedalia, figliuolo di Ahicam; Ismaele, figliuolo di Netania, li menava via prigioni, e se ne andava per passare a’ figliuoli di Ammon. {{vb|41|11}}Ma Giohanan, figliuolo di Carea, e tutti i capi della gente di guerra, ch’''erano'' con lui<ref>{{BibLink|Ger|40|7}}, {{BibLink|Ger|40|8|8}}, {{BibLink|Ger|40|13|13}}.</ref>, avendo udito tutto il male, che Ismaele, figliuolo di Netania, aveva fatto; {{vb|41|12}}Presero tutta la ''lor'' gente, e andarono per combattere contro a Ismaele, figliuolo di Netania; e lo trovarono presso alle grandi acque, che ''sono'' in Gabaon. {{AltraColonna}} {{vb|41|13}}E quando tutto il popolo ch’''era'' con Ismaele vide Giohanan, figliuolo di Carea, e tutti i capi della gente di guerra, ch’''erano'' con lui, si rallegrò. {{vb|41|14}}E tutto il popolo, che Ismaele menava prigione da Mispa si rivoltò, e se ne ritornò a Giohanan, figliuolo di Carea. {{vb|41|15}}Ma Ismaele, figliuolo di Netania, scampò con otto uomini, d’innanzi a Giohanan, e se ne andò a’ figliuoli di Ammon. {{vb|41|16}}Poi Giohanan, figliuolo di Carea, e tutti i capitani della gente di guerra, ch’''erano'' con lui, presero tutto il rimanente del popolo, che avevano riscosso da Ismaele, figliuolo di Netania, ''e il quale egli ne menava via'' da Mispa, dopo aver percosso Ghedalia, figliuolo di Ahicam: uomini, gente di guerra, e donne, e fanciulli, ed eunuchi; e li ricondussero da Gabaon; {{vb|41|17}}E andarono, e dimorarono in Gherut-Chimham, che ''è'' vicin di Bet-lehem, con intenzione di andarsene, e di entrare in Egitto, {{vb|41|18}}D’innanzi a’ Caldei; conciossiachè temessero di loro; perciocchè Ismaele, figliuolo di Netania, aveva percosso Ghedalia, figliuolo di Ahicam, il quale il re di Babilonia aveva costituito sopra il paese. <section end=41 /> <section begin=42 /> {{Centrato|{{smaller|''Geremia si oppone ai Giudei che vogliono scendere in Egitto.''}}}} {{vb|42|1|capolettera}} E TUTTI i capi della gente di guerra, e Giohanan, figliuolo di Carea, e Iezania, figliuolo di Osaia, e tutto il popolo, dal minore al maggiore, si accostarono; {{vb|42|2}}E dissero al profeta Geremia: Deh! caggia la nostra supplicazione nel tuo cospetto, e fa’ orazione al Signore Iddio tuo per noi<ref>{{BibLink|1 Sam|7|8}}. {{BibLink|Giac|5|16}}.</ref>, per tutto questo rimanente (perciocchè di molti siamo rimasti pochi, come i tuoi occhi ci veggono); {{vb|42|3}}Acciocchè il Signore Iddio tuo ci dichiari la via, per la quale abbiamo da camminare, e ciò che abbiamo a fare. {{vb|42|4}}E il profeta Geremia disse loro: Ho inteso; ecco, io farò orazione al Signore Iddio vostro, come avete detto; ed io vi rapporterò tutto ciò che il Signore vi avrà risposto; io non ve ne celerò nulla. {{vb|42|5}}Ed essi dissero a Geremia: Il Signore sia per testimonio verace e fedele tra noi, se noi non facciamo secondo tutto ciò che il Signore Iddio tuo ti avrà mandato a dirci. {{vb|42|6}}O bene, o mal ''che sia'', noi ubbidiremo alla voce del Signore Iddio nostro, al quale noi ti mandiamo; acciocchè bene ne avvenga, quando avremo ubbidito alla voce del Signore Iddio nostro. {{vb|42|7}}E avvenne, in capo di dieci giorni, {{FineColonna}}<section end=42 /><noinclude> <hr> <references/>{{PieDiPagina||641|21}}</noinclude> mologowf8fdb0dkdz7idpx75v0ihfxb 3901775 3901773 2026-09-19T06:55:01Z Dr Zimbu 1553 3901775 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Ismaele uccide Ghedalia.'' | centro = GEREMIA, 42. | dx =''I Giudei voglion scendere in Egitto.''}}</small></noinclude><section begin=41 />{{colonna}}{{vb|41|1|continua}}alcuni grandi ''della corte'' del re, e dieci uomini con lui, vennero a Ghedalia, figliuolo di Ahicam, in Mispa<ref>{{BibLink|2 Re|25|25|2 Re 25. 25}}.</ref>; e quivi in Mispa mangiarono insieme. {{vb|41|2}}Poi Ismaele, figliuolo di Netania, si levò, insieme co’ dieci uomini ch’erano con lui, e percossero colla spada Ghedalia, figliuolo di Ahicam, figliuolo di Safan. Così lo fece morire; lui, che il re di Babilonia aveva costituito sopra il paese. {{vb|41|3}}Ismaele uccise ancora gli uomini di guerra, d’infra tutti i Giudei, ch’erano con Ghedalia in Mispa, e i Caldei che si ritrovarono quivi. {{vb|41|4}}E il giorno appresso ch’egli ebbe ucciso Ghedalia, avanti che se ne sapesse nulla; {{vb|41|5}}Avvenne, che alcuni uomini di Sichem, di Silo, e di Samaria, in numero di ottant’uomini, venivano, avendo le barbe rase, ed i vestimenti stracciati, e delle tagliature ''sul corpo''<ref>{{BibLink|Lev|19|27}}, {{BibLink|Lev|19|28|28}}. {{BibLink|Is|15|2}}, {{BibLink|Is|15|3|3}}.</ref>; e avevano in mano offerte, e incenso, da presentar nella Casa del Signore. {{vb|41|6}}E Ismaele, figliuolo di Netania, uscì di Mispa incontro a loro, e camminava piagnendo; e quando li ebbe scontrati, disse loro: Venite a Ghedalia, figliuolo di Ahicam. {{vb|41|7}}Ma quando furono entrati in mezzo della città, Ismaele, figliuolo di Netania, accompagnato dagli uomini, ch’egli aveva seco, li scannò, ''e li gettò'' in mezzo della fossa. {{vb|41|8}}Or fra quelli si trovarono dieci uomini, che dissero ad Ismaele: Non ucciderci; perciocchè noi abbiamo in sulla campagna delle segrete conserve di grano, e d’orzo, e d’olio, e di mele. Ed egli si ritenne, e non li uccise fra i lor fratelli. {{vb|41|9}}Or la fossa, nella quale Ismaele gettò tutti i corpi morti degli uomini, ch’egli uccise del seguito di Ghedalia, ''era'' quella che il re Asa aveva fatta per tema di Baasa, re d’Israele<ref>{{BibLink|1 Re|15|17|1 Re 15. 17}}-{{BibLink|1 Re|15|22|22}}.</ref>; Ismaele, figliuolo di Netania, la riempiè di uccisi. {{vb|41|10}}Poi appresso Ismaele ne menò via prigione tutto il rimanente del popolo, ch’''era'' in Mispa: le figliuole del re, e tutto il popolo restato in Mispa, il quale Nebuzaradan, capitan delle guardie, aveva dato in governo a Ghedalia, figliuolo di Ahicam; Ismaele, figliuolo di Netania, li menava via prigioni, e se ne andava per passare a’ figliuoli di Ammon. {{vb|41|11}}Ma Giohanan, figliuolo di Carea, e tutti i capi della gente di guerra, ch’''erano'' con lui<ref>{{BibLink|Ger|40|7}}, {{BibLink|Ger|40|8|8}}, {{BibLink|Ger|40|13|13}}.</ref>, avendo udito tutto il male, che Ismaele, figliuolo di Netania, aveva fatto; {{vb|41|12}}Presero tutta la ''lor'' gente, e andarono per combattere contro a Ismaele, figliuolo di Netania; e lo trovarono presso alle grandi acque, che ''sono'' in Gabaon. {{AltraColonna}} {{vb|41|13}}E quando tutto il popolo ch’''era'' con Ismaele vide Giohanan, figliuolo di Carea, e tutti i capi della gente di guerra, ch’''erano'' con lui, si rallegrò. {{vb|41|14}}E tutto il popolo, che Ismaele menava prigione da Mispa si rivoltò, e se ne ritornò a Giohanan, figliuolo di Carea. {{vb|41|15}}Ma Ismaele, figliuolo di Netania, scampò con otto uomini, d’innanzi a Giohanan, e se ne andò a’ figliuoli di Ammon. {{vb|41|16}}Poi Giohanan, figliuolo di Carea, e tutti i capitani della gente di guerra, ch’''erano'' con lui, presero tutto il rimanente del popolo, che avevano riscosso da Ismaele, figliuolo di Netania, ''e il quale egli ne menava via'' da Mispa, dopo aver percosso Ghedalia, figliuolo di Ahicam: uomini, gente di guerra, e donne, e fanciulli, ed eunuchi; e li ricondussero da Gabaon; {{vb|41|17}}E andarono, e dimorarono in Gherut-Chimham, che ''è'' vicin di Bet-lehem, con intenzione di andarsene, e di entrare in Egitto, {{vb|41|18}}D’innanzi a’ Caldei; conciossiachè temessero di loro; perciocchè Ismaele, figliuolo di Netania, aveva percosso Ghedalia, figliuolo di Ahicam, il quale il re di Babilonia aveva costituito sopra il paese. <section end=41 /> <section begin=42 /> {{Centrato|{{smaller|''Geremia si oppone ai Giudei che vogliono scendere in Egitto.''}}}} {{vb|42|1|capolettera}} E TUTTI i capi della gente di guerra, e Giohanan, figliuolo di Carea, e Iezania, figliuolo di Osaia, e tutto il popolo, dal minore al maggiore, si accostarono;</p> {{vb|42|2}}E dissero al profeta Geremia: Deh! caggia la nostra supplicazione nel tuo cospetto, e fa’ orazione al Signore Iddio tuo per noi<ref>{{BibLink|1 Sam|7|8}}. {{BibLink|Giac|5|16}}.</ref>, per tutto questo rimanente (perciocchè di molti siamo rimasti pochi, come i tuoi occhi ci veggono); {{vb|42|3}}Acciocchè il Signore Iddio tuo ci dichiari la via, per la quale abbiamo da camminare, e ciò che abbiamo a fare. {{vb|42|4}}E il profeta Geremia disse loro: Ho inteso; ecco, io farò orazione al Signore Iddio vostro, come avete detto; ed io vi rapporterò tutto ciò che il Signore vi avrà risposto; io non ve ne celerò nulla. {{vb|42|5}}Ed essi dissero a Geremia: Il Signore sia per testimonio verace e fedele tra noi, se noi non facciamo secondo tutto ciò che il Signore Iddio tuo ti avrà mandato a dirci. {{vb|42|6}}O bene, o mal ''che sia'', noi ubbidiremo alla voce del Signore Iddio nostro, al quale noi ti mandiamo; acciocchè bene ne avvenga, quando avremo ubbidito alla voce del Signore Iddio nostro. {{vb|42|7}}E avvenne, in capo di dieci giorni, {{FineColonna}}<section end=42 /><noinclude> <hr> <references/>{{PieDiPagina||641|21}}</noinclude> 2t0rvl41gnbrkv5ebe5k6rj8ewnk00l Pagina:La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu/650 108 304646 3901771 2426525 2026-09-19T06:53:59Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901771 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Geremia trascinato'' | centro = GEREMIA, 43. | dx =''in Egitto dal popolo.''}}</small></noinclude><section begin=42 />{{colonna}}{{vb|42|7|continua}}che la parola del Signore fu ''indirizzata'' a Geremia. {{vb|42|8}}Ed egli chiamò Giohanan, figliuolo di Carea, e tutti i capi della gente di guerra, ch’''erano'' con lui, e tutto il popolo, dal minore al maggiore. {{vb|42|9}}E disse loro: Così ha detto il Signore, l’Iddio d’Israele, al quale voi mi avete mandato, per presentargli la vostra supplicazione: {{vb|42|10}}Se pur voi dimorate in questo paese, io vi edificherò, e non ''vi'' distruggerò; io vi pianterò, e non ''vi'' divellerò; perciocchè io mi pento del male che vi ho fatto<ref>{{BibLink|Deut|32|36}}.</ref>. {{vb|42|11}}Non temiate del re di Babilonia, di cui voi avete paura; non temiate di lui, dice il Signore; perciocchè io ''sono'' con voi<ref>{{BibLink|Rom|8|31}}.</ref>, per salvarvi, e per liberarvi dalla sua mano. {{vb|42|12}}E vi farò trovar misericordia, ed egli avrà pietà di voi, e vi rimetterà nel vostro paese. {{vb|42|13}}Ma se voi dite: Noi non dimoreremo in questo paese, non ubbidendo alla voce del Signore Iddio vostro, {{vb|42|14}}Dicendo: No; anzi entreremo nel paese di Egitto, acciocchè non veggiamo la guerra, e non udiamo il suon della tromba, e non sofferiamo fame, per mancamento di pane, e quivi abiteremo; {{vb|42|15}}Ascoltate ora sopra ciò la parola del Signore, o rimanente di Giuda. Così ha detto il Signor degli eserciti, l’Iddio d’Israele: Se pur voi rivolgete la faccia per entrare in Egitto, e vi entrate per dimorarvi<ref>{{BibLink|Deut|17|16}}.</ref>; {{vb|42|16}}Egli avverrà, che la spada della quale temete, vi aggiugnerà là nel paese di Egitto; e parimente la fame, della quale voi avete paura, vi starà attaccata dietro là in Egitto; e quivi morrete. {{vb|42|17}}E tutti gli uomini, che avran volta la faccia per entrare in Egitto, per dimorarvi, vi morranno di spada, di fame, e di pestilenza; niuno di loro scamperà, o si salverà dal male che io fo venir sopra loro. {{vb|42|18}}Perciocchè, così ha detto il Signor degli eserciti, l’Iddio d’Israele: Siccome la mia ira, e il mio cruccio, si è versato sopra gli abitanti di Gerusalemme, così si verserà la mia ira sopra voi, quando sarete entrati in Egitto; e sarete in esecrazione, e in istupore, e in maledizione, e in vituperio; e giammai più non vedrete questo luogo. {{vb|42|19}}O rimanente di Giuda, il Signore parla a voi: Non entrate in Egitto; sappiate pure che io ''ve lo'' protesto oggi. {{vb|42|20}}Conciossiachè voi ''mi'' abbiate ingannato contro alle vostre proprie anime, quando mi avete mandato al Signore Iddio vostro, dicendo: Fa orazione al Signore Iddio nostro per noi; e secondo tutto ciò che {{AltraColonna}}{{vb|42|20|continua}}il Signore Iddio nostro dirà, fanne la relazione, e noi lo metteremo ad effetto. {{vb|42|21}}Ed oggi io ve ''l''’ho dichiarato; ma voi non avete ubbidito alla voce del Signore Iddio vostro, nè a cosa alcuna, che egli abbia mandato a ''dir''vi. {{vb|42|22}}Ora dunque, sappiate pure, che voi morrete di spada, di fame, e di pestilenza, nel luogo dove vi piace di entrare, per dimorarvi. <section end=42 /> <section begin=43 /> {{Centrato|{{smaller|''Geremia trascinato in Egitto dal popolo.''}}}} {{vb|43|1|capolettera}} OR avvenne che quando Geremia ebbe finito di pronunziare a tutto il popolo tutte le parole del Signore Iddio loro, le quali il Signore Iddio loro mandava a dir loro per lui, ''cioè'', tutte quelle parole; {{vb|43|2}}Azaria, figliuolo di Osaia, e Giohanan, figliuolo di Carea, e tutti gli uomini superbi, dissero a Geremia: Tu parli falsamente; il Signore Iddio nostro non ti ha mandato per dire: Non entrate in Egitto, per dimorarvi; {{vb|43|3}}Anzi Baruc, figliuolo di Neria, t’incita contro a noi, per darci in man de’ Caldei, per farci morire, o per farci menare in cattività in Babilonia. {{vb|43|4}}Così Giohanan, figliuolo di Carea, e tutti i capi della gente di guerra, e tutto il popolo, non ubbidirono alla voce del Signore, per dimorar nel paese di Giuda. {{vb|43|5}}E Giohanan, figliuolo di Carea, ''e'' tutti i capi della gente di guerra, presero tutto il rimanente di Giuda, ''e'' quelli che se n’erano tornati da tutte le nazioni, dove erano stati dispersi, per dimorar nel paese di Giuda: {{vb|43|6}}Gli uomini, le donne, i fanciulli, e le figliuole del re, e tutte le persone, che Nebuzaradan, capitano delle guardie, aveva lasciate con Ghedalia, figliuolo di Ahicam, figliuolo di Safan, ed anche il profeta Geremia, e Baruc, figliuolo di Neria; {{vb|43|7}}E se ne vennero nel paese di Egitto; perciocchè non ubbidirono alla voce del Signore; e arrivarono fino a Tafnes. {{Centrato|{{smaller|''Profezia della conquista dell’Egitto da Nebucadnesar.''}}}} {{vb|43|8}}E la parola del Signore fu ''indirizzata'' a Geremia in Tafnes, dicendo: {{vb|43|9}}Prendi in man tua delle pietre grosse, e nascondile nella malta, nella fornace da mattoni, ch’''è'' all’entrata della casa di Faraone in Tafnes, alla vista d’alcuni uomini Giudei; {{vb|43|10}}E di’ loro: Così ha detto il Signor degli eserciti, l’Iddio d’Israele: Ecco, io mando a far venire Nebucadnesar, re di Babilonia, mio servitore; e porrò il suo trono sopra queste pietre, che io ho fatte nascondere; ed egli tenderà il suo padiglione reale sopra esse;{{FineColonna}}<section end=43 /><noinclude> <hr> <references/>{{PieDiPagina||642}}</noinclude> 7khi2vmfaxcaj2mw7m3slj6xjc41afi Pagina:La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu/651 108 304647 3901782 2426526 2026-09-19T06:57:35Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901782 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Censure contro i Giudei'' | centro = GEREMIA, 44. | dx =''rifugiati in Egitto.''}}</small></noinclude><section begin=43 />{{colonna}} {{vb|43|11}}E verrà, e percoterà il paese di Egitto, ''mettendo'' a morte chi ''è condannato'' a morte; e ''menando'' in cattività chi ''è condannato'' a cattività; e ''percotendo'' colla spada chi ''è condannato'' alla spada. {{vb|43|12}}E io accenderò il fuoco nelle case degl’iddii di Egitto; ed esso le arderà, e menerà quelli in cattività: e si avvilupperà del paese di Egitto, a guisa che il pastore si avviluppa del suo tabarro; ed uscirà di là in pace. {{vb|43|13}}Egli romperà eziandio in pezzi le statue del tempio del sole, che ''è'' nel paese di Egitto; e brucerà col fuoco le case degl’iddii di Egitto. <section end=43 /> <section begin=44 /> {{Centrato|{{smaller|''Censure contro i Giudei rifugiati in Egitto.''}}}} {{vb|44|1|capolettera}} LA parola che fu ''indirizzata'' a Geremia, ''per rapportarla'' a tutti i Giudei, che dimoravano nel paese di Egitto, in Migdol, e in Tafnes, e in Nof, e nel paese di Patros, dicendo: {{vb|44|2}}Così ha detto il Signor degli eserciti, l’Iddio d’Israele: Voi avete veduto tutto il male, che io ho fatto venire sopra Gerusalemme, e sopra tutte le città di Giuda; ed ecco, oggi son desolate, e non ''vi è'' alcuno che abiti ''in esse''; {{vb|44|3}}Per la lor malvagità, che usarono per dispettarmi; andando a far profumi, ''e'' a servire ad altri dii, i quali nè essi, nè voi, nè i vostri padri non avevate conosciuti. {{vb|44|4}}E ''benchè'' io vi mandassi tutti i miei servitori profeti, del continuo per ogni mattina<ref>{{BibLink|2 Cron|36|15}}.</ref>, dicendo: Deh! non fate questa cosa abbominevole, che io odio; {{vb|44|5}}Non però ubbidirono, nè inchinarono il loro orecchio, per istornarsi dalla lor malvagità; per non far profumi ad altri dii. {{vb|44|6}}Laonde il mio cruccio, e la mia ira si è versata, e ha divampate le città di Giuda e le piazze di Gerusalemme; e sono state deserte e desolate, come ''appare'' al dì d’oggi. {{vb|44|7}}Ed ora, così ha detto il Signore, l’Iddio degli eserciti, l’Iddio d’Israele: Perchè fate voi ''questo'' gran male contro alle anime vostre, per farvi distruggere del mezzo di Giuda, uomini, e donne, e fanciulli, e bambini di poppa, e non lasciarvi alcun rimanente? {{vb|44|8}}Dispettandomi colle opere delle vostre mani, facendo profumi ad altri dii, nel paese di Egitto, dove siete venuti per dimorarvi; acciocchè siate sterminati, e siate in maledizione, e in vituperio, appo tutte le nazioni della terra? {{vb|44|9}}Avete voi dimenticati i misfatti de’ vostri padri, e i misfatti dei re di Giuda, e i misfatti delle lor mogli, e i vostri propri misfatti, e i misfatti delle vostre mogli, che han commessi nel paese di Giuda, e nelle piazze di Gerusalemme? {{vb|44|10}}Essi non sono stati domi infino al dì {{AltraColonna}}{{vb|44|10|continua}}d’oggi, e non han temuto<ref>{{BibLink|Prov|28|14}}.</ref>, e non son camminati nella mia Legge, e ne’ miei statuti, che io avea proposti a voi, e a’ vostri padri. {{vb|44|11}}Perciò, così ha detto il Signor degli eserciti, l’Iddio d’Israele: Ecco, io metto la mia faccia contro a voi in male, e per distruggere tutto Giuda. {{vb|44|12}}Ed io torrò via quelli che son rimasti di Giuda, i quali han volta la faccia per entrar nel paese di Egitto, per dimorarvi; e saran tutti consumati; caderanno nel paese di Egitto: saran consumati per la spada, e per la fame, dal minore al maggiore; morranno per la spada, e per la fame; e saranno in esecrazione, in istupore, e in maledizione, e in vituperio. {{vb|44|13}}Ed io farò punizione di quelli che abitano nel paese di Egitto, siccome ho fatta punizione di Gerusalemme, per la spada, per la fame, e per la pestilenza; {{vb|44|14}}E non vi sarà alcuno del rimanente di Giuda, di quelli che sono entrati nel paese di Egitto per dimorarvi, che si salvi, o che scampi per ritornar nel paese di Giuda, dove han l’animo intento a ritornare per abitarvi; perciocchè non ''vi'' ritorneranno, da alcuni infuori che scamperanno. {{vb|44|15}}Or tutti gli uomini, che sapevano che le lor mogli facevano profumi ad altri dii; e parimente tutte le donne quivi presenti, ''in'' gran raunanza, e tutto il popolo che dimorava nel paese di Egitto, in Patros, risposero a Geremia, dicendo: {{vb|44|16}}Quant’è alla parola che tu ci hai detta a nome del Signore, noi non ti ubbidiremo<ref>{{BibLink|Ger|6|16}}.</ref>; {{vb|44|17}}Anzi del tutto metteremo ad effetto tutte le parole che sono uscite della nostra bocca, per far profumi ed offerte da spandere alla regina del cielo; come e noi, e i nostri padri, e i nostri re, e i nostri principi, abbiam fatto ''per lo passato'', nelle città di Giuda, e nelle piazze di Gerusalemme<ref>{{BibLink|Ger|7|18}}.</ref>; e siamo stati saziati di pane, e siamo stati bene, e non abbiamo sentito alcun male. {{vb|44|18}}Là dove, da che siamo restati di far profumi, e offerte da spandere alla regina del cielo, abbiamo avuto mancamento d’ogni cosa, e siamo stati consumati per la spada, e per la fame. {{vb|44|19}}E quando noi facevamo profumi, e offerte da spandere alla regina del cielo, le facevamo noi delle focacce, per servirla nella maniera degl’idoli, e dell’offerte da spandere, senza ''l’autorità de’'' nostri principali? {{vb|44|20}}E Geremia rispose a tutto il popolo, agli uomini, e alle donne, e a tutto il popolo che gli avea fatta quella risposta, dicendo: {{vb|44|21}}Non si è il Signore ricordato de’ {{Pt|pro-|}}{{FineColonna}}<section end=44 /><noinclude> <hr> <references/>{{PieDiPagina||643|21—2}}</noinclude> silxte6fbcdqq9owo73sgurppo390b5 Geremia (Diodati 1821)/capitolo 41 0 304665 3901768 3695384 2026-09-19T06:52:11Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3901768 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=19 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../capitolo_40|succ=../capitolo_42}} <pages index="La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu" from=648 to=649 fromsection=41 tosection=41 /> {{Sezione note}} <!--{{Sezione note}}--> [[Categoria:Testi sacri del cristianesimo]] 32hpzkbxm8we54cfuvyotnwgwqqonuc Geremia (Diodati 1821)/capitolo 42 0 304666 3901776 3695385 2026-09-19T06:55:09Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3901776 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=19 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../capitolo_41|succ=../capitolo_43}} <pages index="La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu" from=649 to=650 fromsection=42 tosection=42 /> {{Sezione note}} <!--{{Sezione note}}--> [[Categoria:Testi sacri del cristianesimo]] 74zsdoe91kgknawkz7fwqox7pvnvx71 Geremia (Diodati 1821)/capitolo 43 0 304667 3901783 3695386 2026-09-19T06:57:55Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3901783 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=19 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../capitolo_42|succ=../capitolo_44}} <pages index="La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu" from=650 to=651 fromsection=43 tosection=43 /> <!--{{Sezione note}}--> [[Categoria:Testi sacri del cristianesimo]] ghhp6ms6jbl8q0mqtzvqyz78jd6ztnp Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/134 108 616096 3901751 3046062 2026-09-19T06:43:56Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901751 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 126 —|}}</noinclude> {{Ct|t=2|v=2|X.}} {{Ct|v=2|'''Pelle di Spagna.'''}} {{A destra|''12 agosto 18...''|2em}} La gloria è a buon mercato in Corsenna. Per quindici lire buttate via, son salito in grande estimazione presso le signore. Che buona occasione ha perduta Terenzio Spazzòli, di apparire un uomo perfetto! Ora egli ha una macchia nel suo blasone, un’ombra nella sua luce. La contessa Quarneri non è rimasta ingannata dalla supposizione che alla signora Berti era piaciuto di fare, e non crede affatto che il divo Terenzio sia stato il protettore del povero burattinaio, il Mecenate delle arti, il dator di spettacoli in piazza.<noinclude> <references/></div></noinclude> mbs4jljru6f4a8e3pl53n6qr85w8cyw Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/135 108 616097 3901752 3047564 2026-09-19T06:44:03Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901752 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 127 —|}}</noinclude>Me lo ha detto ella stessa, la luminosa contessa; e in quella occasione, con bel garbo di confidenza signorile, ha preso a darmi del voi. Cosa che mi piace, e non mi piace ad un tempo. Mi piace perchè suona bene; non mi piace perchè farà credere Dio sa che cosa, quando gli altri osserveranno la novità del trattamento, che sembrerà un abbandono delle antiche cerimonie. Ma così voglion le belle, e non c’è da resistere; diamoci pure del voi. — Non siamo amici, forse? — mi ha detto. — Specie dopo che come amico mi avete dato dei versi? — Ah sì; mi ricordo benissimo che come tale sono stato ammesso nell’albo, e come tale anche difeso da lei. È infine una gentile signora. Possiede una cultura molto superficiale, tanto da non sapere, due settimane fa, che il {{AutoreCitato|Giacomo Leopardi|Leopardi}} è morto. Ma che? per gustar le bellezze d’un poeta è forse necessario di conoscerne la vita? Quella è scritta in prosa, e la contessa non si rovina gli occhi nella prosa; ecco tutto. Le donne, di solito, non<noinclude><references/></div></noinclude> i6finc31leqi76llp83nhk57ovyeiz1 Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/136 108 616098 3901747 3047565 2026-09-19T06:43:05Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901747 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 128 —|}}</noinclude>sanno niente di storia letteraria. Dio buono! e chi ne sa, intorno a loro! Terenzio Spazzòli conosce la letteratura francese modernissima, per aver letto dei titoli e qualche pagina dei libri parigini; conosce la russa, per sentita dire, e solo perchè i romanzi russi son passati dallo staccio di Parigi. Vuole oggi psicologia nei libri, come qualche anno fa avrà voluto fisiologia e patologìa, psicopatìa, patopsichìa, od altra consimile tautologìa, senza sapere da dove si cominci. Se nel romanzo è russo, nel teatro è scandinavo, per moda; deve averglielo suggerito quel po’ di testo che accompagna il suo figurino nel giornale dei sarti. Ne sanno più addentro, o pretendono a saperne, i tre satelliti della contessa; uno dei quali è “decadente„ e fa delle rime impossibili. Ha perfino stampato un volumino ino ino, ma di gran margine, che nessuno ha letto; anzi no, dico male, lo han letto moltissimi, ma non lo ha comprato nessuno. Onde un’ira feroce, dissimulata sotto un olimpico disprezzo, contro la letteratura “alimentare„. Che cosa ha veduto di alimentare nel mio ''Cigno'', per<noinclude><references/></div></noinclude> r4ehd3hdubcxvmp5nzqmxdlhc6u86b3 Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/137 108 616099 3901749 3047566 2026-09-19T06:43:50Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901749 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 129 —|}}</noinclude>dirne tanto male nel salotto della contessa? Se fosse stata un’oca, pazienza, capirei; ma un povero cigno tiglioso e stoppone, via, non meritava tanta durezza di giudizio. La contessa ha dovuto riprenderlo, e so che l’ha fatto con una grazia tutta sua, che non escludeva la forza. La contessa ha buon gusto; e se non sa certe cose, che importa! È tanto bella, che avrebbe perfino il diritto di non saper nulla al mondo. Mi ha invitato da capo al suo villino, ma non mi sono lasciato prendere. Galatea direbbe, e con ragione, che mi adatto a fare il quarto. Poi, quei tre compagni mi annoierebbero. So far bocca da ridere anche ai nemici, ma non sopporto i noiosi. In larga compagnia, all’aperto, son gocce d’inchiostro che s’affogano in un secchio d’acqua e non la tingono troppo: in un salotto, loro tre, su cinque presenti e sedenti, dovrebbero essere una morte sola, e continua. L’altra sera la signora contessa ha invitata tutta la comitiva di San Donato a prendere il tè in casa sua. Anche qui mi sono scusato.<noinclude><references/></div></noinclude> n07qv4jrlb25eca5sj7q1mm1by9ei6h Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/138 108 616100 3901750 3047567 2026-09-19T06:43:53Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901750 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 130 —|}}</noinclude>Ma qui ci avevo almeno un’altra ragione, abbastanza ridicola; e imperiosa, nondimeno, ineluttabile, perentoria. Figurarsi; non avevo ricevuto ancora dal mio sarto un tutto-vestito di stoffa inglese, che mi è necessario, e che io ho dimenticato di portare per le mezze parate, non prevedendo tutti questi perditempi quotidiani. Gli abiti che ho con me in Corsenna vanno mattamente da un estremo all’altro: o di gran parata, e non è il luogo, nè l’uso di questi giovanotti; o di tela d’alpàca e che so io, fatti a giacca, e non possono andare che all’aperta campagna. Miserie, lo so; ma di queste si vive. E il tutto-vestito grigio non m’è arrivato che ieri, quando l’occasione era passata. Alla signora, per altro, non era passata la collera, per la mia diserzione, per il mio tradimento, come ha voluto chiamare una semplice assenza. Ha scoperto anche lei il mio dolce rifugio dell’Acqua Ascosa. Senza averne la topografia esatta, ci s’è accostata di molto; e ad un’ora insolita, andando a diporto tutta sola, ha presa la via del mulino, dove mi ha<noinclude><references/></div></noinclude> kzi4dcdsdmdgof6bi9hav3qgkg5o1nn Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/139 108 616101 3901748 3047568 2026-09-19T06:43:38Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ Gadget AutoreCitato 3901748 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 131 —|}}</noinclude>combinato. Proprio allora, col mio {{AutoreCitato|Teocrito|Teocrito}} in tasca, andavo a cercare il mio covo. E qui complimenti, si capisce, maraviglie ed ossequii da parte mia, che non potevo far altro; qualche bottata da parte sua; finalmente la pace. — M’hanno detto, — incominciò essa allora con la sua vocina insidiosa di sirena, — che di là dal mulino c’è un luogo ombroso stupendo, e che Voi lo conoscete. Volete farne parte anche a me? — Come dire di no? M’inchino, e l’accompagno. Si risale la strada a fianco del mulino e della sua ruota, immane mostro che dorme in quest’ora, mezzo al sole e mezzo all’ombra della sua buca, tutto vestito d’erba viscida lungo le pale nerastre. Là dietro si passa sopra un ponticello di legno, che corre tra la ruota e la gola del bottaccio, mettendoci dall’altra banda su d’un robustissimo terrapieno a scarpa, levato ad argine tra l’acqua alta e la prateria che va giù a conca, scendendo sempre e dilungandosi verso il gran viale dei pioppi. Per un tratto, dove è più profondo il<noinclude><references/></div></noinclude> 9mifwp5z9lkjsoms40ty3c5vy12gj3y Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/140 108 616102 3901753 3047569 2026-09-19T06:44:27Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901753 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 132 —|}}</noinclude>serbatoio, l’argine ha così larga la cima, che ci si passa comodamente in due; ma più in là, dove il bottaccio incomincia a restringersi, la ripa si restringe anch’essa via via; non si può andare tutt’e due di fronte, ed ella è costretta ad appoggiarsi sulla mia spalla. Ma che dico, appoggiarsi? Vi s’aggrappa per disperata, come una bella spericolona al braccio del robusto bagnaiuolo che l’ha in custodia, sulla spiaggia di Livorno o di Rimini. Già aveva tremato un pochino al passaggio d’un secondo ponticello che cavalca la chiusa, donde il bottaccio si scarica quando non lavora il mulino. Ma qui è un tremar continuo, dovendo andar noi sulla ripa alta e stretta, coll’acqua profonda a manca e la prateria molto bassa a diritta. — Volete forse tornare indietro? — le dico. — No, — mi risponde, con un brivido che parrebbe far contro alle parole, — il pericolo ha le sue attrattive. — Avanti dunque con le attrattive. Ma la impaccia il suo ombrellino da sole e da pioggia, il suo ''en-tout-cas'', com’ella lo chiama, e<noinclude><references/></div></noinclude> b7uf9p9j45o7di7pc742svjmgyeqcl3 Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/141 108 616103 3901754 3047570 2026-09-19T06:44:29Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901754 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 133 —|}}</noinclude>che prendo io in governo; la impaccia il suo gran ventaglio, che le ballonzola sulle ginocchia, e che io metto accanto all’ombrellino, facendone tutta una manciata; la impaccia la gonna troppo lunga, di cui non posso io egualmente raccogliere i lembi, e che bisogna lasciar strascicare sull’erba. Si va a passi lenti e corti, inframmezzati da lei di piccole strida, e di larghe risate da me per farle coraggio; mentre ella, così serrata sulla mia spalla, m’involge tutto in un profumo di pelle di Spagna, soave, delicato, inebbriante davvero. Basta; come Dio vuole, eccola in salvo. La ripa, su cui si procede, è sempre angusta per due; ma siamo giunti dove la prateria sottostante risale, risale sempre più, per venir quasi a filo dell’argine, e non c’è più pericolo di capogiri. Il sentieruolo, lasciando lo scoperto, si ficca dentro alla piantata delle carpinelle; ed eccoci inselvati, coll’acqua susurrona che ci corre daccanto, e, di là dall’acqua, le falde del monte che salgono, vestite di borraccina e d’eriche nane, sotto la guardia e l’ombra dei vecchi castagni.<noinclude><references/></div></noinclude> 6at39m7sarwaz29869i77do7x83xypu Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/142 108 616104 3901755 3047571 2026-09-19T06:44:34Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901755 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 134 —|}}</noinclude><nowiki /> — Com’è folto qua sotto! — esclama la contessa. — Chi sa trovarci è bravo. — Non dubitate; ancora pochi passi, e si riesce al chiaro. — Oh, non mi dolgo già di quest’ombra; c’è così fresco! — Voglio dire che troveremo più rado il fogliame, e d’ombra ce ne sarà ancora abbastanza. Queste carpinelle girano tutto intorno, fino al punto dove la montagna fa uno sprone sull’acqua; laggiù saremo più al largo, e vi parrà di respirare un po’ meglio. — Eccoci infatti allo sprone. La balza vien giù tagliata a picco, e sarebbe troppo brulla, come una cava di pietre, se due o tre semi di fràssino non fossero volati ad allogarsi tra i crepacci, per venir fuori in giovani piante, che sporgono ad ombrello, e rompono pittorescamente la nudità della roccia. Il luogo è bello, e le piace; disgraziatamente non c’è da sedere. Eh, lo so ben io dove c’è da sedere; ma mi secca un pochino di doverla guidare fin là. Nondimeno, poichè io non son più padrone di tornare indietro, si prosegue lungo<noinclude><references/></div></noinclude> k3tz6pxoeml4n7v6dcsoty4a9mrp0xd Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/143 108 616105 3901757 3047572 2026-09-19T06:44:59Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901757 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 135 —|}}</noinclude>la sponda del rivo, si scende ancora un poco, dove l’acqua ritorna a mostrarsi arginata, Eccolo lì, il mio rifugio; passo davanti al mio arginello erboso e fiorito, ma senza guardarlo, per timore che gli occhi tradiscano le mie tenerezze. — O Teocrito! — esclamo dentro di me. — Qui volevo venire, per leggerti. Pazienza, non è vero? pazienza per me. Quanto a te, vecchio Siracusano andato ad ammorbidirti fra le graziette Alessandrine, scommetto che se tu potessi uscir vivo e sano dalle pagine del tuo signor Teubner, vorresti essere al mio posto e filar qui un graziosissimo idilio. — Frattanto la contessa ha trovato da sedere. E lì, proprio lì, si ferma sui due piedi, gridando: — Ecco un buon posto. Non è forse il vostro, Morelli? — Io non ho mai saputo mentire senza farmici rosso. E perchè ella mi guarda, ed io non voglio arrossire, rispondo: — Sì, è questo per l’appunto. — Bene; sediamoci dunque. E datemi il<noinclude><references/></div></noinclude> qet50nwywsiep8b84pzgvpvy3csmezn Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/144 108 616106 3901756 3047573 2026-09-19T06:44:55Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901756 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 136 —|}}</noinclude>ventaglio, vi prego. Se volete, vi lascerò l’''en-tout-cas''. — Sorrido dentro di me, parendomi d’essere il quarto satellite, e mi siedo accanto a lei, col suo ombrellino tra mani. — È veramente un bel luogo, e molto poetico; — diss’ella, dopo aver guardato in giro con aria di somma compiacenza. — Ma non da venirci da soli. Io ci avrei paura, da sola. — È sicurissimo; — risposi. — Corsenna non è un nido d’aquile; ma non ci sono neanche avvoltoi, nè sparvieri. Poi, qui dietro, a cento passi, c’è un casale, con quattro o cinque famiglie di contadini, tutta bravissima gente. — Dio sa, — ripigliò la contessa, seguendo il suo filo e non il mio, — quante coppie felici saran venute qui a dirsi tante belle cose! Peccato che non ce ne rimanga l’eco. — Possiamo immaginarcele, contessa. Del resto, si può domandarne a quelle farfalle che passano, o a quegli uccellini che si rincorrono tra gli alberi.... — Pensando che noi siamo una di quelle<noinclude><references/></div></noinclude> c1ao16y5uf7a7hgrl7zwh10b716qj47 Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/145 108 616107 3901758 3047574 2026-09-19T06:45:04Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901758 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 137 —|}}</noinclude>coppie felici, non è così? Disingannatevi, uccellini del bosco; — soggiunse la contessa, con accento tra comico e patetico; — il signor Morelli è un solitario, che si ritrova qui accompagnato per caso. — E rideva; e risi ancor io. — Oh, non ci sarebbe da ridere; — soggiunse ella, sforzandosi di far cipiglio. — Che cos’è questa vostra maniera di fare, Morelli? Perchè non avete voluto venire a prendere il tè, l’altra sera, e in compagnia di tutti i nostri buoni amici? Perchè non volete mai rifar la salita del Roccolo? È tanto breve, lo sapete, essendoci stato una volta. Vi spiace il nome? Spiace anche a me; lo cambieremo. Anzi, studiateci, e datelo voi; non ho fantasia, io, e ne sarò felicissima. — Ci penserò. — Ah bene. Ma ci verrete, non è vero? Per carità, non mi condannate a questa condizione spiacevolissima, di vedere in casa mia solamente i noiosi. — Scusate, signora; ma se io avessi proprio temuto di far numero con questi?<noinclude><references/></div></noinclude> r2rau9ygu9ntiiva1tjdqulecyobw0f Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/377 108 759147 3901702 2710541 2026-09-19T06:31:21Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901702 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /></noinclude>{{ct|f=200%|v=.6|DIARIO }} {{ct|f=100%|v=.6|{{Sc|di}}}} {{ct|f=250%|v=.6|NICOLA RONCALLI}} {{ct|f=120%|v=.6|DALL’ANNO 1849 AL 1870}} {{ct|f=100%|v=.6|{{Sc|preceduto}}}} {{ct|f=120%|v=.6|{{Sc|da uno studio storico}}}} {{ct|f=100%|v=.6|{{Sc|di}}}} {{ct|f=120%|v=.6|R. AMBROSI DE MAGISTRIS E I. 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I volontari, per la maggior parte, intraprendono il viaggio col solo foglietto della strada ferrata, e, giunti a Civitavecchia a piedi, si recano ad Orbetello, dove sono accolti dai Toscani<ref>I volontarî ricevevano, dal Comitato nazionale, il denaro che loro occorreva per giungere al confine toscano e che veniva raccolto dal Caporali, dal Saraceni e da altri caldi patrioti.</ref>. Sembra che il Governo pontificio voglia inviare a quel confine un numero di gendarmi per tenerli in osservazione. Nel giorno 4 corrente furono arrestati quattro cannonieri pontifici. Si assicura che istigassero il corpo a defezione. I dragoni pontifici, da varii giorni, disperdono il loro ordinario e si trattano sontuosamente nelle osterie. Nella sera dei 3 corrente ne mancarono alcuni all’appello. Negli scorsi giorni sono partiti, da Roma, per il Piemonte, circa 40 calzolai. Marforio domandò a Pasquino che cosa fossero andati a fare i calzolai in Piemonte. Questi rispose che erano andati ad accomodare uno ''stivale'' rotto, pel quale la Russia somministrava la ''forma'', la Francia la ''pelle'', l’Inghilterra la ''pece'', la Toscana la ''lesina'' ed il Governo pontificio lo ''spago''. Intanto Marforio diede una sfuggita nel Piemonte per assistere ad una gran tombola che si estraeva.<noinclude></noinclude> ml1awk5mszue9fkls70f66q3xcyvkal Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/334 108 763077 3901707 3900776 2026-09-19T06:33:00Z Dr Zimbu 1553 3901707 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|316|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude>Riferì a Pasquino che cogli ultimi tre numeri fu vinta la ''tombola''. ''N. B.'' I numeri sono allusivi alle epoche rivoluzionarie 31, 48, 59. Richiesto, quindi, che cosa d’interessante avesse veduto, rispose che per ''mare'' vide flotte, fregate e vascelli; per ''terra'' soldati, cannoni, baionette; per ''aria'' il Governo pontificio. Ier l’altro disertò dalla Colonna, presso Tivoli, dove era di residenza, il gendarme Luigi Ferri. Del resto, Roma è tranquilla e lo debbe essere maggiormente poichè la partenza delle truppe francesi non ha più luogo, siccome sembrava dovesse essere, se non in tutto, almeno in parte. Circa le 3 dopo la mezzanotte, dal 6 al 7 corrente, un centinaio di volontari, tra studenti, pittori, scultori e mosaicisti, dopo di aver passato le prime ore della sera tra gli amici ed i bicchieri, si avviarono per Trastevere verso la Stazione. Intanto andavano gridando a quando, a quando: «Viva la guerra, viva la Francia». Ciò, naturalmente, richiamò l’attenzione della Polizia; il perchè furono all’istante inviati colà gendarmi e due compagnie di Francesi. Giunti alla stazione, trovarono i vagoni tutti occupati da altri passeggieri. Era per derivarne un tumulto, ad evitare il quale, i Francesi invitarono i primi occupanti di gite di diporto, ed anche forestieri, a cedere il posto ai volontari, e così partirono tranquillamente, fra gli abbracci di una turba di amici<ref>Quanto narra qui il Roncalli non è vero; non furono mal fatti discendere i viaggiatori dai vagoni perchè vi salissero i volontarî.</ref>. {{nop}}<noinclude></noinclude> k68h6ilbldtohk3bbgpq12w2a3zg2yb Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/350 108 763128 3901676 2716769 2026-09-19T06:23:55Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901676 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|332|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude>del Papa ed ora capitano dei dragoni, dimissionario<ref>Fu poi maggiore di cavalleria nell’esercito italiano ed ufficiale di ordinanza di Vittorio Emanuele.</ref>. Il Rettore dell’ospedale della Consolazione è partito in qualità di cappellano militare. ''14''. — Nella notte dei 10 corrente fu arrestato il sacerdote D. Giuseppe Livi da Venosa, il quale, il giorno precedente, aveva assistito ad un banchetto di volontari e pronunziato discorsi liberali. Nella mattina dei 12, alla messa di S. Luigi dei Francesi, si fece la solita dimostrazione al generale. Il concorso fu maggiore e vi si aggiunse una infiorata, sulla piazza della Chiesa, di rose e mirto. Nella mattina dei 12, dopo la cappella, il S. Padre tenne una congregazione speciale chiamandovi i seguenti cardinali: ::Mattei, ::Altieri, ::De Pietro, ::Santucci. Il Papa partecipò che le truppe austriache, che occupavano Ancona, avevano sgombrato, dietro protesta che aveva fatto all’imperatore per il bombardamento da cui era minacciata la fortezza da una flotta francese, a cui si era ricusata di fare alcune provvisioni. Aveva, intanto, ottenuto da Napoleone garanzia in favore delle truppe evacuanti per non essere molestate, dall’inimico, durante la loro ritirata.<noinclude></noinclude> kzajmfq8jwoxetlsxazl3256h4j2hrp Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/351 108 763129 3901677 2716771 2026-09-19T06:24:06Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901677 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||&nbsp;1859&nbsp;|333|riga=s}}</noinclude> Un dispaccio elettrico, giunto la sera dei 12 giugno, annunziò che Ancona e Bologna erano state sgombrate dagli Austriaci; che a Bologna si era proclamato un Governo provvisorio, di cui sono membri il conte {{AutoreCitato|Marco Minghetti|Minghetti}}, il conte {{AutoreCitato|Carlo Pepoli|Pepoli}}, ecc. e che invocò la dittatura del re di Sardegna. Un tale atto, troppo contrario al buon senso dei Bolognesi, viene scusato colla imprudenza commessa dal {{Wl|Q2785997|cardinale legato Milesi}}, il quale, non credendosi sicuro senza le truppe austriache, raggranellando pochi gendarmi, abbandonò la città con la retroguardia tedesca. Per tali notizie, di tanto grave interesse, il S. Padre, nella stessa sera, convocò una congregazione di cardinali nella quale fu stabilito di chiedere all’imperatore Napoleone che inviasse a Bologna truppe per garantire la pubblica tranquillità e tornare all’obbedienza del legittimo Sovrano quella popolazione. Si dice che nel giorno 10 siano partiti altri 300 volontari. Negli scorsi giorni sono disertati dal corpo di linea 10 soldati. Le diserzioni si estendono a Civitavecchia, Frosinone e specialmente a Pesaro e Forli. Per ordine del Papa, è stato accordato alla gendarmeria pontificia un soprassoldo. Ciò le sarà di stimolo a mantenersi fedele al Governo. ''18''. — Ai 13, gli avvenimenti di Bologna furono noti a tutti ed il generale francese fece affiggere per i caffè un bollettino relativo ai medesimi, nel<noinclude></noinclude> op9l5c8vspvps4qmebyxbgpfa7n97el Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/352 108 763130 3901682 2716773 2026-09-19T06:25:27Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901682 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|334|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude>quale, in sostanza, si diceva che Roma ed i paesi circonvicini erano in piena tranquillità e l’ordine essere affidato alle truppe francesi, come pure la sicurtà del Papa. Al moto di Bologna, come è noto, fecero seguito altre città e specialmente Perugia, dove quel delegato, monsignor Giordani, abbandonò il posto. Frattanto, essendosi smentita la voce che il Papa avesse invocato il soccorso dell’armata francese, per ridurre alla obbedienza i popoli ribelli, e ciò per mantenere la neutralità, questi rimangono in balia di loro stessi e lo spirito di ribellione serpeggia alle porte di Roma. Infatti, nella piccola Rieti, fu inalberata la bandiera piemontese e francese. Il Governo, in tale stato di cose, ordinò che il reggimento svizzero, stanziato in Roma, partisse immediatamente alla volta di Perugia per soggiogare quella popolazione. Infatti, partì nel giorno 14 corrente, a un’ora pomeridiana. All’ora della partenza ne mancarono all’appello 70. Presso Civita Castellana incominciarono a discutere sul loro destino. Alcuni opinavano di disertare, altri di proseguire la marcia. Vennero alle armi, vi furono varii feriti e, tra questi, un maggiore con una baionettata in una coscia. Ieri ne giunsero in Roma quattro in arresto. I Perugini si barricarono, si munirono di armi e sono pronti a combattere per la loro indipendenza. All’occorrenza avanzano armati dalla prossima Toscana.<noinclude></noinclude> nasat5mfjjz8umcmzslu90bmsqyz6yg Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/353 108 763131 3901678 2716780 2026-09-19T06:24:28Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901678 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||&nbsp;1859&nbsp;|335|riga=s}}</noinclude> Il cardinale Milesi, legato di Bologna, fu scortato a Ravenna da 7 dragoni. Allorquando retrocedettero trovarono un Zannardi, ex-uffiziale dei dragoni, espulso dalla censura, il quale, in abiti militari, si pose alla loro testa, e, congedandosi dall’altro uffiziale, si diressero alla volta della Toscana. Roma è spaventata dall’avvenire; ma è in calma, e, atteso il presidio francese, non teme l’anarchia. Nel giorno 13 corrente si videro per il Corso delle carrozze provenienti dalla festa del Divino Amore<ref>È una festa che si fa in Roma, il giorno dopo la Pentecoste, fuori di Porta S. Paolo.</ref>, con ornamenti e fiori bianco, rosso e verde. Alcuni volontari, partiti per la Toscana nel giorno 14, in numero di 150, avevano il loro cappellano, e lungo la strada spiegarono la bandiera italiana. Entrarono dovunque gridando: «Viva l’Italia, viva l’indipendenza, viva Napoleone». I presidenti regionari, nella mattina dei 18, si recarono, secondo il costume, a complimentare il S. Padre. Ieri, essendo l’anniversario della creazione del Sommo Pontefice, il cardinale sotto Decano pronunziò il solito discorso di felicitazione. Sua Santità rispose con voce commossa, deplorando i gravi mali delle recenti rivoluzioni e dichiarò essere incorsi nelle censure ecclesiastiche gli autori delle medesime. ''22''. — Il generale francese seppe che nel giorno 19 corrente (domenica) alcuni individui del partito reazionario volevano mischiarsi agli esaltati, per simpatia francese, onde estendere la dimostrazione<noinclude></noinclude> n23x73nt2l22kj0r6b9n1jckzc1g548 Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/354 108 763132 3901679 2716797 2026-09-19T06:24:55Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901679 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|336|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude>domenicale a grida sediziose di ''Morte ai preti'', di ''viva il Governo provvisorio'', e a innalzamento di bandiera francese<ref>Leggesi, scritto in margine dallo stesso Roncalli, «che sembra incerta la notizia»; ma a che, allora, tutti i provvedimenti militari del generale francese, dei quali parla poi il Roncalli stesso? Noi abbiamo già notato altrove come la polizia pontificia cercasse far nascere disordini tra le tranquille dimostrazioni dei romani, e di ciò il Diarista ci offre qui assai chiara prova.</ref>. Il generale, immediatamente, fece avvisare i suddetti che, dove avessero osato di condurre a termine il progetto, sarebbero stati dispersi colla forza. Intanto avvertì i soli ossequianti che si astenessero dall’accedere alla piazza di S. Luigi de’ Francesi e dalla dimostrazione, tuttochè pacifica, poichè nelle loro file volevano introdursi alcuni inimici della Francia, prezzolati dalla Polizia pontificia. Quindi adottò misure di precauzione col formare un deposito di due compagnie sulla piazza di Sant’Agostino, con aumento di altra compagnia sulla piazza di S. Luigi de’ Francesi e gendarmeria francese e colle istruzioni di disperdere assembramenti sospetti facendo, contemporaneamente, porre in movimento numerose pattuglie per la città. La messa ebbe luogo; il generale, uscito dalla chiesa, convocò intorno di sè tutti gli uffiziali cui dette istruzioni riservate, e quindi se ne partì, salutato lungo la strada da pochi individui che passavano, indifferenti ed in buona fede. Egli corrispose con alquanta sostenutezza e con cenno di astenersi dal saluto.<noinclude></noinclude> ep2b42569qjl64rnire4atri4ewwel0 Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/355 108 763149 3901681 2717012 2026-09-19T06:25:15Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901681 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||&nbsp;1859&nbsp;|337|riga=s}}</noinclude> Le disposizioni preventive proseguono, e molte pattuglie tengono in soggezione specialmente il rione Monti e Trastevere, da cui si crede fossero prescelti gli individui per la reazione. Gli Svizzeri che erano stati inviati a Perugia presero rinforzi di linea e gendarmi dai luoghi di passaggio e proseguirono la marcia fino colà. Trovate le porte chiuse, barricate, e, dietro rifiuto di arrendersi, incominciarono, nel giorno 20, alle 4 pomeridiane, a far uso delle armi. Perugia dovette cedere poichè i soldati del Papa, fatta la breccia, entrarono caricando gli insorti alla baionetta. Il combattimento fu sanguinoso e durò per lo spazio di circa tre ore, nel quale si ebbero a deplorare varii morti e feriti<ref>Il lettore conosce come fossero barbaramente trattati i perugini dalle milizie mercenarie del pontefice.</ref>. La illuminazione per l’anniversario della incoronazione del Papa si è mostrata più splendida del solito. Però è da avvertirsi che gli esaltati, in cuor loro, la dedicarono a Luigi Napoleone, ricorrendo appunto una tale festività. ''28''. — Il partito reazionario, fin dai 24, sparse la voce che era giunto un bollettino della guerra dal quale si desumeva che le truppe alleate erano state costrette a fare una ritirata quasi di disfatta, con perdita di circa 40 mila soldati<ref name=p355> Questa notizia della sperata sconfitta dell’esercito alleato, che aveva la sua origine nei segreti apparecchi che faceva l’esercito austriaco per sorprenderlo, notizia che per poco non si avverò, era stata sparsa in tutta Italia, onde i nemici della nostra</ref>.<noinclude></noinclude> n7g0mig7i1bajc8f5i5j1jrgjlubg3i Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/356 108 763150 3901683 3867226 2026-09-19T06:25:47Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901683 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|338|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude> Però, nelle ore pomeridiane dei 25, il generale francese pubblicò, col suo visto, i bollettini dei 23 e 24 da cui, invece, risultava la nuova vittoria sopra gli Austriaci e la presa di Peschiera. Il giorno 26 partirono alla volta di Toscana altri cento volontari. ''2 Luglio''. — L’allocuzione concistoriale dei 20 giugno e l’enciclica, pubblicate dal giornale dei 28<ref>''Giornale di Roma''. L’allocuzione e l’enciclica si riferiscono alla insurrezione delle Romagne e vi è ricordata la scomunica che colpisce chi si adoperi contro il potere temporale dei papi.</ref>, naturalmente, produssero molta sensazione. Del resto, tutti i discorsi della città si riducono agli avvenimenti deplorabili di Perugia. Il Governo spedì colà gli avvocati Gorga e Giarè, uditori militari, per assumere processi. Si assicura che siano similmente partiti per colà inviati inglesi e francesi per verificare parzialmente alcuni fatti addebitati alla sfrenatezza dei soldati svizzeri. Il ''Monitore Toscano'' dei 27 giugno, contenente il rapporto compilato dal Prefetto di Arezzo sugli avvenimenti perugini, in Roma non fu distribuito. Alcuni, però, che lo poterono leggere, riferiscono che contiene molta plausibilità (''sic'') e sono riportati i nomi delle vittime del furore soldatesco, tra cui sarebbero alcune monache e frati. <ref follow=p355>indipendenza mostravansi ovunque gongolanti. E l’imperatore d’Austria era così sicuro di vincere che aveva dato l’ordine che gli si preparasse un treno per recarsi a Milano nella sera del 24.</ref><noinclude></noinclude> ghpq3uz8pp3azec4mmexcato2lb7y0t Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/357 108 763151 3901684 2773374 2026-09-19T06:25:53Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901684 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||&nbsp;1859&nbsp;|339|riga=s}}</noinclude> Il priore dei Benedettini, che sofferse anche il saccheggio, venne a Roma in deputazione; ma si assicura che non fu ricevuto dal Papa. Ai 24 giugno circolò per Roma una lettera che si disse scritta da Vittorio Emanuele sull’accettazione del protettorato delle Romagne. La medesima fu riconosciuta apocrifa e ritirata dalla Polizia francese. Ai 26 giugno partirono da Roma altri cento volontari. Nel giorno 29 furono trovate affisse per la città le presenti istruzioni segrete date dal cavaliere {{AutoreCitato|Luigi Mazio|Mazio}}, sostituto del ministero delle armi, al colonnello Smith, per la presa di Perugia; cioè che, purchè si raggiungesse lo scopo, si mettesse la città ribelle a ferro, fuoco, saccheggio. Le diserzioni pontificie proseguono da Viterbo, Foligno, Pesaro. Nel giorno 30 di giugno ne furono partecipate altre 50. I Bolognesi liberarono, dal {{Wl|Q3748656|forte Urbano}}, tutti i detenuti politici. Si dice che Napoleone III, in seguito alla enciclica del Papa, abbia cambiata politica riguardo al Governo pontificio. Si aggiunge che alcuni scellerati abbiano compilato una confutazione alla enciclica stessa e, appoggiandosi maliziosamente ai Ss. Canoni, Concilii, S. Scrittura, Bibbia, ne verrebbero a dedurre la nullità delle censure ecclesiastiche comminate, ed il Papa incorso nell’eresia. Quindi si proporrebbe uno scisma.<noinclude></noinclude> anh9aiwxfs9nz0gvoq0nsyv9bn907lj Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/358 108 763153 3901685 2773393 2026-09-19T06:26:08Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901685 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|340|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude> Diamo qui l’ordine del giorno del Sostituto del ministero delle armi al colonnello <!--Antonio Schmidt d'Altorf-->Smith: «Il sottoscritto, come Sostituto del Ministero, dà incarico a V. S. Ill.<sup>ma</sup> di ricuperare le Provincie alla Santità di N. S., sedotte da pochi faziosi, ed è perciò che le raccomando rigore perchè servir possa di esempio alle altre, potendosi così tener lontani dalla rivoluzione. Dà, inoltre, facoltà a V. S. Ill.<sup>ma</sup> di poter fare decapitare quei rivoltosi che si rinvenissero nelle case, non che risparmiare al Governo le spese e far ricadere tanto il vitto che le spese della presente spedizione sulle provincie stesse. {{blocco a destra|<poem style="text-align:center;">«Il Sostituto del Ministero «L. Cav. {{Sc|Mazio}}».</poem>}} ''9''. — Ai 5 corrente disertarono altri 13 dragoni pontifici. Ai sei ne disertarono altri 3. Il tenente dei gendarmi, Strinati, con 40 uomini, partirono per inseguire i disertori. A Pesaro si stabilì una linea doganale pontificia. Nel giorno 2 corrente, sul cantone del caffè Nuovo, fu trovato uno scritto nel quale, in sostanza, si diceva che, intanto che si rappresenta la tragedia dell’indipendenza, nel teatro della guerra, Pio IX aveva pubblicato la farsa intitolata ''Enciclica''. ''16''. — Marforio, vedendo un milite svizzero avente al shako le iniziali R. E. (cioè Reggimento Estero), chiese a Pasquino che significassero. Questi rispose: «Rifiuto Europeo».<noinclude></noinclude> nxhvdeaesu2qwm9o0eumdzoffckvj19 Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/359 108 763155 3901686 2717022 2026-09-19T06:26:16Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901686 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||&nbsp;1859&nbsp;|341|riga=s}}</noinclude> Nella mattina dei 13 si ricevette in Roma il dispaccio elettrico, contenente l’annunzio della pace, sulla base di una confederazione italiana, della quale il Papa sia presidente onorario. Si crede, generalmente, che al Vaticano si ricuserà di accettare l’onorifica presidenza. Il S. Collegio si riunisce quasi ogni giorno dal S. Padre. Intanto, alcuni osservano che l’annunziata Confederazione è simile a quella che, nel 1805, aveva ideato l’abate {{Ac|Scipione Piattoli|Scipione Piattoli}} (''Annali d’Italia'', 1805, 26). L’annunzio della pace fece una impressione sfavorevolissima anche nella uffizialità francese. Si declamò, e si declama pubblicamente, per i caffè, contro Napoleone. In quello sul cantone di {{Wl|Q13055336|strada Frattina}}, corrispondente sul Corso, condotto da Angelino Pennacchitti, detto il caffè Italiano, fu coperto, con un velo nero, il ritratto di Napoleone ed un fanatico giunse tant’oltre che, asceso sopra un tavolino, si offerse di partire per Parigi per trucidare il traditore d’Italia. Intanto si ha notizia che {{AutoreCitato|Camillo Benso, conte di Cavour|Cavour}}, col ministero piemontese, si è dimesso. Pasquino si è meravigliato nel vedere affisso per Roma un Avviso di uno speculatore il quale si propone, mediante certa polvere, di ''estirpare tutti gli scarafaggi che infestano questa dominante''. Naturalmente, credette che si parlasse dei preti. ''20''. — Si dice che sia stata trovata una lista di alcuni cittadini designati dai settari al pugnale.<noinclude></noinclude> phsv00r57mqc057jz6bl516z16wdtg5 Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/360 108 763156 3901687 3867230 2026-09-19T06:26:27Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901687 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|342|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude> Tra i cardinali vi sarebbero Antonelli, Della Genga, Savelli, tra i prelati lo Schiavo. Quindi sei presidenti regionari, cioè Dandini di Campitelli, Capranica di Trevi e Pigna, Giraud di Campo Marzo, Antici di S. Eustachio e Lepri dei Monti. Vi sarebbero, inoltre, l’assessore Dandini, Pasqualoni, aggiunto assessore, Pelagallo, impiegato all’ufficio dei passaporti. ''30''. — Molti, in Roma, disapprovarono la pace stabilitasi tra i due Sovrani belligeranti. Anche nel casino francese vi furono dimostrazioni di disapprovazione. Un uffiziale spezzò la spada, un altro strappò le spalline e le gettò in terra. Si dice, generalmente, che il Governo sia disposto ad acconsentire in parte alle proposizioni fatte. Circola, su tale proposito, un foglio delle proposte vere o presunte che si credono presentate dal Papa, per la formazione della Confederazione italiana. Sarebbero come appresso<ref>Quali fossero le proposte fatte da Napoleone III al pontefice, di poco dissimili da quelle che riferisce il Roncalli, narra {{AutoreCitato|Nicomede Bianchi|Nicomede Bianchi}} nella sua ''Storia documentata della diplomazia europea'', VIII, 380.</ref>: <div style="text-indent:3em;"> 1<sup>a</sup> Accettazione della presidenza (sotto riserva), 2<sup>a</sup> Ammissione dei Secolari a tutti gli impieghi civili; 3<sup>a</sup> Consiglio di ministri secolare e clericale misto; 4<sup>a</sup> Consiglio di Stato, organizzato sulle medesime basi di Francia. I consigli ordinari sarebbero composti di numero 15 individui, tutti secolari;<noinclude></div></noinclude> nbh4o2mh5u45jalnj5h5zvi8ney5q7b Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/361 108 763157 3901689 3867232 2026-09-19T06:27:07Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901689 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||&nbsp;1859&nbsp;|343|riga=s}} <div style="text-indent:3em;"></noinclude> 5<sup>a</sup> Camera legislativa, con voce deliberativa; 6<sup>a</sup> Consigli provinciali eletti per consigli comunali, i quali sarebbero eletti direttamente; 7<sup>a</sup> Amnistia, di cui le condizioni saranno regolate con il concorso della Francia e dell’Austria; 8<sup>a</sup> Riforma giudiziaria e promulgazione di un codice civile; 9<sup>a</sup> Percezione d’imposte organizzate come in Francia; 10<sup>a</sup> Le provincie amministrate per mezzo di governatori secolari con il concorso dei consigli provinciali, in tutto che riguarda le spese locali e la somma delle imposte. </div> ''Rapporto sulla dimostrazione funebre ai defunti nella guerra:'' «Alle 8 antimeridiane di questo giorno ebbero luogo, nella Chiesa nazionale di S. Luigi de’ Francesi, solenni funerali per i combattenti defunti nella guerra della indipendenza. » Il concorso fu immenso e riboccante da ogni parte. Vi prese azione il solito partito degli esaltati, alcuni dei quali recarono al tumulo ghirlande e mazzi di fiori con nastri neri. » Quindi, terminata la funzione, varii giovinastri, appressatisi al tumulo, ne baciarono clamorosamente i lembi della coltre funerea, versando lacrime di compianto a quei gloriosi trapassati. » Però il fanatismo, giungendo tant’oltre da far barcollare il tumulo stesso, per le indiscretezze dei nuovi accorrenti, un sacerdote della Chiesa nazionale avvicinatosi alla tomba, disse loro essere colà {{Pt|incon-|}}<noinclude></noinclude> o5cuq1cga9898fjryutvthx665snx5z Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/362 108 763158 3901690 2717026 2026-09-19T06:27:33Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901690 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|344|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude>{{Pt|veniente,|inconveniente,}} nel tempio di Dio, siffatta dimostrazione quasi tumultuosa. » Allora s’intese una voce, partita dalla massa, di «Via, basta» e tutti, obbedienti, se ne partirono. » Frattanto un giovine, dell’apparente età di circa 24 anni, di statura piuttosto avvantaggiata, con poca barba in viso, decentemente vestito, si cavò di tasca alcuni foglietti e ne fece la distribuzione ai più devoti<ref>Era un’orazione funebre francese, in cui si commemoravano gli alleati caduti nella guerra per la indipendenza italiana.</ref>. » Il sottoscritto si affretta di rassegnare all’E. V. Rev.<sup>ma</sup> tale discarico, mentre passa all’onore di rassegnarsi pieno di ossequio e rispetto». ''13 Agosto''. — Si assicura, da alcuni, che nella circostanza che il generale francese si recò, non ha guari, a Civitavecchia, si presentò al medesimo una deputazione composta dei soliti faziosi Del Grande, Silvestrelli, Ferri, ecc., chiedendogli l’assenso per una dimostrazione popolare nel giorno 15, esprimente i bisogni di riforme. Altri dicono che fosse il solito Gennaraccio di Trastevere, con i suoi seguaci, il quale divisò di acclamare il S. Padre al suo passaggio. Pasquino diede una scorsa a Zurigo. Tornato, Marforio gli domandò se aveva nulla conosciuto sulle sorti d’Italia. Rispose che si trovò imbarazzato perchè uno parlava tedesco ed egli non lo capiva; un altro francese e neppure. Soltanto uno che parlava l’italiano, misto<noinclude></noinclude> 0q1ztov0bfi6rvzei53nclrjy232ejg Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/363 108 763159 3901691 2717027 2026-09-19T06:27:38Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901691 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||&nbsp;1859&nbsp;|345|riga=s}}</noinclude>a latino, diceva, tra denti, una frase che gli restò impressa, cioè: «sicut erat in principio». ''20''. — Da un’ultima nota della Polizia, redatta ai 10 del corrente, si hanno altri 167 disertori, tanto nel reggimento di linea indigeno, quanto in quello estero. Da alcuni giorni si era sparsa la voce che nel giorno 15 corrente si sarebbe eccitato un tumulto. La Polizia adottò misure di precauzione. Richiamò, per tale effetto, in Roma qualche centinaio di gendarmi che trovavansi sparsi nella Comarca; li distribuì di rinforzo alle brigate, e, fin dal mattino, fece attivare immense pattuglie a piedi ed a cavallo, alternate da quelle dei Francesi. Del resto, il Papa andò tranquillamente alla solita cappella a S. Maria Maggiore e la pubblica tranquillità non fu menomamente alterata. Il cardinale Antonelli, in quel giorno, intervenne al pranzo diplomatico del generale francese. Al di lui arrivo suonarono concerti musicali. Nella mattina il generale de Goyon passò a rivista, a Villa Borghese, le sue truppe. Nessuna acclamazione a Napoleone, profondo silenzio. Al Casino francese si espose il solito emblema nazionale con discrete luminarie, e le sale furono vuote; ciò in contrapposto delle grandi feste che si preparano a Parigi. ''3 Settembre''. — Nel giorno 29 agosto, l’ambasciatore di Francia ebbe un’udienza da Sua Santità, che durò dal mezzogiorno ad un’ora e mezza.<noinclude></noinclude> 2xcrdo7m4z12vgkux735p6ffhzhj184 Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/364 108 763160 3901693 2717029 2026-09-19T06:28:08Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901693 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|346|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude> Naturalmente, non si conosce che cosa sia stato detto e discusso. Si suppose, però, che la sostanza sia stata di consigliare il Governo pontificio ad aderire al voto dei dominanti nelle Legazioni di avere una amministrazione totalmente separata da quella dello Stato, riserbando soltanto al Papa l’alto dominio e la rappresentanza diplomatica. Niun indizio che il Governo acconsenta a tale richiesta. ''10''. — Pasquino, intesi i rapporti di Bologna e credutosi bene informato dello spirito pubblico delle altre provincie, andò a Ponte Molle e scrisse «Confine dello Stato pontificio». ''8 Ottobre''. — Nel giorno 1° corrente il cardinale segretario inviò un dispaccio al ministro ''interim'' di Sardegna, nel quale, accennando quanto si era operato nel corso dell’anno dai Piemontesi nelle Legazioni, conchiuse col dire che la dignità del S. Padre non permetteva che risiedesse ulteriormente presso la S. Sede un rappresentante del re di Sardegna. Quindi si trovava nella spiacevole circostanza d’inviargli i passaporti per lui e per gli individui della Legazione. Nella mattina del 6, dalle ore 10 antimeridiane alle 2 pomeridiane, una moltitudine di persone (alcuni le calcolarono a 12 mila) passarono all’abitazione dell’Incaricato a lasciare biglietti di visita. Nel giorno seguente proseguì la dimostrazione, prendendovi parte anche le signore.<noinclude></noinclude> arcsa0u4jninph6fq9o2nqceguchvng Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/365 108 763161 3901694 3477714 2026-09-19T06:28:20Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901694 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||&nbsp;1859&nbsp;|347|riga=s}}</noinclude> L’Incaricato, dicesi, partirà domani, o nel giorno 12 corrente. ''15''. — Nella sera degli 8 corrente la Polizia chiamò a sè circa 40 dei principali promotori della dimostrazione all’Incaricato di Sardegna, {{Wl|Q132546247|conte della Minerva}}, e disse loro di ritenerli responsabili di qualsiasi inconveniente si fosse verificato nel giorno susseguente, allorquando aveva luogo la partenza dell’Incaricato suddetto. Intanto il generale francese aveva fatto, precedentemente, un suo Ordine del Giorno alle truppe, esponendo che l’Incaricato di Sardegna, prima di partire da Roma, ''voleva una dimostrazione di simpatia''. Quindi doversi adottare misure di precauzione perchè l’ordine pubblico non venisse alterato. Per tale effetto, ad un’ora pomeridiana del 9 corrente, varii corpi di truppe pontificia e francese occuparono la {{Wl|Q28670523|via Borgognona}}, dov’è la residenza dell’Incaricato e le altre adiacenti, e si formarono depositi nelle vicine piazze. Si chiusero i transiti delle strade conducenti a quella di Borgognona; si fecero chiudere il caffè Nuovo e l’altro sull’angola di {{Wl|Q13055336|via Frattina}}, e si vietò l’uscita dalle porte del Popolo, Angelica e Salara. Un battaglione francese fu situato sulla piazza del Popolo e due plotoni di gendarmi e dragoni pontifici al {{Wl|Q1127325|Ponte Molle}}. L’Incaricato aveva fissato la sua partenza alle 3 pomeridiane, colla idea di staccare dal Corso e proseguire fino al Popolo. Quindi una moltitudine immensa aveva occupato il Corso, come in una delle più brillanti giornate di carnevale: a quella si unirono carrozze.<noinclude></noinclude> i4ouduymlv96936icpj9zqf7mybtmex Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/366 108 763162 3901695 3477729 2026-09-19T06:28:54Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901695 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|348|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude> Però, il generale francese impose all’Incaricato di evitare il Corso ed inaspettatamente, alle 3 e mezza, la carrozza si mosse per la via del Babuino, scortata da altra in cui era un uffiziale francese, il quale andava prendendo concerti con i capi-posti dei diversi picchetti e che si appressavano più di quanto permettesse lo scopo del buon ordine e il diritto delle genti. Pervenuto alla piazza del Popolo, alcune centinaia d’individui, al passaggio delle carrozze, rompendo le fila del cordone, si appressarono all’Incaricato, lo salutarono con levata di cappello, fazzoletti agitati in aria ed alcuni gli strinsero la mano. Presso Ponte Molle una turba di popolo, che aveva preso posto dal mattino, all’apparire dell’Incaricato, proruppe in grida di «Viva Vittorio Emanuele, viva l’Italia», e similmente si appressò alla carrozza. Alcuni baciarono in viso il ministro, altri gli baciarono le mani e, tra l’agitar dei fazzoletti e cappelli, assistettero alla finale partenza<ref name=p366>Il Comitato nazionale, dubitando che la indignazione dei romani per la grave offesa recata al governo di Vittorio Emanuele e per le disposizioni severissime date dal conte Goyon, quando ebbe notizia della dimostrazione che si preparava, facessero nascere disordini, pregò, per mezzo di {{Wl|Q50385067|Giuseppe Checchetelli}} e di {{Wl|Q71402862|Angelo Tittoni}}, il {{Wl|Q132546247|conte Della Minerva}} a voler anticipare di due ore la sua partenza. Vi aderì questi; ma ciò dispiacque assai agli abitanti di Trastevere, delle Regole, di Borgo e dei Monti, i quali, non potendo partecipare alla dimostrazione, se ne dolsero forte col Comitato stesso. Tuttavia, gli abitanti degli altri quartieri di Roma cominciarono presto ad affluire, pel Corso verso porta del Popolo. A tal vista, il Goyon, montato in gran</ref>.<noinclude></noinclude> e3msyw2kz25bcrzfq8le1not1dx1h58 Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/367 108 763163 3901697 3900927 2026-09-19T06:30:07Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901697 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||&nbsp;1859&nbsp;|349|riga=s}}</noinclude> L’Incaricato aveva seco {{AutoreCitato|David Silvagni|Silvagni}} figliuolo del {{Wl|Q52148279|pittore}}, professore di S. Luca, ora defunto. Giovane, di qualche talento, si avviava all’avvocatura e frequentava lo studio dell’avvocato Mandolesi<ref>Il Silvagni, che accompagnò il conte della Minerva, era Davide, autore di una pregevole opera intitolata: ''La Corte e la Società romana nei secoli XVIII e XIX'' (Roma, fratelli Bocca, 1881-83) e di altri scritti politici e letterarî, nipote e non figlio del cav. Silvagni, che fu pittore e preside dell’Accademia di S. Luca.</ref>. Si assicura che fosse offerta all’Incaricato una scorta e che rispondesse che se era per onore egli vi rinunziava, se per individuale sicurezza non aveva di che temere, se, in fine, per scopo a lui ignoto, doveva tacersi. Però, dopo il Ponte Molle, due gendarmi francesi ed un maresciallo dei dragoni ne scortarono la carrozza. Si assicura che l’Incaricato, nella sera, giunto a Viterbo, trovò che la via che doveva percorrere era illuminata. I biglietti di visita mandati all’incaricato, che, secondo alcuni si fanno ascendere a circa cinque<ref follow=p366>furia, mandò per nuovi rinforzi, e, quando giunsero, dal balcone del palazzo Ruspoli, ove abitava, veniva gridando loro: «''Repoussez avec la force''». Ma l’immensa folla accorsa, prima che i francesi vi si schierassero, occupò lesta la piazza del Popolo e le sue adiacenze, sicchè all’arrivo del ministro sardo, i gradini delle chiese di {{Wl|Q1809115|Montesanto}}, dei {{Wl|Q934416|Miracoli}}, di {{Wl|Q869513|Santa Maria del Popolo}} ed i grandi loggiati del {{Wl|Q550215|Pincio}} erano stipati di gente, che, sventolando i fazzoletti proruppe da ogni parte, nelle grida di «Viva l’Italia, viva Vittorio Emanuele» e fece voti pel {{Ec|felice|felice viaggio|Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/690}} e pel prossimo ritorno del conte Della Minerva.</ref><noinclude></noinclude> 6zpgq1h7mltd1brg3utp72lu7xwyhiw Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/368 108 763164 3901699 2717110 2026-09-19T06:30:54Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901699 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|350|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude>mila e, secondo altri, a 13,800, sono stati stampati nella cartoleria Ferrini al Corso, ed il tenore è il seguente: {{Ct|t=1|v=1|lh=1.4|«All’Incaricato di Sardegna»<br/> (nome dell’osservante)}} {{no rientro}}e sotto: ''P. V.'', interpretabile ''per visita'', o ''per voto''. ''3 Dicembre''. — Si dice che il Papa, nella sera dei 26 novembre, riunì una congregazione di cardinali per deliberare sulla convenienza di mandare o no un rappresentante pontificio al Congresso europeo. Si stabilì di partecipare all’imperatore, per mezzo del nunzio, che il S. Padre avrebbe mandato il suo rappresentante quante volte prima il {{Wl|Q1054496|Boncompagni}} avesse rinunziato alla pro-reggenza dell’Italia centrale, e le legazioni fossero tornate sotto il legittimo Governo. Si assicura che alla imperatrice di Francia sia pervenuto un dono anonimo e simbolico, consistente in un magnifico smaniglio, nella cui parte superiore è il ritratto di {{Wl|Q708837|Orsini}} e nella inferiore quello di {{Wl|Q7732|Luigi XVI}}, ambedue decapitati. ''17.'' — Ai 3 corrente il cardinale Savelli, presidente della Consulta per le finanze, presentò al S. Padre i Consultori che attualmente sono in Roma. In tale circostanza lesse un rapporto sugli sconcerti delle finanze, censurò principalmente, con molta energia, l’erogazione malintesa che si faceva d’ingenti somme senza scopo, come, ad esempio, di quelle erogate dalla presidenza delle armi per ingaggio.<noinclude></noinclude> 3vyxmzr9y7ugyemsmubhb4uyf74w86v Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/369 108 763166 3901700 2717111 2026-09-19T06:31:02Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901700 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||&nbsp;1859&nbsp;|351|riga=s}}</noinclude> Il Papa ne interruppe la lettura, e, oltremodo inquieto, licenziò Sua Eminenza dispensandolo di ritornare alle udienze per riferire gli affari, prescrivendogli di mandare il vice-presidente. Si aggiunge che, nel mattino seguente, S. Santità mandasse al cardinale monsignor Berardi, invitandolo a rinunziare. Il cardinale Savelli rispose che la carica gli era stata offerta dall’eminentissimo {{AutoreCitato|Giacomo Antonelli|cardinale Segretario di Stato}}, con preghiera di accettarla, ed ora, piuttosto che rinunziarla, preferiva di essere destituito. Si assicura, generalmente, che abbia avuto luogo un biglietto di ringraziamento. Intanto vennero assegnati al cardinale Savelli scudi 300, a titolo di pensione sopra la cassa dei Ss. PP. Apostolici. Si assicura, dalle persone bene informate, che il cardinale Antonelli, ai 28 del corrente, partirà per il congresso europeo sulla corvetta pontificia, conducendo seco monsignor Guidi e il cav. Sabatucci, impiegato nella segreteria di Stato. Altri dicono che porterà Barluzzi e Massani. Si aggiunge che qualora il Piemonte scegliesse per rappresentante il {{AutoreCitato|Camillo Benso, conte di Cavour|conte Cavour}}, in tal caso il Governo pontificio si asterrebbe di mandare qualsiasi rappresentante. Nella sera degli 11 corrente un Nolè, giocoliere francese, agì nel teatro Metastasio, facendosi bendare gli occhi e leggendo, con vera sorpresa, alcuni scritti che, in dieci lingue, gli presentavano gli spettatori.<noinclude></noinclude> 47ofe6h7t14svy8wysbyx9od2au4os3 Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/370 108 763167 3901701 2717112 2026-09-19T06:31:06Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901701 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|352|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude> In uno fu scritto «Viva Napoleone III, viva Vittorio Emanuele II». Il giocoliere lesse senza difficoltà come nelle altre lingue straniere ed il pubblico, a tale lettura, proruppe in fragorosi applausi. Si disse da alcuni che il cardinale Antonelli portasse seco al Congresso Monsignor Barili (Nunzio di Madrid). Pasquino lo seppe e disse: «Parte con barili e torna con fiaschi». ''21''. — Nel giorno 20 del corrente, tornò a Roma il Papa da una villeggiatura di pochi giorni, fatta a Castel Gandolfo. Pasquino, senza saperne la ragione, vide alcuni arazzi per le strade conducenti al Vaticano e ne domandò schiarimenti a Marforio. Questi gli rispose: «Vi è una festa». Pasquino cercò nel calendario; ma nulla trovò ed insistette perchè gliela accennasse. Allora gli rispose: «Sì fa la festa degli agonizzanti». {{Rule|8em|000}}<noinclude></noinclude> mzedm7f6e5dz8wt1hq0t9z584nbhjcv Diario di Nicola Roncalli/1859 0 763168 3901709 3685394 2026-09-19T06:33:20Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3901709 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=19 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=1859|prec=../1858|succ=../1860}} <pages index="Diario di Nicola Roncalli.djvu" from="326" to="370" /> {{Sezione note}} 4hzgo722y77ymstbuq97kpw1kgygl66 Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/379 108 763173 3901711 2717121 2026-09-19T06:34:17Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901711 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||&nbsp; &nbsp;|353|riga=s}}</noinclude>{{nop}} {{ct|f=1.8em|1860}} {{Rule|2em|000}} ''7 Gennaio''. — Si assicura, dai cortigiani, che il S. Padre, dopo la lettura dei dispacci recati dal segretario della nunziatura di Parigi, si conturbò in modo insolito e pianse amaramente. Alcuni dicono che i dispacci confermassero come ufficiali, per parte dell’imperatore dei Francesi, le espressioni contenute nel noto opuscolo contro la S. Sede intitolato «Il Papa e il Congresso». Ad altri piacque di spargere voci allarmanti, in conseguenza di quanto sopra, che cioè sarebbe stato richiamato il nunzio, ritirate le truppe francesi, e partito il Papa per regioni lontane. Intanto il generale francese, il primo dell’anno, secondo il costume, si recò a felicitare il Papa collo Stato Maggiore. Questi, nel suo complimento, rinnovando i sentimenti di devozione, aggiunse che aveva rinunziato di dividere la gloria e le sorti<noinclude></noinclude> sf1cw4ny2zxxragloyp2uf9d6zu47dy Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/380 108 763179 3901713 2717200 2026-09-19T06:34:22Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901713 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|354|{{Sc|diario roncalli}}|riga=a}}</noinclude>della guerra per tutelare la sacra di lui persona e l’ordine pubblico. Il Papa rispose, in francese, con voce malferma, che era grato di ciò; ma che non poteva dissimulare il dolore provato per la diffusione in Francia di un opuscolo le cui espressioni erano ingiuriose alla S. Sede e contrarie ai principii di giustizia. Gli giovava crederle estranee ai sentimenti dell’imperatore perchè in aperta opposizione alle tante assicurazioni di devozione avute e contenute in fogli che conservava (accennando il suo scrittoio). Quindi, ''in tale persuasione'', benediceva l’imperatore, la famiglia imperiale, ecc. Un uffiziale francese ritrasse, in stenografia, un tale discorso e tosto lo inviò a Parigi. Non si dubitò poi di diffonderne copie per la città, che formano oggetto di discussioni e commenti. Del resto, l’opuscolo fu condannato dal buon senso della generalità, come avverso alla religione, alla giustizia e al diritto delle genti. ''14''. — Il duca Salviati ed il marchese Patrizi compilarono e promossero le soscrizioni per un indirizzo al Papa, da loro compilato, tendente ad attestare i sentimenti d’inalterabile devozione alla S. Sede della nobiltà romana, calunniata da alcuni esteri, i quali declamarono non essere divota al S. Padre. Alcuni si firmarono, altri si ricusarono, tra cui Doria, Massimo, Rospigliosi, Caetani, Piombino, Pallavicino, ecc.<noinclude></noinclude> 86lvxb2d9a6okby1tagk3im14i2umqf Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/381 108 763180 3901714 2717202 2026-09-19T06:34:32Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901714 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||&nbsp;1860&nbsp;|355|riga=s}}</noinclude>{{nop}} ''18''. — Nel giorno 14 corrente il Papa convocò i cardinali per comunicar loro, a quanto si dice, la lettera di Napoleone, riportata nei giornali, concernente gli affari della S. Sede. Si aggiunge che si discutesse lungamente sulla urgenza di adottare o no riforme governative. Nulla si conosce sull’esito; sembra però che si concertasse un riscontro all’imperatore, che fu inviato. Intanto la sera dei 16 corrente, per varii caffè, fu affisso il seguente bollettino dell’{{Wl|Q1415690|Agenzia Stefani}}, in data di Firenze dello stesso giorno: <poem style="margin-left:2.7em;"> «Congresso annullato. Romagne indipendenti. Francia, Inghilterra e Russia alleate. Austria non darà aiuto, nè farà guerra. Roma e Napoli sollecite riforme. L’Italia centrale a Vittorio Emanuele. Nizza e Savoia alla Francia. Sgombro di Roma».</poem> Tale bollettino fu accolto, dal solito partito, con gioia, e non dubita di esternarla con canti e colle significanti parole musicali «Ah povero Gennaro, di te che mai sarà!» In seguito al bollettino stesso e ad altro sunto dell’imperatore di Francia al Papa, fu convocata, circa la mezzanotte, altra congregazione cardinalizia. Naturalmente, la realtà di sì gravi fatti, se non può garantirsi, esprime per altro lo spirito dominante, che è quello della sovversione.<noinclude></noinclude> nai15wvetk5r6w4b9fvfo81ufj3psd7 Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/382 108 763181 3901719 2717203 2026-09-19T06:35:24Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901719 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|356|{{Sc|diario roncalli}}|riga=a}}</noinclude>{{nop}} ''26''. — Al teatro Metastasio si agisce con musica buffa. Ultimamente si cantava quella del {{Wl|Q570279|maestro Ricci}}, intitolata: «Chi dura vince». In essa è un duetto tra ''Ser Giovanni e Ser Gennaro'', che fanno testamento essendo per essi già suonata l’ora. A tale duetto la platea si empiva, applaudiva strepitosamente ed accompagnava il canto degli attori. La polizia proibì il duetto. Circa l’''Ave Maria'' dei 22 corrente, una turba di popolo si recò sotto l’abitazione dell’ambasciatore di Francia (palazzo Colonna) e proruppe in strepitosi applausi e grida di «Viva Napoleone, viva l’Italia, viva l’indipendenza». Essendo giornata festiva (domenica), secondo la consuetudine, alle 7 pomeridiane, a piazza Colonna aveva luogo la ritirata francese con tamburi e concerto musicale. Al suddetto segnale, da ogni parte sboccò numeroso popolo, che ne occupò la vasta piazza. Quindi s’innalzarono grida di «Abbasso Antonelli, viva Napoleone, viva Vittorio Emanuele, viva Cavour, viva il ministero, viva l’Italia indipendente». La turba, oltremodo crescente, associatasi al concerto musicale, passò per il Corso e lo seguì fino al quartiere di Sora, sempre schiamazzando, sventolando fazzoletti. Passando sotto l’abitazione del generale francese, le acclamazioni divennero più vive e, giunti alla piazza di Borghese, si unì qualche grido di «Morte a Borghese» (in odio forse di aver sottoscritto lo indirizzo al Papa).<noinclude></noinclude> 2rg71z71fbm8amnz2ui9pb474u73flj Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/383 108 763182 3901717 2717204 2026-09-19T06:35:16Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901717 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||&nbsp;1860&nbsp;|357|riga=s}}</noinclude> La moltitudine, diramatasi poscia per gli altri quartieri francesi, rinnovò le acclamazioni e gli applausi fragorosi. Dopo di che, si sciolse tranquillamente e senz’alcun inconveniente, a meno dell’apprensione dei pacifici cittadini che ignoravano i limiti della dimostrazione. ''28''. — I vescovi assistenti al soglio ed i capitoli delle Basiliche Lateranense, Vaticana e Liberiana compilarono anch’essi indirizzi di devozione al Papa. Intanto, i consiglieri comunali sono disgustati perchè l’indirizzo del Senato fu fatto senza il loro voto. Molti cittadini declamano che si sia parlato, nell’indirizzo stesso, a nome loro, senza che ne sapessero cosa alcuna. La Curia romana aveva anche essa ideato di compilare un indirizzo. Però dopo la dimostrazione dei 22, ne depose il pensiero. Girano per la città fogli stampati, contenenti una petizione dei cittadini delle provincie rimaste soggette alla dominazione pontificia, chiedente ai rappresentanti delle potenze europee, da riunirsi in Congresso a Parigi, «di voler vivere anch’essi la vita dei popoli liberi e civili, e sopra tutto la vita della Nazione, e che i loro diritti siano, in modo irrevocabile, garantiti» <ref>Di questo plebiscito del popolo romano, desiderato dal conte Cavour, e fatto sotto i vigili occhi della polizia pontificia, abbiamo parlato altrove.</ref>.<noinclude></noinclude> h1km5rk3vqrjdqj5gpk75r3701p0bzt Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/384 108 763183 3901718 3867234 2026-09-19T06:35:19Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901718 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|358|{{Sc|diario roncalli}}|riga=a}}</noinclude> Si dice che in Velletri, Viterbo, ecc., tali fogli furono riempiti di migliaia di firme. Nel giorno 24 corrente, presso la {{Wl|Q3580184|chiesa degli Agonizzanti}}, fu trovato scritto: «Duomo del Governo pontificio». Nel giorno 26 corrente, presso la statua di Pasquino, fu trovato un piccolo {{Wl|Q153389|''shako''}} tricolore. In seguito alla dimostrazione del 22, si eseguirono varii arresti. Ai 26 si sparse, generalmente, la voce che nella sera doveva aver luogo altra clamorosa dimostrazione con bandiere tricolori, alla quale avrebbe preso parte un intiero battaglione francese. Quindi, nelle ore pomeridiane, girarono forti pattuglie per prevenire qualsiasi disordine. La ritirata ebbe luogo con straordinario aumento di forza armata; non ostante, una moltitudine di persone seguì il concerto musicale, ma sempre silenziosa, e nulla accadde. Nella sera dei 27, ad evitare anche la suddetta dimostrazione silenziosa, appena mossa la ritirata i gendarmi pontifici tirarono un cordone alla imboccatura del Corso proibendone il passaggio a chicchessia. Come si accennò precedentemente, all’epoca della guerra si aprirono soscrizioni di bajocchi 20 per offrire ai due Sovrani belligeranti<ref>Napoleone e Vittorio Emanuele.</ref> due spade. Le medesime furono commesse al valente artefice gioielliere {{AutoreCitato|Augusto Castellani|Castellani}} ed ora, ultimate, trovansi già depositate nel Casino francese.<noinclude></noinclude> ar57uvxlnhhktmlt4uukkzlce272xpf Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/385 108 763184 3901722 3900928 2026-09-19T06:36:03Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901722 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||&nbsp;1860&nbsp;|359|riga=s}}</noinclude> Le impugnature sono di oro massiccio con zaffiri e smeraldi. Le lame intarsiate di oro. Gli astucci di velluto cremisi con rabeschi alla ''rococò''. Sono del valore di cinquemila scudi l’una. Una deputazione, che si dice composta del principe Gabrielli, Baroncino Gavotti e Silvestrelli, doveva presentarle. Si aggiunge che il Governo pontificio facesse sentir loro che, al ritorno, non sarebbero stati riammessi negli Stati della S. Sede, e che così sospendessero la partenza<ref>La spada per Napoleone III fu consegnata, in Roma, allo ambasciatore di Francia dal {{Wl|Q3906134|principe Gabrielli}}, dal marchese <!--Angelo Gavotti-->Gavotti e dal {{Ec|dottor|don|Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/690}} {{Wl|Q75800996|Ippolito dei principi Ruspoli}}, quella per Vittorio Emanuele a lui stesso da Annibale Santangeli, {{Wl|Q61989855|Luigi Silvestrelli}} e {{Wl|Q85512858|Luigi Mastricola}}, che già erano in esilio. Nessuna minaccia fu fatta ai tre primi e nulla essi ebbero a soffrire per la presentazione della sciabola stessa.</ref>. Il partito degli esaltati passò la parola d’ordine che nel prossimo carnevale non si debba prender parte ai divertimenti. Nel teatro di Argentina si rappresentava una commedia dove il Pulcinella doveva uccidere due porci, il bianco, o il nero. La platea gridò: «il nero». Difatti, su questo egli fece cadere la scelta ed allora vi furono applausi strepitosi. La Polizia tenne agli arresti, per 24 ore, il {{Wl|Q3620034|Pulcinella Petito}}, napoletano. Frattanto, temendosi che la dimostrazione dei 22 si rinnovasse nella sera seguente dei 23, la ritirata si mosse da piazza Colonna col seguente apparecchio militare:<noinclude></noinclude> pzzfl1lwf85voj0uzu6824rfqa9grbn Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/386 108 763185 3901723 2717209 2026-09-19T06:36:10Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901723 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|360|{{Sc|diario roncalli}}|riga=a}}</noinclude> Gendarmi pontifici di cavalleria battevano la strada, quindi un plotone di cacciatori francesi avanti i tamburi e concerto ed altri due appresso. Naturalmente, la dimostrazione non fu rinnovata. Soltanto, presso la via dell’Orso, alcuni audaci fecero qualche grido; ma tosto furono dispersi e fugati dalla forza. ''4 Febbraio''. — Nella sera dei 28 corrente andò in scena, nel teatro Apollo, un nuovo ballo intitolato «Zaira». I liberali, in tale circostanza, volevano dar luogo ad una dimostrazione negativa se interveniva monsignor Direttore di Polizia. Questi, però, non intervenne ed in ogni modo si erano adottate misure preventive. Nella stessa notte, però, alcuni liberali si recarono in Trastevere e, sotto le finestre del popolano Gennaro Mattaccini, ''alias Gennaraccio'', gridarono: «Viva Napoleone, viva Vittorio Emanuele». Intanto, si sparse voce che nella sera dei 29 (domenica) avrebbe avuto effetto una solenne dimostrazione, al momento della ritirata francese. Quindi, fin dal mattino, si misero in movimento numerose pattuglie di gendarmi, e per il Corso soltanto ve n’erano 60. Però nulla accadde. Ai 29 di gennaio il Papa andò a celebrare la messa nella chiesa dell’Umiltà, quindi, entrato nel contiguo nuovo seminario americano, pronunziò un energico discorso.<noinclude></noinclude> r9a7qu63hmho1lvqephd1j3vt8t6lls Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/387 108 763186 3901724 3900929 2026-09-19T06:36:27Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901724 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||&nbsp;1860&nbsp;|361|riga=s}}</noinclude> L’estensore su di esso si riferisce al ''Giornale di Roma'' del 1° febbraio<ref>In questo discorso Pio IX dichiara che «non è la perdita del temporale dominio che ''gli'' produce nel cuore la massima delle afflizioni.... che molto più lo affligge e spaventa il pervertimento delle idee; quest’orrendo male di tutto falsare». Ma era per lui pervertimento delle idee il credere al diritto dell’Italia su Roma e a quello dei Romani d’essere {{Ec|ammessi|annessi|Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/690}} al nuovo Regno.</ref>. Deve, però, avvertire che trovavasi presente un uffiziale di gendarmeria francese, abilissimo stenografo, il quale ritrasse il discorso stesso, e sembra che alcune espressioni siano state taciute dal giornale. Si assicura, generalmente, che S. Santità adoprò talvolta la parola ''soverchierie''. ''11''. — Nella Università romana, fin da qualche giorno, si andava vociferando che circolasse un indirizzo di devozione per umiliarsi al S. Padre, lo che produsse qualche malumore nei giovani studenti esaltati. Nella mattina dei 6 corrente, circa 200 studenti incominciarono a tumultuare e schiamazzare che volevano vedere il foglio d’indirizzo e conoscerne le firme. In tale stato di cose, il rettore, monsignor Campodonico, stimò prudente di arringarli nel senso che se taluni si credevano compromessi nel ricusare la firma, altri correvano maggior rischio nel doverle palesare, come ora si chiederebbe. Quindi propose di far esibire il foglio, lacerarlo e condannarlo alle fiamme.<noinclude></noinclude> cl3l4olwpr33czjcwisskr6wpafl4xk Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/388 108 763187 3901726 2717212 2026-09-19T06:37:28Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901726 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|362|{{Sc|diario roncalli}}|riga=a}}</noinclude> Infatti, un Costantino Maldura, studente, andò a prendere l’indirizzo e fu solennemente lacerato e bruciato. Intanto, la scolaresca, prevedendo il caso che nel giorno seguente potesse accedere all’Università il cardinale Altieri, preside degli studi, aveva stabilito l’accordo che se avesse proferito qualche parola di rimprovero per l’accaduto, si dovesse fischiarlo. Nulla però avvenne. ''18''. — Per conservare la pubblica tranquillità durante il carnevale, il generale francese, dopo di aver pubblicato un severo Ordine del Giorno, spiegò molta forza per il Corso. La truppa di linea, essendo ora pochissima in Roma, il Governo vi sopperì coi gendarmi tanto a piedi che a cavallo, il cui numero ascendeva a circa 800, essendo in esso corpo passati molti dragoni. Sembra che la popolazione siasi indispettita di tanto apparecchio militare, e, generalmente, si astiene di andare al Corso. Intanto i faziosi avevano comunicato, clandestinamente, il loro programma carnevalesco. Nei giorni in cui è vietato il carnevale passeggiate per il Corso, negli altri giorni passeggiate fuori di Porta Pia. Infatti, nel secondo giorno di carnevale si calcolò che a porta Pia vi fossero circa 400 carrozze ed ottomila persone a passeggiare. Tutti, però, osservavano il più stretto silenzio. Nella prima domenica di carnevale numerosa passeggiata con due file di<noinclude></noinclude> kora2q4fmh8md8e6qegfm8ic4zivo4y Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/389 108 763188 3901727 2717213 2026-09-19T06:37:30Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901727 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||&nbsp;1860&nbsp;|363|riga=s}}</noinclude>carrozze per il Corso. Altrettanto si verificò al venerdì. Sabato, 18 corrente, di carnevale, a porta Pia vi era straordinario concorso di persone a piedi e varie centinaia di carrozze, tra le quali due di cardinali. Nel più bello del passeggio, circa le 3 1<sub>|</sub>2 pomeridiane, si presentarono due carrozze a prendervi parte. L’una con {{AutoreCitato|Mastro Titta|''Mastro Titta''}}, il boia e due aiutanti, e l’altra con birri. Naturalmente, non tutti conoscevano gli aborriti personaggi; ma coloro che li ravvisarono fremettero di sdegno. Fortunatamente, la popolazione si contenne e non avvenne alcuna catastrofe deplorabile. Tale misura fu universalmente disapprovata. ''Dichiarazione'' di Gio. Battista Bogatti, esecutore delle alte opere a Roma, dimorante a Borgo Sant’Angelo, N. 120: {{Ct|t=1|v=1|''Documento del boia:''}} «Sabato ultimo, 18 febbraio, alle ore 4 di sera due sbirri della Polizia pontificia, uno dei quali è personalmente conosciuto da me, si chiama Andreani, sono venuti a trovarmi dichiarandomi che essi operavano così in nome del Papa e dell’assessore generale di Polizia. » Sono stato condotto da essi fuori di porta Pia. Arrivato là, mi fu rinnovato l’ingiunzione da essi,<noinclude></noinclude> 55z79rdi1364z5dcc3tck3w971dssc0 Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/390 108 763190 3901728 2717238 2026-09-19T06:37:32Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901728 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|364|{{Sc|diario roncalli}}|riga=a}}</noinclude>in nome del Sovrano, di scendere e passeggiare come gli altri. » ''Roma, 21 febbraio 1860''. {{A destra|» Firmato: {{Sc|Gio. Battista Bogatti}}».|margine=3em}} Ultimamente, venne in Roma un abate {{AutoreCitato|Vittorio Emanuele Stellardi|Stellardi}}, cappellano regio di S. M. il re Vittorio Emanuele<ref>L’abate Vittorio Emanuele Stellardi aveva portato al pontefice, nel settembre del 1859, una lettera che il re s’era deciso a mandargli per aderire alle reiterate istanze dell’imperatore Napoleone, e quindi un’altra, nel febbraio del 1860, che lo Stellardi stesso consegnò nelle mani di Pio IX.</ref>, incaricato dal suo Sovrano della consegna di una lettera al Papa, relativa agli indispensabili motivi che egli aveva per occupare le Marche e l’Umbria. Il S. Padre si ricusò di riceverlo ed ebbe intimazione del Governo di ripartire immediatamente. Si dice che il cardinale Wiseman si recò, non ha guari, dal Papa a tributargli un atto di devozione e d’ossequio, a nome dei cattolici inglesi. In tale circostanza, supplicò S. Santità a voler cedere, in qualche modo, alla urgenza delle circostanze politiche, per il meglio della religione. Si aggiunge che il S. Padre lo congedò bruscamente e lo dispensasse di far parte, d’ora in poi, delle ordinarie congregazioni. ''20''. — Come si disse, quattro giovani della Sapienza idearono un indirizzo di devozione al Papa e ne promossero le soscrizioni. Dopo il tumulto verificatosi in quella università per tale oggetto, il S. Padre volle conoscere i {{Pt|gio-|}}<noinclude></noinclude> sdaidcfrkfioh3oohxbwz1ew5lgmvb0 Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/391 108 763191 3901730 2717499 2026-09-19T06:37:50Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901730 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||&nbsp;1860&nbsp;|365|riga=s}}</noinclude>{{Pt|vani|giovani}} promotori che rimunerò d’una medaglia d’oro per ciascuno. Il rettore della Sapienza, che adottò il mezzo termine, per sedare il tumulto, di lacerare e bruciare l’indirizzo, è stato espulso. Un Possenti, spoletino, uno dei principali compromessi nel tumulto della Sapienza, e che eccedette anche con qualche pugno contro il Maldura, che era quegli che possedeva l’indirizzo, si è reso latitante. Alcuni giovani furono espulsi dalle scuole, tra questi il figlio di {{AutoreCitato|Carlo Maggiorani|Maggiorani}}, professore di medicina legale. Il professore declamò fortemente per la misura adottata a carico di suo figlio, e ricusò di fare la scuola. Intanto, la Polizia attivò un processo; molti della scolaresca furono esaminati, e sembra che già siasi proceduto a qualche arresto. Quindi malcontento generale e timori di nuovi e più serii tumulti. Circola un opuscoletto di Monsignor Segur, «''Il Papa, questioni moderne''», di cui si cerca la diffusione con poca prudenza. Nella mattina degli 8 corrente gli studenti della Sapienza fischiarono (con poco strepito) un Pacelli, studente di legge, come uno fra coloro che promuovevano le firme dell’indirizzo al Papa. Si medita, dai più esaltati, di fare una dimostrazione di qualche importanza per la libertà dei compagni che potessero essere colpiti da qualche misura di Polizia.<noinclude></noinclude> 8gk069vcnmdwg81p5aygycqxe5g25mr Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/392 108 763296 3901731 2717501 2026-09-19T06:38:04Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901731 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|366|{{Sc|diario roncalli}}|riga=a}}</noinclude>{{nop}} ''2 Marzo''. — Nella mattina dei 24 febbraio, circa 300 studenti della Sapienza tumultuarono nuovamente perchè appresero che otto loro compagni erano stati espulsi dalle scuole, e precettati, in conseguenza di un processo che si faceva a carico dei compromessi nella precedente dimostrazione. Quindi, chiesero al vice-rettore la pronta riammissione dei suddetti. Il vice-rettore rispose non esser ciò in sua facoltà e per la risposta riportarsi a lunedì prossimo, 27 corrente, stante che vi erano due feste, cioè sabato S. Matteo, e domenica. Lunedì, 27, temendosi che si rinnovasse più seria dimostrazione, dove non fosse stato riammesso il destituito rettore monsignor Campodonico, non che gli espulsi studenti, la Polizia pontificia stabilì di adottare misure preventive, e, circa la mezzanotte della domenica, ne scrisse al generale francese per mera intelligenza. Però, con sorpresa, mentre dalla Polizia pontificia, nel mattino di lunedì, si mandò la forza alla Sapienza, fin dalle 7 antimeridiane, venti gendarmi francesi, con carabine ed una compagnia di cacciatori, avevano preso posto e formato fasci d’arme nell’atrio della medesima, proibendone l’ingresso agli indigeni. I giovani, prima di entrare, formarono piccoli assembramenti sulla piazza. Poscia, entrati, previe intelligenze prese col capitano dei gendarmi Francesi, si recarono, senza tumulto, dal vice-rettore per richiederlo della risposta alla domanda di cui aveva fatto promessa il giorno 25.<noinclude></noinclude> jofp0trykkn9cei7zfquiskk60ngfrl Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/393 108 763297 3901732 2717502 2026-09-19T06:38:13Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901732 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||&nbsp;1860&nbsp;|367|riga=s}}</noinclude> Questi rispose loro in termini evasivi, ed allora gli presentarono, nel suo originale, una protesta che avevano preparata. Il vice-rettore, sul primo, si ricusò di riceverla; ma, alla fine, vi fu costretto dalle reiterate insistenze. Una copia conforme, e suggellata, consegnarono al capitano dei gendarmi francesi per il generale. Altro esemplare simile affissero nell’atrio delle scuole, dal quale generalmente ne ritrassero copie. Quindi, passatasi la parola d’ordine di non recarsi alle scuole pomeridiane, se ne partirono tranquillamente. Intanto la dimostrazione militare era bastantemente imponente, imperciocché i Francesi, non avendo permesso ai 60 gendarmi pontifici ed agenti di Polizia di garantire l’ordine interno, si limitarono a formare appostamenti esterni nelle adiacenze, unitamente a molti agenti di Polizia. Il vice-rettore passò al {{Wl|Q372845|cardinale Altieri}}, prefetto degli studi, la protesta. Questi fece rispondere agli studenti che non credeva di poter dare alcuna evasione ad uno scritto quasi anonimo; che si fossero firmati e che allora avrebbe dato un riscontro. Naturalmente vi si ricusarono. Il professore di medicina legale, {{AutoreCitato|Carlo Maggiorani|Maggiorani}}, avendo avuto il suo figlio espulso, lasciò la cattedra e nella mattina dei 27 vi fu sostituito il professore {{AutoreCitato|Guido Baccelli|Baccelli}}. Gli scolari salutarono cortesemente il nuovo professore, encomiarono il suo merito; ma protestarono che non potevano ascoltare le sue lezioni perchè<noinclude></noinclude> syih35x464a8u89g7cilpx8g0ofphww Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/394 108 763300 3901734 2717506 2026-09-19T06:38:45Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901734 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|368|{{Sc|diario roncalli}}|riga=a}}</noinclude>volevano il loro antico maestro. Quindi lasciarono deserta la scuola<ref>Il Rettore dell’Università publicò, il 2 di marzo, il seguente {{Ct|t=1|v=1|AVVISO:}} {{spazi|6}}«Annuendo alla istanza avanzata dal signor professore Carlo Maggiorani perchè gli fosse permesso di farsi supplire per alcuni giorni, a preferenza di altri sostituti, dal signor Dott. Guido Baccelli nella cattedra di medicina-politico-legale, questi fu autorizzato a farne temporariamente le veci. {{spazi|6}}» Quegli studenti pertanto che persistessero a non volerne ascoltare le lezioni, oltrechè commetterebbero una gravissima mancanza, arrecherebbero eziandio non lieve dispiacenza ed ingiuria al benemerito loro professore titolare, mostrando di non far conto del sostituto da lui stesso proposto e designato, come meritevole della sua stima e fiducia.» ::Dalla nostra Residenza, 2 marzo 1860. {{A destra|{{Wl|Q372845|L. Card. {{Sc|Altieri}}}}, ''Arcicancelliere''.}} {{spazi|6}}Il professore Baccelli rinunziò a quella cattedra poichè vide che il Governo pontificio voleva allontanarne del tutto il professore Maggiorani.</ref>. Ai 28 corrente, alla Sapienza non si mandò forza pubblica. Le scuole erano deserte. In quella degli ingegneri si contavano tre studenti. Ai 2 di marzo il cardinale Prefetto degli studi, con notificazione, fece intendere agli scolari della Sapienza che il professore di medicina legale, Maggiorani, si era momentaneamente ritirato e che gli era subentrato il professore Baccelli sostituto per pubblico concorso. Questi essere stato incaricato di fare un foglio di presenza ai discepoli che appartenevano alla sua scuola.<noinclude></noinclude> 7iia6rru5eh64zei5aep6lx8vpo705c Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/395 108 763302 3901735 2717508 2026-09-19T06:38:53Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901735 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||&nbsp;1860&nbsp;|369|riga=s}}</noinclude> Quindi coloro che persistessero nel non frequentarla non sarebbero stati passati negli esami. ''Protesta degli studenti della Sapienza, dei 27 febbraio 1860:'' «Alcuni dei nostri compagni ci sono stati tolti. Uniti ad essi di studi, uniti di sentimenti, noi protestiamo contro una pena ingiusta e parziale. » Quando l’adulazione e la servilità suggerì ad alcuni una menzogna che offendeva il pontefice, senza giovare al principe, noi sorgemmo uniti a smentire chi, nostro malgrado, si faceva interprete de’ nostri sentimenti. » Non il capriccio di pochi; fu la maggioranza di noi che parlò la verità. La pena, se pena vi è per chi dice il vero, non deve ricadere su pochi. » Noi lo confessiamo apertamente: una fu l’opera di tutti, una sia la misura delle nostre azioni: lo chiediamo all’Eminenza Vostra. » Assolti essi, tornino fra noi; puniti, fate che siamo loro compagni nella pena come ci gloriamo di esserlo nell’amore della verità e del nostro paese. ::» 27 Febbraio 1860». ''Nota degli studenti espulsi dall’Università romana:'' Carretti Michelangelo. — Del Frate Filippo. — Ficola Giuseppe. — Maggiorani Gaspare. — Pesarini Carlo. — Possenti Michele. — Rossi Alberto. — Zeppa Domenico.<noinclude></noinclude> nixzm2ohqfh766rdfitpu1smcj33g1z Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/396 108 763303 3901737 2717510 2026-09-19T06:39:20Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901737 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|370|{{Sc|diario roncalli}}|riga=a}}</noinclude>{{nop}} ''3''. — Fin dal giorno 29 di febbraio, i faziosi divulgarono ed affissero per la Città alcuni scritti contenenti quanto appresso: {{blocco centrato|<poem> :«Chi fuma Prende tabacco E giuoca al lotto La mattina è vivo La sera è morto».</poem>}} ''4''. — Nella mattina dei 3 marzo, tre gendarmi pontifici, in borghese, intimarono bruscamente ad alcuni giovani della Sapienza, che si trattenevano al di fuori di essa a fumare con pipe ''democratiche'' e tabacco francese, di entrare o partire. L’ultimo fu riguardato come un insulto e, riunitisi circa un centinaio di essi, abbandonando il primo progetto di piombare sopra i provocatori, si portarono, invece, dal generale francese a farne le loro rimostranze. Questi, all’istante, mandò i suoi gendarmi a discacciare i pontifici in borghese od agenti di polizia, e, contemporaneamente, si recò dal cardinale segretario di Stato per concertare gli analoghi provvedimenti. Però, il generale francese rispose in iscritto alle proteste dei giovani della Sapienza ed ai 4 di marzo mandò copia di tale riscontro alla Polizia pontificia. In sostanza, dice che gli studenti debbono interessarsi del profitto negli studi e non di altro; che la di lui missione è quella di tutelare l’ordine e che laddove si cercasse di turbare questo, egli si vedrebbe costretto ad usare la forza. {{nop}}<noinclude></noinclude> 45pexqw3a9ooattpoizc7tq8pg1z0bd Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/397 108 763305 3901739 2717515 2026-09-19T06:40:06Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901739 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||&nbsp;1860&nbsp;|371|riga=s}}</noinclude>{{nop}} ''10.'' — Dai 2 del corrente marzo incominciò la dimostrazione del non fumare. Domenica, 4, non si vide più alcuno col sigaro. Tutti, invece, con piccole pipe ''democratiche'', con tabacco francese. Alcuni, che azzardarono di fumare il sigaro, furono insultati, schiaffeggiati, bastonati. Si dice che ad uno, presso piazza di Venezia, fu data una coltellata; ad un conte Malatesta, per lo stesso oggetto, uno schiaffo. I tabaccai ed i venditori ambulanti furono posti in uno stato di disperazione. I tabaccai al Corso vendettero in giornate intiere due o tre sigari. Per contro dimostrazione, essendosi adottata la misura di far fumare i birri e i gendarmi, ne avvenne che alcuni pochi, che volevano proseguire l’uso del sigaro, vennero costretti ad abbandonarlo per non essere confusi tra la bassa Polizia. ''16''. — Nella notte dal 14 al 15 marzo, si trovarono, per la città, centinaia di targhette, stampate a caratteri cubitali: <poem style="text-align:center; font-style: italic;">«Unione alla Monarchia Costituzionale del Re Vittorio Emanuele».</poem> Se ne rinvennero anche altre col motto; <poem style="text-align:center; font-style: italic;">«Adesione al Governo Costituzionale del Re Vittorio Emanuele».</poem> Si assicura che, per Roma, ne siano stati sparsi circa 800 esemplari.<noinclude></noinclude> 5z66hzc9nlpn7kk9dxz5x3rqb7mn36d Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/398 108 763306 3901742 2717518 2026-09-19T06:41:16Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901742 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|372|{{Sc|diario roncalli}}|riga=a}}</noinclude>{{nop}} ''18.'' — Nel giorno 16 corrente, a Villa Borghese, vi fu rivista di truppe francesi con distribuzioni di decorazioni. Accorsero varii Romani e s’intese innalzare qualche grido di «Viva Napoleone». Nella mattina dello stesso giorno (venerdì) si riunirono in S. Pietro circa quattromila persone, tra impiegati e nobiltà romana, ad oggetto di corteggiare il S. Padre, nel passaggio che faceva per la chiesa suddetta in occasione della predica. La dimostrazione procedette tranquillamente. Nella mattina dei 17, il S. Padre si recò alla Chiesa di S. Agata in Suburra, ed in tale circostanza visitò l’altra Chiesa degli Irlandesi, per la festa di S. Patrizio, Apostolo dell’Irlanda. Colà si era affollata molta poveraglia, la quale gridò: «Santo Padre, ci morimo di fame, abbasso Antonelli». La miseria certamente è grave. ''20''. — Nella mattina dei 19 (sacro a S. Giuseppe) si riunirono, secondo il solito, gli studenti della Sapienza nella congregazione per la messa. Dopo di questa, intuonarono il ''Te Deum'', per festeggiare l’annessione delle Romagne al Piemonte. ''Avvenimenti del 19 marzo 1860:'' «Nella mattina dei 19 corrente, (sacro a San Giuseppe) i faziosi avevano deciso di fare una passeggiata fuori di porta Pia per festeggiare l’onomastico di Garibaldi ed in pari tempo l’annessione delle Romagne al Piemonte.<noinclude></noinclude> jn5ofua32vwrt50vvhezqdx275h3l1b Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/399 108 763307 3901740 2717521 2026-09-19T06:41:02Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901740 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||&nbsp;1860&nbsp;|373|riga=s}}</noinclude> » L’arresto, precedentemente fattosi al caffè in via Argentina, di alcuni individui trovati possessori dei biglietti d’invito, fece sì che non avesse più luogo colà, ma bensì per il Corso, nelle ore pomeridiane. Infatti, circa le 22, il Corso si riempì in modo straordinario di popolo e specialmente del medio e basso ceto, l’atteggiamento del quale non era il più tranquillo e prudente. » Questi, non contenti della semplice passeggiata, si fecero ad insultare alcuni gendarmi pontifici che, in gran numero, perlustravano il Corso e tassativamente il tenente Brignole, e quindi il maggiore Sangiorgi, in abito borghese, associato a varii gendarmi. Allora questi, presso il palazzo Bonaccorsi, ordinò ai suoi dipendenti l’arresto di quattro tra i più audaci. Però, il popolo, ammutinatosi, circondò i gendarmi, ne ritolse due, e soltanto, tra gli urli e i fischi, poterono portare al carcere di polizia a Monte Citorio, i fratelli Barbieri, agiati macellai e notissimi liberali, i quali, alla testa della numerosa turba di popolani, avevano rinnovato insulti alla forza pubblica. » Il popolo, proseguendo nell’agitazione, tenne dietro agli arrestati e chiedeva tumultuariamente la liberazione dei medesimi. » La turba, ingrossatasi a dismisura a piazza Colonna, si dirigeva verso il casino francese per promuovere forse, sotto la protezione di esso, una dimostrazione sediziosa; ma un picchetto di linea, uscito dal quartiere sottoposto, disciolse militarmente l’assembramento.<noinclude></noinclude> p0qpx2kz6gg9htlg0w3mm9dbxftqns6 Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/400 108 763308 3901741 3867204 2026-09-19T06:41:04Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3901741 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|374|{{Sc|diario roncalli}}|riga=a}}</noinclude> » Poco dopo s’intesero altri clamori ed usciti di nuovo pochi gendarmi pontifici, che si erano riuniti nel cortile di Monte Citorio, furono costretti a ritirarsi dagli urli e fischi. » Così irritati, benchè fossero di cavalleria otto soltanto ed a piedi circa 15, oltre varii agenti di Polizia (in tutto 32), senza attendere ordine di alcun superiore, mentre tutto il Corso si rimaneva compatto di spettatori ed in atteggiamento minaccioso, fecero una sortita precipitosa e, con squadrone o sciabola alla mano, piombando su di essi, davano colpi inconsiderati sopra chiunque, e ferirono, dispersero e fugarono tutti. » Naturalmente, essendo circa mezz’ora di notte, molti pacifici cittadini tornavano dalle passeggiate colle loro famiglie, facendo la via del Corso per restituirsi alle loro case. » Anche questi, oltre allo spavento provato, riportarono ferite, contusioni. Così proseguivano fino alla piazza del Popolo e, volgendo dalla via di Ripetta, rientrarono nel palazzo di Monte Citorio. » Con tale mezzo violento, il Corso, in pochi istanti, rimase vuoto e, fortunatamente, senza una sanguinosa reazione, che pur troppo temevasi. » La guarnigione francese, prima della catastrofe, si dispose in numerose pattuglie e fece uscire le carrozze dal Corso, lo che cagionò qualche scompiglio. » Allorquando però i gendarmi pontifici passarono alle vie di fatto, si ritirarono, senza prendervi parte veruna. Anzi, varii uffiziali francesi e gendarmi cercarono di calmare la ferocia, piuttosto che {{Pt|l’ar-|}}<noinclude></noinclude> no7w33s3zfvb8egpzygvgpd5j4c86r9 Utente:Marcok/ElencoLibri 2 767517 3901656 3875291 2026-09-19T00:23:57Z ListeriaBot 39788 Wikidata list updated [V2] 3901656 wikitext text/x-wiki Test di interrogazione per generare una lista di libri presenti su Wikisource a partire dai dati presenti su Wikidata. {{Wikidata list |sparql= SELECT ?item ?pagina_indice_Wikisource WHERE { ?item wdt:P1957 ?pagina_indice_Wikisource. FILTER(EXISTS { ?wiki schema:about ?item; schema:isPartOf <https://it.wikisource.org/>. }) } ORDER BY DESC (?item) |wdq= |sort= |columns=item:Wikidata,label:Titolo,P577:Data,description:Descrizione |thumb=80 |summary=itemnumber }} {| class='wikitable sortable' ! Wikidata ! Titolo ! Data ! Descrizione |- | [[:d:Q99736010|Q99736010]] | [[Rime varie, Etruria vendicata (Alfieri, 1903)|Le rime varie e il poema L'Etruria vendicata di Vittorio Alfieri]] | data-sort-value="1903" | 1903 | edizione (1903) di opere poetiche di Vittorio Alfieri |- | [[:d:Q99733037|Q99733037]] | [[Epigrammi, Satire, Misogallo (Alfieri, 1903)|Gli epigrammi le satire, il Misogallo di Vittorio Alfieri]] | data-sort-value="1903" | 1903 | edizione (1903) di opere letterarie di Vittorio Alfieri |- | [[:d:Q99233415|Q99233415]] | [[La virtù sconosciuta|La virtù sconosciuta. Dialogo di Vittorio Alfieri da Asti]] | data-sort-value="1786" | 1786 | edizione (1786) di opere letterarie di Vittorio Alfieri |- | [[:d:Q98271221|Q98271221]] | [[Saul]] | data-sort-value="1807" | 1807 | edizione (1807) della tragedia di Vittorio Alfieri |- | [[:d:Q98205941|Q98205941]] | [[Tragedie (Alfieri, 1783), Volume III|Tragedie di Vittorio Alfieri da Asti. Volume terzo]] | data-sort-value="1783" | 1783 | terzo volume dell&#39;edizione delle tragedie di Vittorio Alfieri (Siena, 1783) |- | [[:d:Q98205844|Q98205844]] | [[Tragedie (Alfieri, 1783), Volume II|Tragedie di Vittorio Alfieri da Asti. Volume secondo]] | data-sort-value="1783" | 1783 | secondo volume dell&#39;edizione delle tragedie di Vittorio Alfieri (Siena, 1783) |- | [[:d:Q98205271|Q98205271]] | [[Tragedie (Alfieri, 1783), Volume I|Tragedie di Vittorio Alfieri da Asti. Volume primo]] | data-sort-value="1783" | 1783 | primo volume dell&#39;edizione delle tragedie di Vittorio Alfieri (Siena, 1783) |- | [[:d:Q98007540|Q98007540]] | [[Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici|Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici (1802)]] | | raccolta di scritti di Giuseppe Toaldo pubblicati nei Giornali Astro-meteorologici - edizione del 1802 |- | [[:d:Q97055930|Q97055930]] | [[Gemme d'arti italiane - Anno I]] | data-sort-value="1845" | 1845 | |- | [[:d:Q96994705|Q96994705]] | [[Tragedie (Alfieri, 1946), Volume III|Tragedie. Volume terzo]] | data-sort-value="1947" | 1947 | terzo volume dell&#39;edizione delle tragedie di Vittorio Alfieri (Bari, 1947) |- | [[:d:Q96992870|Q96992870]] | [[Tragedie (Alfieri, 1946), Volume II|Tragedie. 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Nostro signore papa Pio VII tenuta nel concistoro segreto la feria seconda il giorno XXIX di Ottobre MDCCCIV]] | data-sort-value="1804" | 1804 | edizione in latino e italiano dell&#39;allocuzione "Hoc ipso" di papa Pio VII |- | [[:d:Q96335522|Q96335522]] | [[Panegirico di Plinio a Trajano nuovamente trovato, e tradotto da Vittorio Alfieri da Asti]] | data-sort-value="1789" | 1789 | edizione di opere letterarie di Vittorio Alfieri (1789) |- | [[:d:Q96335351|Q96335351]] | [[Della tirannide e altre opere (Alfieri, 1927)|Della tirannide]] | data-sort-value="1927" | 1927 | edizione (1927) delle opere politiche di Vittorio Alfieri |- | [[:d:Q93877680|Q93877680]] | [[Tragedie postume (Alfieri, 1947)|Tragedie postume]] | data-sort-value="1947" | 1947 | edizione delle tragedie postume di Vittorio Alfieri (Bari, 1947) |- | [[:d:Q91776240|Q91776240]] | [[La sesta crociata, ovvero l'istoria della santa vita e delle grandi cavallerie di re Luigi IX di Francia]] | data-sort-value="1872" | 1872 | edizione italiana della Vita di San Luigi di Jean de Joinville, tradotta da Giovanni Galvani e pubblicata nel 1872 |- | [[:d:Q84761774|Q84761774]] | [[Storie incredibili]] | data-sort-value="1869" | 1869 | |- | [[:d:Q72625647|Q72625647]] | [[Una questione di grammatica razionale]] | data-sort-value="1912" | 1912 | discorso del prof. Giuseppe Peano, IV Congresso Internazionale di Filosofia, Bologna, 1911 |- | [[:d:Q72624446|Q72624446]] | [[Principii di geometria]] | data-sort-value="1889" | 1889 | saggio di Giuseppe Peano |- | [[:d:Q72165087|Q72165087]] | [[Guerra e malaria]] | data-sort-value="1918" | 1918 | opuscolo di Giuseppe D&#39;Urso |- | [[:d:Q70063197|Q70063197]] | [[Dell'uso de' conduttori metallici a preservazione degli edifizi contro de' fulmini, nuova apologia|Dell’uso de’ conduttori metallici a preservazione degli edifizj contro de’ fulmini, nuova apologia]] | data-sort-value="1774" | 1774 | libro di Giuseppe Toaldo sull&#39;uso dei parafulmini |- | [[:d:Q674081|Q674081]] | [[Opera:Il fermo proposito (Pio X)|Il fermo proposito]] | data-sort-value="1905" | 1905-06-11 | enciclica di Pio X del 1905 |- | [[:d:Q65938719|Q65938719]] | [[Dal mio verziere]] | data-sort-value="1910" | 1910 | edizione del 1910 dell&#39;opera di Maria Majocchi |- | [[:d:Q65037994|Q65037994]] | [[Don Chisciotte della Mancia]] | data-sort-value="1841" | 1841 | edizione in italiano del 1841 |- | [[:d:Q65032464|Q65032464]] | [[Cattive compagnie (Deledda)|Cattive compagnie]] | data-sort-value="1921" | 1921 | prima edizione dell&#39;opera di Grazia Deledda |- | [[:d:Q64220990|Q64220990]] | [[Naja Tripudians|Naja tripudians]] | data-sort-value="1921" | 1921 | edizione del 1921 dell&#39;opera di Annie Vivanti |- | [[:d:Q64220972|Q64220972]] | [[Sorella di Messalina|...Sorella di Messalina]] | data-sort-value="1922" | 1922 | prima edizione dell&#39;opera di Annie Vivanti |- | [[:d:Q64214254|Q64214254]] | [[I divoratori]] | data-sort-value="1922" | 1922 | edizione del 1922 dell&#39;opera di Annie Vivanti |- | [[:d:Q64141685|Q64141685]] | [[Guida illustrata di Montepiano e sue adiacenze]] | data-sort-value="1892" | 1892 | libro di Ranieri Agostini |- | [[:d:Q64141389|Q64141389]] | [[La stazione estiva di Montepiano]] | data-sort-value="1897" | 1897 | libro di Francesco Bettini |- | [[:d:Q64141254|Q64141254]] | [[Sigilli pratesi]] | data-sort-value="1872" | 1872 | edizione dell&#39;opera di Cesare Guasti |- | [[:d:Q64139945|Q64139945]] | [[Le dimore estive dell'Appennino toscano]] | data-sort-value="1896" | 1896 | libro di Emilio Bertini |- | [[:d:Q63945060|Q63945060]] | [[Quando il dormente si sveglierà]] | data-sort-value="1907" | 1907 | traduzione di When the Sleeper Wakes |- | [[:d:Q63859708|Q63859708]] | [[Orazioni]] | data-sort-value="1918" | 1918 | prima edizione dell’opera di Ada Negri |- | [[:d:Q63859706|Q63859706]] | [[Le solitarie]] | data-sort-value="1917" | 1917 | prima edizione dell’opera di Ada Negri |- | [[:d:Q63859704|Q63859704]] | [[Dal profondo]] | data-sort-value="1910" | 1910 | prima edizione dell’opera di Ada Negri |- | [[:d:Q63859703|Q63859703]] | [[Tempeste]] | data-sort-value="1896" | 1896 | prima edizione dell’opera di Ada Negri |- | [[:d:Q63859532|Q63859532]] | [[Fatalità (1895)|Fatalità]] | data-sort-value="1895" | 1895 | edizione del 1895 dell’opera di Ada Negri |- | [[:d:Q63681695|Q63681695]] | [[Nel deserto]] | data-sort-value="1911" | 1911 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63681694|Q63681694]] | [[Marianna Sirca]] | data-sort-value="1915" | 1915 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63681693|Q63681693]] | [[La via del male]] | data-sort-value="1906" | 1906 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63681691|Q63681691]] | [[La madre (Deledda)|La madre]] | data-sort-value="1920" | 1920 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63681690|Q63681690]] | [[L'edera (romanzo)|L'edera]] | data-sort-value="1920" | 1920 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63681689|Q63681689]] | [[Dopo il divorzio]] | data-sort-value="1902" | 1902 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63681688|Q63681688]] | [[Colombi e sparvieri]] | data-sort-value="1912" | 1912 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63681687|Q63681687]] | [[Cenere]] | data-sort-value="1929" | 1929 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63681686|Q63681686]] | [[Canne al vento]] | data-sort-value="1913" | 1913 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63681685|Q63681685]] | [[Annalena Bilsini]] | data-sort-value="1927" | 1927 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63676441|Q63676441]] | [[Il Parlamento del Regno d'Italia]] | data-sort-value="1860" | 1860 | edizione del libro di Aristide Calani pubblicata a Milano nel 1860 |- | [[:d:Q63648030|Q63648030]] | [[Il diavolo nella mia libreria]] | data-sort-value="1921" | 1921 | edizione del 1921 edita Mondadori del libro di Alfredo Panzini |- | [[:d:Q63648029|Q63648029]] | [[Novelle d'ambo i sessi]] | data-sort-value="1920" | 1920 | edizione del 1920 edita Treves del libro di Alfredo Panzini |- | [[:d:Q63648026|Q63648026]] | [[Viaggio di un povero letterato]] | data-sort-value="1920" | 1920 | edizione del 1920 edita Treves del libro di Alfredo Panzini |- | [[:d:Q63620239|Q63620239]] | [[Il libro dei morti]] | data-sort-value="1893" | 1893 | edizione del 1893 edita Galli dell&#39;opera di Alfredo Panzini |- | [[:d:Q63619319|Q63619319]] | [[Il bacio di Lesbia]] | data-sort-value="1949" | 1949 | edizione del 1949 edita Mondadori dell&#39;opera di Alfredo Panzini |- | [[:d:Q63439538|Q63439538]] | [[Elias Portolu]] | data-sort-value="1928" | 1928 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63435956|Q63435956]] | [[Cosima]] | data-sort-value="1937" | 1937 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63435955|Q63435955]] | [[La chiesa della solitudine]] | data-sort-value="1936" | 1936 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63435954|Q63435954]] | [[L'argine]] | data-sort-value="1934" | 1934 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63435953|Q63435953]] | [[Il paese del vento]] | data-sort-value="1931" | 1931 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63435952|Q63435952]] | [[La giustizia]] | data-sort-value="1929" | 1929 | edizione del 1929 dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63435950|Q63435950]] | [[Il tesoro (Deledda)|Il tesoro]] | data-sort-value="1928" | 1928 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63435949|Q63435949]] | [[Il vecchio e i fanciulli]] | data-sort-value="1929" | 1929 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63435948|Q63435948]] | [[La fuga in Egitto]] | data-sort-value="1926" | 1926 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63435947|Q63435947]] | [[La danza della collana - A sinistra|La danza della collana]] | data-sort-value="1924" | 1924 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63435946|Q63435946]] | [[Il Dio dei viventi]] | data-sort-value="1922" | 1922 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63435945|Q63435945]] | [[Il segreto dell'uomo solitario]] | data-sort-value="1921" | 1921 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63435943|Q63435943]] | [[L'incendio nell'oliveto]] | data-sort-value="1921" | 1921 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63435942|Q63435942]] | [[Le colpe altrui]] | data-sort-value="1920" | 1920 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63435941|Q63435941]] | [[Il nostro padrone]] | data-sort-value="1920" | 1920 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63435940|Q63435940]] | [[Naufraghi in porto]] | data-sort-value="1920" | 1920 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63435939|Q63435939]] | [[Il vecchio della montagna - Odio vince|Il vecchio della montagna]] | data-sort-value="1920" | 1920 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63435935|Q63435935]] | [[Nostalgie]] | data-sort-value="1914" | 1914 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63435933|Q63435933]] | [[Sino al confine]] | data-sort-value="1922" | 1922 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63435932|Q63435932]] | [[L'ombra del passato]] | data-sort-value="1907" | 1907 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63435931|Q63435931]] | [[Anime oneste]] | data-sort-value="1905" | 1905 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q63434342|Q63434342]] | [[Dal vero (Serao)|Dal Vero]] | data-sort-value="1879" | 1879 | prima edizione dell’opera di Matilde Serao |- | [[:d:Q63434321|Q63434321]] | [[La moglie di un grand'uomo ed altre novelle|La moglie di un grand'uomo]] | data-sort-value="1919" | 1919 | prima edizione dell’opera di Matilde Serao |- | [[:d:Q63434229|Q63434229]] | [[La conquista di Roma]] | data-sort-value="1910" | 1910 | edizione del romanzo di Matilde Serao |- | [[:d:Q63434228|Q63434228]] | [[Lettere d'una viaggiatrice]] | data-sort-value="1908" | 1908 | prima edizione dell’opera di Matilde Serao |- | [[:d:Q63434226|Q63434226]] | [[Cristina]] | data-sort-value="1908" | 1908 | prima edizione dell’opera di Matilde Serao |- | [[:d:Q63434224|Q63434224]] | [[Il romanzo della fanciulla]] | data-sort-value="1921" | 1921 | edizione del 1921 dell’opera di Matilde Serao |- | [[:d:Q63434223|Q63434223]] | [[Santa Teresa]] | data-sort-value="1904" | 1904 | prima edizione dell’opera di Matilde Serao |- | [[:d:Q63434222|Q63434222]] | [[Suor Giovanna della Croce]] | data-sort-value="1901" | 1901 | prima edizione dell’opera di Matilde Serao |- | [[:d:Q63434220|Q63434220]] | [[L'infedele]] | data-sort-value="1897" | 1897 | prima edizione dell’opera di Matilde Serao |- | [[:d:Q63434219|Q63434219]] | [[Donna Paola]] | data-sort-value="1897" | 1897 | prima edizione dell’opera di Matilde Serao |- | [[:d:Q63434217|Q63434217]] | [[Leggende napoletane]] | data-sort-value="1895" | 1895 | edizione del 1895 dell’opera di Matilde Serao |- | [[:d:Q63434216|Q63434216]] | [[Le amanti]] | data-sort-value="1894" | 1894 | prima edizione dell’opera di Matilde Serao |- | [[:d:Q63434215|Q63434215]] | [[Gli amanti]] | data-sort-value="1894" | 1894 | prima edizione dell’opera di Matilde Serao |- | [[:d:Q63434214|Q63434214]] | [[Fantasia (Serao)|Fantasia]] | data-sort-value="1892" | 1892 | edizione del 1892 dell’opera di Matilde Serao |- | [[:d:Q63434208|Q63434208]] | [[La mano tagliata]] | data-sort-value="1912" | 1912 | prima edizione dell’opera di Matilde Serao |- | [[:d:Q63434207|Q63434207]] | [[Piccolo romanzo]] | data-sort-value="1891" | 1891 | prima edizione dell’opera di Matilde Serao |- | [[:d:Q63400202|Q63400202]] | [[Piccole anime]] | data-sort-value="1890" | 1890 | edizione del 1890 dell’opera di Matilde Serao |- | [[:d:Q63400201|Q63400201]] | [[Fior di passione (Serao)|Fior di passione]] | data-sort-value="1888" | 1888 | prima edizione dell’opera di Matilde Serao |- | [[:d:Q63400200|Q63400200]] | [[Vita e avventure di Riccardo Joanna]] | data-sort-value="1887" | 1887 | prima edizione dell’opera di Matilde Serao |- | [[:d:Q63400198|Q63400198]] | [[La virtù di Checchina]] | data-sort-value="1884" | 1884 | prima edizione dell’opera di Matilde Serao |- | [[:d:Q63400156|Q63400156]] | [[Storia di due anime]] | data-sort-value="1904" | 1904 | prima edizione dell’opera di Matilde Serao |- | [[:d:Q63118883|Q63118883]] | [[Il tulipano nero]] | data-sort-value="1851" | 1851 | |- | [[:d:Q61671482|Q61671482]] | [[Memorie storiche su la vita, gli studj, e le opere di Lionardo da Vinci]] | data-sort-value="1804" | 1804 | prima edizione dell&#39;opera di Carlo Amoretti del 1804 |- | [[:d:Q61463724|Q61463724]] | [[La scotennatrice]] | data-sort-value="1930" | 1930 | ed. Sonzogno, Milano 1930 |- | [[:d:Q61179500|Q61179500]] | [[Il mio delitto]] | data-sort-value="1925" | 1925 | ed. Fratelli Treves, Milano 1925 |- | [[:d:Q60798383|Q60798383]] | [[Relatione della morte, et esequie del serenissimo principe Carlo|Relatione della morte, et esequie del serenissimo principe Carlo, figliuolo del catolico re Filippo II re di Spagna et c.]] | data-sort-value="1569" | 1569 | opera di Juan Lopez de Hoyos, edizione del 1569 |- | [[:d:Q60643033|Q60643033]] | [[Dell'incendio del Monte di Somma]] | data-sort-value="1631" | 1631 | opera di Giovanni Orlandi, edizione del 1631 |- | [[:d:Q60533070|Q60533070]] | [[Il mostruosissimo mostro]] | data-sort-value="1584" | 1584 | opera di Giovanni Rinaldi, edizione del 1584 |- | [[:d:Q60463524|Q60463524]] | [[Vita di Jacopo Durandi]] | data-sort-value="1817" | 1817-12-06 | biografia scritta da Gaspare de Gregory |- | [[:d:Q60196596|Q60196596]] | [[Nelle solenni esequie del celebre filosofo e medico bolognese Giacomo Bartolomeo Beccari]] | data-sort-value="1766" | 1766 | orazione funebre di Flaminio Scarselli |- | [[:d:Q60023254|Q60023254]] | [[Contro l'alchimia e gli alchimisti palinodia dell'Argonautica|Contro l'alchimia e gli alchimisti palinodia dell'Argonautica...]] | data-sort-value="1606" | 1606 | opera di Angelo Ingegneri, edizione del 1606 |- | [[:d:Q59820360|Q59820360]] | [[L'historia della publica et famosa entrata in Vinegia del serenissimo Henrico III|L'historia della publica et famosa entrata in Vinegia del serenissimo Henrico III... con la dechiaratione dell'edificio, et arco fatto al Lido. Composto nuovamente per Marsilio della Croce]] | data-sort-value="1574" | 1574 | opera di Marsilio Della Croce, edizione del 1574 |- | [[:d:Q59603800|Q59603800]] | [[Dialogo de la caccia de' falconi, astori, et sparvieri|Dialogo de la caccia de' falconi, astori, et sparvieri. Con l'aggiunta d'un discorso in materia de la caccia de li smerigli, de l'astorelle... De l'illustre sig.r Francesco Codroipo gentilhuomo udinese]] | data-sort-value="1614" | 1614 | opera di Francesco Codroipo, edizione del 1614 |- | [[:d:Q59261285|Q59261285]] | [[Poetica descritione d'intorno all'inventioni della sbarra combattuta in Fiorenza|Poetica descritione d'intorno all'inventioni della sbarra combattuta in Fiorenza nel cortile del palagio de' Pitti in honore della sereniss. signora Bianca Cappello gran duchessa di Toscana]] | data-sort-value="1579" | 1579 | opera di Cosimo Gaci, edizione del 1579 |- | [[:d:Q58882478|Q58882478]] | [[Il vampiro (1831)|Il vampiro]] | data-sort-value="1831" | 1831 | traduzione italiano di 1831 |- | [[:d:Q58483320|Q58483320]] | [[Breve descrizione dell'aquisto di Terra Santa|Breve descrizione dell'aquisto di Terra Santa di Antonio Mossi fiorentino]] | data-sort-value="1601" | 1601 | opera di Antonio Mossi, edizione del 1601 |- | [[:d:Q58230016|Q58230016]] | [[Ragguaglio del numero de peregrini|Ragguaglio del numero de peregrini, et dell'ordine tenuto in riceverli, et governarli in l'hospitale della venerabile Archiconfraternita della Santissima Trinita in Roma, l'anno del giubileo 1575. Raccolto da Pomponio Castani...]] | data-sort-value="1576" | 1576 | opera di Pomponio Castani, edizione del 1576 |- | [[:d:Q57494942|Q57494942]] | [[Breve trattato delle citta nobili del mondo, et di tutta Italia|Breve trattato delle citta nobili del mondo, et di tutta Italia... et il principio del regno de' Longobardi...]] | data-sort-value="1574" | 1574 | volume edito nel 1574 |- | [[:d:Q57394883|Q57394883]] | [[Il ventre di Napoli]] | data-sort-value="1884" | 1884 | romanzo italiano |- | [[:d:Q57153261|Q57153261]] | [[Discorso sopra il giuoco del calcio fiorentino|Discorso sopra il giuoco del calcio fiorentino. Del Puro Accademico Alterato. Al sereniss. gran duca di Toscana suo signore]] | data-sort-value="1580" | 1580 | opera di Giovanni Bardi, edizione del 1580 |- | [[:d:Q56831097|Q56831097]] | [[Le dieci mascherate delle bufole mandate in Firenze il giorno di Carnovale l'anno 1565|Le dieci mascherate delle bufole mandate in Firenze il giorno di Carnovale l'anno 1565. Con la descrizzione di tutta la pompa delle maschere, e loro invenzioni]] | data-sort-value="1566" | 1566 | volume edito nel 1566 |- | [[:d:Q56708026|Q56708026]] | [[Alcune lettere delle cose del Giappone|Alcune lettere delle cose del Giappone. Dell'anno 1579. insino al 1581]] | data-sort-value="1584" | 1584 | volume, edizione del 1584 |- | [[:d:Q56648771|Q56648771]] | [[I tre libri di Pomponio Mela del sito, forma, e misura del mondo|I tre libri di Pomponio Mela del sito, forma, e misura del mondo. Tradotto per messer Thomaso Porcacchi]] | data-sort-value="1557" | 1557 | opera di Pomponio Mela tradotto da Tommaso Porcacchi, edizione del 1557 |- | [[:d:Q56572897|Q56572897]] | [[Nuove inventioni di Camillo Agrippa Milanese sopra il modo di navigare]] | data-sort-value="1595" | 1595 | opera di Camillo Agrippa, edizione del 1595 |- | [[:d:Q56458343|Q56458343]] | [[Trattato di scienza d'arme|Di M. Camillo Agrippa Trattato di scienza d'arme. Et un dialogo in detta materia]] | data-sort-value="1568" | 1568 | opera di Camillo Agrippa, edizione del 1568 |- | [[:d:Q56396010|Q56396010]] | [[Pietro Coppo Del sito de listria a Iosepho Faustino]] | data-sort-value="1540" | 1540 | opera di Pietro Coppo, edizione nel 1540 |- | [[:d:Q51783019|Q51783019]] | [[Viaggio da Milano ai tre laghi Maggiore, di Lugano e di Como e ne' monti che li circondano]] | data-sort-value="1817" | 1817-02-10 | quinta edizione (1817) del libro di Carlo Amoretti |- | [[:d:Q51130006|Q51130006]] | [[Indice:Scientia - Vol. VIII.djvu]] | data-sort-value="1910" | 1910 | |- | [[:d:Q30111604|Q30111604]] | [[Artisti fiesolani|Artisti fiesolani ed. 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911 | edizione |- | [[:d:Q30057314|Q30057314]] | [[Vita nuova|La vita nuova]] | data-sort-value="1907" | 1907 | 1907 edizione italiana |- | [[:d:Q29024966|Q29024966]] | [[Importanza dei simboli in matematica]] | data-sort-value="1915" | 1915 | |- | [[:d:Q28800582|Q28800582]] | [[Epulario]] | data-sort-value="1643" | 1643 | |- | [[:d:Q28800580|Q28800580]] | [[Il rimedio infallibile|Il rimedio infallibile che conserva le quarantine d'anni il vino in ogni paese, senza potersi mai guastare]] | data-sort-value="1593" | 1593 | libro di Giovanni Antonio Fineo del 1593 |- | [[:d:Q28800579|Q28800579]] | [[Descrittione del sontuoso torneo fatto nella Fidelissima Città di Napoli l'anno 1612]] | data-sort-value="1612" | 1612 | libro di Francesco Valentini del 1612 |- | [[:d:Q27620578|Q27620578]] | [[Morgante maggiore|Il Morgante Maggiore di Luigi Pulci con note filologiche di Pietro Sermolli. Volume secondo, Firenze, Felice Le Monnier, 1855]] | data-sort-value="1855" | 1855 | edizione Firenze Felice Le Monnier 1855 |- | [[:d:Q25631126|Q25631126]] | [[Antigone (Sofocle - Romagnoli)|Antigone]] | data-sort-value="1926" | 1926 | traduzione del 1926 in lingua italiana di Ettore Romagnoli |- | [[:d:Q24790575|Q24790575]] | [[Edipo re (Sofocle - Bellotti)|Edipo re]] | data-sort-value="1843" | 1843 | traduzione italiana di Edipo re (Sofocle) di Felice Bellotti |- | [[:d:Q24790531|Q24790531]] | [[Edipo Coloneo (Sofocle - Giusti)|Edipo Coloneo]] | data-sort-value="1819" | 1819 | traduzione italiano di Giovanni Battista Giusti |- | [[:d:Q24132156|Q24132156]] | [[Codifica numerica del segnale audio]] | data-sort-value="1996" | 1996 | libro della Scuola Superiore Guglielmo Reiss Romoli |- | [[:d:Q23931094|Q23931094]] | [[Eva (1873)|Eva]] | data-sort-value="1873" | 1873 | prima edizione del 1873 del romanzo di Giovanni Verga |- | [[:d:Q23931092|Q23931092]] | [[Eva]] | data-sort-value="1899" | 1899 | edizione del 1899 del romanzo di Giovanni Verga |- | [[:d:Q23838035|Q23838035]] | [[Canti (Leopardi - Donati)|Canti (Laterza, 1917)]] | data-sort-value="1917" | 1917 | |- | [[:d:Q22910055|Q22910055]] | [[Vita di Michelagnolo Buonarroti|Vita di Michelagnolo Buonarroti raccolta per Ascanio Condivi da la Ripa Transone (Blado 1553 A)]] | data-sort-value="1553" | 1553 | prima edizione della biografia di Michelangelo scritta da Ascanio Condivi |- | [[:d:Q21540331|Q21540331]] | [[Il mio Carso]] | data-sort-value="1920" | 1920 | quarta edizione del romanzo di Scipio Slataper (Roma, 1920) |- | [[:d:Q21522565|Q21522565]] | [[Della architettura della pittura e della statua]] | data-sort-value="1782" | 1782 | edizione dei tre trattati d&#39;arte di Leon Battista Alberti |- | [[:d:Q21485081|Q21485081]] | [[Lettera di Raffaello d'Urbino a papa Leone X (ed. Visconti)|Lettera di Raffaello d'Urbino a papa Leone X (Tipografia delle scienze 1840)]] | data-sort-value="1840" | 1840 | edizione di una delle fasi redazionali della Lettera di Raffaello a Leone X |- | [[:d:Q19144209|Q19144209]] | [[Versi editi ed inediti di Giuseppe Giusti]] | | |- | [[:d:Q19144108|Q19144108]] | [[Regno di Sardegna - Regio Biglietto 10 marzo 1821 (Vittorio Emanuele I)|Regio Proclama 10 marzo 1821]] | data-sort-value="1821" | 1821 | edizione del proclama di Vittorio Emanuele I di Savoia, re di Sardegna |- | [[:d:Q19142891|Q19142891]] | [[Vita di monsignor Giacomo Goria vescovo di Vercelli (Cusano)|Vita di monsignor Giacomo Goria vescovo di Vercelli]] | data-sort-value="1702" | 1702 | Opuscolo pubblicato a Torino nel 1702 |- | [[:d:Q19142829|Q19142829]] | [[Vita del glorioso martire s. Secondo (1823)|Vita del glorioso martire s. Secondo]] | data-sort-value="1823" | 1823 | Opuscolo pubblicato ad Asti nel 1823 |- | [[:d:Q19142711|Q19142711]] | [[Versi di Giacomo Zanella]] | data-sort-value="1868" | 1868 | antologia di poesie |- | [[:d:Q19141889|Q19141889]] | [[Tragedie, inni sacri e odi|Tragedie]] | | |- | [[:d:Q19141420|Q19141420]] | [[Storia della rivoluzione piemontese del 1821 (Santarosa)|Storia della rivoluzione piemontese del 1821]] | data-sort-value="1850" | 1850 | edizione del saggio storico di Santorre di Santarosa (Torino, 1850) |- | [[:d:Q19140922|Q19140922]] | [[Siccome nella Visita Pastorale|Editto 8 gennaio 1742]] | data-sort-value="1742" | 1742-01 | edizione del documento di Giuseppe Felissano, vescovo di Asti |- | [[:d:Q19140497|Q19140497]] | [[Scherzi poetici di vari celebri autori italiani e veneziani]] | | |- | [[:d:Q19140185|Q19140185]] | [[Rivista italiana di numismatica 1890]] | | |- | [[:d:Q19140114|Q19140114]] | [[Rito ed uso delle cere sagre volgarmente chiamate Agnus Dei]] | data-sort-value="1846" | 1846 | |- | [[:d:Q19139839|Q19139839]] | [[Relazione d'una miracolosa guarigione seguita in Sicilia li 7 Gennajo 1762 per intercessione dell'apostolo delle Indie s. Francesco Saverio]] | data-sort-value="1762" | 1762 | opuscolo pubblicato a Roma, Milano e Torino nel 1762 circa |- | [[:d:Q19139811|Q19139811]] | [[Regolamento di polizia urbana e rurale pel Comune di Viarigi|Regolamento di polizia urbana e rurale pel Comune di Viariggi]] | data-sort-value="1856" | 1856 | edizione (1855) del documento del Comune di Viarigi |- | [[:d:Q19139770|Q19139770]] | [[Regola di S. Agostino per le monache di Santa Caterina della Rosa|Regola di S. Agostino per le monache di Santa Caterina della rosa]] | | |- | [[:d:Q19139765|Q19139765]] | [[Regno di Sardegna - Regolamento misurazioni territoriali 5 dicembre 1775|Regolamento misurazioni territoriali]] | data-sort-value="1775" | 1775-12-05 | regolamento del Regno di Sardegna |- | [[:d:Q19139761|Q19139761]] | [[Regno di Sardegna - Regolamento degli uffizi di notaio e d'insinuatore 9 novembre 1770|Regolamento degli uffizi di notaio e d'insinuatore]] | data-sort-value="1770" | 1770-11-09 | regolamento del Regno di Sardegna |- | [[:d:Q19139753|Q19139753]] | [[Regno di Sardegna - Regio Editto 9 maggio 1794|Regio Editto 9 maggio 1794]] | data-sort-value="1794" | 1794-05 | edizione (1794) del documento di Vittorio Amedeo III di Savoia, re di Sardegna |- | [[:d:Q19139721|Q19139721]] | [[Regno di Sardegna - Regie Patenti 17 marzo 1831|Regie Patenti 17 marzo 1831]] | data-sort-value="1831" | 1831-03 | edizione (1831) del documento di Carlo Felice, re di Sardegna |- | [[:d:Q19139688|Q19139688]] | [[Regno di Sardegna - Patenti 26 aprile 1821|Patenti 26 aprile 1821]] | data-sort-value="1821" | 1821-04 | edizione di atti del Regno di Sardegna |- | [[:d:Q19139663|Q19139663]] | [[Regno di Sardegna - Editto 13 marzo 1821 (Carlo Alberto)|Editto 13 marzo 1821]] | data-sort-value="1821" | 1821-03 | edizione dell&#39;editto di Carlo Alberto di Savoia, reggente ad interim del Regno di Sardegna |- | [[:d:Q19139613|Q19139613]] | [[Regno di Sardegna - Decreto 14 marzo 1821 (Carlo Alberto) 2|Decreto 14 marzo 1821 / 3]] | data-sort-value="1821" | 1821-03 | edizione di atti del Regno di Sardegna |- | [[:d:Q19139606|Q19139606]] | [[Regno di Sardegna - Decreto 14 marzo 1821 (Carlo Alberto) 1|Decreto 14 marzo 1821 / 2]] | data-sort-value="1821" | 1821-03 | edizione di atti del Regno di Sardegna |- | [[:d:Q19139601|Q19139601]] | [[Regno di Sardegna - Decreto 14 marzo 1821 (Carlo Alberto)|Decreto 14 marzo 1821 / 1]] | data-sort-value="1821" | 1821-03 | edizione di atti del Regno di Sardegna |- | [[:d:Q19139596|Q19139596]] | [[Regno di Sardegna - Decreto 13 marzo 1821 (Carlo Alberto)|Decreto 13 marzo 1821]] | data-sort-value="1821" | 1821-03 | edizione di atti del Regno di Sardegna |- | [[:d:Q19138518|Q19138518]] | [[Proclama Torino 27 marzo 1849 (Vittorio Emanuele II)|Proclama 27 marzo 1849]] | data-sort-value="1849" | 1849 | edizione (1849) del proclama di Vittorio Emanuele II, re di Sardegna, in occasione della sua ascesa al trono |- | [[:d:Q19138508|Q19138508]] | [[Proclama Bozzolo 28 luglio 1848 (Carlo Alberto)|Proclama 28 luglio 1848]] | data-sort-value="1848" | 1848 | edizione (1848) del proclama di Carlo Alberto, re di Sardegna, successivo alla battaglia di Custoza |- | [[:d:Q19138289|Q19138289]] | [[Poesie greche]] | | |- | [[:d:Q19138147|Q19138147]] | [[Piceno Annonario, ossia Gallia Senonia illustrata]] | data-sort-value="1825" | 1825 | edizione del 1825 dell&#39;opera di Antonio Brandimarte |- | [[:d:Q19138128|Q19138128]] | [[Piccole storie del mondo grande]] | data-sort-value="1920" | 1920 | edizione del 1920 edita Treves del libro di Alfredo Panzini |- | [[:d:Q19137927|Q19137927]] | [[Pensieri di uomini classici sulla lingua latina|Discorso recitato a' cherici alunni del Seminario d'Asti per eccitarli vie piu' allo studio della lingua latina ...]] | data-sort-value="1842" | 1842 | edizione (1842) del discorso di Filippo Artico, vescovo di Asti |- | [[:d:Q19137871|Q19137871]] | [[Pastorale 31 maggio 1889 (Marello)|Lettera pastorale al clero e al popolo della diocesi d'Acqui]] | data-sort-value="1889" | 1889 | edizione (1889) della prima lettera pastorale di Giuseppe Marello, vescovo di Acqui |- | [[:d:Q19137822|Q19137822]] | [[Paralipomeni della Batracomiomachia]] | data-sort-value="1842" | 1842 | edizione Baudry, 1842 |- | [[:d:Q19137641|Q19137641]] | [[Ordine del giorno Vigevano 7 agosto 1848 (Carlo Alberto)|Ordine del giorno 7 agosto 1848]] | data-sort-value="1848" | 1848-08 | edizione (1848) del documento di Carlo Alberto, re di Sardegna |- | [[:d:Q19137478|Q19137478]] | [[Omaggio del Capitolo e del Seminario di Acqui a Giuseppe Marello]] | data-sort-value="1889" | 1889 | edizione (1889) di una raccolta di opere letterarie dedicate a Giuseppe Marello, vescovo di Acqui |- | [[:d:Q19137079|Q19137079]] | [[Notizie biografiche di S. Eminenza Reverendissima il cardinale Giuseppe Morozzo (Avogadro di Valdengo)|Notizie biografiche di S. Eminenza Reverendissima il cardinale Giuseppe Morozzo]] | data-sort-value="1842" | 1842 | edizione (1842) dell&#39;opuscolo di Gustavo Avogadro di Valdengo |- | [[:d:Q19137028|Q19137028]] | [[Non più illusioni (Carpi)|Non più illusioni. Cenni sugli attuali avvenimenti italiani]] | data-sort-value="1860" | 1860 | edizione (1860) del saggio di Leone Carpi |- | [[:d:Q19135916|Q19135916]] | [[Lezioni accademiche]] | data-sort-value="1715" | 1715 | edizione del 1715 dell&#39;opera di Evangelista Torricelli |- | [[:d:Q19135814|Q19135814]] | [[Lettera pastorale per la Quaresima 1912 (Signori)|Lettera pastorale per la Quaresima 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912 | edizione (1830) della lettera pastorale di Giosuè Signori, vescovo di Fossano |- | [[:d:Q19135810|Q19135810]] | [[Lettera pastorale in occasione della Quaresima per l'anno 1830 (Morozzo della Rocca)|Lettera pastorale in occasione della Quaresima per l'anno 1830]] | data-sort-value="1830" | 1830 | edizione (1830) della lettera pastorale di Giuseppe Morozzo Della Rocca, vescovo di Novara |- | [[:d:Q19135793|Q19135793]] | [[Lettera di Sacerdote Sanese (Anonimo)|Lettera di Sacerdote Sanese]] | data-sort-value="1717" | 1717 | Opuscolo pubblicato a Padova nel 1717 |- | [[:d:Q19135375|Q19135375]] | [[Leone Duodecimo e Pio Ottavo (Baraldi)|Leone Duodecimo e Pio Ottavo]] | data-sort-value="1829" | 1829 | edizione (1829) dell&#39;opera letteraria di Giuseppe Baraldi |- | [[:d:Q19133855|Q19133855]] | [[La Religione e provida vigilanza (Caissotti)|Lettera circolare 25 giugno 1786]] | data-sort-value="1786" | 1786-06-25 | documento di Paolo Maurizio Caissotti, vescovo di Asti |- | [[:d:Q19132868|Q19132868]] | [[L'ingegnoso cittadino don Chisciotte della Mancia]] | data-sort-value="1677" | 1677 | |- | [[:d:Q19132207|Q19132207]] | [[Istorie dello Stato di Urbino]] | data-sort-value="1642" | 1642 | edizione dell&#39;opera di Vincenzo Maria Cimarelli |- | [[:d:Q19131892|Q19131892]] | [[Indulgenze a croci, corone e rosari (Innocenzo XI)|Indulgenze a croci, corone e rosari]] | data-sort-value="1800" | 18th century | edizione settecentesca del breve "Unigeniti Dei Filii" di papa Innocenzo XI, tradotto in italiano |- | [[:d:Q19131815|Q19131815]] | [[In morte di Lorenzo Mascheroni (1831)|In morte di Lorenzo Mascheroni]] | data-sort-value="1831" | 1831 | edizione (1831) dell&#39;opera letteraria di Vincenzo Monti |- | [[:d:Q19131427|Q19131427]] | [[Il latino quale lingua ausiliare internazionale]] | data-sort-value="1903" | 1903 | |- | [[:d:Q19131422|Q19131422]] | [[Il laicismo (Riccardi)|Il laicismo]] | data-sort-value="1893" | 1893 | edizione (1893) della lettera pastorale di Davide Riccardi, arcivescovo di Torino |- | [[:d:Q19131040|Q19131040]] | [[Versi editi ed inediti di Giuseppe Giusti/Il Brindisi di Girella|Il Brindisi di Girella]] | data-sort-value="1852" | 1852 | poesia di Giuseppe Giusti - edizione del 1852 |- | [[:d:Q19130882|Q19130882]] | [[I pericoli della Fede (Pio IX)|I pericoli della fede in Italia]] | data-sort-value="1850" | 1850 | edizione (1850) di documenti della Chiesa cattolica |- | [[:d:Q19130658|Q19130658]] | [[Historia della Sacra Real Maestà di Christina Alessandra Regina di Svetia|Historia della sacra real maestà di Christina Alessandra regina di Suetia ...]] | data-sort-value="1656" | 1656 | edizione (1656) dell&#39;opera letteraria di Galeazzo Gualdo Priorato |- | [[:d:Q19130081|Q19130081]] | [[Fior di Sardegna]] | data-sort-value="1917" | 1917 | edizione dell’opera di Grazia deledda |- | [[:d:Q19130077|Q19130077]] | [[Fingal poema epico di Ossian]] | data-sort-value="1883" | 1883 | poema di James Macpherson |- | [[:d:Q19130073|Q19130073]] | [[Fin dalla prima (Roma 1903)|Pius PP. X Motu proprio]] | data-sort-value="1903" | 1903 | edizione (Roma, 1903) del motu proprio "Fin dalla prima" |- | [[:d:Q19129570|Q19129570]] | [[Editto sopra la Musica]] | data-sort-value="1698" | 1698 | edizione (1698) del documento del card. Gaspare Carpegna, vicario generale papale per la Diocesi di Roma |- | [[:d:Q19129556|Q19129556]] | [[Editto 2 gennaio 1761 (San Martino)|Editto 2 gennaio 1761]] | data-sort-value="1761" | 1761 | edizione (1761) del documento di Giovanni Filippo Antonio San Martino, vescovo di Asti |- | [[:d:Q19128962|Q19128962]] | [[Discorsi della Società Nazionale per la Confederazione Italiana|Discorsi detti nella pubblica tornata della Società Nazionale per la Confederazione Italiana ...]] | data-sort-value="1848" | 1848 | edizione (1848) del libro della Società Nazionale per la Confederazione Italiana |- | [[:d:Q19128489|Q19128489]] | [[Della Santità di Nostro Signore|Motu proprio della santità di nostro signore papa Benedetto XIV in cui si provede ...]] | data-sort-value="1749" | 1749 | edizione (1749) del documento di papa Benedetto XIV |- | [[:d:Q19128403|Q19128403]] | [[Del riordinamento amministrativo del Regno (Carpi)|Del riordinamento amministrativo del Regno ...]] | data-sort-value="1860" | 1860 | edizione (1860) del saggio di Leone Carpi |- | [[:d:Q19128157|Q19128157]] | [[De gli elementi, e di molti loro notabili effetti|De gli elementi]] | data-sort-value="1557" | 1557 | libro di Paolo Manuzio del 1557 |- | [[:d:Q19128025|Q19128025]] | [[Da Quarto al Faro]] | data-sort-value="1882" | 1882 | edizione del 1882 |- | [[:d:Q19127385|Q19127385]] | [[Cuore infermo]] | data-sort-value="1882" | 1882 | libro di Matilde Serao edito da F. Casanova nel 1882 |- | [[:d:Q19127043|Q19127043]] | [[Con quanta cura (enciclica) - Sillabo|Enciclica di Pio IX Pontefice Massimo data addì VIII decembre 1864, del suo pontificato l'anno XIX ed Elenco dei principali errori dell'eta' nostra]] | data-sort-value="1865" | 1865 | edizione (1865) dell&#39;enciclica "Quanta cura" e del "Sillabo" di papa Pio IX |- | [[:d:Q19126983|Q19126983]] | [[Compie oggi il quarto lustro|Pastorale 6 giugno 1867]] | data-sort-value="1867" | 1867 | edizione (1867) della lettera pastorale di Luigi Nazari di Calabiana, vescovo di Casale |- | [[:d:Q19126809|Q19126809]] | [[Circolare 7 giugno 1895 (Pagella)|Circolare 7 giugno 1895]] | data-sort-value="1895" | 1895 | edizione (1895) della lettera circolare di Giuseppe Pagella, vicario generale capitolare di Acqui |- | [[:d:Q19126588|Q19126588]] | [[Catullo e Lesbia]] | data-sort-value="1875" | 1875 | libro di Mario Rapisardi publicato nel 1875 |- | [[:d:Q19125679|Q19125679]] | [[Aroldo e Clara]] | data-sort-value="1837" | 1837 | |- | [[:d:Q19125661|Q19125661]] | [[Archivio Glottologico Italiano, vol. 10, 1886-88|Archivio Glottologico Italiano]] | data-sort-value="1886" | 1886 | |- | [[:d:Q19125651|Q19125651]] | [[Archimede reintegrato - Idrolibra]] | data-sort-value="1720" | 1720 | |- | [[:d:Q19125604|Q19125604]] | [[Applicazione delle dottrine del sig. Champollion minore ad alcuni monumenti geroglifici del Regio Museo Egizio]] | data-sort-value="1825" | 1825 | |- | [[:d:Q19125598|Q19125598]] | [[Appendice alla relazione intorno all'unità della lingua e ai mezzi di diffonderla|Appendice alla relazione intorno all’unità della lingua e ai mezzi di diffonderla]] | data-sort-value="1881" | 1881 | |- | [[:d:Q19125595|Q19125595]] | [[Apertura del tronco della strada ferrata Ferdinandea da Milano a Treviglio]] | data-sort-value="1846" | 1846 | |- | [[:d:Q19125583|Q19125583]] | [[Annuncio falsi colonnati]] | data-sort-value="1830" | 1830 | |- | [[:d:Q19125519|Q19125519]] | [[Annali overo Croniche di Trento]] | data-sort-value="1648" | 1648 | |- | [[:d:Q19125514|Q19125514]] | [[Annali del Principato ecclesiastico di Trento dal 1022 al 1540]] | data-sort-value="1860" | 1860 | |- | [[:d:Q19125509|Q19125509]] | [[Annali d'Italia dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750]] | data-sort-value="1845" | 1845 | |- | [[:d:Q19125505|Q19125505]] | [[Anfora perugina]] | data-sort-value="1862" | 1862 | |- | [[:d:Q19125502|Q19125502]] | [[Andrea Conti Matematico ed Astronomo]] | data-sort-value="1840" | 1840 | |- | [[:d:Q19125463|Q19125463]] | [[Anacreontica Estemporanea a Giovan Gastone De' Medici]] | data-sort-value="1792" | 1792 | |- | [[:d:Q19125448|Q19125448]] | [[Amori (Savioli)|Amori]] | data-sort-value="1795" | 1795 | |- | [[:d:Q19125350|Q19125350]] | [[Amor disarmato]] | data-sort-value="1797" | 1797 | |- | [[:d:Q19125296|Q19125296]] | [[Ama!]] | data-sort-value="1898" | 1898 | |- | [[:d:Q19125282|Q19125282]] | [[Altri vanti il piè veloce]] | data-sort-value="1847" | 1847 | |- | [[:d:Q19125275|Q19125275]] | [[Altri dubbj amorosi]] | data-sort-value="1792" | 1792 | |- | [[:d:Q19125248|Q19125248]] | [[Alle porte d'Italia]] | data-sort-value="1888" | 1888 | |- | [[:d:Q19125227|Q19125227]] | [[Alla sua donna (Manzoni)|Alla sua donna]] | data-sort-value="1922" | 1922 | |- | [[:d:Q19125179|Q19125179]] | [[Alla Virtù (Luciano)|Alla Virtù]] | data-sort-value="1824" | 1824 | |- | [[:d:Q19125159|Q19125159]] | [[Alla Maestà di Vittorio Emanuele terzo re d'Italia]] | data-sort-value="1935" | 1935 | |- | [[:d:Q19125149|Q19125149]] | [[A Francesco Saverio Fabre|Alla Donna Gentile]] | data-sort-value="1856" | 1856 | |- | [[:d:Q19125123|Q19125123]] | [[Alessandro Manzoni - studio biografico]] | data-sort-value="1879" | 1879 | |- | [[:d:Q19125115|Q19125115]] | [[Alcuni ritratti di donne illustri delle provincie veneziane]] | data-sort-value="1827" | 1827 | |- | [[:d:Q19125112|Q19125112]] | [[Alcuni opuscoli filosofici]] | data-sort-value="1669" | 1669 | |- | [[:d:Q19125105|Q19125105]] | [[Alcuni discorsi sulla botanica]] | data-sort-value="1865" | 1865 | |- | [[:d:Q19125103|Q19125103]] | [[Alcune prose giovanili]] | data-sort-value="1870" | 1870 | work by Francesco Acri |- | [[:d:Q19125090|Q19125090]] | [[Alcune operette di Bartolommeo Gamba bassanese]] | data-sort-value="1827" | 1827 | |- | [[:d:Q19125085|Q19125085]] | [[Alcune notizie sugli intagliatori della zecca di Venezia]] | data-sort-value="1888" | 1888 | |- | [[:d:Q19125079|Q19125079]] | [[Alcune monete inedite di Magna Grecia]] | data-sort-value="1889" | 1889 | |- | [[:d:Q19125072|Q19125072]] | [[Alcippo (1615)|Alcippo]] | | edizione del 1615 |- | [[:d:Q19125067|Q19125067]] | [[Album Paulista]] | data-sort-value="1911" | 1911 | |- | [[:d:Q19125038|Q19125038]] | [[Al signor Dottore Giacomo Bermani Intorno al progetto della strada ferrata di Como]] | data-sort-value="1837" | 1837 | |- | [[:d:Q19125016|Q19125016]] | [[Al Principe Don Sigismondo Chigi]] | data-sort-value="1783" | 1783 | |- | [[:d:Q19124989|Q19124989]] | [[Ai gloriosi martiri delle barricate]] | data-sort-value="1886" | 1886 | |- | [[:d:Q19124928|Q19124928]] | [[Agamennone (Eschilo)|Agamennone]] | data-sort-value="1921" | 1921<br/>1922 | "Agamennone" di Eschilo tradotto da Ettore Romagnoli |- | [[:d:Q19124915|Q19124915]] | [[Africa orrenda]] | data-sort-value="1896" | 1896 | |- | [[:d:Q19124908|Q19124908]] | [[Aforismi di Lucio Anneo Seneca e Publilio Siro|Aforismi di Lucio Anneo Seneca e Publio Siro]] | data-sort-value="1915" | 1915 | |- | [[:d:Q19124892|Q19124892]] | [[Aes rude, signatum e grave rinvenuto alla Bruna|Aes rude]] | data-sort-value="1891" | 1891 | |- | [[:d:Q19124824|Q19124824]] | [[Ad un amico abile suonatore di pianoforte, nel novembre 1848|Ad un amico abile suonatore di pianoforte]] | data-sort-value="1868" | 1868 | poesia di Giacomo Zanella |- | [[:d:Q19124720|Q19124720]] | [[Abiura di Galileo Galilei]] | data-sort-value="1907" | 1907 | |- | [[:d:Q19124717|Q19124717]] | [[Abdia (Diodati 1821)|Abdia]] | data-sort-value="1885" | 1885 | |- | [[:d:Q19124675|Q19124675]] | [[A proposito delle monete di Giancarlo Visconti]] | data-sort-value="1888" | 1888 | |- | [[:d:Q19124590|Q19124590]] | [[A Vincenzo Monti]] | data-sort-value="1856" | 1856 | |- | [[:d:Q19124585|Q19124585]] | [[A Vincenzo Bellini]] | data-sort-value="1902" | 1902 | |- | [[:d:Q19124525|Q19124525]] | [[Poesie (Carducci)/Appendice/A Giulio Perticari|A Giulio Perticari]] | | |- | [[:d:Q19124498|Q19124498]] | [[A Dio (Pellico)|A Dio]] | data-sort-value="1837" | 1837 | |- | [[:d:Q19124471|Q19124471]] | [[A Carlo Alberto di Savoia un Italiano]] | data-sort-value="1847" | 1847 | |- | [[:d:Q19124442|Q19124442]] | [[8. Giovanni Oberti]] | data-sort-value="2010" | 2010 | |- | [[:d:Q18746277|Q18746277]] | [[Macbeth|Macbeth (Maffei)]] | data-sort-value="1869" | 1869 | edizione italiana della tragedia di Shakespeare |- | [[:d:Q18647256|Q18647256]] | [[Il Principe|Il Principe, Italia, 1814]] | data-sort-value="1814" | 1814 | edizione del 1814 |- | [[:d:Q18640554|Q18640554]] | [[lezioni di analisi matematica]] | data-sort-value="1920" | 1920 | 4° edizione del libro di Guido Fubini |- | [[:d:Q18275899|Q18275899]] | [[Il Brasile e gli Italiani|Indice:Il Brasile e gli Italiani.djvu]] | data-sort-value="1906" | 1906 | |- | [[:d:Q17739254|Q17739254]] | [[Amleto (Rusconi)|Amleto]] | data-sort-value="1901" | 1901 | William Shakespeare, Sonzogno, Milano 1901 |- | [[:d:Q17618015|Q17618015]] | [[Aminta]] | data-sort-value="1583" | 1583 | Torquato Tasso, Aldo Manuzio il giovane, Venezia, 1583 |- | [[:d:Q15987101|Q15987101]] | [[Tragedie (Pellico)|Tragedie di Silvio Pellico]] | data-sort-value="1883" | 1883 | edizione delle tragedie di Silvio Pellico (Firenze, 1883) |- | [[:d:Q15976173|Q15976173]] | [[Generalizzazione della formula di Simpson]] | data-sort-value="1892" | 1892-03-27 | |- | [[:d:Q15936823|Q15936823]] | [[Archivio Glottologico Italiano, vol. II, 1876]] | data-sort-value="1876" | 1876 | |- | [[:d:Q15634564|Q15634564]] | [[Le avventure di Pinocchio|Le avventure di Pinocchio (R. 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Marco in Venezia]] | data-sort-value="1776" | 1776 | libro di Giuseppe Toaldo sul parafulmine del campanile di San Marco |- | [[:d:Q113626949|Q113626949]] | [[Pieni l'animo (Siena 1906)|Lettera enciclica del santissimo signor nostro Pio per divina provvidenza papa X ai venerabili fratelli arcivescovi e vescovi d'Italia]] | data-sort-value="1906" | 1906 | edizione (Siena, 1906) dell&#39;enciclica "Pieni l&#39;animo" |- | [[:d:Q113626870|Q113626870]] | [[Il fermo proposito (Roma 1905)|Lettera enciclica del santissimo signor nostro Pio per divina provvidenza papa X ai vescovi d'Italia sull'azione cattolica]] | data-sort-value="1905" | 1905 | edizione (Roma, 1905) dell&#39;enciclica "Il fermo proposito" |- | [[:d:Q113626782|Q113626782]] | [[Lettera al cardinale Domenico Svampa (Roma 1905)|Lettera di sua santità papa Pio X all'eminentissimo signor cardinale Domenico Svampa arcivescovo di Bologna]] | data-sort-value="1905" | 1905 | edizione (1905) della lettera di papa Pio X |- | [[:d:Q113621750|Q113621750]] | [[Iucunda sane (Roma 1904)|Lettera enciclica del santissimo signor nostro Pio per divina provvidenza papa X]] | data-sort-value="1904" | 1904 | edizione (Roma, 1904) dell&#39;enciclica "Iucunda sane" |- | [[:d:Q113585660|Q113585660]] | [[Tra le sollecitudini (Mondovì 1904)|Il Motu proprio pontificio del 22 novembre 1903 sulla Musica sacra]] | data-sort-value="1904" | 1904 | edizione (Mondovì, 1904) di due documenti di papa Pio X |- | [[:d:Q113577820|Q113577820]] | [[Tra le sollecitudini (Roma 1903)|Lettera al signor cardinale Respighi vicario generale di Roma sulla restaurazione della musica sacra]] | data-sort-value="1903" | 1903 | edizione (Roma, 1903) di due documenti di papa Pio X |- | [[:d:Q113505476|Q113505476]] | [[Lirici marinisti]] | data-sort-value="1910" | 1910 | edizione (1910) dell&#39;antologia curata da Benedetto Croce |- | [[:d:Q113460080|Q113460080]] | [[E supremi apostolatus (edizione Roma 1903)|Lettera enciclica del santissimo signor nostro Pio per divina provvidenza papa X]] | data-sort-value="1903" | 1903 | edizione (Roma, 1903) dell&#39;enciclica "E supremi apostolatus" |- | [[:d:Q113455754|Q113455754]] | [[Lamentabili sane exitu (edizione Asti 1907)|Decreto della Sacra Romana ed Universale Inquisizione]] | data-sort-value="1907" | 1907 | edizione (1907) del decreto "Lamentabili sane exitu" |- | [[:d:Q113289733|Q113289733]] | [[The Oxford book of Italian verse|The Oxford book of Italian verse. 13th Century - 19th Century]] | data-sort-value="1910" | 1910 | edizione (1910) dell&#39;antologia di St. John Lucas |- | [[:d:Q113158602|Q113158602]] | [[Poesie (Campanella, 1938)|Poesie]] | data-sort-value="1938" | 1938 | raccolta delle poesie di Tommaso Campanella, Laterza, 1938 |- | [[:d:Q113158506|Q113158506]] | [[Poesie (Campanella, 1915)|Poesie]] | data-sort-value="1915" | 1915 | raccolta di poesie di Tommaso Campanella, Laterza, 1915 |- | [[:d:Q112669938|Q112669938]] | [[Il buon cuore - Anno XI, nn. 44-47 - 23 novembre 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-11-23 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667888|Q112667888]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 43 - 23 ottobre 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-10-23 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667887|Q112667887]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 28 - 10 luglio 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-07-10 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667885|Q112667885]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 18 - 1º maggio 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-05-01 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667883|Q112667883]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 08 - 20 febbraio 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-02-20 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667881|Q112667881]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 40 - 5 dicembre 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-12-05 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667880|Q112667880]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 30 - 15 agosto 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-08-15 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667879|Q112667879]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 20 - 16 maggio 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-05-16 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667878|Q112667878]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 10 - 7 marzo 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-03-07 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667877|Q112667877]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 50 - 13 dicembre 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-12-13 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667876|Q112667876]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 40 - 4 ottobre 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-10-04 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667875|Q112667875]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 30 - 26 luglio 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-07-26 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667874|Q112667874]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 28 - 12 luglio 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-07-12 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667873|Q112667873]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 20 - 17 maggio 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-05-17 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667872|Q112667872]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 10 - 8 marzo 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-03-08 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667871|Q112667871]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 50 - 14 dicembre 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-12-14 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667870|Q112667870]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 36 - 7 settembre 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-09-07 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667869|Q112667869]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 26 - 29 giugno 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-06-29 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667868|Q112667868]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 16 - 20 aprile 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-04-20 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667867|Q112667867]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 06 - 10 febbraio 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-02-10 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667866|Q112667866]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 46 - 11 novembre 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-11-11 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667865|Q112667865]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 36 - 2 settembre 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-09-02 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667864|Q112667864]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 26 - 24 giugno 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-06-24 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667863|Q112667863]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 16 - 15 aprile 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-04-15 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667862|Q112667862]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 06 - 4 febbraio 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-02-04 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667861|Q112667861]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 46 - 12 novembre 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-11-12 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667860|Q112667860]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 36 - 3 settembre 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-09-03 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667859|Q112667859]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 26 - 25 giugno 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-06-25 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667858|Q112667858]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 16 - 16 aprile 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-04-16 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667857|Q112667857]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 06 - 5 febbraio 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-02-05 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667440|Q112667440]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 51 - 25 dicembre 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-12-25 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667439|Q112667439]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 50 - 11 dicembre 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-12-11 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667438|Q112667438]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 49 - 4 dicembre 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-12-04 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667437|Q112667437]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 48 - 27 novembre 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-11-27 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667436|Q112667436]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 47 - 20 novembre 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-11-20 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667435|Q112667435]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 46 - 13 novembre 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-11-13 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667434|Q112667434]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 45 - 6 novembre 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-11-06 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667433|Q112667433]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 44 - 30 ottobre 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-10-30 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667432|Q112667432]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 42 - 16 ottobre 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-10-16 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667431|Q112667431]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 41 - 9 ottobre 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-10-09 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667430|Q112667430]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 40 - 2 ottobre 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-10-02 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667428|Q112667428]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, nn. 37-38 - 18 settembre 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-09-18 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667427|Q112667427]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, nn. 35-36 - 4 settembre 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-09-04 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667426|Q112667426]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, nn. 33-34 - 21 agosto 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-08-21 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667425|Q112667425]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, nn. 31-32 - 7 agosto 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-08-07 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667424|Q112667424]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, nn. 29-30 - 24 luglio 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-07-24 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667423|Q112667423]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 27 - 4 luglio 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-07-04 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667422|Q112667422]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 26 - 26 giugno 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-06-26 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667421|Q112667421]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 25 - 19 giugno 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-06-19 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667420|Q112667420]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 24 - 12 giugno 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-06-12 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667419|Q112667419]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 23 - 5 giugno 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-06-05 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667418|Q112667418]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 22 - 29 maggio 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-05-29 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667417|Q112667417]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 21 - 22 maggio 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-05-22 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667416|Q112667416]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 20 - 15 maggio 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-05-15 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667415|Q112667415]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 19 - 8 maggio 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-05-08 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667414|Q112667414]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 17 - 24 aprile 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-04-24 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667413|Q112667413]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 16 - 17 aprile 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-04-17 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667412|Q112667412]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 15 - 10 aprile 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-04-10 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667411|Q112667411]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 14 - 3 aprile 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-04-03 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667410|Q112667410]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 13 - 27 marzo 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-03-27 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667409|Q112667409]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 12 - 20 marzo 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-03-20 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667408|Q112667408]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 11 - 13 marzo 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-03-13 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667407|Q112667407]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 10 - 6 marzo 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-03-06 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667406|Q112667406]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 09 - 27 febbraio 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-02-27 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667405|Q112667405]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 07 - 13 febbraio 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-02-13 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667404|Q112667404]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 06 - 6 febbraio 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-02-06 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667403|Q112667403]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 05 - 30 gennaio 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-01-30 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667402|Q112667402]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 04 - 23 gennaio 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-01-23 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667401|Q112667401]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 03 - 16 gennaio 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-01-16 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667400|Q112667400]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 02 - 10 gennaio 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-01-10 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667399|Q112667399]] | [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 01 - 2 gennaio 1915]] | data-sort-value="1915" | 1915-01-02 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667398|Q112667398]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 42 - 24 dicembre 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-12-24 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667397|Q112667397]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 41 - 12 dicembre 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-12-12 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667395|Q112667395]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 39 - 28 novembre 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-11-28 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667394|Q112667394]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 38 - 21 novembre 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-11-21 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667393|Q112667393]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 37 - 14 novembre 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-11-14 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667392|Q112667392]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 36 - 7 novembre 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-11-07 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667391|Q112667391]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 35 - 31 ottobre 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-10-31 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667390|Q112667390]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 34 - 18 ottobre 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-10-18 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667389|Q112667389]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 33 - 4 ottobre 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-10-04 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667388|Q112667388]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 32 - 19 settembre 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-09-19 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667387|Q112667387]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 31 - 29 agosto 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-08-29 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667386|Q112667386]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 29 - 2 agosto 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-08-02 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667385|Q112667385]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 28 - 18 luglio 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-07-18 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667384|Q112667384]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 27 - 4 luglio 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-07-04 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667383|Q112667383]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 26 - 27 giugno 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-06-27 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667382|Q112667382]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 25 - 20 giugno 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-06-20 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667381|Q112667381]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 24 - 13 giugno 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-06-13 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667380|Q112667380]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 23 - 6 giugno 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-06-06 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667379|Q112667379]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 22 - 30 maggio 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-05-30 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667378|Q112667378]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 21 - 23 maggio 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-05-23 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667377|Q112667377]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 19 - 9 maggio 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-05-09 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667376|Q112667376]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 18 - 2 maggio 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-05-02 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667374|Q112667374]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 17 - 25 aprile 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-04-25 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667373|Q112667373]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 16 - 18 aprile 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-04-18 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667372|Q112667372]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 15 - 11 aprile 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-04-11 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667371|Q112667371]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 14 - 4 aprile 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-04-04 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667370|Q112667370]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 13 - 28 marzo 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-03-28 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667369|Q112667369]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 12 - 21 marzo 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-03-21 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667368|Q112667368]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 11 - 14 marzo 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-03-14 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667367|Q112667367]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 09 - 28 febbraio 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-02-28 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667366|Q112667366]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 08 - 21 febbraio 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-02-21 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667365|Q112667365]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 07 - 14 febbraio 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-02-14 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667364|Q112667364]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 06 - 7 febbraio 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-02-07 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667363|Q112667363]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 05 - 31 gennaio 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-01-31 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667362|Q112667362]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 04 - 24 gennaio 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-01-24 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667361|Q112667361]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 03 - 17 gennaio 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-01-17 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667360|Q112667360]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 02 - 10 gennaio 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-01-10 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667359|Q112667359]] | [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 01 - 3 gennaio 1914]] | data-sort-value="1914" | 1914-01-03 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667358|Q112667358]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 49 - 6 dicembre 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-12-06 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667357|Q112667357]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 48 - 29 novembre 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-11-29 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667356|Q112667356]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 47 - 22 novembre 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-11-22 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667355|Q112667355]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 46 - 15 novembre 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-11-15 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667354|Q112667354]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 45 - 8 novembre 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-11-08 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667353|Q112667353]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 44 - 1º novembre 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-11-01 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667352|Q112667352]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 43 - 25 ottobre 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-10-25 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667351|Q112667351]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 42 - 18 ottobre 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-10-18 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667350|Q112667350]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 41 - 11 ottobre 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-10-11 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667349|Q112667349]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 39 - 27 settembre 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-09-27 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667348|Q112667348]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 38 - 20 settembre 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-09-20 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667347|Q112667347]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 37 - 13 settembre 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-09-13 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667346|Q112667346]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 36 - 6 settembre 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-09-06 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667345|Q112667345]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 35 - 30 agosto 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-08-30 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667344|Q112667344]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 34 - 23 agosto 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-08-23 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667343|Q112667343]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 33 - 16 agosto 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-08-16 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667342|Q112667342]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 32 - 9 agosto 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-08-09 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667340|Q112667340]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 31 - 2 agosto 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-08-02 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667339|Q112667339]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 29 - 19 luglio 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-07-19 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667338|Q112667338]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 27 - 5 luglio 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-07-05 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667337|Q112667337]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 26 - 28 giugno 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-06-28 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667335|Q112667335]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 25 - 21 giugno 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-06-21 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667334|Q112667334]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 24 - 14 giugno 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-06-14 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667333|Q112667333]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 23 - 7 giugno 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-06-07 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667332|Q112667332]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 22 - 31 maggio 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-05-31 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667331|Q112667331]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 21 - 24 maggio 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-05-24 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667330|Q112667330]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 19 - 10 maggio 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-05-10 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667329|Q112667329]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 18 - 3 maggio 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-05-03 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667328|Q112667328]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 17 - 26 aprile 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-04-26 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667327|Q112667327]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 16 - 19 aprile 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-04-19 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667326|Q112667326]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 15 - 12 aprile 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-04-12 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667325|Q112667325]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 14 - 5 aprile 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-04-05 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667324|Q112667324]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 13 - 29 marzo 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-03-29 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667323|Q112667323]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 12 - 22 marzo 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-03-22 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667322|Q112667322]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 11 - 15 marzo 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-03-15 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667321|Q112667321]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 09 - 1º marzo 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-03-01 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667320|Q112667320]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 08 - 22 febbraio 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-02-22 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667319|Q112667319]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 07 - 15 febbraio 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-02-15 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667318|Q112667318]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 06 - 8 febbraio 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-02-08 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667317|Q112667317]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 05 - 1º febbraio 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-02-01 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667315|Q112667315]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 04 - 25 gennaio 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-01-25 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667314|Q112667314]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 03 - 18 gennaio 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-01-18 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667313|Q112667313]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 02 - 11 gennaio 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-01-11 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667312|Q112667312]] | [[Il buon cuore - Anno XII, n. 01 - 4 gennaio 1913]] | data-sort-value="1913" | 1913-01-04 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667311|Q112667311]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 49 - 7 dicembre 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-12-07 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667309|Q112667309]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 48 - 30 novembre 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-11-30 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667308|Q112667308]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 43 - 26 ottobre 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-10-26 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667307|Q112667307]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 42 - 19 ottobre 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-10-19 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667306|Q112667306]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 41 - 12 ottobre 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-10-12 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667305|Q112667305]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 40 - 5 ottobre 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-10-05 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667304|Q112667304]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 39 - 28 settembre 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-09-28 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667303|Q112667303]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 38 - 21 settembre 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-09-21 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667302|Q112667302]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 37 - 14 settembre 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-09-14 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667301|Q112667301]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 35 - 31 agosto 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-08-31 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667300|Q112667300]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 34 - 24 agosto 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-08-24 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667299|Q112667299]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 33 - 17 agosto 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-08-17 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667298|Q112667298]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 32 - 10 agosto 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-08-10 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667297|Q112667297]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 31 - 3 agosto 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-08-03 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667296|Q112667296]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 30 - 27 luglio 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-07-27 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667295|Q112667295]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 29 - 20 luglio 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-07-20 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667294|Q112667294]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 28 - 13 luglio 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-07-13 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667293|Q112667293]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 27 - 6 luglio 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-07-06 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667292|Q112667292]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 25 - 22 giugno 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-06-22 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667291|Q112667291]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 24 - 15 giugno 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-06-15 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667290|Q112667290]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 23 - 8 giugno 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-06-08 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667289|Q112667289]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 22 - 1º giugno 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-06-01 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667288|Q112667288]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 21 - 25 maggio 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-05-25 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667287|Q112667287]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 20 - 18 maggio 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-05-18 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667286|Q112667286]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 19 - 11 maggio 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-05-11 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667285|Q112667285]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 18 - 4 maggio 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-05-04 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667284|Q112667284]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 17 - 27 aprile 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-04-27 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667283|Q112667283]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 15 - 13 aprile 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-04-13 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667282|Q112667282]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 14 - 6 aprile 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-04-06 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667281|Q112667281]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 13 - 30 marzo 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-03-30 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667280|Q112667280]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 12 - 23 marzo 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-03-23 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667279|Q112667279]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 11 - 16 marzo 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-03-16 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667278|Q112667278]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 10 - 9 marzo 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-03-09 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667277|Q112667277]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 09 - 2 marzo 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-03-02 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667276|Q112667276]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 08 - 24 febbraio 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-02-24 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667275|Q112667275]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 07 - 17 febbraio 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-02-17 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667274|Q112667274]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 05 - 3 febbraio 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-02-03 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667273|Q112667273]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 04 - 27 gennaio 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-01-27 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667272|Q112667272]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 03 - 20 gennaio 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-01-20 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667271|Q112667271]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 02 - 13 gennaio 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-01-13 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667270|Q112667270]] | [[Il buon cuore - Anno XI, n. 01 - 6 gennaio 1912]] | data-sort-value="1912" | 1912-01-06 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667269|Q112667269]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 50 - 9 dicembre 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-12-09 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667268|Q112667268]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 49 - 2 dicembre 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-12-02 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667267|Q112667267]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 48 - 25 novembre 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-11-25 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667266|Q112667266]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 47 - 18 novembre 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-11-18 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667265|Q112667265]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 45 - 4 novembre 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-11-04 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667264|Q112667264]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 44 - 28 ottobre 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-10-28 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667263|Q112667263]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 43 - 21 ottobre 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-10-21 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667262|Q112667262]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 42 - 14 ottobre 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-10-14 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667261|Q112667261]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 41 - 7 ottobre 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-10-07 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667260|Q112667260]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 40 - 30 settembre 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-09-30 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667259|Q112667259]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 39 - 23 settembre 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-09-23 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667258|Q112667258]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 38 - 16 settembre 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-09-16 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667257|Q112667257]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 37 - 9 settembre 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-09-09 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667256|Q112667256]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 35 - 26 agosto 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-08-26 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667255|Q112667255]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 34 - 19 agosto 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-08-19 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667253|Q112667253]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 33 - 12 agosto 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-08-12 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667252|Q112667252]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 32 - 5 agosto 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-08-05 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667251|Q112667251]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 31 - 29 luglio 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-07-29 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667250|Q112667250]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 30 - 22 luglio 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-07-22 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667249|Q112667249]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 29 - 15 luglio 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-07-15 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667248|Q112667248]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 28 - 8 luglio 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-07-08 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667247|Q112667247]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 27 - 1º luglio 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-07-01 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667246|Q112667246]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 25 - 17 giugno 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-06-17 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667245|Q112667245]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 24 - 10 giugno 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-06-10 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667244|Q112667244]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 23 - 3 giugno 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-06-03 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667243|Q112667243]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 22 - 27 maggio 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-05-27 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667242|Q112667242]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 21 - 20 maggio 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-05-20 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667241|Q112667241]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 20 - 13 maggio 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-05-13 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667240|Q112667240]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 19 - 6 maggio 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-05-06 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667239|Q112667239]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 18 - 29 aprile 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-04-29 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667238|Q112667238]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 17 - 22 aprile 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-04-22 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667237|Q112667237]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 15 - 8 aprile 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-04-08 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667236|Q112667236]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 14 - 1º aprile 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-04-01 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667235|Q112667235]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 13 - 25 marzo 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-03-25 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667234|Q112667234]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 12 - 18 marzo 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-03-18 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667233|Q112667233]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 11 - 11 marzo 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-03-11 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667232|Q112667232]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 10 - 4 marzo 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-03-04 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667231|Q112667231]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 09 - 25 febbraio 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-02-25 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667230|Q112667230]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 08 - 18 febbraio 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-02-18 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667229|Q112667229]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 07 - 11 febbraio 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-02-11 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667228|Q112667228]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 05 - 28 gennaio 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-01-28 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667227|Q112667227]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 04 - 21 gennaio 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-01-21 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667226|Q112667226]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 03 - 14 gennaio 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-01-14 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667225|Q112667225]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 02 - 7 gennaio 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-01-07 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667224|Q112667224]] | [[Il buon cuore - Anno X, n. 01 - 1º gennaio 1911]] | data-sort-value="1911" | 1911-01-01 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667223|Q112667223]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 50 - 10 dicembre 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-12-10 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667222|Q112667222]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 49 - 3 dicembre 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-12-03 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667221|Q112667221]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 48 - 26 novembre 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-11-26 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667220|Q112667220]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 47 - 19 novembre 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-11-19 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667219|Q112667219]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 45 - 5 novembre 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-11-05 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667218|Q112667218]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 44 - 29 ottobre 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-10-29 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667217|Q112667217]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 43 - 22 ottobre 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-10-22 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667216|Q112667216]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 42 - 15 ottobre 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-10-15 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667215|Q112667215]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 41 - 8 ottobre 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-10-08 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667214|Q112667214]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 40 - 1º ottobre 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-10-01 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667213|Q112667213]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 39 - 24 settembre 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-09-24 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667212|Q112667212]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 38 - 17 settembre 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-09-17 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667211|Q112667211]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 37 - 10 settembre 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-09-10 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667210|Q112667210]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 35 - 27 agosto 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-08-27 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667209|Q112667209]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 34 - 20 agosto 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-08-20 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667208|Q112667208]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 33 - 13 agosto 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-08-13 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667207|Q112667207]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 32 - 6 agosto 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-08-06 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667206|Q112667206]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 31 - 30 luglio 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-07-30 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667205|Q112667205]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 30 - 23 luglio 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-07-23 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667204|Q112667204]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 29 - 16 luglio 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-07-16 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667203|Q112667203]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 28 - 9 luglio 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-07-09 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667201|Q112667201]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 27 - 2 luglio 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-07-02 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667200|Q112667200]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 25 - 18 giugno 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-06-18 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667199|Q112667199]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 24 - 11 giugno 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-06-11 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667198|Q112667198]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 23 - 4 giugno 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-06-04 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667197|Q112667197]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 22 - 28 maggio 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-05-28 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667196|Q112667196]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 21 - 21 maggio 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-05-21 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667195|Q112667195]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 20 - 14 maggio 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-05-14 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667194|Q112667194]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 19 - 7 maggio 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-05-07 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667193|Q112667193]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 18 - 30 aprile 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-04-30 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667191|Q112667191]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 17 - 23 aprile 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-04-23 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667190|Q112667190]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 15 - 9 aprile 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-04-09 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667189|Q112667189]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 14 - 2 aprile 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-04-02 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667188|Q112667188]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 13 - 26 marzo 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-03-26 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667187|Q112667187]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 12 - 19 marzo 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-03-19 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667186|Q112667186]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 11 - 12 marzo 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-03-12 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667185|Q112667185]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 10 - 5 marzo 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-03-05 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667184|Q112667184]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 09 - 26 febbraio 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-02-26 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667183|Q112667183]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 08 - 19 febbraio 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-02-19 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667182|Q112667182]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 07 - 12 febbraio 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-02-12 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667181|Q112667181]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 05 - 29 gennaio 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-01-29 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667180|Q112667180]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 04 - 22 gennaio 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-01-22 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667179|Q112667179]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 03 - 15 gennaio 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-01-15 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667178|Q112667178]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 02 - 8 gennaio 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-01-08 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667177|Q112667177]] | [[Il buon cuore - Anno IX, n. 01 - 1º gennaio 1910]] | data-sort-value="1910" | 1910-01-01 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667176|Q112667176]] | [[Il buon cuore - Anno VIII, n. 50 - 11 dicembre 1909]] | data-sort-value="1909" | 1909-12-11 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667175|Q112667175]] | [[Il buon cuore - Anno VIII, n. 49 - 4 dicembre 1909]] | data-sort-value="1909" | 1909-12-04 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667174|Q112667174]] | [[Il buon cuore - Anno VIII, n. 48 - 27 novembre 1909]] | data-sort-value="1909" | 1909-11-27 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q112667173|Q112667173]] | [[Il buon cuore - Anno V, n. 19 - 5 maggio 1906]] | data-sort-value="1906" | 1906-05-05 | numero della rivista Il buon cuore |- | [[:d:Q111966489|Q111966489]] | [[Storia dei fatti de' Langobardi]] | data-sort-value="1826" | 1826 | traduzione dal latino di Quirico Viviani (1826-28) |- | [[:d:Q111049921|Q111049921]] | [[Tanti e così fieri nemici|Lettere apostoliche della santità di nostro signore papa Pio settimo con le quali si condanna la società detta de' Carbonari]] | data-sort-value="1821" | 1821 | edizione (1821) del documento di papa Pio VII |- | [[:d:Q110899166|Q110899166]] | [[Sonetti burleschi e realistici dei primi due secoli (1920)|Sonetti burleschi e realistici dei primi due secoli, Volume 1]] | | primo volume di una raccolta di sonetti |- | [[:d:Q110886842|Q110886842]] | [['O "luciano" d''o Rre|'O "Luciano" d''o rre]] | data-sort-value="1918" | 1918 | opera di Ferdinando Russo |- | [[:d:Q110886724|Q110886724]] | [[516 proverbi sul cavallo]] | data-sort-value="1896" | 1896 | libro di Carlo Volpini |- | [[:d:Q110880081|Q110880081]] | [[Abramo Lincoln]] | data-sort-value="1913" | 1913 | libro di Antonio Agresti (ed. 1913) |- | [[:d:Q110855938|Q110855938]] | [[Proclama per l'adozione delle basi del nuovo Statuto|Proclama 8 febbraio 1848]] | data-sort-value="1848" | 1848-02 | edizione (1848) del proclama di Carlo Alberto, re di Sardegna, per l&#39;adozione delle basi del nuovo Statuto |- | [[:d:Q110854290|Q110854290]] | [[Costituzione dogmatica sulla fede cattolica 18 luglio 1870 (Pio IX)|Costituzione dogmatica sulla fede cattolica]] | data-sort-value="1870" | 1870 | edizione (1870) della costituzione dogmatica "Pastor aeternus" |- | [[:d:Q109969749|Q109969749]] | [[Poesie (Monti)|Poesie di Vincenzo Monti scelte illustrate e commentate da Alfonso Bertoldi]] | data-sort-value="1891" | 1891 | edizione (1891) di opere letterarie di Vincenzo Monti |- | [[:d:Q109919111|Q109919111]] | [[Notizie della stampa in Prato|Notizie della stampa in Prato (Toscana)]] | data-sort-value="1908" | 1908 | opuscolo pubblicato da Gaetano Guasti |- | [[:d:Q108143401|Q108143401]] | [[La capitana del Yucatan]] | data-sort-value="1906" | 1906 | |- | [[:d:Q107549101|Q107549101]] | [[Cronica (Salimbene de Adam)|Cronica]] | data-sort-value="1942" | 1942 | edizione 1942 della Cronica di Salimbene de Adam, pubblicata da Laterza |- | [[:d:Q106576176|Q106576176]] | [[Nel sogno]] | data-sort-value="1893" | 1893 | edizione del 1893 dell&#39;opera di Neera |- | [[:d:Q106379199|Q106379199]] | [[Astronomia]] | data-sort-value="1904" | 1904 | traduzione dall&#39;inglese di Giovanni Celoria (1904) dell&#39;opera di Joseph Norman Lockyer |- | [[:d:Q105264225|Q105264225]] | [[Opere latine minori (Boccaccio)|Opere latine minori]] | data-sort-value="1928" | 1928 | raccolta di opere latine di Giovanni Boccaccio, pubblicata nel 1928 |- | [[:d:Q105071947|Q105071947]] | [[Rime di Vittorio Alfieri scelte e commentate (1912)|Rime di Vittorio Alfieri scelte e commentate ad uso delle scuole da Rosolino Guastalla]] | data-sort-value="1912" | 1912 | edizione (1912) di opere letterarie di Vittorio Alfieri |} ---- &sum; 608 items. {{Wikidata list end}} f7cyjdil2msx638j9q2lzccznifjut6 Pagina:Panzini - Dizionario moderno.djvu/403 108 786887 3901794 3337955 2026-09-19T10:20:19Z Chiarazuccarini 8867 /* Riletta */ 3901794 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Chiarazuccarini" />{{RigaIntestazione|Pas|— 361 —|Pat|riga=s}}</noinclude>''du Lied''. Ma forse si può trattare di un effetto, non avvertito, nel tradurre dal francese. '''Passo di carica:''' V. ''Caricare''. '''Passò quel tempo, Enea:''' ''(che Dido a te pensò)'': verso metastasiano rimasto, come altri di questo facile poeta, popolare. ({{TestoCitato|Didone abbandonata|''Didone abbandonata''}} II, 4). {{smaller|<poem> Tempo era, tempo fu, quel che era non è più!</poem>}}{{No rientro}} e spesso si dice in materia d’amore, in cui è noto quanta importanza abbia il fuggevole momento, come ben sa e avverte la psicologia muliebre. '''Pastello''' (pittura a)''':''' si dicono pastelli i dipinti eseguiti con matite di vario colore: nei quali si impastano e digradano le tinte con lo sfumino. Non pare che gli antichi usassero tale genere di pittura. Fiorì verso la metà del sec. XVIII. '''Pastetta:''' voce napoletana: lett. farina spenta nell’acqua e sbattuta con un po’ d’olio, la quale serve per far frittelle. In senso traslato vale ''imbroglio'', ''sotterfugio elettorale''. Voce la quale insieme alla cosa è ben nota anche fuori di Napoli. A Napoli certe cose si fanno ancora con allegra ingenuità! '''Pastrocchio:''' voce volgare e familiare, romagnola e veneta (coi suoi derivati): è l’antica parola classica ''pastocchia'' (da pasta) e vale ''intruglio,'' indi ''finzione,'' ''imbroglio'', ''cosa mal fatta''. Cfr. il milanese ''pastrùgn'' = intruglio, ''pastrugnòn'' pasticcione e il verbo ''impastocchiare''. '''Patati-patata:''' voce del gergo francese per esprimere un continuo chiacchierio. '''Patatrac:''' suono onomatopeico che esprime il rumore di un corpo che si sfascia e cade; familiarmente vale ''ruina'', ''sfacelo''. Fr., ''patatras''. '''Patchouli:''' olio essenziale, estratto dalla distillazione degli steli e delle foglie di una pianta tropicale ''Pogostemon patchouly'': uno dei profumi vegetali più forti e graditi. V. ''Pasciulì''. '''Pâté:''' rad. ''pâte'' = pasta; è il nostro ''pasticcio;'' ma per indicare certi pasticci, farciti di carni, la cucina francese ha dato voga alla parola del proprio idioma. Es. ''Pâté de foie''. '''Pâte d’ancien:''' per ''patina'' di monumenti, quadri etc., è locuzione usata da alcuni per leziosaggine, vizio, od oblio della voce nostra. '''Patente''' ''(lettera)'' ''':''' termine più specialmente storico per indicare le lettere col regio sigillo, contenenti disposizioni di legge o privilegi. Specie di ''motu proprio''. Queste ''lettere patenti'' si riferiscono di solito al tempo delle antiche monarchie: fr. ''lettres patentes'', dal lat. ''patère'' = essere aperto, manifesto. '''Paterno''' ''(il governo)'' ''':''' locuzione usata per lo più ironicamente per significare i governi italiani, specialmente quello dell’Austria dopo la Santa Alleanza, i quali consideravano i sudditi come pupilli sotto tutela, cui conveniva guidare, specialmente dopo quella gran dissipazione del periodo rivoluzionario e napoleonico. Il concetto politico infatti della Santa Alleanza era che i principi dovessero reggere i popoli da buoni padri di famiglia. Dicesi oggidì in mal senso di governi e reggitori quando sembrino volersi di troppo inframettere negli affari de’ cittadini, recando offesa a quel concetto di autogoverno e di libertà che è o vorrebbe essere una conquista della età presente. '''Pathèmata mathèmata:''' antico motto della sapienza greca: letteralmente vuol dire ''i patimenti sono ammaestramenti,'' cioè gran maestro è il dolore. Ricorda l’esametro Vergiliano: ''non ignara mali'', ''miseris sucurrere disco'' ({{TestoCitato|Eneide_(Caro)|Eneide}}, I, 630). Si tratta, però, di un maestro che è bene non invocare, tanto più che viene da sè e i suoi ammaestramenti non sono sempre sicuri. '''Pathos:''' V. ''Patos''. '''Patio:''' voce spagnuola, dal latino ''pàtulus'' = aperto, ''cortile'', ''atrio'', e anche ''campo''. Voce notata anche in francese. '''Patoà:''' V. ''Patois''. '''Patois:''' ''dialetto'', ''vernacolo,'' ed è vocabolo francese comune fra noi, in alcune regioni. La etimologia comunemente accolta dal buon {{AutoreCitato|Gilles Ménage|Ménage}}, dal {{AutoreCitato|Émile Littré|Littré}}, dallo {{AutoreCitato|Jean Auguste Ulric Scheler|Scheler}}, è dal latino ''patrius'' o ''patriensis''. '''Patos:''' o più di frequente, seguendo lo grafìe straniere, ''pathos'' (greco ''πάθος'' = passione, ciò che uno soffre senza sua volontà. Termine filosofico, comune ai {{Pt|lin-|}}<noinclude></noinclude> 4p4xribluf2m5eof4gfy1ujpagk6did Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/160 108 809177 3901721 2859576 2026-09-19T06:36:01Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901721 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude>porge il filo dell’incivilimento indiano, nel quale, in luogo delle successive trasformazioni, regna il principio d’una ferrea perpetuità, come se la natura umana fosse colà costrutta d’altri elementi. Perlochè in quella fede d’un continuo progresso della quale sembra compreso il nostro sècolo, tanto più giusto è il desiderio d’intèndere il secreto d’una società che pare esclusa da quelli che noi riputiamo necessarii destini del gènere umano. E forse non è senza pràtico frutto l’indagare a quali istituzioni per avventura si debba codesta immobilità; perocchè in vero mal si potrebbe attribuirla interamente a natura singolare della nazione inda, la quale, a preferenza di molte altre, si collega per lingue, e quindi per antica parentela all’Europa, e nella congerie delle sue dottrine tante ne ha communi con quelle dei nostri antichi e di noi. Fra le due società, la nostra e l’indiana, che tremila anni sono aprìvano il corso della loro vita sotto l’imperio di credenze in gran parte medèsime, espresse coi medèsimi riti e con parole d’una medèsima radice, ora l’una si vede illuminata, forte, audace, scòrrere colla potenza del vapore tutti i mari, e seminar di novelle popolazioni quanto rimane di abitàbili terre; l’altra, dopo una prematura gioventù abbellita dalle arti e dalla poesìa, declinar subitamente a vecchiezza ingloriosa, inerme, infeconda, non curante delli altri nè di sè, cieca d’ogni lume di scienza esperimentale, ammaliata da insanàbili superstizioni. Laonde, o non v’ha generale dottrina delle umane cose, o essa, prima di dirsi tale, deve adoperarsi a schiarire in qualche modo le riposte cagioni, per cui mentre li occidentali salìvano alla scienza viva e a sempre crescente potenza, l’Oriente avviàvasi senza riparo sul calamitoso pendìo dell’inerzia e del decadimento. La suprema delle umane scienze certo sarebbe quella che aspirasse a dimostrare coi fatti di tutte le istorie esservi come un’arte del bene, così anche un’ arte del male; e il progresso dell’umanità non èssere così spontaneo e vittorioso, come parve a coloro che, per architettare un ordinato sviluppo di càuse e d’effetti, tòlsero all’uomo la responsabilità e la vigilanza delle sue sorti. La penìsola indostànica rammenta sotto certi aspetti naturali,<noinclude> <references/></noinclude> 62vg8at9o5xej7ietj6v6wuugpmdttp Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/162 108 809179 3901720 2859597 2026-09-19T06:35:42Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901720 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude>fra il Gange e l’Indo, e al quale forse appartenèvano quelle famiglie che regnàrono nell’India sotto il nome di ''figli del sole''. In Ceilan vive ancora la tradizione che su le rive del Gange la prisca gente abitasse nelle caverne della terra, e si sfamasse d’ erbe selvagge; e che un dì allo spuntar del giorno, si vide uscire a poco a poco dal luminoso disco un uomo bello e maestoso. — Io sono figlio del sole, egli disse ai pòpoli che meravigliando l’adoràvano, e vengo a governare il mondo.— E regnò sopra di loro, e ammaestrolli a edificare le case e seminare i campi. Ma, come osserva l’illustre {{AutoreCitato|Gian Domenico Romagnosi|Romagnosi}}, queste dottrine delle potenze naturali, dopo aver vestito li astri coll’imponente maestà d’èsseri intelligenti e dominatori, dovèvano bentosto proscrìvere come nociva ogni cognizione che potesse spogliarli delle qualità e delli onori loro attribuiti; perlochè, occultati i principii e le ulteriori scoperte, le dottrine arcane dei sacerdoti si divìsero sempre più dalle popolari. — Per tal modo le dottrine che avèvano dato il primo impulso alla cultura, divènnero ben presto ostàcoli ad ogni progredimento. Come nei primi tempi si diffuse sui lidi d’Italia la civiltà etrusca, così su le rive occidentali dell’India approdàrono in cerca di perle e d’altre dovizie i Fenici, o Àrabi marìtimi; e pare vi fondàssero una colonia sotto il nome di Pandèa, la quale venne figurata poi come le altre imprese dei Fenici nella chiara legenda d’Èrcole, che fa regina di quel paese la sua figlia Pandèa, e raccoglie in quei mari le perle per adornarla<ref>«Regionem quoque in qua nata est et cujus imperio eam præfecit Hercules, Pandæam a filiæ nomine appellatam..., Margaritas.... ex universo mari versus Indiam colligi jussisse, quibus filia ejus ornaretur. Arrian. Ind. VIII, 7, 9.»</ref>. E parimente, come lungo il Po vediamo discesa in Italia l’indelèbile pronuncia dei Celti, così lungo l’Indo e il Gange còrsero fin da remoti tempi le favelle diffuse nella Persia e nella Media. Quivi aveva sede in Nisa, non lungi dal Caspio, quel sacerdozio che sotto il nome del Dio di Nisa propagò per opposta parte i suoi riti fino in Grecia e in Italia,<noinclude> <references/></noinclude> ekmsrt5gbef6mq385pnrsm2xz0svttw Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/178 108 809195 3901712 2859626 2026-09-19T06:34:21Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901712 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude>{{Pt|legi|collegi}} bramìnici, la dottrina potè esercitare per sècoli tutte quelle meditazioni che, non toccando il vietato terreno dei pùblici interessi, contemplàvano l’èssere umano al di fuori dell’esperienza naturale e civile, e sopratutto nella potenza astratta del pensiero; e potè còmpiere quell’immensa elaborazione di filosofie, che ad alcuni pàrvero precèdere, ad altri pàrvero ripètere, tutto ciò che le altre nazioni pensanti vènnero poi divisando. Ma noi crediamo semplicemente che l’identità dei produtti metafìsici nasca dall’identità della forza contemplativa e dall’identità delli argumenti e dei dati, che vèngono a raccògliersi entro la càmera oscura dell’interna riflessione e della scienza ''a priori''. Un altro campo in cui la società bramìnica diede largo corso all’umana attività si fu quello dell’arte; poichè un suolo fecondo, coltivato da un pòpolo frugale e devoto, tributò nel corso del tempo prodigiosi tesori, con cui ella potè istoriar di sculture vasti sotterranei, trasformare in labirinto di santuarii più d’una rupe di basalto, inalzare in giro di più miglia i sette chiostri di Seringham, elevare sopra legioni di colonne le sette pagode di Mavalipura. Il pòpolo indiano scolpì ne’ suoi templi tutto ciò che aveva contemplato nelle sue astrazioni filosòfiche, e personificato e verseggiato nei grandi suoi poemi. L’industriose plebi intanto, trattando con miràbile agitità e gentilezza di mano li imperfetti arnesi d’un’arte primitiva, sèppero fornire al barbàrico fasto delle caste dominatrici una tale squisitezza di tessuti, di colori, di profumi, di ricami, di gioie, che i tesori dell’India divènnero il sogno delle altre genti della terra. E intanto il pòvero viveva, come ancor vivo, in angusti tugurii coperti di paglia, fra pareti d’argilla che le assidue piogge stèmprano in fango, dove fra l’ardore del ciclo e il lezzo della povertà, male abbeverato coll’aque fangose dei sacri suoi fiumi, divide colla seminuda prole un pugno di riso, sottratto sovente alla messe immatura. L’ùnico suo conforto è nella magnificenza delle sacre sue pompe, nel clangore dei sacri strumenti, nelle notturne illuminazioni, nelle sacre danze delle baiadere, nelle peregrinazioni ai lontani santuarii, e nella coscienza d’aver compiuto in ogni ora del giorno e in ogni<noinclude> <references/></noinclude> l0bqj9cf109oxqkfft06382o10dgaba Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/203 108 809220 3901708 2859659 2026-09-19T06:33:08Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901708 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude>i continui passi verso l’Oriente, noteremo solo che nel 1717 Bekewitch entrava con un esèrcito in Chiva, mentre nel 1839 Perowski con dieci mila cameli, e coi soldati in pelliccia e màschera di panno e occhiali di crine, rimase a mezza via. Nel 1722 la Russia aveva un piede a mezzodì del Caspio, mentre oggidì combatte ancora sul Càucaso. Al contrario li Inglesi in meno di cento anni tramutàrono tre pìccole fattorìe in un vastìssimo imperio. Pare che li Inglesi dèbbano la prodigiosa loro conquista al sèmplice fatto, che, durante il regno di Luigi XVI e nelle agitazioui che poi segulrono, ''essi rimasero nell’India soli''. La vittoria apparteneva sempre a un pugno d’Europèi, mentre un altro pugno d’Europèi nelli opposti esèrciti avrebbe ristabilito l’equilibrio. Un più efficace strumento di conquiste fu la destrezza dei residenti e l’arte di tèssere alleanze colle corrotte e perverse corti indìgene; ed essa pure avrebbe potuto facilmente contrariarsi ed elìdersi dall’arte eguale d’altra qualsìasi potenza. Ora, questa pugna dell’arte coll’arte, se mancò in India, non mancherà in Turchìa, in Persia, in Afgania, in Bocarìa. Godeste regioni profondamente musulmane rappresèntano in Asia ciò che sono la Germania e la Francia in Europa, cioè nazioni stabilmente armate che frapposte ai due colossi, nel conservare l’equilibrio della pace e della guerra, difèndono la propria libertà. Le grandi nazioni musulmane non sono una flessìbile materia da conquista. Li Inglesi sùdano in Afgania e in Arabia, come i Francesi in Algeria, come i Russi in Circassia e Chirghizia. Li stati, dove l’islamismo è fede di pòpolo, sono ben diversi da quelli dove esso tiranneggia pòpoli cristiani o bramisti, noncuranti di mutazione e forse desiderosi. Attraverso a quella zona di genti bellicose e sprezzatrici d’ogni cosa straniera, il passaggio, quando pure fosse fàcile ad aprirsi, non sarebbe fàcile a tenersi con sicurezza aperto. Nessuno potrà consigliare a un esèrcito russo di sprofondarsi nel mezzodì, lasciàndosi alle spalle quella colluvie di genti inòspite, rette da incerti dominii, volùbili nelle alleanze, necessariamente nemiche di chi vince, inette forse a sostenere un’ordinata battaglia, ma sempre redivive nella dispersione della sconfitta. L’ardua impresa non è tanto quella<noinclude> <references/></noinclude> 7yu2y4dn91iyzkw5fkac0at72ngiiq1 Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/24 108 838550 3901662 2998662 2026-09-19T06:11:15Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901662 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Didimo69" />{{RigaIntestazione||E ALFIERI|7}}</noinclude>range, Guglielmo il Taciturno, il quale, nato di famiglia che aveva dato un imperatore alla Germania, non solo possedeva vaste signorìe in Germani, in Olanda, in Brabante, in Borgogna, in Provenza, ma luogotenente del re in Olanda e Zelanda, aveva in diretta sua fede quasi tutte le città marittime dei Paesi Bassi. Filippo s'era bene accorto del sublime ambizioso, che doveva un giorno tòglierli la più doviziosa e poderosa parte di quel florido regno; aveva intravisto nell'opposizione dei signori la mano càuta e coperta che li dirigeva; e una volta che Orange gli allegò un desiderio degli Stati, gli aveva detto sul viso: ''non sono gli Stati, ma voi, voi, voi - Nos lo estados, ma vos, vos, vos.'' - Però se Filippo intendeva Orange, anche Orange in tempo s'accorse, che, quando Filippo voleva nei Paesi Bassi sostituire agli antichi tribunali ecclesiastici un nuovo ed unico Santo Officio, giusta il tremendo uso di Spagna, preparava da lontano il finale esterminio di tutte quelle famiglie feudatarie colle quali era costretto a divìdere stentatamente il potere. Quindi Orange col nome della nuova inquisizione spagnola agitò protestanti e catòlici, feudatari e communieri. E mentre disponeva i popoli a tumultuare a tempo e luogo, assoldava in Germania squadre di mercenarii, volendo esser presto a opporre ferro a ferro; e intanto con solenni deputazioni tardava i passi del re; e gli esterceva la promessa di lasciare ai soli vescovi la difesa dell'avita fede. Anzi, conoscitore della Corte spagnola, ov'era egli medesimo cresciuto, vi comperava squisite controspìe, leggeva le più secrete lèttere di Filippo e de' suoi satelliti, e stendeva nella famiglia stessa del despota le reti della ribellione. E coll'opera dei deputati della Signoria belgica, Berghe e Montigny, annodava secrete pratiche coll'irrequieto e violento Don Carlo, il quale, negletto e vessato da Filippo e offeso dal duca d'Alba, abbracciò impetuosamente la speranza di ricevere dai Belgi libero vivere, certa vendetta e pronto regno. Ma il tempo incalzava. In primavera del 1567 Filippo, risolto di troncare il nodo colla scure del carnefice, inviava verso i Paesi Bassi con un esercito di veterani il feroce Toledo duca d'Alba. All'annuncio di quell'arrivo le forze degli op-<noinclude><references/></noinclude> cvlkkus41mg5svru96tqz8ym29xe0a8 Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/41 108 838608 3901663 2998862 2026-09-19T06:12:42Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901663 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Didimo69" />{{RigaIntestazione|24|SCHILLER|}}</noinclude>inculto e superstizioso. Ambedùe dipingono in Filippo il dèspota e il fanatico, la gelosia senza l'amore, il Tiberio accanto a Sejano; ambidùe pòngono a lato all'oppresso la cara idea dell'amistà fedele sino alla morte. Ma Posa non è, come Perez, l'incarnazione della pura amicizia; egli è per soprapiù un capo di setta, fuori della corte; e in corte è un audace venturiero, che in poco d'ora, e quasi senza posar il vestimento di viaggio, riesce ad avvolgere amici e nemici in un improviso labirinto, in mezzo al quale, com'ei medesimo confessa, ''un buio gli acceca l'intelletto'', sicchè smarrisce il filo, e vi perde gli altri a sè. La figura che non ha riscontro in Alfieri, e averlo non poteva, è quella della Èboli; vana, volùbile, venale, ingrata; vile col padre, sfrontata col figlio; rizzata solo a qualche dignità da' suoi disperati rimorsi. Ma questa figura ignota all'istoria, mentre rende men tetro e quasi effeminato il personaggio di Filippo, e indegnamente vili quelli di Domingo e d'Alba, nulla giova a scaldare e raccogliere l'affetto; e troppo importunamente frappone le immonde sue leggerezze fra quelle tremende passioni che si spèngono solamente nel sangue. Infine i raggiri di Domingo, della Èboli e di Posa, le chiavi, le scale, i portafogli, gli scrigni, le lèttere, i ritratti, le dame, i mèdici, i paggi, fanno sul fondo del quadro un rimescolamento e un intreccio di natura del tutto còmica, il quale mentre stende la tragedia a faticosa prolissità, ne infrasca l'andamento, ammorza il chiaroscuro, sciupa l'unità dell'effetto e quella che il buon {{AutoreCitato|Giovanni Torti|Torti}} chiama l' ''unità del core'', e dà troppo agio alle làcrime d'inaridire. È un'arte contro l'arte. In nessun luogo il Don Carlo di Schiller è più tenero e caro che in quella espansione d'amicizia. <poem> Io più non sono Quel Carlo tuo! ... Ah ch'io versi, ch'io versi, Unico amico mio, queste cocenti Làgrime nel tuo seno! A me non vive Sulla terra infinita una pietosa Ànima, una pietosa ànima sola!</poem><noinclude><references/></noinclude> 3bnxnoa931t21dpybb10r9mm0n88ij8 Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/42 108 838610 3901664 2998865 2026-09-19T06:14:42Z Candalua 1675 3901664 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Didimo69" />{{RigaIntestazione||E ALFIERI|25}}</noinclude><poem> Per gl'immensi dominii, ovunque tocchi Lo scettro di mio padre, ovunque afferri La prora ispana, un àngolo non trovo, Fuor di questo tuo seno, ove piangendo Sollevar le mie pene... Io non conosco Filiali dolcezze, io sventurato Figlio d'un re.</poem> Poco monta invero se il Don Carlo dell'istoria fu per avventura un giòvine rozzo e brutale, quando sotto il suo nome SChiller ci dona questa dolce poesìa, che rivela ignote e inaspettate miserie là dove il vulgo sogna perpetue felicità: <poem> A me non vive Sulla terra infinita una pietosa Ánima, una pietosa ànima sola!... Io non conosco Filiali dolcezze, io sventurato Figlio d'un re.</poem> Se nonchè, e quasi senza èsserve richiesto, Carlo pròdiga a Posa il secreto dell'amor suo, che inoltre è già contaminato fin nella prima scena dal curioso Domingo: <poem> Un terribile arcano è qui sepolto Come fiamma racchiusa.... Raccapriccia, ma taci. - Amo mia madre. - ..................................................... Questa via mi conduce alla demenza ... Al patìbolo forse. È senza speme L'amor mio - scellerato, - un'agonìa Più crudel della morte; io tutto veggo, Ma pure io l'amo! ... Oh Rodrigo, un istante, un breve istantr Solo con lei!</poem><noinclude><references/></noinclude> a7tiy4vw3t2c8s7c0lyas6d3axsm02f Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/49 108 838631 3901665 2999053 2026-09-19T06:15:27Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901665 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Didimo69" />{{RigaIntestazione|31|SCHILLER|}}</noinclude>una parola; ciò che Longino chiama il sublime; nè tutti i lettori hanno tatto d'avvedersene, e di valutare il diverso grado di morale altezza a cui può giungere ne' suoi scrittori una nazione. Sublime è quella feroce compassione che il malvagio astuto dimostra al superbo incauto, che debb'essere vittima sua. Ma non perciò potrà dirsi coll'acerbo e capriccioso Schlegel, che qui ''i malvagi d'Alfieri palesino la loro scelleraggine a volto scoperto''; il che meglio potria dirsi della Èboli, e di Doming, e d'Alba, e d'altri pur troppo dei personaggi di Schiller. La voltata di spalle simiglia a quella con cui Didone risponde alle misere discolpe dello straniero traditore nell'Inferno di Virgilio. Virgilio, sì poco e sì grossamente inteso dalla critica novella, fu primo a dare dignitoso costume alla donna; perchè potè studiare nelle matronie di Roma quella signorile imàgine che {{AutoreCitato|Omero|Omero}} non potè incontrare lungo le fontante, ove attingevano aqua e lavavano panni le figlie dei prìncipi achèi. E la poesia, appena risurta in Italia, rese tosto gli aviti onori alla virtù femminile, e cantò col cavalier ghibellino: <poem>Ella sen va sentendosi laudare Umilemente d'onestà vestuta, E par che sia una cosa venuta Di cielo in terra.</poem> E Alfieri si attenne all'antica tradizione italica, incarnata nelle altiere fronti delle donne di Raffaello, e fece Isabella gelosa del suo secreto perfino all'amante: <poem>Di Filippo il figlio Oso amar, io? ... Ah! perchè tal ti fero Natura e il cielo? ... Oimè! che dico? imprendo Così a strapparmi la sua dolce imago Dal cor profondo? Oh! se palese mai Fosse tal fiamma ad uom vivente! Oh! s'''egli'' ''Ne sospettasse!''...</poem><noinclude><references/></noinclude> pi8cn24yxono7nizbpir49hk7n0xiih Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/55 108 838673 3901666 2999113 2026-09-19T06:16:00Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901666 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Didimo69" />{{RigaIntestazione|38|SCHILLER|}}</noinclude>Qui la figura del dèspota si leva per un istante gigantesca e tremenda; l'onor suo vuol sangue; non importa se quello degli accusati o degli accusatori, esso vuol sangue. Ma non è facile sostenersi a cotanta altezza; troppo subitamente risurgono le sue perplessità; l'uomo diffidente precipita il suo secreto e l'avara sua affezione nell'ànimo dell'ignoto Posa; e s'abbandona a momentanei furori, e tosto confessa la sua debolezza. <poem>La memoria Della mia debolezza ardir v'inspira.</poem> Pare che Schiller, per dar contrasto alla luce, abbia voluto esagerare l'età di Filippo, e porre in evidenza la sua canizie e l'esàuste forze; e quindi tratto quel re di quarant'anni pare un Saulle curvo e cadente e tormentato dall'imagine del suo successore. <poem>Il trono mio Règgesi ancor? Di questa terra ispana Più non sono il monarca? A lui piegate Le ginocchia! prostràtevi al fiorente, Al più giovìne Re! Filippo io fui, Ora un vecchiardo senza possa. Delle regie insegne Vestìtelo! guidàtelo in trionfo Sulla morta mia spoglia ...</poem> E qui ''sviene''. E questa è troppa {{Ec|molllezza|mollezza}} nel più duro e dissimulato degli uomini, che aveva pocanzi condannato una làcrima fuggita a suo figlio: <poem>Tu ''piangi''? Oh vista abominiosa! Lungi Da me! Ritorna dalle mie battaglie Col rossor d'una rotta, e le mie braccia T'accoglieran; ma ''vile'' io ti respingo.</poem><noinclude><references/></noinclude> j9tnexamd3imavjkn7r0alo900tox9a Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/56 108 838679 3901667 2999128 2026-09-19T06:16:18Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901667 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Didimo69" />{{RigaIntestazione||E ALFIERI|39}}</noinclude>E Carlo gli aveva risposto: <poem>Per che modo Qui fra le umane creature è giunto ''Costùi'' che non palesa ìndole umana? Ha secco il ciglio - Non gli è madre una donna!</poem> Come dunque in poco d'ora ''costùi'' si è fatto ''un vecchiardo senza possa'', e ''sviene''? E se non è i lduca d'Alba, che lascia altrùi ''la cura di coricarlo'', e si assume ''di ricomporre la città'', noi vedremmo il ferreo dominatore sommerso nel momentaneo tumulto di pochi prezzolati. Laonde se il Filippo d'Alfieri e il Tiberio di {{AutoreCitato|Publio Cornelio Tacito|Tacito}} ad alcuni pàrvero astrazioni marmoree, spinte oltre l'umana natura, il Filippo di Schiller non raggiunge nemmeno l'imàgine tracciata dalla istoria e colorita dall'odio dei pòpoli.<br> Carlo, che ad ogni modo tradiva il padre e il re, non poteva più dirgli con sicura fronte: <poem>La tua mano, o padre! O dolcissimo giorno! ..... Sì lungamente dal tuo cor? ''Che feci''?</poem> Nè poteva, conscio di sè, dimandargli: ''Che feci''? Nè in faccia all'impoetico Filippo poteva stemperarsi con verisimiglianza in quelle tenerezze arcàdiche: <poem>D'un soave Presagio il cor mi batte. ''Innamorato'' Tutto il ciel co' suoi ''mille occhi'' ne guarda. O quanto è dolce Qual sentirsi adorati in una bella Ànima! quel saper che la tua gioia Le mie ''guance colori'', il tuo timore ''Pàlpiti'' nel mio ''seno'', e le tue pene</poem><noinclude><references/></noinclude> ok75217p16a2pffmqn7pzew41m0r0f4 Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/66 108 838725 3901668 2999276 2026-09-19T06:16:59Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901668 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Didimo69" />{{RigaIntestazione||IL LORENZINO|49}}</noinclude>distilla nei cantàbili del melodrama; poi si tramuta in note sonore, e insegna la parola umana e il grido degli affetti agli strumenti da fiato, che dimàndano nelle strade: ''Ah perchè non posso odiarti''? L'altro gènere della tragedia, guidato dalla critica che disprezza le esagerazioni ideali e gli eròi di convenzione, ci richiamaa alla natura e al fatto; ripudia gl'ìdoli della tradizione, consulta la severa ''istoria'', la crònica minuta, le maniere, le vestimenta; vuole consonanza e dottrina persino nelle quinte del palco. Vuole accanto a Filippo i paggi che s'addormèntano ginocchioni; aborre la protervia poètica del ''tu''; intarsia diligentemente nel verso un ''Vostra Altezza Reale''; e trionfa quando può scrìvere in una linea: ''Serenìssimo Doge, Senatori''. E siccome fu detto che l'istoria non è l'òpera degli individui, ma delle grandi turbe sociali a cui gl'individui famosi prèstano il nome; così questa tragedia o conduce sul palco le moltitùdini in coro, i astori di Tell, o i mercenarii di Wallenstein; ovvero adotta il sistema rappresentativo; prende il Perez d'{{AutoreCitato|Vittorio Alfieri|Alfieri}}, gli dà l'acconciatura istòrica, e dell'amico di Carlo ve lo elegge Marchese di Posa, deputato del gènere umano. Così l'ìdea filosòfica soppianta l'idèa popolare. Codesta tragedia s'appròssima ognora più ad una realtà di stile ''quàchero''; s'ingeloscisce della soverchia sonorità del verso; a poco a poco lo ammorza, come il ''piano'' del cèmbalo; lo disadorna, lo affloscia; infine gli dà un calcio definitivo, e si adagia schiettamente nella prosa. Epperò se la tragedia ideale è la madre di tutti i furori e i languori dell'òpera in mùsica, la tragedia istòrica è un piano inclinato che scìvola bellamente al drama in prosa. Quanto più i due gèneri s'allontànano, tanto più divèngono compatìbili; e i sistemi intermedii si fanno vacillanti, e incapaci di rispòndere alle improtunità della lògica. Perciò a' giorni nostri due tendenze estreme e opposte: ''òpera in mùsica'' e ''drama in prosa''. Shakespear trattò possentemente ad un tempo i due grandi gèneri. Trattò l'ideale tragedia del cuore e della fantasìa in<noinclude><references/></noinclude> mcp64x88hbnz8mgedsethh009pn5mwl Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/73 108 838778 3901669 2999323 2026-09-19T06:17:25Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901669 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Didimo69" />{{RigaIntestazione|56|IL ROMANZERO|}}</noinclude>La lingua spagnola si distingue per certa sua pienezza e pomposità, in cui taluni vògliono si esprima l'ànimo altiero della nazione. Ma la più parte àmano attribuirla all'influenza d'un innesto straniero; e a seconda delle loro preoccupazioni, ora pàrlano di maestà romana, ora di magnanimità visigòtica, ora di splendidezza saracena. Fatto sta che fin dal tempo in cui seguì la propagazione della favella latina nell'Iberia, i Romani avèvano notato una certa soverchia sonorità nei ''Cordubæ natis poetis''; ciò che palesa esser questo un distintivo della stirpe indìgena. E come mai la grandiloquenza latina avrebbe lasciato in lontana e sùddita provincia quelle vestigia che non lasciò nella nativa sede? Molto men fondata è l'opinione di molti scrittori che ripètono dai Goti non solo l'alterezza del linguaggio, ma eziandìo quell'indomabile propòsito che sostenne il pòpolo spagnolo nella lutta contro gli invasori àrabi dal 711 al 1492, in 780 anni di continua guerra e in una sanguinosa serie di tremila e settecento battaglie. Però si potrebbe loro opporre che, se questi prodigi di costanza non sùrgono dal fondo dell'ìndole nazionale, non è possìbile che si tòlgano in prèstito a un pugno di stranieri, i quali veramente non pòrsero esempio mai di questa singolare virtù. E infatti la resistenza dei Cristiani ai Mori fu mìnima al tempo dei Goti; venne crescendo coll'allontanarsi di quell'età; e toccò l'àpice ottocento anni dopo la dispersione dei Goti, quando il gran Gonsalvo e gli altri guerrieri di Ferdinando espugnàvano l'ultimo asilo degli Arabi sulle rupi della Sierra Nevada, e il re Sebastiano di Portogallo li perseguitava a morte sulla terra d'Africa. I Goti al loro tempo passàrono il Danubio come fuggitivi, entràrono in Italia come federati, occùparono la Linguadoca e le Spagne quasi in dote nuziale d'una sorella del romano imperatore sposata al suo capitano Alarico. Ma ogni qualvolta si trattò di combàttere, furono vinti da Stilicone, da Belisario, da Narsete, da Childeberto, da Tarif. Gli istòrici prodigàrono il valore dei pirati nromanni anche a tutti i bàrbari d'acqua dolce; ma forse i Goti non èbbero altra giornata di vera gloria militare, che quando concòrsero a dispèrdere le orde di Attila nelle pianure della Sciampagna.<noinclude><references/></noinclude> p1bkfjn3joz37zd7el5nn8ryfks46oe Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/79 108 839037 3901670 3000014 2026-09-19T06:17:46Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901670 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Didimo69" />{{RigaIntestazione|62|IL ROMANZERO|}}</noinclude>prima crociata; il sècolo che si compieva colla presa di Gerusalemme. Cent'anni prima le popolazioni europèe, allaevare in una diuturna viltà, fùggivano ancora avanti agli Arabi, agli Ungari, ai Normanni, che dal mezzodì, dall'oriente, dal settentrione, penetràvano col ferro e col foco sino agli indifesi recessi delle Alpi. Pare che codesto Rodrigo fosse la meraviglia del tempo; prima campione del Regno di Castiglia, poi èsule e perseguitato, amico del re àrabo di Molina, òspite del re àrabo di Saragozza e tutore del suo figlio Muetaman, pareva avere errato per le Spagne a radunare quanto di cavalleresco avèvano le due nazioni. Alcuni vògliono che le prime memorie del Cid fossero composte in àrabo da due suoi paggi; poichè nelle corti di quel tempo le due stirpi vivèvano compagne, e si prestàvano mutuamente i poètici loro costumi. E pare che le prime poèsie dell'Europa romanza fossero traduzioni di canti moreschi, fatte per accompagnarsi ai medèsimi strumenti. L'àrabo, ad onta del suono gutturale, era a quel tempo la lingua musicale del mondo civile, come l'italiano ai nostri giorni. Le raffinate galanterie delle città moresche, imitate dai cavalieri provenzali, èbbero poi l'ultimo tocco di soavità nei versi del {{AutoreCitato|Francesco Petrarca|Petrarca}}. Le canzoni del Romanzero erràrono a lungo fra il pòpolo, che forse accumulò com'è suo stile, sopra un solo nome le memorie di molti guerrieri. Esse non si fissàrono in iscritto se non nel secolo XVI per opera di Ferdinando del Castillo; e pòrtano qua e là le vestigia dei quattro sècoli, ch'erano corsi frattanto dalla morte del Campeador. Questa Odissèa guerriera, tutta piena delle fiere passioni del medio evo, comincia col dipìngere la tristezza del padre di Rodrigo, cui la vecchiaia toglie di poter vendicare un'ingiuria fattagli dal conte Lozano. Il giòvane Rodrigo sfida a morte Lozano, recide il capo del cadàvere, e comparso con esso avanti al padre, gli piega inanzi con fliale sudditanza il ginocchio. Il vecchio sedeva a mensa solingo e gemente, volgendo in cuore l'onta sofferta, e covando mille fantasmi d'onore, quando Rodrigo, col mozzo teschio del conte impugnato pei capelli e stillante sangue, prende il<noinclude><references/></noinclude> 973p34qz7susrvkfi76tp47a3hsvxwy Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/89 108 839936 3901671 3572138 2026-09-19T06:18:11Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901671 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Didimo69" />{{RigaIntestazione|71|IL ROMANZERO|}}</noinclude>quello qualunque sìasi che mise insieme le parole originali d'{{AutoreCitato|Omero|Omero}}, cercò le più belle e armòniche e luminose che la lingua greca ''a quel tempo'' gli porgeva; e fece nè più nè meno di ciò che {{AutoreCitato|Vincenzo Monti|Vincenzo Monti}} fece ai nostri dì colla lingua nostra, quando volle farci una visione di quell'antica bellezza. E se nel frattempo la lingua greca si andò mutando, cosicchè la locuzione omèrica perdette il suo fiore giovanile, e apparve ai pòsteri veneranda e rugosa, noi colle nostre versioni dobbiamo piuttosto cercare di collocarci al punto di mira in cui furono i contemporanei d'{{AutoreCitato|Omero|Omero}}, che non in quello delle età posteriori, le quali non hanno diritto di frapporsi fra {{AutoreCitato|Omero|Omero}} e noi. V'è in castigliano un'altra poesia sul Campeador, e il traduttore parrebbe crèderla più antica delle romanze ch'egli stesso tradusse. Si chiama propriamente il ''Poema del Cid''; e alcuni lo attrìbuiscono a Pietro cantore della Chiesa di Sivilia, altri ne lo fanno solamente ''copiatore''; e così risurge sempre il dubbio omèrico. Si trovò manoscritto in Vivar, patria del Cid; ma la mano sembra del sècolo XIV. Le assonanze in questo poema divèngono spesso vera rima; ma gli eruditi soli potranno chiarire con minuto paragone questi equìvoci segnali dell'età. Vuolsi però aver sempre in mente, che fin quando un poema non si rende immòbile nel manoscritto, fino a quando rimane esposto all'arbitrio dei ripetitori popolari, può sempre contrar modi d'un'età posteriore a quella in cui venne primamente composto. E inoltre il verso del ''Poema'' è più lungo, meno lirico e più eròico che gli sparsi frammenti del ''Romanzero''. Appena si troverebbe in {{AutoreCitato|Omero|Omero}} uno ''spondaìco'' più maestoso di questo: <poem>«Tu eres Rey de lo Reyes, y de todo el mundo padre.»</poem> Pare che i cenni fugaci della romanza lìrica nel ''Poema'' si distèndano in più robusta ed èpica forma. Èccone un esempio: «I Mori lo affrontàno per torgli la bandiera; gli avvèntano gran colpi, ma nol posson ferire. Disse il Campeadore: Per un Dio, salvàtelo. Imbràcciano gli scudi sul cuore; arrèstano le lance adorne di pennoni; chinàno sugli arcioni la faccia, e<noinclude><references/></noinclude> o2tbf7egqwkyj1ptsfzht9okact9zak Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/97 108 839946 3901672 3002893 2026-09-19T06:18:37Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901672 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Didimo69" />{{RigaIntestazione|80|VITA DI DANTE|}}</noinclude>giusta una crònica «''si crede che Dante vi scrivesse alcune parti delle sue càntiche, per aver i luochi in esse descritti molta correspondenza con questi''». Il che varrebbe altretanto a provare che Dante scrivesse le sue càntiche nei monti Pirenèi. Nel quinto o sesto anno dell'esilio suo, Dante recossi a Parigi, e v'attese a studii che tornàvano necessarii a dar nervo scientìfico all'òpera sua, che doveva èssere tutta piane di siffatti argomenti. {{AutoreCitato|Giovanni Boccaccio|Boccaccio}}, che gli visse assai vicino di tempi, dice solo che «''passati i monti che divìdono l'Italia dalla provincia di Gallia, ''COME POTE' ''se n'andò a Parigi''». Ma il Balbo a quei ''monti'' soggiunse: ''cioè gli Appennini delle due riviere fino a Provenza''. Ora gli Appennini non sono invero i ''monti che divìdono l'Italia dalla provincia di Gallia''. E se Dante nòmina qua e là nel suo poema tre o quattro luoghi delle marine di Liguria e di Provenza, chi può sapere se li abbia visti mai? o se li vide piuttosto nella gita che nel ritorno? o se non li aveva visti prima, giacchè i sepolcri di Arle si tròvano nominati nell'{{TestoCitato|Divina Commedia/Inferno|''Inferno''}}, che, al dir di Balbo, era già finito e publicato prima di quel viaggio? E sappiamo ch'egli soggiornò a lungo nei vicini feudi dei Malaspina, che si vàlsero di lui per ambasciatore; ed a quei tempi le loro squadre e quelle dei Fieschi loro congiunti corrèvano tutti quei monti, e assalìvano Gènova, e prendèvano Parma. Pure il sig. Balbo afferma che «''andando a Parigi ei ''NON POTE' PASSAR ALTROVE'' che per Provenza, e molto probabilmente per la via antica, e nuova, e quasi sola, d'Avignone''». Ma Genova ed Avignone èrano nidi di guelfi caldìssimi, mentre varie città e signorìe di vassalli imperiali, potèvano conduslo salvo fino al sommo delle Alpi. E il Balbo stesso per condur Dante in Lunigiana trovò che «NIUN'ALTRA VIA ''gli era quasi aperta in mezzo alle guelfe Ferrara e Bologna, se non per Màntova e Parma città ghibelline, ondechè'' NON SI PUO' DUBITARE CHE PASSASSE PER ESSA?». Ma perchè mai chi aveva strada aperta fra i guelfi di Genova e d'Avignone, non poteva averla fra i guelfi di Ferrara e di Bologna? Perchè mai nell'un caso ''non potè Dante passar altrove'' che fra i guelfi, mentre<noinclude><references/></noinclude> 84t6gw6bwm6vaqwktxbak9qtc5g163g Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/462 108 956485 3901205 3472734 2026-09-18T12:44:16Z Utoutouto 16823 /* Riletta */ 3901205 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|452|maschere nude|}}{{block|recita}}</noinclude><noinclude> </noinclude>m’ajuti lei a uscirne, per carità... sono... sono cosí disadatto... {{Sc|Nada}}. Lo vedo. Vuole le cambiali? {{Sc|Squatriglia}}. Se... se crede... {{Sc|Nada}}. Lei dice che non valgono nulla? {{Sc|Squatriglia}}. Nulla: questo glielo posso proprio giurare: nulla, signorina! {{Sc|Nada}}. E allora doveva dirmi cosí. {{Sc|Squatriglia}}. Gliel’ho detto! {{Sc|Nada}}. No, cosí e nient’altro. E doveva aggiungere che, protestandole, io farei ridere le mie amiche, perché farei loro sapere che ho avuto la dabbenaggine d’accettarle. Capisce? Cosí doveva dirmi! E non fare appello alla mia generosità. Io non posso essere generosa. Io mi devo vendicare. E creda che saprò trovare il modo di vendicarmi, e mi vendicherò ferocemente. Oh se mi vendicherò! Questa mortificazione, questo schifo che m’ha fatto provare, perdio, lo sconterà! {{block|is|Di scatto risoluta, apre la borsetta, ne trae le cambiali e gliele porge.}}Ecco a lei le cambiali. Se ne vada! Se ne vada via subito! {{Sc|Squatriglia}}. Graz... {{Sc|Nada}}. Non mi ringrazi! {{Sc|Squatriglia}}. No... ma... mi permetta... mi conceda... {{block|is|Timido, con le dita tremolanti, trae dal mazzetto alcuni biglietti di banca e li depone sul tavolino, sotto il calamajo.}} {{Sc|Nada}}. No! Non voglio! Non voglio! {{Sc|Squatriglia.}} Mi lasci fare... per favore... non so se faccio bene o male... {{Sc|Nada}}. Non voglio, le dico! Si riprenda quel denaro! {{Sc|Squatriglia}}. Ma scusi... guardi... per me... il poco che posso fare... me... me lo lasci fare... per un favore... a me... particolare... {{Sc|Nada}}. Quanto ha messo lí? {{Sc|Squatriglia}}. Mille e cinque... cinquecento lire, signorina, ma... {{Sc|Nada}}. Mille e cinquecento? {{Sc|Squatriglia}}. Se... se è poco...<noinclude></noinclude> 0u1fok3v6mk4va6oltqxcnxm4ziipnw Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/463 108 956486 3901276 3483628 2026-09-18T12:50:21Z Utoutouto 16823 /* Riletta */ 3901276 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||cecè|453}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Nada}} (''contrariata cava dalla borsetta una busta intestata e aperta e gliela porge''). Guardi questo conto. {{Sc|Squatriglia}} (''prende la busta, ne trae imbarazzato, non comprendendo, un conto da modista, e legge''): Cappello a cupola piana, con grande Paradis bianco naturale. Lire milleseicentocinquanta. {{block|is|La guarda. Nada col dito gli indica il cappello che ha in capo. Comprende e s’affretta a dire:}}Ah... sí... subito... Volentieri... Trae dal mazzetto un altro biglietto da cento e uno da cinquanta, e li mette insieme con gli altri sul tavolino, sotto il calamojo. Ecco fatto... Mi scusi, se... E grazie, signorina... con tutto il cuore... anche a nome... {{Sc|Nada}}. Basta, la prego! {{Sc|Squatriglia}}. Ha ragione. Scappo, corro a dar l’annunzio del suo atto generoso... — no, no... non aggiungo altro... {{block|is|Le porge la mano:}}Permette? {{block|is|Gliela stringe, s’inchina:}}La ossequio. {{block|is|Via per l’uscio in fondo. — Nada, rimasta sola, fa atti di nausea, di rabbia; passeggia, infuriata, per la stanza.}} {{Sc|Nada}}. Ah, me la pagherà... me la pagherà... Vigliacco!... Ah, che cosa... Vigliacco! Vigliacco!... {{block|is|Si ferma innanzi al tavolino, prende i biglietti di banca, li conta con ira e con sprezzo, li caccia dentro la borsetta, e poi resta a pensare un po’, mordendosi un dito, con gli occhi sfavillanti, foschi di minaccia. Alla fine, si riscuote, siede innanzi al tavolino, trae dalla cartella un foglio di carta, una busta:}}Aspetta... {{block|is|Si mette a scrivere.}} {{block|is|Pausa. Mentre Nada, con le spalle voltate all’uscio scrive, l’uscio s’apre silenziosamente, e Cecè vi s’affaccia, col cappello in capo, a sghembo; poi entra, lo richiude senza far rumore, e in punta di piedi si appressa a Nada e l’abbraccia per di dietro.}}<noinclude></noinclude> thhqpd06y9cuxy1iko046h6dlooupie Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/464 108 956487 3901329 3472739 2026-09-18T12:54:56Z Utoutouto 16823 /* Riletta */ 3901329 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|454|maschere nude|}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Cecè}}. Naduccia mia bella! {{Sc|Nada}}. Ah? Tu? Con che faccia osi presentarti a me? {{Sc|Cecè}}. Che cos’è? {{Sc|Nada}}. Hai l’impudenza... {{Sc|Cecè}}. Perdonami: t’ho fatto aspettar troppo? Non credevo di far cosí tardi. Via, eccomi qua... {{block|is|Le presenta la faccia sorridente.}} {{Sc|Nada}}. Pigliati questo! {{block|is|Gli appioppa uno schiaffo sonoro.}} {{Sc|Cecè}}. Oh Dio... troppo forte... M’hai fatto male... perché? {{Sc|Nada}}. Perché? Hai il coraggio di domandarmi il perché? {{Sc|Cecè}}. No, perdono! t’ho chiesto perdono... Infine, che cos’è? Avrai aspettato una mezz’oretta... {{Sc|Nada}}. Ah, per questo? {{Sc|Cecè}}. E perché altro? Che cos’è? {{Sc|Nada}}. Sei stato con la mamma? {{Sc|Cecè}}. Con la mamma? Che mamma? {{Sc|Nada}}. Con la tua mamma, che doveva venire a pregarmi, a scongiurarmi d’aver pietà... {{Sc|Cecè}}. La mia mamma? Che dici? Sei matta? {{Sc|Nada.}} Ah, sono matta? Imbroglione! {{Sc|Cecè}}. Che mamma, scusa? dov’è la mamma? che c’entra la mia mamma? {{Sc|Nada}}. Imbroglione! Lo so bene che non c’entra! Ah, ti pare che ci abbia creduto? {{Sc|Cecè}}. Ma a che? Sei proprio impazzita? Che t’è accaduto? {{Sc|Nada}}. Il fallimento! la rovina! il disonore! tutto a catafascio per le tue nequizie! Un povero padre, a cui hai inzaccherato la canizie veneranda! Una povera madre... — imbroglione! gaglioffo! Come non ti vergogni? {{Sc|Cecè}} (''serio, con freddezza grave''). Ma tu farnetichi, mia cara! Ti prego di spiegarmi. Io non capisco nulla. {{Sc|Nada}}. Ah no? Proprio? Non capisci nulla? {{Sc|Cecè}}. Che vuoi che capisca? Ti vedo infuriata... Credevo che fosse per il mio ritardo... Ma ora... {{Sc|Nada}} (''andandogli incontro con le mani tese, arrovesciate''). È possibile una faccia cosí a prova di bomba? Ma come? quell’uomo dall’occhio murato?<noinclude></noinclude> 1t40hwleuzh7wffvriee4jduihlgyhx Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/465 108 956488 3901360 3483629 2026-09-18T12:57:32Z Utoutouto 16823 /* Riletta */ 3901360 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||cecè|455}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Cecè}}. Dall’occhio murato? {{Sc|Nada}}. Che ho trovato qua, al tuo posto? {{Sc|Cecè}}. Un uomo dall’occhio murato? {{Sc|Nada}}. Amico di tuo papà! {{Sc|Cecè}}. Ma che dici? Tu sei impazzita davvero! Hai sognato! Io non ho papà, io non ho mamma; che dici? {{Sc|Nada}}. Che! Vuoi farmi impazzire sul serio? Bada, sai! Se è uno scherzo... {{Sc|Cecè}}. Ma che scherzo! Ti dico che non capisco nulla! Spiegati! Chi hai trovato qua, al mio posto? Un uomo con l’occhio murato? che vuol dire murato? {{Sc|Nada}}. Murato, murato... cosí. {{block|is|Si tappa un occhio con la mano.}} {{Sc|Cecè}}. L’hai trovato qua? E come? {{Sc|Nada}}. Che ne so io? Era qua. Ho telefonato; m’hanno invitata a salire. Credevo di trovar te; ho trovato lui. {{Sc|Cecè}}. E chi l’aveva fatto salire? {{Sc|Nada}}. Lo domandi a me? {{Sc|Cecè}} (''simulando sgomento, poi ansia e costernazione''). Con l’occhio murato? Dio... qua? Di’ su, che t’ha detto? {{Sc|Nada}}. Che aspettava tua madre per venire da me a pregarmi... {{Sc|Cecè}}. Mia madre? E tu ci hai creduto? {{Sc|Nada}}. Ti dico di no! {{Sc|Cecè}}. A pregarti di che? {{Sc|Nada}}. Di restituire le tre cambiali. {{Sc|Cecè}} (''con ansia aggressiva''). E tu? {{Sc|Nada}} (''smarrita''). Come, io? {{Sc|Cecè}}. Tu gliel’hai date? {{Sc|Nada}}. S’è messo a parlarmi della rovina della tua casa... {{Sc|Cecè}}. Ah, canaglia! E poi? {{Sc|Nada}}. Che tuo padre era all’orlo dei fallimento... {{Sc|Cecè}}. Mio padre? Ah, farabutto! {{Sc|Nada}}. Che bastava una spinta, un soffio a mandar giú un accordo ch’era riuscito a stabilire tra i creditori... {{Sc|Cecè}}. Lui? Assassino! ladro! {{Sc|Nada}}. Con tanta furia, che mi pareva... Dio, che ribrezzo!... mi pareva che l’altro occhio dovesse schizzargli dalla faccia e saltarmi addosso... {{Sc|Cecè}}. Ma rispondi a me; tu gli hai dato le cambiali?<noinclude></noinclude> m5luhyz7f5l6vna7nr8vqsdapzw7nlp Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/466 108 956489 3901404 3472751 2026-09-18T13:01:21Z Utoutouto 16823 /* Riletta */ 3901404 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|456|maschere nude|}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Nada}}. M’ha detto, dimostrato, che non valevano nulla, che non avrei potuto cavarne alcun vantaggio... {{Sc|Cecè}}. E gliel’hai date? Disgraziata! Mi hai rovinato, mi hai rovinato, mi hai rovinato! {{Sc|Nada}}. Io? Ma come? Per giunta? {{Sc|Cecè}}. Rovinato! Sai chi è costui? Il piú feroce strozzino ch’esista sulla faccia della terra! Una sanguisuga! Un vampiro! {{Sc|Nada}}. Quello lí? {{Sc|Cecè}}. Quello lí! quello lí! Com’hai fatto a credergli? {{Sc|Nada}}. Non ho creduto... {{Sc|Cecè}}. E allora? {{Sc|Nada}}. Ma ho creduto che l’avessi mandato tu... {{Sc|Cecè}}. Io? {{Sc|Nada}}. Per riavere le cambiali... {{Sc|Cecè}}. Io? Ma come? Se t’avevo scritto io stesso di riportarmele qua! Te le volevo cambiare... Volevo ritirarle... darti il danaro... Come ti sei arrischiata a dargliele? Oh, che assassinio! M’hai rovinato! {{Sc|Nada}}. Che ne so io? Chi lo conosceva? {{Sc|Cecè}}. Quello lí? {{Sc|Nada}}. Sí... tutto impacciato... pregava... sudava... {{Sc|Cecè}}. Ma perché sa fare lo scemo a meraviglia, sfido! Non c’è parte che non sappia fare! Da usurajo e da mezzano, da tiranno e da schiavo, l’asino e il porco, la serpe e la jena; la tigre e il coniglio! E tu gli hai creduto... e sei caduta nella ragna ch’egli t’ha tesa... Ma ora il midollo lo succhierà a me! Non aveva potuto aver mai in mano un mio pezzo di carta, per vendicarsi! Da anni mi faceva la posta, mi dava la caccia! Perché io gli ho strappato dalle grinfie piú d’una preda, capisci? e l’ho svergognato pubblicamente... Ma come ha saputo di queste tre cambiali? com’ha saputo che tu dovevi venir qua a restituirmele? Di’ la verità, tu ne hai parlato con qualcuno? {{Sc|Nada}}. M’ha detto che lui lo sapeva per tua stessa confessione! {{Sc|Cecè}}. Per mia stessa confessione? Ti pare possibile? Tu ne avrai parlato con qualche tua amica... {{Sc|Nada}}. No... ma... veramente ne... ne ho fatto cenno... {{Sc|Cecè}}. A chi? {{Sc|Nada}}. Non ricordo... a un tuo amico...<noinclude></noinclude> mt084b22c0f63jlj8okzmxe3tcb76ao Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/467 108 956490 3901444 3483630 2026-09-18T13:04:50Z Utoutouto 16823 /* Riletta */ 3901444 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||cecè|457}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Cecè}}. E quello tiene spie da per tutto! E forse... ma certo, sí, me l’ha mandato lui questa mattina tra i piedi quel seccatore, che m’ha trattenuto piú di mezz’ora, per dar tempo a lui di venire qua e di sorprenderti... Ah, che assassinio! E come faccio adesso? come faccio? Tre cambiali... il cento per cento... mi farà pagare il cento per cento su quelle seimila lire... seppure, seppure... Ma come! Tu gliele hai date cosí... per niente? tre cambiali con la mia firma! {{Sc|Nada}}. No... m’ha date alcune centinaja di lire... {{Sc|Cecè}}. Ah, alcune centinaja? Quante? {{Sc|Nada}}. Mille... milleseicento... seicentocinquanta. {{Sc|Cecè}}. Strozzino! Milleseicentocinquanta per seimila, su cui mi farà il cento per cento. {{Sc|Nada}}. E me ne voleva dare anche meno! {{Sc|Cecè}}. Hai capito? Ha cercato anche di tirare! {{Sc|Nada}}. No... veramente... appena gli ho fatto vedere la nota del cappello... {{Sc|Cecè}}. Quale cappello? Codesto? Ma scusa, se codesto te l’ho pagato io? {{Sc|Nada}}. E che vuol dire? Il conto l’ho sempre qua. {{Sc|Cecè}}. Ho capito. Milleseicentocinquanta? Vuol dire che lo pagherò due volte io, codesto cappello. Le aggiungerà agli interessi. {{Sc|Nada}}. No, no, senti, Cecè, almeno queste... {{Sc|Cecè}} (''con scatto di sdegno''). Ma va’! Che ti passa per il capo? {{Sc|Nada}}. Cecè, te ne prego! {{Sc|Cecè}}. Sta’ zitta! Sei matta? {{Sc|Nada}}. Fammi questo piacere... {{Sc|Cecè}}. Dici sul serio? Mi dispiace anche per te. Ma ti sta bene, sai? Hai potuto credere a tutte le infamie, che colui t’avrà dette di me? Che t’ha detto? Che t’ha detto? {{Sc|Nada}} (''fa con ambo le mani un gesto espressivo''). Caro mio... {{Sc|Cecè}} (''assorto''). E sono in bianco capisci? Senza scadenza fissa... Me le può protestare quando vuole... Ma non me le protesterà! Non è matto! Mi terrà... cosí, sotto la minaccia, per impormi gl’interessi a suo piacere... e mi succhierà il sangue, come ha fatto a tanti altri. {{Sc|Nada}}. Povero Cecè... vieni qua... {{Sc|Cecè}}. Lasciami stare! m’hai rovinato. {{Sc|Nada}}. Ti compenserò io, Cecè...<noinclude></noinclude> of8w2zdf6259owll24ga0wvnr1ysqjb Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/468 108 956491 3901477 3472754 2026-09-18T13:07:44Z Utoutouto 16823 /* Riletta */ 3901477 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|458|maschere nude|}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Cecè}} (''accorrendo e abbracciandola''). Ah, cara mia, lo credo bene! Mi compenserai alla stregua dell’usura che mi farà quello lí! {{Sc|Nada}}. Anche di più! {{Sc|Cecè}}. Ma è pure la rabbia, capisci? la rabbia d’esser caduto in quelle mani! {{Sc|Nada}}. E ti farò passare anche la rabbia, sta’ zitto... Siedi qua. {{block|is|Lo fa sedere e gli si siede su le ginocchia.}}Cosí... {{Sc|Cecè}}. Comincia il compenso? Subito un bacio qua! {{block|is|Indica la fronte.}} {{Sc|Nada}}. Ecco un bacio qua... {{Sc|Cecè}}. Di’ un po’, me ne ha dette molte, quell’infame? {{Sc|Nada}}. Tante... Tante... {{Sc|Cecè}}. Per ognuna, un bacio! E dove voglio io... Cominciamo! Che t’ha detto? {{Sc|Nada}}. Canaglia! {{Sc|Cecè}}. Subito un bacio qua! {{block|is|Indica la guancia destra.}} {{Sc|Nada}} (''ride e lo bacia su la guancia destra''). {{Sc|Cecè}}. Su, avanti, che altro t’ha detto? {{Sc|Nada}}. Aspetta... aborto... {{Sc|Cecè}}. Aborto? {{Sc|Nada}}. Di natura... {{Sc|Cecè}}. Aborto di natura? {{block|is|Balza in piedi. Nada gli scappa e corre per la stanza, ridendo.}}Vieni qua... vieni qua... {{Sc|Nada}}. Lasciami levare il cappello... {{Sc|Cecè}}. Milleseicentocinquanta! E il resto! Nada, vieni qua. {{Sc|Nada}}. Eccomi. {{Sc|Cecè}} (''risiede, con Nada su le ginocchia''). Dunque, aborto di natura? Eh... {{block|is|Indica con un dito la bocca:}}questa volta qua, qua, cara mia... {{Sc|Nada}} (''si china per baciarlo in bocca, e — a questo punto — sarà meglio che cali la'' </div> {{Ct|f=100%|v=1|TELA}}<noinclude></noinclude> l2zhmolnu2ontg0q9h244kh80ugkey4 Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/469 108 956492 3901790 3483631 2026-09-19T09:56:23Z Utoutouto 16823 /* Riletta */ 3901790 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" /><!--{{RigaIntestazione||il dovere del medico|459}}{{block|recita}}--></noinclude> {{Ct|f=140%|v=5|t=5|IL DOVERE DEL MEDICO}}<noinclude></noinclude> 9hst8gqdb6dnb4424q30ji9gtg4k18a Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/471 108 956493 3901791 3483632 2026-09-19T09:59:21Z Utoutouto 16823 /* Riletta */ 3901791 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" /><!--{{RigaIntestazione||il dovere del medico|461}}{{block|recita}}--></noinclude> {{Ct|c=atto|PERSONAGGI}} {{block|is|{{Sc|Tommaso Corsi - Anna}}, sua moglie - La signora {{Sc|Reis}}, madre di Anna - Il dottor {{sc|Tito Lecci}} - L’avvocato {{Sc|Franco Cimetta - Rosa}}, cameriera - Un {{Sc|Questurino}} - Un {{Sc|Infermiere}} (che non parla). {{*}} In una città dell’Italia meridionale.<br> Tempo presente.}}<noinclude></noinclude> 1uqysmccha3utrybm5i4f67j63yvt6f Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/473 108 956494 3901792 3483633 2026-09-19T10:05:10Z Utoutouto 16823 /* Riletta */ 3901792 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" /><!--{{RigaIntestazione||il dovere del medico|463}}{{block|recita}}--></noinclude> {{vs|5}} ''Una stanza di passaggio in casa Corsi, con armadii, un lavabo, un’ottomana, una grande antica poltrona, una gruccia con abiti appesi, seggiole, ecc. ecc. — Una finestra guarnita con tende a sinistra (dello spettatore). Due usci: uno, in fondo, che dà nella camera da letto; l’altro, a destra: entrambi con tende''. {{block|recita}} {{block|is|Al levarsi della tela sono in iscena la signora Reis e il Questurino: questi, seduto presso l’uscio a destra, di guardia, in atteggiamento di stanchezza e di noja; quella, in piedi, presso l’ottomana, cupa arcigna impaziente: è vestita di nero, con la cuffia vedovile sui capelli lanosi; gli occhi, sotto le folte ciglia aggrottate, le lampeggiano d’odio e di diffidenza nel volto pallido e aspro, contratto e macerato dall’angoscia e dai dolori. È lí, evidentemente, in attesa; e due o tre volte guata il Questurino di guardia, come se volesse domandargli qualche cosa, ma si trattiene.}} {{Sc|Signora Reis}} (''alla fine risolvendosi, con durezza''). Farete qua la guardia ancora per molto tempo? {{Sc|Questurino}}. No, signora. Forse finiremo oggi. {{Sc|Signora Reis}}. Ah, oggi? Finalmente! Ve lo porterete via? {{Sc|Questurino}}. Non lo so di certo. Mi pare d’aver sentito dire cosí. {{block|is|Entra dall’uscio di fondo Rosa, che subito cautamente lo richiude, e dice alla signora Reis:}} {{Sc|Rosa}}. Ecco, viene subito. {{block|{{Pt|isb|is}}}} Indica l’uscio da cui è entrata e va via per l’uscio a destra. Pausa d’attesa, piuttosto lunga. Alla fine, l’uscio in fondo si riapre, e appare Anna, che subito con la stessa cautela lo richiude. Ha circa trent’anni; disfatta nella disperazione d’un cordoglio atroce, spettinata, con gli occhi quasi bruciati dal pianto<noinclude></noinclude> 16wm0wvwsfe2rdsfx5wnehan6yni0m7 Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/474 108 956495 3901793 3472796 2026-09-19T10:09:53Z Utoutouto 16823 /* Riletta */ 3901793 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|464|maschere nude|}}{{block|recita}}</noinclude><noinclude>{{block|is}} </noinclude>e dalle veglie. Accorre alla madre, con le braccia aperte; si abbandona su lei, soffocando i singhiozzi irrompenti. </div> {{Sc|Anna}}. Mamma, mamma mia! mamma mia! {{block|is|Si domina, si stacca dalla madre e si volge al Questurino:}}Non potrebbe, scusi, ritirarsi un momento? stare anche dietro l’uscio dall’altra parte? {{Sc|Questurino}}. Veramente, l’ordine che ho io è di crescere, non di scemare la sorveglianza. {{Sc|Anna}}. Ma se non può neanche muoversi da sé sul letto! {{Sc|Questurino}} (''perplesso''). Capisco, ma... {{block|is|Risolvendosi:}}Per un momentino, sissignora. {{Sc|Anna}}. Grazie. Prenda pure di là codesta seggiola. {{block|is|Il Questurino s’inchina e si ritira dietro l’uscio a destra, con la sedia.}} {{Sc|Anna}} (''rivolgendosi alla madre e riabbracciandola''). Ah, mamma! Ti sono tanto riconoscente che tu sii ritornata! No, non ti rimprovero d’avermi lasciata sola. {{Sc|Signora Reis}}. Non volesti seguirmi; volesti rimanere qua, ad assistere a queste belle scene; per ridurti in codesto stato! {{Sc|Anna}}. Ma come avrei potuto lasciarlo, mamma; che dici? Ti ringrazio d’aver portato via con te i ragazzi. Come stanno? Didí? Federico? {{Sc|Signora Reis}}. Stanno bene. {{Sc|Anna}}. Anche Didí? {{Sc|Signora Reis}}. Tutti e due. Ma verrai via presto anche tu, a quanto pare. M’hanno detto che se lo porteranno via oggi. {{Sc|Anna}} (''stupita, costernatissima''). Oggi? Chi te l’ha detto? {{Sc|Signora Reis}}. La guardia. {{Sc|Anna}}. Oggi? Ma non è possibile! T’ha detto cosí? {{block|is|Corre all’uscio a destra e chiama il Questurino:}}Senta, venga qua. {{block|is|E subito al Questurino che rientra impacciato:}}Ma come, oggi? Ve lo porterete via oggi?<noinclude></noinclude> i29j00jb8vv669ssxqpv2i8i8tcl20u Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/475 108 956496 3901795 3483634 2026-09-19T10:24:17Z Utoutouto 16823 /* Riletta */ 3901795 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||il dovere del medico|465}}{{block|recita}}</noinclude> {{Sc|Questurino}}. Sicuro non lo so, signora. Mi pare d’avere inteso cosí. {{Sc|Anna}}. Ma se è ancora a letto! La ferita non è ancora rimarginata. Il medico non lo permetterà. È ancora sotto la responsabilità del medico. Jersera appunto ha detto che oggi per la prima volta vedrà se potrà farlo alzare per qualche minuto. {{Sc|Signora Reis}}. Se già può alzarsi! {{Sc|Anna}}. Ma che! Non si regge in piedi! Neanche a sedere sul letto, se non è tenuto. {{block|is|Ritorna presso l’uscio, a destra, e chiama:}}Rosa! Rosa! {{block|is|Alla madre e al Questurino:}}Sarebbe un’infamia! {{block|is|E subito a Rosa, che si presenta all’uscio a destra:}}Manda subito Enrico a casa del dottore a dirgli che venga qua; subito, senza perder tempo. {{Sc|Rosa}}. Ho capito. Sissignora. {{block|is|Via.}} {{Sc|Anna}}. Proprio in questo momento, che comincia a riaversi appena! Dopo aver fatto tanto per salvarlo! {{Sc|Questurino}}. Io sto qua agli ordini, signora. Posso per un momento ritirarmi. {{Sc|Anna}}. Ma sí, stia sicuro: non può muoversi. {{block|is|Il Questurino torna a ritirarsi.}} {{Sc|Anna}} (''aprendo le braccia e levando il volto, disperatamente''). Anche questo! Dopo tanto strazio, quest’altro strazio! {{Sc|Signora Reis}}. Non ha voluto morire! Assassino. {{Sc|Anna}}. Ah, mamma, tu l’odii: tu non gli perdoni. {{Sc|Signora Reis}} (''con aspra foga''). L’odio, sí, l’odio per tutto quello che t’ha fatto patire, per l’ignominia che ha gettato su te, sui figli, su tutta la mia casa! E ancora non è finita! Poteva almeno morire! {{Sc|Anna}}. Sarebbe stato meglio, certo, anche per lui, che fosse morto sul colpo. Ma credi, mamma, che egli ''volle morire''.<noinclude></noinclude> m27gpc0sl26m9jfma8s0ru995mgzjbd Cecè 0 962318 3901497 3796658 2026-09-18T13:09:14Z Utoutouto 16823 Porto il SAL a SAL 100% 3901497 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=18 settembre 2026}}{{Intestazione | Nome e cognome dell'autore = Luigi Pirandello | Nome e cognome del curatore = | Titolo =Cecè | Anno di pubblicazione = 1913 | Lingua originale del testo = | Nome e cognome del traduttore = | Anno di traduzione = | Progetto = teatro | Argomento = commedie | URL della versione cartacea a fronte = Indice:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu }} {{Raccolta|Maschere nude}} <pages index="Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu" from="445" to="446" /> ==Indice== * {{testo|/Personaggi}} * {{testo|/Atto unico}} n61jpukrof6m58ikgnpv9adn1gdt05a Cecè/Personaggi 0 962320 3901504 3796660 2026-09-18T13:09:46Z Utoutouto 16823 Porto il SAL a SAL 100% 3901504 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=18 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Personaggi|prec=../|succ=../Atto unico}} <pages index="Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu" from="447" to="448" /> leq6wq2j5i7r4bonmsa4wjzz6yfygsq Cecè/Atto unico 0 962321 3901488 3796659 2026-09-18T13:08:35Z Utoutouto 16823 Porto il SAL a SAL 100% 3901488 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=18 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Atto unico|prec=../Personaggi|succ=}} <pages index="Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu" from="449" to="468" /> 3zan4i21235m7p3wuwkjk15zzazviz7 Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/160 108 1021732 3901658 3899755 2026-09-19T05:08:37Z Alex brollo 1615 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901658 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude> {{Ct|c=t2|6. LA DEA DELLE ACQUE ARDVI SURA<ref>Antica divinità di origine assira. Per essa e per il mitico lago Vourukasha ricordato appresso, vedi l’''Introduzione'', II, 29.</ref>}} <poem> :L’acqua Ardvi Sura venerar vogl’io. Purissima, che vaste ha le correnti, Salutare acqua, ai dèmoni nemica, Devota ad Aura Mazda! E le si addice Lode quaggiù dal terren mondo, encomio Dal mondo di quaggiù, ch’ella è datrice Pura di vita, donatrice pura D’armenti, pura di dovizie e beni Elargitrice e d’opulenza e d’ampie Regioni. De’ maschi ella purifica I germi tutti, e l’alvo per il parto Alle femmine tutte ella fa puro Che figliar dènno. Un partorir felice Dà alle donne feconde, e l’opportuno Ritüal latte a quante già figliaro. :Ella è grande e da lunge celebrata. Tanto grande così, quanto son l’acque Tutte che scorron per la terra, tanto Forte così, che giù dall’alto scendesi Dalle cime d’Hukairya in fino al lago Di Vourukasha. Là, di Vourukasha Nel lago allor che scende, ecco! le foci Di tante acque congiungonsi, e di mezzo Tutta in esso scommuovasi la parte. </poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 160 —|}}</noinclude> fmcu9arxiemxfuzqbuq2ecs3wwtgguu Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/166 108 1021738 3901659 3899765 2026-09-19T05:09:28Z Alex brollo 1615 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901659 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude> <poem> Tu questa grazia, ed ogni suo desire Compi, o Armaiti, a Vistaspa. E tu concedi, Mazda, e voi tutte, celesti Potenze, Voi concedete a me che gl’inni sacri, Sì come doni vostri, udir facciamo. :8. Ottimo te, che ad Asha ottima sempre Concorde vai, d’ottimi doni inchiedo, Aura Mazda! Benevolo deh! sii A Frashaostra<ref>Frashaostra, personaggio pio. uno dei primi seguaci di Zarathustra alla corte di Vistaspa.</ref> e a me, gli ottimi doni Perchè a noi serbi, a Vohumano insieme. Per tutte che verranno età future. :9. A voi molesti oh! non saremmo noi,<ref>Cioè non vorremo essere molesti.</ref> Asha, chiedendo questi doni, a voi, O Vohumano ed Aura Mazda, questi Ottimi doni, noi che vi preghiamo Tra queste offerte d’inneggianti!<ref>Passo oscurissimo e variamente inteso.</ref> Or voi, E nella voglia e nel poter di tante Proficue cose, assai benigni siete! :10. Di quelli in terra che, Aura Mazda, sai Giusti, creati d’Asha e Vohumano, Compi beneficando ogni desire, Che voi, per voi, ben so che d’alimento<ref>Cioè alimento spirituale.</ref> Privi non siete, in favellar benigni. :11. Ed Asha e Vohumano, io, come deggio. In sempiterno adorar vo’. Tu intanto </poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 166 —|}}</noinclude> 4m5v93l0mbz7oq1ivamuknavsjie2x9 Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/241 108 1021811 3901657 3900700 2026-09-19T05:04:55Z Alex brollo 1615 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901657 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude><poem> Dove si stanno tenebre infinite. :Così allor dimandando gli favella Malvagio un uom che innanzi a lui perìa: :In qual mai guisa, empio, sei morto, e in quale Guisa venuto, o reo, dalle magioni Ricche di buoi, dai fatidici augelli, Dal terren mondo a questo spiritale Nostro mondo, da quello ch’è caduco A questo mondo sempiterno? Oh! quanto Lungo il viaggio tuo ver la tua morte!<ref>Verso la morte dell’anima (?).</ref> :Oh! non gli chieder tu, grida Anra Mainyu, Ciò che gli chiedi, quanto orribil via, Quanto orrenda e affannosa esso percorse, Quando dall’ossa sue furon divisi L’anima e il senso! Di velen fetente Come apprestato gli fia ’l cibo, questo È l’alimento, dopo il morir suo. Del garzon che pensieri ebbe e parole Ed opre triste, che fu addetto a rea, Empia religïon. Questo pur anco, Dopo la morte sua, è l’alimento Della impudica che assai tristi i suoi Detti s’ebbe e i pensieri e l’opre sue. Non sommessa allo sposo, empia e rubella, :(''Yasht'', XXII, 1-36). </poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 241 —|}}{{PieDiPagina|{{span|Zarathustra|sc}} — L’Avesta||16}}</noinclude> by3fjf7ktjzh88eaa82fywfby8aud1n Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/5 108 1025976 3901660 3894609 2026-09-19T06:06:47Z Giaccai 13220 3901660 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 71 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{ct|t=3|v=2|INTRODUZIONE}} {{gap|2em}}La storia dello stragismo in Italia può essere raccontata, con sbrigativa brutalità ma con buona approssimazione, come la storia di un paese nel quale la violenza politica è sempre stata funzionale alla stabilizzazione autoritaria e, altresì, al rafforzamento di una sorta di «cordone sanitario» contro la sinistra. Le stragi sono state compiute e i responsabili per lungo tempo hanno potuto sottrarsi all’autorità giudiziaria per il semplice motivo che quelle stragi, quelle bombe, quelle azioni militari erano organizzate o promosse o appoggiate da uomini delle istituzioni italiane e, come più recentemente è stato scoperto, da uomini legati alle strutture di intelligence statunitensi. La strage è stata uno strumento di lotta politica in Italia. Con questa relazione vengono affermate le responsabilità storico-politiche dei promotori della {{Wl|Q956002|strategia della tensione}}. A distanza di più di trent’anni dalla {{Wl|Q891865|trage di piazza Fontana]}} che è diventata il simbolo di quel periodo, è possibile per la prima volta formulare un giudizio che sia in grado di tenere conto del contesto interno e internazionale nel quale maturò quella strategia, ma anche della fitta rete di connivenze politiche e istituzionali che strinsero in un patto di sangue gli assassini, i loro mandanti ei loro favoreggiatori. Un giudizio oggi possibile grazie al lavoro di quei magistrati e di quei rappresentanti delle forze dell’ordine che in questi anni hanno continuato a lavorare senza sosta e sono riusciti a raccogliere documenti e testimonianze importantissime. Proprio grazie a questo grande lavoro, che ha preceduto quello analitico della nostra Commissione, è oggi possibile far partire la ricostruzione storica non dai ragionamenti ma dai fatti. I ragionamenti, come è sempre augurabile, possono essere discussi e confutati. I fatti no. Sono e rimangono fatti storicamente accaduti e acclarati. Questo lavoro parte dai fatti. Dai documenti. Dalle testimonianze dei protagonisti dell’epoca. I quali, da soli, sono ampiamente sufficienti a spiegare ciò che è accaduto. I ragionamenti e le analisi che ne scaturiscono non rappresentano che una naturale conseguenza di quanto documentato. Per questi motivi chiunque voglia in futuro confrontarsi con questo nostro lavoro, non potrà assolutamente prescindere da ciò che è scritto in maniera certa e documentata. Né tantomeno, in nome di un supposto vantaggio politico, potrà chiedere di non tenere conto di questa o quella vicenda. No. Quello che è scritto in queste pagine descrive ciò che è accaduto nel nostro paese e che non potrà mai essere negato da alcuno. Non<noinclude><references/></noinclude> mmoviby4s336n0en7tccps913rnbycx 3901661 3901660 2026-09-19T06:07:56Z Giaccai 13220 3901661 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 71 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{ct|t=3|v=2|INTRODUZIONE}} {{gap|2em}}La storia dello stragismo in Italia può essere raccontata, con sbrigativa brutalità ma con buona approssimazione, come la storia di un paese nel quale la violenza politica è sempre stata funzionale alla stabilizzazione autoritaria e, altresì, al rafforzamento di una sorta di «cordone sanitario» contro la sinistra. 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A distanza di più di trent’anni dalla {{Wl|Q891865|trage di piazza Fontana}} che è diventata il simbolo di quel periodo, è possibile per la prima volta formulare un giudizio che sia in grado di tenere conto del contesto interno e internazionale nel quale maturò quella strategia, ma anche della fitta rete di connivenze politiche e istituzionali che strinsero in un patto di sangue gli assassini, i loro mandanti ei loro favoreggiatori. Un giudizio oggi possibile grazie al lavoro di quei magistrati e di quei rappresentanti delle forze dell’ordine che in questi anni hanno continuato a lavorare senza sosta e sono riusciti a raccogliere documenti e testimonianze importantissime. Proprio grazie a questo grande lavoro, che ha preceduto quello analitico della nostra Commissione, è oggi possibile far partire la ricostruzione storica non dai ragionamenti ma dai fatti. I ragionamenti, come è sempre augurabile, possono essere discussi e confutati. I fatti no. Sono e rimangono fatti storicamente accaduti e acclarati. Questo lavoro parte dai fatti. Dai documenti. Dalle testimonianze dei protagonisti dell’epoca. I quali, da soli, sono ampiamente sufficienti a spiegare ciò che è accaduto. I ragionamenti e le analisi che ne scaturiscono non rappresentano che una naturale conseguenza di quanto documentato. Per questi motivi chiunque voglia in futuro confrontarsi con questo nostro lavoro, non potrà assolutamente prescindere da ciò che è scritto in maniera certa e documentata. Né tantomeno, in nome di un supposto vantaggio politico, potrà chiedere di non tenere conto di questa o quella vicenda. No. Quello che è scritto in queste pagine descrive ciò che è accaduto nel nostro paese e che non potrà mai essere negato da alcuno. Non<noinclude><references/></noinclude> t60ehp36b4am3ky3c2p1awjm5m9c4n6 Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/8 108 1025980 3901675 3894997 2026-09-19T06:23:11Z Giaccai 13220 3901675 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 74 —|''Camera dei deputati''|riga=si}} {{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{ct|t=3|v=2|{{Sc|{{larger|stragi e terrorismo in italia<br> dal dopoguerra al 1974}}}}}} {{ct|t=1|v=2|{{Sc|{{larger|parte prima l strategia della tensione<br> fino allo scoppio delle bombe}}}}}} {{Sc|I ― Le origini della strategia della tensione}}<br> I.1 ''La politica americana in Italia dalla fine della guerra fredda alla nascita di Gladio'' È difficile individuare una data precisa alla quale far risalire l'origine della c.d. {{Wl|Q956002|strategia della tensione}}. Sicuramente, questa data è molto più lontana di quanto non lo siano gli avvenimenti oggetto di questa relazione, la vera e propria strategia della tensione, con le stragi e gli omicidi quale elemento portante, e le congiure e i depistaggi anche ad opera di apparati dello Stato, come corollario. Si vedrà, più oltre, che per certi versi il rapporto può essere rovesciato, essendo la parte operativa solo l'estrinsecazione di un ben più raffinato disegno. Di certo, è necessario tornare indietro di molti anni, di decenni, quando con la fine della seconda guerra mondiale inizia lo {{Wl|Q8683|scontro tra i due blocchi}}. L'Italia è per buona parte di questo periodo in prima fila come territorio di confine, un vero e proprio «laboratorio» nel quale sperimentare le diverse strategie che Stati Uniti e, diversamente, Unione Sovietica applicheranno poi su scala planetaria. Un laboratorio nel quale sono cresciuti elementi che vedremo poi «lavorare» in diversi paesi, con i medesimi mezzi e, soprattutto, con i medesimi fini. Ed è difficile non vedere una regia unica - per quanto articolata - negli episodi che in Occidente, dall'Europa al Sud America, hanno segnato questi cinquant'anni di dopoguerra. Per sintesi estrema, e volutamente limitando la nostra analisi al rapporto tra USA e Italia, è possibile affermare che in questo mezzo secolo Washington ha ininterrottamente applicato la «{{Wl|Q171375|dottrina Truman}}», permanendo in una convinzione che, anno dopo anno, non trovava più nessun riscontro nella realtà. Non conta qui vedere gli avvenimenti successivi alla metà degli anni '70, ma non può tacersi che i principali artefici della strategia della tensione almeno sotto il profilo operativo si ritroveranno, variamente combinati, attivi anche nel disegno statunitense di controllo del sub continente americano. Basti qui citare il caso di {{Wl|Q1372194|Stefano Delle Chiaie}}, fondatore di {{Wl|Q790144)(Q790144|Avanguardia Nazionale}}, e uomo alle dirette dipendenze del ditta-<noinclude><references/></noinclude> impicau4cl1cbg1f1vfpqc07uh69v2m Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/188 108 1026787 3901673 3878237 2026-09-19T06:20:50Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901673 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||E L'ITALIANA|171}}</noinclude>uomini grandi è disseminata parcamente sotto ogni cielo; laonde è interesse del genere umano che sotto ogni cielo del pari le si apra l'addito alla gloriosa sua vocazione. Poca o nessuna dovizia di cose letterarie hanno ancora i Valacchi. Nondimeno da quasi due secoli quelli che in Ungaria e Transilvania abbracciarono il culto protestante, hanno in loro lingua quasi tutti i libri sacri. Per contraporsi ai quali un Fra Vito Piluzio stampò in Roma nel 1677 il Bellarmino in lingua valaca. Così le controversie religiose diedero il primo impulso ai cultori della lingua nazionale in Dacia, come prima era avvenuto in Germania. Ma qual differenza tra l'effetto che trassero seco quei primi letterarj tentativi in Germania, e il nessun frutto ch'ebbero ancora in Valachia? Si noti però che una certa sterilità, almeno per la lingua nazionale, regnò nei primi due secoli dopo la famosa traduzione della Scrittura anche in Germania, e che la gloria delle lettere non fu concessa a quella gente se non in quest'ultima generazione. Invece di splendide ed eleganti opere d'ingegno i Valacchi altro non produssero finora che lavori grammaticali. Quelle controversie minuziose che agli occhi di taluno sembrano nella nostra nazione un segno pressochè di senile decadimento e d'impotenza, signoreggiano prima quasi del suo nascere la letteratura valaca. Tre alfabeti e forse quattordici diversi sistemi d'ortografia dividono fra loro i pochi letterati e i pochissimi libri. Nè forse di quanti libri furono sinora impressi in lingua valaca, due soli si trovano in cui si serbino uniformi le regole della scrittura. Noi crediamo pregio dell'opera il diffonderci alquanto su codesta lingua congenere alla nostra, simile ad essa in molte parti, e formata tra simiglianti vicende. Pare che all'illustrazione delle nostre cose patrie nulla sia più giovevole delle indagini praticate su le nazioni e le lingue congiunte per antica consanguinità alla nostra. Dacchè gli studi di lingua sono per molte necessarie cagioni i più popolari di tutti in Italia, e il maggior numero pur troppo degli studjosi tiene a quelli più che ad altri rivolta la mente, non gioverà tanto il riprovarli e dispregiarli com'altri fa, quanto il trarli da confini troppo au-<noinclude></noinclude> aa8p94o01fn6do43bg7a07bknhylphy Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/237 108 1026836 3901674 3878286 2026-09-19T06:22:05Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901674 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELLA RIFORMA|220}}</noinclude> facile e sicura ai nazionali, che nessuna pratica e nessuna dottrina può far certi di non cader qualche volta in ridèvoli errori. Parini, lo squisito Parini, nel ''Matino'' aveva detto <poem>Ti sprimacciò le mòrbide coltrici;</poem> e quando aspramente ripreso si corresse, gli fu forza trar fuori quel brutto e sciancato cambio: <poem>Di propria mano sprimacciò le còltrici.</poem> Qual dolore per un poeta; e qual obbrobrio per un professore d'eloquenza italiana! Pochi medici accèntano debitamente la terribil parola ''aconito''; e non ricordandosi del ''miseros fallunt aconita legentes'', la fanno sdrùcciola. Quanti Italiani se andassero a cercare l'aquedutto di ''Siliqua'', o le razze di ''Pauli Latino'' o le miniere d’''Agordo'', o i lidi di ''Caorle'', o le rive dell’''Offanto'', o i bagni del ''Masino'' e di ''Bovegno'', si farèbbero deridere dagli abitanti per fallato accento! Qui, nelle nostre vicinanze, come sapere qual differenza sia d'accento fra ''Osteno'' e ''Molteno'', ''Dergano'' e ''Vergano'', ''Pertevano'' e ''Pirovano'', ''Imberido'' e ''Inverigo'', ''Centemero'' e ''Cirimido''? E perchè costringeremo noi le persone a rimanersi esitanti fra ''Teseo'' e ''Museo'', fra ''caranto'' e ''Taranto'', fra ''Gargano'' e ''Carcano'', fra ''centine'' e ''cercine''? E perchè nei nomi di famiglia non indicare qual sia l'accento d’''Albrizzi'', ''Albizzi'', ''Negrisoli'', ''Ricasoli'', ''Trissino'', ''Priuli''? Nella nostra città i nomi ''Adamoli'' e ''Zuccoli'', pronunciati con diverso accento, distinguono diverse famiglie. Perchè non rimandare questa inutile fatica e questo perpetuo scetticismo ai compositori di vocabolari e ai correttori di stampe, i quali vi pènsino per sè e per la patria? Perchè tèndere questi lacci al forestiere che si prova di parlare la nostra lingua? Nè questa è l'ultima delle ragioni per le quali essa è tanto meno diffusa dalla francese, la quale almeno ha sempre la certezza dell'accento. Noi vorremmo che gli avversatori di questa commodissima riforma si provassero a pronunziare senza errore d'accento an-<noinclude></noinclude> 4b980mz34rxen97n7c2knd0eewvuu4n Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/238 108 1026837 3901680 3878315 2026-09-19T06:25:10Z Candalua 1675 3901680 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELL'ORTOGRAFIA|221}}</noinclude>che solo quella trentina di vocàboli che qui sopra abbiamo citati come d'incerta accentuazione. — E crediamo fermamente che chi ne facesse secoloro scommessa, ne uscirebbe vincitore. Qui facciamo fine a questo argomento, non perchè non siano altre cose a dirvisi, ma perchè il nostro proposito fu solo di mostrare come la più remota ragione delle cose non resti senza qualche immediata applicazione. <ref>''Nota''. Diremo più partitamente come si possa col minor numero d'accenti far sì che tutti rimàngano contrassegnati. La parte di gran lunga maggiore delle nostre parole è piana. Per non prodigare gli accenti, poniamo dunque per prima régola che ''una parola non accentata si presume piana''. Accentiamo le ''sdrúcciole'', come da tre secoli abbiamo preso ad accentuare le ''tronche''. Queste tre régole si rappresentano facilmente nelle tre voci ''séguito, sequito'' e ''seguìto''. — Per le parole ''bisdrucciole'' e ''trisdrucciole'', che sono assai disadatte e rare, valga la stessa régola delle sdrúcciole: accentarle perchè poco numerose. Rimane a vedersi come convenga scriverele parole, che terminando con doppia vocale o sono ''semipiane'' come ''vario, spontaneo, Moldavia, Danao, Tullio, Piritoo, Desio''; o sono ''semitronche'', come ''Egeo, Museo, Turchia, desio''. Le diciamo semitronche perchè in fatti quando non siano in fine di verso, la poesía le considera come tronche.</ref> {{Centrato|Sì traviato è il folle mio desio.}} La risposta è facile; accentiamo quelle che sono men numerose. Ora, queste voci sono per lo più semipiane quando derivano dal latino, com'è indicato dalla nota régola ''Vocalem breviant'' etc., e le voci d'origine latina sono sempre per noi le più frequenti. Al contrario le semitronche derivano in gran parte dal greco, e quindi sono assai meno numerose. Dunque accentiamo queste, di qualunque derivazione elle poi siano: ''Egeo, Museo, Turchia, desio''. Possiamo ricapitolare, dicendo che si dovrebbero accentuare, come le parole tronche (per esempio ''precipitò'') così anche le semitronche (''precipitài'') e le sdrúcciole, bisdrúcciole e trisdrucciole (''precipita'', ''precipitano'', ''precipitosi''). E non si dovrebbero accentuare le piane (''precipitare'') e le semipiane (''precipito''); le quali piane e semipiane formano la maggioranza delle parole italiane. {{Centrato|'''FINE DEL PRIMO VOLUME.'''}}<noinclude><references/></noinclude> q2xfllmcr2h9j9d1u54nxwlbl6tx05o Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/25 108 1026869 3901688 3879436 2026-09-19T06:26:56Z Candalua 1675 3901688 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||PREFAZIONE|XIX}}</noinclude>zione, è il fortùito contatto d'un'altra tradizione e d'un'altra società. Messe in commercio per qualsìasi modo le due opinioni tèndono a riassùmersi in qualche compatibile forma, e pèrdono entrambe la nativa semplicità del concetto. Il Cabailo, tratto nel consorzio musulmano, non diviene al tutto àrabo; ma la sua supellèttile mentale non è più così pòvera come nel Nùmida suo progenitore. Appenachè una tribù, sovraponèndosi ad una colluvie di servi o di credenti o di gregarii soldati, si trasse fuori dalle antiche necessità, le sue tradizioni si tùrbano, poichè tradizione è vivere e pensare come li avi. I nuovi modi, stabiliti una volta nelle famiglie, fanno àbito e règola; e non soggiàciono a nuovo caso di mutazione se non quando nuove circostanze li espòngano a contatto d'altro principio. E se il connubio e la milizia non confòndono le due stirpi in una, le condizioni della loro convivenza vèngono dettate dalli interessi del dominio, non per giudizio d'imparziale e geomètrica equità, ma per voto parziale, unilàtere, iniquo. Che se avesse prevalso la casta inferiore, sarèbbero le condizioni riescite inique nel senso opposto. L'officio che ha dunque la ragione nelle transazioni istòriche è servile alli interessi di parte, non è puro, non è conseguente. I giudizii dell'intelletto nell'umano consorzio prèndono forma dal vario propòsito della volontà; sono come diceva Romagnosi, ''giudicii misti d'affezione''. Nella perpètua giostra delle cupidìgie nazionali quelli che nell'offèndere o nel difèndersi vèngono a prevalere, si tròvano inanzi una serie di quesiti, che la ragione deve risòlvere, non sopra i suoi modelli astratti, ma nel senso concreto della passione; la quale deve perciò riguardarsi come la vera fonte delle conclusioni alle quali il venale e adulatorio ragionamento perviene. L'istoria è dunque figlia delle istorie; primachè i fatti vèngano dai pensieri, i pensieri vèngono dai fatti; i fatti li ispìrano alla ragione improvisamente<noinclude></noinclude> lacjxgvtijujxo1uvdhkx1aojimxuv5 Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/65 108 1026909 3901746 3879476 2026-09-19T06:43:03Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901746 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELL' EVO ANTICO|35}}</noinclude> sèrsi rassodata nella Grecia; e nel ripartire l'immensa preda si scompose, e lasciò di bel nuovo la Grecia in preda allo spirito municipale; ma questo non rappresentava già più la nobile natura dei pòpoli, bensì le passioni d'ignòbili conduttieri. Tuttavia, ad onta della compressione macedònica, la socievolezza greca ripullulò nelli Etoli, nelli Acarnani, nelli Achèi. La serie dei greci antichi si continuò in Demòstene, in Focione, in Àrato, in Filopèmene. I Cassandri, i Demetrii, li Antigoni, i Nàbidi, e tutti quelli che vívono e combàtteno per sè, sono apparizioni straniere al genio greco, che il pòpolo non ammira e non ama ed appena ricorda. Certamente un nuovo ordine sociale germogliò poi dall'incontro della ragione greca colla rassegnazione orientale, per cui, sette sècoli dopo Aristotele, lo spirito greco sembra a Leo vívere più profonda vita; ma questo fu per l'antica Grecia un tesoro ignoto, ch'ella trasmise all'occidente ed al settentrione. Solo dopo aver giaciuto quattórdici sècoli nel sepolcro della corruzione bizantina e della servitù musulmana, ella potè trarre da quell'arcano principio la scintilla d'una nuova vita civile; la quale però non s'accese se non per impulso di ben altri principii, venuti a lei dal lontano occidente e dalla forza innovatrice dei tempi. Le armi macedòniche avèvano appena accozzato le nazioni orientali coi pòpoli greci, quando le armi romane li congiùnsero alle nazioni occidentali. Roma a quei tempi aveva appena compiuto la violenta congiunzione di tutti i pòpoli d'Italia, sì diversi fin allora di stirpe e di lingua. Due nazioni straniere, la cèltica a settentrione, la greca a mezzodì, vi si erano notevolmente diffuse; e Leo segue l'opinione che lungo i lidi vi si fosse anticamente propagata la stirpe pelasga. Ma nel mezzo della penisola, intorno ai più alti gioghi dell'Apennino, vivèvano le tribù ''sabelle'', cioè Piceni, Sabini, Ernici, Marsi, Peligni, Marucini, Vestini, e le loro propagini meridionali, Sanniti, Frentani, Àpuli, Irpini. In essi tutti risplendeva la frugalità del vívere e l'austerità del costume: per la più parte non vivèvano in città, ma in vici aperti, nelli<noinclude></noinclude> h8zlw0ut72bvllf6rn1kpyxqevvrjd6 Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/66 108 1026910 3901692 3879477 2026-09-19T06:27:52Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901692 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELL' EVO ANTICO|36}}</noinclude> aspri recessi dei monti, dai quali scendévano spesso a guerreggiare i pòpoli marittimi; e inviàvano a fondar colonie sciami di giovani, consacrati a questo destino fin dal loro nascere; poichè tutti li esseri nati nella ''primavera sacra'' appartenèvano alli Dei. Li armenti s' immolàvano; ed i giovani, compiuto il ventesimo anno, dovèvano uscire armati a cercarsi ventura. Più verso occidente vivèvano le tribù ''osche'', che comprendèvano li Umbri, li Equi, i Volsci e i Caschi; i quali ultimi vuolsi che fossero discesi sul basso Tèvere, sottomettendo i nativi Sicani e i coloni Pelasgi, e formando secoloro le città latine. Certo il dizionario latino porge indizio di quella invasione, come il dizionario inglese serba memoria della conquista francese su li Anglosàssoni. Infatti le voci latine, che dinòtano cose ùmili e rusticali, sono simili alle greche: ''bos, taurus, vitulus, ovis, sus, aper, canis, ager, silva, vinum, lac, mel, ovum, sal, oleum''; ma straniere affatto al greco sono le voci che dinòtano cose militari, e che i vincitori avrèbbero recate seco dalle rudi loro patrie: ''bellum, pax, arma, miles, ensis, arcus, sagitta, clypeus, balteus, ocrea''. E qui si vede qual lume possa diffòndere la nuova scienza delle lingue su le oscure origini dei pòpoli. Codeste tribù ''sabelle'' ed ''osche'' costituìrono il tipo fondamentale itàlico, e dal loro seno germogliò l'austera lingua latina, e l'indole militare dei Romani. Il nùmero ''decimale'' era il fondamento dei loro òrdini civili. La religione era sèmplice e grave come il loro costume. Non li Dei individui e appassionati del pòpolo greco, ma astrazioni personificate, la Salute, la Fede, la Fortuna, il Terrore, la Paura, la Guerra, il Riposo, il Tèrmine, la Gioventù, la Pace, la Concordia. Un'altra nazione in Italia era l'''etrusca'' o ''tusca'', nella quale campeggia un' indole più cittadina e sacerdotale, e tutto richiama li ordinamenti astronòmici e li Stati templari dell' Oriente. Il numero ''duodecimale'' forma la base dei loro òrdini. Sono dódici le comunanze delli Etruschi in Toscana, e ciascuna sembra retta da un senato sacro, i cui membri si chiamano in quell' aspro linguaggio ''Lauchme'', che i Latini pronunciàrono ''Lucumones'', e tèngono parlamenti (''principum concilia'') nel tempio di Voltunna. Il capo dell'intera lega ha un corteggio di dódici ''littori'',<noinclude></noinclude> 35hvhmhzpqtzs9ufhneqn17f8gw5rh9 Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/67 108 1026911 3901696 3879478 2026-09-19T06:28:56Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901696 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELL' EVO ANTICO|37}}</noinclude> uno per ogni Stato. Le insegne, i trionfi, le pompe d'ogni maniera sono le cose predilette a questa nazione: le sue città sono suntuose; i sepolcri, i templi, i vasi domestici sono di squisita eleganza; la sua pittura, la sua scultura fanno anello dalla ritualità delli ''Egizii'' alla libera bellezza delle arti greche. Ma la loro scienza è tutta misteriosa e riposta: essa tende a dominare colla perizia delli eventi celesti le azioni d'un pòpolo indotto, ch'essa involge con una rete d'auspicii e di riti. Lo spirito della luce e del fulmine appare presso loro sotto forma maschile e feminea, ''Tinia'' e ''Cupra'', e s'interna nelle cose degli uomini, ''Menfra''; poi v'è il dio della notte, ''Summano''; li dei della natura visibile che guidano l'anno, ''Vertunno'' e ''Voltunna''; li dei del mondo sotterraneo, ''Manto'' e ''Mania''; ogni sacra cosa si connette al corso delli astri. Come presso gl'Indi, la istoria loro si smarrisce in una serie d'età astronomiche: ognuna delle otto ere mondiali è assegnata ad un diverso pòpolo; e comprende dieci ''sècoli''; ma un sècolo etrusco non è un centennio; poichè si compie quando l'ultimo dei nati nel sècolo precedente è disceso al mondo sotterraneo: li Dei ne danno l'annunzio coi portenti augurali, e i pòpoli lo festèggiano coi giochi secolari. Quando li Etruschi cominciàrono a scrivere i loro annali, erano già chiusi sette sècoli delli era loro assegnata. Tutto questo òrdine di cose pare straniero e solitario nel mondo occidentale; li Etruschi si ripètono in doppia serie di colonie nell'alta e nella bassa Italia; ma la loro aspra lingua non sembra parlarsi nè sul Tèvere nè sul Po: forse, crederemmo noi, è una lingua sacra e straniera, colla quale si cèlebrano i sacri riti e s'inscrivono i monumenti, ma che il pòpolo non intende. Nella regione del Po la posterità non ritrova le loro reliquie se non in una città cerchiata dalle lagune dell'Adriatico, al qual mare ella lascia in perpetuo il suo nome; quelle loro colonie sèmbrano stabilimenti di navigatori, che pènetrano pei fiumi in terre inculte; le loro imprese sono nelle isole e sui mari: la tradizione popolare li fa venuti dalla Lidia. Non v'è traccia che le loro istituzioni àbbiano radice nelle Alpi; e se dovèssimo ammèttere con Leo e con altri suoi concittadini la venuta dei Tuschi dalle Alpi alla Toscana, allora dovremmo distinguere i Tuschi dagli Etruschi, e<noinclude></noinclude> 9909n9z2x5egzqwoh9w8vll0f0g2nme Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/69 108 1026913 3901743 3879480 2026-09-19T06:41:21Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901743 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELL' EVO ANTICO|39}}</noinclude> istoria dieci sècoli di continuo progresso, le cui elaborazioni si depòsero nel nostro diritto civile. È questo è un principio che Roma contribuì al mondo; e sovr’esso si fonda l’ordine delle nostre famiglie; e quindi non regge che Roma non abbia mai prodotto alcun principio proprio, alcuna propria ''sustanza'' morale, come pensa Leo. Chi credesse seco lui che il diritto civile non sia un sistema d’officii e di providenze, come noi lo consideriamo, ma solo un ordine limitante e negativo, non potrebbe mai spiegare le parti più civili del diritto, come la dottrina delle tutele o delli aquedutti. Lo Stato romano, essendo cominciato dall’amichévole convivenza di più pòpoli, non potè mai divenire sdegnoso d’appropriarsi novità straniere e d’aggregarsi straniere famiglie; e così potè abbracciare in sè materialmente e moralmente la civiltà dei Latini e delli Etruschi e dei Sabelli e dei Greci; e questo fu il principio della sua grandezza esterna e della sua saviezza amministrativa. Ma la complicazione e gravità di quei vincoli e il predominio delle forme civili e augurali fecero sì che nel pòpolo romano e nelle sue colonie l’ordine, la disciplina, la legalità non lasciàssero libero il corso alla natura, come nelle sciolte colonie greche. Leo, benchè non si mostri corrivo ad accettare tutti i minuti particolari che règnano nelle istorie di Roma, non inclina però gran fatto a seguir coloro che arbitrariamente le rimandano tutte al dominio delle leggende poètiche. E però partendo egli dal principio che Roma sia già una colonia d’Oschi in terra pelasga, la quale propagò alla sua volta, giusta l’avita costumanza, altre colonie, rinviene nella notissima forma di queste colonie posteriori la probabile imàgine di quella più antica, che formò il primo nucleo di Roma. I tre pòpoli avrèbbero costituite le tre prime tribù, ''Ramnes'', ''Tities'', ''Luceres'', ciascuna delle quali contribuiva alla comune difesa un migliaio di fanti e un centinaio di cavalli, capitanati poi da un commune magistrato eletto a vita, ora nell’una ora nell’altra delle tre nazioni. Questi, col nome di re, presiedeva anche ai giudicii ed eseguiva le sentenze; ma il potere legislativo rimaneva pur sempre nel senato, cioè nei capi delle genti, le quali èrano gruppi di famiglie<noinclude></noinclude> eu4ko86nepsgpxnqsx2ynf5rq9icafh Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/70 108 1026914 3901745 3879481 2026-09-19T06:42:35Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901745 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELL' EVO ANTICO|40}}</noinclude> della stessa origine, dello stesso nome e dello stesso domestico culto. Sembra che i re di tribù latina coltivàssero sopra tutto le cose militari, quelli di stirpe sabina le cose sacre, e quelli di stirpe etrusca le pubbliche pompe, l'annona e li edifizi. Tutti poi coll'aggregazione de' più vicini pòpoli dilatàrono il fondamento dello Stato ed il suo territorio; il quale assunse un aspetto imponente quando Servio Tullio, ripartendo le terre conquistate, inalzò alla possidenza una numerosa plebe, e ordinàndola poi tutta in tribù, la introdusse a partecipare in proporzione delli averi suoi al pubblico voto. Tutte le regolari emancipazioni del pòpolo romano ebbero radice nei comizii per tribù, ordinati da Servio Tullio; e quindi, ben lontani dal vedere in lui il primo corruttore del principio romano, noi lo crediamo il preparatore della romana grandezza. Così costituito, quel pòpolo affettò naturalmente il primato su la nazione latina, ch'era sminuzzata in trenta piccoli Stati. Essi d'allora in poi furono astretti di fàrsegli compagni nelle conquiste e nelle colonie; e la loro lingua si diffuse su tutta l'Italia, e col corso dei sècoli divenne madrelinga di tanta parte d'Europa e d'Amèrica. Abolita col regno l'opposizione dei re ai patrizii, la plebe indifesa, fra le calamitose guerre etrusche e latine, si trovò a dure condizioni; devastate le terre, frequenti le carestie, enormi le usure dei ricchi; non le rimase altro rifugio che di negarsi a militare nei gravi frangenti; e con ciò conseguì a poco a poco tribuni che la proteggèssero, edili plebei che provedèssero alle vittovaglie, e licenza di deliberare da sè, senza intervento d'auguri patrizii, ma con effetto di legge commune. Ottenne che si riducessero a pubblica scrittura le leggi e le formule legali, le quali èrano scienza arcana dei patrizii, e che le grandi magistrature e la dignità senatoria fòssero aperte a tutti. Mentre Roma operava così la faticosa emancipazione del pòpolo, e traeva dalle antiche instituzioni etrusche e sabelle le due sole scienze ch'ella conobbe, la giurisprudenza e la guerra, domava colle forze sue e delli alleati latini i più prossimi Stati etruschi, respingeva le invasioni dei Galli, e contendeva l'ubertosa Campania ai Sanniti. E avendo anche i Latini intrapreso ad eman-<noinclude></noinclude> d23kgd4ifp34oqaz71ateuin1s668ux Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/71 108 1026915 3901738 3879482 2026-09-19T06:39:54Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901738 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELL' EVO ANTICO|41}}</noinclude> ciparsi dall’ineguale alleanza, e cercato per sè una delle due sedie consolari, Roma li sottomise, e si appropriò il demanio commune della loro lega; poi tornò a guerra coi Sanniti, che indarno sollevàrono tutti i pòpoli circostanti; e in una terza guerra, alla quale prese parte quasi tutta l’Italia, li domò, e stese il suo dominio lungo i gioghi dell’Apennino fino in Apulia. Gli Italogreci invocàrono allora d’oltremare il re Pirro, che colla falange greca e li elefanti penetrò fino nel Lazio; ma non potendo nè abbàttere la devota costanza del pòpolo, nè sedurre l’incorruttibile fermezza dei capitani, alla fine sgombrò l’Italia. Roma, signora di tutto il litorale della Magna Grecia, potè tosto aspirare al dominio dei mari, e si trovò in conflitto colla potenza cartaginese. Era ''Cartagine'' una delle tante colonie che i Fenicii, dall’angusta loro riviera appiè del Libano, avèvano piantate su tutto il Mediterraneo, a governar le quali Tiro mandava col titolo di re i suoi nòbili; onde chiamàvasi ''dispensiera di regni''. Le colonie d’Africa a poco a poco fècero una lega indipendente, su la quale Cartàgine primeggiò tosto per sito e per ricchezza; fattele sùddite, dilatò i suoi commerci e le sue conquiste; e s’invòlse in assidue guerre, le quali accrebbero lustro e potenza alle famiglie militari, più che non si convenisse a pòpolo mercantile. L’unico freno era per esse un consesso di giùdici, che doveva simigliare ai consigli secreti della repùbblica vèneta. Come in tutte le colonie, ove dòmina supremo l’interesse, non v’era corpo sacerdotale ch’esercitasse imperiosa autorità. Il culto fenicio si diramava da quello dei Babilonii, e ripeteva i nomi di Belo e d’Astarte, e delle altre personificazioni planetarie. Cartàgine aveva quasi estorto ai valorosi Greci di Siracusa il dominio della Sicilia, quando vi si trovò a fronte i Romani. Essi non solo dalla Magna Grecia e dall’Etruria sèppero trarre formidàbili flotte, ma coll’invenzione di Duillio di gettar ponti da nave a nave, ridussero anche la guerra marittima a battaglia di mano, e osàrono sbarcare esèrciti in Africa. E quando fùrono esàuste in quella lunga guerra le forze delle città marittime d’Italia, i patrizii romani armàrono a loro private spese<noinclude></noinclude> lzzq2b939s2h67yo785cns6w9aelyo4 Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/73 108 1026917 3901729 3879484 2026-09-19T06:37:44Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901729 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELL' EVO ANTICO|43}}</noinclude> patria lacerata, finchè quel predominio divenne tanto odioso, che nella congiuntura della terza guerra cartaginese i pòpoli greci tentàrono abbàtterlo colle armi; ma fùrono domi e ridutti a provincia romana. I Cartaginesi, privi di súdditi e di flotte, ma richiamati dalla sventura al loro principio mercantile, andàvano rapidamente ristaurando l'antica opulenza, per tal modo che Roma insospettita, all'occasione di nuovo contrasto, volle costringerli a trasferirsi in altre colonie e dividere la formidàbile loro comunanza. Ma essi, piuttosto che abbandonare la loro città e i loro porti, vòllero perire; combattèrono prima su le mura, poi di casa in casa, poi àrsero ogni cosa di propria mano: diecisette giorni di fiamme appena vàlsero a divorare quell'immenso emporio del commercio universale. La stessa disperata resistenza oppòsero poco dipoi i cittadini di Numanzia, che si èrano fatti campioni della libertà ibèrica. Il pòpolo romano allora signoreggiò per terra e per mare da un capo all'altro del Mediterraneo, e assunse i pensieri e i costumi d'un pòpolo di re. Veramente i pretori e i procónsoli andàvano come re nelle provincie; e nell'elezione dei magistrati non v'era omài più privileggio a favore dei patrizii. Ma in breve si formò dai patrizii e dalle più potenti famiglie popolari un corpo di nòbili, nel cui cerchio era difficile penetrare a chi fosse ''uomo nuovo''. Le feste pubbliche, dopo la prima guerra púnica, vènnero date a privata spesa delli edili; e siccome l'edilità era il primo passo alle alte magistrature e al senato, chi non era ricchíssimo ne rimase indirettamente escluso. Per farsi strada, molti s'indebitàrono enormemente, e si pòsero in necessità di rifarsi, volgendo li onori in fonte di smisurato lucro. L'estorsione e la venalità vènnero imposte dal lusso delli eletti e dalla corruzione delli elettori. Tiberio Gracco tribuno volle limitare le possessioni dei Grandi, e dimandò che le terre demaniali venissero date in usufrutto ai pòveri soldati, i quali però non le potéssero vendere, e le perdéssero se le lasciàvano inculte; ciò chiamossi la ''legge agraria''. Ma i potenti, che per mille modi indiretti si godèvano le terre dello Stato, si oppòsero; e infine vènnero alla violenza,<noinclude></noinclude> 84p2170ntukmq3mb4l9w25l359xyl85 Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/74 108 1026918 3901733 3879485 2026-09-19T06:38:35Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901733 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELL' EVO ANTICO|44}}</noinclude> e uccisero il tribuno. Suo fratello Caio continuò la lotta; tentò introdurre nella cittadinanza romana li alleati latini; e per raffrenare le depredazioni, tolse ai senatori e diede ai cavalieri la giurisdizione sui delitti di Stato; ma egli pure fu ridotto a tale che si diede la morte. I poderi demaniali già ripartiti alla plebe furono ricompri o richiamati; e i pòveri a poco a poco, per vivere, mercantàrono il loro voto ai potenti. Invano Mario, per ritornarli indipendenti, introdusse l’uso del voto secreto, e accettò nelle sue legioni anche i più pòveri, e levò su le terre demaniali un contributo a loro favore. Sopravenne l’irruzione dei Cimbrî e Tèutoni, che Mario sperperò gloriosamente. Allora fatto cònsolo per la sesta volta, fece per mezzo di Saturnino far legge, che si distribùssero terre a quelli de’ soldati ''suoi'' ch’èrano romani, e si desse la cittadinanza romana a quelli ch’èrano itàlici. Da quel momento il pòpolo vide ch’era più fruttuoso servire alla persona d’un potente che alla repùbblica; e si suddivise in parti, che non rappresentàvano più i grandi interessi comuni, ma le ambizioni dei pochi e l’avara servilità dei molti. I federati italiani, che sostenèvano il peso della milizia senza aver voto di cittadini, avèvano più volte avuto speranza di venir pareggiati ai Romani, e fremèvano vedendo il fiore della loro cittadinanza posposto alla più sozza plebe di Roma. Quando si videro delusi, si sollevàrono con un esèrcito di centomila combattenti. Roma aveva seco Latini, Umbri, Toscani e Cisalpini, aveva il sussidio delle tante sue provincie trasmarine, aveva Mario ed altri capitani d’alto grido; eppure ebbe parecchie sconfitte; e per conservarsi i pòpoli rimasi fedeli, dovette ammetterli alla cittadinanza. La lega itàlica aveva preso accordo con Mitridate, che da’ suoi regni intorno al Mar Nero minacciava le conquiste romane nella Grecia e nell’Asia Minore. Il senato mandò a combàtterlo Silla, oppositore del pòpolo e di Mario; questi cominciò tosto a tener l’influenza delle vittorie di Silla, e coi voti del pòpolo riescì a farlo deporre. Ma Silla col suo esèrcito ritornò contro Roma, pose fòco alla città, cacciò Mario che aveva armato perfino li schiavi, e vittorioso ridusse lo Stato in balia dei senatori. Cinna poco dipoi rialzò la<noinclude></noinclude> shuxarsv2li1ld6e4b4bdmq77c2zxht Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/79 108 1026923 3901736 3879490 2026-09-19T06:39:13Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901736 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELL' EVO ANTICO|49}}</noinclude> della prepotenza militare cadeva su la disciolta e convulsa nazione. Erode, all’ombra delle insegne romane, vendicava sul sinedrio le sanguinose miserie della sua famiglia, godeva d’insultare ai costumi popolari colle pompe dei teatri romani; e moriva dolente e disperato tra i furori della plebe che atterrava i suoi monumenti. I suoi figli, fra i quali Augusto spartiva il paese, continuàvano la guerra alle consuetudini del pòpolo, che tumultuava ferocemente, incapace a un tempo di resistere e d’obbedire. La lotta tra il pòpolo ebrèo e la potenza imperiale, che voleva stabilire nel tempio il culto dei Cèsari, terminò nel più spaventèvole esterminio. Ma quando la signoria della forza sul sentimento sembrava dover essere eterna, dall’abisso di quella sventura e di quella disperazione si svolse il principio intimo che mancava all’unità imperiale, e col quale soltanto ella poteva fòndere le avverse e ripugnanti nazionalità, che la conquista aveva strette ad una sola catena. Il ''libro'' degl’Israeliti diviene il ''libro'' del mondo romano; e l’antica istoria si chiude da Leo con quella del pòpolo israelita. Tutta l’istoria antica si svolge adunque da Leo in cinque compartimenti; — il primo dei quali rappresenta la morta e involontaria legge delle caste, che coordina a immutàbili norme i regni dei Battri, degl’Indi, delli Etiopi; — il secondo la forza militare, che su la decadenza o la ruina dei sacerdozii tenta divinizzare il voler d’un solo, in Egitto, in Babilonia, in Assiria, in Media, in Persia; — il terzo le geniali associazioni greche, che con felice ardimento si effòndono a un tratto nelle conquiste, nel commercio, nelle scienze, nelle arti; — il quarto l’austero pòpolo che, costringendo sè medèsimo sotto il triplice vincolo dei riti, del diritto e della milizia, s’inoltra inflessibile, conquistando la terra ed il mare, trasmutando in municipii romani i pòpoli e i regni, e traendo da una perpetua lite tutto l’edificio del diritto civile; — il quinto finalmente l’antica stirpe, che vinta e oppressa e dispersa sopravvisse sempre a’ suoi conquistatori, e scese indòmita di sècolo in sècolo, recando seco la fiducia in un principio posto fuori delle cose visibili, per cui l’uomo sfugge alla forza della natura e delle armi e delle opinioni.<noinclude></noinclude> pfqzaj3xai6mlpmq7x5itohds6fjzt0 Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/80 108 1026924 3901744 3879491 2026-09-19T06:42:00Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901744 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELL' EVO ANTICO|50}}</noinclude> Sembra che si sarebbe dovuto serbare un compartimento proprio alla stirpe fenicia, ch’ebbe tanta parte nelle origini europee, e sola tra le antiche nazioni trasse il potere dal nudo principio dell’interesse mercantile; e ben diversa dalle popolazioni mercantili della bellicosa e studiosa Grecia, s’aggirò pel mondo combattendo coll’altrui braccio, prendendo le cose senza toccar le idee, e non curando la scienza, nè l’arte, nè la gloria, nè il diritto, nè la pietà. E sembra che non si dovesse obliare quell’immenso imperio dei Drùidi, che collegando i bàrbari di tante favelle, pose il primo fondamento all’unità europea. Sopra queste profonde astrazioni, che sgòrgano veramente dalle viscere dell’istoria, Leo stese un velo di fòrmule, che non sono prettamente istòriche, ma ìntrano piuttosto nel dominio dell’affetto e della mistica aspirazione. Quando egli parla del nuovo principio di salute, che si diffonde nelle travagliate genti dell’imperio romano, egli oblia troppo presto che il campo dell’istoria è nel dominio dei sensi e nelle forze che òperano sul mondo visibile. Perchè questa parola avesse un senso istòrico, bisognerebbe, a cagion d’esempio, che il Bizantino non si fosse poi mostrato per mille anni insanabilmente corrotto e vile e stolto, al confronto de’ suoi vecchi padri di Maratona. Che anzi, quello stesso pòpolo orientale che conserva nell’antico libro il principio rigeneratore, non lo intende e non lo cura e non lo feconda, e vive discorde e infedele e tumultuante. E anche quando il principio rinovellato ha penetrate e collegate le nazioni, esso non varca la soglia dell’uomo interiore per trionfare nel mondo dei fatti e dell’istoria; il quale ''non è il suo regno'', e rimane sotto la tempesta delle umane passioni. La parola di fratellanza e di pace è annunciata e accettata; ma lo spirito istòrico dei pòpoli europei ancora oggidì rimane bellicoso e invasore, come quello dei loro progenitori Greci e Romani e Celti e Goti. Essi si stanno a fronte perennemente armati; essi fanno suddito il bianco, e schiavo il negro, e tributarii tutti i viventi; e la loro avarizia e ambizione non han confine su la faccia della terra. Dividiamo dunque le aque dalle aque; ed affinchè ciò che è mòbile e libero non debba per avventura scuòtere ciò che deve rimaner fisso ed assoluto, conteniamo li studii istòrici al di qua del limite delle cose sovrume.<noinclude></noinclude> 6r8dkvp5wonm2s4qq2nvsyuo2hindbp Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/81 108 1026925 3901725 3879492 2026-09-19T06:36:33Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901725 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELL' EVO ANTICO|51}}</noinclude> In mezzo alla vasta dottrina ed alla limpida morale di Leo, in un’opera ch’è dettata da un’alta riflessione, noi vorremmo eziandio ch’egli non si mostrasse così avverso al principio dell’indagine filosofica, incolpàndola quasi d’aver corrotto il senso morale delle nazioni. L’opinione vulgare seguì pur troppo in ogni tempo il flusso e riflusso degl’interessi armati, non quello degl’inermi pensieri. Le guerre civili vènnero dai tesori di Delfi e dalle leggi agrarie, non dalla botte di Diògene o dai dittònghi di Lucrezio. Le nazioni fùrono ben piuttosto corrotte dal fatto della conquista, da quel fatto funesto, che separando il diritto dalla forza, fa di due gènti armate e generose una colluvie di spogliati e spogliatori, un intreccio di rapporti iniqui e perversi, un ammasso di reciproca corruzione. Noi crediamo fèrmamente che la riflessione, volgèndosi su l’antico, può sempre trarne i germi latenti d’un’ulterior perfezione. Poichè veneriamo bensì quanto d’ùtile e di glorioso ci trasmisero le estinte generazioni, e amiamo cercar nell’istoria il dèbito di riconoscenza che c’incumbe verso ognuno dei pòpoli trapassati; ma non sappiamo come un’assoluta adesione all’antico si possa conciliare col convincimento che il corso dell’istoria è progressivo. Noi non ci curiamo della lunga e valorosa esistenza d’un pòpolo, se non quando ella servì di fondamento e quasi di suolo allo sviluppo dell’intelligenza. Il gènere umano non avrebbe saputo tampoco il nome di Sparta, se tutta la Grecia fosse stata fedele alle bàrbare sue origini come Sparta, e se lo spirito dei pòpoli marìtimi non avesse generato Eròdoto e Tucidide e Senofonte. Mentre l’idiota di Sparta mèdita i vanitosi suoi monosìllabi, le tradizioni delli eròi greci divèntano poemi in Jonia, e si sublimano in tragedia sui teatri d’Atene. La morale pùblica non richiede l’immobilità, ma uno sviluppo spontaneo e continuo, come quello che si vide in Atene, da Codro fino all’infelice lega la quale fece d’Atene uno stato di mercenari, e aperse per sempre la voràgine della violenza militare. Quindi per noi la ruina della Grecia esce da Sparta e dalla Macedonia, le quali col rozzo loro predominio soffocàrono l’intelligenza e il progresso, senza salvar la morale. Noi non dissimuliamo dunque che nelle elevate fòrmule, in cui<noinclude></noinclude> jltg0cl2omz0ul0qctcckeej57iw417 Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/129 108 1026973 3901715 3879521 2026-09-19T06:34:47Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901715 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||PEI NORMANNI|99}}</noinclude> per propagare sul globo la nostra civiltà. Ma i pòpoli prodi e ingegnosi la cui nazionalità fu immolata per inalzare il vasto edificio della unità britànnica, il cui sangue fu sparso, le cui terre fùrono rapite, le cui memorie fùrono perseguitate e spente, non èbbero forse giusta causa di dolersi del loro destino? Era necessario tanto male al trionfo della civiltà? Così vorrebbe la dottrina istòrica più assoluta. Ma noi ci accostiamo piuttosto a Thierry, e compiangiamo seco tante generazioni rese inutilmente infelici; poichè teniamo per fermo che il male istòrico non sia necessario ad operare il progresso, ma bensì che il progresso prevale anche ad onta di tutte le irruzioni e tutti li attraversamenti del male; e perciò abbiamo caro Thierry, perchè non obliò che la crìtica, anche nel sècolo XIX, è il primo diritto e il primo dovere dell'istoria e della morale. E crediamo che questa via conduca alla più sublime di tutte le arti, a quella per cui l'umana saggezza riflette quasi l'imàgine d'una sovrumana providenza, l'arte d'aggregare tutte le nazioni al progresso commune, dell'intelligenza, della civiltà, dell'umanità, col minor dispendio di tempo, di tesoro, di fatica e di sangue. La mancanza di quest'arte benèfica produce quella calamitosa necessità che da sèdici anni consuma su le rive dell'Algeria le vite di due pòpoli magnànimi, che accresce lo squallore dei deserti e la barbarie dei bàrbari, e volge ad atroce fine sforzi generosi, cominciati nel sacro nome dell'umanità.<noinclude></noinclude> bunnu7has91hq98bbv5q563kxsb351k Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/132 108 1026976 3901716 3878451 2026-09-19T06:35:09Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901716 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||SU LO STATO PRESENTE|102}}</noinclude>l'ìsola le ruine; quantunque poi certe torri rotonde che qua e là si conservano, vèngano più communemente attribuite a una gente orientale adoratrice del foco. Circa un sècolo dopo che il pontificato romano, col braccio di Guglielmo, ebbe atterrato li Anglosàssoni (1066), un Breve di papa Adriano IV donò al re d'Inghilterra anche il dominio dell'Irlanda (1156), a condizione di riconòscere con annuo tributo la supremazìa della Chiesa. Ed esortàndolo a ''conquistar quell'ìsola per estirpare i vizii e la pravità delli abitatori'', comandava a questi di prestargli pronta obedienza. Ma l'impresa rimase differita, sino a che uno dei prìncipi irlandesi, in guerra colli altri, non ebbe introdutto nell'ìsola qualche centinaio di mercenarii normanni. Novanta di codesti formidàbili uòmini d'arme, vestiti d'acciaio le persone e i cavalli, bastàrono a sperperare trentamila di quei male aggueriti, ch'èrano accorsi ad assediarli in ''Ballagh-ath-Cliath'', che li Inglesi dìssero poi Dublino, e non avèvano altr'armi che saette leggiere e brevi scuri e targhe di legno e lunghe trecce avvolte per non so qual difesa alle tempia. Li ausiliarii, come al sòlito, vòlsero le armi contro li stolti che li avèvano chiamati e pasciuti; udite le vittorie de' suoi venturieri, venne in Irlanda anche il re Enrico, e si gridò signore dell'ìsola. Ma per quattro sècoli durò la sanguinosa lutta fra li accorti stranieri, che avèvano la disciplina, la ricchezza e l'opinione, e un pòpolo forte solamente nella sua pertinace memoria. Ma se sotto il giogo normanno esso non obliò tosto come i servili Anglosàssoni l'antica libertà e la proprietà della sua terra, dall'altra parte appena credeva di potere senza empietà far fronte a una potenza che gli si affacciava decorata d'un tìtolo sacro e pontificale. La guerra tra le due stirpi non era ancora estinta, che dai Paesi Bassi, dalla Francia, dalla Germania si propagò in Irlanda il nuovo incendio delle guerre di religione, fomentato dalle corti di Spagna e di Francia. I signori d'Irlanda non èbbero più la medèsima venerazione per la corona d'Inghilterra dissociata dalla chiesa romana, e rivestita d'un insòlito primato religioso; li indìgeni Irlandesi e li Inglesi catòlici (''the English of the pale'') si unìrono nell'opposizione al lontano governo. E<noinclude></noinclude> 6xpnh2noa0h81qi3ord12bndqwjt3ta Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/216 108 1027012 3901710 3878487 2026-09-19T06:33:54Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901710 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELLA SARDEGNA|186}}</noinclude> Anche i Greci parlàvano di due loro colonie, che insegnàrono ai selvaggi il governo del mele e del latte; e i pòpoli Iliensi si dicèvano avere avuto il nome dal greco Iolào. Ma nessuna illustre città greca fiorì mai nell'ìsola, quasi nessun monumento vi rimase di quella nazione, la quale per verità fu precorsa nella civiltà dall'Asia e dall'Italia; laonde ciò che si dice dei Greci primitivi, si deve forse riferire a quelle genti che vènnero dall'Asia a iniziare la civiltà dei Greci stessi. Tra le colonie fenicie della Libia, Cartàgine fu quella che trasse a sè il primato, sicchè la lontana autorità della madre patria cadde in oblìo. Pare che i Cartaginesi non àbbiano acquistato questo loro dominio su le città marìttime della Sardegna senza grandi violenze; e si narra che estirpàssero le piante, e vietàssero di seminare i campi, e gettàssero in mare li stranieri che vi approdàvano. Infine le èmule città sedùssero le soldatesche mercenarie di Cartàgine, e la mìsero alle strette. Si narra che un grand'esèrcito d'Iberi si ribellasse, e si rifugisse nei monti a vìvervi come nel suo paese nativo, e che dai Córsi fòssero chiamati ''Balari'', il che nella loro primitiva lingua sonasse ''fugitivi''. Ciò fa crèdere che si stabilìssero nella parte dell'ìsola più vìcina alle tribù córse; e per le cose anzidette non sembrerà troppo frivola congettura il notare, che nei dialetti appunto di quelle parti e, come dice il prof. Spano, «nella sezione che abbraccia la città d'Ozieri, il Meilogo, Ìtiri, Tissi, Ossi, Ploaghe e tutto il dipartimento d'Anglona» (''Ortogr. P. 1, § 37''). dòmina l'aspirazione spagnola. Ed è curioso che l'ùltimo villaggio dell'Anglona, sul confine appunto dei Córsi di Gallura, si chiami tuttora ''Pérfugas'', che sarebbe la traduzione latina del sopradetto córso ''Balares''. Poco dopo la prima incursione dei Romani, una rivolta universale delli esèrciti mercenarii estermino tutti i Cartaginesi che stanziàvano nell'ìsola. Così dopo aver divorato le colonie più antiche, fùrono spenti anch'essi; e non andò guari che li stessi loro mercenarii ribelli, per uno sforzo concorde delli indìgeni, vènnero costretti a salvarsi in Italia. Roma allora s'invogliò della vicina e inoccupata signorìa; Manlio Torquato vi tragittò e ne fece una ''provincia'', primo paese<noinclude></noinclude> 98f9fo56wdhtahs2a0qi0bqwaaqj0i2 Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/224 108 1027020 3901698 3878495 2026-09-19T06:30:51Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901698 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELLA SARDEGNA|194}}</noinclude> o ''Torres'' ossìa del paese intorno a Sàssari, e d’''Arborèa'' ossia del paese che giace intorno a Oristano. In quel sècolo XI tutta l'Europa si sottraeva all'incubo dell'influenze barbàriche. Le spedizioni trasmarine dei Toscani, dei Lìguri, dei Vèneti aprìvano alli altri pòpoli il campo delle crociate. L'amore d'un venturoso lucro, il genio militare e l'ardor religioso, che si èrano congiunti nell'impresa di Sardegna, si svòlsero più vastamente nelle famose conquiste d'Inghilterra, di Sicilia e di Palestina. Le armi facèvano strada al commercio, e questo rinovava l'antica ricongiunzione dei pòpoli, operata primamente dalla sapienza romana. Il pontèfice Ildebrando, lagnàndosi che «li uòmini della Sardegna fòssero omài divenuti più stranieri a Roma che non li abitanti delli estremi confini della terra,» scriveva un'imperiosa esortazione ai quattro giùdici sardi, Onroco di Càgliari, Orsocorre d'Arborèa, Mariano di Logodoro e Costantino di Gallura; e commendando il propòsito d'Onroco di recarsi a Roma, lo ammoniva a sottomèttersi alle prescritte riforme, essendochè «molte richieste si facèvano da varie genti alla sede romana per la ''concessione'' della provincia di Càgliari.» Le quali parole suonàvano terrìbili, in un tempo che Guglielmo di Normandìa stendeva il vessillo pontificio su la ''concessa'' Inghilterra, e tutti li uòmini armìgeri d'Europa èrano presti a seguire i comandi del pontèfice oltremonte e oltremare. Propagàvasi nell'ìsola l'òrdine benedettino, e i giùdici gli facèvano ampie largizioni di pàscoli, d'armenti e di schiavi. Le sedi vescovili che fra le invasioni barbàriche s'èrano ridutte da sette a quattro, salìvano in breve al numero di quìndici presiedute da tre arcivèscovi, i quali poi riconoscèvano tutti il primato di Pisa. Il risurgimento delle chiese teneva dietro al risurgimento delle città e dell'agricultura avvivata dal commercio italiano. Le antiche genti della Sardegna scendèvano ad accasarsi in riva al mare, presso ai navigatori di Gènova e di Pisa; il giùdice d'Arborèa trasferiva la sua sede nella marina d'Oristano; i Malaspina ristoràvano la città di Bosa, ma più presso al mare che non l'antica; i Doria fondàvano una città sul colle d'Alghero, sotto un cielo salubre, presso a spaziosi porti, a mari<noinclude></noinclude> 4errm209fn4abl66gkrlgp3zbjj6x0a Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/252 108 1027048 3901704 3878523 2026-09-19T06:32:10Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901704 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELLA SARDEGNA|222}}</noinclude>quarto incirca di quanto ne ha il regno di Francia, a una giornata di tragitto dalla Toscana, dalla Francia, dalla Spagna, dalla Sicilia, dall'Àfrica, il commercio sardo conta in tutto 8 navi a vele quadre (brichi), e 38 a vele latine (mìstichi, bovi e cùtteri), con alcune barche coralliere e peschereccie. Li studii mercantili e industriali sono ignoti; non insegnamento di lingue vive, di disegno, di chìmica, di mecànica, d'idràulica, di nàutica, d'economìa. I giòvani destinati alle magistrature appena delìbano il diritto civile e canònico; le università ripètono entrambe i medèsimi rami; in Càgliari cinque professori di scienze mèdiche hanno in tutto dieci allievi, e in Sàssari ventuno. Le università danno un centinaio di scolari alla teologìa, e un altro alla legge, medicina e chirurgìa. Manca l'istruzione per ingegneri, agrimensori, farmacisti, levatrici, ragionieri, maestri di scuola, architetti. Màncano quelle classi studiose che, intrecciàndosi al commercio, alla possidenza, all'industria, all'agricultura, fanno la parte più vitale della nostra società. Il corpo delli studenti è fornito in gran parte da famiglie così pòvere, che sotto il nome di ''maioli'' sono costretti a collocarsi servi presso i signori, che làsciano loro qualche intervallo per la scuola. E si vèdono studiar le lezioni nel vestìbolo dei palazzi, o alla porta delle chiese o delle case ove hanno accompagnato le loro signore, istituzione che rende spregiato il nome dei liberali studii. Le scuole letterarie sono tenute tanto in Càgliari quanto in Sàssari dai gesuiti (472 allievi), e dai frati delle scuole pie (1323). L'istruzione nelle campagne è quasi ignota; quella delle donne si riduce in pochi monasterii. Una genìa di scrivani pùblici si noleggia alle corrispondenze epistolari, ministra di dissensione e d'intrigo. Il clero, in proporzione di pòpolo, è circa il doppio che fra noi, quindi pòvero; le sue rèndite si valùtano un millione di franchi, e per un quarto appartèngono all'òrdine vescovile. Le ùndici diòcesi dell'ìsola non sòmmano alla popolazione della sola diòcesi di Milano. La città vescovile di Ales non ha mille ànime (989); quella di Galtellì poco più di ottocento (845). Le parochie (391) sono d'ingovernàbile vastità, ragguagliàndosi per tèrmine medio ad una superficie di 70 chilò-<noinclude></noinclude> moe5dp7wpgafibaiffe5jwmgt641ofk Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/278 108 1027074 3901705 3878549 2026-09-19T06:32:40Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901705 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DI ALCUNI|248}}</noinclude> l'invidiata prosperità dell'Amèrica fosse tutta un'illusione. Il tempo, che scopre i mali, scoprirà anche i rimedii; ma nessuno può rapire all'Amèrica il frutto delle gigantesche costruzioni frattanto compiute. La moderazione del pùblico dèbito e delle imposte è una conseguenza della savia norma posta dai fondatori di quella repùblica e seguita fino a questi ùltimi tempi, d'astenersi affatto da ogni intervento nelle cose delle altre nazioni, e riservar la guerra alla strettìssima difesa. È questo un altro dei punti per cui la nuova Inghilterra si divise affatto dall'antica. Essa considerò sempre come sovrano d'un paese chi ''di fatto'' ha la forza di fàrvisi obedire, e non riconosce blocco che non sia veramente mantenuto colla forza; il che, oltre al risparmiare mille intrecci di polìtica e di diritto pùblico, nei quali è impossìbile serbar sempre i confini della giustizia e dell'umanità, offre il vantaggio che le relazioni mercantili di rado rimàngono sospese, anzi fiorìscono fra le discordie delle altre nazioni. Quindi si vede il prodigio d'uno Stato, al quale con diecisette millioni d'abitanti bastàrono in pace diecimila soldati, sparsi per la più parte lungo le frontiere dei pòpoli selvaggi. La milizia però conta un millione e trecentomila uòmini. Veramente è smembrata sotto tanti comandi quanti sono li Stati; ed ha poco esercizio e dèbole disciplina, come quella che dimora nelle proprie case, ed elegge a lìbero voto li officiali; ma l'ìmpeto d'una difesa popolare in breve riparerebbe ad ogni sorpresa; e mentre le vaporiere e le locomotive adunerèbbero a volo i cittadini, ogni forza nemica in tanta vastità di paese rimarrebbe lenta e dispersa. Intanto il possesso d'una forza stanziale non alletta li amministratori ad abusarne, sia contro i cittadini, sia contro li stranieri. E a rispòndere alle improvise ostilità vale la flotta, la quale potè riescir terrìbile al nemico, senza poter èssere per sè strumento d'oppressione interna o d'esterna conquista. La modestia delli amministratori fu conservata anche dal risurgente e continuo bisogno del voto pùblico, e dalla modicità delli assegni e dei poteri. Il presidente àbita un palazzo pùblico, e riceve 135 mila franchi d'onorario; ma i legislatori del congresso ricèvono solo le spese di viaggio e<noinclude></noinclude> ofqyar73o05dtjixdss6gvqgki2i3qv Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/49 108 1027170 3901769 3878652 2026-09-19T06:52:54Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901769 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||SUL PRINCIPIO|42}}</noinclude> Molti oggidì vaneggiano supponendo primamente nell'uomo il dubio universale, poi cercando nella dottrina dell'ente la prima certezza, per dedurne mano mano tutta la catena delle positive verità; e non pènsano che a questa loro fonte ùnica del vero si pòssono attìngere solo li argomenti che varrèbbero a negare ogni cosa del mondo. — «L'ontologìa, anzi che spiegare l'esistenza delli oggetti, li rende impossìbili... L'ontologìa fu veramente la pietra filosofale della scienza. Tutte le scoperte tornàrono a profitto della psicologìa, come li sforzi dell'astrologìa e dell'alchìmia tornàrono a profitto dell'astronomìa e della chìmica. Si disse che la psicologìa è il vestìbolo della filosofìa; ebbene sia pure; ella non porge la scienza assoluta. Ma allora il tempio non è di questo mondo; la stessa nostra vita e l'intelligenza nostra ci condànnano a rimanere nel vestìbolo dell'assoluto . . . La triviale accusa di scetticismo, si può rimandare a coloro che pretèndono dare la scienza dell'assoluto.<ref>Op. cit. pag. 402, 403.</ref>» — Qual è dunque l'effetto di questa vanitosa dottrina dell'ente sulle menti giovanili? — «I sistemi ontològici fanno dipèndere l'esistenza dalla dimostrazione; e siccome la rigorosa dimostrazione è impossìbile fuori delle matemàtiche, così una volta che siano confutati i sistemi, anche i fatti sèmbrano distrutti col principio che li spiegava.... L'Ontologìa dùplica i misterii per trasportare fuori della certezza descrittiva la verità prima. E siccome è impossìbile oltrepassar la descrizione — (e qui lo scrittore poteva ben dire con più commune e aperto vocàbolo, l'esperienza), — così nulla più fàcile che assalire i sistemi ontològici; e quando sono atterrati, sembra atterrata la stessa verità. E tuttavìa l'affermazione del pensiero è più forte del pensiero stesso; e in onta alle illusioni dei sistemi, e alle pretese dello scetticismo, si vive sempre sulla fede della descrizione. Se il moto è un misterio, non si cessa perciò di crédere al moto.<ref>Op. cit. pag. 404, 411.</ref>» — E così adunque la dottrina dell'ente, dopo avere isteri-<noinclude></noinclude> 8u26lvk0ckam60vtmfh7nc4dgrgqole Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/54 108 1027175 3901764 3878657 2026-09-19T06:49:41Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901764 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELLA FILOSOFIA|47}}</noinclude>tutte le genti che rimàsero immote nella selvatichezza primitiva o appena superàrono i primordii della civiltà. Ora, la scienza che non le abbracciasse tutte, potrebbe forse dirsi la scienza dell'incivilimento, ma non quella dell'umanità: giacchè codesta medèsima ''costanza nella barbarie'' è pure un fatto che ha le sue ragioni, e spande la sua parte di lume sull'arcano dell'umana natura. Il sommo errore, che fece vani codesti studii, si fu quello di voler rinvenire anzi tempo ripetizione e similarità presso tutte le genti. Lo stesso errore traviò la linguìstica, la quale raccolse unicamente le consonanze delle più disparate favelle; e non apprezzò mai nè spiegò le differenze fra le lingue più pròssime, mentre pur sono i soli documenti delle particolari orìgini delle nazioni, anche dopo che le ravvolse il velo d'un uniforme incivilimento.<ref>Vedi nel vol. I ''Su le lingue indo-europèe''.</ref> Vico vide un ùnico e universale inizio delle civiltà nelli asili aperti intorno alle are di Giove, quasi vaste uccellande tese dai patrizii ai selvaggi delle vicine foreste. Romagnosi vide piuttosto le tribù ammaestrate da un sacerdozio; e quindi indusse che da una sola terra si fòssero propagate tutte le civiltà, con principio dativo e non nativo, al pari del frumento e dell'alfabeto che ne fùrono i due più efficaci strumenti. Stellini in quella vece accettava per principio di nazione ogni ricòvero ove una madre, in mezzo a' suoi lattanti, sapesse intenerire a carità paterna i maschi vagabondi. Altri pone la sua generalità nei due principii della guerra e della schiavitù. « L'intelligenza svegliata dalle necessità della ''guerra'', entra « per la prima volta nel campo dell'istoria... I pòpoli pri« mitivi sono immòbili per sè; la mobilità continua dei com« battimenti li costringe a perfezionarsi... La ''servitù'' è « secondo principio di movimento. La servitù nobìlita la li« bertà dei forti, assicura loro il profitto delle altrùi fatiche.... L'interesse della conquista ìnspira il genio della « conservazione; quindi i governi eròici, le caste, il feudalismo, « il patriziato.. All'interno la casta ha il privilegio delle armi « e del governo, fuori della casta non vi è società; i lavoratori <noinclude><references/></noinclude><noinclude></noinclude> cpvgxsf1y1i4prhz3su0bgvlrrzwmof Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/58 108 1027179 3901787 3878661 2026-09-19T07:00:15Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901787 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELLA FILOSOFIA|51}}</noinclude> formare la nazione''<ref name="nota51">Questi due asserti: — Quanto più civile è un pòpolo tanto più numerosi sono i principii che nel suo seno racchiude. — L'istoria è l'eterno contrasto dei diversi principii che tèndono ad assorbire e uniformare la nazione: — sono i capi saldi d'una dottrina alla quale potremmo dare amplissimo sviluppo.</ref>. Rare volte un principio stabilmente prevale, e solo colla lunga òpera del tempo e d'una sapiente perseveranza. Ma quando la tradizione cominciata da Gradenigo è giunta a soffocare con lunga e artificiosa fatica ogni elemento popolare: quando il principio inaugurato da Pelagio è pervenuto a eliminare dalle Spagne Àrabi e Israeliti, e ripèllere pertinacemente ogni nuova idèa che venga d'oltremonte e d'oltremare: quando la China si è chiusa fra l'ocèano e il deserto e la muraglia: quando in somma lo stato può dirsi divenuto in tutte le sue parti un ''sistema'': allora si fa palese che le leggi orgàniche non son quelle dell'immobilità minerale, che la varietà è la vita, e l'impassìbile unità è la morte. E coloro che invòcano la pace perpetua e l'universale repùblica di tutti i regni della terra, vògliono dilatare a tutto il globo l'oscura esistenza del Giappone; e non vèdono in quale abisso d'inerzia e di viltà piomberebbe tutto il gènere umano, petrefatto in sistema, senza emulazioni e senza contrasti, senza timori e senza speranze, senza istoria e senza cosa alcuna che d'istoria fosse degna. Non sembra adunque potersi consentir facilmente che vi sia una legge fondamentale nelli umani consorzii, per la quale le idèe non pòssano coesìstere senza ordinarsi in sistema: che quindi ogni civiltà formi necessariamente sistema, il quale non possa mai cadere se non per sostituzione d'altro sistema. I principii civili, a noi pare, sono come le quantità, le quali per minime aggiunte o minime detrazioni mùtano assolutamente il punto d'equilibrio. E così pure non crediamo che un nuovo òrdine civile supponga una nuova serie di ''dati'', la quale operando con infallìbile convinzione su l'intelletto, ''vi faccia quasi mutamento di scena''.<ref name="nota51" /> Non crediamo che la mente sia serva immediata dei dati che le si parano inanzi; poichè, come si potrèbbero allora spiegare le opposte persuasioni, che fèrvono sempre nell'interno d'ogni stato e d'ogni associazione, non ostante la commune identità dei dati? La mutazione dei dati dovrebbe in tal supposto pre-<noinclude></noinclude> q33e512ghbbjp8exxkqde0w0m2vlno0 Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/59 108 1027180 3901786 3878662 2026-09-19T06:59:39Z Candalua 1675 3901786 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||SUL PRINCIPIO|52}}</noinclude>cèdere alla mutazione delle idèe e dei sistemi. Ma come mai allora, rimanendo il medèsimo sistema presso una nazione, pòssono essersi travolti, come ''per mutamento di scena'', tutti i dati delle sue idèe? Qui si entra in un cìrcolo vizioso, ove il nuovo sistema suppone le nuove idèe, le nuove idèe suppòngono i nuovi dati, e i dati suppòngono da capo il sistema. Non è per diversità di dati, che Pitt e Fox àgitano in parlamento il quotidiano e inconciliàbile loro dissenso; non è per diversità di notizie, che il manifattore dimanda il lìbero ingresso dei cereali, e l'agricultore ne dimanda l'esclusione. Il prezzo del pane è un dato commune per ambedùe; e se l'uno ''approva'' il prezzo alto, e l'altro il basso, non è giudicio dell'intelletto, ma suggestione delli interessi e impulso delle volontà. Ciò che vi ha di vero in questo si è, che li uòmini fèrmano di preferenza la mente su quei dati che sono favorèvoli alle proprie inclinazioni, e vorrèbbero che i dati opposti non esistèssero, o che li altri uòmini potèssero non saperli o non crèderli; e i lèttori vulgari trascèlgono fra tutti quel giornale che più coltiva e più àdula le loro opinioni e i loro interessi, onde la mera lettura e il mero possesso d'un libro si considera dai tribunali francesi come una confessione di parte, e una disposizione alli eccessi di parte. Ed è un fatto luminoso che in Inghilterra, non ostante l'antica libertà dello scrìvere, le opinioni sono assài più ''limitate e uniformi'', che non nei paesi ove i vìncoli della stampa restrìngono la moltitùdine alla cognizione d'un limitato e uniforme complesso di dati. Dal che si vede quanto predominio nelle opinioni abbia la volontà, e quanta distanza interceda fra la implìcita o esplìcita cognizione dell'esistenza dei dati, e quel convincimento dell'intelletto che si pretende infallìbile e immediato. E diremmo che in ciò appunto sta il campo della morale libertà; la quale si esèrcita in quell'istante in cui la volontà accetta o ricusa l'equo e sèmplice esame dei dati, insomma in quell'istante in cui l'uomo ''delìbera di delìberare''. Quindi non è che un pòpolo «passi alle idèe nuove per la necessità d'escludere la contradizione;» ma basta che per uno smovimento qualunque d'equilibrio, ''la potenza trapassi''<noinclude></noinclude> 2jetazw2arq1svfzek7vyjel5z47z1z Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/81 108 1027202 3901763 3878684 2026-09-19T06:49:17Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901763 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELLE DOTTRINE|74}}</noinclude>Wolf, il testo filosòfico del collegio Alberoni, doveva èssere uno stretto sensista. Ebbene, vediamo qual sia il parere di quelli stessi istòrici della filosofia che hanno inventato codeste qualificazioni. Prendiamo il kantista Tennemann, e vediamo s'egli medèsimo annòveri Wolfio tra i ''sensisti angusti e gelosi.'' Ecco le sue parole (''Manuale,'' etc. tom. 2, pag. 178). «Cristiano Wolf nacque in Breslavia nel 1679;» (e qui avvertiamo ch'era nel sècolo XVII, non nel XVIII....) «Collo studio delle matemàtiche, della filosofia cartesiana e della ''Medicina Mentis'' di Tschirnhausen, si preparò a diventare uno dei filòsofi più profondi della scuola dogmàtica! Possedeva meno il dono dell'invenzione che quello dell'anàlisi e della tendenza sistemàtica, unito a certa ''facilità di mente'' adatta alla popolarità. Seppe mèttere a profitto questi vantaggi onde assicurare per un tempo ben lungo l'''imperio della filosofia leibniziana,'' ch'egli rese ''completa'' in parecchie delle sue parti!!» — Dunque, secondo li Annali di Statìstica, la filosofia leibniziana, che tutti riguàrdano come il contraltare del sensismo, sarebbe un ''sensismo ancora più angusto e incompleto'' della filosofia wolfiana! — «Wolfio, prosegue Tennemann, è il ''primo'' filòsofo che àbbia delineata un' ''enciclopedìa compiuta'' delle scienze filosòfiche» — (e questo è il ''geloso ed angusto sensismo!'') — «e che l'àbbia in gran parte ridutta ad esecuzione. Ecco la sua divisione della filosofia ''speculativa'': lògica e metafìsica, comprendente, questa seconda, l' ''ontologìa,'' la psicologìa ''razionale'' distinta dall'empìrica, la cosmologìa e la ''teologìa.'' Divide la filosofia in prattica-universale, morale, diritto naturale e polìtica. Queste divisioni della filosofia, aggiungèndovi l'estètica, sono ancor oggidì generalmente seguite.... Riprodusse il sistema leibniziano sotto la forma d'un dualismo dogmàtico, e non lasciò di riempere più d'una lacuna, sia per nuove vedute, sia per un ''accorto sviluppamento'' dei dati di questo sistema. Il suo mèrito principale consiste nell'unità, nella solidità e nell'incatenamento sistemàtico, che<noinclude></noinclude> e6gm3od4b44euopt43uu94rys4gxbh7 Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/87 108 1027208 3901784 3878690 2026-09-19T06:58:13Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901784 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELLA RIFORMA PENALE|80}}</noinclude> {{Centrato|I.}} {{Centrato|'''DELLE CÀRCERI'''}} Poichè il propòsito nostro nell'intraprèndere questo Repertorio (il ''Politècnico'') fu quello «d'appianare ai nostri concittadini la cognizione di quella parte di vero, che dalle ardue ragioni della scienza può condursi a fecondare il campo della pràtica;» ci profittiamo della congiuntura ch'èbbimo di passare ad esame parecchie delle più recenti òpere su la riforma carceraria, per tracciare in sommi capi lo stato d'una questione che tocca le più intime ragioni dell'arte sociale, e intorno a cui s'affatìcano tanti illustri giureconsulti ed uòmini di Stato in Europa e in Amèrica. L'argomento è sì grave e austero, che non sappiamo pòrvi mano senza una molesta commozione; e quand'anche da questo studio cominci fra noi l'insegnamento delle scienze legali, pure, nel ritornarvi dopo molt'anni, proviamo quel ribrezzo che sentirebbe, rientrando fra li orrori della sala anatòmica, chi avesse da lungo tempo abbandonato li studii della medicina. Si tratta di ragionare con impassibilità scientìfica sul destino d'''un millione e più di sciagurati, ch'èntrano ogni anno nelle càrceri d'Europa e d'Amèrica''; molte milliaia dei quali vi scèndono come in sepolcro di viventi, o n'èscono solo per salire al patìbolo. Si tratta di calcolar con arte la quantità della miseria e dell'angoscia che l'uomo deve deliberatamente ingiùngere a tanti suoi sìmili, per obedire a quelle tremende necessità, le quali se dall'un lato inflìggono le pene, racchiùdono dall'altro le remote càuse che prepàrano i delitti e allèvano i malfattori.<noinclude></noinclude> o6lkod7ane7guzimz8eru3ct1k9clg7 Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/92 108 1027213 3901762 3878695 2026-09-19T06:48:50Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901762 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||I. DELLE CÀRCERI|85}}</noinclude> nostri giorni nelle città più splèndide, dopo che le rimostranze delli scrittori avèvano già introdutto nelle prigioni la separazione almeno dei sessi, lo spettàcolo era ancora incredibilmente turpe. Nell'anno 1813, che non è ben lontano, la illustre benefattrice dei carcerati, M. Fry, trovò nella prigione di Newgate a Londra trecento donne, alcune giudicande, alcune condannate per colpe d'ogni sorta, messe alla rinfusa in due càmere e due camerini, ove quelle miseràbili, alcune ubriache, alcune coi bambini alla mammella, molte inferme su la paglia puzzolente o sul nudo spazzo, facèvano cucina e lavanderìa, mangiàvano, dormìvano, bestemmiàvano, si battèvano furiosamente. Lo stesso direttore della prigione non osava inoltrarsi in quelle bolge. La consolatrice scriveva poco dipoi ad altro benefattore, colla familiare semplicità che i quàcheri ùsano fra loro: — «Ciò ch'io ''ti'' dico è una dèbole imàgine del vero; il lezzo e l'angustia del luogo, la ferocia dei modi e dei volti, e la profonda depravazione in cui parèvano immerse, non si pòssono descrìvere.» — E due donne stàvano spogliando un bambino morto, per invòlgere de' suoi cenci un altro che gli giaceva nudo a lato. Quell'abominèvole soggiorno era lo strumento che la società destinava a reprìmere nelle traviate la prima presunzione di malcostume. Una giovinetta, forse innocente, incolpata forse d'aver sottratto alla padrona uno spillone o un paio di guanti, poteva venir precipitata in quell'abisso insieme alla più stomachèvole cantoniera. Era questo il modello ideale della prigione, quale ce l'aveva trasmessa l'odiosa eredità dei nostri padri: era questo l'edificio che il generoso sècolo XVIII intraprese ad abbàttere, e le cui reliquie ingòmbrano ancora tanta parte d'Europa. Ancora ai nostri giorni si ha certa notizia d'orrìbili assassinii meditati e diretti da un fondo di prigione, ove il lento corso della giustizia aveva adunato da più luoghi un concilio di malvagità, fra i traviati e li innocenti. Perciocchè se il progresso dei tempi e il predominio della ragione introdùssero nel càrcere la disciplina, la salubrità, la nettezza, la luce, il lavoro, non giùnsero a tògliere la convivenza depravatrice. Il càrcere riceve il novizio del delitto, reo forse di lieve infedeltà, ansante di vergó-<noinclude></noinclude> 2trylmroqj8535sbnsnhx2pqxg2rei5 Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/94 108 1027215 3901761 3878697 2026-09-19T06:47:44Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901761 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||I. DELLE CÀRCERI|87}}</noinclude> Nel seguente anno 1671, l'imperatore Leopoldo I, dietro proposta del magistrato di Vienna, stabiliva colà «una casa di correzione, per collocare in essa con ben guardata separazione le donne profane, i figli disobedienti, li accattoni inquieti e le altre persone inùtili e ineducate, onde poterle trattenere a continuo lavoro.» Qui si vede la separazione e il lavoro, e il propòsito di supplire al difetto d'educazione. E la mira, non tanto della pena, quanto della correzione e della riabilitazione è manifesta; poichè si soggiunge: «tutte quelle persone che verranno prese per punizione in questa casa, e si mostràssero ''migliorate'', verranno rilasciate senza macchia dell'onore, e niuno le potrà tenere inàbili e decadute in veruna maniera dalla loro maestranza od arte.» E pare che quest'istituzione fosse a quei tempi già diffusa in Europa, poichè nel diploma stesso si legge: «stimiamo cosa molto buona e salutìfera questo divisamento, ammettendo senza nessun dubio che la stessa cosa, come presso le altre ben dirette repùbliche e città principali, sarebbe pure assai favorèvole ''anche qui'' al ben èssere pùblico.» E infatti in quel sècolo l'Olanda aveva le sue case di lavoro; e il lavoro nelle prigioni veniva prescritto nelle nascenti colonie d'Amèrica dal patriarca della Pensilvania, Guglielmo Penn, verso il 1682. Trentadùe anni dopo il citato diploma (1703), l'istituto delle Case di Ricòvero e Correzione vèdesi adottato anche in Roma, essèndosi decretata la costruzione dell'ospizio di S. Michele, che non sappiamo in qual anno venisse aperto. E nelle òpere pòstume del Mabillon si trovò tracciato ad uso dei conventi un règime di reclusione separata a penitenza dei frati dìscoli. E di queste reclusioni correttive si tròvano vestigia nei collegi d'educazione, e perfino nelle famiglie. Giunse finalmente il momento opportuno anche per la nostra città; ove nel 1758 vènnero delegati a quest'uopo Pompèo Litta, Diego Rubini, Antonio Besozzi e Giampietro Andreani. I quali, comperato un vasto spazio presso la Porta Nuova, incominciàrono nel 1762, coll'òpera dell'architetto Croce, un edificio che doveva contenere la Casa di Correzione e un Albergo per cinquemila pòveri. La seconda e più grandiosa parte dell'òpera non ebbe ef-<noinclude></noinclude> jnh8gdq75jklodcfiwzf4hereapnhtj Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/102 108 1027223 3901759 3878705 2026-09-19T06:46:09Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901759 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||I. DELLE CÀRCERI|95}}</noinclude> la sua impotenza in faccia alla legge, che senza percosse, senza catene, senza insulti, con mano invisìbile lo assedia e lo stringe. La memoria della sua colpa, ch'egli fuggiva, ch'egli sommergeva nel tumulto delle passioni, gli si affaccia d'ogni parte, e a poco a poco si allarga nella sua mente, e dilegua le vanità che la ingombràvano. Tra l'impazienza e il tedio e il rimorso, per sottrarsi alli odiosi pensieri e dissiparsi in quell'ùnico modo che gli è possìbile, egli afferra rabbiosamente la proposta d'un qualsìasi lavoro. Ben pochi hanno la forza di resìstere a quattro o per sommo a otto giorni di solitaria inazione. Il lavoro non viene inflitto loro come pena, nè imposto colle percosse o colla fame; ma concesso come indulgenza, come ristoro che solo può render sopportàbile quella vita. La disciplina non è sollècita di comandarlo; essa aspetta tranquilla il prigioniero, ben certa che tosto o tardi s'arrenderà. I signori Tocqueville e Beaumont scrìvono: «Visitando il Penitenziale di Filadelfia andavamo trattenèndoci con tutti i carcerati. Nessun d'essi che non parlasse del lavoro quasi con gratitùdine, e non si palesasse persuaso, che, senza il conforto d'un'occupazione, non avrebbe potuto resìstere al peso della vita. Che avverrebbe del prigioniero nelle lunghe ore di solitùdine, se fosse lasciato ai rimorsi e ai terrori della sua mente? Il lavoro affatica il corpo, ma conforta l'ànimo. È singolare che costoro, giunti per lo più al delitto per la via dell'ozio, e ridutti ad abbracciare come ùnica consolazione la fatica, impàrino ad aborrire la primiera càusa d'ogni loro calamità.» Molti di quei meschini dissero che la domènica era per loro insopportabilmente lunga. Questo bisogno si palesa in tal grado che non avvenne mai che si dovesse ingiùngere il lavoro colla forza. Il condannato, abbracciando con amor quasi puerile il suo lavoro, respira dal tedio, dall'irritazione, dalla oppressiva idèa della passata vita; e non ha per qualche tempo altro oggetto alla sua mente, perchè gli è difesa contro i pensieri che gli ròdono l'ànima. L'imperturbato raccoglimento e la concentrata volontà gli àprono la mente a imparare; il maestro operaio, che viene<noinclude></noinclude> m4fv0qdayye3shx685xnfvnz1ucgsj4 Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/112 108 1027233 3901765 3895972 2026-09-19T06:50:46Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901765 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||I. DELLE CÀRCERI|105}}</noinclude>indefessa, quali ben di rado si tròvano, nonchè in gente rozza, anche in magistrati di squisita educazione; e senza le quali la disciplina vacilla tra licenziosa indulgenza e feroce oppressione, e talora congiunge capricciosa i mali d'ambedùe. Ora chi può sperare tante e sì rare doti nelle grosse squadre di sovrastanti, che si vògliono alla disciplina d'un Silenziario? Nelle prigioni di Coldbath-Fields, a invigilare 900 detenuti si còntano 54 custodi; ma non bàstano; ed è mestieri prèndere fra i carcerati altri 218 caporali; laonde la turba sciagurata vien divisa a capriccio fra i due diseguali destini di soffrire e far soffrire. Al carcerato sovrasta il caporale, al caporale il custode; e poi si può dimandare col savio Bentham: ''quis custodiet ipsos custodes?'' Questa dimanda è a farsi principalmente nelle prigioni di remote provincie, ove la giustizia non è sotto l'occhio delle alte magistrature e alla luce salutare della publicità. È antica osservazione che i più consumati furfanti, in mezzo a una turba stòlida e brutale, si móstrano sempre i più pronti a obedire, e i più destri e imperiosi a soprastare. E così il traviato s'avvezza al giogo del più malvagio, il quale lo prepara dòcile strumento a più grandiose scelleratezze. E perchè tutta la turpe disciplina non cada, è pur necessario ordinarvi un corpo di delatori; e così la sicurezza del luogo e la vita dei pòveri custodi in mezzo a quella feroce accozzaglia è raccomandata ad uòmini che il più atroce assassino guarda con disprezzo. Ma la cosa più immorale si è che i giudicandi, fra i quali moltìssimi sono li innocenti, non solo dèvono tollerare la presenza e la schifosa familiarità di quella feccia, non solo dèvono subire la superiorità di malandrini rivestiti quasi di magistratura; ma, per naturale effetto dell'odio e della malizia, avviene in mille modi che sovra i giudicandi, ossìa su la minorità che comprende li innocenti, cade di fatto una proporzione maggiore di castighi che non sui condannati. Ora, chi può numerare le milliaia di soverchierìe e d'iniquità, che si fanno soffrire dall'astuto all'incàuto, dal feroce al dèbole, dall'assassino all'innocente? Chi può dire l'ammasso di rancori e vendette, che fermenta nel fondo di siffatto abisso,<noinclude> {{PieDiPagina|{{x-smaller|CATTANEO ''T.III.''}}||8}}</noinclude> 4kk4vt0d6zhry3g4sf4dew2vr40mayw Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/135 108 1027256 3901770 3900541 2026-09-19T06:53:27Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901770 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELLA RIFORMA PENALE|128}}</noinclude>sta. Il giùdice primario dell'Australia, scrisse che la pena della deportazione giunge per costoro a tale acerbità, che divien loro desideràbile la morte, e sovente se la procàcciano per orrìbili modi. «Ho visto, attestò egli alla Commissione, parecchi relegati all'Isola Nòrfolk, che avèvano commesso un nuovo delitto pel solo fine d'èssere rimandati al tribunale di Sìdney, e uscire di quella tormentosa vita; e per le parole loro mi assicurài ch'essi confidàvano nella certezza d'èsser condannati a morte. Ed io medèsimo, nello stato loro, preferirèi qualsìasi morte». Perlochè il governatore Bourke ottenne nel 1834 l'istituzione d'un tribunale nell'ìsola stessa per la speranza che lo spettàcolo della pena capitale, eseguita sotto li occhi di quelli infelici, potrebbe forse rimòverli da quell'atroce desiderio di morire, che li traeva a involontarii delitti. Ridutti a tale estremo, sono sempre pronti a feroci ribellioni. Nel 1834 per poco non riescìrono a sorprèndere il presidio, e sottometter l'ìsola; nove rimàsero uccisi nel fatto, ventinove èbbero condanna di morte, ùndici dei quali vènnero giustiziati. Il sacerdote catòlico, mandato ad assìsterli, riferì alla Commissione la strana scena di cui fu testimonio. «Dette poche parole per disporli a rassegnazione, pronunciài i nomi di quelli fra i condannati che dovèvano soffrire la morte; e restài stupefatto vedendo li nominati, ad uno ad uno, cader ginocchioni, ringraziando Iddìo che li voleva redenti da quel luogo orrìbile, intantochè i graziati rimanèvano in cupo silenzio». Un èssere umano non può venir vessato oltre a certa misura; l'estremo della miseria tocca l'estremo della degradazione. I sacerdoti anglicani e catòlici espòsero alla Commissione con parole che non è lècito ripètere, come quelli sciagurati vìvano tra odj furiosi e abominèvoli dissolutezze, in modo che fa raccapriccio il pensiero di mandare qualsìasi èssere umano in quella vita di disperazione. Al contrario li avventurati, quelli che dopo quattro o sei anni di pena ottèngono un ''viglietto di licenza'' (''ticket of leave''), pòssono lavorare ove lor piace e per loro conto, e tròvano buone mercedi, pel gran bisogno che si ha d'operài. E siccome per cattivi diporti si può tosto ritògliere quell'indulto, così riesce<noinclude></noinclude> 82kybm3e4h8mu6k7bz11e75c282x55y Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/169 108 1027290 3901772 3878772 2026-09-19T06:53:59Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901772 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELLA BENEFICENZA|162}}</noinclude>che un òrdine artificiale conservava tali e ogni sinistro evento precipitava nell'indigenza, fu necessario instituire una ''tassa pùblica'', la quale riparasse in qualche modo, e restituisse ai più mìseri ciò che prendeva a tutti; institu­zione piuttosto d'arte polìtica che di beneficenza. Nessun'altra nazione si trovava in queste fattizie urgenze; nè potè prima riconòscere che la questione della pùblica beneficenza involgeva tutto l'edificio della pùblica economìa. Epperò questa scienza fiorì prima nel suolo inglese, e i buoni scrittori inglesi precèdono d'un sècolo e mezzo la moltitùdine delli scrittori continentali. Fra questi studj la beneficenza, nata prima da spontaneo impulso, si fa ogni giorno più considerata e più saggia; e le meditate sue providenze compòngono ciò che De Gérando chiama ''l'arte sacra di fare il bene''. Questo illustre uomo, annoverando i primi scrittori di sì nòbile disciplina, pone in capo ad essi due Spagnuoli del sècolo XVI, Giovanni Medina e Domènico Soto. Questi asserì il diritto de' pòveri a vivere accattoni, mentre Medina giustificava certi regolamenti del re Giovanni II, dicendo fin d'allora che giova piuttosto abilitare un indigente a guadagnarsi bravamente il pane, che gettargli una vil moneta; e ch'è sopratutto mestieri educare li òrfani e li abbandonati. Verso li stessi tempi Weitz scriveva in Anversa un trattato latino ''del contenere e alimentare a domicilio i pòveri''. D'altri scrittori di quel sècolo o dei precedenti, in Italia o altrove, il De Gérando non sembra avere avuto notizia. L'''editto pauperario'', publicato su la fine del regno d'Elisabetta, aperse in Inghilterra la gran discussione. Tra i molti che vi èbbero parte, piace lèggere i nomi di tre sublimi intelletti: Shakespeare, giovinetto ch'era allora di 17 anni, Bacone e Locke. Questi additò a rimedio della vera miseria le ''scôle di lavoro'', alle quali dovèssero concòrrere i figli delli indigenti inscritti su le liste pùbliche, quando non lavoràssero già coi genitori; poichè, virtuoso e sapiente, volle conservare il dominio delle affezioni familiari. Tra quelli scrittori s'incòntrano altri ingegni noti assai più per festività di pensieri: Fielding il novellatore; Mandeville l'irònico autore della ''Fàvola delle Api''; Defoe, l'autore del<noinclude></noinclude> enx6cjpc5a1vi21ng7yzi4bdhja9p6u Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/176 108 1027297 3901774 3895987 2026-09-19T06:54:37Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901774 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||PUBLICA|169}}</noinclude>confine che divide la povertà dall'indigenza è varcato. Il focolare domèstico si circonda di lamenti, di rimpròveri, d'amarezze; lo scarso vìvere lògora le forze e l'alacrità; l'umiliazione conduce all'isolamento; priva d'assistenza e di consiglio; il perpetuo bisogno doma l'ànimo, snerva l'onore, e consiglia alla mendicità, alla prostituzione, al delitto. Le guerre, le inondazioni, li incendj, le grandini, i disastri commerciali, le morti dei padri di famiglia avvèrano ad ogni momento queste calamità. Qual è il grado di stento al quale una famiglia può resìstere? Quali sono le necessità della vita? Un selvaggio si sdraja in una spelonca, va nudo alle intemperie, si nutre d'ogni schifezza, manomette perfino la carne umana. Ma in seno alla civiltà, in mezzo a campagne ridenti e città sfarzose e liete, il pòvero deve avere un tetto, qualche supellèttile, un po' di foco, un po' di lume; e per èssere accolto fra suoi sìmili alle òpere della vita, deve mostrarsi vestito com'essi. E se la sorte, o la malizia altrùi, o la sua colpa, lo ha fatto cadere da certo grado d'agiatezza, deve conservarne pure qualche faticosa apparenza in sè e ne' suoi; altrimenti cadrebbe in disprezzo e abbandono. Questi bisogni d'opinione e d'uso non si ponno sottomèttere a misura. Un cittadino non può còrrere scalzo, benchè la calzatura non sia natural necessità, e i senatori antichi camminàssero onorati a gambe nude; una donna in città non può uscire senza certa acconciatura; in certi paesi si può vìvere di pane, di patate, di castagne; ma in altri le abitùdini universali ingiùngono men rùvido alimento. Una persona che mostri di non avere ciò che tutti hanno, è mirata con dispregio, e vorrà, finchè ha forza, preferire piuttosto la fame e la sete; e non cederà se non piombando ad un tempo stesso nell'avvilimento. Ora, il punto che divide questi gradi d'infortunio, varia per ogni paese, per ogni tempo, per ogni persona. Mentre alcuni soffrirèbbero prima la morte che l'ignominia d'andar cerconi, altri abbràcciano volontarj vita mendica. Per alcuni è industria, regolare negozio; assùmono i cenci della miseria vulgare, o la decenza stentata delle famiglie decadenti; sanno usare l'eloquenza, l'adulazione, la menzogna, il ro-<noinclude> {{PieDiPagina|{{x-smaller|CATTANEO ''T.III.''}}||12}}</noinclude> 69lwiebm0d75c6tgppiuuoc253a1n66 Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/190 108 1027311 3901785 3878793 2026-09-19T06:58:45Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901785 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||PUBLICA|183}}</noinclude>per i sordomuti, i ciechi, i pazzi, si manifèstano ad un tratto centinaja di questi infelici, a cui prima non si badava. La publicità raccoglie i fatti, non li ''crea'', nè li moltìplica. Altronde l'aumento innegàbile della generale agiatezza accresce la quota che le popolazioni pòssono mèttere a parte per li infelici, allarga il cìrcolo dei sentimenti generosi, e fa parer pòvero chi non sarebbe parso tale prima di quella nuova prosperità. Considerando che il lavoro d'un uomo operoso sostenta una famiglia, e che gli si può crèscere efficacia colla potenza delle màchine, coi lumi della scienza, e colla velocità delle trasmissioni, crediamo che quando la beneficenza ''pùblica'' con opportuna educazione avrà reso ùtili lavoratori tutti i capaci, essi basteranno a provedere anche li altri. Chè se la natura volle questi peso inerte delle braccia altrùi, li volle anche oggetto ed occasione all'esercizio della beneficenza ''privata''.<noinclude></noinclude> 6o3nvfun8xju51ddibtyhl8oyt20bzs Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/206 108 1027327 3901777 3878809 2026-09-19T06:55:17Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901777 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||NAZIONALE|199}}</noinclude>momento inviato, sarebbe in breve rifluito all'Inghilterra; ma il continente era chiuso alle merci inglesi, come, prima del mancato ricolto, l'Inghilterra era chiusa ai grani del continente. Dunque la calamità dell'America, rispondiamo noi, aveva avuto il primo impulso, non da artificio di nazione pròspera e prepotente, ma da doppia calamità dell'Inghilterra, cioè dall'infelice ricolto, e dalla successiva esportazione del contante; la quale, angustiando le banche inglesi prima delle americane, aveva già sovvertito i prezzi d'ogni cosa, e costretto i fabricatori a vèndere in Amèrica a lungo respiro, a vil mercato, e anche sotto il costo di fattura. La colpa non era dunque del lìbero commercio, ma delli ostàcoli daziarii, coi quali, da un lato, i possidenti, per interesse di ceto e non di nazione, rigònfiano i prezzi del grano in Inghilterra, e dall'altro, il continente respinge per rappresaglia le manifatture dell'isola che respinge i suoi grani. Già da un sècolo i nostri vecchi economisti italiani hanno posto in chiaro come ''tutte le limitazioni al commercio de' grani sono la càusa delle grandi carestìe''. Poichè, può bene una stranezza delle stagioni guastare il ricolto d'un'intera ìsola per quanto sia grande; ma una calamità sola non può facilmente abbracciare d'un tratto tutta la terra. E allora non vi sarebbe sbilancio di trasporti, perchè ogni paese ne avrebbe egualmente carestìa. Quindi il lìbero commercio dei grani òpera a guisa di recìproca assicurazione universale; e li ostàcoli doganali aggràvano la calamità particolare d'un paese, fino al punto che di cosa in cosa i tristi effetti si propàgano alle più lontane nazioni. {{Centrato|8.}} Ma la càusa del disastro americano fu assai più profonda, che non il mero sbilancio tra le importazioni e le esportazioni, o il rifiuto delli Inglesi d'accettar le derrate americane. L'Amèrica è paese nuovo; ogni anno avventurieri audaci s'inòltrano in quelle selve, e vi fòndano colonie vaste come regni. Il natural valore delle terre è quasi nullo. Se dunque, dopo pochi anni, fatto l'inventario di ciò ch'era pur dianzi una landa, vi troviamo casali e città, chiese d'ogni setta, strade, canali, ponti, e dovizie di derrate e bestiami, tutto questo pa-<noinclude></noinclude> pe41ruq4a0ics5i4fo9niqm2g0zihl5 Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/225 108 1027346 3901778 3878828 2026-09-19T06:55:43Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901778 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELL'ECONOMÌA|218}}</noinclude>delle communicazioni. I monti dell'Inghilterra, relegati sulla costa occidentale in anguste penìsole, non incèppano le grandi communicazioni; nessuna città da cui per qualche parte non si giunga al mare, senza passar monti, e con sessanta e non più miglia di viaggio. Ma il grande altipiano della Francia, che sembra preordinato ad esser piuttosto sede di formidàbile potenza terrestre, non discende per ogni lato dalle Cevenne al mare, ma s'incontra colle contropendenze dei Vogesi, delle Alpi e dei Pirenèi; gran parte de' fiumi navigàbili di Francia, il Reno, la Mosa, la Mosella, la Schelda, vanno a metter foce fra genti straniere; molte città sono lontane dal mare centinaja di miglia; la navigazione interna è ardua e stentata; le ''grandi'' linee ferrate èbbero inesplicàbili indugi; e la popolazione per tutte queste càuse è giunta finora a densità mediocre, poco più della metà di quella che vediamo nell'Alta Italia<ref>Vedi nel Politècnico vol. 1. ''Su la densità della popolazione ec.''</ref>. Ora, date eguali masse di pòpolo, le loro interne communicazioni còstano in ragione inversa della loro densità, tanto se si riguardi il capitale di costruzione, quanto se si riguàrdino i veìcoli e il tempo. Se in Inghilterra un millione d'abitanti òccupa, in ragione media, diecimila chilòmetri di superficie; in Francia ne òccupa sedicimila. Quindi se si vògliono quadrettar di strade in egual proporzione ambo le superficie, in modo di raggiùngere tutti i centri abitati, è mestieri costruirne una maggior lunghezza in Francia che in Inghilterra; e le famiglie sparse in quello spazio dèvono per communicare fra loro, percòrrere maggiori lunghezze, e spèndervi in proporzione tempo e denaro. È questo un sopracàrico nelle spese di prima costruzione, e un'imposta perpetua su tutte le operazioni produttive. Quindi due campi commerciali d'egual popolazione non si equivàlgono, ma ''stanno in ragione inversa delle loro superficie''. E inoltre sarebbe mestieri tener conto della proporzione fra la superficie e il litorale marìttimo, o le linee navigàbili. L'industria britànnica ha un vantaggio fondamentale su la russa, la quale, benchè confinante coll'Asia, n'è mercantilmente più remota che non l'Inghilterra; giacchè le carovane di Chiva e di Kiächta, se potèssero mai spìngere l'azione loro fino sul<noinclude><references/></noinclude> 12wha0dk0qcg0n8y4wci880w317be3x Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/243 108 1027364 3901779 3878846 2026-09-19T06:56:33Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901779 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude> {{Centrato|'''FRAMMENTI DI SETTE PREFAZIONI'''<ref>''Nota.'' Dalle Prefazioni dei sette volumi del Politècnico abbiamo raccolto questi brani; nei quali, e principalmente nelli ùltimi, in mezzo a cose forse frìvole abbiamo adombrato gravi questioni filosòfiche. Non ci parve prezzo dell'òpera il tòglierle dai luoghi ove quasi per caso ci vènnero primamente dette; poichè sperìamo che il giudizioso lettore, contento alla costanza delle dottrine, escuserà la inegùale e tronca esposizione, e saprà ricongiùngere nella mente ciò nello scritto si trova disperso.</ref>}} {{Centrato|I.}} Sotto tìtolo che ad alcuno sembrerà per avventura ambizioso, divisiamo annunciare la più modesta delle intenzioni, quella d'appianare ai nostri concittadini la più pronta cognizione di quella parte di vero che dalle ardue regioni della scienza può facilmente condursi a fecondare il campo della pràtica, e crescere sussidio e conforto alla prosperità commune e alla convivenza civile. Desiderosi di pur giovare anche nella debolezza dei nostri studj, obedienti alla voce del sècolo che preferisce allo splendore delle contemplazioni i pazienti servigi dell'arte, persuasi che ogni scienza più speculativa deve tosto o tardi anche da' suoi più àridi rami germogliare qualche inaspettato frutto all'umana società: intendiamo farci intèrpreti fra le meditazioni dei pochi e le abitùdini dei molti. La scienza ama rivòlgersi astrattamente alla scienza; ama parlare alto e sdegnoso linguaggio; ella oltrepassa le verità già pùbliche e mature all'uso commune, per immèrgersi in novelle indàgini; non poggia il piede sul noto se non per fàrsene scala all'ignoto; e mal comporta d'attèndere che la moltitùdine raggiunga i suoi passi, e si accostumi alla luce inusitata delle sue divinazioni. Solo con somma lentezza e sotto il continuo stìmolo dei bisogni sì corporei che morali, leva la società lo sguardo ai raggi che tratto tratto eròmpono dal santuario della sapienza, e se ne fa scorta sul cammino della vita. La prova dell'uso dimo-<noinclude></noinclude> 724byhpjfrn2szfe6t7p6o74iso0m7w Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/249 108 1027370 3901780 3878852 2026-09-19T06:56:58Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901780 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||FRAMMENTI|242}}</noinclude>idràuliche, le perlustrazioni geològiche, le influenze elèttriche, la medicina popolare; abbiamo coltivàto varie questioni su le banche, sul numerario, su la pùblica beneficenza, su lo stato generale di queste popolazioni, il cui singolare addensamento fa prova della loro ricchezza ad un tempo e della loro industria. Non ci siamo però fatti servi alli interessi materiali; abbiamo parlato su l'istruzione delli ingegneri, delli operaj, dei sordo-muti, dei ciechi; non abbiamo lasciato in disparte li studj intorno all'intelletto e alle alte ragioni della morale, senza cui non dura prosperità di commercio o ricchezza di Stati. Abbiamo promosso le questioni istòriche, e anzi tutte quelle che riguàrdano l'orìgine e il corso dell'incivilimento. Le quali, mostrando come le varie nazioni in varj modi àbbiano tutte cospirato a quest'òpera meravigliosa anche allora che sembràvano più ardenti a combàttersi, mìrano a temperare la memoria delli odj aviti, e fomentare in quella vece un'equa e dignitosa emulazione. E sopratutto giòvano a infòndere il convincimento che la forza stessa e la potenza tèngono dietro al predominio dell'intelletto; e che la debolezza, la viltà, la schiavitù non sono se non forme ùltime dell'ignoranza, o punizione di quei pòpoli che perversamente sagaci disprezzàrono i diritti della ragione. Poco spazio rimase adunque alli argomenti che sògliono occupare tanta parte delli altri nostri giornali. Non potranno tuttavìa i nostri lettori darci accusa d'aver trasandato le favorite questioni della lingua, dell'antichità e della poesìa, e di non aver mostrato il vivo nostro affetto all'arte, e a quell'eleganza nativa che, fin dai primi albori dell'istoria, rimase indelèbile divisa della nostra nazione. Noi vorremmo riescire efficaci a promòvere del pari ogni cosa ùtile ed ogni cosa bella: la prosperità delle famiglie e lo splendore delli studii. Il saggio lettore ci saprà grado dell'aver noi studiosamente evitato i clamori delle controversie personali, e quel tràffico di lode e di biàsimo con cui li infimi importùnano indefessi la pùblica opinione, e s'inàlzano un edificio di tediosa nominanza. Desideriamo giovare anche in questo, di persuadere alli studiosi d'attèndere tranquillamente a farsi ricchi di mèrito, con-<noinclude></noinclude> mo902ke2dne76zhau9iutisa55xd6kt Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/290 108 1027411 3901781 3878893 2026-09-19T06:57:20Z Candalua 1675 3901781 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||E MORALE|283}}</noinclude>renzo, di Grone, la natura abbia deposto le marne dell'uno e dell'altro Calcinate, di Brivio, di Nese; all'orlo appunto di quelle alte pianure silicee alle quali si destina questo poderoso sussidio di fertilità. Voi vedete, onorandi Signori, che qui, con pochi pugni di terra raccolta a piè dei monti, si prepàrano le tracce d'un immenso lavoro, il quale sommoverà forse tutto il piano, e riescirà soverchio alla perseveranza d'una intera generazione. E v'è già tra noi chi nell'Agro Mantovano fece le prime esperienze per tèssere quella mirabile rete di meati sotterranei (''subsoil draining''), con cui li Inglesi tradùssero in salubri arati il palustre lido orientale dell'ìsola loro. No, noi non siamo dunque destinati a poltrire su le glebe fecondate dalla solerzia e dai tesori dei nostri padri; ma siamo bensì chiamati a destarvi con nuovi artificii il fòmite d'inaspettata ubertà. Ora io vorrèi che il tempo mi assentisse di additarvi in queste sale li ùtili doni a questa novella istituzione arrecati, e quelli almeno del Prìncipe che ci regge e dell'Augusto suo figlio, e tutti quei modelli e quelle tàvole dipinte, che per arduo favore di persone potenti e per cura indefessa d'un nostro collega tratte dai più gelosi penetrali dell'industria in Francia, in Inghilterra, in Belgio, in Sassonia, voi vedete schierarsi in queste Collezioni Industriali. Esse non altro sono che le sparse membra d'un'industria nuova, la quale noi vorremo sostituire alle tradizioni di quel tempo in cui l'ingegno delli artèfici camminò tentone, perchè la scienza esperimentale non aveva peranco accesa la sua face. Pur troppo vi è chi collocando la felicità delle genti non nel moto, come è il desiderio dell'universa natura, ma nella quiete della fossa, vorrèbbe che le cose umane fòssero tutte con inviolàbile norma prefinite. Vorrèbbe adunque un magisterio d'arte che numerasse i fili d'ogni tessuto; vorrèbbe un'architettura che comandasse anzi tempo a tutte le combinazioni della vita; vorrèbbe un grado di dovizia perpetuo nelle famiglie; una filosofia di sillogismi perenni, ai quali attìngere tutti i particolari della scienza; un dizionario infine nel quale s'impietrisse<noinclude></noinclude> 2kf846rm58k9amw833503v6uxhescf9 Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/128 108 1030030 3901630 3896272 2026-09-18T20:09:52Z Panz Panz 3665 /* Trascritta */ 3901630 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|cxxiv}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>della luce, e mentre {{AutoreCitato|William Rowan Hamilton|Hamilton}} con più potenti calcoli prosegue le indagini di {{AutoreCitato|Étienne-Louis Malus|Malus}} intorno le teorie matematiche dei raggi ottici, {{AutoreCitato|Augustin-Jean Fresnel|Fresnel}} giunge ad un’altra maravigliosa teoria di polarizzazione e di doppia rifrazione, e {{AutoreCitato|Michael Faraday|Faraday}} (27 novembre 1845; e forse prima di lui {{AutoreCitato|Christian Ernst Neeff|Neeff}} e {{AutoreIgnoto|Ceresa}}) scopre una nuova relazione fra la luce ed il magnetismo. Studiansi sempre più le proprietà chimiche e fisiche dei varii raggi dello spettro solare, e si arriva al daguerotipo. {{AutoreCitato|Ernst Chladni|Chladni}}, {{AutoreIgnoto|Wunsch}}, {{AutoreCitato|Jean-Baptiste Biot|Biot}}, {{AutoreCitato|Giovanni Battista Venturi|Venturi}}, {{AutoreCitato|Siméon-Denis Poisson|Poisson}}, {{AutoreCitato|Modesto Vittorio Paroletti|Porletti}}, {{AutoreCitato|Augustin-Louis Cauchy|Cauchy}} vanno sempre più promovendo i progressi dell’acustica finchè compare {{AutoreCitato|Félix Savart|Savart}}, il quale ampliando le dottrine di Chladni importa una seconda rigenerazione nella scienza, dietro cui vanno {{AutoreIgnoto|Troupeaus}}, {{AutoreCitato|Charles Cagniard de Latour|Cagniard-Latour}}, {{AutoreCitato|Jean-Marie Duhamel|Duhamel}}, {{AutoreCitato|Jean-Daniel Colladon|Colladon}}, {{AutoreIgnoto|Fermont}}, {{AutoreCitato|Alphonse Jean Claude Duleau|Duleau}}, {{AutoreCitato|Pehr Lagerhjelm|Lagerhjelm}}, {{AutoreIgnoto|Ardaut}}, {{AutoreCitato|Gabriel Lamé|Lamé}}, {{AutoreCitato|Émile Clapeyron|Clapeyron}}, {{AutoreCitato|Wilhelm Wertheim|Wertheim}}, {{AutoreCitato|Auguste Bravais|Bravais}}, {{AutoreIgnoto|Martius}}, {{AutoreCitato|Giovanni Antonio Amedeo Plana|Plana}} ecc. — Dopo che {{AutoreCitato|Antoine-Laurent de Lavoisier|Lavoisier}} ebbe fondata la chimica moderna colla teoria della combustione e colla nuova nomenclatura, una innumerevole schiera di illustri uomini d’ogni paese concorre ad estenderne sempre più il dominio, e col mezzo particolarmente della pila di {{AutoreCitato|Alessandro Volta|Volta}}. {{AutoreCitato|William Nicholson|Nicholson}} e {{AutoreCitato|Anthony Carlisle|Carlisle}}, dopo avere ottenuta la decomposizione dell’acqua per mezzo di questo miracoloso strumento, avvertono con {{AutoreCitato|Johann Wilhelm Ritter|Ritter}} come la corrente elettrica trasmessa dalla pila per mezzo ai liquidi conduttori produca in essi decomposizioni chimiche; una tanta scoperta guida {{AutoreCitato|Jöns Jacob Berzelius|Berzelius}} ed {{AutoreCitato|Wilhelm Hisinger|Hisinger}} ad un’altra ancor maggiore, a conoscere cioè, esser legge generale che in tutte le decomposizioni per tal modo operate, gli acidi e l’ossigene si trasferiscano e si accumulino intorno al polo positivo e l’idrogeno, i metalli e gli alcali intorno al negativo della pila; allora {{AutoreCitato|Humphry Davy|Davy}} pensa decomporre gli alcali e le terre, ed una rivoluzione totale è fatta nella chimica, non tanto per l’introduzione di nuovi elementi per tale via venuti alla luce, quanto pel modo di concepire la natura delle chimiche affinità: finalmente sopragiunge {{AutoreCitato|Hans Christian Ørsted|Oerstedt}} a scoprire la connessione del magnetismo e della elettricità, primamente avvertita dal nostro {{AutoreCitato|Gian Domenico Romagnosi|Romagnosi}}, ed {{AutoreCitato|François Arago|Arago}}, {{AutoreCitato|André-Marie Ampère|Ampère}} e Faraday creano su tale scoperta un nuovo ramo di scienza. {{AutoreCitato|John Dalton|Dalton}} porge i primi principii della teoria atomistica, e Berzelius stabilisce questa teoria sopra basi inconcusse, scoprendo le leggi delle chimiche proporzioni ed espone la teoria elettro-chimica, rivelando i fenomeni chimici della elettricità. {{AutoreIgnoto|Hall}} applicando la bella teoria di {{AutoreCitato|Claude Louis Berthollet|Berthollet}}, {{AutoreCitato|Joseph Louis Gay-Lussac|Gay-Lussac}} sulla dilatabilità dei corpi col mezzo del calore, divisa la differenza di forma e di consistenza che prendono i corpi sottomessi ad un fuoco violento; Dalton determina la forza elastica del vapore, cui Arago e {{AutoreCitato|Pierre Louis Dulong|Dulong}} offrono le formole; Biot mostra l’acqua gelata suscettiva di evaporazione; Colladon e {{AutoreCitato|Jacques Charles François Sturm|Sturm}} dimostrano la compressibilità dei liquidi; Faraday e Davy riescono a liquefare i gas, e forse è per trovarsi in questo fenomeno una novella potentissima forza motrice; anzi {{AutoreIgnoto|Jalbot}} già l’ottenne a quest’ora (1846) nella condensazione del gas acido carbonico. {{AutoreIgnoto|Armstrong}} (1841) porge le prime nozioni della elettricità sviluppata dallo stropicciamento dell’acqua e del vapore contro altri corpi: quindi, dopo che Faraday ne ebbe dedotta la teoria, costruisce una machina idro-elettrica della più formidabile potenza. {{AutoreCitato|Pierre Simon Laplace|Laplace}} aveva distrutta la teoria dei fenomeni capillari di {{AutoreCitato|Alexis Claude Clairaut|Clairaut}}; oggidi quella di {{AutoreCitato|Siméon-Denis Poisson|Poisson}} distrugge quella di Laplace, e {{AutoreCitato|Ambrogio Fusinieri|Fusinieri}} cerca spiegarli col suo nuovo principio dell’azione speciale degli spigoli acuti dei liquidi: {{AutoreCitato|Ottaviano Fabrizio Mossotti|Mossotti}} offre nuove idee intorno alla costruzione intima dei corpi ed alle forze produttrici dei fenomeni capillari; e Gay-Lussac, {{AutoreCitato|Amedeo Avogadro|Avogadro}} e più altri cercano intanto nella sperienza nuovi argomenti per erigere in ferme teorie le ipotesi indotte, e {{AutoreCitato|Carlo Matteucci|Matteucci}} e {{AutoreCitato|Antonio Cima|Cima}} (1845) illustrano sempre più la bella teoria dell’endosmosi stabilita da {{AutoreCitato|Henri Dutrochet|Dutrochet}}. La termometria acquista nuovi perfezionamenti nelle mani di {{AutoreCitato|Angelo Bellani|Bellani}}, ed ottiene da {{AutoreCitato|Macedonio Melloni|Melloni}} lo strumento il più dilicato che l’ingegno umano abbia mai saputo creare, il termomoltiplicatore, e la composizione dei raggi caloriferi sono quindi indicati con tanta precisione da poter essere perlino espressi numericamente. Dulong, Avogadro, {{AutoreCitato|Alexis Thérèse Petit|Petit}} stabiliscono la legge che seguono i corpi semplici relativamente al calore specifico, dalla cui cognizione, combinate colla teoria atomistica, si cerca determinare la grandezza relativa degli atomi medesimi nei varii corpi: studiansi le relazioni del calorico colla luce, e Melloni crea una scienza affatto nuova, una nuova nomenclatura; la pila è fatta produttrice del più intenso calore che l’arte umana conosca, e fra poco lo sarà della più maravigliosa forza motrice, mercè le sperienze di {{AutoreCitato|Giuseppe Domenico Botto|Botto}}, {{AutoreCitato|Carl Jacobi|Jacobi}} (1838), {{AutoreCitato|Johann Jacob Wagner|Wagner}} e più altri. {{AutoreCitato|Luigi Valentino Brugnatelli|Brugnatelli}} fin dal 1805 aveva scoperto il principio delle precipitazioni dei metalli col galvanismo, {{AutoreCitato|Herbert Spencer|Spencer}}, Jacobi, {{AutoreCitato|Auguste de La Rive|De la Rive}} ravvivano quelle idee e quelle sperienze, e creano la galvanoplastica. Aggiungete a tutto ciò le sperienze di {{AutoreCitato|Antoine Henri Becquerel|Becquerel}}, Matteucci, Biot sulla decomposizione elettro-chimica dei corpi, quelle di {{AutoreCitato|Stefano Marianini|Marianini}} circa il modo di scoprire la direzione del fulmine: le belle scoperte di {{AutoreCitato|Thomas Johann Seebeck|Seebeck}} sulla termo-elettricità; quelle ancora più recenti (1845) di {{AutoreCitato|Elie-François Wartmann|Wartmann}} sul daltonismo<noinclude><references/></noinclude> i4jii0iwxxio6wnmkm47clucxe46m2g Indice:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf 110 1030609 3901612 3899146 2026-09-18T15:35:03Z Candalua 1675 Porto il SAL a SAL 75% 3901612 proofread-index text/x-wiki {{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template |Autore=Arrigo Boito |NomePagina=Novelle e riviste drammatiche |Titolo= |TitoloOriginale= |Sottotitolo= |LinguaOriginale= |Lingua= |Traduttore= |Illustratore= |Curatore=Gioachino Brognoligo |Editore=Riccardo Ricciardi Editore |Città=Napoli |Anno=1920 |Fonte={{IA|novelleerivisted00boit}} |Immagine=7 |Progetto= |Argomento= |Qualità=75% |Pagine=<pagelist 1to2=- 3=1 1to26=roman 27=1 /> |Sommario={{Indice sommario|nome=Novelle e riviste drammatiche|titolo=Novelle e riviste drammatiche|from=7|delta=v}} {{Indice sommario|nome=Novelle e riviste drammatiche/Prefazione|titolo=Prefazione|from=11|delta=ix}} '''Novelle''' {{Indice sommario|nome=L'alfier nero|titolo=L'alfier nero|from=29|delta=26}} {{Indice sommario|nome=Iberia|titolo=Iberia|from=51|delta=26}} {{Indice sommario|nome=Il trapezio|titolo=Il trapezio|from=83|delta=26}} '''Riviste drammatiche''' {{Indice sommario|nome=Novelle e riviste drammatiche/I.|titolo=I.|from=149|delta=26}} {{Indice sommario|nome=Novelle e riviste drammatiche/II.|titolo=II.|from=170|delta=26}} {{Indice sommario|nome=Novelle e riviste drammatiche/III.|titolo=III.|from=186|delta=26}} {{Indice sommario|nome=Novelle e riviste drammatiche/Appendice bibliografica|titolo=Appendice bibliografica|from=205|delta=26}} |Volumi= |Note= |Css= }} exv6eliomlh2yq40b5t8i0zfjnko2i6 Novelle e riviste drammatiche 0 1030662 3901611 3899131 2026-09-18T15:34:54Z Candalua 1675 Porto il SAL a SAL 75% 3901611 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=18 settembre 2026}}{{Intestazione | Nome e cognome dell'autore = Arrigo Boito | Nome e cognome del curatore = Gioachino Brognoligo | Titolo =Novelle e riviste drammatiche | Anno di pubblicazione = 1920 | Lingua originale del testo = | Nome e cognome del traduttore = | Anno di traduzione = | Progetto = | Argomento = | URL della versione cartacea a fronte = Indice:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf }} <pages index="Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf" from="7" to="7" /> ==Indice== * {{testo|/Prefazione}} * ''Novelle'' ** {{testo|L'alfier nero}} ** {{testo|Iberia}} ** {{testo|Il trapezio}} * ''Riviste drammatiche'' ** {{testo|/I.}} ** {{testo|/II.}} ** {{testo|/III.}} * {{testo|/Appendice bibliografica}} 5msp0uwya1wqgfblw0wbc71pmn1dhv6 Indice:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu 110 1030782 3901631 3899406 2026-09-18T20:36:16Z Alex brollo 1615 3901631 proofread-index text/x-wiki {{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template |Autore=Autori vari |NomePagina=Fiori d'Oriente (1907) |Titolo= |TitoloOriginale= |Sottotitolo= |LinguaOriginale= |Lingua= |Traduttore=Italo Pizzi |Illustratore= |Curatore= |Editore=Casa Editrice Scolastica E. 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IX LIBRO PRIMO Racconti storici. 1. Nobile fermezza d'un discendente degli Ommiadi PAG 1 2. Umiltà e giustizia del Califfo Omar 9 3. Un rigido consigliere 11 4. Lealtà eroica di Samuele giudeo 16 5. Morte di Amr detto quel dal cane 17 6. Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba 20 7. Prepotenza di Koleyb e sua morte 26 8. Gratitudine verso i benefattori ricompensata 30 9. Vita salvata a stento 35 10. Morte del Califfo Al-Mamûn 38 11. Saladino 41 12. Morte di Al-Hakim Califfo d'Egitto 43 13. Avventure di Al-Hârith e sua morte 47 14. Accoglienze fatte ad un celebre musico d'Arabia 54 15. Il poeta Firdusi 58 16. Straordinaria ostinazione d'un ladro del denaro pubblico 62 17. La guerra di Dâhis 68 18. Duello tra Sultano e soldato 82 19. Crudele atto di giustizia 87 20. Avventuriere generosamente trattato 88 21. Spada fatale 92 LIBRO SECONDO 1. L'uomo più generoso||PAG 97 2. Un matto che fa da maestro a un re 99 3. Avventura di Giafar alla corte di Suleyman 100 4. Severa lezione data a due prepotenti 106 Aneddoti e avventure strane </poem><noinclude><references/></noinclude> j5i7vqoqrcoob0mpj0b6yi27d0jscz1 3901557 3901551 2026-09-18T13:41:31Z Alex brollo 1615 /* new eis level1 */ 3901557 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 571 —|}}</noinclude><poem> 25 INDICE Prefazione PAG. IX LIBRO PRIMO Racconti storici. 1. Nobile fermezza d’un discendente degli Ommiadi 1 2. Umiltà e giustizia del Califfo Omar 9 3. Un rigido consigliere 11 4. Lealtà eroica di Samuele giudeo 16 5. Morte di Amr detto quel dal cane 17 6. Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba 20 7. Prepotenza di Koleyb e sua morte 26 8. Gratitudine verso i benefattori ricompensata 30 9. Vita salvata a stento 35 10. Morte del Califfo Al-Mamûn 38 11. Saladino 41 12. Morte di Al-Hakim Califfo d’Egitto 43 13. Avventure di Al-Hârith e sua morte 47 14. Accoglienze fatte ad un celebre musico d’Arabia 54 15. Il poeta Firdusi 58 16. 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Gara di generosità||PAG 108 6. Sagacità di astronomo 110 7. L’anello rinvenuto 111 8. Generosità d’un governatore destituito 112 9. Storia meravigliosa di due vecchie pianelle 114 10. Vittima della propria generosità 118 11. Vittima dei proprî versi 119 12. Storia meravigliosa del re Salomone e della regina Bilqîsa - 120 13. Mania religiosa del poeta Abu ’1- Atahiya 130 14. I figliuoli di Nizâr nel cospetto di Al-Afaa 132 15. Follia d’amore 134 16. Adamo e il Diavolo poeti 138 17. Vittime dell’amore 140 18. L’Arcimago e il dialogo delle upupe 144 19. Le voci misteriose nelle solitudini d’Arabia 148 20. Generosità d’un povero negro 153 21. Invidia d’artefice punita e perdonata 155 22. Generosità d’un nemico 159 23. Il primo agricoltore 161 24. Scrupolo di coscienza pagato caro 164 25. Imprese e vanti di ladri 166 26. Ambasceria speditiva 169 27. L’erede d’un palazzo diroccato 170 28. Uno scroccone tra i Manichei 172 29. Mercante di foglie di palma medico d’un leone 181 30. Sovrano che si fa penitente||ivi 31. Pronto ingegno d’uno scroccone 182 32. Un beduino alla corte del Re di Persia 186 33. Un solitario misterioso 188 34. Alessandro Magno alle porte del Paradiso 190 35. Povertà, prefettura, carcere, frutti di generosità 192 LIBRO TERZO Novelle|| 1. Estrema prova di fedeltà||PAG 199 2. Quattro amanti alla prova 206 3. Ciò che toccar dovea, incoglie all’uom quaggiù 208 4. Il Savio e il Matto 213 5. L’avventura del giovane mercante 217 6. Tenace amore alla vita 225 7. Presunzione di giovane punita 227 8. Il lottatore e la smania del viaggiare 228 9. Tre novelle dell’Angelo della morte 236 10. Ricordanza perenne della morte 242 </poem><noinclude><references/></noinclude> 7amkdo0cgmihktx4xlo1o2y4pdts0f5 3901558 3901552 2026-09-18T13:43:01Z Alex brollo 1615 /* new eis level1 */ 3901558 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 571 —|}}</noinclude><poem> 5. Gara di generosità 108 6. 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Avventura di Sindibâd marinaio.||PAG 244 12. Storia del banchiere di Bagdad 253 LIBRO QUARTO — Descrizioni di paesi e di cose naturali 1. Le Isole Maldive.||PAG 275 2. Le sorgenti del Nilo 282 3. Descrizione del Mâzenderân 287 4. L’idolo di Somnâta 288 5. La regione del Caucaso 290 6. La Cina 298 7. Il monte Citrakuta 305 8. Templi e idoli sabei 308 9. Templi e idoli egiziani 311 10. Costumi degli Arabi antichi e loro elogio 316 11. Monti e metalli 319 12. Le piante 321 13. La palma 322 14. Gli animali 324 15. Gli uccelli 325 16. L’usignuolo 327 17. L’airone||ivi 18. La zanzara 328 19. Il baco da seta 329 20. Il ragno 330 21. L’ape 331 22. Le sanguisughe volanti 334 23. La torpedine 335 24. Il corallo||ivi 25. La pesca delle perle nel Golfo Persico||ivi 26. Fontane di bitume 336 27. Precetti per trovar l’acqua secondo i Nabatei 337 28. I fuochi di Sant’Elmo 338 LIBRO QUINTO Ragionamenti e considerazioni 1. Onnipotenza e perfezione di Dio 341 2. Iddio non può essere compreso da mente umana 343 3. Preghiera d’un Arabo del deserto 344 4. Dialogo del Sceicco Omar al-Sîni con un anacoreta 345 5. Del contentarsi del proprio stato 347 6. Avvertimenti ad un principe 349 7. Detti memorabili del gran savio Buzurcimihr 352 8. Consolazione della filosofia 354 </poem><noinclude><references/></noinclude> h31wvjgqzqxrqwj95enfiy6c4zo0z3e 3901559 3901553 2026-09-18T13:44:14Z Alex brollo 1615 /* new eis level1 */ 3901559 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 571 —|}}</noinclude><poem> 11. Avventura di Sindibâd marinaio 244 12. Storia del banchiere di Bagdad 253 LIBRO QUARTO — Descrizioni di paesi e di cose naturali 1. Le Isole Maldive.||PAG 275 2. Le sorgenti del Nilo 282 3. Descrizione del Mâzenderân 287 4. L’idolo di Somnâta 288 5. La regione del Caucaso 290 6. La Cina 298 7. Il monte Citrakuta 305 8. Templi e idoli sabei 308 9. Templi e idoli egiziani 311 10. Costumi degli Arabi antichi e loro elogio 316 11. Monti e metalli 319 12. Le piante 321 13. La palma 322 14. Gli animali 324 15. Gli uccelli 325 16. L’usignuolo 327 17. L’airone ivi 18. La zanzara 328 19. Il baco da seta 329 20. Il ragno 330 21. L’ape 331 22. Le sanguisughe volanti 334 23. La torpedine 335 24. Il corallo ivi 25. La pesca delle perle nel Golfo Persico ivi 26. Fontane di bitume 336 27. Precetti per trovar l’acqua secondo i Nabatei 337 28. I fuochi di Sant’Elmo 338 LIBRO QUINTO Ragionamenti e considerazioni 1. Onnipotenza e perfezione di Dio 341 2. Iddio non può essere compreso da mente umana 343 3. Preghiera d’un Arabo del deserto 344 4. Dialogo del Sceicco Omar al-Sîni con un anacoreta 345 5. Del contentarsi del proprio stato 347 6. Avvertimenti ad un principe 349 7. Detti memorabili del gran savio Buzurcimihr 352 8. 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Parole di Nizâr morente ai suoi figli.PAG 355 10. Visita la tomba de’ tuoi genitori 356 11. Dialogo intorno alle diverse qualità dell’uomo 358 12. Grave responsabilità dei sovrani davanti a Dio 360 13. Vanità delle cose umane 362 14. Condanna della filosofia scettica e panteistica 363 15. Egoismo e durezza di cuore 364 16. Improntitudine di ricchi e di poveri 365 17. Insaziabilità.||ivi 18. Condanna del motteggiare 366 19. Qualità perfette dell’uom generoso 367 20. Disputa intorno all’essenza dell’amore 374 21. Lodi del silenzio e della sincerità e lealtà nel parlare 385 22. Il libro 390 23. Gli scrittori 391 24. I poeti 394 25. L’anima umana e le sue energie 395 26. Misera vita umana! 400 27. Dottrina dell’unità assoluta dell’Essere universale 404 28. La fine del mondo secondo i Zoroastriani 409 LIBRO SESTO Sentenze, proverbi, motti arguti, facezie, favole 1. Sentenze e proverbi||PAG 415 A. Arabi||ivi B. Persiani 429 C. Indiani 440 D. Ebrei 447 2. Motti arguti e facezie 451 3. Favole 461 A. Favole indiane.||ivi B. Favole persiane 470 C. Favole siriache 478 D. Favole arabe 480 . LIBRO SETTIMO Allegorie 1. Il linguaggio dei fiori e degli uccelli||PAG 497 Discorso dello zefiro 498 Discorso della rosa 499 Discorso del mirto 501 Discorso del narciso 502 Discorso dell’usignuolo 503 Discorso della colomba 504 </poem><noinclude></noinclude> ihxtd0ppyhg8vzfhz81h0tzizq72csj 3901560 3901554 2026-09-18T13:45:31Z Alex brollo 1615 /* new eis level1 */ 3901560 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 571 —|}}</noinclude><poem> 9. Parole di Nizâr morente ai suoi figli 355 10. Visita la tomba de’ tuoi genitori 356 11. Dialogo intorno alle diverse qualità dell’uomo 358 12. Grave responsabilità dei sovrani davanti a Dio 360 13. Vanità delle cose umane 362 14. Condanna della filosofia scettica e panteistica 363 15. Egoismo e durezza di cuore 364 16. Improntitudine di ricchi e di poveri 365 17. Insaziabilità ivi 18. Condanna del motteggiare 366 19. Qualità perfette dell’uom generoso 367 20. Disputa intorno all’essenza dell’amore 374 21. Lodi del silenzio e della sincerità e lealtà nel parlare 385 22. Il libro 390 23. Gli scrittori 391 24. I poeti 394 25. L’anima umana e le sue energie 395 26. Misera vita umana! 400 27. Dottrina dell’unità assoluta dell’Essere universale 404 28. La fine del mondo secondo i Zoroastriani 409 LIBRO SESTO Sentenze, proverbi, motti arguti, facezie, favole 1. Sentenze e proverbi 415 A. Arabi ivi B. Persiani 429 C. Indiani 440 D. Ebrei 447 2. Motti arguti e facezie 451 3. Favole 461 A. Favole indiane ivi B. Favole persiane 470 C. Favole siriache 478 D. Favole arabe 480 LIBRO SETTIMO Allegorie 1. Il linguaggio dei fiori e degli uccelli 497 Discorso dello zefiro 498 Discorso della rosa 499 Discorso del mirto 501 Discorso del narciso 502 Discorso dell’usignuolo 503 Discorso della colomba 504 </poem><noinclude></noinclude> g22e6ncd8aa0wzkth4m60cwhi76i9cz 3901570 3901560 2026-09-18T14:03:02Z Alex brollo 1615 /* new eis level1 */ 3901570 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 571 —|}}</noinclude><poem> {{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=9.|titolo=Parole di Nizâr morente ai suoi figli|pagina=» {{Pg|355}}}} {{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=10.|titolo=Visita la tomba de’ tuoi genitori|pagina=» {{Pg|356}}}} {{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=11.|titolo=Dialogo intorno alle diverse qualità dell’uomo|pagina=» {{Pg|358}}}} {{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=12.|titolo=Grave responsabilità dei sovrani davanti a Dio|pagina=» {{Pg|360}}}} {{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=13.|titolo=Vanità delle cose umane|pagina=» {{Pg|362}}}} {{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=14.|titolo=Condanna della filosofia scettica e panteistica|pagina=» {{Pg|363}}}} {{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=15.|titolo=Egoismo e durezza di cuore|pagina=» {{Pg|364}}}} {{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=16.|titolo=Improntitudine di ricchi e di poveri|pagina=» {{Pg|365}}}} {{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=17.|titolo=Insaziabilità|pagina=» {{Pg|ivi}}}} {{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=18.|titolo=Condanna del motteggiare|pagina=» {{Pg|366}}}} {{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=19.|titolo=Qualità perfette dell’uom generoso|pagina=» {{Pg|367}}}} {{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=20.|titolo=Disputa intorno all’essenza dell’amore|pagina=» {{Pg|374}}}} {{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=21.|titolo=Lodi del silenzio e della sincerità e lealtà nel parlare|pagina=» {{Pg|385}}}} {{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=22.|titolo=Il libro|pagina=» {{Pg|390}}}} {{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=23.|titolo=Gli scrittori|pagina=» {{Pg|391}}}} {{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=24.|titolo=I poeti|pagina=» {{Pg|394}}}} {{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=25.|titolo=L’anima umana e le sue energie|pagina=» {{Pg|395}}}} {{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=26.|titolo=Misera vita umana!|pagina=» {{Pg|400}}}} {{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=27.|titolo=Dottrina dell’unità assoluta dell’Essere universale|pagina=» {{Pg|404}}}} {{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=28.|titolo=La fine del mondo secondo i Zoroastriani|pagina=» {{Pg|409}}}} LIBRO SESTO Sentenze, proverbi, motti arguti, facezie, favole {{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=1.|titolo=Sentenze e proverbi|pagina=» {{Pg|415}}}} A. 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'''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">&epsilon;</span><span style="color:blue;">&Delta;</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">&omega;</span>]]''' 23:59, 16 set 2026 (CEST) skk6pfnywzdndwn8q3y92dyhgqtu4qh 3901567 3901550 2026-09-18T14:02:48Z Alex brollo 1615 Gadget [[Aiuto:Gadget Trova e Sostituisci|Trova e Sostituisci]]: salvataggio MemoRegex 3901567 wikitext text/x-wiki == memoRegex == <nowiki>{"xxxx":["","xxxx","g"], "^(\\d+\\.) ":["(regex)","$1\t","gm"], "[ |.>»➤]+(\\d+)$":["(regex)","\t$1","gm"], "(.+)\\t(.+)\\t(.+)":["(regex)","{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=$1|titolo=$2|pagina=» {{Pg|$3}}}}","g"]}</nowiki> == Struttura == @[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Consiglio preliminare. Si tratta di un'antologia, e ogni brano è seguito dal ''nome dell'autore'' e dalla ''lingua originale''. 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'''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">&epsilon;</span><span style="color:blue;">&Delta;</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">&omega;</span>]]''' 23:59, 16 set 2026 (CEST) hkjx7bukkedfccjb9szam5fv0dtyl6v 3901623 3901621 2026-09-18T19:35:08Z Myron Aub 24422 /* Struttura */ Risposta 3901623 wikitext text/x-wiki == memoRegex == <nowiki>{"xxxx":["","xxxx","g"], "^(\\d+\\.) ":["(regex)","$1\t","gm"], "[ |.>»➤]+(\\d+)$":["(regex)","\t$1","gm"], "(.+)\\t(.+)\\t(.+)":["(regex)","{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=$1|titolo=$2|pagina=» {{Pg|$3}}}}","g"], "larghezzas=20":["","larghezzas=30","g"]}</nowiki> == Struttura == @[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Consiglio preliminare. Si tratta di un'antologia, e ogni brano è seguito dal ''nome dell'autore'' e dalla ''lingua originale''. Per una corretta categorizzazione, transcluderei ciascun brano in una pagina ns0 principale, riuniti in una "raccolta di raccolte" a due livelli (pagina base, libro). OK? Non c'è fretta, prima finisco l'Avesta. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 15:00, 15 set 2026 (CEST) :Antologie... bestie nere! Ci devo pensare. '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">&epsilon;</span><span style="color:blue;">&Delta;</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">&omega;</span>]]''' 23:59, 16 set 2026 (CEST) ::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] @[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Un esempio di antologia con caratteristiche simili è [[Antologia provenzale]] a cui ci si può ispirare nella struttura della digitalizzazione. Peccato che Italo Pizzi non abbia messo anche una datazione per ciascun brano, saremo costretti a usare date approssimative, a meno che qui non ci sia qualche orientalista esperto... [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 21:35, 18 set 2026 (CEST) dfhnwi4217bhzbrmx11wl5dzs8kzu45 3901625 3901623 2026-09-18T19:41:55Z Alex brollo 1615 Gadget [[Aiuto:Gadget Trova e Sostituisci|Trova e Sostituisci]]: salvataggio MemoRegex 3901625 wikitext text/x-wiki == memoRegex == <nowiki>{"xxxx":["","xxxx","g"], "^(\\d+\\.) ":["(regex)","$1\t","gm"], "[ |.>»➤]+(\\d+)$":["(regex)","\t$1","gm"], "(.+)\\t(.+)\\t(.+)":["(regex)","{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=$1|titolo=$2|pagina=» {{Pg|$3}}}}","g"], "larghezzas=20":["","larghezzas=30","g"], "(.+)\\t(.+)":["(regex)","{{Vi|larghezzap=50|titolo=$1|pagina=» {{Pg|$2}}}}","g"]}</nowiki> == Struttura == @[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Consiglio preliminare. Si tratta di un'antologia, e ogni brano è seguito dal ''nome dell'autore'' e dalla ''lingua originale''. Per una corretta categorizzazione, transcluderei ciascun brano in una pagina ns0 principale, riuniti in una "raccolta di raccolte" a due livelli (pagina base, libro). OK? Non c'è fretta, prima finisco l'Avesta. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 15:00, 15 set 2026 (CEST) :Antologie... bestie nere! Ci devo pensare. '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">&epsilon;</span><span style="color:blue;">&Delta;</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">&omega;</span>]]''' 23:59, 16 set 2026 (CEST) ::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] @[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Un esempio di antologia con caratteristiche simili è [[Antologia provenzale]] a cui ci si può ispirare nella struttura della digitalizzazione. Peccato che Italo Pizzi non abbia messo anche una datazione per ciascun brano, saremo costretti a usare date approssimative, a meno che qui non ci sia qualche orientalista esperto... [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 21:35, 18 set 2026 (CEST) 0ocs8v9nk4yflfrum1tdac7ya2mgnwt Pagina:Ars et Labor, 1908 vol. I.djvu/96 108 1031375 3901626 3900723 2026-09-18T19:42:02Z Pic57 12729 3901626 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|6||}}</noinclude><!--<syntaxhighlight lang="lilypond" line start="2">--> <score sound=1> << % Apre Canto e Piano \new Staff = "Canto" \with { %instrumentName = "Tenore " midiInstrument = "voice oohs" % Suono vocale più dolce } \relative c' { \clef treble \key g \major \time 4/4 \tempo 4 = 92 %rigo canto 6.20 g'4^\> fis~fis8\! r \stemDown b4 ^\markup{\italic "poco affrett:................................."}| b4 \stemUp a8 g a4 \stemDown b8^\< c| b4 b8 b cis4 \breathe bis8 cis\!| \break %rigo canto 6.21 dis2 e4 d4| c4 b4~b8 r^\markup{\italic "cres."} b4| f'2^\markup{\italic "rit:......"} e8 r ^\markup{\italic "a tempo"} d d| \break %rigo canto 6.22 d4 c8 c c4 d8 c| b4^\markup{\italic "poco rit:................................"} \cadenzaOn \stemUp a8 \breathe g a4 g8 fis s1024 \cadenzaOff \bar "||" \key e \major \break %rigo canto 7.23 }%Chiude relative Canto \addlyrics { gran -- de,....... il mir -- to alla Mor -- te che o -- do rom -- bar sul mio ca -- po scon -- vol -- to........ 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I ca- -pel -- li_in un no -- do se -- gre -- to per sem -- pre_ho rac- }%Chiude new staff canto \new PianoStaff << \new Staff="up" { \set PianoStaff.connectArpeggios = ##t \clef treble \key g \major \time 4/4 \relative c' { %rigo up 6.20a <<{g'4^\> fis~fis8\) \!r8 r4 ^\markup{\italic "poco affrett."}| } \\ {%rigo up 6.20b r8 <dis b a>4 <dis b a> <dis b a> <dis b a>8| } >> r8^\( <e b g>4 <e b g>8 r <a d,! c>4_\< <a d, c>8\)| r8^\( <b d, b>4 <b d, b>8 r <cis fis, e>4 <cis fis, e>8\)\!| \break %rigo up 6.21 <<{r8^\( dis4 dis8 e4 d| c4 b2\) b4^\(| f'2 e4 d? \break %rigo up 6.22 d4 c2.\)| \cadenzaOn b2 a4 g8 fis s1024 \cadenzaOff \bar "|" \break %rigo up 7.23a } >> \key e \major } %Chiude relative Up }%Chiude New Staff Up \new Staff = "down" { \clef bass \key g \major \time 4/4 \relative c{ %rigo down 6.20 <b b,>2\)~<b b,>8 r8 r4| e2^\( fis| g2\) ais2^>^\(| \break %rigo down 6.21 b2\) b^\(| a1\)| gis2^\( e| \break %rigo down 6.22 a2\) fis^\(| \cadenzaOn b\) b,^\( s1024\)\cadenzaOff \bar "|" \key e \major \break %rigo down 7.23 } %Chiude relative low }%Chiude Staff low >>%Fine Base Piano >> %Chiude Canto e Piano \layout { \context { \Staff \RemoveAllEmptyStaves } \context { \PianoStaff \consists "Span_stem_engraver" } \context{ \Staff \consists "Slur_engraver" \consists "Span_arpeggio_engraver" } \context{ %\Voice %\remove "Slur_engraver" } %indent = 3\cm %short-indent = 2\cm %ragged-right = ##f %ragged-last = ##f } \midi { } </score> <!--</syntaxhighlight>--><noinclude><references/> {{Centrato|''b'' 112140 ''b''}}</noinclude> 1hjh1yoscdpvgbg5rfzd7qgv7ji44t5 Pagina:Ars et Labor, 1908 vol. 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Ho tere -- so con am -- be le ma -- ni l'e- -stre -- me tue la -_ crime,o Vi -- ta....... L'a -- man -- te che_ha no -- me Do- -ma -- ni m'at -- ten -- de nell'om -- bra in -- fi -- ni -- ta. L'a- }%Chiude new staff canto \new PianoStaff << \new Staff="up" { \set PianoStaff.connectArpeggios = ##t \clef treble \key e \major \time 4/4 \relative c' { %rigo up 7.23 <<{<e b gis>8^\markup{\italic "LENTAMENTE"}_\< <gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis>\!_\> <gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis>\!\)| <gis e b gis>8^\(_\p<gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis>\)| <b fis cis b>8^\(<b fis cis b><a fis cis a><a fis cis a><a fis cis a><a fis cis a>_\< <gis e cis gis><gis e cis gis>\!\)| \break } \\ { %rigo up 7.23b s1*4/4 } >> %rigo up 7.24 <gis dis b a?>8_\< ^\(<gis dis b a><fis dis b a>\!<gis! fis b, a><fis dis b>8 <fis dis b><gis dis b><a dis, b>\)| <b e, b>8^\(<b e, b><b e, b><b e, b><b gis e b><b gis e b>_\markup{\italic "cres."}<b gis e b><b gis e b>\)| \stemUp <e cis gis e>8^\( <e cis gis e><fis cis fis,>_\markup{\italic "col canto"}<gis cis, gis><e cis gis e><e cis gis e><e cis gis e><e cis gis e>\)| \break %rigo up 7.25 <dis gis, dis>8^\(<dis gis, dis><dis gis, dis>_\><dis gis, dis><dis gis, dis><dis gis, dis><dis gis, dis><dis gis, dis>\) <cis a e cis>8_\p <cis a e cis>8^\(<dis a dis,><e a, e><cis a e cis><cis a e cis><cis a e cis><cis a e cis>\)| <b e, b>8^\(<b e, b><b e, b><b e, b><b e, b><b e, b><b e, b><b e, b>\)| \break %rigo up 8.26 } %Chiude relative Up }%Chiude New Staff Up \new Staff = "down" { \clef bass \key e \major \time 4/4 \relative c{ %rigo down 7.23 e,2\)~e8 r r4| R1*4/4| \stemDown fis'2.^\( \stemUp ais,4 \break %rigo down 7.24 b2\) \stemDown a'?^\(| gis1\)| <cis gis cis,>8^\(<cis gis cis,><cis gis cis,><cis gis cis,><cis gis cis,><cis gis cis,><cis gis cis,><cis gis cis,>\)| \break %rigo down 7.25 <b gis b,>8^\(<b gis b,><b gis b,><b gis b,><b gis b,><b gis b,><b gis b,><b gis b,>\)| <a e a,>8^\(<a e a,><a e a,><a e a,><a e a,><a e a,><a e a,><a e a,>\)| <gis e gis,>8^\(<gis e gis,><gis e gis,><gis e gis,><gis e gis,><gis e gis,><gis e gis,><gis e gis,>\)| \break %rigo down 8.26 } %Chiude relative low }%Chiude Staff low >>%Fine Base Piano >> %Chiude Canto e Piano \layout { \context { \Staff \RemoveAllEmptyStaves } \context { \PianoStaff \consists "Span_stem_engraver" } \context{ \Staff \consists "Slur_engraver" \consists "Span_arpeggio_engraver" } \context{ %\Voice %\remove "Slur_engraver" } %indent = 3\cm %short-indent = 2\cm %ragged-right = ##f %ragged-last = ##f } \midi { } </score> <!--</syntaxhighlight>--><noinclude><references/> {{Centrato|''b'' 112140 ''b''}}</noinclude> lmmujf3ydfle2l0epgshkls447s19vb Pagina:Cumbo - La Maddalena liberata, Venezia, Baglioni, 1673.djvu/25 108 1031458 3901562 3900904 2026-09-18T13:48:38Z Modafix 8534 3901562 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.4em|{{larger|PRIMO}}}}|5}}</noinclude>{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|11.}} <poem>La fronte serenissima frà quelle Splendidissime chiome biancheggiante, Par piena Luna, in mezo à chiare Stelle, Par candid Alba in lucido Levante. Frà le cui nevi Amor le sue fiammelle Cela, per ingannar lo sguando amante; Che à quello albor, quasi Farfalla al lume Scherzando, qual Tifeo, brucia frà brume.</poem> {{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|12.}} <poem>Sotto i Zodiaci dele ciglia eguali, Sembran gli occhi lincei candide sfere. Le pupille, de cor stelle fatali, Tanto splendide più, quanto più nere. Nel cui vivo carbon tempra gli strali Di Vulcan l’empio figlio, il cieco Arciere, E qual dominator d’astri brucianti, Fulmina con gli sguardi, arde co’ pianti.</poem> {{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|13.}} <poem>Con gran proportion del vago viso L’ornamento maggior si leva, e scende, Per cui l’aure, e gli odori al paradiso Entran del Alma, ove la vita splende. Egli, quasi Equator, nel mezo assiso, Il Ciel del volto equipartito rende; D’onde nel fulminar prende la mira L’Arcier tonante, alhor, che i lampi gira.</poem><noinclude>{{PieDiPagina||A 3|''Par''{{spazi|5}}}}</noinclude> 0810rwj6hoq7kqnms60vavgb3y6ji7b Pagina:Cumbo - La Maddalena liberata, Venezia, Baglioni, 1673.djvu/26 108 1031459 3901549 3900905 2026-09-18T13:38:57Z Modafix 8534 3901549 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|6|{{Type|l=0.4em|{{larger|CANTO}}}}}}</noinclude>{{Ct|t=1|v=0.3|s=90%|14.}} <poem>Par la sua guancia, colorita ogni hora, De le gratie giardino, e degli amori. Prateria, d’onde il crin, l’Alba, e l’Aurora Fregiansi di vermigli, e bianchi fiori. Primavera, in cui Zefiro, con Flora Scherzano, accesi d’amorosi ardori. Che i freschi gigli à i cor, le fresche rose Spiran calde fragranze, aure focose.</poem> {{Ct|t=1|v=0.3|s=90%|15.}} <poem>Bocca gentil, che à guisa di Reina, La Corona hai di perle, hai d’ostro il manto; Da la cui Maestà, quasi divina, Hor balena il bel riso, hor tuona il canto. Spiega tù, come Amor l’alme affascina, Con questo, e quel, quasi con doppio incanto. E come à gli occhi vive calamite Son le porpore tue, le margarite.</poem> {{Ct|t=1|v=0.3|s=90%|16.}} <poem>Del’aureo capo, argentea base pare La bianca gola, ed organo animato; Anzi Erculea colonna, sopra il Mare Del latteo petto, e di due poppe armato. Sù le quali, più oltre, à navigare Spinge l’avido Amante, il cieco alato; Che oltre passando, novo Ulisse avaro, Trova in dolce Ocean, naufragio amaro.</poem><noinclude>{{PieDiPagina|||''Qua-''{{spazi|5}}}}</noinclude> 785aoagpdi9duhhg7640qmztrzf9dyo Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/170 108 1031464 3901577 3900938 2026-09-18T14:07:01Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3901577 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude>{{Nop}} {{Ct|f=120%|II.<ref>''La Contagion'', commedia di E. {{Spaziato|Augier}}. ''Héloïse Paranque!'', commedia di A. {{Spaziato|Durantin}}. ''Henriette Marechal'', dramma di J. ed E. {{Spaziato|Goacourt}}.</ref>}} Narrano le antiche cronache che le pere guaste fanno marcire le buone; e ciò è scritto anche in una {{Ec|moralisssima|moralissima}} e leggiadra novelletta di {{AutoreCitato|Gasparo Gozzi|Gaspare Gozzi}}, la quale abbiamo tutti imparato a scuola. Dumas ''fils'' fece di questa novella una commedia, il ''Demi-monde''; Augier rifece questa commedia in un’altra commedia, la ''Contagion''. È troppo nota la famosa parabola delle pesche nella scena IX, atto II, del ''Demi-monde'' per ricordarla qui tutta intera codesta parabola, che non è altro che una moderna parafrasi del vecchio apologo, è la sintesi della commedia; l’autore francese non fa che mutare la qualità del frutto: le pere diventano pesche; la variante sta lì. Per Adamo il castigo fu una mela, per Gozzi fu una<noinclude><references/></noinclude> 8a4pttu4wav1rrnkvr1jpxo4e0b36hy Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/175 108 1031472 3900950 2026-09-18T11:59:16Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3900950 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|149}}</noinclude>{{Nop}} Madame de Lornan è salvata. La Galeotti della ''Contagion'' è onesta, pura, gentile, come madame de Lornan, è vedova com’essa; fra queste due figure non c’è che una sola differenza. Madame de Lornan non entra in iscena, non pone nemmeno la punta del suo stivaletto nella casa del contagio, la marquise Galeotti v’entra; il nome della prima non appare neanche sulla lista dei personaggi, il nome della seconda vi campeggia come quello d’una protagonista. Questo è un altro importantissimo segno d’affinità fra le due commedie. Augier, dopo aver udito il ''Demi-monde'', immaginò madame de Lornan varcante il limitare del ''boudoir'' di Suzanne e stette a indovinare le conseguenze; così probabilmente si formò nell’idea dell’autore della ''Contagion'' il personaggio della Galeotti. Dumas salvò la sua vedova colla provvidenza del caso, Augier colla coscienza; il contagio entra in casa della Galeotti con la persona della Navarette, la Galeotti va nel tempio stesso del contagio quando entra in casa di d’Estrigaud; ma appena tocca dal male, guarisce. Altre due serene immagini d’innocenza rimaste pure, ''inter scabiam tantam'', sono Marcella nel ''Demi-monde'' ed Alina nella ''Contagion''; Marcella ed Alina non sentono che il santo e l’ingenuo contagio dell’amore: Marcella ama Olivier come Alina ama Lucien. Tanto Olivier quanto Lucien si sono per un istante imbrattati nel vizio. Uno ha bazzicato in casa di Suzanne, l’altro in casa di Navarette, ma il loro cuore è giovane ed onesto ed atto al {{Ec|ravvedimanto|ravvedimento}}; Olivier finisce per isposare Marcella e Lucien finisce per isposare Alina. Raymond de Nanjac, il colonnello che viene dall’A-<noinclude><references/></noinclude> a1ucn58sgae7ezn6psc9ifurcxo6ndl Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/176 108 1031473 3900952 2026-09-18T12:01:00Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3900952 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|150|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>frica e piomba in mezzo al ''Demi-monde'' di Dumas ''fils'' come un selvaggio e si lascia ammaliare dalle moine di Suzanne, è fratello gemello di André Lagarde, l’ingegnere di Gibraltar, il povero provinciale candido e credenzone, che si lascia infinocchiare da Valentine, capitato in mezzo alla ''Contagion'' di E. Augier. Così pure d’Estrigaud è fratello di Vernouillet, personaggio della ''Question d’argent'': è l’uomo senza cuore e senza coscienza, il cinico avido e depravato, colla sola differenza che d’Estrigaud è più elegante, più sibarita, più cortigiano, e Vernouillet più volgare. Torniamo al ''Demi-monde''. Il punto di contatto più evidente, più imprudente, più impudente fra questa commedia e la ''Contagion'' è la finta catastrofe dello scioglimento. Estrigaud finge di morire in duello precisamente come Nanjac, e da questa astuzia scoperta vien risolto il nodo della commedia. Il caso è grave; sommiamo a quest’ultima rassomiglianza tutte le rassomiglianze che abbiamo enumerato fra la commedia d’Augier e quella di Dumas, ed avremo un risultato di plagio evidente nel concetto, nei tipi, nell’intreccio; se frughiamo ancora, troveremo non poche analogie anche nel dialogo. La prima scena dell’atto quarto pare dialogizzata da Dumas ''fils'', e rammenta moltissimo il primo atto della ''Dame aux caméelias''. È inconcepibile che un intelletto così nobile, così originale come quello di Augier si sia lasciato volgarmente trascinare alla imitazione. Non sappiamo rinvenire più in questa ''Contagion'' quel gran maestro degli ''Effrontés'', del ''Fils de Giboyer'', del ''Gendre de M. Poirier''. Sono umilianti per l’ingegno umano questi repentini traviamenti delle grandi intelligenze.<noinclude><references/></noinclude> babc5wly8i4095p7foaox7l293p35rt Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/7 108 1031474 3900953 2026-09-18T12:18:57Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900953 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude> «Il suo tappeto egli di perle ornava 96, no Che India remota invia; Di gemme il suo tappeto ei tempestava Di Persia e di Soria; Pragranza al suo tappeto egli donava D'incenso vaporante Delle arabiche piante». {Mrro E NAIDA, romanzo orientale) _<noinclude></noinclude> 377n4vhhdp7ko2pfq41yad7ijqc7mb7 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/8 108 1031475 3900954 2026-09-18T12:19:08Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900954 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude><noinclude></noinclude> 3bzi46q3olvmgbsywqp3bmdi7d9hzyr Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/9 108 1031476 3900955 2026-09-18T12:19:18Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900955 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>PREFAZIONE Ex Oriente lux! Questo libro non è mio. È opera di molti e molti altri, dei quali, nel modo che ho potuto meglio, io mi son fatto modesto interprete per farne intendere la voce e comprendere il pensiero e il sentimento a chi fra noi ama gli studî letterari, e più ancora a chi desidera di conoscere come pensassero e giudicassero un giorno uomini tanto lontani da noi di tempo e di luogo. Ho voluto anche cooperar con esso @ togliere, se pure sarà da tanto anche in parte minima, quel vieto errore che noi abbiamo ereditato dai nostri vecchi, e secondo cui i popoli d'Oriente e le loro letterature, se pur ne hanno alcuna, non meritano nè studio nè considerazione. Con questo intendimento che, come spero, avrà l’'approvazione d’ogni studioso che non nutra più le idee viete d'un tempo quando pareva sacrilegio il leggere alcun che che non fosse o italiano o latino o greco, io mi son posto a questo lavoro, confortato dall’esempio di non pochi valentuomini che del pari l'hanno avuto o l’hanno, sì che, mentre altri mi hanno preceduto, mi trovo avere gli altri per compagni. Parlo di Cesare Cantù che nella sua Letteratura delle Nazioni fece conoscere, in quel modo che allora si poteva, ma con propoSito degno di tutta lode, qualche parte delle letterature d'Oriente e d'Occidente; di Gaspare Gorresio, di Giovanni Flechia, di Antonio Marazzi, traduttori insigni di cose indiane, di Michele Amari, gran conoscitore della storia musulmana e traduttore maestro di cose arabiche. Ora poi, fra i contemporanei, per tacer d’altri benemeriti viventi, hanno fatto opera -<noinclude></noinclude> r55ioz9wt6j5qine76hx1aek7nvovp9 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/10 108 1031477 3900956 2026-09-18T12:19:28Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900956 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— x —|}}</noinclude> veramente degna, tale che sarà molto proficua agli studî, i chiari Professori che hanno dato fuori testè due Antologte, una assai vasta e comprensiva, l’altra più ristretta e sobria, ma di larga veduta ambedue, ambedue intese a far conoscere ai lettori italiani tanta parte, tradotta, di letterature Sstraniere (1). Senonchè queste due Antologie comprendono l'Oriente @ l'Occidente, dal Giappone alla Spagna, dalla Spagna all’America, muovono dai tempi della Bibbia e del Rigveda e scendono fino ai moderni, mentre io, nel libro che ora presento al pubblico, non sono è non voglio essere tanto universale. Quelle due Antologie raccolgono l’opera, come è naturale, di molti e molti traduttori. Quanto invece io raccolgo nel mio libro, antologia anch’esso, fu tutto tradotto, come meglio ho potuto, da me. Ciò potrebbe parere ostentazione vana € leggera; ma, quando si saprà entro quali limiti ho voluto far la scelta e quali ragioni mi hanno guidato in questa scelta, si vedrà che non ho avuto tutto il torto facendo come ho fatto; e, d’altra parte, per quegli Autori e per quei loro libri che ho voluto e dovuto tradurre io, mancano quasi tutte, per non dire tutte, le traduzioni. Questa, come ognuno facilmente comprenderà, è stata valevolissima ragione per non aver potuto far diversamente. Aggiungo che queste traduzioni mie, fatta eccezione per una o due, sono tutte inedite. L’intendimento mio adunque fu quello di scegliere sol tanto tra quelle letterature d' Oriente che hanno avuto masgiore o minor rapporto con le nostre e che sono l’araba e la persiana in particolare, poi la siriaca €@ l’ebraica, anche la sanscrita o indiana. La scelta anzi fu condotta in modo da far conoscere al lettore italiano più la vita intima e privata delle genti orientali che la pubblica, più il pensiero intimo e connaturato, che quello che diremo voluto dalle leggi o dalle consuetudini ufficiali e pubbliche, più il sentimento spontaneo e sincero che le manifestazioni, imposte dal vivere sociale, di sentimenti molte volte fittizî, più il costume del vivere comune che l'apparato, comandato dai riti religiosi, dal cerimoniale delle corti, dalle necessità del vivere ufficioso. (1) Poeti stranieri lirici, epici, drammatici, scelti sulle versioni italiane da L. Morandi e D. Ciàmpoli, Lipsia, R. Gerhard, 1904; — Letterature straniere, Manuale comparativo corvedato di esempi, ece. per cura di Guido Mazzoni e Paolo Emilio Pavolini, Firenze, G. Barbèra, 1906.<noinclude></noinclude> 01vkm3rpaie2tdw6ujd2gyt1yh4zqum Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/11 108 1031478 3900957 2026-09-18T12:19:38Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900957 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— xi —|}}</noinclude>Ora, per far ciò, piuttosto che ricorrere alle opere che hanno avuto fin dalle origini una grande importanza sociale, civile, religiosa, o anche letteraria, artistica e storica, era ovvio che io dovessi ricorrere, come appunto son ricorso, alle tradizioni, talvolta anche del volgo, alle memorie «popolari, agli aneddoti che pure essendo storici, hanno impronta o intima o personale, alle novelle, anche alle favole, alle sentenze, ai proverbî. Ha ragione Plutarco quando, incominciando a raccontar la vita di Alessandro, dice che il costume e l’indole d’un uomo ci son tratteggiati da un suo motto, da un suo atto, da un fatto intimo, anche se minimo, assai meglio che dalle sue imprese guerresche o civili per quanto grandi e clamorose. Con questo, tutta quella parte di letteratura, che, alquanto umile, ritrae la vita casalinga, il costume appartato, il vivere e il modo di vivere d’un popolo o di una gente qualsiasi, è pur sempre un prezioso documento per lo studioso, massime quando vi si rispecchiano i pensieri, le opinioni, i giudizî, gli affetti, i desiderî, le passioni di quella stessa gente, quali non trovano luogo o espressione nella letteratura più alta, data agli alti argomenti. E, nel caso nostro presente, tanto più che l'Oriente da noi è quasi interamente sconosciuto ai più, non era o non è forse utile farle conoscere, quelle letterature, nella loro parte alquanto più modesta, ma non meno meritevole di studio e di considerazione? Si vedrà perciò che, in questa mia Antologia, nulla ho posto dei grandi libri dell'Oriente, sacri, dottrinali, epici, i quali hanno avuto presso quei popoli l'altissimo ufficio di regolarne le sorti con gl’insegnamenti religiosi e civili, con le speculazioni filosofiche, coi magnifici racconti del passato. Se ho fatto qualche eccezione, fu brevissima e rara. Nulla pertanto ho dato del Rigveda, nulla della Bibbia, nulla del Corano. Dei due poemi indiani, il Mahadbharata e il Ramayana, e del grande poema persiano di Firdusi, él Libro dei Re, ho dato soltanto un tenue saggio nel senso che conveniva all’indole dell’Antologia stessa, e non altro. Se questa troverà lettori, almeno per quanto d’importante vi ho potuto comprendere e raccogliere, essa potrà loro rappresentare l’Oriente (quella parte di esso, s’intende, che vi si trova contemplata) in maniera ben diversa da quella secondo cui son soliti a vederselo rappresentato. Perchè, nei nostri manuali di storia, anche in quelli più pregiati, non si<noinclude></noinclude> 1x2d8kv9lqhwzrkcbxyatnmm35a7wvr Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/12 108 1031479 3900958 2026-09-18T12:19:48Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900958 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— xii —|}}</noinclude> rinvengono consuetamente che poche notizie, erronee non di rado, intorno a quelle antiche e misteriose religioni dell’ Oriente, e accanto a queste alcune altre poche intorno alle principali successioni dei sovrani, a qualche personaggio di là mal conosciuto e mal qualificato, e quasi sempre un silenzio profondo intorno alle letterature. Che anzi, senza proprio saperne nulla, ecco che quei poveri popoli orientali sono caricati gratuitamente da noi d’ogni più rea accusa. Essi che nell’Antichità e nel Medio Evo ci hanno tramandato tanta parte del sapere, sono da noi considerati come la gente più spregevole, nemica della civiltà, barbara perciò nell’indole e nel costume, serva d’ogni passione più abietta, stupidamente vile dinanzi a idoli e a tiranni. Essi però, sapendo in qual conto noi li teniamo, ricordando inoltre (e come se ne ricordano!) d’esserci stati maestri un giorno, allegramente si vendicano. Hanno giornali e periodici (chi direbbe che quei barbari son giunti ad aver tanto ‘9h e in quei giornali e periodici o discutono e giudicano di proposito fe con serietà delle cose nostre, anche delle più gravi e importanti, o si fanno beffa solenne di noi e dei fatti nostri (1). Se poi, nelle cose della politica e della guerra, abbiano saputo farci intendere, anche di recente, quanto possano valere, è quello che ciascuno di noi ha potuto toccar con mano e comprendere. Ma, lasciando questo punto che ora non ce’importa, chi vorrà leggere le pagine degli Autori orientali raccolte qui, potrà facilmente ricredersi di qualche suo giudizio erroneo, (1) Chi leggesse, per esempio, la Rivista musulmana scritta in francese, l'Arafate, che ora si pubblica al Cairo da Mabmîùd Sàlim, e il Periodico al-Nidi (il Convito) che si pubblica pure al Cairo in arabo, in turco, in italiano, dal Dott. E. Insabato, vedrebbe come là sono conosciute le cose nostre, come se ne giudica, compresavi la storia, la politica, la religione, la cultura e altre cose molte. Ciò per la parte seria. Per la parte buffa, ricorderemo soltanto il bisticcio, tanto frequente in bocca dei Persiani* Fireng è bi-ferhèng, cioè: « Europei (Franchi), gente senza buon senso! n, e una briosa commedia persiana di Muhammed Giafar Qaragiadeghî, in cui si dicono dei nostri dignitari pubblici (ministri, consoli, presidenti di tribunale) cose amenissime, e più ancora delle nostre dame, in ispecie di quelle di Parigi. Se ne ha una bella traduzione italiana del D.r ‘E. Ramondo: Monsieur Jourdan (è il protagonista), Commedia persiana, Torino, ‘Dip. degli Avtigianelli, 1898. Il testo ne è stato pubblicato a Vienna (A. Holder, 1889) dal D.r A. Wahrmund, con traduzione tedesca e vocabolario persiano-tedesco.<noinclude></noinclude> fi4j5zr0yfpn6mtiq3nboizit1qghio Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/13 108 1031480 3900959 2026-09-18T12:19:59Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900959 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— xiii —|}}</noinclude> quando, per esempio, vedrà: che qualche filosofo 0 cosmografo o naturalista, sia arabo o persiano, Va discorrendo (prescindendo dal valore intrinseco delle dottrine) di cose morali e di naturali in modo non dissimile da un filosofo 0 da un naturalista greco, o da uno dei nostri anche dei più grandi; che i fatti e gli avvenimenti storici e quelli inventati, e più ancora gli aneddoti che toccano costumi e caratteri d’uomini, sono narrati con quella lepidezza, festività, naturalezza, con quel brio, che noi crediamo esser dote peculiare soltanto degli scrittori moderni, massime francesi; che certe osservazioni sono tanto acute e sagaci quanto quelle di qualunque maggior conoscitore nostro del cuore e della natura umana, e mostrano tanto buon senso quanto ogni più bella sentenza o giudizio d’ogni nostro più grave e savio pensatore; che qualcuno di quegli scrittori di là ha osato affrontar questioni difficilissime, e ciò tra il IX e il XII secolo cb (Ck (parlo degli Arabi e dei Persiani soltanto), quando noi eravamo nella più profonda ignoranza. E lascio di toccare dei grandi libri, che, per le ragioni dette avanti, ho lasciati da parte; ma posso ben dir qui soltanto di passaggio che certi canti guerrieri dei poemi persiani e degl’indiani rivaleggiano degnamente con gli omerici, massime in quello del persiano Firdusi, per il quale (appunto per la meravigliosa somiglianza dello stile grandemente epico) si è posta la questione se egli avesse conosciuto Omero; che certe liriche amorose, indiane e persiane, hanno tratti così delicati da potersi paragonare a quelle d’Anacreonte e di Orazio; che qualche inno vedico ha l'impeto e l'entusiasmo lirico d’ogni più alto inno religioso partecipante dell’epico; che qualche storico musulmano, per gli alti concetti suoi intorno ai governi e al modo del giudicar la storia, può stare accanto ai più illustri tra i nostri. Ricordo ancora come Michele Amari non dubitasse di mettere accanto alle più belle pagine del Machiavelli i Prolegomeni che Ibn Khaldùn, storico musulmano del secolo XIV, nativo dell’ Hadhramaut nell’Arabia meridionale, ha premessi alla sua grande opera. In questo modesto lavoro, adunque, ho pur voluto secondare anche una volta quello stesso intendimento che ho avuto anche in altri (1), cioè di far conoscere qualche buon tratto (1) Mi sia concesso ricordare che fin dal 1878 diedi fuori qui a Torino (Ed. E. Loescher) una mia Antologia epica con molti passi, tradotti, tolti dalle epope persiana, indiana, scandinava, germanica, slava, finnica.<noinclude></noinclude> 81xnqtz20n6kyiiq2lqkpyvohjb4j8p Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/14 108 1031481 3900960 2026-09-18T12:20:09Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900960 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— xiv —|}}</noinclude> —XIV— delle letterature d’Oriente fin là dove mi fosse concesso dalle mie forze, parendomi che quell’accoglienza e quell’ammirazione che da noi, dopo tanti contrasti, furono concesse e tributate allo Shakespeare, al Goethe, allo Schiller e ad altri, possano pur essere concesse a questi altri, fratelli nostri anch'essi, cooperatori anch'essi nel gran cammino della ceiviltà. Che se stimerà qualcuno che questa mia è opera di volgarizzatore, non di ricercator di cose nuove, sia pure! Io, per cotesto, mi contenterò, anzi mi glorierò, trovandomi come tale in assai buona compagnia, da che, per tacer dei passati, vi sono gl’illustri miei maestri, Emilio Teza e Michele Kerbaker, i miei dotti e valenti colleghi, Paolo Emilio Pavolini, Giuseppe Morici, Leopoldo Pullè, Francesco Cimmino, Carlo Formichi, Oreste Nazari, Carlo Sapienza e altri. I quali tutti, con molta perizia d’arte, avendo fatto conoscere agl’ Italiani tanta parte della letteratura orientale e arricchito di non poco la patria letteratura, non meritano certamente d’esser chiamati col nome di volgarizzatori o di compilatori, a meno che la filologia, come qualcuno vorrebbe, non sia altro che una angusta e gretta scienza di glosse, di varianti e di descrizioni di codici, dispersi e sepolti per le biblioteche. La filologia che vuole essere e vitale e proficua, tale che a volta a volta possa ristorare di nuovi elementi le letterature quasi esauste e decrepite, è ben diversa, e ben diversa da quella pedantesca e sterile la richiede la recente coltura. « La cultura del nostro tempo, diceva il Goethe molto acutamente, è alta assai. Scienza e arte non possono fare a meno l’una dell’altra. Filologia, senza idee d’arte, ha un occhio solo » (1). Quest’Antologia pertanto, così concepita e così composta, si suddivide in sette libri secondo la natura degli argomenti diversi che vi si trattano. E il primo contiene racconti storici, non però di quelli che toccano gravi fatti o politici o civili o religiosi, sì bene, consentaneamente a quanto s’°è detto avanti, fatti accaduti a grandi personaggi storici nella vita pubblica e nella privata, avvenimenti ora tragici, ora lieti, fatti di pietà e di crudeltà, di bontà e di malvagità, appropriati per tratteggiar caratteri, costumi, usi, leggi e modi, tanto lontani dai nostri, di giudicare e di pensare. Il secondo è tutto, anch’esso, di passi narrativi, ma di genere diverso, dicendovisi (1) Breviario del Goethe (Goethebrevier), pubblicato di recente da K. Heinemann (XXVI, 221).<noinclude></noinclude> 46nu7aqujlja5x8ig6cw698bvtjuxer Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/15 108 1031482 3900961 2026-09-18T12:20:19Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900961 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— xv —|}}</noinclude> dli fatti nuovi e straordinari, di casi strani, non senza qualche leggenda qua e là. Le novelle, tanto atte e proprie per far conoscere i costumi, sono state raccolte nel terzo libro; 6 il quarto ha descrizioni di paesi e di cose naturali, importante non meno degli altri per la storia delle cognizioni scientifiche dei tempi a cui si riferiscono gli Autori. I tre ultimi son come dati al pensiero intimo, perchè o contengono considerazioni morali e filosofiche, oe belle, tutte dettate da una intima coscienza, da un do sentimento, superiori talvolta, come non di Kado accade, alle prescrizioni delle leggi 0 o hanno senterize e proverbî di gran senso, o detti arguti, O) facezie, o favole, tutte di significato morale; ovvero espongono fantasiose allegorie, intese a velar dottrine filosofiche e spirituali, tra le quali quella del cero e della farfalla, la più bella indubbiamente tra le allegorie orientali, passata nel Medio Evo ai mostri poeti d'Occidente per significarvi, come in Oriente, il consumarsi dell’anima amante nell’ardente amplesso dell’oggetto del suo amore. Traducendo i passi raccolti, mi son tenuto fedele al testo quanto più ho potuto (anche nei passi poetici, che ho resi in versi), non intendendo tuttavia di tradire l’indole del fare e dello stile nostro italiano. Per la retta intelligenza poi delle cose che vi si leggeranno (tanto sono diverse dalle nostre), ho posto qua e là sobrie e parche note, quelle sole che ho stimate necessarie e indispensabili, alcune anche biografiche. Ma alla fine del volume, un registro a parte reca i nomi degli Autori più illustri e dio dei personaggi più celebri, per i quali non sarebbe bastata una semplice nota, con qualche breve cenno intorno alla loro vita, alle opere, agli scritti. Ho dovuto citare, specialmente nelle note, qualche opera dei nostri; ma devo domandar venia al lettore se qualche non rara volta l’ho rimandato, per notizie più ampie, anche a qualcuna opera mia. Più che per altro, mi son permesso di far ciò, data l'indole di questo libro. Il quale, se non erro, potrà servire da lettura amena e istruttiva nello stesso tempo, potrà far conoscere ai giovani in particolare molte cose che non sanno ovvero imperfettamente sanno, perchè l'Oriente, pur dopo tanti e valorosi studî, è sempre tuttora quel misterioso castello ermeticamente chiuso. E per inolti sarà questa una novità vera nella sostanza, nel modo, nella forma, nello stile, perchè gli scrittori di là qui appunto sono introdotti a parlare, a narrare, ad esprimere pen-<noinclude></noinclude> pj1d9fq3qxmtrl8kf2z5eqx5xdmfisj Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/594 108 1031483 3900962 2026-09-18T12:22:43Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900962 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 578 —|}}</noinclude><noinclude></noinclude> nwqleybi1lp1ahnz9k07bk0k1f4xgbt Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/16 108 1031484 3900963 2026-09-18T12:23:02Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900963 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— xvi —|}}</noinclude> sieri e giudizî, con le loro stesse parole. Le notizie, perciò, sono di tanto e più immediate e più genuine, e come tali. cagionano in noi l’illusione di trovarci trasportati d’un tratto in mezzo a quelle genti, a così gran distanza di tempi e di luoghi, quando là ferveva tanta vita intellettuale mentre, da noi, soltanto qualche incerto albore accennava a gran stento che sarebbero state disperse le tenebre del Medio Evo. Intanto, augurando lieta fortuna al libro, porgo i miei più vivi ringraziamenti all’Amico carissimo, il Dott. Licinio Bergonzi, perchè io debbo in gran parte a lui se l’Egr. Rditore ne ha intrapreso ed eseguito la pubblicazione. IpALO Pizza. Torino, 27 Febbraio 1906.<noinclude></noinclude> 0c6ifkqcddz7erpwpp7ztrx6ar2iqgv Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/17 108 1031485 3900964 2026-09-18T12:23:07Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900964 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 1 —|}}</noinclude> LIBRO PRIMO Racconti storici 1. Nobile fermezza d’un discendente degli Ommiadi, Fu riferito ad Harùn al-Rashîd (1) che, a Damasco, un tale, superstite della famiglia degli Ommiadi, possedeva grandi ricchezze, godeva di gran riputazione, vi era obbedito, e vi aveva una turba di figli e di schiavi che di quando in quando montavano a cavallo, portavano armi, e facevano scorrerie nel paese di Rùm (2); che egli, inoltre, era buono, generoso, largo nel donare e nell’ospitare, e che, perciò, esso Hardn non doveva tenersi punto sicuro di lui (3). Tutto ciò parve cosa assai grave al Califfo, e Manara (4), a questo proposito, raccontava: Haàrùn andava appunto pensando a questo affare (ed egli, durante uno de’ suoi pellegrinaggi, tenevasi allora (1) Per questo e per altri nomi di personaggi illustri e degli Autori, vedi il Registro dei nomi in fine del volume. (2) Nel territorio soggetto all'Impero di Rim, cioè di Costantinopoli. (8) Il Califfo Hàrùàn era degli Abbàssidi che, saliti al trono nel 790 d. C.,, perseguitavano gli Ommiadi a cui avevano tolto il potere. (4) Capo della guardia poliziesca del Califfo, Lore pani —ai e um<noinclude></noinclude> h79mbqzb1vustuw6tmecpeu99pbbtfu Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/18 108 1031486 3900965 2026-09-18T12:23:12Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900965 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 2 —|}}</noinclude>LEPORE in Kifa, ed era l’anno 186 (1), anzi, ritornato «dal: coni vegno dei pellegrini, aveva già seritto ai figliuoli suoi in riguardo alla successione del regno), quando un giorno, essendo solo, mi mandò a chiamare e mi disse: Tho fatto chiamare per cosa che mi fa pensare e mi toglie il sonno. Guarda ora tu come hai da fare. E m’informò del caso di quell’Ommiade, e soggiunse: Parti all’istante. Io ho già pensato a provvederti le caval. cature e a procacciarti l’occorrente per il tuo mantenimento, per la spesa, per le armi; e togli con te un centinaio di fanti e mettiti per la campagna. Questa è una lettera mia per il governatore di Damasco, e queste son catene. Incomincia da quell’Ommiade, e s'egli ti dà ascolto e obbedisce, incatenalo e menalo qui da me; e se si oppone, starai attento tu con quelli che saran venuti con te, ch'egli non fugga. Manda allora la lettera al governatore perchè ti dia aiuto. Mettetegli le mani addosso, e tu ritorna da me con lui. T”ho fissato sei giorni per l’andata, altri sei per il ritorno, e un giorno di sosta @ Damasco, Questo poi è il palanchino (2). Quando avrai incatenato il tuo uomo, ne lo caccerai in una delle corbe, e tu t'appollaierai nell’altra. Non affiderai a nessun’altra persona la sua custodia finchè tu non sii ritornato qui al tredicesimo giorno da che sarai partito. Quando gli sarai entrato in casa, perquisiscila tutta, e vedi quanta gente ci sta, figliuoli, servitori, paggi, e fa un computo della sostanza sua e dei possessi suoi e di chi va e viene. Tienti bene a mente, parola per parola, tutto ciò ch'egli ti dirà dal momento che tu l’avrai veduto, fino alla tua venuta qui da me con lui, e guarda che non ti sfugga nulla di ciò che lo tocca e riguarda. Vattene! Ripiglia Manàra: Salutai e partii. Uscito di là, montai su di un cam}M' mello e m’incamminai divorando la via di stazione in (1) Anno dell'Egira, cioè 802 GIOH (2) Intende una specie di corba doppia posta sul dorso d'un cam}; mello. Una parte ne pende da un fianco; l’altra, dall’altro. Vi stanno Bi. j persone, robe, derrate.<noinclude></noinclude> ciimszqozs2uib3iyp7hybrl3rr9408 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/19 108 1031487 3900966 2026-09-18T12:23:17Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900966 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 3 —|}}</noinclude> stazione, andando di notte e di giorno, finchè giunsi a Damasco al cader della settima sera quando le porte della città erano state chiuse. Mi rincresceva di dover picchiare essendo di notte, e però passai quella notte fuori di città finchè, al mattino, non fu aperto. Entrai con tutto quell’apparato mio e andai difilato alla porta del mio uomo, dove si teneva una turba grande di bravacci e di domestici. Non domandai licenza all’entrare, ma entrai senza licenza, e quella gente, come ebbe veduto, domandò a qualcuno de’ miei chi io fossi. Costui è Manàra, fu risposto. È il messo del Principe dei credenti (1) venuto dal vostro padrone. Quando fui entrato nel cortile, discesi ed entrai in un vestibolo dove trovai molte persone a sedere sì che io mi pensai che quel tale vi si trovasse in mezzo. Quelli si levarono al mio incontro, mi diedero il benvenuto, € io intanto domandava: È qui fra voi il tale? — No, risposero. Noi siamo i suoi figli, ed egli ora si sta al bagno. — E io: Fatelo venir qui sùbito! Andò qualcuno a sollecitarlo. Io intanto mi posi ad esaminar la casa e come e quale si fosse, e la servitù, e trovai che rigurgitava di famigliari e di domestici. Nè ancora mi era saziato di tanto, quando capitò là il signore dopo aver molto e molto indugiato. Veramente, mi aveva preso certo turbamento, e l’ansia mia e il timore s'erano accresciuti in me, vedendo ch'egli s’indugiava tanto. Vidi, alfine, un vecchio in abito da bagno che veniva attraversando il cortile, e gli era intorno una turba d’uomini e di garzoni e di fanciulli. Erano i suoi figli e i suoi paggi, e compresi allora ch'era proprio lui. Venne, si sedette, mi salutò alquanto freddamente, e mi domandò notizie del Principe dei credenti e del come andavano le faccende a corte, e io ne l’informai secondo che conveniva. Non aveva egli ancor finito di parlare che furon portati là vassoi con frutta e confetti, ed egli mi disse: Fatti innanzi, Manàra, e mangia con noi. — Non posso, (1) Titolo dei Califfi da Omar 2° Califfo in poi.<noinclude></noinclude> g94yv3devc5wxyhyngm9xqdx0cw0byn Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/20 108 1031488 3900967 2026-09-18T12:23:23Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900967 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 4 —|}}</noinclude> risposi; nè egli ripetè l’invito, ma si pose a mangiare e mangiaron gli altri con lui. Si lavò poi le mani e domandò di nuovo da mangiare. Gli fu recato un bel desco del quale io non aveva veduto mai l’uguale se non presso il Califfo, ed egli mi disse: Aiutaci a mangiare, o Manàra! — nè aggiunse altra parola al chiamarmi così per nome come appunto soleva chiamarmi il Califfo (1). Io mi scusai, nè egli ripetè l’invito, ma incominciò a mangiare, e seco quelli ch’eran con lui; ed eran nove de’ suoi figli. To stava ad osservare, in me, il modo suo di mangiare, e vedeva ch’egli mangiava al modo di un sovrano. Notai inoltre che tutto quel viavai della casa ad un tratto era cessato; notai che nulla si toglieva d’innanzi a lui sulla mensa che non fosse sostituito all’istante con altra cosa e più magnifica e più bella. I suoi domestici, intanto, al momento in cui io era smontato alla porta, avevan menato seco le robe mie e i miei uomini conducendoli in altra parte della casa, nè avevan voluto cedere al loro rifiuto, sì che io era rimasto là da solo, non avendo con me che cinque o sei de’ miei che mi si tenevano al fianco. Dissi allora fra me: Costui è un prepotente, un ostinato! Se si ricusa di venire, io non son capace di menarlo via così da per me, nemmeno con questi miei uomini, nè potrò tenerlo nella custodia mia se non viene in mio aiuto il governatore della provincia. — Così io m’era fortemente turbato, e m’irritava intanto quel suo non curarsi di me e quella sua indifferenza al mio riguardo. Mi chiama per nome, diceva io fra me, nè si dà pensiero se mi ricuso di mangiare. Non mi domanda perchè son venuto, e mangia intanto tutto sicuro, e io ne son tutto pensoso e confuso! Quand’ebbe finito di mangiare e si fu lavato le mani, fe’ venir dei profumi e tutto si profumò, poi si levò per pregare e recitò la preghiera del mezzogiorno, tirando in (1) Cioè con confidenza e senza cerimonie. È tratto di urbanità presso i Musulmani chiamar le persone non col loro proprio nome, ma volger loro la parola dicendo: 0 figlio del tale, ovvero: 0 babbo del tale. $<noinclude></noinclude> gkrizer0j8l4qiwlc6unuxuh5eqmsoc Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/21 108 1031489 3900968 2026-09-18T12:23:28Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900968 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 5 —|}}</noinclude> lungo la preghiera e gli atti di contrizione. Osservai ch'egli pregava assai bene (1). Quandò si levò dal luogo suo proprio (2), si avanzò verso di me dicendo: Qual faccenda tha mandato qui, Manara? To trassi fuori la lettera del Principe dei credenti e gliela porsi. Ne ruppe il suggello e lesse. Quand’ebbe finito di leggerla, chiamò a sè tutti i suoi figli e i suoi famigliari sì che si raccolse intorno a lui una gran turba, onde io non dubitava punto ch’egli intendesse che tutta quella gente si scagliasse contro di me. Invece, quando tutti si trovaron là radunati, parlò per il primo e pronunciò certi suoi giuramenti solenni per i quali si obbligava a far divorzio con la moglie, a render la libertà a’ suoi schiavi, a fare il pellegrinaggio della Mecca, a dare il suo in elemosina, a far legati pii, ove non avesse osservato gli obblighi suoi verso di loro. Non convenissero intanto, nemmeno due soli di essi, in un sol luogo; ma comandò loro di separarsi e di tornar ciascuno a casa sua, nè si mostrassero in pubblico finchè non capitasse loro tal caso opportuno da potercisi fidare. E soggiunse: Questa è la lettera del Principe dei credenti perchè io mi rechi da lui. Come io l’avrò veduto, non rimarrò presso di lui un’ora sola. Voi intanto disponete in bene delle donne e della famiglia che mi lascio a dietro. Non ho bisogno che alcuno di voi m’accompagni. Qua intanto, o Manàra, le tue catene! Le feci domandare (erano dentro una cesta), ed egli stese le gambe, e io gliele incatenai, e ingiunsi intanto agli uomini miei di toglierlo su perchè potesse collocarsi in una delle corbe del palanchino. Io mi cacciai nell’altra, e partimmo immantinente, senza ch'io avessi necessità di presentarmi al governatore o a qualunque altra persona. Così io andava con lui, nè egli aveva alcuno de’ suoi con sè, finchè ci trovammo fuori di Damasco. Incominciò (1) S'intende quanto agli atteggiamenti della persona durante la preghiera, prescritti dal rito musulmano. (2) In arabo mihrab. È un luogo elevato in fondo alla stanza, riservato al padrone e agli spiti d’onore.<noinclude></noinclude> 0u6nutl2solkwyw9aqf3sxv4mwx1z1h Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/22 108 1031490 3900969 2026-09-18T12:23:33Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900969 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 6 —|}}</noinclude> allora a parlar con me tranquillamente e placidamente finchè giungemmo ad un bel giardino nella Ghùta (1), e allora egli si volse a me dicendo: Vedi tu quel giardino? — Lo vedo! io risposi. — Esso è mio, soggiunse, e vi sono alberi esotici di molte e diverse maniere. — Giungemmo ad un altro giardino, ed egli ripetè le stesse parole. Giungemmo presso bellissimi campi seminati e villaggi, e disse parimente: Anche questi son miei! — Mi prese allora una gran stizza, sì che gridai: E non sai tu che il Principe dei credenti tanto S'è impensierito per tutto ciò che ti riguarda, che ha mandato da te chi t'ha or ora strappato alla tua famiglia e alle tue sostanze e ai tuoi figlivoli, e t'ha menato via tutto solo, incatenato, inceppato, mentre non sai ancora dove mai andrà a riuscire questa tua faccenda, e come € quale essa è veramente? E tu te ne vai a cuor leggero, tanto che, dopo ch'io son capitato da te, mi vai descrivendo i tuoi villaggi e i tuoi giardini; nè pensi lo scopo per il quale io sono venuto, e sei tutto tranquillo dell’animo, di poca riflessione, cOn tutto che ti sii dimostrato generoso verso di me? — Egli allora mi rispose: Noi siam di Dio e & Dio ritorniamo! (2). L'opinione mia si è sbagliata sul tuo conto. To mi pensava che tu fossi uomo di perfetta intelligenza e che non fossi venuto da parte dei Califfi sino a questo paese se non perchè essi ti avevano riconosciuto per tale. Ed ecco che le tue parole somigliano alle parole del volgo! Ma Iddio è pur quello @ cui si ricorre per aiuto! Quanto poi & quello che tu mi hai detto del Principe dei credenti per farmi paura in suo nome è andar fino alla sua porta in questa maniera, intendi ch’io ho riposto ogni fiducia mia in Dio potente e glorioso nelle cui mani si sta pure il Principe stesso dei credenti. Nè il Principe dei credenti ha alcun potere sopra di sè in bene o in male se non col beneplacito di Dio possente e glorioso; nè io ho alcun manca(1) Valle amena e deliziosa fuori di Damasco. (2) Espressione di rassegnazione, frequentemente usata dai Musulmani. ct int<noinclude></noinclude> azle2qphpmhcp55oknnvi3dnshsdl1k Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/23 108 1031491 3900970 2026-09-18T12:23:39Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900970 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 7 —|}}</noinclude> mento verso di lui per il quale io debba temere. Con questo, il Principe dei credenti, quando avrà ben fatto la disamina mia e avrà conosciuto la rettitudine mia e la bontà della mia condotta, mi lascierà andar libero con ogni segno d’onore. Se poi gl’invidiosi e i nemici miei m'avranno accusato presso di lui di colpa ch'io non ho, e avranno inventato calunnie sul conto mio, egli non vorrà permettere che si versi il mio sangue, ma cesserà da questo suo vessarmi e minacciare rendendomi onorato alla mia famiglia e permettendo ch'io rimanga stimato e rispettato nel suo regno. Che se poi è fissato in precedenza nel consiglio di Dio possente e glorioso che da parte di lui m’incolga il malo effetto del suo sdegno, vuol dire che il tempo mio è giunto e che sta nelle sue mani lo spargere il sangue mio. Io però, con l’aiuto di Dio che crea e sostenta, che dà la vita e la morte, penso sempre in bene; e a Lui, che è signore di questa vita e dell’altra, vanno devoluti l'abbandono e l’accontentamento al suo volere è la pazienza. Quanto poi a te, io mi pensava che tu pure sapessi tutto cotesto; ma ora ho potuto conoscere la misura della tua intelligenza. D'ora in poi non ti dirò più nemmeno una parola finchè tra me e te, se Iddio altissimo vorrà, non abbia deciso il Principe dei credenti. Si voltò allora dall’altra parte, nè io intesi più da lui alcun motto eccetto le preghiere 0 qualche domanda d’acqua o d’altro, finchè ci trovammo in vista di Kùfa appunto al tredicesimo giorno, dopo mezzodì, quando giù le guardie nobili, per sei parasanghe (1), erano uscite al mio incontro per veder sio veniva. Quando m’ebber veduto, ritornarono a dietro per riferirne al Principe dei credenti. Così giunsi alla porta al cader del giorno, smontai ed entrai da Harùn al-Rashîd. Baciai la terra dinanzi a lui e stetti ad aspettare. Egli allora: Fa il tuo rapporto, Manàra, e guarda bene di non tacermi una parola sola del tuo uomo! (1) Antica misura itineraria persiana,<noinclude></noinclude> c8tk6ksjqyab6w6klb66fled62ehggr Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/24 108 1031492 3900971 2026-09-18T12:23:44Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900971 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 8 —|}}</noinclude> To allora gli raccontai tutto dal principio alla fine, e venni a dire de’ suoi confetti e del suo pranzo, del suo lavarsi e profumarsi, e di quanto io mulinav® in me stesso credendo ch'egli ricusasse di seguirmi. A questo punto, una gran collera, che sempre più andava crescendo, si fe’ visibile nel volto del Principe dei credenti; ma quando giunsi a dire come lOmmiade avesse soddisfatto all’obbligo della preghiera, e come, voltosi a me, mi domandasse della cagione del venir mio, e come io gli porgessi la lettera, ed egli si affrettasse a chiamarsi intorno figliuoli, famigliari e domestici per scongiurarli perchè nessuno di loro lo seguisse, e come poi li licenziasse, e a me intanto stendesse le gambe che io gl’incatenai, non cessò dal rasserenarsi in volto fino al punto in cui 1 informai del discorso che mi aveva tenuto colui quando l’ebbi rimproverato nel tempo ch’eravamo in groppa al cammello. Allora disse: È vero! E costui, per Dio! non è che un uomo invidiato per le sue ricchezze, e però son state dette calunnie sul conto suo, e intanto, per la vita mia! noi l’abbiam minacciato e vessato, € abbiam spaventato la famiglia sua. Corri, Manàra, € levagli le catene € menalo qui da me! Ripiglia Manàra: Uscii, tolsi all’Ommiade le catene e l’introdussi presso Al-Rashîd, ed egli era tale nell’aspetto che, quando Al Rashîd lo vide, io seorsi che sul volto di costui scorrevan lagrime di vergogna. L’Ommiade intanto si fece innanzi, salutò il Califfo e stette ad attendere. Al-Rashîd gli rese il miglior saluto e gli fe’ cenno di sedere. L'altro sedette, e Al-Rashîd gli si fe’accanto e, richiestolo del come stesse, gli disse: Abbiamo avuto notizia del nobile tuo costume e di tant’altre cose che ti riguardano, e con questo abbiam desiderato di vederti e di udir delle tue parole e di giovarti. Di adunque il tuo bisogno. — L’Ommiade gli rispose assai gentilmente, lo ringraziò anche e gli fece augurî, e poi soggiunse: Io non ho presso il Principe dei credenti che un bisogno solo. — Accordato! disse Al-Rasbîd; ed è? — Che tu mi renda al mio Li)di"1 Pi<noinclude></noinclude> oi7zbheyiglknhpkwcc3grhzdsjtqbf Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/25 108 1031493 3900972 2026-09-18T12:23:49Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900972 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 9 —|}}</noinclude> paose, alla mia famiglia e ai miei figliuoli. — Noi farem cotesto, disse. Ma tu domanda ciò che ti necessita in riguardo al tuo grado e al tuo vivere, perchè un pari tuo non può a meno di abbisognar d’alcun che di questo genere. — E quegli rispose: O Principe dei credenti, i tuoi ufficiali operano secondo giustizia, e io, per questa loro giustizia, mon ho bisogno di far domande. Le faccende mie vanno bene, la gente del mio paese si sta ugualmente bene per la retta amministrazione che vi Sì fa sotto la protezione del Principe dei credenti. — Ritòrnati adunque, disse Al-Rashîd, in così buona salvaguardia al tuo paese e mandaci tue lettere quando te ne venga necessità. L'Ommiade lo salutò, e quand’egli si volse per uscire, Al-Rashîd mi disse: O Manara, accompagnalo subito e, come sei venuto, va di ritorno con lui fino alla casa sua donde l'hai tolto. Là gli darai l’addio e poi ritornerai. Ripiglia Manàra: To non mi staccai più dall’Ommiade finchè non giunsi con lui alla sua abitazione dove tutta la sua famiglia ne rimase consolata e lieta. Volle farmi un bel donativo, e io me ne ritornai. (dall'arabo di Al-IHMdi) 2, Umiltà e giustizia del Califfo Omar. Zeyd ibn Aslam (1) raccontava: Una notte, il Principe dei credenti Omar (che Iddio sia contento di lui!) andò in persona a far la ronda, e io era con lui. Uscimmo di Medina, ed ecco che là, in luogo deserto, era un abituro abbandonato € in rovina donde luccicava un lume. Omar mi disse: 0 Zeyd, vieni! Andiamo e vediamo chi è la. — Come fummo vicini, vedemmo una donna che aveva posto sul fuoco un caldaio, e due bambini che le dormivano ai piedi, ed essa andava (1) Amico @ confidente del Califfo Omar ibn al-Kbattàb,<noinclude></noinclude> pmwjji97gbvmp4c9eucf9kjt2an7kwy Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/26 108 1031494 3900973 2026-09-18T12:23:54Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900973 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 10 —|}}</noinclude> dicendo: Punisca per me Iddio altissimo Omar, ch'egli ha mangiato fino alla sazietà e noi abbiam fame, — Quando Omar ebbe udito quelle parole, O Zeyd, disse, questa donna è la sola fra tutti che mi raccomanda a Dio! Ma tu rimani qui mentre io vado a parlar con lei. Così andò dalla donna e disse: È mezzanotte, e che vai tu cuocendo in questo luogo deserto? — Rispose: To sono una povera donna, nè in Medina ho casa dove stare, nè posseggo alcun che, e per vergogna che questi miei due bambini piangano e strillino per la fame, nè io ho che dar loro, sono uscita a questo luogo deserto acciocchè i vicini non sappiano per qual ragione essi piangono. Qui adunque son venuta, e ogni qual volta essi strillano affamati e domandano da mangiare, io pongo sul fuoco questa pentola. Si pensano essi ch’io faccia cuocere qualche minestra e con questa speranza si addormentano. E son già due giorni che io ed essi non abbiam bevuto altro che un poco d’acqua. Omar (che Iddio sia contento di lui!) disse allora: Hai ben ragione se vai imprecando ad Omar! Attendi un momento fin ch’io ritorni. Si tolse di là e corse a casa sua. Dopo qualche tempo uscì con due sacchi sulle spalle e mi disse: Suvvia torniamo da quella donna! — Io gli dissi: O Principe dei credenti, lascia almeno ch'io porti cotesti due sacchi. — O Zeyd, rispose, se li togli tu, chi si ricorderà di me nel giorno della risurrezione? (1). — E correva finchè giunse la da quella donna e le gittò dinanzi ciò che portava. R un sacco era pieno di farina, e l’altro di riso e di lardo di montone. Va tu ora, mi disse, a cercar legne. Io andai, ed egli intanto uscì ad attinger acqua e la recò alla donna, la quale allora impastò una minestra e fece bollir la pentola, e lagrimava intanto per l’allegrezza. Come poi ebbe cotto la minestra, destò i fanciulli che si levarono e mangiarono finchè furon sazî e incomincia(1) Quando, nel giudizio finale, Iddio terrà conto dei meriti e dei demeriti degli uomini,<noinclude></noinclude> kognly81hahw8j9nqe2fcuzq9c9k5ce Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/27 108 1031495 3900974 2026-09-18T12:24:00Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900974 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 11 —|}}</noinclude> rono a trastullarsi con la madre. Omar li menò tutti a casa sua, e alla donna disse: Non maledir più Omar, ma perdonagli perchè egli non sapeva che tu fossi in cotesto stato. — La donna pianse e disse: Giuro per Dio che tu sei Omar! = Disse: Appunto (— E quella misera €@ meschina: Così ti perdoni Iddio, soggiunse, come tu mi hai ritornata a vita! (dal persiano di Nizam al-Mulk). 8. Un rigido consigliere. Raccontava Al-Fadhl (1): Harîn al-Rashîd, Principe dei credenti, quand’era in pellegrinaggio alla Mecca, venne un giorno da me. Io gli corsi incontro tutto affrettato dicendogli: O Principe dei credenti, se tu m’avessi mandato a chiamare, sarei venuto da te. —- Oh no! disse. M’è venuto in mente certo pensiero. Cercami tu qualcuno (2). — Io dissi: Ecco qui Sofyàn ibn Oyeyna. — Ed egli: Andiam da lui! — Così andammo. Picchiammo alla porta, e quegli gridò di dentro: Chi è là? — Rispondi, io dissi, al Principe dei credenti. — Quegli uscì tutto affrettato € andava dicendo: O Principe dei credenti, se tu m’avessi mandato a chiamare, sarei venuto io da te. — Ascolta, disse Haràn, per qual ragione siamo noi venuti da te, che Iddio ti abbia misericordia! — E si stette a parlar con lui per qualche tempo. Gli disse poi: Hai tu qualche debito? — Certamente! — Paga quel debito, o figlio di Al-Abbàs! (8). Così uscimmo, e Harîn mi diceva: To non son per nulla soddisfatto del tuo uomo. Cercami qualchedun altro, (d) Al-Fadhl ibn Rebî, ciambellano di Haràn al-Rashîd e di altri Galiffi Abbassidi. (2) Era costume di questi Califfi, quando andavano al santuario della Mecca, d’andarne a visitare i personaggi più reputati per averne ammonimenti e consigli. (8) Cioè lo stesso Al-Fadhl suo ciambellano. S'intende che il Califfo, a.titolo di elemosina, pagava i debiti a questi uomini pii,<noinclude></noinclude> 6cykkixv5480597av18zm8lfq9280cx Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/28 108 1031496 3900975 2026-09-18T12:24:05Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900975 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 12 —|}}</noinclude> ch'io voglio interrogarlo. — C'è qui, io risposi, Abd alRazzàq ibn Hammam. — Andiam da lui! disse. Così v'andammo e picchiammo alla porta, e quegli gridò di dentro: Chi è là? — Rispondi, io dissi, al Principe dei credenti. — Uscì egli tutto affrettato e diceva: O Principe dei credenti, se tu m’avessi mandato a chiamare, sarei venuto io da te. — Ascolta, disse Haàrn, per qual ragione siam noi venuti da te. — E stette a parlar con lui per qualche tempo. Gli disse poi: Hai tu qualche debito? — Certamente! — Paga allora quel debito, o figlio di Al-Abbàs! Così uscimmo, e Hàrùn mi diceva: Io non son per nulla soddisfatto del tuo uomo. Cercami qualchedun altro, ch'io voglio interrogarlo. — C'è qui, io risposi, Al-Fodheyl ibn Iyàdh. — Andiam da lui! disse. Così v’andammo, ed ecco ch’egli stava in casa a pregare, leggendo e ripetendo un versetto del Corano. Disse Hàrùn: Picchia alla porta! — Io picchiai, e quegli gridò: Chi è la? — Rispondi, io dissi, al Principe dei credenti. — Che m’importa, rispose, del Principe dei credenti? — Lode a Dio! ripigliai, ma non conosci tu l’obbligo dell’obbedienza? È pur stato tramandato per tradizione che il Profeta (che Iddio lo benedica e lo salvi!) ha detto un giorno: « Non è lecito al credente il fare onta a sè stesso ». Egli allora discese, aprì la porta, poi risalì di nuovo alla sua camera, spense il lume e si appiattò in un angolo. Noi entrammo e cominciammo a cercarlo tastando con le mani finchè vi giunse, prima della mia, quella di Harùn. Al-Fodheyl si mise a gridare: Che mano! che mano! E perchè così molle e liscia se domani non sfuggirà al castigo di Dio glorioso e onnipotente? — Io andava dicendo fra me: Ora costui gli fa una predica per tutta la notte con parole di contrizione! — Ma Hardîn disse: Ascolta per qual ragione siam venuti da te, e che Iddio ti usi misericordia! — E l’altro: Quando Omar ibn Abd al-Azîz (1) fu investito del Califfato, chiamò a sè Salim (1) Califfo Ommiade di Damasco, molto pio e austero, che si ‘provò, ma invano, di ricondurre l’Islamismo af rigidi costumi primitivi. Regnò dal717al720d.O.<noinclude></noinclude> rk3iy5lxo87luzpi0ag9rwcn4xkqrpo Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/29 108 1031497 3900976 2026-09-18T12:24:10Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900976 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 13 —|}}</noinclude> ibn Abdallàb e Muhammed ibn Kaab al-Qarazi e Ragià ibn Heyvat, e disse loro: « Oh! io son pur stato colto da un gran malanno! Datemi voi qualche consiglio!» Quegli adunque stimava gran malanno il Califfato, e tuei consorti tuoi lo stimate una delizia! Ma Salim, intanto, così parlava ad Omar: « Se tu vuoi scampare al castigo di Dio, fa digiuno e astinenza dalle cose di quaggiù, e cessi il tuo digiuno e l’astinenza con la morte ». E Muhammed gli diceva: « Se tu vuoi scampare al castigo di Dio, il più vecchio fra i credenti sia presso di te in luogo di padre, e il mezzano d’età fra di essi ti sia in luogo di fratello, e il minore in luogo di figlio. Onora allora tuo padre, tratta bene tuo fratello, abbi commiserazione di tuo figlio ». E Ragià gli diceva: « Se vuoi scampare domani al castigo di Dio glorioso e onnipotente, desidera e prega ai Musulmani ciò che desideri e preghi per te, e non augurar loro nulla di ciò che non auguri a te, e poi muori quando vuoi! ». Ora, quanto a te, ti dico che io temo per te di gran timore nel giorno in cui i piedi di ciascuno inciamperanno (1). Ovvero, sai tu forse (che Iddio ti usi misericordia!) alcun che di simile a quel che ora t'ho detto, o hai qualcuno che tel consigli? (2). Harîùn, a quelle parole, tanto fortemente si mise @ piangere che svenne. Io allora mi volsi ad Al-Fodheyl dicendogli: Abbi tu almeno, che Iddio ti usi misericordia| qualche riguardo al Principe dei credenti! — Ma quegli di nuovo: Ho saputo, o Principe dei credenti, che fu levata, un giorno, certa lagnanza contro un governatore di Omar ibn Abd al-Azîz. Omar gli scrisse così: < Voglio ricordarti, o fratel mio, della lunga veglia dei dannati nel fuoco infernale, oltre l’eternità del tempo. Guarda che non ti si meni via da presso di Dio, e non sia questo l’ultimo dì del viver tuo con la perdita d’ogni tua spe(1) Cioè nel giorno del giudizio finale di Dio. (2) È attestato dalla storia che questi Califfi di Bagdad, fra i quali appunto Haràn, dati ai piaceri e al fasto, erano considerati come dannati dai pii uomini della Mecca e di Medina, che, all’occasione come questa, volgevan loro aspri rabbuffi,<noinclude></noinclude> o7z0yi015ic7hnj0aer3edx7t5eazr0 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/30 108 1031498 3900977 2026-09-18T12:24:16Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900977 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 14 —|}}</noinclude> ranza! ». — Quando il governatore, ripigliò Al-Fodhey], ebbe letto la lettera, corse gran tratto di paese finchè si presentò là da Omar, che, al vederlo, gli disse: « E chi t'ha fatto venire? » — E l’altro: « Con quella lettera tua mi hai lacerato il cuore. Oh! io non tornerò mai più alla provincia mia fino al giorno in cui m’avrò a presentare nel cospetto di Dio glorioso e onnipotente! ». Ripiglia Al-Fadhl: Harîn, intanto, piangeva dirottamente e diceva: Sèguita, sèguita, che Iddio ti abbia misericordia! — O Principe dei credenti, seguitò allora Al-Fodheyl, ALAbbàs, zio dell’Eletto (1) di Dio (che Iddio lo benedica e lo salvi!), si recò un giorno da lui e gli disse: « Dammi, o Apostolo di Dio, il governo di qualche provincia ». — « Un governo, gli rispose il Profeta, è cagione d’infelicità e di pentimento nel giorno della risurrezione dei morti. Tu, se puoi guardarti dall’esser mai governatore, fallo immantinente! ». E Harùn piangeva forte e diceva:Sèguita, che Iddio ti usi misericordia! — E l’altro: Intendi tu, o bello e leggiadro in volto, che, al giorno della risurrezione dei morti, Iddio glorioso e onnipotente ti domanderà conto delle creature a te affidate! Oh allora non potrai difendere cotesto tuo volto dal fuoco eterno! Guai a te se mai, di mattina o di sera, s’anniderà nel cuor tuo qualche rancore per qualcuno dei tuoi sudditi, perchè il Profeta (che Iddio lo benedica e lo salvi!) ha detto: « Chi avrè rancore per essi, non odorerà la fragranza dei giardini di Paradiso! ». Harùn allora, piangendo tuttavia, gli disse: Hai tu qualche debito?— Un debito, rispose, io l’ho, ma col Signore. Egli non me ne ha ancor domandato conto, ma guaiameseEglimenedomanderà,eguaiameseio non avrò apprestato la mia difesa! — Io voleva dire, soggiunse Haàrùn, di debiti di Musulmani. — Il Signore, rispose, non mi da alcun ordine intorno a ciò; mi comanda (1) Maometto profeta,<noinclude></noinclude> cdojvrmv7ol6ppaoshkr779sgxl4uld Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/31 108 1031499 3900978 2026-09-18T12:24:21Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900978 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 15 —|}}</noinclude>bensì di credere alla promessa*sua e di obbedire al suo precetto. Egli anzi, il glorioso, l’onnipotente, ha detto: Io non ho creato i Genî e gli uomini se non perchè m'adorino. Non domando io da loro alcun sostentamento, nè desidero che mi alimentino, perchè Iddio solo è l’alimentatore di tutti, il potente, l’incrollabile! » (1) — Ma Harùn: Son questi, gli diceva, mille dna». Tu prendili e spendili per quelli della tua famiglia, e abbine conforto nel servizio del Signore. — Lode a Dio! rispose. Io ti vo indicando la via di salvazione, e tu mi ricompensi in questa maniera? Possa Iddio salvarti e aiutarti! — Così si mise a tacere nè volle più rivolgerci il discorso. Noi uscimmo, e quando fummo sulla porta, Hàrùn mi disse: O figliuolo di AI-Abbàs, quando avrai da menarmi presso qualcuno, sia sempre presso personaggi come costui. Costui è il sire dei Musulmani! Entrava intanto da Al-Fodheyl una delle sue donne che gli diceva: Tu sai in quali angustie siamo noi. Se tu avessi accettato quei denari, ci saremmo aiutati. — Ma egli disse: Io e voi siamo appunto come quella gente che aveva un cammello e ne viveva col provento. Quando fu adulto, lo sgozzarono e ne mangiaron le carni (2). — Harîn, udite quelle parole, disse: Rientriamo! Chi sa ch’egli non accetti il denaro. — Ma Al-Fodheyl, tosto che si fu avveduto di ciò, si sedette sulla soglia della sua camera, e quando Harùn gli si fu seduto accanto e gli ebbe rivolto la parola, non gli rispose. Così ci tenevam là noi quando capitò una schiava, nera, la quale disse ad Harùn: Gli hai pur dato noia tu, questa notte, al povero vecchio! Vattene, che Iddio ti usi misericordia! — Noi allora ce ne andammo. (dall’arabo di Al-Biqdi.) (1) Parole del Corano, LI, 56-58. (2) Vuol dire che, ora ch'egli con la sua famiglia s'è procacciato tanti meriti con la vita austera, questi meriti sarebbero distrutti ove egli avesse accettato qualche donativo superfluo.<noinclude></noinclude> b496a20qthku2wpzktb29zifkz8ewox Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/32 108 1031500 3900979 2026-09-18T12:24:26Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900979 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 16 —|}}</noinclude> 4. Lealtà eroica di Samuele giudeo. Raccontano che Imru ’1-Qeys (1), prima di morire, consegnò a Samaval (Samuele) ibn Adiyà certe sue corazze e certe armi. Quand’egli fu morto, il re di Kinda (2) mandò un suo messaggiero da Samuele per fargli richiesta e delle corazze e delle armi. Ma Samuele rispose: Io non le consegnerò se non a chi ne ha il diritto. — Così si ricusò di darne anche una parte al messaggiero del re. Costui tornò a richiedernelo, e Samuele di nuovo si ricusò, dicendo: Io, per l’Altissimo! non verrò mai meno al patto mio, non tradirò la mia lealtà, non trascurerò la promessa che mi sono imposta, per far piacere al re! Quando il messaggiero ebbe riferito al re ciò che Samuele aveva detto, il re gli mosse contro con un esercito, e Samuele si ritirò nel suo castello (3) e vi si preparò alla difesa. Il re vi pose l’assedio. Ora, un figliuolo di Samuele trovavasi fuori del castello prima che il re vi ponesse l’assedio, nè era là in quel giorno, perchè il perfido re avesse potuto ucciderlo. L’ebbe però nelle mani e lo fece prigioniero, onde poi lo menò più volte attorno al castello, e gridava intanto verso il padre: Davvero! ch'io ho fatto prigioniero tuo figlio! Se tu non mi credi, guardalo! — E glielo mostrava, e poi: Se tu mi darai le corazze, io ti renderò il tuo figliuolo; se no, te l’ammazzerò sotto i tuoi occhi. Scegli tu ciò che più vuoi. — E Samuele: Fa tu ciò che più vuoi, ma io non renderò mai vana nè la promessa nè la fede mia! (1) Il più illustre poeta arabo del tempo anteriore a Maometto. Era di stirpe regia. Morì nel 580 d. C. Saggi tradotti di sue poesie si trovano nella mia Letteratura Araba, cap. ILL, $ 2. (2) Costui era il principe Al-Harith V detto Zo soppo, della casa dei Ghassànidi, Le corazze d’Imru ’l-Qeys erano antiche e preziose. (8) Era un castello fortissimo in Arabia, detto «-Abtag, cioò il Variopinto.<noinclude></noinclude> abptbtjgv2y7g9papk1estow0e5ggkr Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/33 108 1031501 3900980 2026-09-18T12:24:31Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900980 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 17 —|}}</noinclude>Così, sotto gli occhi, gli scannò il figliuolo, e poi, come non potè espugnare il castello, se n’andò via scorhato. Samuele adunque, pur di serbare la sua fede, soffrì che gli sì uccidesse un figlio. Quando poi vennero gli eredi d’Imru ’I-Qeys e si presentarono a Samuele, egli restituì loro le corazze e le armi. Così, alla vita e alla Salvezza del figlio suo, egli aveva preferito la lealtà nell'accordata protezione e l’osservanza della sua fede. La sua fedeltà passò in proverbio presso gli Arabi. (dall’arabo d’un testo anonimo pubblicato dal Wright). 5. Morte di Amr detto “ quel dal cane 919 Amr ibn al-Agilàn era chiamato « quel dal cane » perchè aveva un cane da cui non si separava mai. Secondo altri, era così chiamato perchè soleva uscire a caccia menando seco un cane, onde i compagni, quando lo chiamavano, gli gridavano: 0 quel dal cane! Secondo altri, era chiamato lui stesso « cane ». Ora, la maggior parte dei cantastorie, raccontano così la sua morte (1): Accadde che alcuni della tribù di Hodheyl s° erano crueciati con lui e che deliberarono, un giorno, di volerne il sangue. Così passò un anno, finchè, avendolo altri avvertito del pericolo, quelli uscirono per rintracciarlo. Egli allora fuggì, ma quelli gli corser dietro per tutto un giorno, ed erano già sulla sua traccia, quando venne la sera, e spirava un vento forte e la notte era oscura. Mentre egli adunque camminava per la via, scorse un fuoco a mano diritta. Per Dio! gridò, ho sbagliato sentiero, e quelli son dietro a me! Rimase confuso e dubbioso per qualche tempo, ma poi si volse dalla parte del fuoco finchè vi giunse vieino (1) Trattasi di uno dei famosi eroi del deserto, nell'antichità araba che erano guerrieri, malandrini e poeti improvvisatori. Amr era della tribù di Hodhey]l. Italo Pizzi — Fiori d'Oriente 2<noinclude></noinclude> 52f5ucps9rsvffcwc31nlat3xfccx4x Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/34 108 1031502 3900981 2026-09-18T12:24:36Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900981 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 18 —|}}</noinclude> e andava chiamando, ed ecco che là era un uomo, quello che aveva acceso il fuoco, e nessun altro con lui. Chi sei tu? gli domandò Amr quel dal cane. — Rispose: Sono uno di Advàn. — Disse Amr: E qual è il nome di questo luogo? — Rispose: La diga dei monti. — Capì allora ch’era spacciato e che aveva sbagliato strada, poichè una diga è quanto non agevolmente si può superare. Disse allora: E perchè, te disgraziato! hai acceso cotesto fuoco? Tu certamente non ci stai a bere e scaldarti! (1) Tu non l’hai acceso se non per la morte di quel misero Amr! Ma hai tu qualche cosa da darmi da mangiare? — E l’altro: Di certo! — e gli porse certi datteri ch’egli andava rimondando. — Amr, quando li vide: Son datteri, disse, e tu va loro dietro; ma lagrime di donne son tradimenti! (2). — Disse poi: Dammi da bere. — E l’altro: Che t'ho a dare? Forse del latte? — E Amr: No, ma dammi acqua fresca. Domani mattina m’avranno già ammazzato! Così se ne andò e montò sulla diga. La gente che lo cercava, conobbe dalle orme ch’egli aveva sbagliato strada, e però gli tenne dietro finchè lo raggiunse, ed egli erasi cacciato in una caverna della diga. Quand’essi furon là dalla diga, s’avvidero che era nella caverna, e allora gli mandaron voce gridando: O Amr! — Ed egli: Che volete? — Dissero: Esci! — E allora perchè sarei entrato qui? — Dissero: Certo! ma esei. — Jd egli: Non voglio uscire! — E quelli: Cantaci ora quel tuo Verso: E loco di tristezza, ed io ci sono, Loco angusto per muovervi due dita} (3). E Amr: Ecco! è questo appunto, e io ci sono! (1) Amr sospettava di qualche agguato e cho il fuoco accono fosse un segnale per i suoi nemici. (2) Proverbio (come credo) di cui non afferro bone il sonso, Le tre parole: datteri, lagrime, tradimenti (2), formano, in arabo, um giuoco che in italiano è intraducibile, (3) Se pure così va inteso questo distico difficile,<noinclude></noinclude> 9yw8e7ew6pvu6rhn7dj1hncj7kp8qb4 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/35 108 1031503 3900982 2026-09-18T12:24:42Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900982 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 19 —|}}</noinclude> Si fece avanti, allora, uno di essi, ma Amr lo colpì dl’una freccia e lo stese morto. Quelli gridarono: IL’hai tu ammazzato, o nemico di Dio? — Certo! rispose, e mi rimangono ancora quattro freccie simili ai denti di Umm Giuleyha (1). Voi non v’accostate, o io, con ciascuna di esse, ucciderò uno dei vostri! — Si volsero allora ad un loro schiavo: Entra tu da lui, o Abù Nigiàd, chè tu sei libero! (2). — S’apprestava Abîù Nigiàd ad entrare, ma Amr gli gridò: Guai a te, Abù Nigiàd! Non ti gioverà l’esser libero quando t' avrò ammazzato! Non insistettero di più, ma, vedendo che non cedeva, saliti fino all’entrata della caverna, sgretolando la roccia lo colpiron di sassi finchè l’ebbero ucciso. Ne raccolsero allora il cadavere e se ne vennero con esso là da Umm Giuleyha che intanto stavasi a sbrattar la casa. Quando la videro, le dissero: O Umm Giuleyha, che ti pare di Amr? — Rispose: Mi pare, che voi l’avete cercato corrente, l’avete trovato ossequente, l’avete conciato giacente. — Per Dio! noi l’abbiam pure ammazzato! risposero. Ed essa: Io non vi ho veduti! Ma se veramente l’avete ammazzato, quanto sforzo da parte vostra per atterrarlo, quant’odio da parte vostra per raggiungerlo! — Le abbandonarono le vesti dell’ucciso, ed essa le prese e disse: Odor di profumo, veste di Amr! Ma, per Dio! non l’avete trovato nè mal vestito, nè troppo magro! Reyta, la sorella di Amr, così poi lo pianse in un canto funebre: Ogn’uomo, per gl'inganni della sorte, Va calunniato; in molti giorni suoi Ogn'uom vinto si sente (3). Anche se forte e sano, alla sventura Dinanzi, a un dato di, perdesi in male La via d’ogni vivente. (1) Una vecchia di tra i nemici di Amr che pure lo voleva morto come si vedrà appresso, (2) Nel senso che essi, suoi padroni, gli rendevano la libertà, ove avesse fatto quell’atto di coraggio. (3) Per quanto un uomo faccia, trovasi sempre o calunniato o accusato dai maligni.<noinclude></noinclude> kbt3m4bwurm7rlgrayptgon8tnwmov1 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/36 108 1031504 3900983 2026-09-18T12:24:47Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900983 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 20 —|}}</noinclude>Manda in Hodheyl (1) da parte mia, poi manda Un che lor mandi un messaggier (smentisce Le calunnie la morte!) A dir che di prosapia era fra tutti Amr il migliore. Intorno a lui, nel bosco, Ora i lupi urlan forte (2). Venian, scherzose intorno a lui raccolte, L'aquile un di (3). L’incesso avean di donne In riechi ammanti avvolte. (dall’arabo di Al-Isbahani). 6. Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba. Raccontava Ibn Habîb: Giozeyma era uno dei principi più illustri per saviezza di consiglio, quello che fra essi faceva le scorrerie più lontane, il più terribile di loro nell’offesa. Fu egli il primo a cui avvenisse di formarsi un regno nella terra d’Iràga (4), e aveva sua residenza nei luoghi che sono tra Anbàr e Baqga e Hît e altre città fino a Hîra. Un tempo, egli mosse con un esercito contro di Amr ibn Zarib capo della tribù degli Amiliti, il quale radunò alla sua volta le sue schiere e mosse ad incontrarlo. Ma Giozeyma lo uccise in battaglia, ne sbaragliò l’esercito che si disperse. Gli Amiliti, allora, diedero il regno alla figlia dell’ucciso, cioè ad Al-Zebba (5). (1) La tribù a cui apparteneva Amr. (2) Ora che giace ucciso. Si tralasciano alcuni versi. (8) Perchè sapevano ch'egli, combattendo, apprestava loro l’esca coi cadaveri degli uccisi. Pensiero, che si trova in altri antichi poeti arabi. (4) L'antica Mesopotamia. (5) È questa la famosa Zenobia, Septimia Zenobia, regina di Palmira, vinta dall'imperatore Aureliano che la menò prigioniera a Roma nel 278 d. C. Si vedrà che, nel racconto che segue, la tradizione araba, mentro in alcuni punti va d'accordo con la storia, in altri, indubbiamente leggendarî, se ne discosta di molto,<noinclude></noinclude> ccmokvpg25c0zhip2zegbq8o6o4cvru Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/37 108 1031505 3900984 2026-09-18T12:24:52Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900984 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 21 —|}}</noinclude>Era costei la donna più risoluta d'allora; ma, perchè temeva che i principi aràbi la infestassero, si aveva fatto un sotterraneo in un suo castello posto sulla sponda dell’ Eufrate. Inoltre, fatto deviar l’ Eufrate in tempo di scarsezza d’acque, si aveva fabbricato nell’alveo di esso, con mattoni e calce, un passaggio che metteva capo a quel sotterraneo da una parte, e dall’altra ad un altro sotterraneo fatto scavar da lei in luogo deserto, non lontano dalla città d’una sua sorella. Dopo ciò, aveva ricondotto nel loro alveo le acque del fiume. Quando pertanto essa temeva di qualche nemico, cacciavasi in quel sotterraneo. Quando poi le cose sue prosperarono e la sua potenza si fu rassodata, desiderosa di vendicare il padre suo, raccolse genti per muover contro Giozeyma. Ma sua sorella, che era donna di gran senno e di grande avvedutezza, le disse: Se tu muovi ad infestar Giozeyma, egli è uomo tale che ha modo di difendersi. Se lo vinci, tu avrai la tua vendetta, ma se egli vince te, tu non hai chi ti succeda. Ora, la guerra è cosa incerta, e tu non sai qual esito essa potrà avere, in tuo favore o in tuo disfavore. Manda piuttosto da lui e fagli sapere che tu desideri di sposarlo e di congiungere il tuo regno al suo, e pregalo ch’egli perciò appunto ti elegga sua sposa. Se egli cadrà nel laccio e farà come tu vuoi, tu l'hai nelle mani senza alcun tuo rischio. Al-Zebba scrisse in questo senso a Giozeyma significandogli come desiderasse di congiungere il suo territorio a quello di lui, e come essa fosse incapace del governare e manchevole nel mantenere il regno, e che non trovava uomo che fosse pari a lui. Lo pregava perciò che dovesse venir da lei per congiungere il regno suo a quello di lui. Quando Giozeyma ebbe la lettera, stimò assai facile l’impresa e se ne invogliò. Domandò consiglio a’ suoi, e ciascuno approvò il parer di lui di dovere andar da Al-Zebba e di risponderle, eccetto Qoseyr ibn Amr della tribù dei Lakhmidi, il quale disse: Poca prudenza di qua, perfidia instante di la! Se colei dice da senno,<noinclude></noinclude> 938yztawwf7owfi0smn6490bvf1c17p Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/38 108 1031506 3900985 2026-09-18T12:24:58Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900985 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 22 —|}}</noinclude>venga lei da te. Se no, tu non dargliti in mano e guarda di non cader ne’ suoi lacci. E ricòrdati che tu l' hai offesa nel padre suo! — Ma Giozeyma non convenne in ciò ch’egli diceva, anzi gli rispose: Tu sei un tale di cui la saviezza sta sotto coperta, non alla luce del sole. — Così si pose in via, e Qoseyr gli andava dicendo durante il viaggio: Torna a dietro! Tu sei spacciato! — Ma Giozeyma gli rispondeva: La faccenda è stata decisa a Baqga! (1). — E questo detto passò poi in proverbio fra gli Arabi. Così andò finchè trovossi di faccia alla città di Al-Zebba, e allora disse a Qoseyr: Che pensi tu? — E Qoseyr: La riflessione tu l’hai lasciata a Baqqga! — Disse Giozeyma: Che ti pare di Al-Zebba? — Rispose: La parola è una sella da cavalcare (2). Quanto all’avvedutezza, guardati ch’essa mai inciampi! A questo punto gli vennero incontro messaggieri di ALZebba con donativi e parole di cerimonia e di saluto, ed egli, voltosi a Qoseyr: Che ne pensi, gli disse, o Qoseyr? — Affare piccolo, rispose, per un affar grande! — Ora tu vedrai, soggiunse, che i cavalieri di Al-Zebba ti moveranno incontro. Se ti vengon di faccia, colei è leale. Se ti prendon da destra e da sinistra e ti circondano, son traditori. — Intanto, vennero innanzi i cavalieri e presero a circondar Giozeyma, è Qoseyr gli gridava: Monta in groppa ad Al-Asa, chè nessuno la raggiunge o precede (e voleva dire una puledra di tal nome che era menata a fianco del re), prima che i nemici si sian cacciati fra te e i tuoi soldati! — Ma Giozeyma non volle, onde Qoseyr saltò in groppa alla puledra, ed essa si slanciò al corso oltrepassando le prime file della gente di Giozeyma, il quale, quando fu circondato, si voltò e vedendo Qoseyr sulla puledra Al-Asa la dalle (1) Per dire: Ora non c'è pu rimedio. Baqga (vedi sopra) era una delle città di residenza di Giozeyma. (2) Nel senso che una sola parola può essere usata da più persone (al pari di una sella) e in modo diverso, come appunto il motto in ri. . guardo a ciò che era stato fatto in Baqga.<noinclude></noinclude> l7ovq1d0g9np0gkzoaaxlomalyxc19p Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/39 108 1031507 3900986 2026-09-18T12:25:03Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900986 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 23 —|}}</noinclude> prime file de’ suoi, gridò: Oh! 1 uom prudente che fa correre la puledra sulle prime filet — Si racconta che Al-Asa non si fermò che dopo superate le trenta miglia. Là s'arrestò e la cadde morta. Le fu elevato sul luogo un edifizio che fu chiamato la torricella di AI-Asa. Giozeyma intanto fu preso e menato nel cospetto di Al-Zebba. Costei gli mosse incontro; ma poi, voltasi alle ancelle: Afferrate il braccio, disse loro, del vostro signore! — Le ancelle fecero, ed essa fe’ venire un tappeto, e le ancelle vi fecero seder sopra Giozeyma. Al-Zebba allora comandò che gli fosse aperta la vena dell’uno e dell’altro braccio e che il sangue ne fosse fatto colare in un bacino d’oro. Gli diceva intanto: Giozeyma mio, nulla si perderà del tuo sangue, ch’io voglio farmene un farmaco per il mal caduco! (1) — Ed egli: Ti preme tanto che si perda il sangue? — Ma gli stregoni, consultati prima da lei, le avevan detto: Se una stilla sola del suo sangue cade fuori del bacino, ti coglierà la sua vendetta. — Non cessava intanto dallo scorrere il sangue nel bacino finch’egli venne meno. Fece allora un movimento della persona sì che alcune stille sprizzarono contro una colonna di marmo, e spirò. Ripiglia il cantastorie: Al-Zebba raccolse quel sangue in un vaso @ collocò quel vaso ne’ suoi ripostigli. Qoseyr intanto erasi recato da Amr ibn Abd al-Ginn dei Tanùkhidi e gli aveva detto: Vendica ora tu il sangue di tuo cugino; se no, te ne vitupereranno gli Arabi. — Ma egli non ne fece caso, onde Qoseyr passò presso Amr ibn Adi, nipote di (Giozeyma per. parte di sorella, e gli disse: Ti piace che io ti procacci gente armata perchè tu possa vendicar la morte di tuo zio? — Amr gli concesse cotesto, ed egli si recò presso i condottieri e i capi di tribù degli Arabi e disse loro: Sarete voi i duci e i capi, e noi vi daremo aiuti e denari. — Così si raccolse intorno a lui molta (1) Si credeva dagli Arabi antichi che il sangue dei principi, così raccolto, eva un farmaco potente contro l'ossessione, la paralisi, il mal caduco.<noinclude></noinclude> kdpsnzlsb903cq2076q450ewa8py1u7 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/40 108 1031508 3900987 2026-09-18T12:25:08Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900987 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 24 —|}}</noinclude> gente. S'accontò poi di nuovo con Amr, quel dei Tanùkhidi, e quando le schiere già erano in ordine, si congiunsero a lui codesto Amr dei Tanùkhidi e Malik ibn Amr ibn Adi. Qoseyr si volse ad Amr ibn Adi e gli disse: Pensa tu ora a quanto m'hai promesso in riguardo ad Al-Zebba! — E Am?:Ma che potrei io contro di lei? Essa è più inaccessibile d’un’aquila in aria! — Se tu ora ti ricusi, ripigliò Qoseyr, io mi taglierò naso e orecchi, «e m’adoprerò con ogni astuzia per ammazzarla. Ma tu aiutami, chè onta non ti toccherà! — Amr gli rispose: Tu sei più avveduto di me. Così Qoseyr si tagliò naso e orecchi. Si tolse di là e se ne venne da Al-Zebba. Costei gli disse: Chi sei tu? — E l’altro: Io son Qoseyr. No, per il Sire degli uomini! non è stata mai persona sulla terra che fosse più leale di me verso Giozeyma e più infesto di me contro di te! Ma i miei nemici m’hanno accusato d’averti dato in mano Giozeyma per tradimento, sì che Amr ibn Adi m'ha fatto recidere naso e orecchi, onde ho conosciuto ch’io non potrò più star con un tale al quale sono più uggioso di te. O Qoseyr, gli rispose Al-Zebba, noi non dubitiam punto di tutto ciò, e però noi ti adopreremo nei nostri traffici. — Così gli diede denari per andar attorno a’ mercanteggiare, ed egli si recò in Hîra, al tesoro regale, e per consiglio di Amr ibn Adi ne prese quanto pensò che gli potesse piacere, e con quei denari ritornò da Al-Zebba (1). Quando costei vide ciò ch’egli le aveve recato, ne fece grande allegrezza ed elevò Qoseyr di grado, ed egli tanto fece che essa ebbe posta in lui ogni confidenza e famigliarità. Un giorno, egli le disse: Un re e una regina non posson fare a meno di provvedersi d’un sotterraneo nel quale sia lor dato di riparare per qualunque avvenimento che capiti e del quale abbian (1) Quei denari, tolti al tesoro di Hîra, dovevano parere agli occhi di Al-Zebba come guadagnati da Qoseyr trafficando.<noinclude></noinclude> ow64kztlpv4icenkygpd2f8r0r9qreo Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/41 108 1031509 3900988 2026-09-18T12:25:13Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900988 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 25 —|}}</noinclude> ragione di temere. — E Al-Zebba: Oh! io ho già fatto tutto cotesto! Mi son fabbricato un sotterraneo che ha principio qui sotto questo mio seggio ed esce sotto un seggio di mia sorella. — E gliel mostrò, ed egli manifestò d’averne gran piacere. Uscì allora per suoi traffici come soleva fare. Notificò ad Amr ibn Adi ciò che aveva fatto, e Amr montò a cavallo con duemila guerrieri armati di corazza, posti, ciascuno dentro un sacco, sopra duemila cammelli. Quando furon là dalla città di Al-Zebba, Qoseyr andò innanzi precedendo i cammelli, ed entrato da Al-Zebba, le disse: Monta ora sulle mura della città e osserva quante ricche derrate hai tu, e comanda ai guardiani delle porte che non contendano l’entrata a nessuno dei nostri carichi, ch'io son venuto con merce che non parla. — lla fidavasi di lui, non ne aveva sospetto, non timore, sì che montò sulle mura così appunto come egli le aveva detto, e quandò osservò la lentezza del camminar dei cammelli, disse: Che hanno i cammelli Che lenti incedono? Pietre carreggiano? Ferro trasportano? Piombo han per carico Che forte gravita? E Qoyser: O recan uomini Dentro raccoltisi, Torti a gomitolo? (1). Mentre entrava per la porta l’ultimo dei cammelli, il guardiano volle pungere con un suo punteruolo uno dei sacchi. Il punteruolo andò a toccar nel ventre l’uomo che v'era dentro, e l’uomo cacciò un grido. Il guardiano sclamòd: Per Dio! avete cacciato del malanno nei vostri (1) Come si vedrà nel corso di questo libro, era frequentissimo, fra gli Arabi antichi, l’improvvisar versi, Vedi la Letteratura ava, Cap. INI, $S1.<noinclude></noinclude> i5wr9cl3k1nbh17fw531n1izup6bapz Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/42 108 1031510 3900989 2026-09-18T12:25:19Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900989 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 26 —|}}</noinclude> sacchi! — Quelli intanto di Amr si avventarono agli abitanti della città e li mandarono a fil di spada. Al-Zebba erasi cacciata nel sotterraneo, ma, giunta all’uscita al di là dell'Eufrate, vi trovò Qoseyr che l’attendeva. Si voltò allora per ritornarsi a dietro, ma all’altra uscita le si avventò contro Amr ibn Adi che la finì d’un colpo. Si racconta invece da altri ch’essa succhiò una sua gemma sotto cui stava un veleno mortale, dicendo: Morrò di mia mano, non per mano di Amr! La città fu distrutta, i fanciulli menati prigionieri, e Amr si portò via tutto ciò che Al-Zebba e suo padre e sua sorella possedevano. (dall'arabo di AI-Isbahani). 7. Prepotenza di Koleyb e sua morte. Koleyb fu già grande e valente nella tribù di Rebîa, ma anche arrogante e prepotente assai. Era lui quei che assegnava agli altri della tribù i luoghi da abitare (1) e ne li faceva anche partire, nè potevano essi recarsi ad abitare in questo o quel posto nè partirsene se non col suo permesso. Giunse anzi a tal punto di prepotenza e d’arroganza che si prese un cane giovane e che, quando giungeva ad un luogo abbondante di foraggi, vi cacciava per entro quel suo cane, il quale, abbaiando, avvertiva gli altri che non dovesser pascere in quel luogo se non con l’acconsentimento di esso Koleyb. Cotesto faceva anche per le cisterne dell’acqua, dove nessuno poteva andare ad attingere se non col suo permesso, ovvero dopo che, per trattative di guerra, egli l’avesse concesso a questo o a quello. Si fece perciò, al riguardo di tale sua arroganza, un proverbio che dice: « Più arrogante di Koleyb Vail » (2). Vietava a tutti di cacciare e soleva (1) Che si cambiavano assai spesso secondo la vita nomade dei deserti d’Arabia. (2) Nel senso che non si trova alcuno che sia più arrogante di lui. Vail poi era il vero nome di questo personaggio dell’antichità araba, mentre Koleyb, cioè è piccol cane, n'era il soprannome.<noinclude></noinclude> d2xgoyzbkzn5bcc8tskocy1z66cpi8q Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/43 108 1031511 3900990 2026-09-18T12:25:24Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900990 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 27 —|}}</noinclude>dire: La selvaggina che è in questo e in quest’altro posto, è sotto la protezione mia. — Così nessuno cacciava presso i luoghi dov’egli era, nessuno gli passava davanti quando stava a sedere, nessuno, fior di lui, poteva star con lui dov’egli stava. In quel tempo, Murra ibn Dhuhl aveva dieci figliuoli, dei quali Gessàs era il più giovane. La sorella di costui era la moglie di Koleyb e chiamavasi Gelîla. Ora, una zia di Gessàs che chiamavasi Al-Besîisa (questa è colei per la quale s'è composto poi il proverbio: « Più sciagurato di Al-Bestìsa! »), era venuta, in quel tempo, ospite presso cotesto Gessàs suo nipote, essendo conoscente di quei della tribù di Murra, e aveva menato seco un suo figliuoletto e una cammella che dava gran latte ed era dei possessi della tribù di Saad, e la cammella aveva anche il suo piccino. Un giorno che la sorella di Gessàs stavasi lavando il capo a suo marito Koleyb, nel mentre ch’essa gli spartiva i capelli, Koleyb d’un tratto le domandò: Chi è più fiero e valente di Vail? — La donna tacque, ed egli ripetè la domanda. Seguitando a domandare, Gelîla gli rispose: I miei due fratelli Gessàs e Hammam. — Ritirò allora il capo di tra le mani di lei, afferrò un arco e colpì d’una freccia il piccino, che per caso pas sava di la, della cammella di Al-Besîùìsa, zia di Gessàs e conoscente di quei di Murra, e lo stese morto. Non fu tenuto conto di tal fatto, anzi non se ne parlò nemmeno, quando un giorno Koleyb, incontratosi nel figliuolo di Al-Besùsa, gli domandò: Che fa ora il piccino della vostra cammella? — Tu l’hai ucciso, rispose il garzonetto, e ci hai lasciato tutto per noi il latte di sua madre. — Nemmen di ciò si volle allora tener conto, ma poi, avendo di nuovo Koleyb richiesto sua moglie dicendo: Chi è più fiero e valente di Vail? — essa rispose: I miei due fratelli. Ingoiò Koleyb queste parole, le ritenne in sè e taeque finchè, un giorno, gli passaron dinanzi i cammelli di Gessaàs. Vide la cammella, ma nel momento non la rico nobbe, sì che domandò: Di chi è quella cammella? —<noinclude></noinclude> tj7ttd8jcn7frjy68ew41d66a663qhf Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/44 108 1031512 3900991 2026-09-18T12:25:29Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900991 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 28 —|}}</noinclude> Della zia di Gessàs, gli fu risposto. — Rd egli: Forse che ci tocca anche cotesto, da parte di quelli di Saad (1), che abbiano a cacciarmi qui dei loro protetti senza il mio permesso? Dalle un colpo alla mammella, ragazzo! — Così afferrò un arco e colpì la cammella ad uno de’ capezzoli sì che latte e sangue ne stillarono commisti. I pastori, allora, corsero da Gessàs e l’informarono dell’accaduto, ma egli disse: Mungete due misure di latte nella secchia di mia zia Al-Besùsa (2) e non le dite nulla di ciò. — Così, anche questa volta, non fu tenuto conto di quanto Koleyb aveva fatto. Avvenne intanto che quelli della tribù di Bekr ibn Vail passarono là da uno stagno che chiamavasi Shobeyth. Koleyb ne li scacciò dicendo: Voi non ne berrete una stilla! — Passarono presso un altro stagno che chiamavasi Al-Ahass, ma anche di là Koleyb li scacciò, dicendo: Voi non ne berrete una stilla! — Così andaron oltre finchè fecer sosta in Al-Dhanàib, e Koleyb e la sua gente li raggiunsero appunto mentre si fermavano. Gessàs, mentre Koleyb tenevasi presso lo stagno di Al-Dhanàib, gli passò d’accanto e gli disse: Hai scacciato la gente nostra dall’acqua e per poco non l’hai fatta morir di sete. — Noi, rispose Koleyb, non l’abbiamo allontanata dall’acqua se non perchè già prima 1° acqua era nostra. — Gli si accostò allora Gessàs, e suo cugino Al-Muzdalif gli veniva al fianco, e Gessàs intanto gridava a Koleyb: Così tu hai fatto come con la cammella di mia zia! — E Koleyb: Ah! te ne ricordi? Ma s° io l’avessi veduta in un branco di cammelli che non fosse stato di Murra, avrei lasciato andar libero, con essa, anche quel branco! (3). (1) La cammella apparteneva ad uno della tribù di Saad. Vedi sopra. (2) Acciocchè, quando il latte fosse stato della misura consueta, non s’avvedesse che la cammella le era stata ferita. (3) Gessas, come è detto sopra, era uno dei figli di Murra. Perciò l’insulto di Koleyb è volto contro di lui, Gessàs, del resto, non s’indusse a trucidare il prepotente cognato se non per gl'incitamenti della vecchia zia Al-Besùsa che, vedendolo tollerante e paziente, lo gridava aperta mente vile e codardo,<noinclude></noinclude> cowvlc9eublfzu3w3s19r5ysjf0p34e Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/45 108 1031513 3900992 2026-09-18T12:25:34Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900992 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 29 —|}}</noinclude>Gessàs allora gli sospinse contro il cavallo su cui si stava, e lo trapassò con un colpo di lancia. La lancia uscì dal petto tra le mammelle. Mentre era già in preda alla morte, Koleyb si volse a Gessàs. Dammi da bere un sorso d’acqua, Gessàs! gli disse. E Gessàs: Io non t'ho mai udito domandar dell’acqua dal momento che tua madre t'ha partorito, fino a questo momento! (1). Al-Muzdalif, allora, gli sospinse addosso, egli pure, il cavallo e gli troncò il capo, e Gessàs, quando gli ebbe dato il colpo, lasciò libere le briglie al cavallo suo, e corse presso i suoi. Sua sorella, al vederlo, disse a suo padre: Ecco Gessàs che ritorna a tutta corsa. — E il padre: Per Dio! Non tornerebbe a tutta corsa se non per faccenda grave! — E quando Gessàs gli fu da presso: Che hai tu dietro a te, figliuol mio? gli disse. — E Gessàs: Ho dietro a me ch’io con l’asta mia ho fatto tale squarcio che gli anziani di Vail (2) dovranno occuparsene per molto tempo!— E Murra: Hai tu ammazzato Koleyb? — Certo! — E Murra: Io avrei preferito che tu e i tuoi fratelli foste morti prima! Che mi resta se non che, per me appunto, abbiansi scambievolmente funesti presagi i discendenti di Vail? Si racconta che Gessàs recitò allora questi versi a suo fratello Nadhla: Ecco! una guerra T'ho procacciata. Gli anziani in acqua Pura, ghiacciata, Soffocherà (3). Fin che ne resti Un sol campione, (1) Secondo altri, Gessàs gli ayrebbe detto: Ricordati di Shobeyth e di Al-Anass! (2) Nome d'un antico capo dal quale discendevano le tribù di Bekr (a cui Gessàs apparteneva) e quella di Taghleb (a cui apparteneva l’ucciso Koleyb, pur chiamato Vail. Vedi sopra). (3) Allusione ironica e sarcastica alla cagione della guerra,<noinclude></noinclude> g15xu8tdy5x7xaeoo2ezrj2hzqcbcd4 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/46 108 1031514 3900993 2026-09-18T12:25:39Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900993 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 30 —|}}</noinclude> Motto e canzone Se ne farà, Ch’essa, non lieta, Fino all’estremo Discenderà, Fin che risparmi Dai lupi erranti Gli spenti in armi, E allor la pace A’ suoi superstiti Consiglierà. E Nadhla gli rispose: Ah! se una guerra M'hai procacciata, Nessun codardo Vi si vedrà; Arma nessuna Vi fia spuntata! (1). (dall’arabo di Al-Isbahani). 8. Gratitudine verso i benefattori ricompensata, Raccontava un famigliare di Al-Mamfîn (2): Una notte, il Principe dei credenti Al-Mamfîin mi fece chiamare, ed era già passato un terzo della notte Prendi con te, mi disse, il tale e il tal altro (e me li nominò; e uno era Alì ibn Muhammed e 1altro Dînar al-Khadim) e muoviti in tutta fretta per ciò che ora ti dirò. E sappi che è venuto a mia conoscenza che un certo vecchio se ne va, la notte, là dai resti delle case (1) La guerra fratricida durò quarant'anni fra le duo tribù dei Bekriti e dei Taghlebiti, cio8 dal 494 al 584 d. C., 0 fu cagione d’infinite morti. Gessàs, uccisore di Koleyb, ne fu l’ultima vittima, uoeciso a tradi mento da un suo nipote figlio di esso Koleyb, ch'egli, raccoltolo bambino, aveva nutrito e allevato con ogni cura. Vedi il racconto del tragico fatto nel mio libro L’Islamismo, cap. II, 62, (2) Celebre Califfo Abbasside, figlio di Haràn al-Rashîd., Regnò dal 1813 all’883 d. C,<noinclude></noinclude> 75y66r7uol7pw42uxq9xsetpvsqufus Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/47 108 1031515 3900994 2026-09-18T12:25:45Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900994 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 31 —|}}</noinclude>«lei Barmekidi e vi si tiene a recitar poesie e a ricordarli con lunghi discorsi, a lamentarne la morte e a piangerli, G poi se ne va. Andate ora voi, tu e Alì e Dinar, fin là da quelle rovine, nascondetevi dietro un di quei muri, e quando abbiate veduto il vecchio capitar là e pianger que’ morti, e recitar versi, menatelo da me (1). Ripiglia il famigliare: Io allora presi con me que’ due, e andammo insieme là dalle rovine, quando e’imbattemmo in un garzonetto che v'era già venuto e recava un tappeto e uno sgabello tutto nuovo, e in un vecchio, giuntovi anche lui, bello d’aspetto, con molta dignità e grazia. Si sedette egli sullo sgabello e là incominciò a piangere e a lamentarsi ad alta voce, e recitava, intanto, questi versi: Ma quand’io vidi che al suolo atterrava Giafar un brando, Che a Yahya un regio banditor gridava L’estremo bando (2), Piansi di pianto sulla possa umana, E il sospir mio Crescea per essi. « Del poter, diss’io, L’aita è vana! ». E andava in lungo con altri versi. Quand’ebbe finito, noi gli mettemmo le mani addosso dicendogli: Vieni all’obbedienza del Principe dei credenti. — Ne rimase molto costernato e disse: Permettetemi ch'io faccia certa raccomandazione alla mia famiglia, perchè io, d’ora in poi, non son più certo della vita mia. — S’appressò allora ad una canova, si fece aprire, prese un foglio di carta e vi scrisse certa sua raccomandazione, poi lo consegnò a quel suo garzonetto. (1) È noto nelle storie che gli Abbàssidi sospettosi punivano tutti quelli che si rattristavano della sorte dei Barmekidi. Per questi, vedi il Registro dei nomi, in fine del volume. (2) Cioè la morte. Giafar e Yahya sono appunto due della famiglia dei Barmekidi barbaramente mandati a morte dal Califfo Haràn alRashîd.<noinclude></noinclude> by6jjhlviuftt6iiu36chqpm0p9mzp6 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/48 108 1031516 3900995 2026-09-18T12:25:50Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900995 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 32 —|}}</noinclude> Così andammo con lui. Quand’egli fu nel cospetto del Principe dei credenti e questi, all’istante in cui lo vide, gli ebbe detto: E chi sei tu? e per qual ragione hanno meritato i Barmekidi da parte tua ciò che tu fai tra le rovine delle loro case? — il vecchio rispose: O Principe dei credenti, io ho verso i Barmekidi molti obblighi! Vuoi tu che io ti parli dei rapporti miei con loro? — Disse Al-Mamîn: Parla! — E l’altro: Io sono, o Principe dei credenti, Al-Mundhir ibn Al-Mogheyra di stirpe regia; ma la fortuna mia è cessata da tempo come suol cessare per molti altri uomini. Quando i debiti mi ebbero oppresso e io ebbi necessità di vendere i poderi paterni e i poderi della mia famiglia e la casa in cui io son nato, certi amici miei mi consigliarono di andarmi a presentare ai Barmekidi. Mi tolsi pertanto da Damasco menando con me più di trenta persone tra figliuoli e congiunti, nè avevamo con. noi alcun che da vendere, nulla da donare, e così entrammo in Bagdad e femmo sosta in una moschea. Mi feci dare, allora, certo abito che io m’era preparato per rimanere incognito; l’indossai e uscii, abbandonando tutti que’ miei, affamati e privi di tutto. Mi cacciai per le viuzze di Bagdad cercando dei Barmekidi, finchè mi trovai la da una magnifica moschea, presso la quale tenevasi un vecchio di bell’aspetto, in vesti elegantissime, e sulla porta due schiavi, e, dentro, molte persone sedute. Mi venne voglia di trovarmi là in mezzo, e però entrai e mi sedetti là dinanzi agli altri, mentre, nel camminare, ora poneva innanzi un piede, ora ritirava l'altro, e il sudore mi colava dalla fronte, perchè tale non era mai stato nè il mio costume nè l’arte mia. Ad un certo punto, si fece innanzi uno schiavo e invitò quella gente a levarsi di là. Si levaron tutti, io con loro, ed entrarono in casa di Yahya ibn KhAlid (1), e io con essi, ed eeco che Yahya stavasi assiso su di un palco in mezzo ad (1) Allora gran Visir o ministro del Califfo. Vedi il Registro dei nomi alla fine del volume<noinclude></noinclude> 8dep9upn0o6mvcgj0l2k8lxsesabrrq Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/49 108 1031517 3900996 2026-09-18T12:25:55Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900996 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 33 —|}}</noinclude>un giardino. Noi lo salutammo, ed egli ci numerò, ed eravamo cent’uno. Gli stavano dinanzi dieci de’ suoi figli. Vennero allora innanzi cento dodici paggi, ciascuno lei quali recava un vassoio d’argento, e su ogni vassoio mille dînar. Dinanzi a ciascuno dei presenti deposero ossi uno di que’ vassoi, e io vidi e il giudice e i magistrati versarsi le monete dentro la manica e mettersi Sotto l’ascella il vassoio, e andarsene via, uno ad Uno, finchè rimasi io solo, chè non osava prendere il mio. Un paggetto mi fe’ cenno dell’occhio, e io allora mi feci coraggio e presi il vassoio mio e me ne versai l’oro dentro la manica, e il vassoio me lo tenni in mano. Mi levai per andarmene e intanto mi guardava a dietro temendo che qualcuno m’impedisse l'andare, finchè giumsi, così camminando, fino al cortile della casa. Yahya, che m'’aveva tenuto d’occhio, diceva intanto al paggio: Menalo qui! — Il paggio mi menò da lui. Che è, mi disse Yahya, che ti volti da destra e da sinistra? — Io Vinformai del caso mio, ed egli, voltosi al paggio: Fammi venir qui, gli disse, mio figlio Màsa. — Il paggio introdusse Mùsa. Figlio mio, gli disse Yahya, quest’uomo è forestiero. Prendilo con te e abbine cura tu stesso di persona e di denaro. Mùsa mi prese per mano e mi fece entrare in uno de’ suoi quartieri. Mi trattò con la maggior liberalità, e io rimasi presso di lui quel giorno e quella notte lautamente servito e nella maggior letizia. Quando venne il Mattino, fece venire a sè suo fratello AI-AbbAs e gli disse: Mi ha comandato il Visir (1) d’aver ogni cura di questo bravuomo. Ma tu sai quanto ho io da fare in asa del Principe dei credenti. Perciò, prendilo tu ora con te e fagli onore. E AL-Abbàs fece così appunto, perchè mi diè i più bei segni d’onore, poi, al dì seguente, m’ebbe da lui suo fratello Ahmed. In questo modo, non cessai dall’essere in potere or dell’uno or dell’altro. Essi m’ebbero succes(1) Cioè lo stesso Vahya, suo padre. Italo Pizzi - Fiori d'Oriente 3<noinclude></noinclude> hktfz7wnizvhy9b753lg8y4ac2xvmd9 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/50 108 1031518 3900997 2026-09-18T12:26:00Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900997 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 34 —|}}</noinclude> =,plcsivamente per lo spazio di dieci giorni, nè io ebbi intanto alcuna notizia nè dei famigliari nè dei ragazzi miei, se eran morti o vivi. Quando fummo all’undicesimo giorno, venne da me un paggio con molti altri. Lèvati, mi dissero. Ritorna in pace alla tua famiglia. — Io allora mi posi a gridare: Oimè! oimè! M’han tolto denaro e vassoio, e ora dovrò io andarmene in questo stato? Noi siam di Dio e a Dio ritorniamo! Il paggio allora sollevò una cortina, poi un’altra, poi una terza, poi una quarta. Quand’ebbe sollevato l’ultima: Qualunque bisogno abbi tu, mi disse, dillo a me, perchè io ho l’ordine di fare quanto tu comanderai. Vidi allora, dietro l’ultima cortina, una stanza che uguagliava il sole in bellezza e in lucentezza, e tosto sentii venirmi incontro una fragranza d’ambra e d’aloè con effluvî di muschio, ed ecco intanto i bambini ui famigliari miei, tutti vestiti, là dentro, di drappi di seta e di broccato. Il baggio intanto mi recava un milione di dirhem e diecimila dînar, e, con ciò, un ordine che mi conferiva il possesso di due villaggi, e in fine quel assolo ch'io aveva preso, con quanto eravi già sopra di denari e di oggetti preziosi. Così rimasi, o Principe dei credenti, presso i Barmekidi, nelle loro case, nè la gente Si ricordava più se io era uno di essi o uno straniero, Ma quando venne per loro il dì della sventura e toccò loro, o Principe dei credenti, da parte di Haràn al-Rashîd ciò che loro toccò, Amr ibn Musida mi fe’ del male applicando a que’ due villaggi miei tali balzelli che il lor prodotto non bastava per pagarli. Quando pertanto la sorte mi ebbe oppresso di questa guisa, presi ad uscire al termine d’ogni notte e me ne venni IA dalle case rovinate dei Barmekidi lamentando il loro destino, ricordando le loro opere egregie, piangendo per i loro beneficî al mio riguardo! Disse allora Al-Mamàn: A me Amr ibn Musida! Quando Amr gli fu menato dinanzi: Conosci tu, gli domandò, quest'uomo? — 0 Principe dei credenti, riSpose, costui è una delle creature dei Barmekidi! — Di<noinclude></noinclude> 8fb4xqs4nsu27jd6hfrqltgkzh40b5y Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/51 108 1031519 3900998 2026-09-18T12:26:06Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900998 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 35 —|}}</noinclude> quanto l’hai tu tassato per quei due villaggi? — Di tanto! Rendigli allora tutto ciò che gli hai tolto in tutto questo tempo, e ritornagli liberi i due villaggi, e tali rimangano per: sempre a lui e a’ suoi successori. Ripiglia il famigliare di Al-Mamin: Il vecchio, allgba, anche di più si mise a piangere e a sospirare, e Al-Mamàùn, come vide ch’egli piangeva assai di più: E che? gli disse. Noi ti abbiam beneficato. |} che mai ora ti fa piangere? — Disse: O Principe dei credenti, anche cotesto è un benefizio dei Barmekidi! &'io non fossi andato là da quelle lor case in rovina e non avessi pianto e lamentato la loro sorte finchè giunse notizia di me al Principe dei credenti, e se il Principe non avesse fatto a me ciò che ora ha fatto, come mai avrei potuto giungere alla sua presenza? Raccontava Ibràhîm ibn Meymàn (1): Io vidi allora che Al-Mamdîn aveva le lagrime agli occhi. La commozione gli era manifesta in volto. Per la vita mia! diss’egli al vecchio, è questo veramente uno dei benefizî dei Barmekidi! Piangili tu adunque e sèrbati loro grato e fedele e ricordati dei loro benefizî! (dall’arabo di Al-Itlidi). 9. Vita salvata a stento. Quando il Principe dei credenti Al Mansùr (2) fece il pellegrinaggio alla Mecca, gli fu offerta una gemma di gran valore, di gran prezzo, perchè ne facesse l’acquisto. Egli la riconobbe e disse: Questa gemma appartenne già ad Hishàm ibn Abd al-Malik (8) e passò poi nelle mani di suo figlio Muhammed ibn Hishàm. Costui è ora il solo (1) È il nome proprio del famigliare del Califfo, ricordato più volte nel racconto. (2) Celebre Califfo AbbAsside, promotore della cultura e degli sbudî. Regnò dal 754 al 775 d. O. (3) Abd al-Malik, padre d’HishAm, fu il grande Califfo Ommiade, domatore dei dissidenti e dei ribelli. Regnò dal 685 al 705 d. O.<noinclude></noinclude> bodl4u2vrg3gs3sjg4kgjfloopf2x5s Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/52 108 1031520 3900999 2026-09-18T12:26:11Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3900999 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 36 —|}}</noinclude>che sia superstite degli Ommiadi, ed è necessario ch'io l’abbia subito nelle mani! (1). Si volse allora al suo ciambellano Al-Rabî e gli disse: Domani, quando starai a pregare in pubblico nella moschea santa (2) e la gente già prima vi si sarà radunata, chiudi tutte le porte, mettivi a guardia una scorta fidata, tieni aperta una sola porta e stattene sulla soglia in modo da non lasciare uscir nessuno se prima non l'hai riconosciuto. Se potrai aver nelle mani Muhammed ibn Hishàm, menalo qui da me. Quando venne il mattino, Al-Rabî fece quanto AlMansùàr gli aveva ingiunto, e Muhammed ibn Hishàm che appunto trovavasi nella moschea, s’° accorse subito che s’andava in cerca di lui sì che si vide già preso e ammazzato. Ne rimase tutto confuso, perplesso e costernato. Era egli in questo stato d’animo quando capitò là Muhammed ibn Zeyd (8), che, vedendolo tutto conturbato, pur non conoscendolo, gli si fece da presso e gli disse: Che hai tu? — Nulla! rispose. E l’altro: Dimmi, dimmi! Tu hai ogni sicurezza quanto alla vita, se Iddio lo vuole. — Io sono, disse, Muhammed ibn Hishàm. Ma chi sei tu? — Rispose: Io sono Muhammed ibn Zeyd, discendente di Alì, S'accrebbe allora anche più lo spavento dell’altro sì che sembrò perdere il senno, ed egli ancor più s’accertò di dovere esser mandato a morte; ma Muhammed ibn Zeyd gli disse: Non temere! Non sei stato tu l’uccisor di mio padre o di mio nonno, nè io ho alcuna ragione di vendetta contro di te (4). Io, anzi, farò ogni sforzo (1) È noto che i Califfi Abbassidi perseguitavano a morte i superstiti dei Califfi Ommiadi ai quali erano sottentrati nel regno l’anno 50 d. G. Vedi il 1° racconto di questo libro. (2) La moschea della Mecca. (8) Era uno dei discendenti di Alì, genero di Maometto profeta. (4) Ali genero di Maometto e Huseyn suo figlio erano stati uccisi ineseguito all'avvenimento al trono dagli Ommiadi, e però questo Muhammed ibn Zeyd che ora parla, come lor discendente (vedi la nota antecedente) avrebbe potuto vendicarsi su codesto infelice Muhammed ibn Hishàm, ultimo degli Ommiadi. Da ciò il timore di costui.<noinclude></noinclude> ozlowh6hy3dyxqwa35vg1tickpbpx87 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/53 108 1031521 3901000 2026-09-18T12:26:16Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901000 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 37 —|}}</noinclude>per la tun salvezza, se Iddio altissimo lo vorrà. Tu inunto abbimi per iscusato di ciò che di sgradevole dovrò IWurti, delle indegne parole che avrò da dirti, perchè appunto ciò ti sarà cagion di salute. — Rispose l’altro: lnrai quel che vorrai. (ili gettò allora addosso il suo mantello e in quello gli avviluppò il capo, indi lo strascinò e lo spinse con tè finchè si trovò là presso dibAl-Rabî, ciambellano di Al-Mansùr, che si teneva ancora sulla porta. Quando Al-Rabî li ebbe veduti, Muhammed ibn Zeyd si diede n pereuotere sul capo Muhammed ibn Hishàm e se ne venne con esso là da Al-Rabî. O babbo di Al-Fadbl (1), gli gridò, questo mariuolo è un cammelliere di quei di Kùfa che m'ha dato a nolo certi cammelli suoi. Quand’io gli ebbi pagato il nolo, è fuggito via da me e se n’è andato a noleggiare i cammelli ad un tale di quelli del Khorassàn. Io ho testimonî, e però ti prego che tu mi dia qualcuno che 1 accompagni con me dal giudice, il quale dovrà impedire che i cammelli vadano con quelli del Khorassàn. — Al-Rabî gli assegnò: due uomini, ai quali disse: Non l’abbandonate finchè non siate dal giudice. Muhammed ibn Hishàm, intanto, tenevasi tutto chiuso nel mantello. Il viso, anzi, n’era interamente coperto. Così usciron tutti insieme dalla moschea, e quando furon lontani da Al-Rabî, Muhammed ibn Zeyd si volse all’altro Muhammed e gli disse: Vattene ora per la tua vial — Muhammed gli baciò il capo e le mani dicendogli: Iddio sa meglio di noi a chi affidar l'esecuzione de’ suoi disegni! — E trasse fuori aleune gemme di gran valore e disse: In nome di Dio altissimo, o figliuolo della figlia (2) dell’Apostolo di Dio (che Iddio lo benedica e lo salvi!), fammi l’onore di accettarle! — Ma quegli disse: Vattene con tutte coteste tue cose. Noi siam di tal famiglia che (1) Cioè Al-Rabî stesso. (2) Fatima, figlia di Maometto e moglie di Alì,<noinclude></noinclude> 5btsndlie74k5nio49reeaatgitncjs Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/54 108 1031522 3901001 2026-09-18T12:26:21Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901001 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 38 —|}}</noinclude> non accetta ricompense per benefizî che faccia. Ma tu guardati da costui finchè non sia andato via (1), perchè egli è anche troppo voglioso d’averti nelle mani. (dall'arabo di Ibn al-Anbari). 10. Morte del Califfo Al-Mamîn. Tornato da quella spedizione contro i Bizantini (2), il Califfo Al-Mamtn si fermò un giorno, durante il viaggio, presso la fonte di Bedendùn che è nelle. vicinanze della città di Tartàs e che, nei tempi antichi, chiamavasi Qosheyra. Per attendere a certi affari del governo, divisò egli di fermarsi alquanti giorni là presso quella fonte, luogo estremamente verde e dilettoso. Nel libro che si chiama « le Praterie d’oro » (8), trovasi scritto che l’acqua della fonte di Bedendiùn è tanto rigida che nessuno può resistere a tenervisi immerso un solo istante, e che la sua limpidezza è tale che vi si può scorgere nel fondo anche il fregio e la scrittura della più piccola moneta d’oro. Al-Mamîùn stavasi un giorno seduto sulla sponda della fontana, quando fu veduto in quell’acqua un pesce della lunghezza d’un cubito, della lucentezza dell’argento. Diè ordine che fosse preso, e allora un suo famigliare, cacciatosi nell’acqua, lo trasse fuori; ma il pesce gli guizzò via in modo di tra le mani gittandosi nel l’acqua, che gli spruzzi andarono a bagnare Al-Maman nel capo, nel viso, nelle vesti. Il famigliare, ridisceso nel lago, ne trasse il pesce, e Al-Mamtîn comandò si facesse cuocere. Ma non era esso ancor cotto, che un tremito improvvisamente prese le membra tutte del Califfo, nè (1) Cioè il Califfo Al-Mansùr, finchè non sia partito dalla Mecca. (2) Il Califfo Al-Mamtin aveva fatto diverse spedizioni contro i Bizantini togliendo loro diverse città in Siria e altrove. (3) Celebre opera araba di enciclopedia storica, geografica, scientifica, dovuta ad Al-Mastidi del X secolo. Vedi, in fine, il Registro dei nomi.<noinclude></noinclude> mewjkc273wsy3k54vprmfbl9a0zc2ol Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/55 108 1031523 3901002 2026-09-18T12:26:27Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901002 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 39 —|}}</noinclude>ogli potè più levarsi in piedi di là dov'era. Anzi, per quanto il coprissero di panni e di vesti, lamentavasi forte lleendo: Ho freddo! ho freddo! — Trasportato a casa, necesero un gran fuoco, e nondimeno lagnavasi di sentir freddo. Quando poi gli fu recato innanzi il pesce che intanto era stato cotto, non si sentì di poterne assaggiare. \ggravandosi rapidamente il male, parendo ch'egli omai fosse all’agonia, Al-Mutasim (1) fece chiamare i medici sokhtyeshù e Ibn Masaveyh e li interrogò dicendo: V'è qualche rimedio per il quale mio fratello possa guarire dlel suo male? Imedici, accostatisi insieme al capezzale di AlI-Mamin, gli tastarono accuratamente il polso e trovarono che la pulsazione ne eccedeva la normale e che verano indizî di prossima fine. In quel momento, Al-Mamdîn perdette la conoscenza, e un sudore, simile a saliva, gli scorse per tutto il corpo. Al-Mutasim domandò ai medici: Che sudore è questo? — Non sappiamo, risposero. Al-Mamdn, intanto, era ritornato in sè. Volle che gli fosser menati innanzi certi prigionieri greci (2), ai quali domandò: Qual è il significato del nome Qosheyra, col quale, prima d’ora, solevasi chiamare questa fontana? — Risposero: Significa: Stira li piedi! — Al-Mamùn ne trasse tristo augurio; ma poi, voltosi alla gente radunataglisi intorno, domandò: Qual è il significato, in arabo, del nome di questo luogo? — Raqga, gli fu risposto. — Ora, è da sapere che, nelle tavole dell’oroscopo di AlMamfîn, era stato scritto che la morte di lui sarebbe avvenuta appunto in Raqgqa. Egli perciò non aveva mai soggiornato in Raqga, città dell’Iràqa-arabi (3). Quando pertanto egli ebbe inteso dai prigionieri greci quella parola, comprese che non poteva evitare in nessun modo il suo destino. (1) Fratello di Al-Mamtîn al quale succedette nel Califfato. Regnò dall’838 all'842 d. O. (2) Cioè non greci di nazione veramente, ma soggetti all’ Impero greco, (3) Mesopotamia verso la Siria, così detta per distinguerla dall’Iràgqa-agemi, che è la Mesopotamia verso la Persia.<noinclude></noinclude> cmnl1btjpn02pb8x6ko7mq2sfl632mx Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/56 108 1031524 3901003 2026-09-18T12:26:32Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901003 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 40 —|}}</noinclude> Le ultime sue parole furon queste: O Tu che non muori, abbi misericordia di chi muore! Come fu spirato, lo trasportarono a Tartùs e là gli diedero sepoltura. Il suo Califfato fu di vent'anni, cinque mesi e sedici giorni, e la vita sua d’anni quarantotto. Al-Mamin fu uomo di grande munificenza e generosità, celebre inoltre per la saggezza e la verecondia, per la dignità e la nobiltà sua. Si racconta a questo proposito che Isa, che fu uno dei compagni di Ishàq ibn Ibràhîm di Mossul (1), diceva: Nel tempo che Al-Mamàùn era andato a Damasco, io era del suo seguito. Allora, per la grande munificenza sua, nulla era più rimasto nel pubblico tesoro. Trovavasi egli in estrema penuria, quando, all’improvviso, fu recata notizia che erano stati mandati trenta milioni di dirhem, parte dei tributi di certa provincia, e ch’eran giunti in un certo posto. Al-Mamtdn, udito ciò, ne fu tutto allegro e contento, e voltosi a Yahya ibn Aktham, gli disse: Vieni con me! Vogliamo andare a veder quei denari. — Quando fu là dal tesoro ed ebbe dato ordine che s’aprisse, si volte a Yahya dicendo: Se i nostri amici tornano a casa con vuote le mani e senza speranza, e noi ci portiam con noi tutta questa somma, saremo biasimati da tutti. Comandò allora che ventiquattro milioni di dirhem fossero spartiti, secondo lor grado e dignità, tra gli ufficiali e i cortigiani. Il rimanente, lo consegnò ad un suo famigliare perchè lo spartisse tra i soldati. Isa, a questo punto, raccontava: Capitato là in quel momento, io me gli era piantato di faccia e lo fissava in volto. Ogni volta ch'egli levava il capo, s'incontrava in me con lo sguardo. Come ciò si fu ripetuto più volte, Al-Mamn si volse a quel suo famigliare e gli disse: Prendi, caro, cinquemila di questi dirhem e dalli qui ad Isa che quasi quasi me li ruba con gli occhi! — Io allora, con grandissima gioia mia, mi portai a casa quella bella somma. (dal persiano di Mirkhondi). (1) Ishàq e Ibrahîm, due celebri musici del tempo di Haràn alRashîd, S<noinclude></noinclude> 2lzsd9bjedwp9pfsgqvgpva02u8vjc5 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/57 108 1031525 3901004 2026-09-18T12:26:37Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901004 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 41 —|}}</noinclude> 11. Saladino. In quel tempo, Saladino fu preso da una febbre acuta 0 morì a Damasco la notte di Mercoledì 27 del secondo mese del 589 degli Arabi (1). Lasciò diciassette figliuoli maschi e una figlia in ancor tenera età. Quando fu morto, non si trovò nel suo tesoro che un solo dîndr e trentasei monete spicciole perchè era molto liberale, e questa sua liberalità lo aiutava assai in tutte le sue imprese. Si racconta che, quando s’insignorì di Damasco, trasse fuori tutti i dîndr e tutta la moneta spicciola che trovò nell’erario, ed era una somma grande, e che, accumulando tutto davanti a sè, disse ad un tale il cui nome era Ibn Muqaddam: Tu spartirai tutto cotesto @ manate fra i signori e i cavalieri e i loro famigliari. — Ma perchè Ibn Mugaddam incominciò col prenderne poco per volta, Saladino lo rimproverò dicendogli: Riempi la mano. — Quegli sorrise. Saladino lo richiese della cagione del suo sorridere, e l’altro: Mi ricordo, rispose, che, un giorno, Norandino (2) stavasi seduto come tu ora siedi. Gli fu portata dinanzi una corba di grosse uve secche, ed egli allora mi disse: « Spartiscile a manate fra questi signori » —; € perchè io incominciava col prenderne @ manate piene, mi disse: « Adagio! adagio! Se tu le spartisci così, non ce ne sarà per tutti. » — Ne rise Saladino e disse: S'addice l’avarizia ai mercanti, non ai re. Spartisci ora adunque non più con una mano sola, ma con tutt'e due. — Raccontò poi uno di quelli ch’erano presenti, che, nella manata che glien’era stata data, troyavansi centocinquantotto dinar. Si narra poi che, quando si teneva in Akka (3), cavalcando egli un giorno è standogli al fianco un giudice (1) Data dell’Egira, corrispondente al 1198 d. (CA (2) Gioò Nùr ad-dîn, sultano di Siria, ai cui servigi era stato lo stesso Saladino quand’era giovane. (8) Gioè San Giovanni d'Acri, nota città di Palestina,<noinclude></noinclude> 8fnat1luzb0dahxp9p4lxzh8rg1ru6i Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/58 108 1031526 3901005 2026-09-18T12:26:42Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901005 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 42 —|}}</noinclude>militare, un giudeo si fe’udire a gridare dicendo: Io appello alla legge dei Musulmani! — Gli ufficiali di Saladino domandarono al giudeo: Ohi è il tuo avversario, e chi t'ha fatto ingiuria? — Rispose: L’avversario mio è il Sultano stesso, e chi m'ha fatto ingiuria sono stati i suoi ufficiali. — Quando Saladino ebbe inteso, non si adirò punto, ma discese subitamente da cavallo e discese con lui anche il giudice. Gli fu allora menato dinanzi il giudeo, ed egli sel fece stare accanto, e quegli: Io sono un mercante giudeo, disse, di Damasco. Era io venuto per mare da Alessandria avendo con me venti some di zuechero. Come fui per entrare nel porto di Akka, i tuoi ufficiali mi hanno derubato della merce, dicendomi: « Tu sei un infedele, e la merce tua appartiene al Sultano ». — Saladino ordinò si facesser venire quelli che avevan tolto la merce, e poichè essi ebbero asserito che l’avevan deposta nei fondachi reali, ne ordinò ai sopraintendenti di pagarne al giudeo il prezzo. Un altro giorno, mentre stava seduto con certi signori, alcuni giovanetti paggi presero a giuocar fra loro. Avendo un d’essi scagliato una pianella contro l’altro, la pianella andò a cader là dai ginocchi di Saladino. Ma egli voltò il viso in altra parte e prese a discorrere con chi gli sedeva di fianco, e si comportò come se non si fosse nemmeno accorto di ciò ch'era accaduto. Un giorno, avendo sete, domandò dell’acqua. I famigliari dissero l’uno all’altro: Recategli dell’acqua. — Ma nessuno se ne diè pensiero, sì che nessuno gliene portò. Egli intanto ne domandò per ben cinque volte, e quando gliel’ebber portata, ne bevve senza punto adirarsi dell’indugio. Un’altra volta, essendosi rilevato da una Malattia, volle andare al bagno. Domandò acqua fresca da here. Quando gliel’ebber recata, gliene cadde qualche stilla sulla persona, e perchè glien’era venuto un tremito improvviso, essendo ancor convalescente, non volle più berne e resistette più d’un’ora sopportando la sete finchè, essendone oppresso, domandò ancora dell’acqua. Il fami-<noinclude></noinclude> gs9j9qc71zgp4guj3wgg69gzdrw2lsf Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/59 108 1031527 3901006 2026-09-18T12:26:48Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901006 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 43 —|}}</noinclude> gliare che lo serviva, per il timore aveva tremanti le mani, sì che gli cadde la caraffa e tutta quell’acqua rigida si versò sulla persona di Saladino. Lo prese allora una febbre fredda molto gagliarda, ed egli al famigliare non disse altro se non questo: Se tu hai in mente di farmi morire, fammelo sapere! — Nè aggiunse altro. (dal siriaco di Barhebreo). 12. Morte di Al-Hakim Califfo d'Egitto (1). Nell'anno 411 dei Musulmani (2); poichè quei d'Egitto erano in afflizione grandissima da parte del Califfo Al Hakim ed era cresciuto l’odio contro di lui nel loro cuore, alcuni di loro ordinarono ingegnosamente di seri vere certe scritture di contumelia, di scherno e di vituperio contro di lui e le donne sue. Le suggellavano, poi gliele porgevano di notte quando passava cavalcando, indi fuggivano. Si dice poi che formassero anche, con giunchi, una figura di donna che stendeva la mano e teneva tra le dita una scrittura. La rizzarono là da uno. dei canti per cui egli soleva passare, è la ricoprirono d’un indumento di carta bianca. Quando pertanto egli passò di là e la vide, s'adirò e comandò ai famigliari suoi di atterrarla con le spade. Ma essi, come si furono avvicinati ed ebber veduto che quello era un fantasma, gli fecero saper cotesto e gli porsero intanto lo scritto che il fantasma teneva in mano. Quand’egli l’ebbe aperto e letto, vi trovò molto parole ingiuriose toccanti la sorella di lui, ancor fanciulla. Come quei d’Egitto l’ebbero lungamente vessato in questa guisa, ne concepì gran disdegno, perchè comandò (1) Intorno a questo misterioso personaggio, che fu uomo di gran mente, ma stranissimo e erudelissimo tiranno, malato forse di cervello, vedi l’Islamismo, cap. IV, $ 6. Era della casa dei Fatimidi, e regnò in Egitto dal 996 al 1021 d. C, (2) Anno dell’Egira, cioè 1020-21 d. O.<noinclude></noinclude> sgx23o63f2gy57jc66629pygggj50qh Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/60 108 1031528 3901007 2026-09-18T12:26:53Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901007 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 44 —|}}</noinclude> a’ suoi famigliari di sguainar le spade e di ammazzare qualunque egiziano si fosse abbattuto in loro, di saccheggiarne anche le case e di appiccare il fuoco ai mercati. Perciò, Egiziani e famigliari di lui si azzuffarono per tre giorni, e molti ne rimasero uccisi dall’una e dall’altra parte. Ma quando per un poco si quietò il furore, Al-Hàkim così mandò a dire a sua sorella: Per te mi serivon lettere gli Egiziani schernendomi perchè tu fai venire a te e il tale e il tal altro! Poichè essa, col pianto e con le preghiere, ebbe calmato alquanto lo sdegno di lui, quando intese invece, per via segreta, ch'egli aveva in animo di mandarle certe donne per essere informato del vero, s’adirò molto; e però, una notte, venne in casa ad uno dei personaggi più ragguardevoli che stavasi pure in timore per Al-Hakim, e poichè l’ebbe fatto giurare che non avrebbe rivelato il segreto, gli disse: Tu vedi quanto sia tristo nell’ira contro di me e contro di te e contro tutta la gente, uomini e donne, cotesto mio fratello. Io poi, come tu vedi, sono nel fiore dell’età; eppure, come si passa da me la vita, da me, cui pur s’impedisce di soddisfare ad ogni lecito desiderio! E però, se tu con qualche arte puoi farlo morire, ecco cheiotidolamanomiaelafedeperchèpoitumisii sposo. Quanto al figlio, ancor piccino, di mio fratello, noi lo porrem sul trono acciocchè nobili e popolo non faeciano tumulto; e tu gli farai da padre, da consigliere e da balio. L’Emiro, quand’ebbe udito, acconsentì e disse -alla donna: Fammi tu sapere in che modo potrem condurre a termine questa faccenda. Mio fratello, rispose, suol salire tutto solo, in ogni tempo dell’anno e di notte, su d’una collina per osservar le stelle (1). Ora, sta scritto nell’oroscopo suo che, in una (1) Il Califfo Al-Hakim era anche dato alle scienze, ch'egli coltivava con ardore, in ispecie all'astronomia.<noinclude></noinclude> ahrrhtksykaxqdl9qv9qfpu3a7c0tqu Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/61 108 1031529 3901008 2026-09-18T12:26:58Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901008 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 45 —|}}</noinclude> "lin notte, v'è pericolo per lui di morte, ma che, se unirà passar oltre il calice di quell’ora, egli vivrà ancora pur ottant'anni. Tu intanto procaccia d’aver con te due ilo! famigli tuoi, di quelli a cui tu confidi ogni tuo segreto, pronti e gagliardi. Si pongano essi ad aspettarlo in ino dei recessi della collina e di là s’'avventino su di lui e l’ammazzino. Come venne la notte designata, Al-Hàkim montò sul mo asino e salì alla collina, nè volle prender con sè fino alla cima nessun altro se non un suo giovane paggio. (}li altri famigliari si trattennero ai piedi della collina. ligli intanto, giunto sulla cima, incominciò a riguardare verso Oriente, e quando vide che Marte montava sull’orizzonte orientale, mormorò fra le labbra queste parole: Sei montato adunque, o maledetto sanguinario! Ecco, l’ora mia è venuta! I due allora ch’erano all’agguato, s'avventarono su di lui, gli gittarono al collo una corda e lo strangolarono; uccisero di pugnale il paggio e all’asino tagliarono i garretti. Si presero poi il cadavere del Califfo, e, scendendo da un’altra parte, lo portarono presso la sorella. Costei lo tenne nascosto in casa mentre nessuno non ne sapeva ancora nulla, lei eccettuata e i due assassini e il loro signore. Ma i famigliari di AJ-HAkim, come ebbero atteso finchè spuntò l’alba ed egli non anche era disceso, saliti alla vetta della collina, vi trovarono ucciso il paggio e l’asino coi garretti tagliati. Non trovarono il lor signore, e però tornarono affrettati a palazzo. Tumultuando allora e famigli di corte e ufficiali, la sorella di Al-Hakim li chiamò a sè e disse loro: Non istate a tumultuare! Mio fratello m’aveva detto già prima che, di questi giorni appunto, c'era per lui pericolo di morte, € che perciò erasi apprestato a montar sulla collina per passar poi di là a piedi nel deserto € tenervisi nascosto per sette giorni. Dopo ciò, ne sarebbe ritornato. Quanto al paggio ch'era con lui, egli deve<noinclude></noinclude> roa6p5nm5cc9eeac1s71g1hdwxp5lrw Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/62 108 1031530 3901009 2026-09-18T12:27:03Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901009 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 46 —|}}</noinclude>averlo ucciso perchè non indicasse il luogo per il quale si sarà messo (1). Come pertanto si furon quietati, incominciò essa a far venire a sè uno ad uno i dignitari, ai quali fece ricchi doni e diede promesse buone; e poi, in quei sette giorni, li fece giurare nel cospetto del giovane figlio di Al-Haàkim, al quale diede il nome di Zàhir. L'altro figlio maggiore, che era in Damasco, mandò invece a prendere come S'egli dovesse regnare; ma, quando fu giunto alla città di Tanis, lo caricò di ferri e l’imprigionò. Pure in quei giorni, fece essa cenno segreto a’ suoi famigli, ed essi poser le mani addosso all’Emiro al quale essa aveva confidato il suo segreto, e sui due che avevano ammazzato il Califfo. Furon piantate le forche, e in un attimo i tre furono appesi. Ordinò intanto ai banditori pubblici di gridar per le vie che quei tre appunto, fattisi traditori del loro signore, l’avevano ucciso. Perciò Iddio aveva fatto ricader sul loro capo il loro delitto. Come pertanto fu così fatto morire Al-Hakim, si pensaron molti ch'egli si fosse tramutato nel deserto Sketense e là si facesse monaco cristiano e vi terminasse la vita. Anch'io poverello, quando mi trovava a Damasco, udii da certi legisti d’Egitto che nel tempo in cui egli perseguitava i Cristiani, gli apparve Cristo Signor nostro come già a Paolo, e che d’allora in poi credette, trafugandosi poi celatamente nel deserto dove morì. Ma si dice altresì che poco assai mancò perchè egli, nell’empietà, giungesse a quella di Faraone.... V’erano poi alcuni che, andando da lui, gli dicevano: Salute a te, o l’unico, o il solo! Salute a te, che dài la morte e dai la vita, dài riechezza (1) Di questo fatto della sorella di Al-Hakim si è dubitato molto anche dagli storici musulmani di poco posteriori. Pare invece più probabile che il Califfo (a cui certi fanatici settarì persiani avevan fatto credere di essere il futuro Mahdi, il Redentore che deve comparire alla fine del mondo) si sia appiattato e sia morto poi nel deserto, per dar fede a questa credenza. Il Mahdi, infatti, secondo i Musulmani, vive in luogo ignoto a tutti. A questa più probabile fine del Califfo accenna, come si vedrà, anche il nostro Autore, travisando tuttavia il suo racconto.<noinclude></noinclude> 0lie7omwe8h1i7ywr22s5at7ttng4sl Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/63 108 1031531 3901010 2026-09-18T12:27:08Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901010 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 47 —|}}</noinclude> povertà! — Ed egli si compiaceva di ciò (1). Per co\xlo, uno dei suoi adulatori, quando andò alla Mecca e ill a quel santuario, percosse con un’asta che aveva in niuno, la pietra nera (2) e la scalfi dicendo: A che adonilo voi e baciate, o stolti, ciò che non vi giova nè vi {limneggia, e non vi curate di colui che là in Egitto dà ln vita e dà la morte? (dal siriaco di Barhebreo). 13. Avventure di Al-Harith e sua morte. Raccontava Abù Obeyda: Al-Harith, venuto via dalla tribù dei Benî Darim, si \xgirò qua e là per il paese (83) finchè capitò presso un lugo dei Benî Rabîa. Depose le armi sue, e perchè il lilogo era deserto, senza alcuna traccia d’uomo, vi si llormentò. Passaron di là per caso alcuni dei Benî Ilizàn di Anaza, ed egli dormiva ancora. Gli tolsero cavullo e armi, e poi lo legarono fortemente. Si destò, e «quelli lo legarono anche più forte, sì che egli non potè più muoversi. Allora gli domandarono: Chi sei tu? — ligli non volle dir loro nulla, e quelli lo picchiarono, minacciando di ammazzarlo se non diceva loro chi egli Ni fosse. Si ricusò, e allora certuni della tribù dei Benî ()0ys, capitati là a caso, lo comprarono da questi dei }enî Hizàn al prezzo d’un otre di vino e d’una pecora. Così questi di Qeys si posero in via per tornar con lui al loro paese, e intanto gli andavano dicendo: Chi ici tu? qual condizione è la tua? — Ma egli non volle lit loro nulla, e quelli lo picchiavano che quasi era per (1) Uno dei settarî persiani (vedi la nota antecedente), di mome llnmmza ibn Ahmed, nel 1017 d. G., aveva fatto credere ad Al-Hakim oh'egli era Iddio in persona. (2) La famosa pietra nera custodita nella Kaaba. (3) Questo Al-Haàrith aveva ucciso a tradimento un ragguardevole porsonaggio, Khalid ibn Giafar, capo della tribù dei Benî Amir, che gli ivova ucciso il padre, e ora fuggiva la vendetta dei parenti e congiunti ili Imi, Anni d. GC. 590-592. ratatà MM:<noinclude></noinclude> eryyjcguq43dcznfr0xkwaofcg0g426 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/64 108 1031532 3901011 2026-09-18T12:27:14Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901011 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 48 —|}}</noinclude> morirne, ed egli negò sempre. E seguitaron così un pezzo, ora minacciandolo col piechiarlo, ora spaventandolo in altra maniera, ora facendogli carezze perchè li informasse di sua condizione, finchè, ricusandosi sempre, se ne stancarono e l’abbandonarono, legato così come era, sulla via. Allora potè sciogliersi, e fuggì la notte stessa e passò nelle parti di Yemàma (1), e non ne era molto lontano. Ripiglia Abù Obeyda: Altri invece affermano che quand’egli fuggì da quei di Qeys, si mise a correr forte finchè giunse là presso di Yemàma, e che essi lo inseguirono finchè s’imbattè là dov'erano radunati alcuni dei Benî Hanîfa, tra i quali Qotàda ibn Maslama (2). Quando videro ch’egli veniva correndo verso di loro, Qotàda gridò: Ecco uno che scappa! — e poi, scorgendo la turba che gli era dietro, gli gridò: Alla fortezza! alla fortezza! — Così Al-Harith, sempre correndo, si cacciò nella fortezza. Giunsero intanto anche quei dei Benî Qeys. Vennero là da Qotàda, ma egli disse loro: Se voi l’aveste preso prima ch'egli entrasse nella fortezza, io vel lascierei in mano; ma poichè s'è riparato presso di me, non v'è modo per voi di averlo. — Risposero: È nostro prigioniero, e noi l'abbiamo comperato con le robe nostre (3). Nè egli è un tuo cliente (4), nè tu lo conosci, ma è venuto a te sfuggito alle nostre mani, e noi siam tuoi congiunti e alleati. — Io, disse Qotàda, non ve lo consegnerò mai. Non avverrà mai cotesto. Io però vi do da scegliere, se volete. Fate il conto a qual prezzo l’avete comprato, e voi riavrete da me quel prezzo, e il vostr’uomo resterà libero. Ovvero, se acconsentite, io gli darò armi complete e lo farò montare a cavallo. Voi non lo toccherete finchè non sia passato al di là del torrente, chè allora (1) Città nell'interno dell'Arabia. (2) Costui era allora il capo della tribù dei Benî Hanîfa. (8) In quel tempo, la moneta era scarsissima in Arabia. Anche un secolo e più dopo, al tempo del Califfo Abù Bekr, si adoperavano, in luogo di moneta, per pagar tributi e altro, cammelli e pecore, (4) Nel qual caso, Qotàda era obbligato a difenderlo a qualunque costo,<noinclude></noinclude> 1qpcwdns3bwpmodwf2e6u33iqjbgfim Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/65 108 1031533 3901012 2026-09-18T12:27:19Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901012 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 49 —|}}</noinclude>Ullanto egli sarà a vostra disposizione. — Risposero: Ci |\l{lte, — Qotàda riferì tutto ciò. ad Al-Harith, il quale i{lixe: Ma sì! così si faccia! — Qotàda allora lo vesti il urmi complete, lo fe? montare a cavallo, e gli disse: lu scamperai alle loro mani, mi renderai il cavallo, e llorrai per te le armi. Così uscì di là, e quei di Qeys non lo toccarono 'lnehò non.ebbe passato il torrente. Allora gli si cacciaron {lletro per pigliarlo; ma egli non cessò e dal combatter von loro e dal molestarli finchè toecò la terra dei Benî \{osheyr, pure in prossimità di Yemàma. Ne dista, anzi, mono d’una giornàta di cammino. Come adunque fu giunto il Itogo di questi Benî Qosheyr, i Benî Qeys, disperando ill poterlo aver nelle mani, se ne venner via da lui. Muelli di Qosheyr lo riconobbero, gli si affollaron dat‘utno, gli fecero onore, ed egli rimandò a Qotàda ibn \luslnma il suo cavallo, aggiuntivi cento cammelli per lui, il «lono. Non so se glieli donassero i Benî Qosheyr del Ibro proprio perchè egli potesse rimunerare con essi Wolidla, ovvero se fossero suoi. lkipiglia Ab Obeyda: lira allora re dell’Higiàz Amr ibn Al-ItnAba della Kente di Khazragi. Quando costui venne a sapere che \l{lArith ibn Zàlim aveva ammazzato Khalid ibn Giair (I), e questo Khalid gli era molto affezionato, si lognò fortemente contro di lui. Per Dio! gridava di {jiando in quando, se Al-Harith si fosse scontrato in \hAlid desto, non se ne dovrebbe far caso, ma l’ha aminizzato mentre dormiva. S’egli mi capiterà dinanzi, "prà il suo destino! — Si faceva, allora, portar da bere, ‘l metteva in capo la corona, chiamava a sè le sue canIwrine, e queste gli cantavano così: Da ber mi date a più riprese, e a’ miei Amici da ber date a più riprese! M'abbeverate, fin ch’ebbro diventi, Di vin filtrato. (I) Vedi la nota al principio del racconto. ltalo Pizzi - Fiori d'Oriente 4<noinclude></noinclude> 2jffxg4yghxdccl441ynmc6tj0qbqqw Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/66 108 1031534 3901013 2026-09-18T12:27:24Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901013 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 50 —|}}</noinclude> Un garzon prode sgomina le squadre Di cavalieri e fulmina la spada Quando, di lui per tema, è l’ostil ferro Ammutinato (1). Chè noi, senza un valente che ci guida, Non moviamo all'assalto. Ed è fra noi, Per cotesto, un garzon, che da Khazràgi (2) È nominato. Pi da sua gente ributta l’ingiuria, TL’ignominia ributta, € in pro di noi Quei che nacque in Yemèn (3), per lui soltanto, Sen va frustrato. Dite ad Al-Harith, di Zalim figliuolo, Al pusillo campion, dite a colui Che, votando, un altissimo suo voto Ha pronunciato (4), Che a’ dormienti egli sa dar la morte, Ma uccidere non sa tal che, rinchiuso Nelle belle armi sue, forte e gagliardo, Tiensi svegliato; E ch'io qui meco, simili a carboni Ardenti, ho freccie che di lui fan lagno, Che un brando m'apprestai che acconcio in: Siria Mi fu temprato. Oh! s'io disceso fossi alla campagna, Fatto scordar t’avrei, Harith, la pugna Come il vile obblioso il tempo attarda Ch'è riservato! (5). | Ripiglia Abù Obeyda: Quando questi versi giunsero a conoscenza di Al Harith, anche più ne fu irritato e stizzito. Andò la dagli (1) Il nemico è tanto sgomento che nemmeno il ferro ch'egli impugna, gli obbedisce, (2) La gento dello stesso regal poeta, e il giovane duce è lui stesso, (3) Quello dell'Arabia meridionale. In generale, qualunque nemico, come pare. (4) Qui è detto con ironia e sarcasmo, Al-Harith aveva fatto voto di uccidere l’uccisore del padre suo, cioò Khàlid ibn Giafar, e l'aveva ucciso, coltolo alla sprovvista, mentre dormiva. (5) Vuol dire: Come i giorni riservati e sacri, in cui, por anbica consuetudine, non si può combattere, servono di pretesto ai vili (i attardano) per non riprendere le armi, così io, co' miei colpi, t'avrei tolto dall'anima la smania di voler combattere, tu vile, coi valorosi.<noinclude></noinclude> cr0gkoggcnrrw1sk736a0m19kazy2qi Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/67 108 1031535 3901014 2026-09-18T12:27:29Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901014 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 51 —|}}</noinclude> Se use ibitati di quei di Khaàzragi, s’accostò al padiglione di \mr ibn Al-Itnàba e gli mandò voce dicendo: Aiutami, n re, ch'io sono uno che domanda protezione, perseguiInlo e oppresso! Prendi le armi suvvia! — Amr gli (liede retta e uscì fuori, ma, nel mentre ch’egli andava {ln lui, AI-Harith gli corse incontro gridando: Io sono il padre di Leyla! (1) — Allora si azzuffarono e combat(crono gran parte della notte. Ma Amr, temendo che \l-Harith l’ammazzasse, gli disse: Son vecchio, o Harith, e mi prende il sonno! Potresti tu rimandar a domani {|uesta faccenda? — Oibò! rispose Al-Harith. Domani chi sin mai con chi avrò da fare! Tornarono allora a combattere per qualche tempo, ma poi Amr gittò via la lancia dicendo: Non t'ho detto, o Harith, che mi prende il sonno? M’è caduta di mano In lancia, e tu lascia stare! — Al-Harith si fermò, e \mr: Dammi tempo fino a domani. — E Al-Hàarith: Non voglio! — E Amr: Lascia allora ch'io raccolga la mia lnneia. — Disse: Raccoglila. — Temo, disse Amr, che ll me ne impedisca prevenendomi d’un colpo e mi ferisca montre starò per raccoglierla. — Per la lealtà di Zàlim (2), xclamò AL-Harith, nel proteggere altrui, non te ne impelirò prevenendoti d’un colpo, non ti assalirò, non ti ferirò, finchè tu non l’abbia raccolta! — Per la lealtà di \l.Itnàba, gridò allora Amr, nel proteggere altrui, io non In raccoglierò, non combatterò più con te! Si tolse allora di là Al-Haàrith per tornare presso i oi, e intanto così rispondeva in versi ai versi di Amr: Come lieve susurro d’aura lieve Con piacer m’ascoltate, o cantatrici, Anzi che mi raggiunga, in ciel spuntando, L'’estremo fato; Anzi che biasmo di femmine acerbo M'’assalga a dir che ribelle fu? io, (1) Solito vezzo di chiamarsi dal nome del padre o dei figli. (2) Al-HArith giura per suo padre, Zàlim, e Amr per il suo, AlHinhbn,<noinclude></noinclude> talw8vej1ez8ur1wobjzjla00qq29ba Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/68 108 1031536 3901015 2026-09-18T12:27:35Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901015 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 52 —|}}</noinclude> Repugnante a’ lor cenni apertamente, Nel tempo andato (1). E che m'importa, allor che il mattutino Nappo per tre fiate mi vuotai, Se leal esse o dato a triste voglie M’han reputato? Pur ch'io di colpe non m’aggiunga il peso, A Dio dinanzi, in tutto il viver mio, Pur che da me l’amico mio non resti Mai defraudato. D'un uomo a noi son giunte le parole (Amr era detto!), e noi le sopportammo, Noi di grand’alma, anche se il parlar suo Era sguaiato. E meditammo la sua morte allora Che a noi di contro ei s’avventava e a terra Con l’armi sue, pur sì valente e forte, Giacea prostrato. Egli allor non dormia! (2). Ma si scusava Col sonno che il prendea, mentre un acciaro Stringeasi in pugno, in Siria acconciamente Un dì temprato. Ma noi, dopo il vantare alto di lui, Grazia con tutta lealtà gli femmo, Io (8), che leale in tutto il tempo scorso Mi son mostrato. E da lui ci partimmo e di perdono Larghi gli fummo ancor. L'alto favore Che da noi gli venia, per lui che l’ebbe, Sempre è durato! Ripiglia Abù Obeyda: Al-Harith, dopo ciò, se ne venne in Siria presso uno di quei re di Ghassàn che chiamavasi Yezîd ibn Amr, il quale lo prese sotto la sua protezione. Cotesto re aveva una cammella che nessuno poteva toccare, ed essa recava (1) È frequente, in questi antichi poeti arabi, il fingere che certe donne li rimproverino di viltà o d'altro, per poi confutarle vantando i proprî meriti. (2) Allusione amara al rimprovero fatto ad esso Al-Harith d'avere ucciso Khalid mentre dormiva. (3) Passaggio rapido e brusco, ma efficacissimo, al numero singolare. vbraili<noinclude></noinclude> 99s5tnlc4eojf3csdaa7zt991ztqbr3 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/69 108 1031537 3901016 2026-09-18T12:27:40Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901016 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 53 —|}}</noinclude> uppeso al collo un coltello, dell’esca, un sacchetto di inle, e i suoi sudditi erano avvisati che nessuno di loro ‘loveva osare alcun che su di essa (1). AI-Harith aveva con sè due sue femmine. Una di esse, avendone gran voglia, lo richiese di procacciarle del lardo di gobba di cammella (2). Disse Al-Harith: E dove posso trovar io cotesto lardo? — Essa tanto insistette presso di lui, ch'egli fe’ disegno sulla cammella del re. Cacciaala nel fondo di una valle, la ferì nel ventre, e la donna, mangiata parte di quel lardo, ne ripose il rimanente in un suo otre. Cercandosi allora la cammella perduta, fu rinvenuta ch'era stata uccisa, eceettochè nulla ne era stato tolto fuorchè la gobba. Ne fu recata la motizia al ve, ma nessuno sapeva chi avesse fatto cotesto. Il re allora mandò a prendere Al-Khims della tribù dei Benî Taghlib, il quale era indovino e stregone. Gli fu domandato: Chi ha sgozzato la cammella? — E Al-Khims: L’ha sgozzata Al-Harith. Il re che temeva d’averne biasimo (3), si guardò bene dal toccarlo. Ma lo stregone gli diceva: Se tu vuoi proprio saper tutto ciò di scienza certa, induci qualche femmina a domandar del lardo alla donna di Al-Harith. — Il re così fece, e Al-Harith rientrava in casa nel momonto appunto che quella femmina sua traeva fuori per l’altra di quel lardo. Capì l’astuzia, ammazzò la donna mandata dal re, e la seppellì in quella sua casa stessa. Wacendosi allora ricerca della donna perduta, Al-Khims esclamò: Oh! l’ha portata via ciò che ha portato via la cammella! Ma se al re rineresce di dovere inquisir colui per questo, gli comandi di montar a cavallo per un poco, o, quando sarà partito, gli frughi sotto il pavimento in casa. Il re fece così, e AI-Khims trovò la traccia del luogo in casa di Al-Harith. Costui, rientrato all'improvviso, saltò (1) Il coltello voleva dire che la cammella poteva essere scannata; l'oncen, che si poteva accendere del fuoco per arrostirla; il sale, che poluyvn esser condita con esso. Ma guai a chi avesse osato far tanto! (2) Cibo molto ghiotto presso gli Arabi antichi. (3) Se avesse violato la protezione accordata.<noinclude></noinclude> 2tnwq6mkwnjssx0qmfoat1ji62ae9yh Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/70 108 1031538 3901017 2026-09-18T12:27:45Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901017 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 54 —|}}</noinclude> addosso allo stregone e lo freddò. Allora fu preso e posto in carcere. Il re ordinò di farlo morire, ma egli disse: Tu m'hai accordato la tua protezione! Tu non mi tradirai! — Disse il re: Non sarà gran danno sio ti tradirò una volta, mentre tu più volte m’hai tradito! — HR fe’ cenno al figliuolo di AI-Khims che l’ammazzasse per vendicar la morte di suo padre. Quando il giovane gli si accostò per colpirlo, AI-Haàrith gli domandò: Chi sei tu? — Il figlio d’Al-Khims! rispose. — Ah! sei tu, ripigliò AI-Harith, o figlio del peggior di tutti i desiderî? (1) — E l’altro; E sei tu, o figlio del peggiore di tutti i nomi? — E lo stese morto. Il figliuolo d’AI-Khims allora, presa la spada tutta rabescata di AI-Harith, se ne venne con essa sul mercato di Okàz nel sagrato della Mecca. Là espose quella spada alla pubblica vendita e andava gridando: È questa. la spada d’AI-Harith ibn Zalim! — La comprò Qeys ibn Zoheyr al quale egli l’aveva mostrata, e questo Qeys, afferrata la spada, assalì il giovane, pur là sul sagrato (2), e l’ammazzò (8). (dall’arabo di Al-Isbahani). 14. Accoglienze fatte ad un celebre musico d’Arabia. Il musico Maabad (4) aveva insegnato il canto, tra altre fanciulle dell’Higiàz, anche ad una che chiamavasi Zabia (5), e aveva molto faticato nel farla riuscire. La comperò poi un tale della gente dell’ Iràqa, il quale la menò a Bassora dove altresì la vendette, e da Jlui la (1) Cioè della vendetta. Non son certo d'avere inteso a dovere il difficile passo. (2) Dove non era lecito trattar le armi, (3) Questo Qeys uccise il giovane ricordandosi che il morto Al-H rith l'aveva aiutato a vendicar la morte, un giorno, di suo padre. (4) Viveva nella prima metà del secolo VIII d, G, (5) Cioè Za cervetta. drssetrà troni<noinclude></noinclude> 7hqxkzofweiexcsqzzqw9jhs0n2vy9t Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/71 108 1031539 3901018 2026-09-18T12:27:50Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901018 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 55 —|}}</noinclude> ‘winperò un tale della gente di Al-Ahvàz (1), il quale i ora rimasto ammirato. Ma poi, dopo esser rimasta con lil per molto tempo, essa gli venne a morire, mentre le inciulle ch'egli aveva in casa, avevano imparato da lei lW maggior parte de’ suoi canti. Egli allora, per l’amore “he Ie portava, e per la tristezza che ne ebbe, non cesuva dal domandar notizie di Maabad e dove abitasse, clal parlarne con ammirazione e predilezione grandislina, anteponendone le composizioni musicali a tutte le "\ltre del tempo suo, finchè tutto ciò si divulgò e ne siunse notizia allo stesso Maabad, il quale, per ciò appunto, si partì dalla Mecca e se ne venne a Bassora. Come vi fu giunto, per caso s° incontrò appunto in costui che ne usciva in quello stesso giorno per tornare in ALAhvàz, e intanto aveva noleggiato un navicello. \nche Maabad si mosse attorno cercandosi una barca per venirne con quella in Al-Ahvàz, ma non trovò se non il navicello di quel tale. Nè l’uno conosceva l’altro. (Questi allora comandò al barcaiuolo di collocarsi Maabad pressò di sè là dalla poppa. Il barcaiuolo così fece, e così artirono insieme. Quando furono alla foce del canale di Vbolla, mangiarono e bevvero, e quell’uomo ordinò alle uo ragazze di cantare. Maabad si tenne in silenzio (era in abito da viaggio, con sopra un mantellaccio di peli {li cammello, e aveva scarpe grosse e tutto un abbigliamento meschino quale è quello degli abitanti dell’Higiàz) linehè una di esse cantò questi versi: Della colomba il gemito, Del salce sulle ramora, Tutto mi turba l’animo Nell'ora del partir! Colombi a lei rispondono. Lagni per l’aer volubili! Ma quelle e chi mai piangono? E del colombo il gemito Antico, e il lor sospir Ad ogni di ripetesi! (1) Provincia persiana, la Susiana degli Antichi.<noinclude></noinclude> 55tkrcb43i1zrb9ot8xepintwatozar Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/72 108 1031540 3901019 2026-09-18T12:27:56Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901019 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 56 —|}}</noinclude> Questo canto era appunto di Maabad, e la ragazza non seppe eseguirlo a dovere, ond’egli le gridò: Cotesto tuo cantare non va bene, ragazza mia! Il padrone della ragazza andò sulle furie. E tu, gridò a Maabad, che sai tu che sia il cantare? Lascia stare il canto e bada ai fatti tuoi! — Maabad si Quietò. La ragazza cantò certi versi d’altro maestro, ed egli si stétte quieto e non disse parola finchè quella non cantò un’altra aria di lui e la sbagliò in qualche punto. Allora le disse: Ragazza mia, tu hai fatto di gran sbagli in quest’aria! — L'altro s’infuriò più ancora e gridò a Maabad: Che c'entri tu, disgraziato, col cantare? Non vuoi {smettere di farci il dottore? — Maabad si quieto, e le ragazze cantarono ancora per un pezzo finchè una, da sola, cantò questi versi: A Geyda hanno inviato un messaggiero Per darle doglia (1), e il messaggier non venne! Anche questo canto era di Maabad, e la ragazza non ne indovinò una, sì che egli le disse: Cara mia, tu non sai eseguire nemmeno una battuta! — Il padrone allora, tutto stizzito: Im che modo, gli gridò, potrem farti capire di dover smettere, da senno e non per burla, cotesta tua arroganza da dottore? Giuro per Dio che se tu ci torni a dietro, ti farò gettare in mare! Maabad allora anche una volta si quietò. Quando anche le ragazze ebber fatto silenzio, incominciò a cantare quella sua prima aria, e l’eseguì tutta. E quelle allora: Molto bene! Ripeti! ripeti! — E Maabad: No, per Dio! in nessun modo! — Bensì, incominciò a cantar l’altra aria, e le ragazze, voltesi al padrone: Oh! gli dissero, costui è il miglior cantante di tutti! Pregalo che ripeta, almeno una volta, perchè noi possiamo imparar quell’aria. Quando sarà andato via, non troveremo mai più un suo pari! — E il padrone: Voi avete udito come io gli ho risposto male per voi. Temo ch'egli faccia al(1) Forse con la notizia della morte dell'amante.<noinclude></noinclude> 3zij5viarfibu03xyntnzif2gqn2xgl Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/73 108 1031541 3901020 2026-09-18T12:28:01Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901020 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 57 —|}}</noinclude> trettanto a me; e veramente noi l’abbiam trattato male in antecedenza. Pazientate finchè l’abbiam potuto rabbonire. Cantò per la terza volta, e parve che ne andasse a scompiglio tutto il mondo, perchè colui balzò in piedi, gli si accostò e lo baciò in fronte e gli disse: Signor mio, noi ci siam diportati ben male verso di te, ma noi non conoscevamo la tua condizione! — Suvvia! gli rispose Maabad, se tu non conoscevi la condizione mia, dovevi anzitutto accertartene e non correre così spedito a farmi cattiva compagnia e a sopraffarmi con parole cattive. — E l’altro: Ho fatto male, e però ti domando scusa per ciò che ora è avvenuto. Ti prego anzi che tu discenda con me per farmi un poco di compagnia. — E Maabad: Per ora, no! — Ma l’altro non cessò dal fargli carezze e profferte finchè non andò con lui. Gli disse allora: Da chi hai tu appreso l’arte del canto? — Da uno, rispose Maabad, della gente dell’Higiàz. Ma le ragazze tue da chi l’hanno appresa? — Disse: Da un’altra ragazza ch'io aveva. Un uomo di Bassora l’aveva comprata alla Mecca, ed essa aveva imparato l’arte sua da Maabad, il quale aveva faticato molto nel farla riuscire. Essa m’aveva rapito l’anima dal corpo. Ma Iddio, glorioso, altissimo, me l’ha tolta, e mi son rimaste queste ragazze che sono della sua scuola. Ora io son tutto appassionato per Maabad, perchè io lo credo superiore a tutti gli altri musici e cantori insieme, e apprezzo l’arte sua più di qualunque altra. Maabad allora gli disse: Saresti capace di conoscere chi sono io? — Rispose: Io no! Maabad gli diè un leggier colpo di mano sulla fronte e disse: Per Dio! io sono Maabad, e per te appunto mi son partito dall’Higiàz e mi son trovato a Bassora nel momento che tu montavi in barca, per venir da te in ALAhvaàz. Ma io non mi contento di queste ragazze tue come ora sono, sì bene te le istruirò in modo che ciascuna di esse ti potrà star degnamente in luogo dell’altra che t è morta.<noinclude></noinclude> msg6v6teua3qjnk6aw6q1e5cwf9vwo6 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/74 108 1031542 3901021 2026-09-18T12:28:06Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901021 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 58 —|}}</noinclude> Quell’uomo allora e le fanciulle tutte gli si precipitarono alle mani e ai piedi per baciarglieli, e intanto andavano gridando: Tu ti sei celato a noi per tanto tempo che t’abbiam fin trattato male nel volgerti la parola, e t’'abbiam fatto cattiva compagnia, mentre tu sei il nostro maestro e signore e colui che appunto domandavamo a Dio di poter incontrare! E quell’uomo gli fece cambiar vesti e trattamento.. Gli diede anzi più mute di vesti e gli donò, sul momento stesso, trecento dîndr, aggiuntivi profumi e altri donativi simili, e se ne venne con lui fino in Al-Ahvaz. Maabad stette con lui finchè fu contento e soddisfatto della perizia e dell’arte delle fanciulle in tutto ciò ch’esse avevano imparato da lui. Allora s’'accomiatò da quel tale e fece ritorno all’Higiàz in Arabia. (dall'arabo di Al-Isbahani). 15. Il poeta Firdusi (1). Firdusi (che Iddio gli abbia misericordia!) era della città di Ts (2), e I’eccellenza e la perfezione dell’arte sua, poichè egli è il poeta del Libro dei Re, non hanno bisogno nè d’esser lodate nè d’esser fatte conoscere. Dicono alcuni ch'egli era di gente data al coltivar campi e che, per certa angheria patita dagli ufficiali pubblici, si mosse per andarne a Ghazna che era allora la residenza del sultano Mahmod. Come vi fu giunto, passando per caso là da un giardino, vide che vi stavan seduti certuni intesi a darsi bel tempo insieme. Conobbe (1) Nel seguente racconto della vita del gran poeta persiano, autore del Libro dei Re, vissuto dal 940 al 1020 d. C., c'è molto di non vero e di fantastico, sebbene la parte principale ne sia vera. Vedi la mia: Storia della Poesiu persiana, cap. V, e la mia traduzione del poema: MW Libro dei Re (Torino, 1886-89). Chi conosce tedesco, può consultar le opere dello Spiegel (Eranische Alterthumskunde, 3 voll.) e del Noldeke (Das ivanische Nutionalepos). (2) Città, ora distrutta, nel Khorassan, betrr tidu<noinclude></noinclude> svb7qf0fzc9j2873zomqclyoyw6rdi8 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/75 108 1031543 3901022 2026-09-18T12:28:12Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901022 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 59 —|}}</noinclude> ch’eran gente addetta alla corte del Sultano, e però disse fra sè: Mi presenterò a costoro, e certo io avrò da loro qualche informazione intorno all’affar mio. S'accostava egli, ma quelli n’ebbero noia e dissero: Costui vuol disturbare la nostra compagnia. Nulla v'è di meglio che, quando sarà qui da noi, gli diciamo: « Noi siam poeti di corte, nè vogliamo far società con chi non è poeta. Gli reciteremo tre versi rimati con una sola rima, a cui non sarà possibile trovar la quarta, e l’inviteremo a trovarla soggiungendo che, se la troverà, Sarà della società nostra. Se non la troverà, ci scuseremo di non poterlo ammettere ». Quand’egli fu là da loro, gli fecero conoscere quanto fra loro avevano pensato, ed egli disse: Recitate quei versi. Unsuri (1) disse: Come la guancia tua luna non splende; Farrukhi disse: Rosa non è in giardin pari a tua guancia; Asgedi disse: Passa gli usberghi ogni tuo sguardo e fende! Quando Firdusi ebbe udito questi tre versi, disse improvvisando: Come in giostra a Peshèn di Ghev la lancia! (2) Quelli ne fecero le meraviglie, e poi lo richiesero della storia di Ghéèv (8) nel campo di Peshen. Come l’ebbe loro raccontata, si presentò alla corte del Sultano (1) Costui e gli altri poeti ricordati appresso sono stati veramente poeti della corte di Ghazna. Vedine anzi alcuni brevi saggi, tradotti, nella mia Storia della Poesia persiana, cap. II, nell’Appendice. Ma l’aneddoto che qui si racconta, non è molto credibile. (2) Con la parola Peshèn, che è il nome del luogo d'una famosa battaglia dei tempi eroici persiani, descritta da Firdusi nel poema (vol. IIT, bag. 182, della mia traduzione), egli potè far la rima con gli altri tre versi che, alla loro volta, terminano (nel testo persiano) in shen, come Peshèn. I tre malaccorti non conoscevano questo nome, (3) Eroe iranio, figlio di Gùderz, segnalatosi in quella battaglia. Nella traduzione di sopra, son stati corretti alcuni errori di fatto in cui l'Autore persiano è caduto.<noinclude></noinclude> q0n7knz2m3o2f237v4zhcxf4n2jnn59 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/76 108 1031544 3901023 2026-09-18T12:28:17Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901023 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 60 —|}}</noinclude> dove fu accolto con molto riguardo. Il Sultano gli disse: Della nostra assemblea tu hai fatto un paradiso! (1). — E però gli attribuì il soprannome poetico di Firdusi. Trascorso alquanto tempo, ebbe il comando di ricomporre in versi (2) il Libro dei Re. Avendo composto un migliaio di distici, ne recò quel saggio al Sultano. Ebbe lodi grandissime, e il Sultano gli fe’assegnare mille dinar d'oro. Nello spazio di trent’anni condusse a fine DI|i: la grande opera, 6, recatala nel cospetto del Sultano, secondo che innanzi aveva ricevuto, sperava di ricevere un dînar d’oro per ogni distico (8). Ma gl’invidiosi vol lero intromettersi e dissero: Che merito ha un poeta perchè gli si doni una somma tanto grande? — E fecero i Lot in modo che gli fosser date sessantamila dirhem d’ari gento (4). Firdusi se ne afflisse. Dicono che, quando 1 VADO gli furon portate quelle monete d’argento, egli trovavasi in un luogo pubblico di bagni. All’uscirne, ne diè ventiIBo mila al guardiano dei bagni, ventimila ad un venditor AREE | di birra (poichè ne aveva bevuto alcuni bicchieri), venti mila a quelli che gliele avevano portate. Vituperò poi il Sultano con un componimento d’intorno a quaranta distici, dei quali i seguenti sono un saggio (5): Che se il padre suo Regnato avesse, una corona d’oro Il figlio suo posta m’avrebbe in fronte (6). In quella gente, mai non fu grandezza; Perciò non osa udir de’ grandi il nome Cotesto re! Quell’albero che amara Ha sua natura, se negli orti il poni SÒ,RE sere sone» vtagiata RARE (1) In persiano: findaus-è! da ciò il soprannome del poeta, Firdusì, cioè il paradisiaco. (2) Lavorando su antichi racconti in pehlevi e in arabo. Vedi la mia Storia della Poesia persiana, l. c. (8) Secondo ogni altra testimonianza, il poeta aveva già prima pattuito questa somma col Sultano. (4) È questo il numero, press’a poco, dei distici del poema, (5) Questa violenta satira o invettiva trovasi, tradotta per intero, a principio del 1° volume della mia traduzione del Libro dei Re. (G) Il sultano Mahmùd discendeva da uno schiavo stato ai servigi dei SamAnidi, signori del Khorassan nel IX secolo d, OC. ft:ÈÈi pere grep TASTE —ex, *<noinclude></noinclude> ljj60p81cw60e28upxiv9xu608csfz6 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/77 108 1031545 3901024 2026-09-18T12:28:22Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901024 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 61 —|}}</noinclude>SIR ESSI Degli spiriti eletti e al tempo suo L’arse radici. a ristorar ti appresti Con puro miel che da superne fonti Stilla nel paradiso, al fin dell’opra La natura sua rea mostrerà sempre E sempre amari porterà suoi frutti! Si tenne nascosto per qualche tempo, nè lo trovarono per quanto il cercassero. Ma poi, un giorno, sua signoria Ilasan Maymendi che allora aveva grado e ufficio di ministro, in un luogo di caccia, ad un certo momento in cui venivano a proposito, recitò alcuni distici del Libro dei Re. Piacquero assai al Sultano, il quale domandò: Di chi sono cotesti versi? — È poesia di Firdusi! gli fu risposto. Il Sultano allora si pentì di ciò che aveva fatto, e comandò che fossero assegnati a Firdusi, e portati a lui in Tùs, sessantamila dînar d’oro con regie mute di vesti. Ma il destino non lo secondò in ciò; perchè, mentre i messi suoi recavan dentro per una porta di Tùs quei doni, altri, per altra porta, recavan fuori la bara di l'irdusi (1). Rimaneva una figlia del poeta, alla quale, i llora, quei doni furono offerti. Volle pensarci alquanto, ima poi non accettò, dicendo: Io ho quanto mi occorre per vivere, e non ho bisogno di tanto! — I messi del Sultano adoperaron quei danari per fabbricare, in quei «lintorni, un ospedale per i pellegrini poveri (2). Riconoscere è bello il pregio altrui! Allor che un dardo questa saettava Celeste volta, freccia del Destino Sprigionata dall’arco, il fin toccava Di Mahmùd la possanza. Oh! nulla in terra, Nulla rimase di suo splendor regio, Fuor che un sol cenno che appo il volgo è noto: « Non riconobbe di Firdusi il pregio! » (dal persiano di Giami). (1) Questo punto della storia del grande e infelice poeta ha fornito l'argomento ad E. Heine per una sua commovente ballata: 17 poeta Pirdusi Den Dichter Firdusi). (2) Del resto, era stato questo un desiderio di Firdusi che voleva vonsacrarvi quanto avrebbe guadagnato col suo poema. Il viaggiatore perninno Nasir ibn Khusrey, del secolo XT, dice d’aver veduto quell’ospedale.<noinclude></noinclude> mv29xfvlbnhl0pyhmrmuzw35ha4f0n6 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/78 108 1031546 3901025 2026-09-18T12:28:27Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901025 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 62 —|}}</noinclude>16. Straordinaria ostinazione di un ladro del denaro pubblico. Fra le altre cose che si ricordano di Al Mutadhid (1) e della sua prudenza negli affari e della sua sagacia, vi è anche ch'egli, un giorno, aveva ordinato che si mandassero dal tesoro pubblico certi denari, chiusi in dieci carnieri, per pagare alcuni assegni dovuti ai soldati. I carnieri furon portati in casa del sopraintendente delle paghe perchè ne facesse poi la distribuzione, quando, in quella notte stessa, fu traforato il muro della casa, trafugatine, inoltre, i carnieri stessi. Quando fu giorno, il sopraintendente vide il pertugio fatto nel muro, ma non trovò più il denaro. Mandò a chiamare il prefetto della polizia, che allora era Munis al-Fihli, e quando l’ebbe a sè, gli disse: Quei denari erano del governo e dovuti all’esercito. Ora, se tu non ritorni da me con essi o con chi ha rotto il muro e li ha rubati, te ne dichiarerò debitore presso il Principe dei credenti. Mettiti adunque con ogni tuo potere alla ricerca e dei denari e del ladro che ha osato far tanto. Munis andò a casa, e fece venire a sè i Convertiti e altra gente di polizia. Questi Convertiti erano antichi ladri d’ogni specie, i quali, diventati vecchi, si erano pentiti di ciò che avevan fatto, e però, quando accadeva alcunchè, indovinavano, dal modo tenuto, chi vi aveva avuto parte, e lo denunziavano al governo. Spesso, tuttavia, spartivano con gli altri ladri ciò che questi avevano rubato. Munis adunque ordinò a tutti costoro d’andare attorno a far ricerca, e perchè vi mettessero ogni cura, fe” minaccie, promesse, paure. T'utta questa gente si sbandò per le vie e per le piazze di Bagdad, per le stamberghe, per le taverne, per le botteghe di tutti i rivendugliuoli, per le case da giuoco, nè tardaron (1) Califfo Abbàsside che regnò dall’892 al 902 d. C.<noinclude></noinclude> 3ioeb4am74px9fvntu1wyhpr0mk98e5 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/79 108 1031547 3901026 2026-09-18T12:28:32Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901026 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 63 —|}}</noinclude> — Rac ubollo che menarono dinanzi a Munis un tale tutto macinto, debole di complessione, in abiti che cadevano a \uwzi, di condizione misera, dicendo: Signore, costui è | nutore del fatto, e non è di questo paese. Poichè tutti eran d’accordo nell’affermare ch’egli \vova traforato il muro e trafugato ‘il denaro, Munis il l'ihli cominciò a dirgli: Chi era con te, o disgraziato, i chi t ha aiutato? e dove sono i tuoi sozî? ch’io non lwlo che tu solo e di notte abbi potuto portar via quei {\lvci carnieri. Voi dovevate essere in dieci, 0, per lo eno, in cinque. Suvvia adunque fammi sapere dove uno i denari, se sono ancora indivisi, ovvero indicami | Iuoi complici, se ve li siete spartiti! l’altro non fece che negare. Munis allora prese ad wenrezzarlo e a lusingarlo. Gli promise una bella ricom|nsa, una provvigione annua, un assegno cospicuo, ogni tonni più bella e desiderabile, purchè restituisse i denari v confessasse. Lo minacciò, anche, delle pene più terrili, Ma l’altro insistette sempre nel diniego e nel prote\rsi innocente. Poichè tutto ciò irritò Munis e l’inasprì, il egli disperò d’aver da lui la confessione, gli applicò ln tortura e l’inchiesta fra i tormenti. Lo fe’ battere con \rzo, con corde annodate, con bastoni, con nervi di ito, sul dorso, sul ventre, sulla nuca, sul capo, sulla Linntn dei piedi, alle giunture, ai muscoli, tanto che non tlmnso più alcun posto alle battiture, ed erasi giunti a \l punto che il misero aveva perduto il sentimento e non parlava più. Ma non confessò nulla! ‘lutto ciò venne a notizia di Al-Mutadhid, il quale, \llorn, fe? venire a sè il prefetto della polizia. Che hai ll saputo fare per quei denari? gli domandò. Munis l'informò di tutto, e il Califfo: E che? Tu pigli un ladro cho ha rubato dal tesoro pubblico dieci carnieri, e lo poni a pericolo estremo di morte in modo ch’esso ne viuln di mezzo, e si perda anche, s’egli muore, il denaro? ()h! dov'è mai andata la furberia degli uomini! — Prinvip dei credenti, Munis rispose, io non ho conoscenza ilulle cose invisibili, e per quel che concerne quest'uomo,<noinclude></noinclude> jaz3bccmglflm5qieq1vqzkk2dudn3w Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/80 108 1031548 3901027 2026-09-18T12:28:38Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901027 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 64 —|}}</noinclude> non ho altro spediente oltre quello che ho adoperato. — Disse Al-Mutadhid* Menalo qui da me! Così lo condusse. Il misero fu trasportato, tutto ravvolto in una coperta di lana (e aveva ricuperato i sensi), e deposto nel cospetto del Califfo, il quale l’inchiese del furto dei denari. Ma egli negò ‘ancora. Il Califfo allora gli disse: Bada bene, disgraziato! Se tu muori, quei denari non ti giovano punto; e se tu guarisci delle tue piaghe e scampi alla morte, non ti lascierò mai toccar quei denari. Ora però hai tu la mia fede e la certezza da | parte mia che, se tu confessi, avrai di che si migliori la tua condizione, e di che abbia a lodarsene il tuo stato. — L’uomo si ricusò anche una volta di confessare, e il Califfo: Fate venire i medici! — Come furono introdotti, disse loro: Prendete con voi quest'uomo e curatelo con la maggior diligenza possibile. Applicategli empiastri, nutritelo, assistetelo, fate in modo, insomma, ch’egli sia guarito nel più breve tempo possibile. I medici lo menarono via, e Al-Mutadhid, intanto, I ordinò si prendessero altri denari in luogo di quelli ch’erano stati involati, e comandò che fossero distribuiti fra i soldati; e quel tale intanto, come si racconta, guarì e si rimise assai bene in pochi giorni. Lo confortarono assi duamente di cibi e di bevande, gli somministrarono coperte, tappeti, profumi e suffumigi, finchè riebbe la salute di prima e rinvigorì e riacquistò il colorito, e ritornarono in lui gli antichi spiriti. Tutto ciò fu riferito al Califfo, il quale allora comandò che gli fosse menato dinanzi. Quando gli fu dinanzi, gli domandò come stesse, @_ quello, dopo aver fatto voti e pregato e ringraziato: Io sto benissimo, disse, e così starò finchè Iddio darà vita al Principe dei credenti! — Il Califfo allora l’interrogò sul fatto dei denari rubati, ma egli negò di nuovo. Disse. il Califfo: Guarda bene! Tu non puoi negare o che hai preso da solo tutti quei denari, ovvero che te n’è toccata. soltanto una parte. Se tu li hai presi tutti per spenderli.<noinclude></noinclude> ctsoek86jougsg27b5b4tk1r4uchtjx Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/81 108 1031549 3901028 2026-09-18T12:28:43Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901028 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 65 —|}}</noinclude> oi in mangiare e bere e darti bel tempo, non credo che ll potrai dilapidarli tutti prima di morire. Allora, morto vo tu sii, te ne rimarrà il peso sulla coscienza. Se in\‘ce ne avrai avuto soltanto una parte, noi ti facciam Inrghezza di quella parte. Ma tu confessaci soltanto che |ini avuta, e indicaci i tuoi complici. Se non confessi, ll mando alla morte. Allora, non ti gioverà punto l’averti Iusciato a dietro quei denari, e ai tuoi sozî assai poco mporterà della tua morte. Ma se confesserai, ti darò {llvcimila dirhem che io prenderò, per tuo conto, dai proposti ai pedaggi (1), e ti inscriverò tra i Convertiti \ li pagherò ogni mese dieci dîndr che ti basteranno per {urti da mangiare e da bere e da vestirti e da profuurti. Tu sarai onorato e sarai sfuggito alla morte, tti, libero, inoltre, d’ogni accusa. E quegli si ricusò a tutto fuor che a negare. Il Califfo "llora volle che giurasse per Dio, ed egli giurò. Gli }rosentò un esemplare del Corano e l’invitò a giurare ur il Corano, ed egli giurò. Oh! io saprò dove sono i {lenari! esclamò il Califfo; e se io lo $aprò, poichè tu hai Ito, Wiurato così, ti manderò a morte, nè soffrirò che tu viva lin solo istante! — E l’altro negò ancora. Poni la mano, kll gridò il Califfo, sul mio capo e giura per la vita sali nin! — Gli pose la mano sul capo e giurò per la vita ili lui e soggiunse: Io non ho preso nulla! Mi si perseguita ingiustamente, e si sospetta sul conto mio, e i Convertiti vogliono sbarazzarsi di me. — Il Califfo allora gli disse: rino] No tu menti, ti farò morire, ma io sarò innocente del nngue tuo! — E l’altro: Ma di certo! ('omandò allora che si facesser venire trenta schiavi uri (2) e li fe’ disporre in modo che l’accusato potesse vilerli ed essi vedesser lui, e ordinò loro di succedersi per turno nel fargli la guardia. Passarono più giorni, e l'infoliee, per tutto questo tempo, si tenne là seduto, ma (1) Qloò li preleverò dalle tasse che pagano al governo. (0) Ve n'oran molti alla corte di Bagdad, fatti venire dal Sudan, ed stano tenuti cari por la loro grande fedeltà, lialo Piezi » Fiori d'Oriente 5<noinclude></noinclude> 4bw8l94ir0aw2zgc2y12s7zevdtbe0f Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/82 108 1031550 3901029 2026-09-18T12:28:48Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901029 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 66 —|}}</noinclude> non gli fu mai concesso nè di appoggiarsi, nè di sostenersi con le braccia, nè di coricarsi, nè di riposarsi su È un de’ fianchi. Se chinava il capo vinto dal sonno, gli si dava una guanciata sulla mascella o un colpo sulla testa, e durò cotesto finchè egli cominciò a mancare e ad avvicinarsi alla morte. Il Califfo, allora, lo volle a sè, € tornò a parlargli come già prima gli aveva parlato, e lo | fece giurare col giuramento nel nome di Dio e con altri | giuramenti, e l’altro giurò per tutto ciò e anche per quanto non era stato richiesto di giurare, dicendo ch'egli nè ‘aveva preso i denari nè sapeva chi li avesse presi. Al-Mutadhid si volse agli astanti e disse: Sì! il cuore mi dice che costui è innocente e che ciò ch'egli afferma, è la verità! I Convertiti devon sapere chi è, invece, il vero autore del furto, e noi abbiamo operato male verso questo galantuomo. Lo pregò allora di perdonargli, e l’altro gli perdonò. } Comandò poi che fosse recata là in mezzo una tavola | con pietanze, e fe’ venire, inoltre, bevande e rinfreschi, indi ordinò all’accusato di sedersi e di mangiare € di bere. L’accusato incominciò a mangiare, e il Califfo ve | l’incitava sempre più, gli additava i bocconi più squisiti e ripetutamente lo faceva bere, e tanto si continuò @ seguitò, che non rimaneva più in lui nè posto nè luogo per altro cibo o per altra bevanda. Gli fece anche venire suffumigi e profumi, ed egli si suffumigò e profumò. Fu portato la un materasso di piume, bene appianato e ben sprimacciato, ed egli vi si stese sopra € vi riposò e cominciò a sonnecchiare. Il Califfo allora ordinò di scuoterlo fortemente e di ridestarlo tutto d’un tratto, di riportarlo al luogo di prima e di farvelo sedere, nel suo cospetto, mentre era ancor tutto sonnacchioso. Dimmi tu! gli gridò allora. Come hai fatto? come hai forato il muro? come sei uscito? dove sei andato con quei denari? chi era: allora con te? To era solo, rispose, e sono uscito per lo stesso per-? tugio per il quale sono entrato. Dirimpetto alla casa sta. un luogo da bagni dov'è una gran catasta di spine da.<noinclude></noinclude> 5ix1pvz9lkmzttyoej81xad4miew65i Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/83 108 1031551 3901030 2026-09-18T12:28:53Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901030 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 67 —|}}</noinclude> xcondere il fuoco. Io ho preso i denari, ho sollevato |ielle spine, quei vilucchi, quelle cannucce, e ve li ho uiceiati sotto e poi ne li ho ricoperti. Essi sono ancora là. Il Califfo comandò che fosse riportato sul suo mateInsso. Vi fu riportato e adagiato, e intanto, per comando {lvl Califfo, furon recati là anche i denari (c’eran tutti, {Ino all’ultima moneta), e fatti chiamare Munis al-Fihli, il Visir e la gente tutta di corte. I denari furon nascosti ulto un tappeto in un angolo della sala, e allora il uliffo comandò che si facesse ridestare il ladro. Aveva ilormito a sua volontà e la sonnolenza era interamente tossata, sì che il Califfo, alla presenza di tutti, incominvò a parlargli come aveva già fatto prima. Ma l’altro lugò e si ricusò di confessare. Il Califfo, allora, comandò di sollevare il tappeto, e: Lisgraziato! gridò al ladro, non son questi i denari e ton hai tu fatto così e così? — e gli ripetè quanto, gli \vova detto nel sogno. Il ladro rimase esterrefatto. Al comando allora di \l Mutadhid, fu afferrato per le mani e per.i piedi e urtemente legato. Fu fatto portare un manticetto che gli {ll Introdotto nella parte posteriore; indi, con fiocchi di vulone, gli furon turati gli orecchi, la bocca, le narici, i ullora s'incominciò a soffiare. Gli furon poi sciolte dalle iulxle le mani e i piedi, ed egli fu preso e tenuto ritto jr le mani. Era diventato come uno dei più grossi otri \\onfi, e gli si erano enfiate tutte le altre membra, e ‘tto il corpo ingrossato, e gli occhi, pieni di sangue, (|| uscivano dal capo. Quando omai stava per iscoppiare, il Califfo ordinò ad uno dei medici di aprirgli le vene il «li sopra delle tempie, quelle che trovansi di qua e di lella fronte. Se ne sprigionò con impeto e fischiando urla mista al sangue, e l’infelice venne meno e spirò. lm quello il più terribile spettacolo di supplizio che | lonse visto a quei giorni! (dall’arabo di Al-MasQdi).<noinclude></noinclude> kc9l56a1cdhgb77wtx9v13a0oda5bw2 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/84 108 1031552 3901031 2026-09-18T12:28:59Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901031 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 68 —|}}</noinclude> 17. La guerra di Dahis (1). Raccontano i cantastorie: Tra le storie che vanno attorno sul conto di Dàhis, v'è anche questa, cioè che sua madre era una puledra. di Qirvàsh ibn Auf e chiamavasi Gelva, e che suo padre era chiamato Dhù ’1-Uqgàl e apparteneva ad Haut ibn Gifibir. Avvenne che Qirvàsh ebbe un puledro dalla cavalla Gelva e da Dhù ’1-Uggal, il quale egli chiamò Dàhis, e questo Dàhis crebbe bello e di valore come suo padre. Quando potè esser menato fuori, andava al pascolo con la madre, ed era un bel puledro che le andava dietro dovunque. Un giorno, la tribù dei Benî Thalaba (2) si Mosse. per andarne altrove, e Haut, quando vide il puledro passar con la gente che partiva, l’afferrò dichiarando di ritenerlo per sè (3). Quelli della tribù gli gridarono: O voi dei Benî Riyàh (4), non avete già fatto per questo. puledro ciò che avete fatto? (5). Ora esso è nostro! — Gli altri risposero: Questo è un puledro nostro, @ noi non ve l’abbandoneremo mai. O voi ce. l’abbandonerete di vostra volontà, o noi vi farem la guerra. — I Benî | Thalaba risposero: In tal caso, noi non farem la guerra con voi, perchè voi ci siete più cari d’un puledro! (6). Rimanga presso di voi come pegno. — Così l’abbandonaron loro. (1) Intorno a questa guerra che costò tanto sangue e tante morti alle antiche tribù arabe, vedi anche /'Istamismo, cap. II, $ 2. Incominciò nel 568 d. C. e durò quarant'anni. (2) Alla quale apparteneva Qirvàsh, padrone della cavalla Gelva e del suo puledro. (3) Haut, che prima aveva tentato d’impedire che la puledra Golvelf partorisse perchè non ne nascesse un cavallo simile al suo, ora che era nato, reclamava Daàhis, il puledro nato di Gelya e del suo celebre cavallo, come suo proprio possesso. (4) Altra tribù a cui apparteneva anche questo Haut prepotente che n’era uno dei capi. (5) Quando Haut tentò d’impedire il parto. (6) Le due tribù erano due rami d'una tribù maggiore, quella dei Yarbù. 3<noinclude></noinclude> qc8lv2b66be3yzkulgfhd6fh2i5dj2d Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/85 108 1031553 3901032 2026-09-18T12:29:04Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901032 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 69 —|}}</noinclude>lava OSSO edro Lesto vete Benî erra (6). ndoti alle rinciò lva e Gelva e era vallo, potente a dei Quando videro ciò, i Benî Riyàh dissero: Per Dio! ilue volte noi abbiam fatto ingiuria ai nostri fratelli, ed vssi l'hanno sopportata e si son mostrati generosi! — Allora restituirono il puledro, aggiuntevi due camnelle gestanti, e il puledro (così piacque a Dio!) rimase presso di Qirvàsh. Divenne poi il più nobile e generoso Ira tutti i cavalli degli Arabi. Avvenne poi che Qeys ibn Zoheyr della tribù di Abs fvce una scorreria sopra quella dei Benî Yarbî (1) e che non potè menarne via alcun prigioniero eccetto due llinciulle, figliuole di Qirvàsh, e cento cammelle di esso ()irvàsh. Si sospinse fin là dal luogo della tribù, ma n'erano assenti tutti, e degli uomini non restavano che ne garzoni. Questi saltarono sul dorso, uno dietro l’altro, {lel cavallo Dàhis (2), che, allora, aveva alle gambe le pnstoie, e con tutto ciò, pur avendo sul dorso i due giovani, fe’ tali sbalzi che li trasse fuori di pericolo. Una {nttavia delle due figliuole di Qirvàsh, ora prigioniere, potè gridare ai due garzoni: La chiave delle pastoie (8) in nella mangiatoia del cavallo, là da un lato della mangiatoia, dove non si ripone altro! — V'accorsero i ilne, e così poteron togliere le pastoie a Dahis, saltargli ul dorso, tornare a dietro e mettersi ancora in salvo. Quando Qeys ibn Zoheyr ebbe veduto tutto cotesto, ‘invogliò d’avere il cavallo. Fatto cenno pertanto di voler urlare ai due garzoni, disse loro: Decidete voi due della rieompensa, e datemi il cavallo. — Risposero: Fai tu da nno? — Disse: Ma di certo! — Pattuirono con lui ch'egli avrebbe restituito tutto il bottino, grosso e piccolo, nrebbe ritornato a dietro per la stessa via per cui era venuto, avrebbe rimesso in libertà le due fanciulle, avrebbe loro abbandonato le cammelle predate, si sarebbe ritirato (ll là immantinente. Qeys fece tutto ciò, e i due giovani ll consegnarono il cavallo. Ma i compagni di lui gli (1) La tribù madre, per così dirla, di quelle di Thalaba e di Riyàh. Veil In nota antecedente. (8) 1 celebre cavallo era stato affidato alla lor custodia. (8) Erano di ferro.<noinclude></noinclude> saxcneosrek6d2hrd8op6s2xc55kcjy Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/86 108 1031554 3901033 2026-09-18T12:29:10Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901033 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 70 —|}}</noinclude> dissero: Noi non approveremo mai quello che tu hai fatto! Avevamo avuto cento cammelle, due ragazze, e tu hai messo la mano sulla parte nostra e l’hai data per un cavallo col quale te ne vai via nulla importandoti di noi! — Il disgusto giunse a tal punto che Qeys dovette comprar la loro parte con cento cammelle. Raccontano i tradizionalisti che chi propose e suscitò la gara (1), fu un tale della tribù di Abs, di nome Surdga, il quale, un giorno, erasi recato presso Hodheyfa (2) per fargli visita. Hodheyfa gli mostrò i suoi puledri, e l’altro: Io non vi veggo un puledro generoso che possa vincere alla corsa. — E dove si trova, domandò Hodheyfa, un puledro tale? — E Suràqa: Presso di Qeys ibn Zoheyr. — Potresti tu, ripigliò Hodheyfa, impegnarlo con me in una gara? — Certo che io lo farò! rispose l’altro (3). Così se ne venne da Qeys, il quale ne ebbe rinerescimento sì che disse: Le gare non finiscono che male! — Con tutto ciò, se ne venne da Hodheyfa e dai suoi per chiedere di fissar d’accordo patti e condizioni. Ma quelli dissero: No! Prima vogliam conoscere i pegni e di che valore siano. Poichè siam certi di vincere, se noi li prenderemo, sarà nostro diritto; e se li lascieremo a voi, potrem farlo, e ciò sarà segno della nostra generosità (4). — Qeys ne ebbe sdegno, si lagnò, disputò alquanto con loro, poi disse: Da che volete fare, allungate la misura della corsa e ponetene più lontano il termine. — Gli altri risposero: Cotesto tocca a te. — Qeys allora si volse a Hodheyfa e gli disse: Ora si devon Scegliere tre cose: il luogo della corsa, la distanza, la durata della dieta dei (1) Intende la gara alla corsa (da cui poi si originò la guerra detta di Dahis) tra esso Dahis e una celebre puledra detta Ghabra, come ora si vedrà. (2) Capo della tribù di Dhobyan, prepotente, anche lui, come tutti gli altri. (3) A questo punto, la tradizione è alquanto incerta e confusa. Altri dice che chi impegnò la gara, fu Hamal fratello di Hodheyfa, levando a cielo, contro Dahis, la puledra di suo fratello, detta Ghabra. (4) I pegni erano venti cammelli da dare in premio al possessore del cavallo vincitore,<noinclude></noinclude> do67hy97k5tn95u8wz2n8b7gf281i9h Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/87 108 1031555 3901034 2026-09-18T12:29:15Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901034 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 71 —|}}</noinclude>DAN {ESS corridori (1). Se tu vuoi incominciare a scegliere prima di me, determina tu una delle tre, e io determinerò le altre due. Se dovrò scegliere io per il primo, a te le due scelte e una a me. — Incomincia! rispose Hodheyfa, e Qeys: La distanza sia di cento tirar di freccia. — E Hodheyfa: La dieta sia di quaranta giorni; la corsa da Varidaàt a Dhat al-Isàd (2). — Consegnarono allora i pegni ad un tale dei Benî Thalaba che chiamavasi Hasîn. Riempiron d’aequa uno stagno all’estremo della corsa, e stabilirono che il cavallo vincitore sarebbe stato quello dei due che per il primo, con le labbra, avrebbe sfiorato l’acqua. Hodheyfa e Qeys se ne vennero, a cavallo, al luogo dove i due corridori dovevano esser slanciati alla corsa, per vedere in che modo se ne sarebbero spiccati. Quando furono slanciati, ambedue cavalcaron loro di fianco accom pagnandoli. Ad un certo punto, Hodheyfa gridò: Te l'ho accoccata, Qeys! — E Qeys: Lasci di volerla accoceare chi fa correr cavalli per cento tirar di freccia! -- Galopparono aneora per qualche tempo, e intanto la puledra (3) di Hodheyfa avanzava, mentre il puledro di Qeys, cioè Dahis, restava a dietro. Hodheyfa allora gridò: T'ho preceduto, Qeys! — E Qeys: Correr di puledri di due anni dopo la dentizione, cresce sempre! (4) — Galopparono ancora per un certo tempo, e Hodheyfa gridava: Ma tu non fai correr corridori! — E soggiunse: Ho preceduto il tuo, Qeys! — Adagio! ripigliò Qeys; ora passano sul terren duro! (5). Ma quelli della tribù dei Benî Fezaàra (6) s'erano (1) Si facevano dimagrare i cavalli dando loro un sibo scarso ac» ciocchè fossero più agili e leggeri al corso. (2) Nomi di luoghi. (3) Essa era Ghabra (vedi una nota antecedente) per la quale (asserondosi da quei di Hodheyfa ch'essa era più valorosa di Dahis) si fece la gara. (4) Qeys aveva puledri di questa età, mentre Hodheyfa ne aveva dei più giovani che presto si stancano. (5) Così, secondo il mio testo. Secondo un altro, si deve intendere: Ora è cavalli dal terreno duro passano sul sabbioso! E forse è meglio. (6) Questi erano d’una tribù congiunta a quella di Hodheyfa,<noinclude></noinclude> nxzz4lqy2e4la2fkcpsx2zddilijog6 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/88 108 1031556 3901035 2026-09-18T12:29:20Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901035 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 72 —|}}</noinclude>Sn Tosse posti in agguato là sul luogo. Verso la fine della corsa, Dahis aveva il sopravvento, mentre la Ghabra gli era rimasta a dietro e faceva di gran sbalzi. Essi allora. sbucaron fuori, si avventarono contro Dàhis, uno di essi lo percosse nelle nari (1), e così lo sviarono. Ghabra e Dàhis erano quasi alla pari, ma, per tale artificio, giunse Ghabra la prima all’acqua dello stagno. Giungevano intanto anche Qeys e Hodheyfa in mezzo agli ul timi, ma quei dei Fezàra, perchè non s’avvedessero dell’inganno, si slanciarono al loro incontro e percotendone nelle nari i cavalli, di alquanto li sviarono di la. Ne vennero contestazioni e baruffe. Qeys allora esclamò: O gente mia, una tribù non può fare ad un’altra male maggiore dell’ingiustizia e della frode! Rendeteci perciò i nostri pegni! — Quei dei Fezàra dissero che non avrebbero dato nulla. Il pegno era di venti cammelle, e quelli degli Abs instavano: Dateci almeno parte dei nostri pegni! — Gli altri si ricusarono, e questi di nuovo: Rendeteci almeno una cammella! Noi la scanneremo e la darem da mangiare a quelli che ci hanno riempito d’acqua lo stagno. Non vorremmo che gli Arabi ce ne biasimassero. — Disse allora un tale dei Benî Fezàra: Cento cammelle e una sola sono la stessa cosa. Per Dio! noi non vi concederem mai che voi degli Abs ci abbiate vinti alla corsa, perchè non siamo stati vinti — Un altro dei Màzin (tribù congiunta a quella dei Fezara) — si levò e disse: O gente mia, Qeys, da principio, non voleva saperne di questa gara, ma poi vi si è comportato assai lealmente. Ora, la frode riesce sempre a male, e però voi dategli una cammella delle vostre. — Anche questa. volta si ricusarono, ond’egli, accostatosi ad una cammella delle sue proprie, le gittò al collo un capestro, e già la menava là da Qeys per dargliela e per pacificarlo. Ma un figliuolo di lui si levò d’un subito e gridò: Padre — mio, tu la sbagli d’assai! Vuoi tu opporti al volere di i nVT,ni (1) Costui chiamavasi Amîr ibn Nadhla. Era detto « Quel dalla mano incallita » perchè l'aveva durissima.<noinclude></noinclude> 9vvj8tpqtma1w6gw3g47rt4fk1iy7qq Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/89 108 1031557 3901036 2026-09-18T12:29:26Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901036 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 73 —|}}</noinclude>OE luttn la tua tribù e procacciarle un’onta che non ha? — |. Il garzone, così dicendo, tolse il capestro alla cammella \ In rimenò al branco. Vedendo ciò, Qeys, con molto ‘legno, si partì di là con tutti quelli degli Abs ch’erano tun lui. Dopo cotesto, passò (come piacque a Dio) del Wmpo. Ma poi avvenne ch’egli fece una scorreria contro Wlesti dei Fezàra e che vi ammazzò Auf fratello di llodheyfa, scontratolo in battaglia, menandone via, inoltre, |» cammelle. Quando quei dei Fezàra lo seppero, pen"ono subito alla guerra, avendone concepito un’ira granillisima. Ma Al-Rabî ibn Ziyàd, d’un ramo della tribù ilugli Abs, fissò il prezzo d’ammenda per il morto Auf i cento cammelle, gestanti da dieci mesi, che avrebbero ligliato nell’estate di quell’anno (1), e fu fatta una certa nico fra quella gente che vi rimase, come a Dio piacque. {n giorno (2), Màlik ibn Zoheyr, fratello di Qeys, si lose per andare in Liqàta dove doveva sposare una {lonna di là. Ne venne la notizia anche a Hodheyfa, il ‘|unle gli mandò dietro certi suoi famigliari montati sui migliori de? suoi cavalli, dicendo loro: Non indugiate Innto con Malik; ma, se l’incontrate, ammazzatelo! (3). In quel tempo, Al-Rabî ibn Ziyàd dimorava presso di Ilwxdlheyfa, e la moglie di lui, Moadha, era sorella di ‘wo Hodheyfa. I: cavalieri intanto, mandati da costui, \lnrono, s'incontrarono in Malik, lo freddarono, e poi, \ullisi subitamente di là, stancando nella corsa precipitosa \ envalli, tornarono al cader della sera presso di Hodheyfa, il quale, in quel momento, si stava appunto con Al-Rabî iLln Zivad. Avete preso il vostro asino selvatico? domandò luro Hodheyfa. E quelli: Certamente! anzi gli abbiam \wwino i garretti. — Al-Rabî allora disse: Io non Yho mai viluto, Hodheyfa, mandare in malora come oggi i tuoi (1) Nota i particolari minuziosi della vita nomade e pastorale di iunekl antichi Arabi del deserto, (1) Vioò due anni appresso l’uecisione di Auf per opera di Qeys. () Hodheyfa voleva vendicar la morte di suo fratello Auf ucciso da , 0 ijuosto Malik era appunto fratello di Qeys,<noinclude></noinclude> 7aeefo7icnp3nebislpqunje0t8fzqc Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/90 108 1031558 3901037 2026-09-18T12:29:31Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901037 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 74 —|}}</noinclude>4 ———cet Wa| da ia si iricbaninio Br lita RIPETTA en cavalli per un asino selvatico! — Ma Hodheyfa, poichè Al-Rabî si dilungava in rimproveri e biasimi eredendosi che quelli avessero veramente preso un asino selvatico, alla fine così gli disse: Ma noi non abbiamo ammazzato un asino selvatico! Noi abbiamo ammazzato Malik ibn Zoheyr per vendicare Auf! — Per la vita di Dio! gridò Al-Rabî, è ben di malaugurio quest’omicidio! Dico ch'io penso che ve ne verrà ciò che non vi piacerà! — Si scambiarono alcune parole concitate, indi si separarono, e Al-Rabî uscì calcando di gran passi il terreno. Raccontava Abù Obeyda (1): Affermano che Hodheyfa, quando Al-Rabî si fu levato e partito, gli mandò dietro una sua giovane schiava, natagli di madre non araba, dicendole: Va tu da Moîdha e bada a ciò che fa Al-Rabî. — La ragazza andò, entrò in casa di Moàdha e si nascose tra una tenda e un cavalletto di legno, carico di briglie e di finimenti. Giunse intanto Al-Rabî. Attraversò a gran passi la stanza e venne là dal suo cavallo. L’afferrò al principio della criniera, poi lo venne palpando sui fianchi finehè fu là dove è inserta la coda, indi ritornò in casa. La sua lancia stava confitta in terra nel cortile; la svelse e la Squassò fortemente e poi la riconficcò là dov’era. Disse allora alla moglie: Stendimi in terra qualche cosa. — La donna gli gittò in terra uno Stramazzo, ed egli vi si stese Sopra dicendo: È accaduto alcun che! — e improvvisò questi versi: Dorme chi è sciolto da ogni cura, ed io Chiuder gli occhi non posso or che m'è giunta, Qual divulgasi immane, Tristissima novella. Hanno udito il racconto, e van le donne Di lor veli discinte, e il lor lamento Levasi pria che spunti In ciel l’alba novella. (1) Uno dei soliti tradizionalisti o cantastorie. Vedi sopra e altrove.<noinclude></noinclude> r2x9iffwe4hh1ubhmv9ofhgr7i8jykh Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/91 108 1031559 3901038 2026-09-18T12:29:36Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901038 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 75 —|}}</noinclude>poichè endosi ‘atico, | rzzato k_ ibn gridò ch'io scamno, € evato Lava, vadha entrò ‘avaliunse renne era, stava fortealla a gli sopra uesti trove. Seria Un giorno, di celarsi disiose, Velavan esse il viso. Oggi, gli è tempo Che mostrinsi a chi brama Di veder questa e quella; E faccian onta e danno alle rosate Guancie per uom che fu dolce di core, Dolce dell’alma, e buona Fama gli era sorella! Forse, or ch'è ucciso di Zoheyr il figlia, Malik, potrà mai più d’un dolce sposo L’amplesso casto e puro Bramar qualche fancella? Quant'io mi so dopo la morte sua, Quest’ è che altro non tocca ad uom di core Che forte a’ suoi destrieri Porre e stringer la sella. Non tocchin lor foraggi i palafreni In campi addotti, e spingasi affrettata Di puledri e puledre Tutta la torma snella. Corrasi a gara! Sulla fronte ai prodi Irrugginisca il ferreo casco e bruna Fosca tinta di pece Veli la faccia bella. Oh! ai molti che gioîr perchè trafitto Egli cadea, certa renderem noi, Per la sventura immane, Mercede trista e fella! La ragazza ritornò e riferì tutto cotesto ad Hodheyfa, il quale disse: Ora i fratelli si riconciliano, e incomincia ln guerra! (1). Al dì seguente, Al-Rabî si recò da Hodheyfa, del quale allora era ospite, e gli disse: Concedimi ch'io me ne vada (poichè sono tuo ospite) per tre giorni (2). — (1) È la guerra detta di DAhis, lentamente e lungamente preparata, e Ilodheyfa, con queste parole, fa intendere di prevedere la prossima riconvllinzione di Qeys e di Al-Rabî per vendicare insieme la morte di Malik. ‘Quanto alla loro discordia, vedi appresso. (2) Questo termine di tre giorni voleva dire che, quando fossero traivorsi, Al-Rabî non aveva più alcun obbligo verso di Hodheyta per la rivwvuta ospitalità, ed era libero di comportarsi verso di lui come meglio gli plinceva.<noinclude></noinclude> 4dp353o9gxs3h0sldf9ji627tv742io Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/92 108 1031560 3901039 2026-09-18T12:29:42Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901039 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 76 —|}}</noinclude>ES, Hodheyfa acconsentì, ed egli partì menando con sè certo residuo di vino che aveva. Ma Hodheyfa, come fu partito, gli mandò sulle tracce alcuni de’ suoi, montati a cavallo, ai quali disse: Corretegli dietro, e quando saranno passati tre giorni, badate che cosa abbia fatto d’un residuo di vino ch'egli reca con sè. Se troverete che ne ha vuotato l’otre e sèguita a camminare in fretta, sarà segno che vuol andar presto e lontano, e voi allora ritornate indietro. Se troverete invece che non ha ancor vuotato l’otre, seguitelo; e quando vedrete ch'egli è già presso alla prima stazione che capita, e che IA si riposa e beve, ammazzatelo! — Essi andarono sulla traccia di Al-Rabî, e trovatolo che stava per giungere alla prima stazione e aveva spezzato l’otre, ma pur seguitava a camminare, se ne tornarono a dietro. Al-Rabî intanto era arrivato presso la gente degli Abs congiunta alla Sua; sebbene tra lui e Qeys ibn Zoheyr (1) fosse ancor viva un’antica inimicizia (2). Ma Qeys, ora che voleva vendicar l'uccisione di suo fratello Malik, temeva che AlRabî e gli aderenti suoi l’abbandonassero. Desideroso pertanto di riconciliarsi, non sapendo ancora che Al-Rabî erasi guastato con Hodheyfa, volle far la prova. Si racconta perciò che egli, quando vide avvicinarsi Al-Rabî con la gente sua, mandasse fuori un suo schiavo garzonetto, natogli di madre non araba, dicendogli: Va qui dattorno in modo che sembri che tu vada cercando cammelli smarriti. Se quella gente ti fa qualche domanda, fa un cenno, nel rispondere, all’uccisione di Malik, e tieni bene a mente ciò che diranno. — Andò lo Schiavo, e per caso udì Al-Rabî che cantàva quel suo verso: Forse, or ch'è ucciso di Zoheyr il figlio, Mall ee, Quando lo schiavo fu ritornato e gli ebbe riferito ciò che aveva udito da Al-Rabî, conobbe Qeys ch'egli (1) Ricordiamoci che costui era pure della tribù degli Abs, (2) Per una corazza preziosa che Al-Rabî per frode aveva tolta a Qeys. |<noinclude></noinclude> 5bjfwcxj31w9ho0i23c0eaz2w2c01ay Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/93 108 1031561 3901040 2026-09-18T12:29:46Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901040 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 77 —|}}</noinclude>pure era corrucciato per quell’omicidio. Uscì allora al suo incontro e si riconciliò con lui. Riunitisi quindi in alleanza tutti quelli della tribù di Abs per far la guerra alla tribù dei Benî Fezara, mandaron lor a dire: Poichè con la morte di Malik è stata parificata la morte di Auf, fratello di Hodheyfa, rendeteci le cammelle con le quali abbiam fatto ammenda dell’uecisione di Auf. — Ma Hodheyfa rispose: Io non restituirò l'ammenda che fu dovuta per il figlio di mia madre! (Non potendosi trovare alcun accordo fra le due tribù così mortalmente inimicate, s'incomincia la guerra. In un primo scontro, quei di Fezàra, guidati da cotesto orgoglioso e prepotente Hodheyfa, ebbero la peggio. Pra quelli di Abs, guidati da Al-Rabî, si segnalò per grandi atti di valore Antara, guerriero e poeta, che divenne poi l’eroe d’un romanzo popolare fra gli Arabi (1). La disfatta toccata a quei di Fezara chiamò alle armi tutte le altre tribù che, con essi, formavano la grande tribù di Dhobyan. In un altro scontro, gli Abs furono sconfitti, e Qeys, non ostante che Al-Rabì si opponesse, inclinò a domandare una tregua). Uno allora della tribù degli Abs, cioè Al-Asla ibn Abdallàh, volendo far la pace, consegnò come ostaggi a quelli di Dhobyàn (2) tre suoi figliuoli e quattro suoi nipoti, figli d’un suo fratello. Qeys diede in ostaggio suo nipote Otba. Così fu conchiusa la pace, e Al-Asla consegnò i giovanetti nelle mani di Sobey ibn Amr, della tribù di Dhobyàn, il quale ben presto venne a morire, quando egli li teneva ancora presso di sè. Come si trovò agli estremi, tenne questo discorso ad un suo figliuolo di nome Malik: Si sta ora in te il fare un’opera generosa di cui non cesserà la fama, se pur tu vorrai far buona guardia a questi giovanetti. Ecco, io già m’immagino che, quando sarò morto, verrà qui da te tuo (1) Vedî' 1 Istamismo, cap. II, $ 4, e la Letteratura araba, cap. INI, $ 2, in cui si trovano saggi di poesie, tradotti, di questo eroe del deserto. (2) Come è detto sopra, non sono più in guerra, contro gli Abs Fezàra soli, ma anche i Murra e le altre sotto-tribù di Dhobyàn.<noinclude></noinclude> hmh0u9at25sqhcyf8rt0dyip69rurt4 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/94 108 1031562 3901041 2026-09-18T12:29:52Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901041 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 78 —|}}</noinclude>zio Hodheyfa (1), il quale socchiuderà gli occhi con gran compunzione e dirà: « Oh! è morto quei ch’era nostro signore e padrone! », e poi tanto ti starà attorno al riguardo di questi ragazzi, che t’indurrà a darglieli in mano. Se tu glieli darai, li scannerà tutti, e allora l’onor tuo è bell'e spacciato! Ora, se hai tu timore di tanto, vattene con loro alle loro famiglie. Quando fu morto, Hodheyfa prese ad attorniarne il figlio con gran parole e a fargli carezze, finchè gli disse: O Màlik, io sono tuo zio e più attempato di te. Affidami adunque cotesti garzoni perchè restino presso di me finchè abbiamo accomodato ogni faccenda nostra! — E non ristette dal domandare finchè MAlik glieli diè in mano là presso d’Al-Yamuriyya (2). Quando Malik glieli ebbe consegnati, li menò con sè, e poi prese a cavarne uno di prigione ogni giorno; se lo collocava dinanzi a guisa di bersaglio, indi gli gridava: Chiama tuo padre! — e appena il fanciullo aveva chiamato suo padre, lo trapassava con una freccia. Così, uno ad uno, scannò tutti quei miseri, tra cui lo stesso nipote di Qeys, Otba. (L’atroce fatto richiamò alle armi tutta quanta la tribù di Abs. Presso Al-Yamuriyya, nel 576 d. C., fu combattuta una sanguinosa battaglia con molti morti da ambo le parti, tra î quali il traditore Malik ibn Sobey che aveva consegnato gli ostaggi ad Hodheyfa. La guerra continua ora più ostinata e accanita di prima). Hodheyfa intanto radunò gente e fe’ gran preparativi, e si congiunsero a’ suoi anche i Benî Dhobyan della discendenza di Baghîdh. I Benî Abs ebbero notizia che tutta cotesta gente muoveva contro di loro, e Qeys, loro capo, disse: Obbeditemi in ciò che ora vi dirò, o figliuoli di Abs, chè, per Dio! se non mi obbedirete, mi abbandonerò sulla mia spada, ed essa mi uscirà dalla schiena! — Noi ti obbediremo! risposero tutti. Comandò allora di mandare innanzi, nella notte, tutte le mandre e gli armenti, i fanciulli, le donne e i vecchi, (1) Una sorella di Hodheyfa era la madre di questo Malik, 4 (2) Nome d’una fonte in una valle dei Benî Thalaba.<noinclude></noinclude> kmx1olqi8a00ey7hmogpgicezv9u2wn Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/95 108 1031563 3901042 2026-09-18T12:29:57Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901042 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 79 —|}}</noinclude>PRO come se intendessero tramutarsi da quello in altro luogo. Gli uomini poi, allo spuntar del giorno, montarono con lui a cavallo e salirono sull’alto d’una collina quando già erano passate oltre lor mandre e famiglie. Quando fu giorno, ecco sbucar da diverse gole di monti i cavalieri nemici. Qeys allora gridò a’ suoi: Prendete un sentiero opposto a quello delle robe nostre, chè non han bisogno, costoro, di dar dentro nelle vostre schiere, nè augurano a voi in lor cuore malanno maggiore del farvi perdere gli averi! — Presero un sentiero opposto, e quando Hodheyfa ne raggiunse co’ suoi la traccia e la notò: Che Iddio li mandi ben lontani! gridò. Che resta loro di bene quando abbian perduto i loro averi? — Così si cacciò dietro le famiglie e gli averi di quei d’Abs. Allora i campioni di Abs furon loro dietro, e Hodheyfa con quei di Dhobyàn attendeva a raggiungere le lor famiglie e Ie cose. Come le ebbero raggiunte, mandarono tutto a scompiglio, e nulla scampò al lor furore. Cominciò ciascuno a cacciarsi innanzi quel cammello di cui erasi impadronito, e venivasene così con quello. Si sbandarono intanto, e l’ardor del giorno era cocentissimo. Qeys allora gridò a’ suoi: O gente mia, i nemici si stanno a spartir fra loro la preda. Gittatevi ora sulla lor traccia coi cavalli vostri! Nè quelli di Dhobyàn se ne avvidero, se non come di uma schiera di cavalli che irrompeva in ordine, nè alcuno de’ più valenti si fece innanzi per resistere, perchè ciascun d’essi ad altro non pensava che alla preda e a sospingerla innanzi e a venirne via con essa. Quelli di Abs ne fecero macello, tanto che questi di Dhobyàn volevano farli giurare di risparmiare i superstiti. Ma non restava loro che Hodheyfa (1), e però fu mandata gente a cavallo che studiosamente lo rintracciasse. Mandaron cavalieri che s’accostassero a questo e a quello e l’interrogassero, finchè d’esso ebbe notizia, dalla parte a sinistra del campo, Sheddàd ibn Moaviya della tribù di Abs, con altri pochi. (1) S'intende, come pare, d’uomini eminenti e di autorità.<noinclude></noinclude> gp09fw3kox9riszw0rj44bitn8ylzkj Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/96 108 1031564 3901043 2026-09-18T12:30:02Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901043 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 80 —|}}</noinclude>me e però ad un certo punto, mentre ritiravasi dal campo, A Hodheyfa erasi rallentata la cinghia del cavallo, n'era disceso a terra, ma aveva posato il piede sopra un ciottolo per timore che, andando i nemici dietro di lui, non fosse da loro veduta la traccia del piede. Così Ta e strinse la cinghia; ma, per caso, la parte anteriore del piede gli scivolò sul terreno sabbioso, e quando giunse Sheddàd con gli altri, ne riconobbero la traccia e riconobbero anche le orme storte della puledra sua (1), e gli tenner dietro. Egli intanto camminò finchè, giunto presso lo stagno di Al-Habàat, pensò di cercarvi ristoro e refrigerio tanto l’aria era infuocata, e però si gittò dentro l’acqua, e vi si gittarono con lui suo fratello Hamal e altri. Avevano tolto le selle, deposto le armi, e così erano discesi nello stagno, mentre i lor cavalli si voltolavano sull’arena, ed essi avevan posto alla guardia una vedetta. La vedetta, di tanto in tanto, montava su d’un’altura e osservava, e quando non iscopriva nulla, ritornava a dietro. Ma poi, avendo osservato un’altra volta, gridò: Ho veduto un uomo che sembra uno struzzo, ovvero un uccello posato su d’un arbusto di tragacanta, che viene alla nostra volta! (2) — Hodheyfa allora gridò:Qui, qui! Costui è Sheddad sulla sua puledra Gerva! Mentre così parlavano, ecco sopraggiungere Sheddàd e appostarsi là da essi; si collocò, anzi, tra loro e i lor cavalli. Giunsero quindi Amr ibn Al-Asla e Qirvàsh, e giunsero gli altri, cinque fra tutti; e Giuneydab si scagliò contro i cavalli e li disperse qua e là, e Amr e Sheddad sì avventarono alla cieca su di essi nelle acque dello stagno. Hodheyfa andava gridando: O gente di Abs, dov è il vostro senno? dov’è la vostra bontà? — Ma suo fratello Hamal lo battè leggermente sulla spalla dicendogli: (1) Non aveva veramente le orme storte, ma irregolari. Aveva il difetto di portar più innanzi dell’altra una delle zampe davanti, il qual difetto era pur significato dal nome ch'’essa portava, cioè Hanfà. (2) Arbusto spinoso del deserto (lat. Yragacantha) che serve di fora Se ai cammelli, [i<noinclude></noinclude> mg8odvczqv579fjm9cipovqgklcqxpk Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/97 108 1031565 3901044 2026-09-18T12:30:08Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901044 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 81 —|}}</noinclude>LEE Guàrdati dalla spada di costoro dopo quel giorno! (1) — E questo detto diventò proverbiale presso gli Arabi. Intanto, Qirvàsh ammazzava Hodheyfa, Al-Harith ibn Zoheyr ammazzava Hamal e gli toglieva anche la spada detta la Dhù ’I-nùn (2) che era già appartenuta a suo fratello Màlik. Hamal l’aveva tolta a Malik ibn Zoheyr nel giorno in cui l’aveva trucidato (8). ALHarith, allora, improvvisò questi versi: Hodheyfa senza onore abbandonato In AlITabàt ho io. Giacciongli intorno Quanti all’aste fiùlr segno. Hinnish (4) di lor ti parlerà, di quando Coi nostri s’incontraro, e tel diranno Di Bilàl ambo i figli (5). E di me ancora parlerà la spada Che il pesce reca. Non la cessi io mai D’amicizia qual pegno! (6). Ma Hinnish gli rispose così: Per Qirvàsh, figlio d’Amr, inizio avea (7). Ma tu? In tua man sinistra volteggiava Fragil targa di legno! (8). (dall’arabo di Al-Isbahani). (1) Allusione o ai piccoli ostaggi trucidati da Hodheyfa, o alla frode sua nel giorno della gara dei due cavalli, se pure il testo va così inteso. (2) Cioè « quella dal pesce », forse per la figura d'un pesce disegnainvi sopra, (3) Cioè quando Hodheyfa, scherzando tristamente, interrogò i suoi, tra i quali era cotesto Hamal suo fratello, se avevan preso l'asino selvatico, e intendeva Malik. Vedi sopra. (4) Uno dei congiunti di Hodheyfa, anzi fratello secondo alcuni, (5) Vargà e un altro, congiunti e alleati di Hodheyfa. (i) Nel senso che, come io, Al-Harith, non la cederei per amicizia, così i nemici non me l’hanno ceduta per affetto; ma io l’ho tolta loro von violenza e combattendo. (7) L'odio, l’inimicizia, la guerra, (8) Cioè ta non facevi nulla e non eri buono da nulla. Tale, come baro, il senso di questi versi, secondo il commento arabo, — Il testo mio «li questo lungo racconto è scorretto, disordinato, guasto e manchevole {un è là, Non ne ho potuto avere altra edizione, e però mi sono aiutato noi riassunti del Fresnel (Jona? Asiatique, 1837) e del Caussin De Perceval. Italo Pizzi — Fiori d'Oriente 6<noinclude></noinclude> nunscxvqyij688gqmlh5ootxjumgnm1 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/98 108 1031566 3901045 2026-09-18T12:30:13Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901045 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 82 —|}}</noinclude>einio Ten LRI iù zetie TICO n’ Leeint REM TARL (La guerra di Dahis non cessò con la morte di Hodheyfa che vi aveva avuto così trista e funesta parte, avvenuta nel 576 d. C., ma si continuò ancora ostinata e accanita, aggiuntevisi altre tribù, fino al 608. Riconciliatesi alfine, dopo quarant'anni, le due tribù di Abs e di Dhobyan, Qeys, divenuto omai vecchio, rattristato, come diceva, dal veder dovunque donne in gramaglie, alle quali era stato ucciso 0 il padre o lo sposo, il fratello o il figlio, in tante battaglie, si ritirò, per finirvi i suoi giorni, nell'Arabia Meridionale. Si dice che là si facesse battezzare e morisse in abito monastico în uno di quei chiostri). 18. Duello tra Sultano e soldato. L'Imperatore d’allora (1) riguardò la venuta del Sultano (2) come una grazia speciale. Credette necessario il farlo suo uguale e compagno nel governo, anzi indipendente del tutto. Quando poi si trovavano insieme, sedevano uno accanto dell’altro sullo stesso trono e stavano a darsi bel tempo e a conversare piacevolmente. Trovavasi allora per caso, in Costantinopoli, un soldato franco (3), rinomato per il coraggio e l’impeto dell’animo, celebre per il valore e la gagliardia, il quale avrebbe potuto tener fronte a mille nemici e combattere con essi, e l’assegno suo era di diecimila dîndr all’anno. Ma, un giorno, appiccò lite con gli ufficiali del tesoro imperiale appunto per il suo stipendio, e però, venuto nella presenza dell’imperatore, prese a farvi un lungo piato con parole petulanti che mai più non cessavano. L'Imperatore gli disse: Vedi che il Sultano è qui presente. Quanto a ciò che t’accade, abbi pazienza, chè (1) Alessio III di Costantinopoli, salito al trono nel 1195. (2) Il sultano Ghiyàth ad-dîn della casa dei Selgiùgidi che regnarono in Persia e in altre parti d'Asia dall'XI al XIV secolo, divisi, negli ultimi tempi, in diversi rami, Il Sultano di cui qui si parla, è del ramo che regnò nell'Asia Minore, (3) Cioè europeo, secondo l'uso di dire arabo e persiano. Si potrebbe anche dir latino secondo l’uso d'allora nel dominio bizantino.<noinclude></noinclude> ho2ai3ecopvwvcihyjig2xoukysry8r Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/99 108 1031567 3901046 2026-09-18T12:30:18Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901046 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 83 —|}}</noinclude>IE RONNIE domani ci affretteremo a contentarti. — Ma il Franco non volle attendere, nè volle smetter per nulla quella sua insistenza di prima e quella sua audacia. Il Sultano se ne adontò e ne richiese l’ Imperatore: Che va dicendo costui? — Gli ufficiali del tesoro, gli fu risposto, hanno mostrato qualche negligenza nel pagargli lo stipendio che gli è assegnato. — E il Sultano: E che? È lecito tollerar tanto ardimento in un sottoposto? — Il Franco gli fece un atto di dispregio, perchè egli, accesosi subitamente d’ira, si ravvolse la mano in una pezzuola che aveva con sè, e gli lasciò andare tal pugno sotto l’orecchio che Io mandò rotoloni e privo di sensi giù dai gradini del padiglione su cui stava. Franchi e Greci si levarono a tumulto. Già stavano per avventarsi al Sultano e finirlo. L'Imperatore, balzato giù dal seggio, li frenò a gran stento, calmò per un poco l'improvvisa sedizione e fece sgombrar la folla dal palazzo. Come furon rimasti soli, egli cominciò a pacificar il Sultano e a calmarne lira. Ma al Sultano, per l’eccesso della indignazione, era salito come un fuoco alla festa, ed egli aveva le lagrime agli occhi e ad ogni istante cacciava di gran sospiri per il dolore e per l’umiliazione inflittagli dalla sorte. Tu sai, andava dicendo all’ Imperatore, ch'io sono figlio di Qilig? Arslàn e della discendenza di Alp Arslàn e di Melik-shàh (1); che gli avi e gli zii miei hanno conquistato tutto il paese che va dla Oriente ad Occidente, e che gli avi tuoi hanno sempre mandato tributi e doni al lor tesoro! Tu pure hai fatto con me quel che i tuoi padri hanno fatto; ma ora, se tu stimi lecito che, poichè il destino m’ha fatto imbatter qui nel luo paese, mi si facciano simili atti di dispregio, i miei fratelli, ciascuno dei quali è signore d’un regno, quando Sapranno tutto cotesto, grideranno: « S'è cibato della carne di mio fratello? e io non abbandonerò ad altri mio (1) Questi due principi, ambedue di gran senno e valore, regnarono n Porsia rispettivamente dal 1063 d. C. al 1073 e dal 1073 al 1092. Furono del Inno più antico dei Selgifigidi, rimasto in Asia,<noinclude></noinclude> auzkyugb9u1i8yt34sseyo2cp8jmymv Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/100 108 1031568 3901047 2026-09-18T12:30:23Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901047 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 84 —|}}</noinclude>TTERE Ipiu Ti caagg ‘E gAneO fratello! » (1), e con tal pretesto raduneranno un esercito e faranno covo e nascondiglio di fiere tutto quanto il tuo impero. L° Imperatore non volle affrettarsi a rispondergli finchè non cominciò a dar giù quel gran ribollimento di sdegno. Prese allora a scusarsi e a domandar perdono, e soggiunse: Qualunque comando vorrà dare il Sultano o ai soldati miei o alla gente del mio paese, sarà prontamente eseguito. — E il Sultano: Prova di cotesta tua affermazione sarà questa, che non mi negherai nulla di ciò che ora dirò. — L'Imperatore rinnovò il giuramento, dicendo: Io non trasgredirò nessun ordine del Sultano! — E il Sultano: Mi si faccia avere un’armatura di mia scelta e un cavallo degno d’un prode, atto ai tornei, e si dia ordine a quel Franco che venga a combatter con me nella lizza. S’egli sarà il vincitore, io resterò libero per sempre dal dolore e dalla noia dell’esiglio (2); se invece rimarrà a me la vittoria, l’ Imperatore non sarà mai più disturbato da tanta insolenza e audacia di lui, — Al che l'Imperatore rispose: Dio mi guardi dal concedere simil cosa! Dato mai il caso che incolga qualche sventura (che Iddio ce ne liberi!) al Sultano nello scontro con cotesto Franco in duello, io sarò reputato stolido e irragionevole per aver posto a fronte nientemeno che ad un Sultano un soldato qualunque; e allora io non potrò aver tregua nel timore della vendetta de’ tuoi fratelli. Il Sultano pronunciò allora un giuramento terribile, dicendo: Se l’Imperatore persiste in questo proposito suo, io, senza indugio, mi toglierò la vita! — Poichè linstanza sua era giunta a questo termine, furon tolte fuori dall’armeria armi reali, e il Sultano ne fece la scelta. (1) Proverbio in arabo, per dire che ciascuno, quando si sente offeso nel proprio sangue, non ne commette ad altri la vendetta, ma la fa lui stesso. (2) Questo nobile principe, nell’Agosto del 1200 d. C., aveva lasciato la patria, Iconio nell'Asia Minore, ed era andato volontario in esiglio per non turbar la pace quando, alla morte di Qilig’ Arslàn suo padre, suo fratello gli contese la successione,<noinclude></noinclude> ez197zp65yxoqck7o7myxjjlrjurpmm Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/101 108 1031569 3901048 2026-09-18T12:30:29Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901048 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 85 —|}}</noinclude>ac la Al Franco poi fu fatto sapere che, alla dimane, era giorno di prova per lui; ed egli, tutta la notte, stette ad apprestare gli arnesi suoi di guerra, poi si fece legar fortemente sulla sella e sul cavallo, quindi, preparato a combattere, discese nel campo. Tutta la gente della città e dei dintorni, piccoli e grandi, letterati e illitterati, musulmani e cristiani, si affollarono sul luogo, ed erano divisi come in due schiere. Una parte favoriva il Sultano, l’altra il soldato Franco, ed eran venuti ad osservar la battaglia. Lo spirito del Profeta susurrava intanto, ad ogni momento, queste parole all’orecchio del Sultano: « Ti concederà Iddio vittoria splendida! » (1); ed egli, simile ad un monte di ferro, tenevasi a fianco dell’Imperatore nel bel mezzo del campo, e andava ripetendo fra Sè: « Basta Iddio a chi si confida in Iui! » (2). — Si mosse poi, come sole, da questa a quella parte, nello splendore della sua grandezza, girò attorno alle milizie schierate, Simile a colma luna che chiaramente splende (83). Venuto il.momento, il soldato Franco gli diresse per il primo un colpo di lancia, ma il Sultano lo parò con lo scudo. L'altro sferrò un altro colpo, ma il Sultano lo ributtò. Alla terza volta, il Sultano d’un solo slancio e d’un solo urto atterrò l’anima abietta del Franco, e, con um sol colpo di clava dal capo di giovenca (4), umiliò nl suolo la fronte di chi adorava l'unghia dell’asino di ({osù (5), sì che il gemito suo giunse fin laggiù agli abiInnti del più profondo Inferno! (1) Passo del Corano, XLVIII, 3, Il Profeta è Maometto; come è vvvio intendere, (2) Passo del Corano, LXV, 3. (3) Nota lo stile gonfio ed enfatico di questi scrittori persiani della tarda otà. (4) Con ridicolo anacronismo, l'Autore attribuisce al Sultano le ini dei tempi eroici e mitici di Persia, anzi l'arma di re Frédàn che pov il primo si procacciò una ferrea clava dal capo di giovenca, in menorin della giovenca Birmaàyeh che bambino l'aveva allattato sui monti. Vul il Libro dei Re di Firdusi (vol, I, pag. 179 della mia traduzione). (b) Allusione dispettosa di musulmano al culto prestato dai COriliini alle reliquie, L'hanno, tuttavia, anche i Musulmani, Vedi: L’'Zslamo, cap. ILL, $ 4<noinclude></noinclude> 8vw9i5sq8y969yw9n5zeruc0p8jl5uk Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/102 108 1031570 3901049 2026-09-18T12:30:34Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901049 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 86 —|}}</noinclude>TESE D'un sol colpo! e la foga nol sferrava Precipitosa. Non l’affrettai con alma impaurita O neghittosa! (1). Il cavallo del soldato non potè evitare la gravità del colpo, ed egli, appunto perchè troppo strettamente legato al cavallo, rimase tutto stordito e senza senso e come sospeso. L'Imperatore, i Musulmani, i mercanti, gli ufficiali maggiori, ch’erano là presenti, levaron grida di lode al cielo; ma i Franchi, raumiliati, volevano tumultuare; se non che l’Imperatore li fe’ scacciare dai soldati, e ordinò che qualcuno anche ne fosse punito. Così fu quiefato quel mar tumultuoso che già sollevava i fiotti, e l’Imperatore, menato a casa sua dalla palestra il Sultano, gli fe’ presentare gran copia di doni, e quella notte, fino all’apparir dell’aurora, s’intrattenne con lui a ber del vino e ad ascoltar canti e suoni. Per tal modo, congiunsero essi il bevere del vespro al bevere del mattino. Nel giorno che seguì, con tutte le suppellettili preziose che erano custodite nei tesori degli antenati suoi, l'Imperatore stette presso il Sultano, e per tutto quel giorno si fecer lecito di ridestar la morta gioia versando del vino secondo quella religione che permette la crapula e lo stravizzo (2). Quando furono allo stato d’ubbriachi, l’Imperatore prese a parlar così: L’affezione mia per il Monarca musulmano non ha forse in me tal fondamento ch'io possa immaginare in qualche modo la sua partenza se non come una sventura? Ma, anche se il restar privo un solo istante della presenza benaugurosa di tal sovrano, si reputa da me una sventura, il bene di lui, primo sire della terra, credo che debba andare avanti ad ogni desiderio mio. E però se il Sultano per alquanti giorni, attendendo che si estingua il fuoco dello sdegno e della gelosia dei Pranchi, (1) Versi arabi che lo Schefer dice opera di un Balà ibn Qeys alKinàni, di cui non trovo notizia nei miei libri. (2) Altra malignità musulmana contro i Cristiani ai quali è con. cesse il vino, vietato da Maometto ai suoi seguaci.<noinclude></noinclude> 6iqbd5oeuen5m63bx9w243nnr3gvkf4 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/103 108 1031571 3901050 2026-09-18T12:30:39Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901050 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 87 —|}}</noinclude>dere vorrà tanto disturbarsi da intrattenersi presso il principe Mafrazùm (1) che è uno dei maggiori principi dell’Impero greco, io che sono suo servitore, per sua Signoria eccelsa farò, nel termine del possibile, che nulla gli manchi. Mafrazùm stesso farà di tutto per degnamente onorarlo. « Forse Iddio, dopo ciò, farà nascere alcun che di bene! » (2). Queste parole ebbero l’effetto desiderato presso quel gran monarca, perchè egli s’apprestò alla partenza e, dopo alquanti giorni, con tutti i servitori e i famigliari suoi Salpò per l’isola dove Mafrazùm l’attendeva (8). Là, col mandar in giro le tazze colme di rubicondo vino, potè dlimenticar l’ingiuria fattagli dal girar de’ cieli! (dal persiano d’Ibn Bibi). 19. Crudele atto di giustizia. La giustizia e l’equità di Suleymàn Shàh (4) erano al più alto grado. Aveva egli un giovinetto paggio, adorno delle qualità più belle, al quale, simile a luna che vince splendor di sole, l’anima sua, anzi tutto il cuor suo, portava affetto grandissimo. Se non che, un giorno, tornando dalla caccia con un falcone sul pugno, s’imbattè per via in una vecchia lonna che portava un catino di latte rappreso. Egli allora, per l’effetto dell’ardor del sole, assetato ed estenuato, toltole a forza il catino, ne bevve la parte liquida che vi si conteneva. La vecchia gli tenne dietro correndo (1) Cioè Manuele Maurozomes che contese a Teodoro Lascaris, siKhnovo di Nicea (1175-1222 d. C.), il comando. (2) Quest'ultima frase è del Corano, LXV, 1. — Quanto al resto del {lincorso, non è simile forse ai brindisi (o oasts) dei signori moderni, inol'ossi tutti bugie e infingimenti? E sì che il povero Imperatore \xova bisogno di sbarazzarsi presto d’un ospite tanto turbolento! (#) Non si sa bene dove fosse quest'isola e quale fosse. (1) Fratello del principe Selgiàgide di cui si narra nel passo anteinilunto. Salì al trono nel 1192 d. €. Era soprannominato Rukn ad-dîn vio in arabo significa: Colonna della fede. 74<noinclude></noinclude> j8s87ioobji8hjmevyx18m6agwnvl2l Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/104 108 1031572 3901051 2026-09-18T12:30:44Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901051 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 88 —|}}</noinclude>Tiara fino alla città (1), ed entrata nel palazzo del Sultano, prese altamente a lagnarvisi dicendo: Un paggio di qui m’ha tolto il latte che io aveva serbato per darne ai figli miei, orbi di padre, nè egli me ne ha pagato il prezzo! Il Sultano ordinò che s’indagasse sul caso della vecchia così offesa, quand’ecco, in questo mezzo, sopraggiungere all’improvviso il paggio stesso. La vecchia allora gridò: Ecco l’offensor mio! Ma il paggio, per timor. del principe, negò; e il Sultano, voltosi alla donna: Se io faccio aprire il ventre di questo ragazzo, disse, e trovo ch'egli non ha bevuto il latte, tu non meriti che la morte! — La vecchia acconsentì. Allora, fatto venire un cerusico, gli fu ordinato di sparare il ventre al paggio e di esaminarne gl’intestini. Così si fece, e poichè gl’intestini eran pieni di latte 'appreso, fu necessaria la condanna a morte del misero fanciullo, e il Sultano comandò si eseguisse. Il dolor suo, nel separarsi per sempre da chi tanto amava, fu estremo, e s'avverò allora, al riguardo del giovane, quel proverbio che dice: « Viene da noi tutto ciò che capita a noi » (2). Comandò poi il Sultano che la vecchia avesse un dono di mille dîndr. (dal persiano d’Ibn Bibi). 20. Avventuriere generosamente trattato. Raccontava un vecchio della tribù dei Benî Nebhàn: A quelli della tribù di Sheybàn toccò, una volta, un’annata di carestia che portò via ogni loro avere. Un tale fra essi si partì da loro con tutte le sue donne e con esse si tramutò a Hîra (3), dove tenne loro questo discorso: (1) Iconio nell’Asia Minore, residenza, allora, di questi principi Selgiùgidi. (2) Confronta, con questa, la sentenza di Appio Claudio Cieco:« Muber est suue quisque fortunae ». (3) Città fondata nel 250) d. G. non lontano dalle rovine di Babilonia @ presso l'Eufrate. Tra il III e il VI secolo fu sede dei Lakhmidi, principi di schiatta araba, illustri e magnanimi, posti sotto l’alta protezione dei Re di Persia, 4004 TAI<noinclude></noinclude> e38emo30c5ubknsxpwuh7xz5dhrlzdr Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/105 108 1031573 3901052 2026-09-18T12:30:50Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901052 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 89 —|}}</noinclude>(IT ne RT N,” meno Rimanetevi qui presso cotesto re, il quale vi farà del bene, fin ch'io ritorni da voi. — E giurò intanto che non sarebbe ritornato da loro se non quando avesse loro procacciato di che vivere, ovvero sarebbe morto. Toltesi alcune provvigioni, partì, e camminò per tutto quel giorno fino a sera, quando s'imbattè in un giovane puledro che aveva le pastoie alle gambe, là presso ad una tenda. Questo sarà il mio primo acquisto! disse fr Sè; e andò per sciogliere il puledro e saltargli in groppa, quando gli giunse un grido improvviso: Lascia stare il cavallo, e mettiti in salvo! Abbandonato il puledro, camminò per sette giorni finchè, quando il sole stava per tramontare, s’imbattè in un recinto da allevar cammelli, vuoto, e là presso era una tenda e più in là un padiglione di cuoio conciato. Questa tenda, disse fra sè il mariuolo, non può fare a meno di gente che l’abiti; questo padiglione non può fare a meno di un padrone; questo recinto non può fare a meno di cammelli. — Così cacciò uno sguardo dentro la tenda, e vide che vi stava tutto solo un vecchio decrepito, con le spalle cadenti e inclinate verso il petto come le ali d’um vecchio avoltoio. Egli stesso così seguitava il racconto: Andai ad appiattarmi pian piano dietro il vecchio, ed ecco, come fu tramontato il sole, capitar là dentro un cavaliere, del quale io non aveva veduto mai un più grande e alto nè di persona più aitante, sopra un magnifico puledro. Erano con lui due schiavi neri che gli camminavano ciascuno all’un de’ lati. Ed ecco arrivare, inoltre, un branco di cento cammelle col loro maschio. S’accovacciò il maschio e s’accovacciaron le cammelle intorno a lui. Il cavaliere, intanto, smontò da cavallo e disse ad uno di que’ due schiavi: Mungi una cammella e da da bere al vecchio. — Lo schiavo andò a mungere, empì di latte una scodella, e, postala dinanzi al veechio, si tirò in altra parte. Il vecchio ne prese un sorso una volta 0 due, e poi lasciò stare; e io, accostatomi, bevvi tutto il latte. Lo schiavo ritornò lì presso, e poi, voltosi al cava-<noinclude></noinclude> pzdnwh205kjrv00jb2jik5um37vdcjw Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/106 108 1031574 3901053 2026-09-18T12:30:55Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901053 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 90 —|}}</noinclude>gr” 209012 liere: O signore, gli disse, il vecchio l’ha bevuto tutto! — Il cavaliere, mostrandone aver piacere, disse: Mungine un’altra. — E lo schiavo, munta un’altra cammella, depose la scodella dinanzi al vecchio. Costui ne delibò appena un poco, indi lasciò stare; e io, accostatomi di nuovo, gliene bevvi la metà, perchè mi rineresceva di destar qualche sospetto con l’andarvi in fondo. Tornò allora lo schiavo, raccolse la Scodella e disse al padrone: N'ha bevuto, e gli basta. — R il cavaliere: Lascialo ora in pace! — Ordinò allora che SÌ sgozzasse una pecora e che se ne arrostisse una parte per il vecchio. Ne mangiò egli stesso, e ne mangiaron seco i due schiavi. Aspettai che tutti fossero addormentati, e quando udii che già russavano, m’accostai al maschio delle cammelle, e, discioltolo, gli saltai in groppa. Esso si balzò fuori, e allora tutte quante le cammelle gli corsero dietro. Camminai tutta la notte fino allo spuntar dell’alba, e allora mi guardai tutt’all’intorno, nè vidi anima vivente, Sì che trassi innanzi con prestezza la mia preda tin che fu giorno fatto. Voltatomi indietro, allora, un’altra volta,, scorsi alcunchè che pareva che volasse. Appressandosi sempre più, riconobbi chi era, ed ecco ch’egli era il cavalier mio montato a cavallo, il mio uomo della sera antecedente! Legai il maschio delle cammelle, vuotai il mio turcasso per aver alla mano le freccie, e mi piantai tra lui e il branco delle cammelle. gli allora mi gridò: Sciogli il maschio! — No! risposi io, chè, per Dio! ho lasciato in Hîra le mie care donnette e ho fatto giuramento di non ritornare se non per aiutarle, ovvero di morire. — Allora tu sei morto! gridò l’altro. Ma Sciogli, ti dico, il maschio, chè tu non hai madre! (1). — No, no! io risposi. Sai quel che t'ho detto! — E ] T'inganni! Ma ponmi là il capestro del maschio, e sospendilo, fattivi prima cinque nodi. — Io eseguli, ed egli: Dove vuoi ch'io pianti una freccia? — Im questo punto! altro: (1) Nel senso che non si conoscon nemmeno i tuoi genitori e sei un bastardo o un trovatello. Apostrofe non molto gentile, ma non infrequente presso questi Arabi antichi,<noinclude></noinclude> fqlatpsh5t2r577q00esa70vyffnxt0 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/107 108 1031575 3901054 2026-09-18T12:31:00Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901054 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 91 —|}}</noinclude>SRO risposi. Ed egli, come ebbe trapassato quello dei nodi ch'io gli aveva indicato, andò saettando finchè li ebbe trapassati tutti e cinque con cinque freccie. — Io allora riposi nel turcasso le freccie mie, gittai a terra l'arco, e mi posi in atteggiamento di chi si rende prigioniero. Il cavaliere mi si accostò, mi tolse la spada e l’arco, e poi disse: Monta in groppa dietro di me. — Egli aveva riconoseiuto ch'io era appunto quel tale che presso di lui aveva bevuto il latte. A un dato momento, mi domandò: Che opinione hai tu di me? — La migliore delle opinioni, io risposi. — E come mai? — Per quel tanto di noia, io dissi, che hai sofferto per me questa notte, e intanto t'ha dato Iddio vittoria su di me. — Ed egli: Credi tu che noi dovessimo disturbarti e vessarti mentre questa notte sei stato commensale di Muhalhil? — Io allora gridai: Ah! dunque tu sei Zeyd, detto quel dai cavalli! — E il cavaliere: Sì! io sono Zeyd, detto quel dai cavalli! (1). — E io: Sii adunque vincitor buono e generoso! — Ed egli: Sta certo! Non te ne verrà alcun male. Così venne con me al luogo di sua dimora, e allora mi disse: Se queste cammelle fossero mie, io te ne farei un dono, ma sono d’una figliuola di mio padre Muhalhil. Tu però sta qui con me qualche tempo, ch'io son sul punto di partire per una scorreria. — Io stetti là alcuni giorni, ed egli intanto, per obbligo d’alleanza con altri, fece una scorreria nella terra dei Benî Nomeyr procacciandosi cento cammelli. Come ne fu tornato, mi disse: Ti piaccion più questi cammelli o le cammelle? — Questi cammelli! io risposi. Ed egli: Eccoteli! — Mandò con me una scorta che m’accompagnasse per il dleserto di cisterna in cisterna, finchè giungemmo a Hîra. (dall'arabo di Al-Isbahani). (1) Zeyd al-Kheyl, cioò Zeyd quel dai cavalli, figlio di Muhalhil (il vocchio decrepito del nostro racconto), fu uomo ragguardevolissimo. l’ossedeva molti cavalli, e però aveva il soprannome notato di sopra. lîva grande e forte della persona e d’animo generoso. Si convertì all’Islamismo nel 630 d. O. nz<noinclude></noinclude> hmy8etwrxwy1onqsksrda5ni8hc75cl Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/108 108 1031576 3901055 2026-09-18T12:31:05Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901055 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 92 —|}}</noinclude> 21. Spada fatale. Il Califfo Al-Mutavakkil morì assassinato sei mesi dopo la morte di sua madre, e ciò nell’anno 247 (ER DA questo proposito, Al-Buhturi (2) così soleva raccontare: Una sera stavam noi raccolti, con altri invitati e commensali, nella sala di ricevimento di ALMutavakkil, e si discorreva fra noi di spade, quando uno degli astanti disse: Ho inteso dire, o Principe dei credenti, che presso un tale degli abitanti di Bassora si trova ‘una spada d’India che non ha pari e di cui non s'è mai veduta l’uguale. — Al-Mutavakkil comandò si Serivesse subito al governatore di Bassora ingiungendogli di far l'acquisto, a qualunque prezzo, di quella Spada. Le lettere furon spedite per la posta del Governo, ma poi venne la risposta del governatore che diceva esser stata comperata, appunto quella tale spada, da uno della gente del Yemen, Volle allora il Califfo che se ne mandasse nel Yemen alla ricerca e che essa si comprasse. Le lettere, a tal fine, furon subito mandate. Un'altra sera, eravamo appunto presso di lui, quando, tutto ad un tratto, entrò Obeyd Allah ibn Yahya (3), e recava in mano la spada, facendo sapere ad esso Califfo come fosse stata acquistata nel Yemen da chi allora ne era il possessore, per diecimila dirhem. Il Califfo si rallegrò molto d’averla avuta e ringraziò Iddio che gliene aveva agevolato l’affare. La trasse dal fodero, l’ammirò e lodò, e quando ciascuno di noi ebbe detto ciò che più gli piaceva, la ripose sotto uno dei guanciali su cui si appoggiava. La mattina del giorno appresso, diè quest'ordine ad AL-Fath (4): Cercami‘tu un paggio della cui forza e del cui coraggio tu possa fidarti. Io gli consegnerò questa (1) Dell'Egira, cioè 861 d. GC. (2) Soprannome di Al-Valîdibn Obeyd, nativo di Siria, poeta del tempo degli Abbàssidi. Morì nell’897 d. C. Vedi: Letteratura araba, cap. VII, G2. (3) Allora primo ministro del Califfo, (4) Uno dei favoriti del Califfo.<noinclude></noinclude> fyv1wj2y50ll31f9ujhn5opr9x0pbif Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/109 108 1031577 3901056 2026-09-18T12:31:11Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901056 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 93 —|}}</noinclude>uoe spada acciocchè egli, con essa in pugno, mi stia sempre dl’accanto e non s’allontani mai da me ogni giorno ch'io sederò a dare udienza. — Non aveva egli finito di parlare, che si presentò nella sala Bàghir il turco (1). Principe dei credenti, disse allora Al-Fath, ecco qui il turco Baghir che m'è stato descritto per forte e coraggioso. kigli potrà servire assai bene il Principe dei credenti in ciò ch’egli desidera. — Al-Mutavakkil lo chiamò a sè, gli consegnò la spada, l’istruì di quanto desiderava da lui, e cominciò dal conferirgli più alto grado nella milizia e dal raddoppiargli lo stipendio (2). Quella spada, lo giuro a Dio! non fu più sfoderata, non uscì più dalla guaina dal momento in cui il Califfo la consegnò al turco, se non in quella notte stessa in cui Baghir, il turco, colpì con essa il Califfo Ripiglia Al-Buhturi: La notte in cui Al-Mutavakkil fu ammazzato, io vidi cli lui cosa che m'ha riempito di stupore, e questa fu che, mentre noi parlavamo insieme dell’orgoglio di certi principi e degli atti di superbia ch’essi soglion commettere, avendo già trattato a fondo tale argomento, egli se ne mostrò tutto disgustato, alieno e repugnante. Si voltò poi col viso verso la regione del santuario della Mecca (3), si prosternò, si gittò della polvere sul viso in atto umilissimo verso Iddio potente e glorioso, indi, presa ancora di quella polvere, se ne sparse sulla barba e sul capo, dicendo: Io sono il servitor di Dio, e chi deve ritornare in polvere, bisogna che s’umilii e non si esalti. — Io trassi assai cattivo presagio da queste sue parole, nè potei approvare ciò ch’egli aveva fatto, spargendosi di polvere il capo e la barba. (1) Questo efferato sicario fu lo strumento cieco dell'odio di Bogha, capitano turco già ai servigi del Califfo. Gli aveva promesso di uccidere Al-Mutavakkil a qualunque patto. (2) Questi Turchi, al tempo degli Abbassidi, erano simili ai Pretoviani di Roma imperiale, Il Califfo, del resto, era stato avvertito d'una congiura tramata contro di lui; ma egli, fatalmente, si diè di per sè in mano al suo assassino. (8) I Musulmani, quando pregano, in qualunque punto della terra ni trovino, si voltano verso la regione della Mecca,<noinclude></noinclude> 86r4ir3o06zzp9blfkvuwk2s1lbketa Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/110 108 1031578 3901057 2026-09-18T12:31:16Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901057 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 94 —|}}</noinclude>i Tiîi Sigenine IIIAE rmer ESSO IgiLe: Si sedette poi a bere, e quando il vino incominciò a farsi sentire in lui, i cantori ch’erano presenti, eseguirono certe arie ch'egli lodò assai. Voltosi poi ad Al-Fath, gli disse: O Fath! di tutti quelli che hanno udito quest’aria da Mukhàriq (1), non è rimasto al mondo nessuno fuor di me e di te! — E si mise a piangere. Altro triste presagio! diss’io fra me, augurando male da quel pianto; quand’ecco, standosi così da noi, entrare uno de’ paggi di Qabîha (2) con un gran drappo in mano, e, ripiegati in quel drappo, certi magnifici abiti d’onore che la principessa mandava al Califfo. Disse allora il paggio: Ti fa dire Qabîha, o Principe dei credenti, ch’essa ha fatto far per te questi abiti. Le son piaciuti assai, e ora Ji manda a te acciocchè ti piaccia vestirli. — Dentro l’involto c'era un’ampia veste di lana, di color rosso, aperta sul davanti, della quale io non aveva veduto mai l’uguale, e un robone quadrato di seta, rosso, con disegni e figure, come se fosse stato di seta di Dabaq (3), tanto era fino e sottile. Il Califfo indossò la magnifica veste e si ravvolse nel robone; e io m’aspettava ch’egli uscisse in qualche bella parola o motto che mostrasse aver gradito il dono; egli, invece, fe’un moto subitaneo, si strappò di dosso il robone in cui erasi ravvolto, e lo lacerò da un capo all’altro. Lo prese poi, lo ripiegò, e lo rese al paggio di Qabîha ch’era venuto coi doni, dicendogli: Dirai a Qabîha che custodisca presso di sè questo robone. Sarà il mio lenzuolo funebre per quando sarò morto. — Io dissi allora fra me: Noi siam di Dio e a lui dobbiam ritornare! Il momento è venuto, per Dio! — Al-Mutavakkil, ormai, era ubbriaco fradicio. Era suo costume, quand’era ubbriaco, di farsi rimettere a posto dai paggi che gli stavano d’accanto, ogni qualvolta scivolava a terra dai guanciali su cui si teneva. (1) Celebre musico e cantore di quel tempo. Vedi il n, 13 del libro secondo. (2) Era, allora, la principessa favorita del Califfo, chiamata Qabîha, cioè la brutta, per antifrasi, essendo invece bellissima. Così gli storici orientali. (8) Luogo d'Egitto, celebre allora per l'industria della seta. dite nLa<noinclude></noinclude> 86gzozv5gye7waja5epnjx20juvlr2q Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/111 108 1031579 3901058 2026-09-18T12:31:21Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901058 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 95 —|}}</noinclude> Ripiglia Al-Buhturi: Eravamo a questo punto, ed erano passate intorno a tre ore della notte, quando all’improvviso entrò Baghir, ed erano con lui altri dieci Turchi. Avevano velato il viso, le spade in pugno, e le spade scintillavano al luccicar dei ceri. Si avventarono su di noi, ma si volsero n particolare contro di Al-Mutavakkil. Bàghir e un altro de’ suoi Turchi balzò fin sul divano su cui egli giaceva. Al-Fath gridava: 0 disgraziati! È questo il vostro sovrano! — I paggi, a quella vista, e i cortigiani e gli Invitati ch’erano presenti, si sbandarono a precipizio, nè lImase alcuno nella sala fuorchè Al-Fath che si difendeva dai Turchi e resisteva. Ho udito io il grido di Al-Mutavakkil quando Bàghir lo ferì con quella stessa spada che egli stesso gli aveva consegnata. Lo ferì dal fianco destro facendovi un ampio squarcio, e similmente lo ferì dal sinistro. Al-Fath, mentre si difendeva dagli assalitori, fu ferito da un d’essi nel basso ventre, e la Spada gli uscì dalla schiena. Egli tuttavia tenevasi ostinato e fermo; non indietreggiò, non cessò dal difendersi. To non ho mai veduto alcun altro d’animo più forte e più generoso. Alla fine, si gettò su di AlLMutavakkil, e ambedue spirarono insieme. Furono avviluppati ambedue nello stesso tappeto su cui erano stati uccisi, e gettati in un angolo della sala, dove rimasero così come erano tutta quella notte e gran parte del giorno appresso, finchè Al-Muntasir (1) fu eletto e confermato Califfo. Per Suo comando, furono sepolti tutt'e due insieme. $i dice, tra l’altro, che Qabîha ravvolgesse il cadavere di Al-Mutavakkil nel robone ch’egli stesso quella sera aveva lacerato. (dall'arabo di Al-Masddi). (1) O meglio Al-Mustansir, figlio dell’assassinato Al-Mutavakkil. Rognò dall’ 861 all’ 862 d. C.<noinclude></noinclude> n7b0e0ngsz1mag69gy3rp31en1tu26v Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/112 108 1031580 3901059 2026-09-18T12:31:26Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901059 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 96 —|}}</noinclude><noinclude></noinclude> blxfpr32n0yixne2ipyvdovpluk601x Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/113 108 1031581 3901060 2026-09-18T12:31:32Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901060 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 97 —|}}</noinclude>STIA *isliste/sislolorsioiolisloiSISk sisicicisis SISI ISiosoloisksqoleioiSis] LIPRO SECONDO Aneddoti e avventure strane 1. L'uomo più generoso. Raccontava Al-Heytham dicendo (1): Tre persone, un giorno, fecero scommessa su chi fosse, al loro tempo, l’uomo più generoso. Uno diceva: l/uomo più generoso del nostro tempo è Qeys ibn Saad. - Diceva l’altro: L'uomo più generoso di questo nostro lompo è Aràba della tribù di Aus. — E il terzo: L'uomo più generoso di questo nostro tempo è Abdallàh ibn (tiafar (2). — Disputarono lungamente su questo punto e soguitaron tanto che quelli ch’erano presenti, dissero: Vada ciascuno di voi dal suo uomo, e gli domandi qualche cosa acciocchè noi vediamo ciò che gli darà, e così possiam poi giudicare di veduta. Si levò allora il fautore di Abdallàh ibn Giafar. Andò, e trovatolo che s’apparecchiava ad un viaggio su l'una cammella, gli disse: O cugino dell’ Apostolo di Dio (che Iddio lo benedica e gli dia pace!), io sono un povoro viandante ch'è impedito dal proseguir la via e ha (1) ALHeytham ibn Adi, storico musulmano, morto nell’ 824 d. C. (2) Tre ragguardevoli personaggi d’Arabia del VII secolo d. C. Italo Pizzi - Fiori d'Oriente<noinclude></noinclude> tr8uf5rpg00gfqg0l5g73cl1n8x66tw Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/114 108 1031582 3901061 2026-09-18T12:31:37Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901061 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 98 —|}}</noinclude>ÈÈî bisogno del tuo soccorso e però ti domanda aiuto! — Abdallàh era già montato in groppa alla cammella. Sollevò il piede e la garaba e disse: Prendi ciò che trovi qui sotto. — L'altro tolse dalla sella quanto c’era, ed erano duemila dîndr e drappi di seta preziosi e ricamati. Andò anche il fautore di Qeys e trovò che stava a dormire. Picchiò alla porta, e venne fuori una schiava che gli disse: Che vuoi tu? Qeys si sta a dormire. — Sono un povero viandante, rispose, impedito dal proseguire! Però son venuto dal tuo padrone perchè m’aiuti in questo mio viaggio. — Sarà meglio, rispose la schiava, ch'io stessa soddisfi al bisogno tuo e non desti il mio padrone. — Trasse fuori una borsa in cui erano trecento dînàr, e soggiunse: Discendi ora al prato dei cammelli e scegliti ta cavalcatura che più vuoi. Monta in sella e vattene. — Andò l’uomo e portò con sè i denari e una cammella. Quando Qeys si destò, la schiava l’informò di tutto, ed egli, per la gioia che n’ebbe, la restituì in libertà. Andò finalmente il fautore di Aràba e trovò che, essendo cieco, usciva di casa per andare alla moschea e camminava fra due schiavi. O Aràba, gli disse, io sono un povero viandante che domanda il tuo aiuto. — Oh sventura!gridò Aràba. Gl’impegni d’obbligo non hanno lasciato in casa di Aràba una moneta sola! Ma tu, caro mio, pigliati questi due schiavi. — Io non son tale da reciderti le ali, disse l’altro. E Aràba: Per Diò! Tu devi fare a modo mio! Se tu non li prendi, io li fo liberi in questo momento! — E ritirò le mani dagli schiavi ai quali s'appoggiava, e tornò a casa. Ed ecco che là egli dava del capo in questa parete, e andava a sbattere in quest'altra, sì che poi gliene rimasero i segni sul viso. Gli altri, intanto, s'erano radunati. Giudicarono che Aràba era stato il più generoso. (dall’arabo d’Ibn al-Anbari).<noinclude></noinclude> bjgwu6hdafa2gx3zyc62bgb9pgrig21 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/115 108 1031583 3901062 2026-09-18T12:31:42Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901062 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 99 —|}}</noinclude>oo 2. Un matto che fa da maestro ad un re. Tra le tante storie piacevoli trovasi anche questa: Un re ebbe voglia, un giorno, d’andare a passeggiare fra i matti. Come entrò da loro nell’ospedale, s’incontrò in un garzone di bell'aspetto, di leggiadra persona, dai tratti manifesti dell’urbanità, dai segni evidenti della sagacità e della piacevolezza. Gli si accostò e gli rivolse alcune domande, alle quali tutte egli trovò la risposta più acconcia. Il re ne ebbe gran meraviglia, quando il matto, ad un certo punto, gli disse: Tu m° hai fatto alcune domande, e io t'ho risposto. Io, invece, intendo di fartene una sola. — Disse il re: E quale? — E l’altro: Quand’è che sente il piacere del sonno uno che dorme? Il re stette un momento a pensare, e poi rispose: Sente il piacere del sonno nel tempo del sonno. — E il matto: In tempo di sonno, non e’è percezione. — Il re soggiunse: Prima d’entrar nel sonno. — E il matto: Come può esistere il piacer del sonno prima che il sonno esista? — Disse il re: Dopo il sonno. — Può. trovarsi piacere nel sonno, ribattè il matto, quando il sonno non è più? Il re rimase confuso, e tanto più si meravigliò di lui. Per la mia vita, esclamò, tutto ciò non si sente nemmeno da molte persone in pieno senno! Desidero che costui stia oggi alla mia tavola. — E comandò che fosse portato un desco là davanti alla celletta del povero matto. Ordinò che si portasse del vino, e quando fu portato, prese il bicchiere e bevve, indi lo porse al matto, il quale disse: Tu hai bevuto, o re, di cotesto vino per diventar simile a me, e io ne beverò per diventar simile a chi? — Il re comprese l’avvertimento datogli con quelle parole. (tittò via il bicchiere e si pentiì. (dall’arabo di Al-TMdi). eSRDFtA9<noinclude></noinclude> 7pogd290rkoyxu2w7c2gfgp184rsx5m Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/116 108 1031584 3901063 2026-09-18T12:31:47Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901063 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 100 —|}}</noinclude>fmi. 3. Avventura di Giafar alla corte di Suleyman. Si racconta che, un giorno, Suleymàn (1) tenne corte bandita a cui erano presenti i dignitari del regno e i cortigiani. Ad un certo momento, gli sfuggì questa parola: La potenza mia se non è da più di quella di Salomone (2) figlio di Davide (pace ad ambedue!), non ne è però da méno, anche se non mi sono soggetti nè i demonî, nè le fiere, nè le Perì (8), ch’egli aveva al suo comando. Quanto invece a tesori, a magnificenza, a provincie, a potenza, che oggi ho io, non si trova in tutto quanto il mondo chi abbia tanto. Uno dei dignitari che era presente, osservò: La più bella cosa che si convenga ad un regno e sia mai stata più propria per un principe, nostro signore non l’ha. — Che è.mai ‘cotesta cosa? domandò Suleymaàn. E l’altro: Un Visir che sia degno di te, tu non l’hai. — Come mai? — E il cortigiano: Tu sei re e figliuolo di re, e ti si conviene un Visir intelligente, che sia figliuolo di un Visir, e di cui dieci antenati siano stati Visir. — E si trova forse al mondo, domandò Suleymaàn, un Visir che possegga tutte coteste qualità che tu hai enumerate? — Rispose: Si trova. — Dove? — A Balkh. — E chi è? — È Giafar ibn Barmek (4), i cui antenati, fin dal tempo di Ardeshîr (5), furono ministri. Nav-Behàr, che è un (1) Califfo Ommiade che regnò dal 715 al 717 d. C. (2) Che i Musulmani chiamano Suleymàn. Da ciò la velleità del nostro Califfo di equipararsi al gran Re d’Israele. (8) Esseri femminili (secondo i Persiani), alati, e di sovrumana bellezza. Queste fantasticherie musulmane intorno alla potenza di Salomone sono di origine talmudica e rabbinica e anche persiana. Vedi anche il n. 12 di questo secondo libro. (4) Non Giafar veramente, ma Khalid suo nonno, della casa dei Barmekidi, venne alla corte dei Califfi. Il racconto pecca di anacronismo, perchè i Barmekidi furono ministri degli Abbassidi, non degli Ommiadi. Vedi alcuni fra i racconti antecedenti e il Registro dei nomi in fine del volume. (5) Re di Persia, primo dei Sassanidi, che regnò dal 226 al 241 d. C.<noinclude></noinclude> em8bl7k2pdl1y1htwcsdh4s1y7r6k82 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/117 108 1031585 3901064 2026-09-18T12:31:52Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901064 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 101 —|}}</noinclude> antico tempio del Fuoco in Balkh, era un pio feudo affidato alla loro cura. Suleymàn, come ebbe inteso tutto ciò, s’indusse a far venire da Balkh, per dargli il Visirato, esso Giafar; ma pensò prima s’egli mai fosse Guebro (1). Come gli fu detto che s’era fatto musulmano, ne fu tutto contento, e comandò che si scrivesse una lettera al governatore di Balkh perchè mandasse Giafar a Damasco, e perchè, se fosse stato necessario spendere del tesoro regio anche centomila dîndar, li spendesse, ma spedisse esso Giafar alla capitale nella maniera più degna e propria. Quando il governatore ebbe letto l’ordine del Califfo, mandò Giafar a Damasco, e a Giafar, ad ogni città che toccava, movevano incontro con gran pompa le persone più ragguardevoli, premurose di ospitarlo; e ciò, fin ch'egli giunse a Damasco. Suleymàn comandò che andassero ad incontrarlo i dignitari tutti di corte, coi soldati, per menarlo in città coi maggiori segni d’onore, con tutta la magnificenza, € per allogarlo in luogo degno. Trascorsi tre giorni, Giafar fu introdotto nella presenza di Suleymàn, il quale, al primo vederlo, ne rimase soddisfatto. Ma poi, quando gli fu menato vicino nella sala d’udienza e i ciamberlani gliel ebbero appostato in faccia, non appena si fu seduto, che Suleymàn gli lanciò uno sguardo iracondo, si conturbò in volto e gridò: Lèvati dalla mia presenza! — Subitamente i ciamberlani, toltolo via di la, lo allontanarono, e nessuno si sapeva qual fosse la cagione di tanto. Suleymàn, intanto, si stette a bere fino all’alba dell’altro dì, ed erano con lui i grandi dignitari, ed erano la presenti i cortigiani tutti, e bevevano, sì che i bicchieri andarono attorno più volte finch’egli ritornò allegro e contento. Quando gli astanti ebber notato ch'egli aveva ripigliato omai il suo buon umore, uno fra gli altri gli disse: Nostro signore aveva fatto venire a sè con grande magnificenza e con gran segni d'onore Giafar, certamente (1) Cioè dell’antica religione di Persia, che era il Zoroastrismo.<noinclude></noinclude> mqntojfw92c8gh8xs8z58cizu6qv0j4 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/118 108 1031586 3901065 2026-09-18T12:31:58Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901065 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 102 —|}}</noinclude>ve SI pi per un affare d’importanza grande. Ma, appena s’era egli seduto nel suo cospetto, che il Principe dei credenti ha cacciato un grido. Quale n’è mai stata la cagione? I dignitari ch’erano presenti, ne sono stati meravigliati. Se non fosse stato, rispose SuleymAn, ch'egli era venuto tanto di lontano e ch'egli è di stirpe nobile, avrei ordinato che gli fosse troncato il capo, perchè recava con sè un veleno mortale. La prima volta ch'egli m’è venuto dinanzi, m'ha portato in dono un veleno! — Uno allora dei più alti dignitari gli disse: Mi dài tu licenza ch'io vada da lui e l’interroghi intorno a questa faccenda perch’io senta se ciò che vorrà dire, sarà vero o falso? — Va! gli disse il Califfo. Il cortigiano si levò all’istante, venne là da Giafar e gli domandò: Oggi, quando sei venuto nella presenza di SuleymAn, avevi tu veleno con te? Certamente! rispose, e l’ho con me ancora. Eeco! io l’ho in serbo, ereditato da mio padre, sotto la gemma di quest’anello, nè io ho fatto mai aleun male, con quest'anello, nemmeno ad una minima formica, molto meno poi ho acconsentito a far morire, con esso, un mio simile. Piuttosto, io l’ho sempre tenuto per prudenza e precauzione mia, perchè gli antenati miei, a cagione di lor ricchezze e possessi, hanno avuto sovente molto da soffrire e patito anche molte angherie. Ora, quando Suleymàn mi fece chiamare, io non sapeva veramente per qual cagione l’avesse fatto. Pensai ch'egli volesse domandarmi il registro dei miei averi (1), ovvero impormi obblighi tali ch'io non potessi soddisfare, o procacciarmi tale afflizione che io non potessi sostenere. In tal Caso, avrei tolto l’anello e ne avrei succhiato il veleno per sfuggire al dolore e al vituperio. L'ufficiale, come ebbe udito tutto ciò, si levò al l'istante e ritornò presso di Suleymn al quale raccontò ogni cosa. SuleymAn si meravigliò della prudenza, della (1) Allusione alle irequenti e arbitrarie spogliazioni che si facevano dai Califfi e dai loro luogotenenti e capitani,<noinclude></noinclude> mt06ssebts6d25d1zq5a8spdhm5znqq Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/119 108 1031587 3901066 2026-09-18T12:32:03Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901066 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 103 —|}}</noinclude>OT vigilanza, della preveggenza di Giafar, concepì dell’affetto per lui, volle scusarsi seco e ordinò che fosse menata per lui la sua cavalcatura particolare, ed egli fosse ricondotto in corte con tutti gli onori, la pompa è la magnificenza. Quando Giafar fu giunto nel cospetto di Suleymàn, gli fece atto di obbedienza, e Suleymàn l’accolse con gran segni di onore, gli strinse fortemente la mano, l’interrogò intorno ai disagi e alle fatiche del viaggio, gli rivolse assai buone parole e sel fece sedere accanto. Gli fece indossare la veste magnifica di Visir, gli pose dinanzi il calamaio, e Giafar tracciò, sotto gli occhi stessi di lui, alcune sue cifre calligrafiche (1); nè Suleymàn fu veduto mai in tanta allegrezza come in quel giorno. Anzi, toltosi dalla sala d’udienza, si diede a bere, e d’un subito fu apprestata la sala della festa con tant’oro e gemme e tappeti intessuti d’oro, che nessuno aveva mai veduto cosa uguale. Così stavansi a bere nella sala, quando, nel mezzo della festa, Giafar fe’ questa domanda a Suleymàn: Come mai, tra mille e mille persone, nostro signore ha potuto conoscere che il suo servitore aveva del veleno con sè? — To tengo presso di me un oggetto, rispose Suleymàmn, che m’è più caro d’ogni altro tesoro 0 possesso, nè io me ne separo mai. Ciò sono dieci pietre preziose simili alle conchiglie che ci vengono dal, Yemen, ma non sono tali. Mi son venute dal tesoro dei sovrani miei predecessori, e ora si stanno sempre al braccio mio; e loro proprietà si è questa che, dovunque sia del veleno indosso a qualcuno, o qualunque volta se ne versi in bevande 0 in vivande, tosto che l’odor del veleno le tocca, all’istante si scuotono, si urtano l’una con l’altra, si pongono in moto. Allora io m’accorgo che e'è veleno. E però, nel momento appunto che tu sei entrato da me, tutte le pietre si sono scosse. Quanto più t'avvicinavi, tanto più si scotevano. Quando poi ti sei seduto, 8’urtarono in(1) Il possedere bella calligrafia soleva condurre, in Oriente, non di rado ai più alti onori.<noinclude></noinclude> pphqu0fkm6bqa2m6j3t5yu06pfrutm0 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/120 108 1031588 3901067 2026-09-18T12:32:08Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901067 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 104 —|}}</noinclude> sieme, sì che a me non rimase alcun dubbio che tu avessi del veleno con te. Che se mai altri si fosse trovato al tuo posto, non gli avrei fatto grazia della vita. Quando invece ti sei levato e sei uscito, le pietre mie si son quietate. Se ne levò allora due dal braccio e le mostrò a Giafar dicendo: Hai tu veduto al mondo meraviglia maggiore di questa? Giafar e i grandi stavano a guardare tutti stupiti. Ma poi Giafar disse: Al mondo, io ho ammirato due meraviglie delle quali non ho mai veduto altra simile, nè ho udito parlarne mai. E una è questa stessa che io ora vedo presso nostro signore, e l’altra è quella che ho veduta presso il principe del Taberistàn (1). — Suleyman gridò:Dimmi, dimmi! E Giafar: Quando giunse al governatore di Balkh l’ordine di nostro signore perchè mandasse a Damasco il tuo servo, io feci i preparativi del viaggio, e obbedendo al comando ricevuto, partii volgendomi da NishApùr (2) verso il Taberistàn. Quel principe mi venne incontro, mi menò a casa sua nella città di Amol, mi fece tutte le spese. Tutti i giorni sedevamo insieme a tavola piacevolmente conversando. Un giorno, in mezzo all’allegria del vino, il principe mi disse: Hai tu fatto mai una passeggiata în mare? — Io no, dissi. — Allora, ripigliò, tu verrai con me. — Come tu comandi, io risposi; ed egli ordinò che i barcaiuoli apprestassero i navicelli e si tenessero pronti. Al dì seguente, mi accompagnò alla riva del mare. Montammo su di un navicello, e intanto i musici suonavano e cantavano, i barcaiuoli remigavano, i coppieri distribuivano ciotole di vino. Tanto stavam seduti l’uno accanto dell’altro che nessuno avrebbe potuto porsi fra noi. Il principe recava al dito un anello la cui gemma era un rubino rosso, di estrema bellezza e chiarezza, di tal splendore, che io non ne aveva mai veduto un più bello. Io vi teneva fissi gli (1) Regione aspra e montuosa intorno al Mar Caspio. (2) Città dell’Iran orientale, celebre nel Medio Evo per la sua Università, anteriore di non poco a quella di Bologna.<noinclude></noinclude> 7j1aou9m8ue5ou0wu35bj0usy6y61qr Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/121 108 1031589 3901068 2026-09-18T12:32:14Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901068 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 105 —|}}</noinclude> occhi, finchè egli, notato ch’esso mi piaceva, sel tolse dal dito e lo depose dinanzi a me. Io m’inchinai, baciai l’anello e lo deposi dinanzi a lui. Ma egli: Un anello, disse, che m'è uscito dal dito per farne un dono, non mi ritorna più al dito. — Io allora osservai: Quest’anello si conviene alla mano d’un principe, e però io lo depongo dinanzi al principe. — Ma egli me lo pose dinanzi di bel nuovo, ond’io, appunto perchè l’anello era bello e di gran valore, dissi: Il principe, in un momento d’allegria, or che ha bevuto del vino, mi fa un dono dell’anello. Non sia mai che domani, quando sarà ritornato in Sè, se ne penta e ne resti afflitto! Perciò appunto io gliel ho reso. — Il principe tolse l’anello e lo gettò in mare. Oimè! diss’io. Se avessi saputo che il principe non si sarebbe rimesso al dito l’anello, ma l’avrebbe gettato in mare, certamente l'avrei accettato, poichè io non ho veduto mai simile rubino! Eppure, rispose, più volte io te l'ho posto dinanzi! Vedendo che tu l’ammiravi tanto, mel son tolto dal dito per offrirlo a te. Anche s’era bello agli occhi miei, ove non fosse parso più bello a’ tuoi che a’ miei, non te l’avrei offerto, e fu colpa tua il non averlo accettato. Ora che l’ho gettato in mare, ne sei rimasto mortificato. Io però farò in modo che tel farò riavere. Si volse allora ad un paggetto. Va tu, gli disse, monta in quest'altra barca, e quando sarai giunto a riva, salta in groppa ad un cavallo e corri a palazzo. Dirai al tesoriere che mi cerchi di quel cofanetto d’argento ch'egli Sa. Tu prendilo e recalo qui in tutta fretta. — HB al barcaiuolo: Tu intanto metti giù l’ancora, e ferma la barca finchè ti dirò che s'ha da fare. Noi ci demmo al bere finchè il paggetto ritornò recando il cofanetto ch'egli depose dinanzi al principe, il quale tolse certa borsa, l’aprì e ne trasse una chiavettina d’argento. Schiuse con quella il cofanetto, vi cacciò la Mano e ne trasse un pesce d’oro ch'egli gettò nel mare. Il pesce calò nell’acqua, giunse al fondo, e dopo alcuni istanti ritornò a galla recando in bocca l’anello. Il prin-<noinclude></noinclude> h4qoeg0wn77k9blqxa8rhxj090s904p Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/122 108 1031590 3901069 2026-09-18T12:32:19Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901069 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 106 —|}}</noinclude>;) cipe gliel tolse di bocca e lo depose dinanzi a me. To feci un inchino e mi posi l’anello in dito. Il principe, intanto, rinchiuse il pesce nel cofanetto, e ne depose la chiave nella borsa. Noi eravamo tutti stupiti! Dopo ciò, Giafar si trasse dal dito l’anello e lo depose dinanzi a Suleymàn, dicendo: Eccolo! — Suleymàn lo prese, l’osservò attentamente, poi lo rese dicendo: Il ricordo di tanta generosità non deve andar perduto! (1). (dal persiano di Nizàm al-Mulk). 4. Severa lezione data a due prepotenti. Hilàl era cavaliere assai valente, di gran forza e valore, gran mangiatore, gran guerriero fra quelli del tempo suo. Soleva aggirarsi con una sua mandra di cammelli per il deserto, mangiare di ciò ch'egli trovava presso la sua famiglia, ritornarsi poi presso la mandra, nè si provvedeva di cibo o di bevanda finchè non fosse venuto il giorno di ritornare presso i suoi, nè, in tutto questo intervallo, mangiava o beveva. Era, inoltre, impetuoso assai di natura, tale che non potrebbe descriversi. Un giorno, stava egli presso certa sua mandra verso l’ora del mezzogiorno quando il sole ardeva fortemente e l’aria era infuocata. Aveva piantato in terra il suo bastone, e sul bastone aveva gettato il suo mantello, e cacciato la testa sotto il mantello per difendersi dal sole. Mentre egli così si stava, ecco passar di là due compagnoni, uno dei Benî Nahshal, l’altro dei Benî Foqeym, ch’erano i più gagliardi della tribù di Temîm in quel tempo. Venivano dal Bahreyn (2) e menavano con sè corbe di datteri di Hagiar. (1) Credo che tutto questo racconto sia vero, purchè intendasi che le pietre troppo sensitive del Califfo sono una pronta invenzione di lui per coonestare un sospetto poco generoso, e che il pesce meraviglioso di Giafar è un’altra invenzione, argutamente contrapposta a quella del Califfo. (2) Regione dell'Arabia meridionale.<noinclude></noinclude> 5sd4h4catgcbwyviitedgj875niq0ov Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/123 108 1031591 3901070 2026-09-18T12:32:24Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901070 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 107 —|}}</noinclude>so= Hildl era di assai cattivo umore. Quando i due furon la dai cammelli di lui, e non poterono ravvisarlo dal volto eh’era coperto, e non s’accorsero che i cammelli erano suoi, si misero a gridare: Ohè pastore, hai tu di che darci da bere? — L’avevan preso per uno schiavo di qualcuno di quei dintorni; ma egli, pur tenendo il capo nascosto sotto il mantello, rispose: Andate da quella cammella che vedete la da quel posto. Fatela metter giù, ch'essa ha sulla schiena due otri di latte, e bevetene quanto ve ne viene. Oibò ragazzo!un d’essi gli rispose. Va tu e portaci di quel latte. — Se n’avete veramente bisogno, rispose, oh! v'andrete voi e trarrete giù gli otri e berrete! — Tu sei ben impertinente a parole! gli gridò l’altro. Lèvati su e dacci da bere. — Così gli si avvicinò, nè egli si mosse di dove era, ma disse: Vedo, per Dio! che voi volete averne onta e beffe! — Queste parole furon udite, » allora uno di essi gli si accostò per piechiarlo sulla schiena con una sua sferza, ed egli giaceva boccone. Ma Hilal l’afferrò per la mano, lo tirò a sè, se lo cacciò sotto il ginocchio e lo tenne serrato contro terra. Jl meschino chiamava ad alta voce il compagno: A te! aiutami, chè costui m’ammazza! — Accorse il compagno, ma Hilal l’abbrancò, anche lui, e lo tirò a sè e sel cacciò sotto l’altro ginocchio. Afferrò poi l’uno e l’altro per la muce e prese ad urtarli l’un l’altro per la testa, nè potevano essi difendersi. Uno di essi andava gridando: Fossi tu HilAl, e noi non faremmo caso di quel che ci hai fatto! — Per Dio! rispose, io sono appunto Hilal, e voi non ve n’andrete liberi da me se prima non mi farete promessa con giuramento, a cui non mancherete, di andar sùbito allo stallo pubblico dei cammelli quando sarete giunti a Bassora, e di raccontare, gridando alto quanto più potrete, quello che è accaduto fra me e voi due. Gli promisero quelli e gli donarono, inoltre, una corba di datteri di quei che recavan seco. Quando poi furono entrati in Bassora, si recarono allo stallo pubblico e vi raccontarono ad alta voce quanto era avvenuto.tra Hilàl e loro. (dall’arabo di Al-Isbahani).<noinclude></noinclude> s20cr67ervm6n32j6qx1l24eszg1cm3 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/124 108 1031592 3901071 2026-09-18T12:32:29Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901071 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 108 —|}}</noinclude>5. Gara di generosità. Raccontava Al-Asmai (1): To aveva già conoscenza con un uom generoso e liberale alla cui abitazione io mi recava sovente per averne benefizi e favori (2). Un giorno, mi fermai là dalla sua porta, e vidi ch'egli vi avea posto a guardia un portinaio. Costui mi fe’ cenno di non entrare, indi soggiunse: O AlAsmai, la cagione di questo divieto all’entrare si è che il padrone trovasi in angustie e non ha più nulla. To scrissi su d’una carta i seguenti versi in arabo e li consegnai al portinaio perchè li presentasse al suo padrone: Se un custode ha sulla porta Uom ch'è detto generoso, Qual tra lui,v’ha differenza E l’avaro più esoso? Dopo qualche tempo, il portinaio ritornò riportandomi quella carta sul cui rovescio era scritto in arabo: Quando un uom ch’è generoso, Vive a corto di quattrini, D'un custode si fa schermo Da importuni e da meschini. E con quella carta era anche una borsa, e, dentro, cinquecento dèndr. Io allora dissi fra me: Non m'è capitata mai faccenda più strana di questa! Ne farò un regalo alla conversazione di Al-Mamtiin. — Corsi dal Califfo, ed egli, quando mi vide, mi domandò: Donde vieni, AlAsmai? Dall’uomo più generoso, io risposi, di tutte lè tribù arabe! — E chi è costui?— Un tale, io risposi, che m’ha (1) Celebre filologo e grammatico di Bassora, morto nell’ 887 d. C. (2) Questi filologi musulmani, come gli Umanisti nostri, andavano qua e là sollecitando dai ricchi e dai potenti doni e favori, anche con petulanza e impertinenza.<noinclude></noinclude> j28b89we8deluottraf2vuudow3y4er Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/125 108 1031593 3901072 2026-09-18T12:32:34Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901072 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 109 —|}}</noinclude> ammaestrato e regalato! — Così dicendo posi dinanzi ad Al-Mamàn, sul pavimento, e la carta e la borsa. Quand’egli ebbe veduto la borsa, si mutò di colore in viso e gridò: Questa borsa reca l’impronta del suggello del mio tesoro! Farò ben io ricerca del tuo uomo! — O Principe dei credenti, diss’io allora, io, per Dio! mi dorrei molto che tu, per mezzo di qualcuno de’ tuoi, facessi paura a quel valentuomo! Al-Mamàn si volse ad uno dei suoi famigliari e gli disse: Va tu con Al-Asmai. Quando sarai da quel tale, gli dirai che il Principe dei credenti domanda di lui, e farai in modo che non si conturbi o spaventi. — Quando quel tale gli fu dinanzi, Al-Mamàn gli disse: Non sei tu forse quello stesso che ieri è venuto da me? E non m'hai fatto conoscere l’angustia tua e il bisogno? Noi allora t'abbiam consegnato questa borsa acciocchè tu ne spendessi per il viver tuo, e tu, invece, l’hai data via per alcuni versi che Al-Asmai ti ha mandati? — Per Dio! rispose l’altro, quando ieri feci conoscere l’angustia mia e il bisogno, non mentii. Non volli tuttavia rimandare a mani vuote quel tale, qualunque si fosse, che avesse desiderato d’aver la borsa, acciocchè il Principe dei ceredenti, alla sua volta, non avesse poi a rimandare anche me a mani vuote. Al Mamîn gli fece dare altri mille diîndr, perchè io, allora: O Principe dei credenti, gli dissi, fa ora tu in modo ch'io sia compagno e sozio di costui in questo tuo donativo. — Mi fece dare, come a compimento, mille dînàr, e poi fe’iserivere quel tale fra isuoi commensali. Se a corto di quattrin resta la mano D’uom generoso, ch’ei la porta chiude Sol perchè nulla tiene, intender puoi; Chè l’entrata sbarrar proprio costume È sol di tal che i nodi serra e stringe Al cofanetto dei denari suoi. (dal persiano di Giami).<noinclude></noinclude> 1b9t934hl9wedaugi7h6nqpm3xwh8rt Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/126 108 1031594 3901073 2026-09-18T12:32:40Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901073 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 110 —|}}</noinclude>(2 DE 6. Sagacità di astronomo. Il sultano Mahmiîd di Ghazna stavasi un giorno nella sala detta del velo. Fece venire a sè il dotto Abù ReyhAn (1) e gli disse:Piglia tu ora la posizion delle stelle di questo momento e indovinami per qual porta uscirò da questa sala del velo che ha aperture a Levante e a Ponente, a Settentrione e a Mezzogiorno. Se la faccenda andrà diversamente da quel che tu dirai, ti manderò a morte. Il dotto rimase spaventato. Temeva del corruecio del principe, e poichè non trovava modo di sottrarsi a quel comando, prese l’astrolabio, determinò l’elevazione degli astri sull’orizzonte, osservò e fece suoi computi con la cura più attenta e diligente. Fatto ciò, scrisse su d’un pezzetto di carta alcune parole, ripiegò la carta e la cacciò sotto un guanciale della sedia di Mahmùd. Il quale, fatti domandare all’istante certi muratori con loro scalpelli, ordinò di aprirgli un passo in quella delle pareti che guardava tra Settentrione e Levante, e uscì rapidamente di là per la nuova apertura. Fe cercare allora la carta dell’astronomo. L’aperse, la lesse, ed ecco che v'era scritto: « Il Sultano non uscirà da nessuna porta, sì bene sfonderà una parete e uscirà dalla fessura tra Levante e Settentrione. » Mahmùd si meravigliò, pose maggiore affetto al gran savio; anzi, in quella sala stessa, comandò gli si dessero centomila dirhem e un cavallo scelto, poi lo vestì da capo a piedi d’una veste d’onore, e gli assegnò assai più alto grado in corte. (dal persiano di Al Safi). (1) Celebre astronomo e cosmografo, più noto col soprannome di Al-Bîrùmni, autore, tra l’altro, d'una pregiata opera cronologica. Acecompagnò Mahmîùd nella conquista dell'India, Morì nel 1048 d. G.<noinclude></noinclude> 6kfscq6nyd4t5vkvr93det4dsb82iou Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/127 108 1031595 3901074 2026-09-18T12:32:45Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901074 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 111 —|}}</noinclude>ce 7. L'anello rinvenuto. Al-Mahdi (1) aveva fatto acquisto, un giorno, di una pietra preziosa per centosettantamila dirhem, e questa pietra, per la sua grossezza, era detta la Montagna, ed egli se n’era fatto un anello a modo di sigillo. Vide un giorno che suo figlio Haàràn di tanto in tanto guardava l’anello; però volle fargliene un dono. Quando Al-Mahdi morì, gli succedette l’altro suo figliuolo AI-Hadi, al quale, a un dato giorno, fu detto: Tuo padre aveva un anello così e così. Lo donò a tuo fratello Haràn, ma ora in nessun luogo può star bene se non presso di te, chè ora tu sei il Califfo, ed egli è soltanto un semplice Emiro. ALHadi mandò a farne domanda a suo fratello, e il messaggiero era Yahya ibn Khalid (2). Hàrùn si ricusò di consegnarlo. Al-Hadi insistette perchè gli fosse tolto, e Yahya, ritornato da lui per ridomandarglielo, gli fece anche sapere che suo fratello erasi adirato con lui per tal cagione. Hàrtn allora prese l’anello e montò a cavallo con Yahya incamminandosi verso il palazzo di suo fratello Al-Hadi; ma, quando si trovò a metà del ponte (3), Si tolse di dito l’anello e disse: 0 babbo di AL-Fadhl (4), osserva quest’anello. Lo riconosci tu? — Certamente! rispose. È quello appunto che ora si vuole e si domanda! Haràn lo scagliò nel Tigri e ritornò a dietro ‘dopo aver detto al messaggiero: Riferirai a quel là ciò che hai veduto. Yahya ritornò e riferì tutto cotesto ad AI-HAdi che ne rimase molto sdegnato. Comandò che venissero palombari e pescatori, i quali si calarono nel fiume, procacciatono con gran diligenza di ritrovar l'anello, ma non vi (1) Califfo Abbasside che regnò dal 775 al 785 d. C. (2) Allora gran Visir, della celebre famiglia dei Barmekidi, come più sappiamo, (3) Il ponte sul Tigri a Bagdad. (1) Cioé Yahya stesso, così chiamato dal nome di suo figlio<noinclude></noinclude> gsj25w7xapqmaek8bk2s4xhjvu4js53 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/128 108 1031596 3901075 2026-09-18T12:32:50Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901075 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 112 —|}}</noinclude>Ta DAEL riuscirono. Al-Haàdi intanto tenne il Califfato quattro anni e alcuni mesi (1), e poi morì, designato per suo successore il fratello Hàrùn che appunto ebbe l'impero dopo di lui. Harùn poi, ad un certo giorno, passò sul ponte, e gli veniva al fianco Yahya. 0 babbo di AI-Fadhl, gli disse, rammenti tu quel giorno in cui io, in questo punto stesso, ho gittato via quell’anello? — Certamente, o Principe dei credenti! — E Haàrùn: Per Dio! nemmen io me ne sono dimenticato. Io l’ho gettato via appunto così! — E si tolse dal dito un anello d’argento, del prezzo di quattro dînar, e lo scagliò nel fiume, egli stesso, nello stesso punto dell’altro, indi, voltosi ad uno de’ paggi: Scendi, gli disse, nell’acqua. Forse potrai riaverlo; — e intendeva l'anello d’argento che allora allora aveva gettato. Il giovane discese, balzò nell’acqua al punto segnato, e ne risalì recando in mano e questo e l’altro anello. E fu caso veramente meraviglioso! (dall'arabo di Ibn al-Anbari). 8. Generosità d’un governatore destituito. Si racconta che uno dei Califfi Abbàssidi (che Iddio sia contento di loro!) si corrucciò, una volta, con gli abitanti d’Rgitto e giurò di mandar loro per governatore il più spregiato dei suoi servitori, il più umile di condizione fra tutti, e ciò per umiliarli e punirli. Un tale, di nome Khasîb, era il più abietto di tutti i suoi servi, da che aveva l’ufficio di scaldargli l’acqua per il bagno; e però egli lo rivestì d’una veste d’onore e gli diè la prefettura d’Egitto pensandosi che avrebbe tenuto condotta pessima e tribolato e vessato gli abitanti come è costume di chi, non avvezzo al potere, sale d’un tratto a qualche (1) Non è esatto. Al-Hadi regnò due anni soltanto, dal 785 al 786 d. 0.<noinclude></noinclude> gkdzpgi9toekixml34fl0haasyewv3g Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/129 108 1031597 3901076 2026-09-18T12:32:55Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901076 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 113 —|}}</noinclude> dignità. Quando Khasîh si fu insediato in Egitto, si comportò verso la popolazione nel modo più lodevole e acquistò bella rinomanza per le sue opere generose e i benefizî. Gli stessi congiunti dei Califfi e altri di ugual condizione si recavano a visitarlo, ed egli faceva loro di gran doni, sì che essi ritornavano a Bagdad pieni di riconoscenza per i favori ch'egli aveva loro fatti. Avvenne che, un giorno, il Califfo domandò d’un tale della sua famiglia che era assente da qualche tempo. Quando fu tornato, il Califfo l’interrogò intorno a quella assenza sua, e quegli l’informò come fosse andato a far visita a Khasîb, e aggiunse che Khasîb gli aveva fatto anche un magnifico regalo. Il Califfo andò su tutte le furie. Ordinò di accecare Khasîb con un ago arroventato, di toglierlo via d’Egitto e di menarlo a Bagdad perchè vi fosse abbandonato a mendicare sulle piazze pubbliche. Quando giunse in Egitto l’ordine di catturarlo, gli fu impedito di rientrare anche per un poco in casa sua. Aveva al dito un rubino di gran prezzo, e potè tenerlo e nascondere presso di sè, e lo cucì la notte nel lembo delle sue vesti. Fu poi fatto accecare, Inenato a Bagdad e la gettato sulle pubbliche piazze. Un giorno, gli passò daccanto un poeta il quale gli disse: O Khasîb, io voleva partirmi da Bagdad per passare in Egitto dove avrei fatto le tue lodi in una mia gasîda (1). Ma ho saputo che n’eri tornato, e ora intendo che tu ne ascolti la lettura. — Disse Khasîb: Come posso io ascoltarla mentre sono nello stato che tu vedi? — IL’intenzione mia, rispose il poeta, è quella soltanto che tu l’ascolti. Quanto al donativo che io ne avrei potuto spe‘are, tu ne hai già fatti tanti agli altri con vera magnilicenza. Perciò ti ricompensi Iddio con del bene! — In tal caso, disse Khasîh, fa come vuoi. — BR quegli recilava: (1) Nome d’un componimento poetico molto usato dai poeti arabi, massime dai più antichi. Vedi: Letteratura araba, cap. II, $ 2. Italo Pizzi - Fiori d'Oriente 8<noinclude></noinclude> 86hjlaos6kwcewlbtfo9jirwhkidz35 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/130 108 1031598 3901077 2026-09-18T12:33:01Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901077 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 114 —|}}</noinclude> Terra egizia è questa terra (1), Tu largheggi nel donare (2). Date in copia, chè ambedue D’abbondanza siete un mare! (3). Quand’ebbe terminato la lettura, Khasîb gli disse: Scuciscimi qui quest’abito. — L'altro scucì al luogo indicato. — Khasîb gli disse: Prenditi il rubino. — Il poeta si ricusò, ma Khasîb tanto lo seongiurò ch'egli lo prese. Andò allora al mercato dei gioiellieri, i quali, quando l’ebbe loro mostrato, dissero: Questo rubino mon sta bene in mano ad altri che al Califfo! — Gliene fecero sapere, e il Califfo ordinò che gli fosse menato dinanzi il poeta. L’interrogò sul fatto del rubino, ed egli l’informò di tutto. Si dolse allora il Califfo di ciò che aveva fatto a Khasîh, e comandò che fosse sùbito menato alla sua presenza. Come fu introdotto, gli fece un dono magnifico, indi lo lasciò arbitro di domandare ciò che più avesse voluto. Khasîb domandò che gli fosse dato un villaggio (4), e il Califfo acconsentì alla sua domanda. Khasîb abitò quel villaggio fino al giorno in cui morì, lasciandolo in eredità alla sua famiglia che vi si mantenne fin che si estinse. (dall’arabo d’Ibn Batùta). 9. Storia meravigliosa di due vecchie pianelle. Si racconta che fu già in Bagdad un tale che si chiamava Abà ‘1-Qàsim al-Tunbùri. Costui aveva un paio di pianelle che si metteva ogni giorno da omai sette anni. Ogniqualvolta si rompevano in qualche parte, le rattoppava con un pezzo di cuoio, sì che a poco a poco erano (1) Cioè fertile e abbondante. (2) Allusione al nome di Khasîb che, in arabo, significa fertile, abbon= dante, copioso, (8) Goffa la traduzione, ma anche goffi, nel testo, i versi del disgraziato, sebbene generoso, poeta. (4) Per abitarvi e goderne i proventi, i tributi, e simili. Era modo: di donare non infrequente a quei tempi,<noinclude></noinclude> ne2dl6yfxslibp9sjsvs7hzmbty82iy Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/131 108 1031599 3901078 2026-09-18T12:33:06Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901078 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 115 —|}}</noinclude>bere sean tr CAL SAT se PINNA — 115— divenute pesantissime, e passate in proverbio presso la gente. Avvenne un giorno che capitò egli nel mercato dei vetrai e che là un sensale gli fece questo discorso: O Abù ’1 Qasim, è giunto qui da noi, da Aleppo, un mercante con un carico di vetrerie dorate, nè egli ha potuto venderle. Se tu le comperi da lui, io poi te le farò vendere per tuo conto, passato qualche tempo, e tu guadagnerai il doppio. — Abù ‘l-Qasim andò, e per sessanta dinaàr comprò la merce. Capitò, un’altra volta, nel mercato dei profumieri, dove altresì gli si parò dinanzi un sensale, che gli disse: O Abàù ’1-Qàsim, è arrivato qui da noi oggi, da Nisibi, un mercante con certa quantità d’acqua di rose (1), finissima. Sta per partire, e per la fretta che ha d’andarsene, tu potresti comperargli a poco prezzo tutta la merce ch'io poi ti farò vendere alla prima occasione, e tu guadagnerai il doppio. — Abù ’l-Qaàsim andò e comprò per altri sessanta dînar anche l’acqua di rose, ch'egli versò in que” suoi vasi e caraffe di vetro dorato. Toltasi poi con sè tutta la mercanzia, tornò a casa, dove l’allogò accuratamente’ su d’un palchetto di legno, in una camera che era sul davanti della casa. Abù ‘1-Qàsim, allora, si recò ad un bagno pubblico per prendervi un bagno. Un suo conoscente ch'era là per caso, gli disse: O Abù ’I-Qasim, io sarei di parere che tu cambiassi una buona volta coteste tue pianelle, che omai sono indecenti. Tu hai (che Iddio ne sia lodato!) roba e denari. — Hai ragione, rispose Abù ’1-Qàsim. Farò come tu dici, e seguirò il tuo consiglio. Quando uscì dal bagno e già s'era rivestito, trovò lì di fuori, presso l’uscio (2), un paio di pianelle nuove: presso le sue. Si pensò che l’amico, generosamente, le (1) È il rosolio persiano, di cui si faceva gran traffico nel Medio lîyvo, preziosissimo, detto in persiano guldb (acqua di rose), donde, per la irafila dell’arabo giab, il nostro giulebbe. (2) Gli Orientali lasciano anche ora le scarpe sulla porta di qualunque luogo in cui debbano entrare.<noinclude></noinclude> grr2kz2516lfflbtgamn4gwb6agha2i Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/132 108 1031600 3901079 2026-09-18T12:33:11Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901079 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 116 —|}}</noinclude>ASretenartotti VET To o TREE — 116— avesse acquistate per lui, e però, cacciativi in fretta i piedi, ritornò a casa. Quelle pianelle nuove erano, invece, d’un magistrato, il quale, appunto in quel giorno, era venuto al bagno, le aveva deposte la daccanto, ed era entrato per bagnarsi. Quando fu uscito, le andò cercando qua e là, ma, non trovandole, incominciò a dire: Vi è parso, amici, che quel tale che s'è messo le mie pianelle, non abbia lasciato nulla al loro luogo? — Si fecero delle ricerche, nè fu trovato altro fuor che le pianelle appunto di Abù ‘1-Qàsim al Tunbùri. Tutti le riconobbero, perchè eran passate in proverbio. Il magistrato spiccò sùbito i suoi valletti, i quali frugaron per tutta la casa di Abù ’1-Qdsim, e vi trovarono le pianelle. Egli allora gl’intimò di presentarsi all'udienza, dove, oltre al togliergli le pianelle, lo fece bastonare per insegnargli la buona creanza, lo tenne in prigione per qualche tempo. Inflittagli poi certa multa, lo rimise in libertà, Abàù ’1-Qasim, uscito di prigione, ritornò a casa. Tutto infuriato, prese le pianelle e andò a cacciarle nel Tigri. Le pianelle colarono a fondo. Capitò un pescatore, il quale gittò le reti; quando le estrasse dall’acqua, ecco salir dentro di esse le pianelle di Abî ‘1-Qàsim! Appena le ebbe vedute, il pescatore le riconobbe, e disse fra sè: Queste sono le pianelle di Abù ’1-Qàsim al-Tunbùri. È chiaro che, per disgrazia, gli son cadute nel Tigri. — Le raccolse e se n’andò alla casa di lui, ma non ve lo trovò. Allora, guardando qua e là, notata una finestra aperta sul davanti della casa, vi gettò dentro per essa le pianelle, le quali andarono a cadere proprio sul palchetto su cui stavano le caraffe di vetro con l’acqua di rose. Caddero le caraffe e andarono in frantumi, e l’acqua di rose si riversò e si sparse tutta all’intorno. Quando Ab ’1-QAsim rientrò in casa e vide il malanno, come n’ebbe intesa la cagione, si diè dei pugni nella testa e gridando e piangendo disse: Misero me!| queste maledette pianelle vogliono essere la mia rovina! — Aspettò che annottasse, e allora si levò per scavare una fossa e sep-<noinclude></noinclude> paetv0e6osdiqrx8hij9dbbytr86vui Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/133 108 1031601 3901080 2026-09-18T12:33:16Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901080 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 117 —|}}</noinclude>"Ti — 117— pellirvele con la speranza di potersene, alla fine, liberare. Ma i vicini, come udirono di notte un rumor leggero di tale che scavava, si pensarono che qualcuno si aprisse un pertugio nel muro della casa, e però, alla mattina, ne fecero rapporto al capo della polizia, il quale mandò sùbito a prendere Abàù ’l1-Qàsim, e avutolo dinanzi, dopo averlo messo in catene, gli disse: Come ti fai lecito di traforare i muri de’ tuoi vicini? — Così lo pose in carcere, nè lo liberò se non quando si obbligò a pagare, per ammenda, certa somma. Uscito di prigione, Abù ’1-Qàsim tornò a casa tutto in collera per le sue pianelle. Le portò là dalla fogna dello stallo delle carovane e ve le cacciò dentro. Ma le pianelle otturarono il condotto di scolo della fogna, e la fogna rigurgito, e la gente si stomacò al fetore che si sparse all’intorno. Ne fu cercata la cagione, ed ecco che, nel condotto, fa rinvenuto un paio di pianelle. Le osservaron per bene, ed ecco ch’erano le pianelle di Abù de Qasim! Le portarono allora al governatore della città informandolo dell’accaduto. Il governatore, chiamato a sè Abù ’1-QAsim, gli fece una solenne paternale e lo cacciò in prigione dopo avergli detto: Sarà a tuo carico la spesa di far riattare il condotto. — Così fu multato di una bella somma, e il governatore, solo quand’ebbe riscosso da lui la tassa impostagli per sua correzione, lo rimise in libertà. Abù ’1-Qfsim uscì portandosi in mano le sue pianelle. Tutto stizzito, andava dicendo fra sè: Per Dio! io non butterò via mai più queste pianelle! — Giunto à casa, le lavò ber bene e poi le espose sul terrazzo della casa perchè asciugassero. Ma un cane, come le ebbe vedute, pensandosi che fossero una carcassa, le afferrò coi denti e portandole così col ceffo saltò da quello in un altro terrazzo. Là, gli sfuggiron di bocca e così andarono a cadere sul capo d’un tale che per caso passava di là, facendogli assai male; gli cagionarono, anzi, una profonda ferita sulla fronte. Tutto ciò fu notato dalla gente. Si fe’ ricerca di chi mai fossero le pianelle, e fu riconosciuto ch’erano le pianelle di Abù ’1-Qasim. Fu<noinclude></noinclude> t15opzb9zv5mnwnmcatpfvoazjl5kyz Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/134 108 1031602 3901081 2026-09-18T12:33:22Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901081 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 118 —|}}</noinclude> allora denunziato il fatto al prefetto della polizia, il quale condannò esso Abù ’1-Qisim al risarcimento dei danni e alle spese di tutto l’occorrente per il ferito, e ciò per tutta la durata della malattia e della cura. Ad Abù ‘IL Qasim, per tutto cotesto, andò in malora tutto l’avere. Non gli rimase in tasca nemmeno uno spicciolo! Abù ’l-Qasim, allora, prese le sue pianelle e con esse corse difilato da un giudice, al quale tenne questo discorso: Desidero che vostra Signoria mi scriva un contratto legale tra me e queste pianelle, in cui si dichiari che esse non appartengono più a me e che io non appartengo più a loro; e che ciascheduna delle due parti in parola non ha nulla da fare con l’altra; e che, per tutto ciò che potrà accadere per queste pianelle, io non sarò nè punito nè rimproverato. — E raccontò al giudice tutto ciò che gli era capitato per esse. Il giudice ne rise. Gli fe’ dare una gratificazione, ed egli ritornò finalmente a casa sua. (dall'arabo dell’Autore delle « Piacevolezze degli Arabi » (1). 10. Vittima della propria generosità. Viaggiava, una volta, il giovane Kaab ibn Mama, della tribù dei Benî Iyàd (2), con una carovana, è nella carovana era anche un uomo dei Benî ’1-Namir. Ciò avvenne nell’ardor dell’estate; e la carovana sì smarrì, inoltre, nel deserto, e l’acqua incominciò a mancare. Si ridussero a spartirsela, e ciò si faceva col gettar nella scodella comune da bere un ciottolo; vi si versava poi tant’acqua quanta bastava perchè il ciottolo vi rimanesse appena sommerso. Avveniva per tal modo che ciascuno beveva la stessa parte d’acqua che beveva il suo compagno. (1) Così nel Mugidni "Tadab, vol. TIT, pag. 282, da cui ho tolto questo passo. (2) Mama, di cui Kaab era figlio, era il capo della tribù dei Benî Iyàd. Pianse, in una mesta elegia, la morte del generoso suo figlio.<noinclude></noinclude> 0628dhyd4d2c5idwlhwnukt21x1mo47 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/135 108 1031603 3901082 2026-09-18T12:33:27Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901082 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 119 —|}}</noinclude>cli Discesi di sella i viandanti per bere, mentre la scodella passavasi dall’uno all’altro, quand’essa pervenne alle mani di Kaab, egli s'avvide che quel tale dei Benî 7:Namir aguzzava avidamente gli occhi verso di lui. Egli allora gli fe’ larghezza della sua parte d’acqua dicendo a’chi la distribuiva: Dà da bere al compagno tuo dei Benî ‘l-Namir! — Così costui bevve, per quel giorno, la parte d’acqua che toccava @ Kaab. AI dì seguente, discesero ad un’altra stazione dove si spartirono fra loro l’ultimo resto dell’acqua. L'uomo dei Benî ’1-Namir tenne fermi gli occhi su Kaab al modo del giorno antecedente, e Kaab ripetè ciò che aveva detto il giorno antecedente. I viandanti, nel rimontare in sella, gli dissero: Monta in sella, Kaab! — Ma egli non aveva forza per muoversi. Quando furono vicini ad una cisterna, gli dissero: Scendi ad attingere, Kaab, chè ora puoi attingere! — Ma egli non potè nemmeno rispondere. Disperando di lui, gli fecero là attorno un recinto di vesti e di panni che impedisse che le belve lo divorassero, € l’abbandonarono là sul luogo stesso. Egli vi morì poco stante. Il caso suo passò poi in proverbio per designare atto generoso d’uomo verso il prossimo, a costo della propria vita! (dall'arabo d’Ibn Qoteyba). Un distico dell’elegia di Mama, padre del giovane generoso, diceva così: Giunto era al fonte Kaab, e gli fu detto: Discendi, o Kaab, e attingi! — ed ei non scese! 11. Vittima dei proprî versi. Si racconta come, un giorno, Abù ’L-Tayyib al-Mutanabbi (1) si mettesse in viaggio per tornar di Persia a Bagdad, avutone l'assenso dal principe Adhud alDavla @); ed erano con lui molti cavalieri. Uscirono al(1) Vedi il Registro dei nomi in fine al volume., (2) Signore di Persia, della Casa dei Bùidi. Morì nel 983 d. O.<noinclude></noinclude> 30pgtbr6nkx982mhmayyhzaty2qaoqd Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/136 108 1031604 3901083 2026-09-18T12:33:32Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901083 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 120 —|}}</noinclude> l'improvviso contro di lui alcuni malandrini da strada, ed egli si diede alla fuga. Ma un suo ragazzo gli disse: Tu fuggi adunque, e sei colui che ha detto nelle sue poesie: « Mi conosce la landa perigliosa, La notte mi conosce E il cavalcare; Mi conoscono il calamo e la carta, La guerra mi conosce, Suonar, cantare » (1). ‘Tornò indietro, ma fu ammazzato dai malandrini. Era allora l’anno 354 (2). Questi versi furon la cagione della sua morte! (dall’arabo di Al-Qalyabi). 12. Storia meravigliosa del re Salomone e della Regina Bilgîsa. Secondo le tradizioni musulmane, il re Salomone, come ebbe finito di erigere in Gerusalemme il tempio consacrato al Signore, si determinò a passare in Arabia, con tutto il suo seguito e con tutte le sue schiere, per visitarvi il Santuario della Mecca. Aveva sotto il suo comando non pur gli uccelli e gli animali, ma anche è Genî e i Demoni. L’upupa che aveva la facoltà di veder le vene d’acqua nel seno della terra, gli serviva di guida per scovrir l’acqua lungo il viaggio per il vasto paese, arido e deserto. Ma poi, durante il viaggio, erasi allontanata per qualche tempo. Rintracciata dall’aquila e menata nel cospetto del gran Re, egli la richiese della cagione di quel suo assentarsi (3): Chi t'ha trattenuta tanto tempo lontano da noi?, le d domandò Salomone. E l’upupa: « Io mi sono aggirata per dove tu non ti sei ancora aggirato, e vengo a te dal tatorgiani (1) Il poeta, in maniera alquanto spavalda, molto comune a quei tempi, enumera i suoi pregi. (2) Dell’Egira, cioè 965 d. O. (8) Vedi lo scritto di G. Gabrieli: Della leggenda di Salomone e della negina di Suba secondo una tradizione araba del secolo XI, (Lecce, 1896, L. Laz» zaretti e figli), — Vedi anche il Capo XXVII del Corano, ESEME: sia: pasero coral<noinclude></noinclude> 3aa3p1a808f69s8ghpuvzsbzt29i8gg Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/137 108 1031605 3901084 2026-09-18T12:33:37Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901084 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 121 —|}}</noinclude>Tron paese di Saba con una novella certa. Perchè io: ho trovato là una donna che governa quella gente, e tutti le fanno omaggio d’ogni cosa, ed essa ha un trono eccelso. Ho anche inteso che essa e la sua gente adorano il sole in luogo di Dio. Satana ha fatto loro apparir bello ciò che facevano, e così potè sviarli dalla via diritta. Non sono essi sulla direzion vera!» (1). La regina aveva detto un giorno a’ suoi ministri: Chi mai adoravano i miei antenati che ora son morti? — Risposero: Adoravano l’Iddio del cielo. — E dove sta egli? domandò. Si sta in cielo, risposero, e il suo indizio manifesto sta qui sulla terra. — E la regina: Come potrei io adorarlo mentre non lo vedo e non conosco altra cosa più potente della luce del sole? Bssa è quella a cui vuolsi di preferenza tributare la nostra adorazione. — Così essa adorò il sole in luogo di Dio altissimo, e attirò anche la sua gente a quel suo culto. Adoravano il sole quando spunta, e l’adoravano quando tramonta. Come adunque l’upupa ebbe dato a Salomone tutte queste notizie intorno a Bilgisa, Salomone le disse: « Vedremo ora se tu hai detto la verità, ovvero se tu sei del novero dei mentitori » (2). L’upupa allora guidò l’esercito di Salomone ad una sorgente d’acqua. Scavaron cisterne sul luogo, che sono pozzi che non son murati all’interno, nè trovansi in ogni valle. Ne bevvero gli uomini, se ne abbeverarono cavalli e giumenti, ed erano assetati. Salomone scrisse una lettera: Da parte del servitore di Dio, Salomone figliuolo di David, a Bilgîsa regina di Saba. « In nome di Dio clemente e misericordioso, salute e pace a chi cammina per la diritta via! » E poi: « Non v'innalzate al di sopra di me; ma venite a me abbandonandovi a me! (3). — V'appose un suggello di muschio (1) Passo del Corano, XX.VII, 22-24. (2) Passo del Corano, XXVII, 27. (3) Passo del Corano, XXVII, 30-31. Essendo queste parole dal Corano poste in bocca di Dio, s'intende che Salomone, esortando la Regina a darsi a Dio, al Dio vero, fa l'ufficio di banditore della fede, di profeta, poichè tale è considerato dalla tradizione musulmana, in nome di Dio stesso.<noinclude></noinclude> np15icxgnvjsq2yd9d8xjr9a7qx6dy6 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/138 108 1031606 3901085 2026-09-18T12:33:43Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901085 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 122 —|}}</noinclude> e v'impresse il segno del suo anello, poi disse all’upupa: « Va ora tu con questa lettera mia, e porgila loro. Ritìrati poi in disparte, ma pur statti loro vicino, e osserva intanto che mai risponderanno! » (1). L’upupa adunque prese la lettera e se ne venne da Bilgîsa. Era allora costei in un paese che si chiamava Marib di Sanaa (2), a tre giornate di cammino. Trovò ch’essa era nel suo castello e che le porte n’erano chiuse. Quando andava a letto, la regina soleva chiuder le porte, prenderne le chiavi e riporsele sotto il capo. Venne l’upupa da lei, ed essa dormiva coricata sul dorso, e le gettò la lettera in seno. Asserisce invece Vahb ibn Munabbih (3) che la regina aveva una finestra volta verso il sole, e che il sole penetrava per essa nella stanza di lei quando spuntava, perchè poi, come ne vedeva la luce, si levava per adorarlo. Ora, l’upupa si appostò su quella finestra ingombrandola e otturandola con le ali. Spuntò il sole, e la regina che non ne sapeva nulla, pensò che il sole, quella mattina, s’indugiasse. Si levò adunque per vedere, e l’upupa le gettò sul viso la lettera. Ripigliano i tradizionalisti: Bilgîsa allora, che sapeva leggere e scrivere, raccolse la lettera. Come vide I’impronta del suggello, s’inchinò tutta tremante, perchè in quel suggello era riposta la potenza arcana di Salomone, e s’avvide che chi le mandava quella lettera, aveva regno e potenza assai maggiore di lei, e disse: Certamente! Un re che ha gli uccelli per suoi messaggieri, dev'essere un gran re! — E lesse la lettera, e l’upupa intanto si teneva in disparte, non però lontano. La regina andò a sedersi sul trono suo regale, raccolse i magnati e i maggiorenti del popol suo, ai quali essa soleva rivolger la parola di dietro ad una tenda. Ma quando le dava pensiero cosa grave e importante, toglievasi d’innanzi quella tenda. Come pertanto furono (1) Altro passo del Corano, XXVII, 28, (2) Nell’Arabia Meridionale. (3) Antico e dotto raccoglitore di tradizioni e di memorie antiche dell'Arabia Meridionale, Visse dal 646 al 733 d. O.<noinclude></noinclude> dauawp310pvqn6zkbwc8ktkjhbfgawj Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/139 108 1031607 3901086 2026-09-18T12:33:48Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901086 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 123 —|}}</noinclude> radunati ed ebber preso i loro posti, Bilgisa disse loro così: « M’è stata mandata una lettera illustre! > (o = E soggiunse: « Datemi lume, 0 signori, intorno a questo affare e consigliatemi in ciò che ora mi sopraggiunge! ch'io non voglio decider nulla se non quando voi siete con me. — E quelli le risposero: Noi abbiam forza, noi abbiam potenza grande in guerra. Ma il comando è tuo. Vedi tu qual cosa hai da comandarci, € ci troverai obbedienti al tuo comando » (2). E la regina: « Ecco! io gli manderò dei doni e starò a vedere che cosa risponderanno i miei messaggieri > (3), se cioè i doni miei saranno accolti o ricusati. S'egli è un re, li accoglierà e rifuggirà dall’accostarsi a noi; ma s'egli è un profeta, li rimanderà, nè vorrà esser contento di noi se non quando ci farem seguaci della sua fede. Ripigliano i tradizionalisti: Pensò allora Bilqîsa ad apprestare cinquecento giovinette e cinquecento garzoni, e vestì le fanciulle di vesti maschili, con mantelli e cinture, e i garzoni vestì di vesti femminili, ponendo all’avambraccio di ciascuno braccialetti d’oro e collane d’oro al collo, e agli orecchi pendenti e orecchini ornati di diverse specie di gemme. Hei poi montar le fanciulle su cinquecento cavalli generosi, e i garzoni sopra cinquecento ronzini; e ogni cavallo aveva una sella d’oro ingemmato, con coperte di broecato a colori diversi. Mandò inoltre al re Salomone cinquecento mattoni d’oro e cinquecento mattoni d’argento, e una corona adorna di perle e di rubini di gran prezzo. Gli mandò anche del muschio, dell’ambra, del legno d’aloè di diverse specie. Tolse anche un piccolo forziere e vi pose dentro una perla preziosa non ancor stata traforata, e una gemma traforata, ma il cui traforo era storto, e chiamò un uomo di tra i nobili della gente sua che si diceva Al-Mundhir ibn Amr, e gli diè in mano (I) Passo del Corano, XXVII, 29, (2) Passo del Corano, XXVII, 32-33, (3) Passo del Corano, XXVII, 35.<noinclude></noinclude> nypy5vlurep9hgxz4ka5p7ojz5osaem Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/140 108 1031608 3901087 2026-09-18T12:33:53Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901087 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 124 —|}}</noinclude>alcuni altri uomini del popol suo, assennati e avveduti, poi scrisse con loro una lettera, aggiuntavi la lista dei doni. Se tu sei un profeta (diceva nella lettera la regina), discernimi le schiave dagli schiavi; fammi sapere che si trovi nel piccolo forziere, prima che tu l’apra; traforami la perla d’un traforo diritto e uguale; infilami nella gemma un filo senza aiuto d’uomini o di Geni. E ai garzoni fe’ questo precetto, dicendo: Quando Salomone rivolgerà a voi il discorso, voi rispondetegli con parole che somiglino, per la mollezza e per la dolcezza, a parole di donna. — E alle fanciulle fe’ precetto che rispondessero a Salomone con parole robuste e forti, che somigliassero a parole d’uomo; e al messaggiero disse: Tu terrai fermo lo sguardo su quell'uomo quando sarai entrato nel suo cospetto. E s’egli ti volge uno sguardo fiero e burbero, intendi allora ch’egli è un re. Ma non ti sgomenti punto il suo aspetto!JIo sono ben più potente di lui. Se, invece, ravviserai in lui un uomo dal tratto affabile e dolce, sappi che egli è un profeta mandato da Dio. Accogli allora e fa d’intendere le sue parole, e rendigli risposta. — Il messaggiero partì con quei doni. Quando l’upupa ebbe veduto cotesto, ritornò in gran fretta presso di Salomone e l’informò di tutto. Egli allora comandò ai Genî di fabbricargli mattoni d’oro e d’argento. E i Genî fecero. Poi comandò loro di lastricargli, con quei mattoni d’oro e d’argento, tutta una palestra dal luogo in cui egli soleva starne, fino a nove parasanghe, e di rizzargli tutto intorno alla palestra mura alte, d’oro e d’argento. E quelli fecero. Domandò allora Salomone: Qual'è la più bella cavalcatura che voi abbiate veduta in terra e in mare? — Risposero: O profeta di Dio, noi abbiam veduto in uno dei mari certe cavalcature, varie di colore fra loro, con ali, con cresta e ciuffi. — Menatele qui da me immantinente! gridò Salomone. Come gliel’ebber menate, disse: Legatele ora, a destra e a sinistra della piazza, sui mattoni d’oro e d’argento, e gittate loro dinanzi da mangiare sui mattoni. — Comandò<noinclude></noinclude> pz3kc1xdn39l65rt2mcr8ly9ddwp4td Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/141 108 1031609 3901088 2026-09-18T12:33:58Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901088 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 125 —|}}</noinclude> poi ai figliuoli dei Genî, che erano una schiatta numerosa, perchè si collocassero da destra e da sinistra della palestra. Si sedette allora al posto suo sul trono, e fe’ disporre quattromila seggi a destra e altrettanti a sinistra, e comandò ai Demoni di ordinarsi là in ischiere per il tratto di più parasanghe, e agli uomini similmente di schierarsi per il tratto di più parasanghe, e alle bestie selvatiche e alle belve rapaci e ai rettili e agli uccelli comandò similmente di schierarsi per il tratto di più parasanghe, da destra e da sinistra. Come pertanto giunse l’ambasceria mandata da Bilgîsa e s’accostò alla palestra e osservò tutta quella opulenza di Salomone e vide quelle cavalcature di cui i loro occhi non avevano mai veduta una simile, quali, su mattoni d’oro e d’argento, lasciavano cadere il fimo, sentirono venirsi meno per lo stupore, sì che quasi si lasciaron cader di mano i doni che recavano. Quando poi videro i Demoni, al mirarne lo strano aspetto, n’ebbero spavento. Ma fu loro detto: Passate oltre, e non temete! — Così passarono dinanzi alle schiere dei Genî e degli uomini, degli uccelli, delle belve rapaci e delle fiere, finchè si fermarono nel cospetto di Salomone, il quale rivolse loro uno sguardo amichevole, con viso affabile, e disse: Che recate voi? — Il capo dell’ambasceria l’informò allora del perchè essi erano venuti. Gli fu data intanto la lettera della regina, ed egli, come v'ebbe posto su gli occhi e l’ebbe letta, disse: Dov'è il forziere? Gli fu recato il forziere, ed egli lo scosse alquanto. Sopravvenne l’arcangelo Gabriele (pace a lui!) che l’informò di ciò che c'era dentro. Disse allora Salomone: Dentro al forziere sta una perla preziosa non ancor traforata, e vi sta anche una gemma traforata, ma il cui traforo è storto. — Gli rispose l’ambasciatore: Hai detto il vero. Trafora adesso la perla e introduci un filo nella gemma. — Domandò Salomone: Chi è capace di traforarmela? — Ne domandò ai Genî e agli uomini, ma non ne sapevano nulla. Ne domandò ai Demoni che gli dissero: Manda per il tarlo. — Mandò per il tarlo, e il tarlo,<noinclude></noinclude> fiwox83mp26v4k4pkukmtruqouuo12k Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/142 108 1031610 3901089 2026-09-18T12:34:03Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901089 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 126 —|}}</noinclude>|‘È come fu giunto, si prese in bocca un capello, penetrò nella perla da un lato e ne uscì dall’altro. Gli disse allora Salomone: Chiedi ora ciò che più desideri. — Che tu faccia in modo, disse, ch’io abbia il mio alimento nel legno delle piante. — Ti si concede! Salomone rispose, e poi domandò: Chi può infilarmi la gemma?— Rispose il baco bianco:O profeta di Dio, ci son io per essa! — Il baco si prese un filo in bocca, si cacciò nel foro da un lato e ne uscì dall’altro. Gli disse allora Salomone: Che desideri tu? — Che tu faccia in modo, rispose, ch'io trovi l’alimento mio nelle frutta. — Rispose Salomone: Ti si concede! Seppe anche discernere le fanciulle dai garzoni ordinando loro di lavarsi il viso e le mani. Le fanciulle prendevan l’acqua dal bacino con una mano, la passavano nell'altra e poi se ne bagnavano il viso, mentre i giovani la raccoglievano con ambe le mani, indi se la cacciavano sul viso. Inoltre, le fanciulle se la versavano sulla parte interna dell’avambraccio; i giovani, invece, sulla esterna. Quelle la facevan cadere stilla a stilla, ma questi se la versavano in gran copia sull’avambraccio. Così potè discernere quali fossero le fanciulle, quali i garzoni. Ricusò anche i doni tutti di Bilgîsa, dicendo; « Intendete forse di darmi aiuto coi vostri averi? Ma ciò che mi ha dato Iddio, vale assai più di ciò che ha dato a voi. E voi troppo vi compiacete dei vostri doni!» (1), perchè voi siete una gente che vuol millantarsi presso gli altri e soverchiarli in ricchezza e in potenza, e non sapete altro al di la di tanto. Ma le cose del mondo non sono ciò che io appetisco, perchè Iddio altissimo me ne ha conferito la signoria, e m’ha dato in esso ciò che non ha dato ad alcun altro fra gli uomini, e, oltre a ciò, m'ha onorato del dono della profezia e della sapienza. Voltosi poi ad Al-Mundhir ibn Amr, capo dell’ambasceria, disse: « Ritorna al popol tuo. Noi verremo ad assalirlo con un esercito al quale non potrà resistere, e (1) Passo del Corano, XXVII, 36.<noinclude></noinclude> bjwdjqlldqb1ocze3asy8wk7s27ymiq Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/143 108 1031611 3901090 2026-09-18T12:34:09Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901090 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 127 —|}}</noinclude>PU lo seacceremo dalla sua terra, tutti umiliati e vinti » (1), a meno che non ritorniate a me interamente abbandonati a Dio. (La regina Bilgîsa, all’intendere il severo messaggio, comprende che Salomone, più che un gran re, è un gran profeta, e però fa divisamento di andare @ vederlo. Salomone, avutone avviso, s'appresta a farle ogni più bella accoglienza non solo, ma anche metterla alla prova. Intanto, per mezzo degli Angeli, egli aveva potuto rapîirle il trono, sebbene stato rinchiuso da lei prima di partire entro sette stanze, poste una dentro l’altra). Salomone volle mettere alla prova l’ingegno e la mente della regina, e lo indusse a ciò il fatto riferito da alcuni savî, cioè che i Demoni temevano ch’egli la sposasse e ne avesse poi un figlio al quale essa avrebbe potuto rivelare il segreto dei Genî (2); nel qual caso, essi non si sarebbero liberati mai più dalla sommissione a lui € alla sua discendenza dopo di lui. Si studiarono pertanto di ‘alienarne l’animo da lei, e cercarono di scemar la bella fama di lei dicendo a Salomone: Quanto alla sua intelligenza, c'è qualche cosa; ma i suoi piedi sono zampe di somaro, ed essa è tutta pelosa nelle gambe, perchè sua madre era della schiatta dei Genî. — Salomone adunque, quando Bilgîsa si fu mossa per venir da lui, comandò ai Demoni di fargli una sala magnifica con un pavimento di vetro che somigliasse alla più limpid’acqua, e di farvi seorrer sotto dell’acqua e di gittarvi dei pesci. Collocò poi il suo trono là davanti, al luogo più cospicuo, e vi si assise sopra. Quando Bilgîsa si presentò, le fu detto: <« Entra nella sala! — ma essa, come vide il pavimento, stimò che ‘fosse un mare, e però si scoperse le gambe, sollevando la veste » (3), per guadar l’acqua e accostarsi a Salomone, ‘Salomone riguardò, ed ecco che essa aveva le più belle :gambe e i più bei piedi che creatura umana avesse, el(1) Passo del Corano, XXVII, 37. (2) Cioè del dominarli e del tenerli a dovere, come faceva Salomone, (3) Passo del Corano, XXVII, 44.<noinclude></noinclude> i9xhhye8ch51k7mdycg4nf70okz251f Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/144 108 1031612 3901091 2026-09-18T12:34:14Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901091 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 128 —|}}</noinclude>2g cetto che le gambe erano pelose. Come ebbe veduto, Salomone volse gli oechi in altra parte, e gridò alla regina: « Gli è un pavimento lastricato di vetro liscio » (1), e non è acqua. Salomone esortò la regina ad abbracciare l’Islamismo (2), ed ella accettò dicendo: « 0 Signore, io ho fatto ingiustizia a me stessa con la mia miscredenza, e ora mi abbandono con Salomone a te, o Dio, che sei Signore dell’universo! » (8). I dotti e i savî tuttavia non vanno d'accordo su ciò che fu di Bilgîsa dopo la sua conversione alla religione. Dicono i più fra essi che Salomone la dimandò in isposa e che, quando l’ebbe sposata, le portò amore grande, la restituì al suo regno, e comandò ai Genî di fabbricarle nella terra del Yemen tre palazzi, di cui gli uomini non avevano mai veduto l’uguale nell’altezza e nella bellezza. Egli poi si recava a farle visita, ogni mese una volta, dopo che l’ebbe restituita al regno, e si stava presso di lei tre giorni. (Secondo altri, Bilgîsa sposò un uomo che si chiamava Dhd-bataa). Dhi-bataa adunque seguitò a regnare con lei nel Yemen e a farvi ciò che più gli talentava, finehè Salomone morì. Quando fu passato un anno e fu giunta a conoscenza dei Genî la notizia della morte di Salomone, uno di essi prese a percorrere il paese di Tihàma (4), e quando si fu addentrato nel Yemen, gridò quanto potè ad alta voce: O schiatta dei Genî, Salomone profeta di Dio è morto! Levate libere le mani! — Che se non fosse stato costui che avesse gridato così in Tihàma, i Genî e i De(1) Passo del Corano, XXVII, 44. (2) La parola araba èstim (da cui Istamisno da noi) significa abbandono totale di sè medesimo a Dio, ed è, secondo i Musulmani, la religione vera, a cui appartennero già, secondo essi; Ibràhîm (Abramo) e Salomone, che la professarono e predicarono ai loro contemporanei, come inviati di Dio e profeti. (8) Passo del Corano, XXVII, 45. (4) Nome della regione che forma la costa Sud-Ovest d’Arabia suli Mar Rosso,<noinclude></noinclude> 9aie4gjrl8qvf9sbijq1omyxtvy3efs Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/145 108 1031613 3901092 2026-09-18T12:34:19Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901092 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 129 —|}}</noinclude>Tiggiano moni non avrebbero mai più levato libere le mani (1). Si partirono allora di là e si dispersero. Così finì il regno di Dhd-bataa, e il regno di Bilgîsa, e il regno di Salomone (ad essi tutti la pace!). E Iddio ne sa più di noi! Segue la tradizione della morte di Bilqîsa: Bilgîsa sopravvisse ancora sette anni e sette mesì e poi morì, e fu sepolta sotto un muro della città di Palmira nel paese di Siria, nè alcuno seppe mai del luogo della sua sepoltura fino al tempo d’Al-Velîd ibn Abd al-Malik (2). Al qual proposito, raccontava Abù Mùsa ibn Nasr: « AI tempo di questo Califfo, io fui mandato, con suo figlio AL-Abbàs, a Palmira. Sopravvenne un gran rovescio di pioggia, per cui rovinò parte delle mura della città, e rimase scoperto di sotterra un avello, la cui lunghezza era di braccia sessanta, tutto di marmo giallo della tinta dello zafferano, su cui era scritto: « Luogo di sepoltura dell’arca funeraria di Bilgîsa la pia, sposa di Salomone figliuolo di David, che abbracciò la fede al ventesimo anno del regno di lui, ed egli la sposò il giorno decimo del mese di Muharram. Morì nel secondo giorno del mese di Rabî, nel ventesimo settimo anno del regno di lui, e fu sepolta la notte stessa sotto questo muro della città di Palmira. Nessuno degli uomini, nessuno dei Genî, conosce il modo di sua sepoltura, eccetto colui che l’ha qui sepolta. » Ripiglia Abù Mùsa: Sollevammo il coperchio dell'arca, ed ecco che la sepolta era ancora intatta e fresca come se fosse stata deposta la dentro quella notte stessa. Ne serivemmo al Califfo Al-Velîd, ed egli ordinò di lasciarla stare quale era, e di fabbricar su quella tomba un monumento di pietre grosse e di marmo. (dall’arabo di Al-Thalabi). (1) Ciò che li teneva a freno, era il timore del gran Re. (2) Califfo Ommiade di Damasco. Regnò dal 705 al 715 d. CO. Italo Pizzi — Fiori d'Oriente 9<noinclude></noinclude> 5t311zbam3a0qqi5oa1sjfwijjsg40r Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/146 108 1031614 3901093 2026-09-18T12:34:24Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901093 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 130 —|}}</noinclude>13. Mania religiosa del poeta AbÒ ’I-Atàhiya €). Mukhàriq raccontava: Venne un giorno da me Abù ‘l-Atàhiya e mi disse: Desidero che tu favorisca da me in quel giorno che potrai concedermi. Quando mai sarai tu disposto? — Quando vuoi! risposi. Ed egli: Temo che m’abbi da mancar di parola. — E io: Non mancherò nemmeno se chiederà di me il Califfo! (2). — Allora, disse, sarà per domani. — E io: E domani verrò. Al giorno seguente, venne da me, di gran mattino, un tale mandato da lui per prendermi. Andai, ed egli mi fece entrare in una stanza tutta decente, adorna di tappeti con certa bella proprietà; indi fece portare una tavola su cui erano candidi pani, aceto, erbaggi, sale e un capretto arrostito. Ne mangiammo. Fece venir del pesce fritto, e noi ne prendemmo a nostra volontà. Fe’ venir dei zuccherini, e noi ne assaggiammo dopo una lavanda data alle mani. Furono anche portate delle frutta, delle erbe odorose, varie specie di vino di datteri. Scegli tu, mi disse Abù ’LAtàhiya, ciò che più t'aggrada. — Scelsi e bevvi, ed egli mi versò un bicchiere. Poi mi disse: Cantami tu questi miei versi: Redir potesse un di la giovinezza; Ciò che ha fatto vecchiezza, io le direi! Io glieli cantai, ed egli mi versò un bicchiere e intanto piangeva a calde lagrime. Cantami ora, soggiunse, questi altri miei versi: Unico ben quaggiù la pazienza Per chi d’arte o ragion vuoto rimase! Anche questi io gli cantai, ed egli piangeva tanto da soffocarne. Mi versò un altro bicchiere e disse: Can(1) Celebre poeta del tempo degli Abbassidi, nativo dell’ Higiàz in Arabia. Morì nell’ 828 d. GC. (2) Questo Mukhàrig era musico e cantante addetto alla corte,<noinclude></noinclude> b956h1lngesz3nzki53rxdk82yovs4r Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/147 108 1031615 3901094 2026-09-18T12:34:30Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901094 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 131 —|}}</noinclude> ami anche questi miei versi, possa io essere in riscatto dell'anima tua! (1): Odolciamici,echeèdime,seilmio Danno tregua non ha? Dura sentenza Raggiunge l’altra (2) per destin di Dio! Io gli cantai anche questi, ed egli andava sempre più importunandomi col richieder qualcuna delle arie con cui si soleva cantare qualcuna delle sue poesie. Io l’appagava in questo suo desiderio, ed egli intanto e beveva e piangeva. Così venne la sera. Allora mi disse;Desidero che tu indugi tanto che vegga quanto ora intendo di fare. — Io mi sedetti, ed egli comandò ad un suo figliolo e ad un suo schiavo di rompere e di spezzare e di disperdere quanto noi avevam là dinanzi, vino, suppellettili, strumenti musici. Comandò poi che fosse gettato fuori sulla via quanto ancora vi rimaneva di vino e di utensili. Tutto fu cacciato fuori. Nè egli cessò dallo spezzare e dal rompere, dallo spandere attorno il vino, finchè non ne rimase più nulla, e intanto piangeva e piangeva. Si tolse, in fine, le vesti di dosso, si lavò tutta la persona, poi indossò vesti bianche di lana (3), e allora mi si gettò al collo e tuttora piangendo mi disse: Addio, amico mio, gioia mia fra gli uomini tutti! È questo l’addio della separazione dopo la quale non ci sarà dato d’incontrarci mai più! — E poi, ritornando al pianto: È questa, sì! l’ultima volta per me che potrò star con te nella compagnia della gente di mondo! Io mi pensai che questa fosse una delle sue solite sciocchezze, e però me ne venni via, nè lo rividi più per qualche tempo. Ma poi, venutomi desiderio di visitarlo, andai da lui. Domandai d’entrare, ed egli mi fece entrare, ed ecco ch'egli era là e aveva preso due corbe, di quelle in cui si ripongon datteri, e bucatane una, vi aveva (1) Cioè dai peccati. Formola musulmana, non infrequente, di preghiera e di pio augurio insieme per la persona a cui si parla. (2) Cioè una sveltura tiene dietro all'altra. (3) Veste di chi fa penitenza e ha rinunziato al mondo e alle sue vanità,<noinclude></noinclude> 8hupf5v3gj259pkrzfawxn1kx64te1s Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/148 108 1031616 3901095 2026-09-18T12:34:35Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901095 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 132 —|}}</noinclude>cibi det cacciato dentro il capo e le mani in modo che gli faceva come da camicia, e aveva bucato anche l’altra e vi si era cacciato dentro sì che di sotto gli uscivano i piedi, ed essa gli faceva da calzoni. Come l’ebbi veduto, scordai d’un sùbito tutto quel dispiacere che aveva per lui, e il dolore di non potermi più trovar con lui, e seoppiai in tale risata che, per Dio! non ne aveva mai fatto l’uguale. Egli allora mi domandò: Perchè ridi? — Che Iddio ti metta alla prova! gli diss’io. Ma che è ciò? Chi mai ti ha fatto sapere che qualcuno o dei profeti, o dei penitenti, o dei compagni di Maometto, o dei pazzi, facesse altrettanto? Lèvati dattorno cotesti arnesi, o piagnolone! — Parve che avesse vergogna di me. Seppi poi che si faceva applicar le ventose, e io procacciai di poterlo vedere in quello stato, ma non potei. Mi fu detto ch'egli desiderava ch'io gli cantassi, e allora io corsi da lui per fargli visita; ma poi un tale, mandato da lui, venne a dirmi che, s'îo fossi entrato da lui, avrei potuto rinnovargli la sua tristezza e malinconia, e che, se non fosse ciò, l’anima sua desiderava di udir di que’ miei canti che tanto l’avevano vinta. Aggiunse che mi raccomandava a Dio e che si scusava con me se non poteva ricevermi. — Fu quella l’ultima visita che gli feci! (dall’arabo di Al-Isbahdamni). 14, | figliuoli di Nizàr nel cospetto di Al-Afaa (1). Un giorno, Modhar, Rabîa, Iyàd, Anmàr, figliuoli di Nizàr (2), erano incamminati verso il paese di Neg'ràn. Andavan essi, quand’ecco che Modhar, osservando dell’erba stata addentata, disse:Il cammello che s'è pasciuto di quest’erba, era guercio. — E Rabîa: Camminava tutto (1) Era della tribi di Giurhum (detto perciò al-Giurhumi), uno degli antichi savî degli Arabi, governatore del paese di Neg'ràn in Arabia. Era del III o IV secolo a. G. (2) Figliuolo di Maadd e discendente di Ismaîl (Ismaele figlio d'Abramo) secondo la tradizione musulmana. Fu uomo di gran valore e di gran prudenza. Molte tribù arabe son discese dai suoi quattro figli.<noinclude></noinclude> jfuk6yhadr72rhbsglt7tv6yqwjtrkc Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/149 108 1031617 3901096 2026-09-18T12:34:40Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901096 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 133 —|}}</noinclude>Fi — 133— storto da una parte. — E Iyàd: Aveva tagliata Ia coda. — RE Anmàr: Si sviava dal sentiero. Non erano andati oltre che ben poco, quando si fe’ loro incontro un tale montato su di un cavallo che li inchiese del cammello. E Modhar allora: Era guercio? — Sì! disse l’uomo. E Rabîa: Camminava tutto storto da una parte? — Si! — E Iyàd: Aveva tagliata la coda? — Sì! — E Anmîr: Si disviava dal sentiero?— Si! disse l’uomo, e poi: Son questi, per Dio! i contrassegni del mio cammello. Ditemi ora dove si trova. — Essi giurarono di non averlo mai veduto; ma l’altro insisteva e diceva: Come posso io credervi mentre mi deserivete il cammello mio in tutte le sue qualità? Così se ne andarono finchè giunsero in Neg’ràn dove s’introdussero presso di Afaa al-Giurhumi. Il padrone del cammello gridava: Questa gente m'ha descritto il cammello mio in tutte le sue qualità, e ora nega d’averlo mai veduto! — Disse allora Al-Giurhumi: Come avete potuto descriverlo, se non l'avete mai veduto? — Disse allora Modhar: Ho osservato ch’esso va brucando l'erba soltanto da una parte e lascia quella dall’altra, e da ciò ho conosciuto ch’esso è guercio. — Disse Rabîa: Ho notato che una delle sue gambe davanti stampa assai bene l’orma, e l’altra male, e ho compreso ch’esso la stampa male perchè vi si appoggia sopra di soverchio essendo storto da quella parte. — Disse Iyàd: Ho potuto sapere ch’esso ha la coda tagliata dall'essere il suo fimo tutto rappallottolato. Se avesse lunga e diffusa la coda, il fimo gli cadrebbe disperso. — Disse Anmàr: Ho trovato che si svia dal sentiero perchè ora pasce in luogo folto d’erba e ora pasce in luogo che ne ha meno ed è squallido. Disse allora Al-Afaa: Oh! non son questi quelli che: t'hanno rubato il cammello! — Li dimandò poi chi fossero, ed essi gliel dissero. Al-Afaa allora diè loro il benvenuto, li ospitò, e si sforzò di far loro il massimo onore. (dall’arabo di Al-Hamavi).<noinclude></noinclude> 943x83sk9jlvmfxomt925uk5gkhuoe8 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/150 108 1031618 3901097 2026-09-18T12:34:46Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901097 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 134 —|}}</noinclude> 15. Follia d'amore. Le storie degl’innamorati dei tempi antichi sono delle più meravigliose, e le loro poesie delle più belle. Raccontava, a questo proposito, Abù "l-Hayydgi, dicendo: Mi recai, una volta, nel paese dei Benî Amir (1) non per altro fine che per vedervi Al-Meg’ndîn (2), ed ecco ch'io ne trovai là il padre, vecchio già avanzato negli anni, e i fratelli, già uomini fatti, e tutti in buono stato e nel l’agiatezza. Li richiesi d’Al-Meg’nîn, ed essi si misero a piangere, e il vecchio intanto diceva: Per Dio! egli era il più caro de’ miei figli! S'invaghì d’una fanciulla (3) della sua stessa tribù, che non avrebbe potuto desiderar mai un uomo della condizione di lui. Ma quando la notizia del loro scambievole amore si divulgò, il padre della fanciulla, a cui spiaceva di doverla sposare a mio figlio, la sposò ad un altro. Noi fummo costretti a mettere in catene Al-Meg’nîn. Prese allora 2 mordersi la lingua e le labbra in modo che temevamo non se le staccasse, sì che poi, vedendo ciò, dovemmo rimetterlo in libertà. Si: cacciò egli nel deserto, e d'allora in poi gli si reca da noi ogni giorno il pasto. Gli si pone in un luogo dove lo vegga, ed egli allora, come l'ha adocchiato, s’accosta e ne mangia. Quando Ie sue vesti sono consunte, ci si va con altre vesti che si depongono là dove possa vederle. Li pregai di guidarmi da lui, ed essi m'indicarono un garzonetto della’ tribù, dicendo: È sempre stato il suo amico, nè egli ha famigliarità con altri fuor che con questo (1) Antica tribù d'Arabia. (2) Cioò 42 folle (per amore). Il vero nome di questo giovane, vittima infelice della sua passione, era Qeys, e la sua storia pietosa fornì l'argomento a molti racconti romanzeschi e ai poemi persiani di Nizàmi, di Giàmi e d'altri (Storia della Poesia persiana, cap. VI). Si noti che il nome di Al-Meg'nùn va pronunciato col g palatale 0 schiacciato, quasi Al-Meginun, (8) Che aveva nome Leyla.<noinclude></noinclude> 3fu3dhee105i0wfbm7ywsbpxntmjv0z Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/151 108 1031619 3901098 2026-09-18T12:34:51Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901098 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 135 —|}}</noinclude>= 180 ragazzo. — Pregai il ragazzo di farmi da guida, ed egli mi disse: Se tu vuoi intendere de’ suoi versi, io li ho tutti a mente fino a quelli fatti ieri da lui. Anche domani andrò da lui, e s’egli ne improvviserà, te li ridirò. — Ma io intendo, risposi, che tu mi meni da luil — Bil ra gazzo: Se ti vede, fuggirà. Temo anzi ch’egli non voglia più saperne nemmeno di me in avvenire, € ch'io abbia a perdere i suoi versi. — Ma io insistetti tanto ch'egli si determinò a farmi da guida. Mi tenne allora questo discorso: Cercalo per questo piano deserto, e quando l’avrai veduto, fa d’accostarti a lui famigliarmente, perchè cercherà bene di farti paura e minaccerà anche di scaraventarti contro ciò che per caso avrà in mano. Siedi allora in qualche posto come se tu non l'avessi nemmeno veduto. Tienilo d’occhio tuttavia, e quando avrai notato ch'egli si va calmando, procura di recitargli qualche verso di Qeys ibn Dbarîh (1) che è il poeta di cui egli è ammiratore. Ripiglia Abù ’1-Hayyàgi: To adunque uscii quello stesso giorno per andarmene da lui, e lo trovai (era il pomeriggio) seduto sopra un cumulo di terra che tracciava col dito certi segni sull'arena. M’accostai allora senza alcuna esitazione, ma egli | fuggì come fugge una bestia selvatica dall’uomo. Erano lA delle pietre, ed egli ne afferrò una per scagliarla contro di me, ma io seguitai ad avvicinarmi, me gli sedetti vicino, e stetti là tranquillo per qualche tempo. Egli però serbava l'aspetto d’uno che vuol fuggire; ma poichè io mi teneva sempre seduto, si calmò alcun poco e mi si avvicinò facendo scoppiettar le dita. Io allora lo guardai in viso e dissi: Per Dio! che buon poeta fu Qeys ibn Dharîh in que’ suoi versi: « Spargo degli occhi miei tutte le lagrime Piangendo per timor di ciò che avvenne, Anzi di ciò che avviene! (1) Antico poeta d'Arabia, morto nel 687 d. G. Compose patetici versi d'amore (Letteratura araba, Cap. VI, $ 1)<noinclude></noinclude> jpw4aer5cu3bxt759k9ug2cx8zdca39 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/152 108 1031620 3901099 2026-09-18T12:34:56Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901099 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 136 —|}}</noinclude>AI 0a Dicono a me: Domani, ovver trascorsa Questa notte, si parte l'amor tuo, Anzi egli è già partito!— To non temea che giunger mi dovesse Di mia mano la morte. Ora mi tocca Ciò che toccar mi debbe! » Al-Meg’nùn si mise @ piangere in modo che le lagrime gli scendevano giù per le guancie, ma poi disse: Oh! io son ben stato più abile di lui in poesia, quando ho detto: « Nulla il mio cor desia fuor che l’amore Della bella Amiride (1). Ella ha il nome per Amr, e nome tale Nessuno mai le vide (2). Stilla, quando la tocca, la mia mano Quasi un rorido UMOTE; Foglie virenti per le punte attorno Quasi ne spuntan fuore (3). Ho meraviglia del destin che tanta Ha cura in dilungarci. Queterà forse quando fia compiuta L’opra del separarci. Ogni notte deh! accrescimi gli affanni, Amor. Tu compirai, Gioia a’ miei di, la tua promessa, quando Da morte rivivrai (4) ». Ciò detto, s'allontanò rapidamente, € jo me ne tornai indietro. Ritornato da lui il dì successivo, rifeci quanto io aveva fatto il giorno antecedente, ed egli fece il simii gliante. Quando poi si fu di nuovo famigliarizzato con (1) Cioè della tribù dei Beaî Amir (vedi sopra) alla quale apparteneva anche questo infelice amante. (2) Allusione al soprannome di lei che era Umm Amr, cioè la madre di Amr, sebbene essa non avesse un figlio di questo nome. (3) Maniere iperboliche (non certamente di nostro gusto) per esprimer l’effetto del toccar la mano della sua donna. (4) Tu, dolce donna mia, verso di me atterrai la tua promessa quando, ritornata a vita nella risurrezion dei morti, nessuno vi sarà che ci separi.<noinclude></noinclude> ewclxwsxk8ikl1hu2kiy51e1mxdef3o Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/153 108 1031621 3901100 2026-09-18T12:35:01Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901100 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 137 —|}}</noinclude>ee —i = ila me, io dissi: Per Dio! che buon poeta era Qeys ibn Dharîh in que’ suoi versi! — E Al-Meg’nùn: In quali? — E io: « Deh! concedete ch'io son grato @ voi Per ben che mi facciate, E ch'io cancello in me il rancor se grazia O favor non mi fate! Che se di separarci l'un dall’altro Decretò nostra gente, Ciò che tra me e te passò, fu puro Sempre e innocente?. Pianse alquanto Al-Meg’nùn, € poi disse: Oh! io son pen stato più abile di lui quando ho detto questi versi: « Con detti che trainato in piana valle Selvagge fiere avrian (1), sì che m'hai reso Tuo schiavo, m'attirasti; Poi fuggisti da me, quando nessuna Difesa avea, lasciandomi nel petto Ciò che pur mi lasciasti! » (2). Passò di la una gazzella, ed egli le corse dietro. Io tornai a casa, Ma poi, andato il terzo giorno per rivederlo, non l’incontrai. Tornato di nuovo, ne informai quelli della sua famiglia, i quali mandaron subito quel garzonetto che soleva portargli il pasto. Il fanciullo andò; ma, quando tornò, riferì che il pasto era ancora intatto al suo luogo. Io allora andai co’ suoi fratelli a farne ricerca. Lo cercammo quel giorno € quella notte sempre. Al mattino, c’imbattemmo in lui nel fondo d'una valle tutta sparsa di grosse pietre. Era morto. I fratelli lo portarono a casa per dargli sepoltura. (dall’arabo di AI-Masddi). (1) Gioò avrebber ridotto (tanto eran potenti) ad abitare in luoghi colti le belve più selvatiche. Il poeta parla alla sua donna, (2) Cioè le pene dell’amore.<noinclude></noinclude> gvq43sv04dynh36dcu4f8tgct7n5ut4 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/154 108 1031622 3901101 2026-09-18T12:35:07Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901101 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 138 —|}}</noinclude>SE LET iae SA Mbtsgiiai TE e:129 n EPG dii nat Vi ee ennee CRETA ET APRIRE ps rise ne "al retaggio pEr E PETIT —138— 16. Adamo e il Diavolo poeti. Si racconta che Caino assali Abele in un campo deserto e che quel campo era la dove ora è Damasco di Siria. L’uccise spezzandogli il cranio con una pietra, e si dice pure che le belve impararono così dall’uomo ad essere crudeli, perchè egli aveva loro dato il primo esempio del far male e dell’uccidere. Come poi ebbe ucciso il fratello, Caino non sapeva in qual modo nasconderne il cadavere, e però l’andava portando qua e là aggirandosi per la terra, finchè Iddio mandò un corvo contro un altro corvo. Quel primo corvo ammazzò l’altro e poi lo seppelli. Caino allora, tutto dolente, secondo che di lui si racconta nel Corano, esclamò: Me infelice! non ho potuto adunque far come cotesto corvo, e nascondere il male che ho fatto mio fratello? > A) — E gli diè sepoltura. Quando Adamo ebbe notizia di tutto ciò, se ne dolse e se ne afflisse, ne ebbe sgomento @ costernazione. Dice, a questo proposito, Al-Masùdi (2): È divulgata una composizione poetica che la gente attribuisce ad Adamo, quale egli avrebbe composta nel dolore per il figliuol Suo, nell’affiizione d’averlo sì miseramente perduto. La poesia esprime quel dolor SUO nel modo seguente (3): È cangiata la terra, è gli abitanti Ne son cangiati; Di polvere tristissima velati Ne sono i luoghi! _—_—_—__ (1) Passo del Corano, V, 84. (2) Gioò l'Autore stesso di questo scritto. (3) Secondo la tradizione, sarebbe questa la versione in arabo, fatta da Yarib ibn Qahtàn, del testo che era in siriaco, da che, anche secondo certi dottori ebrei del Talmàd, la lingua di Adamo doveva essere stata la sirl1aca.<noinclude></noinclude> rqkpcyowfivjqffu30w8dj5j3skxa8y Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/155 108 1031623 3901102 2026-09-18T12:35:12Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901102 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 139 —|}}</noinclude> Color, beltà, sapor di tutte cose, Son cancellati; Sparì dai volti di gioia schiarati Ogni sorriso. La gente agri cespugli e tamarisci Ha trapiantati In orti, un tempo di bellezze ornati Di paradiso. E assiduo presso a noi si sta un nemico (1), Nè ci ha scordati, Un maledetto!Oh noi riconfortati, S'egli morisse! Trucidò Abèl Caino! I dolci affetti Ha violati. Oh miseria! oh dolore! oh tratti amati Di quel bel viso! Che non dovrian per me fiumi di pianto Andar versati? D’Abèl gli avanzi miseri serrati Ha in sè una fossa. Veggo lunghezza de’ miei giorni a eterno Duol riserbati. Deh! ché del viver nostro sollevati Mai non saremo! Ho poi trovato in molti libri di storia, di biografia, di genealogia, che il Diavolo, tosto che Adamo ebbe recitato la poesia suddetta, gli rispose da un luogo da cui Adamo poteva udirlo, ma non vederlo. La poesia del Diavolo è la seguente: Vanne da questa terra e lascia quanti Sonvi. abitati, Chè della terra omai son diventati Angusti i luoghi! Tu, Adamo, ed Eva, donna tua, dai mali Del mondo riparati Già vi credeste, e di viver beati V’argomentaste. (1) Cioè Satanae<noinclude></noinclude> jpcc3hqrk5irzjhqtfvwytcmxvwau9q Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/156 108 1031624 3901103 2026-09-18T12:35:17Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901103 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 140 —|}}</noinclude> Ma non cessàr le frodi e non gl’inganni, Da me pensati, Fin che il più caro de’ beni apprezzati Vi fu rapito. Se non vi avesse la pietà possente Di Dio guardati, Dal cielo in bando un alito mandati Vi avria per sempre! In un altro manoscritto, ho trovato un’altra strofa, staccata, oltre a quelle che ora abbiam riferite, di questa stessa poesia. Vi si aggiunge che Adamo udì la voce di chi gliela recitava, ma non ne vide la persona. Essa dice: Padre d’Abele, ambo i figlioli tuoi Fùr trucidati, Chè vittima del morto vònno i fati Quei che ancor vive! Quando Adamo ebbe inteso questi versi, anche più rimase afflitto e costernato e per il figliuolo che gli era morto, e per il superstite, perchè comprese che a chi ha ucciso, tocca di essere ucciso| (dall'arabo di Al-MasQdi). 17. Vittime dell’amore. Raccontava Al-Giàhiz (1): To era stato raccomandato al Califfo Al-Mutavakkil per assumere l’educazione letteraria di uno 0 due dei suoi figli. Ma quand’egli m’ebbe veduto, mi scoverse di tanto spiacevole aspetto, che mi fe’ dare diecimila dirhem e poi mi congedò. Uscito da lui, m’imbattei in Muhammed. ibn Ibràhîm (2), il quale, avendo intenzione di passare alla Città della pace (3), mi palesò il suo desiderio ch'io (1) Cioè Amr ibn Bahr, soprannominato Al-Giîhiz, cioè è Losco, brutto d'aspetto, ma celebre filologo, autore d'opere filologiche, filoso= fiche, storiche, e d'un libro sulla vita degli animali. Morì nell’869 Gli O (Letteratura araba, cap. VII, $ 4). (2) Governatore della Persia in quel tempo. (3) Cioè Bagdad, capitale dell'Impero musulmano,<noinclude></noinclude> 3z8b2akd6qxd1lgamiyk959g6qr09y3 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/157 108 1031625 3901104 2026-09-18T12:35:22Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901104 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 141 —|}}</noinclude>Rel o dovessi andar con lui e discendere in sua compagnia il Tigri in un suo navicello. Così vi montanimo, e come fummo alle bocche del canale di Al-Qatul, lasciataci @ dietro SAmarra, fe’ spiegare e sospendere una tenda (1) e comandò che si suonasse € cantasse. Incominciò una suonatrice di liuto, la quale cantò: Ad ogni dì baruffe, Rimproveri a ogni di, E passa il nostro tempo, E in ira siam così! Saper vorrei se accade Soltanto a me tapin Ciò fra gli altri, o s'è tale D’ogni amante il destin! Tacque, ed egli fe’ cenno ad una suonatrice di chitarra che cantò: Deh! v'abbiate pietà per gli amanti, Ch’io non veggo che alcuno gli aiuti! Discacciati, fuggiti, sperduti, Separati, e son pur tolleranti! Le disse allora quella del liuto: E che devon fare gli amanti? — E l’altra: Fanno così!— Afferrò la tenda, la lacerò, mostrandosi noi bella come un lembo di luna, é si slanciò nel fiume. Presso di Muhammed erasi tenuto fino allora un giovinetto paggio, pari a lei in bellezza, che teneva in mano un flabello. Quand’ebbe veduto ciò che la fanciulla aveva fatto, gittò via il flabello, corse là sul luogo, e vedutala travolta dalle acque, gridando questi versi: Tu sei quella che qui m’ha sommerso Dopo il Fato, se pur tu l’intendi! si precipitò dietro @ lei nel fiume. I barcaiuoli fecero girare il navicello. Furon veduti ancora un momento strettamente abbracciati, poi si sommersero e non ricomparvero più. (1) Secondo l’uso persiano e arabo, le canterine solevano cantare sempre dietro una tenda che le nascondeva agli uditori.<noinclude></noinclude> hf214xy3hdjo9er4m55k5liq7dwdat6 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/158 108 1031626 3901105 2026-09-18T12:35:27Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901105 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 142 —|}}</noinclude> Questo fatto atterri Muhammed che ne rimase. come stupito e confuso. Ma poi, voltosi a me: Raccontami, Amr (1), mi disse, qualche fatto che mi consoli della perdita di que’ miei due ragazzi! be non ne sai, farò io in modo che tu vada con loro. Ripiglia Al-Giàhiz: Si racconta che Al-Yezîd ibn Abd al-Malik (2), mentre un giorno presiedeva ad una udienza indetta per definir liti e ricorsi, tra le altre petizioni che gli furon presentate, trovò anche questa: « Se piace al Principe dei credenti (che Iddio gli dia potenza e gloria!) di farmi vedere una delle sue schiave (e la designava) perchè mi canti tre delle sue arie, lo faccia! >» Tanto si stizzì Al-Yezîd a quella lettura, che ordinò ad uno de’ suoi famigliari di andar da quel tale e di portargliene la testa. Ma poi mandò un altro dietro quel primo ordinandogli, invece, di menarglielo dinanzi. Quando l’ebbe a sè, gli disse: Chi ti ha indotto a fare ciò che hai fatto? — La fiducia, rispose, nella tua bontà e la confidenza nel tuo perdono. Il Califfo gli fe’ cenno di sedere, e poi, quando non fu rimasto la nessun altro di sua casa, usciti tutti l’un dopo l’altro, fece entrar nella sala la fanciulla. Aveva con sè il suo liuto, e il giovane le disse:Cantami quest’aria: Frena, o Fàtima mia, questo tuo altero Contegno, almeno; in parte. Se in discacciarmi tu persisti, almeno Dolcezza adopra ed arte! La fanciulla cantò, e il giovane, avutane licenza da Al-Yezîd, le disse: Cantami quest'altra: Là dal Neg’d (8) guizzava un lampo. « Lampo mio, gli dissi, omai Non mi curo più di te. (1) È questo il vero nome del celebre filologo nella cui bocca è posto il racconto. (2) Califfo Ommiade. Regnò dal 720 al 724 d. O. (3) L’altipiano interno dell'Arabia. Si pronunci il g palatale, o schiacciato, quasi come se fosse Negid,<noinclude></noinclude> r3s2xaxnejiyjeqx959rccvan4mcm75 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/159 108 1031627 3901106 2026-09-18T12:35:33Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901106 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 143 —|}}</noinclude> Èintuaveceappodime Un nemico impetùoso, Corrucciato, disdegnoso, Che qual lancia denudata Ha una spada sguainata! » Gli cantò anche questa, e Al-Yezîd:Domandagliene delle altre! — Ma il giovane lo pregò di fargli portare una caraffa di vino. Il Califfo gliela fece dare, ed egli non aveva ancora finito di tracannarla, che, dato un balzo, saltò sull’alto del baldacchino sotto cui Al-Yezîd era solito di sedere, e precipitatosi di là col capo avanti, cadde e morì. Al-Yezîd esclamò: Noi siamo di Dio e ritorniam tutti a lui! — E soggiunse: Vedete lo sciocco e l’ignorante! Si pensava ch'io gli avrei menato dinanzi una schiava mia per poi ritenerla ancora per me! (1). Ragazzi! gridò ai paggi e ai famigliari, prendete costei per mano e rendetela alla sua famiglia se pur ne ha. Se non ne ha, vendetela al mercato e datene in elemosina il prezzo a vantaggio dell'anima di questo disgraziato! I paggi la tolsero di là. Ma quando si trovò in mezzo al cortile del palazzo e vi scoverse una fossa profonda statavi aperta per raccoglier l’acqua piovana, si liberò dalle mani di chi la guidava, e recitati questi versi: Chi muor d’amore, muoia in questa guisa. Niuna beltà in amor senza la morte!, si precipitò a capo in giù nella fossa e morì. Questo racconto consolò Muhammed che mi fece dare una bella gratificazione. (dall’arabo di Al-Masùdi). (1) Il Califfo, infatti, non poteva far altro che abbandonargliela,<noinclude></noinclude> oo28z2autketnsmr6d2h4ry23eo1ov8 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/160 108 1031628 3901107 2026-09-18T12:35:38Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901107 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 144 —|}}</noinclude> 18. L'Arcimago (1) e il dialogo delle upupe. Il re Behràm (2) ebbe un regno d’anni diciasette, sebbene da altri si accenni a diverso numero d’anni. Da principio si diè alla crapula e ai piaceri, alla caccia e ai divertimenti, non pensando per nulla agli affari del regno e non curandosi delle faccende dei sudditi. Distribuiva castelli e villaggi a quelli de’ suoi servitori e famigliari ch'egli aveva preso a proteggere e a favorire, sì che ben presto insterilirono i campi, abbandonati da chi li coltivasse, abitati, invece, dai nuovi padroni saliti in grande potenza. Non furono coltivate se non quelle terre ch’egli aveva infeudate a’ suoi protetti; ne aveva fatto cessare, inoltre, la riscossione dei tributi e di ogni altra spesa, e ciò per arricchir ministri e cortigiani. L'amministrazione dello Stato era omai abbandonata nelle mani dei ministri, sì che tutto il paese era. deserto e squallido, diminuivano i prodotti, esaurivasi l’erario, venivan meno forza e vigore nell’esercito, ne morivano i più deboli e tapini. Avvenne che un giorno il re montò a cavallo per una delle sue passeggiate di piacere e per una partita di caccia. Lo sorprese la notte mentre era in via per ritornare a Madain (3), e la notte era rischiarata dalla luna. Ad un tratto egli chiamò a sè PVArcimago per intrattenerlo intorno a certo affare che gli era venuto in mente. (1) Capo dei Magi o sacerdoti zoroastriani. (2) Re di Persia della casa dei Sassanidi, quinto di questo nome. Regnò dal 420 al 488 d. G. Prevalsero, al suo tempo, idee socialistiche ch'egli favori e cercò di attuare (vedi, su ciò, Firdusi, il Zibro dei Re, vol. VI della mia traduzione) e che produssero i mali ai quali allude il nostro Autore (vedi: Cognetti De Martiis, Socialismo antico, lib. II, sez. III). Il re Behràm fu, tuttavia, re cavalleresco e poeta. Le sue avventure di amante, di cacciatore, di poeta, formarono il soggetto di molti poemi romanzeschi persiani, tra i quali il più celebre è quello di Nizàmi: Ze sette Beltà (vedi la mia Storia della Poesia persiana, cap. VI, 11-14; 69-75). (3) Nome arabo della capitale di Persia al tempo dei Sassanidi, detta Ctesifonte con nome greco, donde il persiano Teysifàn.<noinclude></noinclude> 1h97nxqtsle0h2pvzsqzjbjno0mcn53 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/161 108 1031629 3901108 2026-09-18T12:35:43Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901108 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 145 —|}}</noinclude> L'Arcimago gli si accostò e l’accompagnò lungo il cani mino, ed egli incominciò a conversar con lui domandandogli notizie intorno alla vita di alcuni dei sovrani suoi predecessori, e passavano intanto, proseguendo la via, tra le rovine dei più cospicui villaggi e castelli, stati abbandonati dopo ch’egli era diventato re. Non v'era anima vivente, eccetto le upupe, quand’ecco una appunto di esse levar la voce e risponderle un’altra di là da certe case rovinate. Disse allora il re all’Arcimago: Conosci tu una persona a cui sia stato dato di potere intendere ciò che dicono questi uccelli che mandano queste voci nella quiete della notte? — O re, gli rispose l’Arcimago, io sono appunto uno di quelli a cui Iddio ha voluto concedere di potere intendere il discorso degli uecelli. — Il re lo pregò di esporgli ciò che le due upupe allora dicevano, e l’Arcimago gli fe’ sapere ch’esse toccavano una gran verità. Che dice adunque l’una, domandò vivamente il re, e che dice l’altra? Rispose l’Arcimago: L’upupa di qui è un maschio che dice alla femmina di la: « Coneedi ch'io abbia l'amor tuo, affinchè nascano poi da noi dei figliuoli i quali daran lode a Dio e perpetueranno quaggiù nel mondo la nostra schiatta, divulgandone inoltre la ricordanza ». E la femmina gli ha risposto: « La tua proposta formerà certamente la mia fortuna più bella e la sorte mia più felice in questa vita e nell’altra. Ma io intendo porre certa condizione, la quale se tu mi concederai, aderirò alla tua proposta, e questa si è che tu mi dia venti castelli diroccati in questi luoghi abbandonati e deserti, divenuti tali da che regna il nostro felice sovrano ». Domandò il re all’Arcimago: E che le ha risposto id maschio? — E l’Arcimago: Le ha risposto così: « Se la vita del nostro felice sovrano durerà ancora per molti anni, io, in queste provincie desolate, potrò darti in feudo anche mille castelli andati in rovina. Ma che ne farai tu? ». Rispose la femmina: « Dal nostro matrimonio verrà certamente una gran discendenza, e molti figliuoli nasceItalo Pizzi - Fiori d'Oriente 10<noinclude></noinclude> h3jyukwg6a46totzwq0ffast42n77xg Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/162 108 1031630 3901109 2026-09-18T12:35:48Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901109 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 146 —|}}</noinclude> fanno da noi, e noi, a ciascuno dei figli nostri, daremo in feudo una di queste provincie incolte e disabitate ». Disse allora il maschio: « Cotesto è quanto di più facile hai potuto domandarmi e quanto di più agevole hai potuto chiedermi! Io te ne fo promessa formale fin d'ora, perchè ho abbondanza grande di tutto ciò. Dimmi ora quale altra cosa desideri. >» Il re, come ebbe inteso quel discorso, lo risentì profondamente nell’animo. Si ridestò come da un sonno grave, e tuttora pensando a quanto eragli stato detto, d’un tratto balzò a terra. Scesero similmente di sella i cortigiani, ed egli, tratto in disparte l’Arcimago, gli disse: O capo di nostra fede, verace consigliere d’un re, al quale hai aperto gli occhi sugli affari del regno da lui trascurati e sulla rovina del suo paese e de’ suoi sudditi, che è adunque cotesto discorso che tu m?’hai tenuto? Tu hai scosso ciò che in me era intorpidito, e m'hai dato cognizione di cose da cui io era interamente alieno e lontano. Irispose l’Arcimago: Ho atteso l'occasione propizia prosso Il nostro felice sovrano per intrattenerlo intorno nl bono de' suoi servi 0 del suo paese e mi son valso di un npologo, quialo nvvortimento, nel discorso mio, adoperando Il Ingunggio di questi uccelli, dopo che il re mi ehbe dimanidato ciò ehe m'ha domandato, KH l pet 0 fodol connigliore! Fammi ora sapere qual filo aeopo n seul tu hai mirato, 0 il sonso del tuo dire al quale intendevi, Oho 6 il nignifiento di ciò? a che è volto tutto sotto 7 lello novrnno, rispose L'Arcimago, un regno non è veiumente nò potonto nè forte se non si fonda sulla legge, ulin pornoveranza nell'obbedire a Dio altissimo, sul governisi secondo il suo precetto per tutto ciò ch'egli o impone o vieta. Non v'è sostegno alla legge, se non nel re; non ha forza il re, se non per i sudditi; non han sostegno i sudditi, se non nei proventi del suolo e nella ricchezza; non v'è modo di aver proventi e ricchezza, se non per l’agricoltura; non v'è maniera di far fiorire l’agricoltura,<noinclude></noinclude> j50iagu7q0lgv4qm7qn8hmhkli3uv1b Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/163 108 1031631 3901110 2026-09-18T12:35:54Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901110 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 147 —|}}</noinclude> se non con la giustizia. La giustizia poi è una bilancia piantata in mezzo alla gente. L'ha piantata Iddio e le ha assegnato un depositario. Tale depositario è il re. E il re: Quanto m'hai tu esposto, è la verità. Fammi ora intendere qual fine, nel dir tutto ciò, ti sei PRODOSLO e dichiaralo a me apertamente. Ben volentieri, o signore! rispose 1’Arcimago. Quanto alle terre e ai villaggi, intendi tu che li hai tolti ai loro padroni e agli agricoltori, dai quali vengono a te i tributi e donde si hanno i denari che vanno a profitto dello Stato, per darli a’ tuoi favoriti, ai tuoi servitori, ad ogni persona da nulla. Costoro ad altro non hanno atteso che: a smunger più presto le terre, a ricavarne i sùbiti gua dagni, e però trascurarono. l’agricoltura nè si dettero alcun pensiero nè di ciò che poteva avvenirne poi, nè: del curarsi di quanto avrebbe potuto render più fertilii e prosperosi i campi. Ebbero anche esenzion di tributii, e ciò perchè godevano del favore del re. Cotesta fu ingiuria e offesa inflitta a quanti rimanevano ancor qui dii possidenti e d’agricoltori, che presto disertarono i campi e abbandonaron le case per riparare e stanziarsi in luoghi più sicuri e difesi. Langue perciò ora l’agricoltura, sono incolte e disabitate le campagne, scarseggiano i proventi, vanno in rovina sudditi e soldati, e intanto i sovrani e le altre genti che stanno intorno ai confini del regno di Persia, già vi pongono gli occhi, vogliosi di averlo, da. che son venuti meno tutti quegli aiuti su cui si regge, come su fondamenti, ogni Stato. Il re, come ebbe inteso questo discorso dell’Arcimago, per tre giorni volle trattenersi in quel luogo, e là appunto, fatti venire a sè i ministri, gli serivani, gli ufficiali pubblici, consultati i libri del catasto, furon tolte le terre ai cortigiani, ai favoriti reali, e restituite ai veri possessori. Si ritornò alle norme e alle leggi d'un tempo; Si pose mano all’agricoltura; si riebbe chi era venuto im povertà; si ripopolò il paese; ritornò fertile e produttivo il suolo; aumentarono le entrate per la riscossion dei tributi; si rafforzò l’esercito; venner meno le forze dei pa<noinclude></noinclude> au0vufrevv58xl622i8koqnrj0oidrv Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/164 108 1031632 3901111 2026-09-18T12:35:59Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901111 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 148 —|}}</noinclude> nemici; furon fortificate le frontiere. Il re poi prendevasi cura in persona e in ogni tempo delle faccende dello Stato, e sorvegliava nobiltà e popolo, sì che l’età sua fu tutta lieta, e il. regno: suo ordinato in modo che si disse che. i suoi giorni furon giorni di feste e di tripudî, e ciò per l’abbondanza di beni e di vantaggi che toccò alla gente d’allora, con tutti gli atti e le opere della giustizia reale. (dall'arabo di Al-Masddi). 19. Le voci misteriose: nelle solitudini d’Arabia. Dice Al-Masàùdi: Furono già assai frequenti presso gli Arabi quelle voci che si dicono misteriose, proprie soltanto del loro paese, ma furono anche più frequenti prima della nascita del Profeta (che Iddio lo benedica e lo salvi!) e in tutto il tempo anteriore al suo apostolato (1). Ora, il particolare di tali voci misteriose è questo che s' intende una voce, ma non si vede la persona che la fa udire. L'opinione della gente intorno ad esse e ai Genî varia di moltò. Sostengono alcuni che tutto ciò che asseriscono gli Arabi intorno a questo punto, e tutto ciò che raccontano in proposito, si crea nella loro mente nel trovarsi soli e abbandonati nei deserti, nelle valli appartate e solitarie, nell’attraversar lande spaventose e tratti sel vaggi di paese. L'uomo infatti, quando s’aggira per questi luoghi e si trova solo, incomincia a farsi pensieroso, € pensando e fantasticando, si perde d’animo e di coraggio. L’assalgono idee vane e false, pensieri angosciosi e malineonici, sì che gli sembra di udir voci di qua e di là e di veder fantasmi. Lo sgomenta ogni fantasticheria anche la più assurda, incelimando egli a dar corpo a tutto ciò che si presenta alla mente di chi facilmente s’impres(1) Maometto iniziò la sua predicazione soltanto nel quarantesimo anno dell'età sua, cioè nel 610 o 611 dc,<noinclude></noinclude> 3kl4pentu8e2cowv0yio1z2xi8yppi1 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/165 108 1031633 3901112 2026-09-18T12:36:04Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901112 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 149 —|}}</noinclude> siona ed è di testa debole. L'origine di tutto ciò si sta nella fantasia malata e nel suo correr dietro a cose che non hanno sostanza vera, ‘e nel suo gittarsi per una via errata e non buona. L'uomo, rimasto solo in luogo deserto, abbandonato nella solitudine, ‘disposto dell’animo ad ogni paura, impaurito del paese selvaggio e orrido, esposto a pericolo di morte, per la prevalenza del suo malato fantasticare sul pensiero, insita nell’anima sua, teme e sospetta di tutto ciò che da altri gli è stato raccontato intorno alle voci misteriose e agl’incontri con i Geni. Gli Arabi, prima dell’Islamismo, andavano dicendo che alcuni di tra i Genî, fino alla metà della persona, avevano forma umana, e che apparivan loro durante i loro viaggi e quand’erano interamente soli. Li chiamavano Shigg, cioè gli stroncati a metà, e raccontavano, a questo proposito, come Alqama ibn Safvàn uscisse una notte per andarne ad un suo fondo che aveva presso la. Mecca, e come capitasse là da un luogo che anche ai giorni nostri è detto Hit hirman, cioè il Muro della mala sorte, dove gli corse incontro uno di questi Shigq nell'aspetto che ora abbiam detto. Il Shiqq gli disse: Àlqama, letal colpo m’ha piagato; Ogni lembo di carne m'è azzannato; Ferro m'ha colto, dritto sguainato, Del colpir d’un garzone alto pregiato, Forte del braccio, derisor sguaiato. Gli rispose Algama: OShiqg,chepassamaiframeete? Ringuaina l’acciaro che hai con te. Uccider vuoi chi uccider non vuol te? E il Shigg::Algqama, la ragion cantata ho a te Per che versar vo’il sangue ch’ è di te. Soffri adunque il destin fissato a te! (1) (1) Questi tre frammenti poetici hanno, anche nel testo arabo, una vima sola, che, per il primo, è in 4, per gli altri due è in aku.<noinclude></noinclude> d4cqo8i8x97m6jvvz51rr76owvb1gzh Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/166 108 1031634 3901113 2026-09-18T12:36:10Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901113 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 150 —|}}</noinclude>L'uno, allora, colpì l’altro, e tutt'e due stramazzarono al suolo morti. Questo fatto è assai noto presso gli Arabi, i quali tutti affermano che cotesto Alqama fu ammazzato dai Genî. Riferiscono inoltre alcuni versi d’un componimento poetico stato fatto dai Genî stessi quando ammazzarono Harb ibn Omeyya, e quei versi suonano così: È di Harb la sepoltura In un’orrida campagna. Niuna tomba per compagna Ha di Harb la sepoltura. Gli Arabi, per provare che questi versi sono opera dei Genî, fanno osservare che a nessun uomo vien fatto di recitarli tre volte soltanto di seguito senza che, nel recitarli, s'ingarbugli la lingua. Ciascuno, infatti, può e sa recitare venti strofe, trenta e anche più, assai più difficili di cotesti versi e anche più faticose senza ingarbugliarsi o balbettare (1). Tra le vittime fatte dai Genî trovasi pure Al-Arîdh il musico, dopo che s'era resa celebre l’arte sua nel cantare, è ne andava attorno la fama. I Genî gli avevan vietato di cantar certi versi. Egli li cantò, ed essi l’ammazzarono. Raccontava, a questo proposito, Mansùr ibn Yezìd al-Tàyi: Ho visitato, un giorno, in Baqga, il sepolcro di Hatim della tribù di Tayy (2), ed esso è là da una montagna che ha una valle detta AI-Khabil. Resti di gran caldaie di pietra son là, presso quella sepoltura, e son di quelle caldaie nelle quali Hatim cuoceva il cibo che poi dispensava alla gente. A destra del sepolero son quattro fanciulle di pietra, e altre quattro a sinistra, ciascuna con lunghi capelli sparsi, inclinate sulla tomba nell’atteggiamento di chi piange su di un sepolto. Non s'è mai visto candore simile al candore dei loro corpi, nè bellezza di viso (1) Perchè il lettore si faccia un concetto della difficoltà a cui l'Autore accenna, ecco il testo arabo dei versi: Va-gabru Harbîì bimakani qafrz va-laysa qurba gabri Harbi qabr. (2) Celebre per la sua generosità e liberalità, e però soggetto di romanzi e di racconti arabi e persiani, Era della fine del VI secolo d. O.<noinclude></noinclude> 7d9paqup1su4t6ggc5c5rjqs0cbxhfv Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/167 108 1031635 3901114 2026-09-18T12:36:15Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901114 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 151 —|}}</noinclude>4 simile a quella loro (1). I Genî le hanno fatte e co llocate così come sono sulla sepoltura di Hàtim, nè simili immagini furon viste mai prima d’allora. Esse, di giorno, sono quali ora le abbiam descritte; ma, quando sopravviene l’ora del sonno, si levano voci di Genî intorno al sepolero, e noi, ch’eravamo nel nostro accampamento, le udimmo fino allo spuntar dell’aurora. Spuntata l'aurora, tacquero e quietarono. Accade sovente che chi passa di là e vede quelle immagini, ne resta come attratto sì che si disvia per la meraviglia che n’ha. Quando poi n’è vicino, S'avvede che son pietre. Raccontava Muhammed ibn Horeyra: C'era una volta un uomo che aveva nome Abù 1 Kheybari. Costui passò un giorno, con certuni della sua tribù, presso il sepolero di Hàtim. S'accamparon là presso, e cotesto Abù ’1-Kheybari, durante la notte, chiamò più volte esso Hatim gridando: O Abîù ’l-giaad (2), dacci ospitalità! dacci ospitalità! — I compagni gli andavan dicendo: Zitto! che vuoi dir tu ad uno che non è che un mucchio d’ossa in polvere? — Ed egli: Quel dei Tayy (3) si millantava, quand’era vivo, che nessuno s’accampava presso di lui ‘senza ch'egli l’ospitasse! Ma poi s’addormentarono. Quando si fu sul finire della notte, Abù ’I-Kheybari saltò in piedi tutto spaventato e tremante, e gridava intanto: Oh! povera cammella mia! — I compagni dicevano: Che hai tu? — Ed egli: Hatim è uscito dal suo sepolero con un coltello in pugno, e io l'ho veduto tagliare i garretti alla cammella mia! — Tu cianci! gli dissero gli altri. Ma egli andò e trovò la cammella sua distesa a terra, tra le altre, che non poteva muoversi. Gridarono allora i compagni: Per Dio! t'ha ben data l'ospitalità Hàtim! — Stettero allora a mangiar (1) Non v'ha dubbio che qui si tratti di resti di sculture o greche o romane, non infrequenti in Siria e in Arabia, e che le vaste caldaie di pietra siano quelle che i geologi chiamavano le caldaie dei giganti, e sono dovute ad opera naturale. (2) Cioò: 0 quel dal ciuffo, soprannome di Haàtim. (3), Cioè. Hatim: della tribù di Tayy. Vedi sopra»<noinclude></noinclude> 9twsw53454r7bw52ihdl5se77kkyil2 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/168 108 1031636 3901115 2026-09-18T12:36:20Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901115 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 152 —|}}</noinclude>delle carni della cammella, venne il mattino. arrostite e lessate, finchè Si rimisero, allora, in viaggio andando dietro ad AbÒ ’1-Kheybari, quand’ecco raggiungerli un tale che montava un cammello e se ne traeva dietro Un altro. Chi di voi, domandò, è Abù ’1-Kheybari? — Rispose Abù °-Kheybari: To son quello! — Tò sono, soggiunse L'altro, Adi figliuolo di Hatim. Mio padre m'è apparso questa notte in sogno mentre noi eravamo accampati dietro la montagna. Egli m'ha riferito le parole con cui tu l'hai ingiuriato, e m'ha fatto sapere in qual modo, con la carne della cammella tua, ha dato il pasto ospitale ai tuoi compagni. M'ha recitato, in fine, questi versi: Abàù ‘Kbèybari (1), oh! l'uomo tu sei Più oltraggioso di tutta tua gente, In tua gente tu il primo de’ rei! Vieni, e chiedi a una fossa co’ tuoi, Su cui l’upupe gemono, il pasto Che dà l'ospite agli ospiti suoi? Qui t'accampi, ed in mente pur hai Di coprirmi di biasmo è di spregio, E qui sono gli armenti de’ Tay? Sazî gli ospiti render sappiamo, E nel branco de’ nostri cammelli Il più eletto per loro apprestiamo! M’ha poi comandato di farti montare su di un cammello in luogo della tua cammella. Eccolo! esso è tuo. Uno sceicco arabo, più che centenario, che era andato messaggiero ad un re dei Benî Omeyya, raccontava così un'avventura occorsagli in quel suo viaggio: Mi posi in via mentre la notte era oscura è caliginosa. In cielo, le stelle eran tutte coperte dalle nubi, e io ben ri entrando in una valle che io non conosceva. Mi feci tosto pensieroso, e non mi teneva punto Genî sì che mormorai fra me sicuro del principe dei queste parole: « To fo ricorso al signore di questa valle presto mi smar (1) Si pronunci sdrueciolo questo nome, come è richiesto dal verso ballano 6 anche dall’accento tonico suo proprio nell’arabo.<noinclude></noinclude> 27lue6a0p70yd6rc261lvel68kvrnjf Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/169 108 1031637 3901116 2026-09-18T12:36:25Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901116 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 153 —|}}</noinclude>_——_—_—_——————— Caio contro i pericoli che vi sono, mi pongo sotto la protezione sua in questo mio passaggio e gli fo preghiera di guidarmi per la via diritta! >» Udii allora una voce che usciva dall’interno della valle e che diceva: Va fidente! Troverai Una luce innanzi IS) Ghe t'illumini il sentier. Nel cammino che farai, Di perigli non temer! Ripiglia il sceicco arabo: To adunque mi volsi dalla parte ch’erami stata indicata, quando già mera rassicurato alquanto, ed ecco apparirmi dei fuochi che luccicavano dinanzi a me, e tra l'uno e l’altro si vedevano figure di persone della statura delle palme più alte. Così cammimai drittamente e giunsi, la mattina, alla cisterna di quelli della tribù di Kelb nelle vicinanze del deserto di Damasco. Iddio (che la lode sua sia: grande!) ha pur fatto cenno a tutte coteste brighe e faccende degli Arabi antichi nel suo libro dicendo: « E vi sono fra gli uomini. di quelli che fanno ricorso ad alcuno fra i Genî! Così hanno. aumentato la loro stoltizia > (1). (dall’arabo di Al-Masddi). 20. Generosità d’un povero. negro. Raccontava Maan ibn Zàyida governatore dell’Arabia meridionale (2): Il Califfo Al-Mansùr aveva mandato gente a far ricerca di me e decretato una somm& di denari per chi me gli avesse dato in mano. Tanto era accanita quella caccia, che fui costretto @ tenermi esposto al sole, il quale m'annerì tutto il volto, € io n'ebbi dimagrate le guancie. (1) Passo del Corano, LUXXII, 6. (2) Ragguardevole personaggio, stato ai servigi di diversi Califfi, celebre per la sua generosità. Morì ucciso dai Kbarigiti (erano dissidenti e liberi pensatori) nel 769 d. O.<noinclude></noinclude> pshf883yaiscn1isglw9rkqj080nokp Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/170 108 1031638 3901117 2026-09-18T12:36:30Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901117 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 154 —|}}</noinclude> Indossai allora un giubbone di lana, montai su d’un cammello e uscii dal luogo dove m’era finallora tenuto nascosto, volgendomi dalla parte del deserto per rifugiarmivi e rimanervi. Come fui uscito da una delle porte di Bagdad, mi corse dietro uno schiavo negro armato di spada, il quale, appena mi fui trovato dove le guardie delle porte non potevano vedermi, afferrò il cammello mio per le briglie, e, fattolo inginocchiare, mi prese per mano. Che hai tu? gli diss'io; ed egli: Tu sei quello ‘di cui fa sì gran ricerca il Principe dei credenti. — Chi sono io, domandai, da esser tanto cercato? — E il negro: Tu sei Maan ibn Zàyida. — Eh! gridai, abbi piuttosto timore di Dio altissimo e glorioso! Ma che c’è in me di Maan? — Lascia! lascia! rispose il negro, ch'io ti conosco assai meglio di te. Quand’io vidi tanta premura e tanto zelo da parte sua, gli tenni questo discorso: Vedi? Ho qui una collana di pietre preziose. Ho inoltre portato con me quanto forma il doppio di ciò che Al-Mansùr ha destinato per chi mi menerà da lui. Prenditi adunque tutto ciò, e non far sì che si versi il sangue mio! — E quegli: Dà qua! — Io trassi fuori la collana ch'egli si stette a contemplare per qualche tempo. Disse poi: Tu dici il vero quanto al suo prezzo, ma io non la prendo, se prima non t'ho fatto una domanda. Se tu dici la verità, ti lascio andar libero. — Rio: Parla! La gente, egli disse, ti qualifica per generoso. Dimmi ora se tu doneresti tutto quanto il tuo avere. — Io no! risposi. — Ed egli: La metà. — To no! — Il terzo. — No! — Così venne fino al decimo, e io, vergognandomi, risposi: Penso che il decimo lo darei. — Ed egli allora: Oh non è troppo! Io, vedi? sono un uomo qualunque che riceve da Abà Giafar al-Mansùr il suo stipendio di venti dirhem al mese; eppure questa gemma, che costa migliaia didîn4r,iolarendoate,elarendoateperteeper la generosità tua di cui tanto si parla fra la gente, acciocchè tu sappia che, al mondo, c'è uno ch'è più gene-<noinclude></noinclude> hvzrk31x926oeueuowvn1pn7xlbcmcn Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/171 108 1031639 3901118 2026-09-18T12:36:36Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901118 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 155 —|}}</noinclude>+ 155= roso e liberale di te e non abbi ad ammirar troppo te stesso, e perchè poi tu tenga in assai poco conto tutte quelle opere generose che finora hai fatte, non cessando tuttavia dal farne ancora! — Detto ciò, mi gettò in grembo la collana, lasciò andar le briglie del cammello e si voltò via per andarsene. Io gridava: Tu mi fai onta, amico! La morte mia, anche per cagion tua, m'è ora più lieve a sopportare di quanto m'hai fatto. Ma prendi ciò che t'ho offerto, ch'io non so che farmene! —- Egli sorrise e disse: Tu vorresti trovarmi mentitore in ciò che ho detto poco fa. Ma, per Dio! non prenderò la collana, ch'io non accetto e non accetterò mai il prezzo d’un mio beneficio! — Così se ne andò per la sua strada. Quand’ebbi maggior sicurezza, io feci ricerca di lui e mi offersi di dare a chi me l’avesse condotto innanzi, ciò che avrebbe voluto. Ma non ne ebbi mai più notizia. (dall'arabo di AI-Hamavi). 21. Invidia d’artefice punita e. perdonata. Si narra di un tale che era abilissimo nell’arte dell’oreficeria, l’unico, anzi, del suo tempo. Andaron male gli affari suoi, ed egli impoverì dopo aver vissuto nelL’abbondanza. Spiacendogli allora di rimanere al suo paese, si tramutò in un altro, dove cercò del mercato degli orefici e dove trovò altresì la bottega d’un maestro della casa reale, che aveva sotto di sè molti altri artefici intesi a lavorar per la casa stessa, e godeva d’un assai buono stato tra gli schiavi, i famigli e l’altra servitù di corte. L'orefice così sopraggiunto di fuori potè far tanto da mettersi al posto d’uno degli artefici ch’erano nella bottega di cotesto maestro; stette, anzi, con lui lungo tempo, e il maestro, la sera d’ogni giorno, gli poneva in mano due dirhem d’argento; ma perchè il prezzo del lavoro di lui ne valeva dieci, così il maestro si guadagnava su di lui otto dirhem al giorno.<noinclude></noinclude> fd9jmfg2jtvyb3wkevv8tufvwywtk9v Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/172 108 1031640 3901119 2026-09-18T12:36:41Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901119 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 156 —|}}</noinclude> Avvenne poi che il re di quel paese chiamò a sè questo maestro e gli consegnò un braccialetto d’oro, adorno di gemme, d’estrema bellezza, stato fatto in altro paese. L’aveva al braccio una delle sue favorite, e sera rotto. Fa di ricongiungerlo! gli disse il re; € il maestro prese il braccialetto, ma restò tutto turbato e incerto sul modo di racconciarlo. Recatolo con sè, lo mostrò agli artefici che erano con lui, e a quelli ch’erano con altri, ma nessuno si professò capace di tanto. Egli allora si fece anche più turbato e dolente. Passò lungo tempo, e il braccialetto stava pur sempre presso di lui, nè egli sapeva che. farsi. Il re intanto cui premeva di riaverlo, andava dicendo: Questo maestro ha. avuto da noi tanti favori e benefizîi, e non è capace di racconciarmi un braccialetto! Quando l’orefice venuto di fuori. si fu avveduto della malinconia del maestro, disse fra sè: È questo il tempo di mostrarsi generosi! Racconcierò il braccialetto, nè farò alcun rimprovero al maestro nè della sua avarizia al mio riguardo, nè della sua poca giustizia. Forse, dopo tutto ciò, mi farà del bene. — Cacciò allora la mano nel forziere del maestro, ne trasse fuori il braccialetto, ne cavò le gemme, indi, fattone fonder l’oroj lo ricom‘pose secondo il primo disegno. Ricollocate a. lor posto le gemme, esso gli riuscì assai più bello di prima. Il maestro, quando lo vide, ne fu tutto allegro. Corse con esso dal re, il quale, al; vederlo, né fece: gran lodi, e. il maestro; intanto; vantavasi d’averlo rifatto egli stesso. Il re lo ricompensò generosamente; gli fe’ dare anche una magnifica veste d’onore, ed egli, ritornato a casa, andò a sedersi al suo posto. L'altro oretice stavasi la aspettando la ricompensa dell’opera sua, ma il maestro non. si voltò nemmeno per guardarlo. Anzi, quando fu sera, non gli diede nulla di più dei;due dirhem consueti. Non passarono che assai pochi giorni, ed ecco che il re divisò di farsi lavorare due paia di braccialetti dello stesso disegno dell’altro. Mandò a chiamare il maestro, al quale assegnò tutto ciò. che gli occorreva, raccoman-<noinclude></noinclude> pj7hg0ez0acm1p5d2btjmoeec60r8pl Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/173 108 1031641 3901120 2026-09-18T12:36:46Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901120 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 157 —|}}</noinclude> datogli, inoltre, di fare ‘egregiamente e presto l’opera commessa. Il maestro andò subito dal suo orefice e gli ‘riferì tutto ciò che gli aveva detto il re, e l’orefice si conformò interamente agli ordini ricevuti, nè cessò d’attendere all’opera finchè non ebbe fatto le due: paia di braccialetti. Non però il maestro gli: crebbe. mai in alcun giorno lo stipendio dei due dirhem, non lo ringraziò, non gli fece nessuna lieta promessa, non si congratulò con lui. Non vide allora altro espediente dello scolpire sovra un paio de’ braccialetti certi suoi versi per far conoscere, con ‘essi, la condizione sua, sì ‘che il re ne fosse informato. Nell’interno, pertanto, d’uno di essi incise, in carattere assai minuto e quasi invisibile, questi versi: O ‘sventure della sorte, Deh! cessate per pietà, O m'usate di bontà Solo un po’, se non cessate. La mia casa un dì lasciai Il mio pane per toccar; Ché il mio pane a dileguar Fra prossimo, rinvenni. Al tapin, nel suo guadagno, Sorte lieta non toccò; La sua man-non prosperò In quell’arte che sapea. Quante stelle son velate Tra le Pleiadi lassù; Quanti dotti (1), a cui non fu D'esser visti mai concesso! Ripiglia l'Autore del racconto: L’orefice, con quest'arte, intendeva di far sì che, se i versi fosser stati scoperti dal maestro, gli avrebbe egli fatto conoscere la sua non bella condizione; e se i versi gli fossero sfuggiti nè egli avesse potuto vederli, ciò gli avrebbe servito di mezzo per giungere fino al re. (1) Cioè furono e sono al mondo,<noinclude></noinclude> bau5ve0ych4mkmimzh02i9tj2mrrql1 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/174 108 1031642 3901121 2026-09-18T12:36:52Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901121 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 158 —|}}</noinclude> Ravvolti adunque i braccialetti nella bambagia, li porse al maestro, il quale li osservò nell’esteriore e non nel l’interiore, perchè ignorava ciò che v'era stato fatto, e perchè in antecedenza gli aveva ordito alcunchè il destino. Presili con sè adunque, corse tutto gioioso dal re, al quale li presentò, nè punto si mostrò incerto o dubbioso nell’affermare ch'egli solo, e non altri, li aveva fatti, sì che il re lo rivestì d’una veste d’onore e gliene rese grazie. Tornò allora a sedersi al posto suo nella bottega, nè si voltò verso l’altro orefice, nè gli diede, quando fu sera, nulla di più dei due dirhem giornalieri. All’altro giorno, avendo libera la mente da ogni altro pensiero, il re fece chiamare la favorita per la quale egli aveva fatto fare i due braccialetti d’oro. Venne la fanciulla, e li aveva all’avambraccio, onde il re, fattiseli dare, tornò ad osservarli per la gran bellezza di lor fattura. Ma poi, avendone letto i versi, se ne meravigliò e disse:È questo indubbiamente un cenno alla condizione di chi li ha fatti, e il maestro è bugiardo. — Sdegnato perciò di tanto, comandò di far venire il maestro. Quando gli comparve dinanzi: Chi ha fatto, gli domandò, i due braccialetti? — Io, o signore, rispose. — Perchè dunque, ridomandò il re, vi si leggono incisi dei versi? — Non vi son versi, rispose il maestro. — Tu menti! gridò il re, e, mostratagli la scrittura, soggiunse: Se tu non vuoi dir la verità, ti farò tagliar la testa! Il maestro gli confessò la verità, e il re volle che gli fosse menato l’orefice, al quale, venutogli dinanzi, domandò qual fosse lo stato suo e la sua condizione, ed egli raccontò la sua storia e quanto gli era accaduto stando col maestro. Ordinò allora il re che il maestro fosse rimosso dall’ufficio, che ogni suo avere fosse tolto a lui e dato all’orefice, e che esso orefice gli sottentrasse nel servizio della casa reale. Gli fe’ dare una magnifica veste d’onore, ed egli visse felice e molto innanzi nella fiducia e nella stima del re. Quand’ebbe conseguito quest’alto grado ed ebbe acquistato potere presso il re, tanto intercedette presso di lui in favor del maestro, che<noinclude></noinclude> ff05dj0cevh89scehu23k6pa9t71icw Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/175 108 1031643 3901122 2026-09-18T12:36:57Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901122 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 159 —|}}</noinclude> il re gli restituì l’affetto di prima, sì che ed egli e il maestro si trovarono poi come compagni e sozî alla corte e vi stettero nella stessa stima e nello stesso grado sino al termine della vita. (dall’arabo d’Ibn Khallikan). 22. Generosità d’un nemico. Si racconta come tra Ghassàn ibn Abbàd e Alì ibn Misa era già una inimicizia grande. Alì, in quel tempo, era preposto, con malleveria da parte sua, alla riscossione dei tributi sulle campagne e su altro, e gli era rimasto ‘a carico un debito di quarantamila dînar. Al-Mamàn (1) instava per aver quella somma, e vi si era tanto inveleito, che un giorno disse ad Alì ibn Sàlih suo ciamberlano: Concederai ad Alì ibn Mîsa una dilazion di tre giorni. Se paga, vada! Se non paga, gli farai dar tante sferzate che o pagherà o ne morirà. Alì ibn Misa uscì di palazzo tutto sgomento, nè sapeva da qual parte voltarsi, quando il suo segretario gli disse: Se tu ti rivolgi a Ghassàn ibn Abbàd e gli fai conoscere il tuo stato, credo che ti darà aiuto in questa tua faccenda. — Tu sai, rispose Alì, quale inimicizia è tra noi due. — Certamente! disse il segretario, ma quello è uomo di grand’animo, generoso, e l’odio che è fra voi due, non gl’impedirà di fare un’opera benefica, ciò che è appunto uno dei segni della generosità. Si levò allora Alì ibn Mùsa, s’incamminò, e, come fu giunto, entrò, col suo segretario, in casa di Ghassan, il quale, come l’ebbe veduto, si levò e gli corse incontro itutto affabile e fece il debito suo offrendogli i suoi servigi. Lascia stare, gli disse poi, ciò che è occorso tra noi due, ‘come ora sta. Il rispetto ch'io ti devo per questa tua ‘venuta a casa mia, merita ch’io soddisfi a tutto ciò che tu desideri. Dimmi adunque che t'abbisogna. — Il segre(1) Il celebre Califfo AbbAsside, già ricordato altre voltes<noinclude></noinclude> ppv6097flnjaxizs09b8f9ynwz6ufs0 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/176 108 1031644 3901123 2026-09-18T12:37:02Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901123 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 160 —|}}</noinclude>AV AIROAeLIE,ne — 160— tario di Alì Vinformò del fatto, ed egli: Spero che Iddio altissimo ti aiuterà efficacemente nella presente tua difficoltà. — Nè gli disse altro. Alì ibn Mîîsa si levò e uscì, ed era tutto pentito dell’essere andato così da Ghassàn, disperato, inoltre, del fatto suo, sì che andava dicendo al segretario: Con questo tuo introdurmi presso di Ghassàn non m'hai giovato in nulla fuorchè nel procaceiarmi il suo disprezzo e la sua gioia per la mia sventura! — Non era egli ancor giunto a casa, che ecco raggiungerlo: il segretario di Ghassàn co’ suoi muli e sui muli la somma domandata. Alì gli corse incontro, ricevette i denari, passò lieto. e contento quella notte. Al mattino, andò assai per tempo a palazzo, per consegnar la somma al Califfo, e vi trovò Ghassàn che ve l’aveva preceduto e che, entrato da Al Mamàn, gli aveva tenuto questo discorso: O Principe dei credenti, so che Alì ibn Misa godette già, in tua corte, di gran riputazione, ed ebbe sottoposti e credito. Ora gli è toccato, nell’azienda sua, quel danno quale la gente tutta si riconosce; e tu frattanto l’hai minacciato di farlo sferzare, ciò che gli ha fatto. perder la testa e tolto ogni coraggio. Se ora il Principe dei credenti vorrà farmi grazia di qualche segno della sua generosità bella perdonando. parte del debito di lui, sarà questo un atto della bontà sua verso di me. — Non cessò egli dall’accarezzare in questa guisa il Califfo, finchè questi gli promise di cancellar la metà del debito togliendone ventimila dînar. Ho inteso e sarai obbedito! gli. disse Ghassàn. Ma vegga ora il Principe dei credenti di rimettere Alì nel l’ufficio. suo dei tributi e.di dargli anche una veste d'onore che gli dia sicurezza, ed egli riconosca per essa quanto sia. addentro nella fiducia e nella grazia di lui, che Iddio conservi! — Al-Mamdîn volle compiacerlo anche. in ciò, sì che Ghassàn aggiunse: Se il Principe dei credenti acconsente, gli si rechi dinanzi il calamaio perchè: ratifichi. per iscritto l’elargizione sua generosa, secondo. che ha detto. — Fa! fa! rispose; e allora fu recato il calamaio; «e Ghassàn stesso lo presentò al Califfo il quale,.<noinclude></noinclude> g8v2lzz05jodgf24gqdlv6iao4gio09 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/177 108 1031645 3901124 2026-09-18T12:37:07Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901124 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 161 —|}}</noinclude>eee ag TER niSIMAI o MRON ERIETIA — 161— all'istante, ratificò per iscritto tutto ciò che aveva proMesso al riguardo di Alì ibn Misa. Alì ibn Misa allora, con la veste d’onore in dosso, col decreto del Califfo in mano, uscì di palazzo. Come fu giunto a casa, tolse i ventimila dîndr che gli erano rimasti, e li mandò a Ghassàn ringraziandolo del suo bell’atto. Ma Ghassàn disse al segretario: Io non ho supplicato in favor suo il Principe dei credenti se non per risparmiargli questi ventimila dînar, dei quali poi si varrà come vorrà. Torna dunque tu da lui con essi e rendiglieli, ch'io, per Dio! non li prenderò mai. Essi sono suoi. Quando il segretario fu ritornato da Alì ibn Mùsa suo padrone e gli ebbe riferito ciò che Ghassàn gli aveva detto, conobbe Alì da ciò di qual valore fosse la bella azione che Ghassàn aveva compiuta. Non cessò dal rendergli servigi e di fargli onore finchè visse. (dall'arabo d’Ibn Khallikan). 23. Il primo agricoltore. Domandò Zarathustra ad Ahura Mazdào (1): Ahura Mazdao, spirito santissimo, creator degli esseri viventi, purissimo, a chi mai, primo fra gli uomini, hai tu rivolto la parola, tu Ahura Mazdao, oltre che a me? a chi hai tu insegnato la religione ahurica (2), zoroastriana? — Rispose Ahura Mazdào: A Yima (8), bello, pastor di genti (4), o santo Zarathustra! A lui per il primo ho rivolto (1) Zarathustra, detto da noi comunemente Zoroastro, fu il fondatore dell'antica religione dell'Iran, che ammette due principî increati, uno autore del bene, cioè Ahura Mazdào (Ormuzd), Dio buono, creatore del mondo, e l’altro autore del male, cioè Anra Mainyu (Abrimane). L’Avesta (erroneamente detto da noi anche Zendavesta) è il libro o codice sacro di questa religione. (2) Cioè la religione di Ahura Mazdào stesso, la zoroastriana. (3) Primo re mitico e leggendario dell’Iran, celebrato nel Libro dei Re di Firdusi (vol, I.) sotto il nome di Gemshîd, come inventore delle prime arti, (4) Bella immagine primitiva che si trova anche nella Bibbia, in Omero, in Firdusi! Italo Pizzi - Fiori d'Oriente 11<noinclude></noinclude> gnr9wi0mq1lkd3ynljh6c9dg29rvuwj Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/178 108 1031646 3901125 2026-09-18T12:37:13Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901125 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 162 —|}}</noinclude>(PIPER RUI TTI Igo n la parola, io Ahura Mazdào, oltre che a te; a lui ho insegnato la religione ahurica, zoroastriana. Perchè io gli ho detto, io Ahura Mazdào: « Va tu per me, 0 Yima bello, figliuolo di Vîvanhvant, in qualità di propagatore e di banditore della religione mia! » Ma Yima, il bello, così mi rispose, o Zarathustra: « Dato a ciò non son io, ammaestrato a ciò non son io, qual propagatore e banditore della tua religione ». Io gli dissi a'tora, 0 Zarathustra, io Ahura Mazdào: « Se tu, o Yima, non vai per me qual propagatore e banditor della mia religione, porgi almeno incremento alle creature mie terrene, sostentami almeno le creature mie terrene; abbi l’ufficio presso me di protettore, di custode, di guardiano delle creature mie terrene! ». Mi rispose allora Yima il bello, o Zarathustra: « Ch’io adunque dia incremento alle creature tue terrene; ch'io te le sostenti; ch’io abbia l’ufficio presso te di lor protettore, custode e guardiano. Ma, in tutto il regno mio, non spirino mai venti ghiacciati, non venti infuocati; non vi sia malattia alcuna, non morte! >» (1). Gli recai allora un'arma, io Ahura Mazdào, ed era quell’arma un aratro d’oro e una punta foggiata in oro. Così Yima fu in possesso di signoria e potestà. Scorsero allora, del regno suo, trecento inverni (2), e intanto la terra si riempì tutta d’armenti, di tori, d’uomini, di cani, d’uccelli, di fuochi luccicanti, ardenti, nè più vi rinvenivan posto gli armenti, i tori, gli uomini. Ma io diedi a Yima un consiglio, dicendo: « O Yima, o bello, o figliuolo di Viîvanhvant, piena s’è fatta la terra d’armenti, di tori, d’uomini, di cani, di uccelli, di fuochi luccicanti, ardenti, nè più vi rinvengon posto gli armenti, i tori, gli uomini! » Yima allora si mosse verso la via degli astri, là dalla plaga meridionale, verso la via del sole. Questa terra egli ‘aprì con l’aratro d’oro, egli la solcò con la punta d’oro, (1) Cenno alla felicità degli uomini sotto lo scettro di questo monarca primitivo. (2) Cioò trecent’anni,<noinclude></noinclude> 6mpmdd0jv8zricblnj6d7moema3r7np Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/179 108 1031647 3901126 2026-09-18T12:37:18Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901126 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 163 —|}}</noinclude> dicendo: « Diletta, santa Terra, schiuditi, cedi, sii nutricc agli armenti, ai tori, agli uomini! » Così Yima ampliò d’un terzo la terra e d’un terzo la fe’ più vasta di quel ch'era innanzi; e per quel terzo s’aggirarono armenti, tori, uomini, ciascuno a piacer suo e volontà, secondo ch’era il desiderio di ciascuno. Ma poi trascorsero del regno di Yima seicento inverni, e la terra fu tutta piena d’armenti, di tori, d’uomini, di cani, d’uccelli, di fuochi luccicanti, ardenti; non vi rinvenivan posto gli armenti, i tori, gli uomini. Ma io diedi a Yima un consiglio: « O Yima, o bello, o figlimolo di Vîvanhvant, piena s’è fatta la terra d’armenti, di tori, d'uomini, di cani, d’uccelli, di fuochi luecicanti, ardenti, nè più vi rinvengon posto gli armenti, i tori, gli uomini! » Yima allora si mosse verso la via degli astri, là dalla plaga meridionale, verso la via del sole. Questa terra egli aprì con l’aratro d’oro; egli la solcò con la punta d’oro, dicendo: « Diletta, santa Terra, schiuditi, cedi, sii nutrice agli armenti, ai tori, agli uomini!» Così Yima ampliò d’un altro terzo la terra e d’un altro terzo la fe’ più vasta di quel ch’era innanzi; e per quel terzo s’aggirarono armenti, tori, uomini, ciascuno a piacer suo e volontà, secondo ch'era il desiderio di ciascuno. (Seguita il testo a dire, con le stesse parole, in qual modo, dopo altri trecent’anni, il savio re, protetto da Dio, accrebbe d’un altro terzo la terra abitabile, cioè dissodò il suolo, iniziando in questa guisa e propagando fra gli uomini l’arte dell’agricoltura. Si noti il fare semplice, primitivo, ingenuo, di questo passo, che somiglia a molti della Bibbia). (dal zendo (1) dell’ Avesta). (1) Così si chiama per convenzione (ma erroneamente) l'antica lingua iranica in cui è scritto l’Avesta. Forse era l'antica lingua, o una delle antiche lingue della Media.<noinclude></noinclude> kx0e3jlquyb8sbvyw396z20l0kk3e1v Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/180 108 1031648 3901127 2026-09-18T12:37:23Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901127 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 164 —|}}</noinclude>roves;g-+ °— 164— 24, Scrupolo di coscienza pagato caro. Presso la città di Giabala, in Siria, trovasi la tomba dell'amico di Dio, il santo, il celebre Ibràhîm ibn Adhem (che Iddio sia contento di lui!), il quale rinunziò al regno e si diede tutto a Dio altissimo, come è noto a tutti. Ibràhîm, però, non era di stirpe regia come generalmente si crede, perchè aveva ereditato il regno dall’avo suo materno, mentre suo padre Adhem era un uomo devoto, di quelli che son dediti alle pratiche religiose, si stanno nei romitaggi, son dati a Dio e vivono casti e appartati dal mondo. Eccone ora la storia. Si racconta ch’egli passò, un giorno, là dai giardini della città di Bukhara e che fece le abluzioni di rito (1) in uno dei tanti rivi d’acque che li irrigano, quand’ecco capitargli sotto gli occhi una mela trasportata in giù dall'acqua. Qui non c'è pericolo di far male! disse, e se la mangiò. Ma poi gliene nacque nell’animo certo turbamento sì che pensò dover domandar l'assoluzione di ciò che aveva fatto, al padrone del giardino. Picchiò alla porta, e ne uscì una giovane schiava alla quale disse: Fa di chiamarmi il padron di casa. — Questa casa è d’una dama, rispose. Allora, soggiunse Adhem, domandale il permesso perch’io possa entrar da lei. — Così fu fatto, e Adhem informò la dama del caso del pomo, e la dama rispose: Questo giardino m’appartiene per metà; l’altra metà è del Sultano, ma il Sultano trovasi ora a Balkh, a dieci giornate di cammino. — La dama adunque assolse Adhem per la parte sua; per l’altra, Adhem andò fino a Balkh dove s’incontrò nel Sultano attorniato dal suo corteggio. Gli espose il fatto suo e ne domandò l’assoluzione. Il Sultano gli ordinò di tornar da lui la mattina seguente. Aveva egli una figlia di gran bellezza, stata già chiesta in isposa da molti giovani principi. Ma essa, amando (1) Prescritte dalla leggo musulmana.<noinclude></noinclude> jcvj7pb0e7oxc9dq3szy5dnpk0s0kq3 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/181 108 1031649 3901128 2026-09-18T12:37:28Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901128 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 165 —|}}</noinclude> la vita religiosa e prediligendo la gente pia, erasi sempre ricusata a simili nozze e desiderava intanto di maritarsi con un giovane devoto, chie avesse rinunciato al mondo. Ora il Sultano, come fu tornato a palazzo, fece sapere a questa figlia sua il fatto di Adhem, e soggiunse: Non ho veduto mai uomo più onesto e pio di costui, il quale viene da Bukhara a Balkh per una mezza mela! — La fanciulla concepì subitamente il desiderio di essergli sposata. Quando Adhem, il mattino seguente, si presentò a palazzo, il Sultano gli disse:Io non t'assolverò se prima tu non isposi mia figlia. — Adhem non si lasciò indurre ad acconsentirvi se non dopo molta riluttanza e molto negare e opporsi. Ma poi il matrimonio fu conchiuso, ed egli fu introdotto presso la sposa e la trovò tutta ornata sontuosamente, e la stanza nuziale tutta a tappeti e ad oggetti preziosi. Trascorsi sette giorni, si levò la mattina d’accanto alla sua sposa, fece le abluzioni di rito, incominciò le sue preghiere, indi, d’un tratto, cacciò uno strido e si chinò sul tappeto su cui erasi inginocchiato. Fu trovato morto. Che Iddio gli abbia misericordia! La sposa poi diede alla luce vn figlio che fu appunto Ibràhîm; e perchè il Sultano non aveva figli maschi, lasciò il regno a questo nipote suo che poi, come è risaputo da tutti, vi rinunziò. Presso la sua tomba vedesi anche ora una piscina d’acqua, e, accanto alla piscina, grasce e alimenti per pellegrini e viandanti poveri (1). (dall'arabo d’Ibn Batàta). (1) Erra l'Autore in qualche parte. Adhem era Emiro, di casato principesco, datosi poi alla vita religiosa. Suo figlio Ibràhîm morì nel 778 d, e, — Il fatto, qui narrato, della mela e degli serupoli di Adhem è stato da me introdotto (modificandolo in parte) in una mia novella, quella di Cudabendo, inserita nel mio romanzo orientale: Miro e Naidu (canto XX, 41-132).<noinclude></noinclude> fsbiqt1f1jo89ejp0cp8oh8x5qmgo96 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/182 108 1031650 3901129 2026-09-18T12:37:33Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901129 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 166 —|}}</noinclude>SRGe 25. Imprese e vanti di ladri. Raccontava Abù ’1-Heytam e diceva: Trovandosi insieme, un giorno, Malik ibn Al-Reyb e Abù Hardaba e Shizàz, dissero ad un tratto: Suvvia! racconti ciascun di noi l’impresa più meravigliosa fatta da lui nella sua carriera di ladro! Disse allora Abù Hardaba: La cosa più meravigliosa che io abbia fatta, e la mia più stupenda impresa ladresca, è questa, ch'io, una volta, m’accompagnai ad una brigata di viandanti in cui era un tale, montato su di un cammello (1). Quel cammello mi piacque tanto, ch'io dissi ad un sozio mio: Per Dio! io lo ruberò! Ma non sarò contento a meno che ne abbia anche una ricompensa! — Tenni allora d’oechio quel tale finchè vidi che, preso dal sonno, chinava di tanto in tanto il capo. Afferrai allora le briglie del cammello, trassi il cammello dietro me e m’allontanai dal sentiero finchè lo menai in un posto dove, anche se quel tale avesse gridato al soccorso, nessuno avrebbe potuto soccorrerlo. Là, fatto inginoechiare il cammello, atterrai quel sonnacchioso, gli legai fortemente mani e piedi, e nascosi in altra parte, traendolo con me, il cammello. Ritornai là dalla brigata, ed ecco che tutti vi cercavano il lor compagno smarrito. S'aspettavano, anzi, di vederlo di ritorno ad ogni momento. Io dissi: Che avete voi? —- Avevamo un compagno, e l’abbiam perduto! — To solo, soggiunsi, ne so trovar la traccia. Ma voi fissatemi una ricompensa. — Andai con loro seguendo le tracce dell'amico finchè, ritrovatolo, gli domandarono: Che t'è accaduto? — Non so, rispose. Io era pien di sonno! Quando mi son destato, eccomi addosso cinquanta uomini a cavallo. M’hanno assalito. Io ho resistito, ma poi son stato vinto! (1) S'intende che il furtante si cacciò di soppiatto nella numerosa compagnia (come era costume d’ogni suo simile) per rubare.<noinclude></noinclude> 8sbfqepx2vtcs6orn6et7kfl3q2zeb4 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/183 108 1031651 3901130 2026-09-18T12:37:39Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901130 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 167 —|}}</noinclude>a — 167— Ripiglia Abù Hardaba: Scoppiai in una gran risata a quelle sue fanfaluche. Ma gli altri, fattomi un bel regalo, se n’andaron via col loro compagno (1). Fu detto allora a Shizàz: Contaci ora tu ciò che di più bello hai fatto e hai veduto tra le tue ladrerie! Disse Shizàz: Volentieri! Tra la gente di Bassora fu già un tale che teneva con sè una sua cugina molto ricca, ed egli n’era il tutore. Aveva egli più donne in casa, e però la ragazza, quantunque egli ne la sollecitasse, non voleva in nessun modo sposarlo. Giurò allora, per farle onta e dispetto, di non maritarla a nessun altro, e perchè un tale di Bassora, ricco, l’aveva domandata ed ella se n’era invaghita, si ricusò fermamente di volergliela dare. Partì poi per il pellegrinaggio della Mecca; ma quando fu ad una giornata di cammino da Bassora, ad un luogo che vi è dirimpetto, presso la montagna che si chiama Senàm, morì d’un sùbito, e fu sepolto sopra un collicello, muratavi inoltre una sepoltura. La fanciulla, allora, si sposò al giovane che l'aveva domandata. Ripiglia Shizaz: Uscì intanto da Bassora una brigata di gente che menava con sè grano e derrate. La tenni d’occhio e notai anche ciò che trasportava seco, e le andai dietro finchè si fermò ad una certa stazione. Come furon tutti addormentati, io, venuta la notte, m’occupai assai bene delle cose loro, perchè li derubai di parte delle mercanzie. Ma poi, accortisi del furto, mi presero, mi picchiaron senza pietà e mi spogliarono, e la notte era rigida. Mi tolsero allora ciò che io aveva tolto, fosse molto, fosse poco, e mi lasciaron là nudo. M'era finto morto. Così se n’andarono, e io diceva fra me: Che farò ora? — Mi venne allora in mente la sepoltura del tutore. V’andai, ne sollevai il cippo sepolcrale, indi, fattovi un pertugio, mi vi cacciai dentro e riposi al suo posto il cippo dicendo: Forse (1) Questo Abà Hardaba si pentì poi, si fece soldato, combattè per la fede musulmana, e morì in battaglia.<noinclude></noinclude> a16i0gu1v0o73x1vlf3fhazli7x7u62 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/184 108 1031652 3901131 2026-09-18T12:37:44Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901131 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 168 —|}}</noinclude> qui starò al caldo! Più tardi andrò a rintracciare i miei compagni. — Ma poi passò di là, in una brigata, quel giovane che aveva sposato la. ragazza. Giunto presso la tomba in cui io era, vi si soffermò alquanto e disse ad un suo compagno ch’era con lui: Voglio andar dalla tomba di costui per vedere s’egli sta ancora in guardia contro il matrimonio di certa ragazza! — Io lo riconobbi alla voce, e però, scosso il cippo, balzai fuori dal sepolero e m’avventai contro di lui con la spada in pugno, gridando: Ma sì, per il Sire della Kaaba! (1), ch'io ne sto a guardia! — Per Dio! egli stramazzò svenuto al suolo, senza moto, senza senso, e io montai sulla sua cammella su cui egli aveva arnesi, utensili, vesti e denaro. Spinsi in corsa la cammella verso la parte di mattina fuggendo dalla gente, e così mi salvai. Io poi, in Bassora, udiva la gente qua e là narrare e giurare che il morto, il quale già s'era opposto al matrimonio del giovane con la nipote, gli era uscito contro dalla sepoltura tutto nudo, straseinandosi dietro il lenzuolo funebre, e che gli era corso dietro e poi era fuggito. Se ne facevano grandi meraviglie; ma i più assennati negavano, e i più stolidi credevano, e io, che conosceva la storia vera, pur mostrando di averne meraviglia, rideva. Contane un’altra! gli fu detto, e Shizàz così prese a dire: To ve ne conterò una più bella e più sciocca di questa. Un giorno, m’era io incamminato per una via cercando cosa mai potessi rubare, e per Dio! non poteva trovar nulla. Capitai là da un albero sotto di cui solevano dormire i viandanti con lor cavalcature, in luogo dov'era ombra, non altrove; ed ecco venirmi innanzi un tale che viaggiava montato su di un asino. Io gli domandai: Mi vuoi dar retta? — Di certo! rispose. — Allora, gli diss’io, sappi che a quell’ombra là, dove tu intendi di riposare, le bestie da soma s’affondano nel (1) Il famoso santuario della Mecca, sacro a Dio anche nel tempo anteriore all’ Islamismo.<noinclude></noinclude> 0v5xgobyxp20gn2yscy858v3d97aqr3 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/185 108 1031653 3901132 2026-09-18T12:37:49Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901132 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 169 —|}}</noinclude>--169— terren molle. Sta dunque in guardia! — Non badò a queste mie parole, e io lo tenni d’oechio finchè s’addormentò. M'accostai allora all’asino, lo sospinsi innanzi fin che riuscii in luogo alquanto lontano, e là gli tagliai la punta della coda e degli orecchi. Lo trassi poi con me, lo nascosi, indi mi appostai ad osservare il mio uomo attendendo che si svegliasse. Quando si svegliò e si fu levato in piedi, si diè a cercar l’asino e a seguirne le orme, quand’ecco cadergli sotto gli occhi la punta della coda e degli orecchi. Per la vita mia, gridò, io n’era ben stato avvertito, se pur doveva giovarmi l’avvertimento! — E fuggì via di la a tutta corsa temendo di affondarsi nel terreno (1). Io intanto mi presi tutto ciò ch'egli portava con sè, lo caricai sull’asino e con esso me ne ritornai dalla mia famiglia. (dall’arabo di Al-Isbahani.) 26. Ambasceria speditiva. Khalid ibn Al-Valîd (2) ha molti meriti celebrati veramente e tali che ne durerà lungamente la memoria, per aver egli domato i ribelli d’Arabia al tempo del Califfo Abà Bekr (che Iddio sia contento di lui!). Espugnò la città di Hîra. Ma, prima di capitolare, gli abitanti della città gli mandarono ambasciatore Abd al-Masîh ibn Amr, al quale, venuto a parlamentare, Khalid rivolse così la parola: Donde vieni? — E Abd al-Masîh: Dal luogo che ho lasciato. — Doye vai? — Vado avanti. — Di quante persone sei figlio? — D’un sol uomo e d’una donna (83). — Yin dove andrai? — Fino al termine della mia vita. (1) S'intende che il baggeo credette di vedere affondato l’asino e che non ne sporgesse dal terreno che la punta della coda e degli orecchi. (2) Celebre generale musulmano dei primi tempi che domò i ribelli d’Arabia (come si accenna nel passo stesso) sollevatisi dopo la morte di Maometto e conquistò all’Islamismo la Siria. Anni d. C. 633-834, (3) Si noti l’oltraggio implicito nella domanda e la saviezza della risposta.<noinclude></noinclude> nyz2fed2qviw4apnl64ts3scto6uac5 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/186 108 1031654 3901133 2026-09-18T12:37:54Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901133 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 170 —|}}</noinclude> — Vuoi tu darmi retta? — Di certo, e mi lascierò guidare. — Che son queste fortezze? — Le abbiam fatte per difenderci da uno stolido finchè un buono e mite lo cacci in fuga (1). — Per qual faccenda t'hanno prescelto i tuoi? e che è ciò che rechi in mano? — Un veleno istantaneo. — Che pensi di farne? — Intendo di aspettare qual risposta mi darai. Se mi farai saper cosa che ridondi in bene al popol mio, ritornerò da loro. Se no, succhiando questo veleno, mi darò la morte per non ritornar dai miei con ciò che loro faccia dispiacere. Gli disse allora Khàlid: Fa vedere! — Abd al-Masîh gli diè il veleno, ed egli disse: In nome di Dio, il quale non fa alcun male, quando si pronunci il nome suo, ad alcuna cosa che sia in terra o in cielo, ed Egli è colui che ascolta e sa! —, e ingoiò il veleno. Dopo alcuni istanti, cadde svenuto; ma quando rinvenne, altro non fece che tergersi il sudore dalla fronte. Abd al-Masîh ritornò presso i suoi cittadini, e, informatili dell'accaduto, soggiunse: Quella gente là non è che una genìa di diavoli! Poichè non potete resister loro, fate con essi la pace come meglio potete € volete. — Allora capitolarono. (dall’arabo di Al-Isbahani). 27. L'erede d'un palazzo diroccato. Si racconta che, essendosi un giorno affacciato ad una finestra del suo palazzo, Al-Mamfîn vide un tale che con la creta tracciava su d’un muro del palazzo stesso certe scritture. Si volse ad uno de’ suoi famigliari e gli disse: Va tu la da quel tale e osserva che mai si sta scrivendo, poi menalo qui da me. — Andò il famigliare in tutta fretta da quell’uomo, l’afferrò per un braccio e gli disse: (1) L'ambasciatore, come gli altri abitanti di Hîra, era cristiano, e però credo che con lo stolido voglia intendere Maometto, e, col mite e buono, il Redentore.<noinclude></noinclude> frpufhgqq5nyqetrksycv74du8vusez Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/187 108 1031655 3901134 2026-09-18T12:38:00Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901134 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 171 —|}}</noinclude>Lie Che stai tu scrivendo? — Ed ecco ch'egli scriveva questi versi: Regal magione, In te s’aduna Trista fortuna E vituperio, per opre non belle, Fino a quel giorno Che i nidi suoi Degli atrî tuoi Tra le colonne si farà la strige. Quando la strige S’anniderà (Qual mai sarà Conforto a me!) fra die cadenti mura, To sarò il primo Che annunzi al mondo, Anche se al fondo D'ogni miseria, la tua gran rovina! Gli disse allora il famigliare del Califfo: Vieni ora all’obbedienza del Principe dei credenti. — Oh! rispose l’uomo, ti prego per Iddio di non menarmi da lui! — Non se ne può fare a meno! rispose l’altro, e così lo menò nella presenza del Califfo. Quando fu nel cospetto del Principe dei credenti, e quando il Principe fu informato di quanto egli aveva scritto, gli domandò: Che m'hai t'ha indotto, o disgraziato, a far cotesto? O Principe dei credenti, rispose, tu non ignori certamente quanto rinchiude in sè questo tuo palazzo, tesori, denari, ornamenti, vesti sontuose, cibi, bevande, tappeti, utensili, provvigioni, schiavi e schiave, e tante altre cose ch'io non posso enumerare e a cui non giunge l’intelletto mio. Poco fà io son passato di qui, e sono all’estremo della fame e della miseria. Mi son perciò fermato a pensare al fatto mio e ho detto fra me: « Ecco! questo palazzo è abitato e in piedi tutt'ora, e io ho fame e da esso non posso ricavare alcun vantaggio. Se invece fosse in rovina e io vi passassi accanto, non mi mancherebbe qualche pezzo di marmo, qualche pezzo di legno, qualche<noinclude></noinclude> 19hzg3oxmgmiqndeiw5wy2br2m372l5 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/188 108 1031656 3901135 2026-09-18T12:38:05Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901135 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 172 —|}}</noinclude> chiodo ch'io potrei vendere e sfamarmene col prezzo! ». Non conosce forse il Principe dei credenti (che Iddio lo guardi!) quel detto del poeta? Quando parte d’un altro alla fortuna Un uom non ha, se frutto non ne tocca, Che cessi tanta sorte, egli desia, Ciò non per odio altrui, ma per ch’ei brama Ugual fortuna e quella d’altri vuole Che intera presso a lui traslata sia, Disse allora Al-Mamtn ad uno de’ suoi: Dagli, ragazzo, mille dirhem. — Poi soggiunse, rivoltosi al mendico: Questi tu li avrai ogni anno finchè questo nostro castello sarà abitato da’ suoi abitanti e allietato dalla maestà dell'impero. A questo proposito è stato detto: Se in buono stato un di ti troverai, Al tuo simil largo del tuo sarai. Fra breve partirai da questa terra E quel che ora possiedi, lascierai! (dall’arabo di Al-Itlîdi). 28. Uno scroccone tra i Manichei. Raccontava Thumàma ibn al-Ashras (1): Al-Mamfîn ebbe notizia, un giorno, di dieci persone tra gli eretici di Bassora che professavano la dottrina di Mani intorno alla luce e alle tenebre (2). Dopo che gli furon notificati i loro nomi uno ad uno, comandò che quei personaggi gli fossero menati innanzi. Come si furon (1) Personaggio ragguardevole ai tempi dei Califfi Hàrùn al-Rashîd e Al-Mamfîin. Era letterato, autore di molti racconti e aneddoti piacevoli. Morì nell’ 829 d. O. (2) Mani o Manete, erosiarca del III secolo d. C. Professava il dualistho e l’antagonismo tra la luce e le tenebre, come due manifestazioni, rispettivamente, del Dio buono (Ormuza) e del Dio malvagio (Ahrimane), La sua dottrina dalla Persia dove egli la predicò, penetrò in Europa dove, sotto il nome di Manichei, ebbe molti seguaci.<noinclude></noinclude> ngfb5gn9sz57b2fx59b7fo59wurh1eh Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/189 108 1031657 3901136 2026-09-18T12:38:10Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901136 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 173 —|}}</noinclude> raccolti insieme, uno scroccone che li ebbe osservati, disse fra sè: Costoro non si son radunati per altro che per una bella cena. — Così si cacciò fra loro e con loro si pose în cammino, nè egli sapeva nulla del caso loro finchè, ad un tratto, si accostaron certe altre persone deputate a farli salire in barca. Lo seroccone disse di nuovo fra sè: Oh! qui non c'è dubbio! Si tratta d'una partita di piacere. — E montò con gli altri in barca. Ma ecco che, tutto ad un tratto, furon portate delle catene. Tutti furono incatenati, e lo seroccone con gli altri, il quale intanto andava dicendo: Il mio mestiere di seroccone m'ha menato ai ferri! — Ma poi, voltosi ai più attempati della compagnia, domandò: Possa io farvi del bene! Ma chi siete voi? — E quelli: Piuttosto di’a noi chi sei tu! Sei tu forse uno dei nostri fratelli in religione? — Per Dio! rispose, io non so chi voi siate, ma io sono un povero seroccone. Sono uscito questa mattina di casa e mi sono imbattuto in voi. Ho notato in voi bell'aspetto, bella ciera, proprietà quanto all’esteriore, e ho detto fra me: « Questi vecchi, questi uomini, questi giovani, certamente si son radunati per andare ad un pranzo », e però mi son cacciato fra voi e mi son messo al fianco d’uno di voi, come se fossi dei vostri. Così son venuto fino a questa barca, e avendola veduta tutta @ tappeti, a guanciali, e notatavi inoltre una tavola apparecchiata, e carnieri e canestri, ho detto fra me: < È una partita di piacere, e queste persone vanno certamente @ qualche castello tra giardini. Questo è un giorno di benedizione per me! » Io era ancor tutto allegro e gioioso, quand’ecco capitar qui cotesto preposto alla vostra guardia e incatenar voi e incatenar me insieme a voi. Così m’è capitata addosso cosa che mi fa perder la testa. Ma voi ditemi ora di che sì tratta. Risero del caso strano, e poi, pur sorridendo e fatti alquanto lieti e di buon umore, gli dissero: Poichè tu sei del nostro numero e sei in ferri come noi, sappi che noi siamo Manichei stati denunciati ad Al-Mam'îàn. Saremo ora introdotti alla sua presenza, ed egli c’inquisirà chieiti li SAMI TI alain ii ce—I 1a IPERI<noinclude></noinclude> 108wd3yu2x9yoxykqv74x0bc5gc6lw1 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/190 108 1031658 3901137 2026-09-18T12:38:17Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901137 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 174 —|}}</noinclude> dendoci di nostra condizione, esortandoci a manifestargli la nostra fede, e ci consiglierà a pentircene e &@ rinunziarvi, e ciò farà sottomettendoci a diverse prove, fra cui questa. Ci mostrerà una immagine di Mani e ci ordinerà di sputarvi sopra e di rinnegarla. Ci ordinerà pure di sgozzare un francolino (1). Chi l’obbedirà, andrà libero; ma chi ricuserà d’obbedirlo, sarà messo @ morte. Ora, quando tu pure sarai chiamato e messo alla prova, fa di render conto di te stesso e della tua fede secondo che ti detta la tua coscienza. Ma poichè tu ci hai detto che sei seroccone di mestiere, e ogni seroccone ha sempre con sè e notizie e novelle, abbreviaci questo nostro viaggio fino a Bagdad con qualche bella storia o racconto dei tempi passati. Come furon giunti a Bagdad e introdotti nella presenza di Al-Mamdn, il Califfo incominciò dal chiamarli per nome ciascuno. Ciascuno poi interrogava intorno alla sua fede, l’esortava ad abbracciar l’Islamismo, lo metteva alla prova, lo pregava di rinnegar Mani, gliene mostrava l’immagine e gli comandava di sputarvi sopra @ di rinnegarla, e altre e simili cose gli andava dicendo. Ma poichè quelli si ricusarono, li consegnò tutti alla mannaia. Sbarazzatosi così dei dieci, si trovò dinanzi lo seroccone quando era giunto al termine della lista dei condannati. Voltosi allora alle guardie: Chi è costui? domandò. Per Dio! risposero, noi non ne sappiam nulla, eccetto che l'abbiam trovato in mezzo a quella gente e siam venuti qui con lui. — Gli disse allora il Califfo: Che sai tu dirci sul tuo conto? — 0 Principe dei credenti, rispose, io faccio divorzio con mia moglie se capisco un’acca di ciò che dicono!Io non sono che un povero seroccone, — € gli raccontò la sua storia dal principio alla fine. Al-Mamfîn ne rise allegramente. Gli mostrò poi l’immagine di Mani, ed egli non solo la maledisse e la rinnegò, ma anche soggiunse: Datemela qui ch'io vi farò (1) È noto che tanto gli addetti alla fede di Zoroastro quanto gli addetti alle sette nate dal Zoroastrismo non credevano lecito di uccidere certi animali creduti utili all'uomo,<noinclude></noinclude> tqjn8wtyvm0ztvkigjl0tv5n8g2uxs0 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/191 108 1031659 3901138 2026-09-18T12:38:21Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901138 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 175 —|}}</noinclude> sopra le mie occorrenze, perchè io non so nemmeno se Mani era musulmano o giudeo. — Al-Mamùn già stava per punirlo della sua temerità e della sua smodata seroeconeria, quando Ibràhîm ibn Al-Mahdi (4) che era presente, disse ad Al-Mamfîn: Perdona per me a costui, 0 Principe dei credenti, e io ti racconterò una mia meravigliosa impresa da seroccone. — E Al-Mamfîn: Racconta, racconta, o Ibràhîm! Ibràhîm, allora, incominciò a raceontare: Uscito di casa un giorno, 0 Principe dei credenti, andai a zonzo per le vie di Bagdad finchè capitai in un posto dove, dal fianco d’una casa alta, mi venne alle nari una fragranza di profumi e un odor di pietanze tale che si spargeva all’intorno e mi stuzzicava l'appetito. M' accostai ad un sarto che stava là vicino, € gli domandai: Di chi è quella casa? — D’un mercante di panni, rispose. E io: Quale il suo nome? — E. il sarto: Tale dei tali. — Levai gli occhi in alto verso la casa, ed ecco là una finestra con gelosia. Vidi che di sotto dalla gelosia uscivano una mano e un braccio di cui io non aveva mai veduto i più belli, e che all’istante, o Principe dei ceredenti, mi distolsero dal pensare all’odor soave delle pietanze. Rimasi sbalordito, e già mi pareva di dover perder la testa; ma pui domandai al sarto: Il padron della casa è di quelli che bevon vino? — Di certo! rispose. Credo anzi che oggi egli abbia invito. Ma alla sua tavola non vanno che dei mercanti come lui, gente tutta per bene. Eravamo in questi discorsi, quand’ecco, a capo della via, presentarsi, montati a cavallo, due uomini di bella presenza. Disse allora il sarto: Questi due che vengono, sono dei suoi invitati. — Lo domandai di lor nomi e di lor soprannomi, ed egli me li disse, perch’io allora, s0spinto alquanto innanzi il mio cavallo, m'/accostai ai due e dissi: Ch'io possa servirvi in bene! Il padron di casa (che Dio l’aiuti!) v'aspetta già da gran tempo. — Così mi posi al loro fianco, e; venuti là dalla porta, essi m'entra(1) Zio paterno del Califfo,<noinclude></noinclude> 44k6egazxt0mndc748mfcr2zypwot1v Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/192 108 1031660 3901139 2026-09-18T12:38:27Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901139 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 176 —|}}</noinclude>aan — 176— rono innanzi, e io entrai con loro. Il padron di casa non dubitò punto, quando m’ebbe veduto, ch'io fossi della loro compagnia, e però mi diede il benvenuto e mi fe’ sedere al posto d’onore. Fu portata allora, 0 Principe dei credenti, una tavola con bianchi pani, e poi ci furon date di quelle pietanze il cui sapore superava di gran lunga l’odore, sì ch'io dissi fra me: Ho già gustato le pietanze. Rimane l’affare della bella manina e del braccio! — Furon levate le mense. Ci lavammo allora le mani e passammo di là in una sala da conversazione, elegantissima, tutta a tappeti e a cortine; e il padron di casa non cessava dal farmi carezze e dall’intrattenermi con bei discorsi, e i due invitati, intanto, non dubitavano punto ch’io pure fossi stato invitato, e ciò che faceva il padrone al riguardo mio, proveniva dalla certezza sua ch'io fossi stato chiamato da loro. Si vuotarono più bicchieri, quand’ecco entrare e presentarcisi una ragazza che s'avanzava tutta graziosa come un ramoscello di salice. Venne innanzi, salutò con molta disinvoltura, € intanto altri le preparava un guanciale, e altri le porgeva un liuto. toccò essa il liuto, e dal modo con cui lo toccava, intesi subito l’abilità sua. Cominciò poi a cantare quest’aria: Ha sospettato la presenza sua Un mio sguardo e le gote N’ha rasentate, E del mio sogguardar tracce furtive, Dopo il sospetto mio, Vi son restate. E lieve la toccava la mia mano, E lieve la sua mano La mia toccava, E a lei le dita un fremito, al contatto Di questa mano mia, Solleticava. Ella, qual cosa che repente viene, Mi passò al cor, ma anch'io, Io l’ho ferita! Non seppi mai che fosse cosa in-cui Un sol pensier potesse Stampar ferita!<noinclude></noinclude> 5vuv7ue1ofk5dx0ld9u4int4hwcfkpw Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/193 108 1031661 3901140 2026-09-18T12:38:32Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901140 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 177 —|}}</noinclude>"III coni TOI 7ve — ITT— O Principe dei credenti, io ne perdeva la testa! La bellezza di quel canto, la perizia della canterina, m’avevano commosso. Ma essa riprendeva così: To le chiedea: « Sai tu dell’amor mio? » Con un cenno dell’occhio ella rispose: «Atefedelsonio». To geloso evitai di palesare Tl suo segreto; ella gelosa il mio Evitò di svelare. , Oh! per l'eterna mia salute! gridai allora. E intanto io non poteva più nè contenermi dalla gioia nè pazientare. E quella tornava a cantare: E non è forse meraviglia che una Sola casa ci accolga, E ch’esser soli non possiamo e un detto L'uno all’altro rivolga? Esprime l’occhio sol, mesto, col moto Delle ciglia, l’amore, Delle viscere nostre arduo lo spasmo. Del fuoco sull’ardore, E l’accennar del labbro, e l’ammiccare Delle ciglia sommesso, E l’atterrar degli occhi, ed il saluto Muto del core oppresso! Allora però ne ebbi gelosia, e n’ebbi gelosia, o Principe dei credenti, per la sua gran perizia e maestrìa nel canto, per aver ella inteso a dovere il senso dei versi, e perchè non s'era mai dilungata dal tema con cui aveva incominciato, sì che le dissi: Ti resta ben altro da imparare, ragazza mia! La ragazza andò su tutte le furie. Sbattè a terra il liuto e si mise a gridare: E da quando mai introducete nella vostra compagnia di simili antipatici? — Mi pentii del fatto mio tanto più che, nella ciera degli altri, scorsi un cambiamento al mio riguardo, e domandai: C'è qui un liuto? — Mi fu risposto: Di certo, signore! — Me lo portarono, e io l’accordai subito al modo che mi piaceva, indi presi a cantare: Italo Pizzi - Fiorì d'Oriente 12<noinclude></noinclude> f12fluuqdk6417y8bx02vd3vwt0qd2g Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/194 108 1031662 3901141 2026-09-18T12:38:37Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901141 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 178 —|}}</noinclude>PE ETa >girla tn,e2ele A, — 178— Che han queste case Che non rispondono A chi è dolente? Forse in rovina Esse crollarono? Niuno mi sente? Andar la sera (E già mel dissero), Andar le belle. Muoian, se muoiono; Ma se ancor vivono, Vivrò con elle! Non aveva io ben finito di cantare, che la ragazza si levò e mi si gettò ai piedi baciandomeli e gridando: Perdono, perdono, signor mio, in nome di Dio! Non ho mai udito altri cantar quest’aria come te! — Si levò allora anche il padron di casa e tutti quelli ch’erano con lui, e fecero con me ciò che aveva fatto la ragazza. Tutti poi ritornaron d’ottimo umore, s'invitaron l’un l’altro a bere, e bevvero a bicchieri colmi. Io intanto ripresi a cantare: Di me forse, per Dio! non ti ricordi? E vanno lagrimando gli occhi miei Sangue, perch’io di te mai non mi scordi! A Dio mi lagno di lei che m'è avara, E di me generoso! Io le do miele, M’abbevera ella d'una beva amara. A Dio mi lagno, ch’ella è a me straniera E ch'io viver non posso in tanto amore Senza mostrar ver lei bontà sincera. Deh! ravviva tu l’uom trafitto al core (Tu l’uccidesti!) e perso non lasciarlo Di mente e abbandonato al suo dolore! ‘tale, allora, fu la gioia della compagnia, che temetti non perdessero tutti la testa. Tacqui per qualche tempo finchè si fosser calmati, indi, per la terza volta, così presi a cantare: Questi è di te l'amante, abbandonato Al suo dolore; ||<noinclude></noinclude> e5jszt90jelem3n5yhusku96h4dujvq Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/195 108 1031663 3901142 2026-09-18T12:38:42Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901142 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 179 —|}}</noinclude> Del pianto suo Hanno le stille il petto suo bagnato. Ha una mano, e con quella invoca pace Da Dio signore Al duol ch'è in lui; L’altra posata sovra il cor gli giace. Deh! chi viene a mirar l’uom, che, dolente, Ama e vaneggia? L'occhio e la mano Gl’indizî son del suo desire ardente! (1) La ragazza, o Principe dei credenti, gridava intanto: Oh! per la mia salute eterna! questo, padron mio, è il modo di cantare! Erano omai tutti ubbriachi e stavano per perder la testa. Il padron di casa che era stato preso dal vino: assai meno de’ suoi due convitati, comandò a’ suoi famigliari e ai loro di attendervi, e così li rimandò a casa, sì che io, allora, mi trovai solo con lui. Vuotammo alcuni bicchieri, e poi: Signor mio, mi disse, il tempo in cui io non ti conosceva, io l’ho tutto perduto! Ma chi sei tu, mio signore? — Tanto insistette nella domanda sua, ch'io me gli feci conoscere. Si levò in piedi, mi baciò in fronte e disse: Oh mio signore! mi sarei ben meravigliato che tante belle qualità si fosser trovate in persona che non fosse del tuo grado. Io adunque mi son trovato, oggi, col (Califfato in casa, e non lo sapeva! — Mi richiese del caso mio e del come mi fossi indotto a fare ciò che aveva fatto; e io gli raccontai dell’odor delle pietanze, della bella manina, del braccio, ed egli allora si volse ad una schiava e le disse: Ragazza, dirai alla tale che scenda! — Così fe’ discendere ad una ad una da me tutte le sue schiave, e volle ch'io ne osservassi la mano; ma io diceva sempre: Non è questa! — Per Dio! gridò allora, non rimangon più che mia madre e mia sorella. Ma io voglio che discendano qui anch’esse! — Io era meravigliato di tanta generosità sua e di tanta sua buona vo(1) Cioè non può esprimerlo con le parole, ma soltanto coi gesti e con lo sguardo. dine ee E zara<noinclude></noinclude> ol34d1yszq6wnejtyk03qm93df94lno Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/196 108 1031664 3901143 2026-09-18T12:38:48Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901143 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 180 —|}}</noinclude> lontà. Gli dissi tuttavia: Che io possa essere in riscatto dell’anima tua! Ma tu incomincia da tua sorella prima che dalla madre. Potrebbe darsi che tua sorella sia quella ch'io cerco. — Hai ragione! rispose, e così fece. Quando n’ebbi osservato la mano e il braccio: È questa! è questa! gridai. Possa io essere in riscatto dell’anima tua! — Il padrone allora, in fretta e in furia, mandò fuori suoi famigli a cercar di dieci anziani tra le persone più ragguardevoli del vicinato, e quando furono introdotti da lui, fatti recare due carnieri che contenevano ventimila dirhem, incominciò a dire: Questa è mia sorella tale, e io chiamo voi in testimonio ch'io l’ho maritata a Monsignore qui presente, Ibràhîm ibn AL Mahdi, e che, per lui, le costituisco la dote di ventimila dirhem. — Io ne fui ben contento. Accettai il matrimonio e donai alla mia novella sposa uno dei carnieri; dell'altro spartii le monete tra i dieci anziani dicendo loro: Vi prego di scusarmi, ma questo è quanto al presente mi trovo avere a mia disposizione. — Presero i denari e se ne andarono. Monsignore, mi disse allora il padrone, io intendo ora di farti apprestare in casa mia una stanza in cui tu possa dormire con la tua sposa. — Io restai mortificato, o Principe dei credenti, di tanta sua generosità e larghezza al mio riguardo, € però gli dissi: Apprestaci piuttosto un palanchino che ci trasporti a casa. — Farò ciò che vorrai, rispose; e tosto fa messo in ordine um palanchino che ci trasportò a casa. Giuro, o Principe dei credenti, ch’egli fe’ portare in casa mia tante masserizie e tante cose di valore che ne restò tutta piena e ingombra! Al-Mamàùn si meravigliò molto di tanta generosità. Rimise in libertà lo seroecone, assegnatogli un bel dono di denari, indi ingiunse ad Ibràhîm di menargli innanzi quel tale. Questi divenne in breve uno degli amici intimi del Califfo, di quelli ai quali egli dimostrava maggiore affetto, nè egli cessò dal frequentarne la compagnia, con tutto onore, e di essergli compagno a mensa e. ad altri spassì. (dall'arabo di Al-MasQdi). 3<noinclude></noinclude> h7i882icutbpzq71gi91jo37beq3khj Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/197 108 1031665 3901144 2026-09-18T12:38:53Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901144 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 181 —|}}</noinclude> 29. Mercante di foglie di palma medico d’un leone. Ibràhîm, mercante di foglie di palma (1), soleva fare il seguente racconto: Capitato un giorno, in uno de’ miei viaggi, là da un albero solitario, mi vi sedetti sotto, quand’ecco venir verso di me un leone di terribile aspetto. Accostandosi sempre più, notai che zoppicava, e, infatti, una delle gambe davanti egli la teneva ripiegata, ed essa recava una grossa enfiagione. Brontolando tutto lamentoso, mi posò in grembo quella sua zampa malata, e io compresi che pareva dicesse: Guariscimi da questo male! — Presi un piccolo fuscello, gli aprii con quello l’enfiagione e, fattala sfogare, gliela fasciai con un lembo ch'io mi sdruscii di dosso. S'allontanò allora, e poi tornò, e aveva seco due piccoli leoncelli che quasi quasi non avevano. ancora aperti gli occhi, e un grosso pane, che lasciò là presso di me, € poi se n’andò. (dall'arabo di Al-Qazvìni). 80. Sovrano che si fa penitente. Al-NomAn ibn Imr al-Qeys (2) si fece fabbricare un castello fuori di Hîra, e v impiegò sessant'anni, e il nome n'era Al-Khavarnaq (3). Lo fabbricò un uomo di nazione greca che si chiamava SinnimAr, e l'aveva fatto in maniera meravigliosa. Nessun altro avrebbe saputo fabbri(1) Personaggio storico. Era della città di Rey in Persia. Si raccontano mille cose strane di lui, ma poco credibili. Si diede poi alla vita penitente, e morì nel 905 Ch (2) Re di Hîra in Mesopotamia, primo del suo nome, della casa dei Lakhmidi. Regnò dal 380 al 418 d. G. Fabbricò un famoso castello per educarvi il giovane figlio di VYezdeghird I re di Persia (399-420 d. C.), che tu poi Behràm V. Vedi, in questo secondo libro, sil ino alle (8) Nome persiano (propriamente: Klwarishn-gah, cioè: cenacolo). Ne restano ancora le rovine.<noinclude></noinclude> 0np13usilxkq3ta9jdmo490rslg9lee Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/198 108 1031666 3901145 2026-09-18T12:38:58Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901145 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 182 —|}}</noinclude>Misena TO PI) Re eTESI2 ot n, | carne uno simile. Quando l’ebbe condotto a termine, era. veramente un edifizio stupendo, di cui non possedeva. alcun altro re un uguale. Al-Noman se ne compiaceva. molto, ma Sinnimàr, un giorno, gli disse: Io so dove SÌ trova certo mattone, tolto il quale, tutto questo castello cade in rovina. — E Al-Nomaàn: Lo conosce altri fuor di te? — Rispose: No! — Comandò allora Al-Noman di precipitarlo dal luogo più alto del castello, e il misero n’ebbe rotte e sfracellate le membra (1). Un giorno, Al-Nomàn salì sulla più alta cima del castello, e di là vide il mare che gli si apriva dinanzi, e la distesa delle campagne dietro a lui, e i giardini all’intorno. Vide le gazzelle, i pesci, i palmizî, e, voltosi al suo ministro, gli disse: Non ho mai veduto più bella cosa di questo castello! — E il ministro: Eppure, esso ha un gran difetto. — E quale? — Ch’esso non rimarrà in eterno. — E qual cosa mai rimane in eterno? — Il regno dell’altra vita. — E come si può acquistare? — Con l'abbandono del mondo. — Puoi tu aiutarmi in questa ricerca? — Ma di certo! -- Così Al-Noman rinunziò al regno e si diede a vita penitente col suo ministro (2). (dall’arabo di Al-Qazvîni). i —182— 81. Pronto ingegno d’une scroccone. Dice Al-Masùdi: Tra i racconti piacevoli che toccano di Ahmed ibn Al-Mudabbir (3) e che furon poi raccolti e trascritti nel libro che ha per titolo « Notizie di serocconi >», si trova anche il seguente: (1) Questo Iuttuoso fatto fu soggetto di molti racconti romanzeschî arabi e persiani, tra cui il più bello è certamente quello del poeta persiano Nizàmi nel suo poema: Le sette Beltà (Vedine il passo tradotto nella. mia Storia della Poesia Persiana, cap. VI, append. pag. 260). (2) Secondo altri, A]-Nomfîn si fece cristiano dopo aver veduto in sogno San Simone lo Stilita che, in quel tempo, erasi dato ad austerissima penitenza in Siria. (3) Ufficiale preposto dal Califto Al-Muhtadi (869-870 d. e.) alla ri scossione dei tributi in Palestina.<noinclude></noinclude> jwv438qnrw76t3nny0wwbzy1iecpual Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/199 108 1031667 3901146 2026-09-18T12:39:03Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901146 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 183 —|}}</noinclude> Ahmed ibn Al-Mudabbir non amava molto stare in conversazione e aver gente alla sua tavola. Aveva tuttavia sette suoi amici che si recavano sovente a bere da lui, nè egli si famigliarizzava con altri fuor che con loro, nè si divertiva con altri. Li aveva scelti per sua compagnia, e li voleva con sè a mangiare, e ciascun d’essi possedeva o una scienza o un’arte in cui non aveva chi l’uguagliasse. Vera allora uno seroccone, di nome Ibn Darràg”, che aveva ricevuto la più perfetta istruzione ed educazione, ed era d’ingegno prontissimo, abile più di qualunque altro nel discorrere e nel ciarlare piacevolmente di tutto e di tutti. Costui non cessò dal mettere in opera ogni sua astuzia finchè giunse a sapere in qual giorno e in quale ora Ahmed si stava coi suoi soliti commensali. Si abbigliò allora come essi andavano abbigliati, e si cacciò nella loro compagnia. L’usciere si pensò che ciò fosse a conoscenza del suo padrone, d’accordo, inoltre, con gli altri commensali, e perciò non gl’impedì d’entrare. Quando Ahmed fu entrato nella sala ed ebbe scorto lo seroccone tra gl’invitati, disse all’usciere: Va tu da colui, e domandagli s’egli ha qualche affare da sbrigare. — L’usciere si pentì di ciò che aveva fatto, e comprese allora soltanto qual giuoco gli era stato giuocato, e come Ahmed, nel punirlo, non si sarebbe appagato che col mandarlo a morte. S'accostò adunque, strascicando i piedi sul suolo, allo seroccone, e gli disse: Il mio padrone ti fa domandare se hai qualche affare da sbrigare. — Dìgli che non ho nulla! rispose. E Ahmed all’usciere: Torna da lui, e domandagli da quanto tempo sta qui. — Sono entrato in questo momento, o noioso! rispose lo scroecone. E Ahmed di nuovo: Torna da lui, e domandagli chi è. — E l’altro: Diìgli che sono uno seroccone, che Iddio ti usi misericordia! — Ah! tu sei uno seroccone? gli domandò allora lo stesso Ahmed. Di certo, rispose, che Iddio ti dia gloria! — E Ahmed: Si suol tollerare che uno seroccone entri in casa alle persone, le disturbi quando vogliono star sole e in pace coi loro amici, s’intrometta nei loro affari segreti, a condizione però ch'egli.<noinclude></noinclude> 6a2xkyh988t6wfvg6f8t3aswb6vozve Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/200 108 1031668 3901147 2026-09-18T12:39:09Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901147 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 184 —|}}</noinclude>id —184— Sappia giuocare agli scacchi o al trictrac, suonare il liuto o la chitarra. — Rispose lo seroccone: Che Iddio ti aiuti, o signore! Io sono valentissimo in tutte queste cose. — In che grado? — Nel più alto in tutte quante. Ahmed allora si volse ad uno degl’invitati e gli disse: Giuoca tu con costui una partita a scacchi. —. Ma. lo scroccone osservò: Ti feliciti Iddio, o signore! E.se io son vinto? — Ti manderem fuori di. questa casa sùbito, rispose. E lo scroccone: E se io vinco? — Ti daremo mille dirhem. — E lo seroccone: Se io potessi mai vedere (che Dio t’aiuti!) che tu fai portar qui i mille dirhem, io, nella lor presenza, proverei un refrigerio dell’anima e avrei la certezza nella vittoria. — E i denari furon portati. I due giuocarono, e lo seroccone, avendo. vinto, allungò la mano per prendersi i dirhem; ma l’usciere, che desiderava allontanar da sè parte almeno della colpa, osservò: Dia gloria Iddio al mio padrone! Ma costui ha detto di possedere nel più alto grado l’abilità nel giuoco degli scacchi. Ora e’è un tuo giovane paggio, o signore, figliuolo del tale, che certamente vincerà costui. — Fu fatto venire il paggio, e lo scroccone rimase vinto. Vattene ora via di qui! gli gridaron gli altri, ma egli: Fate venir il giuoco del trietrac! — Fu fatto venir il giuoco; si giuocò, e lo seroccone vinse. Ma l’usciere: Non è questo, osservò, signor mio, il più alto grado nel giuoco del trictrac! Il nostro portinaio vincerebbe certamente costui. — Fu introdotto il portinaio, e lo seroccone fu vinto, sì che di nuovo gli fu detto: Esci! — Ed egli di nuovo: Fammi portare un liuto, o signore! — Gli fu portato un liuto, ed egli suonò assai bene, cantò e piacque molto. Ma ecco che l’usciere si mise a dire: Signor mio, qui, nel nostro vicinato, sta un vecchio della famiglia di Hashim (1), il quale istruisce le canterine, e: vale assai più di costui. — Fu chiamato il vecchio, che, alla prova, (1) H'Ashim ibn Abd Menaf, della tribù di Qoreysh, capo della famiglia di Maometto,<noinclude></noinclude> 62echt3gpkqj329sdffebpk37czmbqz Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/201 108 1031669 3901148 2026-09-18T12:39:14Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901148 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 185 —|}}</noinclude>E,e nVE 7 PETTO —185— riuscì molto migliore. Esci adunque! gridò allora Ahmed allo seroceone, il quale domandò: E la chitarra? — Gli fu posta in mano una chitarra, ed egli suonò in modo che nessuno aveva udito più abile suonatore di lui, e cantò con insuperabile perfezione. Ma l’usciere di ripicchio: Glorifichi Iddio il mio padrone! Ma qui, nel nostro vicinato, sta un incettator di grano ben più abile e capace di cotesto seroccone. — Fu menato là anche l'incettator di grano che riuscì di gran lunga superiore. Disse allora al nostro seroccone il padron di casa: Vedi che noi t'abbiamo usato il maggior riguardo possibile, ma la tua mala sorte non ha avuto altro effetto di quello di farti scacciare dalla nostra casa. — E l’altro anche una volta: Signore, mi rimane ancora una bellissima abilità! — E quale? Rispose: Ordina, o signore, che mi si portino qui una balestra e cinquanta palle di piombo, e che il tuo usciere s’apposti là chinandosi e ponendo le mani sul pavimento. Io, con quelle cinquanta palle, gli andrò a colpir nel centro le parti posteriori, e se ne sfallirò una, son contento che mi si tronchi il capo. L'’usciere si mise a urlare dallo spavento. Ma Ahmed, in questa proposta dello seroccone, capì che c’era una soddisfazione per lui e una pena e un castigo per l’usciere della trasgressione sua nell’introdurgli in sala uno seroccone. Comandò pertanto che si portasser la due basti da asino. Come furon portati, uno fu appostato sull’altro, e su di essi fu legato fortemente l’usciere. Fatte poi venire la balestra e le palle, furon poste in mano allo seroccone, il quale scagliò tutte le cinquanta palle, e non fallì il segno nemmeno con una sola. Sciolto l’usciere che piagnucolava dal dolore, lo seroccone gli disse: C'è sulla porta del tuo padrone chi sappia tirar meglio di me? — E l’usciere: 0 bardassa! finchè deve servirti da bersaglio il centro mio, non c'è nessuno! (dall’arabo di Al-Mas@di).<noinclude></noinclude> 3bz8caur8ec03y3zoa6tg33u8rfu4fv Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/202 108 1031670 3901149 2026-09-18T12:39:19Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901149 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 186 —|}}</noinclude> 32. Un beduino alla corte del Re di Persia. Uscì un giorno Abù Sofyàn (1) dalla Mecca, con una compagnia di Qoreyshiti, andando, per ragion di traffico, nella Iràga. Dopo tre giorni di cammino, radunò i suoi compagni e tenne loro questo discorso: Se noi andiamo innanzi per di qui, ci esponiamo a qualche pericolo (2). Noi entriamo ora nel territorio d’un re potente e severo il quale non ci permetterà certamente di andar fin da lui, nè il suo paese è paese molto propizio al nostro commercio. Chi di voi nondimeno vuole entrarvi con sue mercanzie? Se gl’incoglie male, noi siamo innocenti del sangue suo. Se invece farà buoni affari, a lui la metà del guadagno. Disse allora Gheylàn ibn Salema (3): Lasciate che vada io! Vi son io per cotesto. Così entrò nel territorio di Kisra (4), e allora si profumò tutto e si vestì di due vesti gialle. Se ne divulgò la notizia, ed egli si sedette là dalla porta del re (5) finchè gli fu data licenza di entrare nella sala d’udienza. Tra il re e lui era stata collocata una grata o gelosia d’oro, e intanto il turcimanno, venuto fuori, disse: Ti domanda il re per qual ragione sei entrato nel suo paese senza il suo permesso. — Rispose Gheylaàn: Dirai tu al re che io non sono uno de’ suoi nemici, che non son venuto qui come spia per conto di qualcuno de’ suoi avversarî. Son venuto invece per ragion di traffico di cui (1) Uno dei più ragguardevoli personaggi della tribù dei Qoreyshiti, alla quale apparteneva anche Maometto. (2) Questi Arabi del tempo anteriore a Maometto erano soggetti, come vassalli, al re di Persia; ma pare che fosse loro vietato il dilungarsi troppo dal loro paese. (3) Fu uomo di bell'aspetto, d’ingegno pronto e sagace, capo dei Benî Thagît. (4) Cioè Chosroe Pervîz re di Persia, della casa dei Sassanidi, dal 590 al 628 d. C. Il fatto che qui si racconta, accadde nel 606. (5) Probabilmente in Ctesifonte, allora capitale persiana.<noinclude></noinclude> pi48m4eqfzl7i2bldqbs962zznna8ua Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/203 108 1031671 3901150 2026-09-18T12:39:24Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901150 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 187 —|}}</noinclude> il re potrebbe approfittare. Se vuole, ecco qui le mie mercanzie. Se non ne vuole, e se permette ch’io ne venda fra i suoi sudditi, ne venderò. Se poi non permetterà ch'io ne venda, le rimenerò a casa mia. Così seguitava a parlare; ma quando intese la voce di Kisra, singinocchiò (1). Il turcimanno gli domandò allora: Il re ti domanda perchè ti sei inginocchiato. — Ho inteso, rispose Gheylàn, una voce alta in luogo in cui non è lecito ad alcuno levar la voce, e ciò per rispetto del re. So che nessuno ardisce levar qui la voce se non il re; e però io mi sono inginocchiato per rendergli onore. Kisra si compiacque di questo bel contegno, è ordinò che si portasse a Gheylàn un cuscino da porgli di sotto. Ma Gheylàn, quando gli fu portato il cuscino ed egli vi scorse sopra l’immagine del re, se lo pose sul capo. Kisra, stimandolo uno zotico o uno stolido, gli fe’ dire dal turcimanno: T'abbiam mandato il cuscino perchè tu vi sedessi sopra. — Ma Gheylaàn rispose: Lo so. Ma, come mi fu recato e io v'ho scorto sopra 1 immagine del re, ho pensato che l immagine del re non meritasse cotesto, cioè che vi si dovesse seder sopra, ma che meritasse d'essere onorata. Perciò mi son posto il cuscino sul capo, perchè il capo è la più nobile e la più degna parte, per me, della persona. Il re lodò assai questo suo modo di fare, e gli fe’ dire dal turcimanno: Hai tu dei figli? — Sì, o signore. -— Quale, fra tutti, è più caro? — Rispose: Il più pic«colo, finchè non sia grande; il malato, finchè non sia «guarito; l’assente, finchè non sia ritornato. Benissimo! gridò Kisra, e poi: Certamente nulla ha potuto guidarti fin qui da me, € nulla ti può aver insegnato questo bel modo di parlare e di comportarti, se non la tua buona stella. Queste tue son parole e opere di sapienti, mentre tu sei di nazione barbara e grossolana che non possiede sapienza alcuna. Ma qual è il tuo ali(6) Sedendo il re dietro la grata d'oro, s'intende che non era veduto da Gheylàn.<noinclude></noinclude> c48750vnohsotcl2szhxtgdyrex80s6 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/204 108 1031672 3901151 2026-09-18T12:39:30Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901151 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 188 —|}}</noinclude> mento giornaliero?— Pane di frumento, rispose. E il re: Davvero! Tale ingegno adunque ti viene dal frumento, non già dal latte di cammella, non dai datteri (1). Kisra, allora, fe’acquisto di tutte le mercanzie di Gheylàn pagandole a doppio prezzo. A lui poi donò una muta di vesti e, nell’accomiatarlo, gli mandò seco dalla Persia chi gli fabbricasse un castello forte in Tàif (2). Fu quello il primo castello forte che si fabbricasse in quei luoghi. (dall'arabo di Al-Isbahanmi). 33. Un solitario misterioso. Quand’io passai per la città di Sîn-Kalaàn in Cina, udii parlare d’uno sceicco vecchio, che aveva superato l’età di duecent’anni, quale non mangiava più e non beveva più, non evacuava più, non frequentava donne, sebbene fosse ancora nel pieno possesso delle sue forze. Abitava in una caverna fuori di città, e là attendeva alle sue devozioni. To adunque mi recai alla caverna, e vidi ch'egli stava ritto sull’entrata. Era macilento, d'un color rosso vivo, coi segni della devozione e dell’astinenza sulla. persona, senza un pelo di barba. Lo salutai, ed egli, presami la mano, la fiutò, poi disse all’interprete: Costui viene da una delle parti estreme del mondo (3), come noi ne veniamo dall’opposta. — E a me: Tu hai già veduto un prodigio! Ti ricordi di quel giorno quando capitasti in certa isola in cui era un tempio e un uomo che si teneva seduto in mezzo agl’idoli e che ti donò dieci dina» d’oro? — Me ne ricordo, io risposi, ed egli: Era io quell’uomo. — Io gli baciai la mano, ed egli, stato pensoso qualche istante, entrò nella caverna e non ne uscì più. Parve come pentito di ciò che aveva detto. (1) Latte di cammella e datteri erano cibi da barbari per gli schizzinosi Persiani d'allora. (2) Città dell'Higiàz non lontana dalla Mecca. Vi abitava la famiglia ‘ di Gheylàn. (3) L'Autore, infatti, cioè Ibn Batàta, era del Marocco.<noinclude></noinclude> 2zg7138evcotx5y9st3r1ahbhc67fps Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/205 108 1031673 3901152 2026-09-18T12:39:35Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901152 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 189 —|}}</noinclude> Noi allora entrammo arditamente nella caverna dietro di lui, ma non ve lo trovammo. Vi trovammo invece uno de’ suoi compagni che teneva in mano certi dAlisht (1) di carta e che ci disse: È questo il regalo ospitale che vi si dà. E ora andatevene! — Noi rispondemmo: Vorremmo attendere il solitario. — E l’altro: Se anche rimaneste qui dieci anni, non lo rivedreste. Quando qualcuno ha potuto penetrare uno de’ suoi segreti, non lo rivede mai più. E tu non ti pensare ch'egli sia assente; anzi è qui presente e ti sta da presso! — Io, tutto stupito e meravigliato, mi tolsi di là. Raccontai al giudice, al sceicco dell’Islamismo e ad Avhad ad-dîn al-Singiàri (2) tutto questo strano caso, ed essi mi risposero: Così fa sempre con tutti gli stranieri che gli capitano dinanzi, e nessuno sa qual religione egli professi. Quello poi che tu credevi essere uno de’ suoi compagni, era appunto lui stesso! Mi dissero poi ch'egli era stato assente dal loro paese per quasi cinquant'anni, e ch’era ritornato da un anno. I principi, gli Emiri, i dignitarî tutti andavano a visitarlo, ed egli li regalava secondo il loro grado. V° andavano anche ogni giorno i poveri, ed egli faceva loro pure dei donativi secondo lor condizione, sebbene nella caverna ch’egli abitava, non vi si vedesse proprio nulla. Mi dissero anche come fosse solito raccontar storie di tempi passati e come ricordasse il profeta Maometto (che Iddio lo benedica e lo salvi!) a proposito del quale diceva: S'io fossi stato con lui, io l’avrei aiutato. — Ricordava in bene i due Califfi, Omar ibn al-Khattàb e Alì ibn Abî Talib, e li lodava, ma imprecava ad Al-Yezîd ibn MoAviya e ingiuriava Moàviya (3). (1) Carta monetata cinese, biglietto di banca. (2) Personaggi musulmani residenti in Cina, intorno ai quali vedi il n, 6 del libro quarto. (8) Abbiam qui indubbiamente un esempio di quei. santoni musulmani creduti taumaturghi (vedi L'Islamismo, cap. III, $ 4). Questo personaggio misterioso era della setta dei Shiiti, perchè considerava Alì come Califfo, ed era avverso alla casa degli Ommiadi (Moàviya ne fu il primo, a cui successe Al-Yezîd I) di Damasco, ch'egli reputava usurpatori del Califfato (Vedi L’Istamismo, cap. IV, $4; e cap. V, $ 2). uu Adii<noinclude></noinclude> biquvc1w0coz9w8esukzu9llruxvg8s Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/206 108 1031674 3901153 2026-09-18T12:39:40Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901153 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 190 —|}}</noinclude> Mi furon poi riferiti dalle stesse persone molti altri aneddoti che lo toccavano, e Avhad ad-dîn al-Singiàri mi disse: Un giorno, io gli entrai nella caverna. Mi prese per mano, ed ecco ch'io d’un subito mi vidi come in un gran palazzo in cui egli stava seduto come su di un trono, con un diadema in fronte, con leggiadre fanciulle: ai fianchi, con Vaghi frutti che cadevano dai rami im certi rivoletti all’intorno. Mi pareva di raccogliere un dì quei pomi e di mangiarne, quando, tutto ad un tratto, mi vidi di nuovo nella caverna, là dinanzi a lui, che. intanto si rideva di me. Ne contrassi tal malattia di nervi che mi durò per più mesi. D’allora in poi non tornai. mai più a fargli visita (1). (dall’arabo d’Ibn Batata). 34. Alessandro Magno alle porte del Paradiso:. [eat—dla Alessandro diceva ai savî (2): È nostro desiderio di passare nei paesi d’Africa. — Tu non puoi andarvi, gli risposero, perchè montagne di tenebre (3) te ne impediranno di certo. — Ed egli: Non mi soddisfa che voi mi diciate che io non vada fin là, perchè, in tal caso, ve ne: avrei domandati (4). Ditemi piuttosto cosa mai, volendo; andare, io debba fare. — Ra essi: Procàeciati asini di Libia, i quali sanno andar per la dritta via anche in luoghi difficili, e procacciati un gomitolo di fil di lino, annodalo di qua in modo che, quando sarai in cammino, tu lo tenga sempre, Così potrai ritornarti al luogo tuo. Alessandro così fece, e andò finchè giunse ad un luogo tutto abitato da donne. Voleva infestarle con la guerra, ma esse gli dissero: Se tu ci ammazzi, dirà la gente che tu sei un uccisor di donne; e se noi ammazziam MORTA RE"I (1) Ecco, come si direbbe ora, un bellissimo esempio di suggestione. (2) Cioè ai savî indiani, coi quali, anche secondo la testimonianza degli scrittori greci, egli s’intrattenne a parlare. Vedi anche il n. 10 del. libro terzo. (3) I venti del deserto che menano densissimi turbini di sabbia. (4) Cioè se devo o non devo andare.<noinclude></noinclude> sjqukdnj28cn8q0yc5h7lysz41bd5nl Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/207 108 1031675 3901154 2026-09-18T12:39:45Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901154 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 191 —|}}</noinclude>ill > te, si dirà: « Ecco un re che è stato ammazzato da donne» — Alessandro allora disse: Datemi del pane! — Gli portarono pani d’oro, ed egli disse: V’è mai stato uomo al mondo che mangi dell’oro? — E le donne: Non avevi adunque pane al tuo paese, che ti sei tolto di lA e sei venuto fin qui? — Quando venne via, fece scrivere sulla porta di quella terra così: « Io, Alessandro il Macedone, dopo ch’ebbi vagato qua e là per il mondo, son giunto ad una terra d’Africa dove stanno donne Sole, e ho avuto da loro un buono avvertimento ». Si tolse di là e se ne venne e si sedette presso una fontana (1) a mangiar del pane, quand’ecco che uno dei pesci salati che aveva con sè, cadde nella fonte e ritornò vivo. Pensò allora fra sè: Intendo da ciò che questa è la fonte che discende dal giardino di Paradiso. — Altri invece affermano ch’egli prese di quell’acqua e se ne bagnò la fronte (2), mentre altri dicono ch’egli andò dietro quella corrente finchè giunse alla porta del giardino di Paradiso, e che là levò la voce dicendo: Apritemi la porta! — Gli fu risposto: È questa la porta del Signore. Soltanto i giusti entrano per essa. — Ma egli disse: Io sono un sovrano e son uomo che pensa con la mente sua. Datemi almeno qualche cosa! — Gli fu dato un cranio, ed egli volle pesarlo mettendo sulla bilancia tutto l’argento e l’oro che aveva con sè, e non potè pesarlo. — Disse allora ai sapienti ch’eranò alla porta: Che è ciò? — È un eranio, gli risposero, in cui si sta tuttora un occhio di carne e di sangue, che non si sazia mai! — Ed egli: Donde proviene ch’esso non si sazî mai? — Prendi un poco di polvere, gli risposero, e gettavi sopra quella polvere, e allora sarà pesato! (3). (dal talmîadico). (1) È una misteriosa fonte, detta dell’acqua della vita, che ‘trovasi nel paese delle tenebre nel lontano Occidente. Oltre il Talmùàd, ne par lano il Corano, i poeti persiani Firdusi e NizAmi (Storia della Poesia pers siana, capo VI, 9-10), e lo stesso Giacomo di Sarùàgh, vescovo e scrittore siro del VI secolo d. C. (2) Per ayerne un’alta ispirazione, Così i commentatori. (8) Allusione alla insaziabilità dei desiderî umani e alla vanità della vita terrena e delle sue gioie,<noinclude></noinclude> jdkqpvwc82wyastqk02gh8nfuzh4tl3 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/208 108 1031676 3901155 2026-09-18T12:39:51Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901155 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 192 —|}}</noinclude>2199, 35. Povertà, prefettura, carcere, frutti di generosità. Al tempo del Califfo Suleyman ibn Abd al-Malik viveva un tale che si chiamava Khozeyma ibn Bishr dei Benî Asad (1), celebre per la nobiltà dell’animo, per la generosità, per la larghezza nel donare del suo. Immensa la sua sostanza, nè egli cessò mai da quel costume suo di mostrarsi generoso e liberale finchè ebbe bisogno di quegli stessi amici che un giorno egli aveva beneficati del suo, e ai quali aveva già accordato tanti favori. Essi lo soccorsero per qualche tempo, ma poi se ne stancarono, ond’egli, quando si fu accorto di questo lor mutamento, andato da sua moglie, che gli era anche cugina, le disse: O figliuola di mio zio, ho visto un gran cambiamento nei miei amici in tutto quello a cui io era avvezzo con loro! Io perciò mi son proposto di tenermi chiuso in casa finchè verrà a trovarmi la morte. — Così chiuse la porta di casa e si mantenne con quanto ancora gli restava, finchè tutto finì, ed egli rimase tutto rammaricato e confuso per ciò che gli era accaduto. Era allora prefetto della Mesopotamia Ikrima soprannominato il Liberale (2). Un giorno ch'egli si teneva nella sala d’udienza, ed era intorno a lui molta gente del paese di tra i suoi conoscenti, cadde il discorso su di Khozeyma ibn Bishr. Ikrima ne domandò notizie, e gli fu risposto che Khozeyma era nelle più misere e povere condizioni e che aveva chiuso la porta per tenersi sempre in casa. Ma non ha egli trovato, domandò Ikrima il Liberale, chi l’aiuti del suo e faccia qualche cosa pet lui? — Non l’ha trovato! gli fu risposto. Ikrima, allora, lasciò cadere il' discorso. Era egli di tale generosità, che era stato sopran-nominato il Liberale appunto per la sua grande liberalità (1) Antica tribù d’Arabia. Questo Khozeyma fu uomo di gran conto,. lodato per la sua liberalità. Morì sotto il Califfo Hishàm nel 727 d. C. (2) Era di famiglia venuta d’Arabia in Mesopotamia.Morì nel 781 d.C,’<noinclude></noinclude> oqa9smkec8wggwlw52rktm8jc79htvy Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/209 108 1031677 3901156 2026-09-18T12:39:56Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901156 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 193 —|}}</noinclude>cigni sitdel0rtaDei earni —193— e munificenza. Attese pertanto che annottasse, e allora, presi con sè quattromila dinar, li cacciò in una borsa e comandò che gli si sellasse il suo asino. Montò in sella e uscì di nascosto della sua famiglia, e andò con lui un suo ragazzo che portava i denari. Era omai mezzanotte, hè egli cessò dal camminare finchè si fermò 1A dalla porta di Khozeyma. Smontò allora, ma, a certa distanza dalla porta, lasciò l’asino alla custodia del ragazzo e presane la borsa, andò tutto solo alla porta e piechiò. Uscì Khozeyma, e Ikrima, alterando la voce, gli disse: Prendi! e ta-in modo d’accomodare gli affari tuoi, — Khozeyma afferrò la borsa, e sentendo che pesava di molto, depostala a terra, prese Ikrima per il lembo della veste e gli diceva intanto: Dimmi chi sei tu, possa io essere in riscatto dell’anima tua! — E Ikrima: Non son venuto da te a quest'ora con l’intenzione che tu mi avessi a conoscere. — E Khozeyma: Per Dio! se tu non mi fai sàpere chi sei tu, non prenderò la borsa. — E Ikrima allora: To sono quel tale che rattoppa i falli degli spenderecci. — Ripetilo, gridò Khozeyma, ma più chiaro! — E l’altro: No,perDio!—Eseneandò. Khozeyma allora, con la borsa, rientrò, e andato dalla moglie: Sta di buon animo! le disse, che Iddio è venuto a consolarei. Lèvati e accendi un lume. — Non c'è modo di accendere un lume, rispose la donna. Non e’è olio in casa. — Khozeyma allora passò tutta la notte palpando e tastando la borsa, e s’accertò che c’era dentro gran quantità di monete. Quando Ikrima fu tornato a casa, la moglie gli domandò perchè mai fosse uscito, tutto solo, dopo la mezzanotte, ma egli: Io non sono uscito a quest’ora, le rispose, perchè volessi che qualcun altro, eccetto Iddio. solo, sapesse per qual cagione sono uscito. — E la donna: Io voglio saperlo, e non ne posso a meno. — E si mise a gridare e a piangere seguitando nelle domande e nelle inchieste finchè Ikrima, vedendo che non poteva in alcun modo liberarsene: Io ti dirò ogni cosa, le disse; Italo Pizzi — Fiori d'Oriente 18<noinclude></noinclude> jqez6wi924rdtk150u0cnktq2bcri80 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/210 108 1031678 3901157 2026-09-18T12:40:01Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901157 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 194 —|}}</noinclude> ma tu almeno serba il segreto! — Parla! disse la donna e non pensare ch'io lo dica ad altri. — Così le raccontò il fatto come era avvenuto. Quanto poi a Khozeyma, ecco che, come fu giorno, accontentò tutti i suoi creditori, accomodò le faccende sue, poi si dispose a partire per andarne dal Califfo Suleymàn ibn Abd al-Malik. Il ciamberlano, entrato da Suleymàn, gli annunziò la sua venuta, e Suleymaàn che lo conosceva assai bene di fama per la sua generosità e liberalità, disse al ciamberlano di farlo entrare. Quando Khozeyma fu entrato ed ebbe salutato Suleymaàn col nome di Califfo, costui gli disse: Qual cosa mai, o Khozeyma, ti ha tanto trattenuto lontano da noi? — La triste mia condizione, o Principe dei credenti, rispose. E Suleyman: E che mai ti ha impedito dal venir qui da noi? — E Khozeyma: La povertà, o Principe dei credenti, e i mezzi scarsi. — Che mai adunque t’ha menato qui ora? — E Khozeyma: Io non so altro, o Principe dei credenti, se non che, dopo mezzanotte, è stato picchiato alla mia porta e che io sono uscito, e che là ho veduto un tale così e così. — E venne raccontando al Califfo, dal principio alla fine, tutta la storia di quella notte. Domandò, allora Suleymaàn: Non l’hai tu riconosciuto? — O Principe dei credenti, rispose Khozeyma, io non ho udito altro da lui, nel momento ch’io gli domandava il suo nome, se non ch’egli ha detto: « Io son quel tale che rattoppa i falli degli spenderecci >». Ripiglia l’Autore: Suleymàn ibn Abd al-Malik si struggeva del desiderio di conoscerlo, e diceva intanto:Se potessimo sapere chi è costui, noi lo ricompenseremmo della sua generosità. — E soggiunse: A me il segretario! — Quando il segretario fu venuto, gli comandò di scrivere un decreto col quale egli conferiva a Khozeyma la prefettura della Mesopotamia e le attribuzioni che erano già di Ikrima, e v'aggiunse un ampio donativo, e ospitò esso Khozeyma generosamente. Gli comandò poi di partire immediatamente per la sua prefettura, e allora Khozeyma, baciata la 4<noinclude></noinclude> er1ddu84h1snb43028tww8n8sgvtkag Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/211 108 1031679 3901158 2026-09-18T12:40:06Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901158 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 195 —|}}</noinclude>terra dinanzi al Califfo, si pose in via all’istante per andarne al suo governo; e quand’egli fu vicino a giungervi, Ikrima (a cui era venuta già la notizia della sua destituzione) uscì di casa e s’affrettò ad andare incontro a Khozeyma con tutti i più ragguardevoli personaggi della città, i quali, fatta reverenza a Khozeyma, si ritornarono insieme con lui e rientrarono in città (1). Khozeyma s’insediò nel palazzo della prefettura, e allora comandò che Tkrima fosse mandato a chiamare per render ragione dell’amministrazione sua. Fatti i computi, si trovò che gli doveva essere rimasta in mano certa grossa somma, e Khozeyma gliene fece dimanda. Per Dio! gli rispose Ikrima, io non ho modo di rendertene nemmeno un dirhem, e non ne tengo nemmeno un dinàr presso di me! — Khozeyma allora lo fe’ porre in carcere mandò suoi messi in carcere a reclamar da lui il pagamento di que’ denari, ma Ikrima gli mandò a dire: To non sono di quelli che si tengon per sè denari a prezzo del loro onore. Però tu fa quello che tu vuoi! (2) — Khozeyma ordinò d’incatenarlo e di dargli le vergate, ed egli fu caricato di ferri, battuto a verghe, trattato duramente. Stette così per tutto un mese, e ciò gli nocque assai, perchè si ammalò, e fu portata notizia di quella sua tristezza alla moglie sua, la quale se ne afflisse e ne ebbe dolore grandissimo. Chiamò allora a sè una sua fantesca di molta avvedutezza, e le disse: Va tu subito alla porta di Khozeyma e all’usciere dirai così: « Ho un’ambasceria per l’Emiro ». E se l’usciere ti domanda che è, tu gli (1) Chi conosce la storia dell'Oriente musulmano, sa che là sono stati sempre frequentissimi questi casi del salire e del discendere all’improvviso, per un lieve capriccio del sovrano, di pubblici ufficiali e dignitarî. (2) Ikrima aveva sposo tutto il denaro in opere di generosità. — S'intende che tutte queste elargizioni splendide, fatte da questi dignitarî agli amici, si facevano col denaro pubblico, appunto come certi sussidi e gratificazioni state fatte agli amici e ai beniamini loro da certi mi nistri nostri. Ma quelli erano scusabili in gran parte, perché, prelevata certa somma annua da pagare al Califfo, tutto il rimanente dell'entrata della provincia da loro governata era considerata loro proprio assegno personale,<noinclude></noinclude> bnscmmp2a9f9qlgpvw4tqde70d467mx Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/212 108 1031680 3901159 2026-09-18T12:40:12Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901159 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 196 —|}}</noinclude> dirai: « Non posso dirla che all’Emiro Khozeyma in persona ». Quando poi sarai entrata dall’Emiro, domandagli di rimaner sola con lui e quand’egli te l’avrà concesso, gli dirai: « Che è cotesta ricompensa toccata a quel tale che rattoppa i falli degli spenderecci, da che tu l'hai ricambiato col trattarlo duramente, col carcere, coi ferri, fin con le battiture? ». Ripiglia l’Autore: La fantesca fece tutto ciò. Quando Khozeyma ebbe inteso da lei quelle parole: Oh sventura! oh malanno! gridò, dunque chi mi deve i denari è quei che rattoppa i falli degli spenderecci? — Ma di certo! rispose la fantesca. Khozeyma allora comandò che gli si menasse all’istante il suo asino. L'asino gli fu sellato, ed egli montò in sella e andò così da tutte le persone più ragguardevoli del paese, e tutte le raccolse e corse con esse alla porta della prigione. L’aperse e v’entrò, e vi trovò nell’angolo più riposto e buio Ikrima il Liberale, tutto cambiato d’aspetto, malato per la tristezza e i patimenti. Anzi, quand’egli ebbe veduto Khozeyma e con lui tutta quella eletta di cittadini del paese, tutto vergognoso chinò il capo. Khozeyma allora si fece avanti, gli si gittò al collo e lo baciò, e Ikrima intanto levando il capo gli diceva: Cosa mai t'ha indotto a far tutto ciò? — E Khozeyma: Il tuo operar generoso e la rea ricompensa da parte mia! — E Ikrima: Che Iddio perdoni a noi e a tel — Comandò allora Khozeyma che fossero tolti i ceppi ad Ikrima e che quei ceppi fossero posti, invece, alle sue proprie gambe, e perchè Ikrima gli diceva: E che intendi di far con ciò? — rispondeva: Intendo di toccar quello stesso malanno che è toccato a te. — E Ikrima: Giuro per Dio che non farai! — Uscirono allora insieme, e così sen vennero alla casa di Khozeyma. Ikrima voleva licenziarsi per andarsene, ma Khozeyma non glielo permise. Comandò, anzi, che si apprestasse un bagno caldo, licenziata ogni altra persona dal luogo dei bagni. Come ciò fu fatto, v’entrarono insieme, e Khozeyma vi si tenne servendo Ikrima egli stesso di persona. Ne uscì<noinclude></noinclude> csbm7rsfn17zwhgqt679vvvtujx6c95 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/213 108 1031681 3901160 2026-09-18T12:40:17Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901160 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 197 —|}}</noinclude> poi, donò ad Ikrima un abito magnifico, gli presentò una bella somma di denari, e lo richiese se voleva venir con lui dal Principe dei credenti, Suleymàn, che allora si trovava a Ramla (1). Ikrima v’andò, e ben tosto ambedue si presentarono all’udienza di SuleymAn. Entrò l’usciere da Suleymàn e gli annunziò la venuta di Khozeyma. Giò turbò alquanto il Califfo perchè egli disse fra sè: Il prefetto di Mesopotamia viene da noi senza il nostro permesso, pur essendo venuto qui da poco tempo. Ciò non può essere che per qualche grave fatto! Perciò, quando, Khozeyma fu entrato da lui, gli domandò: Che hai tu, Khozeyma? — Buone nuove, rispose, o Principe dei credenti! — E che cosa mai t'ha menato qui da noi? — Principe dei credenti, disse Khozeyma, io ho avuto nelle mani quel tale che rattoppa i falli degli spenderecci, e ho voluto farti piacere avendo notato quanto tu desideravi di vederlo. — E chi è dunque?._domandò il Califfo. E Khozeyma: È Ikrima detto il Liberale! Suleymàn allora ordinò che Ikrima fosse fatto entrare, e Ikrima entrò e salutò SuleymAn col titolo di Califfo, e il Califfo, datogli il benvenuto e fattoselo sedere accanto, gli disse: Il tuo beneficare, Ikrima mio, s'è dunque voltato in tuo malanno! — Indi soggiunse: Serivi ciò che ora più desideri da noi e quanto più avresti caro di avere, su questo foglio. — Ikrima serisse, e ogni sua domanda fu interamente soddisfatta, e il Califfo, inoltre, gli fece un donativo di diecimila dînar e v'aggiunse gran copia di regali magnifici e di cose preziose, conferitagli anche la prefettura della Mesopotamia, dell'Armenia e dell’AzerbîgiAn (2). E gli disse: Per quanto tocca Khozeyma, l’affare è in mano tua. Se tu vuoi, io lo lascio al suo ufficio; e se vuoi, lo destituisco. — Oh no! rispose Ikrima, ma (1) Città di Siria, allora riedificata e abbellita appunto da questo Califfo, (2) La regione montuosa, che è intorno al Mar Caspio dalla parte occidentale, capitale Tebrîz. È una delle più importanti provincie del regno di Persia, e—<noinclude></noinclude> eu9320509ntejtojg9o5gtrujp80rqu Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/214 108 1031682 3901161 2026-09-18T12:40:22Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901161 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 198 —|}}</noinclude>bea: ritornalo, o Principe dei credenti, con tutto onore al suo governo. Tutt'e due allora, Ikrima e Khozeyma, si tolsero di la e seguitarono a rimanere ai servigi di Suleyman per tutto il tempo del suo califfato. (dall’arabo di Al-Hamavi).<noinclude></noinclude> 5zosfitt4xnqklspd4g6ttmexzdme6w Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/215 108 1031683 3901162 2026-09-18T12:40:27Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901162 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 199 —|}}</noinclude>per+AT,TNo. CITTTTTLILZALI SUS SSESEESTO SEA] LIBRO TERZO Novelle 1. Estrema prova di fedeltà. Il lemure (1) disse: Ascoltami, o re, ch'io ti racconterò una storia: C'era una volta ùna città chiamata Vardhamana, e, in quella città, un re di nome Sùdrakadeva. Stando egli un giorno nella sala d’udienza, disse: O usciere, c’è gente alla porta, o non c'è? — Rispose l’usciere: Signor, stanno alla porta, abbandonati Come baggiani, i servitori tuoi, Sfaccendati, sudati, insudiciati. Un altro giorno, invece, si presentò alla porta del re, per offrirsi a far servigio, un soldato di nome Vîravara che veniva dal Dakshinàpatha (2). Ammesso alla presenza del re, il re gli domandò: O soldato, che dobbiam darti, ogni giorno, per paga? — Signore, rispose Vira(1) Anima vagante d'un morto (in sanscrito vetdla), entrata nel cada. vere d'un altro. Il re Vikramasena, a cui qui il lemure parla, era stato costretto ad andare in un cimitero deserto per involarne un cadavere appeso ad un albero. Caricatoselo sulle spalle, mentre si pone in cammino, il lemure, appiattato nel cadavere, gli racconta una novella. (2) La regione meridionale dell'India, ora Dekhan. |"SCA WIE e dle pre + >|dCi Te ed<noinclude></noinclude> r005zfu8pkuu77ei43rfuvis6d4a1ol Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/216 108 1031684 3901163 2026-09-18T12:40:33Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901163 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 200 —|}}</noinclude> vara, mi si devon dare ogni giorno mille monete d’oro. / — E il re: R quanti elefanti, quanti cavalli, quanti fanti? (1) — Signore, rispose, la moglie, un figlio, una figlia, io, siamo in quattro in tutto. Un quinto non c'è! (2). — Udendo ciò, scoppiarono in una gran risata le guardie reali, i soldati, i consiglieri, tutti, ma il re, intanto, andava pensando fra sè: Perchè mai costui domanda tanto? Vuol dire che il dar di più darà anche maggior frutto! — Fatto chiamare allora il tesoriere, il re gli disse: Darai ogni giorno qui a Vîravara mille tanka (3) d’oro. — Ma Vîravara, ogni giorno, donava gran parte del suo Stipendio agli Dei in offerta, poi ai Brahmini, poi ai dotti, ai cittadini, ai servitori, ai filosofi e ad altri, e ritenendosi il rimanente per il suo mantenimento, se ne andava a casa sua. Si stava a mangiar co’ suoi, indi, afferrata una spada, andava di notte a far la guardia alla porta del re. Così sempre, quando di notte il re gridava: Chi sì sta ora alla porta? — Vîravara gli rispondeva con la parola d’ordine. Ora è stato detto: « Vieni! va via! ti leva.di costà! Parla! sta zitto! » Il ricco, in verità, Del bisognoso visso in povertà Sol sperando, così giuoco si fa! Dovè il pasto, non libero (4), pigliare; Non dormi sazio (5), e si dovè destare. Con libero voler non può parlare Di nulla. Il servo come può campare? Poi che il servo non ha più libertà, L'altrui capriccio a guida tolto s'ha, E ad altri il corpo suo vendendo Va, Dov'è, dimmi, la sua felicità? (1) S'intende che il re, meravigliato della domanda esagerata del soldato, ironicamente suppone che egli voglia anche un gran seguito. (2) Vuol dire che non ha bisogno di gran seguito, ma che basta lui con la sua famiglia. Fina risposta data alla domanda ironica del re. (3) Un tanka (forse dal turco tamgha) vale circa centesimi 83 della nostra moneta. (4) Cioè senza libertà e sempre in soggezione. (5) Non dormì a sazietà, i<noinclude></noinclude> 1imf2ynr1oihkzzbphfi9m2f0s3xypm Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/217 108 1031685 3901164 2026-09-18T12:40:38Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901164 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 201 —|}}</noinclude>III E Pai — 201— Se sta zitto, egli èun gran tanghero; Se discorre, s'è piacevole, Un pemtenolo. un ciarlone. Se talor non soffre e strepita, È uno zotico e un minchione, Se si mostra paziente. Da lontano se ti sta, È un grand'’asino; imprudente, Se t’accosta. In verità! Profondissimo malanno È dover servir la gente, Malagevol, pien d’affanno, Anche all’uom ch'è penitente! Una notte però, il re udì un gemito lamentoso di donna piangente in un cimitero vicino. All’udirlo gridò: Chi sta alla porta? — E Vîravara: Signore, io Vîravara! ‘ — O Vîravara, disse il re, odi tu piangere una donna? — L'odo, rispose. — E il re: Corri tu lei. Intesa la cagione del suo piangere, torna subito da me. — A questo proposito, è stato detto: I tuoi servi conoscere potrai Quando i messaggi tuoi lor fiderai. Conosconsi i congiunti allor che cura Grave assale o pensier. Nella sventura Si conoscon gli amici, e la sposina Quando gli averi sono iti in rovina. Vîravara adunque, andando dietro al suono di quel pianto, entrò nel cimitero. Intanto, Per sentieri coperti di tenebre, Con aspetto che serba l’incognito; Della terra Sùdraka (1) gran principe Dietro l’orme di lui si diè a correre. Là adunque se ne venne anche il re tenendosi ben nascosto di dietro, e là scorse, tutta vestita d’ornamenti divini, una donna che, disciolti i capelli, piangeva. Lo stesso di Saàdrakadeva. Vedi al principio.<noinclude></noinclude> buxrso9skg2nlcke3dsq4l2qqyn12r0 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/218 108 1031686 3901165 2026-09-18T12:40:43Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901165 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 202 —|}}</noinclude> Ella s'agita e trabalzasi, Corre e va di qua, di là; Piange trista, e non ha lagrime Quel suo pianto, ed ella è 1A Nella sua infelicità! « Me infelice, grida, e misera! » E sobbalza ad ora ad or. Delle membra distorcendosi Nella piena del suo duol, Si solleva e cade al suol. Vîravara, come l’ebbe veduta, le domandò: Chi sei tu che qui così ti lamenti? — Io sono, rispose, la Fortuna del re. — E Vîravara: Se tu sei la fortuna del re, per qual motivo ti sei messa qui a piangere? — È stato commesso dal re, rispose, certo fallo, per cui la Dea (1) s'è corrucciata. Il re, pertanto, morrà fra tre giorni, e io rimarrò senza protettore. Appunto per tale infortunio, io son qui tutta piangente. — V’è qualche spediente, domandò Vîravara, per cui il re possa campar cent'anni? — Se tu, rispose la donna, nel cospetto della regal Dea tutelare recidendo di tua mano il capo al tuo proprio figlio, l’offrirai a lei in sacrifizio, il re camperà cent'anni. Vîravara, avendo inteso ciò, prestamente ritornò a casa sua, dove, risvegliata la moglie che dormiva, le narrò tutto l'accaduto. Vero figlio chi al padre sommettesi! Padre è quei che provvede e alimenta; Sono amici quei che altri confortano; Quella è sposa che gaudio appresenta! Figliuol che t'obbedisca, sapienza Che bene aiuti a conseguir gl’intenti, Salute, con gli amici convivenza, Moglie savia che parli con dolcezza, Son questi cinque buoni espedienti La radice a schiantar d'ogni tristezza. Quattro spine della testa: Servi privi di creanza, (1) Cioè Paàrvati o Durga, la terribile e irosa moglie del dio Siva.<noinclude></noinclude> gaszq30lfmg6ti24c3kiaszh0ggey4n Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/219 108 1031687 3901166 2026-09-18T12:40:48Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901166 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 203 —|}}</noinclude> Re che nulla dona o dà, Fraudolento o falso amico, Una moglie che non sa. L’andar lungi dall’amica, L'aver spregio dai congiunti, Il far debiti, il servir Gente vile, il voltafaccia D'un amico allor che vede L'altro amico impoverir, Cinque cose, e ognuna dà Tal brucior che, senza fuoco, Ha del fuoco intensità. Ove a taluno incolga la sventura, Lui fortunato se un amico egli ha Che pensiero non cangi, e una mogliera Che gli sia cara, e servi onesti e buoni, E un padron che gli faccia buona ciera! Ma a che andar tanto per le lunghe? Omai son giunto in potestà di morte Pel mio re. Non v'ha dubbio e non indugio! Sii felice, o leggiadra! Al padre tuo Torna, o al fratel, che sono il tuo rifugio. Udendo ciò, la moglie di Vîravara disse: Dà misurando il padre e misurando Dànno il fratello o il figlio. Oh! ma lo sposo Che dona e non misura, a qual mai sposa Non dovrebbe esser caro? Io de’ figliuoli Che far non so, non di congiunti o affini, Nè di starmi con te lascierò mai, Signor, mai sempre a te fedel. Lo sposo Della donna è il rifugio, e sempiterna È per essa tal legge. Oh non per doni (1) Ch'ella faccia, o digiuni, si purifica Quaggiù la donna! Pura ella diventa, Anche senza le offerte a’ sommi Dei, Ove serbi al marito il suo pensiero. Donna ch’è saggia, anche se gobbo o cieco O lebbroso o sciancato o in ria sventura (1) Doni e offerte fatte agli Dei, nn<noinclude></noinclude> a1bv0dtqowglcuu40feqmjogijb9i5j Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/220 108 1031688 3901167 2026-09-18T12:40:53Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901167 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 204 —|}}</noinclude>+ rale #7,Ctiaci e ret real 204 — Caduto, il suo compagno unqua non lasci! Suprema legge è questa e dover sommo Che alla donna io dir so. La sciagurata Che ad altro pensa, dritta va all'Inferno. Avendo udito tutto ciò, il figliuolo di Viravara disse: Se il re, per la morte mia, potrà campar cent'anni, che Si sta ad aspettare? Se una madre il suo bimbo avvelena, Se suo padre per prezzo lo vende, Se ogni bene il re nostro si prende, A che muoverne pianto con pena? Anche la figlia di Vîravara dichiarò che quella era opera degna molto, sì che una sola fu la volontà e Lintenzione di tutti e quattro. Così andarono insieme al tempio della Dea tutelare, mentre il re, che nascosto in disparte aveva osservato tutto ciò, pensava fra sè: Questo, questo è buon senso davvero! Questo è senno e verace virtù! Tali appunto si mostran gli amici Qual dell’uomo è la sorte quaggiù! Vîravara adunque, venuto nel cospetto della Dea tutelare, fatta l’adorazione e sguainata la spada, disse: 0 santa Dea, per la morte del figlio mio possa il re campar cent'anni! — Così dicendo, recise al giovanetto il capo e lo fe’ cadere a terra. Vedendo il fratello scannato, la sorella morì d’un accidente. La madre si diè da sè stessa la morte. Vîravara allora pensò: Ecco che son morti in tre! E ora, servendo il re, a pro’ di chi devo io riscuotere mille monete d’oro? — Tratto fuori un coltello, si Segò la gola. La testa recisa cadde al suolo, e il re, che aveva veduto la fine così di tutta quella famiglia, pensò fra sè: Per cagion mia tutta questa famiglia è perita1 Che mi giova ora il regnare? — Trasse fuori un coltello, e mentre già stava per segarsi la gola, la Dea gli gridò: Son soddisfatta, o figlio, della tua generosa prontezza! Dimmi ora qual cosa più desidereresti.— O santa Dea, il re rispose, se tu sei soddisfatta di me, queste quattro<noinclude></noinclude> kpupyq5iw11xs3tmzjqgs8mtzbvf4za Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/221 108 1031689 3901168 2026-09-18T12:40:59Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901168 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 205 —|}}</noinclude> persone ritornino per te sane e salve quali erano prima. — R la Dea: Sia così appunto! — Tutti e quattro allora, amministrata a ciascuno la bevanda vitale (1), furon richiamati a vita dal regno dei morti. Il re allora, tutto tranquillo, se ne ritornò a palazzo, e Viîravara co’ suoi ritornò a casa sua. Allo spuntar del giorno, si sedette il re nella sala dell’udienza, e vi giunse, nello stesso tempo, anche Vîravara, a cui il re domandò: O Viravara, perchè mai, questa notte, quella donna piangeva? — E Vîravara rispose: Un re si può trovar che per virtù Sia largo donator, che gli altrui merti Stimi e indulgente sia. Ma un servitore Che sia destro e sincero e a guardia stia Del suo signor, difficile a trovarsi! Il re, allora, donò a Vîravara la metà del suo regno. A questo proposito è stato detto: Favellano i monarchi una sol volta, Favellano i dottori una sol volta, Vanno spose le bimbe una sol volta. Tre cose che si fanno una sol volta (2). Come ebbe raccontata questa storiella, il lemure do7 mandò: Dimmi, o re! Tra tutti questi, chi s’è mostrato più virtuoso? — Il re! rispose il re Vikramasena (3). perchè mai? domandò il lemure. E il re: I servitori sogliono dar la vita per il loro signore, non già i signori per i servi. Quel re, invece, stimando il regno suo quanto una manata di paglia, voleva togliersi la villa. Per questa ragione, quel re fu tra tutti il più virtuoso. — Come ebbe udito ciò, il lemure sparì. (dal sanscrito di Somadeva). (1) L’ambrosia, detta in sanscrito, con parola corrispondente, ami? (2) Vuol dire, se non m’inganno, che l'esempio narrato di fedeltà Viîravara e di generosità del re, è tanto raro che accadde o è accadu una sola volta. (83) È il re a cui il lemure, appiattato nel cadavere, ha raccontato storia di Vîravara.<noinclude></noinclude> ecavyo3v5tkth9hmv1rmyen4saq41m1 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/222 108 1031690 3901169 2026-09-18T12:41:04Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901169 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 206 —|}}</noinclude> 2. Quattro amanti alla prova, Il lemure disse (1): Ascolta, o re, perch’io possa raccontarti una storia: C'era una volta una città chiamata Dharmasthala, dove risiedeva un re di nome Gunadhipa, e v'era anche un Brahmino che si chiamama Kesava e aveva una figlia di nome Mandàravati molto rinomata per la gran bellezza, venuta omai in età da marito. Si presentarono, per averla in isposa, quattro pretendenti, tutti di merito uguale e Brahmini, e Kesava, intanto, andava pensando: Una ragazza e quattro pretendenti! A'chi s'ha da dare? a chi non s'ha da dare? — quand’ecco che la fanciulla fu morsicata da un serpente nero. Furon fatti venire gli stregoni, i quali, come la ebbero esaminata, dissero: Poichè è stata morsicata da un serpente nero, la ragazza non può sopravvivere. Infatti: Dico: viver non può chi da un serpente È morso nelle parti sensitive, Nelle labbra, nel mento, nelle gote, Nella fronte, nel collo, nella testa, Nella giuntura delle braccia o in quella D'ambe le cosce, là dall’umbilico, Nel cor, nel basso ventre o nelle spalle, Nella giuntura delle ascelle, al piede In mezzo o nella man (2). Vanno alla sede Di Yama (3) quei che morsi ènno da un serpe In questi luoghi: in una casa bianca, In un orto che langue, in un sagrato, Al cimitero. Vomiti, sudore, Febbre, singhiozzo, dolori alla testa, Delle membra fiacchezza, intolleranza Della luce, vertigini, son questi Di chi èmorso daun serpeegliattieisegni. (1) Vedi la nota a principio della novella antecedente. (2) L’inettissimo poeta poteva risparmiarsi questa insipida enumerazione con una parola sola, dicendo tutto quanto è corpo. Goffa la traduzione (non poteva esser diversa), ma goffo anche il testo! (3) Il mitico Re dei morti,<noinclude></noinclude> qtp9t1sy0n0qs858grtkqvyyfr90xgj Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/223 108 1031691 3901170 2026-09-18T12:41:09Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901170 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 207 —|}}</noinclude>Il Brahmino Kesava, come ebbe inteso cotesto discorso dagli stregoni, venuto alla sponda d’un fiume (1), vi foce i funerali della figliuola. Convennero al cimitero imehe i tre pretendenti. Uno di essi, entrato nel rogo lella fanciulla, vi morì. Il secondo, fattosi un tugurio in un angolo del cimitero, vi rimase per custodirvi le ossa o le ceneri. Il terzo, resosi penitente, andò in altro paese. |l quarto tornò a casa sua. Quei ch'era andato in paese straniero, entrato in casa dl’un Brahmino ch’era di mezzogiorno, domandò da man-' giare. Il Brahmino, padron di casa, gli disse: O san(uomo, prenditi qui un boccone. — Mentre la moglie del Brahmino preparava da mangiare, il penitente, datagli una sedia, vi fu fatto sedere, quand’ecco un bimbo di lei cominciò a strillar per la casa. La Brahmina, stizzita, lo cacciò nel fuoco ardente, onde il penitente, a quella vista, si levò su per andarsene; ma il Brahmino ne l’impedì. Avendo veduto atto tanto crudele, egli diceva, io non posso mangiar con te! Nella casa d’un tale in cui si vedono opere così nefande, come si potrebbe prender cibo? — Quand’ebbe udito ciò, il Brahmino capo di casa, entrato in una stanza interna, ne trasse fuori un suo volume. Apertolo e lettavi mormorando certa formola magica, il bimbo, già ridotto in cenere, ritornò a vita, e il penitente, come ebbe veduto il prodigio operato dal Brahmino, pensò fra sè: Se cotesto volume capitasse in mano mia, potrei ben far rivivere, con esso, la mia cara ragazza! — Così avendo pensato, standosi là senza farsi scorgere, entrato quando fu notte nella stanza interna della casa, si portò via il volume e con quello andò difilato al cimitero. L'altro pretendente che stavasi nel cimitero, gli domandò: Andando in paese straniero, amico mio, hai tu appreso qualche nuova scienza? — Ho appreso, rispose, la scienza di risuscitare i morti. — E l’altro: Se è così, risuscitami l’amante mia! — E il primo, aperto il volume (1) Era uno dei riti e costumi indiani il seppellire i morti presso qualche fiume o corrente d’acqua,<noinclude></noinclude> pjdqdx0vdjw4nwa3g1cezix7ckdgtyd Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/224 108 1031692 3901171 2026-09-18T12:41:14Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901171 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 208 —|}}</noinclude>i CORIO e mormoratane certa formola, fatta una aspersione d’acqua, risuscitò la fanciulla e anehe l’altro amante ch'era morto con lei sul rogo. Il quarto amante ch’era andato a casa sua, come ebbe notizia di tutto ciò, corse là dal cimii tero, e allora, per cagion della ragazza, tutti e quattro, fatti ciechi dall’ira, presero a far baruffa tra loro. Come ebbe narrato questa storiella, il lemure disse: Dimmi ora, o re. Di chi ha da esser moglie la ragazza? -— E il re Vikramasena: S’ascolti: Padre, autor della vita, è quel dei quattro Che la fanciulla suscitò da morte. Quei che con lei morì, fratel può dirsi, Nato insieme con essa ad una sorte. Servo le è quei che, stando al cimitero, Le ceneri raccolse, opra compiendo Da servo. A casa sua chi ritornava, Della fanciulla sia proprio consorte. Come ebbe inteso questa risposta, il lemure sparì (1). (dal sanscrito di Somadeva). 3. Ciò che toccar dovea, Incoglie all’uom quaggiù. C'era una volta in una città un mercante di nome Sagaradatta. Il figlio di lui, un giorno, si comprò per cento rupie (2) un volume sul quale era scritto: Ciò che toccar dovea, Incoglie all’uom quaggiù; Agli Dei d’impedirlo Possibile non fu. Io però non mi dolgo, Non ho stupor di ciò. Quello che tocca a noi, A un altro non toccò. (1) Tradussero queste novelle anche i Professori G. Fumi per 2'Archivio del Pitré, e V, Bettei negli Studi italiani di Filologia indo-iranica del Pullè. Vedi anche un articolo del Prof. C. Formichi, il poeta Somadera, nella Rassegna Nazionale, del 1901, ‘e un'altro del Prof. Fr. Cimmino nella Lettura del Giacosa (Gennaio 1901), (2) Moneta del valore di ‘circa 2,50 delle nostre.<noinclude></noinclude> 6u5tixxkmz20zryojldim8r96l3br0t Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/225 108 1031693 3901172 2026-09-18T12:41:20Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901172 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 209 —|}}</noinclude>ato Lan sel ei deniediii in ERE | — 209— Sagaradatta, veduto il volume, domandò al figlio: Figlio mio, a qual prezzo hai tu comprato questo volume? - E il figlio: Per cento rupie, babbo. — Ciò udendo, Sagaradatta disse: Tu sciocco! che per cento rupie compri un volume su cui non stanno scritti che alcuni pochi versi! Con cotesta sapienza tua, come potrai far denari? Intanto, da oggi in poi, tu non devi più stare in casa mia. — Così, con rabbuffi e rimproveri, lo scacciò di casa. Il giovane, disperato, andando in un paese lontano, capitato in una città, vi si acconciò ad abitare. Trascorsi alquanti giorni, uno dei cittadini gli domandò: Donde vieni? e come ti chiami? — Ed egli rispose: Ciò che toecar dovea, incoglie all’uom quaggiù. — Interrogato da un altro, rispose allo stesso modo; anzi, a tutti quelli che lo domandavano, rispondeva nella medesima maniera, onde avvenne che, in quella città, il suo proprio nome era questo: Ciò-che-toccar-dovea. Ma poi, la figliuola di un re, di nome Ciandravati, giovane e leggiadra d’aspetto, accompagnata da una sua ancella, venne a vedere la città in un giorno di gran festa, quando, per voler del destino, le capitò sotto gli occhi un giovane soldato di molto bell’aspetto e avvenente. Ferita a quella vista dalle saette fiorite del Dio dell’amore, disse subitamente all’ancella: O cara, i giorni della gioventù se ne vanno rapidamente, e mio padre non mi fa sposa di alcuno! Tu intanto devi fare in modo che io oggi possa trovarmi insieme con quel giovane. — Udito ciò, l’ancella, venuta in gran fretta dal giovane, gli disse: Son stata mandata a te da Ciandravati, la quale ti fa dire: « Amore, con la tua vista, mi ha ridotta agli estremi! E però, se tu non vieni presto da me, oggi io morirò. » — Udendo ciò, il giovane rispose: Se di necessità io debbo venire, dimmi tu con quale spediente io posso entrare. — E l’ancella: Potrai salire questa notte per una robusta fune che sarà appesa alla parte più remota del palazzo. — Poichè tale è il tuo intendimento, disse il giovane, io farò così. — Conchiuso il patto, l’ancella Italo Pizzi - Fiori d'Oriente 14.<noinclude></noinclude> gve2pxjjpuri43oway3c0p1d641r2oc Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/226 108 1031694 3901173 2026-09-18T12:41:25Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901173 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 210 —|}}</noinclude> tornò da Ciandravati. Ma poi, venuta la notte, il soldato andava pensando fra sè: Questa non è cosa che sia veramente lecita, perchè è stato detto: Quei che va dalla figlia del maestro, Dalla donna del servo o del signore, Dalla mogliera dell’amico suo, Detto è quaggiù di Brahmini uccisore (1). Ancora: Opra che tristo nome ci procaccia, Opra che ci conduce giù all’ Inferno, Opra ch’esclude dal ciel sempiterno, Opra cotal, l’uomo quaggiù non faccia. — Come ebbe così pensato fra sè, non volle più andare dalla principessa. Ma Cid-che-toccar-dovea, nell’andar di qua e di là, avendo osservato una fune che pendeva, essendo di notte, dal piano candido di una casa (2), col cuore pieno di desiderio salì arrampicandosi. La principessa dicendo: È lui! — tutta lieta l’onorò di lavanda, di bevanda, di cibo. O caro, gli diceva, al solo vederti, io mi son presa di te! Nessun altro fuor di te, nemmeno col pensiero, sarà marito mio. Ma perchè non mi dici nulla? — Egli allora disse: Ciò che toccar dovea, incoglie all’uom quaggiù; — e la principessa, quelle parole, pensando: Oh non è lui! — fattolo discendere dal piano candido della casa, lo mandò via, ed egli, trovatosi presso un tempio in rovina, vi si pose giù per dormire. Ma ecco capitar la dentro certa guardia di città che vi aveva un appuntamento. La guardia, veduto il giovane addormentato, temendo non si scoprisse il suo segreto, gli domandò: Chi sei tu? — L'altro rispose: Ciò che toccar dovea, incoglie all’uom quaggiù. — Inteso ciò, la guardia disse; Questo è un tempio abbandonato. Però tu va in casa mia e càcciati a dormire nel mio letto. — Il (1) Cioè reputato come reo del maggior delitto che è quello dell'avere ucciso un Brahmino. (2) La parte superiore delle case indiane dipinta di bianco.<noinclude></noinclude> hhyts9aszpb0yg1tkly7kup38qxn2bw Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/227 108 1031695 3901174 2026-09-18T12:41:30Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901174 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 211 —|}}</noinclude>giovane acconsentì, benchè malvolentieri, ed entrò in casa della guardia, dove s’imbattè nella figliuola maggiore di essa guardia, bella e giovane, di nome Vinayati, che là appunto si stava ad aspettare. Essa, venendo venir costui, dicendo fra sè: Ecco qui il mio bene! — mon potendo scorger nulla per l’oscurità, gli fece le accoglienze più liete. Ma poi: E perchè oggi, gli domandò, non mi dici nulla? — Egli allora: Ciò che toccar dovea, incoglie all’uom quaggiù. — La fanciulla pensò fra sè: Poichè s'è fatta un’opera inconsiderata, ecco che ora se ne matura il frutto! — Così avendo pensato, tutta conturbata, caricato di rimproveri il giovane, lo cacciò fuori. Andando allora di qua e di là per diverse viuzze, ecco sopraggiungere uno sposo novello, chiamato Varakîrti, abitante d’un altro paese, accompagnato da gran frastuono di musica. Ciò-che-toccar-dovea prese ad andargli dietro. Quando poi, venuto il momento segnato dagli astrologi, la figlia d’un mercante, ornata d’amuleti e di cintura nuziale, sulla porta di casa nella via principale della città, già si teneva accanto all’altare ricoperto di fiori e di fronde, ecco irrompere in quel luogo, dopo che aveva ammazzato il suo guardiano, un elefante infuriato che mandò tutto a soqquadro nello scompiglio della gente che fuggiva. Anche quelli che accompagnavano lo sposo, come ebber veduto l'elefante, fuggirono da tutte le parti con lo sposo impaurito, e Ciò-che-toccar-dovea, vedendo abbandonata la fanciulla che aveva gli occhi sbarrati per il terrore, dicendole: Non temere! io ti difendo, — con molto coraggio la rassicurò tenendola con molta fermezza per la mano destra e con voce aspra rimproverando l'elefante. Andato via per buona sorte l'elefante, Varakîrti, benchè fosse passato il momento segnato dagli astrologi, ritornò coi parenti e con gli amici, mentre pur là si stava la sposa tenuta per mano da un altro. A quella vista, Varakîrti disse: Suocero mio, tu mi fai oltraggio dandomi una ragazza che è già stata d’un altro! — Anch'io, rispose lo suocero, son venuto con voi altri quando fug-<noinclude></noinclude> bseazbn0557f620lktdo4r6avzcss06 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/228 108 1031696 3901175 2026-09-18T12:41:35Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901175 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 212 —|}}</noinclude>v° — 212— gimmo per timor dell’elefante, e ora non intendo nulla di tutto cid! — Data questa risposta, prese ad interrogar la fanciulla: Cara mia, tu non hai fatto bene! Dimmi ora com'è andata tutta questa faccenda. — E la fanciulla: Poichè io, in gran pericolo di vita, sono stata salvata soltanto da costui, così, finchè io vivo, nessun altro fuor di lui avrà la mano mia di sposa. Fra questi avvenimenti, passò la notte. Al mattino, radunatasi molta folla, la principessa, avendo inteso di quel caso strano, si recò sul luogo. Vi accorse anche la figliuola della guardia di città avendo risaputo tutto ciò per il racconto andato di bocca în bocca, e il re, avendo udito che là appunto s'era radunata gran gente, v’andò in persona. Egli parlò così a Ciò-che- toccar-dovea:; Racecontami tu, senza timore, ciò che t'è accaduto. — Il giovane rispose: Ciò che toccar dovea, incoglie all’uom quaggiù. -- La principessa, ricordandosene, soggiunse: Agli Dei d’impedirlo possibile non fu. — E la figliuola della guardia: Io però non mi dolgo, non ho stupor di ciò. — E la figlia del mercante, intesa tutta questa faccenda, soggiunse: Quello che tocca a noi, a un altro non toccò. Tl re allora, data a tutti sicurezza, venuto a conoscenza di questo avvenimento in ogni sua parte e informato della verità, a Ciò-che-toccar-dovea diede in isposa, con molto onore, la principessa sua figlia insieme alla rendita di mille poderi, con ornamenti e corteggio, e gli disse: Tu sei mio figlio! — poi, col consenso della città, lo consacrò suo successore nel regno. Anche la guardia «diede a Cid-che-toccar-dovea la figlia sua facendole onore, secondo il poter suo, con donativi di vesti e altro. E «Ciò-che-toccar-dovea, fatti venire in quella città, prece«duti da molto onore, il padre e la madre sua con tutta la loro famiglia, con tutta la famiglia sua egli pure ri:mase ad abitarvi felicemente godendo d’ogni sorta di beni. (dal sanscrito di Vishnusarman).<noinclude></noinclude> 5vrzniz9mpw6nzc50bw3wxvulkmqgzy Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/229 108 1031697 3901176 2026-09-18T12:41:41Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901176 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 213 —|}}</noinclude>4. Il Savio e il Matto. In un certo paese abitavano un tempo due amici, il Savio e il Matto. Un giorno, il Matto fece questo pensiero: Io, baggiano, son sempre qui, oppresso dalla povertà. Prendendo adunque con me il Savio e andando in altro paese, quando avrò fatto un bel guadagno con l’aiuto di lui, poichè l’avrò defraudato del suo, vivrò contento. — Al dì seguente, tenne al Savio questo diseorso: Amico mio, quando sarai vecchio, quale opera bella ti ricorderai di te? Non avendo veduto paese straniero, qual cosa mai racconterai ai tuoi figli e ai nipoti? Perchè è stato detto: Perde il frutto del suo nascere Chi pel mondo non andò E le varie lingue e gli abiti Fuor di qui non imparò. E poi: Capacità, ricchezza, sapienza Di niuna guisa l’uom s’acquisterà Fin che di terra in terra per il mondo, Volenteroso in core, ei non andrà. — Il Savio, inteso questo discorso, con animo tutto lieto, salutato dai genitori e dai congiunti, in un giorno propizio, partì col Matto per un altro paese. Là con l’aiuto del Savio, cacciandosi di qua e di là, il Matto mise insieme una gran fortuna, e allora i due amici, fatto così gran guadagno, contenti e felici, con desiderio divisarono di ritornarsi a casa. Perchè è stato detto: Per quelli che ricchezza e sapienza Acquistàr soggiornando altro paese, Di cento miglia alla distanza è pari Quella donde il vociar d’aleun s’intese (1). (1) Cioè la breve distanza da cui si può ancora intendere il gridar di qualcuno.<noinclude></noinclude> 9j3ora255w9x5ogujeyxdqsymg9ewxz Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/230 108 1031698 3901177 2026-09-18T12:41:51Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901177 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 214 —|}}</noinclude>Ì RENON (ee Come si vide vicino al suo paese, il Matto così disse al Savio: Non conviene, amico mio, che ci portiamo a casa tutto questo denaro, perchè ce ne faranno domanda i famigliari e i parenti. Perciò, come l’avremo sotterrato qui in qualche parte nascosta della selva, toltone con noi soltanto un poco, potremo entrare in casa nostra. Se poi ne avrem di bisogno, venendo qui potrem levare dal suo posto il denaro. Perchè è stato detto: Oh! s’anche piccola, Uom che ha saggezza, A gente estranea La sua ricchezza Non dee mostrar, Chè anche d’un monaco Dell’or lucente Suol lo spettacolo L'alma e la mente Scompaginar. E poi: Come in cielo dagli augelli E dai pesci giù nel mare E qui in terra dalle fiere Suolsi l’esca divorare, Così quei che ricchi sono, Ciascun muove ad assaltare. Avendo udito ciò, il Savio disse: Facciamo adunque così, amico! — Come ebber fatto, i due amici, tornati alle loro. case, vissero contenti e felici. Ma poi il Matto, andato di notte nella selva, quand’ebbe ripreso tutto il denaro e ricolmato la buca, ritornò a casa sua, e al mattino, andato dal Savio, gli disse: Sozio mio, noi abbiamo una famiglia numerosa e siamo in angustie per mancanza di denaro. Andando adunque a quel tal posto, togliameene certa parte. — E l’altro: Facciamo pur così, amico. Ma quand’ebbero scavato in quel posto, ecco che videro vuota l’olla dei denari, e allora il Matto, picchiandosi la fronte, cominciò a strepitare dicendo: Tu, o Savio, e non altri, hai portato via la nostra sostanza, tanto più che la fossa è poi stata ricolmata! Rendimi ora la metà<noinclude></noinclude> lkpvassht934zkxqges4tbgyar8y1a7 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/231 108 1031699 3901178 2026-09-18T12:41:56Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901178 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 215 —|}}</noinclude>CORPO TE dell’avere o io ne informerò il Governo. — E il Savio: Oh! non dir così, 0 furfante! Io son veramente savio, nè faccio di queste ruberie. Perchè è stato detto: Il sapiente guarda l'altrui donna Come fosse sua madre, e i beni altrui Come zolle di terra, e gli altri tutti Riguarda sì come gli uguali sui. — Così disputando se ne vennero in tribunale, e intanto gridavano ingiuriandosi lun l’altro. Ma quando i giudici ordinarono un giudizio di Dio, il Matto cominciò a gridare: Oh! questa maniera di processo io non l'ho mai veduta, perchè è stato detto: Documenti si voglion procacciare Allor che viene alcuno a disputare. Se mancano, si cercan testimoni; Se mancan testimoni, appella a Dio E al suo giudizio l’uom che è saggio e pio. Intanto, in questa faccenda mia, stanno in testimonio gli Dei della selva che dichiareranno quale di noi due è il ladro, e quale l’onesto. — Dissero allora i giudici: Oh! tu hai parlato proposito, perchè è stato detto: Quando per qualche disputa Un teste si trovò Anche se vil di nascita, Nessun mai provocò AI giudizio di Dio; Oh! quanto meno allora Che in testimonio sta La stessa Deità! Con ciò, noi abbiamo per questa faccenda una curiosità grande. Domani adunque, all’alba, voi verrete insieme a noi al luogo della selva. Il Matto allora, venuto a casa sua, così parlò a suo padre: Babbo, tutta quella bella somma di denaro è stata rubata da me al Savio, ed essa diverrà nostra del tutto soltanto per una parola tua. Se no, ne va la vita. — E il padre: Figlio mio, dimmi subito quella parola perchè<noinclude></noinclude> g8djdtsayf80iy61byl7vf9a9fgwab6 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/232 108 1031700 3901179 2026-09-18T12:42:01Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901179 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 216 —|}}</noinclude> io, pronunciandola, ti assicuri i denari. — Babbo, disse il Matto, in quella selva c'è un grand’albero di sami (1) che ha una gran cavità nel mezzo. Tu devi cacciarti in quella cavità. Doman mattina poi, quand’io farò l’attestazione della verità, tu griderai: « Il Savio è il ladro! >. Il Matto allora, fatte di gran mattino le abluzioni di Tito, con vesti lavate e purificate, preceduto dal Savio e dai giudici, venuto a’ piedi di quell’albero di sami, gridò ad alta voce: Il sol, la luna, il fuoco, il cielo, il vento, L'acqua, la terra, il cor, la mente, i due Crepuscoli (2), col giorno e con la notte, Con la Giustizia, ben sanno dell’uomo La condotta qual sia nell’opre sue. O Divinità beata della foresta, quello che di noi due è il ladro, tu lo manifesta! — Allora il padre del Matto che si teneva appiattato nella cavità dell’albero, gridò: Udite! udite! Quella somma di denaro è stata portata via dal Savio! — Avendo inteso ciò, mentre i giudici tutti, con occhi spalaneati per la meraviglia, andavano cercando nei loro libri la pena dovuta al Savio per aver rubato i denari, il Savio, circondata quella cavità dell'albero di sami con materie atte ad alimentare il fuoco, vi appiccò la vampa. Divampando il fuoco, eeco balzar fuori dalla cavità dell’albero, col corpo mezzo abbruciato, cogli occhi strabuzzati, cacciando dolorosi lamenti, il padre del Matto. Tutti allora domandarono: Oh! che è mai questo?— Così dimandato, il vecchio raccontò ciò che il Matto aveva fatto, e poi spirò, e i giudici, fatto impiceare il Matto ad un ramo dell’albero di sami, lodarono molto il Savio. (dal sanscrito di Vishnusarman). (1) Albero indiano che noi non conosciamo @) Il mattutino e il vespertino,<noinclude></noinclude> oqfdlhgqch4y15l4nv09k98nwaez9tw Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/233 108 1031701 3901180 2026-09-18T12:42:07Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901180 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 217 —|}}</noinclude>5. L'avventura del giovane mercante. Cera una volta un mercante che aveva con sè un giovanetto savio, ingegnoso, sveglio, il quale gli aveva già resi molti servizi e date molte prove con molte finezze da parte sua, grate, accette, riguardose (1). Il mercante, un giorno, gli disse: Ragazzo mio, se anche questa volta vuoi intraprendere un viaggio di mare, quando sarai di ritorno, ti ridarò del mio (2) la libertà, poi ti darò molti denari che tu considererai, tanti saranno, bella ricompensa alla tua condotta onesta, sì che, per tutta la vita, ti adagerai comodamente nel godere e nel riposare. Il giovanetto, intesa questa commissione del suo signore, si fe’avanti con aria d’accettazione e di promessa. Accintosi all’impresa, caricò di derrate un naviglio, e vi s'imbarcò. Andò per mare due o tre dì, quand’ecco si levarono da ogni parte venti contrarî che assalirono il naviglio, e, togliendo a lui ogni più candida speranza, mandarono a perdersi nel profondo delle acque esso naviglio e tutto ciò che v'era dentro. Egli intanto s’abbattè in uno scoglio che sporgev@ dalle acque; vi si aggrappò conle mani e a gran stento potè stendervisi di sopra, finchè poi, di la, giunse nuotando ad una isoletta in cui erano molti palmizî. Là, si alimentò per qualche tempo di ciò che gli fu mandato dal destino, mentre teneva volti gli sguardi alla via per vedere se qualche ignoto, atteso così da lui, capitasse. La bontà divina, diceva fra sè, mi libererà da questo abisso di sventure, non mi abbandonerà in questo vortice di morte. La grazia di Dio capita la (1) L'estrema artificiosità e prolissità del testo persiano mi costringe ad abbreviar qualche volta la frase o la locuzione, per mon cadere in ismancerie e leziosità degne dei così detti superuomini. (2) Cioè riscattandolo dalla schiavitù.<noinclude></noinclude> 8g0w3j8ikz5wmw2nw8ozh3y4lforkb4 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/234 108 1031702 3901181 2026-09-18T12:42:12Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901181 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 218 —|}}</noinclude>SEDI mattina, capita la sera! — Si mosse allora di là, s'incamminò per un sentiero, e quando fu andato per alcuni giorni e per alcune notti, giunse al confine di una città. Uscivano intanto da quella città uomini e donne, e recavano stromenti di musica, ed erano tutti ornati e abbigliati da festa. Il romore di tutto quel corteggio e lo strepito di lor carri e di lor cavalcature penetravano nel recesso dei monti; il concerto di lor trombe e il suono di lor timpani e timballi salivano al cielo, e la punta di lor vessilli toccava le stelle, e la luna che sormontava lor stendardi, giungeva al sole. Il giovane, quando tutta quella compagnia fu giunta presso di lui, disse: Tutto cotesto apparato per chi è mai? e voi che intendete di fare? — Noi intendiamo di far tutto cotesto, risposero, per un sovrano al quale di recente è stata assegnata, per decreto primordiale del cielo, | questa città da governare. In questo momento appunto egli è giunto qui mandato dalla reggia eterna del cielo, e ora appunto muove verso di noi da una delle quattro parti del mondo. In questo istante egli viene a noi dalle plaghe d’un deserto ignoto, e nel mondo visibile giunge a piantare i suoi padiglioni. Tutto ciò che tu vedi qui, è la pompa del suo corteggio di sovrano e l’apparato suo di re. — Il giovane, nella sua meraviglia, credeva di sognare, e come per isvegliarsi stropicciavasi, tutto stordito, gli occhi, e intanto andava dicendo fra sè: Deh! mio Signor, questo ch'io vedo, è un sogno? Dopo tanto dolor, tanta allegrezza? Una schiera allora di quella gente, cittadini di alto grado e dignità, si fece innanzi. S'inchinarono fino a terra facendo atto d’obbedienza, e poi, come sudditi devoti, baciarono la destra al giovane re. Quindi, di tra i bruni palafreni, rapidi, veloci al corso da Oriente ad Occidente, e di tra i destrieri candidi, avvezzi a corret nelle palestre, veloci al paro del pensiero, trasser fuori per lui un cavallo che tu avresti. detto aver pascolato nelle praterie di Paradiso, ovvero essere stato allevato<noinclude></noinclude> rme65uq23jq4auedd2j294ehusocwi4 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/235 108 1031703 3901182 2026-09-18T12:42:17Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901182 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 219 —|}}</noinclude> negli orti santi con Boràq (1), tutto ornato di perle nella sella, profumato d’ambra e di rose, con collana d’oro, obbediente alle redini, di leggiadro incesso, rapido corridore, con una bianca stella in fronte. Il giovanetto balzò in sella assecondato dalla fortuna e giunse così ad un castello la cui bellezza e magnificenza non sì possono descrivere o immaginare. Lo stesso Mani (2), se fosse capitato in quelle sale dipinte, si sarebbe morso il dito per l’invidia e ne avrebbe lagrimato. I giardini suoi erano una immagine degli orti celesti; i laghetti suoi, una immagine dei laghetti pieni delle acque di Paradiso. E il giovane fu menato così, passando di giardino in giardino, e posto nel magnifico palazzo. Là, gli sparsero ai piedi monete infinite d’oro e d’argento (8), gli arsero profumi d’aloè e d’ambra; gli diedero ogni prova di rispetto e di venerazione, così appunto come gli si addiceva, quindi, d’un tratto, levaron la voce a dire tutti insieme: Tu sei venuto del venir felice Di luna piena. Alta ascende tua legge come ascende La luna piena. O signore! tu sei il nostro re, € noi tutti siamo i tuoi servitori. A te il comandare, a noi l’eseguire i tuoi comandi. Degni siano di te corona e trono, e possa tu godere, secondo che desideri, della vita e della fortuna tua. Comanda, o sire, secondo che ti piace! Il giovane pensò fra sè: Poichè tante migliaia di persone libere e nobili son venute da me e si son date alla mia gioventù inesperta obbligandosi alla obbedienza mia, conviene ch'io mi stia accorto e avveduto e consi deri attentamente e osservi questa faccenda che mi è (1) La cavalcatura su cui Maometto, al dir dei Musulmani, sali una notte al cielo. (2) Cioè Manete, il noto fondatore della setta dei Mamichei in Persia, che, nella tradizione persiana e poi nella musulmana, è considerato come insuperabile pittore. (3) Antico costume persiano, ricordato frequentemente nell’epopea. VedirFirdusi, il Libro dei Re,<noinclude></noinclude> j2y1pge4ufaa7n3jw6r8zg4jqe196jw Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/236 108 1031704 3901183 2026-09-18T12:42:22Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901183 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 220 —|}}</noinclude>ente CRONO:— capitata, perchè io vegga dove mai va a riuscire questo caso mio, ordinato dal cielo, e cosa mai, in questo giorno, partorirà la notte, gravida sempre di novità. Così montò tranquillo e sereno sul trono della sua novella signoria. Si assise, e mille avea pensieri in mente, Mille di re Qobàd (1) cure e disegni. Incominciò allora dall’occupare l’uno e l’altro in qualche ufficio, dall’affidargli qualche pubblico servizio, ed egli stesso prese ad attendere ai cortigiani e ai servitori, alla cavalleria, alla fanteria. Si scelse poi tra gli altri suoi più famigliari un tale nel quale aveva scoperto i segni del maggior riguardo verso di lui e gl’indizî della più lodevole condotta, oltre aver rinvenuto in lui le tracce della migliore assennatezza e della più eletta nobiltà dell'indole. Gli conferì più alto grado fra i coetanei e gli uguali, sì che divenne presto l'oggetto dell’invidia e della gelosia de’ suoi compagni. Un giorno sel fe’ sedere accanto, e poichè ebbe sgombrato il luogo d’ogni altra persona, gli tenne questo discorso: Ora che ho riconosciuto esser ferme le orme tue nella via della verità e della sincerità, e ho sperimentato che a me e alle cose mie è volta tutta la tua cura sollecita, e che c'è fermezza da parte tua, in parole e in fatti, nel far sì che ogni intento mio riesca a bene, desidero che tu m’informi del vero. Desidero intendere da te che voglia dire tutta questa faccenda, cioè come mai, senza alcun legame o ragione, la gente di questo paese mi ha dato in mano le redini del governo d’un regno, di cui non si può conquistar nemmeno un lembo se non con forza di spade e di lancie e di soldati. Qual mai può essere il principio e l'origine di questa scelta e di questo onore al mio riguardo? O signore, rispose, tu ti sei imbattuto in chi è bene informato. Sappi adunque che ogni anno, appunto in questo tempo, da quella parte donde tu sei venuto, capita qui sempre un uomo. In quello stesso modo con cui (1) Antico re dell’epopea persiana (Firdusi, vol. II.)<noinclude></noinclude> 60ttxsaek0p0o4xns2wenjwgk1flulg Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/237 108 1031705 3901184 2026-09-18T12:42:28Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901184 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 221 —|}}</noinclude> thanno menato qui, soglion menar qui ogni altro e porlo sul trono regale. Quando poi per un anno egli ha tenuto il regno, fanno intendere che non lo gradiscon più. AI confine estremo di questo regno trovasi un lago di profondità spaventosa, che si stende in un piano deserto. Lo portan là, e l’abbandonano in quel deserto acciocchè, come fanno le fiere, vada errando e vi rimanga nell’angoscia e nella costernazione dell’animo suo. « Gli han dato una veste pomposa d’onore e ne l’hanno adornato, ed egli passò nella sua gloria e nella sua grandezza. Così appunto suol farsi, presso ogni gente, ad una vittima che si vuol sgozzare! » (1). Il giovanetto abbassò il capo e per qualche istante si tenne pensieroso. Smarrì la guida! Or pensa ogni suo fallo. Si diè allora a cercare ogni modo per salvarsi; corse col pensiero per molte vie; cercò ogni spediente per uscire come da un imminente assalto, finchè trovò quel filo salvatore che tutti gli altri prima di lui non avevano potuto rinvenire. Sollevò il capo e così parlò a quel suo famigliare: Servo mio fedele, il consiglio e l’avvertimento del quale mi hanno rischiarato ciò che la sorte mi nascondeva, sappi ch'io ho trovato modo di trarmi di quest'impaccio. Se mi gioverai del tuo aiuto e mi soccorrerai con l’opera tua, il disegno mio giungerà a buon Mao => Avendo il famigliare fatto segno che avrebbe obbedito, il garzone proseguì: Da? retta ora all’avviso mio e non indugiarti o ritardarti in ciò che ti dirò di fare. T'ollerando alcun che d’aspro e di difficile, procàcciati quel piacere che alla fine ti accadrà di godere, acciocchè il fine del tuo desiderio esca agevolmente sciolto da ogni difficoltà. Forse Iddio gli darà ciò ch’ei desia, Gratificando; Chiude, ma poi dischiuderà una porta Beneficando. (1) Proverbio in arabo:<noinclude></noinclude> miew1l9sa4lsygep2pwphxmwvovpl06 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/238 108 1031706 3901185 2026-09-18T12:42:33Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901185 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 222 —|}}</noinclude>|I popel Sappi che non è possibile uscir vittoriosi dalle contingenze della vita se non con la fatica, col tenersi umili e sottomessi all’occasione, con lo sfidare il cangiar della fortuna. Quando intende far preda un leopardo, Sottile e smilzo si fa delle membra. Ora tu, sulla sponda di questo mare, devi apprestare molti navicelli e raccogliervi, tanto da questa quanto da altre città, ogni artefice capace, ogni abile operaio, geometri sagaci, pittori valenti, e poi farli passare al di 1A del mare e allogarli in quel deserto ch'è di lA, acciocchè vi coltivino il suolo e vi fabbrichino una città dove, quando sarà giunto il tempo dell’andar via di qui, potremo tramutarci e porre la nostra residenza. Così, da questo luogo che c’è straniero, ci sarà dato di toccare un modo di vivere tranquillo e aver sorte più fida e sicura. In quella vasta campagna, si potrà scegliere un tratto di terra buono e atto alla vegetazione, che possa essere coltivato. Vi si recheranno tutti quelli che sanno guardare e coltivare i campi, seminarli, piantarli. Siano posti, inoltre, su quei navigli quanti stromenti occorrono, e arnesi e utensili, e quanto abbisogna a gente data agli studî. Di giorno in giorno, d’ora in ora, ma senza interruzione, si trasporti là tutto ciò che può occorrere o abbisognare per disbrigar le faccende nostre, e, per ispese che abbiansi a sostenere, si prendano i denari dal regio tesoro. Non abbia alcuno dinanzi alla mente quel detto: « Non vuolsi esagerar nel bene! » (1), ma piuttosto, in riguardo alla sorte presente, dica e reciti ad alta voce COSÌ: Oh bene! addusse inerescioso evento All’oggetto bramato. Evviva! si mostrò dopo il tormento Il ben più desiato, — Il famigliare si tolse dal suo cospetto con animo volenteroso. Con mente deliberata, pronto e sagace nell’o(1) Altro proverbio in arabo.<noinclude></noinclude> 7akafaph4aqhmrxayo8etbut2jh6s4b Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/239 108 1031707 3901186 2026-09-18T12:42:38Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901186 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 223 —|}}</noinclude> perare, vi si accinse con fermezza, e fece entrare in nave tutti gli artigiani e tutti quelli che vivon di lor mestiere, e ciò secondo il differente loro grado. Così li trasportò al di la del mare, e allora ordinò ai maestri delle arti di scegliere nel nuovo territorio un luogo a parte. Essi, per prima cosa, segnarono il giro delle mura della città; poscia vi elevarono alti edifizî, palazzi superbi, terrazzi che davano bella vista, con tetti digradanti, con finestre arcuate. Vi fecero, inoltre, alte pareti a diversi colori, con finestrelle graticolate, simili a laghetti dell’ostello de’ cieli, con colori rossi e verdi, con tende e cortine di color turchino e di lapislazzuli. Un palazzo poi sulla sponda del mare, esposto allo spirar de’ zefiri, vollero destinato al re in particolare, alto, aereato, lucente. Vi si leggeva seritto questo motto in riguardo alla fortuna: Qual magione! Era grande opra e valente Quando alcun l’innalzava. Chi la fe’, generosi atti ed eccelsi In lei significava. O sorte, ove nel mondo ch'è pur tuo, Sue case l’uom fondava, In casa tua, di cupidigia infetta, Il mondo suo locava (1). Il re poi ordinò che intorno alla città, da tutte le parti, si coltivassero e seminassero i campi. Molti semi furon gittati nel suolo, molti grani vi furono sparsi. Aggiunsero giardino a giardino, verziere a verziere. Acque dolci e limpide quali tu avresti detto essere scaturite di sotto alle piante di Khidhr (2), o essere stillate dalle dita miracolose di Mosè (3), fecero scorrere in canali e rivoletti. Ne abbellirono orti e giardini. Con alberi diversi (1) Bisticcio infelice per dire (forse) che, quando l’uomo troppo si fida della sorte, essendone in balia, ne resta sopraffatto. (2) Personaggio favoloso che, avendo rinvenuto la fonte della vita nel paese delle tenebre, ne ebbe giovinezza eterna, Opera sua sono le arie limpide e serene, la bella verzura dei campi. Le acque scaturiscono, come dice l'Autore, di sotto a’ suoi piedi. (3) Quando fece uscir l’acqua da una rape nel deserto e ne dissetò gli Ebrei.<noinclude></noinclude> 53ww9lk5bybw8alenp2q9n1dm5b2xoq Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/240 108 1031708 3901187 2026-09-18T12:42:44Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901187 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 224 —|}}</noinclude>RA adornarono le sponde dei fiumi, con arbusti di pino e d’altre piante conifere, con arboscelli di cipresso, con pioppi, disponendoli di qua e di là dalla corrente. E quella campagna fu ridotta in modo da essere, fra i sette climi della terra, la più bella regione abitata per la dolcezza dell’aria e la natura sua temperata, come appunto anche la primavera è la più bella delle quattro stagioni dell’anno (1). Vi accumularon poi tante robe preziose, tappeti, panni, supellettili, derrate, alimenti, bevande, che la mala sorge non avrebbe mai potuto farvi danno. Tutto fu apprestato e ordinato secondo che andava per il meglio e conforme al desiderio di ciascuno. Quando finalmente venne l’ultimo giorno dell’anno e il sole di quel regno toccò il momento del suo tramontare, gli abitanti tutti della città si raccolsero alla reggia per toglier via dal trono suo sovrano, come già avevan tolto via gli altri per l’antica consuetudine, il giovane re. Quando intese le parole che l’esortavano e sollecitavano ad andarsene, sebbene già da gran tempo, prima che s'avverasse cotesto, egli ne avesse avuto dispiacere e tenuto sempre dinanzi agli occhi il luogo suo di rifugio, pure tanto profonde avevan messo le radici in lui la consuetudine e la famigliarità d’essersi trovati 1A insieme per un anno, che assai a malincuore potè allora tratte nersi e sopportare. Là ci ponemmo, e n’eravam dolenti. Ora afflitti ne usciamo, Del loco famigliari e confidenti. Lo levarono adunque di là, lo fecero montare sul naviglio e lo mandarono al di là del mare. LA allora, tutti: quelli ch'egli già prima aveva assunti al suo servizio, già pronti a muovere al suo incontro, che da tempo: aspettavano la sua venuta e tenevano rivolto lo sguardo: alla via del loro sovrano, gli vennero incontro prestandogli omaggio d’obbedienza e di servitù. Discese egli al luogo del suo riposo e lA, in quei luoghi ameni e deli (1) Cumulo di bistieci e di ginochi di parole intraducibili.<noinclude></noinclude> itpw93vp1ry1jqn8a3qlhxrp2k5ha4r Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/241 108 1031709 3901188 2026-09-18T12:42:49Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901188 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 225 —|}}</noinclude>daga ziosi, toccò il termine sicuro della sua felicità. La spe‘anza era lieta; puro e onesto ogni desiderio; rinnovata la sicurezza; appianata la via del potere e della gioia. Nè poteva essere diversamente! Quei che grado sovrano ottien da Dio, Per tal grazia alla schiera S’approssima d’ogn’uom devoto e pio. Se potestà di cui si fidi in pace A Dio domanda, nulla Di tristo ei vi rinviene o di fallace (1). (dal persiano di Verdvîni). 6. Tenace amore alla vita. Nella moschea grande di Damasco io (2) stava un giorno a disputare con alcune persone dotte, quando all'improvviso entrò là da noi un giovane che domandò: (è qui tra voi qualcuno che parli persiano? — Fecero cenno a me, e io dissi: Eccomi qui! — E il giovane; C'è un vecchio di centocinquant’anni ch’è in agonia. Dice aleune parole in lingua persiana, ma nessuno di noi l’intende. Se tu, per tua bontà, vuoi pigliarti questa noia, ne avrai forse qualche ricompensa. Può darsi ch'egli voglia far testamento. — Quando fui al capezzale del vecchio, egli andava mormorando questi versi: « Qualche istante avrò ancora, mi diss’io, Conforme al desir mio! ». AI respiro, oh dolor! chiusa è la via Della esistenza mia. Oh dolore! oh dolore! alla imbandita Mensa di questa vita Un sorso bevvi, e poi m’udii gridare: « Questo ti può bastare! » (1) Una novella uguale si trova tra quelle del nostro @. Gozzi, che uggli dico essere appunto di origine orientale. (2) È L’Autore che racconta, cioè Saadi, intorno al quale vedi il Itogistro dei nomi alla fine del volume Italo Pizzi - Fior? d'Oriente 15<noinclude></noinclude> t51lr8yv1suzmelqutrigzeh0oyci5d Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/242 108 1031710 3901189 2026-09-18T12:42:54Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901189 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 226 —|}}</noinclude>3 pei Part dia VET bagni E Spiegai in arabo a quei Siri il significato di queste parole, ed essi si meravigliarono e della lunga età dela vecchio e del suo tanto dolersi per la vita di quaggiù. To gli diceva intanto: Come ti senti ora? — Ed egli: Che ho da dirti? Forse non sai qual sorvenga dolore A tal cui dalla bocca Traggasi un dente fuore? Pensa suo stato allor che dipartita Far pur dovrà lo spirto Dalla dolce sua vita! — Scaccia dalla mente, io gli dissi, ogni pensiero di dover morire e non lasciarti dominare dal timore. Pensa che i filosofi hanno detto che, anche se il temperamento è sano, non da però certezza d’immortalità, e che una malattia, anche se terribile, non è assolutamente indizio di morte. Se tu vuoi, chiameremo un medico il quale ti curerà in modo che ti sentirai meglio. — Oimè! disse, Attende le sue sale a far dipingere Il padrone, ed intanto la sua casa Si diserta e rovina. Se perir vede um coccio (1) omai deerepito, Ambe le man si storce, anche s’esperto, L’uom dotto in medicina. Chi è vecchio, per timor si sfogain gemiti; E con sandalo intanto la mogliera Mani e piè gli strofina (2). Se a nostro stato è tolto l’equilibrio, Non giova attenzion, cura non giova Di medica dottrina! (dal persiano di Saadi). (1) Una persona infermiccia. (2) Polvere di sandalo, mescolata ad acqua di rose, che serve a calmar la febbre e i dolori reumatici.<noinclude></noinclude> krdhcxgaeqtknodv422gn67oxyc07xu Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/243 108 1031711 3901190 2026-09-18T12:42:59Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901190 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 227 —|}}</noinclude>7. Presunzione di giovane punita. Si racconta d’un tale che era giunto alla perfezione nell'arte del lottatore. In questa sua scienza, egli conoieeva trecento sessanta tratti che gli davano sempre la vittoria, sì che, ogni giorno dell’anno, sapeva lottare in maniera sempre diversa. Se non che, egli aveva concepito certa predilezione per un bel giovane tra i suoi illievi, al quale insegnò trecento cinquantanove di que? sitoi tratti, eccetto uno solo che non gli volle far conoscore in nessun modo. Essendo giunto questo garzone alla perfezione dell’arte e della forza, tanto che nessuno poleva più resistergli, osò un giorno, nel cospetto del sovImno, tener questo discorso: La superiorità che ha ancorni il mio maestro su di me, proviene dalla sua età e ilul riguardo ch'io gli devo per l'istruzione impartita. bel resto, io non gli sono inferiore nella forza, e, quanto ull'abilità, gli sto alla pari. Al sultano non piacque punto questa mancanza d’edu«nzione e di rispetto, e però volle che essi due, il maestro e l'alumno, lottassero insieme. Fu allora apprestato un visto luogo, e vi si recarono a vedere i grandi ei principi della corte. Il ragazzo, simile ad un elefante in furore, entrò con lulo impeto nella palestra che, se là fosse stata una monlaguna di ferro, l’avrebbe schiantata dal luogo suo. Il imiostro sapeva bene che il giovane gli era superiore di uhge, e però venne a lottar con lui con quel tratto parliwolnre che gli aveva tenuto nascosto. L'altro non ne ipova l’uso, e però il maestro, sollevatolo con ambe le inuni e recatoselo fino all’altezza del capo, lo sbattè sul lurreno. Seguì un alto grido di stupore da parte della tento là raccolta, e il sultano comandò che al maestro lonnor dati denari e una veste d’onore. Voltosi poi al Kiuviuno, in suono di rimprovero e di biasimo gli disse: il li cri vantato di poter tener fronte al tuo proprio<noinclude></noinclude> k1dsdhuovvd1i4a9twbfn1alof200lq Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/244 108 1031712 3901191 2026-09-18T12:43:05Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901191 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 228 —|}}</noinclude>soin Spare maestro, ma non hai mantenuto la promessa! — 0. signore, rispose il ragazzo, il mio maestro non m’ha vinto con la forza e col vigore, sì bene per ciò che, nella scienza del lottare, restava ancora un piecolo particolare, del quale gli è rincresciuto informarmi. Oggi, appunto con quel suo tratto particolare, ha potuto avere la vittoria su di me. — Rispose il maestro: Ma io me l’era tenuto in serbo appunto per questo giorno! I savî hanno detto: « All’amico tuo non dar mai potere soverchio, perchè, se mai un giorno egli ti diventerà nemico, tu non potrai più resistergli ». Non hai tu udito ciò che disse già un tale che aveva ricevuto ingiuria dal suo allievo? Disse: « O lealtà non trovasi nel mondo, O in questo mondo niun la pone in opra. Niuno apprese da me il tirar dell’arco Senza poi farmi segno ai colpi suoi. » (dal persiano di Saadi). 8. Il lottatore e la smania del viaggiare. Si racconta che certo lottatore viveva afflitto per l’avversa sua fortuna, dolente e sospiroso per la povertà. Lagnandosene un giorno col padre, gli disse: Dammi licenza di viaggiare per vedere se mai, con la forza del braccio, potrò procacciarmi uno stato quale desidero. Se alcun non ne fa mostra, Pregio e scienza valgono ben poco! Pereiò il muschio si pesta entro un mortaio, E l’aloè si gitta in preda al fuoco. (Il padre non vuol dare al figlio la chiesta licenza allegando i mille pericoli del viaggiare, gl’inganni della fortuna, la malvagità degli uomini. Ne nasce una lunga disputa, finché il giovane, ribattute ad una ad una le ragioni del padre, ne ottiene la licenza desiderata). Il giovane diceva: Così come sono ora, io combatterò anche con un elefante furioso e lotterò con un feroce |<noinclude></noinclude> fk9ucujzu8aetl9889leg6l803ljlbu Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/245 108 1031713 3901192 2026-09-18T12:43:10Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901192 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 229 —|}}</noinclude>I29 — leone. Meglio è per me ch'io vada viaggiando, perchè sento che d’ora in poi non potrei sopportarne la miseria. Quando si parte un uom dalla sua casa E dal loco natio, perchè dolersi? Gli è casa ogni confin di questa terra. Ogni rieco, di notte, sta in sua casa; Ma il poverel la casa sua ritrova Là sol dove di notte si rinserra. Così parlò, poi volle che il padre lo benedicesse, indi lo salutò e partì. Mentre s’incamminava, fu inteso mormorar questi versi: Uom che ha pregio e che ha virtù, Se fortuna nol seconda, Va ramingo fin laggiù Dove il nome suo nasconda (1). Camminò adunque finchè si trovò sulla sponda d’un fiume in cui, per l’impeto della corrente, le pietre si urtavano luna con l’altra. Il fragor delle acque ne andava lontano fino ad una parasanga. Fiume riottoso!e non v'ha sicurezza Niuno acquatico augel. Via dalle sponde Una macina schianta da mulino La più leggera delle aspre sue onde. Scoverse là una gran turba di gente che sedeva al guado ed era pronta a passare tenendo ciascuno una piccola moneta d’oro in mano. Non potendo egli dar nulla, Si volse a far lodi e all’uno e all’altro. Ma, per quanto fosse piacevole, nessuno l’aiutò. Che anzi gli dicevano: ‘ Senz’oro, violenza tu non fai Ad alcun, figlio mio. Di tuo vigore Non e’è bisogno, se oro tu non hai. Il portolano, uomo villano, si rise di lui e si voltò ln altra parte dicendo: Oro non hai? Passar di là dal mare Non potrai tu per valor che ti vanti. Di cinque e cinque eroi forza che vale? D'un uomo sol portami l’oro avanti! (1) Cioè dove nessuno sappia come egli si chiami di nome.<noinclude></noinclude> bsdtdexdoxfsa9j0w7sddrm0rq9du0e Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/246 108 1031714 3901193 2026-09-18T12:43:15Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901193 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 230 —|}}</noinclude> A queste parole di scherno, il giovane sentì stringersi il cuore. Volle vendicarsi, e poichè il navicello s'era già allontanato dalla sponda, mandò voce al portolano dicendo: Se tu sei contento di questo guarnello mio che ho in dosso, non mi rineresce di dartelo. — Il portolano, inuzzolito, tornò indietro con la barca. L’avidità l’occhio del savio accieca; Dentro agli apposti lacci Pesci ed augelli ad impigliarsi reca. Come il giovane potè arrivar con la mano alla barba e al collare del portolano, l’abbrancò, lo tirò a sè e lo picchiò senza remissione. I viaggiatori saltaron giù di nave e corsero in aiuto del portolano, ma furon picchiati anch'essi per bene sì che scapparono chi di qua chi di là. Pensarono ch'era meglio far la pace col giovane e mostrarglisi generosi col pagargli il pedaggio. Se t'incontra una lite, pazienta, Chè la dolcezza chiude La porta a ogni battaglia. Sii grazioso ove contrasto scorgi, Chè scimitarra acuta Molle seta non taglia. Se dolce parli, con bontà, con grazia, Elefante rubello Docil guidar potrai con um capello. Scusandosi di ciò che fra loro era avvenuto, gli si gettarono ai piedi, gli baciarono, con ipocrita finzione, il viso e la fronte, lo rimenarono in barca, e di là andaron navigando finchè si trovaron presso una colonna, di quelle dei Greci antichi, sporgente in alto fuori dell’acqua. Il portolano allora disse: La barca fa acqua! Bisogna che quello di voi che è il più coraggioso, il più ardimentoso e forte, monti su questa colonna tenendo la corda della barca per rilegarvela, mentre noi staremo a riparare il malanno. — Il giovane per l’idea che aveva in capo della sua gran forza, non pensò al nemico ch'egli aveva offeso, nè si conformò alla sentenza dei savî che hanno detto: « Non stimarti mai sicuro da chiunque tu<noinclude></noinclude> nsfokppavq0v1p462hoq2nqaxod1pm0 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/247 108 1031715 3901194 2026-09-18T12:43:20Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901194 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 231 —|}}</noinclude>Et SI hai offeso, anche se gli farai cento favori, ma temi sempre ch'e gli ti punisca di quell’unica tua offesa. Una \ freccia suole uscire da una ferita, ma l’offesa rimane \ sempre confitta nel cuore >. Giustamente diceva Yektàsh: « Non stimarti sicuro mai più, Se un nemico hai offeso, o Khiltàsh! » (1). Non ti pensar che angustia mai del core Non avrai tu, se al cor d’un altro angustia Sarà giunta per te! Contro alle mura d’un castel le pietre Non gitterai, chè dal castello un sasso Cader potria su te! Quando il giovane si ebbe attorto al braccio la corda del naviglio e così fu montato sull’alto della colonna, il portolano recise d’un tratto la corda e mandò innanzi la barca. L’infelice rimase costernato. Passò un giorno e poi un altro nell’angoscia e nell’affanno, si sentì alla distretta estrema; al terzo, lo vinse il sonno, ed egli precipitò ne l’acqua. Dopo un giorno e una notte, fu gettato su d’una sponda quando non gli rimaneva che un fil di respiro. Si alimentò con le foglie degli alberi, mastied radici di erbe, tanto per sostenersi un poco, e poi s'avviò per il luogo deserto e abbandonato e camminò assetato, affamato, stanco, finchè giunse presso una cisterna. Vide gente che s'era raccolta là dintorno e che, per pochi soldi, beveva un sorso d’acqua. Egli non aveva un soldo. Domandò da bere, ma quelli si ricusaron di dargliene. Si pr ovò ad averne per forza, ma non fu cosa facile. Ne malmenò l’uno e l’altro, ma quelli ebbero il sopravvento; lo picchiaron senza misericordia e lo lascia» rono ferito e pesto. Piccioli insetti uniti Vincono un elefante, Anche se grande e forte, Anche se iroso egli è; (1) Nome di due famosi atleti. Mi si perdonino i versi disgraziati. Ma come incastrare in versi italiani due nomi sgangherati, per n oi, come questi?<noinclude></noinclude> o835airf17s1adjiak490161xd4z630 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/248 108 1031716 3901195 2026-09-18T12:43:26Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901195 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 232 —|}}</noinclude> E le formiche in lega Dilaceran la cute, Anche se tema incute, Degli animali al re. Cedendo allora alla dura necessità, ferito e piagato / imbattutosi in una carovana che passò di là percaso, si ripose con essa in via. Verso sera, giunsero ad un Tuogo dove c’era pericolo di ladri e di malandrini. Il giovane g’accorse che i mercanti della carovana avevano in dosso la tremarella, e che, omai, s’eran disposti dell’anima(a morire. Ma egli gridd: Non vi date pensiero! chè io, in mezzo a voi, son capace di rispondere a cinquanta woi mini, e gli altri giovani aiuteranno! — A quel suo mil: lantare, i mercanti si rincorarono. Si mostraron lieti délla sua compagnia e lo confortarono di cibo e di bevanda. Era oppresso dalla fame, nè poteva più resistere sì che, con avidità estrema, mandò giù non pochi bocconi e sorsi d’acqua. Acquietato il demone della fame, lo vinse il sonno, ed egli s’addormentò. In quella carovana trovavasi anche un vecchio molto sperimentato, pratico delle cose del mondo, il quale allora disse: Amici miei, io sono più impensierito di questa vostra scorta che dei malandrini. Tant'è vero che si racconta d’un Arabo che aveva posto insieme un gruzzolo di dirhem. La notte, per timore delle furfanterie dei Lùri (1), non poteva pigliar sonno stando da solo in casa, e però si fece venire in casa sua un suo amico per cacciar via, con la sua presenza, la paura del trovarsi solo. Stato più notti in sua compagnia, l’amico s’accorse dei dirhem. Se li prese, e se ne andò. Alla mattina fu visto, derubato e malineonico, l’Arabo, al quale i conoscenti domandarono: Come la ti va? T’han rubato i dirhem i ladri? — No, per Dio! rispose. Me li ha rubati la guardia! Sicuro d’un amico io mai non fui Fin che non seppi qual mai fosse in lui Sua qualità più vera. (1) Abitanti delle regioni montuose di Persia a Settentrione del Kurdistàn, dati al ladroneccio e alla rapina.<noinclude></noinclude> naisfc83ju66y4oi6v7zc5ae0e3f1pw Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/249 108 1031717 3901196 2026-09-18T12:43:31Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901196 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 233 —|}}</noinclude> Morder di dente di nemico è trista Cosa più assai se prima, alla tua vista, D’amico avea la ciera! Che sapete voi, amici miei, se cotesto giovane sia 0 non sia d’una brigata di ladri e che, per ingannarci, si sia cacciato in mezzo a noi, acciocchè, quando se ne presenti l'occasione, chiami poi qui i suoi compagni? Credo pertanto che il meglio per noi sia il lasciarlo qui mentre è ancora addormentato, e l’andarcene. Il consiglio del vecchio piacque a tutti gli altri della carovana sì che concepiron subito certo timore in riguardo al giovane atleta. Raccolte perciò le lor robe, lo lasciaron là che ancor dormiva. Egli non s’avvide di nulla, se non quando il sole lo colpì in fronte. Si levò, e non vide più la carovana. S'aggirò allora di qua e di là, ma non trovò sentiero che lo guidasse in qualche posto. Assetato, senza nulla da mangiare, col viso a terra, col cuore disposto morire, andava dicendo fra sè: Son fuggiti i cammelli! Oh! chi con meco Qui viene a conversare? Allo straniero fuor dello straniero Niun altro è famigliare! Burbero allo straniero Tale si mostrerà Che in terra estrana a lungo Sua dimora non fa. Stava egli mormorando queste parole, quando un giovane principe, che yera dilungato dalla sua scorta per correr dietro ad una fiera e ora s'era arrestato là presso di lui, intese quelle parole. Il principe lo guardava attentamente, e, notandone il bell'aspetto e lo stato miserando, gli domandò: Donde vieni tu? e come mai sei capitato in questo luogo? — Il giovane gli raccontò parte di quanto gli era accaduto, sì che il principe n’ebbe pietà. Gli fe’ dare una veste d’onore, gli donò una bella somma di denari, poi l’affidò ad uno de’ suoi col quale egli potè ritornare al suo paese. Il padre fu tutto lieto del rivederlo e ringraziò Iddio perchè esso gli era tornato a casa sano e salvo. La notte,<noinclude></noinclude> rp15i1pn4xr7x9aige61dmqfgbrpsyl Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/250 108 1031718 3901197 2026-09-18T12:43:36Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901197 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 234 —|}}</noinclude> | raccontò il giovane tutto ciò che gli era accaduto, il caso del navicello, la soperchieria del portolano e l’altra dei villani alla cisterna, il tradimento di quei della carovana. E il padre allora: Figlio mio, nel momento che tu partivi, non t'aveva io detto che a quelli che hanno le mani vuote, nulla giova se hanno coraggio, e che son vinti anche se hanno artigli di leone? Uomo in armi valoroso Che le mani vuote avea Giustamente mi dicea: « Val più assai d’ovo un granello Che cinquanta e più misure Di vigor superbo e fello! ». — Il giovane disse: Padre mio, finchè tu non vorrai sopportare nessuna fatica, non potrai toccare nessun guadagno; finchè non rischierai la vita, non avrai vittoria sul tuo nemico; finchè non gitterai del grano, non avrai di che mietere! Non vedi tu che con poca fatica ho portato a casa una bella somma di denari, e che, per uma puntura d’ape che ho potuto sopportare, ho fatto assai buona raccolta di miele? Anche se più del giornalier boccone Ingoiar non si può (1), nell’ire a caccia Fsser non vuolsi mai vile o poltrone. Se pensasse il palombaro Alla strozza de’ caimani, Una perla di valore Non avria mai fra le mani. La macina ch’è di sotto, non è mai in moto, ma pur deve sopportar di necessità un gran peso! Qual frutto coglie, stando nel suo speco, Valoroso leone? Qual cibo trova, stramazzato al suolo, Generoso falcone? Se tu, stando rinchiuso in casa tua, Intendi di cacciare, Mani di ragno e piè, prudente e accorto, Pria ti déi procacciare. — (1) Cioè, anche se nessuno può mangiare oltre il necessario e sufficiente, e però deve esser contento.<noinclude></noinclude> 3iyvzn3dcb5onplk9v86ltkafqivx2q Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/251 108 1031719 3901198 2026-09-18T12:43:41Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901198 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 235 —|}}</noinclude>RR E il padre: Figlio mio, questa volta il cielo è venuto in tuo soccorso e la fortuna ti è stata amica e compagna, sì che la rosa ti è riuscita libera dalle spine, e la spina t'è uscita dal piede. Un potente, per caso, s'è imbattuto in te. Ha avuto pietà di te e t'ha commiserato, e con cura e amorevolezza ha riparato alla tua triste condizione. Simili casi assai raramente si avverano, è non bisogna contare su ciò che è raro. Guarda bene, con cotesti desiderî e smanie tue, di non cadere un’altra in questo laccio! Non sempre con la preda Ritorna il cacciator. Pardo lacerator Avvien che un di lo fieda. Così avvenne che un re di Persia possedeva, un giorno, uma pietra di gran prezzo incastonata in un suo anello. Uscì un giorno, con alcuni suoi cortigiani, a passeggiare nella Musella di Sciraz (1) e comandò che si ponesse e piantasse quel suo anello sulla sommità della cupola di Adhid alDaula (2), ordinando inoltre che esso sarebbe stato dato, qual suo proprio suggello, a quel tale che l’avesse infilato con una freccia. Quattrocento arcieri ch’erano al suo servizio, scoccarono lor dardi. Falliron tutti. Ma ad un ragazzo che, per trastullarsi, soleva seagliar freccie di qua e di là dall’alto d’un collegio, accadde che il vento d’Oriente sospinse per caso una di quelle sue freccie per entro l'anello. Questo gli fu dato in premio, oltre una cospicua somma di denari. Il ragazzo, allora, bruciò arco e freccie. Gli fu domandato: Perchè hai fatto così? — Rispose: Perchè rimanga tale e quale questa mia prima gloria! Da un sapiente di chiara veduta Talora avviene Che nulla nulla venga fuor di bene. (1) Musella, luogo delizioso, in mezzo a giardini di rose presso la città di Sciraz in Persia, celebrato anche da Hàfiz, l'Anacreonte persiano (morto nel 1885 d. C.), nelle sue odi. (2) Celebre principe della casa dei Bùidi, signore di Persia e d’altre provincie iraniche, morto a Bagdad nel 983 d. O.<noinclude></noinclude> 5evuv778z93bswuashwg8wxhprjntyf Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/252 108 1031720 3901199 2026-09-18T12:43:47Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901199 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 236 —|}}</noinclude>ngi moggi Avvien tal’altra che sol per errore Un dardo scocchi Tenorante garzone e il segno tocchi. (dal persiano di Saadi). 9. Tre novelle dell'Angelo della morte. Novella prima. — Raccontano che un re di tra gli antichi volle un giorno fare una cavalcata con tutta la gente della sua corte, con tutti i grandi del suo impero, a fine di mostrare alla gente tutta la pompa meravigliosa de’ suoi ornamenti. Comandò perciò a’ suoi amici, ai capitani, ai principi del regno, di far loro preparativi per far viaggio con lui. Ordinò ai guardarobieri di apprestargli le vesti più pompose, quali meglio convenivano ad un principe perchè si mostrasse degnamente adorno, e volle che gli fossero menati innanzi i cavalli più qualificati, più valorosi, più noti. Tutto ciò fu fatto come egli voleva, ed egli allora si scelse le vesti che più gli piacquero, e di tra i cavalli quelli che giudicò i più belli. Indossò le vesti, balzò in sella ad un generoso palafreno, si pose in cammino con tutto il suo regal corteggio, in cui scintil lavano, sulle persone, collane ornate di gemme, di perle di diversa specie, di rubini, ed egli, in mezzo alla turba de’ suoi guerrieri e cortigiani, faceva caracollare il suo nobile destriero e pompeggiavasi con fare altero e magnifico. Venne allora da lui il Diavolo che gli pose una mano alle nari e dentro vi soffiò un soffio di superbia e di vanagloria sì ch'egli tutto invanì e disse fra sè: Chi è ora simile a me nel mondo? — Cominciò allora a mostrarsi tutto altero e vanitoso e a manifestare l’interna superbia. Diventò fatuo e vano nella superbia sua, nè voleva più guardare in viso ad alcuno per tanta sua ammirazione di sè e vanagloria, quand’eeco farglisi dinanzi un uomo in vesti squallide. Costui salutò il re, ma il re non gli<noinclude></noinclude> gpb06od3cb143rhq9iij22o5u3zd0nh Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/253 108 1031721 3901200 2026-09-18T12:43:52Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901200 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 237 —|}}</noinclude> restituì il saluto. Quell’uomo, allora, gli afferrò le redini del cavallo, e il re gli gridò: Ritira la mano! Tu non sai adunque di chi hai toccato le redini? — E luomo: Desidero di farti una domanda. — Attendi ch'io sia tornato a casa, rispose il re; là mi dirai il tuo desiderio. — È un segreto, ripigliò l’uomo, nè posso dirtelo se non all'orecchio. — Il re allora si chinò per ascoltare, e l’altro gli disse: Io sono l'Angelo della morte, e ora intendo di portarmi via l’anima tua. — Concedimi allora, disse il re, tanto tempo ch'io possa tornare a casa mia e saluti la mia famiglia e i miei figli, i mici amici e la mia sposa! — No! rispose l'Angelo. Tu non tornerai nè rivedrai mai più i tuoi cari, perchè è giunto il termine della tua vita! — Così si portò via l’anima del re che ancora si teneva in groppa al palafreno e che allora stramazzò morto al suolo. Allora, l’Angelo della morte si tolse di là e se ne venne ad un uomo pio, del quale Iddio altissimo era contento. Lo salutò, e l’uom pio gli restituì il saluto, e l'Angelo intanto gli disse: Ho da chiederti di cosa che preme, o uom pio, e questa è cosa segreta. — Dimmi allora cotesto tuo segreto nell’orecchio. — E l'Angelo: Io sono l'Angelo della morte. — Te benvenuto! disse l’uom pio. Lode a Dio per la tua venuta, perchè io già da lungo tempo aspettava che tu venissi da me. Troppo lunga fu la lontananza tua da chi desiderava la tua venuta, — Gli disse allora l'Angelo: Se tu hai qualche faccenda a cui attendere, attendivi. — E l’uom pio: Io non ho faccenda che più mi prema del trovarmi presso di Dio potente e glorioso. — E l'Angelo: In qual modo vuoi tuora che io mi tolga l’anima tua, poichè m'è stato comandato di toglierla nel modo che tu vorrai e sceglierai. Dammi tempo, rispose l’uom pio, ch'io mi prosterni o preghi. Quando mi sarò prosternato e avrò pregato, togliti pure l’anima mia. Io intanto mi prosterno. — E l'Angelo: Iddio potente e glorioso m'ha fatto precetto di non togliermi l’anima tua se non nel modo che sceglierai secondo che vorrai, e però io farò come tu hai detto.<noinclude></noinclude> 3yfvb8wh4gyg65ng45t7dis93xy5pgd Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/254 108 1031722 3901201 2026-09-18T12:43:57Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901201 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 238 —|}}</noinclude>seo E L’uom pio si levò, si prosternò, pregò, e l'Angelo della morte si tolse allora con sè l’anima di lui. Egli rimase là in atto di ado ‘azione, e Iddio altissimo intanto ne recò l’anima in luogo di misericordia, di soddisfazione, di perdono. Novella seconda. — Dicono che, una volta, un re aveva radunato tante ricchezze che non si potevano computare, e che aveva raccolto presso di sè gran copia di quante cose d’ogni genere sono state create da Dio altissimo nel mondo, per consolarne e rallegrar sè stesso, sì che, volendo attendere soltanto a godersi di tanti beni, si fabbricò un palazzo alto, elevato, maestoso, quale doVeva essere per monarchi, degno e proprio di loro. Vi fece due porte molto solide, e si procacciò paggi, soldati, guardiani di porte così come volle e desiderò, e poi, ad un certo giorno, ordinò al cuoco di apprestargli le pietanze più squisite. Radunò allora tutta la sua famiglia e la sua servitù, gli amici e i valletti, acciocchè stessero a mangiare presso di lui e prendessero de’ suoi doni; indi sedette sul trono suo di re e di signore, e s’adagiò sui guanciali. Diceva intanto fra sè stesso: Intendi, anima mia, ch'io ho raccolto qui per te tutti i beni del mondo. Ora adunque datti Spasso e godi felicemente di tutti questi beni, e ciò sia per una vita lunga e per uma sorte eletta e gioconda. Non aveva egli ancor finito di parlar così all’anima sua, quando si fe’ vedere a venir verso di lui, dal di fuori del palazzo, un uomo in vesti lacere e cadenti, che recava un sacchetto sospeso al collo come fanno i pezzenti per riporvi il cibo. Venne adunque e picchiò alla porta del palazzo con un colpo forte, terribile. Per poco non fece tremare il palazzo e traballare il trono del re. I paggi ne furono spaventati e balzarono alla porta gridando all’importuno che aveva picchiato. Disgraziato! gli dissero. Che è cotesta tua maniera e cotesta tua mala creanza? Attendi tanto che il re abbia finito di mangiare, e noi ti daremo di ciò che gli sopravanza. —. Dite al<noinclude></noinclude> e56m3x313welrv2aw9uoi3n68shuc8d Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/255 108 1031723 3901202 2026-09-18T12:44:02Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901202 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 239 —|}}</noinclude>edi Ad0i” _ 239 signor vostro, rispose l’uomo ai paggi, ch'egli esca qui da me perchè ha da parlar con me, ch'io ho una domanda da fargli per faccenda grave e per affare urgente. - Vattene via, paltoniere! gli gridavano i paggi. E chi sei tu perchè dobbiam dire a nostro signore che esca qui da te? — Fategli sapere quel che v' ho detto! insisteva quell’uomo, e i paggi andarono dal re e gli riferiron le parole dello sconosciuto. E il re: Perchè non l’avete scacciato? perchè non l’avete picchiato per bene e non l’avete respinto? Questa volta, lo sconosciuto anche più fortemente di prima piechiò alla porta. Accorsero i paggi con bastoni ) armi, e già si volgevano contro di lui per azzuffarsi e respingerlo, quand’egli gridò loro d’un grido terribile: ‘ornate ai vostri posti! Io sono l’Angelo della morte.— Ogni cuore allora si scosse; tutti si smarrirono della mente, tutti perdettero lor fermezza; tremavano per tutta la persona, e avevano come legate e impedite le membra. Disse allora il re: Ditegli s'egli vuol prendere altri in vece mia. Ma l'Angelo della morte gridò: To non piglierò nessun altro in vece tua! Non son venuto che per te, per sepaarti dalle ricchezze che hai raccolte, dai denari che tu hai radunati e riposti nei tuoi tesori. — Il re mandò un profondo sospiro e disse piangendo: Maledica Iddio le ricchezze che mi hanno ingannato e sono state il malanno mio e m’hanno impedito dal servire il Signore! Io mi pensava che m’avrebber giovato, e sono oggi la miseria mia e la sventura mia. Ecco ch'io n’esco vuote le mani, mentre la riechezza mia rimane ai miei nemici! Iddio allora donò la parola alla ricchezza, la quale disse: Per qual ragione mi vai tu maledicendo?Maledici piuttosto te stesso! Iddio altissimo ha creato te e me della stessa polvere; ma poi mi ti ha dato in mano aceciocchè per mezzo mio t’approvvigionassi per la vita futura facendo larghezza di me, in elemosina, ai poveri, ni derelitti, agl’infermi, fabbricando, per mezzo mio, moschee, ponti, pedaggi, e ciò perchè io poi ti fossi<noinclude></noinclude> i60xt506rd3djgbqvdovrae86f4jxx6 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/256 108 1031724 3901203 2026-09-18T12:44:08Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901203 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 240 —|}}</noinclude>ld e” SR Chao d’aiuto nell’altra vita. Tu, invece, m'hai ammassata, m'hai cacciata ne’ tuoi forzieri, quindi a capriecio m° hai sperperata, non mostrandoti grato per nulla al riguardo mio, anzi rinnegandomi apertamente. E ora t'è forza abbandonarmi in balìa dei tuoi nemici, mentre tu ti rimani all’affanno tuo e al tuo pentimento. Che colpa aveva io perchè tu mi dovessi far tanta ingiuria? (1). L'Angelo della morte, intanto, si portò via l’anima del re. Egli stava ancor seduto sul suo trono, e non aveva ancor toccato cibo. Cadde morto e scivolò giù dall’alto del trono suo secondo quel detto di Dio: « Quando appunto stavansi a godere dei beni ricevuti, noi li afferrammo all’improvviso, ed essi n’erano disperati! » (2). Novella terza. — Si racconta come, un giorno, un re d’Israele, superbo e prepotente, si stesse seduto sul trono suo reale, quando vide un uomo che entrava da lui per la porta del palazzo, e quell’uomo era di spiacevole aspetto e di vista spaventosa. Si turbò perchè appunto esso veniva drittamente da lui; ebbe timore di quell’aspetto suo, e pur tuttavia si volse verso di lui per dirgli: Chi sei tu? E chi t'ha dato licenza d’entrar qui da me? e chi t'ha detto di venire in casa mia? — Me l’ha ordinato, rispose, il padron di casa (3), e io sono un tale a cui nessun ciamberlano può impedire il passo, nè io ho bisogno d’aleun permesso per entrare nel cospetto dei re. Non temo pumizion di sovrano, non molti tudine di guardie e di satelliti. Io son colui che disfà i godimenti di quaggiù e disperde le compagnie e le brigate allegre! Quando il re ebbe inteso queste parole, cadde a terra. Un tremito lo prese in tutta la persona, ed egli restò là tramortito. Quando ritornò in sè, disse: Tu sei l'Angelo della morte! — Sì! rispose, e il re: Io ti scongiuro per (1) Simili parole ha posto Luciano in bocca a Pluto, il dio della ricchezza, nel suo dialogo: Zimone 0 il misantropo. (2) Passo del Corano. (8) Cioè Iddio.<noinclude></noinclude> 4jnxuynq6ra6ehvdjxa8aakt3j3n788 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/257 108 1031725 3901204 2026-09-18T12:44:13Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901204 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 241 —|}}</noinclude>Soa Dio accioechè tu mi conceda la dilazione d’un sol giorno perchè io possa domandar perdono a Dio dei mici peccati e mi scusi con lui, e perchè io possa restituire al lor padrone i denari che ho chiusi nel mio tesoro, sì che io non abbia poi da sottostare alla miseria del doverne render conto e alla pena del castigo. — Ma l'Angelo della morte: No! no! gridò. Tu non puoi più far cotesto! lì come potrei concederti alcuna dilazione mentre i giorni del viver tuo son contati e son numerati i tuoi momenti? Il tempo tuo fu già fermato e scritto. — E il re: Concodimi un’ora! — L'ora, rispose, trovasi già nel computo. È trascorsa, e tu t'indugi; è passata, e tu sei pigro. Tutti gli ameliti tuoi, tu li hai avuti, e non te ne rimane che uno solo. — Il re domandò: Chi verrà con mo quand’io sarò portato alla sepoltura? — Nessuno verrà con te, rispose l'Angelo, se non le opere tue. — Le opere mie, disse, furon le ricchezze! — Allora, s0gsiunse Angelo, non e’ è dubbio che il luogo dove tu andrai, sarà il fuoco eterno, e che il termine a cui toccherai, sarà il corruecio dell’ Onnipotente! Così si tolse quell’anima, e il re precipitò dal trono e stramazzò morto a terra. Si levò un grido di dolore di rn la gente del regno, né andò alto il gemito, salirono ul cielo lamenti e pianti. Che se invece ‘si fosse risaputo in qual luogo egli era andato per l’ira del suo Signore, quel pianto per lui sarebbe stato maggiore @ quel gemito sarebbe stato e più forte e più intenso! (1). (dall’arabo di Anonimo). (1) Queste novelle e altre molte di simil genere corrispondono, nel soncotto, n quei libri nostri del Medio Evo, in cui, per disegni, è rap= pronontata la Morte, in forma di scheletro atteggiato ad un riso sarca» utiso, che va da Papi, da Imperatori, da Re, li afferra pel braccio e li \inacina giù dal trono, Iialo Pigzi - Fiori d'Oriente 16<noinclude></noinclude> 8gw58n79ks00th3jh5f30d457m41vmw Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/258 108 1031726 3901206 2026-09-18T12:44:18Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901206 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 242 —|}}</noinclude>Fd Beoo ie 10. Ricordanza perenne della morte. Si narra che Iskender il Bicorne (1), in una delle sue spedizioni militari, capitò presso una gente umile e povera che non possedeva nulla nulla delle cose di quaggiù. Scavavano le tombe dei loro morti sulla soglia delle loro case, le curavano assidui, ne spazzavano via la polvere, le adornavano, le visitavano, adoravano Iddio presso di esse. Non prendevano nessun altro alimento eccetto viluechi ed erbe del campo. Iskender il Bicorne mandò là da loro uno de’ suoi invitandone il capo a venire da lui, ma quegli si ricusò e disse: Che bisogno ho io d’andar da lui? — Allora il Bicorne, andato dal re in persona, gli domandò: Che condizione è la vostra e come ci state? Vedo che non possedete nè oro nè argento, e non trovo qui da voi nessuna delle delizie del mondo. — Delle delizie del mondo, rispose il re; nessuno si sazia! — E Iskender: E perchè scavate voi le sepolture sulla soglia delle vostre porte? — Rispose: Perchè ci stiano sempre dinanzi agli occhi e perchè ci sia dato, vedendole, di rinfrescare in noi la memoria della morte, di non dimenticar mai la vita futura, di scacciar dal cuor nostro l’amore per le cose mondane, di non allontanarci, per esse, dall’adorare Iddio altissimo. — E perchè, domandò di nuovo Iskender, vi nutrite di erbe? — Perchè ci rincresce, rispose, di convertire il ventre nostro in sepoltura d’esseri viventi. E veramente il gusto piacevole del cibo non va al di là della gola. Stese allora la mano e trasse fuori un cranio umano e lo pose dinanzi ad Iskender dicendogli: Sai tu, o Bicorne, di chi era questo cranio? — Non so, rispose (1) Così è chiamato dagli Arabi e dai Persiani Alessandro Magno (Iskender), Il soprannome di Bicorne, datogli anche dal Corano, significa, forse, ch'egli dominò l'Oriente e l'Occidente, Secondo altri, questo soprannome gli sarebbe venuto dall’effigie bicorne di Giove Ammone, di cui il Macedone si spacciava per figlinolo.<noinclude></noinclude> esyzd5xqzxwugj1iosbvoginoxlmtbm Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/259 108 1031727 3901207 2026-09-18T12:44:23Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901207 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 243 —|}}</noinclude>Pe ai IL ION) IRA Iikonder. Era, soggiunse l’altro, d’uno dei tanti re di {|ltesto mondo. Opprimeva e vessava i sudditi e i poveri ‘| deboli tutti, e occupava tutto il tempo suo nell’accumulare i vani beni di quaggiù. Ma Iddio se ne tolse l'anima e le destinò per soggiorno il fuoco eterno, e uesto che ora vedi, è il suo cranio! Stese la mano un’altra volta e pose dinanzi ad Iskender un altro cranio, dicendo: Lo conosci? — Riipose: No! — Questo, rispose, fu già un re della terra, mi fu giusto verso i suoi sudditi, pietoso e longanime vorso tutti quelli del suo governo e del suo impero. lkdio se ne tolse l’anima e le diè per soggiorno i giar{lini di Paradiso assegnandole, inoltre, un alto grado fra | benti. — Ciò detto, pose la mano sul capo del Bicorne v gli disse: E tu, un giorno, a quali di questi due cranî ‘omiglierai? Iskender diè in un gran pianto. Si strinse al seno {uol savio e gli disse: Se tu desiderassi mai la mia compagnia, io ti affiderei l’ufficio di mio ministro e dividerei con te il regno mio. — No! no! rispose. Io non ho {lesiderio di cotesto. — E perchè ciò? gli domandò Isken{lor, Perchè gli uomini tutti, rispose, ti son nemici per ungion delle riechezze e del regno che ti è stato dato, montre essi son tutti amici miei veracemente per cagion {el mio contentamento e della mia povertà, ch'io non ho regno e non ho alcun desiderio delle cose del mondo. Nè lo lo cerco, nè son esse il fine a cui io miro. Ciò che ni basta, è il contentamento mio. Iskender se lo strinse anche una volta al petto, lo hneio in fronte e se ne andò (1). (dall’arabo di Anonimo). (1) È questa indubbiamente una lontana trasformazione del noto vulloquio di Alessandro Magno coi Gimnosofisti indiani (Plutarchi AZes. LNKIV; Arriani Exped. Alex, VII, ecc.)<noinclude></noinclude> 5qeuvc1b478ji2p2i4e3dmgwh6hh8i0 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/260 108 1031728 3901208 2026-09-18T12:44:29Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901208 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 244 —|}}</noinclude>11. Avventura di Sindibad marinaio. Sindibàd così raccontava uno de’ suoi viaggi (1): Sappiate, signori e amici, che mio padre era mercante, anzi uno dei personaggi e mercanti più ragguardevoli del tempo suo. Possedeva molte ricchezze e aveva gran credito. Quando morì, io era ancor tenero fanciullo, ed egli mi lasciò denari, campi e possessi. Quando fui ;venuto su nell’età, misi le mani negli averi miei, e manDi giai bene, e bevvi meglio, e mi cacciai in mezzo alla gioventù, e mi abbigliai di vesti pompose, e andai in compagnia di amici e di conoscenti, pensando che tutto ciò sarebbe durato molto e che n’avrei avuto buon frutto; nè cessai di condurmi in questa maniera per lungo tempo finchè rinsavii da tanta mia spensieratezza. Quando adunque feci senno, m’avvidi che le ricchezze mie erano andate, che la condizione mia s'era mutata, che tutto ciò ch'io possedeva, se n'era ito via; nè ritornai in me se non tutto sgomento e costernato. Ripensai allora a certo raeconto ch'io aveva udito una volta da mio padre e che sì riferiva al signor nostro Salomone figliolo di Davide (che ad ambedue sia la pace!) il quale diceva che tre cose, al mondo, son migliori di altre tre cose, e cioè: « Il giorno in cui si muore, è migliore di quello in cui si nasce; cane che vive è migliore di leone morto; la sepoltura è migliore della povertà ». Mi levai allora e raccolsi tutto ciò che aveva presso di me, di suppellettili, di masserizie, di vesti, e lo vendetti. Vendetti i miei campi e tutto quanto io possedeva, e ne ricavai tremila dirhem. Mi venne in mente di dover viaggiare per i diversi paesi della gente, e mi ricordai intanto delle parole d’un certo poeta il quale diceva: acta (1) È il sesto di sette racconti che si leggono di questo Sindibàd.<noinclude></noinclude> avtr44w6qm0u44aeqiqtvscucm3cckw Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/261 108 1031729 3901209 2026-09-18T12:44:34Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901209 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 245 —|}}</noinclude>DNgna Sol con fatica alto grado s’acquista, E veglia in notte chi agogna grandezza. In mar si tuffa chi di perle ha brama E giunge a signoria, stima, ricchezza. Ma chi grandezza senza stento agogna, Perde sua vita in cerca di stoltezza (1). lo disegnava di viaggiare e di attendere, intanto, ai {nuffici. Stando adunque per partire, mi comprai molte ilerrate di valore e di lusso, quali si convengono a chi Inuffica per mare. Caricai tutte queste mie merci e da lingdad discesi a Bassora, dove trovai una bella nave n cui si tenevano mercanti e personaggi ragguardevoli v d'età, con molte mercanzie di gran valore. Allogai lineh'io sulla nave le mie merci, indi partimmo tutti in hilona salute da Bassora. Non cessavano d’imbarcarsi vinggiatori e passeggieri da questa a quella stazione, da esta a quella città, e noi vendevamo e compravamo, {livortendoci assai nel vedere i diversi paesi. La sorte ci orrideva, felice era il viaggio, e noi avevam fatto di bei wilagni, quando un giorno, andando sempre per mare, seco il capitano della nave gridare e urlare e gittar via il berretto e piechiarsi la fronte e strapparsi i peli della »nrba. bi gittò poi tutto disteso là nel mezzo della nave, innta era la costernazione sua e l’affanno. Tutti i passegwleri, tutti i mercanti gli si affollarono d’intorno. Capitano! ili domandavano, che ci sai dire? — Sappiate tutti, riposo, che noi ci siamo smarriti e che siamo usciti da [lol mare per cui ci eravamo messi, entrando in un altro ill cui non conosciamo le vie. Che se Iddio non ci manda \\eun che che ci liberi da questo mare, noi siam tutti periluti senza remissione. Pregate Iddio che ci tragga da anto pericolo! (‘iò detto, si mosse per far quanto poteva, e s’arrampieo sull'albero maestro per disciogliere le vele, ma in ijtiol punto urtò tanto fortemente il vento sul naviglio ve, spingendolo a ritroso, lo mandava a rompersi sotto (1) Vioò cercando l'impossibile e l’assurdo<noinclude></noinclude> edgmjg61o50pdq44whp3nhdaqkymkge Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/262 108 1031730 3901210 2026-09-18T12:44:39Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901210 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 246 —|}}</noinclude>mes sd? va un'alta montagna. Il capitano discese dall'albero e disse: Non v'è forza, non v'è potere, se non in Dio grande, eccelso, e nessuno può allontanar da sè il proprio destino. Per Dio! noi ci siamo imbattuti in una sventura ben grande, da cui non ci rimane nè salvezza nè scampo!— Piangevan tutti i viaggiatori la loro sorte, davansi l’un l’altro l'estremo addio essendo in fin di vita; era perduta ogni loro speranza; e la nave intanto, accostatasi sempre più alla montagna, vi si ruppe spargendosene attorno le tavole. Tutto quel che v'era dentro, si sommerse; i mercanti caddero in mare, e d’essi parte andò a fondo, parte s'abbrancò agli scogli della montagna e vi montò sopra. Io pure fui uno di quelli che poteron salire sul monte, ed ecco che scoprimmo che eravamo in un'isola grande, sui lidi della quale vedevansi ancora molte navi spezzate e infrante. Gran provvigioni erano ancora sul lido, di quelle che il mare vi rigetta dalle navi rotte, di cui i passeggieri si son sommersi, e, con le provvigioni, molte altre derrate e merci e mercanzie, tanto da confonder la mente e il pensiero, di quelle che il mare di qua e di là aveva sbandate e disperse. Montato al punto più alto dell’isola, m’aggirai di qua e di là e nel bel mezzo vi trovai una fontana d’acqua dolce, scorrente, quale usciva di sotto alla parte dinanzi della montagna e vi si perdeva dietro la parte opposta. Salirono anche gli altri viaggiatori, e si dispersero di qua e di là per il monte dell’isola; erano come storditi della mente per tante cose e s'aggiravano per l'isola quasi fuor di sè per tutto ciò che vedevano di merci e di cose preziose accumulate sulla sponda del mare. Noi adunque non cessavamo mai di aggirarei per l'isola dilettandoci dell’ammirare tutto ciò che Iddio altissimo vi avea creato. Ci meravigliavamo stupiti del caso nostro e di ciò che vedevamo. Eravamo tuttavia costernati e sgomenti assai. In un certo punto dell’isola avevamo raccolto piccola quantità di provvigioni. Ne risparmiavamo quanto potevamo, mangiandone ad un pasto solo ogni giorno, ovvero ogni due giorni, e temevamo<noinclude></noinclude> tfw2opkfi9pfvlrdxf64sh2t6y6h5zx Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/263 108 1031731 3901211 2026-09-18T12:44:44Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901211 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 247 —|}}</noinclude> intanto che quella scarsa provvigione ci venisse meno e noi dovessimo morire dolorosamente di fame e di paura. (Quello che di noi moriva, dopo che l’avevam lavato, lo ravvolgevamo tra quelle tele e quelle vesti logore che il mare aveva rigettate sulla sponda dell’isola, e così gli dlavam sepoltura. Avvenne pertanto che molti morirono o che non rimase di moi che una piccola compagnia. Durammo assai poco in quello stato, e tutti i miei amici e i miei compagni morirono a poco a poco l’uno dopo l'altro. Allora io rimasi tutto solo nell’isola, e poca provvisione mi rimaneva dopo ch’era stata pur tanta. To pianseva di me stesso e andava dicendo: Oh! fossi io morto prima dei miei compagni i quali mi avrebbero lavato e iepolto! Ma non e’'è potenza, non c'è forza se non in Dio srande, eccelso! — Resistetti così qualche tempo, finchè in giorno mi levai e mi scavai una fossa profonda in un luogo appartato dell’isola, e intanto andava dicendo fra mo: Quando non ne potrò più e sentirò che la morte viono, mi raccoglierò a riposare in questa fossa dove morirò. Rimarrà allora il vento a spargermi sopra l’arena ilel lido che mi ricoprirà tutto, e io così ne rimarrò sebolto, — E andava anche biasimando me stesso per la poen prudenza mia quando mi tolsi dal mio paese e dalla nin città e volli viaggiare dopo quanto io aveva sofferto in \ltri miei cinque viaggi, quando non c’era stato viaggio in cui non avessi avuto da affrontare pericoli e spaventi «mpre più forti e gravi degli antecedenti. Non aveva più ileuna fiducia nella salvezza e nella salute mia e mi pen\lvn dell’aver viaggiato per mare, anzi dell’esser ritornato \ vinggiare. Non aveva io bisogno di ricchezze, anzi ne \vova anche di troppo, ma non poteva spenderle, non poteva consumarne nemmeno la metà per il rimanente ilvlla mia vita. Eppure, io aveva con me quanto mi sarebbe bastato, e anche di più. Ma poi, ad un tratto, feci in me questo pensiero e illini: Per Dio! è pur necessario che questa corrente il'uequa abbia un principio e un fine, e che v'abbia da<noinclude></noinclude> hdl788k62gh0i41e07zrcz5ydgg9yp3 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/264 108 1031732 3901212 2026-09-18T12:44:50Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901212 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 248 —|}}</noinclude>SURE cui essa riesca in luoghi colti me è questo a tale essere anche un punto per e abitati. Il migliore avviso adunque per ch'io mi componga una piccola zattera, di misur ch'io mi vi possa acconciare, e vi monti sopra e la s0spinga nella corrente e su di essa mi metta in cammino. Se avrò scampo, mi salverò e scamperò col consenso di Dio altissimo; e se non troverò modo di salvarmi, morirò nella corrente, e sarà meglio che morire in questo luogo sumando di dolore. — Così mi levai, mi E(i Si dove mi vo con posi all'opera, € presto potei farmi una raccolta di legni dell’isola, legni d’aloè di Cina e legni di Qumar (1), che io poi congiunsi € legai insieme sulla sponda del mare con le fumi delle navi che già vi si erano sfasciate. Dalle stesse navi mi procacciai tavole di legno che combaciavano, e le disposi e accomodai su quei legni. Peci la zattera della larghezza del fiume, anzi un poco meno, e la legai fortemente, acconciamente, solidamente. Intanto, io m'era già fatto provvista di quelle gemme, di quei metalli preziosi, di quei denari, di quelle perle grosse, simili a ciottoli, e di ogni altra cosa che potei trovare nell’isola, e di certa quantità d’ambra greggia, pura è buona, e tutto ciò ai sulla mia zattera, toltomi inoltre quanto mi rimaneva ancora di provvigioni. Calai finalmente la zattera nella corrente, € dall’una te e dall'altra vaccomodai due legni che mi facesser mi, conformandomi così al precetto di certo poeta posi € accumuli da re che dice: Lascia quel loco Dov'è sventura; Lascia la casa Che di chi la elevò piange la morte, Chè un altra terra Tu troverai, Ma un altro spirto Non troverai che col tuo si comporte (2). (1) Cioè del Capo Comorino in India, (2) Sia uguale d'indole al tuo,<noinclude></noinclude> 4tipuipbcq7d9tctl24o3qy6dsyvyrd Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/265 108 1031733 3901213 2026-09-18T12:44:55Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901213 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 249 —|}}</noinclude> Non sgomentarti Per ciò che reca Buia la notte, Chè ogni sventura a un termine discende. Tal, cui la morte Fu destinata Im questa terra, Tn altra il fato estremo nol sorprende. Non mandar messi Per pensier che hai; Savio consiglio L’alma, fuor che da sè, d’altri non prende. Io adunque m/accostai al fiume con la mia zattera, e intanto andava pensando fra me quale esito avrebbe mai avuto questa faccenda mia. M° andava accostando sempre più al punto in cui la corrente entra sotto la montagna, e in quel punto montai sulla zattera avanzane domi, sotto il monte, in mezzo @ tenebre densissime. La zattera mi trasportava sempre più innanzi sotto la montagna, e il passaggio era angusto, sì che i fianchi della zattera rasentavano le sponde del fiumicello e io col capo toccava la volta dello speco. Non mera più dato, omai, di ritornare indietro, e però io biasimava me stesso fra me per ciò che aveva fatto, e diceva: Se questo passaggio mi si fa ora anche più angusto intorno alla zattera, sarà ben difficile ch’essa possa cavarsene e uscire, nè è possibile ritornare. Io allora, senza fallo, morirò qui di stento! — Al punto dove il rio era più stretto, mi gettai bocconi sulla zattera; e intanto andava e andava avanti, nè sapeva più se fosse di notte o di giorno, e ciò per la tenebra profonda che mi circondava sotto la montagna; e tremava intanto e temeva di dover perir là dentro. Durai lungo tempo in quello stato, e il fiumicello ora s'allargava, ora si restringeva; ma più assai mi dava noia l’oscurità, finchè, in tanta angoscia mia, mi prese un torpore sonnolento, e io m’addormentai boccone sulla zattera. Essa continuava ad andare e mi portava Seco, ma, perchè io dormiva, non so se per lungo o per breve tratto.<noinclude></noinclude> 6oh5z9sl1td9rit7trfbj69ju63cnlr Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/266 108 1031734 3901214 2026-09-18T12:45:00Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901214 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 250 —|}}</noinclude>Èi Quando mi destai, mi trovai in piena luce. Apersi gli occhi, e mi vidi in un luogo spazioso, e la zattera mia legata ad un’isola, e dintorno a me tutta una turba di Abissini. Quando si furono avvisti che io m’era levato in piedi, mi si accostarono e mi rivolsero la parola nella loro lingua. To non intendeva ciò che andavan dicendo, anzi mi pensava che quello fosse tutto un sogno e che io dormissi ancora, e ciò per il grave affanno e l’intensa angustia. Ma poi, perchè essi mi parlavano, e io non intendeva ciò che mi dicevano, e non rendeva loro risposta, si fe’avanti un uomo tra loro, il quale mi disse in lingua araba: Salute, fratello! Chi sei tu e donde vieni? Per qual motivo sei tu venuto in questi luoghi? E per dove sei entrato in questo fiume? E qual paese sta dietro questa montagna, chè non sappiamo che alcuno mai sia venuto di là fino a noi? — Io, invece, domandava: Chi siete voi, e qual terra è questa? — O fratello, mi rispose l’uomo, noi siam gente data a coltivare i campi, e appunto eravam venuti qui oggi per inaffiare i seminati e gli orti nostri quando ti abbiam trovato addormentato sulla zattera. Noi allora l’abbiamo arrestata e legata qui presso di noi perchè tu non andassi a certa morte. Ma tu ora di’a noi qual sia il motivo della tua venuta qui da noi. — Io dissi allora: Per amor di Dio, o signore, fammi dar prima alcun che da mangiare, ch'io ho fame, e dopo dimandami di ciò che vuoi. In tutta fretta, allora, mi diede da mangiare, e io mangiai finchè fui sazio e mi sentii ristorato e rifatto, cessato inoltre il tremore, sì che, ben ripieno, sentii ritornare in me la vita. Lodai allora Iddio altissimo per ogni cosa ch’erami toccata, e giubilai del vedermi uscito dal fiume e dell’esser capitato là tra quella gente, a cui raccontai tutto ciò che m’era avvenuto, dal principio sino alla fine, e quanto m’era accaduto navigando nel fiume per l’angusto passaggio sotto il monte, Quelli intanto parlavano fra loro e dicevano: Noi dobbiamo ora prender costui e menarlo dal nostro re perchè l’informi di quanto gli è accaduto. — Mi presero allora<noinclude></noinclude> jjgyrimdoagxgutb9plzijdto0zrsqs Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/267 108 1031735 3901215 2026-09-18T12:45:05Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901215 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 251 —|}}</noinclude>dr pit Ta miiii mer PRO IRE con sè, tolsero su con me anche la zattera con tutto ciò che v'era sopra, denari, oggetti preziosi, gemme, metalli, oreficerie, argenterie. Così mi fecero entrare nel cospetto del loro re, il quale essi informarono di quanto merz accaduto. Il re mi salutò, mi diè il benvenuto, mi richiese di mia condizione e dei casi tutti della mia vita, e io gli raccontai tutto quanto mera intravvenuto, sì ch'egli si meravigliò molto e mi felicitò dell’essere scampato da tanti pericoli. Allora mi levai e tolsi molte cose da quella zattera mia, metalli, gemme, legno d’aloè, ambra greggia, e ne feci l'offerta al re, il quale accettò il dono e m'onorò grandemente e m’assegnò presso di sè un luogo per dimorarvi. Mi famigliarizzai anche coi personaggi più ragguardevoli che m’onoravano assai, nè per allora mi tolsi mai dal palazzo del re. Intanto, tutti quelli che giungerano là nell’isola, domandavan conto del mio paese, e io ne li informava, e parimente io domandava conto del loro, e io dava loro le notizie richieste, finchè un giorno il re. oltre al domandarmi notizie intorno alle condizioni del mio paese, mi interrogò anche sul conto del Califfo della città di Bagdad, e io gli parlai della sua giustizia e della sua sapienza nel sentenziare (1). e ne me ravigliò molto e mi disse: Per Dio! il Califfo deve attendere @ faccende ben alte e nobili, e le condizioni in cui si trova, gli son pur favorevoli e propizie. Ora tu m' hai ‘ispirato certa affezione per lui, e però intendo di apprestar per esso alcuni doni che io poi gli manderò per mezzo tuo. — Intendo e obbedisco, o signore! risposi. Io gli porterò i tuoi doni e gli farò sapere che tu gli sei amico verace. E seguitai a rimanermi presso il re sempre molto onorato e ben trattato, vivendo benissimo, per certo tempo, finchè, stando un giorno seduto nel palazzo del re, da certa gente di quella città sentii dire che s’apprestava certo naviglio col quale s’intendeva fare un viaggio fin là presso la città di Bassora. To allora dissi fra me: Nulla c'è di meglio per me che l’andarmene con gli altri che (1) È sempre il celebre Califto Harîn al-Rashîd,<noinclude></noinclude> a0lb6uc7nug5v5v8k3aebtznylipj6g Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/268 108 1031736 3901216 2026-09-18T12:45:11Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901216 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 252 —|}}</noinclude>ita —_LL. — 202— s’imbarcheranno. — Sùbito mi diedi attorno a tal fine, e corsi a baciar la mano, al re facendogli sapere ch'era intenzione mia di partire con gli altri viaggiatori sul naviglio che andavasi apprestando, desideroso come era di rivedere la mia famiglia e il mio paese. — Gli è affar tuo! mi rispose il re. Ma se tu vuoi pur restar qui con noi, puoi liberamente restarvi, poichè noi ci siamo famigliarizzati con te. — Ma io dissi: O signore, tu m’hai rieolmato di favori e di benefizî, ma io desidero ardentemente di rivedere il mio paese, la mia famiglia e i congiunti e amici miei, Quand’ebbe inteso queste parole mie, chiamò a sè i mercanti che avevano apprestato il naviglio, e mi raccomandò loro. A me poi donò molte cose sue, pagò per me il nolo del naviglio e mi consegnò magnifici doni da portare al Califfo Haràn al-Rashîd nella città di Bagdad. Presi commiato, allora, da tutti gli amici miei dei quali io frequentava la compagnia, quindi mi imbarcai con quei mercanti. Salpammo, e il vento ci fu favorevole, felice il viaggio, e noi confidavamo in Dio che sia lodato ed esaltato! Non cessammo dal passare di mare in mare, d’isola in isola, finchè giungemmo sani e salvi, con l’aiuto di Dio altissimo, alla città di Bassora. Scesi allora a terra, e stetti in Bassora alquanti giorni e alquante notti finchè mi preparai ad andarmene. Misi insieme le robe e i cari chi miei e m'incamminai alla volta di Bagdad, la città della pace. Entrai nella presenza del Califfo Harùn alRashîd, gli feci presente dei doni e l’informai di quanto m’era accaduto. Collocai in luogo sicuro le derrate mie e i denari miei, quindi passai là dal mio quartiere dove tutti corsero al mio incontro, quei della famiglia mia e gli amici miei, fra i quali tutti spartii i doni ricevuti, oltre che feci elemosine ai poveri e mandai ad altri altri doni. Trascorso certo tempo, il Califfo mandò per me. M'interrogò intorno al motivo di quei doni ch'io gli aveva portati, e donde essi venivano. Principe dei credenti, risposi, io non conosco nè il nome nè la via della città<noinclude></noinclude> gq6tpol9gn1rp507xrnszmkra1jssgy Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/269 108 1031737 3901217 2026-09-18T12:45:16Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901217 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 253 —|}}</noinclude>Cao donde essi provengono! Questo soltanto so che, quando colò a fondo il naviglio sul quale io era, montai sopra di un'isola, dove mi fabbricai una zattera sulla quale andai per un fiumicello che riusciva nel bel mezzo di essa. Così lo venni informando di quanto mera accaduto in tutto quel viaggio, e come dal fiume fossi scampato in quella città. Gli parlai di quanto mera avvenuto in essa e del motivo della spedizione dei doni per mezzo mio. Il Califfo si meraviglid molto di tanto € ordinò agli storici di mettere in carta tutta questa istoria mia e di riporla negli archivî reali perchè, chiunque poi l’avesse veduta, me avesse preso utile ammaestramento. (dall'arabo delle Mille e una notte). 15. Storia del banchiere di Bagdad. Si racconta (e Iddio ne sa meglio di noi nel suo segreto, Egli che è sapiente, buono, misericordioso, per tutto quanto riguarda gli avvenimenti passati delle nazioni e delle genti!) come Al-Mutadhid fosse uomo di gran mente, di grand’animo, giusto. Teneva egli in Bagdad seicento suoi referendarî, sì che nulla di ciò che accadeva fra la gente, gli poteva sfuggire. Egli adunque uscì, un giorno, con Ibn Hamdan (1), per divertirsi in mezzo alla folla e per udir ciò che di nuovo era accaduto. L'aria calda e l’ardor del sole di mezzogiorno li opprimevano. Eran giunti in una piazzetta pulita, Leggiadra, e la, vedendo a capo d’una viuzza una sasa alta e bella, si sedetfero sulla porta per riposarsi (1) Buon letterato, autore d'un Libro di memorie, in cui raccolse aneddoti, racconti, ecc. Era di Bagdad. Morì nel 1167 d. C., Non potè essere perciò contemporaneo del Califfo Al-Mutadhid, come l'Autore anonimo, poco istruito in fatto di storia, suppone facendolo suo compagno di divertimenti e di passeggiate. Vedi la Letteratura araba Cap. VIII, $ £ (dove pure è lo stesso errore di cronologia, venutomi da una nota dello Cheikho posta da lui al testo arabo nella sua Chrestomathia arabica, pag» 330).<noinclude></noinclude> 9sj3w8agfq7xwcklyo38fxqrb0ewrgu Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/270 108 1031738 3901218 2026-09-18T12:45:21Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901218 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 254 —|}}</noinclude> e prender fiato, quand’ecco uscirne un paggio e, con lui, un altro, bellissimo garzone, al quale il primo veniva dicendo: Il nostro padrone oggi è tutto malinconico, perchè siam già ad ora tarda e nessuno è ancor venuto da lui, ed egli ama avere ospiti in casa. Il Califfo si meravigliò di quelle parole e disse: È un segno della generosità del padrone di questa casa. Noi dobbiamo entrar da lui e far prova della sua generosità e grandezza d'animo. Ciò gli potra essere cagione e principio di qualche grazia 0 beneficio da parte nostra. — Voltosi allora al paggio, gli disse: Domanda al tuo signore che permetta ad alcuni forestieri di entrare. — Il Califfo, in quel tempo, quando voleva divertirsi andando qua e là in mezzo alla gente, soleva travestirsi da mercante che vien di fuori. Il paggio, tutto contento, entrò dal padrone e gli fe” l'ambasciata. Il signore ne fu tutto gioioso. Si levò in piedi e parve un bell’albero di salice d’Egitto; uscì egli stesso, in persona, all’incontro degli ospiti, ed era tutto leggiadro della persona, bello d’aspetto, con in dosso una sopravveste di fabbrica di Sàbùr (1), un mantello ricamato d’oro fino, con anelli alle dita ornati di rubini e d’altre pietre preziose, ed era tutto profumato. Quand’ebbe veduto gli ospiti, gridò: Benvenuti! Evviva! Voi ci fate grazia, 0 signori, voi ci favorite! Dice Ibn Hamdùmn: Entrammo in casa, ed ecco ch’essa era come un paradiso. Nel mezzo, era Un giardino tutto circondato di mura su cui vedevansi dipinti due monarchi che si erano scontrati in battaglia, e fanti e cavalieri e altre cose molte, e volatili in alto, dipinti in oro. La casa poi faceva abbarbagliar la vista, ornata come era in ogni parte di varî tappeti di seta € di arazzi diversi. Agli ospiti, intanto, fu offerto da sedere su guanciali, ed essi sedettero, e Al-Mutadhid andava osservando la casa, i tappeti, le cortine. (1) Nome di una città di Persia, secondo il Kosegarten (Chrestomallma arabìca, IL, pag. 301).<noinclude></noinclude> lj35m05y5rrn42hqfevbgx2kkww47at Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/271 108 1031739 3901219 2026-09-18T12:45:26Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901219 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 255 —|}}</noinclude> Dice Ibn Hamdùmn: To teneva d’occhio il Califfo, ed ecco ch'egli s'era tutto mutato in volto. Io conosceva assai bene quando era tranquillo e quando si turbava. Al vederlo così, dissi fra me: Vedrai ch'egli va mulinando qualche cosa e che fra poco andrà in furia. — Vennero intanto i paggi con un bacino tutto d’oro, e noi allora ci lavammo le mani. Vennero con una tovaglia di seta, vennero con una tavola formata di canne d’India, la scoprirono, ed ecco che c’eran sopra certe pietanze disposte e ornate in modo che parevano fiori di primavera mille colori. Disse allora il padron di casa: In nome di Dio, o signori! Abbiamo appetito, e però favorite! Fate grazia e mangiate! — Cominciò allora a trinciar polli e a mettercene dinanzi, e intanto rideva scherzando e ci raccontava storie e aneddoti e recitava poesie e riferiva tradizioni antiche secondo che si conveniva ad un banchetto e ad una festa. Furon poi portati, sopra vassoi di gran prezzo, dei dolci finissimi, fragranti, e noi ne gustammo; quindi, lavateci le mani, passammo im un’altra sala che era stata inaffiata con acqua di rose e suffumigata con legno di aloè arso sulla brace. V'erano anche, disposte in piatti e vassoi, diverse frutta, pomi ed erbe odorose € fiori di loto, € tutto il luogo faceva confondere la vista. Ma, anche con tutto ciò, il Califfo non sorrideva, sebbene fosse solito esser sempre di buon umore perchè amava l’allegria, gli scherzi, i divertimenti, e io sapeva bene che non era punto nè invidioso nè violento, e però andava dicendo fra me: Sta a vedere perchè mai si mostra tanto burbero in viso! — Intanto fu portato da bere in caraffe e in ampolle; e c’era del vino schietto, dell’aromAtizzato, del filtrato, e c'erano bicchieri e tazze d’oro, d’argento, di cristallo; e noi fummo presentati di torte, di pomi, su piatti d’argento e d’oro. Ma poi, ecco che quel signore picchiò con una canna d’India su d’uno dei canapè posti intorno alla sala, e allora la porta d’una camera segreta si aprì e ne uscirono tre fanciulle, adolescenti, intatte, simili a tre soli, simili a tre fiori, e una<noinclude></noinclude> 5d6e9ahl8rdzxorh1eqq3qz2bjazjjj Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/272 108 1031740 3901220 2026-09-18T12:45:32Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901220 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 256 —|}}</noinclude> e Valtra il tamburello, e Ja terza dansuonava il liuto, tina di broccato zava. Fu poi fatta discendere una cor a le funicelle e d’oro gli anelli. Ma AL che aveva di set Mutadhid, a tutto ciò, non si voltò nemmeno, anzi, tenendo lo sguardo fiso in volto al signore, gli domandò: Sei tu un nobile? Fammi sapere di che condizione sei. — Il signore, che non sapeva qual personaggio gli si trovava in casa, disse: O signore, io non sono un nobile, ma sono d’una fa sotto il nome di Al-Mutadhid: Sai tu chi s conosco nessuno delle signor Ripiglia Ibn Hamdùn: Io allora gli dissi: Amico, questo signore è il Principe dei credenti Al-Mutadhid. — TL) uomo allora balzò in piedi, baciò sette volte la terra nel cospetto del Califfo, osi tutto tremante di paura, disse: O Principe dei credenti, per il diritto dei tuoi pii antenati! (1), Se ho commesso qualche fallo, se ho commesso dinanzi @& te qualche mancanza, tu mi perdona! — E Al-Mutadhid: Tu non potevi far di più di quanto hai fatto nell’accoglierci. Ma qui si tratta di tal cosa che, se tu me ne sai dir la verità e questa si conferma nella mia mente, te ne andrai libero. Che se invece non mi fai saper la ad una prova evidente miglia di mercanti, e son conosciuto Alì ibn Ahmed del Khorassan. — E on io, amico? — Rispose: Non ie vostre illustrissime. e poi, stand verità quale essa è, io ti coglierò e ti darò ben doloroso castigo. — E l’altro: Mi guardi Iddio dal dirti cosa non veral <= E dl Califfo. lo, fin dal primo momento che sono entrato in casa tua, ne ho notato e osservato la bellezza, l'eleganza delle sue SUppellettili, de’ suoi tappeti, di tutti gli ornamenti suoi. Ho pure osservato la tua veste, ed ecco ch'io vi ho visto notato e seritto il nome di mio nonno Al-Mutavakkil. — Sì! o Principe dei credenti, rispose. Tu hai ragione, e io so che tu ami la sincerità massime quando si parla alla tua presenza. — Il Califfo gli fe’ cenno di sedere; (1) Gioè del cui diritto al Califfato non si dubitava punto, mentre ill diritto d'altri Califfi fu non di rado contestato,<noinclude></noinclude> fk60aijmb2uwd3moinr4yj0l58cpl41 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/273 108 1031741 3901221 2026-09-18T12:45:37Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901221 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 257 —|}}</noinclude> (l’altro si sedette) e soggiunse: Raccontami. — E quell’uomo incominciò così: Sappi, o Principe dei credenti (che Iddio ti aiuti!), che non fa mai in Bagdad uomo più facoltoso di mio padre (ascoltami attentamente, 0 Principe dei credenti, e guardami bene!). Mio padre stava sempre alla banca, nel mercato dei droghieri, nel mercato dei venditori di panni, e in ogni mercato aveva una bottega e un suo procuratore. Teneva presso di sè derrate € mercanzie d’ogni genere; ma, alla banca, nell'interno del negozio, aveva anche una cameretta particolare tutta leggiadra ed elegante. Il negozio serviva alla compera € alla vendita ma la cameretta era per starvi libero e in disparte, e là egli, tutto da solo, attendeva agli affari suoi. Le sue ricchezze, intanto, crescevano € si moltiplicavano, nè ogli aveva altri figli fuor che me solo, e però mi portava un grande amore, era tutto tenerezza per me, conti nuamente mi accarezzava, finchè, quand’io era già adulto, s'accorse ch'era venuto al termine de’ suoi giorni. Allora mi chiamò a sè, mi raccomandò la devozione a Dio altissimo, mi fece conoscere il patrimonio ch'egli mi legava, mi esortò a mantenermi sempre obbediente a mia madre e a conformarmi alle sue parole e ai suoi consigli. Così morì raccomandato alla misericordia dell’ Altissimo, e Iddio conceda intanto lunga vita a nostro signore, il Principe dei credenti! Io invece mi diedi al mangiare e al bere e al darmi bel tempo con gli amici e coi compagni. Mia madre me ne riprendeva e rimproverava, ma io non dava retta alle sue parole, sì che si giunse presto a tal punto che gli averi furon tutti dilapidati, e io dovetti venderei poderi e i fondi, nè mi rimase più nulla fuorchè la casa dove io abitava, ed era una bella casa! Un giorno, dissi a nia madre: Venderò la casa. — Figlio mio, disse mia madre, se tu vendi la casa, farai cattivo nome a me e & (o e ci ridurrai al punto di mon sapere in qual luogo possiamo riparare. — E io: Con una parte del prezzo vicavatone comprerò un’altra casa, € col rimanente mi Italo Pizzi — Fiori d'Ordente Li<noinclude></noinclude> hq7kdljvjsk60tgh58uvh6txnbd24x0 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/274 108 1031742 3901222 2026-09-18T12:45:42Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901222 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 258 —|}}</noinclude>È — DIA== darò al trafficare. — A qual prezzo penseresti di venderla? domandò mia madre. Per il prezzo, io risposi, di cinquemila dînar. Con mille dînar mi comprerò un’altra casa, e col rimanente mi darò al commercio. — Allora, ripigliò mia madre, vendila a me per cotesto prezzo. — E io: Volentieri! — Mia madre uscì per un poco, e poi tornò con un bel vassoio. Tolse un drappo che lo copriva, ed ecco che v'era sopra un Vaso di porcellana cinese che conteneva appunto cinquemila dinàr. Oh! allora mi parve che tutta la casa fosse diventata d’oro. E mia madre intanto mi diceva: Non ti pensare, figlio mio, che questi denari siano di tuo padre. È questa una eredità di mio padre che io aveva messa da parte appunto per simili angustie. Si ripiglia il racconto: Io allora, 0 Principe dei credenti, come ebbi preso da lei quei denari, tornai come prima a bere e a mangiare e a darmi bel tempo coi mici compagni, finchè ben presto anche quei cinquemila dinàr andarono in fumo. Mia madre mi dava ammonimenti e consigli, ma io non ne voleva sapere, finchè, trovatomi al verde, un giorno le: dissi: Venderò la casa. — Non l'hai tu venduta a me? ossa disse. Come puoi crederti lecito di venderla un’altra volta? — Ma io gridai: Non andiam tanto per le lunghe! Qui bisogna vendere. — Allora, ripigliò mia madre, vendila di nuovo a me, ma ad una condizione che ora ti dirò.— E trasse fuori e mi presentò quindicimila dînar pur di avere essa stessa, in persona, il governo dell'azienda mia. Io acconsentii a tutto ciò, ed essa fe’ richiesta dei procuratori di mio padre, e-diede a ciascuno di essi mille dînàr, e cinquemila ne diede a me, perchè io allora andai ad acconciarmi in quella cameretta mia in disparte dove poi vennero @ visitarmi i miei amici e dove la gente veniva a far sue compere da me, e io, alla mia volta, vi faceva le mie, sì che ben presto il traffico prosperò e vennero dei guadagni e erebbero gli averi. Quando mia ‘madre vide le buone condizioni mie, mi mostrò e presentò certi canestri in cui erano gemme e<noinclude></noinclude> 5in79zpsmbh9vnp5w33o1ct2dsdtex3 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/275 108 1031743 3901223 2026-09-18T12:45:47Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901223 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 259 —|}}</noinclude> vasellami d’oro e d’argento. Mi furono ritornati, inoltre, certi mici possessi che per la negligenza negli affari e per l'abbondanza dun tempo erano andati perduti, e così mi rimasi per qualche tempo in questo stato finchè mi venne voglia di veder la bottega che già era stata di mio padre nella piazza dei banchieri. Tanto mi piacque questo desiderio che trasportai in quella bottega tutte quante le robe mie, dove, inoltre, le entrate crebbero più di prima. Vi convennero anche i miei procuratori ai quali affidai delle mercanzie acciocchè me le vendessero, e poi, nell’interno del fondaco stesso, mi feci fare un’altra cameretta simile alla prima. Un giorno, 0 Principe dei credenti, io me ne stava in quella mia cameretta, quando mi si presentò una ragazza di cui gli occhi miei non avevano mai veduto la più bella. Essa domandò: È questa la camera di sua signoria AbÙ "1-Hasan - ibn Ahmed al-Khorasani? — È questa, io risposi. E la ragazza: E dov'è egli ora? — Sono io stesso in persona! le diss'io, € intanto, o Principe dei credenti, io era come stordito. A tanta bellezza ed eleganza sua, venne meno in me ogni fermezza. Bssa si sedette e mi disse: Dirai al tuo ragazzo che mi paghi trecento dinar. — Io diedi l'ordine; il ragazzo pagò; essa prese la somma @ se ne andò, e io rimasi là tutto stordito e confuso. Domandò allora il ragazzo: La conosci tu? — No! risposi. E allora, ridomandò il ragazzo, perchè mi hai dato l’ordine di pagarle la somma? — Per Dio! risposi, io non ho potuto padroneggiarmi, tanto Son stato vinto dalla sua bellezza. Io non ho potuto trattenermi! Il ragazzo si levò e le corse dietro senza ch'io ne sapessi nulla. Ma poi ritornò ch'era tutto piagnoloso e aveva sul viso segni di schiaffi e di guanciate: Che è stato? gli domandai, ed egli: Son corso dietro alla ragazza per vedere dove andava: ma essa, quando si fu accorta di me, si voltò indietro e mi diè uno schiaffo. Poco mancò non mi cavasse un occhio. Rimasi là per un mese, nè io la vidi più in tutto quel tempo, 0 Principe dei credenti, sebbene ne avessi<noinclude></noinclude> mh20ubeiao2q0tgoorvugxo7w6ir3w2 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/276 108 1031744 3901224 2026-09-18T12:45:53Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901224 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 260 —|}}</noinclude>Nes, echi bi:0;c\ —260— un gran desiderio, sì che tutte le notti io la vedeva in sogno. Ma quando fu l’ultimo dì del mese, ecco ch’essa entra da me e mi saluta. Poco mancò non volassi in alto per la gioia e per il giubilo, ed essa intanto domandava mie notizie e diceva: Che avrai detto tu, in tutto questo tempo, di questa furbacchiona che s'è portato via il tuo denaro e se n’è fuggita? — O signora mia, io le rispondeva, gli averi miei, l’anima mia, son tutte cose tue! — Essa intanto si scoprì il volto per rinfrescarsi, e gli ornamenti del collo le secherzavano sul petto. Ma poi, d’un tratto: Pagami, disse, trecento dina». — Obbedisco! io risposi, e subito le diedi le monete d’oro. Se le prese e se ne andò. Io allora dissi al ragazzo mio: Sèguila, sèguila! — Il ragazzo le corse dietro, ma poi ritornò da me tutto ammaccato dalle percosse. Così rimasi ancora certo tempo, nè essa si fece più rivedere da me finchè, un bel giorno, ecco che mi capitò dinanzi all'improvviso, e si sedette, e si trattenne qualche momento a ciarlar con me. Ma poi ancora, ad un tratto: Pagami, disse, cinquecento dîndar, ch'io ne ho di bisogno. — Io voleva dirle: E perchè devo darti questi denari? — Ma quel ch'io mi sentiva nel cuore, o Principe dei credenti, mi impedì di parlare. Al rivederla dopo tanto tempo, m’aveva preso una tremarella per tutta la persona; io era diventato tutto pallido in volto e aveva perduto la parola. Era, insomma, come quel tale che diceva: Null’altro accade, s'îo mai la riveda All'improvviso, Ch'io risponder non so, tutto confuso, Pallido in viso. Lascio il fermo consiglio; in me già pria Deliberato; Ricordo il pensier mio solo quand’essa M'ha abbandonato! Le diedi adunque i cinquecento dîndr, ed essa li prese e si levò per andarsene. Allora, le andai dietro io stesso in persona, ed essa corse al mercato dei gioiellieri, e là, accostatasi ad uno dei mercanti, appunto per cinquecento<noinclude></noinclude> tjbad31lsfec8yx2wwsr4kznd11h7vy Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/277 108 1031745 3901225 2026-09-18T12:45:58Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901225 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 261 —|}}</noinclude> dînàr fece la scelta di una collana le cui bacche cadenti erano altrettante gemme. Si voltò un poco, e come m'ebbe veduto: Pagami tu, disse, il prezzo di questa collana! — Io allora dissi al gioielliere: Metti sul conto mio cinquecento din4r. — Il gioielliere si levò, mi fece un inchino e disse: Obbedisco! — Ma io corsi dietro alla mia ragazza, ed essa intanto era passata dai profumieri e la aveva fatto acquisto di muschio e d’ambra odorosa per trecento dîndr. Al vedermi: Dammi trecento dinàr, mi disse, e io glieli diedi, e seguitai a correrle dietro finchè giunse alla sponda del Tigri. Là saltò dentro ad una barchetta e mi fe? cenno di non andar più oltre. Mi chinai allora per baciar la terra, ed essa, fatta una risata, se ne andò. Io però stetti ad osservarla finchè si fermò la da un gran palazzo che riconobbi subito essere di Al-Mutavakkil allora Califfo, sì che rimasi tutto sbalordito e confuso, senza senso e sentimento. Ritornai così sui miei passi, e m’aceorsi che m’era entrata in cuore noia e fastidio per tutte le cose del mondo. A colei, intanto, io aveva già dato tremila dîndr, o Principe dei credenti, e non m’era noto il perchè, sì che fra me andava dicendo: Quei denari se ne sono iti in fumo! — Me ne venni da mia madre, alla quale raccontai tutto l'accaduto, ed essa mi disse: Dio! Dio! Guàrdati, o figlio mio, dall’offender quella donna! Tu ne avresti in pena la morte, Stava io seduto, un giorno, nella mia bottega, quando venne da me il mio procuratore per il mercato dei profumieri, ch’era un vecchio già avanzato negli anni. Padron mio, mi disse, che novelle mi dai? — To gli raccontai quanto m'era accaduto con la ragazza, ed egli mi disse: (Questa, o padrone, è una delle tante ragazze di palazzo ed è la favorita di Al-Mutavakkil, nè contro di lei si può far nulla. Tu perciò devi far conto cheil tuo denaro si Sta presso Iddio altissimo (1); ma, quanto a colei, non atfannarti per nulla! Che se poi vorrai vendicarti, fammelo Saper prima acciocchè io t’informi di certa cosa che sarà (1) Cioè non l’avrai più, ma da Dio ti sarà computato come speso in elemosine o in altre opere di pietà,<noinclude></noinclude> 4258lc26kihpi3elpjlsaknswvghzoz Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/278 108 1031746 3901226 2026-09-18T12:46:03Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901226 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 262 —|}}</noinclude> assai più conveniente e più propria di quello che tu abbi ad andarne di mezzo. — Oh per Dio! risposi, veramente per lei ho una vampa nel cuore! L'amico mi lasciò e se né andò, e io pazientai sino alla fine del mese. Venne allora la ragazza, è io ne fui tutto contento € gioioso. Chi t'ha indotto, mi disse, a tenermi dietro? — La passione che ho dentro di me per te! io risposi, e diedi, in presenza sua, in un dirotto pianto. Essa pure, per pietà ch’ebbe di me, si mise &@ piangere e intanto diceva: Oh! nulla è nel cuor tuo che non sia anche nel mio, e più ancora! Ma che posso io fare? Non ho altro espediente che di vederti una sola volta al mese. — E mi presentò una polizza e mi disse: Fatti dare dal procuratore la somma ch'è notata qui sopra. _ Ma io risposi: Non ho bisogno di denari! Io darò per te sola tutti i denari miei e l’anima mia ancora. — Ed essa: Sta cheto, ch'io saprò ordir tale affare che ti darà modo di trovarti con me, sebbene sia difficile. — Così mi salutò e se ne andò. To andai dal mio vecchio profumiere al quale raccontai tutta la mia storia, ed egli allora venne con me fino al palazzo di Al-Mutavakkil dove io gli mostrai la porta per la quale era entrata la ragazza. Rimase alquanto incerto e perplesso pensando qual mai furberia dovesse mettere in opera. Ma poi, adocchiato un sarto che stava la presso la porta e aveva intorno a sè una turba di altri sarti che lavoravano con lui, mi tenne questo discorso: Per mezzo di questo sarto, se Iddio altissimo lo vuole, potrai raggiungere lo scopo tuo. Fatti uno strappo nella manica e fa che il sarto te la ricucisca, e quando te l’avrà ricucita, fagli un regalo di dieci dinar. To andai, presi con me due pezze di broccato greco (1) e venni con esse là dal mio sarto al quale dissi così: Tagliami quattro abiti, due di taglio largo e due di taglio Tier» i (1) Cioò di Damasco in Siria quando questa città era già divenuta celebre per i suoi tessuti, essendo ancora soggetta all’ Impero greco d'Oriente.<noinclude></noinclude> ba4gphfn8uw93kxql8psrzkbtqwlb0a Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/279 108 1031747 3901227 2026-09-18T12:46:08Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901227 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 263 —|}}</noinclude>Dopo stretto. — Quand’ebbe fatto: prendi! gli diss’io. Tutto questo è per te e per chi sta con te e per il tuo sceicco e per il tuo portinaio. — Così dicendo, mi sedetti là al suo fianco andando in lungo coi discorsi e con le ciarle. Anzi, proprio con lui, mi posi a far tagli d’altri abiti, ed egli, quando li aveva cuciti, li metteva in mostra davanti alla bottega, sì che chiunque passava per la via li notava, e chiunque capitava là ne rimaneva stupito. Io poi, a qualunque persona che usciva dal palazzo del Califfo e ammirava quegli abiti miei, fino al portinaio, ne regalava di tanto in tanto qualche capo. Un bel giorno, il sarto mi disse: Desidero, figlio mio, che tu mi dica la verità! Tu hai tagliato omai cento abiti, tutti di gran valore. Ogni abito vale una somma, e intanto tu ne hai regalato la maggior parte. Non è questo il modo di fare d’un mercante, perchè ogni mercante tiene in gran conto i denari. Chi sa che capitali hai tu, Se fai tanti regali, e quale è la tua entrata ogni anno. Ma dimmi, per Dio! Non sei tu. forse innamorato?— Si! io risposi. E il sarto: E di chi? — D’una delle ragazze di palazzo. — Che Iddio le maledica tutte quante poichè accalappiano i galantuomini! _— E chi è, soggiunse, cotesta ragazza? — Non lo so! — Ma, almeno ridomandò il sarto; dimmi come è. — To gliela descrissi, ed egli:Miseri noi! È una delle suonatrici di liuto del Califfo AL-Mutavakkil, anzi la sua favorita! Ma essa ha un suo schiavo bianco che io conosco. Io ti farò fare amicizia con lui, e chi sa che, per suo mezzo, tu possa penetrare fin da lei Si ripiglia il racconto: Mentre noi eravamo in questi discorsi, ecco uscir di palazzo lo schiavo bianco. Aveva indosso una veste pomposa, ed egli, il bel garzone, pareva la bella luna nel colmo del suo splendore. To era là e mi teneva davanti le pezze, già tagliate, di stoffa greca, tutte è colori di versi, ed egli s'era messo @ guardarle. Io allora mi levai in piedi, gli feci un saluto, ed egli mi domandò:Chi sei tu? — Un mercante di panni, risposi. Mi vuoi vendere quest’abito? mi domandò. E io: Volentieri! — Si scelse ln nni<noinclude></noinclude> 61uquyg9gsilpz1d8uicc1odnwkswh0 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/280 108 1031748 3901228 2026-09-18T12:46:14Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901228 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 264 —|}}</noinclude> cinque pezze e disse: A quanto tutto questo? — E io allora: Questo sarà un dono mio per te e un segno d’amicizia fra me e te. — Accettò il dono e ne fu tutto contento, ond’io, tornato in casa, tolsi fuori altri doni, mute di vesti, anelli, gemme, per il valore di mille diîndr, e così me ne tornai da lui che accettò ben volentieri quei doni. Un giorno, m’invitò nella sua stanza, a palazzo, dove mi fe’ le migliori accoglienze e dove, d’un tratto, mi tenne questo discorso: Poichè siam soli, dimmi come ti chiami tra i mercanti. — Sono uno di essi, e non' di più, io risposi. Ed egli: Il fatto tuo mi fa sospettare. — E perchè? diss’io. Perchè, rispose, tu m’hai fatto doni maggiori di quelli che sogliono fare i principi. Tu ti sei cattivato l’animo mio; m’è già nota la condizione tua, e io so bene che tu sei Abù ‘l-Hasan al-Khoràsàni, il banchiere. — Io allora scoppiai in pianto, ed egli disse: Perchè piangi? Per Dio! quella per cui tu piangi, ha la tua stessa malattia. Non cessa mai dal ricordarti, e l’amor tuo le preme assai assai. Anzi, tra le. altre ragazze di palazzo, s'è omai sparsa la notizia dell’intrigo suo con te. — Taeque un poco, e poi: E che intendi ora di fare? — Io dissi: Se tu mi volessi aiutare! — Giurò di aiutarmi, e mi promise per il giorno seguente. Io tornai a casa, ma, la mattina seguente, mi levai, andai ed entrai in camera sua. Venne là da me e mi disse: Sappi che ieri sera; quand’ebbi finito di fare il mio servizio presso di lei, le ho raccontato tutto quanto il tuo easo e l’informai di ciò che hai intenzione di fare. Ne ha avuto gran piacere. Ma tu, intanto, starai qui con me fino a sera. Quando fu notte, ecco ch'egli tornò là da me recando una sopravveste di teletta d’oro, un cinto di stoffa di seta, un mantello da Califfo e le insegne tutte d’un gran personaggio. Mi vestì, mi pose attorno tutta quella roba e mi profumò per bene. Io mi guardai da capo a piedi, e vidi ch’io era riuscito perfettamente somigliante al Califfo.<noinclude></noinclude> qnn67pn4gyii0cashfjtf3qwo22ivgx Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/281 108 1031749 3901229 2026-09-18T12:46:19Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901229 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 265 —|}}</noinclude> Si ripiglia il racconto: î mi menò in un corridoio dov'erano ‘molte stanze a destra e a sinistra, e mi disse: Son queste le stanze delle fanciulle favorite. Tu ora, di mano in mano che passerai dinanzi alla porta di ciascuna stanza, vi porrai una gemma di corniola, perchè è costume del Califfo di far così ogni notte, e seguiterai finchè sarai giunto ad un altro corridoio a destra. Là tu vedrai una cameretta che ha la soglia di marmo. Quando vi sarai giunto, potrai accertartene tastando con la mano, oyvero, se più vuoi, conta le porte, e quella è al numero tale. Entra allora, e là tu vedrai l’amica tua che ti aspetta. Quanto poi al modo di useir di là, penso che Iddio altissimo mi agevolerà il trovarlo. Tutt’al più, ti porterò fuori chiuso in una cassa. Così mi lasciò e se ne andò, e io gli mandai dietro mille benedizioni. Incominciai allora ad andare e a contar le porte e a lasciare, di mano in mano ch'io ne passava dinanzi ad una, una gemma di corniola su ciascuna di essa. Ma quando fui a metà del corridoio, ecco giungermi all'orecchio un gran vocìo e un gran fracasso, € intravvidi intanto un gran luccicar di lucerne e di ceri ch’erano quasi un centinaio. Quel luecichio si avvicinava, e io scorsi subito il Califfo în persona che s’avanzave appunto dalla mia parte e aveva intorno a, sè tutta una turba di giovinette, ciascuna delle quali recava in mano un cero. Intesi, anzi, una di esse che diceva pian piano ad una delle compagne: Sorella mia, credo che noi abbiam qui due Califfi! L’altro Califfo è passato là da me, e io ho sentito il profumo delle sue vesti e l’odor delle sue manteche, e ho udito quando ha posto, secondo il solito, la gemma di corniola all’uscio mio. E ora, ecco questo gran luccichio, e in mezzo al luecichio il vero Califfo! — E l’altra: Io non intendo come mai un altro, che non sia il Califfo, osi venir fin qui con que’ suoi contrassegni. — Il chiaror dei lumi s’avvicinava sempre più, e io tremava dal capo ai piedi e mi perdeva d’animo, quand’ecco uno schiavo che gridava alle fanciulle: (Qui,<noinclude></noinclude> eir8tmkme9arbeecxp0oq2zgehtdz1g Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/282 108 1031750 3901230 2026-09-18T12:46:24Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901230 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 266 —|}}</noinclude> qui. ragazze! — si raccolsero allora là da uma delle tante stanze e vi si cacciaron dentro, poi ne uscirono, € il Califfo intanto era venuto fin la dalla stanza dell’amica mia, e io intesi che domandava: Di chi è questa stanza? — Questa è la stanza, gli fu risposto, di Pianta imperlata (1). — E il Califfo: Chiamatela! — Pianta imperlata saltò fuori, baciò i piedi al Califfo, e tutto ciò accadeva nell'oscurità la sulla porta, e jo tremava per paura che qualcuno mi vedesse. Il Califfo, intanto, dimandava &@ Pianta imperlata: Hai tu bevuto questa sera? — E Pianta imperlata: Quando io non sono con te e non ho il contento di ‘poterti mirare in viso, non posso bere. Non e è bere per me, nè ci può essere! — Il Califfo rise meravigliato e ammirato di quella risposta € disse ad un paggio: Fatti dar per lei, dal tesoriere, quella tal. collana. — Avutala, il Califfo gliela diede dicendole: Entra! — Essa gli entrò innanzi, e io, mentre venivano e S'avvicinavano, spinsi l’uscio della porta sulla quale mi trovava, ed entrai. Vi trovai una cameretta oltre il vestibolo, e mi vi cacciai dentro e mi pascosi; ma poi, ecco Un altro chiaror di lumi e un’altra fanciulla, bella come luna perfetta, che teneva in mano un cero. S' accorse ch° io era là, e gridò: Chi c'è qui? Hscil — To uscii, e la ragazza; Bello, per Dio! — e cominciò a levar la voce e a gridare: Chi tha mandato qui? chi ha mai osato, fuor di te, entrar qui da noi? — E mi levò il lume in faccia per osservarmi, e intanto diceva: Che capitale sei tu? — Io baciai la terr: a’ suoi piedi dicendo: Dio mio! Dio mio! Nascondimi, 0 signora, in qualche luogo, sal vami dalla morte, abbi pietà di me e raccomandami & Dio potente e glorioso! — È piansi per timore di dover morire. Ma la ragazza seguitava dicendo: Oh! non e'è dubbio! Tu sei un ladro. — No! io le rispondeva; non sono un ladro. Vedi tu forse su di me i contrassegni dei ladri? — Ma, allora, chi sei tu? Dimmi la verità, non bugie o fandonie, se vuoi ch'io ti salvi. (J) Nome 0 soprannome vezzeggiativo di famciulla.<noinclude></noinclude> pqf0kjtq4d0n2dssvsk6maqzywi8gnv Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/283 108 1031751 3901231 2026-09-18T12:46:29Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901231 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 267 —|}}</noinclude>80Oa To sono, risposi, un innamorato ignorante e stupido, e Vignoranza è l’amore m'hanno condotto questo punto che tu vedi, sì ch'io mi trovo 4 mal partito. — Aspetta! rispose. Entrò nella stanza interna dicendomi: finira lio e io entrai, ed essa mi offerse Una sedia su cui era steso un gran tappeto, dicendo: Siedi qui. Non e è pericolo per te. Non sei tu forse Abi ’1-Hasan al-Khorasàni banchiere? — Sì! io risposi, ed essa: Iddio non ha voluto la tua morte, Se pure tu non sei un ladro, chè allora tu saresti preso e fatto morire, tanto più che sei in abito Ada Califfo e ne hai l'abbigliamento € i profumi. Che se poi tu sei l'amante di Pianta imperlata, che è mia 80rella, tu sei salvo, perchè es5% non cessa mai dal ricor darti e dal dire in che modo ha avuto da te i denari senza che tu te pe turbassi, € come tu le sei GOrso dietro sino alla sponda del Tigri dove facesti Segno di chinarti fino terra. E or ha per te in cuore Um inferno. Ma dimmi! In che modo sei venuto fin qui? per lei o per altro? Ti sei posto ad un bel rischio! Lo sai tu? — Signora mia, io risposi, io non aveva altro disegno che di veder tua sorella e di poter parlar con lei. — Hai fatto egregiamente! _— Rio: Mè in testi monio Iddio che non dico bugia! — Per cotesta tua buona intenzione, disse, Iddio altissimo ti ha scampato da ogni pericolo, € jo sento in cuore pietà di te. Disse allora ad una fantescaè Va tu da mia sorella Pianta imperlata € dille che io la saluto e le domamdo perchè mai non favorisce da mè, secondo il solito, e non viene più & tenermi compagnia. Dille che questa notte non mi sento bene. Venga perciò, chè ciarleremo è ci daremo un poco di svago. Sj ripiglia il racconto * Da fantesca andò e quando tornò, riferì tutto questo discorso: Tua sorella ti risponde così: « Voglia Tadio consolarmi col donarti vita lunga, sorella mia, e col far sì ch'io ti possa liberare € riscattare da ogni malanno! Ma, se tu mi avessi fatto chiamare per qualunque altra cosa, avrei fatto il tuo desiderio. Ma come potrei fare n<noinclude></noinclude> rpbmn8ux08gpw6mv90q5j03t1v5gi12 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/284 108 1031752 3901232 2026-09-18T12:46:35Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901232 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 268 —|}}</noinclude>retata» —268— M'’hai chiamata perch’io prenda parte a’ tuoi divertimenti, giacchè tu sai quanto tu mi sei cara, ma io questa notte non sto punto bene, e m’ha preso un gran mal di capo! >. — E l’altra, alla fantesca: Corri! Va a dirle che è assolutamente necessario ch’essa venga qui. — La fantesca s’allontanò per qualche momento, poi ritornò, e aveva con sè l’amica mia. L'amica mia s’avanzò, e il volto suo splendeyva come una fulgida stella. Sua sorella le corse incontro e l’abbracciò, e, voltasi al luogo dov? io era, gridò: Esci, o Abù ‘I-Hasan, dall’amica tua! — Io, per la gran gioia, le baciai le mani, e l'amica mia, quando m’ebbe veduto, o Principe dei credenti, mi si gettò fra le braccia e mi strinse fortemente al seno. Dunque ti sei indotto, mi diceva, a vestirti e ad abbigliarti al modo di Al-Mutavakkil! — E si sedette, e diceva: Contami, suvvia, la tua storia. — Jo le ridissi tutta quanta l’avyentura mia così come era stata, e quanto io aveva patito in mezzo a tanti spaventi e a tanti casi diversi. — La tua Storia, disse, tocca il cuore; ma m'è caro in particolare che tu abbi tanto sofferto per me. Nulla t'ha potuto trattenere o vincere. Ma sia lode a Dio che ha fatto riuscire a bene il fine di tutta codesta faccenda! Anzi, la più bella fortuna sta in ciò che, per caso, sei entrato appunto nella stanza di mia sorella che è l’amica mia del cuore. — Lèvati, Soggiunse, e passiamo nella mia stanza. — Noi ci levammo con lei, e le fantesche sue, credendomi il Califfo, mi salutavano e mi baciavano le mani. Essa intanto diceva a sua sorella: Vedi ch'egli è tale appunto quale io. te l’ho descritto. E ha messo a rischio la vita per me e ha affrontato tutto questo gran pericolo per me sola! Ma io sarò per lui come la terra ch'egli calpesterà, come la polvere sotto i suoi piedi, eccetto che io gli ho giurato che non entrerò mai con lui in un harem (1). — E la sorella: Tu, per cotesto, non avrai bisogno di me. Intanto, per la bontà della intenzione sua, Iddio altissimo (1) Intende, cioè, di essergli sola e legittima moglie.<noinclude></noinclude> tldrwh9kbf0o18za1crbelalt4cd6ge Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/285 108 1031753 3901233 2026-09-18T12:46:40Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901233 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 269 —|}}</noinclude> te lo ha scampato da morte. — Vedrai, ripigliò essa, cosa saprò far io per giungere a starmi con lui legittimamente! Darò la vita mia come egli ha voluto dar la sua perchè ciaseuno di noi due serbi fede al suo compagno. Eravamo in questi discorsi, quando s’intese un gran gridio sull’uscio. Io guardai, ed ecco che il Califfo, per il grande amore che portava a Pianta imperlata, veniva difilato verso la stanza di lei. Essa mi afferrò, o Principe dei credenti, mi cacciò dentro un ripostiglio e coprì il ripostiglio con un tappeto, poscia uscì all’incontro del Califfo. L’accolse adunque e l’introdusse, ed egli si pose a sedere mentr’essa, fattogli il segno dell’obbedienza, gli stette davanti in piedi. Il Califfo ordinò da’ bere. Questo Califfo amava un’altra fanciulla eh’egli già teneva con sè e che aveva nome Qabiha (1), quella che poi fu madre di Al-Mutazz (2). Ma essa allora, crueciatasi con lui, non voleva saperne nulla di lui, ed egli di lei non voleva saperne più nulla. Essendo troppo bella e avvenente, non voleva far la pace con lui, ed egli, per la dignità sua di sovrano e di Califfo, non voleva rappacificarsi con lei o farle atto di sommissione. Perciò, aveva nel cuore l’inferno, e intanto procurava di svagarsi nella compagnia delle altre fanciulle dell’harem. Si ripiglia il racconto: Piacendo molto al Califfo il modo di cantare di Pianta imperlata, le comandò di cantare. Pianta imperlata prese il liuto, suonò e cantò questi versi: L’amor dissimulai quando l’amore Agli occhi miei la beltà sua rendea Simile a un sol che guarda incontro al sole. Angusto intanto il mondo a me si fea Tutto all’intorno per l’assenza sua, E quasi un carcer tetro mi chiudea! (1) Vedi, a proposito di questa donna, il racconto n. 21 del libro primo (2) Califfo dall’866 all’869 d- O.<noinclude></noinclude> g1a7i22y3w6pyzwxa23z4eskggj53cl Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/286 108 1031754 3901234 2026-09-18T12:46:45Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901234 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 270 —|}}</noinclude> racconto * an diletto, e anch'io, 0 Principe 1 ripostiglio, Dio che m'aiutava, esposti ad Si ripiglia il Il Califfo ne ebbe gr dei credenti, pu'e essendo ne piacere. Se non era la grazia di avrei gridato, e tutte due ci onta grandissima. Pianta imperlata, ne provai gran saremmo intanto, ritornò @ n’andrai cantare: ngi te E fino @ quando lu Ogni notte da me? E l'odio e il tuo fuggire @ quando mai Dismesso fia da te? Non t'affrettar, mia bella. A separarci Da solo basterà TI destino, € tu a Esso destin vorrà (1). osi molto di q ttendi che apprestarei unel canto, disse: janta imperlata! — Hd essa: denti, € abbiti il prezzo @— È il Califfo* TN Califfo, compiaciut Ghiedimi ciò che vuoi, P Fammi libera, e Principe dei ere nel premio che fe ne V da sì bell’atto Tu sei libera nel cospetto di Dio altissimo! (8) — ssa baciò la terra innanzi a lui, ed egli intanto le diceva: prendi il liuto e recitami e cantami qualche cos@ che SÌ confaccia all'altra a mia con la quale i0 mi sono disgustato (4). To ho per lei in cuore Une gran passione! — Pianta imperlata prese anche una volta il liuto e errà ragazz cantò così: a il dissidio, ei si ostina o cocente; 0, ® chi egli ama Fin che dur Nel dissidio e nell’odi Fin che dura il dissidi S'avvicina con cor renitente. AJ-Mutavakkil: Per Dio! tu hai benisato dell’animo mio. Se il poeta si, {0550 di questo nostro Disse allora simo rappresentato lo st che ha composto questi Ver (1) Gioè qual cosa, qual fine vorrà apprestarci. (2) s'intende che queste fanciulle degli harem j ora si narra; non avendo come riscattarsi, Califfo sarà ricompensato da Dio. (3) Formola d'uso che vuol pagare il prezzo del riscatto. (4 Bla bellissima Qabî erano tutte schiave. Questa, di cu confida che il è libera S0nza dire che la fanciulla ha ricordata avanti.<noinclude></noinclude> 1055wlo729ty4k1m4zo07k3oju8ps8f Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/287 108 1031755 3901235 2026-09-18T12:46:50Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901235 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 271 —|}}</noinclude>_M— tempo, tanto lo donerei che lo farei ricco. — E intanto andava ridicendo quei versi € ripetendone l’ultimo distico. Uscì poi d’un tratto e andò difilato alla stanza di quella fanciulla ch'egli tanto amava, mentre una fantesca lo precedette € annunziò alla fanciulla stessa la venuta di lui. Quella gli corse inéontro, gli baciò i piedi, ed egli fece la pace con lei cd essa fece la pace con lui. In tal modo finì cotesta faccenda sua. Per quello invece che risguarda Pianta imperlata, sappi ch'essa tutta giubilante corse la da me gridando: Vedi? In grazia del tuo fausto venir fin qui da me, io ho riavuto la libertà! Iddio farà certamente in modo che noi possiam stare legittimamente insieme. — Lode a Dio! io risposi. Pravam noi in questi discorsi, quando entrò il paggio bianco di Pianta imperlata. Gli raccontammo tutto ciò ch'era accaduto, ed egli allora disse: Lode a Dio che ha condotto a lieto fine questa faccenda! Preghiamolo ora acciocchè voglia suggellar tutto in bene facendoti uscir di qui sano e salvo. — Eravam noi a questo punto, quan: d’ecco capitar lù anche la sorella di Pianta imperlata la quale si chiamava la Elegante. Sorella mia, le disse allora Pianta imperlata, come farom noi per fare uscir di palazzo sano e salvo l’amante mio dopo che Iddio altissimo, per sua grazia, ci ha tanto favoriti ch'io ho ricevuto la liberta? Per farlo uscir di qui, io non ho altro mezzo che quello di vestirlo da donna. Insomma, 0 Principe dei credenti, i0 uscii di là vestito da donna. Ma quando fui in mezzo al cortile» ecco la seduto il Califfo in persona è dintorno a lui i suoi servi e famigliari. Mi guardò, ma non mi riconobbe. Tanto poco mi riconobbe che disse agli schiavi: Presto! menatemi qui quella ragazza che se ne va di là. — Gli schiavi, toltomi il velo, mi menarono dal Califfo, il quale, quando m'ebbe veduto, mi riconobbe € mi domandò perchè mai io fossi la così @ così. Io gli raccontai tutta quanta la storia mia e mon gli nascosi nulla, ed egli, com'ebbe inteso i casi miei, stette Un poco a pensare,<noinclude></noinclude> 9elpw8yopvencv1k5xrhzq2x7kwujxr Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/288 108 1031756 3901236 2026-09-18T12:46:56Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901236 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 272 —|}}</noinclude>Ap] pas indi si levò d’un tratto e corse dalla stanza di Pianta imperlata alla quale domandò: Ti piacerebbe per marito un figliuol di mercanti? — Essa baciò la terra dinanzi a lui e poi gli raccontò tutta quanta l'avventura sua, con molta sincerità, dal principio alla fine. Il Califfo, com’ebbe udito tutto quel discorso di lei, ne ebbe pietà e s’intenerì scusandola a cagione dell’amore e dei casi intravvenuti. Il paggio di lei, intanto, le andava dicendo: Sta di buon animo! Il tuo amante, quando poco fa fu dinanzi al Califfo, interrogato da lui, gli ha raccontato tutto, appunto come te, parola per parola. Ciò detto, corse da me e m’informò di tutto cotesto. Il Califfo allora, chiamatomi a sè, mi disse: Chi t'ha indotto a far così? Davvero! Ti sei mostrato troppo ardito! — O Principe dei credenti, io risposi, m'ha indotto a ciò l’ignoranza mia, ‘l’inesperienza mia e la fiducia nel tuo perdono e nella tua generosità. — Detto ciò, mettendomi a piangere, baciai la terra dinanzi a lui. Ma egli: Perdono ad ambedue, disse, e intanto mi fe’ cenno di sedere. Mi sedetti, ed egli fe’ chiamare Ibn Dàvud il giudice e da lui mi fece sposare @ Pianta imperlata alla quale ordinò altresì di togliere e portarsi con sè quanto essa aveva seco e possedeva. Così essa mi fu condotta sposa nella sua stanza stessa, donde poi, come furon passati tre giorni, essa uscì portando con sè tutto ciò che qui tu vedi, o Principe dei credenti. Ma poi, un giorno, Pianta imperlata mi fece questo discorso:Sappi che Al-Mutavakkil è uomo generoso, ma temo ch’egli abbia a ricordarsi qualche volta di noi, ovvero che qualche invidioso ci ricordi a lui. Intendo perciò di far certa cosa. — E quale?io domandai. Intendo, essa mi rispose, di domandargli licenza di fare il pellegrinaggio alla Mecca per far la penitenza dell’arte mia di canterina. — E io: Ottimo pensiero! — Eravam noi in questi discorsi, quand’ecco capitar là da noi un messo del Califfo che cercava di Pianta imperlata, poichè il Califfo desiderava molto di udirla cantare. Essa andò, fece al Califfo l’atto di obbedienza, ed egli intanto le aveva<noinclude></noinclude> b5hpg6jz9ad6s374x5dibsz63cmzero Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/289 108 1031757 3901237 2026-09-18T12:47:01Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901237 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 273 —|}}</noinclude>detto: Sta qui con noi, mon allontanarti. — Ed ‘essa: Obbedisco! Ma poi, come furono trascorsi alquanti giorni da che il Califfo aveva mandato per lei, io non ebbi. nessuna notizia se non quando essa ne ritornò con tutte le vesti stracciate e piangente. Io tremai e dissi fra me: Noi siam di Dio e a Dio ritotniamo! — emi pensava che il Califfo avesse dato ordine di catturarci. Da chi pensi, essa domandò, che possa esser venuto l'ordine? — Da AI Mutavakkil! io risposi. Ed essa: E dov'è Al-Mutavakkil? È avvenuto di lui ciò che è avvenuto! — Còntami, còntami! io le dissi. Ed essa: Egli stava seduto dietro la cortina nella sua sala e beveva, ed erano con Imi Al-Fath ibn KhAgAn e Illîva il giureconsulto e Sadaga ibn Sadaga, quand’ecco avventarglisi contro suo figlio Al-Muntasir, lui e tutta una schiera di Turchi, e ammazzarlo. Fu tutto uno scompiglio di urli e di gridi. Io fuggii, e Iddio ha voluto salvarmi (1). Allora io mi levai, o Principe dei credenti, e partii precipitosamente al momento stesso per Bassora, dove, dopo tanto scompiglio, mi giunse anche la notizia della guerra scoppiata tra Al-Muntasir e Al-Mustaîn (2). Io n’ebbi timore, e raceolsi e trasportai qui tutto ciò ch'io possedeva e tutto ciò che legittimamente mia moglie aveva guadagnato. E questa, o Principe dei credenti, è la storia mia. Non v'ho aggiunto nulla e non ne ho tolto nulla, e veramente tutto ciò ch'io posseggo, e tutto ciò che tu vedi qui, mi viene da tuo nonno, il Califfo Al-Mutavakkil, € n'è l'origine delle stesse illustri origini tue, chè voi siete una gente benefica, una miniera d’azioni generose! Il Galiffo Al-Mutadhid provò gran diletto per tutta questa storia del banchiere e ne fece le più grandi mevaviglie. Il banchiere poi trasse fuori e mostrò al Califfo (1) Questo truce fatto è raccontato al n. 21 del primo libro. (2) Califfi AbbAssidi, Regnarono, il primo, p ropriamente Al-Mustansir (lall’861 all’862, il secondo dall’862 all’866 d. G. Italo Pizzi -— Fiori d'Oriente 18<noinclude></noinclude> 6hm11n6igdgoe45qqy0m7v3so8lxla7 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/290 108 1031758 3901238 2026-09-18T12:47:06Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901238 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 274 —|}}</noinclude>i figliuoli che gli erano nati da Pianta imperlata. Essi baciarono la terra dinanzi al Califfo, il quale restò ammirato della lor bellezza e leggiadrìa. Volle che gli fosse recato un calamaio, e allora scrisse in lor favore un decreto, secondo cui tutti i loro beni, per vent'anni, dovevano andar esenti da qualunque tributo, rimastone a loro il prezzo. Li fece poi suoi commensali a corte, ed essi frequentarono la corte finchè il destino li separò. Discesero allora nel sepolcro dopo aver abitato magnifici paiazzi. Lode a Dio, sire che perdona! (dall’arabo delle Mille e una notte).<noinclude></noinclude> adlnu0cj1zw9bz6e9e0866u1n2rud91 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/291 108 1031759 3901239 2026-09-18T12:47:11Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901239 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 275 —|}}</noinclude>VASALSVASVASvataalaa (sieisiotisis les uses nenoi =te Tele [ore Iene toto]iinlierte ne toto te le toe e [e [ee tolo! LIPRO QUARTO Descrizioni di paesi e di cose naturali TWQ7T 1. Le Isole Maldive (1). Queste isole sono una delle meraviglie del mondo € contano intorno & duemila. Ve ne son cento o poco meno tutte raccolte e disposte in cerchio a guisa di anello, € hanno una sola entrata @ modo di porta, nè vi possono penetrare i navigli se non per cotesta entrata. Quando ad una di esse approda un naviglio, non può far a meno di una guida di tra gli abitanti stessi che vada con esso per le altre isole. E son tanto vicine, che le cime dei palmizî che sono in una di essa, si vedono ancora al di la dopo aver oltrepassato le altre. Che se poi un naviglio sbaglia via, non può entrarvi in alcun modo, e il vento lo porta 0 Verso Al-Mabar (2), ovvero all’isola di Ceylan. Gli abitanti vi sono tutti musulmani, devoti e pii; esse poi son divise în diversi distretti su ciascuno dei quali comanda un governatore. In nessuna trovasi grano, @ soltanto nel distretto di Soveyd trovasi un cereale che somiglia al miglio e che si trasporta di là fino ad Al Mahal (8). Il principale alimento, invece, degli abitanti (1) Sono nell’Arcipelago indiano. (2) Sulla costa del Coromandel. (3) Nome d'un altro distretto.<noinclude></noinclude> ru9g2uyg3kmmx3qlfl7bz4vskk470js Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/292 108 1031760 3901240 2026-09-18T12:47:17Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901240 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 276 —|}}</noinclude> è un pesce che si chiama quib al-mas, la cui carne è rossa, priva di grasso, e ha odore simile a quello della carne di pecora. Quando ne prendono alla pesca, divi dono il pesce in quattro parti, lo fanno cuocere alquanto, poi, accomodatolo in certi canestri di rami di palma, lo sospendono al camino ad affamicare. Quand’è disseccato interamente, ne mangiano. Se ne trasporta, nell’ India, nella Cina, nell’Arabia meridionale. La pianta che più di tutte abbonda in queste isole, è quella del cocco, ed essa è pure uno dei loro alimenti insieme al pesce. La natura della pianta del cocco è meravigliosa. Ogni fusto produce dodici grappoli di datteri all'anno, spuntandone uno per ciascun mese, sicchè uno di essi è ancor piccino, mentre l’altro è grosso, € l’altro è secco, e l’altro è ancor verde, e così sempre, senza interruzione. Gli abitanti ne ricavano del latte, dell’olio, del miele, e del miele si fanno anche certe paste dolci che poi mangiano con la noce disseccata della stessa pianta. Altre piante che essi hanno, sono il Giuman (1), l’arancio, il limone, la colocasia. Con le radici della colocasia fanno una farina con cui si fabbricano una specie di maccheroni che poi fanno cuocere nel latte di cocco. Simili maccheroni sono uno dei cibi più squisiti che io abbia gustati. Gli abitanti di queste isole son gente assai per bene, gente devota, di molta fede e di carattere leale. I loro alimenti son di quelli non vietati dalla legge musulmana, sì che le loro preghiere sono sempre esaudite da Dio. Se uno di loro incontra un altro per via, dice: Il signor mio è Dio, il mio profeta è Maometto, e io sono un povero ignorante. — Son deboli nella complessione del corpo, nè hanno uso di combattimenti o di difese, ma l'arma loro è il pregare. Io, una volta, ordinai si troncasse la mano diritta ad un ladro, e svennero d’un tratto. molti di quelli ch'erano nella sala d’udienza (2). I pirati (1) La Eugenia Jambu dei naturalisti. (2) L'Autore era, in quel tempo, pubblico ufficiale d'un principe indiano in qualità di giudice, come si vedrà appresso.<noinclude></noinclude> 0nv5rjbj00qti0ptu2khb37l9j3gb4l Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/293 108 1031761 3901241 2026-09-18T12:47:22Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901241 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 277 —|}}</noinclude>see gr, — indiani non li assaltano mai nè li disturbano, perchè hanno saputo per esperienza che a chi li deruba di qualche cosa È vapita poi subito una disgrazia. Se poi giungono nei loro paraggi navicelli di nemici, questi catturano qualunque altro incontrano, ma non fanno nulla di male agl’indigeni. Che se poi qualcuno degl’infedeli ruba loro alcun che, fosse pure un limone, il prefetto degl’infedeli lo punisce e lo fa picchiare in modo crudele per il gran timore ch'egli ha di ciò che potrebbe avvenire dopo quel furto. Se non fosse ciò, sarebbero essi la gente più vile e spregevole agli occhi di chi loro muovesse guerta, per la debolezza di lor complessione corporale. In ogni isola hanno assai belle moschee, per la maggior parte fatte di legno. Sono gente molto pulita, schiva d’ogni sporcizia e bruttura. I più si lavano due volte al giorno per nettezza e per cagione del gran caldo € del sudore abbondante. Fanno poi gran uso di olii profumati, come di quello di sandalo, e di altri ancora, è si spargono d’una mistura di muschio e d’ambra che si trae dal paese di Maqdashau. Uno poi dei loro costumi è questo che, quando han fatto la preghiera del mattino, vengono le donne ciascuna dal marito o dal figlio con l’ampolla del collirio, con l’acqua di rose, con l’olio muschiato. Quelli allora s’applicano agli occhi il collirio e si ungono con l’acqua di rose € con l’olio muschiato, @ tutto ciò pulisce loro la pelle e toglie via dal viso ogni segno di fatica e di stanchezza. Il loro vestimento consiste in un grembiale che si cingono e legano intorno ai fianchi in luogo di calzoni. Sul dorso tengono un panno detto da loro il vély@n che somiglia al vestire dei pellegrini musulmani. Alcuni recano in capo im turbante, altri, in luogo del turbante, una piccola pezzuola. Quando poi qualcuno di loro s'incontra per via nel giudice o nel predicatore, si toglie dalle spalle quel panno, si scopre il dorso, e accompagna quel tal persomaggio fino a casa. Anche questo è uno dei loro costumi, cioè che quando un loro giovane sposa una fanciulla ed egli va alla casa di lei, questa suol distendere sul suolo<noinclude></noinclude> a3gy8y3cav3dp1qq2kjwbgb0io4gz6q Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/294 108 1031762 3901242 2026-09-18T12:47:27Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901242 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 278 —|}}</noinclude>Dee drappi di cotone dalla porta della sua stanza alla porta di casa, e gettar su quei drappi manate di conchiglie marine, da destra e da sinistra, lungo il suo passaggio. Essa poi si tiene sulla porta di casa e aspetta lo sposo. Quando giunge, gli getta ai piedi un drappo che gli schiavi di lui s’affrettano a raccogliere. Se invece la donna va alla casa dello sposo, i drappi soglionsi distendere nella casa di lui, e vi si gittano le manate di conchiglie, e la sposa gitta quel panno ai piedi dello sposo quando giunge, perchè tale appunto è lor costume nel salutare anche il loro sovrano, nè possono fare a meno di gettar quel panno, come appresso diremo. Fabbricano di legno le case e ne tengono molto elevati sul suolo i pavimenti per difendersi dall'umidità, perchè il loro paese è molto umido. E il lor modo di fare in ciò, si è che si tagliano pietre, ciascuna delle quali è della lunghezza di due o tre braccia, le dispongono in un dato ordine e v’'appostano poi sopra travi di legno di cocco, e innalzano quindi le pareti di legno. In far cotesto, essi hanno una abilità meravigliosa. Nel vestibolo della casa, sogliono fabbricare certa camera, che essi chiamano il mdlem, in cui si sta a sedere il signore co’ suoi amici. Ha due porte, una delle quali mette nel vestibolo stesso, e per essa entra la gente di fuori, mentre l’altra mette nell’interno della casa e v'entra per essa il padrone. Presso di questa porta trovasi un bacino pieno d’acqua, con Un scodella che chiamano il valengi, fatta di corteccia di noce di cocco, con un manico lungo due braccia, con cui attingono l’acqua dai pozzi che Son poco profondi. Tutti là, siano di grado umile 0 alto, vanno a piedi nudi. Le loro vie, su cui adoprano la scopa, sono tutte pulite, ombreggiate dagli alberi, e chi vi cammina si trova come in un giardino. Con tutto ciò, chiunque entra in casa deve lavarsi i piedi con l’acqua che trovasi nel bacino del malem, e asciugarseli poi con uno strofinaccio grossolano tessuto di filamenta di palma, posto là appunto per cotesto. Allora può entrare in casa. Il simigliante fa<noinclude></noinclude> mf02rdampzrwoj4xw3qhq3q1qapohd8 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/295 108 1031763 3901243 2026-09-18T12:47:32Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901243 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 279 —|}}</noinclude>ZO fi chiunque entra in una moschea. Tra lor costumi è anche questo, che cioè, quando capita da loro qualche naviglio, escono ad incontrarlo certe piccole barchette con gente delle isole che reca betel e noci fresche di cocco. Ciascun di loro offre di queste cose chi egli più vuole della ciurma, e questi gli diviene ospite e gli porta e depone in casa le derrate sue come se fosse uno de’ suoi congiunti. Quello poi dei così sopravvenuti che desidera ammogliarsi, s'ammoglia. Quando poi è giunto il tempo del suo partire, fa divorzio con la moglie sua, perchè le donne di là non sogliono uscir mai dal loro paese. Nel caso poi ch'egli non yammogli, le donne della famiglia presso la quale è disceso cOme ospite, gli fanno cuocer le vivande, lo servono, gli fanno le provvigioni per il giorno in cui dovrà partire, e si contentano, in ricambio, del più piecolo profitto. I navigli traggono € trasportano da queste isole di quel pesce di cui avanti abbiam fatto menzione, e noci di cocco e grembiali e mantelli e turbanti. Questi son tutti di cotone. Ne trasportano anche vasi e utensili di rame che abbondano presso di loro, anche conchiglie marine, anche del qanbar, cioè filamenta della pianta del cocco. Queste filamenta essi le fanno macerare in certe fosse lungo la sponda del mare, le battono poi con mazze di ferro. Le donne le filano, e se ne fanno corde da tener insiem congiunte le tavole dei navigli, e se ne mandano in Cina, in India, nell’ Arabia meridionale. Sono migliori delle corde di canapa. Gon tali corde son ‘congiunte è tenute insieme le navi d’India e dell’ Arabia meridionale, perchè quei mari abbondano di scogli, € le navi, quando son tenute insieme con chiodi di ferro, v'urtano dentro e si sfasciano; quando invece Sono tenute insieme con C0teste corde, queste si gonfiano per lumidità e mon si frangono. La moneta che è in uso in queste isole, consiste in conchiglie marine. Son molluschi che quegli abitanti raccolgono nel mare, indi depongono in certe fosse che hanno sul lido, dove la loro carne si consuma rimanendone sol-<noinclude></noinclude> hsl9xl0ttf76gkvzobz92mx3k981bbh Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/296 108 1031764 3901244 2026-09-18T12:47:38Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901244 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 280 —|}}</noinclude>oggi tanto la bianca parte ossea. Se ne vendono centomila per un dîndr d’oro. Sovente però hanno tanto poco valore da vendersene un milione e duecentomila per un solo dinar. Gli abitanti. ne vendono, per del riso, @ quelli del Bengala. È questa pure la moneta in uso presso la gente, appunto, del Bengala. Questa gente poi delle Maldive ne vende a quella dell'Arabia meridionale, e ve la porta, in luogo di zavorra, nel fondo dei loro navigli. Simili conchiglie sono pure la moneta corrente nel Sudan, e io ho veduto già che,.@ Mali e a Giùgiu, se ne vendevano mille e cento cinquanta per un solo dîinar d’oro. Le loro donne non usano coprirsi 0 velarsi il capo, € il simigliante fa la loro sovrana. Si pettinano i capelli e se li raccolgon tutti da una parte del capo, e la maggior parte di esse non si veste d'altro che di un. solo guarnello che le ricopre dall’umbilico fino ai piedi. Così, la maggior parte, della persona rimane scoperta, € così esse camminano, per le piazze e per le vie. Quand’io teneva l'ufficiodi giudice in quelle isole, mi studiai molto di togliere cotesto costume ordinando loro di vestirsi; ma non potei farne nulla. Soltanto potei ottenere che non entrasse da me, per trattar di qualche lite, aleuna donna che non fosse coperta della persona; ma, tolto ciò, non mi fw dato di poter far altro. Alcune di esse. tuttavia indossano anche certe sopravvesti ‘al di sopra del guarnello, e queste recano maniche corte e larghe. Io ebbi già con me alcune fantesche che andavano vestite secondo la moda: degli abitanti di Deli e si velavano il capo, ma ciò le guastava più di quanto le abbellisse, da che non avevano l’abitudine di acconciarsi in quella maniera. Ornamenti loro sono certi braccialetti, dei quali ogni donna usa recarne tanti da coprire il braccio dal pugno al gomito. Sono d’argento, e nessuna ne porta d’oro se non le donne del Sultano e de’ famigliari di lui. Hanno pure gambalini alla caviglia del piede e collane d’oro che recano pendenti sul petto. Cosa poi nuova e strana nel loro modo. di fare si è questa ch’esse vanno a servir per mercede, e il prezzo n'è una somma convenuta che te et papera Ù1‘è<noinclude></noinclude> krkr3txcie1bzs4a9k7x5ghcvus7c4d Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/297 108 1031765 3901245 2026-09-18T12:47:43Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901245 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 281 —|}}</noinclude>cera non supera i cinque dînàr. Il far loro le spese tocca @ chi le prende a mercede, nè esse scorgono in tutto ciò alcun che di biasimevole; anzi la maggior parte delle loro figliuole fanno così appunto, e però ti avverrà di trovarne dieci e fin venti in casa d'un ricco. Il prezzo d’ogni vaso 0 suppellettile che per easo rompono 0 infrangono queste fantesche, è a carico loro. Quando poi una di esse intende di uscir da una casa per passare in un’altra, la famiglia della éasa nella quale essa sta per passare, le consegna quella somma di denaro per la quale essa si viene obbligando, ed essa la rimette alla famiglia della casa da cui è uscita. La somma rimane, per tal modo, ai primi padroni (1). Filare il ganbar è il princi pale ufficio di queste fanciulle prese @ mercede. L'ammogliarsi è affare agevole assai in queste isole per la tenuità della dote che si dà alle spose 6 per la facilità con cui si può star con donne. La maggior parte degli sposi non suol nemmeno parlar di dote (2), e basta, per l’atto di matrimonio, pronunciar la formola di fede musulmana e fissar solo quel tanto che la legge impone. Quando poi giungono navigli di fuori, quelli della ciurma sposano qualcuna di coteste donne; ma quando voglion ripartire, le ripudiano. È questa una specie di matrimonio temporaneo con risarcimento di danni alla sposa ripudiata. Esse, come ho detto, non escono mai dal loro paese. Io poi, in tutto il mondo, non ho trovato più bella compagnia di queste donne. Là, la donna non affida @ nessun'altra l’ufficio di servire suo marito; ma essa stessa gli porta il pasto, gli sparecchia la tavola, gli lava le mani, gli reca l’acqua per le abluzioni di rito (8), gli copre i piedi quando si mette @ dormire. Uno poi dei loro costumi è pur questo che la moglie non mangia mai in compagnia del marito, nè questi deve saper mai che si mangi sua moglie. Io, quand'era là, vi ho sposato più (1) <intende per rifarsi del mantenimento della fanciulla, (2) Che, secondo la legge, deve essere data dallo sposo. (3) Abluzioni giornaliere prescritte dalla legge musulmana, IMMAMETRER<noinclude></noinclude> 9mt62xj9nukoboq0y6hid8osqmkrlra Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/298 108 1031766 3901246 2026-09-18T12:47:48Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901246 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 282 —|}}</noinclude>SA donne, e qualcuna, per desiderio mio, stette @ mangiar con me; ma altre non vollero mangiar mai con meé, nè potei mai vedere cosa si mangiassero in disparte, nè mi aiutarono in ciò le molte astuzie che v’ho adoperate. (dall'arabo d’ Ibn Batùta). 2. Le sorgenti del Nilo. Intorno alle sorgenti del Nilo, al suo principio e al suo termine, gli storici hanno manifestato opinioni diverse (1); ma i più, e tra questi Hafiz ibn Kethîr nella sua Storia grande, asseriscono che esso ha principio dalle montagne di Al-Qumr, che vuol dire le montagne bianche, ovvero di Al-Qamar, cioè dalle montagne della Luna. Si stendono, queste muntagne, lungo la parte occidentale della terra, oltre la linea dell’Equatore, dalla parte di Mezzogiorno. Si dice che siano di color rosso. Ora, di tra queste montagne sgorgano diverse fonti che si raecolgono in dieci correnti diverse e distanti fra loro, di cui poi cinque si riumiseono in un lago, e cinque in un altro. Sei correnti escono da questi due laghi, che vanno tutte a ricongiungersi in un altro, dal quale poi esce un fiume solo che è il Nilo. Il Nilo passa per la terra del Sudan rasentando l’Abissinia; viene in Nubia e alla città più grande della Nubia che è Dongola, poi nel deserto di iene, indi appare nel territorio d’Egitto dove porta la piena delle acque piovane, e dove deposita gran parte del suo limo, il quale è sempre di grande necessità in Igitto dove le pioggie sono scarse e non vi bastano ai campi seminati e alle piante. Il suolo d’Egitto, inoltre, è sabbioso e non produce alcun germoglio se non quando sopraggiunge il Nilo con la sua piena e col suo limo, e allora esso vi fa germogliare tutto ciò che occorre agli abitanti. È adunque (1) Cfr. Ovidio nelle Metamorfosi (LI, 254-505); Nilus in extremum fugit perteriitus ovbem, occulvitque caput, quod adhue latel.<noinclude></noinclude> 7jdn5g0k1rdolb0y63iaadyk8m1ey2j Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/299 108 1031767 3901247 2026-09-18T12:47:53Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901247 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 283 —|}}</noinclude>il fiume della terra più degno d’essere compreso tra quelli di cui Iddio altissimo dice: « Non vedono essi che noi mandiamo l’acqua sulla terra sterile, da cui facciamo germogliare i semi, dei quali poi si alimentano lor bestiami e loro stessi?Non vedono forse tutto cotesto? » (1). Il Nilo, oltrepassata di poco la città di Misr (2), si divide in due rami presso una città posta sulle sue sponde che si chiama Shetnùf ed è della provineia di QolyUb. Uno di questi rami, l’occidentale, passa presso Rashîd (3) e lA si getta nel Mediterraneo. L'orientale si divide alla sua volta in due altri rami presso Giangiar, dei quali quello ad Occidente, passando da Damiata, si getta nel Mediterraneo, mentre quello ad Oriente, passando per il territorio di Ushmùn Tannàh, si perde in un lago ad Oriente di Damiata, detto il lago di Tennîs e anche lago di Damiata. Tutto questo Corso del Nilo, dal principio alla fine, è di una lunghezza estrema, e però l’acqua n'è considerata come la più leggera 6 sottile di tutte le acque. (Segue il racconto d’alcuni viaggi, intrapresi per ordine dei Califfi, a fine d’esplorare le fonti del Nilo). Ibn Zavlàq, nella sua storia, racconta di un Califfo d’Egitto come avesse dato ordine a certe persone di recarsi fin la donde sgorga il Nilo, e come essi andassero finchè si trovarono presso un’alta montagna, dalla sommità della quale si precipitava l’acqua con tale impeto e rimbombo da far sì che nessuno intendeva l’altro quando parlava. Uno di essi cercò un pretesto per salire fino al vertice del monte, a fine di scoprire ciò che fosse di la da esso. Ma, quando vi, fu giunto, ecco ch'egli incominciò @ ballare, a batter le mani, a ridere. Andando poi qua e là per la montagna, non ritornò più, e i suoi compagni nulla più seppero di lui. Un altro vi salì per vedere che fosse mai avvenuto del suo compagno, ma fece come lui. (1) Passo del Corano. (2) Cioò il Gaîro, Al-Qahira, che in arabo significa (città) nittoriosa. (3) Cioò Rosetta, in cui fu trovata la ce lebre tavola trilingue che diede la chiave al Champollion per interpretare i geroglifici egiziani,<noinclude></noinclude> 5nsk36nvcnip5vqe9o1i42536pq7wem Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/300 108 1031768 3901248 2026-09-18T12:47:58Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901248 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 284 —|}}</noinclude>rae — 284— Un terzo, allora, volle salirvi, ma, prima, tenne agli altri questo discorso: ‘Legatemi con una fune intorno ai fianchi. Quando sarò giunto là dove sono giunti gli altri due, se io farò come essi hanno fatto, traetemi giù di forza in modo ch'io non possa andar oltre. — Fecero così come egli volle. Quando però fu sulla cima della montagna e cominciò a fare come gli altri due avevan fatto, lo trassero con la fune. Si dice ch’egli tornò di là privo della parola. Non rispose alle domande dei compagni, ma morì nel momento stesso. La compagnia dei viaggiatori ritornò a dietro, e non se ne seppe nulla di più. A questo proposito, AlI-Leyth ibn Saad (che Iddio gli abbia misericordia!) raccontava: È venuto a conoscenza mia per tradizione che un uomo dei Benî Al-Eys (1), di nome Haid ibn Abì Shalùàm.... della discendenza d’Ibràhîm (benedizione a lui e pace!), uscì, un tempo; dal suo paese fuggendo da uno di quei re, e si ridusse nella terra d’Egitto, dove stette per alcuni anni. Quand’ebbe notato le meraviglie del Nilo e ciò ch’esso fa in Egitto, promise in voto a Dio altissimo ch’egli non ne avrebbe abbandonato la sponda finchè non ne fosse giunto alla fine e là donde esso scaturisce, e che, piuttosto, sarebbe morto, quando non gli fosse avvenuto di far tanto. Dicono alcuni a questo proposito ch'egli andò trent'anni per paesi abitati, e trenta per disabitati; ovvero, come altri dicono, anni quindici per paesi abitati, e altri quindici per disabitati, finchè giunse ad un lago verde. Notò che di là appunto per poi continuare si spicca il Nilo (2). Come fu montato sulla riva del lago, g imbattè in un uomo che stava là pregando sotto un albero di pomi. Quando l’ebbe veduto, quasi già famigliarizzatosi con lui, gli fece un saluto, e l’uom dell’albero gli disse: Chi sei tu? — Rispose: Io sono Hàid ibn Abì Shalom ibn Al-Eys della discendenza d’Ibràhîm. — E il solitario: 1) Cioè dei discendenti di Esaù (Eys) figlio d’Isacco, figlio di Abramo (Ibrahîm), secondo la Bibbia. 2) Cioò esce dal lago, che però non è ancora l’origine del Nilo, î=)<noinclude></noinclude> b1cok3k06rqxs7apv3ivhs31k50q9nh Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/301 108 1031769 3901249 2026-09-18T12:48:04Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901249 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 285 —|}}</noinclude> Qual motivo, 0 Hàid, t ha guidato fin qui? — E Haid: Dimmi tu.prima chi sei tu! — To sono: Amran.... della discendenza d’Ibrihîm. — E Hàid allora: To son venuto per esplorare il Nilo. Ma a te che è mai avvenuto perchè dovessi tu ridurti in questo luogo? — E il solitario: Tadio altissimo mi ha rivelato che dovrò rimanermi qui finchè non mi pervenga un Suo comando. — Dimmi ora, o Amràn, che sai tu del Nilo, e se ti è mai giunta.notizia che qualcuno dei discendenti d’Adamo ne abbia rinvenuto le sorgenti. — Ma sì! rispose Amràn. Ho saputo che uno della discendenza dei Benî A\-Rys vi giungerà, e io penso che, non possa essere altri che te, 0 Haid. — Allora, domandò Haid, indicami, 0 Amràn, la via perch’io vi possa giungere! — To non te ne farò saper nulla, rispose Amràn, se prima non mi avrai promesso di fare ciò di cui t'avrò richiesto. — E che è ciò, o Amràn? E Amràn: Quando sarai di ritorno qui da me, se io sarò ancor vivo, starai presso di me finehè Iddio altissimo mi faccia intendere la sua ‘volontà, ovvero finchè jo sarò morto. Tu allora mi darai sepoltura. Se invece, tornando, mi troverai già morto, mi seppellirai, indi te n’andrai liberamente. — E Haid: Hai la mia promessa! — Cammina tu intanto, ripigliò Amràn, come hai camminato fino ad oggi lungo il lago. Ad un dato punto ti verra incontro certa bestia da cavalcare di cui tu vedrai la parte posteriore, non l'anteriore.Non ne aver timore, ma saltale in groppa. Essa è una bestia nemica del sole, la quale, quand’esso spunta, gli si avventa contro per ingoiarlo (1). Ti trasporterà all’altra sponda del lago, dove poi, andando su di essa, t imbatterai di nuovo nel Nilo, lungo il quale camminando, giungerai ad una terra di cui le montagne son di ferro, di ferro gli alberi e il suolo. Quando l’avrai attraversata, ti troverai in una (1) Idea indiana (secondo cui il mostro Ràhu tenta d’ingoiare ora il sole, ora la luna; nel qual mito sono adombrati gli eclissi) venuta ai Musulmani (e qui applicato a sproposito) che, in astronomia, appresero non poche cose dagl'Indiani (Vedi: L'Istamismo, cap. VI, $ "è trae a ani e<noinclude></noinclude> faaquwwjvelxli9fq9vd5erckj8jwli Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/302 108 1031770 3901250 2026-09-18T12:48:09Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901250 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 286 —|}}</noinclude>|Cost Sete — 286— terra di cui i monti, gli alberi, il suolo, sono di rame. Andando oltre, verrai in una terra, di cui i monti, gli alberi, il suolo, sono d’argento. Oltrepassata quella terra, ti troverai in un’altra, di cui i monti, gli alberi, il suolo, sono d’oro (1). Là ti sarà data l’ultima, total notizia di quanto concerne il Nilo. HAid adunque si pose in cammino e giunse così fino alla.terra dell’oro. Andando per essa, giunse ad una muraglia, d’oro anch’essa, poi ad un terrazzo d’oro, esposto al sole, poi ad un edifizio d’oro che aveva quattro porte. Vide che dall’alto della muraglia si precipitava una gran cascata d’acqua, che, quando giungeva là dall’edifizio d’oro, vi passava e ne usciva per le quattro porte; senonchè, l’acqua che usciva da tre di esse, andava a perdersi sotterra, mentre quella della quarta tenevasi sulla superficie della terra, ed era appunto la corrente del Nilo. Bevve egli di quell'acqua, e là si riposò alquanto. S'incamminò poi verso la muraglia per salirvi, ma gli si parò dinanzi un Angelo che gli disse: Fèrmati, Haid, costì! Qui si termina ogni faccenda tua quanto al Nilo, e qui sta il Paradiso, e il Nilo discende appunto dal Paradiso. — E Hàid: Io vorrei ben entrarvi, disse, per vedere che ci si fa! — Oggi, o Haid, non puoi entrarvi. — E che è, domandò Hàid, tutto cotesto che io veggo? — È la ruota celeste, rispose l'Angelo, su cui si volgono il sole e la luna, e ha la forma d’una macina da mulino. — E Hàid: Io vorrei montarvi sopra e far su di essa un giro. Alcuni dottori asseriscono ch’egli vi montò sopra veramente e che fece un giro tutto intorno al globo terrestre. Altri sostengono che non vi salì. L'Angelo gli fe’ anche intendere che gli avrebbe recato un alimento dal Paradiso del quale egli avrebbe potuto cibarsi finchè fosse vissuto, purchè non gli avesse preferito un altro cibo. Si dice adunque che gli apportasse un grappolo d’uva rossa, (1) Grossolano cenno alle ricche miniere ch’erano o si sipponevano essere nella parte più interna dell’Africa, e anticipata fola dell'oro che noi avremmo dovuto trovare nella nostra Colonia Eritrea!<noinclude></noinclude> t7i9a7lh3y8nf60zrpvjnudnjxmed0a Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/303 108 1031771 3901251 2026-09-18T12:48:14Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901251 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 287 —|}}</noinclude> e che, quando si ritornò a dietro, s'imbattè in quella bestia da cavalcare. Vi saltò in groppa, ed essa lo portò fin la dall’isoletta dove trovò l’amico Suo, Amràn, ch'era già morto, e a cui egli, come esso Amràn gli aveva im posto, die’ sepoltura. Gli si presentò allora il Diavolo sotto l'aspetto d’un vecchio. Recava dei pomi, e tanto s’adoprò con astuzia che Hàid mangiò di quei pomi. Cessò allora la virtù penefica del grappolo, ed egli se ne avvide e se ne pentì, ma inutilmente. Ritornò in Egitto, dove morì. È questa la sostanza del racconto. Ma tu sappi, e lettore, che non cè alcun dubbio intorno alla sua assuldità (1). (dall’anabo di AI-Mendfi). 8. Descrizione del MAzenderàn (2). Acconciamente dal liuto un suono Trasse (3) e Su quello incominciava un canto, Una canzon che dal Mazènd (4) venìa: La nostra terra del Mazènd un canto Abbia da noi. Deh! possa eternamente Esser beata quella terra!Sempre Son rose ne’ suoi orti e sovra i monti Crescon giacinti e tulipani. È Varia Salubre e mite, sparso il suol di fiori; Ardor non v'è, non freddo, ma vi regna Primavera perenno. Entro i giardini Cantano gli usignuoli e per li prati presta (1) L'Autore ha riferito tntte queste favole quali documenti storici intorno a ciò che prima di Jui si credeva e spacciava come Vero intorno al Nilo, non per altro, ® così abbiam fatto noi. (2) È la regione aspra ® montuosa, tutta 2 foresto, che Sì stende al sud del Mar Gaspio, detta Mazana nel libro sacro di Zoroastro, l’Avesta, corrispondente in parte alla Media degli Antichi.; (8) È un Devo (cioò un demone) abitatore, come tanti altri, del Mazenderàn, secondo l'epopea persiana, che, venuto nel cospetto di Kavus, re dell'Iran dei tempi eroici, gli descrive il paese donde è venuto. (4) Raccorciato da Mazenderàn per ragione del verso.<noinclude></noinclude> fvpvpclcektf83aax0iug04s4rw4ibx Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/304 108 1031772 3901252 2026-09-18T12:48:20Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901252 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 288 —|}}</noinclude>dàdietedei Sa pggt® Errando vanno le gazzelle e mai Non posan esse dal cercar l’amena Campagna intorno. Son colori ovunque Per tutto-l’anno e fragranze e profumi, E direstù che ne’ ruscelli suoi Acqua scorre di rose onde nostr’alma Sente ignoto conforto e si rallegra. Di Dey nel mese e di Behmèn, nei giorni Di Adhàr e Ferverdìn (1), sempre tu vedi Quel suol tutto fiorir di tulipani, Chè tutto l’anno vi ride di fiori Ai ruscelletti il margo; e vi son falchi Pugnaci, intenti a far lor preda. E quella Terra è ‘opulenta in ogni suo confine D’assai drappi e monete e d’ogni cosa Eletta e cara. Le fanciulle sue D'oro han corone ed ogni suo più illustre Cingesi un cinto d’or. No, chi quell’alma Terra non abitò, non fu mai lieto D’alcun desio dell’anima e del core! (dal persiano di Firdusi). 4. L’idolo di Somnàta e). Fra le meraviglie della città di Somnàta è anche un tempio in cui trovasi un idolo che si sta collocato nel bel mezzo di esso, e non ha di sotto alcun piedestallo che lo sostenga, nè di sopra alcuna fune o catena che lo regga. Il concetto che gl’Indiani hanno di tale loro idolo, è grande, e chi lo vede così sospeso in aria, ne stupisce. Gl’Indiani si recano pellegrinando a visitarlo e gli por-tano in dono ogni cosa preziosa, ed esso possiede tanti legati pii che superano l’entrata di diecimila villaggi. (1) Mesi del calendario persiano che rispettivamente corrispondono ai nostri di Dicembre, Gennaio, Novembre, Marzo-Aprile. (2) Nome d’una città indiana, nella regione di Gugeràt, sull’Oceano indiano. Corrisponde al sanserito Soma-ndtha (il dio Luno).<noinclude></noinclude> hkmvvl3hk2bobco5ozdwc55il0z116x Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/305 108 1031773 3901253 2026-09-18T12:48:25Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901253 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 289 —|}}</noinclude>So Guardiani del tempio sono mille persone Scelte tra i Brahmini, ordinate al culto dell’idolo e al servizio dei pellegrini che giungono al tempio. Questo è stato fabbricato sopra cinquantasei colonne di legno di sdgi (1), tutte rivestite di piombo. La cupola sotto la quale è stato collocato l’idolo, è tutta oscura, ma riceve luce da certe lampade sospese che sono di metallo prezioso. E v'è là daccanto una catenella d’oro, la quale, al termine d’ogni vigilia della notte, è scossa, e allora suonano le campane e si leva una parte dei Brahmini e viene alla adorazione. Si racconta che, quando il Sultano Yamîn al-Daula (2), infestando l'India, vide anche quest’idolo, se ne meravigliò molto, € che disse a’ suoi compagni d’armi: Che pensate voi di quest’idolo e di questo suo tenersi sospeso in aria senza un piedestallo, senza una fune o una catena? — Dev'essere sospeso, rispose qualcuno, & qualche sostegno, ma quel sostegno non è visibile. — Ma un altro fra gli astanti osservò:Io penso che la volta sia tutta di pietra di calamita e che l’idolo sia di ferro, e che chi l’ha fatto, si è sforzato di toccar la maggior precisione nell’opera sua rendendo perfettamente uguale la trazione della calamita da tutte le parti. — Vi fu chi convenne con quel tale in questa opinione, e vi fu chi ne discordò. Ma quando il Sultano ebbe fatto levar dall’alto della cupola soltanto due pietre, l’idolo pencolò subito da una parte. Si levarono man mano altre pietre, e l'idolo calò finchè si rovesciò sul pavimento. (dall’arabo di Al-Qazvîni). (1) Si pronunci sdg’ col g palatale 0 schiacciato, È la tectona grandìs dei naturalisti, albero indiano d’alto fusto (Vullers, Leaicon persico-lat.,8xV»). (2) Soprannome (che in arabo significa Mano destra dell'impero) dato al Sultano Mahmîad della casa dei Ghaznevidi, signore dell'Iran orientale a principio dell'XI secolo d. 0. Il fatto a cui qui si allude, accadde nel 1024. Italo Pizzi — Fiuri d° Oriente 19<noinclude></noinclude> pb9eqkbmccyk1zdiovl3rwukrzdzrwz Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/306 108 1031774 3901254 2026-09-18T12:48:30Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901254 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 290 —|}}</noinclude>5. La regione del Caucaso, Dice Al-Masùdi: La montagna del Caucaso costituisce una gran catena di monti e forma un’ampia e bella regione che comprende molti regni e molte nazioni. Ve ne sono, infatti, settantadue, e ogni nazione ha un suo proprio re e una lingua propria, differente dalle altre. Vi sono gole e valli profonde, e là dove sboccano e s’incontrano di verse di queste valli, trovasi la città di Bàb al-Abvàb che il re Kisra Anùshirvàn (1) fabbricò ad un punto di mezzo tra la catena dei monti e il Mar Caspio. Vi condusse anche una gran muraglia che per il tratto d’un miglio avanza nel mare da una parte, e dall’altra corre sulla montagna caucasica salendone i punti più alti e discendendone fino alle valli e alle gole più profonde, e ciò per la lunghezza di quaranta parasanghe finchè va a terminare la da un castello detto del Taberistàn (2). Lo stesso principe fece fare in questo gran muro, alla distanza di tre in tre miglia, ora più ora meno secondo l’importanza della strada che passava di là, una porta di ferro (3), e presso ogni porta, dalla parte di dentro, pose un presidio, scelto tra quelle popolazioni, a custodia di essa porta e di quel tratto di muro che è contiguo alla porta. Tutto ciò egli fece per difendersi dall’infestare delle genti barbare che vivono insieme su quelle montagne, cioè Khazari, Alàni, Turchi di razze diverse, Serîri, e altre fra le diverse nazioni infedeli (4). La regione montagnosa del Caucaso è tanto vasta, ampia, lunga e alta, che, per vederla partitamente, (0) È il celebre re di Persia, Chosroe (Kisra) il grande (531-578 d. C,), soprannominato Anwshirvan che in persiano significa anima immortale. (2) Altra regione caucasica, patria del celebre storico musulmano Al-Tabari. (8) Perciò appunto, come è detto sopra, la città è detta Bab al-Abvab che in arabo significa la Porta delle porte. In persiano, la gran muraglia è detta Derbend, cioè la barriera. (4) Cioè, secondo l’intendimento dell’ Autore, non musulmane.<noinclude></noinclude> cawf3wsthi2cqzlqqzchaq3d7bm3xzm Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/307 108 1031775 3901255 2026-09-18T12:48:35Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901255 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 291 —|}}</noinclude> richiederebbe due mesi di tempo, anzi più ancora. Vi sono poi tutt’all’intorno tanti popoli e nazioni diverse che Iddio soltanto (che sia glorificato ed esaltato }) che le ha create, potrebbe numerarle. Una di tante sue convalli riesce nel Mar Caspio nelle vicinanze di Bàb al-Abvàb, come or ora s'è detto; e un’altra riesce nel Mar Nero, il quale si prolunga fino allo stretto di Costantinopoli. Su questo mare è pure Trebisonda, città posta sulla sponda marittima, e nella quale si tengono annui mercati. Vi si raccolgono allora molte nazioni per loro traffici, Musulmani, Bizantini, Armeni e altri, oltre quelli che vengono dai paesi dei Circassi. Il re Andishirvàn, come ebbe edificato questa città che ora chiamasi Bab al-Abvab, e questa gran muraglia per terra e per mare e per monti, vi pose ad abitare nazioni e genti diverse, vi elesse dei re a cui assegnò grado e ufficio, e stabilì lor nomi e determinò i confini di loro sovranità, come appunto aveva fatto il re Ardeshîr quando assegnò a diversi principi il governo del Kho‘assan (1). Fra cotesti sovrani che Anùshirvàn pose a governare nelle regioni caucasiche, quali ora confinano con paesi musulmani dalla parte di Berda, si trovò uno che chiamavasi Shirvàn, e perchè il nome del suo regno chiamasi pure Shirvàn, così egli si fece poi chiamare Shirvàn-shàh (2). Tutti i re che gli succedettero poi in quel regno, si fecero chiamare con lo stesso nome. Queste montagne poi hanno tante valli e gole e forre, che le nazioni che vi abitano, mon si conoscono luna l’altra, e ciò perchè ogni monte v'è aspro, inaccessibile, e cela il vertice fra le nubi, e perchè vi son troppi luoghi selvaggi e incolti e troppe selve, e perchè i corsi delle acque vi s'intricano e confondono, e perchè le rupi e le roccie vi sono scoscese e alte assai. Il primo di quei sovrani, quale appunto chiamavasi Shirvàn, si appropriò molte delle terre montuose che il re Kisra Anùshirvan aveva assegnate ad altri quando spartì quelle regioni. (1) Ardeshîr, primo della casa dei Sassanidi, re di Persia dal 226 al 241 d. O. (2) Gioò re (shéh) di Shirvan.<noinclude></noinclude> fnpk5fz8msd72mynluk5mxs89az0exl Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/308 108 1031776 3901256 2026-09-18T12:48:41Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901256 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 292 —|}}</noinclude>\diledaca (Segue la descrizione del regno dei Khazari e dei Bulgari): La capitale del regno dei Khazari era già la città che si chiama Semender, abitata oggi da una popolazione della loro stessa razza. Ma, da che essa fu conquistata nei primi tempi dell’Islamismo, e chi la conquistò fu Suleyman ibn Rebîa al-Bahili (che Iddio gli usi misericordia!) (1), la sede del governo fu tramutata nella città di Amol, a sette giorni di distanza da Semender. Amol pertanto è la città in cui abita il re dei Khazari in questo tempo nostro, ed è divisa in tre parti da un gran fiume che discende dai luoghi elevati, abitati dai Turchi, e da cui si stacca un ramo presso il territorio dei Bulgari che si getta nel Mar Nero. La città è disposta sulle due rive del fiume, e v'è un’isola nel mezzo, nella quale, all’estremità di essa, sono il palazzo e il castello reale. E vai un ponte di barche che la congiunge ad una delle due sponde. Gli abitanti son tutta una popolazione di Musulmani, di Cristiani, di Giudei, di Pagani. Il re, i famigliari suoi e quei Khazari che sono della sua parentela, son tutti giudei. Il re abbracciò il Giudaismo. al tempo del Califfo Hàrîn al-Rashîd. Vi si son poi raccolti molti Giudei, perchè, in parte, vi si tramutarono da tutti i paesi musulmani all’intorno, e, in parte, da paesi sottoposti all’ Impero bizantino. Avvenne cotesto perchè l’ Imperatore greco di questo nostro tempo che è l’anno 332 (2), cioè Armands (3), volle costringere i Giudei ch'erano nel suo Impero, a farsi cristiani. Tale persecuzione li disgustò, ed essi uscirono dal paese. I Pagani che abitano queste contrade, sono di nazìoni fra loro diverse, di cui parte sono Slavi e parte Russi. Questi, cioè gli Slavi e i Russi, abitano soltanto in una delle due parti in cui la città è divisa. Hanno per costume di bruciare i morti insieme alle cavaleature, agli (1) Uno dei generali del secondo Califfo, Omar, che regnò dal 634 al644d.O. (2) Anno dell’Egira, cioè 983 d. O. (3) L'imperatore Romano Lacapeno.<noinclude></noinclude> 5y19imey5ynauoklc4kxh2zzie3hv7n Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/309 108 1031777 3901257 2026-09-18T12:48:46Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901257 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 293 —|}}</noinclude>2 anititti i pag ornamenti, agli oggetti già appartenenti alla persona morta. Quando poi muore un di loro, si arde con lui anche la moglie sua e si arde viva. Che se invece muore una donna, il marito non si suol ardere con lei. Se muore un celibe, gli si dà, pur dopo la morte, una sposa. Le donne poi desiderano assai di farsi bruciare perchè credono d’entrare in Paradiso con l’anima dei loro mariti. Cotesto è pure un costume degl’ Indiani, eccetto che gl’ Indiani non sogliono bruciar la donna col marito suo se non quando essa vi acconsente, La maggior parte tuttavia degli abitanti del paese è di Musulmani, perchè son quelli che formano l’esercito del re. Nel paese, sono conosciuti sotto il nome di Larisivya, e sono gente migrata dalle contrade presso il Kharezm (1). Nei primi tempi, quando l’Islamismo era appena comparso, furono guerre e pestilenze in quei paesi, ed essi, uscendo di là, passarono nel reame dei Khazari. Son gente valorosa e di grand’animo e coraggio, e il re dei Khazari, nelle sue guerre, confida in essi interamente. Essi però si stabilirono nel paese sotto diverse condizioni, tra le quali quella dell’esercitar liberamente e pubblicamente il culto musulmano, quella dell’aver loro moschee, quella del bando pubblico della preghiera (2), quella che la dignità di Visir del regno (3) sarebbe loro appartenuta. E veramente, anche ai nostri giorni, il gran Visir è uno di loro, cioè Ahmed ibn Koveyh. Altra condizione si è questa che, quando il re dei Khazari trovasi a far la guerra contro gente musulmana, essi se ne stanno in disparte, separati dal restante esercito di lui, e ciò per non portar le armi contro gente di lor religione. Le portano invece con lui contro ogni altra gente di tra gl’infedeli. Ai nostri giorni, cavaleano insieme al re intorno a settemila arcieri con usberghi, elmi e maglie. Alcuni recano anche lancie e aste, e sono forniti e vestiti d’armi (1) Regione nella parte più orientale dell’Iran, la Chorasmia degli Antichi, (2) Cioè per mezzo del banditore.(arab. muezsin) dall'alto dei minaveti presso le moschee, (3) Cioò il primo ministro,<noinclude></noinclude> 7meauf1uwpz9tesfma2zokuso8ipnan Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/310 108 1031778 3901258 2026-09-18T12:48:51Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901258 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 294 —|}}</noinclude>Capo E al modo degli altri Musulmani. Hanno pure giudici di religione musulmana. È regola poi della capitale di aver Sempre sette giudici, due per i Musulmani, due per i Khazari, e questi danno le sentenze secondo la legge mosaica, due per quelli tra la gente che sono cristiani, ed essi giudicano secondo i Vangeli, e uno per gli Slavi e i Russi e per gli altri Pagani tutti. Questo giudice decide e sentenzia secondo la consuetudine pagana, che è un conformarsi al ragionamento e al senso comune. Quando però si presenti qualche caso grave sul quale non sappiano come decidere, si fa ricorso ai giudici musulmani, Si deferisce loro la decisione, e gli altri si conformano a quanto impone la legge musulmana. Nessun altro principe d'Oriente di cotesti paesi tiene con sè milizie mercenarie, se non questo re dei Khazari. Ogni musulmano poi che vi abita, è conosciuto tuttavia sotto il nome della gente dei Làrisiyya (1); e gli Slavi e i Russi, che già abbiamo detto essere Pagani, appartengono pure alla milizia del re e sono addetti al suo servizio. Vi sono poi molti altri Musulmani, che non sono dei Larisiyya, e son dati ai commerci e alle arti manuali, tramutatisi volentieri in questo paese per la giustizia del governo e per la sicurezza che vi trovano. Hanno una moschea grande con un minareto più alto del palazzo reale, oltre ad altre moschee con loro scuole in cui i fanciulli imparano a leggere il Corano. Che se mai si mettessero insieme i Musulmani e quel tanto di Cristiani che là si trova, il re non potrebbe in aleun modo tenerli nella sua obbedienza. Ciò che abbiam detto fin qui, non tocca punto il vero sovrano dei Khazari, col quale intendiamo di accennare al Khàgan (2). Sappiasi adunque che, nel regno dei Khasari, il vero re è il KhAqgan, il quale, di regola, deve Starsi in potere dell’altro re (3) e abitarne in casa. Il Khagan adunque se ne sta sempre in fondo al palazzo (1) Cioè anche se non è di questa gente, ricordata avanti, venuta dal Khàrezm, (2) Nome tataro che significa sovrano, imperatore, e simili. (8) Cioè di quel re imposto dal re di Persia, Chosroe, come è detto sopra,<noinclude></noinclude> c7bwiui972dkmm4tlaao0crahy0c5dd Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/311 108 1031779 3901259 2026-09-18T12:48:57Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901259 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 295 —|}}</noinclude> reale; non sa cavalcare, non si mostra mai in pubblico, nè ai cortigiani, nè al popolo, non esce mai da’ suoi appartamenti, e con lui si sta il suo harem,; non ha autorità nessuna e non dispone di nulla in tutte quante le faccende del regno. Nè può esser valida l’autorità del re \sul regno dei Khazari se non quando gli stia al fianco ‘questo Khaqan che abita con lui nel palazzo é nel caStello reale. Quando poi la loro terra è afflitta da carestia, o\quando sopravviene qualche pubblica sventura, ovvero quando la guerra si volta in lor disfavore e favorisce, invece, le genti nemiche, ogniqualvolta, insomma, sopravvenga aleunchè di straordinario e di avverso, corrono tutti in folla, nobili e popolo, dal re per dirgli: Noi abbiam tratto cattivo augurio da cotesto Khàqan e da tutto il tempo del regno suo, e ne abbiamo avuto tristi presagi. Mandalo adungne tu a morte, ovvero consegnalo a noi acciocchè noi l’ammazziamo! (1) — Molte volte il re consegna loro il Khaàqan, ed essi lo fanno morire; molte volte s’incarica egli stesso di ammazzarlo; spesso anche ne ha pietà e lo difende affermando ch’esso non ha commesso alcun delitto per cui meriti la morte, nè fatto alcuna cosa rea. Io poi non so bene se tutto ciò si faceva anche nei tempi antichi, o sia tutta cosa nuova. Ma. il fatto che la dignità di Khaqan si manteneva in una. famiglia tra le più ragguardevoli, mi fa pensare che essa era tutta propria di quella famiglia sola (2). Ma. Iddio ne sa meglio di noi! I Khazari hanno molte barche e navigli su cui percorrono un fiume che, al disopra della città, si getta nel fiume grande e che si chiama il Bertàs. Sulle rive di questo fiume abitano molte popolazioni turche, comprese tuttavia e incorporate nel reame dei Khazari. I luoghi da loro abitati e coltivati stanno tra il reame dei Khazari e quello dei Bulgari, e in certo modo li congiungono. Il (6) È costume prettamente iranico o persiano nel Medio Evo. Così alcuni re Sassanidi furon deposti, incolpati d’avere, per loro ingiustizie; provocato l’ira del cielo che si era poi manifestata mandando pubbliche sventure, (2) Cioè vi era ereditaria. TT AIDA N AA LANTIS Asl<noinclude></noinclude> pk2q3g12xiaki8z09e4r7lzsojr1g8d Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/312 108 1031780 3901260 2026-09-18T12:49:02Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901260 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 296 —|}}</noinclude>Ia ARE —296— fiume si origina e discende veramente dalle parti dei Bulgari, e su di esso s'incontrano e incrociano le barche e i navigli tanto dei Bulgari quanto dei Khazari. I Bertàs poi sono anche una popolazione turca stanziata appunto su cotesto fiume che da loro ha preso il nome. Dal loro paese provengono le pelli di volpe nera e rossa che vanno. sotto il nome di bertasine, una delle quali costa fin cento/ dina e anche più. S' intende delle nere, perchè le rossé hanno un prezzo minore. Ma le nere sono quelle di cui si vestono i principi d’Arabia e di Persia, e se ne pofnpeggiano, ed esse hanno maggior pregio presso di loro che non le pelli di martora e d’armellino, o altra simile pelliccia. I re se ne fanno dei berretti, delle sopravvesti, dei giubboni; ed è ben raro che vi sia qualche principe che non abbia o giubbone o sopravveste rivestita o foderata di queste pelli di volpe nera dertasina. (L'Autore, dopo lunghe digressioni, viene a descrivere i regni dei Servi, degli Alani, dei Circassi, tutti posti intorno al Mar Nero. Parlando poi di certe tribù selvagge del Caucaso, reca è seguenti particolari): In luogo prossimo a questa tribù (1) è un ripiano che sta in mezzo a quattro montagne, ciascuna delle quali è ripida e seoscesa e sale fino al cielo con la cima Quel ripiano, posto così tra i quattro monti, è d’una superficie d’intorno a cento miglia, vera pianura tutta uguale che nel bel mezzo ha una cavità di forma rotonda come se fosse stata tracciata con un compasso, e quella cavità rotonda somiglia ad un gran pozzo tagliato nella pietra viva. La circonferenza n’è d’intorno a cinquanta miglia, e le pareti ne sono tagliate a picco in modo che precipitano al basso come un muro stato costruito da mano d’uomo. Dal basso poi all’alto l’altezza n'è di due miglia, e non v'è modo alcuno di discendere al fondo piano e uguale di essa cavità. La notte vi si vedono luccicar qua e là, in luoghi differenti, molti lumi; ma, di giorno, vi si vedono villaggi e campi coltivati, ruscelli che scorrono (1) Una tribù detta degl’Irm (?) selvaggia e pagana, ma forte, coraggiosa e bellissima.<noinclude></noinclude> d7g94hwz7rfb6dzbjmj5li4vz5gf0r8 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/313 108 1031781 3901261 2026-09-18T12:49:07Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901261 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 297 —|}}</noinclude>CEOGRA tra i villaggi, uomini e bestiami, eccetto che si mostrano piccoli di persona e di statura, e ciò per la grande profondità del posto. Non si conosce di qual razza ne siano gli abitanti, perchè nè essi hanno alcun sentiero per salire e riuscire in questo o in quell’altro paese circostante, nè v'è aleuna via, per chi sta in alto, di discendere in qualche modo fino a loro. AI di là di queste quattro montagne, anzi presso la sponda del mare, trovasi un’altra cavità simile, di profondità quasi uguale, e vi sono brughiere e boscaglie in cui abitano diverse specie di seimie che hanno statura alta e diritta, visi rotondi, e che somigliano, nella maggior parte di lor conformazione, alla figura umana; ma hanno coperto di peli tutto quanto il corpo. Avviene raramente assai che una di esse resti presa da cacciatori. Ciascuna poi è d’intelligenza e di finezza estrema, eccetto che è priva di linguaggio, nè può esprimersi e farsi intendere con parole. Intende tuttavia tutto ciò che le si vuol fare intendere per cenni e per segni. Accade sovente che qualcuna di esse è mandata in dono ad uno dei tanti principi di queste genti; ed esso, allora, le insegna a tenersi ritta dietro di lui col flabello in mano per discacciar le mosche. I principi poi le hanno care, queste scimie, per la loro qualità tutta particolare e molto importante del sentire e riconoscere se nelle vivande e nelle bevande si trovano veleni. Perciò si suol presentar la pietanza alla scimia che assiste al pasto, acciocchè la fiuti, quindi se gliene getta un pezzetto. Se essa ne mangia, ne mangia anche il principe; se invece se ne trae a dietro e non ne mangia, intende il principe che ce’ è veleno e si guarda dal mangiarne. Cotesto sogliono fare, in riguardo alle scimie, i re di Cina e d’India. Del resto, in questo nostro libro, diremo anche della venuta d’una ambascieria cinese al tempo del Califfo Al-Mahdi, e di ciò che gli ambasciatori dissero al Califfo intorno all’utilità che i loro re ritraggono dalle scimie quando si stanno a mangiare. Si dirà anche delle scimie del Yemen e di quella tavoletta di ferro su cui Salomone figlio di David<noinclude></noinclude> 6421m0ek218n3zfpl5v7d10sv07oqfn Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/314 108 1031782 3901262 2026-09-18T12:49:12Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901262 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 298 —|}}</noinclude>Moggi— (che la pace tocchi ad ambedue!) scolpì il patto suo di alleanza con le scimie di quel paese (1). Diremo anche di ciò che esse ebbero da fare con un governatore di Moaviya (2), e del come il governatore né scrivesse al Califfo, e della gran scimia la quale recava ancor sospesa al collo la tavoletta di Salomone. Non v' è, in tutto il mondo, specie di scimie più intelligente di questa del Yemen, ma neanche più maliziosa! (dall'arabo d i Al-Masùdi). 6. La Cina. Salpammo dal paese di Tuvàlisi (8), e dopo sette giorni di viaggio, con un vento favorevole sì che si navi gava rapidamente, e piacevole era l'andare, giungemmo nel paese della Cina. Questo paese è vasto, abbondevole d’ogni provento, di frutta, di grani, d’oro, d’argento, sì che nessun altro della terra può uguagliarlo. L’attraversa un fiume che si chiama Ab i hayat, cioè Acqua di vita (4), ovwero anche Sarà, al modo d’un altro fiume che trovasi in India. Le sorgenti ne sono poste sulle montagnè che sono presso la città di Khan-baliq e si chiamano Koh i Bazneh, cioè Montagna delle scimie (5), ed esso, con un corso di sei mesi di cammino, passa per mezzo la Cina e sbocca in mare presso Sîn al-Sîn (6). Lo fiancheggiano villaggi e campi coltivati, giardini e mercati, appunto come il Nilo in Egitto, eccetto che là, in Cina, il paese è anche meglio coltivato e più fertile. Vi si vedono anche molte ruote idrauliche (17). V'è poi abbon(1) Una delle solite leggende intorno all'impero che Salomone aveva sugli amimali e sui Genî. Vedi il racconto n. 12 del libro IE (2) Primo Califfo Ommiade. Regnò dal 661 al 680 d. C. (3) È il celebre viaggiatore maghrebino del secolo XIV, Ibn Batùta, che parla. Il paese di Tuvalisi non si sa bone a quale dei moderni corrisponda, forse al Tonchino. (4) Il nome è tutt'altro che cinese, come si crederebbe, ma persiano. (5) Anche questo nome è persiano. (6) Per evitare errori, non posso arrischiarmi ad identificare questi nomi del nostro Autore con qualcuno dei moderni. (7) Sono le ruote per inaffiare campi e giardini la cui invenzione è venuta a noi dall'Oriente nel Medio Evo, come attesta il nome stesso noria (italiano, francese e spagnuolo) che è arabo di origine. Li.<noinclude></noinclude> 8cqlavmep8iyl2pf8eedafd5pstaa58 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/315 108 1031783 3901263 2026-09-18T12:49:17Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901263 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 299 —|}}</noinclude> danza grande di znucchero quale somiglia a quel d’Egitto, anzi lo supera in bontà, e anche d’uve e di susine. To pensava che le susine dette d’Otlman, di Damasco (1), non avesser le uguali in tutto il mondo finchè non mi fu dato di vedere queste di Cina. E vi sono dei poponi che somigliano a quelli del Kharezm € d’Ispahaàn in Persia. Imsomma, tutte le frutta che noi abbiamo nei nostri paesi, sì trovano simili in Cina, anzi migliori. Il frumento poi vi è molto abbondante, nè io ne ho mai trovato del migliore. Così dicasi delle lenticchie e dei ceci. La porcellana mon si lavora in Cina se non nelle città di Zeytàn e di Sîn-Kalàn. Si trae da una creta che sì trova in quelle montagne di la e che arde nel fuoco come il carbone. Vi si aggiunge certa quantità di pietre clie là son comuni, € vi si accende poi il fuoco per tre giorni. Vi si versa dell’acqua, e tutto allora si riduce in una polvere che gli operai fanno fermentare. La migliore è quella che si fa fermentare per Un mese intero e mon di più, e l’inferiore è quella ché si fa fermentare soltanto per dieci giorni. Il prezzo, in tutto il paese, ne è uguale a quello delle stoviglie nostre nei nostri paesi, e anche meno. Di là poi si trasporta in India e in molti altri luoghi sì che giunge fino ai nostri del Marocco. È la più eccellente fra tutti i generi di stoviglie. I Cinesi sono infedeli (2) e adorano gl’idoli. Ardono sul rogo i loro morti come anche fanno gl’Indiani. Il loro sovrano è di stirpe tatara, della discendenza di Gengis-kbAn. In ogni città loro trovasi un quartiere per i Musulmani che perciò vivono separati nelle loro abitazioni, e vi stanno onorati e rispettati. Gl’infedeli di Cina fanno Uso, nei loro pasti, anche di carni di maiale è di cane, e se ne vende sui loro mercati. Sono gente comoda e ricca, ma non si curano gran che del mangiare e del vestire, sì che tu puoi vedere tra loro il mercante più ricco di cui non si possono computare le ricchezze, tante (1) Le celebri susine, note anche da noi nel Medio Evo sotto il nome di dumaschine, cioè di Damasco. (2), Cioè non sono musulmani.<noinclude></noinclude> nhl3qm7yqdr5nu7c5etc3bxoqnjgzmu Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/316 108 1031784 3901264 2026-09-18T12:49:23Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901264 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 300 —|}}</noinclude>quot sono, andare attorno in un giubbone di cotone grossolano. Amano tutti, invece, d’aver vasi e suppellettili d’oro e d’argento. Ciascun d’essi poi reca un bastone su cui si appoggia camminando, e che da loro è detto il terzo piede. Abbonda assai la seta, perchè il baco là 5° attacca alle piante e Se ne nutre col frutto, nè abbisogna di nulla per l’abbondanza grande dell'alimento. Perciò appunto ve n'è gran copia. Di seta poi sono le vesti anche dei poveri e degli accattoni. Che se non vi fosser mercanti che ne trafficassero, la seta non varrebbe nulla. Si compra infatti, la in Cina, una veste di cotone dando più vesti di seta. È poi loro costume che ogni mercante faccia fondere in tante verghe tutto quanto l'oro e l'argento ch'egli possiede. Ogni verga pesa Un quintale (1) ora più ora meno, e si suol collocare sovra la porta di casa. Chi possiede cinque di tali verghe, suol portare al dito un anello; chi ne ha dieci, porta due anelli; chi ne ha quindici, è chiamato da loro il set, che significa ciò che in Egitto è il karimi (2). Ogni verga poi si chiama barkala. T Cinesi non usano nè diînàr nè dirhem nel loro commercio, perchè tutto l’oro e l'argento che trovasi presso di loro, essi Jo fondono e ne fanno tante verghe come or ora abbiam. detto. Invece, le lor vendite e le lor compere si fanno con pezzi di carta, ciascuno dei quali è della grandezza della palma della mano, e reca il suggello del Sultano. Venticinque di questi pezzi di carta si chiamano balisht, e questa voce ha il significato che ha presso di noi la voce dimar (8). Quand’uno di questi pezzi di carta è logoro e consunto correndo per le mani della gente, essi lo portano ad un palazzo pubblico che è come da noi il palazzo della zecca, è ne ricevono in cambio un altro, nuovo, rendendo il vecchio. Non danno per cotesto alcun compenso 0 altro, perchè quelli che sono preposti @ cotesto ufficio, hanno uno stipendio fisso da parte del Sultano. A questo palazzo sovraintende uno dei (1) Cento rall 0 Libbre. (2) Mercante ricco, specialmente droghiere. (3) S'intende, qui, nel senso di moneta in genere.<noinclude></noinclude> 6qeolw8qkbpe67jl0t19cikhxvrp0bj Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/317 108 1031785 3901265 2026-09-18T12:49:28Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901265 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 301 —|}}</noinclude>asi — maggiori miri (1). Quando poi qualcuno si reca al mercato con un dirkem d’argento o con Un dînàr d'oro desiderando di far qualche compera, quella moneta non è ricevuta da nessuno, € nessuno bada quel tale finchè, cambiato il denaro in un balisht, compera poi ciò che desidera. I Cinesi sono la gente più abile di tutte nelle arti e quella che meglio delle altre né raggiunge la perfezione. Questo particolare che li riguarda, è notissimo, e molti scrittori ne hanno parlato nelle loro opere € trattato lungamente. Quanto alla pittura, non c'è nessun altro che possa contender con loro, sia bizantino, sia d'altra nazione, perchè v'hanno disposizione naturale grandissima. Fra le altre cose meravigliose ch'io ho vedute là intorno a tal soggetto, è questa, che mon sono mai entrato im alcuna delle loro città e non vi sono mai ritornato poi, senza ch’io v'abbia anche veduto il ritratto mio € quello dei mici compagni di viaggio, dipinti sui muri e sulle carte esposte nei mercati. Entrai già nella città del Sultano (2), passai per il mercato dei pittori e così giunsi a palazzo coi miei compagni, ed eravam tutti vestiti alla moda di quelli dell’Iràqa. Quando tornai da palazzo, ed era già sera, € passai per il detto mercato, eeco ch'io vi vidi il ritratto mio € quello dei miei compagni, dipinti su d’una carta che essi poi avevano incollata ad una parete. Ciascun di noi si mise ad osservare il ritratto del proprio compagno, e si vide che, quanto alla somiglianza, non sbagliava punto. Mi fu detto allora che il Sultano aveva dato l'ordine a quei pittori di farci il ritratto e che essi erano andati a palazzo quando noi già vi eravamo, e che là, osservandoci senza che noi ce ne avvedessimo, avevano copiato le nostre figure. Una, per tanto, delle loro costumanze è questa del fare il ritratto a chiunque passa per il loro paese, ed ess% è spinta @ (1) d quasi inutile l'osservare che l'Autore, dicendo Sult40, Emivi, ecc, intende l'Imperatore della Cina e i suoi Mandarini ai quali applica così nomi di ufficiali musulmani, (2) Cioè Pechino, residenza dell’Imperatore.<noinclude></noinclude> pbtq65hibdyrx51cz86o50fsqsy5lsi Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/318 108 1031786 3901266 2026-09-18T12:49:33Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901266 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 302 —|}}</noinclude> tal punto che, ove uno straniero abbia fatto qualche cosa che lo costringa a fuggir dal paese, ne mandano qua e là il ritratto e se ne fa ricerca, sì che, ove si trovi chi somigli a quel ritratto, è subito preso. Quando giunge un mercante musulmano in una città cinese, gli si lascia la scelta o di andare ad alloggiare presso un altro mercante di tra i Musulmani che hanno residenza legale nel paese, quale sia stato designato a ciò dal governo, o di andare alla locanda. Se preferisce alloggiar presso il mercante, si numera e computa tutto il denaro che ha con sè, e se ne rende mallevadore quel mercante stesso che ha la residenza legale nel paese. Questi spende per lui e gli procura ogni cosa di che abbisogni; quand’egli poi vuole andarsene, si domanda il conto del denaro consegnato, e se ne manca qualche parte, il mercante mallevadore è tenuto a risarcirlo. Se poi preferisce alloggiare alla locanda, tutto il denaro ch'egli ha, va consegnato all'albergatore che ne fa malleveria, e intanto procura e acquista per lui ciò ch’egli desidera, e ne tien conto. Se l’altro desidera una schiava, l’albergatore gli compera anche una schiava, ela manda a starsi con lui in un quartiere a parte che ha l’entrata nell’interno della locanda stessa, facendo poi le spese per tutt'e due. Le schiave, in Cina, costano assai poco. I Cinesi tutti, inoltre, sogliono vendere i figli e le figlie, nè si reputa cosa sconveniente il far ciò. Questi però non amano d’andar via dal paese con chi li ha comperati; non ne sono però distolti o impediti, quando preferiscano l’andare. Parimente, se un mercante straniero desidera ammogliarsi, può farlo; non vi è permesso però | darsi al libertinaggio scialacquando i denari. I Cinesi, perciò, sogliono dire « Non vogliamo che si dica nei paesi dei Musulmani ch’essi danno fondo nel nostro ai loro averi, e che questo paese nostro è quello del vizio e del vivere disonesto ». La Cina è il paese più sicuro e il più proprio e adatto per chi viaggia. Ciascuno vi può viaggiar da solo per lo spazio anche di nove mesi pur recando con sè una gran<noinclude></noinclude> kapdkzqvatqog4m2f07ro24llymq76q Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/319 108 1031787 3901267 2026-09-18T12:49:38Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901267 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 303 —|}}</noinclude>- tini — 303— somma di denaro, nè ha da temer nulla. Ciò avviene per certo ordinamento pubblico, secondo cui, in ogni stazione del paese, trovasi una locanda, in cui si tiene sempre un ufficiale che ha con sè tutta una compagnia di fanti e di gente a cavallo. Tutti i giorni, dopo il tramonto del sole" o a tarda sera, l’ufficiale si reca alla locanda, e con lui va anche il suo segretario. Là egli scrive il nome di tutti i viaggiatori che sono in casa, e ne suggella la lista, indi, dietro loro, dà il chiavistello alla porta. Venuta l’aurora, egli vi ritorna e viene con lui anche il segretario. Chiamata allora per nome ciascuna persona, scritto il nome e appostavi qualche nota, egli manda coi viaggiatori una persona che li accompagni fino all’altra stazione e ritorni poi a lui con un certificato dell’altro ufficiale che attesti che tutti sono giunti presso di lui. Se non fa cotesto, se gliene domanda conto. E il simigliante si fa in ogni stazione del paese da Sîn al-Sîn a Khàn-bàliq. In quelle loro locande, trovasi tutto ciò che occorre ad un viaggiatore quanto a provvigioni, galline e polli in particolare. I montoni invece sono rari in paese. La città di Sîn al-Sîn è delle più grandi e delle più belle città, massime per i suoi mercati. Uno poi de’ suoi mercati più grandi è quello della porcellana che di là si trasporta in tutti gli altri paesi della Cina, anche in India, anche nell’Arabia meridionale. Nel bel mezzo della città è un grande edifizio con nove porte, e dentro a ciascuna porta è un vestibolo con certi banchi all’intorno su cui stanno a sedere gli abitanti del luogo. Fra la seconda e la terza porta trovasi un quartiere con stanze e camere in cui abitano i ciechi e i malati cronici. Coi legati pii dell’istituto, si provvede al loro vestimento e al loro mantenimento. Similmente, nello spazio che è tra l’una e l’altra porta e nella parte interna, trovasi un ospedale per i malati, la cucina per cuocervi le vivande; e vi stanno anche i medici e i servitori. Mi fu anche detto che tutti quei vecchi che non possono guadagnarsi nulla, son nutriti e vestiti nell’isti-<noinclude></noinclude> 9rmwl6e9vjvecy3ykrbxmftn97f7y05 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/320 108 1031788 3901268 2026-09-18T12:49:44Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901268 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 304 —|}}</noinclude> tuto, e che simile trattamento si fa agli orfani e alle vedove indigenti. Tale istituto fu fondato da uno dei loro sovrani il quale destinò per esso come legati pii le en.trate della città con quelle di tutti i villaggi e i giardini che le sono contigui. L'immagine di questo sovrano trorasi dipinte nell'istituto stesso, e i Cinesi V’adorano. Una parte della città è tutto il quartiere dei Musulmani che vi hanno la moschea cattedrale, il luogo di ritiro per le persone devote, il mercato. V'è anche un loro giudice e anche uno sceicco (1); anzi, ogni città e paese della Cina ha necessariamente uno sceicco della religione musulmana, al quale vanno deferiti gli affari tutti dei Musulmani. Un giudice poi definisce le loro questioni. Io alloggiai in casa di Avhad ad-dîn as-Singiàri, uno dei personaggi più ragguardevoli e di gran condizione, e uno dei più facoltosi, e vi rimasi quattordici giorni, mentre e dal giudice e da altri Musulmani mi venivano incessantemente doni e regali. Si faceva invito ogni giorno, e gl’invitati vi venivano in eleganti barchette con musici e cantori. Al di la di questa città di Sîn al-Sîn non si trova più alcuna città nè d’infedeli nè di Musulmani, e tra essa e la muraglia di Yàgiùàg e Magiùg” (2) è una distanza, secondo che m'è stato detto, di sessanta giorni di, cammino. V’abitano genti nomadi, infedeli, che si cibano di carne umana quand’hanno fatto qualche prigioniero. Perciò appunto, nessuno si reca nel loro paese, nessuno lo percorre o frequenta, nè io ho veduto, in questa città di Sîn al-Sîn, alcuna persona che abbia veduto quella muraglia o che abbia veduto chi l’avesse veduta. (dall'arabo d’Ibn Batùta). (1) Cioè anziano, specie di magistrato tra il religioso e il civile, (2) È la gran muraglia della Gina, intorno a cui abitano, dicono i Musulmani secondo una tradizione del Corano (capo XVIII), genti barbare da loro designate coi nomi di Yagiùg? e Magiùg’, che sono i Gog e Magog della Bibbia,<noinclude></noinclude> qn4owl8rn7xltiauj9mqsduvh5zv2k7 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/321 108 1031789 3901269 2026-09-18T12:49:49Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901269 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 305 —|}}</noinclude>ani — 305— 7. || monte Citrakdta 0). Poichè lunga stagione, uspite caro Della montagna, soggiornò sul monte, Care cose parlando alla consorte Videhese, al cor suo diletto e gioia Procacciando, il figliuol di Dasaràtha (2), Simile a un immortale, il Citrakùta Così a lei descrivea come l’avrìa Indra (3) descritto alla consorte Saci: Poi che ho veduto il dilettoso monte, Più non m’affligge il core, o Sita mia, Nè del regno la perdita, nè questo Dai dolci amici vivere lontano. Guarda, o mia Sita, questo monte eccelso, Da vari augéi tutto abitato, adorno Di picchi metalliferi che al cielo S'ergon diritti. Adorni di metalli, Tutti i ripiani di tal re dei monti Splendon lontano, e tal sembianza rende Di bianco argento, e tal di sangue vivo, Tale ha color tra il giallo e il rosso, e tale A smeraldo somiglia. Anche rassembra Questo a verde stendardo, e quello ha d’oro Apparenza verace. Il monte altero Così riluce ne’ ripiani suoi Tutti adorni di piante e varie» e molte, Tutti da schiere di balzanti scimie Abitati e da iene intorno intorno, (1) Questa descrizione deve considerarsi fantastica e non altro,. come appunto anche l’altra, al n. 8 di questo libro, del Mazenderàn. Sono opera di poeti. (2) Ràma (come si legge nel Ramayana, poema epico indiano) figlio di Dasaratha re di Ayodhya in India, per mantener certa promessa di lui, era andato esule nelle selve col fratello Lakshmana o la moglie Sîta, detta la Videhose perchò figlia di Gianaka re di Videha, (3) Indra è il maggior dio dell’Olimpo vedico-indiano. Italo Pizzi = Fiori d'Oriente 20<noinclude></noinclude> dxjgxrc7fc0j09zp1hsklxdpbgm8o19 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/322 108 1031790 3901270 2026-09-18T12:49:54Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901270 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 306 —|}}</noinclude> Abitati da tigri. Ecco, di tanti (1) Fiorenti alberi ingombro, ove son frutti, Ove son ombre, e allietan l’alma e il core, Di queste adorno elette cose e d’altre, Nutre Fortuna in sè l’inelito monte! Mira, o gentil, sui dilettosi piani Dell’arduo monte quelli in divo aspetto Kinnari (2) di gran senno a coppia coppia Tre a diporto, e quelli, appesi ai rami, Trafieri, e quelle vesti inclite elette Mira, e del monte i placidi boschetti Ove stanno a scherzar dei Vidyadhàri (3) Fra lor le donne. Con quelle acque sue Cadenti, co’ suoi rivi e gli spaccati Umor stillanti, sembra il monte altero Un elefante immane, a cui, nel tempo Dell’amor, stillan madide le gote (4). Questa che allegra l’odorato, questa Fragranza che dai lochi intorno ascosi Dolce si leva, che di mille fiori Congiunge le virtù, di qual mortale Non toccherebbe il cor? S'io qui con teco, Incolpabile mia, più d’un autunno (5), E con Lakshmàna (6), stessi, io del dolore Non sentirei l’ardor penace! Stando Su questa cima dilettosa, adorna Di fiori e frutti, d’assai vari augelli Frequentata, 0 gentil, tutta piacente, D’ogni mia brama ho tocco il fin. Gran frutto, Gran frutto ebb’io dall’abitar fra queste (I) Si ommettono alcuni pochi versi in cui si enumerano molte piante indiane, i cui nomi stranissimi, che non trovano, in generale, corrispondenza coi nostri, non potrebbero stare in un verso italiano. (2) Deità boschereccie o Semidei, uomini per metà e per metà bruti. (3) Genî e Semidei delle montagne e delle selve. (4) E noto che un umore tenace e viscoso cola dalle gote degli elefanti a certi tempi dell’anno. (5) Per dire più anni. (6) Fratello di Rama. Vedi la nota a principio.<noinclude></noinclude> ijt6h1tn79lntejt8vw07a63mi4c24c Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/323 108 1031791 3901271 2026-09-18T12:49:59Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901271 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 307 —|}}</noinclude> Selve in esiglio. A Bhàrata (1) fec’io Opra cara e gradita e da quel sacro Debito suo l'antico padre ho sciolto (2). O Videhese mia, godi tu adunque Stando con me sul Citrakùta, questi Vari oggetti vedendo, all’alma, al detto, Alla persona confacenti? Oh Sita! La bevanda immortal (3), qui dimorando, Conseguîr già molti antenati miei, Sapienti regali, allor che morte Li avea raggiunti, e furo in questa selva! Splendon le molte roccie del gran monte (Son cento e cento!) e splendon varie in vari Colori e tinte, azzurro e giallo e rosso E candido. E rilucono le piante Sulla regal montagna a mille a mille, Vivide di lor luce, in quella guise Che splendon vampe in un gran fuoco. E queste Regioni del monte ènno simili Ad ardue case, e queste ènno giardini, e queste altre, o gentil, sembrano un solo Masso della montagna, e il Citrakùta, Quasi fendendo il ciel, levasi in alto. Oh! felice davver questo dagli alti Vertici, di GuhyàAki (4) almo soggiorno, melito Citrakùta! Or mira quelli Ripiani erbosi per gli amanti, a molli Loti serici intesti, a cui fanno ombra (1) Fratello di Ràma che, essendo Ràma in esiglio, regna per lui, morto il vecchio re Dasaratha, in Ayodhya. (2) La madre di Bharata (che non era la madre di Ràma e a cui Dasaratha aveva già promesso, nei tempi a dietro, di farle quel quaIunque dono di cui essa l'avrebbe richiesto) aveva voluto che esso Dasaratha, mentre s'acciugeva a consacra» Ràma nel regno, mandasse Rama (figlio di esso Dasaratha, ma d'altra donna) in esiglio nelle selve e consacrasse Bharata in luogo di lui. Ràma così, andando in esiglio, non rese spergiuro il padre, il quale, poco dopo la partenza di lui, morì di dolore. (8) La bevanda degli Dei che in sanscrito dicesi amrita (immortale), corrispondente all’ambrosia degli Dei greci. Esseri misteriosi che abitano nelle selve e nelle solitudini dove custodiscono i tesori di Kuvera che è il Dio delle ricchezze.<noinclude></noinclude> 0cdi07j8mz56vsr0rql2ucaacmsxljs Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/324 108 1031792 3901272 2026-09-18T12:50:05Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901272 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 308 —|}}</noinclude>MUSO opere Alberi vari, e le ghirlande ancora Di nelumbi son lA (vedile, o cara!) Via gittate e calpeste dagli amanti; E mira ovunque i vari frutti. Oh certo! Questo gran monte Citrakùta, assai D’acque rieco e di frutti e di radici, Supera quello di Vasvaukasàra (1), Pien di nelumbi, divin lago, e quella Ch’è degli Uttara-kùru (2) inclita plaga. Io qui, o bellissima (3), L’ore, passando Con te, con Làkshmana, Me comportando Fedele all’ardua Promessa mia (4), De’ savi sceltami L’inelita via, Gioia che erescere Dovrà l’onor Di mia famiglia, Avrò nel cor. (dal sanscrito di Valmiki). 8. Templi e idoli sabei. I Sabei di Marràn (5) hanno templi dedicati alle Sostanze intellettuali, agli Astri, e tra questi un tempio dedicato alla Causa prima e un altro dedicato alla Ragione. Hanno pure un tempio dedicato alla Ca(1) Lago favoloso che si credeva trovarsi in Amaravati, città e sede d’Indra (Gorresio), (2) Popoli felici che, secondo gl’Indiani, abitavano nel lontano Settentrione come gl’Iperborei dei Greci. (3) Non di rado il Ramayanra, alla fine d'ogni suo capitoletto, suol cangiar metro. Così ho fatto io traducendo. (4) D'andar nelle selve in esiglio. Vedi sopra. (5) Antica città di Mesopotamia, sede d’antica coltura che pretendevasi d’origine babilonese e assira, tenuta dai Sabei di cui i Musulmani avevano concetto grandissimo, «apri<noinclude></noinclude> pyqmb4uba854a8exdil3q8nbc1uiflm Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/325 108 1031793 3901273 2026-09-18T12:50:10Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901273 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 309 —|}}</noinclude> fena (1), un altro dedicato alla Materia, un altro dedicato all’Anima. Questi tre sono di forma circolare. Il tempio di Saturno, invece, è esagono; quello di Giove, triangolare; quello di Marte è un quadrato oblungo; quello del Sole è quadrato; quello di Mercurio, triangolare; quello di Venere, triangolare dentro un quadrato oblungo; quello della Luna, ottangolare. In tutto ciò che ora abbiam detto, sono idee arcane e segrete che i Sabei non rivelano a nessuno (2). Ciò che rimane dei loro templi maggiori in questo tempo nostro, cioè nell’anno 332 (8), è un edifizio che essi hanno tuttora nella città di Harràn presso la porta detta di Al-Riqqa, edifizio noto sotto il nome di Magnhlitiva. È un tempio dedicato ad Azer che, come essi dicono, era il padre d’Ibràhîm l’amico di Dio (4). Il volgo poi, presso di loro, racconta molte cose intorno ad Azer e ad Ibràhîm, figlio di lui, quali non possono trovar posto in questo nostro libro. Ma Ibn Eyshdn il giudice, che era appunto della città di Harràn, uomo di molto ingegno e di molta erudizione, morto dopo il 300 (5), compose una lunga gasîda (6), in cui egli tratta delle opinioni religiose di quelli di Harràn, più noti sotto il nome di Sabei. Vi parla appunto di questo edifizio e di quattro sotterranei che vi son sotto e in cui sono collocate le immagini dei loro idoli in forma di corpi celesti e anche di divinità superiori. Dice anche dei segreti che risguardano, i loro idoli, e del loro costume di menare i loro figli ancor teneri in quei sotterranei per presentarli agl’idoli. (1) Il testo dice si/silu, cioè catena, in arabo, nè si sa bene che sia questa catena. C'è chi propone di leggere siyasa cioè governo (la Provvidenza?). (2) Erano profondi negli studi astronomici, e non e’'è dubbio che le forme date ai loro templi, come dice l'Autore, derivassero da concetti o dati di cotesta scienza, (3) Dell’ Egira, cioò 948 d. G. (4) Il patriarca Abramo, chiamato così anche da Isaia nella Bibbia, e da Maometto nel Corano. (5) Dell’Egira, cioò 90 d. O. (6) Genere di componimento arabo (anche persiano per imitazione), grave e sentenzioso, e amoroso in parte.<noinclude></noinclude> fzpbgufmlvpjfafr44eycwke0uz4als Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/326 108 1031794 3901274 2026-09-18T12:50:15Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901274 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 310 —|}}</noinclude>È onere ate — 510— Narra come quei piccini impallidiscano d’un sùbito e come quel pallore si cambi in rossore, oltre cagionar altri malanni, all’udir certe voci e certe parole strane uscir da quegl’idoli e da quelle figure. Ciò si fa per congegni che vi sono stati applicati, e per tubi che vi sono stafi introdotti. Certi lor sacerdoti si stanno dietro la parete e pronunciano ogni sorta di parole; passa la voce per i pertugi e per i tubi nelle figure cave e in forma umana degl’idoli, e pare che dagl’idoli appunto vengano le parole. Cotesto si fa come s’è fatto fin dai tempi più antichi, e con esso si accalappia insidiosamente la ragione e si asserviscono gli animi e si domina sui re e sui regni. In questa setta detta dei Harrànei e Sabei, trovansi pure dei filosofi, eccetto che la lor filosofia è una filosofia fatua e vana, e i più, fra essi, son ben lontani, nei loro postulati filosofici, dalla sapienza tutta particolare dei veri sapienti! Noi tuttavia li abbiamo posti tra i filosofi più in riguardo alla loro origine che in riguardo alla vera filosofia che è tutta greca. Nè tutti i Greci furono filosofi, ma i filosofi soli erano i loro sapienti. Nel tempio di questi Sabei nella città di Har >ÀN, anzi su d’uno dei battenti della porta, ho veduto io una scrittura in lingua siriaca che si diceva essere una sentenza di Platone. Me la tradusse e dichiarò Malik ibn Oqbùn con altri ch’erano di lor setta, e vi si diceva: « Chi conosce il proprio essere, diventa Dio! (1) ». E c’era anche quest'altro detto di Platone: « L'uomo è una pianta celeste. E veramente egli somiglia ad un albero rovesciato, di cui la radice si sta in cielo e i rami in terra ». (dall'arabo di Al-Mas@di). (1) Principio capitale e formale del misticismo orientale, e specialmente persiano, ripudiato come empio dall’ortodossia musulmana. Vedi: Storia della Poesia persiana, cap. III, e L'Istlamismo, cap. V, $ 4. Er<noinclude></noinclude> 07vx249uuox6w00lhj7ulifv41ilq8z Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/327 108 1031795 3901275 2026-09-18T12:50:20Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901275 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 311 —|}}</noinclude> 9. Templi e idoli egiziani. Tra le rovine e i resti monumentali dell’Egitto antico è anche la città di Gîzeh alquanto più in su di Al-Fostàt (1), dov'è Menfi, già residenza dei Faraoni e metropoli dei re d’Egitto. In questa città, pur con tanta vastità e ampiezza sua, pur con l’età sua tanto remota, pur col succedersi in essa di tante religioni diverse e con l’esservisi insediate tante nazioni differenti, anche se gran parte dei monumenti suoi è stata distrutta e ne sono state cancellate fin le traccie, anche se le pietre de’ suoi edifizi con gli utensili rinvenutivi ne furono portate via, anche con tanto guasto degli edifizi stessi e con la distruzione delle immagini e delle figure, aggiuntovi quanto hanno potuto farvi quattromil’anni e più di tempo, in questa città, dico, tu troverai sempre tali meraviglie da superar l’intelletto di qualunque intelligente che si faccia a considerarle, sì che ogni più eloquente e facondo non si sente capace di descriverle. Anzi, quanto più tu le osservi, esse crescono in te l'ammirazione, e quanto più le ammiri, crescono in te il piacere e il diletto; quanto più ne vai indagando il significato, ti fanno intendere ch’esso è sempre più riposto, e quanto più vai cercando qualche cognizione o notizia che t’illumini, ti mostrano chiaramente che dietro loro sta qualche cosa di assai più grande. Fra questi monumenti, è pure il tempio che è detto il Tempio verde. È un solo e unico masso di pietra di nove braccia d'altezza con otto di lunghezza e sette di larghezza, stato ridotto, scavando, in forma di tempio, di cui le pareti, il tetto, il pavimento, sono dello spessore di due braccia. Lo spazio rimasto vuoto forma il pronao, e il tempio, di dentro e di fuori, è tutto quanto dipinto, scolpito, scritto con caratteri antichi (2). All’esterno si (1) IL vecchio Cairo. (2) Non è necessario dire che l'Autore intende di parlare dei géroglifici.<noinclude></noinclude> 7zyuidqpbxmtn3oz68uut2konupd7h3 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/328 108 1031796 3901277 2026-09-18T12:50:26Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901277 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 312 —|}}</noinclude>Ss vede l’immagine del sole nel momento che spunta, e vi è pure la figura di molti altri, la figura dei cerchi celesti, figure, anche, d’uomini e d’animali tutti in piedi in diverse maniere e in diversi atteggiamenti, perchè C'è chi sta in piedi e c’è chi cammina, e c’è chi allarga le gambe in atto di camminare e chi le tiene congiunte, e c’è chi attende a qualche servizio e porta utensili, e c'è chi è in atto di accennarvi per averli. La vista esterna di tutto ciò fa intendere che, con esso, si è voluto significare cose alte, fare opera elevata e nobile, manifestar concetti superiori, accennare a idee recondite e arcane, e che tutto cotesto non s'è fatto nè leggermente nè come per giuoco, e che tanta ricchezza non è stata spesa soltanto per ornamento e bellezza. Tutto quest’'edifizio poggiava già su tante colonne di marmo di Siene (1), alte, solide; senonchè gente ignorante e stolida v’ha scavato sotto per desiderio di trovarvi tesori, sì che la loro collocazione s’è alterata, s°è guasta la loro perfetta adesione, s'è spostato il centro di gravità, onde una s°è appoggiata sull’altra, e or questa or quella a poco a poco s'è fessa e spaccata. Questo edifizio era compreso, una volta, nel recinto d’un altro gran tempio, tutto edificato in pietre compatte e solide, saldamente congiunte e connesse fra loro, benissimo lavorate, con capitelli sovra colonne molto alte. Il tempio è ora tutto rovinato e le macerie se ne stendono per gran tratto, non interrotte, per tutto quel luogo abbandonato e deserto. V’è rimasto in piedi, tuttavia, qualche muro costrutto di quella stessa pietra solida. In alcuni punti sono visibili le fondamenta dell’edifizio; in altri non son che rovine; io poi ho veduto un alto architrave di porta le cui spalle o pilastri erano, ciascuno, una pietra sola, e l’architrave stesso era una unica pietra, caduta poi là davanti. Tu poi potresti vedere come questa e quella pietra, anche se perfettamente simmetriche fra loro e fra loro solidamente congiunte, sono state tagliate o incavate, nel lato che deve (1) Città dell’alto Egitto (lat. Syeze, arab. Asvan), celebre appunto per le sue cave di pietre, Syenites lapis, dice Plinio (Zist. nat. XXXVI,8, 18).<noinclude></noinclude> 6uu9xw8asf630c2iorgs6ufqguffkmc Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/329 108 1031797 3901278 2026-09-18T12:50:31Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901278 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 313 —|}}</noinclude> combaciar col lato dell’altra, per il tratto d’un palmo, con profondità di due dita, e come in quel cavo, così praticato, trovisi ancora ruggine di rame e alcuni residui dello stesso metallo. Ho poi inteso dire che tutto ciò formava come un legame o un vincolo tra l’una e l’altra pietra dell’edifizio e un modo di renderle più solide e compatte e ben congiunte fra loro. Vi si colava poi del piombo. Gente poi stolida e di limitato ingegno volle frugarvi dentro, e fece di tutto ciò quanto le permise Iddio altissimo. Per aver quel metallo, hanno infranto gran parte delle pietre finchè poterono toccarlo, e, per la vita di Dio! in questa loro investigazione hanno posto ogni studio e ogni cura e hanno fatto conoscere quanto poteva la lor sordida voglia e quanto essi potevano osare nella viltà! Il numero stragrande degl’idoli, la grandezza delle lor figure, e tutto ciò che li concerne, supera ogni abilità nel descrivere e sorpassa l'immaginazione. La solidità poi delle loro statue, la precisione nel ritrarne lineamenti e atteggiamenti, l’allusione che vi è manifesta, a cose naturali, tutto ciò forma veramente un argomento di molta meraviglia. Noi misurammo uno di cotesti idoli, toltone il piedestallo, ed ecco ch esso era più di trenta braccia. Da destra a sinistra ne misurava quasi dieci, e dal di dietro al davanti era, pressa poco, di misura uguale. Era tutto una pietra unica di Siene, pietra di color rosso, e sopra vi si vedeva ancora una vernice rossa a cui pareva che il lungo andar del tempo non avesse aggiunto altro che novità e freschezza. Ma la meraviglia di tutte le meraviglie è questa, come mai, in tanta grandezza di disegno, siasi potuto osservare la corrispondenza naturale tra le varie parti e la vera lor reciproca proporzione! Tu devi sapere che ogni parte o membro organico della figura ha, per sè e da sè, una misura sua propria, la quale poi corrisponde in proporzione con tutte le altre membra, sì che tutto questo complesso di misure è di corrispondenze tra loro forma la bellezza della figura e la Ieggiadria della statua. Che<noinclude></noinclude> olbm4tbi9t0byfqcdcncausgiyvet4n Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/330 108 1031798 3901279 2026-09-18T12:50:36Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901279 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 314 —|}}</noinclude> se parte anche minima di tutto ciò si cangiasse, ne nascerebbe certa bruttezza secondo l’importanza di tal cangiamento. Ma questa corrispondenza fu perfettamente osServata e tenuta in questi idoli (e con qual diligenza!), e n’è proceduta la perfetta proporzione di ciascun membro in sè e nel rapporto di ciascuno con tutti gli altri. Ho poi veduto due leoni, collocati l’uno dirimpetto all’altro, con un breve intervallo in mezzo, e la cui figura era terribile assai. In essi erano pure osservate la stessa proporzione naturale e la stessa corrispondenza che è tra le membra degli animali, pure essendo tanto e tanto maggiore il loro corpo da quello dei leoni veri. Erano ridotti in frantumi e coperti dall’arena. Trovammo anche un tratto, ancora in piedi, delle mura della città, fatto di piccole pietre e di mattoni. Tali mattoni sono grandi, solidi, oblunghi, ma metà, nella misura, degli antichi mattoni persiani che si usavano nella Iràga. Così, anche oggi, un mattone d’ Egitto misura la metà d’un mattone della Iràqa dei nostri giorni. Furono anche trovate sotterra certe cripte spaziose in ogni loro parte, solidamente costrutte, in cui si stava una gran quantità, un numero grandissimo di antichi morti, tutti ravvolti in lenzuoli fatti di tela di lino. P c'è caso che qualeuno d’essi ne abbia attorno un migliaio di braccia. Ogni membro del morto è stato prima ravvolto da sè, cioè separatamente, come la mano, il piede, le dita, in pannilini sottili. Ma dopo n’è stato ravvolto tutto quanto, e insieme, il corpo, sì che esso è diventato come un grosso volume. Quelli poi degli Arabi e della gente di campagna e altri che si sono dati a frugare in queste cripte, hanno tolto di que’ lenzuoli e di ciò che vi hanno trovato dentro, per trarne guadagno, e se ne sono fatte delle vesti, ovvero li hanno venduti ai fabbricatori di carta perchè ne facessero carta per i droghieri. Si sono poi trovati aleuni morti rinchiusi in arche di legno di sicomoro, forte e grosso, e altri in arche sia di Marmo, sia di pietra di Siene, e altri ancora in grandi urne ripiene di miele. Mi raccontò poi un tale del quale io mi<noinclude></noinclude> lmly8e2b0y4azi4gio1jeprcx2ws4mg Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/331 108 1031799 3901280 2026-09-18T12:50:41Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901280 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 315 —|}}</noinclude> fido, ch’egli e altri, mentre andavano frugando per trovar tesori là presso le piramidi, s'imbatterono in una urna suggellata. L’aprirono, ed ecco che conteneva del miele. Ne assaggiarono, ma poi alle dita d’uno di loro si appiecicò una ciocca di capelli. Quel tale tirò a sè, ed ecco mostrarsi loro un piccolo bambino, tutto rattratto delle membra, con le carni ancor fresche, avente ancora attorno certi ornamenti d’oro e di pietre preziose. Si trovano poi cotesti morti coperti alla fronte, agli occhi, al naso, d’una foglia d’oro come se fosse una scorza. Si è trovato s0vente questa lamina d’oro su tutto quanto il corpo del morto a guisa d’un velo; e vi si trovano sovente da presso anche oggetti d’oro, ornamenti e pietre preziose, e spesso anche gli utensili e gli strumenti con cui il morto era solito lavorare quand’era vivo. M’ha affermato poi gente degna di fede d’aver rinvenuto presso uno di cotesti morti gli utensili dei barbieri, la pietra per affilare i rasoi e i rasoi stessi, e, presso un altro, gli utensili di quelli che applicano ai malati le ventose, e presso un altro ancora, gli arnesi dei tessitori. S’intende da. tutto ciò ch'era costume di questa gente antica di seppellir col morto i suoi denari, i suoi utensili, le sue cose. Era pur loro costume (Iddio lo sa meglio di noi!) di porre accanto al morto certa quantità d’oro. Perciò, un giudice di Bùsîr che è luogo vicino a tali sepolereti, mi ha raccontato d’aver fatto aprire tre di quelle sepolture, e d’aver trovato, su ciascuno dei tre cadaveri, una lamina o foglia d’oro tanto sottile da non potersi quasi levare e raccogliere. Nella bocca di ciascun morto era stata introdotta una verghetta d’oro. Il peso delle tre verghette prese tutte insieme fu trovato di nove mdth9al (1). Ma le cose che si raccontano intorno a questo argomento, sono tante che non possono essere comprese tutte în questo libro. (dall’arabo di Abd al-Latîf). (1) Misura di peso che i Dizionari arabi determinano a 13/7 di dirhem,<noinclude></noinclude> 7zesfeh75ltcbzv63r5r0ffe99bsxqy Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/332 108 1031800 3901281 2026-09-18T12:50:47Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901281 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 316 —|}}</noinclude> 10. Costumi degli Arabi antichi e loro elogio. Gli Arabi hanno inteso assai bene che l’andare er‘ando, secondo il costume nomade, per la terra e il cambiar di giorno in giorno il luogo da accamparvisi, è costume assai più confacente d’ogni altro ad una gente nobile e più conveniente ad una nazione orgogliosa e fiera. « Noi, hanno detto, vogliamo esser padroni del luogo dove siamo, e abitiamo dove più ci piace. Questa è la vita che ci accomoda meglio di ogni altra ». Per tal ragione appunto, si sono scelti di abitare nel deserto, Altri invece sono d’opinione che gli Arabi antichi, poichè Iddio li ha dotati di animo grande, di nobili pensieri, di gran talento, di fiero orgoglio, ed essi si guardano da ogni atto biasimevole e rifuggono dall’onta e dalla vergogna, si son dati a considerar bene la condizion del vivere in luoghi fissi e in abitazioni ferme, e ad osservare come si stia dentro le città e dentro i luoghi edificati e murati, e hanno veduto che vi sono e danni e malanni. Perciò, quelli tra loro che avevano esperienza e discernimento, hanno detto giustamente che le regioni diverse vanno soggette al guastarsi e all’ammalarsi come i corpi umani, e che loro incolgono certi mali e toccano certi difetti. È necessario, pertanto, scegliere i posti da abitare secondo che offrono buona condizione di sanità, da che l’aria ha importanza grande quanto alla salute e spesso essa è quella che nuoce al fisico degli abitanti e guasta gli umori e il temperamento di quanti vi si stanno. I filosofi arabi poi sostengono che gli edifizi e i recinti tutti chiusi da muri impediscono dal goder liberamente il possesso del terreno, tolgono di potere andar vagando come più piace, frenano e incatenano l’immaginazione e il pensiero, arrestano gli slanci più nobili dell’animo e l’impeto verso la gloria, che, insomma, non e'è alcun bene o vantaggio nel rimanersi a queste condizioni di vita. Soggiungono che i luoghi all'ombra, in mezzo agli edifizi, tolgono di poter mangiare con gusto e appetito,<noinclude></noinclude> 2nseva1mv50sfggszmvatfdvxw5cepc Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/333 108 1031801 3901282 2026-09-18T12:50:52Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901282 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 317 —|}}</noinclude> impediscono l’espandersi dell’aria, le chiudono il passaggio libero, l’arrestano nel suo corso. Gli Arabi perciò abitarono sempre i deserti più vasti nei quali non hanno da temere angustia di spazio o sopravvenir di malanni, LA, ogni fastidio è rimosso; l’aria v'è libera, copiosa, nè vi son malattie; l’immaginazione si eccita e vivifica in quei luoghi; la mente si schiarisce in tanto continuo mutar di soggiorno; i temperamenti si risanano; gl’ingegni si rafforzano; le passioni si purificano; il corpo rinvigorisce. Siccome poi l'intelligenza d’ogni persona e il modo suo di pensare partecipano della natura dell’aria e della regione abitata, così, in questi luoghi aperti e vasti, v’ha sicurezza e franchigia da ogni malattia, morbo, incomodo, accidente che sia. Poichè adunque gli Arabi hanno scelto di abitare nei deserti e di tenersi sempre nelle regioni più abbandonate e pericolose, son diventati anche la gente più vigorosa e d’indole più forte tra le altre, la più gagliarda nei pensieri, la più sana di corpo, la più generosa nell’ospitalità, la più pronta nel proteggere altrui, la più liberale nel donare, la più magnanima negl’intendimenti. Tutta questa lode è stata procacciata loro dalla purezza dell’aria e dalla’ salubrità del deserto, perchè, d’altra parte, tutto quanto il corpo umano e le parti sue s’alterano e si risentono quando gli si accumulano intorno cose infette e guaste o gli stagnano da presso le acque, e quando in ogni canto lo circonda tutto ciò che poi agisce in male sopra di esso. Da ciò si originano tutte le malattie, i morbi, i malanni delle città, quali affliggono le persone sì che poi, anche quando non sono veramente malate, loro cadono i capelli e la vista s’indebolisce. Ma gli Arabi son rimasti superiori a tutti i popoli nomadi come loro tra le diverse nazioni, e ciò per quanto abbiam detto or ora a proposito del loro cercarsi e scegliersi con tanta cura il luogo da abitarvi (1). (1) Tutto questo elogio pomposo che l'Autore fa della sua nazione, vero e giusto in gran parte, corrisponde all'alto concetto che gli Arabi avevano di sè. Vedi, nell'Isfamismo, cap. IV, $ 8, quale opinione ne avesse il Califfo Omar. prio O<noinclude></noinclude> k4tj8rtspxwx5mh1wjtg3swzykwsqvk Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/334 108 1031802 3901283 2026-09-18T12:50:57Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901283 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 318 —|}}</noinclude> Raccontano AI-Heytham ibn Adi e Al-Shargi ibn AlQutami e altri storici come una volta fosse mandato al re Kisra Anùshirvàn certo personaggio arabo di molta eloquenza. Kisra l’interrogò sul modo di vivere degli Arabi, del loro abitar nel deserto, del loro amore per la vita nomade. B l’arabo: Essi, o re, sono i veri possessori della terra ed essa non li possiede punto! Non sanno che farsi nè di mura nè di fortificazioni, ma confidano nelle spade affilate e nelle lancie acute, per loro protezione e difesa. Chi poi possiede un brandello solo di terra, gli è come se la possedesse tutta quanta. Essi ne traggono ogni vantaggio e godono dei beni e degli agi ch’essa può loro offrire. Il re domandò: Qual è la posizione degli Arabi in rapporto alla sfera celeste? — Rispose l’arabo: Sotto le due Farqadàn (1), sotto il capo della Via Lattea, sotto l’interstizio del Capricorno. S’intende per questo che, sulla terra, son volti verso Oriente. — Che venti hanno? — Prevalgono presso di loro, di notte però, i venti intermedì fra due punti cardinali, e quello orientale quando il sole incomincia a discendere. — Quanti venti spirano in Arabia? — E l’arabo: Quattro. Quando cessa uno dei venti intermedî, quello che Spira tra la costellazione del Canopo e il punto dell’orizzonte in cui l’alba incomincia a biancheggiare, è il vento di Mezzogiorno. Quello che viene dalla parte opposta a questi due punti, cioè dalla parte di verso ponente, è il vento di Settentrione. Quello che viene di dietro dalla Kaaba, è il vento di Ponente, e quello che le spira di faccia, è il vento di Levante. — E il re: Di che si alimentano per lo più? — Di carne, di latte rappreso, di datteri, di vino di datteri. Che qualità hanno? — E l’arabo: Grandezza, nobiltà di sentimenti, mostrarsi generosi e benefici, accogliere gli ospiti, proteggere e difendere i deboli, far cose belle e lodevoli, dar il sangue per far bene altrui. Viaggiano di notte, sono i leoni della boscaglia, sono gli abitatori dei campi vasti e aperti, gli amici e i famigliari del deserto. (1) Nome astronomieo arabo di due Stelle vicine al Polo.<noinclude></noinclude> q6supikula7p5zb2usfdlo1jnokd5iq Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/335 108 1031803 3901284 2026-09-18T12:51:02Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901284 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 319 —|}}</noinclude> Si appagano del poco, rifuggono da ogni atto di sommissione e di viltà. Son dei loro costumi il vendicarsi, il guardarsi da ogni atto biasimevole e men degno, il difender Vonore. — KR ilre: Tu m°’hai qeseritto assai bene, nelle sue qualità nobili e generose, cotesta nazione tua, ciò che mi persuade ad accondiscendere alle richieste e alle domande per le quali tu sei stato mandato da me. (dall'arabo di Al-Masùdi). 11. Monti e metalli. Grande veramente è l’utilità delle montagne. Al qual proposito uno dei tanti filosofi (1) ha osservato che, se non vi fossero le montagne, la superficie della terra sarebbe tutt’all’intorno e piana e liscia, e le acque dei mari la coprirebbero in tutte le parti sue e la serrerebbero all’intorno con le onde al modo con cui la serra all’intorno l’atmosfera, e diverrebbe inutile e vano, in tal caso, il disegno sapiente della Provvidenza riposto nei metalli, nei vegetali, negli animali. Appunto per quello che ora abbiam detto, la sapienza divina ha voluto che le montagne esistessero. Altri filosofi poi sostengono che le montagne sono l’origine del nascere delle acque dolci che scorrono sulla superficie della terra, e che son poi umor vitale alle piante e agli animali; e dicono ciò appunto perchè queste acque dolci sono prodotte dal condensarsi dei vapori che stanno sospesi nell’aria, cioè delle nubi. Le montagne più alte poi, che si distendono per lungo tratto di continente, a Levante, a Ponente, Mezzogiorno, a Settentrione, impediscono ai venti di portar via i vapori aerei, li trattengono anzi in mezzo agglomerati e stipati in modo che, quando il freddo li tocca, si sciolgono in pioggia e in neve. Supponendo che le montagne fossero tolte via dalla superficie della terra, la terra altro non sarebbe che una sfera senza bassure, senza (1) Designazione generica di filosofi e scienziati greci senza riferirsi pìù all’uno che all’altro, secondo l’uso degli scrittori musulmani,<noinclude></noinclude> o3b0b9859km7vl1lgba7cjtx512d5xz Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/336 108 1031804 3901285 2026-09-18T12:51:08Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901285 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 320 —|}}</noinclude> alture, e i 7apori che se ne sollevano, non vi rimarrebbero agglomerati fino al tempo in cui il freddo li deve toccare, ma si disperderebbero e cangerebbero di posto nell’aria, nè le gegne potrebbero scorrere sulla faccia della terra, ma ve"ne Sarebbe soltanto 14 dove piove, e questa sarebbe subito assorbita. Procederebbe da ciò che, nell'estate, i vegetali e gli animali avrebbero penuria d’acqua come appunto avviene nei deserti più remoti. I metalli quasi non SÌ possono numerare, tanti sono! Alcuni di essi son noti agli uomini, mentre altri non sono; tutti poi si suddividono in metalli che si liquefanno, e in metalli che non si liquefanno. I metalli più noti alla gente in comune sono l’oro, l’argento, il rame, il ferro, lo stagno, il piombo, il khAr-sînî (1). La natura dell’oro è d’essere Splendido, grato alla Vista, di non consumarsi nel fuoco, perchè il fuoco non è capace di Separar gli atomi ond’esso SÌ compone, Non si consuma Stando sotterra, non irruginisce con l’andar del tempo, è duttile, biondo, fulgido, pesante, grave. Il suo colore procede dalla natura sua ardente; la duttilità sua, dalla natura sua crassa; il suo splendore procede dalla purezza della sostanza ond’è composto (2); il suo peso, dall’esser composto di elementi petrosi. L’oro è il più nobile benefizio che Iddio abbia fatto a’ suoi servi, perchè, soltanto Per esso, si sostengono gli affari del mondo e vanno a dovere le faccende umane per la necessità che gli uomini ne hanno nei loro bisogni. ‘Ciascuno di noi, infatti, abbisogna di molti e varî mezzi per procacciarsi di che alimentarsi, di che Vestirsi, dove abitare, e per provvedere a molti altri bisogni. Può darsi, a modo d’esempio, che qualcuno abbia esuberanza di certe cose (supponiamo che abbia esuberanza di Vesti), ma abbisogni di stano; e può darsi che chi ha esuberanza aio alate (1) Parola persiana (prop. khar i cini) che significa pietra cinese, È un composto di arsenico e di Zinco, non un Vero metallo (così il commento arabo a questo passo). (2) Credevasi da questi naturalisti musulmani ehe i metalli tutti Provenissero da una certa miscela di mercurio e di zolfo. Vedi l’Istamismo, cap. VI, $ 6, Pag. 402,<noinclude></noinclude> ckw3mr65nbpcvozgdqw48ap2jce5c5k Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/337 108 1031805 3901286 2026-09-18T12:51:13Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901286 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 321 —|}}</noinclude>ERRO n di grano, non abbisogni di vesti. In tal caso, è indispensabile un intermediario del quale e l’uno e l’altro di quei due abbia necessità e desiderio, e però Iddio altissimo ha creato i dindr e i dirhem che sono come due intermediarî tra cosa e cosa, in modo ch’essi possano esser dati in cambio di qualunque altro oggetto e ogni altro oggetto possa esser dato in cambio di essi. Sono come due giudici in mezzo alla gente. Decidono su ogni faccenda o bisogno di chi capita loro dinanzi. (dall'arabo di Al-Qazvini) 12. Le piante. Le piante sono quelle che, tra tutti gli altri vegetali, hanno un tronco. Le piante maggiori sono come al posto degli animali maggiori, e le minori come al posto dei minori. Ma le maggiori, come la quercia indiana, il platano, il cipresso di montagna, non fanno frutti, perchè ogni loro umor sostanziale va in nutrimento della pianta stessa. Non così gli alberi fruttiferi, perchè il loro umore va speso in nutrimento e della pianta e del frutto. Questa loro condizione somiglia alla condizione dei maschi e delle femmine fra gli animali, perchè il maschio ne è sempre più grande della femmina, e perchè parte degli umori nutritivi delle femmine sono ordinati ad alimentare il feto. Somigliano poi le piante agli animali anche nel modo di nutrirsi, perchè, come l’alimento penetra e s’insinua per tutto il corpo degli animali sì che non rimane un pelo o un capello che non se ne sia appropriato una parte, così l’umore che discende fino alle parti infime di una pianta, monta poi a poco a poco fino alla sommità dei rami per entro i meati della pianta stessa, finchè si spande per tutte le foglie e per tutte quante le parti delle foglie, e ne nutre ogni lembo. Scorre per i meati delle piccole vene che si vedono alla radice di ogni foglia; mentre la vena maggiore è come il fiume, dal quale si dipartono come tanti rivoletti diramantisi Italo Pizzi - Fiori d'Oriente 21<noinclude></noinclude> i79pyc2fk8rvldt52asivmv797xuidx Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/338 108 1031806 3901287 2026-09-18T12:51:18Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901287 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 322 —|}}</noinclude>ciali NITTI — 322— per tutta l'ampiezza della foglia, sì che l’umore ne giunge fino alle parti estreme. Ciò stesso si fa nelle parti tutte di un frutto qualsiasi. Tra le meraviglie dell’opera del Creatore si è questa dell’aver creato le foglie degli alberi in modo che fossero ornamento per essi e difesa dei frutti contro l’offesa del sole e dell’aria. Iddio altissimo le ha ereate in modo che restino al disopra dei frutti, separate fra loro da certi intervalli, mon stipate o addossate ai frutti, ma non lontane, in modo che essi possano sentire ora il soffio dell’aria, ora il calor del sole. Che se fossero tutte addossate ai frutti in modo da impedire che giungesser loro l’alito dei venti e i raggi del sole, essi rimarrebbero, non potendo maturire, grossi e ruvidi di buccia, scarsi di succo. Quando poi cade dall’albero qualche foglia, il sole tocca i frutti e li colorisce, come puoi vedere in una melagrana, di cui una faccia è sempre colorita dal sole. Finalmente, quando i frutti sono giunti a maturità, cadono e si disperdono le foglie della pianta perehè l’umore non ne sia succhiato inutilmente da esse e il vigore ne diminuisca. Così tu puoi vedere che, anche fra gli animali, le femmine s’indeboliscono allattando bambini. (dall’arabo di Al-Qazvini). 13. La palma. La palma è un albero benedetto che non si trova se non nei paesi dell’Islamismo. Diceva il Profeta (1): « La palma, o fedeli, è la vostra zia paterna ». Egli la chiamò così, nostra zia paterna, perchè fu creata con quel tanto di limo ch'era rimasto dopo che Iddio aveva ereato con esso Adamo (che a lui sia la pace!). Essa perciò somiglia all'uomo nella statura alta e diritta, nella specificazione dei due sessi, del maschio e della femmina, nella proprietà tutta particolare dell’accoppiarsi e del fecondarsi. (1) Gioò Maometto. È uno dei tanti detti o sentenze che la tradi= zione musulmana gli attribuisce.<noinclude></noinclude> 11j41rinpkcqz83swrb76dbauvboolw Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/339 108 1031807 3901288 2026-09-18T12:51:23Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901288 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 323 —|}}</noinclude>Pr | DIO)9 ON rr Se le si recide il capo, perisce. La sua spata ha un involuero che somiglia alla membrana che involge il feto umano. Quand’è offesa la midolla molle che ha alla sommità, la pianta della palma muore appunto come muore l’uomo quando il cervello n'è offeso. Quando le si recide un ramo, un altro non ne rinasce in cambio, come non rinasce nel corpo dell’uomo un membro in cambio d’un altro che vi è stato reciso. Ha sul vertice un viluppo fibroso appunto come è la chioma sul capo dell’uomo. L'autore del Libro sull’agricoltura (1) dice che, quando una palma non fa frutti, il padrone o il coltivatore si prende una scure, s'avvicina ad essa palma e intanto va dicendo a chi è con lui: Voglio atterrar questa palma, perchè non fa frutti. — Non farlo! gli grida l’altro, perchè quest'anno essa fruttificherà. — Essa non farà nulla! ripiglia l’altro, e intanto la colpisce due o tre volte. Allora il compagno, afferratagli la mano, gli dice: Non fare! perchè è una pianta buona! Attendi ancora per quest'anno, e se essa non farà frutti, farai ciò che ti parrà. — Dopo cotesto, ripiglia l’autore, quella palma produce frutti in abbondanza. Così ogni altro albero di palma, quando gli si faccia così, produce frutti. Se poi, soggiunge il nostro autore, tu avvicini fra loro i maschi e le femmine, il prodotto di queste si accresce, e ciò per l'intimità del ritrovarsi insieme. Ogni qualvolta però si toglie loro questo commercio coi maschi, essendo separate, non producon nulla. Quando invece tu avrai piantato dei maschi in mezzo a delle femmine, purchè il vento vi spiri per il mezzo, comunicandosi a queste il polline della spata dei maschi, ciascuna di esse all’intorno ne rimane fecondata. (dall’arabo di Al-Qazvimi). (I) Cioò Abù Zakàariyya ibn al-Avvàm di Siviglia, del principio del VI secolo dell’ Egira,<noinclude></noinclude> lkvec9bdpukwag4zfk5jwlw20gzdb93 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/340 108 1031808 3901289 2026-09-18T12:51:29Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901289 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 324 —|}}</noinclude> 14. Gli animali, Gli animali si trovano collocati nella terza classe degli esseri creati, e sono i più avanzati tra gli esseri originati dagli elementi. La prima classe è quella dei minerali che Si conservano sempre tali e quali nella loro rigidezza, essendo essi i più vicini di tutti agli elementi primi. La seconda è quella dei vegetali, i quali tramezzano tra i minerali e gli animali perchè nascono e crescono, ma, non hanno nè senso nè moto. La terza è degli animali, dei quali sono proprî insieme il nascere, il crescere, il senso e il moto. Queste facoltà si trovano in ciascun individuo degli animali, anche nelle mosche, anche nelle zanzare. Per quel che riguarda i sensi, Iddio altissimo li ha concessi agli animali entro certi limiti determinati. Il corpo degli animali essendo esposto a malanni tali che possono o fargli del male o farlo perire, la sapienza divina gli ha conferito certa facoltà sensitiva, per mezzo della quale esso può avvertire ogni cosa che gli può recar noia 0 danno, e allontanarla da sè tosto che ne sente l’effetto Spiacevole. Che se non fosse questa facoltà sensitiva, gli animali non avvertirebbero la fame, sì che d’un tratto e all'improvviso morrebbero per non essersi alimentati, Così avverrebbe che, quando dormono, ove gli toccasse il fuoco o nelle gambe anteriori o nelle posteriori, non ne avrebbero sentore alcuno finchè non si fossero destati dal sonno, ed ecco che allora si troverebbero ad esser privi delle gambe. Quanto poi al moto, poichè gli animali hanno bisogno di alimento e l’alimento non trovasi pronto in ogni tempo là presso di loro, la sapienza divina gli ha forniti degli strumenti del moto perchè, movendosi per essi, vadano în cerca di lor sostentamento. Che se non fosse questa facoltà del moto, gli animali, pure avendo necessità di alimento, non potrebbero condursi fino ad esso e morrebbero di fame, come appunto una pianta, che non trovasse acqua, si disseccherebbe. Avverrebbe così, che quando li raggiungesse o un incendio o una inondazione, rimarrebbero<noinclude></noinclude> hq6q82z2byozju0zcwpdr4wqd0jnmyy Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/341 108 1031809 3901290 2026-09-18T12:51:35Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901290 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 325 —|}}</noinclude>99 Ted —_ inerti al loro posto finchè o l’inondazione o l'incendio li toccasse. Poichè, inoltre, gli animali sono tra loro seambievoli nemici, la sapienza divina ha fornito ciascun d’essi d’un’arma per difendersi ciascuno dal nemico suo. E però, fra essi, v'è chi respinge il nemico suo con la forza e con la resistenza, come l’elefante, il bufalo, il leone; e v'è chi si salva dal suo nemico con la fuga, e però è conformato in modo da poter fuggire, come le gazzelle, le lepri, gli uccelli; e v'è chi si difende con armi sue proprie, come il riccio, l’istrice, la testuggine; e v'è chi si difende dentro una sua fortezza, come il topo, il serpente, gl’insetti e i vermi. Tra le cose poi decretate dalla sapienza divina si è pur questa che gli animali son stati creati in modo che possano perpetuarsi senza erescere c senza diminuire il loro essere e la loro specie. Variano perciò le lor forme e le lor membra secondo le loro specie molteplici e varie. (dall’arabo di Al-Qazvini). 15, Gli uccelli. Questa classe di animali è dotata in particolare di gran leggerezza di corpo, e non ha tutte quelle parti del corpo che si trovano in altri. Il disegno sapiente della Provvidenza si manifesta in ciò che Iddio altissimo, quando creò gli animali e dispose che uno fosse avversario e nemico dell’altro, diede a ciascuno 0 potere e armi per difendersi dal nemico suo come ai giumenti, ai cavalli, alle belve, ovvero gli fornì di strumenti che agevolassero la fuga, appunto come tanti altri animali, e fra questi gli uccelli. Quelli hanno le gambe, questi hanno le ali. Tali strumenti di fuga, per così chiamarli, richiedono leggerezza di corpo. Che se il corpo ne fosse più grande, avrebbe bisogno di ali più grandi e robuste, e da simili ali non procede certamente prestezza alcuna di volo. Il volo, anzi, ne diverrebbe lento, nè aggiungerebbe nulla<noinclude></noinclude> 1bwbeegzulhejus5knwify3u8x3t602 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/342 108 1031810 3901291 2026-09-18T12:51:40Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901291 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 326 —|}}</noinclude>Coa9o— alla velocità del camminare, nè si raggiungerebbe lo scopo che gli è prefisso. Il volar degli uccelli per l’aria e il non precipitarne, è una delle tante meraviglie del creato; eppure l’aria è più leggera degli uccelli, e questi ne son ben più gravi! Ma, poichè le ali richiedono leggerezza di corpo negli uccelli, questi mancano di molte parti che trovansi, invece, negli altri animali, i quali partoriscono e allattano la prole, e ciò perchè essi uccelli più agevolmente possano camminare e più lievemente volare; e queste parti mancanti sono i denti, gli orecchi, lo stomaco, la vescica, le vertebre, la pelle grossa e dura. Se tu poi consideri bene la conformazione del corpo degli uccelli, troverai che la proporzione tra la sua parte anteriore e la posteriore è la stessa che è tra la parte sinistra e la destra. Se, inoltre, il collo è lungo, ne sono lunghe, nella debita proporzione, anche le gambe; e se il collo è corto, ne sono similmente corte le gambe. Se ad un uccello si recide la coda, esso pencola verso la parte anteriore appunto come una nave di cui la poppa sia leggera. Dice, a questo proposito, Al-Giàhiz (1) che tutti gli uccelli che hanno ali assai buone per il volo, son leggeri di gambe, come gli stornelli e i passeri, e che, ove siano loro recise le gambe, non possono più volare, come anche avyiene che, quando ad un uomo siano state recise le braccia, esso non può più correre. Tutti gli uccelli bevono l’acqua come centellando, e imbeccano i lor piccini. Alcuni hanno ricevuto da Dio un dono meraviglioso nei colori delle loro piume, come il pavone e il pappagallo e il fringuello. Altri hanno il loro ornamento nel collo, come la tortora; altri hanno il loro pregio nella gola, come l’usignuolo e l’allodola; altri hanno un dono meraviglioso nella conformazione delle parti del corpo, come la cicogna, la gru, lo struzzo; altri, infine, hanno tutta una meravigliosa struttura particolare, come il rondone, il falco, l’allodola. (dall’arabo di Al-Qazvini). (1) Vedi il Registro dei nomi in fine al volume, i<noinclude></noinclude> ky6b5ha07o9s78q16ounc670a5y7ztd Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/343 108 1031811 3901292 2026-09-18T12:51:45Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901292 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 327 —|}}</noinclude>goa 16, L’'usignuolo. L’usignuolo è detto, in lingua persiana, hezar-destan (1), ed è un uccello esile di corpo, mobilissimo, gran cantore, scioltissimo di lingua. Abita nei giardini, dove si sfoga in canti malinconici, e dove si trova nei giorni soltanto in cui fioriscono le rose. Dicono, anzi, ch'egli sia innamorato delle rose e che, quando vede che qualcuno ne recide, raddoppia i gridi (2). Per l’intenso ardore ch’esso ha, non tollera un istante solo la pioggia. Non s’accoppia se non nei giardini. Il vento lo porta via, tanto esso è esile di corpo. Egli sa cotesto, e però, in giorno di vento, non esce mai. (dall’arabo di Al-Qazvini): 17. L’airone. È un volatile che in persiano chiamasi mahi-khvar (3), e trovasi particolarmente a Bassora sulle rive dei fiumi donde si tuffa nelle acque a capo in giù e con impeto grande. Rimane lungo tempo sott'acqua, nè l’acqua lo risospinge a galla pur con la leggerezza del suo corpo. « Io ho veduto, raccontò già un filosofo, un airone tuffarsi nell’acqua e risalirne con unì pesce ch’esso aveva preso. Un corvo l’assali e gli tolse il pesce. L’airone allora si tuffò un’altra volta nell’acqua e ne risalì con un altro pesce ch’esso, volando, recò là presso del corvo. Il corvo se ne invogliò e volle rapirglielo, ma l’airone, avventatoglisi contro, lo afferrò col becco per una zampa e così si tuffò con esso nell’acqua e tanto vi rimase che il corvo vi si affogò. Esso poi ne uscì sano e salvo. ». (dall’arabo di Al-Qazvini). (1) Cioè quel dai mille gorgheggi. L'Autore è persiano, ma scrive in arabo che era la lingua dotta d'allora. (2) È bella finzione dei poeti lirici persiani l'amor degli usignuoli per le rose, Vedi, al n. 3, b del libro VI di questo volume, la bella favola del Giardiniere e dell'usignuolo. | (3) Cioè il mangia pesci; in arabo è detto gRarvds, cioè Palombaro. ernia<noinclude></noinclude> r0wvlxkw4zt5qmwmiyrcxewvwl9hf6f Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/344 108 1031812 3901293 2026-09-18T12:51:50Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901293 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 328 —|}}</noinclude>TI GIS 18. La zanzara. La zanzara è un animaletto di picciolezza estrema che, tuttavia, ha la stessa figura dell’elefante, perchè ogni membro che è stato dato dal Creatore all’elefante, è stato dato uguale e simile alla zanzara, eccetto le ali. Lode adunque a Dio, il quale ne ha designatoe ordinato le parti esterne e interne del corpo, e le facoltà, come quelle di una gran belva! Riguarda tu alla picciolezza del suo corpo, mentre l'occhio a gran fatica può rendersi conto di quella picciolezza. E riguarda al capo e vedi di qual proporzione esso sia col rimanente del corpo, e come vi sia stata posta la facoltà visiva e l’uditiva. Osservane il cervello e vedi qual parte esso occupi della testa, e come vi siano state poste cinque energie 0 forze interne (1). Possiede, infatti, associazione d'idee, perchè, come s'accorge dell’avvicinarsi di qualche animale, si mette in moto per raggiungerlo e posarsi su di esso. Ha facoltà immaginativa, perchè, quando si posa su di un animale, lo punge con la proboscide, ciò ch’essa non fa quando si posa su di un muro. Ha facoltà di sospetto e di timore, perchè sa distinguere tra ehi le si avventa contro per schiacciarla, ed essa fugge, e tra chi non le si avventa contro, e allora rimane. Ha memoria, perchè, appena ha suechiato del sangue, fugge d’un subito sapendo ch’essa ha procacciato dolore a chi è stato punto, e le tocca qualche colpo di mano da chi si risente di quel dolore. Ha riflessione, perchè, quando s’accorge che la mano dell’uomo è in moto per colpirla, fugge, ben sapendo ch’essa può darle la morte, mentre, quando quella mano s'è quietata, ritorna là dove prima s'era posta, sapendo che il pericolo si è dileguato e che il luogo del suo pascere è libero. (1) « L'Autore, cioè Al-Qazvîni, distingueva in due specie le facoltà o energie interne degli animali, in quelle sensitive e in quelle intellettive. Attribuiva le sensitive a tutti gli animali in genere, in quanto esse pro= cedono dall'istinto. Le intellettive le diceva proprie soltanto dell’animale parlante, che è l'uomo, non d'altri » (Commento arabo a questo passo).<noinclude></noinclude> f1jj1rpg5grj9hmyay1qzfwxc170mle Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/345 108 1031813 3901294 2026-09-18T12:51:56Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901294 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 329 —|}}</noinclude>dispo Ha una proboscide più sottile ed esile di quanto mai Si possa dire, che, pur con tanta sottigliezza, è vuota nell'interno, sì che vi può scorrere un filo di sangue. Alla punta poi di essa è stata data dal Creatore tale forza che la zanzara punge e trapassa, con essa, anche il cuoio degli elefanti e dei bufali, i quali, per fuggir da lei, vanno a cacciarsi nell’acqua. (dall'arabo di Al-Qazvini). 19. Il baco da seta. È un animaletto che, quando ha toccato il termine del suo allevamento e del suo nutrirsi, cerca un luogo da appostarvisi sulle piante o tra le spine, e là va stendendo certa sua bava sottile e intessendo intorno a sè un gomitolo simile ad un borsacchino che gli fa poi da schermo contro il caldo e il freddo, contro il vento e la pioggia, e dove esso dorme fino ad un certo tempo stabilito, secondo l’istinto che gli ha dato Iddio altissimo. Il modo poi di allevarlo è una delle meraviglie del mondo. Gli allevatori, al cominciar della primavera, ne prendono le sementi e le raccolgono in un pannolino. Questo invoglio si ripone nel seno di una donna, per lo Spazio d’una settimana, acciocchè lo tocchi il calore del corpo umano. Si sparge poi e si distende sopra alcune foglie di gelso, frastagliate con le forbici, e su quelle foglie incominciano a muoversi i piccoli bachi e a cibarsene. Stanno poi senza mangiare per tre giorni, e allora si suol dire ch'essi sono nel primo sonno. Dopo ciò, tornano a mangiare, e mangiano per una settimana; dopo di che si lasciano stare per altri tre giorni, e si dice allora ch’essi sono nel secondo sonno. Così fanno anche un’altra volta, e si dice allora ch’essi sono nel terzo. Dopo queste tre dormite, si dà loro molto da mangiare, ed essi allora vengono al punto di fare il filugello (1). Per cotesto, s’in(1) Nome, in forma di diminutivo italiano, di origine orientale. Arabo filag* (g' palatale) dal persiano pilal o Pila.<noinclude></noinclude> az9uc9jecah9wvfrdpilmozxcoxiiof Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/346 108 1031814 3901295 2026-09-18T12:52:01Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901295 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 330 —|}}</noinclude>99 SU) = comincia dal manifestarsi intorno a ciascuno certa materia che somiglia al tessuto dei ragni e che di giorno in giorno cresce sempre più. Così si forma il filugello. Dopo certo intervallo, quando piove, l’umidità dell’aria ammollisce il filugello, il baco lo trafora, e n’esce poi, ed. eceo che gli sono spuntate sul dorso due ali con cui esso vola. Procedendo in questa maniera, non si ricava dal filugello alcun prodotto di seta. Quando, invece, se ne vuol ricavare il prodotto, i filugelli si espongono al sole acciocchè il baco che vi sta rinchiuso, muoia, e così dal filugello si possa trarre la seta. Parte poi dei filugelli si lascia non tocca acciocchè ciascun baco, traforandoli, ne esca e deponga le ova le quali si mettono in serbo, per l’anno susseguente, dentro un vaso pulito di terra o di vetro. Le vesti di seta son molto utili per preservar la persona dalla scabbia e dalla rogna, nè vi nascono tignuole. (dall’arabo di Al-Qazvîni). 20. Il ragno. Sono molte le specie dei ragni, e ogni specie ha una maniera meravigliosa di fare e di comportarsi. Ve ne son di quelli che hanno lunghe le gambe, e perchè ne conoscono la debolezza e sanno che non possono andare attorno cacciando, si preparano le reti per far preda e certi lacci, filati di lor bava. Si appostano perciò nell’angolo che è fra due muri vicini, slanciano la bava, che è il lor filo, sur un de’ lati e ve l’appiccicano, e poi sull’altro, quindi un’altra volta e un’altra ancora. E tale è il lor modo di ordire. Ne riempiono poi la trama, e si compie così il tessuto, e tutto ciò in proporzione geometrica, finchè tutto sia come dev'essere. Il ragno, allora, si apposta, posato là nel centro dell'angolo, aspettando che caschi la preda. Quando v’incappa qualche mosca 0 qualche altro insetto, balza fuori per pigliarselo. Un'altra specie di ragni ha le gambe brevi. Questo ragno è detto il leopardo perchè caccia le mosche al modo<noinclude></noinclude> 4kag105f4tgubj5x5viql7bylvaijb2 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/347 108 1031815 3901296 2026-09-18T12:52:06Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901296 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 331 —|}}</noinclude>39IDI smi DD) n del cacciar del leopardo. Egli fa cotesto appostandosi in un angolo, e quando una mosca gli vola da vicino, si av venta su di essa. Il più delle volte, attacca un filo al soffitto della casa e ne discende sospeso col capo all’ingiù, e quando gli vola da vicino una mosca, le si avventa addosso e se ne impadronisce. Cè un ragno d’un'altra specie, detto il leone, che ha sei occhi. Questo ragno, quando vede una mosca, s'accovaccia a terra e poi spicca un salto, al modo del leone, e quel suo salto non fallisce mai. Esso è il malanno delle mosche. E c’è la specie dei ragni detta delle tarantole, Se una tarantola va su d’una persona, quella persona muore, uccisa dal veleno di essa. È detta lo scorpione dei serpenti, perchè può dar la morte anche ad un serpente. C'è poi il ragno d’un’altra specie, piccolo di corpo, che fa la sua tela e va su e giù per la sua casa. Quando poi una mosca resta presa a quelle sue insidie e la ragnatela trema tutta al tremito della mosca, esso, accortosene, accorre subito e ne succhia gli umori e il sangue, mentre essa grida per il dolore (1) finchè muore. Esso allora la strascina nel suo nascondiglio come per porla in serbo. Le mosche cadono per lo più nelle insidie di questi ragni dopo il tramontar del sole. Dicono alcuni filosofi essere le femmine dei ragni quelle che lavorano, laddove i maschi sono altrettanti neghittosi che non vogliono far nulla. Altri invece asserisce che l’ordito, nelle ragnatele, è opera della femmine, e che la trama è opera dei maschi, essendo la trama assai più robusta dell’ordito. Sono, insomma, come due sozî nel lavoro, ovvero un maestro e un discepolo. (dall'arabo di Al-Qazvini). 21. L’ape. È un animaletto di forma graziosa, di natura ingegnosa, di figura smilza. La parte di mezzo del suo corpo è quadrata, cubica; il capo rotondo, sporgente; conica la (1) È inutile notare l'erroneità di questa asserzione. Il ronzio della mosca proviene dall’agitarsi delle ali,<noinclude></noinclude> 0tn7ipsugoh6ouul2cv62wbe4sdqzt8 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/348 108 1031816 3901297 2026-09-18T12:52:11Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901297 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 332 —|}}</noinclude>parte di dietro. Nella parte di mezzo, è fornito di quattro piedi, e reca inoltre due zampe davanti, mentre e zampe e piedi si corrispondono in modo da rendere insieme la figura d’un esagono. Fra le api è pur costituita una dignità regia, e i figli ereditano dai loro padri quella dignità. Le regine delle api non generano che regine. Ma tra le altre meraviglie v'è pur questa ch’esse non escono mai dal loro nido, perchè, se ne uscissero, ne uscirebber con esse tutte le api, e cesserebbe il lavoro a cui esse attendono. Se la regina muore, le api si stanno là senza lavorare e in breve tempo periscono. La regina è della grossezza di due api. 1Ò)quella che distribuisce alle altre il lavoro, sì che tu vedi come questa spiani i fondamenti delle celle nell’alveare, e come quest’altra formi le celle, e come quell’altra faccia il miele. Se poi qualcuna fa male il lavoro suo, essa non tollera che stia in mezzo alle altre, ma la manda fuori e la fa guardiana della porta dell’alveare, perchè non v’entri nessuna ape che sia caduta su qualche bruttura. A quell’ape che abbia toccato qualche sozzura o immondizia, la regina non permette di entrare. La costruzione esagonale delle celle delle api è una della cose più meravigliose. L’ingegno stesso d’un geometra non può intendere per qual proprietà particolare le api hanno scelto, per le lor celle, la forma esagonale a lati uguali fra loro. Ora, questa proprietà particolare non si trova nella forma quadrata, non nella pentagonale, non nella rotonda. La più comoda e più acconcia delle forme sono la rotonda e le altre tutte che si accostano alla rotonda, mentre la quadrata ha i quattro angoli sporgenti che rimangon vuoti quando vi s’introduca un corpo rotondo. La forma delle api è appunto rotonda, oblunga, e però esse non hanno dato forma quadrata alle celle perchè lo spazio degli angoli non vada perduto rimanendo vuoto. Che se invece le fabbricassero in forma rotonda, al di fuori delle celle, fra l’una e l’altra cella, rimarrebbero degli interstizi vuoti e inutili. E veramente le forme rotonde, quando sono messe una accanto dell'altra,<noinclude></noinclude> sa1ya744cnclvv6pnhzyfmvtyxxtjo9 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/349 108 1031817 3901298 2026-09-18T12:52:17Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901298 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 333 —|}}</noinclude>2929 iNYOn non combaciano perfettamente fra loro; e d'altra parte, non v'è alcuna tra le tante forme che hanno angoli, che tanto s'avvicini alla rotonda nella comprensione, e di cui le parti tutte, quando diverse fra loro son poste accanto, combacino in modo da non restarvi nessun interstizio, fuorchè l’esagonale. Pensa tu ora in che modo Iddio altissimo abbia potuto inspirare alle api tanta sapienza! Lavorano in due stagioni soltanto, in primavera e in autunno. Raccolgono allora con le mani e coi piedi, dalle foglie degli alberi e dai fiori dei frutti, gli umori erassi coi quali si fabbricano le loro abitazioni. Hanno poi due forcipi appuntati coi quali raccolgono dal frutto degli alberi gli umori più dolci e squisiti. La mente nostra non può comprendere quale ne sia la natura! ed esse hanno nel loro interno una forza digerente e cocente che riduce quegli umori in un miele dolce, soave, che serve poi d’alimento a loro e ai loro piccini. Ciò che ne sopravanza, dopo che se ne son nutrite, è riposto da loro in serbo dentro una parte di lor celle di cui poi otturano le sommità con uno strato sottile di cera, in modo che la cer: di cui pur son fatte le celle, l’involga da tutte le parti. La sommità, così, ne resta chiusa, come un vaso di terra chiuso al sommo da un foglio di carta. Questa parte di miele va riposta per l’inverno. In altra parte delle celle, depongono le ova, le covano, allevano i piccini. In altra parte, si riparano di consueto; vi dormono nei giorni invernali, nei giorni freddi, nei ventosi, nei piovosi, alimentandosi, esse e i piccini, di quel miele posto in serbo, e se ne alimentano in abbondanza, quasi scialacquando, non avaramente, finchè non ritornino i giorni di primavera e spuntino i fiori, ed esse possano andare al pascolo come han fatto nell’anno antecedente. Nè questo lor costume, per ispirazione di Dio altissimo, cessa mai. Fra l'altre cose loro meravigliose v'è pur questa che, quando 5’accorgono che altri vuol portar via il miele e sentono il fumo quando qualcuno s'accosta per appicare il fuoco all’alveare, si dànno a divorar rapidamente il miele.<noinclude></noinclude> tdobhaq9evcynr18knofqd4855f50mx Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/350 108 1031818 3901299 2026-09-18T12:52:22Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901299 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 334 —|}}</noinclude>e-s094, De Aleuni filosofi hanno affermato che, quando in un alveare, già colmo di miele, le api s'ammalano, tutte le api degli alveari vicini, accorrendo, muovon loro un asSalto o una battaglia per il miele che tengono riposto nelle loro celle, e per impadronirsene dopo averle discacciate. Sopraggiunge allora il capo degli alveari (1), e si mette dalla parte delle api deboli e malate, e allora le straniere si volgono a punzecchiarlo in luogo delle malate in quanto s’avvedono ch’esso combatte per loro. Quanto poi al miele, dicesi che il bianco sia l’opera delle api giovani, il biondo l’opera delle adulte, il rosso delle più vecchie. (dall'arabo di Al-Qazvini). 22. Le sanguisughe volanti. In quei luoghi (2) abbiamo veduto le sanguisughe volanti che la gente del paese chiama le 2/2. Abitano sulle piante e sulle erbe che son vicine alle acque. Allorquando s’avvicina loro qualeuno, gli si avventano addosso, e, qualunque sia la parte della persona a cui si avventano, ne esce sempre del sangue in copia. Gli abitanti del paese usano per rimedio di spremere un limone sulla sanguisuga, la quale subito si stacca e cade, e di raschiare con un coltello di legno, preparato a tal fine, la parte del corpo su cui essa s’era posta. Si racconta che un pellegrino, capitato in que’ luoghi, essendoglisi appiccicata alla pelle una di tali sanguisughe, volendo mostrar coraggio, non spremette sulla ferita nessun sugo di limone, Il sangue ne colò in tanta abbondanza, ch'egli ne morì. Chiamavasi Babà Khàùzi, e c’è la ancora una caverna che ne porta il nome. (dall’arabo d’Ibn Batùta) (1) Forse una delle regine delle api. (2) Cioè nell’isola di Ceylan.<noinclude></noinclude> lg4dj0dfigjjk6m33vf9mky9kjusfe1 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/351 108 1031819 3901300 2026-09-18T12:52:27Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901300 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 335 —|}}</noinclude>23. La torpedine. Nel mare c'è un pesce il quale si chiama la torpedine, (Quand'è presa alla rete, ognuno che tiri quella rete, o che per caso la tocchi con la mano, o che ne tocchi soltanto una corda, è preso da tal tremito che non può contenersi come fa appunto chi è preso da febbre. Cessando il contatto, cessa d’un subito anche il tremito. Se si torna a toccarla, quel tremito ritorna. È pur questa una delle tante meraviglie. Lode perciò a Dio, di cui tanto si è glorificata la potenza! (dall'arabo di Al-Abshthè). 24. Il corallo. Il corallo tramezza tra il vegetale e il minerale, perchè esso cresce al modo dei vegetali, ma, nella sua durezza e solidità come di pietra, somiglia ai minerali. 10) sempre molle e pieghevole quando si trova nella sua miniera, ma s’impietra e consolida appena se ne toglie via. Tratto particolare, degno d’osservazione, si è questo ch’esso si dilata, si espande, mostra, come a dire, 1interno suo. Ve ne sono di molte specie, rossa, gialla, bianca. L'origine sua si sta nel mare, e altri dice ch'è una pianta che vegeta, e altri ch'è un essere animato. (dall'arabo di Al-Abshîhi). 25. La pesca delle perle nel Golfo Persico. La pesca delle perle si fa tra Sîràf e il Bahreyn (1) in un golfo tranquillo, simile ad un gran fiume. Al sopravvenir d’ Aprile o di Maggio, vi si raccolgono molte barche e navicelli con pescatori e mercanti di Persia, d’Al-Bahreyn, d’Al-Qatîf (2). (1) Sîràfè città dalla parte persiana e il Bahreyn è la costa di contro all’Arabia meridionale che dà sul Golfo Persico. (2) Città dell'Arabia meridionale, ricca di palmizì.<noinclude></noinclude> t8pkkowdpf5c4hm1c4l01l903d95x75 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/352 108 1031820 3901301 2026-09-18T12:52:32Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901301 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 336 —|}}</noinclude>ZIA rasa Il pescatore, ogni qual volta intende di tuffarsi nell’acqua, si applica al viso un involucro di scaglia di testugginee con quello se lo ricopre. Con questa scaglia stessa, si fa una speciedi forcipe ch’egli si applica alle nari. Si lega una corda intorno ai fianchi, e così si tuffa. I peseatori resistono in modo diverso allo starsi così sommersi; ma ve ne son di quelli che vi si tengono un’ora e anche più. Quando un d’essì è giunto al fondo del mare, vi trova delle conchiglie sparse tra le piccole pietre, conficcate nell’arena, e le schianta di propria mano, ovvero ve le svelle con un coltello aguzzo apprestato a tal fine, e le ripone in un sacchetto di cuoio che reca sospeso al collo. Quando poi (il respiro comincia a venirgli meno, scuote la corda, e un’altro che tiene l’altro capo della corda e sta fuori sul lido, come la sente scossa, lo trae e risolleva fino alla barca. Gli si toglie allora il sacchetto dal collo, indi s’aprono le conchiglie, dentro ciascuna delle quali si trova un brandello di carne che si toglie via con un coltello. Questa carne come è toccata dall’aria, si consolida, e tutti i brandelli si convertono in perle. Si raccolgono allora tutte le grandi e le piccole. Il Sultano del paese ne ritiene il quinto per sè; il rimanente è comprato dai mercanti che si tengono là pronti sulle barche. I più son ereditori dei pescatori, dai quali in pagamento, o in tutto o in quella parte che loro spetta, si prendono quelle perle. (dall’’arabo d’ Ibn Batita). 26. Fontane di bitume. In un luogo vicino al Tigri, che si chiama Al-Qeyyàra, trovasi un terreno tutto nerastro dove sono molte fontane dalle quali scaturisce del bitume. Gli si fanno de’ serbatoi nei quali esso si raccoglie. Tu poi potresti vedere sulla superficie della terra una specie d’argilla di un nero cupo, levigata, molle, di piacevole odore. Tutt' all’intorno delle sorgenti si stende un ampio stagno, nero anch'esso, alla cui superficie si sta una schiuma tenue ch’esso va respin-<noinclude></noinclude> 6tx9ylpl72ihhl5k5esry2mgazaz1a3 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/353 108 1031821 3901302 2026-09-18T12:52:38Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901302 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 337 —|}}</noinclude> gondo verso la sponda e che man mano diventa materia bituminosa. V°è pure, nelle vicinanze, un’altra fontana grande. Quando poi la gente ch'è là, desidera portarsi vin di quel bitume, v’appicca il fuoco. Il fuoco se ne porta vin tutta la parte acquosa, e quelli allora tagliano in pezzi il bitume e lo portano con sè. (dall'arabo di Ibn Batùta). 27. Precetti per trovar l’acqua secondo i Nabatei. Nel libro dell’agricoltura dei Nabatei (1) ho trovato o letto ciò che segue: Se tu vuoi sapere se l’acqua è vicina o lontana in in terreno, devi scavare in quel terreno fino alla profonlità di tre braccia o quattro. Prendi poi una pentola di mune o un vaso di terra cotta e ungine con grasso l’interno in modo tutto uguale. E siano, il vaso o la pentola, li vasta apertura alla bocca. Quando poi il sole è tramontato, prendi della lana bianca, ben cardata, ben lavata, e una pietra della grossezza di un uovo, e inviluppala in quella lana in modo da formarne come un gomitolo. Spalma poi e rivesti di cera liquefatta tutto questo gomitolo e collocalo in fondo al vaso che tu hai unto d’olio o di grasso, quindi riponi il vaso in fondo alla fossa che lhi scavata. La lana, baderai che essa sia bene accomodata intorno alla pietra, e che la cera la serri bene tutt’all’intorno, sì che diventi il tutto come una pietra ben compatta. Gitta allora, sul vaso, la terra in modo, ch’esso resti sepolto sotterra alla profondità di un braccio o due o anche più, e tienlo così sepolto per tutta la notte. Al dì seguente, prima che spunti il sole, togli via la terra, togli via dalla buca il vaso. Se tu allora vedrai che la parete (1) Libro, composto in un dialetto aramaico da Ibn Vahshiyya dotto Nabateo(sec, IX)che affermava avervi inserito antichi documenti di sapienza babilonese, Fu composto da lui per dimostrare l’antichità della sapienza doi Nabatei. Vedi l’Istamismo, cap. V, $ 5. Italo Pizzi - Fiori d'Oriente 22<noinclude></noinclude> e7iyvwctorpng8ieylerhhm7g3nxf29 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/354 108 1031822 3901303 2026-09-18T12:52:43Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901303 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 338 —|}}</noinclude>MT ___—_ SILLA IIIIANNZSE ISEI =”vr99 rà 338 carpi interna del vaso reca molte stille d’acqua l’una accanto dell’altra, e che la lana n’è inumidita, sappi che c'è dell’acqua e ch’essa è lì vicina. Se, invece, le stille son fra loro separate, non congiunte, non vicine l’una all'altra, e la lana è mediocremente umida, è segno che l’acqua non è vicina, non molto lontana però. Ma l’acqua è lontana quando le stille appaiono separate fra loro d’un certo spazio, e la lana reca umidità scarsa. Se infine il vaso non ha nè poche nè molte stille, e la lana non è punto inumidita, sappi che in quel luogo non c’è acqua e che è inutile l’affaticarsi a scavarvi un pozzo. In altri esemplari dello stesso libro sull'agricoltura, ho trovato, intorno a questo stesso soggetto, quanto segue. Chi desidera sapere dove sia o non sia dell’acqua, tenga d’occhio ai formicai. Se trova che le formiche, in quel dato luogo, son grosse, brune, gravi, che camminano secondo ch'è loro dato dal peso, l’acqua è vicina. Ma se trova che le formiche son tanto preste al corso che tu non le puoi raggiungere, l’acqua è lontana, almeno quaranta braccia. Quella prim’acqua è dolce, buona; ma quest’altra è pesante e salmastra. È questo un segno per trovare dell’acqua in un terreno. (dall’arabo di Al-Mastidi) 28. i fuochi di Sant'Elmo. Quelli che sono scampati alle tempeste del mar della Cina, asseriscono d’aver veduto sovente, sulla punta delle antenne dei loro navigli, certa apparizione in forma d’un uccello tutto luminoso, ardente in modo da non potersene sostenere la vista. Nè si può comprendere che cosa essa sia. Quando, sull’alto delle antenne, incomincia ad attenuarsene la luce, que’ marinai hanno osservato che il mare si calma, le onde si abbassano, la tempesta si quieta. Quel lume, allora sparisce; nessuno sa come venga, nessuno sa come vada; ma è un segno certo di salute e un<noinclude></noinclude> 5op3bnqrtqtphao3w1ozt2s882idmrm Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/355 108 1031823 3901304 2026-09-18T12:52:48Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901304 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 339 —|}}</noinclude> indizio sieuro di scampo. Nessuno dei naviganti e dei moreanti di Bassora, di Sîràf, di Oman e d’altri luoghi, che abbiano viaggiato per quei mari, ha negato mai ciò cho ora abbiamo detto. Anzi, ciò che ora abbiam detto, e possibile, non assurdo, sebbene non necessario, poichè e ben cosa naturale, nei decreti di Dio potente e glorioso, il salvare i suoi servi dalla morte e lo scamparli dai pericoli e dalle sventure. (dall’arabo di Al-Mas@di).<noinclude></noinclude> 3palz8s9vpag7bz13bjixk948miurvx Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/356 108 1031824 3901305 2026-09-18T12:52:53Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901305 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 340 —|}}</noinclude>rete<noinclude></noinclude> 9hoqrtigey4uxvw7z3p12xt7dld75pb Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/357 108 1031825 3901306 2026-09-18T12:52:59Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901306 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 341 —|}}</noinclude>ni = sisisravcicisì isisine nioisininieini ie isis urea SO nai LIPRO QUINTO Ragionamenti e considerazioni. SA AR 1. Onnipotenza e perfezione di Dio. Iddio, possente e glorioso, non cessò mai dall’esistere e mai non cesserà. Egli è il grande, Egli è l’eccelso| Creò le cose tutte nelle forme e negli accidenti loro. DI quei che induce il giorno nella notte e la notte nel giorno. Conosce le cose nascoste, e in nulla si celano a Lui le terre tutte e i cieli. Uguali son per Lui e chi manifesta i suoi pensieri, e chi li occulta; chi si avvolge nelle tenebre della notte, e chi si manifesta nel giorno chiaro (1). Non sa costui Chi lo ha ereato? e ch’ Egli è grazioso, informato di tutto? che creò gli uomini e le altre cereature nella potenza sua? che li conformò nella sapienza sua? che li dotò di pregi secondo la volontà sua? che li governò con la previdenza sua? Non ebbe, nell’atto del ereare, aleuno con sè che L’aiutasse, non chi Lo consigliasse nel governare le cose create, non chi Lo soecorresse. E come poteva chiedere aiuto a chi non era ancora, Chi prima non cessò mai di esistere? Non Lo induce a far ciò che fa altra cagione fuor del suo volere, Non Lo (1) Passo del Corano, XIII, iL.<noinclude></noinclude> 520boxlzvzsv7b9x8lencgwn5ze7tc3 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/358 108 1031826 3901307 2026-09-18T12:53:04Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901307 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 342 —|}}</noinclude>|« tocca necessità di luogo. Non Lo costringe necessità di spazio. Non Lo circoscrive alcuna quantità. Non Lo limita necessità di tempo. Non Lo avvince modalità alcuna. Il passato non ha bisogno che Lo illumini, nè Gli manca la conoscenza dell’avvenire. Tutto l’universo non Lo comî prende, e l’essere suo non soffre deserizione alcuna. L'esistenza sua non conosce termine, nè le si possono appropriare forme o figure, nè l’alterano mai accidenti 0 cangiamenti, nè l’arriva senso o vicinanza d’altri esseri. Assurdo che alcun altro essere possa o contraffarlo, o imitarlo, o essergli uguale, o stargli di contro. Se tu domandi: Dov'è? —, l’esistenza sua ha preceduto ogni luogo, perchè essa non ha bisogno di luogo aleuno. Dopo aver creato lo spazio, Egli esiste da sè in sè come anche prima che avesse creato. lo spazio. E come potrebbe Egli abitare in ciò che procedette da Lui? Se tu domandi: Che è Iddio? —, Un che non si può applicare a Lui, perchè un che risponde a chi interroga intorno al genere delle cose esistenti, e Iddio, che è ab eterno, non ha genere alcuno. Se domandi: Quanto è? —, Egli è uno nella sostanza sua, unico negli attributi suoi. Se domandi: Quando incominciò ad essere? —, l’essere suo precedette il tempo. Se domandi: Come fu? i a Chi determinò il come dell’essere, non si può applicare il come, perchè chi è soggetto al come dell’essere, è soggetto anche ad alterarsi nell’essere suo. Di tutto ciò che tu vai immaginando ne’ tuoi pensieri intorno a Lui, Egli è appunto il contrario. Occhio umano non se Lo può rappresentare. Congettura di mente d’uomo non Lo raggiunge. Pensiero umano non se Lo può immaginare. L’intelletto nostro non Lo comprende. Non ne determina il volere il mutarsi dei giorni. alcuno non Lo contiene. Non Gli è coetaneo il tempo. Nessun termine d’età Lo arresta, Nessun computo Lo circoscrive. Lo starsi vicino a Lui Servendolo, è segno di sua grazia, e l’esserne lontano è Segno di suo corruccio. L'altezza sua, Ri l’ha senza esservi salito; l’andar suo, Ei l’ha senza muoversi. Egli è il primo e l’ultimo. Egli _gore —___ Spazio ___——— ——_—<noinclude></noinclude> kfam9vwj18qa0vrrkmdb1ozuf0avnlv Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/359 108 1031827 3901308 2026-09-18T12:53:09Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901308 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 343 —|}}</noinclude>PEPUroe rogna PI — 343— è l’Essere manifesto e l’occulto; il prossimo e il lontano; quello di cui non v’ha l’uguale, che ascolta e vede. Io fo testimonianza della Divinità sua e dei nomi eletti e degli attributi eccelsi dei quali Egli stesso fece testimonianza a sè stesso! (1). $ (dall'arabo di Al-Turtishi). 2. Iddio non può essere compreso da mente umana. Laude eterna a Colui che è mente e spirto (E non assorge a più sublime idea ‘Pensiero umano), dello spazio sire, Sire di gloria, re che ci nutrica E guida è a tutti noi, signor del mondo, Signor del ciel rotante, al sol di bella Luce datore ed alla luna e all’astro Dolce de’ vespri! Egli ogni idea trascende, Ogni nome trascende, ogni concetto, E dona intanto alle create cose Colori e luce. Se veder non ponno L’eterno tuo Fattor questi occhi tuoi, Ai fulgidi occhi tuoi non dar rancura, Ohè anche umano pensier via non ritrova Per giunger fino a Lui. Trascende Ei solo Ogni nome, ogni loco. Or tu ben sai Che ove sorpassi ogni visibil cosa Alto concetto, fin colà non giunge Umano spirto o mente umana. Il nostro Spirto e la mente nostra in man si libra Iddio possente, ed Ei come potria In librato pensiero esser compreso? Gelebrarlo qual è, non san gli umani; Vuolsi però che tu a servirlo accinto Sempre ti serbi in umiltà. Se crea Parole a favellar la mente nostra, Sol per ciò ch’essa vede, in sè le trova (1) Cioè nel Corano, ritenuto dai Musulmani come rivelato da Dio.<noinclude></noinclude> 3m9791tkotn18cca0g2wg15gh2eq90w Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/360 108 1031828 3901309 2026-09-18T12:53:14Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901309 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 344 —|}}</noinclude> Einsèlecrea;macontalcoreetale Spirito e con tal mente e con tal lingua, Nato mortal come potria l'Eterno Degnamente lodar? Ben si conviene, Ben si convien ehe l'essere di Lui Tu confessi, evitando ogni parola Merte e stolta, l’adorando in core, Sua via cereando e con pensier profondo Meditando sua legge. Ha gran potere Chi sapienza ha in sè; per sapienza Rinvigorisce un cor già vecchio e stanco. Eppur, verbo mortal non fia che passi Mai questo vel, chè uman pensier non trova All’essenza di Dio libero il varco. (dal persiano di Firdusi). SnRT PITTI SETE SESTRI PILATO 3. Preghiera d'un Arabo del deserto. Un Arabo del deserto soleva pregare Iddio dicendo: O Sostegno di chi non ha sostegno, o Aita di chi non ha aita, o Protettor dei deboli, o Salvator di chi perisce, o Grande nel dar speranza ai miseri, Tu sei colui al quale fanno lode e inni la nera notte e il chiaro giorno, la luma splendida e il sol raggiante, lo stormir delle fronde degli alberi e il fremito delle acque! 0 Beneticatore, o Guida di tutti noi! Tu sei il più affabile degli amici. Per chi si confida in Te, sei Tu il manifesto e l’occulto; ma Tu conosci ogni suo pensiero. E il pensier mio più segreto è pur chiaro a Te, e io intanto anelo dolente a Te. Quando mi rattrista l’esser solo in paese straniero, il ricordarmi di Te mi riconcilia a me stesso; quando m’assalgono e opprimono i miei tristi pensieri, Sa |a? il rifugio mio è il ripararmi presso di Te, perchè ben so it [E che le redini d’ogni avvenimento di quaggiù si stanno 7ates in mano tua, e che il lor principio si sta nel tuo decreto. 3 180 Preservami Tu nel tuo perdono, fermo nella obbedienza d- Ea tua, per tutto il rimanente della vita mia, o il più MiseMen i ricordioso dei misericordiosi! e (dall'arabo di Ibn Abdirabbihi). Pi<noinclude></noinclude> 9ob905c95ijvw04il9nd2km4clrq68g Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/361 108 1031829 3901310 2026-09-18T12:53:20Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901310 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 345 —|}}</noinclude>ia 4. Dialogo del Sceicco Omar al-Sîni con un anacoreta (1). Raccontava il Sceicco Omar: Gapitai, un giorno, presso un anacoreta il quale si teneva nel suo romitaggio. Essendo nata tra me e lui certa famigliarità, io gli domandai: Chi adori tu, o eremita? — Rispose: Adoro Iddio che ha creato il mondo con la potenza sua e l'ha conformato con la sua sapienza. La sua grandezza comprende e abbraccia ogni 6OS® nè la lingua mostra può far tanto da poter descrivere la potenza sua, nè l'intelletto nostro può approfondire l’abisso della sua misericordia. Grazie siano rese a Lui per quel tanto di beni di cui godiamo € di cui si dilettano gli occhi nostri, si pascono i nostri orecchi, favella lx ‘ postra lingua, per cui si pacificano le nostre vene € DI contempera la nostra natura. Io allora gli domandai: O eremita, qual'è la miglior sapienza? — Rispose: Il timor di Dio. Qual'è la cognizione più perfetta 2 — La conoscenza che ha l’uomo della potenza di Lui. Qual cosa mai aiuta @ sbarazzarsi del mondo? — Ti aiuterà cotesto, cioè Se il rimanente della tua giornata lo porrai qual termine d’ogni tua speranza. Chi t'ha indotto ad avvincer te stesso & questo romitaggio? — Il desiderio di tener lontana dalla gente questa belva feroce. — E con la mano accennava alla lingua. Di che vivi? — Della provvidenza di Dio grazioso e benigno, che tutto sa, e che ha creato la macina che ci da la farina (2). Perchè non discendi fra noi uomini e non ti mescoli alla nostra compagnia? — Perchè le cose tutte che menano (ab Ul commento arabo di questo passo dice di non aver notizia aleuna di questi due personaggi. (2) Per dire figuratamonte che trae vantaggi in favor dell’uomo donde meno parrebbe possibile. eE<noinclude></noinclude> q9jwc12v1zwe7zg5ngyzuyrtpxl2otz Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/362 108 1031830 3901311 2026-09-18T12:53:25Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901311 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 346 —|}}</noinclude> alla perdizione, si trovano presso di voi, e la salvezza da tutto ciò trovasi soltanto nella solitudine. E come hai potuto tollerare la solitudine? — Se tu avessi fatto saggio della solitudine, ti sarebbe ben penoso l’allontanartene. Perchè vesti di nero? — Perchè il mondo è ostello di lutto, e gli abitanti suoi hanno pur vesti di duolo. Io me ne son rattristato, e però mi son vestito di nero. Come pensi alla morte? — Non muovo ciglio ch'io non pensi che devo morire. Quanto a noi, noi abbiam disgusto della morte. — Perchè voi avete coltivato la vita presente e lasciata incolta la vita futura; vi dispiace, perciò, tramutarvi da un luogo colto ad un altro, deserto e squallido. To allora: 0 romito, dammi qualche buon consiglio! Ed egli: Il miglior consiglio è quello del mirar sempre al luogo dove stanno sepolti i morti, al succedersi delle ore e degli istanti del tempo. Se ti accade di accompagnare una bara alla sepoltura, immaginati di essere come quel morto che è portato via in quella maniera. Non dimenticarti mai di Chi mai non ti dimentica. Sii buono nel tuo pensiero segreto, e Iddio farà riuscire a bene ciò che dirai o farai in pubblico. E sappi che di chi teme Iddio, temono tutti, e che teme di tutto chi non teme Iddio. Cerca e procaccia il Sapere, ma soltanto per operar secondo il sapere, non per gareggiare o disputar con gli stolidi. Guardati dalle passioni, perchè menano a perdizione. Fuggi, fuggi l'ignoranza, e fuggi a tutto potere chi loda le opere belle ed evita di farle; biasima le opere. ree, e poi le fa. Non bere di bevande inebbrianti, che producono debiti al principio e pentimento alla fine. E non frequentar la compagnia di echi vuol Sopraffarti con parole e con esse ti va abbellendo il peccato, e poi, come ti ha precipitato nei malanni e nella tristezza, si dichiara non colpevole di tanto, anzi si rivolge contro di te. Nel mangiare, nel bere, nel vestire, non imitare i grandi; non imitar gli orgogliosi nel modo di camminare. Sii piuttosto uno di quelli da cui si può Sperar del bene,<noinclude></noinclude> tk29tfu1t34s0uc4s3jkaywyze3twx8 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/363 108 1031831 3901312 2026-09-18T12:53:30Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901312 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 347 —|}}</noinclude> non di quelli da cui si può temer del male. B sappi che Iddio mette alla prova chi Egli ama, e ch’Egli si compiace di chi pazienta e soffre; e però, quando sei afflitto, raddoppia la cura tua nel ricordarlo, nel lodarlo, nel ringraziarlo. Guàrdati dalla maldicenza e dalla calunnia, perchè seminano l’odio nei cuori e pongono divisione e discordia fra gli amici. Osserva quali pregi tu lodi in altri, e procaccia di appropriarteli; ed evita tutto ciò che in altri non ti piace. Augura agli altri ciò che auguri a te, poichè questa è la perfezione della società umana e del trovarsi bene in riguardo alla religione e al mondo. — Soprastette un poco, e poi: Ecco! ora io ti raccomando a Dio e ti dico: Salute! — Così se n’andò e si pose a pregare. Ripiglia il sceicco Omar: Io mi compiacqui molto di lui. Lo richiesi di pregare anche per me, quindi mi tolsi di là molto ammirato delle sue belle parole. (dall’arabo di Anonimo). 5. Del contentarsi del proprio stato. Qualunque sia tua sorte, o caro figlio, Sempre ne sii contento anche se nulla Trovasi in terra che più amaro sia Di povertà. Levandoti al mattino, Di tue peccata chiedi a Dio perdono, D’occasion che tu propizia tieni, Approfittando. Non dir mal del tuo Fratel ch’è assente. A niun maledirai, Fuor che a Sàtana reo. Quantunque volte Rinnovasi alla terra il dì sereno, Pentir t'è d’uopo de’ commessi falli, Chè a chi non teme Iddio, timor nel core. Di tutto infonde Iddio! Ma tu al bisogno De’ poverelli, fin che puoi, ti volgi, Perchè al bisogno tuo volgasi Iddio.<noinclude></noinclude> rz0he7lgy8fmrexfcsngxgvez6jow8e Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/364 108 1031832 3901313 2026-09-18T12:53:35Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901313 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 348 —|}}</noinclude>BRMDERI I Ogni dovizia tua si sta in tua mano Come prestito d’altri, e fia cagione Di duolo a te se dietro a te la lasci (1). Restituir quel prestito si vuole. Vedesti mai che si portasse aleuno Seco i frusti dell’or? Di questo mondo Che fia mai che ti resti, o dolce amico, Fuor che di terra pochi palmi e pochi Di tela funeral? (2). Ma quel che avrai Dato per Dio, tuo rimarrassi, e danno Quello ti fia che avrai lasciato a dietro. Chi di quel poco che gli manda Iddio S'appaga, vede poi da Iddio signore Ogni sua voglia piena. A ‘corpo estinto Questo mondo somiglia, e tu ne fuggi, Se ne hai forza, lontano! Oh questo mondo È qual d’acqua una stilla, e tu ne fuggi Per parte che ne tocchi! E tale è stolto, Savio non già, ch’elevasi la casa In co? d’un ponte (3). A Dio chieder ricchezze Atto degno non è, chè all’uom di fede Ponte son esse di rancura e duolo, Ed è cagione a lui la vita pia, Con povertà, di sua salvezza vera, Ché innocenza in lui sta. Ricchezze e figli, Anche se dolci a te come degli occhi La bella luce, quasi sono in loco Di tuoi nemici (4). E tu quello rammenta Divin precetto: « Oh i nostri figli! », e l’altro: ‘« Le ricchezze del mondo e il lor possesso! (5). (1) Cioè senza averne speso nulla per i bisognosi. (2) Cioè null'altro che una fossa e un lenzuolo funebre. (3) Perehé, dicono i commenti a questo passo, non potrebbe tenervisi ingombrando spazio pubblico, Il senso è che non bisogna fidarsi delle cose di quaggiù, che é intento vano come di chi si fabbricasse una casa in luogo dove non si può abitare. (4) Si badi che qui il poeta, filosofo mistico, esagera cdi troppo, calpestando la natura e ogni senso umano. Così appresso. (5) Allusione a due passi del Corano che dicono: « 0 voi che credete, sappiate che le mogli vostre e i vostri figli son vostri nemici! » (LXIV, 15). « Le ricchezze vostre e i figli vostri vi son cagione di tentazione » (VILI, 25).<noinclude></noinclude> 0y4zphbcr61031nm0pqsztc6i4c66ox Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/365 108 1031833 3901314 2026-09-18T12:53:41Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901314 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 349 —|}}</noinclude> Della vita presente, all’uom ch'è pio, Nessun nobile frutto! Bi non saffanna Perchè termini un dì. Tal ch'è innocente Per cor puro ch'egli ha, vassene pago D'un boccon per suo cibo e d'una ai fianchi Misera tonacella. Oh! ma chi avvinto AJ desiderio sta di maggior lucro, Reietto andrà dalla beata schiera Dell’alme elette. I servi che, fedeli A Dio, lasciàr la vita e i beni suol, Assorgeranno a loco eccelso. Allora Che di Dio per la fè non lascierai Quanto in terra possiedi, il fine tuo, A cui tu miri, non fia mai che tocchi! (dal persiano di AI-Attear). 6. Avvertimenti ad un principe. Parte di precetti e consigli di Shatàg savio indiano, tolti dal libro suo ch’egli chiamò Raccolta di gemme, scritto per il re d’India Ibn Qamabis (1): Guardati, o signore, dagli errori a cui la sorte ti può indurre, e temi del potere del volgere dei giorni e della viltà d’esser vinto dalle cose di quaggiù. Sappi che ogni opera umana ha una retribuzione, e però guàrdati dagli effetti suoi; che il volger dei giorni ha i suoi inganni, e però statti alla vedetta; che la fortuna è facile a mutarsi e a voltarsi, e tu sii circospetto in riguardo ai mutamenti suoi. É subdola la sorte nei ripetuti assalti, e però temi di quegl’impeti suoi; è incline è presta all'invidia, e però non fidarti del suo potere. Sappi che chi non cura sé stesso dalla malattia della colpa nel tempo del viver suo, si troverà ben lontano dalla guarigione in quel luogo dove non è rimedio alcuno, e che di quel tale che rintuzza e doma i suoi sensi con ciò che (1) Scrittore indiano, principe indiano, libro indiano, di emi non si ha (per quel che ne s0) nessuna notizia.<noinclude></noinclude> 6rgxp1du7pmnlk43j5a2xy7b4j1ke0t Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/366 108 1031834 3901315 2026-09-18T12:53:46Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901315 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 350 —|}}</noinclude>Tn —350— di bene egli può operare, appar poi manifesta l'eccellenza e luminosa la nobiltà. Chì non sa. dominare l’anima sua che è sola, non potrà mai dominare i sensi suoi che sono cinque. Se un re non saprà dominare i sensi suoi pur con lo scarso lor numero e con la lor tenuità, proverà la durezza del dominio che avranno su di luiisuoi ministri e i suoi servitori stessi, che sono molti e burberi e aspri di modi, e intanto saranno ben lungi dall’esser degnamente governati gli altri sudditi suoi, sparsi per i diversi tratti del paese, fino alle parti estreme del regno. Incominci adunque il principe dal signoreggiar sè stesso, chè non c'è nemico che meriti, più del proprio animo, che s’incominci da lui a sottometterlo con la forza. S'affretti poi a sottomettere i suoi cinque sensi, perchè la forza d’un solo di essi, scompagnato dagli altri, sopraffà sempre un’anima anche se forte e circospetta. Quanto più poi se si congiungon tutti e cinque insieme contro un’anima rimasta sola! Sappi che ciascuno dei cinque reca un suo proprio malanno che l’altro non ha, e che, se procaccerai di signoreggiar quel senso, scamperai anche dal malanno suo. I viventi periscono in forza di lor passioni e desiderî. Non vedi che la farfalla rifugge dal sole e cerca un riparo dall’ardor ch’esso manda, e si compiace intanto d’una fiamma e tanto vi si avvicina che la fiamma alla fine l’abbrucia? La gazzella, pur con la sua ritrosità e timidezza, per certa sua vaghezza veemente accorre ad ascoltare dove si suonano stromenti musici, e così, di per sè stessa, si dà in mano al cacciatore. La brama dell’esca induce i pesci, nel mare, ad ingoiarla. Si caccia intanto dentro al loro corpo l’amo, e quell’esca è la morte loro! E sarà bello che il re conformi gli atti del suo governo alla natura di otto cose che sono: la pioggia, il sole, la luna, il vento, il fuoco, la terra, l’acqua, la morte. Ora, come le pioggie si conseguitano ad intervalli per quattro mesi dell’anno € il loro benefizio si estende a tutta la durata dell’anno, così è necessario che il principe per quattro mesi dell’anno dia ai soldati e<noinclude></noinclude> me551vnh9111y1hkv4wcs1vakho0s93 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/367 108 1031835 3901316 2026-09-18T12:53:51Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901316 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 351 —|}}</noinclude> ille guardie sue il costo degli alimenti che duri sino ad lho compiuto. Bisogna ch'egli, secondo il diritto che potta a ciascuno, tenga nella stessa considerazione l’uom nobile e quel del volgo, come appunto anche la pioggia vende su tutti i luoghi, sulle alture, sui luoghi eminenti, iulle terre basse, e bagna tutt’all’intorno secondo il biiogno di ciascuna plaga. Nei rimanenti otto mesi dell'anno, riscuota il principe quanto per diritto gli spetta iui proventi e sui tributi, appunto come il sole, con Iurdlor suo e con la forza dell’azione sua, nei rimanenti volto mesi attira a sè gli umori delle pioggie cadute negli ultri quattro. Quanto alla somiglianza col vento, come il vento, ove non sia impetuoso e violento nel suo proce{lore, penetra in tutti i meati in modo che nessun luogo he resta privo, così è necessario che il principe penetri nel euore dei sudditi per mezzo de’ suoi referendarî e {le suoi occhi stessi che nulla gli potranno tener nascosto, il ch'egli verrà bene a conoscere ciò ch’essi e pensano e dicono e fanno nelle lor case e nelle loro piazze. Come In luna poi che, quando s’accosta alla sua pienezza, manda una bella luce, e questa luce è spartita in giusta proporzione su tutte le creature, e la gente tutta si rallogra di quello splendore, così si vuole che tutti i sud(liti, nella corte del principe e quando s° intrattengono illa sua presenza, godano, dinanzi alla sua faccia, della ilessa gioia, della stessa bellezza, dello stesso splendore che ne emanano, ed egli intanto, nella imparziale sua giustizia, non penda più dalla parte del nobile che da quella «lell'uom del volgo. Sia poi come un fuoco divoratore per tutta la gente malvagia e guasta, e somigli alla terra nel sorbar celato ogni segreto, nel tollerare, nel pazientare, nell'esser fidato e sicuro. Quale poi è il termine estremo ‘lella morte nel premiare e nel punire, così ogni retribuzione sua di bene o di male non sia mai da meno lell'osservanza di un dato limite e non l’oltrepassi mai. Bia infine come l’acqua che è mansueta quando qualcuno In seconda, e atterra e schianta le piante più alte quando qualeuno le si oppone. (dall’arabo di Al-Turtàshi).<noinclude></noinclude> du6esclbmjcalwh3h0m0doda655470m Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/368 108 1031836 3901317 2026-09-18T12:53:56Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901317 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 352 —|}}</noinclude>} !ijLI 7. Detti memorabili del gran savio Buzurcimihr. Buzurcimihr (1), gran savio di Persia, tra le altre cose notevoli soleva dire anche le seguenti: M°hanno istruito i miei istitutori, m’hanno insegnato i miei maestri la pietà, la saviezza, la bontà, l'eleganza del costume, ma nessuno mi ha tanto insegnato quanto i miei capelli bianchi, e nessuno mi ha tanto istruito quanto la mia riflessione. Sono stato a goder della luce del sole e della luce della luna, ma non son mai stato rischiarato da luce più chiara di quella del cuor mio. Ho dominato liberi e schiavi, ma nessuno mi ha dominato o signoreggiato come le mie passioni. Mi hanno osteggiato molti nemici, ma non ho avuto mai maggior nemico di me Stesso tutte le volte che ho voluto essere ignorante a petto degli altri, e che di per me ho voluto guardarmi, per difesa e tenerezza verso di me, dalla gente tutta. Ho tro, Vato allora che l’anima mia era a sè stessa la peggior nemica fra tutte le altre, e mi sono accorto che non la tocca mai guasto o danno se non per colpa sua. M’hanno oppresso le angustie, ma nulla m’ha tanto oppresso quanto il mio stesso istinto reo. Mi son capitate, in lungo e in largo, molte avventure e accidenti, ma mon sono incappato mai in un accidente peggiore della lingua mia. Ho camminato sui carboni ardenti e ho calpestato le pietre fatte cocenti dal sole, ma non ho mai veduto fiamma più ardente dell’ira mia quando s'è insignorita di me. I Sollecitatori m’hanno sollecitato a pagare i debiti miei, ma nessun d’essi che cercasse di raggiungermi, m'ha raggiunto così come ogni mia azione cattiva (2). Ho voluto Sapere che sia una malattia mortale e donde mi possa venire, e ho trovato ch’essa vien sempre dal ribellarsi a Dio, che sia lodato! Ho cercato la tranquillità dell’anima (1) Personaggio storico, filosofo, ministro di Chosroe il grande, re di Persia (531-578 d. C.), a cui la letteratura europea deve non poche cose. Vedi la Storia della Poesia persiana, VII, 6; Letteratura araba, cap. IT, $2. (2) Nel senso che ha dovuto pagarne la pena.<noinclude></noinclude> 9t4x1tauiaiae8kujifte4fa0v3mmxd Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/369 108 1031837 3901318 2026-09-18T12:54:01Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901318 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 353 —|}}</noinclude> mia, e non ho provato cosa che più le dia pace dell’abhbandonar le ricchezze che le sono cagione di turbamento. Io navigato per mare e ne ho provato lo sgomento, ma non ho provato sgomento uguale a quello dello starsi alla porta di un principe ingiusto e oppressore. Mi son trovato tra le belve in deserto e in monte, ma non ho trovato belva più feroce d’un compagno cattivo. Mi son encciato tra i leoni, le iene, i lupi, e mi sono accompagnato con loro ed essi si sono accompagnati con me, e non m'hanno sopraffatto; mi ha sopraffatto soltanto l’uomo l'indole malvagia. Ho gustato cibi squisiti e delicati e ho bevuto bevande inebbrianti; ma non ho trovato cosa più dolce della salute e della sicurezza. Sono stato in compagnia degli sfaccendati e degli avari, ma non ho temuto che dell’uomo d’indole rea. Ho pazientato, ho ingolato molte amarezze, ma non ho trovato cosa più amara «lell’indigenza. Ho visto le spade, mi son trovato a fronte lelle schiere nemiche, sono andato contro i pugnali, ho lottato con gli avversarî; ma non ho veduto mai avvervario più invitto della donna malvagia. Ho portato pesi {li ferro, ho trasportato pietre; ma non ho trovato carico più pesante dei debiti. Ho voluto sapere qual cosa avvilisce l’uom d’onore, prostra chi è forte, umilia chi è nobile, e non ho trovato gente che sia più dispetta agli oechi altrui dei poveri e dei miseri. Sono stato ferito dalle Ireccie, sono stato colpito dalle pietre; ma non ho trovato cosa che trafigga di più d’una parola trista ch’esca dalla bocca di tale che ti sollecita per il suo diritto. Sono iluto cacciato in carcere, son stato posto in catene, son itato battuto con verghe di. ferro; ma nulla mi ha Kiiltato a terra come m'hanno gittato a terra il dolore, l'affanno, la tristezza. Mi son procacciato dei soci, mi son \celto dei famigliari, e ciò in caso di sventura, di accilenti inattesi, per difesa mia e loro, e non ho trovato cosa migliore per mia difesa del trattarli da liberale e la generoso. Ho provato in tutti i modi a procacciarmi ricchezze; ma non ho trovato uom più ricco di chi si conlenta del suo stato. Ho profuso tesori in elemosine, ma Italo Pizzi — Fiori d’Ortente 23<noinclude></noinclude> hvr9usz9avk887wpqjfyxhfaipxbzft Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/370 108 1031838 3901319 2026-09-18T12:54:07Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901319 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 354 —|}}</noinclude>‘ — 354— non ho trovato elemosina più proficua del ricondur sulla diritta via chi è nell’errore. Ho provato la solitudine, lo Stare in paese straniero, l’abbandono degli uomini; ma non ho trovato cosa più misera del dover tollerare un vicino cattivo. Ho elevato edificî sontuosi e palazzi per procacciarmi gloria e potenza e per esser poi ricordato dagli uomini, e non ho veduto più nobile gloria del beneficare altrui. Mi son vestito di vesti pompose, ma non ho avuto mai ornamento che fosse simile a quello del buon costume. Ho cercato qual fosse la cosa più bella che si trovasse negli uomini, e non ho veduto cosa più bella della bontà. (dall’arabo di Al-Turtàshi). 8. Consolazione della filosofia. Sdegnatosi un giorno Kisra (1) contro Buzurcimihr, lo fe’ chiudere in un carcere oscuro e volle che fosse legato con catene di ferro. Il savio rimase 1a alquanti giorni in quello stato finchè il re mandò gente che l’interrogasse del come si stesse. Lo trovaron tutto contento, fiducioso e sicuro di sé, sì che gli domandarono: Tu sei in tanta angustia, e noi ti vediamo tutto lieto e contento dell’animo 2 IITAME son procacciato, rispose il savio, sei farmachi. F.itune una miscela, li ho trangugiati. Essi mi hanno posto nello stato d’animo in cui ora voi mi vedete. — E quelli: Noi ti preghiamo di farci conoscere cotesti farmachi acciocchè anche noi, toccandoci la sventura, possiamo averne giovamento. Volentieri, rispose Buzurcimibr. Il primo farmaco è la fiducia in Dio possente e glorioso. Il secondo è il pensiero che non accade nulla che Iddio non voglia. Il terzo, che la pazienza è il miglior rimedio che possa adoperarsi da chi è nella sventura. Il quarto è che, ove io non pazientassi, che farei? Non mi aiuterei certamente col turbarmi (1) Cioè Chosroe il grande re di Persia, Vedi la prima nota al passo che precede.<noinclude></noinclude> qz69yqfm8j6hgol1su1usqjm59s8747 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/371 108 1031839 3901320 2026-09-18T12:54:12Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901320 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 355 —|}}</noinclude> e con l’irritarmi! Il quinto è la considerazione che ci sono malanni assai maggiori di quelli in cui ora io mi trovo. |] sesto che, da un momento all’altro, all’angustia preente può succedere la gioia. Questa risposta fu riferita a Kisra il quale restituì il invio in libertà e gli fece molto onore. (dall’arabo di Beha al-din). 9. Parole di Nizàr morente ai suoi figli. Quando fu giunto per Nizàr (1) il tempo di partir da |uesto mondo per tramutarsi nell’altra vita, volle che gli venissero innanzi i suoi quattro figli. Come gli vide tutti prosenti, disse loro: Sappiate, figli miei, ch'io sto per partirmi da voi per andarmene all’altra vita. Io non vi ho fatti venir qui da me se non per impartirvi l’ultimo mio insegnamento. Tenetevi adunque a mente ciò che ora vi dirò, e non trasgredite mai il precetto mio. Avrete lanno e malanno se lo trasgredirete. — Dissero i giovani: (Quale è il fuo precetto, o padre? |] precetto mio, rispose, è questo, che chi è minore, onori sempre chi gli è maggiore. Guardatevi, figli miei, «lalla superbia, perchè essa è la perdizione dell’uom suporbo e orgoglioso. Nessuno s'è mai dato alla superbia che non sia poi anche perito, incamminato per una via ehe non è la diritta. (iuardatevi, figli miei, dall’invidia, perché l'invidia, col guastar gli umori, toglie che il mostro corpo si alimonti a dovere e l’indebolisce. L’invidioso non ebbe mai iignoria o impero, e non muore che nella tristezza. (iuardatevi dalla cupidigia, perchè essa getta chi l’ha nella sventura e nell’affanno, mentre il contentarsi del proprio stato è ricchezza vera. (iuardatevi, figli miei, dall’avarizia; perchè l’avarizin allontana da Dio e dalla gente, mentre quel tale, (1) Vedi, per questo personaggio, una nota al n. 14 del libro IL<noinclude></noinclude> 0sp6istdzdmzxh911c9vajbt17ih8e2 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/372 108 1031840 3901321 2026-09-18T12:54:17Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901321 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 356 —|}}</noinclude>ata presso cui le ricchezze non hanno pregio, ha buono stato, e la parola sua è ascoltata e obbedita. Aiutate il prossimo, figli miei, col dar di che mangiare agli altri; mostratevi dolci e affabili quanto più potete, salutate chiunque, e pregate la notte mentre gli altri si stanno a dormire. Guardatevi, figli miei, dall’ozio, perchè l’ozio lascia in eredità l’indifferenza per tutto e il non riuscire in nulla. Guardatevi, figli miei, dall’ira, perchè lira si lascia a dietro il corruceio in chi n’è offeso, mentre un volto gioviale e affabile si lascia a dietro l’amore che è miLS: gliore dell’ospitalità data per dovere o per convenienza. Merita d’essere amato quel tale di cui è dolce la parola! Non trasgredite, figliuoli miei, il precetto mio, e sap} Piate ch'io ho Spartito fra voi in parte uguali gli averi miei, e che ho notato in questo libro mio la parte che tocca a ciascun di voi. Quando poi m’avrete deposto dentro la fossa, quando vi sarà tolto di veder più oltre la persona mia, quando saranno qui convenuti gli Arabi per il mio funerale, imbandite loro un banchetto scan| nando de’ miei bestiami. Quando poi essi saranno partiti da voi e andati ciascuno per la sua via, comportatevi seI condo il libro mio e i miei precetti. E non lasciate che si desti tra voi la discordia. ATRIA (dall’arabo di Al-Asmai). 10. Visita la tomba de’ tuoi genitori! Soffèermati all’avel che li raccoglie, Mi parrà d’esser teco allor che al loro Avel t’accosterai. Se tu fossi ove ei sono ed essi in vita Fossero ancor, verrebbero a vederti Traendosi carponi, e non sui loro Piedi, lA dove stai. I genitori tuoi visita, o figlio,<noinclude></noinclude> m8wblj53nkkep3syzh9pocbe8skqbhl Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/373 108 1031841 3901322 2026-09-18T12:54:22Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901322 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 357 —|}}</noinclude>= "S8R0 e Di niuna colpa verso te fàr rei l'er tutto il tempo che sempre un amante Mpirito essi infondean dell’alma loro Nell’alma che tu hai. Segno se in te vedean di qualche morbo, \l tuo lamento eran pensosi e mesti; Alta cagion d° affanno eran per loro ln tua doglia, i tuoi lai. Se un tuo gemito udian, se un tuo sospiro, l’er l'angoscia del cor calde le stille Sceorrean del pianto sulle guancie loro, Se tu il ricordi mai! Ma se vedeano in te traccia di requie, l’romettean d'ogni cosa farti un dono, i quante cose belle in mano a loro (‘apir poteano mai. :E tu dimenticasti il dover tuo li sera stessa che al riposo eterno luron portati. Nella casa loro ‘li se’acconciato e stai. Domani, o forse in più lontano tempo, Del ciel per immutabile decreto, Com'essi hanno raggiunto i padri loro, Tu li raggiungerai. E veramente allor, come dell’opre ba lor compiute s’ebber pentimento, Dell’opre tue non belle inverso a loro Tu ancor ti pentirai. Ma te beato se qualche opra bella Mandata innanzi avrai, se alcun di quelli Doveri tuoi che a lor ti fanno avvinto, Osservato t avrai! Obbedisci tu adunque al mio precetto (Già ne fosti ammonito) e sì t’adopra Com’esso vuol. Dal tuo Signor, dal loro, Il perdon toccherai. (dall arabo di Muhammed al-Dakdagi).<noinclude></noinclude> d4lwvdvgej3l7lz187xn0cz2qvqp7ai Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/374 108 1031842 3901323 2026-09-18T12:54:28Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901323 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 358 —|}}</noinclude>I —_—mt onedlo,” eipeodio — 358— 11. Dialogo intorno alle diverse qualità dell’uomo. Si trovarono insieme un giorno, nel cospetto d’un re del Himyar (1), Amir ibn al-Zarb al-Advàni e HomaAma ibn Rafi al-Dausi (2). Il re disse loro: Non vogliate disputare senza ch'io intenda ciò che vorrete dire. Domandò allora Amir a Homaàma: Dove ti piace che siano collocati i benefizî e i favori tuoi? — Rispose Homama: Presso l’uomo d’umile grado, e presso l’amico generoso; presso il povero oppresso dai debiti, e presso il disgraziato che è buono e mansueto. Qual è l’uomo più degno d’essere disprezzato? — Il povero arrogante, l’indigente petulante, il ricco parolaio e millantatore. Qual è l’uomo che più merita d’essere allontanato e respinto? — L'uomo cupido e ingrato, l’invidioso che contesta ogni merito altrui, chi ha i denari e differisce il pagare i debiti. Qual è l’uomo più abile e destro in tutte le faccende sue? — Quei che ringrazia quando è donato, che scusa quando un dono gli è negato, che pazienta quando chi gli ha promesso differisce, che si ricorda dell’obbligo suo anche quand’è antico. Qual è l’uomo più generoso in compagnia? — Quello che, quand’è avvicinato, dona, che, quand’è offeso, perdona, che è largo del suo anche quando è in angustia. Qual è l’uomo più spregevole? — Quello che è abietto quando chiede, che ricusa quand’è richiesto, che quando ha ottenuto, non vorrebbe che altri ottenesse. Il suo esteriore è tutto una cupidigia, il suo interiore è tutto una bruttura. Qual è l’uomo più glorioso? — Quello che perdona quand'è vincitore, che si comporta e si governa bene (1) Regione dell'Arabia Meridionale, sede di antica civiltà, (2) Amir, uno dei savî d’Arabia, del tempo di poco anteriore a Maometto (VI sec. d. C.). HomAma, anch'egli uomo di gran senno, in età avanzata si fece musulmano e fu uno dei primi compagni del P ofeta.<noinclude></noinclude> nb23ur32uloj02xrpnk9oar93u1ip2v Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/375 108 1031843 3901324 2026-09-18T12:54:33Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901324 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 359 —|}}</noinclude> lupo un trionfo o un successo, che non si lascia guastare i\nll'obbrezza della vittoria. (Qual è l’uomo più coraggioso? — Quello che di sua nano afferra i leoni per la cervice, che guarda fermamonte alle conseguenze di ciò che fa, che si getta dietro spalle ogni paura. (Qual è l’uomo più temerario? — Quello che sfida i poricoli senza necessità, che si getta senza ‘esperienza nolle imprese rischiose, che si affretta a far di tutto senza \vorne il potere e la pratica. Qual è l’uomo più eloquente? — Quello che sempli\len con parole piane e chiare un concetto astruso, che congiunge una, giuntura prima di doverla recidere (1). Chi è che vive meglio d’ogni altro? — Chi si adorna ilell’astenersi da ogni cosa illecita, e si contenta di quanto gli basta, e converte in cosa non temibile ciò di cui vpli teme. Qual è l’uomo più misero? — Quello che ha invidia ill bene altrui, che si lagna della sua parte quando si linmno le divisioni, che si duole di cosa obbligatoria e inevitabile. Qual è l’uomo più rieco? — Chi rifugge dal dispeinrsi, ed è cortese e generoso Verso tutti, e stima bastevole il poco che ha, e non si lagna della parte che gli tocca nella divisione. Qual è l’uomo più sapiente? — Quello che tace € tiene a mente, che osserva e acquista esperienza, che riceve il consiglio e l’avvertimento altrui. Qual è l’uomo più ignorante? — Quello che stima In sopraffazione essere un guadagno e la tolleranza una perdita. (dall'arabo di Ibn Abdirabbihi). (1) Nel senso che, con l'eloquenza sua, accomoda liti,scioglie queabioni, riconcilia avversarî, evitando ire, danni e sperperi.<noinclude></noinclude> 27tswiaddnkwz0xd84v7rs2glhlz0wo Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/376 108 1031844 3901325 2026-09-18T12:54:38Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901325 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 360 —|}}</noinclude>Èe — 360— 12, Grave responsabilità dei sovrani davanti a Dio, Bisogna che i sovrani soddisfacciano in tutti i loro obblighi e doveri a Iddio altissimo, e la soddisfazione di Dio (che il suo nome sia glorificato!) consiste nel beneficare i sudditi. Le opere di giustizia ch’essi avranno Sparse fra la gente, loro basteranno per soddisfarlo. Quando poi i voti di tutto un popolo sono bellamente compiuti, quel regno si può dire solidamente costituito; esso ogni giorno si amplierà Sempre più, e il principe che lo g0verna, godrà degnamente del suo potere e della sua sorte, avrà buon nome in questa vita, avrà salute eterna nell’altra, e il conto suo con Dio sarà agevole e facile assai, perchè è stato sentenziato che un re può sostenersi anche se empio, ma non può sostenersi quand’ è oppressore e ingiusto. Tra le notizie del passato, trovasi anche la seguente: Quando Yùsuf (che a lui sia la pace! (1) stava per andarsene da questa vita, ordinò di essere sepolto presso l’avolo suo Ibràhîm (2), Ma, nel momento appunto in cui la sua bara era trasportata dentro il recinto del sepolero d’Ibràhîm, l’angelo Gibraîl (3) sopravvenne all’improvviso e disse: Non è questo il suo luogo, perchè egli deve ancora render ragione a Dio, nel giorno della risurrezione dei morti, del potere di re ch'egli ha esercitato. — Se tale fu il caso di Yasuf, pensa tu e considera, o signore (4), quale dev'essere il caso di tutti gli altri sovrani! Fra le tradizioni che concernono il Profeta (5), si trova detto che, nel giorno della risurrezione, saranno menati nel cospetto di Dio tutti quegli uomini che ebbero autorità e potere di comando sugli altri. Avranno le mani (1) Giuseppe figlio di Giacobbe. (2) Il patriarca Abramo, nonno di Giacobbe, (3) L’arcangelo Gabriele. (4) Il principe Melik-ShAh della casa dei Selgiùàgidi (1077-1092 a. (05) a cui è indirizzato il presente scritto. (5) Detti e sentenze e giadizî che la tradizione musulmana attribuisce a Maometto, e che non si trovano nel Corano,<noinclude></noinclude> mksqeiog2w0mikb6su0v31yq14pthws Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/377 108 1031845 3901326 2026-09-18T12:54:43Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901326 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 361 —|}}</noinclude> legate dietro la cervice. Quello fra di loro che sarà stato giusto, per questa sua giustizia avrà disciolte le mani e andrà in Paradiso. Se sarà stato ingiusto e tiranno, sarà precipitato nell’Inferno con le mani così legate. Un'altra tradizione dice che, nel giorno della risurrezione, sarà domandato stretto conto da Dio a tutti quelli che avranno avuto autorità di comando sui sudditi, sugli ufficiali di palazzo, sui loro sottoposti. Anche un pecoraio che avrà guardato le pecore, dovrà rispondere. Raccontano che Abdallah figliuolo di Omar ibn AlKhattàb (che Iddio sia contento d’ambedue!), nel momento che esso Omar stava per morire, gli domandò: Quando ti rivedrò, padre mio? — Nell’altro mondo! rispose. Ma io desidero di rivederti più presto! ripigliò Abdallàh, e Omar: Allora, mi vedrai in sogno questa notte, ovvero la notte dopo questa, o tutt'al più la terza. Passarono dodici anni, nè Abdallàh rivide mai più in sogno suo padre. Al termine di quei dodici anni, rivedutolo in sogno, gli domandò: Padre mio, non m’avevi tu detto ch'io t'avrei riveduto dopo tre notti? — Io ero occupato, rispose Omar, in ben altra faccenda! Nel territorio di Bagdad s'era guastato un ponte. Gli ufficiali miei non se ne son dati mai pensiero. Una pecora passò, un giorno, su quel ponte. Le si cacciò un piede in una fessura, e quel piede le si è rotto. Io, fino a questo momento, sono stato occupato a render conto di questo fatto (1). Veramente adunque sappia il signor del mondo (che Iddio renda duraturo il suo regno!) (2) che, in quel giorno terribile del giudizio di Dio, gli sarà domandata ragione di tutte le creature che ora sottostanno al comando suo, e che, se vorrà mandar qualche altro in sua vece, quello non sarà ascoltato. Poichè le cose stanno così, bisogna che il re non abbandoni ad alcun altro questa curae non (1) Intorno a questo grande personaggio, vedi il n. 2 del libro I e il Registro dei nomi alla fine del volume. (2) Lo stesso principe Melik-shàh, su cui vedi una nota antecedente che poi ricompensò il suo maestro facendolo pugnalare. Vedi: Nizam ale Mulk nel Registro deù nomi in fine del volume.<noinclude></noinclude> 3s29natzk1hhhyw6fg9k4lb7eo92uzm Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/378 108 1031846 3901327 2026-09-18T12:54:48Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901327 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 362 —|}}</noinclude> si mostri negligente o pigro nelle faccende sue e nel g0verno dei sudditi. Finchè potrà, faccia egli di conoscere le lor cose secrete e le manifeste, tolga il potere a chi troppo allunga le mani, e freni ogni soperchieria di prepotenti, acciocchè la fortuna sua e la sua potestà di re colgano, col consentimento di Dio unico, ogni sorta di benedizioni. (dal persiano di Nizam al-Mutk). 13. Vanità delle cose umane. Figlio d’Adamo, l’origine tua viene dalla terra come quella d’un vaso d’argilla. Eppure stanno in te tanto orgoglio e tanta superbia quali punto non ti si addicono; e cotesto, ora per tuo padre e per i tuoi avi, ora perla tua potenza e la fortuna tua! Non sarebbe meglio per fe che tu non volgessi sdegnoso il volto in altra parte, e che non ti gloriassi de’ tuoi antenati? Osserva, amico, donde ti verrà il veicolo tuo, e dove, un giorno, sarai trasportato! (1). Discendi adunque dalla tua alterigia e lascia andare qualcuna delle tue fantasie! Persona dritta e rigida come una colonna, narici gonfie d’orgoglio, camminar fastoso dimenando i fianchi, cappa lunga strascicata per terra, ecco i segni di tale che non sa se lo strascinare il lembo delle vesti sul suolo è opera degna di mercede, o va posta tra i peccati. Veramente, strascicar di lembi sulla terra è fra le colpe maggiori! (2). O scimunito, di cui ogrri simile è il più maledetto da Dio, dimmi, disgraziato, per quanto tempo ancora coprirai tu la terra col lembo del tuo mantello? Ma, fra poco, essa ti coprirà con le sue glebe, ammontiechierà su te i suoi fardelli, peserà su di te più che tu non hai pesato su di essa, e ti farà portare il doppio di ciò che tu le hai fatto portare. (1) Allusione alla bara e alla sepoltura. (8) Secondo una tradizione, Maometto ha sentenziato: « Veste soverchiamente lunga arde nel fuoco dell'Inferno ».<noinclude></noinclude> 2a1euhx6t919c7yzpuldk6gnvmdt3i4 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/379 108 1031847 3901328 2026-09-18T12:54:54Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901328 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 363 —|}}</noinclude> O figlinolo di mio padre e di mia madre, suvvia! raccontaci dei padri nostri e delle nostre madri. Parlaci degli uomini della tribù nostra, dei generosi amici nostri v dei vicini, dei vicini che erano di paese straniero, @ di quelli le cui tende toccavano con le lor corde le corde delle nostre; parlaci di quelli presso le ginocchia dei quali noi stavamo accoccolati (1), coi quali già gareggiammo nell’alleviare i reciproci affanni; di quelli che ci beneficarono 6 che noi beneficammo, dei quali l’esperienza ci aiutò come noi li aiutammo della nostra. — Ecco! Chi un giorno li ha tratti all’esistenza, ha decretato che sparissero dal mondo, Le lor case ne son rimaste vuote come se non le avessero abitate mai. Quelle loro abitazioni son bene un ammonimento se si rinvenisse qualcuno che si lasciasse ammonire, un risveglio dal torpore se si trovasse qualcuno che potesse essere risvegliato! (dall'arabo di Al-Zamakhshari). 14, Condanna della filosofia scettica e panteistica, Guàrdati dall’occuparti delle eclissi del sole e delle eclissi della luna, e non porgere ascolto a cotesti filosofi che non si peritano di dir mille stolidezze e di elevarsi in ragionamenti sublimi per poi precipitarne tutti umiliati e confusi! La lor celebrità dovuta al loro ciarlar presuntuoso li ha sviati e menati al di la d’ogni dritto ‘ammino. Sono indovini che predicono altrui la sorte in piazza; sono spacciatori di fandonie! Si vantano d’esser dotti in astronomia, sono perfetti ai loro proprî occhi; ma, dinanzi a Dio, son riprovati, condannati da lui al fuoco eterno. Asseriscono d’essere sapienti e sagaci, mentre ha più senno di loro un vecchio caprone. Che puoi tu aspettarti, da chi si pompeggia nella sua filosofia, in tante sue sottigliezze e quisquiglie? Come potrà venire alcun (1) Così soglion sedere gli Arabi, all'ombra, per ciarlare e conversare. Si badi, però, che l'Autore era tutt'altro che arabo. Era persiano, ma infatuato degli Arabi e delle loro cose.<noinclude></noinclude> i1bngblzu4i3gyqdu60af029qhxk0un Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/380 108 1031848 3901330 2026-09-18T12:54:59Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901330 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 364 —|}}</noinclude>nsr mioa ASA che di consistente e di solido da chi afferma che la natura è Dio? Ma, intanto, l’Empietà va gridando a costui: Benvenuto, rampollo mio! — e Satana gli dice: Come sei Stato fortunato, figliolo mio! (dall’arabo di Al-Zamakhshari). 15. Egoismo e durezza di cuore. Se ti si domandasse: « Ti piacerebbe aver bella perSona, leggiadra come un idolo, snella come un agile arbusto? carnagione candida e liscia, guance rosate, denti ben fatti? taglio della persona ben conformato, occhi abbelliti dal collirio (1), voce gradevole? Ti piacerebbe aver per sostegno le braccia, che non piegano nè si stancano, dei tuoi figli e dei figli dei figli tuoi? aver monete d’oro e piantagioni di palme ordinate in fila? aver cammelle della razza di Arhab (2) e cavalli smilzi eveloci? » — tu certamente risponderesti:. « Oh! tutto ciò farebbe pieno ogni mio desiderio! » — e giubileresti come, dopo la carestia, giubila il lavorator dei campi al sopravvenir d’una pioggia copiosa. Ma se invece ti si presenta una delle tante maniere di far del bene, ti vai schermendo; ovvero, se ti s’indica una delle tante vie di mostrarti generoso e benefico, ti fingi ammalato. Se ti si vuol recitare qualche versetto del libro di Dio (3), o vai tergiversando o te ne vai lontano. Se si vuol render grazie a Dio dei benefizî ricevuti, ti mostri seonoscente e restio. La natura tua ha per fondamento l’amor delle cose di quaggiù, e la radice tua è piantata nella cupidigia tua per esse, Ciò che si dice e narra del mondo, è il più bel Soggetto di discorso per te, e se ne desta in te un desiderio vivo; ma il parlarti (1) È noto il molto uso che si fa in Oriente, per render più neri e lucenti gli occhi, del collirio. (2) La famiglia dei Benî Arhab, nell’Arabia meridionale, vantavasi d’ vere la biù bella razza di cammelle, (8) Cioè del Corano.<noinclude></noinclude> 1k3mbafs0r3ms4c6balliv1zyugiur4 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/381 108 1031849 3901331 2026-09-18T12:55:04Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901331 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 365 —|}}</noinclude> della vita futura, è quanto più ti dispiace, e gli orecchi tuoi si ricusano di udire. Pare che n’esca una punta di lancia che ti trafigga nel petto! (dall’arabo di Al-Zamakhshari). 16. Improntitudine di ricchi e di poveri. Un ricco che sia scarso nel donare, e, un povero che insista nel domandare, sono simili, quando s'incontrano, a due rupi dure che si urtano, a due schiere di donne maritate ad un sol uomo (1) che si accapigliano. Quello si tien duro, sordido, nega ogni soccorso; gli sta sulle labbra, contro il povero, un fischio di vipera. Quest’altro è importuno, è insistente, assedia il ricco, lo secca, si picchia ambe le guancie come i lavandai picchiano i panni coi loro magli. Se gli si fa l’elemosina, ne giubila, ne ha ridente il volto, fa mille riverenze, mille carezze. Se gli si nega, sembra voglia strozzar per la gola il ricco e lapidarlo. (dall’arabo di Al-Zamakhshari). 17. Insaziabilità. O servitor dell’oro e dell’argento, quando mai ti farai libero da questa tua schiavitù? O prigioniero della cupidigia e dell’avidità, quando ti scioglierai da questa tua prigionia? Oimè! non vi sarà riscatto per te, se prima non t'impegni a riscattar la religione tua che tu hai calpestata, se prima non t'obblighi a redimere gli atti di pietà che indegnamente hai fatti! Che è cotesta avidità, o tu, cui un tozzo di pane dovrebbe saziare? e che è cotesto affannarsi, 0 tu, cui una sorsata dovrebbe abbeverare? Oh! domani saprai tu, quando ti sarai pentito, che nulla ti rimane di veramente tuo fuor delle azioni da te fatte in antecedenza! Quando t° incontrerai nella morte, oh! non ti gioveranno nè le ricchezze nè l’aver (1) Secondo la poligamia musulmana.<noinclude></noinclude> qc2nkxjp7m0hgqjne797b0n0dphevg9 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/382 108 1031850 3901332 2026-09-18T12:55:09Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901332 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 366 —|}}</noinclude> figliuoli! Che farà de’ suoi cumuli d’oro, ben pesati, chi Si troverà là a passar sul ponte? (1). Come potrà sperare d'aver gioia e buono stato chi è disceso all’ombra di questi alberi alti? (2). (dall'arabo di Al-Zamakhshari). 18. Condanna del motteggiare. Uom savio e prudente è colui che non cessa dall’essere grave e serio, e non scivola nella leggerezza; e uom sensato è colui, in cui il motteggiare non alligna. Come potrebbe essere e prudente e savio l’uomo che motteggia? Oimè! la distanza è ben grande! Ti basti che il motteggiare è il rovescio dell’esser savio e prudente, e che l’esser savio e prudente è il rovescio del motteggiare (3). Molte volte una tua parola ti può sommergere nel peccato e nella colpa e riversarne una piena sul fratello tuo. S'egli è uom libero, gli semina l’odio nel seno; e s’egli è uno schiavo, gli toglie dalle viscere il rispetto e il timore. Tu dirai: « È uno scherzo »; ma era pure in tua facoltà il non dir quella parola nemmeno per ischerzo! Se tu sapessi, disgraziato motteggiatore, quanto male si contiene nel tuo motteggiare, obbediresti, con l’abbandonarlo, a chi te ne vuole impedire, e. per esso non metteresti mai più in moto l’ugola. Ti piace, perche tu scherzi con la gente e la fai ridere, e non t'avvedi ch’essa, per ciò appunto, ti vitupera, perche (1) Il ponte su cui, secondo i Musulmani, devono passare le anime dei morti. L'idea è di originé persiana, anzi zoroastriana. (2) Per dire, forse, chi ha troppo goduto del mondo. Il passo è oscuro. Questi alberi, detti sarRal nel testo, sono molto alti e di ombra piacevole, perchè folti e ramosi, (8) La ripetizione a rovescio della sentenza, che in italiano sembra inutile, 6 fondata sopra un giuoco di due parole: hazm e mazah, che in arabo significano, rispettivamente, esser serio e prudente, e motteggiare, scherzare. Ciascuna delle due parole, letta a rovescio, rende l’altra (preseindendo dalle vocali che, secondo l’uso dell’alfabeto arabo, non si scrivono quasi mai).<noinclude></noinclude> 85zb9uawp1x9erhpf09up8yhcwdhqti Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/383 108 1031851 3901333 2026-09-18T12:55:15Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901333 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 367 —|}}</noinclude> ben sa, se tu puoi intendere, che tu sei quel tal vecchio il) cui si ride per le cose che va dicendo. Oh! non è nleun dubbio in tutto cotesto! È una delle qualità degli iupidi. (dall'arabo di Al-Zamakhshari). 19. Qualità perfette dell’uom generoso. la prima cosa che raccomandano gli uomini che iliunno vicini a Dio, e che consigliano quelli che sono wcovri di colpa, e la via più dritta per cui ha camminato ogni personaggio più illustre, e il più bell’ornamento di cui s'è ornato ogni uomo più assennato, è l'ammantarsi del timor di Dio, è il pazientare, senza inuover lamento, nella prova dolorosa della sventura. jin tolleranza e la sofferenza sono le stazioni dei forti, vu lan pazienza è il costume di chi è veramente uomo. Quante volte chi troppo corse si sviò dalla via diritta, montre chi si arrestò a tempo giunse alla meta! Non sarà mai di quelli che son più vicini a Dio, quel tale di cui lè azioni son luride come lembo di veste imbrattata. Or Im modera e tempera il fervor del vino della tua natura von l'onda del contentamento nel volere di Dio, e stringi il cingolo della ragione tua col vincolo del timor di lui. l'intelletto, come Yùsuf, tiene lo sguardo volto alle conieguonze ultime, mentre la passione, come Zalîkha, adoechin e accenna al momento presente (1). Ma la ragione Intellottiva rimenò Yùsuf alla dritta via, e la passione naturale si portò via Zalîkha. lo non ti dirò di svellere da per te il germoglio della natura dal terreno dell’essere tuo, chè ciò non è possihile, Il cuore è la natura dell’uomo! Ben ti dirò invece che, se durerai nel combattere le passioni tue, troverai ()) Yoùsuf (cioè Giuseppe figlio di Giacobbe) è il simbolo, per î Musulmani, spocialmente mistici, della beltà divina, beltà intellettiva, a cul anpira Zalîlha (la moglie di Putifarre) invaghita di lui, simbolo delLanimna umana, dominata dalla passione dell'amore. vilermaeni<noinclude></noinclude> h2kvseat76hrkwdu7pq7qsyclqz4gm1 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/384 108 1031852 3901334 2026-09-18T12:55:20Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901334 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 368 —|}}</noinclude>; — 368— chi ti aiuta. Ogniqualvolta spunterà in te uno dei tanti germi della passione, schiantalo di tutta forza. Che se si ottunde o smussa l’arma con cui tu tagli, aguzzala finchè luecichi. Diceva già un savio: « È proprio della saviezza e della prudenza dell’uomo il non cercare d’ingannare alcuno, e della perfezione dell’intelletto suo il far sì che nessuno l’inganni ». Tu non potrai conseguire nemmeno una parte di ciò che desideri e ami, se non col pazientare in molta parte di cose che tu non desideri e non gradisci. Chi è certo della ricompensa d’un giorno, non opera mai male. L'uomo più scemo d’intelletto è quello che opprime chi gli è inferiore, e l’uomo più misericordioso e incline al perdonare è quello che ha maggior potere di punire e non punisce. Non trascorre il tempo sopra alcuna cosa che altresì non l’alteri. Il più bel dono è quel ch’è fatto subito, a principio; e niuna cosa è più presta della soperchieria a cancellare il beneficio. Dell’ora il trapassar rode i mortali. Nulla riman di quanto un di cagione Fu lor d’inganni, dignità ed onori, Dignità d’ufficiali. Quante opre belle ad imo son discese Per un error fatale! Oh del mutarsi D'ogni cosa quaggiti v’'ha pur cagione, Donde le mosse ha prese! La ragione è un ministro che da buoni consigli; la ricchezza è un ospite che presto se ne va; la vita è un fantasma della immaginazione. L’umiltà è una delle arti con cui il nobile si cattiva gli animi, e l'invidia è come la ruggine che s’attacca al ferro. Non se ne toglie finchè non l’ha tutto consumato. I giorni sono le pagine dell’età che passa. Chi sta col tempo (1), ne vede le gran meraviglie, e chi ha in sorte lunga vita, va man mano perdendo gli amici. (1) Gioè chi, per lunghi anni, sta contemplando le sorti e le vicende umane,<noinclude></noinclude> 9u4kaux5oomymf3leeo6uasu731a7ts Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/385 108 1031853 3901335 2026-09-18T12:55:25Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901335 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 369 —|}}</noinclude> S'armi di pazienza per la perdita Dei dolei amici suoi chi desia vivere. Lunga lunga la vita; Ma proverà ciò che ai nemici suoi Solo augurar vorria (1), quei che lunghezza Di giorni ebbe sortita. (‘hi si ritira dalla compagnia degli uomini, ne va lnneo e sicuro. Il volger della sorte ha due sapori: il ilulee è l'amaro, e il volger dei giorni è di due maniere: in larghezza e in angustia. Ma uomo felice è colui che, ilell'anima, è disposto a tutto, e prende esperienza dal Impasso del giorno di ieri. Intanto, l’obbedienza ai devheti di Dio è una gran difesa, e il contentarsi del prolo stato è cagion di onore e di gloria. L'uomo più urfetto è colui che soggioga gli altri con le sue virtù elle, e il più ignorante é quello che cerca ciò che non | può conseguire. Se vuoi che alcuno, anche se hai.tu gran possa, ‘ll nieghi obbedienza, Uosa gl'ingiungi ch'egli far non possa. ll appropriarsi alte e nobili doti è possibile soltanto vol lollerar molte fatiche. Lasciami! toccherò punto d’altezza Che altri non toccò mai. esso, nel faticar, v'è agevolezza; Nel spregiarlo, gran guai (2). ran cose di toccar tu metti pegno Senza malanni e stenti. Il miele per aver, sfidar lo sdegno D'api vuolsi pungenti. (hi si pensa che la vicenda dei giorni debba sempre Inuelnrlo vivere in pace, è un pazzo. Chi si preoccupa ilel idunar riechezze, è un malato di malinconia. Chi sl lascin ingannare dalla lode degli uomini, è un fatuo. (1) Uioòè estrema tristezza e indicibile affanno. (ti) Nel senso, se ho bene inteso che, quando vi si pone studio e Intiun, ni può giungere ad un alto grado. Invece, da creder facile raggiunsero, narco appunto la difficoltà del raggiungerla. lialo Diaz — Miori d'Oriente 24<noinclude></noinclude> 4ab9aehg7gtdrpi03x6xx13psazwjbq Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/386 108 1031854 3901336 2026-09-18T12:55:30Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901336 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 370 —|}}</noinclude> Quei che si cerca la vita uigliore, Non avrà pace in sua malinconia Per questo mondo troppo ingannatore, Se viver vuoi felice, ove tu sia In questo o quello stato, altro nel core Non dir fuor che un peggior ti sradiria, Un altro poeta diceva: Per la mia vita! la storia degli uomini È fantasia, E fia dispetto ciò che illustre e nobile Esser vorria! A chi si pensa che fortuna è stabile Nelle promesse, Di’ che fortuna suol tradire immemore Ciò che promesse. Se mai ciò ch'è fortuna, conoscessero Quaggiù i viventi, Fino al termin de’ giorni si starebbero Guardinghi e attenti. Ma sotto a un vel celati dell’ Altissimo I fati stanno, E, innanzi a lor, mente e pensier degli uomini Confusi vanno. Finchè un tale non scusa Sè stesso di ciò che di non bello ha fatto, non gli è più lecito biasimare altrui di quella stessa colpa. L'uom tristo si dimentica de’ suoi, Ma propala il difetto del fratello S'anche la gente l’ignorava. Oh! biasmo Non farebbe d’altrui se mente avesse, Tanti in lui son difetti, e diria certo Che bastangli que’ suoi se li vedesse, Chi desidera il. eruccio e la pena de’ suoi nemici, brocuri di crescere in onore e in nobiltà di carattere. Col saper, con la forza e la pietà, Vinci il nemico tuo. Vinci te stesso Con le stesse virtù. L'uom di valore | Meglio due cose non congiungerà Se non quando congiunge a sapienza La pietà ch'è dovuta al suo Signore,<noinclude></noinclude> 1conoth9qjqi75l2rnhhprum2geeolb Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/387 108 1031855 3901337 2026-09-18T12:55:36Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901337 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 371 —|}}</noinclude>Segre Abî ‘L-Asvad al-Duali (1) diceva: Ornamento a chi l'ha, nobile fregio, È sapienza, e tu dei molti rami In che si parte, e d'ogni studio ameno, Fa, se guidato sei (2), ricerca attorno. Quanti son prenci valorosi e forti, I cui padri, per nobil discendenza, Eran di genti a capo! Essi da tergo, Dopo quelli, or sen vanno, E quanti sono Che nacquer servi, d’umili parenti, E per istudio e per dottrina eletta, A grado eccelso, a dignità d’uffici Assorsero! Tesoro e provianda Che andar non può consunta, è sapienza, Bella compagna inver se in un amico Degno s’incontri! Accumulò ricchezze Questi intanto, ma poi ne sarà privo, E fra breve! e n'avrà doglia e disprezzo E rapina con esso. Invidiato Sarà invece colui che tesoreggia Di sapienza. Perdita o rapina Ri non ne teme. O tu, di sapienza Raccoglitor, felice quel tesoro Che t'accumuli! Perle preziose, Oro non stimi tu quant’esso estimi! Quando qualcuno ti ringrazia senza che da parte tua ibbia preceduto alcun benefizio, fa tu di avverare la spetinza sua. Così ne avrai condotto a fine l’opera. Si riconoscon fatui quei discorsi che S'aggirano intorno a sog Kotti che non valgon nulla, e fatue quelle risposte per vose intorno a cui nulla si domanda. Il turbarsi nella \vontura è un’altra sventura. Chi si sente bene in salute, il guardi dal lasciarsi indebolire abusandone, e chi si :lispiace del biasimo altrui, si sforzi a toccare nobile meta. Si eleva la sorte di quel tale che s’attiene alla (1) l’oeta assai mediocre, come anche si vedrà dai versi che seguono, {lui primi tempi dell’Islamismo. Fu amico e partigiano di Alì genero del l'rofeta. Morì di peste nel 688 d. C. Secondo altri, al tempo del Califfo Umane IX (717-720 d. C.) (?) Nel senso musulmano, cioè guidato dalla fede.<noinclude></noinclude> hwy85iu1cf1ko8ivpiycpw8bhvlfkz9 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/388 108 1031856 3901338 2026-09-18T12:55:41Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901338 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 372 —|}}</noinclude>Led” ti Tad fg|Leddelee nie nani e Kiara. atea s>Èbi religione, e divien perfetta la gloria di colui che mirs sempre alla verità. Chi si rallegra dei doni che riceve, è soggetto a turbarsi dei malanni che poi gl’ineolgono. Il destin mai non tiensi ad uno stato, E ben si vuol che ora ti mostri il viso, Or ti volga le spalle. Se ingrata cosa t’incontra per esso, Tu pazienza porta. A pazienza Il destin non è avvezzo. Chi cammina per la via della giustizia, tocca il fine de’ suoi desiderî. Il contentarsi del proprio stato è la sommità della riechezza, è il fondamento della pietà. Uomo intelligente è quello che sa trar profitto dalla indolenza del tempo e cogliere l’occasione opportuna. La cosa più dolce è conseguir ciò che si desidera, e la più amara il sopravvento del nemico. La volpe, nel momento della fortuna favorevole, vince il leone nel momento che la buona sorte gli ha voltato le spalle. Per custodirti Se ti riguarda Con gli occhi suoi La Provvidenza, Dormi, chè ogni timore è sicurtà. Della Fenice (1° Vanne aifar preda; Essa n’è il laccio. E monta ai Gemini (2), Ch’essa le briglie per salir ti dà (3). La maldicenza è un fuoco, e il darle ascolto è un vituperio. L'origine sua si sta nella mancanza di pietà, ovvero nell’eccesso dell’ambizione. Un sapiente soleva dire: « Rinuncia alle passioni dell’animo tuo, perchè quando la passione vince la ragione, essa volta in opere ree le opere benefiche dell’uomo; converte in invidia la bontà;: (1) Detta dagli arabi al-Anga, uccello favoloso e irreperibile, come tutti sanno. (2; Figura dello Zodiaco che porta fortuna. (8) Nel senso che, con l’aiuto della Provvidenza, come Zola c'è da. temere, così si posson toccare mete difficilissime e quasi impossibili.<noinclude></noinclude> s1z05yhq41lwzjcnd80q4wsrpk3h8yf Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/389 108 1031857 3901339 2026-09-18T12:55:46Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901339 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 373 —|}}</noinclude> in ipocrisia, la pietà verso Dio; volge la generosità in ilissipazione, e il guadagno onesto in avarizia ». Di ragione è davver primo malanno Cupidigia. Ma quei, di cui la mente Cupidigia vincea, van sempre mai Liberi e scevri da ogni tristo danno. l’avidità è la chiave d’ogni abiettezza; l'invidiaè la chinve d’ogni odio; l’andar dietro ad ogni capriccio è la chinve del pentimento; l’insistenza nel pregare è la chiave lella misericordia; il contentarsi del proprio stato è la chiave della tranquillità dell’animo. Ma l’esperienza è ln specchio delle conseguenze delle azioni nostre. Diceva un sapiente: « Quando tu avrai beneficato leuno, guarda di tener celato il tuo beneficio; ma, quando I sarai stato beneficato, rendi grazie al benefattore. E non avvezzarti a non far nulla se non ciò per cui ti si noti nei registri la mercede, e di cui si lodi la fama quando il spanda attorno. Non far mai ciò che, al momento, ti può far del bene, ma del male in avvenire. Il più bello ilvi benefizî è l’aecorrere in aiuto degli afflitti e il chiuder wli occhi dinanzi ai difetti naturali dei grandi. Gli amici uno un'anima sola in corpi fra loro lontani. L'uomo più wellerato è quello a cui nessuno augura del bene, e alla cui sventura nessuno erede. L’uom di senno mette cura v ‘liligenza in ciò che fa, e lo stolido si affida soltanto ulln speranza sua. Perfezion di scienza consiste nel metorln in opera, e perfezion d’opera consiste nel non faribne gran conto da parte di chi la fa » (1). (dall’arabo di Al-Shubravi). (1) Parrà al lettore che questo e simili altri scritti moralizzatori vudano di palo in frasca, Può darsi. Ma e'è pure un nesso ben stretto fra l'una è l’altra proposizione, fra l’una e l’altra sentenza, e questo nesso è tnrno, cioè consiste nei giuochi infiniti di parole, nelle allitterazioni, nelle rime, onde tutto quanto il dettato è intessuto. Una chiama l’altra \ vox] di seguito. In una traduzione, non si può rifare simile artificio.<noinclude></noinclude> fy6vguvpy8w83j027p2tl04vgb34qun Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/390 108 1031858 3901340 2026-09-18T12:55:52Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901340 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 374 —|}}</noinclude>E:=nxo entra — 374— 20. Disputa intorno all'essenza dell'amore (1), Il primo che incominciò la disputa, fu Alì ibn AlHeytham che era della setta degl’Imami (2), e uno dei più celebri teologi Shiiti (3), il quale disse» L’amore, 0 Visir, è frutto di somiglianza e di conformità; è indizio di simpatia fra due anime. Procede dal gran mare della grazia divina, dalla sottigliezza e dalla purità dell’azione e della sostanza dell’Essere. AI suo propagarsi non è posto alcun limite, e quanto più esso cresce, tanto maggiore il danno del corpo. Il secondo a parlare fu Abù Malik che era del Hadhramaut (4), kharigita di setta (5), il quale disse: L'amore, o Visir, è un soffio magico, e si mantiene più celato e più ardente d’un carbone sotto la cenere. Non esiste se non per la congiunzione di due anime e per l’accoppiamento di due persone. S’insinua nel cuore umano come S'insinuano tra gl’interstizì dell’arena le stille che cadono da nuvole piovose. Regna sulle cose tutte; la mente dell’uomo si lascia guidar da lui, e ogni altra volontà gli cede, Terzo a parlare fu Muhammed ibn Al-Hodheyl, detto il Provveditore (6), filosofo razionalista, uno degli anziani della scuola di Bassora. O Visir, egli disse, l’amore pone come un suggello sugli occhi dell’uomo e ne segna l’ifnpronta sul cuore. S’insinua nell’essere di lui e ne compenetra il fegato (7). Chi n’è rimasto preso, ha le idee stravolte, i pensieri alterati. L'essere suo non è più quel (1) Questa disputa fu tenuta alla presenza di Yahya, della casa dei Barmekidi, primo Visir o ministro del Califfo Haràn al-Rashîd, (2) Setta che credeva che Iddio si fosse incarnato in più personaggi detti Imami o Pontefici (L'Istamismo, cap. V. $ 3) t (8) Cioè della setta dei partigiani di Alì genero del Profeta (L Ista= mismo, cap. V, 6 2). (4) Regione dell’Arabia meridionale, (5) Kharigiti, specie di fanatici, repubblicani e liberi pensatori dei primi secoli dell'Islamismo (L'Islamismo, cap. IV, $ 4). (6) Cioò un vivandiere dell’esercito. (7) Ritenuto sede dell'amore, anche dai Greci, come si vede da Ana» ereonte.<noinclude></noinclude> pj4bsxvtal0urd9xbeiq8bqjnjsdou5 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/391 108 1031859 3901341 2026-09-18T12:55:57Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901341 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 375 —|}}</noinclude> ill prima, integro, sereno; nè egli mantiene più ciò che lim promesso; nè lo risparmia sventura o malanno. L’alore è un sorso attinto alla fonte della morte, un gotto' tlempito all’abbeveratoio della desolazione. Con questo, nno procede da certo impulso generoso che è proprio della \ntura umana, e da certa leggiadria e bellezza delle qualità dell’animo, L’innamorato è prodigo, nè ascolta aleun vonsiglio di chi vuol farlo ravvedere, nè dà retta a chi vuol correggerlo. (Yuarto fu Hishàm ibn Al-Hakam della città di Kùfa, inziano degl’Imamiti di quel tempo, grande nell’arte sua il serittore, il quale disse: L'amore, o Visir, è un laccio vl il destino ha posto all'uomo e nel quale esso non nuol prendere che la gente che si mantiene d’animo semice e sincero nelle sventure. Quando l’innamorato è unluto in quelle reti, e s'è impigliato in quelle pieghe, è ben lontano dall’uscirne sano e salvo o dal liberarsene poditamente! L'amore non procede che da giusta bellezza ‘lella forma, da corrispondenza di natura, da simpatia lvl pensare e nel sentire. Nel fondo del fegato e nell’inlimo del cuor dell’uomo si sta, per «esso, la morte, ed inio lega la lingua anche la più eloquente, rende schiavo. inehe chi è sovrano, servitore chi è padrone, in modo ve costui si umilia anche al servo del servo suo. (Quinto a parlare fu Ibràhîm ibn Yassàr, filosofo ralonalista, uno dei capi della scuola di Bassora al suo aimpo. O Visir, egli disse, l’amore è un che di più sottile del miraggio (1), un che che s’insinua dentro il corpo nano più rapidamente del vino. Esso è come un’argilla ilelleatamente profumata, impastata in un vasello dalla Divinità stessa. È dolce a chi ne coglie il frutto finchè moderato;ma quando passa i limiti, si volge in mainno mortale, in malattia dannosa, che non riceve mediinn o rimedio per essere guarita. È come una nuvola nbbondante di pioggia ch’essa rovescia nel cuore umano, (1) In arabo sarab; che è quel fenomeno che noî chiamiamo Fata Morgana. A<noinclude></noinclude> hue1chbu7ybdpu8jjeavibshz82kp4q Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/392 108 1031860 3901342 2026-09-18T12:56:02Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901342 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 376 —|}}</noinclude>|: eneertAa —376— donde poi fa germogliare una passione ardente, e fut tificare un malanno dello Spirito, che è l’amore. Chi n'è preso, non ha più quiete, ha angusto e faticoso il respiro, è preso come da un morbo cronico, sempre immerso in lunghi pensieri. Quando la notte l’involge delle sue tenebre, veglia penosamente; quando splende su lui il giorno, è turbato e inquieto, Il suo digiuno è un’angoscia; il suo pasto è un supplizio. Il sesto fu Alì ibn Mansùr, che era della setta degli Imàmi e uno dei capi dei Shiiti, già discepolo di Hishàm or ora ricordato. O Visir, egli diceva, l’amore è una malattia leggiera sul principio che va poi sempre crescendo, Si insinua nell’anima e tutta la compenetra e vi si mescola. Entra in tutto il pensiero e lo soggioga tutto. Chi ne beve, non rinviene mai più dallo stordimento suo, @ chi n'è inebbriato, non se ne riscuote mai più. Nasce da certa relazione d’identità e di omogeneità nella conformazione e nella creazione prima degl’individui. Disse il settimo, che era Mutamir ibn Suleymàn, filosofo razionalista, uno degli anziani più eminenti della sua setta: L'amore, o Visir, è ciò che risulta da conformità di natura, ciò che germoglia da somiglianza di essa. Gira, e girando s' insinua, come gira qua e là la formica; e chi n'è rimasto prigioniero, sente troppo forti i suoi legami per potersene sciogliere, e chi n'è rimasto Ops presso, trova assai raramente chi lo rilevi. L'amore conosce la natura diversa degl’individui e la simpatia fra loro delle anime. Fa appello al cuore, e congiunge e accoppia le varie indoli umane. Il goderne non ha gioia perfetta per l’attesa della prossima separazione, e per la certezza, dopo un colloquio intimo, della maldicenza altrui. I filosofi l'hanno chiamato coltello che Accarma, malattia che strugge. L’ottavo fu Bishr ibn Al-Mutamir che era filosofo razionalista, capo di quelli della scuola di Bagdad, maestro dei dialettici e dei teologi di quella città. Il quale disse: L'amore, o Visir, toglie il sonno e avvilisce l’anima. Chi n’e preso, è più vile d’una pecora. Avesse egli il vigor<noinclude></noinclude> ehmmj1booilec5r1jo5wi100525bj12 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/393 108 1031861 3901343 2026-09-18T12:56:07Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901343 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 377 —|}}</noinclude> l'un leone, e si umilierebbe dinanzi ad ogni schiavo. Wigli è, anzi, lo schiavo della sua passione. Non fa che parlar delle sue speranze, e non trova argomento da parlupo che de’ suoi desiderî. Il nono fu Thomàma ibn Ashras razionalista. Quando, v Visir, egli disse, la sostanza delle anime si espande l'intorno, a guisa di profumo, per congiungersi a quanto lm con essa conformità, omogeneità, simpatia, se ne «mana anche certo fulgor di luce raggiante da cui ricevon ume gli occhi della mente, e dal cui folgorare resta ipcco e agitato il temperamento vitale degl’individui. Da questo fulgore, esce una luce purissima, quale si applica ill'anima umana e ne compenetra l’intima sostanza. Tutto votesto è quanto da noi si chiama amore (1). Decimo a parlare fu Al-Sakkal che era della setta legl’Imamiti, discepolo di Hishàm. O Visir, egli disse, l'umore è un germe della bontà reciproca fra persone, un prodotto della loro scambievole simpatia e omogeneità, «dl è una prova manifesta che v'è uno spirito sopranna(urale della simpatia, una testimonianza che v'è un affetto che nasce da omogeneità di natura e d’indole. Penetra nell’individuo come l’ebbrezza del vino penetra nella persona. Chi n'è preso, sta come se ardesse tutto d’un loco intimo, come se folgorasse di sua natura propria, «dl è superiore agli altri per certe sue qualità e virtù particolari; ma, negli atti e moti suoi, son segni manifesti agli occhi altrui della sua passione interna. Quando poi intende di far bella prova di sè in questa o in quella sua virtù, incomincia, invece, con l’avvilirsi e col. perdersi dell’animo. L'undecimo fu Al-Sabbàh ibn Al-Valîd, filosofo dilazionista (2), il quale diceva: O Visir, ogni definizione (1) Chi può comprendere quest'arzigogolo (se fu tale) di messer lhomama, filosoto razionalista? (2) Così, per tradurre alla meglio la voce araba murgi. « I Murgiti, così detti da una voce araba (Mmurgi) che significa in lugiante, temporege giunte, orvano filosofi che atfermavano e sostenevano che Iddio non determinò mai né determina fin dal principio la felicità o l’infelicità eternadegli uomini, sì bene la indugia e sospende e differisce fino al giorno del giudizio finale lasciando ch’essi operino liberamente e a loro posta » (L’'Istlamismo, cap. VI, $ 4).<noinclude></noinclude> avtbwkdkc0mcn1epd2z3f0aifzk7wms Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/394 108 1031862 3901344 2026-09-18T12:56:12Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901344 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 378 —|}}</noinclude>arri -—__——— prin 1378) — dell’amore rimarrà Sempre inferiore agli effetti suoi. Il cuore d’un uomo dotato di bontà, adorno di leggiadria di forma e d’aspetto, non può respingerlo da sè, ed esso: non procede che da relazione di reciproca somiglianza di forma. Chi n’è preso, è indubbiamente di natura molto tenera e sensibile. Dodicesimo fu Ibràhîm ibn Malik, gran cultore di studî giuridici in Bassora e gran controversista. Non si sa ch’egli appartenesse ad alcuna scuola o ne fosse addetto in particolare ad alcuna setta e vi fosse ascritto. Costui adunque disse: O Visir, l’amore è Una sequela d’immaginazioni e di fantasticherie che si presentano all'individuo e che ora lo conturbano e prostrano, ora lo consolano. Esse gli divorano le viscere con l’afflizione che gli si è cacciata nel cuore. Tredicesimo a rispondere fu un sacerdote zoroastriano della setta dei Magi e loro giudice, detto il Mébed nella lingua peblevica che è l’antica lingua di Persia (1). O Visir, egli disse, l’amore è un fuoco che si desta nel. l’intimo del cuore e divampa tra il cuore e le costole. È insito nella natura degl’individui e dipende dai corpi celesti. L'origine sua è riposta negl’impulsi animali e anche in cause materiali. È il germoglio odoroso della bella giovinezza, il giardino della magnanimità, la consolazione e il conforto dello Spirito umano. Lo generano gli elementi; lo producono alla luce gli astri; lo sospingono i venti; superne e misteriose ragioni lo conformano, Così originato, l’amore si comunica alle sostanze pure di quaggiù, agli elementi umani più eletti, e allora provoca gli affetti reciproci tra gl individui, la corrispondenza delle loro inclinazioni, la fusione delle loro anime, la vicenda; del pensare e del fantasticare in modo consentaneo fra essi, la loro reciproca sincerità del cuore e lo scambievole riconoscimento dell’indole e del carattere, Non può nascere se non per bellezza di forme, finezza (1) Intendasi la lingua di Persia del Medio Evo persiano (III-VEI Secolo d. C.), detta pehlevi, La voce mobed vi significa appunto sacerdote,<noinclude></noinclude> j0ditem7en37m0axef4v2kxbxygbt0n Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/395 108 1031863 3901345 2026-09-18T12:56:18Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901345 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 379 —|}}</noinclude> il'intelletto, sagacia e delicatezza di sensi, serenità di (temperamento, equilibrio del corpo e della mente. Le \ngioni superne da cui muove, sono come tanti suoi impulsi dati ai moti celesti, i cui effetti si ripercuotono poi nei sensi corporali dell’uomo. Ripiglia l'Autore del libro: Così, in.precedenza, sono state esposte da noi le dinpute tenute dalla gente, avanti e poi, intorno al principio dell’ingenerarsi dell'amore e all'essenza sua propria. Nnsce adunque l’amore dalla vista o dall’udito? (1). Da volontà o dà necessità? E qual è il motivo del suo ingenerarsi dove prima non era, e del suo spegnersi là dove prima era? È questa l’opera dell’anima razionale, ovvero lol corpo e della sua natura? Si riferisce che Ippocrate, a questo proposito, diceva che la passione amorosa è il mescersi e il confondersi insieme di due anime al modo che si mescola e si conlbnde un’acqua in un’acqua simile. È difficile, anzi Impossibile, qualunque sia l’arte che vi si possa applionre, il separarne l’una dall’altra in modo integro e asnoluto. Poichè l’anima è più fina dell’acqua, più. sottile nel suo modo d’operare, ne segue che il corso dei giorni v delle notti non possono cancellare in essa l’amore, nè Il tempo può consumarlo, nè alcun ostacolo può impe«lirlo. Sfugge ad ogni pensiero, tanto è sottile, il modo lel suo procedere, e ad ogni osservazione il punto in cui ii colloca. La mente nostra si confonde e non giunge a conoscere in qual modo s’inizì il suo potere, eccetto che può comprender soltanto che l’inizio del suo moto e l'essenziale del suo vigore sono riposti nel cuore, donde poi si diramano e propagano per tutte le altre membra. Incominciano allora il tremito alle estremità, la pallidezza ilel volto, il balbettare del discorso, la debolezza della mente, la malinconia, il vacillare, sì che chi è preso «lall’amore può considerarsi come indebolito dello spirito. Molti tra i naturalisti e tra quelli che professano la me(1) Cioè da oggetti uditi o veduti.<noinclude></noinclude> hg4oapgmy9gvfxdmi8wocgaubjigjhi Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/396 108 1031864 3901346 2026-09-18T12:56:23Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901346 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 380 —|}}</noinclude>oeeSeerereSarai —380— dicina e fanno studî in proposito, son venuti nell’opinione che lamore è un violento desiderio che si origina nel cuore dell’uomo, e vi cresce, e vi attira e raccoglie tutti gli altri appetiti. Quando la passione amorosa cresce di forza, chi n’è preso se ne va sempre agitato e turbato; è sempre assorto ne’ suoi pensieri, nelle sue speranze, nelle sue fantasticherie, nella sua tristezza. Ha il respiro affannoso, è sempre pensieroso, mangia poco, è ammalato di mente, il cervello gli s'inaridisce, la vita sua si consuma, e tutto ciò perchè s’è fissato in un solo suo desiderio che gl’infiamma il sangue. Ora, quando il sangue s’infiamma, si converte facilmente in atrabile, e quando l’atrabile piglia il sopravvento, occupa tutta quanta l’essenza del pensiero, e allora la febbre monta, e il fiele s'infiamma, s’annerisce, si corrompe e si congiunge all’atrabile, a cui essa diviene aiuto e alimento, e ne prende vigore alla sua volta. Il pensiero poi soggiace alla natura dell’atrabile; e però, quand’esso si corrompe, si alterano e corrompono insieme anche gli umori tutti, e dal loro mescolarsi e corrompersi procede l’alterazion della mente, lo scemare della virtù intellettiva, il desiderio di ciò che non è e non può essere, finchè tutto ciò va a terminarsi nella pazzia. Allora, l’uomo innamorato non di rado si dà la morte, ovvero muore lentamente di dolore e di tristezza; talvolta anche muore di gioia e d’amore e di dolore insieme quando gli sia dato di vedere, anche per un solo istante, la donna ch'egli ama. Altra volta, caccia un alto grido, e poi ogni senso di vita si perde in lui, ed esso rimane in quello stato fino a ventiquattr” ore. Si crede allora ch'egli sia morto, ed è portato alla sepoltura, ed è vivo tutt'ora. Qualche altra volta, esala un gran sospiro. Il sangue allora gli ricorre tutto al cuore, e il cuore ne rimane ingombro e oppresso, nè egli sì libera da questo stato che quando lo coglie la morte. Altre volte, invece, ecredendosi di averne conforto, dopo avere ardentemente desiderato la donna ch’egli ama, se mai la vede all’improvviso, muore anche all’improvviso, Tu poi vedrai come ogni amante, allorquando sente ricordaré il<noinclude></noinclude> f2ettxbedyagsa2uvsd0qjvc5l6wbwe Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/397 108 1031865 3901347 2026-09-18T12:56:28Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901347 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 381 —|}}</noinclude> iiomo della persona ch'egli ama, raccogliendoglisi il sangue il cuore, d’un subito si cambi di colore in volto (1). Sostengono invece altri filosofi che Iddio potente € ylorioso creò già di forma rotonda, con la virtù della pienza sua, tutte le anime a modo d’una sfera, e che poi, avendone divisa ciascuna in parti uguali, collocò cinscuna parte in due corpi differenti. Perciò, quando uno ill questi corpi s'incontra in un altro in cui è stata col iocata una metà di quell’anima da cui è stata recisa l’al(rn metà che ora si trova in esso, tra essi due si origina ill necessità un amore per la precedente omogeneità € corrispondenza. Si differenziano in ciò, tuttavia, le conlizioni degl’individui secondo il maggiore o minor vigore lella passione, determinato dalla loro natura particolare. Quelli che sostengono la dottrina alla quale ora abliamo accennato, vi hanno anche disputato intorno lun»nmente affermando che le anime, sostanze luminose € xemplici, sono discese dall'alto nel corpo che ora abitano in terra, e che ciascuna di esse va cercando l’altra secondo che, nel mondo delle anime, si son trovate fra loro più o meno vicine. Si son poi accostati @ questa opinione molti anche di quelli che professano l’Islamismo, v traggono loro argomenti di prova dal Corano, dalle tradizioni della sunna (2), dal loro proprio modo di ragionare. Tra le altre sentenze di Dio potente €@ glorioso, irovasi, infatti, anche questa: « O anima sicura, ritorna presso il tuo Signore contenta e gradita! Entra fra i ‘ervitori miei, entra nel mio giardino! » (8). Il ritornarsi xl un dato stato, osservano essi, non può essere se non dopo che chi vi si ritorna, vi sia già stato in antecedenza. Riferiscono, inoltre, questa tradizione secondo cui il Profeta (che Iddio lo benedica e lo salvi!) avrebbe (1) Si badi che, sebbene l'Autore attribuisca ad Ippocrate tutta quer ila dottrina intorno alla natura dell'amore, vi ha espresso; invece, dot\vine mistiche che al suo tempo incominciavano & venire in voga (L'Istamismo, cap. Vi, $ 4 Storia della Poesia persiana, e. III) (2) Norma ortodossa, per giudicar di casi giuridici, morali, teologici, appoggiata alla tradizione (L’Islumismo, cap. VI, $ 5) (8) Passo del Corano, LXXXIX, 28-30. k<noinclude></noinclude> j8j8rmc8le4y66obwjxqc19q3d3f3al Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/398 108 1031866 3901348 2026-09-18T12:56:34Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901348 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 382 —|}}</noinclude>n reali —_--xa- ”-rta = sea— detto: « Le anime umane sono come tante schiere ordinate. Quelle, tra loro, che si conoscono scambievolmente, si collegano e famigliarizzano; quelle che non si conoscono, si avversano ». Son pur stati di questa opinione anche molti degli Arabi antichi, e però uno di essi, Gemîl ibn AbdallAh, della tribù degli Udhra (1), parlando dell’amor suo per la sua Botheyna, accenna a ciò che doveva essere di lor due al principio della creazione (O nella vita anteriore, prima d’essere introdotti all’esistenza presente, in questi versi: Pria che creati fossimo, congiunto Era al suo Spirto questo spirto mio, Prima ancor che deposti entro la culla Fossimo e tolti alla Poppa materna. E crebbe l'amor nostro come noi Crescemmo, e si fe’ grande, e non fia mai, Anche se morti giacerem, che meno Venga nostra promessa Sempiterna, Ma incolume starà sempre per tutti Gli eventi di quaggii. Questo amor nostro Verrà del nostro avello entro al recinto, Visita ci farà nell’ombra eterna! ‘Galeno sostiene che l’amore nasce fra due individui intelligenti per la reciproca loro somiglianza nell’intelletto, ma non già fra due individui stolidi per la reciproca loro somiglianza nella Stoltizia. L’intelletto, egli osserva, cammina sempre per una via, ed è ben naturale che due che camminano su di una unica via, debbano incontrarsi. La stoltizia, invece, non cammina sempre per una via, e non è punto naturale o probabile che due vi gi possano incontrare. Non pochi astronomi e astrologi sono invece di opinione che l'incentivo all’amore procede da questi tre pianeti: Saturno, Mercurio, Venere, e dicono che Saturno (1) Gemîl antico poeta arabo, che morì vittima dell’amor suo per Botheyna in Egitto nel 701 d. C. La tribù beduina degli Udhra era cele bre per ciò che si diceva che, ove qualcuno di essi era preso d'amore, moriva inevitabilmente (L’Islumismo, cap. II, $ 4; Letteratura araba, cap. WI, CS:<noinclude></noinclude> g9ipzhi6benbhjpwu90uesua9t9oceg Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/399 108 1031867 3901349 2026-09-18T12:56:39Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901349 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 383 —|}}</noinclude> v quello che produce il desiderio amoroso, la tristezza, lm passione intensa, la malinconia, la pazzia, il turbamento dello spirito; che Mercurio infonde negl’innamonati l'abilità del far versi, del comporre le epistole amooso, dell’eloquenza, rende facile ogni più grave diffivoltà nella faccenda d’amore, e apre e scioglie tutto ciò che è chiuso e impedito; che Venere incita all’amore, illa tenerezza, alla mollezza, alla effemminatezza, agli vccessi nei piaceri e nei godimenti. Ora, se a qualcuno, il momento del nascere suo, prospettava di contro il punto della sfera celeste in cui trovasi Mercurio, e se ‘sso Mercurio era allora nella sua maggiore altezza o cisa, diretto, nel moto suo, su d’una linea accennante illa felicità, quel tale sarà eccellente nella poesia e nelle lettere amorose. Se invece Mercurio sarà debole d’influsso il momento della nascita di qualcuno, se si troverà nel nuo discendere e in opposizione e volgentesi verso una rogione accennante a sventura, quel tale non avrà alcun Inorito poetico, e la donna ch’egli ama, non avrà sorte liota. Similmente, se qualcuno, al momento del nascere suo, avrà Saturno in un punto buono del cielo, sarà dato ben poco ai piaceri d’amore; ma, se Saturno sarà in via di discendere, la passione amorosa sarà spinta in lui all’estremo. E se Venere pure sarà in via di discen(lore, le condizioni del vivere suo, fissate e appropriate i Ini fin dal principio, saranno ben triste e turbate. ‘l'olomeo sostiene che la passione affettiva è di tre \pocio. Una è l’unione di due anime, e questa è il reciproco innamorarsi degl’individui, per il quale chi è ilmato non può a meno di amar chi l’ama (1). Tale tnione di due anime proviene da ciò ch’esse devono unser nate, l’una e l’altra, sotto 1° influsso dello stesso pinneta, ovvero nel trino o nel sestuplo aspetto di esso. (ÎIlio se tutto ciò è così, le due anime son connaturate in modo da amarsi, tanto più quando, al momento del loro (1) Ricordiamoci del verso dantesco! « Amor che a nullo amato nmnr perdona »,<noinclude></noinclude> 7tioqss0iizl5gj0zw0mva74f4qwjf6 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/400 108 1031868 3901350 2026-09-18T12:56:44Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901350 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 384 —|}}</noinclude>node lidi met ip — 384— nascere, il pianeta accennava a felicità, e non accennavw punto a sventura. La seconda specie è quella della uti. sesti apre RED Cr | ai pic PARATE lità. Se accade mai che, al momento della nascita di due individui, sia tra loro il segno della felicità sotto un unico pianeta nel suo aspetto trino o sestuplo, le due na: scite si gioveranno e aiuteranno scambievolmente, € questa utilità trae con sè l’amore e la simpatia. La terza specie è quella dell’opposizione del pianeta. Che se mai accade che l’ascendente dei due individui è un unico pianeta, ma per l’uno, al momento della nascita, accennava alla felicità, e per l’altro, pure al momento della nascita, volgeva alla sventura, toccando l'amor dell’uno e la tristezza dell’altro, i due non potranno mai stare insieme in modo uguale e concorde (1). A questo proposito, si parla d’un poeta arabo il quale, in certi suoi versi, aveva distinto l’amore appunto in questa maniera. Disse infatti: Vi son tre amori, e il primo è una catena, E l’altro è una carezza, e il terzo è morte. Alcuni filosofi della setta dei Sùfi (2) e di quelli che fanno propaganda (8), quali rigettano la dottrina della unione delle anime in Dio e l’altra ancora del libero arbitrio dell’uomo, che sono di Bagdad e di altri luoghi, asseriscono che Iddio (che sia benedetto ed esaltato!) con la passione dell’amore ha voluto mettere alla prova gli uomini accioechè si avvezzassero ad obbedire chi essi amano, a sopportarne lo sdegno, a godere e a rallegrarsi. del suo favore, e avessero in tutto ciò un argomento. certo della onnipotenza di Dio eccelso e glorioso, in quanto egli non ha alcuno che gli sia pari o uguale, che li ha creati tutti senza aver bisogno di loro, che fin (1) In tutta questa lunga dissertazione astrologica, non sono ben certo d'aver reso a dovere in italiano il non facile testo arabo, massime nelle espressioni tecniche, (2) Asceti e mistici specialmente di Persia che professavano una dottrina panteistica e quasi atea, benchè dati alla penitenza e ad opere di pietà (L’Islamismo, cap. V, $ 4; e Storia della Poesia persiana, cape IL.) (3) Missionarî della setta degli Ismailiti. ;<noinclude></noinclude> bt4dmzyowrpk3c9pti33zgmw7ji0owc Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/401 108 1031869 3901351 2026-09-18T12:56:49Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901351 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 385 —|}}</noinclude>SE 3a ilul principio li alimenta e li fa segno a’ suoi benefizi. (he se gli uomini, osservano i predetti filosofi, si stimano obbligati all’obbedienza d’un loro uguale, è atto insni più degno il cercar di compiacere a Dio altissimo. Intorno a questo punto, hanno parlato e disputato molto | Sùfi detti interioristi (1). Si dice che Platone abbia letto: « Io non so che sia l’amore! Questo solamente so che è una follia divina. Non è da lodare, non è da biaimare ». E uno serittor.d’epistole (2), uno dei più ingegnosi, scriveva così ad un suo fratello: « In te ho rinvenuto la sostanza dell’anima mia. Perchè poi io mi ienta attratto senza redini verso di te, non merito lode ileuna, perchè le anime umane, per natura, si cercano l'una l’altra reciprocamente ». (dall'arabo di Al-Masùdi), 21. Lodi del silenzio e della sincerità e lealtà nel parlare. Disse un sapiente: Quando tu parli, sii breve e conciso; e quando tu hai raggiunto il tuo intento, non ti i{luticare oltre. Per quel che taci, egli soggiungeva, tu ivi sicuro; ma quando parli, ciò che vai dicendo, o è por te, o è contro di te. Amr ibn Al-Asi (3) diceva: La parola è come un farmaco. Se ne usi con parsimonia, ti giova; se in abbondanza, ti butta a terra. — E Loqmàn |) n suo figlio: La parola, figliuolo mio, è un che più (borte della pietra, più penetrante della punta d’un ago, più amaro dell’assenzio, più ardente d’un carbone acceso. (1) Hrano detti così (Biliniti o interioristi) perchè interpretavano il Unriano non secondo la lettera, ma secondo un senso latente e interiore. (0) Genere letterario, artifiziato e retorico (come si vedrà anche dal novo osompio addottone dall'Autore), molto coltivato nella letteratura IIUCAZION (}) Il colebre capitano musulmano che, al tempo del Califfo Omar |} Medina, conquistò l'Egitto (anno 639 d, C.) (4) Nayoloso sapiente dell'antichità araba, ricordato anche nel Covino (onp. XXXI). Gli si attribuiscono alcune favole di animali, che, invaso, sono di tarda fattura, anzi una traduzione di quelle d’Esopo, Italo Pizzi — Fiori d'Oriente 25<noinclude></noinclude> fv0jvphjis2kwhw9clgjmllrq47n5av Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/402 108 1031870 3901352 2026-09-18T12:56:55Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901352 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 386 —|}}</noinclude>Ti I cuori umani sono come altrettanti campi da seminarvi. Tu, perciò, fa di seminarvi buone e savie parole. Che se non tutte vi potranno germogliare, qualcuna vi germoglierà di certo. La menzogna, diceva un sapiente, è un malanno, la sincerità un farmaco salutare; quella è cagione di disonore, questa di onore. Basti a rimproverarti del tuo mentire la coscienza che tu sei un mentitore. Diceva pure Loqman a suo figlio: Guardati, figliuolo mio, dalla menzogna, perchè la menzogna corromperà la tua pietà, cancellerà presso gli uomini la stima che hai d’uomo onesto e leale, ti abbasserà di grado, ti farà perdere la tua riputazione. Non vorranno ascoltarti, gli uomini, quando tu t’intratterrai con loro; non ti crederanno, quando parlerai loro, e tu non avrai alcun bene in tutto il viver tuo se sarai venuto a questo punto! Come avranno risaputo tutto cotesto al tuo riguardo, anche se tu dirai. loro il vero, sospetteranno sempre di te, spregeranno tutto ciò che da te viene, detesteranno la tua compagnia, ti celeranno ogni lor pensiero segreto, taceranno e simuleranno dinanzi a te ogni lor discorso, si guarderanno ben da te in tutto ciò che tocca la loro fede, non si terranno sicuri di te in tutte le faccende loro. Tale sarà la trista condizione tua nella coscienza della gente, e È,i. ITit soltanto l’odio di Dio e il suo castigo nella vita futura ne sono peggiori! Diceva Ibn Sammak (1): Io non so per quale altra cosa potrei indurmi a lasciar la menzogna, perchè la vergogna sola m’induce a lasciarla! — E soggiungeva: : Se nella menzogna non fosse altro che l'essere abbandodi. i nato dagli altri, sarebbe bastevole malanno. E come? vè dentro anche un delitto! — Diceva Al-Shabi (2): Sed: Attienti alla sincerità anche se ti parrà che ti danneggi. Essa ti gioverà sempre! Ed evita la menzogna anche se ti parrà che ti giovi. Essa ti danneggerà sempre! (1) Uomo dotto e pio del tempo di Hàrùn al-Rashîd, Era di Kùfa, Morì in patria nel 790 d. OC. (2) Uno dei più ragguardevoli personaggi di Kùfa, adoperato dal Califfo Ommiade Abd al-Melik in importanti utlici. Morì nel 728 d, C.<noinclude></noinclude> 5ozak6femvi1nursqvk37cem78dicef Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/403 108 1031871 3901353 2026-09-18T12:57:00Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901353 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 387 —|}}</noinclude> Attienti a lealtà s’anche dovesse Arderti lealtà nel minacciato Fuoco d’Inferno, e di piacer ti cura A Dio signor. Chi del suo re lo sdegno Desta per compiacere a’ servi suoi, | l’uom d’ogni mortal più tristo e indegno, Diceva Alì (che Iddio sia contento di lui!) (1): Iddio ton ha imprigionato nessun'altra parte del corpo umano In più sicuro carcere della lingua. Le stanno davanti i lenti, e dopo i denti le labbra; di dietro le sovrasta l'ugola, e dietro l’ugola si sta il cuore. Abbi adunque \lmor di Dio e non lasciare uscire dal suo carcere questa prigioniera se prima non ti sei bene assicurato contro il ilunno ch'essa ti può fare. — E un letterato osservava: Imprigiona la tua lingua prima che essa abbia a tenerti lungamente prigione. — E un altro: Chi custodisce il ilo segreto, ha poi cagion di gioia da quel suo segreto, i ln gente va sicura dal male ch’esso può fare. Chi in\uco dà potestà alla lingua in tutte le faccende sue, le \ riuscir tutte a male. Silenzio a cui tenga dietro penimonto, è migliore d’un discorso che si porti via salvozzn e salute. Del Fato al saettar se porgi il fianco, Salvo d’andarne lungi anche procura. ligro morir del male del silenzio l'è meglio che morir di parlatura, Ben che sovente rintuzzato il dardo Abbi parlando qual la morte scocca. Ma veramente salvo andrà colui (Che le briglie avrà poste alla sua bocca (2). l)iceva un sapiente: Il bugiardo non ha chi gli si iwwompagni, e il maldicente chi lo riehieda di consiglio. (1) Wil genero del Profeta, a cui la tradizione, come si vedrà nel lily siguonte, attribuisce tanti detti e sentenze acute e assennate. (0) L'inotta poesia pare voglia dire: Poichè tutti siamo esposti agli ill ilol Destino, procuriamo tuttavia di salvarci come meglio postuo, Moglio aver danno dall’aver taciuto troppo che dall'aver parlato tub opportunamente, sebbeno talvolta l'aver parlato abbia potuto salvar (ialbtno da un gran malanno, Ad ogni modo, è sempre meglio frenar la Iingun,<noinclude></noinclude> beiibux1xfzo63a5t73cxt3d5gf2tgw Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/404 108 1031872 3901354 2026-09-18T12:57:05Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901354 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 388 —|}}</noinclude> L'uomo di gran cuore non è mai trattato con disprezzo, e al disertore non si domandano notizie. Il codardo non è mai richiesto d’aiuto, e verso il vero amico nessuno si mostra avaro. All’avaro nessuno soccorre. Al vile nessuno rende onore, e al leone nessuno muove incontro, La buona riputazione non si lascia trascurata, e chi ha buone speranze non bisogna disingannarlo. Il bene non si deve negare, ma al petulante non si deve dare alcun SOCCOrSO. Alì (che Iddio sia contento di lui!) diceva: L’uomo si sta celato sotto la piega della sua lingua, non già sotto il suo mantello. Chi ha lingua affabile e dolce, ha anche molti fratelli e amici. Non finisce male l’uomo che conosce quanto egli valga. Il valor d’ogni uomo consiste nel bene ch’egli fa. Chi conosce sè stesso, conosce il proprio signore e padrone. Ad uom ch’ è avaro, tu devi annunziare, come buona novella, o un grave avvenimento o un prossimo erede. Tu non devi badare a chi è che parla, ma a ciò che dice chi parla. Nessun buono evento col pentimento; nessun buono effetto quando chi fa ha tralasciato di domandar consiglio. Nessun sentimento umano e generoso nel bugiardo. Non mandar sciolta la tua lingua in ciò che può nuocere ai tuoi fratelli. Reiterar le scuse è quanto rammentare il proprio fallo. Il consìgliare altrui in pubblico suona rimprovero. Quando la mente è perfetta, poche le parole. Chi intercede è l'ala di chi prega e domanda. Il turbarsi per alcun che è più dannoso del pazientare. Il maggior nemico è quello che sa nasconder meglio Ie sue insidie. A chi domanda ciò che non gli spetta, è negato anche ciò che gli spetta. Chi sta ad ascoltare una maldicenza, è un maldicente. Dal porgere ascolto A cose non belle Gli orecchi tu guarda Si come, per quelle, Guarda la lingua dal ridirle mai; Perchè, se tu ascolti Le cose non belle,<noinclude></noinclude> joelje4umummz8czaudoqj1hg8fgtf8 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/405 108 1031873 3901355 2026-09-18T12:57:11Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901355 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 389 —|}}</noinclude>389 — A chi le ridice ‘l’associ per quelle. Meglio per te se vigilando stai! (hi motteggia o scherza al di là da misura, non va nente da disprezzo o da odio da parte degli altri, Alla tua mente perchè posi alquanto, Oppressa dalle cure, tu darai Qualche sollievo. Con un motto arguto La spenta virtù sua ravviverai. Però, come le avrai del motto arguto Dato il conforto, bene adoprerai Se dato fia dentro misura. Un cibo Troppo salato oh! non daresti mai. (‘hi è schiavo dei desiderî, è più vile di chi è Schiavo por schiavitù. L’invidioso è un tale che è corrucciato vontro chi non ha colpa. Un buon successo basta per intereedere in favor d’un colpevole; e quanti fautori in vio che pareva dovesse fargli danno! Il confidar troppo vi desiderî è una delle mercanzie degli sciocchi. Nobiltà libertà il non aver desiderî; viltà e schiavitù l’averne. | pensiero dell’uomo intelligente è una divinazione. l,istio verso gli altri è occupazione fastidiosa del cuore. Se innocente son io, se per altrui Non ho invidia nel cor, questo mio Spirto Libero fo di mille inimicizie Da” pensier tristi e bui. Al mio nemico, allor che l’ho veduto, l'o auguri e voti, e così vo cacciando Lungi ogni mal da me, come cortese (ili rivolgo un saluto. Il silenzio dell’ignorante è un velo che lo copre € ilifende, e la parola del savio è la sua glorificazione. In persona non cessa mai d’essere rispettata e stimata Iinehe serba il silenzio; ma da che ha parlato, 0 cresce ittella stima, o cade la sua riputazione (1). (dall’arabo di Al-Shibrawi). (|) A proposito dello stile di questo scritto, vedi unta nl n, 19 di questo libro, la nota ultima<noinclude></noinclude> jnhzrdfzx1smdtq01cftipt8ok5u8c1 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/406 108 1031874 3901356 2026-09-18T12:57:16Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901356 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 390 —|}}</noinclude>22. Il libro. Un libro! quale amico nelle ore solitarie, quale conoscenza in terra straniera, qual compagno, qual socio, qual visitatore, qual ospite! È un forziere pieno di scienza e di eleganza, un vasello pieno di detti arguti e di detti gravi e serî. È un giardino che ciascuno si porta con sè, un verziere che ciascuno reca con sè nel seno. Hai tu mai udito parlare d’un albero che reca frutti in ogni stagione, in calici differenti, con sapori diversi? Hai tu mai udito parlare d’un albero che non inaridisce, d’un fiore che non avvizzisce, d’un frutto che non vien meno? Chi altri può farti da compagno come questo che t’informa di tutte cose in un senso e nel suo opposto, nelle specie e nel genere? che parla dei morti e fa l’interprete tra i vivi? Se tu ti corrucci, non si corrucciacon te; se fai l’arrogante, non leva la voce, non si rissa. È più fidato e segreto della terra, si sparge attorno più di qualunque fragranza, più fedele dell'amore (1), più seduttore del desiderio stesso’ (2), più giocondo dell’ora del mattino, più eloquente di Sahbamn di Vail e più muto di Bàgil (3). Hai tu mai udito parlare d’un maestro che si adorni di tante virtù e raccolga in sè tante qualità belle? e sia dotto ora in arabo e in persiano, ora in ionico e in indiano, ora in sindico e in greco? (4). E questo maestro, quando consiglia, si fa anche ascoltare; e quando diverte, giova; e quando vuol commovere, fa piangere; e quando batte, si fa sentir bene. Ti giova, ed esso non ti richiede di nulla; t’istruisce, ed esso non ti domanda nessun compenso. Se parla di cose tristi, scorrono le lagrime; (1) In quanto l’amore vero non tollera che chi ama si separi dalla persona amata. (2) In quanto desta sempre più la curiosità. (8) Due personaggi dell antichità araba. Il primo, Sahbàn, morto nel 615 d. C., era stimato per la sua eloquenza. Nessuno poteva ridurlo al silenzio. L'altro, Bagil, era muto e di poca mente, (4) Il sindico (singi), lingua della regione del Sind in India, Per ionico s'intende il greco antico; per greco, il moderno,<noinclude></noinclude> n4r6cngqw5dyz742b6xam5zygzak7oh Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/407 108 1031875 3901357 2026-09-18T12:57:21Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901357 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 391 —|}}</noinclude> uo dice facezie, solleva l’animo e lo diletta. È il sepolero lei segreti degli uomini, il fondaco dei Ioro pegni, il vincolo che congiunge e tiene insieme le scienze, fonte «li sentenze argute, miniera di opere generose e grandi,” laumigliare e amico che non sonnecchia. Ti giova della wapienza degli antichi, t informa di molte notizie d’uomini di tempi remoti. Hai tu mai udito parlare che vi fosse fra gli antichi, o tè mai giunta notizia che fra gli uomini d’un tempo vi fosse chi avesse radunato presso di sè tante cose belle con tanta poca provvigione, con tanta leggerezza di fardelli? Non si prende nulla degli averi tuoi! Eccellente provvigione, eccellente scorta, eccellente occupazione, eccellente arte! È un amico che non ti adula, è un sozio cho non ti annoia. Ti obbedisce di notte con la stessa obbedienza del giorno; ti serve, nel viaggio, della stessa ‘ervità di quanto ti stai al tuo paese. Quanto più lungamonte tieni fermi gli occhi su di lui, tanto più lungamente osso ti benefica. Sollecita e incita la natura tua; ti scioglie e spiana la lingua; ti abbella la facoltà del dire; ti ln elegante la dicitura. Se tu ne sei l’autore, esso rende terna, nei giorni avvenire, la memoria tua; se lo studî, eleva fra la gente la tua riputazione; se lo esponi e commenti, cresce stima al tuo nome presso il pubblico. ln assidere gli schiavi al seggio dei signori; pone a edere il popolo nelle sale dei re. Oh! quanto generoso im simile amico! quanto glorioso un simile compagno! (dall’arabo di Al-Suyati). 23. Gli scrittori. (ili scrittori sono i sostegni e le colonne di un re, ‘ono i suoi occhi veggenti, i suoi aiuti. Sono il pregio.. e |’ornamento degl’imperi, i capi e il sostegno del g0verno. Le lor vesti sono Da le loro opere belle ‘ono celebri, l'indole loro è gioconda, l’anima ne è nobile, A loro è devoluto 1° sio di sciogliere e di le-<noinclude></noinclude> pxxt5j61w7vdvl67w9u7vn6w2z0dm2o Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/408 108 1031876 3901358 2026-09-18T12:57:26Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901358 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 392 —|}}</noinclude>gare (1), e a loro si ritorna il disporre di ogni cosa €@ l’ufficio di governarla. Ricevono ornamento da essi anche le cose disadorne, e si fanno sorridenti per essi le labbra dell’uom d’intelletto. La lor società è frequentata dalle { virtù più elette, mentre, per la loro liberalità, ogni so- | cietà di sollecitatori è vinta fin nei loro desiderî, Fannof intendere agli orecchi diversi generi di stile. Dilettano gli occhi nei giardini dilettosi della prosodia e della poesia l Son essi la gente di gran merito nella scienza e nella eloquenza. Lor costume e loro ufficio si è il nascondere le cose ree e il pubblicare e il far conoscere soltanto Je buone e belle (8). Sono inclinati al parlare per averne gloria, e non s’infastidiscono di chi, voglioso di doni, va e viene da loro. Loro uso è il cattivarsi l’animo del pubblico coi loro benefizî e il non ritrarsi mai a dietro da chi è afflitto e oppresso. Onorano chi è grande, ed esaltano chi è umile (4). Non trascurano il riguardo dovuto ai loro uguali. Si volgono sempre e ritornano a ciò che è buono, a ciò che è bello. Insomma, radunano e raccolgono in sè tutte le più belle qualità! (5). Tu scrivi! Oh! se quest'arte Lecita, e questa illecita mai fosse, Direi che tua scrittura È tutta di magia negra fattura (6). Che s’ella fosse un fiore, Direi che d’una nube opra è leggiadra; Se una perla, direi Che del mar dagli abissi tu l’avéi! (1) Gioè di sbrigare ogni faccenda anche più grave. (2) Son qui usati, nel testo arabo, due termini tecnici di poesia @ prosodia araba che non si potrebbero nè rendere nè intender bene in italiano. (3) Caro Al-Halabi, se tu vivessi ai nostri giorni, mon scriveresti così! Se avessi conosciutu i giornali moderni, che avresti detto! (4) Caro Al-Halàbi, ai nostri giorni si fa precisamente l'opposto! (5) Le espressioni arabe che designano tutte queste belle qualità degli scrittori, hanno doppio senso. Designano, intese in altra maniera, tante varietà di stili stabilite dalla retorica araba che qui non si possono descrivere. (6) Cioè, se fosse un'arte vietata, la direi opera di magia,<noinclude></noinclude> lljrxb9h40aqxfpi3tnc9htqsaws6df Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/409 108 1031877 3901359 2026-09-18T12:57:31Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901359 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 393 —|}}</noinclude> Stanno penne in loro mani, e quelle penne rapiscono bellamente e si portano via i pensieri, i sogni, le visioni «lella gente. E son monde e pure in loro essere, adorne come di bei fiori, molli e pieghevoli nei loro fianchi. l’iange la penna (1), e pur sorride; tace, e pure dice quanto può piacere agli orecchi. Equilibrata e proporzionata la sua forma, e la bella sorte sua levasi intanto i toccare il punto più alto dell’eccellenza nell’arte. Acuti e affilati i suoi denti; striati di bianco i panneggiamenti suoi; e intanto s’adopra con istudio e cura nel servire chi l’ha così tagliata e temperata, e di tra le sue perle manda fuori intanto quanto può far scorno al luecicar delle stelle. Cammina fieramente nella pompa de’ suoi colori (2), e ricrea e ristora lo spirito di chi legge con i dolci umori che suole attingere. Nasce sulla sponda dei fiumi, dlove ha appreso il suono melodioso del bel favellare legli wecelli (3). Ha distanti l’uno dall’altro i nodi, e pure fa prigionieri i cuori col bel modo con cui si comporta (4). Fa stupire chi la osserva, supera in laboriosità chi lavora, non si compiace d'altra cavalcatura che di quella delle dita. La bravura si sta celata nel sangue suo, e l’eloquenza scorre sulla sua lingua. Supera col suo splendore la bellezza dei fiori. Ricama di notte i lembi all’ammanto del giorno. Se parla, non lascia altra parola a chi vuol parlare (5), e se mena un assalto, tornano le spade nemiche a ricacciarsi tra i lembi della cintura. Si china umile verso il papiro, ma poi si eleva nulle altezze più sublimi. (dall’arabo di Kamal ad-din al-Halabi). (1) Perchè va gettando a mano a mano l’inchiostro mentre serive, (2) Usandosi inchiostri di tinte diverse. (3) Si tratta non di vere penne, ma di canne, calami (lat. calamus, nrnb, galam). (4) Ginoco di parole nel testo, intraducibile in italiano. (i) Cioè lo riduce al silenzio.<noinclude></noinclude> cslsw8vykvpwtxrmen5pug14jh7kryh Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/410 108 1031878 3901361 2026-09-18T12:57:37Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901361 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 394 —|}}</noinclude>x IN DÒ "RI-a -394— 24. | poeti. Che pensi tu d’un ceto di persone nelle quali si biasima la moderazione che si loda in altre, e nelle quali si loda la menzogna che si biasima e si riprova in altre? Quando satireggiano, gli è come se tirassero una freeciata; quando lodano, gli è come se facessero una rapina (1). Quando rimangono contenti, levano a cielo anche chi è abietto e vile; quando non sono contenti, atterrano anche chi sta in alto; quando confessano lor vizî e magagne, non ne tocca loro alcuna pena; nessuna mano si muove per punirli. Chi fra loro è più rieco (2), non è importunato (3); e chi fra loro è più povero, non è dispregiato. Il più vecchio fra loro è onorato, e il più giovane non è tenuto a vile. Le loro freccie trapassano e sgretolano la riputazione altrui. Ogni loro testimonianza è accolta anche se non ne parla alcun pubblico strumento di notaio, anche se non la conferma alcuna autorità legale. E ancora, che pensi tu d’un ceto di persone che trafficano l’ingegno degli uomini come i banchieri le monete, e sono i sensali del merito e del demerito degli altri? (4)... Che pensi tu di questi tali che comandano alle parole, ne accorciano le lunghe, ne allungano le. brevi, raddoppiano e sdoppiano lettere e parole? (5). E perchè non dirò anche: che pensi tu di un ceto di persone alle quali vanno dietro tutti i pazzi e gli stolidi, ed esse vanno qua e là farneticando per tutti i luoghi? (dall'arabo di Abà Bekr al-Khuvarizmi). (1) Doppio senso. I poeti rapiscono l’anima col diletto che danno a chi lodano, e, intanto, si fanno pagar lautamente le loro lodi. (2) Di versi o di fantasia poetica. (3) Come avviene ai ricchi di beni e di denari, (4) Essendo la poesia araba, e anche la persiana, in grandissima parte o laudativa o volta al satireggiare, I Autore chiama banchieri e sensali i poeti che trattan bene chi li regala e male chi non li favorisce, Insomma (fatte le debite eccezioni) erano una genia poco dissimile da quella degli Umanisti nostri del Quattrocento e di quegli scrittori da gior. nali che trafficano di lodi e di biasimi. (5) Allusione all’arte della prosodia e alle licenze poetiche,<noinclude></noinclude> 5fhpan0nimmlnlmo5vmga8bh39e5ay4 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/411 108 1031879 3901362 2026-09-18T12:57:42Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901362 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 395 —|}}</noinclude>25. L'anima umana e le sue energie. I filosofi antichi affermano d’aver trovato che l’uomo è composto di due parti, d'anima e di corpo, e veduto che il corpo rimane tutto inerte e immobile e privo di senso senza l’anima. Ora, ogni essere inanimato non può sapere nè intender nulla, nè può tramandare alcuna conoscenza agli altri. Ne segue che la scienza deve trovarsi nell'anima soltanto. Le anime poi sono di generi diversi. C'è la pura, che è l’anima razionale e logica; e’ è la fosca, che è l’anima sensitiva; c'è la repugnante, che è l’anima fantastica. Ve ne sono di quelle la cui energia, nell’individuo, supera quella del corpo; e ve ne sono la cui energia è inferiore a quella del corpo. Quando poi quel che di luminoso che è nell’uomo, si volge ad agir sull’anima, esso può guidar luomo a scoprir le cose più celate e astruse e a conoscere la scienza dell’avvenire. Allora, l'intelligenza di lui e la sua intuizione si fanno assai più penetranti e comprensive. Quando poi l’anima è nel momento della sua maggiore estrinsecazione e della sua maggior purità, quand’è illuminata della luce più perfetta e raggia intorno della più genuina luce, essa penetra agevolmente nella scienza delle cose occulte allo stesso modo che fanno le anime degl’indovini. Perciò appunto s'è anche trovato che gl’indovini di consueto sono imperfotti del corpo e brutti e guasti di forma. L'arte divinatoria ha l'origine sua nelle anime, perchè “ssa è un'arte sottile, inerente all'anima stessa, che partecipa delle cose impossibili, che richiede molta destrezza. Si trova frequentemente presso gli Arabi, e assai più raramente presso le altre nazioni, perchè procede dalla purita degli umori naturali e dalla energia di quel che di Imminoso che si trova nell’anima umana (1). Che se tu llni preso ad esaminare i cardini e i fondamenti suoi, avrai (1) Era comune opinione degli Arabi, come S'è visto in altri passi ilì sopra, di essere essi la nazione d’ingegno e d'anima più elevata e pura: Vodi il n. 10 del libro IV.<noinclude></noinclude> 1e9c66yn24567o9xewf3714domzztsf Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/412 108 1031880 3901363 2026-09-18T12:57:47Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901363 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 396 —|}}</noinclude>trovato che quest’arte ha stretto rapporto con certa castità dell’anima, con certa repugnanza ch’essa ha per ogni cosa rea, con certa sua tristezza abituale, col suo predi. ligere la solitudine, con certa sua avversione forte per gli altri, con lo scarso suo famigliarizzarsi con loro (1). Quando l’anima adunque si è fatta solitaria in questa maniera, si dà a profonde meditazioni; oltrepassa, così meditando, i termini del sensibile, e oltrepassandoli riceve la benefica rugiada di una scienza tutta spirituale, sì che essa può vedere e osservare con occhio illuminato d’una luce sovrannaturale, e con sguardo penetrante può entrar nell’intima sostanza delle cose e passar oltre la conoscenza comune, ricevendo notizia di quanto è proprio soltanto di questa sua natura o conformazione particolare. Qualche volta poi tanto prevale, nell’individuo, questa energia dell’anima, che questa si eleva fino alla conoscenza delle cose occulte dell’avvenire prima che siano avvenute. I più illustri filosofi greci qualificano di spirituale tutta questa classe di persone, e chiamano altresì setta degli spirituali tutta quanta la loro setta. Aftermano inoltre che l’anima umana, come sia dotata di molta energia e sia, anzi, la parte prevalente nell’individuo, è guidata come di per sè a scoprire le cose più nuove e meravigliose e ad aver notizia certa delle più occulte. E recano in prova di ciò quanto avviene qualche volta nell’uomo allorehè il suo fantasticare è forte e son come in incremento le energie tutte dell’anima e dello spirito. Esso allora ha già il pensiero di quanto deve avvenire, anche prima che avvenga, e già ne conosce il modo e la forma, e la forma e il modo sono appunto quali egli li ha immaginati. Similmente, quando l’anima è disposta a ciò, riceve, durante il sonno, certe visioni che son veridiche, confermate poi dal tempo. Quanto ai sogni e alle cause che li producono, e al lor modo di prodursi, si disputa ancora. Dicono alcuni (1) S'intende che l’ Autore non dice tutto ciò per tutte le anime umane, ma soltanto per quelle che son così disposte da natura.<noinclude></noinclude> 21m45sy8fz7dqn92yhhm28ofi7fc669 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/413 108 1031881 3901364 2026-09-18T12:57:52Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901364 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 397 —|}}</noinclude>39.Sa filosofi che il sonno altro non è che un disoccuparsi dell’anima delle cose esteriori per occuparsi delle interiori. ‘lutto cotesto avviene in due modi, e uno di essi è ben noto, ed è della stessa maniera in tutti gli spiriti, perché ogni spirito umano induce nell’anima umana (1) certi motivi d’alterazione e di cangiamento in sè stessa per cui essa va distolta dall’occuparsi delle cose esteriori. La parte interiore trae allora a sè i cinque sensi e li distoglie dal percepire a profitto dell’essere senziente, non potendo lo spirito adoperarli per altro. Quando pertanto i sensi son così, come per necessità, resi inerti, ne viene quello che si chiama sonno accidentale, il quale non è il sonno assoluto di cui partecipano generalmente i bambini e tutte le persone attempate, uomini e donne, che non sono $0ggetti nè al godere, nè al temere di qualche malanno. DI questo il sonno notturno quale ora abbiam descritto. L’altra maniera è quella del sonno detto assoluto, il quale è comune a tutti gli esseri viventi, di qualunque grado siano, che siano dotati della facoltà cogitativa e d’altre facoltà mentali. È di origine naturale, e lo produce di necessità la complessione stessa dell’individuo al debito tempo, come appunto, al debito suo tempo e di necessità, si origina in esso individuo la fame. La fame infatti, secondo gli studiosi dell’arte medica, è una specie di malattia cagionata da un risentirsi del fegato per mancanza, di cibo. Altri filosofi son d’opinione che l’anima umana percepisce in due maniere l’immagine degli oggetti. Una ne è per mezzo del senso, l’altra per mezzo del pensiero. ssa non percepisce le immagini delle cose sensibili che sotto la loro forma esterna; ma, quando la cognizione avutane è perfetta e integra in lei, le percepisce anche (1) L'Autore, poche Piose oltre questo passo, fa questa sottile distinzione tra anima e spirito. « La differenza, dice, tra spirito e anima consiste in ciò che lo spirito è un corpo, e l’anima non è un corpo. Lo spirito è contenuto nel corpo, non già l’anima, Lo spirito, quand'è separato dal corpo, cessa di esistere. Quanto all’anima, se è separata dal uorpo, cessano le azioni ch’essa compie per mezzo del corpo, ma essa non cossa però di esistere nella sostanza sua, » (III, pag. 862-363).<noinclude></noinclude> dnnqsh1emwycspasol9ycvjk24huoq0 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/414 108 1031882 3901365 2026-09-18T12:57:58Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901365 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 398 —|}}</noinclude> in modo indipendente dall’oggetto materiale. E poichè il pensiero dell’uomo non s’addormenta mai come, invece, saddormentano i sensi quando questi sono come sospesi e l’anima è priva dell’aiuto di tutti essi, avviene che le immagini che essa ha ricevuto dalla realtà degli oggetti, rimangono pur tuttavia in lei come fossero tuttora sensibili e sentite. La percezion degli oggetti nella loro realtà dovette essere imperfetta da parte dell’anima prima ch’essa potesse, per mezzo della riflessione, possederla perfettamente. E però, quando l’azione dei sensi è tolta, il pensiero, abbandonato a tutta la sua energia, va immaginando e formando nell’anima tante e tante cose come se fossero allora appunto sentite, le quali si presentano alla mente dell’individuo che dorme, come appunto sogliono presentarsi alla mente sua, quando è desto, gli oggetti tutti ch'egli ha più famigliari, eccetto che non hanno ordine alcuno. Avviene appunto cotesto, e così l’individuo vede in sogno ch’egli vola, mentre in verità non vola. Veramente egli vede, in quel momento, la forma sola del volare, indipendente dall’atto vero, quale egli la conosce quando è assente da’ suoi sensi l’atto del volare. Ma il suo pensiero è tanto fortemente fissato in quell’atto ch’esso glielo rende come visibilmente presente. Quanto poi a ciò che vede il dormiente di cose che indicano in lui un desiderio di esse, avviene percho l’anima ha conoscenza delle immagini di quelle tali cose. E se essa, nel sonno, è veramente pura delle brutture del corpo, si. eleva fino ad immaginarsi di aver conseguito ciò che più desidera, sebbene sappia che, nello stato della veglia, non potrebbe sentire e provar tanto. Si rappresenta allora mille e mille immagini fantastiche, accennanti tutte a quelle cose ch’essa desidera che avvengano, e ciò con tale evidenza, che, anche ridesta dal sonno, si ricorda chiaramente delle immagini fantastiche di quelle tali cose. L'individuo poi di cui l’anima è essenzialmente pura, non è mai ingannato da’ suoi sogni. N’ è ingannato invece quello di cui l’anima è fosca e turbata. Quella invece che tramezza tra questa purità e questa impurità, secondo il<noinclude></noinclude> mutn59z5mmxsi3bz553489f9d45t7w0 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/415 108 1031883 3901366 2026-09-18T12:58:03Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901366 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 399 —|}}</noinclude>id iL IVI a RENON —399— maggiore o minor grado di purità o d’impurità, vede, nei sogni, parte di vero e parte di non vero. Alcuni teologi pensano che, dei sogni, parte ne venga dagli Angeli, parte dal Diavolo, e recano in prova di ciò le parole di Dio altissimo: « Veramente gli annunzi misteriosi provengono da Satana il quale intende, con ciò, dli rattristare quelli che eredono in Lui » (1). Altri invece, pur tra essi, son d’opinione che il sogno è una delle sessantuna specie di profezia, e disputano tuttora intorno all'essenza e al modo di tale specie. Quanto ai cultori delle scienze mediche, essi ammettono per la maggior parte che i sogni provengono dagli umori del corpo umano, e che i sogni, da chi dorme, son veduti secondo il vigore e l'energia del temperamento suo. Gl individui pertanto il cui corpo è dominato dall’umore biliare, vedono, sognando, fuochi € sepolture, vortici di fumo e lampade funebri, case incendiate, città in fiamme, e altro di simil genere e che s°assomigli. Quelli che sono di temperamento flemmatico, vedono in sogno, per lo più, mari e fiumi, fonti e stagni, serbatoi d’acqua e canali molti, ondate d’acqua. E par loro di nuotarvi dentro o di pescarvi o di far altre cose simili o prossime a queste. Quelli che son dominati dall'umore malinconico, vedono, nei loro sogni, monumenti funebri, avelli, persone morte, con pianti e gemiti, con gridi e lamenti, e simili cose spaventose e terrificanti, € endaveri avvolti in lenzuoli funebri, e gramaglie. Quelli poi nel cui temperamento prevale il sangue, sognano per lo più vini, liquori di datteri, fiori odorosi, palazzi mawnifici, sale pompose, danze, allegria, baldoria, ogni sorta ili divertimenti, o qualcuno di essi in particolare, come il ballare, l’ubbriacarsi, e poi vesti tinte di rosso 0 d’altro colore vivace, e tutto ciò, insomma, che si riferisce al vivere allegro. Non c’è poi alcuna divergenza d’opinione, lin i medici, nell’affermare che il ridere e lo scherzare (1) Passo del Corano, cap. LVII, 11.<noinclude></noinclude> 4n0r8174yolio5ezzelbagny3i5rz60 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/416 108 1031884 3901367 2026-09-18T12:58:08Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901367 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 400 —|}}</noinclude>SE OSE € tutto ciò che ora abbiam rammentato di cose allegre e liete, provengono da tem eramento sanguigno, mentre | provengono dall’atrabiliare le tristezze tutte e le paure, (dall’arabo di Al-Mastùdi), 26. Misera vita umana! Tu che fastoso incedi, un solo istante Mira e disprezza il mondo. Oh! non dolerti, Ma t’affatica in trovar tuo riposo E deponi la tua, solo un momento, | Alterezza superba! Ecco, se l’alta Di Dio sentenza fosse la tua cura E l’estremo pensier, la tua superbia Di bella povertà saria la schiava (0); Non t'augurar, non disiar la regia Di Suleyman (2) grandezza! Il legno suo Incolume restò, ma dove è ito Suleymàn stesso? E ancora è qui l’ostello Che Azra serrava, e il loco dei conviti Di Vamiq è qui ancor (3). Sedeanvi un giorno, Ed ecco che son vuoti e il dolce ostello E il loco de’ conviti, e l’ha deserto Vàmiq, ed Azra se n’andò lontana! Anche se molti sono i già trascorsi Ami quaggiù, nulla perdeasi mai Del nulla in nulla (4). È pur sempre la terra Quel di dura cervice aspro avversaro, E carnefice nostro è il ciel (5) pur sempre, | Oltraggioso ed ingiusto. E chi desia Amicarsi il destin, pensia chi mai (1) S'intende che l'Autore, essendo poeta mistico, fa la lode della povertà ascetica e religiosa, (2) Salomone, tipo e modello del principe più glorioso e potente. (3) Due antichi amanti, soggetto famoso di storie romanzesche (Storia della Poesia persiana, cap. VI, 21-22), (4) Immutabile la sorte dell’uomo quaggil, mentre l’uomo passa. (5) Nel senso di destino, fato, sorte, cirie NR<noinclude></noinclude> 75tgevrah64fevjfn3e3pfj9c2bjedc Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/417 108 1031885 3901368 2026-09-18T12:58:13Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901368 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 401 —|}}</noinclude> Nè serbava il destin che a nium di noi Unqua serbar la volle. E torna in polve Chi sulla polve della terra è visso; Ma, quella polve, chi le sta nel grembo Forse che vede o sa? D’uom di gran sangue, Ogni sua gleba è il capo; ogni sua zolla D'un regal figlio è il cranio (1). E noi, che dati AI mondo abbiam di giovinezza i giorni, Da che nati siam d’esso, a che dovemmo A vecchiezza discendere? Del suo Wigliuolo educatore ebbe l’eroe Sam, un giorno, il Simùrgh, e giovin era, lì vecchio ebbe dal ciel quel figlio suo (2), W il ciel che assiduo su di noi si volge Nè mai s’arresta, ad altro non è intento Che ogni tua voglia ad osteggiar. Signore Di genti ora ti fa, creta che adusi Il pentolaio, ora ti fa (8). Chi scende In questa a soggiornar terra diversa, Sempre in angoscia è per suo stato, € questi Che a schiera vanno pel deserto, Oh! quelli, (iridan, beati che del mar solcando Van la pianura! — e questi che viaggio Fanno pel mar da grave cura oppressi, Beato il piè, gridando van, che tocca l'ardente sabbia del deserto! — Niuno Seiolto vassi quaggiù d’affanno o doglia Per ciò che avvien di giorno in giorno, e niuno, (1) Memento, homo, quia pulvis es el in pulverem veverteris (Gen. ILL, 19). (2) Dutti, anche i più potenti e grandi, sono soggetti ad invecchiare. \lluwione all’eroe dell'epopea persiana Sàm, che espose sui monti il figlio %al ancora in fasce, perchè era nato coi capelli bianchi; ciò che era egno infausto. L’augello favoloso, detto il Sîmurgh, abitatore delle montagne, allevò il bambino (Vedi Firdusi, # Libro dei Re, vol. I, pag. 309 o nogg. della mia traduzione). (8) « Nell’officina entrai del vaselliere. | Vidi il maestro in piò, presso n vota. | E manichi e coperchi ei di gran core |Fea per orci e vaselli |Con cenni rogi e piò di poverelli »n — Così Omar Khayyàm, poeta e matematico. peminno (Storia della Poesia persiana, I, pag. 285). Italo Pizzi = Fiori d'Oriente 26.<noinclude></noinclude> jo1jbyald6z7rkmnkfwxkx7c6knl36f Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/418 108 1031886 3901369 2026-09-18T12:58:19Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901369 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 402 —|}}</noinclude>deritlaica — 402— O per terra 0 per mar, libero e scevro Va da ogni rischio. È legge che cotesta Compagnia di viventi e parta e lasci Qui le derrate ed oltre passi. Ognuno Che qui discese in quest’angusta cerchia, Uscir poi deve da città e confine Per correre sua via. Ratto che data È sicurezza al viandante (1), un segno Gli è dato ancor da lungi che all’estremo Confine di sua via morte l’attende. Però tu lascia ogni pensier di regno, Chè inganno è un regno. Tenebror di tanta Ombra mondana darà forse luce? Tu che fra giuochi e scherzi di tua vita Il tramite cammini (e il gimoco tuo Misura passa), vedi che del cielo La volta colorata, che di noi Giuoco si fa, non però a farsi gimoco Di nostro indugio sulla terra ha preso! (2). Quando del sapiente è penetrato Il guardo al fondo, di sua gioia il termine Anche toccò. Lo starsi inerte e fiacco Opra non è d’uom c’ha intelletto! Tale Degli stolidi tutti è il reo costume. Però infingardo non starai, ma rendi Nitidi i fogli tuoi, tempra il tuo calamo S'anche non scrivi (3), e non sottrar la fronte Da obbedienza a gente pia devota, De’ fortunati (4) non levar la mano (1) Cioè una carta, un passaporto, secondo che è richiesto dalla legge per chi viaggia. Qui vuol dire che chi nasce, appena ha intrapreso il cammino della vita, vede additarsi da lontano il termine del suo viaggio che è la morte. (2) Con qualche bisticcio, l'Autore dice che noi anche troppo leg= germente consideriamo la vita e vogliamo passarla allegra, mentre il destino, che si fa giuoco di noi con la sua instabilità, alla fine farà sul: serio, facendoci morire quando ci sarà domandata ragione delle opere nostre. (8) Dice figuratamente che, se anche non si possono fare tutte le belle opere volute dalla pietà, si faccia almeno quanto più si può. (4) Gli eletti di Dio.<noinclude></noinclude> n64e33te1xfq334hw8m033an0q7ft6p Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/419 108 1031887 3901370 2026-09-18T12:58:24Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901370 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 403 —|}}</noinclude> Dal lembo mai. La rosa che compagne Sempre ha le spine, aggiunta a spigonardo boavissima essenza e forma e dona! Però chi compagnia sceglie di buoni, Bella raccoglie poi dagli aspri giorni Del viver/suo la ricompensa. Oh! ria Sciagura nostra! Lunge iva da noi La compagnia dei buoni, e son le vespe Dentro dell’alveare e banchettando Stanno del miele. Mira intorno e vedi Che, per mancar di generosi sensi, L’'uom dall’uom si riguarda (1). È cancellata Conoscenza di Dio di tra i mortali, Gli uomini veri fùr sottratti a questa Turba dei più (2). Quand’io di questo o quello All’alitar dovetti accompagnarmi, Ch’era avviso miglior lontano andarne, Vidi e scoversi. Maestà e potere La difesa non ha di questo o quello Come della Fenice (3), e l’amicizia Odiquestoodiquelnonhadivera K leal fede alcun sentor. Ma pure Qual di nobil costume è la semenza? Inspirar fede! E qual la legge? Quella l'ede intatta serbar! Della semenza Che allevàr con gran cura i generosi, (tiorno verrà ch’essi godranno il frutto. (dal persiano di Nizami). (1) Zomo homini lupus! dicevasi dagli Antichi, (2) Gli uomini pii, timorati di Dio, onesti e buoni, vengono a manunvo fra la gente! (8) La protezione degli uomini (tanto sono rei e malvagi) non val nulla Quella della Fenice (in pers. Humay) varrebbe; ma dove sta o si lrova la Fenice?<noinclude></noinclude> 4zfhty6789hjjthk7vvg55bz9aul8lv Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/420 108 1031888 3901371 2026-09-18T12:58:29Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901371 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 404 —|}}</noinclude>27. Dottrina dell’unità assoluta dell'Essere universale. L’almo Nume disse (1): A te, non renitente, io quest’arcana Scienza mostrerò che a sapienza Sen va congiunta, qual tu conoscendo , Avrai dal male libertà (2). Cotesta È scienza real, reale arcano, dA ch Espiazion suprema, a cui l'umano Sguardo pur giunge, santa, agevol sempre Nell’atto ed inesausta (3). Oh! gl’infelici ds SE . Che non hanno, o guerrier (4), fede in cotesta Religione, a me non giunti mai, Di morte negli abissi anche ricadono! (5). Invisibil di forma, io tutto questo Universo visibile ho disteso. Tutti i viventi stanno in me, non io Però sto in essi. E veramente (augusto Prodigio vedi!) in me punto non stanno Questi viventi! È l’intimo mio spirto Altor primo degli esseri, ned esso (1) Nella guerra tra Kuruidi e Pàndhuidi per il possesso del regno (che è il soggetto del gran poema sanscrito il Muhabharata), Veroe ArÈ giuna, dei Pàndhuidi, trovandosi a tronte già preparati a combattere i Kuruidi, sente repugnanza e ribrezzo di dover venire a battaglia con tanti suoî congiunti (che tali erano i Kuruidi), sciaguratamente fattisi nemici a lui e a’ suoi per l'ambizione del regno. A confortarlo e a togliergli ogni dubbio dalla mente smarrita, accorre Krishna, incarnazione o epitania del: l’almo Nume, che, nel passo che qui si dà tradotto, si fa conoscere ad esso Argiuna per l’Essere universale nel più genuino senso panteistico. (2) Secondo il concetto panteistico e mistico del ritornarsi degli esseri tutti all’ Essere universale, ti libererai dal male dell’esistenza terrena. (3) Cioè la conoscenza dell’ Essere universale immanente negli esNIE seri tutti. (4) Cioò l'eroe Arginna. Vedi la nota a principio. (5) Cioè l’esistenza loro non cessa in me (fine supremo a cui aspirano ì panteisti conoscitori della dottrina dell’ Essere), ma si rinnova nel mondo. Rinascono e tornano a sopportare il peso dell’esistenza terrena secondo la dottrina indiana della metempsicosi, iatieaza tiri ae<noinclude></noinclude> bnglx4oy00vbjqpg2rsve952kj1s12h Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/421 108 1031889 3901372 2026-09-18T12:58:35Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901372 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 405 —|}}</noinclude> In essi sta, ch'è origin prima agli esseri. Come sempre nell’etere quest'etere Immanente si sta, vasto, che in tutto Penetra e va, così tu pensa e eredi Che stanno in me gli esseri tutti. In questa Natura mia si perdono, o Kuntide (1), Gli esseri al fine d’un’età (2), e novellamente, al principio d’un’età novella, Gli riproduco in luce. Io dalla mia Natura sostenuto, a volta a volta, Tutta emanando vo questa compage D'esseri,, di natura per la possa, E non astretta (3). Nè me intanto avvincono, O di ricchezze acquistator, quest’opre, Me ad esse non sospeso e qual neutrale Sedente in esse (4). E pur, sotto al mio cenno, Tutte produce le immobili cose La natura e le mobili, e si volve Di tal guisa, o Kuntide, il mondo intero. Ma gli stolti (5) che vedon me d’umana Forma vestito, m'hanno in gran dispregio, Essi che ignoran la natura mia, Gran regina degli esseri, gli stolti Che han vana speme ed opre vane, vani In lor scienza, d’intelletto privi, Essi, che addetti sono alla infernale Dei dèmoni natura, fraudolenta, Ingannatrice. Quei che a mia si volgono Diva natura, o di Pritha figliuolo (6), (1) Argiuna stesso, figlio di Kuntî, figliuola del re Sùra. (2) Età o periodo della vita del mondo, scorso il quale il mondo (come è detto nel nostro passo stesso) si rinnova. (3) È la dottrina dell’emanatismo, (4) L'Essere universale è immanente e presente in tutto, ma ne è libero, non ne dipende punto. (5) Quelli ehe non hanno il concetto panteistico dell’ Essere univerinle, ma credono in un Dio esta e professano questa o ella religione positiva. (6) Lo stesso che Kuntî, madre dei Pàndhmidi, Vedi una nota antecedente.<noinclude></noinclude> hjr1k3mkh4czsk9laznd16j52mmjm42 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/422 108 1031890 3901373 2026-09-18T12:58:40Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901373 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 406 —|}}</noinclude> Magnanimi del cor, con alma intenta Non ad altro giammai, fannomi onore, Me reputando degli esseri tutti L'ineorruttibil fonte. Essi mai sempre Lodandomi, in lor voti e fermi e saldi, Anelando a me sol, con fedel core Venerabondi a me, costanti sempre, M’adorano. E mi fanno altri pur sempre Adorazion sacrificando, quale Offerta lor, la lor Scienza, intenti Sempre a me che la fronte ho volta ovunque Nell’unità di me, di me nel vario i E molteplice stato (1). Io son l'offerta, Son io la sacra libagion, son io Dell’olocausto l’erba (2), io sono il Carme, Io l’olio Sacro, io sono il fuoco, io sono La vittima devota. Io son di questo Mondo il padre e la madre, io ne son l’avo E il nutritor. Lo scibile son io, Son io l’espiazion, son io la sillaba Santa (3), il Rigveda, il Samaveda io sono R il Yagiurveda (4). Agli esseri il cammino E la difesa io Son, teste e signore Di tutti, l’abitacolo e l’asilo, L'amico e il sozio. Origin prima a tutti, Anche io ne sono il fine estremo, l’ultima Stazione, il tesor, ne sono il germe Inconsutile. AI mondo io do il calore, Io la pioggia ritengo, io la rilascio, Io son la morte, io son la vita eterna, L’essente io sono, o Argiuna, «e il non essente! (1) È qui espressa l’immanenza e la presenz l’Essere universale, che pure assume diversissimi è poi svolto nei versi che seguono, (2) Le sacre verbene adoperate nei Saeritizi, (8) La sillaba om alla quale, come Sia devotamente pronunceiata, gl'Indiani attribuiscono virtù sovrumane. (4) Nome dei tre primi Vedi (il quarto è saeri librì indiani, a in tutto l'essere delaspetti. Questo concetto l'AMurcabela), che sono i<noinclude></noinclude> 2i0zwmd3yu5whhleb1ccjbw908lu2ax Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/423 108 1031891 3901374 2026-09-18T12:58:45Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901374 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 407 —|}}</noinclude> Quei che han bevuto il Soma (1), Quei che i tre Vedi sanno, Puri di lor peccati, Che loro offerte danno, Da me la via del cielo Sempre chiedendo vanno. Al purissimo stato D’ Indra (2) signor venuti, Gioie divine e beni Sono da lor goduti. Ma poi, quella goduta Gioia celestiale, Al terminar del gaudio Tornansi alla mortale Dimora ancor. Fedeli Dei tre Vedi al sentiero (3), Presi a lor voglie, un bene Ebbero passeggero (4). Ma a quei che adoran me, quali non altro Hannosi in mente, liete adduco io stesso Bsito, a loro, in me sempre costanti. Que’ pii che addetti sono ad altri Dei, Quali adoran con fede, essi, o Kuntide, Adoran me ben che non sia lor rito Alle leggi conforme (5). Io son colui Che tutti accoglie i sacrifizî, a tutti Donno e signor; ma perché veramente Non conosconmi quelli (6), in basso loco (1) La bevanda sacra (estratta dalla usclepias ucida) usata nei sacritizi. Uambiamento di metro anche nel testo. (2) Il dio supremo dell’Olimpo indiano dei tempi vodici. (3) Alla dottrina. (4) Solito concetto, secondo cui le religioni rivelate e positive non nlyano e non conducono in porto l'essere umano affaticato e stanco. (5) Vuol dire che, qualunque sia la forma esterna della religione, ‘intende che il fondo, la sostanza, ne sono sempre uguali, equivalenti a ‘uolla dell’ Essere universale. Anche il misticismo persiano ha questo voncetto. (6) Cioè quelli dati ad altra religione, che, quantunque pii, non posnoggono la scienza dell’ Essere universale.<noinclude></noinclude> kh35j7bxgr31eo1ajt2v20tzbsv54pl Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/424 108 1031892 3901375 2026-09-18T12:58:50Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901375 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 408 —|}}</noinclude> Discendon essi. E vanno giù agli Dei Quei che onoran gli Dei. Vanno a’ lor padri Quei che de’ padri veneraron l’alme (1), Vanno all’ombre de’ morti chi diè offerte Dei morti all’ombre, ed a me vengon quelli Che a me sacrificaro. Io delle foglie, Io del fior m’alimento, io di quel frutto E di quell’acqua che con mente pia M'offre l’uom pio per sua pietà fedele. Perciò tu pensa ch’ella è a me dovuta Offerta ciò che fai, ciò che ti mangi, Ciò che dài, che sacrifichi, e lo stesso Atto, o Kuntide, del pentir. Disciolto Tu andrai per questa via dalle ritorte Dell’opre tue, belle e non belle, e tutto Intento al rito della tua rinunzia (2), Libero a me verrai. Son io per tutti Gli esseri uguale, e niun m’è in odio, e niuno È caro a me. Quei che a pietà devoti M’onorano, in me sono. Io sono in essi. Che se alcun, di costume e vita rea, Me adora e non rivolge in altra parte La mente sua, buono si deve e giustax mente complesso reputar dell’alma (3). In breve ei si fa pio, sale all’eterna Quiete in breve. Oh! certo sii, Kuntide; Uom che m’adora, non perisce mai, Chè veramente quei che in me rifugio, Figliuol di Pritha, si cercàr, suprema Han calcata una via, sian essi impuri Fin dall’alvo materno, o schiavi, o donne, O venuti dal volgo! Oh! quanto meglio clint fiLiza onto aleca+ (1) Allusione al culto dei Mani o delle anime degli antenati. (2) Non solo ai beni di quaggiù, ma a tuito, fino all'esistenza, fino alla coscienza di te stesso, per perderti dell’ Essere. (8) Si noti a quali deplorevoli conseguenze porterebbe questa per versa (lottrina quando fosse applicata. Purtroppo non è soltanto propria dei filosofi indiani o persiani, ma anche di certi nostri occidentali,<noinclude></noinclude> oe1nc0q43nmymqqyvix5m1ldj4qx204 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/425 108 1031893 3901376 2026-09-18T12:58:56Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901376 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 409 —|}}</noinclude> Puri i Brahmini e quei devoti e fidi Sapienti regali (1). E tu, disceso In questo ch’è fallace instabil mondo, Venera me, Kuntide. In me tu volgi La mente, a me fedel, me venerando, Sacrificando a me. Così, pensando A me solo, a me sol te congiungendo, A me verrai di tuo sentiero al fine. (dal sanscrito della Bhagavad-ghîta, episodio filosofico del Mahabharata). 28. La fine del mondo secondo i Zoroastriani (2). Quanto alla risurrezione dei morti e agli uomini che vivranno nel tempo estremo del mondo, è detto nella Legge (3) che, come allorquando Mashya e Mashyàna (4), nati dalla terra, si alimentarono per prima cosa d’acqua, è poi di vegetali, e poi di latte, e in fine di carne, così il genere umano, quando sarà giunto per esso il tempo di dover tutto spegnersi, si asterrà primieramente dall’alimentarsi di carni, e poi di latte, e poi di pane, e, fino al tempo della sua estinzione totale, si alimenterà di sola nequa. Similmente, in tutto quanto il millennio di Oshedarmàh (5), diminuirà il vigore dell’appetito naturale. Tanto diminuirà che ciascuna persona si sentirà sazia per tre giorni e per tre notti col prendere tanto di carne quanto ne basta per uma offerta sacrificale (6). Dopo di che, nstenendosi dal cibarsi di carne, si alimenteranno soltanto (3) Anche gli uomini di nascita o casta inferiore possono partecipare ulla sorte magnifica ch'io prometto; tanto più i Brahmini e i savi di primo ordine, ece. (2 Questo passo è stato abbreviato in alcuni punti, dove special. monte sarebbe stato necessario troppo lungo e minuzioso commento. (3) L’Avesta: Vedi il Registro dei nomi alla fine del volume, (4) La prima coppia umana, spuntata dal suolo in forma di due piante strettamente congiunte. (5) Uno dei tre profeti che compariranno verso la fine del mondo, inscuno alla distanza di 1000 anni dall’altro. (6) Il minuscolo brandello di carne che si usa nei sacrilizî zoroustriani,<noinclude></noinclude> obngnsqcse90zv5pznen63f39r221pe Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/426 108 1031894 3901377 2026-09-18T12:59:01Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901377 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 410 —|}}</noinclude>di vegetali e di latte, ma poi s'asterranno anche dal latte, s'asterranno anche dal cibarsi di vegetali, e avranno per alimento la sola acqua. Così, per molti e molti anni, @ finehè non venga il Saoshyant (1), si staranno senza cibo, e pur non morranno; dopo di che, il Saoshyant appresterà la risurrezione dei morti. Le prime ad essere risuscitate da morte saranno. le ossa di Gayùmerth (2), indi le ossa di Mashya e di Mashyaàna, indi quelle di tutti quanti gli uomini. Nello spazio d’anni cinquantasette, tutta quanta la risurrezione sarà condotta a termine, quando gli uomini, i buoni e i malvagi, staranno rilevandosi dal luogo appunto dove ciascuno avrà reso l’anima sua. Come ciascuno sarà stato reso all’involuero suo corporale, sarà assegnata a ciascuno la sua schiera, e la luce del sole, parte risplenderà su di Gaylimerth, e parte su tutti gli altri mortali, acciocchè ogni anima possa riconoscere il proprio corpo. E allora ciascuno potrà dire: Questo è mio padre! e questa è mia madre! e questo è mio fratello! e questa è la mia sposa! e questo è uno dei miei congiunti! — Dopo di che, si terrà l’assemblea detta di Satvastràn (3), cioè dopo che i morti Saranno ritornati sulla faccia della terra; e in quell’assemblea ciascun d’essi avrà conoscenza e vedrà le sue opere buone e le opere sue malvagie. In quell’assemblea l’uom peccatore sarà visibile e manifesto come una pecora bianca fra molte pecore nere (4). Ogni persona sarà retribuita secondo le opere sue. Piangeranno allora i buoni sulla sorte dei malvagi, e i malvagi sulla sorte loro; e vi sarà un padre fra i pii, @ il figliuol suo tra i rei; un fratello fra i buoni, e l’altro (1) È il terzo dei tre profeti (vedi la nota di sopra), figlio di Zara» thustra (Zoroastro), ma nato negli ultimi tempi, quegli che presiederà alla risurrezione dei morti. (2) IL primo uomo secondo l'Aveslu e il Libro dei Ke di Firdusi (che è la più antica tradizione, alla quale s°è poi sostituita la più recente della prima coppia, quella di Mashya e Mashyàna). (3) Questa voce significa luraccolla (l'assemblea) da cento campi 0 puselti, per dire da tutti i Imoghi della terra. (4) Noi diremmo a rovescio, cioè nero il peccatore, candidi i buoni, È questione o di immaginazione o di gusto.<noinclude></noinclude> q2rsk0hh6ikbekn3y3pb703vd89mbuj Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/427 108 1031895 3901378 2026-09-18T12:59:06Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901378 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 411 —|}}</noinclude>e VARA rai malvagi. Quelli poi trai malvagi che son stati creati perchè appunto operassero secondo la loro natura rea (1), come Dahaka e Franrasyan il turanio (2) e altri, avranno la pena degli omicidi, quale ad altri non fu inflitta mai. DI quella che chiamasi la pena delle tre notti (3). In quel rinnovamento dei corpi umani, di fra gli uomini pii dei quali è seritto che allora vivranno, quindici giovani e quindici fanciulle verranno in aiuto al Saoshyant. Lia cometa Gurz-sher, dal cerchio della luna, cadrà sulla terra, e la terra soffrirà allora tale distretta quale soffre una pecora che fugge davanti al lupo. Ma poi, il fuoco Armashtîn (4) fonderà metalli e montagne, e il liquido metallo scorrerà in guisa d’un fiume sulla terra, e ogni persona vi sarà fatta passare per il mezzo acciocchè si purifichi. Ad ogni persona pia parrà di passare come per entro a tiepido latte, ma ad ogni malvagia parrà di passare come, quaggiù nel mondo, si può passare per un metallo liquefatto. Allora, con pienezza di gioia, saranno giunti gli uomini alla immortalità. E gli uomini, là radunati, tutti ad una voce grideanno una gran lode ad Ahura Mazdào e agli Imshaspandi (5). Ahura Mazdào avrà dato compimento, allora appunto, all’opera sua creatrice, e nulla rimarrà più da fre. Poichè, nella ricostituzione dei corpi estinti, nulla più vi sarà da fare, il Saoshyant, al momento di essa (L) Secondo il concetto filosofico che il male, o ciò che da noi si orede male, è necessario nell'ordine cosmico. (2) Dahaka è, secondo l'Avesta, il gran serpente creato dal Genio ilol male a distruzione del genere umano; e Franrasyan è il re dei ‘l'urani (i popoli barbari dell'Asia settentrionale), eterno nemico degli Irani (Porsiani). La gtan lotta fra Irani e Turani, celebrata da Firdusi nel Inbro dei Re, simboleggia in terra la lotta morale tra il bene e il male. (3) È una pena che sarà inflitta per tre notti a tutti quelli che, al momento della risurrezione dei morti, anche dopo le pene sofferte fino illova nell’Inferno, serberanno ancora qualche macchia di peccato, Rss unpera in gravità qualunque altra pena. (4) Uno dei tanti Fuochi sacri venerati dagli Irani. (5) Ahura Mazdao, cioè Ormuzd, è il Dio buono, creatore del mondo, “il suo opposto è Anra Mainyu, cioò Ahrimane, Gl’Imshaspandi, cioè i ianti immortali, sono gli alleati e i compagni di Ahura Mazd&o nell’opora sua benefica.<noinclude></noinclude> 2in4gsgcf6ue71rsac0bmwlt1ckvqdu Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/428 108 1031896 3901379 2026-09-18T12:59:11Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901379 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 412 —|}}</noinclude>ricostituzione, co’ suoi alleati celebrerà un sacrifizio e in quel sacrifizio sarà immolato il toro Hadhayaos (1), dall’adipe del quale e dall’haoma bianco (2) sarà apprestato un nuovo vigor mentale, e questo nuovo vigor men tale sarà dato a ciascun uomo, sì che ciascun uomo si farà esente, in sempiterno, da morte. È detto inoltre che chi era in condizione d’uomo adulto quando morì, sarà ricostituito, secondo la legge, nell’età d’anni quaranta, è che chi era ancor giovane quando morì, sarà ricostituito, secondo la legge, nell’età d’anni quindici. Ad ogni uomo sarà pur data una donna, e con la donna ciascuno potrà procrear figli; non però sarà cotesto secondo il modo di procrear figli che si usa nel mondo. Dopo di che, il Saoshyant, secondo il comando avutone da Ahura Mazdao, darà a ciascuno la retribuzione secondo la convenienza delle opere sue. Alla fine, Ahura Mazdào e Anra Mainyu (8) e i Genî buoni e i Demoni malvagi (4) combatteranno fra loro (5). Ma poi Ahura Mazdào, discendendo nel mondo, farà da sacerdote, e Sraosha (6), reggendo in pugno il sacro cine golo, l’assisterà nella cerimonia. Anra Mainyu allora e il serpente Dahaka, disfatti e vinti ai canti sacri, fuggiranno, e correndo per il ponte celeste (7) precipiteranno nelle più profonde tenebre infernali. Il reo serpe arderà nel metallo fuso; il puzzo della immondizia infernale sarà tolto via da esso, e tutto sarà purificato il mondo. Anche Anra Mainyu, precipitando in quel metallo, vi perirà, @ (1) Nome (che significa i sempre puro) dato ad un mistico toro, sul dorso del quale già passarono, al principio del mondo, gli uomini da un continente all’altro. (2) È la pianta che nasce nel mitico lago Vourukashu, e di cui il succo, come sia gustato, dona l'immortalità. Corrisponde al soma degl’Indiani. (8) Il dio malvagio, creatore del male. Vedi una delle note anteco» denti, (4) Se ne ommettono i troppi nomi proprî, difficilissimi da pronun= ciare. (5) Sarà Pultimo atto della gran lotta tra il bene e il male, (6) Il genio dell’obbedienza alla legge divina. (#7) Il ponte sottilissimo, su cui passano le anime dei morti.<noinclude></noinclude> 17s3st7mic5osufw92bebeklmxityb9 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/429 108 1031897 3901380 2026-09-18T12:59:16Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901380 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 413 —|}}</noinclude> nllora Io stesso suolo dell’Inferno sarà reso fertile e fecondo per vivervi. In questo mondo e nell’altro, vi sarà immortalità per sempre (1). (dal perlevico del Bundehesh). (1) Come si vede, la fine del mondo (non ammessa l’eternità delle pone dei malvagi) sarà tutta lietae felice secondo questa antica religione.<noinclude></noinclude> nl4seah4nwsgtz3f0nqr0bh2y1s4il9 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/430 108 1031898 3901381 2026-09-18T12:59:22Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901381 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 414 —|}}</noinclude><noinclude></noinclude> b3en3k8hr0nl3udp0oh672ih08cq5pe Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/431 108 1031899 3901382 2026-09-18T12:59:27Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901382 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 415 —|}}</noinclude>e\sicisisiele ole lioiSKeleioelol ele KroWeileNneWeTe oleole ro ieko|eWoteloWyste tele LIPRO SESTO Sentenze, proverbi, motti arguti, facezie, favole 1. Sentenze e proverbi, a. Arabi (1). Di Maometto. — Uom valoroso è colui che vince sè stesso. — Coppiere pubblico, beve l’ultimo. — Occhio che veglia, per occhio che dorme è un gran bene. — Vero martire è chi dà la vita per tutt'altro che per il proprio vantaggio. — Date la mercede a chi lavora prima che il sudore della sua fronte si sia asciugato. — Il mercante dice la verità solo quand'è fallito. — La peggior cocità è quella del cuore. — Salute e lo stare in ozio, ceco due beni che hanno ingannato molti! — Chi ha fatto un’opera buona, va poi dicendo fra sè: « Avessi fatto anche di più!» —; chi ne ha fatto uma cattiva, dice poi Ira sè: « Avessi potuto non far tanto! >». — La preghiera è l’arma del credente. — Per domandar consiglio, un uomo non muore (2). — Non erra mai chi è moderato e modesto. — Il mondo è un frutto dolce e fresco, e Iddio (l) S'intende che il testo delle sentenze e dei detti che si riferiranno ui sotto, è in arabo. Ma non sono arabi tutti i personaggi che le hanno sritte o solamente pronunciate. (2) Cioè non fa mai male il domandar consiglio. lo II LAM<noinclude></noinclude> 5rn3wuoczrm7ljm5dctpns83z3g46ak Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/432 108 1031900 3901383 2026-09-18T12:59:32Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901383 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 416 —|}}</noinclude>l’ha dato in uso agli uomini per sapere come sapranno usarne. — L'uomo è veramente padrone soltanto quand'è in casa sua e quand'è in groppa del suo cavallo (1). Di AO. — Gli uomini dormono finchè son vivi; quando muoiono, si destano. — Gli uomini somigliano più al tempo in cui vivono, che ai loro padri. — sito buono non s’accompagna all’avidità. — Nessuna lode s’accompagna alla superbia. — Non e'è da fidarsi im un lunatico. — Non v'è baluardo migliore della pietà. — Non c'è malattia più grave dell'ignoranza. — Im ogni sorso c'è pericolo d’affogarsi; in ogni boccone c’è peri colo di rimaner strozzato. — Chi pensa troppo all'esito di ciò che fa, non sarà mai uomo di grand’animo. Quando il decreto del destino è segnato, prudenza non vale. — I beneficî tagliano altrui la lingua (2). — La più povera povertà è la stolidezza. — La maggior solitudino è la soverchia ammirazione di sè stesso (3). — Guardate che gli averi non vi vadano dispersi, perchè non ogni disertore ritorna! — Chi è stolido, porta il cuore in bocca (4). — Ma chi è assennato, ha la lingua nel cuore, — Nessuno può celar tanto in sè il suo pensiero ch'esso non si manifesti negli errori della lingua di. lui e negli atteggiamenti del volto. — L’avaro non d’altro si oceupw che d’esser povero. Vive da povero in questa vita, e nell’altra dovrà render conto di sè come ricco. — I com temporanei sono gli spioni dei difetti dei contemporanei, — Dissimulare le sventure toccate è magnanimità. — Il ventre è il nemico dell’uomo. — La breccia fatta nol (I) Sono detti e sentenze che la tradizione musulmana attribuisen al Profeta, e non si trovano nel Corano. I pochi che abbiam. riferiti, si trovano in Al-Masfidi (IV, 163 e segg.). Ma ve ne sono molti altri e d’altwa importanza, su cui poi fu fondata parte della giurisprudenza musulmani (L'Islamismo, cap. VI, $ 5). (2) Cioè tolgono via (sarà vero?) la maldicenza. (3) Perchè nessuno dovrebbe star volentieri coi così detti superzomini. Ai nostri giorni, caro Ali, le cose vanno a rovescio, in cui i modesti invece, stanno abbandonati alla loro solitudine, (4) Cioè parla a vanvera e senza senno,<noinclude></noinclude> jn2t0jlcgukpxquwp2u5jzws3g6wk57 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/433 108 1031901 3901384 2026-09-18T12:59:37Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901384 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 417 —|}}</noinclude>dll — euor dell’uomo dalla cupidigia, nulla la chiude se non Je zolle del sepolcro. Di Anîshirvan (1). — Il più bel tesoro è un beneficio che tu abbi fatto ad un generoso, e una scienza che tu abbi tramandata in eredità ai tuoi discendenti. — I benefizî sono un seminare di cui la raccolta è la riconoscenza, e chi benefica, schiude la via del render grazie n chi è riconoscente. — Un regno ha il sostegno suo nell'esercito; l’esercito, nelle finanze; le finanze, nei tributi; i tributi, nell’agricoltura; l'agricoltura, nella giustizia; la giustizia, nella integrità degli ufficiali; l’integrità degli ufficiali, nella fedeltà dei ministri. Ma la somma ‘delle cose sta nella vigilanza che il re esercita su sè stesso, e nel governo dei moti dell'animo suo di guisa ch'egli possa dominarli nè essi possano aver dominio su di lui. Di Bizurcimihr (2). — Da diversi animali io ho raecolto e mi sono appropriato ciò che di meglio ho trovato in ciascuno. Dal cane ho preso la fedeltà verso la casa e lo zelo nella difesa del padrone. Dal corvo ho preso la prudenza più estrema. Dal maiale, la sollecitudine nello sbrigar gli affari. Dal gatto, le moine e le carezze nel lomandar qualche cosa. Di un savio indiano sulla tomba di Alessandro Magno. Alessandro parlava ieri più che oggi non parli; ma oggi c’insegna assai più di ciò che ieri c’insegnava. Di Al-Haggiag? (8). — Iddio altissimo ha scritto su questo mondo il motto: Caducità, e sull’altro il motto: (1) Soprannome del gran re di Persia, Chosroe, già tante volte rivordato. (2) Per questo celebre personaggio, vedi i numeri 7 e 8 del libro V. (3) Celebre personaggio del tempo degli Ommiadi, terribile strumonto di vendetta e di repressione violenta nelle mani del Califto Abd il.Molik, il quale, per mezzo di lui, con orribili carneficine si sbarazzò loi capi delle fazioni contrarie e dei loro seguaci, Al-Haggiàg' morì nel mba.C. Italo Pizzi - Fiuri d'Oriente 27<noinclude></noinclude> q5viu8xxu9db4mzv0pte9odopvzqu8n Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/434 108 1031902 3901385 2026-09-18T12:59:43Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901385 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 418 —|}}</noinclude>Sn Vinbieifivirili Aieii=pra — 418— Eternità. Non v'è adunque caducità per cosa su cui Iddio ha scritto eternità, nè v'ha eternità per cosa su cui Iddio ha scritto caducità. Non vi seduca adunque l’apparenza di questo mondo in modo da farvi dimenticare il mistero dell’altro. D'Ibn al-Abbas (1). — La passione è una divinità a cui tutti prestano culto. Di Al-Mamin (2). — Un sovrano può perdonare ogni cosa, eccetto un attentato al regno, il divulgarsi del suo segreto, un oltraggio alle sue donne. Esser fatto sovrano! Qual gran cosa, se non fosse un nulla! Qual potere, se non venisse a tergo la morte! Qual gaudio, se non stesse accanto l’inganno! Qual giorno, se non l’aspettasse il domani! Di Modviya (3): Il guerrier, se lo morde la guerra, Ei la morde; Sella un giorno l’assale, d’assalto Ri la serra; Qual leon che i suoi nati difende (Generoso, 7 Quella freccia onde il giunge la morte, Spezza e fende. Di Bekr ibn Abdallàh (4). — Quando tu vedrai uno che sia più vecchio di te, dirai: « Costui m’ha preceduto nel far le opere del bene, e però esso è migliore di me ». Se poi vedrai uno che sia più giovane di te, dirai: « Io ho preceduto costui nella via del peccato, e però esso è migliore di me ». (1) Cioè Abdallaàh ibn al-Abbàs, cugino di Maometto. Morì nel 688 d. O. {2) Intorno a questo Califfo, vedi il n. 10 del libro I. (8) Primo Califfo Ommiade di Damasco — Regnò dal 661 al 680.d, G. (4) Ragguardevole personaggio d’Arabia dei primi tempi dell’Islamismo,<noinclude></noinclude> fcde1rn5eq6b1bka91jaodfbu9dsl52 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/435 108 1031903 3901386 2026-09-18T12:59:48Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901386 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 419 —|}}</noinclude> Di Al-Muhallib (1). — Io mi meraviglio di chi si compera schiavi per denaro e non procaccia di cattivarsi gli uomini liberi con sue belle azioni! È stato detto che l’uom generoso è vicino a Dio, vicino agli uomini, vicino al Paradiso, e che l’avaro è lontano da Dio, lontano dagli uomini, vicino al fuoco dell’Inferno. Di Nasr ibn Sayydr (2). — Ogni cosa è piccola da principio, ma poi si fa grande, eccetto la sventura, che da principio è grande, e poi di mano in mano impicciolisce. Così ogni cosa, quando abbonda, ha minor prezzo, eccetto il sapere che, quanto più abbonda, tanto più cresce di prezzo. D’'Imru ’1-Qeys (3): S'io volgessi mia cura alle più vili Necessità del viver mio, di tanto Pago sarei che ora posseggo, e nulla Di ricchezze vorrei. Ma poi ch'io miro con l’anima e il core A gloria che sta in alto, a quella gloria Dato è di pervenir che stassi in alto, Soltanto ai pari miei. Di Al-Thadlibi (4): — Diceva un poeta: Contro l’insidia — d’uomo che t’invidia, Tu pazienza, o figlio, porterai. Lo ammazzerà la pazienza tua. Così divora — fuoco vivo ancora arte di sè quando non trovi attorno Chi strugger possa con la possa sua. (1) Illustre personaggio e valoroso capitano dei primi tempi dell’Islamismo. Morì nel 703 d. C. (2) Prode capitano del tempo dei Califfi Ommiadi Hishàm e Al Valîd. Morì nel 749 d, C. (3) Il più illustre poeta dei tempi anteriori all’ Islamismo, morto nel 5S0 d. O. (4) Letterato ed erudito di gran valore. Eva persiano e nativo di Nishfpùr. Morì mel 1038 d. C.<noinclude></noinclude> nhmrmakc3lr74c8p887571e8q8c6jzn Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/436 108 1031904 3901387 2026-09-18T12:59:53Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901387 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 420 —|}}</noinclude>Èb lAceti iale PETRONE diodi — 420— Di Aristotele secondo lo stesso Al-Thadalibi. — Vi sono due specie d’invidie, e una è lodevole, biasimevole l'altra. La lodevole è quandotu vedi un sapiente, e desideri di essere come lui; ovvero quando vedi un uom pio, e vorresti essere come lui nelle opere. La biasimevole è quando tu vedi o un sapiente o tale chiunque che sia da più di te, e vorresti che fosse morto. Di Abù Abbad (1). — Fu domandato ad Abù Abbad: Chi è più lontano dalla via diritta, l’ubbriaco o 1 iracondo? — L’iracondo, rispose, perchè nessuno lo scuserà mai della sua colpa, mentre, quanto all'ubbriaco, quanti sono quelli che son pronti a scusarlo! Di Al-Zamakhshari. — Più effemminato delle donne è chi prende le donne per modello. — Da un addio a tutti quei beni che il tuo erede non conserverà e dei quali ti rimarrà il peso nel cospetto di Dio. — Guardati da ogni persona devota che vuol scusarti, e non trascurare ogni persona devota che vuol sgomentarti (2). — Lo stolto non trova alcun piacere nella sapienza come non gode del profumo d’una rosa chi è preso da raffreddore. — Quando senti parlar d’un lutto in una casa, aecorri in quella casa. Quando senti parlar di feste e di conviti in una casa, vattene. — Anche l’uomo più memore, si dimentica qualche volta; e anche il cuore più fenero si mostra duro a quando a quando. — IL’uom glorioso è sempre esposto alle più dure prove per le cose di quaggiù, come se la sventura fosse la sorella dell’uom glorioso. — La maggior parte degli uomini ambisce il potere, ma pochi di essi, venuti al potere, scampano al supplizio (3). — Pestilenza e poca agricoltura, segni manifesti di decadenza d’uno Stato. — Il mercante ripone la sua gloria nella sua borsa, e il sapiente ne’ suoi libri. — (1) Era della città di Rey in Persia. Fu scrittore di grido, ministro del Califfo Al-Mamàn. (2) Con la minaccia del castigo divino, (3) Ai nostri giorni, invece, gli uomini saliti al potere, dopo mille soprusi e abusi, trionfano.<noinclude></noinclude> ljqpwok2hinfr917awfuh6pe1cfpclu Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/437 108 1031905 3901388 2026-09-18T12:59:59Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901388 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 421 —|}}</noinclude>=421— Linea nera di scrittura è più bella che pittura su guancia dli bella donna. — L'asino, quand'è trattato bene, gode, e quando gode, mena calci. — Quanti ti visitano la sera e ti visitano la mattina, e voglion farti del male e ti sono nemici! — Quante verità che t’escono di tra i denti, son migliori dell’elemosina che t’esce di tra le mani! — L’avaro, quando si esamina qual provvigione ha, s' ammala «li polmonite; quand’è richiesto di qualche cosa, s° ammala di epilessia. — Dono differito, corda intricata. — Son pari fra loro e chi dona a chi domanda e intanto lo rimprovera, e chi, avaro, respinge chi domanda. — Tu che ti vai nettando la bocca con gli stuzzicadenti, meglio fuvesti non guastandola con le parole ree. — La scienza è una montagna aspra da salire, ma facile da discendere; e l'ignoranza è una cisterna facile da discendervi, ma (lifficile da risalire. — Ogni dottrina che non è sostenuta dla argomenti buoni, è una via tortuosa. — Quanti 70ppi ho veduto arrampicarsi su per i gradini della gloria, e quanti, sani dei piedi, non muovere un passo per fare il bene! — Le iene voraci sono meno perfide degli uomini. — Niuna cosa mortifica lo sciocco quanto l’averne sdegno, e nulla gli scioglie le briglie quanto il dargli retta. — (Qual differenza tra chi da gran tempo si occupa d’uno Studio, e chi l’ha intrapreso appena e appena sfio‘nto | —- Pietra di paragone per l’amicizia e la fratellanza è la distretta dopo la fortuna prospera. Di Nabîigha (1): È l’amicizia una prosperità, È la dolcezza una felicità. Sii dolce con l’amico, e t'avverrà Che buon esito alfin ti toccherà. Di Al-Mustavghir (2): Tu mi domanda, e ti dirò dei vecchi Quali sono i malanni: (I) Antico poeta arabo del VI secolo d. C. Poetò alla corte dei Lakhnidi in Hîra e presso i Ghassanidi in Siria. (2) Poeta arabo, dei più antichi tempi. Si dice abbia vissuto trecen= b'anni,<noinclude></noinclude> mmd4qoe07osfvq4qb4taarrq80dtn20 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/438 108 1031906 3901389 2026-09-18T13:00:04Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901389 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 422 —|}}</noinclude>=499— Sonno la sera, tosse alla mattina, Poco appetito, e il cibo è lì davante. Avvizziscono gli uomini sì come Avvizziscon le piante! Di Amr ibn Qamia (1): Vecchio divenni, e si partîr gli amici. Seppi allor vita nostra che non dura. Stetter con me i miei cari, e poi sono iti; Sorte negommi chi m’avesse in cura. Ti basti, o sorte! Sii gentil ver noi! Sappi che ferro o pietra non siam noi. Di Abîd ibn al-Abras (2): Sii paziente in ogni tuo malanno, Chè d’uom di senno pazienza è l’arte. Non ti doler nella distretta. L'ombra Ne svanirà senza molto affannarte. Uman cor non di rado si sgomenta Per ciò che agevol si risolve, come Nodo in torto legame che si allenta. Di Al-Buhturi (3): Davvero! il mondo è passeggera nube Che vien, t'adombra e fugge esile e vana. Non giubilar quando sorvien tal nube, Non ti doler quand’essa va lontana! Dalla raccolta di proverbi di Aba Obeyd (4). — Malanno del retto consigliarsi, la passione; malanno dei generosi, vicinanza di sordidi e di vili. — Se ad un’oper: trista farai seguire un’opera buona, la potrai cancellare. (1) Poeta arabo, compagno dell'altro, Imru ’1-Qeys (vedi sopra), nei suoi viaggi. (2) Antico poeta arabo. Fu scannato dal re di Hîra sulla tomba di due suoi amici, quale vittima espiatoria, nel 556 d. C. (3) Poeta del tempo dei Caliti AbbAssidi, nativo di Manbig” in Siria. Morì nell’897 d. C: Vedi il n, 21 del libro I. (4) Letterato ed erudito, nativo di Heràt in Persia, Morì pellegri» nando alla Mecca nell’837 d. C.<noinclude></noinclude> ja62fsl8f8wm4kvsjm5nnylbza1qqm4 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/439 108 1031907 3901390 2026-09-18T13:00:09Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901390 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 423 —|}}</noinclude>_ 493ONT Così ad un cavallo applicherai le briglie. — Se tu gratti una ferita, la farai sanguinare. — Se tu affidi un’ambasceria ad un sapiente, non istruirlo (1). — Di tra le spine non raccoglierai uva. - Odo fragor di macine, ma non veggo farina (2). — Opinion di vecchio migliore di testimonianza di ragazzo. — Quanti fratelli tua madre mon ti ha mai partoriti! (8). — Quanti si offrono in aiuto chi non ne vuol far nulla! — Molte volte il silenzio è una risposta. — Se tu ingrasserai il tuo cane, esso ti divorerà. — Il far male è la più rea provvigione che til possa insaccare. — Il tuo petto è anche troppo grande per il tuo segreto (4). — Piccole cose né vendemmiano delle grandi. — La rovina dell’uomo si sta tra le sue labbra (5). — Chi ti vuol bene, cerca di frenarti; chi ti vuol male, t’'incita. — Chi non sa tollerare una parola, ne deve ascoltar poi molte. — Chi non Sa dominar la paura e la timidezza, non tocca il fine delle sue speranze. — Nessuno loda la sposa se non la famiglia di lei. — Ottima distrazione, per donna nobile, il fuso! — Guai a chi apprende una disciplina da chi non ne sal — Ritorna all'uomo il male ch'egli ha fatto. Di Al-Mutanabbi (6): Qual è del cor, dell’anima prontezza, Tali i proposti e i fatti; Qual è dell’uomo il sentir generoso, Tali suoi nobili atti. Agli occhi di chi è piecolo, alta e grande Appar sua picciolezza; Agli occhi di chi è grande, esile e poca Mostrasi sua grandezza. (1) Faresti opera inutile, e ogni opera inutile bisogna lasciarla. (2) Chi minaccia gren fracasso e rumore, non fa poi nulla. (8) Nel senso che, più che veri fratelli, ti son stabi altcettanti nemici. (4) Perchè tu non abbia da divulgarlo. (5) Alla lettera: da le sue mascelle. Cioè l’uomo si rovina da sè stesso parlando male e a sproposito. (6) Intorno a questo poeta, vedi il n. 11 nomi alla fine del volume. del libro IV, e il Registro dei<noinclude></noinclude> 6rra7hv2jzfnjsro48t8r8grz126zny Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/440 108 1031908 3901391 2026-09-18T13:00:14Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901391 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 424 —|}}</noinclude>iasàa —424— Dai proverbi degli Arabi. — Tu non devi cercare di far presto un lavoro qualunque. Procura piuttosto di farlo bene, perchè la gente non domanderà in quanto tempo fu fatto, ma baderanno alla sua solidità e alla perizia dell’arte. — Quando una parola esce dal cuore, penetra nei cuori altrui; quando esce dalla lingua, non ne oltrepassa gli orecchi. — Chi insegna agli altri il bene e non lo fa, è simile ad un cieco che regge in mano una lucerna. Ne godono gli altri la luce, ed egli non la vede. — L’esser povero in patria è come essere in paese straniero, ed esser ricco in paese straniero è come essere in patria. — Scegliti per patria quel paese che più ti soddisfa, perchè ogni libero e magnanimo è sperduto nel suo proprio paese, nè il valor suo vi è riconosciuto. — Dieci cose stanno male in dieci classi di persone: spilorceria nei re, necessità di” scusarsi negli uomini eminenti, menzogna nei giudici, impostura nei dotti, iracondia nei devoti, avidità nei ricchi, impudenza nei vecchi, malattia nei medici, scherno d’altrui nei poveri, boria in chi non ha famiglia. — L'uomo veramente grande, non lo rende mai insolente l’alto grado ch’egli ha raggiunto, come un monte che nessun vento può serollare; ma chi è vile, lo fa insolentire anche il più basso grado, come le foglie secche che son menate di qua di là dal passar dello zefiro più leggero. — Un buono amico è simile ad una palma. Se tu ti posi presso della palma, essa ti fa ombra; se tu ne recidi i rami, quei legni ti sono utili; se tu ne mangi del frutto, trovi buono quel frutto. Di Al-Ghazzali (1). — Vivi come vuoi, ma sappi che morrai. Ama ciò che vuoi, ma sappi che un giorno ne andrai separato. Fa ciò che vuoi, ma sappi che poi ne raccoglierai il frutto. — Domandò Alessandro ad Aristotele: È migliore, nei re, il valore o la giustizia? — Rispose: Quando un re è giusto, non ha bisogno di esser valoroso. (1) Celebre filosofo e teologo, detto Agazel dai nostri nel Medio Evo, Morì nel 1111 d, C,<noinclude></noinclude> okertg6nxims6bgjz4vfox7ow321c16 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/441 108 1031909 3901392 2026-09-18T13:00:20Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901392 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 425 —|}}</noinclude> Altri proverbi degli Arabi. — Due persone non si saziano mai: chi cerca scienza e chi cerca denari. — Se ti viene in casa un ospite non gradito (1), ospitalo pazientando. — Malanno del sapere, la poca memoria; malanno della generosità, il dimenticar le promesse. — Se tu non chiudi gli occhi sulle cose da poco, non ti appagherai mai più di nulla. — L'ira, a principio, è una pazzia a cui succede il pentimento. — La morte è sempre al di qua della speranza. — Sovrano violento e sùbito all’ira è migliore di sedizione che dura. — D'’ogni male, anche la più piecola parte è grande. — Il peggior degli uomini è quello che non bada se altri l’osserva. — Testimonianza di fatti, migliore di testimonianza d’uomini. — La cosa più difficile per un uomo è conoscer sè stesso. —Rimprovero aperto, migliore d’invidia dissimulata. — Fa leggeri i tuoi pasti, e ti loderai dei tuoi sonni. — Non c'è messaggiero pari al denaro. — Se sarai troppo molle, ti spremeranno; se troppo duro, ti spezzeranno. — I ricchi avari sono come i muli e gli asini che trasportano oro e argento e si nutrono di paglia e d’orzo. — Chi scusa o loda un’azione rea, l’ha già fatta. — Il maldicente, in un’ora sola, fa il male d’un mese. — Un giorno solo, per un sapiente, val più di tutta la vita per un ignorante. — Se dormi con animo tranquillo, ti troverai sul più soffice dei letti. Di Al-Mutalammis (2): Vendica il torto suo braccio gagliardo, E chi braccio non ha, detto è codardo. Ricevi orsù da me questo consiglio, O tu che biasmi povertà. Se pensi, Vedrai che biasmo qual ricchezza merta, Supera nobiltà, supera pregio Che ha povertà sulla riechezza, sana (1) S'intenda una disgrazia, un malanno. (2) Antico poeta arabo che visse da principio alla corte dei Lakhmidi a Hîra. Era della seconda metà del VI secolo d. C.<noinclude></noinclude> n7saiqgc129locc4dksikwdkvh8sjz9 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/442 108 1031910 3901393 2026-09-18T13:00:25Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901393 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 426 —|}}</noinclude>slirrnd —426— Opinion s'è in te. Chè tu ribelle A Dio ti fai per conseguir ricchezza, Ma, per impoverir, che tu ribelle A Dio ti faccia, non accadrà mai. Dagli altri per andar ci sono scale, E chi vuol vi si arrampica. Da noi Senza scale montar ciascuno sale. Fuggon lungi da noi le umane bestie, Ma dal deserto accorron presso a noi A pascolar le selvatiche bestie. Di Tarafa (1): O di queste campagne amica allodola Canta e l’ova deponi. Il cielo è libero! È tolto il laccio, e però di che dubiti? Quanti granelli beccar vuoi, tu beccali. È andato il cacciator. Tu godi e giubila. Ma presa un dì sarai. Però tu guardati! Proverbi volgari di Siria. — A che vorrai tu assuefatto il figlio tuo? Se farai istruire il figlio tuo quand’ è ancor piccino, ne sarai soddisfatto quando sarà grande. — Informati del vicino prima che della casa, e del compagno di viaggio prima che del viaggio. — Interroga gli uomini che hanno esperienza, e non i dotti. — Chi, per affetto che gli porta, giuoca col gatto, deve poi, per amore, sopportarne le graffiature. — Chi fa bocconi grossi, deve faticar di mandibole. — Se tu batti qualcuno, fallo strillare, e se dài da mangiare a qualcuno, sazialo (2). — Mano che non reca doni, puzza. — I muri sono il quaderno degli sciocchi. — Gallo loquace canta fin dall’uovo (3). — Coda di cane, anche se per quarant’ore la tengono in forma, torna sempre tortuosa. — Il calzolaio va sempre (1) Antico poeta arabo che visse alla corte di Amr in Hîra. Satireggiò Amr che, in pena, lo fece seppellir vivo nel 569 d. C. (2) Cioè devi fare a perfezione ogni cosa. (3) Si dice di fanciullo d’ingegno precoce,<noinclude></noinclude> 5w0jsd1d1id30oimahrxq5lv1sl4cjw Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/443 108 1031911 3901394 2026-09-18T13:00:30Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901394 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 427 —|}}</noinclude> scalzo e il tessitore va sempre nudo. — Ridere senza motivo significa poca educazione. — Distendi i piedi secondo la lunghezza del tappeto. — Pecora scabbiosa non deve bere che all’estremità del fonte. — Chi disputa coi ragazzi rovina la sua posizione. — Il cuor mio si riposa sul figlio mio, e il cuor di mio figlio sulla mia pietra sepolerale (1). — I troppi cuochi mandano & male il pranzo. — Se non si rompesser pentole, non ci sarebbe arte di pentolai. — L’ago, benchè nudo, veste la gente. — Promessa senza lealtà è inimicizia senza cagione. Di Omar ibn al-Khattdb. — Esercitate i vostri figliuoli a recitar poesie, perchè esse addestreranno loro la lingua. La più eccellente delle arti di un uomo è appunto quella della strofa poetica. Essa lo presenta altrui quando ha alcun che da domandare, ed egli con essa può cattivarsi il cuore d’ogni generoso @ piegar l’animo dell’uomo anche più duro e vile. — La poesia, seguitava a dire, è un susurrar leggero tutto proprio delle parole degli Arabi, per il quale si calma ogni ira e si spegne ogni odio, per il quale la gente si fa eloquente nelle sue radunanze consuete. Chi domanda alcun che, soltanto per essa ottiene ciò che domanda (2). Dello stesso. — Tu dirai sempre la verità anche se ti dovesse ammazzare. Dello stesso. — Se io fossi mercante, vorrei trafficar di profumi. Quand’anche me ne mancasse il guadagno, non me ne mancherà mai la fragranza. Di Abà Dolaf (3): To do la vita per la gente mia Difendendo assai pria (1) Si dice a proposito di figli discoli e ingrati. (2) Tutto ciò non si può intendere se non col fatto che gli Arabi adoperavano la poesia in tutto e per tutto (Letteratura araba, cap. 1II, 61). (3) Ragguardevole personaggio del tempo del Califfo Al-Mamfîin, letterato ed erudito. Morì a Bagdad nell'842 d. C.<noinclude></noinclude> k1l9le6gmmmy9rh1hvz1ph7q52ixppv Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/444 108 1031912 3901395 2026-09-18T13:00:35Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901395 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 428 —|}}</noinclude>Che malanno le ineolga, io so sostegno Nella sventura ria. Affrontar vo’ qualunque più tremendo Periglio combattendo Per ch'io m’acquisti onore, o volontario. Giù nell’avello io scendo. Di Ab& Nuvas (1): Non è forse ogni vivo addetto a morte? Figlio non è di tal che a morte è addetto? Uom di gran sangue l’origine forse In due non ha che sono addetti a morte? Uom di cor se disamina la sorte, Essa svelasi a lui qual è davvero, D’amico in un vestir nemico fiero. Proverbi volgari d’ Egitto. — A chi ha un somaro zoppo gli affari vanno meglio che a chi non ha nulla.— A chi non ha fortuna rimane sempre Iddio. - Chi lascia dietro di sè dei figli, non muore. — Non si disseta mai chi beve gratis. — Mano che prende, non è buona guida. — Soffre la fame, e suo marito fa il fornaio! (2). — Sogno d’affamato, pane. — L'ho preso dietro di me sul mio cavallo, ed egli ha cacciato la mano nel mio sacco (3). — Sassata in bottega di vetraio! (4), — Chi ha mangiato affetta lento lento il pane per l’affamato. — Era incudine, ed è diventato martello! (5). — Se non ci fosse il bisogno, i piedi non camminerebbero. — 0ecorre un oggetto bello, fino, degno di gran personaggio, ma a buon mercato (6). (1) Poeta del tempo degli Abbfàssidi, caro al Califfo Hàràn al-Rashîd, Morì al principio del IX secolo. (2) Di donna che non sa darsi le mani attorno e non fa nulla. (3) Si dice d'un ingrato che rende male per bene ricevato. (4) Si dice d'una gran disgrazia. (5) Si dice di chi, salito in alto da umile condizione, maltratta gli inferiori. (6) Per dive che si cerca cosa impossibile,<noinclude></noinclude> c6leal20y25ddza74ujnlf0uamg8d6s Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/445 108 1031913 3901396 2026-09-18T13:00:40Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901396 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 429 —|}}</noinclude>e b. Persiani. Di Pirdusi: Oh! vita di quaggiù! Tutta sè’un alito E vanità, nè l’uom che ha mente e senno, Allietasi per te! Quand’io mirando Vo all’opre tue, vane son tutte e giuoco Mi sembrano; e tu intanto con lusinghe Nutri i mortali, quei che i giorni ha brevi, Quei che ne conta assai. Ma poi che il tuo Dono riprendi tu, quale avrem doglia Se una gleba (1) è quel dono o un serto a gemme Dello stesso: Libera il core dall’amor che nutri Verso la terra! A coltivato ‘campo, Ricco è fiorente, s’assomiglia il mondo, E il mietere è la morte, e il dolce umore È la vita, e siam noi le adulte messi. Josì come son pari al mietitore L’erbe del campo, tutti noi siam pari, Buoni e tristi, alla morte. E qui siam noi, E qui corriam per una via, canuti Vecchi, garzoni dal crin folto e bruno, Quai messaggeri in faticoso calle. Turba di viandanti è ben cotesta Che da questa città trapassa a quella, E un precede, e da sezzo riman l’altro Fin che a sua volta ei pur giunge alla meta. Vieni adunque, e nel cor nullo per noi Dolor si serbi poi che ad uom che nasce, Il viver di quaggiù sempre non dura! Dello stesso: Meglio sarà se in donna tu non credi! Cerca però quaggiù donna avveduta, (1) Cioé le glebe della fossa. ?<noinclude></noinclude> 2ex5huzuydxh1ugjk3kfwve4dpo4w46 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/446 108 1031914 3901397 2026-09-18T13:00:46Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901397 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 430 —|}}</noinclude> Chè donna rea vergogna arreca ed onta. Meglio sarìa se fossero sotterra Donne e serpenti. Il mondo anche sarìa Migliore allor che di coteste due Impure cose si vedesse puro. Dello stesso: Oh! dove siete voi de’ miei trent'anni Vivide rose e muschi e intatte e vaghe Candide perle, e dove sei, possente Lingua di Persia, qual tagliente brando Stretto in questa mia man? (1) Gli augéi del cielo Più non vanno a posar su rose pallide, Ma rami di cipresso e bei bocciuoli Aman di rose fresche e porporine! (2). Di Saadi. — Due persone al mondo hanno sopportato inutile fatica e si sono affaccendate senza frutto: chi ha radunato ricchezze e non ne ha goduto, e chi ha imparato gran cose e non le ha poste in pratica. Non bisogna fidarsi mai nè dell’amicizia dei re nè delle belle parole di fanciulle ingannatrici, perchè quelli si cambiano per un capriccio qualunque, e queste mutano pensiero per ogni sogno che fanno. Chiunque fa la pace coi nemici dei suoi amici, intende di offendere questi amici suoi. Finchè una briga qualunque si può accomodar con dell’oro, non conviene espor la vita. Dicono gli Arabi: « La spada è l’ultimo dei rimedî. » Non aver mai pietà della debolezza del nemico tuo, perchè, quand’egli fosse forte, non avrebbe pietà della debolezza tua. (1) Allusione alla composizione, in un magnifico verso epico persiano, del Libro dei Ie, Vedi il Registro dei nomi in fine del libro. (2) Vedi, quanto alla scelta da me fatta dei passi da Rirdusi, la Pre fazione.<noinclude></noinclude> nhssmfyiwvn6qd7xx7i5hac4dn1x3ej Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/447 108 1031915 3901398 2026-09-18T13:00:51Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901398 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 431 —|}}</noinclude> Ira che passa i limiti, allontana la gente, e dolcezza intempestiva fa perdere il rispetto. Non mostrarti adunque tanto aspro che altri si stanchi di te, nè tanto indulgente e affabile che altri prenda ardimento a tuo danno. Due persone sono dannose ad uno btato: re senza dolcezza, prete senza scienza. Non recar mai notizie che possano affliggere qualcuno, ma lascia che altri le porti: Deh! lascia al gufo ogni novella trista, E recaci, o usignuol, lieta novella Di primavera bella! Ad un sovrano tu non darai mai notizia del tradimento di qualcuno a meno che non sii certo che tutto ciò che dirai, sarà accolto. Se no, tu lavori alla tua perdita! A chiunque di noi sembra perfetto il proprio modo di sentire, e sembrano belli i proprì figli. Dieci persone possono mangiare ad una stessa mensa, e due cani non si saziano attorno ad una stessa carogna. l’ingordo, anche se possedesse il mondo, è sempre affamato, e chi s’accontenta, si sazia con un solo pane. Il Diavolo non se la fa mai con gli uomini di cuor Sincero, e un sovrano non se la fa mai coi poveri. Per l’ignorante non c’è ornamento migliore del silenzio, ed egli non sa questa verità. Se la conoscesse, mon sarebbe un ignorante. Si vorria che l’uom saggio e sapiente Due vite avesse in questa nostra vita, Perchè, nell’una procacciar potesse Esperienza, e in opera, nell’altra, L’avuta esperienza traducesse,<noinclude></noinclude> 2yepr9j1bgm1zb4k90mju61pw4zcm0j Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/448 108 1031916 3901399 2026-09-18T13:00:56Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901399 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 432 —|}}</noinclude>aenm—m—cmv “dii Chiunque disputa con un più dotto di Iui perchè altri Sappia ch'egli pure è dotto, fa capire, invece, ch’è un ignorante. Se non fosse la tirannia del ventre, nessun uccello cadrebbe nel laccio. Di più! Nessun cacciatore tenderebbe un laccio. Consigliarsi con donne è una rovina, e mostrarsi generoso verso i furfanti è una colpa. Non ti meravigliare se, nell’assemblea dei tangheri, la parola d’un sapiente non fa l’effetto suo! Il suono del liuto non può vincere il fracasso del tamburo, e il profumo dell’ambra non può superare il puzzo dell’aglio. Di Radeghi (1): Generoso consiglio m’ha recato Il volgere del tempo. È il tempo invero, Se ben tu guardi, savio consigliero! « D’altri, mi disse, in giorno fortunato Non ti doler. Quanti altri vi saranno Che lo stato che hai tu, s'augureranno! ». Il mondo mirar déi con gli occhi interni; ‘Cosa arcana non veggon gli oechi esterni. Con gli occhi aperti mira ciò ch'è aperto; L’intimo arcano tuo lascia coperto. Ecco! sen viene dalla via lontana, E giovane e balioso, il cavaliero! Un novello signor viene a serviré E ha cura intenta e nobile pensiero. Lascia che passin gli anni, e piaccia allora A Dio che a piedi, povero e mendico, R per l’età cadente, ei rieda ancora! (2). (1) Celebre poeta lirico persiano. Visse a Bukhfra, alla corte dei Sàmanidi. Morì nel 94 d. O. (Storia della Poesia Persiana, II). (2) Cioè sarà già gran fortuna per lui se tornerà, benché in così mie sero stato, e non sarà morto.<noinclude></noinclude> mio1d9pao6wrudjhzhm6gumjo2rjn2z Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/449 108 1031917 3901400 2026-09-18T13:01:01Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901400 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 433 —|}}</noinclude>Di Kisai (1): Ha ciascun l’ufficio suo, Ha ciascuno il peso suo, E il banchiere meglio sa Quanto valga l’oro suo. Di Attàr: Il rossore, o fratel, parte è di fede. Di Satana alla schiera è annoverato Quei che arrossir non sa quand’egli ha errato (2). Chi ti dice in presenza il tuo difetto, La via ti mostra dall’ombra alla luce. Ciascun pertanto ringraziar tu déi Che lungo il tuo sentier ti si fa duce. Se tu vedi un uom da nulla Ch’è salito. a dignità, Non gli chiedere mai nulla S'anche n’hai necessità. Alla soglia dell’uom che non val nulla, Tu non recare il piè. Se mai lo vedi, Non chiedergli nemmen se la gli frulla. Quei che il nemico suo sprezza e non cura, Da quella ch’ei ne avrà mala ventura, Fuggirà un dì. Non vedi che, se desta È una sola favilla, il mondo intero Trascorre a divorar veloce e presta? Di Rami (3): E gittato un granello. Esso germoglia E un albero si fa. L° alto segreto (1) Poeta persiano, nativo di Merv. Visse povero e povero morì nel 1001 d. C. (Storia della Poesia persiana, cap. II). (2) Si attribuisce a Maometto questa sentenza profonda: » Se tu non sni arrossire, fa quel che vuoi! n. (3) Vedi il Registro dei nomi alla fine del volume. Italo Pizzi = Fiori d’Orsente 28<noinclude></noinclude> c4nxezil2i7d9xipr66gp5uxcl4plci Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/450 108 1031918 3901401 2026-09-18T13:01:07Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901401 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 434 —|}}</noinclude> Allor che inteso avrai, Vinto con me cadrai (1). Poveri, umiliati, infermi, abietti, A. te, Signor, peccammo Tra i legami dal corpo avvinti e stretti (2). Esser savio è quant’essere in tristezza Sommerso ad ogni tempo. Innamorato, E fuor di sè un trovarsi e indemoniato (8). 4. SB O ingordo che vai schiavo alle ricchezze! Iddio te le diè in mano, e ti credéi Che sempiterne fosser tue ricchezze. Miri al dì che verrà, ma in error sei! Dell’altro mondo (4) è cosa Veramente la rosa; Di questo essa non è. Immagine di rosa In patria fantasiosa (5) Perchè trovar si de’? GeSTSTAIT idia Altre sentenze di Saadi. — Un amico, per procacciarti il quale hai speso tutta la vita, non devi abbandonarlo in un istante. DILIAT Prudenza senza forza è inganno e astuzia; forza senza prudenza è ignoranza e pazzia. Uom generoso che gode e dà, è migliore d’un devoto che è ben provvisto e non spende nulla. Chi rinunzia ad (1) Tanto grande sarà lo stuporé per avér penetrato, sè mai, il segreto dell’esistenza. In senso mistico e panteistico, è l’essersi perduto, l'individuo, nell’Essere universale. (2) Il corpo c’indusse a peccare, e però meritiam scusa e perdono. (3) S'intenda sempre un amore mistico. (4) Cioè del cielo o del Paradiso. (5) Il mondo presente con tutti i suoi sogni e le sue illusioni. J<noinclude></noinclude> mqraj8nw3fohwlivi186ah5tb7wf33k Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/451 108 1031919 3901402 2026-09-18T13:01:12Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901402 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 435 —|}}</noinclude> ogni desiderio per gradire alla gente, da un desiderio loeito incappa in un illecito: L'uomo devoto e pio che s’appartava, Non di Dio per amor, dall’altra gente, Che mai veder potrà dentro quel suo Nebbioso specchio, misero e indigente? Uno scolaro senza buona volontà è un amante senza lenaro; un viaggiatore senza esperienza è un uccello ienz'ale; un sapiente che non mette in pratica il sapere, è un albero senza frutti; un uom devoto senza scienza è lina casa senza porta. Secondo l’apparenza, la più gloriosa delle creature di Dio è luomo, e il più vile degli animali è il cane (1). Ma, per comune giudizio dei saggi, il cane, che conosce il debito suo verso il padrone, è migliore d’assai d’un tomo sconoseente e ingrato. Di Omar Khayyam (2): Da questa terra che per alcun tempo Ci fu dimora, non avemmo noi Che sventura e dolore. Aimè! non fu disciolto un nodo solo! (3). Andammo, e qui restàr tanti sospiri, Tanti! del nostro cuore. Poi che nessuno fa malleveria Del giorno di domani, il core afflitto Tu allieta in questo giorno. Bevi del vino, o bella mia (4). La luna Qui non ci troverà, dopo molt’anni Quando farà ritorno. (1) Il più grave insulto che possa farsi ad un musulmano, è quello ili chiamarlo cane. (2) Vedi il Registro dei nomi alla fine del volume. (8) Cioè non abbiam'potuto comprendere alcun mistero dell’esistenza del mondo. (4) Alla lettera: 0 luna mia, con immagine frequentissima (quindi un slnoco di parole nel testo) e non di nostro gusto, nei poeti persiani,<noinclude></noinclude> pwgaygxk2eszigpqxnzs470y1pn5uot Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/452 108 1031920 3901403 2026-09-18T13:01:17Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901403 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 436 —|}}</noinclude>TAsprt D’un anelito è distanza Tra la fede e l’empietà; D'un anelito è distanza Tra incertezza e verità. Lieto adunque passi questo Dolce anelito di vita, Poichè dura un solo anelito Questa nostra corta vita! Sul giorno di doman nulla tu puoi; AI giorno di doman senza fastidio Pensar non puoi nè sai. Se vigil core hai tu, non perder questo Momento breve (1), chè non t’ è ben noto Quanto ancor tu vivrai. Poichè non vanno le faccende nostre Come vorremmo noi, Pensando stiamo a ciò: l'intento nostro A che diverrà poi? E lungamente sospirosi e mesti A seder qui restiamo Dicendo: Troppo tardi siam venuti! Troppo presto ne andiamo! îCul ÈdIdi: ÈLoDI Di tua felicità poi che la rosa Oggi ti reca i frutti suoi, in mano Perchè un bicchier non hai? Bevi del vin, chè ingannator nemico È il tempo, e giorno aver simìle a questo Malagevole è assai. Non ti pensar ch'io tema del destino, Ch’io tema del morir, del dì che l’alma Farà sua dipartita! Poich’è morir necessità, di tanto Non temo già, ma temo che non bene Vissuto abbia la vita. (1) Cioè godi nel breve tempo della vita,<noinclude></noinclude> 40fz5rur4jnv0y1kjk5yby1dxc5c7hg Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/453 108 1031921 3901405 2026-09-18T13:01:23Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901405 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 437 —|}}</noinclude>Io sempre in lite sono con me stesso. Che far dunque potrei? Dell’opre da me fatte io son dolente. Che far dunque potrei? Penso che tu, Signor, perdonerai Per generosa voglia; Ma per l’onta che tu ciò che ho fatt’io, Vegga, che far dovrei? Di Hafiz (1): Uomo l’uomo si fa sol per scienza. Un bruto egli è se scienza non ha. Ignoranza è operar senza scienza, L'ignoranza non tocca verità. Se al par di me caduto sei nel laccio Di questo basso mondo, T'abbandona ai solazzi € il vin ti bevi In calice profondo. Arderò il mondo nell’ebbrezza € nella Folle crapula mia. Ma tu non star con mé, chè mala fama Allor te ne verrìa (2). Non trascurare, amico mio, d’un core Il sospiro dolente, Chè infocato sospiro in te potria Vampa destar rovente (3). Perchè pensar mon deggia che in tue case Tutto agevol discorte, Ve che la notte è tutta un pianto e all’alba Un sospiro ricorre! (4). (l) Vedi il Registro det nomi alla fine del volume, (2) Cioè da parte dei bacchettoni, nemici della dottrina mistica pro(emnnta dal Poeta (3) Il rimorso d’averne trascurato Valfetto. (4) Ommnis natura ingemiscil! Tutti, al mondo, siamo infelici!<noinclude></noinclude> idhgl7pv45dg1337x6r3zaeg65r7bar Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/454 108 1031922 3901406 2026-09-18T13:01:28Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901406 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 438 —|}}</noinclude> E fino a quando in cor tanto dolore Serberai per tua sorte? Lascia, lascia del mondo ogni pensiero E di ciò che tu v’hai! Un’amica, del vin, di rose un cespo, Fa che qualcun t’apporte Ora che un gotto di giocondo vino Anche gustar potrai! Di Giami (1). — Giuneyd (2) soleva dire; Le parole dei vecchi, nella scienza e nella conoscenza delle cose, sono un esercito, anzi un esercito di Dio altissimo. Abù Hashim il Sùfi (8) diceva: È più facile divel: lere un monte con la punta di un ago che sradicare dal cuor dell’uomo il difetto della superbia. Sahl ibn Abdallàh (4) diceva: Con chi si leva al mate tino e non pensa ad altro se non a ciò che in quel giorno dovrà mangiare, tu non devi far comunella. Lavatene le mani. Miikeactete Diceva un savio: Il particolare dell'amore è questo, ch’esso è tutto un travaglio e un tormento. Chi è innamorato, sempre e sempre deve soffrire e patire. — Tacil gli rispose un altro savio. Forse tu non hai mai provato che sia far la pace dopo la guerra, e non hai mai goduto della dolcezza del ritorno dopo la lontananza! Nel mondo, nulla v'è di più leggiadro di due che si amano di puro j amore, e nulla v'è di più uggioso di chi, per gravità che ostenta, se ne mostra alieno e repugnante. vintitt (1) Vedi il Registro dei nomi alla fine del volume. (2) Nativo di Bagdad, morto tra il 909 e il 9LL d. G. Fu celebre per la sua pietà, (8) Cioè il Mistico. Era di Kùfa; visse a Damasco dato alle opere di pietà e morì nel 680 d. C, (4) Era di Puster nel Korassan, Morì nell’897 d. e, Fu uomo d’insi» f gue pietà.<noinclude></noinclude> r7bcssvwxikkxqq08q3jaq9ygf6d8p0 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/455 108 1031923 3901407 2026-09-18T13:01:33Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901407 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 439 —|}}</noinclude>= age Il re Frédàn (1) lasciò scritto ai suoi figli questo ammonimento: I giorni della vita sono come altrettante pasine della vita. Procurate adunque di non notare su queste pagine altro che opere buone e azioni di beneficenza. Tre filosofi, un greco, un indiano, un persiano, che era Bàzurcimihr, si trovavano un giorno nella sala del re Kisra. La conversazione cadde intorno a ciò che al mondo v'ha \di più doloroso e grave. Il greco disse: Vecchiaia con poca salute, con povertà e angustia. — L’indiano disse: Malattia con molte cure fastidi. — Bàzurcimihr disse: Imminenza della morte con assenza di opere buone. _— Tutti convennero in ciò che Bùzurcimihr aveva detto. Fu domandato @ Baàzurcimihr: Qual è il sovrano più giusto? — Quello, rispose, per il quale i giusti possono vivere sicuri e del quale gl’ingiusti tremano. Un re domandò un consiglio ad un savio, e il savio disse: Io ti farò una domanda, e tu rispondimi senza finzione. Hai tu più caro l'oro o il tuo nemico? — IL oro! rispose. E il savio: Allora, come va che tu dovrai lasciare in terra ciò che hai più caro, cioè l’oro, e che quello che meno ami, cioè il nemico, dovrai averlo per compagno nell'altra vita2 — Il re si mise a piangere, @ disse: M’hai dato un ottimo consiglio. Esso li comprende tutti! I savi hanno detto: Come la terra va prosperando per la giustizia, così essa va squallida e deserta per l’ingiustizia. La giustizia illumina intorno a sè per mille pavasanghe, e l’ingiustizia per mille parasanghe spande intorno a sè le tenebre. (1) Antico re dell'epopea persiana, detto Thraétnona nell’Aresta. Ved il Libro dei Re di Pirdusi,<noinclude></noinclude> 781cj73cjm5ztzgeinw15hq1ovtuoqh Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/456 108 1031924 3901408 2026-09-18T13:01:38Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901408 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 440 —|}}</noinclude>SITO: — c. Indiani. Sentenze del Panciatantra (1): Da ricchezze cresciute e accumulate o / Da tutte parti vengon tutte cose, Come dai monti l’acque derivate. Si rende a chi non merita, onoranza; | Chi n'è indegno, si cerca e si saluta; ti" È Questa delle ricchezze è la possanza. Chi teme codardo, — qual donna leggera, D'andarne, infingardo, — in terra straniera, Cornacchia dispetta, — omuecio dappoco, Antilope abbietta, — si muore al suo loco (2). Rari son que’ buoni al mondo Che somigliano alle nubi! Esse van sublimi e lente E ogni pena ed ogni arsurw Via cancellan dalla gente. ——t_—4de=t7 ortioso, di scaglie coperto (3), ‘traditore, di trappole esperto, Degli amici uccisor, fraudolente, Di malìa vinto all’arte sovente (4), È ogni principe ed ogni serpente. L’erbucce debili Che da ogni banda In giù si piegano, Non schianta il nembo mai dalle radici; (1) Intorno a questo libro della letteratura sanserita, vedi il Registro dei nomi alla fine del volume. Si noti però che non tutte le sentenze che si leggono nel Punciatantra, sono dell'autore di esso che è il savio Vishnu= sarman, ma son tolte ad altri libri sanscriti. (2) Cioè nel paese nel quale è nato, (3) Perchè il serpente ha le scaglie, (4) Perchè i serpenti si lasciano incantare, nare dagli adulatori e dai cortigiani. surinario nha-r___t iodio ranta y——.Sor e ilve ha le maglie della corazza. e i re si lasciano ingan-<noinclude></noinclude> otn0chx3gvpvbzniptt28q3las4wsn9 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/457 108 1031925 3901409 2026-09-18T13:01:44Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901409 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 441 —|}}</noinclude>Cie Ma piante altissime Piuttosto abbatte, Chè guerra imprendere Desìa chi è grande sol con gran nemici. Non si dee da principio il nostro affetto Porre in ciascun che ci dimostri amore. Ma, posto allor che sia, di giorno in giorno Mostrar gli si dovrà sempre favore. Delle femmine e dei granchi, Degli stolti e farabutti, Dell’ortica e dell’azzurro (1) Basta un tocco sol per tutti. Il nascere è la prima Nostra infelicità. Ratto sovviene allora La trista povertà. Il pan quotidiano Vien dalla servitù. Oh! miseria, miseria, Che cresce sempre più! Per cosa morta o perduta 0 svanita, Non mostrano dolore i sapienti. Però si stima che in cotesto appunto Dai saggi sian gli stolti differenti. Per cose di quaggiù non si vuol piangere, E chi ne piange veramente è stolido. Ri da un malanno altro malanno pigliasi, Egli a goder di due fastidi acconciasi. Punir per qualche fallo un servitore AI signor s’appartien, chè la vergogna Non è del servo, ma del suo signore. (1) La tinta, difficilissima a togliere, dell’indaco,<noinclude></noinclude> 9kb8p1jhje90zblec2zsbacd609cmhd Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/458 108 1031926 3901410 2026-09-18T13:01:49Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901410 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 442 —|}}</noinclude>Segre Quale una casa che abitan serpenti, Quale una selva ch'è di fiere ingombra, Qual stagno ombrato di loti fiorenti, Tutto infestato dagli alligatori, Timide con terrore entran le genti, Sì come in mar, la casa dei signori Che piena è tutta d’uomini codardi, Di vili d’ogni risma e di bugiardi. Anche se un prence è un’arca di virtù Ma scellerati consiglieri egli ha, A lui le genti non ricorron più, Come a un lago tranquillo non si va Che ha dolci l’acque, ma nido si fea D’alligatori di natura rea. Disonesta è la donna schizzinosa; È fredda l’acqua che del sal contiene; Inganna l’uom di mente cavillosa; È ciurmador chi bei discorsi tiene, Prence pietoso, Che non fa niente, Prete goloso, Idiota gente Sozio riottoso, Che mai non sa Servo accidioso, Chefaononfa, Donna impudente, Tu fuggirai Sopraintendente Fin che potrai. L’umor dei prenci è molto variabile Come l’umor delle sgualdrine pubbliche Che ora dicono il vero, or falso parlano, Ora son aspre, or dolce ti favellano, Or son pietose, or sono inesorabili, Or sono avare ed or spendono e spandono, Ora son larghe, or gran denari ammucchiano. Vedon gli augelli a cento miglia I’esca, Non vedon già, per voler del destino, Il laccio che a quell’esca è posto accanto.<noinclude></noinclude> 3lrlliohkov2aamyehg9z013xm6k973 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/459 108 1031927 3901411 2026-09-18T13:01:54Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901411 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 443 —|}}</noinclude> Crede lecito l’illecito, Che mangiar non è COncesso, Accessibil l’inaccesso, Delle donne al cicalar Quello erede sia mangiabile Chi si lascia abbindolar. Se son ricchi quei che in casa Seppellito hanno un tesor, Perchè mai ricchi non siamo Anche noi di quel tesor? Quel re, di cui la terra unqua bagnata Non fu da stille di nemico sangue, Non di pianto di donne di nemici, Qual gloria in vita sua s'è procacciata? Alle parole molte — e varie dei birbanti, D’ospite alle parole, — delle femmine ai pianti, Di servitor novello — agli atti, alle preghiere, Non si può fare a meno — quaggiù di soggiacere. Quando il fuoco sarà freddo E la luna tutta ardente, Quando onesta ed esemplare Fia la trista e mala gente, Allor chiara si vedrà Delle donne l’onestà. Del pantan, delle donne e degli stolidi, Del canchero, dell’indaco, dei pesci, Degli ubbriachi, è tutto un solo prendere (1). Perch’io che mi stancai, Possa goder di questa Che tu morendo avrai, Dolce felicità! Amico mio, ti leva Solo per un istante E questo mio solleva Peso di povertà, (1) Cioè, quando hanno atterrato, non lasciamo più andare.<noinclude></noinclude> lnqsee3d6nc0gv0gak1xmbcblhgn9ht Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/460 108 1031928 3901412 2026-09-18T13:01:59Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901412 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 444 —|}}</noinclude>AAA Così sopra l’avello Di povertà la morte, D'un tale ch'era morto, A dirgli s’affrettò, Pregava un poverello; E in fondo al suo sepolero Ma l’altro, È assai migliore Tranquillo si restò (1). Sentenze di Bhartrihari (2). Quei che son vuoti d’ogni conoscenza È nulla verso gli altri han carità, Non merito d’antica penitenza, Non virtù, non carattere o pietà, Nulla di filosofica scienza, D’uomini con l'aspetto, e in verità Simili a bruti, aggiransi pel mondo Mortale, a questa terra inutil pondo. Meglio l’andar per inaccessi monti Di selvaggi romiti in compagnia, Che del Re dei celesti (3) entro i palagi De’ stolti seco aver la rea genia! Vada all’Inferno altezza di natali, Scenda più in giù d’ogni virtù la schiera, Caschi come da un monte indole eletta, Entro una fiamma nobiltà si strugga E al nemico valore (4) incolga presto Un fulmine dal ciel! Solo rimanga Il denaro per noi, chè, senza quello, Tutte queste virtù valgon un fico (5). (1) Si noti la differenza tra queste sentenze indiane e le persiane e le arabe. Quelle sembrano considerare un mondo ideale; queste pensano al mondo quale è pur troppo! (2) Vedi il Registro dei nomi alla fine del volume. (3) Il Dio Indra, re e signore degli Dei secondo gl'Imdiani. (4) Perchè il valore è talvolta ostacolo all'accumular denari (così il commento indiano). (5) Alla lettera: un filo di paglia. È una strofa posta in bocca a chi, avido di denari, sprezza e non cura ogni altra cosa.<noinclude></noinclude> 1kuumdcsoobo54ecfs94wdf1t0g8e1k Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/461 108 1031929 3901413 2026-09-18T13:02:05Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901413 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 445 —|}}</noinclude>I Quei che ha ricchezze, è un uom d’alta prosapia, Uom di criterio, in favellar maestro, Savio, conoscitor d’ogni dottrina, Esempio agli altri. On! veramente all’oro S'attacca ogni virtù più peregrina! O goduto, 0 donato, o perduto; Tre i sentier per cui l’oro sen Va. Oh! davvero che il terzo è battuto Perchid’essoonongodeonondà! Bugiarda e veritiera, aspra ed affabile, Or crudele, or pietosa, ora avarissima, Or generosa e parca nello spendere, Liberale anco e nell’arte d’estorcere Denari destra, è dei re la politica, Come sgualdrina sempre variabile. Come il loto è pieghevol la mente De’ magnanimi ai giorni felici; Ma, qual rupe d’un monte nel cozzo, È incrollabil nei giorni infelici. Piegan, de’ frutti al maturar, le piante; Radono il suol le nuvole piovose (1); Umil nella ricchezza è l’uom prestante. Natura è tal dell’alme generose! (2). Non per fulgide orecchine, Ma per sante discipline Si fa bello orecchio umano. Non per aurei praccialetti, Ma per doni ai poveretti Ha splendor la nostra mano. (1) E perciò benefiche, recando la pioggia tanto utile all'agricoltura. (2) Cioè si chinano e umiliano al soccorso altrui.<noinclude></noinclude> 3nrtswffi2drfppy9dg6u3e0imn4wnq Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/462 108 1031930 3901414 2026-09-18T13:02:10Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901414 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 446 —|}}</noinclude> Non per sandalo odoroso Ma per atto generoso Verso il misero plorante bi fa il corpo più elegante. Qual è cosa desiabile? L’accontarsi co’ prestanti. — Qual è cosa'infelicissima? L'abitar con gl’ignoranti. — Qual è cosa miserabile? La perduta occasione. — Qual è cosa perfettissima? AI dover devozione. — Qual è l’uom più forte e intrepido? Quel che doma i sensi suoi. — Qual la donna ch’è più amabile? La più fida a’ voti suoi (1) — Quale è mai riechezza stabile? Posseder molta scienza. — Qual è cosa felicissima? Non dover far dipartenza (2) — Echeèilregno?—Fruttoegliè Del comando che alcun diè (3). A gran stento i motteggi de’ protervi, Pur di farmeli amici, io tollerai. Con alma abbandonata io risi ancora E le lagrime interne divorai. A forza raffermando la mia mente Agl’insensati”ancora m’inchinai. Speme che invano m’induci a sperare, Per te in qual modo ancor dovrò danzare? (1) Che osserva i voti suoi verso il marito. (2) Dalla patria, ovvero dai parenti o dalla donna amata. (3) Cioè il regnare è vero regnare quando chi regna è lealmente obbedito dai sudditi. Se si ribellassero, in che consisterebbe il regno?<noinclude></noinclude> kyrd3n6f5ukmkggwa0xg0y68pvauarn Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/463 108 1031931 3901415 2026-09-18T13:02:15Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901415 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 447 —|}}</noinclude> Con l’andare e il venir di questo sole, Di giorno in giorno se ne va la vita. Pel grave peso degli affari molti, La perdita del tempo è inavvertita. Nascite nel veder, vecchiaia e morti, Da niun nulla temenza è concepita. Così al licor bevendo dell’inganno, Dell’uom la mente rimane stordita. È solcato di rughe il volto mio, Segnato il capo di bianchi capelli, Le membra tutte diventano imbelli, Solo incolume resta in me il desìo. Quale una tigre, cagion di spavento, Stassi agli agguati la vecchiaia. I morbi Infestan quai nemici la persona. Sen va l’età come scorre da fessa Anfora l’acqua. E l’uomo, oh meraviglia! Ancora ancor di male oprar s°attenta. d. Ebrei (1) Dalle sentenze dei Capitoli dei Padri (2): Diceva Hillel (3): Di chi va dietro alla fama, la fama si perde. Chi non aggiunge dottrina a dottrina, si esaurisce. Chi non vuole imparare, merita d’essere messo a morte. Chi vuol servirsi della legge a suo profitto, finisce male. — E aggiungeva: Se io non sono per me, chi è per me? E quand’io sono per me, che valgo io? E se non adesso, quando? (1) La Bibbia, come è noto, è ricchissima di sentenze e di proverbi. Ma non da essa abbiam scelto le sentenze e i proverbi notati sotto questo paragrafo. Vedi, perciò, la Prefazione. (2) Vedi il Registro dei nomi alla fine del volume. (3) Celebre dottore ebreo del II secolo a. e., nativo di Babilonia.<noinclude></noinclude> e3vwvg2vtsoul8eyu7249jlxrxc7tzk Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/464 108 1031932 3901416 2026-09-18T13:02:21Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901416 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 448 —|}}</noinclude> Simeone figlio di Gamaliele (1) diceva: Io son ereSeiuto di giorno in giorno nella compagnia dei savi, e non ho rinvenuto bene maggiore per me del silenzio. Nè lo studio è un vero capitale, se non si mette in pratica. Chi poi abbonda in parole, mena con sè errori. Rabban Gamaliele (2) diceva: Tenetevi circospetti verso il Governo, perchè i governanti non si accostano nessuna persona se non per il loro proprio utile. Sembrano amici nel momento della buona fortuna, ma non si curano di nessuno quand’esso è alla distretta. Diceva inoltre: Tu farai il volere del Governo come fosse il voler tuo, perchè esso poi faccia il voler tuo come fosse il suo. Annulla il voler tuo dinanzi al voler suo, acciocchè esso annulli il volere degli altri dinanzi al tuo. Diceva Hillel: L’ignorante non teme il peccato, nè l’uom volgare è pio. Il timido non impara mai, e l’iracondo non insegna nulla, nè diventa saggio chi guadagna trafficando. In luogo dove non sono uomini, procaccia tu di essere un uomo, Diceva Rabbi Tarfòn (3): Il giorno è breve, il lavoro è grande, ma i lavoranti sono pigri, sebbene la mercede sia grande e il padron di casa (4) solleciti. Diceva Ben Azzài: Accogli un precetto lieve (5) e fuggi dal peccato, perchè ogni precetto trae con sè un (1) Cioè di Gamaliele I detto il soniore e anche Rabban, cioè il nostro Maestro, ricordato anche negli Attì degli Apostoli (cap. V. 84-89). Simeone fu uomo di gran senno e sapienza. (2) Gamaliele III figlio di Iehuda il santo, che iniziò la grande opera del Talmùd (sec. III. d. C.). (8) Dottore ebreo del primo secolo o del secondo d. C, (4) Cioè Iddio. (5) Cioè intraprendendo la tua istruzione ed educaziones<noinclude></noinclude> pg16dmsnmu7wwufgvcbetytb9tw9j29 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/465 108 1031933 3901417 2026-09-18T13:02:26Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901417 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 449 —|}}</noinclude> altro precetto, e un peccato ne trae un altro con sè. Mercede d’un precetto è, perciò, un altro precetto, e mercede d’un peccato è un altro peccato. Diceva anche: Tu non devi disprezzare nessuno e non devi contrastare a nulla, perchè non e'è uomo al mondo di cui non venga l’ora, e non c'è cosa al mondo che non trovi il posto suo (1). Rabbi Ismaele (2) diceva: Chi si astiene dal giudisare, libera sè stesso da odio d’altrui, e si esime da giuramenti falsi. Chi s’insuperbisce per dar sentenze, é stolido, empio, gontio di vento. Rabbi Eleazar figlio di Shammoùa diceva: L'onore dlel tuo discepolo ti sia caro come il tuo, e l’onore del tuo compagno sia pari al rispetto per il tuo maestro, e il rispetto per il tuo maestro sia pari al timor di Dio. Rabbi Iannài diceva: Non è in poter nostro il sapere la ragione perchè gli empi vivano tranquilli, e nemmeno per qual ragione i giusti siano tribolati. Diceva Rabbi Mathya ben Harash: Tu devi essere il primo a domandar pace. Ma non devi essere nè alla coda dei leoni nè a capo delle volpi. Rabbi Iacob diceva: Questo mondo è come un vestibolo che precede il mondo avvenire. Accònciati bene in questo vestibolo per essere poi ammesso a palazzo. Diceva Eliseo ben Abùia (3): Chi impara la legge da fanciullo, a cosa mai somiglia? Somiglia il suo imparare (1) Cioè possano essere utili e venire all'uopo. (2) Celebre dottore talmudico, figlio d'un altro dottore, Iosè, del primo secolo o del secondo d. O. (8) Dottore ebreo, che, datosi agli studî cabalistici, divenne empio ed eretico, Italo Pizzi - Fiori d'Oriente 29<noinclude></noinclude> b5po1w1e1i3bngolegvas9otrn7h17t Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/466 108 1031934 3901418 2026-09-18T13:02:31Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901418 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 450 —|}}</noinclude>SOA — ad inchiostro scritto su di un foglio nuovo. E chi la impara da vecchio, a che mai somiglia?Quel suo imparare somiglia ad inchiostro seritto su foglio consunto. Diceva un dottore: Non badare al vasello, ma a ciò ch’esso contiene. Vi son vaselli nuovi che contengono vino vecchio, e dei vecchi che non contengono nulla, nemmeno il nuovo. Sette cose si trovano nello stolido e altrettante nel sapiente. Il sapiente non parla mai di chi è maggiore di lui in sapere e in novero d’anni. Non entra nei discorsi de’ suoi compagni. Non è precipitoso nel rispondere. Domanda e risponde; ascolta e impara. Interroga a propoSito e risponde secondo ragione. Dice al primo primo, all'ultimo ultimo. Intorno a ciò che non ha udito, dice: Non ho inteso cotesto, — e fa onore alla verità, L’opposto di tutto ciò, nello stolido. Capita nel mondo la peste quando si strazia la giustizia, quando si contorce la giustizia, quando si danno sentenze contro ragione pur volendo appoggiarle alla legge (1). Quattro modi di comportarsi degli uomini al mondo! Chidice:Ilmioètuoeiltuoèmio,— èunidiota. Chidice:Ilmio èmioeiltuoètuo,— èunuom. mediocre. Chi dice:Il mio è tuo e iltuo è tuo, — èun pio.Chidice:Iltuoèmioeilmioèmio,— èun furfante. In quattro modi stanno gli uditori davanti ai sapienti: al modo della spugna, della sabbia, del filtro, del buratto. La spugna assorbe tutto. La sabbia riceve da una parte (1) Se fosse veramente vera questa sentenza del vecchio dottore ebreo, ai nostri giorni il mondo sarebbe tutto appestato.<noinclude></noinclude> tifqalyy6m2ng5g3k0ijime5b3wnp03 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/467 108 1031935 3901419 2026-09-18T13:02:36Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901419 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 451 —|}}</noinclude> e manda fuori dall’altra. Il filtro manda fuori il vino e ritiene la feccia. Il buratto toglie via la farina mista e ritiene il fiore. 2. Motti arguti e facezie. Astrologo ingannato dalla sua scienza. — Un giorno fu mandato alla forca un astrologo. Là, sul luogo del supplizio, gli fu domandato: Tra i pianeti del tuo ascendente, non hai tu veduto questa figura? — Ho veduto, rispose l’astrologo, una grande altezza, ma non seppi che doveva essere a questo posto! (dal persiano di Al Saf). Quanti sono i matti? — Fu domandato ad un matto: Quanti sono i matti? — Rispose: Troppo lungo il contarli! Conterò piuttosto i savi (1). (dall’arabo di Al-Mustasimi.) Di chi è la bruttezza? — Un tale disse a Loqmàn (2): Quanto sei brutto! — E Loqmàn: Rinfacci tu cotesto alla pittura o al pittore? (dall'arabo di Al-Sharîshi). A chi sì deve guardare. — Sant'Efrem diacono (83), andando un giorno a Edessa di Mesopotamia, vide certe donne al passo del fiume che lavavano panni, quand’eeeo una di esse levar gli occhi su di lui e guardarlo e 0sservarlo senza arrossire. Ciò gli dispiacque. Non hai tu vergogna, o donna? le disse. Guarda piuttosto a terra! — E la donna: Tu piuttosto, o uomo, devi guardare @ terra perchè da principio sei stato preso dalla terra! Non è cosa strana che io guardi a te, se da principio da te appunto io sono stata presa! (dal siriaco della vita anonima di Sant Efrem). (1) Ciò si diceva per ischerno degli abitanti della città di Edessa in Siria. (2) Vedi il n. 19 del libro V. (3) Celebre scrittore siro, il maggior posta della letteratura siriaca, autore d’inni religiosi bellissimi, Morì nel 373 d. C.<noinclude></noinclude> rao6msk6ocf45u1uocllsu1gw6crfnc Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/468 108 1031936 3901420 2026-09-18T13:02:42Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901420 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 452 —|}}</noinclude>Poeta principiante. — Si dice che Al-Harîri (1) fosse brutto d’aspetto e mal fatto. Un suo giovane famiglio stava, un giorno, tutto solo in casa e imparava a compor versi. La sua prima composizione poetica fu un mezzo distico che diceva: Volto di scimia il volto d’Al-Harîri. Al-Harîri udì e finì il distico dicendo: Ma di lui bisognoso il destin femmi! Il ragazzo si vergognò e tacque. Trovandosi poi insieme al Califfo, Al-Harîri gli raccontò il fatto. Il Califfo gli domandò: E perchè non hai aspettato che finisse il suo componimento? — Veduto che incominciava col paragonarmi ad un scimia, rispose, temetti che finisse col paragonarmi ad un cane (2). E però gli ho finito io il distico. (dall’arabo di Al-Navdgi). giovane libertino che teneva in casa non bella compagnia, sebbene fosse uno dei più ragguardevoli personaggi della tribù di Qoreysh (3). Non se ne ricorda però il nome. Fu mossa lagnanza contro di lui al governatore della Testimonianza di asini. — Fu già alla Mecca un città, il quale lo confinò all’Arafàt (4). Egli v’andò e vi prese casa, ma poi, di nascosto, ritornò alla Mecca dove S'incontrò ne’ suoi camerati ai quali disse: Perchè mai vi siete allontanati da me? — Come venir da te?. ri| sposero. Tu stai all’Arafàt! — Ed egli: Un asinello e due dirlhem, e voi potete venir da me in tutta sicurezza. Là sarem soli e liberi, ci divertiremo e ci daremo buon tempo. — Tu hai ragione! risposero. (1) Ilustre scrittore arabo, nativo di Bassori, autore delle celebri Maqame o Sedute, in cui volle e seppe dispiegare la meravigliosa ricchezza, varietà e flessibilità della lingua araba. Mori nel 1122 d, e. (Letteratura > araba, cap. VIII. $ 4). (2) Che è il maggiore insulto per un musulmano. (3) Antica tribù araba già preposta alla custodia del santuario naì zionale della Mecca. Si diceva di questa tribù anche Maometto, (4) È un monte non molto distante dalla Mecca,<noinclude></noinclude> jxz1ym60n8tn53u0kl11r5osbrodag7 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/469 108 1031937 3901421 2026-09-18T13:02:47Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901421 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 453 —|}}</noinclude> Così tornarono da lui, e la faccenda crebbe presto a tal punto che molti giovani della Mecca e anche dei loro famigli ne rimasero guasti e corrotti. Furon rinnovate le lagnanze presso il governatore, il quale mandò a chiamare il giovane. Come fu da lui, gli disse: O nemico di Dio! Io t'ho scacciato dal santuario di Dio (1), e tu vai lA dal Monumento sacro (2) per farvi de’ tuoi disordini e Starvi in mezzo ai bagordi?— Che Iddio aiuti il governatore! rispose il giovane. Costoro (e indicava quei della Mecca) mentiscono solennemente sul conto mio. Essi sono invidiosi di me. — Ma quei della Mecca, voltisi al governatore, gli dissero: Tra noi e lui basterà una sola prova. Tu, o signore, fa di raccoglier gli asini di chi li dà a nolo, e ponili tutti nella direzione dell’Arafàt. Se essi non vanno dritti dritti alla casa di costui perchè vi si sono avvezzati andandovi co? suoi scapestrati e co’ suoi giovinastri, è vero ciò ch'egli ora ha detto. Questo è anche troppo chiaro! disse il governatore, E d’un subito ordinò che si raccogliessero gli asini e poi fossero lasciati andare, Essi corsero tutti là dall’abitazione del giovane. Gente di fiducia, mandata apposta dal governatore, venne da lui e gli riferì il fatto. Oh! gridò egli, non c'è bisogno dopo ciò d’altra prova! Spogliate costui e dategli le sferzate. Quando il giovane vide il manigoldo con la sferza in mano, gridò: Che Iddio aiuti il governatore! Non c'è bisogno di sferzarmi! — C'è bisogno, rispose il governatore, o nemico di Dio! — Allora, piechia pure! disse il giovane, ma ciò non sarà più doloroso delle riSate di quelli dell’Iràqa i quali diranno che quei della Mecca ammettono a far testimonianza gli asini, essi che ci rimproverano perchè ci appaghiamo della testimonianza d’un solo e concediamo in giudizio il giuramento a chiunque (1) La Mecca col celebre santuario della Kaaba. (2) E un luogo dello stesso monte Arafàt, così designato dal Corano (LI. 194), in cui Maometto si ritirò un giorno per pregare.<noinclude></noinclude> rdf39p4ng40h33i1bcfzaruz4w4gg9e Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/470 108 1031938 3901422 2026-09-18T13:02:52Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901422 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 454 —|}}</noinclude>SIe lo domanda! (1) -- Oggi non avrai le sferzate! gridò il governatore scoppiando in una gran risata, e comandò di lasciarlo libero, nè d’allora in poi lo disturbò mai più. (dall’arabo di Al-Masùdi DE Sonno utile. — Un principe malvagio e ingiusto domandò, un giorno, ad un religioso: Qual è la più bella delle opere di pietà? — Da parte tua, rispose, è quando tu dormi fino a mezzogiorno, perchè, quando dormi così, almeno per un istante non fai alcun male alla gente. (dal persiano di Saadi). Ricordarsi del sovrano. — Un re domandò ad un religioso: Ti ricordi tu mai di me? — Di certo! rispose. Tutte le volte che mi dimentico di Dio. (dello stesso). Da chi s'impara Veducazione. — Un giorno fu domandato a Loqman: Da chi hai imparato l'educazione? — Rispose: Dagl' ineducati. Ho sempre evitato di fare ciò che in essi non mi pareva bello. (dello stesso). Come s'hanno da trattare i calunniatori. — Io mi querelai un giorno, presso il giudice, d’un tale che aveva testimoniato in male contro di me. È tu, mi disse il giudice, fa di svergognarlo col fargli del bene. (dello stesso). Generosità verso i peccatori. — Un giovane giaceva, ubbriaco e privo di conoscenza, a capo d’una via. Passò di la una persona devota e lo guardò con disprezzo. Il giovane levò il capo e disse: Quando passano presso cosa spregevole, vi passano da generosi! (2). (dello stesso) (1) Quelli della Iràqa (Mesopotamia) coglievano ogni occasione per farsi beffa di quei della Mecca e in generale d’Arabia perchè più semplici e rozzi e fedeli all'antico costume arabo. Quelli poi della Mecca si davano l’aria di Puritani in fatto di costumi come si vede dal racconto stesso di questo fatto che è del tempo del Califfo Al-Mustansir (861-862 d. SC). (2) Cioò gli uomini veramente pii e generosi. Passo in arabo del Corano, XXV, 72.<noinclude></noinclude> 0tn1xa8nix0mm8yo6hbsk48vjjod1ac Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/471 108 1031939 3901423 2026-09-18T13:03:02Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901423 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 455 —|}}</noinclude> Abolizione della mendicità. — Un mendieo del Marocco, nel mercato d’Aleppo, andava gridando: Se voi, 0 Si gnori, foste più giusti, e noi fossimo più facili da contentare, la mendicità sparirebbe dal mondo! (dello stesso). Fatalità. — Un mendico che aveva tronchi i piedi e le mani, ammazzò una scolopendra. Un savio che passava di la, disse: Lode a Dio! con mille piedi che aveva, quando fu giunto il suo destino, essa non ha potuto sfuggire a chi non ha nè piedi nè mani! (dello stesso). Copron de’ manti lor li palafreni. — Ho veduto, un giorno, un ignorante grasso grasso, tutto ravyolto in una cappa preziosa, con sotto un bel cavallo arabo, con un drappo di seta egiziana intorno al capo. Un tale mi disse: Che pensi, o Saadi, di questi fini drappi di seta gittati intorno a questa bestia ignorante? — È una brutta linea, io risposi, tracciata con acqua d’oro. (dello stesso). Cieco che cammina con la lampada. — Un cieco andava per una via, di notte oscura, con una lampada in mano e una brocca sulla spalla. Un brav'uomo gli si accostò e gli disse: O sciocco, giorno e notte per te sono uguali, e tenebre e luce del pari. Che ti fa cotesta tua lampada? — Il cieco sorrise e disse: Questa lampada non è per me, ma per tutti gli stupidi, ciechi di mente come te, acciocchè non urtino in me e non mi rompano la brocca. (dal persiano di Giami). I ritratto del Diavolo. — Al-Giàhiz (1) raccontava: To non mi son mai tanto vergognato quanto in quel giorno in cui certa donnieciuola venne a prendermi e mi menò nella bottega di un fonditore di bronzo. Tutto confuso (1) Era bruttissimo. Vedi il n. 17 del II libro.<noinclude></noinclude> d0kuxtmsuggsng95o503f4cwwu2rqs8 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/472 108 1031940 3901424 2026-09-18T13:03:07Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901424 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 456 —|}}</noinclude> e stordito, domandai al maestro cosa volesse dir tutto ciò. Rd egli: Costei m’aveva commesso di farle il ritratto del Diavolo, e perchè io le ho detto che non sapeva come trovarne il modello, è venuta qui da me con te. (dello stesso). Bisogno di pane. — Un accattone domandava l’elemosina alla porta di una casa. Il padrone, di dentro, gli gridò: Ti prego di scusarmi, ma i servitori son tutti fuori. — Rispose l’accattone: Io cerco un tozzo di pane, non di far conversazione coi servitori. (dello stesso). Previdenza stupida. — Un maestro di scuola aveva un figlio ammalato che stava per morire. Chiamate il becchino che lo lavi, disse il maestro. Ma non è ancor morto! gli fu detto, e il maestro: Non pensate! Quando sarà lavato, morrà quando vorrà. (dello stesso). . Tale il padre, tale il figlio. — AL figlio d’un maestro di scuola fu detto un giorno: Che disgrazia esser. così bestia! — E il ragazzo: Se non fossi bestia, non sarei figlio di mio padre |! (dello stesso). Esempio di calcolo sublime. — Ad un maestro di scuola fu domandato: Chi di voi è maggior d'età, tu o tuo fratello? — Io son maggiore d'età, rispose, ma quando saranno passati alcuni pochi anni, mio fratello mi avrà raggiunto. (dello stesso). Gobbo che vorrebbe vendicarsi. — Fu domandato ad un gobbo: Preferiresti che Iddio altissimo ti raddrizzasse la schiena come l'hanno gli altri, ovvero che la incurvasse loro come la tua? — Vorrei, rispose il gobbo, che li rendesse tutti gobbi perchè io potessi poi guardarli con quegli occhi con cui essi hanno sempre guardato me, (dello stesso). :<noinclude></noinclude> 3idben87i0q2olv226kzsnxxr6oirpk Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/473 108 1031941 3901425 2026-09-18T13:03:12Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901425 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 457 —|}}</noinclude> Omogeneità. — Un savio, avendo vedutoun ignorante seduto su di una pietra, disse: Macigno su macigno! (dall'arabo di Al-Abshîhi). Fatica inutile. — Un tale, vedendo un filosofo che si affaccendava nell’ammaestrare un vecchio, disse: Che fai tu?.— Ed egli: Sto lavando il capo di un Etiope per vedere se diventa bianco. (dall’arabo di Al-Mustasimi). Effetto d’imbandigione scarsa. — Fu detto ad un avaro: Ogni persona di riguardo ha un segno convenuto, dopo il quale quelli che sono in casa di essa persona, se ne vanno. E tu qual segno hai tu? — Rispose: Quando io dico: « Ragazzo, porta da cena! » tutti se ne vanno. (dall’arabo di Al-Navdgi). Ospitalità arcigna. — Passò una volta Ibn Hamama là da Ibn Harma (1), che stava seduto sullo spianato davanti alla sua casa, e gli disse: Salute a tutti voi! — E Ibn Harma: Poichè l’hai detto, non si ricusa. — E l’altro: Son venuto via dalla mia famiglia, e non ho nessuna provvigione con me. E Ibn Harma: Io non ho fatto promessa alla tua. famiglia di darti ospitalità. — Mi concederesti di mettermi all’ombra della tua casa? — C'è qui la montagna che ti farà ombra. — Ma io sono Ibn Hamama! — Valtro: Sii tu figlio di qualunque uccello più vuoi, ma vattene! (2). (dall'arabo di Al-Volyabi). La lode bisogna meritarsela. — Dissero un giorno i Benî Temîm a Selàma ibn Gendel (3): Tu dovresti, in qualche tua poesia, far le nostre lodi. — Rispose: Fate qualehe cosa bella, e io la dirò. (dall’arabo di Ibn Abdirabbihi). o (I) Ibn Hamama era un poeta arabo girovago che viveva dell’arte sua di poeta, Ibn Harma era di Medina, poeta egli pure. Morì nel 780 d, O. (2) Ibn Hamama significa in arabo Figlio di una colomba. Da ciò iltrizzo. (3) I Benî Temîm, antica tribù araba, a cui apparteneva questo loro poeta Selàma. Morì costui nel 520 d. C.<noinclude></noinclude> sdateiorolea6t8pz7292i2ws2nsmoc Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/474 108 1031942 3901426 2026-09-18T13:03:17Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901426 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 458 —|}}</noinclude> Consolazione reciproca. — Vasîf il turco (1), governatore della Siria, quando gl’incolse una grave disgrazia, ebbe la visita, un giorno, di Muhammed ibn Abd alMelik, il quale, venuto da lui a cavallo, lo consolò con molti esempi e similitudini e comparazioni. Ma poi, anche a Muhammed toccò una grave sventura, e allora Vasîf corse, montato a cavallo, per visitarlo, e gli disse: 0 Muhammed, io sono un povero ignorante e non saprei che dirti. Pensa però a quelle cose con cui tu m'hai consolato in quel tal giorno, e consolatene ora. — La gente lodò molto questo discorso. (dall’arabo di Anonimo). Ciascuno loda le cose proprie e biasima le altrui. — Si racconta che Al-Haggiàg” aveva comperato due giovinetti schiavi, un nero e un bianco. Un giorno, disse loro: Ciascuno di voi due faccia la lode di sè stesso e la eritica dell’altro. — Il nero disse: Non vedi che al muschio — v’è nulla di simile? Che bianche le rape — a un soldo si vendono? Che il nero dell’occhio — è quello che luccica? Che il bianco dell'occhio — è un nulla? Tu intendilo! I il bianco disse: Non sai che alla luna — v'è nulla di simile? Che neri i carboni — a un soldo si vendono? Che l’uom del Signore — è nitido, è candido? Che il nero all’Inferno -— è addetto? e ne dubiti? Al-Haggiag' ne rise e regalò i giovanetti. (dall’arabo delle Mille e una notte). La coda del mondo. — Si racconta che Harîn al Rashîd, essendoglisi presentato, un giorno, un personag: gio del Marocco, gli disse: Dicono certuni che il mondo ha l’immagine d’un grande uccello e che la coda ne sia il Marocco. — E il Marocchino: Hanno detto il vero, 0 (1) Uomo assai ragguardevole a’ suoi tempi. Servì gli Abbassidi, Morì in una sedizione. di soldati nell’868 d. 0.<noinclude></noinclude> i67dlf1ij0bmmj0yolahtpxc06tp274 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/475 108 1031943 3901427 2026-09-18T13:03:23Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901427 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 459 —|}}</noinclude>io9 Principe dei credenti. Il mondo, infatti, è un pavone. — ALRashîd ne rise e ammirò la pronta risposta e il modo con cui quel personaggio aveva vendicato il suo paese. (dall’arabo di Al-Maggari). Lamentele inutili. — Un giorno, Shagîq della città di Balkh (1) aveva fatto l’acquisto d’un popone per sua moglie. Costei lo trovò senza sapore, e se ne mostrò tutta crucciosa. Shagîq allora le disse: Con chi t'adiri? Con chi l’ha venduto o con chi i'ha comprato? Con chi l’ha seminato o con chi l’ha creato? Ora, quanto a chi l’ha venduto, per quel ch’era da lui, esso sarebbe stato la più gustosa cosa che si sarebbe potuto desiderare, Quanto al compratore, per quel ch'era da lui, egli avrebbe comprato il miglior popone che avesse potuto. Quanto achi l’ha seminato, per quel ch'era da lui, l'avrebbe fatto crescere il più bello di tutti e il migliore. Non ti rimane che di adirarti con chi l’ha ereato. Ma tu devi aver timore di Dio e accomodarti al suo volere, (dall’arabo di Al-Qolyabi). Effetto dell’età. — Omar ibn ‘al-Khattàb scrisse un giorno ad Amr ibn Madi-Karb (2) di mandargli la sua Spada, quella detta « la ben temprata >». Amr gliela mandò. Quando Omar si provò a dar colpi con essa, trovò che non gli serviva tanto bene quanto prima. Ne serisse perciò ad Amr, il quale gli rispose: Ho mandato al Principe dei credenti la sua spada, ma non ho potuto mandargli quel braccio con cui egli una volta colpiva! (dall'arabo di Al-Sharèshi). Va e vieni di viaggiatori. — Un matto tornava da un cimitero. Gli fu domandato: Donde vieni? — Rispose: Da quella carovana che è là d’alloggio. — Gli fu domandato: Che hai detto a quella gente? — Ho detto: « Quando (1) Abà Alì Shagîq ibn Ibràhîm, di Balkh nel Khorassan, fu mercante dapprima e poi nomo di religione e di pietà. Morì nell’809 d. 0. | (2) Antico e prode cavaliere oriundo del Vemen.<noinclude></noinclude> is73p04mxxuyeb89vga4rwvvz5ml9s1 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/476 108 1031944 3901428 2026-09-18T13:03:28Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901428 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 460 —|}}</noinclude> sarete di partenza? ». Ed essi m’hanno risposto: « Nel momento che arriverete voi ». (dall’arabo di Behd ad-dim). Pittore che si fa medico. — AI tempo di Diogene il sapiente, un tale, che era pittore, lasciò la pittura e si fece medico. Diogene allora gli disse: Hai fatto benissimo! Avendo veduto che gli errori in pittura sono visibili all’oechio, e che gli errori in medicina vanno celati nella sepoltura, hai lasciato la pittura per darti alla medicina. (dello stesso). Utilità della poesia. — Aveva ordinato l’Emiro Al Haggiàg” al capitano delle sue guardie di andare attorno di notte e di tagliar la testa a chiunque, dopo il cader della sera, avesse veduto per le vie che fosse ubbriaco (1). Una notte, il capitano s’incontrò appunto in tre giovanotti che pencolavano di qua e di là, con tutti i segni dell’ubbriachezza. Le guardie li presero in mezzo, e il capitano li domandò: Chi siete voi che trasgredite così l’ordine dell’Emiro e uscite per via a quest'ora? — Uno di loro disse: Io son figlio di tale a cui si umiliano Di Makhzùm e d’Hashiìm (2) l’alte cervici. Vengon tremanti e l’onta lor sopportano; Io lor sangue mi prendo e lor denari, — Il capitano non gli fece nulla, dicendo fra sè: Costui, forse, è dei congiunti dell’ Emiro. — Voltosi quindi al secondo, gli domandò: E tu chi sei? — R il giovane; lo son figlio di tale a cui discendere Mai non fùr viste dal treppiè le pentole, Se ne scendono un di, l’altro vi tornano. Tu veder puoi le genti che s’affollano Di sua vampa alla luce. E questi siedono All’intorno, e questi altri in piè si tengono.— (1) Intorno all’eccessivo rigore di Al-Haggiàg', vedi: Amari, Solwan el-Mota (nelle note pag. 229-830), e l'Islamismo, cap. IV, $ 4. (2) Antiche e illustri famiglie d'Arabia, ricordate qui come per qualunque altra gente o personaggio di gran nome,<noinclude></noinclude> 61y0i88amu2mvq16ovmz5ejsvd2v5qg Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/477 108 1031945 3901429 2026-09-18T13:03:33Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901429 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 461 —|}}</noinclude> Il capitano non gli fece nulla, dicendo: Costui dev'essere un giovane della nobiltà araba (1). — Voltosi allora al terzo, gli domandò: FE tu chi sei tu? — Ril giovane: Io son figlio di tale che nell’impeto Primo s’avventa fra le schiere, e drizzale Col brando tutte sì che Stanno in ordine. Dalle staffe i suoi piè mai non si tolgono, Quando, in giornata di battaglia, voltansi Di qua di là i cavalli e vanno e tornano. — Anche a costui il capitano non fece nulla, dicendo fra sè: Forse costui è figlio d’un prode soldato d’Arabia. — Li ritenne tuttavia in custodia tutti e tre. Quando si fu di mattina, mandò il rapporto all’Emiro il quale si fe’ menar dinanzi i tre giovani. Li domandò allora di loro stato, ed ecco che il primo era il figlio d’un tale che applicava le coppette, e il secondo era il figlio d’un venditor pubblico di fave cotte, e il terzo era il figlio d’un tessitore. L’ Emiro si meravigliò molto della loro eloquenza poetica, sì che, voltosi alle persone ch’erano nella sala, disse: Fate imparare ai vostri ragazzi la letteratura, perchè,:per Dio! se.non era la loro eloquenza poetiea, avrei fatto tagliar la testa a tutti coStoro! (2). (dall'arabo di Al-Navdgi). 3. Favole, 4. Favole indiane. Il cammello ammazzato a tradimento, — Abitava gia in una selva un leone di nome Madotkata che aveva per cortigiani un leopardo, un coryo e uno sciacallo, Un giorno, mentre andavano qua e là, videro essi un cam(1) Perché il giovane, come i ricchi Arabi del deserto, aveva descritto il modo semplice e primitivo di dare ospitalità a chiunque (L' Islamismo, cap. IL, $ 4). (2) Benché feroce e brutale, Al-Haggiàg ammirava la letteratura, Si può dire che, per il primo, cercò di fissare la lettura corretta del Corano, Era anche bel parlatore,<noinclude></noinclude> 30p1ftkjajick6olnygt844uzcgffbj Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/478 108 1031946 3901430 2026-09-18T13:03:38Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901430 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 462 —|}}</noinclude> mello di nome Kratanaka che s'era dilungato dalla sua carovana. Disse il leone: Oh! cotesto animale non fu mai veduto da noi! Vediamo s’egli è selvatico o domestico, — Il corvo, udendo ciò, disse: O signore, egli è domestico e dicesi cammello, ed è animale che può esser mangiato da te. Perciò si ammazzi. — Il leone disse: Io non uccido chi viene in casa mia, perchè è stato detto: Quei che ammazza chi fidato E senz'ombra di sospetto In sua casa è capitato, Fosse il suo nemico stesso, Tal delitto ha perpetrato Qual se avesse ucciso cento Sacerdoti in un momento. Perciò, datogli un salvacondotto, s’accompagni qui da me acciocchè io lo dimandi della cagione del suo venire. Il cammello adunque, datagli fidanza e salvacondotto, fu menato nel cospetto di Madotkata. LA s’inchinò e si mise giù; poi, dimandandolo il leone, raccontò tutti i suoi casi incominciando dal suo smarrirsi dalla carovana. Allora il Ieone disse: O Kratanaka, tu non andrai mai più al villaggio e non farai più la vita dura del menar pesi, ma qui, in questa selva, rodendone le erbe verdi come smeraldo, starai ad abitare con me. — Kratanaka, rispondendo di acconsentire, aggirandosi senza timore fra le altre fiere della selva, si trovò molto bene. Ma, un giorno, Madotkata ebbe battaglia con un grande elefante selvatico, e toccò una ferita dai colpi di quelle zanne simili a clave. Fu ferito, anzi per poco non fu morto. Per tale infermità corporale, non poteva più muovere un passo, e però il corvo e le altre fiere, tormentate dalla fame per la mancanza del suo aiuto sovrano, erano in gran disagio. Il leone allora disse: Orsù! cerchisi in qualche luogo qualche animale col quale io, come l’abbia ammazzato, mi sostenti un cotal poco e provvegga al vostro pasto. — I quattro incominciarono ad andare attorno; ma poichè non videro nulla, il corvo e lo sciacallo si consigliarono fra loro. Lo sciacallo disse:<noinclude></noinclude> i8dcmrf1x8858r13jvxb6jfckv63xt7 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/479 108 1031947 3901431 2026-09-18T13:03:43Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901431 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 463 —|}}</noinclude> O corvo, a che tanto andare attorno? Poichè ce’ è qui Kratanaka affidato da nostro signore, ammazziamolo è procacciamo il pasto a tutta la corte. — Il corvo disse: Tu dici bene. Ma nostro signore gli ha dato un salvacondotto per il quale non può essere ammazzato. — Disse lo seiacallo: O corvo, io consiglierò nostro signore in modo che l’ammazzerà. Tu statti qui finchè, andando sasa e avuto il consenso, io non ritorni. Ciò detto, si mosse in gran fretta per andar dal leone. Venutogli nel cospetto, gli disse: 0 signore, noi siamo andati attorno per tutta la selva, ma non abbiam potuto avvicinare nessuna fiera. Che faremo noi ora che, per la fame, non possiam nemmeno muovere un passo? Intanto, nostro signore deve alimentarsi di ciò che più gli si confà. Se pertanto egli da il suo assenso, ecco che oggi si può far conveniente provvigione con la carne di Kratanaka. — Ma il leone, come ebbe udito quella parola erudele, rispose con ira: Oibò! Oibò! se tu, o anima vile, dici ancora ciò, io ti ammazzo in questo momento. Poichè gli ho dato il salvacondotto, come mai potrei mandarlo a morte io stesso? Perchè è stato detto: Non di vacche o di terre il donativo E non di pane (han detto i sapienti) Tanto ha merto quaggiù quanto fra gli altri Doni l’ha quello che ti dà franchigia. Tanto valgono le offerte Fatte con dispendio e onore, Quanto ad un salvar la vita Che sia preso da timore. Udito ciò, lo sciacallo disse: O signore, se, datogli il salvacondotto, si fa ammazzare, la colpa è tua. Ma se invece egli, per devozione verso il suo sovrano, dà spontaneamente la vita, allora non c’è colpa. Perciò, se egli Stesso si dà da uccidere, devesi uccidere; ovvero si deve ammazzare qualcuno di noi, perchè nostro signore, che si suole alimentare di ciò che più gli si confà, per la fame verrà presto ad uno stato di debolezza estrema. Ora, che si fa di questa nostra vita se non va spesa per<noinclude></noinclude> 84z8yer1zgdw20etpu526os6c4fnuk0 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/480 108 1031948 3901432 2026-09-18T13:03:49Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901432 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 464 —|}}</noinclude> la salute del re? Se accadesse alcun che di spiacevole a nostro signore, noi tutti, uno dietro l’altro, ci getteremmo nel fuoco. Perchè è stato detto: L’uom ch'è Signore e capo di famiglia, Con tutta cura vuolsi riguardare. Morto lui, ch'è il sostegno della casa, Gli è come quando le ruote del carro, Rottosi il Mozzo, non posson girare, — Avendo udito ciò, Madotkata disse: Se così (i den adi quello che ti pare. — Com’ebbe inteso ciò, lo sciacallo, venendo in gran fretta, parlò così alle belve: Oh! trista condizione di nostro signore! È omai con l’anima alla gola. Perciò, a che questo andare attorno? Morto lui, chi ci difenderà in questa selva? Ma noi intanto, suvvia! poichè egli, tormentato dalla fame, già si parte per l’altro mondo, facciamogli offerta della nostra persona perchè almeno possiam così sdebitarci di tante sue grazie sovrane. Perchè è stato detto: Se al prence incoglie una sventura e inerte Si sta un servo a guardar ben che aitante, All’Inferno andrà poi quel tristo servo, — In un momento, allora, tutti quegli animali, venendo con occhi pieni di lagrime presso di Madotkata, fattogli un inchino, si sedettero. E Madotkata, come li ebbe veduti, disse: Avete dunque trovato o veduto qualche animale? — Il corvo allora, tra gli altri tutti, prese a dire: O signore, noi siamo andati attorno da per tutto, ma non abbiam nè trovato nè veduto alcun animale. Oggi però nostro signore, mangiando di me, si sostenga in vita, in modo ch’egli ne abbia. conforto. Io intanto avrò così aggiunto la via del cielo. Perchè è Stato detto: Se pel suo principe Scevro da morte Qualcun morrà E da vecchiezza, Servo fedel, Ei giungerà A grado altissimo, Nell’alto ciel. — Avendo udito ciò, lo sciacallo disse: Oh! tu sei troppo piccolo corpo! Nè, perchè mangi di te, nostro signore<noinclude></noinclude> 9oazyaytach737xk3hfx6iyzg1b8ut0 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/481 108 1031949 3901433 2026-09-18T13:03:54Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901433 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 465 —|}}</noinclude> può sostentar la vita. Anzi v’è peceato in ciò. Perchè è stato detto: Perchè vigor non dona e perchè scarsa, Di cornacchie la carne Non mangian cani mai. A che adunque mangiarne Se nutrimento alcuno non ne avrai? Tu, intanto, hai dimostrato la tua fedeltà verso il tuo Signore e ti sei sdebitato verso di lui del cibo che t'ha dato, e ti tocca omai l’augurio buono per questa vita e per l’altra. Ma fatti in là perchè io pure dia un consiglio a nostro signore! — Lo sciacallo allora, inchinandosi con gran rispetto, disse: O signore, oggi, sostentando la tua vita col corpo mio, fammi toccare un alto grado in questa vita e nell’altra. Perchè è stato detto: Dei servi la vita Però non è colpa Dipende dal re Nessuna di lui, Ch'ei propria si fe’ Se dei servi sui Con ciò che spende. La vita ei prende, — Udito ciò, il leopardo disse: Oh! tu hai parlato egregiamente! l'uttavia, anche tu sei piccolo del corpo e della Stessa specie del leone, e perchè hai come lui gli unghioni, non puoi essere mangiato da lui. Perchè è stato detto: Di cosa non mangiabile Chè anche da lieve briciolo Non mangi il sapiente Di questa veramente S'anche all’estremo giunge RK dell’eterna vita La vita sua languente, Ogni speme è tradita. Intanto, tu hai mostrato la tua nobiltà. E si dice ‘anche a proposito: Perciò appunto i re sovrani Fan dei nobili raccolta Perchè prima e in mezzo e in fine Della lor mortal carriera Ri non mutan di maniera. Fatti adunque in là acciocchè io possa propiziarmi nostro signore. Italo Pizzi — Fiori d'Oriente 90<noinclude></noinclude> 1fjsg0u9zwen3bcy5n8wxb29xip9ude Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/482 108 1031950 3901434 2026-09-18T13:03:59Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901434 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 466 —|}}</noinclude> Allora il leopardo, inchinandosi, così parlò a Madotkata: O signore, si sostenga oggi la tua vita con la mia! Mi si conceda sede imperitura in Paradiso e si spanda gloriosa la mia fama sulla superficie della terra! A questo punto non c'è da dubitare, perchè è stato detto: Dei servi che fedeli Le splendide dimore Morian pel lor signore, E chiaro il nome in terra. — Eterne son ne” cieli Kratanaka allora, avendo udito tutto ciò, pensò: Costoro hanno pur detto Ie belle parole, nè però uno solo è stato ucciso dal padrone! To pure, ora che il momento è opportuno, voglio parlargli in modo che questi tre approvino il mio dire. — Così avendo pensato, disse: Oh! tu hai detto bene. Pure, gli unghioni li hai anche tu. Come dunque nostro signore potrebbe mangiar di te? Perchè è stato detto: Quell’opre ree che medita Egli avrà un giorno poi Contro i congiunti suoi In questa vita e in quella. Pur con la mente alcuno, Fatti adunque da banda accioechè io possa. parlare a nostro signore. Kratanaka allora, fattosi avanti e inchinatosi, disse: O signore, tu non puoi mangiare di cotesti tuoi sudditi, e però, con la vita mia, oggi si sostenga la tua, e possa io intanto conseguir grado di perfezione in questo mondo e nell’altro. Perchè è stato detto: Offerenti (1) e anacoreti Servi che pel lor signore Mai non toccan l’alto grado Dan la vita con ardore. — Che raggiungon que’ discreti Come ebbe detto ciò, ecco che, ad un cenno del leone, Squarciatogli il ventre dal leopardo e dallo sciacallo e cavatigli dal corvo gli occhi, Kratanaka finì la vita, divorato da quei birbaccioni astuti. (dal sanscrito del Panciatantra). (1) Gente che fa offerte e sacrificî agli Dei,<noinclude></noinclude> svi0df4hw7itrx2abcjgnv16yoegujh Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/483 108 1031951 3901435 2026-09-18T13:04:04Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901435 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 467 —|}}</noinclude>=Ai Il leone e ta lepre — Nel bel mezzo d’una selva abi: fava già un leone di nome Bhasuraka, Per la soverchia Sua forza, non cessava mai dall’ammazzar gazzelle, lepri » altri animali. Un giorno però tutti gli abitanti di quella Selva, antilopi, cinghiali, bufali, buoi selvatici, lepri e altri, radunatisi e andati da lui, gli parlarono così: 0 signore, a che mai questo inutile macello di animali, mentre con uno solo puoi saziarti? Facciasi oggi una convenzione fra noi. Da oggi in poi finchè tu sarai qui, ogni giorno uno di noi per turno verrà da te peril tuo pasto. Così facendo, tu avrai il tuo mantenimento senza fatica, nè vi sarà intanto questo sterminio di tutti noi. Si osservi da te il costume dei sovrani, perchè è stato detto: Quel re che stolido Le genti sue Si come pecore Ove egli intenda Ammazza i sudditi, Ricchezze aver. Per una volta Di doni e onori Fia soddisfatto, Sia largo come Ma nulla affatto Di freschi umori Un'altra volta. Largo a’ suoi fiori Cura adoprando, È il giardinier, Il re difenda Come le molli e tenere Erbette e le radici Rendono al tempo debito I frutti lor con cura custodite. Così lor frutti rendono Le genti ben guardate e ben nutrite (1). Udito questo loro discorso, Bhasuraka disse: Oh! voi avete detto il vero. Però, se, mentre io qui mi sto, non verrà sempre uno di voi, io vi divorerò tutti. quanti. Gli animali, fatta la promessa, contenti e senza timore si dispersero allora per la selva. Ogni giorno poi, uno di loro per turno, o un vecchio, o uno che non si curava più della vita, o un ipocondriaco, o uno che temeva d'essere ammazzato dalla moglie o dal figliuolo, (1) Si ommettono qui non pochi versi che ridicono, press’a poco, le cose dette in questi altri che abbiam riferiti.<noinclude></noinclude> s2cmc26s1iab1hs875iv4vwtt27r166 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/484 108 1031952 3901436 2026-09-18T13:04:10Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901436 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 468 —|}}</noinclude> all’ora del mezzogiorno si partiva da loro per essere divorato dal leone. Venne anche, secondo l’ordine, la volta d’una povera lepre che fu mandata fuori, contro sua voglia, da tutti gli altri animali. Essa, andando adagio adagio e perdendo il tempo, pensando, tutta angustiata nel cuore, in qual modo potesse mandare a morte il leone, giunse presso di lui al cader della sera. Il leone intanto, tormentato dalla fame per l’indugio, preso dall’ira, leecandosi le basette, andava pensando: Oh! io, domani mattina, vuoterò di animali la selva. Mentre egli così pensava, la lepre, venendo innanzi adagio adagio, fattogli un inchino, si fermò nel suo cospetto. Ed egli che allora la vedeva venir così lenta mentre l’aveva già veduta velocissima, avvampando d'ira, così gridò rimproverandola: 0 vilissima lepre, tu che sei così veloce al corso, sei ora venuta con tanto indugio? Per questo tuo fallo, domani, come t'avrò uccisa, sbranerò tutti quanti gli altri animali. — La lepre, inchinandosi con rispetto, rispose: 0 signore, qui non c’è fallo nè di me nè degli altri animali. E però se ne ascolti la ragione. — Dilla tosto, gridò il leone, mentre non sei ancora Sotto i miei denti. — E la lepre: O signore, oggi io, secondo il mio turno, da tutti gli altri animali che hanno riconosciuto in me il pregio dell’essere io la più veloce, Sono stata mandata qui con altre cinque lepri. Mentre venivamo in qua, un altro leone, sbucato fuori da una caverna, ci gridò: Ehi! dove andate voi? Raccomandatevi al vostro dio! — To allora risposi: Noi per un patto convenuto ci rechiamo dal nostro re, leone Bhasuraka, per suo pasto. — Ed egli: Se così è, questa selva che è mia, deve essere abitata da tutti gli animali, ma soltanto per convenzione che sia fatta con me. Quel Bhasuraka, perciò, è un usurpatore. Ma, se egli è re qui, tu, mentre io mi terrò qui in pegno queste quattro lepri, come l’avrai invitato a venir da me, ritorna subitamente, acciocchè quello di noi due che riuscirà sovrano per la sua forza, si mangi tutti questi animali. — Così adunque io, per comando di lui, sono ora venuta nel cospetto di nostro signore. iÒ) questa la cagione del mio indugio, e il re ora comandi.<noinclude></noinclude> 11y9yb1dep4jo5zpc578okk7ej1z80h Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/485 108 1031953 3901437 2026-09-18T13:04:15Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901437 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 469 —|}}</noinclude> Udito ciò Bhàsuraka disse: 0 cara, se così è, mostrami tu subito subito quel furfante di leone, perchè io, Sfogando su di lui l’ira che ho contro gli animali, abbia qualche soddisfazione. Perchè è stato detto: Alleati, nummi, suolo, Son tre frutti della guerra. Ove d’essi manchi un solo, Non si faccia quella guerra. Dove non sia gran frutto, Dove sconfitta sia, L’uom saggio, fuor balzando, Battaglia mai non dia. — La lepre disse:O signore, tutto cotesto è vero. Ora i valorosi combattono 0 per la propria terra 0 per disperazione. Ma colui, riparatosi in luoghi difficili, s'è ora ritirato in una fortezza, e noi vi abbiamo un ostacolo. Quando un nemico si sta in una fortezza, è difficile da prendersi. Perchè è stato detto: Quell’opra che non fanno Alto sui muri, atterra Mille elefanti e mille Cento nemici in guerra, Cavalli per un re, Però delle fortezze Acconciamente sola Lode gli esperti fanno Una fortezza fe’. Che tali norme sanno, Un solo arcier che stia Udito ciò, BhAsuraka disse: Cara mia, anche se sta in una fortezza, mostrami quel furfante perchè io possa spacciarlo, perchè è stato detto; Quei che un nemico 0 qualche malattia Cessar non fa come si mostri appena, D'uno o dell’altro al crescere ne resta Oppresso, ancor che vigoroso ei sia. Ma chi conosce Tutti i nemici Il suo valore Da solo uecide E generoso Come già i Kshatri Monta in furore, Il Bhriguide (1). (1) Rama discendente di Bh tigu (da non confondersi con Rima figlio ili Dasaratha), sterminatore della casta dei Kshatri o re guerrieri (Lean yana, Adikandha, 76-77).<noinclude></noinclude> fm1g5s56nxwbizjo5egz9k500g6ik2p Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/486 108 1031954 3901438 2026-09-18T13:04:20Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901438 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 470 —|}}</noinclude>ET— Disse la lepre: Così è, ma quel prepotente è stato veduto da me, nè si conviene che nostro signore vada quando non ne conosce ancora le forze, perchè è stato detto: Chi pur non conoscendo. il suo valore Nè quel del suo nemico, innanzi va Avido e ardito, corre a morte come Farfalla che nel fuoco perirà. Chi, benchè forte, Tutto scornato Corre a combattere Come elefante Col suo nemico Che di sue zanne Di lui più forte, È defraudato. Tornasi a dietro Bhasuraka disse; Oimé! che è cotesto tuo atfacendarti! Mostrami colui anche se si sta nella fortezza. — E la lepre: Se così è, allora nostro signore mi segua. — Così dicendo, gli entrò innanzi. Come fu giunta la da una cisterna, disse a BhAsuraka: Chi mai, o signore, può sostenere la tua presenza maestosa? Quel furfante, appena t’ebbe veduto da lontano, S'è cacciato nella fortezza. Vieni adunque perchè io te la mostri. — Udito ciò Bhasuraka gridò: Mostrami subito, o cara, la fortezza! La lepre allora gli mostrò la cisterna, e quello sciocco di leone, quando vide in fondo alla cisterna e nel mezzo dell’acqua la propria immagine, mandò un ruggito, ec quel luggito, per l’eco, ritornò raddoppiato dal fondo, Perchè egli udendo quel suono e pensando: Costui è assai più forte! —, avventandoglisi sopra, si uccise. La lepre allora, venendo con animo lieto a rallegrar tutti gli altri animali, lodata da loro tutti, abitò conforme al piacer suo in quella selva. (dal sanscrito del Panciatantra). Bb. Favole persiane. Il topo e la rana. — Si racconta come, una volta, un topo avesse collocato la sua dimora sulla sponda di uno stagno e posto la sua stanza là ai piedi di un albero, e come una rana fosse venuta ad abitare in mezzo a<noinclude></noinclude> tok4nyx25k439q5vl29sq7songatjed Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/487 108 1031955 3901439 2026-09-18T13:04:25Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901439 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 471 —|}}</noinclude> quelle acque. Essa, di tanto in tanto, per pigliare un poco d’aria, usciva sulla riva dello stagno, finchè un giorno | postasi là proprio presso l’acqua, con voce che lacerava l’anima, incominciò a gracidare, e là, volendo imitar un usignuolo dalle mille melodie, col suo ingrato vocio strappava il cuore a chi l’udiva. Il topo, in quel momento, se ne stava in un angolo della sua stanzetta tutto intento a recitar le sue preci, quand’ecco che gli giunse all’orecchio la voce disturbatrice della rana. Si turbò alquanto, ma poi per vedere chi fosse il cantore, uscito all’aperto, postosi ad ascoltare i gorgheggi, giunse le mani e scosse il capo per lo stupore. Questi gesti e questi atti del topo, che avevano l’apparenza di lode e di approvazione, piacquero alla rana, la quale s'immaginò di poter far con lui e conoscenza è amicizia. Veramente, il linguaggio della ragione la dissuadeva dal fare amicizia con chi non era della sua razza; ma la natural passione la indusse, invece, a corrergli dietro. Alla fine, trovatisi assai bene insieme, passavano insieme tutto il loro tempo, raccontandosi l’un l’altro antiche storie e tradizioni. Giocavano del core insieme a scacchi; L'’alma così sciogliean d’ogni rancura. Lieta, dal topo là scendea la rana; Cinque anni, antiche storie ebbero in cura. Parlar del core d’amicizia é pegno; Tacer, di niuna confidenza è segno. Un giorno, il topo tenne alla rana questo discorso: Una volta o l’altra, io voglio confidarti un segreto, e disvelarti un affanno che tengo qui nel eumore, Ma tu hai l’abitazione tua là sotto l’acqua! Difficile venir dove tu stai; Qui dovio sto, del cor son mille guai! Ogni qual volta io mando voce per chiamarti, tu, per il mormorio dell’acqua, non odi; e ogni qualvolta io grido a te, tu non puoi intendermi per il gracidar delle altre rane. Bisogna trovar qualche spediente per il quale, quand'io verrò all’orlo dell’acqua, tu ne sii avvisata, e<noinclude></noinclude> 2ob55ikyzybzwvwxfe05ovo3lbcxfai Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/488 108 1031956 3901440 2026-09-18T13:04:31Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901440 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 472 —|}}</noinclude>ti sia dato intamto di Saper della venuta mia, senza ch'io gridi. — Disse la rana: Tu parli egregiamente. Anch'io qualche volta son venuta in questo stesso pensiero, in qual modo, essendo io nel profondo dello stagno, possa intendere quando l’amico mio verra all’orlo dell’acqua, e come mai io resti libera dal doverlo fare aspettare quando si muoverà per vedermi. Può anche avvenire che io talvolta capiti là dal pertugio della tua tana, e che tu intanto ne sii uscito per un altro pertugio, sì che quindi mi tocchi d’aspettar lung’ora. Desidero adunque, a tal proposito, fare una convenzione con te. Tu per generosa voglia ehe hai, mi hai fatto conoscere cotesta idea tua, e, per l’innata tua sincerità, m'hai fatto sapere il tuo pensiero segreto; e però il maneggio di tutta questa fae-cenda dipende ora da te. Sempre e sempre va pregno D'ogni miglior disegno Il sagace tuo ingegno! Disse il topo: Io omai tengo in mano il filo di tutto cotesto affare. Penso che lo spediente migliore sia questo, ch'io mi procuri uno spago ben lungo, e che ne leghi un de’ capi al tuo piede e l’altro ne accomandi al mio, acciocchè, quando io sarò venuto all’orlo dell’acqua e senota il filo, tu sappi ch'io son là, e io, quando fu pure sarai venuta alla porta del mio lomitaggio onorandomi d’uma tua visita, sia parimente informato del tuo venire dal movimento dela oe Convennero ambedue in questo disegno, e per mezzo di quel filo fu raffermato tra loro il nodo dell'amicizia, sì che, da quel giorno in poi, eran sempre informati l’un per l’altro di loro stato. Un giorno, il topo venne all’orlo dell’acqua perchè, fatta ricerca della lana, potesse godersi della sua compagnia, quand’eeco un Corvo, pari a sventura improvvise; precipitarsi dall’alto e, afferrato il topo, levarsi di nuovo in aria. Il filo allora che era legato al piede del topo, Strappò anche la rana fino dal fondo dello Stagno, sì che essa, poichè l’altro capo del filo le stava rilegato al piede, si trovò sospesa a capo in giù nell’aria. Il Corvo |<noinclude></noinclude> t0arru4stm3zqfkz12ww2yyj0xue4tr Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/489 108 1031957 3901441 2026-09-18T13:04:36Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901441 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 473 —|}}</noinclude>ag intanto volava e volava, tenendo stretto nel becèo il topo e sospesa la rana a capo in giù all’estremo dello spago, Sì che la gente, Vedendo quello spettacolo meraviglioso, facendosene beffa e ridendone, andava dicendo: È ben cosa strana che un corvo, contro il costume Suo, vada a caccia di rane. Le rane non son state mai la preda dei corvi! — E la rana: Nemmeno ora le rane sono la preda dei corvi! Ma io ho incontrato questa sventura soltanto per la malaugurata amicizia mia col topo. Mille altre simili sventure devon toccare a tutti quelli che si fanno amici con quanti non sono della loro razza! Ogni sozio straniero è un gran malanno | Amico uno dei vostri procacciate Voi, signori, che il mondo governate! Il frutto che si può ricavar dall’aver raccontato questa favola, è questo, che non si deve fare nè amicizia nè alleanza con chi non è della nostra Stirpe e non della nostra razza. (dal persiano di Houseyn Vaie). Il giardiniere e l’usignuolo. — Si racconta che un giardiniere aveva un giardino piacevole e ameno e un verziere più fresco del roseto d’Irem (1). L’aria che vi Spirava, uguagliava lo zefiro della primavera, e là fragranza de’ suoi fiori, esilarante lo spirito, inebbriava col suo profumo l'intimo dell’anima. Rosaio qual giardin di giovinezza; Colme le rose sue d’umor di vita, Cantar d’ogni suo augel desta l’ebbrezza, E l'aer fragrante all'abbandono invita. Ma, in un canto di quel suo giardino, era un rosaio più vivace del germoglio del piacere e più alto dell’albero della gioia. Ad ogni spuntar dell'alba, là da un canto del roseto fioriva una rosa, colorita come 1a gota d'ogni avvenente fanciulla ingannatrice dei euori, come la guancia d'ogni giovinetta dal candido seno, odorante (1) Giardino favoloso già piantato nell’ Arabia meridionale dal re Sheddad degli Aditi,<noinclude></noinclude> p5aue0txbbospgfycxczp00rrx5iv9q Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/490 108 1031958 3901442 2026-09-18T13:04:41Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901442 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 474 —|}}</noinclude> di gelsomini. Onde il giardiniere, dato principio al giuoco d’amore con quella rosa fiorente, andava dicendo fra sè: Non so davver che mormori la rosa Sotto ai petali suoi, se gli usignuoli Miseri! adduce a sospirar la rosa (1). Un giorno il giardiniere, secondo il suo costume, si recò. a contemplar la rosa. Vide un usignuolo gemebondo che stropicciava il capo contro i petali di essa e staccava una dall’altra, col beeco acuto, le giunture delle sue foglie colorite. Ebbro diventa l’usignuol che mira La rosa, e tosto cadongli di mano Di sua già sciolta libertà le briglie. Il giardiniere, vedendo così dispersi i petali della rosa, con mano furbata ruppe il guinzaglio della pazienza e sospese il lembo del cuor suo alla spina pungente del corruccio. Al dì seguente, lo stesso caso avvenne, onde il dolore per la perdita della ros: Sovra l’altra ferita altra ne aperse. Al terzo giorno, ai colpi del becco dell’usignuolo, Sparse le rose rimanean le Spine. Essendo allora entrato nell’animo del giardiniere un gran corruccio contro l’usignuolo, gli pose egli sul sentiero un laccio ingannatore. Presolo con esca frodolenta, lo imprigionò nel carcere d’una gabbia. E l’usignuolo allora, tutto scoraggiato, a guisa di un pappagallo sciolse la lingua a parlare, e disse: 0 signore, per qual ragione mi hai tu fatto prigioniero, e per qual cagione ti sei indotto a punirmi? Se hai fatto ciò per udire il mio canto, Sappi che il nido mio è pur qui nel tuo verziere. Ogni mattina, l’ostello de’ miei concenti è uno degli angoli del tuo giardino. Ma, se altra cosa ti sei fitta in capo, fammi allora ‘sapere ciò che tu hai in mente. Disse il giardiniere: Non sai che hai tu fatto alla mia fortuna? R- quante volte mi hai tu afflitto separandomi dalla mia leggiadra amica? Cosa adunque degna di tal (1) Gli amori degli usignuoli per le rose, una delle più belle finzioni dei poeti persiani. Vedi il n, 16 del libro IV. ciel a *\eLes<noinclude></noinclude> q5cphxyh7epu43bg8hhm5in1q33rahu Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/491 108 1031959 3901443 2026-09-18T13:04:46Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901443 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 475 —|}}</noinclude>||| Ls AE fatto può ben trovarsi in qualche modo di punizione, acciocchè tu, lontano dalla tua casa e dalla tua terra, impedito da’ tuvi sollazzi e ‘dall’andar liberamente ‘qua e là, ti stia a piangere in un angolo del tuo carcere. Io, sopportando il dolore della Separazione. e gustando l’affanno della lontananza, nell’ostello della tristezza mia mi lagnerò da solo. Piangi, usignuol, se ‘inizio del tuo amore In me si sta, chè siam tapini amanti E nostro ufficio è pianger, di, dolore, L’usignuolo disse: Partiti da cotesta tua interizione, e pensa che io, per questa parte di colpa dell’avér diSperso una rosa, fui incarcerato. Ma tu, che hai lacerato un cuore, pensa quale sarà la tua sorte! Questo ciel che si volge su di noi, Computando conosce e il male e il bene, A chi ben fa, verrà del'ben dipoi; A. chi mal fa, toccano danni e pene. Poichè queste parole ebbero toccato il cuore del giardiniere, egli fece ‘libero l’usignuolo, e l’usignuolo, sciolta la lingua in libertà, disse: Poichè tu mi hai beneficato, secondo quella sentenza: « Vi è forse ricompensa del beneficio fuori del beneficio Stesso? » (1), — conviene che io pure te ne ricambi. Sappi adunque che a piè dell'albero sotto al quale tu Stai, è sepolto un vaso pieno d’oro. Tu prendilo e spendilo per il: tuo bisogno. — I giardiniere scavò in quel posto, trovò vera la parola del: l’usignuolo e disse: 0 usignuolo, è ben meraviglia che tu vegga un vaso d’oro sotferra e non abbia scorto un laccio appena sotto la polvere! — L’usignuolo disse: Non hai mai saputo che la prudenza è vana quando il destino' si compie? Non può il mortal contender con la sorte! Allorquando il destino di Dio precipita, all’occhio dell’avvedutezza non resta più luce e l’accorgimento e la prudenza non apportano aleun giovamento. (dat persiano di Huseyn Vaiz). (1) Passo del Corano, LV, 60.<noinclude></noinclude> g7giut2bc4prybneqb3r30bys4z4yk9 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/492 108 1031960 3901445 2026-09-18T13:04:52Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901445 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 476 —|}}</noinclude> La volpe, il lupo e il cane. — Una volpe, un giorno, Se ne stava a capo d’una via guardando a dritta e a sinistra, quand’ecco, all’improvviso, mostrarlesi da lonfano una macchia bruna. Quella macchia bruna s’avvicinò, ed essa vide che s’avanzavano insieme, come fanno gli amici più sinceri e i compagni più concordi, un lupo fiero e rubesto e un grosso cane. Quello non sospettava d’alcun inganno da parte di costui, nè costui era punto preoccupato di qualche brutto tratto da parte di quello. La volpe si affrettò al loro incontro, li salutò, e con tutto il rispetto e la reverenza disse: Sia lode a Dio che, alfine! la lunga guerra s’è mutata in alleanza recente, e l'antica inimicizia s'è cangiata in amicizia novella! Ma io desidero di sapere qual sia la cagione di cotesto ravvicinamento e quale il motivo di cotesta scambievole fiducia. — La cagione di questo nostro ravvicinamento, rispose il cane, è l’inimicizia del pastore. Quanto all’inimicizia tra lupi e pastori, è ciò che non ha bisogno d’essere dimostrato o dichiarato. Quanto all’inimicizia mia col pastore, la cagione n'è che, ieri, questo lupo che oggi m'ha steso la mano dell’amicizia e dell'alleanza, assalì all'improvviso il nostro armento e ne portò via un agnello. Io, secondo il solito mio costume, gli corsi dietro per togliergli l’agnello, ma non potei raggiungerlo. Quando fui tornato, il pastore levò un randello e mi picchiò senza ‘agione o motivo giusto. Io pure allora, spezzato con lui il vincolo dell'amicizia, mi son collegato con l’avversario d’un tempo. Col tuo nemico tu farai da amico Solo di guisa tal ch’ei la persona Non ti disfiori con acciar nemico; E con l’amico non sarai nemico Di guisa tal che, per invidia e offesa, Egli al nemico tuo facciasi amico. (dal persiano di Giami). IL cammello e il pruno. — Andava pascolando un cammello per il deserto e si cibava di ogni stelo e cespuglio che vi trovava, quando capitò là da un pruno<noinclude></noinclude> lcnknyw9nmy0exbkut1ljluh5gje2m6 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/493 108 1031961 3901446 2026-09-18T13:04:57Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901446 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 477 —|}}</noinclude> spinoso, avviluppato come il volume dei capelli di leggiadra fanciulla, fresco come il viso di bel giovinetto, e futto allegro stese il collo per addentarlo. Ma poi vi scorse nel bel mezzo una vipera tutta attorcigliata, col capo presso l’estremità della coda, e però d’un sùbito si trasse a dietro, abbandonata ogni voglia di prenderselo. Il pruno si pensò che quel suo ritrarsi a dietro provenisse da tema della puntura delle sue spine, e quel suo allontanarsi procedesse da timore delle sue punte acute; ma il cammello, intendendo questo pensiero, disse: To femo di cotesto ospite celato, non del padron di casa che apertamente mi si fa innanzi; ho paura del veleno dei denti della vipera, non già della puntura delle Spine acute. Che se non avessi avuto timore dell’ospite suo, del padron di casa mi sarei già fatto un boccone! Meraviglia non è che d’un codardo Tema un uom di gran core e generoso. Teme l’interna reità, non teme La persona o la vesta. Timor non ha di fuoco ch'è nascoso, Quei che col piè la cener non calpesta. (dello stesso). La formica valorosa. — Fu veduta una formica che, con gran sforzo e cura, strascinava una cavalletta dieci volte più grossa di lei. Si diceva: Mirate cotesto debole insetto! Come osa strascinare un peso di tal gravità! — La formica, udendo ciò, sorrise e disse: I valorosi sopportano i pesi col nerbo dell’interna forza e col vigore della emulazione, non già con la forza del corpo e con la robustezza della persona! (dello stesso). Il pavone, il corvo e la testuggine. — Un pavone e un corvo si trovarono insieme, un giorno, in un giardino, Ciascuno esaminò i pregi e i difetti proprî e dell’altro, finchè il pavone disse: Coteste tue scarpe rosse che tu hai ai piedi, si converrebbero assai meglio al raso intesto<noinclude></noinclude> ncvyn9kaneoela5zjlaxhoz1l9gtxut Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/494 108 1031962 3901447 2026-09-18T13:05:02Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901447 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 478 —|}}</noinclude> d’oro e al broceato variopinto ond’io sono vestito. Certamente, nel tempo che noi due dalla tenebrosa notte del nulla siamo usciti al giorno splendido dell’esistenza, nel vestirci ci siamo scambiate le scarpe! Io mi son messe le nere tue scarpe di pelle d’asino, e tu le mie di pelle marocchina! Rispose il corvo: La faccenda è precisamente all’opposto. Se c'è stato errore, è stato nelle yesti. Le tue Vesti pompose si convengono piuttosto alle mie scarpe. Forse, in quel momento di torpore, tu hai violato i miei diritti e io ho violato i tuoi. Allora una testuggine che là da vicino si stava ad osservare col capo tutto infossato tra le spalle, udendo quella disputa e quella contesa, levò in alto il capo e disse: O cari amici miei, o sozî miei che pur avete tanto discernimento, smettete cotesto vostro contrasto inutile e ritraetevi da cotesta vostra disputa infruttuosa! Iddio altissimo non ha dato a ciascun di noi tutti i suoi doni nè ha fornito a ciascun di noi i mezzi per toccare il fine d’ogni suo desiderio. Non c'è creatura al mondo’a cui Egli non abbia dato in particolare ciò che non ha dato ad altri, e in cui Egli non abbia posto un segno speciale della sua bontà che in altri non ha voluto porre. Bisogna adunque che ciascun di noi si. contenti * della parte sua e s'appaghi di ciò che gli è stato dato. Non è invidia il costume, oh! tu lo sai, Di tal ch'è saggio. Guàrdati che mai La via de’ saggi tu non abbandoni! Sono invidia e avarizia le cagioni Prime al duol degli umani, e tu dal core Toglile via se vuoi fuggir dolore, (dello stesso). C. Favole siriache. L'asino e l’usignuolo. — Un asino, avendo udito la mattina un dolce canto d’usignuolo, domandò all’usignuolo stesso: Che hai mangiato tu che hai sì ‘bella voce? — To mi alimento, l’usignuolo rispose, di rugiada<noinclude></noinclude> k1j939sd8rfidgtx4ysxoiw14lp31af Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/495 108 1031963 3901448 2026-09-18T13:05:07Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901448 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 479 —|}}</noinclude> e d’aria. — L’asino allora, voglioso d’imitarne la dolce e piacevole voce, sgangherata la bocca per pigliar la rugiada che cadeva dal cielo, tanto stette così che morì di fame. — Tutto ciò dimostra che nessuno deve imitare ciò che è fuori della sua natura. Il corvo e l'aquila. — Un corvo, avendo veduto un'aquila che volava via portandosi tra gli artigli un agnello rapito all’armento, si pensò di poter fare altretfanto. Adocchiato pertanto là sul luogo un ariete, gli si avventò contro, ma le unghie gli s’impigliarono nella lana, e allora, non potendo fuggire, fu r: iggiunto dai pastori che a colpi di bastone l’ammazzarono, — Questo racconto è per tutti quelli che vogliono imitare chi è da più di loro. Non solo rimangon sempre inferiori, ma anche incontrano bene spesso la morte. Battaglia di serpenti. — Un uomo vide due serpenti che si azzuffavano. Stando ad osservarli di lontano, ne scorse un altro che accorreva in loro aiuto. Allora disse: Se costui non fosse più malvagio e tristo degli altri due, non si sarebbe punto eurato di loro. — Ciò insegna che gli uomini tristi fanno sempre comunella insieme. L'asino e il cavallo. — Un asino e un cavallo stavano ai servizî di uno stesso padrone, ma il trattamento dell’uno e dell'altro era differente. Il cavallo stavasi sempre impettito ed era ben nutrito, la criniera pettinata e adorna. Ogni giorno, si lavava nel fiume. L’asino invece faticava nel portar la soma. Ma i tempi si cambiarono, e sopravvenne una guerra, e allora il padrone montò sulla groppa del. cavallo. In una battaglia, il cavallo toccò una ferita e morì, e l’asino come n’ebbe notizia, si chiamò felice e fortunato. — Tutto ciò insegna che giova assai la sorte che vuole che l’uomo viva in umile stato con sicurezza, e non fra gli agi e le Misonezze con pericolo. (da una versione anonima siriaca delle farcole greche).<noinclude></noinclude> 5rx6uxs7k4s90iqhxbj06ug3ged9fzo Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/496 108 1031964 3901449 2026-09-18T13:05:13Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901449 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 480 —|}}</noinclude> D. Favole arabe. Il ragno e il vento. -— Un ragno si sospese, una volta, ad una porta solitaria e alta, e la si fabbricò la sua casa, e là si stette ad abitare in tutta sicurezza, e ringraziava intanto Iddio altissimo che gli aveva agevolato di poter rinvenire quel luogo e l’aveva reso sicuro da ogni insetto molesto. Rimase lungo tempo in questo suo stato, riconoscente verso Dio di tanta sua pace e dell’abbondanza degli alimenti che vi trovava. Ma Chi l’aveva creato, volle anche metterlo alla prova e trarlo fuor di là per conoscerne veramente e la gratitudine e la pazienza. Gli mandò contro, pertanto, un impetuoso vento orientale, il quale lo portò via con tutta la sua casa e lo scaraventò nel mare. Le onde marine però lo risospinsero a terra, ed esso allora ringraziò Iddio altissimo di sua salvezza, pur rimbrottando nello stesso tempo il vento e dicendo: Perchè mai, o vento, m'hai fatto tutto ciò? Che vantaggio hai tu avuto dal trasportarmi fin qui dal luogo mio? Io me ne stava pur ben sicuro e tranquillo in casa mia sull’alto di quella porta! — E il vento: Cessa dal rimproverarmi, perchè io ora rifarò con te la mia via e ti riporterò al luogo tuo dove da principio ti stavi. — Si stette adunque il ragno ad aspettar con pazienza sperando di pur ritornare al luogo suo, quando capitò un vento settentrionale, col quale non gli fu dato di far ritorno. Soffiò allora un vento di mezzogiorno, e il ragno andò con esso, ma il vento lo trasportò anche più in lA. Soffiò alla fine un vento che era nella direzion della casa, e il ragno volandovi da presso col vento, riconosciutala, vi si attaccò e vi si sospese. — Con la pazienza otterrai ogni tuo desiderio. (dall’arabo delle Mille e una notte). Il francolino e le testuggini. — Si racconta come certe testuggini abitassero, un giorno, in una certa isola, e come quell’isola fosse tutta piena d’alberi, di frutti e di corsi d’acqua. Accadde poi che, un giorno, passò di là un fran-<noinclude></noinclude> sxd2xndjsxb3djsauylafhktwv5mods Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/497 108 1031965 3901450 2026-09-18T13:05:18Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901450 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 481 —|}}</noinclude> colino oppresso dal caldo e dalla fatica. Poichè ciò gli dava molta noia, volando si calò giù nell’isola lA dove erano le testuggini. Al vederle, si accostò e riparò presso le lor tane, mentre esse erano fuori a pascere di qua e cli là per l’isola, secondo il solito, per ritornarsi poi. Ora, appunto nel tornarsi dopo il pasto alle loro tane, esse lo scorsero e se ne meravigliarono molto ammirandolo. Iddio lo aveva reso stupendo ai loro occhi, sì che esse gliene resero lodi e grazie; indi posero nel francolino un amore stragrande, felici tutte d’averlo con loro. Di dicevano l’una all’altra: Non v’ha dubbio che costui non sia uno dei più belli uccelli del mondo! — Così tutte gli facevano delle grandi carezze, l’inchinavano anche, ed egli, come ebbe notato in esse i segni tutti della benevolenza e dell’amore, sentì per loro molta inclinazione, si famigliarizzò con loro, volava dove più gli piaceva, indi, la sera, ritornava per passar presso di loro la notte. Quando poi spuntava il giorno, volava via per dove gli talentava, e questo divenne presto il suo costume giornaliero. Così passò, in questo stato, certo spazio di tempo. Quando però le testuggini sentirono che quel suo assentarsi da loro procacciava loro non lieve dispiacere e s'avvidero che, per vero, non lo vedevano mai fuorchè la sera, da che egli di gran mattino volava via precipitoso, sì che esse non si accorgevano nemmeno della sua presenza pur con tanto amore che avevan posto in lui, una di esse tenne alle altre questo discorso: Noi abbiam posto l’affezione nostra in cotesto francolino, ed egli si è fatto nostro amico, sì che noi non possiamo omai sopportare il dolore della sua lontananza. Quale artificio si potrebbe mai trovare che riuscisse a farlo rimaner qui con noi per sempre? Esso infatti, quando vola via, rimane lontano da noi tutto quanto il giorno, e noi non lo rivediam più che al sopravvenir della notte. — Un’altra testuggine diè allora questo consiglio, dicendo: Chetatevi, sorelle mie, che io farò in modo ch’esso non s’allontanerà mai più da noi Italo Pizzi = Fiori d'Oriente 31<noinclude></noinclude> 6zap734ng8rlsvbll22d3u09r9ay8el Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/498 108 1031966 3901451 2026-09-18T13:05:23Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901451 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 482 —|}}</noinclude>nemmeno per un batter d’occhi. — Se tu potrai far tanto, riSposero le altre tutte, noi ti sarem tutte quante obbligate. Quando pertanto ritornò il francolino dal suo pascolo e si fu seduto in mezzo alle testuggini, questa, che era la più astuta, gli si avvicinò, gli fe’un bel saluto, lo felicitò del suo ritornar sano e salvo, e gli prese a dire così: O signore, tu ben sai come Iddio ti abbia concesso l’amore e l’affezione da parte di tutti noi, e come abbia posto nel cuor tuo pari amore per noi, in modo che, pure in questo luogo deserto, ti sei fatto nostro amico e famigliare. Ora, il più bel tempo per quelli che tra loro si amano, gli è quando si stanno insieme, mentre la loro maggior sventura consiste nello star separati fra loro e lontani. Ma ecco che tu, al primo spuntar dell’aurora, ci abbandoni, nè ritorni a noi se non dopo il tramonto. Tutto cotesto è per noi un gran dispiacere, ci apporta gran noia e tristezza, e noi, per questa cagione, viviamo in affanno grave e in angustia. — Disse allora il francolino: Sì! Anch'io vi porto amore, e il desiderio mio di voi è grande, maggiore anzi del vostro, nè io posso sopportar leggermente di starmi lontano da voi. Ma io non ho in poter mio spediente alcuno per rimediare a ciò, perchè io sono augello alato, e non mi è possibile il dimorar sempre con voi. Cotesto, infatti, non è della natura mia. Ogni uccello alato non può star fermo che di notte, e ciò per la necessità del sonno, e però quando fa giorno, egli vola via e spazia liberamente pascolando in quel luogo che più gli piace. Hai detto il vero! rispose la testuggine. Ma tu vedi che i volatili non hanno mai, per la maggior parte del tempo, un momento di requie in quanto non tocca loro una quarta parte di bene sul molto affannarsi che hanno. Ora, l’ultima meta desiderabile per ogni persona sono la vita comoda e la tranquillità. Ma noi, poichè Iddio ha posto fra noi e te quest’affezione e questa dimestichezza, temiam sempre che qualcuno dei tuoi nemici ti faccia sua preda. Tu allora morrai, e noi rimarrem prive del tuo dolce aspetto. — Tu hai detto il vero! ripigliò a dire il francolino, Ma qual pensiero è il tuo e quale spediente hai<noinclude></noinclude> qh9bnokohi3hx5f3h9v05thdqbdet0t Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/499 108 1031967 3901452 2026-09-18T13:05:28Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901452 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 483 —|}}</noinclude> tu per il mio caso?— Rispose la testuggine: Il pensier mio è questo che tu ti recida ambedue le ali con le quali tanto ti affretti a volar via, e ti rimanga poi presso di noi tutto tranquillo mangiando di ciò che noi mangiamo, e bevendo di ciò che noi beviamo, in questo vasto luogo da pascolare, che ha tanti frutti maturi. Così dimoreremo insieme in questo fertile paese, e ciascun di noi godrà della compagnia del suo amico. — Il francolino si lasciò persuadere da quelle ragioni, tanto più che anch’egli desiderava di rimanersene tranquillo, e però si strappò una dopo l’altra le penne delle ali secondo che gli parve meglio, seguendo il consiglio della testuggine. Fermò allora la sua dimora presso le testuggini, vivendo con loro, appagandosi per tal modo d’un lieve piacere e d’una contentezza che non doveva durare. Così pertanto se la passavano, quand’ecco, un bel giorno, passar di là una faina, la quale, scorto il francolino e adocchiattolo per bene, s’avvide ch’esso aveva le ali recise, sì che non poteva volare. Vedutolo in quello Stato, ne ebbe una gran gioia. Cotesto francolino, disse fra sè, ha grasse le carni e ha poche penne alle ali! — Ayvicinatasi d’un tratto, l’acciuffò, mentr’esso strillando chiamava in aiuto le testuggini. Ma queste, non potendo aiutarlo, si sbandarono quale di qua, quale di là, lontano da lui, e si tapparono dentro i loro gusci, tosto ch’ebber veduto che la faina s'era, impadronita di esso. Quando poi videro che ne faceva Strazio, il pianto che facevano per dolor di lui, le soffocava, ed esso intanto gridava: Potete voi far altro che piangere? — 0 fratello, riSpondevano, noi non abbiamo nè forza, nè potere, nè arte, quando si tratta d’una faina! — Si dolse allora il francolino, e, perduta ogni speranza della vita, voltosi loro, disse: Voi non ne avete colpa, sì bene la colpa è mia quando vi diedi retta e mi recisi le ali con le quali io poteva volare! Io merito la morte per avervi dato ascolto; non vi biasimo però di nulla! — La favola è l’immagine di quei tali che, per una lieve Soddisfazione, irremissibilmente si perdono, (dall'arabo delle Mille e una notte).<noinclude></noinclude> he5yszbainro1g0bvuxx3lp4hfc5lph Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/500 108 1031968 3901453 2026-09-18T13:05:34Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901453 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 484 —|}}</noinclude> Il gatto e il topo. — Uscì una notte un gatto in una boscaglia per cercarvi di che mangiare, ma non trovò nulla, sì che ben presto si sentì assai male e per il freddo intenso e per la molta pioggia che in quella notte cadeva. Cercò allora in qual modo potesse scampare da certa morte, quando, aggirandosi qua e là in quello stato, scorse una piccola tana ai piedi di un albero. Si accostò, e come v’ebbe fiutato per bene e sbuffato attorno, s’accorse che dentro stava un topo. Pensò allora di far tanto con arte e artifizî da potere entrar dentro là da lui per aver modo di acciuffarlo. Ma il topo, come si fu accorto che lì fuori c'era il gatto, si tirò indietro subitamente, e poi, con le mani e coi piedi, accumulando del terriccio, procurò di turargli in faccia l’ingresso della tana. Il gatto allora, con un fil di voce, cominciò a chiamarlo e a dire: Perchè fai tu così, fratello mio, mentre eeco ch’io mi son riparato presso di te acciocchè tu mi usi misericordia e mi accolga per questa notte nella tua tana? Vedi in che misero stato sono io per la tarda età e per aver perduto omai le forze! Io, omai, non posso più muovere un passo. Questa notte mi son cacciato in questa boscaglia, e oh! quante volte ho invocato la morte per avere in qualche modo un poco di pace! Ora ecco che io mi sto qui alla tua porta, vinto dal freddo e dalla pioggia. E però ti prego per Dio che, a titolo di elemosina, tu mi prenda per mano e m’introduca presso di te e mi accolga almeno nel vestibolo della tua tana, ch'io sono forestiero e poveroÈ Ora, è stato detto:« Chi accoglie un povero forestiero in casa, sarà poi accolto in Paradiso nel giorno del giudizio di Dio ». E tu sei bene obbligato, o fratello, a guadagnarti la tua mercede facendo del bene a me, e però devi permettermi di star questa notte presso di te finchè sia giorno, chè io allora me ne andrò per la mia strada. Il topo, udite quelle parole, rispose così: Come puoi tu entrare nella mia tana mentre tu sei il nemico mio naturaie, e il tuo pasto si fa con la carne dei miei david rire AID<noinclude></noinclude> el4oscfreirilyny9t0qaqfvqbnnke7 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/501 108 1031969 3901454 2026-09-18T13:05:39Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901454 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 485 —|}}</noinclude>4850 simili? Io temo che tu m’abbi a tradire, perchè è appunto uno dei tratti dell’indole tua il non serbar mai la fede. Inoltre è stato detto: « Non bisogna mai fidarsi dell’accattone quanto ai denari, e del fuoco quanto alle legna ». Nè è bello ch’io mi creda troppo sicuro di te quanto alla mia vita, perchè è stato detto: « Inimicizia naturale, anche se chi l’ha è debole e misero e afflitto, prevale sempre ». Il gatto allora parlando con voce fievole, in atteggiamento dimesso e compunto, rispose: Tutti cotesti che tu hai detti, non sono che ottimi consigli, e io non intendo punto di disapprovarteli. Ma anche con tutto ciò, ti supplico di dimenticare ciò che può essere accaduto un giorno in forza della naturale inimicizia fra me e te, perchè è stato detto: «Quel tale che perdona ad una creatura come lui, avrà un giorno il perdono di Chi l’ha creato ».. Prima d’ora io son stato tuo nemico, ma ecco che Oggi mi trovo a richiederti di amicizia, perchè è stato detto: « Quando vuoi che il tuo nemico ti si faccia amico, fagli del bene ». Io intanto, o fratello mio, ti fo promessa e giuramento in nome di Dio che non ti farò mai più alcun male. E poi, anche con tutto ciò, io non ne avrei il potere. Confida adunque in Dio, fa del bene altrui, e accetta il patto e il giuramento mio. Disse allora il topo: Come potrei io accettare il giulamento di tale la cui inimicizia con me è fondata sulla natura di esso appunto? Costume suo consueto è quello di prendermi con inganni e tradimenti. Che se l’inimicizia che è tra noi due, avesse principio in qualunque altra cosa che nel sangue, sarebbe agevole per me il fare ora ciò che mi domandi. Ma è inimicizia di natura fra due anime interamente diverse! Ora, è stato detto: « Chi troppo si fida, quanto alla vita, del nemico suo, è simile a colui che caccia una mano in bocca alla vipera ». — Ribattè allora il gatto, omai tutto pieno di rabbia: Il cuor mio è angustiato, e l’anima mia non ne può più nulla. Ecco ch’io omai sono all’agonia sì che fra poco mi morrò qui sulla tua porta. Ti rimarrà così nella coscienza la |ESCITTRO<noinclude></noinclude> gu6zkxu8aps4myyga23e4avu4zor2xu Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/502 108 1031970 3901455 2026-09-18T13:05:44Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901455 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 486 —|}}</noinclude> colpa e il misfatto tuo, perchè tu potevi aiutarmi nella distretta in cui ora mi trovo. Sono queste le ultime parole mie con te! Il topo allora fu preso da certo timore di Dio altisSimo. Gli entrò in cuore un senso di misericordia, sì che disse fra sè: Chi desidera che Iddio altissimo l’aiuti contro il suo nemico, gli dimostri pietà e gli faccia del bene. Io adunque, fidandomi a Dio in questo affare, salverò cotesto gatto dalla morte perchè almeno io mi possa guadagnare, presso Dio, la mercede dovutami per esso. Uscì allora e introdusse il gatto nella tana strascinandovelo sul suolo, tanto era debole e disfatto; e il gatto si stette presso di lui finchè ebbe riavuto le forze, si fu calmato dello Spirito, e un cotal poco fu guarito. Lamentavasi tuttavia di molta debolezza, del manear delle forze, della scarsezza degli amici; e il topo procacciava di trattarlo amicamente, si prendeva a euore lo stato di lui, gli stava vicino, gli si teneva sempre d’attorno. Il gatto intanto, strascinandosi a stento per terra, si portò fin là dall’uscita della tana, temendo appunto che di là gli uscisse il topo all’aperto. Il topo adunque come ebbe desiderio di uscire, si accostò, secondo il suo consueto, al gatto, e il gatto, quando il topo gli fu ben vicino, l’acciuffò e lo tenne stretto stretto tra le unghie. Si diede allora ad addentarlo, a sballottarlo, a prenderlo in bocca, a levarlo in alto da terra, a sbalestrarlo qua e la, a rincorrerlo, a graffiarlo, a tormentarlo. Il topo domandava aiuto e soccorso e chiedeva a Dio di scampar da quel malanno, e intanto rimproverava aspramente il gatto e gli diceva: Dove sono le promesse che tu m'hai fatte? Dove i giuramenti che m° hai giurati? È questa la ricompensa tua? E pur t'ho introdotto nella mia tana e mi son mostrato fidente di te e sicuro! Ma ha pur detto il vero colui che diceva: « Chi accetta giuramenti e promesse dal nemico suo, non può augurarsi di scampar la vita! » E quell’altro che diceva: « Chi si dà in mano al nemico suo, si merita la morte ». Io però confido interamente in Dio, il quale mi farà libero da te! tia<noinclude></noinclude> 0rpadsuxkejb9hzp1a0zk6oo6agrs91 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/503 108 1031971 3901456 2026-09-18T13:05:49Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901456 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 487 —|}}</noinclude>= der— Rra esso così alle prese col gatto, e costui già stava per saltargli addosso e sbranarlo, quand’ecco sopraggiungere un cacciatore con certi suoi cani feroci, avvezzi alla preda. Uno di questi cani passò là vicino alla porta della tana e udì che là dentro si faceva una gran battaglia. Si pensò che fosse una volpe che sbranasse qualche animaletto, e però vi si cacciò dentro tutto precipitoso per acchiappar la volpe. S’imbattè invece nel gatto e d’un subito se ne impadronì. Il gatto allora, venuto così in poter del cane, non badando più al topo, lo lasciò andare ch'era ancor vivo e senza ferita alcuna, e il cane, inferocito, rottagli la vertebre, lo trasse fuori di là e lo gettò via ch'era morto. — AI gatto e al topo si può ben applicar la sentenza di quel tale che diceva: « Tosto 0 tardi, chi usa misericordia riceve misericordia, e chi fa ingiustizia, riceve ingiustizia! » (dall'arabo delle Mille e una notte). La volpe e l’asino selvatico. — Soleva una volpe uscire tutti i giorni di casa per procacciarsi il pasto giornaliero. Trovandosi essa, un dì, fra certe montagne, capitò sulla sponda di un fiume, e là si fermò e di 1a pensò di far ritorno. S'accompagnò così ad un’altra volpe che l’aveva veduta mentre camminava per via. Cominciò allora ciascuna a raccontare all’altra la sua storia e le prede fatte. Una di esse diceva: Ieri ho assalito un asino selvatico. Aveva io una gran fame, chè da tre giorni non aveva toccato cibo. Fui allora ben contenta di tanto, e ringraziai Iddio altissimo che me l’ebbe dato in mano. Io però volli averne il cuore; lo divorai e ne rimasi sazia. Tornai allora a casa, e son passati omai tre giorni, nè ho rinvenuto nulla da mangiare, e pur con tutto ciò anche ora mi sento sazia. L'altra volpe come ebbe udito tutta questa Storia, ebbe invidia di quella tanta sazietà dell’altra, e disse fra sè: Bisogna proprio che anch’io mangi il cuore d’un asino selvatico! — Per più giorni, allora, s’astenne da ogni cibo, tanto che ne dimagrì e venne in pericolo di morte, per-<noinclude></noinclude> 5zo2u3pzrc5l5azls2f51x5hbsxkqce Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/504 108 1031972 3901457 2026-09-18T13:05:54Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901457 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 488 —|}}</noinclude> duta quasi ogni voglia e vigoria. Dormiva tutta raggomitolata nella sua tana. Ma poi un giorno, mentre se ne Stava così in casa, ecco sopravvenir due cacciatori che S'aggiravano qua e là cercando di far preda. Capitato lor dinanzi un asino selvatico, tutto quel giorno ne seguirono la traccia, finchè uno di essi gli scagliò contro una saetta a più uncini. La saetta lo colpì, gli entrò nel Corpo, gli trapassò il cuore e l’uccise, proprio dirimpetto alla tana della nostra volpe. Accorsero allora i cacciatori, e trovando morto l’asino, vollero estrar la saetta che l’aveva colpito nel cuore, ma non ne uscì che l’asta di legno, e la punta uncinata rimase dentro. Come fu venuta la sera, la volpe uscì dalla sua tana, ed era tutta uggiosa per la gran debolezza e per la fame, quand’eeco là, sulla porta, giacente a terra un asino selvatico. N’ebbe una gran gioia, e poco mancò non si met: tesse a volare per la contentezza. Intanto, andava dicendo: Lode a Dio, il quale ha agevolato il conseguimento del mio desiderio senza stento e fatica perchè io omai non sperava più di poter avere un asino selvatico 0 qualche altro animale. E forse Iddio stesso l’ha atterrato e mandato a me fin qui! — Si gettò allora sull’asino e gli squarciò il ventre e dentro al ventre cacciò il capo. Incominciando allora a frugar col ceffo tra le interiora finchè giunse là dal cuore, ne fe’un boecone solo e lo trangugiò. Ma quand’esso gli fu entrato nella strozza, la punta uncinata della saetta, che v'era ancor dentro, le si piantò tra le òssa del collo, ed essa non potè più nè mandarla giù nel ventre nè cacciarla fuor della gola. Fattasi certa allora della sua morte, disse: Veramente non è lecito che una creatura qualunque osi domandar per sè più che Iddio non le ha assegnato. Se io mi fossi appagata di ciò che egli m’aveva concesso come parte mia, non sarei ora venuta al punto di morire! (dall’arabo delle Mille e una notte). I tre consigli dell’allodola. — Un tale prese, un giorno, un’allodola, la quale gli disse: Che vuoi tu far di me?<noinclude></noinclude> rtecjjflibsfsujv0mgvkve5gzzdlum Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/505 108 1031973 3901458 2026-09-18T13:06:00Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901458 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 489 —|}}</noinclude> — Ti ammazzerò e ti mangerò, rispose. Ed essa: Io non son grassa, nè posso saziar la fame a nessuno, nè appagarlo se ha voglia di mangiar carne. Intendo però darti tre consigli che ti saranno più utili del mangiar di me. Uno te lo dirò standoti sulla mano; il secondo, quando sarò su quell’albero; il terzo, quando sarò su quel monte. — Sta bene! rispose il cacciatore. Essa allora, standogli sulla mano, disse: Non dolerti di ciò che ti va perduto. — Egli allora la lasciò andare. Quand’essa fu sull’albero, disse: Non prestar fede a ciò che non può essere. — Quando fu sul monte, disse: O sciocco se tu mi avessi ammazzata, m’avresti rinvenuto nel gozzo una perla del peso di venti libbre. —Il cacciatore si morse le labbra, brontolò alquanto fra sè, poi disse: Qua il terzo consiglio! — E l’allodola: Tu hai già dimenticato i due primi, e come potrei ora dirti il terzo? — Come ciò? domandò. Non t’ho detto, ripigliò l’allodola, che non ti dovessi dolere di ciò che ti va perduto? Eppure, tu vai ora dolente perchè io ti sono’andata perduta. T’ho anche detto di non prestar fede a ciò che non può essere, e tu v'hai creduto. Che se tu raccogliessi le mie ossa, le mie carni, le mie penne, non farebbero insieme venti libbre. Come adunque potrebbe starmi nel gozzo una perla di tal peso? — Questa favola è per tutti quelli che prestano fede a tutto e si lasciano ingannare (1). (dall’arabo di Al-Sharîshi). Il passero e la trappola. — Si racconta come un giorno un passero passando vicino ad una trappola, la dimandasse così: Che è che ti vedo qui appartata dalla via comune? — Rispose la trappola: Ho voluto appartarmi dagli uomini per essere al sicuro da ogni loro insidia. — Che è che ti vedo qui sulla polvere? — Per umiltà! — Che è che ti (1) Questa favola orientale è passata anche in Occidente e trovasi nell'antica letteratura francese sotto il titolo: Le lai de l'oiselet: Vedine anche una versione persiana (tradotta) di Romi nella mia Storia della Poesìa persiana, I., pag. 273.<noinclude></noinclude> 8kjf8nklqfdtvhl7m8ud3tfjdz96uak Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/506 108 1031974 3901459 2026-09-18T13:06:06Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901459 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 490 —|}}</noinclude> vedo tutta macilenta e Sfatta? — Mi hanno ridotto così le pratiche religiose. — Che è questa corda che hai sulle Spalle? — È l’abito dei penitenti. — Che è questa stanghetta? — È il bastoncello col quale mi sostengo. Io me ne Servo peri miei devoti. — Che è questo mangiare che ti sta qui accanto? — È un avanzo del mio pasto. Io l’ho posto qui per ogni mendico che giunga affamato, e per ogni viandante che sia impedito dal proseguire il suo viaggio. — Anch'io sono un viandante e ho fame. Hai tu di che darmi da mangiare? — Di certo! Eccoti qui di che mangiare, Ma, appena il passero ebbe dato di becco nell’esca, la trappola l’afferrò pel collo. Disse allora: Oh! la trista scelta che ho fatta! Inganno e tradimento e natura tutta malvagia e trista! — F intanto non s’era accorto che chi aveva posto la trappola, già veniva per acciuffarselo. Disse allora fra sè: I savî hanno detto molto a proposito: « Chi opera inconsiderato e precipitoso, si pente poi, e chi Va cauto, si salva ». Ma qual modo di salvarmi v' è ora per me? Oh! non é più il tempo di cercarmi uno scampo! (dall’arabo di Al-Shibravi). L'aironee ilpesciolino. — Un airone aveva la sua dimora in una regione ben guardata e sicura, dov'erano laghetti e boschi che somigliavano ai giardini di Paradiso. In quelle acque erano pesci in grande abbondanza, e il nostro airone vi stava assai bene e comodamente, passando il tempo nel procacciarsi ij bocconi migliori. Ogni suo moto, ogni suo atto era una benedizione, e se egli si tuffava in uno di que’ laghi o stagni, non ne usciva senza recarsi nel becco qualche pesce. Avvenne però che, con l’andar del tempo, provò fatica e stento nel proczleciarsi i suoi pasti, e che, venutegli meno le forze, gli fu conteso di avere ogni sera di che cenare. Andava perciò volando qua e là, ora per aria, ora rasentando il suolo, cercando di rafforzar con un po’ di cibo l'estremo alito che gli restava, ma nulla nulla gli veniva in soccorso da quanto sta tra il più alto punto della Spiga<noinclude></noinclude> ljrql94zc1lbqrarlr85g2ulhtx6u9c Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/507 108 1031975 3901460 2026-09-18T13:06:11Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901460 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 491 —|}}</noinclude>SE AO e il punto più basso dei Pesci (1). Simile stato di cose si prolungò per più giorni e più notti, finchè, tuffatosi un giorno in un’acqua non molto profonda cercando di che nutrirsi, s'incontrò in un piccolo pesciolino che gli passò d’accanto, ed egli potè ghermirlo e toglierselo via di tra le zampe. Trattolo fuor dell’acqua, già stava per trangugiarselo, quando il povero pesce, allegando la propria magrezza prima di dover discendere in quella sepoltura che già gli si apprestava, si pose a-gridar così, dopo che fu sul punto di perdersi per sempre: Cheèmaiunapulceeilsanguesuo?echeèun passero e la sua grassezza? Dammi retta, o vicino mio carissimo, o tu, alla cui custodia sono state affidate le nostre vite! Non aver tanta furia di trangugiarmi! non t'affrettar tanto ad ammazzarmi! chè, nel risparmiarmi, ci son vantaggi e utili che ridonderanno a te. E questi sono che mio padre fu già re e sovrano su questi pesci di qui, che tutti erano suoi servitori e sudditi, obbligati ad obbedirlo e ad eseguire la sua volontà. Io sono l’unico figlio dei miei genitori, e però ti prego di risparmiarmi in vita perchè mio padre fe’ già dei voti per avermi finchè, quand’io gli nacqui, potè provarla gioia che tanto desiderava. Nel divorarmi, non c'è vantaggio grande, nè io potrò impedire che tu non renda l’estremo fiato per la fame, nè potrò riempirti lo stomaco. E se mi divori, al riguardo di mio padre sarai come quel tale di cui è stato detto: « M°ha orbato di chi io più amava, nè egli si è appagato ». Meglio è adunque ch’io ti dia qualche consolazione e che ti faccia sapere ciò che può esserci tra te e mio padre, e sia io la cagione d’un patto d’amicizia sincera tra voi due, dischiudendovi i serrami dell’affezione e della benevolenza reciproca, sì chetoechia te ogni sorte più (1) Si badi che tutto questo è uno stile artificioso e a giuochi di parole, del quale si sono recati altri esempi. L’airone si suol cibare di pesci, e perciò si fa qui un giuoco di parole con due costellazioni che vi si possono riferire în qualche modo: i Pesci dello Zodiaco, e la Spiga della Vergine, che in arabo è detta ul-Simak, e simdk significa appunto anche pesce.<noinclude></noinclude> 4p8epe71aa2humot2ibkvv56n5wwczs Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/508 108 1031976 3901461 2026-09-18T13:06:16Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901461 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 492 —|}}</noinclude>TIT — 492— bella con favor perfetto e preferenza da parte del cielo. Quanto a me, ti prometto che, se tu mi renderai alla libertà e mi farai graziaemi lascierai andare, ti farò malleveria di dieci pesci al giorno, argentei, grassi, morbidi, quali senza contrasto, senza interruzione, ti saranno imbanditi; e chi te li manderà, sarà mio padre stesso in ricompensa di ciò che avrai fatto per me. Tu li avrai senza fatica e senza stento, nè avrai da Sopportar perciò alcun fastidio 0 noia. Quando il nostro airone ebbe inteso tutta questa cantafera, si lasciò vincere dall’ingordigia. Non divorò il pesciolino, ma, facendo atto di riconciliarsi con lui e di amicarselo, disse: Ripetimi questo tuo bel discorso! — Ma non aveva egli aperto la bocca per pronunciar soltanto la prima sillaba, che il pesciolino, in un attimo, gli sgusciò via dal becco e si tuffò nell’acqua, scampando così alle mascelle voraci dell’estrema sventura. Il ghiottone altro non raccolse da tutto ciò che Ja disillusione nei suoi desiderî. Io t'ho raccontato questa storia perchè, prima di por mano ad impresa qualsiasi, tu abbia a considerare le possibili conseguenze e a indovinare, fin dal principio, dove essa andrà a terminare. Ora, è stato detto a questo Proposito: « Prima la riflessione, e l’opera poi », (dall’arabo di Tbn Arabshah). IL gallo e la volpe. — Tempo fa, in un villaggio, un borgomastro possedeva un gallo ben conformato e ben Aveva letto le Storie d’Oriente e d’Occidente; aveva veduto passar molti anni; s’era istruito negli avvenimenti del tempo trascorso secondo lor natura e specie; aveva provato il dolce e l’amaro delle cose del mondo, € SOpportatone il freddo e il Galdo. Più volte aveva mandato a vuoto le trappolerie insidiose delle volpi, ed era scampato agli accorgimenti ingannatori delle faine. Aveva veduto disgrazie e sventure nel mondoe tra gli abitanti del mondo, e sapeva a memoria molte battaglie di faine e di Volpi. Dai libri poi di lor furberie, aveva avuto cono-<noinclude></noinclude> iokue4vss7g4qm1gug7v7n34y0nmrim Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/509 108 1031977 3901462 2026-09-18T13:06:23Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901462 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 493 —|}}</noinclude> scenza degli esploratori dei loro eserciti, e, in riguardo a lor mosse e opere, aveva saputo far cose meravigliose e nuove. Avvenne però che, un giorno, trovandosi sull’alto di un muro, incominciò a pavoneggiarsi, ad ammirare i vari colori delle sue ali, a contemplar l’ombra della sua cresta di color di corniola, ad adocchiare i suoi bargigli che, divisi in due, gli pendevano d’ambo le parti, a mirare le penne arruffate del collo, le penne variopinte che gli erano come calzoncini intorno alle gambe, tutto l’ammanto, insomma, che aveva ricamato con ogni sorta di stoffe screziate il Dipintore onnipotente. Egli stupiva di sè stesso. Cantò, e gli porse gran diletto il sentire il suo canto, e intanto si pompeggiava, si brandiva, si piegava, si dondolava, e la voglia di svolazzar qua e là tanto lo fe’ dimentico di sè in un istante, che s’allontanò dal podere e salì sul muro di un altro. Era l’ora del mezzogiorno, ed egli levò la voce e cantò. Una volpe l’intese, e disse fra sè: Questo è quanto io cerco! — Saltò fuori in fretta dalla sua tana e portò con sè tutte le sue trappolerie insidiose. Venne adunque là da lui, e quando l’ebbe veduto, lo salutò. Quando il babbo della veglia (1) si fu avvisto di lei, saltò sul più alto punto del muro. Ma la volpe lo salutò di nuovo col saluto degli amici, e scambiò con lui i complimenti dei fratelli, e poi disse: Ti conforti Iddio il corpo e lo spirito, e ti abbeveri, con sorsi vespertini e mattutini, di coppe dell’acqua della vita! Perchè tu sei quello che ridà la vita allo spirito e al corpo, con la miglior delle voci e dei canti, nel bandir la preghiera al pubblico (2). Oh! gli è passato per me gran tempo da che non ho udito una voce simile! Che Iddio te la preservi dalla disgrazia del venir meno e dalla sventura della morte! Io, intanto, son venuta qui da te per farti un saluto e per farti assapere quanta felicità ti è stata riserbata e per darti una (1) Uno dei soprannomi con cui gli Arabi designano il gallo. (2) Il gallo è qui equiparato dalla volpe al Muezzin, cioè al banditore pubblico della preghiera presso i Musulmani.<noinclude></noinclude> dk1yo2dka5yg3yylukh50iifnumuus5 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/510 108 1031978 3901463 2026-09-18T13:06:29Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901463 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 494 —|}}</noinclude> lietissima novella. E questa si è il traffico più lucroso, la provincia più produttiva, il comando più proficuo; nè alcun che di simile s'è avverato mai nei tempi andati, nè potrà capitarne mai un eguale nelle età venture. Gli è appunto che il nostro sovrano (che Iddio rafforzi, sotto il suo regno, le colonne della fede!) ha ordinato al banditore di fare un bando. E il bando concede sicurezza e salvacondotto agli animali tutti, e ordina che, dagli orti dell'amicizia e dell’affezione più sincera, si facciano derivare nel giardino di tutti le acque della giustizia e della beneficenza, e che quest’amicizia fraterna comprenda tutti quanti gli animali, gli uccelli, le fiere, i pesci, e non sia ristretta e circoscritta all’uomo soltanto, ma vi partecipino insieme e reciprocamente gli animali della campagna e quelli feroci del deserto, le bestie domestiche e le iene, i corvi e gli struzzi, gli sparvieri e le colombe, i rettili e i pesci, le mosche e ogni insetto di color cangiante (1). Attendano perciò essi tutti ai loro affari e li sbrighino l’un per l’altro con equità e giustizia, con abilità e senza inganno e sopruso, nè sia possibile fra loro alcun atto che non sia di affezione sincera, di bella amicizia e lodevole compagnia. Siano cancellate, intanto, dalle pagine del loro cuore le tracce dell’astio, dell’odio, della soperchieria ipocrita, e voli l’augello gata (2) insieme all’aquila, e abiti il passero col corvo, e pascoli il lupo con la lepre, e s’affratelli il gallo con la volpe, e, insomma, nessuno pensi a soverchiar l’altro, sì che il topo vada sicuro dalle insidie del gatto, e l’agnello da quelle del leone. Poichè adunque la faccenda è stata così disposta ed è ormai tolto via dal mondo ogni malanno e ogni rancura, sarà pur necessario che anche da noi si ottemperi a quanto è stato così ordinato, abbandonando interamente la nostra inimicizia scambievole (1) Tutti questi nomi, che qui sembrano posti a caso e alla rinfusa, nel testo arabo sono ordinati per rime, delle quali l’effetto si perde nella traduzione, (2) Uccello simile alla colomba, che abita il deserto, chiamato così dagli Arabi ad imitazione del suo grido consueto.<noinclude></noinclude> oefn8iwqo7nbtzt1q1fgbk13h613g24 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/511 108 1031979 3901464 2026-09-18T13:06:34Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901464 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 495 —|}}</noinclude> e il nostro riprovevole modo di comportarci l’uno verso dell’altro. Viva adunque fra noi due, da questo dì in poi, un'amicizia sincera, si dischiuda la porta fra noi dell’affetto e dell’amore; niuno di noi due rifugga mai più dall’altro, ma ne coltivi l’amicizia e si sforzi intanto a difenderlo e guardarlo dall’avversario suo! (1). Così la volpe andava insistendo sempre più in questo suo cicalare. Ma perchè il gallo badava assai poco a tante sue ciarle e intrighi, essa riprese: Fratello mio, che hai tu che ascolti con tanta distrazione le mie parole? Io t'ho pure annunziato un gaudio magno, quale non s'è avverato mai nei tempi passati! E per esso son pur stati emanati gli augusti ordini di nostro signore il Sultano. Vedo che tu non badi punto alle parole mie, nè ti rallegri di tanta gioia pubblica, nè ti curi di me, nè ti fidi di me, ma piuttosto ti levi su e ti rizzi per vedere qualche cosa di lontano. Non vorresti tu farmi sapere ciò che vai pensando e proponendo a te stesso? e informarmi di ciò che vai tu ora così lungamente considerando, acciocchè io sappia di che opinione sei tu, se cioè ti fidi di ciò che t'ho detto e vi presti fede? Disse il gallo: Io veggo un turbine che s’avanza, un nembo di polvere che sale alle nubi, e una bestia che per il mezzo vi balza, come un lampo che guizza! Nè io so che bestia sia, ma veggo che è più veloce del vento impetuoso. — La volpe allora, dimenticate d’un subito le trappolerie e le menzogne, gridò: O babbo della veglia, osserva bene, per Dio! chi sia quella bestia! E il gallo: Una bestia velocissima, con lunghi orecchi, con ventre smilzo! I cavalli non la raggiungono, i turbini non la vincono al corso. — Alla volpe incominciarono a tremar le gambe, ed essa cercava un luogo da ripararvisi, ma il gallo le disse:Fèrmati, o volpicina (1) La spappolata è lunga e, forse, poteva essere accorciata. Ma ho preferito recarla per intero perchè si vegga che i farabolani e i ciarlatani sono uguali sempre. Questa bellissima predica non sembra una copia di quelle di tanti Viberaloni moderni, il cui ritratto più fedele trovasi nell'onorevole Cantasirena del Rovetta?<noinclude></noinclude> haltwpueajs3wy8ws49h0x7sxs0ewz0 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/512 108 1031980 3901465 2026-09-18T13:06:42Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901465 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 496 —|}}</noinclude>490 mia, e abbi pazienza perchè io possa bene accertar qual Sia l’aspetto della bestia e intenderne la natura. Oh ecco! volpe mia, ch’essa in rapidità avanza la vista, e che si lascia a dietro le Stelle cadenti che lapidano i demoni! (1). — Disse la volpe: Oh! tutto ciò mi Opprime l’anima, e questo non è il tempo degli indugi! — Così si voltò per andar via, e gridava intanto secondo il suo modo di parlare: __ e tu che cingi ‘e Se il tuo descrivere Di corniola È veritier, Il diadema, Per Dio! gli è questo Non ritardarmi Un levrier! (2). Sul mio sentier. Disse allora il gallo: Ma se tu hai detto che il Sultano ha ordinato che sia pace tra tutti quanti gli animali, non ti può venir nessun male dal: cane! Fèrmati perciò perchè esso intanto venga e ti baci la mano, e noi possiam così fermare tra noi un patto d’amicizia sincera, ed esso diventi l’amico nostro, e noi diventiamo gli amici suoi. — E la volpe:Oh! io non ho bisogno di vederlo in faccia, e tu lascia cotesto argomentare e cotesta tua insistenza. — Ripigliò il gallo: E non hai detto, o mamma dai bei salti, che il Sultano ha ordinato che i nemici e i padroni si devono comportare in avvenire a guisa di amici sinceri e di compagni affettuosi? Se questo cane trasgredisce ora il decreto reale, il nostro sovrano non potrà che infliggergli la morte sulle forche! — E la volpe: Forse cotesto poveraccio non ha avuto ancora notizia del decreto del re! — E si voltò via per fuggire e si trasse in luogo lontano e appartato per salvarsi. (dall’arabo di Tbn Arabshah). (1) Credenza orientale, di origine persiana, secondo cui le stelle cadenti sono aste infuocate scagliate dagli Angeli contro i demoni che tentano di conoscere i segreti del Paradiso,. (2) Non c’è bisogno di tanto fracasso per farmi paura. —_—ePE<noinclude></noinclude> 2l5bh4uy4oipmfzejzy4ss33caemy37 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/513 108 1031981 3901466 2026-09-18T13:06:46Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901466 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 497 —|}}</noinclude>ALIIRR TÀ \a]el<)}slskele{o] slkole]slelo]elslelo]=]e is {ele Nslose TIOSIESIONIO lello elel LIBRO SETTIMO Allegorie 1. Il linguaggio dei fiori e degli. uccelli. Il pensier mio mi trasse fuori, un giorno, ad osservare ciò che le mani dell’Eterno avevano fatto, e ciò che la potente sapienza divina. non inutilmente aveva tratto all’esistenza, quand’ecco ch’io capitai là da un giardino, di cui era fino e molle il verde tappeto, chiara e limpida l’aria che vi spirava, e la fragranza ne iva lontano, e gli usignuoli vi si stavano a cantare, e vi ondeggiavano gli arboscelli, e vi s'inchinavano i rami, e vi cinguettavano gli uccelli, e vi s’intrecciavano erbe e virgulti, e vi scorrevano ruscelli, e le plaghe vi erano fragranti, e i fiori n’erano variopinti. Io allora esclamai: Che giardino è mai questo! e quale altro potrebbe essere più ameno? E che solitudine è questa? e quale altra potrebbe essere più bella? Oh! avess’io menato con me qualche amico del cuore perchè mi fosse compagno in questo momento felice! In quel momento, una voce opportuna mi si fece udire: E vuoi tu un compagno più bello di me e un interlocutore più eloquente di me? Non è in tua presenza cosa Italo Pizzi - Fiori d' Oriente 32<noinclude></noinclude> f9dh512qlvzf247dldtupwjxi8kjwmn Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/514 108 1031982 3901467 2026-09-18T13:06:52Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901467 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 498 —|}}</noinclude>RetailVie È Ce — 498— alcuna che non ti favelli con linguaggio appropriato allo Stato suo, cosa alcuna che non ti parli dell’avvicinarsi della sua dipartita? Ascolta adunque se tu sei uno di que’ suoi che possono intenderlo: Non vedi tu ehe ha un alito (e ne vola Il profumo) l’auretta d’ Oriente? Geme talor, talor sospira, e imita Chi l’amor suo perdette e va dolente. Stillar di nubi, gemer di colombe, Stormir del ramo che piega fluente, Corruscar d’albe, luccicar di fiori Quando il balen gli scuote rilucente, Giunger di primavera, e il senso arcano La rosa ne disvela appariscente, Ogni cosa per te, perchè ten giovi, Fu già tratta dal'nulla, o non credente! Oh! tutto parla de’ favor di Dio, Testifica di Lui, grato e ossequente, Chè in tutto è un segno dell’Eterno e mostra Ch’Egli è l’unico Iddio veracemente. Discorso dello zefiro. — La prima voce adunque che io intesi, fu il susurrar dello zefiro. Mormorava con la sua dolce voce e andava dicendo con linguaggio appropriato, scolpandosi con eloquenza da ogni taccia o calunnia: Io sono il messaggero dell'amante alla diletta sua, quei che reca i lamenti dell’egro al medico dei cuori afHitti. Se a me si confida un segreto, io lo rendo quale mi è stato confidato; e se m’è stato commesso di spandere attorno una notizia, io la ridico quale l’ho intesa. Sio m’accompagno a qualcuno per via, gli fo carezze con la dolcezza del mio ventare, e vo scherzando con lui con la famigliarità mia innocente. E se è buono, io son buono con lui; e se fa il riottoso con me, io fo il riottoso con lui. Sio son molle e tranquillo, guarisce per me chi è malato, e là dove io posso penetrare, è dolce il sonno del . pomeriggio. S’io sospiro, sospirano gli amanti; e s’io vo mormorando, si bisbigliano lor segreti gl’innamorati.<noinclude></noinclude> f24plp76nurm1hb5xjuv803png2paj8 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/515 108 1031983 3901468 2026-09-18T13:06:57Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901468 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 499 —|}}</noinclude> To son sottile nell’essenza mia, agile nel volgermi da qualunque parte, facile all’accostarmi. Riconoscono la dolcezza mia quelli tutti che son dolci di natura e beneficano altrui. Se io.non fossi nell’aria, l’aria si corromperebbe. k tu non ti pensare che sia cagione del mio andare errando quà e là la mutabilità del mio spirar capriccioso. Anzi io soglio mutarmi al sopravvenir di ciascuna delle quattro stagioni appunto per ciò che è buono e utile per te. Spiro, nella primavera, verso la parte di Settentrione, e rendo feconde le piante e uguali fra loro la notte e il giorno. Spiro, nell'estate, verso la parte di Levante, e fo crescere i frutti e adorno gli alberi. Spiro, nell’autunno, verso Mezzogiorno, e ogni frutto raggiunge la perfezione ultima della fragranza, e tocca a quella maturità che gli è propria. Spiro, nell’inverno, verso Ponente perchè s°’alleggerisca il peso d’ogni pianta, e ne seechino le foglie, e ne rimanga il solo fusto. Quello son io per cui si alimentano i frutti, e si schiudono i fiori, e scorrono le acque, e le piante si fecondano; per cui si rivelano i segreti degli amanti. Io son quello che consola il pellegrin d’amore col dirgli ch'è vicina omai la meta del suo viaggio. Quanto è soave ciò che mi dicea Della beltà di questo loco eletto, Mormorandomi accanto, Il nuovo zefiretto! Spander volle fragranza ch’esso avea, Tutt'all’intorno, ed ebbro mi fec’io Al soave profumo Che dal suo grembo uscio. Oh! quante volte secondar parea Lo zefiro, balzandosi di fuore, Il mio sospiro ardente Per la doglia del core! Discorso della rosa. — Udii allora anche i discorsi degli augelli secondo le lor famiglie, e quelli dei fiori secondo che variamente si dipingono i lor colori diversi. Ma poi si levò su la rosa per dar notizia del profumo suo nel suo apparire, per far sentire la fragranza procedente della sua presenza. E diceva:<noinclude></noinclude> fzlmjmmwwhtbok0s9hk86pghpiv8kc5 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/516 108 1031984 3901469 2026-09-18T13:07:02Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901469 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 500 —|}}</noinclude>500 > Io sono l’ospite gradito che giunge tra l’inverno e l'estate, e la visita mia è breve quale d’una leggiadra apparizione in sogno. Approfittate, o mortali, del tempo mio, perchè il tempo è una spada! Ho avuto in dono il color delle gote delle giovinette che si amano, e son vestita delle vesti del disioso amante (1). Io inebbrio della fragranza mia chi mi odora, e rendo inchinevole a chi l’ama, l’oggetto dell'amore. E io son la visitatrice, e tu sei quello che io vengo a visitare. Lo sperare che io duri molto, è vanità. È poi un segno della trista fortuna e dell’amareggiato vivere di quaggiù, che, in qualunque luogo io spunti, mi stringa e opprima tutto un cinto di spine che sta a carico mio, sì che io. me ne sto cacciata IA tra cespugli densi e folti, trafitta pur dalla punta delle mie Spine. E questo è il sangue mio che luccica su tutto ciò che mi Sta dattorno (2). Tale la condizione mia! Eppure io sono la più nobile tra quante cose belle giungono in primavera, e il più leggiadro tra i fiori. Ma chi è mai colui che va esente da pene e da noie quaggiù? Chi tuttavia sopporta con pazienza le amarezze del mondo, tocca il fine dei suoi desiderî. Io però che mi pavoneggio nella mia splendida Veste, ecco che son rapita ad un tratto dalla mano di qualcuno che mi ammira, e quella mano, togliendomi di mezzo ai fiori, mi caccia entro caldai angusti, dove il Corpo mio vien disfatto, e l’intima parte mia si strugge, e i petali miei vanno contusi, e le molli lagrime mie si distillano, nè alcun risarcimento di tanto mi si concede mai! (3). Ma intanto, sio perisco in quell’ardore, guarisce per me la gente che ha l’ardor nel cuore, e chi languisce di desiderio, si conforta con l’alito mio. Io mi dileguo di tra gli uomini nella parvenza mia, ma rimango fra loro nella sostanza mia. Quelli che sono dati alla vita contemplante, i —___ ________L (1) Di color verde, che è segno di speranza. (2) Il vivo color porporino che si riflette all’intorno. @) Allusione alla composizione dell’acqua di rose tanto pregiata nel commercio con l'Oriente nel Medio Evo, IA ROTTE e L3JT OTO<noinclude></noinclude> 6i80bfxbg7f5h11td4ifi6rxwadsdqv Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/517 108 1031985 3901470 2026-09-18T13:07:07Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901470 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 501 —|}}</noinclude> attendono la mia venuta, e chi è devoto all’amore (1), lesidererebbe ch'io durassi sempre. S'anche son io lontano di persona, D’alma e di spirto eccomi a te presente. Presenza e assenza mia, se tu ben guardi, Ènno sola una cosa veramente. Tal più di tutti, in favellar di Dio, Un motto seppe dirne acconciamente; « Della rosa all’essenza ugual Tu sei, Pere la rosa, ed ella è ancor vivente! » Discorso del mirto. — Il mirto, quand’ebbe udito le parole della rosa, disse: Lo zefiro ha fatto la mossa sua nel giuoco e ha rivelato omai il suo segreto, e le nuvole hanno sparso intorno a ciocche le loro perle. Si dispiega e si spande dovunque la bellezza dell’anno novello (2) con tutti i riposti tesori suoi, e s’avanza fastosa la primavera con le pompose sue collane di fiori. La rosa liberamente si pavoneggia, e trae fuori dai giardini ameni, per schierarli in vista, tutti i suoi bocciuoli. L’usignuolo gorgheggia, e dilettoso per ogni amante si rende omai il luogo dei dolci convegni. Lèvati adunque, o rosa, con noi, e andiamo attorno! Vogliam mostrarci fieri della bellezza nostra e passeggiar qua e là con fasto e pompa. Questi giorni di gioia, facciamoli passare allegramente, e vediam di frenarne e di arrestarne il tempo! La rosa, inteso il discorso del mirto, gli rispose: Male hai risposto, o sire delle erbe odorifere! Anche se si accoglie corruccio in te per ciò che io dico, a che ti sei tu avventurato? E tu sei disceso dal tuo alto grado di principe appunto perchè non hai ponderato come s’ha da regolare a dovere ogni nostro consiglio. E chi potrà toccar la meta, se tu inciampi? E chi sarà la guida, se tu te ne vai smarrito? Esorti altrui, per tua parte, a darsi bel tempo, e vai incitando a darsi spasso i sudditi tuoi. E un signor di genti sarebbe mai colui appunto che dà fatui e rei. (1) Amore mistico, secondo che s'intende da tutta l’allegoria, verso Dio. (2) S'intende al cominciar dell’anno in primavera, î<noinclude></noinclude> en5sevg40vgpzoz27t6waeqco6eeqb5 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/518 108 1031986 3901471 2026-09-18T13:07:12Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901471 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 502 —|}}</noinclude> consigli? Oh! non t'inorgoglire della bellezza tua quando i tuoi rami ondeggiano al vento, e son verdi le tue foglie, e son gonfie di nobile umore le tue vene! Son rapidi a ) trascorrere igiorni della giovinezza; se ne cancella ogni traccia, e vaniscono come fantasia che vien di notte, e come visione fuggitiva. Tale è la giovinezza! Verdi ha le vesti e l’ammanto. Discorso del narciso. — Il narciso che fino allora era stato a riguardare cotesto interlocutore, prese a rispondergli secondo la mente sua, dicendo: Io sono il guardiano d’una famiglia e il suo compagno, quello che con essa passa conversando la notte, e sono il suo commensale. Ma; il signore di quella famiglia n'è anche il servitore, perchè io insegno, a chi n’ha voglia, come e quali sono i modi del servire altrui, e io stesso mi son cinto ai fianchi per servire (1). Addestro poi nei loro ufficì le milizie mie, nè cesso mai dal tenermi pronto in piedi, poichè tale appunto è il costume di chi si sta a servire. Nè io mi siedo mai tra quelli che intorno a me si stanno Seduti; nè levo la fronte a mirare i commensali miei; nè contendo, a chi la cerca, la fragranza del mio alitare; nè mi dimentico del patto stretto con chi mi è legato d’amicizia; nè son riottoso 0 duro verso chi mi recide dallo stelo. Il calice mio nella sua purità è la coppa mia di che mf abbevero, e il fondamento mio è posto sopra verdi steli di smeraldo, e le vesti mie son fatte d’argento e d’oro. Riconosco la pochezza mia, e però me ne sto silenzioso del silenzio di chi si Vergogna, e vo meditando il mio fine, e tengo la mente rivolta al sopravvenir della morte. Tra le altre meraviglie è pur questa ch'io sto qui tutto solo, nel luogo appunto degli amorosi convegni. Ma, se il senso dell’odorato potrà afferrare il profumo mio, non potrà afferrar mai il significato recondito del mio linguaggio il senso dell’udito. (1) Allusione agli anelli e cerchi nello stelo del fiore, che somigliano alla cintura degli schiavi con cui essi si stringono le vesti alla persona per essere più sciolti e liberi nel servire.<noinclude></noinclude> exgw39euamgf0ytbs7zwyel1srkc5vt Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/519 108 1031987 3901472 2026-09-18T13:07:18Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901472 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 503 —|}}</noinclude> Questo significato non penetra nel cuore di chiunque, e non passa per gli orecchi. Intanto, il silenzio mio è riconoscimento della pochezza mia, e la somma d’ogni mio discorso è un accenno a dove mi toccherà la fine. Per la pochezza mia qui stommi in piedi All’umile mio stato ripensando. Tra i passanti di qui, non è chi frutto D'opra o saver di me venga cercando. Ma la pupilla di questi occhi mici Dal mirar la mia fine, paventando In sua fretta, non torcesi (1). Di fretta, Chi creò l’uomo, vennelo improntando (2). Discorso dell’usignuolo. — Mentre io così stava attento al conversar famigliare dei fiori là sulle sponde di lor ruscelli, si fe’udire la parlata degli augelli dai loro nidi. E primamente così parlò l’usignuolo favellando apertamente di sè e rivelando quante cose segrete erano riposte presso di lui. Egli adunque disse così, con linguaggio di significato recondito: To sono quei che veglia malinconico, l’assetato di sete di desiderio. Quando tu vedi avanzarsi la Stagione primaverile e avvicinarsene la bella parvenza, tu mi trovi starmene tutto lieto in mezzo ai giardini e tra i boschetti per ripetervi i miei canti. Canto allora e mi commtuovo dell’animo, e mi compiaccio della mia canzone, e me ne innebrio in quello stordimento mio. Quando poi susurra lo zefiro e muove le foglie dei rami, io mi vo dondolando sugli arboscelli, e allora accompagnano, come liuti,il canto mio lo stormir dei rami fiorenti e il mormorio dei ruscelli. Tu ora ti penserai che io sia un innamorato tutto gioioso e lieto per cotesto. No, per Dio! nè io tradirò mai questo giuramento! Che anzi io mi lagno e son triste, non gioioso; mi fo veder mesto, non allegro, perchè io non ho mai rinvenuto giardino che non dovessi (1) Non cessa mai dal mirare alla morte. (2) Cioè l'uomo s’affretta sempre ad un fine qualunque sia; io, alla morte.<noinclude></noinclude> k0qgiik15ifn3uogw6fvcye6261ie2f Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/520 108 1031988 3901473 2026-09-18T13:07:23Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901473 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 504 —|}}</noinclude> poi rattristarmi per il suo squallore nell’inverno, nè ho mai avuto sollazzo che non dovessi poi dolermi per il suo cessare, nè ho visto verzura di cui poi non dovessi lai mentare l’avvizzire. Non ho veduto mai splendore che anche non si offuscasse, nè viver dolce che poi non diventasse amaro. Ho letto tra le sentenze dei sapienti (1): « Ogni vivente sulla terra ne disparirà! >». Come adunque non gemerei io per uno stato che sempre si muta, per un tempo che sempre si cangia, per una vita che cessa, per un legame che in breve va disciolto? Tutto ciò è la somma di quanto serve a dichiarar l’essere e lo stato mio, e non v' ha necessità di commenti e di chiose. Quest'aer leggero e quest’erbe odorose Novella son di Paradiso. Oh! biasmo Non farmi tu s’io ritorno al mio canto! Giardino è questo in cui vanno congiunte Pace e di fior fragranza e tal verzura Che ugual non trova nel suo vago incanto. D'un candor rilucente e d’un fulgore Vivo ne sono i fiori, e d'un bel verde Che luccica, e d’un rosso d’amaranto. Conversar dolce qui si trova, e stretto Vi sta d’amore il vincolo tenace. La vita è tal, ma fuggitiva intanto! Discorso della colomba. — Ripiglia l’Autore del libro: Mentre io era tutto immerso nella dolcezza delle sue parole (2) e stava ripensando le sue sentenze e i suoi giudizì, ecco ch'io vidi là di contro una colomba che s’era cinta al collo del collare della servitù come segno di essa (3), e le dissi: Parlami tu ora dei gusti tuoi e dei tuoi desiderî, e dichiarami qual senso si provi nell’adornarti di cotesta tua collana. La colomba rispose: Io m’adorno della collana della fedeltà e mi abbello del monile della lealtà, perchè. son (1) S'intende degl’iniziati nella dottrina mistica. (2) Cioè del falco, del quale qui non è stato riferito il discorso. (8) È quel cerchio di penne brane che recano i colombi, e specialmente le tortore, al collo.<noinclude></noinclude> d7kc1yqggkxujdoa5pu1lb0cv8sulf1 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/521 108 1031989 3901474 2026-09-18T13:07:28Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901474 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 505 —|}}</noinclude> chiamata a portar lettere e a recar messaggi a chi li desidera e domanda. Ora però intendo di dartene un ragguaglio veridico, perchè è bel costume il dare anche consigli e avvertimenti. Non ogni volatore è sicuro, nè ciascun che giura è poi fedele al giuramento suo, nè ogni primo ‘ che capita è uno di quei della mano destra (1). Il particolare pertanto del recar messaggi con fedeltà, è tutto proprio della mia specie. La specie mia si vende all’incanto (2), e conosce a mano a mano la via de’ suoi viaggi. Io soglio dire: « Caricatemi! », e mi si carica di lettere segrete, di dolci messaggi, di ogni sorta di notizie. E parto volando, ed è rapido anche il volar della mente mia, ch'io temo d’ogni predatore offensivo, ed evito ogni più rapido volatore, e temo d’ogni cacciator micidiale. Fuggo perciò lontano e tollero la sete nelle ore più calde del giorno, e duro la fame in luoghi squallidi e deserti. Anzi, se veggo un granello di frumento, pure con la mia gran fame me ne astengo, e volo via in alto per timore dell’insidia di un laccio nascosto o d’una rete che m’impedisca di portare i messaggi miei, e mi dilungo, in un batter d’ali, come chi è stato trappolato al mercato. Quando poi son giunta, quando ho toccato un luogo sicuro per me, porgo a chi devo ciò che con me ho portato, ed eseguisco ciò che so fare. Men vo adorna del collare della servitù appunto perchè son stata creata per recar le liete novelle. Mi volgo quindi a ringraziare Iddio per i benefizî ch'egli m’ha fatti. Giungeste, ovver fuggiste, amici miei? Chi vi serve, in suo ufficio è ognor leale, Fermo, nè lo rimuove alcun censore, Non ne torce le redini uom brutale! Per voi tal pondo sopportai che i monti Non potrian alti, ma potea costanza. Non attiene l’uom libero sua fede, Bensì lo schiavo, anche se il peso avanza. (1) Cioè è un momo onesto, Frase del Corano che chiama î buoni quei della mano destra, perchè, nel giorno del giudizio universale, staranno alla destra di Dio. (2) Cioè accrescendosene il prezzo dagli offerenti, tanto è pregiata.<noinclude></noinclude> 1ce8pmttq7k9z7m3v2kfqir17m6br1d Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/522 108 1031990 3901475 2026-09-18T13:07:34Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901475 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 506 —|}}</noinclude> Discorso del pavone. — Ripiglia l’ Autore del libro: Io mi volsi allora da un’altra parte e vidi un pavone. Il pavone, un giorno, s’abbeverò del liquore della vanità, si vestì già di vesti da ipocrita, ed esso è quell’augello su cui la infelicità funesta d’Iblîs è ridondata (1). Le penne sue vanno adorne di mille colori, ma i diversi modi del viver suo sono altrettante pene e angosce. Egli non rientrerà mai più negli orti di Paradiso, e Iddio ben sa ciò che si cela nel cuor degli uomini! Io gli dissi: Misero! qual differenza fra te e l’upupa nella sorte assegnata! Tu, o infelice, vai pensando soltanto all’esteriore, ed essa all’intimo significato delle cose tutte! Tu ti lasci ingannare da vani desiderî, e ti compiaci di ciò che è fallace e caduco! Tu, mi rispose il pavone, che mi affliggi con coteste parole tue, che con la gioia che hai della mia sventura, mi vai tormentando, lascia cotesta tua gioia trista e non ricordare al misero ciò ch’egli ha perduto! Fu già detto nelle tradizioni (2): « Abbiate pietà del potente che è disceso ad umile stato, e del ricco che è diventato povero ». Oh! fossi tu stato in quel tempo in cui io mi aggirava per gli orti di Paradiso tra limpidi ruscelli e viti cariche di grappoli, e andava attorno per le sue magioni, ed entrava ne’ suoi manieri, e vi vedeva giovinetti avvenenti e giovinette dagli occhi bruni! La bevanda mia era, allora, l’inneggiare al Signore; l'alimento mio, il proclamarlo santo, santo, santo! Finchè il destino mio designato mi cacciò innanzi Iblîs il quale mi gettò indosso un ammanto d’ipocrisia, e cangiò in difettose e dispette le mie qualità nobili ed elette. Fui repugnante, da principio, al suo desiderio, ma il destino suol pure indurre l’uomo a ciò che più gli spiace, esso che caccia lontano anche da’ lor nidi gli augelli! (1) Iblîs 6 il nome del Diavolo presso i Musulmani, secondo i quali il pavone si associò ad esso Iblîs per sedurre Adamo ed Eva. Anch’egli lo che appresso si dirà. (2) Detti attribuiti a Maometto dalla tradizione, già ricordati tante altre volte.<noinclude></noinclude> i4yt5d2ubp83pofj13ye7ytqm177986 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/523 108 1031991 3901476 2026-09-18T13:07:39Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901476 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 507 —|}}</noinclude> Iblîs, intanto, si pompeggiava nella bella veste del favor di Dio (1); ma l’inclinazion sciagurata della sua mente non l’abbandonò finchè, per vanitoso pensiero, egli si credette da più di Adamo (2). In quella congiuntura, io ebbi da far con lui cosa non certo gradita a Dio, ed egli mi strascinò al peccato. Non mi fe’ conoscere, del reo disegno ch'egli macchinava, null'altro se non ch'io dovessi guidarlo presso di Adamo, mentre il serpente, già di dentro dal giardino, s'adoprava con ogni arte per farvelo entrare. Fui scacciato allora, insieme agli altri rei, da quell’dstello di gloria a questo di avvilimento e dann e mi fu detto intanto: « È questa la ricompensa di chi è guida al male, il premio di chi si accompagna ai malvagi! » Mi fu lasciato l’ammanto pomposo delle mie piume acciocchè per esso mi ricordassi sempre dell’eletto e puro vivere mio d’un giorno, e ciò accrescesse in me il tormento e il desiderio, il sospirar mio per i begli orti di Paradiso e la voglia mia. Quindi, ne’ piedi miei fu posto un segno del ceorruccio di Dio (3), perchè io, ad ogni istante, vedessi quel segno con gli stessi occhi miei, e quel segno mi rammentasse l’infranto patto dell’ GpIGÈ dienza. Tra le altre campagne della terra, mi sono acconciato in questa che somiglia a quella donde io fui fatto uscire, donde, per la mala ventura mia, fui discacciato. Qui, io mi ricordo sempre dei giardini di primavera dove un giorno ho dimorato; qui, io fo scorrere le mie lagrime e vo rimproverando il talento mio che fu cagione della mia caduta. Ogniqualvolta rammento ch'io vo separato dal consorzio d’un tempo, vo così dicendo fra me: O dolce ostello, forse che il ritorno Ci fia concesso e ridonato agli occhi Il queto sonno mio? (1) Quando non s’era ancor ribellato a Dio ed era del novero degli Angeli. (2) Secondo i Musulmani, Iddio, quand’ebbe creato Adamo, comandò agli Angeli di adorarlo. Tutti si prosternarono, eccetto Iblîs. Fu questa la sua ribellione (Corano, VII, 10). (3) È noto che i piedi del pavone sono assai brutti rispetto alla magnifica bellezza delle piume.<noinclude></noinclude> dlaw3nuzq5vwdiyk43tqql3vbi7mx5f Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/524 108 1031992 3901478 2026-09-18T13:07:44Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901478 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 508 —|}}</noinclude>20 Quando ci separammo, o cari amici, Quasi moria l’amico vostro allora Ch’ei vi diceva addio! Da voi disgiunto, è dolente il mio spirto. Pietà, pietà deh! abbiate voi di questo Dolente spirto mio! Dagli occhi miei poneste in fuga voi Il dolce sonno, e doglia ch'è mortale, Piantaste nel cor mio. Con me la carne mia, ma fra le tende Vostre è lo spirto. Vi dorria se ancora Fra voi ritornass’io? S'io mi rammento le trascorse notti Insieme a voi, diletti amici, all’ombra Dell’ostel che fu mio, Penso che di dolor mi Struggerei In tanto amor, se in copia non potesse Scorrere il pianto mio. Immaginando vo che un di Verreste 1 A rivedermi, e addoppia il duolo intanto E cresce il desir mio. Se il mio peccato di venir mi toglie Fino a voi, la sventura che m'’incolse, Supplica in favor mio. Divisi, non sarem mai più congiunti! Basti ciò che avvenia! Restami il danno E l’umil stato mio. Ripiglia l'Autore del libro: Io mi dolsi di quella sua sventura, e piansi per i molti affanni suoi. R veramente non c’è cosa più crudele del dover rimaner lontano da alcuno dopo essergli stato vicino, e non c’è cosa più uggiosa d’un velo che copra la diletta persona già stata veduta innanzi! (dall’arabo di Al-Magdisi). 2. Allegoria delle Stagioni, Le stagioni dell’anno vennero già ad un trattenimento geniale nel giorno in cui il loro signore e duce aveva raggiunto l’estremo punto del suo cammino (1), là nel (1) Il sole, giunto all'equinozio di primavera, cioè al termine dell’anno vecchio e al principio del nuovo,<noinclude></noinclude> alcw05kwp0cw3yj3me89aan8z4tono1 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/525 108 1031993 3901479 2026-09-18T13:07:49Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901479 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 509 —|}}</noinclude> collegio dei maestri d’eloquenza, dotti nell’arte del parlare elegante. Ciascuna di esse si levò per argomentare in causa propria e per vantarsi dei pregi di tutto ciò che le apparteneva. La Primavera disse: Io sono la giovinezza dell’anno, il conforto dei viventi, la pupilla (1) dell’occhio dell’uomo; io la vita delle anime, l’ornamento dei giovani ramoscelli, il diletto degli occhi, il linguaggio degli uccelli. Si spande attorno la fragranza mia ad ogni istante, e i giorni miei son tutti giorni di festa e di convegno. Al tempo mio, ‘ germogliano le erbe, si ridestano i morti, si restituiscono i pegni deposti sotterra (2), si risentono e si scuotono i diversi temperamenti dell’uomo. Balza fuori gioioso, pari ad agile destriero di riserva, il vento australe, e cessa intanto l’affannoso anelito dell’altro (3). Gorgogliano acqua in copia le sorgenti dei fiumi, e sono uguali fra loro la notte e il giorno. Quanti monili ho io di perle infilate (4), quanti drappi di seta variopinti, striati, ricamati, e vesti pompose e ornamenti appariscenti! La stella della felicità avvicina all’oggetto della sua speranza (5) chi la cerca e osserva, e il sole della bellezza va intanto gridando: « Oh! quanto distano fra loro la costellazione del Capricorno e quella dell’Ariete! » (6). Le schiere mie son sempre vittoriose, e celebri le mie armi. Spada mia è un ramoscello ingemmato; corazza, violette primaticce (7); cimiero, un anemone porporino; scudo, un brillante (1) Cioè la cosa più cara e preziosa. (2) Rivivono Ie piante e, germogliando, ritornano di sotterra i semi già depostivi. (3) Il vento australe sottentra in primavera ad ogni altro vento che intanto si riposa, come, secondo l’uso del cavalcare orientale, sottentra un cavallo di riserva, menato libero e scarico a fianco del cavaliere, ad un altro cavallo adoperato fino allora che ora si riposa dall’affannosa corsa. (4) Cioè di fiori a ciocche e a grappoli. (5) S'intende nell'amore. (6) Dette allegoricamente degli amanti che, separati, desiderano di ritornare insieme, e delle anime umane che sospirano di ritornare a Dio. Il Sole di bellezza è o l’amante o Dio, secondo i due sensi. (7) Perchè rivestono, come maglie di corazze, i prati e le aiuole e i fossati, Son quelle che noi chiamiamo violette di Parma.<noinclude></noinclude> kcluos8mxdep205p07rwi6et9al9a81 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/526 108 1031994 3901480 2026-09-18T13:07:54Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901480 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 510 —|}}</noinclude> buftalmo; freccia, un ramo di mirto che slanciasi e odora; asta, lo stelo d’un giglio, di cui la punta è rilucente, Miracoli di Dio custodiscono la mia schiera, e la fiancheggiano vessilli e stendardi (1). Per me s'imporporano le gote alla rosa, e ondeggiano graziosi i fusti del mandorlo, e verdeggiano le erbe odorose, e destasi al narciso l’occhio grave di sonno (2), ed escono da’ loro angoli remoti gli animali stati nascosti nell’inverno, e la camomilla mostra i suoi bianchi denti e dice: « Io son quella ch'è tutta candida, che monta e si eleva sui luoghi più eccelsi » (8). Primavera, mirabile portento! Al lagrimar del ciel ride la terra. Oro è dovungne andiam, son perle, ovunque Moviamo il piede, e in ogni spazio è argento (4), Disse allora l’Estate: Io sono l’amico più proprio, il compagno più sincero, il medico più abile. Son sollecito dei desiderî e dei bisogni degli amici, e li sollevo dalla noia del portar vesti gravi, e alleggerisco lor pesi, e moltiplico lor riechezze, e li provvedo di sostentamento, e sono loro largo di Soccorso, e li ricompenso dell’aver ovuto comperare, nell’inverno, le pelliccie, e faccio loro conoscere la verità di questo proverbio: « Tutta la preda si sta nel ventre dell’asino selvatico » (5). Fui inviato dallo Zefiro, e pur nel tempo degli amori giovanili ebbi dono di sapienza (6). Per me soltanto si (1) La magnifica opera della creazione, secondo un concetto più volte espresso da Maometto nel Corano, é tutta un miracolo di Dio, (2) Il narciso, in arabo e in persiano, è sinonimo di occhio, e gli occhi delle fanciulle tanto più son belli, secondo gli Orientali, quanto più vanno sonnolenti. (8) Detto nel senso proprio, e nel senso figurato dell’elevarsi e illuStrarsi per intrinseci pregi. (4) Cioè fiori di diversi colori. (5) Secondo un'antica tradizione araba, tre compagni, un giorno, andarono a caccia. Uno prese una lepre; l’altro una gazzella; il terzo, un asino selvatico. I due primi se ne vantavano. Ma l’altro disse: ‘l'utta la preda sta nel ventre dell’asino!, intendendo di dire che la sua preda era di gran lunga superiore a quella degli altri due. Il motto passò in proverbio per dire che certa cosa è superiore a tutte le altre. Nel nostro testo, s'intende che l'estate è superiore d’assai alle altre stagioni. (6) Giuoco intraducibile di parole tra saba, zefiro, e siba, amori gio-<noinclude></noinclude> p0nbtbqcxyfzdrka33g9vr61odpt8ri Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/527 108 1031995 3901481 2026-09-18T13:08:00Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901481 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 511 —|}}</noinclude> apprestano ripulite le vie maestre della città, e viene a perfezione l’umor sapido delle frutta. Fioriscono i datteri recenti e freschi; viene a maturità l’umor delle uve; si rafforzano i noccioli ai mandorli, e s’° ammolliscono le buccie a fichi e a banani; si rassodano e aggruppano i granelli al melagrano. S'ammorza la bile e cessa la palpitazione. Verdeggiano per me le gote alle mele, e vola attorno, al soffiar dei venti, la fragranza dei pomi cotogni; s’anneriscono le bacche alle olive, e si fa levigata e lucida la corona agli aranci e ai limoni. Le promesse mie, io le attengo; le mense mie son sempre apparecchiate; ogni cosa buona trovasi presso di me, e l'alimento per tutti è distribuito a tutti nei miei giorni. Il povero se ne va con abbondanza di peso e di misura, e il ricco vive lautamente ne’ suoi possedimenti e ne’ suoi campi. Gli animali selvaggi vanno attorno liberamente, ora in branchi, ora solitarî; e gli uccelli escono affamati al mattino e tornano satolli alla sera. Diceva perciò Ibn Habîb (1): Luogo a passar l’està con ombre pendule Sulla gente, con succhi soavissimi, Che gli umori dell’uom solve e purifica, Le specie varie delle frutta, in integro La salute a guardar, forma sollecito Di guisa tal che ne disgrada Ippocrate. Disse allora l’Autunno: Io sono il duce condottier delle nuvole, che mette in fuga l’esercito degli affanni e delle cure, che disperde le schiere del Samiùm (2) e adduce seco le nuvole piovose simili a branchi di nobili cammelli, che disperde i veli delle nebbie per le vie montane (3). Io, con le pioggie mie, tolgo la sete agli uomini e l’arsura ai campi, e spando attorno liberale gli umori miei. Reco alla luce ogni cosa più leggiadra, e suscito pioggie veementi e pioggie tenui. Nei giorni miei (1)}Cioè l'Autore stesso. Vedi il Registro dei nomi in fine del volume. (2) Al-Samiim, cioè l'avvelenato, è il noto vento del deserto. (3) L'opposto di quello che avviene da noi. Ma la frase, al solito, ha ‘doppio senso, e può significare anche: « tolgo i veli (cioè Joaccio conta scere) alle virtù e ai pregi (degli uomini) n. Rammentiamoci che siamo in allegoria.<noinclude></noinclude> cpdttcovv3gc6v0bfrjzkg83423zz8e Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/528 108 1031996 3901482 2026-09-18T13:08:05Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901482 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 512 —|}}</noinclude> si colgono i frutti, e si purificanoifiumi d’ogni loro bruttura; spuntano brillanti le lagrime alle fontane, e si tingono di colori diversi le foglie ai rami degli alberi sì che ora somigliano al legno rosso di campeggio, ora hanno lividor di serpenti, e talvolta si presentano in lor veste giallo-dorata, sì che attirano i cuori anche più fieri e sdegnosi a sentir certa affezione per loro (1). Al tempo mio, è libera la gente da timor d’insetti e di rettili velenosi, e son pari, nel goder delle acque dolci, poveri e grandi. Vanno attorno, intanto, gli uccelli cantando lor lai, pompeggiandosi nell’ammanto rinnovato di lor penne. Si spreme il figliuol de’ grappoli e si consegna al carcere d’una botte, in ceppi, accioechè non commetta qualche rea pazzia. Nè esso è punito per altro se non per la sua malvagità e oltracotanza. Per me, son più belle le ore del giorno, e per me son divertimenti e piaceri. Si fa più agevole il respirare, e per me si gittan via le ultime Dpietruzze (2); cessa ogni bollor dei cuori; cibi e bevande si moltiplicano in abbondanza. Quanti alberi ho io, dai quali ci viene un alimento durevole, e il cui frutto è tale che è utile anche oltre il bisogno! E altri hanno foglie che non cadono, e altri tale drittura di rami e di fusto da disgradare ogni fragile asta guerriera. Intanto, son pure d’Ibn Habîh questi versi: O d’autunno stagion, tu vieni a noi E ti pompeggi, qual novella sposa, Negli ornamenti tuoi. V'è un’altra primavera, ed è per gli occhi, Ma tu sei primavera che fra noi Vieni e l’alma ci tocchi! Disse allora l’Inverno: Io sono l’anziano delle assemblee, il capo del commercio, accolto sempre con osser(1) Allo stesso modo che gli amanti, estenuati dall’affanno, destano pietà in chi è da loro amato, così ogni animo, anche più duro, s'intenerisce al vedere avvizziti i bei fiori d’un tempo. (2) I pellegrini musulmani della Mecca soglion gettare alcune pietre in un luogo detto Mina (ed è quella l’ultima cerimonia del pellegrinaggio) in memoria che là appunto Ibràhîm (Abramo) lapidò Satana che lo ten. tava. Qui vuol dire che, nell’autunno, cessano le noie dell'estate come, col gettar delle pietre in Mina, cessano i riti e le cerimonie del pellegrinaggio, n<noinclude></noinclude> t9a35s3z2iqiaphtc93yge4f30x34cn Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/529 108 1031997 3901483 2026-09-18T13:08:10Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901483 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 513 —|}}</noinclude>vanza e obbedienza. Son io quel che raccoglie le brigate degli amici e li ricopre di panni. Io fo loro donativi di cibi e di bevande, e a chi non m’obbedisce chiudo in luogo suo la porta (1). Inclino perciò con benevolenza a chi mi è obbediente, pure essendo potente e libero di sè, che si provvede di panni villosi e di pelliecie, e va fornito di mantelli con ben sicuri fermagli, che prevede e s’aspetta l’avvicinarsi mio e il sopravvenire, che già si è procacciato le famose mie sette kappe (2). Chi, all’opposto, è riottoso e contrasta agli avvertimenti miei e non si conforma al mio comando, io lo conturbo e atterrisco con fragor di tuoni, e con la spada del fulmine gli fo sapere quanto siano veraci le minacce mie, e muovo contro di lui con un esercito di nugoli, e, nel ritornare, non son mai abbastanza contento della mia preda. Ma è noto ogni mio beneficio, ed è ben qualificata l’abbondanza dei miei favori, e il frutto del mio donare è agevole a cogliersi. Quante piogge abbondanti ho io che si estendono fino a lontani confini, quanti rovesci d’acqua copiosi di doni, quante stille di pioggia che sono dolci al gusto, quanti membi la cui elargizione appaga ogni sollecitatore, quante pioggerelle che col loro mormorio dilettano l’udito, quante rugiade che ritornano viva la terra dopo che è morta! I miei giorni son brevi, ma dolci e care le ore mie, e frequentati i miei convegni, riboccanti, per opera di gente di valore e dignità, d’ogni sorta di cose buone, di provviste, d’abbondanza. Vengon confetti e zuccherini d’ogni specie, e fanno meraviglia; fiamme, che sembrano lembi d’oro, mandano in copia i camini; il riposo e il sollazzo de’ miei convegni conforta lo spirito e seduce e alletta ogni mente sana. Se tu li (1) Vuol dire che il freddo entra in casa (e vi si chiude dentro) chi non si copre bene e non se ne difende. (2) Un poeta arabo, Ibn Sukkara di Bagdad (morto nel 995 d, C.), diceva che l’inverno ha bisogno delle sette cose seguenti (i cui nomi, in arabo, incominciano tutti per la lettera kaf, cioè kappa): d'una casa, d'una borsa, d’una stufa, d’un biechier di vino, di carne arrostita, di guanti, di una coperta. Italo Pizzi - Fiori d'Oriente 39<noinclude></noinclude> ktwiih7c9mb8uq8ny9dzm5l3wm65dtc Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/530 108 1031998 3901484 2026-09-18T13:08:15Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901484 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 514 —|}}</noinclude>LnlpPa frequenti, vi trovi abbondanza duratura; se tu vi passi di tanto in tanto, vi vedi molti sozî e compagni: Quando tu getti all’aer del tuo bicchiere _H superfluo che resta, Un monil di corniole e di rubini Ti cade sulla testa (1). Tu di due cose guardati che mai T’abbi a dimenticare: Aloè di bruciar (2), del tuo liuto Le corde di toccare! Quando ciascuno delle disputanti stagioni ebbe così disposto il filo del suo discorso e finito di parlare secondo la condizione e lo stato suo, prese tutta quell’assemblea quella tal gioia che suol prendere una brigata di ebbri. Replicavano e si ridicevano a vicenda lodi e ringraziamenti. Si svelò ogni segreto del piacere e della gioia, si esilarò il petto anche alle persone più gravi, e dal volto d’ogni signore spirò cert’aura di aggradimento. Hd è stato detto a questo proposito: Qual cosa, nella lode di sè stesso, Onta al mortal farà, Se traccia alcuna di menzogna in sua Favella non sarà? Si disperse allora la brigata e si sciolse l'assemblea. Fu tolta così la riunione di quella gente, chè, pur troppo! il fine d’ogni compagnia è la separazione! (dall’arabo d’Ibn Habîb al-Halabi). 3. Il giovane principe e il mendico (allegoria dell'anima umana che sospira alla Beltà divina). Bravi un re che avea fulgor di sole, Viso di luna avea, lieto d’un figlio Andava, bello qual Yusùf un giorno (3). (1) Le gocciole rubiconde del vino. (2) Il legno d’aloè si usava bruciare dai ricchi nell'inverno non tanto per riscaldar la casa, quanto per averne il profumo soave. (8) Questo racconto, a differenza degli altri passi tradotti, è stato abbreviato (ma di poco) in due o tre punti. L'Autore è estremamente prolisso. Vedi il Registro dei nomi in fine del volume. Yiisut poi (Giuseppe figlio di Giacobbe) è il tipo della beltà divina secondo i Musulmani, come è già stato notato altre volte, Finn= ed<noinclude></noinclude> 8078094kreyuuu993exq8jxupssnfdv Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/531 108 1031999 3901485 2026-09-18T13:08:21Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901485 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 515 —|}}</noinclude>Qi — b15— Niuno ebbe un figlio mai che di bellezza ari a quello si fosse, e niun di tanta Gloria fu adorno e dignità. Chi amore In cor sentìa, toccar volea la polve Da’ suoi piedi calpesta, e i prenci tutti Di suo viso eran schiavi. E s’egli uscìa. Da’ veli suoi di notte, era novello Sole che all’ombra del deserto è luce. Oh! non è dato descriver quel volto, Chè il giorno è un nulla a quel volto dinanzi, Tutto splendor! Dolcissimo conforto Era il sorriso suo, sì che al vederlo Mille arrossian, come purpuree rose, Gote all’intorno. E i riccioli! Da’ suoi Veli allor ch'egli uscìa, di mille affanni Eran cagion que’ riccioli. Nel mondo E in ogni alma scompiglio ei suscitava, Sì che maggior di quant’io dir potrei, Egli era sempre in sua beltà divina. Allor che alla palestra ei discendea Cavalcando un ginnetto, erangli innanzi E da retro snudati e acciari e ferri, E chi mirarlo ardiva, era d’un tratto Lungi cacciato dal sentier. Ma, povero E semplice del core, anche vivea Là dattorno un mendico, e l’alma e il core Perduto avea del giovinetto prence In disperato amor. Nulla ei potea Che infelice dolersi, e la sua vita Ne andava intanto, e non ardìa parola Tenerne ad altri; e poichè non avea Chi del suo duol partecipe gli fosse, Nel suo duol si struggea. La notte e il giorno Là si tenea del garzoncello al vico, Chiusi gli occhi a tutt’altri, e notte e giorno, Affranto il core in aspettar, si stava A lagrimar di doglia. E sol di tanto Il misero vivea che da lontano<noinclude></noinclude> s1m3leodrlbibbrqzf1nngdts66v1cs Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/532 108 1032000 3901486 2026-09-18T13:08:26Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901486 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 516 —|}}</noinclude> Vedea passar di volta in volta il suo Adorato garzon. Quando da lungi Il regal figlio si mostrava, tutti Andavano a scompiglio e vichi e ostelli. Un giorno, a capo di sue schiere, uscìa Quel figliuolo dei re. Mandò uno strido Il mendico al vederlo e in quello strido Di senno parve uscir. L’anima mia Arde tutta, gridò; da me si parte Il senno mio. Deh! fino a quando struggersi L’anima mia dovrà? Non è potere, Non è in me pazienza a tal martiro! Questo dicea l’uom forsennato, e intanto Battea la fronte, nell’acerba doglia, Sulle pietre del suolo. Un degli sgherri Del regal figlio allor, come di tanto Ebbe notizia, il misero di perdere Fe’ disegno in sè stesso, e la dal prence Venne correndo e disse: Un mentecatto,. Paltonier della via, pel figlio tuo Insano affetto nutre in cor, signore! Tanto turbossi, per sdegno che n’ebbe, Il re sovrano, che la mente sua Tutta s’accese, e, Vi levate, disse Ai manigoldi suoi. Co’ piedi avvinti, A capo in giù, sulle forche traete L’uom temerario! — Vennero, montati A cavallo, del sire i manigoldi, Presero al laccio quel meschino e al tristo Palo il trassero a forza. Eragli intorno Una turba dolente impietosita, Ma niun sapea di suo dolor verace E niun si fea suo difensor. Ma quando Là, sotto al legno, così l’ebbe tratto. Il ministro regal, come di fiamma Uscì dal petto al misero un sospiro, Ed egli, Almen di tanto differisci, Disse, in nome di Dio, che sotto a questo Legno adorando un sol momento io cada!<noinclude></noinclude> 2iq6ucmgputn3o30z16ydz22o50kafy Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/533 108 1032001 3901487 2026-09-18T13:08:31Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901487 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 517 —|}}</noinclude> Breve tempo gli diè, ben che eruecioso, Il ministro del sire, ed ei la fronte Umiliando sul terren, nell’atto Che fervente adorò, Dio! Dio! sclamava, Poi che a morte mi trae, ben che innocente, Prima ch’io lasci questa vita mia Nell’error vissa, la mia sorte allieti Il mio re concedendo ch'io contempli Del figlio suo per un istante il volto! Ch'io ’1 contempli una volta, e questa vita Profonderò. Supplice tuo, tu vedi, È il tuo servo, o signor! D’amore egli arde, E ucciderlo tu puoi. Ma di cotesta Tua porta, o re, son servo addetto (1), e niuno, Poi che amor sente, atto infedel nel tuo Servo mai si vedrà. Se tu rispondi À mille voti altrui, rispondi al mio. Cerca quand’ebbe la sua via del misero Il voto ardente, la scoccata freccia Venne il segno a colpir, chè il suo secreto Pensiero intese e n’ebbe doglia in core Il ministro per lui. Corse piangendo A piè del sire, e di colui che dato Aveva il core per amor, gli disse Lo stato miserando. Anche gli disse Quelle sue preci e que’ sospiri suoi Dell’adorar nell’atto, e il re nel core Ebbe pietà di tanto duol di lui, E intenerito a perdonar si mosse, E al figlio suo così parlò: Ti volgi Del core, o figlio, al misero che giace! Sorgi all’istante, e lA, dal tristo legno, Corri e porgi all’afflitto, che del core Ti fe’il dono, un soccorso. Un detto a lui Che dolente è per te, volgi, e gli rendi Il core che perdè. Dolce ti mostra 1) Immagine tolta dal costume de l'innamorati che si tengono sospirosi e mesti, alla porta della fanciulla da loro amata,<noinclude></noinclude> 2zfpd459qh5b80ljr9gu3hxg6k9hkfv Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/534 108 1032002 3901489 2026-09-18T13:08:36Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901489 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 518 —|}}</noinclude> A chi per te soffrì rancura, e porgi A chi velen gustò balsamo eletto, Edilà Orti di il togli e il traggi a questi mici rose e a me dinanzi il guida. mosse allor, pari a Yusùf, quel vago Figlio dei re per discendere ad intimo Colloqu io col mendico. Andò quel sole, Dal viso radiante, in solitario Ostello appo quell’atomo, volante In un suo raggio. Andò quel mar di perle Purissime e lucenti a far con quella Minima stilla socievol patto (1). Giunse dal tristo legno il giovin sire, E là, n el mezzo della turba accolta, Uno scompiglio si destò. Vedea Caduto L'uomo Sparso al suolo ed a morir già pronto infelice, a capo in giù travolto, il crine di polve. Oh! allor che il vide Così caduto, vittima d’amore, Ambo sentì di lagrime riempirsi Gli occhi il re giovinetto! Ei ben volea Là, nel Celar q cospetto delle turbe accolte, uel pianto e non potè. Pioventi Come fiùùr viste le lagrime sue, Cento cuori fàr vinti in pro di lui Che tanto amollo. Chi leal mai sempre In amor si mostrò, l’amato core Vede farglisi amante, e tu, se amore Trovi che a te sincero venga e puro, Vedrai che t’'amerà quei che tu amavi. Il regal figlio allor, pari ad un sole, Del cor per gentil moto al poverello Dolce mandò un richiamo, Il poverello (1) Si noti i nima umana è p l significato allegorico e mistico di questi versi. — L’aavagonata ad uno dei bruscoli volitanti in un raggio di sole, e il sole è Dio a cui essa vuole congiungersi. Parimente, essa è una minima stilla dell'oceano dell'Essere universale che è Dio secondo il concetto panteistico e nel quale essa, un giorno, andrà a perdersi,<noinclude></noinclude> 3nmbntsugm1t2m9ntv30i1e0t2y2jtf Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/535 108 1032003 3901490 2026-09-18T13:08:42Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901490 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 519 —|}}</noinclude>Mai non avea del prence suo diletto La voce udita, ma da lungi assai Visto l’avea soltanto. A quella voce, L’alma raccolse sulle labbra estreme E disse: O re, poichè la morte mia, Di me venuto a sì misero stato, Volevi tu, d’uopo non t’era addurre Cotante schiere! (1). — Questo ei disse e niuna Voce aggiunger potè. Mandò uno strido, Rese l’alma e spirò. Come una lampa Diè di sorriso un guizzo, indi si spense, Come s’avvide che l’oggetto amato Eragli accanto, la caduca parte, Cancellandosi in lui, discese al nulla (2). (dal persiano di Attar). 4. Il cielo e le sue bellezze. I pensieri dell’animo mio mi tenner desto una notte. Io allora mi posi ad osservar le Stelle, ed ecco che il cielo mi apparve come un giardino tutto fiorito; ovvero come un gran castello, dall’alto del quale brillavano i pianeti; ovvero come un lago, alla cui superficie galleggiavano vividi fiori; ovvero come un grande strato di viole su cui scintillavano candide margheritine; ovvero come un gran drappo, su cui da un palombaro erano state Sparse bianche perle; ovvero come un gran velo, nel quale la pupilla d’ogni stella aveva un pertugio per mirar di fuori; ovvero come una distesa di cenere fosca, di tra la quale (1) Intendasi, secondo il senso e la dottrina mistica, che, se l’infelice moriva, moriva ucciso dalle bellezze corporee dell'amato giovinetto, dette qui figuratamente schiere perché abbattono e uccidono come eserciti nemici, (2) L'amante che spira ai piedi della persona amata come prima l’ha veduta, é il simbolo, l’abbiam detto tante volte! dell'anima che si perde in Dio appena s'è congiunta a Dio. Ma il bel racconto, passato in Occidente, perduto il significato mistico, s'è voltato nel romanzesco racconto di Jaufrè Rudel che spira ai piedi della Contessa di Tripoli, appena veduta da lui dopo tanto andar cercando.<noinclude></noinclude> lqobp1pwm88avxovv9ct5025zqui0m1 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/536 108 1032004 3901491 2026-09-18T13:08:47Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901491 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 520 —|}}</noinclude>STE vedevansi carboni ardenti; ovvero, come disse assai bene quel poeta: Di smeraldi è uno strato, e v’ènno sparse Auree monete ovunque ed argentine. Scorre, intanto, sull’ampio serico strato il fiume della Via lattea, e scorre come ad innaffiare all’intorno tanti fiori languenti (1). Qual limpidezza d’acque di quel fiume! I suoi lembi estremi vanno a congiungersi all’orizzonte. Volgesi costante ad esso il cuore degli uomini, e ogni nobile sguardo vi si appunta, ed ecco che costeggia quel fiume la stella di Aldebaran, e che su d’una delle sue Sponde si sta in piedi la Libbra, e che all’intorno, in alto, volano le Aquile, e che in esso vanno nuotando il Cancro e i Pesci! Son le Pleiadi un fulgido cerchiello, Una coppa lucente, un aureo globo, Una candida mano, un arduo uccello; ovvero, sono un bel mazzo di narcisi, una tazza rilucente che gira attorno tra convitati in una festa, un cero che arde luminoso, un sole d’oro, auree festuche in bell’ordine disposte, un aureo grappolo di vigna, un vezzo di perle bellamente ordinato. E il Canopo è come fiammella di lampada dentro cui scherzano i venti, come un assetato che S° affretta alla fontana, come un cavaliere che s’avventa nell’eccesso dell’ardore, come un innamorato che corre dietro le tracce di chi egli ama, come uno straniero che non può recarsi a visitar amici e nessuno si reca da lui, come uno che si sommerge e s’agita per voglia di nuotare, come un magnanimo che, sdegnoso d’ogni viltà, s’è dato al viaggiar lontano, come uno sdegnato che è chiamato e non risponde, come un amante che abbassa gli occhi un istante e un istante li apre per timor del guardiano (2). TSEe (1) Le diverse stelle qui assunte come fiori d’un giardino che vo» gliono essere innaffiabi, (2) Questa descrizione del Canopo procede da ciò che questa stella è solitaria e dà una luce vivissima e sempre in moto,<noinclude></noinclude> 2dwuzkhpukxo6euscjjy2pvj2scyoqt Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/537 108 1032005 3901492 2026-09-18T13:08:52Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901492 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 521 —|}}</noinclude>|ZI LIT) 5E-SI — 521— Ri Gemini! Scintillano, e sembrano un bell’albero tutto fiorito, ovvero son come Una cintura tutta d'or lucente, A drappo azzurro con bell’arte affissa. E le due stelle vicine al polo! Guidano e pongono sulla dritta via i viandanti, e sono Come due sozî, e l’uno all’altro dice: « Parla! », e l’altro risponde: « Ecco! io t'ascolto ». Mentre io faceva spaziar l’occhio mio tra quelle perle scintillanti e faceva scorrere per que’ fiorenti campi, come agile destriero, il pensier mio, e glorificava, intanto, Quei che tien sommesse tante cose leggiadre al suo comando, ed esaltava fra me Chi, per mare e per terra, guida con esse le sue creature (1), ecco giungermi l’alito della brezza mattutina che recava liete novelle della gente degli altipiani d’ Arabia (2). Esso diffuse attorno e dovunque la fragranza sua, e occupò tutto il luogo di sua Sottile e delicata essenza, e addusse un soffio leggiero a ristorar lo spirito nostro, e rallegrò gli orecchi nostri col riferirci dilettevoli racconti. D’ogni vivente era vita novella; Eran novelli spirti i suoi sospiri, Fui tutto lieto di sua venuta, e mi confortai del suo raggiungermi. Gioì l’intimo animo mio al suo susurrarmi in segreto, e io allora, mentre le lagrime mi scorrevano sul viso, dissi: Ripeti, o messaggier di quei che stanno Laggiù nel Ghàdha, il detto, Anche se un fuoco suscitato essi hanno A me tra costa e petto. Nè d’Al-Agiq dimenticar la gente Anche se sul mio viso Scorrere ha fatto il pianto mio cocente Quand’io ne fui diviso! (3). (1) Le stelle che, come è noto, servono di guida ai viandanti attraverso i deserti e i mari. (2) S'intende della donna amata. (8) Per intendere a dovere questi versi, bisogna notare chel'Autore adoperain doppio senso due parole: 1° ghada, nome d'una regione nella parte<noinclude></noinclude> 941nc8nnjgi8sm2jgr0l45qwjqvt6to Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/538 108 1032006 3901493 2026-09-18T13:08:57Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901493 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 522 —|}}</noinclude>diret Come ebbi finito di comporre (1) e di recitar questi versi e mi fui immerso nel chiedere aiuto e soecorso contro le pene d’amore, l'aurora sorrise al momento del suo levarsi. Piantò i vessilli suoi alle regioni ultime dell’orizzonte, e dileguavansi intanto le sparse stelle della notte, e gli estremi lembi di sua durata le erano rattratti, e toglievansi i veli delle ombre, e luccicava un fulgore come di lampi, ed ecco il falcone candido della luce ghermire il nero corvo delle ombre, e la canfora della luce toglier via la nera impronta, bruna qual muschio, della notte. L'alba fugò da noi l’ombre notturne, E i bianchi raggi suoi chiari fàr visti Rigar del ciel le plaghe fosche e brune. Scemarono allora le schiere delle tenebre, e ne sospinse oltre il giorno quelle che ancora si indugiavano, finchè la notte interamente si fu partita. Si gridò allora, al momento della partenza: « Fa camminare Iddio la notte e il giorno; e, in ciò, è veramente un avviso per tutti quelli che hanno facoltà di vedere! » (2). (dall'arabo d’Ibn Habîb al-Halabi). 5. Del mare e dei fiumi. Un alito di speranza lontana mi sospinse, un giorno, ad avventurarmi a traverso l'oceano, e io mi provvidi. d’un navicello su cui era comodo e buono lo starsi per viaggiare, e vi montai sopra in nome di Dio, fidato al suo correr veloce e all’ancora sua, ben certo che incerta sud-ovest del Nag'd, e nome d’un arbusto usato molto come combustibile in Arabia; — 2° agig, nome di parecchie convalli nel Nag’d (altipiano centrale d’Arabia), e nome della corniola, che è sinonimo (essendo rossa) di lagrime sanguigne, cioè cocenti. I versi, alla lettera, suonano così: Ripeti, 0 messaggiero, il ricordo di quelli che abitano in Ghadha, benchè essi To (il gradha arbusto) abbiano acceso nelle costole mie (nel cuore) e nel petto mio; e non dimenticare gli abitanti di Al-Agigq benchè essi sulla mia gota l'abbiano fatto scorrere (cioè aqig, corniola, cioè lagrime cocenti) nel tempo della nostra separazione. Debbo all’Amico Prof. C. A. Nallino questa spiegazione. (1) Secondo l’uso d’un tempo in Arabia, questi versi si suppongono improvvisati (Letteratura araba, C. III, $ 1). (2) Passo del Corano,<noinclude></noinclude> 055frk1kogf17xenq4pfroxsy5m6lw7 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/539 108 1032007 3901494 2026-09-18T13:09:03Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901494 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 523 —|}}</noinclude> e mobile è la fortuna, contraddicendo al detto di quel poeta: Per mar non vad’io mai, chè temo forte I perigli ivi sparsi. Son io di limo, e so che dentro all’acqua Il limo suol disfarsi. Meravigliosa la nave! È fidata nel trasportar ricchezze e cose preziose. 10)posta insieme con tavole e ferramenta. Corre coi venti e vola senz’ale, e in luogo di esse ha nocchieri e marinai. Si sommerge nell'acqua e vi scherza di sopra; discende come per attingere acqua e non ne beve. Ha vele che somigliano a vaste nuvole sospese in cielo, e veli con cui difende dai raggi del sole. Ha sicurezza, e però ha abitanti (1); ha tranquillità, ma anche potere di muoversi. Ha poppa e vertebre, ha costole rassodate di pece, ha corpo che non ha cuore, chè esso le sta nel profondo delle acque là dal luogo dove sono accatastati i carichi suoi (2). Ed essa è alta e sottile dal sommo del collo al petto (3), una delle più vaghe navicelle che son venute sul mare. Sulla fronte le sta impresso il segno di sua nobile origine, come sulla fronte dei destrieri, nè si stanca dell’andar di giorno e del camminar di notte. Uom non vide giammai castel sull’acque Che via scorresse col volar d’un dardo. È come un’antilope che precipita da un’alta rupe; come un serpe che fugge dinanzi a chi l’insegue; come uno scorpione che solleva la coda; come un’aquila che si avventa dall’alto; come un corvo impetuoso; come un coccodrillo o come un angue variegato; come un oppresso che fugge nell’ombre; come un destriero che s° invola sdegnoso di mezzo alla folla. Chi la governa, è giusto nel governo suo, abile nell’ordinarne e disporre le gomenee l’altre cose tutte. E si fa guidar dagli astri, e incomincia (1) Ovvero, perchè ha un’ancora. La voce araba sukkan significa dncora e anche abitanti. (2) Forse il timone, se pure ho inteso bene il difficile passo. (3) Dalla parte della prua.<noinclude></noinclude> 64nl6utql2bdsc5u58q35klhi9ayzvy Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/540 108 1032008 3901495 2026-09-18T13:09:08Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901495 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 524 —|}}</noinclude> il suo navigare invocando il nome di Dio vivente, eterno. Mostrasi eminente tra la schiera de suoi marinai, e l’opra benefica di questi, sempre desta, si estende ai naviganti tutti pur quando dormono. Fanno con cura e sollecitudine ciò di cui sono esperti e capaci;eseguiscono ciò che loro si comanda. Moltiplican le grida, e veramente Sembra fuggir, per tema di lor grida, Ogni loro naviglio obbediente. Mentre noi eravam tuttora in alto mare, un alito d’aria con riflessi di nuvole ne striò la superficie; quindi balzò fuori un vento impetuoso, e lo seguì un tuono assordante. Pencolò allora la nave con tutti noi e traballò. Le sponde s’abbassavan tanto da ricever quasi le acque marine, ed essa vi. si accostava; durò lungo tempo ad essere ora sollevata, ora abbassata; ora accostata alla sponda, ora sospinta indietro. Levavasi in alto come su di un monte, e abbassavasi in tutti i bassifondi. Aggiravasi all’intorno e balzavasi qua e là; correva e precipitava. Accendeva intanto nell’animo nostro come una febbre ardente tanto che il cuore ci sobbalzava alla gola. E che? Lo bramo, e n’ho sgomento. E il mare! Vi son ricchezze, e vi si può affogare. Ma poi volse lo sguardo a noi Colui al quale nessun segreto rimane nascosto. Volle Egli che la navicella trasportasse i suoi servi ad una qualche isola. Noi non ne sapevam nulla, eccetto ch’eravam di contro ad un’isola quale co’ suoi doni abbondanti e copiosi poteva confortar gli animi nostri. Io vi discesi tosto accostandomi a’ suoi abitanti, noiato omai e della nave e de’ passeggeri suoi, e la trovai ch’era tutta ad alberi dai rami verdeggianti, a monticelli umidi di sabbia. V’erano pietre preziose in tal copia che vi sarebbe tornato da lontano chi ne avesse già raccolte, e delle piante v’abbondavan quelle che recano frutti e spezie. Scor ‘eva, tra i giardini suoi, un fiume d’un colore d’azzurro carico, la cui sabbia pareva d’oro e i cui piccoli ciottoli sembravan perle.<noinclude></noinclude> iyhknnttg1vll71v4hctem44r43eoug Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/541 108 1032009 3901496 2026-09-18T13:09:13Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901496 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 525 —|}}</noinclude>eo Oh dolce acqua! Da sete tormentato Se alcun ne assaggia, pargli che alla fonte D’ Eden egli abbia quell’umor gustato! Liscia la superficie delle sue belle acque, e n°è qual di nettare il temperamento. La va lisciando il vento orientale e la va increspando lo zefiro, sì che sembra tutta una lorica ad anelli di maglia, o tutta una lima dentata, o lagrime che scorrono, o vipere dalle squame lucenti che s’attortigliano, o tutto un argento che scorre essendo fuso, o tutta una lama di spada levigata, o una tavola di cristallo tutta a strie, o un vino puro stato suggellato con muschio. Vi scendono gli augelli acqua ad attingervi, Tanto essa è chiara! e lor piccini abbeverano. Quando vi si chinan sopra ramoscelli e persone, sembrano danzare nella loro immagine riflessa; se vi si accostano a bere gazzelle e giovinette, ne sorbiscono l’acqua limpida con labbra ugualmente adolescenti; se vi splendon sopra dall’alto le stelle, crederesti che il cielo si aggiri fra le sue sponde; se vi si riflette la luna piena, ti penseresti che nell’intima parte sua si sta un cuore che palpita. Diceva Al-Tughrài (1): Quando vi giunge il sol nella pienezza Della sua luce alla’ metà del giorno, Bello in quell’acque egli si mira come In uno specchio tutta lucentezza. Immagine dell’acqua è ben cotesta Che un di, nella magion dell’alme sante, Promessa indefettibile ci appresta (2). Stetti certo tempo in quell’isola pensando qual gioia io era giunto a godere dopo la distretta, sempre più persuaso che la sorte reca e bene e male, dolce e amaro, perseverando a render grazie a Colui al cui comando camminano i navigli sul mare. (1) Poeta e uomo di stato ragguardevolissimo, oriundo persiano, ministro dei Selgiùgidi a Mossul. Morì nel 1121 d. C. (2) Allude alle limpide e fresche fontane di Paradiso, promesse dal Corano ai fedeli.<noinclude></noinclude> 6ufejzs5053ngtazpja5q9qkk7elvdm Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/542 108 1032010 3901498 2026-09-18T13:09:18Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901498 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 526 —|}}</noinclude>D26— Spesso avvien che per cosa che si toglie Agevol poi, si turbi l’uman core. È nodo di capestro, e ognun lo scioglie! Così mi tenni lungamente in ottimo stato, vivendo agiato e comodo, lieto e contento del cuore, finchè Iddio mosse in me un desiderio che fino allora era rimasto tranquillo. Come piacque a Lui, mi fece ritornare al mio paese. (dall'arabo d’ Ibn Habîb al-Halabi). 6. Del cero e del fuoco. To stava in compagnia d’alcuni miei amici in una notte di ammanto fosco, la cui pioggia era gelida, e l’aria rigida, e la rugiada copiosa e sparsa, mentre chi camminava per le vie, per l’oscurità e il disagio inciampava sovente nel lembo delle vesti. N oi, intanto, richiamavamo alla mente le memorie degli eroi d’un tempo, enumeravamo gli atti di valore dei cavalieri d'un giorno, prudenti e avveduti, consultavamo i ricordi degli uomini già celebri nell’eloquenza, riferivamo sul loro conto le storie più belle. Gente era un di! Fu gloria di lor tempo Lor diserta favella, Fu vincolo dell’anime, d’ingegni Fu accolta illustre e bella, Ite son lor persone, ma ne resta Memoria sempiterna, Di notti e di superstite mai sempre Alla vicenda alterna. Mentre noi così correvam qua e là per la palestra di questa nostra conversazione, e fissavam gli sguardi sul volto di quegl’illustri, quando già la notte aveva dispiegato tutte le ombre sue e* già ce’era stato somministrato, passato al filtro, il vino socievole, notai come in mezzo alla sala era collocato un cero. Era là, addetto al suo servire (1), e lagrimava intanto. Smilza ed esile la sua persona, bello il viso, dritta ed eretta la statura; una (4) Cioè a quello d’illuminar la sala e chi vi si trovava.<noinclude></noinclude> km0by061asvvxr1jkdapww1be5kr7xm Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/543 108 1032011 3901499 2026-09-18T13:09:23Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901499 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 527 —|}}</noinclude> gemma solitaria (1) era quella della sua corona. Il frequente suo alitare l’andava consumando; il candelabro suo lo teneva prigioniero; era vestito per metà e per metà era nudo; col suo splendore faceva onta al chiaro viso d’una fanciulla. Intrecciato ed intorto (2), esso d’un'asta Dritta ci dà l’immagine, Dell’uom pari alla vita, a cui sovrasta Di morte ognor la fiaccola. Ovvero, era simile ad un dardo la cui punta è d’oro; ad un serpe, la cui lingua è una fiamma; ad una rosa dritta su d’uno stelo; ad un amante, cui la lontananza dell’amica tien desto la notte; ad un fiore di nelumbio; ad una verga dipinta in zafferano; ad una candida stella sulla fronte d’un destriero bruno; ad un astro che si sta in cielo a dispiegar la sua fulgida chioma (83). È un ramoscello di purissim’oro E nell'alto per frutto ha un bel rubino, D’un color fulvo, che fiammeggia ed arde. L’occhio suo puro è immerso in un mare di lagrime, e scherza intanto il vento con la fiamma del suo cuore ferito, e ora la manda in alto in guisa d’astro che spunta, e ora l’avventa in guisa di dardo, e ora l’agita in guisa di lingua, e ora la spande in guisa di drappo, e ora la riduce in forma di aurea moneta, e ora la conforma in guisa di chicco di melagrano, e ora ne fa una rosa, e ora ne fonde una corona il cui oro è tutto uno splendore. Ora la piegava come l’errante luna novella, e ora la drizzava come orecchia di destrier generoso che si precipita al corso, e ora la levava in alto come la punta d’un’asta, e ora l’appuntava come un dito dritto fra le altre dita, e ora la distendeva come un sudario, e ora la scuoteva come catenella di lampada sospesa, e ora le faceva tracciare or questa or quella lettera dell’alfabeto. (1) Cioè la fiammella. (2) Il cero, che in origine dovette essere una matassa di stoppa intorta e infusa di cera. Lo dice auche l'italiano torcia (basso latino dator ticia) da torcere. (3) Allude alle comete.<noinclude></noinclude> ogc95fhgob1jbs1ast16mwq931dpgz9 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/544 108 1032012 3901500 2026-09-18T13:09:29Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901500 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 528 —|}}</noinclude> Così durò il cero ad infatuars 8’affaccendava intanto al suo pr meno, finchè la vita sua Vanì, e termine suo, e il nodo suo fu nostra assemblea quel suo dispar i del proprio essere, e oprio distruggersi e venir la faccenda sua toccò al disciolto. Spiacque alla ire improvviso! Abbandonàr l’umana compagnia Molti amici assai pria. Dei medici, oh! davvero, è assai più forte Il velen della morte! Ma in quella sala era altresì un camino in cui era , Stata gettata la legna in copia senza misura, e v'era un bel fuoco che fiammeggiava. Le scintille sue parevan bruscoli d’oro, e l’intento suo era quello di salire in alto; l’aspetto, chiaro e brillante. La Vvampa sua è car dita nell'inverno; le fiamme sue, che levansi in vessilli, sono acconcie per riscaldarsi, grossi legni, non già tra i viluee vampano in copia. aegraguisa di ed esso si sta fra hi di ghadhà (1) che avQuando dentro vi spira un Venticello, Danza leggiadro in suo rosso guarnello, E sono in esso come conchiglie piccole e coralli (2), ed esso è come un sole velato da nuvole bianchiccie (3), o come una rosa che sorride di tra il calice suo, ovvero Come un destriero che gioioso e bello Di polve dentro a un turbine sobb. La gente si prende gran cu è mezzo di riunione e di fratel sì che là, intorno al fuoco, loro anime son più generose, ed è aperta la porta a chiunque sopraggiunge, ed essi aprono all’ospite il cuore e gli pongono davanti la mensa con la refezione ospitale. alza. ra di esso, e quella cura lanza fra gli uomini (4), (1) Cespuglio Spinoso del deserto «con cui gli Arabi accendevano e alimentavano il tuoco. Vedi una nota al n 4. di questo libro, (2) Molto probabilmente, le scintille. (8) Cioè dai globi del fumo. (4) Anche nell'antichità classica il focolare era sasro e simbolo di amicizia, di fratellanza, d’ospitalità. Agrit<noinclude></noinclude> jamhq00v5j7m29xsuny3mygyxthzw0c Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/545 108 1032013 3901501 2026-09-18T13:09:34Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901501 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 529 —|}}</noinclude> Se il pellegrin da loro si disvia, Levan, come vessillo corruscante, Della notte nell’ombre alta una fiamma (00)G E quel fuoco, intanto, non cessava dal fiammeggiare, dal divampare, dal corruscare, finchè cessò l’ardor della sua brace, e diminuì il luccichio delle sue scintille e del ed esso si adagiò nel suo giaciglio. Sotto suo divampare, a sembianza di la coperta delle ceneri sue, rendev: Sangue che scorre da colombe uccise, Di cui le penne sopra vi son sparse. La sorte del cero e del fuoco mi toccò l’anima, sì che io stetti a meditar lungamente sulle loro vicende e sul loro fine. Mi levai poi per render grazie, secondo l’obbligo mio, a Dio benefattore, e dissi con lingua intesa a glorificarlo: « Dio! luce dei cieli e della terra! » (2). Ma i compagni desideravano omai d’andarsene via, e già li tediava, pur mentre erano ancor là seduti, il dover fare una lunga corsa di notte. Noi, allora, ci gettammo tutti sulle tracce di quanto può sollevare e confortar gli occhi di chi è preso dal sonno, domandammo a Dio che non ci ponesse tra quelli i cui fianchi stanno a disagio sul letto del loro riposo! (83). (dall'arabo di Ibn Habib al-Halabi) 7. Della notte e del giorno. Mentre io stava, una notte, sul letto mio tra il sonno e la veglia, udii un tale che passava per la via e gridava in mezzo all’altra gente: Sono le notti come stazioni Di viaggio ai mortali, e si dispiega E avvolgesi fra d’esse a lor la vita (4). fino alla loro casa o alla loro tenda, (1) Perchè guidi il pellegrino 1 deserto. Vedi l’Istlamismo cap. II, 84 secondo un antico costume arabo de (2) Passo del Corano, XXIV, 85. (8) Cioè ci concedesse un sonno pacifico e tranquillo. (4) Concetto tolto dall'uso del piegare e dispiegar le tende durante il viaggio. Italo Pizzi — Fiori d'Oriente 34<noinclude></noinclude> qwrbtbdk02cg8fhyau3f5p2nlrw1t50 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/546 108 1032014 3901502 2026-09-18T13:09:39Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901502 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 530 —|}}</noinclude>= 580— Le più brevi si fanno e lunghe e tarde Per i pensieri, e le più lunghe brevi, Allor che qualche gioia v'è impartita. Mi levai dal letto, ed ecco che il mio lagrimare mia: Veva bagnato i lembi della Veste mia notturna. Stupito del fatto mio, dolente per tanta parte della mia vita che era già trascorsa, gridai: O viandante notturno, che ti vai aggirando per l’ombra della notte oscura, ami tu starti in compagnia d’amici? — Rispose: Di quanti sozî e compagni miei gli smodati desiderî sono stati cagion di morte! Salutò, si Sedette, stette un poco a riprender fiato, ma non diceva nulla. Io allora gli dissi: O tu che agli orecchi miei hai appeso pocofà le perle del tuo bel diSeorso, dimmi ora qualche cosa delle notti, quando e come son lunghe, quando e come son brevi. — Ed egli allora in versi: Qual notte! sembra che le stelle sue Non possan camminare, Che per esse concesso non le sia Mai di passare. Al dì dei morti, quando sorgeranno, E simile in lunghezza Per chi in essa vegliando ansioso attende 2D’alba chiarezza. Essa rimane, e non si muove, È stanca, e non può andarsene, e non può allontanarsi. Il freddo del suo sopravvenire non vuol risolversi; la mancanza in essa d’ogni luce non se ne va. Non va consunto il fosco suo ammanto | sempre rinnovellato; non inclina a dileguarsi l’ultima parte sua sempre lenta; è come un infermo, di cui non è più possibile Sperar salute; l’alba sua è tale che non se ne vedrà mai la luce. Ha tagliato la via all’aurora, e con la veglia ha tormentato le palpebre degli amanti! Ora del giorno Voi me ne date Mi favellate; Chè il giorno omai I contrassegni Io mi scordai. Essa è come un ferito e atterrato che faticoso si stra= scina, come un augello a cui sono state tronche le ali,<noinclude></noinclude> sufi2buxxf255mpe6tlt6dyrvvode72 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/547 108 1032015 3901503 2026-09-18T13:09:44Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901503 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 531 —|}}</noinclude> come un prigioniero che cammina carico de’ suoi ceppi, come un mare di cui la marea non può salire, come uno Storpio ad un piede che non può muovere un passo, come un cieco il cui occhio dispera di veder mai il giorno, Simile a quei che va per un deserto Nè trovar sa chi il guidi, Errabondo, inesperto; O in tristo campo a falangi abissine (1) Attendate, od a cerchio C’ha il principio ove il fine. Io allora dissi: Fammi ora intendere, o maestro, qualche tua descrizione del giorno! Ed egli: Diceva gia Ibn al-Raàmi (che Iddio gli usi misericordia!): f I nostri giorni son di Dio! Già fisso E qual fia dolce e lieto. Passano, e dietro a lor non ci rimane Che un desiderio vieto1! (2). Dolce la vita, quando il tempo ci è alleato, quando la giovinezza è fonte copiosa, quando l’espansione della gioia è pronta, quando brilla ‘in noi fulgor di salute, quando verdeggia il ramoscello dell’amore, e novello è l’ammanto della gioia, e vigoreggia la vita, e benigno è lo sguardo della sorte, e i favori della fortuna amica son lontani dal dileguare! Agevole lo star coi dolci amici, Volto al bene lo star coi dolci amici, Bello allora (8) l’aspetto e bello il core! Ma, o fratel mio di studî, e fino a quando durerà cotesto desiderio e cotesto costume? Ecco! l’apparir dei giorni è una insidia, e inganna altrui chi spera e confida ch’essi gli serbino fede. Abbondano di noie e di fastidî; corrono affrettati alla fine; separano gli (1) La notte, dai poeti arabi e dai persiani, è frequentemente paragonata, per la nerezza, a schiere di Etiopi o di Abissini, (2) Abàù l-Hasan, autore di questi versi, era detto Ibn al-Ràmi, cioè il figlio del greco, perchè nato da un Giorgio oriundo di Grecia. Fu buon poeta e morì a Bagdad l’anno 898 d, 0. (3) Cioé nell’età giovanile.<noinclude></noinclude> 1po5iz4cosny1h00qc9u79d0rztnhmj Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/548 108 1032016 3901505 2026-09-18T13:09:50Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901505 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 532 —|}}</noinclude>BA ce —532— amanti; si fanno rendere i lor doni (1); biasimevoli, perchè false, le lor promesse; va sano e salvo soltanto chi s’acconcia a star con loro (2); sciolgono ogni vincolo; sono smemorati d’ogni giuramento; rendono torbida la bevanda pura del piacere; ingannano il viandante assetato con lor miraggi (3). Cade a terra chi, per arrestarli, li afferra pel lembo della veste, e inutilmente s’affatica chi spera trovar pace e tranquillità nel loro ostello. Diceva perciò Al-Tihàmi (che Iddio altissimo gli usi miserieordia!): Quei che de’ giorni suoi troppo si cura E osteggia lor natura, Gli è come quei che in un'acqua scorrente Cerca un tizzone ardente (4). Ma poi soggiunse: Ecco! son vaniti e il crepuscolo della sera e la parte più tenebrosa della notte; l’ombra dell’ora in cui la notte discende, e l’oscurità sua più cupa; la prima e l’ultima parte della notte, la più oscura e la meno oscura, ed è tempo che s’avanzino gioiosi e gai gli aliti della brezza mattutina e che si schiudano alfine le pupille dell’amore. Si levò allora per prendersi commiato, e io gli dissi: Ancora! ancora! Fammi godere di tanto diletto! — Ed egli: Spògliati dell’ammanto del peccato, e temi Colui al quale gli sguardi umani non posson giungere, e lodalo la sera e lodalo la mattina. Egli è Colui che vi fa morir nella notte e sa in che avete peccato nel giorno! (dall’arabo d’Ibn Habîb al-Halabi). 8. Allegoria dell’ape, del cero e della farfalla. Discorso dell’ape. — Da un angolo del giardino gridò un’ape: Qual costume e quali modi ha costui? (5). Non (1) Il dono della gioventù e delle sue gioie che si perde col crescere dell'età. (2) Cioè si accomoda alla sorte assegnatagli e non ne muove lamento. (8) Allude al fenomeno della Fata Morgana, assai frequente nei deserti d’Arabia. (4) Al-Tih&mi, cioè Al-Hasan Alì, fu poeta di valore. È celebre una sua elegia in morte del figlio. Morì al Cairo nel 1026 d. C. (5) Si allude al discorso di un augello acquatico che precede e che qui non si riferisce. Vedi il n. 1 di questo stesso libro,<noinclude></noinclude> 7ardakcq7t9vnmdmsinpag2y4sj8eqi Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/549 108 1032017 3901506 2026-09-18T13:09:55Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901506 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 533 —|}}</noinclude>c'è bisogno d’intraprendere un viaggio per cercar lume dalla tradizione! (1). Ma uom dotto è veramente colui di cui ogni pensiero è chiaro, e di cui s’accoglie da tutti l’opinione e la credenza, e dal conversar confidente del quale s'intende la purezza del suo pensiero segreto. Si rafferma la fama veridica della riputazione di quel tale che procaccia di occultare quanto egli vale veramente. Or tu non pronunciar motto che sia poi reso vano dall’opera tua, e non allevare un figlio cui poi la famiglia tua debba rinnegare (2). Non sai tu quanto sia squisito l’alimento mio, e pura ed eletta la mia bevanda? quanto sia elevato il grado mio e quanto sublime la mia dignità? quanto sia perfetta la gentilezza mia? Se non che, io mi soglio nutrire di cose lecite (3), e tanto mi attengo alla vita povera che, estenuata, mi son fatta esile quanto uno stelo sottile. Percorro con tutta umiltà la via segnatami dal Signore (4), e però Gli rendo grazie dei beneficî suoi, partitamente e in complesso. Appetisco ogni cibo comune e lecito, nell’assaggiar del quale non è peccato. Edifico sui monti le case mie (5), e dagli alberi più comuni mi viene il sostentamento. Fabbrico le case mie in modo che ogni artefice non potrebbe gettarne in simil guisa le fondamenta, ed Euclide stesso si mostrerebbe impacciato nel dar loro la forma esagonale. Mi accosto ai fiori e ai frutti, non divoro però un frutto nè distruggo un fiore. Io ne raccolgo; invece, alcunchè in forma di rugiada e me ne cibo, contenta e paga anche se è poco. Ritorno poi al mio nido, e così si dilegua la noia del viver mio, chè ‘nell’ostello mio attendo alla meditazione e alla preghiera, e rendo grazie perfette al Signore, nè cesso mai dal rammentarne (1) Allusione ai viaggi che i teologi 6 i giureconsulti musulmani facevano a Medina in Arabia e altrove per verificar tradizioni riferentisi a Maometto e a certe sue sentenze e decisioni. (2) Ovvero: non crescere un ramo che poi debba andar tronco dalla sua radice. — Il testo si presta alle due interpretazioni, il cui significato, però, è uno solo. (8) Non vietate dalla legge musulmana. (4) Così il Corano (cap. dell’Ape, XVI, 71). (5) Passo del Corano, loc. ‘cit.<noinclude></noinclude> kyofpj2rqirqonf2vafz5fc1b2asumo Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/550 108 1032018 3901507 2026-09-18T13:10:00Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901507 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 534 —|}}</noinclude> i comandi, nè son mai pigra nel ringraziarlo, perchè egli ha fatto sì che si manifesti la sapienza mia e l’opera mia, che sono la cera e il miele. La cera è frutto di scienza tramandata, e il miele è frutto d’opera ricevuta da natura. La cera è per illuminare, e il miele è per medicare. E viene da me qualcuno, e prende della luce mia (1); e viene un infermo, e domanda guarigione alla medicina mia. Nè io gli fo gustare della salutare mia dolcezza se prima non gli ho fatto sentir l'amarezza della mia puntura, nè gli porgo del mio miele se così appunto non l’ho fatto prima partecipe della fatica da me sopportata. Che se egli poi vuole insignorirsene con violenza, io apertamente lo respingo e ributto con tutto lo spirito mio, e grido intanto: All’erta, o spirito mio! — A chi invece dolcemente mi raccoglie e mi fa uscire dal mio nascondiglio, vo dicendo: Coglimi, o tu che cogli! — Che se tu ti occupi di allegorie, ecco che a te, nel riguardo mio, sono state dette per allegoria assai cose significative. Certamente tu non giungerai ad avermi se prima non tolleri con pazienza le mie pun ture (2). ; Tollera tu l’amaro di mia assenza Se pur desii con me di ritornare; Lascia, per amor mio, chi stolto e indotto Leva le grida e vuol ratto abbordare. Muori, se viver vuoi (8). L’estremo giorno Col pensier tuo procaccia d’affrettare. Se intendi allegorie, d’intimo senso Ecco! un racconto io ti volli apprestare. Dell’arcano mio dir se afferri il senso, Vieni a me! Se no, lascia di sperare. Ripiglia l’Autore del libro: Ma poi, avendo l’ape udito un lamento del cero, tenne intenti verso di esso gli orecchi, ed ecco ch’esso andavasi (1) In quanto accende un cero che è fatto con materia apprestata dalle api. (2) Si noti, come al solito, il senso mistico di queste parole che alludono al faticoso congiungimento dell'anima umana con un bene supremo, che è Dio, (3) Congiunto per sempre con l’anima a Dio. Vedi la nota precedente, il IST EARIOEOREE ita<noinclude></noinclude> lz5p21oynxiw00mchb4ll869nyaqhud Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/551 108 1032019 3901508 2026-09-18T13:10:05Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901508 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 535 —|}}</noinclude>I —939— consumando nella fiammella sua e piangeva lagrimando in copia e intanto andava dicendo; Discorso del cero. — Ape mia, qual cosa mai potrà ricompensarmi dell’essere stato così diviso da te? Il deStino ci ha separati l’uno dall'altro! E tu sei la madre mia e la cagione del mio essere! Per mezzo d’un incendio (1), io fui separato da te, io e il fratel mio, il miele. Egli è pure il fratello mio e l’amico mio! Eravam noi riuniti un giorno, eravam congiunti in una sola magione, quand’ecco separarci d’un tratto la potenza del fuoco e cacciarci in separati ostelli. Il luogo, in cui potremmo incontrarci e vederci, è ben lontano da noi due. Io ne fui separato, ed esso mi fu tolto; io ne sono ito lontano, ed esso è ito lontano da me! Il fuoco, intanto, s'è insignorito di me, benchè io non sia uno dei peccatori dannati all’Inferno. Ardono le interiora mia e il corpo mio si sta in schiavitù (2). Mentre io ardo, gli amanti si famigliarizzano fra loro, e i conoScitori della sapienza mistica si Stanno alla luce della vampa ond’io risplendo. Così io risplendo e ardo, e scorrono intanto le mie lagrime, mentre me ne sto pur qui, in piedi, pronto al mio servigio, perchè io sopporto il danno e il torto che mi si fa bruciando me stesso per dar luce ad altri. Io ho tormento nell’offesa che mi si fa, mentre altri si gode del beneficio che viene da me. Come mai adunque potrebbe qualcuno biasimare il mio pallore e lo seorrere del mio pianto? Ma poi? M’assalgono sciami di farfalle che vorrebbero spegnermi e far cessar la mia luce. Ma io tutte le divoro e consumo in pena di ciò che fanno. L’insidia del male non ritorna che a danno di chi la ordisce. Che se anche tutto quanto il mondo fosse ingombro di farfalle, io sarei pur sempre sicuro da esse. Così, se anche il mondo fosse tutto pieno di schiere di empi, non potrebbero mai essi spegnere la fiaccola della fede. Vorrebbero, (1) Quando si appicca il fuoco agli alveari per cavarne il miele. (2) Perchè il cero è piantato a forza nel candelabro.<noinclude></noinclude> o7zc2iphb7topdf7168r5a24deuikz3 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/552 108 1032020 3901509 2026-09-18T13:10:11Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901509 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 536 —|}}</noinclude> essi, soffocare con lor parole ree la luce di Dio (1), ma Dio misericordioso non lo permetterà mai! — Quest’allegoria è pur chiara ed evidente per chi vuole intenderla. Luce degli occhi miei, Da te mi vien la luce, O luce agli occhi miei. In te la guida mia E l’error mio si sta, O tutta gioia mia. Non può accusarmi a te Niun giudice severo Di falso inverso a te. O chiara luce mia, Niun’aura mai potrà Spegnerti, o luce mia! Discorso della farfalla. — Giunse là, come chiedendo soccorso, una farfalla. Si gittò sul tappeto, arsa dal fuoco e vicina a morirne, avvoltolantesi negli aneliti estremi, e intanto andava dicendo: Dio! qual meraviglia! Io profondo la vita mia per te,nèmiaccostoadaltricheate,etumiponifrai tuoi nemici? Oh! potessi io sapere chi t'ha consigliato a farmi oltraggio, chi t'ha incitato a darmi la morte! Dove hai tu un amante sincero al par di me, un amico fedele al par di me? Ho sopportato l'incendio tuo, e sola fra gli amanti tuoi sono ita incontro alla morte. Hai mai tu veduto un amico che tormentasse l’amico suo? un infermo di cui il medico accerescesse l’infermità? Io t'amo, e tu mi. tormenti; io m’avvicino a te, e tu mi bruci e consumi. E con ciò si fa più intenso il desiderio mio per te, e io, pur nel disprezzo che soffro, volo verso di te. Ma ecco che, mentre io cerco l’amplesso tuo, tu consumi con la vampa tua il variopinto mio ammanto! Sventura simile alla mia non toccò mai ad altro ‘amante, nè alcun d’essi fu tormentato del tormento mio. Io non sospiro ad altri che a te. Poteva bastare la prova che m'è toccata, x. sì ch'io avessi potuto scampare da tanti rimproveri e ‘biasimi! (1) Passo del Corano, LXI, 8. 2°. lamento riattare. ge; =— etica.<noinclude></noinclude> f669vdvur7he73oqpfbruk2cn6xql6l Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/553 108 1032021 3901510 2026-09-18T13:10:16Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901510 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 537 —|}}</noinclude> Sono ito a lamentarmi appo l'amante Del dolor mio cocente, E da sè mi respinse e d'una sferza Toccavami veemente. Come farfalla che cercò l’amplesso Estremo, inver son io. Di fuoco la respinse con un dardo L’amor del suo desio. Ed essa or giace là, con arse l’ale, Al suolo abbandonata, Di martirî e di doglie e di tormenti In un mare annegata. To mi sperava che sarei pur giunto AI disiato amplesso. Nella mia speme, del poter d'amore Non era tanto eccesso! (1). Or ti consuma di desio, di doglia, D'affanno sempiterno. Tal, per quei che ama, è la prescritta legge, Tale il decreto eterno. Ripiglia l'Autore del libro: Quando la farfalla ebbe così ricordato la sua sventura e lamentato i suoi affanni, il cero sentì pietà di quanto le era toccato, sì che le disse: O amante mia fedele, non affrettar tanto le tue accuse, perchè io, in tutto ciò, mi accordo pienamente con te. A me pure è toccata la sventura che è toccata a te, e io stesso son tormentato del tormento tuo. Ascolta ora la più meravigliosa delle storie, e abbi intanto pietà di chi ha provato tanti affanni! Non è meraviglia che la persona amante si consumi nell’ardore, ma è ben meraviglia che si consumi nell’ardore la persona amata! Questo fuoco mi ama, ed esso mi arde coi caldi aliti suoi e mi consuma. È disioso di star con me, e si divora intanto l’intimo mio cuore. Invoca l’amor mio e si augura di star con mé, ed ecco ch’esso è venuto al luogo dov’io mi sto, e non gli è dato di vivere che nel mentre io mi vo consumando e annien(1) Cioè io non credeva cho l’amore fosse tanto crudele e violento,<noinclude></noinclude> drb7117mz3c6k184vqifpsvku6ss5dj Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/554 108 1032022 3901511 2026-09-18T13:10:21Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901511 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 538 —|}}</noinclude>==1998,— tando. Questa, per la vita mia! è una delle cose più meravigliose, che cioè la persona amata si consumi e rimanga superstite l’amante, che un amante sia felice e misera invece la persona amata! Il fuoco allora gli gridò: O tu che ti tormenti nel mio ardore, abbagliato dal fulgor della mia luce, che ti lamenti per ciò che t’incontra e pur sei felice nell’amplesso mio, intendi omai qual sia la felicità di chi beve, mentre io gli fo da coppiere, qual sia la fortuna di chi si perde in me, mentre io rimango immortale! A un cero che Splendeva accanto a me, Quando alla notte sonnolenta e squallida Più fosco era l’ammanto, Dissi: Tal mi son io, di cui si fe’ Pietoso il core per gli amanti, e lagrime Versando vo al lor pianto. — Troppo a parlar t’affretti!ribattè. Ma di ciò che un di a me dovette incogliere, Odi l’istoria intanto. Se corse il fato ad assalir pur te Con sue offese, io perdetti di quest’'anima Il dolce amico intanto. Separato fu’io da che mi diè Desio soave! In lui favella ed atti Erano un dolce incanto. Nostro convegno a un tratto si perdè Nel fuoco, e io dissi: Poi che a lui yo? riedere, Sia per fuoco soltanto! (1). (dall'arabo di Al-Magdisi). 9. Allegoria della Fenice. Il savio così parlava (2): Liete cose a Voi, 0 voi, a cui sono stati rivolti questi consigli! Se avete compreso il senso arcano di questa nostra esposizione, ascoltate ora quest’apologo, detto per allegoria. (1) Cioè consumandomi volontario, come faccio, nel fuoco. (2) E l’ultimo capitolo del libro mistico e allegorico di Al-Magdisi. Vedi il Registro dei nomi alla fine del volume. d<noinclude></noinclude> ikzyur24oufcz3lxj1ivrlasyrvb0ht Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/555 108 1032023 3901512 2026-09-18T13:10:26Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901512 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 539 —|}}</noinclude>Così si racconta: Un giorno, si radunarono gli uccelli e dissero: Noi vogliamo un Re, al quale ci sia dato di professarci fedeli e che ci riconosca. Suvvia adunque! Andiamo a farne ricerca. Ci affideremo interamente a lui, vivremo all’ombra sua, avremo presso di lui il nostro rifugio. Abbiamo inteso che, in certe isole del mare, abita un Re che si chiama la Fenice meravigliosa. La fama della sua saggezza è penetrata in Oriente e in Occidente. Andiamo adunque da lui per abbandonarci a lui interamente (1). Fu loro detto che il mare era profondo, difficile il viaggio, lontano il cammino. Si presenteranno a Voi, si diceva loro, alte montagne, e mari perigliosi, e fuochi ardenti di vulcani, sì che vi sarà tolto ogni modo di toccar la meta. Che se anche ogni ostacolo potrà essere superato da voi, avreste punte di ferro in luogo della bramata visione. Rimanetevi perciò ai vostri nidi; poichè non potreste far tanto. Al vostro Re nulla importa di voi, e a Dio nulla importa delle creature di quaggiù! (2). Voi avete pure udito che la voce del destino vi grida: « Iddio vi esorta a temerlo! » (3). Tu dici il vero, risposero gli uccelli, ma omai l’araldo della ricerca ci grida: « Rifuggitevi in Dio! » (4). Così volaron via, e al loro volare dava forza quel detto: « Andavan meditando alla creazione del cielo e della terra > (5), disposti a tollerar con pazienza l’arsura delle ore calde del giorno, secondo quel detto: « Chi esce peregrinando da casa sua....» (6). E seguirono con animo tranquillo e calmo la via. Ma, se volgevano (1) È lo stesso soggetto d’un poema mistico del poeta persiano Attàr.. Vedi, nel Registro dei nomi alla fine del volume, l’articoletto che risguarda questo poeta, e la Storia della Poesia persiana, cap. III, 72-82. E siamo alla solita allegoria delle anime umane (gli uccelli) che vogliono ricongiungersi a Dio (il Re degli uccelli, la Fenice). (2) Passo del Corano, XXIX, 5. (8) Altro passo del Corano, ITI, 27. (4) Passo, anche questo, del Corano, LI, do. (5) Passo del Corano, III, 188. (6) Gio per combattere per la fede e per operare secondo il precetto divino. Passo del Corano, IV, 101.<noinclude></noinclude> g4fg3m8zuui22xfis2usaahjhfsbrou Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/556 108 1032024 3901513 2026-09-18T13:10:32Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901513 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 540 —|}}</noinclude> verso Settentrione, li coglieva il freddo dello sgomento; e se piegavano verso Mezzogiorno, li sorprendeva l’ardor della tema, sì che essi, a volta a volta, si precedettero a vicenda dilungandosi, e a vicenda si raggiunsero; si perdettero d’animo e di forza, vennero meno e furon quasi consunti dall’ardore; svennero e si trovarono avere anche sorpassato la meta, lontani l’uno dall’altro e separati, finchè poi ciascun di loro giunse all'isola del Re, e a quello, intanto, erano cadute le penne, e quest'altro sera ammalato di malinconia, e uno era doppiamente dimagrato, e l’altro anche più estenuato e sfinito. Giunsero affamati mentre prima erano ben pasciuti; arrivarono uno ad uno dopo che eran partiti in un solo stormo dal loro paese. Come pertanto furono discesi là dall’isola del Re, vi trovarono tutto ciò che « l’animo loro desiderava, e tutto ciò che dilettava loro gli occhi » (1). A quelli allora che si dilettavano di cibi e di bevande, fu detto: « Mangiate e bevete a vostro grand’agio godendo di ciò che in precedenza vi siete apprestato nei giorni trascorsi! » (2). E a quelli che si piacevano già di vestimenta pompose e di ornamenti di gran prezzo, fu detto: « Si vestono i beati di vesti di broccato e di seta, e son posti l’uno di faccia all’altro! » (3). E a quelli che. si compiacevano già di andar sposi, fu detto: « Noi li abbiam congiunti a giovinette dagli occhi neri » (4). Ma quelli tra essi che conoscevano la verità (5), dissero: Lode a Dio! ma poichè là, sulla terra, di altro non ci occupavam noi che di mangiare e di bere, anche qui non farem altro che mangiare e bere? Quando mai, adunque, l’amante potrà star solo in disparte con l’og(1) Passo del Corano, XLIII, 71, (2) Altro passo del Corano, LXIX, 24. (8) Passo del Corano, XVIII, 80; e LVI, 16. (4) Passo del Corano, LVT, 22. (5) Cioè le vere persone pie che si son date alla dottrina mistica e che, intendendo la beatitudine delle anime in ben altra maniera, si ridono e si sdegnano dei piaceri e delle delizie del Paradiso promesse da Maometto nel Corano,<noinclude></noinclude> 5hg8sqh7i4eme7ac7tp7dg3he0f9dbg Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/557 108 1032025 3901514 2026-09-18T13:10:37Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901514 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 541 —|}}</noinclude>RI getto dell’amor suo? Quando mai, chi cerca, raggiungerà la bramata altezza? l’altezza che sovrasta ad ogni altra? Chi è quaggiù che s’appaga d’un traffico donde egli esce ingannato? E soggiunsero poi: Noi non cerchiamo altro se non quel Re per il quale siamo usciti in terre inospite, e siam passati per ogni luogo rovinoso e aspro, @ abbiam tollerato l’arsura delle ore calde del giorno. Noi non. pensiamo ora nè a vestimenti sontuosi nè a pompe, ma, per Colui oltre al quale non v'ha altro Iddio, non desideriamo che Lui solo! Oimè! rispose loro il Re, perchè mai siete voi venuti? e a qual fine vi siete recati fin qui? Siam venuti, risposero, nell’umile condizione di schiavi, e perchè tu sappia, anche, ciò che da noi si desidera. Ritornate, rispose il Re, là donde siete venuti. Io sono il Re, lo vogliate o non lo vogliate, perchè Iddio nulla sa che farsi di voi. — Signore, risposero, tu sei ricco, e noi siam poveri; tu sei grande, e noi siamo umili; tu sei potente, e noi deboli. Come avremmo forza per ritornare ora che le nostre forze sono esauste, indebolite le nostre membra, l’essere nostro tutto consunto dalla malattia che lo ha preso? Disse allora il Re: Per la potenza e per la gloria mia! Poichè la povertà vostra è verace ed è perseverante la vostra umiltà, tocca a me ora sollevarvi e confortarvi. Accostatevi adunque e curate chi è infermo sotto la densa ombra mia protettrice. Riposatevi qui, al luogo più acconcio per riposare! Chi fu sorpreso dal gelido freddo dello sgomento, sia abbeverato d’una coppa contenente una mistura di zengebî! (1), e chi fu oppresso dalla febbre del desiderio, abbiasi una coppa, la cui mistura sia di canfora, e dite intanto all'amante che ha percorso il lungo (1) Bevanda di aromi preziosissimi, somministrata ai beati in Paradiso, secondo il Corano. Il zengebil è l’amomum zingiber, e la voce è d’ori1 gine sanscrita, crinagavera.<noinclude></noinclude> n8nhgn8ocliok9w4rw5jzcfspot23lm Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/558 108 1032026 3901515 2026-09-18T13:10:42Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901515 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 542 —|}}</noinclude> suo viaggio: « Bevi della fontana ch'è detta di Selsebîl (1). E poichè quella febbre fu verace, e poichè quella pena fu perfetta, accostate al medico l’infermo, e avvicinate l’amante all'oggetto dell’amor suo! » Il Sire, allora, apprestò loro e gioia e diletto (2), li ristorò d’una bevanda purissima (3), sì che essi, bevendone, furon subito presi da una dolce ebbrezza. Furon loro cantate delle canzoni, ed essi ne letiziarono;vollero crescer lor tripudio, ed esso fu loro accresciuto; domandarono, e furono esauditi. Volaron alto, librati sulle ali del reciproco amore, e disceser poi per raccogliere.de’ granelli d’un amor casto (4), scevro d'ogni macchia, « in un ostello non fallace, presso d’un possente Signore » (5). Così, al luogo in cui erano giunti, videro appagato ogni loro desiderio. Come furono entrati ed ebbero riguardato attorno, ecco che i veli erano stati tolti e gli amanti ricongiunti! (6). Videro allora ciò che nessun occhio aveva mai veduto, udirono ciò che nessun orecchio aveva mai udito! (7). Vennero i di (cuor mio, lieta novella!) D'un alto acconsentire. Ambo gli amanti quell’alta magione Alfin volle riunire. Non sai tu che d’effluvî d’altra gente Qui rimanea fragranza? (8); (1) Nome d’una fontana del Paradiso musulmano. (2) Passo del Corano, LXXVI, 11. (8) Passo del Corano, LXXVI, 21. (4) Dice granelli seguitando l’allegoria degli uccelli che si cibano di grani raccolti qua e là, (5) Passo del Corano, LIV, 55. (6) Le anime umane ricongiunte a Dio e perdute e annientate in Lui. I veli l'appresentano le difficoltà insuperabili per comprendere il mistero dell’Essere universale che è Dio. secondo la dottrina mistica. (7) San Paolo (I Corinth. II, 9) dice: « Le cose che occhio non ha vedute, e orecchio non-ha udite... son quelle che Dio ha preparate a quelli che l'amano ». (8) Gli antichi poeti arabi, innamorati di qualche fanciulla d'altra tribù (qui; gente), solevano andare a far lamenti sui luoghi da essa abbandonati, secondo la vita nomade, e sulle sue tracce (qui; effluyî, fragranza). Qui il poeta adopera questo linguaggio d’amore in senso allegorico e mistico, i — — ——r —_—_————@—@—@mmoc<noinclude></noinclude> hcqbghhthi96sog4ho8ycu2riibjqfx Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/559 108 1032027 3901516 2026-09-18T13:10:47Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901516 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 543 —|}}</noinclude> Che lungi balenò fulgida luce Della sua vicinanza? Lieto viver tu possa in tal connubio, Qual mai non si discioglie, Appo quel che ami, or che del lungo esiglio (1) Il tristo vel si toglie, E ammira tal beltà (2) che, per vederla, De’ suoi fedeli il core Di doglia si spezzò, tanto feimea In lor fiamma d’amore! (dall’arabo di Al-Maqdisi). (1) L'esiglio della vita presente. (2) La bellezza eterna e infinita di Dio,<noinclude></noinclude> 6rvh1jv98g9xf7h9mbh6dbz8psmhkzt Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/560 108 1032028 3901517 2026-09-18T13:10:53Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901517 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 544 —|}}</noinclude><noinclude></noinclude> 9hl4x8kuzfbq8w5tslgzyyw6wiq3w9i Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/561 108 1032029 3901518 2026-09-18T13:10:58Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901518 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 545 —|}}</noinclude>NEGISTRO DEI NOMI Avvertenza. — Nel presente Registro sono notati i nomi soltanto degli Autori dai quali sono stati tolti i passi tradotti, e quasi tutti quelli dei personaggi più illustri. L'articolo arabo al-, Al- (il), prefisso a molti nomi, non è computato nell’ordine alfabetico. Per ciò, a modo d’esempio, 4l-Mas@di non è notato nel presente Registro sotto la lettera A, sì bene sotto la M. Le abbreviazioni, dopo i nomi degli Autori, indicano la lingua in cui ciascun d’essi ha scritto. E così: ar. — arabo; pers. = persiano; sanscr. == sanscrito; ebr. = ebraico; sir. = striaco. Abbassidi, vedi Califfi. Abd al-Latîf (ar.). — Muvaffaq ad-dîn Abd al-Latîf al-Baghdadi, medico di professione, coltivò gli studî geografici e scrisse in particolare delle cose d’ Egitto descrivendone, con artistico entusiasmo, gli antichi monumenti. Era nativo di Bagdad dove morì nel 1231 d. C. AI-Abshîhi (ar.). — Shihàb ad-dîn Ahmed al-Abshîhi, nativo del Cairo in Egitto, morto intorno al 1446 d. C., fu uomo ragguardevole al suo tempo, letterato erudito, autore d’un libro di aneddoti, di racconti, di notizie rare, a scopo di diletto e d’istruzione. Italo Pizzi - Fiori d'Oriente 35<noinclude></noinclude> b7ps8ftsa5ubyiewndp7ds7w6lz53dg Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/562 108 1032030 3901519 2026-09-18T13:11:03Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901519 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 546 —|}}</noinclude> Abù Bekr al-Khuvarizmi (ar.). — Poeta e scrittore di stile ornato, persiano (iranico) di nascita, essendo del Khàrizm (la Chorasmia degli Antichi), autore di lettere in istile molto artificioso. Morì tra il 993 e il 1002 d. O. Alì (ar.). — Alì ibn Abî Tàlib, cugino e genero di Maometto, fu anche uno dei suoi primi seguaci. Contribuì molto a spandere e a propagare l’Islamismo. Dopo la morte del Profeta, aspirava al Califfato, ma il primo Califfo, invece, fu Abù Bekr. Così rimase eseluso da quella dignità fino alla morte di Othmàn, avvenuta nel 656 d. C. Ma si levò contro di lui la fazione siriaca capitanata da Moàviya che fu il primo Califfo Ommiade di Damasco. Dopo mille contese e molto spargimento di sangue, Ali morì di pugnale nel 661 mentre stava pregando nella moschea di Kùfa. Era nato nel 602. Fu bel parlatore, e gli vanno attribuiti molti proverbî e sentenze acute e di gran senso. Alì Safl (pers.). — Scrittore persiano della tarda età della letteratura, figlio del celebre Huseyn Vàaiz (vedi). Resta di lui un libro intitolato: Aneddoti piacevoli intorno a diversi ceti di persone. Fu prigioniero ad Heràt, perseguitato dalla fortuna, finchè trovò ospitalità e protezione, nel 1530 d. C., alla corte d’un principe del Ghargistàn. Al-Asmai (ar.). — Abd al-Melik ibn Qoreyb al-Asmai, celebre grammatico e filologo, profondo conoscitore e raccoglitore delle antiche poesie degli Arabi, strenuo difensore di essi contro i Persiani nella disputa intorno alla supremazia nella cultura. Era della scuola di Bassora, lasciò molti scritti di erudizione, di letteratura, di pietà. Morì nel 831 d. e. Attaàr (pers.). — Ferîd ad-dîn, soprannominato con voce araba Attàr, cioè il profumiere, è uno dei maggiori poeti mistici persiani, nato a Nîshàpùr nel 1119 d. C. Lasciato il fondaco dei profumi, si diede alla vita mistica e alla poesia e compose molte opere, fra le quali è molto singolare il Colloquio degli uccelli, poema mistico, nel quale, sotto l’allegoria degli uccelli che vanno in un lontano e ignoto paese per trovarvi il loro re, al quale<noinclude></noinclude> jwj87j7xwjalvd2mudlj5098ntqgzxx Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/563 108 1032031 3901520 2026-09-18T13:11:08Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901520 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 547 —|}}</noinclude>2 PUT giungono sfiniti dopo um viaggio d’affanni e di pericoli, ogli volle rappresentare il pellegrinaggio dell’anima umana in terra fino a che, dopo il lungo e travaglioso esiglio, si ricongiunge a Dio e si perde in lui, cioè nell’ Essere universale panteisticamente concepito. Serisse pure in versi un Libro di consigli per i giovani asceti e mistici, e un altro poema mistico detto l’Essenza dell’ Essere. È poeta dolce e malinconico, ma troppo, forse, sentimentale e d’una prolissità che eccede i limiti. Morì più che centenario nel 1229 d. C. nella strage che le orde di Gengiskhan fecero in Nîshàpàr quand’ebbero preso questa città. Avesta. — È il nome del libro sacro dei seguaci della dottrina di Zarathustra, cioè Zoroastro, detto anche da noi comunemente, ma erroneamente, Zendavesta. La tradizione lo attribuisce per intero a Zoroastro, mentre pare che appartengano soltanto a questo legislatore e sapiente certi antichi inni, composti in uno speciale dialetto iranico, oscurissimi, d’indole religiosa e morale, detti le Gatha, cioè i Canti. L’Avesta, invece, quale l’abbiamo noi, secondo una redazione fatta nei primi secoli dell'Era volgare, non è che quanto ci è rimasto (essendo composto in gran parte di libri frammentarî, sebbene considerevoli) d’un’ampia e vasta e multiforme letteratura che era una vera enciclopedia che abbracciava tutto il sapere dei tempi anteriori, e però opera di più generazioni, come anche la Bibbia e il Talmad e i Vedi. Quello che ci rimane, va suddiviso in Vendîdad (libro che dà le norme per guardarsi da ogni opera malefica dei Daéèva o de‘monî), in Yagna (libro liturgico, con inni, e con le Gathd), in Vîgpered (raccolta secondaria d’inni e d’invocazioni), in Yasht (inni, di natura quasi epica, alle diverse divi nità, sottoposte al comando supremo di Ahura Mazdào creatore). La lingua n’è il così detto zend o zendo, col qual nome convenzionale si suol designare l’antica lingua iranica (forse una delle tante lingue della Media, alla quale appartiene propriamente il movimento religioso zoroastriano) in cui l’Avesta è stato composto. È una lingua strettamente sorella dell’antica persiana (che è la mie a _ ‘mete dite ele teen<noinclude></noinclude> aje293i6nkxrg1u6yjs27093cn64y8c Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/564 108 1032032 3901521 2026-09-18T13:11:14Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901521 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 548 —|}}</noinclude> lingua di Ciro, di Dario, di Serse), ma non la stessa, come da alcuni erroneamente si crede. Baha ad-dîn (ar.). — Bahà ad-din Muhammed ibn Huseyn Al-Amili visse quasi sempre in Persia e fu consulente legale, in Ispahàn, alla corte di Shàh Abbas. Morì nel 1622 d. C. Scrisse di molti argomenti, giuridici, ascetici, scientifici. Barhebreo (sir. ar.). — Cioè Ab ’1-Farag”, detto Barhebreo (filius hebraei cujusdam), perchè figlio del medico ebreo Aronne, nacque a Malatia nel 1226 d. 0. Il padre erasi fatto cristiano, ed egli da principio fu monaco ad Antiochia e a Tripoli; assunse poi il nome di Gregorio (Gregorius Barhebraeus) quando fu fatto vescovo di Gubos. Fu poi vescovo di Aleppo, indi Primate dei Giacobiti d'Oriente. Scrisse in siriaco, oltre altre molte opere, una celebre Cronaca, preziosa per le notizie che vi si leggono, ch'egli poi voltò in arabo col titolo: Storia delle dinastie. Morì a Meràgha nel 1289. Barmekidi. — Illustre famiglia persiana (iranica), originaria di Balkh nel Khorassàn, così denominata da Barmek, sacerdote zoroastriano, già preposto alla custodia d’un tempio del Fuoco, detto il tempio di Nav-behàr, in Balkh. Abdallàh fu il primo di questa famiglia che si fece musulmano. Regnava allora a Medina il Califfo Othman (644-656 d. C.). Gli Abbàssidi poi trovarono nei Barmekidi i loro ministri più illustri, della gloria e dello splendore dei quali parlano con tanta ammirazione le storie musulmane. Khalid, discendente di Abdallàh, fu ministro del Califfo Al-Mansùr (754-775 d. C.) e precettore di Haàrùn al-Rashîd. Di questo Califfo, invece, fu poi ministro Yahya, figlio di Khalid, quando il Califfato era giunto al colmo della sua potenza e del suo splendore. Fadhl e Giafar, figli di Yahya, ebbero da principio la stessa fortuna; Giafar, anzi, fu l’amico intimo e il compagno di Harùn. Ma poì, nell’ 803, per motivi che ancora non si conoscono bene (tra cui l’amore di Giafar per la bella Abbàsa, sorella di Haràn), questo Califfo fece mo-<noinclude></noinclude> rootfsnputd2y9mxv1wbcuuiqjzwbmt Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/565 108 1032033 3901522 2026-09-18T13:11:19Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901522 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 549 —|}}</noinclude> rire esso Giafar di crudelissimo supplizio e ne ‘condannò all’esiglio e al carcere il vecchio padre e il fratello. S'iniziò allora una fiera e accanita persecuzione contro i congiunti, gli amici, gli aderenti, gli ultimi fedeli di questi potenti decaduti, e di tal persecuzione è un esempio il racconto del libro I, n. 8, per tacer d’altri, di questo volume (Vedi: 7’Islamismo, cap. IV, $ 5). — La storia intelice di Giafar e di Abbàsa ha dettato al raccoglitore del presente volume la novella di Rusceno e di Zerdana, da lui inserita nel suo romanzo orientale: Miro e Naida (canto XIV, 1-145). Benîì. — Voce araba che significa è figli di..., e si trova preposta a molti nomi proprì di persone per indicarne i discendenti, come appunto da noi si dice % figli d'Israele per dire gl’Israeliti. Perciò: i Benî Dhobyan sono i figli, o almeno i discendenti di DhobyAn, che fu il capo d’una tribù araba che da lui ha preso il nome. Valga questo esempio per tanti altri. Bhartrihari (sanser.). — Poeta della più tarda età della letteratura sanscrita, disceso dalla famiglia reale che dominava nella regione di Avanti o di Malava in India, con residenza ad Uggiayini. Disgustato della vita mondana, addolorato della infedeltà della moglie, si ritirò a vita ascetica. Vivendo come penitente nelle selve, compose tre centurie di sentenze in sanscrito, bene adoperato (sebbene al suo tempo il sanscrito fosse lingua morta) pur. con qualche artifizio. Le sue idee filosofiche lo collocano in età assai tarda, forse nel X secolo dell’Era volgare. Vedi, per questo punto, l’ Introduzione premessa alla mia traduzione (Le Sentenze di Bhartrihari, tradotte dal sanscrito, Torino, Tipografia Salesiana, 1899). Al-Bigai («r.).. — Abù ’l-Hasan Ibràhîm Al-Bigfi, scrittore della tarda letteratura araba, morto a Damasco nel 1480 d. C. Un suo libro di novelle e di racconti non è che un rimaneggiamento d’un altro di Abà Bekr alQari del secolo XI. Scrisse altre opere di storia, di. biografia, di genealogia.<noinclude></noinclude> 6fw5a3q4o4av9i8oebj2m6191sgrzvu Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/566 108 1032034 3901523 2026-09-18T13:11:24Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901523 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 550 —|}}</noinclude> Bundehesh. — Con questo nome che in persiano significa 2’Inizio della creazione, si designa un notevole libro della letteratura tradizionale dei Pàrsi (i seguaci di Zoroastro rimasti fedeli ‘alla loro religione dopo che la Persia, nel VII secolo di C., si fu fatta musulmana), che è come una enciclopedia cosmografica, geografica, zoologica, naturalistica, con prevalente carattere religioso. Si appoggia, in generale, all’autorità dell’Avesta (vedi), ma anche ad altri documenti ora perduti e che dovevano essere antichi. È scritto in pehlevi o pehlevico (vedi), che fu la lingua iranica del Medio Evo persiano; ma l’ultima compilazione o redazione (se ne conoscono due) n’è assai recente, forse dell’ XI o XII secolo d. C. Califfi. — Il nome Califfo (arabo Khalifa, successore) designa la maggior autorità e dignità spirituale e temporale che abbiano i Musulmani, quella di successore del loro profeta e legislatore Maometto. Il Califfo era principe spirituale e temporale, signore assoluto di tutti i fedeli, capo della religione, supremo sacerdote, primo capitano delle milizie, designato anche, dal tempo. di Omar secondo Califfo (634-644 d. C.), col titolo di Amr al-Muminîna, cioè di Principe dei credenti. Alla morte di Maometto, avvenuta nel 632, sebbene Alì, genero di lui, aspirasse al Califfato e vi avesse molti partigiani, fu eletto in sua vece Abù Bekr. Erasi allora a Medina, e di la i due primi Califfi, cioè Abù Bekr e Omar ibn al-Khattàb, intesero ad ampliare il recente Impero musulmano. che, al loro tempo, s’aggiunse non pure tutta l’Arabia, ma anche la Palestina, la Siria, la Mesopotamia, la ‘Persia, l’Egitto. Il regno dei tre primi Califfi, Abù Bekr, Omar, Othman (complessivamente 632-656 d. C.), è detto il tempo patriarcale del Califfato di Medina per ]a semplicità della vita, dell’amministrazione, del governo. Omar tuttavia seppe dare all’ Impero una vera forma amministrativa, giovandosi di ufficiali bizantini e di persiani, pratici dei modi di governo. Alla morte di Othmàn, assassinato nel 656, fu eletto Califfo Alì; ma egli non seppe nè frenar<noinclude></noinclude> tqb1dktrif48jf31jifdi2urb4fl7kk Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/567 108 1032035 3901524 2026-09-18T13:11:29Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901524 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 551 —|}}</noinclude> le passioni scatenate, nè tener fronte alla fazione prepotente di Siria, capitanata da Moaviya. Fu pugnalato nella moschea di Kùfa nel 661, e Moaviya, intanto, si proclamò Califfo a Damasco che d’allora in poi, cioè fino al 750, fu la sede del Califfato. I Califfi di Damasco furon detti Ommiadi da Omeyya da cui discendevano, e Omeyya ibn Abd al-Shams apparteneva ad un ramo laterale della famiglia di Maometto; ma, più che capi spirituali o pontefici, furono veri capi militari, e il Califfato, sotto di loro, una vera monarchia di soldati. Ebbero da domare ribelli e dissidenti, fra cui i partigiani di Alì (detti gli Shiiti) appiattati in Kiùfa, e uno dei più pronti e destri in ciò fu il Califfo Abd al-Melik (685-705). Del resto, furon tutti brutali, dati al vizio, poco zelanti della religione, eccetto Omar ibn al-Azîz, Califfo dal 717 al 720, che invano si provò a ripristinare la fede e l’austera vita d’un tempo. Ma poi, nel 750, un’altra fazione, quella degli Abbassidi (così chiamati da Abbàs zio di Maometto), tolse il regno agli Ommiadi, trasportò la sede del Califfato a Bagdad che ebbe allora appunto il suo principio, e il primo di essi fu Abdallàh Abù ’LAbbàs soprannominato al-Sa/fah che in arabo significa è sanguinario. Il tempo degli Abbàssidi che durò fino al 1258, quando i Mongoli entrarono in Bagdad vincitori, va segnalato per ciò che i Califfi di capi militari che erano, si fecero più solleciti delle cose della religione e anche della cultura con prevalenza di elementi persiani. Fu quello, anzi, il tempo del maggior splendore di quella cultura che noi erroneamente chiamiamo araba e che invece dovrebbe dirsi musulmana (perchè non tutti i Musulmani erano arabi), venuta dalle scuole greche di Alessandria, di Antiochia e di Pergamo, alle scuole siriache di Nisibi e di Edessa e da queste a Bagdad, dove si coltivò più la filosofia che la religione, si amò più la scienza che la fede, con grandissimo scandalo degli ortodossi. Fu quello appunto il tempo del fiorire delle sette filosofiche d’ogni genere, tutte o quasi tutte impregnate di panteismo, accanto al culto delle scienze esatte e delle naturali. Allora, al fianco del Califfo<noinclude></noinclude> ki5af7keab4ub5xcc0tha58m7elrtj9 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/568 108 1032036 3901525 2026-09-18T13:11:34Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901525 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 552 —|}}</noinclude>= Soon— fu posto il grado di Visir o ‘ministro, e.i più illustri ministri degli Abbassidi furono i Barmekidi (vedi). Tra questi Califfi poi vogliono essere ricordati in modo speciale, per la gloria, la fortuna, la potenza, le opere fatte in pro della cultura, Al-Mansùr, Harîîn al-Rashîd (vedi), Al-Mamùn, per tacer d’altri. Intorno al X secolo, il Califfato cominciò a declinare, mentre in Persia, in Siria, altrove, sorgevano a’ suoi danni potenti e illustri case principesche, finchè, nel 1258, ebbe il colpo di grazia, come di sopra abbiam detto. Ma un fuggiasco degli Ommiadi, Abd al-Rahmàn, giungeva in Ispagna già stata prima conquistata all'Impero musulmano, e nel 756 vi fondava una dinastia novella che impropriamente fu detta dei Califfi Ommiadi di Spagna. Durò fino oltre il 1000. Anche l’Egitto e l'Africa, dopo aver lungamente avuto principi di case diverse, più o meno dipendenti da Damasco e da Bagdad, ebbero Califfi proprî nei Fatimidi, detti così perchè discendevano da Fàtima, la figlia di Maometto andata sposa ad Alì. Per questa ragione affettaron sempre assoluta autorità e libertà di comando, incominciando col. primo di essi che fu Obeyd Allah, nel 909, e andando fino al 1171, nel quale anno la signoria d'Egitto passò nelle mani del grande Saladino della casa degli Ayy@biti. Il Califfo Fàtimide Al-Hàkim fu, se non il più illustre, il più rinomato della sua casa. Vedi, intorno a questo misterioso personaggio, il n. 12 del libro I. Capitoli dei Padri (ebr.). — Si chiama così (ebr. pirgé AbROth, lat. Capita Patrum) una breve ma bella raccolta di sentenze, tutte di genere morale e religioso, aggiunta alla quarta parte della Mishna nel Talmad, e le sentenze son poste in bocca ora a questo ora a quello di molti dei dottori ebrei del tempo che di poco precede all’ Era volgare e di poco le conseguita. Corano (ar.). — Con questa voce che in arabo suona quran e significa lettura, si designa il libro sacro dei Musulmani, il loro codice sacro legislativo e religioso, rivelato, secondo essi, a Maometto profeta da Dio stesso per mezzo dell’Arcangelo Gabriele. Non è libro che sia prrtrno (APC RO STR LE<noinclude></noinclude> gigdqn3vt3hl00epzgfq6ia5vjyd72g Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/569 108 1032037 3901526 2026-09-18T13:11:40Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901526 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 553 —|}}</noinclude>I — 553— Stato composto secondo un disegno prestabilito e tutto di seguito e secondo un dato ordine di materie o argomenti trattati, sì bene come a frammenti, s'intende a più riprese, ogni qual volta l’Arcangelo. parlava al profeta. Quindi ogni sua s@ra o capitolo (sono in tutto centoquattordici) corrisponde ad una data rivelazione, ad ogni singolo colloquio, per così dirlo, dell’Arcangelo stesso con lui. Questi capitoli, finchè Maometto fu vivo e anche nei primi anni dopo la sua morte avvenuta nel 632 d. C., furon tenuti a mente dai suoi primi seguaci, alcuni anche furono seritti rozzamente su pietre liscie, su scapole di montoni, su foglie di palma. Ma poì si sentì ben presto il bisogno e la necessità non solo di trascriverle, ma anche di riordinarle, e tale commissione fu data all’amico e segretario di Maometto stesso che fu Zeyd ibn ThAbit, e a due altri pii e fedeli musulmani. Questi redattori si tracciarono e seguirono un metodo tutto loro particolare! Misero innanzi tutti i capitoli più lunghi (alcuni di qualche centinaio di versetti) e dopo questi i più brevi (quelli che ne constano di due, di tre, di quattro), non badando punto all’ordine loro cronologico, il quale invece fu ristabilito, per congetture ingegnose, dai nostri studiosi di cose arabiche e musulmane. Per queste ricerche s'è potuto stabilire che i capitoli del Corano vanno disposti in due serie, in una meccana, perchè recano la data dalla Mecca, e in una medinense, perchè recano quella di Medina dopo che Maometto, fuggito dalla Mecca nel 622, trovò rifugio e accoglienza in questa città. Questa distinzione è antica, rimonta anzi al tempo della composizione Stessa dei capitoli, ed è pur stata mantenuta da Zeyd e dai suoi compagni di redazione. Ma lo stabilir l’ordine cronologico dei capitoli meccani e dei medinensi, fu tutto lavoro e frutto dell'indagine dei dotti europei. Non possiam venire a maggiori particolari; e però diremo soltanto che i primi capitoli, quelli della Mecca, fanno conoscere con la loro brevità, concisione, foga ed entusiasmo, l’uomo che, invasato d’una nuova e potente idea, la va annunziando e predicando a’ suoi; laddove quelli di Medina,<noinclude></noinclude> 6h7onsoq1u2cx545k7shmpdg65op76k Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/570 108 1032038 3901527 2026-09-18T13:11:45Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901527 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 554 —|}}</noinclude> più posati e tranquilli, lunghi, con tante parti legislative a modo di codice civile e religioso, mostrano l’uomo venuto alle prese con gli avversarî suoi, che disputa con essi, che loro contrasta il terreno, e, impensierito più degli affari della terra che di quelli del cielo, dà disposizioni legali più che ammonimenti religiosi. Ciò s’intende nel caso generale, perchè nel particolare questa osservazione va non di rado modificata. Dinar. — Moneta del valore di circa dieci lire delle nostre. La voce è d’origine latina, denarius. Dirhem. — Moneta del valore di circa una lira delle nostre. La voce è d’origine greca, drachme. Firdusi (pers.). — Abî ’1-QAsim Firdusi è il maggior poeta persiano e uno dei maggiori poeti del mondo. Visse dal 940 al 1020 d. C. Oltre le notizie date di lui al n. 15 del I libro, si noti che nel suo immortale poema, il Libro dei Re, egli raccolse e versificò, su antiche compilazioni, tutta quanta la storia mitica, eroica, leggendaria di Persia, con una parte di romanzesco e di storico misto al romanzo nelle storie particolari di Iskender (Alessandro Magno) e dei Sassanidi che regnarono in Persia dal 226 al 650 d. C. La gran guerra secolare fra gl’ Irani (Persiani) e i Turani (i popoli barbari dell’alta Asia), con infiniti casi e vicende, con infiniti atti di valore degli eroi, fra i quali Rustem, il gran campione de’ suoi IRE) vi è narrata con un'arte che rivaleggia con quella di Omero e con una fantasia degna dell’ Ariosto. Del Libro dei Re ha fatto una traduzione intera in prosa francese Giulio Mohl. Traduzioni parziali in versi tedeschi sono quelle dello Schack e del Riickert. Una traduzione di tutto quanto il poema in versi italiani è stata procurata dal raccoglitore del presente volume e data fuori a Torino tra il 1886 e il 1889. Giami (pers.). — Nùr ad-dîn Abd al-RahmAn, nativo del villaggio di Giàm nel Khorassàn e perciò detto Giàmi,<noinclude></noinclude> fs9r90uij1qisl8az92831y8tf721l1 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/571 108 1032039 3901528 2026-09-18T13:11:50Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901528 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 555 —|}}</noinclude> fa l’ultimo poeta persiano degno di questo nome. Scrisse molte opere in verso e in prosa, di soggetto morale, educativo, mistico, aneddotico, e cinque poemetti misticoromanzeschi. L’opera sua più conosciuta è il Giardino di Primavera, con aneddoti storici, biografie, favole, scritta con iscopo educativo e istruttivo. Visse ad Heràt alla corte dei discendenti di Tamerlano, e morì nel 1492 d. C. Hafiz (pers.). — Shams ad-dîn Muhammed Hafiz, il maggior lirico persiano, paragonato per la grazia e i soggetti trattati (vino, rose, amori) ad Anacreonte, e per la vibrata sobrietà e fina eleganza ad Orazio, imitato dal Goethe, nacque a Sciraz in Persia al principio del XIV secolo. Visse sempre solitario, nè volle accogliere mai inviti di principi che lo volevano alle loro corti. Tamerlano lo trattò e onorò con molta considerazione quando, nel 1388, passò da Sciraz. Risparmiò anzi la città in riguardo di lui. Morì l’anno appresso toccando gli ottant'anni. Un. capitolo della nostra Storia della Poesia persiana (il quarto) è interamente consacrato a lui e a Saadi, Rimandiamo a quel capitolo chi desiderasse più diffuse notizie. Al-Hamavi (@r.). — Abù ’1-Mahàsin Tagî ad-dîn... al-Hamavi, nato a Hamàt di Siria, mercante da giovane, datosi poi agli studî, occupò alti ufficì al Cairo. Fu autore di pregevoli opere di vario genere, poetiche e in prosa ornata, e di retorica. Morì in patria nel 1434 d. C. Harùn al-Rashid. — Celebre Califfo Abbasside, soprannominato al-Rashid, cioè il giusto, regnò dal 786 all’ 809 d. C. Ebbe grandi virtù, ma si macchiò anche di gravi colpe, fra le quali lo sterminio dell’intera famiglia dei Barmekidi (vedi) che aveva dato agli Abbassidi i suoi ministri più illustri. Promosse la cultura. Mandò un’ambascieria, con ricchi doni, a Carlo Magno in Francia. Huseyn Vaiz (pers.). — Kamàl ad-din Huseyn ibn Alî ’l-Vaiz, nato a Sebzvàr in Persia, visse tranquillamente ad Heràt dedito agli studî e alle opere pie. Morì nel 1504 d. C. Ridusse in prosa ornata persiana, tramezneri ge? id er reeg<noinclude></noinclude> ec3m87lf7sgart25ypht98yciepar9n Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/572 108 1032040 3901529 2026-09-18T13:11:55Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901529 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 556 —|}}</noinclude> zata di molte poesie, ma anche con superftuo sfoggio di stile fiorito, riuscendo tuttavia quasi sempre elegante, il vecchio libro di Kala e Dimna, trasformazione arabopersiana del Panciatantra (vedi), sotto il titolo Gli splendori del Canopo. Ibn. — Questa voce araba, tanto frequente nei nomi proprî, significa figlio. Per esempio: Al ibn Misa, significa Al» figlio di Masa, e così di seguito. Ibn Abdirabbihi (ar.). — Abà Omar Ahmed ibn Abdirabbihi era nativo di Cordova in Ispagna e liberto degli Ommiadi di là. Fu poeta, letterato ed erudito, e l’opera sua principale è la Collana senza pari, che è un’ Antologia divisa in venticinque capitoli, ciascuno dei quali porta il nome d’una pietra preziosa, onde si forma la collana. Vi si leggono storie, aneddoti, sentenze, detti arguti, narrati ed esposti con intenti morali. Ibn Abdirabbihi morì nel 940 d. e. Ibn al-Anbari (ar.). — Shams ad-dîn Muhammed ibn al-Anbari, della metà del secolo XIII d. C., fu autore d’un’opera storica e aneddotica. (Così la Ohrestomathia arabica dei PP. Durand e Cheikho, pag. 334). Ibn Arabshah (ar.). — Abà ’I-Abbàs Ahmed ibn Arabshàh, nativo di Damasco, donde, essendo in età di otto anni, nel 1400: d. C. fu trasportato prigioniero a Samarcanda con tutta la famiglia quando Tamerlano vi entrò con tutte le sue orde, studiò teologia e filosofia, viaggiò molto e tornò poi in patria per attendervi alla composizione delle sue opere. Morì al Cairo nel 1450 incarcerato per sospetti da quell’Emiro. Lasciò una Vita di Tamerlano e un libro di racconti, di aneddoti, di apologhi, in istile molto artificioso, detto Frutto per i potenti e divertimento per gl’intelligenti, che è un rimaneggiamento in arabo dell’opera persiana il Libro di Merzban di Veràvîni (vedi). Ibn Batùta (ar.). — Abà Abdallàh Muhammed... ibn Batdta, celebre viaggiatore arabo, nativo di Tangeri, morto a Fez di Marocco nel 1377 d. C. Percorse l’Egitto,<noinclude></noinclude> o5ljkbwj6byogy37yy8ryxwn57z1wsv Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/573 108 1032041 3901530 2026-09-18T13:12:01Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901530 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 557 —|}}</noinclude> l’Arabia, la Persia, l’Asia Minore, la Russia Meridionale, il Khorassàn, l’India, il Ceylan, la Cina. Tornato a Tangeri, vi scrisse il racconto de’ suoi viaggi in un’opera che s’intitola Dono per quelli che voglion conoscere e 0sservare le cose nuove e strane delle diverse regioni e le meraviglie dei viaggi. La descrizione n’è interessantissima, essendo un bel quadro, pur con qualche monotonia, del l'Oriente nel secolo XIV. Il Defrémery e il Sanguinetti ne hanno pubblicato a Parigi (1869-1879) il testo arabo, accompagnato da una bella traduzione francese. Ibn Bîbi (pers.). — Nasir ad-dîn Yahya, scrittore persiano della fine del XIII secolo, più noto sotto il nome di Ibn Bibî o Ibn Bibi-munaggimeh, cioè il figlio della dama indovina, compose, in istile ricercato e gonfio, gli Annali dei Sultani Selgiîgidi di Iconio nell’ Asia Minore che regnarono dal 1192 al 1280 d. O. Ibn Habîb al-Halabi (ar.). — Badr ad-dîn Muhammed ibn Habîb al Halabi, nativo di Damasco, fece gli studì ad Aleppo, al Cairo, ad Alessandria. Fu occupato in pubblici ufficì presso diversi dignitarì. Morì ad Aleppo nel 1377 d. O. Compose opere storiche, e una anche, la più celebre, di genere allegorico e morale, V’Alito dello zefiro, con descrizioni in prosa rimata, con poesie intercalate, di cose della natura e della vita umana, con significato morale e filosofico. Ibn Khallikan (ar.). — Shams ad dîn Abù’LAbbàs... ibn Khallikàn, fu letterato erudito, nativo di Arbela, discendente dalla famiglia illustre dei Barmekidi (vedi), e però soprannominato anche al-Barmaki. Occupò alti ufficî pubblici, e fu giudice supremo di Siria con residenza @ Damasco. In età avanzata, per falsi sospetti fu sostenuto in carcere. È autore d’una preziosa opera biografica: Libro della morte degli uomini illustri e notizie dei contemporanei. Morì nel 1282 d. O. Ibn Qoteyba (ar.). — Abà Muhammed Abdallàh ibn Qoteyba, celebre grammatico e storico, scrisse di molti argomenti e anche di filosofia e di teologia, 6 difese la tradizione musulmana contro i razionalisti. Prevale tut-<noinclude></noinclude> e21zls1owg0hsaw1puaphs07i2maiji Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/574 108 1032042 3901531 2026-09-18T13:12:06Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901531 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 558 —|}}</noinclude> tavia in lui l’erudizione. Fu giudice a Dînaver in Persia, insegnò pubblicamente a Bagdad, dove morì nell’889 d. C. Al-Isbahani (ar.). — Abù ’1-Farag” al-IsbahAni, dotto scrittore persiano, essendo nativo d’Ispahàn in Persia, ma oriundo d’Arabia, fu benemerito della storia del paese dei suoi maggiori. Sotto il titolo di Libro delle canzoni, raccolse antiche tradizioni e racconti storici e leggende, con resti di antiche poesie, del tempo degli Arabi anteriore a Maometto, venendo fino ai primi tempi degli AbbAssidi. È opera molto istruttiva per le memorie e piacevolissima per la singolare novità delle cose narrate. Al- Isbahani morì nel 967 d. C. Al-Itlîdi (ar.). — Muhammed Diyàd ‘al-Idliai, del XVII secolo, scrisse intorno al 1688 una storia dei Barmekidi e degli Abbassidi alquanto romanzesca. Kalila e Dimna, vedi Panciatantra: Kemal ad-dîn al-Halabi (ar.). — Nacque ad Aleppo, di cui scrisse la storia e dove ebbe grado e ufficio di giudice. Quando i Tatari, nel 1260 d. C., ebbero presa Aleppo, fuggì in Egitto. Ma Hùlagî lo richiamò in Siria dove lo fece giudice supremo, sebbene per breve tempo. Kamal ad-dîn morì al Cairo nel 1262 d. O. Nella sua Storia di Aleppo, egli parla anche dei Crociati (Letteratura araba, cap. VIII, $ 8). Libro dei Re, vedi Pirdusi. Mahabhàrata (sanser.). — È il gran poema sanscrito (sterminato nella sua mole, compilazione di diversi tempi, ma attribuito a Vyàsa) che narra le vicende della gran guerra per il possesso del regno tra le due case principesche e consanguinee dei Pàndhuidi e dei Kuruidi, finita con lo sterminio di questi ultimi. Uno degli episodî più insigni del gran poema è la Bhagavad-gîtà, cioè il Canto del Beato. (Krishna), del. quale si è fatto un cenno in una, nota al n. 27 del libro V. Il Prof. Michele Kerbaker, geniale traduttore in ottave ariostesche di gran parte del<noinclude></noinclude> izznkpmpg0rc641tvvto15p80ekgn84 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/575 108 1032043 3901532 2026-09-18T13:12:11Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901532 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 559 —|}}</noinclude> Mahdbharata, ha dato fuori, molti anni fa, un bel saggio di una sua traduzione in robusti versi sciolti della Bhagavad-gîtà della quale altro. traduttore è il Prof. Oreste Nazari. Traduttore felice di gran parte, ma in prosa, e compendiatore del Mahabharata è pure il Prof. Paolo Emilio Pavolini. Mahmîd Ghaznevide. — Figlio di Sabuk-teghîn (uno schiavo turco ai servizî dei principi SàmAnidi che nel IX secolo regnarono nel Khorassàn), fondatore della potenza dei. Ghaznevidi, così detti perchè Ghazna era la loro residenza, signore dell’Iran orientale, conquistatore dell’India, protettore dei poeti. Morì nel 1030 d. C. lasciando il regno ‘al figlio Masùd che però non ebbe nè l’ingegno nè la fortuna di lui, sì che la potenza dei Ghaznevidi incominciò presto a declinare rapidamente. Alla corte di Mahmîùd, visse e poetò Firdusi (vedi). Maometto (ar.). — Cioè Muhammed figlio di Abdallah, nato alla Mecca nel 570 d. C., morto a Medina nel 632, detto l’Eletto, l’Apostolo di Dio, il Profeta, è il fondatore della religione musulmana, o Islamismo, il cui codice sacro è il Corano (vedi). La sua vita si legge in tutte le storie e in ogni manuale di storia, e però rimandiamo a quei libri chi desiderasse in proposito notizie più diffuse. Al-Magdisi (ar.). — Izz ad-din Abd al-Selàm ibn GhAnim al-Magdisi, morto intorno al 1279 d. C., fu uomo di grande pietà e fecondo scrittore, in istile ornato e artificioso. Fra le molte sue opere, va segnalata in parti colare quella che s'intitola Spiegazione di misteri secondo ‘il parlare e il sentenziare di uccelli e fiori, in cui le qualità e le proprietà degli uccelli e dei fiori sono ricordate e descritte è addotte in prova dell’esistenza e della sapienza del Creatore. Al-Maggari (ar.).. — Abù ’1-Abbàs al-Maqgari, storico della tarda letteratura araba, era nativo di Tilimsan (Tlemsen) nel Marocco. Fece gli studî a Fez. Viaggiò molto visitando la Mecca e Medina, il Cairo e Gerusalemme. A Damasco insegnò con molto plauso scienza tradizionale. Morì nel 1631 d. C. Scrisse una Storia di Spagna<noinclude></noinclude> g021nuw656zksnvxgmear75rjzs4lxk Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/576 108 1032044 3901533 2026-09-18T13:12:17Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901533 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 560 —|}}</noinclude> intitolata: Olezzo aromatico del ramo della fresca Andalusia, e altre opere. Al-Masîidi (ar... — Abù ’l-Hasan Ali al-Masùidi fu celebre storico, geografo ed erudito, nativo di Bagdad. Viaggiò molto, studiò molto procacciandosi cognizioni vastissime che l’aiutaron poi nella composizione delle sue grandi opere storiche e geografiche, delle quali la più nota è quella che ha per titolo Praterie d'oro e miniere di gemme (Edizione di Parigi, 1861-1877, testo arabo con traduzione francese di C. Barbier de Meynard e Pavet de Courteille). É una grande enciclopedia storica, il cui nocciolo principale è la storia dei CalifA, con molte altre notizie biografiche, letterarie, scientifiche, d’usi e di costumi, di filosofia. Morì al Cairo nel 956 d. 0. Al-Menîfi (ar.). — Abî ’1-Abbàs Ahmed al-Mentifi, storico, nativo del Cairo, esercitò in patria l’ufficio di giudice. Morì nel 1527 d. C. Mille e una notte (ar.). — È il notissimo libro che va ancora da noi, benchè non integro e non quale è veramente, tra le mani del popolo. Proviene, nello schema originale, da un libro persiano detto Ze Mille Fiabe, che alla sua volta per una trafila pehlevica discende da un originale sanscrito (1). Ma le molte narrazioni che vi si leggono, provengono da diverse fonti. Alcune sono di origine indiana e vanno segnalate per certa finezza e buon gusto. Altre vengono da Bagdad, e v'ha gran parte il celebre Califfo Harîn al-Rashîd, a cui si attribuiscono mille casi e mille avventure. Altre sono d’origine egiziana, e sono o racconti con fatti e cose meravigliose (anelli incantati, talismani, magie) o racconti d’avventure e d’imprese di noti furfanti. Vi si trovano inseriti, inoltre, due romanzi, quello marinaresco di Sindibàd (del quale abbiam dato un passo nel n. 11 del libro III), e quello cavalleresco di Omar al-Noman. Le novelle e le favole son raccontate, in (1) Vedi, intorno al racconto fondamentale delle Mille e una nolte e all'origine sua dall'India, i dotti articoli del Pavolini e del Rajna nel Vol. XII del Giornale della Società Asiatica Italiana (Firenze).<noinclude></noinclude> 2lc2vhutb9bz138xmv6psxj8mh0ctpc Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/577 108 1032045 3901534 2026-09-18T13:12:22Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901534 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 561 —|}}</noinclude>e 1001 notte, dalla bella ShehrezAde ad un re di Persia. È libro popolare a cui hanno lavorato insieme tanti autori ignoti, in tanti secoli, dall’origine indiana fino all’ultima sua compilazione che è piuttosto recente. Mîrkhondi (pers.). — Storico persiano, propriamente Muhammed ibn Khavend-shàh, d’una famiglia di Bukhàra, vissuto gran tempo ad Heràt alla corte di quei principi che discendevano da Tamerlano, protetto in particolare da uno di essi, Alì Shîr, che era anche poeta. Morì intorno al 1504 d. C., e lasciò una grande compilazione storica universale, detta & Giardino puro, che abbraccia tutti gli avvenimenti umani, dalla creazione del mondo fin quasi ai tempi dell'Autore. Muhammed al-Dakdagi (ar.). — Poeta d’età assai recente, nativo del Khorassàn nell’Iran orientale. Imitò i poeti del bel tempo della letteratura araba. Visse molto stimato a Damasco e morì nel 1714 d. C. (Magiani ’l-adab, Comment. II. pag. 554). Al-Mustasimi (ar.). — Gemal ad-dîn Yaqùt al-Mustasimi fu celebre calligrafo e Autore d’un’Antologia di racconti, di poesie, di facezie, di sentenze. Morì a Bagdad nel 1298 d. O. Al-Mutanabbi (ar.). — Abù ’1-Tayyib fu soprannominato Al-Mutanabbi, cioè colui che si è fatto profeta, perchè volle fondare una nuova religione, ma non riuscì. Nacque in Kifa nel 905 d. C. e fu il più illustre poeta del tempo degli Abbassidi, benchè molto manierato e concettoso. Visse a diverse corti e in particolare a quella di Aleppo, protetto dal principe Seyf al-Davla della casa degli Hamdanidi di cui celebrò le lodi. Morì ucciso da malandrini nel 965. Al-Navagi (ar.).. — Muhammed ibn Hasan al-Navagi, del Cairo, fu maestro di giurisprudenza in patria, scrittore fecondissimo, specialmente di aneddoti, di racconti, riferentisi a diversi ceti di persone, raccolti da diverse fonti, e autore di poesie lodate al suo tempo. Morì nel 1455 d. C. Italo Pizzi - Fiori d'Oriente 36<noinclude></noinclude> ijjp852x6aj86p07kk5a8hg0dbb5g0u Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/578 108 1032046 3901535 2026-09-18T13:12:27Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901535 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 562 —|}}</noinclude> Nizami (pers.). — Nizàm ad-dîn Ab Muhammed Nizàmi, poeta persiano, il principe dei poeti romanzeschi di Persia, nacque a Gangia nella provincia di Arràn. Sebbene invitato più volte a corte dai Selgiùgidi e da altri principi, condusse vita tranquilla e solitaria, dedito alle opere di: pietà e alla composizione delle sue opere poetiche. Queste sono cinque poemi che, uniti, formano i Cinque tesori onde S'intitolano, e dei quali quattro sono romanzeschi e l’altro è mistico. I quattro sono: Xhusrev e Shîrîna (tenera storia persiana d’amore); le sette Beltà (Storia degli amori di Behràm re di Persia con sette principesse; abbiamo qui il germe dell’ Ameto del Boccaccio; vedi, perciò, la Storia della Poesia persiana, cap. IX, 86-87); Meg’n0mn e Leyla (appassionata storia d'amore araba; vedi il n. 16 del libro II.); il Libro di Alessandro (storia romanzesca del gran conquistatore, trasformazione persiana del romanzo greco del Pseudo-Callistene). Il quinto poema, mistico, religioso, morale, è detto è. Tesoro dei misteri. Nizàmi, poeta di valore, ma stentato e già artificioso, morì in patria nel 1202 d. 0. Nizam al-Mulk wers.). — Con questo nome che in arabo significa l’ornamento del regno, viene designato Abù Alî Hasan, il celebre ministro di Alp-Arslàn prima, e poi di Melik-shàh, principi Selgiùgidi, il cui regno si stese a tanta parte d’Asia tra l'XI e il XIII secolo d. C. Fondò un celebre collegio a Bagdad. Morì nel 1098 fatto pugnalare, per sospetti, dallo stesso Melik-shàh che gli era stato discepolo e di cui era stato ministro. Serisse un libro di politica intitolato i Libro di Governa. Omar Ibn al-Khattab. — Celebre Califfo, secondo di quelli di Medina, costitutore primo dell'Impero musulmano. Regnò dal 634 al 644 d. C. Vedi Califfi. Omar Khayym (pers.). — Abù ’1-Fath Omar ibn Ibràhîm al-Khayyàm algebrista e poeta scettico persiano, le cui quartine sono intese a proclamar vana ogni fede, ogni religione positiva, a trattar come fola da ragazzi la vita futura e a satireggiare le brutture e le ipocrisie tutte vetrinirin<noinclude></noinclude> 1dttkizk1hr8zw4my3uahn4gwetute4 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/579 108 1032047 3901536 2026-09-18T13:12:32Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901536 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 563 —|}}</noinclude> lei bacchettoni. In. esse, egli inneggia al vivere lieto e libero tra gli amori e i piaceri, del vino in particolare, sotto i quali nomi, invece; si devono intendere la dottrina mistica, libera da ogni pastoia di ortodossia, e nell’amore l’amore di Dio stesso al modo mistico e panteistico. Omar Khayyàm era della città di Nîshàpàr nell’Iran orientale. Visse fra gli studî e sotto il regno di Melik-shàh dei Selgiùgidi fece importanti osservazioni astronomiche, correndo l’anno 1074. Lasciò anche un trattato d’algebra in arabo, stato pubblicato a Parigi dal Woepke. Morì nel 1123: Le sue quartine furon pubblicate a Parigi dal Nicolas con traduzione francese; e si trovano traduzioni ‘intere 0 parziali, tedesche e inglesi, dell’Hammer, del Fitzgerald, dell’Hart. Anche il raccoglitore del presente volume ne ha tradotte sessanta in versi italiani, inserite nella Storia della Poesia persiana, (vol. I, pag. 280 e segg). Ommiadi, vedi Catiff. Panciatantra, vedi Vishnusarman; Pehlevica. — È la lingua iranica (persiana) usata in tutto il Medio Evo persiano (III-VIII secolo d. C.), nella quale fu scritta quasi tutta la letteratura tradizionale dei seguaci di Zoroastro, di natura religiosa, conservataci in parte. Vi furono anche storie, romanzi e libri dottrinali profani ora perduti, ma.pervenutiei in parte nei posteriori rifacimenti arabi e persiani. I Persiani invece, con la voce pehlevì (pehlevico), sogliono designare (erroneamente però) l’antica lingua dî Persia, Al-Qazvîni (ar.). — Zakàriyya ibn Muhammed' alQazvîni, celebre cosmografo e scrittore di cose naturali, la cui opera: le Meraviglie delle cose create e i monumenti dei paesi, è un vero monumento di sapere ed i dottrina. Alcune teoriche moderne, come quella del periodico mutarsi dei continenti, vi sono già preannunziate e bellamente adombrate (7’ Islamismo, cap. VI, $ 6). Era di Qazvîn nell’Iran settentrionale. Visse a Damasco, fu magistrato in diverse città della Mesopotamia, e morì nel 1283 d. 0.<noinclude></noinclude> oqny1ynltmkerhqdh5rf79z4s05mp70 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/580 108 1032048 3901537 2026-09-18T13:12:38Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901537 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 564 —|}}</noinclude>Al-Qolyibi (ar.). — Shihàb ad-dîn Ahmed.... alQolyùbi era nativo d'Egitto. Fu medico di grido. Scrisse di molti argomenti, in particolare di medicina, e un’opera di aneddoti storici, piacevolezze, facezie e simili. Morì nel 1659 d. C. Ramdyana, vedi Valmiki. Rùmi (pers.). — Gelal ad-dîn Rùmi fu il maggior poeta mistico persiano, autore della Cobla spirituale, lungo poema mistico che è come il codice di tutta la teologia mistica orientale. È prolisso e monotono, ma pieno di sentimenti di profonda pietà e bontà. Resta di lui anche un Canzoniere in cuì egli, con compunzione e devozione grandissima, canta l’amore mistico dell'anima umana che sospira a Dio. Era nativo di Balkh nell’ Iran orientale, d’illustre famiglia, ma visse lungamente ad Iconio nel regno di Rîm (detto perciò al-Rîmi) nell’Asia Minore, alla corte dei Selgifigidi, dove da principio insegnò giurisprudenza. Si ritirò poi a vita penitente, dato alla filosofia mistica, e morì nel 1278 d. O. Saadi (pers.). — Muslih ad-dîn Saadi, celebre poeta persiano che, con Firdusi e Hafiz, forma la triade dei più illustri poeti di Persia. Nacque a Sciraz nel 1184 d. C., fece gli studî a Bagdad nel collegio nizàmiano (vedi Nizam al-Mulk), viaggiò per quasi tutta la vita che fu di più che cent'anni, incontrando mille casi e mille avventure, e morì nel 1291. Fu sepolto nel suo giardino prediletto alle porte di Sciraz dove si vede tuttora il suo monumento. Scrisse molte opere per la maggior parte in versi, di soggetto morale con novellette e aneddoti intesi a dichiarar le cose esposte; ma la più bella e pregiata ne è indubbiamente él Roseto (pers. Gulistàn) per la sobrietà e bellezza del dettato e più ancora per il fino e sano buon senso che tutto l’anima, scritto in prosa e intramezzato di versi elegantissimi. Il Prof. Gherardo De Vincentiis ne ha pubblicato a Napoli, nel 1873, un bel saggio di traduzione, e il raccoglitore del presente volume, nella<noinclude></noinclude> eblvphzii17728x0huagb9y87n5ewxt Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/581 108 1032049 3901538 2026-09-18T13:12:43Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901538 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 565 —|}}</noinclude> sua Storia della Poesia persiana (cap. IV), ha pur dato non pochi passi, da lui tradotti, di questa e di altre opere di Saadi. Scienza tradizionale Musulmana. — È questa, all’ingrosso ein breve, quella scienza tutta musulmana su cui poi fu fondata in gran parte la giurisprudenza dei Musulmani. Il Corano, per essi, è la vera legge, ma di Maometto si sono anche conservati per tradizione molti detti e sentenze che hanno autorità di legge per molti casi o rituali o penali o di qualunque natura legale che nel Corano non si trovano contemplati. Cercare queste sentenze e detti tradizionali, sceverarli dai non genuini, esaminar l’autorità dei mallevadori, cioè di quelli che li hanno tramandati, cercar se v’ha o non v’ha interruzione nella loro serie, vedere in che modo e quando si possa e si debba applicar meglio quella tale o quella tal altra sentenza del Profeta, è quanto costituisce questa scienza speciale. Vedi, per maggiori notizie, l’Islamismo, cap. Al-Sharîshi (ar... — Abù ’1-Abbàs Ahmed, nativo di Xeres (ar. Sharîsh) in Ispagna, e però detto Al-Sharîshi, fu uomo di molta erudizione, morto in patria nel 1222 d. C. (Così nei Magianî ’l-adab, vol. V, pag. 286). Al-Shubràvi (ar... — Abdallàh ibn Muhammed al-Shubràvi era del Cairo in Egitto. Fu poeta e prosatore ornato, autore d’un libro, Frontispizio di eloquenza e giardino degl’intelletti savì, pieno di sentenze e di pensieri morali. Visse dato alle opere di pietà e alla vita ascetica. Morì nel 1652 d. C. Somadeva (sanser.). — Poeta del Kashmir, vissuto nel XII secolo d. C., autore d’una vasta raccolta di novelle detta Mare di fiumi di novelle, fondata in gran parte su di una raccolta più antica, in pràkrito, di Gunàdhya. Vedi un pregevole scritto di Carlo Formichi su questo scrittore (Rassegna Nazionale di Firenze, 1901) e il bel saggio di traduzione di V. Bettei (Studi italiani di Alosofia indo-iranica di F. Pullè, vol. IT).<noinclude></noinclude> no82ww5p83v2uyaox4mie9twz4sbrjo Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/582 108 1032050 3901539 2026-09-18T13:12:49Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901539 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 566 —|}}</noinclude> Al-Suyùti (ar). — Abù ’I-Fadhl Aba al-Rahmàn detto Al-Suyfiti perchè, benchè di famiglia persiana, ‘aveva abitato lungamente a Suyùt o Asyàùt nell'alto ‘Egitto, fu fecondissimo scrittore della tarda età della ‘letteratura araba, poligrafo meraviglioso per ‘le tante opere seritte intorno ad ogni ramo del sapere. Al Cairo fu maestro pubblico di scienza tradizionale e di giurisprudenza. Morì nel 1505 d. C. T'almadico. — Così si suol designare la lingua tra ebraica, caldaica (aramaica), rabbinica, in cui è stato scritto il Zalmad, vasta compilazione, che ha occupato per più generazioni i dottori Ebrei di Palestina e di Babilonia nei primi secoli dell’Era volgare per raccogliervi tutta quanta la loro sapienza tradizionale nel riguardo della legge, dei riti, delle tradizioni, della storia, delle scienze e della loro applicazione. Al-Thalabi (ar.). — Abù Ishàq Ahmed..., al-Thalabi, nativo di Nîshàpàùr nell’Iran orientale, giureconsulto di gran valore, morto nel 1036 d. C., scrisse, tra le altre sue opere tutte pregevoli, una Storia dei Profeti da cui sono stati tolti i passi tradotti e riferiti nel presente volume. Al-Turtùshi (ar.). — Abà Bekr Muhammed.... al-Turtùshi fu così chiamato perchè nato a Tortosa di Spagna. Studiò a Siviglia e a Saragozza. Tolta l’oceasione del suo pellegrinaggio alla Mecca nel 1083 da. C., visitò Bassora, Bagdad, Damasco, Gerusalemme. Professò diritto e scienza tradizionale in Alessandria, dove morì intorno al 1130. Fu uomo di molta erudizione, dottrina e pietà, e fra le altre sue opere è giustamente celebrata quella che g’intitola: la Lampada dei monarchi, di soggetto morale e religioso, Valmiki (sanser.). — È l’autore, secondo la tradizione, del grande poema sanserito il Ramdayana, nel quale si celebra l’impresa eroica di Rama, figlio di Dasaratha re di Ayodhya, cioè la conquista di Lanka (l’isola di Ceylan) su di Ràvana e de’ suoi Rakshasi. Gli Dei avevano desà uaar _<noinclude></noinclude> 9uo5dndkmxzse0pjgnc4tav8srxzbz7 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/583 108 1032051 3901540 2026-09-18T13:12:54Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901540 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 567 —|}}</noinclude> cretato lo sterminio di Ràvana, loro eterno nemico, e de’ suoi, ma l’impresa, per certa promessa fatta a lui stesso, non doveva esser fatta da uno di loro. Perciò si valsero di Ràma al quale Ràvana, mentre egli abitava nelle selve, aveva rapito e trasportato in Lanka la giovane sposa Sîta, figlia di Gianaka re di Mithila. Mentre Rama, assalendo Ravana nella sua città e poi uccidendolo in singolar battaglia, vendica l’offesa fatta all’onor suo, compie anche un servizio in onor degli Dei e un loro desiderio. Egli poi, ritornato trionfante in Ayodhya, regna per molti anni felice e contento, intento al bene dei suoi sudditi. Di Valmîki poi, presunto autore del poema, non si sa nulla, eccetto che era un anacoreta, un gran savio, il quale avrebbe dato forma poetica a quest’antica tradizione epica che toccava del glorioso e magnanimo figlio di Dasaratha. E forse v’è adombrato, sotto, un gran fatto storico, cioè l’ultima vittoria e conquista sulle popolazioni indigene dell’India delle genti Arie discendenti dal Settentrione. L’Italia ha il vanto della prima traduzione intera, in un idioma europeo, del poema, dovuta a Gaspare Gorresio, che per il primo ne pubblicò il testo a Parigi, accompagnandolo d’una sua traduzione in una bella e forbita e robusta prosa italiana. Veravîni (pers.). — Saad al-Veràvîni, nativo di Veràvi piccola e bella città dell’Azerbîeîan nell’Iran settentrionale, ricompose in persiano e in istile estremamente artificioso e prolisso un libro di favole e di novelle, scritto nel dialetto del Taberistàn da un MerzbAn del principio del secolo X d. C. Lo chiamò il Libro di Merzban, e intese, con esso, di procacciare alla Persia la stessa gloria, anzi di superarla, che aveva l’India nella letteratura novellistica col Panciatantra e con altri libri di novelle. Veràvîni, letterato di grido al suo tempo, fiorì nella prima metà del secolo XIII d. C. Vishnusarman (sanser.). — È l’autore della celebre raccolta di favole e di novelle indiane detta il Panciatantra, cioè il Quintuplo, perchè divisa in cinque libri, nella quale si trattano diversi punti di morale pratica,<noinclude></noinclude> chzp1hr57rp34x50yhh5x2qyb4bvlyd Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/584 108 1032052 3901541 2026-09-18T13:12:59Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901541 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 568 —|}}</noinclude> dichiarandone e confermandone Ia trattazione con novelle e favole. Il libro era d’origine buddhistica; poi fu voltato in senso e forma brahminica. È libro che viaggiò molto, perchè, passato in Persia al tempo del re Chosroe il grande (531-578 d. C.) e tradotto in pehlevico, fu poi voltato in arabo da Abdallàh ibn al-Mugaffa nell’ VIII secolo, in siriaco da Bùdh Periodeuta, in greco da Seth Antiocheno, in ebraico dal rabbino Ioel o Gioele. Venuto in Occidente, fu tradotto e rifatto più volte in latino, in italiano, in catalano, in francese, in provenzale, in fiammingo, in tedesco. Ne discendono alcune novelle del Boccaccio, dell’Ariosto, del Bandello, del Doni, del Firenzuola. Questa, come a dire, la figliuolanza occidentale. In Oriente, dopo le versioni or ora ricordate, si hanno i rifacimenti in persiano di Huseyn Vaiz (vedi), in istile artificioso, e quello più antico di Nasr Allàh (1). Il raccoglitore del presente volume ne ha dato fuori, nel 1896, una sua traduzione sotto il titolo: Le novelle indiane di Visnusarma. Al-Zamakhshari (ar.). — Celebre grammatico e letterato persiano, caldo difensore tuttavia degli Arabi contro i Persiani nella disputa intorno alla supremazia nella cultura. La sua grammatica araba è un capolavoro di analisi, ma resta anche tra altri minori un suo libro di soggetto morale, in elegantissima prosa rimata araba, detto Ze C0llane d’oro. Morì nel 1143 d. C. (1) Si vegga per questo punto l’opera magistrale del Benfey: Pantschatantra, funf Biicher ind. Fabeln, mit Einleitung, IL voll. Leipzig, 1859.<noinclude></noinclude> 9suyzoxas63uytegcdar2ie5qinoe0s Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/585 108 1032053 3901542 2026-09-18T13:13:05Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901542 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 569 —|}}</noinclude>CèSt INEDITE I. — Il precedente Registro comprende soltanto i nomi di quegli Autori dei quali sono stati. riferiti nel volume passi di una certa lunghezza. Dei seguenti non meno illustri, ma dei quali tuttavia, per ragioni dette nella Prefazione non abbiam potuto riferir che assai poco, abbiam fatto brevissimo cenno in nota di mano in mano che se ne è riferito qualche passo: Abù Nuvàs, poeta arabo; Abî Obeyd, raccoglitore di proverbi arabi; Al-Buhturi, poeta; Bùzurcimihr, il gran savio persiano; Al-Ghazzàli, filosofo e teologo; Al-Giàhiz, filosofo; Hillel, dottore giudeo; Imru ’1-Qeys, antico poeta arabo; Kisài, poeta persiano; Al-Mamtn, Califfo Abbasside; Moaviya, primo Califfo Ommiade; Al-Mutalammis, antico poeta arabo; Nabigha, antico poeta arabo; Rudeghi, poeta persiano; Tarafa, antico poeta arabo; Al-Thaalibi, letterato, storico, filosofo; e altri non pochi di minor grido, oltre alcuni anonimi. IL. — Gli scritti riferiti e tradotti, in tutto il volume, sono in numero di 386, salvo errore, e, secondo le lingue, PT.) sono ripartiti nella seguente maniera: dallearabo stata Rete dallebralco So 3570 cli PEnlemieo oto e ue CUPA dalfsanserito ate at A RA dal siriaco dal talmudico dal zendo. «JI<noinclude></noinclude> dphyzall1g57kjxes6kft5rg4wl6m1c Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/586 108 1032054 3901543 2026-09-18T13:13:10Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901543 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 570 —|}}</noinclude><noinclude></noinclude> jpxzzdx5arkphd2hfv8pggaxtd0evkb Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/592 108 1032055 3901544 2026-09-18T13:13:20Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901544 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 576 —|}}</noinclude>| "|I|| |<noinclude></noinclude> 5v8gxvmpfxcl5fnyjbsk6k8au1l0g28 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/593 108 1032056 3901545 2026-09-18T13:13:25Z BrolloBot 24674 caricamento testo 3901545 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 577 —|}}</noinclude><noinclude></noinclude> 9uaypm8tpbzeqkx49rsi99xj1w5q9b4 Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/177 108 1032057 3901546 2026-09-18T13:18:31Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3901546 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|151}}</noinclude>{{Nop}} Eppure è così. Un intelletto altissimo, potente, dopo avere per anni ed anni spaziato fra le più sublimi sfere dell’arte, creando prodigi d’ispirazione, può smarrire ad un tratto la sua potenza, può crollare dalla sua altezza come un giuocatore che smarrisce la sorte del giuoco. Questo fenomeno è tetro e mette capo alle induzioni de! materialismo più crudo. E perché mai Shakespeare, dopo avere ideate e scritte le mirabili scene dell’''Arrigo IV'' e dell’''Arrigo V'', diventa triviale e mediocre nella prima parte dell’''Arrigo VI'', per poi rialzarsi stupendamente nella seconda e terza parte? Il senso umano si ribella davanti a questi fatti, la critica generosa e idealizzatrice protesta e proclama che la prima parte dell’''Arrigo VI'' non è di Shakespeare; sarà di Marlowe, sarà di Greene, sarà di Nashe, ma di Shakespeare non è. Nei placidi regni dell’arte l’uomo non vuole né momentanee detronizzazioni, né subitanee glorificazioni; l’alto e il basso delle instabilità terrene non si riflette sulle serene uguaglianze del cielo. L’uomo ha decretata l’infinita impeccabilità del genio; perciò i peccati di Shakespeare cascano sulle spalle di Greene, salvo a collocare le virtù di Greene sulla fronte di Shakespeare. Così è, e se così anche non fosse, così giova che sia. Chi è grande, sarà grande in eterno; chi è mediocre, sarà in eterno mediocre. Esempio: M. A. Durantin. M. A. Durantin è un omiciattolo, non sappiam bene se grosso o smilzo, se biondo o bruno, se grigio o calvo, se lungo o piccino, ma fin d’ora lo qualifichiamo per omiciattolo e ce lo dipingiamo piuttosto piccino che lungo, piuttosto calvo che biondo, piuttosto grassotto che magro. Vedete slealtà della critica! E ciò perché. Perché il signor A. Du-<noinclude><references/></noinclude> 8z71pfzsmu22dzr4xj4j23xx4uwptco Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/178 108 1032058 3901547 2026-09-18T13:19:13Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3901547 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|152|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>rantin visse ignorato per più di quarant’anni a Parigi, perché scrisse romanzi che non furono letti, perché scrisse drammi che non furono rappresentati, perché scrisse commedie che furono fischiate, perché da mezzo secolo in qua ch’egli tiene la penna fra le dita, non seppe fino ad ieri imbattersi in una pagina di scrittura che facesse chiaro il suo nome; perché infine il raziocinio umano ha dei pregiudizii che sono profonde verità, ha delle idee preconcette che sono sapienze, ha delle apparenti ingiustizie che sono giustizie altissime. Non si possono dare né genii sconosciuti, né veri genii incompresi; v’è una legge naturale che s’oppone a ciò, ed è che la folla dei mortali ha essa maggior bisogno delle grandi anime, che non le grandi anime della folla. I passeri volano alla quercia, e non la quercia ai passeri, e nel bosco non v’hanno alti alberi ignorati dai piccioli augelli. Innoltre, l’organizzazione intellettuale dell’uomo di genio è per se stessa così smisuratamente superiore alla proporzione delle intelligenze comuni, che apparisce grande semplicemente per la sola sovranità della natura sua. Non solo Goldoni, Molière, Calderon, ma Scribe, ma Ponsard, ma Augier, appaiono all’occhio dell’osservatore come innalzamenti eccezionali del livello intellettuale comune; quale più, quale meno, essi sono i promontorii ideali di questa valle terrena; e le cime, dovunque e comunque elle sieno, non possono stare ignorate. Dunque il signor A. Durantin (per dirla qui colla locuzione familiare) non è una cima. E ciò sia detto prima anche d’aver udito la sua commedia ''Héloïse Paranquet'', e ciò sia detto pel solo fatto ch’egli stesso ci narra nella prefazione alla commedia,<noinclude><references/></noinclude> cgat6ojsyq2qt9kiqmv2n3q61iq78kl Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/179 108 1032059 3901548 2026-09-18T13:21:00Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3901548 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|153}}</noinclude>pel fatto, cioè, d’avere egli scritto a Parigi per mezzo secolo continuamente senza aver mai potuto razzolare abbastanza da mettere insieme quattro battimani. Dunque, il signor Durantin non è una cima; ciò non toglie che l’''Héloïse Paranquet'' abbia de’ pregi non pochi. Eccoci in flagrante contraddizione, dalla quale però, calmatevi, esciremo subitissimo, quando diremo che l’autore dell’''Héloïse Paranquet'' è Durantin in tutto e per tutto, fuorché nel buono e nel bello della sua commedia, perché qui l’autore diventa ancora A. Dumas ''fils''. V’è a Parigi chi sostiene e chi stampò fin sui giornali che la ''Héloïse Paranquet'' sia materialmente scritta da Dumas ''fils'', e che M. Durantin non c’entri che pel nome; noi non crediamo ciò. Non è Dumas che diede a Durantin, è piuttosto Durantin che prese a Dumas. La ''Contagion'' è una imitazione del ''Demi-monde'', come ''Héloïse Paranquet'' è una imitazione del ''Fils naturel''. ''La fille naturelle'' sarebbe il titolo naturale di questa commedia poco legittima. Durantin non fece altro che mutare i sessi dei personaggi di Dumas, e poi stette a vedere quello che ne risultava. Il figlio cinse la sottana e divenne una figlia, la madre buona e amorosa indossò il panciotto e divenne il padre buono e amoroso, e per l’opposto il padre malvagio divenne la madre malvagia in cappellino e gonnella. Se non fosse che tanto nell’una quanto nell’altra commedia c’è un avvocato, il quale non muta sesso né panni, la sarebbe, questa ''Héloïse Paranquet'', una mascherata completissima del ''Fils naturel''. Ma questo è il caso di dire che la maschera muta un po’ la persona e che l’abito cangia il monaco. Gli elementi drammatici e morali delle due commedie sono per-<noinclude><references/></noinclude> 31f0wzxbez3id6m0i3q023diizu5tlx Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/180 108 1032060 3901563 2026-09-18T13:59:59Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3901563 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|154|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>fettamente uguali, solo che essendovi questo ''chassé-croisé'' di sessi, mutansi i relativi valori dei tre principali caratteri che rappresentano questi elementi. Ciò che nell’uomo non è che peccato, nella donna può essere delitto, e infatti il padre orgoglioso e freddo della commedia di Dumas diventa, nella commedia di Durantin, la madre infame. ''Héloïse Paranquet'' è tal madre. Il padre della commedia originaria vuol trar vantaggio per la sua vanagloria dall’ingegno e dai trionfi del figlio. Héloïse Paranquet vuol far di peggio. Il carattere e le azioni di Héloïse Paranquet sono così sozze che escono dai temperati limiti della commedia. Perché il lettore arrivi a comprendere questa Héloïse, per nulla somigliante a quella di Abelardo, siamo costretti a rimandarlo fino al diciottesimo canto dell’''Inferno'', là dove Venedico Caccianemico è frustato dalla scuriada dei demonii di Dante. Héloïse Paranquet vuol far della figlia sua ciò che il dannato di Malebolge fece della sua sorella, della ''bella Ghisola''. Giuda che vende il suo Dio, Leclerc che vende la sua patria, non fanno mercato più obbrobrioso e più inumano di quello che ha in animo di fare l’eroina di questa lugubre commedia. Noi danniamo certi orrori morali, che non devono essere toccati dall’arte, non già perché sono orrori, ma perché sono orrori antiestetici. Quando la crudeltà o la viltà del carattere non è, così dire, idealizzata da qualche lato artistico o pittoresco, quello non è carattere degno della scena. Il poeta, che per fatalità s’imbatte in uno di questi tipi, non può fermarvisi davanti più d’un istante. L’Alighieri non ispende<noinclude><references/></noinclude> q8loq1yjkn2tfhqm0g9ja0r90mixap6 Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/181 108 1032061 3901564 2026-09-18T14:01:14Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3901564 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|155}}</noinclude>più di nove versi intorno a Taida, che già il decimo dice: <poem> {{Smaller|E quinci sien le nostre viste sazie.}} </poem> Tutta una commedia sostenuta da un’eroina così disonesta conduce naturalmente al ribrezzo, e questo ribrezzo del pubblico non ha in se stesso nulla di estetico. Se il valore artistico di questa commedia si potesse discutere, se non fosse un valore usurpato, se prima del tribunale del critico non ci fosse una specie di tribunale di giustizia, il quale mette in dubbio, non il valore letterario di tale commedia, ma la proprietà, potremmo asserire che il più grave errore, sul quale questo lavoro si fonda, è appunto l’odioso carattere della sua protagonista. Ma qui non istà la questione; la questione, ripetiamo, è correzionale, non è artistica. Come Dumas, Durantin fece il prologo dei ''quindici anni prima'', il prologo così detto della colpa, il romanzo fatale che precede l’azione drammatica: Dumas mostra al pubblico il figlio in culla, e Durantin fa vedere la figlia in fasce. Come Dumas, Durantin pone la lotta legale, il codice, per nodo, per centro, per cardine dell’azione. Il figlio di Dumas va dalla madre al padre come una palla gettata dalle racchette del codice civile; la figlia di Durantin è nell’identico caso. L’avvocato di Dumas fa l’avvocato di tutte e due le cause, colle leggi alla mano da una parte, col cuore dall’altra, e l’avvocato di Durantin è lo stesso avvocato; la buona causa vince tanto nell’una quanto nell’altra commedia. Il danno dello scioglimento cade di qua sul padre malvagio, di là sulla malvagia madre. Ora si<noinclude><references/></noinclude> 3dcp151f5tq2n27z2x3ttwxof3295xs Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/182 108 1032062 3901565 2026-09-18T14:02:30Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3901565 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|156|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>potrà facilmente comprendere come il signor Durantin, dopo cinquant’anni d’obblio, abbia potuto arrivare ad un giorno di trionfo. Nella ''Héloïse Paranquet'' ci sono pressoché tutte le buone posizioni drammatiche del ''Fils naturel''. Il signor Durantin fu un abile raffazzanatore di cose non sue; fortunato lui se il pubblico non s’avvisò del plagio. Il mezzo secolo di disdetta letteraria, del quale oggi il signor Durantin par quasi che si vanti baldanzosamente, ci è così disvelato per il suo giorno di ''gloriola''. Non ne facciamo nessuna meraviglia; così pure non ci meraviglieremmo punto se un qualunque messere ci dicesse: "Ho vissuto povero fino al giorno che ho riempiuta la mia borsa col denaro altrui". Ciò non toglie che profetizziamo al signor A. Durantin un altro mezzo secolo di vita sana e riposata e di tranquillissimo obblio. Non sappiamo se l’''Henriette Maréchal'', dramma in tre atti dei fratelli Goncourt, valga molto più dell’''Héloïse Paranquet''. Il soggetto di questo dramma è la tragica storia d’un amore fatale. Un giovinetto di diciasette anni (dico diciasette) ama perdutamente una donna già madre d’una fanciulla, e n’è riamato; la fanciulla ama alla sua volta con affetto innocente ma intenso il giovinetto. La catastrofe finale è orrenda. Una notte il marito s’avvede della tresca, e furibondo, fra le tenebre, si arma d’una pistola e va per uccidere la moglie; la figliuola, che seguiva la terribile scena, mette il suo petto sotto l’arma del padre e si sacrifica e muore. Questo scioglimento orribile fa la vece di quella moralità che evidentemente manca in tutto il resto del lavoro; l’atterrimento di questo finale è così forte che finisce per parlare alla co-<noinclude><references/></noinclude> q6x2g9fvaxfuuuip3ij1e6rp7oakui0 Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/183 108 1032063 3901571 2026-09-18T14:03:31Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3901571 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|157}}</noinclude>scienza ed all’animo. Quella povera innocente che si immola per la colpa materna è tale spaventosa punizione della madre e copre di così cupo terrore le seduzioni del peccato, che artiva a produrre in chi osserva una specie di bieca edificazione. La moralità è di due sorta: può essere premio di virtù o castigo di vizio; l’inferno è morale come il paradiso, anzi per certe coscienze fosche e volgari è più morale l’inferno. Se lo sanno gli astuti predicatori delle campagne quando nei loro predicozzi si danno a descrivere con soprannaturali colori di spavento l’abitazione di Satana. La morale dell’''Henriette Maréchal'' è la morale della ''Diane de Lys'', delle ''Deux Soeurs'', del ''Mariage d’Olympe'', una morale che inventò Dumas ''fils'' alcuni anni or sono. Ed ecco che troviamo ancora una volta questo nome sotto la nostra pena; potevamo a dirittura inscriverlo a capo del nostro sommario e farne l’unico argomento della presente rivista. Il cader così spesso di questo nome sotto l’osservazione del critico non è caso, né capriccio, ma necessità. Questo nome è lo stemma della commedia moderna; essa nacque sedici anni fa con tale nome in fronte per volontà del secolo e per gloria dell’arte. Chi volesse sapere come andasse questa nascita meravigliosa, stia qui ad udire. Viveva nell’anno di grazia 1844 un uomo bizzarro; esso aveva un profilo di razza diverso dalla nostra, portava nell’animo il pensiero d’un secolo diverso. La sua testa era da mulatto e la mente da medio evo. Pareva quasi un rampollo degli antichi romanzatori un discendente di Roberto di Jersey, di Arnaldo Daniello, di<noinclude><references/></noinclude> b9sq9b08l2yg8lwdb8cuxc1nickfqeb Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/184 108 1032064 3901573 2026-09-18T14:04:34Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3901573 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|158|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>Bernardo Ventadour. Egli era uno di quegli esseri fantastici e visionari perennemente assorti in una chimera, dimentichi della realtà della vita, pieni soltanto dei tumulti delle storie lontane e delle invenzioni del loro cervello. Questo Re di Navarra dei ''boulevards'', questo troviero moderno, questo vivo nepote dei sepolti ''ludiones'' aveva un figlio ch’egli gittò, non appena ebbe varcati i vent’anni, nella fragorosa vertigine della vita parigina. Mentre il padre volava col pensiero fra la nebbia dell’ideale, il figlio camminava sul ''macadam'' di Parigi attratto e sedotto da tutte le forme della realtà. Mentre il padre dormiva e sognava, il figliuolo vegliava e viveva. Vivere è la prima scuola e la prima sapienza d’uno scrittor di commedie. Questo figliuolo in balia di se stesso e delle sue tentazioni visse tanto che diventò ''Dumas fils''. Suo padre dice sovente: ''Mon meillieur ouvrage c’est M. Dumas fils'', e la frase è più profonda di quello che non appaia. In un certo senso Alessandro Dumas ''fils'' è un elaborato artistico di Alexandre Dumas ''père''; basta penetrare un poco nei rapporti intimi e famigliari di questi due originalissimi ingegni per convincersi di ciò. Parecchi fisiologi sostengono, colla dimostrazione degli esempi alla mano, che nelle famiglie le generazioni si alternano reagendo l’una sull’altra con passioni o virtù opposte fra loro, per modo che a padre prodigo succede figlio avaro, a padre avaro figlio prodigo, e così in tutto. Dumas padre, convinto della verità di questo fatto naturale, aiutò la reazione educando il figlio ad una vita opposta all’indole paterna. Egli idealista volle un figlio realista, egli improvvisatore volle un figlio pensatore, egli poeta volle<noinclude><references/></noinclude> kwu8xp6n7bc0avztfr3mpn1xahzr28n Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/185 108 1032065 3901574 2026-09-18T14:04:54Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3901574 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|159}}</noinclude>un figlio filosofo, e lo ebbe. Così il romanzo generò la commedia. E per produrre un’arte così vera, così efficace com’è quella di Dumas ''fils'', ci voleva una siffatta educazione. La commedia di Dumas ''fils'' divenne, per questi fatti specialmente, la commedia sociale dei tempi odierni.<noinclude><references/></noinclude> er8awltbhj6h7kuobhh7e3kowk6y9c5 Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/186 108 1032066 3901575 2026-09-18T14:06:11Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3901575 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|160|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>{{Nop}} {{Ct|f=120%|III.<ref>{{Spaziato|Teatro Re}}. — ''Nos bons villageois'', commedia in cinque atti per {{Spaziato|Victorien Sardou}}.</ref>}} La sera del 3 ottebre passato, fra le sette e mezzo e le otto, una folla frettolosa di parigini attraversava il ''boulevard'' e s’accalcava alla porta del ''Théâtre du Gymnase'', sfilava nell’atrio, invadeva la platea, gli scanni, le loggie; poi con cupida impazienza aspettava l’alzarsi della tela. Tutte quelle teste stipate tramandavano nell’aria calda della sala una vasta pulsazione diffusa; il palpito della curiosità, che non è fra i meno violenti, animava tutti quei polsi e tutte quelle tempie. L’aperto angolo facciale del popolo parigino dominava fieramente in quella folla; c’erano qua e là dei profili arguti, e delle fronti poderose, brillava in tutte le pupille la gaia fiamma dell’intelligenza; quei signori e quelle signore formavano la parte più eletta del pubblico più eletto di Parigi. 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L’aperto angolo facciale del popolo parigino dominava fieramente in quella folla; c’erano qua e là dei profili arguti, e delle fronti poderose, brillava in tutte le pupille la gaia fiamma dell’intelligenza; quei signori e quelle signore formavano la parte più eletta del pubblico più eletto di Parigi. 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Lì grandeggiava l’olimpica testa canuta di Jules Janin, dal solenne sorriso pagano, e vicino stavagli il magro Legouvé, sempre serio e accigliato, e non lontano l’inerte volto di Prévost-Paradol, opaco e muto come una maschera; molti altri ancora. Il pubblico osservava que’ suoi archimandriti con sommessa avidità, e gli archimandriti si lasciavano agevolmente osservare. La tela non s’alzava. L’aspettazione diventava inquieta; un mormorio incominciò a un angolo della sala; un bastone picchiò per terra il tradizionale ritmo della canzone: ''oh les lampions!'' un altro bastone lo seguì, tutti i bastoni della platea s’unirono in massa. La tela non s’alzava. Chi non aveva bastone picchiava co’ piedi; il ritmo si faceva sempre più sonoro, più fragoroso; nessuno smarriva la battuta per quanto l’impazienza fosse al colmo, ed era stranissima quella turbolenza che irrompeva ''a tempo'' in crome e biscrome, come se un direttore d’orchestra la dirigesse. Finalmente la tela s’alzò. Una esclamazione di diletto escì da tutte le bocche. La scena che s’apriva agli occhi del pubblico era deliziosa e deliziosamente dipinta: {{Smaller|Le matin. — À gauche, un lavoir de village, couvert d’un petit toit: baquet, battoirs, etc. L’eau du lavoir, qui est censée venir de la coulisse de gauche, se déverse du lavoir dans un ruisseau qui décrit le tour de la scéne, au milieu desjones, des roseaux et des hautes herbes, en longeant, au fond, la terrasse d’un parc plus élevée que le sol de la scéne. Au dessus du ruisseau, à droite, un petit pont de planches. La scéne est entièrement ombragée par les grandes arbres du parc qui font de ce lieu un endroit très retiré et très-frais.}}<noinclude><references/></noinclude> 6r3fh87sgytcf1h12qw5hocpvc8h7lq Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/188 108 1032069 3901580 2026-09-18T14:25:57Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3901580 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|162|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>{{Nop}} Questa è più che una scena; è un paesaggio, è uno stupendo motivo di quadretto fiammingo. Ruisdael non avrebbe certo letta questa graziosa descrizioncella di Sardou senza tradurla in colori; c’è il pennello di Hachenbach in quelle linee; in quel "endroit très-retiré et très-frais" c’è tutta l’arte del paese. E le macchiette? ci sono anche quelle e si chiamano Maguelon, Yveline, Perrette. ''Elles sont agenouillées au lavoir et savonnent leur linge tout en jasant''. Le attrici non hanno ancora aperto bocca e il pubblico applaude già; cosa sarà poi quando quelle tre vispe macchiette si metteranno a discorrere nel loro ''jargon villageois'', con tutte le squisite grazie del dialogo paesano che Sardou raccolse e sparse in tutto il primo e secondo atto della sua commedia? Cosa sarà quando entreranno in scena Chouchou e la Mariotte, la Mariotte rappresentata dalla seducentissima mademoiselle Pierson, e quando questa Mariotte dirà, tutta curvata al suo lavatoio e tutta ciarliera e birichina: — ''Les Grinchu, père et fille, tenez! v’ la ce qu’on dévrait leur faire'' (elle tord son linge!) ''Couic!'' Senza dubbio a quel "couic", detto vezzosamente dalla Pierson e accompagnato dal moto vivace di due bei braccetti, nudi fin più su del gomito, senza dubbio tutta la sala scoppia in risate e battimani. E poi, agli innumerevoli idiotismi di quelle birbe, l’allegria si fa sempre più pazza: {{Smaller|«Tiens cette petite ''cane'' en rétard».}} {{Smaller|{{Sc|Chouchou}}: «Ah ben! le jour de la fête, il ''ya pas presse'' à l’ouvrage».}} E poi: {{Smaller|«ça avait l’air ''quasiment'' d’une bannière».}}<noinclude><references/></noinclude> cchzcfe1nn7fkm8wi61hwk51ta3k43j Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/189 108 1032070 3901581 2026-09-18T14:27:50Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3901581 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|163}}</noinclude>{{Nop}} E il pubblico piglia già diletto a queste parole; e ci pigliamo gusto noi pure, s’anco non francesi, e ci vengono in pensiero paragoni e affinità coi dialetti nostri, e troviamo che quel ''cane'' è parente del nostro ''canaglia'', e quel ''presse'' e quel ''quasiment'' sono né più né meno che i vocaboli paesani ''pressa'' e ''quasimente'', e che l’''ousque'' è l’''usque'' latino e che nella frase: "Vous sentez, ''comme qui dirait'', la bourbe", c’è tutto il sapore toscano del modo ''come a dire'', e ci piace il ''guigner'' per il ''tener d’occhio'' (collimare) e ci piace il ''siroter les petits verres'' per esprimere il bere a centellini, idiotismo che data fino da Regnard, il quale scrisse: "je ''sirote'' mon vin", e ci piace l’esclamazione: "que nenni!" e l’altra celebre: "''v’ la les pompiers!''". Così, dopo averci dilettati la scena, ci dilettano le parole; dopo averci dilettate le parole bizzarre e piacevoli, ci diletterà il dialogo ch’è de’ più dilicati, e poi ci diletteranno le posizioni drammatiche e forti, e infine ci avrà dilettato la commedia intiera. E tutto il pubblico la pensa come noi e si sbraccia ad applaudire e si smascella a ridere e poi s’arresta atterrito alla catastrofe dell’atto quarto e torna a sorridere al quinto e torna ad applaudire dopo finita la commedia e calato il sipario; e quando il ''régisseur'' esce sul proscenio ed annuncia il nome glorioso e fortunato di Victorien Sardou, gli applausi raddoppiano e non vogliono cessare. Ed ecco là M. Ulbach in piena loggia che vuole sconficcarsi l’avambraccio ad applaudire e Neftzer che gli fa eco daccanto. Ma perché Janin, perché Prévost-Paradol, perché Legouvé non applaudono? Perché questi tre si guardano in faccia sogghignando e pare disapprovino severamente la con-<noinclude><references/></noinclude> ig8mtirgkkcvakz31w2pqxo2nflg6yu Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/190 108 1032071 3901582 2026-09-18T14:29:34Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3901582 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|164|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>dotta del pubblico e quella di Mr. Ulbach? perché quando Mr. Ulbach li ha scorti e indovinati, cessa di applaudire esso pure e si nasconde? Il lunedì dopo appaiono i ''feuilletons''. Tutta la critica parigina si scatena furibonda contro Victorien Sardou e i ''Nos bons villageois''. Jules Janin ha l’ira classica, l’ira oraziana, adornata di forma armoniosa e leggiadra, l’ira dal periodo sonante, dal numero eletto; inveisce con grazia, urla con eleganza; si avrebbe velleità di dirgli, come Demetrio al Leone del ''Sogno di una notte d’estate'': "''Well roared, lion!''" Prévost-Paradol rugge con minore maestria: ha l’ira romantica, fremebonda, scapigliata, feroce; viene alla memoria, leggendo il suo articolo della ''Révue des deux-mondes'', l’Achille di Offenbach: ''Je suis le bouillant Achille'' ecc. ecc. E M. Ulbach anch’esso, dopo avere dato a Sardou il suo ''coup de main'' come il pubblico, gli dá il suo ''coup de pied'' ("''le coup de pied de M. Ulbach''", come dice Edmondo About), il suo ''coup de pied'' come gli altri critici. Il fatto, come ognun vede, è singolare. Il pubblico applaude, la critica fischia: ecco due opinioni opposte ed egualmente autorevoli; da un lato c’è la moltitudine che è da se stessa una intelligenza, dall’altro lato vi sono alcune intelligenze eccezionali che valgono la moltitudine; da un lato c’è il senso comune, dall’altro lato l’ingegno, da un lato la coscienza, dall’altro lato la scienza, e per dirla con una immagine da tribunali, da un lato ci sono i giurati che glorificano Sardou, dall’altro lato gli uomini di legge che lo condannano. A chi ci domandasse il giudizio nostro intorno a questa combattuta commedia, risponderemmo senza titubare che poniamo il nostro voto fra quello del pubblico<noinclude><references/></noinclude> nlpaphfdhu9gkujrc98e37k8nwn8dkr Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/191 108 1032072 3901583 2026-09-18T14:30:56Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3901583 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|165}}</noinclude>e quello dei critici, ma molto discosto da quello dei critici e molto vicino a quello del pubblico. M. Ulbach, che tutti videro la sera della prima rappresentazione strepitare nella sua loggia, confessa egli stesso d’essersi colto in flagrante delitto d’entusiasmo; indi si dá al passatempo, non sappiamo se più savio o più pazzo, di analizzare uno per uno i suoi battimani, di passare attraverso un esame fisico il bollore delle sue palme applaudenti; e dopo aver purgata la sua coscienza con questa confessione, si slancia a corpo perduto nella critica fredda e sleale della commedia. In tale maniera di agire c’è molta leggerezza, molta vanità e molta ingratitudine. Non ci piacque punto quel tronfio e puerile atteggiamento del critico del ''Temps''. Noi vogliamo tenere invece l’atteggiamento contrario: vogliamo piuttosto che annichilire il nostro applauso colla nostra critica, annichilire la nostra critica col nostro applauso. Una verissima frase di La Bruyère ci incoraggia a ciò: ''le plaisir de critiquer nous empêche d’être touchés des belles choses''. La Bruyère, il maestro di coloro che osservano, il critico de’ critici, il grande scrutatore degli uomini, notò questo pensiero, questo avvertimento. Infatti quale utilità trarremo noi per l’arte, pel pubblico, per noi stessi, quando ci saremo tanto raffinati nella nostra critica da smarrirne il criterio? Quando avremo tanto sofisticato sulle cose dell’arte che non le capiremo, che non le sentiremo più? Quando avremo a forza di sapere perduta la fede del bello come gli scettici la fede del buono? "Criticismo" presso i tedeschi, che se ne intendono, è sinonimo di scetticismo; Dio ci scampi da questo sinonimo. La critica deve darci la prova scientifica, ideale<noinclude><references/></noinclude> 50vh8532g5mmha2jkxa5qen2phq103v Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/192 108 1032073 3901584 2026-09-18T14:32:19Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3901584 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|166|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>ed estetica delle nostre impressioni, e per quanto ciò sia in potere della scienza, deve dimostrarcene le cause, deve meditarle e non combatterle, deve giustificarle e non contraddirle, deve renderci ragione dell’applauso, deve dare all’entusiasmo ciò che appartiene all’entusiasmo, al cuore ciò che appartiene al cuore. M. Ulbach, quando rinnega la mattina con la penna in mano, dopo una notte saporitamente dormita, le emozioni artistiche della sera, commette un atto colpevole, tradisce l’arte per mania della critica. M. Ulbach crede senza dubbio d’essere grande e bello e coraggioso quando grida al pubblico: "Guardate! ho applaudito anch’io ed ora fischio!" ''M. Ulbach pose''. Ci paiono, da senno, assai bambineschi e assai deboli questi ''ésprits forts'' della critica. Dov’è la logica, dove il raziocinio, dove il rispetto alla penna e al pensiero in quest’uomo, il quale, quand’è seduto in platea, subisce le passioni del pubblico, e quand’è seduto al tavolo, segue le ubbie dei critici? Meglio che mutare due volte d’opinione è ponderare seriamente e lungamente la prima ed arrestarsi a quella; oppure, se si muta giudizio, e’ convien passare dal cattivo al buono e dal buono al migliore; ma ci pare che M. Ulbach abbia camminato a rovescio. Secondo noi l’opinione più giusta intorno ai ''Nos bons villageois'' è quella del pubblico e la adottiamo noi pure, benché con una certa qual temperanza. Adottarla è andar contro a quasi tutti i critici francesi, né per ciò rimarremo dal farlo. Ci diletteremo anzi molto nel contraddire passo per passo gli appunti più gravi scagliati dagli scrittori più gravi nei giornali più gravi. "C’est au public qu’il faut s’en prendre lorsque la cri-<noinclude><references/></noinclude> 4gr2peycn0hqc8a6ksfu48yy2l64uqo Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/193 108 1032074 3901585 2026-09-18T14:34:20Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3901585 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|167}}</noinclude>tique est obligée par le succès de s’arrêter à des œuvres indignes d’elle. Mais pour être inévitable, cette tâche de la critique n’en devient ni plus attrayante, ni plus facile, et l’on ne peut guèrè se résoudere à discuter sérieusement ce qui ne supporte pas l’examen". E perché tanto baccano? ''Wozu der Lärm?'' (come esclama Mefistofele dopo i farneticamenti dell’evocazione di Faust.) ''Wozu der Lärm?'' qual’è il sacrilegio che s’è commesso, qual’è la profanazione, qual’è il delitto? Certo nei placidi regni dell’arte accadde qualche scandalo grave per muovere un così portentoso dispetto; chi è quell’indignato che sulla guancia porta il rossor del pudore e sulla fronte il rossor della collera? E chi grida? dove grida? ed a chi grida? Il gridatore è Prévost-Paradol, il luogo dove si grida è la ''Révue des deux-mondes'' e il gridato è Victorien Sardou, Chi lo avrebbe mai detto? L’ingegno abbaia contro l’ingegno come un cane aizzato, la critica eletta mugghia contro l’arte eletta, il giornale ch’è la tribuna insulta il teatro ch’è il pulpito, la ''Révue des deux-mondes'' offende il ''Gymnase''. Se i buoni s’accapigliano in tal modo, che faranno i cattivi? se il grave senatore togato va così arrabbattandosi colle pugna serrate e co’ denti stretti per l’ira, cosa farà il plebeo, il ''tunicatus'', lo schiavo? Prévost-Paradol, quel nobilissimo scrittore, quel delicato artista, quel severo filosofo, ha dimenticato per un’ora la sua serietà e il suo corretto stile. Vediamo un po’ se ha dimenticato anche il suo antico amore, il suo studio grande: la scienza del criticare. {{Smaller|«Que l’ombre de Ducis nous pardonne si son nom nous révient à l’ésprit dans cette circostance; mais presque toutes les comédies de M. Sardou nous rappellent un mot charmant de M.e d’Houdetot sur une tragédie de Ducis, ''Oedipe chez Admète''... — Que pensez-vous de la}}<noinclude><references/></noinclude> l1nu5rlocrfna3k1r8hfi7ifnmuvc3c Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/194 108 1032075 3901586 2026-09-18T14:36:18Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3901586 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|168|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>{{Smaller|pièce nouvelle? — lui demandait-il. — De laquelle parlez vous? — répondit M.e d’Houdetot, — car j’en ai vu deux hier-au-soir. C’est ce qui arrive à tous les auditeurs de M. Sardou; il voient toujours deux pièces en une seule, et deux pièces qui les plus souvent n’ont rien à démêler l’une avec l’autre».}} Perché tanta pompa di sdegno, perché tanta mostra di muscoli, di bicipiti e di torace, di vene enfiate e di narici dilatate contro l’innocente Sardou? Il "gladiatore" d’Agasias esiste già in una sala del Louvre ed ogni buon parigino può andare ad ammirarlo tutti i dì dalle dieci alle tre, né c’è bisogno alcuno che M. Prévost-Paradol offra al pubblico in se medesimo una copia della celebre statua eginetica. Perché evocare l’ombra del dimenticato Ducis e domandarle perdono di trascinarla nell’argomento dei ''Nos bons villageois''? noi domanderemmo piuttosto perdono al Sardou se venissimo a ciarlargli di Ducis, di quel mediocrissimo uomo, traditore de’ classici, traditore de’ romantici e insieme plagiario di Corneille e di Shakespeare, profanatore miserabile ad un tempo di Amleto e di Edipo, uomo a buon dritto morto, sepolto, ammuffito e obbliato. Si offende la sacra memoria dei grandi morti immortali citando con tanta unzione e con tanta pietà il nome di Ducis. Dopo essersi inginocchiato davanti a quest’ombra, Prévost-Paradol trova che Ducis ha lo stesso peccato di Victorien Sardou: ''Oedipe chez Admète'' son due commedie in una, come ''Nos bons villageois''. Ma forse anche ciò è falso, e doppiamente falso in questo asserto noi troviamo due errori. Errore primo: nei ''Bons villageois'' non ci sono punto due commedie. Il Prévost-Paradol ha preso per un’intera commedia le ''scenette di genere'' del primo e del secondo<noinclude><references/></noinclude> d5gazj99nig2aatj229kmnqrqz79ds3 Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/195 108 1032076 3901587 2026-09-18T14:38:09Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3901587 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|169}}</noinclude>atto, e qui sta l’inganno; egli non ha capito che quelle scenette erano il semplice fondo su cui s’aggiravano le linee dell’unica e vera commedia che s’intravvede al primo atto, che si rivede al secondo, che scoppia con tutta la sua forza al terzo, che freme ancora nel quarto e che nel quinto si scioglie in un dolce sorriso. L’azione dei ''Bons villageois'' è una, unicissima, e dove mai Prévost-Paradol mi sa trovare in questa commedia materia per una seconda azione? Il cicalio delle lavandaie, ben lungi dal presentare gli elementi d’una superfetazione, per così dire, di soggetto, non ci pare quasi neanche un episodio, neanche un dialogo, neanche un seguito di scene, bensì un chiacchierio di gaie comari, un gorgheggio di passeri, una facezia; si dica lo stesso delle celie paesanesche dell’atto secondo nella bottega del barbiere. Queste scene sono il paesaggio del quadro le di cui figure reali sono il Barone, i due Morisson e le due donne del castello. La maniera del Sardou ci rammenta un po’ il pennello di {{AutoreCitato|Salvator Rosa|Salvator Rosa}}, paesaggista e figurista in uno. In tutta la commedia del Sardou appare questa doppia manifestazione del suo ingegno, per modo che non sappiamo se egli sia più Calame o più Meissonier. L’originalità principale del nostro commediografo sta appunto nell’accordo ch’egli sa trarre da questo suo dualismo; e ci pare di avere scoperto le traccie della sua teoria e d’aver seguito le orme del suo sistema. Sardou cerca prima di tutto una tesi sociale, un intrigo. La tesi sociale corrisponde a ciò che noi chiamiamo "il fondo", il "paesaggio" della sua commedia, il quale fondo o paesaggio viene rappresentato da personaggi esclusivamente incaricati di ciò; l’intrigo è l’altra parte, la quale corrisponde<noinclude><references/></noinclude> 4sikaa06i25vwoy8bc0s4h4eo7fbq8j Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/196 108 1032077 3901588 2026-09-18T14:39:51Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3901588 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|170|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>alle figure". Ma non diremo mai d’una commedia di Sardou: sono due commedie; come non diremo mai d’un quadro del Rosa: sono due quadri. Errore secondo: la ''duplice azione'' non è un difetto. Per convincerci che lo sia, si dovrebbe incominciare a distruggerci davanti agli occhi tutto Shakespeare dalla sua prima commedia all’ultima tragedia. In quasi tutte le più mirabili e possenti opere dello Shakespeare appare la ''duplice azione''. La ''duplice azione'' è uno dei segni di quel gigante. Tutte le sue tragedie sono biforcute e poderosamente ramificate come le corna d’un antilope immenso. Nell’''Arrigo IV'' dramma c’è la commedia che si chiama ''Falstaff''; nell’''Antonio e Cleopatra'' c’è una tragedia a Roma e l’altra in Egitto; nel ''Re Lear'' c’è un’altro dramma che si chiama ''Glocester'', nell’''Amleto'' c’è un altro Amleto che si chiama ''Laerte''. Dunque M. Prévost-Paradol erra due volte: la prima perché osserva con intenzione di biasimo l’esistenza d’una duplice azione nei ''Nos bons villageois'', la seconda perché questa doppia azione non c’è. Se ci fosse, essa sarebbe, secondo noi, un indizio di più dell’eccezionale ingegno di Victorien Sardou. M. Prévost-Paradol chiama ''Nos bons villageois'': "tissu d’invraiesemblances, suite d’incidents et d’actions qui sont autant de défis portés au sens commun". La tela di quest’ultima commedia di Sardou ha un carattere speciale che la distingue dalle tele di quasi tutte le altre commedie dello stesso autore, e questo carattere è la ''semplicità''. Una posizione drammatica sola, portata fino alle ultime sue conseguenze, ecco con quale innocente artifizio è composto l’intrigo di questa commedia. Questa posizione sulla cui base poggia<noinclude><references/></noinclude> 3ogvn19veghxcjyj86cj4cg3bm7lgc0 Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/197 108 1032078 3901589 2026-09-18T14:41:45Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3901589 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|171}}</noinclude>tutta la favola del dramma, può narrarsi in una riga e già tutti lo sanno: un innamorato che per salvare la donna si finge un ladro, e costui è Henri Morisson. Ora, data questa posizione unica, dal contatto di Henri col padre suo, poi di Henri col marito, poi di Henri col padre e col marito assieme, poi di Henri col padre, col marito e colla donna, il Sardou fa scaturire la commedia intera, e la fa scaturire limpida, naturale, spontanea, senza nessun ''tessuto d’inverosimiglianze'' né ''seguito d’incidenti'' estranei e superflui. Sardou si è proposto in questi ''bons villageois'' una grande economia di avvenimenti: volle gli avvenimenti appena necessarii allo sviluppo de’ suoi cinque atti. E infatti è così facile a tenersi a mente il soggetto, è così parco d’accessorii, è così semplice, che il Prévost-Paradol benché voglia evidentemente raccontarlo in modo da farlo sembrare una matassa informe di inverosimiglianze, lo fa stare tutto in una pagina della ''Révue'', compresi i più minuti particolari. Se non che l’illustre critico francese raccontando questo soggetto di commedia incorre in una grave distrazione, e su questa distrazione fonda in piena coscienza una ferocissima accusa contro il povero Sardou. Lo strano si è che questa accusa, la quale tende a distruggere da capo a fondo la commedia, è falsa, falsissima; e benché tale, fu ripetuta da tutti i giornali francesi. Citiamo l’accusa: {{Smaller|"Le voilà donc révenu dans ce parc (tutti i lettori capiscono che qui si parla di Henri Morisson), où le surveille la méchanceté des paysans; sa présence est denoncée au maître de la maison; on le corne, on le pursuit, on l’atteint enfin dans le salon, où il faut éxpliquer sa présence. Il n’a qu’un mot à dire, et puisqu’il vient cette fois pour cette jeune fille}}<noinclude><references/></noinclude> 5yk5dzv7vqk8byt0w4c5adkuoz0i93d Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/198 108 1032079 3901590 2026-09-18T14:43:56Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3901590 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|172|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>{{Smaller|qu’il aurait pu si aisément et si honnêtement demander en mariage, sa conduite est absurde sans être criminelle. Il va sans doute dire la vérité, ou du moins cette partie de la vérité qui ne compromet personne et le fera seulement paraître aussi sot qu’il le mérite; mais cette vérité est encore trop commode à dire: il n’y a pas de danger qu’il la dise. Il aime mieux étendre la main, saisir une poignée de diamants et se faire passer pour voleur".}} Qui appunto sta il culmine della commedia. Qui sta l’arte, qui sta l’ispirazione di Victorien Sardou. Henri non può fare altro che fingere di rubare i diamanti, e basta notare una circostanza dimenticata da Prevost-Paradol per isgominare dalle fondamenta la sua critica. Henri non entra nel parco per Geneviève, ma per Pauline, non è là per la ''demoiselle'', ma per la ''dame''. Basti citare queste parole stampate a pagina 98 della terza edizione dei ''Nos bons villageois'' per convincersi di ciò: {{Smaller|(Henri è già nella sala del castello, solo, quasi spaventato dall’audacia sua) "Tous le gens du chateau sont à la fête... le baron est au bal, je m’en suis assuré... Et sans doute elle est seule... C’est audacieux ce que je fais la. (Ma ecco, che entra in scena Geneviève invece di Paolina) Geneviève! quel contre-temps!"}} Dunque se Geneviève ''est un contre-temps'', Henri non è certamente entrato nel parco e nel castello per Geneviève, e la miglior prova è che appena egli l’ha scorta, s’è mosso per andarsene. Ma Geneviève lo vede e lo chiama. Henri bisogna che s’arresti. Di lì poi nasce la catastrofe logicissima. Come può dire Henri al Barone: "sono venuto qui per Geneviève", se realmente è venuto li per la moglie del Barone? La presenza di Henri nel castello in quella notte è colpevole e, diciamolo pure, è<noinclude><references/></noinclude> fismzwoal6t0va6gy62cuh3evyhpdqe Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/199 108 1032080 3901591 2026-09-18T14:46:01Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3901591 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|173}}</noinclude>pazza, è sconsigliata: bisogna espiarla. Il mezzo termine di Genéviève sarebbe alla coscienza di Henri una infamia maggiore, un rimorso maggiore, e poi là in quel parco, inseguito, circondato, scacciato da tutti, fuggente, tremante, disperato, non si ricorda già più di Geneviève. Vede Paolina, è colto con Paolina, bisogna salvare la moglie del Barone anzi tutto; non c’è altro mezzo che passare per ladro e farsi prendere co’ diamanti in mano. Il mezzo è terribile, eccessivo ma necessario, e in questa necessità sta appunto il trionfo di Sardou. Pauline è innocente, è monda d’ogni macchia, Pauline non ama più Henri, non lo ha forse amato che un giorno solo e poi l’amore gli è tornato in uggia, in nausea, in paura, in tormento di spirito. Ed è appunto questa resistenza implacabile, questa virtù di Pauline che desta in Henri tutte le più violente ostinazioni dell’amore deluso: "Une femme qui s’enfuit... quel âpre désir de courir aprés elle". In quell’''âpre dèsir'' c’è una infocata mistura di tutti i più veementi veleni dell’amore e della collera. Henri Morisson, che in fine de’ conti è il personaggio che condensa in sé tutto il dramma, dev’essere meditato scrupolosamente dalla critica. Meditiamolo. Henri Morisson è l’antagonista del soggetto di Sardou, è il parigino, è l’uomo della capitale, è il personaggio che rappresenta l’antica legge dei ''contrarii'' e dei ''contrasti'', legge che nacque col dramma primitivo e che vivrà fin che vivrà il dramma sulla terra. Ecco dunque da un lato Grinchu, Floupin, Fetillard, ''villageois'', dall’altro lato Henri Morisson, parigino. E fin dal primo atto appaiono sulla scena i difetti degli uni e dell’altro. Gli abitanti della villa sono ignoranti, caparbi, egoisti,<noinclude><references/></noinclude> 9xpoyj9xo6bk8x2mmm7svg1uqska555 Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/200 108 1032081 3901592 2026-09-18T14:48:50Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3901592 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|174|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>maligni, invidiosi, ingrati, burbanzosi, vigliacchi, e l’abitante della città è frivolo, leggero, volubile, pronto al male, ma pronto anche anche al bene, suscettibile al peccato, ma anche all’espiazione, effeminato ed eroe, coraggioso in tutto, tanto nel vizio come nella virtù, vero figliuolo del secolo. Tutti i giovani che hanno oggi vent’anni, sono fatti a simiglianza di Henri Morisson. Appena ch’essi sentono l’imperiosa necessità dell’amore, eccoli già posti in un bivio inevitabile e fatale: l’amor puro o l’amore colpevole? Non sanno se dare l’anima loro alla vergine o alla donna, a Geneviève o a Pauline. Quasi tutti, dopo aver molto sofferto, molto desiderato e molto titubato, scelgono... Pauline. Questa è la storia quotidiana di tutti i primi amori, che oggi non sono certo i più puri, e la colpa non è di Sardou. Ma dopo i primi amori vengono i secondi, e allora si sceglie Geneviève, che si sposa al quinto atto. Che questo Henri sia un tipo vero, nessuno certo potrà contestarcelo; ma tutti ci contesteranno che sia un tipo estetico. E veramente fino al terzo atto nulla d’estetico, nulla d’ideale appare in codesto Henri Morisson. Ma al terzo atto il nostro personaggio s’ingrandisce meravigliosamente. La sua menzogna è stupenda; quel ''girella'' dell’amore, quel don Giovanni da dozzina, quel ''bardassa'' da ''boudoir'', diventa un ideale eroico e tragico e mirabile, e allora l’arte incomincia: "''Ce rôle sans issue une fois adopté, il faut qu’il le soutienne, et nous soubissons lentement tous les détails que cette situation peut produire, depuis les mensanges variés de ce jeune imbecile jusqu’à la niàiserie de son père qui aime mieux se conformer à son dire et le déclarer un voleur que exposer à la colère de ce mari outragé ou plutôt croyant l’être. Certes''"<noinclude><references/></noinclude> 061xt6k6kl4t2hx08e6w9g2ds5t62ij 3901593 3901592 2026-09-18T14:49:21Z Candalua 1675 3901593 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|174|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>maligni, invidiosi, ingrati, burbanzosi, vigliacchi, e l’abitante della città è frivolo, leggero, volubile, pronto al male, ma pronto anche anche al bene, suscettibile al peccato, ma anche all’espiazione, effeminato ed eroe, coraggioso in tutto, tanto nel vizio come nella virtù, vero figliuolo del secolo. Tutti i giovani che hanno oggi vent’anni, sono fatti a simiglianza di Henri Morisson. Appena ch’essi sentono l’imperiosa necessità dell’amore, eccoli già posti in un bivio inevitabile e fatale: l’amor puro o l’amore colpevole? Non sanno se dare l’anima loro alla vergine o alla donna, a Geneviève o a Pauline. Quasi tutti, dopo aver molto sofferto, molto desiderato e molto titubato, scelgono... Pauline. Questa è la storia quotidiana di tutti i primi amori, che oggi non sono certo i più puri, e la colpa non è di Sardou. Ma dopo i primi amori vengono i secondi, e allora si sceglie Geneviève, che si sposa al quinto atto. Che questo Henri sia un tipo vero, nessuno certo potrà contestarcelo; ma tutti ci contesteranno che sia un tipo estetico. E veramente fino al terzo atto nulla d’estetico, nulla d’ideale appare in codesto Henri Morisson. Ma al terzo atto il nostro personaggio s’ingrandisce meravigliosamente. 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Henri si sarebbe lasciato uccidere dal Barone, o s’anche si fosse difeso, il Barone, vecchio militare, e vecchio geloso, e vecchio gentiluomo, avrebbe ucciso senza dubbio Henri. La colpa immaginaria della Baronessa si sarebbe confermata e aggravata col duello e tutte le apparenze avrebbero gridato la sua accusa. Il padre Morisson avrebbe, sconfessando la menzogna del figlio, immolata la vita di Henri a una apparente infamia di alcune ore, avrebbe da vigliacco, da plebeo, compromessa terribilmente la Baronessa. Tutto è combinato nell’atto terzo dei ''Bons villageois'' con profonda sapienza, e la critica non può assalirlo che combattendo in cattiva guerra e con cattive armi. Eppure tutti i critici l’assalirono. Ci dev’essere una cagione nascosta a codesto sdegno universale: non possiamo supporre cbe gli scrittori francesi abbiano così fattamente smarrito il senso dell’arte e la gentilezza loro abituale. La ragione ci pare d’intravvederla in un periodo dello stesso Prévost-Paradol verso la fine del suo articolo. Alcuni calunniatori del fortunato commediografo hanno sparso la voce a Parigi che ne’ ''Bons villageois'' ci<noinclude><references/></noinclude> ojm3zdg0iuyqpx2a26bqwh15x0csmz0 Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/202 108 1032083 3901595 2026-09-18T14:51:35Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3901595 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|176|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>erano delle allusioni politiche. Da qui la lapidazione di tutti i giornali oppositori al calunniato Victorien Sardou. Questa discolpa ci pare puerile e vana quanto la colpa. Sta bene l’opposizione, sta bene l’opinione politica, e non è difficile il manifestarla ogni mattina ed ogni sera su tutti gli articoli di fondo dei grandi giornali parigini. Rispettiamo ed onoriamo profondamente quel nobile circolo di persone che fanno od ispirano gli scritti della ''Révue des deux-mondes'': hanno molto pensato, molto lottato, molto sofferto, molto osato per la Francia; ma rispettiamo ed onoriamo anche l’arte. Che i ''Nos bons villageois'' siano una commedia politica, lo neghiamo ricisamente in nome del buon senso, del buon senso del pubblico, del buon senso di Victorien Sardou. Chi crede al significato misterioso del "sindaco-barone", è un visionario, è un don Chisciotte, piglia mulini per mostri e lucciole per lanterne. I ''Nos bons villageois'' sono una semplice commedia e vanno giudicati come tale. Apprezziamo troppo l’importanza della politica per acconsentire quando la vediamo con paura spavalda nascondersi e mostrarsi in un articolo d’arte. Lo scritto di Prévost-Paradol è una cattiva azione giudicata dal punto di vista della critica, senz’essere una buona azione politicamente parlando. La stampa francese in questo affare dei ''Bons villageois'' ci ha mossi a sorpresa e a compianto. Abbiamo veduto con un certo ribrezzo tante altissime intelligenze dar fede a una fola da bimbi e su quella congiurare una dimostrazione politica. Il popolo della Rivoluzione, del ''Ohè Lambert'', il popolo di Vergniaud e di ''Thérèse'' è sintetizzato in questo atteggiamento dei critici davanti a Sardou. E qui è il caso di guardarci un po’ noi con orgoglio<noinclude><references/></noinclude> e4jydn62azb4n92e3m6h6uh2he09g6k Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/203 108 1032084 3901597 2026-09-18T14:53:20Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3901597 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|177}}</noinclude>lieto e sereno, noi liberissimi. Tutte le audacie ci sono permesse, tanto quello della penna come quelle della parola. Per dire altamente l’animo nostro non abbiamo bisogno di mascherarci dietro una rivista teatrale o di fischiare una bella commedia, o di applaudire una brutta. L’arte non deve nulla temere da noi; possiamo meditarla tranquilli, sciolti, senza manette ai polsi e senza vischio alle labbra. E perché possiamo ciò fare, ci piacque in queste pagine di riabilitare, per quanto le nostre forze lo permisero, la commedia di Victorien Sardou. Un nobile esempio di questa nostra libertà l’ebbimo, or son poche sere, al Teatro Re nel dramma del signor Giovanni Biffi ''Il Ministro Prina''. Bisognava essere ben saldi e bene affratellati e bene indipendenti per poter sostenere lo spettacolo d’un simile soggetto. Il signor Biffi osò presentarcelo coraggiosamente, noi osammo fissarlo pacati. La bieca data del 20 aprile 1814 poté oggi soltanto essere dissepolta senza pericolo. Se l’ombra del ministro Prina sorgesse dalla sua fossa del Gentilino e chiedesse a qualcuno <poem> {{Smaller|Cossa n’è staa di milanés dal dì}} {{Smaller|Vint d’april del quattordes fina adess?}} </poem> {{No rientro}}udirebbe narrare ben altre storie di quella che narrò Tommaso Grossi ai suoi tempi. Quante altre date gloriose dopo quella data funerea! Foscolo la descrive mirabilmente, colla sua solita pompa d’amarezza nello stile, e col suo solito splendore, e sembra che la lettera di Foscolo alla contessa d’Albany, scritta il lunedì 16 maggio 1814, sia stata quasi il programma scenico del signor Biffi. V’è nel lavoro del<noinclude><references/></noinclude> bpkymlx6zgzq8yuwlbkou4habbqixgd Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/204 108 1032085 3901598 2026-09-18T14:53:43Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3901598 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|178|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>signor Biffi un bel colore storico, un bel colore locale, primissimi doveri di chi vuol trar dalle cronache la materia dell’arte. V’è generosa moderazione nel concetto generale, v’è arguta semplicità nei particolari; la scienza del vero e la coscienza del buono lo guidarono. Tutti i caratteri sono diligentemente segnati, colla storia alla mano. A volte il lavoro del signor Biffi appare tanto culto e tanto austero da dirsi piuttosto uno studio che un dramma; utile esempio a’ giorni nostri ed a’ paesi nostri ove s’usa porre assai troppo sotto ai piedi le severe fatiche dell’arte, e sta bene che in un tempo in cui l’attualità sola trova facile il plauso, ci siano de’ giovani i quali studino, malgrado ciò, le cose passate. La serietà del loro intento li fa degni della riconoscenza e dell’ossequio dei critici.<noinclude><references/></noinclude> gjltcgp1amtmmh7e94xyoht2rccqlhv Novelle e riviste drammatiche/III. 0 1032086 3901600 2026-09-18T14:54:10Z Candalua 1675 Porto il SAL a SAL 75% 3901600 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=18 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=III.|prec=../II.|succ=../Appendice bibliografica}} <pages index="Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf" from="186" to="204" /> {{Sezione note}} p1cmw8fj3g4f6rzhp6xhc3fj3jeuwfe Indice:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/styles.css 110 1032087 3901601 2026-09-18T15:13:58Z Candalua 1675 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: .varianti tr:first-child { font-style: italic } .varianti td:first-child, .varianti td:nth-child(2), .varianti td:nth-child(3), .varianti td:nth-child(4) { text-align: center; white-space: nowrap; } 3901601 sanitized-css text/css .varianti tr:first-child { font-style: italic } .varianti td:first-child, .varianti td:nth-child(2), .varianti td:nth-child(3), .varianti td:nth-child(4) { text-align: center; white-space: nowrap; } sapkcxti2ykms2mnvlsnd24ry3o0wbr 3901602 3901601 2026-09-18T15:14:49Z Candalua 1675 3901602 sanitized-css text/css #varianti tr:first-child { text-align: center; font-style: italic; } #varianti td:first-child, #varianti td:nth-child(2), #varianti td:nth-child(3), #varianti td:nth-child(4) { text-align: center; white-space: nowrap; } 00xjmeju090ikw69mf150lcily0a954 Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/206 108 1032088 3901603 2026-09-18T15:20:20Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3901603 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|180|{{smaller|APPENDICE BIBLIOGRAFICA}}|}}</noinclude>{| id="varianti" |- | || || || || ''Politecnico'' || ''Strenna'' |- |pag.|| 4 ||l. ||26 || quel negro venne portato in Europa || quel negro, nativo del Morant-Bay, venne portato in Europa |- |» || 6 || » || 6 e 7 || gentiluomo || ''gentleman'' |- |» || 7 || » || 26 || ottuso || chiuso |- |» || 7 || » || 26 || né me ne sono pentito, solo un po’ scoraggiato. Voi vedete in me una specie || Io sono una specie |- |» || 8 || » || 3 || ognuno || degli astanti |- |» || « || » || 22-23 || passatempo || distrazione |- |» || 9 || » || 16-17 || il lavoro di questi scacchi era così sottile che li riducea || il lavoro sottile di questi scacchi li riduceva |- |» || 10 || » || 11 || potrei darvi || potrei chiedere di darvi |- |» || » || » || 27 || il più celebre || uno dei più celebri |- |» || » || » || 28 || di Washington || d’America |- |» || » || » || 31 || America || Washington |- |» || 10-11 || » || 31-1 || milionario || quasi milionario |- |» || 13 || » || 19-20 || fosca e convulsa || fosca come la notte |- |» || » || » || 27 || ogni studio ed ogni sua forza || ogni sua forza |- |» || 15 || » || 26 || libro || lavoro |- |» || 19 || » || 24 || il battito || quello |- |» || » || » || 30-31 || || aggiunte queste due righe |- |» || 21 || » || 2 || ma un uomo || era un uomo |- |» || » || » || 3 || un ''nero'', ma un ''negro'' || ''nero'', era ''negro'' |- |» || » || » || 5-6 || quel volto || il suo volto |- |» || » || » || 6 || || aggiunto «forse» |- |» || » || » || 24 || || {{s|4}} » {{s|4}} «altre» |- |» || 22 || » || 12 || l’un contro l’altro || fra loro |- |» || » || » || 15 || alfiere || pedine |- |» || 23 || » || 29 || ove || e là |- |» || 24 || » || 1-2 || era un negro || non era che un negro |- |» || » || » || 10 || tornò a casa sua || rientrò nelle sue terre |- |» || » || » || 18 || piazze || vie |}<noinclude><references/></noinclude> dhd4koenn7oevd7hhglqxo5db74pw0n Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/207 108 1032089 3901604 2026-09-18T15:25:38Z Candalua 1675 Gadget Pt 3901604 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|APPENDICE BIBLIOGRAFICA}}|181}}</noinclude>{{Nop}} {{Ct|BIBLIOGRAFIA}} {{Ct|A) delle Novelle}} 1. — ''L’Alfier nero'': a) ''Il Politecnico'', Repertorio di studi letterarii, scientifici e tecnici. Parte letterario-scientifica. Milano 1867, Serie 4, vol. 3, pag. 269-282 (fascicolo del marzo). b) ''Strenna italiana pel 1868''. Milano, R. Stabilimento Nazionale di Ant. Ripamonti-Carpano; Venezia, Carlo Bianchi. Pag. 9-64: {{Sc|Arrigo Boito}} ''Un paio di novelle'', pag. 11-31: ''L’Alfier nero.'' 2. — ''Iberia'': Strenna citata, pag. 33-64. 3. — ''Il trapezio'': ''Rivista Minima'' diretta da Antonio Ghislanzoni. Anno III, 1873. R. Stabilimento Ricordi, Milano. N. 3, 4, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 13, 14, 16, 17, 18, 19, 23. ''Rivista Minima'' diretta da A. Ghislanzoni-S. Farina. Anno IV, 1874. R. Stabilimento Ricordi, Milano. N. 2, 18 gennaio 1874, pag. 27. Con questa puntata resta troncato il racconto. Nel N. 13, nella rubrica ''Minime'', si legge: «Nel prossimo numero sarà ripigliato e continuato senza interruzione il bel racconto di Tobia Gorrio: ''Il Trapezio''», ma la promessa non ebbe né anche un principio di adempimento. La firma in calce alle singole puntate è sempre ''Tobia Gorrio'', qualche volta in carattere tondo, qualche volta in corsivo, a forma di autografo. Anche nell’indice è sempre questo nome. Invece nel N. 10 del 1874, pag. 148, è pubblicata la nota poesia ''Lezione anatomica'' firmata con le sole iniziali A. B. In queste due annate della ''Rivista Minima'' altro non c’è del Boito. {{Centrato|B) Delle Riviste drammatiche}} 1. ''Il Politecnico'' citato. Serie 4, vol. I. Milano, 1866, pag. 685-646. II. ''Ivi'', pag. 915-23. Ill. ''Ivi''. Serie 4, vol. 3. Milano, 1867, pag. 86-96. La firma è, per I e II e per ''L’Alfier nero'', {{Sc|Arrigo Boito}} (nell’indice, anche per la novella, {{Sc|Boito prof. Arrigo}}); per III A. B. (nell’indice B. A.) <ref>Non dispiaccia che, per la storia della fortuna del Boito e più specialmente del ''Mefistofele'', ricordi come nel 1868 le ''riviste {{Pt|dramma-|}}''</ref><noinclude><references/></noinclude> 0s0wwj51e73e58jnycvcmtp6f9v6ab9 3901605 3901604 2026-09-18T15:25:56Z Candalua 1675 3901605 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|APPENDICE BIBLIOGRAFICA}}|181}}</noinclude>{{Nop}} {{Ct|BIBLIOGRAFIA}} {{Ct|A) delle Novelle}} 1. — ''L’Alfier nero'': a) ''Il Politecnico'', Repertorio di studi letterarii, scientifici e tecnici. Parte letterario-scientifica. Milano 1867, Serie 4, vol. 3, pag. 269-282 (fascicolo del marzo). b) ''Strenna italiana pel 1868''. Milano, R. Stabilimento Nazionale di Ant. Ripamonti-Carpano; Venezia, Carlo Bianchi. Pag. 9-64: {{Sc|Arrigo Boito}} ''Un paio di novelle'', pag. 11-31: ''L’Alfier nero.'' 2. — ''Iberia'': Strenna citata, pag. 33-64. 3. — ''Il trapezio'': ''Rivista Minima'' diretta da Antonio Ghislanzoni. Anno III, 1873. R. Stabilimento Ricordi, Milano. N. 3, 4, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 13, 14, 16, 17, 18, 19, 23. ''Rivista Minima'' diretta da A. Ghislanzoni-S. Farina. Anno IV, 1874. R. Stabilimento Ricordi, Milano. N. 2, 18 gennaio 1874, pag. 27. Con questa puntata resta troncato il racconto. Nel N. 13, nella rubrica ''Minime'', si legge: «Nel prossimo numero sarà ripigliato e continuato senza interruzione il bel racconto di Tobia Gorrio: ''Il Trapezio''», ma la promessa non ebbe né anche un principio di adempimento. La firma in calce alle singole puntate è sempre ''Tobia Gorrio'', qualche volta in carattere tondo, qualche volta in corsivo, a forma di autografo. Anche nell’indice è sempre questo nome. Invece nel N. 10 del 1874, pag. 148, è pubblicata la nota poesia ''Lezione anatomica'' firmata con le sole iniziali A. B. In queste due annate della ''Rivista Minima'' altro non c’è del Boito. {{Centrato|B) Delle Riviste drammatiche}} 1. ''Il Politecnico'' citato. Serie 4, vol. I. Milano, 1866, pag. 685-646. II. ''Ivi'', pag. 915-23. Ill. ''Ivi''. Serie 4, vol. 3. Milano, 1867, pag. 86-96. La firma è, per I e II e per ''L’Alfier nero'', {{Sc|Arrigo Boito}} (nell’indice, anche per la novella, {{Sc|Boito prof. Arrigo}}); per III A. B. (nell’indice B. 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Embrione di bibliografia più che vera bibliografia: le novelle sono ricordate così: «Moltissimi articoli di critica musicale, letteraria, tre novelle pubblicate in diverse «Riviste», tra le quali ''La Gazzetta Musicale''». Esaminata questa ''Gazzetta'', nulla vi ho trovato. <ref follow="pag207">''{{Pt|tiche|drammatiche}}'' del ''Politecnico'' nel 1868 furono continuate da un anonimo, il quale (vol. V. pag. 197-198) scrisse un severo giudizio del libretto appunto del ''Mefistofele'', che dice, più che un errore, un assurdo, consigliando il poeta a mutar strada, poiché egli aveva provocato il pubblico a giudicare come opera letteraria un melodramma destinato a incarnare uno spartito musicale. Ricorderò anche che nella ''Strenna'' del ''Gazzettino Rosa'' (Milano, Gattinoni, 1868, ma stampata e pubblicata nei primi mesi del ’69, e infatti la prefazione porta la data 16 gennaio 1869) ''L’economista per ridere'' scrive in una ''Rivista comica dell’anno 1868'' (pag. 14): «Mefistofele, genio malefico, mosse aspra battaglia al genio dell’Armonia, e venne, ''lacerator di ben costruiti orecchi'', evocato da non so quale ''medium'' sul palcoscenico della Scala». Dopo questa prima botta al Boito, che apparteneva alla consorteria del ''Pungolo'' inviso, al quale la ''Strenna'' continuamente e ferocemente allude, introduce (pag. 19-22) un dialogo, burlesco ma non spiritoso, tra il Boito e il ministro dell’Istruzione Emilio Broglio, che pare intendesse far risorgere la musica italiana, dimenticando, dice l’articolista, ch’era viva, mentre quello aveva col ''Mefistofele'' inteso allo stesso scopo e non si vedeva apprezzato dal ministro; finisce riproducendo una supposta lettera, stupidamente insolente, che pare prenda le mosse da una vera, del maestro al ministro. Nel dialogo il Boito si vanta di aver fatto molti sforzi per la risurrezione della musica italiana e di esserci riuscito: «chiedetelo, dice, al ''Dottor Verità'', poi a Leone Fortis, poi al ''Pungolo'', e vedrete». Come la ''consorteria'' accogliesse questi assalti mostra il brindisi-melodramma ''La consorteria delle Effe'' di Paolo Ferrari, che è appunto del 1868, pubblicato da Vittorio Ferrari nel suo libro sul padre: il brindisi è notevole anche perché prova che il severo giudizio sulla ''Marianna'' non aveva per nulla offeso l’affettuosa amicizia ch’era tra i due scrittori. Vero è che il Ferrari, nella prefazione della ''Marianna'', anteriore alla ''rivista'' del Boito, ribatte le accuse di immoralità rivolte alla sua commedia, e quanto ai giudici estetici dichiara di rispettare il gusto di tutti.</ref><noinclude><references/></noinclude> fj19vf13d25i496nhxatphy2wk8ipbp 3901607 3901606 2026-09-18T15:30:26Z Candalua 1675 3901607 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|182|{{smaller|APPENDICE BIBLIOGRAFICA}}|}}</noinclude>{{Nop}} {{Centrato|C) Intorno alle Novelle}} 1. — {{Sc|Albinati}} G. ''Bibliografia letteraria e musicale di Arrigo Boito'' in ''I libri del giorno, Rassegna mensile internazionale'', Milano, Treves, 1918, anno 1, n. 4, pag. 165. Embrione di bibliografia più che vera bibliografia: le novelle sono ricordate così: «Moltissimi articoli di critica musicale, letteraria, tre novelle pubblicate in diverse «Riviste», tra le quali ''La Gazzetta Musicale''». Esaminata questa ''Gazzetta'', nulla vi ho trovato. <ref follow="pag207">''{{Pt|tiche|drammatiche}}'' del ''Politecnico'' nel 1868 furono continuate da un anonimo, il quale (vol. V. pag. 197-198) scrisse un severo giudizio del libretto appunto del ''Mefistofele'', che dice, più che un errore, un assurdo, consigliando il poeta a mutar strada, poiché egli aveva provocato il pubblico a giudicare come opera letteraria un melodramma destinato a incarnare uno spartito musicale. Ricorderò anche che nella ''Strenna'' del ''Gazzettino Rosa'' (Milano, Gattinoni, 1868, ma stampata e pubblicata nei primi mesi del ’69, e infatti la prefazione porta la data 16 gennaio 1869) ''L’economista per ridere'' scrive in una ''Rivista comica dell’anno 1868'' (pag. 14): «Mefistofele, genio malefico, mosse aspra battaglia al genio dell’Armonia, e venne, ''lacerator di ben costruiti orecchi'', evocato da non so quale ''medium'' sul palcoscenico della Scala». Dopo questa prima botta al Boito, che apparteneva alla consorteria del ''Pungolo'' inviso, al quale la ''Strenna'' continuamente e ferocemente allude, introduce (pag. 19-22) un dialogo, burlesco ma non spiritoso, tra il Boito e il ministro dell’Istruzione Emilio Broglio, che pare intendesse far risorgere la musica italiana, dimenticando, dice l’articolista, ch’era viva, mentre quello aveva col ''Mefistofele'' inteso allo stesso scopo e non si vedeva apprezzato dal ministro; finisce riproducendo una supposta lettera, stupidamente insolente, che pare prenda le mosse da una vera, del maestro al ministro. Nel dialogo il Boito si vanta di aver fatto molti sforzi per la risurrezione della musica italiana e di esserci riuscito: «chiedetelo, dice, al ''Dottor Verità'', poi a Leone Fortis, poi al ''Pungolo'', e vedrete». Come la ''consorteria'' accogliesse questi assalti mostra il brindisi-melodramma ''La consorteria delle Effe'' di Paolo Ferrari, che è appunto del 1868, pubblicato da Vittorio Ferrari nel suo libro sul padre: il brindisi è notevole anche perché prova che il severo giudizio sulla ''Marianna'' non aveva per nulla offeso l’affettuosa amicizia ch’era tra i due scrittori. Vero è che il Ferrari, nella prefazione della ''Marianna'', anteriore alla ''rivista'' del Boito, ribatte le accuse di immoralità rivolte alla sua commedia, e quanto ai giudici estetici dichiara di rispettare il gusto di tutti.</ref><noinclude><references/></noinclude> cfiwuidnmhy6w83igcahmw929ejosuj Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/209 108 1032091 3901608 2026-09-18T15:34:22Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3901608 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|APPENDICE BIBLIOGRAFICA}}|183}}</noinclude>{{Nop}} 2. — {{Sc|Barbiera Raffaello}}. ''La veglia d’arme d’Arrigo Boito'' in ''Rivista d’Italia'', anno XI, fasc. IX, 30 settembre 1918, Milano. p. 86. Sono ricordi interessanti; delle novelle nomina ''L’Alfier nero'' e ''Il trapezio'': di questa non dice nulla, di quella scrive che fu pubblicata nel ''Politecnico'' senza precisare il volume. 3. — {{Sc|Croce Benedetto}}. ''Note sulla letteratura italiana nella seconda metà del secolo XIX''. «''VIII: Boito-Tarchetti-Zanella'' in ''La Critica'', anno II (1904), pag. 379: «Trovo ricordata nel ''Conversations-Lexicon'' del Meyer una serie di novelle (del Boito): ''L’alfiere nero'', ''Il pugno chiuso'', ''Honor'', ''Il trapezio'', ''Iberia''; ma non so se non si tratti di un equivoco». Nella ''Letteratura'' della ''Nuova Italia'', Bari, Laterza, 1914, vol. 1°, pag. 259 e 419, il C. soppresse l’accenno alle novelle. 4. — {{Sc|Farina Salvatore}}. ''La mia giornata (Dall’alba al meriggio)''. S. T. E. N. Torino 1910, p. 178-179. 5. — {{Sc|Gallignani}} G. ''Arrigo Boito rievocato da un amico'' in ''La Lettura'', anno XIX, n. 3, marzo 1919, pag. 153. È la migliore commemorazione del B. che io abbia letto; ricorda l’attività svariata di lui come giornalista, e dice che in quanto scriveva di critica, sebbene scrivesse senza ambizione d’arte, solo per guadagnarsi da vivere, imprimeva «tale marca personale di osservazione e di forma, da persuadere che quei suoi rilievi sarebbero accolti oggi ancora con grande piacere e profitto». A pag. 158 scrive: «butta giù (il B.) due novelle «Alfiere nero» ed «Iberia»: che proprio le ''buttasse giù'', almeno per quanto riguarda ''L’Alfiere'', smentiscono le correzioni fatte per la seconda edizione. Poco più oltre: «butta giù altre due novelle: «La musica in piazza» e «Il trapezio», rimasta incompiuta»: né anche al ''Trapezio'' è bene applicato il ''butta giù''. Non dá nessuna indicazione bibliografica. 7. — {{Sc|Molmenti}} P. G.. ''Impressioni letterarie''. Milano, Battezzati, 1875. ''Arrigo Boito'', pag. 188. 8. — ''Pungalo (il)'', di Milano, 10 settembre e 27 dicembre 1867.<noinclude><references/></noinclude> cbdzaux9846w6bcje4fr87zq6urqis4 3901609 3901608 2026-09-18T15:34:29Z Candalua 1675 3901609 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|APPENDICE BIBLIOGRAFICA}}|183}}</noinclude>{{Nop}} 2. — {{Sc|Barbiera Raffaello}}. ''La veglia d’arme d’Arrigo Boito'' in ''Rivista d’Italia'', anno XI, fasc. IX, 30 settembre 1918, Milano. p. 86. Sono ricordi interessanti; delle novelle nomina ''L’Alfier nero'' e ''Il trapezio'': di questa non dice nulla, di quella scrive che fu pubblicata nel ''Politecnico'' senza precisare il volume. 3. — {{Sc|Croce Benedetto}}. ''Note sulla letteratura italiana nella seconda metà del secolo XIX''. «''VIII: Boito-Tarchetti-Zanella'' in ''La Critica'', anno II (1904), pag. 379: «Trovo ricordata nel ''Conversations-Lexicon'' del Meyer una serie di novelle (del Boito): ''L’alfiere nero'', ''Il pugno chiuso'', ''Honor'', ''Il trapezio'', ''Iberia''; ma non so se non si tratti di un equivoco». Nella ''Letteratura'' della ''Nuova Italia'', Bari, Laterza, 1914, vol. 1°, pag. 259 e 419, il C. soppresse l’accenno alle novelle. 4. — {{Sc|Farina Salvatore}}. ''La mia giornata (Dall’alba al meriggio)''. S. T. E. N. Torino 1910, p. 178-179. 5. — {{Sc|Gallignani}} G. ''Arrigo Boito rievocato da un amico'' in ''La Lettura'', anno XIX, n. 3, marzo 1919, pag. 153. È la migliore commemorazione del B. che io abbia letto; ricorda l’attività svariata di lui come giornalista, e dice che in quanto scriveva di critica, sebbene scrivesse senza ambizione d’arte, solo per guadagnarsi da vivere, imprimeva «tale marca personale di osservazione e di forma, da persuadere che quei suoi rilievi sarebbero accolti oggi ancora con grande piacere e profitto». A pag. 158 scrive: «butta giù (il B.) due novelle «Alfiere nero» ed «Iberia»: che proprio le ''buttasse giù'', almeno per quanto riguarda ''L’Alfiere'', smentiscono le correzioni fatte per la seconda edizione. Poco più oltre: «butta giù altre due novelle: «La musica in piazza» e «Il trapezio», rimasta incompiuta»: né anche al ''Trapezio'' è bene applicato il ''butta giù''. Non dá nessuna indicazione bibliografica. 7. — {{Sc|Molmenti}} P. G.. ''Impressioni letterarie''. Milano, Battezzati, 1875. ''Arrigo Boito'', pag. 188. 8. — ''Pungolo (il)'', di Milano, 10 settembre e 27 dicembre 1867.<noinclude><references/></noinclude> 706w6x9hor61rqtikx4bonjla0muq5v Novelle e riviste drammatiche/Appendice bibliografica 0 1032092 3901610 2026-09-18T15:34:33Z Candalua 1675 Porto il SAL a SAL 75% 3901610 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=18 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Appendice bibliografica|prec=../III.|succ=}} <pages index="Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf" from="205" to="214" /> {{Sezione note}} nyuu8h98smqlezn23od1gimlicnv5h3 Pagina:Tigri - Canti popolari toscani, Barbèra Bianchi e Comp., 1856.pdf/144 108 1032093 3901613 2026-09-18T18:02:21Z Gius.arena 73653 /* Senza testo */ 3901613 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="0" user="Gius.arena" /></noinclude>86 CANTI POPOLARI TOSCANI. Vieni pensando a me segretamente, Ch’io ti accompagno per tutta la via.* 10 ti accompagno per tutta la strada: Ricordati di me, speranza cara. ♦;>06 Finestra cbe di notte stai serrata, 11 giorno f apri per farmi morire;* Finestra di garofani ’ adornata^ Dove riposa il suo viso gentile; Dove riposa il suo visino adorno: E mi fai consumar la notte e 1 giorno; Dove riposa il suo viso reale: E giorno e notte mi *fai consumare.^ 307 Finestra che di notte stai serrata. Il giorno aperta per farmi morire, Finestra di garofani adornata, Per gentilezza t^ av eresti a aprire. Finestra dalle pietre minutelle; Di drente ^ il sole, e di faora le stelle: ^ Finestra dalle pietre preziose; Di drento il sole, e di fuora le rose. 30S Vedo la casa e non vedo il bel viso. Vedo la finestrella cbe m* accora, E drento mi ci pare un paradiso. Viso di nobiltà, affacciati fuora. Affacciati ^ fuora, e donami un saluto: Rinfresca questo cuor, cbè ardo e brucio; * Saremo uniti nel pensiero d’amore. * Vedendovi si bel viso. ^ Garofano, dal latino Caryophilum. Qui forse intende delle viole garofanate,che anco la povera gente suol coltivare e tenere in vasi alle finestre. * a Ch’ogni cuor raddolcisce, e il mio consuma,» Petrarca. ^ Drento, voce antica, per dentro. " Il rispetto glielo canta di notte. " Bisognerebbe dir facciati perchè tornasse il verso, che cantandolo però rendono egualmente armonioso.<noinclude><references/></noinclude> gnjrtjqy252rsolp00kjajt9y0ecktd Pagina:Tigri - Canti popolari toscani, Barbèra Bianchi e Comp., 1856.pdf/114 108 1032094 3901614 2026-09-18T18:08:14Z Gius.arena 73653 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: o6 CANTI POPOLARI TOSCANI. Quando che ^ cominciaste a compitare, Con qua* be* modi mi cavaste il core. Con que’ be’ modi e la bella maniera 1 Messi la mano al petto, e il cor non e’ era. Con que’ be’ modi e con quella virtù ne I * Messi la mano al petto, e ’n e’ era piane. * 187 Come ha potuto far la vostra mamma ^ Finger sopra di voi tante bellezze? T’ha fatto bianca e rossa e innamorata, Manco ’ se dal maestro ^... 3901614 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Gius.arena" /></noinclude>o6 CANTI POPOLARI TOSCANI. Quando che ^ cominciaste a compitare, Con qua* be* modi mi cavaste il core. Con que’ be’ modi e la bella maniera 1 Messi la mano al petto, e il cor non e’ era. Con que’ be’ modi e con quella virtù ne I * Messi la mano al petto, e ’n e’ era piane. * 187 Come ha potuto far la vostra mamma ^ Finger sopra di voi tante bellezze? T’ha fatto bianca e rossa e innamorata, Manco ’ se dal maestro ^ fosse andata! ♦ 1S8 Ó viso angelicato fatto a perle, Sempre sei stato nella grazia mia. E San Giovanni a battezzar vi venne, Vi tenne in collo Santa Anastasia. ^ ’N ^ collo vi tenner gli Angeli e gli Dei: Bella, che fra le perle nata sei. 189 Bella, che fra le belle sete bella,* ’L mondo veniste con gran maraviglia; Della stella Diana "^ sete sorella. Della madre d* Amor la cara figlia. Della madre d’Amor sete la figlia-: L’occhi tierelli ^ e le inarcate ciglia. 190 0 rosa, 0 rosa, o rosa gentiJina, *" Quanto bella t* ha fatta la tua mamma! T’ha fatto bella, poi t’ha messo un fiore: T’ha messo alla finestra a far V amore.^ T’ha fatto bella, e t’ha messo una rosa: T’ha messo alla finestra a far la sposa. ’ Per il semplice quando; è in Gino da Pistoia, e nel Firenzuola. * Virtune, e piune, per tnriù, e più", con l’antica aggiunta del ne, come in lew, mene. * Abbreviazione di nemman/co, nemmeno. * Dante: «maestro di pennello.» '' In. ’ L’a di belia elide V a d’al del secondo verso. ’ Bisogna far Diana di due sillabe, perchè torni il verso. " Vezzeggiativo di neri. Sottintendi avete. * Ma comunemente si dice fare all’amore.<noinclude><references/></noinclude> faxeh8i4152bvqlcjsteupv4l31b4no Pagina:Tigri - Canti popolari toscani, Barbèra Bianchi e Comp., 1856.pdf/243 108 1032095 3901615 2026-09-18T18:13:54Z Gius.arena 73653 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: RISPETTI. 489 Nascesse ^ mille, to’* siete ii più bello: Fiorisce V erba do* avete a passare.’ Dove avete a passar, fiorisce il grano: Bello, nasceste colle rose in mano. Dove avete a passar fiorisce il gioglio: ^ Bello, nasceste colle rose in collo.* Dove avete a passar, fiorisce il lino: Bello, nasceste con un gelsomino. 699 O bel visino tanto angelicato," La vostra mamma vi seppe ben fare: Nascesse mille, vo’ "^ sl... 3901615 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Gius.arena" /></noinclude>RISPETTI. 489 Nascesse ^ mille, to’* siete ii più bello: Fiorisce V erba do* avete a passare.’ Dove avete a passar, fiorisce il grano: Bello, nasceste colle rose in mano. Dove avete a passar fiorisce il gioglio: ^ Bello, nasceste colle rose in collo.* Dove avete a passar, fiorisce il lino: Bello, nasceste con un gelsomino. 699 O bel visino tanto angelicato," La vostra mamma vi seppe ben fare: Nascesse mille, vo’ "^ slete il più bello, Fiorisce Torba do* avete a passare. Fiorisce, l’erba, le rose e le spine: Di do’ passate voi, la terra ride. Fiorisce Y erba, le spine e le rose: Di do* passate voi, la terra gode. La terra gode, e sopra ci fa il grano: Bella, nasceste colle rose in mano. Il grano fa la spiga, e poi fa il fiore: Bella, nasceste di sangue d* amore. Il grano fa la spiga e poi si secca: Bella, nasceste fior di gentilezza. Il grano fa la spiga, e poi si batte: Bella, nasceste di sangue e di latte. Il grano fa «la spiga, e poi s* abbarca: ^ Bella, nasceste del giglio più bianca. Il grano fa la spiga e si ripone: Bella, nasceste di fior di limone. * 700 Quando nasceste voi, nasce ^ lo sole. La luna la restò di ^^ camminare, ’ SottinteDdi ne. ’ Vo’ per voi, e sotto do per dovt. ^ In uno Stornello: «Dove passate voi l erbacina»ce.» Avete ^t dovete. V Loglio: in Guittone. ^ Proprio per far rima. ^ Che ha dell’angelo. Dante, Rime: «Che siete angeliaUacrecUwra.» ^ Vedi qui sopra le note 1 e 2. ’ Abbarcare, far le barche di grano, amrMusa/rlo, ammucchiarlo. ^ Nasce e nascette, idiotismo, per nacque. ’* Borghini: «Non vo’ restar di dire,»<noinclude><references/></noinclude> muirzfri8ttyriw611a68ekr54ojtpz Pagina:Tigri - Canti popolari toscani, Barbèra Bianchi e Comp., 1856.pdf/136 108 1032096 3901616 2026-09-18T18:17:27Z Gius.arena 73653 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 78 CANTI POPOLARI TOSCANI. Piglia quel fazzoletto gallonato, Asciugati una volta per amore: ’Na volta per amor t’asciugherai; Sarò tua serva, e mi comanderai. * 274 Bella, che mi legasti le man dietro, E poi me le legasti a un verde alloro, Poi mi mandasli scalzo giù nel vetro; ^ Bella, nel^H’amor non sentii duolo. E mi legasti alla crudel caieina: Bella, nello tu’ amor» non sentii pena. 275 Ti voglio bene in tutti qu... 3901616 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Gius.arena" /></noinclude>78 CANTI POPOLARI TOSCANI. Piglia quel fazzoletto gallonato, Asciugati una volta per amore: ’Na volta per amor t’asciugherai; Sarò tua serva, e mi comanderai. * 274 Bella, che mi legasti le man dietro, E poi me le legasti a un verde alloro, Poi mi mandasli scalzo giù nel vetro; ^ Bella, nel^H’amor non sentii duolo. E mi legasti alla crudel caieina: Bella, nello tu’ amor» non sentii pena. 275 Ti voglio bene in tutti quanti i modi. Come tu fosse un caro mio fratello: Quanto ne vuole un padre a’ su’ fìgliuoll, Tanto ne voglio a voi, giovine bello: Quanto ne vuole un pae * di casa a’ suoi, Tanto ne voglio, giovanetto, a voi. ♦ 276 Tra gr intrigati rami é acceso il foco: Brucio la vita, misero, infelice; E non so se sto qui, o se muto loco, E di venir da voi, V amor mei die». E si ’ del buono amor promettarete, L’amante che son io, lo vedaret^.^» 277 L’ho visti du* limoni acerf^i stare, E maturarsi per amor ’ del sole: L’ho visti du’ serpenti navigare. Andar per acqua, e far come amor vuole. Andrei a3)itolo come fan l’anguille 1 Per un saluto ve ne mando mille. ’ Forse nel ghiaccio. Ovidio: Vitrea pruina. e tnae dice il volgo per padre e madre. 9’ Pa e pae, ma Si, alla latina, per te. Promettarete, vedarete, idiotismo di raro uso, per prometterete, vedrete. Per amore, vale qui per cagione.<noinclude><references/></noinclude> i6r70nlbyaqivjvwe0jkmfubbq0gxu7 Pagina:Tigri - Canti popolari toscani, Barbèra Bianchi e Comp., 1856.pdf/159 108 1032097 3901617 2026-09-18T18:19:17Z Gius.arena 73653 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: RISPETTI. 401 Son di lontano e non mi può’ ascoltare: Cosa vuol dir questo mio sospirare? 363 0 mazzo di basilico minuto Che odora ^ tutta quanta la sermana,* Da tanto tempo cbe non t’ho veduto! Di lagrime n’ho fatta una fontana. Di lagrime n’ho fatto un fiume, un fosso; T’ho pianto, e piango, e resister non posso: Di lagrime Tho fatto un fosso, un fiume; T’ho pianto, e piango, e non vedo più lume.'' * 564 £ r amor... 3901617 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Gius.arena" /></noinclude>RISPETTI. 401 Son di lontano e non mi può’ ascoltare: Cosa vuol dir questo mio sospirare? 363 0 mazzo di basilico minuto Che odora ^ tutta quanta la sermana,* Da tanto tempo cbe non t’ho veduto! Di lagrime n’ho fatta una fontana. Di lagrime n’ho fatto un fiume, un fosso; T’ho pianto, e piango, e resister non posso: Di lagrime Tho fatto un fosso, un fiume; T’ho pianto, e piango, e non vedo più lume.'' * 564 £ r amor mio me F ha mandato a dire. Che suoni e canti, e me lo dia ’1 bel tempo. Per quanto posso, lo voglio obbedire: A piange*, a sospira’ * son sempre a tempo. Per quanto posso, vo’ ride’ ^ e cantare: Son sempre a tempo * a piange’ e a sospirare. 365 Voglio cantare, e mi vo’ dar bel tempo: Non più malinconia mi voglio dare; I miei pensieri li vo’ dare al vento," E la fatica a chi la vuol durare. I miei pensieri li vo’ dare al sole: '' E la fatica a chi durar la puole. 366 Voglio cantare all’allegra all’allegra: ^ Chi è in prigione, stia forte, stia forte. II marinaro e’ ha persa la vela. ’ Minuto, ^r piccolo: che odora, che sparge odore. - Per settimana, è nel Libro d’Amore. I due primi versi son come un’invocazione. ^ Quasi oscurata la vista dal molto pianto. * Troncamento non da usarsi, per piangere e soepirare. ’ Troncamento del volgo non da usarsi, per ridere, " Orazio già aveva detto, in un’ode, di voler dare la tristezza e il timore ai venti protervi del mar di Creta. Ma il contadino non ha letto Orazio, e nondimeno ha talora al pari di lui bellissime imagini poetiche. ^ Come nubi ch’e’sperda, o acqua ch’e’ rasciughi. ’ Potente l’espressione di questa gioia disperata.<noinclude><references/></noinclude> 641ou78sv51k9y0gkpzy0141kyzbmul Pagina:Tigri - Canti popolari toscani, Barbèra Bianchi e Comp., 1856.pdf/27 108 1032098 3901618 2026-09-18T18:24:38Z Gius.arena 73653 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: PBBFAZI0N8. XXI Solo contribuì a svariare in parte la monotonia del subietto la emigrazione, che quasi tutti i coloni del nostro Appennino fecero e fanno per le Maremme sul finire d’autunno. Gol^, e finanche alF isola dell* Elba e della Sardegna, per amor di guadagno si recano, e vi dimorano per quasi tutta la primavera; menando una vita di stenti e di continua fatica nelle lavorazioni del ferro e d^ altri metalli, o a... 3901618 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Gius.arena" /></noinclude>PBBFAZI0N8. XXI Solo contribuì a svariare in parte la monotonia del subietto la emigrazione, che quasi tutti i coloni del nostro Appennino fecero e fanno per le Maremme sul finire d’autunno. Gol^, e finanche alF isola dell* Elba e della Sardegna, per amor di guadagno si recano, e vi dimorano per quasi tutta la primavera; menando una vita di stenti e di continua fatica nelle lavorazioni del ferro e d^ altri metalli, o a tagliar legna, o a far carbone e potassa. Ha V amore del luogo natio non li abbandona un istante; che gli è anzi il piii gradito de’ loro parlari, quando in specie le compagnie dei lavoranti sicompong(Hio di gente dello stesso paese. Più poi se ascari monti alcuni di essi lasciarono la lor fidanzata, cui s* ingegnano per affettuose lettere (di che appresso dirò) a mostrar come sempre si mantengano in fede. Né alla poveretta rimasta sola sui monti è meno a cuore il suo damo, cui sul partire con tanto affetto avea salutato: a E va che Dio ti dia la buon’andata, £ la tornata sia dolce allegrezza I» (Rispetto 387.) E pel quale, recatosi alF isole, così suol pregare: «S’é partita ana nave dallo porto, £d è partito lo mio struggimento. Madre Maria, dategli conforto Acciò vada la nave a salvamento!» {Rispetto 398. J E se egli è in Maremma, e alla buona fanciulla baleni ilsospetto di queir aria sul tempo del ritorno spesse volte fatale, pensierosa, questa canzone va ripetendo: a Tutti mi dicon, Maremma Maremma; Ed a me pare una Maremma amara! Tutto mi trema il cor quando ci vai, Per lo timor se ci vedrem più mai 1 i Cakti Popolari. *«<noinclude><references/></noinclude> gfysb1f02mz7by8n2oiv4y6cu0kbnkv Pagina:La moneta - vocabolario generale.pdf/139 108 1032099 3901619 2026-09-18T19:12:42Z Carlomorino 42 /* new eis level1 */ 3901619 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione|DREIFACHERTHALER|— 123 —|DUCATO}} {{Rule| |000|h=1px}}</noinclude>{{colonna}} Dreifacherthaler od anche Briterdreifacher Thaler, Triplice Tallero, o Triplice Tallero largo. Dreifaltigreitstaler o Dreieinigkeitstaler. Era detto il Tallero ove era rappresentata la Tri nità o tre persone come il DREIKAISERTHALER. Dreikaisertaler. Si disse di un Tallero fatto coniare dal Ferdinando I imperatore di Germania (1556-1564) con i busti di Massimiliano I e di Carlo V. Dreiling. Mon. tedesca d’argento del val. di 3 Pfenning. Drielanders. Il duca di Brabante Giovanni IV, divenuto conte dell’Hainaut e di Olanda, creò il 17 feb. 1420, un nuovo sistema monetario che si disse dei Drielanders perchè stabiliva l’unità monetaria dei tre paesi (''dry landen'') sottomessi al suo dominio, Brabante, Hainaut ed Olanda, e fece coniare Dreilanders da 16, 12, 8, 6. Furono imitati da Giovanni V di Gavre (1412-1439) vescovo di Cambrai (NMA., III, 1074). Drittelthaler. Voce tedesca per indicare il terzo di Tallero. Se ne coniarono in Germa nia nel sec. XVIII. Duacensis moneta. Zecca di Douai (mo neta Dovvai) che restò aperta dal 1185 fino alla fine del XIV sec. (MRNI., 444). Dubla. Una carta del 1497 (Reg. 4 Armor. gener.) dice: «valente quolibet scuto auri cu gni solis, quadraginta tres DUBLAS cum di midia.» (DCG.) Qui la Dubla si deve inten dere per un doppio Denaro (double). Dublone. Vedi Doblone. Ducado de plata, Ducato d’argento (vecchio). Mon. di conto del val. di 11 Reali usata in Cadice ed in tutta l’Andalusia 1723) per di stinguerla dal Ducato di cambio che valeva II Reali ed 1 Maravedis ovvero 375 Mara vedis (KCU., II Reale d’argento vecchio si di videva in 15 Quartos ovvero 34 Maravedis. Ducale, Ducalis, Ducatum, Ducato apu liese. Mon. scifata d’arg. coniata in Brin disi da Ruggiero II, nel 1140 (''gr.<sup>mi</sup>'' 2,70) 2,30, ''tit.'' 500-566 mill.) valutata nelle carte del 1134-1158 a 4 Denari detti afforziati ed a 18 di Sol. romanato. Dopo la morte di Rug giero il valore del Ducale andò variando; in fatti in alcune carte di S. Leonardo della Matina il Ducale è calcolato a ragione di 15 per Sol.; in Roma val. 60 Provisini (A. SAMBON Mon. di Rug., II); in altre è detto che valeva 8 Rome sine da 3 Follari l’una, cioè 24 Follari. Gu glielmo I (1154-1160) ne coniò di peso, ti tolo e diam. inferiori. La mon. ricorda l’in vestitura del Ducato di Puglia concessa da Innocenzo II a Ruggiero secondogenito di Ruggiero II nel 1140, e rappresenta il Re e suo figlio in piedi che sostengono una croce a lunga asta e con le lettere A NR X. (An {{AltraColonna}} no decimo del Regno). FALCO BENEVENTANO dice: «monetam suam introduxit (Ruggiero II) unam vero cui DUCATUS nomen imposuit (DCG). Sembra che il valore attribuito da Ruggiero a questa sua nuova moneta non fosse equo ed il BENEVENTANO dice che portò la rovina in ogni parte «Edictum terribile induxit totius Italiae partibus abhorrendum, et morti proxi mum et egestati.... de quibus horribilibus mo netis totus Italicus populus paupertati et mise riae positus est» (MSE.; CARUSO, 1, 379). Ed altrove il BENEVENTANO riferisce che valeva 8 Romezine, e «quae magis magisquae aerea quam argentea probata tenebatur» (Rerum Ital., V, 131). In Palermo Ruggiero II Conte (1102 1154) coniò la Tercia ducalis a caratteri la tini e cufici (Spinelli, t. V, 19-22) Vedi Ter cia ducalis. Ducat de Noël. Nome dato ad una mon. d’oro (doppio Ducato) coniata in Sassonia da Gian Giorgio I, nel 1617, con la figura di Sa SASSONIA - Jean Georges I. Doppio Ducato di Noël del 1012. lomone in piedi davanti sua madre seduta; nel B DITANT VOTA MATERNA 1617 intorno ad una guantiera tra due cornucopie ed in alto iscrizione ebraica fra le nuvole. Ducatello. Mon. d’arg. della Rep. Veneta, corrente per L. 8. Esempio: il Ducato di Marco Foscarini (1762-1763), ove si legge: MAR FOSCARENU D. e DUCATUS VENETUS. Vedi Ducato d’argento. Si chiamava Ducatello in Egitto (Alessandria) nel 1823 una moneta da 10 Medini, cioè del val. di + di Piastra (KCU., 4). Ducaten (ted.). Vedi Ducato. Ducati ad stampam roburis. Così chiama un documento del 1516, della città di Correg gio, i Ducati papali di Sisto IV (1471-1484) e di Giulio II (1503-1513) con lo stemma di famiglia ove trovasi una rovere. In quella città erano valutati a L. 3, 17, 6 (m. 1.). Vedi Ducato rogorino. Ducato, Ducat, Dukaten, Ducaten, Dukaat, Ducado. Nome dato alla mon. d’oro coniata in Venezia con decreto del 31 ottobre 1284 da Gio vanni Dandolo. Fu emesso al ''tit.'' di 1000 (car. 24) pes. g.ni veneti 68 52 67 (''gr.<sup>mi</sup>'' 3,559), al taglio di 67 per marca d’oro. Furagguagliato a 18 Grossi d’arg. e prese il nome di Ducato {{FineColonna}}<noinclude></noinclude> buqu31g5edlthf7qtpallwffccesqdv Indice:Tigri - Canti popolari toscani, Barbèra Bianchi e Comp., 1856 (2).pdf 110 1032100 3901620 2026-09-18T19:15:39Z Gius.arena 73653 Crea Indice per la scansione completa (sostituisce cantipopolarito00unkngoog) 3901620 proofread-index text/x-wiki {{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template |Autore=Giuseppe Tigri |NomePagina=Canti popolari toscani |Titolo= |TitoloOriginale= |Sottotitolo= |LinguaOriginale= |Lingua=italiano |Traduttore= |Illustratore= |Curatore= |Editore=Barbèra, Bianchi e Comp. |Città=Firenze |Anno=1856 |Fonte={{IA|cantipopolaritos01tigruoft}} |Immagine=6 |Progetto= |Argomento= |Qualità=25% |Pagine=<pagelist 1to7=- 8=5 8to52=roman 53=- 54=1 470to475=- /> |Sommario= |Volumi= |Note=Sostituisce la scansione precedente (Google/Oxford, Internet Archive cantipopolarito00unkngoog), risultata incompleta (pagine 110-111 mancanti tra i Rispetti 397-404). 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