Wikisource
itwikisource
https://it.wikisource.org/wiki/Pagina_principale
MediaWiki 1.47.0-wmf.20
first-letter
Media
Speciale
Discussione
Utente
Discussioni utente
Wikisource
Discussioni Wikisource
File
Discussioni file
MediaWiki
Discussioni MediaWiki
Template
Discussioni template
Aiuto
Discussioni aiuto
Categoria
Discussioni categoria
Autore
Discussioni autore
Progetto
Discussioni progetto
Portale
Discussioni portale
Pagina
Discussioni pagina
Indice
Discussioni indice
Opera
Discussioni opera
TimedText
TimedText talk
Modulo
Discussioni modulo
Evento
Discussioni evento
Convivio/Trattato quarto
0
2104
3901561
3898571
2026-09-18T13:48:37Z
Micione
2672
+2 ancore e un refuso
3901561
wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=50%|data=23 luglio 2008|arg=Saggi}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Trattato quarto|prec=../Trattato terzo|succ=}}
==CANZONE TERZA==
<poem>
{{§|Le dolci rime d'amor ch'i' solia|Le dolci rime d’amor ch’i’ solia
cercar ne’ miei pensieri,
convien ch’io lasci; non perch’io non speri
ad esse ritornare,
ma perchè li atti disdegnosi e feri{{R|5}}
che ne la donna mia
sono appariti m’han chiusa la via
de l’usato parlare.}}
E poi che tempo mi par d’aspettare,
diporrò giù lo mio soave stile,{{R|10}}
ch’i’ ho tenuto nel trattar d’amore;
e dirò del valore,
per lo qual veramente omo è gentile,
con rima aspr’e sottile;
riprovando ’l giudicio falso e vile{{R|15}}
di quei che voglion che di gentilezza
sia principio ricchezza.
E, cominciando, chiamo quel signore
ch’a la mia donna ne li occhi dimora,
per ch’ella di se stessa s’innamora.{{R|20}}
{{§|Federico II di Svevia|Tale imperò che gentilezza volse,
secondo ’l suo parere,
che fosse antica possession d’avere
con reggimenti belli}};
e altri fu di più lieve savere,{{R|25}}
che tal detto rivolse,
e l’ultima particula ne tolse,
chè non l’avea fors’elli!
Di retro da costui van tutti quelli
che fan gentile per ischiatta altrui{{R|30}}
che lungiamente in gran ricchezza è stata;
ed è tanto durata
la così falsa oppinion tra nui,
che l’uom chiama colui
omo gentil che può dicere: ’Io fui{{R|35}}
nepote, o figlio, di cotal valente’,
benchè sia da niente.
Ma vilissimo sembra, a chi ’l ver guata,
cui è scorto ’l cammino e poscia l’erra,
e tocca a tal, ch’è morto e va per terra!{{R|40}}
Chi diffinisce: ’Omo è legno animato’,
prima dice non vero,
e, dopo ’l falso, parla non intero;
ma più forse non vede.
Similemente fu chi tenne impero{{R|45}}
in diffinire errato,
chè prima puose ’l falso e, d’altro lato,
con difetto procede;
chè le divizie, sì come si crede,
non posson gentilezza dar nè torre,{{R|50}}
però che vili son da lor natura:
poi chi pinge figura,
se non può esser lei, non la può porre,
nè la diritta torre
fa piegar rivo che da lungi corre.{{R|55}}
Che siano vili appare ed imperfette,
chè, quantunque collette,
non posson quietar, ma dan più cura;
onde l’animo ch’è dritto e verace
per lor discorrimento non si sface.{{R|60}}
Nè voglion che vil uom gentil divegna,
nè di vil padre scenda
nazion che per gentil già mai s’intenda;
questo è da lor confesso:
onde lor ragion par che sè offenda{{R|65}}
in tanto quanto assegna
che tempo a gentilezza si convegna,
diffinendo con esso.
Ancor, segue di ciò che innanzi ho messo,
che siam tutti gentili o ver villani,{{R|70}}
o che non fosse ad uom cominciamento;
ma ciò io non consento,
ned ellino altressì, se son cristiani!
Per che a ’ntelletti sani
è manifesto i lor diri esser vani,{{R|75}}
ed io così per falsi li riprovo,
e da lor mi rimovo;
e dicer voglio omai, sì com’io sento,
che cosa è gentilezza, e da che vene,
e dirò i segni che ’l gentile uom tene.{{R|80}}
Dico ch’ogni vertù principalmente
vien da una radice:
vertute, dico, che fa l’uom felice
in sua operazione.
Questo è, secondo che l’Etica dice,{{R|85}}
un abito eligente
lo qual dimora in mezzo solamente,
e tai parole pone.
Dico che nobiltate in sua ragione
importa sempre ben del suo subietto,{{R|90}}
come viltate importa sempre male;
e vertute cotale
dà sempre altrui di sè buono intelletto;
per che in medesmo detto
convegnono ambedue, ch’en d’uno effetto.{{R|95}}
Onde convien da l’altra vegna l’una,
o d’un terzo ciascuna;
ma se l’una val ciò che l’altra vale,
e ancor più, da lei verrà più tosto.
E ciò ch’io dett’ho qui sia per supposto.{{R|100}}
{{§|È gentilezza dovunqu'è vertute|È gentilezza dovunqu’è vertute,
ma non vertute ov’ella;
sì com’è ’l cielo dovunqu’è la stella,
ma ciò non e converso.
E noi in donna e in età novella{{R|105}}
vedem questa salute,
in quanto vergognose son tenute,
ch’è da vertù diverso.}}
Dunque verrà, come dal nero il perso,
ciascheduna vertute da costei,{{R|110}}
o vero il gener lor, ch’io misi avanti.
Però nessun si vanti
dicendo: ’Per ischiatta io son con lei’,
ch’elli son quasi dei
quei c’han tal grazia fuor di tutti rei;{{R|115}}
chè solo Iddio a l’anima la dona
che vede in sua persona
perfettamente star: sì ch’ad alquanti
che seme di felicità sia costa,
messo da Dio ne l’anima ben posta.{{R|120}}
L’anima cui adorna esta bontate
non la si tiene ascosa,
chè dal principio ch’al corpo si sposa
la mostra infin la morte.
Ubidente, soave e vergognosa{{R|125}}
è ne la prima etate,
e sua persona adorna di bieltate
con le sue parti accorte;
in giovinezza, temperata e forte,
piena d’amore e di cortese lode,{{R|130}}
e solo in lealtà far si diletta;
è ne la sua senetta
prudente e giusta, e larghezza se n’ode,
e ’n se medesma gode
d’udire e ragionar de l’altrui prode;{{R|135}}
poi ne la quarta parte de la vita
a Dio si rimarita,
contemplando la fine che l’aspetta,
e benedice li tempi passati.
Vedete omai quanti son l’ingannati!{{R|140}}
Contra-li-erranti mia, tu te n’andrai;
e quando tu sarai
in parte dove sia la donna nostra,
non le tenere il tuo mestier coverto
tu le puoi dir per certo:{{R|145}}
«Io vo parlando de l’amica vostra».</poem>
==CAPITOLO I==
1. Amore, secondo la concordevole sentenza de li savi di lui ragionanti, e secondo quello che per esperienza continuamente vedemo, è che congiunge e unisce l’amante con la persona amata; onde Pittagora dice: «Ne l’amistà si fa uno di più». 2. E però che le cose congiunte comunicano naturalmente intra sè le loro qualitadi, in tanto che talvolta è che l’una torna del tutto ne la natura de l’altra, incontra che le passioni de la persona amata entrano ne la persona amante, sì che l’amore de l’una si comunica ne l’altra, e così l’odio e lo desiderio e ogni altra passione. Per che li amici de l’uno sono da l’altro amati, e li nemici odiati; per che in greco proverbio è detto: «De li amici essere deono tutte le cose comuni». 3. Onde io, fatto amico di questa donna, di sopra ne la verace esposizione nominata, cominciai ad amare e odiare secondo l’amore e l’odio suo. Cominciai adunque ad amare li seguitatori de la veritade e odiare li seguitatori de lo errore e de la falsitade, com’ella face. 4. Ma però che ciascuna cosa per sè è da amare, e nulla è da odiare se non per sopravenimento di malizia, ragionevole e onesto è, non le cose, ma le malizie de le cose odiare e procurare da esse di partire. E a ciò s’alcuna persona intende, la mia eccellentissima donna intende massimamente: a partire, dico, la malizia de le cose, la qual cagione è d’odio; però che in lei è tutta ragione e in lei è fontalemente l’onestade. 5. Io, lei seguitando ne l’opera sì come ne la passione quanto potea, li errori de la gente abominava e dispregiava, non per infamia o vituperio de li erranti, ma de li errori; li quali biasimando credea far dispiacere, e, dispiaciuti, partire da coloro che per essi eran da me odiati. 6. Intra li quali errori uno io massimamente riprendea, lo quale non solamente è dannoso e pericoloso a coloro che in esso stanno, ma eziandio a li altri, che lui riprendano, porta dolore e danno. 7. Questo è l’errore de l’umana bontade in quanto in noi è da la natura seminata e che ’nobilitade’ chiamare si dee; che per mala consuetudine e per poco intelletto era tanto fortificato, che [l']oppinione, quasi di tutti, n’era falsificata; e de la falsa oppinione nascevano li falsi giudicii, e de’ falsi giudicii nascevano le non giuste reverenze e vilipensioni; per che li buoni erano in villano dispetto tenuti, e li malvagi onorati ed essaltati. La qual cosa era pessima confusione del mondo; sì come veder puote chi mira quello che di ciò può seguitare, sottilmente. 8. Per che, con ciò fosse cosa che questa mia donna un poco li suoi dolci sembianti transmutasse a me, massimamente in quelle parti dove io mirava e cercava se la prima materia de li elementi era da Dio intesa, - per la qual cosa un poco dal frequentare lo suo aspetto mi sostenni -, quasi ne la sua assenzia dimorando, entrai a riguardare col pensiero lo difetto umano intorno al detto errore. 9. E per fuggire oziositade, che massimamente di questa donna è nemica, e per istinguere questo errore, che tanti amici le toglie, proposi di gridare a la gente che per mal cammino andavano, acciò che per diritto calle si dirizzassero; e cominciai una canzone nel cui principio dissi: Le dolci rime d’amor ch’i’ solia. Ne la quale io intendo riducer la gente in diritta via sopra la propia conoscenza de la verace nobilitade; sì come per la conoscenza del suo testo, a la esposizione del quale ora s’intende, vedere si potrà. 10. E però che in questa canzone s’intese a rimedio così necessario, non era buono sotto alcuna figura parlare, ma conveniesi per via tostana questa medicina, acciò che fosse tostana la sanitade; la quale corrotta, a così laida morte si correa.
11. Non sarà dunque mestiere ne la esposizione di costei alcuna allegoria aprire, ma solamente la sentenza secondo la lettera ragionare. Per mia donna intendo sempre quella che ne la precedente ragione è ragionata, cioè quella luce virtuosissima, Filosofia, li cui raggi fanno ne li fiori rifronzire e fruttificare la verace de li uomini nobilitade, de la quale trattare la proposta canzone pienamente intende.
==CAPITOLO II==
1. Nel principio de la impresa esposizione, per meglio dare a intendere la sentenza de la proposta canzone, conviensi quella partire prima in due parti, che ne la prima parte pr[oemi]almente si parla, ne la seconda si seguita lo trattato; e comincia la seconda parte nel cominciamento del secondo verso, dove dice: Tale imperò che gentilezza volse. 2. La prima parte ancora in tre membra si può comprendere: nel primo si dice perchè da lo parlare usato mi parto; nel secondo dico quello che è di mia intenzione a trattare; nel terzo domando aiutorio a quella cosa che più aiutare mi può, cioè a la veritade. Lo secondo membro comincia: E poi che tempo mi par d’aspettare. Lo terzo comincia: E, cominciando, chiamo quel signore.
3. Dico adunque che ’a me conviene lasciare le dolci rime d’amore le quali solieno cercare li miei pensieri’; e la cagione assegno, perchè dico che ciò non è per intendimento di più non rimare d’amore, ma però che ne la donna mia nuovi sembianti sono appariti li quali m’hanno tolto materia di dire al presente d’amore. 4. Ov’è da sapere che non si dice qui li atti di questa donna essere ’disdegnosi e fieri’ se non secondo l’apparenza; sì come nel decimo capitolo del precedente trattato si può vedere come altra volta dico che l’apparenza de la veritade si discordava. E come ciò può essere, che una medesima cosa sia dolce e paia amara, o vero sia chiara e paia oscura, qui[vi] sufficientemente vedere si può.
5. Appresso, quando dico: E poi che tempo mi par d’aspettare, dico, sì come detto è, questo che trattare intendo. E qui non è da trapassare con piede secco ciò che si dice in ’tempo aspettare’, imperò che potentissima cagione è de la mia mossa; ma da vedere è come ragionevolemente quel tempo in tutte le nostre operazioni si dee attendere, e massimamente nel parlare. 6. Lo tempo, secondo che dice Aristotile nel quarto de la Fisica, è «numero di movimento, secondo prima e poi»; e «numero di movimento celestiale», lo quale dispone le cose di qua giù diversamente a ricevere alcuna informazione. 7. Chè altrimenti è disposta la terra nel principio de la primavera a ricevere in sé la informazione de l’erbe e de li fiori, e altrimenti lo verno; e altrimenti è disposta una stagione a ricevere lo seme che un’altra; e così la nostra mente in quanto ella è fondata sopra la complessione del corpo, che a seguitare la circulazione del cielo altrimenti è disposto un tempo e altrimenti un altro. 8. Per che le parole, che sono quasi seme d’operazione, si deono molto discretamente sostenere e lasciare, [sì] perchè bene siano ricevute e fruttifere vegnano, sì perchè da la loro parte non sia difetto di sterilitade. E però lo tempo è da provedere, sì per colui che parla come per colui che dee udire: chè se ’l parladore è mal disposto, più volte sono le sue parole dannose; e se l’uditore è mal disposto, mal sono quelle ricevute che buone siano. E però Salomone dice ne lo Ecclesiaste: «Tempo è da parlare, e tempo è da tacere». 9. Per che io sentendo in me turbata disposizione, per la cagione che detta è nel precedente capitolo, a parlare d’Amore, parve a me che fosse d’aspettare tempo, lo quale seco porta lo fine d’ogni desiderio, e appresenta, quasi come donatore, a coloro a cui non incresce d’aspettare. 10. Onde dice santo Iacopo apostolo ne la sua Pistola: «Ecco lo agricola aspetta lo prezioso frutto de la terra, pazientemente sostenendo infino che riceva lo temporaneo e lo serotino». E tutte le nostre brighe, se bene veniamo a cercare li loro principii, procedono quasi dal non conoscere l’uso del tempo.
11. Dico: ’poi che da aspettare mi pare, diporroe’, cioè lascierò stare, ’lo mio stilo’, cioè modo, ’soave’ che d’Amore parlando hoe tenuto; e dico di dicere di quello ’valore’ per lo quale uomo è gentile veracemente. E avvegna che ’valore’ intendere si possa per più modi, qui si prende ’valore’ quasi potenza di natura, o vero bontade da quella data, sì come di sotto si vedrà. 12. E prometto di trattare di questa materia con rima aspr’e sottile. Per che sapere si conviene che ’rima’ si può doppiamente considerare, cioè largamente e strettamente: stretta[mente], s’intende pur per quella concordanza che ne l’ultima e penultima sillaba far si suole; quando largamente, s’intende per tutto quel parlare che ’n numeri e tempo regolato in rimate consonanze cade, e così qui in questo proemio prendere e intendere si vuole. 13. E però dice aspra quanto al suono de lo dittato, che a tanta materia non conviene essere leno; e dice sottile quanto a la sentenza de le parole, che sottilmente argomentando e disputando procedono. 14. E soggiungo: Riprovando ’l giudicio falso e vile, ove si promette ancora di riprovare lo giudicio de la gente piena d’errore; falso, cioè rimosso da la veritade, e vile, cioè da viltà d’animo affermato e fortificato. 15. Ed è da guardare a ciò, che in questo proemio prima si promette di trattare lo vero, e poi di riprovare lo falso, e nel trattato si fa l’opposito; chè prima si ripruova lo falso, e poi si tratta lo vero: che pare non convenire a la promessione. Però è da sapere che tutto che a l’uno e a l’altro s’intenda, al trattare lo vero s’intende principalmente; a riprovare lo falso s’intende in tanto in quanto la veritade meglio si fa apparire. 16. E qui prima si promette lo trattare del vero, sì come principale intento, lo quale a l’anima de li auditori porta desiderio d’udire: nel trattato prima si ripruova lo falso, acciò che, fugate le male oppinioni, la veritade poi più liberamente sia ricevuta. E questo modo tenne lo maestro de l’umana ragione, Aristotile, che sempre prima combatteo con li avversari de la veritade e poi, quelli convinti, la veritade mostroe.
17. Ultimamente, quando dico: E, cominciando, chiamo quel signore, chiamo la veritade che sia meco, la quale è quello signore che ne li occhi, cioè ne le dimostrazioni de la filosofia dimora, e bene è signore, chè a lei disposata l’anima è donna, e altrimenti è serva fuori d’ogni libertade. 18. E dice: Per ch’ella di se stessa s’innamora, però che essa filosofia, che è, sì come detto è nel precedente trattato, amoroso uso di sapienza, se medesima riguarda, quando apparisce la bellezza de li occhi suoi a lei; che altro non è a dire, se non che l’anima filosofante non solamente contempla essa veritade, ma ancora contempla lo suo contemplare medesimo e la bellezza di quello, rivolgendosi sovra se stessa e di se stessa innamorando per la bellezza del suo primo guardare. E così termina ciò che proemialmente per tre membri porta lo testo del presente trattato.
==CAPITOLO III==
1. Veduta la sentenza del proemio, è da seguire lo trattato; e per meglio quello mostrare, partire si conviene per le sue parti principali, che sono tre: che ne la prima si tratta de la nobilitade secondo oppinioni d’altri; ne la seconda si tratta di quella secondo la propria oppinione; ne la terza si volge lo parlare a la canzone, ad alcuno adornamento di ciò che detto è. 2. La seconda parte comincia: Dico ch’ogni vertù principalmente. La terza comincia: Contra-li-erranti mia, tu te n’andrai. E appresso queste tre parti generali, e altre divisioni fare si convegnono, a bene prender lo ’ntelletto che mostrare s’intende. 3. Però nullo si maravigli se per molte divisioni si procede, con ciò sia cosa che grande e alta opera sia per le mani al presente e da li autori poco cercata, e che lungo convegna essere lo trattato e sottile, nel quale per me ora s’entra, a distrigare lo testo perfettamente secondo la sentenza che esso porta.
4. Dunque dico che ora questa prima parte si divide in due: che ne la prima si pongono le oppinioni altrui, ne la seconda si ripruovano quelle; e comincia questa seconda parte: Chi diffinisce: ’Omo è legno animato’. 5. Ancora la prima parte che rimane sì ha due membri: lo primo è la narrazione de l’oppinione de lo imperadore; lo secondo è la narrazione de l’oppinione de la gente volgare, che è d’ogni ragione ignuda. E comincia questo secondo membro: E altri fu di più lieve savere. 6. Dico dunque: Tale imperò, cioè tale usò l’officio imperiale: dov’è da sapere che Federigo di Soave, ultimo imperadore de li Romani - ultimo dico per rispetto al tempo presente, non ostante che Ridolfo e Andolfo e Alberto poi eletti siano, appresso la sua morte e de li suoi discendenti -, domandato che fosse gentilezza, rispuose ch’era antica ricchezza e belli costumi. 7. E dico che altri fu di più lieve savere: che, pensando e rivolgendo questa diffinizione in ogni parte, levò via l’ultima particula, cioè li belli costumi, e tennesi a la prima, cioè a l’antica ricchezza; e, secondo che lo testo pare dubitare, forse per non avere li belli costumi non volendo perdere lo nome di gentilezza, diffinio quella secondo che per lui facea, cioè possessione d’antica ricchezza. 8. E dico che questa oppinione è quasi di tutti, dicendo che dietro da costui vanno tutti coloro che fanno altrui gentile per essere di progenie lungamente stata ricca, con ciò sia cosa che quasi tutti così latrano. 9. Queste due oppinioni - avvegna che l’una, come detto è, del tutto sia da non curare - due gravissime ragioni pare che abbiano in aiuto: la prima è che dice lo Filosofo che quello che pare a li più, impossibile è del tutto essere falso; la seconda ragione è l’autoritade de la diffinizione de lo imperadore. 10. E perchè meglio si veggia poi la vertude de la veritade, che ogni autoritade convince, ragionare intendo quanto l’una e l’altra di queste ragioni aiutatrice e possente è. E, prima, [poi che] de la imperiale autoritade sapere non si può se non si ritruovano le sue radici, di quelle per intenzione in capitolo speziale è da trattare.
==CAPITOLO IV==
1. Lo fondamento radicale de la imperiale maiestade, secondo lo vero, è la necessità de la umana civilitade, che a uno fine è ordinata, cioè a vita felice; a la quale nullo per sè è sufficiente a venire sanza l’aiutorio d’alcuno, con ciò sia cosa che l’uomo abbisogna di molte cose, a le quali uno solo satisfare non può. E però dice lo Filosofo che l’uomo naturalmente è compagnevole animale. 2. E sì come un uomo a sua sufficienza richiede compagnia dimestica di famiglia, così una casa a sua sufficienza richiede una vicinanza: altrimenti molti difetti sosterrebbe che sarebbero impedimento di felicitade. E però che una vicinanza [a] sè non può in tutto satisfare, conviene a satisfacimento di quella essere la cittade. Ancora la cittade richiede a le sue arti e a le sue difensioni vicenda avere e fratellanza con le circavicine cittadi; e però fu fatto lo regno. 3. Onde, con ciò sia cosa che l’animo umano in terminata possessione di terra non si queti, ma sempre desideri gloria d’acquistare, sì come per esperienza vedemo, discordie e guerre conviene surgere intra regno e regno, le quali sono tribulazioni de le cittadi, e per le cittadi de le vicinanze, e per le vicinanze de le case, [e per le case] de l’uomo; e così s’impedisce la felicitade. 4. Il perchè, a queste guerre e le loro cagioni torre via, conviene di necessitade tutta la terra, e quanto a l’umana generazione a possedere è dato, essere Monarchia, cioè uno solo principato, e uno prencipe avere; lo quale, tutto possedendo e più desiderare non possendo, li regi tegna contenti ne li termini de li regni, sì che pace intra loro sia, ne la quale si posino le cittadi, e in questa posa le vicinanze s’amino, in questo amore le case prendano ogni loro bisogno, lo qual preso, l’uomo viva felicemente; che è quello per che esso è nato. 5. E a queste ragioni si possono reducere parole del Filosofo ch’egli ne la Politica dice, che quando più cose ad uno fine sono ordinate, una di quelle conviene essere regolante, o vero reggente, e tutte l’altre rette e regolate. Sì come vedemo in una nave, che diversi offici e diversi fini di quella a uno solo fine sono ordinati, cioè a prendere loro desiderato porto per salutevole via: dove, sì come ciascuno officiale ordina la propria operazione nel proprio fine, così è uno che tutti questi fini considera, e ordina quelli ne l’ultimo di tutti; e questo è lo nocchiero, a la cui voce tutti obedire deono. 6. Questo vedemo ne le religioni, ne li esserciti, in tutte quelle cose che sono, come detto è, a fine ordinate. Per che manifestamente vedere si può che a perfezione de la universale religione de la umana spezie conviene essere uno, quasi nocchiero, che, considerando le diverse condizioni del mondo, a li diversi e necessari offici ordinare abbia del tutto universale e inrepugnabile officio di comandare. 7. E questo officio per eccellenza Imperio è chiamato, sanza nulla addizione, però che esso è di tutti li altri comandamenti comandamento. E così chi a questo officio è posto è chiamato Imperadore, però che di tutti li comandamenti elli è comandatore, e quello che esso dice a tutti è legge, e per tutti dee essere obedito e ogni altro comandamento da quello di costui prendere vigore e autoritade. E così si manifesta la imperiale maiestade e autoritade essere altissima ne l’umana compagnia.
8. Veramente potrebbe alcuno gavillare dicendo che, tutto che al mondo officio d’imperio si richeggia, non fa ciò l’autoritade de lo romano principe ragionevolemente somma, la quale s’intende dimostrare; però che la romana potenzia non per ragione nè per decreto di convento universale fu acquistata, ma per forza, che a la ragione pare esser contraria. 9. A ciò si può lievemente rispondere, che la elezione di questo sommo officiale convenia primieramente procedere da quello consiglio che per tutti provede, cioè Dio; altrimenti sarebbe stata la elezione per tutti non iguale; con ciò sia cosa che, anzi l’officiale predetto, nullo a bene di tutti intendea. 10. E però che più dolce natura [in] segnoreggiando, e più forte in sostenendo, e più sottile in acquistando nè fu nè fia che quella de la gente latina - sì come per esperienza si può vedere - e massimamente [di] quello popolo santo nel quale l’alto sangue troiano era mischiato, cioè Roma, Dio quello elesse a quello officio. 11. Però che, con ciò sia cosa che a quello ottenere non sanza grandissima vertude venire si potesse, e a quello usare grandissima e umanissima benignitade si richiedesse, questo era quello popolo che a ciò più era disposto. Onde non da forza fu principalmente preso per la romana gente, ma da divina provedenza, che è sopra ogni ragione. E in ciò s’accorda {{Ac|Publio Virgilio Marone|Virgilio}} nel primo de lo Eneida, quando dice, in persona di Dio parlando: «A costoro - cioè a li Romani - nè termine di cose nè di tempo pongo; a loro ho dato imperio sanza fine». 12. La forza dunque non fu cagione movente, sì come credeva chi gavillava, ma fu cagione instrumentale, sì come sono li colpi del martello cagione del coltello, e l’anima del fabbro è cagione efficiente e movente; e così non forza, ma ragione, [e] ancora divina, [conviene] essere stata principio del romano imperio. 13. E che ciò sia, per due apertissime ragioni vedere si può, le quali mostrano quella civitade imperatrice, e da Dio avere spezial nascimento, e da Dio avere spezial processo. 14. Ma però che in questo capitolo sanza troppa lunghezza ciò trattare non si potrebbe, e li lunghi capitoli sono inimici de la memoria, farò ancora digressione d’altro capitolo per le toccate ragioni mostrare; che non fia sanza utilitade e diletto grande.
==CAPITOLO V==
1. Non è maraviglia se la divina provedenza, che del tutto l’angelico e lo umano accorgimento soperchia, occultamente a noi molte volte procede, con ciò sia cosa che spesse volte l’umane operazioni a li uomini medesimi ascondono la loro intenzione; ma da maravigliare è forte, quando la essecuzione de lo etterno consiglio tanto manifesto procede c[on] la nostra ragione. 2. E però io nel cominciamento di questo capitolo posso parlare con la bocca di Salomone, che in persona de la Sapienza dice ne li suoi Proverbi: «Udite: però che di grandi cose io debbo parlare».
3. Volendo la ’nmensurabile bontà divina l’umana creatura a sè riconformare, che per lo peccato de la prevaricazione del primo uomo da Dio era partita e disformata, eletto fu in quello altissimo e congiuntissimo consistorio de la Trinitade, che ’l Figliuolo di Dio in terra discendesse a fare questa concordia. 4. E però che ne la sua venuta nel mondo, non solamente lo cielo, ma la terra convenia essere in ottima disposizione; e la ottima disposizione de la terra sia quando ella è monarchia, cioè tutta ad uno principe, come detto è di sopra; ordinato fu per lo divino provedimento quello popolo e quella cittade che ciò dovea compiere, cioè la gloriosa Roma. 5. E però [che] anche l’albergo dove il celestiale rege intrare dovea convenia essere mondissimo e purissimo, ordinata fu una progenie santissima, de la quale dopo molti meriti nascesse una femmina ottima di tutte l’altre, la quale fosse camera del Figliuolo di Dio: e questa progenie fu quella di David, del qual nasce[tt]e la baldezza e l’onore de l’umana generazione, cioè Maria. 6. E però è scritto in Isaia: «Nascerà virga de la radice di Iesse, e fiore de la sua radice salirà»; e Iesse fu padre del sopra detto David. E tutto questo fu in uno temporale, che David nacque e nacque Roma, cioè che Enea venne di Troia in Italia, che fu origine de la cittade romana, sì come testimoniano le scritture. Per che assai è manifesto la divina elezione del romano imperio per lo nascimento de la santa cittade che fu contemporaneo a la radice de la progenie di Maria. 7. E incidentemente è da toccare che, poi che esso cielo cominciò a girare, in migliore disposizione non fu che allora quando di là su discese Colui che l’ha fatto e che ’l governa; sì come ancora per virtù di loro arti li matematici possono ritrovare. 8. Nè ’l mondo mai non fu nè sarà sì perfettamente disposto come allora che a la voce d’un solo, principe del roman popolo e comandatore, fu ordinato, sì come testimonia Luca evangelista. E però [che] pace universale era per tutto, che mai, più, non fu nè fia, la nave de l’umana compagnia dirittamente per dolce cammino a debito porto correa. 9. Oh ineffabile e incomprensibile sapienza di Dio che a una ora, per la tua venuta, in Siria suso e qua in Italia tanto dinanzi ti preparasti! E oh stoltissime e vilissime bestiuole che a guisa d’uomo voi pascete, che presummete contra nostra fede parlare e volete sapere, filando e zappando, ciò che Iddio, che con tanta prudenza hae ordinato! Maladetti siate voi, e la vostra presunzione, e chi a voi crede!
10. E come detto è di sopra nel fine del precedente [capitolo del presente] trattato, non solamente speziale nascimento, ma speziale processo ebbe da Dio; chè brievemente, da Romolo incominciando, che fu di quella primo padre, infino a la sua perfettissima etade, cioè al tempo del predetto suo imperadore, non pur per umane ma per divine operazioni andò lo suo processo. 11. Che se consideriamo li sette regi che prima la governaro, cioè Romolo, Numa, Tullo, Anco e li re Tarquini, che furono quasi baiuli e tutori de la sua puerizia, noi trovare potremo per le scritture de le romane istorie, massimamente per Tito Livio, coloro essere stati di diverse nature, secondo l’opportunitade del pr[o]cedente tempo. 12. Se noi consideriamo poi [quella] per la maggiore adolescenza sua, poi che da la reale tutoria fu emancipata, da Bruto primo consolo infino a Cesare primo prencipe sommo, noi troveremo lei essaltata non con umani cittadini, ma con divini, ne li quali non amore umano, ma divino era inspirato in amare lei. E ciò non potea nè dovea essere se non per ispeziale fine, da Dio inteso in tanta celestiale infusione. 13. E chi dirà che fosse sanza divina inspirazione, Fabrizio infinita quasi moltitudine d’oro rifiutare, per non volere abbandonare sua patria? Curio, da li Sanniti tentato di corrompere, grandissima quantità d’oro per carità de la patria rifiutare, dicendo che li romani cittadini non l’oro, ma li possessori de l’oro possedere voleano? e Muzio la sua mano propria incendere, perchè fallato avea lo colpo che per liberare Roma pensato avea? 14. Chi dirà di Torquato, giudicatore del suo figliuolo a morte per amore del publico bene, sanza divino aiutorio ciò avere sofferto? e Bruto predetto similemente? Chi dirà de li Deci e de li Drusi, che puosero la loro vita per la patria? Chi dirà del cattivato Regolo, da Cartagine mandato a Roma per commutare li presi cartaginesi a sè e a li altri presi romani, avere contra sè per amore di Roma, dopo la legazione ritratta, consigliato, solo da [umana, e non da] divina natura mosso? 15. Chi dirà di Quinzio Cincinnato, fatto dittatore e tolto da lo aratro, e dopo lo tempo de l’officio, spontaneamente quello rifiutando a lo arare essere ritornato? Chi dirà di Cammillo, bandeggiato e cacciato in essilio, essere venuto a liberare Roma contra li suoi nimici, e dopo la sua liberazione, spontaneamente essere ritornato in essilio per non offendere la senatoria autoritade, sanza divina istigazione? 16. O sacratissimo petto di Catone, chi presummerà di te parlare? Certo maggiormente di te parlare non si può che tacere, e seguire Ieronimo quando nel proemio de la Bibbia, là dove di Paolo tocca, dice che meglio è tacere che poco dire. 17. Certo e manifesto esser dee, rimembrando la vita di costoro e de li altri divini cittadini, non sanza alcuna luce de la divina bontade, aggiunta sopra la loro buona natura, essere tante mirabili operazioni state; e manifesto esser dee, questi eccellentissimi essere stati strumenti con li quali procedette la divina provedenza ne lo romano imperio, dove più volte parve esse braccia di Dio essere presenti. 18. E non puose Iddio le mani proprie a la battaglia dove li Albani con li Romani, dal principio, per lo capo del regno combattero, quando uno solo Romano ne le mani ebbe la franchigia di Roma? Non puose Iddio le mani proprie, quando li Franceschi, tutta Roma presa, prendeano di furto Campidoglio di notte, e solamente la voce d’una oca fè ciò sentire? 19. E non puose Iddio le mani, quando, per la guerra d’Annibale avendo perduti tanti cittadini che tre moggia d’anella in Africa erano portati, li Romani volsero abbandonare la terra, se quel benedetto Scipione giovane non avesse impresa l’andata in Africa per la sua franchezza? E non puose Iddio le mani quando uno nuovo cittadino di picciola condizione, cioè Tullio, contra tanto cittadino quanto era Catellina la romana libertà difese? Certo sì. 20. Per che più chiedere non si dee, a vedere che spezial nascimento e spezial processo, da Dio pensato e ordinato, fosse quello de la santa cittade. Certo di ferma sono oppinione che le pietre che ne le mura sue stanno siano degne di reverenzia, e lo suolo dov’ella siede sia degno oltre quello che per li uomini è predicato e approvato.
==CAPITOLO VI==
1. Di sopra, nel terzo capitolo di questo trattato, promesso fue di ragionare de l’altezza de la imperiale autoritade e de la filosofica; e però, ragionato de la imperiale, procedere oltre si conviene la mia digressione, a vedere di quella del Filosofo, secondo la promessione fatta. 2. E qui è prima da vedere che questo vocabulo vuole dire, però che qui è maggiore mestiere di saperlo che sopra lo ragionamento de la imperiale, la quale per la sua maiestade non pare esser dubitata. 3. È dunque da sapere che ’autoritade’ non è altro che ’atto d’autore’. Questo vocabulo, cioè ’autore’, sanza quella terza lettera C, può discendere da due principii: l’uno si è d’uno verbo molto lasciato da l’uso in gramatica, che significa tanto quanto ’legare parole’, cioè ’auieo’. E chi ben guarda lui, ne la sua prima voce apertamente vedrà che elli stesso lo dimostra, che solo di legame di parole è fatto, cioè di sole cinque vocali, che sono anima e legame d’ogni parole, e composto d’esse per modo volubile, a figurare imagine di legame. 4. Chè, cominciando da l’A, ne l’U quindi si rivolve, e viene diritto per I ne l’E, quindi si rivolve e torna ne l’O; sì che veramente imagina questa figura: A, E, I, O, U, la quale è figura di legame. E in quanto ’autore’ viene e discende da questo verbo, si prende solo per li poeti, che con l’arte musaica le loro parole hanno legate: e di questa significazione al presente non s’intende. 5. L’altro principio, onde ’autore’ discende, sì come testimonia Uguiccione nel principio de le sue Derivazioni, è uno vocabulo greco che dice ’autentin’, che tanto vale in latino quanto ’degno di fede e d’obedienza’. E così, ’autore’, quinci derivato, si prende per ogni persona degna d’essere creduta e obedita. E da questo viene questo vocabulo del quale al presente si tratta, cioè ’autoritade’; per che si può vedere che ’autoritade’ vale tanto quanto ’atto degno di fede e d’obedienza’. [Onde, quand'io provi che Aristotile è dignissimo di fede e d'obedienza,] manifesto è che le sue parole sono somma e altissima autoritade.
6. Che Aristotile sia dignissimo di fede e d’obedienza così provare si può. Intra operarii e artefici di diverse arti e operazioni, ordinate a una operazione od arte finale, l’artefice o vero operatore di quella massimamente dee essere da tutti obedito e creduto, sì come colui che solo considera l’ultimo fine di tutti li altri fini. Onde al cavaliere dee credere lo spadaio, lo frenaio, lo sellaio, lo scudaio, e tutti quelli mestieri che a l’arte di cavalleria sono ordinati. 7. E però che tutte l’umane operazioni domandano uno fine, cioè quello de l’umana vita al quale l’uomo è ordinato in quanto elli è uomo, lo maestro e l’artefice che quello ne dimostra e considera, massimamente obedire e credere si dee. Questi è Aristotile: dunque esso è dignissimo di fede e d’obedienza. 8. E a vedere come Aristotile è maestro e duca de la ragione umana, in quanto intende a la sua finale operazione, si conviene sapere che questo nostro fine, che ciascuno disia naturalmente, antichissimamente fu per li savi cercato. E però che li disideratori di quello che sono in tanto numero e li appetiti sono quasi tutti singularmente diversi, avvegna che universalmente siano pur [uno], ma[lag]evole fu molto a scernere quello dove dirittamente ogni umano appetito si riposasse. 9. Furono dunque filosofi molto antichi, de li quali primo e prencipe fu Zenone, che videro e credettero questo fine de la vita umana essere solamente la rigida onestade; cioè rigidamente, sanza respetto alcuno, la verità e la giustizia seguire, di nulla mostrare dolore, di nulla mostrare allegrezza, di nulla passione avere sentore. 10. E diffiniro così questo onesto: ’quello che, sanza utilitade e sanza frutto, per sè di ragione è da laudare’. E costoro e la loro setta chiamati furono Stoici, e fu di loro quello glorioso Catone di cui non fui di sopra oso di parlare. 11. Altri filosofi furono, che videro e credettero altro che costoro; e di questi fu primo e prencipe uno filosofo che fu chiamato Epicuro; chè, veggendo che ciascuno animale, tosto che nato è, quasi da natura dirizzato nel debito fine, che fugge dolore e domanda allegrezza, quelli disse questo nostro fine essere voluptade (non dico ’voluntade’, ma scrivola per P), cioè diletto sanza dolore. 12. E però [che] tra ’l diletto e lo dolore non ponea mezzo alcuno, dicea che ’voluptade’ non era altro che ’non dolore’, sì come pare Tullio recitare nel primo di Fine di Beni. E di questi, che da Epicuro sono Epicurei nominati, fu Torquato, nobile romano, disceso del sangue del glorioso Torquato del quale feci menzione di sopra. 13. Altri furono, e cominciamento ebbero da Socrate e poi dal suo successore Platone, che, agguardando più sottilmente, e veggendo che ne le nostre operazioni si potea peccare e peccavasi nel troppo e nel poco, dissero che la nostra operazione sanza soperchio e sanza difetto, misurata col mezzo per nostra elezione preso, ch’è virtù, era quel fine di che al presente si ragiona; e chiamaronlo ’operazione con virtù’. 14. E questi furono Academici chiamati, sì come fue Platone e Speusippo suo nepote: chiamati per luogo così dove Plato studiava, cioè Academia; nè da Socrate presero vocabulo, però che ne la sua filosofia nulla fu affermato. 15. {{§|Veramente Aristotile|Veramente Aristotile, che Stagirite ebbe sopranome, e Zenocrate Calcedonio, suo compagnone, [e per lo studio loro], e per lo ’ngegno [singulare] e quasi divino che la natura in Aristotile messo avea, questo fine conoscendo per lo modo socratico quasi e academico, limaro e a perfezione la filosofia morale redussero, e massimamente Aristotile. E però che Aristotile cominciò a disputare andando in qua e in lae, chiamati furono - lui dico, e li suoi compagni - Peripatetici, che tanto vale quanto ’deambulatori’. 16. E però che la perfezione di questa moralitade per Aristotile terminata fue, lo nome de li Academici si spense, e tutti quelli che a questa setta si presero Peripatetici sono chiamati; e tiene questa gente oggi lo reggimento del mondo in dottrina per tutte parti, e puotesi appellare quasi cattolica oppinione. Per che vedere si può, Aristotile essere additatore e conduttore de la gente a questo segno. E questo mostrare si volea.}}
17. Per che, tutto ricogliendo, è manifesto lo principale intento, cioè che l’autoritade del filosofo sommo di cui s’intende sia piena di tutto vigore. E non repugna a la imperiale autoritade; ma quella sanza questa è pericolosa, e questa sanza quella è quasi debile, non per sè, ma per la disordinanza de la gente; sì che l’una con l’altra congiunta utilissime e pienissime sono d’ogni vigore. 18. E però si scrive in quello di Sapienza: «Amate lo lume de la sapienza, voi tutti che siete dinanzi a’ populi». Ciò è a dire: Congiungasi la filosofica autoritade con la imperiale, a bene e perfettamente reggere. 19. Oh miseri che al presente reggete! e oh miserissimi che retti siete! chè nulla filosofica autoritade si congiunge con li vostri reggimenti nè per propio studio nè per consiglio, sì che a tutti si può dire quella parola de lo Ecclesiaste: «Guai a te, terra, lo cui re è fanciullo, e li cui principi la domane mangiano!»; e a nulla terra si può dire quella che seguita: «Beata la terra lo cui re è nobile e li cui principi [cibo] usano i[n] suo tempo, a bisogno e non a lussuria!». 20. Ponetevi mente, nemici di Dio, a’ fianchi, voi che le verghe de’ reggimenti d’Italia prese avete - e dico a voi, Carlo e Federigo regi, e a voi altri principi e tiranni -; e guardate chi a lato vi siede per consiglio, e annumerate quante volte lo die questo fine de l’umana vita per li vostri consiglieri v’è additato! Meglio sarebbe a voi come rondine volare basso, che come nibbio altissime rote fare sopra le cose vilissime.
==CAPITOLO VII==
1. Poi che veduto è quanto è da reverire l’autoritade imperiale e la filosofica, che paiono aiutare le proposte oppinioni, è da ritornare al diritto calle de lo inteso processo. 2. Dico dunque che questa ultima oppinione del vulgo è tanto durata, che sanza altro respetto, sanza inquisizione d’alcuna ragione, gentile è chiamato ciascuno che figlio sia o nepote d’alcuno valente uomo, tutto che esso sia da niente. E questo è quello che dice: Ed è tanto durata La così falsa oppinion tra nui, Che l’uom chiama colui Omo gentil che può dicere: ’Io fui Nepote, o figlio, di cotal valente’, Benchè sia da niente. 3. Per che è da notare che pericolosissima negligenza è lasciare la mala oppinione prendere piede; che così come l’erba multiplica nel campo non cultato, e sormonta, e cuopre la spiga del frumento sì che, disparte agguardando, lo frumento non pare, e perdesi lo frutto finalmente; così la mala oppinione ne la mente, non gastigata e corretta, sì cresce e multiplica sì che le spighe de la ragione, cioè la vera oppinione si nasconde e quasi sepulta si perde. 4. Oh com’è grande la mia impresa in questa canzone, a volere omai così trifoglioso campo sarchiare come quello de la comune sentenza, sì lungamente da questa cultura abbandonato! Certo non del tutto questo mondare intendo, ma solo in quelle parti dove le spighe de la ragione non sono del tutto sorprese: cioè coloro dirizzare intendo ne’ quali alcuno lumetto di ragione per buona loro natura vive ancora, chè de li altri tanto è da curare quanto di bruti animali; però che non minore maraviglia mi sembra reducere a ragione [colui in cui è la luce di ragione] del tutto spenta, che reducere in vita colui che quattro dì è stato nel sepulcro.
5. Poi che la mala condizione di questa populare oppinione è narrata, subitamente, quasi come cosa orribile, quella percuot[o] fuori di tutto l’ordine de la riprovagione, dicendo: Ma vilissimo sembra, a chi ’l ver guata, a dare a intendere la sua intollerabile malizia, dicendo costoro mentire massimamente; però che non solamente colui è vile, cioè non gentile, che disceso di buoni è malvagio, ma eziandio è vilissimo: e pongo essemplo del cammino mostrato [e poscia errato]. 6. Dove, a ciò mostrare, far mi conviene una questione, e rispondere a quella, in questo modo. Una pianura è con certi sentieri: campo con siepi, con fossati, con pietre, con legname, con tutti quasi impedimenti, fuori de li suoi stretti sentieri. Nevato è sì, che tutto cuopre la neve e rende una figura in ogni parte, sì che d’alcuno sentiero vestigio non si vede. 7. Viene alcuno da l’una parte de la campagna e vuole andare a una magione che è da l’altra parte; e per sua industria, cioè per accorgimento e per bontade d’ingegno, solo da sè guidato, per lo diritto cammino si va là dove intende, lasciando le vestigie de li suoi passi diretro da sè. Viene un altro appresso costui, e vuole a questa magione andare, e non li è mestiere se non seguire li vestigi lasciati; e, per suo difetto, lo cammino che altri sanza scorta ha saputo tenere, questo scorto erra, e tortisce per li pruni e per le ruine, e a la parte dove dee non va. 8. Quale di costoro si dee dicere valente? Rispondo: quegli che andò dinanzi. Questo altro come si chiamerà? Rispondo: vilissimo. Perchè non si chiama non valente, cioè vile? Rispondo: perchè non valente, cioè vile, sarebbe da chiamare colui che, non avendo alcuna scorta, non fosse ben camminato; ma però che questi l’ebbe, lo suo errore e lo suo difetto non può salire, e però è da dire non vile, ma vilissimo. 9. E così quelli che dal padre o d’alcuno suo maggiore [buono è disceso ed è malvagio], non solamente è vile, ma vilissimo, e degno d’ogni dispetto e vituperio più che altro villano. E perchè l’uomo da questa infima viltade si guardi, comanda Salomone a colui che ’l valente antecessore hae avuto, nel vigesimo secondo capitolo de li Proverbi: «Non trapasserai li termini antichi che puosero li padri tuoi»; e dinanzi dice, nel quarto capitolo del detto libro: «La via de’ giusti», cioè de’ valenti, «quasi luce splendiente procede, e quella de li malvagi è oscura. Elli non sanno dove rovinano». 10. Ultimamente, quando si dice: E tocca a tal, ch’è morto e va per terra, a maggiore detrimento dico questo cotale vilissimo essere morto, parendo vivo. Onde è da sapere che veramente morto lo malvagio uomo dire si puote, e massimamente quelli che da la via del buono suo antecessore si parte. 11. E ciò si può così mostrare. Sì come dice Aristotile nel secondo de l’Anima, «vivere è l’essere de li viventi»; e per ciò che vivere è per molti modi (sì come ne le piante vegetare, ne li animali vegetare e sentire e muovere, ne li uomini vegetare, sentire, muovere e ragionare, o vero intelligere), e le cose si deono denominare da la più nobile parte, manifesto è che vivere ne li animali è sentire - animali, dico, bruti -, vivere ne l’uomo è ragione usare. 12. Dunque, se ’l vivere è l’essere [dei viventi e vivere ne l'uomo è ragione usare, ragione usare è l'essere] de l’uomo, e così da quello uso partire è partire da essere, e così è essere morto. E non si parte da l’uso del ragionare chi non ragiona lo fine de la sua vita? e non si parte da l’uso de la ragione chi non ragiona il cammino che fare dee? Certo si parte; e ciò si manifesta massimamente c[on] colui che ha le vestigie innanzi, e non le mira. 13. E però dice Salomone nel quinto capitolo de li Proverbi: «Quelli muore che non ebbe disciplina, e ne la moltitudine de la sua stoltezza sarà ingannato». Ciò è a dire: Colui è morto che non si fè discepolo, che non segue lo maestro; e questo vilissimo è quello. 14. Potrebbe alcuno dicere: Come è morto e va? Rispondo che è morto [uomo] e rimaso bestia. Chè, sì come dice lo Filosofo nel secondo de l’Anima, le potenze de l’anima stanno sopra sè come la figura de lo quadrangulo sta sopra lo triangulo, e lo pentangulo, cioè la figura che ha cinque canti, sta sopra lo quadrangulo: e così la sensitiva sta sopra la vegetativa, e la intellettiva sta sopra la sensitiva. 15. Dunque, come levando l’ultimo canto del pentangulo rimane quadrangulo e non più pentangulo, così levando l’ultima potenza de l’anima, cioè la ragione, non rimane più uomo, ma cosa con anima sensitiva solamente, cioè animale bruto. E questa è la sentenza del secondo verso de la canzone impresa, nel quale si pongono l’altrui oppinioni.
==CAPITOLO VIII==
1. Lo più bello ramo che de la radice razionale consurga si è la discrezione. Chè, sì come dice Tommaso sopra lo prologo de l’Etica, "conoscere l’ordine d’una cosa ad altra è proprio atto di ragione», e è questa discrezione. Uno de’ più belli e dolci frutti di questo ramo è la reverenza che dee lo minore a lo maggiore. 2. Onde Tullio, nel primo de li Offici, parlando de la bellezza che in su l’onestade risplende, dice la reverenza essere di quella; e così come questa è bellezza d’onestade, così lo suo contrario è turpezza e menomanza de l’onesto, lo quale contrario inreverenza, o vero tracotanza dicere in nostro volgare si può. 3. E però esso Tullio nel medesimo luogo dice: «Mettere a negghienza di sapere quello che li altri sentono di lui, non solamente è di persona arrogante, ma di dissoluta»; che non vuole altro dire, se non che arroganza e dissoluzione è se medesimo non conoscere, ch’è principio ed è la misura d’ogni reverenza. 4. Per che io volendo, con tutta reverenza e a lo Principe e al Filosofo portando, la malizia d’alquanti de la mente levare, per fondarvi poi suso la luce de la veritade, prima che a riprovare le proposte oppinioni proceda, mostrerò come, quelle riprovando, nè contra l’imperiale maiestade nè contra lo Filosofo si ragiona inreverentemente. 5. Che se in alcuna parte di tutto questo libro inreverente mi mostrasse, non sarebbe tanto laido quanto in questo trattato; nel quale, di nobilitade trattando, me nobile e non villano deggio mostrare. E prima mostrerò me non presummere [contra l'autorità del Filosofo; poi mostrerò me non presummere] contra la maiestade imperiale.
6. Dico adunque che quando lo Filosofo dice: «Quello che pare a li più, impossibile è del tutto essere falso», non intende dicere del parere di fuori, cioè sensuale, ma di quello dentro, cioè razionale; con ciò sia cosa che ’l sensuale parere secondo la più gente, sia molte volte falsissimo, massimamente ne li sensibili comuni, là dove lo senso spesse volte è ingannato. 7. Onde sapemo che a la più gente lo sole pare di larghezza, nel diametro, d’un piede, e sì è ciò falsissimo. Chè, secondo lo cercamento e la invenzione che ha fatto l’umana ragione con l’altre sue arti, lo diametro del corpo del sole è cinque volte quanto quello de la terra, e anche una mezza volta; [onde], con ciò sia cosa che la terra per lo diametro suo sia semilia cinquecento miglia, lo diametro del sole, che a la sensuale apparenza appare di quantità d’un piede, è trentacinque milia settecento cinquanta miglia. 8. Per che manifesto è Aristotile non avere inteso de la sensuale apparenza; e però, se io intendo solo a la sensuale apparenza riprovare, non faccio contra la intenzione del Filosofo, e però nè la riverenza che a lui si dee non offendo. E che io sensuale apparenza intenda riprovare è manifesto. 9. Chè costoro, che così giudicano, non giudicano se non per quello che sentono di queste cose che la fortuna può dare e torre; che perchè veggiono fare le parentele e li alti matrimonii, li edifici mirabili, le possessioni larghe, le signorie grandi, credono quelle essere cagioni di nobilitade, anzi essa nobilitade credono quelle essere. Chè s’elli giudicassero con l’apparenza razionale, dicerebbero lo contrario, cioè la nobilitade essere cagione di questo, sì come di sotto in questo trattato si vedrà.
10. E come io, secondo che vedere si può, contra la reverenza del Filosofo non parlo ciò riprovando, così non parlo contra la reverenza de lo Imperio: e la ragione mostrare intendo. Ma però che, dinanzi da l’avversario s[e] ragiona, lo rettorico dee molta cautela usare nel suo sermone, acciò che l’avversario quindi non prenda materia di turbare la veritade, io, che al volto di tanti avversarii parlo in questo trattato, non posso [brievemente] parlare; onde, se le mie digressioni sono lunghe, nullo si maravigli. 11. Dico adunque che, a mostrare me non essere inreverente a la maiestade de lo Imperio, prima è da vedere che è ’reverenza’. Dico che reverenza non è altro che confessione di debita subiezione per manifesto segno. E veduto questo, da distinguere è intra loro ’inreverente’ [e 'non reverente'. Lo inreverente] dice privazione, lo non reverente dice negazione. E però la inreverenza è disconfessare la debita subiezione, per manifesto segno, dico, e la non reverenza è negare la debita subiezione. 12. Puote l’uomo disdicere la cosa doppiamente: per uno modo puote l’uomo disdicere offendendo a la veritade, quando de la debita confessione si priva, e questo propriamente è ’disconfessare’; per un altro modo puote l’uomo disdicere non offendendo a la veritade, quando quello che non è non si confessa, e questo è proprio ’negare’: sì come disdicere l’uomo sè essere del tutto mortale, è negare, propriamente parlando. 13. Per che se io niego la reverenza de lo Imperio, non sono inreverente, ma sono non reverente: che non è contro a la reverenza, con ciò sia cosa che quella non offenda; sì come lo non vivere non offende la vita, ma offende quella la morte, che è di quella privazione. Onde altro è morte e altro è non vivere; che non vivere è ne le pietre. 14. E però che morte dice privazione, che non può essere se non nel subietto de l’abito, e le pietre non sono subietto di vita, per che non ’morte’, ma ’non vivere’ dicere si deono; similemente io, che in questo caso a lo Imperio reverenza avere non debbo, se la disdico, inreverente non sono, ma sono non reverente, che non è tracotanza nè cosa da biasimare. 15. Ma tracotanza sarebbe l’essere reverente (se reverenza si potesse dicere), però che in maggiore e in vera [in]reverenza si cadrebbe, cioè de la natura e de la veritade, sì come di sotto si vedrà. E da questo fallo si guardò quello maestro de li filosofi, Aristotile, nel principio de l’Etica quando dice: «Se due sono li amici, e l’uno è la verità, a la verità è da consentire». 16. Veramente, perchè detto ho ch’i’ sono non reverente, che è la reverenza negare, cioè negare la debita subiezione per manifesto segno, da vedere è come questo è negare e non disconfessare, cioè da vedere come, in questo caso, io non sia debitamente a la imperiale maiestà subietto. E perchè lunga conviene essere la ragione, per proprio capitolo immediatamente intendo ciò mostrare.
==CAPITOLO IX==
1. A vedere come in questo caso, cioè in riprovando o in approvando l’oppinione de lo Imperadore, a lui non sono tenuto a subiezione, reducere a la mente si conviene quello che de lo imperiale officio di sopra, nel quarto capitolo di questo trattato, è ragionato, cioè che a perfezione de l’umana vita la imperiale autoritade fu trovata, e che ella è regolatrice e rettrice di tutte le nostre operazioni, giustamente; che, pertanto, oltre quanto le nostre operazioni si stendono tanto la maiestade imperiale ha giurisdizione, e fuori di quelli termini non si sciampia. 2. Ma sì come ciascuna arte e officio umano da lo imperiale è a certi termini limitato, così questo da Dio a certo termine è finito: e non è da maravigliare, chè l’officio e l’arte de la natura finito in tutte sue operazioni vedemo. Che se prendere volemo la natura universale di tutto, tanto ha giurisdizione quanto tutto lo mondo, dico lo cielo e la terra, si stende; e questo è a certo termine, sì come per lo terzo de la Fisica e per lo primo De Celo et Mundo è provato. 3. Dunque la giurisdizione de la natura universale è a certo termine finita - e per consequente la parti[culare] -; e anche di costei è limitatore colui che da nulla è limitato, cioè la prima bontade, che è Dio, che solo con la infinita capacitade infinito comprende.
4. E a vedere li termini de le nostre operazioni, è da sapere che solo quelle sono nostre operazioni che subiacciono a la ragione e a la volontade; che se in noi è l’operazione digestiva, questa non è umana, ma naturale. 5. Ed è da sapere che la nostra ragione a quattro maniere d’operazioni, diversamente da considerare, è ordinata: chè operazioni sono che ella solamente considera, e non fa nè può fare alcuna di quelle, sì come sono le cose naturali e le soprannaturali e le matematice; e operazioni che essa considera e fa nel proprio atto suo, le quali si chiamano razionali, sì come sono arti di parlare; e operazioni sono che ella considera e fa in materia di fuori di sè, sì come sono arti meccanice. 6. E queste tutte operazioni, avvegna che ’l considerare loro subiaccia a la nostra volontade, elle per loro a nostra volontade non subiacciono: chè, perchè noi volessimo che le cose gravi salissero per natura suso, e perchè noi volessimo che ’l silogismo con falsi principii conchiudesse veritade dimostrando, e perchè noi volessimo che la casa sedesse così forte pendente come diritta, non sarebbe; però che di queste operazioni non fattori propriamente, ma li trovatori semo. Altri l’ordinò e fece maggior fattore. 7. Sono anche operazioni che la nostra [ragione] considera ne l’atto de la volontade, sì come offendere e giovare, sì come star fermo e fuggire a la battaglia, sì come stare casto e lussuriare, e queste del tutto soggiacciono a la nostra volontade; e però semo detti da loro buoni e rei perch’elle sono proprie nostre del tutto, perchè, quanto la nostra volontade ottenere puote, tanto le nostre operazioni si stendono. 8. E con ciò sia cosa che in tutte queste volontarie operazioni sia equitade alcuna da conservare e iniquitade da fuggire (la quale equitade per due cagioni si può perdere, o per non sapere quale essa si sia o per non volere quella seguitare), trovata fu la Ragione scritta, e per mostrarla e per comandarla. Onde dice Augustino: «Se questa - cioè equitade - li uomini la conoscessero, e conosciuta servassero, la Ragione scritta non sarebbe mestiere»; e però è scritto nel principio del Vecchio Digesto: «La ragione scritta è arte di bene e d’equitade». 9. A questa scrivere, mostrare e comandare, è questo officiale posto di cui si parla, cioè lo Imperadore, al quale tanto quanto le nostre operazioni proprie, che dette sono, si stendono, siamo subietti; e più oltre no. 10. Per questa ragione, in ciascuna arte e in ciascuno mestiere li artefici e li discenti sono, ed esser deono, subietti al prencipe e al maestro di quelle, in quelli mestieri ed in quella arte; e fuori di quello la subiezione pere, però che pere lo principato. Sì che quasi dire si può de lo Imperadore, volendo lo suo officio figurare con una imagine, che elli sia lo cavalcatore de la umana volontade. Lo quale cavallo come vada sanza lo cavalcatore per lo campo assai è manifesto, e spezialmente ne la misera Italia, che sanza mezzo alcuno a la sua governazione è rimasa!
11. E da considerare è che quanto la cosa è più propia de l’arte o del maestro, tanto è maggiore in quella la subiezione; chè, multiplicata la cagione, multiplica l’effetto. Onde è da sapere che cose sono che sono sì pure arti, che la natura è instrumento de l’arte: sì come vogare con remo, dove l’arte fa suo instrumento de la impulsione, che è naturale moto; sì come nel trebbiare lo frumento, che l’arte fa suo instrumento del caldo, che è natural qualitade; e in queste massimamente a lo prencipe e maestro de l’arte esser si dee subietto. 12. E cose sono dove l’arte è instrumento de la natura, e queste sono meno arti; e in esse sono meno subietti li artefici a loro prencipe; sì com’è dare lo seme a la terra (qui si vuole attendere la volontà de la natura), sì come uscire è di porto (qui si vuole attendere la naturale disposizione del tempo). E però vedemo in queste cose spesse volte contenzione tra li artefici, e domandare consiglio lo maggiore al minore. 13. Altre cose sono che non sono de l’arte, e paiono avere con quella alcuna parentela, e quinci sono li uomini molte volte ingannati; e in queste li discenti a lo artefice, o vero maestro, subietti non sono, nè credere a lui sono tenuti quanto è per l’arte: sì come pescare pare aver parentela col navicare, e conoscere la vertù de l’erbe pare aver parentela con l’agricoltura; che non hanno insieme alcuna regola, con ciò sia cosa che ’l pescare sia sotto l’arte de la venagione e sotto suo comandare, e lo conoscere la vertù de l’erbe sia sotto la medicina o vero sotto più nobile dottrina.
14. Queste cose simigliantemente, che de l’altre arti sono ragionate, vedere si possono ne l’arte imperiale; chè regole sono in quella che sono pure arti, sì come sono le leggi de’ matrimonii, de li servi, de le milizie, de li successori in dignitade, e di queste in tutto siamo a lo Imperadore subietti, sanza dubbio e sospetto alcuno. 15. Altre leggi sono che sono quasi seguitatrici di natura, sì come constituire l’uomo d’etade sofficiente a ministrare, e di queste non semo in tutto subietti. Altre molte sono che paiono avere alcuna parentela con l’arte imperiale - e qui fu ingannato ed è chi crede che la sentenza imperiale sia in questa parte autentica -: sì come [diffinire] giovinezza e gentilezza, sovra le quali nullo imperiale giudicio è da consentire, in quanto elli è imperadore: però, quello che è di [Cesare sia renduto a Cesare, e quello che è di] Dio sia renduto a Dio. 16. Onde non è da credere nè da consentire a Nerone imperadore, che disse che giovinezza era bellezza e fortezza del corpo, ma a colui che dicesse che giovinezza è colmo de la naturale vita, che sarebbe filosofo. E però è manifesto che diffinire di gentilezza non è de l’arte imperiale; e se non è de l’arte, trattando di quella, a lui non siamo subietti; e se non [siamo] subietti, reverire lui in ciò non siamo tenuti: e questo è quello [che cerc]ando s’andava. 17. Per che omai con tutta licenza e con tutta franchezza d’animo è da ferire nel petto a le usate oppinioni, quelle per terra versando, acciò che la verace, per questa mia vittoria, tegna lo campo de la mente di coloro per c[ui] fa questa luce avere vigore.
==CAPITOLO X==
1. Poi che poste sono l’altrui oppinioni di nobilitade, e mostrato è quelle riprovare a me esser licito, verrò a quella parte ragionare che ciò ripruova; che comincia, sì come detto è di sopra: Chi diffinisce: ’Omo è legno animato’. E però, è da sapere che l’oppinione de lo Imperadore - avvegna che con difetto quella ponga - ne l’una particula, cioè là dove disse belli costumi, toccò de li costumi di nobilitade, e però in quella parte riprovare non s’intende. 2. L’altra particula, che di natura di nobilitade è del tutto diversa, s’intende riprovare; la quale due cose pare dicere quando dice antica ricchezza, cioè tempo e divizie, le quali a nobilitade sono del tutto diverse, come detto è e come di sotto si mostrerà. E però riprovando si fanno due parti: prima si ripruovano le divizie, e poi si ripruova lo tempo essere cagione di nobilitade. La seconda parte comincia: Nè voglion che vil uom gentil divegna. 3. E da sapere è che, riprovate le divizie, è riprovata non solamente l’oppinione de lo Imperadore in quella parte che le divizie tocca, ma eziandio quella del vulgo interamente che solo ne le divizie si fondava. La prima parte in due si divide: che ne la prima generalmente si dice lo ’mperadore essere stato erroneo ne la diffinizione di nobilitade; secondamente si mostra ragione perchè. E comincia questa seconda parte: Chè le divizie, sì come si crede.
4. Dico adunque, Chi diffinisce: ’Omo è legno animato’, che prima dice non vero, cioè falso, in quanto dice ’legno’; e poi parla non intero, cioè con difetto, in quanto dice ’animato’, non dicendo ’razionale’, che è differenza per la quale uomo da la bestia si parte. 5. Poi dico che per questo modo fu erroneo in diffinire quelli che tenne impero: non dicendo ’imperadore’, ma ’quelli che tenne imperio’, a mostrare (come detto è di sopra) questa cosa determinare essere fuori d’imperiale officio. Poi dico similemente lui errare, che puose de la nobilitade falso subietto, cioè ’antica ricchezza’, e poi procede[tt]e a ’defettiva forma’, o vero differenza, cioè ’belli costumi’, che non comprendono ogni formalitade di nobilitade, ma molto picciola parte, sì come di sotto si mostrerà. 6. E non è da lasciare, tutto che ’l testo si taccia, che messere lo Imperadore in questa parte non errò pur ne le parti de la diffinizione, ma eziandio nel modo di diffinire, avvegna che, secondo la fama che di lui grida, elli fosse loico e clerico grande: chè la diffinizione de la nobilitade più degnamente si farebbe da li effetti che da’ principii, con ciò sia cosa che essa paia avere ragione di principio, che non si può notificare per cose prime, ma per posteriori. 7. Poi quando dico: Chè le divizie, sì come si crede, mostro come elle non possono causare nobilitade, perchè sono vili; e mostro quelle non poterla torre, perchè son disgiunte molto da nobilitade. E pruovo quelle essere vili per uno loro massimo e manifestissimo difetto; e questo fo quando dico: Che siano vili appare. 8. Ultimamente conchiudo, per virtù di quello che detto è di sopra, l’animo diritto non mutarsi per loro transmutazione; che è pruova di quello che detto è di sopra, quelle essere da nobilitade disgiunte, per non seguire l’effetto de la congiunzione. Ove è da sapere che, sì come vuole lo Filosofo, tutte le cose che fanno alcuna cosa, conviene essere prima quelle perfettamente in quello essere; onde dice nel settimo de la Metafisica: «Quando una cosa si genera da un’altra, generasi di quella, essendo in quello essere». 9. Ancora è da sapere che ogni cosa che si corrompe, sì si corrompe, precedente alcuna alterazione, e ogni cosa che è alterata conviene essere congiunta con l’altera[nte cag]ione, sì come vuole lo Filosofo nel settimo de la Fisica e nel primo De Generatione. Queste cose proposte, così procedo, e dico che le divizie, come altri credea, non possono dare nobilitade; e a mostrare maggiore diversitade avere con quella, dico che non la possono torre a chi l’ha. 10. Dare non la possono, con ciò sia cosa che naturalmente siano vili, e per la viltade siano contrarie a la nobilitade. E qui s’intende viltade per degenerazione, la quale a la nobilitade s’oppone; con ciò sia cosa che l’uno contrario non sia fattore de l’altro nè possa essere, per la prenarrata cagione la quale brevemente s’aggiugne al testo, dicendo: Poi chi pinge figura, [Se non può esser lei, non la può porre]. 11. Onde nullo dipintore potrebbe porre alcuna figura, se intenzionalmente non si facesse prima tale, quale la figura essere dee. Ancora torre non la possono, però che da lungi sono di nobilitade, e per la ragione prenarrata che [ciò che] altera o corrompe alcuna cosa convegna essere congiunto con quella. 12. E però soggiugne: Nè la diritta torre Fa piegar rivo che da lungi corre; che non vuole altro dire, se non rispondere a ciò che detto è dinanzi, che le divizie non possono torre nobilitade, dicendo quasi quella nobilitade essere torre diritta, e le divizie fiume da lungi corrente.
==CAPITOLO XI==
1. Resta omai solamente a provare come le divizie sono vili, e come disgiunte sono e lontane da nobilitade; e ciò si pruova in due particulette del testo, a le quali si conviene al presente intendere. E poi quelle esposte, sarà manifesto ciò che detto ho, cioè le divizie essere vili e lontane da nobilitade; e per questo saranno le ragioni di sopra contra le divizie perfettamente provate. 2. Dico adunque: Che siano vili appare ed imperfette. E a manifestare ciò che dire s’intende, è da sapere che la viltade di ciascuna cosa da la imperfezione di quella si prende, e così la nobilitade da la perfezione: onde tanto quanto la cosa è perfetta, tanto è in sua natura nobile; quanto imperfetta, tanto vile. E però se le divizie sono imperfette, manifesto è che siano vili. 3. E che elle siano imperfette, brievemente pruova lo testo quando dice: Chè, quantunque collette, Non posson quietar, ma dan più cura; in che non solamente la loro imperfezione è manifesta, ma la loro condizione essere imperfettissima, e però essere quelle vilissime. E ciò testimonia Lucano, quando dice, a quelle parlando: «Sanza contenzione periro le leggi; e voi ricchezze, vilissima parte de le cose, moveste battaglia». 4. Puotesi brevemente la loro imperfezione in tre cose vedere apertamente: e prima, ne lo indiscreto loro avvenimento; secondamente, nel pericoloso loro accrescimento; terziamente, ne la dannosa loro possessione. E prima ch’io ciò dimostri, è da dichiarare un dubbio che pare consurgere: che, con ciò sia cosa che l’oro, le margherite e li campi perfettamente forma e atto abbiano in loro essere, non pare vero dicere che siano imperfette. 5. E però si vuole sapere che, quanto è per esse in loro considerate, cose perfette sono, e non sono ricchezze, ma oro e margherite; ma in quanto sono ordinate a la possessione de l’uomo, sono ricchezze, e per questo modo sono piene d’imperfezione. Chè non è inconveniente una cosa, secondo diversi rispetti, essere perfetta e imperfetta.
6. Dico che la loro imperfezione primamente si può notare ne la indiscrezione del loro avvenimento, nel quale nulla distributiva giustizia risplende, ma tutta iniquitade quasi sempre, la quale iniquitade è proprio effetto d’imperfezione. 7. Che se si considerano li modi per li quali esse vegnono, tutti si possono in tre maniere ricogliere: chè o vengono da pura fortuna, sì come quando sanza intenzione o speranza vegnono per invenzione alcuna non pensata; o vengono da fortuna che è da ragione aiutata, sì come per testamenti o per mutua successione; o vegnono da fortuna aiutatrice di ragione, sì come quando per licito o per illicito procaccio: licito dico, quando è per arte o per mercatantia o per servigio meritante; illicito dico, quando è per furto o per rapina. 8. E in ciascuno di questi tre modi si vede quella iniquitade che io dico, chè più volte a li malvagi che a li buoni le celate ricchezze che si truovano o che si ritruovano si rappresentano; e questo è sì manifesto, che non ha mestiere di pruova. Veramente io vidi lo luogo, ne le coste d’un monte che si chiama Falterona, in Toscana, dove lo più vile villano di tutta la contrada, zappando, più d’uno staio di santalene d’argento finissimo vi trovò, che forse più di dumilia anni l’aveano aspettato. 9. E per vedere questa iniquitade, disse Aristotile che «quanto l’uomo più subiace a lo ’ntelletto, tanto meno subiace a la fortuna». E dico che più volte a li malvagi che a li buoni pervengono li retaggi, legati e caduti; e di ciò non voglio recare innanzi alcuna testimonianza, ma ciascuno volga li occhi per la sua vicinanza, e vedrà quello che io mi taccio per non abominare alcuno. 10. Così fosse piaciuto a Dio che quello che addomandò lo Provenzale fosse stato, che chi non è reda de la bontade perdesse lo retaggio de l’avere! E dico che più volte a li malvagi che a li buoni pervegnono a punto li procacci; chè li non liciti a li buoni mai non pervegnono, però che li rifiutano. 11. E quale buono uomo mai per forza o per fraude procaccerà? Impossibile sarebbe ciò, chè solo per la elezione de la illicita impresa più buono non sarebbe. E li liciti rade volte pervegnono a li buoni, perchè, con ciò sia cosa che molta sollicitudine quivi si richeggia, e la sollicitudine del buono sia diritta a maggiori cose, rade volte sofficientemente quivi lo buono è sollicito. 12. Per che è manifesto in ciascuno modo quelle ricchezze iniquamente avvenire; e però Nostro Segnore inique le chiamò, quando disse: «Fatevi amici de la pecunia de la iniquitade», invitando e confortando li uomini a liber[ali]tade di benefici, che sono generatori d’amici. 13. E quanto fa bello cambio chi di queste imperfettissime cose dà per avere e per acquistare cose perfette, sì come li cuori de’ valenti uomini! Lo cambio ogni die si può fare. Certo nuova mercatantia è questa de l’altre, che, credendo comperare uno uomo per lo beneficio, mille e mille ne sono comperati. 14. E c[u]i non è ancora [ne]l cuore Alessandro per li suoi reali benefici? Cui non è ancora lo buono re di Castella, o il Saladino, o il buono Marchese di Monferrato, o il buono Conte di Tolosa, o Beltramo dal Bornio, o Galasso di Montefeltro? Quando de le loro messioni si fa menzione, certo non solamente quelli che ciò farebbero volentieri, ma quelli prima morire vorrebbero che ciò fare, amore hanno a la memoria di costoro.
==CAPITOLO XII==
1. Come detto è, la imperfezione de le ricchezze non solamente nel loro avvenimento si può comprendere, ma eziandio nel pericoloso loro accrescimento; e però che in ciò più si può vedere di loro difetto, solo di questo fa menzione lo testo, dicendo quelle, quantunque collette, non solamente non quietare, ma dare più sete e rendere altri più defettivo e insufficiente. 2. E qui si vuole sapere che le cose defettive possono aver li loro difetti per modo, che ne la prima faccia non paiono, ma sotto pretesto di perfezione la imperfezione si nasconde; e possono avere quelli sì, che del tutto sono discoperti, sì che apertamente ne la prima faccia si conosce la imperfezione. 3. E quelle cose che prima non mostrano li loro difetti sono più pericolose, però che di loro, molte fiate prendere guardia non si può; sì come vedemo nel traditore, che ne la faccia dinanzi si mostra amico, sì che fa di sè fede avere, e sotto pretesto d’amistade chiude lo difetto de la inimistade. E per questo modo le ricchezze pericolosamente nel loro accrescimento sono imperfette, che, sommettendo ciò che promettono, apportano lo contrario. 4. Promettono le false traditrici sempre, in certo numero adunate, rendere lo raunatore pieno d’ogni appagamento; e con questa promissione conducono l’umana volontade in vizio d’avarizia. E per questo le chiama Boezio, in quello De Consolatione, pericolose, dicendo: «Ohmè! chi fu quel primo che li pesi de l’oro coperto e le pietre che si voleano ascondere, preziosi pericoli, cavoe?». 5. Promettono le false traditrici, se bene si guarda, di torre ogni sete e ogni mancanza, e apportare ogni saziamento e bastanza; e questo fanno nel principio a ciascuno uomo, questa promissione in certa quantità di loro accrescimento affermando: e poi che quivi sono adunate, in loco di saziamento e di refrigerio danno e recano sete di casso febricante intollerabile; e in loco di bastanza recano nuovo termine, cioè maggiore quantitade a desiderio, e, con questa, paura grande e sollicitudine sopra l’acquisto. Si che veramente non quietano, ma più danno cura, la qual prima sanza loro non si avea. 6. E però dice Tullio in quello De Paradoxo, abominando le ricchezze: «Io in nullo tempo per fermo nè le pecunie di costoro, nè le magioni magnifiche, nè le ricchezze, nè le signorie, nè l’allegrezze de le quali massimamente sono astretti, tra cose buone o desiderabili esser dissi; con ciò sia cosa che certo io vedesse li uomini ne l’abondanza di queste cose massimamente desiderare quelle di che abondano. Però che in nullo tempo si compie nè si sazia la sete de la cupiditate; nè solamente per desiderio d’accrescere quelle cose che hanno si tormentano, ma eziandio tormento hanno ne la paura di perdere quelle». 7. E queste tutte parole sono di Tullio, e così giacciono in quello libro che detto è. E a maggiore testimonianza di questa imperfezione, ecco Boezio in quello De Consolatione dicente: «Se quanta rena volve lo mare turbato dal vento, se quante stelle rilucono, la dea de la ricchezza largisca, l’umana generazione non cesserà di piangere». 8. E perchè più testimonianza, a ciò ridurre per pruova, si conviene, lascisi stare quanto contra esse Salomone e suo padre grida; quanto contra esse Seneca, massimamente a Lucillo scrivendo; quanto Orazio, quanto Iuvenale e, brievemente, quanto ogni scrittore, ogni poeta; e quanto la verace Scrittura divina chiama contra queste false meretrici, piene di tutti defetti; e pongasi mente, per avere oculata fede, pur a la vita di coloro che dietro a esse vanno, come vivono sicuri quando di quelle hanno raunate, come s’appagano, come si riposano. 9. E che altro cotidianamente pericola e uccide le cittadi, le contrade, le singulari persone, tanto quanto lo nuovo raunamento d’avere appo alcuno? Lo quale raunamento nuovi desiderii discuopre, a lo fine de li quali sanza ingiuria d’alcuno venire non si può. E che altro intende di meditare l’una e l’altra Ragione, Canonica dico e Civile, tanto quanto a riparare a la cupiditade che, raunando ricchezze, cresce? 10. Certo assai lo manifesta e l’una e l’altra Ragione, se li loro cominciamenti, dico de la loro scrittura, si leggono. Oh com’è manifesto, anzi manifestissimo, quelle in accrescendo essere del tutto imperfette, quando di loro altro che imperfezione nascere non può, quanto che accolte siano! E questo è quello che lo testo dice.
11. Veramente qui surge in dubbio una questione, da non trapassare sanza farla e rispondere a quella. Potrebbe dire alcuno calunniatore de la veritade che se, per crescere desiderio acquistando, le ricchezze sono imperfette e però vili, che per questa ragione sia imperfetta e vile la scienza, ne l’acquisto de la quale sempre cresce lo desiderio di quella; onde Seneca dice: «Se l’uno de li piedi avesse nel sepulcro, apprendere vorrei». 12. Ma non è vero che la scienza sia vile per imperfezione: dunque, per la distruzione del consequente, lo crescere desiderio non è cagione di viltade a le ricchezze. Che sia perfetta, è manifesto per lo Filosofo nel sesto de l’Etica, che dice la scienza essere perfetta ragione di certe cose.
13. A questa questione brievemente è da rispondere; ma prima è da vedere se ne l’acquisto de la scienza lo desiderio si sciampia come ne la questione si pone, e se sia per ragione. Per che io dico che non solamente ne l’acquisto de la scienza e de le ricchezze, ma in ciascuno acquisto l’umano desiderio si sciampia, avvegna che per altro e altro modo. 14. E la ragione è questa: che lo sommo desiderio di ciascuna cosa, e prima da la natura dato, è lo ritornare a lo suo principio. E però che Dio è principio de le nostre anime e fattore di quelle simili a sè (sì come è scritto: «Facciamo l’uomo ad imagine e similitudine nostra»), essa anima massimamente desidera di tornare a quello. 15. E sì come peregrino che va per una via per la quale mai non fue, che ogni casa che da lungi vede crede che sia l’albergo, e non trovando ciò essere, dirizza la credenza a l’altra, e così di casa in casa, tanto che a l’albergo viene; così l’anima nostra, incontanente che nel nuovo e mai non fatto cammino di questa vita entra, dirizza li occhi al termine del suo sommo bene, e però, qualunque cosa vede che paia in sè avere alcuno bene, crede che sia esso. 16. E perchè la sua conoscenza prima è imperfetta, per non essere esperta nè dottrinata, piccioli beni le paiono grandi, e però da quelli comincia prima a desiderare. Onde vedemo li parvuli desiderare massimamente un pomo; e poi, più procedendo, desiderare uno augellino; e poi, più oltre, desiderare bel vestimento; e poi lo cavallo; e poi una donna; e poi ricchezza non grande, e poi grande, e poi più. E questo incontra perchè in nulla di queste cose truova quella che va cercando, e credela trovare più oltre. 17. Per che vedere si può che l’uno desiderabile sta dinanzi a l’altro a li occhi de la nostra anima per modo quasi piramidale, che ’l minimo li cuopre prima tutti, ed è quasi punta de l’ultimo desiderabile, che è Dio, quasi base di tutti. Sì che, quanto da la punta ver la base più si procede, maggiori appariscono li desiderabili; e questa è la ragione per che, acquistando, li desiderii umani si fanno più ampii, l’uno appresso de l’altro. 18. Veramente così questo cammino si perde per errore come le strade de la terra. Che sì come d’una cittade a un’altra di necessitade è una ottima e dirittissima via, e un’altra che sempre se ne dilunga (cioè quella che va ne l’altra parte), e molte altre quale meno allungandosi e quale meno appressandosi, così ne la vita umana sono diversi cammini, de li quali uno è veracissimo e un altro è fallacissimo, e certi meno fallaci e certi meno veraci. 19. E sì come vedemo che quello che dirittissimo vae a la cittade, e compie lo desiderio e dà posa dopo la fatica, e quello che va in contrario mai nol compie e mai posa dare non può, così ne la nostra vita avviene: lo buono camminatore giugne a termine e a posa; lo erroneo mai non l’aggiugne, ma con molta fatica del suo animo sempre con li occhi gulosi si mira innanzi. 20. Onde avvegna che questa ragione del tutto non risponda a la questione mossa di sopra, almeno apre la via a la risposta, chè fa vedere non andare ogni nostro desiderio dilatandosi per un modo. Ma perchè questo capitolo è alquanto produtto, in capitolo nuovo a la questione è da rispondere, nel quale sia terminata tutta la disputazione che fare s’intende al presente contra le ricchezze.
==CAPITOLO XIII==
1. A la questione rispondendo, dico che propriamente crescere lo desiderio de la scienza dire non si può, avvegna che, come detto è, per alcuno modo si dilati. Chè quello che propriamente cresce, sempre è uno: lo desiderio de la scienza non è sempre uno, ma è molti, e finito l’uno, viene l’altro; sì che, propriamente parlando, non è crescere lo suo dilatare, ma successione di picciola cosa in grande cosa. 2. Che se io desidero di sapere li principii de le cose naturali, incontanente che io so questi, è compiuto e terminato questo desiderio. E se poi io desidero di sapere che cosa e com’è ciascuno di questi principii, questo è un altro desiderio nuovo, nè per l’avvenimento di questo non mi si toglie la perfezione a la quale mi condusse l’altro; e questo cotale dilatare non è cagione d’imperfezione, ma di perfezione maggiore. Quello veramente de la ricchezza è propriamente crescere, chè è sempre pur uno, sì che nulla successione quivi si vede, e per nullo termine e per nulla perfezione. 3. E se l’avversario vuol dire che, sì come è altro desiderio quello di sapere li principii de le cose naturali e altro di sapere che elli sono, così altro desiderio è quello de le cento marche e altro è quello de le mille, rispondo che non è vero; che ’l cento sì è parte del mille, e ha ordine ad esso come parte d’una linea a tutta linea, su per la quale si procede per uno moto solo, e nulla successione quivi è nè perfezione di moto in parte alcuna. 4. Ma conoscere che siano li principii de le cose naturali, e conoscere quello che sia ciascheduno, non è parte l’uno de l’altro, e hanno ordine insieme come diverse linee, per le quali non si procede per uno moto, ma, perfetto lo moto de l’una, succede lo moto de l’altra. 5. E così appare che, dal desiderio de la scienza, la scienza non è da dire imperfetta, sì come le ricchezze sono da dire per lo loro, come la questione ponea; chè nel desiderare de la scienza successivamente finiscono li desiderii e viensi a perfezione, e in quello de la ricchezza no. Sì che la questione è soluta, e non ha luogo.
6. Ben puote ancora calunniare l’avversario dicendo che, avvegna che molti desiderii si compiano ne lo acquisto de la scienza, mai non si viene a l’ultimo: che è quasi simile a la ’mperfezione di quello che non si termina e che è pur uno. 7. Ancora qui si risponde, che non è vero ciò che si oppone, cioè che mai non si viene a l’ultimo: chè li nostri desiderii naturali, sì come di sopra nel terzo trattato è mostrato, sono a certo termine discendenti; e quello de la scienza è naturale, sì che certo termine quello compie, avvegna che pochi, per male camminare, compiano la giornata. 8. E chi intende lo Commentatore nel terzo de l’Anima, questo intende da lui. E però dice Aristotile nel decimo de l’Etica, contra Simonide poeta parlando, che «l’uomo si dee traere a le divine cose quanto può»; in che mostra che a certo fine bada la nostra potenza. E nel primo de l’Etica dice che «’l disciplinato chiede di sapere certezza ne le cose, secondo che [ne] la loro natura di certezza si riceva»; in che mostra che non solamente da la parte de l’uomo desiderante, ma deesi fine attendere da la parte de lo scibile desiderato. 9. E però Paulo dice: «Non più sapere che sapere si convegna, ma sapere a misura». Sì che, per qualunque modo lo desiderare de la scienza si prende, o generalmente o particularmente, a perfezione viene. E però la scienza ha perfetta e nobile perfezione, e per suo desiderio sua perfezione non perde, come le maladette ricchezze.
10. Le quali come ne la loro possessione siano dannose, brievemente è da mostrare, che è la terza nota de la loro imperfezione. Puotesi vedere la loro possessione essere dannosa per due ragioni: l’una, che è cagione di male; l’altra, che è privazione di bene. Cagione è di male, chè fa, pur vegliando, lo possessore timido e odioso. 11. Quanta paura è quella di colui che appo sè sente ricchezza, in camminando, in soggiornando, non pur vegliando ma dormendo, non pur di perdere l’avere ma la persona per l’avere! Ben lo sanno li miseri mercatanti che per lo mondo vanno, che le foglie che ’l vento fa menare, li fa tremare, quando seco ricchezze portano; e quando sanza esse sono, pieni di sicurtade, cantando e sollazzando fanno loro cammino più brieve. 12. E però dice lo Savio: «Se voto camminatore entrasse ne lo cammino, dinanzi a li ladroni canterebbe». E ciò vuol dire Lucano nel quinto libro, quando commenda la povertà di sicuranza, dicendo: «Oh sicura facultà de la povera vita! oh stretti abitaculi e masserizie! oh non ancora intese ricchezze de li Iddei! A quali tempii o a quali muri poteo questo avvenire, cioè non temere con alcuno tumulto, bussando la mano di Cesare?» E quello dice Lucano quando ritrae come Cesare di notte a la casetta del pescatore Amiclas venne, per passare lo mare Adriano. 13. E quanto odio è quello che ciascuno al possessore de la ricchezza porta, o per invidia o per desiderio di prendere quella possessione! Certo tanto è, che molte volte contra la debita pietade lo figlio a la morte del padre intende: e di questo grandissime e manifestissime esperienze possono avere li Latini, e da la parte di Po e da la parte di Tevero! E però Boezio nel secondo de la sua Consolazione dice: «Per certo l’avarizia fa li uomini odiosi».
14. Anche è privazione di bene la loro possessione. Chè, possedendo quelle, larghezza non si fa, che è vertude ne la quale è perfetto bene e la quale fa li uomini splendienti e amati; che non può essere possedendo quelle, ma quelle lasciando di possedere. Onde Boezio nel medesimo libro dice: «Allora è buona la pecunia, quando, transmutata ne li altri per uso di larghezza, più non si possiede». Per che assai è manifesto la loro viltade per tutte le sue note. 15. E però l’uomo di diritto appetito e di vera conoscenza quelle mai non ama, e, non amandole, non si unisce ad esse, ma quelle sempre di lungi da sè essere vuole, se non in quanto ad alcuno necessario servigio sono ordinate. Ed è cosa ragionevole, però che lo perfetto con lo imperfetto non si può congiugnere; onde vedemo che la torta linea con la diritta non si congiunge mai, e se alcuno congiungimento v’è, non è da linea a linea, ma da punto a punto. 16. E però seguita che l’animo che è diritto, cioè d’appetito, e verace, cioè di conoscenza, per loro perdita non si disface; sì come lo testo pone nel fine di questa parte. E per questo effetto intende di provare lo testo che elle siano fiume corrente di lungi da la diritta torre de la ragione, o vero di nobilitade; e per questo, che esse divizie non possono torre la nobilitade a chi l’ha. E per questo modo disputasi e ripruovasi contra le ricchezze per la presente canzone.
==CAPITOLO XIV==
1. Riprovato l’altrui errore quanto è in quella parte che a le ricchezze s’appoggiava, [seguita che si riprovi quanto è] in quella parte, che tempo diceva essere cagione di nobilitade, dicendo antica ricchezza. E questa riprovagione si fa in quella parte che comincia: Nè voglion che vil uom gentil divegna. 2. E in prima si ripruova ciò per una ragione di costoro medesimi che così errano; poi, a maggiore loro confusione, questa loro ragione anche si distrugge: e ciò si fa quando dice: Ancor, segue di ciò che innanzi ho messo. Ultimamente conchiude manifesto essere lo loro errore, e però essere tempo d’intendere a la veritade: e ciò si fa quando dice: Per che a ’ntelletti sani.
3. Dico adunque: Nè voglion che vil uom gentil divegna. Dove è da sapere che oppinione di questi erranti è che uomo prima villano mai gentile uomo dicer non si possa; nè uomo che figlio sia di villano similemente dicere mai non si possa gentile. E ciò rompe la loro sentenza medesima, quando dicono che tempo si richiede a nobilitade, ponendo questo vocabulo ’antico’; però ch’è impossibile per processo di tempo venire a la generazione di nobilitade per questa loro ragione che detta è, la quale toglie via che villano uomo mai possa esser gentile per opera che faccia, o per alcuno accidente, e toglie via la mutazione di villano padre in gentile figlio. 4. Chè se lo figlio del villano è pur villano, e lo figlio fia pur figlio di villano e così fia anche villano, e anche suo figlio, e così sempre, e mai non s’avrà a trovare là dove nobilitade per processo di tempo si cominci. 5. E se l’avversario, volendosi difendere, dicesse che la nobilitade si comincerà in quel tempo che si dimenticherà lo basso stato de li antecessori, rispondo che ciò fia contra loro medesimi, che pur di necessitade quivi sarà transmutazione di viltade in gentilezza, d’un uomo in altro o di padre a figlio, ch’è contra ciò che essi pongono.
6. E se l’avversario pertinacemente si difendesse, dicendo che bene vogliono questa transmutazione potersi fare quando lo basso stato de li antecessori corre in oblivione, avvegna che ’l testo ciò non curi, degno è che la chiosa a ciò risponda. E però rispondo così: che di ciò che dicono seguitano quattro grandissimi inconvenienti, sì che buona ragione essere non può. 7. L’uno si è che quanto la natura umana fosse migliore tanto sarebbe più malagevole e più tarda generazione di gentilezza; che è massimo inconveniente, con ciò sia cosa, com’ho no[t]ato, che la cosa quanto è migliore tanto è più cagione di bene; e nobilitade intra li beni sia commemorata. 8. E che ciò fosse così si pruova. Se la gentilezza o ver nobilitade, che per una cosa intendo, si generasse per oblivione, più tosto sarebbe generata la nobilitade quanto li uomini fossero più smemorati, [chè] tanto più tosto ogni oblivione verrebbe. Dunque, quanto li uomini smemorati più fossero, più tosto sarebbero nobili; e per contrario, quanto con più buona memoria, tanto più tardi nobili si farebbero.
9. Lo secondo si è, che ’n nulla cosa, fuori de li uomini, questa distinzione si potrebbe fare, cioè nobile o vile; che è molto inconveniente, con ciò sia cosa che in ciascuna spezie di cose veggiamo l’imagine di nobilitade e di viltade: onde spesse volte diciamo uno nobile cavallo e uno vile, e uno nobile falcone e uno vile, e una nobile margherita e una vile. 10. E che non si potesse fare questa distinzione, così si pruova. Se l’oblivione de li bassi antecessori è cagione di nobilitade, e là ovunque bassezza d’antecessori mai non fu, non può essere l’oblivione di quelli - con ciò sia cosa che l’oblivione sia corruzione di memoria, e in questi altri animali e piante e minere bassezza e altezza non si noti, però che in uno sono naturati solamente ed iguale stato -, in loro generazione di nobilitade essere non può; e così nè viltade, con ciò sia cosa che l’una e l’altra si guardi come abito e privazione, che sono ad uno medesimo subietto possibili; e però in loro de l’una e de l’altra non potrebbe essere distinzione. 11. E se l’avversario volesse dicere che ne l’altre cose nobilità s’intende per la bontà de la cosa, ma ne li uomini s’intende perchè di sua bassa condizione non è memoria, rispondere si vorrebbe non con le parole ma col coltello a tanta bestialitade, quanta è dare a la nobilitade de l’altre cose bontade per cagione, e a quella de li uomini principio di dimenticanza.
12. Lo terzo si è che molte volte verrebbe prima lo generato che lo generante; che è del tutto impossibile; e ciò si può così mostrare. Pognamo che Gherardo da Cammino fosse stato nepote del più vile villano che mai bevesse del Sile o del Cagnano, e la oblivione ancora non fosse del suo avolo venuta: chi sarà oso di dire che Gherardo da Cammino fosse vile uomo? e chi non parlerà meco, dicendo quello essere stato nobile? Certo nullo, quanto vuole sia presuntuoso, però che egli fu, e fia sempre la sua memoria. 13. E se la oblivione del suo basso antecessore non fosse venuta, sì come si suppone, ed ello fosse grande di nobilitade e la nobilitade in lui si vedesse così apertamente come aperta si vede, prima sarebbe stata in lui che ’l generante suo fosse stato: e questo è massimamente impossibile.
14. Lo quarto si è che tale uomo sarebbe tenuto nobile morto che non fu nobile vivo; che più inconveniente essere non potrebbe; e ciò così si mostra. Pognamo che ne la etade di Dardano de’ suoi antecessori bassi fosse memoria, e pognamo che ne la etade di Laomedonte questa memoria fosse disfatta, e venuta l’oblivione. Secondo l’oppinione avversa, Laomedonte fu gentile e Dardano fu villano in loro vita. Noi, a li quali la memoria de li loro anticessori, dico di là da Dardano, [anche non è rimasa, dir dovremmo che Dardano] vivendo fosse villano e morto sia nobile. 15. E non è contro a ciò, che si dice Dardano esser stato figlio di Giove, chè ciò è favola, de la quale, filosoficamente disputando, curare non si dee; e pur se volesse a la favola fermare l’avversario, di certo quello che la favola cuopre disfà tutte le sue ragioni. E così è manifesto, la ragione che ponea la oblivione causa di nobilitade essere falsa ed erronea.
==CAPITOLO XV==
1. Da poi che, per la loro medesima sentenza, la canzone ha riprovato tempo non richiedersi a nobilitade, incontanente seguita a confondere la premessa loro oppinione, acciò che di loro false ragioni nulla ruggine rimagna ne la mente che a la verità sia disposta; e questo fa quando dice: Ancor, segue di ciò che innanzi ho messo. 2. Ove è da sapere che, se uomo non si può fare di villano gentile o di vile padre non può nascere gentile figlio, sì come messo è dinanzi per loro oppinione, che de li due inconvenienti l’uno seguire conviene: l’uno sì è che nulla nobilitade sia; l’altro sì è che ’l mondo sempre sia stato con più uomini, sì che da uno solo la umana generazione discesa non sia. 3. E ciò si può mostrare. Se nobilitade non si genera di nuovo, sì come più volte è detto che la loro oppinione vuole (non generandosi di vile uomo in lui medesimo, nè di vile padre in figlio), sempre è l’uomo tale quale nasce, e tale nasce quale è lo padre; e così questo processo d’una condizione è venuto infino dal primo parente: per che tale quale fu lo primo generante, cioè Adamo, conviene essere tutta l’umana generazione, chè da lui a li moderni non si puote trovare per quella ragione alcuna transmutanza. 4. Dunque, se esso Adamo fu nobile, tutti siamo nobili, e se esso fu vile, tutti siamo vili; che non è altro che torre via la distinzione di queste condizioni, e così è torre via quelle. E questo dice, che di quello ch’e messo dinanzi seguita che siam tutti gentili o ver villani. 5. E se questo non è, [e] pur alcuna gente è da dire nobile e alcuna è da dir vile, di necessitade, da poi che la transmutazione di viltade in nobilitade è tolta via, conviene l’umana generazione da diversi principii essere discesa, cioè da uno nobile e da uno vile. E ciò dice la canzone, quando dice: O che non fosse ad uom cominciamento, cioè uno solo: non dice ’cominciamenti’. E questo è falsissimo appo lo Filosofo, appo la nostra Fede che mentire non puote, appo la legge e credenza antica de li Gentili. 6. Chè, avvegna che ’l Filosofo non pogna lo processo da uno primo uomo, pur vuole una sola essenza essere in tutti li uomini, la quale diversi principii avere non puote; e Plato vuole che tutti li uomini da una sola Idea dependano, e non da più, che è dare loro uno solo principio. E sanza dubbio forte riderebbe Aristotile udendo fare spezie due de l’umana generazione, sì come de li cavalli e de li asini; che, perdonimi Aristotile, asini ben si possono dire coloro che così pensano. 7. Che appo la nostra fede, la quale del tutto è da conservare, sia falsissimo, per Salomone si manifesta, che là dove distinzione fa di tutti li uomini a li animali bruti, chiama quelli tutti figli d’Adamo; e ciò fa quando dice: «Chi sa se li spiriti de li figliuoli d’Adamo vadano suso, e quelli de le bestie vadano giuso?». 8. E che appo li Gentili falso fosse, ecco la testimonianza d’Ovidio nel primo del suo Metamorfoseos, dove tratta la mondiale constituzione secondo la credenza pagana, o vero de li Gentili, dicendo: «Nato è l’uomo» - non disse ’li uomini’; disse ’nato’, e ’l’uomo’ - «o vero che questo l’artefice de le cose di seme divino fece, o vero che la recente terra, di poco dipartita dal nobile corpo sottile e diafano, li semi del cognato cielo ritenea. La quale, mista con l’acqua del fiume, lo figlio di Iapeto, cioè Prometeus, compuose in imagine de li Dei, che tutto governano». Dove manifestamente pone lo primo uomo uno solo essere stato. 9. E però dice la canzone: Ma ciò io non consento, cioè che cominciamento ad uomo non fosse. E soggiugne la canzone: Ned ellino altressì, se son cristiani: e dice ’cristiani’ e non ’filosofi’ o vero ’Gentili’, [de li quali] le sentenze anco [non] sono in contro, però che la cristiana sentenza è di maggiore vigore, ed è rompitrice d’ogni calunnia, mercè de la somma luce del cielo che quella allumina.
10. Poi quando dico: Per che a ’ntelletti sani È manifesto i lor diri esser vani, conchiudo lo loro errore essere confuso, e dico che tempo è d’aprire li occhi a la veritade; questo dice quando dico: E dicer voglio omai, sì com’io sento. Dico adunque che, per quello che detto è, è manifesto a li sani intelletti che i detti di costoro sono vani, cioè sanza midolla di veritade. E dico sani non sanza cagione. 11. Onde è da sapere che lo nostro intelletto si può dir sano e infermo: e dico intelletto per la nobile parte de l’anima nostra, che con uno vocabulo ’mente’ si può chiamare. Sano dire si può, quando per malizia d’animo o di corpo impedito non è ne la sua operazione; che è conoscere quello che le cose sono, sì come vuole Aristotile nel terzo de l’Anima. 12. Chè, secondo la malizia de l’anima, tre orribili infermitadi ne la mente de li uomini ho vedute. L’una è di naturale [jat]tanza causata: chè sono molti tanto presuntuosi, che si credono tutto sapere, e per questo le non certe cose affermano per certe; lo qual vizio Tullio massimamente abomina nel primo de li Offici e Tommaso nel suo Contra-li-Gentili dicendo: «Sono molti tanto di suo ingegno presuntuosi, che credono col suo intelletto poter misurare tutte le cose, estimando tutto vero quello che a loro pare, falso quello che a loro non pare». 13. E quinci nasce che mai a dottrina non vegnono; credendo da sè sufficientemente essere dottrinati, mai non domandano, mai non ascoltano, disiano essere domandati e, anzi la domandagione compiuta, male rispondono. E per costoro dice Salomone ne li Proverbii: «Vedesti l’uomo ratto a rispondere? di lui stoltezza, più che correzione, è da [sperare]». 14. L’altra è di naturale pusillanimitade causata: chè sono molti tanto vilmente ostinati, che non possono credere che nè per loro nè per altrui si possano le cose sapere; e questi cotali mai per loro non cercano nè ragionano, mai quello che altri dice non curano. E contra costoro Aristotile parla nel primo de l’Etica, dicendo quelli essere insufficienti uditori de la morale filosofia. Costoro sempre come bestie in grossezza vivono, d’ogni dottrina disperati. 15. La terza è da levitade di natura causata: chè sono molti di sì lieve fantasia che in tutte le loro ragioni transvanno, e anzi che silogizzino hanno conchiuso, e di quella conclusione vanno transvolando ne l’altra, e pare loro sottilissimamente argomentare, e non si muovono da neuno principio, e nulla cosa veramente veggiono vera nel loro imaginare. 16. E di costoro dice lo Filosofo che non è da curare nè da avere con essi faccenda, dicendo nel primo de la Fisica, che «contra quelli che niega li principii disputare non si conviene». E di questi cotali sono molti idioti che non saprebbero l’a. b. c., e vorrebbero disputare in geometria, in astrologia e in fisica.
17. E secondo malizia, o vero difetto di corpo, può essere la mente non sana: quando per difetto d’alcuno principio da la nativitade, sì come [ne'] mentecatti; quando per l’alterazione del cerebro, sì come sono frenetici. E di questa infertade de la mente intende la legge, quando lo Inforzato dice: «In colui che fa testamento, di quel tempo nel quale lo testamento fa, sanitade di mente, non di corpo, è a domandare». Per che a quelli intelletti che per malizia d’animo o di corpo infermi non sono, liberi, espediti e sani a la luce de la veritade, dico essere manifesto l’oppinione de la gente, che detto è, essere vana, cioè sanza valore.
18. Appresso soggiugne, che io così li giudico falsi e vani, e così li ripruovo; e ciò si fa quando si dice: E io così per falsi li riprovo. E appresso dico che da venire è a la veritade mostrare; e dico che mostrare [è] quello, cioè che cosa è gentilezza, e come si può conoscere l’uomo in cui essa è. E ciò dico quivi: E dicer voglio omai, sì com’io sento.
==CAPITOLO XVI==
1. «Lo rege si letificherà in Dio, e saranno lodati tutti quelli che giurano in lui, però che serrata è la bocca di coloro che parlano le inique cose». Queste parole posso io qui veramente proponere; però che ciascuno vero rege dee massimamente amare la veritade. Ond’è scritto nel libro di Sapienza: «Amate lo lume di sapienza, voi che siete dinanzi a li populi»; e lume di sapienza è essa veritade. Dico adunque che però si rallegrerà ogni rege che riprovata è la falsissima e dannosissima oppinione de li malvagi e ingannati uomini che di nobilitade hanno infino a ora iniquamente parlato.
2. Convienesi procedere al trattato de la veritade, secondo la divisione fatta nel terzo capitolo di questo trattato. Questa seconda parte adunque, che comincia: Dico ch’ogni vertù principalmente, intende diterminare d’essa nobilitade secondo la veritade; e partesi questa parte in due: che ne la prima s’intende mostrare che è questa nobilitade; ne la seconda s’intende mostrare come conoscere si puote colui dov’ella è: e comincia questa parte seconda: L’anima cui adorna esta bontate. 3. La prima parte ha due parti ancora: che ne la prima si cercano certe cose che sono mestiere a veder la diffinizione di nobilitade; ne la seconda si cerca de la sua diffinizione: e comincia questa seconda parte: È gentilezza dovunqu’è vertute.
4. A perfettamente entrare per lo trattato è prima da vedere due cose: l’una, che per questo vocabulo ’nobilitade’ s’intende, solo semplicemente considerato; l’altra è per che via sia da camminare a cercare la prenominata diffinizione. Dico adunque che, se volemo riguardo avere de la comune consuetudine di parlare, per questo vocabulo ’nobilitade’ s’intende perfezione di propria natura in ciascuna cosa. 5. Onde non pur de l’uomo è predicata, ma eziandio di tutte cose - chè l’uomo chiama nobile pietra, nobile pianta, nobile cavallo, nobile falcone - qualunque in sua natura si vede essere perfetta. E però dice Salomone ne lo Ecclesiastes: «Beata la terra lo cui re è nobile», che non è altro a dire, se non lo cui rege è perfetto, secondo la perfezione de l’animo e del corpo; e così manifesta per quello che dice dinanzi quando dice: «Guai a te, terra, lo cui rege è pargolo», cioè non perfetto uomo: e non è pargolo uomo pur per etade, ma per costumi disordinati e per difetto di vita, sì come n’ammaestra lo Filosofo nel primo de l’Etica. 6. Bene sono alquanti folli che credono che per questo vocabulo ’nobile’ s’intenda ’essere da molti nominato e conosciuto’, e dicono che viene da uno verbo che sta per conoscere, cioè ’nosco’. E questo è falsissimo; chè, se ciò fosse, quali cose più fossero nomate e conosciute in loro genere, più sarebbero in loro genere nobili: e così la guglia di San Piero sarebbe la più nobile pietra del mondo; e Asdente, lo calzolaio da Parma, sarebbe più nobile che alcuno suo cittadino; e Albuino de la Scala sarebbe più nobile che Guido da Castello di Reggio: che ciascuna di queste cose è falsissima. E però è falsissimo che ’nobile’ vegna da ’conoscere’, ma viene da ’non vile’; onde ’nobile’ è quasi ’non vile’. 7. Questa perfezione intende lo Filosofo nel settimo de la Fisica quando dice: «Ciascuna cosa è massimamente perfetta quando tocca e aggiugne la sua virtude propria, e allora è massimamente secondo sua natura; onde allora lo circulo si può dicere perfetto quando veramente è circulo», cioè quando aggiugne la sua propria virtude; e allora è in tutta sua natura, e allora si può dire nobile circulo. 8. E questo è quando in esso è uno punto lo quale equalmente distante sia da la circunferenza, sua virtute part[icular]e; per[ò] lo circulo che ha figura d’uovo non è nobile, nè quello che ha figura di presso che piena luna, però che non è in quello sua natura perfetta. E così manifestamente vedere si può che generalmente questo vocabulo, cioè nobilitade, dice in tutte cose perfezione di loro natura: e questo è quello che primamente si cerca, per meglio entrare nel trattato de la parte che esponere s’intende.
9. Secondamente è da vedere come da camminare è a trovare la diffinizione de l’umana nobilitade, a la quale intende lo presente processo. Dico adunque che, con ciò sia cosa che in quelle cose che sono d’una spezie, sì come sono tutti li uomini, non si può per li principii essenziali la loro ottima perfezione diffinire, conviensi quella e diffinire e conoscere per li loro effetti. 10. E però si legge nel Vangelio di santo Matteo - quando dice Cristo: «Guardatevi da li falsi profeti» -: «A li frutti loro conoscerete quelli». E per lo cammino diritto è da vedere, questa diffinizione che cercando si vae, per li frutti: che sono morali vertù e intellettuali, de le quali essa nostra nobilitade è seme, sì come ne la sua diffinizione sarà pienamente manifesto. E queste sono quelle due cose che vedere si convenia prima che ad altre si procedesse, sì come in questo capitolo di sopra si dice.
==CAPITOLO XVII==
1. Appresso che vedute sono quelle due cose che parevano utili a vedere prima che sopra lo testo si procedesse, ad esso esponere è da procedere. E dice e comincia adunque: Dico ch’ogni vertù principalmente Vien da una radice: Vertute, dico, che fa l’uom felice In sua operazione. E soggiungo: Questo è, secondo che l’Etica dice, Un abito eligente, ponendo tutta la diffinizione de la morale virtù, secondo che nel secondo de l’Etica è per lo Filosofo diffinito. 2. In che due cose principalmente s’intende: l’una è che ogni vertù vegna d’uno principio; l’altra sì è che queste ogni vertù siano le vertù morali, di cui si parla; e ciò si manifesta quando dice: Questo è, secondo che l’Etica dice. Dove è da sapere che propiissimi nostri frutti sono le morali vertudi, però che da ogni canto sono in nostra podestade. 3. E queste diversamente da diversi filosofi sono distinte e numerate; ma però che in quella parte dove aperse la bocca la divina sentenza d’Aristotile da lasciare mi pare ogni altrui sentenza, volendo dire quali queste sono, brevemente secondo la sua sentenza trapasserò di quelle ragionando.
4. Queste sono undici vertudi dal detto Filosofo nomate. La prima si chiama Fortezza, la quale è arme e freno a moderare l’audacia e la timiditate nostra, ne le cose che sono corr[u]zione de la nostra vita. La seconda è Temperanza, che è regola e freno de la nostra gulositade e de la nostra soperchievole astinenza ne le cose che conservano la nostra vita. La terza si è Liberalitade, la quale è moderatrice del nostro dare e del nostro ricevere le cose temporali. 5. La quarta si è Magnificenza, la quale è moderatrice de le grandi spese, quelle facendo e sostenendo a certo termine. La quinta si è Magnanimitade, la quale è moderatrice e acquistatrice de’ grandi onori e fama. La sesta si è Amativa d’onore, la quale è moderatrice e ordina noi a li onori di questo mondo. La settima si è Mansuetudine, la quale modera la nostra ira e la nostra troppa pazienza contra li nostri mali esteriori. 6. L’ottava si è Affabilitade, la quale fa noi ben convenire con li altri. La nona si è chiamata Veritade, la quale modera noi dal vantare noi oltre che siamo e da lo diminuire noi oltre che siamo, in nostro sermone. La decima si è chiamata Eutrapelia, la quale modera noi ne li sollazzi facendo, quelli usando debitamente. L’undecima si è Giustizia, la quale ordina noi ad amare e operare dirittura in tutte cose. 7. E ciascuna di queste vertudi ha due inimici collaterali, cioè vizii, uno in troppo e un altro in poco; e queste tutte sono li mezzi intra quelli, e nascono tutte da uno principio, cioè da l’abito de la nostra buona elezione: onde generalmente si può dicere di tutte che siano abito elettivo consistente nel mezzo. 8. E queste sono quelle che fanno l’uomo beato, o vero felice, ne la loro operazione, sì come dice lo Filosofo nel primo de l’Etica quando diffinisce la Felicitade, dicendo che «Felicitade è operazione secondo virtude in vita perfetta». Bene si pone Prudenza, cioè senno, per molti, essere morale virtude, ma Aristotile dinumera quella intra le intellettuali; avvegna che essa sia conduttrice de le morali virtù e mostri la via per ch’elle si compongono e sanza quella essere non possono.
9. Veramente è da sapere che noi potemo avere in questa vita due felicitadi, secondo due diversi cammini, buono e ottimo, che a ciò ne menano: l’una è la vita attiva, e l’altra la contemplativa; la quale, avvegna che per l’attiva si pervegna, come detto è, a buona felicitade, ne mena ad ottima felicitade e beatitudine, secondo che pruova lo Filosofo nel decimo de l’Etica. 10. E Cristo l’afferma con la sua bocca, nel Vangelio di Luca, parlando a Marta, e rispondendo a quella: «Marta, Marta, sollicita se’ e turbiti intorno a molte cose: certamente una cosa è necessaria», cioè ’quello che fai’. E soggiugne: «Maria ottima parte ha eletta, la quale non le sarà tolta». E Maria, secondo che dinanzi è scritto a queste parole del Vangelio, a’ piedi di Cristo sedendo, nulla cura del ministerio de la casa mostrava; ma solamente le parole del Salvatore ascoltava. 11. Che se moralemente ciò volemo esponere, volse lo nostro Segnore in ciò mostrare che la contemplativa vita fosse ottima, tutto che buona fosse l’attiva: ciò è manifesto a chi ben vuole porre mente a le evangeliche parole. Potrebbe alcuno però dire, contra me argomentando: ’Poichè la felicitade de la vita contemplativa è più eccellente che quella de l’attiva, e l’una e l’altra possa essere e sia frutto e fine di nobilitade, perchè non anzi si procedette per la via de le virtù intellettuali che de le morali?’ 12. A ciò si può brievemente rispondere che in ciascuna dottrina si dee avere rispetto a la facultà del discente, e per quella via menarlo che più a lui sia lieve. Onde, perciò che le virtù morali paiano essere e siano più comuni e più sapute e più richieste che l’altre e [im]itate ne lo aspetto di fuori, utile e convenevole fu più per quello cammino procedere che per l’altro; chè così bene [non] si verrebbe a la conoscenza de le api per lo frutto de la cera ragionando come per lo frutto del mele, tutto che l’uno e l’altro da loro procede.
==CAPITOLO XVIII==
1. Nel precedente capitolo è diterminato come ogni vertù morale viene da uno principio, cioè buona e abituale elezione; e ciò importa lo testo presente infino a quella parte che comincia: Dico che nobiltate in sua ragione. 2. In questa parte adunque si procede per via probabile a sapere che ogni sopra detta virtude, singularmente o ver generalmente presa, proceda da nobilitade sì come effetto da sua cagione. E fondasi sopra una proposizione filosofica, che dice che quando due cose si truovano convenire in una, che ambo queste si deono riducere ad alcuno terzo, o vero l’una a l’altra, sì come effetto a cagione; però che una cosa avuta prima e per sè non può essere se non da uno: e se quelle non fossero ambedue effetto d’un terzo, o vero l’una de l’altra, ambedue avrebbero quella cosa prima e per sè, ch’è impossibile. 3. Dice adunque che nobilitade e vertute cotale, cioè morale, convegnono in questo, che l’una e l’altra importa loda di colui di cui si dice; e dico ciò quando dice: Per che in medesmo detto Convegnono ambedue, ch’en d’uno effetto, cioè lodare e rendere pregiato colui cui esser si dicono. E poi conchiude prendendo la vertude de la sopra notata proposizione, e dice che però conviene l’una procedere da l’altra, o vero ambe da un terzo; e soggiunge che più tosto è da presummere l’una venire da l’altra, che ambe da terzo, s’elli appare che l’una vaglia quanto l’altra, e più ancora; e ciò dice: Ma se l’una val ciò che l’altra vale. 4. Ove è da sapere che qui non si procede per necessaria dimostrazione, sì come sarebbe a dire, se lo freddo è generativo de l’acqua, e noi vedemo li nuvoli [generare acqua, che lo freddo è generativo de li nuvoli]; sì di bella e convenevole induzione, che se in noi sono più cose laudabili, [e] in noi è lo principio de le nostre lodi, ragionevole è queste a questo principio riducere; e quello che comprende più cose, più ragionevolemente si dee dire principio di quelle, che quelle principio di lui. 5. Chè lo piè de l’albero, che tutti li altri rami comprende, si dee principio dire e cagione di quelli, e non quelli di lui; e così nobilitade, [che] comprende ogni vertude, sì come cagione effetto comprende, [e] molte altre nostre operazioni laudabili, si dee avere per tale, che la vertude sia da ridurre ad essa prima che ad altro terzo che in noi sia.
6. Ultimamente dice, che quello ch’è detto (cioè, che ogni vertù morale vegna da una radice, e che vertù cotale e nobilitade convegnano in una cosa, come detto è di sopra; e che però si convegna l’una reducere a l’altra, o vero ambe ad uno terzo; e che se l’una vale quello che l’altra e più, di quella [questa] proceda maggiormente che d’altro terzo), tutto sia per supposto, cioè ordito e apparecchiato a quello che per innanzi s’intende. E così termina questo verso e questa presente parte.
==CAPITOLO XIX==
1. Poi che ne la precedente parte sono pertrattate certe cose e diterminate, ch’erano necessarie a vedere come diffinire si possa questa buona cosa di che si parla, procedere si conviene a la seguente parte, che comincia: È gentilezza dovunqu’è vertute. 2. E questa si vuole in due parti reducere: ne la prima si pruova certa cosa che dinanzi è toccata e lasciata non provata; ne la seconda, conchiudendo, si truova questa diffinizione che cercando si va. E comincia questa seconda parte: Dunque verrà, come dal nero il perso.
3. Ad evidenza de la prima parte, da reducere a memoria è che di sopra si dice che se nobilitade vale e si stende più che vertute, [vertute] più tosto procederà da essa. La qual cosa ora in questa parte pruova, cioè che nobilitade più si stenda; e rende essemplo del cielo, dicendo che dovunque è vertude, quivi è nobilitade. 4. E quivi si vuole sapere che, sì come scritto è in Ragione e per regola di Ragione si tiene, in quelle cose che per sè sono manifeste non è mestiere di pruova; e nulla n’è più manifesta che nobilitade essere dove è vertude, e ciascuna cosa volgarmente vedemo, in sua natura [virtuosa], nobile esser chiamata. 5. Dice dunque: Sì com’è ’l cielo dovunqu’è la stella, e non è questo vero e converso, cioè rivolto, che dovunque è cielo sia la stella, così è nobilitade dovunque è vertude, e non vertude dovunque nobilitade: e con bello e convenevole essemplo, chè veramente è cielo ne lo quale molte e diverse stelle rilucono. Riluce in essa le intellettuali e le morali virtudi; riluce in essa le buone disposizioni da natura date, cioè pietade e religione, e le laudabili passioni, cioè vergogna e misericordia e altre molte; riluce in essa le corporali bontadi, cioè bellezza, fortezza e quasi perpetua valitudine. 6. E tante sono le sue stelle, che [n]el cielo si stendono, che certo non è da maravigliare se molti e diversi frutti fanno ne la umana nobilitade; tante sono le nature e le potenze di quella, in una sotto una semplice sustanza comprese e adunate, ne le quali sì come in diversi rami fruttifica diversamente. Certo da dovvero ardisco a dire che la nobilitade umana, quanto è da la parte di molti suoi frutti, quella de l’angelo soperchia, tutto che l’angelica in sua unitade sia più divina. 7. Di questa nobilitade nostra, che in tanti e tali frutti fruttificava, s’accorse lo Salmista, quando fece quel Salmo che comincia: «Segnore nostro Iddio, quanto è ammirabile lo nome tuo ne l’universa terra!», là dove commenda l’uomo, quasi maravigliandosi del divino affetto in essa umana creatura, dicendo: «Che cosa è l’uomo, che tu, Dio, lo visiti? Tu l’hai fatto poco minore che li angeli, di gloria e d’onore l’hai coronato, e posto lui sopra l’opere de le mani tue». Veramente dunque bella e convenevole comparazione fu del cielo a l’umana nobilitade.
8. Poi quando dice: E noi in donna e in età novella, pruova ciò che dico, mostrando che la nobilitade si stenda in parte dove virtù non sia. E dice poi: vedem questa salute: e tocca nobilitade, che bene è vera salute, essere là dove è vergogna, cioè tema di disnoranza, sì come è ne le donne e ne li giovani, dove la vergogna è buona e laudabile; la qual vergogna non è virtù, ma certa passione buona. 9. E dice: E noi in donna e in età novella, cioè in giovani; però che, secondo che vuole lo Filosofo nel quarto de l’Etica, {{§|vergogna non è laudabile|«vergogna non è laudabile nè sta bene ne li vecchi e ne li uomini studiosi»}}, però che a loro si conviene di guardare da quelle cose che a vergogna li conducano. 10. A li giovani e a le donne non è tanto richesto di c[au]tela, e però in loro è laudabile la paura del disnore ricevere per la colpa; che da nobilitade viene, e nobilitade si puote credere e in loro chiamare, sì come viltade e ignobilitade la sfacciatezza. Onde buono e ottimo segno di nobilitade è ne li pargoli e imperfetti d’etade, quando dopo lo fallo nel viso loro vergogna si dipinge, che è allora frutto di vera nobilitade.
==CAPITOLO XX==
1. Quando appresso seguita: Dunque verrà, come dal nero il perso, procede lo testo a la diffinizione di nobilitade, la qual si cerca, e per la quale si potrà vedere che è questa nobilitade di che tanta gente erroneamente parla. Dice dunque, conchiudendo da quello che dinanzi detto è: dunque ogni vertude, o vero il gener loro, cioè l’abito elettivo consistente nel mezzo, verrà da questa, cioè nobilitade. 2. E rende essemplo ne li colori, dicendo: sì come lo perso dal nero discende, così questa, cioè vertude, discende da nobilitade. {{§|Lo perso è uno colore|Lo perso è uno colore misto di purpureo e di nero, ma vince lo nero, e da lui si dinomina; e così la vertù è una cosa mista di nobilitade e di passione; ma perchè la nobilitade vince in quella, è la vertù dinominata da essa, e appellata bontade.}} 3. Poi appresso argomenta, per quello che detto è, che nessuno, per poter dire: ’Io sono di cotale schiatta’, non dee credere essere con essa, se questi frutti non sono in lui. E rende incontanente ragione, dicendo che quelli che hanno questa grazia, cioè questa divina cosa, sono quasi come dei, sanza macula di vizio; e ciò dare non può se non Iddio solo, appo cui non è scelta di persone, sì come le divine Scritture manifestano. 4. E non paia troppo alto dire ad alcuno, quando si dice: Ch’elli son quasi dei; chè, sì come di sopra nel settimo capitolo del terzo trattato si ragiona, così come uomini sono vilissimi e bestiali, così uomini sono nobilissimi e divini, e ciò pruova Aristotile nel settimo de l’Etica per lo testo d’Omero poeta. 5. Sì che non dica quelli de li Uberti di Fiorenza, nè quelli de li Visconti da Melano: ’Perch’io sono di cotale schiatta, io sono nobile’; chè ’l divino seme non cade in ischiatta, cioè in istirpe, ma cade ne le singulari persone, e, sì come di sotto si proverà, la stirpe non fa le singulari persone nobili, ma le singulari persone fanno nobile la stirpe.
6. Poi, quando dice: Chè solo Iddio a l’anima la dona, ragione è del suscettivo, cioè del subietto dove questo divino dono discende: ch’è bene divino dono, secondo la parola de l’Apostolo: «Ogni ottimo dato e ogni dono perfetto di suso viene, discendendo dal padre de’ lumi». 7. Dice adunque che Dio solo porge questa grazia a l’anima di quelli cui vede stare perfettamente ne la sua persona, acconcio e disposto a questo divino atto ricevere. Chè, secondo dice lo Filosofo nel secondo de l’Anima, «le cose convengono essere disposte a li loro agenti, e a ricevere li loro atti»; onde se l’anima è imperfettamente posta, non è disposta a ricevere questa benedetta e divina infusione: sì come se una pietra margarita è male disposta, o vero imperfetta, la vertù celestiale ricever non può, sì come disse quel nobile {{Ac|Guido Guinizelli|Guido Guinizzelli}} in una sua canzone, che comincia: {{TestoCitato|Al cor gentil rempaira sempre amore|Al cor gentil ripara sempre Amore}}. 8. Puote adunque l’anima stare non bene ne la persona per manco di complessione, o forse per manco di temporale: e in questa cotale questo raggio divino mai non risplende. E possono dire questi cotali, la cui anima è privata di questo lume, che essi siano sì come valli volte ad aquilone, o vero spelunche sotterranee, dove la luce del sole mai non discende, se non ripercussa da altra parte da quella illuminata.
9. Ultimamente conchiude, e dice che, per quello che dinanzi detto è (cioè che le vertudi sono frutto di nobilitade, e che Dio questa metta ne l’anima che ben siede), che ad alquanti, cioè a quelli che hanno intelletto, che sono pochi, è manifesto che nobilitade umana non sia altro che ’seme di felicitade’, messo da Dio ne l’anima ben posta, cioè lo cui corpo è d’ogni parte disposto perfettamente. Chè se le vertudi sono frutto di nobilitade, e felicitade è dolcezza [per quelle] comparata, manifesto è essa nobilitade essere semente di felicitade, come detto è. 10. E se bene si guarda, questa diffinizione tutte e quattro le cagioni, cioè materiale, formale, efficiente e finale, comprende: materiale in quanto dice: ne l’anima ben posta, che è materia e subietto di nobilitade: formale in quanto dice che è seme; efficiente in quanto dice: Messo da Dio ne l’anima; finale in quanto dice: di felicità. E così è diffinita questa nostra bontade, la quale in noi similemente discende da somma e spirituale Virtude, come virtude in pietra da corpo nobilissimo celestiale.
==CAPITOLO XXI==
1. Acciò che più perfettamente s’abbia conoscenza de la umana bontade, secondo che in noi è principio di tutto bene, la quale nobilitade si chiama, da chiarire è in questo speziale capitolo come questa bontade discende in noi; e prima per modo naturale, e poi per modo teologico, cioè divino e spirituale. 2. In prima è da sapere che l’uomo è composto d’anima e di corpo; ma ne l’anima è quella; sì come detto è che è a guisa di semente de la virtù divina. Veramente per diversi filosofi de la differenza de le nostre anime fue diversamente ragionato: chè Avicenna e Algazel volsero che esse da loro e per loro principio fossero nobili e vili; e Plato e altri volsero che esse procedessero da le stelle, e fossero nobili e più e meno secondo la nobilitade de la stella. 3. Pittagora volse che tutte fossero d’una nobilitade, non solamente le umane, ma con le umane quelle de li animali bruti e de le piante, e le forme de le minere; e disse che tutta la differenza è de le corpora e de le forme. Se ciascuno fosse a difendere la sua oppinione, potrebbe essere che la veritade si vedrebbe essere in tutte; ma però che ne la prima faccia paiono un poco lontane dal vero, non secondo quelle procedere si conviene, ma secondo l’oppinione d’Aristotile e de li Peripatetici. 4. E però dico che quando l’umano seme cade nel suo recettaculo, cioè ne la matrice, esso porta seco la vertù de l’anima generativa e la vertù del cielo e la vertù de li elementi legati, cioè la complessione; e matura e dispone la materia a la vertù formativa, la quale diede l’anima del generante; e la vertù formativa prepara li organi a la vertù celestiale, che produce de la potenza del seme l’anima in vita. 5. La quale, incontanente produtta, riceve da la vertù del motore del cielo lo intelletto possibile; lo quale potenzialmente in sè adduce tutte le forme universali, secondo che sono nel suo produttore, e tanto meno quanto più dilungato da la prima Intelligenza è.
6. Non si maravigli alcuno, s’io parlo sì che par forte ad intendere; chè a me medesimo pare maraviglia, come cotale produzione si può pur conchiudere e con lo intelletto vedere. Non è cosa da manifestare a lingua, lingua, dico, veramente volgare. Per che io voglio dire come l’Apostolo: «O altezza de le divizie de la sapienza di Dio, come sono incomprensibili li tuoi giudicii e investigabili le tue vie!». 7. E però che la complessione del seme puote essere migliore e men buona, e la disposizione del seminante puote essere migliore e men buona, e la disposizione del Cielo a questo effetto puote essere buona, migliore e ottima (la quale si varia per le constellazioni, che continuamente si transmutano); incontra che de l’umano seme e di queste vertudi più pura [e men pura] anima si produce; e, secondo la sua puritade, discende in essa la vertude intellettuale possibile che detta è, e come detto è. 8. E s’elli avviene che, per la puritade de l’anima ricevente, la intellettuale vertude sia bene astratta e assoluta da ogni ombra corporea, la divina bontade in lei multiplica, sì come in cosa sufficiente a ricevere quella, e quindi sì multiplica ne l’anima questa intelligenza, secondo che ricevere puote. E questo è quel seme di felicitade del quale al presente si parla. 9. E ciò è concordevole a la sentenza di Tullio in quello De Senectute, che, parlando in persona di Catone, dice: «Imperciò celestiale anima discese in noi, de l’altissimo abitaculo venuta in loco lo quale a la divina natura e a la etternitade è contrario». E in questa cotale anima è la vertude sua propria, e la intellettuale, e la divina, cioè quella influenza che detta è: però è scritto nel libro de le Cagioni: «Ogni anima nobile ha tre operazioni, cioè animale, intellettuale e divina». 10. E sono alcuni di tale oppinione che dicono, se tutte le precedenti vertudi s’accordassero sovra la produzione d’un’anima ne la loro ottima disposizione, che tanto discenderebbe in quella de la deitade, che quasi sarebbe un altro Iddio incarnato. E quasi questo è tutto ciò che per via naturale dicere si puote.
11. Per via teologica si può dire che, poi che la somma deitade, cioè Dio, vede apparecchiata la sua creatura a ricevere del suo beneficio, tanto largamente in quella ne mette quanto apparecchiata è a riceverne. E però che da ineffabile caritate vegnono questi doni, e la divina caritate sia appropriata a lo Spirito Santo, quindi è che chiamati sono doni di Spirito Santo. 12. Li quali, secondo che li distingue Isaia profeta, sono sette, cioè Sapienza, Intelletto, Consiglio, Fortezza, Scienza, Pietade e Timore di Dio. Oh buone biade, e buona e ammirabile sementa! e oh ammirabile e benigno seminatore, che non attende se non che la natura umana li apparecchi la terra a seminare! e beati quelli che tale sementa coltivano come si conviene! 13. Ove è da sapere che ’l primo e lo più nobile rampollo che germogli di questo seme, per essere fruttifero, si è l’appetito de l’animo, lo quale in greco è chiamato ’hormen’. E se questo non è bene culto e sostenuto diritto per buona consuetudine, poco vale la sementa, e meglio sarebbe non essere seminato. 14. E però vuole santo Augustino, e ancora Aristotile nel secondo de l’Etica, che l’uomo s’ausi a ben fare e a rifrenare le sue passioni, acciò che questo tallo, che detto è, per buona consuetudine induri, e rifermisi ne la sua rettitudine, sì che possa fruttificare, e del suo frutto uscire la dolcezza de l’umana felicitade.
==CAPITOLO XXII==
1. Comandamento è de li morali filosofi che de li benefici hanno parlato, che l’uomo dee mettere ingegno e sollicitudine in porgere li suoi benefici quanto puote [utili] più al ricevitore; onde io, volendo a cotale imperio essere obediente, intendo questo mio Convivio per ciascuna de le sue parti rendere utile quanto più mi sarà possibile. 2. E però che in questa parte occorre a me di potere alquanto ragionare [de l'umana felicitade, de la sua dolcezza ragionare] intendo; chè più utile ragionamento fare non si può a coloro che non la conoscono. Chè, sì come dice lo Filosofo nel primo de l’Etica e Tullio in quello del Fine de’ Beni, male tragge al segno quelli che nol vede; e così male può ire a questa dolcezza chi prima non l’avvisa. 3. Onde, con ciò sia cosa che essa sia finale nostro riposo, per lo quale noi vivemo e operiamo ciò che facemo, utilissimo e necessario è questo segno vedere, per dirizzare a quello l’arco de la nostra operazione. E massimamente è da gradire quelli che a coloro che non veggiano l’addita.
4. Lasciando dunque stare l’oppinione che di quello ebbe Epicuro filosofo, e di quello ebbe Zenone, venire intendo sommariamente a la verace oppinione d’Aristotile e de li altri Peripatetici. Sì come detto è di sopra, de la divina bontade, in noi seminata e infusa dal principio de la nostra generazione, nasce uno rampollo, che li Greci chiamano ’hormen’, cioè appetito d’animo naturale. 5. E sì come ne le biade che, quando nascono, dal principio hanno quasi una similitudine ne l’erba essendo, e poi si vengono per processo dissimigliando; così questo naturale appetito, che de la divina grazia surge, dal principio quasi si mostra non dissimile a quello che pur da natura nudamente viene, ma con esso, sì come l’erbate quasi di diversi biadi, si simiglia. E non pur ne li uomini, ma ne li uomini e ne le bestie ha similitudine; e ['n] questo appare, che ogni animale, sì come elli è nato, razionale come bruto, se medesimo ama, e teme e fugge quelle cose che a lui sono contrarie, e quelle odia. 6. Procedendo poi, sì come detto è, comincia una dissimilitudine tra loro, nel procedere di questo appetito, chè l’uno tiene uno cammino e l’altro un altro. Sì come dice l’Apostolo: «Molti corrono al palio, ma uno è quelli che ’l prende», così questi umani appetiti per diversi calli dal principio se ne vanno, e uno solo calle è quello che noi mena a la nostra pace. E però, lasciando stare tutti li altri, col trattato è da tenere dietro a quello che bene comincia.
7. Dico adunque che dal principio se stesso ama, avvegna che indistintamente; poi viene distinguendo quelle cose che a lui sono più amabili e meno, e più odibili [e meno], e seguita e fugge più e meno, secondo la conoscenza distingue non solamente ne l’altre cose, che secondamente ama, ma eziandio distingue in sè, che ama principalmente. 8. E conoscendo in sè diverse parti, quelle che in lui sono più nobili, più ama quelle; e con ciò sia cosa che più [nobile] parte de l’uomo sia l’animo che ’l corpo, quello più ama. E così, amando sè principalmente, e per sè l’altre cose, e amando di sè la migliore parte più, manifesto è che più ama l’animo che ’l corpo o che altra cosa: lo quale animo naturalmente più che altra cosa dee amare. 9. Dunque, se la mente si dil[et]ta sempre ne l’uso de la cosa amata, che è frutto d’amore, [e] in quella cosa che massimamente è amata è l’uso massimamente dilettoso, l’uso del nostro animo è massimamente dilettoso a noi. E quello che massimamente è dilettoso a noi, quello è nostra felicitade e nostra beatitudine, oltre la quale nullo diletto è maggiore, nè nullo altro pare; sì come veder si puote, chi bene riguarda la precedente ragione.
10. E non dicesse alcuno che ogni appetito sia animo; chè qui s’intende animo solamente quello che spetta a la parte razionale, cioè la volontade e lo intelletto; sì che se volesse chiamare animo l’appetito sensitivo, qui non ha luogo, nè instanza puote avere, chè nullo dubita che l’appetito razionale non sia più nobile che ’l sensuale, e però più amabile: e così è questo di che ora si parla. Veramente l’uso del nostro animo è doppio, cioè pratico e speculativo (pratico è tanto quanto operativo), l’uno e l’altro dilett[os]issimo, avvegna che quello del contemplare sia più, sì come di sopra è narrato. 11. Quello del pratico si è operare per noi virtuosamente, cioè onestamente, con prudenza, con temperanza, con fortezza e con giustizia; quello de lo speculativo si è non operare per noi, ma considerare l’opere di Dio e de la natura. E questo [come] quell’altro è nostra beatitudine e somma felicitade, sì come vedere si può; la quale è la dolcezza del sopra notato seme, sì come omai manifestamente appare, a la quale molte volte cotale seme non perviene per male essere coltivato, e per essere disviata la sua pullulazione. 12. E similemente puote essere per molta corr[e]zione e cultura; chè là dove questo seme dal principio non cade, si puote inducere [n]el suo processo, sì che perviene a questo frutto; ed è uno modo quasi d’insetare l’altrui natura sopra diversa radice. E però nullo è che possa essere scusato; chè se da sua naturale radice uomo non ha questa sementa, ben la puote avere per via d’insetazione. Così fossero tanti quelli di fatto che s’insetassero, quanti sono quelli che da la buona radice si lasciano disviare!
13. Veramente di questi usi l’uno è più pieno di beatitudine che l’altro; sì come è lo speculativo, lo quale sanza mistura alcuna è uso de la nostra nobilissima parte, la quale, per lo radicale amore che detto è, massimamente è amabile, sì com’è lo ’ntelletto. E questa parte in questa vita perfettamente lo suo uso avere non puote - lo quale [è ved]ere [in s]è Iddio ch’è sommo intelligibile -, se non in quanto considera lui e mira lui per li suoi effetti. 14. E che noi domandiamo questa beatitudine per somma, e non altra, cioè quella de la vita attiva, n’ammaestra lo Vangelio di Marco, se bene quello volemo guardare. Dice Marco che Maria Maddalena e Maria Iacobi e Maria Salomè andaro per trovare lo Salvatore al monimento, e quello non trovaro; ma trovaro uno giovane vestito di bianco che disse loro: «Voi domandate lo Salvatore, e io vi dico che non è qui; e però non abbiate temenza, ma ite, e dite a li discepoli suoi e a Piero che elli li precederà in Galilea; e quivi lo vedrete, sì come vi disse». 15. Per queste tre donne si possono intendere le tre sette de la vita attiva, cioè li Epicurei, li Stoici e li Peripatetici, che vanno al monimento, cioè al mondo presente che è recettaculo di corruttibili cose, e domandano lo Salvatore, cioè la beatitudine, e non la truovano; ma uno giovane truovano in bianchi vestimenti, lo quale, secondo la testimonianza di Matteo e anche de li altri, era angelo di Dio. E però Matteo disse: «L’angelo di Dio discese di cielo, e vegnendo volse la pietra e sedea sopra essa. E ’l suo aspetto era come folgore, e le sue vestimenta erano come neve».
16. Questo angelo è questa nostra nobilitade che da Dio viene, come detto è, che ne la nostra ragione parla, e dice a ciascuna di queste sette, cioè a qualunque va cercando beatitudine sue ne la vita attiva, che non è qui; ma vada, e dicalo a li discepoli e a Piero, cioè a coloro che ’l vanno cercando, e a coloro che sono sviati, sì come Piero che l’avea negato, che in Galilea li precederà: cioè che la beatitudine precederà noi in Galilea, cioè ne la speculazione. 17. Galilea è tanto a dire quanto bianchezza. Bianchezza è uno colore pieno di luce corporale più che nullo altro; e così la contemplazione è più piena di luce spirituale che altra cosa che qua giù sia. E dice: ’Elli precederà’; e non dice: ’Elli sarà con voi’: a dare a intendere che ne la nostra contemplazione Dio sempre precede, nè mai lui giugnere potemo qui, lo quale è nostra beatitudine somma. E dice: ’Quivi lo vedrete, sì come disse’: cioè quivi avrete de la sua dolcezza, cioè de la felicitade, sì come a voi è promesso qui; cioè, sì come stabilito è che voi avere possiate. 18. E così appare che nostra beatitudine (questa felicitade di cui si parla) prima trovare potemo quasi imperfetta ne la vita attiva, cioè ne le operazioni de le morali virtudi, e poi perfetta quasi ne le operazioni de le intellettuali. Le quali due operazioni sono vie espedite e dirittissime a menare a la somma beatitudine, la quale qui non si puote avere, come appare pur per quello che detto è.
==CAPITOLO XXIII==
1. Poi che dimostrata sufficientemente pare la diffinizione di nobilitade, e quella per le sue parti, come possibile è stato, è dichiarata, sì che vedere si puote omai che è lo nobile uomo, da procedere pare a la parte del testo che comincia: L’anima cui adorna esta bontate; ne la quale si mostrano li segni per li quali conoscere si puote il nobile uomo che detto è. 2. E dividesi questa parte in due: che ne la prima s’afferma che questa nobilitade luce e risplende per tutta la vita del nobile, manifestamente; ne la seconda si dimostra specificamente ne li suoi splendori, e comincia questa seconda parte: Ubidente, soave e vergognosa.
3. Intorno de la prima è da sapere che questo seme divino, di cui parlato è di sopra, ne la nostra anima incontanente germoglia, mettendo e diversificando per ciascuna potenza de l’anima, secondo la essigenza di quella. Germoglia dunque per la vegetativa, per la sensitiva e per la razionale; e dibrancasi per le vertuti di quelle tutte, dirizzando quelle tutte a le loro perfezioni, e in quelle sostenendosi sempre infino al punto che, con quella parte de la nostra anima che mai non muore, a l’altissimo e gloriosissimo seminadore al cielo ritorna. 4. E questo dice per quella prima che detta è. Poi quando comincia: Ubidente, soave e vergognosa, mostra quello per che potemo conoscere l’uomo nobile a li segni apparenti, che sono, di questa bontade divina, operazione; e partesi questa parte in quattro, secondo che per quattro etadi diversamente adopera, sì come per l’adolescenza, per la gioventute, per la senettute e per lo senio. E comincia la seconda parte: In giovinezza, temperata e forte; la terza comincia: E ne la sua senetta; la quarta comincia: Poi ne la quarta parte de la vita. In quest[o] è la sentenza di questa parte in generale. Intorno a la quale si vuole sapere che ciascuno effetto, in quanto effetto è, riceve la similitudine de la sua cagione, quanto è più possibile di ritenere. 6. Onde, con ciò sia cosa che la nostra vita, sì come detto è, ed ancora d’ogni vivente qua giù, sia causata dal cielo, e lo cielo a tutti questi cotali effetti, non per cerchio compiuto, ma per parte di quello a loro si scuopra; e così conviene che ’l suo movimento sia sopra essi come uno arco quasi, [e] tutte le [terrene] vite (e dico [terrene], sì de li [uomini] come de li altri viventi), [mon]tando e volgendo, convengono essere quasi ad imagine d’arco assimiglianti. Tornando dunque a la nostra, sola de la quale al presente s’intende, sì dico ch’ella procede a imagine di questo arco, montando e discendendo.
7. Ed è da sapere che questo arco [di giù, come l'arco] di su sarebbe eguale, se la materia de la nostra seminale complessione non impedisse la regola de la umana natura. Ma però che l’umido radicale [è] meno e più, e di migliore qualitade e [men buona], e più ha durare [in uno] che in uno altro effetto - lo qual è subietto e nutrimento del calore, che è nostra vita -, avviene che l’arco de la vita d’un uomo è di minore e di maggiore tesa che quello de l’altro. 8. E alcuna morte è violenta, o vero per accidentale infertade affrettata; ma solamente quella che naturale è chiamata dal vulgo, e che è, è quel termine del quale si dice per lo Salmista: «Ponesti termine, lo quale passare non si può». E però che lo maestro de la nostra vita Aristotile s’accorse di questo arco di che ora si dice, parve volere che la nostra vita non fosse altro che uno salire e uno scendere: però dice in quello dove tratta di Giovinezza e di Vecchiezza, che giovinezza non è altro se non accrescimento di quella. 9. Là dove sia lo punto sommo di questo arco, per quella disaguaglianza che detta è di sopra, è forte da sapere; ma ne li più io credo tra il trentesimo e quarantesimo anno, e io credo che ne li perfettamente naturati esso ne sia nel trentacinquesimo anno. 10. E muovemi questa ragione: che ottimamente naturato fue lo nostro salvatore Cristo, lo quale volle morire nel trentaquattresimo anno de la sua etade; chè non era convenevole la divinitade stare [in] cos[a] in discresc[er]e, nè da credere è ch’elli non volesse dimorare in questa nostra vita al sommo, poi che stato c’era nel basso stato de la puerizia. 11. E ciò manifesta l’ora del giorno de la sua morte, chè volle quella consimigliare con la vita sua; onde dice Luca che era quasi ora sesta quando morio, che è a dire lo colmo del die. Onde si può comprendere per quello ’quasi’ che al trentacinquesimo anno di Cristo era lo colmo de la sua etade.
12. Veramente questo arco non pur per mezzo si distingue da le scritture; ma, seguendo le quattro combina[zioni] de le contrarie qualitadi che sono ne la nostra composizione, a le quali pare essere appropriata, dico a ciascuna, una parte de la nostra etade, in quattro parti si divide, e chiamansi quattro etadi. 13. La prima è Adolescenza, che s’appropria al caldo e a l’umido; la seconda si è Gioventute, che s’appropria al caldo e al secco; la terza si è Senettute, che s’appropria al freddo e al secco; la quarta si è Senio, che s’appropria al freddo e a l’umido, secondo che nel quarto de la Metaura scrive Alberto. 14. E queste parti si fanno simigliantemente ne l’anno, in primavera, in estate, in autunno e in inverno; e nel die, ciò è infino a la terza, e poi infino a la nona (lasciando la sesta, nel mezzo di questa parte, per la ragione che si discerne), e poi infino al vespero e dal vespero innanzi. E però li gentili, cioè li pagani, diceano che ’l carro del sole avea quattro cavalli: lo primo chiamavano Eoo, lo secondo Pirroi, lo terzo Eton, lo quarto Flegon, secondo che scrive Ovidio nel secondo del Metamorfoseos. 15. Intorno a le parti del giorno è brievemente da sapere che, come detto è di sopra nel sesto del terzo trattato, la Chiesa usa, ne la distinzione de le ore, [le ore] del dì temporali, che sono in ciascuno die dodici, o grandi o piccole, secondo la quantitade del sole; e però che la sesta ora, cioè lo mezzo die, è la più nobile di tutto lo die e la più virtuosa, li suoi offici appressa quivi da ogni parte, cioè da prima e di poi, quanto puote. 16. E però l’officio de la prima parte del die, cioè la terza, si dice in fine di quella; e quello de la terza parte e de la quarta si dice ne li principii. E però si dice mezza terza, prima che suoni per quella parte; e mezza nona, poi che per quella parte è sonato; e così mezzo vespero. E però sappia ciascuno che, ne la diritta nona, sempre dee sonare nel cominciamento de la settima ora del die: e questo basti a la presente digressione.
==CAPITOLO XXIV==
1. Ritornando al proposito, dico che la umana vita si parte per quattro etadi. La prima si chiama Adolescenzia, cioè ’accrescimento di vita’; la seconda si chiama Gioventute, cioè ’etade che puote giovare’, cioè perfezione dare, e così s’intende perfetta - chè nullo puote dare se non quello ch’elli ha -; la terza si chiama Senettute; la quarta si chiama Senio, sì come di sopra detto è.
2. De la prima nullo dubita, ma ciascuno savio s’accorda ch’ella dura in fino al venticinquesimo anno; e però che infino a quel tempo l’anima nostra intende a lo crescere e a lo abbellire del corpo, onde molte e grandi transmutazioni sono ne la persona, non puote perfettamente la razionale parte discernere. Per che la Ragione vuole che dinanzi a quella etade l’uomo non possa certe cose fare sanza curatore di perfetta etade.
3. De la seconda, la quale veramente è colmo de la nostra vita, diversamente è preso lo tempo da molti. Ma, lasciando ciò che ne scrivono li filosofi e li medici, e tornando a la ragione propria, dico che ne li più, ne li quali prendere si puote e dee ogni naturale giudicio, quella etade è venti anni. E la ragione che ciò mi dà si è che, se ’l colmo del nostro arco è ne li trentacinque, tanto quanto questa etade ha di salita tanto dee avere di scesa; e quella salita e quella scesa è quasi lo tenere de l’arco, nel quale poco di flessione si discerne. 4. Avemo dunque che la gioventute nel quarantacinquesimo anno si compie. E sì come l’adolescenzia è in venticinque anni che precede, montando, a la gioventute, così lo discendere, cioè la senettute, è [in] altrettanto tempo che succede a la gioventute; e così si termina la senettute nel settantesimo anno. 5. Ma però che l’adolescenza non comincia dal principio de la vita, pigliandola per lo modo che detto è, ma presso a otto anni dopo quell[o]; e però che la nostra natura si studia di salire, e a lo scendere raffrena, però che lo caldo naturale è menomato, e puote poco, e l’umido è ingrossato (non per[ò] in quantitade, ma p[ur] in qualitade, sì ch’è meno vaporabile e consumabile), avviene che oltre la senettute rimane de la nostra vita forse in quantitade di diece anni, o poco più o poco meno: e questo tempo si chiama senio. 6. Onde avemo di Platone, del quale ottimamente si può dire che fosse naturato e per la sua perfezione e per la fisonomia che di lui prese Socrate quando prima lo vide, che esso vivette ottantuno anno, secondo che testimonia Tullio in quello De Senectute. E io credo che se Cristo fosse stato non crucifisso, e fosse vivuto lo spazio che la sua vita poteva secondo natura trapassare, elli sarebbe a li ottantuno anno di mortale corpo in etternale transmutato.
7. Veramente, sì come di sopra detto è, queste etadi possono essere più lunghe e più corte secondo la complessione nostra e la composizione; ma, come elle siano in questa proporzione, come detto è, in tutti mi pare da servare, cioè di fare l’etadi in quelli cotali e più lunghe e meno secondo la integritade di tutto lo tempo de la naturale vita. Per queste tutte etadi questa nobilitade, di cui si parla, diversamente mostra li suoi effetti ne l’anima nobilitata; e questo è quello che questa parte, sopra la quale al presente si scrive, intende a dimostrare. 8. Dov’è da sapere che la nostra buona e diritta natura ragionevolmente procede in noi, sì come vedemo procedere la natura de le piante in quelle; e però altri costumi e altri portamenti sono ragionevoli ad una etade più che ad altra, ne li quali l’anima nobilitata ordinatamente procede per una semplice via, usando li suoi atti ne li loro tempi ed etadi sì come a l’ultimo suo frutto sono ordinati. E Tullio in ciò s’accorda in quello De Senectute. 9. E lasciando lo figurato che di questo diverso processo de l’etadi tiene Virgilio ne lo Eneida, e lasciando stare quello che Egidio eremita ne dice ne la prima parte de lo Reggimento de’ Principi, e lasciando stare quello che ne tocca Tullio in quello de li Offici, e seguendo solo quello che la ragione per sè ne puote vedere, dico che questa prima etade è porta e via per la quale s’entra ne la nostra buona vita. 10. E questa entrata conviene avere di necessitade certe cose, le quali la buona natura, che non viene meno ne le cose necessarie, ne dà; sì come vedemo che dà a la vite le foglie per difensione del frutto, e li vignuoli con li quali difende e lega la sua imbecillitade, sì che sostiene lo peso del suo frutto.
11. Dà adunque la buona natura a questa etade quattro cose, necessarie a lo entrare ne la cittade del bene vivere. La prima si è obedienza; la seconda soavitade; la terza vergogna; la quarta adornezza corporale, sì come dice lo testo ne la prima particola. 12. È dunque da sapere, che sì come quello che mai non fosse stato in una cittade, non saprebbe tenere le vie sanza insegnamento di colui che l’hae usata; così l’adolescente, che entra ne la selva erronea di questa vita, non saprebbe tenere lo buono cammino, se da li suoi maggiori non li fosse mostrato. Nè lo mostrare varrebbe, se a li loro comandamenti non fosse obediente; e però fu a questa etade necessaria la obedienza. 13. Ben potrebbe alcuno dire così: dunque potrà essere detto quelli obediente che crederà li malvagi comandamenti, come quelli che crederà li buoni? Rispondo che non fia quella obedienza, ma transgressione: chè se lo re comanda una via e lo servo ne comanda un’altra, non è da obedire lo servo; chè sarebbe disobedire lo re e così sarebbe transgressione. 14. E però dice Salomone, quando intende correggere suo figlio (e questo è lo primo suo comandamento): «Audi, figlio mio, l’ammaestramento del tuo padre». E poi lo rimuove incontanente da l’altrui reo consiglio e ammaestramento, dicendo: ’Non ti possano quello fare di lusinghe nè di diletto li peccatori, che tu vadi con loro’. Onde, sì come, nato, tosto lo figlio a la tetta de la madre s’apprende, così tosto, come alcuno lume d’animo in esso appare, si dee volgere a la correzione del padre, e lo padre lui ammaestrare. 15. E guardisi che non li dea di sè essemplo ne l’opera, che sia contrario a le parole de la correzione: chè naturalmente vedemo ciascuno figlio più mirare a le vestigie de li paterni piedi che a l’altre. E però dice e comanda la Legge, che a ciò provede, che la persona del padre sempre santa e onesta dee apparere a li suoi figli; e così appare che la obedienza fue necessaria in questa etade. 16. E però scrive Salomone ne li Proverbi, che quelli che umilemente e obedientemente sostiene dal correttore le sue corrett[iv]e riprensioni, «sarà glorioso»; e dice ’sarà’, a dare ad intendere che elli parla a lo adolescente, che non puote essere, ne la presente etade. E se alcuno calunniasse: ’Ciò che detto è, è pur del padre e non d’altri’, dico che al padre si dee riducere ogni altra obedienza. 17. Onde dice l’Apostolo a li Colossensi: «Figliuoli, obedite a li vostri padri per tutte cose, per ciò che questo vuole Iddio». E se non è in vita lo padre, riducere si dee a quelli che per lo padre è ne l’ultima volontade in padre lasciato; e se lo padre muore intestato, riducere si dee a colui cui la Ragione commette lo suo governo. 18. E poi deono essere obediti maestri e maggiori, c[ui] in alcuno modo pare dal padre, o da quelli che loco paterno tiene, essere commesso. Ma però che lungo è stato lo capitolo presente per le utili digressioni che contiene, per l’altro capitolo l’altre cose sono da ragionare.
==CAPITOLO XXV==
1. Non solamente questa anima e natura buona in adolescenza è obediente, ma eziandio soave; la quale cosa è l’altra ch’è necessaria in questa etade a bene intrare ne la porta de la gioventute. Necessaria è, poi che noi non potemo perfetta vita avere sanza amici, sì come ne l’ottavo de l’Etica vuole Aristotile; e la maggiore parte de l’amistadi si paiono seminare in questa etade prima, però che in essa comincia l’uomo ad essere grazioso, o vero lo contrario: la quale grazia s’acquista per soavi reggimenti, che sono dolce e cortesemente parlare, dolce e cortesemente servire e operare. 2. E però dice Salomone a lo adolescente figlio: «Li schernidori Dio li schernisce, e a li mansueti Dio darà grazia». E altrove dice: «Rimuovi da te la mala bocca, e li altri atti villani siano di lungi da te». Per che appare, che necessaria sia questa soavitade, come detto è.
3. Anche è necessaria a questa etade la passione de la vergogna; e però la buona e nobile natura in questa etade la mostra, sì come lo testo dice. E però che la vergogna è apertissimo segno in adolescenza di nobilitade, perchè quivi è massimamente necessaria al buono fondamento de la nostra vita, a lo quale la nobile natura intende, di quella è alquanto con diligenza da parlare. 4. Dico che per vergogna io intendo tre passioni necessarie al fondamento de la nostra vita buona: l’una si è stupore; l’altra si è pudore; la terza si è verecundia; avvegna che la volgare gente questa distinzione non discerna. E tutte e tre queste sono necessarie a questa etade per questa ragione: a questa etade è necessario d’essere reverente e disidiroso di sapere; a questa etade è necessario d’essere rifrenato, sì che non transvada; a questa etade è necessario d’essere penitente del fallo, sì che non s’ausi a fallare. E tutte queste cose fanno le passioni sopra dette, che vergogna volgarmente sono chiamate. 5. Chè lo stupore è uno stordimento d’animo per grandi e maravigliose cose vedere o udire o per alcuno modo sentire: che, in quanto paiono grandi, fanno reverente a sè quelli che le sente; in quanto paiono mirabili, fanno voglioso di sapere di quelle. E però li antichi regi ne le loro magioni faceano magnifici lavorii d’oro e di pietre e d’artificio, acciò che quelli che le vedessero divenissero stupidi, e però reverenti, e domandatori de le condizioni onorevoli de lo rege. 6. E però dice Stazio, lo dolce poeta, nel primo de la Tebana Istoria, che quando Adrasto, rege de li Argi, vide Polinice coverto d’un cuoio di leone, e vide Tideo coverto d’un cuoio di porco selvatico, e ricordossi del risponso che Apollo dato avea per le sue figlie, che esso divenne stupido; e però più reverente e più disideroso di sapere.
7. Lo pudore è uno ritraimento d’animo da laide cose, con paura di cadere in quelle; sì come vedemo ne le vergini e ne le donne buone e ne li adolescenti, che tanto sono pudici, che non solamente là dove richesti o tentati sono di fallare, ma dove pure alcuna imaginazione di venereo compimento avere si puote, tutti si dipingono ne la faccia di palido o di rosso colore. 8. Onde dice lo sopra notato poeta ne lo allegato libro primo di Tebe, che quando Aceste, nutrice d’Argia e di Deifile, figlie d’Adrasto rege, le menò dinanzi da li occhi del santo padre ne la presenza de li due peregrini, cioè Polinice e Tideo, le vergini palide e rubicunde si fecero, e li loro occhi fuggiro da ogni altrui sguardo, e solo ne la paterna faccia, quasi come sicuri, si tennero. 9. Oh quanti falli rifrena esto pudore! quante disoneste cose e dimande fa tacere! quante disoneste cupiditati raffrena! quante male tentazioni non pur ne la pudica persona diffida, ma eziandio in quello che la guarda! quante laide parole ritene! Chè, sì come dice Tullio nel primo de li Offici: Nullo atto è laido, che non sia laido quello nominare; e però lo pudico e nobile uomo mai non parla sì, che ad una donna non fossero oneste le sue parole. Ahi quanto sta male a ciascuno nobile uomo che onore vada cercando, menzionare cose che ne la bocca d’ogni donna stean male!
10. La verecundia è una paura di disonoranza per fallo commesso; e di questa paura nasce un pentimento del fallo, lo quale ha in sè una amaritudine che è gastigamento a più non fallire. Onde dice questo medesimo poeta, in quella medesima parte, che quando Polinice fu domandato da Adrasto rege del suo essere, ch’elli dubitò prima di dicere, per vergogna del fallo che contra lo padre fatto avea, e ancora per li falli d’Edippo suo padre, chè paiono rimanere in vergogna del figlio; e non nominò suo padre, ma li antichi suoi e la terra e la madre. Per che bene appare, vergogna essere necessaria in quella etade.
11. E non pure obedienza, soavitade e vergogna la nobile natura in questa etade dimostra, ma dimostra bellezza e snellezza nel corpo; sì come dice lo testo quando dice: E sua persona adorna. E questo ’adorna’ è verbo e non nome: verbo, dico, indicativo del tempo presente in terza persona. Ove è da sapere che anco è necessaria questa opera a la nostra buona vita; chè la nostra anima conviene grande parte de le sue operazioni operare con organo corporale, e allora opera bene che ’l corpo è bene per le sue parti ordinato e disposto. 12. E quando elli è bene ordinato e disposto, allora è bello per tutto e per le parti; chè l’ordine debito de le nostre membra rende uno piacere non so di che armonia mirabile, e la buona disposizione, cioè la sanitade, getta sopra quelle uno colore dolce a riguardare. 13. E così dicere che la nobile natura lo suo corpo abbellisca e faccia conto e accorto, non è altro a dire se non che l’acconcia a perfezione d’ordine, e, co[sì questa come l']altre cose che ragionate sono, appare essere necessarie a l’adolescenza: le quali la nobile anima, cioè la nobile natura, [dà, e] ad esse primamente intende, sì come cosa che, come detto è, da la divina provedenza è seminata.
==CAPITOLO XXVI==
1. Poi che sopra la prima particola di questa parte, che mostra quello per che potemo conoscere l’uomo nobile a li segni apparenti, è ragionato, da procedere è a la seconda parte, la quale comincia: In giovinezza, temperata e forte. 2. Dice adunque che sì come la nobile natura in adolescenza ubidente, soave e vergognosa, e adornatrice de la sua persona si mostra, così ne la gioventute si fa temperata, forte, amorosa, cortese e leale: le quali cinque cose paiono, e sono, necessarie a la nostra perfezione, in quanto avemo rispetto a noi medesimi. 3. E intorno di ciò si vuole sapere che tutto quanto la nobile natura prepara ne la prima etade, è apparecchiato e ordinato per provedimento di Natura universale, che ordina la particulare a sua perfezione. Questa perfezione nostra si può doppiamente considerare. Puotesi considerare secondo che ha rispetto a noi medesimi: e questa ne la nostra gioventute si dee avere, che è colmo de la nostra vita. 4. Puotesi considerare secondo che ha rispetto ad altri; e però che prima conviene essere perfetto, e poi la sua perfezione comunicare ad altri, convienesi questa secondaria perfezione avere appresso questa etade, cioè ne la senettute, sì come di sotto si dicerà.
5. Qui adunque è da reducere a mente quello che di sopra, nel ventiduesimo capitolo di questo trattato, si ragiona de lo appetito che in noi dal nostro principio nasce. Questo appetito mai altro non fa che cacciare e fuggire; e qualunque ora esso caccia quello che e quanto si conviene, e fugge quello che e quanto si conviene, l’uomo è ne li termini de la sua perfezione. 6. Veramente questo appetito conviene essere cavalcato da la ragione; chè sì come uno sciolto cavallo, quanto ch’ello sia di natura nobile, per sè, sanza lo buono cavalcatore, bene non si conduce, così questo appetito, che irascibile e concupiscibile si chiama, quanto ch’ello sia nobile, a la ragione obedire conviene, la quale guida quello con freno e con isproni, come buono cavaliere. 7. Lo freno usa quando elli caccia, e chiamasi quello freno temperanza, la quale mostra lo termine infino al quale è da cacciare; lo sprone usa quando fugge, per lui tornare a lo loco onde fuggire vuole, e questo sprone si chiama fortezza, o vero magnanimitate, la quale vertute mostra lo loco dove è da fermarsi e da pugnare. 8. E così infrenato mostra Virgilio, lo maggiore nostro poeta, che fosse Enea, ne la parte de lo Eneida ove questa etade si figura; la quale parte comprende lo quarto, lo quinto e lo sesto libro de lo Eneida. E quanto raffrenare fu quello, quando, avendo ricevuto da Dido tanto di piacere quanto di sotto nel settimo trattato si dicerà, e usando con essa tanto di dilettazione, elli si partio, per seguire onesta e laudabile via e fruttuosa, come nel quarto de l’Eneida scritto è! 9. Quanto spronare fu quello, quando esso Enea sostenette solo con Sibilla a intrare ne lo Inferno a cercare de l’anima di suo padre Anchise, contra tanti pericoli, come nel sesto de la detta istoria si dimostra! Per che appare che, ne la nostra gioventute, essere a nostra perfezione ne convegna ’temperati e forti’. E questo fa e dimostra la buona natura, sì come lo testo dice espressamente.
10. Ancora è a questa etade, a sua perfezione, necessario d’essere amorosa; però che ad essa si conviene guardare diretro e dinanzi, sì come cosa che è nel meridionale cerchio: conviensi amare li suoi maggiori, da li quali ha ricevuto ed essere e nutrimento e dottrina, sì che esso non paia ingrato; conviensi amare li suoi minori, acciò che, amando quelli, dea loro de li suoi benefici, per li quali poi ne la minore prosperitade esso sia da loro sostenuto e onorato. 11. E questo amore mostra che avesse Enea lo nomato poeta nel quinto libro sopra detto, quando lasciò li vecchi Troiani in Cicilia raccomandati ad Aceste, e partilli da le fatiche; e quando ammaestrò in questo luogo Ascanio, suo figliuolo, con li altri adolescentuli armeggiando. Per che appare a questa etade necessario essere amare, come lo testo dice.
12. Ancora è necessario a questa etade essere cortese; chè, avvegna che a ciascuna etade sia bello l’essere di cortesi costumi, a questa è massimamente necessario; però che [lievemente merita perdono l'adolescenza, se di cortesia manchi, per minoranza d'etade, e però che,] nel contrario, non la puote avere la senettute, per la gravezza sua e per la severitade che a lei si richiede; e così lo senio maggiormente. 13. E questa cortesia mostra che avesse Enea questo altissimo poeta, nel sesto sopra detto, quando dice che Enea rege, per onorare lo corpo di Miseno morto, che era stato trombatore d’Ettore e poi s’era raccomandato a lui, s’accinse e prese la scure ad aiutare tagliare le legne per lo fuoco che dovea ardere lo corpo morto, come era di loro costume. Per che bene appare questa essere necessaria a la gioventute, e però la nobile anima in quella la dimostra, come detto è.
14. Ancora è necessario a questa etade essere leale. Lealtade è seguire e mettere in opera quello che le leggi dicono, e ciò massimamente si conviene a lo giovane: però che lo adolescente, come detto è, per minoranza d’etade lievemente merita perdono; lo vecchio per più esperienza dee essere giusto, e non essaminatore di legge, se non in quanto lo suo diritto giudicio e la legge è tutto uno quasi e, quasi sanza legge alcuna, dee giustamente sè guidare: che non può fare lo giovane. E basti che esso seguiti la legge, e in quella seguitare si diletti: sì come dice lo predetto poeta, nel predetto quinto libro, che fece Enea, quando fece li giuochi in Cicilia ne l’anniversario del padre; che ciò che promise per le vittorie, lealmente diede poi a ciascuno vittorioso, sì come era di loro lunga usanza, che era loro legge. 15. Per che è manifesto che a questa etade lealtade, cortesia, amore, fortezza e temperanza siano necessarie, sì come dice lo testo che al presente è ragionato; e però la nobile anima tutte le dimostra.
==CAPITOLO XXVII==
1. Veduto e ragionato è assai sofficientemente sopra quella particola che ’l testo pone, mostrando quelle probitadi che a la gioventute presta la nobile anima; per che da intendere pare a la terza parte che comincia: è ne la sua senetta, ne la quale intende lo testo mostrare quelle cose che la nobile natura mostra e dee avere ne la terza etade, cioè senettude. 2. E dice che l’anima nobile ne la senetta sì è prudente, sì è giusta, sì è larga, e allegra di dir bene in prode d’altrui e d’udire quello, cioè che è affabile. E veramente queste quattro vertudi a questa etade sono convenientissime. E a ciò vedere, è da sapere che, sì come dice Tullio in quello De Senectute, «certo corso ha la nostra buona etade, e una via semplice è quella de la nostra buona natura; e a ciascuna parte de la nostra etade è data stagione a certe cose». 3. Onde sì come a l’adolescenza dato è, com’è detto di sopra, quello per che a perfezione e a maturitade venire possa, così a la gioventute è data la perfezione, e [a la senettute] la maturitade acciò che la dolcezza del suo frutto e a sè e ad altrui sia profittabile; chè sì come Aristotile dice, l’uomo è animale civile, per che a lui si richiede non pur a sè ma altrui essere utile. Onde si legge di Catone che non a sè, ma a la patria e a tutto lo mondo nato esser credea. 4. Dunque appresso la propria perfezione, la quale s’acquista ne la gioventute, conviene venire quella che alluma non pur sè ma li altri; e conviensi aprire l’uomo quasi com’una rosa che più chiusa stare non puote, e l’odore che dentro generato è spandere: e questo conviene essere in questa terza etade, che per mano corre. 5. {{§|Conviensi adunque essere prudente|Conviensi adunque essere prudente, cioè savio: e a ciò essere si richiede buona memoria de le vedute cose, buona conoscenza de le presenti e buona provedenza de le future.}} E, sì come dice lo Filosofo nel sesto de l’Etica, «impossibile è essere savio a chi non è buono», e però non è da dire savio chi con sottratti e con inganni procede, ma è da chiamare astuto; chè sì come nullo dicerebbe savio quelli che si sapesse bene trarre de la punta d’uno coltello ne la pupilla de l’occhio, così non è da dire savio quelli che ben sa una malvagia cosa fare, la quale facendo, prima sè sempre che altrui offende.
6. Se bene si mira, da la prudenza vegnono li buoni consigli, li quali conducono sè e altri a buono fine ne le umane cose e operazioni; e questo è quello dono che Salomone, veggendosi al governo del populo essere posto, chiese a Dio, sì come nel terzo libro de li Regi è scritto. 7. Nè questo cotale prudente non attende [chi] li domandi ’Consigliami’, ma proveggendo per lui, sanza richesta colui consiglia; sì come la rosa, che non pur a quelli che va a lei per lo suo odore rende quello, ma eziandio a qualunque appresso lei va. 8. Potrebbe qui dire alcuno medico o legista: ’Dunque porterò io lo mio consiglio e darollo eziandio che non mi sia chesto, e de la mia arte non averò frutto?’ Rispondo, sì come dice nostro Signore: «A grado riceveste, a grado e date». 9. Dico dunque, messer lo legista, che quelli consigli che non hanno rispetto a la tua arte e che procedono solo da quel buono senno che Dio ti diede (che è prudenza, de la quale si parla), tu non li dei vendere a li figli di Colui che te l’ha dato: quelli che hanno rispetto a l’arte, la quale hai comperata, vendere puoi; ma non sì che non si convegnano alcuna volta decimare e dare a Dio, cioè a quelli miseri a cui solo lo grado divino è rimaso.
10. Conviensi anche a questa etade essere giusto, acciò che li suoi giudicii e la sua autoritade sia un lume e una legge a li altri. E perchè questa singulare vertù, cioè giustizia, fue veduta per li antichi filosofi apparire perfetta in questa etade, lo reggimento de le cittadi commisero in quelli che in questa etade erano; e però lo collegio de li rettori fu detto Senato. 11. Oh misera, misera patria mia! quanta pietà mi stringe per te, qual volta leggo, qual volta scrivo cosa che a reggimento civile abbia rispetto! Ma però che di giustizia nel penultimo trattato di questo volume si tratterà, basti qui al presente questo poco avere toccato di quella.
12. Conviensi anche a questa etade essere largo; però che allora si conviene la cosa quando più satisface al debito de la sua natura, nè mai a lo debito de la larghezza non si può satisfacere così come in questa etade. Chè se volemo bene mirare al processo d’Aristotile nel quarto de l’Etica, e a quello di Tullio in quello de li Offici, la larghezza vuole essere a luogo e a tempo, tale che lo largo non noccia a sè nè ad altrui. 13. La quale cosa avere non si puote sanza prudenza e sanza giustizia; le quali virtudi anzi a questa etade avere perfette per via naturale è impossibile. Ahi malestrui e malnati, che disertate vedove e pupilli, che rapite a li men possenti, che furate e occupate l’altrui ragioni; e di quelle corredate conviti, donate cavalli e arme, robe e denari, portate le mirabili vestimenta, edificate li mirabili edifici, e credetevi larghezza fare! 14. E che è questo altro a fare che levare lo drappo di su l’altare e coprire lo ladro la sua mensa? Non altrimenti si dee ridere, tiranni, de le vostre messioni, che del ladro che menasse a la sua casa li convitati, e la tovaglia furata di su l’altare, con li segni ecclesiastici ancora, ponesse in su la mensa e non credesse che altri se n’accorgesse. 15. Udite, ostinati, che dice Tullio contro a voi nel libro de li Offici: «Sono molti, certo desiderosi d’essere apparenti e gloriosi, che tolgono a li altri per dare a li altri, credendosi buoni essere tenuti, [se li] arricchiscono per qual ragione essere voglia. Ma ciò tanto è contrario a quello che far si conviene, che nulla è più».
16. Conviensi anche a questa etade essere affabile, ragionare lo bene, e quello udire volontieri: imperò che allora è buono ragionare lo bene, quando esso è ascoltato. E questa etade pur ha seco un’ombra d’autoritade, per la quale più pare che lei l’uomo ascolti che nulla più tostana etade, e più belle e buone novelle pare dover savere per la lunga esperienza de la vita. Onde dice Tullio in quello De Senectute, in persona di Catone vecchio: «A me è ricresciuto e volontà e diletto di stare in colloquio più ch’io non solea».
17. E che tutte e quattro queste cose convegnono a questa etade, n’ammaestra Ovidio nel settimo Metamorfoseos, in quella favola dove scrive come Cefalo d’Atene venne ad Eaco re per soccorso, ne la guerra che Atene ebbe con Creti. Mostra che Eaco vecchio fosse prudente, quando, avendo per pestilenza di corrompimento d’aere quasi tutto lo popolo perduto, esso saviamente ricorse a Dio e a lui domandò lo ristoro de la morta gente; e per lo suo senno, che a pazienza lo tenne e a Dio tornare lo fece, lo suo popolo ristorato li fu maggiore che prima. 18. Mostra che esso fosse giusto, quando dice che esso fu partitore a nuovo popolo e distributore de la terra diserta sua. Mostra che fosse largo, quando disse a Cefalo dopo la dimanda de lo aiuto: «O Atene, non domandate a me aiutorio, ma toglietevelo; e non dite a voi dubitose le forze che ha questa isola. E tutto questo è [lo] stato de le mie cose: forze non ci menomano, anzi ne sono a noi di soperchio; e lo avversario è grande, e lo tempo da dare è, bene avventuroso e sanza escusa». 19. Ahi quante cose sono da notare in questa risposta! Ma a buono intenditore basti essere posto qui come Ovidio lo pone. Mostra che fosse affabile, quando dice e ritrae per lungo sermone a Cefalo la istoria de la pestilenza del suo popolo diligentemente, e lo ristoramento di quello. 20. Per che assai è manifesto a questa etade essere quattro cose convenienti; per che la nobile natura in essa le mostra, sì come lo testo dice. E perchè più memorabile sia l’essemplo che detto è, dice di Eaco re che questi fu padre di Telamon, [di Peleus] e di Foco, del quale Telamon nacque Aiace, e di Peleus Achilles.
==CAPITOLO XXVIII==
1. Appresso de la ragionata particola è da procedere a l’ultima, cioè a quella che comincia: Poi ne la quarta parte de la vita; per la quale lo testo intende mostrare quello che fa la nobile anima ne l’ultima etade, cioè nel senio. 2. E dice ch’ella fa due cose: l’una, che ella ritorna a Dio, sì come a quello porto onde ella si partio quando venne ad intrare nel mare di questa vita; l’altra si è che ella benedice lo cammino che ha fatto, però che è stato diritto e buono e sanza amaritudine di tempesta. 3. E qui è da sapere che, sì come dice Tullio in quello De Senectute, la naturale morte è quasi a noi porto di lunga navigazione e riposo. Ed è così: [chè], come lo buono marinaio, come esso appropinqua al porto, cala le sue vele, e soavemente, con debile conducimento, entra in quello; così noi dovemo calare le vele de le nostre mondane operazioni e tornare a Dio con tutto nostro intendimento e cuore, sì che a quello porto si vegna con tutta soavitade e con tutta pace. 4. E in ciò avemo da la nostra propria natura grande ammaestramento di soavitade, chè in essa cotale morte non è dolore nè alcuna acerbitate, ma sì come uno pomo maturo leggiermente e sanza violenza si dispicca dal suo ramo, così la nostra anima sanza doglia si parte dal corpo ov’ella è stata. Onde Aristotile in quello De Iuventute et Senectute dice che {{§|sanza tristizia|«sanza tristizia è la morte ch’è ne la vecchiezza»}}. 5. E sì come a colui che viene di lungo cammino, anzi ch’entri ne la porta de la sua cittade, li si fanno incontro li cittadini di quella, così a la nobile anima si fanno incontro, e deono fare, quelli cittadini de la etterna vita; e così fanno per le sue buone operazioni e contemplazioni: chè, già essendo a Dio renduta e astrattasi da le mondane cose e cogitazioni, vedere le pare coloro che appresso di Dio crede che siano. 6. Odi che dice Tullio, in persona di Catone vecchio: «A me pare già vedere e levomi in grandissimo studio di vedere li vostri padri, che io amai, e non pur quelli [che io stesso conobbi], ma eziandio quelli di cui udi’ parlare». 7. Rendesi dunque a Dio la nobile anima in questa etade, e attende lo fine di questa vita con molto desiderio e uscir le pare de l’albergo e ritornare ne la propria mansione, uscir le pare di cammino e tornare in cittade, uscir le pare di mare e tornare a porto. O miseri e vili che con le vele alte correte a questo porto, e là ove dovereste riposare, per lo impeto del vento rompete, e perdete voi medesimi là dove tanto camminato avete! 8. Certo lo cavaliere Lancelotto non volse entrare con le vele alte, nè lo nobilissimo nostro latino Guido montefeltrano. Bene questi nobili calaro le vele de le mondane operazioni, che ne la loro lunga etade a religione si rendero, ogni mondano diletto e opera disponendo. 9. E non si puote alcuno escusare per legame di matrimonio, che in lunga etade lo tegna; chè non torna a religione pur quelli che a santo Benedetto, a santo Augustino, a santo Francesco e a santo Domenico si fa d’abito e di vita simile, ma eziandio a buona e vera religione si può tornare in matrimonio stando, chè Dio non volse religioso di noi se non lo cuore. 10. E però dice santo Paulo a li Romani: «Non quelli ch’è manifestamente, è Giudeo, nè quella ch’è manifesta in carne è circuncisione; ma quelli ch’è in ascoso, è Giudeo, e la circuncisione del cuore, in ispirito non in littera, è circuncisione; la loda de la quale è non da li uomini, ma da Dio».
11. E benedice anco la nobile anima in questa etade li tempi passati; e bene li può benedicere, però che, per quelli rivolvendo la sua memoria, essa si rimembra de le sue diritte operazioni, sanza le quali al porto, ove s’appressa, venire non si potea con tanta ricchezza nè con tanto guadagno. 12. E fa come lo buono mercatante, che, quando viene presso al suo porto, essamina lo suo procaccio e dice, ’Se io non fosse per cotal cammino passato, questo tesoro non avre’ io, e non avrei di ch’io godesse ne la mia cittade, a la quale io m’appresso’; e però benedice la via che ha fatta. 13. E che queste due cose convegnano a questa etade, ne figura quello grande poeta Lucano nel secondo de la sua Farsalia, quando dice che Marzia tornò a Catone e richiese lui e pregollo che la dovesse riprendere [g]ua[s]ta: per la quale Marzia s’intende la nobile anima. 14. E potemo così ritrarre la figura a veritade. Marzia fu vergine, e in quello stato si significa l’adolescenza; [poi si maritò] a Catone, e in quello stato si significa la gioventute; fece allora figli, per li quali si significano le vertudi che di sopra si dicono a li giovani convenire; e partissi da Catone, e maritossi ad Ortensio, per che [si] significa che si partì la gioventute e venne la senettute; fece figli di questo anche, per che si significano le vertudi che di sopra si dicono convenire a la senettute. 15. Morì Ortensio; per che si significa lo termine de la senettute; e vedova fatta - per lo quale vedovaggio si significa lo senio - tornò Marzia dal principio del suo vedovaggio a Catone, per che si significa la nobile anima dal principio del senio tornare a Dio. {{§|E quale uomo terreno|E quale uomo terreno più degno fu di significare Iddio, che Catone? Certo nullo.}}
16. E che dice Marzia a Catone? «Mentre che in me fu lo sangue», cioè la gioventute, «mentre che in me fu la maternale vertute», cioè la senettute, che bene è madre de l’alte [vertu]di, sì come di sopra è mostrato, «io» dice Marzia «feci e compiei li tuoi comandamenti», cioè a dire che l’anima stette ferma a le civili operazioni. Dice: «E tolsi due mariti», cioè a due etadi fruttifera sono stata. 17. «Ora» dice Marzia «che ’l mio ventre è lasso, e che io sono per li parti vota, a te mi ritorno, non essendo più da dare ad altro sposo»; cioè a dire che la nobile anima, cognoscendosi non avere più ventre da frutto, cioè li suoi membri sentendosi a debile stato venuti, torna a Dio, colui che non ha mestiere de le membra corporali. E dice Marzia: «Dammi li patti de li antichi letti, dammi lo nome solo del maritaggio»; che è a dire che la nobile anima dire a Dio: ’Dammi, Signor mio, omai lo riposo di te; dammi, almeno, che io in questa tanta vita sia chiamata tua’. 18. E dice Marzia: «Due ragioni mi muovono a dire questo: l’una si è che dopo di me si dica ch’io sia morta moglie di Catone; l’altra, che dopo me si dica che tu non mi scacciasti, ma di buono animo mi maritasti». 19. Per queste due cagioni si muove la nobile anima; e vuole partire d’esta vita sposa di Dio, e vuole mostrare che graziosa fosse a Dio la sua [oper]azione. Oh sventurati e male nati, che innanzi volete partirvi d’esta vita sotto lo titolo d’Ortensio che di Catone! Nel nome di cui è bello terminare ciò che de li segni de la nobilitade ragionare si convenia, però che in lui essa nobilitade tutti li dimostra per tutte etadi.
==CAPITOLO XXIX==
1. Poi che mostrato [ha] lo testo quelli segni li quali per ciascuna etade appaiono nel nobile uomo e per li quali conoscere si puote, e sanza li quali essere non puote, come lo sole sanza luce e lo fuoco sanza caldo, grida lo testo a la gente, a l’ultimo di ciò che di nobilità è ritratto, e dice: ’O voi che udito m’avete, vedete quanti sono coloro che sono ingannati!’: cioè coloro che, per essere di famose e antiche generazioni e per essere discesi di padri eccellenti, credono essere nobili, nobilitade non avendo in loro. 2. E qui surgono due quistioni, a le quali ne la fine di questo trattato è bello intendere. Potrebbe dire ser Manfredi da Vico, che ora Pretore si chiama e Prefetto: ’Come che io mi sia, io reduco a memoria e rappresento li miei maggiori, che per loro nobilitade meritaro l’officio de la Prefettura, e meritaro di porre mano a lo coronamento de lo Imperio, meritaro di ricevere la rosa dal romano Pastore: onore deggio ricevere e reverenza da la gente’. E questa è l’una questione. 3. L’altra è, che potrebbe dire quelli da Santo Nazzaro di Pavia, e quelli de li Piscitelli da Napoli: ’Se la nobilitade è quello che detto è, cioè seme divino ne la umana anima graziosamente posto, e le progenie, o vero schiatte, non hanno anima, sì come è manifesto, nulla progenie, o vero schiatta, nobile dicere si potrebbe: e questo è contra l’oppinione di coloro che le nostre progenie dicono essere nobilissime in loro cittadi’. 4. A la prima questione risponde Giovenale ne l’ottava satira, quando comincia quasi esclamando: «Che fanno queste onoranze che rimangono da li antichi, se per colui che di quelle si vuole ammantare male si vive? se per colui che de li suoi antichi ragiona e mostra le grandi e mirabili opere, s’intende a misere e vili operazioni? Avvegna [che, «chi dicerà»], dice esso poeta satiro, «nobile per la buona generazione quelli che de la buona generazione degno non è? Questo non è altro che chiamare lo nano gigante». 5. Poi appresso, a questo cotale dice: «Da te a la statua fatta in memoria del tuo antico non ha dissimilitudine altra, se non che la sua testa è di marmo, e la tua vive». E in questo, con reverenza lo dico, mi discordo dal Poeta, chè la statua di marmo, di legno o di metallo, rimasa per memoria d’alcuno valente uomo, si dissimiglia ne lo effetto molto dal malvagio discendente. 6. Però che la statua sempre afferma la buona oppinione in quelli che hanno udito la buona fama di colui cui è la statua, e ne li altri genera: lo ma[l]estr[u]o figlio o nepote fa tutto lo contrario, chè l’oppinione di coloro che hanno udito bene de li suoi maggiori, fa più debile; chè dice alcuno loro pensiero: ’Non può essere che de li maggiori di costui sia tanto quanto si dice, poi che de la loro semenza sì fatta pianta si vede’. Per che non onore, ma disonore dee ricevere quelli che a li buoni mala testimonianza porta. 7. E però dice Tullio che ’lo figlio del valente uomo dee procurare di rendere al padre buona testimonianza’. Onde, al mio giudicio, così come chi uno valente uomo infama è degno d’essere fuggito da la gente e non ascoltato, così lo ma[l]estr[u]o disceso de li buoni maggiori è degno d’essere da tutti scacciato, e de’ si lo buono uomo chiudere li occhi per non vedere quello vituperio vituperante de la bontade, che in sola la memoria è rimasa. E questo basti, al presente, a la prima questione che si movea.
8. A la seconda questione si può rispondere, che una progenie per sè non hae anima, e ben è vero che nobile si dice ed è per certo modo. Onde è da sapere che ogni tutto si fa de le sue parti. È alcuno tutto che ha una essenza simplice con le sue parti, sì come in uno uomo è una essenza di tutto e di ciascuna parte sua; e ciò che si dice ne la parte, per quello medesimo modo si dice essere in tutto. 9. Un altro tutto è che non ha essenza comune con le parti, sì come una massa di grano; ma è la sua una essenza secondaria che resulta da molti grani, che vera e prima essenza in loro hanno. E in questo tutto cotale si dicono essere le qualitadi de le parti così secondamente come l’essere; onde si dice una bianca massa, perchè li grani onde è la massa sono bianchi. 10. Veramente questa bianchezza è pur ne li grani prima, e secondariamente resulta in tutta la massa, e così secondariamente bianca dicere si può; e per cotale modo si può dicere nobile una schiatta, o vero una progenie. Onde è da sapere che, sì come a fare una [bianca] massa convegnono vincere li bianchi grani, così a fare una nobile progenie convegnono in essa li nobili uomini [vincere] (dico ’vincere’ essere più che li altri), sì che la bontade con la sua grida oscuri e celi lo contrario che dentro è. 11. E sì come d’una massa bianca di grano si potrebbe levare a grano a grano lo formento, e a grano [a grano] restituire meliga rossa, e tutta la massa finalmente cangerebbe colore; così de la nobile progenie potrebbero li buoni morire a uno a uno e nascere in quella li malvagi, tanto che cangerebbe lo nome, e non nobile ma vile da dire sarebbe. E così basti a la seconda questione essere risposto.
==CAPITOLO XXX==
1. Come di sopra nel terzo capitolo di questo trattato si dimostra, questa canzone ha tre parti principali. Per che, ragionate le due (de le quali la prima cominciò nel capitolo predetto, e la seconda nel sestodecimo; sicchè la prima per tredici e la seconda per quattordici è determinata, sanza lo proemio del trattato de la canzone, che in due capitoli si comprese), in questo trentesimo e ultimo capitolo, de la terza parte principale brievemente è da ragionare, la quale per tornata di questa canzone fatta fu ad alcuno adornamento, e comincia: Contra-li-erranti mia, tu te n’andrai. 2. E qui primamente si vuole sapere che ciascuno buono fabricatore, ne la fine del suo lavoro, quello nobilitare e abbellire dee in quanto puote, acciò che più celebre e più prezioso da lui si parta. E questo intendo, non come buono fabricatore ma come seguitatore di quello, fare in questa parte.
3. Dico adunque: Contra-li-erranti mia. Questo Contra-li-erranti è tutto una par[ola], e è nome d’esta canzone, tolto per essemplo del buono frate Tommaso d’Aquino, che a uno suo libro, che fece a confusione di tutti quelli che disviano da nostra Fede, puose nome Contra-li-Gentili. 4. Dico adunque che ’tu andrai’: quasi dica: ’Tu se’ omai perfetta, e tempo è di non stare ferma, ma di gire, chè la tua impresa è grande’; e quando tu sarai In parte dove sia la donna nostra, dille lo tuo mestiere. Ove è da notare che, sì come dice nostro Signore, non si deono le margarite gittare innanzi a li porci, però che a loro non è prode, e a le margarite è danno; e, come dice Esopo poeta ne la prima Favola, più è prode al gallo uno grano che una margarita, e però questa lascia e quello coglie. 5. E in ciò considerando, a cautela di ciò comando a la canzone che suo mestiere discuopra là dove questa donna, cioè la filosofia, si troverà. Allora si troverà questa donna nobilissima quando si truova la sua camera, cioè l’anima in cui essa alberga. Ed essa filosofia non solamente alberga pur ne li sapienti, ma eziandio, come provato è di sopra in altro trattato, essa è dovunque alberga l’amore di quella. E a questi cotali dico che manifesti lo suo mestiere, perchè a loro sarà utile la sua sentenza, e da loro ricolta.
6. E dico ad essa: Dì a questa donna, «Io vo parlando de l’amica vostra». Bene è sua amica nobilitade; chè tanto l’una con l’altra s’ama, che nobilitate sempre la dimanda, e filosofia non volge lo sguardo suo dolcissimo a l’altra parte. Oh quanto e come bello adornamento è questo che ne l’ultimo di questa canzone si dà ad essa, chiamandola amica di quella la cui propria ragione è nel secretissimo de la divina mente!
loopz17bh66qndmciuvdbqz135zqpbh
Pagina:Opere (Chiabrera).djvu/383
108
299778
3901760
1806756
2026-09-19T06:46:52Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901760
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|370|{{sc|prose}}|}}</noinclude>Anversa Sancio d’Avila, e raccomandollo al duca d’Arescotto, indi, pentendosi de’ modi tenuti, egli procacciò per varie maniere di farsi governatore senza patti e senza accordate convenzioni, riparossi nel castello di Namurre, ed armossi quanto potea, laonde venuta discordia fra lui e gli Stati, non piccolo danno intervenne, anzi grandissimo, ed allora la cittadella d’Anversa si appianò, e quelle di Gante e di Valentiana e di Lilla.
Eransi a tale termine condotte quelle basse provincie, macchiate di eresia, intinte di rubellione, gravate di danni presenti, e pasciute di lontane speranze, a’ buoni in odio ed a malvagi in larghissima preda. Sì fatti regni dati furono a governarsi ad Alessandro Farnese, e così fatti prendendo a governargli, egli non disperò. Qui dico io: Se senno fu di don Giovanni morendo lasciarlo in sua vece, e loda di Filippo II, di confermarvelo, fu similmente franchezza d’Alessandro sottentrare a cotanti carichi. E come no? vedevasi il rigore riuscito a rovescio, la piacevolezza indarno tentata, aveano sommi consiglieri errato nel discorrere, espertissimo monarca fallato nel risolvere. Ed un giovine obbligarsi all’emenda di tanti errori, nou fu coraggio ed alta prova di saldo intelletto? certamente egli fu. Nè noi lo vedemmo mentire all’altrui speranze, nemmeno alla sua confidenza, anzi subitamente chiamando i suoi pensieri a consiglio, col disconcio delle cose passate alle presenti egli diede provvedimento, ed armandosi per domare i rubelli seppe con atti d’amore farsegli amici: quinci Henalto ed Artoè, provincie già ripiene di mala contentezza, alzarono la mano, e con nobile pentimento ascoltarono i comandamenti reali, e con esso loro Lilla, Dovai ed Orcie, città di pregio e di non poco momento. Nè meno valse la sua gentile destrezza con esso il conte di Rimberga, ma guadagnosselo dolcemente, e parimente Groninga, terra tanto riguardevole nella Frisia, per tal guisa cangiando le vittorie agli accordi, egli alzò trofei a niuno dannosi, ed a ciascuno disiderabili. Diede poi aigomento di non minore prudenza, quando sorpreso Bruggia, trovando uomini i quali gliele posero in mani senz’armi, e similmente quando schermendo gli avversarj fece le viste di andare altrove, e corse sopra l’Inclusa, e fecesene possessore: ma via più chiaro apparve suo senno allora ch’egli svolse quelle nazioni e quelle terre ad accettare per loro guardia le guarnigioni straniere: azione per verità di singolare maraviglia. Era fra loro il nome spagnuolo in odio supremo; aveano quei senatori e quei popoli consumate infinite preghiere col re Filippo, acciò loro togliesse quella nazione dinanzi, nè compiaciuti, eransi ribellati, e per tal modo che don Giovanni diede bando, diremo, alle squadre spagnuole per acquetare i mal soddisfatti Fiamenghi, ed essi Fiamenghi stimavansi felici col sentirsi quella generazione da lunge: non pertanto ebbe possanza Alessandro di spegnere l’odio, di annullare le memorie, e di assennare quelli intelletti infuriati, e videsi di nuovo l’esercito di Spagna per le campagne di Fiandra, e vi si dispiegarono quelle insegne discacciate, e vi si ascoltarono quegli abbominati tamburi. Queste furono maraviglie vedute, e disperate di doversi vedere, non avvenute per forza d’incanti, nè prodotte con la voce delle sirene, ma col provvedimento di questo signore, e col soave suo comandare e coll’altiero suo sofferire. E via più finalmente manifestossi il suo antivedere nel tempo che navigava l’armata per assalire Inghilterra, perciocchè Alessandro non mai lodò quel cammino, nè commendò quei viaggi; egli sforzossi di persuadere che Zelanda si assalisse, e quindi poi si facesse vela contra Inghilterra; suo consiglio non si ascoltò, ma fecelo apparire ottimo l’universale calamità. Una armata, in cui cotanti anni consumossi tante fatiche, e per cui impiegossi tanto tesoro sciarrossi in un giorno, e si disperse per l’ampiezza dell’oceano, ed in quelle avverse procelle rimase tanta giovinezza sommersa, che tutt’i regni di Spagna per lungo tempo vestirono a bruno. Tanto costa un buon coniglio rifiutato, ed uno non buono eseguito!
E per fare motto di alcuna cosa, la quale possa avere riguardo alla gentilezza del vostro ingegno: Che crediamo, o signori, che volesse Omero significare, quando egli ne cantò che Diomede ammaestrato da Pallade impiegò Marte nelle battaglie di Troja? Certamente non altro, salvo che il senno tra’ guerrieri sta sopra la fierezza, e che nelle guerre la prudenza dee sempre avere suo luogo: la qual prudenza se mai non si discostò dal fianco del nostro duce, via meno discostossene allora ch’egli esaminando come darsi dovesse principio agli assalti contr’a’ nemici, propose di moversi dirittamente verso Mastricche, città onde aveano il varco le genti della Germania per entrar nelle Fiandre contra il re cattolico, e donde molte fiate erano trapassate; sì che, serrato quel passo agli eretici, veniva meno il soccorso; e di più, essendo la città molto ampia e ben provveduta e di soldati ripiena, e per altrui stima ad espugnarsi molto malagevole, atterrandosi ella avrebbe sbigottito ogni altra che mirasse lei atterrata, e così fu. E però deesi il duca Alessandro riputare prudente, tuttochè egli affrontasse l’impresa pericolosa, perchè il principio è la maggior parte dell’opera. Nè quivi fu data occasione al Farnese di rimembrare i popoli asiani, ai quali Cesare giunse, videgli e vinsegli, anzi egli ebbe a fare con uomini guerrieri e forti, e che non solamente cinsero la spada, ma la impugnarono, e nel caldo della battaglia videro in fronte la morte, nè se ne sgomentarono: e così fatti capitani e soldati si accampavano dentro una città ampia, e partita da grossa fiumara ed afforzata con ogni macchina militare, laonde necessario fu, che sangue si spandesse copiosamente, e molti campioni di pregio perdessero la vita infra coloro che assaltavano, e coloro che risospingevano gli assalitori: finalmente, fatta forza ad ogni contrasto, dopo molti mesi vi si apersero l’entrata i Cattolici colla possanza delle destre e col {{Pt|vi-|}}<noinclude>
<references/></noinclude>
m47qoxgnl4mqrncvjdo3mhigfjkzegk
Pagina:Rivista italiana di numismatica 1893.djvu/52
108
300930
3901788
2470700
2026-09-19T07:03:13Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901788
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|monete di milano inedite}} |45}}</noinclude>
{{Ct|t=3|v=1|f=120%|RODOLFO DI BORGOGNA}}
{{Ct|t=1|v=1|{{Sc|re d’italia.}}}}
{{Ct|t=1|v=2|(922-926).}}
{{no rientro}}1. ''Denaro'' (gr. 1.400). — ''Var. n. 1-4.''
::<div style=text-indent:-1em;">D/ — <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ RODVLFO • PIVS • RE</span>. Nel campo, entro un circolo, Monogramma di Cristo.</div>
::<div style=text-indent:-1em;">R/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ XPISTIANA • RGIO</span>. Nel campo, in due righe: <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>MDI OLA</span>.</div>
:{| width=100%
| Coll. Boyne. || align=right | Arg. R<sup>3</sup> L. 40.
|}
{{no rientro}}2. ''Denaro. — 2<sup>a</sup> Var. n. 1-4.''
::<div style=text-indent:-1em;">D/ — <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>RODVLFVS</span>. Come il precedente.</div>
::<div style=text-indent:-1em;">R/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ IIITIANΛ CCIO</span>. Nel campo, in due righe: <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>MDI OLA</span>.</div>
{{a destra|Arg. R.<sup>3</sup> L. 40.}}
{{no rientro}}{{smaller block|f=90%|{{Sc|Gariel}}, Op. cit. Parte II, pag. 350; tav. LXVII, n. 7.}}
{{Ct|t=3|v=1|f=120%|UGO DI PROVENZA}}
{{Ct|t=1|v=1|{{Sc|re d’ italia.}}}}
{{Ct|t=1|v=2|(926-945).}}
{{no rientro}}1. ''Denaro'' (gr. 1.560). — ''Var. n. 1.''
::<div style=text-indent:-1em;">D/ — <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ HYGO • PIVS • IMP • RX</span>. Nel campo, entro un circolo, le lettere <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>IYXI</span> disposte a guisa di croce.</div>
::<div style=text-indent:-1em;">R/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ XPISTIANA • RGIO</span>. Nel campo, in due righe: <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>MDI OLA</span>.</div>
:{| width=100%
| Coll. Boyne. || align=right | Arg. R<sup>5</sup> L. 100.
|}
{{Ct|t=3|v=1|f=120%|UGO E LOTARIO II}}
{{Ct|t=1|v=1|{{Sc|re d'italia.}}}}
{{Ct|t=1|v=2|(931-950).}}
{{no rientro}}1. ''Denaro'' (gr. 1.600) — ''Var. n. 4.''
::<div style=text-indent:-1em;">D/ — <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ VGO LOTARIO RES</span>. Nel campo, entro un circolo, le lettere: <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>IXYI</span>, disposte in croce.</div><noinclude><references/></noinclude>
1plxab3tm8ltfcc982vauqmpi5jjtth
Pagina:Rivista italiana di numismatica 1893.djvu/53
108
300931
3901789
2470701
2026-09-19T07:05:56Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901789
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|46|{{Sc|f. ed e. gnecchi}}|}}</noinclude>
::<div style=text-indent:-1em;">R/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ XRISTIANA REIO</span>. Nel campo, in due righe : <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>MEDI OLA</span>.</div>
:{| width=100%
| Coll. Gnecchi. || align=right | Arg. R.<sup>5</sup> L. 200.
|}
{{no rientro}}2. ''Denaro'' (gr. 1.400). — ''2<sup>a</sup> Var. n. 4.''
::<div style=text-indent:-1em;">D/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>VGO LOTARIO REG</span>. Come il precedente.</div>
::<div style=text-indent:-1em;">R/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>XPISTIANA RGIO</span>. Come il precedente.</div>
:{| width=100%
| Coll. Verri (esemplare guasto). || align=right | Arg. R.<sup>6</sup> L. 200.
|}
{{no rientro}}3. Denaro, (gr. 1.800). –– ''3<sup>a</sup> Var. n. 4''.
::<div style=text-indent:-1em;">D/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ VGO • LOTARIO REGES</span> c. s.</div>
::<div style=text-indent:-1em;">R/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ XPISTIANA • RELIGIO</span> c. s.</div>
:{| width=100%
| Coll. Municipale di Milano. || align=right | Arg. R.<sup>6</sup> L. 200.
|}
{{no rientro}}4. ''Denaro'' (gr. 1.550). — ''4<sup>a</sup> Var. n. 4''.
::<div style=text-indent:-1em;">D/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ VGO LOTARIO RES</span> c. s.</div>
::<div style=text-indent:-1em;">R/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ IOSTIANA ICIO</span> c. s.</div>
:{| width=100%
| Museo Civico di Trento. || align=right | Arg. R.<sup>6</sup> L. 200.
|}
{{no rientro}}5. ''Denaro — 5<sup>a</sup> Var. n. 4.''
::<div style=text-indent:-1em;">D/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ VGO LOTHARIO REGES</span> (<span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>THA</span> in monogr.) c. s.</div>
::<div style=text-indent:-1em;">R/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ XRISTIANA RELIGIO</span> c. s.</div>
{{a destra|Arg. R.<sup>6</sup> L. 200.}}
{{no rientro}}{{smaller block|f=90%|{{Sc|Gariel}}, Op. cit. Parte II, pag. 346, n. 2; tav. LXV.}}
{{Ct|t=3|v=1|f=120%|BERENGARIO II (?)}}
{{Ct|t=1|v=1|{{Sc|re d’italia.}}}}
{{Ct|t=1|v=2|(950–961).}}
{{no rientro}}1. ''Denaro''.
::<div style=text-indent:-1em;">D/ — <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ REPIIICΛRIVS PEX</span>. Nel campo, in un circolo perlato, monogramma di Cristo.</div>
::<div style=text-indent:-1em;">R/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ XPISTIANA PIIICIO</span>. Nel campo, in tre righe: <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>MEDI C OIΛ</span>.</div>
{{a destra|Arg. R.<sup>6</sup> L. 40.}}
{{smaller block|f=90%|{{no rientro}}{{Sc|Gariel}}, Op. cit. Parte II, pag. 347, n. 5; tav. LXV.
NB. Questo denaro è dal Gariel attribuito a Berengario II.
}}<noinclude><references/></noinclude>
l4op9ecjmmrtrwkx9rnlt94yo9m2o60
Pagina:Rivista italiana di numismatica 1893.djvu/71
108
301065
3900951
2470707
2026-09-18T11:59:21Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3900951
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|64|{{Sc|f. ed e. gnecchi}}|}}</noinclude>{{nop}}
{{no rientro}}3. ''Pegione'' c. s. (gr. 2.570-2.554). — ''3<sup>a</sup> Var. n. 4-6.''
::<div style=text-indent:-1em;">D/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ GALEAZ • VICECOMES • D • MEDIOLANI • & • C</span> Come i precedenti.</div>
::<div style=text-indent:-1em;">R/ — Come i precedenti.</div>
:{| width=100%
| Coll. Gnecchi. || align=right | Arg. R. L. 2.
|}
{{no rientro}}4. ''Pegione'' (gr. 2.250). — ''4<sup>a</sup> Var. n. 4-6 c. s.''
::<div style=text-indent:-1em;">D/ — Come i precedenti. Sopra la biscia un globetto.</div>
::<div style=text-indent:-1em;">R/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>S • AMBROSIV • MEDIOLAN</span>. Come i precedenti.</div>
:{| width=100%
| Coll. Gnecchi. || align=right | Arg. R. L. 2.
|}
<ref follow=pagina69bis>{{Pt|zione|dell’imitazione}}, meglio riuscito forse nel rovescio che non nel dritto; infine il tipo generale della moneta, più rozzo, più grossolano del solito, inducono in questa certezza, che la moneta non è di quell’epoca e va radiata dal numero delle monete di Gian Galeazzo. Nè vale la ragione che la moneta fu pubblicata da valenti numismatici, quali il {{AutoreCitato|Ludovico Antonio Muratori|Muratori}}, l’{{AutoreCitato|Filippo Argelati|Argelati}}, il {{AutoreCitato|Giorgio Giulini|Giulini}}, il {{AutoreCitato|Pompeo Litta Biumi|Litta}}, ecc. — Comincieremo dall’osservare che l’errore fu commesso in origine dal Muratori, e che tutti gli altri non fecero che riprodurre da lui il disegno e la descrizione di quella moneta. — Poi, come tutti sanno, i nostri vecchi numismatici, se erano valentissimi per quanto riguarda la parte storica ed economica delle monete, non avendo però il mezzo di esaminare a loro agio tante {{Ec|collelezioni|collezioni}} pubbliche e private, come avviene al dì d’oggi, e non potendo quindi fare i necessari confronti coi pochi e cattivi esemplari a loro disposizione, non avevano la pratica tecnica indispensabile per distinguere le monete buone dalle false, e conoscere dall’arte l’epoca in cui furono coniate; e così avvenne che tutti, dal più al meno, pubblicarono delle monete false ed inventate, senza emettere su di esse il minimo dubbio.<br/>
Del resto, se fummo prevenuti nel giudicare questa moneta, fummo anche seguiti, e questo è un motivo di più per giustificare ed anzi rendere doverosa e necessaria la rettifica.<br/>
Il Müntz in una recente sua opera (''Histoire de l’Art pendant la renaissance: I. Les Primitifs.'' Paris, 1889, pag. 30), riproduce il disegno di questa moneta, colla dicitura: ''La première monnaie moderne à effigie. Livre de J. Galéas Visconti''. Egli dice che l’uso di porre il ritratto del principe sulle monete fu rimesso in onore da un Visconti, erede d’una razza di Titani, e aggiunge in nota: “Je veux parler de Jean Galéas Visconti, duc de Milan de 1395 à 1402 (livre en argent publiée par les frères Gnecchi). Puis cet usage retombe en désuétude jusque vers le milieu du quinzième siécle.„ <br/>
Ora conviene rendere ''cuique suum'' e, cancellando per le ragioni esposte questa ''lira'' dalle monete di Gian Galeazzo Visconti, sia che la si voglia considerare una restituzione sforzesca, sia che la si voglia ritenere una mistificazione posteriore, l’onore del primato nell’aver messo il ritratto sulle monete della serie milanese, va restituito a Francesco I Sforza.</ref><noinclude><references/></noinclude>
ij4exigvgvqbeandig94g50bmuobvhl
Pagina:La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu/649
108
304645
3901766
2426523
2026-09-19T06:51:20Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901766
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Ismaele uccide Ghedalia.'' | centro = GEREMIA, 42. | dx =''I Giudei voglion scendere in</noinclude>Egitto.''}}</small>
<section begin=41 />{{colonna}}{{vb|41|1|continua}}alcuni grandi ''della corte'' del re, e dieci uomini con lui, vennero a Ghedalia, figliuolo di Ahicam, in Mispa<ref>{{BibLink|2 Re|25|25|2 Re 25. 25}}.</ref>; e quivi in Mispa mangiarono insieme.
{{vb|41|2}}Poi Ismaele, figliuolo di Netania, si levò, insieme co’ dieci uomini ch’erano con lui, e percossero colla spada Ghedalia, figliuolo di Ahicam, figliuolo di Safan. Così lo fece morire; lui, che il re di Babilonia aveva costituito sopra il paese.
{{vb|41|3}}Ismaele uccise ancora gli uomini di guerra, d’infra tutti i Giudei, ch’erano con Ghedalia in Mispa, e i Caldei che si ritrovarono quivi.
{{vb|41|4}}E il giorno appresso ch’egli ebbe ucciso Ghedalia, avanti che se ne sapesse nulla;
{{vb|41|5}}Avvenne, che alcuni uomini di Sichem, di Silo, e di Samaria, in numero di ottant’uomini, venivano, avendo le barbe rase, ed i vestimenti stracciati, e delle tagliature ''sul corpo''<ref>{{BibLink|Lev|19|27}}, {{BibLink|Lev|19|28|28}}. {{BibLink|Is|15|2}}, {{BibLink|Is|15|3|3}}.</ref>; e avevano in mano offerte, e incenso, da presentar nella Casa del Signore.
{{vb|41|6}}E Ismaele, figliuolo di Netania, uscì di Mispa incontro a loro, e camminava piangendo; e quando li ebbe scontrati, disse loro: Venite a Ghedalia, figliuolo di Ahicam.
{{vb|41|7}}Ma quando furono entrati in mezzo della città, Ismaele, figliuolo di Netania, accompagnato dagli uomini, ch’egli aveva seco, li scannò, ''e li gettò'' in mezzo della fossa.
{{vb|41|8}}Or fra quelli si trovarono dieci uomini, che dissero ad Ismaele: Non ucciderci; perciocchè noi abbiamo in sulla campagna delle segrete conserve di grano, e d’orzo, e d’olio, e di mele. Ed egli si ritenne, e non li uccise fra i lor fratelli.
{{vb|41|9}}Or la fossa, nella quale Ismaele gettò tutti i corpi morti degli uomini, ch’egli uccise del seguito di Ghedalia, ''era'' quella che il re Asa aveva fatta per tema di Baasa, re d’Israele<ref>{{BibLink|1 Re|15|17|1 Re 15. 17}}-{{BibLink|1 Re|15|22|22}}.</ref>; Ismaele, figliuolo di Netania, la riempiè di uccisi.
{{vb|41|10}}Poi appresso Ismaele ne menò via prigione tutto il rimanente del popolo, ch’''era'' in Mispa: le figliuole del re, e tutto il popolo restato in Mispa, il quale Nebuzaradan, capitan delle guardie, aveva dato in governo a Ghedalia, figliuolo di Ahicam; Ismaele, figliuolo di Netania, li menava via prigioni, e se ne andava per passare a’ figliuoli di Ammon.
{{vb|41|11}}Ma Giohanan, figliuolo di Carea, e tutti i capi della gente di guerra, ch’''erano'' con lui<ref>{{BibLink|Ger|40|7}}, {{BibLink|Ger|40|8|8}}, {{BibLink|Ger|40|13|13}}.</ref>, avendo udito tutto il male, che Ismaele, figliuolo di Netania, aveva fatto;
{{vb|41|12}}Presero tutta la ''lor'' gente, e andarono per combattere contro a Ismaele, figliuolo di Netania; e lo trovarono presso alle grandi acque, che ''sono'' in Gabaon.
{{AltraColonna}}
{{vb|41|13}}E quando tutto il popolo ch’''era'' con Ismaele vide Giohanan, figliuolo di Carea, e tutti i capi della gente di guerra, ch’''erano'' con lui, si rallegrò.
{{vb|41|14}}E tutto il popolo, che Ismaele menava prigione da Mispa si rivoltò, e se ne ritornò a Giohanan, figliuolo di Carea.
{{vb|41|15}}Ma Ismaele, figliuolo di Netania, scampò con otto uomini, d’innanzi a Giohanan, e se ne andò a’ figliuoli di Ammon.
{{vb|41|16}}Poi Giohanan, figliuolo di Carea, e tutti i capitani della gente di guerra, ch’''erano'' con lui, presero tutto il rimanente del popolo, che avevano riscosso da Ismaele, figliuolo di Netania, ''e il quale egli ne menava via'' da Mispa, dopo aver percosso Ghedalia, figliuolo di Ahicam: uomini, gente di guerra, e donne, e fanciulli, ed eunuchi; e li ricondussero da Gabaon;
{{vb|41|17}}E andarono, e dimorarono in Gherut-Chimham, che ''è'' vicin di Bet-lehem, con intenzione di andarsene, e di entrare in Egitto,
{{vb|41|18}}D’innanzi a’ Caldei; conciossiachè temessero di loro; perciocchè Ismaele, figliuolo di Netania, aveva percosso Ghedalia, figliuolo di Ahicam, il quale il re di Babilonia aveva costituito sopra il paese. <section end=41 />
<section begin=42 />
{{Centrato|{{smaller|''Geremia si oppone ai Giudei che vogliono scendere in Egitto.''}}}}
{{vb|42|1|capolettera}} E TUTTI i capi della gente di guerra, e Giohanan, figliuolo di Carea, e Iezania, figliuolo di Osaia, e tutto il popolo, dal minore al maggiore, si accostarono;
{{vb|42|2}}E dissero al profeta Geremia: Deh! caggia la nostra supplicazione nel tuo cospetto, e fa’ orazione al Signore Iddio tuo per noi<ref>{{BibLink|1 Sam|7|8}}. {{BibLink|Giac|5|16}}.</ref>, per tutto questo rimanente (perciocchè di molti siamo rimasti pochi, come i tuoi occhi ci veggono);
{{vb|42|3}}Acciocchè il Signore Iddio tuo ci dichiari la via, per la quale abbiamo da camminare, e ciò che abbiamo a fare.
{{vb|42|4}}E il profeta Geremia disse loro: Ho inteso; ecco, io farò orazione al Signore Iddio vostro, come avete detto; ed io vi rapporterò tutto ciò che il Signore vi avrà risposto; io non ve ne celerò nulla.
{{vb|42|5}}Ed essi dissero a Geremia: Il Signore sia per testimonio verace e fedele tra noi, se noi non facciamo secondo tutto ciò che il Signore Iddio tuo ti avrà mandato a dirci.
{{vb|42|6}}O bene, o mal ''che sia'', noi ubbidiremo alla voce del Signore Iddio nostro, al quale noi ti mandiamo; acciocchè bene ne avvenga, quando avremo ubbidito alla voce del Signore Iddio nostro.
{{vb|42|7}}E avvenne, in capo di dieci giorni, {{FineColonna}}<section end=42 /><noinclude>
<hr>
<references/>{{PieDiPagina||641|21}}</noinclude>
b2ust7mgtiw131lpn193nvo0zijxw5k
3901767
3901766
2026-09-19T06:51:58Z
Dr Zimbu
1553
3901767
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Ismaele uccide Ghedalia.'' | centro = GEREMIA, 42. | dx =''I Giudei voglion scendere in Egitto.''}}</small></noinclude><section begin=41 />{{colonna}}{{vb|41|1|continua}}alcuni grandi ''della corte'' del re, e dieci uomini con lui, vennero a Ghedalia, figliuolo di Ahicam, in Mispa<ref>{{BibLink|2 Re|25|25|2 Re 25. 25}}.</ref>; e quivi in Mispa mangiarono insieme.
{{vb|41|2}}Poi Ismaele, figliuolo di Netania, si levò, insieme co’ dieci uomini ch’erano con lui, e percossero colla spada Ghedalia, figliuolo di Ahicam, figliuolo di Safan. Così lo fece morire; lui, che il re di Babilonia aveva costituito sopra il paese.
{{vb|41|3}}Ismaele uccise ancora gli uomini di guerra, d’infra tutti i Giudei, ch’erano con Ghedalia in Mispa, e i Caldei che si ritrovarono quivi.
{{vb|41|4}}E il giorno appresso ch’egli ebbe ucciso Ghedalia, avanti che se ne sapesse nulla;
{{vb|41|5}}Avvenne, che alcuni uomini di Sichem, di Silo, e di Samaria, in numero di ottant’uomini, venivano, avendo le barbe rase, ed i vestimenti stracciati, e delle tagliature ''sul corpo''<ref>{{BibLink|Lev|19|27}}, {{BibLink|Lev|19|28|28}}. {{BibLink|Is|15|2}}, {{BibLink|Is|15|3|3}}.</ref>; e avevano in mano offerte, e incenso, da presentar nella Casa del Signore.
{{vb|41|6}}E Ismaele, figliuolo di Netania, uscì di Mispa incontro a loro, e camminava piangendo; e quando li ebbe scontrati, disse loro: Venite a Ghedalia, figliuolo di Ahicam.
{{vb|41|7}}Ma quando furono entrati in mezzo della città, Ismaele, figliuolo di Netania, accompagnato dagli uomini, ch’egli aveva seco, li scannò, ''e li gettò'' in mezzo della fossa.
{{vb|41|8}}Or fra quelli si trovarono dieci uomini, che dissero ad Ismaele: Non ucciderci; perciocchè noi abbiamo in sulla campagna delle segrete conserve di grano, e d’orzo, e d’olio, e di mele. Ed egli si ritenne, e non li uccise fra i lor fratelli.
{{vb|41|9}}Or la fossa, nella quale Ismaele gettò tutti i corpi morti degli uomini, ch’egli uccise del seguito di Ghedalia, ''era'' quella che il re Asa aveva fatta per tema di Baasa, re d’Israele<ref>{{BibLink|1 Re|15|17|1 Re 15. 17}}-{{BibLink|1 Re|15|22|22}}.</ref>; Ismaele, figliuolo di Netania, la riempiè di uccisi.
{{vb|41|10}}Poi appresso Ismaele ne menò via prigione tutto il rimanente del popolo, ch’''era'' in Mispa: le figliuole del re, e tutto il popolo restato in Mispa, il quale Nebuzaradan, capitan delle guardie, aveva dato in governo a Ghedalia, figliuolo di Ahicam; Ismaele, figliuolo di Netania, li menava via prigioni, e se ne andava per passare a’ figliuoli di Ammon.
{{vb|41|11}}Ma Giohanan, figliuolo di Carea, e tutti i capi della gente di guerra, ch’''erano'' con lui<ref>{{BibLink|Ger|40|7}}, {{BibLink|Ger|40|8|8}}, {{BibLink|Ger|40|13|13}}.</ref>, avendo udito tutto il male, che Ismaele, figliuolo di Netania, aveva fatto;
{{vb|41|12}}Presero tutta la ''lor'' gente, e andarono per combattere contro a Ismaele, figliuolo di Netania; e lo trovarono presso alle grandi acque, che ''sono'' in Gabaon.
{{AltraColonna}}
{{vb|41|13}}E quando tutto il popolo ch’''era'' con Ismaele vide Giohanan, figliuolo di Carea, e tutti i capi della gente di guerra, ch’''erano'' con lui, si rallegrò.
{{vb|41|14}}E tutto il popolo, che Ismaele menava prigione da Mispa si rivoltò, e se ne ritornò a Giohanan, figliuolo di Carea.
{{vb|41|15}}Ma Ismaele, figliuolo di Netania, scampò con otto uomini, d’innanzi a Giohanan, e se ne andò a’ figliuoli di Ammon.
{{vb|41|16}}Poi Giohanan, figliuolo di Carea, e tutti i capitani della gente di guerra, ch’''erano'' con lui, presero tutto il rimanente del popolo, che avevano riscosso da Ismaele, figliuolo di Netania, ''e il quale egli ne menava via'' da Mispa, dopo aver percosso Ghedalia, figliuolo di Ahicam: uomini, gente di guerra, e donne, e fanciulli, ed eunuchi; e li ricondussero da Gabaon;
{{vb|41|17}}E andarono, e dimorarono in Gherut-Chimham, che ''è'' vicin di Bet-lehem, con intenzione di andarsene, e di entrare in Egitto,
{{vb|41|18}}D’innanzi a’ Caldei; conciossiachè temessero di loro; perciocchè Ismaele, figliuolo di Netania, aveva percosso Ghedalia, figliuolo di Ahicam, il quale il re di Babilonia aveva costituito sopra il paese. <section end=41 />
<section begin=42 />
{{Centrato|{{smaller|''Geremia si oppone ai Giudei che vogliono scendere in Egitto.''}}}}
{{vb|42|1|capolettera}} E TUTTI i capi della gente di guerra, e Giohanan, figliuolo di Carea, e Iezania, figliuolo di Osaia, e tutto il popolo, dal minore al maggiore, si accostarono;
{{vb|42|2}}E dissero al profeta Geremia: Deh! caggia la nostra supplicazione nel tuo cospetto, e fa’ orazione al Signore Iddio tuo per noi<ref>{{BibLink|1 Sam|7|8}}. {{BibLink|Giac|5|16}}.</ref>, per tutto questo rimanente (perciocchè di molti siamo rimasti pochi, come i tuoi occhi ci veggono);
{{vb|42|3}}Acciocchè il Signore Iddio tuo ci dichiari la via, per la quale abbiamo da camminare, e ciò che abbiamo a fare.
{{vb|42|4}}E il profeta Geremia disse loro: Ho inteso; ecco, io farò orazione al Signore Iddio vostro, come avete detto; ed io vi rapporterò tutto ciò che il Signore vi avrà risposto; io non ve ne celerò nulla.
{{vb|42|5}}Ed essi dissero a Geremia: Il Signore sia per testimonio verace e fedele tra noi, se noi non facciamo secondo tutto ciò che il Signore Iddio tuo ti avrà mandato a dirci.
{{vb|42|6}}O bene, o mal ''che sia'', noi ubbidiremo alla voce del Signore Iddio nostro, al quale noi ti mandiamo; acciocchè bene ne avvenga, quando avremo ubbidito alla voce del Signore Iddio nostro.
{{vb|42|7}}E avvenne, in capo di dieci giorni, {{FineColonna}}<section end=42 /><noinclude>
<hr>
<references/>{{PieDiPagina||641|21}}</noinclude>
2rxlynjac3azq9uo09uw5jv6esnsq7g
3901773
3901767
2026-09-19T06:54:34Z
Dr Zimbu
1553
3901773
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Ismaele uccide Ghedalia.'' | centro = GEREMIA, 42. | dx =''I Giudei voglion scendere in Egitto.''}}</small></noinclude><section begin=41 />{{colonna}}{{vb|41|1|continua}}alcuni grandi ''della corte'' del re, e dieci uomini con lui, vennero a Ghedalia, figliuolo di Ahicam, in Mispa<ref>{{BibLink|2 Re|25|25|2 Re 25. 25}}.</ref>; e quivi in Mispa mangiarono insieme.
{{vb|41|2}}Poi Ismaele, figliuolo di Netania, si levò, insieme co’ dieci uomini ch’erano con lui, e percossero colla spada Ghedalia, figliuolo di Ahicam, figliuolo di Safan. Così lo fece morire; lui, che il re di Babilonia aveva costituito sopra il paese.
{{vb|41|3}}Ismaele uccise ancora gli uomini di guerra, d’infra tutti i Giudei, ch’erano con Ghedalia in Mispa, e i Caldei che si ritrovarono quivi.
{{vb|41|4}}E il giorno appresso ch’egli ebbe ucciso Ghedalia, avanti che se ne sapesse nulla;
{{vb|41|5}}Avvenne, che alcuni uomini di Sichem, di Silo, e di Samaria, in numero di ottant’uomini, venivano, avendo le barbe rase, ed i vestimenti stracciati, e delle tagliature ''sul corpo''<ref>{{BibLink|Lev|19|27}}, {{BibLink|Lev|19|28|28}}. {{BibLink|Is|15|2}}, {{BibLink|Is|15|3|3}}.</ref>; e avevano in mano offerte, e incenso, da presentar nella Casa del Signore.
{{vb|41|6}}E Ismaele, figliuolo di Netania, uscì di Mispa incontro a loro, e camminava piagnendo; e quando li ebbe scontrati, disse loro: Venite a Ghedalia, figliuolo di Ahicam.
{{vb|41|7}}Ma quando furono entrati in mezzo della città, Ismaele, figliuolo di Netania, accompagnato dagli uomini, ch’egli aveva seco, li scannò, ''e li gettò'' in mezzo della fossa.
{{vb|41|8}}Or fra quelli si trovarono dieci uomini, che dissero ad Ismaele: Non ucciderci; perciocchè noi abbiamo in sulla campagna delle segrete conserve di grano, e d’orzo, e d’olio, e di mele. Ed egli si ritenne, e non li uccise fra i lor fratelli.
{{vb|41|9}}Or la fossa, nella quale Ismaele gettò tutti i corpi morti degli uomini, ch’egli uccise del seguito di Ghedalia, ''era'' quella che il re Asa aveva fatta per tema di Baasa, re d’Israele<ref>{{BibLink|1 Re|15|17|1 Re 15. 17}}-{{BibLink|1 Re|15|22|22}}.</ref>; Ismaele, figliuolo di Netania, la riempiè di uccisi.
{{vb|41|10}}Poi appresso Ismaele ne menò via prigione tutto il rimanente del popolo, ch’''era'' in Mispa: le figliuole del re, e tutto il popolo restato in Mispa, il quale Nebuzaradan, capitan delle guardie, aveva dato in governo a Ghedalia, figliuolo di Ahicam; Ismaele, figliuolo di Netania, li menava via prigioni, e se ne andava per passare a’ figliuoli di Ammon.
{{vb|41|11}}Ma Giohanan, figliuolo di Carea, e tutti i capi della gente di guerra, ch’''erano'' con lui<ref>{{BibLink|Ger|40|7}}, {{BibLink|Ger|40|8|8}}, {{BibLink|Ger|40|13|13}}.</ref>, avendo udito tutto il male, che Ismaele, figliuolo di Netania, aveva fatto;
{{vb|41|12}}Presero tutta la ''lor'' gente, e andarono per combattere contro a Ismaele, figliuolo di Netania; e lo trovarono presso alle grandi acque, che ''sono'' in Gabaon.
{{AltraColonna}}
{{vb|41|13}}E quando tutto il popolo ch’''era'' con Ismaele vide Giohanan, figliuolo di Carea, e tutti i capi della gente di guerra, ch’''erano'' con lui, si rallegrò.
{{vb|41|14}}E tutto il popolo, che Ismaele menava prigione da Mispa si rivoltò, e se ne ritornò a Giohanan, figliuolo di Carea.
{{vb|41|15}}Ma Ismaele, figliuolo di Netania, scampò con otto uomini, d’innanzi a Giohanan, e se ne andò a’ figliuoli di Ammon.
{{vb|41|16}}Poi Giohanan, figliuolo di Carea, e tutti i capitani della gente di guerra, ch’''erano'' con lui, presero tutto il rimanente del popolo, che avevano riscosso da Ismaele, figliuolo di Netania, ''e il quale egli ne menava via'' da Mispa, dopo aver percosso Ghedalia, figliuolo di Ahicam: uomini, gente di guerra, e donne, e fanciulli, ed eunuchi; e li ricondussero da Gabaon;
{{vb|41|17}}E andarono, e dimorarono in Gherut-Chimham, che ''è'' vicin di Bet-lehem, con intenzione di andarsene, e di entrare in Egitto,
{{vb|41|18}}D’innanzi a’ Caldei; conciossiachè temessero di loro; perciocchè Ismaele, figliuolo di Netania, aveva percosso Ghedalia, figliuolo di Ahicam, il quale il re di Babilonia aveva costituito sopra il paese. <section end=41 />
<section begin=42 />
{{Centrato|{{smaller|''Geremia si oppone ai Giudei che vogliono scendere in Egitto.''}}}}
{{vb|42|1|capolettera}} E TUTTI i capi della gente di guerra, e Giohanan, figliuolo di Carea, e Iezania, figliuolo di Osaia, e tutto il popolo, dal minore al maggiore, si accostarono;
{{vb|42|2}}E dissero al profeta Geremia: Deh! caggia la nostra supplicazione nel tuo cospetto, e fa’ orazione al Signore Iddio tuo per noi<ref>{{BibLink|1 Sam|7|8}}. {{BibLink|Giac|5|16}}.</ref>, per tutto questo rimanente (perciocchè di molti siamo rimasti pochi, come i tuoi occhi ci veggono);
{{vb|42|3}}Acciocchè il Signore Iddio tuo ci dichiari la via, per la quale abbiamo da camminare, e ciò che abbiamo a fare.
{{vb|42|4}}E il profeta Geremia disse loro: Ho inteso; ecco, io farò orazione al Signore Iddio vostro, come avete detto; ed io vi rapporterò tutto ciò che il Signore vi avrà risposto; io non ve ne celerò nulla.
{{vb|42|5}}Ed essi dissero a Geremia: Il Signore sia per testimonio verace e fedele tra noi, se noi non facciamo secondo tutto ciò che il Signore Iddio tuo ti avrà mandato a dirci.
{{vb|42|6}}O bene, o mal ''che sia'', noi ubbidiremo alla voce del Signore Iddio nostro, al quale noi ti mandiamo; acciocchè bene ne avvenga, quando avremo ubbidito alla voce del Signore Iddio nostro.
{{vb|42|7}}E avvenne, in capo di dieci giorni, {{FineColonna}}<section end=42 /><noinclude>
<hr>
<references/>{{PieDiPagina||641|21}}</noinclude>
mologowf8fdb0dkdz7idpx75v0ihfxb
3901775
3901773
2026-09-19T06:55:01Z
Dr Zimbu
1553
3901775
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Ismaele uccide Ghedalia.'' | centro = GEREMIA, 42. | dx =''I Giudei voglion scendere in Egitto.''}}</small></noinclude><section begin=41 />{{colonna}}{{vb|41|1|continua}}alcuni grandi ''della corte'' del re, e dieci uomini con lui, vennero a Ghedalia, figliuolo di Ahicam, in Mispa<ref>{{BibLink|2 Re|25|25|2 Re 25. 25}}.</ref>; e quivi in Mispa mangiarono insieme.
{{vb|41|2}}Poi Ismaele, figliuolo di Netania, si levò, insieme co’ dieci uomini ch’erano con lui, e percossero colla spada Ghedalia, figliuolo di Ahicam, figliuolo di Safan. Così lo fece morire; lui, che il re di Babilonia aveva costituito sopra il paese.
{{vb|41|3}}Ismaele uccise ancora gli uomini di guerra, d’infra tutti i Giudei, ch’erano con Ghedalia in Mispa, e i Caldei che si ritrovarono quivi.
{{vb|41|4}}E il giorno appresso ch’egli ebbe ucciso Ghedalia, avanti che se ne sapesse nulla;
{{vb|41|5}}Avvenne, che alcuni uomini di Sichem, di Silo, e di Samaria, in numero di ottant’uomini, venivano, avendo le barbe rase, ed i vestimenti stracciati, e delle tagliature ''sul corpo''<ref>{{BibLink|Lev|19|27}}, {{BibLink|Lev|19|28|28}}. {{BibLink|Is|15|2}}, {{BibLink|Is|15|3|3}}.</ref>; e avevano in mano offerte, e incenso, da presentar nella Casa del Signore.
{{vb|41|6}}E Ismaele, figliuolo di Netania, uscì di Mispa incontro a loro, e camminava piagnendo; e quando li ebbe scontrati, disse loro: Venite a Ghedalia, figliuolo di Ahicam.
{{vb|41|7}}Ma quando furono entrati in mezzo della città, Ismaele, figliuolo di Netania, accompagnato dagli uomini, ch’egli aveva seco, li scannò, ''e li gettò'' in mezzo della fossa.
{{vb|41|8}}Or fra quelli si trovarono dieci uomini, che dissero ad Ismaele: Non ucciderci; perciocchè noi abbiamo in sulla campagna delle segrete conserve di grano, e d’orzo, e d’olio, e di mele. Ed egli si ritenne, e non li uccise fra i lor fratelli.
{{vb|41|9}}Or la fossa, nella quale Ismaele gettò tutti i corpi morti degli uomini, ch’egli uccise del seguito di Ghedalia, ''era'' quella che il re Asa aveva fatta per tema di Baasa, re d’Israele<ref>{{BibLink|1 Re|15|17|1 Re 15. 17}}-{{BibLink|1 Re|15|22|22}}.</ref>; Ismaele, figliuolo di Netania, la riempiè di uccisi.
{{vb|41|10}}Poi appresso Ismaele ne menò via prigione tutto il rimanente del popolo, ch’''era'' in Mispa: le figliuole del re, e tutto il popolo restato in Mispa, il quale Nebuzaradan, capitan delle guardie, aveva dato in governo a Ghedalia, figliuolo di Ahicam; Ismaele, figliuolo di Netania, li menava via prigioni, e se ne andava per passare a’ figliuoli di Ammon.
{{vb|41|11}}Ma Giohanan, figliuolo di Carea, e tutti i capi della gente di guerra, ch’''erano'' con lui<ref>{{BibLink|Ger|40|7}}, {{BibLink|Ger|40|8|8}}, {{BibLink|Ger|40|13|13}}.</ref>, avendo udito tutto il male, che Ismaele, figliuolo di Netania, aveva fatto;
{{vb|41|12}}Presero tutta la ''lor'' gente, e andarono per combattere contro a Ismaele, figliuolo di Netania; e lo trovarono presso alle grandi acque, che ''sono'' in Gabaon.
{{AltraColonna}}
{{vb|41|13}}E quando tutto il popolo ch’''era'' con Ismaele vide Giohanan, figliuolo di Carea, e tutti i capi della gente di guerra, ch’''erano'' con lui, si rallegrò.
{{vb|41|14}}E tutto il popolo, che Ismaele menava prigione da Mispa si rivoltò, e se ne ritornò a Giohanan, figliuolo di Carea.
{{vb|41|15}}Ma Ismaele, figliuolo di Netania, scampò con otto uomini, d’innanzi a Giohanan, e se ne andò a’ figliuoli di Ammon.
{{vb|41|16}}Poi Giohanan, figliuolo di Carea, e tutti i capitani della gente di guerra, ch’''erano'' con lui, presero tutto il rimanente del popolo, che avevano riscosso da Ismaele, figliuolo di Netania, ''e il quale egli ne menava via'' da Mispa, dopo aver percosso Ghedalia, figliuolo di Ahicam: uomini, gente di guerra, e donne, e fanciulli, ed eunuchi; e li ricondussero da Gabaon;
{{vb|41|17}}E andarono, e dimorarono in Gherut-Chimham, che ''è'' vicin di Bet-lehem, con intenzione di andarsene, e di entrare in Egitto,
{{vb|41|18}}D’innanzi a’ Caldei; conciossiachè temessero di loro; perciocchè Ismaele, figliuolo di Netania, aveva percosso Ghedalia, figliuolo di Ahicam, il quale il re di Babilonia aveva costituito sopra il paese. <section end=41 />
<section begin=42 />
{{Centrato|{{smaller|''Geremia si oppone ai Giudei che vogliono scendere in Egitto.''}}}}
{{vb|42|1|capolettera}} E TUTTI i capi della gente di guerra, e Giohanan, figliuolo di Carea, e Iezania, figliuolo di Osaia, e tutto il popolo, dal minore al maggiore, si accostarono;</p>
{{vb|42|2}}E dissero al profeta Geremia: Deh! caggia la nostra supplicazione nel tuo cospetto, e fa’ orazione al Signore Iddio tuo per noi<ref>{{BibLink|1 Sam|7|8}}. {{BibLink|Giac|5|16}}.</ref>, per tutto questo rimanente (perciocchè di molti siamo rimasti pochi, come i tuoi occhi ci veggono);
{{vb|42|3}}Acciocchè il Signore Iddio tuo ci dichiari la via, per la quale abbiamo da camminare, e ciò che abbiamo a fare.
{{vb|42|4}}E il profeta Geremia disse loro: Ho inteso; ecco, io farò orazione al Signore Iddio vostro, come avete detto; ed io vi rapporterò tutto ciò che il Signore vi avrà risposto; io non ve ne celerò nulla.
{{vb|42|5}}Ed essi dissero a Geremia: Il Signore sia per testimonio verace e fedele tra noi, se noi non facciamo secondo tutto ciò che il Signore Iddio tuo ti avrà mandato a dirci.
{{vb|42|6}}O bene, o mal ''che sia'', noi ubbidiremo alla voce del Signore Iddio nostro, al quale noi ti mandiamo; acciocchè bene ne avvenga, quando avremo ubbidito alla voce del Signore Iddio nostro.
{{vb|42|7}}E avvenne, in capo di dieci giorni, {{FineColonna}}<section end=42 /><noinclude>
<hr>
<references/>{{PieDiPagina||641|21}}</noinclude>
2t0rvl41gnbrkv5ebe5k6rj8ewnk00l
Pagina:La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu/650
108
304646
3901771
2426525
2026-09-19T06:53:59Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901771
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Geremia trascinato'' | centro = GEREMIA, 43. | dx =''in Egitto dal popolo.''}}</small></noinclude><section begin=42 />{{colonna}}{{vb|42|7|continua}}che la parola del Signore fu ''indirizzata'' a Geremia.
{{vb|42|8}}Ed egli chiamò Giohanan, figliuolo di Carea, e tutti i capi della gente di guerra, ch’''erano'' con lui, e tutto il popolo, dal minore al maggiore.
{{vb|42|9}}E disse loro: Così ha detto il Signore, l’Iddio d’Israele, al quale voi mi avete mandato, per presentargli la vostra supplicazione:
{{vb|42|10}}Se pur voi dimorate in questo paese, io vi edificherò, e non ''vi'' distruggerò; io vi pianterò, e non ''vi'' divellerò; perciocchè io mi pento del male che vi ho fatto<ref>{{BibLink|Deut|32|36}}.</ref>.
{{vb|42|11}}Non temiate del re di Babilonia, di cui voi avete paura; non temiate di lui, dice il Signore; perciocchè io ''sono'' con voi<ref>{{BibLink|Rom|8|31}}.</ref>, per salvarvi, e per liberarvi dalla sua mano.
{{vb|42|12}}E vi farò trovar misericordia, ed egli avrà pietà di voi, e vi rimetterà nel vostro paese.
{{vb|42|13}}Ma se voi dite: Noi non dimoreremo in questo paese, non ubbidendo alla voce del Signore Iddio vostro,
{{vb|42|14}}Dicendo: No; anzi entreremo nel paese di Egitto, acciocchè non veggiamo la guerra, e non udiamo il suon della tromba, e non sofferiamo fame, per mancamento di pane, e quivi abiteremo;
{{vb|42|15}}Ascoltate ora sopra ciò la parola del Signore, o rimanente di Giuda. Così ha detto il Signor degli eserciti, l’Iddio d’Israele: Se pur voi rivolgete la faccia per entrare in Egitto, e vi entrate per dimorarvi<ref>{{BibLink|Deut|17|16}}.</ref>;
{{vb|42|16}}Egli avverrà, che la spada della quale temete, vi aggiugnerà là nel paese di Egitto; e parimente la fame, della quale voi avete paura, vi starà attaccata dietro là in Egitto; e quivi morrete.
{{vb|42|17}}E tutti gli uomini, che avran volta la faccia per entrare in Egitto, per dimorarvi, vi morranno di spada, di fame, e di pestilenza; niuno di loro scamperà, o si salverà dal male che io fo venir sopra loro.
{{vb|42|18}}Perciocchè, così ha detto il Signor degli eserciti, l’Iddio d’Israele: Siccome la mia ira, e il mio cruccio, si è versato sopra gli abitanti di Gerusalemme, così si verserà la mia ira sopra voi, quando sarete entrati in Egitto; e sarete in esecrazione, e in istupore, e in maledizione, e in vituperio; e giammai più non vedrete questo luogo.
{{vb|42|19}}O rimanente di Giuda, il Signore parla a voi: Non entrate in Egitto; sappiate pure che io ''ve lo'' protesto oggi.
{{vb|42|20}}Conciossiachè voi ''mi'' abbiate ingannato contro alle vostre proprie anime, quando mi avete mandato al Signore Iddio vostro, dicendo: Fa orazione al Signore Iddio nostro per noi; e secondo tutto ciò che {{AltraColonna}}{{vb|42|20|continua}}il Signore Iddio nostro dirà, fanne la relazione, e noi lo metteremo ad effetto.
{{vb|42|21}}Ed oggi io ve ''l''’ho dichiarato; ma voi non avete ubbidito alla voce del Signore Iddio vostro, nè a cosa alcuna, che egli abbia mandato a ''dir''vi.
{{vb|42|22}}Ora dunque, sappiate pure, che voi morrete di spada, di fame, e di pestilenza, nel luogo dove vi piace di entrare, per dimorarvi. <section end=42 />
<section begin=43 />
{{Centrato|{{smaller|''Geremia trascinato in Egitto dal popolo.''}}}}
{{vb|43|1|capolettera}} OR avvenne che quando Geremia ebbe finito di pronunziare a tutto il popolo tutte le parole del Signore Iddio loro, le quali il Signore Iddio loro mandava a dir loro per lui, ''cioè'', tutte quelle parole;
{{vb|43|2}}Azaria, figliuolo di Osaia, e Giohanan, figliuolo di Carea, e tutti gli uomini superbi, dissero a Geremia: Tu parli falsamente; il Signore Iddio nostro non ti ha mandato per dire: Non entrate in Egitto, per dimorarvi;
{{vb|43|3}}Anzi Baruc, figliuolo di Neria, t’incita contro a noi, per darci in man de’ Caldei, per farci morire, o per farci menare in cattività in Babilonia.
{{vb|43|4}}Così Giohanan, figliuolo di Carea, e tutti i capi della gente di guerra, e tutto il popolo, non ubbidirono alla voce del Signore, per dimorar nel paese di Giuda.
{{vb|43|5}}E Giohanan, figliuolo di Carea, ''e'' tutti i capi della gente di guerra, presero tutto il rimanente di Giuda, ''e'' quelli che se n’erano tornati da tutte le nazioni, dove erano stati dispersi, per dimorar nel paese di Giuda:
{{vb|43|6}}Gli uomini, le donne, i fanciulli, e le figliuole del re, e tutte le persone, che Nebuzaradan, capitano delle guardie, aveva lasciate con Ghedalia, figliuolo di Ahicam, figliuolo di Safan, ed anche il profeta Geremia, e Baruc, figliuolo di Neria;
{{vb|43|7}}E se ne vennero nel paese di Egitto; perciocchè non ubbidirono alla voce del Signore; e arrivarono fino a Tafnes.
{{Centrato|{{smaller|''Profezia della conquista dell’Egitto da Nebucadnesar.''}}}}
{{vb|43|8}}E la parola del Signore fu ''indirizzata'' a Geremia in Tafnes, dicendo:
{{vb|43|9}}Prendi in man tua delle pietre grosse, e nascondile nella malta, nella fornace da mattoni, ch’''è'' all’entrata della casa di Faraone in Tafnes, alla vista d’alcuni uomini Giudei;
{{vb|43|10}}E di’ loro: Così ha detto il Signor degli eserciti, l’Iddio d’Israele: Ecco, io mando a far venire Nebucadnesar, re di Babilonia, mio servitore; e porrò il suo trono sopra queste pietre, che io ho fatte nascondere; ed egli tenderà il suo padiglione reale sopra esse;{{FineColonna}}<section end=43 /><noinclude>
<hr>
<references/>{{PieDiPagina||642}}</noinclude>
7khi2vmfaxcaj2mw7m3slj6xjc41afi
Pagina:La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu/651
108
304647
3901782
2426526
2026-09-19T06:57:35Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901782
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Censure contro i Giudei'' | centro = GEREMIA, 44. | dx =''rifugiati in Egitto.''}}</small></noinclude><section begin=43 />{{colonna}}
{{vb|43|11}}E verrà, e percoterà il paese di Egitto, ''mettendo'' a morte chi ''è condannato'' a morte; e ''menando'' in cattività chi ''è condannato'' a cattività; e ''percotendo'' colla spada chi ''è condannato'' alla spada.
{{vb|43|12}}E io accenderò il fuoco nelle case degl’iddii di Egitto; ed esso le arderà, e menerà quelli in cattività: e si avvilupperà del paese di Egitto, a guisa che il pastore si avviluppa del suo tabarro; ed uscirà di là in pace.
{{vb|43|13}}Egli romperà eziandio in pezzi le statue del tempio del sole, che ''è'' nel paese di Egitto; e brucerà col fuoco le case degl’iddii di Egitto. <section end=43 />
<section begin=44 />
{{Centrato|{{smaller|''Censure contro i Giudei rifugiati in Egitto.''}}}}
{{vb|44|1|capolettera}} LA parola che fu ''indirizzata'' a Geremia, ''per rapportarla'' a tutti i Giudei, che dimoravano nel paese di Egitto, in Migdol, e in Tafnes, e in Nof, e nel paese di Patros, dicendo:
{{vb|44|2}}Così ha detto il Signor degli eserciti, l’Iddio d’Israele: Voi avete veduto tutto il male, che io ho fatto venire sopra Gerusalemme, e sopra tutte le città di Giuda; ed ecco, oggi son desolate, e non ''vi è'' alcuno che abiti ''in esse'';
{{vb|44|3}}Per la lor malvagità, che usarono per dispettarmi; andando a far profumi, ''e'' a servire ad altri dii, i quali nè essi, nè voi, nè i vostri padri non avevate conosciuti.
{{vb|44|4}}E ''benchè'' io vi mandassi tutti i miei servitori profeti, del continuo per ogni mattina<ref>{{BibLink|2 Cron|36|15}}.</ref>, dicendo: Deh! non fate questa cosa abbominevole, che io odio;
{{vb|44|5}}Non però ubbidirono, nè inchinarono il loro orecchio, per istornarsi dalla lor malvagità; per non far profumi ad altri dii.
{{vb|44|6}}Laonde il mio cruccio, e la mia ira si è versata, e ha divampate le città di Giuda e le piazze di Gerusalemme; e sono state deserte e desolate, come ''appare'' al dì d’oggi.
{{vb|44|7}}Ed ora, così ha detto il Signore, l’Iddio degli eserciti, l’Iddio d’Israele: Perchè fate voi ''questo'' gran male contro alle anime vostre, per farvi distruggere del mezzo di Giuda, uomini, e donne, e fanciulli, e bambini di poppa, e non lasciarvi alcun rimanente?
{{vb|44|8}}Dispettandomi colle opere delle vostre mani, facendo profumi ad altri dii, nel paese di Egitto, dove siete venuti per dimorarvi; acciocchè siate sterminati, e siate in maledizione, e in vituperio, appo tutte le nazioni della terra?
{{vb|44|9}}Avete voi dimenticati i misfatti de’ vostri padri, e i misfatti dei re di Giuda, e i misfatti delle lor mogli, e i vostri propri misfatti, e i misfatti delle vostre mogli, che han commessi nel paese di Giuda, e nelle piazze di Gerusalemme?
{{vb|44|10}}Essi non sono stati domi infino al dì {{AltraColonna}}{{vb|44|10|continua}}d’oggi, e non han temuto<ref>{{BibLink|Prov|28|14}}.</ref>, e non son camminati nella mia Legge, e ne’ miei statuti, che io avea proposti a voi, e a’ vostri padri.
{{vb|44|11}}Perciò, così ha detto il Signor degli eserciti, l’Iddio d’Israele: Ecco, io metto la mia faccia contro a voi in male, e per distruggere tutto Giuda.
{{vb|44|12}}Ed io torrò via quelli che son rimasti di Giuda, i quali han volta la faccia per entrar nel paese di Egitto, per dimorarvi; e saran tutti consumati; caderanno nel paese di Egitto: saran consumati per la spada, e per la fame, dal minore al maggiore; morranno per la spada, e per la fame; e saranno in esecrazione, in istupore, e in maledizione, e in vituperio.
{{vb|44|13}}Ed io farò punizione di quelli che abitano nel paese di Egitto, siccome ho fatta punizione di Gerusalemme, per la spada, per la fame, e per la pestilenza;
{{vb|44|14}}E non vi sarà alcuno del rimanente di Giuda, di quelli che sono entrati nel paese di Egitto per dimorarvi, che si salvi, o che scampi per ritornar nel paese di Giuda, dove han l’animo intento a ritornare per abitarvi; perciocchè non ''vi'' ritorneranno, da alcuni infuori che scamperanno.
{{vb|44|15}}Or tutti gli uomini, che sapevano che le lor mogli facevano profumi ad altri dii; e parimente tutte le donne quivi presenti, ''in'' gran raunanza, e tutto il popolo che dimorava nel paese di Egitto, in Patros, risposero a Geremia, dicendo:
{{vb|44|16}}Quant’è alla parola che tu ci hai detta a nome del Signore, noi non ti ubbidiremo<ref>{{BibLink|Ger|6|16}}.</ref>;
{{vb|44|17}}Anzi del tutto metteremo ad effetto tutte le parole che sono uscite della nostra bocca, per far profumi ed offerte da spandere alla regina del cielo; come e noi, e i nostri padri, e i nostri re, e i nostri principi, abbiam fatto ''per lo passato'', nelle città di Giuda, e nelle piazze di Gerusalemme<ref>{{BibLink|Ger|7|18}}.</ref>; e siamo stati saziati di pane, e siamo stati bene, e non abbiamo sentito alcun male.
{{vb|44|18}}Là dove, da che siamo restati di far profumi, e offerte da spandere alla regina del cielo, abbiamo avuto mancamento d’ogni cosa, e siamo stati consumati per la spada, e per la fame.
{{vb|44|19}}E quando noi facevamo profumi, e offerte da spandere alla regina del cielo, le facevamo noi delle focacce, per servirla nella maniera degl’idoli, e dell’offerte da spandere, senza ''l’autorità de’'' nostri principali?
{{vb|44|20}}E Geremia rispose a tutto il popolo, agli uomini, e alle donne, e a tutto il popolo che gli avea fatta quella risposta, dicendo:
{{vb|44|21}}Non si è il Signore ricordato de’ {{Pt|pro-|}}{{FineColonna}}<section end=44 /><noinclude>
<hr>
<references/>{{PieDiPagina||643|21—2}}</noinclude>
silxte6fbcdqq9owo73sgurppo390b5
Geremia (Diodati 1821)/capitolo 41
0
304665
3901768
3695384
2026-09-19T06:52:11Z
Dr Zimbu
1553
Porto il SAL a SAL 100%
3901768
wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=100%|data=19 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../capitolo_40|succ=../capitolo_42}}
<pages index="La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu" from=648 to=649 fromsection=41 tosection=41 />
{{Sezione note}}
<!--{{Sezione note}}-->
[[Categoria:Testi sacri del cristianesimo]]
32hpzkbxm8we54cfuvyotnwgwqqonuc
Geremia (Diodati 1821)/capitolo 42
0
304666
3901776
3695385
2026-09-19T06:55:09Z
Dr Zimbu
1553
Porto il SAL a SAL 100%
3901776
wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=100%|data=19 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../capitolo_41|succ=../capitolo_43}}
<pages index="La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu" from=649 to=650 fromsection=42 tosection=42 />
{{Sezione note}}
<!--{{Sezione note}}-->
[[Categoria:Testi sacri del cristianesimo]]
74zsdoe91kgknawkz7fwqox7pvnvx71
Geremia (Diodati 1821)/capitolo 43
0
304667
3901783
3695386
2026-09-19T06:57:55Z
Dr Zimbu
1553
Porto il SAL a SAL 100%
3901783
wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=100%|data=19 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../capitolo_42|succ=../capitolo_44}}
<pages index="La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu" from=650 to=651 fromsection=43 tosection=43 />
<!--{{Sezione note}}-->
[[Categoria:Testi sacri del cristianesimo]]
ghhp6ms6jbl8q0mqtzvqyz78jd6ztnp
Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/134
108
616096
3901751
3046062
2026-09-19T06:43:56Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901751
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 126 —|}}</noinclude>
{{Ct|t=2|v=2|X.}}
{{Ct|v=2|'''Pelle di Spagna.'''}}
{{A destra|''12 agosto 18...''|2em}}
La gloria è a buon mercato in Corsenna. Per quindici lire buttate via, son salito in grande estimazione presso le signore. Che buona occasione ha perduta Terenzio Spazzòli, di apparire un uomo perfetto! Ora egli ha una macchia nel suo blasone, un’ombra nella sua luce. La contessa Quarneri non è rimasta ingannata dalla supposizione che alla signora Berti era piaciuto di fare, e non crede affatto che il divo Terenzio sia stato il protettore del povero burattinaio, il Mecenate delle arti, il dator di spettacoli in piazza.<noinclude>
<references/></div></noinclude>
mbs4jljru6f4a8e3pl53n6qr85w8cyw
Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/135
108
616097
3901752
3047564
2026-09-19T06:44:03Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901752
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 127 —|}}</noinclude>Me lo ha detto ella stessa, la luminosa contessa; e in quella occasione, con bel garbo di confidenza signorile, ha preso a darmi del voi. Cosa che mi piace, e non mi piace ad un tempo. Mi piace perchè suona bene; non mi piace perchè farà credere Dio sa che cosa, quando gli altri osserveranno la novità del trattamento, che sembrerà un abbandono delle antiche cerimonie. Ma così voglion le belle, e non c’è da resistere; diamoci pure del voi.
— Non siamo amici, forse? — mi ha detto. — Specie dopo che come amico mi avete dato dei versi? —
Ah sì; mi ricordo benissimo che come tale sono stato ammesso nell’albo, e come tale anche difeso da lei. È infine una gentile signora. Possiede una cultura molto superficiale, tanto da non sapere, due settimane fa, che il {{AutoreCitato|Giacomo Leopardi|Leopardi}} è morto. Ma che? per gustar le bellezze d’un poeta è forse necessario di conoscerne la vita? Quella è scritta in prosa, e la contessa non si rovina gli occhi nella prosa; ecco tutto. Le donne, di solito, non<noinclude><references/></div></noinclude>
i6finc31leqi76llp83nhk57ovyeiz1
Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/136
108
616098
3901747
3047565
2026-09-19T06:43:05Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901747
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 128 —|}}</noinclude>sanno niente di storia letteraria. Dio buono! e chi ne sa, intorno a loro! Terenzio Spazzòli conosce la letteratura francese modernissima, per aver letto dei titoli e qualche pagina dei libri parigini; conosce la russa, per sentita dire, e solo perchè i romanzi russi son passati dallo staccio di Parigi. Vuole oggi psicologia nei libri, come qualche anno fa avrà voluto fisiologia e patologìa, psicopatìa, patopsichìa, od altra consimile tautologìa, senza sapere da dove si cominci. Se nel romanzo è russo, nel teatro è scandinavo, per moda; deve averglielo suggerito quel po’ di testo che accompagna il suo figurino nel giornale dei sarti. Ne sanno più addentro, o pretendono a saperne, i tre satelliti della contessa; uno dei quali è “decadente„ e fa delle rime impossibili. Ha perfino stampato un volumino ino ino, ma di gran margine, che nessuno ha letto; anzi no, dico male, lo han letto moltissimi, ma non lo ha comprato nessuno. Onde un’ira feroce, dissimulata sotto un olimpico disprezzo, contro la letteratura “alimentare„. Che cosa ha veduto di alimentare nel mio ''Cigno'', per<noinclude><references/></div></noinclude>
r4ehd3hdubcxvmp5nzqmxdlhc6u86b3
Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/137
108
616099
3901749
3047566
2026-09-19T06:43:50Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901749
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 129 —|}}</noinclude>dirne tanto male nel salotto della contessa? Se fosse stata un’oca, pazienza, capirei; ma un povero cigno tiglioso e stoppone, via, non meritava tanta durezza di giudizio.
La contessa ha dovuto riprenderlo, e so che l’ha fatto con una grazia tutta sua, che non escludeva la forza. La contessa ha buon gusto; e se non sa certe cose, che importa! È tanto bella, che avrebbe perfino il diritto di non saper nulla al mondo. Mi ha invitato da capo al suo villino, ma non mi sono lasciato prendere. Galatea direbbe, e con ragione, che mi adatto a fare il quarto. Poi, quei tre compagni mi annoierebbero. So far bocca da ridere anche ai nemici, ma non sopporto i noiosi. In larga compagnia, all’aperto, son gocce d’inchiostro che s’affogano in un secchio d’acqua e non la tingono troppo: in un salotto, loro tre, su cinque presenti e sedenti, dovrebbero essere una morte sola, e continua.
L’altra sera la signora contessa ha invitata tutta la comitiva di San Donato a prendere il tè in casa sua. Anche qui mi sono scusato.<noinclude><references/></div></noinclude>
n07qv4jrlb25eca5sj7q1mm1by9ei6h
Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/138
108
616100
3901750
3047567
2026-09-19T06:43:53Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901750
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 130 —|}}</noinclude>Ma qui ci avevo almeno un’altra ragione, abbastanza ridicola; e imperiosa, nondimeno, ineluttabile, perentoria. Figurarsi; non avevo ricevuto ancora dal mio sarto un tutto-vestito di stoffa inglese, che mi è necessario, e che io ho dimenticato di portare per le mezze parate, non prevedendo tutti questi perditempi quotidiani. Gli abiti che ho con me in Corsenna vanno mattamente da un estremo all’altro: o di gran parata, e non è il luogo, nè l’uso di questi giovanotti; o di tela d’alpàca e che so io, fatti a giacca, e non possono andare che all’aperta campagna. Miserie, lo so; ma di queste si vive. E il tutto-vestito grigio non m’è arrivato che ieri, quando l’occasione era passata.
Alla signora, per altro, non era passata la collera, per la mia diserzione, per il mio tradimento, come ha voluto chiamare una semplice assenza. Ha scoperto anche lei il mio dolce rifugio dell’Acqua Ascosa. Senza averne la topografia esatta, ci s’è accostata di molto; e ad un’ora insolita, andando a diporto tutta sola, ha presa la via del mulino, dove mi ha<noinclude><references/></div></noinclude>
kzi4dcdsdmdgof6bi9hav3qgkg5o1nn
Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/139
108
616101
3901748
3047568
2026-09-19T06:43:38Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */ Gadget AutoreCitato
3901748
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 131 —|}}</noinclude>combinato. Proprio allora, col mio {{AutoreCitato|Teocrito|Teocrito}} in tasca, andavo a cercare il mio covo. E qui complimenti, si capisce, maraviglie ed ossequii da parte mia, che non potevo far altro; qualche bottata da parte sua; finalmente la pace.
— M’hanno detto, — incominciò essa allora con la sua vocina insidiosa di sirena, — che di là dal mulino c’è un luogo ombroso stupendo, e che Voi lo conoscete. Volete farne parte anche a me? —
Come dire di no? M’inchino, e l’accompagno. Si risale la strada a fianco del mulino e della sua ruota, immane mostro che dorme in quest’ora, mezzo al sole e mezzo all’ombra della sua buca, tutto vestito d’erba viscida lungo le pale nerastre. Là dietro si passa sopra un ponticello di legno, che corre tra la ruota e la gola del bottaccio, mettendoci dall’altra banda su d’un robustissimo terrapieno a scarpa, levato ad argine tra l’acqua alta e la prateria che va giù a conca, scendendo sempre e dilungandosi verso il gran viale dei pioppi. Per un tratto, dove è più profondo il<noinclude><references/></div></noinclude>
9mifwp5z9lkjsoms40ty3c5vy12gj3y
Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/140
108
616102
3901753
3047569
2026-09-19T06:44:27Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901753
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 132 —|}}</noinclude>serbatoio, l’argine ha così larga la cima, che ci si passa comodamente in due; ma più in là, dove il bottaccio incomincia a restringersi, la ripa si restringe anch’essa via via; non si può andare tutt’e due di fronte, ed ella è costretta ad appoggiarsi sulla mia spalla. Ma che dico, appoggiarsi? Vi s’aggrappa per disperata, come una bella spericolona al braccio del robusto bagnaiuolo che l’ha in custodia, sulla spiaggia di Livorno o di Rimini.
Già aveva tremato un pochino al passaggio d’un secondo ponticello che cavalca la chiusa, donde il bottaccio si scarica quando non lavora il mulino. Ma qui è un tremar continuo, dovendo andar noi sulla ripa alta e stretta, coll’acqua profonda a manca e la prateria molto bassa a diritta.
— Volete forse tornare indietro? — le dico.
— No, — mi risponde, con un brivido che parrebbe far contro alle parole, — il pericolo ha le sue attrattive. —
Avanti dunque con le attrattive. Ma la impaccia il suo ombrellino da sole e da pioggia, il suo ''en-tout-cas'', com’ella lo chiama, e<noinclude><references/></div></noinclude>
b7uf9p9j45o7di7pc742svjmgyeqcl3
Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/141
108
616103
3901754
3047570
2026-09-19T06:44:29Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901754
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 133 —|}}</noinclude>che prendo io in governo; la impaccia il suo gran ventaglio, che le ballonzola sulle ginocchia, e che io metto accanto all’ombrellino, facendone tutta una manciata; la impaccia la gonna troppo lunga, di cui non posso io egualmente raccogliere i lembi, e che bisogna lasciar strascicare sull’erba. Si va a passi lenti e corti, inframmezzati da lei di piccole strida, e di larghe risate da me per farle coraggio; mentre ella, così serrata sulla mia spalla, m’involge tutto in un profumo di pelle di Spagna, soave, delicato, inebbriante davvero.
Basta; come Dio vuole, eccola in salvo. La ripa, su cui si procede, è sempre angusta per due; ma siamo giunti dove la prateria sottostante risale, risale sempre più, per venir quasi a filo dell’argine, e non c’è più pericolo di capogiri. Il sentieruolo, lasciando lo scoperto, si ficca dentro alla piantata delle carpinelle; ed eccoci inselvati, coll’acqua susurrona che ci corre daccanto, e, di là dall’acqua, le falde del monte che salgono, vestite di borraccina e d’eriche nane, sotto la guardia e l’ombra dei vecchi castagni.<noinclude><references/></div></noinclude>
6at39m7sarwaz29869i77do7x83xypu
Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/142
108
616104
3901755
3047571
2026-09-19T06:44:34Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901755
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 134 —|}}</noinclude><nowiki />
— Com’è folto qua sotto! — esclama la contessa. — Chi sa trovarci è bravo.
— Non dubitate; ancora pochi passi, e si riesce al chiaro.
— Oh, non mi dolgo già di quest’ombra; c’è così fresco!
— Voglio dire che troveremo più rado il fogliame, e d’ombra ce ne sarà ancora abbastanza. Queste carpinelle girano tutto intorno, fino al punto dove la montagna fa uno sprone sull’acqua; laggiù saremo più al largo, e vi parrà di respirare un po’ meglio. —
Eccoci infatti allo sprone. La balza vien giù tagliata a picco, e sarebbe troppo brulla, come una cava di pietre, se due o tre semi di fràssino non fossero volati ad allogarsi tra i crepacci, per venir fuori in giovani piante, che sporgono ad ombrello, e rompono pittorescamente la nudità della roccia. Il luogo è bello, e le piace; disgraziatamente non c’è da sedere. Eh, lo so ben io dove c’è da sedere; ma mi secca un pochino di doverla guidare fin là. Nondimeno, poichè io non son più padrone di tornare indietro, si prosegue lungo<noinclude><references/></div></noinclude>
k3tz6pxoeml4n7v6dcsoty4a9mrp0xd
Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/143
108
616105
3901757
3047572
2026-09-19T06:44:59Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901757
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 135 —|}}</noinclude>la sponda del rivo, si scende ancora un poco, dove l’acqua ritorna a mostrarsi arginata, Eccolo lì, il mio rifugio; passo davanti al mio arginello erboso e fiorito, ma senza guardarlo, per timore che gli occhi tradiscano le mie tenerezze.
— O Teocrito! — esclamo dentro di me. — Qui volevo venire, per leggerti. Pazienza, non è vero? pazienza per me. Quanto a te, vecchio Siracusano andato ad ammorbidirti fra le graziette Alessandrine, scommetto che se tu potessi uscir vivo e sano dalle pagine del tuo signor Teubner, vorresti essere al mio posto e filar qui un graziosissimo idilio. —
Frattanto la contessa ha trovato da sedere. E lì, proprio lì, si ferma sui due piedi, gridando:
— Ecco un buon posto. Non è forse il vostro, Morelli? —
Io non ho mai saputo mentire senza farmici rosso. E perchè ella mi guarda, ed io non voglio arrossire, rispondo:
— Sì, è questo per l’appunto.
— Bene; sediamoci dunque. E datemi il<noinclude><references/></div></noinclude>
qet50nwywsiep8b84pzgvpvy3csmezn
Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/144
108
616106
3901756
3047573
2026-09-19T06:44:55Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901756
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 136 —|}}</noinclude>ventaglio, vi prego. Se volete, vi lascerò l’''en-tout-cas''. —
Sorrido dentro di me, parendomi d’essere il quarto satellite, e mi siedo accanto a lei, col suo ombrellino tra mani.
— È veramente un bel luogo, e molto poetico; — diss’ella, dopo aver guardato in giro con aria di somma compiacenza. — Ma non da venirci da soli. Io ci avrei paura, da sola.
— È sicurissimo; — risposi. — Corsenna non è un nido d’aquile; ma non ci sono neanche avvoltoi, nè sparvieri. Poi, qui dietro, a cento passi, c’è un casale, con quattro o cinque famiglie di contadini, tutta bravissima gente.
— Dio sa, — ripigliò la contessa, seguendo il suo filo e non il mio, — quante coppie felici saran venute qui a dirsi tante belle cose! Peccato che non ce ne rimanga l’eco.
— Possiamo immaginarcele, contessa. Del resto, si può domandarne a quelle farfalle che passano, o a quegli uccellini che si rincorrono tra gli alberi....
— Pensando che noi siamo una di quelle<noinclude><references/></div></noinclude>
c1ao16y5uf7a7hgrl7zwh10b716qj47
Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/145
108
616107
3901758
3047574
2026-09-19T06:45:04Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901758
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 137 —|}}</noinclude>coppie felici, non è così? Disingannatevi, uccellini del bosco; — soggiunse la contessa, con accento tra comico e patetico; — il signor Morelli è un solitario, che si ritrova qui accompagnato per caso. —
E rideva; e risi ancor io.
— Oh, non ci sarebbe da ridere; — soggiunse ella, sforzandosi di far cipiglio. — Che cos’è questa vostra maniera di fare, Morelli? Perchè non avete voluto venire a prendere il tè, l’altra sera, e in compagnia di tutti i nostri buoni amici? Perchè non volete mai rifar la salita del Roccolo? È tanto breve, lo sapete, essendoci stato una volta. Vi spiace il nome? Spiace anche a me; lo cambieremo. Anzi, studiateci, e datelo voi; non ho fantasia, io, e ne sarò felicissima.
— Ci penserò.
— Ah bene. Ma ci verrete, non è vero? Per carità, non mi condannate a questa condizione spiacevolissima, di vedere in casa mia solamente i noiosi.
— Scusate, signora; ma se io avessi proprio temuto di far numero con questi?<noinclude><references/></div></noinclude>
r2rau9ygu9ntiiva1tjdqulecyobw0f
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/377
108
759147
3901702
2710541
2026-09-19T06:31:21Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901702
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /></noinclude>{{ct|f=200%|v=.6|DIARIO }}
{{ct|f=100%|v=.6|{{Sc|di}}}}
{{ct|f=250%|v=.6|NICOLA RONCALLI}}
{{ct|f=120%|v=.6|DALL’ANNO 1849 AL 1870}}
{{ct|f=100%|v=.6|{{Sc|preceduto}}}}
{{ct|f=120%|v=.6|{{Sc|da uno studio storico}}}}
{{ct|f=100%|v=.6|{{Sc|di}}}}
{{ct|f=120%|v=.6|R. AMBROSI DE MAGISTRIS E I. GHIRON}}
{{ct|f=100%|v=.6|{{Sc|intorno}}}}
{{ct|f=100%|v=.6|L’IDEA DELL’UNITÀ ITALIANA}}
{{ct|f=90%|v=1|IN ROMA}}
{{Rule|2em|v=.3}}
{{ct|f=90%|v=.3|{{Sc|volume ii — parte ii}}}}
{{Rule|2em|v=3}}
{{ct|f=100%|v=.3|ROMA - TORINO - FIRENZE}}
{{Rule|4em|v=.3}}
{{ct|f=100%|v=.6|{{Sc|fratelli bocca librai di s. m.}}}}
{{ct|f=100%|v=.6|1884}}<noinclude></noinclude>
3t84b5ddukhzgearmeafzm20gn7xtqe
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/378
108
762492
3901703
2717120
2026-09-19T06:31:24Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901703
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /></noinclude>{{nop}}
{{Rule|4em}}
{{Centrato|{{Sc|pinerolo, tip. chiantore e mascarelli}}}}
{{nop}}<noinclude></noinclude>
47stczroaat1q3yz8dfh49jtzn1s9k6
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/333
108
763076
3901706
3900775
2026-09-19T06:32:51Z
Dr Zimbu
1553
3901706
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1859 |315|riga=s}}</noinclude>
Tutto giorno vi sono episodii alla stazione della strada ferrata di Civitavecchia, di madri derelitte che cercano i loro figli.
I volontari, per la maggior parte, intraprendono il viaggio col solo foglietto della strada ferrata, e, giunti a Civitavecchia a piedi, si recano ad Orbetello, dove sono accolti dai Toscani<ref>I volontarî ricevevano, dal Comitato nazionale, il denaro che loro occorreva per giungere al confine toscano e che veniva raccolto dal Caporali, dal Saraceni e da altri caldi patrioti.</ref>.
Sembra che il Governo pontificio voglia inviare a quel confine un numero di gendarmi per tenerli in osservazione.
Nel giorno 4 corrente furono arrestati quattro cannonieri pontifici. Si assicura che istigassero il corpo a defezione.
I dragoni pontifici, da varii giorni, disperdono il loro ordinario e si trattano sontuosamente nelle osterie. Nella sera dei 3 corrente ne mancarono alcuni all’appello.
Negli scorsi giorni sono partiti, da Roma, per il Piemonte, circa 40 calzolai.
Marforio domandò a Pasquino che cosa fossero andati a fare i calzolai in Piemonte.
Questi rispose che erano andati ad accomodare uno ''stivale'' rotto, pel quale la Russia somministrava la ''forma'', la Francia la ''pelle'', l’Inghilterra la ''pece'', la Toscana la ''lesina'' ed il Governo pontificio lo ''spago''.
Intanto Marforio diede una sfuggita nel Piemonte per assistere ad una gran tombola che si estraeva.<noinclude></noinclude>
ml1awk5mszue9fkls70f66q3xcyvkal
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/334
108
763077
3901707
3900776
2026-09-19T06:33:00Z
Dr Zimbu
1553
3901707
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|316|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude>Riferì a Pasquino che cogli ultimi tre numeri fu vinta la ''tombola''.
''N. B.'' I numeri sono allusivi alle epoche rivoluzionarie 31, 48, 59.
Richiesto, quindi, che cosa d’interessante avesse veduto, rispose che per ''mare'' vide flotte, fregate e vascelli; per ''terra'' soldati, cannoni, baionette; per ''aria'' il Governo pontificio.
Ier l’altro disertò dalla Colonna, presso Tivoli, dove era di residenza, il gendarme Luigi Ferri.
Del resto, Roma è tranquilla e lo debbe essere maggiormente poichè la partenza delle truppe francesi non ha più luogo, siccome sembrava dovesse essere, se non in tutto, almeno in parte.
Circa le 3 dopo la mezzanotte, dal 6 al 7 corrente, un centinaio di volontari, tra studenti, pittori, scultori e mosaicisti, dopo di aver passato le prime ore della sera tra gli amici ed i bicchieri, si avviarono per Trastevere verso la Stazione.
Intanto andavano gridando a quando, a quando: «Viva la guerra, viva la Francia».
Ciò, naturalmente, richiamò l’attenzione della Polizia; il perchè furono all’istante inviati colà gendarmi e due compagnie di Francesi.
Giunti alla stazione, trovarono i vagoni tutti occupati da altri passeggieri. Era per derivarne un tumulto, ad evitare il quale, i Francesi invitarono i primi occupanti di gite di diporto, ed anche forestieri, a cedere il posto ai volontari, e così partirono tranquillamente, fra gli abbracci di una turba di amici<ref>Quanto narra qui il Roncalli non è vero; non furono mal fatti discendere i viaggiatori dai vagoni perchè vi salissero i volontarî.</ref>.
{{nop}}<noinclude></noinclude>
k68h6ilbldtohk3bbgpq12w2a3zg2yb
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/350
108
763128
3901676
2716769
2026-09-19T06:23:55Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901676
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|332|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude>del Papa ed ora capitano dei dragoni, dimissionario<ref>Fu poi maggiore di cavalleria nell’esercito italiano ed ufficiale di ordinanza di Vittorio Emanuele.</ref>.
Il Rettore dell’ospedale della Consolazione è partito in qualità di cappellano militare.
''14''. — Nella notte dei 10 corrente fu arrestato il sacerdote D. Giuseppe Livi da Venosa, il quale, il giorno precedente, aveva assistito ad un banchetto di volontari e pronunziato discorsi liberali.
Nella mattina dei 12, alla messa di S. Luigi dei Francesi, si fece la solita dimostrazione al generale.
Il concorso fu maggiore e vi si aggiunse una infiorata, sulla piazza della Chiesa, di rose e mirto.
Nella mattina dei 12, dopo la cappella, il S. Padre tenne una congregazione speciale chiamandovi i seguenti cardinali:
::Mattei,
::Altieri,
::De Pietro,
::Santucci.
Il Papa partecipò che le truppe austriache, che occupavano Ancona, avevano sgombrato, dietro protesta che aveva fatto all’imperatore per il bombardamento da cui era minacciata la fortezza da una flotta francese, a cui si era ricusata di fare alcune provvisioni.
Aveva, intanto, ottenuto da Napoleone garanzia in favore delle truppe evacuanti per non essere molestate, dall’inimico, durante la loro ritirata.<noinclude></noinclude>
kzajmfq8jwoxetlsxazl3256h4j2hrp
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/351
108
763129
3901677
2716771
2026-09-19T06:24:06Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901677
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1859 |333|riga=s}}</noinclude>
Un dispaccio elettrico, giunto la sera dei 12 giugno, annunziò che Ancona e Bologna erano state sgombrate dagli Austriaci; che a Bologna si era proclamato un Governo provvisorio, di cui sono membri il conte {{AutoreCitato|Marco Minghetti|Minghetti}}, il conte {{AutoreCitato|Carlo Pepoli|Pepoli}}, ecc. e che invocò la dittatura del re di Sardegna.
Un tale atto, troppo contrario al buon senso dei Bolognesi, viene scusato colla imprudenza commessa dal {{Wl|Q2785997|cardinale legato Milesi}}, il quale, non credendosi sicuro senza le truppe austriache, raggranellando pochi gendarmi, abbandonò la città con la retroguardia tedesca.
Per tali notizie, di tanto grave interesse, il S. Padre, nella stessa sera, convocò una congregazione di cardinali nella quale fu stabilito di chiedere all’imperatore Napoleone che inviasse a Bologna truppe per garantire la pubblica tranquillità e tornare all’obbedienza del legittimo Sovrano quella popolazione.
Si dice che nel giorno 10 siano partiti altri 300 volontari.
Negli scorsi giorni sono disertati dal corpo di linea 10 soldati.
Le diserzioni si estendono a Civitavecchia, Frosinone e specialmente a Pesaro e Forli.
Per ordine del Papa, è stato accordato alla gendarmeria pontificia un soprassoldo. Ciò le sarà di stimolo a mantenersi fedele al Governo.
''18''. — Ai 13, gli avvenimenti di Bologna furono noti a tutti ed il generale francese fece affiggere per i caffè un bollettino relativo ai medesimi, nel<noinclude></noinclude>
op9l5c8vspvps4qmebyxbgpfa7n97el
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/352
108
763130
3901682
2716773
2026-09-19T06:25:27Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901682
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|334|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude>quale, in sostanza, si diceva che Roma ed i paesi circonvicini erano in piena tranquillità e l’ordine essere affidato alle truppe francesi, come pure la sicurtà del Papa.
Al moto di Bologna, come è noto, fecero seguito altre città e specialmente Perugia, dove quel delegato, monsignor Giordani, abbandonò il posto.
Frattanto, essendosi smentita la voce che il Papa avesse invocato il soccorso dell’armata francese, per ridurre alla obbedienza i popoli ribelli, e ciò per mantenere la neutralità, questi rimangono in balia di loro stessi e lo spirito di ribellione serpeggia alle porte di Roma.
Infatti, nella piccola Rieti, fu inalberata la bandiera piemontese e francese.
Il Governo, in tale stato di cose, ordinò che il reggimento svizzero, stanziato in Roma, partisse immediatamente alla volta di Perugia per soggiogare quella popolazione. Infatti, partì nel giorno 14 corrente, a un’ora pomeridiana. All’ora della partenza ne mancarono all’appello 70.
Presso Civita Castellana incominciarono a discutere sul loro destino. Alcuni opinavano di disertare, altri di proseguire la marcia. Vennero alle armi, vi furono varii feriti e, tra questi, un maggiore con una baionettata in una coscia.
Ieri ne giunsero in Roma quattro in arresto.
I Perugini si barricarono, si munirono di armi e sono pronti a combattere per la loro indipendenza.
All’occorrenza avanzano armati dalla prossima Toscana.<noinclude></noinclude>
nasat5mfjjz8umcmzslu90bmsqyz6yg
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/353
108
763131
3901678
2716780
2026-09-19T06:24:28Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901678
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1859 |335|riga=s}}</noinclude>
Il cardinale Milesi, legato di Bologna, fu scortato a Ravenna da 7 dragoni. Allorquando retrocedettero trovarono un Zannardi, ex-uffiziale dei dragoni, espulso dalla censura, il quale, in abiti militari, si pose alla loro testa, e, congedandosi dall’altro uffiziale, si diressero alla volta della Toscana.
Roma è spaventata dall’avvenire; ma è in calma, e, atteso il presidio francese, non teme l’anarchia.
Nel giorno 13 corrente si videro per il Corso delle carrozze provenienti dalla festa del Divino Amore<ref>È una festa che si fa in Roma, il giorno dopo la Pentecoste, fuori di Porta S. Paolo.</ref>, con ornamenti e fiori bianco, rosso e verde.
Alcuni volontari, partiti per la Toscana nel giorno 14, in numero di 150, avevano il loro cappellano, e lungo la strada spiegarono la bandiera italiana. Entrarono dovunque gridando: «Viva l’Italia, viva l’indipendenza, viva Napoleone».
I presidenti regionari, nella mattina dei 18, si recarono, secondo il costume, a complimentare il S. Padre. Ieri, essendo l’anniversario della creazione del Sommo Pontefice, il cardinale sotto Decano pronunziò il solito discorso di felicitazione. Sua Santità rispose con voce commossa, deplorando i gravi mali delle recenti rivoluzioni e dichiarò essere incorsi nelle censure ecclesiastiche gli autori delle medesime.
''22''. — Il generale francese seppe che nel giorno 19 corrente (domenica) alcuni individui del partito reazionario volevano mischiarsi agli esaltati, per simpatia francese, onde estendere la dimostrazione<noinclude></noinclude>
n23x73nt2l22kj0r6b9n1jckzc1g548
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/354
108
763132
3901679
2716797
2026-09-19T06:24:55Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901679
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|336|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude>domenicale a grida sediziose di ''Morte ai preti'', di ''viva il Governo provvisorio'', e a innalzamento di bandiera francese<ref>Leggesi, scritto in margine dallo stesso Roncalli, «che sembra incerta la notizia»; ma a che, allora, tutti i provvedimenti militari del generale francese, dei quali parla poi il Roncalli stesso? Noi abbiamo già notato altrove come la polizia pontificia cercasse far nascere disordini tra le tranquille dimostrazioni dei romani, e di ciò il Diarista ci offre qui assai chiara prova.</ref>.
Il generale, immediatamente, fece avvisare i suddetti che, dove avessero osato di condurre a termine il progetto, sarebbero stati dispersi colla forza.
Intanto avvertì i soli ossequianti che si astenessero dall’accedere alla piazza di S. Luigi de’ Francesi e dalla dimostrazione, tuttochè pacifica, poichè nelle loro file volevano introdursi alcuni inimici della Francia, prezzolati dalla Polizia pontificia.
Quindi adottò misure di precauzione col formare un deposito di due compagnie sulla piazza di Sant’Agostino, con aumento di altra compagnia sulla piazza di S. Luigi de’ Francesi e gendarmeria francese e colle istruzioni di disperdere assembramenti sospetti facendo, contemporaneamente, porre in movimento numerose pattuglie per la città.
La messa ebbe luogo; il generale, uscito dalla chiesa, convocò intorno di sè tutti gli uffiziali cui dette istruzioni riservate, e quindi se ne partì, salutato lungo la strada da pochi individui che passavano, indifferenti ed in buona fede. Egli corrispose con alquanta sostenutezza e con cenno di astenersi dal saluto.<noinclude></noinclude>
ep2b42569qjl64rnire4atri4ewwel0
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/355
108
763149
3901681
2717012
2026-09-19T06:25:15Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901681
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1859 |337|riga=s}}</noinclude>
Le disposizioni preventive proseguono, e molte pattuglie tengono in soggezione specialmente il rione Monti e Trastevere, da cui si crede fossero prescelti gli individui per la reazione.
Gli Svizzeri che erano stati inviati a Perugia presero rinforzi di linea e gendarmi dai luoghi di passaggio e proseguirono la marcia fino colà. Trovate le porte chiuse, barricate, e, dietro rifiuto di arrendersi, incominciarono, nel giorno 20, alle 4 pomeridiane, a far uso delle armi. Perugia dovette cedere poichè i soldati del Papa, fatta la breccia, entrarono caricando gli insorti alla baionetta. Il combattimento fu sanguinoso e durò per lo spazio di circa tre ore, nel quale si ebbero a deplorare varii morti e feriti<ref>Il lettore conosce come fossero barbaramente trattati i perugini dalle milizie mercenarie del pontefice.</ref>.
La illuminazione per l’anniversario della incoronazione del Papa si è mostrata più splendida del solito. Però è da avvertirsi che gli esaltati, in cuor loro, la dedicarono a Luigi Napoleone, ricorrendo appunto una tale festività.
''28''. — Il partito reazionario, fin dai 24, sparse la voce che era giunto un bollettino della guerra dal quale si desumeva che le truppe alleate erano state costrette a fare una ritirata quasi di disfatta, con perdita di circa 40 mila soldati<ref name=p355> Questa notizia della sperata sconfitta dell’esercito alleato, che aveva la sua origine nei segreti apparecchi che faceva l’esercito austriaco per sorprenderlo, notizia che per poco non si avverò, era stata sparsa in tutta Italia, onde i nemici della nostra</ref>.<noinclude></noinclude>
n7g0mig7i1bajc8f5i5j1jrgjlubg3i
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/356
108
763150
3901683
3867226
2026-09-19T06:25:47Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901683
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|338|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude>
Però, nelle ore pomeridiane dei 25, il generale francese pubblicò, col suo visto, i bollettini dei 23 e 24 da cui, invece, risultava la nuova vittoria sopra gli Austriaci e la presa di Peschiera.
Il giorno 26 partirono alla volta di Toscana altri cento volontari.
''2 Luglio''. — L’allocuzione concistoriale dei 20 giugno e l’enciclica, pubblicate dal giornale dei 28<ref>''Giornale di Roma''. L’allocuzione e l’enciclica si riferiscono alla insurrezione delle Romagne e vi è ricordata la scomunica che colpisce chi si adoperi contro il potere temporale dei papi.</ref>, naturalmente, produssero molta sensazione.
Del resto, tutti i discorsi della città si riducono agli avvenimenti deplorabili di Perugia.
Il Governo spedì colà gli avvocati Gorga e Giarè, uditori militari, per assumere processi.
Si assicura che siano similmente partiti per colà inviati inglesi e francesi per verificare parzialmente alcuni fatti addebitati alla sfrenatezza dei soldati svizzeri.
Il ''Monitore Toscano'' dei 27 giugno, contenente il rapporto compilato dal Prefetto di Arezzo sugli avvenimenti perugini, in Roma non fu distribuito.
Alcuni, però, che lo poterono leggere, riferiscono che contiene molta plausibilità (''sic'') e sono riportati i nomi delle vittime del furore soldatesco, tra cui sarebbero alcune monache e frati.
<ref follow=p355>indipendenza mostravansi ovunque gongolanti. E l’imperatore d’Austria era così sicuro di vincere che aveva dato l’ordine che gli si preparasse un treno per recarsi a Milano nella sera del 24.</ref><noinclude></noinclude>
ghpq3uz8pp3azec4mmexcato2lb7y0t
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/357
108
763151
3901684
2773374
2026-09-19T06:25:53Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901684
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1859 |339|riga=s}}</noinclude>
Il priore dei Benedettini, che sofferse anche il saccheggio, venne a Roma in deputazione; ma si assicura che non fu ricevuto dal Papa.
Ai 24 giugno circolò per Roma una lettera che si disse scritta da Vittorio Emanuele sull’accettazione del protettorato delle Romagne. La medesima fu riconosciuta apocrifa e ritirata dalla Polizia francese.
Ai 26 giugno partirono da Roma altri cento volontari.
Nel giorno 29 furono trovate affisse per la città le presenti istruzioni segrete date dal cavaliere {{AutoreCitato|Luigi Mazio|Mazio}}, sostituto del ministero delle armi, al colonnello Smith, per la presa di Perugia; cioè che, purchè si raggiungesse lo scopo, si mettesse la città ribelle a ferro, fuoco, saccheggio.
Le diserzioni pontificie proseguono da Viterbo, Foligno, Pesaro. Nel giorno 30 di giugno ne furono partecipate altre 50.
I Bolognesi liberarono, dal {{Wl|Q3748656|forte Urbano}}, tutti i detenuti politici.
Si dice che Napoleone III, in seguito alla enciclica del Papa, abbia cambiata politica riguardo al Governo pontificio.
Si aggiunge che alcuni scellerati abbiano compilato una confutazione alla enciclica stessa e, appoggiandosi maliziosamente ai Ss. Canoni, Concilii, S. Scrittura, Bibbia, ne verrebbero a dedurre la nullità delle censure ecclesiastiche comminate, ed il Papa incorso nell’eresia. Quindi si proporrebbe uno scisma.<noinclude></noinclude>
anh9aiwxfs9nz0gvoq0nsyv9bn907lj
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/358
108
763153
3901685
2773393
2026-09-19T06:26:08Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901685
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|340|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude>
Diamo qui l’ordine del giorno del Sostituto del ministero delle armi al colonnello <!--Antonio Schmidt d'Altorf-->Smith:
«Il sottoscritto, come Sostituto del Ministero, dà incarico a V. S. Ill.<sup>ma</sup> di ricuperare le Provincie alla Santità di N. S., sedotte da pochi faziosi, ed è perciò che le raccomando rigore perchè servir possa di esempio alle altre, potendosi così tener lontani dalla rivoluzione. Dà, inoltre, facoltà a V. S. Ill.<sup>ma</sup> di poter fare decapitare quei rivoltosi che si rinvenissero nelle case, non che risparmiare al Governo le spese e far ricadere tanto il vitto che le spese della presente spedizione sulle provincie stesse.
{{blocco a destra|<poem style="text-align:center;">«Il Sostituto del Ministero
«L. Cav. {{Sc|Mazio}}».</poem>}}
''9''. — Ai 5 corrente disertarono altri 13 dragoni pontifici. Ai sei ne disertarono altri 3. Il tenente dei gendarmi, Strinati, con 40 uomini, partirono per inseguire i disertori.
A Pesaro si stabilì una linea doganale pontificia.
Nel giorno 2 corrente, sul cantone del caffè Nuovo, fu trovato uno scritto nel quale, in sostanza, si diceva che, intanto che si rappresenta la tragedia dell’indipendenza, nel teatro della guerra, Pio IX aveva pubblicato la farsa intitolata ''Enciclica''.
''16''. — Marforio, vedendo un milite svizzero avente al shako le iniziali R. E. (cioè Reggimento Estero), chiese a Pasquino che significassero. Questi rispose: «Rifiuto Europeo».<noinclude></noinclude>
nxhvdeaesu2qwm9o0eumdzoffckvj19
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/359
108
763155
3901686
2717022
2026-09-19T06:26:16Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901686
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1859 |341|riga=s}}</noinclude>
Nella mattina dei 13 si ricevette in Roma il dispaccio elettrico, contenente l’annunzio della pace, sulla base di una confederazione italiana, della quale il Papa sia presidente onorario.
Si crede, generalmente, che al Vaticano si ricuserà di accettare l’onorifica presidenza.
Il S. Collegio si riunisce quasi ogni giorno dal S. Padre.
Intanto, alcuni osservano che l’annunziata Confederazione è simile a quella che, nel 1805, aveva ideato l’abate {{Ac|Scipione Piattoli|Scipione Piattoli}} (''Annali d’Italia'', 1805, 26).
L’annunzio della pace fece una impressione sfavorevolissima anche nella uffizialità francese.
Si declamò, e si declama pubblicamente, per i caffè, contro Napoleone.
In quello sul cantone di {{Wl|Q13055336|strada Frattina}}, corrispondente sul Corso, condotto da Angelino Pennacchitti, detto il caffè Italiano, fu coperto, con un velo nero, il ritratto di Napoleone ed un fanatico giunse tant’oltre che, asceso sopra un tavolino, si offerse di partire per Parigi per trucidare il traditore d’Italia.
Intanto si ha notizia che {{AutoreCitato|Camillo Benso, conte di Cavour|Cavour}}, col ministero piemontese, si è dimesso.
Pasquino si è meravigliato nel vedere affisso per Roma un Avviso di uno speculatore il quale si propone, mediante certa polvere, di ''estirpare tutti gli scarafaggi che infestano questa dominante''.
Naturalmente, credette che si parlasse dei preti.
''20''. — Si dice che sia stata trovata una lista di alcuni cittadini designati dai settari al pugnale.<noinclude></noinclude>
phsv00r57mqc057jz6bl516z16wdtg5
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/360
108
763156
3901687
3867230
2026-09-19T06:26:27Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901687
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|342|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude>
Tra i cardinali vi sarebbero Antonelli, Della Genga, Savelli, tra i prelati lo Schiavo.
Quindi sei presidenti regionari, cioè Dandini di Campitelli, Capranica di Trevi e Pigna, Giraud di Campo Marzo, Antici di S. Eustachio e Lepri dei Monti.
Vi sarebbero, inoltre, l’assessore Dandini, Pasqualoni, aggiunto assessore, Pelagallo, impiegato all’ufficio dei passaporti.
''30''. — Molti, in Roma, disapprovarono la pace stabilitasi tra i due Sovrani belligeranti.
Anche nel casino francese vi furono dimostrazioni di disapprovazione. Un uffiziale spezzò la spada, un altro strappò le spalline e le gettò in terra.
Si dice, generalmente, che il Governo sia disposto ad acconsentire in parte alle proposizioni fatte.
Circola, su tale proposito, un foglio delle proposte vere o presunte che si credono presentate dal Papa, per la formazione della Confederazione italiana.
Sarebbero come appresso<ref>Quali fossero le proposte fatte da Napoleone III al pontefice, di poco dissimili da quelle che riferisce il Roncalli, narra {{AutoreCitato|Nicomede Bianchi|Nicomede Bianchi}} nella sua ''Storia documentata della diplomazia europea'', VIII, 380.</ref>:
<div style="text-indent:3em;">
1<sup>a</sup> Accettazione della presidenza (sotto riserva),
2<sup>a</sup> Ammissione dei Secolari a tutti gli impieghi civili;
3<sup>a</sup> Consiglio di ministri secolare e clericale misto;
4<sup>a</sup> Consiglio di Stato, organizzato sulle medesime basi di Francia. I consigli ordinari sarebbero composti di numero 15 individui, tutti secolari;<noinclude></div></noinclude>
nbh4o2mh5u45jalnj5h5zvi8ney5q7b
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/361
108
763157
3901689
3867232
2026-09-19T06:27:07Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901689
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1859 |343|riga=s}}
<div style="text-indent:3em;"></noinclude>
5<sup>a</sup> Camera legislativa, con voce deliberativa;
6<sup>a</sup> Consigli provinciali eletti per consigli comunali, i quali sarebbero eletti direttamente;
7<sup>a</sup> Amnistia, di cui le condizioni saranno regolate con il concorso della Francia e dell’Austria;
8<sup>a</sup> Riforma giudiziaria e promulgazione di un codice civile;
9<sup>a</sup> Percezione d’imposte organizzate come in Francia;
10<sup>a</sup> Le provincie amministrate per mezzo di governatori secolari con il concorso dei consigli provinciali, in tutto che riguarda le spese locali e la somma delle imposte.
</div>
''Rapporto sulla dimostrazione funebre ai defunti nella guerra:''
«Alle 8 antimeridiane di questo giorno ebbero luogo, nella Chiesa nazionale di S. Luigi de’ Francesi, solenni funerali per i combattenti defunti nella guerra della indipendenza.
» Il concorso fu immenso e riboccante da ogni parte. Vi prese azione il solito partito degli esaltati, alcuni dei quali recarono al tumulo ghirlande e mazzi di fiori con nastri neri.
» Quindi, terminata la funzione, varii giovinastri, appressatisi al tumulo, ne baciarono clamorosamente i lembi della coltre funerea, versando lacrime di compianto a quei gloriosi trapassati.
» Però il fanatismo, giungendo tant’oltre da far barcollare il tumulo stesso, per le indiscretezze dei nuovi accorrenti, un sacerdote della Chiesa nazionale avvicinatosi alla tomba, disse loro essere colà {{Pt|incon-|}}<noinclude></noinclude>
o5cuq1cga9898fjryutvthx665snx5z
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/362
108
763158
3901690
2717026
2026-09-19T06:27:33Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901690
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|344|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude>{{Pt|veniente,|inconveniente,}} nel tempio di Dio, siffatta dimostrazione quasi tumultuosa.
» Allora s’intese una voce, partita dalla massa, di «Via, basta» e tutti, obbedienti, se ne partirono.
» Frattanto un giovine, dell’apparente età di circa 24 anni, di statura piuttosto avvantaggiata, con poca barba in viso, decentemente vestito, si cavò di tasca alcuni foglietti e ne fece la distribuzione ai più devoti<ref>Era un’orazione funebre francese, in cui si commemoravano gli alleati caduti nella guerra per la indipendenza italiana.</ref>.
» Il sottoscritto si affretta di rassegnare all’E. V. Rev.<sup>ma</sup> tale discarico, mentre passa all’onore di rassegnarsi pieno di ossequio e rispetto».
''13 Agosto''. — Si assicura, da alcuni, che nella circostanza che il generale francese si recò, non ha guari, a Civitavecchia, si presentò al medesimo una deputazione composta dei soliti faziosi Del Grande, Silvestrelli, Ferri, ecc., chiedendogli l’assenso per una dimostrazione popolare nel giorno 15, esprimente i bisogni di riforme.
Altri dicono che fosse il solito Gennaraccio di Trastevere, con i suoi seguaci, il quale divisò di acclamare il S. Padre al suo passaggio.
Pasquino diede una scorsa a Zurigo. Tornato, Marforio gli domandò se aveva nulla conosciuto sulle sorti d’Italia.
Rispose che si trovò imbarazzato perchè uno parlava tedesco ed egli non lo capiva; un altro francese e neppure. Soltanto uno che parlava l’italiano, misto<noinclude></noinclude>
0q1ztov0bfi6rvzei53nclrjy232ejg
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/363
108
763159
3901691
2717027
2026-09-19T06:27:38Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901691
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1859 |345|riga=s}}</noinclude>a latino, diceva, tra denti, una frase che gli restò impressa, cioè: «sicut erat in principio».
''20''. — Da un’ultima nota della Polizia, redatta ai 10 del corrente, si hanno altri 167 disertori, tanto nel reggimento di linea indigeno, quanto in quello estero.
Da alcuni giorni si era sparsa la voce che nel giorno 15 corrente si sarebbe eccitato un tumulto.
La Polizia adottò misure di precauzione.
Richiamò, per tale effetto, in Roma qualche centinaio di gendarmi che trovavansi sparsi nella Comarca; li distribuì di rinforzo alle brigate, e, fin dal mattino, fece attivare immense pattuglie a piedi ed a cavallo, alternate da quelle dei Francesi.
Del resto, il Papa andò tranquillamente alla solita cappella a S. Maria Maggiore e la pubblica tranquillità non fu menomamente alterata.
Il cardinale Antonelli, in quel giorno, intervenne al pranzo diplomatico del generale francese. Al di lui arrivo suonarono concerti musicali.
Nella mattina il generale de Goyon passò a rivista, a Villa Borghese, le sue truppe. Nessuna acclamazione a Napoleone, profondo silenzio.
Al Casino francese si espose il solito emblema nazionale con discrete luminarie, e le sale furono vuote; ciò in contrapposto delle grandi feste che si preparano a Parigi.
''3 Settembre''. — Nel giorno 29 agosto, l’ambasciatore di Francia ebbe un’udienza da Sua Santità, che durò dal mezzogiorno ad un’ora e mezza.<noinclude></noinclude>
2xcrdo7m4z12vgkux735p6ffhzhj184
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/364
108
763160
3901693
2717029
2026-09-19T06:28:08Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901693
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|346|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude>
Naturalmente, non si conosce che cosa sia stato detto e discusso.
Si suppose, però, che la sostanza sia stata di consigliare il Governo pontificio ad aderire al voto dei dominanti nelle Legazioni di avere una amministrazione totalmente separata da quella dello Stato, riserbando soltanto al Papa l’alto dominio e la rappresentanza diplomatica.
Niun indizio che il Governo acconsenta a tale richiesta.
''10''. — Pasquino, intesi i rapporti di Bologna e credutosi bene informato dello spirito pubblico delle altre provincie, andò a Ponte Molle e scrisse «Confine dello Stato pontificio».
''8 Ottobre''. — Nel giorno 1° corrente il cardinale segretario inviò un dispaccio al ministro ''interim'' di Sardegna, nel quale, accennando quanto si era operato nel corso dell’anno dai Piemontesi nelle Legazioni, conchiuse col dire che la dignità del S. Padre non permetteva che risiedesse ulteriormente presso la S. Sede un rappresentante del re di Sardegna. Quindi si trovava nella spiacevole circostanza d’inviargli i passaporti per lui e per gli individui della Legazione.
Nella mattina del 6, dalle ore 10 antimeridiane alle 2 pomeridiane, una moltitudine di persone (alcuni le calcolarono a 12 mila) passarono all’abitazione dell’Incaricato a lasciare biglietti di visita.
Nel giorno seguente proseguì la dimostrazione, prendendovi parte anche le signore.<noinclude></noinclude>
arcsa0u4jninph6fq9o2nqceguchvng
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/365
108
763161
3901694
3477714
2026-09-19T06:28:20Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901694
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1859 |347|riga=s}}</noinclude>
L’Incaricato, dicesi, partirà domani, o nel giorno 12 corrente.
''15''. — Nella sera degli 8 corrente la Polizia chiamò a sè circa 40 dei principali promotori della dimostrazione all’Incaricato di Sardegna, {{Wl|Q132546247|conte della Minerva}}, e disse loro di ritenerli responsabili di qualsiasi inconveniente si fosse verificato nel giorno susseguente, allorquando aveva luogo la partenza dell’Incaricato suddetto.
Intanto il generale francese aveva fatto, precedentemente, un suo Ordine del Giorno alle truppe, esponendo che l’Incaricato di Sardegna, prima di partire da Roma, ''voleva una dimostrazione di simpatia''. Quindi doversi adottare misure di precauzione perchè l’ordine pubblico non venisse alterato.
Per tale effetto, ad un’ora pomeridiana del 9 corrente, varii corpi di truppe pontificia e francese occuparono la {{Wl|Q28670523|via Borgognona}}, dov’è la residenza dell’Incaricato e le altre adiacenti, e si formarono depositi nelle vicine piazze. Si chiusero i transiti delle strade conducenti a quella di Borgognona; si fecero chiudere il caffè Nuovo e l’altro sull’angola di {{Wl|Q13055336|via Frattina}}, e si vietò l’uscita dalle porte del Popolo, Angelica e Salara. Un battaglione francese fu situato sulla piazza del Popolo e due plotoni di gendarmi e dragoni pontifici al {{Wl|Q1127325|Ponte Molle}}.
L’Incaricato aveva fissato la sua partenza alle 3 pomeridiane, colla idea di staccare dal Corso e proseguire fino al Popolo. Quindi una moltitudine immensa aveva occupato il Corso, come in una delle più brillanti giornate di carnevale: a quella si unirono carrozze.<noinclude></noinclude>
i4ouduymlv96936icpj9zqf7mybtmex
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/366
108
763162
3901695
3477729
2026-09-19T06:28:54Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901695
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|348|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude>
Però, il generale francese impose all’Incaricato di evitare il Corso ed inaspettatamente, alle 3 e mezza, la carrozza si mosse per la via del Babuino, scortata da altra in cui era un uffiziale francese, il quale andava prendendo concerti con i capi-posti dei diversi picchetti e che si appressavano più di quanto permettesse lo scopo del buon ordine e il diritto delle genti.
Pervenuto alla piazza del Popolo, alcune centinaia d’individui, al passaggio delle carrozze, rompendo le fila del cordone, si appressarono all’Incaricato, lo salutarono con levata di cappello, fazzoletti agitati in aria ed alcuni gli strinsero la mano.
Presso Ponte Molle una turba di popolo, che aveva preso posto dal mattino, all’apparire dell’Incaricato, proruppe in grida di «Viva Vittorio Emanuele, viva l’Italia», e similmente si appressò alla carrozza. Alcuni baciarono in viso il ministro, altri gli baciarono le mani e, tra l’agitar dei fazzoletti e cappelli, assistettero alla finale partenza<ref name=p366>Il Comitato nazionale, dubitando che la indignazione dei romani per la grave offesa recata al governo di Vittorio Emanuele e per le disposizioni severissime date dal conte Goyon, quando ebbe notizia della dimostrazione che si preparava, facessero nascere disordini, pregò, per mezzo di {{Wl|Q50385067|Giuseppe Checchetelli}} e di {{Wl|Q71402862|Angelo Tittoni}}, il {{Wl|Q132546247|conte Della Minerva}} a voler anticipare di due ore la sua partenza. Vi aderì questi; ma ciò dispiacque assai agli abitanti di Trastevere, delle Regole, di Borgo e dei Monti, i quali, non potendo partecipare alla dimostrazione, se ne dolsero forte col Comitato stesso. Tuttavia, gli abitanti degli altri quartieri di Roma cominciarono presto ad affluire, pel Corso verso porta del Popolo. A tal vista, il Goyon, montato in gran</ref>.<noinclude></noinclude>
e3msyw2kz25bcrzfq8le1not1dx1h58
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/367
108
763163
3901697
3900927
2026-09-19T06:30:07Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901697
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1859 |349|riga=s}}</noinclude>
L’Incaricato aveva seco {{AutoreCitato|David Silvagni|Silvagni}} figliuolo del {{Wl|Q52148279|pittore}}, professore di S. Luca, ora defunto. Giovane, di qualche talento, si avviava all’avvocatura e frequentava lo studio dell’avvocato Mandolesi<ref>Il Silvagni, che accompagnò il conte della Minerva, era Davide, autore di una pregevole opera intitolata: ''La Corte e la Società romana nei secoli XVIII e XIX'' (Roma, fratelli Bocca, 1881-83) e di altri scritti politici e letterarî, nipote e non figlio del cav. Silvagni, che fu pittore e preside dell’Accademia di S. Luca.</ref>.
Si assicura che fosse offerta all’Incaricato una scorta e che rispondesse che se era per onore egli vi rinunziava, se per individuale sicurezza non aveva di che temere, se, in fine, per scopo a lui ignoto, doveva tacersi.
Però, dopo il Ponte Molle, due gendarmi francesi ed un maresciallo dei dragoni ne scortarono la carrozza.
Si assicura che l’Incaricato, nella sera, giunto a Viterbo, trovò che la via che doveva percorrere era illuminata.
I biglietti di visita mandati all’incaricato, che, secondo alcuni si fanno ascendere a circa cinque<ref follow=p366>furia, mandò per nuovi rinforzi, e, quando giunsero, dal balcone del palazzo Ruspoli, ove abitava, veniva gridando loro: «''Repoussez avec la force''». Ma l’immensa folla accorsa, prima che i francesi vi si schierassero, occupò lesta la piazza del Popolo e le sue adiacenze, sicchè all’arrivo del ministro sardo, i gradini delle chiese di {{Wl|Q1809115|Montesanto}}, dei {{Wl|Q934416|Miracoli}}, di {{Wl|Q869513|Santa Maria del Popolo}} ed i grandi loggiati del {{Wl|Q550215|Pincio}} erano stipati di gente, che, sventolando i fazzoletti proruppe da ogni parte, nelle grida di «Viva l’Italia, viva Vittorio Emanuele» e fece voti pel {{Ec|felice|felice viaggio|Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/690}} e pel prossimo ritorno del conte Della Minerva.</ref><noinclude></noinclude>
6zpgq1h7mltd1brg3utp72lu7xwyhiw
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/368
108
763164
3901699
2717110
2026-09-19T06:30:54Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901699
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|350|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude>mila e, secondo altri, a 13,800, sono stati stampati nella cartoleria Ferrini al Corso, ed il tenore è il seguente:
{{Ct|t=1|v=1|lh=1.4|«All’Incaricato di Sardegna»<br/>
(nome dell’osservante)}}
{{no rientro}}e sotto:
''P. V.'', interpretabile ''per visita'', o ''per voto''.
''3 Dicembre''. — Si dice che il Papa, nella sera dei 26 novembre, riunì una congregazione di cardinali per deliberare sulla convenienza di mandare o no un rappresentante pontificio al Congresso europeo. Si stabilì di partecipare all’imperatore, per mezzo del nunzio, che il S. Padre avrebbe mandato il suo rappresentante quante volte prima il {{Wl|Q1054496|Boncompagni}} avesse rinunziato alla pro-reggenza dell’Italia centrale, e le legazioni fossero tornate sotto il legittimo Governo.
Si assicura che alla imperatrice di Francia sia pervenuto un dono anonimo e simbolico, consistente in un magnifico smaniglio, nella cui parte superiore è il ritratto di {{Wl|Q708837|Orsini}} e nella inferiore quello di {{Wl|Q7732|Luigi XVI}}, ambedue decapitati.
''17.'' — Ai 3 corrente il cardinale Savelli, presidente della Consulta per le finanze, presentò al S. Padre i Consultori che attualmente sono in Roma.
In tale circostanza lesse un rapporto sugli sconcerti delle finanze, censurò principalmente, con molta energia, l’erogazione malintesa che si faceva d’ingenti somme senza scopo, come, ad esempio, di quelle erogate dalla presidenza delle armi per ingaggio.<noinclude></noinclude>
3vyxmzr9y7ugyemsmubhb4uyf74w86v
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/369
108
763166
3901700
2717111
2026-09-19T06:31:02Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901700
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1859 |351|riga=s}}</noinclude>
Il Papa ne interruppe la lettura, e, oltremodo inquieto, licenziò Sua Eminenza dispensandolo di ritornare alle udienze per riferire gli affari, prescrivendogli di mandare il vice-presidente.
Si aggiunge che, nel mattino seguente, S. Santità mandasse al cardinale monsignor Berardi, invitandolo a rinunziare. Il cardinale Savelli rispose che la carica gli era stata offerta dall’eminentissimo {{AutoreCitato|Giacomo Antonelli|cardinale Segretario di Stato}}, con preghiera di accettarla, ed ora, piuttosto che rinunziarla, preferiva di essere destituito.
Si assicura, generalmente, che abbia avuto luogo un biglietto di ringraziamento.
Intanto vennero assegnati al cardinale Savelli scudi 300, a titolo di pensione sopra la cassa dei Ss. PP. Apostolici.
Si assicura, dalle persone bene informate, che il cardinale Antonelli, ai 28 del corrente, partirà per il congresso europeo sulla corvetta pontificia, conducendo seco monsignor Guidi e il cav. Sabatucci, impiegato nella segreteria di Stato. Altri dicono che porterà Barluzzi e Massani.
Si aggiunge che qualora il Piemonte scegliesse per rappresentante il {{AutoreCitato|Camillo Benso, conte di Cavour|conte Cavour}}, in tal caso il Governo pontificio si asterrebbe di mandare qualsiasi rappresentante.
Nella sera degli 11 corrente un Nolè, giocoliere francese, agì nel teatro Metastasio, facendosi bendare gli occhi e leggendo, con vera sorpresa, alcuni scritti che, in dieci lingue, gli presentavano gli spettatori.<noinclude></noinclude>
47ofe6h7t14svy8wysbyx9od2au4os3
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/370
108
763167
3901701
2717112
2026-09-19T06:31:06Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901701
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|352|{{Sc|diario roncalli}}|riga=si}}</noinclude>
In uno fu scritto «Viva Napoleone III, viva Vittorio Emanuele II». Il giocoliere lesse senza difficoltà come nelle altre lingue straniere ed il pubblico, a tale lettura, proruppe in fragorosi applausi.
Si disse da alcuni che il cardinale Antonelli portasse seco al Congresso Monsignor Barili (Nunzio di Madrid). Pasquino lo seppe e disse: «Parte con barili e torna con fiaschi».
''21''. — Nel giorno 20 del corrente, tornò a Roma il Papa da una villeggiatura di pochi giorni, fatta a Castel Gandolfo.
Pasquino, senza saperne la ragione, vide alcuni arazzi per le strade conducenti al Vaticano e ne domandò schiarimenti a Marforio.
Questi gli rispose: «Vi è una festa». Pasquino cercò nel calendario; ma nulla trovò ed insistette perchè gliela accennasse. Allora gli rispose: «Sì fa la festa degli agonizzanti».
{{Rule|8em|000}}<noinclude></noinclude>
mzedm7f6e5dz8wt1hq0t9z584nbhjcv
Diario di Nicola Roncalli/1859
0
763168
3901709
3685394
2026-09-19T06:33:20Z
Dr Zimbu
1553
Porto il SAL a SAL 100%
3901709
wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=100%|data=19 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=1859|prec=../1858|succ=../1860}}
<pages index="Diario di Nicola Roncalli.djvu" from="326" to="370" />
{{Sezione note}}
4hzgo722y77ymstbuq97kpw1kgygl66
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/379
108
763173
3901711
2717121
2026-09-19T06:34:17Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901711
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| |353|riga=s}}</noinclude>{{nop}}
{{ct|f=1.8em|1860}}
{{Rule|2em|000}}
''7 Gennaio''. — Si assicura, dai cortigiani, che il S. Padre, dopo la lettura dei dispacci recati dal segretario della nunziatura di Parigi, si conturbò in modo insolito e pianse amaramente.
Alcuni dicono che i dispacci confermassero come ufficiali, per parte dell’imperatore dei Francesi, le espressioni contenute nel noto opuscolo contro la S. Sede intitolato «Il Papa e il Congresso».
Ad altri piacque di spargere voci allarmanti, in conseguenza di quanto sopra, che cioè sarebbe stato richiamato il nunzio, ritirate le truppe francesi, e partito il Papa per regioni lontane.
Intanto il generale francese, il primo dell’anno, secondo il costume, si recò a felicitare il Papa collo Stato Maggiore. Questi, nel suo complimento, rinnovando i sentimenti di devozione, aggiunse che aveva rinunziato di dividere la gloria e le sorti<noinclude></noinclude>
sf1cw4ny2zxxragloyp2uf9d6zu47dy
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/380
108
763179
3901713
2717200
2026-09-19T06:34:22Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901713
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|354|{{Sc|diario roncalli}}|riga=a}}</noinclude>della guerra per tutelare la sacra di lui persona e l’ordine pubblico.
Il Papa rispose, in francese, con voce malferma, che era grato di ciò; ma che non poteva dissimulare il dolore provato per la diffusione in Francia di un opuscolo le cui espressioni erano ingiuriose alla S. Sede e contrarie ai principii di giustizia. Gli giovava crederle estranee ai sentimenti dell’imperatore perchè in aperta opposizione alle tante assicurazioni di devozione avute e contenute in fogli che conservava (accennando il suo scrittoio).
Quindi, ''in tale persuasione'', benediceva l’imperatore, la famiglia imperiale, ecc.
Un uffiziale francese ritrasse, in stenografia, un tale discorso e tosto lo inviò a Parigi.
Non si dubitò poi di diffonderne copie per la città, che formano oggetto di discussioni e commenti.
Del resto, l’opuscolo fu condannato dal buon senso della generalità, come avverso alla religione, alla giustizia e al diritto delle genti.
''14''. — Il duca Salviati ed il marchese Patrizi compilarono e promossero le soscrizioni per un indirizzo al Papa, da loro compilato, tendente ad attestare i sentimenti d’inalterabile devozione alla S. Sede della nobiltà romana, calunniata da alcuni esteri, i quali declamarono non essere divota al S. Padre.
Alcuni si firmarono, altri si ricusarono, tra cui Doria, Massimo, Rospigliosi, Caetani, Piombino, Pallavicino, ecc.<noinclude></noinclude>
86lvxb2d9a6okby1tagk3im14i2umqf
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/381
108
763180
3901714
2717202
2026-09-19T06:34:32Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901714
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1860 |355|riga=s}}</noinclude>{{nop}}
''18''. — Nel giorno 14 corrente il Papa convocò i cardinali per comunicar loro, a quanto si dice, la lettera di Napoleone, riportata nei giornali, concernente gli affari della S. Sede.
Si aggiunge che si discutesse lungamente sulla urgenza di adottare o no riforme governative.
Nulla si conosce sull’esito; sembra però che si concertasse un riscontro all’imperatore, che fu inviato.
Intanto la sera dei 16 corrente, per varii caffè, fu affisso il seguente bollettino dell’{{Wl|Q1415690|Agenzia Stefani}}, in data di Firenze dello stesso giorno:
<poem style="margin-left:2.7em;">
«Congresso annullato.
Romagne indipendenti.
Francia, Inghilterra e Russia alleate.
Austria non darà aiuto, nè farà guerra.
Roma e Napoli sollecite riforme.
L’Italia centrale a Vittorio Emanuele.
Nizza e Savoia alla Francia.
Sgombro di Roma».</poem>
Tale bollettino fu accolto, dal solito partito, con gioia, e non dubita di esternarla con canti e colle significanti parole musicali «Ah povero Gennaro, di te che mai sarà!»
In seguito al bollettino stesso e ad altro sunto dell’imperatore di Francia al Papa, fu convocata, circa la mezzanotte, altra congregazione cardinalizia.
Naturalmente, la realtà di sì gravi fatti, se non può garantirsi, esprime per altro lo spirito dominante, che è quello della sovversione.<noinclude></noinclude>
nai15wvetk5r6w4b9fvfo81ufj3psd7
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/382
108
763181
3901719
2717203
2026-09-19T06:35:24Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901719
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|356|{{Sc|diario roncalli}}|riga=a}}</noinclude>{{nop}}
''26''. — Al teatro Metastasio si agisce con musica buffa. Ultimamente si cantava quella del {{Wl|Q570279|maestro Ricci}}, intitolata: «Chi dura vince».
In essa è un duetto tra ''Ser Giovanni e Ser Gennaro'', che fanno testamento essendo per essi già suonata l’ora.
A tale duetto la platea si empiva, applaudiva strepitosamente ed accompagnava il canto degli attori.
La polizia proibì il duetto.
Circa l’''Ave Maria'' dei 22 corrente, una turba di popolo si recò sotto l’abitazione dell’ambasciatore di Francia (palazzo Colonna) e proruppe in strepitosi applausi e grida di «Viva Napoleone, viva l’Italia, viva l’indipendenza».
Essendo giornata festiva (domenica), secondo la consuetudine, alle 7 pomeridiane, a piazza Colonna aveva luogo la ritirata francese con tamburi e concerto musicale. Al suddetto segnale, da ogni parte sboccò numeroso popolo, che ne occupò la vasta piazza. Quindi s’innalzarono grida di «Abbasso Antonelli, viva Napoleone, viva Vittorio Emanuele, viva Cavour, viva il ministero, viva l’Italia indipendente».
La turba, oltremodo crescente, associatasi al concerto musicale, passò per il Corso e lo seguì fino al quartiere di Sora, sempre schiamazzando, sventolando fazzoletti.
Passando sotto l’abitazione del generale francese, le acclamazioni divennero più vive e, giunti alla piazza di Borghese, si unì qualche grido di «Morte a Borghese» (in odio forse di aver sottoscritto lo indirizzo al Papa).<noinclude></noinclude>
2rg71z71fbm8amnz2ui9pb474u73flj
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/383
108
763182
3901717
2717204
2026-09-19T06:35:16Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901717
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1860 |357|riga=s}}</noinclude>
La moltitudine, diramatasi poscia per gli altri quartieri francesi, rinnovò le acclamazioni e gli applausi fragorosi. Dopo di che, si sciolse tranquillamente e senz’alcun inconveniente, a meno dell’apprensione dei pacifici cittadini che ignoravano i limiti della dimostrazione.
''28''. — I vescovi assistenti al soglio ed i capitoli delle Basiliche Lateranense, Vaticana e Liberiana compilarono anch’essi indirizzi di devozione al Papa.
Intanto, i consiglieri comunali sono disgustati perchè l’indirizzo del Senato fu fatto senza il loro voto.
Molti cittadini declamano che si sia parlato, nell’indirizzo stesso, a nome loro, senza che ne sapessero cosa alcuna.
La Curia romana aveva anche essa ideato di compilare un indirizzo. Però dopo la dimostrazione dei 22, ne depose il pensiero.
Girano per la città fogli stampati, contenenti una petizione dei cittadini delle provincie rimaste soggette alla dominazione pontificia, chiedente ai rappresentanti delle potenze europee, da riunirsi in Congresso a Parigi, «di voler vivere anch’essi la vita dei popoli liberi e civili, e sopra tutto la vita della Nazione, e che i loro diritti siano, in modo irrevocabile, garantiti» <ref>Di questo plebiscito del popolo romano, desiderato dal conte Cavour, e fatto sotto i vigili occhi della polizia pontificia, abbiamo parlato altrove.</ref>.<noinclude></noinclude>
h1km5rk3vqrjdqj5gpk75r3701p0bzt
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/384
108
763183
3901718
3867234
2026-09-19T06:35:19Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901718
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|358|{{Sc|diario roncalli}}|riga=a}}</noinclude>
Si dice che in Velletri, Viterbo, ecc., tali fogli furono riempiti di migliaia di firme.
Nel giorno 24 corrente, presso la {{Wl|Q3580184|chiesa degli Agonizzanti}}, fu trovato scritto: «Duomo del Governo pontificio».
Nel giorno 26 corrente, presso la statua di Pasquino, fu trovato un piccolo {{Wl|Q153389|''shako''}} tricolore.
In seguito alla dimostrazione del 22, si eseguirono varii arresti.
Ai 26 si sparse, generalmente, la voce che nella sera doveva aver luogo altra clamorosa dimostrazione con bandiere tricolori, alla quale avrebbe preso parte un intiero battaglione francese.
Quindi, nelle ore pomeridiane, girarono forti pattuglie per prevenire qualsiasi disordine.
La ritirata ebbe luogo con straordinario aumento di forza armata; non ostante, una moltitudine di persone seguì il concerto musicale, ma sempre silenziosa, e nulla accadde.
Nella sera dei 27, ad evitare anche la suddetta dimostrazione silenziosa, appena mossa la ritirata i gendarmi pontifici tirarono un cordone alla imboccatura del Corso proibendone il passaggio a chicchessia.
Come si accennò precedentemente, all’epoca della guerra si aprirono soscrizioni di bajocchi 20 per offrire ai due Sovrani belligeranti<ref>Napoleone e Vittorio Emanuele.</ref> due spade.
Le medesime furono commesse al valente artefice gioielliere {{AutoreCitato|Augusto Castellani|Castellani}} ed ora, ultimate, trovansi già depositate nel Casino francese.<noinclude></noinclude>
ar57uvxlnhhktmlt4uukkzlce272xpf
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/385
108
763184
3901722
3900928
2026-09-19T06:36:03Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901722
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1860 |359|riga=s}}</noinclude>
Le impugnature sono di oro massiccio con zaffiri e smeraldi. Le lame intarsiate di oro. Gli astucci di velluto cremisi con rabeschi alla ''rococò''.
Sono del valore di cinquemila scudi l’una.
Una deputazione, che si dice composta del principe Gabrielli, Baroncino Gavotti e Silvestrelli, doveva presentarle.
Si aggiunge che il Governo pontificio facesse sentir loro che, al ritorno, non sarebbero stati riammessi negli Stati della S. Sede, e che così sospendessero la partenza<ref>La spada per Napoleone III fu consegnata, in Roma, allo ambasciatore di Francia dal {{Wl|Q3906134|principe Gabrielli}}, dal marchese
<!--Angelo Gavotti-->Gavotti e dal {{Ec|dottor|don|Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/690}} {{Wl|Q75800996|Ippolito dei principi Ruspoli}}, quella per Vittorio Emanuele a lui stesso da Annibale Santangeli, {{Wl|Q61989855|Luigi Silvestrelli}} e {{Wl|Q85512858|Luigi Mastricola}}, che già erano in esilio. Nessuna minaccia fu fatta ai tre primi e nulla essi ebbero a soffrire per la presentazione della sciabola stessa.</ref>.
Il partito degli esaltati passò la parola d’ordine che nel prossimo carnevale non si debba prender parte ai divertimenti.
Nel teatro di Argentina si rappresentava una commedia dove il Pulcinella doveva uccidere due porci, il bianco, o il nero. La platea gridò: «il nero». Difatti, su questo egli fece cadere la scelta ed allora vi furono applausi strepitosi.
La Polizia tenne agli arresti, per 24 ore, il {{Wl|Q3620034|Pulcinella Petito}}, napoletano.
Frattanto, temendosi che la dimostrazione dei 22 si rinnovasse nella sera seguente dei 23, la ritirata si mosse da piazza Colonna col seguente apparecchio militare:<noinclude></noinclude>
pzzfl1lwf85voj0uzu6824rfqa9grbn
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/386
108
763185
3901723
2717209
2026-09-19T06:36:10Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901723
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|360|{{Sc|diario roncalli}}|riga=a}}</noinclude>
Gendarmi pontifici di cavalleria battevano la strada, quindi un plotone di cacciatori francesi avanti i tamburi e concerto ed altri due appresso.
Naturalmente, la dimostrazione non fu rinnovata. Soltanto, presso la via dell’Orso, alcuni audaci fecero qualche grido; ma tosto furono dispersi e fugati dalla forza.
''4 Febbraio''. — Nella sera dei 28 corrente andò in scena, nel teatro Apollo, un nuovo ballo intitolato «Zaira».
I liberali, in tale circostanza, volevano dar luogo ad una dimostrazione negativa se interveniva monsignor Direttore di Polizia.
Questi, però, non intervenne ed in ogni modo si erano adottate misure preventive.
Nella stessa notte, però, alcuni liberali si recarono in Trastevere e, sotto le finestre del popolano Gennaro Mattaccini, ''alias Gennaraccio'', gridarono: «Viva Napoleone, viva Vittorio Emanuele».
Intanto, si sparse voce che nella sera dei 29 (domenica) avrebbe avuto effetto una solenne dimostrazione, al momento della ritirata francese.
Quindi, fin dal mattino, si misero in movimento numerose pattuglie di gendarmi, e per il Corso soltanto ve n’erano 60. Però nulla accadde.
Ai 29 di gennaio il Papa andò a celebrare la messa nella chiesa dell’Umiltà, quindi, entrato nel contiguo nuovo seminario americano, pronunziò un energico discorso.<noinclude></noinclude>
r9a7qu63hmho1lvqephd1j3vt8t6lls
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/387
108
763186
3901724
3900929
2026-09-19T06:36:27Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901724
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1860 |361|riga=s}}</noinclude>
L’estensore su di esso si riferisce al ''Giornale di Roma'' del 1° febbraio<ref>In questo discorso Pio IX dichiara che «non è la perdita del temporale dominio che ''gli'' produce nel cuore la massima delle afflizioni.... che molto più lo affligge e spaventa il pervertimento delle idee; quest’orrendo male di tutto falsare». Ma era per lui pervertimento delle idee il credere al diritto dell’Italia su Roma e a quello dei Romani d’essere {{Ec|ammessi|annessi|Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/690}} al nuovo Regno.</ref>.
Deve, però, avvertire che trovavasi presente un uffiziale di gendarmeria francese, abilissimo stenografo, il quale ritrasse il discorso stesso, e sembra che alcune espressioni siano state taciute dal giornale.
Si assicura, generalmente, che S. Santità adoprò talvolta la parola ''soverchierie''.
''11''. — Nella Università romana, fin da qualche giorno, si andava vociferando che circolasse un indirizzo di devozione per umiliarsi al S. Padre, lo che produsse qualche malumore nei giovani studenti esaltati.
Nella mattina dei 6 corrente, circa 200 studenti incominciarono a tumultuare e schiamazzare che volevano vedere il foglio d’indirizzo e conoscerne le firme.
In tale stato di cose, il rettore, monsignor Campodonico, stimò prudente di arringarli nel senso che se taluni si credevano compromessi nel ricusare la firma, altri correvano maggior rischio nel doverle palesare, come ora si chiederebbe. Quindi propose di far esibire il foglio, lacerarlo e condannarlo alle fiamme.<noinclude></noinclude>
cl3l4olwpr33czjcwisskr6wpafl4xk
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/388
108
763187
3901726
2717212
2026-09-19T06:37:28Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901726
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|362|{{Sc|diario roncalli}}|riga=a}}</noinclude>
Infatti, un Costantino Maldura, studente, andò a prendere l’indirizzo e fu solennemente lacerato e bruciato.
Intanto, la scolaresca, prevedendo il caso che nel giorno seguente potesse accedere all’Università il cardinale Altieri, preside degli studi, aveva stabilito l’accordo che se avesse proferito qualche parola di rimprovero per l’accaduto, si dovesse fischiarlo. Nulla però avvenne.
''18''. — Per conservare la pubblica tranquillità durante il carnevale, il generale francese, dopo di aver pubblicato un severo Ordine del Giorno, spiegò molta forza per il Corso.
La truppa di linea, essendo ora pochissima in Roma, il Governo vi sopperì coi gendarmi tanto a piedi che a cavallo, il cui numero ascendeva a circa 800, essendo in esso corpo passati molti dragoni.
Sembra che la popolazione siasi indispettita di tanto apparecchio militare, e, generalmente, si astiene di andare al Corso.
Intanto i faziosi avevano comunicato, clandestinamente, il loro programma carnevalesco. Nei giorni in cui è vietato il carnevale passeggiate per il Corso, negli altri giorni passeggiate fuori di Porta Pia.
Infatti, nel secondo giorno di carnevale si calcolò che a porta Pia vi fossero circa 400 carrozze ed ottomila persone a passeggiare. Tutti, però, osservavano il più stretto silenzio. Nella prima domenica di carnevale numerosa passeggiata con due file di<noinclude></noinclude>
kora2q4fmh8md8e6qegfm8ic4zivo4y
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/389
108
763188
3901727
2717213
2026-09-19T06:37:30Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901727
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1860 |363|riga=s}}</noinclude>carrozze per il Corso. Altrettanto si verificò al venerdì.
Sabato, 18 corrente, di carnevale, a porta Pia vi era straordinario concorso di persone a piedi e varie centinaia di carrozze, tra le quali due di cardinali.
Nel più bello del passeggio, circa le 3 1<sub>|</sub>2 pomeridiane, si presentarono due carrozze a prendervi parte.
L’una con {{AutoreCitato|Mastro Titta|''Mastro Titta''}}, il boia e due aiutanti, e l’altra con birri.
Naturalmente, non tutti conoscevano gli aborriti personaggi; ma coloro che li ravvisarono fremettero di sdegno.
Fortunatamente, la popolazione si contenne e non avvenne alcuna catastrofe deplorabile.
Tale misura fu universalmente disapprovata.
''Dichiarazione'' di Gio. Battista Bogatti, esecutore delle alte opere a Roma, dimorante a Borgo Sant’Angelo, N. 120:
{{Ct|t=1|v=1|''Documento del boia:''}}
«Sabato ultimo, 18 febbraio, alle ore 4 di sera due sbirri della Polizia pontificia, uno dei quali è personalmente conosciuto da me, si chiama Andreani, sono venuti a trovarmi dichiarandomi che essi operavano così in nome del Papa e dell’assessore generale di Polizia.
» Sono stato condotto da essi fuori di porta Pia. Arrivato là, mi fu rinnovato l’ingiunzione da essi,<noinclude></noinclude>
55z79rdi1364z5dcc3tck3w971dssc0
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/390
108
763190
3901728
2717238
2026-09-19T06:37:32Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901728
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|364|{{Sc|diario roncalli}}|riga=a}}</noinclude>in nome del Sovrano, di scendere e passeggiare come gli altri.
» ''Roma, 21 febbraio 1860''.
{{A destra|» Firmato: {{Sc|Gio. Battista Bogatti}}».|margine=3em}}
Ultimamente, venne in Roma un abate {{AutoreCitato|Vittorio Emanuele Stellardi|Stellardi}}, cappellano regio di S. M. il re Vittorio Emanuele<ref>L’abate Vittorio Emanuele Stellardi aveva portato al pontefice, nel settembre del 1859, una lettera che il re s’era deciso a mandargli per aderire alle reiterate istanze dell’imperatore Napoleone, e quindi un’altra, nel febbraio del 1860, che lo Stellardi stesso consegnò nelle mani di Pio IX.</ref>, incaricato dal suo Sovrano della consegna di una lettera al Papa, relativa agli indispensabili motivi che egli aveva per occupare le Marche e l’Umbria.
Il S. Padre si ricusò di riceverlo ed ebbe intimazione del Governo di ripartire immediatamente.
Si dice che il cardinale Wiseman si recò, non ha guari, dal Papa a tributargli un atto di devozione e d’ossequio, a nome dei cattolici inglesi.
In tale circostanza, supplicò S. Santità a voler cedere, in qualche modo, alla urgenza delle circostanze politiche, per il meglio della religione.
Si aggiunge che il S. Padre lo congedò bruscamente e lo dispensasse di far parte, d’ora in poi, delle ordinarie congregazioni.
''20''. — Come si disse, quattro giovani della Sapienza idearono un indirizzo di devozione al Papa e ne promossero le soscrizioni.
Dopo il tumulto verificatosi in quella università per tale oggetto, il S. Padre volle conoscere i {{Pt|gio-|}}<noinclude></noinclude>
sdaidcfrkfioh3oohxbwz1ew5lgmvb0
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/391
108
763191
3901730
2717499
2026-09-19T06:37:50Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901730
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1860 |365|riga=s}}</noinclude>{{Pt|vani|giovani}} promotori che rimunerò d’una medaglia d’oro per ciascuno.
Il rettore della Sapienza, che adottò il mezzo termine, per sedare il tumulto, di lacerare e bruciare l’indirizzo, è stato espulso.
Un Possenti, spoletino, uno dei principali compromessi nel tumulto della Sapienza, e che eccedette anche con qualche pugno contro il Maldura, che era quegli che possedeva l’indirizzo, si è reso latitante.
Alcuni giovani furono espulsi dalle scuole, tra questi il figlio di {{AutoreCitato|Carlo Maggiorani|Maggiorani}}, professore di medicina legale.
Il professore declamò fortemente per la misura adottata a carico di suo figlio, e ricusò di fare la scuola.
Intanto, la Polizia attivò un processo; molti della scolaresca furono esaminati, e sembra che già siasi proceduto a qualche arresto.
Quindi malcontento generale e timori di nuovi e più serii tumulti.
Circola un opuscoletto di Monsignor Segur, «''Il Papa, questioni moderne''», di cui si cerca la diffusione con poca prudenza.
Nella mattina degli 8 corrente gli studenti della Sapienza fischiarono (con poco strepito) un Pacelli, studente di legge, come uno fra coloro che promuovevano le firme dell’indirizzo al Papa.
Si medita, dai più esaltati, di fare una dimostrazione di qualche importanza per la libertà dei compagni che potessero essere colpiti da qualche misura di Polizia.<noinclude></noinclude>
8gk069vcnmdwg81p5aygycqxe5g25mr
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/392
108
763296
3901731
2717501
2026-09-19T06:38:04Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901731
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|366|{{Sc|diario roncalli}}|riga=a}}</noinclude>{{nop}}
''2 Marzo''. — Nella mattina dei 24 febbraio, circa 300 studenti della Sapienza tumultuarono nuovamente perchè appresero che otto loro compagni erano stati espulsi dalle scuole, e precettati, in conseguenza di un processo che si faceva a carico dei compromessi nella precedente dimostrazione. Quindi, chiesero al vice-rettore la pronta riammissione dei suddetti.
Il vice-rettore rispose non esser ciò in sua facoltà e per la risposta riportarsi a lunedì prossimo, 27 corrente, stante che vi erano due feste, cioè sabato S. Matteo, e domenica.
Lunedì, 27, temendosi che si rinnovasse più seria dimostrazione, dove non fosse stato riammesso il destituito rettore monsignor Campodonico, non che gli espulsi studenti, la Polizia pontificia stabilì di adottare misure preventive, e, circa la mezzanotte della domenica, ne scrisse al generale francese per mera intelligenza.
Però, con sorpresa, mentre dalla Polizia pontificia, nel mattino di lunedì, si mandò la forza alla Sapienza, fin dalle 7 antimeridiane, venti gendarmi francesi, con carabine ed una compagnia di cacciatori, avevano preso posto e formato fasci d’arme nell’atrio della medesima, proibendone l’ingresso agli indigeni.
I giovani, prima di entrare, formarono piccoli assembramenti sulla piazza. Poscia, entrati, previe intelligenze prese col capitano dei gendarmi Francesi, si recarono, senza tumulto, dal vice-rettore per richiederlo della risposta alla domanda di cui aveva fatto promessa il giorno 25.<noinclude></noinclude>
jofp0trykkn9cei7zfquiskk60ngfrl
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/393
108
763297
3901732
2717502
2026-09-19T06:38:13Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901732
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1860 |367|riga=s}}</noinclude>
Questi rispose loro in termini evasivi, ed allora gli presentarono, nel suo originale, una protesta che avevano preparata.
Il vice-rettore, sul primo, si ricusò di riceverla; ma, alla fine, vi fu costretto dalle reiterate insistenze.
Una copia conforme, e suggellata, consegnarono al capitano dei gendarmi francesi per il generale.
Altro esemplare simile affissero nell’atrio delle scuole, dal quale generalmente ne ritrassero copie.
Quindi, passatasi la parola d’ordine di non recarsi alle scuole pomeridiane, se ne partirono tranquillamente.
Intanto la dimostrazione militare era bastantemente imponente, imperciocché i Francesi, non avendo permesso ai 60 gendarmi pontifici ed agenti di Polizia di garantire l’ordine interno, si limitarono a formare appostamenti esterni nelle adiacenze, unitamente a molti agenti di Polizia.
Il vice-rettore passò al {{Wl|Q372845|cardinale Altieri}}, prefetto degli studi, la protesta.
Questi fece rispondere agli studenti che non credeva di poter dare alcuna evasione ad uno scritto quasi anonimo; che si fossero firmati e che allora avrebbe dato un riscontro.
Naturalmente vi si ricusarono.
Il professore di medicina legale, {{AutoreCitato|Carlo Maggiorani|Maggiorani}}, avendo avuto il suo figlio espulso, lasciò la cattedra e nella mattina dei 27 vi fu sostituito il professore
{{AutoreCitato|Guido Baccelli|Baccelli}}.
Gli scolari salutarono cortesemente il nuovo professore, encomiarono il suo merito; ma protestarono che non potevano ascoltare le sue lezioni perchè<noinclude></noinclude>
syih35x464a8u89g7cilpx8g0ofphww
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/394
108
763300
3901734
2717506
2026-09-19T06:38:45Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901734
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|368|{{Sc|diario roncalli}}|riga=a}}</noinclude>volevano il loro antico maestro. Quindi lasciarono deserta la scuola<ref>Il Rettore dell’Università publicò, il 2 di marzo, il seguente
{{Ct|t=1|v=1|AVVISO:}}
{{spazi|6}}«Annuendo alla istanza avanzata dal signor professore Carlo Maggiorani perchè gli fosse permesso di farsi supplire per alcuni giorni, a preferenza di altri sostituti, dal signor Dott. Guido Baccelli nella cattedra di medicina-politico-legale, questi fu autorizzato a farne temporariamente le veci.
{{spazi|6}}» Quegli studenti pertanto che persistessero a non volerne ascoltare le lezioni, oltrechè commetterebbero una gravissima mancanza, arrecherebbero eziandio non lieve dispiacenza ed ingiuria al benemerito loro professore titolare, mostrando di non far conto del sostituto da lui stesso proposto e designato, come meritevole della sua stima e fiducia.»
::Dalla nostra Residenza, 2 marzo 1860.
{{A destra|{{Wl|Q372845|L. Card. {{Sc|Altieri}}}}, ''Arcicancelliere''.}}
{{spazi|6}}Il professore Baccelli rinunziò a quella cattedra poichè vide che il Governo pontificio voleva allontanarne del tutto il professore Maggiorani.</ref>.
Ai 28 corrente, alla Sapienza non si mandò forza pubblica.
Le scuole erano deserte. In quella degli ingegneri si contavano tre studenti.
Ai 2 di marzo il cardinale Prefetto degli studi, con notificazione, fece intendere agli scolari della Sapienza che il professore di medicina legale, Maggiorani, si era momentaneamente ritirato e che gli era subentrato il professore Baccelli sostituto per pubblico concorso.
Questi essere stato incaricato di fare un foglio di presenza ai discepoli che appartenevano alla sua scuola.<noinclude></noinclude>
7iia6rru5eh64zei5aep6lx8vpo705c
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/395
108
763302
3901735
2717508
2026-09-19T06:38:53Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901735
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1860 |369|riga=s}}</noinclude>
Quindi coloro che persistessero nel non frequentarla non sarebbero stati passati negli esami.
''Protesta degli studenti della Sapienza, dei 27 febbraio 1860:''
«Alcuni dei nostri compagni ci sono stati tolti. Uniti ad essi di studi, uniti di sentimenti, noi protestiamo contro una pena ingiusta e parziale.
» Quando l’adulazione e la servilità suggerì ad alcuni una menzogna che offendeva il pontefice, senza giovare al principe, noi sorgemmo uniti a smentire chi, nostro malgrado, si faceva interprete de’ nostri sentimenti.
» Non il capriccio di pochi; fu la maggioranza di noi che parlò la verità. La pena, se pena vi è per chi dice il vero, non deve ricadere su pochi.
» Noi lo confessiamo apertamente: una fu l’opera di tutti, una sia la misura delle nostre azioni: lo chiediamo all’Eminenza Vostra.
» Assolti essi, tornino fra noi; puniti, fate che siamo loro compagni nella pena come ci gloriamo di esserlo nell’amore della verità e del nostro paese.
::» 27 Febbraio 1860».
''Nota degli studenti espulsi dall’Università romana:''
Carretti Michelangelo. — Del Frate Filippo. — Ficola Giuseppe. — Maggiorani Gaspare. — Pesarini Carlo. — Possenti Michele. — Rossi Alberto. — Zeppa Domenico.<noinclude></noinclude>
nixzm2ohqfh766rdfitpu1smcj33g1z
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/396
108
763303
3901737
2717510
2026-09-19T06:39:20Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901737
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|370|{{Sc|diario roncalli}}|riga=a}}</noinclude>{{nop}}
''3''. — Fin dal giorno 29 di febbraio, i faziosi divulgarono ed affissero per la Città alcuni scritti contenenti quanto appresso:
{{blocco centrato|<poem>
:«Chi fuma
Prende tabacco
E giuoca al lotto
La mattina è vivo
La sera è morto».</poem>}}
''4''. — Nella mattina dei 3 marzo, tre gendarmi pontifici, in borghese, intimarono bruscamente ad alcuni giovani della Sapienza, che si trattenevano al di fuori di essa a fumare con pipe ''democratiche'' e tabacco francese, di entrare o partire.
L’ultimo fu riguardato come un insulto e, riunitisi circa un centinaio di essi, abbandonando il primo progetto di piombare sopra i provocatori, si portarono, invece, dal generale francese a farne le loro rimostranze.
Questi, all’istante, mandò i suoi gendarmi a discacciare i pontifici in borghese od agenti di polizia, e, contemporaneamente, si recò dal cardinale segretario di Stato per concertare gli analoghi provvedimenti.
Però, il generale francese rispose in iscritto alle proteste dei giovani della Sapienza ed ai 4 di marzo mandò copia di tale riscontro alla Polizia pontificia.
In sostanza, dice che gli studenti debbono interessarsi del profitto negli studi e non di altro; che la di lui missione è quella di tutelare l’ordine e che laddove si cercasse di turbare questo, egli si vedrebbe costretto ad usare la forza.
{{nop}}<noinclude></noinclude>
45pexqw3a9ooattpoizc7tq8pg1z0bd
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/397
108
763305
3901739
2717515
2026-09-19T06:40:06Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901739
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1860 |371|riga=s}}</noinclude>{{nop}}
''10.'' — Dai 2 del corrente marzo incominciò la dimostrazione del non fumare.
Domenica, 4, non si vide più alcuno col sigaro. Tutti, invece, con piccole pipe ''democratiche'', con tabacco francese.
Alcuni, che azzardarono di fumare il sigaro, furono insultati, schiaffeggiati, bastonati.
Si dice che ad uno, presso piazza di Venezia, fu data una coltellata; ad un conte Malatesta, per lo stesso oggetto, uno schiaffo.
I tabaccai ed i venditori ambulanti furono posti in uno stato di disperazione. I tabaccai al Corso vendettero in giornate intiere due o tre sigari.
Per contro dimostrazione, essendosi adottata la misura di far fumare i birri e i gendarmi, ne avvenne che alcuni pochi, che volevano proseguire l’uso del sigaro, vennero costretti ad abbandonarlo per non essere confusi tra la bassa Polizia.
''16''. — Nella notte dal 14 al 15 marzo, si trovarono, per la città, centinaia di targhette, stampate a caratteri cubitali:
<poem style="text-align:center; font-style: italic;">«Unione
alla Monarchia Costituzionale
del Re Vittorio Emanuele».</poem>
Se ne rinvennero anche altre col motto;
<poem style="text-align:center; font-style: italic;">«Adesione
al Governo Costituzionale
del Re Vittorio Emanuele».</poem>
Si assicura che, per Roma, ne siano stati sparsi circa 800 esemplari.<noinclude></noinclude>
5z66hzc9nlpn7kk9dxz5x3rqb7mn36d
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/398
108
763306
3901742
2717518
2026-09-19T06:41:16Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901742
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|372|{{Sc|diario roncalli}}|riga=a}}</noinclude>{{nop}}
''18.'' — Nel giorno 16 corrente, a Villa Borghese, vi fu rivista di truppe francesi con distribuzioni di decorazioni. Accorsero varii Romani e s’intese innalzare qualche grido di «Viva Napoleone».
Nella mattina dello stesso giorno (venerdì) si riunirono in S. Pietro circa quattromila persone, tra impiegati e nobiltà romana, ad oggetto di corteggiare il S. Padre, nel passaggio che faceva per la chiesa suddetta in occasione della predica.
La dimostrazione procedette tranquillamente.
Nella mattina dei 17, il S. Padre si recò alla Chiesa di S. Agata in Suburra, ed in tale circostanza visitò l’altra Chiesa degli Irlandesi, per la festa di S. Patrizio, Apostolo dell’Irlanda.
Colà si era affollata molta poveraglia, la quale gridò: «Santo Padre, ci morimo di fame, abbasso Antonelli».
La miseria certamente è grave.
''20''. — Nella mattina dei 19 (sacro a S. Giuseppe) si riunirono, secondo il solito, gli studenti della Sapienza nella congregazione per la messa.
Dopo di questa, intuonarono il ''Te Deum'', per festeggiare l’annessione delle Romagne al Piemonte.
''Avvenimenti del 19 marzo 1860:''
«Nella mattina dei 19 corrente, (sacro a San Giuseppe) i faziosi avevano deciso di fare una passeggiata fuori di porta Pia per festeggiare l’onomastico di Garibaldi ed in pari tempo l’annessione delle Romagne al Piemonte.<noinclude></noinclude>
jn5ofua32vwrt50vvhezqdx275h3l1b
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/399
108
763307
3901740
2717521
2026-09-19T06:41:02Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901740
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|| 1860 |373|riga=s}}</noinclude>
» L’arresto, precedentemente fattosi al caffè in via Argentina, di alcuni individui trovati possessori dei biglietti d’invito, fece sì che non avesse più luogo colà, ma bensì per il Corso, nelle ore pomeridiane.
Infatti, circa le 22, il Corso si riempì in modo straordinario di popolo e specialmente del medio e basso ceto, l’atteggiamento del quale non era il più tranquillo e prudente.
» Questi, non contenti della semplice passeggiata, si fecero ad insultare alcuni gendarmi pontifici che, in gran numero, perlustravano il Corso e tassativamente il tenente Brignole, e quindi il maggiore Sangiorgi, in abito borghese, associato a varii gendarmi. Allora questi, presso il palazzo Bonaccorsi, ordinò ai suoi dipendenti l’arresto di quattro tra i più audaci. Però, il popolo, ammutinatosi, circondò i gendarmi, ne ritolse due, e soltanto, tra gli urli e i fischi, poterono portare al carcere di polizia a Monte Citorio, i fratelli Barbieri, agiati macellai e notissimi liberali, i quali, alla testa della numerosa turba di popolani, avevano rinnovato insulti alla forza pubblica.
» Il popolo, proseguendo nell’agitazione, tenne dietro agli arrestati e chiedeva tumultuariamente la liberazione dei medesimi.
» La turba, ingrossatasi a dismisura a piazza Colonna, si dirigeva verso il casino francese per promuovere forse, sotto la protezione di esso, una dimostrazione sediziosa; ma un picchetto di linea, uscito dal quartiere sottoposto, disciolse militarmente l’assembramento.<noinclude></noinclude>
p0qpx2kz6gg9htlg0w3mm9dbxftqns6
Pagina:Diario di Nicola Roncalli.djvu/400
108
763308
3901741
3867204
2026-09-19T06:41:04Z
Dr Zimbu
1553
/* Riletta */
3901741
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|374|{{Sc|diario roncalli}}|riga=a}}</noinclude>
» Poco dopo s’intesero altri clamori ed usciti di nuovo pochi gendarmi pontifici, che si erano riuniti nel cortile di Monte Citorio, furono costretti a ritirarsi dagli urli e fischi.
» Così irritati, benchè fossero di cavalleria otto soltanto ed a piedi circa 15, oltre varii agenti di Polizia (in tutto 32), senza attendere ordine di alcun superiore, mentre tutto il Corso si rimaneva compatto di spettatori ed in atteggiamento minaccioso, fecero una sortita precipitosa e, con squadrone o sciabola alla mano, piombando su di essi, davano colpi inconsiderati sopra chiunque, e ferirono, dispersero e fugarono tutti.
» Naturalmente, essendo circa mezz’ora di notte, molti pacifici cittadini tornavano dalle passeggiate colle loro famiglie, facendo la via del Corso per restituirsi alle loro case.
» Anche questi, oltre allo spavento provato, riportarono ferite, contusioni. Così proseguivano fino alla piazza del Popolo e, volgendo dalla via di Ripetta, rientrarono nel palazzo di Monte Citorio.
» Con tale mezzo violento, il Corso, in pochi istanti, rimase vuoto e, fortunatamente, senza una sanguinosa reazione, che pur troppo temevasi.
» La guarnigione francese, prima della catastrofe, si dispose in numerose pattuglie e fece uscire le carrozze dal Corso, lo che cagionò qualche scompiglio.
» Allorquando però i gendarmi pontifici passarono alle vie di fatto, si ritirarono, senza prendervi parte veruna. Anzi, varii uffiziali francesi e gendarmi cercarono di calmare la ferocia, piuttosto che {{Pt|l’ar-|}}<noinclude></noinclude>
no7w33s3zfvb8egpzygvgpd5j4c86r9
Utente:Marcok/ElencoLibri
2
767517
3901656
3875291
2026-09-19T00:23:57Z
ListeriaBot
39788
Wikidata list updated [V2]
3901656
wikitext
text/x-wiki
Test di interrogazione per generare una lista di libri presenti su Wikisource a partire dai dati presenti su Wikidata.
{{Wikidata list
|sparql=
SELECT ?item ?pagina_indice_Wikisource WHERE {
?item wdt:P1957 ?pagina_indice_Wikisource.
FILTER(EXISTS {
?wiki schema:about ?item;
schema:isPartOf <https://it.wikisource.org/>.
})
}
ORDER BY DESC (?item)
|wdq=
|sort=
|columns=item:Wikidata,label:Titolo,P577:Data,description:Descrizione
|thumb=80
|summary=itemnumber
}}
{| class='wikitable sortable'
! Wikidata
! Titolo
! Data
! Descrizione
|-
| [[:d:Q99736010|Q99736010]]
| [[Rime varie, Etruria vendicata (Alfieri, 1903)|Le rime varie e il poema L'Etruria vendicata di Vittorio Alfieri]]
| data-sort-value="1903" | 1903
| edizione (1903) di opere poetiche di Vittorio Alfieri
|-
| [[:d:Q99733037|Q99733037]]
| [[Epigrammi, Satire, Misogallo (Alfieri, 1903)|Gli epigrammi le satire, il Misogallo di Vittorio Alfieri]]
| data-sort-value="1903" | 1903
| edizione (1903) di opere letterarie di Vittorio Alfieri
|-
| [[:d:Q99233415|Q99233415]]
| [[La virtù sconosciuta|La virtù sconosciuta. Dialogo di Vittorio Alfieri da Asti]]
| data-sort-value="1786" | 1786
| edizione (1786) di opere letterarie di Vittorio Alfieri
|-
| [[:d:Q98271221|Q98271221]]
| [[Saul]]
| data-sort-value="1807" | 1807
| edizione (1807) della tragedia di Vittorio Alfieri
|-
| [[:d:Q98205941|Q98205941]]
| [[Tragedie (Alfieri, 1783), Volume III|Tragedie di Vittorio Alfieri da Asti. Volume terzo]]
| data-sort-value="1783" | 1783
| terzo volume dell'edizione delle tragedie di Vittorio Alfieri (Siena, 1783)
|-
| [[:d:Q98205844|Q98205844]]
| [[Tragedie (Alfieri, 1783), Volume II|Tragedie di Vittorio Alfieri da Asti. Volume secondo]]
| data-sort-value="1783" | 1783
| secondo volume dell'edizione delle tragedie di Vittorio Alfieri (Siena, 1783)
|-
| [[:d:Q98205271|Q98205271]]
| [[Tragedie (Alfieri, 1783), Volume I|Tragedie di Vittorio Alfieri da Asti. Volume primo]]
| data-sort-value="1783" | 1783
| primo volume dell'edizione delle tragedie di Vittorio Alfieri (Siena, 1783)
|-
| [[:d:Q98007540|Q98007540]]
| [[Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici|Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici (1802)]]
|
| raccolta di scritti di Giuseppe Toaldo pubblicati nei Giornali Astro-meteorologici - edizione del 1802
|-
| [[:d:Q97055930|Q97055930]]
| [[Gemme d'arti italiane - Anno I]]
| data-sort-value="1845" | 1845
|
|-
| [[:d:Q96994705|Q96994705]]
| [[Tragedie (Alfieri, 1946), Volume III|Tragedie. Volume terzo]]
| data-sort-value="1947" | 1947
| terzo volume dell'edizione delle tragedie di Vittorio Alfieri (Bari, 1947)
|-
| [[:d:Q96992870|Q96992870]]
| [[Tragedie (Alfieri, 1946), Volume II|Tragedie. Volume secondo]]
| data-sort-value="1946" | 1946
| secondo volume dell'edizione delle tragedie di Vittorio Alfieri (Bari, 1946)
|-
| [[:d:Q96988818|Q96988818]]
| [[Tragedie (Alfieri, 1946), Volume I|Tragedie. Volume primo]]
| data-sort-value="1946" | 1946
| primo volume dell'edizione delle tragedie di Vittorio Alfieri (Bari, 1946)
|-
| [[:d:Q96722695|Q96722695]]
| [[Allorquando vi annunziammo|Allocuzione di S. S. Nostro signore papa Pio VII tenuta nel concistoro segreto la feria seconda il giorno XXIX di Ottobre MDCCCIV]]
| data-sort-value="1804" | 1804
| edizione in latino e italiano dell'allocuzione "Hoc ipso" di papa Pio VII
|-
| [[:d:Q96335522|Q96335522]]
| [[Panegirico di Plinio a Trajano nuovamente trovato, e tradotto da Vittorio Alfieri da Asti]]
| data-sort-value="1789" | 1789
| edizione di opere letterarie di Vittorio Alfieri (1789)
|-
| [[:d:Q96335351|Q96335351]]
| [[Della tirannide e altre opere (Alfieri, 1927)|Della tirannide]]
| data-sort-value="1927" | 1927
| edizione (1927) delle opere politiche di Vittorio Alfieri
|-
| [[:d:Q93877680|Q93877680]]
| [[Tragedie postume (Alfieri, 1947)|Tragedie postume]]
| data-sort-value="1947" | 1947
| edizione delle tragedie postume di Vittorio Alfieri (Bari, 1947)
|-
| [[:d:Q91776240|Q91776240]]
| [[La sesta crociata, ovvero l'istoria della santa vita e delle grandi cavallerie di re Luigi IX di Francia]]
| data-sort-value="1872" | 1872
| edizione italiana della Vita di San Luigi di Jean de Joinville, tradotta da Giovanni Galvani e pubblicata nel 1872
|-
| [[:d:Q84761774|Q84761774]]
| [[Storie incredibili]]
| data-sort-value="1869" | 1869
|
|-
| [[:d:Q72625647|Q72625647]]
| [[Una questione di grammatica razionale]]
| data-sort-value="1912" | 1912
| discorso del prof. Giuseppe Peano, IV Congresso Internazionale di Filosofia, Bologna, 1911
|-
| [[:d:Q72624446|Q72624446]]
| [[Principii di geometria]]
| data-sort-value="1889" | 1889
| saggio di Giuseppe Peano
|-
| [[:d:Q72165087|Q72165087]]
| [[Guerra e malaria]]
| data-sort-value="1918" | 1918
| opuscolo di Giuseppe D'Urso
|-
| [[:d:Q70063197|Q70063197]]
| [[Dell'uso de' conduttori metallici a preservazione degli edifizi contro de' fulmini, nuova apologia|Dell’uso de’ conduttori metallici a preservazione degli edifizj contro de’ fulmini, nuova apologia]]
| data-sort-value="1774" | 1774
| libro di Giuseppe Toaldo sull'uso dei parafulmini
|-
| [[:d:Q674081|Q674081]]
| [[Opera:Il fermo proposito (Pio X)|Il fermo proposito]]
| data-sort-value="1905" | 1905-06-11
| enciclica di Pio X del 1905
|-
| [[:d:Q65938719|Q65938719]]
| [[Dal mio verziere]]
| data-sort-value="1910" | 1910
| edizione del 1910 dell'opera di Maria Majocchi
|-
| [[:d:Q65037994|Q65037994]]
| [[Don Chisciotte della Mancia]]
| data-sort-value="1841" | 1841
| edizione in italiano del 1841
|-
| [[:d:Q65032464|Q65032464]]
| [[Cattive compagnie (Deledda)|Cattive compagnie]]
| data-sort-value="1921" | 1921
| prima edizione dell'opera di Grazia Deledda
|-
| [[:d:Q64220990|Q64220990]]
| [[Naja Tripudians|Naja tripudians]]
| data-sort-value="1921" | 1921
| edizione del 1921 dell'opera di Annie Vivanti
|-
| [[:d:Q64220972|Q64220972]]
| [[Sorella di Messalina|...Sorella di Messalina]]
| data-sort-value="1922" | 1922
| prima edizione dell'opera di Annie Vivanti
|-
| [[:d:Q64214254|Q64214254]]
| [[I divoratori]]
| data-sort-value="1922" | 1922
| edizione del 1922 dell'opera di Annie Vivanti
|-
| [[:d:Q64141685|Q64141685]]
| [[Guida illustrata di Montepiano e sue adiacenze]]
| data-sort-value="1892" | 1892
| libro di Ranieri Agostini
|-
| [[:d:Q64141389|Q64141389]]
| [[La stazione estiva di Montepiano]]
| data-sort-value="1897" | 1897
| libro di Francesco Bettini
|-
| [[:d:Q64141254|Q64141254]]
| [[Sigilli pratesi]]
| data-sort-value="1872" | 1872
| edizione dell'opera di Cesare Guasti
|-
| [[:d:Q64139945|Q64139945]]
| [[Le dimore estive dell'Appennino toscano]]
| data-sort-value="1896" | 1896
| libro di Emilio Bertini
|-
| [[:d:Q63945060|Q63945060]]
| [[Quando il dormente si sveglierà]]
| data-sort-value="1907" | 1907
| traduzione di When the Sleeper Wakes
|-
| [[:d:Q63859708|Q63859708]]
| [[Orazioni]]
| data-sort-value="1918" | 1918
| prima edizione dell’opera di Ada Negri
|-
| [[:d:Q63859706|Q63859706]]
| [[Le solitarie]]
| data-sort-value="1917" | 1917
| prima edizione dell’opera di Ada Negri
|-
| [[:d:Q63859704|Q63859704]]
| [[Dal profondo]]
| data-sort-value="1910" | 1910
| prima edizione dell’opera di Ada Negri
|-
| [[:d:Q63859703|Q63859703]]
| [[Tempeste]]
| data-sort-value="1896" | 1896
| prima edizione dell’opera di Ada Negri
|-
| [[:d:Q63859532|Q63859532]]
| [[Fatalità (1895)|Fatalità]]
| data-sort-value="1895" | 1895
| edizione del 1895 dell’opera di Ada Negri
|-
| [[:d:Q63681695|Q63681695]]
| [[Nel deserto]]
| data-sort-value="1911" | 1911
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63681694|Q63681694]]
| [[Marianna Sirca]]
| data-sort-value="1915" | 1915
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63681693|Q63681693]]
| [[La via del male]]
| data-sort-value="1906" | 1906
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63681691|Q63681691]]
| [[La madre (Deledda)|La madre]]
| data-sort-value="1920" | 1920
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63681690|Q63681690]]
| [[L'edera (romanzo)|L'edera]]
| data-sort-value="1920" | 1920
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63681689|Q63681689]]
| [[Dopo il divorzio]]
| data-sort-value="1902" | 1902
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63681688|Q63681688]]
| [[Colombi e sparvieri]]
| data-sort-value="1912" | 1912
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63681687|Q63681687]]
| [[Cenere]]
| data-sort-value="1929" | 1929
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63681686|Q63681686]]
| [[Canne al vento]]
| data-sort-value="1913" | 1913
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63681685|Q63681685]]
| [[Annalena Bilsini]]
| data-sort-value="1927" | 1927
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63676441|Q63676441]]
| [[Il Parlamento del Regno d'Italia]]
| data-sort-value="1860" | 1860
| edizione del libro di Aristide Calani pubblicata a Milano nel 1860
|-
| [[:d:Q63648030|Q63648030]]
| [[Il diavolo nella mia libreria]]
| data-sort-value="1921" | 1921
| edizione del 1921 edita Mondadori del libro di Alfredo Panzini
|-
| [[:d:Q63648029|Q63648029]]
| [[Novelle d'ambo i sessi]]
| data-sort-value="1920" | 1920
| edizione del 1920 edita Treves del libro di Alfredo Panzini
|-
| [[:d:Q63648026|Q63648026]]
| [[Viaggio di un povero letterato]]
| data-sort-value="1920" | 1920
| edizione del 1920 edita Treves del libro di Alfredo Panzini
|-
| [[:d:Q63620239|Q63620239]]
| [[Il libro dei morti]]
| data-sort-value="1893" | 1893
| edizione del 1893 edita Galli dell'opera di Alfredo Panzini
|-
| [[:d:Q63619319|Q63619319]]
| [[Il bacio di Lesbia]]
| data-sort-value="1949" | 1949
| edizione del 1949 edita Mondadori dell'opera di Alfredo Panzini
|-
| [[:d:Q63439538|Q63439538]]
| [[Elias Portolu]]
| data-sort-value="1928" | 1928
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63435956|Q63435956]]
| [[Cosima]]
| data-sort-value="1937" | 1937
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63435955|Q63435955]]
| [[La chiesa della solitudine]]
| data-sort-value="1936" | 1936
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63435954|Q63435954]]
| [[L'argine]]
| data-sort-value="1934" | 1934
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63435953|Q63435953]]
| [[Il paese del vento]]
| data-sort-value="1931" | 1931
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63435952|Q63435952]]
| [[La giustizia]]
| data-sort-value="1929" | 1929
| edizione del 1929 dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63435950|Q63435950]]
| [[Il tesoro (Deledda)|Il tesoro]]
| data-sort-value="1928" | 1928
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63435949|Q63435949]]
| [[Il vecchio e i fanciulli]]
| data-sort-value="1929" | 1929
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63435948|Q63435948]]
| [[La fuga in Egitto]]
| data-sort-value="1926" | 1926
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63435947|Q63435947]]
| [[La danza della collana - A sinistra|La danza della collana]]
| data-sort-value="1924" | 1924
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63435946|Q63435946]]
| [[Il Dio dei viventi]]
| data-sort-value="1922" | 1922
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63435945|Q63435945]]
| [[Il segreto dell'uomo solitario]]
| data-sort-value="1921" | 1921
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63435943|Q63435943]]
| [[L'incendio nell'oliveto]]
| data-sort-value="1921" | 1921
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63435942|Q63435942]]
| [[Le colpe altrui]]
| data-sort-value="1920" | 1920
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63435941|Q63435941]]
| [[Il nostro padrone]]
| data-sort-value="1920" | 1920
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63435940|Q63435940]]
| [[Naufraghi in porto]]
| data-sort-value="1920" | 1920
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63435939|Q63435939]]
| [[Il vecchio della montagna - Odio vince|Il vecchio della montagna]]
| data-sort-value="1920" | 1920
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63435935|Q63435935]]
| [[Nostalgie]]
| data-sort-value="1914" | 1914
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63435933|Q63435933]]
| [[Sino al confine]]
| data-sort-value="1922" | 1922
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63435932|Q63435932]]
| [[L'ombra del passato]]
| data-sort-value="1907" | 1907
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63435931|Q63435931]]
| [[Anime oneste]]
| data-sort-value="1905" | 1905
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q63434342|Q63434342]]
| [[Dal vero (Serao)|Dal Vero]]
| data-sort-value="1879" | 1879
| prima edizione dell’opera di Matilde Serao
|-
| [[:d:Q63434321|Q63434321]]
| [[La moglie di un grand'uomo ed altre novelle|La moglie di un grand'uomo]]
| data-sort-value="1919" | 1919
| prima edizione dell’opera di Matilde Serao
|-
| [[:d:Q63434229|Q63434229]]
| [[La conquista di Roma]]
| data-sort-value="1910" | 1910
| edizione del romanzo di Matilde Serao
|-
| [[:d:Q63434228|Q63434228]]
| [[Lettere d'una viaggiatrice]]
| data-sort-value="1908" | 1908
| prima edizione dell’opera di Matilde Serao
|-
| [[:d:Q63434226|Q63434226]]
| [[Cristina]]
| data-sort-value="1908" | 1908
| prima edizione dell’opera di Matilde Serao
|-
| [[:d:Q63434224|Q63434224]]
| [[Il romanzo della fanciulla]]
| data-sort-value="1921" | 1921
| edizione del 1921 dell’opera di Matilde Serao
|-
| [[:d:Q63434223|Q63434223]]
| [[Santa Teresa]]
| data-sort-value="1904" | 1904
| prima edizione dell’opera di Matilde Serao
|-
| [[:d:Q63434222|Q63434222]]
| [[Suor Giovanna della Croce]]
| data-sort-value="1901" | 1901
| prima edizione dell’opera di Matilde Serao
|-
| [[:d:Q63434220|Q63434220]]
| [[L'infedele]]
| data-sort-value="1897" | 1897
| prima edizione dell’opera di Matilde Serao
|-
| [[:d:Q63434219|Q63434219]]
| [[Donna Paola]]
| data-sort-value="1897" | 1897
| prima edizione dell’opera di Matilde Serao
|-
| [[:d:Q63434217|Q63434217]]
| [[Leggende napoletane]]
| data-sort-value="1895" | 1895
| edizione del 1895 dell’opera di Matilde Serao
|-
| [[:d:Q63434216|Q63434216]]
| [[Le amanti]]
| data-sort-value="1894" | 1894
| prima edizione dell’opera di Matilde Serao
|-
| [[:d:Q63434215|Q63434215]]
| [[Gli amanti]]
| data-sort-value="1894" | 1894
| prima edizione dell’opera di Matilde Serao
|-
| [[:d:Q63434214|Q63434214]]
| [[Fantasia (Serao)|Fantasia]]
| data-sort-value="1892" | 1892
| edizione del 1892 dell’opera di Matilde Serao
|-
| [[:d:Q63434208|Q63434208]]
| [[La mano tagliata]]
| data-sort-value="1912" | 1912
| prima edizione dell’opera di Matilde Serao
|-
| [[:d:Q63434207|Q63434207]]
| [[Piccolo romanzo]]
| data-sort-value="1891" | 1891
| prima edizione dell’opera di Matilde Serao
|-
| [[:d:Q63400202|Q63400202]]
| [[Piccole anime]]
| data-sort-value="1890" | 1890
| edizione del 1890 dell’opera di Matilde Serao
|-
| [[:d:Q63400201|Q63400201]]
| [[Fior di passione (Serao)|Fior di passione]]
| data-sort-value="1888" | 1888
| prima edizione dell’opera di Matilde Serao
|-
| [[:d:Q63400200|Q63400200]]
| [[Vita e avventure di Riccardo Joanna]]
| data-sort-value="1887" | 1887
| prima edizione dell’opera di Matilde Serao
|-
| [[:d:Q63400198|Q63400198]]
| [[La virtù di Checchina]]
| data-sort-value="1884" | 1884
| prima edizione dell’opera di Matilde Serao
|-
| [[:d:Q63400156|Q63400156]]
| [[Storia di due anime]]
| data-sort-value="1904" | 1904
| prima edizione dell’opera di Matilde Serao
|-
| [[:d:Q63118883|Q63118883]]
| [[Il tulipano nero]]
| data-sort-value="1851" | 1851
|
|-
| [[:d:Q61671482|Q61671482]]
| [[Memorie storiche su la vita, gli studj, e le opere di Lionardo da Vinci]]
| data-sort-value="1804" | 1804
| prima edizione dell'opera di Carlo Amoretti del 1804
|-
| [[:d:Q61463724|Q61463724]]
| [[La scotennatrice]]
| data-sort-value="1930" | 1930
| ed. Sonzogno, Milano 1930
|-
| [[:d:Q61179500|Q61179500]]
| [[Il mio delitto]]
| data-sort-value="1925" | 1925
| ed. Fratelli Treves, Milano 1925
|-
| [[:d:Q60798383|Q60798383]]
| [[Relatione della morte, et esequie del serenissimo principe Carlo|Relatione della morte, et esequie del serenissimo principe Carlo, figliuolo del catolico re Filippo II re di Spagna et c.]]
| data-sort-value="1569" | 1569
| opera di Juan Lopez de Hoyos, edizione del 1569
|-
| [[:d:Q60643033|Q60643033]]
| [[Dell'incendio del Monte di Somma]]
| data-sort-value="1631" | 1631
| opera di Giovanni Orlandi, edizione del 1631
|-
| [[:d:Q60533070|Q60533070]]
| [[Il mostruosissimo mostro]]
| data-sort-value="1584" | 1584
| opera di Giovanni Rinaldi, edizione del 1584
|-
| [[:d:Q60463524|Q60463524]]
| [[Vita di Jacopo Durandi]]
| data-sort-value="1817" | 1817-12-06
| biografia scritta da Gaspare de Gregory
|-
| [[:d:Q60196596|Q60196596]]
| [[Nelle solenni esequie del celebre filosofo e medico bolognese Giacomo Bartolomeo Beccari]]
| data-sort-value="1766" | 1766
| orazione funebre di Flaminio Scarselli
|-
| [[:d:Q60023254|Q60023254]]
| [[Contro l'alchimia e gli alchimisti palinodia dell'Argonautica|Contro l'alchimia e gli alchimisti palinodia dell'Argonautica...]]
| data-sort-value="1606" | 1606
| opera di Angelo Ingegneri, edizione del 1606
|-
| [[:d:Q59820360|Q59820360]]
| [[L'historia della publica et famosa entrata in Vinegia del serenissimo Henrico III|L'historia della publica et famosa entrata in Vinegia del serenissimo Henrico III... con la dechiaratione dell'edificio, et arco fatto al Lido. Composto nuovamente per Marsilio della Croce]]
| data-sort-value="1574" | 1574
| opera di Marsilio Della Croce, edizione del 1574
|-
| [[:d:Q59603800|Q59603800]]
| [[Dialogo de la caccia de' falconi, astori, et sparvieri|Dialogo de la caccia de' falconi, astori, et sparvieri. Con l'aggiunta d'un discorso in materia de la caccia de li smerigli, de l'astorelle... De l'illustre sig.r Francesco Codroipo gentilhuomo udinese]]
| data-sort-value="1614" | 1614
| opera di Francesco Codroipo, edizione del 1614
|-
| [[:d:Q59261285|Q59261285]]
| [[Poetica descritione d'intorno all'inventioni della sbarra combattuta in Fiorenza|Poetica descritione d'intorno all'inventioni della sbarra combattuta in Fiorenza nel cortile del palagio de' Pitti in honore della sereniss. signora Bianca Cappello gran duchessa di Toscana]]
| data-sort-value="1579" | 1579
| opera di Cosimo Gaci, edizione del 1579
|-
| [[:d:Q58882478|Q58882478]]
| [[Il vampiro (1831)|Il vampiro]]
| data-sort-value="1831" | 1831
| traduzione italiano di 1831
|-
| [[:d:Q58483320|Q58483320]]
| [[Breve descrizione dell'aquisto di Terra Santa|Breve descrizione dell'aquisto di Terra Santa di Antonio Mossi fiorentino]]
| data-sort-value="1601" | 1601
| opera di Antonio Mossi, edizione del 1601
|-
| [[:d:Q58230016|Q58230016]]
| [[Ragguaglio del numero de peregrini|Ragguaglio del numero de peregrini, et dell'ordine tenuto in riceverli, et governarli in l'hospitale della venerabile Archiconfraternita della Santissima Trinita in Roma, l'anno del giubileo 1575. Raccolto da Pomponio Castani...]]
| data-sort-value="1576" | 1576
| opera di Pomponio Castani, edizione del 1576
|-
| [[:d:Q57494942|Q57494942]]
| [[Breve trattato delle citta nobili del mondo, et di tutta Italia|Breve trattato delle citta nobili del mondo, et di tutta Italia... et il principio del regno de' Longobardi...]]
| data-sort-value="1574" | 1574
| volume edito nel 1574
|-
| [[:d:Q57394883|Q57394883]]
| [[Il ventre di Napoli]]
| data-sort-value="1884" | 1884
| romanzo italiano
|-
| [[:d:Q57153261|Q57153261]]
| [[Discorso sopra il giuoco del calcio fiorentino|Discorso sopra il giuoco del calcio fiorentino. Del Puro Accademico Alterato. Al sereniss. gran duca di Toscana suo signore]]
| data-sort-value="1580" | 1580
| opera di Giovanni Bardi, edizione del 1580
|-
| [[:d:Q56831097|Q56831097]]
| [[Le dieci mascherate delle bufole mandate in Firenze il giorno di Carnovale l'anno 1565|Le dieci mascherate delle bufole mandate in Firenze il giorno di Carnovale l'anno 1565. Con la descrizzione di tutta la pompa delle maschere, e loro invenzioni]]
| data-sort-value="1566" | 1566
| volume edito nel 1566
|-
| [[:d:Q56708026|Q56708026]]
| [[Alcune lettere delle cose del Giappone|Alcune lettere delle cose del Giappone. Dell'anno 1579. insino al 1581]]
| data-sort-value="1584" | 1584
| volume, edizione del 1584
|-
| [[:d:Q56648771|Q56648771]]
| [[I tre libri di Pomponio Mela del sito, forma, e misura del mondo|I tre libri di Pomponio Mela del sito, forma, e misura del mondo. Tradotto per messer Thomaso Porcacchi]]
| data-sort-value="1557" | 1557
| opera di Pomponio Mela tradotto da Tommaso Porcacchi, edizione del 1557
|-
| [[:d:Q56572897|Q56572897]]
| [[Nuove inventioni di Camillo Agrippa Milanese sopra il modo di navigare]]
| data-sort-value="1595" | 1595
| opera di Camillo Agrippa, edizione del 1595
|-
| [[:d:Q56458343|Q56458343]]
| [[Trattato di scienza d'arme|Di M. Camillo Agrippa Trattato di scienza d'arme. Et un dialogo in detta materia]]
| data-sort-value="1568" | 1568
| opera di Camillo Agrippa, edizione del 1568
|-
| [[:d:Q56396010|Q56396010]]
| [[Pietro Coppo Del sito de listria a Iosepho Faustino]]
| data-sort-value="1540" | 1540
| opera di Pietro Coppo, edizione nel 1540
|-
| [[:d:Q51783019|Q51783019]]
| [[Viaggio da Milano ai tre laghi Maggiore, di Lugano e di Como e ne' monti che li circondano]]
| data-sort-value="1817" | 1817-02-10
| quinta edizione (1817) del libro di Carlo Amoretti
|-
| [[:d:Q51130006|Q51130006]]
| [[Indice:Scientia - Vol. VIII.djvu]]
| data-sort-value="1910" | 1910
|
|-
| [[:d:Q30111604|Q30111604]]
| [[Artisti fiesolani|Artisti fiesolani ed. 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911
| edizione
|-
| [[:d:Q30057314|Q30057314]]
| [[Vita nuova|La vita nuova]]
| data-sort-value="1907" | 1907
| 1907 edizione italiana
|-
| [[:d:Q29024966|Q29024966]]
| [[Importanza dei simboli in matematica]]
| data-sort-value="1915" | 1915
|
|-
| [[:d:Q28800582|Q28800582]]
| [[Epulario]]
| data-sort-value="1643" | 1643
|
|-
| [[:d:Q28800580|Q28800580]]
| [[Il rimedio infallibile|Il rimedio infallibile che conserva le quarantine d'anni il vino in ogni paese, senza potersi mai guastare]]
| data-sort-value="1593" | 1593
| libro di Giovanni Antonio Fineo del 1593
|-
| [[:d:Q28800579|Q28800579]]
| [[Descrittione del sontuoso torneo fatto nella Fidelissima Città di Napoli l'anno 1612]]
| data-sort-value="1612" | 1612
| libro di Francesco Valentini del 1612
|-
| [[:d:Q27620578|Q27620578]]
| [[Morgante maggiore|Il Morgante Maggiore di Luigi Pulci con note filologiche di Pietro Sermolli. Volume secondo, Firenze, Felice Le Monnier, 1855]]
| data-sort-value="1855" | 1855
| edizione Firenze Felice Le Monnier 1855
|-
| [[:d:Q25631126|Q25631126]]
| [[Antigone (Sofocle - Romagnoli)|Antigone]]
| data-sort-value="1926" | 1926
| traduzione del 1926 in lingua italiana di Ettore Romagnoli
|-
| [[:d:Q24790575|Q24790575]]
| [[Edipo re (Sofocle - Bellotti)|Edipo re]]
| data-sort-value="1843" | 1843
| traduzione italiana di Edipo re (Sofocle) di Felice Bellotti
|-
| [[:d:Q24790531|Q24790531]]
| [[Edipo Coloneo (Sofocle - Giusti)|Edipo Coloneo]]
| data-sort-value="1819" | 1819
| traduzione italiano di Giovanni Battista Giusti
|-
| [[:d:Q24132156|Q24132156]]
| [[Codifica numerica del segnale audio]]
| data-sort-value="1996" | 1996
| libro della Scuola Superiore Guglielmo Reiss Romoli
|-
| [[:d:Q23931094|Q23931094]]
| [[Eva (1873)|Eva]]
| data-sort-value="1873" | 1873
| prima edizione del 1873 del romanzo di Giovanni Verga
|-
| [[:d:Q23931092|Q23931092]]
| [[Eva]]
| data-sort-value="1899" | 1899
| edizione del 1899 del romanzo di Giovanni Verga
|-
| [[:d:Q23838035|Q23838035]]
| [[Canti (Leopardi - Donati)|Canti (Laterza, 1917)]]
| data-sort-value="1917" | 1917
|
|-
| [[:d:Q22910055|Q22910055]]
| [[Vita di Michelagnolo Buonarroti|Vita di Michelagnolo Buonarroti raccolta per Ascanio Condivi da la Ripa Transone (Blado 1553 A)]]
| data-sort-value="1553" | 1553
| prima edizione della biografia di Michelangelo scritta da Ascanio Condivi
|-
| [[:d:Q21540331|Q21540331]]
| [[Il mio Carso]]
| data-sort-value="1920" | 1920
| quarta edizione del romanzo di Scipio Slataper (Roma, 1920)
|-
| [[:d:Q21522565|Q21522565]]
| [[Della architettura della pittura e della statua]]
| data-sort-value="1782" | 1782
| edizione dei tre trattati d'arte di Leon Battista Alberti
|-
| [[:d:Q21485081|Q21485081]]
| [[Lettera di Raffaello d'Urbino a papa Leone X (ed. Visconti)|Lettera di Raffaello d'Urbino a papa Leone X (Tipografia delle scienze 1840)]]
| data-sort-value="1840" | 1840
| edizione di una delle fasi redazionali della Lettera di Raffaello a Leone X
|-
| [[:d:Q19144209|Q19144209]]
| [[Versi editi ed inediti di Giuseppe Giusti]]
|
|
|-
| [[:d:Q19144108|Q19144108]]
| [[Regno di Sardegna - Regio Biglietto 10 marzo 1821 (Vittorio Emanuele I)|Regio Proclama 10 marzo 1821]]
| data-sort-value="1821" | 1821
| edizione del proclama di Vittorio Emanuele I di Savoia, re di Sardegna
|-
| [[:d:Q19142891|Q19142891]]
| [[Vita di monsignor Giacomo Goria vescovo di Vercelli (Cusano)|Vita di monsignor Giacomo Goria vescovo di Vercelli]]
| data-sort-value="1702" | 1702
| Opuscolo pubblicato a Torino nel 1702
|-
| [[:d:Q19142829|Q19142829]]
| [[Vita del glorioso martire s. Secondo (1823)|Vita del glorioso martire s. Secondo]]
| data-sort-value="1823" | 1823
| Opuscolo pubblicato ad Asti nel 1823
|-
| [[:d:Q19142711|Q19142711]]
| [[Versi di Giacomo Zanella]]
| data-sort-value="1868" | 1868
| antologia di poesie
|-
| [[:d:Q19141889|Q19141889]]
| [[Tragedie, inni sacri e odi|Tragedie]]
|
|
|-
| [[:d:Q19141420|Q19141420]]
| [[Storia della rivoluzione piemontese del 1821 (Santarosa)|Storia della rivoluzione piemontese del 1821]]
| data-sort-value="1850" | 1850
| edizione del saggio storico di Santorre di Santarosa (Torino, 1850)
|-
| [[:d:Q19140922|Q19140922]]
| [[Siccome nella Visita Pastorale|Editto 8 gennaio 1742]]
| data-sort-value="1742" | 1742-01
| edizione del documento di Giuseppe Felissano, vescovo di Asti
|-
| [[:d:Q19140497|Q19140497]]
| [[Scherzi poetici di vari celebri autori italiani e veneziani]]
|
|
|-
| [[:d:Q19140185|Q19140185]]
| [[Rivista italiana di numismatica 1890]]
|
|
|-
| [[:d:Q19140114|Q19140114]]
| [[Rito ed uso delle cere sagre volgarmente chiamate Agnus Dei]]
| data-sort-value="1846" | 1846
|
|-
| [[:d:Q19139839|Q19139839]]
| [[Relazione d'una miracolosa guarigione seguita in Sicilia li 7 Gennajo 1762 per intercessione dell'apostolo delle Indie s. Francesco Saverio]]
| data-sort-value="1762" | 1762
| opuscolo pubblicato a Roma, Milano e Torino nel 1762 circa
|-
| [[:d:Q19139811|Q19139811]]
| [[Regolamento di polizia urbana e rurale pel Comune di Viarigi|Regolamento di polizia urbana e rurale pel Comune di Viariggi]]
| data-sort-value="1856" | 1856
| edizione (1855) del documento del Comune di Viarigi
|-
| [[:d:Q19139770|Q19139770]]
| [[Regola di S. Agostino per le monache di Santa Caterina della Rosa|Regola di S. Agostino per le monache di Santa Caterina della rosa]]
|
|
|-
| [[:d:Q19139765|Q19139765]]
| [[Regno di Sardegna - Regolamento misurazioni territoriali 5 dicembre 1775|Regolamento misurazioni territoriali]]
| data-sort-value="1775" | 1775-12-05
| regolamento del Regno di Sardegna
|-
| [[:d:Q19139761|Q19139761]]
| [[Regno di Sardegna - Regolamento degli uffizi di notaio e d'insinuatore 9 novembre 1770|Regolamento degli uffizi di notaio e d'insinuatore]]
| data-sort-value="1770" | 1770-11-09
| regolamento del Regno di Sardegna
|-
| [[:d:Q19139753|Q19139753]]
| [[Regno di Sardegna - Regio Editto 9 maggio 1794|Regio Editto 9 maggio 1794]]
| data-sort-value="1794" | 1794-05
| edizione (1794) del documento di Vittorio Amedeo III di Savoia, re di Sardegna
|-
| [[:d:Q19139721|Q19139721]]
| [[Regno di Sardegna - Regie Patenti 17 marzo 1831|Regie Patenti 17 marzo 1831]]
| data-sort-value="1831" | 1831-03
| edizione (1831) del documento di Carlo Felice, re di Sardegna
|-
| [[:d:Q19139688|Q19139688]]
| [[Regno di Sardegna - Patenti 26 aprile 1821|Patenti 26 aprile 1821]]
| data-sort-value="1821" | 1821-04
| edizione di atti del Regno di Sardegna
|-
| [[:d:Q19139663|Q19139663]]
| [[Regno di Sardegna - Editto 13 marzo 1821 (Carlo Alberto)|Editto 13 marzo 1821]]
| data-sort-value="1821" | 1821-03
| edizione dell'editto di Carlo Alberto di Savoia, reggente ad interim del Regno di Sardegna
|-
| [[:d:Q19139613|Q19139613]]
| [[Regno di Sardegna - Decreto 14 marzo 1821 (Carlo Alberto) 2|Decreto 14 marzo 1821 / 3]]
| data-sort-value="1821" | 1821-03
| edizione di atti del Regno di Sardegna
|-
| [[:d:Q19139606|Q19139606]]
| [[Regno di Sardegna - Decreto 14 marzo 1821 (Carlo Alberto) 1|Decreto 14 marzo 1821 / 2]]
| data-sort-value="1821" | 1821-03
| edizione di atti del Regno di Sardegna
|-
| [[:d:Q19139601|Q19139601]]
| [[Regno di Sardegna - Decreto 14 marzo 1821 (Carlo Alberto)|Decreto 14 marzo 1821 / 1]]
| data-sort-value="1821" | 1821-03
| edizione di atti del Regno di Sardegna
|-
| [[:d:Q19139596|Q19139596]]
| [[Regno di Sardegna - Decreto 13 marzo 1821 (Carlo Alberto)|Decreto 13 marzo 1821]]
| data-sort-value="1821" | 1821-03
| edizione di atti del Regno di Sardegna
|-
| [[:d:Q19138518|Q19138518]]
| [[Proclama Torino 27 marzo 1849 (Vittorio Emanuele II)|Proclama 27 marzo 1849]]
| data-sort-value="1849" | 1849
| edizione (1849) del proclama di Vittorio Emanuele II, re di Sardegna, in occasione della sua ascesa al trono
|-
| [[:d:Q19138508|Q19138508]]
| [[Proclama Bozzolo 28 luglio 1848 (Carlo Alberto)|Proclama 28 luglio 1848]]
| data-sort-value="1848" | 1848
| edizione (1848) del proclama di Carlo Alberto, re di Sardegna, successivo alla battaglia di Custoza
|-
| [[:d:Q19138289|Q19138289]]
| [[Poesie greche]]
|
|
|-
| [[:d:Q19138147|Q19138147]]
| [[Piceno Annonario, ossia Gallia Senonia illustrata]]
| data-sort-value="1825" | 1825
| edizione del 1825 dell'opera di Antonio Brandimarte
|-
| [[:d:Q19138128|Q19138128]]
| [[Piccole storie del mondo grande]]
| data-sort-value="1920" | 1920
| edizione del 1920 edita Treves del libro di Alfredo Panzini
|-
| [[:d:Q19137927|Q19137927]]
| [[Pensieri di uomini classici sulla lingua latina|Discorso recitato a' cherici alunni del Seminario d'Asti per eccitarli vie piu' allo studio della lingua latina ...]]
| data-sort-value="1842" | 1842
| edizione (1842) del discorso di Filippo Artico, vescovo di Asti
|-
| [[:d:Q19137871|Q19137871]]
| [[Pastorale 31 maggio 1889 (Marello)|Lettera pastorale al clero e al popolo della diocesi d'Acqui]]
| data-sort-value="1889" | 1889
| edizione (1889) della prima lettera pastorale di Giuseppe Marello, vescovo di Acqui
|-
| [[:d:Q19137822|Q19137822]]
| [[Paralipomeni della Batracomiomachia]]
| data-sort-value="1842" | 1842
| edizione Baudry, 1842
|-
| [[:d:Q19137641|Q19137641]]
| [[Ordine del giorno Vigevano 7 agosto 1848 (Carlo Alberto)|Ordine del giorno 7 agosto 1848]]
| data-sort-value="1848" | 1848-08
| edizione (1848) del documento di Carlo Alberto, re di Sardegna
|-
| [[:d:Q19137478|Q19137478]]
| [[Omaggio del Capitolo e del Seminario di Acqui a Giuseppe Marello]]
| data-sort-value="1889" | 1889
| edizione (1889) di una raccolta di opere letterarie dedicate a Giuseppe Marello, vescovo di Acqui
|-
| [[:d:Q19137079|Q19137079]]
| [[Notizie biografiche di S. Eminenza Reverendissima il cardinale Giuseppe Morozzo (Avogadro di Valdengo)|Notizie biografiche di S. Eminenza Reverendissima il cardinale Giuseppe Morozzo]]
| data-sort-value="1842" | 1842
| edizione (1842) dell'opuscolo di Gustavo Avogadro di Valdengo
|-
| [[:d:Q19137028|Q19137028]]
| [[Non più illusioni (Carpi)|Non più illusioni. Cenni sugli attuali avvenimenti italiani]]
| data-sort-value="1860" | 1860
| edizione (1860) del saggio di Leone Carpi
|-
| [[:d:Q19135916|Q19135916]]
| [[Lezioni accademiche]]
| data-sort-value="1715" | 1715
| edizione del 1715 dell'opera di Evangelista Torricelli
|-
| [[:d:Q19135814|Q19135814]]
| [[Lettera pastorale per la Quaresima 1912 (Signori)|Lettera pastorale per la Quaresima 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912
| edizione (1830) della lettera pastorale di Giosuè Signori, vescovo di Fossano
|-
| [[:d:Q19135810|Q19135810]]
| [[Lettera pastorale in occasione della Quaresima per l'anno 1830 (Morozzo della Rocca)|Lettera pastorale in occasione della Quaresima per l'anno 1830]]
| data-sort-value="1830" | 1830
| edizione (1830) della lettera pastorale di Giuseppe Morozzo Della Rocca, vescovo di Novara
|-
| [[:d:Q19135793|Q19135793]]
| [[Lettera di Sacerdote Sanese (Anonimo)|Lettera di Sacerdote Sanese]]
| data-sort-value="1717" | 1717
| Opuscolo pubblicato a Padova nel 1717
|-
| [[:d:Q19135375|Q19135375]]
| [[Leone Duodecimo e Pio Ottavo (Baraldi)|Leone Duodecimo e Pio Ottavo]]
| data-sort-value="1829" | 1829
| edizione (1829) dell'opera letteraria di Giuseppe Baraldi
|-
| [[:d:Q19133855|Q19133855]]
| [[La Religione e provida vigilanza (Caissotti)|Lettera circolare 25 giugno 1786]]
| data-sort-value="1786" | 1786-06-25
| documento di Paolo Maurizio Caissotti, vescovo di Asti
|-
| [[:d:Q19132868|Q19132868]]
| [[L'ingegnoso cittadino don Chisciotte della Mancia]]
| data-sort-value="1677" | 1677
|
|-
| [[:d:Q19132207|Q19132207]]
| [[Istorie dello Stato di Urbino]]
| data-sort-value="1642" | 1642
| edizione dell'opera di Vincenzo Maria Cimarelli
|-
| [[:d:Q19131892|Q19131892]]
| [[Indulgenze a croci, corone e rosari (Innocenzo XI)|Indulgenze a croci, corone e rosari]]
| data-sort-value="1800" | 18th century
| edizione settecentesca del breve "Unigeniti Dei Filii" di papa Innocenzo XI, tradotto in italiano
|-
| [[:d:Q19131815|Q19131815]]
| [[In morte di Lorenzo Mascheroni (1831)|In morte di Lorenzo Mascheroni]]
| data-sort-value="1831" | 1831
| edizione (1831) dell'opera letteraria di Vincenzo Monti
|-
| [[:d:Q19131427|Q19131427]]
| [[Il latino quale lingua ausiliare internazionale]]
| data-sort-value="1903" | 1903
|
|-
| [[:d:Q19131422|Q19131422]]
| [[Il laicismo (Riccardi)|Il laicismo]]
| data-sort-value="1893" | 1893
| edizione (1893) della lettera pastorale di Davide Riccardi, arcivescovo di Torino
|-
| [[:d:Q19131040|Q19131040]]
| [[Versi editi ed inediti di Giuseppe Giusti/Il Brindisi di Girella|Il Brindisi di Girella]]
| data-sort-value="1852" | 1852
| poesia di Giuseppe Giusti - edizione del 1852
|-
| [[:d:Q19130882|Q19130882]]
| [[I pericoli della Fede (Pio IX)|I pericoli della fede in Italia]]
| data-sort-value="1850" | 1850
| edizione (1850) di documenti della Chiesa cattolica
|-
| [[:d:Q19130658|Q19130658]]
| [[Historia della Sacra Real Maestà di Christina Alessandra Regina di Svetia|Historia della sacra real maestà di Christina Alessandra regina di Suetia ...]]
| data-sort-value="1656" | 1656
| edizione (1656) dell'opera letteraria di Galeazzo Gualdo Priorato
|-
| [[:d:Q19130081|Q19130081]]
| [[Fior di Sardegna]]
| data-sort-value="1917" | 1917
| edizione dell’opera di Grazia deledda
|-
| [[:d:Q19130077|Q19130077]]
| [[Fingal poema epico di Ossian]]
| data-sort-value="1883" | 1883
| poema di James Macpherson
|-
| [[:d:Q19130073|Q19130073]]
| [[Fin dalla prima (Roma 1903)|Pius PP. X Motu proprio]]
| data-sort-value="1903" | 1903
| edizione (Roma, 1903) del motu proprio "Fin dalla prima"
|-
| [[:d:Q19129570|Q19129570]]
| [[Editto sopra la Musica]]
| data-sort-value="1698" | 1698
| edizione (1698) del documento del card. Gaspare Carpegna, vicario generale papale per la Diocesi di Roma
|-
| [[:d:Q19129556|Q19129556]]
| [[Editto 2 gennaio 1761 (San Martino)|Editto 2 gennaio 1761]]
| data-sort-value="1761" | 1761
| edizione (1761) del documento di Giovanni Filippo Antonio San Martino, vescovo di Asti
|-
| [[:d:Q19128962|Q19128962]]
| [[Discorsi della Società Nazionale per la Confederazione Italiana|Discorsi detti nella pubblica tornata della Società Nazionale per la Confederazione Italiana ...]]
| data-sort-value="1848" | 1848
| edizione (1848) del libro della Società Nazionale per la Confederazione Italiana
|-
| [[:d:Q19128489|Q19128489]]
| [[Della Santità di Nostro Signore|Motu proprio della santità di nostro signore papa Benedetto XIV in cui si provede ...]]
| data-sort-value="1749" | 1749
| edizione (1749) del documento di papa Benedetto XIV
|-
| [[:d:Q19128403|Q19128403]]
| [[Del riordinamento amministrativo del Regno (Carpi)|Del riordinamento amministrativo del Regno ...]]
| data-sort-value="1860" | 1860
| edizione (1860) del saggio di Leone Carpi
|-
| [[:d:Q19128157|Q19128157]]
| [[De gli elementi, e di molti loro notabili effetti|De gli elementi]]
| data-sort-value="1557" | 1557
| libro di Paolo Manuzio del 1557
|-
| [[:d:Q19128025|Q19128025]]
| [[Da Quarto al Faro]]
| data-sort-value="1882" | 1882
| edizione del 1882
|-
| [[:d:Q19127385|Q19127385]]
| [[Cuore infermo]]
| data-sort-value="1882" | 1882
| libro di Matilde Serao edito da F. Casanova nel 1882
|-
| [[:d:Q19127043|Q19127043]]
| [[Con quanta cura (enciclica) - Sillabo|Enciclica di Pio IX Pontefice Massimo data addì VIII decembre 1864, del suo pontificato l'anno XIX ed Elenco dei principali errori dell'eta' nostra]]
| data-sort-value="1865" | 1865
| edizione (1865) dell'enciclica "Quanta cura" e del "Sillabo" di papa Pio IX
|-
| [[:d:Q19126983|Q19126983]]
| [[Compie oggi il quarto lustro|Pastorale 6 giugno 1867]]
| data-sort-value="1867" | 1867
| edizione (1867) della lettera pastorale di Luigi Nazari di Calabiana, vescovo di Casale
|-
| [[:d:Q19126809|Q19126809]]
| [[Circolare 7 giugno 1895 (Pagella)|Circolare 7 giugno 1895]]
| data-sort-value="1895" | 1895
| edizione (1895) della lettera circolare di Giuseppe Pagella, vicario generale capitolare di Acqui
|-
| [[:d:Q19126588|Q19126588]]
| [[Catullo e Lesbia]]
| data-sort-value="1875" | 1875
| libro di Mario Rapisardi publicato nel 1875
|-
| [[:d:Q19125679|Q19125679]]
| [[Aroldo e Clara]]
| data-sort-value="1837" | 1837
|
|-
| [[:d:Q19125661|Q19125661]]
| [[Archivio Glottologico Italiano, vol. 10, 1886-88|Archivio Glottologico Italiano]]
| data-sort-value="1886" | 1886
|
|-
| [[:d:Q19125651|Q19125651]]
| [[Archimede reintegrato - Idrolibra]]
| data-sort-value="1720" | 1720
|
|-
| [[:d:Q19125604|Q19125604]]
| [[Applicazione delle dottrine del sig. Champollion minore ad alcuni monumenti geroglifici del Regio Museo Egizio]]
| data-sort-value="1825" | 1825
|
|-
| [[:d:Q19125598|Q19125598]]
| [[Appendice alla relazione intorno all'unità della lingua e ai mezzi di diffonderla|Appendice alla relazione intorno all’unità della lingua e ai mezzi di diffonderla]]
| data-sort-value="1881" | 1881
|
|-
| [[:d:Q19125595|Q19125595]]
| [[Apertura del tronco della strada ferrata Ferdinandea da Milano a Treviglio]]
| data-sort-value="1846" | 1846
|
|-
| [[:d:Q19125583|Q19125583]]
| [[Annuncio falsi colonnati]]
| data-sort-value="1830" | 1830
|
|-
| [[:d:Q19125519|Q19125519]]
| [[Annali overo Croniche di Trento]]
| data-sort-value="1648" | 1648
|
|-
| [[:d:Q19125514|Q19125514]]
| [[Annali del Principato ecclesiastico di Trento dal 1022 al 1540]]
| data-sort-value="1860" | 1860
|
|-
| [[:d:Q19125509|Q19125509]]
| [[Annali d'Italia dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750]]
| data-sort-value="1845" | 1845
|
|-
| [[:d:Q19125505|Q19125505]]
| [[Anfora perugina]]
| data-sort-value="1862" | 1862
|
|-
| [[:d:Q19125502|Q19125502]]
| [[Andrea Conti Matematico ed Astronomo]]
| data-sort-value="1840" | 1840
|
|-
| [[:d:Q19125463|Q19125463]]
| [[Anacreontica Estemporanea a Giovan Gastone De' Medici]]
| data-sort-value="1792" | 1792
|
|-
| [[:d:Q19125448|Q19125448]]
| [[Amori (Savioli)|Amori]]
| data-sort-value="1795" | 1795
|
|-
| [[:d:Q19125350|Q19125350]]
| [[Amor disarmato]]
| data-sort-value="1797" | 1797
|
|-
| [[:d:Q19125296|Q19125296]]
| [[Ama!]]
| data-sort-value="1898" | 1898
|
|-
| [[:d:Q19125282|Q19125282]]
| [[Altri vanti il piè veloce]]
| data-sort-value="1847" | 1847
|
|-
| [[:d:Q19125275|Q19125275]]
| [[Altri dubbj amorosi]]
| data-sort-value="1792" | 1792
|
|-
| [[:d:Q19125248|Q19125248]]
| [[Alle porte d'Italia]]
| data-sort-value="1888" | 1888
|
|-
| [[:d:Q19125227|Q19125227]]
| [[Alla sua donna (Manzoni)|Alla sua donna]]
| data-sort-value="1922" | 1922
|
|-
| [[:d:Q19125179|Q19125179]]
| [[Alla Virtù (Luciano)|Alla Virtù]]
| data-sort-value="1824" | 1824
|
|-
| [[:d:Q19125159|Q19125159]]
| [[Alla Maestà di Vittorio Emanuele terzo re d'Italia]]
| data-sort-value="1935" | 1935
|
|-
| [[:d:Q19125149|Q19125149]]
| [[A Francesco Saverio Fabre|Alla Donna Gentile]]
| data-sort-value="1856" | 1856
|
|-
| [[:d:Q19125123|Q19125123]]
| [[Alessandro Manzoni - studio biografico]]
| data-sort-value="1879" | 1879
|
|-
| [[:d:Q19125115|Q19125115]]
| [[Alcuni ritratti di donne illustri delle provincie veneziane]]
| data-sort-value="1827" | 1827
|
|-
| [[:d:Q19125112|Q19125112]]
| [[Alcuni opuscoli filosofici]]
| data-sort-value="1669" | 1669
|
|-
| [[:d:Q19125105|Q19125105]]
| [[Alcuni discorsi sulla botanica]]
| data-sort-value="1865" | 1865
|
|-
| [[:d:Q19125103|Q19125103]]
| [[Alcune prose giovanili]]
| data-sort-value="1870" | 1870
| work by Francesco Acri
|-
| [[:d:Q19125090|Q19125090]]
| [[Alcune operette di Bartolommeo Gamba bassanese]]
| data-sort-value="1827" | 1827
|
|-
| [[:d:Q19125085|Q19125085]]
| [[Alcune notizie sugli intagliatori della zecca di Venezia]]
| data-sort-value="1888" | 1888
|
|-
| [[:d:Q19125079|Q19125079]]
| [[Alcune monete inedite di Magna Grecia]]
| data-sort-value="1889" | 1889
|
|-
| [[:d:Q19125072|Q19125072]]
| [[Alcippo (1615)|Alcippo]]
|
| edizione del 1615
|-
| [[:d:Q19125067|Q19125067]]
| [[Album Paulista]]
| data-sort-value="1911" | 1911
|
|-
| [[:d:Q19125038|Q19125038]]
| [[Al signor Dottore Giacomo Bermani Intorno al progetto della strada ferrata di Como]]
| data-sort-value="1837" | 1837
|
|-
| [[:d:Q19125016|Q19125016]]
| [[Al Principe Don Sigismondo Chigi]]
| data-sort-value="1783" | 1783
|
|-
| [[:d:Q19124989|Q19124989]]
| [[Ai gloriosi martiri delle barricate]]
| data-sort-value="1886" | 1886
|
|-
| [[:d:Q19124928|Q19124928]]
| [[Agamennone (Eschilo)|Agamennone]]
| data-sort-value="1921" | 1921<br/>1922
| "Agamennone" di Eschilo tradotto da Ettore Romagnoli
|-
| [[:d:Q19124915|Q19124915]]
| [[Africa orrenda]]
| data-sort-value="1896" | 1896
|
|-
| [[:d:Q19124908|Q19124908]]
| [[Aforismi di Lucio Anneo Seneca e Publilio Siro|Aforismi di Lucio Anneo Seneca e Publio Siro]]
| data-sort-value="1915" | 1915
|
|-
| [[:d:Q19124892|Q19124892]]
| [[Aes rude, signatum e grave rinvenuto alla Bruna|Aes rude]]
| data-sort-value="1891" | 1891
|
|-
| [[:d:Q19124824|Q19124824]]
| [[Ad un amico abile suonatore di pianoforte, nel novembre 1848|Ad un amico abile suonatore di pianoforte]]
| data-sort-value="1868" | 1868
| poesia di Giacomo Zanella
|-
| [[:d:Q19124720|Q19124720]]
| [[Abiura di Galileo Galilei]]
| data-sort-value="1907" | 1907
|
|-
| [[:d:Q19124717|Q19124717]]
| [[Abdia (Diodati 1821)|Abdia]]
| data-sort-value="1885" | 1885
|
|-
| [[:d:Q19124675|Q19124675]]
| [[A proposito delle monete di Giancarlo Visconti]]
| data-sort-value="1888" | 1888
|
|-
| [[:d:Q19124590|Q19124590]]
| [[A Vincenzo Monti]]
| data-sort-value="1856" | 1856
|
|-
| [[:d:Q19124585|Q19124585]]
| [[A Vincenzo Bellini]]
| data-sort-value="1902" | 1902
|
|-
| [[:d:Q19124525|Q19124525]]
| [[Poesie (Carducci)/Appendice/A Giulio Perticari|A Giulio Perticari]]
|
|
|-
| [[:d:Q19124498|Q19124498]]
| [[A Dio (Pellico)|A Dio]]
| data-sort-value="1837" | 1837
|
|-
| [[:d:Q19124471|Q19124471]]
| [[A Carlo Alberto di Savoia un Italiano]]
| data-sort-value="1847" | 1847
|
|-
| [[:d:Q19124442|Q19124442]]
| [[8. Giovanni Oberti]]
| data-sort-value="2010" | 2010
|
|-
| [[:d:Q18746277|Q18746277]]
| [[Macbeth|Macbeth (Maffei)]]
| data-sort-value="1869" | 1869
| edizione italiana della tragedia di Shakespeare
|-
| [[:d:Q18647256|Q18647256]]
| [[Il Principe|Il Principe, Italia, 1814]]
| data-sort-value="1814" | 1814
| edizione del 1814
|-
| [[:d:Q18640554|Q18640554]]
| [[lezioni di analisi matematica]]
| data-sort-value="1920" | 1920
| 4° edizione del libro di Guido Fubini
|-
| [[:d:Q18275899|Q18275899]]
| [[Il Brasile e gli Italiani|Indice:Il Brasile e gli Italiani.djvu]]
| data-sort-value="1906" | 1906
|
|-
| [[:d:Q17739254|Q17739254]]
| [[Amleto (Rusconi)|Amleto]]
| data-sort-value="1901" | 1901
| William Shakespeare, Sonzogno, Milano 1901
|-
| [[:d:Q17618015|Q17618015]]
| [[Aminta]]
| data-sort-value="1583" | 1583
| Torquato Tasso, Aldo Manuzio il giovane, Venezia, 1583
|-
| [[:d:Q15987101|Q15987101]]
| [[Tragedie (Pellico)|Tragedie di Silvio Pellico]]
| data-sort-value="1883" | 1883
| edizione delle tragedie di Silvio Pellico (Firenze, 1883)
|-
| [[:d:Q15976173|Q15976173]]
| [[Generalizzazione della formula di Simpson]]
| data-sort-value="1892" | 1892-03-27
|
|-
| [[:d:Q15936823|Q15936823]]
| [[Archivio Glottologico Italiano, vol. II, 1876]]
| data-sort-value="1876" | 1876
|
|-
| [[:d:Q15634564|Q15634564]]
| [[Le avventure di Pinocchio|Le avventure di Pinocchio (R. Bemporad & figlio 1902)]]
| data-sort-value="1902" | 1902
| edizione del romanzo Le avventure di Pinocchio
|-
| [[:d:Q15622813|Q15622813]]
| [[A Satana]]
| data-sort-value="1863" | 1863<br/>1906
| poesia di Giosuè Carducci
|-
| [[:d:Q141144137|Q141144137]]
| [[Statuto della banca popolare di credito di Montelupo Fiorentino]]
| data-sort-value="1865" | 1865
| statuto di un ente
|-
| [[:d:Q141134007|Q141134007]]
| [[Le poesie di Catullo]]
| data-sort-value="1889" | 1889
| traduzione di Mario Rapisardi del 1889 della raccolta di poesie di Catullo
|-
| [[:d:Q141126223|Q141126223]]
| [[L'Argentina vista come è]]
| data-sort-value="1902" | 1902
| Libro di Luigi Barzini del 1902
|-
| [[:d:Q141123739|Q141123739]]
| [[Il fu Mattia Pascal]]
| data-sort-value="1919" | 1919
| edizione del 1919 del romanzo di Luigi Pirandello
|-
| [[:d:Q140429288|Q140429288]]
| [[Primo dizionario aereo italiano]]
| data-sort-value="1929" | 1929
|
|-
| [[:d:Q134868518|Q134868518]]
| [[Rime d'amore (Torquato Tasso)|Rime d'amore]]
| data-sort-value="1898" | 1898
| raccolta di poesie di Torquato Tasso, edizione del 1898
|-
| [[:d:Q133487514|Q133487514]]
| [[Pescatori d'Islanda]]
| data-sort-value="1911" | 1911
|
|-
| [[:d:Q1328015|Q1328015]]
| [[Opera:Vita dei campi|Vita dei campi]]
| data-sort-value="1880" | 1880
| raccolta di novelle di Giovanni Verga
|-
| [[:d:Q131319933|Q131319933]]
| [[Il libro delle fate]]
| data-sort-value="1891" | 1891
| libro per ragazzi di Charles Perrault con illustrazioni di Gustav Doré
|-
| [[:d:Q130506738|Q130506738]]
| [[Nuovo vocabolario siciliano-italiano]]
| data-sort-value="1868" | 1868
| 1868
|-
| [[:d:Q130468599|Q130468599]]
| [[Luna paese incomodo]]
| data-sort-value="1945" | 1945
| romanzo avventuroso fantascientifico scritto e illustrato da Yambo (pseudonimo di Enrico Novelli) e pubblicato postumo nel 1944 o 1945
|-
| [[:d:Q126722529|Q126722529]]
| [[L. 28 giugno 2012, n. 92 - Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro|legge 28 giugno 2012, n. 92]]
| data-sort-value="2012" | 2012-07-03
| legge italiana
|-
| [[:d:Q126486018|Q126486018]]
| [[L. 20 agosto 2019, n. 92 - Introduzione dell'insegnamento scolastico dell'educazione civica|Legge 20 agosto 2019, n. 92]]
| data-sort-value="2019" | 2019-08-21
| legge italiana
|-
| [[:d:Q125986103|Q125986103]]
| [[Il paradiso delle signore]]
| data-sort-value="1936" | 1936
| edizione del 1936 del romanzo Au bonheur des dames di Emile Zola
|-
| [[:d:Q125464928|Q125464928]]
| [[Saggio meteorologico]]
| data-sort-value="1797" | 1797
| libro di Giuseppe Toaldo
|-
| [[:d:Q121913516|Q121913516]]
| [[Dei conduttori per preservare gli edifizj da' fulmini]]
| data-sort-value="1778" | 1778
| libro di Giuseppe Toaldo
|-
| [[:d:Q118527067|Q118527067]]
| [[Otto mesi nel Gran Ciacco|Otto mesi nel Gran Ciacco; viaggio lungo il fiume Vermiglio]]
| data-sort-value="1881" | 1881
|
|-
| [[:d:Q117774592|Q117774592]]
| [[Di un sistema di formole per lo studio delle linee e delle superficie ortogonali]]
| data-sort-value="1872" | 1872
| Libro di Eugenio Beltrami
|-
| [[:d:Q117557856|Q117557856]]
| [[Teoria fondamentale degli spazii di curvatura costante]]
| data-sort-value="1868" | 1868
| Libro di Eugenio Beltrami
|-
| [[:d:Q117007046|Q117007046]]
| [[Sotto l'Austria nel Friuli]]
| data-sort-value="1918" | 1918
| libro di Caterina Percoto
|-
| [[:d:Q117006801|Q117006801]]
| [[La meteorologia applicata all'agricoltura]]
| data-sort-value="1786" | 1786
| libro di Giuseppe Toaldo
|-
| [[:d:Q116842720|Q116842720]]
| [[Sulle frontiere del Far-West]]
| data-sort-value="1930" | 1930-03
| Sonzogno, Milano, 1930
|-
| [[:d:Q115966231|Q115966231]]
| [[Del conduttore elettrico posto nel campanile di S. Marco in Venezia]]
| data-sort-value="1776" | 1776
| libro di Giuseppe Toaldo sul parafulmine del campanile di San Marco
|-
| [[:d:Q113626949|Q113626949]]
| [[Pieni l'animo (Siena 1906)|Lettera enciclica del santissimo signor nostro Pio per divina provvidenza papa X ai venerabili fratelli arcivescovi e vescovi d'Italia]]
| data-sort-value="1906" | 1906
| edizione (Siena, 1906) dell'enciclica "Pieni l'animo"
|-
| [[:d:Q113626870|Q113626870]]
| [[Il fermo proposito (Roma 1905)|Lettera enciclica del santissimo signor nostro Pio per divina provvidenza papa X ai vescovi d'Italia sull'azione cattolica]]
| data-sort-value="1905" | 1905
| edizione (Roma, 1905) dell'enciclica "Il fermo proposito"
|-
| [[:d:Q113626782|Q113626782]]
| [[Lettera al cardinale Domenico Svampa (Roma 1905)|Lettera di sua santità papa Pio X all'eminentissimo signor cardinale Domenico Svampa arcivescovo di Bologna]]
| data-sort-value="1905" | 1905
| edizione (1905) della lettera di papa Pio X
|-
| [[:d:Q113621750|Q113621750]]
| [[Iucunda sane (Roma 1904)|Lettera enciclica del santissimo signor nostro Pio per divina provvidenza papa X]]
| data-sort-value="1904" | 1904
| edizione (Roma, 1904) dell'enciclica "Iucunda sane"
|-
| [[:d:Q113585660|Q113585660]]
| [[Tra le sollecitudini (Mondovì 1904)|Il Motu proprio pontificio del 22 novembre 1903 sulla Musica sacra]]
| data-sort-value="1904" | 1904
| edizione (Mondovì, 1904) di due documenti di papa Pio X
|-
| [[:d:Q113577820|Q113577820]]
| [[Tra le sollecitudini (Roma 1903)|Lettera al signor cardinale Respighi vicario generale di Roma sulla restaurazione della musica sacra]]
| data-sort-value="1903" | 1903
| edizione (Roma, 1903) di due documenti di papa Pio X
|-
| [[:d:Q113505476|Q113505476]]
| [[Lirici marinisti]]
| data-sort-value="1910" | 1910
| edizione (1910) dell'antologia curata da Benedetto Croce
|-
| [[:d:Q113460080|Q113460080]]
| [[E supremi apostolatus (edizione Roma 1903)|Lettera enciclica del santissimo signor nostro Pio per divina provvidenza papa X]]
| data-sort-value="1903" | 1903
| edizione (Roma, 1903) dell'enciclica "E supremi apostolatus"
|-
| [[:d:Q113455754|Q113455754]]
| [[Lamentabili sane exitu (edizione Asti 1907)|Decreto della Sacra Romana ed Universale Inquisizione]]
| data-sort-value="1907" | 1907
| edizione (1907) del decreto "Lamentabili sane exitu"
|-
| [[:d:Q113289733|Q113289733]]
| [[The Oxford book of Italian verse|The Oxford book of Italian verse. 13th Century - 19th Century]]
| data-sort-value="1910" | 1910
| edizione (1910) dell'antologia di St. John Lucas
|-
| [[:d:Q113158602|Q113158602]]
| [[Poesie (Campanella, 1938)|Poesie]]
| data-sort-value="1938" | 1938
| raccolta delle poesie di Tommaso Campanella, Laterza, 1938
|-
| [[:d:Q113158506|Q113158506]]
| [[Poesie (Campanella, 1915)|Poesie]]
| data-sort-value="1915" | 1915
| raccolta di poesie di Tommaso Campanella, Laterza, 1915
|-
| [[:d:Q112669938|Q112669938]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, nn. 44-47 - 23 novembre 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-11-23
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667888|Q112667888]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 43 - 23 ottobre 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-10-23
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667887|Q112667887]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 28 - 10 luglio 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-07-10
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667885|Q112667885]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 18 - 1º maggio 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-05-01
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667883|Q112667883]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 08 - 20 febbraio 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-02-20
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667881|Q112667881]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 40 - 5 dicembre 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-12-05
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667880|Q112667880]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 30 - 15 agosto 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-08-15
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667879|Q112667879]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 20 - 16 maggio 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-05-16
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667878|Q112667878]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 10 - 7 marzo 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-03-07
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667877|Q112667877]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 50 - 13 dicembre 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-12-13
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667876|Q112667876]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 40 - 4 ottobre 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-10-04
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667875|Q112667875]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 30 - 26 luglio 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-07-26
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667874|Q112667874]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 28 - 12 luglio 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-07-12
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667873|Q112667873]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 20 - 17 maggio 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-05-17
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667872|Q112667872]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 10 - 8 marzo 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-03-08
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667871|Q112667871]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 50 - 14 dicembre 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-12-14
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667870|Q112667870]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 36 - 7 settembre 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-09-07
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667869|Q112667869]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 26 - 29 giugno 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-06-29
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667868|Q112667868]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 16 - 20 aprile 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-04-20
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667867|Q112667867]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 06 - 10 febbraio 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-02-10
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667866|Q112667866]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 46 - 11 novembre 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-11-11
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667865|Q112667865]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 36 - 2 settembre 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-09-02
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667864|Q112667864]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 26 - 24 giugno 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-06-24
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667863|Q112667863]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 16 - 15 aprile 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-04-15
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667862|Q112667862]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 06 - 4 febbraio 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-02-04
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667861|Q112667861]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 46 - 12 novembre 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-11-12
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667860|Q112667860]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 36 - 3 settembre 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-09-03
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667859|Q112667859]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 26 - 25 giugno 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-06-25
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667858|Q112667858]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 16 - 16 aprile 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-04-16
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667857|Q112667857]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 06 - 5 febbraio 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-02-05
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667440|Q112667440]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 51 - 25 dicembre 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-12-25
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667439|Q112667439]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 50 - 11 dicembre 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-12-11
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667438|Q112667438]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 49 - 4 dicembre 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-12-04
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667437|Q112667437]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 48 - 27 novembre 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-11-27
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667436|Q112667436]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 47 - 20 novembre 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-11-20
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667435|Q112667435]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 46 - 13 novembre 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-11-13
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667434|Q112667434]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 45 - 6 novembre 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-11-06
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667433|Q112667433]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 44 - 30 ottobre 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-10-30
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667432|Q112667432]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 42 - 16 ottobre 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-10-16
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667431|Q112667431]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 41 - 9 ottobre 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-10-09
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667430|Q112667430]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 40 - 2 ottobre 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-10-02
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667428|Q112667428]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, nn. 37-38 - 18 settembre 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-09-18
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667427|Q112667427]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, nn. 35-36 - 4 settembre 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-09-04
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667426|Q112667426]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, nn. 33-34 - 21 agosto 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-08-21
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667425|Q112667425]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, nn. 31-32 - 7 agosto 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-08-07
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667424|Q112667424]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, nn. 29-30 - 24 luglio 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-07-24
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667423|Q112667423]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 27 - 4 luglio 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-07-04
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667422|Q112667422]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 26 - 26 giugno 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-06-26
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667421|Q112667421]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 25 - 19 giugno 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-06-19
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667420|Q112667420]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 24 - 12 giugno 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-06-12
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667419|Q112667419]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 23 - 5 giugno 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-06-05
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667418|Q112667418]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 22 - 29 maggio 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-05-29
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667417|Q112667417]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 21 - 22 maggio 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-05-22
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667416|Q112667416]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 20 - 15 maggio 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-05-15
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667415|Q112667415]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 19 - 8 maggio 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-05-08
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667414|Q112667414]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 17 - 24 aprile 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-04-24
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667413|Q112667413]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 16 - 17 aprile 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-04-17
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667412|Q112667412]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 15 - 10 aprile 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-04-10
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667411|Q112667411]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 14 - 3 aprile 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-04-03
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667410|Q112667410]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 13 - 27 marzo 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-03-27
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667409|Q112667409]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 12 - 20 marzo 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-03-20
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667408|Q112667408]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 11 - 13 marzo 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-03-13
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667407|Q112667407]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 10 - 6 marzo 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-03-06
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667406|Q112667406]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 09 - 27 febbraio 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-02-27
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667405|Q112667405]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 07 - 13 febbraio 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-02-13
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667404|Q112667404]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 06 - 6 febbraio 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-02-06
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667403|Q112667403]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 05 - 30 gennaio 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-01-30
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667402|Q112667402]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 04 - 23 gennaio 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-01-23
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667401|Q112667401]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 03 - 16 gennaio 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-01-16
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667400|Q112667400]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 02 - 10 gennaio 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-01-10
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667399|Q112667399]]
| [[Il buon cuore - Anno XIV, n. 01 - 2 gennaio 1915]]
| data-sort-value="1915" | 1915-01-02
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667398|Q112667398]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 42 - 24 dicembre 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-12-24
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667397|Q112667397]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 41 - 12 dicembre 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-12-12
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667395|Q112667395]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 39 - 28 novembre 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-11-28
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667394|Q112667394]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 38 - 21 novembre 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-11-21
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667393|Q112667393]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 37 - 14 novembre 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-11-14
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667392|Q112667392]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 36 - 7 novembre 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-11-07
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667391|Q112667391]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 35 - 31 ottobre 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-10-31
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667390|Q112667390]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 34 - 18 ottobre 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-10-18
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667389|Q112667389]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 33 - 4 ottobre 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-10-04
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667388|Q112667388]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 32 - 19 settembre 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-09-19
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667387|Q112667387]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 31 - 29 agosto 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-08-29
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667386|Q112667386]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 29 - 2 agosto 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-08-02
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667385|Q112667385]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 28 - 18 luglio 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-07-18
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667384|Q112667384]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 27 - 4 luglio 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-07-04
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667383|Q112667383]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 26 - 27 giugno 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-06-27
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667382|Q112667382]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 25 - 20 giugno 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-06-20
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667381|Q112667381]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 24 - 13 giugno 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-06-13
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667380|Q112667380]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 23 - 6 giugno 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-06-06
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667379|Q112667379]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 22 - 30 maggio 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-05-30
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667378|Q112667378]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 21 - 23 maggio 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-05-23
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667377|Q112667377]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 19 - 9 maggio 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-05-09
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667376|Q112667376]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 18 - 2 maggio 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-05-02
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667374|Q112667374]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 17 - 25 aprile 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-04-25
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667373|Q112667373]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 16 - 18 aprile 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-04-18
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667372|Q112667372]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 15 - 11 aprile 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-04-11
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667371|Q112667371]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 14 - 4 aprile 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-04-04
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667370|Q112667370]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 13 - 28 marzo 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-03-28
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667369|Q112667369]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 12 - 21 marzo 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-03-21
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667368|Q112667368]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 11 - 14 marzo 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-03-14
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667367|Q112667367]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 09 - 28 febbraio 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-02-28
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667366|Q112667366]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 08 - 21 febbraio 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-02-21
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667365|Q112667365]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 07 - 14 febbraio 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-02-14
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667364|Q112667364]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 06 - 7 febbraio 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-02-07
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667363|Q112667363]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 05 - 31 gennaio 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-01-31
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667362|Q112667362]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 04 - 24 gennaio 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-01-24
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667361|Q112667361]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 03 - 17 gennaio 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-01-17
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667360|Q112667360]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 02 - 10 gennaio 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-01-10
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667359|Q112667359]]
| [[Il buon cuore - Anno XIII, n. 01 - 3 gennaio 1914]]
| data-sort-value="1914" | 1914-01-03
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667358|Q112667358]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 49 - 6 dicembre 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-12-06
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667357|Q112667357]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 48 - 29 novembre 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-11-29
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667356|Q112667356]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 47 - 22 novembre 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-11-22
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667355|Q112667355]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 46 - 15 novembre 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-11-15
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667354|Q112667354]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 45 - 8 novembre 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-11-08
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667353|Q112667353]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 44 - 1º novembre 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-11-01
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667352|Q112667352]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 43 - 25 ottobre 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-10-25
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667351|Q112667351]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 42 - 18 ottobre 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-10-18
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667350|Q112667350]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 41 - 11 ottobre 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-10-11
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667349|Q112667349]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 39 - 27 settembre 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-09-27
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667348|Q112667348]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 38 - 20 settembre 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-09-20
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667347|Q112667347]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 37 - 13 settembre 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-09-13
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667346|Q112667346]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 36 - 6 settembre 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-09-06
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667345|Q112667345]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 35 - 30 agosto 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-08-30
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667344|Q112667344]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 34 - 23 agosto 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-08-23
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667343|Q112667343]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 33 - 16 agosto 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-08-16
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667342|Q112667342]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 32 - 9 agosto 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-08-09
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667340|Q112667340]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 31 - 2 agosto 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-08-02
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667339|Q112667339]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 29 - 19 luglio 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-07-19
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667338|Q112667338]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 27 - 5 luglio 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-07-05
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667337|Q112667337]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 26 - 28 giugno 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-06-28
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667335|Q112667335]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 25 - 21 giugno 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-06-21
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667334|Q112667334]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 24 - 14 giugno 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-06-14
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667333|Q112667333]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 23 - 7 giugno 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-06-07
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667332|Q112667332]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 22 - 31 maggio 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-05-31
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667331|Q112667331]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 21 - 24 maggio 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-05-24
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667330|Q112667330]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 19 - 10 maggio 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-05-10
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667329|Q112667329]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 18 - 3 maggio 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-05-03
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667328|Q112667328]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 17 - 26 aprile 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-04-26
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667327|Q112667327]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 16 - 19 aprile 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-04-19
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667326|Q112667326]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 15 - 12 aprile 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-04-12
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667325|Q112667325]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 14 - 5 aprile 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-04-05
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667324|Q112667324]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 13 - 29 marzo 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-03-29
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667323|Q112667323]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 12 - 22 marzo 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-03-22
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667322|Q112667322]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 11 - 15 marzo 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-03-15
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667321|Q112667321]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 09 - 1º marzo 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-03-01
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667320|Q112667320]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 08 - 22 febbraio 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-02-22
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667319|Q112667319]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 07 - 15 febbraio 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-02-15
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667318|Q112667318]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 06 - 8 febbraio 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-02-08
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667317|Q112667317]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 05 - 1º febbraio 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-02-01
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667315|Q112667315]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 04 - 25 gennaio 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-01-25
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667314|Q112667314]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 03 - 18 gennaio 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-01-18
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667313|Q112667313]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 02 - 11 gennaio 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-01-11
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667312|Q112667312]]
| [[Il buon cuore - Anno XII, n. 01 - 4 gennaio 1913]]
| data-sort-value="1913" | 1913-01-04
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667311|Q112667311]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 49 - 7 dicembre 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-12-07
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667309|Q112667309]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 48 - 30 novembre 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-11-30
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667308|Q112667308]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 43 - 26 ottobre 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-10-26
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667307|Q112667307]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 42 - 19 ottobre 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-10-19
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667306|Q112667306]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 41 - 12 ottobre 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-10-12
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667305|Q112667305]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 40 - 5 ottobre 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-10-05
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667304|Q112667304]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 39 - 28 settembre 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-09-28
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667303|Q112667303]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 38 - 21 settembre 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-09-21
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667302|Q112667302]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 37 - 14 settembre 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-09-14
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667301|Q112667301]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 35 - 31 agosto 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-08-31
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667300|Q112667300]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 34 - 24 agosto 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-08-24
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667299|Q112667299]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 33 - 17 agosto 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-08-17
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667298|Q112667298]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 32 - 10 agosto 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-08-10
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667297|Q112667297]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 31 - 3 agosto 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-08-03
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667296|Q112667296]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 30 - 27 luglio 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-07-27
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667295|Q112667295]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 29 - 20 luglio 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-07-20
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667294|Q112667294]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 28 - 13 luglio 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-07-13
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667293|Q112667293]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 27 - 6 luglio 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-07-06
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667292|Q112667292]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 25 - 22 giugno 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-06-22
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667291|Q112667291]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 24 - 15 giugno 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-06-15
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667290|Q112667290]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 23 - 8 giugno 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-06-08
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667289|Q112667289]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 22 - 1º giugno 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-06-01
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667288|Q112667288]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 21 - 25 maggio 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-05-25
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667287|Q112667287]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 20 - 18 maggio 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-05-18
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667286|Q112667286]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 19 - 11 maggio 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-05-11
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667285|Q112667285]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 18 - 4 maggio 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-05-04
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667284|Q112667284]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 17 - 27 aprile 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-04-27
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667283|Q112667283]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 15 - 13 aprile 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-04-13
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667282|Q112667282]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 14 - 6 aprile 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-04-06
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667281|Q112667281]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 13 - 30 marzo 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-03-30
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667280|Q112667280]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 12 - 23 marzo 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-03-23
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667279|Q112667279]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 11 - 16 marzo 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-03-16
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667278|Q112667278]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 10 - 9 marzo 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-03-09
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667277|Q112667277]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 09 - 2 marzo 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-03-02
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667276|Q112667276]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 08 - 24 febbraio 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-02-24
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667275|Q112667275]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 07 - 17 febbraio 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-02-17
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667274|Q112667274]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 05 - 3 febbraio 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-02-03
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667273|Q112667273]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 04 - 27 gennaio 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-01-27
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667272|Q112667272]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 03 - 20 gennaio 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-01-20
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667271|Q112667271]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 02 - 13 gennaio 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-01-13
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667270|Q112667270]]
| [[Il buon cuore - Anno XI, n. 01 - 6 gennaio 1912]]
| data-sort-value="1912" | 1912-01-06
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667269|Q112667269]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 50 - 9 dicembre 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-12-09
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667268|Q112667268]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 49 - 2 dicembre 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-12-02
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667267|Q112667267]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 48 - 25 novembre 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-11-25
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667266|Q112667266]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 47 - 18 novembre 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-11-18
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667265|Q112667265]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 45 - 4 novembre 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-11-04
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667264|Q112667264]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 44 - 28 ottobre 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-10-28
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667263|Q112667263]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 43 - 21 ottobre 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-10-21
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667262|Q112667262]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 42 - 14 ottobre 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-10-14
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667261|Q112667261]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 41 - 7 ottobre 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-10-07
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667260|Q112667260]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 40 - 30 settembre 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-09-30
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667259|Q112667259]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 39 - 23 settembre 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-09-23
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667258|Q112667258]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 38 - 16 settembre 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-09-16
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667257|Q112667257]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 37 - 9 settembre 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-09-09
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667256|Q112667256]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 35 - 26 agosto 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-08-26
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667255|Q112667255]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 34 - 19 agosto 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-08-19
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667253|Q112667253]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 33 - 12 agosto 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-08-12
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667252|Q112667252]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 32 - 5 agosto 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-08-05
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667251|Q112667251]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 31 - 29 luglio 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-07-29
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667250|Q112667250]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 30 - 22 luglio 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-07-22
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667249|Q112667249]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 29 - 15 luglio 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-07-15
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667248|Q112667248]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 28 - 8 luglio 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-07-08
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667247|Q112667247]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 27 - 1º luglio 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-07-01
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667246|Q112667246]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 25 - 17 giugno 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-06-17
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667245|Q112667245]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 24 - 10 giugno 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-06-10
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667244|Q112667244]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 23 - 3 giugno 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-06-03
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667243|Q112667243]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 22 - 27 maggio 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-05-27
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667242|Q112667242]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 21 - 20 maggio 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-05-20
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667241|Q112667241]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 20 - 13 maggio 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-05-13
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667240|Q112667240]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 19 - 6 maggio 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-05-06
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667239|Q112667239]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 18 - 29 aprile 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-04-29
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667238|Q112667238]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 17 - 22 aprile 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-04-22
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667237|Q112667237]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 15 - 8 aprile 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-04-08
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667236|Q112667236]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 14 - 1º aprile 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-04-01
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667235|Q112667235]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 13 - 25 marzo 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-03-25
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667234|Q112667234]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 12 - 18 marzo 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-03-18
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667233|Q112667233]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 11 - 11 marzo 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-03-11
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667232|Q112667232]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 10 - 4 marzo 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-03-04
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667231|Q112667231]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 09 - 25 febbraio 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-02-25
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667230|Q112667230]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 08 - 18 febbraio 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-02-18
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667229|Q112667229]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 07 - 11 febbraio 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-02-11
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667228|Q112667228]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 05 - 28 gennaio 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-01-28
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667227|Q112667227]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 04 - 21 gennaio 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-01-21
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667226|Q112667226]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 03 - 14 gennaio 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-01-14
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667225|Q112667225]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 02 - 7 gennaio 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-01-07
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667224|Q112667224]]
| [[Il buon cuore - Anno X, n. 01 - 1º gennaio 1911]]
| data-sort-value="1911" | 1911-01-01
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667223|Q112667223]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 50 - 10 dicembre 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-12-10
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667222|Q112667222]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 49 - 3 dicembre 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-12-03
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667221|Q112667221]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 48 - 26 novembre 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-11-26
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667220|Q112667220]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 47 - 19 novembre 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-11-19
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667219|Q112667219]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 45 - 5 novembre 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-11-05
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667218|Q112667218]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 44 - 29 ottobre 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-10-29
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667217|Q112667217]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 43 - 22 ottobre 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-10-22
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667216|Q112667216]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 42 - 15 ottobre 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-10-15
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667215|Q112667215]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 41 - 8 ottobre 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-10-08
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667214|Q112667214]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 40 - 1º ottobre 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-10-01
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667213|Q112667213]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 39 - 24 settembre 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-09-24
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667212|Q112667212]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 38 - 17 settembre 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-09-17
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667211|Q112667211]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 37 - 10 settembre 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-09-10
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667210|Q112667210]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 35 - 27 agosto 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-08-27
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667209|Q112667209]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 34 - 20 agosto 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-08-20
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667208|Q112667208]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 33 - 13 agosto 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-08-13
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667207|Q112667207]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 32 - 6 agosto 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-08-06
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667206|Q112667206]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 31 - 30 luglio 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-07-30
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667205|Q112667205]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 30 - 23 luglio 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-07-23
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667204|Q112667204]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 29 - 16 luglio 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-07-16
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667203|Q112667203]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 28 - 9 luglio 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-07-09
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667201|Q112667201]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 27 - 2 luglio 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-07-02
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667200|Q112667200]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 25 - 18 giugno 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-06-18
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667199|Q112667199]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 24 - 11 giugno 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-06-11
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667198|Q112667198]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 23 - 4 giugno 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-06-04
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667197|Q112667197]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 22 - 28 maggio 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-05-28
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667196|Q112667196]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 21 - 21 maggio 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-05-21
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667195|Q112667195]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 20 - 14 maggio 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-05-14
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667194|Q112667194]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 19 - 7 maggio 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-05-07
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667193|Q112667193]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 18 - 30 aprile 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-04-30
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667191|Q112667191]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 17 - 23 aprile 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-04-23
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667190|Q112667190]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 15 - 9 aprile 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-04-09
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667189|Q112667189]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 14 - 2 aprile 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-04-02
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667188|Q112667188]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 13 - 26 marzo 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-03-26
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667187|Q112667187]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 12 - 19 marzo 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-03-19
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667186|Q112667186]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 11 - 12 marzo 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-03-12
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667185|Q112667185]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 10 - 5 marzo 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-03-05
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667184|Q112667184]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 09 - 26 febbraio 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-02-26
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667183|Q112667183]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 08 - 19 febbraio 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-02-19
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667182|Q112667182]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 07 - 12 febbraio 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-02-12
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667181|Q112667181]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 05 - 29 gennaio 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-01-29
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667180|Q112667180]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 04 - 22 gennaio 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-01-22
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667179|Q112667179]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 03 - 15 gennaio 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-01-15
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667178|Q112667178]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 02 - 8 gennaio 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-01-08
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667177|Q112667177]]
| [[Il buon cuore - Anno IX, n. 01 - 1º gennaio 1910]]
| data-sort-value="1910" | 1910-01-01
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667176|Q112667176]]
| [[Il buon cuore - Anno VIII, n. 50 - 11 dicembre 1909]]
| data-sort-value="1909" | 1909-12-11
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667175|Q112667175]]
| [[Il buon cuore - Anno VIII, n. 49 - 4 dicembre 1909]]
| data-sort-value="1909" | 1909-12-04
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667174|Q112667174]]
| [[Il buon cuore - Anno VIII, n. 48 - 27 novembre 1909]]
| data-sort-value="1909" | 1909-11-27
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q112667173|Q112667173]]
| [[Il buon cuore - Anno V, n. 19 - 5 maggio 1906]]
| data-sort-value="1906" | 1906-05-05
| numero della rivista Il buon cuore
|-
| [[:d:Q111966489|Q111966489]]
| [[Storia dei fatti de' Langobardi]]
| data-sort-value="1826" | 1826
| traduzione dal latino di Quirico Viviani (1826-28)
|-
| [[:d:Q111049921|Q111049921]]
| [[Tanti e così fieri nemici|Lettere apostoliche della santità di nostro signore papa Pio settimo con le quali si condanna la società detta de' Carbonari]]
| data-sort-value="1821" | 1821
| edizione (1821) del documento di papa Pio VII
|-
| [[:d:Q110899166|Q110899166]]
| [[Sonetti burleschi e realistici dei primi due secoli (1920)|Sonetti burleschi e realistici dei primi due secoli, Volume 1]]
|
| primo volume di una raccolta di sonetti
|-
| [[:d:Q110886842|Q110886842]]
| [['O "luciano" d''o Rre|'O "Luciano" d''o rre]]
| data-sort-value="1918" | 1918
| opera di Ferdinando Russo
|-
| [[:d:Q110886724|Q110886724]]
| [[516 proverbi sul cavallo]]
| data-sort-value="1896" | 1896
| libro di Carlo Volpini
|-
| [[:d:Q110880081|Q110880081]]
| [[Abramo Lincoln]]
| data-sort-value="1913" | 1913
| libro di Antonio Agresti (ed. 1913)
|-
| [[:d:Q110855938|Q110855938]]
| [[Proclama per l'adozione delle basi del nuovo Statuto|Proclama 8 febbraio 1848]]
| data-sort-value="1848" | 1848-02
| edizione (1848) del proclama di Carlo Alberto, re di Sardegna, per l'adozione delle basi del nuovo Statuto
|-
| [[:d:Q110854290|Q110854290]]
| [[Costituzione dogmatica sulla fede cattolica 18 luglio 1870 (Pio IX)|Costituzione dogmatica sulla fede cattolica]]
| data-sort-value="1870" | 1870
| edizione (1870) della costituzione dogmatica "Pastor aeternus"
|-
| [[:d:Q109969749|Q109969749]]
| [[Poesie (Monti)|Poesie di Vincenzo Monti scelte illustrate e commentate da Alfonso Bertoldi]]
| data-sort-value="1891" | 1891
| edizione (1891) di opere letterarie di Vincenzo Monti
|-
| [[:d:Q109919111|Q109919111]]
| [[Notizie della stampa in Prato|Notizie della stampa in Prato (Toscana)]]
| data-sort-value="1908" | 1908
| opuscolo pubblicato da Gaetano Guasti
|-
| [[:d:Q108143401|Q108143401]]
| [[La capitana del Yucatan]]
| data-sort-value="1906" | 1906
|
|-
| [[:d:Q107549101|Q107549101]]
| [[Cronica (Salimbene de Adam)|Cronica]]
| data-sort-value="1942" | 1942
| edizione 1942 della Cronica di Salimbene de Adam, pubblicata da Laterza
|-
| [[:d:Q106576176|Q106576176]]
| [[Nel sogno]]
| data-sort-value="1893" | 1893
| edizione del 1893 dell'opera di Neera
|-
| [[:d:Q106379199|Q106379199]]
| [[Astronomia]]
| data-sort-value="1904" | 1904
| traduzione dall'inglese di Giovanni Celoria (1904) dell'opera di Joseph Norman Lockyer
|-
| [[:d:Q105264225|Q105264225]]
| [[Opere latine minori (Boccaccio)|Opere latine minori]]
| data-sort-value="1928" | 1928
| raccolta di opere latine di Giovanni Boccaccio, pubblicata nel 1928
|-
| [[:d:Q105071947|Q105071947]]
| [[Rime di Vittorio Alfieri scelte e commentate (1912)|Rime di Vittorio Alfieri scelte e commentate ad uso delle scuole da Rosolino Guastalla]]
| data-sort-value="1912" | 1912
| edizione (1912) di opere letterarie di Vittorio Alfieri
|}
----
∑ 608 items.
{{Wikidata list end}}
f7cyjdil2msx638j9q2lzccznifjut6
Pagina:Panzini - Dizionario moderno.djvu/403
108
786887
3901794
3337955
2026-09-19T10:20:19Z
Chiarazuccarini
8867
/* Riletta */
3901794
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Chiarazuccarini" />{{RigaIntestazione|Pas|— 361 —|Pat|riga=s}}</noinclude>''du Lied''. Ma forse si può trattare di un effetto, non avvertito, nel tradurre dal francese.
'''Passo di carica:''' V. ''Caricare''.
'''Passò quel tempo, Enea:''' ''(che Dido a te pensò)'': verso metastasiano rimasto, come altri di questo facile poeta, popolare. ({{TestoCitato|Didone abbandonata|''Didone abbandonata''}} II, 4).
{{smaller|<poem>
Tempo era, tempo fu,
quel che era non è più!</poem>}}{{No rientro}}
e spesso si dice in materia d’amore, in cui è noto quanta importanza abbia il fuggevole momento, come ben sa e avverte la psicologia muliebre.
'''Pastello''' (pittura a)''':''' si dicono pastelli i dipinti eseguiti con matite di vario colore: nei quali si impastano e digradano le tinte con lo sfumino. Non pare che gli antichi usassero tale genere di pittura. Fiorì verso la metà del sec. XVIII.
'''Pastetta:''' voce napoletana: lett. farina spenta nell’acqua e sbattuta con un po’ d’olio, la quale serve per far frittelle. In senso traslato vale ''imbroglio'', ''sotterfugio elettorale''. Voce la quale insieme alla cosa è ben nota anche fuori di Napoli. A Napoli certe cose si fanno ancora con allegra ingenuità!
'''Pastrocchio:''' voce volgare e familiare, romagnola e veneta (coi suoi derivati): è l’antica parola classica ''pastocchia'' (da pasta) e vale ''intruglio,'' indi ''finzione,'' ''imbroglio'', ''cosa mal fatta''. Cfr. il milanese ''pastrùgn'' = intruglio, ''pastrugnòn'' pasticcione e il verbo ''impastocchiare''.
'''Patati-patata:''' voce del gergo francese per esprimere un continuo chiacchierio.
'''Patatrac:''' suono onomatopeico che esprime il rumore di un corpo che si sfascia e cade; familiarmente vale ''ruina'', ''sfacelo''. Fr., ''patatras''.
'''Patchouli:''' olio essenziale, estratto dalla distillazione degli steli e delle foglie di una pianta tropicale ''Pogostemon patchouly'': uno dei profumi vegetali più forti e graditi. V. ''Pasciulì''.
'''Pâté:''' rad. ''pâte'' = pasta; è il nostro ''pasticcio;'' ma per indicare certi pasticci, farciti di carni, la cucina francese ha dato voga alla parola del proprio idioma. Es. ''Pâté de foie''.
'''Pâte d’ancien:''' per ''patina'' di monumenti, quadri etc., è locuzione usata da alcuni per leziosaggine, vizio, od oblio della voce nostra.
'''Patente''' ''(lettera)'' ''':''' termine più specialmente storico per indicare le lettere col regio sigillo, contenenti disposizioni di legge o privilegi. Specie di ''motu proprio''. Queste ''lettere patenti'' si riferiscono di solito al tempo delle antiche monarchie: fr. ''lettres patentes'', dal lat. ''patère'' = essere aperto, manifesto.
'''Paterno''' ''(il governo)'' ''':''' locuzione usata per lo più ironicamente per significare i governi italiani, specialmente quello dell’Austria dopo la Santa Alleanza, i quali consideravano i sudditi come pupilli sotto tutela, cui conveniva guidare, specialmente dopo quella gran dissipazione del periodo rivoluzionario e napoleonico. Il concetto politico infatti della Santa Alleanza era che i principi dovessero reggere i popoli da buoni padri di famiglia. Dicesi oggidì in mal senso di governi e reggitori quando sembrino volersi di troppo inframettere negli affari de’ cittadini, recando offesa a quel concetto di autogoverno e di libertà che è o vorrebbe essere una conquista della età presente.
'''Pathèmata mathèmata:''' antico motto della sapienza greca: letteralmente vuol dire ''i patimenti sono ammaestramenti,'' cioè gran maestro è il dolore. Ricorda l’esametro Vergiliano: ''non ignara mali'', ''miseris sucurrere disco'' ({{TestoCitato|Eneide_(Caro)|Eneide}}, I, 630). Si tratta, però, di un maestro che è bene non invocare, tanto più che viene da sè e i suoi ammaestramenti non sono sempre sicuri.
'''Pathos:''' V. ''Patos''.
'''Patio:''' voce spagnuola, dal latino ''pàtulus'' = aperto, ''cortile'', ''atrio'', e anche ''campo''. Voce notata anche in francese.
'''Patoà:''' V. ''Patois''.
'''Patois:''' ''dialetto'', ''vernacolo,'' ed è vocabolo francese comune fra noi, in alcune regioni. La etimologia comunemente accolta dal buon {{AutoreCitato|Gilles Ménage|Ménage}}, dal {{AutoreCitato|Émile Littré|Littré}}, dallo {{AutoreCitato|Jean Auguste Ulric Scheler|Scheler}}, è dal latino ''patrius'' o ''patriensis''.
'''Patos:''' o più di frequente, seguendo lo grafìe straniere, ''pathos'' (greco ''πάθος'' = passione, ciò che uno soffre senza sua volontà. Termine filosofico, comune ai {{Pt|lin-|}}<noinclude></noinclude>
4p4xribluf2m5eof4gfy1ujpagk6did
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/160
108
809177
3901721
2859576
2026-09-19T06:36:01Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901721
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude>porge il filo dell’incivilimento indiano, nel quale, in luogo delle successive trasformazioni, regna il principio d’una ferrea perpetuità, come se la natura umana fosse colà costrutta d’altri elementi. Perlochè in quella fede d’un continuo progresso della quale sembra compreso il nostro sècolo, tanto più giusto è il desiderio d’intèndere il secreto d’una società che pare esclusa da quelli che noi riputiamo necessarii destini del gènere umano. E forse non è senza pràtico frutto l’indagare a quali istituzioni per avventura si debba codesta immobilità; perocchè in vero mal si potrebbe attribuirla interamente a natura singolare della nazione inda, la quale, a preferenza di molte altre, si collega per lingue, e quindi per antica parentela all’Europa, e nella congerie delle sue dottrine tante ne ha communi con quelle dei nostri antichi e di noi. Fra le due società, la nostra e l’indiana, che tremila anni sono aprìvano il corso della loro vita sotto l’imperio di credenze in gran parte medèsime, espresse coi medèsimi riti e con parole d’una medèsima radice, ora l’una si vede illuminata, forte, audace, scòrrere colla potenza del vapore tutti i mari, e seminar di novelle popolazioni quanto rimane di abitàbili terre; l’altra, dopo una prematura gioventù abbellita dalle arti e dalla poesìa, declinar subitamente a vecchiezza ingloriosa, inerme, infeconda, non curante delli altri nè di sè, cieca d’ogni lume di scienza esperimentale, ammaliata da insanàbili superstizioni. Laonde, o non v’ha generale dottrina delle umane cose, o essa, prima di dirsi tale, deve adoperarsi a schiarire in qualche modo le riposte cagioni, per cui mentre li occidentali salìvano alla scienza viva e a sempre crescente potenza, l’Oriente avviàvasi senza riparo sul calamitoso pendìo dell’inerzia e del decadimento. La suprema delle umane scienze certo sarebbe quella che aspirasse a dimostrare coi fatti di tutte le istorie esservi come un’arte del bene, così anche un’ arte del male; e il progresso dell’umanità non èssere così spontaneo e vittorioso, come parve a coloro che, per architettare un ordinato sviluppo di càuse e d’effetti, tòlsero all’uomo la responsabilità e la vigilanza delle sue sorti.
La penìsola indostànica rammenta sotto certi aspetti naturali,<noinclude>
<references/></noinclude>
62vg8at9o5xej7ietj6v6wuugpmdttp
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/162
108
809179
3901720
2859597
2026-09-19T06:35:42Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901720
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude>fra il Gange e l’Indo, e al quale forse appartenèvano quelle famiglie che regnàrono nell’India sotto il nome di ''figli del sole''. In Ceilan vive ancora la tradizione che su le rive del Gange la prisca gente abitasse nelle caverne della terra, e si sfamasse d’ erbe selvagge; e che un dì allo spuntar del giorno, si vide uscire a poco a poco dal luminoso disco un uomo bello e maestoso. — Io sono figlio del sole, egli disse ai pòpoli che meravigliando l’adoràvano, e vengo a governare il mondo.— E regnò sopra di loro, e ammaestrolli a edificare le case e seminare i campi. Ma, come osserva l’illustre {{AutoreCitato|Gian Domenico Romagnosi|Romagnosi}}, queste dottrine delle potenze naturali, dopo aver vestito li astri coll’imponente maestà d’èsseri intelligenti e dominatori, dovèvano bentosto proscrìvere come nociva ogni cognizione che potesse spogliarli delle qualità e delli onori loro attribuiti; perlochè, occultati i principii e le ulteriori scoperte, le dottrine arcane dei sacerdoti si divìsero sempre più dalle popolari. — Per tal modo le dottrine che avèvano dato il primo impulso alla cultura, divènnero ben presto ostàcoli ad ogni progredimento.
Come nei primi tempi si diffuse sui lidi d’Italia la civiltà etrusca, così su le rive occidentali dell’India approdàrono in cerca di perle e d’altre dovizie i Fenici, o Àrabi marìtimi; e pare vi fondàssero una colonia sotto il nome di Pandèa, la quale venne figurata poi come le altre imprese dei Fenici nella chiara legenda d’Èrcole, che fa regina di quel paese la sua figlia Pandèa, e raccoglie in quei mari le perle per adornarla<ref>«Regionem quoque in qua nata est et cujus imperio eam præfecit Hercules, Pandæam a filiæ nomine appellatam..., Margaritas.... ex universo mari versus Indiam colligi jussisse, quibus filia ejus ornaretur. Arrian. Ind. VIII, 7, 9.»</ref>. E parimente, come lungo il Po vediamo discesa in Italia l’indelèbile pronuncia dei Celti, così lungo l’Indo e il Gange còrsero fin da remoti tempi le favelle diffuse nella Persia e nella Media. Quivi aveva sede in Nisa, non lungi dal Caspio, quel sacerdozio che sotto il nome del Dio di Nisa propagò per opposta parte i suoi riti fino in Grecia e in Italia,<noinclude>
<references/></noinclude>
ekmsrt5gbef6mq385pnrsm2xz0svttw
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/178
108
809195
3901712
2859626
2026-09-19T06:34:21Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901712
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude>{{Pt|legi|collegi}} bramìnici, la dottrina potè esercitare per sècoli tutte quelle meditazioni che, non toccando il vietato terreno dei pùblici interessi, contemplàvano l’èssere umano al di fuori dell’esperienza naturale e civile, e sopratutto nella potenza astratta del pensiero; e potè còmpiere quell’immensa elaborazione di filosofie, che ad alcuni pàrvero precèdere, ad altri pàrvero ripètere, tutto ciò che le altre nazioni pensanti vènnero poi divisando. Ma noi crediamo semplicemente che l’identità dei produtti metafìsici nasca dall’identità della forza contemplativa e dall’identità delli argumenti e dei dati, che vèngono a raccògliersi entro la càmera oscura dell’interna riflessione e della scienza ''a priori''.
Un altro campo in cui la società bramìnica diede largo corso all’umana attività si fu quello dell’arte; poichè un suolo fecondo, coltivato da un pòpolo frugale e devoto, tributò nel corso del tempo prodigiosi tesori, con cui ella potè istoriar di sculture vasti sotterranei, trasformare in labirinto di santuarii più d’una rupe di basalto, inalzare in giro di più miglia i sette chiostri di Seringham, elevare sopra legioni di colonne le sette pagode di Mavalipura. Il pòpolo indiano scolpì ne’ suoi templi tutto ciò che aveva contemplato nelle sue astrazioni filosòfiche, e personificato e verseggiato nei grandi suoi poemi. L’industriose plebi intanto, trattando con miràbile agitità e gentilezza di mano li imperfetti arnesi d’un’arte primitiva, sèppero fornire al barbàrico fasto delle caste dominatrici una tale squisitezza di tessuti, di colori, di profumi, di ricami, di gioie, che i tesori dell’India divènnero il sogno delle altre genti della terra. E intanto il pòvero viveva, come ancor vivo, in angusti tugurii coperti di paglia, fra pareti d’argilla che le assidue piogge stèmprano in fango, dove fra l’ardore del ciclo e il lezzo della povertà, male abbeverato coll’aque fangose dei sacri suoi fiumi, divide colla seminuda prole un pugno di riso, sottratto sovente alla messe immatura. L’ùnico suo conforto è nella magnificenza delle sacre sue pompe, nel clangore dei sacri strumenti, nelle notturne illuminazioni, nelle sacre danze delle baiadere, nelle peregrinazioni ai lontani santuarii, e nella coscienza d’aver compiuto in ogni ora del giorno e in ogni<noinclude>
<references/></noinclude>
l0bqj9cf109oxqkfft06382o10dgaba
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/203
108
809220
3901708
2859659
2026-09-19T06:33:08Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901708
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude>i continui passi verso l’Oriente, noteremo solo che nel 1717 Bekewitch entrava con un esèrcito in Chiva, mentre nel 1839 Perowski con dieci mila cameli, e coi soldati in pelliccia e màschera di panno e occhiali di crine, rimase a mezza via. Nel 1722 la Russia aveva un piede a mezzodì del Caspio, mentre oggidì combatte ancora sul Càucaso. Al contrario li Inglesi in meno di cento anni tramutàrono tre pìccole fattorìe in un vastìssimo imperio.
Pare che li Inglesi dèbbano la prodigiosa loro conquista al sèmplice fatto, che, durante il regno di Luigi XVI e nelle agitazioui che poi segulrono, ''essi rimasero nell’India soli''. La vittoria apparteneva sempre a un pugno d’Europèi, mentre un altro pugno d’Europèi nelli opposti esèrciti avrebbe ristabilito l’equilibrio. Un più efficace strumento di conquiste fu la destrezza dei residenti e l’arte di tèssere alleanze colle corrotte e perverse corti indìgene; ed essa pure avrebbe potuto facilmente contrariarsi ed elìdersi dall’arte eguale d’altra qualsìasi potenza. Ora, questa pugna dell’arte coll’arte, se mancò in India, non mancherà in Turchìa, in Persia, in Afgania, in Bocarìa. Godeste regioni profondamente musulmane rappresèntano in Asia ciò che sono la Germania e la Francia in Europa, cioè nazioni stabilmente armate che frapposte ai due colossi, nel conservare l’equilibrio della pace e della guerra, difèndono la propria libertà.
Le grandi nazioni musulmane non sono una flessìbile materia da conquista. Li Inglesi sùdano in Afgania e in Arabia, come i Francesi in Algeria, come i Russi in Circassia e Chirghizia. Li stati, dove l’islamismo è fede di pòpolo, sono ben diversi da quelli dove esso tiranneggia pòpoli cristiani o bramisti, noncuranti di mutazione e forse desiderosi. Attraverso a quella zona di genti bellicose e sprezzatrici d’ogni cosa straniera, il passaggio, quando pure fosse fàcile ad aprirsi, non sarebbe fàcile a tenersi con sicurezza aperto. Nessuno potrà consigliare a un esèrcito russo di sprofondarsi nel mezzodì, lasciàndosi alle spalle quella colluvie di genti inòspite, rette da incerti dominii, volùbili nelle alleanze, necessariamente nemiche di chi vince, inette forse a sostenere un’ordinata battaglia, ma sempre redivive nella dispersione della sconfitta. L’ardua impresa non è tanto quella<noinclude>
<references/></noinclude>
7yu2y4dn91iyzkw5fkac0at72ngiiq1
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/24
108
838550
3901662
2998662
2026-09-19T06:11:15Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901662
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Didimo69" />{{RigaIntestazione||E ALFIERI|7}}</noinclude>range, Guglielmo il Taciturno, il quale, nato di famiglia che aveva dato un imperatore alla Germania, non solo possedeva vaste signorìe in Germani, in Olanda, in Brabante, in Borgogna, in Provenza, ma luogotenente del re in Olanda e Zelanda, aveva in diretta sua fede quasi tutte le città marittime dei Paesi Bassi. Filippo s'era bene accorto del sublime ambizioso, che doveva un giorno tòglierli la più doviziosa e poderosa parte di quel florido regno; aveva intravisto nell'opposizione dei signori la mano càuta e coperta che li dirigeva; e una volta che Orange gli allegò un desiderio degli Stati, gli aveva detto sul viso: ''non sono gli Stati, ma voi, voi, voi - Nos lo estados, ma vos, vos, vos.'' - Però se Filippo intendeva Orange, anche Orange in tempo s'accorse, che, quando Filippo voleva nei Paesi Bassi sostituire agli antichi tribunali ecclesiastici un nuovo ed unico Santo Officio, giusta il tremendo uso di Spagna, preparava da lontano il finale esterminio di tutte quelle famiglie feudatarie colle quali era costretto a divìdere stentatamente il potere. Quindi Orange col nome della nuova inquisizione spagnola agitò protestanti e catòlici, feudatari e communieri. E mentre disponeva i popoli a tumultuare a tempo e luogo, assoldava in Germania squadre di mercenarii, volendo esser presto a opporre ferro a ferro; e intanto con solenni deputazioni tardava i passi del re; e gli esterceva la promessa di lasciare ai soli vescovi la difesa dell'avita fede. Anzi, conoscitore della Corte spagnola, ov'era egli medesimo cresciuto, vi comperava squisite controspìe, leggeva le più secrete lèttere di Filippo e de' suoi satelliti, e stendeva nella famiglia stessa del despota le reti della ribellione. E coll'opera dei deputati della Signoria belgica, Berghe e Montigny, annodava secrete pratiche coll'irrequieto e violento Don Carlo, il quale, negletto e vessato da Filippo e offeso dal duca d'Alba, abbracciò impetuosamente la speranza di ricevere dai Belgi libero vivere, certa vendetta e pronto regno.
Ma il tempo incalzava. In primavera del 1567 Filippo, risolto di troncare il nodo colla scure del carnefice, inviava verso i Paesi Bassi con un esercito di veterani il feroce Toledo duca d'Alba. All'annuncio di quell'arrivo le forze degli op-<noinclude><references/></noinclude>
cvlkkus41mg5svru96tqz8ym29xe0a8
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/41
108
838608
3901663
2998862
2026-09-19T06:12:42Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901663
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Didimo69" />{{RigaIntestazione|24|SCHILLER|}}</noinclude>inculto e superstizioso. Ambedùe dipingono in Filippo il dèspota e il fanatico, la gelosia senza l'amore, il Tiberio accanto a Sejano; ambidùe pòngono a lato all'oppresso la cara idea dell'amistà fedele sino alla morte.
Ma Posa non è, come Perez, l'incarnazione della pura amicizia; egli è per soprapiù un capo di setta, fuori della corte; e in corte è un audace venturiero, che in poco d'ora, e quasi senza posar il vestimento di viaggio, riesce ad avvolgere amici e nemici in un improviso labirinto, in mezzo al quale, com'ei medesimo confessa, ''un buio gli acceca l'intelletto'', sicchè smarrisce il filo, e vi perde gli altri a sè. La figura che non ha riscontro in Alfieri, e averlo non poteva, è quella della Èboli; vana, volùbile, venale, ingrata; vile col padre, sfrontata col figlio; rizzata solo a qualche dignità da' suoi disperati rimorsi. Ma questa figura ignota all'istoria, mentre rende men tetro e quasi effeminato il personaggio di Filippo, e indegnamente vili quelli di Domingo e d'Alba, nulla giova a scaldare e raccogliere l'affetto; e troppo importunamente frappone le immonde sue leggerezze fra quelle tremende passioni che si spèngono solamente nel sangue. Infine i raggiri di Domingo, della Èboli e di Posa, le chiavi, le scale, i portafogli, gli scrigni, le lèttere, i ritratti, le dame, i mèdici, i paggi, fanno sul fondo del quadro un rimescolamento e un intreccio di natura del tutto còmica, il quale mentre stende la tragedia a faticosa prolissità, ne infrasca l'andamento, ammorza il chiaroscuro, sciupa l'unità dell'effetto e quella che il buon {{AutoreCitato|Giovanni Torti|Torti}} chiama l' ''unità del core'', e dà troppo agio alle làcrime d'inaridire. È un'arte contro l'arte.
In nessun luogo il Don Carlo di Schiller è più tenero e caro che in quella espansione d'amicizia.
<poem>
Io più non sono
Quel Carlo tuo! ...
Ah ch'io versi, ch'io versi,
Unico amico mio, queste cocenti
Làgrime nel tuo seno! A me non vive
Sulla terra infinita una pietosa
Ànima, una pietosa ànima sola!</poem><noinclude><references/></noinclude>
3bnxnoa931t21dpybb10r9mm0n88ij8
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/42
108
838610
3901664
2998865
2026-09-19T06:14:42Z
Candalua
1675
3901664
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Didimo69" />{{RigaIntestazione||E ALFIERI|25}}</noinclude><poem>
Per gl'immensi dominii, ovunque tocchi
Lo scettro di mio padre, ovunque afferri
La prora ispana, un àngolo non trovo,
Fuor di questo tuo seno, ove piangendo
Sollevar le mie pene...
Io non conosco
Filiali dolcezze, io sventurato
Figlio d'un re.</poem>
Poco monta invero se il Don Carlo dell'istoria fu per avventura un giòvine rozzo e brutale, quando sotto il suo nome SChiller ci dona questa dolce poesìa, che rivela ignote e inaspettate miserie là dove il vulgo sogna perpetue felicità:
<poem>
A me non vive
Sulla terra infinita una pietosa
Ánima, una pietosa ànima sola!...
Io non conosco
Filiali dolcezze, io sventurato
Figlio d'un re.</poem>
Se nonchè, e quasi senza èsserve richiesto, Carlo pròdiga a Posa il secreto dell'amor suo, che inoltre è già contaminato fin nella prima scena dal curioso Domingo:
<poem>
Un terribile arcano è qui sepolto
Come fiamma racchiusa....
Raccapriccia, ma taci. - Amo mia madre. -
.....................................................
Questa via mi conduce alla demenza ...
Al patìbolo forse. È senza speme
L'amor mio - scellerato, - un'agonìa
Più crudel della morte; io tutto veggo,
Ma pure io l'amo! ...
Oh Rodrigo, un istante, un breve istantr
Solo con lei!</poem><noinclude><references/></noinclude>
a7tiy4vw3t2c8s7c0lyas6d3axsm02f
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/49
108
838631
3901665
2999053
2026-09-19T06:15:27Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901665
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Didimo69" />{{RigaIntestazione|31|SCHILLER|}}</noinclude>una parola; ciò che Longino chiama il sublime; nè tutti i lettori hanno tatto d'avvedersene, e di valutare il diverso grado di morale altezza a cui può giungere ne' suoi scrittori una nazione.
Sublime è quella feroce compassione che il malvagio astuto dimostra al superbo incauto, che debb'essere vittima sua. Ma non perciò potrà dirsi coll'acerbo e capriccioso Schlegel, che qui ''i malvagi d'Alfieri palesino la loro scelleraggine a volto scoperto''; il che meglio potria dirsi della Èboli, e di Doming, e d'Alba, e d'altri pur troppo dei personaggi di Schiller.
La voltata di spalle simiglia a quella con cui Didone risponde alle misere discolpe dello straniero traditore nell'Inferno di Virgilio. Virgilio, sì poco e sì grossamente inteso dalla critica novella, fu primo a dare dignitoso costume alla donna; perchè potè studiare nelle matronie di Roma quella signorile imàgine che {{AutoreCitato|Omero|Omero}} non potè incontrare lungo le fontante, ove attingevano aqua e lavavano panni le figlie dei prìncipi achèi. E la poesia, appena risurta in Italia, rese tosto gli aviti onori alla virtù femminile, e cantò col cavalier ghibellino:
<poem>Ella sen va sentendosi laudare
Umilemente d'onestà vestuta,
E par che sia una cosa venuta
Di cielo in terra.</poem>
E Alfieri si attenne all'antica tradizione italica, incarnata nelle altiere fronti delle donne di Raffaello, e fece Isabella gelosa del suo secreto perfino all'amante:
<poem>Di Filippo il figlio
Oso amar, io? ...
Ah! perchè tal ti fero
Natura e il cielo? ... Oimè! che dico? imprendo
Così a strapparmi la sua dolce imago
Dal cor profondo? Oh! se palese mai
Fosse tal fiamma ad uom vivente! Oh! s'''egli''
''Ne sospettasse!''...</poem><noinclude><references/></noinclude>
pi8cn24yxono7nizbpir49hk7n0xiih
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/55
108
838673
3901666
2999113
2026-09-19T06:16:00Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901666
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Didimo69" />{{RigaIntestazione|38|SCHILLER|}}</noinclude>Qui la figura del dèspota si leva per un istante gigantesca e tremenda; l'onor suo vuol sangue; non importa se quello degli accusati o degli accusatori, esso vuol sangue. Ma non è facile sostenersi a cotanta altezza; troppo subitamente risurgono le sue perplessità; l'uomo diffidente precipita il suo secreto e l'avara sua affezione nell'ànimo dell'ignoto Posa; e s'abbandona a momentanei furori, e tosto confessa la sua debolezza.
<poem>La memoria
Della mia debolezza ardir v'inspira.</poem>
Pare che Schiller, per dar contrasto alla luce, abbia voluto esagerare l'età di Filippo, e porre in evidenza la sua canizie e l'esàuste forze; e quindi tratto quel re di quarant'anni pare un Saulle curvo e cadente e tormentato dall'imagine del suo successore.
<poem>Il trono mio
Règgesi ancor? Di questa terra ispana
Più non sono il monarca?
A lui piegate
Le ginocchia! prostràtevi al fiorente,
Al più giovìne Re! Filippo io fui,
Ora un vecchiardo senza possa.
Delle regie insegne
Vestìtelo! guidàtelo in trionfo
Sulla morta mia spoglia ...</poem>
E qui ''sviene''. E questa è troppa {{Ec|molllezza|mollezza}} nel più duro e dissimulato degli uomini, che aveva pocanzi condannato una làcrima fuggita a suo figlio:
<poem>Tu ''piangi''? Oh vista abominiosa! Lungi
Da me! Ritorna dalle mie battaglie
Col rossor d'una rotta, e le mie braccia
T'accoglieran; ma ''vile'' io ti respingo.</poem><noinclude><references/></noinclude>
j9tnexamd3imavjkn7r0alo900tox9a
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/56
108
838679
3901667
2999128
2026-09-19T06:16:18Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901667
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Didimo69" />{{RigaIntestazione||E ALFIERI|39}}</noinclude>E Carlo gli aveva risposto:
<poem>Per che modo
Qui fra le umane creature è giunto
''Costùi'' che non palesa ìndole umana?
Ha secco il ciglio -
Non gli è madre una donna!</poem>
Come dunque in poco d'ora ''costùi'' si è fatto ''un vecchiardo senza possa'', e ''sviene''? E se non è i lduca d'Alba, che lascia altrùi ''la cura di coricarlo'', e si assume ''di ricomporre la città'', noi vedremmo il ferreo dominatore sommerso nel momentaneo tumulto di pochi prezzolati. Laonde se il Filippo d'Alfieri e il Tiberio di {{AutoreCitato|Publio Cornelio Tacito|Tacito}} ad alcuni pàrvero astrazioni marmoree, spinte oltre l'umana natura, il Filippo di Schiller non raggiunge nemmeno l'imàgine tracciata dalla istoria e colorita dall'odio dei pòpoli.<br>
Carlo, che ad ogni modo tradiva il padre e il re, non poteva più dirgli con sicura fronte:
<poem>La tua mano, o padre!
O dolcissimo giorno! .....
Sì lungamente dal tuo cor? ''Che feci''?</poem>
Nè poteva, conscio di sè, dimandargli: ''Che feci''? Nè in faccia all'impoetico Filippo poteva stemperarsi con verisimiglianza in quelle tenerezze arcàdiche:
<poem>D'un soave
Presagio il cor mi batte. ''Innamorato''
Tutto il ciel co' suoi ''mille occhi'' ne guarda.
O quanto è dolce
Qual sentirsi adorati in una bella
Ànima! quel saper che la tua gioia
Le mie ''guance colori'', il tuo timore
''Pàlpiti'' nel mio ''seno'', e le tue pene</poem><noinclude><references/></noinclude>
ok75217p16a2pffmqn7pzew41m0r0f4
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/66
108
838725
3901668
2999276
2026-09-19T06:16:59Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901668
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Didimo69" />{{RigaIntestazione||IL LORENZINO|49}}</noinclude>distilla nei cantàbili del melodrama; poi si tramuta in note sonore, e insegna la parola umana e il grido degli affetti agli strumenti da fiato, che dimàndano nelle strade: ''Ah perchè non posso odiarti''?
L'altro gènere della tragedia, guidato dalla critica che disprezza le esagerazioni ideali e gli eròi di convenzione, ci richiamaa alla natura e al fatto; ripudia gl'ìdoli della tradizione, consulta la severa ''istoria'', la crònica minuta, le maniere, le vestimenta; vuole consonanza e dottrina persino nelle quinte del palco. Vuole accanto a Filippo i paggi che s'addormèntano ginocchioni; aborre la protervia poètica del ''tu''; intarsia diligentemente nel verso un ''Vostra Altezza Reale''; e trionfa quando può scrìvere in una linea: ''Serenìssimo Doge, Senatori''. E siccome fu detto che l'istoria non è l'òpera degli individui, ma delle grandi turbe sociali a cui gl'individui famosi prèstano il nome; così questa tragedia o conduce sul palco le moltitùdini in coro, i astori di Tell, o i mercenarii di Wallenstein; ovvero adotta il sistema rappresentativo; prende il Perez d'{{AutoreCitato|Vittorio Alfieri|Alfieri}}, gli dà l'acconciatura istòrica, e dell'amico di Carlo ve lo elegge Marchese di Posa, deputato del gènere umano. Così l'ìdea filosòfica soppianta l'idèa popolare.
Codesta tragedia s'appròssima ognora più ad una realtà di stile ''quàchero''; s'ingeloscisce della soverchia sonorità del verso; a poco a poco lo ammorza, come il ''piano'' del cèmbalo; lo disadorna, lo affloscia; infine gli dà un calcio definitivo, e si adagia schiettamente nella prosa. Epperò se la tragedia ideale è la madre di tutti i furori e i languori dell'òpera in mùsica, la tragedia istòrica è un piano inclinato che scìvola bellamente al drama in prosa. Quanto più i due gèneri s'allontànano, tanto più divèngono compatìbili; e i sistemi intermedii si fanno vacillanti, e incapaci di rispòndere alle improtunità della lògica. Perciò a' giorni nostri due tendenze estreme e opposte: ''òpera in mùsica'' e ''drama in prosa''.
Shakespear trattò possentemente ad un tempo i due grandi gèneri. Trattò l'ideale tragedia del cuore e della fantasìa in<noinclude><references/></noinclude>
mcp64x88hbnz8mgedsethh009pn5mwl
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/73
108
838778
3901669
2999323
2026-09-19T06:17:25Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901669
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Didimo69" />{{RigaIntestazione|56|IL ROMANZERO|}}</noinclude>La lingua spagnola si distingue per certa sua pienezza e pomposità, in cui taluni vògliono si esprima l'ànimo altiero della nazione. Ma la più parte àmano attribuirla all'influenza d'un innesto straniero; e a seconda delle loro preoccupazioni, ora pàrlano di maestà romana, ora di magnanimità visigòtica, ora di splendidezza saracena. Fatto sta che fin dal tempo in cui seguì la propagazione della favella latina nell'Iberia, i Romani avèvano notato una certa soverchia sonorità nei ''Cordubæ natis poetis''; ciò che palesa esser questo un distintivo della stirpe indìgena. E come mai la grandiloquenza latina avrebbe lasciato in lontana e sùddita provincia quelle vestigia che non lasciò nella nativa sede?
Molto men fondata è l'opinione di molti scrittori che ripètono dai Goti non solo l'alterezza del linguaggio, ma eziandìo quell'indomabile propòsito che sostenne il pòpolo spagnolo nella lutta contro gli invasori àrabi dal 711 al 1492, in 780 anni di continua guerra e in una sanguinosa serie di tremila e settecento battaglie. Però si potrebbe loro opporre che, se questi prodigi di costanza non sùrgono dal fondo dell'ìndole nazionale, non è possìbile che si tòlgano in prèstito a un pugno di stranieri, i quali veramente non pòrsero esempio mai di questa singolare virtù. E infatti la resistenza dei Cristiani ai Mori fu mìnima al tempo dei Goti; venne crescendo coll'allontanarsi di quell'età; e toccò l'àpice ottocento anni dopo la dispersione dei Goti, quando il gran Gonsalvo e gli altri guerrieri di Ferdinando espugnàvano l'ultimo asilo degli Arabi sulle rupi della Sierra Nevada, e il re Sebastiano di Portogallo li perseguitava a morte sulla terra d'Africa.
I Goti al loro tempo passàrono il Danubio come fuggitivi, entràrono in Italia come federati, occùparono la Linguadoca e le Spagne quasi in dote nuziale d'una sorella del romano imperatore sposata al suo capitano Alarico. Ma ogni qualvolta si trattò di combàttere, furono vinti da Stilicone, da Belisario, da Narsete, da Childeberto, da Tarif. Gli istòrici prodigàrono il valore dei pirati nromanni anche a tutti i bàrbari d'acqua dolce; ma forse i Goti non èbbero altra giornata di vera gloria militare, che quando concòrsero a dispèrdere le orde di Attila nelle pianure della Sciampagna.<noinclude><references/></noinclude>
p1bkfjn3joz37zd7el5nn8ryfks46oe
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/79
108
839037
3901670
3000014
2026-09-19T06:17:46Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901670
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Didimo69" />{{RigaIntestazione|62|IL ROMANZERO|}}</noinclude>prima crociata; il sècolo che si compieva colla presa di Gerusalemme. Cent'anni prima le popolazioni europèe, allaevare in una diuturna viltà, fùggivano ancora avanti agli Arabi, agli Ungari, ai Normanni, che dal mezzodì, dall'oriente, dal settentrione, penetràvano col ferro e col foco sino agli indifesi recessi delle Alpi.
Pare che codesto Rodrigo fosse la meraviglia del tempo; prima campione del Regno di Castiglia, poi èsule e perseguitato, amico del re àrabo di Molina, òspite del re àrabo di Saragozza e tutore del suo figlio Muetaman, pareva avere errato per le Spagne a radunare quanto di cavalleresco avèvano le due nazioni. Alcuni vògliono che le prime memorie del Cid fossero composte in àrabo da due suoi paggi; poichè nelle corti di quel tempo le due stirpi vivèvano compagne, e si prestàvano mutuamente i poètici loro costumi. E pare che le prime poèsie dell'Europa romanza fossero traduzioni di canti moreschi, fatte per accompagnarsi ai medèsimi strumenti. L'àrabo, ad onta del suono gutturale, era a quel tempo la lingua musicale del mondo civile, come l'italiano ai nostri giorni. Le raffinate galanterie delle città moresche, imitate dai cavalieri provenzali, èbbero poi l'ultimo tocco di soavità nei versi del {{AutoreCitato|Francesco Petrarca|Petrarca}}. Le canzoni del Romanzero erràrono a lungo fra il pòpolo, che forse accumulò com'è suo stile, sopra un solo nome le memorie di molti guerrieri. Esse non si fissàrono in iscritto se non nel secolo XVI per opera di Ferdinando del Castillo; e pòrtano qua e là le vestigia dei quattro sècoli, ch'erano corsi frattanto dalla morte del Campeador.
Questa Odissèa guerriera, tutta piena delle fiere passioni del medio evo, comincia col dipìngere la tristezza del padre di Rodrigo, cui la vecchiaia toglie di poter vendicare un'ingiuria fattagli dal conte Lozano. Il giòvane Rodrigo sfida a morte Lozano, recide il capo del cadàvere, e comparso con esso avanti al padre, gli piega inanzi con fliale sudditanza il ginocchio. Il vecchio sedeva a mensa solingo e gemente, volgendo in cuore l'onta sofferta, e covando mille fantasmi d'onore, quando Rodrigo, col mozzo teschio del conte impugnato pei capelli e stillante sangue, prende il<noinclude><references/></noinclude>
973p34qz7susrvkfi76tp47a3hsvxwy
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/89
108
839936
3901671
3572138
2026-09-19T06:18:11Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901671
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Didimo69" />{{RigaIntestazione|71|IL ROMANZERO|}}</noinclude>quello qualunque sìasi che mise insieme le parole originali d'{{AutoreCitato|Omero|Omero}}, cercò le più belle e armòniche e luminose che la lingua greca ''a quel tempo'' gli porgeva; e fece nè più nè meno di ciò che {{AutoreCitato|Vincenzo Monti|Vincenzo Monti}} fece ai nostri dì colla lingua nostra, quando volle farci una visione di quell'antica bellezza. E se nel frattempo la lingua greca si andò mutando, cosicchè la locuzione omèrica perdette il suo fiore giovanile, e apparve ai pòsteri veneranda e rugosa, noi colle nostre versioni dobbiamo piuttosto cercare di collocarci al punto di mira in cui furono i contemporanei d'{{AutoreCitato|Omero|Omero}}, che non in quello delle età posteriori, le quali non hanno diritto di frapporsi fra {{AutoreCitato|Omero|Omero}} e noi.
V'è in castigliano un'altra poesia sul Campeador, e il traduttore parrebbe crèderla più antica delle romanze ch'egli stesso tradusse. Si chiama propriamente il ''Poema del Cid''; e alcuni lo attrìbuiscono a Pietro cantore della Chiesa di Sivilia, altri ne lo fanno solamente ''copiatore''; e così risurge sempre il dubbio omèrico. Si trovò manoscritto in Vivar, patria del Cid; ma la mano sembra del sècolo XIV. Le assonanze in questo poema divèngono spesso vera rima; ma gli eruditi soli potranno chiarire con minuto paragone questi equìvoci segnali dell'età. Vuolsi però aver sempre in mente, che fin quando un poema non si rende immòbile nel manoscritto, fino a quando rimane esposto all'arbitrio dei ripetitori popolari, può sempre contrar modi d'un'età posteriore a quella in cui venne primamente composto. E inoltre il verso del ''Poema'' è più lungo, meno lirico e più eròico che gli sparsi frammenti del ''Romanzero''. Appena si troverebbe in {{AutoreCitato|Omero|Omero}} uno ''spondaìco'' più maestoso di questo:
<poem>«Tu eres Rey de lo Reyes, y de todo el mundo padre.»</poem>
Pare che i cenni fugaci della romanza lìrica nel ''Poema'' si distèndano in più robusta ed èpica forma. Èccone un esempio:
«I Mori lo affrontàno per torgli la bandiera; gli avvèntano gran colpi, ma nol posson ferire. Disse il Campeadore:
Per un Dio, salvàtelo. Imbràcciano gli scudi sul cuore; arrèstano le lance adorne di pennoni; chinàno sugli arcioni la faccia, e<noinclude><references/></noinclude>
o2tbf7egqwkyj1ptsfzht9okact9zak
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/97
108
839946
3901672
3002893
2026-09-19T06:18:37Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901672
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Didimo69" />{{RigaIntestazione|80|VITA DI DANTE|}}</noinclude>giusta una crònica «''si crede che Dante vi scrivesse alcune parti delle sue càntiche, per aver i luochi in esse descritti molta correspondenza con questi''». Il che varrebbe altretanto a provare che Dante scrivesse le sue càntiche nei monti Pirenèi.
Nel quinto o sesto anno dell'esilio suo, Dante recossi a Parigi, e v'attese a studii che tornàvano necessarii a dar nervo scientìfico all'òpera sua, che doveva èssere tutta piane di siffatti argomenti. {{AutoreCitato|Giovanni Boccaccio|Boccaccio}}, che gli visse assai vicino di tempi, dice solo che «''passati i monti che divìdono l'Italia dalla provincia di Gallia, ''COME POTE' ''se n'andò a Parigi''». Ma il Balbo a quei ''monti'' soggiunse: ''cioè gli Appennini delle due riviere fino a Provenza''. Ora gli Appennini non sono invero i ''monti che divìdono l'Italia dalla provincia di Gallia''. E se Dante nòmina qua e là nel suo poema tre o quattro luoghi delle marine di Liguria e di Provenza, chi può sapere se li abbia visti mai? o se li vide piuttosto nella gita che nel ritorno? o se non li aveva visti prima, giacchè i sepolcri di Arle si tròvano nominati nell'{{TestoCitato|Divina Commedia/Inferno|''Inferno''}}, che, al dir di Balbo, era già finito e publicato prima di quel viaggio? E sappiamo ch'egli soggiornò a lungo nei vicini feudi dei Malaspina, che si vàlsero di lui per ambasciatore; ed a quei tempi le loro squadre e quelle dei Fieschi loro congiunti corrèvano tutti quei monti, e assalìvano Gènova, e prendèvano Parma.
Pure il sig. Balbo afferma che «''andando a Parigi ei ''NON POTE' PASSAR ALTROVE'' che per Provenza, e molto probabilmente per la via antica, e nuova, e quasi sola, d'Avignone''». Ma Genova ed Avignone èrano nidi di guelfi caldìssimi, mentre varie città e signorìe di vassalli imperiali, potèvano conduslo salvo fino al sommo delle Alpi. E il Balbo stesso per condur Dante in Lunigiana trovò che «NIUN'ALTRA VIA ''gli era quasi aperta in mezzo alle guelfe Ferrara e Bologna, se non per Màntova e Parma città ghibelline, ondechè'' NON SI PUO' DUBITARE CHE PASSASSE PER ESSA?». Ma perchè mai chi aveva strada aperta fra i guelfi di Genova e d'Avignone, non poteva averla fra i guelfi di Ferrara e di Bologna? Perchè mai nell'un caso ''non potè Dante passar altrove'' che fra i guelfi, mentre<noinclude><references/></noinclude>
84t6gw6bwm6vaqwktxbak9qtc5g163g
Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/462
108
956485
3901205
3472734
2026-09-18T12:44:16Z
Utoutouto
16823
/* Riletta */
3901205
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|452|maschere nude|}}{{block|recita}}</noinclude><noinclude>
</noinclude>m’ajuti lei a uscirne, per carità... sono... sono cosí disadatto...
{{Sc|Nada}}. Lo vedo. Vuole le cambiali?
{{Sc|Squatriglia}}. Se... se crede...
{{Sc|Nada}}. Lei dice che non valgono nulla?
{{Sc|Squatriglia}}. Nulla: questo glielo posso proprio giurare: nulla, signorina!
{{Sc|Nada}}. E allora doveva dirmi cosí.
{{Sc|Squatriglia}}. Gliel’ho detto!
{{Sc|Nada}}. No, cosí e nient’altro. E doveva aggiungere che, protestandole, io farei ridere le mie amiche, perché farei loro sapere che ho avuto la dabbenaggine d’accettarle. Capisce? Cosí doveva dirmi! E non fare appello alla mia generosità. Io non posso essere generosa. Io mi devo vendicare. E creda che saprò trovare il modo di vendicarmi, e mi vendicherò ferocemente. Oh se mi vendicherò! Questa mortificazione, questo schifo che m’ha fatto provare, perdio, lo sconterà!
{{block|is|Di scatto risoluta, apre la borsetta, ne trae le cambiali e gliele porge.}}Ecco a lei le cambiali. Se ne vada! Se ne vada via subito!
{{Sc|Squatriglia}}. Graz...
{{Sc|Nada}}. Non mi ringrazi!
{{Sc|Squatriglia}}. No... ma... mi permetta... mi conceda...
{{block|is|Timido, con le dita tremolanti, trae dal mazzetto alcuni biglietti di banca e li depone sul tavolino, sotto il calamajo.}}
{{Sc|Nada}}. No! Non voglio! Non voglio!
{{Sc|Squatriglia.}} Mi lasci fare... per favore... non so se faccio bene o male...
{{Sc|Nada}}. Non voglio, le dico! Si riprenda quel denaro!
{{Sc|Squatriglia}}. Ma scusi... guardi... per me... il poco che posso fare... me... me lo lasci fare... per un favore... a me... particolare...
{{Sc|Nada}}. Quanto ha messo lí?
{{Sc|Squatriglia}}. Mille e cinque... cinquecento lire, signorina, ma...
{{Sc|Nada}}. Mille e cinquecento?
{{Sc|Squatriglia}}. Se... se è poco...<noinclude></noinclude>
0u1fok3v6mk4va6oltqxcnxm4ziipnw
Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/463
108
956486
3901276
3483628
2026-09-18T12:50:21Z
Utoutouto
16823
/* Riletta */
3901276
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||cecè|453}}{{block|recita}}</noinclude>
{{Sc|Nada}} (''contrariata cava dalla borsetta una busta intestata e aperta e gliela porge''). Guardi questo conto.
{{Sc|Squatriglia}} (''prende la busta, ne trae imbarazzato, non comprendendo, un conto da modista, e legge''): Cappello a cupola piana, con grande Paradis bianco naturale. Lire milleseicentocinquanta.
{{block|is|La guarda. Nada col dito gli indica il cappello che ha in capo. Comprende e s’affretta a dire:}}Ah... sí... subito... Volentieri... Trae dal mazzetto un altro biglietto da cento e uno da cinquanta, e li mette insieme con gli altri sul tavolino, sotto il calamojo. Ecco fatto... Mi scusi, se... E grazie, signorina... con tutto il cuore... anche a nome...
{{Sc|Nada}}. Basta, la prego!
{{Sc|Squatriglia}}. Ha ragione. Scappo, corro a dar l’annunzio del suo atto generoso... — no, no... non aggiungo altro...
{{block|is|Le porge la mano:}}Permette?
{{block|is|Gliela stringe, s’inchina:}}La ossequio.
{{block|is|Via per l’uscio in fondo. — Nada, rimasta sola, fa atti di nausea, di rabbia; passeggia, infuriata, per la stanza.}}
{{Sc|Nada}}. Ah, me la pagherà... me la pagherà... Vigliacco!... Ah, che cosa... Vigliacco! Vigliacco!...
{{block|is|Si ferma innanzi al tavolino, prende i biglietti di banca, li conta con ira e con sprezzo, li caccia dentro la borsetta, e poi resta a pensare un po’, mordendosi un dito, con gli occhi sfavillanti, foschi di minaccia. Alla fine, si riscuote, siede innanzi al tavolino, trae dalla cartella un foglio di carta, una busta:}}Aspetta...
{{block|is|Si mette a scrivere.}}
{{block|is|Pausa. Mentre Nada, con le spalle voltate all’uscio scrive, l’uscio s’apre silenziosamente, e Cecè vi s’affaccia, col cappello in capo, a sghembo; poi entra, lo richiude senza far rumore, e in punta di piedi si appressa a Nada e l’abbraccia per di dietro.}}<noinclude></noinclude>
thhqpd06y9cuxy1iko046h6dlooupie
Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/464
108
956487
3901329
3472739
2026-09-18T12:54:56Z
Utoutouto
16823
/* Riletta */
3901329
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|454|maschere nude|}}{{block|recita}}</noinclude>
{{Sc|Cecè}}. Naduccia mia bella!
{{Sc|Nada}}. Ah? Tu? Con che faccia osi presentarti a me?
{{Sc|Cecè}}. Che cos’è?
{{Sc|Nada}}. Hai l’impudenza...
{{Sc|Cecè}}. Perdonami: t’ho fatto aspettar troppo? Non credevo di far cosí tardi. Via, eccomi qua...
{{block|is|Le presenta la faccia sorridente.}}
{{Sc|Nada}}. Pigliati questo!
{{block|is|Gli appioppa uno schiaffo sonoro.}}
{{Sc|Cecè}}. Oh Dio... troppo forte... M’hai fatto male... perché?
{{Sc|Nada}}. Perché? Hai il coraggio di domandarmi il perché?
{{Sc|Cecè}}. No, perdono! t’ho chiesto perdono... Infine, che cos’è? Avrai aspettato una mezz’oretta...
{{Sc|Nada}}. Ah, per questo?
{{Sc|Cecè}}. E perché altro? Che cos’è?
{{Sc|Nada}}. Sei stato con la mamma?
{{Sc|Cecè}}. Con la mamma? Che mamma?
{{Sc|Nada}}. Con la tua mamma, che doveva venire a pregarmi, a scongiurarmi d’aver pietà...
{{Sc|Cecè}}. La mia mamma? Che dici? Sei matta?
{{Sc|Nada.}} Ah, sono matta? Imbroglione!
{{Sc|Cecè}}. Che mamma, scusa? dov’è la mamma? che c’entra la mia mamma?
{{Sc|Nada}}. Imbroglione! Lo so bene che non c’entra! Ah, ti pare che ci abbia creduto?
{{Sc|Cecè}}. Ma a che? Sei proprio impazzita? Che t’è accaduto?
{{Sc|Nada}}. Il fallimento! la rovina! il disonore! tutto a catafascio per le tue nequizie! Un povero padre, a cui hai inzaccherato la canizie veneranda! Una povera madre... — imbroglione! gaglioffo! Come non ti vergogni?
{{Sc|Cecè}} (''serio, con freddezza grave''). Ma tu farnetichi, mia cara! Ti prego di spiegarmi. Io non capisco nulla.
{{Sc|Nada}}. Ah no? Proprio? Non capisci nulla?
{{Sc|Cecè}}. Che vuoi che capisca? Ti vedo infuriata... Credevo che fosse per il mio ritardo... Ma ora...
{{Sc|Nada}} (''andandogli incontro con le mani tese, arrovesciate''). È possibile una faccia cosí a prova di bomba? Ma come? quell’uomo dall’occhio murato?<noinclude></noinclude>
1t40hwleuzh7wffvriee4jduihlgyhx
Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/465
108
956488
3901360
3483629
2026-09-18T12:57:32Z
Utoutouto
16823
/* Riletta */
3901360
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||cecè|455}}{{block|recita}}</noinclude>
{{Sc|Cecè}}. Dall’occhio murato?
{{Sc|Nada}}. Che ho trovato qua, al tuo posto?
{{Sc|Cecè}}. Un uomo dall’occhio murato?
{{Sc|Nada}}. Amico di tuo papà!
{{Sc|Cecè}}. Ma che dici? Tu sei impazzita davvero! Hai sognato! Io non ho papà, io non ho mamma; che dici?
{{Sc|Nada}}. Che! Vuoi farmi impazzire sul serio? Bada, sai! Se è uno scherzo...
{{Sc|Cecè}}. Ma che scherzo! Ti dico che non capisco nulla! Spiegati! Chi hai trovato qua, al mio posto? Un uomo con l’occhio murato? che vuol dire murato?
{{Sc|Nada}}. Murato, murato... cosí.
{{block|is|Si tappa un occhio con la mano.}}
{{Sc|Cecè}}. L’hai trovato qua? E come?
{{Sc|Nada}}. Che ne so io? Era qua. Ho telefonato; m’hanno invitata a salire. Credevo di trovar te; ho trovato lui.
{{Sc|Cecè}}. E chi l’aveva fatto salire?
{{Sc|Nada}}. Lo domandi a me?
{{Sc|Cecè}} (''simulando sgomento, poi ansia e costernazione''). Con l’occhio murato? Dio... qua? Di’ su, che t’ha detto?
{{Sc|Nada}}. Che aspettava tua madre per venire da me a pregarmi...
{{Sc|Cecè}}. Mia madre? E tu ci hai creduto?
{{Sc|Nada}}. Ti dico di no!
{{Sc|Cecè}}. A pregarti di che?
{{Sc|Nada}}. Di restituire le tre cambiali.
{{Sc|Cecè}} (''con ansia aggressiva''). E tu?
{{Sc|Nada}} (''smarrita''). Come, io?
{{Sc|Cecè}}. Tu gliel’hai date?
{{Sc|Nada}}. S’è messo a parlarmi della rovina della tua casa...
{{Sc|Cecè}}. Ah, canaglia! E poi?
{{Sc|Nada}}. Che tuo padre era all’orlo dei fallimento...
{{Sc|Cecè}}. Mio padre? Ah, farabutto!
{{Sc|Nada}}. Che bastava una spinta, un soffio a mandar giú un accordo ch’era riuscito a stabilire tra i creditori...
{{Sc|Cecè}}. Lui? Assassino! ladro!
{{Sc|Nada}}. Con tanta furia, che mi pareva... Dio, che ribrezzo!... mi pareva che l’altro occhio dovesse schizzargli dalla faccia e saltarmi addosso...
{{Sc|Cecè}}. Ma rispondi a me; tu gli hai dato le cambiali?<noinclude></noinclude>
m5luhyz7f5l6vna7nr8vqsdapzw7nlp
Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/466
108
956489
3901404
3472751
2026-09-18T13:01:21Z
Utoutouto
16823
/* Riletta */
3901404
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|456|maschere nude|}}{{block|recita}}</noinclude>
{{Sc|Nada}}. M’ha detto, dimostrato, che non valevano nulla, che non avrei potuto cavarne alcun vantaggio...
{{Sc|Cecè}}. E gliel’hai date? Disgraziata! Mi hai rovinato, mi hai rovinato, mi hai rovinato!
{{Sc|Nada}}. Io? Ma come? Per giunta?
{{Sc|Cecè}}. Rovinato! Sai chi è costui? Il piú feroce strozzino ch’esista sulla faccia della terra! Una sanguisuga! Un vampiro!
{{Sc|Nada}}. Quello lí?
{{Sc|Cecè}}. Quello lí! quello lí! Com’hai fatto a credergli?
{{Sc|Nada}}. Non ho creduto...
{{Sc|Cecè}}. E allora?
{{Sc|Nada}}. Ma ho creduto che l’avessi mandato tu...
{{Sc|Cecè}}. Io?
{{Sc|Nada}}. Per riavere le cambiali...
{{Sc|Cecè}}. Io? Ma come? Se t’avevo scritto io stesso di riportarmele qua! Te le volevo cambiare... Volevo ritirarle... darti il danaro... Come ti sei arrischiata a dargliele? Oh, che assassinio! M’hai rovinato!
{{Sc|Nada}}. Che ne so io? Chi lo conosceva?
{{Sc|Cecè}}. Quello lí?
{{Sc|Nada}}. Sí... tutto impacciato... pregava... sudava...
{{Sc|Cecè}}. Ma perché sa fare lo scemo a meraviglia, sfido! Non c’è parte che non sappia fare! Da usurajo e da mezzano, da tiranno e da schiavo, l’asino e il porco, la serpe e la jena; la tigre e il coniglio! E tu gli hai creduto... e sei caduta nella ragna ch’egli t’ha tesa... Ma ora il midollo lo succhierà a me! Non aveva potuto aver mai in mano un mio pezzo di carta, per vendicarsi! Da anni mi faceva la posta, mi dava la caccia! Perché io gli ho strappato dalle grinfie piú d’una preda, capisci? e l’ho svergognato pubblicamente... Ma come ha saputo di queste tre cambiali? com’ha saputo che tu dovevi venir qua a restituirmele? Di’ la verità, tu ne hai parlato con qualcuno?
{{Sc|Nada}}. M’ha detto che lui lo sapeva per tua stessa confessione!
{{Sc|Cecè}}. Per mia stessa confessione? Ti pare possibile? Tu ne avrai parlato con qualche tua amica...
{{Sc|Nada}}. No... ma... veramente ne... ne ho fatto cenno...
{{Sc|Cecè}}. A chi?
{{Sc|Nada}}. Non ricordo... a un tuo amico...<noinclude></noinclude>
mt084b22c0f63jlj8okzmxe3tcb76ao
Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/467
108
956490
3901444
3483630
2026-09-18T13:04:50Z
Utoutouto
16823
/* Riletta */
3901444
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||cecè|457}}{{block|recita}}</noinclude>
{{Sc|Cecè}}. E quello tiene spie da per tutto! E forse... ma certo, sí, me l’ha mandato lui questa mattina tra i piedi quel seccatore, che m’ha trattenuto piú di mezz’ora, per dar tempo a lui di venire qua e di sorprenderti... Ah, che assassinio! E come faccio adesso? come faccio? Tre cambiali... il cento per cento... mi farà pagare il cento per cento su quelle seimila lire... seppure, seppure... Ma come! Tu gliele hai date cosí... per niente? tre cambiali con la mia firma!
{{Sc|Nada}}. No... m’ha date alcune centinaja di lire...
{{Sc|Cecè}}. Ah, alcune centinaja? Quante?
{{Sc|Nada}}. Mille... milleseicento... seicentocinquanta.
{{Sc|Cecè}}. Strozzino! Milleseicentocinquanta per seimila, su cui mi farà il cento per cento.
{{Sc|Nada}}. E me ne voleva dare anche meno!
{{Sc|Cecè}}. Hai capito? Ha cercato anche di tirare!
{{Sc|Nada}}. No... veramente... appena gli ho fatto vedere la nota del cappello...
{{Sc|Cecè}}. Quale cappello? Codesto? Ma scusa, se codesto te l’ho pagato io?
{{Sc|Nada}}. E che vuol dire? Il conto l’ho sempre qua.
{{Sc|Cecè}}. Ho capito. Milleseicentocinquanta? Vuol dire che lo pagherò due volte io, codesto cappello. Le aggiungerà agli interessi.
{{Sc|Nada}}. No, no, senti, Cecè, almeno queste...
{{Sc|Cecè}} (''con scatto di sdegno''). Ma va’! Che ti passa per il capo?
{{Sc|Nada}}. Cecè, te ne prego!
{{Sc|Cecè}}. Sta’ zitta! Sei matta?
{{Sc|Nada}}. Fammi questo piacere...
{{Sc|Cecè}}. Dici sul serio? Mi dispiace anche per te. Ma ti sta bene, sai? Hai potuto credere a tutte le infamie, che colui t’avrà dette di me? Che t’ha detto? Che t’ha detto?
{{Sc|Nada}} (''fa con ambo le mani un gesto espressivo''). Caro mio...
{{Sc|Cecè}} (''assorto''). E sono in bianco capisci? Senza scadenza fissa... Me le può protestare quando vuole... Ma non me le protesterà! Non è matto! Mi terrà... cosí, sotto la minaccia, per impormi gl’interessi a suo piacere... e mi succhierà il sangue, come ha fatto a tanti altri.
{{Sc|Nada}}. Povero Cecè... vieni qua...
{{Sc|Cecè}}. Lasciami stare! m’hai rovinato.
{{Sc|Nada}}. Ti compenserò io, Cecè...<noinclude></noinclude>
of8w2zdf6259owll24ga0wvnr1ysqjb
Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/468
108
956491
3901477
3472754
2026-09-18T13:07:44Z
Utoutouto
16823
/* Riletta */
3901477
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|458|maschere nude|}}{{block|recita}}</noinclude>
{{Sc|Cecè}} (''accorrendo e abbracciandola''). Ah, cara mia, lo credo bene! Mi compenserai alla stregua dell’usura che mi farà quello lí!
{{Sc|Nada}}. Anche di più!
{{Sc|Cecè}}. Ma è pure la rabbia, capisci? la rabbia d’esser caduto in quelle mani!
{{Sc|Nada}}. E ti farò passare anche la rabbia, sta’ zitto... Siedi qua.
{{block|is|Lo fa sedere e gli si siede su le ginocchia.}}Cosí...
{{Sc|Cecè}}. Comincia il compenso? Subito un bacio qua!
{{block|is|Indica la fronte.}}
{{Sc|Nada}}. Ecco un bacio qua...
{{Sc|Cecè}}. Di’ un po’, me ne ha dette molte, quell’infame?
{{Sc|Nada}}. Tante... Tante...
{{Sc|Cecè}}. Per ognuna, un bacio! E dove voglio io... Cominciamo! Che t’ha detto?
{{Sc|Nada}}. Canaglia!
{{Sc|Cecè}}. Subito un bacio qua!
{{block|is|Indica la guancia destra.}}
{{Sc|Nada}} (''ride e lo bacia su la guancia destra'').
{{Sc|Cecè}}. Su, avanti, che altro t’ha detto?
{{Sc|Nada}}. Aspetta... aborto...
{{Sc|Cecè}}. Aborto?
{{Sc|Nada}}. Di natura...
{{Sc|Cecè}}. Aborto di natura?
{{block|is|Balza in piedi. Nada gli scappa e corre per la stanza, ridendo.}}Vieni qua... vieni qua...
{{Sc|Nada}}. Lasciami levare il cappello...
{{Sc|Cecè}}. Milleseicentocinquanta! E il resto! Nada, vieni qua.
{{Sc|Nada}}. Eccomi.
{{Sc|Cecè}} (''risiede, con Nada su le ginocchia''). Dunque, aborto di natura? Eh...
{{block|is|Indica con un dito la bocca:}}questa volta qua, qua, cara mia...
{{Sc|Nada}} (''si china per baciarlo in bocca, e — a questo punto — sarà meglio che cali la''
</div>
{{Ct|f=100%|v=1|TELA}}<noinclude></noinclude>
l2zhmolnu2ontg0q9h244kh80ugkey4
Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/469
108
956492
3901790
3483631
2026-09-19T09:56:23Z
Utoutouto
16823
/* Riletta */
3901790
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" /><!--{{RigaIntestazione||il dovere del medico|459}}{{block|recita}}--></noinclude>
{{Ct|f=140%|v=5|t=5|IL DOVERE DEL MEDICO}}<noinclude></noinclude>
9hst8gqdb6dnb4424q30ji9gtg4k18a
Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/471
108
956493
3901791
3483632
2026-09-19T09:59:21Z
Utoutouto
16823
/* Riletta */
3901791
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" /><!--{{RigaIntestazione||il dovere del medico|461}}{{block|recita}}--></noinclude>
{{Ct|c=atto|PERSONAGGI}}
{{block|is|{{Sc|Tommaso Corsi - Anna}}, sua moglie - La signora {{Sc|Reis}}, madre di Anna - Il dottor {{sc|Tito Lecci}} - L’avvocato {{Sc|Franco Cimetta - Rosa}}, cameriera - Un {{Sc|Questurino}} - Un {{Sc|Infermiere}} (che non parla).
{{*}}
In una città dell’Italia meridionale.<br>
Tempo presente.}}<noinclude></noinclude>
1uqysmccha3utrybm5i4f67j63yvt6f
Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/473
108
956494
3901792
3483633
2026-09-19T10:05:10Z
Utoutouto
16823
/* Riletta */
3901792
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" /><!--{{RigaIntestazione||il dovere del medico|463}}{{block|recita}}--></noinclude>
{{vs|5}}
''Una stanza di passaggio in casa Corsi, con armadii, un lavabo, un’ottomana, una grande antica poltrona, una gruccia con abiti appesi, seggiole, ecc. ecc. — Una finestra guarnita con tende a sinistra (dello spettatore). Due usci: uno, in fondo, che dà nella camera da letto; l’altro, a destra: entrambi con tende''.
{{block|recita}}
{{block|is|Al levarsi della tela sono in iscena la signora Reis e il Questurino: questi, seduto presso l’uscio a destra, di guardia, in atteggiamento di stanchezza e di noja; quella, in piedi, presso l’ottomana, cupa arcigna impaziente: è vestita di nero, con la cuffia vedovile sui capelli lanosi; gli occhi, sotto le folte ciglia aggrottate, le lampeggiano d’odio e di diffidenza nel volto pallido e aspro, contratto e macerato dall’angoscia e dai dolori. È lí, evidentemente, in attesa; e due o tre volte guata il Questurino di guardia, come se volesse domandargli qualche cosa, ma si trattiene.}}
{{Sc|Signora Reis}} (''alla fine risolvendosi, con durezza''). Farete qua la guardia ancora per molto tempo?
{{Sc|Questurino}}. No, signora. Forse finiremo oggi.
{{Sc|Signora Reis}}. Ah, oggi? Finalmente! Ve lo porterete via?
{{Sc|Questurino}}. Non lo so di certo. Mi pare d’aver sentito dire cosí.
{{block|is|Entra dall’uscio di fondo Rosa, che subito cautamente lo richiude, e dice alla signora Reis:}}
{{Sc|Rosa}}. Ecco, viene subito.
{{block|{{Pt|isb|is}}}}
Indica l’uscio da cui è entrata e va via per l’uscio a destra. Pausa d’attesa, piuttosto lunga. Alla fine, l’uscio in fondo si riapre, e appare Anna, che subito con la stessa cautela lo richiude. Ha circa trent’anni; disfatta nella disperazione d’un cordoglio atroce, spettinata, con gli occhi quasi bruciati dal pianto<noinclude></noinclude>
16wm0wvwsfe2rdsfx5wnehan6yni0m7
Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/474
108
956495
3901793
3472796
2026-09-19T10:09:53Z
Utoutouto
16823
/* Riletta */
3901793
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|464|maschere nude|}}{{block|recita}}</noinclude><noinclude>{{block|is}}
</noinclude>e dalle veglie. Accorre alla madre, con le braccia aperte; si abbandona su lei, soffocando i singhiozzi irrompenti.
</div>
{{Sc|Anna}}. Mamma, mamma mia! mamma mia!
{{block|is|Si domina, si stacca dalla madre e si volge al Questurino:}}Non potrebbe, scusi, ritirarsi un momento? stare anche dietro l’uscio dall’altra parte?
{{Sc|Questurino}}. Veramente, l’ordine che ho io è di crescere, non di scemare la sorveglianza.
{{Sc|Anna}}. Ma se non può neanche muoversi da sé sul letto!
{{Sc|Questurino}} (''perplesso''). Capisco, ma...
{{block|is|Risolvendosi:}}Per un momentino, sissignora.
{{Sc|Anna}}. Grazie. Prenda pure di là codesta seggiola.
{{block|is|Il Questurino s’inchina e si ritira dietro l’uscio a destra, con la sedia.}}
{{Sc|Anna}} (''rivolgendosi alla madre e riabbracciandola''). Ah, mamma! Ti sono tanto riconoscente che tu sii ritornata! No, non ti rimprovero d’avermi lasciata sola.
{{Sc|Signora Reis}}. Non volesti seguirmi; volesti rimanere qua, ad assistere a queste belle scene; per ridurti in codesto stato!
{{Sc|Anna}}. Ma come avrei potuto lasciarlo, mamma; che dici? Ti ringrazio d’aver portato via con te i ragazzi. Come stanno? Didí? Federico?
{{Sc|Signora Reis}}. Stanno bene.
{{Sc|Anna}}. Anche Didí?
{{Sc|Signora Reis}}. Tutti e due. Ma verrai via presto anche tu, a quanto pare. M’hanno detto che se lo porteranno via oggi.
{{Sc|Anna}} (''stupita, costernatissima''). Oggi? Chi te l’ha detto?
{{Sc|Signora Reis}}. La guardia.
{{Sc|Anna}}. Oggi? Ma non è possibile! T’ha detto cosí?
{{block|is|Corre all’uscio a destra e chiama il Questurino:}}Senta, venga qua.
{{block|is|E subito al Questurino che rientra impacciato:}}Ma come, oggi? Ve lo porterete via oggi?<noinclude></noinclude>
i29j00jb8vv669ssxqpv2i8i8tcl20u
Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/475
108
956496
3901795
3483634
2026-09-19T10:24:17Z
Utoutouto
16823
/* Riletta */
3901795
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||il dovere del medico|465}}{{block|recita}}</noinclude>
{{Sc|Questurino}}. Sicuro non lo so, signora. Mi pare d’avere inteso cosí.
{{Sc|Anna}}. Ma se è ancora a letto! La ferita non è ancora rimarginata. Il medico non lo permetterà. È ancora sotto la responsabilità del medico. Jersera appunto ha detto che oggi per la prima volta vedrà se potrà farlo alzare per qualche minuto.
{{Sc|Signora Reis}}. Se già può alzarsi!
{{Sc|Anna}}. Ma che! Non si regge in piedi! Neanche a sedere sul letto, se non è tenuto.
{{block|is|Ritorna presso l’uscio, a destra, e chiama:}}Rosa! Rosa!
{{block|is|Alla madre e al Questurino:}}Sarebbe un’infamia!
{{block|is|E subito a Rosa, che si presenta all’uscio a destra:}}Manda subito Enrico a casa del dottore a dirgli che venga qua; subito, senza perder tempo.
{{Sc|Rosa}}. Ho capito. Sissignora.
{{block|is|Via.}}
{{Sc|Anna}}. Proprio in questo momento, che comincia a riaversi appena! Dopo aver fatto tanto per salvarlo!
{{Sc|Questurino}}. Io sto qua agli ordini, signora. Posso per un momento ritirarmi.
{{Sc|Anna}}. Ma sí, stia sicuro: non può muoversi.
{{block|is|Il Questurino torna a ritirarsi.}}
{{Sc|Anna}} (''aprendo le braccia e levando il volto, disperatamente''). Anche questo! Dopo tanto strazio, quest’altro strazio!
{{Sc|Signora Reis}}. Non ha voluto morire! Assassino.
{{Sc|Anna}}. Ah, mamma, tu l’odii: tu non gli perdoni.
{{Sc|Signora Reis}} (''con aspra foga''). L’odio, sí, l’odio per tutto quello che t’ha fatto patire, per l’ignominia che ha gettato su te, sui figli, su tutta la mia casa! E ancora non è finita! Poteva almeno morire!
{{Sc|Anna}}. Sarebbe stato meglio, certo, anche per lui, che fosse morto sul colpo. Ma credi, mamma, che egli ''volle morire''.<noinclude></noinclude>
m27gpc0sl26m9jfma8s0ru995mgzjbd
Cecè
0
962318
3901497
3796658
2026-09-18T13:09:14Z
Utoutouto
16823
Porto il SAL a SAL 100%
3901497
wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=100%|data=18 settembre 2026}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = Luigi Pirandello
| Nome e cognome del curatore =
| Titolo =Cecè
| Anno di pubblicazione = 1913
| Lingua originale del testo =
| Nome e cognome del traduttore =
| Anno di traduzione =
| Progetto = teatro
| Argomento = commedie
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu
}}
{{Raccolta|Maschere nude}}
<pages index="Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu" from="445" to="446" />
==Indice==
* {{testo|/Personaggi}}
* {{testo|/Atto unico}}
n61jpukrof6m58ikgnpv9adn1gdt05a
Cecè/Personaggi
0
962320
3901504
3796660
2026-09-18T13:09:46Z
Utoutouto
16823
Porto il SAL a SAL 100%
3901504
wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=100%|data=18 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Personaggi|prec=../|succ=../Atto unico}}
<pages index="Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu" from="447" to="448" />
leq6wq2j5i7r4bonmsa4wjzz6yfygsq
Cecè/Atto unico
0
962321
3901488
3796659
2026-09-18T13:08:35Z
Utoutouto
16823
Porto il SAL a SAL 100%
3901488
wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=100%|data=18 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Atto unico|prec=../Personaggi|succ=}}
<pages index="Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu" from="449" to="468" />
3zan4i21235m7p3wuwkjk15zzazviz7
Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/160
108
1021732
3901658
3899755
2026-09-19T05:08:37Z
Alex brollo
1615
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901658
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude>
{{Ct|c=t2|6. LA DEA DELLE ACQUE ARDVI SURA<ref>Antica divinità di origine assira. Per essa e per il mitico lago Vourukasha ricordato appresso, vedi l’''Introduzione'', II, 29.</ref>}}
<poem>
:L’acqua Ardvi Sura venerar vogl’io.
Purissima, che vaste ha le correnti,
Salutare acqua, ai dèmoni nemica,
Devota ad Aura Mazda! E le si addice
Lode quaggiù dal terren mondo, encomio
Dal mondo di quaggiù, ch’ella è datrice
Pura di vita, donatrice pura
D’armenti, pura di dovizie e beni
Elargitrice e d’opulenza e d’ampie
Regioni. De’ maschi ella purifica
I germi tutti, e l’alvo per il parto
Alle femmine tutte ella fa puro
Che figliar dènno. Un partorir felice
Dà alle donne feconde, e l’opportuno
Ritüal latte a quante già figliaro.
:Ella è grande e da lunge celebrata.
Tanto grande così, quanto son l’acque
Tutte che scorron per la terra, tanto
Forte così, che giù dall’alto scendesi
Dalle cime d’Hukairya in fino al lago
Di Vourukasha. Là, di Vourukasha
Nel lago allor che scende, ecco! le foci
Di tante acque congiungonsi, e di mezzo
Tutta in esso scommuovasi la parte.
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 160 —|}}</noinclude>
fmcu9arxiemxfuzqbuq2ecs3wwtgguu
Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/166
108
1021738
3901659
3899765
2026-09-19T05:09:28Z
Alex brollo
1615
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901659
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|''ZARATHUSTRA''||}}</noinclude>
<poem>
Tu questa grazia, ed ogni suo desire
Compi, o Armaiti, a Vistaspa. E tu concedi,
Mazda, e voi tutte, celesti Potenze,
Voi concedete a me che gl’inni sacri,
Sì come doni vostri, udir facciamo.
:8. Ottimo te, che ad Asha ottima sempre
Concorde vai, d’ottimi doni inchiedo,
Aura Mazda! Benevolo deh! sii
A Frashaostra<ref>Frashaostra, personaggio pio. uno dei primi seguaci di Zarathustra
alla corte di Vistaspa.</ref> e a me, gli ottimi doni
Perchè a noi serbi, a Vohumano insieme.
Per tutte che verranno età future.
:9. A voi molesti oh! non saremmo noi,<ref>Cioè non vorremo essere molesti.</ref>
Asha, chiedendo questi doni, a voi,
O Vohumano ed Aura Mazda, questi
Ottimi doni, noi che vi preghiamo
Tra queste offerte d’inneggianti!<ref>Passo oscurissimo e variamente inteso.</ref> Or voi,
E nella voglia e nel poter di tante
Proficue cose, assai benigni siete!
:10. Di quelli in terra che, Aura Mazda, sai
Giusti, creati d’Asha e Vohumano,
Compi beneficando ogni desire,
Che voi, per voi, ben so che d’alimento<ref>Cioè alimento spirituale.</ref>
Privi non siete, in favellar benigni.
:11. Ed Asha e Vohumano, io, come deggio.
In sempiterno adorar vo’. Tu intanto
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 166 —|}}</noinclude>
4m5v93l0mbz7oq1ivamuknavsjie2x9
Pagina:Zarathustra - L'Avesta.djvu/241
108
1021811
3901657
3900700
2026-09-19T05:04:55Z
Alex brollo
1615
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901657
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione|||''L'AVESTA''}}</noinclude><poem>
Dove si stanno tenebre infinite.
:Così allor dimandando gli favella
Malvagio un uom che innanzi a lui perìa:
:In qual mai guisa, empio, sei morto, e in quale
Guisa venuto, o reo, dalle magioni
Ricche di buoi, dai fatidici augelli,
Dal terren mondo a questo spiritale
Nostro mondo, da quello ch’è caduco
A questo mondo sempiterno? Oh! quanto
Lungo il viaggio tuo ver la tua morte!<ref>Verso la morte dell’anima (?).</ref>
:Oh! non gli chieder tu, grida Anra Mainyu,
Ciò che gli chiedi, quanto orribil via,
Quanto orrenda e affannosa esso percorse,
Quando dall’ossa sue furon divisi
L’anima e il senso! Di velen fetente
Come apprestato gli fia ’l cibo, questo
È l’alimento, dopo il morir suo.
Del garzon che pensieri ebbe e parole
Ed opre triste, che fu addetto a rea,
Empia religïon. Questo pur anco,
Dopo la morte sua, è l’alimento
Della impudica che assai tristi i suoi
Detti s’ebbe e i pensieri e l’opre sue.
Non sommessa allo sposo, empia e rubella,
:(''Yasht'', XXII, 1-36).
</poem><noinclude><references/>{{PieDiPagina||— 241 —|}}{{PieDiPagina|{{span|Zarathustra|sc}} — L’Avesta||16}}</noinclude>
by3fjf7ktjzh88eaa82fywfby8aud1n
Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/5
108
1025976
3901660
3894609
2026-09-19T06:06:47Z
Giaccai
13220
3901660
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 71 —|''Camera dei deputati''|riga=si}}
{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{ct|t=3|v=2|INTRODUZIONE}}
{{gap|2em}}La storia dello stragismo in Italia può essere raccontata, con sbrigativa brutalità ma con buona approssimazione, come la storia di un paese nel quale la violenza politica è sempre stata funzionale alla stabilizzazione autoritaria e, altresì, al rafforzamento di una sorta di «cordone sanitario» contro la sinistra.
Le stragi sono state compiute e i responsabili per lungo tempo hanno potuto sottrarsi all’autorità giudiziaria per il semplice motivo che quelle stragi, quelle bombe, quelle azioni militari erano organizzate o promosse o appoggiate da uomini delle istituzioni italiane e, come più recentemente è stato scoperto, da uomini legati alle strutture di intelligence statunitensi.
La strage è stata uno strumento di lotta politica in Italia.
Con questa relazione vengono affermate le responsabilità storico-politiche dei promotori della {{Wl|Q956002|strategia della tensione}}. A distanza di più di trent’anni dalla {{Wl|Q891865|trage di piazza Fontana]}} che è diventata il simbolo di quel periodo, è possibile per la prima volta formulare un giudizio che sia in grado di tenere conto del contesto interno e internazionale nel quale maturò quella strategia, ma anche della fitta rete di connivenze politiche e istituzionali che strinsero in un patto di sangue gli assassini, i loro mandanti ei loro favoreggiatori.
Un giudizio oggi possibile grazie al lavoro di quei magistrati e di quei rappresentanti delle forze dell’ordine che in questi anni hanno continuato a lavorare senza sosta e sono riusciti a raccogliere documenti e testimonianze importantissime. Proprio grazie a questo grande lavoro, che ha preceduto quello analitico della nostra Commissione, è oggi possibile far partire la ricostruzione storica non dai ragionamenti ma dai fatti.
I ragionamenti, come è sempre augurabile, possono essere discussi e confutati. I fatti no. Sono e rimangono fatti storicamente accaduti e acclarati.
Questo lavoro parte dai fatti. Dai documenti. Dalle testimonianze dei protagonisti dell’epoca. I quali, da soli, sono ampiamente sufficienti a spiegare ciò che è accaduto. I ragionamenti e le analisi che ne scaturiscono non rappresentano che una naturale conseguenza di quanto documentato.
Per questi motivi chiunque voglia in futuro confrontarsi con questo nostro lavoro, non potrà assolutamente prescindere da ciò che è scritto in maniera certa e documentata. Né tantomeno, in nome di un supposto vantaggio politico, potrà chiedere di non tenere conto di questa o quella vicenda. No. Quello che è scritto in queste pagine descrive ciò che è accaduto nel nostro paese e che non potrà mai essere negato da alcuno. Non<noinclude><references/></noinclude>
mmoviby4s336n0en7tccps913rnbycx
3901661
3901660
2026-09-19T06:07:56Z
Giaccai
13220
3901661
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 71 —|''Camera dei deputati''|riga=si}}
{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{ct|t=3|v=2|INTRODUZIONE}}
{{gap|2em}}La storia dello stragismo in Italia può essere raccontata, con sbrigativa brutalità ma con buona approssimazione, come la storia di un paese nel quale la violenza politica è sempre stata funzionale alla stabilizzazione autoritaria e, altresì, al rafforzamento di una sorta di «cordone sanitario» contro la sinistra.
Le stragi sono state compiute e i responsabili per lungo tempo hanno potuto sottrarsi all’autorità giudiziaria per il semplice motivo che quelle stragi, quelle bombe, quelle azioni militari erano organizzate o promosse o appoggiate da uomini delle istituzioni italiane e, come più recentemente è stato scoperto, da uomini legati alle strutture di intelligence statunitensi.
La strage è stata uno strumento di lotta politica in Italia.
Con questa relazione vengono affermate le responsabilità storico-politiche dei promotori della {{Wl|Q956002|strategia della tensione}}. A distanza di più di trent’anni dalla {{Wl|Q891865|trage di piazza Fontana}} che è diventata il simbolo di quel periodo, è possibile per la prima volta formulare un giudizio che sia in grado di tenere conto del contesto interno e internazionale nel quale maturò quella strategia, ma anche della fitta rete di connivenze politiche e istituzionali che strinsero in un patto di sangue gli assassini, i loro mandanti ei loro favoreggiatori.
Un giudizio oggi possibile grazie al lavoro di quei magistrati e di quei rappresentanti delle forze dell’ordine che in questi anni hanno continuato a lavorare senza sosta e sono riusciti a raccogliere documenti e testimonianze importantissime. Proprio grazie a questo grande lavoro, che ha preceduto quello analitico della nostra Commissione, è oggi possibile far partire la ricostruzione storica non dai ragionamenti ma dai fatti.
I ragionamenti, come è sempre augurabile, possono essere discussi e confutati. I fatti no. Sono e rimangono fatti storicamente accaduti e acclarati.
Questo lavoro parte dai fatti. Dai documenti. Dalle testimonianze dei protagonisti dell’epoca. I quali, da soli, sono ampiamente sufficienti a spiegare ciò che è accaduto. I ragionamenti e le analisi che ne scaturiscono non rappresentano che una naturale conseguenza di quanto documentato.
Per questi motivi chiunque voglia in futuro confrontarsi con questo nostro lavoro, non potrà assolutamente prescindere da ciò che è scritto in maniera certa e documentata. Né tantomeno, in nome di un supposto vantaggio politico, potrà chiedere di non tenere conto di questa o quella vicenda. No. Quello che è scritto in queste pagine descrive ciò che è accaduto nel nostro paese e che non potrà mai essere negato da alcuno. Non<noinclude><references/></noinclude>
t60ehp36b4am3ky3c2p1awjm5m9c4n6
Pagina:Commissione stragi Documento PD sulla strategia della tensione.pdf/8
108
1025980
3901675
3894997
2026-09-19T06:23:11Z
Giaccai
13220
3901675
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 74 —|''Camera dei deputati''|riga=si}}
{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{ct|t=3|v=2|{{Sc|{{larger|stragi e terrorismo in italia<br> dal dopoguerra al 1974}}}}}}
{{ct|t=1|v=2|{{Sc|{{larger|parte prima l strategia della tensione<br> fino allo scoppio delle bombe}}}}}}
{{Sc|I ― Le origini della strategia della tensione}}<br>
I.1 ''La politica americana in Italia dalla fine della guerra fredda alla nascita di Gladio''
È difficile individuare una data precisa alla quale far risalire l'origine della c.d. {{Wl|Q956002|strategia della tensione}}. Sicuramente, questa data è molto più lontana di quanto non lo siano gli avvenimenti oggetto di questa relazione, la vera e propria strategia della tensione, con le stragi e gli omicidi quale elemento portante, e le congiure e i depistaggi anche ad opera di apparati dello Stato, come corollario. Si vedrà, più oltre, che per certi versi il rapporto può essere rovesciato, essendo la parte operativa solo l'estrinsecazione di un ben più raffinato disegno.
Di certo, è necessario tornare indietro di molti anni, di decenni, quando con la fine della seconda guerra mondiale inizia lo {{Wl|Q8683|scontro tra i due blocchi}}. L'Italia è per buona parte di questo periodo in prima fila come territorio di confine, un vero e proprio «laboratorio» nel quale sperimentare le diverse strategie che Stati Uniti e, diversamente, Unione Sovietica applicheranno poi su scala planetaria.
Un laboratorio nel quale sono cresciuti elementi che vedremo poi «lavorare» in diversi paesi, con i medesimi mezzi e, soprattutto, con i medesimi fini. Ed è difficile non vedere una regia unica - per quanto articolata - negli episodi che in Occidente, dall'Europa al Sud America, hanno segnato questi cinquant'anni di dopoguerra. Per sintesi estrema, e volutamente limitando la nostra analisi al rapporto tra USA e Italia, è possibile affermare che in questo mezzo secolo Washington ha ininterrottamente applicato la «{{Wl|Q171375|dottrina Truman}}», permanendo in una convinzione che, anno dopo anno, non trovava più nessun riscontro nella realtà. Non conta qui vedere gli avvenimenti successivi alla metà degli anni '70, ma non può tacersi che i principali artefici della strategia della tensione almeno sotto il profilo operativo si ritroveranno, variamente combinati, attivi anche nel disegno statunitense di controllo del sub continente americano. Basti qui citare il caso di {{Wl|Q1372194|Stefano Delle Chiaie}}, fondatore di {{Wl|Q790144)(Q790144|Avanguardia Nazionale}}, e uomo alle dirette dipendenze del ditta-<noinclude><references/></noinclude>
impicau4cl1cbg1f1vfpqc07uh69v2m
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/188
108
1026787
3901673
3878237
2026-09-19T06:20:50Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901673
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||E L'ITALIANA|171}}</noinclude>uomini grandi è disseminata parcamente sotto ogni cielo; laonde è interesse del genere umano che sotto ogni cielo del pari le si apra l'addito alla gloriosa sua vocazione.
Poca o nessuna dovizia di cose letterarie hanno ancora i Valacchi. Nondimeno da quasi due secoli quelli che in Ungaria e Transilvania abbracciarono il culto protestante, hanno in loro lingua quasi tutti i libri sacri. Per contraporsi ai quali un Fra Vito Piluzio stampò in Roma nel 1677 il Bellarmino in lingua valaca. Così le controversie religiose diedero il primo impulso ai cultori della lingua nazionale in Dacia, come prima era avvenuto in Germania. Ma qual differenza tra l'effetto che trassero seco quei primi letterarj tentativi in Germania, e il nessun frutto ch'ebbero ancora in Valachia? Si noti però che una certa sterilità, almeno per la lingua nazionale, regnò nei primi due secoli dopo la famosa traduzione della Scrittura anche in Germania, e che la gloria delle lettere non fu concessa a quella gente se non in quest'ultima generazione.
Invece di splendide ed eleganti opere d'ingegno i Valacchi altro non produssero finora che lavori grammaticali. Quelle controversie minuziose che agli occhi di taluno sembrano nella nostra nazione un segno pressochè di senile decadimento e d'impotenza, signoreggiano prima quasi del suo nascere la letteratura valaca. Tre alfabeti e forse quattordici diversi sistemi d'ortografia dividono fra loro i pochi letterati e i pochissimi libri. Nè forse di quanti libri furono sinora impressi in lingua valaca, due soli si trovano in cui si serbino uniformi le regole della scrittura.
Noi crediamo pregio dell'opera il diffonderci alquanto su codesta lingua congenere alla nostra, simile ad essa in molte parti, e formata tra simiglianti vicende. Pare che all'illustrazione delle nostre cose patrie nulla sia più giovevole delle indagini praticate su le nazioni e le lingue congiunte per antica consanguinità alla nostra. Dacchè gli studi di lingua sono per molte necessarie cagioni i più popolari di tutti in Italia, e il maggior numero pur troppo degli studjosi tiene a quelli più che ad altri rivolta la mente, non gioverà tanto il riprovarli e dispregiarli com'altri fa, quanto il trarli da confini troppo au-<noinclude></noinclude>
aa8p94o01fn6do43bg7a07bknhylphy
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/237
108
1026836
3901674
3878286
2026-09-19T06:22:05Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901674
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELLA RIFORMA|220}}</noinclude>
facile e sicura ai nazionali, che nessuna pratica e nessuna dottrina può far certi di non cader qualche volta in ridèvoli errori. Parini, lo squisito Parini, nel ''Matino'' aveva detto
<poem>Ti sprimacciò le mòrbide coltrici;</poem>
e quando aspramente ripreso si corresse, gli fu forza trar fuori quel brutto e sciancato cambio:
<poem>Di propria mano sprimacciò le còltrici.</poem>
Qual dolore per un poeta; e qual obbrobrio per un professore d'eloquenza italiana! Pochi medici accèntano debitamente la terribil parola ''aconito''; e non ricordandosi del ''miseros fallunt aconita legentes'', la fanno sdrùcciola. Quanti Italiani se andassero a cercare l'aquedutto di ''Siliqua'', o le razze di ''Pauli Latino'' o le miniere d’''Agordo'', o i lidi di ''Caorle'', o le rive dell’''Offanto'', o i bagni del ''Masino'' e di ''Bovegno'', si farèbbero deridere dagli abitanti per fallato accento! Qui, nelle nostre vicinanze, come sapere qual differenza sia d'accento fra ''Osteno'' e ''Molteno'', ''Dergano'' e ''Vergano'', ''Pertevano'' e ''Pirovano'', ''Imberido'' e ''Inverigo'', ''Centemero'' e ''Cirimido''? E perchè costringeremo noi le persone a rimanersi esitanti fra ''Teseo'' e ''Museo'', fra ''caranto'' e ''Taranto'', fra ''Gargano'' e ''Carcano'', fra ''centine'' e ''cercine''? E perchè nei nomi di famiglia non indicare qual sia l'accento d’''Albrizzi'', ''Albizzi'', ''Negrisoli'', ''Ricasoli'', ''Trissino'', ''Priuli''? Nella nostra città i nomi ''Adamoli'' e ''Zuccoli'', pronunciati con diverso accento, distinguono diverse famiglie.
Perchè non rimandare questa inutile fatica e questo perpetuo scetticismo ai compositori di vocabolari e ai correttori di stampe, i quali vi pènsino per sè e per la patria? Perchè tèndere questi lacci al forestiere che si prova di parlare la nostra lingua? Nè questa è l'ultima delle ragioni per le quali essa è tanto meno diffusa dalla francese, la quale almeno ha sempre la certezza dell'accento.
Noi vorremmo che gli avversatori di questa commodissima riforma si provassero a pronunziare senza errore d'accento an-<noinclude></noinclude>
4b980mz34rxen97n7c2knd0eewvuu4n
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/238
108
1026837
3901680
3878315
2026-09-19T06:25:10Z
Candalua
1675
3901680
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELL'ORTOGRAFIA|221}}</noinclude>che solo quella trentina di vocàboli che qui sopra abbiamo citati come d'incerta accentuazione. — E crediamo fermamente che chi ne facesse secoloro scommessa, ne uscirebbe vincitore.
Qui facciamo fine a questo argomento, non perchè non siano altre cose a dirvisi, ma perchè il nostro proposito fu solo di mostrare come la più remota ragione delle cose non resti senza qualche immediata applicazione.
<ref>''Nota''. Diremo più partitamente come si possa col minor numero d'accenti far sì che tutti rimàngano contrassegnati.
La parte di gran lunga maggiore delle nostre parole è piana. Per non prodigare gli accenti, poniamo dunque per prima régola che ''una parola non accentata si presume piana''. Accentiamo le ''sdrúcciole'', come da tre secoli abbiamo preso ad accentuare le ''tronche''. Queste tre régole si rappresentano facilmente nelle tre voci ''séguito, sequito'' e ''seguìto''. — Per le parole ''bisdrucciole'' e ''trisdrucciole'', che sono assai disadatte e rare, valga la stessa régola delle sdrúcciole: accentarle perchè poco numerose.
Rimane a vedersi come convenga scriverele parole, che terminando con doppia vocale o sono ''semipiane'' come ''vario, spontaneo, Moldavia, Danao, Tullio, Piritoo, Desio''; o sono ''semitronche'', come ''Egeo, Museo, Turchia, desio''. Le diciamo semitronche perchè in fatti quando non siano in fine di verso, la poesía le considera come tronche.</ref>
{{Centrato|Sì traviato è il folle mio desio.}}
La risposta è facile; accentiamo quelle che sono men numerose. Ora, queste voci sono per lo più semipiane quando derivano dal latino, com'è indicato dalla nota régola ''Vocalem breviant'' etc., e le voci d'origine latina sono sempre per noi le più frequenti. Al contrario le semitronche derivano in gran parte dal greco, e quindi sono assai meno numerose. Dunque accentiamo queste, di qualunque derivazione elle poi siano: ''Egeo, Museo, Turchia, desio''.
Possiamo ricapitolare, dicendo che si dovrebbero accentuare, come le parole tronche (per esempio ''precipitò'') così anche le semitronche (''precipitài'') e le sdrúcciole, bisdrúcciole e trisdrucciole (''precipita'', ''precipitano'', ''precipitosi''). E non si dovrebbero accentuare le piane (''precipitare'') e le semipiane (''precipito''); le quali piane e semipiane formano la maggioranza delle parole italiane.
{{Centrato|'''FINE DEL PRIMO VOLUME.'''}}<noinclude><references/></noinclude>
q2xfllmcr2h9j9d1u54nxwlbl6tx05o
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/25
108
1026869
3901688
3879436
2026-09-19T06:26:56Z
Candalua
1675
3901688
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||PREFAZIONE|XIX}}</noinclude>zione, è il fortùito contatto d'un'altra tradizione e d'un'altra società. Messe in commercio per qualsìasi modo le due opinioni tèndono a riassùmersi in qualche compatibile forma, e pèrdono entrambe la nativa semplicità del concetto. Il Cabailo, tratto nel consorzio musulmano, non diviene al tutto àrabo; ma la sua supellèttile mentale non è più così pòvera come nel Nùmida suo progenitore.
Appenachè una tribù, sovraponèndosi ad una colluvie di servi o di credenti o di gregarii soldati, si trasse fuori dalle antiche necessità, le sue tradizioni si tùrbano, poichè tradizione è vivere e pensare come li avi. I nuovi modi, stabiliti una volta nelle famiglie, fanno àbito e règola; e non soggiàciono a nuovo caso di mutazione se non quando nuove circostanze li espòngano a contatto d'altro principio. E se il connubio e la milizia non confòndono le due stirpi in una, le condizioni della loro convivenza vèngono dettate dalli interessi del dominio, non per giudizio d'imparziale e geomètrica equità, ma per voto parziale, unilàtere, iniquo. Che se avesse prevalso la casta inferiore, sarèbbero le condizioni riescite inique nel senso opposto. L'officio che ha dunque la ragione nelle transazioni istòriche è servile alli interessi di parte, non è puro, non è conseguente. I giudizii dell'intelletto nell'umano consorzio prèndono forma dal vario propòsito della volontà; sono come diceva Romagnosi, ''giudicii misti d'affezione''. Nella perpètua giostra delle cupidìgie nazionali quelli che nell'offèndere o nel difèndersi vèngono a prevalere, si tròvano inanzi una serie di quesiti, che la ragione deve risòlvere, non sopra i suoi modelli astratti, ma nel senso concreto della passione; la quale deve perciò riguardarsi come la vera fonte delle conclusioni alle quali il venale e adulatorio ragionamento perviene. L'istoria è dunque figlia delle istorie; primachè i fatti vèngano dai pensieri, i pensieri vèngono dai fatti; i fatti li ispìrano alla ragione improvisamente<noinclude></noinclude>
lacjxgvtijujxo1uvdhkx1aojimxuv5
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/65
108
1026909
3901746
3879476
2026-09-19T06:43:03Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901746
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELL' EVO ANTICO|35}}</noinclude>
sèrsi rassodata nella Grecia; e nel ripartire l'immensa preda si scompose, e lasciò di bel nuovo la Grecia in preda allo spirito municipale; ma questo non rappresentava già più la nobile natura dei pòpoli, bensì le passioni d'ignòbili conduttieri. Tuttavia, ad onta della compressione macedònica, la socievolezza greca ripullulò nelli Etoli, nelli Acarnani, nelli Achèi. La serie dei greci antichi si continuò in Demòstene, in Focione, in Àrato, in Filopèmene. I Cassandri, i Demetrii, li Antigoni, i Nàbidi, e tutti quelli che vívono e combàtteno per sè, sono apparizioni straniere al genio greco, che il pòpolo non ammira e non ama ed appena ricorda.
Certamente un nuovo ordine sociale germogliò poi dall'incontro della ragione greca colla rassegnazione orientale, per cui, sette sècoli dopo Aristotele, lo spirito greco sembra a Leo vívere più profonda vita; ma questo fu per l'antica Grecia un tesoro ignoto, ch'ella trasmise all'occidente ed al settentrione. Solo dopo aver giaciuto quattórdici sècoli nel sepolcro della corruzione bizantina e della servitù musulmana, ella potè trarre da quell'arcano principio la scintilla d'una nuova vita civile; la quale però non s'accese se non per impulso di ben altri principii, venuti a lei dal lontano occidente e dalla forza innovatrice dei tempi.
Le armi macedòniche avèvano appena accozzato le nazioni orientali coi pòpoli greci, quando le armi romane li congiùnsero alle nazioni occidentali.
Roma a quei tempi aveva appena compiuto la violenta congiunzione di tutti i pòpoli d'Italia, sì diversi fin allora di stirpe e di lingua. Due nazioni straniere, la cèltica a settentrione, la greca a mezzodì, vi si erano notevolmente diffuse; e Leo segue l'opinione che lungo i lidi vi si fosse anticamente propagata la stirpe pelasga. Ma nel mezzo della penisola, intorno ai più alti gioghi dell'Apennino, vivèvano le tribù ''sabelle'', cioè Piceni, Sabini, Ernici, Marsi, Peligni, Marucini, Vestini, e le loro propagini meridionali, Sanniti, Frentani, Àpuli, Irpini. In essi tutti risplendeva la frugalità del vívere e l'austerità del costume: per la più parte non vivèvano in città, ma in vici aperti, nelli<noinclude></noinclude>
h8zlw0ut72bvllf6rn1kpyxqevvrjd6
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/66
108
1026910
3901692
3879477
2026-09-19T06:27:52Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901692
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELL' EVO ANTICO|36}}</noinclude>
aspri recessi dei monti, dai quali scendévano spesso a guerreggiare i pòpoli marittimi; e inviàvano a fondar colonie sciami di giovani, consacrati a questo destino fin dal loro nascere; poichè tutti li esseri nati nella ''primavera sacra'' appartenèvano alli Dei. Li armenti s' immolàvano; ed i giovani, compiuto il ventesimo anno, dovèvano uscire armati a cercarsi ventura.
Più verso occidente vivèvano le tribù ''osche'', che comprendèvano li Umbri, li Equi, i Volsci e i Caschi; i quali ultimi vuolsi che fossero discesi sul basso Tèvere, sottomettendo i nativi Sicani e i coloni Pelasgi, e formando secoloro le città latine. Certo il dizionario latino porge indizio di quella invasione, come il dizionario inglese serba memoria della conquista francese su li Anglosàssoni. Infatti le voci latine, che dinòtano cose ùmili e rusticali, sono simili alle greche: ''bos, taurus, vitulus, ovis, sus, aper, canis, ager, silva, vinum, lac, mel, ovum, sal, oleum''; ma straniere affatto al greco sono le voci che dinòtano cose militari, e che i vincitori avrèbbero recate seco dalle rudi loro patrie: ''bellum, pax, arma, miles, ensis, arcus, sagitta, clypeus, balteus, ocrea''. E qui si vede qual lume possa diffòndere la nuova scienza delle lingue su le oscure origini dei pòpoli. Codeste tribù ''sabelle'' ed ''osche'' costituìrono il tipo fondamentale itàlico, e dal loro seno germogliò l'austera lingua latina, e l'indole militare dei Romani. Il nùmero ''decimale'' era il fondamento dei loro òrdini civili. La religione era sèmplice e grave come il loro costume. Non li Dei individui e appassionati del pòpolo greco, ma astrazioni personificate, la Salute, la Fede, la Fortuna, il Terrore, la Paura, la Guerra, il Riposo, il Tèrmine, la Gioventù, la Pace, la Concordia.
Un'altra nazione in Italia era l'''etrusca'' o ''tusca'', nella quale campeggia un' indole più cittadina e sacerdotale, e tutto richiama li ordinamenti astronòmici e li Stati templari dell' Oriente. Il numero ''duodecimale'' forma la base dei loro òrdini. Sono dódici le comunanze delli Etruschi in Toscana, e ciascuna sembra retta da un senato sacro, i cui membri si chiamano in quell' aspro linguaggio ''Lauchme'', che i Latini pronunciàrono ''Lucumones'', e tèngono parlamenti (''principum concilia'') nel tempio di Voltunna. Il capo dell'intera lega ha un corteggio di dódici ''littori'',<noinclude></noinclude>
35hvhmhzpqtzs9ufhneqn17f8gw5rh9
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/67
108
1026911
3901696
3879478
2026-09-19T06:28:56Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901696
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELL' EVO ANTICO|37}}</noinclude>
uno per ogni Stato. Le insegne, i trionfi, le pompe d'ogni maniera sono le cose predilette a questa nazione: le sue città sono suntuose; i sepolcri, i templi, i vasi domestici sono di squisita eleganza; la sua pittura, la sua scultura fanno anello dalla ritualità delli ''Egizii'' alla libera bellezza delle arti greche. Ma la loro scienza è tutta misteriosa e riposta: essa tende a dominare colla perizia delli eventi celesti le azioni d'un pòpolo indotto, ch'essa involge con una rete d'auspicii e di riti. Lo spirito della luce e del fulmine appare presso loro sotto forma maschile e feminea, ''Tinia'' e ''Cupra'', e s'interna nelle cose degli uomini, ''Menfra''; poi v'è il dio della notte, ''Summano''; li dei della natura visibile che guidano l'anno, ''Vertunno'' e ''Voltunna''; li dei del mondo sotterraneo, ''Manto'' e ''Mania''; ogni sacra cosa si connette al corso delli astri. Come presso gl'Indi, la istoria loro si smarrisce in una serie d'età astronomiche: ognuna delle otto ere mondiali è assegnata ad un diverso pòpolo; e comprende dieci ''sècoli''; ma un sècolo etrusco non è un centennio; poichè si compie quando l'ultimo dei nati nel sècolo precedente è disceso al mondo sotterraneo: li Dei ne danno l'annunzio coi portenti augurali, e i pòpoli lo festèggiano coi giochi secolari. Quando li Etruschi cominciàrono a scrivere i loro annali, erano già chiusi sette sècoli delli era loro assegnata. Tutto questo òrdine di cose pare straniero e solitario nel mondo occidentale; li Etruschi si ripètono in doppia serie di colonie nell'alta e nella bassa Italia; ma la loro aspra lingua non sembra parlarsi nè sul Tèvere nè sul Po: forse, crederemmo noi, è una lingua sacra e straniera, colla quale si cèlebrano i sacri riti e s'inscrivono i monumenti, ma che il pòpolo non intende. Nella regione del Po la posterità non ritrova le loro reliquie se non in una città cerchiata dalle lagune dell'Adriatico, al qual mare ella lascia in perpetuo il suo nome; quelle loro colonie sèmbrano stabilimenti di navigatori, che pènetrano pei fiumi in terre inculte; le loro imprese sono nelle isole e sui mari: la tradizione popolare li fa venuti dalla Lidia. Non v'è traccia che le loro istituzioni àbbiano radice nelle Alpi; e se dovèssimo ammèttere con Leo e con altri suoi concittadini la venuta dei Tuschi dalle Alpi alla Toscana, allora dovremmo distinguere i Tuschi dagli Etruschi, e<noinclude></noinclude>
9909n9z2x5egzqwoh9w8vll0f0g2nme
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/69
108
1026913
3901743
3879480
2026-09-19T06:41:21Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901743
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELL' EVO ANTICO|39}}</noinclude>
istoria dieci sècoli di continuo progresso, le cui elaborazioni si depòsero nel nostro diritto civile. È questo è un principio che Roma contribuì al mondo; e sovr’esso si fonda l’ordine delle nostre famiglie; e quindi non regge che Roma non abbia mai prodotto alcun principio proprio, alcuna propria ''sustanza'' morale, come pensa Leo. Chi credesse seco lui che il diritto civile non sia un sistema d’officii e di providenze, come noi lo consideriamo, ma solo un ordine limitante e negativo, non potrebbe mai spiegare le parti più civili del diritto, come la dottrina delle tutele o delli aquedutti.
Lo Stato romano, essendo cominciato dall’amichévole convivenza di più pòpoli, non potè mai divenire sdegnoso d’appropriarsi novità straniere e d’aggregarsi straniere famiglie; e così potè abbracciare in sè materialmente e moralmente la civiltà dei Latini e delli Etruschi e dei Sabelli e dei Greci; e questo fu il principio della sua grandezza esterna e della sua saviezza amministrativa. Ma la complicazione e gravità di quei vincoli e il predominio delle forme civili e augurali fecero sì che nel pòpolo romano e nelle sue colonie l’ordine, la disciplina, la legalità non lasciàssero libero il corso alla natura, come nelle sciolte colonie greche.
Leo, benchè non si mostri corrivo ad accettare tutti i minuti particolari che règnano nelle istorie di Roma, non inclina però gran fatto a seguir coloro che arbitrariamente le rimandano tutte al dominio delle leggende poètiche. E però partendo egli dal principio che Roma sia già una colonia d’Oschi in terra pelasga, la quale propagò alla sua volta, giusta l’avita costumanza, altre colonie, rinviene nella notissima forma di queste colonie posteriori la probabile imàgine di quella più antica, che formò il primo nucleo di Roma. I tre pòpoli avrèbbero costituite le tre prime tribù, ''Ramnes'', ''Tities'', ''Luceres'', ciascuna delle quali contribuiva alla comune difesa un migliaio di fanti e un centinaio di cavalli, capitanati poi da un commune magistrato eletto a vita, ora nell’una ora nell’altra delle tre nazioni. Questi, col nome di re, presiedeva anche ai giudicii ed eseguiva le sentenze; ma il potere legislativo rimaneva pur sempre nel senato, cioè nei capi delle genti, le quali èrano gruppi di famiglie<noinclude></noinclude>
eu4ko86nepsgpxnqsx2ynf5rq9icafh
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/70
108
1026914
3901745
3879481
2026-09-19T06:42:35Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901745
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELL' EVO ANTICO|40}}</noinclude>
della stessa origine, dello stesso nome e dello stesso domestico culto. Sembra che i re di tribù latina coltivàssero sopra tutto le cose militari, quelli di stirpe sabina le cose sacre, e quelli di stirpe etrusca le pubbliche pompe, l'annona e li edifizi. Tutti poi coll'aggregazione de' più vicini pòpoli dilatàrono il fondamento dello Stato ed il suo territorio; il quale assunse un aspetto imponente quando Servio Tullio, ripartendo le terre conquistate, inalzò alla possidenza una numerosa plebe, e ordinàndola poi tutta in tribù, la introdusse a partecipare in proporzione delli averi suoi al pubblico voto. Tutte le regolari emancipazioni del pòpolo romano ebbero radice nei comizii per tribù, ordinati da Servio Tullio; e quindi, ben lontani dal vedere in lui il primo corruttore del principio romano, noi lo crediamo il preparatore della romana grandezza. Così costituito, quel pòpolo affettò naturalmente il primato su la nazione latina, ch'era sminuzzata in trenta piccoli Stati. Essi d'allora in poi furono astretti di fàrsegli compagni nelle conquiste e nelle colonie; e la loro lingua si diffuse su tutta l'Italia, e col corso dei sècoli divenne madrelinga di tanta parte d'Europa e d'Amèrica.
Abolita col regno l'opposizione dei re ai patrizii, la plebe indifesa, fra le calamitose guerre etrusche e latine, si trovò a dure condizioni; devastate le terre, frequenti le carestie, enormi le usure dei ricchi; non le rimase altro rifugio che di negarsi a militare nei gravi frangenti; e con ciò conseguì a poco a poco tribuni che la proteggèssero, edili plebei che provedèssero alle vittovaglie, e licenza di deliberare da sè, senza intervento d'auguri patrizii, ma con effetto di legge commune. Ottenne che si riducessero a pubblica scrittura le leggi e le formule legali, le quali èrano scienza arcana dei patrizii, e che le grandi magistrature e la dignità senatoria fòssero aperte a tutti. Mentre Roma operava così la faticosa emancipazione del pòpolo, e traeva dalle antiche instituzioni etrusche e sabelle le due sole scienze ch'ella conobbe, la giurisprudenza e la guerra, domava colle forze sue e delli alleati latini i più prossimi Stati etruschi, respingeva le invasioni dei Galli, e contendeva l'ubertosa Campania ai Sanniti. E avendo anche i Latini intrapreso ad eman-<noinclude></noinclude>
d23kgd4ifp34oqaz71ateuin1s668ux
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/71
108
1026915
3901738
3879482
2026-09-19T06:39:54Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901738
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELL' EVO ANTICO|41}}</noinclude>
ciparsi dall’ineguale alleanza, e cercato per sè una delle due sedie consolari, Roma li sottomise, e si appropriò il demanio commune della loro lega; poi tornò a guerra coi Sanniti, che indarno sollevàrono tutti i pòpoli circostanti; e in una terza guerra, alla quale prese parte quasi tutta l’Italia, li domò, e stese il suo dominio lungo i gioghi dell’Apennino fino in Apulia. Gli Italogreci invocàrono allora d’oltremare il re Pirro, che colla falange greca e li elefanti penetrò fino nel Lazio; ma non potendo nè abbàttere la devota costanza del pòpolo, nè sedurre l’incorruttibile fermezza dei capitani, alla fine sgombrò l’Italia. Roma, signora di tutto il litorale della Magna Grecia, potè tosto aspirare al dominio dei mari, e si trovò in conflitto colla potenza cartaginese.
Era ''Cartagine'' una delle tante colonie che i Fenicii, dall’angusta loro riviera appiè del Libano, avèvano piantate su tutto il Mediterraneo, a governar le quali Tiro mandava col titolo di re i suoi nòbili; onde chiamàvasi ''dispensiera di regni''. Le colonie d’Africa a poco a poco fècero una lega indipendente, su la quale Cartàgine primeggiò tosto per sito e per ricchezza; fattele sùddite, dilatò i suoi commerci e le sue conquiste; e s’invòlse in assidue guerre, le quali accrebbero lustro e potenza alle famiglie militari, più che non si convenisse a pòpolo mercantile. L’unico freno era per esse un consesso di giùdici, che doveva simigliare ai consigli secreti della repùbblica vèneta. Come in tutte le colonie, ove dòmina supremo l’interesse, non v’era corpo sacerdotale ch’esercitasse imperiosa autorità. Il culto fenicio si diramava da quello dei Babilonii, e ripeteva i nomi di Belo e d’Astarte, e delle altre personificazioni planetarie.
Cartàgine aveva quasi estorto ai valorosi Greci di Siracusa il dominio della Sicilia, quando vi si trovò a fronte i Romani. Essi non solo dalla Magna Grecia e dall’Etruria sèppero trarre formidàbili flotte, ma coll’invenzione di Duillio di gettar ponti da nave a nave, ridussero anche la guerra marittima a battaglia di mano, e osàrono sbarcare esèrciti in Africa. E quando fùrono esàuste in quella lunga guerra le forze delle città marittime d’Italia, i patrizii romani armàrono a loro private spese<noinclude></noinclude>
lzzq2b939s2h67yo785cns6w9aelyo4
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/73
108
1026917
3901729
3879484
2026-09-19T06:37:44Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901729
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELL' EVO ANTICO|43}}</noinclude>
patria lacerata, finchè quel predominio divenne tanto odioso, che nella congiuntura della terza guerra cartaginese i pòpoli greci tentàrono abbàtterlo colle armi; ma fùrono domi e ridutti a provincia romana.
I Cartaginesi, privi di súdditi e di flotte, ma richiamati dalla sventura al loro principio mercantile, andàvano rapidamente ristaurando l'antica opulenza, per tal modo che Roma insospettita, all'occasione di nuovo contrasto, volle costringerli a trasferirsi in altre colonie e dividere la formidàbile loro comunanza. Ma essi, piuttosto che abbandonare la loro città e i loro porti, vòllero perire; combattèrono prima su le mura, poi di casa in casa, poi àrsero ogni cosa di propria mano: diecisette giorni di fiamme appena vàlsero a divorare quell'immenso emporio del commercio universale. La stessa disperata resistenza oppòsero poco dipoi i cittadini di Numanzia, che si èrano fatti campioni della libertà ibèrica. Il pòpolo romano allora signoreggiò per terra e per mare da un capo all'altro del Mediterraneo, e assunse i pensieri e i costumi d'un pòpolo di re.
Veramente i pretori e i procónsoli andàvano come re nelle provincie; e nell'elezione dei magistrati non v'era omài più privileggio a favore dei patrizii. Ma in breve si formò dai patrizii e dalle più potenti famiglie popolari un corpo di nòbili, nel cui cerchio era difficile penetrare a chi fosse ''uomo nuovo''. Le feste pubbliche, dopo la prima guerra púnica, vènnero date a privata spesa delli edili; e siccome l'edilità era il primo passo alle alte magistrature e al senato, chi non era ricchíssimo ne rimase indirettamente escluso. Per farsi strada, molti s'indebitàrono enormemente, e si pòsero in necessità di rifarsi, volgendo li onori in fonte di smisurato lucro. L'estorsione e la venalità vènnero imposte dal lusso delli eletti e dalla corruzione delli elettori. Tiberio Gracco tribuno volle limitare le possessioni dei Grandi, e dimandò che le terre demaniali venissero date in usufrutto ai pòveri soldati, i quali però non le potéssero vendere, e le perdéssero se le lasciàvano inculte; ciò chiamossi la ''legge agraria''. Ma i potenti, che per mille modi indiretti si godèvano le terre dello Stato, si oppòsero; e infine vènnero alla violenza,<noinclude></noinclude>
84p2170ntukmq3mb4l9w25l359xyl85
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/74
108
1026918
3901733
3879485
2026-09-19T06:38:35Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901733
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELL' EVO ANTICO|44}}</noinclude>
e uccisero il tribuno. Suo fratello Caio continuò la lotta; tentò introdurre nella cittadinanza romana li alleati latini; e per raffrenare le depredazioni, tolse ai senatori e diede ai cavalieri la giurisdizione sui delitti di Stato; ma egli pure fu ridotto a tale che si diede la morte. I poderi demaniali già ripartiti alla plebe furono ricompri o richiamati; e i pòveri a poco a poco, per vivere, mercantàrono il loro voto ai potenti. Invano Mario, per ritornarli indipendenti, introdusse l’uso del voto secreto, e accettò nelle sue legioni anche i più pòveri, e levò su le terre demaniali un contributo a loro favore. Sopravenne l’irruzione dei Cimbrî e Tèutoni, che Mario sperperò gloriosamente. Allora fatto cònsolo per la sesta volta, fece per mezzo di Saturnino far legge, che si distribùssero terre a quelli de’ soldati ''suoi'' ch’èrano romani, e si desse la cittadinanza romana a quelli ch’èrano itàlici. Da quel momento il pòpolo vide ch’era più fruttuoso servire alla persona d’un potente che alla repùbblica; e si suddivise in parti, che non rappresentàvano più i grandi interessi comuni, ma le ambizioni dei pochi e l’avara servilità dei molti.
I federati italiani, che sostenèvano il peso della milizia senza aver voto di cittadini, avèvano più volte avuto speranza di venir pareggiati ai Romani, e fremèvano vedendo il fiore della loro cittadinanza posposto alla più sozza plebe di Roma. Quando si videro delusi, si sollevàrono con un esèrcito di centomila combattenti. Roma aveva seco Latini, Umbri, Toscani e Cisalpini, aveva il sussidio delle tante sue provincie trasmarine, aveva Mario ed altri capitani d’alto grido; eppure ebbe parecchie sconfitte; e per conservarsi i pòpoli rimasi fedeli, dovette ammetterli alla cittadinanza. La lega itàlica aveva preso accordo con Mitridate, che da’ suoi regni intorno al Mar Nero minacciava le conquiste romane nella Grecia e nell’Asia Minore. Il senato mandò a combàtterlo Silla, oppositore del pòpolo e di Mario; questi cominciò tosto a tener l’influenza delle vittorie di Silla, e coi voti del pòpolo riescì a farlo deporre. Ma Silla col suo esèrcito ritornò contro Roma, pose fòco alla città, cacciò Mario che aveva armato perfino li schiavi, e vittorioso ridusse lo Stato in balia dei senatori. Cinna poco dipoi rialzò la<noinclude></noinclude>
shuxarsv2li1ld6e4b4bdmq77c2zxht
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/79
108
1026923
3901736
3879490
2026-09-19T06:39:13Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901736
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELL' EVO ANTICO|49}}</noinclude>
della prepotenza militare cadeva su la disciolta e convulsa nazione. Erode, all’ombra delle insegne romane, vendicava sul sinedrio le sanguinose miserie della sua famiglia, godeva d’insultare ai costumi popolari colle pompe dei teatri romani; e moriva dolente e disperato tra i furori della plebe che atterrava i suoi monumenti. I suoi figli, fra i quali Augusto spartiva il paese, continuàvano la guerra alle consuetudini del pòpolo, che tumultuava ferocemente, incapace a un tempo di resistere e d’obbedire. La lotta tra il pòpolo ebrèo e la potenza imperiale, che voleva stabilire nel tempio il culto dei Cèsari, terminò nel più spaventèvole esterminio. Ma quando la signoria della forza sul sentimento sembrava dover essere eterna, dall’abisso di quella sventura e di quella disperazione si svolse il principio intimo che mancava all’unità imperiale, e col quale soltanto ella poteva fòndere le avverse e ripugnanti nazionalità, che la conquista aveva strette ad una sola catena. Il ''libro'' degl’Israeliti diviene il ''libro'' del mondo romano; e l’antica istoria si chiude da Leo con quella del pòpolo israelita.
Tutta l’istoria antica si svolge adunque da Leo in cinque compartimenti; — il primo dei quali rappresenta la morta e involontaria legge delle caste, che coordina a immutàbili norme i regni dei Battri, degl’Indi, delli Etiopi; — il secondo la forza militare, che su la decadenza o la ruina dei sacerdozii tenta divinizzare il voler d’un solo, in Egitto, in Babilonia, in Assiria, in Media, in Persia; — il terzo le geniali associazioni greche, che con felice ardimento si effòndono a un tratto nelle conquiste, nel commercio, nelle scienze, nelle arti; — il quarto l’austero pòpolo che, costringendo sè medèsimo sotto il triplice vincolo dei riti, del diritto e della milizia, s’inoltra inflessibile, conquistando la terra ed il mare, trasmutando in municipii romani i pòpoli e i regni, e traendo da una perpetua lite tutto l’edificio del diritto civile; — il quinto finalmente l’antica stirpe, che vinta e oppressa e dispersa sopravvisse sempre a’ suoi conquistatori, e scese indòmita di sècolo in sècolo, recando seco la fiducia in un principio posto fuori delle cose visibili, per cui l’uomo sfugge alla forza della natura e delle armi e delle opinioni.<noinclude></noinclude>
pfqzaj3xai6mlpmq7x5itohds6fjzt0
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/80
108
1026924
3901744
3879491
2026-09-19T06:42:00Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901744
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELL' EVO ANTICO|50}}</noinclude>
Sembra che si sarebbe dovuto serbare un compartimento proprio alla stirpe fenicia, ch’ebbe tanta parte nelle origini europee, e sola tra le antiche nazioni trasse il potere dal nudo principio dell’interesse mercantile; e ben diversa dalle popolazioni mercantili della bellicosa e studiosa Grecia, s’aggirò pel mondo combattendo coll’altrui braccio, prendendo le cose senza toccar le idee, e non curando la scienza, nè l’arte, nè la gloria, nè il diritto, nè la pietà. E sembra che non si dovesse obliare quell’immenso imperio dei Drùidi, che collegando i bàrbari di tante favelle, pose il primo fondamento all’unità europea.
Sopra queste profonde astrazioni, che sgòrgano veramente dalle viscere dell’istoria, Leo stese un velo di fòrmule, che non sono prettamente istòriche, ma ìntrano piuttosto nel dominio dell’affetto e della mistica aspirazione. Quando egli parla del nuovo principio di salute, che si diffonde nelle travagliate genti dell’imperio romano, egli oblia troppo presto che il campo dell’istoria è nel dominio dei sensi e nelle forze che òperano sul mondo visibile. Perchè questa parola avesse un senso istòrico, bisognerebbe, a cagion d’esempio, che il Bizantino non si fosse poi mostrato per mille anni insanabilmente corrotto e vile e stolto, al confronto de’ suoi vecchi padri di Maratona. Che anzi, quello stesso pòpolo orientale che conserva nell’antico libro il principio rigeneratore, non lo intende e non lo cura e non lo feconda, e vive discorde e infedele e tumultuante. E anche quando il principio rinovellato ha penetrate e collegate le nazioni, esso non varca la soglia dell’uomo interiore per trionfare nel mondo dei fatti e dell’istoria; il quale ''non è il suo regno'', e rimane sotto la tempesta delle umane passioni. La parola di fratellanza e di pace è annunciata e accettata; ma lo spirito istòrico dei pòpoli europei ancora oggidì rimane bellicoso e invasore, come quello dei loro progenitori Greci e Romani e Celti e Goti. Essi si stanno a fronte perennemente armati; essi fanno suddito il bianco, e schiavo il negro, e tributarii tutti i viventi; e la loro avarizia e ambizione non han confine su la faccia della terra. Dividiamo dunque le aque dalle aque; ed affinchè ciò che è mòbile e libero non debba per avventura scuòtere ciò che deve rimaner fisso ed assoluto, conteniamo li studii istòrici al di qua del limite delle cose sovrume.<noinclude></noinclude>
6r8dkvp5wonm2s4qq2nvsyuo2hindbp
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/81
108
1026925
3901725
3879492
2026-09-19T06:36:33Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901725
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELL' EVO ANTICO|51}}</noinclude>
In mezzo alla vasta dottrina ed alla limpida morale di Leo, in un’opera ch’è dettata da un’alta riflessione, noi vorremmo eziandio ch’egli non si mostrasse così avverso al principio dell’indagine filosofica, incolpàndola quasi d’aver corrotto il senso morale delle nazioni. L’opinione vulgare seguì pur troppo in ogni tempo il flusso e riflusso degl’interessi armati, non quello degl’inermi pensieri. Le guerre civili vènnero dai tesori di Delfi e dalle leggi agrarie, non dalla botte di Diògene o dai dittònghi di Lucrezio. Le nazioni fùrono ben piuttosto corrotte dal fatto della conquista, da quel fatto funesto, che separando il diritto dalla forza, fa di due gènti armate e generose una colluvie di spogliati e spogliatori, un intreccio di rapporti iniqui e perversi, un ammasso di reciproca corruzione.
Noi crediamo fèrmamente che la riflessione, volgèndosi su l’antico, può sempre trarne i germi latenti d’un’ulterior perfezione. Poichè veneriamo bensì quanto d’ùtile e di glorioso ci trasmisero le estinte generazioni, e amiamo cercar nell’istoria il dèbito di riconoscenza che c’incumbe verso ognuno dei pòpoli trapassati; ma non sappiamo come un’assoluta adesione all’antico si possa conciliare col convincimento che il corso dell’istoria è progressivo. Noi non ci curiamo della lunga e valorosa esistenza d’un pòpolo, se non quando ella servì di fondamento e quasi di suolo allo sviluppo dell’intelligenza. Il gènere umano non avrebbe saputo tampoco il nome di Sparta, se tutta la Grecia fosse stata fedele alle bàrbare sue origini come Sparta, e se lo spirito dei pòpoli marìtimi non avesse generato Eròdoto e Tucidide e Senofonte. Mentre l’idiota di Sparta mèdita i vanitosi suoi monosìllabi, le tradizioni delli eròi greci divèntano poemi in Jonia, e si sublimano in tragedia sui teatri d’Atene. La morale pùblica non richiede l’immobilità, ma uno sviluppo spontaneo e continuo, come quello che si vide in Atene, da Codro fino all’infelice lega la quale fece d’Atene uno stato di mercenari, e aperse per sempre la voràgine della violenza militare. Quindi per noi la ruina della Grecia esce da Sparta e dalla Macedonia, le quali col rozzo loro predominio soffocàrono l’intelligenza e il progresso, senza salvar la morale. Noi non dissimuliamo dunque che nelle elevate fòrmule, in cui<noinclude></noinclude>
jltg0cl2omz0ul0qctcckeej57iw417
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/129
108
1026973
3901715
3879521
2026-09-19T06:34:47Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901715
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||PEI NORMANNI|99}}</noinclude>
per propagare sul globo la nostra civiltà. Ma i pòpoli prodi e ingegnosi la cui nazionalità fu immolata per inalzare il vasto edificio della unità britànnica, il cui sangue fu sparso, le cui terre fùrono rapite, le cui memorie fùrono perseguitate e spente, non èbbero forse giusta causa di dolersi del loro destino? Era necessario tanto male al trionfo della civiltà? Così vorrebbe la dottrina istòrica più assoluta. Ma noi ci accostiamo piuttosto a Thierry, e compiangiamo seco tante generazioni rese inutilmente infelici; poichè teniamo per fermo che il male istòrico non sia necessario ad operare il progresso, ma bensì che il progresso prevale anche ad onta di tutte le irruzioni e tutti li attraversamenti del male; e perciò abbiamo caro Thierry, perchè non obliò che la crìtica, anche nel sècolo XIX, è il primo diritto e il primo dovere dell'istoria e della morale. E crediamo che questa via conduca alla più sublime di tutte le arti, a quella per cui l'umana saggezza riflette quasi l'imàgine d'una sovrumana providenza, l'arte d'aggregare tutte le nazioni al progresso commune, dell'intelligenza, della civiltà, dell'umanità, col minor dispendio di tempo, di tesoro, di fatica e di sangue. La mancanza di quest'arte benèfica produce quella calamitosa necessità che da sèdici anni consuma su le rive dell'Algeria le vite di due pòpoli magnànimi, che accresce lo squallore dei deserti e la barbarie dei bàrbari, e volge ad atroce fine sforzi generosi, cominciati nel sacro nome dell'umanità.<noinclude></noinclude>
bunnu7has91hq98bbv5q563kxsb351k
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/132
108
1026976
3901716
3878451
2026-09-19T06:35:09Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901716
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||SU LO STATO PRESENTE|102}}</noinclude>l'ìsola le ruine; quantunque poi certe torri rotonde che qua e là si conservano, vèngano più communemente attribuite a una gente orientale adoratrice del foco.
Circa un sècolo dopo che il pontificato romano, col braccio di Guglielmo, ebbe atterrato li Anglosàssoni (1066), un Breve di papa Adriano IV donò al re d'Inghilterra anche il dominio dell'Irlanda (1156), a condizione di riconòscere con annuo tributo la supremazìa della Chiesa. Ed esortàndolo a ''conquistar quell'ìsola per estirpare i vizii e la pravità delli abitatori'', comandava a questi di prestargli pronta obedienza. Ma l'impresa rimase differita, sino a che uno dei prìncipi irlandesi, in guerra colli altri, non ebbe introdutto nell'ìsola qualche centinaio di mercenarii normanni. Novanta di codesti formidàbili uòmini d'arme, vestiti d'acciaio le persone e i cavalli, bastàrono a sperperare trentamila di quei male aggueriti, ch'èrano accorsi ad assediarli in ''Ballagh-ath-Cliath'', che li Inglesi dìssero poi Dublino, e non avèvano altr'armi che saette leggiere e brevi scuri e targhe di legno e lunghe trecce avvolte per non so qual difesa alle tempia. Li ausiliarii, come al sòlito, vòlsero le armi contro li stolti che li avèvano chiamati e pasciuti; udite le vittorie de' suoi venturieri, venne in Irlanda anche il re Enrico, e si gridò signore dell'ìsola. Ma per quattro sècoli durò la sanguinosa lutta fra li accorti stranieri, che avèvano la disciplina, la ricchezza e l'opinione, e un pòpolo forte solamente nella sua pertinace memoria. Ma se sotto il giogo normanno esso non obliò tosto come i servili Anglosàssoni l'antica libertà e la proprietà della sua terra, dall'altra parte appena credeva di potere senza empietà far fronte a una potenza che gli si affacciava decorata d'un tìtolo sacro e pontificale.
La guerra tra le due stirpi non era ancora estinta, che dai Paesi Bassi, dalla Francia, dalla Germania si propagò in Irlanda il nuovo incendio delle guerre di religione, fomentato dalle corti di Spagna e di Francia. I signori d'Irlanda non èbbero più la medèsima venerazione per la corona d'Inghilterra dissociata dalla chiesa romana, e rivestita d'un insòlito primato religioso; li indìgeni Irlandesi e li Inglesi catòlici (''the English of the pale'') si unìrono nell'opposizione al lontano governo. E<noinclude></noinclude>
6xpnh2noa0h81qi3ord12bndqwjt3ta
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/216
108
1027012
3901710
3878487
2026-09-19T06:33:54Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901710
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELLA SARDEGNA|186}}</noinclude>
Anche i Greci parlàvano di due loro colonie, che insegnàrono ai selvaggi il governo del mele e del latte; e i pòpoli Iliensi si dicèvano avere avuto il nome dal greco Iolào. Ma nessuna illustre città greca fiorì mai nell'ìsola, quasi nessun monumento vi rimase di quella nazione, la quale per verità fu precorsa nella civiltà dall'Asia e dall'Italia; laonde ciò che si dice dei Greci primitivi, si deve forse riferire a quelle genti che vènnero dall'Asia a iniziare la civiltà dei Greci stessi.
Tra le colonie fenicie della Libia, Cartàgine fu quella che trasse a sè il primato, sicchè la lontana autorità della madre patria cadde in oblìo. Pare che i Cartaginesi non àbbiano acquistato questo loro dominio su le città marìttime della Sardegna senza grandi violenze; e si narra che estirpàssero le piante, e vietàssero di seminare i campi, e gettàssero in mare li stranieri che vi approdàvano. Infine le èmule città sedùssero le soldatesche mercenarie di Cartàgine, e la mìsero alle strette. Si narra che un grand'esèrcito d'Iberi si ribellasse, e si rifugisse nei monti a vìvervi come nel suo paese nativo, e che dai Córsi fòssero chiamati ''Balari'', il che nella loro primitiva lingua sonasse ''fugitivi''. Ciò fa crèdere che si stabilìssero nella parte dell'ìsola più vìcina alle tribù córse; e per le cose anzidette non sembrerà troppo frivola congettura il notare, che nei dialetti appunto di quelle parti e, come dice il prof. Spano, «nella sezione che abbraccia la città d'Ozieri, il Meilogo, Ìtiri, Tissi, Ossi, Ploaghe e tutto il dipartimento d'Anglona» (''Ortogr. P. 1, § 37''). dòmina l'aspirazione spagnola. Ed è curioso che l'ùltimo villaggio dell'Anglona, sul confine appunto dei Córsi di Gallura, si chiami tuttora ''Pérfugas'', che sarebbe la traduzione latina del sopradetto córso ''Balares''. Poco dopo la prima incursione dei Romani, una rivolta universale delli esèrciti mercenarii estermino tutti i Cartaginesi che stanziàvano nell'ìsola. Così dopo aver divorato le colonie più antiche, fùrono spenti anch'essi; e non andò guari che li stessi loro mercenarii ribelli, per uno sforzo concorde delli indìgeni, vènnero costretti a salvarsi in Italia.
Roma allora s'invogliò della vicina e inoccupata signorìa; Manlio Torquato vi tragittò e ne fece una ''provincia'', primo paese<noinclude></noinclude>
98f9fo56wdhtahs2a0qi0bqwaaqj0i2
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/224
108
1027020
3901698
3878495
2026-09-19T06:30:51Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901698
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELLA SARDEGNA|194}}</noinclude>
o ''Torres'' ossìa del paese intorno a Sàssari, e d’''Arborèa'' ossia del paese che giace intorno a Oristano.
In quel sècolo XI tutta l'Europa si sottraeva all'incubo dell'influenze barbàriche. Le spedizioni trasmarine dei Toscani, dei Lìguri, dei Vèneti aprìvano alli altri pòpoli il campo delle crociate. L'amore d'un venturoso lucro, il genio militare e l'ardor religioso, che si èrano congiunti nell'impresa di Sardegna, si svòlsero più vastamente nelle famose conquiste d'Inghilterra, di Sicilia e di Palestina. Le armi facèvano strada al commercio, e questo rinovava l'antica ricongiunzione dei pòpoli, operata primamente dalla sapienza romana. Il pontèfice Ildebrando, lagnàndosi che «li uòmini della Sardegna fòssero omài divenuti più stranieri a Roma che non li abitanti delli estremi confini della terra,» scriveva un'imperiosa esortazione ai quattro giùdici sardi, Onroco di Càgliari, Orsocorre d'Arborèa, Mariano di Logodoro e Costantino di Gallura; e commendando il propòsito d'Onroco di recarsi a Roma, lo ammoniva a sottomèttersi alle prescritte riforme, essendochè «molte richieste si facèvano da varie genti alla sede romana per la ''concessione'' della provincia di Càgliari.» Le quali parole suonàvano terrìbili, in un tempo che Guglielmo di Normandìa stendeva il vessillo pontificio su la ''concessa'' Inghilterra, e tutti li uòmini armìgeri d'Europa èrano presti a seguire i comandi del pontèfice oltremonte e oltremare.
Propagàvasi nell'ìsola l'òrdine benedettino, e i giùdici gli facèvano ampie largizioni di pàscoli, d'armenti e di schiavi. Le sedi vescovili che fra le invasioni barbàriche s'èrano ridutte da sette a quattro, salìvano in breve al numero di quìndici presiedute da tre arcivèscovi, i quali poi riconoscèvano tutti il primato di Pisa. Il risurgimento delle chiese teneva dietro al risurgimento delle città e dell'agricultura avvivata dal commercio italiano. Le antiche genti della Sardegna scendèvano ad accasarsi in riva al mare, presso ai navigatori di Gènova e di Pisa; il giùdice d'Arborèa trasferiva la sua sede nella marina d'Oristano; i Malaspina ristoràvano la città di Bosa, ma più presso al mare che non l'antica; i Doria fondàvano una città sul colle d'Alghero, sotto un cielo salubre, presso a spaziosi porti, a mari<noinclude></noinclude>
4errm209fn4abl66gkrlgp3zbjj6x0a
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/252
108
1027048
3901704
3878523
2026-09-19T06:32:10Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901704
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELLA SARDEGNA|222}}</noinclude>quarto incirca di quanto ne ha il regno di Francia, a una giornata di tragitto dalla Toscana, dalla Francia, dalla Spagna, dalla Sicilia, dall'Àfrica, il commercio sardo conta in tutto 8 navi a vele quadre (brichi), e 38 a vele latine (mìstichi, bovi e cùtteri), con alcune barche coralliere e peschereccie.
Li studii mercantili e industriali sono ignoti; non insegnamento di lingue vive, di disegno, di chìmica, di mecànica, d'idràulica, di nàutica, d'economìa. I giòvani destinati alle magistrature appena delìbano il diritto civile e canònico; le università ripètono entrambe i medèsimi rami; in Càgliari cinque professori di scienze mèdiche hanno in tutto dieci allievi, e in Sàssari ventuno. Le università danno un centinaio di scolari alla teologìa, e un altro alla legge, medicina e chirurgìa. Manca l'istruzione per ingegneri, agrimensori, farmacisti, levatrici, ragionieri, maestri di scuola, architetti. Màncano quelle classi studiose che, intrecciàndosi al commercio, alla possidenza, all'industria, all'agricultura, fanno la parte più vitale della nostra società. Il corpo delli studenti è fornito in gran parte da famiglie così pòvere, che sotto il nome di ''maioli'' sono costretti a collocarsi servi presso i signori, che làsciano loro qualche intervallo per la scuola. E si vèdono studiar le lezioni nel vestìbolo dei palazzi, o alla porta delle chiese o delle case ove hanno accompagnato le loro signore, istituzione che rende spregiato il nome dei liberali studii. Le scuole letterarie sono tenute tanto in Càgliari quanto in Sàssari dai gesuiti (472 allievi), e dai frati delle scuole pie (1323). L'istruzione nelle campagne è quasi ignota; quella delle donne si riduce in pochi monasterii. Una genìa di scrivani pùblici si noleggia alle corrispondenze epistolari, ministra di dissensione e d'intrigo.
Il clero, in proporzione di pòpolo, è circa il doppio che fra noi, quindi pòvero; le sue rèndite si valùtano un millione di franchi, e per un quarto appartèngono all'òrdine vescovile. Le ùndici diòcesi dell'ìsola non sòmmano alla popolazione della sola diòcesi di Milano. La città vescovile di Ales non ha mille ànime (989); quella di Galtellì poco più di ottocento (845). Le parochie (391) sono d'ingovernàbile vastità, ragguagliàndosi per tèrmine medio ad una superficie di 70 chilò-<noinclude></noinclude>
moe5dp7wpgafibaiffe5jwmgt641ofk
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/278
108
1027074
3901705
3878549
2026-09-19T06:32:40Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901705
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DI ALCUNI|248}}</noinclude>
l'invidiata prosperità dell'Amèrica fosse tutta un'illusione. Il tempo, che scopre i mali, scoprirà anche i rimedii; ma nessuno può rapire all'Amèrica il frutto delle gigantesche costruzioni frattanto compiute.
La moderazione del pùblico dèbito e delle imposte è una conseguenza della savia norma posta dai fondatori di quella repùblica e seguita fino a questi ùltimi tempi, d'astenersi affatto da ogni intervento nelle cose delle altre nazioni, e riservar la guerra alla strettìssima difesa. È questo un altro dei punti per cui la nuova Inghilterra si divise affatto dall'antica. Essa considerò sempre come sovrano d'un paese chi ''di fatto'' ha la forza di fàrvisi obedire, e non riconosce blocco che non sia veramente mantenuto colla forza; il che, oltre al risparmiare mille intrecci di polìtica e di diritto pùblico, nei quali è impossìbile serbar sempre i confini della giustizia e dell'umanità, offre il vantaggio che le relazioni mercantili di rado rimàngono sospese, anzi fiorìscono fra le discordie delle altre nazioni. Quindi si vede il prodigio d'uno Stato, al quale con diecisette millioni d'abitanti bastàrono in pace diecimila soldati, sparsi per la più parte lungo le frontiere dei pòpoli selvaggi. La milizia però conta un millione e trecentomila uòmini. Veramente è smembrata sotto tanti comandi quanti sono li Stati; ed ha poco esercizio e dèbole disciplina, come quella che dimora nelle proprie case, ed elegge a lìbero voto li officiali; ma l'ìmpeto d'una difesa popolare in breve riparerebbe ad ogni sorpresa; e mentre le vaporiere e le locomotive adunerèbbero a volo i cittadini, ogni forza nemica in tanta vastità di paese rimarrebbe lenta e dispersa. Intanto il possesso d'una forza stanziale non alletta li amministratori ad abusarne, sia contro i cittadini, sia contro li stranieri. E a rispòndere alle improvise ostilità vale la flotta, la quale potè riescir terrìbile al nemico, senza poter èssere per sè strumento d'oppressione interna o d'esterna conquista. La modestia delli amministratori fu conservata anche dal risurgente e continuo bisogno del voto pùblico, e dalla modicità delli assegni e dei poteri. Il presidente àbita un palazzo pùblico, e riceve 135 mila franchi d'onorario; ma i legislatori del congresso ricèvono solo le spese di viaggio e<noinclude></noinclude>
ofqyar73o05dtjixdss6gvqgki2i3qv
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/49
108
1027170
3901769
3878652
2026-09-19T06:52:54Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901769
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||SUL PRINCIPIO|42}}</noinclude>
Molti oggidì vaneggiano supponendo primamente nell'uomo il dubio universale, poi cercando nella dottrina dell'ente la prima certezza, per dedurne mano mano tutta la catena delle positive verità; e non pènsano che a questa loro fonte ùnica del vero si pòssono attìngere solo li argomenti che varrèbbero a negare ogni cosa del mondo. — «L'ontologìa, anzi che spiegare l'esistenza delli oggetti, li rende impossìbili... L'ontologìa fu veramente la pietra filosofale della scienza. Tutte le scoperte tornàrono a profitto della psicologìa, come li sforzi dell'astrologìa e dell'alchìmia tornàrono a profitto dell'astronomìa e della chìmica. Si disse che la psicologìa è il vestìbolo della filosofìa; ebbene sia pure; ella non porge la scienza assoluta. Ma allora il tempio non è di questo mondo; la stessa nostra vita e l'intelligenza nostra ci condànnano a rimanere nel vestìbolo dell'assoluto . . . La triviale accusa di scetticismo, si può rimandare a coloro che pretèndono dare la scienza dell'assoluto.<ref>Op. cit. pag. 402, 403.</ref>» —
Qual è dunque l'effetto di questa vanitosa dottrina dell'ente sulle menti giovanili? — «I sistemi ontològici fanno dipèndere l'esistenza dalla dimostrazione; e siccome la rigorosa dimostrazione è impossìbile fuori delle matemàtiche, così una volta che siano confutati i sistemi, anche i fatti sèmbrano distrutti col principio che li spiegava.... L'Ontologìa dùplica i misterii per trasportare fuori della certezza descrittiva la verità prima. E siccome è impossìbile oltrepassar la descrizione — (e qui lo scrittore poteva ben dire con più commune e aperto vocàbolo, l'esperienza), — così nulla più fàcile che assalire i sistemi ontològici; e quando sono atterrati, sembra atterrata la stessa verità. E tuttavìa l'affermazione del pensiero è più forte del pensiero stesso; e in onta alle illusioni dei sistemi, e alle pretese dello scetticismo, si vive sempre sulla fede della descrizione. Se il moto è un misterio, non si cessa perciò di crédere al moto.<ref>Op. cit. pag. 404, 411.</ref>» — E così adunque la dottrina dell'ente, dopo avere isteri-<noinclude></noinclude>
8u26lvk0ckam60vtmfh7nc4dgrgqole
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/54
108
1027175
3901764
3878657
2026-09-19T06:49:41Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901764
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELLA FILOSOFIA|47}}</noinclude>tutte le genti che rimàsero immote nella selvatichezza primitiva o appena superàrono i primordii della civiltà. Ora, la scienza che non le abbracciasse tutte, potrebbe forse dirsi la scienza dell'incivilimento, ma non quella dell'umanità: giacchè codesta medèsima ''costanza nella barbarie'' è pure un fatto che ha le sue ragioni, e spande la sua parte di lume sull'arcano dell'umana natura.
Il sommo errore, che fece vani codesti studii, si fu quello di voler rinvenire anzi tempo ripetizione e similarità presso tutte le genti. Lo stesso errore traviò la linguìstica, la quale raccolse unicamente le consonanze delle più disparate favelle; e non apprezzò mai nè spiegò le differenze fra le lingue più pròssime, mentre pur sono i soli documenti delle particolari orìgini delle nazioni, anche dopo che le ravvolse il velo d'un uniforme incivilimento.<ref>Vedi nel vol. I ''Su le lingue indo-europèe''.</ref> Vico vide un ùnico e universale inizio delle civiltà nelli asili aperti intorno alle are di Giove, quasi vaste uccellande tese dai patrizii ai selvaggi delle vicine foreste. Romagnosi vide piuttosto le tribù ammaestrate da un sacerdozio; e quindi indusse che da una sola terra si fòssero propagate tutte le civiltà, con principio dativo e non nativo, al pari del frumento e dell'alfabeto che ne fùrono i due più efficaci strumenti. Stellini in quella vece accettava per principio di nazione ogni ricòvero ove una madre, in mezzo a' suoi lattanti, sapesse intenerire a carità paterna i maschi vagabondi. Altri pone la sua generalità nei due principii della guerra e della schiavitù. « L'intelligenza svegliata dalle necessità della ''guerra'', entra « per la prima volta nel campo dell'istoria... I pòpoli pri« mitivi sono immòbili per sè; la mobilità continua dei com« battimenti li costringe a perfezionarsi... La ''servitù'' è « secondo principio di movimento. La servitù nobìlita la li« bertà dei forti, assicura loro il profitto delle altrùi fatiche.... L'interesse della conquista ìnspira il genio della « conservazione; quindi i governi eròici, le caste, il feudalismo, « il patriziato.. All'interno la casta ha il privilegio delle armi « e del governo, fuori della casta non vi è società; i lavoratori
<noinclude><references/></noinclude><noinclude></noinclude>
cpvgxsf1y1i4prhz3su0bgvlrrzwmof
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/58
108
1027179
3901787
3878661
2026-09-19T07:00:15Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901787
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELLA FILOSOFIA|51}}</noinclude>
formare la nazione''<ref name="nota51">Questi due asserti: — Quanto più civile è un pòpolo tanto più numerosi sono i principii che nel suo seno racchiude. — L'istoria è l'eterno contrasto dei diversi principii che tèndono ad assorbire e uniformare la nazione: — sono i capi saldi d'una dottrina alla quale potremmo dare amplissimo sviluppo.</ref>. Rare volte un principio stabilmente prevale, e solo colla lunga òpera del tempo e d'una sapiente perseveranza. Ma quando la tradizione cominciata da Gradenigo è giunta a soffocare con lunga e artificiosa fatica ogni elemento popolare: quando il principio inaugurato da Pelagio è pervenuto a eliminare dalle Spagne Àrabi e Israeliti, e ripèllere pertinacemente ogni nuova idèa che venga d'oltremonte e d'oltremare: quando la China si è chiusa fra l'ocèano e il deserto e la muraglia: quando in somma lo stato può dirsi divenuto in tutte le sue parti un ''sistema'': allora si fa palese che le leggi orgàniche non son quelle dell'immobilità minerale, che la varietà è la vita, e l'impassìbile unità è la morte. E coloro che invòcano la pace perpetua e l'universale repùblica di tutti i regni della terra, vògliono dilatare a tutto il globo l'oscura esistenza del Giappone; e non vèdono in quale abisso d'inerzia e di viltà piomberebbe tutto il gènere umano, petrefatto in sistema, senza emulazioni e senza contrasti, senza timori e senza speranze, senza istoria e senza cosa alcuna che d'istoria fosse degna.
Non sembra adunque potersi consentir facilmente che vi sia una legge fondamentale nelli umani consorzii, per la quale le idèe non pòssano coesìstere senza ordinarsi in sistema: che quindi ogni civiltà formi necessariamente sistema, il quale non possa mai cadere se non per sostituzione d'altro sistema. I principii civili, a noi pare, sono come le quantità, le quali per minime aggiunte o minime detrazioni mùtano assolutamente il punto d'equilibrio. E così pure non crediamo che un nuovo òrdine civile supponga una nuova serie di ''dati'', la quale operando con infallìbile convinzione su l'intelletto, ''vi faccia quasi mutamento di scena''.<ref name="nota51" /> Non crediamo che la mente sia serva immediata dei dati che le si parano inanzi; poichè, come si potrèbbero allora spiegare le opposte persuasioni, che fèrvono sempre nell'interno d'ogni stato e d'ogni associazione, non ostante la commune identità dei dati? La mutazione dei dati dovrebbe in tal supposto pre-<noinclude></noinclude>
q33e512ghbbjp8exxkqde0w0m2vlno0
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/59
108
1027180
3901786
3878662
2026-09-19T06:59:39Z
Candalua
1675
3901786
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||SUL PRINCIPIO|52}}</noinclude>cèdere alla mutazione delle idèe e dei sistemi. Ma come mai allora, rimanendo il medèsimo sistema presso una nazione, pòssono essersi travolti, come ''per mutamento di scena'', tutti i dati delle sue idèe? Qui si entra in un cìrcolo vizioso, ove il nuovo sistema suppone le nuove idèe, le nuove idèe suppòngono i nuovi dati, e i dati suppòngono da capo il sistema. Non è per diversità di dati, che Pitt e Fox àgitano in parlamento il quotidiano e inconciliàbile loro dissenso; non è per diversità di notizie, che il manifattore dimanda il lìbero ingresso dei cereali, e l'agricultore ne dimanda l'esclusione. Il prezzo del pane è un dato commune per ambedùe; e se l'uno ''approva'' il prezzo alto, e l'altro il basso, non è giudicio dell'intelletto, ma suggestione delli interessi e impulso delle volontà. Ciò che vi ha di vero in questo si è, che li uòmini fèrmano di preferenza la mente su quei dati che sono favorèvoli alle proprie inclinazioni, e vorrèbbero che i dati opposti non esistèssero, o che li altri uòmini potèssero non saperli o non crèderli; e i lèttori vulgari trascèlgono fra tutti quel giornale che più coltiva e più àdula le loro opinioni e i loro interessi, onde la mera lettura e il mero possesso d'un libro si considera dai tribunali francesi come una confessione di parte, e una disposizione alli eccessi di parte. Ed è un fatto luminoso che in Inghilterra, non ostante l'antica libertà dello scrìvere, le opinioni sono assài più ''limitate e uniformi'', che non nei paesi ove i vìncoli della stampa restrìngono la moltitùdine alla cognizione d'un limitato e uniforme complesso di dati. Dal che si vede quanto predominio nelle opinioni abbia la volontà, e quanta distanza interceda fra la implìcita o esplìcita cognizione dell'esistenza dei dati, e quel convincimento dell'intelletto che si pretende infallìbile e immediato. E diremmo che in ciò appunto sta il campo della morale libertà; la quale si esèrcita in quell'istante in cui la volontà accetta o ricusa l'equo e sèmplice esame dei dati, insomma in quell'istante in cui l'uomo ''delìbera di delìberare''.
Quindi non è che un pòpolo «passi alle idèe nuove per la necessità d'escludere la contradizione;» ma basta che per uno smovimento qualunque d'equilibrio, ''la potenza trapassi''<noinclude></noinclude>
2jetazw2arq1svfzek7vyjel5z47z1z
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/81
108
1027202
3901763
3878684
2026-09-19T06:49:17Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901763
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELLE DOTTRINE|74}}</noinclude>Wolf, il testo filosòfico del collegio Alberoni, doveva èssere uno stretto sensista.
Ebbene, vediamo qual sia il parere di quelli stessi istòrici della filosofia che hanno inventato codeste qualificazioni. Prendiamo il kantista Tennemann, e vediamo s'egli medèsimo annòveri Wolfio tra i ''sensisti angusti e gelosi.'' Ecco le sue parole (''Manuale,'' etc. tom. 2, pag. 178).
«Cristiano Wolf nacque in Breslavia nel 1679;» (e qui avvertiamo ch'era nel sècolo XVII, non nel XVIII....) «Collo studio delle matemàtiche, della filosofia cartesiana e della ''Medicina Mentis'' di Tschirnhausen, si preparò a diventare uno dei filòsofi più profondi della scuola dogmàtica! Possedeva meno il dono dell'invenzione che quello dell'anàlisi e della tendenza sistemàtica, unito a certa ''facilità di mente'' adatta alla popolarità. Seppe mèttere a profitto questi vantaggi onde assicurare per un tempo ben lungo l'''imperio della filosofia leibniziana,'' ch'egli rese ''completa'' in parecchie delle sue parti!!» —
Dunque, secondo li Annali di Statìstica, la filosofia leibniziana, che tutti riguàrdano come il contraltare del sensismo, sarebbe un ''sensismo ancora più angusto e incompleto'' della filosofia wolfiana!
— «Wolfio, prosegue Tennemann, è il ''primo'' filòsofo che àbbia delineata un' ''enciclopedìa compiuta'' delle scienze filosòfiche» — (e questo è il ''geloso ed angusto sensismo!'') — «e che l'àbbia in gran parte ridutta ad esecuzione. Ecco la sua divisione della filosofia ''speculativa'': lògica e metafìsica, comprendente, questa seconda, l' ''ontologìa,'' la psicologìa ''razionale'' distinta dall'empìrica, la cosmologìa e la ''teologìa.'' Divide la filosofia in prattica-universale, morale, diritto naturale e polìtica. Queste divisioni della filosofia, aggiungèndovi l'estètica, sono ancor oggidì generalmente seguite.... Riprodusse il sistema leibniziano sotto la forma d'un dualismo dogmàtico, e non lasciò di riempere più d'una lacuna, sia per nuove vedute, sia per un ''accorto sviluppamento'' dei dati di questo sistema. Il suo mèrito principale consiste nell'unità, nella solidità e nell'incatenamento sistemàtico, che<noinclude></noinclude>
e6gm3od4b44euopt43uu94rys4gxbh7
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/87
108
1027208
3901784
3878690
2026-09-19T06:58:13Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901784
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELLA RIFORMA PENALE|80}}</noinclude>
{{Centrato|I.}}
{{Centrato|'''DELLE CÀRCERI'''}}
Poichè il propòsito nostro nell'intraprèndere questo Repertorio (il ''Politècnico'') fu quello «d'appianare ai nostri concittadini la cognizione di quella parte di vero, che dalle ardue ragioni della scienza può condursi a fecondare il campo della pràtica;» ci profittiamo della congiuntura ch'èbbimo di passare ad esame parecchie delle più recenti òpere su la riforma carceraria, per tracciare in sommi capi lo stato d'una questione che tocca le più intime ragioni dell'arte sociale, e intorno a cui s'affatìcano tanti illustri giureconsulti ed uòmini di Stato in Europa e in Amèrica.
L'argomento è sì grave e austero, che non sappiamo pòrvi mano senza una molesta commozione; e quand'anche da questo studio cominci fra noi l'insegnamento delle scienze legali, pure, nel ritornarvi dopo molt'anni, proviamo quel ribrezzo che sentirebbe, rientrando fra li orrori della sala anatòmica, chi avesse da lungo tempo abbandonato li studii della medicina. Si tratta di ragionare con impassibilità scientìfica sul destino d'''un millione e più di sciagurati, ch'èntrano ogni anno nelle càrceri d'Europa e d'Amèrica''; molte milliaia dei quali vi scèndono come in sepolcro di viventi, o n'èscono solo per salire al patìbolo. Si tratta di calcolar con arte la quantità della miseria e dell'angoscia che l'uomo deve deliberatamente ingiùngere a tanti suoi sìmili, per obedire a quelle tremende necessità, le quali se dall'un lato inflìggono le pene, racchiùdono dall'altro le remote càuse che prepàrano i delitti e allèvano i malfattori.<noinclude></noinclude>
o6lkod7ane7guzimz8eru3ct1k9clg7
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/92
108
1027213
3901762
3878695
2026-09-19T06:48:50Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901762
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||I. DELLE CÀRCERI|85}}</noinclude>
nostri giorni nelle città più splèndide, dopo che le rimostranze delli scrittori avèvano già introdutto nelle prigioni la separazione almeno dei sessi, lo spettàcolo era ancora incredibilmente turpe. Nell'anno 1813, che non è ben lontano, la illustre benefattrice dei carcerati, M. Fry, trovò nella prigione di Newgate a Londra trecento donne, alcune giudicande, alcune condannate per colpe d'ogni sorta, messe alla rinfusa in due càmere e due camerini, ove quelle miseràbili, alcune ubriache, alcune coi bambini alla mammella, molte inferme su la paglia puzzolente o sul nudo spazzo, facèvano cucina e lavanderìa, mangiàvano, dormìvano, bestemmiàvano, si battèvano furiosamente. Lo stesso direttore della prigione non osava inoltrarsi in quelle bolge. La consolatrice scriveva poco dipoi ad altro benefattore, colla familiare semplicità che i quàcheri ùsano fra loro: — «Ciò ch'io ''ti'' dico è una dèbole imàgine del vero; il lezzo e l'angustia del luogo, la ferocia dei modi e dei volti, e la profonda depravazione in cui parèvano immerse, non si pòssono descrìvere.» — E due donne stàvano spogliando un bambino morto, per invòlgere de' suoi cenci un altro che gli giaceva nudo a lato. Quell'abominèvole soggiorno era lo strumento che la società destinava a reprìmere nelle traviate la prima presunzione di malcostume. Una giovinetta, forse innocente, incolpata forse d'aver sottratto alla padrona uno spillone o un paio di guanti, poteva venir precipitata in quell'abisso insieme alla più stomachèvole cantoniera.
Era questo il modello ideale della prigione, quale ce l'aveva trasmessa l'odiosa eredità dei nostri padri: era questo l'edificio che il generoso sècolo XVIII intraprese ad abbàttere, e le cui reliquie ingòmbrano ancora tanta parte d'Europa. Ancora ai nostri giorni si ha certa notizia d'orrìbili assassinii meditati e diretti da un fondo di prigione, ove il lento corso della giustizia aveva adunato da più luoghi un concilio di malvagità, fra i traviati e li innocenti. Perciocchè se il progresso dei tempi e il predominio della ragione introdùssero nel càrcere la disciplina, la salubrità, la nettezza, la luce, il lavoro, non giùnsero a tògliere la convivenza depravatrice. Il càrcere riceve il novizio del delitto, reo forse di lieve infedeltà, ansante di vergó-<noinclude></noinclude>
2trylmroqj8535sbnsnhx2pqxg2rei5
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/94
108
1027215
3901761
3878697
2026-09-19T06:47:44Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901761
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||I. DELLE CÀRCERI|87}}</noinclude>
Nel seguente anno 1671, l'imperatore Leopoldo I, dietro proposta del magistrato di Vienna, stabiliva colà «una casa di correzione, per collocare in essa con ben guardata separazione le donne profane, i figli disobedienti, li accattoni inquieti e le altre persone inùtili e ineducate, onde poterle trattenere a continuo lavoro.» Qui si vede la separazione e il lavoro, e il propòsito di supplire al difetto d'educazione. E la mira, non tanto della pena, quanto della correzione e della riabilitazione è manifesta; poichè si soggiunge: «tutte quelle persone che verranno prese per punizione in questa casa, e si mostràssero ''migliorate'', verranno rilasciate senza macchia dell'onore, e niuno le potrà tenere inàbili e decadute in veruna maniera dalla loro maestranza od arte.» E pare che quest'istituzione fosse a quei tempi già diffusa in Europa, poichè nel diploma stesso si legge: «stimiamo cosa molto buona e salutìfera questo divisamento, ammettendo senza nessun dubio che la stessa cosa, come presso le altre ben dirette repùbliche e città principali, sarebbe pure assai favorèvole ''anche qui'' al ben èssere pùblico.» E infatti in quel sècolo l'Olanda aveva le sue case di lavoro; e il lavoro nelle prigioni veniva prescritto nelle nascenti colonie d'Amèrica dal patriarca della Pensilvania, Guglielmo Penn, verso il 1682.
Trentadùe anni dopo il citato diploma (1703), l'istituto delle Case di Ricòvero e Correzione vèdesi adottato anche in Roma, essèndosi decretata la costruzione dell'ospizio di S. Michele, che non sappiamo in qual anno venisse aperto. E nelle òpere pòstume del Mabillon si trovò tracciato ad uso dei conventi un règime di reclusione separata a penitenza dei frati dìscoli. E di queste reclusioni correttive si tròvano vestigia nei collegi d'educazione, e perfino nelle famiglie. Giunse finalmente il momento opportuno anche per la nostra città; ove nel 1758 vènnero delegati a quest'uopo Pompèo Litta, Diego Rubini, Antonio Besozzi e Giampietro Andreani. I quali, comperato un vasto spazio presso la Porta Nuova, incominciàrono nel 1762, coll'òpera dell'architetto Croce, un edificio che doveva contenere la Casa di Correzione e un Albergo per cinquemila pòveri. La seconda e più grandiosa parte dell'òpera non ebbe ef-<noinclude></noinclude>
jnh8gdq75jklodcfiwzf4hereapnhtj
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/102
108
1027223
3901759
3878705
2026-09-19T06:46:09Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901759
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||I. DELLE CÀRCERI|95}}</noinclude>
la sua impotenza in faccia alla legge, che senza percosse, senza catene, senza insulti, con mano invisìbile lo assedia e lo stringe. La memoria della sua colpa, ch'egli fuggiva, ch'egli sommergeva nel tumulto delle passioni, gli si affaccia d'ogni parte, e a poco a poco si allarga nella sua mente, e dilegua le vanità che la ingombràvano.
Tra l'impazienza e il tedio e il rimorso, per sottrarsi alli odiosi pensieri e dissiparsi in quell'ùnico modo che gli è possìbile, egli afferra rabbiosamente la proposta d'un qualsìasi lavoro. Ben pochi hanno la forza di resìstere a quattro o per sommo a otto giorni di solitaria inazione. Il lavoro non viene inflitto loro come pena, nè imposto colle percosse o colla fame; ma concesso come indulgenza, come ristoro che solo può render sopportàbile quella vita. La disciplina non è sollècita di comandarlo; essa aspetta tranquilla il prigioniero, ben certa che tosto o tardi s'arrenderà. I signori Tocqueville e Beaumont scrìvono: «Visitando il Penitenziale di Filadelfia andavamo trattenèndoci con tutti i carcerati. Nessun d'essi che non parlasse del lavoro quasi con gratitùdine, e non si palesasse persuaso, che, senza il conforto d'un'occupazione, non avrebbe potuto resìstere al peso della vita. Che avverrebbe del prigioniero nelle lunghe ore di solitùdine, se fosse lasciato ai rimorsi e ai terrori della sua mente? Il lavoro affatica il corpo, ma conforta l'ànimo. È singolare che costoro, giunti per lo più al delitto per la via dell'ozio, e ridutti ad abbracciare come ùnica consolazione la fatica, impàrino ad aborrire la primiera càusa d'ogni loro calamità.» Molti di quei meschini dissero che la domènica era per loro insopportabilmente lunga. Questo bisogno si palesa in tal grado che non avvenne mai che si dovesse ingiùngere il lavoro colla forza.
Il condannato, abbracciando con amor quasi puerile il suo lavoro, respira dal tedio, dall'irritazione, dalla oppressiva idèa della passata vita; e non ha per qualche tempo altro oggetto alla sua mente, perchè gli è difesa contro i pensieri che gli ròdono l'ànima. L'imperturbato raccoglimento e la concentrata volontà gli àprono la mente a imparare; il maestro operaio, che viene<noinclude></noinclude>
m4fv0qdayye3shx685xnfvnz1ucgsj4
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/112
108
1027233
3901765
3895972
2026-09-19T06:50:46Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901765
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||I. DELLE CÀRCERI|105}}</noinclude>indefessa, quali ben di rado si tròvano, nonchè in gente rozza, anche in magistrati di squisita educazione; e senza le quali la disciplina vacilla tra licenziosa indulgenza e feroce oppressione, e talora congiunge capricciosa i mali d'ambedùe. Ora chi può sperare tante e sì rare doti nelle grosse squadre di sovrastanti, che si vògliono alla disciplina d'un Silenziario? Nelle prigioni di Coldbath-Fields, a invigilare 900 detenuti si còntano 54 custodi; ma non bàstano; ed è mestieri prèndere fra i carcerati altri 218 caporali; laonde la turba sciagurata vien divisa a capriccio fra i due diseguali destini di soffrire e far soffrire. Al carcerato sovrasta il caporale, al caporale il custode; e poi si può dimandare col savio Bentham: ''quis custodiet ipsos custodes?'' Questa dimanda è a farsi principalmente nelle prigioni di remote provincie, ove la giustizia non è sotto l'occhio delle alte magistrature e alla luce salutare della publicità.
È antica osservazione che i più consumati furfanti, in mezzo a una turba stòlida e brutale, si móstrano sempre i più pronti a obedire, e i più destri e imperiosi a soprastare. E così il traviato s'avvezza al giogo del più malvagio, il quale lo prepara dòcile strumento a più grandiose scelleratezze. E perchè tutta la turpe disciplina non cada, è pur necessario ordinarvi un corpo di delatori; e così la sicurezza del luogo e la vita dei pòveri custodi in mezzo a quella feroce accozzaglia è raccomandata ad uòmini che il più atroce assassino guarda con disprezzo. Ma la cosa più immorale si è che i giudicandi, fra i quali moltìssimi sono li innocenti, non solo dèvono tollerare la presenza e la schifosa familiarità di quella feccia, non solo dèvono subire la superiorità di malandrini rivestiti quasi di magistratura; ma, per naturale effetto dell'odio e della malizia, avviene in mille modi che sovra i giudicandi, ossìa su la minorità che comprende li innocenti, cade di fatto una proporzione maggiore di castighi che non sui condannati.
Ora, chi può numerare le milliaia di soverchierìe e d'iniquità, che si fanno soffrire dall'astuto all'incàuto, dal feroce al dèbole, dall'assassino all'innocente? Chi può dire l'ammasso di rancori e vendette, che fermenta nel fondo di siffatto abisso,<noinclude>
{{PieDiPagina|{{x-smaller|CATTANEO ''T.III.''}}||8}}</noinclude>
4kk4vt0d6zhry3g4sf4dew2vr40mayw
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/135
108
1027256
3901770
3900541
2026-09-19T06:53:27Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901770
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELLA RIFORMA PENALE|128}}</noinclude>sta. Il giùdice primario dell'Australia, scrisse che la pena della deportazione giunge per costoro a tale acerbità, che divien loro desideràbile la morte, e sovente se la procàcciano per orrìbili modi. «Ho visto, attestò egli alla Commissione, parecchi relegati all'Isola Nòrfolk, che avèvano commesso un nuovo delitto pel solo fine d'èssere rimandati al tribunale di Sìdney, e uscire di quella tormentosa vita; e per le parole loro mi assicurài ch'essi confidàvano nella certezza d'èsser condannati a morte. Ed io medèsimo, nello stato loro, preferirèi qualsìasi morte». Perlochè il governatore Bourke ottenne nel 1834 l'istituzione d'un tribunale nell'ìsola stessa per la speranza che lo spettàcolo della pena capitale, eseguita sotto li occhi di quelli infelici, potrebbe forse rimòverli da quell'atroce desiderio di morire, che li traeva a involontarii delitti.
Ridutti a tale estremo, sono sempre pronti a feroci ribellioni. Nel 1834 per poco non riescìrono a sorprèndere il presidio, e sottometter l'ìsola; nove rimàsero uccisi nel fatto, ventinove èbbero condanna di morte, ùndici dei quali vènnero giustiziati. Il sacerdote catòlico, mandato ad assìsterli, riferì alla Commissione la strana scena di cui fu testimonio. «Dette poche parole per disporli a rassegnazione, pronunciài i nomi di quelli fra i condannati che dovèvano soffrire la morte; e restài stupefatto vedendo li nominati, ad uno ad uno, cader ginocchioni, ringraziando Iddìo che li voleva redenti da quel luogo orrìbile, intantochè i graziati rimanèvano in cupo silenzio».
Un èssere umano non può venir vessato oltre a certa misura; l'estremo della miseria tocca l'estremo della degradazione. I sacerdoti anglicani e catòlici espòsero alla Commissione con parole che non è lècito ripètere, come quelli sciagurati vìvano tra odj furiosi e abominèvoli dissolutezze, in modo che fa raccapriccio il pensiero di mandare qualsìasi èssere umano in quella vita di disperazione.
Al contrario li avventurati, quelli che dopo quattro o sei anni di pena ottèngono un ''viglietto di licenza'' (''ticket of leave''), pòssono lavorare ove lor piace e per loro conto, e tròvano buone mercedi, pel gran bisogno che si ha d'operài. E siccome per cattivi diporti si può tosto ritògliere quell'indulto, così riesce<noinclude></noinclude>
82kybm3e4h8mu6k7bz11e75c282x55y
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/169
108
1027290
3901772
3878772
2026-09-19T06:53:59Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901772
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELLA BENEFICENZA|162}}</noinclude>che un òrdine artificiale conservava tali e ogni sinistro evento precipitava nell'indigenza, fu necessario instituire una ''tassa pùblica'', la quale riparasse in qualche modo, e restituisse ai più mìseri ciò che prendeva a tutti; instituzione piuttosto d'arte polìtica che di beneficenza. Nessun'altra nazione si trovava in queste fattizie urgenze; nè potè prima riconòscere che la questione della pùblica beneficenza involgeva tutto l'edificio della pùblica economìa. Epperò questa scienza fiorì prima nel suolo inglese, e i buoni scrittori inglesi precèdono d'un sècolo e mezzo la moltitùdine delli scrittori continentali. Fra questi studj la beneficenza, nata prima da spontaneo impulso, si fa ogni giorno più considerata e più saggia; e le meditate sue providenze compòngono ciò che De Gérando chiama ''l'arte sacra di fare il bene''.
Questo illustre uomo, annoverando i primi scrittori di sì nòbile disciplina, pone in capo ad essi due Spagnuoli del sècolo XVI, Giovanni Medina e Domènico Soto. Questi asserì il diritto de' pòveri a vivere accattoni, mentre Medina giustificava certi regolamenti del re Giovanni II, dicendo fin d'allora che giova piuttosto abilitare un indigente a guadagnarsi bravamente il pane, che gettargli una vil moneta; e ch'è sopratutto mestieri educare li òrfani e li abbandonati. Verso li stessi tempi Weitz scriveva in Anversa un trattato latino ''del contenere e alimentare a domicilio i pòveri''. D'altri scrittori di quel sècolo o dei precedenti, in Italia o altrove, il De Gérando non sembra avere avuto notizia.
L'''editto pauperario'', publicato su la fine del regno d'Elisabetta, aperse in Inghilterra la gran discussione. Tra i molti che vi èbbero parte, piace lèggere i nomi di tre sublimi intelletti: Shakespeare, giovinetto ch'era allora di 17 anni, Bacone e Locke. Questi additò a rimedio della vera miseria le ''scôle di lavoro'', alle quali dovèssero concòrrere i figli delli indigenti inscritti su le liste pùbliche, quando non lavoràssero già coi genitori; poichè, virtuoso e sapiente, volle conservare il dominio delle affezioni familiari.
Tra quelli scrittori s'incòntrano altri ingegni noti assai più per festività di pensieri: Fielding il novellatore; Mandeville l'irònico autore della ''Fàvola delle Api''; Defoe, l'autore del<noinclude></noinclude>
enx6cjpc5a1vi21ng7yzi4bdhja9p6u
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/176
108
1027297
3901774
3895987
2026-09-19T06:54:37Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901774
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||PUBLICA|169}}</noinclude>confine che divide la povertà dall'indigenza è varcato. Il focolare domèstico si circonda di lamenti, di rimpròveri, d'amarezze; lo scarso vìvere lògora le forze e l'alacrità; l'umiliazione conduce all'isolamento; priva d'assistenza e di consiglio; il perpetuo bisogno doma l'ànimo, snerva l'onore, e consiglia alla mendicità, alla prostituzione, al delitto. Le guerre, le inondazioni, li incendj, le grandini, i disastri commerciali, le morti dei padri di famiglia avvèrano ad ogni momento queste calamità.
Qual è il grado di stento al quale una famiglia può resìstere? Quali sono le necessità della vita? Un selvaggio si sdraja in una spelonca, va nudo alle intemperie, si nutre d'ogni schifezza, manomette perfino la carne umana. Ma in seno alla civiltà, in mezzo a campagne ridenti e città sfarzose e liete, il pòvero deve avere un tetto, qualche supellèttile, un po' di foco, un po' di lume; e per èssere accolto fra suoi sìmili alle òpere della vita, deve mostrarsi vestito com'essi. E se la sorte, o la malizia altrùi, o la sua colpa, lo ha fatto cadere da certo grado d'agiatezza, deve conservarne pure qualche faticosa apparenza in sè e ne' suoi; altrimenti cadrebbe in disprezzo e abbandono. Questi bisogni d'opinione e d'uso non si ponno sottomèttere a misura. Un cittadino non può còrrere scalzo, benchè la calzatura non sia natural necessità, e i senatori antichi camminàssero onorati a gambe nude; una donna in città non può uscire senza certa acconciatura; in certi paesi si può vìvere di pane, di patate, di castagne; ma in altri le abitùdini universali ingiùngono men rùvido alimento. Una persona che mostri di non avere ciò che tutti hanno, è mirata con dispregio, e vorrà, finchè ha forza, preferire piuttosto la fame e la sete; e non cederà se non piombando ad un tempo stesso nell'avvilimento. Ora, il punto che divide questi gradi d'infortunio, varia per ogni paese, per ogni tempo, per ogni persona.
Mentre alcuni soffrirèbbero prima la morte che l'ignominia d'andar cerconi, altri abbràcciano volontarj vita mendica. Per alcuni è industria, regolare negozio; assùmono i cenci della miseria vulgare, o la decenza stentata delle famiglie decadenti; sanno usare l'eloquenza, l'adulazione, la menzogna, il ro-<noinclude>
{{PieDiPagina|{{x-smaller|CATTANEO ''T.III.''}}||12}}</noinclude>
69lwiebm0d75c6tgppiuuoc253a1n66
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/190
108
1027311
3901785
3878793
2026-09-19T06:58:45Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901785
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||PUBLICA|183}}</noinclude>per i sordomuti, i ciechi, i pazzi, si manifèstano ad un tratto centinaja di questi infelici, a cui prima non si badava. La publicità raccoglie i fatti, non li ''crea'', nè li moltìplica. Altronde l'aumento innegàbile della generale agiatezza accresce la quota che le popolazioni pòssono mèttere a parte per li infelici, allarga il cìrcolo dei sentimenti generosi, e fa parer pòvero chi non sarebbe parso tale prima di quella nuova prosperità.
Considerando che il lavoro d'un uomo operoso sostenta una famiglia, e che gli si può crèscere efficacia colla potenza delle màchine, coi lumi della scienza, e colla velocità delle trasmissioni, crediamo che quando la beneficenza ''pùblica'' con opportuna educazione avrà reso ùtili lavoratori tutti i capaci, essi basteranno a provedere anche li altri. Chè se la natura volle questi peso inerte delle braccia altrùi, li volle anche oggetto ed occasione all'esercizio della beneficenza ''privata''.<noinclude></noinclude>
6o3nvfun8xju51ddibtyhl8oyt20bzs
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/206
108
1027327
3901777
3878809
2026-09-19T06:55:17Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901777
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||NAZIONALE|199}}</noinclude>momento inviato, sarebbe in breve rifluito all'Inghilterra; ma il continente era chiuso alle merci inglesi, come, prima del mancato ricolto, l'Inghilterra era chiusa ai grani del continente.
Dunque la calamità dell'America, rispondiamo noi, aveva avuto il primo impulso, non da artificio di nazione pròspera e prepotente, ma da doppia calamità dell'Inghilterra, cioè dall'infelice ricolto, e dalla successiva esportazione del contante; la quale, angustiando le banche inglesi prima delle americane, aveva già sovvertito i prezzi d'ogni cosa, e costretto i fabricatori a vèndere in Amèrica a lungo respiro, a vil mercato, e anche sotto il costo di fattura. La colpa non era dunque del lìbero commercio, ma delli ostàcoli daziarii, coi quali, da un lato, i possidenti, per interesse di ceto e non di nazione, rigònfiano i prezzi del grano in Inghilterra, e dall'altro, il continente respinge per rappresaglia le manifatture dell'isola che respinge i suoi grani. Già da un sècolo i nostri vecchi economisti italiani hanno posto in chiaro come ''tutte le limitazioni al commercio de' grani sono la càusa delle grandi carestìe''. Poichè, può bene una stranezza delle stagioni guastare il ricolto d'un'intera ìsola per quanto sia grande; ma una calamità sola non può facilmente abbracciare d'un tratto tutta la terra. E allora non vi sarebbe sbilancio di trasporti, perchè ogni paese ne avrebbe egualmente carestìa. Quindi il lìbero commercio dei grani òpera a guisa di recìproca assicurazione universale; e li ostàcoli doganali aggràvano la calamità particolare d'un paese, fino al punto che di cosa in cosa i tristi effetti si propàgano alle più lontane nazioni.
{{Centrato|8.}}
Ma la càusa del disastro americano fu assai più profonda, che non il mero sbilancio tra le importazioni e le esportazioni, o il rifiuto delli Inglesi d'accettar le derrate americane. L'Amèrica è paese nuovo; ogni anno avventurieri audaci s'inòltrano in quelle selve, e vi fòndano colonie vaste come regni. Il natural valore delle terre è quasi nullo. Se dunque, dopo pochi anni, fatto l'inventario di ciò ch'era pur dianzi una landa, vi troviamo casali e città, chiese d'ogni setta, strade, canali, ponti, e dovizie di derrate e bestiami, tutto questo pa-<noinclude></noinclude>
pe41ruq4a0ics5i4fo9niqm2g0zihl5
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/225
108
1027346
3901778
3878828
2026-09-19T06:55:43Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901778
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||DELL'ECONOMÌA|218}}</noinclude>delle communicazioni. I monti dell'Inghilterra, relegati sulla costa occidentale in anguste penìsole, non incèppano le grandi communicazioni; nessuna città da cui per qualche parte non si giunga al mare, senza passar monti, e con sessanta e non più miglia di viaggio. Ma il grande altipiano della Francia, che sembra preordinato ad esser piuttosto sede di formidàbile potenza terrestre, non discende per ogni lato dalle Cevenne al mare, ma s'incontra colle contropendenze dei Vogesi, delle Alpi e dei Pirenèi; gran parte de' fiumi navigàbili di Francia, il Reno, la Mosa, la Mosella, la Schelda, vanno a metter foce fra genti straniere; molte città sono lontane dal mare centinaja di miglia; la navigazione interna è ardua e stentata; le ''grandi'' linee ferrate èbbero inesplicàbili indugi; e la popolazione per tutte queste càuse è giunta finora a densità mediocre, poco più della metà di quella che vediamo nell'Alta Italia<ref>Vedi nel Politècnico vol. 1. ''Su la densità della popolazione ec.''</ref>.
Ora, date eguali masse di pòpolo, le loro interne communicazioni còstano in ragione inversa della loro densità, tanto se si riguardi il capitale di costruzione, quanto se si riguàrdino i veìcoli e il tempo. Se in Inghilterra un millione d'abitanti òccupa, in ragione media, diecimila chilòmetri di superficie; in Francia ne òccupa sedicimila. Quindi se si vògliono quadrettar di strade in egual proporzione ambo le superficie, in modo di raggiùngere tutti i centri abitati, è mestieri costruirne una maggior lunghezza in Francia che in Inghilterra; e le famiglie sparse in quello spazio dèvono per communicare fra loro, percòrrere maggiori lunghezze, e spèndervi in proporzione tempo e denaro. È questo un sopracàrico nelle spese di prima costruzione, e un'imposta perpetua su tutte le operazioni produttive. Quindi due campi commerciali d'egual popolazione non si equivàlgono, ma ''stanno in ragione inversa delle loro superficie''.
E inoltre sarebbe mestieri tener conto della proporzione fra la superficie e il litorale marìttimo, o le linee navigàbili. L'industria britànnica ha un vantaggio fondamentale su la russa, la quale, benchè confinante coll'Asia, n'è mercantilmente più remota che non l'Inghilterra; giacchè le carovane di Chiva e di Kiächta, se potèssero mai spìngere l'azione loro fino sul<noinclude><references/></noinclude>
12wha0dk0qcg0n8y4wci880w317be3x
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/243
108
1027364
3901779
3878846
2026-09-19T06:56:33Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901779
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>
{{Centrato|'''FRAMMENTI DI SETTE PREFAZIONI'''<ref>''Nota.'' Dalle Prefazioni dei sette volumi del Politècnico abbiamo raccolto questi brani; nei quali, e principalmente nelli ùltimi, in mezzo a cose forse frìvole abbiamo adombrato gravi questioni filosòfiche. Non ci parve prezzo dell'òpera il tòglierle dai luoghi ove quasi per caso ci vènnero primamente dette; poichè sperìamo che il giudizioso lettore, contento alla costanza delle dottrine, escuserà la inegùale e tronca esposizione, e saprà ricongiùngere nella mente ciò nello scritto si trova disperso.</ref>}}
{{Centrato|I.}}
Sotto tìtolo che ad alcuno sembrerà per avventura ambizioso, divisiamo annunciare la più modesta delle intenzioni, quella d'appianare ai nostri concittadini la più pronta cognizione di quella parte di vero che dalle ardue regioni della scienza può facilmente condursi a fecondare il campo della pràtica, e crescere sussidio e conforto alla prosperità commune e alla convivenza civile.
Desiderosi di pur giovare anche nella debolezza dei nostri studj, obedienti alla voce del sècolo che preferisce allo splendore delle contemplazioni i pazienti servigi dell'arte, persuasi che ogni scienza più speculativa deve tosto o tardi anche da' suoi più àridi rami germogliare qualche inaspettato frutto all'umana società: intendiamo farci intèrpreti fra le meditazioni dei pochi e le abitùdini dei molti.
La scienza ama rivòlgersi astrattamente alla scienza; ama parlare alto e sdegnoso linguaggio; ella oltrepassa le verità già pùbliche e mature all'uso commune, per immèrgersi in novelle indàgini; non poggia il piede sul noto se non per fàrsene scala all'ignoto; e mal comporta d'attèndere che la moltitùdine raggiunga i suoi passi, e si accostumi alla luce inusitata delle sue divinazioni.
Solo con somma lentezza e sotto il continuo stìmolo dei bisogni sì corporei che morali, leva la società lo sguardo ai raggi che tratto tratto eròmpono dal santuario della sapienza, e se ne fa scorta sul cammino della vita. La prova dell'uso dimo-<noinclude></noinclude>
724byhpjfrn2szfe6t7p6o74iso0m7w
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/249
108
1027370
3901780
3878852
2026-09-19T06:56:58Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901780
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||FRAMMENTI|242}}</noinclude>idràuliche, le perlustrazioni geològiche, le influenze elèttriche, la medicina popolare; abbiamo coltivàto varie questioni su le banche, sul numerario, su la pùblica beneficenza, su lo stato generale di queste popolazioni, il cui singolare addensamento fa prova della loro ricchezza ad un tempo e della loro industria.
Non ci siamo però fatti servi alli interessi materiali; abbiamo parlato su l'istruzione delli ingegneri, delli operaj, dei sordo-muti, dei ciechi; non abbiamo lasciato in disparte li studj intorno all'intelletto e alle alte ragioni della morale, senza cui non dura prosperità di commercio o ricchezza di Stati. Abbiamo promosso le questioni istòriche, e anzi tutte quelle che riguàrdano l'orìgine e il corso dell'incivilimento. Le quali, mostrando come le varie nazioni in varj modi àbbiano tutte cospirato a quest'òpera meravigliosa anche allora che sembràvano più ardenti a combàttersi, mìrano a temperare la memoria delli odj aviti, e fomentare in quella vece un'equa e dignitosa emulazione. E sopratutto giòvano a infòndere il convincimento che la forza stessa e la potenza tèngono dietro al predominio dell'intelletto; e che la debolezza, la viltà, la schiavitù non sono se non forme ùltime dell'ignoranza, o punizione di quei pòpoli che perversamente sagaci disprezzàrono i diritti della ragione.
Poco spazio rimase adunque alli argomenti che sògliono occupare tanta parte delli altri nostri giornali. Non potranno tuttavìa i nostri lettori darci accusa d'aver trasandato le favorite questioni della lingua, dell'antichità e della poesìa, e di non aver mostrato il vivo nostro affetto all'arte, e a quell'eleganza nativa che, fin dai primi albori dell'istoria, rimase indelèbile divisa della nostra nazione. Noi vorremmo riescire efficaci a promòvere del pari ogni cosa ùtile ed ogni cosa bella: la prosperità delle famiglie e lo splendore delli studii.
Il saggio lettore ci saprà grado dell'aver noi studiosamente evitato i clamori delle controversie personali, e quel tràffico di lode e di biàsimo con cui li infimi importùnano indefessi la pùblica opinione, e s'inàlzano un edificio di tediosa nominanza. Desideriamo giovare anche in questo, di persuadere alli studiosi d'attèndere tranquillamente a farsi ricchi di mèrito, con-<noinclude></noinclude>
mo902ke2dne76zhau9iutisa55xd6kt
Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/290
108
1027411
3901781
3878893
2026-09-19T06:57:20Z
Candalua
1675
3901781
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="LSalami" />{{RigaIntestazione||E MORALE|283}}</noinclude>renzo, di Grone, la natura abbia deposto le marne dell'uno e dell'altro Calcinate, di Brivio, di Nese; all'orlo appunto di quelle alte pianure silicee alle quali si destina questo poderoso sussidio di fertilità.
Voi vedete, onorandi Signori, che qui, con pochi pugni di terra raccolta a piè dei monti, si prepàrano le tracce d'un immenso lavoro, il quale sommoverà forse tutto il piano, e riescirà soverchio alla perseveranza d'una intera generazione. E v'è già tra noi chi nell'Agro Mantovano fece le prime esperienze per tèssere quella mirabile rete di meati sotterranei (''subsoil draining''), con cui li Inglesi tradùssero in salubri arati il palustre lido orientale dell'ìsola loro. No, noi non siamo dunque destinati a poltrire su le glebe fecondate dalla solerzia e dai tesori dei nostri padri; ma siamo bensì chiamati a destarvi con nuovi artificii il fòmite d'inaspettata ubertà.
Ora io vorrèi che il tempo mi assentisse di additarvi in queste sale li ùtili doni a questa novella istituzione arrecati, e quelli almeno del Prìncipe che ci regge e dell'Augusto suo figlio, e tutti quei modelli e quelle tàvole dipinte, che per arduo favore di persone potenti e per cura indefessa d'un nostro collega tratte dai più gelosi penetrali dell'industria in Francia, in Inghilterra, in Belgio, in Sassonia, voi vedete schierarsi in queste Collezioni Industriali. Esse non altro sono che le sparse membra d'un'industria nuova, la quale noi vorremo sostituire alle tradizioni di quel tempo in cui l'ingegno delli artèfici camminò tentone, perchè la scienza esperimentale non aveva peranco accesa la sua face.
Pur troppo vi è chi collocando la felicità delle genti non nel moto, come è il desiderio dell'universa natura, ma nella quiete della fossa, vorrèbbe che le cose umane fòssero tutte con inviolàbile norma prefinite. Vorrèbbe adunque un magisterio d'arte che numerasse i fili d'ogni tessuto; vorrèbbe un'architettura che comandasse anzi tempo a tutte le combinazioni della vita; vorrèbbe un grado di dovizia perpetuo nelle famiglie; una filosofia di sillogismi perenni, ai quali attìngere tutti i particolari della scienza; un dizionario infine nel quale s'impietrisse<noinclude></noinclude>
2kf846rm58k9amw833503v6uxhescf9
Pagina:Nuova enciclopedia popolare, vol. 1, 1841 - BEIC IE6976769.djvu/128
108
1030030
3901630
3896272
2026-09-18T20:09:52Z
Panz Panz
3665
/* Trascritta */
3901630
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Panz Panz" />{{RigaIntestazione|{{Sc|cxxiv}}|INTRODUZIONE.||riga=sì}}</noinclude>della luce, e mentre {{AutoreCitato|William Rowan Hamilton|Hamilton}} con più potenti calcoli prosegue le indagini di {{AutoreCitato|Étienne-Louis Malus|Malus}} intorno le teorie matematiche dei raggi ottici, {{AutoreCitato|Augustin-Jean Fresnel|Fresnel}} giunge ad un’altra maravigliosa teoria di polarizzazione e di doppia rifrazione, e {{AutoreCitato|Michael Faraday|Faraday}} (27 novembre 1845; e forse prima di lui {{AutoreCitato|Christian Ernst Neeff|Neeff}} e {{AutoreIgnoto|Ceresa}}) scopre una nuova relazione fra la luce ed il magnetismo. Studiansi sempre più le proprietà chimiche e fisiche dei varii raggi dello spettro solare, e si arriva al daguerotipo.
{{AutoreCitato|Ernst Chladni|Chladni}}, {{AutoreIgnoto|Wunsch}}, {{AutoreCitato|Jean-Baptiste Biot|Biot}}, {{AutoreCitato|Giovanni Battista Venturi|Venturi}}, {{AutoreCitato|Siméon-Denis Poisson|Poisson}}, {{AutoreCitato|Modesto Vittorio Paroletti|Porletti}}, {{AutoreCitato|Augustin-Louis Cauchy|Cauchy}} vanno sempre più promovendo i progressi dell’acustica finchè compare {{AutoreCitato|Félix Savart|Savart}}, il quale ampliando le dottrine di Chladni importa una seconda rigenerazione nella scienza, dietro cui vanno {{AutoreIgnoto|Troupeaus}}, {{AutoreCitato|Charles Cagniard de Latour|Cagniard-Latour}}, {{AutoreCitato|Jean-Marie Duhamel|Duhamel}}, {{AutoreCitato|Jean-Daniel Colladon|Colladon}}, {{AutoreIgnoto|Fermont}}, {{AutoreCitato|Alphonse Jean Claude Duleau|Duleau}}, {{AutoreCitato|Pehr Lagerhjelm|Lagerhjelm}}, {{AutoreIgnoto|Ardaut}}, {{AutoreCitato|Gabriel Lamé|Lamé}}, {{AutoreCitato|Émile Clapeyron|Clapeyron}}, {{AutoreCitato|Wilhelm Wertheim|Wertheim}}, {{AutoreCitato|Auguste Bravais|Bravais}}, {{AutoreIgnoto|Martius}}, {{AutoreCitato|Giovanni Antonio Amedeo Plana|Plana}} ecc. — Dopo che {{AutoreCitato|Antoine-Laurent de Lavoisier|Lavoisier}} ebbe fondata la chimica moderna colla teoria della combustione e colla nuova nomenclatura, una innumerevole schiera di illustri uomini d’ogni paese concorre ad estenderne sempre più il dominio, e col mezzo particolarmente della pila di {{AutoreCitato|Alessandro Volta|Volta}}. {{AutoreCitato|William Nicholson|Nicholson}} e
{{AutoreCitato|Anthony Carlisle|Carlisle}}, dopo avere ottenuta la decomposizione dell’acqua per mezzo di questo miracoloso strumento, avvertono con {{AutoreCitato|Johann Wilhelm Ritter|Ritter}} come la corrente elettrica trasmessa dalla pila per mezzo ai liquidi conduttori produca in essi decomposizioni chimiche; una tanta scoperta guida {{AutoreCitato|Jöns Jacob Berzelius|Berzelius}} ed {{AutoreCitato|Wilhelm Hisinger|Hisinger}} ad un’altra ancor maggiore, a conoscere cioè, esser legge generale che in tutte le decomposizioni per tal modo operate, gli acidi e l’ossigene si trasferiscano e si accumulino intorno al polo positivo e l’idrogeno, i metalli e gli alcali intorno al negativo della pila; allora {{AutoreCitato|Humphry Davy|Davy}} pensa decomporre gli
alcali e le terre, ed una rivoluzione totale è fatta
nella chimica, non tanto per l’introduzione di nuovi elementi per tale via venuti alla luce, quanto pel modo di concepire la natura delle chimiche affinità: finalmente sopragiunge {{AutoreCitato|Hans Christian Ørsted|Oerstedt}} a scoprire la connessione del magnetismo e della elettricità, primamente avvertita dal nostro {{AutoreCitato|Gian Domenico Romagnosi|Romagnosi}}, ed {{AutoreCitato|François Arago|Arago}}, {{AutoreCitato|André-Marie Ampère|Ampère}} e Faraday creano su tale scoperta un nuovo ramo di scienza. {{AutoreCitato|John Dalton|Dalton}} porge i primi principii della teoria atomistica, e Berzelius stabilisce questa teoria sopra basi inconcusse, scoprendo le leggi delle chimiche proporzioni ed espone la teoria elettro-chimica, rivelando i fenomeni chimici della elettricità. {{AutoreIgnoto|Hall}} applicando la bella teoria di {{AutoreCitato|Claude Louis Berthollet|Berthollet}}, {{AutoreCitato|Joseph Louis Gay-Lussac|Gay-Lussac}} sulla dilatabilità dei corpi col mezzo del calore, divisa la differenza di forma e di consistenza che prendono i corpi sottomessi ad un fuoco violento; Dalton determina la forza elastica del vapore, cui Arago e {{AutoreCitato|Pierre Louis Dulong|Dulong}} offrono le formole; Biot mostra l’acqua gelata suscettiva di evaporazione; Colladon e {{AutoreCitato|Jacques Charles François Sturm|Sturm}} dimostrano la compressibilità
dei liquidi; Faraday e Davy riescono a liquefare i gas, e forse è per trovarsi in questo fenomeno una novella potentissima forza motrice; anzi {{AutoreIgnoto|Jalbot}} già l’ottenne a quest’ora (1846) nella condensazione del gas acido carbonico. {{AutoreIgnoto|Armstrong}} (1841) porge le prime nozioni della elettricità sviluppata dallo stropicciamento dell’acqua e del vapore contro altri corpi: quindi, dopo che Faraday ne ebbe dedotta la teoria, costruisce una machina idro-elettrica della più formidabile potenza. {{AutoreCitato|Pierre Simon Laplace|Laplace}} aveva distrutta la teoria dei fenomeni capillari di {{AutoreCitato|Alexis Claude Clairaut|Clairaut}}; oggidi quella di {{AutoreCitato|Siméon-Denis Poisson|Poisson}} distrugge quella di Laplace, e {{AutoreCitato|Ambrogio Fusinieri|Fusinieri}} cerca spiegarli col suo nuovo principio dell’azione speciale degli spigoli acuti dei liquidi: {{AutoreCitato|Ottaviano Fabrizio Mossotti|Mossotti}} offre nuove idee intorno alla costruzione intima dei corpi ed alle forze produttrici dei fenomeni capillari; e Gay-Lussac, {{AutoreCitato|Amedeo Avogadro|Avogadro}} e più altri cercano intanto nella sperienza nuovi argomenti per
erigere in ferme teorie le ipotesi indotte, e {{AutoreCitato|Carlo Matteucci|Matteucci}} e {{AutoreCitato|Antonio Cima|Cima}} (1845) illustrano sempre più la bella teoria dell’endosmosi stabilita da {{AutoreCitato|Henri Dutrochet|Dutrochet}}. La termometria acquista nuovi perfezionamenti nelle mani di {{AutoreCitato|Angelo Bellani|Bellani}}, ed ottiene da {{AutoreCitato|Macedonio Melloni|Melloni}} lo strumento il più dilicato che l’ingegno umano abbia mai saputo creare, il termomoltiplicatore, e la composizione dei raggi caloriferi sono quindi indicati con tanta precisione da poter essere perlino espressi numericamente. Dulong, Avogadro, {{AutoreCitato|Alexis Thérèse Petit|Petit}} stabiliscono la legge che seguono i corpi semplici relativamente al calore specifico, dalla cui cognizione, combinate colla teoria atomistica, si cerca determinare la grandezza relativa degli atomi medesimi nei varii corpi: studiansi le relazioni del calorico colla luce, e Melloni crea una scienza affatto nuova, una nuova nomenclatura; la pila è fatta produttrice del più intenso calore che l’arte umana conosca, e fra poco lo sarà della più maravigliosa forza motrice, mercè le sperienze di {{AutoreCitato|Giuseppe Domenico Botto|Botto}}, {{AutoreCitato|Carl Jacobi|Jacobi}} (1838), {{AutoreCitato|Johann Jacob Wagner|Wagner}} e più altri. {{AutoreCitato|Luigi Valentino Brugnatelli|Brugnatelli}} fin dal 1805 aveva scoperto il principio delle precipitazioni dei metalli col galvanismo, {{AutoreCitato|Herbert Spencer|Spencer}}, Jacobi, {{AutoreCitato|Auguste de La Rive|De la Rive}} ravvivano quelle idee e quelle sperienze, e creano la galvanoplastica. Aggiungete a tutto ciò le sperienze di {{AutoreCitato|Antoine Henri Becquerel|Becquerel}}, Matteucci, Biot sulla decomposizione elettro-chimica dei corpi, quelle di {{AutoreCitato|Stefano Marianini|Marianini}} circa il modo di scoprire la direzione del fulmine: le belle scoperte di {{AutoreCitato|Thomas Johann Seebeck|Seebeck}} sulla termo-elettricità; quelle ancora
più recenti (1845) di {{AutoreCitato|Elie-François Wartmann|Wartmann}} sul daltonismo<noinclude><references/></noinclude>
i4jii0iwxxio6wnmkm47clucxe46m2g
Indice:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf
110
1030609
3901612
3899146
2026-09-18T15:35:03Z
Candalua
1675
Porto il SAL a SAL 75%
3901612
proofread-index
text/x-wiki
{{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template
|Autore=Arrigo Boito
|NomePagina=Novelle e riviste drammatiche
|Titolo=
|TitoloOriginale=
|Sottotitolo=
|LinguaOriginale=
|Lingua=
|Traduttore=
|Illustratore=
|Curatore=Gioachino Brognoligo
|Editore=Riccardo Ricciardi Editore
|Città=Napoli
|Anno=1920
|Fonte={{IA|novelleerivisted00boit}}
|Immagine=7
|Progetto=
|Argomento=
|Qualità=75%
|Pagine=<pagelist 1to2=- 3=1 1to26=roman 27=1 />
|Sommario={{Indice sommario|nome=Novelle e riviste drammatiche|titolo=Novelle e riviste drammatiche|from=7|delta=v}}
{{Indice sommario|nome=Novelle e riviste drammatiche/Prefazione|titolo=Prefazione|from=11|delta=ix}}
'''Novelle'''
{{Indice sommario|nome=L'alfier nero|titolo=L'alfier nero|from=29|delta=26}}
{{Indice sommario|nome=Iberia|titolo=Iberia|from=51|delta=26}}
{{Indice sommario|nome=Il trapezio|titolo=Il trapezio|from=83|delta=26}}
'''Riviste drammatiche'''
{{Indice sommario|nome=Novelle e riviste drammatiche/I.|titolo=I.|from=149|delta=26}}
{{Indice sommario|nome=Novelle e riviste drammatiche/II.|titolo=II.|from=170|delta=26}}
{{Indice sommario|nome=Novelle e riviste drammatiche/III.|titolo=III.|from=186|delta=26}}
{{Indice sommario|nome=Novelle e riviste drammatiche/Appendice bibliografica|titolo=Appendice bibliografica|from=205|delta=26}}
|Volumi=
|Note=
|Css=
}}
exv6eliomlh2yq40b5t8i0zfjnko2i6
Novelle e riviste drammatiche
0
1030662
3901611
3899131
2026-09-18T15:34:54Z
Candalua
1675
Porto il SAL a SAL 75%
3901611
wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=75%|data=18 settembre 2026}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = Arrigo Boito
| Nome e cognome del curatore = Gioachino Brognoligo
| Titolo =Novelle e riviste drammatiche
| Anno di pubblicazione = 1920
| Lingua originale del testo =
| Nome e cognome del traduttore =
| Anno di traduzione =
| Progetto =
| Argomento =
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf
}}
<pages index="Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf" from="7" to="7" />
==Indice==
* {{testo|/Prefazione}}
* ''Novelle''
** {{testo|L'alfier nero}}
** {{testo|Iberia}}
** {{testo|Il trapezio}}
* ''Riviste drammatiche''
** {{testo|/I.}}
** {{testo|/II.}}
** {{testo|/III.}}
* {{testo|/Appendice bibliografica}}
5msp0uwya1wqgfblw0wbc71pmn1dhv6
Indice:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu
110
1030782
3901631
3899406
2026-09-18T20:36:16Z
Alex brollo
1615
3901631
proofread-index
text/x-wiki
{{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template
|Autore=Autori vari
|NomePagina=Fiori d'Oriente (1907)
|Titolo=
|TitoloOriginale=
|Sottotitolo=
|LinguaOriginale=
|Lingua=
|Traduttore=Italo Pizzi
|Illustratore=
|Curatore=
|Editore=Casa Editrice Scolastica E. Trevisini
|Città=Milano
|Anno=1907
|Fonte={{IA|PizziFioriOriente}}
|Immagine=5
|Progetto=letteratura
|Argomento=antologie
|Qualità=25%
|Pagine=<pagelist
1to16=roman
17=1
591to594=-
/>
|Sommario={{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)|titolo=Fiori d'Oriente (1907)|from=5|delta=F}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Prefazione |titolo=Prefazione |from=9|delta=ix}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo|titolo=Libro primo|from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/1|titolo=Nobile fermezza d'un discendente degli Ommiadi |from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/2|titolo=Umiltà e giustizia del Califfo Omar|from=25|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/3|titolo=Un rigido consigliere|from=27|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/4|titolo=Lealtà eroica di Samuele giudeo|from=32|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/5|titolo=Morte di Amr detto quel dal cane|from=33|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/6|titolo=Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba|from=36|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/7|titolo=Prepotenza di Koleyb e sua morte|from=42|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/8|titolo=Gratitudine verso i benefattori ricompensata|from=46|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/9|titolo=Vita salvata a stento|from=51|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/10|titolo=Morte del Califfo Al-Mamûn|from=54|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/11|titolo=Saladino|from=57|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/12|titolo=Morte di Al-Hakim Califfo d'Egitto|from=59|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/13|titolo=Avventure di Al-Hârith e sua morte|from=63|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/14|titolo=Accoglienze fatte ad un celebre musico d'Arabia|from=70|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/15|titolo=Il poeta Firdusi|from=74|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/16|titolo=Straordinaria ostinazione d'un ladro del denaro pubblico|from=78|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/17|titolo=La guerra di Dâhis|from=84|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/18|titolo=Duello tra Sultano e soldato|from=98|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/19|titolo=Crudele atto di giustizia|from=103|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/20|titolo=Avventuriere generosamente trattato|from=104|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/21|titolo=Spada fatale|from=108|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo|titolo=Libro secondo|from=113|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/1|titolo=L'uomo più generoso|from=113|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/2|titolo=Un matto che fa da maestro a un re|from=115|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/3|titolo=Avventura di Giafar alla corte di Suleyman|from=116|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/4|titolo=Severa lezione data a due prepotenti|from=122|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/5|titolo=Gara di generosità|from=124|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/6|titolo=Sagacità di astronomo|from=126|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/7|titolo=L'anello rinvenuto|from=127|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/8|titolo=Generosità d'un governatore destituito|from=128|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/9|titolo=Storia meravigliosa di due vecchie pianelle|from=130|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/10|titolo=Vittima della propria generosità|from=134|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/11|titolo=Vittima dei proprî versi|from=135|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/12|titolo=Storia meravigliosa del re Salomone e della regina Bilqîsa|from=136|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/13|titolo=Mania religiosa del poeta Abu '1- Atahiya|from=146|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/14|titolo=I figliuoli di Nizâr nel cospetto di Al-Afaa|from=148|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/15|titolo=Follia d'amore|from=150|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/16|titolo=Adamo e il Diavolo poeti|from=154|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/17|titolo=Vittime dell'amore|from=156|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/18|titolo=L'Arcimago e il dialogo delle upupe|from=160|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/19|titolo=Le voci misteriose nelle solitudini d'Arabia|from=164|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/20|titolo=Generosità d'un povero negro|from=169|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/21|titolo=Invidia d'artefice punita e perdonata|from=171|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/22|titolo=Generosità d'un nemico|from=175|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/23|titolo=Il primo agricoltore|from=177|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/24|titolo=Scrupolo di coscienza pagato caro|from=180|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/25|titolo=Imprese e vanti di ladri|from=182|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/26|titolo=Ambasceria speditiva|from=185|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/27|titolo=L'erede d'un palazzo diroccato|from=186|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/28|titolo=Uno scroccone tra i Manichei|from=188|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/29|titolo=Mercante di foglie di palma medico d'un leone|from=197|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/30|titolo=Sovrano che si fa penitente|from=197|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/31|titolo=Pronto ingegno d'uno scroccone|from=198|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/32|titolo=Un beduino alla corte del Re di Persia|from=202|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/33|titolo=Un solitario misterioso|from=204|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/34|titolo=Alessandro Magno alle porte del Paradiso|from=206|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/35|titolo=Povertà, prefettura, carcere, frutti di generosità|from=208|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo|titolo=Libro terzo|from=215|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/1|titolo=Estrema prova di fedeltà|from=215|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/2|titolo=Quattro amanti alla prova|from=222|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/3|titolo=Ciò che toccar dovea, incoglie all'uom quaggiù|from=224|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/4|titolo=Il Savio e il Matto|from=229|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/5|titolo=L'avventura del giovane mercante|from=233|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/6|titolo=Tenace amore alla vita|from=241|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/7|titolo=Presunzione di giovane punita|from=243|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/8|titolo=Il lottatore e la smania del viaggiare|from=244|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/9|titolo=Tre novelle dell'Angelo della morte|from=252|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/10|titolo=Ricordanza perenne della morte|from=258|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/11|titolo=Avventura di Sindibâd marinaio|from=260|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/12|titolo=Storia del banchiere di Bagdad|from=269|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto|titolo=Libro quarto|from=291|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/1|titolo=Le Isole Maldive.||PAG|from=291|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/2|titolo=Le sorgenti del Nilo|from=298|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/3|titolo=Descrizione del Mâzenderân|from=303|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/4|titolo=L'idolo di Somnâta|from=304|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/5|titolo=La regione del Caucaso|from=306|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/6|titolo=La Cina|from=314|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/7|titolo=Il monte Citrakuta|from=321|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/8|titolo=Templi e idoli sabei|from=324|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/9|titolo=Templi e idoli egiziani|from=327|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/10|titolo=Costumi degli Arabi antichi e loro elogio|from=332|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/11|titolo=Monti e metalli|from=335|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/12|titolo=Le piante|from=337|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/13|titolo=La palma|from=338|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/14|titolo=Gli animali|from=340|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/15|titolo=Gli uccelli|from=341|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/16|titolo=L'usignuolo|from=343|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/17|titolo=L'airone|from=343|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/18|titolo=La zanzara|from=344|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/19|titolo=Il baco da seta|from=345|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/20|titolo=Il ragno|from=346|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/21|titolo=L'ape|from=347|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/22|titolo=Le sanguisughe volanti|from=350|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/23|titolo=La torpedine|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/24|titolo=Il corallo|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/25|titolo=La pesca delle perle nel Golfo Persico|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/26|titolo=Fontane di bitume|from=352|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/27|titolo=Precetti per trovar l'acqua secondo i Nabatei|from=353|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/28|titolo=I fuochi di Sant'Elmo|from=354|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto|titolo=Libro quinto|from=357|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/1|titolo=Onnipotenza e perfezione di Dio|from=357|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/2|titolo=Iddio non può essere compreso da mente umana|from=359|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/3|titolo=Preghiera d'un Arabo del deserto|from=360|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/4|titolo=Dialogo del Sceicco Omar al-Sîni con un anacoreta|from=361|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/5|titolo=Del contentarsi del proprio stato|from=363|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/6|titolo=Avvertimenti ad un principe|from=365|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/7|titolo=Detti memorabili del gran savio Buzurcimihr|from=368|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/8|titolo=Consolazione della filosofia|from=370|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/9|titolo=Parole di Nizâr morente ai suoi figli|from=371|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/10|titolo=Visita la tomba de' tuoi genitori|from=372|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/11|titolo=Dialogo intorno alle diverse qualità dell'uomo|from=374|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/12|titolo=Grave responsabilità dei sovrani davanti a Dio|from=376|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/13|titolo=Vanità delle cose umane|from=378|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/14|titolo=Condanna della filosofia scettica e panteistica|from=379|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/15|titolo=Egoismo e durezza di cuore|from=380|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/16|titolo=Improntitudine di ricchi e di poveri|from=381|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/17|titolo=Insaziabilità|from=381|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/18|titolo=Condanna del motteggiare|from=382|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/19|titolo=Qualità perfette dell'uom generoso|from=383|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/20|titolo=Disputa intorno all'essenza dell'amore|from=390|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/21|titolo=Lodi del silenzio e della sincerità e lealtà nel parlare|from=401|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/22|titolo=Il libro|from=406|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/23|titolo=Gli scrittori|from=407|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/24|titolo=I poeti|from=410|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/25|titolo=L'anima umana e le sue energie|from=411|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/26|titolo=Misera vita umana!|from=416|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/27|titolo=Dottrina dell'unità assoluta dell'Essere universale|from=420|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/28|titolo=La fine del mondo secondo i Zoroastriani|from=425|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto|titolo=Libro sesto|from=431|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/1|titolo=Sentenze e proverbi|from=431|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/1//A. Arabi|titolo=A. Arabi|from=431|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/1//B. Persiani|titolo=B. Persiani|from=445|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/1//C. Indiani|titolo=C. Indiani|from=456|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/1//D. Ebrei|titolo=D. Ebrei|from=463|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/2|titolo=Motti arguti e facezie|from=467|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/3|titolo=Favole|from=477|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/3//A. Favole indiane|titolo=A. Favole indiane|from=477|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/3//B. Favole persiane|titolo=B. Favole persiane|from=486|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/3//C. Favole siriache|titolo=C. Favole siriache|from=494|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/3//D. Favole arabe|titolo=D. Favole arabe|from=496|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/3|titolo=Libro settimo|from=513|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1|titolo=Il linguaggio dei fiori e degli uccelli|from=513|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1//Discorso dello zefiro|titolo=Discorso dello zefiro|from=514|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1//Discorso della rosa|titolo=Discorso della rosa|from=515|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1//Discorso del mirto|titolo=Discorso del mirto|from=517|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1//Discorso del narciso|titolo=Discorso del narciso|from=518|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1//Discorso dell'usignuolo|titolo=Discorso dell'usignuolo|from=519|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1//Discorso della colomba|titolo=Discorso della colomba|from=520|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1//Discorso del pavone |titolo=Discorso del pavone |from=522|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/2|titolo=Allegoria delle stagioni|from=524|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/3|titolo=Il giovane principe e il mendico (allegoria dell'anima umana che sospira alla Beltà divina)|from=530|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/4|titolo=Il cielo e le sue bellezze|from=535|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/5|titolo=Del mare e dei fiumi|from=538|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/6|titolo=Del cero e del fuoco|from=542|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/7|titolo=Della notte e del giorno|from=545|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/8|titolo=Allegoria dell'ape, del cero e della farfalla|from=548|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/9|titolo=Allegoria della Fenice|from=554|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Registro dei nomi|titolo=Registro dei nomi|from=561|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Indice|titolo=Indice|from=587|delta=16}}
|Volumi=
|Note=
|Css=
}}
a99513o4j6szh1i0uvrlbwjmzxru3e9
3901632
3901631
2026-09-18T20:45:29Z
Alex brollo
1615
3901632
proofread-index
text/x-wiki
{{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template
|Autore=Autori vari
|NomePagina=Fiori d'Oriente (1907)
|Titolo=
|TitoloOriginale=
|Sottotitolo=
|LinguaOriginale=
|Lingua=
|Traduttore=Italo Pizzi
|Illustratore=
|Curatore=
|Editore=Casa Editrice Scolastica E. Trevisini
|Città=Milano
|Anno=1907
|Fonte={{IA|PizziFioriOriente}}
|Immagine=5
|Progetto=letteratura
|Argomento=antologie
|Qualità=25%
|Pagine=<pagelist
1to16=roman
17=1
591to594=-
/>
|Sommario={{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)|titolo=Fiori d'Oriente (1907)|from=5|delta=F}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Prefazione |titolo=Prefazione |from=9|delta=ix}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo|titolo=Libro primo|from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/1|titolo=Nobile fermezza d'un discendente degli Ommiadi |from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/2|titolo=Umiltà e giustizia del Califfo Omar|from=25|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/3|titolo=Un rigido consigliere|from=27|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/4|titolo=Lealtà eroica di Samuele giudeo|from=32|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/5|titolo=Morte di Amr detto quel dal cane|from=33|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/6|titolo=Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba|from=36|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/7|titolo=Prepotenza di Koleyb e sua morte|from=42|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/8|titolo=Gratitudine verso i benefattori ricompensata|from=46|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/9|titolo=Vita salvata a stento|from=51|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/10|titolo=Morte del Califfo Al-Mamûn|from=54|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/11|titolo=Saladino|from=57|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/12|titolo=Morte di Al-Hakim Califfo d'Egitto|from=59|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/13|titolo=Avventure di Al-Hârith e sua morte|from=63|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/14|titolo=Accoglienze fatte ad un celebre musico d'Arabia|from=70|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/15|titolo=Il poeta Firdusi|from=74|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/16|titolo=Straordinaria ostinazione d'un ladro del denaro pubblico|from=78|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/17|titolo=La guerra di Dâhis|from=84|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/18|titolo=Duello tra Sultano e soldato|from=98|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/19|titolo=Crudele atto di giustizia|from=103|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/20|titolo=Avventuriere generosamente trattato|from=104|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/21|titolo=Spada fatale|from=108|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo|titolo=Libro secondo|from=113|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/1|titolo=L'uomo più generoso|from=113|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/2|titolo=Un matto che fa da maestro a un re|from=115|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/3|titolo=Avventura di Giafar alla corte di Suleyman|from=116|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/4|titolo=Severa lezione data a due prepotenti|from=122|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/5|titolo=Gara di generosità|from=124|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/6|titolo=Sagacità di astronomo|from=126|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/7|titolo=L'anello rinvenuto|from=127|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/8|titolo=Generosità d'un governatore destituito|from=128|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/9|titolo=Storia meravigliosa di due vecchie pianelle|from=130|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/10|titolo=Vittima della propria generosità|from=134|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/11|titolo=Vittima dei proprî versi|from=135|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/12|titolo=Storia meravigliosa del re Salomone e della regina Bilqîsa|from=136|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/13|titolo=Mania religiosa del poeta Abu '1- Atahiya|from=146|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/14|titolo=I figliuoli di Nizâr nel cospetto di Al-Afaa|from=148|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/15|titolo=Follia d'amore|from=150|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/16|titolo=Adamo e il Diavolo poeti|from=154|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/17|titolo=Vittime dell'amore|from=156|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/18|titolo=L'Arcimago e il dialogo delle upupe|from=160|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/19|titolo=Le voci misteriose nelle solitudini d'Arabia|from=164|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/20|titolo=Generosità d'un povero negro|from=169|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/21|titolo=Invidia d'artefice punita e perdonata|from=171|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/22|titolo=Generosità d'un nemico|from=175|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/23|titolo=Il primo agricoltore|from=177|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/24|titolo=Scrupolo di coscienza pagato caro|from=180|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/25|titolo=Imprese e vanti di ladri|from=182|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/26|titolo=Ambasceria speditiva|from=185|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/27|titolo=L'erede d'un palazzo diroccato|from=186|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/28|titolo=Uno scroccone tra i Manichei|from=188|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/29|titolo=Mercante di foglie di palma medico d'un leone|from=197|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/30|titolo=Sovrano che si fa penitente|from=197|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/31|titolo=Pronto ingegno d'uno scroccone|from=198|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/32|titolo=Un beduino alla corte del Re di Persia|from=202|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/33|titolo=Un solitario misterioso|from=204|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/34|titolo=Alessandro Magno alle porte del Paradiso|from=206|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/35|titolo=Povertà, prefettura, carcere, frutti di generosità|from=208|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo|titolo=Libro terzo|from=215|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/1|titolo=Estrema prova di fedeltà|from=215|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/2|titolo=Quattro amanti alla prova|from=222|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/3|titolo=Ciò che toccar dovea, incoglie all'uom quaggiù|from=224|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/4|titolo=Il Savio e il Matto|from=229|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/5|titolo=L'avventura del giovane mercante|from=233|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/6|titolo=Tenace amore alla vita|from=241|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/7|titolo=Presunzione di giovane punita|from=243|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/8|titolo=Il lottatore e la smania del viaggiare|from=244|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/9|titolo=Tre novelle dell'Angelo della morte|from=252|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/10|titolo=Ricordanza perenne della morte|from=258|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/11|titolo=Avventura di Sindibâd marinaio|from=260|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/12|titolo=Storia del banchiere di Bagdad|from=269|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto|titolo=Libro quarto|from=291|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/1|titolo=Le Isole Maldive.||PAG|from=291|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/2|titolo=Le sorgenti del Nilo|from=298|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/3|titolo=Descrizione del Mâzenderân|from=303|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/4|titolo=L'idolo di Somnâta|from=304|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/5|titolo=La regione del Caucaso|from=306|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/6|titolo=La Cina|from=314|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/7|titolo=Il monte Citrakuta|from=321|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/8|titolo=Templi e idoli sabei|from=324|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/9|titolo=Templi e idoli egiziani|from=327|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/10|titolo=Costumi degli Arabi antichi e loro elogio|from=332|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/11|titolo=Monti e metalli|from=335|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/12|titolo=Le piante|from=337|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/13|titolo=La palma|from=338|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/14|titolo=Gli animali|from=340|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/15|titolo=Gli uccelli|from=341|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/16|titolo=L'usignuolo|from=343|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/17|titolo=L'airone|from=343|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/18|titolo=La zanzara|from=344|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/19|titolo=Il baco da seta|from=345|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/20|titolo=Il ragno|from=346|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/21|titolo=L'ape|from=347|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/22|titolo=Le sanguisughe volanti|from=350|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/23|titolo=La torpedine|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/24|titolo=Il corallo|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/25|titolo=La pesca delle perle nel Golfo Persico|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/26|titolo=Fontane di bitume|from=352|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/27|titolo=Precetti per trovar l'acqua secondo i Nabatei|from=353|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/28|titolo=I fuochi di Sant'Elmo|from=354|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto|titolo=Libro quinto|from=357|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/1|titolo=Onnipotenza e perfezione di Dio|from=357|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/2|titolo=Iddio non può essere compreso da mente umana|from=359|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/3|titolo=Preghiera d'un Arabo del deserto|from=360|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/4|titolo=Dialogo del Sceicco Omar al-Sîni con un anacoreta|from=361|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/5|titolo=Del contentarsi del proprio stato|from=363|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/6|titolo=Avvertimenti ad un principe|from=365|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/7|titolo=Detti memorabili del gran savio Buzurcimihr|from=368|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/8|titolo=Consolazione della filosofia|from=370|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/9|titolo=Parole di Nizâr morente ai suoi figli|from=371|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/10|titolo=Visita la tomba de' tuoi genitori|from=372|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/11|titolo=Dialogo intorno alle diverse qualità dell'uomo|from=374|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/12|titolo=Grave responsabilità dei sovrani davanti a Dio|from=376|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/13|titolo=Vanità delle cose umane|from=378|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/14|titolo=Condanna della filosofia scettica e panteistica|from=379|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/15|titolo=Egoismo e durezza di cuore|from=380|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/16|titolo=Improntitudine di ricchi e di poveri|from=381|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/17|titolo=Insaziabilità|from=381|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/18|titolo=Condanna del motteggiare|from=382|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/19|titolo=Qualità perfette dell'uom generoso|from=383|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/20|titolo=Disputa intorno all'essenza dell'amore|from=390|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/21|titolo=Lodi del silenzio e della sincerità e lealtà nel parlare|from=401|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/22|titolo=Il libro|from=406|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/23|titolo=Gli scrittori|from=407|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/24|titolo=I poeti|from=410|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/25|titolo=L'anima umana e le sue energie|from=411|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/26|titolo=Misera vita umana!|from=416|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/27|titolo=Dottrina dell'unità assoluta dell'Essere universale|from=420|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/28|titolo=La fine del mondo secondo i Zoroastriani|from=425|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto|titolo=Libro sesto|from=431|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/1|titolo=Sentenze e proverbi|from=431|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/2|titolo=Motti arguti e facezie|from=467|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/3|titolo=Favole|from=477|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/3|titolo=Libro settimo|from=513|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1|titolo=Il linguaggio dei fiori e degli uccelli|from=513|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/2|titolo=Allegoria delle stagioni|from=524|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/3|titolo=Il giovane principe e il mendico (allegoria dell'anima umana che sospira alla Beltà divina)|from=530|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/4|titolo=Il cielo e le sue bellezze|from=535|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/5|titolo=Del mare e dei fiumi|from=538|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/6|titolo=Del cero e del fuoco|from=542|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/7|titolo=Della notte e del giorno|from=545|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/8|titolo=Allegoria dell'ape, del cero e della farfalla|from=548|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/9|titolo=Allegoria della Fenice|from=554|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Registro dei nomi|titolo=Registro dei nomi|from=561|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Indice|titolo=Indice|from=587|delta=16}}
|Volumi=
|Note=
|Css=
}}
turmlrsfn5dwid4wldck4knwepucu79
3901636
3901632
2026-09-18T21:09:04Z
Alex brollo
1615
3901636
proofread-index
text/x-wiki
{{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template
|Autore=Autori vari
|NomePagina=Fiori d'Oriente (1907)
|Titolo=
|TitoloOriginale=
|Sottotitolo=
|LinguaOriginale=
|Lingua=
|Traduttore=Italo Pizzi
|Illustratore=
|Curatore=
|Editore=Casa Editrice Scolastica E. Trevisini
|Città=Milano
|Anno=1907
|Fonte={{IA|PizziFioriOriente}}
|Immagine=5
|Progetto=letteratura
|Argomento=antologie
|Qualità=25%
|Pagine=<pagelist
1to16=roman
17=1
591to594=-
/>
|Sommario={{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)|titolo=Fiori d'Oriente (1907)|from=5|delta=F}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Prefazione|titolo=Prefazione|from=9|delta=ix}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo|titolo=Libro primo|from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/1|titolo=Nobile fermezza d'un discendente degli Ommiadi |from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/2|titolo=Umiltà e giustizia del Califfo Omar|from=25|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/3|titolo=Un rigido consigliere|from=27|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/4|titolo=Lealtà eroica di Samuele giudeo|from=32|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/5|titolo=Morte di Amr detto quel dal cane|from=33|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/6|titolo=Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba|from=36|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/7|titolo=Prepotenza di Koleyb e sua morte|from=42|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/8|titolo=Gratitudine verso i benefattori ricompensata|from=46|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/9|titolo=Vita salvata a stento|from=51|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/10|titolo=Morte del Califfo Al-Mamûn|from=54|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/11|titolo=Saladino|from=57|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/12|titolo=Morte di Al-Hakim Califfo d'Egitto|from=59|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/13|titolo=Avventure di Al-Hârith e sua morte|from=63|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/14|titolo=Accoglienze fatte ad un celebre musico d'Arabia|from=70|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/15|titolo=Il poeta Firdusi|from=74|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/16|titolo=Straordinaria ostinazione d'un ladro del denaro pubblico|from=78|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/17|titolo=La guerra di Dâhis|from=84|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/18|titolo=Duello tra Sultano e soldato|from=98|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/19|titolo=Crudele atto di giustizia|from=103|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/20|titolo=Avventuriere generosamente trattato|from=104|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/21|titolo=Spada fatale|from=108|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo|titolo=Libro secondo|from=113|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/1|titolo=L'uomo più generoso|from=113|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/2|titolo=Un matto che fa da maestro a un re|from=115|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/3|titolo=Avventura di Giafar alla corte di Suleyman|from=116|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/4|titolo=Severa lezione data a due prepotenti|from=122|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/5|titolo=Gara di generosità|from=124|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/6|titolo=Sagacità di astronomo|from=126|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/7|titolo=L'anello rinvenuto|from=127|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/8|titolo=Generosità d'un governatore destituito|from=128|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/9|titolo=Storia meravigliosa di due vecchie pianelle|from=130|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/10|titolo=Vittima della propria generosità|from=134|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/11|titolo=Vittima dei proprî versi|from=135|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/12|titolo=Storia meravigliosa del re Salomone e della regina Bilqîsa|from=136|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/13|titolo=Mania religiosa del poeta Abu '1- Atahiya|from=146|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/14|titolo=I figliuoli di Nizâr nel cospetto di Al-Afaa|from=148|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/15|titolo=Follia d'amore|from=150|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/16|titolo=Adamo e il Diavolo poeti|from=154|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/17|titolo=Vittime dell'amore|from=156|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/18|titolo=L'Arcimago e il dialogo delle upupe|from=160|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/19|titolo=Le voci misteriose nelle solitudini d'Arabia|from=164|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/20|titolo=Generosità d'un povero negro|from=169|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/21|titolo=Invidia d'artefice punita e perdonata|from=171|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/22|titolo=Generosità d'un nemico|from=175|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/23|titolo=Il primo agricoltore|from=177|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/24|titolo=Scrupolo di coscienza pagato caro|from=180|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/25|titolo=Imprese e vanti di ladri|from=182|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/26|titolo=Ambasceria speditiva|from=185|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/27|titolo=L'erede d'un palazzo diroccato|from=186|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/28|titolo=Uno scroccone tra i Manichei|from=188|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/29|titolo=Mercante di foglie di palma medico d'un leone|from=197|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/30|titolo=Sovrano che si fa penitente|from=197|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/31|titolo=Pronto ingegno d'uno scroccone|from=198|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/32|titolo=Un beduino alla corte del Re di Persia|from=202|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/33|titolo=Un solitario misterioso|from=204|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/34|titolo=Alessandro Magno alle porte del Paradiso|from=206|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/35|titolo=Povertà, prefettura, carcere, frutti di generosità|from=208|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo|titolo=Libro terzo|from=215|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/1|titolo=Estrema prova di fedeltà|from=215|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/2|titolo=Quattro amanti alla prova|from=222|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/3|titolo=Ciò che toccar dovea, incoglie all'uom quaggiù|from=224|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/4|titolo=Il Savio e il Matto|from=229|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/5|titolo=L'avventura del giovane mercante|from=233|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/6|titolo=Tenace amore alla vita|from=241|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/7|titolo=Presunzione di giovane punita|from=243|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/8|titolo=Il lottatore e la smania del viaggiare|from=244|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/9|titolo=Tre novelle dell'Angelo della morte|from=252|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/10|titolo=Ricordanza perenne della morte|from=258|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/11|titolo=Avventura di Sindibâd marinaio|from=260|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/12|titolo=Storia del banchiere di Bagdad|from=269|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto|titolo=Libro quarto|from=291|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/1|titolo=Le Isole Maldive.||PAG|from=291|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/2|titolo=Le sorgenti del Nilo|from=298|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/3|titolo=Descrizione del Mâzenderân|from=303|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/4|titolo=L'idolo di Somnâta|from=304|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/5|titolo=La regione del Caucaso|from=306|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/6|titolo=La Cina|from=314|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/7|titolo=Il monte Citrakuta|from=321|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/8|titolo=Templi e idoli sabei|from=324|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/9|titolo=Templi e idoli egiziani|from=327|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/10|titolo=Costumi degli Arabi antichi e loro elogio|from=332|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/11|titolo=Monti e metalli|from=335|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/12|titolo=Le piante|from=337|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/13|titolo=La palma|from=338|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/14|titolo=Gli animali|from=340|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/15|titolo=Gli uccelli|from=341|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/16|titolo=L'usignuolo|from=343|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/17|titolo=L'airone|from=343|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/18|titolo=La zanzara|from=344|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/19|titolo=Il baco da seta|from=345|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/20|titolo=Il ragno|from=346|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/21|titolo=L'ape|from=347|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/22|titolo=Le sanguisughe volanti|from=350|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/23|titolo=La torpedine|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/24|titolo=Il corallo|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/25|titolo=La pesca delle perle nel Golfo Persico|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/26|titolo=Fontane di bitume|from=352|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/27|titolo=Precetti per trovar l'acqua secondo i Nabatei|from=353|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/28|titolo=I fuochi di Sant'Elmo|from=354|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto|titolo=Libro quinto|from=357|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/1|titolo=Onnipotenza e perfezione di Dio|from=357|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/2|titolo=Iddio non può essere compreso da mente umana|from=359|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/3|titolo=Preghiera d'un Arabo del deserto|from=360|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/4|titolo=Dialogo del Sceicco Omar al-Sîni con un anacoreta|from=361|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/5|titolo=Del contentarsi del proprio stato|from=363|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/6|titolo=Avvertimenti ad un principe|from=365|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/7|titolo=Detti memorabili del gran savio Buzurcimihr|from=368|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/8|titolo=Consolazione della filosofia|from=370|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/9|titolo=Parole di Nizâr morente ai suoi figli|from=371|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/10|titolo=Visita la tomba de' tuoi genitori|from=372|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/11|titolo=Dialogo intorno alle diverse qualità dell'uomo|from=374|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/12|titolo=Grave responsabilità dei sovrani davanti a Dio|from=376|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/13|titolo=Vanità delle cose umane|from=378|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/14|titolo=Condanna della filosofia scettica e panteistica|from=379|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/15|titolo=Egoismo e durezza di cuore|from=380|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/16|titolo=Improntitudine di ricchi e di poveri|from=381|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/17|titolo=Insaziabilità|from=381|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/18|titolo=Condanna del motteggiare|from=382|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/19|titolo=Qualità perfette dell'uom generoso|from=383|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/20|titolo=Disputa intorno all'essenza dell'amore|from=390|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/21|titolo=Lodi del silenzio e della sincerità e lealtà nel parlare|from=401|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/22|titolo=Il libro|from=406|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/23|titolo=Gli scrittori|from=407|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/24|titolo=I poeti|from=410|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/25|titolo=L'anima umana e le sue energie|from=411|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/26|titolo=Misera vita umana!|from=416|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/27|titolo=Dottrina dell'unità assoluta dell'Essere universale|from=420|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/28|titolo=La fine del mondo secondo i Zoroastriani|from=425|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto|titolo=Libro sesto|from=431|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/1|titolo=Sentenze e proverbi|from=431|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/2|titolo=Motti arguti e facezie|from=467|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/3|titolo=Favole|from=477|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/3|titolo=Libro settimo|from=513|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1|titolo=Il linguaggio dei fiori e degli uccelli|from=513|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/2|titolo=Allegoria delle stagioni|from=524|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/3|titolo=Il giovane principe e il mendico (allegoria dell'anima umana che sospira alla Beltà divina)|from=530|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/4|titolo=Il cielo e le sue bellezze|from=535|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/5|titolo=Del mare e dei fiumi|from=538|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/6|titolo=Del cero e del fuoco|from=542|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/7|titolo=Della notte e del giorno|from=545|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/8|titolo=Allegoria dell'ape, del cero e della farfalla|from=548|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/9|titolo=Allegoria della Fenice|from=554|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Registro dei nomi|titolo=Registro dei nomi|from=561|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Indice|titolo=Indice|from=587|delta=16}}
|Volumi=
|Note=
|Css=
}}
kdztj3yxnb7r0vtw46kndke1djbn90d
3901637
3901636
2026-09-18T21:10:30Z
Alex brollo
1615
3901637
proofread-index
text/x-wiki
{{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template
|Autore=Autori vari
|NomePagina=Fiori d'Oriente (1907)
|Titolo=
|TitoloOriginale=
|Sottotitolo=
|LinguaOriginale=
|Lingua=
|Traduttore=Italo Pizzi
|Illustratore=
|Curatore=
|Editore=Casa Editrice Scolastica E. Trevisini
|Città=Milano
|Anno=1907
|Fonte={{IA|PizziFioriOriente}}
|Immagine=5
|Progetto=letteratura
|Argomento=antologie
|Qualità=25%
|Pagine=<pagelist
1to16=roman
17=1
591to594=-
/>
|Sommario={{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)|titolo=Fiori d'Oriente (1907)|from=5|delta=F}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Prefazione|titolo=Prefazione|from=9|delta=ix}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo|titolo=Libro primo|from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/1|titolo=Nobile fermezza d'un discendente degli Ommiadi |from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/2|titolo=Umiltà e giustizia del Califfo Omar|from=25|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/3|titolo=Un rigido consigliere|from=27|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/4|titolo=Lealtà eroica di Samuele giudeo|from=32|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/5|titolo=Morte di Amr detto quel dal cane|from=33|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/6|titolo=Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba|from=36|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/7|titolo=Prepotenza di Koleyb e sua morte|from=42|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/8|titolo=Gratitudine verso i benefattori ricompensata|from=46|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/9|titolo=Vita salvata a stento|from=51|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/10|titolo=Morte del Califfo Al-Mamûn|from=54|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/11|titolo=Saladino|from=57|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/12|titolo=Morte di Al-Hakim Califfo d'Egitto|from=59|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/13|titolo=Avventure di Al-Hârith e sua morte|from=63|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/14|titolo=Accoglienze fatte ad un celebre musico d'Arabia|from=70|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/15|titolo=Il poeta Firdusi|from=74|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/16|titolo=Straordinaria ostinazione d'un ladro del denaro pubblico|from=78|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/17|titolo=La guerra di Dâhis|from=84|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/18|titolo=Duello tra Sultano e soldato|from=98|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/19|titolo=Crudele atto di giustizia|from=103|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/20|titolo=Avventuriere generosamente trattato|from=104|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/21|titolo=Spada fatale|from=108|delta=16}}
|Volumi=
|Note=
|Css=
}}
39bf9zl7kozoi91bstts43mezqp0u5e
3901639
3901637
2026-09-18T21:11:17Z
Alex brollo
1615
Annullata la modifica [[Special:Diff/3901637|3901637]] di [[Special:Contributions/Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|discussione]])
3901639
proofread-index
text/x-wiki
{{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template
|Autore=Autori vari
|NomePagina=Fiori d'Oriente (1907)
|Titolo=
|TitoloOriginale=
|Sottotitolo=
|LinguaOriginale=
|Lingua=
|Traduttore=Italo Pizzi
|Illustratore=
|Curatore=
|Editore=Casa Editrice Scolastica E. Trevisini
|Città=Milano
|Anno=1907
|Fonte={{IA|PizziFioriOriente}}
|Immagine=5
|Progetto=letteratura
|Argomento=antologie
|Qualità=25%
|Pagine=<pagelist
1to16=roman
17=1
591to594=-
/>
|Sommario={{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)|titolo=Fiori d'Oriente (1907)|from=5|delta=F}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Prefazione|titolo=Prefazione|from=9|delta=ix}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo|titolo=Libro primo|from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/1|titolo=Nobile fermezza d'un discendente degli Ommiadi |from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/2|titolo=Umiltà e giustizia del Califfo Omar|from=25|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/3|titolo=Un rigido consigliere|from=27|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/4|titolo=Lealtà eroica di Samuele giudeo|from=32|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/5|titolo=Morte di Amr detto quel dal cane|from=33|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/6|titolo=Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba|from=36|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/7|titolo=Prepotenza di Koleyb e sua morte|from=42|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/8|titolo=Gratitudine verso i benefattori ricompensata|from=46|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/9|titolo=Vita salvata a stento|from=51|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/10|titolo=Morte del Califfo Al-Mamûn|from=54|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/11|titolo=Saladino|from=57|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/12|titolo=Morte di Al-Hakim Califfo d'Egitto|from=59|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/13|titolo=Avventure di Al-Hârith e sua morte|from=63|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/14|titolo=Accoglienze fatte ad un celebre musico d'Arabia|from=70|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/15|titolo=Il poeta Firdusi|from=74|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/16|titolo=Straordinaria ostinazione d'un ladro del denaro pubblico|from=78|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/17|titolo=La guerra di Dâhis|from=84|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/18|titolo=Duello tra Sultano e soldato|from=98|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/19|titolo=Crudele atto di giustizia|from=103|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/20|titolo=Avventuriere generosamente trattato|from=104|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/21|titolo=Spada fatale|from=108|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo|titolo=Libro secondo|from=113|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/1|titolo=L'uomo più generoso|from=113|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/2|titolo=Un matto che fa da maestro a un re|from=115|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/3|titolo=Avventura di Giafar alla corte di Suleyman|from=116|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/4|titolo=Severa lezione data a due prepotenti|from=122|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/5|titolo=Gara di generosità|from=124|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/6|titolo=Sagacità di astronomo|from=126|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/7|titolo=L'anello rinvenuto|from=127|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/8|titolo=Generosità d'un governatore destituito|from=128|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/9|titolo=Storia meravigliosa di due vecchie pianelle|from=130|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/10|titolo=Vittima della propria generosità|from=134|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/11|titolo=Vittima dei proprî versi|from=135|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/12|titolo=Storia meravigliosa del re Salomone e della regina Bilqîsa|from=136|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/13|titolo=Mania religiosa del poeta Abu '1- Atahiya|from=146|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/14|titolo=I figliuoli di Nizâr nel cospetto di Al-Afaa|from=148|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/15|titolo=Follia d'amore|from=150|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/16|titolo=Adamo e il Diavolo poeti|from=154|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/17|titolo=Vittime dell'amore|from=156|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/18|titolo=L'Arcimago e il dialogo delle upupe|from=160|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/19|titolo=Le voci misteriose nelle solitudini d'Arabia|from=164|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/20|titolo=Generosità d'un povero negro|from=169|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/21|titolo=Invidia d'artefice punita e perdonata|from=171|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/22|titolo=Generosità d'un nemico|from=175|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/23|titolo=Il primo agricoltore|from=177|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/24|titolo=Scrupolo di coscienza pagato caro|from=180|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/25|titolo=Imprese e vanti di ladri|from=182|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/26|titolo=Ambasceria speditiva|from=185|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/27|titolo=L'erede d'un palazzo diroccato|from=186|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/28|titolo=Uno scroccone tra i Manichei|from=188|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/29|titolo=Mercante di foglie di palma medico d'un leone|from=197|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/30|titolo=Sovrano che si fa penitente|from=197|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/31|titolo=Pronto ingegno d'uno scroccone|from=198|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/32|titolo=Un beduino alla corte del Re di Persia|from=202|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/33|titolo=Un solitario misterioso|from=204|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/34|titolo=Alessandro Magno alle porte del Paradiso|from=206|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/35|titolo=Povertà, prefettura, carcere, frutti di generosità|from=208|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo|titolo=Libro terzo|from=215|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/1|titolo=Estrema prova di fedeltà|from=215|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/2|titolo=Quattro amanti alla prova|from=222|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/3|titolo=Ciò che toccar dovea, incoglie all'uom quaggiù|from=224|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/4|titolo=Il Savio e il Matto|from=229|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/5|titolo=L'avventura del giovane mercante|from=233|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/6|titolo=Tenace amore alla vita|from=241|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/7|titolo=Presunzione di giovane punita|from=243|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/8|titolo=Il lottatore e la smania del viaggiare|from=244|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/9|titolo=Tre novelle dell'Angelo della morte|from=252|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/10|titolo=Ricordanza perenne della morte|from=258|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/11|titolo=Avventura di Sindibâd marinaio|from=260|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/12|titolo=Storia del banchiere di Bagdad|from=269|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto|titolo=Libro quarto|from=291|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/1|titolo=Le Isole Maldive.||PAG|from=291|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/2|titolo=Le sorgenti del Nilo|from=298|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/3|titolo=Descrizione del Mâzenderân|from=303|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/4|titolo=L'idolo di Somnâta|from=304|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/5|titolo=La regione del Caucaso|from=306|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/6|titolo=La Cina|from=314|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/7|titolo=Il monte Citrakuta|from=321|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/8|titolo=Templi e idoli sabei|from=324|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/9|titolo=Templi e idoli egiziani|from=327|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/10|titolo=Costumi degli Arabi antichi e loro elogio|from=332|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/11|titolo=Monti e metalli|from=335|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/12|titolo=Le piante|from=337|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/13|titolo=La palma|from=338|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/14|titolo=Gli animali|from=340|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/15|titolo=Gli uccelli|from=341|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/16|titolo=L'usignuolo|from=343|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/17|titolo=L'airone|from=343|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/18|titolo=La zanzara|from=344|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/19|titolo=Il baco da seta|from=345|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/20|titolo=Il ragno|from=346|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/21|titolo=L'ape|from=347|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/22|titolo=Le sanguisughe volanti|from=350|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/23|titolo=La torpedine|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/24|titolo=Il corallo|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/25|titolo=La pesca delle perle nel Golfo Persico|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/26|titolo=Fontane di bitume|from=352|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/27|titolo=Precetti per trovar l'acqua secondo i Nabatei|from=353|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/28|titolo=I fuochi di Sant'Elmo|from=354|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto|titolo=Libro quinto|from=357|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/1|titolo=Onnipotenza e perfezione di Dio|from=357|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/2|titolo=Iddio non può essere compreso da mente umana|from=359|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/3|titolo=Preghiera d'un Arabo del deserto|from=360|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/4|titolo=Dialogo del Sceicco Omar al-Sîni con un anacoreta|from=361|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/5|titolo=Del contentarsi del proprio stato|from=363|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/6|titolo=Avvertimenti ad un principe|from=365|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/7|titolo=Detti memorabili del gran savio Buzurcimihr|from=368|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/8|titolo=Consolazione della filosofia|from=370|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/9|titolo=Parole di Nizâr morente ai suoi figli|from=371|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/10|titolo=Visita la tomba de' tuoi genitori|from=372|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/11|titolo=Dialogo intorno alle diverse qualità dell'uomo|from=374|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/12|titolo=Grave responsabilità dei sovrani davanti a Dio|from=376|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/13|titolo=Vanità delle cose umane|from=378|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/14|titolo=Condanna della filosofia scettica e panteistica|from=379|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/15|titolo=Egoismo e durezza di cuore|from=380|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/16|titolo=Improntitudine di ricchi e di poveri|from=381|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/17|titolo=Insaziabilità|from=381|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/18|titolo=Condanna del motteggiare|from=382|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/19|titolo=Qualità perfette dell'uom generoso|from=383|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/20|titolo=Disputa intorno all'essenza dell'amore|from=390|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/21|titolo=Lodi del silenzio e della sincerità e lealtà nel parlare|from=401|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/22|titolo=Il libro|from=406|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/23|titolo=Gli scrittori|from=407|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/24|titolo=I poeti|from=410|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/25|titolo=L'anima umana e le sue energie|from=411|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/26|titolo=Misera vita umana!|from=416|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/27|titolo=Dottrina dell'unità assoluta dell'Essere universale|from=420|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/28|titolo=La fine del mondo secondo i Zoroastriani|from=425|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto|titolo=Libro sesto|from=431|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/1|titolo=Sentenze e proverbi|from=431|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/2|titolo=Motti arguti e facezie|from=467|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/3|titolo=Favole|from=477|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/3|titolo=Libro settimo|from=513|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1|titolo=Il linguaggio dei fiori e degli uccelli|from=513|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/2|titolo=Allegoria delle stagioni|from=524|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/3|titolo=Il giovane principe e il mendico (allegoria dell'anima umana che sospira alla Beltà divina)|from=530|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/4|titolo=Il cielo e le sue bellezze|from=535|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/5|titolo=Del mare e dei fiumi|from=538|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/6|titolo=Del cero e del fuoco|from=542|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/7|titolo=Della notte e del giorno|from=545|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/8|titolo=Allegoria dell'ape, del cero e della farfalla|from=548|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/9|titolo=Allegoria della Fenice|from=554|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Registro dei nomi|titolo=Registro dei nomi|from=561|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Indice|titolo=Indice|from=587|delta=16}}
|Volumi=
|Note=
|Css=
}}
kdztj3yxnb7r0vtw46kndke1djbn90d
3901640
3901639
2026-09-18T21:11:56Z
Alex brollo
1615
3901640
proofread-index
text/x-wiki
{{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template
|Autore=Autori vari
|NomePagina=Fiori d'Oriente (1907)
|Titolo=
|TitoloOriginale=
|Sottotitolo=
|LinguaOriginale=
|Lingua=
|Traduttore=Italo Pizzi
|Illustratore=
|Curatore=
|Editore=Casa Editrice Scolastica E. Trevisini
|Città=Milano
|Anno=1907
|Fonte={{IA|PizziFioriOriente}}
|Immagine=5
|Progetto=letteratura
|Argomento=antologie
|Qualità=25%
|Pagine=<pagelist
1to16=roman
17=1
591to594=-
/>
|Sommario={{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)|titolo=Fiori d'Oriente (1907)|from=5|delta=F}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Prefazione|titolo=Prefazione|from=9|delta=ix}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo|titolo=Libro primo|from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/1|titolo=Nobile fermezza d'un discendente degli Ommiadi |from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/2|titolo=Umiltà e giustizia del Califfo Omar|from=25|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/3|titolo=Un rigido consigliere|from=27|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/4|titolo=Lealtà eroica di Samuele giudeo|from=32|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/5|titolo=Morte di Amr detto quel dal cane|from=33|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/6|titolo=Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba|from=36|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/7|titolo=Prepotenza di Koleyb e sua morte|from=42|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/8|titolo=Gratitudine verso i benefattori ricompensata|from=46|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/9|titolo=Vita salvata a stento|from=51|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/10|titolo=Morte del Califfo Al-Mamûn|from=54|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/11|titolo=Saladino|from=57|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/12|titolo=Morte di Al-Hakim Califfo d'Egitto|from=59|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/13|titolo=Avventure di Al-Hârith e sua morte|from=63|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/14|titolo=Accoglienze fatte ad un celebre musico d'Arabia|from=70|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/15|titolo=Il poeta Firdusi|from=74|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/16|titolo=Straordinaria ostinazione d'un ladro del denaro pubblico|from=78|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/17|titolo=La guerra di Dâhis|from=84|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/18|titolo=Duello tra Sultano e soldato|from=98|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/19|titolo=Crudele atto di giustizia|from=103|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/20|titolo=Avventuriere generosamente trattato|from=104|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/21|titolo=Spada fatale|from=108|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo|titolo=Libro secondo|from=113|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/1|titolo=L'uomo più generoso|from=113|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/2|titolo=Un matto che fa da maestro a un re|from=115|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/3|titolo=Avventura di Giafar alla corte di Suleyman|from=116|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/4|titolo=Severa lezione data a due prepotenti|from=122|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/5|titolo=Gara di generosità|from=124|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/6|titolo=Sagacità di astronomo|from=126|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/7|titolo=L'anello rinvenuto|from=127|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/8|titolo=Generosità d'un governatore destituito|from=128|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/9|titolo=Storia meravigliosa di due vecchie pianelle|from=130|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/10|titolo=Vittima della propria generosità|from=134|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/11|titolo=Vittima dei proprî versi|from=135|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/12|titolo=Storia meravigliosa del re Salomone e della regina Bilqîsa|from=136|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/13|titolo=Mania religiosa del poeta Abu '1- Atahiya|from=146|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/14|titolo=I figliuoli di Nizâr nel cospetto di Al-Afaa|from=148|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/15|titolo=Follia d'amore|from=150|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/16|titolo=Adamo e il Diavolo poeti|from=154|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/17|titolo=Vittime dell'amore|from=156|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/18|titolo=L'Arcimago e il dialogo delle upupe|from=160|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/19|titolo=Le voci misteriose nelle solitudini d'Arabia|from=164|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/20|titolo=Generosità d'un povero negro|from=169|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/21|titolo=Invidia d'artefice punita e perdonata|from=171|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/22|titolo=Generosità d'un nemico|from=175|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/23|titolo=Il primo agricoltore|from=177|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/24|titolo=Scrupolo di coscienza pagato caro|from=180|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/25|titolo=Imprese e vanti di ladri|from=182|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/26|titolo=Ambasceria speditiva|from=185|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/27|titolo=L'erede d'un palazzo diroccato|from=186|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/28|titolo=Uno scroccone tra i Manichei|from=188|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/29|titolo=Mercante di foglie di palma medico d'un leone|from=197|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/30|titolo=Sovrano che si fa penitente|from=197|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/31|titolo=Pronto ingegno d'uno scroccone|from=198|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/32|titolo=Un beduino alla corte del Re di Persia|from=202|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/33|titolo=Un solitario misterioso|from=204|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/34|titolo=Alessandro Magno alle porte del Paradiso|from=206|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/35|titolo=Povertà, prefettura, carcere, frutti di generosità|from=208|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo|titolo=Libro terzo|from=215|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/1|titolo=Estrema prova di fedeltà|from=215|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/2|titolo=Quattro amanti alla prova|from=222|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/3|titolo=Ciò che toccar dovea, incoglie all'uom quaggiù|from=224|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/4|titolo=Il Savio e il Matto|from=229|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/5|titolo=L'avventura del giovane mercante|from=233|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/6|titolo=Tenace amore alla vita|from=241|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/7|titolo=Presunzione di giovane punita|from=243|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/8|titolo=Il lottatore e la smania del viaggiare|from=244|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/9|titolo=Tre novelle dell'Angelo della morte|from=252|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/10|titolo=Ricordanza perenne della morte|from=258|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/11|titolo=Avventura di Sindibâd marinaio|from=260|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/12|titolo=Storia del banchiere di Bagdad|from=269|delta=16}}
|Volumi=
|Note=
|Css=
}}
3905m109sblots6tw69jpv2497uua3q
3901642
3901640
2026-09-18T21:13:40Z
Alex brollo
1615
Annullata la modifica [[Special:Diff/3901640|3901640]] di [[Special:Contributions/Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|discussione]])
3901642
proofread-index
text/x-wiki
{{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template
|Autore=Autori vari
|NomePagina=Fiori d'Oriente (1907)
|Titolo=
|TitoloOriginale=
|Sottotitolo=
|LinguaOriginale=
|Lingua=
|Traduttore=Italo Pizzi
|Illustratore=
|Curatore=
|Editore=Casa Editrice Scolastica E. Trevisini
|Città=Milano
|Anno=1907
|Fonte={{IA|PizziFioriOriente}}
|Immagine=5
|Progetto=letteratura
|Argomento=antologie
|Qualità=25%
|Pagine=<pagelist
1to16=roman
17=1
591to594=-
/>
|Sommario={{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)|titolo=Fiori d'Oriente (1907)|from=5|delta=F}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Prefazione|titolo=Prefazione|from=9|delta=ix}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo|titolo=Libro primo|from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/1|titolo=Nobile fermezza d'un discendente degli Ommiadi |from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/2|titolo=Umiltà e giustizia del Califfo Omar|from=25|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/3|titolo=Un rigido consigliere|from=27|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/4|titolo=Lealtà eroica di Samuele giudeo|from=32|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/5|titolo=Morte di Amr detto quel dal cane|from=33|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/6|titolo=Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba|from=36|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/7|titolo=Prepotenza di Koleyb e sua morte|from=42|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/8|titolo=Gratitudine verso i benefattori ricompensata|from=46|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/9|titolo=Vita salvata a stento|from=51|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/10|titolo=Morte del Califfo Al-Mamûn|from=54|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/11|titolo=Saladino|from=57|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/12|titolo=Morte di Al-Hakim Califfo d'Egitto|from=59|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/13|titolo=Avventure di Al-Hârith e sua morte|from=63|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/14|titolo=Accoglienze fatte ad un celebre musico d'Arabia|from=70|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/15|titolo=Il poeta Firdusi|from=74|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/16|titolo=Straordinaria ostinazione d'un ladro del denaro pubblico|from=78|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/17|titolo=La guerra di Dâhis|from=84|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/18|titolo=Duello tra Sultano e soldato|from=98|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/19|titolo=Crudele atto di giustizia|from=103|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/20|titolo=Avventuriere generosamente trattato|from=104|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/21|titolo=Spada fatale|from=108|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo|titolo=Libro secondo|from=113|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/1|titolo=L'uomo più generoso|from=113|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/2|titolo=Un matto che fa da maestro a un re|from=115|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/3|titolo=Avventura di Giafar alla corte di Suleyman|from=116|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/4|titolo=Severa lezione data a due prepotenti|from=122|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/5|titolo=Gara di generosità|from=124|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/6|titolo=Sagacità di astronomo|from=126|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/7|titolo=L'anello rinvenuto|from=127|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/8|titolo=Generosità d'un governatore destituito|from=128|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/9|titolo=Storia meravigliosa di due vecchie pianelle|from=130|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/10|titolo=Vittima della propria generosità|from=134|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/11|titolo=Vittima dei proprî versi|from=135|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/12|titolo=Storia meravigliosa del re Salomone e della regina Bilqîsa|from=136|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/13|titolo=Mania religiosa del poeta Abu '1- Atahiya|from=146|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/14|titolo=I figliuoli di Nizâr nel cospetto di Al-Afaa|from=148|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/15|titolo=Follia d'amore|from=150|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/16|titolo=Adamo e il Diavolo poeti|from=154|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/17|titolo=Vittime dell'amore|from=156|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/18|titolo=L'Arcimago e il dialogo delle upupe|from=160|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/19|titolo=Le voci misteriose nelle solitudini d'Arabia|from=164|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/20|titolo=Generosità d'un povero negro|from=169|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/21|titolo=Invidia d'artefice punita e perdonata|from=171|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/22|titolo=Generosità d'un nemico|from=175|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/23|titolo=Il primo agricoltore|from=177|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/24|titolo=Scrupolo di coscienza pagato caro|from=180|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/25|titolo=Imprese e vanti di ladri|from=182|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/26|titolo=Ambasceria speditiva|from=185|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/27|titolo=L'erede d'un palazzo diroccato|from=186|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/28|titolo=Uno scroccone tra i Manichei|from=188|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/29|titolo=Mercante di foglie di palma medico d'un leone|from=197|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/30|titolo=Sovrano che si fa penitente|from=197|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/31|titolo=Pronto ingegno d'uno scroccone|from=198|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/32|titolo=Un beduino alla corte del Re di Persia|from=202|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/33|titolo=Un solitario misterioso|from=204|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/34|titolo=Alessandro Magno alle porte del Paradiso|from=206|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/35|titolo=Povertà, prefettura, carcere, frutti di generosità|from=208|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo|titolo=Libro terzo|from=215|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/1|titolo=Estrema prova di fedeltà|from=215|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/2|titolo=Quattro amanti alla prova|from=222|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/3|titolo=Ciò che toccar dovea, incoglie all'uom quaggiù|from=224|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/4|titolo=Il Savio e il Matto|from=229|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/5|titolo=L'avventura del giovane mercante|from=233|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/6|titolo=Tenace amore alla vita|from=241|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/7|titolo=Presunzione di giovane punita|from=243|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/8|titolo=Il lottatore e la smania del viaggiare|from=244|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/9|titolo=Tre novelle dell'Angelo della morte|from=252|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/10|titolo=Ricordanza perenne della morte|from=258|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/11|titolo=Avventura di Sindibâd marinaio|from=260|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/12|titolo=Storia del banchiere di Bagdad|from=269|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto|titolo=Libro quarto|from=291|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/1|titolo=Le Isole Maldive.||PAG|from=291|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/2|titolo=Le sorgenti del Nilo|from=298|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/3|titolo=Descrizione del Mâzenderân|from=303|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/4|titolo=L'idolo di Somnâta|from=304|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/5|titolo=La regione del Caucaso|from=306|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/6|titolo=La Cina|from=314|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/7|titolo=Il monte Citrakuta|from=321|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/8|titolo=Templi e idoli sabei|from=324|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/9|titolo=Templi e idoli egiziani|from=327|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/10|titolo=Costumi degli Arabi antichi e loro elogio|from=332|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/11|titolo=Monti e metalli|from=335|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/12|titolo=Le piante|from=337|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/13|titolo=La palma|from=338|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/14|titolo=Gli animali|from=340|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/15|titolo=Gli uccelli|from=341|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/16|titolo=L'usignuolo|from=343|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/17|titolo=L'airone|from=343|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/18|titolo=La zanzara|from=344|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/19|titolo=Il baco da seta|from=345|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/20|titolo=Il ragno|from=346|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/21|titolo=L'ape|from=347|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/22|titolo=Le sanguisughe volanti|from=350|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/23|titolo=La torpedine|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/24|titolo=Il corallo|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/25|titolo=La pesca delle perle nel Golfo Persico|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/26|titolo=Fontane di bitume|from=352|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/27|titolo=Precetti per trovar l'acqua secondo i Nabatei|from=353|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/28|titolo=I fuochi di Sant'Elmo|from=354|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto|titolo=Libro quinto|from=357|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/1|titolo=Onnipotenza e perfezione di Dio|from=357|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/2|titolo=Iddio non può essere compreso da mente umana|from=359|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/3|titolo=Preghiera d'un Arabo del deserto|from=360|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/4|titolo=Dialogo del Sceicco Omar al-Sîni con un anacoreta|from=361|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/5|titolo=Del contentarsi del proprio stato|from=363|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/6|titolo=Avvertimenti ad un principe|from=365|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/7|titolo=Detti memorabili del gran savio Buzurcimihr|from=368|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/8|titolo=Consolazione della filosofia|from=370|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/9|titolo=Parole di Nizâr morente ai suoi figli|from=371|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/10|titolo=Visita la tomba de' tuoi genitori|from=372|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/11|titolo=Dialogo intorno alle diverse qualità dell'uomo|from=374|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/12|titolo=Grave responsabilità dei sovrani davanti a Dio|from=376|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/13|titolo=Vanità delle cose umane|from=378|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/14|titolo=Condanna della filosofia scettica e panteistica|from=379|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/15|titolo=Egoismo e durezza di cuore|from=380|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/16|titolo=Improntitudine di ricchi e di poveri|from=381|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/17|titolo=Insaziabilità|from=381|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/18|titolo=Condanna del motteggiare|from=382|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/19|titolo=Qualità perfette dell'uom generoso|from=383|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/20|titolo=Disputa intorno all'essenza dell'amore|from=390|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/21|titolo=Lodi del silenzio e della sincerità e lealtà nel parlare|from=401|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/22|titolo=Il libro|from=406|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/23|titolo=Gli scrittori|from=407|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/24|titolo=I poeti|from=410|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/25|titolo=L'anima umana e le sue energie|from=411|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/26|titolo=Misera vita umana!|from=416|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/27|titolo=Dottrina dell'unità assoluta dell'Essere universale|from=420|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/28|titolo=La fine del mondo secondo i Zoroastriani|from=425|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto|titolo=Libro sesto|from=431|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/1|titolo=Sentenze e proverbi|from=431|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/2|titolo=Motti arguti e facezie|from=467|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/3|titolo=Favole|from=477|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/3|titolo=Libro settimo|from=513|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1|titolo=Il linguaggio dei fiori e degli uccelli|from=513|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/2|titolo=Allegoria delle stagioni|from=524|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/3|titolo=Il giovane principe e il mendico (allegoria dell'anima umana che sospira alla Beltà divina)|from=530|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/4|titolo=Il cielo e le sue bellezze|from=535|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/5|titolo=Del mare e dei fiumi|from=538|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/6|titolo=Del cero e del fuoco|from=542|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/7|titolo=Della notte e del giorno|from=545|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/8|titolo=Allegoria dell'ape, del cero e della farfalla|from=548|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/9|titolo=Allegoria della Fenice|from=554|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Registro dei nomi|titolo=Registro dei nomi|from=561|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Indice|titolo=Indice|from=587|delta=16}}
|Volumi=
|Note=
|Css=
}}
kdztj3yxnb7r0vtw46kndke1djbn90d
3901643
3901642
2026-09-18T21:14:05Z
Alex brollo
1615
3901643
proofread-index
text/x-wiki
{{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template
|Autore=Autori vari
|NomePagina=Fiori d'Oriente (1907)
|Titolo=
|TitoloOriginale=
|Sottotitolo=
|LinguaOriginale=
|Lingua=
|Traduttore=Italo Pizzi
|Illustratore=
|Curatore=
|Editore=Casa Editrice Scolastica E. Trevisini
|Città=Milano
|Anno=1907
|Fonte={{IA|PizziFioriOriente}}
|Immagine=5
|Progetto=letteratura
|Argomento=antologie
|Qualità=25%
|Pagine=<pagelist
1to16=roman
17=1
591to594=-
/>
|Sommario={{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)|titolo=Fiori d'Oriente (1907)|from=5|delta=F}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Prefazione|titolo=Prefazione|from=9|delta=ix}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo|titolo=Libro primo|from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/1|titolo=Nobile fermezza d'un discendente degli Ommiadi |from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/2|titolo=Umiltà e giustizia del Califfo Omar|from=25|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/3|titolo=Un rigido consigliere|from=27|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/4|titolo=Lealtà eroica di Samuele giudeo|from=32|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/5|titolo=Morte di Amr detto quel dal cane|from=33|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/6|titolo=Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba|from=36|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/7|titolo=Prepotenza di Koleyb e sua morte|from=42|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/8|titolo=Gratitudine verso i benefattori ricompensata|from=46|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/9|titolo=Vita salvata a stento|from=51|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/10|titolo=Morte del Califfo Al-Mamûn|from=54|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/11|titolo=Saladino|from=57|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/12|titolo=Morte di Al-Hakim Califfo d'Egitto|from=59|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/13|titolo=Avventure di Al-Hârith e sua morte|from=63|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/14|titolo=Accoglienze fatte ad un celebre musico d'Arabia|from=70|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/15|titolo=Il poeta Firdusi|from=74|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/16|titolo=Straordinaria ostinazione d'un ladro del denaro pubblico|from=78|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/17|titolo=La guerra di Dâhis|from=84|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/18|titolo=Duello tra Sultano e soldato|from=98|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/19|titolo=Crudele atto di giustizia|from=103|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/20|titolo=Avventuriere generosamente trattato|from=104|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/21|titolo=Spada fatale|from=108|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo|titolo=Libro secondo|from=113|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/1|titolo=L'uomo più generoso|from=113|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/2|titolo=Un matto che fa da maestro a un re|from=115|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/3|titolo=Avventura di Giafar alla corte di Suleyman|from=116|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/4|titolo=Severa lezione data a due prepotenti|from=122|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/5|titolo=Gara di generosità|from=124|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/6|titolo=Sagacità di astronomo|from=126|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/7|titolo=L'anello rinvenuto|from=127|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/8|titolo=Generosità d'un governatore destituito|from=128|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/9|titolo=Storia meravigliosa di due vecchie pianelle|from=130|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/10|titolo=Vittima della propria generosità|from=134|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/11|titolo=Vittima dei proprî versi|from=135|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/12|titolo=Storia meravigliosa del re Salomone e della regina Bilqîsa|from=136|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/13|titolo=Mania religiosa del poeta Abu '1- Atahiya|from=146|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/14|titolo=I figliuoli di Nizâr nel cospetto di Al-Afaa|from=148|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/15|titolo=Follia d'amore|from=150|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/16|titolo=Adamo e il Diavolo poeti|from=154|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/17|titolo=Vittime dell'amore|from=156|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/18|titolo=L'Arcimago e il dialogo delle upupe|from=160|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/19|titolo=Le voci misteriose nelle solitudini d'Arabia|from=164|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/20|titolo=Generosità d'un povero negro|from=169|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/21|titolo=Invidia d'artefice punita e perdonata|from=171|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/22|titolo=Generosità d'un nemico|from=175|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/23|titolo=Il primo agricoltore|from=177|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/24|titolo=Scrupolo di coscienza pagato caro|from=180|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/25|titolo=Imprese e vanti di ladri|from=182|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/26|titolo=Ambasceria speditiva|from=185|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/27|titolo=L'erede d'un palazzo diroccato|from=186|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/28|titolo=Uno scroccone tra i Manichei|from=188|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/29|titolo=Mercante di foglie di palma medico d'un leone|from=197|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/30|titolo=Sovrano che si fa penitente|from=197|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/31|titolo=Pronto ingegno d'uno scroccone|from=198|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/32|titolo=Un beduino alla corte del Re di Persia|from=202|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/33|titolo=Un solitario misterioso|from=204|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/34|titolo=Alessandro Magno alle porte del Paradiso|from=206|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/35|titolo=Povertà, prefettura, carcere, frutti di generosità|from=208|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo|titolo=Libro terzo|from=215|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/1|titolo=Estrema prova di fedeltà|from=215|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/2|titolo=Quattro amanti alla prova|from=222|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/3|titolo=Ciò che toccar dovea, incoglie all'uom quaggiù|from=224|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/4|titolo=Il Savio e il Matto|from=229|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/5|titolo=L'avventura del giovane mercante|from=233|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/6|titolo=Tenace amore alla vita|from=241|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/7|titolo=Presunzione di giovane punita|from=243|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/8|titolo=Il lottatore e la smania del viaggiare|from=244|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/9|titolo=Tre novelle dell'Angelo della morte|from=252|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/10|titolo=Ricordanza perenne della morte|from=258|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/11|titolo=Avventura di Sindibâd marinaio|from=260|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/12|titolo=Storia del banchiere di Bagdad|from=269|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto|titolo=Libro quarto|from=291|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/1|titolo=Le Isole Maldive.||PAG|from=291|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/2|titolo=Le sorgenti del Nilo|from=298|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/3|titolo=Descrizione del Mâzenderân|from=303|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/4|titolo=L'idolo di Somnâta|from=304|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/5|titolo=La regione del Caucaso|from=306|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/6|titolo=La Cina|from=314|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/7|titolo=Il monte Citrakuta|from=321|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/8|titolo=Templi e idoli sabei|from=324|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/9|titolo=Templi e idoli egiziani|from=327|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/10|titolo=Costumi degli Arabi antichi e loro elogio|from=332|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/11|titolo=Monti e metalli|from=335|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/12|titolo=Le piante|from=337|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/13|titolo=La palma|from=338|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/14|titolo=Gli animali|from=340|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/15|titolo=Gli uccelli|from=341|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/16|titolo=L'usignuolo|from=343|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/17|titolo=L'airone|from=343|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/18|titolo=La zanzara|from=344|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/19|titolo=Il baco da seta|from=345|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/20|titolo=Il ragno|from=346|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/21|titolo=L'ape|from=347|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/22|titolo=Le sanguisughe volanti|from=350|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/23|titolo=La torpedine|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/24|titolo=Il corallo|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/25|titolo=La pesca delle perle nel Golfo Persico|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/26|titolo=Fontane di bitume|from=352|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/27|titolo=Precetti per trovar l'acqua secondo i Nabatei|from=353|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/28|titolo=I fuochi di Sant'Elmo|from=354|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto|titolo=Libro quinto|from=357|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/1|titolo=Onnipotenza e perfezione di Dio|from=357|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/2|titolo=Iddio non può essere compreso da mente umana|from=359|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/3|titolo=Preghiera d'un Arabo del deserto|from=360|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/4|titolo=Dialogo del Sceicco Omar al-Sîni con un anacoreta|from=361|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/5|titolo=Del contentarsi del proprio stato|from=363|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/6|titolo=Avvertimenti ad un principe|from=365|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/7|titolo=Detti memorabili del gran savio Buzurcimihr|from=368|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/8|titolo=Consolazione della filosofia|from=370|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/9|titolo=Parole di Nizâr morente ai suoi figli|from=371|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/10|titolo=Visita la tomba de' tuoi genitori|from=372|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/11|titolo=Dialogo intorno alle diverse qualità dell'uomo|from=374|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/12|titolo=Grave responsabilità dei sovrani davanti a Dio|from=376|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/13|titolo=Vanità delle cose umane|from=378|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/14|titolo=Condanna della filosofia scettica e panteistica|from=379|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/15|titolo=Egoismo e durezza di cuore|from=380|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/16|titolo=Improntitudine di ricchi e di poveri|from=381|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/17|titolo=Insaziabilità|from=381|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/18|titolo=Condanna del motteggiare|from=382|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/19|titolo=Qualità perfette dell'uom generoso|from=383|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/20|titolo=Disputa intorno all'essenza dell'amore|from=390|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/21|titolo=Lodi del silenzio e della sincerità e lealtà nel parlare|from=401|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/22|titolo=Il libro|from=406|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/23|titolo=Gli scrittori|from=407|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/24|titolo=I poeti|from=410|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/25|titolo=L'anima umana e le sue energie|from=411|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/26|titolo=Misera vita umana!|from=416|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/27|titolo=Dottrina dell'unità assoluta dell'Essere universale|from=420|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/28|titolo=La fine del mondo secondo i Zoroastriani|from=425|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto|titolo=Libro sesto|from=431|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/1|titolo=Sentenze e proverbi|from=431|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/2|titolo=Motti arguti e facezie|from=467|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/3|titolo=Favole|from=477|delta=16}}
|Volumi=
|Note=
|Css=
}}
k8jmtuj37qxj70r6s8oyptn0tiy8jac
3901644
3901643
2026-09-18T21:14:53Z
Alex brollo
1615
Annullata la modifica [[Special:Diff/3901643|3901643]] di [[Special:Contributions/Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|discussione]])
3901644
proofread-index
text/x-wiki
{{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template
|Autore=Autori vari
|NomePagina=Fiori d'Oriente (1907)
|Titolo=
|TitoloOriginale=
|Sottotitolo=
|LinguaOriginale=
|Lingua=
|Traduttore=Italo Pizzi
|Illustratore=
|Curatore=
|Editore=Casa Editrice Scolastica E. Trevisini
|Città=Milano
|Anno=1907
|Fonte={{IA|PizziFioriOriente}}
|Immagine=5
|Progetto=letteratura
|Argomento=antologie
|Qualità=25%
|Pagine=<pagelist
1to16=roman
17=1
591to594=-
/>
|Sommario={{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)|titolo=Fiori d'Oriente (1907)|from=5|delta=F}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Prefazione|titolo=Prefazione|from=9|delta=ix}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo|titolo=Libro primo|from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/1|titolo=Nobile fermezza d'un discendente degli Ommiadi |from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/2|titolo=Umiltà e giustizia del Califfo Omar|from=25|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/3|titolo=Un rigido consigliere|from=27|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/4|titolo=Lealtà eroica di Samuele giudeo|from=32|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/5|titolo=Morte di Amr detto quel dal cane|from=33|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/6|titolo=Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba|from=36|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/7|titolo=Prepotenza di Koleyb e sua morte|from=42|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/8|titolo=Gratitudine verso i benefattori ricompensata|from=46|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/9|titolo=Vita salvata a stento|from=51|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/10|titolo=Morte del Califfo Al-Mamûn|from=54|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/11|titolo=Saladino|from=57|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/12|titolo=Morte di Al-Hakim Califfo d'Egitto|from=59|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/13|titolo=Avventure di Al-Hârith e sua morte|from=63|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/14|titolo=Accoglienze fatte ad un celebre musico d'Arabia|from=70|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/15|titolo=Il poeta Firdusi|from=74|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/16|titolo=Straordinaria ostinazione d'un ladro del denaro pubblico|from=78|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/17|titolo=La guerra di Dâhis|from=84|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/18|titolo=Duello tra Sultano e soldato|from=98|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/19|titolo=Crudele atto di giustizia|from=103|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/20|titolo=Avventuriere generosamente trattato|from=104|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/21|titolo=Spada fatale|from=108|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo|titolo=Libro secondo|from=113|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/1|titolo=L'uomo più generoso|from=113|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/2|titolo=Un matto che fa da maestro a un re|from=115|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/3|titolo=Avventura di Giafar alla corte di Suleyman|from=116|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/4|titolo=Severa lezione data a due prepotenti|from=122|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/5|titolo=Gara di generosità|from=124|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/6|titolo=Sagacità di astronomo|from=126|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/7|titolo=L'anello rinvenuto|from=127|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/8|titolo=Generosità d'un governatore destituito|from=128|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/9|titolo=Storia meravigliosa di due vecchie pianelle|from=130|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/10|titolo=Vittima della propria generosità|from=134|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/11|titolo=Vittima dei proprî versi|from=135|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/12|titolo=Storia meravigliosa del re Salomone e della regina Bilqîsa|from=136|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/13|titolo=Mania religiosa del poeta Abu '1- Atahiya|from=146|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/14|titolo=I figliuoli di Nizâr nel cospetto di Al-Afaa|from=148|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/15|titolo=Follia d'amore|from=150|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/16|titolo=Adamo e il Diavolo poeti|from=154|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/17|titolo=Vittime dell'amore|from=156|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/18|titolo=L'Arcimago e il dialogo delle upupe|from=160|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/19|titolo=Le voci misteriose nelle solitudini d'Arabia|from=164|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/20|titolo=Generosità d'un povero negro|from=169|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/21|titolo=Invidia d'artefice punita e perdonata|from=171|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/22|titolo=Generosità d'un nemico|from=175|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/23|titolo=Il primo agricoltore|from=177|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/24|titolo=Scrupolo di coscienza pagato caro|from=180|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/25|titolo=Imprese e vanti di ladri|from=182|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/26|titolo=Ambasceria speditiva|from=185|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/27|titolo=L'erede d'un palazzo diroccato|from=186|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/28|titolo=Uno scroccone tra i Manichei|from=188|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/29|titolo=Mercante di foglie di palma medico d'un leone|from=197|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/30|titolo=Sovrano che si fa penitente|from=197|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/31|titolo=Pronto ingegno d'uno scroccone|from=198|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/32|titolo=Un beduino alla corte del Re di Persia|from=202|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/33|titolo=Un solitario misterioso|from=204|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/34|titolo=Alessandro Magno alle porte del Paradiso|from=206|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/35|titolo=Povertà, prefettura, carcere, frutti di generosità|from=208|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo|titolo=Libro terzo|from=215|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/1|titolo=Estrema prova di fedeltà|from=215|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/2|titolo=Quattro amanti alla prova|from=222|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/3|titolo=Ciò che toccar dovea, incoglie all'uom quaggiù|from=224|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/4|titolo=Il Savio e il Matto|from=229|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/5|titolo=L'avventura del giovane mercante|from=233|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/6|titolo=Tenace amore alla vita|from=241|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/7|titolo=Presunzione di giovane punita|from=243|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/8|titolo=Il lottatore e la smania del viaggiare|from=244|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/9|titolo=Tre novelle dell'Angelo della morte|from=252|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/10|titolo=Ricordanza perenne della morte|from=258|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/11|titolo=Avventura di Sindibâd marinaio|from=260|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/12|titolo=Storia del banchiere di Bagdad|from=269|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto|titolo=Libro quarto|from=291|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/1|titolo=Le Isole Maldive.||PAG|from=291|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/2|titolo=Le sorgenti del Nilo|from=298|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/3|titolo=Descrizione del Mâzenderân|from=303|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/4|titolo=L'idolo di Somnâta|from=304|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/5|titolo=La regione del Caucaso|from=306|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/6|titolo=La Cina|from=314|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/7|titolo=Il monte Citrakuta|from=321|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/8|titolo=Templi e idoli sabei|from=324|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/9|titolo=Templi e idoli egiziani|from=327|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/10|titolo=Costumi degli Arabi antichi e loro elogio|from=332|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/11|titolo=Monti e metalli|from=335|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/12|titolo=Le piante|from=337|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/13|titolo=La palma|from=338|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/14|titolo=Gli animali|from=340|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/15|titolo=Gli uccelli|from=341|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/16|titolo=L'usignuolo|from=343|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/17|titolo=L'airone|from=343|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/18|titolo=La zanzara|from=344|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/19|titolo=Il baco da seta|from=345|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/20|titolo=Il ragno|from=346|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/21|titolo=L'ape|from=347|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/22|titolo=Le sanguisughe volanti|from=350|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/23|titolo=La torpedine|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/24|titolo=Il corallo|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/25|titolo=La pesca delle perle nel Golfo Persico|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/26|titolo=Fontane di bitume|from=352|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/27|titolo=Precetti per trovar l'acqua secondo i Nabatei|from=353|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/28|titolo=I fuochi di Sant'Elmo|from=354|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto|titolo=Libro quinto|from=357|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/1|titolo=Onnipotenza e perfezione di Dio|from=357|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/2|titolo=Iddio non può essere compreso da mente umana|from=359|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/3|titolo=Preghiera d'un Arabo del deserto|from=360|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/4|titolo=Dialogo del Sceicco Omar al-Sîni con un anacoreta|from=361|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/5|titolo=Del contentarsi del proprio stato|from=363|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/6|titolo=Avvertimenti ad un principe|from=365|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/7|titolo=Detti memorabili del gran savio Buzurcimihr|from=368|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/8|titolo=Consolazione della filosofia|from=370|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/9|titolo=Parole di Nizâr morente ai suoi figli|from=371|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/10|titolo=Visita la tomba de' tuoi genitori|from=372|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/11|titolo=Dialogo intorno alle diverse qualità dell'uomo|from=374|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/12|titolo=Grave responsabilità dei sovrani davanti a Dio|from=376|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/13|titolo=Vanità delle cose umane|from=378|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/14|titolo=Condanna della filosofia scettica e panteistica|from=379|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/15|titolo=Egoismo e durezza di cuore|from=380|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/16|titolo=Improntitudine di ricchi e di poveri|from=381|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/17|titolo=Insaziabilità|from=381|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/18|titolo=Condanna del motteggiare|from=382|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/19|titolo=Qualità perfette dell'uom generoso|from=383|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/20|titolo=Disputa intorno all'essenza dell'amore|from=390|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/21|titolo=Lodi del silenzio e della sincerità e lealtà nel parlare|from=401|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/22|titolo=Il libro|from=406|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/23|titolo=Gli scrittori|from=407|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/24|titolo=I poeti|from=410|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/25|titolo=L'anima umana e le sue energie|from=411|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/26|titolo=Misera vita umana!|from=416|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/27|titolo=Dottrina dell'unità assoluta dell'Essere universale|from=420|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/28|titolo=La fine del mondo secondo i Zoroastriani|from=425|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto|titolo=Libro sesto|from=431|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/1|titolo=Sentenze e proverbi|from=431|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/2|titolo=Motti arguti e facezie|from=467|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/3|titolo=Favole|from=477|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/3|titolo=Libro settimo|from=513|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1|titolo=Il linguaggio dei fiori e degli uccelli|from=513|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/2|titolo=Allegoria delle stagioni|from=524|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/3|titolo=Il giovane principe e il mendico (allegoria dell'anima umana che sospira alla Beltà divina)|from=530|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/4|titolo=Il cielo e le sue bellezze|from=535|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/5|titolo=Del mare e dei fiumi|from=538|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/6|titolo=Del cero e del fuoco|from=542|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/7|titolo=Della notte e del giorno|from=545|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/8|titolo=Allegoria dell'ape, del cero e della farfalla|from=548|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/9|titolo=Allegoria della Fenice|from=554|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Registro dei nomi|titolo=Registro dei nomi|from=561|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Indice|titolo=Indice|from=587|delta=16}}
|Volumi=
|Note=
|Css=
}}
kdztj3yxnb7r0vtw46kndke1djbn90d
3901645
3901644
2026-09-18T21:15:39Z
Alex brollo
1615
3901645
proofread-index
text/x-wiki
{{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template
|Autore=Autori vari
|NomePagina=Fiori d'Oriente (1907)
|Titolo=
|TitoloOriginale=
|Sottotitolo=
|LinguaOriginale=
|Lingua=
|Traduttore=Italo Pizzi
|Illustratore=
|Curatore=
|Editore=Casa Editrice Scolastica E. Trevisini
|Città=Milano
|Anno=1907
|Fonte={{IA|PizziFioriOriente}}
|Immagine=5
|Progetto=letteratura
|Argomento=antologie
|Qualità=25%
|Pagine=<pagelist
1to16=roman
17=1
591to594=-
/>
|Sommario={{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)|titolo=Fiori d'Oriente (1907)|from=5|delta=F}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Prefazione|titolo=Prefazione|from=9|delta=ix}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo|titolo=Libro primo|from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/1|titolo=Nobile fermezza d'un discendente degli Ommiadi |from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/2|titolo=Umiltà e giustizia del Califfo Omar|from=25|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/3|titolo=Un rigido consigliere|from=27|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/4|titolo=Lealtà eroica di Samuele giudeo|from=32|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/5|titolo=Morte di Amr detto quel dal cane|from=33|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/6|titolo=Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba|from=36|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/7|titolo=Prepotenza di Koleyb e sua morte|from=42|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/8|titolo=Gratitudine verso i benefattori ricompensata|from=46|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/9|titolo=Vita salvata a stento|from=51|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/10|titolo=Morte del Califfo Al-Mamûn|from=54|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/11|titolo=Saladino|from=57|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/12|titolo=Morte di Al-Hakim Califfo d'Egitto|from=59|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/13|titolo=Avventure di Al-Hârith e sua morte|from=63|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/14|titolo=Accoglienze fatte ad un celebre musico d'Arabia|from=70|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/15|titolo=Il poeta Firdusi|from=74|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/16|titolo=Straordinaria ostinazione d'un ladro del denaro pubblico|from=78|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/17|titolo=La guerra di Dâhis|from=84|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/18|titolo=Duello tra Sultano e soldato|from=98|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/19|titolo=Crudele atto di giustizia|from=103|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/20|titolo=Avventuriere generosamente trattato|from=104|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/21|titolo=Spada fatale|from=108|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo|titolo=Libro secondo|from=113|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/1|titolo=L'uomo più generoso|from=113|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/2|titolo=Un matto che fa da maestro a un re|from=115|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/3|titolo=Avventura di Giafar alla corte di Suleyman|from=116|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/4|titolo=Severa lezione data a due prepotenti|from=122|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/5|titolo=Gara di generosità|from=124|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/6|titolo=Sagacità di astronomo|from=126|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/7|titolo=L'anello rinvenuto|from=127|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/8|titolo=Generosità d'un governatore destituito|from=128|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/9|titolo=Storia meravigliosa di due vecchie pianelle|from=130|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/10|titolo=Vittima della propria generosità|from=134|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/11|titolo=Vittima dei proprî versi|from=135|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/12|titolo=Storia meravigliosa del re Salomone e della regina Bilqîsa|from=136|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/13|titolo=Mania religiosa del poeta Abu '1- Atahiya|from=146|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/14|titolo=I figliuoli di Nizâr nel cospetto di Al-Afaa|from=148|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/15|titolo=Follia d'amore|from=150|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/16|titolo=Adamo e il Diavolo poeti|from=154|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/17|titolo=Vittime dell'amore|from=156|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/18|titolo=L'Arcimago e il dialogo delle upupe|from=160|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/19|titolo=Le voci misteriose nelle solitudini d'Arabia|from=164|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/20|titolo=Generosità d'un povero negro|from=169|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/21|titolo=Invidia d'artefice punita e perdonata|from=171|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/22|titolo=Generosità d'un nemico|from=175|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/23|titolo=Il primo agricoltore|from=177|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/24|titolo=Scrupolo di coscienza pagato caro|from=180|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/25|titolo=Imprese e vanti di ladri|from=182|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/26|titolo=Ambasceria speditiva|from=185|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/27|titolo=L'erede d'un palazzo diroccato|from=186|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/28|titolo=Uno scroccone tra i Manichei|from=188|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/29|titolo=Mercante di foglie di palma medico d'un leone|from=197|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/30|titolo=Sovrano che si fa penitente|from=197|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/31|titolo=Pronto ingegno d'uno scroccone|from=198|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/32|titolo=Un beduino alla corte del Re di Persia|from=202|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/33|titolo=Un solitario misterioso|from=204|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/34|titolo=Alessandro Magno alle porte del Paradiso|from=206|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/35|titolo=Povertà, prefettura, carcere, frutti di generosità|from=208|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo|titolo=Libro terzo|from=215|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/1|titolo=Estrema prova di fedeltà|from=215|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/2|titolo=Quattro amanti alla prova|from=222|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/3|titolo=Ciò che toccar dovea, incoglie all'uom quaggiù|from=224|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/4|titolo=Il Savio e il Matto|from=229|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/5|titolo=L'avventura del giovane mercante|from=233|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/6|titolo=Tenace amore alla vita|from=241|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/7|titolo=Presunzione di giovane punita|from=243|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/8|titolo=Il lottatore e la smania del viaggiare|from=244|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/9|titolo=Tre novelle dell'Angelo della morte|from=252|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/10|titolo=Ricordanza perenne della morte|from=258|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/11|titolo=Avventura di Sindibâd marinaio|from=260|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/12|titolo=Storia del banchiere di Bagdad|from=269|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto|titolo=Libro quarto|from=291|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/1|titolo=Le Isole Maldive.||PAG|from=291|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/2|titolo=Le sorgenti del Nilo|from=298|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/3|titolo=Descrizione del Mâzenderân|from=303|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/4|titolo=L'idolo di Somnâta|from=304|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/5|titolo=La regione del Caucaso|from=306|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/6|titolo=La Cina|from=314|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/7|titolo=Il monte Citrakuta|from=321|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/8|titolo=Templi e idoli sabei|from=324|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/9|titolo=Templi e idoli egiziani|from=327|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/10|titolo=Costumi degli Arabi antichi e loro elogio|from=332|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/11|titolo=Monti e metalli|from=335|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/12|titolo=Le piante|from=337|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/13|titolo=La palma|from=338|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/14|titolo=Gli animali|from=340|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/15|titolo=Gli uccelli|from=341|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/16|titolo=L'usignuolo|from=343|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/17|titolo=L'airone|from=343|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/18|titolo=La zanzara|from=344|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/19|titolo=Il baco da seta|from=345|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/20|titolo=Il ragno|from=346|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/21|titolo=L'ape|from=347|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/22|titolo=Le sanguisughe volanti|from=350|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/23|titolo=La torpedine|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/24|titolo=Il corallo|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/25|titolo=La pesca delle perle nel Golfo Persico|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/26|titolo=Fontane di bitume|from=352|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/27|titolo=Precetti per trovar l'acqua secondo i Nabatei|from=353|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/28|titolo=I fuochi di Sant'Elmo|from=354|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto|titolo=Libro quinto|from=357|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/1|titolo=Onnipotenza e perfezione di Dio|from=357|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/2|titolo=Iddio non può essere compreso da mente umana|from=359|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/3|titolo=Preghiera d'un Arabo del deserto|from=360|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/4|titolo=Dialogo del Sceicco Omar al-Sîni con un anacoreta|from=361|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/5|titolo=Del contentarsi del proprio stato|from=363|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/6|titolo=Avvertimenti ad un principe|from=365|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/7|titolo=Detti memorabili del gran savio Buzurcimihr|from=368|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/8|titolo=Consolazione della filosofia|from=370|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/9|titolo=Parole di Nizâr morente ai suoi figli|from=371|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/10|titolo=Visita la tomba de' tuoi genitori|from=372|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/11|titolo=Dialogo intorno alle diverse qualità dell'uomo|from=374|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/12|titolo=Grave responsabilità dei sovrani davanti a Dio|from=376|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/13|titolo=Vanità delle cose umane|from=378|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/14|titolo=Condanna della filosofia scettica e panteistica|from=379|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/15|titolo=Egoismo e durezza di cuore|from=380|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/16|titolo=Improntitudine di ricchi e di poveri|from=381|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/17|titolo=Insaziabilità|from=381|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/18|titolo=Condanna del motteggiare|from=382|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/19|titolo=Qualità perfette dell'uom generoso|from=383|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/20|titolo=Disputa intorno all'essenza dell'amore|from=390|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/21|titolo=Lodi del silenzio e della sincerità e lealtà nel parlare|from=401|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/22|titolo=Il libro|from=406|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/23|titolo=Gli scrittori|from=407|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/24|titolo=I poeti|from=410|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/25|titolo=L'anima umana e le sue energie|from=411|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/26|titolo=Misera vita umana!|from=416|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/27|titolo=Dottrina dell'unità assoluta dell'Essere universale|from=420|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/28|titolo=La fine del mondo secondo i Zoroastriani|from=425|delta=16}}
|Volumi=
|Note=
|Css=
}}
0nn1sx1sxdbtd4ptvl220x7xx0b4r3h
3901646
3901645
2026-09-18T21:17:57Z
Alex brollo
1615
3901646
proofread-index
text/x-wiki
{{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template
|Autore=Autori vari
|NomePagina=Fiori d'Oriente (1907)
|Titolo=
|TitoloOriginale=
|Sottotitolo=
|LinguaOriginale=
|Lingua=
|Traduttore=Italo Pizzi
|Illustratore=
|Curatore=
|Editore=Casa Editrice Scolastica E. Trevisini
|Città=Milano
|Anno=1907
|Fonte={{IA|PizziFioriOriente}}
|Immagine=5
|Progetto=letteratura
|Argomento=antologie
|Qualità=25%
|Pagine=<pagelist
1to16=roman
17=1
591to594=-
/>
|Sommario={{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)|titolo=Fiori d'Oriente (1907)|from=5|delta=F}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Prefazione|titolo=Prefazione|from=9|delta=ix}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo|titolo=Libro primo|from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/1|titolo=Nobile fermezza d'un discendente degli Ommiadi |from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/2|titolo=Umiltà e giustizia del Califfo Omar|from=25|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/3|titolo=Un rigido consigliere|from=27|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/4|titolo=Lealtà eroica di Samuele giudeo|from=32|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/5|titolo=Morte di Amr detto quel dal cane|from=33|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/6|titolo=Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba|from=36|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/7|titolo=Prepotenza di Koleyb e sua morte|from=42|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/8|titolo=Gratitudine verso i benefattori ricompensata|from=46|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/9|titolo=Vita salvata a stento|from=51|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/10|titolo=Morte del Califfo Al-Mamûn|from=54|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/11|titolo=Saladino|from=57|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/12|titolo=Morte di Al-Hakim Califfo d'Egitto|from=59|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/13|titolo=Avventure di Al-Hârith e sua morte|from=63|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/14|titolo=Accoglienze fatte ad un celebre musico d'Arabia|from=70|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/15|titolo=Il poeta Firdusi|from=74|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/16|titolo=Straordinaria ostinazione d'un ladro del denaro pubblico|from=78|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/17|titolo=La guerra di Dâhis|from=84|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/18|titolo=Duello tra Sultano e soldato|from=98|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/19|titolo=Crudele atto di giustizia|from=103|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/20|titolo=Avventuriere generosamente trattato|from=104|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/21|titolo=Spada fatale|from=108|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo|titolo=Libro secondo|from=113|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/1|titolo=L'uomo più generoso|from=113|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/2|titolo=Un matto che fa da maestro a un re|from=115|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/3|titolo=Avventura di Giafar alla corte di Suleyman|from=116|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/4|titolo=Severa lezione data a due prepotenti|from=122|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/5|titolo=Gara di generosità|from=124|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/6|titolo=Sagacità di astronomo|from=126|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/7|titolo=L'anello rinvenuto|from=127|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/8|titolo=Generosità d'un governatore destituito|from=128|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/9|titolo=Storia meravigliosa di due vecchie pianelle|from=130|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/10|titolo=Vittima della propria generosità|from=134|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/11|titolo=Vittima dei proprî versi|from=135|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/12|titolo=Storia meravigliosa del re Salomone e della regina Bilqîsa|from=136|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/13|titolo=Mania religiosa del poeta Abu '1- Atahiya|from=146|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/14|titolo=I figliuoli di Nizâr nel cospetto di Al-Afaa|from=148|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/15|titolo=Follia d'amore|from=150|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/16|titolo=Adamo e il Diavolo poeti|from=154|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/17|titolo=Vittime dell'amore|from=156|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/18|titolo=L'Arcimago e il dialogo delle upupe|from=160|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/19|titolo=Le voci misteriose nelle solitudini d'Arabia|from=164|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/20|titolo=Generosità d'un povero negro|from=169|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/21|titolo=Invidia d'artefice punita e perdonata|from=171|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/22|titolo=Generosità d'un nemico|from=175|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/23|titolo=Il primo agricoltore|from=177|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/24|titolo=Scrupolo di coscienza pagato caro|from=180|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/25|titolo=Imprese e vanti di ladri|from=182|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/26|titolo=Ambasceria speditiva|from=185|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/27|titolo=L'erede d'un palazzo diroccato|from=186|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/28|titolo=Uno scroccone tra i Manichei|from=188|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/29|titolo=Mercante di foglie di palma medico d'un leone|from=197|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/30|titolo=Sovrano che si fa penitente|from=197|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/31|titolo=Pronto ingegno d'uno scroccone|from=198|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/32|titolo=Un beduino alla corte del Re di Persia|from=202|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/33|titolo=Un solitario misterioso|from=204|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/34|titolo=Alessandro Magno alle porte del Paradiso|from=206|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/35|titolo=Povertà, prefettura, carcere, frutti di generosità|from=208|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo|titolo=Libro terzo|from=215|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/1|titolo=Estrema prova di fedeltà|from=215|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/2|titolo=Quattro amanti alla prova|from=222|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/3|titolo=Ciò che toccar dovea, incoglie all'uom quaggiù|from=224|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/4|titolo=Il Savio e il Matto|from=229|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/5|titolo=L'avventura del giovane mercante|from=233|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/6|titolo=Tenace amore alla vita|from=241|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/7|titolo=Presunzione di giovane punita|from=243|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/8|titolo=Il lottatore e la smania del viaggiare|from=244|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/9|titolo=Tre novelle dell'Angelo della morte|from=252|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/10|titolo=Ricordanza perenne della morte|from=258|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/11|titolo=Avventura di Sindibâd marinaio|from=260|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/12|titolo=Storia del banchiere di Bagdad|from=269|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto|titolo=Libro quarto|from=291|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/1|titolo=Le Isole Maldive.||PAG|from=291|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/2|titolo=Le sorgenti del Nilo|from=298|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/3|titolo=Descrizione del Mâzenderân|from=303|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/4|titolo=L'idolo di Somnâta|from=304|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/5|titolo=La regione del Caucaso|from=306|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/6|titolo=La Cina|from=314|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/7|titolo=Il monte Citrakuta|from=321|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/8|titolo=Templi e idoli sabei|from=324|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/9|titolo=Templi e idoli egiziani|from=327|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/10|titolo=Costumi degli Arabi antichi e loro elogio|from=332|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/11|titolo=Monti e metalli|from=335|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/12|titolo=Le piante|from=337|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/13|titolo=La palma|from=338|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/14|titolo=Gli animali|from=340|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/15|titolo=Gli uccelli|from=341|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/16|titolo=L'usignuolo|from=343|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/17|titolo=L'airone|from=343|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/18|titolo=La zanzara|from=344|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/19|titolo=Il baco da seta|from=345|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/20|titolo=Il ragno|from=346|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/21|titolo=L'ape|from=347|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/22|titolo=Le sanguisughe volanti|from=350|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/23|titolo=La torpedine|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/24|titolo=Il corallo|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/25|titolo=La pesca delle perle nel Golfo Persico|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/26|titolo=Fontane di bitume|from=352|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/27|titolo=Precetti per trovar l'acqua secondo i Nabatei|from=353|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/28|titolo=I fuochi di Sant'Elmo|from=354|delta=16}}
|Volumi=
|Note=
|Css=
}}
jg98bugzsh515njqhjgunu1twdaozj5
3901647
3901646
2026-09-18T21:18:45Z
Alex brollo
1615
3901647
proofread-index
text/x-wiki
{{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template
|Autore=Autori vari
|NomePagina=Fiori d'Oriente (1907)
|Titolo=
|TitoloOriginale=
|Sottotitolo=
|LinguaOriginale=
|Lingua=
|Traduttore=Italo Pizzi
|Illustratore=
|Curatore=
|Editore=Casa Editrice Scolastica E. Trevisini
|Città=Milano
|Anno=1907
|Fonte={{IA|PizziFioriOriente}}
|Immagine=5
|Progetto=letteratura
|Argomento=antologie
|Qualità=25%
|Pagine=<pagelist
1to16=roman
17=1
591to594=-
/>
|Sommario={{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)|titolo=Fiori d'Oriente (1907)|from=5|delta=F}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Prefazione|titolo=Prefazione|from=9|delta=ix}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo|titolo=Libro primo|from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/1|titolo=Nobile fermezza d'un discendente degli Ommiadi |from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/2|titolo=Umiltà e giustizia del Califfo Omar|from=25|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/3|titolo=Un rigido consigliere|from=27|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/4|titolo=Lealtà eroica di Samuele giudeo|from=32|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/5|titolo=Morte di Amr detto quel dal cane|from=33|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/6|titolo=Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba|from=36|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/7|titolo=Prepotenza di Koleyb e sua morte|from=42|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/8|titolo=Gratitudine verso i benefattori ricompensata|from=46|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/9|titolo=Vita salvata a stento|from=51|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/10|titolo=Morte del Califfo Al-Mamûn|from=54|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/11|titolo=Saladino|from=57|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/12|titolo=Morte di Al-Hakim Califfo d'Egitto|from=59|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/13|titolo=Avventure di Al-Hârith e sua morte|from=63|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/14|titolo=Accoglienze fatte ad un celebre musico d'Arabia|from=70|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/15|titolo=Il poeta Firdusi|from=74|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/16|titolo=Straordinaria ostinazione d'un ladro del denaro pubblico|from=78|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/17|titolo=La guerra di Dâhis|from=84|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/18|titolo=Duello tra Sultano e soldato|from=98|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/19|titolo=Crudele atto di giustizia|from=103|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/20|titolo=Avventuriere generosamente trattato|from=104|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/21|titolo=Spada fatale|from=108|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo|titolo=Libro secondo|from=113|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/1|titolo=L'uomo più generoso|from=113|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/2|titolo=Un matto che fa da maestro a un re|from=115|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/3|titolo=Avventura di Giafar alla corte di Suleyman|from=116|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/4|titolo=Severa lezione data a due prepotenti|from=122|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/5|titolo=Gara di generosità|from=124|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/6|titolo=Sagacità di astronomo|from=126|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/7|titolo=L'anello rinvenuto|from=127|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/8|titolo=Generosità d'un governatore destituito|from=128|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/9|titolo=Storia meravigliosa di due vecchie pianelle|from=130|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/10|titolo=Vittima della propria generosità|from=134|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/11|titolo=Vittima dei proprî versi|from=135|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/12|titolo=Storia meravigliosa del re Salomone e della regina Bilqîsa|from=136|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/13|titolo=Mania religiosa del poeta Abu '1- Atahiya|from=146|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/14|titolo=I figliuoli di Nizâr nel cospetto di Al-Afaa|from=148|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/15|titolo=Follia d'amore|from=150|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/16|titolo=Adamo e il Diavolo poeti|from=154|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/17|titolo=Vittime dell'amore|from=156|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/18|titolo=L'Arcimago e il dialogo delle upupe|from=160|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/19|titolo=Le voci misteriose nelle solitudini d'Arabia|from=164|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/20|titolo=Generosità d'un povero negro|from=169|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/21|titolo=Invidia d'artefice punita e perdonata|from=171|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/22|titolo=Generosità d'un nemico|from=175|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/23|titolo=Il primo agricoltore|from=177|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/24|titolo=Scrupolo di coscienza pagato caro|from=180|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/25|titolo=Imprese e vanti di ladri|from=182|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/26|titolo=Ambasceria speditiva|from=185|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/27|titolo=L'erede d'un palazzo diroccato|from=186|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/28|titolo=Uno scroccone tra i Manichei|from=188|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/29|titolo=Mercante di foglie di palma medico d'un leone|from=197|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/30|titolo=Sovrano che si fa penitente|from=197|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/31|titolo=Pronto ingegno d'uno scroccone|from=198|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/32|titolo=Un beduino alla corte del Re di Persia|from=202|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/33|titolo=Un solitario misterioso|from=204|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/34|titolo=Alessandro Magno alle porte del Paradiso|from=206|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/35|titolo=Povertà, prefettura, carcere, frutti di generosità|from=208|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo|titolo=Libro terzo|from=215|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/1|titolo=Estrema prova di fedeltà|from=215|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/2|titolo=Quattro amanti alla prova|from=222|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/3|titolo=Ciò che toccar dovea, incoglie all'uom quaggiù|from=224|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/4|titolo=Il Savio e il Matto|from=229|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/5|titolo=L'avventura del giovane mercante|from=233|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/6|titolo=Tenace amore alla vita|from=241|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/7|titolo=Presunzione di giovane punita|from=243|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/8|titolo=Il lottatore e la smania del viaggiare|from=244|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/9|titolo=Tre novelle dell'Angelo della morte|from=252|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/10|titolo=Ricordanza perenne della morte|from=258|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/11|titolo=Avventura di Sindibâd marinaio|from=260|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/12|titolo=Storia del banchiere di Bagdad|from=269|delta=16}}
|Volumi=
|Note=
|Css=
}}
3905m109sblots6tw69jpv2497uua3q
3901648
3901647
2026-09-18T21:23:02Z
Alex brollo
1615
3901648
proofread-index
text/x-wiki
{{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template
|Autore=Autori vari
|NomePagina=Fiori d'Oriente (1907)
|Titolo=
|TitoloOriginale=
|Sottotitolo=
|LinguaOriginale=
|Lingua=
|Traduttore=Italo Pizzi
|Illustratore=
|Curatore=
|Editore=Casa Editrice Scolastica E. Trevisini
|Città=Milano
|Anno=1907
|Fonte={{IA|PizziFioriOriente}}
|Immagine=5
|Progetto=letteratura
|Argomento=antologie
|Qualità=25%
|Pagine=<pagelist
1to16=roman
17=1
591to594=-
/>
|Sommario={{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)|titolo=Fiori d'Oriente (1907)|from=5|delta=F}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Prefazione|titolo=Prefazione|from=9|delta=ix}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo|titolo=Libro primo|from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/1|titolo=Nobile fermezza d'un discendente degli Ommiadi |from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/2|titolo=Umiltà e giustizia del Califfo Omar|from=25|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/3|titolo=Un rigido consigliere|from=27|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/4|titolo=Lealtà eroica di Samuele giudeo|from=32|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/5|titolo=Morte di Amr detto quel dal cane|from=33|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/6|titolo=Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba|from=36|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/7|titolo=Prepotenza di Koleyb e sua morte|from=42|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/8|titolo=Gratitudine verso i benefattori ricompensata|from=46|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/9|titolo=Vita salvata a stento|from=51|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/10|titolo=Morte del Califfo Al-Mamûn|from=54|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/11|titolo=Saladino|from=57|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/12|titolo=Morte di Al-Hakim Califfo d'Egitto|from=59|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/13|titolo=Avventure di Al-Hârith e sua morte|from=63|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/14|titolo=Accoglienze fatte ad un celebre musico d'Arabia|from=70|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/15|titolo=Il poeta Firdusi|from=74|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/16|titolo=Straordinaria ostinazione d'un ladro del denaro pubblico|from=78|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/17|titolo=La guerra di Dâhis|from=84|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/18|titolo=Duello tra Sultano e soldato|from=98|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/19|titolo=Crudele atto di giustizia|from=103|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/20|titolo=Avventuriere generosamente trattato|from=104|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/21|titolo=Spada fatale|from=108|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo|titolo=Libro secondo|from=113|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/1|titolo=L'uomo più generoso|from=113|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/2|titolo=Un matto che fa da maestro a un re|from=115|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/3|titolo=Avventura di Giafar alla corte di Suleyman|from=116|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/4|titolo=Severa lezione data a due prepotenti|from=122|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/5|titolo=Gara di generosità|from=124|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/6|titolo=Sagacità di astronomo|from=126|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/7|titolo=L'anello rinvenuto|from=127|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/8|titolo=Generosità d'un governatore destituito|from=128|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/9|titolo=Storia meravigliosa di due vecchie pianelle|from=130|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/10|titolo=Vittima della propria generosità|from=134|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/11|titolo=Vittima dei proprî versi|from=135|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/12|titolo=Storia meravigliosa del re Salomone e della regina Bilqîsa|from=136|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/13|titolo=Mania religiosa del poeta Abu '1- Atahiya|from=146|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/14|titolo=I figliuoli di Nizâr nel cospetto di Al-Afaa|from=148|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/15|titolo=Follia d'amore|from=150|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/16|titolo=Adamo e il Diavolo poeti|from=154|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/17|titolo=Vittime dell'amore|from=156|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/18|titolo=L'Arcimago e il dialogo delle upupe|from=160|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/19|titolo=Le voci misteriose nelle solitudini d'Arabia|from=164|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/20|titolo=Generosità d'un povero negro|from=169|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/21|titolo=Invidia d'artefice punita e perdonata|from=171|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/22|titolo=Generosità d'un nemico|from=175|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/23|titolo=Il primo agricoltore|from=177|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/24|titolo=Scrupolo di coscienza pagato caro|from=180|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/25|titolo=Imprese e vanti di ladri|from=182|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/26|titolo=Ambasceria speditiva|from=185|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/27|titolo=L'erede d'un palazzo diroccato|from=186|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/28|titolo=Uno scroccone tra i Manichei|from=188|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/29|titolo=Mercante di foglie di palma medico d'un leone|from=197|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/30|titolo=Sovrano che si fa penitente|from=197|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/31|titolo=Pronto ingegno d'uno scroccone|from=198|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/32|titolo=Un beduino alla corte del Re di Persia|from=202|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/33|titolo=Un solitario misterioso|from=204|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/34|titolo=Alessandro Magno alle porte del Paradiso|from=206|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/35|titolo=Povertà, prefettura, carcere, frutti di generosità|from=208|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo|titolo=Libro terzo|from=215|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/1|titolo=Estrema prova di fedeltà|from=215|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/2|titolo=Quattro amanti alla prova|from=222|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/3|titolo=Ciò che toccar dovea, incoglie all'uom quaggiù|from=224|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/4|titolo=Il Savio e il Matto|from=229|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/5|titolo=L'avventura del giovane mercante|from=233|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/6|titolo=Tenace amore alla vita|from=241|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/7|titolo=Presunzione di giovane punita|from=243|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/8|titolo=Il lottatore e la smania del viaggiare|from=244|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/9|titolo=Tre novelle dell'Angelo della morte|from=252|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/10|titolo=Ricordanza perenne della morte|from=258|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/11|titolo=Avventura di Sindibâd marinaio|from=260|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/12|titolo=Storia del banchiere di Bagdad|from=269|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto|titolo=Libro quarto|from=291|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/1|titolo=Le Isole Maldive|from=291|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/2|titolo=Le sorgenti del Nilo|from=298|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/3|titolo=Descrizione del Mâzenderân|from=303|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/4|titolo=L'idolo di Somnâta|from=304|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/5|titolo=La regione del Caucaso|from=306|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/6|titolo=La Cina|from=314|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/7|titolo=Il monte Citrakuta|from=321|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/8|titolo=Templi e idoli sabei|from=324|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/9|titolo=Templi e idoli egiziani|from=327|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/10|titolo=Costumi degli Arabi antichi e loro elogio|from=332|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/11|titolo=Monti e metalli|from=335|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/12|titolo=Le piante|from=337|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/13|titolo=La palma|from=338|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/14|titolo=Gli animali|from=340|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/15|titolo=Gli uccelli|from=341|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/16|titolo=L'usignuolo|from=343|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/17|titolo=L'airone|from=343|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/18|titolo=La zanzara|from=344|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/19|titolo=Il baco da seta|from=345|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/20|titolo=Il ragno|from=346|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/21|titolo=L'ape|from=347|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/22|titolo=Le sanguisughe volanti|from=350|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/23|titolo=La torpedine|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/24|titolo=Il corallo|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/25|titolo=La pesca delle perle nel Golfo Persico|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/26|titolo=Fontane di bitume|from=352|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/27|titolo=Precetti per trovar l'acqua secondo i Nabatei|from=353|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/28|titolo=I fuochi di Sant'Elmo|from=354|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto|titolo=Libro quinto|from=357|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/1|titolo=Onnipotenza e perfezione di Dio|from=357|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/2|titolo=Iddio non può essere compreso da mente umana|from=359|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/3|titolo=Preghiera d'un Arabo del deserto|from=360|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/4|titolo=Dialogo del Sceicco Omar al-Sîni con un anacoreta|from=361|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/5|titolo=Del contentarsi del proprio stato|from=363|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/6|titolo=Avvertimenti ad un principe|from=365|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/7|titolo=Detti memorabili del gran savio Buzurcimihr|from=368|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/8|titolo=Consolazione della filosofia|from=370|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/9|titolo=Parole di Nizâr morente ai suoi figli|from=371|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/10|titolo=Visita la tomba de' tuoi genitori|from=372|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/11|titolo=Dialogo intorno alle diverse qualità dell'uomo|from=374|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/12|titolo=Grave responsabilità dei sovrani davanti a Dio|from=376|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/13|titolo=Vanità delle cose umane|from=378|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/14|titolo=Condanna della filosofia scettica e panteistica|from=379|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/15|titolo=Egoismo e durezza di cuore|from=380|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/16|titolo=Improntitudine di ricchi e di poveri|from=381|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/17|titolo=Insaziabilità|from=381|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/18|titolo=Condanna del motteggiare|from=382|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/19|titolo=Qualità perfette dell'uom generoso|from=383|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/20|titolo=Disputa intorno all'essenza dell'amore|from=390|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/21|titolo=Lodi del silenzio e della sincerità e lealtà nel parlare|from=401|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/22|titolo=Il libro|from=406|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/23|titolo=Gli scrittori|from=407|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/24|titolo=I poeti|from=410|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/25|titolo=L'anima umana e le sue energie|from=411|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/26|titolo=Misera vita umana!|from=416|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/27|titolo=Dottrina dell'unità assoluta dell'Essere universale|from=420|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/28|titolo=La fine del mondo secondo i Zoroastriani|from=425|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto|titolo=Libro sesto|from=431|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/1|titolo=Sentenze e proverbi|from=431|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/2|titolo=Motti arguti e facezie|from=467|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/3|titolo=Favole|from=477|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/3|titolo=Libro settimo|from=513|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1|titolo=Il linguaggio dei fiori e degli uccelli|from=513|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/2|titolo=Allegoria delle stagioni|from=524|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/3|titolo=Il giovane principe e il mendico (allegoria dell'anima umana che sospira alla Beltà divina)|from=530|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/4|titolo=Il cielo e le sue bellezze|from=535|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/5|titolo=Del mare e dei fiumi|from=538|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/6|titolo=Del cero e del fuoco|from=542|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/7|titolo=Della notte e del giorno|from=545|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/8|titolo=Allegoria dell'ape, del cero e della farfalla|from=548|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/9|titolo=Allegoria della Fenice|from=554|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Registro dei nomi|titolo=Registro dei nomi|from=561|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Indice|titolo=Indice|from=587|delta=16}}
|Volumi=
|Note=
|Css=
}}
4jrk8nmwxup6xxx6w9liuxlp0jnaiog
3901650
3901648
2026-09-18T21:25:29Z
Alex brollo
1615
3901650
proofread-index
text/x-wiki
{{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template
|Autore=Autori vari
|NomePagina=Fiori d'Oriente (1907)
|Titolo=
|TitoloOriginale=
|Sottotitolo=
|LinguaOriginale=
|Lingua=
|Traduttore=Italo Pizzi
|Illustratore=
|Curatore=
|Editore=Casa Editrice Scolastica E. Trevisini
|Città=Milano
|Anno=1907
|Fonte={{IA|PizziFioriOriente}}
|Immagine=5
|Progetto=letteratura
|Argomento=antologie
|Qualità=25%
|Pagine=<pagelist
1to16=roman
17=1
591to594=-
/>
|Sommario={{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)|titolo=Fiori d'Oriente (1907)|from=5|delta=F}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Prefazione|titolo=Prefazione|from=9|delta=ix}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo|titolo=Libro primo|from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/1|titolo=Nobile fermezza d'un discendente degli Ommiadi |from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/2|titolo=Umiltà e giustizia del Califfo Omar|from=25|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/3|titolo=Un rigido consigliere|from=27|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/4|titolo=Lealtà eroica di Samuele giudeo|from=32|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/5|titolo=Morte di Amr detto quel dal cane|from=33|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/6|titolo=Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba|from=36|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/7|titolo=Prepotenza di Koleyb e sua morte|from=42|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/8|titolo=Gratitudine verso i benefattori ricompensata|from=46|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/9|titolo=Vita salvata a stento|from=51|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/10|titolo=Morte del Califfo Al-Mamûn|from=54|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/11|titolo=Saladino|from=57|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/12|titolo=Morte di Al-Hakim Califfo d'Egitto|from=59|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/13|titolo=Avventure di Al-Hârith e sua morte|from=63|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/14|titolo=Accoglienze fatte ad un celebre musico d'Arabia|from=70|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/15|titolo=Il poeta Firdusi|from=74|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/16|titolo=Straordinaria ostinazione d'un ladro del denaro pubblico|from=78|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/17|titolo=La guerra di Dâhis|from=84|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/18|titolo=Duello tra Sultano e soldato|from=98|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/19|titolo=Crudele atto di giustizia|from=103|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/20|titolo=Avventuriere generosamente trattato|from=104|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/21|titolo=Spada fatale|from=108|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo|titolo=Libro secondo|from=113|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/1|titolo=L'uomo più generoso|from=113|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/2|titolo=Un matto che fa da maestro a un re|from=115|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/3|titolo=Avventura di Giafar alla corte di Suleyman|from=116|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/4|titolo=Severa lezione data a due prepotenti|from=122|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/5|titolo=Gara di generosità|from=124|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/6|titolo=Sagacità di astronomo|from=126|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/7|titolo=L'anello rinvenuto|from=127|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/8|titolo=Generosità d'un governatore destituito|from=128|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/9|titolo=Storia meravigliosa di due vecchie pianelle|from=130|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/10|titolo=Vittima della propria generosità|from=134|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/11|titolo=Vittima dei proprî versi|from=135|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/12|titolo=Storia meravigliosa del re Salomone e della regina Bilqîsa|from=136|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/13|titolo=Mania religiosa del poeta Abu '1- Atahiya|from=146|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/14|titolo=I figliuoli di Nizâr nel cospetto di Al-Afaa|from=148|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/15|titolo=Follia d'amore|from=150|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/16|titolo=Adamo e il Diavolo poeti|from=154|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/17|titolo=Vittime dell'amore|from=156|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/18|titolo=L'Arcimago e il dialogo delle upupe|from=160|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/19|titolo=Le voci misteriose nelle solitudini d'Arabia|from=164|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/20|titolo=Generosità d'un povero negro|from=169|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/21|titolo=Invidia d'artefice punita e perdonata|from=171|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/22|titolo=Generosità d'un nemico|from=175|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/23|titolo=Il primo agricoltore|from=177|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/24|titolo=Scrupolo di coscienza pagato caro|from=180|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/25|titolo=Imprese e vanti di ladri|from=182|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/26|titolo=Ambasceria speditiva|from=185|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/27|titolo=L'erede d'un palazzo diroccato|from=186|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/28|titolo=Uno scroccone tra i Manichei|from=188|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/29|titolo=Mercante di foglie di palma medico d'un leone|from=197|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/30|titolo=Sovrano che si fa penitente|from=197|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/31|titolo=Pronto ingegno d'uno scroccone|from=198|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/32|titolo=Un beduino alla corte del Re di Persia|from=202|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/33|titolo=Un solitario misterioso|from=204|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/34|titolo=Alessandro Magno alle porte del Paradiso|from=206|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/35|titolo=Povertà, prefettura, carcere, frutti di generosità|from=208|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo|titolo=Libro terzo|from=215|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/1|titolo=Estrema prova di fedeltà|from=215|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/2|titolo=Quattro amanti alla prova|from=222|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/3|titolo=Ciò che toccar dovea, incoglie all'uom quaggiù|from=224|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/4|titolo=Il Savio e il Matto|from=229|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/5|titolo=L'avventura del giovane mercante|from=233|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/6|titolo=Tenace amore alla vita|from=241|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/7|titolo=Presunzione di giovane punita|from=243|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/8|titolo=Il lottatore e la smania del viaggiare|from=244|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/9|titolo=Tre novelle dell'Angelo della morte|from=252|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/10|titolo=Ricordanza perenne della morte|from=258|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/11|titolo=Avventura di Sindibâd marinaio|from=260|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/12|titolo=Storia del banchiere di Bagdad|from=269|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto|titolo=Libro quarto|from=291|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/1|titolo=Le Isole Maldive|from=291|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/2|titolo=Le sorgenti del Nilo|from=298|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/3|titolo=Descrizione del Mâzenderân|from=303|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/4|titolo=L'idolo di Somnâta|from=304|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/5|titolo=La regione del Caucaso|from=306|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/6|titolo=La Cina|from=314|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/7|titolo=Il monte Citrakuta|from=321|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/8|titolo=Templi e idoli sabei|from=324|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/9|titolo=Templi e idoli egiziani|from=327|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/10|titolo=Costumi degli Arabi antichi e loro elogio|from=332|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/11|titolo=Monti e metalli|from=335|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/12|titolo=Le piante|from=337|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/13|titolo=La palma|from=338|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/14|titolo=Gli animali|from=340|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/15|titolo=Gli uccelli|from=341|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/16|titolo=L'usignuolo|from=343|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/17|titolo=L'airone|from=343|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/18|titolo=La zanzara|from=344|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/19|titolo=Il baco da seta|from=345|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/20|titolo=Il ragno|from=346|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/21|titolo=L'ape|from=347|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/22|titolo=Le sanguisughe volanti|from=350|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/23|titolo=La torpedine|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/24|titolo=Il corallo|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/25|titolo=La pesca delle perle nel Golfo Persico|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/26|titolo=Fontane di bitume|from=352|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/27|titolo=Precetti per trovar l'acqua secondo i Nabatei|from=353|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/28|titolo=I fuochi di Sant'Elmo|from=354|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto|titolo=Libro quinto|from=357|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/1|titolo=Onnipotenza e perfezione di Dio|from=357|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/2|titolo=Iddio non può essere compreso da mente umana|from=359|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/3|titolo=Preghiera d'un Arabo del deserto|from=360|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/4|titolo=Dialogo del Sceicco Omar al-Sîni con un anacoreta|from=361|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/5|titolo=Del contentarsi del proprio stato|from=363|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/6|titolo=Avvertimenti ad un principe|from=365|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/7|titolo=Detti memorabili del gran savio Buzurcimihr|from=368|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/8|titolo=Consolazione della filosofia|from=370|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/9|titolo=Parole di Nizâr morente ai suoi figli|from=371|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/10|titolo=Visita la tomba de' tuoi genitori|from=372|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/11|titolo=Dialogo intorno alle diverse qualità dell'uomo|from=374|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/12|titolo=Grave responsabilità dei sovrani davanti a Dio|from=376|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/13|titolo=Vanità delle cose umane|from=378|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/14|titolo=Condanna della filosofia scettica e panteistica|from=379|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/15|titolo=Egoismo e durezza di cuore|from=380|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/16|titolo=Improntitudine di ricchi e di poveri|from=381|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/17|titolo=Insaziabilità|from=381|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/18|titolo=Condanna del motteggiare|from=382|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/19|titolo=Qualità perfette dell'uom generoso|from=383|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/20|titolo=Disputa intorno all'essenza dell'amore|from=390|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/21|titolo=Lodi del silenzio e della sincerità e lealtà nel parlare|from=401|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/22|titolo=Il libro|from=406|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/23|titolo=Gli scrittori|from=407|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/24|titolo=I poeti|from=410|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/25|titolo=L'anima umana e le sue energie|from=411|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/26|titolo=Misera vita umana!|from=416|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/27|titolo=Dottrina dell'unità assoluta dell'Essere universale|from=420|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/28|titolo=La fine del mondo secondo i Zoroastriani|from=425|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto|titolo=Libro sesto|from=431|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/1|titolo=Sentenze e proverbi|from=431|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/1//A. Arabi|titolo=A. Arabi|from=431|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/1//B. Persiani|titolo=B. Persiani|from=445|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/1//C. Indiani|titolo=C. Indiani|from=456|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/1//D. Ebrei|titolo=D. Ebrei|from=463|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/2|titolo=Motti arguti e facezie|from=467|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/3|titolo=Favole|from=477|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/3//A. Favole indiane|titolo=A. Favole indiane|from=477|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/3//B. Favole persiane|titolo=B. Favole persiane|from=486|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/3//C. Favole siriache|titolo=C. Favole siriache|from=494|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/3//D. Favole arabe|titolo=D. Favole arabe|from=496|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/3|titolo=Libro settimo|from=513|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1|titolo=Il linguaggio dei fiori e degli uccelli|from=513|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1//Discorso dello zefiro|titolo=Discorso dello zefiro|from=514|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1//Discorso della rosa|titolo=Discorso della rosa|from=515|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1//Discorso del mirto|titolo=Discorso del mirto|from=517|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1//Discorso del narciso|titolo=Discorso del narciso|from=518|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1//Discorso dell'usignuolo|titolo=Discorso dell'usignuolo|from=519|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1//Discorso della colomba|titolo=Discorso della colomba|from=520|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1//Discorso del pavone |titolo=Discorso del pavone |from=522|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/2|titolo=Allegoria delle stagioni|from=524|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/3|titolo=Il giovane principe e il mendico (allegoria dell'anima umana che sospira alla Beltà divina)|from=530|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/4|titolo=Il cielo e le sue bellezze|from=535|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/5|titolo=Del mare e dei fiumi|from=538|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/6|titolo=Del cero e del fuoco|from=542|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/7|titolo=Della notte e del giorno|from=545|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/8|titolo=Allegoria dell'ape, del cero e della farfalla|from=548|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/9|titolo=Allegoria della Fenice|from=554|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Registro dei nomi|titolo=Registro dei nomi|from=561|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Indice|titolo=Indice|from=587|delta=16}}
|Volumi=
|Note=
|Css=
}}
r899rs7ai09c8h1lh1g7lorzm07xwo3
3901652
3901650
2026-09-18T21:32:42Z
Alex brollo
1615
3901652
proofread-index
text/x-wiki
{{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template
|Autore=Autori vari
|NomePagina=Fiori d'Oriente (1907)
|Titolo=
|TitoloOriginale=
|Sottotitolo=
|LinguaOriginale=
|Lingua=
|Traduttore=Italo Pizzi
|Illustratore=
|Curatore=
|Editore=Casa Editrice Scolastica E. Trevisini
|Città=Milano
|Anno=1907
|Fonte={{IA|PizziFioriOriente}}
|Immagine=5
|Progetto=letteratura
|Argomento=antologie
|Qualità=25%
|Pagine=<pagelist
1to16=roman
17=1
591to594=-
/>
|Sommario={{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)|titolo=Fiori d'Oriente (1907)|from=5|delta=F}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Prefazione|titolo=Prefazione|from=9|delta=ix}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo|titolo=Libro primo|from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/1|titolo=Nobile fermezza d'un discendente degli Ommiadi |from=17|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/2|titolo=Umiltà e giustizia del Califfo Omar|from=25|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/3|titolo=Un rigido consigliere|from=27|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/4|titolo=Lealtà eroica di Samuele giudeo|from=32|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/5|titolo=Morte di Amr detto quel dal cane|from=33|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/6|titolo=Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba|from=36|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/7|titolo=Prepotenza di Koleyb e sua morte|from=42|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/8|titolo=Gratitudine verso i benefattori ricompensata|from=46|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/9|titolo=Vita salvata a stento|from=51|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/10|titolo=Morte del Califfo Al-Mamûn|from=54|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/11|titolo=Saladino|from=57|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/12|titolo=Morte di Al-Hakim Califfo d'Egitto|from=59|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/13|titolo=Avventure di Al-Hârith e sua morte|from=63|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/14|titolo=Accoglienze fatte ad un celebre musico d'Arabia|from=70|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/15|titolo=Il poeta Firdusi|from=74|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/16|titolo=Straordinaria ostinazione d'un ladro del denaro pubblico|from=78|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/17|titolo=La guerra di Dâhis|from=84|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/18|titolo=Duello tra Sultano e soldato|from=98|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/19|titolo=Crudele atto di giustizia|from=103|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/20|titolo=Avventuriere generosamente trattato|from=104|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/21|titolo=Spada fatale|from=108|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo|titolo=Libro secondo|from=113|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/1|titolo=L'uomo più generoso|from=113|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/2|titolo=Un matto che fa da maestro a un re|from=115|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/3|titolo=Avventura di Giafar alla corte di Suleyman|from=116|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/4|titolo=Severa lezione data a due prepotenti|from=122|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/5|titolo=Gara di generosità|from=124|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/6|titolo=Sagacità di astronomo|from=126|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/7|titolo=L'anello rinvenuto|from=127|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/8|titolo=Generosità d'un governatore destituito|from=128|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/9|titolo=Storia meravigliosa di due vecchie pianelle|from=130|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/10|titolo=Vittima della propria generosità|from=134|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/11|titolo=Vittima dei proprî versi|from=135|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/12|titolo=Storia meravigliosa del re Salomone e della regina Bilqîsa|from=136|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/13|titolo=Mania religiosa del poeta Abu '1- Atahiya|from=146|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/14|titolo=I figliuoli di Nizâr nel cospetto di Al-Afaa|from=148|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/15|titolo=Follia d'amore|from=150|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/16|titolo=Adamo e il Diavolo poeti|from=154|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/17|titolo=Vittime dell'amore|from=156|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/18|titolo=L'Arcimago e il dialogo delle upupe|from=160|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/19|titolo=Le voci misteriose nelle solitudini d'Arabia|from=164|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/20|titolo=Generosità d'un povero negro|from=169|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/21|titolo=Invidia d'artefice punita e perdonata|from=171|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/22|titolo=Generosità d'un nemico|from=175|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/23|titolo=Il primo agricoltore|from=177|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/24|titolo=Scrupolo di coscienza pagato caro|from=180|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/25|titolo=Imprese e vanti di ladri|from=182|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/26|titolo=Ambasceria speditiva|from=185|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/27|titolo=L'erede d'un palazzo diroccato|from=186|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/28|titolo=Uno scroccone tra i Manichei|from=188|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/29|titolo=Mercante di foglie di palma medico d'un leone|from=197|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/30|titolo=Sovrano che si fa penitente|from=197|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/31|titolo=Pronto ingegno d'uno scroccone|from=198|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/32|titolo=Un beduino alla corte del Re di Persia|from=202|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/33|titolo=Un solitario misterioso|from=204|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/34|titolo=Alessandro Magno alle porte del Paradiso|from=206|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/35|titolo=Povertà, prefettura, carcere, frutti di generosità|from=208|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo|titolo=Libro terzo|from=215|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/1|titolo=Estrema prova di fedeltà|from=215|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/2|titolo=Quattro amanti alla prova|from=222|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/3|titolo=Ciò che toccar dovea, incoglie all'uom quaggiù|from=224|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/4|titolo=Il Savio e il Matto|from=229|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/5|titolo=L'avventura del giovane mercante|from=233|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/6|titolo=Tenace amore alla vita|from=241|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/7|titolo=Presunzione di giovane punita|from=243|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/8|titolo=Il lottatore e la smania del viaggiare|from=244|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/9|titolo=Tre novelle dell'Angelo della morte|from=252|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/10|titolo=Ricordanza perenne della morte|from=258|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/11|titolo=Avventura di Sindibâd marinaio|from=260|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/12|titolo=Storia del banchiere di Bagdad|from=269|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto|titolo=Libro quarto|from=291|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/1|titolo=Le Isole Maldive|from=291|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/2|titolo=Le sorgenti del Nilo|from=298|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/3|titolo=Descrizione del Mâzenderân|from=303|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/4|titolo=L'idolo di Somnâta|from=304|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/5|titolo=La regione del Caucaso|from=306|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/6|titolo=La Cina|from=314|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/7|titolo=Il monte Citrakuta|from=321|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/8|titolo=Templi e idoli sabei|from=324|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/9|titolo=Templi e idoli egiziani|from=327|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/10|titolo=Costumi degli Arabi antichi e loro elogio|from=332|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/11|titolo=Monti e metalli|from=335|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/12|titolo=Le piante|from=337|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/13|titolo=La palma|from=338|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/14|titolo=Gli animali|from=340|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/15|titolo=Gli uccelli|from=341|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/16|titolo=L'usignuolo|from=343|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/17|titolo=L'airone|from=343|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/18|titolo=La zanzara|from=344|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/19|titolo=Il baco da seta|from=345|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/20|titolo=Il ragno|from=346|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/21|titolo=L'ape|from=347|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/22|titolo=Le sanguisughe volanti|from=350|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/23|titolo=La torpedine|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/24|titolo=Il corallo|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/25|titolo=La pesca delle perle nel Golfo Persico|from=351|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/26|titolo=Fontane di bitume|from=352|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/27|titolo=Precetti per trovar l'acqua secondo i Nabatei|from=353|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/28|titolo=I fuochi di Sant'Elmo|from=354|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto|titolo=Libro quinto|from=357|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/1|titolo=Onnipotenza e perfezione di Dio|from=357|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/2|titolo=Iddio non può essere compreso da mente umana|from=359|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/3|titolo=Preghiera d'un Arabo del deserto|from=360|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/4|titolo=Dialogo del Sceicco Omar al-Sîni con un anacoreta|from=361|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/5|titolo=Del contentarsi del proprio stato|from=363|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/6|titolo=Avvertimenti ad un principe|from=365|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/7|titolo=Detti memorabili del gran savio Buzurcimihr|from=368|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/8|titolo=Consolazione della filosofia|from=370|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/9|titolo=Parole di Nizâr morente ai suoi figli|from=371|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/10|titolo=Visita la tomba de' tuoi genitori|from=372|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/11|titolo=Dialogo intorno alle diverse qualità dell'uomo|from=374|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/12|titolo=Grave responsabilità dei sovrani davanti a Dio|from=376|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/13|titolo=Vanità delle cose umane|from=378|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/14|titolo=Condanna della filosofia scettica e panteistica|from=379|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/15|titolo=Egoismo e durezza di cuore|from=380|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/16|titolo=Improntitudine di ricchi e di poveri|from=381|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/17|titolo=Insaziabilità|from=381|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/18|titolo=Condanna del motteggiare|from=382|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/19|titolo=Qualità perfette dell'uom generoso|from=383|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/20|titolo=Disputa intorno all'essenza dell'amore|from=390|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/21|titolo=Lodi del silenzio e della sincerità e lealtà nel parlare|from=401|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/22|titolo=Il libro|from=406|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/23|titolo=Gli scrittori|from=407|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/24|titolo=I poeti|from=410|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/25|titolo=L'anima umana e le sue energie|from=411|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/26|titolo=Misera vita umana!|from=416|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/27|titolo=Dottrina dell'unità assoluta dell'Essere universale|from=420|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/28|titolo=La fine del mondo secondo i Zoroastriani|from=425|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto|titolo=Libro sesto|from=431|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/1|titolo=Sentenze e proverbi|from=431|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/1/A. Arabi|titolo=A. Arabi|from=431|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/1/B. Persiani|titolo=B. Persiani|from=445|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/1/C. Indiani|titolo=C. Indiani|from=456|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/1/D. Ebrei|titolo=D. Ebrei|from=463|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/2|titolo=Motti arguti e facezie|from=467|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/3|titolo=Favole|from=477|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/3/A. Favole indiane|titolo=A. Favole indiane|from=477|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/3/B. Favole persiane|titolo=B. Favole persiane|from=486|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/3/C. Favole siriache|titolo=C. Favole siriache|from=494|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/3/D. Favole arabe|titolo=D. Favole arabe|from=496|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/3|titolo=Libro settimo|from=513|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1|titolo=Il linguaggio dei fiori e degli uccelli|from=513|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1/Discorso dello zefiro|titolo=Discorso dello zefiro|from=514|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1/Discorso della rosa|titolo=Discorso della rosa|from=515|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1/Discorso del mirto|titolo=Discorso del mirto|from=517|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1/Discorso del narciso|titolo=Discorso del narciso|from=518|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1/Discorso dell'usignuolo|titolo=Discorso dell'usignuolo|from=519|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1/Discorso della colomba|titolo=Discorso della colomba|from=520|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1/Discorso del pavone |titolo=Discorso del pavone |from=522|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/2|titolo=Allegoria delle stagioni|from=524|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/3|titolo=Il giovane principe e il mendico (allegoria dell'anima umana che sospira alla Beltà divina)|from=530|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/4|titolo=Il cielo e le sue bellezze|from=535|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/5|titolo=Del mare e dei fiumi|from=538|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/6|titolo=Del cero e del fuoco|from=542|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/7|titolo=Della notte e del giorno|from=545|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/8|titolo=Allegoria dell'ape, del cero e della farfalla|from=548|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/9|titolo=Allegoria della Fenice|from=554|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Registro dei nomi|titolo=Registro dei nomi|from=561|delta=16}}
{{Indice sommario|nome=Fiori d'Oriente (1907)/Indice|titolo=Indice|from=587|delta=16}}
|Volumi=
|Note=
|Css=
}}
q0ce98yyuyu1qwpxdo3l947nvrqax8f
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/587
108
1030783
3901551
3899418
2026-09-18T13:39:09Z
Alex brollo
1615
/* new eis level1 */
3901551
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" /></noinclude><poem>
25
INDICE
Prefazione PAG. IX
LIBRO PRIMO
Racconti storici.
1. Nobile fermezza d'un discendente degli Ommiadi PAG 1
2. Umiltà e giustizia del Califfo Omar 9
3. Un rigido consigliere 11
4. Lealtà eroica di Samuele giudeo 16
5. Morte di Amr detto quel dal cane 17
6. Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba 20
7. Prepotenza di Koleyb e sua morte 26
8. Gratitudine verso i benefattori ricompensata 30
9. Vita salvata a stento 35
10. Morte del Califfo Al-Mamûn 38
11. Saladino 41
12. Morte di Al-Hakim Califfo d'Egitto 43
13. Avventure di Al-Hârith e sua morte 47
14. Accoglienze fatte ad un celebre musico d'Arabia 54
15. Il poeta Firdusi 58
16. Straordinaria ostinazione d'un ladro del denaro pubblico 62
17. La guerra di Dâhis 68
18. Duello tra Sultano e soldato 82
19. Crudele atto di giustizia 87
20. Avventuriere generosamente trattato 88
21. Spada fatale 92
LIBRO SECONDO
1. L'uomo più generoso||PAG 97
2. Un matto che fa da maestro a un re 99
3. Avventura di Giafar alla corte di Suleyman 100
4. Severa lezione data a due prepotenti 106
Aneddoti e avventure strane
</poem><noinclude><references/></noinclude>
j5i7vqoqrcoob0mpj0b6yi27d0jscz1
3901557
3901551
2026-09-18T13:41:31Z
Alex brollo
1615
/* new eis level1 */
3901557
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 571 —|}}</noinclude><poem>
25
INDICE
Prefazione PAG. IX
LIBRO PRIMO
Racconti storici.
1. Nobile fermezza d’un discendente degli Ommiadi 1
2. Umiltà e giustizia del Califfo Omar 9
3. Un rigido consigliere 11
4. Lealtà eroica di Samuele giudeo 16
5. Morte di Amr detto quel dal cane 17
6. Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba 20
7. Prepotenza di Koleyb e sua morte 26
8. Gratitudine verso i benefattori ricompensata 30
9. Vita salvata a stento 35
10. Morte del Califfo Al-Mamûn 38
11. Saladino 41
12. Morte di Al-Hakim Califfo d’Egitto 43
13. Avventure di Al-Hârith e sua morte 47
14. Accoglienze fatte ad un celebre musico d’Arabia 54
15. Il poeta Firdusi 58
16. Straordinaria ostinazione d’un ladro del denaro pubblico 62
17. La guerra di Dâhis 68
18. Duello tra Sultano e soldato 82
19. Crudele atto di giustizia 87
20. Avventuriere generosamente trattato 88
21. Spada fatale 92
LIBRO SECONDO
1. L’uomo più generoso||PAG 97
2. Un matto che fa da maestro a un re 99
3. Avventura di Giafar alla corte di Suleyman 100
4. Severa lezione data a due prepotenti 106
Aneddoti e avventure strane
</poem><noinclude><references/></noinclude>
gllpiuq2go5831fi1pcq5hwxjpzy87p
3901566
3901557
2026-09-18T14:02:40Z
Alex brollo
1615
/* new eis level1 */
3901566
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 571 —|}}</noinclude>
INDICE
Prefazione PAG. IX
LIBRO PRIMO
Racconti storici.
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=1.|titolo=Nobile fermezza d’un discendente degli Ommiadi |pagina=» {{Pg|1}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=2.|titolo=Umiltà e giustizia del Califfo Omar|pagina=» {{Pg|9}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=3.|titolo=Un rigido consigliere|pagina=» {{Pg|11}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=4.|titolo=Lealtà eroica di Samuele giudeo|pagina=» {{Pg|16}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=5.|titolo=Morte di Amr detto quel dal cane|pagina=» {{Pg|17}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=6.|titolo=Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba|pagina=» {{Pg|20}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=7.|titolo=Prepotenza di Koleyb e sua morte|pagina=» {{Pg|26}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=8.|titolo=Gratitudine verso i benefattori ricompensata|pagina=» {{Pg|30}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=9.|titolo=Vita salvata a stento|pagina=» {{Pg|35}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=10.|titolo=Morte del Califfo Al-Mamûn|pagina=» {{Pg|38}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=11.|titolo=Saladino|pagina=» {{Pg|41}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=12.|titolo=Morte di Al-Hakim Califfo d’Egitto|pagina=» {{Pg|43}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=13.|titolo=Avventure di Al-Hârith e sua morte|pagina=» {{Pg|47}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=14.|titolo=Accoglienze fatte ad un celebre musico d’Arabia|pagina=» {{Pg|54}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=15.|titolo=Il poeta Firdusi|pagina=» {{Pg|58}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=16.|titolo=Straordinaria ostinazione d’un ladro del denaro pubblico|pagina=» {{Pg|62}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=17.|titolo=La guerra di Dâhis|pagina=» {{Pg|68}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=18.|titolo=Duello tra Sultano e soldato|pagina=» {{Pg|82}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=19.|titolo=Crudele atto di giustizia|pagina=» {{Pg|87}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=20.|titolo=Avventuriere generosamente trattato|pagina=» {{Pg|88}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=21.|titolo=Spada fatale|pagina=» {{Pg|92}}}}
LIBRO SECONDO
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=1.|titolo=L’uomo più generoso||PAG|pagina=» {{Pg|97}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=2.|titolo=Un matto che fa da maestro a un re|pagina=» {{Pg|99}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=3.|titolo=Avventura di Giafar alla corte di Suleyman|pagina=» {{Pg|100}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=4.|titolo=Severa lezione data a due prepotenti|pagina=» {{Pg|106}}}}
Aneddoti e avventure strane
</poem><noinclude><references/></noinclude>
p2f45ux69ras8yu0fq4vtme8358xmpa
3901596
3901566
2026-09-18T14:52:12Z
Alex brollo
1615
/* new eis level1 */
3901596
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 571 —|}}</noinclude>
{{Ct|f=200%|v=1|INDICE}}
{{Rule|4em|t=1|v=2}}
{{Vi|larghezzap=50|titolo=Prefazione|pagina={{Sc|Pag}}. {{Pg|IX}}}}
{{Ct|f=100%|v=1|t=1|'''LIBRO PRIMO — Racconti storici.'''}}
{{Vi|larghezzas=25|larghezzap=50|sezione=1.|titolo=Nobile fermezza d’un discendente degli Ommiadi |pagina=» {{Pg|1}}}}
{{Vi|larghezzas=25|larghezzap=50|sezione=2.|titolo=Umiltà e giustizia del Califfo Omar|pagina=» {{Pg|9}}}}
{{Vi|larghezzas=25|larghezzap=50|sezione=3.|titolo=Un rigido consigliere|pagina=» {{Pg|11}}}}
{{Vi|larghezzas=25|larghezzap=50|sezione=4.|titolo=Lealtà eroica di Samuele giudeo|pagina=» {{Pg|16}}}}
{{Vi|larghezzas=25|larghezzap=50|sezione=5.|titolo=Morte di Amr detto quel dal cane|pagina=» {{Pg|17}}}}
{{Vi|larghezzas=25|larghezzap=50|sezione=6.|titolo=Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba|pagina=» {{Pg|20}}}}
{{Vi|larghezzas=25|larghezzap=50|sezione=7.|titolo=Prepotenza di Koleyb e sua morte|pagina=» {{Pg|26}}}}
{{Vi|larghezzas=25|larghezzap=50|sezione=8.|titolo=Gratitudine verso i benefattori ricompensata|pagina=» {{Pg|30}}}}
{{Vi|larghezzas=25|larghezzap=50|sezione=9.|titolo=Vita salvata a stento|pagina=» {{Pg|35}}}}
{{Vi|larghezzas=25|larghezzap=50|sezione=10.|titolo=Morte del Califfo Al-Mamûn|pagina=» {{Pg|38}}}}
{{Vi|larghezzas=25|larghezzap=50|sezione=11.|titolo=Saladino|pagina=» {{Pg|41}}}}
{{Vi|larghezzas=25|larghezzap=50|sezione=12.|titolo=Morte di Al-Hakim Califfo d’Egitto|pagina=» {{Pg|43}}}}
{{Vi|larghezzas=25|larghezzap=50|sezione=13.|titolo=Avventure di Al-Hârith e sua morte|pagina=» {{Pg|47}}}}
{{Vi|larghezzas=25|larghezzap=50|sezione=14.|titolo=Accoglienze fatte ad un celebre musico d’Arabia|pagina=» {{Pg|54}}}}
{{Vi|larghezzas=25|larghezzap=50|sezione=15.|titolo=Il poeta Firdusi|pagina=» {{Pg|58}}}}
{{Vi|larghezzas=25|larghezzap=50|sezione=16.|titolo=Straordinaria ostinazione d’un ladro del denaro pubblico|pagina=» {{Pg|62}}}}
{{Vi|larghezzas=25|larghezzap=50|sezione=17.|titolo=La guerra di Dâhis|pagina=» {{Pg|68}}}}
{{Vi|larghezzas=25|larghezzap=50|sezione=18.|titolo=Duello tra Sultano e soldato|pagina=» {{Pg|82}}}}
{{Vi|larghezzas=25|larghezzap=50|sezione=19.|titolo=Crudele atto di giustizia|pagina=» {{Pg|87}}}}
{{Vi|larghezzas=25|larghezzap=50|sezione=20.|titolo=Avventuriere generosamente trattato|pagina=» {{Pg|88}}}}
{{Vi|larghezzas=25|larghezzap=50|sezione=21.|titolo=Spada fatale|pagina=» {{Pg|92}}}}
{{Ct|f=100%|v=1|t=1|'''LIBRO SECONDO — Aneddoti e avventure strane'''}}
{{Vi|larghezzas=25|larghezzap=50|sezione=1.|titolo=L’uomo più generoso||PAG|pagina=» {{Pg|97}}}}
{{Vi|larghezzas=25|larghezzap=50|sezione=2.|titolo=Un matto che fa da maestro a un re|pagina=» {{Pg|99}}}}
{{Vi|larghezzas=25|larghezzap=50|sezione=3.|titolo=Avventura di Giafar alla corte di Suleyman|pagina=» {{Pg|100}}}}
{{Vi|larghezzas=25|larghezzap=50|sezione=4.|titolo=Severa lezione data a due prepotenti|pagina=» {{Pg|106}}}}<noinclude><references/></noinclude>
nq0iwv8lczc4kh6hywsusmh1qhvkxpf
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/588
108
1030784
3901552
3899417
2026-09-18T13:39:36Z
Alex brollo
1615
/* new eis level1 */
3901552
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 571 —|}}</noinclude><poem>
5. Gara di generosità||PAG 108
6. Sagacità di astronomo 110
7. L’anello rinvenuto 111
8. Generosità d’un governatore destituito 112
9. Storia meravigliosa di due vecchie pianelle 114
10. Vittima della propria generosità 118
11. Vittima dei proprî versi 119
12. Storia meravigliosa del re Salomone e della regina Bilqîsa - 120
13. Mania religiosa del poeta Abu ’1- Atahiya 130
14. I figliuoli di Nizâr nel cospetto di Al-Afaa 132
15. Follia d’amore 134
16. Adamo e il Diavolo poeti 138
17. Vittime dell’amore 140
18. L’Arcimago e il dialogo delle upupe 144
19. Le voci misteriose nelle solitudini d’Arabia 148
20. Generosità d’un povero negro 153
21. Invidia d’artefice punita e perdonata 155
22. Generosità d’un nemico 159
23. Il primo agricoltore 161
24. Scrupolo di coscienza pagato caro 164
25. Imprese e vanti di ladri 166
26. Ambasceria speditiva 169
27. L’erede d’un palazzo diroccato 170
28. Uno scroccone tra i Manichei 172
29. Mercante di foglie di palma medico d’un leone 181
30. Sovrano che si fa penitente||ivi
31. Pronto ingegno d’uno scroccone 182
32. Un beduino alla corte del Re di Persia 186
33. Un solitario misterioso 188
34. Alessandro Magno alle porte del Paradiso 190
35. Povertà, prefettura, carcere, frutti di generosità 192
LIBRO TERZO Novelle||
1. Estrema prova di fedeltà||PAG 199
2. Quattro amanti alla prova 206
3. Ciò che toccar dovea, incoglie all’uom quaggiù 208
4. Il Savio e il Matto 213
5. L’avventura del giovane mercante 217
6. Tenace amore alla vita 225
7. Presunzione di giovane punita 227
8. Il lottatore e la smania del viaggiare 228
9. Tre novelle dell’Angelo della morte 236
10. Ricordanza perenne della morte 242
</poem><noinclude><references/></noinclude>
7amkdo0cgmihktx4xlo1o2y4pdts0f5
3901558
3901552
2026-09-18T13:43:01Z
Alex brollo
1615
/* new eis level1 */
3901558
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 571 —|}}</noinclude><poem>
5. Gara di generosità 108
6. Sagacità di astronomo 110
7. L’anello rinvenuto 111
8. Generosità d’un governatore destituito 112
9. Storia meravigliosa di due vecchie pianelle 114
10. Vittima della propria generosità 118
11. Vittima dei proprî versi 119
12. Storia meravigliosa del re Salomone e della regina Bilqîsa 120
13. Mania religiosa del poeta Abu ’1- Atahiya 130
14. I figliuoli di Nizâr nel cospetto di Al-Afaa 132
15. Follia d’amore 134
16. Adamo e il Diavolo poeti 138
17. Vittime dell’amore 140
18. L’Arcimago e il dialogo delle upupe 144
19. Le voci misteriose nelle solitudini d’Arabia 148
20. Generosità d’un povero negro 153
21. Invidia d’artefice punita e perdonata 155
22. Generosità d’un nemico 159
23. Il primo agricoltore 161
24. Scrupolo di coscienza pagato caro 164
25. Imprese e vanti di ladri 166
26. Ambasceria speditiva 169
27. L’erede d’un palazzo diroccato 170
28. Uno scroccone tra i Manichei 172
29. Mercante di foglie di palma medico d’un leone 181
30. Sovrano che si fa penitente ivi
31. Pronto ingegno d’uno scroccone 182
32. Un beduino alla corte del Re di Persia 186
33. Un solitario misterioso 188
34. Alessandro Magno alle porte del Paradiso 190
35. Povertà, prefettura, carcere, frutti di generosità 192
LIBRO TERZO Novelle
1. Estrema prova di fedeltà 199
2. Quattro amanti alla prova 206
3. Ciò che toccar dovea, incoglie all’uom quaggiù 208
4. Il Savio e il Matto 213
5. L’avventura del giovane mercante 217
6. Tenace amore alla vita 225
7. Presunzione di giovane punita 227
8. Il lottatore e la smania del viaggiare 228
9. Tre novelle dell’Angelo della morte 236
10. Ricordanza perenne della morte 242
</poem><noinclude><references/></noinclude>
0695ke8teuc7vsisytqlmy0jl4so1sl
3901568
3901558
2026-09-18T14:02:53Z
Alex brollo
1615
/* new eis level1 */
3901568
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 571 —|}}</noinclude><poem>
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=5.|titolo=Gara di generosità|pagina=» {{Pg|108}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=6.|titolo=Sagacità di astronomo|pagina=» {{Pg|110}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=7.|titolo=L’anello rinvenuto|pagina=» {{Pg|111}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=8.|titolo=Generosità d’un governatore destituito|pagina=» {{Pg|112}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=9.|titolo=Storia meravigliosa di due vecchie pianelle|pagina=» {{Pg|114}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=10.|titolo=Vittima della propria generosità|pagina=» {{Pg|118}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=11.|titolo=Vittima dei proprî versi|pagina=» {{Pg|119}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=12.|titolo=Storia meravigliosa del re Salomone e della regina Bilqîsa|pagina=» {{Pg|120}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=13.|titolo=Mania religiosa del poeta Abu ’1- Atahiya|pagina=» {{Pg|130}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=14.|titolo=I figliuoli di Nizâr nel cospetto di Al-Afaa|pagina=» {{Pg|132}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=15.|titolo=Follia d’amore|pagina=» {{Pg|134}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=16.|titolo=Adamo e il Diavolo poeti|pagina=» {{Pg|138}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=17.|titolo=Vittime dell’amore|pagina=» {{Pg|140}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=18.|titolo=L’Arcimago e il dialogo delle upupe|pagina=» {{Pg|144}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=19.|titolo=Le voci misteriose nelle solitudini d’Arabia|pagina=» {{Pg|148}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=20.|titolo=Generosità d’un povero negro|pagina=» {{Pg|153}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=21.|titolo=Invidia d’artefice punita e perdonata|pagina=» {{Pg|155}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=22.|titolo=Generosità d’un nemico|pagina=» {{Pg|159}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=23.|titolo=Il primo agricoltore|pagina=» {{Pg|161}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=24.|titolo=Scrupolo di coscienza pagato caro|pagina=» {{Pg|164}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=25.|titolo=Imprese e vanti di ladri|pagina=» {{Pg|166}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=26.|titolo=Ambasceria speditiva|pagina=» {{Pg|169}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=27.|titolo=L’erede d’un palazzo diroccato|pagina=» {{Pg|170}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=28.|titolo=Uno scroccone tra i Manichei|pagina=» {{Pg|172}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=29.|titolo=Mercante di foglie di palma medico d’un leone|pagina=» {{Pg|181}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=30.|titolo=Sovrano che si fa penitente|pagina=» {{Pg|ivi}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=31.|titolo=Pronto ingegno d’uno scroccone|pagina=» {{Pg|182}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=32.|titolo=Un beduino alla corte del Re di Persia|pagina=» {{Pg|186}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=33.|titolo=Un solitario misterioso|pagina=» {{Pg|188}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=34.|titolo=Alessandro Magno alle porte del Paradiso|pagina=» {{Pg|190}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=35.|titolo=Povertà, prefettura, carcere, frutti di generosità|pagina=» {{Pg|192}}}}
LIBRO TERZO Novelle
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=1.|titolo=Estrema prova di fedeltà|pagina=» {{Pg|199}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=2.|titolo=Quattro amanti alla prova|pagina=» {{Pg|206}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=3.|titolo=Ciò che toccar dovea, incoglie all’uom quaggiù|pagina=» {{Pg|208}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=4.|titolo=Il Savio e il Matto|pagina=» {{Pg|213}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=5.|titolo=L’avventura del giovane mercante|pagina=» {{Pg|217}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=6.|titolo=Tenace amore alla vita|pagina=» {{Pg|225}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=7.|titolo=Presunzione di giovane punita|pagina=» {{Pg|227}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=8.|titolo=Il lottatore e la smania del viaggiare|pagina=» {{Pg|228}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=9.|titolo=Tre novelle dell’Angelo della morte|pagina=» {{Pg|236}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=10.|titolo=Ricordanza perenne della morte|pagina=» {{Pg|242}}}}
</poem><noinclude><references/></noinclude>
1s9r45bgq9o4gypjl8i7aq5ve9dyrdm
3901622
3901568
2026-09-18T19:32:44Z
Alex brollo
1615
/* new eis level1 */
3901622
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 571 —|}}</noinclude>
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=5.|titolo=Gara di generosità|pagina=» {{Pg|108}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=6.|titolo=Sagacità di astronomo|pagina=» {{Pg|110}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=7.|titolo=L’anello rinvenuto|pagina=» {{Pg|111}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=8.|titolo=Generosità d’un governatore destituito|pagina=» {{Pg|112}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=9.|titolo=Storia meravigliosa di due vecchie pianelle|pagina=» {{Pg|114}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=10.|titolo=Vittima della propria generosità|pagina=» {{Pg|118}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=11.|titolo=Vittima dei proprî versi|pagina=» {{Pg|119}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=12.|titolo=Storia meravigliosa del re Salomone e della regina Bilqîsa|pagina=» {{Pg|120}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=13.|titolo=Mania religiosa del poeta Abu ’1- Atahiya|pagina=» {{Pg|130}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=14.|titolo=I figliuoli di Nizâr nel cospetto di Al-Afaa|pagina=» {{Pg|132}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=15.|titolo=Follia d’amore|pagina=» {{Pg|134}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=16.|titolo=Adamo e il Diavolo poeti|pagina=» {{Pg|138}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=17.|titolo=Vittime dell’amore|pagina=» {{Pg|140}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=18.|titolo=L’Arcimago e il dialogo delle upupe|pagina=» {{Pg|144}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=19.|titolo=Le voci misteriose nelle solitudini d’Arabia|pagina=» {{Pg|148}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=20.|titolo=Generosità d’un povero negro|pagina=» {{Pg|153}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=21.|titolo=Invidia d’artefice punita e perdonata|pagina=» {{Pg|155}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=22.|titolo=Generosità d’un nemico|pagina=» {{Pg|159}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=23.|titolo=Il primo agricoltore|pagina=» {{Pg|161}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=24.|titolo=Scrupolo di coscienza pagato caro|pagina=» {{Pg|164}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=25.|titolo=Imprese e vanti di ladri|pagina=» {{Pg|166}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=26.|titolo=Ambasceria speditiva|pagina=» {{Pg|169}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=27.|titolo=L’erede d’un palazzo diroccato|pagina=» {{Pg|170}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=28.|titolo=Uno scroccone tra i Manichei|pagina=» {{Pg|172}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=29.|titolo=Mercante di foglie di palma medico d’un leone|pagina=» {{Pg|181}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=30.|titolo=Sovrano che si fa penitente|pagina=» {{Pg|ivi}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=31.|titolo=Pronto ingegno d’uno scroccone|pagina=» {{Pg|182}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=32.|titolo=Un beduino alla corte del Re di Persia|pagina=» {{Pg|186}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=33.|titolo=Un solitario misterioso|pagina=» {{Pg|188}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=34.|titolo=Alessandro Magno alle porte del Paradiso|pagina=» {{Pg|190}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=35.|titolo=Povertà, prefettura, carcere, frutti di generosità|pagina=» {{Pg|192}}}}
{{Ct|f=100%|v=1|t=1|'''LIBRO TERZO — Novelle'''}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=1.|titolo=Estrema prova di fedeltà|pagina=» {{Pg|199}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=2.|titolo=Quattro amanti alla prova|pagina=» {{Pg|206}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=3.|titolo=Ciò che toccar dovea, incoglie all’uom quaggiù|pagina=» {{Pg|208}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=4.|titolo=Il Savio e il Matto|pagina=» {{Pg|213}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=5.|titolo=L’avventura del giovane mercante|pagina=» {{Pg|217}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=6.|titolo=Tenace amore alla vita|pagina=» {{Pg|225}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=7.|titolo=Presunzione di giovane punita|pagina=» {{Pg|227}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=8.|titolo=Il lottatore e la smania del viaggiare|pagina=» {{Pg|228}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=9.|titolo=Tre novelle dell’Angelo della morte|pagina=» {{Pg|236}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=10.|titolo=Ricordanza perenne della morte|pagina=» {{Pg|242}}}}<noinclude><references/></noinclude>
kb6lakcix50hmqzau6fcj5gi6xmf2iq
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/589
108
1030785
3901553
3899416
2026-09-18T13:39:47Z
Alex brollo
1615
/* new eis level1 */
3901553
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 571 —|}}</noinclude><poem>
11. Avventura di Sindibâd marinaio.||PAG 244
12. Storia del banchiere di Bagdad 253
LIBRO QUARTO — Descrizioni di paesi e di cose naturali
1. Le Isole Maldive.||PAG 275
2. Le sorgenti del Nilo 282
3. Descrizione del Mâzenderân 287
4. L’idolo di Somnâta 288
5. La regione del Caucaso 290
6. La Cina 298
7. Il monte Citrakuta 305
8. Templi e idoli sabei 308
9. Templi e idoli egiziani 311
10. Costumi degli Arabi antichi e loro elogio 316
11. Monti e metalli 319
12. Le piante 321
13. La palma 322
14. Gli animali 324
15. Gli uccelli 325
16. L’usignuolo 327
17. L’airone||ivi
18. La zanzara 328
19. Il baco da seta 329
20. Il ragno 330
21. L’ape 331
22. Le sanguisughe volanti 334
23. La torpedine 335
24. Il corallo||ivi
25. La pesca delle perle nel Golfo Persico||ivi
26. Fontane di bitume 336
27. Precetti per trovar l’acqua secondo i Nabatei 337
28. I fuochi di Sant’Elmo 338
LIBRO QUINTO
Ragionamenti
e considerazioni
1. Onnipotenza e perfezione di Dio 341
2. Iddio non può essere compreso da mente umana 343
3. Preghiera d’un Arabo del deserto 344
4. Dialogo del Sceicco Omar al-Sîni con un anacoreta 345
5. Del contentarsi del proprio stato 347
6. Avvertimenti ad un principe 349
7. Detti memorabili del gran savio Buzurcimihr 352
8. Consolazione della filosofia 354
</poem><noinclude><references/></noinclude>
h31wvjgqzqxrqwj95enfiy6c4zo0z3e
3901559
3901553
2026-09-18T13:44:14Z
Alex brollo
1615
/* new eis level1 */
3901559
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 571 —|}}</noinclude><poem>
11. Avventura di Sindibâd marinaio 244
12. Storia del banchiere di Bagdad 253
LIBRO QUARTO — Descrizioni di paesi e di cose naturali
1. Le Isole Maldive.||PAG 275
2. Le sorgenti del Nilo 282
3. Descrizione del Mâzenderân 287
4. L’idolo di Somnâta 288
5. La regione del Caucaso 290
6. La Cina 298
7. Il monte Citrakuta 305
8. Templi e idoli sabei 308
9. Templi e idoli egiziani 311
10. Costumi degli Arabi antichi e loro elogio 316
11. Monti e metalli 319
12. Le piante 321
13. La palma 322
14. Gli animali 324
15. Gli uccelli 325
16. L’usignuolo 327
17. L’airone ivi
18. La zanzara 328
19. Il baco da seta 329
20. Il ragno 330
21. L’ape 331
22. Le sanguisughe volanti 334
23. La torpedine 335
24. Il corallo ivi
25. La pesca delle perle nel Golfo Persico ivi
26. Fontane di bitume 336
27. Precetti per trovar l’acqua secondo i Nabatei 337
28. I fuochi di Sant’Elmo 338
LIBRO QUINTO
Ragionamenti e considerazioni
1. Onnipotenza e perfezione di Dio 341
2. Iddio non può essere compreso da mente umana 343
3. Preghiera d’un Arabo del deserto 344
4. Dialogo del Sceicco Omar al-Sîni con un anacoreta 345
5. Del contentarsi del proprio stato 347
6. Avvertimenti ad un principe 349
7. Detti memorabili del gran savio Buzurcimihr 352
8. Consolazione della filosofia 354
</poem><noinclude><references/></noinclude>
mhhx1jnq68tt04qfhr9k9gkayb90u40
3901569
3901559
2026-09-18T14:02:57Z
Alex brollo
1615
/* new eis level1 */
3901569
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 571 —|}}</noinclude><poem>
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=11.|titolo=Avventura di Sindibâd marinaio|pagina=» {{Pg|244}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=12.|titolo=Storia del banchiere di Bagdad|pagina=» {{Pg|253}}}}
LIBRO QUARTO — Descrizioni di paesi e di cose naturali
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=1.|titolo=Le Isole Maldive.||PAG|pagina=» {{Pg|275}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=2.|titolo=Le sorgenti del Nilo|pagina=» {{Pg|282}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=3.|titolo=Descrizione del Mâzenderân|pagina=» {{Pg|287}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=4.|titolo=L’idolo di Somnâta|pagina=» {{Pg|288}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=5.|titolo=La regione del Caucaso|pagina=» {{Pg|290}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=6.|titolo=La Cina|pagina=» {{Pg|298}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=7.|titolo=Il monte Citrakuta|pagina=» {{Pg|305}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=8.|titolo=Templi e idoli sabei|pagina=» {{Pg|308}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=9.|titolo=Templi e idoli egiziani|pagina=» {{Pg|311}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=10.|titolo=Costumi degli Arabi antichi e loro elogio|pagina=» {{Pg|316}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=11.|titolo=Monti e metalli|pagina=» {{Pg|319}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=12.|titolo=Le piante|pagina=» {{Pg|321}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=13.|titolo=La palma|pagina=» {{Pg|322}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=14.|titolo=Gli animali|pagina=» {{Pg|324}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=15.|titolo=Gli uccelli|pagina=» {{Pg|325}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=16.|titolo=L’usignuolo|pagina=» {{Pg|327}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=17.|titolo=L’airone|pagina=» {{Pg|ivi}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=18.|titolo=La zanzara|pagina=» {{Pg|328}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=19.|titolo=Il baco da seta|pagina=» {{Pg|329}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=20.|titolo=Il ragno|pagina=» {{Pg|330}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=21.|titolo=L’ape|pagina=» {{Pg|331}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=22.|titolo=Le sanguisughe volanti|pagina=» {{Pg|334}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=23.|titolo=La torpedine|pagina=» {{Pg|335}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=24.|titolo=Il corallo|pagina=» {{Pg|ivi}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=25.|titolo=La pesca delle perle nel Golfo Persico|pagina=» {{Pg|ivi}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=26.|titolo=Fontane di bitume|pagina=» {{Pg|336}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=27.|titolo=Precetti per trovar l’acqua secondo i Nabatei|pagina=» {{Pg|337}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=28.|titolo=I fuochi di Sant’Elmo|pagina=» {{Pg|338}}}}
LIBRO QUINTO
Ragionamenti e considerazioni
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=1.|titolo=Onnipotenza e perfezione di Dio|pagina=» {{Pg|341}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=2.|titolo=Iddio non può essere compreso da mente umana|pagina=» {{Pg|343}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=3.|titolo=Preghiera d’un Arabo del deserto|pagina=» {{Pg|344}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=4.|titolo=Dialogo del Sceicco Omar al-Sîni con un anacoreta|pagina=» {{Pg|345}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=5.|titolo=Del contentarsi del proprio stato|pagina=» {{Pg|347}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=6.|titolo=Avvertimenti ad un principe|pagina=» {{Pg|349}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=7.|titolo=Detti memorabili del gran savio Buzurcimihr|pagina=» {{Pg|352}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=8.|titolo=Consolazione della filosofia|pagina=» {{Pg|354}}}}
</poem><noinclude><references/></noinclude>
0udcrwwxl8dk0u7e96kg5lexcuq270m
3901624
3901569
2026-09-18T19:36:16Z
Alex brollo
1615
/* new eis level1 */
3901624
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 571 —|}}</noinclude>
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=11.|titolo=Avventura di Sindibâd marinaio|pagina=» {{Pg|244}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=12.|titolo=Storia del banchiere di Bagdad|pagina=» {{Pg|253}}}}
{{Ct|f=100%|v=1|t=1|'''LIBRO QUARTO — Descrizioni di paesi e di cose naturali'''}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=1.|titolo=Le Isole Maldive.||PAG|pagina=» {{Pg|275}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=2.|titolo=Le sorgenti del Nilo|pagina=» {{Pg|282}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=3.|titolo=Descrizione del Mâzenderân|pagina=» {{Pg|287}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=4.|titolo=L’idolo di Somnâta|pagina=» {{Pg|288}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=5.|titolo=La regione del Caucaso|pagina=» {{Pg|290}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=6.|titolo=La Cina|pagina=» {{Pg|298}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=7.|titolo=Il monte Citrakuta|pagina=» {{Pg|305}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=8.|titolo=Templi e idoli sabei|pagina=» {{Pg|308}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=9.|titolo=Templi e idoli egiziani|pagina=» {{Pg|311}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=10.|titolo=Costumi degli Arabi antichi e loro elogio|pagina=» {{Pg|316}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=11.|titolo=Monti e metalli|pagina=» {{Pg|319}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=12.|titolo=Le piante|pagina=» {{Pg|321}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=13.|titolo=La palma|pagina=» {{Pg|322}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=14.|titolo=Gli animali|pagina=» {{Pg|324}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=15.|titolo=Gli uccelli|pagina=» {{Pg|325}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=16.|titolo=L’usignuolo|pagina=» {{Pg|327}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=17.|titolo=L’airone|pagina=» {{Pg|ivi}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=18.|titolo=La zanzara|pagina=» {{Pg|328}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=19.|titolo=Il baco da seta|pagina=» {{Pg|329}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=20.|titolo=Il ragno|pagina=» {{Pg|330}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=21.|titolo=L’ape|pagina=» {{Pg|331}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=22.|titolo=Le sanguisughe volanti|pagina=» {{Pg|334}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=23.|titolo=La torpedine|pagina=» {{Pg|335}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=24.|titolo=Il corallo|pagina=» {{Pg|ivi}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=25.|titolo=La pesca delle perle nel Golfo Persico|pagina=» {{Pg|ivi}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=26.|titolo=Fontane di bitume|pagina=» {{Pg|336}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=27.|titolo=Precetti per trovar l’acqua secondo i Nabatei|pagina=» {{Pg|337}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=28.|titolo=I fuochi di Sant’Elmo|pagina=» {{Pg|338}}}}
{{Ct|f=100%|v=1|t=1|'''LIBRO QUINTO — Ragionamenti e considerazioni'''}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=1.|titolo=Onnipotenza e perfezione di Dio|pagina=» {{Pg|341}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=2.|titolo=Iddio non può essere compreso da mente umana|pagina=» {{Pg|343}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=3.|titolo=Preghiera d’un Arabo del deserto|pagina=» {{Pg|344}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=4.|titolo=Dialogo del Sceicco Omar al-Sîni con un anacoreta|pagina=» {{Pg|345}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=5.|titolo=Del contentarsi del proprio stato|pagina=» {{Pg|347}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=6.|titolo=Avvertimenti ad un principe|pagina=» {{Pg|349}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=7.|titolo=Detti memorabili del gran savio Buzurcimihr|pagina=» {{Pg|352}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=8.|titolo=Consolazione della filosofia|pagina=» {{Pg|354}}}}<noinclude><references/></noinclude>
phsfcxzy46tep6fukkpnifv9ggrf044
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/590
108
1030786
3901554
3899415
2026-09-18T13:40:03Z
Alex brollo
1615
/* new eis level1 */
3901554
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 571 —|}}</noinclude><poem>
9. Parole di Nizâr morente ai suoi figli.PAG 355
10. Visita la tomba de’ tuoi genitori 356
11. Dialogo intorno alle diverse qualità dell’uomo 358
12. Grave responsabilità dei sovrani davanti a Dio 360
13. Vanità delle cose umane 362
14. Condanna della filosofia scettica e panteistica 363
15. Egoismo e durezza di cuore 364
16. Improntitudine di ricchi e di poveri 365
17. Insaziabilità.||ivi
18. Condanna del motteggiare 366
19. Qualità perfette dell’uom generoso 367
20. Disputa intorno all’essenza dell’amore 374
21. Lodi del silenzio e della sincerità e lealtà nel parlare 385
22. Il libro 390
23. Gli scrittori 391
24. I poeti 394
25. L’anima umana e le sue energie 395
26. Misera vita umana! 400
27. Dottrina dell’unità assoluta dell’Essere universale 404
28. La fine del mondo secondo i Zoroastriani 409
LIBRO
SESTO Sentenze, proverbi, motti arguti, facezie, favole
1. Sentenze e proverbi||PAG 415
A. Arabi||ivi
B. Persiani 429
C. Indiani 440
D. Ebrei 447
2. Motti arguti e facezie 451
3. Favole 461
A. Favole indiane.||ivi
B. Favole persiane 470
C. Favole siriache 478
D. Favole arabe 480
.
LIBRO SETTIMO
Allegorie
1. Il linguaggio dei fiori e degli uccelli||PAG 497
Discorso dello zefiro 498
Discorso della rosa 499
Discorso del mirto 501
Discorso del narciso 502
Discorso dell’usignuolo 503
Discorso della colomba 504
</poem><noinclude></noinclude>
ihxtd0ppyhg8vzfhz81h0tzizq72csj
3901560
3901554
2026-09-18T13:45:31Z
Alex brollo
1615
/* new eis level1 */
3901560
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 571 —|}}</noinclude><poem>
9. Parole di Nizâr morente ai suoi figli 355
10. Visita la tomba de’ tuoi genitori 356
11. Dialogo intorno alle diverse qualità dell’uomo 358
12. Grave responsabilità dei sovrani davanti a Dio 360
13. Vanità delle cose umane 362
14. Condanna della filosofia scettica e panteistica 363
15. Egoismo e durezza di cuore 364
16. Improntitudine di ricchi e di poveri 365
17. Insaziabilità ivi
18. Condanna del motteggiare 366
19. Qualità perfette dell’uom generoso 367
20. Disputa intorno all’essenza dell’amore 374
21. Lodi del silenzio e della sincerità e lealtà nel parlare 385
22. Il libro 390
23. Gli scrittori 391
24. I poeti 394
25. L’anima umana e le sue energie 395
26. Misera vita umana! 400
27. Dottrina dell’unità assoluta dell’Essere universale 404
28. La fine del mondo secondo i Zoroastriani 409
LIBRO SESTO Sentenze, proverbi, motti arguti, facezie, favole
1. Sentenze e proverbi 415
A. Arabi ivi
B. Persiani 429
C. Indiani 440
D. Ebrei 447
2. Motti arguti e facezie 451
3. Favole 461
A. Favole indiane ivi
B. Favole persiane 470
C. Favole siriache 478
D. Favole arabe 480
LIBRO SETTIMO
Allegorie
1. Il linguaggio dei fiori e degli uccelli 497
Discorso dello zefiro 498
Discorso della rosa 499
Discorso del mirto 501
Discorso del narciso 502
Discorso dell’usignuolo 503
Discorso della colomba 504
</poem><noinclude></noinclude>
g22e6ncd8aa0wzkth4m60cwhi76i9cz
3901570
3901560
2026-09-18T14:03:02Z
Alex brollo
1615
/* new eis level1 */
3901570
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 571 —|}}</noinclude><poem>
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=9.|titolo=Parole di Nizâr morente ai suoi figli|pagina=» {{Pg|355}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=10.|titolo=Visita la tomba de’ tuoi genitori|pagina=» {{Pg|356}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=11.|titolo=Dialogo intorno alle diverse qualità dell’uomo|pagina=» {{Pg|358}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=12.|titolo=Grave responsabilità dei sovrani davanti a Dio|pagina=» {{Pg|360}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=13.|titolo=Vanità delle cose umane|pagina=» {{Pg|362}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=14.|titolo=Condanna della filosofia scettica e panteistica|pagina=» {{Pg|363}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=15.|titolo=Egoismo e durezza di cuore|pagina=» {{Pg|364}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=16.|titolo=Improntitudine di ricchi e di poveri|pagina=» {{Pg|365}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=17.|titolo=Insaziabilità|pagina=» {{Pg|ivi}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=18.|titolo=Condanna del motteggiare|pagina=» {{Pg|366}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=19.|titolo=Qualità perfette dell’uom generoso|pagina=» {{Pg|367}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=20.|titolo=Disputa intorno all’essenza dell’amore|pagina=» {{Pg|374}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=21.|titolo=Lodi del silenzio e della sincerità e lealtà nel parlare|pagina=» {{Pg|385}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=22.|titolo=Il libro|pagina=» {{Pg|390}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=23.|titolo=Gli scrittori|pagina=» {{Pg|391}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=24.|titolo=I poeti|pagina=» {{Pg|394}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=25.|titolo=L’anima umana e le sue energie|pagina=» {{Pg|395}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=26.|titolo=Misera vita umana!|pagina=» {{Pg|400}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=27.|titolo=Dottrina dell’unità assoluta dell’Essere universale|pagina=» {{Pg|404}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=28.|titolo=La fine del mondo secondo i Zoroastriani|pagina=» {{Pg|409}}}}
LIBRO SESTO Sentenze, proverbi, motti arguti, facezie, favole
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=1.|titolo=Sentenze e proverbi|pagina=» {{Pg|415}}}}
A. Arabi ivi
B. Persiani 429
C. Indiani 440
D. Ebrei 447
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=2.|titolo=Motti arguti e facezie|pagina=» {{Pg|451}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=3.|titolo=Favole|pagina=» {{Pg|461}}}}
A. Favole indiane ivi
B. Favole persiane 470
C. Favole siriache 478
D. Favole arabe 480
LIBRO SETTIMO
Allegorie
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=1.|titolo=Il linguaggio dei fiori e degli uccelli|pagina=» {{Pg|497}}}}
Discorso dello zefiro 498
Discorso della rosa 499
Discorso del mirto 501
Discorso del narciso 502
Discorso dell’usignuolo 503
Discorso della colomba 504
</poem><noinclude></noinclude>
tfannwmaxu5032byvoo87tbd1jsv5va
3901627
3901570
2026-09-18T19:43:54Z
Alex brollo
1615
/* new eis level1 */
3901627
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 571 —|}}</noinclude>
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=9.|titolo=Parole di Nizâr morente ai suoi figli|pagina=» {{Pg|355}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=10.|titolo=Visita la tomba de’ tuoi genitori|pagina=» {{Pg|356}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=11.|titolo=Dialogo intorno alle diverse qualità dell’uomo|pagina=» {{Pg|358}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=12.|titolo=Grave responsabilità dei sovrani davanti a Dio|pagina=» {{Pg|360}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=13.|titolo=Vanità delle cose umane|pagina=» {{Pg|362}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=14.|titolo=Condanna della filosofia scettica e panteistica|pagina=» {{Pg|363}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=15.|titolo=Egoismo e durezza di cuore|pagina=» {{Pg|364}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=16.|titolo=Improntitudine di ricchi e di poveri|pagina=» {{Pg|365}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=17.|titolo=Insaziabilità|pagina=» {{Pg|ivi}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=18.|titolo=Condanna del motteggiare|pagina=» {{Pg|366}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=19.|titolo=Qualità perfette dell’uom generoso|pagina=» {{Pg|367}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=20.|titolo=Disputa intorno all’essenza dell’amore|pagina=» {{Pg|374}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=21.|titolo=Lodi del silenzio e della sincerità e lealtà nel parlare|pagina=» {{Pg|385}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=22.|titolo=Il libro|pagina=» {{Pg|390}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=23.|titolo=Gli scrittori|pagina=» {{Pg|391}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=24.|titolo=I poeti|pagina=» {{Pg|394}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=25.|titolo=L’anima umana e le sue energie|pagina=» {{Pg|395}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=26.|titolo=Misera vita umana!|pagina=» {{Pg|400}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=27.|titolo=Dottrina dell’unità assoluta dell’Essere universale|pagina=» {{Pg|404}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=28.|titolo=La fine del mondo secondo i Zoroastriani|pagina=» {{Pg|409}}}}
{{Ct|f=100%|v=1|t=1|'''LIBRO SESTO — Sentenze, proverbi, motti arguti, facezie, favole'''}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=1.|titolo=Sentenze e proverbi|pagina=» {{Pg|415}}}}
{{ms|3em}}
{{Vi|larghezzap=50|titolo=A. Arabi|pagina=» {{Pg|ivi}}}}
{{Vi|larghezzap=50|titolo=B. Persiani|pagina=» {{Pg|429}}}}
{{Vi|larghezzap=50|titolo=C. Indiani|pagina=» {{Pg|440}}}}
{{Vi|larghezzap=50|titolo=D. Ebrei|pagina=» {{Pg|447}}}}
</div>
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=2.|titolo=Motti arguti e facezie|pagina=» {{Pg|451}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=3.|titolo=Favole|pagina=» {{Pg|461}}}}
{{ms|3em}}
{{Vi|larghezzap=50|titolo=A. Favole indiane|pagina=» {{Pg|ivi}}}}
{{Vi|larghezzap=50|titolo=B. Favole persiane|pagina=» {{Pg|470}}}}
{{Vi|larghezzap=50|titolo=C. Favole siriache|pagina=» {{Pg|478}}}}
{{Vi|larghezzap=50|titolo=D. Favole arabe|pagina=» {{Pg|480}}}}
</div>
{{Ct|f=100%|v=1|t=1|'''LIBRO SETTIMO — Allegorie'''}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=1.|titolo=Il linguaggio dei fiori e degli uccelli|pagina=» {{Pg|497}}}}
{{ms|3em}}
{{Vi|larghezzap=50|titolo=Discorso dello zefiro|pagina=» {{Pg|498}}}}
{{Vi|larghezzap=50|titolo=Discorso della rosa|pagina=» {{Pg|499}}}}
{{Vi|larghezzap=50|titolo=Discorso del mirto|pagina=» {{Pg|501}}}}
{{Vi|larghezzap=50|titolo=Discorso del narciso|pagina=» {{Pg|502}}}}
{{Vi|larghezzap=50|titolo=Discorso dell’usignuolo|pagina=» {{Pg|503}}}}
{{Vi|larghezzap=50|titolo=Discorso della colomba|pagina=» {{Pg|504}}}}
</div><noinclude></noinclude>
iyrltub4ze9mlusytj0b5eqkb0mdhp2
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/591
108
1030787
3901555
3899414
2026-09-18T13:40:17Z
Alex brollo
1615
/* new eis level1 */
3901555
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 571 —|}}</noinclude><poem>
Discorso del pavone ||PA& 506
2. Allegoria delle stagioni 508
3. Il giovane principe e il mendico (allegoria dell’anima umana che sospira alla Beltà divina) 514
4. Il cielo e le sue bellezze 519
5. Del mare e dei fiumi 522
6. Del cero e del fuoco 526
7. Della notte e del giorno 529
8. Allegoria dell’ape, del cero e della farfalla 532
9. Allegoria della Fenice 538
Registro dei nomi 545
Indice 571
</poem><noinclude></noinclude>
ql3hbc2yn9x8kjv65k6d1iaftbc4wjr
3901556
3901555
2026-09-18T13:41:04Z
Alex brollo
1615
/* new eis level1 */
3901556
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 571 —|}}</noinclude><poem>
Discorso del pavone 506
2. Allegoria delle stagioni 508
3. Il giovane principe e il mendico (allegoria dell’anima umana che sospira alla Beltà divina) 514
4. Il cielo e le sue bellezze 519
5. Del mare e dei fiumi 522
6. Del cero e del fuoco 526
7. Della notte e del giorno 529
8. Allegoria dell’ape, del cero e della farfalla 532
9. Allegoria della Fenice 538
Registro dei nomi 545
Indice 571
</poem><noinclude></noinclude>
02p0j07dsz4glto26fs2pm0y1ree7p9
3901572
3901556
2026-09-18T14:03:39Z
Alex brollo
1615
/* new eis level1 */
3901572
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 571 —|}}</noinclude><poem>
Discorso del pavone 506
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=2.|titolo=Allegoria delle stagioni|pagina=» {{Pg|508}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=3.|titolo=Il giovane principe e il mendico (allegoria dell’anima umana che sospira alla Beltà divina)|pagina=» {{Pg|514}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=4.|titolo=Il cielo e le sue bellezze|pagina=» {{Pg|519}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=5.|titolo=Del mare e dei fiumi|pagina=» {{Pg|522}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=6.|titolo=Del cero e del fuoco|pagina=» {{Pg|526}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=7.|titolo=Della notte e del giorno|pagina=» {{Pg|529}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=8.|titolo=Allegoria dell’ape, del cero e della farfalla|pagina=» {{Pg|532}}}}
{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=9.|titolo=Allegoria della Fenice|pagina=» {{Pg|538}}}}
Registro dei nomi 545
Indice 571
</poem><noinclude></noinclude>
9yx01hnbqlm3fdes8vbs1mpxpv1nddv
3901628
3901572
2026-09-18T19:47:07Z
Alex brollo
1615
/* new eis level1 */
3901628
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 571 —|}}</noinclude>{{ms|3em}}
{{Vi|larghezzap=50|titolo=Discorso del pavone |pagina=» {{Pg|506}}}}
</div>
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=2.|titolo=''Allegoria delle stagioni''|pagina=» {{Pg|508}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=3.|titolo=Il giovane principe e il mendico (allegoria dell’anima umana che sospira alla Beltà divina)|pagina=» {{Pg|514}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=4.|titolo=Il cielo e le sue bellezze|pagina=» {{Pg|519}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=5.|titolo=Del mare e dei fiumi|pagina=» {{Pg|522}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=6.|titolo=Del cero e del fuoco|pagina=» {{Pg|526}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=7.|titolo=Della notte e del giorno|pagina=» {{Pg|529}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=8.|titolo=Allegoria dell’ape, del cero e della farfalla|pagina=» {{Pg|532}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=9.|titolo=Allegoria della Fenice|pagina=» {{Pg|538}}}}
{{vs|1}}
{{Vi|larghezzap=50|titolo=Registro dei nomi|pagina=» {{Pg|545}}}}
{{vs|1}}
{{Vi|larghezzap=50|titolo=Indice|pagina=» {{Pg|571}}}}<noinclude></noinclude>
k3k5icv5ba8yuxzvb8imw5q4ilhkp21
3901629
3901628
2026-09-18T19:47:48Z
Alex brollo
1615
/* new eis level1 */
3901629
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 571 —|}}</noinclude>{{ms|3em}}
{{Vi|larghezzap=50|titolo=Discorso del pavone |pagina=» {{Pg|506}}}}
</div>
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=2.|titolo=Allegoria delle stagioni|pagina=» {{Pg|508}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=3.|titolo=Il giovane principe e il mendico (''allegoria dell’anima umana che sospira alla Beltà divina'')|pagina=» {{Pg|514}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=4.|titolo=Il cielo e le sue bellezze|pagina=» {{Pg|519}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=5.|titolo=Del mare e dei fiumi|pagina=» {{Pg|522}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=6.|titolo=Del cero e del fuoco|pagina=» {{Pg|526}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=7.|titolo=Della notte e del giorno|pagina=» {{Pg|529}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=8.|titolo=Allegoria dell’ape, del cero e della farfalla|pagina=» {{Pg|532}}}}
{{Vi|larghezzas=30|larghezzap=50|sezione=9.|titolo=Allegoria della Fenice|pagina=» {{Pg|538}}}}
{{vs|1}}
{{Vi|larghezzap=50|titolo=Registro dei nomi|pagina=» {{Pg|545}}}}
{{vs|1}}
{{Vi|larghezzap=50|titolo=Indice|pagina=» {{Pg|571}}}}<noinclude></noinclude>
r8r4riuemcr3zjj65oj7lfb6q94eum3
Discussioni indice:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu
111
1030791
3901550
3900351
2026-09-18T13:39:06Z
Alex brollo
1615
Gadget [[Aiuto:Gadget Trova e Sostituisci|Trova e Sostituisci]]: salvataggio MemoRegex
3901550
wikitext
text/x-wiki
== memoRegex ==
<nowiki>{"xxxx":["","xxxx","g"],
"^(\\d+\\.) ":["(regex)","$1\t","gm"],
"[ |.>»➤]+(\\d+)$":["(regex)","\t$1","gm"]}</nowiki>
== Struttura ==
@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Consiglio preliminare. Si tratta di un'antologia, e ogni brano è seguito dal ''nome dell'autore'' e dalla ''lingua originale''. Per una corretta categorizzazione, transcluderei ciascun brano in una pagina ns0 principale, riuniti in una "raccolta di raccolte" a due livelli (pagina base, libro). OK?
Non c'è fretta, prima finisco l'Avesta. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 15:00, 15 set 2026 (CEST)
:Antologie... bestie nere! Ci devo pensare. '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 23:59, 16 set 2026 (CEST)
skk6pfnywzdndwn8q3y92dyhgqtu4qh
3901567
3901550
2026-09-18T14:02:48Z
Alex brollo
1615
Gadget [[Aiuto:Gadget Trova e Sostituisci|Trova e Sostituisci]]: salvataggio MemoRegex
3901567
wikitext
text/x-wiki
== memoRegex ==
<nowiki>{"xxxx":["","xxxx","g"],
"^(\\d+\\.) ":["(regex)","$1\t","gm"],
"[ |.>»➤]+(\\d+)$":["(regex)","\t$1","gm"],
"(.+)\\t(.+)\\t(.+)":["(regex)","{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=$1|titolo=$2|pagina=» {{Pg|$3}}}}","g"]}</nowiki>
== Struttura ==
@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Consiglio preliminare. Si tratta di un'antologia, e ogni brano è seguito dal ''nome dell'autore'' e dalla ''lingua originale''. Per una corretta categorizzazione, transcluderei ciascun brano in una pagina ns0 principale, riuniti in una "raccolta di raccolte" a due livelli (pagina base, libro). OK?
Non c'è fretta, prima finisco l'Avesta. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 15:00, 15 set 2026 (CEST)
:Antologie... bestie nere! Ci devo pensare. '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 23:59, 16 set 2026 (CEST)
ixkluu5m1wrk0rczmx0q8o3ejtcvhxr
3901621
3901567
2026-09-18T19:30:47Z
Alex brollo
1615
Gadget [[Aiuto:Gadget Trova e Sostituisci|Trova e Sostituisci]]: salvataggio MemoRegex
3901621
wikitext
text/x-wiki
== memoRegex ==
<nowiki>{"xxxx":["","xxxx","g"],
"^(\\d+\\.) ":["(regex)","$1\t","gm"],
"[ |.>»➤]+(\\d+)$":["(regex)","\t$1","gm"],
"(.+)\\t(.+)\\t(.+)":["(regex)","{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=$1|titolo=$2|pagina=» {{Pg|$3}}}}","g"],
"larghezzas=20":["","larghezzas=30","g"]}</nowiki>
== Struttura ==
@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Consiglio preliminare. Si tratta di un'antologia, e ogni brano è seguito dal ''nome dell'autore'' e dalla ''lingua originale''. Per una corretta categorizzazione, transcluderei ciascun brano in una pagina ns0 principale, riuniti in una "raccolta di raccolte" a due livelli (pagina base, libro). OK?
Non c'è fretta, prima finisco l'Avesta. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 15:00, 15 set 2026 (CEST)
:Antologie... bestie nere! Ci devo pensare. '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 23:59, 16 set 2026 (CEST)
hkjx7bukkedfccjb9szam5fv0dtyl6v
3901623
3901621
2026-09-18T19:35:08Z
Myron Aub
24422
/* Struttura */ Risposta
3901623
wikitext
text/x-wiki
== memoRegex ==
<nowiki>{"xxxx":["","xxxx","g"],
"^(\\d+\\.) ":["(regex)","$1\t","gm"],
"[ |.>»➤]+(\\d+)$":["(regex)","\t$1","gm"],
"(.+)\\t(.+)\\t(.+)":["(regex)","{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=$1|titolo=$2|pagina=» {{Pg|$3}}}}","g"],
"larghezzas=20":["","larghezzas=30","g"]}</nowiki>
== Struttura ==
@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Consiglio preliminare. Si tratta di un'antologia, e ogni brano è seguito dal ''nome dell'autore'' e dalla ''lingua originale''. Per una corretta categorizzazione, transcluderei ciascun brano in una pagina ns0 principale, riuniti in una "raccolta di raccolte" a due livelli (pagina base, libro). OK?
Non c'è fretta, prima finisco l'Avesta. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 15:00, 15 set 2026 (CEST)
:Antologie... bestie nere! Ci devo pensare. '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 23:59, 16 set 2026 (CEST)
::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] @[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Un esempio di antologia con caratteristiche simili è [[Antologia provenzale]] a cui ci si può ispirare nella struttura della digitalizzazione. Peccato che Italo Pizzi non abbia messo anche una datazione per ciascun brano, saremo costretti a usare date approssimative, a meno che qui non ci sia qualche orientalista esperto... [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 21:35, 18 set 2026 (CEST)
dfhnwi4217bhzbrmx11wl5dzs8kzu45
3901625
3901623
2026-09-18T19:41:55Z
Alex brollo
1615
Gadget [[Aiuto:Gadget Trova e Sostituisci|Trova e Sostituisci]]: salvataggio MemoRegex
3901625
wikitext
text/x-wiki
== memoRegex ==
<nowiki>{"xxxx":["","xxxx","g"],
"^(\\d+\\.) ":["(regex)","$1\t","gm"],
"[ |.>»➤]+(\\d+)$":["(regex)","\t$1","gm"],
"(.+)\\t(.+)\\t(.+)":["(regex)","{{Vi|larghezzas=20|larghezzap=50|sezione=$1|titolo=$2|pagina=» {{Pg|$3}}}}","g"],
"larghezzas=20":["","larghezzas=30","g"],
"(.+)\\t(.+)":["(regex)","{{Vi|larghezzap=50|titolo=$1|pagina=» {{Pg|$2}}}}","g"]}</nowiki>
== Struttura ==
@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Consiglio preliminare. Si tratta di un'antologia, e ogni brano è seguito dal ''nome dell'autore'' e dalla ''lingua originale''. Per una corretta categorizzazione, transcluderei ciascun brano in una pagina ns0 principale, riuniti in una "raccolta di raccolte" a due livelli (pagina base, libro). OK?
Non c'è fretta, prima finisco l'Avesta. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 15:00, 15 set 2026 (CEST)
:Antologie... bestie nere! Ci devo pensare. '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 23:59, 16 set 2026 (CEST)
::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] @[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Un esempio di antologia con caratteristiche simili è [[Antologia provenzale]] a cui ci si può ispirare nella struttura della digitalizzazione. Peccato che Italo Pizzi non abbia messo anche una datazione per ciascun brano, saremo costretti a usare date approssimative, a meno che qui non ci sia qualche orientalista esperto... [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 21:35, 18 set 2026 (CEST)
0ocs8v9nk4yflfrum1tdac7ya2mgnwt
Pagina:Ars et Labor, 1908 vol. I.djvu/96
108
1031375
3901626
3900723
2026-09-18T19:42:02Z
Pic57
12729
3901626
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|6||}}</noinclude><!--<syntaxhighlight lang="lilypond" line start="2">-->
<score sound=1>
<< % Apre Canto e Piano
\new Staff = "Canto" \with {
%instrumentName = "Tenore "
midiInstrument = "voice oohs" % Suono vocale più dolce
}
\relative c' {
\clef treble
\key g \major
\time 4/4
\tempo 4 = 92
%rigo canto 6.20
g'4^\> fis~fis8\! r \stemDown b4 ^\markup{\italic "poco affrett:................................."}|
b4 \stemUp a8 g a4 \stemDown b8^\< c|
b4 b8 b cis4 \breathe bis8 cis\!|
\break
%rigo canto 6.21
dis2 e4 d4|
c4 b4~b8 r^\markup{\italic "cres."} b4|
f'2^\markup{\italic "rit:......"} e8 r ^\markup{\italic "a tempo"} d d|
\break
%rigo canto 6.22
d4 c8 c c4 d8 c|
b4^\markup{\italic "poco rit:................................"}
\cadenzaOn \stemUp a8 \breathe g a4 g8 fis s1024 \cadenzaOff \bar "||"
\key e \major
\break
%rigo canto 7.23
}%Chiude relative Canto
\addlyrics {
gran -- de,....... il mir -- to alla Mor -- te che o -- do rom -- bar sul mio
ca -- po scon -- vol -- to........ Non tre -- mo. I ca-
-pel -- li_in un no -- do se -- gre -- to per sem -- pre_ho rac-
}%Chiude new staff canto
\new PianoStaff
<<
\new Staff="up" {
\set PianoStaff.connectArpeggios = ##t
\clef treble
\key g \major
\time 4/4
\relative c' {
%rigo up 6.20a
<<{g'4^\> fis~fis8\) \!r8 r4 ^\markup{\italic "poco affrett."}|
}
\\
{%rigo up 6.20b
r8 <dis b a>4 <dis b a> <dis b a> <dis b a>8|
}
>>
r8^\( <e b g>4 <e b g>8 r <a d,! c>4_\< <a d, c>8\)|
r8^\( <b d, b>4 <b d, b>8 r <cis fis, e>4 <cis fis, e>8\)\!|
\break
%rigo up 6.21
<<{r8^\( dis4 dis8 e4 d|
c4 b2\) b4^\(|
f'2 e4 d?
\break
%rigo up 6.22
d4 c2.\)|
\cadenzaOn b2 a4 g8 fis s1024 \cadenzaOff \bar "|"
\break
%rigo up 7.23a
}
>>
\key e \major
} %Chiude relative Up
}%Chiude New Staff Up
\new Staff = "down" {
\clef bass
\key g \major
\time 4/4
\relative c{
%rigo down 6.20
<b b,>2\)~<b b,>8 r8 r4|
e2^\( fis|
g2\) ais2^>^\(|
\break
%rigo down 6.21
b2\) b^\(|
a1\)|
gis2^\( e|
\break
%rigo down 6.22
a2\) fis^\(|
\cadenzaOn b\) b,^\( s1024\)\cadenzaOff \bar "|"
\key e \major
\break
%rigo down 7.23
} %Chiude relative low
}%Chiude Staff low
>>%Fine Base Piano
>> %Chiude Canto e Piano
\layout {
\context {
\Staff \RemoveAllEmptyStaves
}
\context {
\PianoStaff
\consists "Span_stem_engraver"
}
\context{
\Staff
\consists "Slur_engraver"
\consists "Span_arpeggio_engraver"
}
\context{
%\Voice
%\remove "Slur_engraver"
}
%indent = 3\cm
%short-indent = 2\cm
%ragged-right = ##f
%ragged-last = ##f
}
\midi { }
</score>
<!--</syntaxhighlight>--><noinclude><references/>
{{Centrato|''b'' 112140 ''b''}}</noinclude>
1hjh1yoscdpvgbg5rfzd7qgv7ji44t5
Pagina:Ars et Labor, 1908 vol. I.djvu/97
108
1031446
3901633
3900724
2026-09-18T21:00:24Z
Pic57
12729
3901633
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|||7}}</noinclude><!--<syntaxhighlight lang="lilypond" line start="2">-->
<score sound=1>
<< % Apre Canto e Piano
\new Staff = "Canto" \with {
%instrumentName = "Tenore "
midiInstrument = "voice oohs" % Suono vocale più dolce
}
\relative c' {
\clef treble
\key g \major
\time 4/4
\tempo 4 = 92
%rigo canto 7.23
e4^\markup{\italic "LENTAMENTE"} e4~e8 r^\p gis4^\markup{\italic "triste e sostenuto"}
b4 b8 gis8 cis4 c8 gis|
b4 a2 gis4^\<|\!
\break
%rigo canto 7.24
^\< gis4 fis8 \!eis fis4 gis8 a|
\stemDown b4 b~b8 r b4^\markup{\italic "cres."}|
e4 fis8 gis e4 dis8 cis|
\break
%rigo canto 7.25
}%Chiude relative Canto
\addlyrics {
col -- to.......... Ho tere -- so con am -- be le ma -- ni l'e-
-stre -- me tue la -_ crime,o Vi -- ta....... L'a -- man -- te che_ha no -- me Do-
}%Chiude new staff canto
\new PianoStaff
<<
\new Staff="up" {
\set PianoStaff.connectArpeggios = ##t
\clef treble
\key g \major
\time 4/4
\relative c' {
%rigo up 7.23
<<{<e b gis>8^\markup{\italic "LENTAMENTE"}_\< <gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis>\!_\> <gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis>\!\)|
<gis e b gis>8^\(_\p<gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis>\)|
<b fis cis b>8^\(<b fis cis b><a fis cis a><a fis cis a><a fis cis a><a fis cis a>_\< <gis e cis gis><gis e cis gis>\!\)|
\break
}
\\
{
%rigo up 7.23b
s1*4/4
}
>>
%rigo up 7.24
<gis dis b a?>8_\< ^\(<gis dis b a><fis dis b a>\!<gis! fis b, a><fis dis b>8 <fis dis b><gis dis b><a dis, b>\)|
<b e, b>8^\(<b e, b><b e, b><b e, b><b gis e b><b gis e b>_\markup{\italic "cres."}<b gis e b><b gis e b>\)|
\stemUp <e cis gis e>8^\( <e cis gis e><fis cis fis,>_\markup{\italic "col canto"}<gis cis, gis><e cis gis e><e cis gis e><e cis gis e><e cis gis e>\)|
\break
%rigo up 7.25
} %Chiude relative Up
}%Chiude New Staff Up
\new Staff = "down" {
\clef bass
\key g \major
\time 4/4
\relative c{
%rigo down 7.23
e,2\)~e8 r r4|
R1*4/4|
\stemDown fis'2.^\( \stemUp ais,4
\break
%rigo down 7.24
b2\) \stemDown a'?^\(|
gis1\)|
<cis gis cis,>8^\(<cis gis cis,><cis gis cis,><cis gis cis,><cis gis cis,><cis gis cis,><cis gis cis,><cis gis cis,>\)|
\break
%rigo down 7.25
} %Chiude relative low
}%Chiude Staff low
>>%Fine Base Piano
>> %Chiude Canto e Piano
\layout {
\context {
\Staff \RemoveAllEmptyStaves
}
\context {
\PianoStaff
\consists "Span_stem_engraver"
}
\context{
\Staff
\consists "Slur_engraver"
\consists "Span_arpeggio_engraver"
}
\context{
%\Voice
%\remove "Slur_engraver"
}
%indent = 3\cm
%short-indent = 2\cm
%ragged-right = ##f
%ragged-last = ##f
}
\midi { }
</score>
<!--</syntaxhighlight>--><noinclude><references/>
{{Centrato|''b'' 112140 ''b''}}</noinclude>
rck4ifdlltownxld8nk6snl1mtp5oaq
3901634
3901633
2026-09-18T21:02:54Z
Pic57
12729
3901634
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|||7}}</noinclude><!--<syntaxhighlight lang="lilypond" line start="2">-->
<score sound=1>
<< % Apre Canto e Piano
\new Staff = "Canto" \with {
%instrumentName = "Tenore "
midiInstrument = "voice oohs" % Suono vocale più dolce
}
\relative c' {
\clef treble
\key e \major
\time 4/4
\tempo 4 = 92
%rigo canto 7.23
e4^\markup{\italic "LENTAMENTE"} e4~e8 r^\p gis4^\markup{\italic "triste e sostenuto"}
b4 b8 gis8 cis4 c8 gis|
b4 a2 gis4^\<|\!
\break
%rigo canto 7.24
^\< gis4 fis8 \!eis fis4 gis8 a|
\stemDown b4 b~b8 r b4^\markup{\italic "cres."}|
e4 fis8 gis e4 dis8 cis|
\break
%rigo canto 7.25
}%Chiude relative Canto
\addlyrics {
col -- to.......... Ho tere -- so con am -- be le ma -- ni l'e-
-stre -- me tue la -_ crime,o Vi -- ta....... L'a -- man -- te che_ha no -- me Do-
}%Chiude new staff canto
\new PianoStaff
<<
\new Staff="up" {
\set PianoStaff.connectArpeggios = ##t
\clef treble
\key e \major
\time 4/4
\relative c' {
%rigo up 7.23
<<{<e b gis>8^\markup{\italic "LENTAMENTE"}_\< <gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis>\!_\> <gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis>\!\)|
<gis e b gis>8^\(_\p<gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis>\)|
<b fis cis b>8^\(<b fis cis b><a fis cis a><a fis cis a><a fis cis a><a fis cis a>_\< <gis e cis gis><gis e cis gis>\!\)|
\break
}
\\
{
%rigo up 7.23b
s1*4/4
}
>>
%rigo up 7.24
<gis dis b a?>8_\< ^\(<gis dis b a><fis dis b a>\!<gis! fis b, a><fis dis b>8 <fis dis b><gis dis b><a dis, b>\)|
<b e, b>8^\(<b e, b><b e, b><b e, b><b gis e b><b gis e b>_\markup{\italic "cres."}<b gis e b><b gis e b>\)|
\stemUp <e cis gis e>8^\( <e cis gis e><fis cis fis,>_\markup{\italic "col canto"}<gis cis, gis><e cis gis e><e cis gis e><e cis gis e><e cis gis e>\)|
\break
%rigo up 7.25
} %Chiude relative Up
}%Chiude New Staff Up
\new Staff = "down" {
\clef bass
\key e \major
\time 4/4
\relative c{
%rigo down 7.23
e,2\)~e8 r r4|
R1*4/4|
\stemDown fis'2.^\( \stemUp ais,4
\break
%rigo down 7.24
b2\) \stemDown a'?^\(|
gis1\)|
<cis gis cis,>8^\(<cis gis cis,><cis gis cis,><cis gis cis,><cis gis cis,><cis gis cis,><cis gis cis,><cis gis cis,>\)|
\break
%rigo down 7.25
} %Chiude relative low
}%Chiude Staff low
>>%Fine Base Piano
>> %Chiude Canto e Piano
\layout {
\context {
\Staff \RemoveAllEmptyStaves
}
\context {
\PianoStaff
\consists "Span_stem_engraver"
}
\context{
\Staff
\consists "Slur_engraver"
\consists "Span_arpeggio_engraver"
}
\context{
%\Voice
%\remove "Slur_engraver"
}
%indent = 3\cm
%short-indent = 2\cm
%ragged-right = ##f
%ragged-last = ##f
}
\midi { }
</score>
<!--</syntaxhighlight>--><noinclude><references/>
{{Centrato|''b'' 112140 ''b''}}</noinclude>
hin0s3in8x39dckv1f3oq2o4ymip417
3901654
3901634
2026-09-18T21:38:17Z
Pic57
12729
3901654
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|||7}}</noinclude><!--<syntaxhighlight lang="lilypond" line start="2">-->
<score sound=1>
<< % Apre Canto e Piano
\new Staff = "Canto" \with {
%instrumentName = "Tenore "
midiInstrument = "voice oohs" % Suono vocale più dolce
}
\relative c' {
\clef treble
\key e \major
\time 4/4
\tempo 4 = 92
%rigo canto 7.23
e4^\markup{\italic "LENTAMENTE"} e4~e8 r^\p gis4^\markup{\italic "triste e sostenuto"}
b4 b8 gis8 cis4 c8 gis|
b4 a2 gis4^\<|\!
\break
%rigo canto 7.24
^\< gis4 fis8 \!eis fis4 gis8 a|
\stemDown b4 b~b8 r b4^\markup{\italic "cres."}|
e4 fis8 gis e4 dis8 cis|
\break
%rigo canto 7.25
dis2 \stemUp gis,4^\> gis\!|
\stemDown cis4^\p dis8 e cis4 b8 \stemUp a|
\stemDown b2 b4 r8 \stemDown b|
\break
%rigo canto 8.26
}%Chiude relative Canto
\addlyrics {
col -- to.......... Ho tere -- so con am -- be le ma -- ni l'e-
-stre -- me tue la -_ crime,o Vi -- ta....... L'a -- man -- te che_ha no -- me Do-
-ma -- ni m'at -- ten -- de nell'om -- bra in -- fi -- ni -- ta. L'a-
}%Chiude new staff canto
\new PianoStaff
<<
\new Staff="up" {
\set PianoStaff.connectArpeggios = ##t
\clef treble
\key e \major
\time 4/4
\relative c' {
%rigo up 7.23
<<{<e b gis>8^\markup{\italic "LENTAMENTE"}_\< <gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis>\!_\> <gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis>\!\)|
<gis e b gis>8^\(_\p<gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis><gis e b gis>\)|
<b fis cis b>8^\(<b fis cis b><a fis cis a><a fis cis a><a fis cis a><a fis cis a>_\< <gis e cis gis><gis e cis gis>\!\)|
\break
}
\\
{
%rigo up 7.23b
s1*4/4
}
>>
%rigo up 7.24
<gis dis b a?>8_\< ^\(<gis dis b a><fis dis b a>\!<gis! fis b, a><fis dis b>8 <fis dis b><gis dis b><a dis, b>\)|
<b e, b>8^\(<b e, b><b e, b><b e, b><b gis e b><b gis e b>_\markup{\italic "cres."}<b gis e b><b gis e b>\)|
\stemUp <e cis gis e>8^\( <e cis gis e><fis cis fis,>_\markup{\italic "col canto"}<gis cis, gis><e cis gis e><e cis gis e><e cis gis e><e cis gis e>\)|
\break
%rigo up 7.25
<dis gis, dis>8^\(<dis gis, dis><dis gis, dis>_\><dis gis, dis><dis gis, dis><dis gis, dis><dis gis, dis><dis gis, dis>\)
<cis a e cis>8_\p <cis a e cis>8^\(<dis a dis,><e a, e><cis a e cis><cis a e cis><cis a e cis><cis a e cis>\)|
<b e, b>8^\(<b e, b><b e, b><b e, b><b e, b><b e, b><b e, b><b e, b>\)|
\break
%rigo up 8.26
} %Chiude relative Up
}%Chiude New Staff Up
\new Staff = "down" {
\clef bass
\key e \major
\time 4/4
\relative c{
%rigo down 7.23
e,2\)~e8 r r4|
R1*4/4|
\stemDown fis'2.^\( \stemUp ais,4
\break
%rigo down 7.24
b2\) \stemDown a'?^\(|
gis1\)|
<cis gis cis,>8^\(<cis gis cis,><cis gis cis,><cis gis cis,><cis gis cis,><cis gis cis,><cis gis cis,><cis gis cis,>\)|
\break
%rigo down 7.25
<b gis b,>8^\(<b gis b,><b gis b,><b gis b,><b gis b,><b gis b,><b gis b,><b gis b,>\)|
<a e a,>8^\(<a e a,><a e a,><a e a,><a e a,><a e a,><a e a,><a e a,>\)|
<gis e gis,>8^\(<gis e gis,><gis e gis,><gis e gis,><gis e gis,><gis e gis,><gis e gis,><gis e gis,>\)|
\break
%rigo down 8.26
} %Chiude relative low
}%Chiude Staff low
>>%Fine Base Piano
>> %Chiude Canto e Piano
\layout {
\context {
\Staff \RemoveAllEmptyStaves
}
\context {
\PianoStaff
\consists "Span_stem_engraver"
}
\context{
\Staff
\consists "Slur_engraver"
\consists "Span_arpeggio_engraver"
}
\context{
%\Voice
%\remove "Slur_engraver"
}
%indent = 3\cm
%short-indent = 2\cm
%ragged-right = ##f
%ragged-last = ##f
}
\midi { }
</score>
<!--</syntaxhighlight>--><noinclude><references/>
{{Centrato|''b'' 112140 ''b''}}</noinclude>
lmmujf3ydfle2l0epgshkls447s19vb
Pagina:Cumbo - La Maddalena liberata, Venezia, Baglioni, 1673.djvu/25
108
1031458
3901562
3900904
2026-09-18T13:48:38Z
Modafix
8534
3901562
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.4em|{{larger|PRIMO}}}}|5}}</noinclude>{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|11.}}
<poem>La fronte serenissima frà quelle
Splendidissime chiome biancheggiante,
Par piena Luna, in mezo à chiare Stelle,
Par candid Alba in lucido Levante.
Frà le cui nevi Amor le sue fiammelle
Cela, per ingannar lo sguando amante;
Che à quello albor, quasi Farfalla al lume
Scherzando, qual Tifeo, brucia frà brume.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|12.}}
<poem>Sotto i Zodiaci dele ciglia eguali,
Sembran gli occhi lincei candide sfere.
Le pupille, de cor stelle fatali,
Tanto splendide più, quanto più nere.
Nel cui vivo carbon tempra gli strali
Di Vulcan l’empio figlio, il cieco Arciere,
E qual dominator d’astri brucianti,
Fulmina con gli sguardi, arde co’ pianti.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|13.}}
<poem>Con gran proportion del vago viso
L’ornamento maggior si leva, e scende,
Per cui l’aure, e gli odori al paradiso
Entran del Alma, ove la vita splende.
Egli, quasi Equator, nel mezo assiso,
Il Ciel del volto equipartito rende;
D’onde nel fulminar prende la mira
L’Arcier tonante, alhor, che i lampi gira.</poem><noinclude>{{PieDiPagina||A 3|''Par''{{spazi|5}}}}</noinclude>
0810rwj6hoq7kqnms60vavgb3y6ji7b
Pagina:Cumbo - La Maddalena liberata, Venezia, Baglioni, 1673.djvu/26
108
1031459
3901549
3900905
2026-09-18T13:38:57Z
Modafix
8534
3901549
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|6|{{Type|l=0.4em|{{larger|CANTO}}}}}}</noinclude>{{Ct|t=1|v=0.3|s=90%|14.}}
<poem>Par la sua guancia, colorita ogni hora,
De le gratie giardino, e degli amori.
Prateria, d’onde il crin, l’Alba, e l’Aurora
Fregiansi di vermigli, e bianchi fiori.
Primavera, in cui Zefiro, con Flora
Scherzano, accesi d’amorosi ardori.
Che i freschi gigli à i cor, le fresche rose
Spiran calde fragranze, aure focose.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|s=90%|15.}}
<poem>Bocca gentil, che à guisa di Reina,
La Corona hai di perle, hai d’ostro il manto;
Da la cui Maestà, quasi divina,
Hor balena il bel riso, hor tuona il canto.
Spiega tù, come Amor l’alme affascina,
Con questo, e quel, quasi con doppio incanto.
E come à gli occhi vive calamite
Son le porpore tue, le margarite.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|s=90%|16.}}
<poem>Del’aureo capo, argentea base pare
La bianca gola, ed organo animato;
Anzi Erculea colonna, sopra il Mare
Del latteo petto, e di due poppe armato.
Sù le quali, più oltre, à navigare
Spinge l’avido Amante, il cieco alato;
Che oltre passando, novo Ulisse avaro,
Trova in dolce Ocean, naufragio amaro.</poem><noinclude>{{PieDiPagina|||''Qua-''{{spazi|5}}}}</noinclude>
785aoagpdi9duhhg7640qmztrzf9dyo
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/170
108
1031464
3901577
3900938
2026-09-18T14:07:01Z
Candalua
1675
Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]]
3901577
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude>{{Nop}}
{{Ct|f=120%|II.<ref>''La Contagion'', commedia di E. {{Spaziato|Augier}}. ''Héloïse Paranque!'', commedia di A. {{Spaziato|Durantin}}. ''Henriette Marechal'', dramma di J. ed E. {{Spaziato|Goacourt}}.</ref>}}
Narrano le antiche cronache che le pere guaste fanno marcire le buone; e ciò è scritto anche in una {{Ec|moralisssima|moralissima}} e leggiadra novelletta di {{AutoreCitato|Gasparo Gozzi|Gaspare Gozzi}}, la quale abbiamo tutti imparato a scuola. Dumas ''fils'' fece di questa novella una commedia, il ''Demi-monde''; Augier rifece questa commedia in un’altra commedia, la ''Contagion''. È troppo nota la famosa parabola delle pesche nella scena IX, atto II, del ''Demi-monde'' per ricordarla qui tutta intera codesta parabola, che non è altro che una moderna parafrasi del vecchio apologo, è la sintesi della commedia; l’autore francese non fa che mutare la qualità del frutto: le pere diventano pesche; la variante sta lì.
Per Adamo il castigo fu una mela, per Gozzi fu una<noinclude><references/></noinclude>
8a4pttu4wav1rrnkvr1jpxo4e0b36hy
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/175
108
1031472
3900950
2026-09-18T11:59:16Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3900950
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|149}}</noinclude>{{Nop}}
Madame de Lornan è salvata.
La Galeotti della ''Contagion'' è onesta, pura, gentile, come madame de Lornan, è vedova com’essa; fra queste due figure non c’è che una sola differenza. Madame de Lornan non entra in iscena, non pone nemmeno la punta del suo stivaletto nella casa del contagio, la marquise Galeotti v’entra; il nome della prima non appare neanche sulla lista dei personaggi, il nome della seconda vi campeggia come quello d’una protagonista. Questo è un altro importantissimo segno d’affinità fra le due commedie.
Augier, dopo aver udito il ''Demi-monde'', immaginò madame de Lornan varcante il limitare del ''boudoir'' di Suzanne e stette a indovinare le conseguenze; così probabilmente si formò nell’idea dell’autore della ''Contagion'' il personaggio della Galeotti. Dumas salvò la sua vedova colla provvidenza del caso, Augier colla coscienza; il contagio entra in casa della Galeotti con la persona della Navarette, la Galeotti va nel tempio stesso del contagio quando entra in casa di d’Estrigaud; ma appena tocca dal male, guarisce.
Altre due serene immagini d’innocenza rimaste pure, ''inter scabiam tantam'', sono Marcella nel ''Demi-monde'' ed
Alina nella ''Contagion''; Marcella ed Alina non sentono che il santo e l’ingenuo contagio dell’amore: Marcella ama Olivier come Alina ama Lucien. Tanto Olivier quanto Lucien si sono per un istante imbrattati nel vizio. Uno ha bazzicato in casa di Suzanne, l’altro in casa di Navarette, ma il loro cuore è giovane ed onesto ed atto al {{Ec|ravvedimanto|ravvedimento}}; Olivier finisce per isposare Marcella e Lucien finisce per isposare Alina.
Raymond de Nanjac, il colonnello che viene dall’A-<noinclude><references/></noinclude>
a1ucn58sgae7ezn6psc9ifurcxo6ndl
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/176
108
1031473
3900952
2026-09-18T12:01:00Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3900952
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|150|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>frica e piomba in mezzo al ''Demi-monde'' di Dumas ''fils'' come un selvaggio e si lascia ammaliare dalle moine di Suzanne, è fratello gemello di André Lagarde, l’ingegnere di Gibraltar, il povero provinciale candido e credenzone, che si lascia infinocchiare da Valentine, capitato in mezzo alla ''Contagion'' di E. Augier. Così pure d’Estrigaud è fratello di Vernouillet, personaggio della ''Question d’argent'': è l’uomo senza cuore e senza coscienza, il cinico avido e depravato, colla sola differenza che d’Estrigaud è più elegante, più sibarita, più cortigiano, e Vernouillet più volgare. Torniamo al ''Demi-monde''.
Il punto di contatto più evidente, più imprudente, più impudente fra questa commedia e la ''Contagion'' è la finta catastrofe dello scioglimento.
Estrigaud finge di morire in duello precisamente come Nanjac, e da questa astuzia scoperta vien risolto il nodo della commedia. Il caso è grave; sommiamo a quest’ultima rassomiglianza tutte le rassomiglianze che abbiamo enumerato fra la commedia d’Augier e quella di Dumas, ed avremo un risultato di plagio evidente nel concetto, nei tipi, nell’intreccio; se frughiamo ancora, troveremo non poche analogie anche nel dialogo. La prima scena dell’atto quarto pare dialogizzata da Dumas ''fils'', e rammenta moltissimo il primo atto della ''Dame aux caméelias''. È inconcepibile che un intelletto così nobile, così originale come quello di Augier si sia lasciato volgarmente trascinare alla imitazione. Non sappiamo rinvenire più in questa ''Contagion'' quel gran maestro degli ''Effrontés'', del ''Fils de Giboyer'', del ''Gendre de M. Poirier''. Sono umilianti per l’ingegno umano questi repentini traviamenti delle grandi intelligenze.<noinclude><references/></noinclude>
babc5wly8i4095p7foaox7l293p35rt
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/7
108
1031474
3900953
2026-09-18T12:18:57Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900953
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>
«Il suo tappeto egli di perle ornava 96, no
Che India remota invia;
Di gemme il suo tappeto ei tempestava
Di Persia e di Soria;
Pragranza al suo tappeto egli donava
D'incenso vaporante
Delle arabiche piante».
{Mrro E NAIDA, romanzo orientale) _<noinclude></noinclude>
377n4vhhdp7ko2pfq41yad7ijqc7mb7
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/8
108
1031475
3900954
2026-09-18T12:19:08Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900954
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude><noinclude></noinclude>
3bzi46q3olvmgbsywqp3bmdi7d9hzyr
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/9
108
1031476
3900955
2026-09-18T12:19:18Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900955
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>PREFAZIONE
Ex Oriente lux!
Questo libro non è mio. È opera di molti e molti altri,
dei quali, nel modo che ho potuto meglio, io mi son fatto
modesto interprete per farne intendere la voce e comprendere
il pensiero e il sentimento a chi fra noi ama gli studî letterari, e più ancora a chi desidera di conoscere come pensassero e giudicassero un giorno uomini tanto lontani da noi
di tempo e di luogo. Ho voluto anche cooperar con esso @
togliere, se pure sarà da tanto anche in parte minima, quel
vieto errore che noi abbiamo ereditato dai nostri vecchi, e
secondo cui i popoli d'Oriente e le loro letterature, se pur ne
hanno alcuna, non meritano nè studio nè considerazione.
Con questo intendimento che, come spero, avrà l’'approvazione d’ogni studioso che non nutra più le idee viete d'un
tempo quando pareva sacrilegio il leggere alcun che che non
fosse o italiano o latino o greco, io mi son posto a questo lavoro,
confortato dall’esempio di non pochi valentuomini che del
pari l'hanno avuto o l’hanno, sì che, mentre altri mi hanno
preceduto, mi trovo avere gli altri per compagni. Parlo di
Cesare Cantù che nella sua Letteratura delle Nazioni fece
conoscere, in quel modo che allora si poteva, ma con propoSito degno di tutta lode, qualche parte delle letterature
d'Oriente e d'Occidente; di Gaspare Gorresio, di Giovanni
Flechia, di Antonio Marazzi, traduttori insigni di cose indiane,
di Michele Amari, gran conoscitore della storia musulmana e
traduttore maestro di cose arabiche. Ora poi, fra i contemporanei, per tacer d’altri benemeriti viventi, hanno fatto opera
-<noinclude></noinclude>
r55ioz9wt6j5qine76hx1aek7nvovp9
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/10
108
1031477
3900956
2026-09-18T12:19:28Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900956
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— x —|}}</noinclude>
veramente degna, tale che sarà molto proficua agli studî, i
chiari Professori che hanno dato fuori testè due Antologte,
una assai vasta e comprensiva, l’altra più ristretta e sobria,
ma di larga veduta ambedue, ambedue intese a far conoscere
ai lettori italiani tanta parte, tradotta, di letterature Sstraniere (1).
Senonchè queste due Antologie comprendono l'Oriente @
l'Occidente, dal Giappone alla Spagna, dalla Spagna all’America, muovono dai tempi della Bibbia e del Rigveda e scendono fino ai moderni, mentre io, nel libro che ora presento
al pubblico, non sono è non voglio essere tanto universale.
Quelle due Antologie raccolgono l’opera, come è naturale,
di molti e molti traduttori. Quanto invece io raccolgo nel
mio libro, antologia anch’esso, fu tutto tradotto, come meglio
ho potuto, da me. Ciò potrebbe parere ostentazione vana €
leggera; ma, quando si saprà entro quali limiti ho voluto far
la scelta e quali ragioni mi hanno guidato in questa scelta,
si vedrà che non ho avuto tutto il torto facendo come ho
fatto; e, d’altra parte, per quegli Autori e per quei loro libri
che ho voluto e dovuto tradurre io, mancano quasi tutte, per
non dire tutte, le traduzioni. Questa, come ognuno facilmente
comprenderà, è stata valevolissima ragione per non aver
potuto far diversamente. Aggiungo che queste traduzioni mie,
fatta eccezione per una o due, sono tutte inedite.
L’intendimento mio adunque fu quello di scegliere sol
tanto tra quelle letterature d' Oriente che hanno avuto masgiore o minor rapporto con le nostre e che sono l’araba e la
persiana in particolare, poi la siriaca €@ l’ebraica, anche la
sanscrita o indiana. La scelta anzi fu condotta in modo da far
conoscere al lettore italiano più la vita intima e privata delle
genti orientali che la pubblica, più il pensiero intimo e connaturato, che quello che diremo voluto dalle leggi o dalle
consuetudini ufficiali e pubbliche, più il sentimento spontaneo
e sincero che le manifestazioni, imposte dal vivere sociale, di
sentimenti molte volte fittizî, più il costume del vivere comune che l'apparato, comandato dai riti religiosi, dal cerimoniale delle corti, dalle necessità del vivere ufficioso.
(1) Poeti stranieri lirici, epici, drammatici, scelti sulle versioni italiane da
L. Morandi e D. Ciàmpoli, Lipsia, R. Gerhard, 1904; — Letterature straniere,
Manuale comparativo corvedato di esempi, ece. per cura di Guido Mazzoni e
Paolo Emilio Pavolini, Firenze, G. Barbèra, 1906.<noinclude></noinclude>
01vkm3rpaie2tdw6ujd2gyt1yh4zqum
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/11
108
1031478
3900957
2026-09-18T12:19:38Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900957
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— xi —|}}</noinclude>Ora, per far ciò, piuttosto che ricorrere alle opere che
hanno avuto fin dalle origini una grande importanza sociale,
civile, religiosa, o anche letteraria, artistica e storica, era
ovvio che io dovessi ricorrere, come appunto son ricorso, alle
tradizioni, talvolta anche del volgo, alle memorie «popolari,
agli aneddoti che pure essendo storici, hanno impronta o intima o personale, alle novelle, anche alle favole, alle sentenze, ai proverbî. Ha ragione Plutarco quando, incominciando
a raccontar la vita di Alessandro, dice che il costume e l’indole d’un uomo ci son tratteggiati da un suo motto, da un
suo atto, da un fatto intimo, anche se minimo, assai meglio che
dalle sue imprese guerresche o civili per quanto grandi e
clamorose. Con questo, tutta quella parte di letteratura, che,
alquanto umile, ritrae la vita casalinga, il costume appartato,
il vivere e il modo di vivere d’un popolo o di una gente
qualsiasi, è pur sempre un prezioso documento per lo studioso, massime quando vi si rispecchiano i pensieri, le opinioni, i giudizî, gli affetti, i desiderî, le passioni di quella
stessa gente, quali non trovano luogo o espressione nella
letteratura più alta, data agli alti argomenti. E, nel caso
nostro presente, tanto più che l'Oriente da noi è quasi interamente sconosciuto ai più, non era o non è forse utile farle
conoscere, quelle letterature, nella loro parte alquanto più
modesta, ma non meno meritevole di studio e di considerazione?
Si vedrà perciò che, in questa mia Antologia, nulla ho
posto dei grandi libri dell'Oriente, sacri, dottrinali, epici, i
quali hanno avuto presso quei popoli l'altissimo ufficio di
regolarne le sorti con gl’insegnamenti religiosi e civili, con
le speculazioni filosofiche, coi magnifici racconti del passato.
Se ho fatto qualche eccezione, fu brevissima e rara. Nulla
pertanto ho dato del Rigveda, nulla della Bibbia, nulla del
Corano. Dei due poemi indiani, il Mahadbharata e il Ramayana,
e del grande poema persiano di Firdusi, él Libro dei Re, ho
dato soltanto un tenue saggio nel senso che conveniva all’indole dell’Antologia stessa, e non altro.
Se questa troverà lettori, almeno per quanto d’importante vi ho potuto comprendere e raccogliere, essa potrà
loro rappresentare l’Oriente (quella parte di esso, s’intende,
che vi si trova contemplata) in maniera ben diversa da quella
secondo cui son soliti a vederselo rappresentato. Perchè, nei
nostri manuali di storia, anche in quelli più pregiati, non si<noinclude></noinclude>
1x2d8kv9lqhwzrkcbxyatnmm35a7wvr
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/12
108
1031479
3900958
2026-09-18T12:19:48Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900958
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— xii —|}}</noinclude>
rinvengono consuetamente che poche notizie, erronee non di
rado, intorno a quelle antiche e misteriose religioni dell’ Oriente, e accanto a queste alcune altre poche intorno alle
principali successioni dei sovrani, a qualche personaggio di
là mal conosciuto e mal qualificato, e quasi sempre un silenzio profondo intorno alle letterature. Che anzi, senza proprio
saperne nulla, ecco che quei poveri popoli orientali sono caricati gratuitamente da noi d’ogni più rea accusa. Essi che
nell’Antichità e nel Medio Evo ci hanno tramandato tanta
parte del sapere, sono da noi considerati come la gente più
spregevole, nemica della civiltà, barbara perciò nell’indole e
nel costume, serva d’ogni passione più abietta, stupidamente
vile dinanzi a idoli e a tiranni.
Essi però, sapendo in qual conto noi li teniamo, ricordando inoltre (e come se ne ricordano!) d’esserci stati maestri
un giorno, allegramente si vendicano. Hanno giornali e periodici (chi direbbe che quei barbari son giunti ad aver tanto ‘9h
e in quei giornali e periodici o discutono e giudicano di proposito fe con serietà delle cose nostre, anche delle più gravi
e importanti, o si fanno beffa solenne di noi e dei fatti
nostri (1). Se poi, nelle cose della politica e della guerra,
abbiano saputo farci intendere, anche di recente, quanto possano valere, è quello che ciascuno di noi ha potuto toccar con
mano e comprendere.
Ma, lasciando questo punto che ora non ce’importa, chi
vorrà leggere le pagine degli Autori orientali raccolte qui,
potrà facilmente ricredersi di qualche suo giudizio erroneo,
(1) Chi leggesse, per esempio, la Rivista musulmana scritta in francese, l'Arafate, che ora si pubblica al Cairo da Mabmîùd Sàlim, e il Periodico al-Nidi (il Convito) che si pubblica pure al Cairo in arabo, in turco,
in italiano, dal Dott. E. Insabato, vedrebbe come là sono conosciute le cose
nostre, come se ne giudica, compresavi la storia, la politica, la religione,
la cultura e altre cose molte. Ciò per la parte seria. Per la parte buffa,
ricorderemo soltanto il bisticcio, tanto frequente in bocca dei Persiani*
Fireng è bi-ferhèng, cioè: « Europei (Franchi), gente senza buon senso! n,
e una briosa commedia persiana di Muhammed Giafar Qaragiadeghî, in
cui si dicono dei nostri dignitari pubblici (ministri, consoli, presidenti di
tribunale) cose amenissime, e più ancora delle nostre dame, in ispecie di
quelle di Parigi. Se ne ha una bella traduzione italiana del D.r ‘E. Ramondo: Monsieur Jourdan (è il protagonista), Commedia persiana, Torino,
‘Dip. degli Avtigianelli, 1898. Il testo ne è stato pubblicato a Vienna (A.
Holder, 1889) dal D.r A. Wahrmund, con traduzione tedesca e vocabolario
persiano-tedesco.<noinclude></noinclude>
fi4j5zr0yfpn6mtiq3nboizit1qghio
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/13
108
1031480
3900959
2026-09-18T12:19:59Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900959
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— xiii —|}}</noinclude>
quando, per esempio, vedrà: che qualche filosofo 0 cosmografo o naturalista, sia arabo o persiano, Va discorrendo
(prescindendo dal valore intrinseco delle dottrine) di cose
morali e di naturali in modo non dissimile da un filosofo 0
da un naturalista greco, o da uno dei nostri anche dei più
grandi; che i fatti e gli avvenimenti storici e quelli inventati,
e più ancora gli aneddoti che toccano costumi e caratteri
d’uomini, sono narrati con quella lepidezza, festività, naturalezza, con quel brio, che noi crediamo esser dote peculiare
soltanto degli scrittori moderni, massime francesi; che certe
osservazioni sono tanto acute e sagaci quanto quelle di qualunque maggior conoscitore nostro del cuore e della natura
umana, e mostrano tanto buon senso quanto ogni più bella
sentenza o giudizio d’ogni nostro più grave e savio pensatore; che qualcuno di quegli scrittori di là ha osato affrontar
questioni difficilissime, e ciò tra il IX e il XII secolo cb (Ck
(parlo degli Arabi e dei Persiani soltanto), quando noi eravamo nella più profonda ignoranza. E lascio di toccare dei
grandi libri, che, per le ragioni dette avanti, ho lasciati da
parte; ma posso ben dir qui soltanto di passaggio che certi
canti guerrieri dei poemi persiani e degl’indiani rivaleggiano
degnamente con gli omerici, massime in quello del persiano Firdusi, per il quale (appunto per la meravigliosa somiglianza dello
stile grandemente epico) si è posta la questione se egli avesse
conosciuto Omero; che certe liriche amorose, indiane e persiane, hanno tratti così delicati da potersi paragonare a quelle
d’Anacreonte e di Orazio; che qualche inno vedico ha l'impeto e l'entusiasmo lirico d’ogni più alto inno religioso partecipante dell’epico; che qualche storico musulmano, per gli alti
concetti suoi intorno ai governi e al modo del giudicar la
storia, può stare accanto ai più illustri tra i nostri. Ricordo
ancora come Michele Amari non dubitasse di mettere accanto
alle più belle pagine del Machiavelli i Prolegomeni che Ibn
Khaldùn, storico musulmano del secolo XIV, nativo dell’ Hadhramaut nell’Arabia meridionale, ha premessi alla sua grande
opera.
In questo modesto lavoro, adunque, ho pur voluto secondare anche una volta quello stesso intendimento che ho avuto
anche in altri (1), cioè di far conoscere qualche buon tratto
(1) Mi sia concesso ricordare che fin dal 1878 diedi fuori qui a Torino (Ed. E. Loescher) una mia Antologia epica con molti passi, tradotti,
tolti dalle epope persiana, indiana, scandinava, germanica, slava, finnica.<noinclude></noinclude>
81xnqtz20n6kyiiq2lqkpyvohjb4j8p
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/14
108
1031481
3900960
2026-09-18T12:20:09Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900960
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— xiv —|}}</noinclude>
—XIV—
delle letterature d’Oriente fin là dove mi fosse concesso dalle
mie forze, parendomi che quell’accoglienza e quell’ammirazione che da noi, dopo tanti contrasti, furono concesse e tributate allo Shakespeare, al Goethe, allo Schiller e ad altri,
possano pur essere concesse a questi altri, fratelli nostri
anch'essi, cooperatori anch'essi nel gran cammino della ceiviltà. Che se stimerà qualcuno che questa mia è opera di
volgarizzatore, non di ricercator di cose nuove, sia pure! Io,
per cotesto, mi contenterò, anzi mi glorierò, trovandomi come
tale in assai buona compagnia, da che, per tacer dei passati,
vi sono gl’illustri miei maestri, Emilio Teza e Michele Kerbaker, i miei dotti e valenti colleghi, Paolo Emilio Pavolini,
Giuseppe Morici, Leopoldo Pullè, Francesco Cimmino, Carlo
Formichi, Oreste Nazari, Carlo Sapienza e altri. I quali tutti, con
molta perizia d’arte, avendo fatto conoscere agl’ Italiani tanta
parte della letteratura orientale e arricchito di non poco la patria
letteratura, non meritano certamente d’esser chiamati col nome
di volgarizzatori o di compilatori, a meno che la filologia,
come qualcuno vorrebbe, non sia altro che una angusta e
gretta scienza di glosse, di varianti e di descrizioni di codici,
dispersi e sepolti per le biblioteche. La filologia che vuole
essere e vitale e proficua, tale che a volta a volta possa ristorare di nuovi elementi le letterature quasi esauste e decrepite,
è ben diversa, e ben diversa da quella pedantesca e sterile
la richiede la recente coltura. « La cultura del nostro tempo,
diceva il Goethe molto acutamente, è alta assai. Scienza e
arte non possono fare a meno l’una dell’altra. Filologia,
senza idee d’arte, ha un occhio solo » (1).
Quest’Antologia pertanto, così concepita e così composta,
si suddivide in sette libri secondo la natura degli argomenti
diversi che vi si trattano. E il primo contiene racconti storici,
non però di quelli che toccano gravi fatti o politici o civili o
religiosi, sì bene, consentaneamente a quanto s’°è detto avanti,
fatti accaduti a grandi personaggi storici nella vita pubblica
e nella privata, avvenimenti ora tragici, ora lieti, fatti di pietà
e di crudeltà, di bontà e di malvagità, appropriati per tratteggiar caratteri, costumi, usi, leggi e modi, tanto lontani
dai nostri, di giudicare e di pensare. Il secondo è tutto, anch’esso, di passi narrativi, ma di genere diverso, dicendovisi
(1) Breviario del Goethe (Goethebrevier), pubblicato di recente da
K. Heinemann (XXVI, 221).<noinclude></noinclude>
46nu7aqujlja5x8ig6cw698bvtjuxer
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/15
108
1031482
3900961
2026-09-18T12:20:19Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900961
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— xv —|}}</noinclude>
dli fatti nuovi e straordinari, di casi strani, non senza qualche
leggenda qua e là. Le novelle, tanto atte e proprie per far
conoscere i costumi, sono state raccolte nel terzo libro; 6 il
quarto ha descrizioni di paesi e di cose naturali, importante
non meno degli altri per la storia delle cognizioni scientifiche
dei tempi a cui si riferiscono gli Autori. I tre ultimi son
come dati al pensiero intimo, perchè o contengono considerazioni morali e filosofiche, oe belle, tutte dettate da una
intima coscienza, da un do sentimento, superiori talvolta,
come non di Kado accade, alle prescrizioni delle leggi 0
o hanno senterize e proverbî di gran senso, o detti arguti, O)
facezie, o favole, tutte di significato morale; ovvero espongono
fantasiose allegorie, intese a velar dottrine filosofiche e spirituali, tra le quali quella del cero e della farfalla, la più bella
indubbiamente tra le allegorie orientali, passata nel Medio
Evo ai mostri poeti d'Occidente per significarvi, come in
Oriente, il consumarsi dell’anima amante nell’ardente amplesso dell’oggetto del suo amore.
Traducendo i passi raccolti, mi son tenuto fedele al testo
quanto più ho potuto (anche nei passi poetici, che ho resi in
versi), non intendendo tuttavia di tradire l’indole del fare e
dello stile nostro italiano. Per la retta intelligenza poi delle
cose che vi si leggeranno (tanto sono diverse dalle nostre),
ho posto qua e là sobrie e parche note, quelle sole che ho
stimate necessarie e indispensabili, alcune anche biografiche.
Ma alla fine del volume, un registro a parte reca i nomi degli
Autori più illustri e dio dei personaggi più celebri, per i
quali non sarebbe bastata una semplice nota, con qualche
breve cenno intorno alla loro vita, alle opere, agli scritti.
Ho dovuto citare, specialmente nelle note, qualche opera dei
nostri; ma devo domandar venia al lettore se qualche non
rara volta l’ho rimandato, per notizie più ampie, anche a
qualcuna opera mia. Più che per altro, mi son permesso di
far ciò, data l'indole di questo libro.
Il quale, se non erro, potrà servire da lettura amena
e istruttiva nello stesso tempo, potrà far conoscere ai giovani
in particolare molte cose che non sanno ovvero imperfettamente sanno, perchè l'Oriente, pur dopo tanti e valorosi studî,
è sempre tuttora quel misterioso castello ermeticamente chiuso.
E per inolti sarà questa una novità vera nella sostanza, nel
modo, nella forma, nello stile, perchè gli scrittori di là qui appunto sono introdotti a parlare, a narrare, ad esprimere pen-<noinclude></noinclude>
pj1d9fq3qxmtrl8kf2z5eqx5xdmfisj
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/594
108
1031483
3900962
2026-09-18T12:22:43Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900962
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 578 —|}}</noinclude><noinclude></noinclude>
nwqleybi1lp1ahnz9k07bk0k1f4xgbt
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/16
108
1031484
3900963
2026-09-18T12:23:02Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900963
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— xvi —|}}</noinclude>
sieri e giudizî, con le loro stesse parole. Le notizie, perciò,
sono di tanto e più immediate e più genuine, e come tali.
cagionano in noi l’illusione di trovarci trasportati d’un tratto
in mezzo a quelle genti, a così gran distanza di tempi e di
luoghi, quando là ferveva tanta vita intellettuale mentre, da
noi, soltanto qualche incerto albore accennava a gran stento
che sarebbero state disperse le tenebre del Medio Evo.
Intanto, augurando lieta fortuna al libro, porgo i miei
più vivi ringraziamenti all’Amico carissimo, il Dott. Licinio
Bergonzi, perchè io debbo in gran parte a lui se l’Egr. Rditore ne ha intrapreso ed eseguito la pubblicazione.
IpALO Pizza.
Torino, 27 Febbraio 1906.<noinclude></noinclude>
0c6ifkqcddz7erpwpp7ztrx6ar2iqgv
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/17
108
1031485
3900964
2026-09-18T12:23:07Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900964
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 1 —|}}</noinclude>
LIBRO PRIMO
Racconti storici
1. Nobile fermezza d’un discendente degli Ommiadi,
Fu riferito ad Harùn al-Rashîd (1) che, a Damasco,
un tale, superstite della famiglia degli Ommiadi, possedeva grandi ricchezze, godeva di gran riputazione, vi era
obbedito, e vi aveva una turba di figli e di schiavi che
di quando in quando montavano a cavallo, portavano
armi, e facevano scorrerie nel paese di Rùm (2); che egli,
inoltre, era buono, generoso, largo nel donare e nell’ospitare, e che, perciò, esso Hardn non doveva tenersi punto
sicuro di lui (3). Tutto ciò parve cosa assai grave al
Califfo, e Manara (4), a questo proposito, raccontava:
Haàrùn andava appunto pensando a questo affare (ed
egli, durante uno de’ suoi pellegrinaggi, tenevasi allora
(1) Per questo e per altri nomi di personaggi illustri e degli Autori,
vedi il Registro dei nomi in fine del volume.
(2) Nel territorio soggetto all'Impero di Rim, cioè di Costantinopoli.
(8) Il Califfo Hàrùàn era degli Abbàssidi che, saliti al trono nel 790
d. C.,, perseguitavano gli Ommiadi a cui avevano tolto il potere.
(4) Capo della guardia poliziesca del Califfo,
Lore pani
—ai e
um<noinclude></noinclude>
h79mbqzb1vustuw6tmecpeu99pbbtfu
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/18
108
1031486
3900965
2026-09-18T12:23:12Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900965
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 2 —|}}</noinclude>LEPORE
in Kifa, ed era l’anno 186 (1), anzi, ritornato «dal: coni
vegno dei pellegrini, aveva già seritto ai figliuoli suoi in
riguardo alla successione del regno), quando un giorno,
essendo solo, mi mandò a chiamare e mi disse: Tho fatto
chiamare per cosa che mi fa pensare e mi toglie il sonno.
Guarda ora tu come hai da fare.
E m’informò del caso di quell’Ommiade, e soggiunse:
Parti all’istante. Io ho già pensato a provvederti le caval.
cature e a procacciarti l’occorrente per il tuo mantenimento, per la spesa, per le armi; e togli con te un centinaio di fanti e mettiti per la campagna. Questa è una
lettera mia per il governatore di Damasco, e queste son
catene. Incomincia da quell’Ommiade, e s'egli ti dà
ascolto e obbedisce, incatenalo e menalo qui da me; e se
si oppone, starai attento tu con quelli che saran venuti
con te, ch'egli non fugga. Manda allora la lettera al governatore perchè ti dia aiuto. Mettetegli le mani addosso, e
tu ritorna da me con lui. T”ho fissato sei giorni per l’andata, altri sei per il ritorno, e un giorno di sosta @
Damasco, Questo poi è il palanchino (2). Quando avrai
incatenato il tuo uomo, ne lo caccerai in una delle corbe,
e tu t'appollaierai nell’altra. Non affiderai a nessun’altra
persona la sua custodia finchè tu non sii ritornato qui al
tredicesimo giorno da che sarai partito. Quando gli
sarai entrato in casa, perquisiscila tutta, e vedi quanta
gente ci sta, figliuoli, servitori, paggi, e fa un computo
della sostanza sua e dei possessi suoi e di chi va e viene.
Tienti bene a mente, parola per parola, tutto ciò ch'egli
ti dirà dal momento che tu l’avrai veduto, fino alla tua
venuta qui da me con lui, e guarda che non ti sfugga
nulla di ciò che lo tocca e riguarda. Vattene!
Ripiglia Manàra:
Salutai e partii. Uscito di là, montai su di un cam}M'
mello e m’incamminai divorando la via di stazione in
(1) Anno dell'Egira, cioè 802 GIOH
(2) Intende una specie di corba doppia posta sul dorso d'un cam};
mello. Una parte ne pende da un fianco; l’altra, dall’altro. Vi stanno
Bi. j
persone, robe, derrate.<noinclude></noinclude>
ciimszqozs2uib3iyp7hybrl3rr9408
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/19
108
1031487
3900966
2026-09-18T12:23:17Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900966
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 3 —|}}</noinclude>
stazione, andando di notte e di giorno, finchè giunsi a
Damasco al cader della settima sera quando le porte
della città erano state chiuse. Mi rincresceva di dover
picchiare essendo di notte, e però passai quella notte
fuori di città finchè, al mattino, non fu aperto. Entrai
con tutto quell’apparato mio e andai difilato alla porta
del mio uomo, dove si teneva una turba grande di bravacci e di domestici. Non domandai licenza all’entrare,
ma entrai senza licenza, e quella gente, come ebbe veduto, domandò a qualcuno de’ miei chi io fossi. Costui
è Manàra, fu risposto. È il messo del Principe dei
credenti (1) venuto dal vostro padrone.
Quando fui entrato nel cortile, discesi ed entrai in
un vestibolo dove trovai molte persone a sedere sì che
io mi pensai che quel tale vi si trovasse in mezzo. Quelli
si levarono al mio incontro, mi diedero il benvenuto, €
io intanto domandava: È qui fra voi il tale? — No, risposero. Noi siamo i suoi figli, ed egli ora si sta al
bagno. — E io: Fatelo venir qui sùbito!
Andò qualcuno a sollecitarlo. Io intanto mi posi ad
esaminar la casa e come e quale si fosse, e la servitù, e
trovai che rigurgitava di famigliari e di domestici. Nè
ancora mi era saziato di tanto, quando capitò là il signore dopo aver molto e molto indugiato. Veramente, mi
aveva preso certo turbamento, e l’ansia mia e il timore
s'erano accresciuti in me, vedendo ch'egli s’indugiava
tanto. Vidi, alfine, un vecchio in abito da bagno che
veniva attraversando il cortile, e gli era intorno una turba
d’uomini e di garzoni e di fanciulli. Erano i suoi figli e
i suoi paggi, e compresi allora ch'era proprio lui. Venne,
si sedette, mi salutò alquanto freddamente, e mi domandò
notizie del Principe dei credenti e del come andavano le
faccende a corte, e io ne l’informai secondo che conveniva. Non aveva egli ancor finito di parlare che furon
portati là vassoi con frutta e confetti, ed egli mi disse:
Fatti innanzi, Manàra, e mangia con noi. — Non posso,
(1) Titolo dei Califfi da Omar 2° Califfo in poi.<noinclude></noinclude>
g94yv3devc5wxyhyngm9xqdx0cw0byn
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/20
108
1031488
3900967
2026-09-18T12:23:23Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900967
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 4 —|}}</noinclude>
risposi; nè egli ripetè l’invito, ma si pose a mangiare e
mangiaron gli altri con lui. Si lavò poi le mani e domandò di nuovo da mangiare. Gli fu recato un bel desco
del quale io non aveva veduto mai l’uguale se non presso
il Califfo, ed egli mi disse: Aiutaci a mangiare, o Manàra! — nè aggiunse altra parola al chiamarmi così per
nome come appunto soleva chiamarmi il Califfo (1). Io
mi scusai, nè egli ripetè l’invito, ma incominciò a mangiare, e seco quelli ch’eran con lui; ed eran nove de’ suoi
figli.
To stava ad osservare, in me, il modo suo di mangiare, e vedeva ch’egli mangiava al modo di un sovrano.
Notai inoltre che tutto quel viavai della casa ad un tratto
era cessato; notai che nulla si toglieva d’innanzi a lui
sulla mensa che non fosse sostituito all’istante con altra
cosa e più magnifica e più bella. I suoi domestici, intanto, al momento in cui io era smontato alla porta,
avevan menato seco le robe mie e i miei uomini conducendoli in altra parte della casa, nè avevan voluto cedere
al loro rifiuto, sì che io era rimasto là da solo, non
avendo con me che cinque o sei de’ miei che mi si tenevano al fianco. Dissi allora fra me: Costui è un prepotente, un ostinato! Se si ricusa di venire, io non son
capace di menarlo via così da per me, nemmeno con
questi miei uomini, nè potrò tenerlo nella custodia mia
se non viene in mio aiuto il governatore della provincia.
— Così io m’era fortemente turbato, e m’irritava intanto
quel suo non curarsi di me e quella sua indifferenza al
mio riguardo. Mi chiama per nome, diceva io fra me, nè
si dà pensiero se mi ricuso di mangiare. Non mi domanda perchè son venuto, e mangia intanto tutto sicuro,
e io ne son tutto pensoso e confuso!
Quand’ebbe finito di mangiare e si fu lavato le mani,
fe’ venir dei profumi e tutto si profumò, poi si levò per
pregare e recitò la preghiera del mezzogiorno, tirando in
(1) Cioè con confidenza e senza cerimonie. È tratto di urbanità
presso i Musulmani chiamar le persone non col loro proprio nome, ma
volger loro la parola dicendo: 0 figlio del tale, ovvero: 0 babbo del tale.
$<noinclude></noinclude>
gkrizer0j8l4qiwlc6unuxuh5eqmsoc
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/21
108
1031489
3900968
2026-09-18T12:23:28Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900968
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 5 —|}}</noinclude>
lungo la preghiera e gli atti di contrizione. Osservai
ch'egli pregava assai bene (1). Quandò si levò dal luogo
suo proprio (2), si avanzò verso di me dicendo: Qual
faccenda tha mandato qui, Manara?
To trassi fuori la lettera del Principe dei credenti e
gliela porsi. Ne ruppe il suggello e lesse. Quand’ebbe
finito di leggerla, chiamò a sè tutti i suoi figli e i suoi
famigliari sì che si raccolse intorno a lui una gran turba,
onde io non dubitava punto ch’egli intendesse che tutta
quella gente si scagliasse contro di me. Invece, quando
tutti si trovaron là radunati, parlò per il primo e pronunciò certi suoi giuramenti solenni per i quali si obbligava a far divorzio con la moglie, a render la libertà
a’ suoi schiavi, a fare il pellegrinaggio della Mecca, a dare
il suo in elemosina, a far legati pii, ove non avesse osservato gli obblighi suoi verso di loro. Non convenissero
intanto, nemmeno due soli di essi, in un sol luogo; ma
comandò loro di separarsi e di tornar ciascuno a casa
sua, nè si mostrassero in pubblico finchè non capitasse
loro tal caso opportuno da potercisi fidare. E soggiunse:
Questa è la lettera del Principe dei credenti perchè
io mi rechi da lui. Come io l’avrò veduto, non rimarrò
presso di lui un’ora sola. Voi intanto disponete in bene
delle donne e della famiglia che mi lascio a dietro. Non
ho bisogno che alcuno di voi m’accompagni. Qua intanto,
o Manàra, le tue catene!
Le feci domandare (erano dentro una cesta), ed egli
stese le gambe, e io gliele incatenai, e ingiunsi intanto
agli uomini miei di toglierlo su perchè potesse collocarsi
in una delle corbe del palanchino. Io mi cacciai nell’altra,
e partimmo immantinente, senza ch'io avessi necessità di
presentarmi al governatore o a qualunque altra persona.
Così io andava con lui, nè egli aveva alcuno de’ suoi con
sè, finchè ci trovammo fuori di Damasco. Incominciò
(1) S'intende quanto agli atteggiamenti della persona durante la
preghiera, prescritti dal rito musulmano.
(2) In arabo mihrab. È un luogo elevato in fondo alla stanza, riservato al padrone e agli spiti d’onore.<noinclude></noinclude>
0u6nutl2solkwyw9aqf3sxv4mwx1z1h
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/22
108
1031490
3900969
2026-09-18T12:23:33Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900969
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 6 —|}}</noinclude>
allora a parlar con me tranquillamente e placidamente
finchè giungemmo ad un bel giardino nella Ghùta (1), e
allora egli si volse a me dicendo: Vedi tu quel giardino? — Lo vedo! io risposi. — Esso è mio, soggiunse,
e vi sono alberi esotici di molte e diverse maniere. —
Giungemmo ad un altro giardino, ed egli ripetè le stesse
parole. Giungemmo presso bellissimi campi seminati e
villaggi, e disse parimente: Anche questi son miei! —
Mi prese allora una gran stizza, sì che gridai:
E non sai tu che il Principe dei credenti tanto S'è
impensierito per tutto ciò che ti riguarda, che ha mandato da te chi t'ha or ora strappato alla tua famiglia e
alle tue sostanze e ai tuoi figlivoli, e t'ha menato via tutto
solo, incatenato, inceppato, mentre non sai ancora dove
mai andrà a riuscire questa tua faccenda, e come € quale
essa è veramente? E tu te ne vai a cuor leggero, tanto
che, dopo ch'io son capitato da te, mi vai descrivendo
i tuoi villaggi e i tuoi giardini; nè pensi lo scopo per il
quale io sono venuto, e sei tutto tranquillo dell’animo,
di poca riflessione, cOn tutto che ti sii dimostrato generoso verso di me? — Egli allora mi rispose:
Noi siam di Dio e & Dio ritorniamo! (2). L'opinione
mia si è sbagliata sul tuo conto. To mi pensava che tu
fossi uomo di perfetta intelligenza e che non fossi venuto
da parte dei Califfi sino a questo paese se non perchè essi
ti avevano riconosciuto per tale. Ed ecco che le tue parole somigliano alle parole del volgo! Ma Iddio è pur
quello @ cui si ricorre per aiuto! Quanto poi & quello
che tu mi hai detto del Principe dei credenti per farmi
paura in suo nome è andar fino alla sua porta in questa
maniera, intendi ch’io ho riposto ogni fiducia mia in Dio
potente e glorioso nelle cui mani si sta pure il Principe
stesso dei credenti. Nè il Principe dei credenti ha alcun
potere sopra di sè in bene o in male se non col beneplacito di Dio possente e glorioso; nè io ho alcun manca(1) Valle amena e deliziosa fuori di Damasco.
(2) Espressione di rassegnazione, frequentemente usata dai Musulmani.
ct int<noinclude></noinclude>
azle2qphpmhcp55oknnvi3dnshsdl1k
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/23
108
1031491
3900970
2026-09-18T12:23:39Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900970
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 7 —|}}</noinclude>
mento verso di lui per il quale io debba temere. Con
questo, il Principe dei credenti, quando avrà ben fatto
la disamina mia e avrà conosciuto la rettitudine mia e
la bontà della mia condotta, mi lascierà andar libero con
ogni segno d’onore. Se poi gl’invidiosi e i nemici miei
m'avranno accusato presso di lui di colpa ch'io non ho,
e avranno inventato calunnie sul conto mio, egli non
vorrà permettere che si versi il mio sangue, ma cesserà
da questo suo vessarmi e minacciare rendendomi onorato
alla mia famiglia e permettendo ch'io rimanga stimato
e rispettato nel suo regno. Che se poi è fissato in precedenza nel consiglio di Dio possente e glorioso che da
parte di lui m’incolga il malo effetto del suo sdegno, vuol
dire che il tempo mio è giunto e che sta nelle sue mani
lo spargere il sangue mio. Io però, con l’aiuto di Dio che
crea e sostenta, che dà la vita e la morte, penso sempre
in bene; e a Lui, che è signore di questa vita e dell’altra, vanno devoluti l'abbandono e l’accontentamento
al suo volere è la pazienza. Quanto poi a te, io mi pensava che tu pure sapessi tutto cotesto; ma ora ho potuto
conoscere la misura della tua intelligenza. D'ora in poi
non ti dirò più nemmeno una parola finchè tra me e te,
se Iddio altissimo vorrà, non abbia deciso il Principe dei
credenti.
Si voltò allora dall’altra parte, nè io intesi più da
lui alcun motto eccetto le preghiere 0 qualche domanda
d’acqua o d’altro, finchè ci trovammo in vista di Kùfa
appunto al tredicesimo giorno, dopo mezzodì, quando giù
le guardie nobili, per sei parasanghe (1), erano uscite al
mio incontro per veder sio veniva. Quando m’ebber
veduto, ritornarono a dietro per riferirne al Principe dei
credenti. Così giunsi alla porta al cader del giorno,
smontai ed entrai da Harùn al-Rashîd. Baciai la terra
dinanzi a lui e stetti ad aspettare. Egli allora: Fa il tuo
rapporto, Manàra, e guarda bene di non tacermi una
parola sola del tuo uomo!
(1) Antica misura itineraria persiana,<noinclude></noinclude>
c8tk6ksjqyab6w6klb66fled62ehggr
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/24
108
1031492
3900971
2026-09-18T12:23:44Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900971
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 8 —|}}</noinclude>
To allora gli raccontai tutto dal principio alla fine,
e venni a dire de’ suoi confetti e del suo pranzo, del suo
lavarsi e profumarsi, e di quanto io mulinav® in me stesso
credendo ch'egli ricusasse di seguirmi. A questo punto,
una gran collera, che sempre più andava crescendo, si
fe’ visibile nel volto del Principe dei credenti; ma quando
giunsi a dire come lOmmiade avesse soddisfatto all’obbligo della preghiera, e come, voltosi a me, mi domandasse della cagione del venir mio, e come io gli porgessi
la lettera, ed egli si affrettasse a chiamarsi intorno
figliuoli, famigliari e domestici per scongiurarli perchè
nessuno di loro lo seguisse, e come poi li licenziasse, e
a me intanto stendesse le gambe che io gl’incatenai, non
cessò dal rasserenarsi in volto fino al punto in cui 1 informai del discorso che mi aveva tenuto colui quando
l’ebbi rimproverato nel tempo ch’eravamo in groppa al
cammello. Allora disse: È vero! E costui, per Dio! non
è che un uomo invidiato per le sue ricchezze, e però son
state dette calunnie sul conto suo, e intanto, per la vita
mia! noi l’abbiam minacciato e vessato, € abbiam spaventato la famiglia sua. Corri, Manàra, € levagli le catene €
menalo qui da me!
Ripiglia Manàra:
Uscii, tolsi all’Ommiade le catene e l’introdussi presso
Al-Rashîd, ed egli era tale nell’aspetto che, quando Al
Rashîd lo vide, io seorsi che sul volto di costui scorrevan
lagrime di vergogna. L’Ommiade intanto si fece innanzi,
salutò il Califfo e stette ad attendere. Al-Rashîd gli rese
il miglior saluto e gli fe’ cenno di sedere. L'altro sedette,
e Al-Rashîd gli si fe’accanto e, richiestolo del come
stesse, gli disse: Abbiamo avuto notizia del nobile tuo
costume e di tant’altre cose che ti riguardano, e con
questo abbiam desiderato di vederti e di udir delle tue
parole e di giovarti. Di adunque il tuo bisogno. —
L’Ommiade gli rispose assai gentilmente, lo ringraziò
anche e gli fece augurî, e poi soggiunse: Io non ho presso
il Principe dei credenti che un bisogno solo. — Accordato! disse Al-Rasbîd; ed è? — Che tu mi renda al mio
Li)di"1
Pi<noinclude></noinclude>
oi7zbheyiglknhpkwcc3grhzdsjtqbf
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/25
108
1031493
3900972
2026-09-18T12:23:49Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900972
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 9 —|}}</noinclude>
paose, alla mia famiglia e ai miei figliuoli. — Noi farem
cotesto, disse. Ma tu domanda ciò che ti necessita in riguardo al tuo grado e al tuo vivere, perchè un pari tuo
non può a meno di abbisognar d’alcun che di questo
genere. — E quegli rispose: O Principe dei credenti, i
tuoi ufficiali operano secondo giustizia, e io, per questa
loro giustizia, mon ho bisogno di far domande. Le faccende mie vanno bene, la gente del mio paese si sta
ugualmente bene per la retta amministrazione che vi Sì
fa sotto la protezione del Principe dei credenti. — Ritòrnati adunque, disse Al-Rashîd, in così buona salvaguardia
al tuo paese e mandaci tue lettere quando te ne venga
necessità.
L'Ommiade lo salutò, e quand’egli si volse per uscire,
Al-Rashîd mi disse: O Manara, accompagnalo subito e,
come sei venuto, va di ritorno con lui fino alla casa sua
donde l'hai tolto. Là gli darai l’addio e poi ritornerai.
Ripiglia Manàra:
To non mi staccai più dall’Ommiade finchè non giunsi
con lui alla sua abitazione dove tutta la sua famiglia ne
rimase consolata e lieta. Volle farmi un bel donativo, e
io me ne ritornai.
(dall'arabo di Al-IHMdi)
2, Umiltà e giustizia del Califfo Omar.
Zeyd ibn Aslam (1) raccontava:
Una notte, il Principe dei credenti Omar (che Iddio
sia contento di lui!) andò in persona a far la ronda, e io
era con lui. Uscimmo di Medina, ed ecco che là, in
luogo deserto, era un abituro abbandonato € in rovina
donde luccicava un lume. Omar mi disse: 0 Zeyd, vieni!
Andiamo e vediamo chi è la. — Come fummo vicini,
vedemmo una donna che aveva posto sul fuoco un caldaio,
e due bambini che le dormivano ai piedi, ed essa andava
(1) Amico @ confidente del Califfo Omar ibn al-Kbattàb,<noinclude></noinclude>
pmwjji97gbvmp4c9eucf9kjt2an7kwy
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/26
108
1031494
3900973
2026-09-18T12:23:54Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900973
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 10 —|}}</noinclude>
dicendo: Punisca per me Iddio altissimo Omar, ch'egli
ha mangiato fino alla sazietà e noi abbiam fame, — Quando
Omar ebbe udito quelle parole, O Zeyd, disse, questa
donna è la sola fra tutti che mi raccomanda a Dio! Ma
tu rimani qui mentre io vado a parlar con lei.
Così andò dalla donna e disse: È mezzanotte, e che
vai tu cuocendo in questo luogo deserto? — Rispose: To
sono una povera donna, nè in Medina ho casa dove stare,
nè posseggo alcun che, e per vergogna che questi miei
due bambini piangano e strillino per la fame, nè io ho
che dar loro, sono uscita a questo luogo deserto acciocchè
i vicini non sappiano per qual ragione essi piangono. Qui
adunque son venuta, e ogni qual volta essi strillano affamati e domandano da mangiare, io pongo sul fuoco questa
pentola. Si pensano essi ch’io faccia cuocere qualche
minestra e con questa speranza si addormentano. E son
già due giorni che io ed essi non abbiam bevuto altro
che un poco d’acqua.
Omar (che Iddio sia contento di lui!) disse allora:
Hai ben ragione se vai imprecando ad Omar! Attendi un
momento fin ch’io ritorni.
Si tolse di là e corse a casa sua. Dopo qualche tempo
uscì con due sacchi sulle spalle e mi disse: Suvvia torniamo da quella donna! — Io gli dissi: O Principe dei
credenti, lascia almeno ch'io porti cotesti due sacchi. —
O Zeyd, rispose, se li togli tu, chi si ricorderà di me nel
giorno della risurrezione? (1). — E correva finchè giunse
la da quella donna e le gittò dinanzi ciò che portava. R
un sacco era pieno di farina, e l’altro di riso e di lardo
di montone. Va tu ora, mi disse, a cercar legne.
Io andai, ed egli intanto uscì ad attinger acqua e la
recò alla donna, la quale allora impastò una minestra e
fece bollir la pentola, e lagrimava intanto per l’allegrezza.
Come poi ebbe cotto la minestra, destò i fanciulli che si
levarono e mangiarono finchè furon sazî e incomincia(1) Quando, nel giudizio finale, Iddio terrà conto dei meriti e dei
demeriti degli uomini,<noinclude></noinclude>
kognly81hahw8j9nqe2fcuzq9c9k5ce
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/27
108
1031495
3900974
2026-09-18T12:24:00Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900974
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 11 —|}}</noinclude>
rono a trastullarsi con la madre. Omar li menò tutti a
casa sua, e alla donna disse: Non maledir più Omar, ma
perdonagli perchè egli non sapeva che tu fossi in cotesto
stato. — La donna pianse e disse: Giuro per Dio che tu
sei Omar! = Disse: Appunto (— E quella misera €@
meschina: Così ti perdoni Iddio, soggiunse, come tu mi
hai ritornata a vita!
(dal persiano di Nizam al-Mulk).
8. Un rigido consigliere.
Raccontava Al-Fadhl (1):
Harîn al-Rashîd, Principe dei credenti, quand’era
in pellegrinaggio alla Mecca, venne un giorno da me.
Io gli corsi incontro tutto affrettato dicendogli: O Principe dei credenti, se tu m’avessi mandato a chiamare,
sarei venuto da te. —- Oh no! disse. M’è venuto in mente
certo pensiero. Cercami tu qualcuno (2). — Io dissi:
Ecco qui Sofyàn ibn Oyeyna. — Ed egli: Andiam da
lui! — Così andammo. Picchiammo alla porta, e quegli
gridò di dentro: Chi è là? — Rispondi, io dissi, al
Principe dei credenti. — Quegli uscì tutto affrettato €
andava dicendo: O Principe dei credenti, se tu m’avessi
mandato a chiamare, sarei venuto io da te. — Ascolta,
disse Haràn, per qual ragione siamo noi venuti da te,
che Iddio ti abbia misericordia! — E si stette a parlar
con lui per qualche tempo. Gli disse poi: Hai tu qualche
debito? — Certamente! — Paga quel debito, o figlio di
Al-Abbàs! (8).
Così uscimmo, e Harîn mi diceva: To non son per
nulla soddisfatto del tuo uomo. Cercami qualchedun altro,
(d) Al-Fadhl ibn Rebî, ciambellano di Haràn al-Rashîd e di altri
Galiffi Abbassidi.
(2) Era costume di questi Califfi, quando andavano al santuario
della Mecca, d’andarne a visitare i personaggi più reputati per averne
ammonimenti e consigli.
(8) Cioè lo stesso Al-Fadhl suo ciambellano. S'intende che il Califfo,
a.titolo di elemosina, pagava i debiti a questi uomini pii,<noinclude></noinclude>
6cykkixv5480597av18zm8lfq9280cx
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/28
108
1031496
3900975
2026-09-18T12:24:05Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900975
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 12 —|}}</noinclude>
ch'io voglio interrogarlo. — C'è qui, io risposi, Abd alRazzàq ibn Hammam. — Andiam da lui! disse. Così
v'andammo e picchiammo alla porta, e quegli gridò di
dentro: Chi è là? — Rispondi, io dissi, al Principe dei
credenti. — Uscì egli tutto affrettato e diceva: O Principe dei credenti, se tu m’avessi mandato a chiamare,
sarei venuto io da te. — Ascolta, disse Haàrn, per qual
ragione siam noi venuti da te. — E stette a parlar con
lui per qualche tempo. Gli disse poi: Hai tu qualche debito? — Certamente! — Paga allora quel debito, o figlio
di Al-Abbàs!
Così uscimmo, e Hàrùn mi diceva: Io non son per
nulla soddisfatto del tuo uomo. Cercami qualchedun altro,
ch'io voglio interrogarlo. — C'è qui, io risposi, Al-Fodheyl
ibn Iyàdh. — Andiam da lui! disse. Così v’andammo, ed
ecco ch’egli stava in casa a pregare, leggendo e ripetendo un versetto del Corano. Disse Hàrùn: Picchia alla
porta! — Io picchiai, e quegli gridò: Chi è la? — Rispondi, io dissi, al Principe dei credenti. — Che m’importa, rispose, del Principe dei credenti? — Lode a Dio!
ripigliai, ma non conosci tu l’obbligo dell’obbedienza? È
pur stato tramandato per tradizione che il Profeta (che Iddio
lo benedica e lo salvi!) ha detto un giorno: « Non è lecito al credente il fare onta a sè stesso ».
Egli allora discese, aprì la porta, poi risalì di nuovo
alla sua camera, spense il lume e si appiattò in un angolo.
Noi entrammo e cominciammo a cercarlo tastando con le
mani finchè vi giunse, prima della mia, quella di Harùn.
Al-Fodheyl si mise a gridare: Che mano! che mano! E
perchè così molle e liscia se domani non sfuggirà al
castigo di Dio glorioso e onnipotente? — Io andava dicendo fra me: Ora costui gli fa una predica per tutta la
notte con parole di contrizione! — Ma Hardîn disse:
Ascolta per qual ragione siam venuti da te, e che Iddio
ti usi misericordia! — E l’altro: Quando Omar ibn Abd
al-Azîz (1) fu investito del Califfato, chiamò a sè Salim
(1) Califfo Ommiade di Damasco, molto pio e austero, che si ‘provò,
ma invano, di ricondurre l’Islamismo af rigidi costumi primitivi. Regnò
dal717al720d.O.<noinclude></noinclude>
rk3iy5lxo87luzpi0ag9rwcn4xkqrpo
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/29
108
1031497
3900976
2026-09-18T12:24:10Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900976
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 13 —|}}</noinclude>
ibn Abdallàb e Muhammed ibn Kaab al-Qarazi e Ragià
ibn Heyvat, e disse loro: « Oh! io son pur stato colto da
un gran malanno! Datemi voi qualche consiglio!» Quegli
adunque stimava gran malanno il Califfato, e tuei consorti tuoi lo stimate una delizia! Ma Salim, intanto, così
parlava ad Omar: « Se tu vuoi scampare al castigo di Dio,
fa digiuno e astinenza dalle cose di quaggiù, e cessi il
tuo digiuno e l’astinenza con la morte ». E Muhammed
gli diceva: « Se tu vuoi scampare al castigo di Dio, il
più vecchio fra i credenti sia presso di te in luogo di
padre, e il mezzano d’età fra di essi ti sia in luogo di
fratello, e il minore in luogo di figlio. Onora allora tuo
padre, tratta bene tuo fratello, abbi commiserazione di
tuo figlio ». E Ragià gli diceva: « Se vuoi scampare
domani al castigo di Dio glorioso e onnipotente, desidera
e prega ai Musulmani ciò che desideri e preghi per te,
e non augurar loro nulla di ciò che non auguri a te, e
poi muori quando vuoi! ». Ora, quanto a te, ti dico che
io temo per te di gran timore nel giorno in cui i piedi
di ciascuno inciamperanno (1). Ovvero, sai tu forse (che
Iddio ti usi misericordia!) alcun che di simile a quel che
ora t'ho detto, o hai qualcuno che tel consigli? (2).
Harîùn, a quelle parole, tanto fortemente si mise @
piangere che svenne. Io allora mi volsi ad Al-Fodheyl
dicendogli: Abbi tu almeno, che Iddio ti usi misericordia|
qualche riguardo al Principe dei credenti! — Ma quegli
di nuovo: Ho saputo, o Principe dei credenti, che fu
levata, un giorno, certa lagnanza contro un governatore
di Omar ibn Abd al-Azîz. Omar gli scrisse così: < Voglio
ricordarti, o fratel mio, della lunga veglia dei dannati
nel fuoco infernale, oltre l’eternità del tempo. Guarda
che non ti si meni via da presso di Dio, e non sia questo
l’ultimo dì del viver tuo con la perdita d’ogni tua spe(1) Cioè nel giorno del giudizio finale di Dio.
(2) È attestato dalla storia che questi Califfi di Bagdad, fra i quali
appunto Haràn, dati ai piaceri e al fasto, erano considerati come dannati dai pii uomini della Mecca e di Medina, che, all’occasione come
questa, volgevan loro aspri rabbuffi,<noinclude></noinclude>
o7z0yi015ic7hnj0aer3edx7t5eazr0
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/30
108
1031498
3900977
2026-09-18T12:24:16Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900977
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 14 —|}}</noinclude>
ranza! ». — Quando il governatore, ripigliò Al-Fodhey],
ebbe letto la lettera, corse gran tratto di paese finchè si
presentò là da Omar, che, al vederlo, gli disse: « E chi
t'ha fatto venire? » — E l’altro: « Con quella lettera
tua mi hai lacerato il cuore. Oh! io non tornerò mai più
alla provincia mia fino al giorno in cui m’avrò a presentare nel cospetto di Dio glorioso e onnipotente! ».
Ripiglia Al-Fadhl:
Harîn, intanto, piangeva dirottamente e diceva:
Sèguita, sèguita, che Iddio ti abbia misericordia! — O
Principe dei credenti, seguitò allora Al-Fodheyl, ALAbbàs,
zio dell’Eletto (1) di Dio (che Iddio lo benedica e lo
salvi!), si recò un giorno da lui e gli disse: « Dammi,
o Apostolo di Dio, il governo di qualche provincia ». —
« Un governo, gli rispose il Profeta, è cagione d’infelicità
e di pentimento nel giorno della risurrezione dei morti.
Tu, se puoi guardarti dall’esser mai governatore, fallo
immantinente! ».
E Harùn piangeva forte e diceva:Sèguita, che Iddio
ti usi misericordia! — E l’altro: Intendi tu, o bello e
leggiadro in volto, che, al giorno della risurrezione dei
morti, Iddio glorioso e onnipotente ti domanderà conto
delle creature a te affidate! Oh allora non potrai difendere cotesto tuo volto dal fuoco eterno! Guai a te se mai,
di mattina o di sera, s’anniderà nel cuor tuo qualche
rancore per qualcuno dei tuoi sudditi, perchè il Profeta
(che Iddio lo benedica e lo salvi!) ha detto: « Chi avrè
rancore per essi, non odorerà la fragranza dei giardini
di Paradiso! ».
Harùn allora, piangendo tuttavia, gli disse: Hai tu
qualche debito?— Un debito, rispose, io l’ho, ma col
Signore. Egli non me ne ha ancor domandato conto, ma
guaiameseEglimenedomanderà,eguaiameseio
non avrò apprestato la mia difesa! — Io voleva dire,
soggiunse Haàrùn, di debiti di Musulmani. — Il Signore,
rispose, non mi da alcun ordine intorno a ciò; mi comanda
(1) Maometto profeta,<noinclude></noinclude>
cdojvrmv7ol6ppaoshkr779sgxl4uld
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/31
108
1031499
3900978
2026-09-18T12:24:21Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900978
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 15 —|}}</noinclude>bensì di credere alla promessa*sua e di obbedire al suo
precetto. Egli anzi, il glorioso, l’onnipotente, ha detto:
Io non ho creato i Genî e gli uomini se non perchè
m'adorino. Non domando io da loro alcun sostentamento,
nè desidero che mi alimentino, perchè Iddio solo è l’alimentatore di tutti, il potente, l’incrollabile! » (1) — Ma
Harùn: Son questi, gli diceva, mille dna». Tu prendili
e spendili per quelli della tua famiglia, e abbine conforto
nel servizio del Signore. — Lode a Dio! rispose. Io ti
vo indicando la via di salvazione, e tu mi ricompensi
in questa maniera? Possa Iddio salvarti e aiutarti! —
Così si mise a tacere nè volle più rivolgerci il discorso.
Noi uscimmo, e quando fummo sulla porta, Hàrùn mi
disse: O figliuolo di AI-Abbàs, quando avrai da menarmi
presso qualcuno, sia sempre presso personaggi come
costui. Costui è il sire dei Musulmani!
Entrava intanto da Al-Fodheyl una delle sue donne
che gli diceva: Tu sai in quali angustie siamo noi. Se tu
avessi accettato quei denari, ci saremmo aiutati. — Ma
egli disse: Io e voi siamo appunto come quella gente che
aveva un cammello e ne viveva col provento. Quando fu
adulto, lo sgozzarono e ne mangiaron le carni (2). —
Harîn, udite quelle parole, disse: Rientriamo! Chi sa
ch’egli non accetti il denaro. — Ma Al-Fodheyl, tosto
che si fu avveduto di ciò, si sedette sulla soglia della sua
camera, e quando Harùn gli si fu seduto accanto e gli
ebbe rivolto la parola, non gli rispose. Così ci tenevam
là noi quando capitò una schiava, nera, la quale disse
ad Harùn: Gli hai pur dato noia tu, questa notte, al
povero vecchio! Vattene, che Iddio ti usi misericordia!
— Noi allora ce ne andammo.
(dall’arabo di Al-Biqdi.)
(1) Parole del Corano, LI, 56-58.
(2) Vuol dire che, ora ch'egli con la sua famiglia s'è procacciato
tanti meriti con la vita austera, questi meriti sarebbero distrutti ove egli
avesse accettato qualche donativo superfluo.<noinclude></noinclude>
b496a20qthku2wpzktb29zifkz8ewox
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/32
108
1031500
3900979
2026-09-18T12:24:26Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900979
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 16 —|}}</noinclude>
4. Lealtà eroica di Samuele giudeo.
Raccontano che Imru ’1-Qeys (1), prima di morire,
consegnò a Samaval (Samuele) ibn Adiyà certe sue corazze e certe armi. Quand’egli fu morto, il re di Kinda
(2) mandò un suo messaggiero da Samuele per fargli
richiesta e delle corazze e delle armi. Ma Samuele rispose: Io non le consegnerò se non a chi ne ha il diritto.
— Così si ricusò di darne anche una parte al messaggiero del re. Costui tornò a richiedernelo, e Samuele di
nuovo si ricusò, dicendo: Io, per l’Altissimo! non verrò
mai meno al patto mio, non tradirò la mia lealtà, non
trascurerò la promessa che mi sono imposta, per far
piacere al re!
Quando il messaggiero ebbe riferito al re ciò che
Samuele aveva detto, il re gli mosse contro con un esercito, e Samuele si ritirò nel suo castello (3) e vi si preparò alla difesa. Il re vi pose l’assedio. Ora, un figliuolo
di Samuele trovavasi fuori del castello prima che il re
vi ponesse l’assedio, nè era là in quel giorno, perchè il
perfido re avesse potuto ucciderlo. L’ebbe però nelle
mani e lo fece prigioniero, onde poi lo menò più volte
attorno al castello, e gridava intanto verso il padre:
Davvero! ch'io ho fatto prigioniero tuo figlio! Se tu non
mi credi, guardalo! — E glielo mostrava, e poi: Se tu
mi darai le corazze, io ti renderò il tuo figliuolo; se no,
te l’ammazzerò sotto i tuoi occhi. Scegli tu ciò che più
vuoi. — E Samuele: Fa tu ciò che più vuoi, ma io non
renderò mai vana nè la promessa nè la fede mia!
(1) Il più illustre poeta arabo del tempo anteriore a Maometto. Era
di stirpe regia. Morì nel 580 d. C. Saggi tradotti di sue poesie si trovano
nella mia Letteratura Araba, cap. ILL, $ 2.
(2) Costui era il principe Al-Harith V detto Zo soppo, della casa dei
Ghassànidi, Le corazze d’Imru ’l-Qeys erano antiche e preziose.
(8) Era un castello fortissimo in Arabia, detto «-Abtag, cioò il Variopinto.<noinclude></noinclude>
abptbtjgv2y7g9papk1estow0e5ggkr
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/33
108
1031501
3900980
2026-09-18T12:24:31Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900980
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 17 —|}}</noinclude>Così, sotto gli occhi, gli scannò il figliuolo, e poi,
come non potè espugnare il castello, se n’andò via scorhato. Samuele adunque, pur di serbare la sua fede, soffrì
che gli sì uccidesse un figlio. Quando poi vennero gli
eredi d’Imru ’I-Qeys e si presentarono a Samuele, egli
restituì loro le corazze e le armi. Così, alla vita e alla
Salvezza del figlio suo, egli aveva preferito la lealtà nell'accordata protezione e l’osservanza della sua fede. La
sua fedeltà passò in proverbio presso gli Arabi.
(dall’arabo d’un testo anonimo pubblicato dal Wright).
5. Morte di Amr detto “ quel dal cane 919
Amr ibn al-Agilàn era chiamato « quel dal cane »
perchè aveva un cane da cui non si separava mai.
Secondo altri, era così chiamato perchè soleva uscire a
caccia menando seco un cane, onde i compagni, quando
lo chiamavano, gli gridavano: 0 quel dal cane! Secondo
altri, era chiamato lui stesso « cane ».
Ora, la maggior parte dei cantastorie, raccontano
così la sua morte (1):
Accadde che alcuni della tribù di Hodheyl s° erano
crueciati con lui e che deliberarono, un giorno, di volerne il sangue. Così passò un anno, finchè, avendolo
altri avvertito del pericolo, quelli uscirono per rintracciarlo. Egli allora fuggì, ma quelli gli corser dietro per tutto
un giorno, ed erano già sulla sua traccia, quando venne
la sera, e spirava un vento forte e la notte era oscura.
Mentre egli adunque camminava per la via, scorse un
fuoco a mano diritta. Per Dio! gridò, ho sbagliato sentiero, e quelli son dietro a me!
Rimase confuso e dubbioso per qualche tempo, ma
poi si volse dalla parte del fuoco finchè vi giunse vieino
(1) Trattasi di uno dei famosi eroi del deserto, nell'antichità araba
che erano guerrieri, malandrini e poeti improvvisatori. Amr era della
tribù di Hodhey]l.
Italo Pizzi — Fiori d'Oriente
2<noinclude></noinclude>
52f5ucps9rsvffcwc31nlat3xfccx4x
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/34
108
1031502
3900981
2026-09-18T12:24:36Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900981
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 18 —|}}</noinclude>
e andava chiamando, ed ecco che là era un uomo, quello
che aveva acceso il fuoco, e nessun altro con lui. Chi
sei tu? gli domandò Amr quel dal cane. — Rispose:
Sono uno di Advàn. — Disse Amr: E qual è il nome
di questo luogo? — Rispose: La diga dei monti. — Capì
allora ch’era spacciato e che aveva sbagliato strada,
poichè una diga è quanto non agevolmente si può superare. Disse allora: E perchè, te disgraziato! hai acceso
cotesto fuoco? Tu certamente non ci stai a bere e
scaldarti! (1) Tu non l’hai acceso se non per la morte
di quel misero Amr! Ma hai tu qualche cosa da darmi
da mangiare? — E l’altro: Di certo! — e gli porse
certi datteri ch’egli andava rimondando. — Amr, quando
li vide: Son datteri, disse, e tu va loro dietro; ma lagrime di donne son tradimenti! (2). — Disse poi: Dammi
da bere. — E l’altro: Che t'ho a dare? Forse del latte?
— E Amr: No, ma dammi acqua fresca. Domani mattina
m’avranno già ammazzato!
Così se ne andò e montò sulla diga. La gente che
lo cercava, conobbe dalle orme ch’egli aveva sbagliato
strada, e però gli tenne dietro finchè lo raggiunse, ed
egli erasi cacciato in una caverna della diga. Quand’essi
furon là dalla diga, s’avvidero che era nella caverna,
e allora gli mandaron voce gridando: O Amr! — Ed
egli: Che volete? — Dissero: Esci! — E allora perchè
sarei entrato qui? — Dissero: Certo! ma esei. — Jd
egli: Non voglio uscire! — E quelli: Cantaci ora quel
tuo Verso:
E loco di tristezza, ed io ci sono,
Loco angusto per muovervi due dita} (3).
E Amr: Ecco! è questo appunto, e io ci sono!
(1) Amr sospettava di qualche agguato e cho il fuoco accono fosse
un segnale per i suoi nemici.
(2) Proverbio (come credo) di cui non afferro bone il sonso, Le tre
parole: datteri, lagrime, tradimenti (2), formano, in arabo, um giuoco che
in italiano è intraducibile,
(3) Se pure così va inteso questo distico difficile,<noinclude></noinclude>
9yw8e7ew6pvu6rhn7dj1hncj7kp8qb4
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/35
108
1031503
3900982
2026-09-18T12:24:42Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900982
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 19 —|}}</noinclude>
Si fece avanti, allora, uno di essi, ma Amr lo colpì
dl’una freccia e lo stese morto. Quelli gridarono: IL’hai
tu ammazzato, o nemico di Dio? — Certo! rispose, e
mi rimangono ancora quattro freccie simili ai denti di
Umm Giuleyha (1). Voi non v’accostate, o io, con ciascuna di esse, ucciderò uno dei vostri! — Si volsero
allora ad un loro schiavo: Entra tu da lui, o Abù Nigiàd,
chè tu sei libero! (2). — S’apprestava Abîù Nigiàd ad
entrare, ma Amr gli gridò: Guai a te, Abù Nigiàd!
Non ti gioverà l’esser libero quando t' avrò ammazzato!
Non insistettero di più, ma, vedendo che non cedeva,
saliti fino all’entrata della caverna, sgretolando la roccia
lo colpiron di sassi finchè l’ebbero ucciso. Ne raccolsero
allora il cadavere e se ne vennero con esso là da Umm
Giuleyha che intanto stavasi a sbrattar la casa. Quando
la videro, le dissero: O Umm Giuleyha, che ti pare di
Amr? — Rispose: Mi pare, che voi l’avete cercato corrente, l’avete trovato ossequente, l’avete conciato giacente.
— Per Dio! noi l’abbiam pure ammazzato! risposero.
Ed essa: Io non vi ho veduti! Ma se veramente l’avete
ammazzato, quanto sforzo da parte vostra per atterrarlo,
quant’odio da parte vostra per raggiungerlo! — Le abbandonarono le vesti dell’ucciso, ed essa le prese e
disse: Odor di profumo, veste di Amr! Ma, per Dio!
non l’avete trovato nè mal vestito, nè troppo magro!
Reyta, la sorella di Amr, così poi lo pianse in un
canto funebre:
Ogn’uomo, per gl'inganni della sorte,
Va calunniato; in molti giorni suoi
Ogn'uom vinto si sente (3).
Anche se forte e sano, alla sventura
Dinanzi, a un dato di, perdesi in male
La via d’ogni vivente.
(1) Una vecchia di tra i nemici di Amr che pure lo voleva morto
come si vedrà appresso,
(2) Nel senso che essi, suoi padroni, gli rendevano la libertà, ove
avesse fatto quell’atto di coraggio.
(3) Per quanto un uomo faccia, trovasi sempre o calunniato o accusato dai maligni.<noinclude></noinclude>
kbt3m4bwurm7rlgrayptgon8tnwmov1
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/36
108
1031504
3900983
2026-09-18T12:24:47Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900983
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 20 —|}}</noinclude>Manda in Hodheyl (1) da parte mia, poi manda
Un che lor mandi un messaggier (smentisce
Le calunnie la morte!)
A dir che di prosapia era fra tutti
Amr il migliore. Intorno a lui, nel bosco,
Ora i lupi urlan forte (2).
Venian, scherzose intorno a lui raccolte,
L'aquile un di (3). L’incesso avean di donne
In riechi ammanti avvolte.
(dall’arabo di Al-Isbahani).
6. Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba.
Raccontava Ibn Habîb:
Giozeyma era uno dei principi più illustri per saviezza di consiglio, quello che fra essi faceva le scorrerie
più lontane, il più terribile di loro nell’offesa. Fu egli
il primo a cui avvenisse di formarsi un regno nella terra
d’Iràga (4), e aveva sua residenza nei luoghi che sono
tra Anbàr e Baqga e Hît e altre città fino a Hîra. Un
tempo, egli mosse con un esercito contro di Amr ibn
Zarib capo della tribù degli Amiliti, il quale radunò alla
sua volta le sue schiere e mosse ad incontrarlo. Ma
Giozeyma lo uccise in battaglia, ne sbaragliò l’esercito
che si disperse. Gli Amiliti, allora, diedero il regno alla
figlia dell’ucciso, cioè ad Al-Zebba (5).
(1) La tribù a cui apparteneva Amr.
(2) Ora che giace ucciso. Si tralasciano alcuni versi.
(8) Perchè sapevano ch'egli, combattendo, apprestava loro l’esca coi
cadaveri degli uccisi. Pensiero, che si trova in altri antichi poeti arabi.
(4) L'antica Mesopotamia.
(5) È questa la famosa Zenobia, Septimia Zenobia, regina di Palmira,
vinta dall'imperatore Aureliano che la menò prigioniera a Roma nel 278
d. C. Si vedrà che, nel racconto che segue, la tradizione araba, mentro
in alcuni punti va d'accordo con la storia, in altri, indubbiamente leggendarî, se ne discosta di molto,<noinclude></noinclude>
ccmokvpg25c0zhip2zegbq8o6o4cvru
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/37
108
1031505
3900984
2026-09-18T12:24:52Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900984
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 21 —|}}</noinclude>Era costei la donna più risoluta d'allora; ma, perchè
temeva che i principi aràbi la infestassero, si aveva fatto
un sotterraneo in un suo castello posto sulla sponda
dell’ Eufrate. Inoltre, fatto deviar l’ Eufrate in tempo di
scarsezza d’acque, si aveva fabbricato nell’alveo di esso,
con mattoni e calce, un passaggio che metteva capo a
quel sotterraneo da una parte, e dall’altra ad un altro
sotterraneo fatto scavar da lei in luogo deserto, non
lontano dalla città d’una sua sorella. Dopo ciò, aveva
ricondotto nel loro alveo le acque del fiume. Quando
pertanto essa temeva di qualche nemico, cacciavasi in
quel sotterraneo. Quando poi le cose sue prosperarono e
la sua potenza si fu rassodata, desiderosa di vendicare
il padre suo, raccolse genti per muover contro Giozeyma.
Ma sua sorella, che era donna di gran senno e di grande
avvedutezza, le disse:
Se tu muovi ad infestar Giozeyma, egli è uomo tale
che ha modo di difendersi. Se lo vinci, tu avrai la tua
vendetta, ma se egli vince te, tu non hai chi ti succeda.
Ora, la guerra è cosa incerta, e tu non sai qual esito
essa potrà avere, in tuo favore o in tuo disfavore. Manda
piuttosto da lui e fagli sapere che tu desideri di sposarlo
e di congiungere il tuo regno al suo, e pregalo ch’egli
perciò appunto ti elegga sua sposa. Se egli cadrà nel
laccio e farà come tu vuoi, tu l'hai nelle mani senza alcun
tuo rischio.
Al-Zebba scrisse in questo senso a Giozeyma significandogli come desiderasse di congiungere il suo territorio
a quello di lui, e come essa fosse incapace del governare
e manchevole nel mantenere il regno, e che non trovava
uomo che fosse pari a lui. Lo pregava perciò che dovesse
venir da lei per congiungere il regno suo a quello di lui.
Quando Giozeyma ebbe la lettera, stimò assai facile
l’impresa e se ne invogliò. Domandò consiglio a’ suoi,
e ciascuno approvò il parer di lui di dovere andar da
Al-Zebba e di risponderle, eccetto Qoseyr ibn Amr della
tribù dei Lakhmidi, il quale disse: Poca prudenza di
qua, perfidia instante di la! Se colei dice da senno,<noinclude></noinclude>
938yztawwf7owfi0smn6490bvf1c17p
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/38
108
1031506
3900985
2026-09-18T12:24:58Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900985
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 22 —|}}</noinclude>venga lei da te. Se no, tu non dargliti in mano e guarda
di non cader ne’ suoi lacci. E ricòrdati che tu l' hai
offesa nel padre suo! — Ma Giozeyma non convenne in
ciò ch’egli diceva, anzi gli rispose: Tu sei un tale di
cui la saviezza sta sotto coperta, non alla luce del sole.
— Così si pose in via, e Qoseyr gli andava dicendo
durante il viaggio: Torna a dietro! Tu sei spacciato!
— Ma Giozeyma gli rispondeva: La faccenda è stata
decisa a Baqga! (1). — E questo detto passò poi in
proverbio fra gli Arabi. Così andò finchè trovossi di
faccia alla città di Al-Zebba, e allora disse a Qoseyr:
Che pensi tu? — E Qoseyr: La riflessione tu l’hai lasciata a Baqqga! — Disse Giozeyma: Che ti pare di
Al-Zebba? — Rispose: La parola è una sella da cavalcare (2). Quanto all’avvedutezza, guardati ch’essa mai
inciampi!
A questo punto gli vennero incontro messaggieri di
ALZebba con donativi e parole di cerimonia e di saluto,
ed egli, voltosi a Qoseyr: Che ne pensi, gli disse, o
Qoseyr? — Affare piccolo, rispose, per un affar grande!
— Ora tu vedrai, soggiunse, che i cavalieri di Al-Zebba
ti moveranno incontro. Se ti vengon di faccia, colei è
leale. Se ti prendon da destra e da sinistra e ti circondano, son traditori. — Intanto, vennero innanzi i cavalieri e presero a circondar Giozeyma, è Qoseyr gli gridava: Monta in groppa ad Al-Asa, chè nessuno la raggiunge o precede (e voleva dire una puledra di tal nome
che era menata a fianco del re), prima che i nemici si
sian cacciati fra te e i tuoi soldati! — Ma Giozeyma
non volle, onde Qoseyr saltò in groppa alla puledra, ed
essa si slanciò al corso oltrepassando le prime file della
gente di Giozeyma, il quale, quando fu circondato, si
voltò e vedendo Qoseyr sulla puledra Al-Asa la dalle
(1) Per dire: Ora non c'è pu rimedio. Baqga (vedi sopra) era una
delle città di residenza di Giozeyma.
(2) Nel senso che una sola parola può essere usata da più persone
(al pari di una sella) e in modo diverso, come appunto il motto in ri.
. guardo a ciò che era stato fatto in Baqga.<noinclude></noinclude>
l7ovq1d0g9np0gkzoaaxlomalyxc19p
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/39
108
1031507
3900986
2026-09-18T12:25:03Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900986
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 23 —|}}</noinclude>
prime file de’ suoi, gridò: Oh! 1 uom prudente che fa
correre la puledra sulle prime filet — Si racconta che
Al-Asa non si fermò che dopo superate le trenta miglia.
Là s'arrestò e la cadde morta. Le fu elevato sul luogo
un edifizio che fu chiamato la torricella di AI-Asa.
Giozeyma intanto fu preso e menato nel cospetto di
Al-Zebba. Costei gli mosse incontro; ma poi, voltasi alle
ancelle: Afferrate il braccio, disse loro, del vostro signore! — Le ancelle fecero, ed essa fe’ venire un tappeto, e le ancelle vi fecero seder sopra Giozeyma.
Al-Zebba allora comandò che gli fosse aperta la vena
dell’uno e dell’altro braccio e che il sangue ne fosse
fatto colare in un bacino d’oro. Gli diceva intanto:
Giozeyma mio, nulla si perderà del tuo sangue, ch’io
voglio farmene un farmaco per il mal caduco! (1) —
Ed egli: Ti preme tanto che si perda il sangue? — Ma
gli stregoni, consultati prima da lei, le avevan detto:
Se una stilla sola del suo sangue cade fuori del bacino,
ti coglierà la sua vendetta. — Non cessava intanto dallo
scorrere il sangue nel bacino finch’egli venne meno. Fece
allora un movimento della persona sì che alcune stille
sprizzarono contro una colonna di marmo, e spirò.
Ripiglia il cantastorie:
Al-Zebba raccolse quel sangue in un vaso @ collocò
quel vaso ne’ suoi ripostigli. Qoseyr intanto erasi recato
da Amr ibn Abd al-Ginn dei Tanùkhidi e gli aveva detto:
Vendica ora tu il sangue di tuo cugino; se no, te ne
vitupereranno gli Arabi. — Ma egli non ne fece caso,
onde Qoseyr passò presso Amr ibn Adi, nipote di (Giozeyma per. parte di sorella, e gli disse: Ti piace che io
ti procacci gente armata perchè tu possa vendicar la
morte di tuo zio? — Amr gli concesse cotesto, ed egli
si recò presso i condottieri e i capi di tribù degli Arabi
e disse loro: Sarete voi i duci e i capi, e noi vi daremo
aiuti e denari. — Così si raccolse intorno a lui molta
(1) Si credeva dagli Arabi antichi che il sangue dei principi, così
raccolto, eva un farmaco potente contro l'ossessione, la paralisi, il mal
caduco.<noinclude></noinclude>
kdpsnzlsb903cq2076q450ewa8py1u7
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/40
108
1031508
3900987
2026-09-18T12:25:08Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900987
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 24 —|}}</noinclude>
gente. S'accontò poi di nuovo con Amr, quel dei Tanùkhidi, e quando le schiere già erano in ordine, si
congiunsero a lui codesto Amr dei Tanùkhidi e Malik
ibn Amr ibn Adi.
Qoseyr si volse ad Amr ibn Adi e gli disse: Pensa
tu ora a quanto m'hai promesso in riguardo ad Al-Zebba!
— E Am?:Ma che potrei io contro di lei? Essa è più
inaccessibile d’un’aquila in aria! — Se tu ora ti ricusi,
ripigliò Qoseyr, io mi taglierò naso e orecchi, «e m’adoprerò con ogni astuzia per ammazzarla. Ma tu aiutami,
chè onta non ti toccherà! — Amr gli rispose: Tu sei
più avveduto di me.
Così Qoseyr si tagliò naso e orecchi. Si tolse di là
e se ne venne da Al-Zebba. Costei gli disse: Chi sei tu?
— E l’altro: Io son Qoseyr. No, per il Sire degli uomini!
non è stata mai persona sulla terra che fosse più leale
di me verso Giozeyma e più infesto di me contro di te!
Ma i miei nemici m’hanno accusato d’averti dato in mano
Giozeyma per tradimento, sì che Amr ibn Adi m'ha
fatto recidere naso e orecchi, onde ho conosciuto ch’io
non potrò più star con un tale al quale sono più uggioso
di te.
O Qoseyr, gli rispose Al-Zebba, noi non dubitiam
punto di tutto ciò, e però noi ti adopreremo nei nostri
traffici. — Così gli diede denari per andar attorno a’
mercanteggiare, ed egli si recò in Hîra, al tesoro regale,
e per consiglio di Amr ibn Adi ne prese quanto pensò
che gli potesse piacere, e con quei denari ritornò da
Al-Zebba (1). Quando costei vide ciò ch’egli le aveve
recato, ne fece grande allegrezza ed elevò Qoseyr di
grado, ed egli tanto fece che essa ebbe posta in lui ogni
confidenza e famigliarità. Un giorno, egli le disse: Un
re e una regina non posson fare a meno di provvedersi
d’un sotterraneo nel quale sia lor dato di riparare per
qualunque avvenimento che capiti e del quale abbian
(1) Quei denari, tolti al tesoro di Hîra, dovevano parere agli occhi
di Al-Zebba come guadagnati da Qoseyr trafficando.<noinclude></noinclude>
ow64kztlpv4icenkygpd2f8r0r9qreo
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/41
108
1031509
3900988
2026-09-18T12:25:13Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900988
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 25 —|}}</noinclude>
ragione di temere. — E Al-Zebba: Oh! io ho già fatto tutto
cotesto! Mi son fabbricato un sotterraneo che ha principio
qui sotto questo mio seggio ed esce sotto un seggio di
mia sorella. — E gliel mostrò, ed egli manifestò d’averne
gran piacere.
Uscì allora per suoi traffici come soleva fare.
Notificò ad Amr ibn Adi ciò che aveva fatto, e Amr
montò a cavallo con duemila guerrieri armati di corazza,
posti, ciascuno dentro un sacco, sopra duemila cammelli.
Quando furon là dalla città di Al-Zebba, Qoseyr andò
innanzi precedendo i cammelli, ed entrato da Al-Zebba,
le disse: Monta ora sulle mura della città e osserva
quante ricche derrate hai tu, e comanda ai guardiani
delle porte che non contendano l’entrata a nessuno dei
nostri carichi, ch'io son venuto con merce che non parla.
— lla fidavasi di lui, non ne aveva sospetto, non timore,
sì che montò sulle mura così appunto come egli le aveva
detto, e quandò osservò la lentezza del camminar dei
cammelli, disse:
Che hanno i cammelli
Che lenti incedono?
Pietre carreggiano?
Ferro trasportano?
Piombo han per carico
Che forte gravita?
E Qoyser:
O recan uomini
Dentro raccoltisi,
Torti a gomitolo? (1).
Mentre entrava per la porta l’ultimo dei cammelli,
il guardiano volle pungere con un suo punteruolo uno
dei sacchi. Il punteruolo andò a toccar nel ventre l’uomo
che v'era dentro, e l’uomo cacciò un grido. Il guardiano
sclamòd: Per Dio! avete cacciato del malanno nei vostri
(1) Come si vedrà nel corso di questo libro, era frequentissimo, fra
gli Arabi antichi, l’improvvisar versi, Vedi la Letteratura ava, Cap. INI, $S1.<noinclude></noinclude>
i5wr9cl3k1nbh17fw531n1izup6bapz
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/42
108
1031510
3900989
2026-09-18T12:25:19Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900989
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 26 —|}}</noinclude>
sacchi! — Quelli intanto di Amr si avventarono agli
abitanti della città e li mandarono a fil di spada. Al-Zebba
erasi cacciata nel sotterraneo, ma, giunta all’uscita al di
là dell'Eufrate, vi trovò Qoseyr che l’attendeva. Si voltò
allora per ritornarsi a dietro, ma all’altra uscita le si
avventò contro Amr ibn Adi che la finì d’un colpo. Si
racconta invece da altri ch’essa succhiò una sua gemma
sotto cui stava un veleno mortale, dicendo: Morrò di
mia mano, non per mano di Amr!
La città fu distrutta, i fanciulli menati prigionieri,
e Amr si portò via tutto ciò che Al-Zebba e suo padre
e sua sorella possedevano.
(dall'arabo di AI-Isbahani).
7. Prepotenza di Koleyb e sua morte.
Koleyb fu già grande e valente nella tribù di Rebîa,
ma anche arrogante e prepotente assai. Era lui quei che
assegnava agli altri della tribù i luoghi da abitare (1) e
ne li faceva anche partire, nè potevano essi recarsi ad
abitare in questo o quel posto nè partirsene se non col
suo permesso. Giunse anzi a tal punto di prepotenza e
d’arroganza che si prese un cane giovane e che, quando
giungeva ad un luogo abbondante di foraggi, vi cacciava
per entro quel suo cane, il quale, abbaiando, avvertiva
gli altri che non dovesser pascere in quel luogo se non
con l’acconsentimento di esso Koleyb. Cotesto faceva
anche per le cisterne dell’acqua, dove nessuno poteva
andare ad attingere se non col suo permesso, ovvero
dopo che, per trattative di guerra, egli l’avesse concesso
a questo o a quello. Si fece perciò, al riguardo di tale
sua arroganza, un proverbio che dice: « Più arrogante
di Koleyb Vail » (2). Vietava a tutti di cacciare e soleva
(1) Che si cambiavano assai spesso secondo la vita nomade dei deserti d’Arabia.
(2) Nel senso che non si trova alcuno che sia più arrogante di lui.
Vail poi era il vero nome di questo personaggio dell’antichità araba,
mentre Koleyb, cioè è piccol cane, n'era il soprannome.<noinclude></noinclude>
d2xgoyzbkzn5bcc8tskocy1z66cpi8q
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/43
108
1031511
3900990
2026-09-18T12:25:24Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900990
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 27 —|}}</noinclude>dire: La selvaggina che è in questo e in quest’altro
posto, è sotto la protezione mia. — Così nessuno cacciava
presso i luoghi dov’egli era, nessuno gli passava davanti
quando stava a sedere, nessuno, fior di lui, poteva star
con lui dov’egli stava.
In quel tempo, Murra ibn Dhuhl aveva dieci figliuoli,
dei quali Gessàs era il più giovane. La sorella di costui
era la moglie di Koleyb e chiamavasi Gelîla. Ora, una
zia di Gessàs che chiamavasi Al-Besîisa (questa è colei
per la quale s'è composto poi il proverbio: « Più sciagurato di Al-Bestìsa! »), era venuta, in quel tempo, ospite
presso cotesto Gessàs suo nipote, essendo conoscente di quei
della tribù di Murra, e aveva menato seco un suo figliuoletto e una cammella che dava gran latte ed era dei
possessi della tribù di Saad, e la cammella aveva anche
il suo piccino.
Un giorno che la sorella di Gessàs stavasi lavando
il capo a suo marito Koleyb, nel mentre ch’essa gli
spartiva i capelli, Koleyb d’un tratto le domandò: Chi
è più fiero e valente di Vail? — La donna tacque, ed
egli ripetè la domanda. Seguitando a domandare, Gelîla
gli rispose: I miei due fratelli Gessàs e Hammam. —
Ritirò allora il capo di tra le mani di lei, afferrò un
arco e colpì d’una freccia il piccino, che per caso pas
sava di la, della cammella di Al-Besîùìsa, zia di Gessàs
e conoscente di quei di Murra, e lo stese morto. Non fu
tenuto conto di tal fatto, anzi non se ne parlò nemmeno,
quando un giorno Koleyb, incontratosi nel figliuolo di
Al-Besùsa, gli domandò: Che fa ora il piccino della vostra
cammella? — Tu l’hai ucciso, rispose il garzonetto, e ci
hai lasciato tutto per noi il latte di sua madre. — Nemmen
di ciò si volle allora tener conto, ma poi, avendo di
nuovo Koleyb richiesto sua moglie dicendo: Chi è più
fiero e valente di Vail? — essa rispose: I miei due fratelli.
Ingoiò Koleyb queste parole, le ritenne in sè e taeque
finchè, un giorno, gli passaron dinanzi i cammelli di
Gessaàs. Vide la cammella, ma nel momento non la rico
nobbe, sì che domandò: Di chi è quella cammella? —<noinclude></noinclude>
tj7ttd8jcn7frjy68ew41d66a663qhf
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/44
108
1031512
3900991
2026-09-18T12:25:29Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900991
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 28 —|}}</noinclude>
Della zia di Gessàs, gli fu risposto. — Rd egli: Forse
che ci tocca anche cotesto, da parte di quelli di Saad (1),
che abbiano a cacciarmi qui dei loro protetti senza il
mio permesso? Dalle un colpo alla mammella, ragazzo!
— Così afferrò un arco e colpì la cammella ad uno de’
capezzoli sì che latte e sangue ne stillarono commisti.
I pastori, allora, corsero da Gessàs e l’informarono
dell’accaduto, ma egli disse: Mungete due misure di
latte nella secchia di mia zia Al-Besùsa (2) e non le dite
nulla di ciò. — Così, anche questa volta, non fu tenuto
conto di quanto Koleyb aveva fatto.
Avvenne intanto che quelli della tribù di Bekr ibn
Vail passarono là da uno stagno che chiamavasi Shobeyth.
Koleyb ne li scacciò dicendo: Voi non ne berrete una
stilla! — Passarono presso un altro stagno che chiamavasi Al-Ahass, ma anche di là Koleyb li scacciò, dicendo: Voi non ne berrete una stilla! — Così andaron
oltre finchè fecer sosta in Al-Dhanàib, e Koleyb e la
sua gente li raggiunsero appunto mentre si fermavano.
Gessàs, mentre Koleyb tenevasi presso lo stagno di
Al-Dhanàib, gli passò d’accanto e gli disse: Hai scacciato
la gente nostra dall’acqua e per poco non l’hai fatta
morir di sete. — Noi, rispose Koleyb, non l’abbiamo
allontanata dall’acqua se non perchè già prima 1° acqua
era nostra. — Gli si accostò allora Gessàs, e suo cugino
Al-Muzdalif gli veniva al fianco, e Gessàs intanto gridava a Koleyb: Così tu hai fatto come con la cammella
di mia zia! — E Koleyb: Ah! te ne ricordi? Ma s° io
l’avessi veduta in un branco di cammelli che non fosse
stato di Murra, avrei lasciato andar libero, con essa,
anche quel branco! (3).
(1) La cammella apparteneva ad uno della tribù di Saad. Vedi sopra.
(2) Acciocchè, quando il latte fosse stato della misura consueta, non
s’avvedesse che la cammella le era stata ferita.
(3) Gessas, come è detto sopra, era uno dei figli di Murra. Perciò
l’insulto di Koleyb è volto contro di lui, Gessàs, del resto, non s’indusse
a trucidare il prepotente cognato se non per gl'incitamenti della vecchia
zia Al-Besùsa che, vedendolo tollerante e paziente, lo gridava aperta
mente vile e codardo,<noinclude></noinclude>
cowvlc9eublfzu3w3s19r5ysjf0p34e
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/45
108
1031513
3900992
2026-09-18T12:25:34Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900992
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 29 —|}}</noinclude>Gessàs allora gli sospinse contro il cavallo su cui si
stava, e lo trapassò con un colpo di lancia. La lancia
uscì dal petto tra le mammelle. Mentre era già in preda
alla morte, Koleyb si volse a Gessàs. Dammi da bere
un sorso d’acqua, Gessàs! gli disse. E Gessàs: Io non
t'ho mai udito domandar dell’acqua dal momento che tua
madre t'ha partorito, fino a questo momento! (1).
Al-Muzdalif, allora, gli sospinse addosso, egli pure,
il cavallo e gli troncò il capo, e Gessàs, quando gli ebbe
dato il colpo, lasciò libere le briglie al cavallo suo, e
corse presso i suoi. Sua sorella, al vederlo, disse a suo
padre: Ecco Gessàs che ritorna a tutta corsa. — E il
padre: Per Dio! Non tornerebbe a tutta corsa se non
per faccenda grave! — E quando Gessàs gli fu da
presso: Che hai tu dietro a te, figliuol mio? gli disse. —
E Gessàs: Ho dietro a me ch’io con l’asta mia ho fatto
tale squarcio che gli anziani di Vail (2) dovranno occuparsene per molto tempo!— E Murra: Hai tu ammazzato
Koleyb? — Certo! — E Murra: Io avrei preferito che
tu e i tuoi fratelli foste morti prima! Che mi resta se
non che, per me appunto, abbiansi scambievolmente
funesti presagi i discendenti di Vail?
Si racconta che Gessàs recitò allora questi versi a
suo fratello Nadhla:
Ecco! una guerra
T'ho procacciata.
Gli anziani in acqua
Pura, ghiacciata,
Soffocherà (3).
Fin che ne resti
Un sol campione,
(1) Secondo altri, Gessàs gli ayrebbe detto: Ricordati di Shobeyth e di
Al-Anass!
(2) Nome d'un antico capo dal quale discendevano le tribù di Bekr
(a cui Gessàs apparteneva) e quella di Taghleb (a cui apparteneva l’ucciso Koleyb, pur chiamato Vail. Vedi sopra).
(3) Allusione ironica e sarcastica alla cagione della guerra,<noinclude></noinclude>
g15xu8tdy5x7xaeoo2ezrj2hzqcbcd4
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/46
108
1031514
3900993
2026-09-18T12:25:39Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900993
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 30 —|}}</noinclude>
Motto e canzone
Se ne farà,
Ch’essa, non lieta,
Fino all’estremo
Discenderà,
Fin che risparmi
Dai lupi erranti
Gli spenti in armi,
E allor la pace
A’ suoi superstiti
Consiglierà.
E Nadhla gli rispose:
Ah! se una guerra
M'hai procacciata,
Nessun codardo
Vi si vedrà;
Arma nessuna
Vi fia spuntata! (1).
(dall’arabo di Al-Isbahani).
8. Gratitudine verso i benefattori ricompensata,
Raccontava un famigliare di Al-Mamfîn (2):
Una notte, il Principe dei credenti Al-Mamfîin mi
fece chiamare, ed era già passato un terzo della notte
Prendi con te, mi disse, il tale e il tal altro (e me li
nominò; e uno era Alì ibn Muhammed e 1altro Dînar
al-Khadim) e muoviti in tutta fretta per ciò che ora ti
dirò. E sappi che è venuto a mia conoscenza che un
certo vecchio se ne va, la notte, là dai resti delle case
(1) La guerra fratricida durò quarant'anni fra le duo tribù dei
Bekriti e dei Taghlebiti, cio8 dal 494 al 584 d. C., 0 fu cagione d’infinite
morti. Gessàs, uccisore di Koleyb, ne fu l’ultima vittima, uoeciso a tradi
mento da un suo nipote figlio di esso Koleyb, ch'egli, raccoltolo bambino, aveva nutrito e allevato con ogni cura. Vedi il racconto del tragico
fatto nel mio libro L’Islamismo, cap. II, 62,
(2) Celebre Califfo Abbasside, figlio di Haràn al-Rashîd., Regnò dal
1813 all’883 d. C,<noinclude></noinclude>
75y66r7uol7pw42uxq9xsetpvsqufus
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/47
108
1031515
3900994
2026-09-18T12:25:45Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900994
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 31 —|}}</noinclude>«lei Barmekidi e vi si tiene a recitar poesie e a ricordarli
con lunghi discorsi, a lamentarne la morte e a piangerli,
G poi se ne va. Andate ora voi, tu e Alì e Dinar,
fin là da quelle rovine, nascondetevi dietro un di quei
muri, e quando abbiate veduto il vecchio capitar là e
pianger que’ morti, e recitar versi, menatelo da me (1).
Ripiglia il famigliare:
Io allora presi con me que’ due, e andammo insieme
là dalle rovine, quando e’imbattemmo in un garzonetto
che v'era già venuto e recava un tappeto e uno sgabello
tutto nuovo, e in un vecchio, giuntovi anche lui, bello
d’aspetto, con molta dignità e grazia. Si sedette egli sullo
sgabello e là incominciò a piangere e a lamentarsi ad
alta voce, e recitava, intanto, questi versi:
Ma quand’io vidi che al suolo atterrava
Giafar un brando,
Che a Yahya un regio banditor gridava
L’estremo bando (2),
Piansi di pianto sulla possa umana,
E il sospir mio
Crescea per essi. « Del poter, diss’io,
L’aita è vana! ».
E andava in lungo con altri versi. Quand’ebbe finito,
noi gli mettemmo le mani addosso dicendogli: Vieni
all’obbedienza del Principe dei credenti. — Ne rimase
molto costernato e disse: Permettetemi ch'io faccia certa
raccomandazione alla mia famiglia, perchè io, d’ora in
poi, non son più certo della vita mia. — S’appressò allora
ad una canova, si fece aprire, prese un foglio di carta
e vi scrisse certa sua raccomandazione, poi lo consegnò
a quel suo garzonetto.
(1) È noto nelle storie che gli Abbàssidi sospettosi punivano tutti
quelli che si rattristavano della sorte dei Barmekidi. Per questi, vedi il
Registro dei nomi, in fine del volume.
(2) Cioè la morte. Giafar e Yahya sono appunto due della famiglia
dei Barmekidi barbaramente mandati a morte dal Califfo Haràn alRashîd.<noinclude></noinclude>
by6jjhlviuftt6iiu36chqpm0p9mzp6
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/48
108
1031516
3900995
2026-09-18T12:25:50Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900995
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 32 —|}}</noinclude>
Così andammo con lui. Quand’egli fu nel cospetto
del Principe dei credenti e questi, all’istante in cui lo
vide, gli ebbe detto: E chi sei tu? e per qual ragione
hanno meritato i Barmekidi da parte tua ciò che tu fai
tra le rovine delle loro case? — il vecchio rispose:
O Principe dei credenti, io ho verso i Barmekidi molti
obblighi! Vuoi tu che io ti parli dei rapporti miei con
loro? — Disse Al-Mamîn: Parla! — E l’altro:
Io sono, o Principe dei credenti, Al-Mundhir ibn
Al-Mogheyra di stirpe regia; ma la fortuna mia è cessata
da tempo come suol cessare per molti altri uomini.
Quando i debiti mi ebbero oppresso e io ebbi necessità
di vendere i poderi paterni e i poderi della mia famiglia
e la casa in cui io son nato, certi amici miei mi consigliarono di andarmi a presentare ai Barmekidi. Mi tolsi
pertanto da Damasco menando con me più di trenta
persone tra figliuoli e congiunti, nè avevamo con. noi
alcun che da vendere, nulla da donare, e così entrammo
in Bagdad e femmo sosta in una moschea. Mi feci dare,
allora, certo abito che io m’era preparato per rimanere
incognito; l’indossai e uscii, abbandonando tutti que’
miei, affamati e privi di tutto. Mi cacciai per le viuzze
di Bagdad cercando dei Barmekidi, finchè mi trovai la
da una magnifica moschea, presso la quale tenevasi un
vecchio di bell’aspetto, in vesti elegantissime, e sulla
porta due schiavi, e, dentro, molte persone sedute. Mi
venne voglia di trovarmi là in mezzo, e però entrai e
mi sedetti là dinanzi agli altri, mentre, nel camminare,
ora poneva innanzi un piede, ora ritirava l'altro, e il
sudore mi colava dalla fronte, perchè tale non era mai
stato nè il mio costume nè l’arte mia. Ad un certo punto,
si fece innanzi uno schiavo e invitò quella gente a levarsi di là. Si levaron tutti, io con loro, ed entrarono
in casa di Yahya ibn KhAlid (1), e io con essi, ed eeco
che Yahya stavasi assiso su di un palco in mezzo ad
(1) Allora gran Visir o ministro del Califfo. Vedi il Registro dei nomi
alla fine del volume<noinclude></noinclude>
8dep9upn0o6mvcgj0l2k8lxsesabrrq
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/49
108
1031517
3900996
2026-09-18T12:25:55Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900996
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 33 —|}}</noinclude>un giardino. Noi lo salutammo, ed egli ci numerò, ed
eravamo cent’uno. Gli stavano dinanzi dieci de’ suoi
figli. Vennero allora innanzi cento dodici paggi, ciascuno
lei quali recava un vassoio d’argento, e su ogni vassoio
mille dînar. Dinanzi a ciascuno dei presenti deposero
ossi uno di que’ vassoi, e io vidi e il giudice e i magistrati versarsi le monete dentro la manica e mettersi
Sotto l’ascella il vassoio, e andarsene via, uno ad Uno,
finchè rimasi io solo, chè non osava prendere il mio.
Un paggetto mi fe’ cenno dell’occhio, e io allora mi feci
coraggio e presi il vassoio mio e me ne versai l’oro
dentro la manica, e il vassoio me lo tenni in mano. Mi
levai per andarmene e intanto mi guardava a dietro
temendo che qualcuno m’impedisse l'andare, finchè giumsi,
così camminando, fino al cortile della casa. Yahya, che
m'’aveva tenuto d’occhio, diceva intanto al paggio: Menalo
qui! — Il paggio mi menò da lui. Che è, mi disse
Yahya, che ti volti da destra e da sinistra? — Io Vinformai del caso mio, ed egli, voltosi al paggio: Fammi
venir qui, gli disse, mio figlio Màsa. — Il paggio introdusse Mùsa. Figlio mio, gli disse Yahya, quest’uomo è
forestiero. Prendilo con te e abbine cura tu stesso di
persona e di denaro.
Mùsa mi prese per mano e mi fece entrare in uno
de’ suoi quartieri. Mi trattò con la maggior liberalità, e
io rimasi presso di lui quel giorno e quella notte lautamente servito e nella maggior letizia. Quando venne il
Mattino, fece venire a sè suo fratello AI-AbbAs e gli
disse: Mi ha comandato il Visir (1) d’aver ogni cura di
questo bravuomo. Ma tu sai quanto ho io da fare in
asa del Principe dei credenti. Perciò, prendilo tu ora
con te e fagli onore.
E AL-Abbàs fece così appunto, perchè mi diè i più
bei segni d’onore, poi, al dì seguente, m’ebbe da lui suo
fratello Ahmed. In questo modo, non cessai dall’essere
in potere or dell’uno or dell’altro. Essi m’ebbero succes(1) Cioè lo stesso Vahya, suo padre.
Italo Pizzi - Fiori d'Oriente
3<noinclude></noinclude>
hktfz7wnizvhy9b753lg8y4ac2xvmd9
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/50
108
1031518
3900997
2026-09-18T12:26:00Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900997
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 34 —|}}</noinclude>
=,plcsivamente per lo spazio di dieci giorni, nè io ebbi intanto
alcuna notizia nè dei famigliari nè dei ragazzi miei, se
eran morti o vivi. Quando fummo all’undicesimo giorno,
venne da me un paggio con molti altri. Lèvati, mi dissero. Ritorna in pace alla tua famiglia. — Io allora mi
posi a gridare: Oimè! oimè! M’han tolto denaro e vassoio, e ora dovrò io andarmene in questo stato? Noi
siam di Dio e a Dio ritorniamo!
Il paggio allora sollevò una cortina, poi un’altra,
poi una terza, poi una quarta. Quand’ebbe sollevato
l’ultima: Qualunque bisogno abbi tu, mi disse, dillo a me,
perchè io ho l’ordine di fare quanto tu comanderai.
Vidi allora, dietro l’ultima cortina, una stanza che
uguagliava il sole in bellezza e in lucentezza, e tosto
sentii venirmi incontro una fragranza d’ambra e d’aloè
con effluvî di muschio, ed ecco intanto i bambini ui
famigliari miei, tutti vestiti, là dentro, di drappi di seta
e di broccato. Il baggio intanto mi recava un milione
di dirhem e diecimila dînar, e, con ciò, un ordine che
mi conferiva il possesso di due villaggi, e in fine quel
assolo ch'io aveva preso, con quanto eravi già sopra di
denari e di oggetti preziosi. Così rimasi, o Principe dei
credenti, presso i Barmekidi, nelle loro case, nè la gente
Si ricordava più se io era uno di essi o uno straniero,
Ma quando venne per loro il dì della sventura e
toccò loro, o Principe dei credenti, da parte di Haràn
al-Rashîd ciò che loro toccò, Amr ibn Musida mi fe’ del
male applicando a que’ due villaggi miei tali balzelli
che il lor prodotto non bastava per pagarli. Quando pertanto la sorte mi ebbe oppresso di questa guisa, presi
ad uscire al termine d’ogni notte e me ne venni IA dalle
case rovinate dei Barmekidi lamentando il loro destino,
ricordando le loro opere egregie, piangendo per i loro
beneficî al mio riguardo!
Disse allora Al-Mamàn: A me Amr ibn Musida!
Quando Amr gli fu menato dinanzi: Conosci tu, gli
domandò, quest'uomo? — 0 Principe dei credenti, riSpose, costui è una delle creature dei Barmekidi! — Di<noinclude></noinclude>
8fb4xqs4nsu27jd6hfrqltgkzh40b5y
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/51
108
1031519
3900998
2026-09-18T12:26:06Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900998
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 35 —|}}</noinclude>
quanto l’hai tu tassato per quei due villaggi? — Di tanto!
Rendigli allora tutto ciò che gli hai tolto in tutto
questo tempo, e ritornagli liberi i due villaggi, e tali
rimangano per: sempre a lui e a’ suoi successori.
Ripiglia il famigliare di Al-Mamin:
Il vecchio, allgba, anche di più si mise a piangere
e a sospirare, e Al-Mamàùn, come vide ch’egli piangeva
assai di più: E che? gli disse. Noi ti abbiam beneficato.
|} che mai ora ti fa piangere? — Disse: O Principe dei
credenti, anche cotesto è un benefizio dei Barmekidi!
&'io non fossi andato là da quelle lor case in rovina e
non avessi pianto e lamentato la loro sorte finchè giunse
notizia di me al Principe dei credenti, e se il Principe
non avesse fatto a me ciò che ora ha fatto, come mai
avrei potuto giungere alla sua presenza?
Raccontava Ibràhîm ibn Meymàn (1):
Io vidi allora che Al-Mamdîn aveva le lagrime agli
occhi. La commozione gli era manifesta in volto. Per la
vita mia! diss’egli al vecchio, è questo veramente uno
dei benefizî dei Barmekidi! Piangili tu adunque e sèrbati
loro grato e fedele e ricordati dei loro benefizî!
(dall’arabo di Al-Itlidi).
9. Vita salvata a stento.
Quando il Principe dei credenti Al Mansùr (2) fece
il pellegrinaggio alla Mecca, gli fu offerta una gemma
di gran valore, di gran prezzo, perchè ne facesse l’acquisto.
Egli la riconobbe e disse: Questa gemma appartenne già
ad Hishàm ibn Abd al-Malik (8) e passò poi nelle mani di
suo figlio Muhammed ibn Hishàm. Costui è ora il solo
(1) È il nome proprio del famigliare del Califfo, ricordato più volte
nel racconto.
(2) Celebre Califfo AbbAsside, promotore della cultura e degli sbudî.
Regnò dal 754 al 775 d. O.
(3) Abd al-Malik, padre d’HishAm, fu il grande Califfo Ommiade,
domatore dei dissidenti e dei ribelli. Regnò dal 685 al 705 d. O.<noinclude></noinclude>
bodl4u2vrg3gs3sjg4kgjfloopf2x5s
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/52
108
1031520
3900999
2026-09-18T12:26:11Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3900999
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 36 —|}}</noinclude>che sia superstite degli Ommiadi, ed è necessario ch'io
l’abbia subito nelle mani! (1).
Si volse allora al suo ciambellano Al-Rabî e gli
disse: Domani, quando starai a pregare in pubblico nella
moschea santa (2) e la gente già prima vi si sarà radunata, chiudi tutte le porte, mettivi a guardia una scorta
fidata, tieni aperta una sola porta e stattene sulla soglia
in modo da non lasciare uscir nessuno se prima non
l'hai riconosciuto. Se potrai aver nelle mani Muhammed
ibn Hishàm, menalo qui da me.
Quando venne il mattino, Al-Rabî fece quanto AlMansùàr gli aveva ingiunto, e Muhammed ibn Hishàm
che appunto trovavasi nella moschea, s’° accorse subito
che s’andava in cerca di lui sì che si vide già preso e
ammazzato. Ne rimase tutto confuso, perplesso e costernato. Era egli in questo stato d’animo quando capitò là
Muhammed ibn Zeyd (8), che, vedendolo tutto conturbato,
pur non conoscendolo, gli si fece da presso e gli disse:
Che hai tu? — Nulla! rispose. E l’altro: Dimmi, dimmi!
Tu hai ogni sicurezza quanto alla vita, se Iddio lo vuole.
— Io sono, disse, Muhammed ibn Hishàm. Ma chi sei
tu? — Rispose: Io sono Muhammed ibn Zeyd, discendente di Alì,
S'accrebbe allora anche più lo spavento dell’altro sì
che sembrò perdere il senno, ed egli ancor più s’accertò
di dovere esser mandato a morte; ma Muhammed ibn
Zeyd gli disse: Non temere! Non sei stato tu l’uccisor
di mio padre o di mio nonno, nè io ho alcuna ragione
di vendetta contro di te (4). Io, anzi, farò ogni sforzo
(1) È noto che i Califfi Abbassidi perseguitavano a morte i superstiti dei Califfi Ommiadi ai quali erano sottentrati nel regno l’anno 50
d. G. Vedi il 1° racconto di questo libro.
(2) La moschea della Mecca.
(8) Era uno dei discendenti di Alì, genero di Maometto profeta.
(4) Ali genero di Maometto e Huseyn suo figlio erano stati uccisi
ineseguito all'avvenimento al trono dagli Ommiadi, e però questo Muhammed ibn Zeyd che ora parla, come lor discendente (vedi la nota antecedente) avrebbe potuto vendicarsi su codesto infelice Muhammed ibn
Hishàm, ultimo degli Ommiadi. Da ciò il timore di costui.<noinclude></noinclude>
ozlowh6hy3dyxqwa35vg1tickpbpx87
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/53
108
1031521
3901000
2026-09-18T12:26:16Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901000
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 37 —|}}</noinclude>per la tun salvezza, se Iddio altissimo lo vorrà. Tu inunto abbimi per iscusato di ciò che di sgradevole dovrò
IWurti, delle indegne parole che avrò da dirti, perchè
appunto ciò ti sarà cagion di salute. — Rispose l’altro:
lnrai quel che vorrai.
(ili gettò allora addosso il suo mantello e in quello
gli avviluppò il capo, indi lo strascinò e lo spinse con
tè finchè si trovò là presso dibAl-Rabî, ciambellano di
Al-Mansùr, che si teneva ancora sulla porta. Quando
Al-Rabî li ebbe veduti, Muhammed ibn Zeyd si diede
n pereuotere sul capo Muhammed ibn Hishàm e se ne
venne con esso là da Al-Rabî. O babbo di Al-Fadbl (1),
gli gridò, questo mariuolo è un cammelliere di quei di
Kùfa che m'ha dato a nolo certi cammelli suoi. Quand’io
gli ebbi pagato il nolo, è fuggito via da me e se n’è
andato a noleggiare i cammelli ad un tale di quelli del
Khorassàn. Io ho testimonî, e però ti prego che tu mi
dia qualcuno che 1 accompagni con me dal giudice, il
quale dovrà impedire che i cammelli vadano con quelli
del Khorassàn. — Al-Rabî gli assegnò: due uomini, ai
quali disse: Non l’abbandonate finchè non siate dal
giudice.
Muhammed ibn Hishàm, intanto, tenevasi tutto chiuso
nel mantello. Il viso, anzi, n’era interamente coperto.
Così usciron tutti insieme dalla moschea, e quando furon
lontani da Al-Rabî, Muhammed ibn Zeyd si volse all’altro
Muhammed e gli disse: Vattene ora per la tua vial —
Muhammed gli baciò il capo e le mani dicendogli: Iddio
sa meglio di noi a chi affidar l'esecuzione de’ suoi disegni! — E trasse fuori aleune gemme di gran valore e
disse: In nome di Dio altissimo, o figliuolo della figlia (2)
dell’Apostolo di Dio (che Iddio lo benedica e lo salvi!),
fammi l’onore di accettarle! — Ma quegli disse: Vattene
con tutte coteste tue cose. Noi siam di tal famiglia che
(1) Cioè Al-Rabî stesso.
(2) Fatima, figlia di Maometto e moglie di Alì,<noinclude></noinclude>
5btsndlie74k5nio49reeaatgitncjs
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/54
108
1031522
3901001
2026-09-18T12:26:21Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901001
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 38 —|}}</noinclude>
non accetta ricompense per benefizî che faccia. Ma tu
guardati da costui finchè non sia andato via (1), perchè
egli è anche troppo voglioso d’averti nelle mani.
(dall'arabo di Ibn al-Anbari).
10. Morte del Califfo Al-Mamîn.
Tornato da quella spedizione contro i Bizantini (2),
il Califfo Al-Mamtn si fermò un giorno, durante il viaggio,
presso la fonte di Bedendùn che è nelle. vicinanze della
città di Tartàs e che, nei tempi antichi, chiamavasi
Qosheyra. Per attendere a certi affari del governo, divisò
egli di fermarsi alquanti giorni là presso quella fonte,
luogo estremamente verde e dilettoso. Nel libro che si
chiama « le Praterie d’oro » (8), trovasi scritto che
l’acqua della fonte di Bedendiùn è tanto rigida che nessuno può resistere a tenervisi immerso un solo istante,
e che la sua limpidezza è tale che vi si può scorgere
nel fondo anche il fregio e la scrittura della più piccola
moneta d’oro.
Al-Mamîùn stavasi un giorno seduto sulla sponda
della fontana, quando fu veduto in quell’acqua un pesce
della lunghezza d’un cubito, della lucentezza dell’argento. Diè ordine che fosse preso, e allora un suo famigliare, cacciatosi nell’acqua, lo trasse fuori; ma il pesce
gli guizzò via in modo di tra le mani gittandosi nel
l’acqua, che gli spruzzi andarono a bagnare Al-Maman
nel capo, nel viso, nelle vesti. Il famigliare, ridisceso nel
lago, ne trasse il pesce, e Al-Mamtîn comandò si facesse
cuocere. Ma non era esso ancor cotto, che un tremito
improvvisamente prese le membra tutte del Califfo, nè
(1) Cioè il Califfo Al-Mansùr, finchè non sia partito dalla Mecca.
(2) Il Califfo Al-Mamtin aveva fatto diverse spedizioni contro i Bizantini togliendo loro diverse città in Siria e altrove.
(3) Celebre opera araba di enciclopedia storica, geografica, scientifica, dovuta ad Al-Mastidi del X secolo. Vedi, in fine, il Registro dei nomi.<noinclude></noinclude>
mewjkc273wsy3k54vprmfbl9a0zc2ol
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/55
108
1031523
3901002
2026-09-18T12:26:27Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901002
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 39 —|}}</noinclude>ogli potè più levarsi in piedi di là dov'era. Anzi, per
quanto il coprissero di panni e di vesti, lamentavasi forte
lleendo: Ho freddo! ho freddo! — Trasportato a casa,
necesero un gran fuoco, e nondimeno lagnavasi di sentir
freddo. Quando poi gli fu recato innanzi il pesce che
intanto era stato cotto, non si sentì di poterne assaggiare.
\ggravandosi rapidamente il male, parendo ch'egli omai
fosse all’agonia, Al-Mutasim (1) fece chiamare i medici
sokhtyeshù e Ibn Masaveyh e li interrogò dicendo: V'è
qualche rimedio per il quale mio fratello possa guarire
dlel suo male?
Imedici, accostatisi insieme al capezzale di AlI-Mamin,
gli tastarono accuratamente il polso e trovarono che la
pulsazione ne eccedeva la normale e che verano indizî
di prossima fine. In quel momento, Al-Mamdîn perdette
la conoscenza, e un sudore, simile a saliva, gli scorse per
tutto il corpo. Al-Mutasim domandò ai medici: Che sudore
è questo? — Non sappiamo, risposero.
Al-Mamdn, intanto, era ritornato in sè. Volle che gli
fosser menati innanzi certi prigionieri greci (2), ai quali
domandò: Qual è il significato del nome Qosheyra, col
quale, prima d’ora, solevasi chiamare questa fontana? —
Risposero: Significa: Stira li piedi! — Al-Mamùn ne
trasse tristo augurio; ma poi, voltosi alla gente radunataglisi intorno, domandò: Qual è il significato, in arabo,
del nome di questo luogo? — Raqga, gli fu risposto. —
Ora, è da sapere che, nelle tavole dell’oroscopo di AlMamfîn, era stato scritto che la morte di lui sarebbe
avvenuta appunto in Raqgqa. Egli perciò non aveva mai
soggiornato in Raqga, città dell’Iràqa-arabi (3). Quando
pertanto egli ebbe inteso dai prigionieri greci quella parola, comprese che non poteva evitare in nessun modo
il suo destino.
(1) Fratello di Al-Mamtîn al quale succedette nel Califfato. Regnò
dall’838 all'842 d. O.
(2) Cioè non greci di nazione veramente, ma soggetti all’ Impero
greco,
(3) Mesopotamia verso la Siria, così detta per distinguerla dall’Iràgqa-agemi, che è la Mesopotamia verso la Persia.<noinclude></noinclude>
cmnl1btjpn02pb8x6ko7mq2sfl632mx
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/56
108
1031524
3901003
2026-09-18T12:26:32Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901003
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 40 —|}}</noinclude>
Le ultime sue parole furon queste: O Tu che non
muori, abbi misericordia di chi muore!
Come fu spirato, lo trasportarono a Tartùs e là gli
diedero sepoltura. Il suo Califfato fu di vent'anni, cinque
mesi e sedici giorni, e la vita sua d’anni quarantotto.
Al-Mamin fu uomo di grande munificenza e generosità, celebre inoltre per la saggezza e la verecondia, per
la dignità e la nobiltà sua.
Si racconta a questo proposito che Isa, che fu uno
dei compagni di Ishàq ibn Ibràhîm di Mossul (1), diceva:
Nel tempo che Al-Mamàùn era andato a Damasco, io
era del suo seguito. Allora, per la grande munificenza
sua, nulla era più rimasto nel pubblico tesoro. Trovavasi
egli in estrema penuria, quando, all’improvviso, fu recata
notizia che erano stati mandati trenta milioni di dirhem,
parte dei tributi di certa provincia, e ch’eran giunti in
un certo posto. Al-Mamtdn, udito ciò, ne fu tutto allegro
e contento, e voltosi a Yahya ibn Aktham, gli disse:
Vieni con me! Vogliamo andare a veder quei denari. —
Quando fu là dal tesoro ed ebbe dato ordine che s’aprisse,
si volte a Yahya dicendo: Se i nostri amici tornano a
casa con vuote le mani e senza speranza, e noi ci portiam
con noi tutta questa somma, saremo biasimati da tutti.
Comandò allora che ventiquattro milioni di dirhem
fossero spartiti, secondo lor grado e dignità, tra gli ufficiali e i cortigiani. Il rimanente, lo consegnò ad un suo
famigliare perchè lo spartisse tra i soldati.
Isa, a questo punto, raccontava:
Capitato là in quel momento, io me gli era piantato
di faccia e lo fissava in volto. Ogni volta ch'egli levava
il capo, s'incontrava in me con lo sguardo. Come ciò si
fu ripetuto più volte, Al-Mamn si volse a quel suo famigliare e gli disse: Prendi, caro, cinquemila di questi
dirhem e dalli qui ad Isa che quasi quasi me li ruba con
gli occhi! — Io allora, con grandissima gioia mia, mi
portai a casa quella bella somma.
(dal persiano di Mirkhondi).
(1) Ishàq e Ibrahîm, due celebri musici del tempo di Haràn alRashîd,
S<noinclude></noinclude>
2lzsd9bjedwp9pfsgqvgpva02u8vjc5
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/57
108
1031525
3901004
2026-09-18T12:26:37Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901004
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 41 —|}}</noinclude>
11. Saladino.
In quel tempo, Saladino fu preso da una febbre acuta
0 morì a Damasco la notte di Mercoledì 27 del secondo
mese del 589 degli Arabi (1). Lasciò diciassette figliuoli
maschi e una figlia in ancor tenera età. Quando fu morto,
non si trovò nel suo tesoro che un solo dîndr e trentasei
monete spicciole perchè era molto liberale, e questa sua
liberalità lo aiutava assai in tutte le sue imprese.
Si racconta che, quando s’insignorì di Damasco, trasse
fuori tutti i dîndr e tutta la moneta spicciola che trovò
nell’erario, ed era una somma grande, e che, accumulando tutto davanti a sè, disse ad un tale il cui nome
era Ibn Muqaddam: Tu spartirai tutto cotesto @ manate
fra i signori e i cavalieri e i loro famigliari. — Ma perchè
Ibn Mugaddam incominciò col prenderne poco per volta,
Saladino lo rimproverò dicendogli: Riempi la mano. —
Quegli sorrise. Saladino lo richiese della cagione del suo
sorridere, e l’altro:
Mi ricordo, rispose, che, un giorno, Norandino (2)
stavasi seduto come tu ora siedi. Gli fu portata dinanzi
una corba di grosse uve secche, ed egli allora mi disse:
« Spartiscile a manate fra questi signori » —; € perchè
io incominciava col prenderne @ manate piene, mi disse:
« Adagio! adagio! Se tu le spartisci così, non ce ne sarà
per tutti. » — Ne rise Saladino e disse: S'addice l’avarizia ai mercanti, non ai re. Spartisci ora adunque non
più con una mano sola, ma con tutt'e due. — Raccontò
poi uno di quelli ch’erano presenti, che, nella manata che
glien’era stata data, troyavansi centocinquantotto dinar.
Si narra poi che, quando si teneva in Akka (3), cavalcando egli un giorno è standogli al fianco un giudice
(1) Data dell’Egira, corrispondente al 1198 d. (CA
(2) Gioò Nùr ad-dîn, sultano di Siria, ai cui servigi era stato lo
stesso Saladino quand’era giovane.
(8) Gioè San Giovanni d'Acri, nota città di Palestina,<noinclude></noinclude>
8fnat1luzb0dahxp9p4lxzh8rg1ru6i
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/58
108
1031526
3901005
2026-09-18T12:26:42Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901005
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 42 —|}}</noinclude>militare, un giudeo si fe’udire a gridare dicendo: Io
appello alla legge dei Musulmani! — Gli ufficiali di
Saladino domandarono al giudeo: Ohi è il tuo avversario,
e chi t'ha fatto ingiuria? — Rispose: L’avversario mio
è il Sultano stesso, e chi m'ha fatto ingiuria sono stati
i suoi ufficiali. — Quando Saladino ebbe inteso, non si
adirò punto, ma discese subitamente da cavallo e discese
con lui anche il giudice. Gli fu allora menato dinanzi il
giudeo, ed egli sel fece stare accanto, e quegli: Io sono
un mercante giudeo, disse, di Damasco. Era io venuto per
mare da Alessandria avendo con me venti some di zuechero. Come fui per entrare nel porto di Akka, i tuoi
ufficiali mi hanno derubato della merce, dicendomi: « Tu
sei un infedele, e la merce tua appartiene al Sultano ». —
Saladino ordinò si facesser venire quelli che avevan tolto
la merce, e poichè essi ebbero asserito che l’avevan deposta nei fondachi reali, ne ordinò ai sopraintendenti di
pagarne al giudeo il prezzo.
Un altro giorno, mentre stava seduto con certi signori, alcuni giovanetti paggi presero a giuocar fra loro.
Avendo un d’essi scagliato una pianella contro l’altro, la
pianella andò a cader là dai ginocchi di Saladino. Ma
egli voltò il viso in altra parte e prese a discorrere con
chi gli sedeva di fianco, e si comportò come se non si
fosse nemmeno accorto di ciò ch'era accaduto.
Un giorno, avendo sete, domandò dell’acqua. I famigliari dissero l’uno all’altro: Recategli dell’acqua. — Ma
nessuno se ne diè pensiero, sì che nessuno gliene portò.
Egli intanto ne domandò per ben cinque volte, e quando
gliel’ebber portata, ne bevve senza punto adirarsi dell’indugio.
Un’altra volta, essendosi rilevato da una Malattia,
volle andare al bagno. Domandò acqua fresca da here.
Quando gliel’ebber recata, gliene cadde qualche stilla
sulla persona, e perchè glien’era venuto un tremito improvviso, essendo ancor convalescente, non volle più berne
e resistette più d’un’ora sopportando la sete finchè, essendone oppresso, domandò ancora dell’acqua. Il fami-<noinclude></noinclude>
gs9j9qc71zgp4guj3wgg69gzdrw2lsf
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/59
108
1031527
3901006
2026-09-18T12:26:48Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901006
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 43 —|}}</noinclude>
gliare che lo serviva, per il timore aveva tremanti le
mani, sì che gli cadde la caraffa e tutta quell’acqua rigida si versò sulla persona di Saladino. Lo prese allora
una febbre fredda molto gagliarda, ed egli al famigliare
non disse altro se non questo: Se tu hai in mente di
farmi morire, fammelo sapere! — Nè aggiunse altro.
(dal siriaco di Barhebreo).
12. Morte di Al-Hakim Califfo d'Egitto (1).
Nell'anno 411 dei Musulmani (2); poichè quei d'Egitto
erano in afflizione grandissima da parte del Califfo Al
Hakim ed era cresciuto l’odio contro di lui nel loro
cuore, alcuni di loro ordinarono ingegnosamente di seri
vere certe scritture di contumelia, di scherno e di vituperio contro di lui e le donne sue. Le suggellavano, poi
gliele porgevano di notte quando passava cavalcando, indi
fuggivano. Si dice poi che formassero anche, con giunchi,
una figura di donna che stendeva la mano e teneva tra
le dita una scrittura. La rizzarono là da uno. dei canti
per cui egli soleva passare, è la ricoprirono d’un indumento di carta bianca. Quando pertanto egli passò di là
e la vide, s'adirò e comandò ai famigliari suoi di atterrarla con le spade. Ma essi, come si furono avvicinati ed
ebber veduto che quello era un fantasma, gli fecero saper
cotesto e gli porsero intanto lo scritto che il fantasma
teneva in mano. Quand’egli l’ebbe aperto e letto, vi trovò
molto parole ingiuriose toccanti la sorella di lui, ancor
fanciulla.
Come quei d’Egitto l’ebbero lungamente vessato in
questa guisa, ne concepì gran disdegno, perchè comandò
(1) Intorno a questo misterioso personaggio, che fu uomo di gran
mente, ma stranissimo e erudelissimo tiranno, malato forse di cervello,
vedi l’Islamismo, cap. IV, $ 6. Era della casa dei Fatimidi, e regnò in
Egitto dal 996 al 1021 d. C,
(2) Anno dell’Egira, cioè 1020-21 d. O.<noinclude></noinclude>
sgx23o63f2gy57jc66629pygggj50qh
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/60
108
1031528
3901007
2026-09-18T12:26:53Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901007
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 44 —|}}</noinclude>
a’ suoi famigliari di sguainar le spade e di ammazzare
qualunque egiziano si fosse abbattuto in loro, di saccheggiarne anche le case e di appiccare il fuoco ai mercati.
Perciò, Egiziani e famigliari di lui si azzuffarono per tre
giorni, e molti ne rimasero uccisi dall’una e dall’altra
parte.
Ma quando per un poco si quietò il furore, Al-Hàkim
così mandò a dire a sua sorella: Per te mi serivon lettere gli Egiziani schernendomi perchè tu fai venire a te
e il tale e il tal altro!
Poichè essa, col pianto e con le preghiere, ebbe calmato alquanto lo sdegno di lui, quando intese invece,
per via segreta, ch'egli aveva in animo di mandarle certe
donne per essere informato del vero, s’adirò molto; e
però, una notte, venne in casa ad uno dei personaggi più
ragguardevoli che stavasi pure in timore per Al-Hakim,
e poichè l’ebbe fatto giurare che non avrebbe rivelato il
segreto, gli disse:
Tu vedi quanto sia tristo nell’ira contro di me e
contro di te e contro tutta la gente, uomini e donne,
cotesto mio fratello. Io poi, come tu vedi, sono nel fiore
dell’età; eppure, come si passa da me la vita, da me, cui
pur s’impedisce di soddisfare ad ogni lecito desiderio!
E però, se tu con qualche arte puoi farlo morire, ecco
cheiotidolamanomiaelafedeperchèpoitumisii
sposo. Quanto al figlio, ancor piccino, di mio fratello, noi
lo porrem sul trono acciocchè nobili e popolo non faeciano tumulto; e tu gli farai da padre, da consigliere e
da balio.
L’Emiro, quand’ebbe udito, acconsentì e disse -alla
donna: Fammi tu sapere in che modo potrem condurre
a termine questa faccenda.
Mio fratello, rispose, suol salire tutto solo, in ogni
tempo dell’anno e di notte, su d’una collina per osservar
le stelle (1). Ora, sta scritto nell’oroscopo suo che, in una
(1) Il Califfo Al-Hakim era anche dato alle scienze, ch'egli coltivava con ardore, in ispecie all'astronomia.<noinclude></noinclude>
ahrrhtksykaxqdl9qv9qfpu3a7c0tqu
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/61
108
1031529
3901008
2026-09-18T12:26:58Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901008
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 45 —|}}</noinclude>
"lin notte, v'è pericolo per lui di morte, ma che, se
unirà passar oltre il calice di quell’ora, egli vivrà ancora
pur ottant'anni. Tu intanto procaccia d’aver con te due
ilo! famigli tuoi, di quelli a cui tu confidi ogni tuo segreto, pronti e gagliardi. Si pongano essi ad aspettarlo in
ino dei recessi della collina e di là s’'avventino su di lui
e l’ammazzino.
Come venne la notte designata, Al-Hàkim montò sul
mo asino e salì alla collina, nè volle prender con sè fino
alla cima nessun altro se non un suo giovane paggio.
(}li altri famigliari si trattennero ai piedi della collina.
ligli intanto, giunto sulla cima, incominciò a riguardare
verso Oriente, e quando vide che Marte montava sull’orizzonte orientale, mormorò fra le labbra queste parole:
Sei montato adunque, o maledetto sanguinario! Ecco,
l’ora mia è venuta!
I due allora ch’erano all’agguato, s'avventarono su
di lui, gli gittarono al collo una corda e lo strangolarono;
uccisero di pugnale il paggio e all’asino tagliarono i garretti. Si presero poi il cadavere del Califfo, e, scendendo
da un’altra parte, lo portarono presso la sorella. Costei
lo tenne nascosto in casa mentre nessuno non ne sapeva
ancora nulla, lei eccettuata e i due assassini e il loro
signore. Ma i famigliari di AJ-HAkim, come ebbero atteso
finchè spuntò l’alba ed egli non anche era disceso, saliti
alla vetta della collina, vi trovarono ucciso il paggio e
l’asino coi garretti tagliati. Non trovarono il lor signore,
e però tornarono affrettati a palazzo. Tumultuando allora
e famigli di corte e ufficiali, la sorella di Al-Hakim li
chiamò a sè e disse loro:
Non istate a tumultuare! Mio fratello m’aveva detto
già prima che, di questi giorni appunto, c'era per lui
pericolo di morte, € che perciò erasi apprestato a montar
sulla collina per passar poi di là a piedi nel deserto €
tenervisi nascosto per sette giorni. Dopo ciò, ne sarebbe
ritornato. Quanto al paggio ch'era con lui, egli deve<noinclude></noinclude>
roa6p5nm5cc9eeac1s71g1hdwxp5lrw
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/62
108
1031530
3901009
2026-09-18T12:27:03Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901009
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 46 —|}}</noinclude>averlo ucciso perchè non indicasse il luogo per il quale
si sarà messo (1).
Come pertanto si furon quietati, incominciò essa a
far venire a sè uno ad uno i dignitari, ai quali fece ricchi
doni e diede promesse buone; e poi, in quei sette giorni,
li fece giurare nel cospetto del giovane figlio di Al-Haàkim,
al quale diede il nome di Zàhir. L'altro figlio maggiore,
che era in Damasco, mandò invece a prendere come S'egli
dovesse regnare; ma, quando fu giunto alla città di Tanis,
lo caricò di ferri e l’imprigionò. Pure in quei giorni,
fece essa cenno segreto a’ suoi famigli, ed essi poser le
mani addosso all’Emiro al quale essa aveva confidato il
suo segreto, e sui due che avevano ammazzato il Califfo.
Furon piantate le forche, e in un attimo i tre furono
appesi. Ordinò intanto ai banditori pubblici di gridar per
le vie che quei tre appunto, fattisi traditori del loro signore, l’avevano ucciso. Perciò Iddio aveva fatto ricader
sul loro capo il loro delitto.
Come pertanto fu così fatto morire Al-Hakim, si pensaron molti ch'egli si fosse tramutato nel deserto Sketense
e là si facesse monaco cristiano e vi terminasse la vita.
Anch'io poverello, quando mi trovava a Damasco, udii
da certi legisti d’Egitto che nel tempo in cui egli perseguitava i Cristiani, gli apparve Cristo Signor nostro come
già a Paolo, e che d’allora in poi credette, trafugandosi
poi celatamente nel deserto dove morì. Ma si dice altresì
che poco assai mancò perchè egli, nell’empietà, giungesse
a quella di Faraone.... V’erano poi alcuni che, andando
da lui, gli dicevano: Salute a te, o l’unico, o il solo!
Salute a te, che dài la morte e dai la vita, dài riechezza
(1) Di questo fatto della sorella di Al-Hakim si è dubitato molto
anche dagli storici musulmani di poco posteriori. Pare invece più probabile che il Califfo (a cui certi fanatici settarì persiani avevan fatto credere di essere il futuro Mahdi, il Redentore che deve comparire alla fine
del mondo) si sia appiattato e sia morto poi nel deserto, per dar fede a
questa credenza. Il Mahdi, infatti, secondo i Musulmani, vive in luogo
ignoto a tutti. A questa più probabile fine del Califfo accenna, come si
vedrà, anche il nostro Autore, travisando tuttavia il suo racconto.<noinclude></noinclude>
0lie7omwe8h1i7ywr22s5at7ttng4sl
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/63
108
1031531
3901010
2026-09-18T12:27:08Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901010
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 47 —|}}</noinclude>
povertà! — Ed egli si compiaceva di ciò (1). Per co\xlo, uno dei suoi adulatori, quando andò alla Mecca e
ill a quel santuario, percosse con un’asta che aveva in
niuno, la pietra nera (2) e la scalfi dicendo: A che adonilo voi e baciate, o stolti, ciò che non vi giova nè vi
{limneggia, e non vi curate di colui che là in Egitto dà
ln vita e dà la morte?
(dal siriaco di Barhebreo).
13. Avventure di Al-Harith e sua morte.
Raccontava Abù Obeyda:
Al-Harith, venuto via dalla tribù dei Benî Darim, si
\xgirò qua e là per il paese (83) finchè capitò presso un
lugo dei Benî Rabîa. Depose le armi sue, e perchè il
lilogo era deserto, senza alcuna traccia d’uomo, vi si
llormentò. Passaron di là per caso alcuni dei Benî
Ilizàn di Anaza, ed egli dormiva ancora. Gli tolsero cavullo e armi, e poi lo legarono fortemente. Si destò, e
«quelli lo legarono anche più forte, sì che egli non potè
più muoversi. Allora gli domandarono: Chi sei tu? —
ligli non volle dir loro nulla, e quelli lo picchiarono,
minacciando di ammazzarlo se non diceva loro chi egli
Ni fosse. Si ricusò, e allora certuni della tribù dei Benî
()0ys, capitati là a caso, lo comprarono da questi dei
}enî Hizàn al prezzo d’un otre di vino e d’una pecora.
Così questi di Qeys si posero in via per tornar con
lui al loro paese, e intanto gli andavano dicendo: Chi
ici tu? qual condizione è la tua? — Ma egli non volle
lit loro nulla, e quelli lo picchiavano che quasi era per
(1) Uno dei settarî persiani (vedi la nota antecedente), di mome
llnmmza ibn Ahmed, nel 1017 d. G., aveva fatto credere ad Al-Hakim
oh'egli era Iddio in persona.
(2) La famosa pietra nera custodita nella Kaaba.
(3) Questo Al-Haàrith aveva ucciso a tradimento un ragguardevole
porsonaggio, Khalid ibn Giafar, capo della tribù dei Benî Amir, che gli
ivova ucciso il padre, e ora fuggiva la vendetta dei parenti e congiunti
ili Imi, Anni d. GC. 590-592.
ratatà MM:<noinclude></noinclude>
eryyjcguq43dcznfr0xkwaofcg0g426
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/64
108
1031532
3901011
2026-09-18T12:27:14Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901011
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 48 —|}}</noinclude>
morirne, ed egli negò sempre. E seguitaron così un pezzo,
ora minacciandolo col piechiarlo, ora spaventandolo in
altra maniera, ora facendogli carezze perchè li informasse
di sua condizione, finchè, ricusandosi sempre, se ne stancarono e l’abbandonarono, legato così come era, sulla
via. Allora potè sciogliersi, e fuggì la notte stessa e passò
nelle parti di Yemàma (1), e non ne era molto lontano.
Ripiglia Abù Obeyda:
Altri invece affermano che quand’egli fuggì da quei
di Qeys, si mise a correr forte finchè giunse là presso di
Yemàma, e che essi lo inseguirono finchè s’imbattè là
dov'erano radunati alcuni dei Benî Hanîfa, tra i quali
Qotàda ibn Maslama (2). Quando videro ch’egli veniva
correndo verso di loro, Qotàda gridò: Ecco uno che
scappa! — e poi, scorgendo la turba che gli era dietro,
gli gridò: Alla fortezza! alla fortezza! — Così Al-Harith,
sempre correndo, si cacciò nella fortezza.
Giunsero intanto anche quei dei Benî Qeys. Vennero
là da Qotàda, ma egli disse loro: Se voi l’aveste preso
prima ch'egli entrasse nella fortezza, io vel lascierei in
mano; ma poichè s'è riparato presso di me, non v'è modo
per voi di averlo. — Risposero: È nostro prigioniero, e
noi l'abbiamo comperato con le robe nostre (3). Nè egli
è un tuo cliente (4), nè tu lo conosci, ma è venuto a te
sfuggito alle nostre mani, e noi siam tuoi congiunti e
alleati. — Io, disse Qotàda, non ve lo consegnerò mai.
Non avverrà mai cotesto. Io però vi do da scegliere, se
volete. Fate il conto a qual prezzo l’avete comprato, e
voi riavrete da me quel prezzo, e il vostr’uomo resterà
libero. Ovvero, se acconsentite, io gli darò armi complete e lo farò montare a cavallo. Voi non lo toccherete
finchè non sia passato al di là del torrente, chè allora
(1) Città nell'interno dell'Arabia.
(2) Costui era allora il capo della tribù dei Benî Hanîfa.
(8) In quel tempo, la moneta era scarsissima in Arabia. Anche un
secolo e più dopo, al tempo del Califfo Abù Bekr, si adoperavano, in luogo
di moneta, per pagar tributi e altro, cammelli e pecore,
(4) Nel qual caso, Qotàda era obbligato a difenderlo a qualunque
costo,<noinclude></noinclude>
1qpcwdns3bwpmodwf2e6u33iqjbgfim
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/65
108
1031533
3901012
2026-09-18T12:27:19Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901012
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 49 —|}}</noinclude>Ullanto egli sarà a vostra disposizione. — Risposero: Ci
|\l{lte, — Qotàda riferì tutto ciò. ad Al-Harith, il quale
i{lixe: Ma sì! così si faccia! — Qotàda allora lo vesti
il urmi complete, lo fe? montare a cavallo, e gli disse:
lu scamperai alle loro mani, mi renderai il cavallo, e
llorrai per te le armi.
Così uscì di là, e quei di Qeys non lo toccarono
'lnehò non.ebbe passato il torrente. Allora gli si cacciaron
{lletro per pigliarlo; ma egli non cessò e dal combatter
von loro e dal molestarli finchè toecò la terra dei Benî
\{osheyr, pure in prossimità di Yemàma. Ne dista, anzi,
mono d’una giornàta di cammino. Come adunque fu giunto
il Itogo di questi Benî Qosheyr, i Benî Qeys, disperando
ill poterlo aver nelle mani, se ne venner via da lui.
Muelli di Qosheyr lo riconobbero, gli si affollaron dat‘utno, gli fecero onore, ed egli rimandò a Qotàda ibn
\luslnma il suo cavallo, aggiuntivi cento cammelli per lui,
il «lono. Non so se glieli donassero i Benî Qosheyr del
Ibro proprio perchè egli potesse rimunerare con essi
Wolidla, ovvero se fossero suoi.
lkipiglia Ab Obeyda:
lira allora re dell’Higiàz Amr ibn Al-ItnAba della
Kente di Khazragi. Quando costui venne a sapere che
\l{lArith ibn Zàlim aveva ammazzato Khalid ibn Giair (I), e questo Khalid gli era molto affezionato, si
lognò fortemente contro di lui. Per Dio! gridava di
{jiando in quando, se Al-Harith si fosse scontrato in
\hAlid desto, non se ne dovrebbe far caso, ma l’ha aminizzato mentre dormiva. S’egli mi capiterà dinanzi,
"prà il suo destino! — Si faceva, allora, portar da bere,
‘l metteva in capo la corona, chiamava a sè le sue canIwrine, e queste gli cantavano così:
Da ber mi date a più riprese, e a’ miei
Amici da ber date a più riprese!
M'abbeverate, fin ch’ebbro diventi,
Di vin filtrato.
(I) Vedi la nota al principio del racconto.
ltalo Pizzi - Fiori d'Oriente
4<noinclude></noinclude>
2jffxg4yghxdccl441ynmc6tj0qbqqw
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/66
108
1031534
3901013
2026-09-18T12:27:24Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901013
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 50 —|}}</noinclude>
Un garzon prode sgomina le squadre
Di cavalieri e fulmina la spada
Quando, di lui per tema, è l’ostil ferro
Ammutinato (1).
Chè noi, senza un valente che ci guida,
Non moviamo all'assalto. Ed è fra noi,
Per cotesto, un garzon, che da Khazràgi (2)
È nominato.
Pi da sua gente ributta l’ingiuria,
TL’ignominia ributta, € in pro di noi
Quei che nacque in Yemèn (3), per lui soltanto,
Sen va frustrato.
Dite ad Al-Harith, di Zalim figliuolo,
Al pusillo campion, dite a colui
Che, votando, un altissimo suo voto
Ha pronunciato (4),
Che a’ dormienti egli sa dar la morte,
Ma uccidere non sa tal che, rinchiuso
Nelle belle armi sue, forte e gagliardo,
Tiensi svegliato;
E ch'io qui meco, simili a carboni
Ardenti, ho freccie che di lui fan lagno,
Che un brando m'apprestai che acconcio in: Siria
Mi fu temprato.
Oh! s'io disceso fossi alla campagna,
Fatto scordar t’avrei, Harith, la pugna
Come il vile obblioso il tempo attarda
Ch'è riservato! (5).
| Ripiglia Abù Obeyda:
Quando questi versi giunsero a conoscenza di Al
Harith, anche più ne fu irritato e stizzito. Andò la dagli
(1) Il nemico è tanto sgomento che nemmeno il ferro ch'egli impugna, gli obbedisce,
(2) La gento dello stesso regal poeta, e il giovane duce è lui stesso,
(3) Quello dell'Arabia meridionale. In generale, qualunque nemico,
come pare.
(4) Qui è detto con ironia e sarcasmo, Al-Harith aveva fatto voto
di uccidere l’uccisore del padre suo, cioò Khàlid ibn Giafar, e l'aveva
ucciso, coltolo alla sprovvista, mentre dormiva.
(5) Vuol dire: Come i giorni riservati e sacri, in cui, por anbica
consuetudine, non si può combattere, servono di pretesto ai vili (i attardano) per non riprendere le armi, così io, co' miei colpi, t'avrei tolto
dall'anima la smania di voler combattere, tu vile, coi valorosi.<noinclude></noinclude>
cr0gkoggcnrrw1sk736a0m19kazy2qi
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/67
108
1031535
3901014
2026-09-18T12:27:29Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901014
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 51 —|}}</noinclude>
Se use
ibitati di quei di Khaàzragi, s’accostò al padiglione di
\mr ibn Al-Itnàba e gli mandò voce dicendo: Aiutami,
n re, ch'io sono uno che domanda protezione, perseguiInlo e oppresso! Prendi le armi suvvia! — Amr gli
(liede retta e uscì fuori, ma, nel mentre ch’egli andava
{ln lui, AI-Harith gli corse incontro gridando: Io sono il
padre di Leyla! (1) — Allora si azzuffarono e combat(crono gran parte della notte. Ma Amr, temendo che
\l-Harith l’ammazzasse, gli disse: Son vecchio, o Harith,
e mi prende il sonno! Potresti tu rimandar a domani
{|uesta faccenda? — Oibò! rispose Al-Harith. Domani chi
sin mai con chi avrò da fare!
Tornarono allora a combattere per qualche tempo,
ma poi Amr gittò via la lancia dicendo: Non t'ho detto,
o Harith, che mi prende il sonno? M’è caduta di mano
In lancia, e tu lascia stare! — Al-Harith si fermò, e
\mr: Dammi tempo fino a domani. — E Al-Hàarith: Non
voglio! — E Amr: Lascia allora ch'io raccolga la mia
lnneia. — Disse: Raccoglila. — Temo, disse Amr, che
ll me ne impedisca prevenendomi d’un colpo e mi ferisca
montre starò per raccoglierla. — Per la lealtà di Zàlim (2),
xclamò AL-Harith, nel proteggere altrui, non te ne impelirò prevenendoti d’un colpo, non ti assalirò, non ti ferirò, finchè tu non l’abbia raccolta! — Per la lealtà di
\l.Itnàba, gridò allora Amr, nel proteggere altrui, io non
In raccoglierò, non combatterò più con te!
Si tolse allora di là Al-Haàrith per tornare presso i
oi, e intanto così rispondeva in versi ai versi di Amr:
Come lieve susurro d’aura lieve
Con piacer m’ascoltate, o cantatrici,
Anzi che mi raggiunga, in ciel spuntando,
L'’estremo fato;
Anzi che biasmo di femmine acerbo
M'’assalga a dir che ribelle fu? io,
(1) Solito vezzo di chiamarsi dal nome del padre o dei figli.
(2) Al-HArith giura per suo padre, Zàlim, e Amr per il suo, AlHinhbn,<noinclude></noinclude>
talw8vej1ez8ur1wobjzjla00qq29ba
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/68
108
1031536
3901015
2026-09-18T12:27:35Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901015
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 52 —|}}</noinclude>
Repugnante a’ lor cenni apertamente,
Nel tempo andato (1).
E che m'importa, allor che il mattutino
Nappo per tre fiate mi vuotai,
Se leal esse o dato a triste voglie
M’han reputato?
Pur ch'io di colpe non m’aggiunga il peso,
A Dio dinanzi, in tutto il viver mio,
Pur che da me l’amico mio non resti
Mai defraudato.
D'un uomo a noi son giunte le parole
(Amr era detto!), e noi le sopportammo,
Noi di grand’alma, anche se il parlar suo
Era sguaiato.
E meditammo la sua morte allora
Che a noi di contro ei s’avventava e a terra
Con l’armi sue, pur sì valente e forte,
Giacea prostrato.
Egli allor non dormia! (2). Ma si scusava
Col sonno che il prendea, mentre un acciaro
Stringeasi in pugno, in Siria acconciamente
Un dì temprato.
Ma noi, dopo il vantare alto di lui,
Grazia con tutta lealtà gli femmo,
Io (8), che leale in tutto il tempo scorso
Mi son mostrato.
E da lui ci partimmo e di perdono
Larghi gli fummo ancor. L'alto favore
Che da noi gli venia, per lui che l’ebbe,
Sempre è durato!
Ripiglia Abù Obeyda:
Al-Harith, dopo ciò, se ne venne in Siria presso uno
di quei re di Ghassàn che chiamavasi Yezîd ibn Amr, il
quale lo prese sotto la sua protezione. Cotesto re aveva
una cammella che nessuno poteva toccare, ed essa recava
(1) È frequente, in questi antichi poeti arabi, il fingere che certe
donne li rimproverino di viltà o d'altro, per poi confutarle vantando
i proprî meriti.
(2) Allusione amara al rimprovero fatto ad esso Al-Harith d'avere
ucciso Khalid mentre dormiva.
(3) Passaggio rapido e brusco, ma efficacissimo, al numero singolare.
vbraili<noinclude></noinclude>
99s5tnlc4eojf3csdaa7zt991ztqbr3
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/69
108
1031537
3901016
2026-09-18T12:27:40Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901016
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 53 —|}}</noinclude>
uppeso al collo un coltello, dell’esca, un sacchetto di
inle, e i suoi sudditi erano avvisati che nessuno di loro
‘loveva osare alcun che su di essa (1).
AI-Harith aveva con sè due sue femmine. Una di esse,
avendone gran voglia, lo richiese di procacciarle del lardo
di gobba di cammella (2). Disse Al-Harith: E dove posso
trovar io cotesto lardo? — Essa tanto insistette presso
di lui, ch'egli fe’ disegno sulla cammella del re. Cacciaala nel fondo di una valle, la ferì nel ventre, e la donna,
mangiata parte di quel lardo, ne ripose il rimanente in
un suo otre. Cercandosi allora la cammella perduta, fu
rinvenuta ch'era stata uccisa, eceettochè nulla ne era
stato tolto fuorchè la gobba. Ne fu recata la motizia al
ve, ma nessuno sapeva chi avesse fatto cotesto. Il re allora mandò a prendere Al-Khims della tribù dei Benî
Taghlib, il quale era indovino e stregone. Gli fu domandato: Chi ha sgozzato la cammella? — E Al-Khims: L’ha
sgozzata Al-Harith.
Il re che temeva d’averne biasimo (3), si guardò
bene dal toccarlo. Ma lo stregone gli diceva: Se tu vuoi
proprio saper tutto ciò di scienza certa, induci qualche
femmina a domandar del lardo alla donna di Al-Harith. —
Il re così fece, e Al-Harith rientrava in casa nel momonto appunto che quella femmina sua traeva fuori per
l’altra di quel lardo. Capì l’astuzia, ammazzò la donna
mandata dal re, e la seppellì in quella sua casa stessa.
Wacendosi allora ricerca della donna perduta, Al-Khims
esclamò: Oh! l’ha portata via ciò che ha portato via la
cammella! Ma se al re rineresce di dovere inquisir colui
per questo, gli comandi di montar a cavallo per un poco,
o, quando sarà partito, gli frughi sotto il pavimento in casa.
Il re fece così, e AI-Khims trovò la traccia del luogo in
casa di Al-Harith. Costui, rientrato all'improvviso, saltò
(1) Il coltello voleva dire che la cammella poteva essere scannata;
l'oncen, che si poteva accendere del fuoco per arrostirla; il sale, che poluyvn esser condita con esso. Ma guai a chi avesse osato far tanto!
(2) Cibo molto ghiotto presso gli Arabi antichi.
(3) Se avesse violato la protezione accordata.<noinclude></noinclude>
2tnwq6mkwnjssx0qmfoat1ji62ae9yh
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/70
108
1031538
3901017
2026-09-18T12:27:45Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901017
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 54 —|}}</noinclude>
addosso allo stregone e lo freddò. Allora fu preso e posto
in carcere.
Il re ordinò di farlo morire, ma egli disse: Tu m'hai
accordato la tua protezione! Tu non mi tradirai! — Disse
il re: Non sarà gran danno sio ti tradirò una volta,
mentre tu più volte m’hai tradito! — HR fe’ cenno al
figliuolo di AI-Khims che l’ammazzasse per vendicar la
morte di suo padre. Quando il giovane gli si accostò per
colpirlo, AI-Haàrith gli domandò: Chi sei tu? — Il figlio
d’Al-Khims! rispose. — Ah! sei tu, ripigliò AI-Harith, o
figlio del peggior di tutti i desiderî? (1) — E l’altro; E
sei tu, o figlio del peggiore di tutti i nomi? — E lo
stese morto.
Il figliuolo d’AI-Khims allora, presa la spada tutta
rabescata di AI-Harith, se ne venne con essa sul mercato
di Okàz nel sagrato della Mecca. Là espose quella spada
alla pubblica vendita e andava gridando: È questa. la
spada d’AI-Harith ibn Zalim! — La comprò Qeys ibn
Zoheyr al quale egli l’aveva mostrata, e questo Qeys,
afferrata la spada, assalì il giovane, pur là sul sagrato (2),
e l’ammazzò (8).
(dall’arabo di Al-Isbahani).
14. Accoglienze fatte ad un celebre musico d’Arabia.
Il musico Maabad (4) aveva insegnato il canto, tra
altre fanciulle dell’Higiàz, anche ad una che chiamavasi
Zabia (5), e aveva molto faticato nel farla riuscire. La
comperò poi un tale della gente dell’ Iràqa, il quale la
menò a Bassora dove altresì la vendette, e da Jlui la
(1) Cioè della vendetta. Non son certo d'avere inteso a dovere il
difficile passo.
(2) Dove non era lecito trattar le armi,
(3) Questo Qeys uccise il giovane ricordandosi che il morto Al-H
rith l'aveva aiutato a vendicar la morte, un giorno, di suo padre.
(4) Viveva nella prima metà del secolo VIII d, G,
(5) Cioè Za cervetta.
drssetrà troni<noinclude></noinclude>
7hqxkzofweiexcsqzzqw9jhs0n2vy9t
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/71
108
1031539
3901018
2026-09-18T12:27:50Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901018
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 55 —|}}</noinclude>
‘winperò un tale della gente di Al-Ahvàz (1), il quale
i ora rimasto ammirato. Ma poi, dopo esser rimasta con
lil per molto tempo, essa gli venne a morire, mentre le
inciulle ch'egli aveva in casa, avevano imparato da lei
lW maggior parte de’ suoi canti. Egli allora, per l’amore
“he Ie portava, e per la tristezza che ne ebbe, non cesuva dal domandar notizie di Maabad e dove abitasse,
clal parlarne con ammirazione e predilezione grandislina, anteponendone le composizioni musicali a tutte le
"\ltre del tempo suo, finchè tutto ciò si divulgò e ne
siunse notizia allo stesso Maabad, il quale, per ciò appunto, si partì dalla Mecca e se ne venne a Bassora.
Come vi fu giunto, per caso s° incontrò appunto in
costui che ne usciva in quello stesso giorno per tornare
in ALAhvàz, e intanto aveva noleggiato un navicello.
\nche Maabad si mosse attorno cercandosi una barca
per venirne con quella in Al-Ahvàz, ma non trovò se
non il navicello di quel tale. Nè l’uno conosceva l’altro.
(Questi allora comandò al barcaiuolo di collocarsi Maabad
pressò di sè là dalla poppa. Il barcaiuolo così fece, e così
artirono insieme. Quando furono alla foce del canale di
Vbolla, mangiarono e bevvero, e quell’uomo ordinò alle
uo ragazze di cantare. Maabad si tenne in silenzio (era
in abito da viaggio, con sopra un mantellaccio di peli
{li cammello, e aveva scarpe grosse e tutto un abbigliamento meschino quale è quello degli abitanti dell’Higiàz)
linehè una di esse cantò questi versi:
Della colomba il gemito,
Del salce sulle ramora,
Tutto mi turba l’animo
Nell'ora del partir!
Colombi a lei rispondono.
Lagni per l’aer volubili!
Ma quelle e chi mai piangono?
E del colombo il gemito
Antico, e il lor sospir
Ad ogni di ripetesi!
(1) Provincia persiana, la Susiana degli Antichi.<noinclude></noinclude>
55tkrcb43i1zrb9ot8xepintwatozar
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/72
108
1031540
3901019
2026-09-18T12:27:56Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901019
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 56 —|}}</noinclude>
Questo canto era appunto di Maabad, e la ragazza
non seppe eseguirlo a dovere, ond’egli le gridò: Cotesto
tuo cantare non va bene, ragazza mia!
Il padrone della ragazza andò sulle furie. E tu, gridò
a Maabad, che sai tu che sia il cantare? Lascia stare il
canto e bada ai fatti tuoi! — Maabad si Quietò. La ragazza cantò certi versi d’altro maestro, ed egli si stétte
quieto e non disse parola finchè quella non cantò un’altra
aria di lui e la sbagliò in qualche punto. Allora le disse:
Ragazza mia, tu hai fatto di gran sbagli in quest’aria!
— L'altro s’infuriò più ancora e gridò a Maabad: Che
c'entri tu, disgraziato, col cantare? Non vuoi {smettere
di farci il dottore? — Maabad si quieto, e le ragazze
cantarono ancora per un pezzo finchè una, da sola, cantò
questi versi:
A Geyda hanno inviato un messaggiero
Per darle doglia (1), e il messaggier non venne!
Anche questo canto era di Maabad, e la ragazza non
ne indovinò una, sì che egli le disse: Cara mia, tu non
sai eseguire nemmeno una battuta! — Il padrone allora,
tutto stizzito: Im che modo, gli gridò, potrem farti capire
di dover smettere, da senno e non per burla, cotesta tua
arroganza da dottore? Giuro per Dio che se tu ci torni
a dietro, ti farò gettare in mare!
Maabad allora anche una volta si quietò. Quando
anche le ragazze ebber fatto silenzio, incominciò a cantare quella sua prima aria, e l’eseguì tutta. E quelle
allora: Molto bene! Ripeti! ripeti! — E Maabad: No,
per Dio! in nessun modo! — Bensì, incominciò a cantar
l’altra aria, e le ragazze, voltesi al padrone: Oh! gli
dissero, costui è il miglior cantante di tutti! Pregalo che
ripeta, almeno una volta, perchè noi possiamo imparar
quell’aria. Quando sarà andato via, non troveremo mai
più un suo pari! — E il padrone: Voi avete udito come
io gli ho risposto male per voi. Temo ch'egli faccia al(1) Forse con la notizia della morte dell'amante.<noinclude></noinclude>
3zij5viarfibu03xyntnzif2gqn2xgl
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/73
108
1031541
3901020
2026-09-18T12:28:01Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901020
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 57 —|}}</noinclude>
trettanto a me; e veramente noi l’abbiam trattato male
in antecedenza. Pazientate finchè l’abbiam potuto rabbonire.
Cantò per la terza volta, e parve che ne andasse
a scompiglio tutto il mondo, perchè colui balzò in piedi, gli
si accostò e lo baciò in fronte e gli disse: Signor mio,
noi ci siam diportati ben male verso di te, ma noi non
conoscevamo la tua condizione! — Suvvia! gli rispose
Maabad, se tu non conoscevi la condizione mia, dovevi
anzitutto accertartene e non correre così spedito a farmi
cattiva compagnia e a sopraffarmi con parole cattive. —
E l’altro: Ho fatto male, e però ti domando scusa per
ciò che ora è avvenuto. Ti prego anzi che tu discenda
con me per farmi un poco di compagnia. — E Maabad:
Per ora, no! — Ma l’altro non cessò dal fargli carezze
e profferte finchè non andò con lui.
Gli disse allora: Da chi hai tu appreso l’arte del
canto? — Da uno, rispose Maabad, della gente dell’Higiàz.
Ma le ragazze tue da chi l’hanno appresa? — Disse: Da
un’altra ragazza ch'io aveva. Un uomo di Bassora l’aveva
comprata alla Mecca, ed essa aveva imparato l’arte sua
da Maabad, il quale aveva faticato molto nel farla riuscire. Essa m’aveva rapito l’anima dal corpo. Ma Iddio,
glorioso, altissimo, me l’ha tolta, e mi son rimaste queste
ragazze che sono della sua scuola. Ora io son tutto
appassionato per Maabad, perchè io lo credo superiore
a tutti gli altri musici e cantori insieme, e apprezzo
l’arte sua più di qualunque altra.
Maabad allora gli disse: Saresti capace di conoscere
chi sono io? — Rispose: Io no!
Maabad gli diè un leggier colpo di mano sulla fronte
e disse: Per Dio! io sono Maabad, e per te appunto mi
son partito dall’Higiàz e mi son trovato a Bassora nel
momento che tu montavi in barca, per venir da te in
ALAhvaàz. Ma io non mi contento di queste ragazze tue
come ora sono, sì bene te le istruirò in modo che ciascuna di esse ti potrà star degnamente in luogo dell’altra
che t è morta.<noinclude></noinclude>
msg6v6teua3qjnk6aw6q1e5cwf9vwo6
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/74
108
1031542
3901021
2026-09-18T12:28:06Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901021
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 58 —|}}</noinclude>
Quell’uomo allora e le fanciulle tutte gli si precipitarono alle mani e ai piedi per baciarglieli, e intanto
andavano gridando: Tu ti sei celato a noi per tanto
tempo che t’abbiam fin trattato male nel volgerti la
parola, e t’'abbiam fatto cattiva compagnia, mentre tu
sei il nostro maestro e signore e colui che appunto domandavamo a Dio di poter incontrare!
E quell’uomo gli fece cambiar vesti e trattamento..
Gli diede anzi più mute di vesti e gli donò, sul momento
stesso, trecento dîndr, aggiuntivi profumi e altri donativi
simili, e se ne venne con lui fino in Al-Ahvaz. Maabad
stette con lui finchè fu contento e soddisfatto della perizia
e dell’arte delle fanciulle in tutto ciò ch’esse avevano
imparato da lui. Allora s’'accomiatò da quel tale e fece
ritorno all’Higiàz in Arabia.
(dall'arabo di Al-Isbahani).
15. Il poeta Firdusi (1).
Firdusi (che Iddio gli abbia misericordia!) era della
città di Ts (2), e I’eccellenza e la perfezione dell’arte
sua, poichè egli è il poeta del Libro dei Re, non hanno
bisogno nè d’esser lodate nè d’esser fatte conoscere.
Dicono alcuni ch'egli era di gente data al coltivar
campi e che, per certa angheria patita dagli ufficiali
pubblici, si mosse per andarne a Ghazna che era allora
la residenza del sultano Mahmod. Come vi fu giunto,
passando per caso là da un giardino, vide che vi stavan
seduti certuni intesi a darsi bel tempo insieme. Conobbe
(1) Nel seguente racconto della vita del gran poeta persiano, autore
del Libro dei Re, vissuto dal 940 al 1020 d. C., c'è molto di non vero e di
fantastico, sebbene la parte principale ne sia vera. Vedi la mia: Storia
della Poesiu persiana, cap. V, e la mia traduzione del poema: MW Libro dei
Re (Torino, 1886-89). Chi conosce tedesco, può consultar le opere dello
Spiegel (Eranische Alterthumskunde, 3 voll.) e del Noldeke (Das ivanische Nutionalepos).
(2) Città, ora distrutta, nel Khorassan,
betrr tidu<noinclude></noinclude>
svb7qf0fzc9j2873zomqclyoyw6rdi8
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/75
108
1031543
3901022
2026-09-18T12:28:12Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901022
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 59 —|}}</noinclude>
ch’eran gente addetta alla corte del Sultano, e però disse
fra sè: Mi presenterò a costoro, e certo io avrò da loro
qualche informazione intorno all’affar mio.
S'accostava egli, ma quelli n’ebbero noia e dissero:
Costui vuol disturbare la nostra compagnia. Nulla v'è
di meglio che, quando sarà qui da noi, gli diciamo:
« Noi siam poeti di corte, nè vogliamo far società con
chi non è poeta. Gli reciteremo tre versi rimati con una
sola rima, a cui non sarà possibile trovar la quarta, e
l’inviteremo a trovarla soggiungendo che, se la troverà,
Sarà della società nostra. Se non la troverà, ci scuseremo
di non poterlo ammettere ».
Quand’egli fu là da loro, gli fecero conoscere quanto
fra loro avevano pensato, ed egli disse: Recitate quei
versi.
Unsuri (1) disse:
Come la guancia tua luna non splende;
Farrukhi disse:
Rosa non è in giardin pari a tua guancia;
Asgedi disse:
Passa gli usberghi ogni tuo sguardo e fende!
Quando Firdusi ebbe udito questi tre versi, disse
improvvisando:
Come in giostra a Peshèn di Ghev la lancia! (2)
Quelli ne fecero le meraviglie, e poi lo richiesero
della storia di Ghéèv (8) nel campo di Peshen. Come
l’ebbe loro raccontata, si presentò alla corte del Sultano
(1) Costui e gli altri poeti ricordati appresso sono stati veramente
poeti della corte di Ghazna. Vedine anzi alcuni brevi saggi, tradotti,
nella mia Storia della Poesia persiana, cap. II, nell’Appendice. Ma l’aneddoto
che qui si racconta, non è molto credibile.
(2) Con la parola Peshèn, che è il nome del luogo d'una famosa battaglia dei tempi eroici persiani, descritta da Firdusi nel poema (vol. IIT,
bag. 182, della mia traduzione), egli potè far la rima con gli altri tre versi
che, alla loro volta, terminano (nel testo persiano) in shen, come Peshèn.
I tre malaccorti non conoscevano questo nome,
(3) Eroe iranio, figlio di Gùderz, segnalatosi in quella battaglia. Nella
traduzione di sopra, son stati corretti alcuni errori di fatto in cui l'Autore
persiano è caduto.<noinclude></noinclude>
q0n7knz2m3o2f237v4zhcxf4n2jnn59
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/76
108
1031544
3901023
2026-09-18T12:28:17Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901023
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 60 —|}}</noinclude>
dove fu accolto con molto riguardo. Il Sultano gli disse:
Della nostra assemblea tu hai fatto un paradiso! (1). —
E però gli attribuì il soprannome poetico di Firdusi.
Trascorso alquanto tempo, ebbe il comando di ricomporre in versi (2) il Libro dei Re. Avendo composto un
migliaio di distici, ne recò quel saggio al Sultano. Ebbe
lodi grandissime, e il Sultano gli fe’assegnare mille
dinar d'oro. Nello spazio di trent’anni condusse a fine
DI|i:
la grande opera, 6, recatala nel cospetto del Sultano,
secondo che innanzi aveva ricevuto, sperava di ricevere
un dînar d’oro per ogni distico (8). Ma gl’invidiosi vol
lero intromettersi e dissero: Che merito ha un poeta
perchè gli si doni una somma tanto grande? — E fecero
i Lot
in modo che gli fosser date sessantamila dirhem d’ari
gento (4). Firdusi se ne afflisse. Dicono che, quando
1 VADO
gli furon portate quelle monete d’argento, egli trovavasi
in un luogo pubblico di bagni. All’uscirne, ne diè ventiIBo
mila al guardiano dei bagni, ventimila ad un venditor
AREE |
di birra (poichè ne aveva bevuto alcuni bicchieri), venti
mila a quelli che gliele avevano portate. Vituperò poi il
Sultano con un componimento d’intorno a quaranta distici,
dei quali i seguenti sono un saggio (5):
Che se il padre suo
Regnato avesse, una corona d’oro
Il figlio suo posta m’avrebbe in fronte (6).
In quella gente, mai non fu grandezza;
Perciò non osa udir de’ grandi il nome
Cotesto re! Quell’albero che amara
Ha sua natura, se negli orti il poni
SÒ,RE
sere
sone»
vtagiata
RARE
(1) In persiano: findaus-è! da ciò il soprannome del poeta, Firdusì,
cioè il paradisiaco.
(2) Lavorando su antichi racconti in pehlevi e in arabo. Vedi la mia
Storia della Poesia persiana, l. c.
(8) Secondo ogni altra testimonianza, il poeta aveva già prima pattuito questa somma col Sultano.
(4) È questo il numero, press’a poco, dei distici del poema,
(5) Questa violenta satira o invettiva trovasi, tradotta per intero,
a principio del 1° volume della mia traduzione del Libro dei Re.
(G) Il sultano Mahmùd discendeva da uno schiavo stato ai servigi
dei SamAnidi, signori del Khorassan nel IX secolo d, OC.
ft:ÈÈi
pere
grep
TASTE
—ex,
*<noinclude></noinclude>
ljj60p81cw60e28upxiv9xu608csfz6
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/77
108
1031545
3901024
2026-09-18T12:28:22Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901024
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 61 —|}}</noinclude>SIR ESSI
Degli spiriti eletti e al tempo suo
L’arse radici. a ristorar ti appresti
Con puro miel che da superne fonti
Stilla nel paradiso, al fin dell’opra
La natura sua rea mostrerà sempre
E sempre amari porterà suoi frutti!
Si tenne nascosto per qualche tempo, nè lo trovarono
per quanto il cercassero. Ma poi, un giorno, sua signoria
Ilasan Maymendi che allora aveva grado e ufficio di
ministro, in un luogo di caccia, ad un certo momento
in cui venivano a proposito, recitò alcuni distici del
Libro dei Re. Piacquero assai al Sultano, il quale domandò: Di chi sono cotesti versi? — È poesia di Firdusi!
gli fu risposto.
Il Sultano allora si pentì di ciò che aveva fatto, e
comandò che fossero assegnati a Firdusi, e portati a lui
in Tùs, sessantamila dînar d’oro con regie mute di vesti.
Ma il destino non lo secondò in ciò; perchè, mentre i
messi suoi recavan dentro per una porta di Tùs quei
doni, altri, per altra porta, recavan fuori la bara di
l'irdusi (1). Rimaneva una figlia del poeta, alla quale,
i llora, quei doni furono offerti. Volle pensarci alquanto,
ima poi non accettò, dicendo: Io ho quanto mi occorre
per vivere, e non ho bisogno di tanto! — I messi del
Sultano adoperaron quei danari per fabbricare, in quei
«lintorni, un ospedale per i pellegrini poveri (2).
Riconoscere è bello il pregio altrui!
Allor che un dardo questa saettava
Celeste volta, freccia del Destino
Sprigionata dall’arco, il fin toccava
Di Mahmùd la possanza. Oh! nulla in terra,
Nulla rimase di suo splendor regio,
Fuor che un sol cenno che appo il volgo è noto:
« Non riconobbe di Firdusi il pregio! »
(dal persiano di Giami).
(1) Questo punto della storia del grande e infelice poeta ha fornito
l'argomento ad E. Heine per una sua commovente ballata: 17 poeta Pirdusi
Den Dichter Firdusi).
(2) Del resto, era stato questo un desiderio di Firdusi che voleva
vonsacrarvi quanto avrebbe guadagnato col suo poema. Il viaggiatore perninno Nasir ibn Khusrey, del secolo XT, dice d’aver veduto quell’ospedale.<noinclude></noinclude>
mv29xfvlbnhl0pyhmrmuzw35ha4f0n6
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/78
108
1031546
3901025
2026-09-18T12:28:27Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901025
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 62 —|}}</noinclude>16. Straordinaria ostinazione
di un ladro del denaro pubblico.
Fra le altre cose che si ricordano di Al Mutadhid (1)
e della sua prudenza negli affari e della sua sagacia, vi
è anche ch'egli, un giorno, aveva ordinato che si mandassero dal tesoro pubblico certi denari, chiusi in dieci
carnieri, per pagare alcuni assegni dovuti ai soldati.
I carnieri furon portati in casa del sopraintendente delle
paghe perchè ne facesse poi la distribuzione, quando, in
quella notte stessa, fu traforato il muro della casa, trafugatine, inoltre, i carnieri stessi. Quando fu giorno, il
sopraintendente vide il pertugio fatto nel muro, ma non
trovò più il denaro. Mandò a chiamare il prefetto della
polizia, che allora era Munis al-Fihli, e quando l’ebbe
a sè, gli disse: Quei denari erano del governo e dovuti
all’esercito. Ora, se tu non ritorni da me con essi o con
chi ha rotto il muro e li ha rubati, te ne dichiarerò
debitore presso il Principe dei credenti. Mettiti adunque
con ogni tuo potere alla ricerca e dei denari e del ladro
che ha osato far tanto.
Munis andò a casa, e fece venire a sè i Convertiti
e altra gente di polizia. Questi Convertiti erano antichi
ladri d’ogni specie, i quali, diventati vecchi, si erano
pentiti di ciò che avevan fatto, e però, quando accadeva
alcunchè, indovinavano, dal modo tenuto, chi vi aveva
avuto parte, e lo denunziavano al governo. Spesso, tuttavia, spartivano con gli altri ladri ciò che questi avevano rubato. Munis adunque ordinò a tutti costoro
d’andare attorno a far ricerca, e perchè vi mettessero
ogni cura, fe” minaccie, promesse, paure. T'utta questa
gente si sbandò per le vie e per le piazze di Bagdad,
per le stamberghe, per le taverne, per le botteghe di
tutti i rivendugliuoli, per le case da giuoco, nè tardaron
(1) Califfo Abbàsside che regnò dall’892 al 902 d. C.<noinclude></noinclude>
3ioeb4am74px9fvntu1wyhpr0mk98e5
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/79
108
1031547
3901026
2026-09-18T12:28:32Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901026
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 63 —|}}</noinclude>
— Rac
ubollo che menarono dinanzi a Munis un tale tutto macinto, debole di complessione, in abiti che cadevano a
\uwzi, di condizione misera, dicendo: Signore, costui è
| nutore del fatto, e non è di questo paese.
Poichè tutti eran d’accordo nell’affermare ch’egli
\vova traforato il muro e trafugato ‘il denaro, Munis
il l'ihli cominciò a dirgli: Chi era con te, o disgraziato,
i chi t ha aiutato? e dove sono i tuoi sozî? ch’io non
lwlo che tu solo e di notte abbi potuto portar via quei
{\lvci carnieri. Voi dovevate essere in dieci, 0, per lo
eno, in cinque. Suvvia adunque fammi sapere dove
uno i denari, se sono ancora indivisi, ovvero indicami
| Iuoi complici, se ve li siete spartiti!
l’altro non fece che negare. Munis allora prese ad
wenrezzarlo e a lusingarlo. Gli promise una bella ricom|nsa, una provvigione annua, un assegno cospicuo, ogni
tonni più bella e desiderabile, purchè restituisse i denari
v confessasse. Lo minacciò, anche, delle pene più terrili, Ma l’altro insistette sempre nel diniego e nel prote\rsi innocente. Poichè tutto ciò irritò Munis e l’inasprì,
il egli disperò d’aver da lui la confessione, gli applicò
ln tortura e l’inchiesta fra i tormenti. Lo fe’ battere con
\rzo, con corde annodate, con bastoni, con nervi di
ito, sul dorso, sul ventre, sulla nuca, sul capo, sulla
Linntn dei piedi, alle giunture, ai muscoli, tanto che non
tlmnso più alcun posto alle battiture, ed erasi giunti a
\l punto che il misero aveva perduto il sentimento e
non parlava più. Ma non confessò nulla!
‘lutto ciò venne a notizia di Al-Mutadhid, il quale,
\llorn, fe? venire a sè il prefetto della polizia. Che hai
ll saputo fare per quei denari? gli domandò. Munis
l'informò di tutto, e il Califfo: E che? Tu pigli un ladro
cho ha rubato dal tesoro pubblico dieci carnieri, e lo
poni a pericolo estremo di morte in modo ch’esso ne
viuln di mezzo, e si perda anche, s’egli muore, il denaro?
()h! dov'è mai andata la furberia degli uomini! — Prinvip dei credenti, Munis rispose, io non ho conoscenza
ilulle cose invisibili, e per quel che concerne quest'uomo,<noinclude></noinclude>
jaz3bccmglflm5qieq1vqzkk2dudn3w
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/80
108
1031548
3901027
2026-09-18T12:28:38Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901027
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 64 —|}}</noinclude>
non ho altro spediente oltre quello che ho adoperato. —
Disse Al-Mutadhid* Menalo qui da me!
Così lo condusse. Il misero fu trasportato, tutto ravvolto in una coperta di lana (e aveva ricuperato i sensi),
e deposto nel cospetto del Califfo, il quale l’inchiese del
furto dei denari. Ma egli negò ‘ancora. Il Califfo allora
gli disse:
Bada bene, disgraziato! Se tu muori, quei denari
non ti giovano punto; e se tu guarisci delle tue piaghe
e scampi alla morte, non ti lascierò mai toccar quei
denari. Ora però hai tu la mia fede e la certezza da |
parte mia che, se tu confessi, avrai di che si migliori
la tua condizione, e di che abbia a lodarsene il tuo stato.
— L’uomo si ricusò anche una volta di confessare, e il
Califfo: Fate venire i medici! — Come furono introdotti,
disse loro: Prendete con voi quest'uomo e curatelo con
la maggior diligenza possibile. Applicategli empiastri,
nutritelo, assistetelo, fate in modo, insomma, ch’egli sia
guarito nel più breve tempo possibile.
I medici lo menarono via, e Al-Mutadhid, intanto, I
ordinò si prendessero altri denari in luogo di quelli ch’erano
stati involati, e comandò che fossero distribuiti fra i
soldati; e quel tale intanto, come si racconta, guarì e si
rimise assai bene in pochi giorni. Lo confortarono assi
duamente di cibi e di bevande, gli somministrarono
coperte, tappeti, profumi e suffumigi, finchè riebbe la
salute di prima e rinvigorì e riacquistò il colorito, e
ritornarono in lui gli antichi spiriti. Tutto ciò fu riferito
al Califfo, il quale allora comandò che gli fosse menato
dinanzi.
Quando gli fu dinanzi, gli domandò come stesse, @_
quello, dopo aver fatto voti e pregato e ringraziato: Io
sto benissimo, disse, e così starò finchè Iddio darà vita
al Principe dei credenti! — Il Califfo allora l’interrogò
sul fatto dei denari rubati, ma egli negò di nuovo. Disse.
il Califfo: Guarda bene! Tu non puoi negare o che hai
preso da solo tutti quei denari, ovvero che te n’è toccata.
soltanto una parte. Se tu li hai presi tutti per spenderli.<noinclude></noinclude>
ctsoek86jougsg27b5b4tk1r4uchtjx
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/81
108
1031549
3901028
2026-09-18T12:28:43Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901028
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 65 —|}}</noinclude>
oi in mangiare e bere e darti bel tempo, non credo che
ll potrai dilapidarli tutti prima di morire. Allora, morto
vo tu sii, te ne rimarrà il peso sulla coscienza. Se in\‘ce ne avrai avuto soltanto una parte, noi ti facciam
Inrghezza di quella parte. Ma tu confessaci soltanto che
|ini avuta, e indicaci i tuoi complici. Se non confessi,
ll mando alla morte. Allora, non ti gioverà punto l’averti
Iusciato a dietro quei denari, e ai tuoi sozî assai poco
mporterà della tua morte. Ma se confesserai, ti darò
{llvcimila dirhem che io prenderò, per tuo conto, dai
proposti ai pedaggi (1), e ti inscriverò tra i Convertiti
\ li pagherò ogni mese dieci dîndr che ti basteranno per
{urti da mangiare e da bere e da vestirti e da profuurti. Tu sarai onorato e sarai sfuggito alla morte,
tti,
libero, inoltre, d’ogni accusa.
E quegli si ricusò a tutto fuor che a negare. Il Califfo
"llora volle che giurasse per Dio, ed egli giurò. Gli
}rosentò un esemplare del Corano e l’invitò a giurare
ur il Corano, ed egli giurò. Oh! io saprò dove sono i
{lenari! esclamò il Califfo; e se io lo $aprò, poichè tu hai
Ito,
Wiurato così, ti manderò a morte, nè soffrirò che tu viva
lin solo istante! — E l’altro negò ancora. Poni la mano,
kll gridò il Califfo, sul mio capo e giura per la vita
sali
nin! — Gli pose la mano sul capo e giurò per la vita
ili lui e soggiunse: Io non ho preso nulla! Mi si perseguita
ingiustamente, e si sospetta sul conto mio, e i Convertiti
vogliono sbarazzarsi di me. — Il Califfo allora gli disse:
rino]
No tu menti, ti farò morire, ma io sarò innocente del
nngue tuo! — E l’altro: Ma di certo!
('omandò allora che si facesser venire trenta schiavi
uri (2) e li fe’ disporre in modo che l’accusato potesse
vilerli ed essi vedesser lui, e ordinò loro di succedersi
per turno nel fargli la guardia. Passarono più giorni, e
l'infoliee, per tutto questo tempo, si tenne là seduto, ma
(1) Qloò li preleverò dalle tasse che pagano al governo.
(0) Ve n'oran molti alla corte di Bagdad, fatti venire dal Sudan, ed
stano tenuti cari por la loro grande fedeltà,
lialo Piezi » Fiori d'Oriente
5<noinclude></noinclude>
4bw8l94ir0aw2zgc2y12s7zevdtbe0f
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/82
108
1031550
3901029
2026-09-18T12:28:48Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901029
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 66 —|}}</noinclude>
non gli fu mai concesso nè di appoggiarsi, nè di sostenersi con le braccia, nè di coricarsi, nè di riposarsi su È
un de’ fianchi. Se chinava il capo vinto dal sonno, gli
si dava una guanciata sulla mascella o un colpo sulla testa,
e durò cotesto finchè egli cominciò a mancare e ad avvicinarsi alla morte. Il Califfo, allora, lo volle a sè, €
tornò a parlargli come già prima gli aveva parlato, e lo |
fece giurare col giuramento nel nome di Dio e con altri |
giuramenti, e l’altro giurò per tutto ciò e anche per
quanto non era stato richiesto di giurare, dicendo ch'egli
nè ‘aveva preso i denari nè sapeva chi li avesse presi.
Al-Mutadhid si volse agli astanti e disse: Sì! il cuore
mi dice che costui è innocente e che ciò ch'egli afferma,
è la verità! I Convertiti devon sapere chi è, invece, il
vero autore del furto, e noi abbiamo operato male verso
questo galantuomo.
Lo pregò allora di perdonargli, e l’altro gli perdonò. }
Comandò poi che fosse recata là in mezzo una tavola |
con pietanze, e fe’ venire, inoltre, bevande e rinfreschi,
indi ordinò all’accusato di sedersi e di mangiare € di
bere. L’accusato incominciò a mangiare, e il Califfo ve |
l’incitava sempre più, gli additava i bocconi più squisiti
e ripetutamente lo faceva bere, e tanto si continuò @
seguitò, che non rimaneva più in lui nè posto nè luogo
per altro cibo o per altra bevanda. Gli fece anche venire
suffumigi e profumi, ed egli si suffumigò e profumò. Fu
portato la un materasso di piume, bene appianato e ben
sprimacciato, ed egli vi si stese sopra € vi riposò e cominciò a sonnecchiare. Il Califfo allora ordinò di scuoterlo
fortemente e di ridestarlo tutto d’un tratto, di riportarlo
al luogo di prima e di farvelo sedere, nel suo cospetto,
mentre era ancor tutto sonnacchioso. Dimmi tu! gli gridò
allora. Come hai fatto? come hai forato il muro? come
sei uscito? dove sei andato con quei denari? chi era:
allora con te?
To era solo, rispose, e sono uscito per lo stesso per-?
tugio per il quale sono entrato. Dirimpetto alla casa sta.
un luogo da bagni dov'è una gran catasta di spine da.<noinclude></noinclude>
5ix1pvz9lkmzttyoej81xad4miew65i
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/83
108
1031551
3901030
2026-09-18T12:28:53Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901030
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 67 —|}}</noinclude>
xcondere il fuoco. Io ho preso i denari, ho sollevato
|ielle spine, quei vilucchi, quelle cannucce, e ve li ho
uiceiati sotto e poi ne li ho ricoperti. Essi sono ancora là.
Il Califfo comandò che fosse riportato sul suo mateInsso. Vi fu riportato e adagiato, e intanto, per comando
{lvl Califfo, furon recati là anche i denari (c’eran tutti,
{Ino all’ultima moneta), e fatti chiamare Munis al-Fihli,
il Visir e la gente tutta di corte. I denari furon nascosti
ulto un tappeto in un angolo della sala, e allora il
uliffo comandò che si facesse ridestare il ladro. Aveva
ilormito a sua volontà e la sonnolenza era interamente
tossata, sì che il Califfo, alla presenza di tutti, incominvò a parlargli come aveva già fatto prima. Ma l’altro
lugò e si ricusò di confessare.
Il Califfo, allora, comandò di sollevare il tappeto, e:
Lisgraziato! gridò al ladro, non son questi i denari e
ton hai tu fatto così e così? — e gli ripetè quanto, gli
\vova detto nel sogno.
Il ladro rimase esterrefatto. Al comando allora di
\l Mutadhid, fu afferrato per le mani e per.i piedi e
urtemente legato. Fu fatto portare un manticetto che gli
{ll Introdotto nella parte posteriore; indi, con fiocchi di
vulone, gli furon turati gli orecchi, la bocca, le narici,
i ullora s'incominciò a soffiare. Gli furon poi sciolte dalle
iulxle le mani e i piedi, ed egli fu preso e tenuto ritto
jr le mani. Era diventato come uno dei più grossi otri
\\onfi, e gli si erano enfiate tutte le altre membra, e
‘tto il corpo ingrossato, e gli occhi, pieni di sangue,
(|| uscivano dal capo. Quando omai stava per iscoppiare,
il Califfo ordinò ad uno dei medici di aprirgli le vene
il «li sopra delle tempie, quelle che trovansi di qua e di
lella fronte. Se ne sprigionò con impeto e fischiando
urla mista al sangue, e l’infelice venne meno e spirò.
lm quello il più terribile spettacolo di supplizio che
| lonse visto a quei giorni!
(dall’arabo di Al-MasQdi).<noinclude></noinclude>
kc9l56a1cdhgb77wtx9v13a0oda5bw2
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/84
108
1031552
3901031
2026-09-18T12:28:59Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901031
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 68 —|}}</noinclude>
17. La guerra di Dahis (1).
Raccontano i cantastorie:
Tra le storie che vanno attorno sul conto di Dàhis,
v'è anche questa, cioè che sua madre era una puledra.
di Qirvàsh ibn Auf e chiamavasi Gelva, e che suo padre
era chiamato Dhù ’1-Uqgàl e apparteneva ad Haut ibn
Gifibir. Avvenne che Qirvàsh ebbe un puledro dalla cavalla Gelva e da Dhù ’1-Uggal, il quale egli chiamò
Dàhis, e questo Dàhis crebbe bello e di valore come suo
padre. Quando potè esser menato fuori, andava al pascolo con la madre, ed era un bel puledro che le andava
dietro dovunque.
Un giorno, la tribù dei Benî Thalaba (2) si Mosse.
per andarne altrove, e Haut, quando vide il puledro
passar con la gente che partiva, l’afferrò dichiarando di
ritenerlo per sè (3). Quelli della tribù gli gridarono:
O voi dei Benî Riyàh (4), non avete già fatto per questo.
puledro ciò che avete fatto? (5). Ora esso è nostro! —
Gli altri risposero: Questo è un puledro nostro, @ noi
non ve l’abbandoneremo mai. O voi ce. l’abbandonerete
di vostra volontà, o noi vi farem la guerra. — I Benî |
Thalaba risposero: In tal caso, noi non farem la guerra
con voi, perchè voi ci siete più cari d’un puledro! (6).
Rimanga presso di voi come pegno. — Così l’abbandonaron loro.
(1) Intorno a questa guerra che costò tanto sangue e tante morti alle
antiche tribù arabe, vedi anche /'Istamismo, cap. II, $ 2. Incominciò
nel 568 d. C. e durò quarant'anni.
(2) Alla quale apparteneva Qirvàsh, padrone della cavalla Gelva e
del suo puledro.
(3) Haut, che prima aveva tentato d’impedire che la puledra Golvelf
partorisse perchè non ne nascesse un cavallo simile al suo, ora che era
nato, reclamava Daàhis, il puledro nato di Gelya e del suo celebre cavallo,
come suo proprio possesso.
(4) Altra tribù a cui apparteneva anche questo Haut prepotente
che n’era uno dei capi.
(5) Quando Haut tentò d’impedire il parto.
(6) Le due tribù erano due rami d'una tribù maggiore, quella dei
Yarbù.
3<noinclude></noinclude>
qc8lv2b66be3yzkulgfhd6fh2i5dj2d
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/85
108
1031553
3901032
2026-09-18T12:29:04Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901032
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 69 —|}}</noinclude>lava
OSSO
edro
Lesto
vete
Benî
erra
(6).
ndoti alle
rinciò
lva e
Gelva
e era
vallo,
potente
a dei
Quando videro ciò, i Benî Riyàh dissero: Per Dio!
ilue volte noi abbiam fatto ingiuria ai nostri fratelli, ed
vssi l'hanno sopportata e si son mostrati generosi! —
Allora restituirono il puledro, aggiuntevi due camnelle gestanti, e il puledro (così piacque a Dio!) rimase
presso di Qirvàsh. Divenne poi il più nobile e generoso
Ira tutti i cavalli degli Arabi.
Avvenne poi che Qeys ibn Zoheyr della tribù di Abs
fvce una scorreria sopra quella dei Benî Yarbî (1) e che
non potè menarne via alcun prigioniero eccetto due
llinciulle, figliuole di Qirvàsh, e cento cammelle di esso
()irvàsh. Si sospinse fin là dal luogo della tribù, ma
n'erano assenti tutti, e degli uomini non restavano che
ne garzoni. Questi saltarono sul dorso, uno dietro l’altro,
{lel cavallo Dàhis (2), che, allora, aveva alle gambe le
pnstoie, e con tutto ciò, pur avendo sul dorso i due giovani, fe’ tali sbalzi che li trasse fuori di pericolo. Una
{nttavia delle due figliuole di Qirvàsh, ora prigioniere,
potè gridare ai due garzoni: La chiave delle pastoie (8)
in nella mangiatoia del cavallo, là da un lato della
mangiatoia, dove non si ripone altro! — V'accorsero i
ilne, e così poteron togliere le pastoie a Dahis, saltargli
ul dorso, tornare a dietro e mettersi ancora in salvo.
Quando Qeys ibn Zoheyr ebbe veduto tutto cotesto,
‘invogliò d’avere il cavallo. Fatto cenno pertanto di voler
urlare ai due garzoni, disse loro: Decidete voi due della
rieompensa, e datemi il cavallo. — Risposero: Fai tu da
nno? — Disse: Ma di certo! — Pattuirono con lui
ch'egli avrebbe restituito tutto il bottino, grosso e piccolo,
nrebbe ritornato a dietro per la stessa via per cui era
venuto, avrebbe rimesso in libertà le due fanciulle, avrebbe
loro abbandonato le cammelle predate, si sarebbe ritirato
(ll là immantinente. Qeys fece tutto ciò, e i due giovani
ll consegnarono il cavallo. Ma i compagni di lui gli
(1) La tribù madre, per così dirla, di quelle di Thalaba e di Riyàh.
Veil In nota antecedente.
(8) 1 celebre cavallo era stato affidato alla lor custodia.
(8) Erano di ferro.<noinclude></noinclude>
saxcneosrek6d2hrd8op6s2xc55kcjy
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/86
108
1031554
3901033
2026-09-18T12:29:10Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901033
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 70 —|}}</noinclude>
dissero: Noi non approveremo mai quello che tu hai fatto!
Avevamo avuto cento cammelle, due ragazze, e tu hai
messo la mano sulla parte nostra e l’hai data per un
cavallo col quale te ne vai via nulla importandoti di noi!
— Il disgusto giunse a tal punto che Qeys dovette comprar la loro parte con cento cammelle.
Raccontano i tradizionalisti che chi propose e suscitò
la gara (1), fu un tale della tribù di Abs, di nome Surdga,
il quale, un giorno, erasi recato presso Hodheyfa (2) per
fargli visita. Hodheyfa gli mostrò i suoi puledri, e l’altro:
Io non vi veggo un puledro generoso che possa vincere
alla corsa. — E dove si trova, domandò Hodheyfa, un
puledro tale? — E Suràqa: Presso di Qeys ibn Zoheyr.
— Potresti tu, ripigliò Hodheyfa, impegnarlo con me in
una gara? — Certo che io lo farò! rispose l’altro (3).
Così se ne venne da Qeys, il quale ne ebbe rinerescimento sì che disse: Le gare non finiscono che male!
— Con tutto ciò, se ne venne da Hodheyfa e dai suoi per
chiedere di fissar d’accordo patti e condizioni. Ma quelli
dissero: No! Prima vogliam conoscere i pegni e di che
valore siano. Poichè siam certi di vincere, se noi li prenderemo, sarà nostro diritto; e se li lascieremo a voi, potrem
farlo, e ciò sarà segno della nostra generosità (4). —
Qeys ne ebbe sdegno, si lagnò, disputò alquanto con loro,
poi disse: Da che volete fare, allungate la misura della
corsa e ponetene più lontano il termine. — Gli altri risposero: Cotesto tocca a te. — Qeys allora si volse a Hodheyfa e gli disse: Ora si devon Scegliere tre cose: il
luogo della corsa, la distanza, la durata della dieta dei
(1) Intende la gara alla corsa (da cui poi si originò la guerra detta
di Dahis) tra esso Dahis e una celebre puledra detta Ghabra, come ora
si vedrà.
(2) Capo della tribù di Dhobyan, prepotente, anche lui, come tutti
gli altri.
(3) A questo punto, la tradizione è alquanto incerta e confusa. Altri
dice che chi impegnò la gara, fu Hamal fratello di Hodheyfa, levando a
cielo, contro Dahis, la puledra di suo fratello, detta Ghabra.
(4) I pegni erano venti cammelli da dare in premio al possessore del
cavallo vincitore,<noinclude></noinclude>
do67hy97k5tn95u8wz2n8b7gf281i9h
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/87
108
1031555
3901034
2026-09-18T12:29:15Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901034
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 71 —|}}</noinclude>DAN {ESS
corridori (1). Se tu vuoi incominciare a scegliere prima
di me, determina tu una delle tre, e io determinerò le
altre due. Se dovrò scegliere io per il primo, a te le due
scelte e una a me. — Incomincia! rispose Hodheyfa, e
Qeys: La distanza sia di cento tirar di freccia. — E
Hodheyfa: La dieta sia di quaranta giorni; la corsa da
Varidaàt a Dhat al-Isàd (2). — Consegnarono allora i
pegni ad un tale dei Benî Thalaba che chiamavasi Hasîn.
Riempiron d’aequa uno stagno all’estremo della corsa, e
stabilirono che il cavallo vincitore sarebbe stato quello
dei due che per il primo, con le labbra, avrebbe sfiorato l’acqua.
Hodheyfa e Qeys se ne vennero, a cavallo, al luogo
dove i due corridori dovevano esser slanciati alla corsa,
per vedere in che modo se ne sarebbero spiccati. Quando
furono slanciati, ambedue cavalcaron loro di fianco accom
pagnandoli. Ad un certo punto, Hodheyfa gridò: Te l'ho
accoccata, Qeys! — E Qeys: Lasci di volerla accoceare
chi fa correr cavalli per cento tirar di freccia! -- Galopparono aneora per qualche tempo, e intanto la puledra (3)
di Hodheyfa avanzava, mentre il puledro di Qeys,
cioè Dahis, restava a dietro. Hodheyfa allora gridò: T'ho
preceduto, Qeys! — E Qeys: Correr di puledri di due anni
dopo la dentizione, cresce sempre! (4) — Galopparono
ancora per un certo tempo, e Hodheyfa gridava: Ma tu
non fai correr corridori! — E soggiunse: Ho preceduto
il tuo, Qeys! — Adagio! ripigliò Qeys; ora passano sul
terren duro! (5).
Ma quelli della tribù dei Benî Fezaàra (6) s'erano
(1) Si facevano dimagrare i cavalli dando loro un sibo scarso ac»
ciocchè fossero più agili e leggeri al corso.
(2) Nomi di luoghi.
(3) Essa era Ghabra (vedi una nota antecedente) per la quale (asserondosi da quei di Hodheyfa ch'essa era più valorosa di Dahis) si fece
la gara.
(4) Qeys aveva puledri di questa età, mentre Hodheyfa ne aveva dei
più giovani che presto si stancano.
(5) Così, secondo il mio testo. Secondo un altro, si deve intendere:
Ora è cavalli dal terreno duro passano sul sabbioso! E forse è meglio.
(6) Questi erano d’una tribù congiunta a quella di Hodheyfa,<noinclude></noinclude>
nxzz4lqy2e4la2fkcpsx2zddilijog6
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/88
108
1031556
3901035
2026-09-18T12:29:20Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901035
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 72 —|}}</noinclude>Sn Tosse
posti in agguato là sul luogo. Verso la fine della corsa,
Dahis aveva il sopravvento, mentre la Ghabra gli era
rimasta a dietro e faceva di gran sbalzi. Essi allora.
sbucaron fuori, si avventarono contro Dàhis, uno di essi
lo percosse nelle nari (1), e così lo sviarono. Ghabra
e Dàhis erano quasi alla pari, ma, per tale artificio,
giunse Ghabra la prima all’acqua dello stagno. Giungevano intanto anche Qeys e Hodheyfa in mezzo agli ul
timi, ma quei dei Fezàra, perchè non s’avvedessero dell’inganno, si slanciarono al loro incontro e percotendone
nelle nari i cavalli, di alquanto li sviarono di la. Ne
vennero contestazioni e baruffe.
Qeys allora esclamò: O gente mia, una tribù non
può fare ad un’altra male maggiore dell’ingiustizia e della
frode! Rendeteci perciò i nostri pegni! — Quei dei Fezàra
dissero che non avrebbero dato nulla. Il pegno era di
venti cammelle, e quelli degli Abs instavano: Dateci
almeno parte dei nostri pegni! — Gli altri si ricusarono,
e questi di nuovo: Rendeteci almeno una cammella! Noi
la scanneremo e la darem da mangiare a quelli che ci
hanno riempito d’acqua lo stagno. Non vorremmo che gli
Arabi ce ne biasimassero. — Disse allora un tale dei Benî Fezàra: Cento cammelle e una sola sono la stessa cosa. Per
Dio! noi non vi concederem mai che voi degli Abs ci
abbiate vinti alla corsa, perchè non siamo stati vinti —
Un altro dei Màzin (tribù congiunta a quella dei Fezara) —
si levò e disse: O gente mia, Qeys, da principio, non
voleva saperne di questa gara, ma poi vi si è comportato
assai lealmente. Ora, la frode riesce sempre a male, e però
voi dategli una cammella delle vostre. — Anche questa.
volta si ricusarono, ond’egli, accostatosi ad una cammella delle sue proprie, le gittò al collo un capestro, e
già la menava là da Qeys per dargliela e per pacificarlo.
Ma un figliuolo di lui si levò d’un subito e gridò: Padre —
mio, tu la sbagli d’assai! Vuoi tu opporti al volere di i
nVT,ni
(1) Costui chiamavasi Amîr ibn Nadhla. Era detto « Quel dalla mano
incallita » perchè l'aveva durissima.<noinclude></noinclude>
9vvj8tpqtma1w6gw3g47rt4fk1iy7qq
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/89
108
1031557
3901036
2026-09-18T12:29:26Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901036
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 73 —|}}</noinclude>OE
luttn la tua tribù e procacciarle un’onta che non ha? —
|. Il garzone, così dicendo, tolse il capestro alla cammella
\ In rimenò al branco. Vedendo ciò, Qeys, con molto
‘legno, si partì di là con tutti quelli degli Abs ch’erano
tun lui. Dopo cotesto, passò (come piacque a Dio) del
Wmpo.
Ma poi avvenne ch’egli fece una scorreria contro
Wlesti dei Fezàra e che vi ammazzò Auf fratello di
llodheyfa, scontratolo in battaglia, menandone via, inoltre,
|» cammelle. Quando quei dei Fezàra lo seppero, pen"ono subito alla guerra, avendone concepito un’ira granillisima. Ma Al-Rabî ibn Ziyàd, d’un ramo della tribù
ilugli Abs, fissò il prezzo d’ammenda per il morto Auf
i cento cammelle, gestanti da dieci mesi, che avrebbero
ligliato nell’estate di quell’anno (1), e fu fatta una certa
nico fra quella gente che vi rimase, come a Dio piacque.
{n giorno (2), Màlik ibn Zoheyr, fratello di Qeys, si
lose per andare in Liqàta dove doveva sposare una
{lonna di là. Ne venne la notizia anche a Hodheyfa, il
‘|unle gli mandò dietro certi suoi famigliari montati sui
migliori de? suoi cavalli, dicendo loro: Non indugiate
Innto con Malik; ma, se l’incontrate, ammazzatelo! (3).
In quel tempo, Al-Rabî ibn Ziyàd dimorava presso di
Ilwxdlheyfa, e la moglie di lui, Moadha, era sorella di
‘wo Hodheyfa. I: cavalieri intanto, mandati da costui,
\lnrono, s'incontrarono in Malik, lo freddarono, e poi,
\ullisi subitamente di là, stancando nella corsa precipitosa
\ envalli, tornarono al cader della sera presso di Hodheyfa,
il quale, in quel momento, si stava appunto con Al-Rabî
iLln Zivad. Avete preso il vostro asino selvatico? domandò
luro Hodheyfa. E quelli: Certamente! anzi gli abbiam
\wwino i garretti. — Al-Rabî allora disse: Io non Yho mai
viluto, Hodheyfa, mandare in malora come oggi i tuoi
(1) Nota i particolari minuziosi della vita nomade e pastorale di
iunekl antichi Arabi del deserto,
(1) Vioò due anni appresso l’uecisione di Auf per opera di Qeys.
() Hodheyfa voleva vendicar la morte di suo fratello Auf ucciso da
, 0 ijuosto Malik era appunto fratello di Qeys,<noinclude></noinclude>
7aeefo7icnp3nebislpqunje0t8fzqc
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/90
108
1031558
3901037
2026-09-18T12:29:31Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901037
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 74 —|}}</noinclude>4
———cet
Wa| da
ia si iricbaninio Br
lita
RIPETTA en
cavalli per un asino selvatico! — Ma Hodheyfa, poichè
Al-Rabî si dilungava in rimproveri e biasimi eredendosi
che quelli avessero veramente preso un asino selvatico,
alla fine così gli disse: Ma noi non abbiamo ammazzato
un asino selvatico! Noi abbiamo ammazzato Malik ibn
Zoheyr per vendicare Auf! — Per la vita di Dio! gridò
Al-Rabî, è ben di malaugurio quest’omicidio! Dico ch'io
penso che ve ne verrà ciò che non vi piacerà! — Si scambiarono alcune parole concitate, indi si separarono, e
Al-Rabî uscì calcando di gran passi il terreno.
Raccontava Abù Obeyda (1):
Affermano che Hodheyfa, quando Al-Rabî si fu levato
e partito, gli mandò dietro una sua giovane schiava,
natagli di madre non araba, dicendole: Va tu da Moîdha
e bada a ciò che fa Al-Rabî. — La ragazza andò, entrò
in casa di Moàdha e si nascose tra una tenda e un cavalletto di legno, carico di briglie e di finimenti. Giunse
intanto Al-Rabî. Attraversò a gran passi la stanza e venne
là dal suo cavallo. L’afferrò al principio della criniera,
poi lo venne palpando sui fianchi finehè fu là dove è
inserta la coda, indi ritornò in casa. La sua lancia stava
confitta in terra nel cortile; la svelse e la Squassò fortemente e poi la riconficcò là dov’era. Disse allora alla
moglie: Stendimi in terra qualche cosa. — La donna gli
gittò in terra uno Stramazzo, ed egli vi si stese Sopra
dicendo: È accaduto alcun che! — e improvvisò questi
versi:
Dorme chi è sciolto da ogni cura, ed io
Chiuder gli occhi non posso or che m'è giunta,
Qual divulgasi immane,
Tristissima novella.
Hanno udito il racconto, e van le donne
Di lor veli discinte, e il lor lamento
Levasi pria che spunti
In ciel l’alba novella.
(1) Uno dei soliti tradizionalisti o cantastorie. Vedi sopra e altrove.<noinclude></noinclude>
r2x9iffwe4hh1ubhmv9ofhgr7i8jykh
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/91
108
1031559
3901038
2026-09-18T12:29:36Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901038
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 75 —|}}</noinclude>poichè
endosi
‘atico, |
rzzato
k_ ibn
gridò
ch'io
scamno, €
evato
Lava,
vadha
entrò
‘avaliunse
renne
era,
stava
fortealla
a gli
sopra
uesti
trove.
Seria
Un giorno, di celarsi disiose,
Velavan esse il viso. Oggi, gli è tempo
Che mostrinsi a chi brama
Di veder questa e quella;
E faccian onta e danno alle rosate
Guancie per uom che fu dolce di core,
Dolce dell’alma, e buona
Fama gli era sorella!
Forse, or ch'è ucciso di Zoheyr il figlia,
Malik, potrà mai più d’un dolce sposo
L’amplesso casto e puro
Bramar qualche fancella?
Quant'io mi so dopo la morte sua,
Quest’ è che altro non tocca ad uom di core
Che forte a’ suoi destrieri
Porre e stringer la sella.
Non tocchin lor foraggi i palafreni
In campi addotti, e spingasi affrettata
Di puledri e puledre
Tutta la torma snella.
Corrasi a gara! Sulla fronte ai prodi
Irrugginisca il ferreo casco e bruna
Fosca tinta di pece
Veli la faccia bella.
Oh! ai molti che gioîr perchè trafitto
Egli cadea, certa renderem noi,
Per la sventura immane,
Mercede trista e fella!
La ragazza ritornò e riferì tutto cotesto ad Hodheyfa,
il quale disse: Ora i fratelli si riconciliano, e incomincia
ln guerra! (1).
Al dì seguente, Al-Rabî si recò da Hodheyfa, del
quale allora era ospite, e gli disse: Concedimi ch'io me
ne vada (poichè sono tuo ospite) per tre giorni (2). —
(1) È la guerra detta di DAhis, lentamente e lungamente preparata, e
Ilodheyfa, con queste parole, fa intendere di prevedere la prossima riconvllinzione di Qeys e di Al-Rabî per vendicare insieme la morte di Malik.
‘Quanto alla loro discordia, vedi appresso.
(2) Questo termine di tre giorni voleva dire che, quando fossero traivorsi, Al-Rabî non aveva più alcun obbligo verso di Hodheyta per la rivwvuta ospitalità, ed era libero di comportarsi verso di lui come meglio gli
plinceva.<noinclude></noinclude>
4dp353o9gxs3h0sldf9ji627tv742io
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/92
108
1031560
3901039
2026-09-18T12:29:42Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901039
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 76 —|}}</noinclude>ES,
Hodheyfa acconsentì, ed egli partì menando con sè certo
residuo di vino che aveva. Ma Hodheyfa, come fu partito, gli mandò sulle tracce alcuni de’ suoi, montati a
cavallo, ai quali disse: Corretegli dietro, e quando saranno passati tre giorni, badate che cosa abbia fatto d’un
residuo di vino ch'egli reca con sè. Se troverete che ne
ha vuotato l’otre e sèguita a camminare in fretta, sarà
segno che vuol andar presto e lontano, e voi allora ritornate indietro. Se troverete invece che non ha ancor vuotato l’otre, seguitelo; e quando vedrete ch'egli è già
presso alla prima stazione che capita, e che IA si riposa
e beve, ammazzatelo! — Essi andarono sulla traccia di
Al-Rabî, e trovatolo che stava per giungere alla prima
stazione e aveva spezzato l’otre, ma pur seguitava a camminare, se ne tornarono a dietro. Al-Rabî intanto era
arrivato presso la gente degli Abs congiunta alla Sua;
sebbene tra lui e Qeys ibn Zoheyr (1) fosse ancor viva
un’antica inimicizia (2). Ma Qeys, ora che voleva vendicar l'uccisione di suo fratello Malik, temeva che AlRabî e gli aderenti suoi l’abbandonassero. Desideroso
pertanto di riconciliarsi, non sapendo ancora che Al-Rabî
erasi guastato con Hodheyfa, volle far la prova.
Si racconta perciò che egli, quando vide avvicinarsi
Al-Rabî con la gente sua, mandasse fuori un suo schiavo
garzonetto, natogli di madre non araba, dicendogli: Va
qui dattorno in modo che sembri che tu vada cercando
cammelli smarriti. Se quella gente ti fa qualche domanda,
fa un cenno, nel rispondere, all’uccisione di Malik, e tieni
bene a mente ciò che diranno. — Andò lo Schiavo, e per
caso udì Al-Rabî che cantàva quel suo verso:
Forse, or ch'è ucciso di Zoheyr il figlio,
Mall ee,
Quando lo schiavo fu ritornato e gli ebbe riferito
ciò che aveva udito da Al-Rabî, conobbe Qeys ch'egli
(1) Ricordiamoci che costui era pure della tribù degli Abs,
(2) Per una corazza preziosa che Al-Rabî per frode aveva tolta
a Qeys.
|<noinclude></noinclude>
5bjfwcxj31w9ho0i23c0eaz2w2c01ay
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/93
108
1031561
3901040
2026-09-18T12:29:46Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901040
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 77 —|}}</noinclude>pure era corrucciato per quell’omicidio. Uscì allora al
suo incontro e si riconciliò con lui.
Riunitisi quindi in alleanza tutti quelli della tribù
di Abs per far la guerra alla tribù dei Benî Fezara,
mandaron lor a dire: Poichè con la morte di Malik è
stata parificata la morte di Auf, fratello di Hodheyfa,
rendeteci le cammelle con le quali abbiam fatto ammenda
dell’uecisione di Auf. — Ma Hodheyfa rispose: Io non
restituirò l'ammenda che fu dovuta per il figlio di mia
madre!
(Non potendosi trovare alcun accordo fra le due tribù
così mortalmente inimicate, s'incomincia la guerra. In un
primo scontro, quei di Fezàra, guidati da cotesto orgoglioso
e prepotente Hodheyfa, ebbero la peggio. Pra quelli di Abs,
guidati da Al-Rabî, si segnalò per grandi atti di valore
Antara, guerriero e poeta, che divenne poi l’eroe d’un
romanzo popolare fra gli Arabi (1). La disfatta toccata a
quei di Fezara chiamò alle armi tutte le altre tribù che,
con essi, formavano la grande tribù di Dhobyan. In un
altro scontro, gli Abs furono sconfitti, e Qeys, non ostante
che Al-Rabì si opponesse, inclinò a domandare una tregua).
Uno allora della tribù degli Abs, cioè Al-Asla ibn
Abdallàh, volendo far la pace, consegnò come ostaggi a
quelli di Dhobyàn (2) tre suoi figliuoli e quattro suoi
nipoti, figli d’un suo fratello. Qeys diede in ostaggio suo
nipote Otba. Così fu conchiusa la pace, e Al-Asla consegnò i giovanetti nelle mani di Sobey ibn Amr, della
tribù di Dhobyàn, il quale ben presto venne a morire,
quando egli li teneva ancora presso di sè.
Come si trovò agli estremi, tenne questo discorso ad
un suo figliuolo di nome Malik: Si sta ora in te il fare
un’opera generosa di cui non cesserà la fama, se pur tu
vorrai far buona guardia a questi giovanetti. Ecco, io già
m’immagino che, quando sarò morto, verrà qui da te tuo
(1) Vedî' 1 Istamismo, cap. II, $ 4, e la Letteratura araba, cap. INI, $ 2,
in cui si trovano saggi di poesie, tradotti, di questo eroe del deserto.
(2) Come è detto sopra, non sono più in guerra, contro gli Abs
Fezàra soli, ma anche i Murra e le altre sotto-tribù di Dhobyàn.<noinclude></noinclude>
hmh0u9at25sqhcyf8rt0dyip69rurt4
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/94
108
1031562
3901041
2026-09-18T12:29:52Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901041
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 78 —|}}</noinclude>zio Hodheyfa (1), il quale socchiuderà gli occhi con gran
compunzione e dirà: « Oh! è morto quei ch’era nostro
signore e padrone! », e poi tanto ti starà attorno al riguardo di questi ragazzi, che t’indurrà a darglieli in
mano. Se tu glieli darai, li scannerà tutti, e allora l’onor
tuo è bell'e spacciato! Ora, se hai tu timore di tanto,
vattene con loro alle loro famiglie.
Quando fu morto, Hodheyfa prese ad attorniarne il
figlio con gran parole e a fargli carezze, finchè gli disse:
O Màlik, io sono tuo zio e più attempato di te. Affidami
adunque cotesti garzoni perchè restino presso di me
finchè abbiamo accomodato ogni faccenda nostra! — E
non ristette dal domandare finchè MAlik glieli diè in mano
là presso d’Al-Yamuriyya (2). Quando Malik glieli ebbe
consegnati, li menò con sè, e poi prese a cavarne uno
di prigione ogni giorno; se lo collocava dinanzi a guisa
di bersaglio, indi gli gridava: Chiama tuo padre! — e
appena il fanciullo aveva chiamato suo padre, lo trapassava con una freccia. Così, uno ad uno, scannò tutti quei
miseri, tra cui lo stesso nipote di Qeys, Otba.
(L’atroce fatto richiamò alle armi tutta quanta la tribù
di Abs. Presso Al-Yamuriyya, nel 576 d. C., fu combattuta
una sanguinosa battaglia con molti morti da ambo le parti,
tra î quali il traditore Malik ibn Sobey che aveva consegnato gli ostaggi ad Hodheyfa. La guerra continua ora
più ostinata e accanita di prima).
Hodheyfa intanto radunò gente e fe’ gran preparativi, e si congiunsero a’ suoi anche i Benî Dhobyan della
discendenza di Baghîdh. I Benî Abs ebbero notizia che
tutta cotesta gente muoveva contro di loro, e Qeys, loro
capo, disse: Obbeditemi in ciò che ora vi dirò, o figliuoli
di Abs, chè, per Dio! se non mi obbedirete, mi abbandonerò sulla mia spada, ed essa mi uscirà dalla schiena! —
Noi ti obbediremo! risposero tutti.
Comandò allora di mandare innanzi, nella notte, tutte
le mandre e gli armenti, i fanciulli, le donne e i vecchi,
(1) Una sorella di Hodheyfa era la madre di questo Malik, 4
(2) Nome d’una fonte in una valle dei Benî Thalaba.<noinclude></noinclude>
kmx1olqi8a00ey7hmogpgicezv9u2wn
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/95
108
1031563
3901042
2026-09-18T12:29:57Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901042
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 79 —|}}</noinclude>PRO
come se intendessero tramutarsi da quello in altro luogo.
Gli uomini poi, allo spuntar del giorno, montarono con
lui a cavallo e salirono sull’alto d’una collina quando
già erano passate oltre lor mandre e famiglie. Quando fu
giorno, ecco sbucar da diverse gole di monti i cavalieri
nemici. Qeys allora gridò a’ suoi: Prendete un sentiero
opposto a quello delle robe nostre, chè non han bisogno,
costoro, di dar dentro nelle vostre schiere, nè augurano
a voi in lor cuore malanno maggiore del farvi perdere
gli averi! — Presero un sentiero opposto, e quando Hodheyfa ne raggiunse co’ suoi la traccia e la notò: Che Iddio
li mandi ben lontani! gridò. Che resta loro di bene quando
abbian perduto i loro averi? — Così si cacciò dietro le
famiglie e gli averi di quei d’Abs. Allora i campioni di
Abs furon loro dietro, e Hodheyfa con quei di Dhobyàn
attendeva a raggiungere le lor famiglie e Ie cose. Come
le ebbero raggiunte, mandarono tutto a scompiglio, e nulla
scampò al lor furore. Cominciò ciascuno a cacciarsi innanzi
quel cammello di cui erasi impadronito, e venivasene così
con quello. Si sbandarono intanto, e l’ardor del giorno
era cocentissimo. Qeys allora gridò a’ suoi: O gente mia,
i nemici si stanno a spartir fra loro la preda. Gittatevi
ora sulla lor traccia coi cavalli vostri!
Nè quelli di Dhobyàn se ne avvidero, se non come
di uma schiera di cavalli che irrompeva in ordine, nè
alcuno de’ più valenti si fece innanzi per resistere, perchè
ciascun d’essi ad altro non pensava che alla preda e a
sospingerla innanzi e a venirne via con essa. Quelli di
Abs ne fecero macello, tanto che questi di Dhobyàn
volevano farli giurare di risparmiare i superstiti. Ma non
restava loro che Hodheyfa (1), e però fu mandata gente
a cavallo che studiosamente lo rintracciasse. Mandaron
cavalieri che s’accostassero a questo e a quello e l’interrogassero, finchè d’esso ebbe notizia, dalla parte a sinistra del campo, Sheddàd ibn Moaviya della tribù di Abs,
con altri pochi.
(1) S'intende, come pare, d’uomini eminenti e di autorità.<noinclude></noinclude>
gp09fw3kox9riszw0rj44bitn8ylzkj
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/96
108
1031564
3901043
2026-09-18T12:30:02Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901043
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 80 —|}}</noinclude>me
e però ad un certo punto, mentre ritiravasi dal campo,
A Hodheyfa erasi rallentata la cinghia del cavallo,
n'era disceso a terra, ma aveva posato il piede sopra un
ciottolo per timore che, andando i nemici dietro di lui,
non fosse da loro veduta la traccia del piede. Così Ta
e strinse la cinghia; ma, per caso, la parte anteriore del
piede gli scivolò sul terreno sabbioso, e quando giunse
Sheddàd con gli altri, ne riconobbero la traccia e riconobbero anche le orme storte della puledra sua (1), e gli
tenner dietro. Egli intanto camminò finchè, giunto presso
lo stagno di Al-Habàat, pensò di cercarvi ristoro e refrigerio tanto l’aria era infuocata, e però si gittò dentro
l’acqua, e vi si gittarono con lui suo fratello Hamal e
altri. Avevano tolto le selle, deposto le armi, e così erano
discesi nello stagno, mentre i lor cavalli si voltolavano
sull’arena, ed essi avevan posto alla guardia una vedetta.
La vedetta, di tanto in tanto, montava su d’un’altura e
osservava, e quando non iscopriva nulla, ritornava a
dietro. Ma poi, avendo osservato un’altra volta, gridò:
Ho veduto un uomo che sembra uno struzzo, ovvero un
uccello posato su d’un arbusto di tragacanta, che viene
alla nostra volta! (2) — Hodheyfa allora gridò:Qui, qui!
Costui è Sheddad sulla sua puledra Gerva!
Mentre così parlavano, ecco sopraggiungere Sheddàd
e appostarsi là da essi; si collocò, anzi, tra loro e i lor
cavalli. Giunsero quindi Amr ibn Al-Asla e Qirvàsh, e
giunsero gli altri, cinque fra tutti; e Giuneydab si scagliò
contro i cavalli e li disperse qua e là, e Amr e Sheddad
sì avventarono alla cieca su di essi nelle acque dello
stagno. Hodheyfa andava gridando: O gente di Abs, dov è
il vostro senno? dov’è la vostra bontà? — Ma suo fratello Hamal lo battè leggermente sulla spalla dicendogli:
(1) Non aveva veramente le orme storte, ma irregolari. Aveva il difetto di portar più innanzi dell’altra una delle zampe davanti, il qual difetto era pur significato dal nome ch'’essa portava, cioè Hanfà.
(2) Arbusto spinoso del deserto (lat. Yragacantha) che serve di fora Se
ai cammelli,
[i<noinclude></noinclude>
mg8odvczqv579fjm9cipovqgklcqxpk
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/97
108
1031565
3901044
2026-09-18T12:30:08Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901044
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 81 —|}}</noinclude>LEE
Guàrdati dalla spada di costoro dopo quel giorno! (1) —
E questo detto diventò proverbiale presso gli Arabi.
Intanto, Qirvàsh ammazzava Hodheyfa, Al-Harith
ibn Zoheyr ammazzava Hamal e gli toglieva anche la
spada detta la Dhù ’I-nùn (2) che era già appartenuta a suo
fratello Màlik. Hamal l’aveva tolta a Malik ibn Zoheyr
nel giorno in cui l’aveva trucidato (8).
ALHarith, allora, improvvisò questi versi:
Hodheyfa senza onore abbandonato
In AlITabàt ho io. Giacciongli intorno
Quanti all’aste fiùlr segno.
Hinnish (4) di lor ti parlerà, di quando
Coi nostri s’incontraro, e tel diranno
Di Bilàl ambo i figli (5).
E di me ancora parlerà la spada
Che il pesce reca. Non la cessi io mai
D’amicizia qual pegno! (6).
Ma Hinnish gli rispose così:
Per Qirvàsh, figlio d’Amr, inizio avea (7).
Ma tu? In tua man sinistra volteggiava
Fragil targa di legno! (8).
(dall’arabo di Al-Isbahani).
(1) Allusione o ai piccoli ostaggi trucidati da Hodheyfa, o alla frode
sua nel giorno della gara dei due cavalli, se pure il testo va così inteso.
(2) Cioè « quella dal pesce », forse per la figura d'un pesce disegnainvi sopra,
(3) Cioè quando Hodheyfa, scherzando tristamente, interrogò i suoi, tra
i quali era cotesto Hamal suo fratello, se avevan preso l'asino selvatico, e
intendeva Malik. Vedi sopra.
(4) Uno dei congiunti di Hodheyfa, anzi fratello secondo alcuni,
(5) Vargà e un altro, congiunti e alleati di Hodheyfa.
(i) Nel senso che, come io, Al-Harith, non la cederei per amicizia,
così i nemici non me l’hanno ceduta per affetto; ma io l’ho tolta loro
von violenza e combattendo.
(7) L'odio, l’inimicizia, la guerra,
(8) Cioè ta non facevi nulla e non eri buono da nulla. Tale, come
baro, il senso di questi versi, secondo il commento arabo, — Il testo mio
«li questo lungo racconto è scorretto, disordinato, guasto e manchevole
{un è là, Non ne ho potuto avere altra edizione, e però mi sono aiutato
noi riassunti del Fresnel (Jona? Asiatique, 1837) e del Caussin De Perceval.
Italo Pizzi — Fiori d'Oriente
6<noinclude></noinclude>
nunscxvqyij688gqmlh5ootxjumgnm1
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/98
108
1031566
3901045
2026-09-18T12:30:13Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901045
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 82 —|}}</noinclude>einio Ten LRI iù
zetie
TICO
n’ Leeint REM TARL
(La guerra di Dahis non cessò con la morte di Hodheyfa che vi aveva avuto così trista e funesta parte,
avvenuta nel 576 d. C., ma si continuò ancora ostinata
e accanita, aggiuntevisi altre tribù, fino al 608. Riconciliatesi alfine, dopo quarant'anni, le due tribù di Abs e di
Dhobyan, Qeys, divenuto omai vecchio, rattristato, come
diceva, dal veder dovunque donne in gramaglie, alle quali
era stato ucciso 0 il padre o lo sposo, il fratello o il figlio,
in tante battaglie, si ritirò, per finirvi i suoi giorni, nell'Arabia Meridionale. Si dice che là si facesse battezzare
e morisse in abito monastico în uno di quei chiostri).
18. Duello tra Sultano e soldato.
L'Imperatore d’allora (1) riguardò la venuta del
Sultano (2) come una grazia speciale. Credette necessario
il farlo suo uguale e compagno nel governo, anzi indipendente del tutto. Quando poi si trovavano insieme,
sedevano uno accanto dell’altro sullo stesso trono e stavano a darsi bel tempo e a conversare piacevolmente.
Trovavasi allora per caso, in Costantinopoli, un soldato franco (3), rinomato per il coraggio e l’impeto dell’animo, celebre per il valore e la gagliardia, il quale
avrebbe potuto tener fronte a mille nemici e combattere
con essi, e l’assegno suo era di diecimila dîndr all’anno.
Ma, un giorno, appiccò lite con gli ufficiali del tesoro
imperiale appunto per il suo stipendio, e però, venuto
nella presenza dell’imperatore, prese a farvi un lungo
piato con parole petulanti che mai più non cessavano.
L'Imperatore gli disse: Vedi che il Sultano è qui presente. Quanto a ciò che t’accade, abbi pazienza, chè
(1) Alessio III di Costantinopoli, salito al trono nel 1195.
(2) Il sultano Ghiyàth ad-dîn della casa dei Selgiùgidi che regnarono in Persia e in altre parti d'Asia dall'XI al XIV secolo, divisi,
negli ultimi tempi, in diversi rami, Il Sultano di cui qui si parla, è del
ramo che regnò nell'Asia Minore,
(3) Cioè europeo, secondo l'uso di dire arabo e persiano. Si potrebbe
anche dir latino secondo l’uso d'allora nel dominio bizantino.<noinclude></noinclude>
ho2ai3ecopvwvcihyjig2xoukysry8r
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/99
108
1031567
3901046
2026-09-18T12:30:18Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901046
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 83 —|}}</noinclude>IE RONNIE
domani ci affretteremo a contentarti. — Ma il Franco
non volle attendere, nè volle smetter per nulla quella
sua insistenza di prima e quella sua audacia. Il Sultano se
ne adontò e ne richiese l’ Imperatore: Che va dicendo
costui? — Gli ufficiali del tesoro, gli fu risposto, hanno
mostrato qualche negligenza nel pagargli lo stipendio che
gli è assegnato. — E il Sultano: E che? È lecito tollerar
tanto ardimento in un sottoposto? — Il Franco gli fece
un atto di dispregio, perchè egli, accesosi subitamente
d’ira, si ravvolse la mano in una pezzuola che aveva con
sè, e gli lasciò andare tal pugno sotto l’orecchio che Io
mandò rotoloni e privo di sensi giù dai gradini del padiglione su cui stava.
Franchi e Greci si levarono a tumulto. Già stavano
per avventarsi al Sultano e finirlo. L'Imperatore, balzato
giù dal seggio, li frenò a gran stento, calmò per un poco
l'improvvisa sedizione e fece sgombrar la folla dal palazzo. Come furon rimasti soli, egli cominciò a pacificar
il Sultano e a calmarne lira. Ma al Sultano, per l’eccesso della indignazione, era salito come un fuoco alla
festa, ed egli aveva le lagrime agli occhi e ad ogni
istante cacciava di gran sospiri per il dolore e per l’umiliazione inflittagli dalla sorte. Tu sai, andava dicendo
all’ Imperatore, ch'io sono figlio di Qilig? Arslàn e della
discendenza di Alp Arslàn e di Melik-shàh (1); che gli
avi e gli zii miei hanno conquistato tutto il paese che va
dla Oriente ad Occidente, e che gli avi tuoi hanno sempre
mandato tributi e doni al lor tesoro! Tu pure hai fatto con
me quel che i tuoi padri hanno fatto; ma ora, se tu stimi
lecito che, poichè il destino m’ha fatto imbatter qui nel
luo paese, mi si facciano simili atti di dispregio, i miei
fratelli, ciascuno dei quali è signore d’un regno, quando
Sapranno tutto cotesto, grideranno: « S'è cibato della
carne di mio fratello? e io non abbandonerò ad altri mio
(1) Questi due principi, ambedue di gran senno e valore, regnarono
n Porsia rispettivamente dal 1063 d. C. al 1073 e dal 1073 al 1092. Furono del
Inno più antico dei Selgifigidi, rimasto in Asia,<noinclude></noinclude>
auzkyugb9u1i8yt34sseyo2cp8jmymv
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/100
108
1031568
3901047
2026-09-18T12:30:23Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901047
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 84 —|}}</noinclude>TTERE
Ipiu Ti
caagg
‘E gAneO
fratello! » (1), e con tal pretesto raduneranno un esercito e faranno covo e nascondiglio di fiere tutto quanto
il tuo impero.
L° Imperatore non volle affrettarsi a rispondergli
finchè non cominciò a dar giù quel gran ribollimento di
sdegno. Prese allora a scusarsi e a domandar perdono,
e soggiunse: Qualunque comando vorrà dare il Sultano
o ai soldati miei o alla gente del mio paese, sarà prontamente eseguito. — E il Sultano: Prova di cotesta tua
affermazione sarà questa, che non mi negherai nulla di
ciò che ora dirò. — L'Imperatore rinnovò il giuramento,
dicendo: Io non trasgredirò nessun ordine del Sultano! —
E il Sultano: Mi si faccia avere un’armatura di mia
scelta e un cavallo degno d’un prode, atto ai tornei, e
si dia ordine a quel Franco che venga a combatter con
me nella lizza. S’egli sarà il vincitore, io resterò libero
per sempre dal dolore e dalla noia dell’esiglio (2); se
invece rimarrà a me la vittoria, l’ Imperatore non sarà
mai più disturbato da tanta insolenza e audacia di lui, —
Al che l'Imperatore rispose: Dio mi guardi dal concedere simil cosa! Dato mai il caso che incolga qualche
sventura (che Iddio ce ne liberi!) al Sultano nello scontro
con cotesto Franco in duello, io sarò reputato stolido e
irragionevole per aver posto a fronte nientemeno che ad
un Sultano un soldato qualunque; e allora io non potrò
aver tregua nel timore della vendetta de’ tuoi fratelli.
Il Sultano pronunciò allora un giuramento terribile,
dicendo: Se l’Imperatore persiste in questo proposito suo,
io, senza indugio, mi toglierò la vita! — Poichè linstanza sua era giunta a questo termine, furon tolte fuori
dall’armeria armi reali, e il Sultano ne fece la scelta.
(1) Proverbio in arabo, per dire che ciascuno, quando si sente offeso
nel proprio sangue, non ne commette ad altri la vendetta, ma la fa lui
stesso.
(2) Questo nobile principe, nell’Agosto del 1200 d. C., aveva lasciato
la patria, Iconio nell'Asia Minore, ed era andato volontario in esiglio per
non turbar la pace quando, alla morte di Qilig’ Arslàn suo padre, suo
fratello gli contese la successione,<noinclude></noinclude>
ez197zp65yxoqck7o7myxjjlrjurpmm
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/101
108
1031569
3901048
2026-09-18T12:30:29Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901048
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 85 —|}}</noinclude>ac la
Al Franco poi fu fatto sapere che, alla dimane, era
giorno di prova per lui; ed egli, tutta la notte, stette ad
apprestare gli arnesi suoi di guerra, poi si fece legar
fortemente sulla sella e sul cavallo, quindi, preparato a
combattere, discese nel campo. Tutta la gente della città
e dei dintorni, piccoli e grandi, letterati e illitterati,
musulmani e cristiani, si affollarono sul luogo, ed erano
divisi come in due schiere. Una parte favoriva il Sultano,
l’altra il soldato Franco, ed eran venuti ad osservar la
battaglia. Lo spirito del Profeta susurrava intanto, ad
ogni momento, queste parole all’orecchio del Sultano:
« Ti concederà Iddio vittoria splendida! » (1); ed egli,
simile ad un monte di ferro, tenevasi a fianco dell’Imperatore nel bel mezzo del campo, e andava ripetendo fra
Sè: « Basta Iddio a chi si confida in Iui! » (2). — Si mosse
poi, come sole, da questa a quella parte, nello splendore
della sua grandezza, girò attorno alle milizie schierate,
Simile a colma luna che chiaramente splende (83).
Venuto il.momento, il soldato Franco gli diresse per
il primo un colpo di lancia, ma il Sultano lo parò con
lo scudo. L'altro sferrò un altro colpo, ma il Sultano lo
ributtò. Alla terza volta, il Sultano d’un solo slancio e
d’un solo urto atterrò l’anima abietta del Franco, e, con
um sol colpo di clava dal capo di giovenca (4), umiliò
nl suolo la fronte di chi adorava l'unghia dell’asino di
({osù (5), sì che il gemito suo giunse fin laggiù agli abiInnti del più profondo Inferno!
(1) Passo del Corano, XLVIII, 3, Il Profeta è Maometto; come è
vvvio intendere,
(2) Passo del Corano, LXV, 3.
(3) Nota lo stile gonfio ed enfatico di questi scrittori persiani della
tarda otà.
(4) Con ridicolo anacronismo, l'Autore attribuisce al Sultano le
ini dei tempi eroici e mitici di Persia, anzi l'arma di re Frédàn che
pov il primo si procacciò una ferrea clava dal capo di giovenca, in menorin della giovenca Birmaàyeh che bambino l'aveva allattato sui monti.
Vul il Libro dei Re di Firdusi (vol, I, pag. 179 della mia traduzione).
(b) Allusione dispettosa di musulmano al culto prestato dai COriliini alle reliquie, L'hanno, tuttavia, anche i Musulmani, Vedi: L’'Zslamo, cap. ILL, $ 4<noinclude></noinclude>
8vw9i5sq8y969yw9n5zeruc0p8jl5uk
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/102
108
1031570
3901049
2026-09-18T12:30:34Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901049
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 86 —|}}</noinclude>TESE
D'un sol colpo! e la foga nol sferrava
Precipitosa.
Non l’affrettai con alma impaurita
O neghittosa! (1).
Il cavallo del soldato non potè evitare la gravità del
colpo, ed egli, appunto perchè troppo strettamente legato
al cavallo, rimase tutto stordito e senza senso e come
sospeso. L'Imperatore, i Musulmani, i mercanti, gli ufficiali maggiori, ch’erano là presenti, levaron grida di lode
al cielo; ma i Franchi, raumiliati, volevano tumultuare;
se non che l’Imperatore li fe’ scacciare dai soldati, e
ordinò che qualcuno anche ne fosse punito. Così fu quiefato quel mar tumultuoso che già sollevava i fiotti, e
l’Imperatore, menato a casa sua dalla palestra il Sultano,
gli fe’ presentare gran copia di doni, e quella notte, fino
all’apparir dell’aurora, s’intrattenne con lui a ber del
vino e ad ascoltar canti e suoni. Per tal modo, congiunsero essi il bevere del vespro al bevere del mattino. Nel
giorno che seguì, con tutte le suppellettili preziose che
erano custodite nei tesori degli antenati suoi, l'Imperatore
stette presso il Sultano, e per tutto quel giorno si fecer
lecito di ridestar la morta gioia versando del vino secondo quella religione che permette la crapula e lo stravizzo (2). Quando furono allo stato d’ubbriachi, l’Imperatore prese a parlar così:
L’affezione mia per il Monarca musulmano non ha
forse in me tal fondamento ch'io possa immaginare in
qualche modo la sua partenza se non come una sventura? Ma, anche se il restar privo un solo istante della
presenza benaugurosa di tal sovrano, si reputa da me
una sventura, il bene di lui, primo sire della terra, credo
che debba andare avanti ad ogni desiderio mio. E però
se il Sultano per alquanti giorni, attendendo che si
estingua il fuoco dello sdegno e della gelosia dei Pranchi,
(1) Versi arabi che lo Schefer dice opera di un Balà ibn Qeys alKinàni, di cui non trovo notizia nei miei libri.
(2) Altra malignità musulmana contro i Cristiani ai quali è con.
cesse il vino, vietato da Maometto ai suoi seguaci.<noinclude></noinclude>
6iqbd5oeuen5m63bx9w243nnr3gvkf4
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/103
108
1031571
3901050
2026-09-18T12:30:39Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901050
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 87 —|}}</noinclude>dere
vorrà tanto disturbarsi da intrattenersi presso il principe Mafrazùm (1) che è uno dei maggiori principi dell’Impero greco, io che sono suo servitore, per sua Signoria eccelsa farò, nel termine del possibile, che nulla
gli manchi. Mafrazùm stesso farà di tutto per degnamente
onorarlo. « Forse Iddio, dopo ciò, farà nascere alcun
che di bene! » (2).
Queste parole ebbero l’effetto desiderato presso quel
gran monarca, perchè egli s’apprestò alla partenza e, dopo
alquanti giorni, con tutti i servitori e i famigliari suoi
Salpò per l’isola dove Mafrazùm l’attendeva (8). Là, col
mandar in giro le tazze colme di rubicondo vino, potè
dlimenticar l’ingiuria fattagli dal girar de’ cieli!
(dal persiano d’Ibn Bibi).
19. Crudele atto di giustizia.
La giustizia e l’equità di Suleymàn Shàh (4) erano
al più alto grado.
Aveva egli un giovinetto paggio, adorno delle qualità
più belle, al quale, simile a luna che vince splendor di
sole, l’anima sua, anzi tutto il cuor suo, portava affetto
grandissimo. Se non che, un giorno, tornando dalla caccia
con un falcone sul pugno, s’imbattè per via in una vecchia
lonna che portava un catino di latte rappreso. Egli allora, per l’effetto dell’ardor del sole, assetato ed estenuato, toltole a forza il catino, ne bevve la parte liquida
che vi si conteneva. La vecchia gli tenne dietro correndo
(1) Cioè Manuele Maurozomes che contese a Teodoro Lascaris, siKhnovo di Nicea (1175-1222 d. C.), il comando.
(2) Quest'ultima frase è del Corano, LXV, 1. — Quanto al resto del
{lincorso, non è simile forse ai brindisi (o oasts) dei signori moderni,
inol'ossi tutti bugie e infingimenti? E sì che il povero Imperatore
\xova bisogno di sbarazzarsi presto d’un ospite tanto turbolento!
(#) Non si sa bene dove fosse quest'isola e quale fosse.
(1) Fratello del principe Selgiàgide di cui si narra nel passo anteinilunto. Salì al trono nel 1192 d. €. Era soprannominato Rukn ad-dîn
vio in arabo significa: Colonna della fede.
74<noinclude></noinclude>
j8s87ioobji8hjmevyx18m6agwnvl2l
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/104
108
1031572
3901051
2026-09-18T12:30:44Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901051
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 88 —|}}</noinclude>Tiara
fino alla città (1), ed entrata nel palazzo del Sultano,
prese altamente a lagnarvisi dicendo: Un paggio di qui
m’ha tolto il latte che io aveva serbato per darne ai figli
miei, orbi di padre, nè egli me ne ha pagato il prezzo!
Il Sultano ordinò che s’indagasse sul caso della
vecchia così offesa, quand’ecco, in questo mezzo, sopraggiungere all’improvviso il paggio stesso. La vecchia allora
gridò: Ecco l’offensor mio!
Ma il paggio, per timor. del principe, negò; e il
Sultano, voltosi alla donna: Se io faccio aprire il ventre
di questo ragazzo, disse, e trovo ch'egli non ha bevuto
il latte, tu non meriti che la morte! — La vecchia acconsentì. Allora, fatto venire un cerusico, gli fu ordinato
di sparare il ventre al paggio e di esaminarne gl’intestini. Così si fece, e poichè gl’intestini eran pieni di latte
'appreso, fu necessaria la condanna a morte del misero
fanciullo, e il Sultano comandò si eseguisse. Il dolor suo,
nel separarsi per sempre da chi tanto amava, fu estremo,
e s'avverò allora, al riguardo del giovane, quel proverbio
che dice: « Viene da noi tutto ciò che capita a noi » (2).
Comandò poi il Sultano che la vecchia avesse un dono
di mille dîndr.
(dal persiano d’Ibn Bibi).
20. Avventuriere generosamente trattato.
Raccontava un vecchio della tribù dei Benî Nebhàn:
A quelli della tribù di Sheybàn toccò, una volta, un’annata di carestia che portò via ogni loro avere. Un tale
fra essi si partì da loro con tutte le sue donne e con esse
si tramutò a Hîra (3), dove tenne loro questo discorso:
(1) Iconio nell’Asia Minore, residenza, allora, di questi principi
Selgiùgidi.
(2) Confronta, con questa, la sentenza di Appio Claudio Cieco:« Muber
est suue quisque fortunae ».
(3) Città fondata nel 250) d. G. non lontano dalle rovine di Babilonia
@ presso l'Eufrate. Tra il III e il VI secolo fu sede dei Lakhmidi, principi di schiatta araba, illustri e magnanimi, posti sotto l’alta protezione
dei Re di Persia,
4004
TAI<noinclude></noinclude>
e38emo30c5ubknsxpwuh7xz5dhrlzdr
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/105
108
1031573
3901052
2026-09-18T12:30:50Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901052
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 89 —|}}</noinclude>(IT ne RT N,”
meno
Rimanetevi qui presso cotesto re, il quale vi farà del
bene, fin ch'io ritorni da voi. — E giurò intanto che non
sarebbe ritornato da loro se non quando avesse loro procacciato di che vivere, ovvero sarebbe morto.
Toltesi alcune provvigioni, partì, e camminò per tutto
quel giorno fino a sera, quando s'imbattè in un giovane
puledro che aveva le pastoie alle gambe, là presso ad
una tenda. Questo sarà il mio primo acquisto! disse fr
Sè; e andò per sciogliere il puledro e saltargli in groppa,
quando gli giunse un grido improvviso: Lascia stare il
cavallo, e mettiti in salvo!
Abbandonato il puledro, camminò per sette giorni
finchè, quando il sole stava per tramontare, s’imbattè
in un recinto da allevar cammelli, vuoto, e là presso era
una tenda e più in là un padiglione di cuoio conciato.
Questa tenda, disse fra sè il mariuolo, non può fare a
meno di gente che l’abiti; questo padiglione non può
fare a meno di un padrone; questo recinto non può fare a
meno di cammelli. — Così cacciò uno sguardo dentro la
tenda, e vide che vi stava tutto solo un vecchio decrepito, con le spalle cadenti e inclinate verso il petto come
le ali d’um vecchio avoltoio.
Egli stesso così seguitava il racconto:
Andai ad appiattarmi pian piano dietro il vecchio,
ed ecco, come fu tramontato il sole, capitar là dentro un
cavaliere, del quale io non aveva veduto mai un più
grande e alto nè di persona più aitante, sopra un magnifico puledro. Erano con lui due schiavi neri che gli camminavano ciascuno all’un de’ lati. Ed ecco arrivare, inoltre,
un branco di cento cammelle col loro maschio. S’accovacciò il maschio e s’accovacciaron le cammelle intorno
a lui. Il cavaliere, intanto, smontò da cavallo e disse ad
uno di que’ due schiavi: Mungi una cammella e da da
bere al vecchio. — Lo schiavo andò a mungere, empì di
latte una scodella, e, postala dinanzi al veechio, si tirò
in altra parte. Il vecchio ne prese un sorso una volta 0
due, e poi lasciò stare; e io, accostatomi, bevvi tutto il
latte. Lo schiavo ritornò lì presso, e poi, voltosi al cava-<noinclude></noinclude>
pzdnwh205kjrv00jb2jik5um37vdcjw
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/106
108
1031574
3901053
2026-09-18T12:30:55Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901053
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 90 —|}}</noinclude>gr”
209012
liere: O signore, gli disse, il vecchio l’ha bevuto tutto! —
Il cavaliere, mostrandone aver piacere, disse: Mungine
un’altra. — E lo schiavo, munta un’altra cammella,
depose la scodella dinanzi al vecchio. Costui ne delibò
appena un poco, indi lasciò stare; e io, accostatomi di
nuovo, gliene bevvi la metà, perchè mi rineresceva di
destar qualche sospetto con l’andarvi in fondo. Tornò
allora lo schiavo, raccolse la Scodella e disse al padrone:
N'ha bevuto, e gli basta. — R il cavaliere: Lascialo ora
in pace! — Ordinò allora che SÌ sgozzasse una pecora e
che se ne arrostisse una parte per il vecchio. Ne mangiò
egli stesso, e ne mangiaron seco i due schiavi.
Aspettai che tutti fossero addormentati, e quando
udii che già russavano, m’accostai al maschio delle cammelle, e, discioltolo, gli saltai in groppa. Esso si balzò
fuori, e allora tutte quante le cammelle gli corsero dietro.
Camminai tutta la notte fino allo spuntar dell’alba, e
allora mi guardai tutt’all’intorno, nè vidi anima vivente,
Sì che trassi innanzi con prestezza la mia preda tin che
fu giorno fatto. Voltatomi indietro, allora, un’altra volta,,
scorsi alcunchè che pareva che volasse. Appressandosi
sempre più, riconobbi chi era, ed ecco ch’egli era il
cavalier mio montato a cavallo, il mio uomo della sera
antecedente! Legai il maschio delle cammelle, vuotai il
mio turcasso per aver alla mano le freccie, e mi piantai
tra lui e il branco delle cammelle. gli allora mi gridò:
Sciogli il maschio! — No! risposi io, chè, per Dio! ho
lasciato in Hîra le mie care donnette e ho fatto giuramento di non ritornare se non per aiutarle, ovvero di
morire. — Allora tu sei morto! gridò l’altro. Ma Sciogli,
ti dico, il maschio, chè tu non hai madre! (1). — No,
no! io risposi. Sai quel che t'ho detto! — E ]
T'inganni! Ma ponmi là il capestro del maschio, e sospendilo, fattivi prima cinque nodi. — Io eseguli, ed egli:
Dove vuoi ch'io pianti una freccia? — Im questo punto!
altro:
(1) Nel senso che non si conoscon nemmeno i tuoi genitori e sei un
bastardo o un trovatello. Apostrofe non molto gentile, ma non infrequente presso questi Arabi antichi,<noinclude></noinclude>
fqlatpsh5t2r577q00esa70vyffnxt0
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/107
108
1031575
3901054
2026-09-18T12:31:00Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901054
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 91 —|}}</noinclude>SRO
risposi. Ed egli, come ebbe trapassato quello dei nodi
ch'io gli aveva indicato, andò saettando finchè li ebbe
trapassati tutti e cinque con cinque freccie. — Io allora
riposi nel turcasso le freccie mie, gittai a terra l'arco, e
mi posi in atteggiamento di chi si rende prigioniero.
Il cavaliere mi si accostò, mi tolse la spada e l’arco,
e poi disse: Monta in groppa dietro di me. — Egli aveva
riconoseiuto ch'io era appunto quel tale che presso di
lui aveva bevuto il latte. A un dato momento, mi domandò: Che opinione hai tu di me? — La migliore delle
opinioni, io risposi. — E come mai? — Per quel tanto
di noia, io dissi, che hai sofferto per me questa notte, e
intanto t'ha dato Iddio vittoria su di me. — Ed egli:
Credi tu che noi dovessimo disturbarti e vessarti mentre
questa notte sei stato commensale di Muhalhil? — Io
allora gridai: Ah! dunque tu sei Zeyd, detto quel dai
cavalli! — E il cavaliere: Sì! io sono Zeyd, detto quel
dai cavalli! (1). — E io: Sii adunque vincitor buono e
generoso! — Ed egli: Sta certo! Non te ne verrà alcun
male.
Così venne con me al luogo di sua dimora, e
allora mi disse: Se queste cammelle fossero mie, io te
ne farei un dono, ma sono d’una figliuola di mio padre
Muhalhil. Tu però sta qui con me qualche tempo, ch'io
son sul punto di partire per una scorreria. — Io stetti
là alcuni giorni, ed egli intanto, per obbligo d’alleanza
con altri, fece una scorreria nella terra dei Benî Nomeyr
procacciandosi cento cammelli. Come ne fu tornato, mi
disse: Ti piaccion più questi cammelli o le cammelle?
— Questi cammelli! io risposi. Ed egli: Eccoteli! —
Mandò con me una scorta che m’accompagnasse per il
dleserto di cisterna in cisterna, finchè giungemmo a Hîra.
(dall'arabo di Al-Isbahani).
(1) Zeyd al-Kheyl, cioò Zeyd quel dai cavalli, figlio di Muhalhil (il
vocchio decrepito del nostro racconto), fu uomo ragguardevolissimo.
l’ossedeva molti cavalli, e però aveva il soprannome notato di sopra.
lîva grande e forte della persona e d’animo generoso. Si convertì all’Islamismo nel 630 d. O.
nz<noinclude></noinclude>
hmy8etwrxwy1onqsksrda5ni8hc75cl
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/108
108
1031576
3901055
2026-09-18T12:31:05Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901055
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 92 —|}}</noinclude>
21. Spada fatale.
Il Califfo Al-Mutavakkil morì assassinato sei mesi
dopo la morte di sua madre, e ciò nell’anno 247 (ER DA
questo proposito, Al-Buhturi (2) così soleva raccontare:
Una sera stavam noi raccolti, con altri invitati e
commensali, nella sala di ricevimento di ALMutavakkil,
e si discorreva fra noi di spade, quando uno degli astanti
disse: Ho inteso dire, o Principe dei credenti, che presso
un tale degli abitanti di Bassora si trova ‘una spada
d’India che non ha pari e di cui non s'è mai veduta
l’uguale. — Al-Mutavakkil comandò si Serivesse subito
al governatore di Bassora ingiungendogli di far l'acquisto,
a qualunque prezzo, di quella Spada. Le lettere furon
spedite per la posta del Governo, ma poi venne la risposta
del governatore che diceva esser stata comperata, appunto quella tale spada, da uno della gente del Yemen,
Volle allora il Califfo che se ne mandasse nel Yemen alla
ricerca e che essa si comprasse. Le lettere, a tal fine,
furon subito mandate.
Un'altra sera, eravamo appunto presso di lui, quando,
tutto ad un tratto, entrò Obeyd Allah ibn Yahya (3), e
recava in mano la spada, facendo sapere ad esso Califfo
come fosse stata acquistata nel Yemen da chi allora ne era
il possessore, per diecimila dirhem. Il Califfo si rallegrò
molto d’averla avuta e ringraziò Iddio che gliene aveva
agevolato l’affare. La trasse dal fodero, l’ammirò e lodò,
e quando ciascuno di noi ebbe detto ciò che più gli
piaceva, la ripose sotto uno dei guanciali su cui si appoggiava. La mattina del giorno appresso, diè quest'ordine
ad AL-Fath (4): Cercami‘tu un paggio della cui forza e
del cui coraggio tu possa fidarti. Io gli consegnerò questa
(1) Dell'Egira, cioè 861 d. GC.
(2) Soprannome di Al-Valîdibn Obeyd, nativo di Siria, poeta del tempo
degli Abbàssidi. Morì nell’897 d. C. Vedi: Letteratura araba, cap. VII, G2.
(3) Allora primo ministro del Califfo,
(4) Uno dei favoriti del Califfo.<noinclude></noinclude>
fyv1wj2y50ll31f9ujhn5opr9x0pbif
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/109
108
1031577
3901056
2026-09-18T12:31:11Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901056
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 93 —|}}</noinclude>uoe
spada acciocchè egli, con essa in pugno, mi stia sempre
dl’accanto e non s’allontani mai da me ogni giorno ch'io
sederò a dare udienza. — Non aveva egli finito di parlare, che si presentò nella sala Bàghir il turco (1). Principe
dei credenti, disse allora Al-Fath, ecco qui il turco
Baghir che m'è stato descritto per forte e coraggioso.
kigli potrà servire assai bene il Principe dei credenti in
ciò ch’egli desidera. — Al-Mutavakkil lo chiamò a sè,
gli consegnò la spada, l’istruì di quanto desiderava da
lui, e cominciò dal conferirgli più alto grado nella milizia e dal raddoppiargli lo stipendio (2). Quella spada,
lo giuro a Dio! non fu più sfoderata, non uscì più dalla
guaina dal momento in cui il Califfo la consegnò al turco,
se non in quella notte stessa in cui Baghir, il turco,
colpì con essa il Califfo
Ripiglia Al-Buhturi:
La notte in cui Al-Mutavakkil fu ammazzato, io vidi
cli lui cosa che m'ha riempito di stupore, e questa fu
che, mentre noi parlavamo insieme dell’orgoglio di certi
principi e degli atti di superbia ch’essi soglion commettere, avendo già trattato a fondo tale argomento, egli se
ne mostrò tutto disgustato, alieno e repugnante. Si voltò
poi col viso verso la regione del santuario della Mecca
(3), si prosternò, si gittò della polvere sul viso in atto
umilissimo verso Iddio potente e glorioso, indi, presa
ancora di quella polvere, se ne sparse sulla barba e sul
capo, dicendo: Io sono il servitor di Dio, e chi deve
ritornare in polvere, bisogna che s’umilii e non si esalti.
— Io trassi assai cattivo presagio da queste sue parole,
nè potei approvare ciò ch’egli aveva fatto, spargendosi
di polvere il capo e la barba.
(1) Questo efferato sicario fu lo strumento cieco dell'odio di Bogha,
capitano turco già ai servigi del Califfo. Gli aveva promesso di uccidere
Al-Mutavakkil a qualunque patto.
(2) Questi Turchi, al tempo degli Abbassidi, erano simili ai Pretoviani di Roma imperiale, Il Califfo, del resto, era stato avvertito d'una
congiura tramata contro di lui; ma egli, fatalmente, si diè di per sè in
mano al suo assassino.
(8) I Musulmani, quando pregano, in qualunque punto della terra
ni trovino, si voltano verso la regione della Mecca,<noinclude></noinclude>
86r4ir3o06zzp9blfkvuwk2s1lbketa
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/110
108
1031578
3901057
2026-09-18T12:31:16Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901057
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 94 —|}}</noinclude>i
Tiîi
Sigenine
IIIAE
rmer
ESSO IgiLe:
Si sedette poi a bere, e quando il vino incominciò
a farsi sentire in lui, i cantori ch’erano presenti, eseguirono certe arie ch'egli lodò assai. Voltosi poi ad Al-Fath,
gli disse: O Fath! di tutti quelli che hanno udito quest’aria
da Mukhàriq (1), non è rimasto al mondo nessuno fuor
di me e di te! — E si mise a piangere. Altro triste presagio! diss’io fra me, augurando male da quel pianto;
quand’ecco, standosi così da noi, entrare uno de’ paggi
di Qabîha (2) con un gran drappo in mano, e, ripiegati
in quel drappo, certi magnifici abiti d’onore che la principessa mandava al Califfo. Disse allora il paggio: Ti fa
dire Qabîha, o Principe dei credenti, ch’essa ha fatto
far per te questi abiti. Le son piaciuti assai, e ora Ji
manda a te acciocchè ti piaccia vestirli. — Dentro l’involto c'era un’ampia veste di lana, di color rosso, aperta
sul davanti, della quale io non aveva veduto mai l’uguale,
e un robone quadrato di seta, rosso, con disegni e figure,
come se fosse stato di seta di Dabaq (3), tanto era fino
e sottile. Il Califfo indossò la magnifica veste e si ravvolse nel robone; e io m’aspettava ch’egli uscisse in
qualche bella parola o motto che mostrasse aver gradito
il dono; egli, invece, fe’un moto subitaneo, si strappò
di dosso il robone in cui erasi ravvolto, e lo lacerò da
un capo all’altro. Lo prese poi, lo ripiegò, e lo rese al
paggio di Qabîha ch’era venuto coi doni, dicendogli:
Dirai a Qabîha che custodisca presso di sè questo robone.
Sarà il mio lenzuolo funebre per quando sarò morto. —
Io dissi allora fra me: Noi siam di Dio e a lui dobbiam
ritornare! Il momento è venuto, per Dio! — Al-Mutavakkil, ormai, era ubbriaco fradicio. Era suo costume,
quand’era ubbriaco, di farsi rimettere a posto dai paggi
che gli stavano d’accanto, ogni qualvolta scivolava a
terra dai guanciali su cui si teneva.
(1) Celebre musico e cantore di quel tempo. Vedi il n, 13 del libro
secondo.
(2) Era, allora, la principessa favorita del Califfo, chiamata Qabîha,
cioè la brutta, per antifrasi, essendo invece bellissima. Così gli storici
orientali.
(8) Luogo d'Egitto, celebre allora per l'industria della seta.
dite
nLa<noinclude></noinclude>
86gzozv5gye7waja5epnjx20juvlr2q
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/111
108
1031579
3901058
2026-09-18T12:31:21Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901058
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 95 —|}}</noinclude>
Ripiglia Al-Buhturi:
Eravamo a questo punto, ed erano passate intorno a
tre ore della notte, quando all’improvviso entrò Baghir,
ed erano con lui altri dieci Turchi. Avevano velato il
viso, le spade in pugno, e le spade scintillavano al luccicar dei ceri. Si avventarono su di noi, ma si volsero
n particolare contro di Al-Mutavakkil. Bàghir e un altro
de’ suoi Turchi balzò fin sul divano su cui egli giaceva.
Al-Fath gridava: 0 disgraziati! È questo il vostro sovrano! — I paggi, a quella vista, e i cortigiani e gli
Invitati ch’erano presenti, si sbandarono a precipizio, nè
lImase alcuno nella sala fuorchè Al-Fath che si difendeva dai Turchi e resisteva. Ho udito io il grido di
Al-Mutavakkil quando Bàghir lo ferì con quella stessa
spada che egli stesso gli aveva consegnata. Lo ferì dal
fianco destro facendovi un ampio squarcio, e similmente
lo ferì dal sinistro. Al-Fath, mentre si difendeva dagli
assalitori, fu ferito da un d’essi nel basso ventre, e la
Spada gli uscì dalla schiena. Egli tuttavia tenevasi ostinato e fermo; non indietreggiò, non cessò dal difendersi.
To non ho mai veduto alcun altro d’animo più forte e
più generoso. Alla fine, si gettò su di AlLMutavakkil, e
ambedue spirarono insieme. Furono avviluppati ambedue
nello stesso tappeto su cui erano stati uccisi, e gettati
in un angolo della sala, dove rimasero così come erano
tutta quella notte e gran parte del giorno appresso,
finchè Al-Muntasir (1) fu eletto e confermato Califfo. Per
Suo comando, furono sepolti tutt'e due insieme. $i dice,
tra l’altro, che Qabîha ravvolgesse il cadavere di Al-Mutavakkil nel robone ch’egli stesso quella sera aveva lacerato.
(dall'arabo di Al-Masddi).
(1) O meglio Al-Mustansir, figlio dell’assassinato Al-Mutavakkil.
Rognò dall’ 861 all’ 862 d. C.<noinclude></noinclude>
n7b0e0ngsz1mag69gy3rp31en1tu26v
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/112
108
1031580
3901059
2026-09-18T12:31:26Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901059
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 96 —|}}</noinclude><noinclude></noinclude>
blxfpr32n0yixne2ipyvdovpluk601x
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/113
108
1031581
3901060
2026-09-18T12:31:32Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901060
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 97 —|}}</noinclude>STIA
*isliste/sislolorsioiolisloiSISk
sisicicisis SISI ISiosoloisksqoleioiSis]
LIPRO SECONDO
Aneddoti e avventure strane
1. L'uomo più generoso.
Raccontava Al-Heytham dicendo (1):
Tre persone, un giorno, fecero scommessa su chi
fosse, al loro tempo, l’uomo più generoso. Uno diceva:
l/uomo più generoso del nostro tempo è Qeys ibn Saad.
- Diceva l’altro: L'uomo più generoso di questo nostro
lompo è Aràba della tribù di Aus. — E il terzo: L'uomo
più generoso di questo nostro tempo è Abdallàh ibn
(tiafar (2). — Disputarono lungamente su questo punto e
soguitaron tanto che quelli ch’erano presenti, dissero:
Vada ciascuno di voi dal suo uomo, e gli domandi
qualche cosa acciocchè noi vediamo ciò che gli darà, e
così possiam poi giudicare di veduta.
Si levò allora il fautore di Abdallàh ibn Giafar.
Andò, e trovatolo che s’apparecchiava ad un viaggio su
l'una cammella, gli disse: O cugino dell’ Apostolo di Dio
(che Iddio lo benedica e gli dia pace!), io sono un povoro viandante ch'è impedito dal proseguir la via e ha
(1) ALHeytham ibn Adi, storico musulmano, morto nell’ 824 d. C.
(2) Tre ragguardevoli personaggi d’Arabia del VII secolo d. C.
Italo Pizzi - Fiori d'Oriente<noinclude></noinclude>
tr8uf5rpg00gfqg0l5g73cl1n8x66tw
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/114
108
1031582
3901061
2026-09-18T12:31:37Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901061
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 98 —|}}</noinclude>ÈÈî
bisogno del tuo soccorso e però ti domanda aiuto! —
Abdallàh era già montato in groppa alla cammella. Sollevò il piede e la garaba e disse: Prendi ciò che trovi
qui sotto. — L'altro tolse dalla sella quanto c’era, ed
erano duemila dîndr e drappi di seta preziosi e ricamati.
Andò anche il fautore di Qeys e trovò che stava a
dormire. Picchiò alla porta, e venne fuori una schiava
che gli disse: Che vuoi tu? Qeys si sta a dormire. —
Sono un povero viandante, rispose, impedito dal proseguire! Però son venuto dal tuo padrone perchè m’aiuti
in questo mio viaggio. — Sarà meglio, rispose la schiava,
ch'io stessa soddisfi al bisogno tuo e non desti il mio
padrone. — Trasse fuori una borsa in cui erano trecento
dînàr, e soggiunse: Discendi ora al prato dei cammelli e
scegliti ta cavalcatura che più vuoi. Monta in sella e
vattene. — Andò l’uomo e portò con sè i denari e una
cammella. Quando Qeys si destò, la schiava l’informò di
tutto, ed egli, per la gioia che n’ebbe, la restituì in
libertà.
Andò finalmente il fautore di Aràba e trovò che,
essendo cieco, usciva di casa per andare alla moschea e
camminava fra due schiavi. O Aràba, gli disse, io sono
un povero viandante che domanda il tuo aiuto. — Oh
sventura!gridò Aràba. Gl’impegni d’obbligo non hanno
lasciato in casa di Aràba una moneta sola! Ma tu, caro
mio, pigliati questi due schiavi. — Io non son tale da
reciderti le ali, disse l’altro. E Aràba: Per Diò! Tu devi
fare a modo mio! Se tu non li prendi, io li fo liberi in
questo momento! — E ritirò le mani dagli schiavi ai
quali s'appoggiava, e tornò a casa. Ed ecco che là egli
dava del capo in questa parete, e andava a sbattere in
quest'altra, sì che poi gliene rimasero i segni sul viso.
Gli altri, intanto, s'erano radunati. Giudicarono che
Aràba era stato il più generoso.
(dall’arabo d’Ibn al-Anbari).<noinclude></noinclude>
bjgwu6hdafa2gx3zyc62bgb9pgrig21
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/115
108
1031583
3901062
2026-09-18T12:31:42Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901062
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 99 —|}}</noinclude>oo
2. Un matto che fa da maestro ad un re.
Tra le tante storie piacevoli trovasi anche questa:
Un re ebbe voglia, un giorno, d’andare a passeggiare
fra i matti. Come entrò da loro nell’ospedale, s’incontrò
in un garzone di bell'aspetto, di leggiadra persona, dai
tratti manifesti dell’urbanità, dai segni evidenti della
sagacità e della piacevolezza. Gli si accostò e gli rivolse
alcune domande, alle quali tutte egli trovò la risposta
più acconcia. Il re ne ebbe gran meraviglia, quando il
matto, ad un certo punto, gli disse: Tu m° hai fatto alcune domande, e io t'ho risposto. Io, invece, intendo di
fartene una sola. — Disse il re: E quale? — E l’altro:
Quand’è che sente il piacere del sonno uno che dorme?
Il re stette un momento a pensare, e poi rispose:
Sente il piacere del sonno nel tempo del sonno. — E il
matto: In tempo di sonno, non e’è percezione. — Il re
soggiunse: Prima d’entrar nel sonno. — E il matto:
Come può esistere il piacer del sonno prima che il sonno
esista? — Disse il re: Dopo il sonno. — Può. trovarsi
piacere nel sonno, ribattè il matto, quando il sonno non
è più?
Il re rimase confuso, e tanto più si meravigliò di
lui. Per la mia vita, esclamò, tutto ciò non si sente nemmeno da molte persone in pieno senno! Desidero che
costui stia oggi alla mia tavola. — E comandò che fosse
portato un desco là davanti alla celletta del povero matto.
Ordinò che si portasse del vino, e quando fu portato,
prese il bicchiere e bevve, indi lo porse al matto, il quale
disse: Tu hai bevuto, o re, di cotesto vino per diventar
simile a me, e io ne beverò per diventar simile a chi? —
Il re comprese l’avvertimento datogli con quelle parole.
(tittò via il bicchiere e si pentiì.
(dall’arabo di Al-TMdi).
eSRDFtA9<noinclude></noinclude>
7pogd290rkoyxu2w7c2gfgp184rsx5m
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/116
108
1031584
3901063
2026-09-18T12:31:47Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901063
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 100 —|}}</noinclude>fmi.
3. Avventura di Giafar alla corte di Suleyman.
Si racconta che, un giorno, Suleymàn (1) tenne corte
bandita a cui erano presenti i dignitari del regno e i cortigiani. Ad un certo momento, gli sfuggì questa parola:
La potenza mia se non è da più di quella di Salomone (2)
figlio di Davide (pace ad ambedue!), non ne è però da
méno, anche se non mi sono soggetti nè i demonî, nè le
fiere, nè le Perì (8), ch’egli aveva al suo comando.
Quanto invece a tesori, a magnificenza, a provincie, a
potenza, che oggi ho io, non si trova in tutto quanto il
mondo chi abbia tanto.
Uno dei dignitari che era presente, osservò: La più
bella cosa che si convenga ad un regno e sia mai stata
più propria per un principe, nostro signore non l’ha. —
Che è.mai ‘cotesta cosa? domandò Suleymaàn. E l’altro:
Un Visir che sia degno di te, tu non l’hai. — Come
mai? — E il cortigiano: Tu sei re e figliuolo di re, e ti
si conviene un Visir intelligente, che sia figliuolo di un
Visir, e di cui dieci antenati siano stati Visir. — E si
trova forse al mondo, domandò Suleymaàn, un Visir che
possegga tutte coteste qualità che tu hai enumerate? —
Rispose: Si trova. — Dove? — A Balkh. — E chi è? —
È Giafar ibn Barmek (4), i cui antenati, fin dal tempo
di Ardeshîr (5), furono ministri. Nav-Behàr, che è un
(1) Califfo Ommiade che regnò dal 715 al 717 d. C.
(2) Che i Musulmani chiamano Suleymàn. Da ciò la velleità del
nostro Califfo di equipararsi al gran Re d’Israele.
(8) Esseri femminili (secondo i Persiani), alati, e di sovrumana bellezza. Queste fantasticherie musulmane intorno alla potenza di Salomone sono di origine talmudica e rabbinica e anche persiana. Vedi anche
il n. 12 di questo secondo libro.
(4) Non Giafar veramente, ma Khalid suo nonno, della casa dei
Barmekidi, venne alla corte dei Califfi. Il racconto pecca di anacronismo, perchè i Barmekidi furono ministri degli Abbassidi, non degli
Ommiadi. Vedi alcuni fra i racconti antecedenti e il Registro dei nomi
in fine del volume.
(5) Re di Persia, primo dei Sassanidi, che regnò dal 226 al 241 d. C.<noinclude></noinclude>
em8bl7k2pdl1y1htwcsdh4s1y7r6k82
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/117
108
1031585
3901064
2026-09-18T12:31:52Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901064
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 101 —|}}</noinclude>
antico tempio del Fuoco in Balkh, era un pio feudo affidato alla loro cura.
Suleymàn, come ebbe inteso tutto ciò, s’indusse a far
venire da Balkh, per dargli il Visirato, esso Giafar; ma
pensò prima s’egli mai fosse Guebro (1). Come gli fu
detto che s’era fatto musulmano, ne fu tutto contento, e
comandò che si scrivesse una lettera al governatore di
Balkh perchè mandasse Giafar a Damasco, e perchè, se
fosse stato necessario spendere del tesoro regio anche
centomila dîndar, li spendesse, ma spedisse esso Giafar
alla capitale nella maniera più degna e propria. Quando
il governatore ebbe letto l’ordine del Califfo, mandò
Giafar a Damasco, e a Giafar, ad ogni città che toccava,
movevano incontro con gran pompa le persone più ragguardevoli, premurose di ospitarlo; e ciò, fin ch'egli
giunse a Damasco.
Suleymàn comandò che andassero ad incontrarlo i
dignitari tutti di corte, coi soldati, per menarlo in città
coi maggiori segni d’onore, con tutta la magnificenza, €
per allogarlo in luogo degno. Trascorsi tre giorni, Giafar
fu introdotto nella presenza di Suleymàn, il quale, al
primo vederlo, ne rimase soddisfatto. Ma poi, quando gli
fu menato vicino nella sala d’udienza e i ciamberlani
gliel ebbero appostato in faccia, non appena si fu seduto,
che Suleymàn gli lanciò uno sguardo iracondo, si conturbò in volto e gridò: Lèvati dalla mia presenza! —
Subitamente i ciamberlani, toltolo via di la, lo allontanarono, e nessuno si sapeva qual fosse la cagione di tanto.
Suleymàn, intanto, si stette a bere fino all’alba dell’altro dì, ed erano con lui i grandi dignitari, ed erano
la presenti i cortigiani tutti, e bevevano, sì che i bicchieri andarono attorno più volte finch’egli ritornò allegro
e contento. Quando gli astanti ebber notato ch'egli aveva
ripigliato omai il suo buon umore, uno fra gli altri gli
disse: Nostro signore aveva fatto venire a sè con grande
magnificenza e con gran segni d'onore Giafar, certamente
(1) Cioè dell’antica religione di Persia, che era il Zoroastrismo.<noinclude></noinclude>
mqntojfw92c8gh8xs8z58cizu6qv0j4
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/118
108
1031586
3901065
2026-09-18T12:31:58Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901065
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 102 —|}}</noinclude>ve
SI pi
per un affare d’importanza grande. Ma, appena s’era egli
seduto nel suo cospetto, che il Principe dei credenti ha
cacciato un grido. Quale n’è mai stata la cagione? I
dignitari ch’erano presenti, ne sono stati meravigliati.
Se non fosse stato, rispose SuleymAn, ch'egli era venuto tanto di lontano e ch'egli è di stirpe nobile, avrei
ordinato che gli fosse troncato il capo, perchè recava con
sè un veleno mortale. La prima volta ch'egli m’è venuto
dinanzi, m'ha portato in dono un veleno! — Uno allora
dei più alti dignitari gli disse: Mi dài tu licenza ch'io
vada da lui e l’interroghi intorno a questa faccenda
perch’io senta se ciò che vorrà dire, sarà vero o falso? —
Va! gli disse il Califfo. Il cortigiano si levò all’istante,
venne là da Giafar e gli domandò: Oggi, quando sei
venuto nella presenza di SuleymAn, avevi tu veleno
con te?
Certamente! rispose, e l’ho con me ancora. Eeco! io
l’ho in serbo, ereditato da mio padre, sotto la gemma di
quest’anello, nè io ho fatto mai aleun male, con quest'anello, nemmeno ad una minima formica, molto meno
poi ho acconsentito a far morire, con esso, un mio simile. Piuttosto, io l’ho sempre tenuto per prudenza e
precauzione mia, perchè gli antenati miei, a cagione di
lor ricchezze e possessi, hanno avuto sovente molto da
soffrire e patito anche molte angherie. Ora, quando Suleymàn mi fece chiamare, io non sapeva veramente per
qual cagione l’avesse fatto. Pensai ch'egli volesse domandarmi il registro dei miei averi (1), ovvero impormi obblighi tali ch'io non potessi soddisfare, o procacciarmi
tale afflizione che io non potessi sostenere. In tal Caso,
avrei tolto l’anello e ne avrei succhiato il veleno per
sfuggire al dolore e al vituperio.
L'ufficiale, come ebbe udito tutto ciò, si levò al
l'istante e ritornò presso di Suleymn al quale raccontò
ogni cosa. SuleymAn si meravigliò della prudenza, della
(1) Allusione alle irequenti e arbitrarie spogliazioni che si facevano
dai Califfi e dai loro luogotenenti e capitani,<noinclude></noinclude>
mt06ssebts6d25d1zq5a8spdhm5znqq
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/119
108
1031587
3901066
2026-09-18T12:32:03Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901066
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 103 —|}}</noinclude>OT
vigilanza, della preveggenza di Giafar, concepì dell’affetto per lui, volle scusarsi seco e ordinò che fosse menata per lui la sua cavalcatura particolare, ed egli fosse
ricondotto in corte con tutti gli onori, la pompa è la magnificenza. Quando Giafar fu giunto nel cospetto di Suleymàn,
gli fece atto di obbedienza, e Suleymàn l’accolse con
gran segni di onore, gli strinse fortemente la mano,
l’interrogò intorno ai disagi e alle fatiche del viaggio,
gli rivolse assai buone parole e sel fece sedere accanto.
Gli fece indossare la veste magnifica di Visir, gli pose
dinanzi il calamaio, e Giafar tracciò, sotto gli occhi stessi
di lui, alcune sue cifre calligrafiche (1); nè Suleymàn fu
veduto mai in tanta allegrezza come in quel giorno. Anzi,
toltosi dalla sala d’udienza, si diede a bere, e d’un subito fu apprestata la sala della festa con tant’oro e gemme
e tappeti intessuti d’oro, che nessuno aveva mai veduto
cosa uguale.
Così stavansi a bere nella sala, quando, nel mezzo
della festa, Giafar fe’ questa domanda a Suleymàn: Come
mai, tra mille e mille persone, nostro signore ha potuto
conoscere che il suo servitore aveva del veleno con sè?
— To tengo presso di me un oggetto, rispose Suleymàmn,
che m’è più caro d’ogni altro tesoro 0 possesso, nè io
me ne separo mai. Ciò sono dieci pietre preziose simili
alle conchiglie che ci vengono dal, Yemen, ma non sono
tali. Mi son venute dal tesoro dei sovrani miei predecessori, e ora si stanno sempre al braccio mio; e loro proprietà si è questa che, dovunque sia del veleno indosso
a qualcuno, o qualunque volta se ne versi in bevande 0
in vivande, tosto che l’odor del veleno le tocca, all’istante
si scuotono, si urtano l’una con l’altra, si pongono in
moto. Allora io m’accorgo che e'è veleno. E però, nel
momento appunto che tu sei entrato da me, tutte le pietre
si sono scosse. Quanto più t'avvicinavi, tanto più si
scotevano. Quando poi ti sei seduto, 8’urtarono in(1) Il possedere bella calligrafia soleva condurre, in Oriente, non
di rado ai più alti onori.<noinclude></noinclude>
pphqu0fkm6bqa2m6j3t5yu06pfrutm0
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/120
108
1031588
3901067
2026-09-18T12:32:08Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901067
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 104 —|}}</noinclude>
sieme, sì che a me non rimase alcun dubbio che tu avessi
del veleno con te. Che se mai altri si fosse trovato al tuo
posto, non gli avrei fatto grazia della vita. Quando invece
ti sei levato e sei uscito, le pietre mie si son quietate.
Se ne levò allora due dal braccio e le mostrò a Giafar
dicendo: Hai tu veduto al mondo meraviglia maggiore di
questa?
Giafar e i grandi stavano a guardare tutti stupiti.
Ma poi Giafar disse: Al mondo, io ho ammirato due
meraviglie delle quali non ho mai veduto altra simile, nè
ho udito parlarne mai. E una è questa stessa che io ora
vedo presso nostro signore, e l’altra è quella che ho veduta presso il principe del Taberistàn (1). — Suleyman
gridò:Dimmi, dimmi!
E Giafar: Quando giunse al governatore di Balkh
l’ordine di nostro signore perchè mandasse a Damasco il
tuo servo, io feci i preparativi del viaggio, e obbedendo
al comando ricevuto, partii volgendomi da NishApùr (2)
verso il Taberistàn. Quel principe mi venne incontro, mi
menò a casa sua nella città di Amol, mi fece tutte le
spese. Tutti i giorni sedevamo insieme a tavola piacevolmente conversando. Un giorno, in mezzo all’allegria del
vino, il principe mi disse: Hai tu fatto mai una passeggiata în mare? — Io no, dissi. — Allora, ripigliò, tu
verrai con me. — Come tu comandi, io risposi; ed egli
ordinò che i barcaiuoli apprestassero i navicelli e si
tenessero pronti. Al dì seguente, mi accompagnò alla riva
del mare. Montammo su di un navicello, e intanto i musici suonavano e cantavano, i barcaiuoli remigavano, i
coppieri distribuivano ciotole di vino.
Tanto stavam seduti l’uno accanto dell’altro che nessuno avrebbe potuto porsi fra noi. Il principe recava al
dito un anello la cui gemma era un rubino rosso, di
estrema bellezza e chiarezza, di tal splendore, che io non
ne aveva mai veduto un più bello. Io vi teneva fissi gli
(1) Regione aspra e montuosa intorno al Mar Caspio.
(2) Città dell’Iran orientale, celebre nel Medio Evo per la sua Università, anteriore di non poco a quella di Bologna.<noinclude></noinclude>
7j1aou9m8ue5ou0wu35bj0usy6y61qr
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/121
108
1031589
3901068
2026-09-18T12:32:14Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901068
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 105 —|}}</noinclude>
occhi, finchè egli, notato ch’esso mi piaceva, sel tolse dal
dito e lo depose dinanzi a me. Io m’inchinai, baciai
l’anello e lo deposi dinanzi a lui. Ma egli: Un anello,
disse, che m'è uscito dal dito per farne un dono, non
mi ritorna più al dito. — Io allora osservai: Quest’anello
si conviene alla mano d’un principe, e però io lo depongo
dinanzi al principe. — Ma egli me lo pose dinanzi di bel
nuovo, ond’io, appunto perchè l’anello era bello e di gran
valore, dissi: Il principe, in un momento d’allegria, or
che ha bevuto del vino, mi fa un dono dell’anello. Non
sia mai che domani, quando sarà ritornato in Sè, se ne
penta e ne resti afflitto! Perciò appunto io gliel ho
reso. — Il principe tolse l’anello e lo gettò in mare.
Oimè! diss’io. Se avessi saputo che il principe non si
sarebbe rimesso al dito l’anello, ma l’avrebbe gettato in
mare, certamente l'avrei accettato, poichè io non ho veduto mai simile rubino!
Eppure, rispose, più volte io te l'ho posto dinanzi!
Vedendo che tu l’ammiravi tanto, mel son tolto dal dito
per offrirlo a te. Anche s’era bello agli occhi miei, ove
non fosse parso più bello a’ tuoi che a’ miei, non te l’avrei
offerto, e fu colpa tua il non averlo accettato. Ora che l’ho
gettato in mare, ne sei rimasto mortificato. Io però farò
in modo che tel farò riavere.
Si volse allora ad un paggetto. Va tu, gli disse,
monta in quest'altra barca, e quando sarai giunto a riva,
salta in groppa ad un cavallo e corri a palazzo. Dirai al
tesoriere che mi cerchi di quel cofanetto d’argento ch'egli
Sa. Tu prendilo e recalo qui in tutta fretta. — HB al barcaiuolo: Tu intanto metti giù l’ancora, e ferma la barca
finchè ti dirò che s'ha da fare.
Noi ci demmo al bere finchè il paggetto ritornò recando il cofanetto ch'egli depose dinanzi al principe, il
quale tolse certa borsa, l’aprì e ne trasse una chiavettina
d’argento. Schiuse con quella il cofanetto, vi cacciò la
Mano e ne trasse un pesce d’oro ch'egli gettò nel mare.
Il pesce calò nell’acqua, giunse al fondo, e dopo alcuni
istanti ritornò a galla recando in bocca l’anello. Il prin-<noinclude></noinclude>
h4qoeg0wn77k9blqxa8rhxj090s904p
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/122
108
1031590
3901069
2026-09-18T12:32:19Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901069
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 106 —|}}</noinclude>;)
cipe gliel tolse di bocca e lo depose dinanzi a me. To feci
un inchino e mi posi l’anello in dito. Il principe, intanto,
rinchiuse il pesce nel cofanetto, e ne depose la chiave
nella borsa. Noi eravamo tutti stupiti!
Dopo ciò, Giafar si trasse dal dito l’anello e lo depose dinanzi a Suleymàn, dicendo: Eccolo! — Suleymàn
lo prese, l’osservò attentamente, poi lo rese dicendo: Il
ricordo di tanta generosità non deve andar perduto! (1).
(dal persiano di Nizàm al-Mulk).
4. Severa lezione data a due prepotenti.
Hilàl era cavaliere assai valente, di gran forza e
valore, gran mangiatore, gran guerriero fra quelli del
tempo suo. Soleva aggirarsi con una sua mandra di cammelli per il deserto, mangiare di ciò ch'egli trovava presso
la sua famiglia, ritornarsi poi presso la mandra, nè si
provvedeva di cibo o di bevanda finchè non fosse venuto
il giorno di ritornare presso i suoi, nè, in tutto questo
intervallo, mangiava o beveva. Era, inoltre, impetuoso
assai di natura, tale che non potrebbe descriversi.
Un giorno, stava egli presso certa sua mandra verso
l’ora del mezzogiorno quando il sole ardeva fortemente
e l’aria era infuocata. Aveva piantato in terra il suo bastone, e sul bastone aveva gettato il suo mantello, e cacciato la testa sotto il mantello per difendersi dal sole.
Mentre egli così si stava, ecco passar di là due compagnoni, uno dei Benî Nahshal, l’altro dei Benî Foqeym,
ch’erano i più gagliardi della tribù di Temîm in quel
tempo. Venivano dal Bahreyn (2) e menavano con sè
corbe di datteri di Hagiar.
(1) Credo che tutto questo racconto sia vero, purchè intendasi che
le pietre troppo sensitive del Califfo sono una pronta invenzione di lui
per coonestare un sospetto poco generoso, e che il pesce meraviglioso di
Giafar è un’altra invenzione, argutamente contrapposta a quella del
Califfo.
(2) Regione dell'Arabia meridionale.<noinclude></noinclude>
5sd4h4catgcbwyviitedgj875niq0ov
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/123
108
1031591
3901070
2026-09-18T12:32:24Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901070
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 107 —|}}</noinclude>so=
Hildl era di assai cattivo umore. Quando i due furon
la dai cammelli di lui, e non poterono ravvisarlo dal volto
eh’era coperto, e non s’accorsero che i cammelli erano
suoi, si misero a gridare: Ohè pastore, hai tu di che darci
da bere? — L’avevan preso per uno schiavo di qualcuno
di quei dintorni; ma egli, pur tenendo il capo nascosto
sotto il mantello, rispose: Andate da quella cammella che
vedete la da quel posto. Fatela metter giù, ch'essa ha sulla
schiena due otri di latte, e bevetene quanto ve ne viene.
Oibò ragazzo!un d’essi gli rispose. Va tu e portaci
di quel latte. — Se n’avete veramente bisogno, rispose,
oh! v'andrete voi e trarrete giù gli otri e berrete! —
Tu sei ben impertinente a parole! gli gridò l’altro. Lèvati
su e dacci da bere. — Così gli si avvicinò, nè egli si
mosse di dove era, ma disse: Vedo, per Dio! che voi
volete averne onta e beffe! — Queste parole furon udite,
» allora uno di essi gli si accostò per piechiarlo sulla
schiena con una sua sferza, ed egli giaceva boccone. Ma
Hilal l’afferrò per la mano, lo tirò a sè, se lo cacciò sotto
il ginocchio e lo tenne serrato contro terra. Jl meschino
chiamava ad alta voce il compagno: A te! aiutami, chè
costui m’ammazza! — Accorse il compagno, ma Hilal
l’abbrancò, anche lui, e lo tirò a sè e sel cacciò sotto
l’altro ginocchio. Afferrò poi l’uno e l’altro per la muce
e prese ad urtarli l’un l’altro per la testa, nè potevano
essi difendersi. Uno di essi andava gridando: Fossi tu
HilAl, e noi non faremmo caso di quel che ci hai fatto!
— Per Dio! rispose, io sono appunto Hilal, e voi non ve
n’andrete liberi da me se prima non mi farete promessa
con giuramento, a cui non mancherete, di andar sùbito
allo stallo pubblico dei cammelli quando sarete giunti
a Bassora, e di raccontare, gridando alto quanto più potrete, quello che è accaduto fra me e voi due.
Gli promisero quelli e gli donarono, inoltre, una corba
di datteri di quei che recavan seco. Quando poi furono
entrati in Bassora, si recarono allo stallo pubblico e
vi raccontarono ad alta voce quanto era avvenuto.tra
Hilàl e loro.
(dall’arabo di Al-Isbahani).<noinclude></noinclude>
s20cr67ervm6n32j6qx1l24eszg1cm3
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/124
108
1031592
3901071
2026-09-18T12:32:29Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901071
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 108 —|}}</noinclude>5. Gara di generosità.
Raccontava Al-Asmai (1):
To aveva già conoscenza con un uom generoso e liberale alla cui abitazione io mi recava sovente per averne
benefizi e favori (2). Un giorno, mi fermai là dalla sua
porta, e vidi ch'egli vi avea posto a guardia un portinaio.
Costui mi fe’ cenno di non entrare, indi soggiunse: O AlAsmai, la cagione di questo divieto all’entrare si è che
il padrone trovasi in angustie e non ha più nulla.
To scrissi su d’una carta i seguenti versi in arabo e
li consegnai al portinaio perchè li presentasse al suo
padrone:
Se un custode ha sulla porta
Uom ch'è detto generoso,
Qual tra lui,v’ha differenza
E l’avaro più esoso?
Dopo qualche tempo, il portinaio ritornò riportandomi quella carta sul cui rovescio era scritto in arabo:
Quando un uom ch’è generoso,
Vive a corto di quattrini,
D'un custode si fa schermo
Da importuni e da meschini.
E con quella carta era anche una borsa, e, dentro,
cinquecento dèndr. Io allora dissi fra me: Non m'è capitata mai faccenda più strana di questa! Ne farò un regalo
alla conversazione di Al-Mamtiin. — Corsi dal Califfo, ed
egli, quando mi vide, mi domandò: Donde vieni, AlAsmai?
Dall’uomo più generoso, io risposi, di tutte lè tribù
arabe! — E chi è costui?— Un tale, io risposi, che m’ha
(1) Celebre filologo e grammatico di Bassora, morto nell’ 887 d. C.
(2) Questi filologi musulmani, come gli Umanisti nostri, andavano
qua e là sollecitando dai ricchi e dai potenti doni e favori, anche con
petulanza e impertinenza.<noinclude></noinclude>
j28b89we8deluottraf2vuudow3y4er
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/125
108
1031593
3901072
2026-09-18T12:32:34Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901072
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 109 —|}}</noinclude>
ammaestrato e regalato! — Così dicendo posi dinanzi ad
Al-Mamàn, sul pavimento, e la carta e la borsa. Quand’egli ebbe veduto la borsa, si mutò di colore in viso e
gridò: Questa borsa reca l’impronta del suggello del mio
tesoro! Farò ben io ricerca del tuo uomo! — O Principe
dei credenti, diss’io allora, io, per Dio! mi dorrei molto
che tu, per mezzo di qualcuno de’ tuoi, facessi paura a
quel valentuomo!
Al-Mamàn si volse ad uno dei suoi famigliari e gli
disse: Va tu con Al-Asmai. Quando sarai da quel tale,
gli dirai che il Principe dei credenti domanda di lui, e
farai in modo che non si conturbi o spaventi. — Quando
quel tale gli fu dinanzi, Al-Mamàn gli disse: Non sei tu
forse quello stesso che ieri è venuto da me? E non m'hai
fatto conoscere l’angustia tua e il bisogno? Noi allora
t'abbiam consegnato questa borsa acciocchè tu ne spendessi per il viver tuo, e tu, invece, l’hai data via per
alcuni versi che Al-Asmai ti ha mandati? — Per Dio!
rispose l’altro, quando ieri feci conoscere l’angustia mia
e il bisogno, non mentii. Non volli tuttavia rimandare a
mani vuote quel tale, qualunque si fosse, che avesse desiderato d’aver la borsa, acciocchè il Principe dei ceredenti, alla sua volta, non avesse poi a rimandare anche
me a mani vuote.
Al Mamîn gli fece dare altri mille diîndr, perchè io,
allora: O Principe dei credenti, gli dissi, fa ora tu in
modo ch'io sia compagno e sozio di costui in questo tuo
donativo. — Mi fece dare, come a compimento, mille
dînàr, e poi fe’iserivere quel tale fra isuoi commensali.
Se a corto di quattrin resta la mano
D’uom generoso, ch’ei la porta chiude
Sol perchè nulla tiene, intender puoi;
Chè l’entrata sbarrar proprio costume
È sol di tal che i nodi serra e stringe
Al cofanetto dei denari suoi.
(dal persiano di Giami).<noinclude></noinclude>
1b9t934hl9wedaugi7h6nqpm3xwh8rt
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/126
108
1031594
3901073
2026-09-18T12:32:40Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901073
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 110 —|}}</noinclude>(2 DE
6. Sagacità di astronomo.
Il sultano Mahmiîd di Ghazna stavasi un giorno nella
sala detta del velo. Fece venire a sè il dotto Abù
ReyhAn (1) e gli disse:Piglia tu ora la posizion delle stelle
di questo momento e indovinami per qual porta uscirò da
questa sala del velo che ha aperture a Levante e a Ponente, a Settentrione e a Mezzogiorno. Se la faccenda
andrà diversamente da quel che tu dirai, ti manderò a
morte.
Il dotto rimase spaventato. Temeva del corruecio del
principe, e poichè non trovava modo di sottrarsi a quel
comando, prese l’astrolabio, determinò l’elevazione degli
astri sull’orizzonte, osservò e fece suoi computi con la
cura più attenta e diligente. Fatto ciò, scrisse su d’un
pezzetto di carta alcune parole, ripiegò la carta e la cacciò
sotto un guanciale della sedia di Mahmùd. Il quale, fatti
domandare all’istante certi muratori con loro scalpelli,
ordinò di aprirgli un passo in quella delle pareti che
guardava tra Settentrione e Levante, e uscì rapidamente
di là per la nuova apertura.
Fe cercare allora la carta dell’astronomo. L’aperse,
la lesse, ed ecco che v'era scritto: « Il Sultano non uscirà
da nessuna porta, sì bene sfonderà una parete e uscirà
dalla fessura tra Levante e Settentrione. »
Mahmùd si meravigliò, pose maggiore affetto al gran
savio; anzi, in quella sala stessa, comandò gli si dessero
centomila dirhem e un cavallo scelto, poi lo vestì da capo
a piedi d’una veste d’onore, e gli assegnò assai più alto
grado in corte.
(dal persiano di Al Safi).
(1) Celebre astronomo e cosmografo, più noto col soprannome di
Al-Bîrùmni, autore, tra l’altro, d'una pregiata opera cronologica. Acecompagnò Mahmîùd nella conquista dell'India, Morì nel 1048 d. G.<noinclude></noinclude>
6kfscq6nyd4t5vkvr93det4dsb82iou
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/127
108
1031595
3901074
2026-09-18T12:32:45Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901074
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 111 —|}}</noinclude>ce
7. L'anello rinvenuto.
Al-Mahdi (1) aveva fatto acquisto, un giorno, di una
pietra preziosa per centosettantamila dirhem, e questa
pietra, per la sua grossezza, era detta la Montagna, ed
egli se n’era fatto un anello a modo di sigillo. Vide un
giorno che suo figlio Haàràn di tanto in tanto guardava
l’anello; però volle fargliene un dono. Quando Al-Mahdi
morì, gli succedette l’altro suo figliuolo AI-Hadi, al quale,
a un dato giorno, fu detto: Tuo padre aveva un anello
così e così. Lo donò a tuo fratello Haràn, ma ora in
nessun luogo può star bene se non presso di te, chè ora
tu sei il Califfo, ed egli è soltanto un semplice Emiro.
ALHadi mandò a farne domanda a suo fratello, e il
messaggiero era Yahya ibn Khalid (2). Hàrùn si ricusò
di consegnarlo. Al-Hadi insistette perchè gli fosse tolto,
e Yahya, ritornato da lui per ridomandarglielo, gli fece
anche sapere che suo fratello erasi adirato con lui per
tal cagione. Hàrtn allora prese l’anello e montò a cavallo
con Yahya incamminandosi verso il palazzo di suo fratello Al-Hadi; ma, quando si trovò a metà del ponte (3),
Si tolse di dito l’anello e disse: 0 babbo di AL-Fadhl (4),
osserva quest’anello. Lo riconosci tu? — Certamente!
rispose. È quello appunto che ora si vuole e si domanda!
Haràn lo scagliò nel Tigri e ritornò a dietro ‘dopo
aver detto al messaggiero: Riferirai a quel là ciò che hai
veduto.
Yahya ritornò e riferì tutto cotesto ad AI-HAdi che
ne rimase molto sdegnato. Comandò che venissero palombari e pescatori, i quali si calarono nel fiume, procacciatono con gran diligenza di ritrovar l'anello, ma non vi
(1) Califfo Abbasside che regnò dal 775 al 785 d. C.
(2) Allora gran Visir, della celebre famiglia dei Barmekidi, come
più sappiamo,
(3) Il ponte sul Tigri a Bagdad.
(1) Cioé Yahya stesso, così chiamato dal nome di suo figlio<noinclude></noinclude>
gsj25w7xapqmaek8bk2s4xhjvu4js53
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/128
108
1031596
3901075
2026-09-18T12:32:50Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901075
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 112 —|}}</noinclude>Ta
DAEL
riuscirono. Al-Haàdi intanto tenne il Califfato quattro anni
e alcuni mesi (1), e poi morì, designato per suo successore il fratello Hàrùn che appunto ebbe l'impero dopo
di lui.
Harùn poi, ad un certo giorno, passò sul ponte, e gli
veniva al fianco Yahya. 0 babbo di AI-Fadhl, gli disse,
rammenti tu quel giorno in cui io, in questo punto stesso,
ho gittato via quell’anello? — Certamente, o Principe dei
credenti! — E Haàrùn: Per Dio! nemmen io me ne sono
dimenticato. Io l’ho gettato via appunto così! — E si
tolse dal dito un anello d’argento, del prezzo di quattro
dînar, e lo scagliò nel fiume, egli stesso, nello stesso
punto dell’altro, indi, voltosi ad uno de’ paggi: Scendi,
gli disse, nell’acqua. Forse potrai riaverlo; — e intendeva l'anello d’argento che allora allora aveva gettato.
Il giovane discese, balzò nell’acqua al punto segnato, e
ne risalì recando in mano e questo e l’altro anello. E fu
caso veramente meraviglioso!
(dall'arabo di Ibn al-Anbari).
8. Generosità d’un governatore destituito.
Si racconta che uno dei Califfi Abbàssidi (che Iddio
sia contento di loro!) si corrucciò, una volta, con gli
abitanti d’Rgitto e giurò di mandar loro per governatore
il più spregiato dei suoi servitori, il più umile di condizione fra tutti, e ciò per umiliarli e punirli. Un tale, di
nome Khasîb, era il più abietto di tutti i suoi servi, da
che aveva l’ufficio di scaldargli l’acqua per il bagno; e
però egli lo rivestì d’una veste d’onore e gli diè la prefettura d’Egitto pensandosi che avrebbe tenuto condotta
pessima e tribolato e vessato gli abitanti come è costume
di chi, non avvezzo al potere, sale d’un tratto a qualche
(1) Non è esatto. Al-Hadi regnò due anni soltanto, dal 785 al 786 d. 0.<noinclude></noinclude>
gkdzpgi9toekixml34fl0haasyewv3g
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/129
108
1031597
3901076
2026-09-18T12:32:55Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901076
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 113 —|}}</noinclude>
dignità. Quando Khasîh si fu insediato in Egitto, si comportò verso la popolazione nel modo più lodevole e
acquistò bella rinomanza per le sue opere generose e i
benefizî. Gli stessi congiunti dei Califfi e altri di ugual
condizione si recavano a visitarlo, ed egli faceva loro di
gran doni, sì che essi ritornavano a Bagdad pieni di riconoscenza per i favori ch'egli aveva loro fatti. Avvenne
che, un giorno, il Califfo domandò d’un tale della sua
famiglia che era assente da qualche tempo. Quando fu
tornato, il Califfo l’interrogò intorno a quella assenza sua,
e quegli l’informò come fosse andato a far visita a Khasîb,
e aggiunse che Khasîb gli aveva fatto anche un magnifico regalo.
Il Califfo andò su tutte le furie. Ordinò di accecare
Khasîb con un ago arroventato, di toglierlo via d’Egitto
e di menarlo a Bagdad perchè vi fosse abbandonato a
mendicare sulle piazze pubbliche. Quando giunse in Egitto
l’ordine di catturarlo, gli fu impedito di rientrare anche
per un poco in casa sua. Aveva al dito un rubino di gran
prezzo, e potè tenerlo e nascondere presso di sè, e lo cucì
la notte nel lembo delle sue vesti. Fu poi fatto accecare,
Inenato a Bagdad e la gettato sulle pubbliche piazze.
Un giorno, gli passò daccanto un poeta il quale gli disse:
O Khasîb, io voleva partirmi da Bagdad per passare in
Egitto dove avrei fatto le tue lodi in una mia gasîda (1).
Ma ho saputo che n’eri tornato, e ora intendo che tu ne
ascolti la lettura. — Disse Khasîb: Come posso io ascoltarla mentre sono nello stato che tu vedi? — IL’intenzione mia, rispose il poeta, è quella soltanto che tu
l’ascolti. Quanto al donativo che io ne avrei potuto spe‘are, tu ne hai già fatti tanti agli altri con vera magnilicenza. Perciò ti ricompensi Iddio con del bene! — In
tal caso, disse Khasîh, fa come vuoi. — BR quegli recilava:
(1) Nome d’un componimento poetico molto usato dai poeti arabi,
massime dai più antichi. Vedi: Letteratura araba, cap. II, $ 2.
Italo Pizzi - Fiori d'Oriente
8<noinclude></noinclude>
86hjlaos6kwcewlbtfo9jirwhkidz35
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/130
108
1031598
3901077
2026-09-18T12:33:01Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901077
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 114 —|}}</noinclude>
Terra egizia è questa terra (1),
Tu largheggi nel donare (2).
Date in copia, chè ambedue
D’abbondanza siete un mare! (3).
Quand’ebbe terminato la lettura, Khasîb gli disse:
Scuciscimi qui quest’abito. — L'altro scucì al luogo indicato. — Khasîb gli disse: Prenditi il rubino. — Il poeta si
ricusò, ma Khasîb tanto lo seongiurò ch'egli lo prese.
Andò allora al mercato dei gioiellieri, i quali, quando l’ebbe
loro mostrato, dissero: Questo rubino mon sta bene in
mano ad altri che al Califfo! — Gliene fecero sapere, e
il Califfo ordinò che gli fosse menato dinanzi il poeta.
L’interrogò sul fatto del rubino, ed egli l’informò di
tutto. Si dolse allora il Califfo di ciò che aveva fatto a
Khasîh, e comandò che fosse sùbito menato alla sua presenza. Come fu introdotto, gli fece un dono magnifico,
indi lo lasciò arbitro di domandare ciò che più avesse
voluto.
Khasîb domandò che gli fosse dato un villaggio (4),
e il Califfo acconsentì alla sua domanda. Khasîb abitò
quel villaggio fino al giorno in cui morì, lasciandolo in
eredità alla sua famiglia che vi si mantenne fin che si
estinse.
(dall’arabo d’Ibn Batùta).
9. Storia meravigliosa di due vecchie pianelle.
Si racconta che fu già in Bagdad un tale che si
chiamava Abà ‘1-Qàsim al-Tunbùri. Costui aveva un paio
di pianelle che si metteva ogni giorno da omai sette anni.
Ogniqualvolta si rompevano in qualche parte, le rattoppava con un pezzo di cuoio, sì che a poco a poco erano
(1) Cioè fertile e abbondante.
(2) Allusione al nome di Khasîb che, in arabo, significa fertile, abbon=
dante, copioso,
(8) Goffa la traduzione, ma anche goffi, nel testo, i versi del disgraziato, sebbene generoso, poeta.
(4) Per abitarvi e goderne i proventi, i tributi, e simili. Era modo:
di donare non infrequente a quei tempi,<noinclude></noinclude>
ne2dl6yfxslibp9sjsvs7hzmbty82iy
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/131
108
1031599
3901078
2026-09-18T12:33:06Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901078
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 115 —|}}</noinclude>bere sean
tr CAL SAT
se PINNA
— 115—
divenute pesantissime, e passate in proverbio presso la
gente.
Avvenne un giorno che capitò egli nel mercato dei
vetrai e che là un sensale gli fece questo discorso:
O Abù ’1 Qasim, è giunto qui da noi, da Aleppo, un
mercante con un carico di vetrerie dorate, nè egli ha
potuto venderle. Se tu le comperi da lui, io poi te le farò
vendere per tuo conto, passato qualche tempo, e tu guadagnerai il doppio. — Abù ‘l-Qasim andò, e per sessanta
dinaàr comprò la merce.
Capitò, un’altra volta, nel mercato dei profumieri,
dove altresì gli si parò dinanzi un sensale, che gli disse:
O Abàù ’1-Qàsim, è arrivato qui da noi oggi, da Nisibi,
un mercante con certa quantità d’acqua di rose (1), finissima. Sta per partire, e per la fretta che ha d’andarsene,
tu potresti comperargli a poco prezzo tutta la merce ch'io
poi ti farò vendere alla prima occasione, e tu guadagnerai
il doppio. — Abù ’l-Qaàsim andò e comprò per altri sessanta dînar anche l’acqua di rose, ch'egli versò in que”
suoi vasi e caraffe di vetro dorato. Toltasi poi con sè tutta
la mercanzia, tornò a casa, dove l’allogò accuratamente’
su d’un palchetto di legno, in una camera che era sul
davanti della casa.
Abù ‘1-Qàsim, allora, si recò ad un bagno pubblico
per prendervi un bagno. Un suo conoscente ch'era là per
caso, gli disse: O Abù ’I-Qasim, io sarei di parere che
tu cambiassi una buona volta coteste tue pianelle, che
omai sono indecenti. Tu hai (che Iddio ne sia lodato!)
roba e denari. — Hai ragione, rispose Abù ’1-Qàsim.
Farò come tu dici, e seguirò il tuo consiglio.
Quando uscì dal bagno e già s'era rivestito, trovò lì
di fuori, presso l’uscio (2), un paio di pianelle nuove:
presso le sue. Si pensò che l’amico, generosamente, le
(1) È il rosolio persiano, di cui si faceva gran traffico nel Medio
lîyvo, preziosissimo, detto in persiano guldb (acqua di rose), donde, per la
irafila dell’arabo giab, il nostro giulebbe.
(2) Gli Orientali lasciano anche ora le scarpe sulla porta di qualunque luogo in cui debbano entrare.<noinclude></noinclude>
grr2kz2516lfflbtgamn4gwb6agha2i
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/132
108
1031600
3901079
2026-09-18T12:33:11Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901079
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 116 —|}}</noinclude>ASretenartotti VET To o TREE
— 116—
avesse acquistate per lui, e però, cacciativi in fretta i
piedi, ritornò a casa.
Quelle pianelle nuove erano, invece, d’un magistrato,
il quale, appunto in quel giorno, era venuto al bagno, le
aveva deposte la daccanto, ed era entrato per bagnarsi.
Quando fu uscito, le andò cercando qua e là, ma, non
trovandole, incominciò a dire: Vi è parso, amici, che quel
tale che s'è messo le mie pianelle, non abbia lasciato nulla
al loro luogo? — Si fecero delle ricerche, nè fu trovato
altro fuor che le pianelle appunto di Abù ‘1-Qàsim al
Tunbùri. Tutti le riconobbero, perchè eran passate in
proverbio. Il magistrato spiccò sùbito i suoi valletti, i
quali frugaron per tutta la casa di Abù ’1-Qdsim, e vi
trovarono le pianelle. Egli allora gl’intimò di presentarsi
all'udienza, dove, oltre al togliergli le pianelle, lo fece
bastonare per insegnargli la buona creanza, lo tenne in
prigione per qualche tempo. Inflittagli poi certa multa,
lo rimise in libertà,
Abàù ’1-Qasim, uscito di prigione, ritornò a casa. Tutto
infuriato, prese le pianelle e andò a cacciarle nel Tigri.
Le pianelle colarono a fondo. Capitò un pescatore, il quale
gittò le reti; quando le estrasse dall’acqua, ecco salir
dentro di esse le pianelle di Abî ‘1-Qàsim! Appena le
ebbe vedute, il pescatore le riconobbe, e disse fra sè:
Queste sono le pianelle di Abù ’1-Qàsim al-Tunbùri. È
chiaro che, per disgrazia, gli son cadute nel Tigri. —
Le raccolse e se n’andò alla casa di lui, ma non ve lo
trovò. Allora, guardando qua e là, notata una finestra
aperta sul davanti della casa, vi gettò dentro per essa le
pianelle, le quali andarono a cadere proprio sul palchetto
su cui stavano le caraffe di vetro con l’acqua di rose.
Caddero le caraffe e andarono in frantumi, e l’acqua di
rose si riversò e si sparse tutta all’intorno. Quando
Ab ’1-QAsim rientrò in casa e vide il malanno, come
n’ebbe intesa la cagione, si diè dei pugni nella testa e
gridando e piangendo disse: Misero me!| queste maledette
pianelle vogliono essere la mia rovina! — Aspettò che
annottasse, e allora si levò per scavare una fossa e sep-<noinclude></noinclude>
paetv0e6osdiqrx8hij9dbbytr86vui
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/133
108
1031601
3901080
2026-09-18T12:33:16Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901080
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 117 —|}}</noinclude>"Ti
— 117—
pellirvele con la speranza di potersene, alla fine, liberare.
Ma i vicini, come udirono di notte un rumor leggero di
tale che scavava, si pensarono che qualcuno si aprisse un
pertugio nel muro della casa, e però, alla mattina, ne
fecero rapporto al capo della polizia, il quale mandò
sùbito a prendere Abàù ’l1-Qàsim, e avutolo dinanzi, dopo
averlo messo in catene, gli disse: Come ti fai lecito di
traforare i muri de’ tuoi vicini? — Così lo pose in carcere, nè lo liberò se non quando si obbligò a pagare, per
ammenda, certa somma.
Uscito di prigione, Abù ’1-Qàsim tornò a casa tutto
in collera per le sue pianelle. Le portò là dalla fogna
dello stallo delle carovane e ve le cacciò dentro. Ma le
pianelle otturarono il condotto di scolo della fogna, e la
fogna rigurgito, e la gente si stomacò al fetore che si
sparse all’intorno. Ne fu cercata la cagione, ed ecco che,
nel condotto, fa rinvenuto un paio di pianelle. Le osservaron per bene, ed ecco ch’erano le pianelle di Abù de
Qasim! Le portarono allora al governatore della città
informandolo dell’accaduto. Il governatore, chiamato a sè
Abù ’1-QAsim, gli fece una solenne paternale e lo cacciò
in prigione dopo avergli detto: Sarà a tuo carico la spesa
di far riattare il condotto. — Così fu multato di una bella
somma, e il governatore, solo quand’ebbe riscosso da lui
la tassa impostagli per sua correzione, lo rimise in libertà.
Abù ’1-Qfsim uscì portandosi in mano le sue pianelle.
Tutto stizzito, andava dicendo fra sè: Per Dio! io non
butterò via mai più queste pianelle! — Giunto à casa, le
lavò ber bene e poi le espose sul terrazzo della casa
perchè asciugassero. Ma un cane, come le ebbe vedute,
pensandosi che fossero una carcassa, le afferrò coi denti
e portandole così col ceffo saltò da quello in un altro
terrazzo. Là, gli sfuggiron di bocca e così andarono
a cadere sul capo d’un tale che per caso passava di
là, facendogli assai male; gli cagionarono, anzi, una
profonda ferita sulla fronte. Tutto ciò fu notato dalla
gente. Si fe’ ricerca di chi mai fossero le pianelle, e fu
riconosciuto ch’erano le pianelle di Abù ’1-Qasim. Fu<noinclude></noinclude>
t15opzb9zv5mnwnmcatpfvoazjl5kyz
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/134
108
1031602
3901081
2026-09-18T12:33:22Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901081
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 118 —|}}</noinclude>
allora denunziato il fatto al prefetto della polizia, il quale
condannò esso Abù ’1-Qisim al risarcimento dei danni e
alle spese di tutto l’occorrente per il ferito, e ciò per
tutta la durata della malattia e della cura. Ad Abù ‘IL
Qasim, per tutto cotesto, andò in malora tutto l’avere.
Non gli rimase in tasca nemmeno uno spicciolo!
Abù ’l-Qasim, allora, prese le sue pianelle e con esse
corse difilato da un giudice, al quale tenne questo discorso: Desidero che vostra Signoria mi scriva un contratto legale tra me e queste pianelle, in cui si dichiari
che esse non appartengono più a me e che io non appartengo più a loro; e che ciascheduna delle due parti in
parola non ha nulla da fare con l’altra; e che, per tutto ciò
che potrà accadere per queste pianelle, io non sarò nè
punito nè rimproverato. — E raccontò al giudice tutto
ciò che gli era capitato per esse. Il giudice ne rise. Gli
fe’ dare una gratificazione, ed egli ritornò finalmente a
casa sua.
(dall'arabo dell’Autore delle « Piacevolezze degli Arabi » (1).
10. Vittima della propria generosità.
Viaggiava, una volta, il giovane Kaab ibn Mama, della
tribù dei Benî Iyàd (2), con una carovana, è nella carovana era anche un uomo dei Benî ’1-Namir. Ciò avvenne
nell’ardor dell’estate; e la carovana sì smarrì, inoltre,
nel deserto, e l’acqua incominciò a mancare. Si ridussero
a spartirsela, e ciò si faceva col gettar nella scodella
comune da bere un ciottolo; vi si versava poi tant’acqua
quanta bastava perchè il ciottolo vi rimanesse appena
sommerso. Avveniva per tal modo che ciascuno beveva
la stessa parte d’acqua che beveva il suo compagno.
(1) Così nel Mugidni "Tadab, vol. TIT, pag. 282, da cui ho tolto questo
passo.
(2) Mama, di cui Kaab era figlio, era il capo della tribù dei Benî
Iyàd. Pianse, in una mesta elegia, la morte del generoso suo figlio.<noinclude></noinclude>
0628dhyd4d2c5idwlhwnukt21x1mo47
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/135
108
1031603
3901082
2026-09-18T12:33:27Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901082
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 119 —|}}</noinclude>cli
Discesi di sella i viandanti per bere, mentre la scodella passavasi dall’uno all’altro, quand’essa pervenne
alle mani di Kaab, egli s'avvide che quel tale dei Benî
7:Namir aguzzava avidamente gli occhi verso di lui. Egli
allora gli fe’ larghezza della sua parte d’acqua dicendo
a’chi la distribuiva: Dà da bere al compagno tuo dei
Benî ‘l-Namir! — Così costui bevve, per quel giorno, la
parte d’acqua che toccava @ Kaab.
AI dì seguente, discesero ad un’altra stazione dove
si spartirono fra loro l’ultimo resto dell’acqua. L'uomo
dei Benî ’1-Namir tenne fermi gli occhi su Kaab al modo
del giorno antecedente, e Kaab ripetè ciò che aveva detto
il giorno antecedente. I viandanti, nel rimontare in sella,
gli dissero: Monta in sella, Kaab! — Ma egli non aveva
forza per muoversi. Quando furono vicini ad una cisterna,
gli dissero: Scendi ad attingere, Kaab, chè ora puoi attingere! — Ma egli non potè nemmeno rispondere. Disperando di lui, gli fecero là attorno un recinto di vesti e
di panni che impedisse che le belve lo divorassero, €
l’abbandonarono là sul luogo stesso. Egli vi morì poco
stante. Il caso suo passò poi in proverbio per designare
atto generoso d’uomo verso il prossimo, a costo della
propria vita!
(dall'arabo d’Ibn Qoteyba).
Un distico dell’elegia di Mama, padre del giovane
generoso, diceva così:
Giunto era al fonte Kaab, e gli fu detto:
Discendi, o Kaab, e attingi! — ed ei non scese!
11. Vittima dei proprî versi.
Si racconta come, un giorno, Abù ’L-Tayyib al-Mutanabbi (1) si mettesse in viaggio per tornar di Persia
a Bagdad, avutone l'assenso dal principe Adhud alDavla @); ed erano con lui molti cavalieri. Uscirono al(1) Vedi il Registro dei nomi in fine al volume.,
(2) Signore di Persia, della Casa dei Bùidi. Morì nel 983 d. O.<noinclude></noinclude>
30pgtbr6nkx982mhmayyhzaty2qaoqd
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/136
108
1031604
3901083
2026-09-18T12:33:32Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901083
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 120 —|}}</noinclude>
l'improvviso contro di lui alcuni malandrini da strada,
ed egli si diede alla fuga. Ma un suo ragazzo gli disse:
Tu fuggi adunque, e sei colui che ha detto nelle sue
poesie:
« Mi conosce la landa perigliosa,
La notte mi conosce
E il cavalcare;
Mi conoscono il calamo e la carta,
La guerra mi conosce,
Suonar, cantare » (1).
‘Tornò indietro, ma fu ammazzato dai malandrini.
Era allora l’anno 354 (2). Questi versi furon la cagione
della sua morte!
(dall’arabo di Al-Qalyabi).
12. Storia meravigliosa del re Salomone
e della Regina Bilgîsa.
Secondo le tradizioni musulmane, il re Salomone, come
ebbe finito di erigere in Gerusalemme il tempio consacrato
al Signore, si determinò a passare in Arabia, con tutto il
suo seguito e con tutte le sue schiere, per visitarvi il Santuario della Mecca. Aveva sotto il suo comando non pur
gli uccelli e gli animali, ma anche è Genî e i Demoni.
L’upupa che aveva la facoltà di veder le vene d’acqua nel
seno della terra, gli serviva di guida per scovrir l’acqua
lungo il viaggio per il vasto paese, arido e deserto. Ma
poi, durante il viaggio, erasi allontanata per qualche tempo.
Rintracciata dall’aquila e menata nel cospetto del gran Re,
egli la richiese della cagione di quel suo assentarsi (3):
Chi t'ha trattenuta tanto tempo lontano da noi?, le d
domandò Salomone. E l’upupa: « Io mi sono aggirata
per dove tu non ti sei ancora aggirato, e vengo a te dal
tatorgiani
(1) Il poeta, in maniera alquanto spavalda, molto comune a quei
tempi, enumera i suoi pregi.
(2) Dell’Egira, cioè 965 d. O.
(8) Vedi lo scritto di G. Gabrieli: Della leggenda di Salomone e della negina di Suba secondo una tradizione araba del secolo XI, (Lecce, 1896, L. Laz»
zaretti e figli), — Vedi anche il Capo XXVII del Corano,
ESEME:
sia:
pasero
coral<noinclude></noinclude>
3aa3p1a808f69s8ghpuvzsbzt29i8gg
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/137
108
1031605
3901084
2026-09-18T12:33:37Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901084
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 121 —|}}</noinclude>Tron
paese di Saba con una novella certa. Perchè io: ho trovato là una donna che governa quella gente, e tutti le
fanno omaggio d’ogni cosa, ed essa ha un trono eccelso.
Ho anche inteso che essa e la sua gente adorano il sole
in luogo di Dio. Satana ha fatto loro apparir bello ciò
che facevano, e così potè sviarli dalla via diritta. Non
sono essi sulla direzion vera!» (1).
La regina aveva detto un giorno a’ suoi ministri:
Chi mai adoravano i miei antenati che ora son morti?
— Risposero: Adoravano l’Iddio del cielo. — E dove sta
egli? domandò. Si sta in cielo, risposero, e il suo indizio
manifesto sta qui sulla terra. — E la regina: Come
potrei io adorarlo mentre non lo vedo e non conosco
altra cosa più potente della luce del sole? Bssa è quella
a cui vuolsi di preferenza tributare la nostra adorazione.
— Così essa adorò il sole in luogo di Dio altissimo, e
attirò anche la sua gente a quel suo culto. Adoravano il
sole quando spunta, e l’adoravano quando tramonta.
Come adunque l’upupa ebbe dato a Salomone tutte
queste notizie intorno a Bilgisa, Salomone le disse:
« Vedremo ora se tu hai detto la verità, ovvero se tu
sei del novero dei mentitori » (2).
L’upupa allora guidò l’esercito di Salomone ad una
sorgente d’acqua. Scavaron cisterne sul luogo, che sono
pozzi che non son murati all’interno, nè trovansi in ogni
valle. Ne bevvero gli uomini, se ne abbeverarono cavalli
e giumenti, ed erano assetati.
Salomone scrisse una lettera: Da parte del servitore
di Dio, Salomone figliuolo di David, a Bilgîsa regina di
Saba. « In nome di Dio clemente e misericordioso, salute
e pace a chi cammina per la diritta via! » E poi: « Non
v'innalzate al di sopra di me; ma venite a me abbandonandovi a me! (3). — V'appose un suggello di muschio
(1) Passo del Corano, XX.VII, 22-24.
(2) Passo del Corano, XXVII, 27.
(3) Passo del Corano, XXVII, 30-31. Essendo queste parole dal Corano poste in bocca di Dio, s'intende che Salomone, esortando la Regina
a darsi a Dio, al Dio vero, fa l'ufficio di banditore della fede, di profeta,
poichè tale è considerato dalla tradizione musulmana, in nome di Dio
stesso.<noinclude></noinclude>
np15icxgnvjsq2yd9d8xjr9a7qx6dy6
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/138
108
1031606
3901085
2026-09-18T12:33:43Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901085
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 122 —|}}</noinclude>
e v'impresse il segno del suo anello, poi disse all’upupa:
« Va ora tu con questa lettera mia, e porgila loro. Ritìrati poi in disparte, ma pur statti loro vicino, e osserva
intanto che mai risponderanno! » (1).
L’upupa adunque prese la lettera e se ne venne da
Bilgîsa. Era allora costei in un paese che si chiamava
Marib di Sanaa (2), a tre giornate di cammino. Trovò
ch’essa era nel suo castello e che le porte n’erano chiuse.
Quando andava a letto, la regina soleva chiuder le porte,
prenderne le chiavi e riporsele sotto il capo. Venne
l’upupa da lei, ed essa dormiva coricata sul dorso, e le
gettò la lettera in seno. Asserisce invece Vahb ibn Munabbih (3) che la regina aveva una finestra volta verso
il sole, e che il sole penetrava per essa nella stanza di
lei quando spuntava, perchè poi, come ne vedeva la luce,
si levava per adorarlo. Ora, l’upupa si appostò su quella
finestra ingombrandola e otturandola con le ali. Spuntò
il sole, e la regina che non ne sapeva nulla, pensò che
il sole, quella mattina, s’indugiasse. Si levò adunque per
vedere, e l’upupa le gettò sul viso la lettera.
Ripigliano i tradizionalisti:
Bilgîsa allora, che sapeva leggere e scrivere, raccolse
la lettera. Come vide I’impronta del suggello, s’inchinò
tutta tremante, perchè in quel suggello era riposta la
potenza arcana di Salomone, e s’avvide che chi le mandava quella lettera, aveva regno e potenza assai maggiore
di lei, e disse: Certamente! Un re che ha gli uccelli per
suoi messaggieri, dev'essere un gran re! — E lesse la
lettera, e l’upupa intanto si teneva in disparte, non però
lontano. La regina andò a sedersi sul trono suo regale,
raccolse i magnati e i maggiorenti del popol suo, ai quali
essa soleva rivolger la parola di dietro ad una tenda.
Ma quando le dava pensiero cosa grave e importante,
toglievasi d’innanzi quella tenda. Come pertanto furono
(1) Altro passo del Corano, XXVII, 28,
(2) Nell’Arabia Meridionale.
(3) Antico e dotto raccoglitore di tradizioni e di memorie antiche
dell'Arabia Meridionale, Visse dal 646 al 733 d. O.<noinclude></noinclude>
dauawp310pvqn6zkbwc8ktkjhbfgawj
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/139
108
1031607
3901086
2026-09-18T12:33:48Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901086
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 123 —|}}</noinclude>
radunati ed ebber preso i loro posti, Bilgisa disse loro
così: « M’è stata mandata una lettera illustre! > (o =
E soggiunse: « Datemi lume, 0 signori, intorno a questo
affare e consigliatemi in ciò che ora mi sopraggiunge!
ch'io non voglio decider nulla se non quando voi siete
con me. — E quelli le risposero: Noi abbiam forza, noi
abbiam potenza grande in guerra. Ma il comando è tuo.
Vedi tu qual cosa hai da comandarci, € ci troverai obbedienti al tuo comando » (2).
E la regina: « Ecco! io gli manderò dei doni e starò
a vedere che cosa risponderanno i miei messaggieri > (3),
se cioè i doni miei saranno accolti o ricusati. S'egli è un
re, li accoglierà e rifuggirà dall’accostarsi a noi; ma
s'egli è un profeta, li rimanderà, nè vorrà esser contento
di noi se non quando ci farem seguaci della sua fede.
Ripigliano i tradizionalisti:
Pensò allora Bilqîsa ad apprestare cinquecento giovinette e cinquecento garzoni, e vestì le fanciulle di vesti
maschili, con mantelli e cinture, e i garzoni vestì di vesti
femminili, ponendo all’avambraccio di ciascuno braccialetti d’oro e collane d’oro al collo, e agli orecchi pendenti e orecchini ornati di diverse specie di gemme. Hei
poi montar le fanciulle su cinquecento cavalli generosi,
e i garzoni sopra cinquecento ronzini; e ogni cavallo
aveva una sella d’oro ingemmato, con coperte di broecato a colori diversi. Mandò inoltre al re Salomone cinquecento mattoni d’oro e cinquecento mattoni d’argento,
e una corona adorna di perle e di rubini di gran prezzo.
Gli mandò anche del muschio, dell’ambra, del legno
d’aloè di diverse specie. Tolse anche un piccolo forziere
e vi pose dentro una perla preziosa non ancor stata traforata, e una gemma traforata, ma il cui traforo era
storto, e chiamò un uomo di tra i nobili della gente sua
che si diceva Al-Mundhir ibn Amr, e gli diè in mano
(I) Passo del Corano, XXVII, 29,
(2) Passo del Corano, XXVII, 32-33,
(3) Passo del Corano, XXVII, 35.<noinclude></noinclude>
nypy5vlurep9hgxz4ka5p7ojz5osaem
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/140
108
1031608
3901087
2026-09-18T12:33:53Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901087
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 124 —|}}</noinclude>alcuni altri uomini del popol suo, assennati e avveduti,
poi scrisse con loro una lettera, aggiuntavi la lista
dei doni.
Se tu sei un profeta (diceva nella lettera la regina),
discernimi le schiave dagli schiavi; fammi sapere che
si trovi nel piccolo forziere, prima che tu l’apra; traforami la perla d’un traforo diritto e uguale; infilami nella
gemma un filo senza aiuto d’uomini o di Geni.
E ai garzoni fe’ questo precetto, dicendo: Quando
Salomone rivolgerà a voi il discorso, voi rispondetegli
con parole che somiglino, per la mollezza e per la dolcezza,
a parole di donna. — E alle fanciulle fe’ precetto che
rispondessero a Salomone con parole robuste e forti, che
somigliassero a parole d’uomo; e al messaggiero disse:
Tu terrai fermo lo sguardo su quell'uomo quando sarai
entrato nel suo cospetto. E s’egli ti volge uno sguardo
fiero e burbero, intendi allora ch’egli è un re. Ma non
ti sgomenti punto il suo aspetto!JIo sono ben più potente
di lui. Se, invece, ravviserai in lui un uomo dal tratto
affabile e dolce, sappi che egli è un profeta mandato da
Dio. Accogli allora e fa d’intendere le sue parole, e rendigli risposta. — Il messaggiero partì con quei doni.
Quando l’upupa ebbe veduto cotesto, ritornò in gran
fretta presso di Salomone e l’informò di tutto. Egli allora
comandò ai Genî di fabbricargli mattoni d’oro e d’argento.
E i Genî fecero. Poi comandò loro di lastricargli, con
quei mattoni d’oro e d’argento, tutta una palestra dal
luogo in cui egli soleva starne, fino a nove parasanghe, e
di rizzargli tutto intorno alla palestra mura alte, d’oro
e d’argento. E quelli fecero. Domandò allora Salomone:
Qual'è la più bella cavalcatura che voi abbiate veduta in terra e in mare? — Risposero: O profeta di Dio,
noi abbiam veduto in uno dei mari certe cavalcature,
varie di colore fra loro, con ali, con cresta e ciuffi. —
Menatele qui da me immantinente! gridò Salomone. Come
gliel’ebber menate, disse: Legatele ora, a destra e a
sinistra della piazza, sui mattoni d’oro e d’argento, e
gittate loro dinanzi da mangiare sui mattoni. — Comandò<noinclude></noinclude>
pz3kc1xdn39l65rt2mcr8ly9ddwp4td
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/141
108
1031609
3901088
2026-09-18T12:33:58Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901088
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 125 —|}}</noinclude>
poi ai figliuoli dei Genî, che erano una schiatta numerosa,
perchè si collocassero da destra e da sinistra della palestra.
Si sedette allora al posto suo sul trono, e fe’ disporre
quattromila seggi a destra e altrettanti a sinistra, e
comandò ai Demoni di ordinarsi là in ischiere per il tratto
di più parasanghe, e agli uomini similmente di schierarsi
per il tratto di più parasanghe, e alle bestie selvatiche
e alle belve rapaci e ai rettili e agli uccelli comandò
similmente di schierarsi per il tratto di più parasanghe,
da destra e da sinistra.
Come pertanto giunse l’ambasceria mandata da Bilgîsa
e s’accostò alla palestra e osservò tutta quella opulenza
di Salomone e vide quelle cavalcature di cui i loro occhi
non avevano mai veduta una simile, quali, su mattoni
d’oro e d’argento, lasciavano cadere il fimo, sentirono
venirsi meno per lo stupore, sì che quasi si lasciaron
cader di mano i doni che recavano. Quando poi videro
i Demoni, al mirarne lo strano aspetto, n’ebbero spavento.
Ma fu loro detto: Passate oltre, e non temete! — Così
passarono dinanzi alle schiere dei Genî e degli uomini,
degli uccelli, delle belve rapaci e delle fiere, finchè si
fermarono nel cospetto di Salomone, il quale rivolse loro
uno sguardo amichevole, con viso affabile, e disse: Che
recate voi? — Il capo dell’ambasceria l’informò allora
del perchè essi erano venuti. Gli fu data intanto la lettera
della regina, ed egli, come v'ebbe posto su gli occhi e
l’ebbe letta, disse: Dov'è il forziere?
Gli fu recato il forziere, ed egli lo scosse alquanto.
Sopravvenne l’arcangelo Gabriele (pace a lui!) che l’informò di ciò che c'era dentro. Disse allora Salomone:
Dentro al forziere sta una perla preziosa non ancor traforata, e vi sta anche una gemma traforata, ma il cui
traforo è storto. — Gli rispose l’ambasciatore: Hai detto
il vero. Trafora adesso la perla e introduci un filo nella
gemma. — Domandò Salomone: Chi è capace di traforarmela? — Ne domandò ai Genî e agli uomini, ma non
ne sapevano nulla. Ne domandò ai Demoni che gli dissero:
Manda per il tarlo. — Mandò per il tarlo, e il tarlo,<noinclude></noinclude>
fiwox83mp26v4k4pkukmtruqouuo12k
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/142
108
1031610
3901089
2026-09-18T12:34:03Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901089
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 126 —|}}</noinclude>|‘È
come fu giunto, si prese in bocca un capello, penetrò
nella perla da un lato e ne uscì dall’altro. Gli disse
allora Salomone: Chiedi ora ciò che più desideri. — Che
tu faccia in modo, disse, ch’io abbia il mio alimento nel
legno delle piante. — Ti si concede! Salomone rispose,
e poi domandò: Chi può infilarmi la gemma?— Rispose
il baco bianco:O profeta di Dio, ci son io per essa!
— Il baco si prese un filo in bocca, si cacciò nel foro
da un lato e ne uscì dall’altro. Gli disse allora Salomone:
Che desideri tu? — Che tu faccia in modo, rispose, ch'io
trovi l’alimento mio nelle frutta. — Rispose Salomone:
Ti si concede!
Seppe anche discernere le fanciulle dai garzoni
ordinando loro di lavarsi il viso e le mani. Le fanciulle
prendevan l’acqua dal bacino con una mano, la passavano
nell'altra e poi se ne bagnavano il viso, mentre i giovani
la raccoglievano con ambe le mani, indi se la cacciavano
sul viso. Inoltre, le fanciulle se la versavano sulla parte
interna dell’avambraccio; i giovani, invece, sulla esterna.
Quelle la facevan cadere stilla a stilla, ma questi se la
versavano in gran copia sull’avambraccio. Così potè
discernere quali fossero le fanciulle, quali i garzoni. Ricusò
anche i doni tutti di Bilgîsa, dicendo; « Intendete forse
di darmi aiuto coi vostri averi? Ma ciò che mi ha dato
Iddio, vale assai più di ciò che ha dato a voi. E voi
troppo vi compiacete dei vostri doni!» (1), perchè voi
siete una gente che vuol millantarsi presso gli altri e
soverchiarli in ricchezza e in potenza, e non sapete altro
al di la di tanto. Ma le cose del mondo non sono ciò che
io appetisco, perchè Iddio altissimo me ne ha conferito
la signoria, e m’ha dato in esso ciò che non ha dato ad
alcun altro fra gli uomini, e, oltre a ciò, m'ha onorato
del dono della profezia e della sapienza.
Voltosi poi ad Al-Mundhir ibn Amr, capo dell’ambasceria, disse: « Ritorna al popol tuo. Noi verremo ad
assalirlo con un esercito al quale non potrà resistere, e
(1) Passo del Corano, XXVII, 36.<noinclude></noinclude>
bjwdjqlldqb1ocze3asy8wk7s27ymiq
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/143
108
1031611
3901090
2026-09-18T12:34:09Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901090
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 127 —|}}</noinclude>PU
lo seacceremo dalla sua terra, tutti umiliati e vinti » (1),
a meno che non ritorniate a me interamente abbandonati
a Dio.
(La regina Bilgîsa, all’intendere il severo messaggio,
comprende che Salomone, più che un gran re, è un gran
profeta, e però fa divisamento di andare @ vederlo.
Salomone, avutone avviso, s'appresta a farle ogni più bella
accoglienza non solo, ma anche metterla alla prova.
Intanto, per mezzo degli Angeli, egli aveva potuto rapîirle
il trono, sebbene stato rinchiuso da lei prima di partire
entro sette stanze, poste una dentro l’altra).
Salomone volle mettere alla prova l’ingegno e la mente
della regina, e lo indusse a ciò il fatto riferito da alcuni
savî, cioè che i Demoni temevano ch’egli la sposasse e
ne avesse poi un figlio al quale essa avrebbe potuto
rivelare il segreto dei Genî (2); nel qual caso, essi non
si sarebbero liberati mai più dalla sommissione a lui €
alla sua discendenza dopo di lui. Si studiarono pertanto di
‘alienarne l’animo da lei, e cercarono di scemar la bella
fama di lei dicendo a Salomone: Quanto alla sua intelligenza, c'è qualche cosa; ma i suoi piedi sono zampe di
somaro, ed essa è tutta pelosa nelle gambe, perchè sua
madre era della schiatta dei Genî. — Salomone adunque,
quando Bilgîsa si fu mossa per venir da lui, comandò ai
Demoni di fargli una sala magnifica con un pavimento
di vetro che somigliasse alla più limpid’acqua, e di farvi
seorrer sotto dell’acqua e di gittarvi dei pesci. Collocò
poi il suo trono là davanti, al luogo più cospicuo, e vi si
assise sopra.
Quando Bilgîsa si presentò, le fu detto: <« Entra
nella sala! — ma essa, come vide il pavimento, stimò che
‘fosse un mare, e però si scoperse le gambe, sollevando
la veste » (3), per guadar l’acqua e accostarsi a Salomone,
‘Salomone riguardò, ed ecco che essa aveva le più belle
:gambe e i più bei piedi che creatura umana avesse, el(1) Passo del Corano, XXVII, 37.
(2) Cioè del dominarli e del tenerli a dovere, come faceva Salomone,
(3) Passo del Corano, XXVII, 44.<noinclude></noinclude>
i9xhhye8ch51k7mdycg4nf70okz251f
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/144
108
1031612
3901091
2026-09-18T12:34:14Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901091
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 128 —|}}</noinclude>2g
cetto che le gambe erano pelose. Come ebbe veduto,
Salomone volse gli oechi in altra parte, e gridò alla
regina: « Gli è un pavimento lastricato di vetro liscio »
(1), e non è acqua.
Salomone esortò la regina ad abbracciare l’Islamismo
(2), ed ella accettò dicendo: « 0 Signore, io ho fatto
ingiustizia a me stessa con la mia miscredenza, e ora
mi abbandono con Salomone a te, o Dio, che sei Signore
dell’universo! » (8).
I dotti e i savî tuttavia non vanno d'accordo su ciò
che fu di Bilgîsa dopo la sua conversione alla religione.
Dicono i più fra essi che Salomone la dimandò in isposa
e che, quando l’ebbe sposata, le portò amore grande, la
restituì al suo regno, e comandò ai Genî di fabbricarle
nella terra del Yemen tre palazzi, di cui gli uomini non
avevano mai veduto l’uguale nell’altezza e nella bellezza. Egli poi si recava a farle visita, ogni mese una
volta, dopo che l’ebbe restituita al regno, e si stava
presso di lei tre giorni.
(Secondo altri, Bilgîsa sposò un uomo che si chiamava
Dhd-bataa).
Dhi-bataa adunque seguitò a regnare con lei nel
Yemen e a farvi ciò che più gli talentava, finehè Salomone
morì. Quando fu passato un anno e fu giunta a conoscenza dei Genî la notizia della morte di Salomone, uno
di essi prese a percorrere il paese di Tihàma (4), e quando
si fu addentrato nel Yemen, gridò quanto potè ad alta
voce: O schiatta dei Genî, Salomone profeta di Dio è
morto! Levate libere le mani! — Che se non fosse stato
costui che avesse gridato così in Tihàma, i Genî e i De(1) Passo del Corano, XXVII, 44.
(2) La parola araba èstim (da cui Istamisno da noi) significa abbandono totale di sè medesimo a Dio, ed è, secondo i Musulmani, la religione
vera, a cui appartennero già, secondo essi; Ibràhîm (Abramo) e Salomone,
che la professarono e predicarono ai loro contemporanei, come inviati di
Dio e profeti.
(8) Passo del Corano, XXVII, 45.
(4) Nome della regione che forma la costa Sud-Ovest d’Arabia suli
Mar Rosso,<noinclude></noinclude>
9aie4gjrl8qvf9sbijq1omyxtvy3efs
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/145
108
1031613
3901092
2026-09-18T12:34:19Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901092
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 129 —|}}</noinclude>Tiggiano
moni non avrebbero mai più levato libere le mani (1).
Si partirono allora di là e si dispersero. Così finì il regno
di Dhd-bataa, e il regno di Bilgîsa, e il regno di Salomone (ad essi tutti la pace!). E Iddio ne sa più di noi!
Segue la tradizione della morte di Bilqîsa:
Bilgîsa sopravvisse ancora sette anni e sette mesì e
poi morì, e fu sepolta sotto un muro della città di Palmira
nel paese di Siria, nè alcuno seppe mai del luogo della
sua sepoltura fino al tempo d’Al-Velîd ibn Abd al-Malik
(2). Al qual proposito, raccontava Abù Mùsa ibn Nasr:
« AI tempo di questo Califfo, io fui mandato, con suo
figlio AL-Abbàs, a Palmira. Sopravvenne un gran rovescio
di pioggia, per cui rovinò parte delle mura della città,
e rimase scoperto di sotterra un avello, la cui lunghezza
era di braccia sessanta, tutto di marmo giallo della tinta
dello zafferano, su cui era scritto: « Luogo di sepoltura
dell’arca funeraria di Bilgîsa la pia, sposa di Salomone
figliuolo di David, che abbracciò la fede al ventesimo
anno del regno di lui, ed egli la sposò il giorno decimo
del mese di Muharram. Morì nel secondo giorno del mese
di Rabî, nel ventesimo settimo anno del regno di lui, e
fu sepolta la notte stessa sotto questo muro della città di
Palmira. Nessuno degli uomini, nessuno dei Genî, conosce
il modo di sua sepoltura, eccetto colui che l’ha qui sepolta. »
Ripiglia Abù Mùsa:
Sollevammo il coperchio dell'arca, ed ecco che la
sepolta era ancora intatta e fresca come se fosse stata
deposta la dentro quella notte stessa. Ne serivemmo al
Califfo Al-Velîd, ed egli ordinò di lasciarla stare quale
era, e di fabbricar su quella tomba un monumento di
pietre grosse e di marmo.
(dall’arabo di Al-Thalabi).
(1) Ciò che li teneva a freno, era il timore del gran Re.
(2) Califfo Ommiade di Damasco. Regnò dal 705 al 715 d. CO.
Italo Pizzi — Fiori d'Oriente
9<noinclude></noinclude>
5t311zbam3a0qqi5oa1sjfwijjsg40r
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/146
108
1031614
3901093
2026-09-18T12:34:24Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901093
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 130 —|}}</noinclude>13. Mania religiosa del poeta AbÒ ’I-Atàhiya €).
Mukhàriq raccontava:
Venne un giorno da me Abù ‘l-Atàhiya e mi disse:
Desidero che tu favorisca da me in quel giorno che potrai
concedermi. Quando mai sarai tu disposto? — Quando
vuoi! risposi. Ed egli: Temo che m’abbi da mancar di
parola. — E io: Non mancherò nemmeno se chiederà di
me il Califfo! (2). — Allora, disse, sarà per domani. —
E io: E domani verrò.
Al giorno seguente, venne da me, di gran mattino, un
tale mandato da lui per prendermi. Andai, ed egli mi fece
entrare in una stanza tutta decente, adorna di tappeti
con certa bella proprietà; indi fece portare una tavola
su cui erano candidi pani, aceto, erbaggi, sale e un capretto arrostito. Ne mangiammo. Fece venir del pesce
fritto, e noi ne prendemmo a nostra volontà. Fe’ venir dei
zuccherini, e noi ne assaggiammo dopo una lavanda data
alle mani. Furono anche portate delle frutta, delle erbe
odorose, varie specie di vino di datteri. Scegli tu, mi
disse Abù ’LAtàhiya, ciò che più t'aggrada. — Scelsi e
bevvi, ed egli mi versò un bicchiere. Poi mi disse: Cantami
tu questi miei versi:
Redir potesse un di la giovinezza;
Ciò che ha fatto vecchiezza, io le direi!
Io glieli cantai, ed egli mi versò un bicchiere e
intanto piangeva a calde lagrime. Cantami ora, soggiunse,
questi altri miei versi:
Unico ben quaggiù la pazienza
Per chi d’arte o ragion vuoto rimase!
Anche questi io gli cantai, ed egli piangeva tanto
da soffocarne. Mi versò un altro bicchiere e disse: Can(1) Celebre poeta del tempo degli Abbassidi, nativo dell’ Higiàz in
Arabia. Morì nell’ 828 d. GC.
(2) Questo Mukhàrig era musico e cantante addetto alla corte,<noinclude></noinclude>
b956h1lngesz3nzki53rxdk82yovs4r
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/147
108
1031615
3901094
2026-09-18T12:34:30Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901094
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 131 —|}}</noinclude>
ami anche questi miei versi, possa io essere in riscatto
dell'anima tua! (1):
Odolciamici,echeèdime,seilmio
Danno tregua non ha? Dura sentenza
Raggiunge l’altra (2) per destin di Dio!
Io gli cantai anche questi, ed egli andava sempre
più importunandomi col richieder qualcuna delle arie con
cui si soleva cantare qualcuna delle sue poesie. Io l’appagava in questo suo desiderio, ed egli intanto e beveva
e piangeva. Così venne la sera. Allora mi disse;Desidero
che tu indugi tanto che vegga quanto ora intendo di fare.
— Io mi sedetti, ed egli comandò ad un suo figliolo e
ad un suo schiavo di rompere e di spezzare e di disperdere quanto noi avevam là dinanzi, vino, suppellettili,
strumenti musici. Comandò poi che fosse gettato fuori
sulla via quanto ancora vi rimaneva di vino e di utensili.
Tutto fu cacciato fuori. Nè egli cessò dallo spezzare e
dal rompere, dallo spandere attorno il vino, finchè non
ne rimase più nulla, e intanto piangeva e piangeva. Si
tolse, in fine, le vesti di dosso, si lavò tutta la persona,
poi indossò vesti bianche di lana (3), e allora mi si gettò
al collo e tuttora piangendo mi disse: Addio, amico mio,
gioia mia fra gli uomini tutti! È questo l’addio della
separazione dopo la quale non ci sarà dato d’incontrarci
mai più! — E poi, ritornando al pianto: È questa, sì!
l’ultima volta per me che potrò star con te nella compagnia
della gente di mondo!
Io mi pensai che questa fosse una delle sue solite
sciocchezze, e però me ne venni via, nè lo rividi più
per qualche tempo. Ma poi, venutomi desiderio di visitarlo,
andai da lui. Domandai d’entrare, ed egli mi fece entrare,
ed ecco ch'egli era là e aveva preso due corbe, di quelle
in cui si ripongon datteri, e bucatane una, vi aveva
(1) Cioè dai peccati. Formola musulmana, non infrequente, di preghiera e di pio augurio insieme per la persona a cui si parla.
(2) Cioè una sveltura tiene dietro all'altra.
(3) Veste di chi fa penitenza e ha rinunziato al mondo e alle sue
vanità,<noinclude></noinclude>
8hupf5v3gj259pkrzfawxn1kx64te1s
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/148
108
1031616
3901095
2026-09-18T12:34:35Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901095
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 132 —|}}</noinclude>cibi det
cacciato dentro il capo e le mani in modo che gli faceva
come da camicia, e aveva bucato anche l’altra e vi si
era cacciato dentro sì che di sotto gli uscivano i piedi,
ed essa gli faceva da calzoni. Come l’ebbi veduto, scordai
d’un sùbito tutto quel dispiacere che aveva per lui, e il
dolore di non potermi più trovar con lui, e seoppiai in
tale risata che, per Dio! non ne aveva mai fatto l’uguale.
Egli allora mi domandò: Perchè ridi? — Che Iddio ti
metta alla prova! gli diss’io. Ma che è ciò? Chi mai ti
ha fatto sapere che qualcuno o dei profeti, o dei penitenti,
o dei compagni di Maometto, o dei pazzi, facesse altrettanto?
Lèvati dattorno cotesti arnesi, o piagnolone! — Parve che
avesse vergogna di me. Seppi poi che si faceva applicar
le ventose, e io procacciai di poterlo vedere in quello
stato, ma non potei. Mi fu detto ch'egli desiderava ch'io
gli cantassi, e allora io corsi da lui per fargli visita; ma
poi un tale, mandato da lui, venne a dirmi che, s'îo fossi
entrato da lui, avrei potuto rinnovargli la sua tristezza e
malinconia, e che, se non fosse ciò, l’anima sua desiderava di udir di que’ miei canti che tanto l’avevano vinta.
Aggiunse che mi raccomandava a Dio e che si scusava con
me se non poteva ricevermi. — Fu quella l’ultima visita
che gli feci!
(dall’arabo di Al-Isbahdamni).
14, | figliuoli di Nizàr nel cospetto di Al-Afaa (1).
Un giorno, Modhar, Rabîa, Iyàd, Anmàr, figliuoli di
Nizàr (2), erano incamminati verso il paese di Neg'ràn.
Andavan essi, quand’ecco che Modhar, osservando dell’erba
stata addentata, disse:Il cammello che s'è pasciuto di
quest’erba, era guercio. — E Rabîa: Camminava tutto
(1) Era della tribi di Giurhum (detto perciò al-Giurhumi), uno
degli antichi savî degli Arabi, governatore del paese di Neg'ràn in Arabia.
Era del III o IV secolo a. G.
(2) Figliuolo di Maadd e discendente di Ismaîl (Ismaele figlio d'Abramo) secondo la tradizione musulmana. Fu uomo di gran valore e di
gran prudenza. Molte tribù arabe son discese dai suoi quattro figli.<noinclude></noinclude>
jfuk6yhadr72rhbsglt7tv6yqwjtrkc
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/149
108
1031617
3901096
2026-09-18T12:34:40Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901096
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 133 —|}}</noinclude>Fi
— 133—
storto da una parte. — E Iyàd: Aveva tagliata Ia coda.
— RE Anmàr: Si sviava dal sentiero.
Non erano andati oltre che ben poco, quando si fe’
loro incontro un tale montato su di un cavallo che li
inchiese del cammello. E Modhar allora: Era guercio? —
Sì! disse l’uomo. E Rabîa: Camminava tutto storto da
una parte? — Si! — E Iyàd: Aveva tagliata la coda?
— Sì! — E Anmîr: Si disviava dal sentiero?— Si! disse
l’uomo, e poi: Son questi, per Dio! i contrassegni del
mio cammello. Ditemi ora dove si trova. — Essi giurarono
di non averlo mai veduto; ma l’altro insisteva e diceva:
Come posso io credervi mentre mi deserivete il cammello
mio in tutte le sue qualità?
Così se ne andarono finchè giunsero in Neg’ràn dove
s’introdussero presso di Afaa al-Giurhumi. Il padrone del
cammello gridava: Questa gente m'ha descritto il cammello mio in tutte le sue qualità, e ora nega d’averlo
mai veduto! — Disse allora Al-Giurhumi: Come avete
potuto descriverlo, se non l'avete mai veduto? — Disse
allora Modhar: Ho osservato ch’esso va brucando l'erba
soltanto da una parte e lascia quella dall’altra, e da ciò
ho conosciuto ch’esso è guercio. — Disse Rabîa: Ho
notato che una delle sue gambe davanti stampa assai bene
l’orma, e l’altra male, e ho compreso ch’esso la stampa
male perchè vi si appoggia sopra di soverchio essendo
storto da quella parte. — Disse Iyàd: Ho potuto sapere
ch’esso ha la coda tagliata dall'essere il suo fimo tutto
rappallottolato. Se avesse lunga e diffusa la coda, il fimo
gli cadrebbe disperso. — Disse Anmàr: Ho trovato che
si svia dal sentiero perchè ora pasce in luogo folto d’erba
e ora pasce in luogo che ne ha meno ed è squallido.
Disse allora Al-Afaa: Oh! non son questi quelli che:
t'hanno rubato il cammello! — Li dimandò poi chi fossero, ed essi gliel dissero. Al-Afaa allora diè loro il
benvenuto, li ospitò, e si sforzò di far loro il massimo
onore.
(dall’arabo di Al-Hamavi).<noinclude></noinclude>
943x83sk9jlvmfxomt925uk5gkhuoe8
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/150
108
1031618
3901097
2026-09-18T12:34:46Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901097
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 134 —|}}</noinclude>
15. Follia d'amore.
Le storie degl’innamorati dei tempi antichi sono
delle più meravigliose, e le loro poesie delle più belle.
Raccontava, a questo proposito, Abù "l-Hayydgi, dicendo:
Mi recai, una volta, nel paese dei Benî Amir (1) non
per altro fine che per vedervi Al-Meg’ndîn (2), ed ecco ch'io
ne trovai là il padre, vecchio già avanzato negli anni, e
i fratelli, già uomini fatti, e tutti in buono stato e nel
l’agiatezza. Li richiesi d’Al-Meg’nîn, ed essi si misero a
piangere, e il vecchio intanto diceva: Per Dio! egli era
il più caro de’ miei figli! S'invaghì d’una fanciulla (3)
della sua stessa tribù, che non avrebbe potuto desiderar
mai un uomo della condizione di lui. Ma quando la notizia
del loro scambievole amore si divulgò, il padre della
fanciulla, a cui spiaceva di doverla sposare a mio figlio,
la sposò ad un altro. Noi fummo costretti a mettere in
catene Al-Meg’nîn. Prese allora 2 mordersi la lingua e
le labbra in modo che temevamo non se le staccasse, sì
che poi, vedendo ciò, dovemmo rimetterlo in libertà. Si:
cacciò egli nel deserto, e d'allora in poi gli si reca da
noi ogni giorno il pasto. Gli si pone in un luogo dove lo
vegga, ed egli allora, come l'ha adocchiato, s’accosta e
ne mangia. Quando Ie sue vesti sono consunte, ci si va
con altre vesti che si depongono là dove possa vederle.
Li pregai di guidarmi da lui, ed essi m'indicarono
un garzonetto della’ tribù, dicendo: È sempre stato il suo
amico, nè egli ha famigliarità con altri fuor che con questo
(1) Antica tribù d'Arabia.
(2) Cioò 42 folle (per amore). Il vero nome di questo giovane, vittima
infelice della sua passione, era Qeys, e la sua storia pietosa fornì l'argomento a molti racconti romanzeschi e ai poemi persiani di Nizàmi, di
Giàmi e d'altri (Storia della Poesia persiana, cap. VI). Si noti che il nome
di Al-Meg'nùn va pronunciato col g palatale 0 schiacciato, quasi Al-Meginun,
(8) Che aveva nome Leyla.<noinclude></noinclude>
3fu3dhee105i0wfbm7ywsbpxntmjv0z
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/151
108
1031619
3901098
2026-09-18T12:34:51Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901098
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 135 —|}}</noinclude>= 180
ragazzo. — Pregai il ragazzo di farmi da guida, ed egli
mi disse: Se tu vuoi intendere de’ suoi versi, io li ho
tutti a mente fino a quelli fatti ieri da lui. Anche domani
andrò da lui, e s’egli ne improvviserà, te li ridirò. — Ma
io intendo, risposi, che tu mi meni da luil — Bil ra
gazzo: Se ti vede, fuggirà. Temo anzi ch’egli non voglia
più saperne nemmeno di me in avvenire, € ch'io abbia
a perdere i suoi versi. — Ma io insistetti tanto ch'egli
si determinò a farmi da guida. Mi tenne allora questo
discorso: Cercalo per questo piano deserto, e quando
l’avrai veduto, fa d’accostarti a lui famigliarmente, perchè
cercherà bene di farti paura e minaccerà anche di scaraventarti contro ciò che per caso avrà in mano. Siedi
allora in qualche posto come se tu non l'avessi nemmeno
veduto. Tienilo d’occhio tuttavia, e quando avrai notato
ch'egli si va calmando, procura di recitargli qualche
verso di Qeys ibn Dbarîh (1) che è il poeta di cui egli
è ammiratore.
Ripiglia Abù ’1-Hayyàgi:
To adunque uscii quello stesso giorno per andarmene
da lui, e lo trovai (era il pomeriggio) seduto sopra un
cumulo di terra che tracciava col dito certi segni sull'arena. M’accostai allora senza alcuna esitazione, ma egli
| fuggì come fugge una bestia selvatica dall’uomo. Erano
lA delle pietre, ed egli ne afferrò una per scagliarla contro
di me, ma io seguitai ad avvicinarmi, me gli sedetti vicino, e stetti là tranquillo per qualche tempo. Egli però
serbava l'aspetto d’uno che vuol fuggire; ma poichè io
mi teneva sempre seduto, si calmò alcun poco e mi si
avvicinò facendo scoppiettar le dita. Io allora lo guardai
in viso e dissi: Per Dio! che buon poeta fu Qeys ibn
Dharîh in que’ suoi versi:
« Spargo degli occhi miei tutte le lagrime
Piangendo per timor di ciò che avvenne,
Anzi di ciò che avviene!
(1) Antico poeta d'Arabia, morto nel 687 d. G. Compose patetici versi
d'amore (Letteratura araba, Cap. VI, $ 1)<noinclude></noinclude>
jpw4aer5cu3bxt759k9ug2cx8zdca39
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/152
108
1031620
3901099
2026-09-18T12:34:56Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901099
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 136 —|}}</noinclude>AI 0a
Dicono a me: Domani, ovver trascorsa
Questa notte, si parte l'amor tuo,
Anzi egli è già partito!—
To non temea che giunger mi dovesse
Di mia mano la morte. Ora mi tocca
Ciò che toccar mi debbe! »
Al-Meg’nùn si mise @ piangere in modo che le lagrime gli scendevano giù per le guancie, ma poi disse:
Oh! io son ben stato più abile di lui in poesia, quando
ho detto:
« Nulla il mio cor desia fuor che l’amore
Della bella Amiride (1).
Ella ha il nome per Amr, e nome tale
Nessuno mai le vide (2).
Stilla, quando la tocca, la mia mano
Quasi un rorido UMOTE;
Foglie virenti per le punte attorno
Quasi ne spuntan fuore (3).
Ho meraviglia del destin che tanta
Ha cura in dilungarci.
Queterà forse quando fia compiuta
L’opra del separarci.
Ogni notte deh! accrescimi gli affanni,
Amor. Tu compirai,
Gioia a’ miei di, la tua promessa, quando
Da morte rivivrai (4) ».
Ciò detto, s'allontanò rapidamente, € jo me ne tornai
indietro. Ritornato da lui il dì successivo, rifeci quanto
io aveva fatto il giorno antecedente, ed egli fece il simii
gliante. Quando poi si fu di nuovo famigliarizzato con
(1) Cioè della tribù dei Beaî Amir (vedi sopra) alla quale apparteneva anche questo infelice amante.
(2) Allusione al soprannome di lei che era Umm Amr, cioè la madre
di Amr, sebbene essa non avesse un figlio di questo nome.
(3) Maniere iperboliche (non certamente di nostro gusto) per esprimer l’effetto del toccar la mano della sua donna.
(4) Tu, dolce donna mia, verso di me atterrai la tua promessa
quando, ritornata a vita nella risurrezion dei morti, nessuno vi sarà che
ci separi.<noinclude></noinclude>
ewclxwsxk8ikl1hu2kiy51e1mxdef3o
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/153
108
1031621
3901100
2026-09-18T12:35:01Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901100
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 137 —|}}</noinclude>ee —i
= ila
me, io dissi: Per Dio! che buon poeta era Qeys ibn Dharîh
in que’ suoi versi! — E Al-Meg’nùn: In quali? — E io:
« Deh! concedete ch'io son grato @ voi
Per ben che mi facciate,
E ch'io cancello in me il rancor se grazia
O favor non mi fate!
Che se di separarci l'un dall’altro
Decretò nostra gente,
Ciò che tra me e te passò, fu puro
Sempre e innocente?.
Pianse alquanto Al-Meg’nùn, € poi disse: Oh! io son
pen stato più abile di lui quando ho detto questi versi:
« Con detti che trainato in piana valle
Selvagge fiere avrian (1), sì che m'hai reso
Tuo schiavo, m'attirasti;
Poi fuggisti da me, quando nessuna
Difesa avea, lasciandomi nel petto
Ciò che pur mi lasciasti! » (2).
Passò di la una gazzella, ed egli le corse dietro. Io
tornai a casa, Ma poi, andato il terzo giorno per rivederlo, non l’incontrai. Tornato di nuovo, ne informai quelli
della sua famiglia, i quali mandaron subito quel garzonetto che soleva portargli il pasto. Il fanciullo andò; ma,
quando tornò, riferì che il pasto era ancora intatto al
suo luogo. Io allora andai co’ suoi fratelli a farne ricerca.
Lo cercammo quel giorno € quella notte sempre. Al
mattino, c’imbattemmo in lui nel fondo d'una valle tutta
sparsa di grosse pietre. Era morto. I fratelli lo portarono
a casa per dargli sepoltura.
(dall’arabo di AI-Masddi).
(1) Gioò avrebber ridotto (tanto eran potenti) ad abitare in luoghi
colti le belve più selvatiche. Il poeta parla alla sua donna,
(2) Cioè le pene dell’amore.<noinclude></noinclude>
gvq43sv04dynh36dcu4f8tgct7n5ut4
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/154
108
1031622
3901101
2026-09-18T12:35:07Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901101
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 138 —|}}</noinclude>SE LET iae SA
Mbtsgiiai
TE e:129 n EPG
dii nat Vi ee ennee
CRETA ET APRIRE ps
rise ne "al
retaggio pEr E PETIT
—138—
16. Adamo e il Diavolo poeti.
Si racconta che Caino assali Abele in un campo
deserto e che quel campo era la dove ora è Damasco di
Siria. L’uccise spezzandogli il cranio con una pietra, e
si dice pure che le belve impararono così dall’uomo ad
essere crudeli, perchè egli aveva loro dato il primo
esempio del far male e dell’uccidere. Come poi ebbe
ucciso il fratello, Caino non sapeva in qual modo nasconderne il cadavere, e però l’andava portando qua e là
aggirandosi per la terra, finchè Iddio mandò un corvo
contro un altro corvo. Quel primo corvo ammazzò l’altro
e poi lo seppelli. Caino allora, tutto dolente, secondo che
di lui si racconta nel Corano, esclamò: Me infelice!
non ho potuto adunque far come cotesto corvo, e nascondere il male che ho fatto mio fratello? > A) — E gli
diè sepoltura.
Quando Adamo ebbe notizia di tutto ciò, se ne dolse
e se ne afflisse, ne ebbe sgomento @ costernazione.
Dice, a questo proposito, Al-Masùdi (2):
È divulgata una composizione poetica che la gente
attribuisce ad Adamo, quale egli avrebbe composta nel
dolore per il figliuol Suo, nell’affiizione d’averlo sì miseramente perduto. La poesia esprime quel dolor SUO nel
modo seguente (3):
È cangiata la terra, è gli abitanti
Ne son cangiati;
Di polvere tristissima velati
Ne sono i luoghi!
_—_—_—__
(1) Passo del Corano, V, 84.
(2) Gioò l'Autore stesso di questo scritto.
(3) Secondo la tradizione, sarebbe questa la versione in arabo, fatta
da Yarib ibn Qahtàn, del testo che era in siriaco, da che, anche secondo
certi dottori ebrei del Talmàd, la lingua di Adamo doveva essere stata la
sirl1aca.<noinclude></noinclude>
rqkpcyowfivjqffu30w8dj5j3skxa8y
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/155
108
1031623
3901102
2026-09-18T12:35:12Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901102
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 139 —|}}</noinclude>
Color, beltà, sapor di tutte cose,
Son cancellati;
Sparì dai volti di gioia schiarati
Ogni sorriso.
La gente agri cespugli e tamarisci
Ha trapiantati
In orti, un tempo di bellezze ornati
Di paradiso.
E assiduo presso a noi si sta un nemico (1),
Nè ci ha scordati,
Un maledetto!Oh noi riconfortati,
S'egli morisse!
Trucidò Abèl Caino! I dolci affetti
Ha violati.
Oh miseria! oh dolore! oh tratti amati
Di quel bel viso!
Che non dovrian per me fiumi di pianto
Andar versati?
D’Abèl gli avanzi miseri serrati
Ha in sè una fossa.
Veggo lunghezza de’ miei giorni a eterno
Duol riserbati.
Deh! ché del viver nostro sollevati
Mai non saremo!
Ho poi trovato in molti libri di storia, di biografia,
di genealogia, che il Diavolo, tosto che Adamo ebbe
recitato la poesia suddetta, gli rispose da un luogo da
cui Adamo poteva udirlo, ma non vederlo. La poesia del
Diavolo è la seguente:
Vanne da questa terra e lascia quanti
Sonvi. abitati,
Chè della terra omai son diventati
Angusti i luoghi!
Tu, Adamo, ed Eva, donna tua, dai mali
Del mondo riparati
Già vi credeste, e di viver beati
V’argomentaste.
(1) Cioè Satanae<noinclude></noinclude>
jpcc3hqrk5irzjhqtfvwytcmxvwau9q
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/156
108
1031624
3901103
2026-09-18T12:35:17Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901103
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 140 —|}}</noinclude>
Ma non cessàr le frodi e non gl’inganni,
Da me pensati,
Fin che il più caro de’ beni apprezzati
Vi fu rapito.
Se non vi avesse la pietà possente
Di Dio guardati,
Dal cielo in bando un alito mandati
Vi avria per sempre!
In un altro manoscritto, ho trovato un’altra strofa,
staccata, oltre a quelle che ora abbiam riferite, di questa
stessa poesia. Vi si aggiunge che Adamo udì la voce di
chi gliela recitava, ma non ne vide la persona. Essa dice:
Padre d’Abele, ambo i figlioli tuoi
Fùr trucidati,
Chè vittima del morto vònno i fati
Quei che ancor vive!
Quando Adamo ebbe inteso questi versi, anche più
rimase afflitto e costernato e per il figliuolo che gli era
morto, e per il superstite, perchè comprese che a chi ha
ucciso, tocca di essere ucciso|
(dall'arabo di Al-MasQdi).
17. Vittime dell’amore.
Raccontava Al-Giàhiz (1):
To era stato raccomandato al Califfo Al-Mutavakkil
per assumere l’educazione letteraria di uno 0 due dei
suoi figli. Ma quand’egli m’ebbe veduto, mi scoverse di
tanto spiacevole aspetto, che mi fe’ dare diecimila dirhem
e poi mi congedò. Uscito da lui, m’imbattei in Muhammed.
ibn Ibràhîm (2), il quale, avendo intenzione di passare
alla Città della pace (3), mi palesò il suo desiderio ch'io
(1) Cioè Amr ibn Bahr, soprannominato Al-Giîhiz, cioè è Losco,
brutto d'aspetto, ma celebre filologo, autore d'opere filologiche, filoso=
fiche, storiche, e d'un libro sulla vita degli animali. Morì nell’869 Gli O
(Letteratura araba, cap. VII, $ 4).
(2) Governatore della Persia in quel tempo.
(3) Cioè Bagdad, capitale dell'Impero musulmano,<noinclude></noinclude>
3z8b2akd6qxd1lgamiyk959g6qr09y3
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/157
108
1031625
3901104
2026-09-18T12:35:22Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901104
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 141 —|}}</noinclude>Rel o
dovessi andar con lui e discendere in sua compagnia il
Tigri in un suo navicello. Così vi montanimo, e come
fummo alle bocche del canale di Al-Qatul, lasciataci @
dietro SAmarra, fe’ spiegare e sospendere una tenda (1)
e comandò che si suonasse € cantasse. Incominciò una
suonatrice di liuto, la quale cantò:
Ad ogni dì baruffe,
Rimproveri a ogni di,
E passa il nostro tempo,
E in ira siam così!
Saper vorrei se accade
Soltanto a me tapin
Ciò fra gli altri, o s'è tale
D’ogni amante il destin!
Tacque, ed egli fe’ cenno ad una suonatrice di chitarra
che cantò:
Deh! v'abbiate pietà per gli amanti,
Ch’io non veggo che alcuno gli aiuti!
Discacciati, fuggiti, sperduti,
Separati, e son pur tolleranti!
Le disse allora quella del liuto: E che devon fare
gli amanti? — E l’altra: Fanno così!— Afferrò la tenda,
la lacerò, mostrandosi noi bella come un lembo di luna,
é si slanciò nel fiume. Presso di Muhammed erasi tenuto
fino allora un giovinetto paggio, pari a lei in bellezza,
che teneva in mano un flabello. Quand’ebbe veduto ciò
che la fanciulla aveva fatto, gittò via il flabello, corse
là sul luogo, e vedutala travolta dalle acque, gridando
questi versi:
Tu sei quella che qui m’ha sommerso
Dopo il Fato, se pur tu l’intendi!
si precipitò dietro @ lei nel fiume. I barcaiuoli fecero
girare il navicello. Furon veduti ancora un momento
strettamente abbracciati, poi si sommersero e non ricomparvero più.
(1) Secondo l’uso persiano e arabo, le canterine solevano cantare
sempre dietro una tenda che le nascondeva agli uditori.<noinclude></noinclude>
hf214xy3hdjo9er4m55k5liq7dwdat6
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/158
108
1031626
3901105
2026-09-18T12:35:27Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901105
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 142 —|}}</noinclude>
Questo fatto atterri Muhammed che ne rimase. come
stupito e confuso. Ma poi, voltosi a me: Raccontami, Amr
(1), mi disse, qualche fatto che mi consoli della perdita
di que’ miei due ragazzi! be non ne sai, farò io in
modo che tu vada con loro.
Ripiglia Al-Giàhiz:
Si racconta che Al-Yezîd ibn Abd al-Malik (2), mentre
un giorno presiedeva ad una udienza indetta per definir
liti e ricorsi, tra le altre petizioni che gli furon presentate,
trovò anche questa:
« Se piace al Principe dei credenti (che Iddio gli
dia potenza e gloria!) di farmi vedere una delle sue
schiave (e la designava) perchè mi canti tre delle sue
arie, lo faccia! >»
Tanto si stizzì Al-Yezîd a quella lettura, che ordinò
ad uno de’ suoi famigliari di andar da quel tale e di
portargliene la testa. Ma poi mandò un altro dietro
quel primo ordinandogli, invece, di menarglielo dinanzi.
Quando l’ebbe a sè, gli disse: Chi ti ha indotto a fare
ciò che hai fatto? — La fiducia, rispose, nella tua bontà
e la confidenza nel tuo perdono.
Il Califfo gli fe’ cenno di sedere, e poi, quando non
fu rimasto la nessun altro di sua casa, usciti tutti l’un
dopo l’altro, fece entrar nella sala la fanciulla. Aveva con
sè il suo liuto, e il giovane le disse:Cantami quest’aria:
Frena, o Fàtima mia, questo tuo altero
Contegno, almeno; in parte.
Se in discacciarmi tu persisti, almeno
Dolcezza adopra ed arte!
La fanciulla cantò, e il giovane, avutane licenza da
Al-Yezîd, le disse: Cantami quest'altra:
Là dal Neg’d (8) guizzava un lampo.
« Lampo mio, gli dissi, omai
Non mi curo più di te.
(1) È questo il vero nome del celebre filologo nella cui bocca è posto
il racconto.
(2) Califfo Ommiade. Regnò dal 720 al 724 d. O.
(3) L’altipiano interno dell'Arabia. Si pronunci il g palatale, o schiacciato, quasi come se fosse Negid,<noinclude></noinclude>
r3s2xaxnejiyjeqx959rccvan4mcm75
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/159
108
1031627
3901106
2026-09-18T12:35:33Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901106
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 143 —|}}</noinclude>
Èintuaveceappodime
Un nemico impetùoso,
Corrucciato, disdegnoso,
Che qual lancia denudata
Ha una spada sguainata! »
Gli cantò anche questa, e Al-Yezîd:Domandagliene
delle altre! — Ma il giovane lo pregò di fargli portare
una caraffa di vino. Il Califfo gliela fece dare, ed egli
non aveva ancora finito di tracannarla, che, dato un
balzo, saltò sull’alto del baldacchino sotto cui Al-Yezîd
era solito di sedere, e precipitatosi di là col capo avanti,
cadde e morì. Al-Yezîd esclamò: Noi siamo di Dio e ritorniam tutti a lui! — E soggiunse: Vedete lo sciocco
e l’ignorante! Si pensava ch'io gli avrei menato dinanzi
una schiava mia per poi ritenerla ancora per me! (1).
Ragazzi! gridò ai paggi e ai famigliari, prendete costei
per mano e rendetela alla sua famiglia se pur ne ha. Se
non ne ha, vendetela al mercato e datene in elemosina
il prezzo a vantaggio dell'anima di questo disgraziato!
I paggi la tolsero di là. Ma quando si trovò in mezzo
al cortile del palazzo e vi scoverse una fossa profonda
statavi aperta per raccoglier l’acqua piovana, si liberò
dalle mani di chi la guidava, e recitati questi versi:
Chi muor d’amore, muoia in questa guisa.
Niuna beltà in amor senza la morte!,
si precipitò a capo in giù nella fossa e morì.
Questo racconto consolò Muhammed che mi fece dare
una bella gratificazione.
(dall’arabo di Al-Masùdi).
(1) Il Califfo, infatti, non poteva far altro che abbandonargliela,<noinclude></noinclude>
oo28z2autketnsmr6d2h4ry23eo1ov8
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/160
108
1031628
3901107
2026-09-18T12:35:38Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901107
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 144 —|}}</noinclude>
18. L'Arcimago (1) e il dialogo delle upupe.
Il re Behràm (2) ebbe un regno d’anni diciasette,
sebbene da altri si accenni a diverso numero d’anni. Da
principio si diè alla crapula e ai piaceri, alla caccia e
ai divertimenti, non pensando per nulla agli affari del
regno e non curandosi delle faccende dei sudditi. Distribuiva castelli e villaggi a quelli de’ suoi servitori e
famigliari ch'egli aveva preso a proteggere e a favorire,
sì che ben presto insterilirono i campi, abbandonati da
chi li coltivasse, abitati, invece, dai nuovi padroni saliti
in grande potenza. Non furono coltivate se non quelle
terre ch’egli aveva infeudate a’ suoi protetti; ne
aveva fatto cessare, inoltre, la riscossione dei tributi e di
ogni altra spesa, e ciò per arricchir ministri e cortigiani.
L'amministrazione dello Stato era omai abbandonata nelle
mani dei ministri, sì che tutto il paese era. deserto e
squallido, diminuivano i prodotti, esaurivasi l’erario,
venivan meno forza e vigore nell’esercito, ne morivano
i più deboli e tapini.
Avvenne che un giorno il re montò a cavallo per
una delle sue passeggiate di piacere e per una partita
di caccia. Lo sorprese la notte mentre era in via per
ritornare a Madain (3), e la notte era rischiarata dalla
luna. Ad un tratto egli chiamò a sè PVArcimago per intrattenerlo intorno a certo affare che gli era venuto in mente.
(1) Capo dei Magi o sacerdoti zoroastriani.
(2) Re di Persia della casa dei Sassanidi, quinto di questo nome.
Regnò dal 420 al 488 d. G. Prevalsero, al suo tempo, idee socialistiche
ch'egli favori e cercò di attuare (vedi, su ciò, Firdusi, il Zibro dei Re,
vol. VI della mia traduzione) e che produssero i mali ai quali allude il
nostro Autore (vedi: Cognetti De Martiis, Socialismo antico, lib. II, sez. III).
Il re Behràm fu, tuttavia, re cavalleresco e poeta. Le sue avventure di
amante, di cacciatore, di poeta, formarono il soggetto di molti poemi
romanzeschi persiani, tra i quali il più celebre è quello di Nizàmi: Ze
sette Beltà (vedi la mia Storia della Poesia persiana, cap. VI, 11-14; 69-75).
(3) Nome arabo della capitale di Persia al tempo dei Sassanidi, detta
Ctesifonte con nome greco, donde il persiano Teysifàn.<noinclude></noinclude>
1h97nxqtsle0h2pvzsqzjbjno0mcn53
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/161
108
1031629
3901108
2026-09-18T12:35:43Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901108
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 145 —|}}</noinclude>
L'Arcimago gli si accostò e l’accompagnò lungo il cani
mino, ed egli incominciò a conversar con lui domandandogli notizie intorno alla vita di alcuni dei sovrani
suoi predecessori, e passavano intanto, proseguendo la
via, tra le rovine dei più cospicui villaggi e castelli, stati
abbandonati dopo ch’egli era diventato re. Non v'era
anima vivente, eccetto le upupe, quand’ecco una appunto
di esse levar la voce e risponderle un’altra di là da
certe case rovinate. Disse allora il re all’Arcimago: Conosci tu una persona a cui sia stato dato di potere intendere ciò che dicono questi uccelli che mandano queste
voci nella quiete della notte? — O re, gli rispose l’Arcimago, io sono appunto uno di quelli a cui Iddio ha voluto concedere di potere intendere il discorso degli uecelli. — Il re lo pregò di esporgli ciò che le due upupe
allora dicevano, e l’Arcimago gli fe’ sapere ch’esse toccavano una gran verità. Che dice adunque l’una, domandò
vivamente il re, e che dice l’altra?
Rispose l’Arcimago: L’upupa di qui è un maschio
che dice alla femmina di la: « Coneedi ch'io abbia l'amor
tuo, affinchè nascano poi da noi dei figliuoli i quali
daran lode a Dio e perpetueranno quaggiù nel mondo la
nostra schiatta, divulgandone inoltre la ricordanza ».
E la femmina gli ha risposto: « La tua proposta formerà
certamente la mia fortuna più bella e la sorte mia più
felice in questa vita e nell’altra. Ma io intendo porre
certa condizione, la quale se tu mi concederai, aderirò alla
tua proposta, e questa si è che tu mi dia venti castelli
diroccati in questi luoghi abbandonati e deserti, divenuti
tali da che regna il nostro felice sovrano ».
Domandò il re all’Arcimago: E che le ha risposto id
maschio? — E l’Arcimago: Le ha risposto così: « Se la
vita del nostro felice sovrano durerà ancora per molti
anni, io, in queste provincie desolate, potrò darti in feudo
anche mille castelli andati in rovina. Ma che ne farai
tu? ». Rispose la femmina: « Dal nostro matrimonio verrà
certamente una gran discendenza, e molti figliuoli nasceItalo Pizzi - Fiori d'Oriente
10<noinclude></noinclude>
h3jyukwg6a46totzwq0ffast42n77xg
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/162
108
1031630
3901109
2026-09-18T12:35:48Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901109
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 146 —|}}</noinclude>
fanno da noi, e noi, a ciascuno dei figli nostri, daremo
in feudo una di queste provincie incolte e disabitate ».
Disse allora il maschio: « Cotesto è quanto di più facile
hai potuto domandarmi e quanto di più agevole hai
potuto chiedermi! Io te ne fo promessa formale fin d'ora,
perchè ho abbondanza grande di tutto ciò. Dimmi ora
quale altra cosa desideri. >»
Il re, come ebbe inteso quel discorso, lo risentì profondamente nell’animo. Si ridestò come da un sonno
grave, e tuttora pensando a quanto eragli stato detto,
d’un tratto balzò a terra. Scesero similmente di sella i
cortigiani, ed egli, tratto in disparte l’Arcimago, gli
disse: O capo di nostra fede, verace consigliere d’un re,
al quale hai aperto gli occhi sugli affari del regno da
lui trascurati e sulla rovina del suo paese e de’ suoi
sudditi, che è adunque cotesto discorso che tu m?’hai
tenuto? Tu hai scosso ciò che in me era intorpidito, e
m'hai dato cognizione di cose da cui io era interamente
alieno e lontano.
Irispose l’Arcimago: Ho atteso l'occasione propizia
prosso Il nostro felice sovrano per intrattenerlo intorno
nl bono de' suoi servi 0 del suo paese e mi son valso di
un npologo, quialo nvvortimento, nel discorso mio, adoperando Il Ingunggio di questi uccelli, dopo che il re mi
ehbe dimanidato ciò ehe m'ha domandato,
KH l pet 0 fodol connigliore! Fammi ora sapere qual
filo aeopo n seul tu hai mirato, 0 il sonso del tuo dire al
quale intendevi, Oho 6 il nignifiento di ciò? a che è volto
tutto sotto 7
lello novrnno, rispose L'Arcimago, un regno non è veiumente nò potonto nè forte se non si fonda sulla legge,
ulin pornoveranza nell'obbedire a Dio altissimo, sul governisi secondo il suo precetto per tutto ciò ch'egli o impone
o vieta. Non v'è sostegno alla legge, se non nel re; non
ha forza il re, se non per i sudditi; non han sostegno i
sudditi, se non nei proventi del suolo e nella ricchezza;
non v'è modo di aver proventi e ricchezza, se non per
l’agricoltura; non v'è maniera di far fiorire l’agricoltura,<noinclude></noinclude>
j50iagu7q0lgv4qm7qn8hmhkli3uv1b
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/163
108
1031631
3901110
2026-09-18T12:35:54Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901110
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 147 —|}}</noinclude>
se non con la giustizia. La giustizia poi è una bilancia
piantata in mezzo alla gente. L'ha piantata Iddio e le ha
assegnato un depositario. Tale depositario è il re.
E il re: Quanto m'hai tu esposto, è la verità. Fammi
ora intendere qual fine, nel dir tutto ciò, ti sei PRODOSLO
e dichiaralo a me apertamente.
Ben volentieri, o signore! rispose 1’Arcimago. Quanto
alle terre e ai villaggi, intendi tu che li hai tolti ai loro
padroni e agli agricoltori, dai quali vengono a te i tributi e donde si hanno i denari che vanno a profitto dello
Stato, per darli a’ tuoi favoriti, ai tuoi servitori, ad ogni
persona da nulla. Costoro ad altro non hanno atteso che:
a smunger più presto le terre, a ricavarne i sùbiti gua
dagni, e però trascurarono. l’agricoltura nè si dettero
alcun pensiero nè di ciò che poteva avvenirne poi, nè:
del curarsi di quanto avrebbe potuto render più fertilii
e prosperosi i campi. Ebbero anche esenzion di tributii,
e ciò perchè godevano del favore del re. Cotesta fu ingiuria e offesa inflitta a quanti rimanevano ancor qui dii
possidenti e d’agricoltori, che presto disertarono i campi
e abbandonaron le case per riparare e stanziarsi in luoghi
più sicuri e difesi. Langue perciò ora l’agricoltura, sono
incolte e disabitate le campagne, scarseggiano i proventi,
vanno in rovina sudditi e soldati, e intanto i sovrani e
le altre genti che stanno intorno ai confini del regno di
Persia, già vi pongono gli occhi, vogliosi di averlo, da.
che son venuti meno tutti quegli aiuti su cui si regge,
come su fondamenti, ogni Stato.
Il re, come ebbe inteso questo discorso dell’Arcimago, per tre giorni volle trattenersi in quel luogo, e là
appunto, fatti venire a sè i ministri, gli serivani, gli
ufficiali pubblici, consultati i libri del catasto, furon tolte
le terre ai cortigiani, ai favoriti reali, e restituite ai veri
possessori. Si ritornò alle norme e alle leggi d'un tempo;
Si pose mano all’agricoltura; si riebbe chi era venuto im
povertà; si ripopolò il paese; ritornò fertile e produttivo
il suolo; aumentarono le entrate per la riscossion dei
tributi; si rafforzò l’esercito; venner meno le forze dei
pa<noinclude></noinclude>
au0vufrevv58xl622i8koqnrj0oidrv
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/164
108
1031632
3901111
2026-09-18T12:35:59Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901111
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 148 —|}}</noinclude>
nemici; furon fortificate le frontiere. Il re poi prendevasi
cura in persona e in ogni tempo delle faccende dello
Stato, e sorvegliava nobiltà e popolo, sì che l’età sua fu
tutta lieta, e il. regno: suo ordinato in modo che si disse
che. i suoi giorni furon giorni di feste e di tripudî, e ciò
per l’abbondanza di beni e di vantaggi che toccò alla
gente d’allora, con tutti gli atti e le opere della giustizia
reale.
(dall'arabo di Al-Masddi).
19. Le voci misteriose: nelle solitudini d’Arabia.
Dice Al-Masàùdi:
Furono già assai frequenti presso gli Arabi quelle
voci che si dicono misteriose, proprie soltanto del loro
paese, ma furono anche più frequenti prima della nascita
del Profeta (che Iddio lo benedica e lo salvi!) e in tutto
il tempo anteriore al suo apostolato (1). Ora, il particolare di tali voci misteriose è questo che s' intende una
voce, ma non si vede la persona che la fa udire.
L'opinione della gente intorno ad esse e ai Genî varia
di moltò. Sostengono alcuni che tutto ciò che asseriscono
gli Arabi intorno a questo punto, e tutto ciò che raccontano in proposito, si crea nella loro mente nel trovarsi
soli e abbandonati nei deserti, nelle valli appartate e
solitarie, nell’attraversar lande spaventose e tratti sel
vaggi di paese. L'uomo infatti, quando s’aggira per questi
luoghi e si trova solo, incomincia a farsi pensieroso, €
pensando e fantasticando, si perde d’animo e di coraggio.
L’assalgono idee vane e false, pensieri angosciosi e malineonici, sì che gli sembra di udir voci di qua e di là
e di veder fantasmi. Lo sgomenta ogni fantasticheria
anche la più assurda, incelimando egli a dar corpo a tutto
ciò che si presenta alla mente di chi facilmente s’impres(1) Maometto iniziò la sua predicazione soltanto nel quarantesimo
anno dell'età sua, cioè nel 610 o 611 dc,<noinclude></noinclude>
3kl4pentu8e2cowv0yio1z2xi8yppi1
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/165
108
1031633
3901112
2026-09-18T12:36:04Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901112
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 149 —|}}</noinclude>
siona ed è di testa debole. L'origine di tutto ciò si sta
nella fantasia malata e nel suo correr dietro a cose che
non hanno sostanza vera, ‘e nel suo gittarsi per una via
errata e non buona. L'uomo, rimasto solo in luogo deserto, abbandonato nella solitudine, ‘disposto dell’animo
ad ogni paura, impaurito del paese selvaggio e orrido,
esposto a pericolo di morte, per la prevalenza del suo
malato fantasticare sul pensiero, insita nell’anima sua,
teme e sospetta di tutto ciò che da altri gli è stato raccontato intorno alle voci misteriose e agl’incontri con
i Geni.
Gli Arabi, prima dell’Islamismo, andavano dicendo
che alcuni di tra i Genî, fino alla metà della persona,
avevano forma umana, e che apparivan loro durante i
loro viaggi e quand’erano interamente soli. Li chiamavano
Shigg, cioè gli stroncati a metà, e raccontavano, a questo
proposito, come Alqama ibn Safvàn uscisse una notte
per andarne ad un suo fondo che aveva presso la. Mecca,
e come capitasse là da un luogo che anche ai giorni
nostri è detto Hit hirman, cioè il Muro della mala sorte,
dove gli corse incontro uno di questi Shigq nell'aspetto
che ora abbiam detto. Il Shiqq gli disse:
Àlqama, letal colpo m’ha piagato;
Ogni lembo di carne m'è azzannato;
Ferro m'ha colto, dritto sguainato,
Del colpir d’un garzone alto pregiato,
Forte del braccio, derisor sguaiato.
Gli rispose Algama:
OShiqg,chepassamaiframeete?
Ringuaina l’acciaro che hai con te.
Uccider vuoi chi uccider non vuol te?
E il Shigg::Algqama, la ragion cantata ho a te
Per che versar vo’il sangue ch’ è di te.
Soffri adunque il destin fissato a te! (1)
(1) Questi tre frammenti poetici hanno, anche nel testo arabo, una
vima sola, che, per il primo, è in 4, per gli altri due è in aku.<noinclude></noinclude>
d4cqo8i8x97m6jvvz51rr76owvb1gzh
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/166
108
1031634
3901113
2026-09-18T12:36:10Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901113
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 150 —|}}</noinclude>L'uno, allora, colpì l’altro, e tutt'e due stramazzarono
al suolo morti. Questo fatto è assai noto presso gli Arabi,
i quali tutti affermano che cotesto Alqama fu ammazzato
dai Genî. Riferiscono inoltre alcuni versi d’un componimento poetico stato fatto dai Genî stessi quando ammazzarono Harb ibn Omeyya, e quei versi suonano così:
È di Harb la sepoltura
In un’orrida campagna.
Niuna tomba per compagna
Ha di Harb la sepoltura.
Gli Arabi, per provare che questi versi sono opera
dei Genî, fanno osservare che a nessun uomo vien fatto
di recitarli tre volte soltanto di seguito senza che, nel
recitarli, s'ingarbugli la lingua. Ciascuno, infatti, può e
sa recitare venti strofe, trenta e anche più, assai più
difficili di cotesti versi e anche più faticose senza ingarbugliarsi o balbettare (1).
Tra le vittime fatte dai Genî trovasi pure Al-Arîdh
il musico, dopo che s'era resa celebre l’arte sua nel cantare,
è ne andava attorno la fama. I Genî gli avevan vietato
di cantar certi versi. Egli li cantò, ed essi l’ammazzarono.
Raccontava, a questo proposito, Mansùr ibn Yezìd
al-Tàyi:
Ho visitato, un giorno, in Baqga, il sepolcro di Hatim
della tribù di Tayy (2), ed esso è là da una montagna
che ha una valle detta AI-Khabil. Resti di gran caldaie
di pietra son là, presso quella sepoltura, e son di quelle
caldaie nelle quali Hatim cuoceva il cibo che poi dispensava alla gente. A destra del sepolero son quattro fanciulle
di pietra, e altre quattro a sinistra, ciascuna con lunghi
capelli sparsi, inclinate sulla tomba nell’atteggiamento
di chi piange su di un sepolto. Non s'è mai visto candore
simile al candore dei loro corpi, nè bellezza di viso
(1) Perchè il lettore si faccia un concetto della difficoltà a cui l'Autore accenna, ecco il testo arabo dei versi: Va-gabru Harbîì bimakani qafrz
va-laysa qurba gabri Harbi qabr.
(2) Celebre per la sua generosità e liberalità, e però soggetto di
romanzi e di racconti arabi e persiani, Era della fine del VI secolo d. O.<noinclude></noinclude>
7d9paqup1su4t6ggc5c5rjqs0cbxhfv
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/167
108
1031635
3901114
2026-09-18T12:36:15Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901114
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 151 —|}}</noinclude>4
simile a quella loro (1). I Genî le hanno fatte e co llocate
così come sono sulla sepoltura di Hàtim, nè simili immagini furon viste mai prima d’allora. Esse, di giorno, sono
quali ora le abbiam descritte; ma, quando sopravviene
l’ora del sonno, si levano voci di Genî intorno al sepolero,
e noi, ch’eravamo nel nostro accampamento, le udimmo
fino allo spuntar dell’aurora. Spuntata l'aurora, tacquero
e quietarono. Accade sovente che chi passa di là e vede
quelle immagini, ne resta come attratto sì che si disvia
per la meraviglia che n’ha. Quando poi n’è vicino, S'avvede che son pietre.
Raccontava Muhammed ibn Horeyra:
C'era una volta un uomo che aveva nome Abù 1
Kheybari. Costui passò un giorno, con certuni della sua
tribù, presso il sepolero di Hàtim. S'accamparon là presso,
e cotesto Abù ’1-Kheybari, durante la notte, chiamò più
volte esso Hatim gridando: O Abîù ’l-giaad (2), dacci
ospitalità! dacci ospitalità! — I compagni gli andavan
dicendo: Zitto! che vuoi dir tu ad uno che non è che
un mucchio d’ossa in polvere? — Ed egli: Quel dei Tayy
(3) si millantava, quand’era vivo, che nessuno s’accampava presso di lui ‘senza ch'egli l’ospitasse!
Ma poi s’addormentarono. Quando si fu sul finire
della notte, Abù ’I-Kheybari saltò in piedi tutto spaventato e tremante, e gridava intanto: Oh! povera cammella
mia! — I compagni dicevano: Che hai tu? — Ed egli:
Hatim è uscito dal suo sepolero con un coltello in pugno,
e io l'ho veduto tagliare i garretti alla cammella mia! —
Tu cianci! gli dissero gli altri. Ma egli andò e trovò la
cammella sua distesa a terra, tra le altre, che non poteva
muoversi. Gridarono allora i compagni: Per Dio! t'ha
ben data l'ospitalità Hàtim! — Stettero allora a mangiar
(1) Non v'ha dubbio che qui si tratti di resti di sculture o greche
o romane, non infrequenti in Siria e in Arabia, e che le vaste caldaie
di pietra siano quelle che i geologi chiamavano le caldaie dei giganti, e
sono dovute ad opera naturale.
(2) Cioò: 0 quel dal ciuffo, soprannome di Haàtim.
(3), Cioè. Hatim: della tribù di Tayy. Vedi sopra»<noinclude></noinclude>
9twsw53454r7bw52ihdl5se77kkyil2
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/168
108
1031636
3901115
2026-09-18T12:36:20Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901115
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 152 —|}}</noinclude>delle carni della cammella,
venne il mattino.
arrostite e lessate, finchè
Si rimisero, allora, in viaggio andando dietro ad AbÒ
’1-Kheybari, quand’ecco raggiungerli un tale che montava
un cammello e se ne traeva dietro Un altro. Chi di voi,
domandò, è Abù ’1-Kheybari? — Rispose Abù °-Kheybari:
To son quello! — Tò sono, soggiunse L'altro, Adi figliuolo
di Hatim. Mio padre m'è apparso questa notte in sogno
mentre noi eravamo accampati dietro la montagna. Egli
m'ha riferito le parole con cui tu l'hai ingiuriato, e m'ha
fatto sapere in qual modo, con la carne della cammella
tua, ha dato il pasto ospitale ai tuoi compagni. M'ha recitato, in fine, questi versi:
Abàù ‘Kbèybari (1), oh! l'uomo tu sei
Più oltraggioso di tutta tua gente,
In tua gente tu il primo de’ rei!
Vieni, e chiedi a una fossa co’ tuoi,
Su cui l’upupe gemono, il pasto
Che dà l'ospite agli ospiti suoi?
Qui t'accampi, ed in mente pur hai
Di coprirmi di biasmo è di spregio,
E qui sono gli armenti de’ Tay?
Sazî gli ospiti render sappiamo,
E nel branco de’ nostri cammelli
Il più eletto per loro apprestiamo!
M’ha poi comandato di farti montare su di un cammello in luogo della tua cammella. Eccolo! esso è tuo.
Uno sceicco arabo, più che centenario, che era andato
messaggiero ad un re dei Benî Omeyya, raccontava così
un'avventura occorsagli in quel suo viaggio:
Mi posi in via mentre la notte era oscura è caliginosa.
In cielo, le stelle eran tutte coperte dalle nubi, e io ben
ri entrando in una valle che io non conosceva. Mi feci tosto pensieroso, e non mi teneva punto
Genî sì che mormorai fra me
sicuro del principe dei
queste parole: « To fo ricorso al signore di questa valle
presto mi smar
(1) Si pronunci sdrueciolo questo nome, come è richiesto dal verso
ballano 6 anche dall’accento tonico suo proprio nell’arabo.<noinclude></noinclude>
27lue6a0p70yd6rc261lvel68kvrnjf
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/169
108
1031637
3901116
2026-09-18T12:36:25Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901116
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 153 —|}}</noinclude>_——_—_—_———————
Caio
contro i pericoli che vi sono, mi pongo sotto la protezione
sua in questo mio passaggio e gli fo preghiera di guidarmi
per la via diritta! >» Udii allora una voce che usciva
dall’interno della valle e che diceva:
Va fidente! Troverai
Una luce innanzi IS)
Ghe t'illumini il sentier.
Nel cammino che farai,
Di perigli non temer!
Ripiglia il sceicco arabo:
To adunque mi volsi dalla parte ch’erami stata indicata, quando già mera rassicurato alquanto, ed ecco
apparirmi dei fuochi che luccicavano dinanzi a me, e tra
l'uno e l’altro si vedevano figure di persone della statura
delle palme più alte. Così cammimai drittamente e giunsi,
la mattina, alla cisterna di quelli della tribù di Kelb
nelle vicinanze del deserto di Damasco.
Iddio (che la lode sua sia: grande!) ha pur fatto
cenno a tutte coteste brighe e faccende degli Arabi antichi
nel suo libro dicendo: « E vi sono fra gli uomini. di quelli
che fanno ricorso ad alcuno fra i Genî! Così hanno. aumentato la loro stoltizia > (1).
(dall’arabo di Al-Masddi).
20. Generosità d’un povero. negro.
Raccontava Maan ibn Zàyida governatore dell’Arabia
meridionale (2):
Il Califfo Al-Mansùr aveva mandato gente a far ricerca
di me e decretato una somm& di denari per chi me gli
avesse dato in mano. Tanto era accanita quella caccia,
che fui costretto @ tenermi esposto al sole, il quale
m'annerì tutto il volto, € io n'ebbi dimagrate le guancie.
(1) Passo del Corano, LUXXII, 6.
(2) Ragguardevole personaggio, stato ai servigi di diversi Califfi, celebre per la sua generosità. Morì ucciso dai Kbarigiti (erano dissidenti e
liberi pensatori) nel 769 d. O.<noinclude></noinclude>
pshf883yaiscn1isglw9rkqj080nokp
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/170
108
1031638
3901117
2026-09-18T12:36:30Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901117
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 154 —|}}</noinclude>
Indossai allora un giubbone di lana, montai su d’un
cammello e uscii dal luogo dove m’era finallora tenuto
nascosto, volgendomi dalla parte del deserto per rifugiarmivi e rimanervi.
Come fui uscito da una delle porte di Bagdad, mi
corse dietro uno schiavo negro armato di spada, il quale,
appena mi fui trovato dove le guardie delle porte non
potevano vedermi, afferrò il cammello mio per le briglie,
e, fattolo inginocchiare, mi prese per mano.
Che hai tu? gli diss'io; ed egli: Tu sei quello ‘di
cui fa sì gran ricerca il Principe dei credenti. — Chi
sono io, domandai, da esser tanto cercato? — E il negro:
Tu sei Maan ibn Zàyida. — Eh! gridai, abbi piuttosto
timore di Dio altissimo e glorioso! Ma che c’è in me di
Maan? — Lascia! lascia! rispose il negro, ch'io ti conosco assai meglio di te.
Quand’io vidi tanta premura e tanto zelo da parte
sua, gli tenni questo discorso: Vedi? Ho qui una collana
di pietre preziose. Ho inoltre portato con me quanto
forma il doppio di ciò che Al-Mansùr ha destinato per
chi mi menerà da lui. Prenditi adunque tutto ciò, e non
far sì che si versi il sangue mio! — E quegli: Dà qua!
— Io trassi fuori la collana ch'egli si stette a contemplare
per qualche tempo. Disse poi: Tu dici il vero quanto al
suo prezzo, ma io non la prendo, se prima non t'ho fatto
una domanda. Se tu dici la verità, ti lascio andar libero.
— Rio: Parla!
La gente, egli disse, ti qualifica per generoso. Dimmi
ora se tu doneresti tutto quanto il tuo avere. — Io no!
risposi. — Ed egli: La metà. — To no! — Il terzo. —
No! — Così venne fino al decimo, e io, vergognandomi,
risposi: Penso che il decimo lo darei. — Ed egli allora:
Oh non è troppo! Io, vedi? sono un uomo qualunque che
riceve da Abà Giafar al-Mansùr il suo stipendio di venti
dirhem al mese; eppure questa gemma, che costa migliaia
didîn4r,iolarendoate,elarendoateperteeper
la generosità tua di cui tanto si parla fra la gente, acciocchè tu sappia che, al mondo, c'è uno ch'è più gene-<noinclude></noinclude>
hvzrk31x926oeueuowvn1pn7xlbcmcn
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/171
108
1031639
3901118
2026-09-18T12:36:36Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901118
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 155 —|}}</noinclude>+ 155=
roso e liberale di te e non abbi ad ammirar troppo te
stesso, e perchè poi tu tenga in assai poco conto tutte
quelle opere generose che finora hai fatte, non cessando
tuttavia dal farne ancora! — Detto ciò, mi gettò in
grembo la collana, lasciò andar le briglie del cammello
e si voltò via per andarsene. Io gridava: Tu mi fai
onta, amico! La morte mia, anche per cagion tua, m'è
ora più lieve a sopportare di quanto m'hai fatto. Ma
prendi ciò che t'ho offerto, ch'io non so che farmene!
—- Egli sorrise e disse: Tu vorresti trovarmi mentitore
in ciò che ho detto poco fa. Ma, per Dio! non prenderò
la collana, ch'io non accetto e non accetterò mai il prezzo
d’un mio beneficio! — Così se ne andò per la sua strada.
Quand’ebbi maggior sicurezza, io feci ricerca di lui
e mi offersi di dare a chi me l’avesse condotto innanzi,
ciò che avrebbe voluto. Ma non ne ebbi mai più notizia.
(dall'arabo di AI-Hamavi).
21. Invidia d’artefice punita e. perdonata.
Si narra di un tale che era abilissimo nell’arte dell’oreficeria, l’unico, anzi, del suo tempo. Andaron male
gli affari suoi, ed egli impoverì dopo aver vissuto nelL’abbondanza. Spiacendogli allora di rimanere al suo paese,
si tramutò in un altro, dove cercò del mercato degli
orefici e dove trovò altresì la bottega d’un maestro della
casa reale, che aveva sotto di sè molti altri artefici intesi
a lavorar per la casa stessa, e godeva d’un assai buono
stato tra gli schiavi, i famigli e l’altra servitù di corte.
L'orefice così sopraggiunto di fuori potè far tanto
da mettersi al posto d’uno degli artefici ch’erano nella
bottega di cotesto maestro; stette, anzi, con lui lungo
tempo, e il maestro, la sera d’ogni giorno, gli poneva
in mano due dirhem d’argento; ma perchè il prezzo del
lavoro di lui ne valeva dieci, così il maestro si guadagnava su di lui otto dirhem al giorno.<noinclude></noinclude>
fd9jmfg2jtvyb3wkevv8tufvwywtk9v
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/172
108
1031640
3901119
2026-09-18T12:36:41Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901119
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 156 —|}}</noinclude>
Avvenne poi che il re di quel paese chiamò a sè
questo maestro e gli consegnò un braccialetto d’oro,
adorno di gemme, d’estrema bellezza, stato fatto in altro
paese. L’aveva al braccio una delle sue favorite, e sera
rotto. Fa di ricongiungerlo! gli disse il re; € il maestro
prese il braccialetto, ma restò tutto turbato e incerto
sul modo di racconciarlo. Recatolo con sè, lo mostrò agli
artefici che erano con lui, e a quelli ch’erano con altri,
ma nessuno si professò capace di tanto. Egli allora si
fece anche più turbato e dolente. Passò lungo tempo, e
il braccialetto stava pur sempre presso di lui, nè egli
sapeva che. farsi. Il re intanto cui premeva di riaverlo,
andava dicendo: Questo maestro ha. avuto da noi tanti
favori e benefizîi, e non è capace di racconciarmi un
braccialetto!
Quando l’orefice venuto di fuori. si fu avveduto della
malinconia del maestro, disse fra sè: È questo il tempo di
mostrarsi generosi! Racconcierò il braccialetto, nè farò
alcun rimprovero al maestro nè della sua avarizia al
mio riguardo, nè della sua poca giustizia. Forse, dopo
tutto ciò, mi farà del bene. — Cacciò allora la mano
nel forziere del maestro, ne trasse fuori il braccialetto,
ne cavò le gemme, indi, fattone fonder l’oroj lo ricom‘pose secondo il primo disegno. Ricollocate a. lor posto
le gemme, esso gli riuscì assai più bello di prima. Il
maestro, quando lo vide, ne fu tutto allegro. Corse con
esso dal re, il quale, al; vederlo, né fece: gran lodi, e. il
maestro; intanto; vantavasi d’averlo rifatto egli stesso. Il
re lo ricompensò generosamente; gli fe’ dare anche una
magnifica veste d’onore, ed egli, ritornato a casa, andò
a sedersi al suo posto. L'altro oretice stavasi la aspettando
la ricompensa dell’opera sua, ma il maestro non. si voltò
nemmeno per guardarlo. Anzi, quando fu sera, non gli
diede nulla di più dei;due dirhem consueti.
Non passarono che assai pochi giorni, ed ecco che
il re divisò di farsi lavorare due paia di braccialetti dello
stesso disegno dell’altro. Mandò a chiamare il maestro,
al quale assegnò tutto ciò. che gli occorreva, raccoman-<noinclude></noinclude>
pj7hg0ez0acm1p5d2btjmoeec60r8pl
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/173
108
1031641
3901120
2026-09-18T12:36:46Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901120
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 157 —|}}</noinclude>
datogli, inoltre, di fare ‘egregiamente e presto l’opera
commessa. Il maestro andò subito dal suo orefice e gli
‘riferì tutto ciò che gli aveva detto il re, e l’orefice si
conformò interamente agli ordini ricevuti, nè cessò d’attendere all’opera finchè non ebbe fatto le due: paia di
braccialetti. Non però il maestro gli: crebbe. mai in
alcun giorno lo stipendio dei due dirhem, non lo ringraziò,
non gli fece nessuna lieta promessa, non si congratulò
con lui. Non vide allora altro espediente dello scolpire
sovra un paio de’ braccialetti certi suoi versi per far
conoscere, con ‘essi, la condizione sua, sì ‘che il re ne
fosse informato. Nell’interno, pertanto, d’uno di essi incise,
in carattere assai minuto e quasi invisibile, questi versi:
O ‘sventure della sorte,
Deh! cessate per pietà,
O m'usate di bontà
Solo un po’, se non cessate.
La mia casa un dì lasciai
Il mio pane per toccar;
Ché il mio pane a dileguar
Fra prossimo, rinvenni.
Al tapin, nel suo guadagno,
Sorte lieta non toccò;
La sua man-non prosperò
In quell’arte che sapea.
Quante stelle son velate
Tra le Pleiadi lassù;
Quanti dotti (1), a cui non fu
D'esser visti mai concesso!
Ripiglia l'Autore del racconto:
L’orefice, con quest'arte, intendeva di far sì che,
se i versi fosser stati scoperti dal maestro, gli avrebbe
egli fatto conoscere la sua non bella condizione; e se i
versi gli fossero sfuggiti nè egli avesse potuto vederli,
ciò gli avrebbe servito di mezzo per giungere fino al re.
(1) Cioè furono e sono al mondo,<noinclude></noinclude>
bau5ve0ych4mkmimzh02i9tj2mrrql1
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/174
108
1031642
3901121
2026-09-18T12:36:52Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901121
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 158 —|}}</noinclude>
Ravvolti adunque i braccialetti nella bambagia, li porse
al maestro, il quale li osservò nell’esteriore e non nel
l’interiore, perchè ignorava ciò che v'era stato fatto, e
perchè in antecedenza gli aveva ordito alcunchè il destino.
Presili con sè adunque, corse tutto gioioso dal re, al
quale li presentò, nè punto si mostrò incerto o dubbioso
nell’affermare ch'egli solo, e non altri, li aveva fatti, sì
che il re lo rivestì d’una veste d’onore e gliene rese
grazie. Tornò allora a sedersi al posto suo nella bottega,
nè si voltò verso l’altro orefice, nè gli diede, quando fu
sera, nulla di più dei due dirhem giornalieri.
All’altro giorno, avendo libera la mente da ogni altro
pensiero, il re fece chiamare la favorita per la quale egli
aveva fatto fare i due braccialetti d’oro. Venne la fanciulla, e li aveva all’avambraccio, onde il re, fattiseli
dare, tornò ad osservarli per la gran bellezza di lor fattura. Ma poi, avendone letto i versi, se ne meravigliò e
disse:È questo indubbiamente un cenno alla condizione
di chi li ha fatti, e il maestro è bugiardo. — Sdegnato
perciò di tanto, comandò di far venire il maestro. Quando
gli comparve dinanzi: Chi ha fatto, gli domandò, i due
braccialetti? — Io, o signore, rispose. — Perchè dunque,
ridomandò il re, vi si leggono incisi dei versi? — Non
vi son versi, rispose il maestro. — Tu menti! gridò
il re, e, mostratagli la scrittura, soggiunse: Se tu non
vuoi dir la verità, ti farò tagliar la testa!
Il maestro gli confessò la verità, e il re volle che gli
fosse menato l’orefice, al quale, venutogli dinanzi, domandò qual fosse lo stato suo e la sua condizione, ed
egli raccontò la sua storia e quanto gli era accaduto
stando col maestro. Ordinò allora il re che il maestro
fosse rimosso dall’ufficio, che ogni suo avere fosse tolto
a lui e dato all’orefice, e che esso orefice gli sottentrasse
nel servizio della casa reale. Gli fe’ dare una magnifica
veste d’onore, ed egli visse felice e molto innanzi nella
fiducia e nella stima del re. Quand’ebbe conseguito
quest’alto grado ed ebbe acquistato potere presso il re,
tanto intercedette presso di lui in favor del maestro, che<noinclude></noinclude>
ff05dj0cevh89scehu23k6pa9t71icw
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/175
108
1031643
3901122
2026-09-18T12:36:57Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901122
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 159 —|}}</noinclude>
il re gli restituì l’affetto di prima, sì che ed egli e il
maestro si trovarono poi come compagni e sozî alla corte e
vi stettero nella stessa stima e nello stesso grado sino al
termine della vita.
(dall’arabo d’Ibn Khallikan).
22. Generosità d’un nemico.
Si racconta come tra Ghassàn ibn Abbàd e Alì ibn
Misa era già una inimicizia grande. Alì, in quel tempo,
era preposto, con malleveria da parte sua, alla riscossione
dei tributi sulle campagne e su altro, e gli era rimasto
‘a carico un debito di quarantamila dînar. Al-Mamàn (1)
instava per aver quella somma, e vi si era tanto inveleito, che un giorno disse ad Alì ibn Sàlih suo ciamberlano: Concederai ad Alì ibn Mîsa una dilazion di tre
giorni. Se paga, vada! Se non paga, gli farai dar tante
sferzate che o pagherà o ne morirà.
Alì ibn Misa uscì di palazzo tutto sgomento, nè
sapeva da qual parte voltarsi, quando il suo segretario
gli disse: Se tu ti rivolgi a Ghassàn ibn Abbàd e gli fai
conoscere il tuo stato, credo che ti darà aiuto in questa
tua faccenda. — Tu sai, rispose Alì, quale inimicizia è
tra noi due. — Certamente! disse il segretario, ma quello
è uomo di grand’animo, generoso, e l’odio che è fra voi
due, non gl’impedirà di fare un’opera benefica, ciò che
è appunto uno dei segni della generosità.
Si levò allora Alì ibn Mùsa, s’incamminò, e, come
fu giunto, entrò, col suo segretario, in casa di Ghassan,
il quale, come l’ebbe veduto, si levò e gli corse incontro
itutto affabile e fece il debito suo offrendogli i suoi servigi.
Lascia stare, gli disse poi, ciò che è occorso tra noi due,
‘come ora sta. Il rispetto ch'io ti devo per questa tua
‘venuta a casa mia, merita ch’io soddisfi a tutto ciò che
tu desideri. Dimmi adunque che t'abbisogna. — Il segre(1) Il celebre Califfo AbbAsside, già ricordato altre voltes<noinclude></noinclude>
ppv6097flnjaxizs09b8f9ynwz6ufs0
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/176
108
1031644
3901123
2026-09-18T12:37:02Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901123
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 160 —|}}</noinclude>AV
AIROAeLIE,ne
— 160—
tario di Alì Vinformò del fatto, ed egli: Spero che Iddio
altissimo ti aiuterà efficacemente nella presente tua difficoltà. — Nè gli disse altro.
Alì ibn Mîîsa si levò e uscì, ed era tutto pentito
dell’essere andato così da Ghassàn, disperato, inoltre,
del fatto suo, sì che andava dicendo al segretario: Con
questo tuo introdurmi presso di Ghassàn non m'hai
giovato in nulla fuorchè nel procaceiarmi il suo disprezzo
e la sua gioia per la mia sventura! — Non era egli
ancor giunto a casa, che ecco raggiungerlo: il segretario
di Ghassàn co’ suoi muli e sui muli la somma domandata.
Alì gli corse incontro, ricevette i denari, passò lieto. e
contento quella notte. Al mattino, andò assai per tempo
a palazzo, per consegnar la somma al Califfo, e vi trovò
Ghassàn che ve l’aveva preceduto e che, entrato da Al
Mamàn, gli aveva tenuto questo discorso: O Principe
dei credenti, so che Alì ibn Misa godette già, in tua corte,
di gran riputazione, ed ebbe sottoposti e credito. Ora gli
è toccato, nell’azienda sua, quel danno quale la gente
tutta si riconosce; e tu frattanto l’hai minacciato di farlo
sferzare, ciò che gli ha fatto. perder la testa e tolto ogni
coraggio. Se ora il Principe dei credenti vorrà farmi
grazia di qualche segno della sua generosità bella perdonando. parte del debito di lui, sarà questo un atto della
bontà sua verso di me. — Non cessò egli dall’accarezzare
in questa guisa il Califfo, finchè questi gli promise di
cancellar la metà del debito togliendone ventimila dînar.
Ho inteso e sarai obbedito! gli. disse Ghassàn. Ma
vegga ora il Principe dei credenti di rimettere Alì nel
l’ufficio. suo dei tributi e.di dargli anche una veste
d'onore che gli dia sicurezza, ed egli riconosca per essa
quanto sia. addentro nella fiducia e nella grazia di lui,
che Iddio conservi! — Al-Mamdîn volle compiacerlo anche.
in ciò, sì che Ghassàn aggiunse: Se il Principe dei credenti acconsente, gli si rechi dinanzi il calamaio perchè:
ratifichi. per iscritto l’elargizione sua generosa, secondo.
che ha detto. — Fa! fa! rispose; e allora fu recato il
calamaio; «e Ghassàn stesso lo presentò al Califfo il quale,.<noinclude></noinclude>
g8v2lzz05jodgf24gqdlv6iao4gio09
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/177
108
1031645
3901124
2026-09-18T12:37:07Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901124
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 161 —|}}</noinclude>eee
ag TER
niSIMAI o
MRON ERIETIA
— 161—
all'istante, ratificò per iscritto tutto ciò che aveva proMesso al riguardo di Alì ibn Misa.
Alì ibn Misa allora, con la veste d’onore in dosso,
col decreto del Califfo in mano, uscì di palazzo. Come
fu giunto a casa, tolse i ventimila dîndr che gli erano
rimasti, e li mandò a Ghassàn ringraziandolo del suo
bell’atto. Ma Ghassàn disse al segretario: Io non ho supplicato in favor suo il Principe dei credenti se non per
risparmiargli questi ventimila dînar, dei quali poi si varrà
come vorrà. Torna dunque tu da lui con essi e rendiglieli, ch'io, per Dio! non li prenderò mai. Essi sono
suoi.
Quando il segretario fu ritornato da Alì ibn Mùsa
suo padrone e gli ebbe riferito ciò che Ghassàn gli aveva
detto, conobbe Alì da ciò di qual valore fosse la bella
azione che Ghassàn aveva compiuta. Non cessò dal rendergli servigi e di fargli onore finchè visse.
(dall'arabo d’Ibn Khallikan).
23. Il primo agricoltore.
Domandò Zarathustra ad Ahura Mazdào (1): Ahura
Mazdao, spirito santissimo, creator degli esseri viventi,
purissimo, a chi mai, primo fra gli uomini, hai tu rivolto
la parola, tu Ahura Mazdao, oltre che a me? a chi hai
tu insegnato la religione ahurica (2), zoroastriana? —
Rispose Ahura Mazdào: A Yima (8), bello, pastor di genti
(4), o santo Zarathustra! A lui per il primo ho rivolto
(1) Zarathustra, detto da noi comunemente Zoroastro, fu il fondatore
dell'antica religione dell'Iran, che ammette due principî increati, uno
autore del bene, cioè Ahura Mazdào (Ormuzd), Dio buono, creatore del
mondo, e l’altro autore del male, cioè Anra Mainyu (Abrimane). L’Avesta
(erroneamente detto da noi anche Zendavesta) è il libro o codice sacro
di questa religione.
(2) Cioè la religione di Ahura Mazdào stesso, la zoroastriana.
(3) Primo re mitico e leggendario dell’Iran, celebrato nel Libro dei
Re di Firdusi (vol, I.) sotto il nome di Gemshîd, come inventore delle
prime arti,
(4) Bella immagine primitiva che si trova anche nella Bibbia, in
Omero, in Firdusi!
Italo Pizzi - Fiori d'Oriente
11<noinclude></noinclude>
gnr9wi0mq1lkd3ynljh6c9dg29rvuwj
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/178
108
1031646
3901125
2026-09-18T12:37:13Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901125
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 162 —|}}</noinclude>(PIPER
RUI TTI
Igo n
la parola, io Ahura Mazdào, oltre che a te; a lui ho
insegnato la religione ahurica, zoroastriana. Perchè io gli
ho detto, io Ahura Mazdào: « Va tu per me, 0 Yima bello,
figliuolo di Vîvanhvant, in qualità di propagatore e di
banditore della religione mia! » Ma Yima, il bello, così
mi rispose, o Zarathustra: « Dato a ciò non son io, ammaestrato a ciò non son io, qual propagatore e banditore
della tua religione ». Io gli dissi a'tora, 0 Zarathustra,
io Ahura Mazdào: « Se tu, o Yima, non vai per me
qual propagatore e banditor della mia religione, porgi
almeno incremento alle creature mie terrene, sostentami
almeno le creature mie terrene; abbi l’ufficio presso me
di protettore, di custode, di guardiano delle creature
mie terrene! ». Mi rispose allora Yima il bello, o Zarathustra: « Ch’io adunque dia incremento alle creature
tue terrene; ch'io te le sostenti; ch’io abbia l’ufficio
presso te di lor protettore, custode e guardiano. Ma,
in tutto il regno mio, non spirino mai venti ghiacciati,
non venti infuocati; non vi sia malattia alcuna, non
morte! >» (1).
Gli recai allora un'arma, io Ahura Mazdào, ed era
quell’arma un aratro d’oro e una punta foggiata in oro.
Così Yima fu in possesso di signoria e potestà. Scorsero
allora, del regno suo, trecento inverni (2), e intanto la
terra si riempì tutta d’armenti, di tori, d’uomini, di cani,
d’uccelli, di fuochi luccicanti, ardenti, nè più vi rinvenivan
posto gli armenti, i tori, gli uomini. Ma io diedi a Yima
un consiglio, dicendo: « O Yima, o bello, o figliuolo di
Viîvanhvant, piena s’è fatta la terra d’armenti, di tori,
d’uomini, di cani, di uccelli, di fuochi luccicanti, ardenti,
nè più vi rinvengon posto gli armenti, i tori, gli uomini! »
Yima allora si mosse verso la via degli astri, là dalla
plaga meridionale, verso la via del sole. Questa terra egli
‘aprì con l’aratro d’oro, egli la solcò con la punta d’oro,
(1) Cenno alla felicità degli uomini sotto lo scettro di questo monarca primitivo.
(2) Cioò trecent’anni,<noinclude></noinclude>
6mpmdd0jv8zricblnj6d7moema3r7np
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/179
108
1031647
3901126
2026-09-18T12:37:18Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901126
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 163 —|}}</noinclude>
dicendo: « Diletta, santa Terra, schiuditi, cedi, sii nutricc agli armenti, ai tori, agli uomini! » Così Yima
ampliò d’un terzo la terra e d’un terzo la fe’ più vasta
di quel ch'era innanzi; e per quel terzo s’aggirarono
armenti, tori, uomini, ciascuno a piacer suo e volontà,
secondo ch’era il desiderio di ciascuno.
Ma poi trascorsero del regno di Yima seicento inverni,
e la terra fu tutta piena d’armenti, di tori, d’uomini, di
cani, d’uccelli, di fuochi luccicanti, ardenti; non vi rinvenivan posto gli armenti, i tori, gli uomini. Ma io diedi
a Yima un consiglio: « O Yima, o bello, o figlimolo di
Vîvanhvant, piena s’è fatta la terra d’armenti, di tori,
d'uomini, di cani, d’uccelli, di fuochi luecicanti, ardenti,
nè più vi rinvengon posto gli armenti, i tori, gli uomini! »
Yima allora si mosse verso la via degli astri, là
dalla plaga meridionale, verso la via del sole. Questa
terra egli aprì con l’aratro d’oro; egli la solcò con la
punta d’oro, dicendo: « Diletta, santa Terra, schiuditi, cedi,
sii nutrice agli armenti, ai tori, agli uomini!» Così Yima
ampliò d’un altro terzo la terra e d’un altro terzo la fe’
più vasta di quel ch’era innanzi; e per quel terzo s’aggirarono armenti, tori, uomini, ciascuno a piacer suo e
volontà, secondo ch'era il desiderio di ciascuno.
(Seguita il testo a dire, con le stesse parole, in qual
modo, dopo altri trecent’anni, il savio re, protetto da Dio,
accrebbe d’un altro terzo la terra abitabile, cioè dissodò il
suolo, iniziando in questa guisa e propagando fra gli
uomini l’arte dell’agricoltura. Si noti il fare semplice,
primitivo, ingenuo, di questo passo, che somiglia a molti
della Bibbia).
(dal zendo (1) dell’ Avesta).
(1) Così si chiama per convenzione (ma erroneamente) l'antica lingua
iranica in cui è scritto l’Avesta. Forse era l'antica lingua, o una delle
antiche lingue della Media.<noinclude></noinclude>
kx0e3jlquyb8sbvyw396z20l0kk3e1v
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/180
108
1031648
3901127
2026-09-18T12:37:23Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901127
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 164 —|}}</noinclude>roves;g-+
°— 164—
24, Scrupolo di coscienza pagato caro.
Presso la città di Giabala, in Siria, trovasi la tomba
dell'amico di Dio, il santo, il celebre Ibràhîm ibn Adhem
(che Iddio sia contento di lui!), il quale rinunziò al regno e si diede tutto a Dio altissimo, come è noto a tutti.
Ibràhîm, però, non era di stirpe regia come generalmente
si crede, perchè aveva ereditato il regno dall’avo suo
materno, mentre suo padre Adhem era un uomo devoto,
di quelli che son dediti alle pratiche religiose, si stanno
nei romitaggi, son dati a Dio e vivono casti e appartati
dal mondo. Eccone ora la storia.
Si racconta ch’egli passò, un giorno, là dai giardini
della città di Bukhara e che fece le abluzioni di rito (1)
in uno dei tanti rivi d’acque che li irrigano, quand’ecco
capitargli sotto gli occhi una mela trasportata in giù
dall'acqua. Qui non c'è pericolo di far male! disse, e se
la mangiò. Ma poi gliene nacque nell’animo certo turbamento sì che pensò dover domandar l'assoluzione di ciò
che aveva fatto, al padrone del giardino. Picchiò alla
porta, e ne uscì una giovane schiava alla quale disse: Fa
di chiamarmi il padron di casa. — Questa casa è d’una
dama, rispose. Allora, soggiunse Adhem, domandale il
permesso perch’io possa entrar da lei. — Così fu fatto, e
Adhem informò la dama del caso del pomo, e la dama
rispose: Questo giardino m’appartiene per metà; l’altra
metà è del Sultano, ma il Sultano trovasi ora a Balkh,
a dieci giornate di cammino. — La dama adunque assolse
Adhem per la parte sua; per l’altra, Adhem andò fino a
Balkh dove s’incontrò nel Sultano attorniato dal suo corteggio. Gli espose il fatto suo e ne domandò l’assoluzione.
Il Sultano gli ordinò di tornar da lui la mattina seguente.
Aveva egli una figlia di gran bellezza, stata già
chiesta in isposa da molti giovani principi. Ma essa, amando
(1) Prescritte dalla leggo musulmana.<noinclude></noinclude>
jcvj7pb0e7oxc9dq3szy5dnpk0s0kq3
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/181
108
1031649
3901128
2026-09-18T12:37:28Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901128
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 165 —|}}</noinclude>
la vita religiosa e prediligendo la gente pia, erasi sempre
ricusata a simili nozze e desiderava intanto di maritarsi
con un giovane devoto, chie avesse rinunciato al mondo.
Ora il Sultano, come fu tornato a palazzo, fece sapere a
questa figlia sua il fatto di Adhem, e soggiunse: Non ho
veduto mai uomo più onesto e pio di costui, il quale
viene da Bukhara a Balkh per una mezza mela! — La
fanciulla concepì subitamente il desiderio di essergli sposata.
Quando Adhem, il mattino seguente, si presentò a
palazzo, il Sultano gli disse:Io non t'assolverò se prima
tu non isposi mia figlia. — Adhem non si lasciò indurre
ad acconsentirvi se non dopo molta riluttanza e molto
negare e opporsi. Ma poi il matrimonio fu conchiuso, ed
egli fu introdotto presso la sposa e la trovò tutta ornata
sontuosamente, e la stanza nuziale tutta a tappeti e ad
oggetti preziosi.
Trascorsi sette giorni, si levò la mattina d’accanto
alla sua sposa, fece le abluzioni di rito, incominciò le sue
preghiere, indi, d’un tratto, cacciò uno strido e si chinò
sul tappeto su cui erasi inginocchiato. Fu trovato morto.
Che Iddio gli abbia misericordia! La sposa poi diede alla
luce vn figlio che fu appunto Ibràhîm; e perchè il Sultano
non aveva figli maschi, lasciò il regno a questo nipote
suo che poi, come è risaputo da tutti, vi rinunziò. Presso
la sua tomba vedesi anche ora una piscina d’acqua, e,
accanto alla piscina, grasce e alimenti per pellegrini e
viandanti poveri (1).
(dall'arabo d’Ibn Batàta).
(1) Erra l'Autore in qualche parte. Adhem era Emiro, di casato principesco, datosi poi alla vita religiosa. Suo figlio Ibràhîm morì nel 778 d, e,
— Il fatto, qui narrato, della mela e degli serupoli di Adhem è stato da
me introdotto (modificandolo in parte) in una mia novella, quella di Cudabendo, inserita nel mio romanzo orientale: Miro e Naidu (canto XX,
41-132).<noinclude></noinclude>
fsbiqt1f1jo89ejp0cp8oh8x5qmgo96
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/182
108
1031650
3901129
2026-09-18T12:37:33Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901129
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 166 —|}}</noinclude>SRGe
25. Imprese e vanti di ladri.
Raccontava Abù ’1-Heytam e diceva:
Trovandosi insieme, un giorno, Malik ibn Al-Reyb e
Abù Hardaba e Shizàz, dissero ad un tratto: Suvvia!
racconti ciascun di noi l’impresa più meravigliosa fatta
da lui nella sua carriera di ladro!
Disse allora Abù Hardaba: La cosa più meravigliosa
che io abbia fatta, e la mia più stupenda impresa ladresca,
è questa, ch'io, una volta, m’accompagnai ad una brigata
di viandanti in cui era un tale, montato su di un cammello (1). Quel cammello mi piacque tanto, ch'io dissi
ad un sozio mio: Per Dio! io lo ruberò! Ma non sarò
contento a meno che ne abbia anche una ricompensa! —
Tenni allora d’oechio quel tale finchè vidi che, preso dal
sonno, chinava di tanto in tanto il capo. Afferrai allora
le briglie del cammello, trassi il cammello dietro me e
m’allontanai dal sentiero finchè lo menai in un posto dove,
anche se quel tale avesse gridato al soccorso, nessuno
avrebbe potuto soccorrerlo. Là, fatto inginoechiare il cammello, atterrai quel sonnacchioso, gli legai fortemente
mani e piedi, e nascosi in altra parte, traendolo con me,
il cammello.
Ritornai là dalla brigata, ed ecco che tutti vi cercavano il lor compagno smarrito. S'aspettavano, anzi, di
vederlo di ritorno ad ogni momento. Io dissi: Che avete
voi? —- Avevamo un compagno, e l’abbiam perduto! —
To solo, soggiunsi, ne so trovar la traccia. Ma voi fissatemi una ricompensa. — Andai con loro seguendo le
tracce dell'amico finchè, ritrovatolo, gli domandarono:
Che t'è accaduto? — Non so, rispose. Io era pien di sonno!
Quando mi son destato, eccomi addosso cinquanta uomini
a cavallo. M’hanno assalito. Io ho resistito, ma poi son
stato vinto!
(1) S'intende che il furtante si cacciò di soppiatto nella numerosa
compagnia (come era costume d’ogni suo simile) per rubare.<noinclude></noinclude>
8sbfqepx2vtcs6orn6et7kfl3q2zeb4
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/183
108
1031651
3901130
2026-09-18T12:37:39Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901130
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 167 —|}}</noinclude>a
— 167—
Ripiglia Abù Hardaba:
Scoppiai in una gran risata a quelle sue fanfaluche.
Ma gli altri, fattomi un bel regalo, se n’andaron via col
loro compagno (1).
Fu detto allora a Shizàz: Contaci ora tu ciò che di
più bello hai fatto e hai veduto tra le tue ladrerie!
Disse Shizàz: Volentieri! Tra la gente di Bassora fu
già un tale che teneva con sè una sua cugina molto ricca,
ed egli n’era il tutore. Aveva egli più donne in casa, e
però la ragazza, quantunque egli ne la sollecitasse, non
voleva in nessun modo sposarlo. Giurò allora, per farle
onta e dispetto, di non maritarla a nessun altro, e perchè
un tale di Bassora, ricco, l’aveva domandata ed ella se
n’era invaghita, si ricusò fermamente di volergliela dare.
Partì poi per il pellegrinaggio della Mecca; ma quando
fu ad una giornata di cammino da Bassora, ad un luogo
che vi è dirimpetto, presso la montagna che si chiama
Senàm, morì d’un sùbito, e fu sepolto sopra un collicello,
muratavi inoltre una sepoltura. La fanciulla, allora, si
sposò al giovane che l'aveva domandata.
Ripiglia Shizaz:
Uscì intanto da Bassora una brigata di gente che
menava con sè grano e derrate. La tenni d’occhio e notai
anche ciò che trasportava seco, e le andai dietro finchè
si fermò ad una certa stazione. Come furon tutti addormentati, io, venuta la notte, m’occupai assai bene delle
cose loro, perchè li derubai di parte delle mercanzie.
Ma poi, accortisi del furto, mi presero, mi picchiaron
senza pietà e mi spogliarono, e la notte era rigida. Mi tolsero allora ciò che io aveva tolto, fosse molto, fosse poco,
e mi lasciaron là nudo. M'era finto morto. Così se n’andarono, e io diceva fra me: Che farò ora? — Mi venne
allora in mente la sepoltura del tutore. V’andai, ne sollevai il cippo sepolcrale, indi, fattovi un pertugio, mi vi
cacciai dentro e riposi al suo posto il cippo dicendo: Forse
(1) Questo Abà Hardaba si pentì poi, si fece soldato, combattè per
la fede musulmana, e morì in battaglia.<noinclude></noinclude>
a16i0gu1v0o73x1vlf3fhazli7x7u62
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/184
108
1031652
3901131
2026-09-18T12:37:44Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901131
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 168 —|}}</noinclude>
qui starò al caldo! Più tardi andrò a rintracciare i miei
compagni. — Ma poi passò di là, in una brigata, quel
giovane che aveva sposato la. ragazza. Giunto presso la
tomba in cui io era, vi si soffermò alquanto e disse ad
un suo compagno ch’era con lui: Voglio andar dalla
tomba di costui per vedere s’egli sta ancora in guardia
contro il matrimonio di certa ragazza! — Io lo riconobbi
alla voce, e però, scosso il cippo, balzai fuori dal sepolero
e m’avventai contro di lui con la spada in pugno, gridando: Ma sì, per il Sire della Kaaba! (1), ch'io ne sto
a guardia! — Per Dio! egli stramazzò svenuto al suolo,
senza moto, senza senso, e io montai sulla sua cammella
su cui egli aveva arnesi, utensili, vesti e denaro. Spinsi
in corsa la cammella verso la parte di mattina fuggendo
dalla gente, e così mi salvai. Io poi, in Bassora, udiva
la gente qua e là narrare e giurare che il morto, il quale
già s'era opposto al matrimonio del giovane con la nipote,
gli era uscito contro dalla sepoltura tutto nudo, straseinandosi dietro il lenzuolo funebre, e che gli era corso dietro
e poi era fuggito. Se ne facevano grandi meraviglie; ma
i più assennati negavano, e i più stolidi credevano, e io,
che conosceva la storia vera, pur mostrando di averne
meraviglia, rideva.
Contane un’altra! gli fu detto, e Shizàz così prese
a dire:
To ve ne conterò una più bella e più sciocca di
questa. Un giorno, m’era io incamminato per una via
cercando cosa mai potessi rubare, e per Dio! non poteva
trovar nulla. Capitai là da un albero sotto di cui solevano dormire i viandanti con lor cavalcature, in luogo
dov'era ombra, non altrove; ed ecco venirmi innanzi un
tale che viaggiava montato su di un asino. Io gli domandai: Mi vuoi dar retta? — Di certo! rispose. —
Allora, gli diss’io, sappi che a quell’ombra là, dove tu
intendi di riposare, le bestie da soma s’affondano nel
(1) Il famoso santuario della Mecca, sacro a Dio anche nel tempo
anteriore all’ Islamismo.<noinclude></noinclude>
0v5xgobyxp20gn2yscy858v3d97aqr3
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/185
108
1031653
3901132
2026-09-18T12:37:49Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901132
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 169 —|}}</noinclude>--169—
terren molle. Sta dunque in guardia! — Non badò a
queste mie parole, e io lo tenni d’oechio finchè s’addormentò. M'accostai allora all’asino, lo sospinsi innanzi fin
che riuscii in luogo alquanto lontano, e là gli tagliai la
punta della coda e degli orecchi. Lo trassi poi con me,
lo nascosi, indi mi appostai ad osservare il mio uomo
attendendo che si svegliasse. Quando si svegliò e si fu
levato in piedi, si diè a cercar l’asino e a seguirne le
orme, quand’ecco cadergli sotto gli occhi la punta della
coda e degli orecchi. Per la vita mia, gridò, io n’era ben
stato avvertito, se pur doveva giovarmi l’avvertimento!
— E fuggì via di la a tutta corsa temendo di affondarsi
nel terreno (1). Io intanto mi presi tutto ciò ch'egli portava con sè, lo caricai sull’asino e con esso me ne ritornai dalla mia famiglia.
(dall’arabo di Al-Isbahani.)
26. Ambasceria speditiva.
Khalid ibn Al-Valîd (2) ha molti meriti celebrati veramente e tali che ne durerà lungamente la memoria, per
aver egli domato i ribelli d’Arabia al tempo del Califfo
Abà Bekr (che Iddio sia contento di lui!). Espugnò la
città di Hîra. Ma, prima di capitolare, gli abitanti della
città gli mandarono ambasciatore Abd al-Masîh ibn Amr,
al quale, venuto a parlamentare, Khalid rivolse così la
parola: Donde vieni? — E Abd al-Masîh: Dal luogo che
ho lasciato. — Doye vai? — Vado avanti. — Di quante
persone sei figlio? — D’un sol uomo e d’una donna (83).
— Yin dove andrai? — Fino al termine della mia vita.
(1) S'intende che il baggeo credette di vedere affondato l’asino e che
non ne sporgesse dal terreno che la punta della coda e degli orecchi.
(2) Celebre generale musulmano dei primi tempi che domò i ribelli
d’Arabia (come si accenna nel passo stesso) sollevatisi dopo la morte di
Maometto e conquistò all’Islamismo la Siria. Anni d. C. 633-834,
(3) Si noti l’oltraggio implicito nella domanda e la saviezza della
risposta.<noinclude></noinclude>
nyz2fed2qviw4apnl64ts3scto6uac5
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/186
108
1031654
3901133
2026-09-18T12:37:54Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901133
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 170 —|}}</noinclude>
— Vuoi tu darmi retta? — Di certo, e mi lascierò guidare. — Che son queste fortezze? — Le abbiam fatte
per difenderci da uno stolido finchè un buono e mite lo
cacci in fuga (1). — Per qual faccenda t'hanno prescelto i
tuoi? e che è ciò che rechi in mano? — Un veleno istantaneo. — Che pensi di farne? — Intendo di aspettare
qual risposta mi darai. Se mi farai saper cosa che ridondi
in bene al popol mio, ritornerò da loro. Se no, succhiando
questo veleno, mi darò la morte per non ritornar dai
miei con ciò che loro faccia dispiacere.
Gli disse allora Khàlid: Fa vedere! — Abd al-Masîh gli diè il veleno, ed egli disse: In nome di Dio, il
quale non fa alcun male, quando si pronunci il nome
suo, ad alcuna cosa che sia in terra o in cielo, ed Egli
è colui che ascolta e sa! —, e ingoiò il veleno. Dopo
alcuni istanti, cadde svenuto; ma quando rinvenne, altro
non fece che tergersi il sudore dalla fronte.
Abd al-Masîh ritornò presso i suoi cittadini, e, informatili dell'accaduto, soggiunse: Quella gente là non è che
una genìa di diavoli! Poichè non potete resister loro,
fate con essi la pace come meglio potete € volete. —
Allora capitolarono.
(dall’arabo di Al-Isbahani).
27. L'erede d'un palazzo diroccato.
Si racconta che, essendosi un giorno affacciato ad una
finestra del suo palazzo, Al-Mamfîn vide un tale che con
la creta tracciava su d’un muro del palazzo stesso certe
scritture. Si volse ad uno de’ suoi famigliari e gli disse:
Va tu la da quel tale e osserva che mai si sta scrivendo,
poi menalo qui da me. — Andò il famigliare in tutta
fretta da quell’uomo, l’afferrò per un braccio e gli disse:
(1) L'ambasciatore, come gli altri abitanti di Hîra, era cristiano, e
però credo che con lo stolido voglia intendere Maometto, e, col mite e
buono, il Redentore.<noinclude></noinclude>
frpufhgqq5nyqetrksycv74du8vusez
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/187
108
1031655
3901134
2026-09-18T12:38:00Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901134
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 171 —|}}</noinclude>Lie
Che stai tu scrivendo? — Ed ecco ch'egli scriveva
questi versi:
Regal magione,
In te s’aduna
Trista fortuna
E vituperio, per opre non belle,
Fino a quel giorno
Che i nidi suoi
Degli atrî tuoi
Tra le colonne si farà la strige.
Quando la strige
S’anniderà
(Qual mai sarà
Conforto a me!) fra die cadenti mura,
To sarò il primo
Che annunzi al mondo,
Anche se al fondo
D'ogni miseria, la tua gran rovina!
Gli disse allora il famigliare del Califfo: Vieni ora
all’obbedienza del Principe dei credenti. — Oh! rispose
l’uomo, ti prego per Iddio di non menarmi da lui! —
Non se ne può fare a meno! rispose l’altro, e così lo
menò nella presenza del Califfo.
Quando fu nel cospetto del Principe dei credenti, e
quando il Principe fu informato di quanto egli aveva
scritto, gli domandò: Che m'hai t'ha indotto, o disgraziato,
a far cotesto?
O Principe dei credenti, rispose, tu non ignori certamente quanto rinchiude in sè questo tuo palazzo, tesori,
denari, ornamenti, vesti sontuose, cibi, bevande, tappeti,
utensili, provvigioni, schiavi e schiave, e tante altre cose
ch'io non posso enumerare e a cui non giunge l’intelletto
mio. Poco fà io son passato di qui, e sono all’estremo
della fame e della miseria. Mi son perciò fermato a pensare al fatto mio e ho detto fra me: « Ecco! questo
palazzo è abitato e in piedi tutt'ora, e io ho fame e da
esso non posso ricavare alcun vantaggio. Se invece fosse
in rovina e io vi passassi accanto, non mi mancherebbe
qualche pezzo di marmo, qualche pezzo di legno, qualche<noinclude></noinclude>
19hzg3oxmgmiqndeiw5wy2br2m372l5
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/188
108
1031656
3901135
2026-09-18T12:38:05Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901135
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 172 —|}}</noinclude>
chiodo ch'io potrei vendere e sfamarmene col prezzo! ».
Non conosce forse il Principe dei credenti (che Iddio lo
guardi!) quel detto del poeta?
Quando parte d’un altro alla fortuna
Un uom non ha, se frutto non ne tocca,
Che cessi tanta sorte, egli desia,
Ciò non per odio altrui, ma per ch’ei brama
Ugual fortuna e quella d’altri vuole
Che intera presso a lui traslata sia,
Disse allora Al-Mamtn ad uno de’ suoi: Dagli, ragazzo,
mille dirhem. — Poi soggiunse, rivoltosi al mendico:
Questi tu li avrai ogni anno finchè questo nostro castello
sarà abitato da’ suoi abitanti e allietato dalla maestà
dell'impero.
A questo proposito è stato detto:
Se in buono stato un di ti troverai,
Al tuo simil largo del tuo sarai.
Fra breve partirai da questa terra
E quel che ora possiedi, lascierai!
(dall’arabo di Al-Itlîdi).
28. Uno scroccone tra i Manichei.
Raccontava Thumàma ibn al-Ashras (1):
Al-Mamfîn ebbe notizia, un giorno, di dieci persone
tra gli eretici di Bassora che professavano la dottrina di
Mani intorno alla luce e alle tenebre (2). Dopo che gli
furon notificati i loro nomi uno ad uno, comandò che
quei personaggi gli fossero menati innanzi. Come si furon
(1) Personaggio ragguardevole ai tempi dei Califfi Hàrùn al-Rashîd
e Al-Mamfîin. Era letterato, autore di molti racconti e aneddoti piacevoli.
Morì nell’ 829 d. O.
(2) Mani o Manete, erosiarca del III secolo d. C. Professava il dualistho e l’antagonismo tra la luce e le tenebre, come due manifestazioni,
rispettivamente, del Dio buono (Ormuza) e del Dio malvagio (Ahrimane),
La sua dottrina dalla Persia dove egli la predicò, penetrò in Europa dove,
sotto il nome di Manichei, ebbe molti seguaci.<noinclude></noinclude>
ngfb5gn9sz57b2fx59b7fo59wurh1eh
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/189
108
1031657
3901136
2026-09-18T12:38:10Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901136
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 173 —|}}</noinclude>
raccolti insieme, uno scroccone che li ebbe osservati,
disse fra sè: Costoro non si son radunati per altro che
per una bella cena. — Così si cacciò fra loro e con loro
si pose în cammino, nè egli sapeva nulla del caso loro
finchè, ad un tratto, si accostaron certe altre persone
deputate a farli salire in barca. Lo seroccone disse di
nuovo fra sè: Oh! qui non c'è dubbio! Si tratta d'una
partita di piacere. — E montò con gli altri in barca.
Ma ecco che, tutto ad un tratto, furon portate delle
catene. Tutti furono incatenati, e lo seroccone con gli
altri, il quale intanto andava dicendo: Il mio mestiere di
seroccone m'ha menato ai ferri! — Ma poi, voltosi ai
più attempati della compagnia, domandò: Possa io farvi
del bene! Ma chi siete voi? — E quelli: Piuttosto di’a
noi chi sei tu! Sei tu forse uno dei nostri fratelli in religione? — Per Dio! rispose, io non so chi voi siate, ma
io sono un povero seroccone. Sono uscito questa mattina
di casa e mi sono imbattuto in voi. Ho notato in voi
bell'aspetto, bella ciera, proprietà quanto all’esteriore, e
ho detto fra me: « Questi vecchi, questi uomini, questi
giovani, certamente si son radunati per andare ad un
pranzo », e però mi son cacciato fra voi e mi son messo
al fianco d’uno di voi, come se fossi dei vostri. Così son
venuto fino a questa barca, e avendola veduta tutta @
tappeti, a guanciali, e notatavi inoltre una tavola apparecchiata, e carnieri e canestri, ho detto fra me: < È una
partita di piacere, e queste persone vanno certamente @
qualche castello tra giardini. Questo è un giorno di benedizione per me! » Io era ancor tutto allegro e gioioso,
quand’ecco capitar qui cotesto preposto alla vostra guardia e incatenar voi e incatenar me insieme a voi. Così
m’è capitata addosso cosa che mi fa perder la testa. Ma
voi ditemi ora di che sì tratta.
Risero del caso strano, e poi, pur sorridendo e fatti
alquanto lieti e di buon umore, gli dissero: Poichè tu
sei del nostro numero e sei in ferri come noi, sappi che
noi siamo Manichei stati denunciati ad Al-Mam'îàn. Saremo
ora introdotti alla sua presenza, ed egli c’inquisirà chieiti li SAMI
TI alain ii
ce—I 1a IPERI<noinclude></noinclude>
108wd3yu2x9yoxykqv74x0bc5gc6lw1
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/190
108
1031658
3901137
2026-09-18T12:38:17Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901137
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 174 —|}}</noinclude>
dendoci di nostra condizione, esortandoci a manifestargli
la nostra fede, e ci consiglierà a pentircene e &@ rinunziarvi, e ciò farà sottomettendoci a diverse prove, fra
cui questa. Ci mostrerà una immagine di Mani e ci ordinerà di sputarvi sopra e di rinnegarla. Ci ordinerà pure
di sgozzare un francolino (1). Chi l’obbedirà, andrà libero;
ma chi ricuserà d’obbedirlo, sarà messo @ morte. Ora,
quando tu pure sarai chiamato e messo alla prova, fa di
render conto di te stesso e della tua fede secondo che ti
detta la tua coscienza. Ma poichè tu ci hai detto che sei
seroccone di mestiere, e ogni seroccone ha sempre con
sè e notizie e novelle, abbreviaci questo nostro viaggio
fino a Bagdad con qualche bella storia o racconto dei
tempi passati.
Come furon giunti a Bagdad e introdotti nella presenza di Al-Mamdn, il Califfo incominciò dal chiamarli
per nome ciascuno. Ciascuno poi interrogava intorno alla
sua fede, l’esortava ad abbracciar l’Islamismo, lo metteva
alla prova, lo pregava di rinnegar Mani, gliene mostrava
l’immagine e gli comandava di sputarvi sopra @ di rinnegarla, e altre e simili cose gli andava dicendo. Ma
poichè quelli si ricusarono, li consegnò tutti alla mannaia.
Sbarazzatosi così dei dieci, si trovò dinanzi lo seroccone
quando era giunto al termine della lista dei condannati.
Voltosi allora alle guardie: Chi è costui? domandò. Per
Dio! risposero, noi non ne sappiam nulla, eccetto che
l'abbiam trovato in mezzo a quella gente e siam venuti
qui con lui. — Gli disse allora il Califfo: Che sai tu dirci
sul tuo conto? — 0 Principe dei credenti, rispose, io
faccio divorzio con mia moglie se capisco un’acca di ciò
che dicono!Io non sono che un povero seroccone, — €
gli raccontò la sua storia dal principio alla fine.
Al-Mamfîn ne rise allegramente. Gli mostrò poi l’immagine di Mani, ed egli non solo la maledisse e la rinnegò, ma anche soggiunse: Datemela qui ch'io vi farò
(1) È noto che tanto gli addetti alla fede di Zoroastro quanto gli
addetti alle sette nate dal Zoroastrismo non credevano lecito di uccidere
certi animali creduti utili all'uomo,<noinclude></noinclude>
tqjn8wtyvm0ztvkigjl0tv5n8g2uxs0
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/191
108
1031659
3901138
2026-09-18T12:38:21Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901138
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 175 —|}}</noinclude>
sopra le mie occorrenze, perchè io non so nemmeno se
Mani era musulmano o giudeo. — Al-Mamùn già stava
per punirlo della sua temerità e della sua smodata seroeconeria, quando Ibràhîm ibn Al-Mahdi (4) che era presente, disse ad Al-Mamfîn: Perdona per me a costui, 0
Principe dei credenti, e io ti racconterò una mia meravigliosa impresa da seroccone. — E Al-Mamfîn: Racconta,
racconta, o Ibràhîm!
Ibràhîm, allora, incominciò a raceontare:
Uscito di casa un giorno, 0 Principe dei credenti,
andai a zonzo per le vie di Bagdad finchè capitai in un
posto dove, dal fianco d’una casa alta, mi venne alle nari
una fragranza di profumi e un odor di pietanze tale che
si spargeva all’intorno e mi stuzzicava l'appetito. M' accostai ad un sarto che stava là vicino, € gli domandai:
Di chi è quella casa? — D’un mercante di panni, rispose.
E io: Quale il suo nome? — E. il sarto: Tale dei tali. —
Levai gli occhi in alto verso la casa, ed ecco là una
finestra con gelosia. Vidi che di sotto dalla gelosia uscivano una mano e un braccio di cui io non aveva mai
veduto i più belli, e che all’istante, o Principe dei ceredenti, mi distolsero dal pensare all’odor soave delle
pietanze. Rimasi sbalordito, e già mi pareva di dover
perder la testa; ma pui domandai al sarto: Il padron
della casa è di quelli che bevon vino? — Di certo! rispose. Credo anzi che oggi egli abbia invito. Ma alla sua
tavola non vanno che dei mercanti come lui, gente tutta
per bene.
Eravamo in questi discorsi, quand’ecco, a capo della
via, presentarsi, montati a cavallo, due uomini di bella
presenza. Disse allora il sarto: Questi due che vengono,
sono dei suoi invitati. — Lo domandai di lor nomi e di
lor soprannomi, ed egli me li disse, perch’io allora, s0spinto alquanto innanzi il mio cavallo, m'/accostai ai due
e dissi: Ch'io possa servirvi in bene! Il padron di casa
(che Dio l’aiuti!) v'aspetta già da gran tempo. — Così mi
posi al loro fianco, e; venuti là dalla porta, essi m'entra(1) Zio paterno del Califfo,<noinclude></noinclude>
44k6egazxt0mndc748mfcr2zypwot1v
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/192
108
1031660
3901139
2026-09-18T12:38:27Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901139
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 176 —|}}</noinclude>aan
— 176—
rono innanzi, e io entrai con loro. Il padron di casa non
dubitò punto, quando m’ebbe veduto, ch'io fossi della
loro compagnia, e però mi diede il benvenuto e mi fe’
sedere al posto d’onore. Fu portata allora, 0 Principe dei
credenti, una tavola con bianchi pani, e poi ci furon date
di quelle pietanze il cui sapore superava di gran lunga
l’odore, sì ch'io dissi fra me: Ho già gustato le pietanze.
Rimane l’affare della bella manina e del braccio! —
Furon levate le mense. Ci lavammo allora le mani e
passammo di là in una sala da conversazione, elegantissima, tutta a tappeti e a cortine; e il padron di casa non
cessava dal farmi carezze e dall’intrattenermi con bei
discorsi, e i due invitati, intanto, non dubitavano punto
ch’io pure fossi stato invitato, e ciò che faceva il padrone
al riguardo mio, proveniva dalla certezza sua ch'io fossi
stato chiamato da loro. Si vuotarono più bicchieri, quand’ecco entrare e presentarcisi una ragazza che s'avanzava
tutta graziosa come un ramoscello di salice. Venne innanzi, salutò con molta disinvoltura, € intanto altri le
preparava un guanciale, e altri le porgeva un liuto.
toccò essa il liuto, e dal modo con cui lo toccava, intesi
subito l’abilità sua. Cominciò poi a cantare quest’aria:
Ha sospettato la presenza sua
Un mio sguardo e le gote
N’ha rasentate,
E del mio sogguardar tracce furtive,
Dopo il sospetto mio,
Vi son restate.
E lieve la toccava la mia mano,
E lieve la sua mano
La mia toccava,
E a lei le dita un fremito, al contatto
Di questa mano mia,
Solleticava.
Ella, qual cosa che repente viene,
Mi passò al cor, ma anch'io,
Io l’ho ferita!
Non seppi mai che fosse cosa in-cui
Un sol pensier potesse
Stampar ferita!<noinclude></noinclude>
5vuv7ue1ofk5dx0ld9u4int4hwcfkpw
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/193
108
1031661
3901140
2026-09-18T12:38:32Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901140
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 177 —|}}</noinclude>"III
coni
TOI 7ve
— ITT—
O Principe dei credenti, io ne perdeva la testa! La
bellezza di quel canto, la perizia della canterina, m’avevano commosso. Ma essa riprendeva così:
To le chiedea: « Sai tu dell’amor mio? »
Con un cenno dell’occhio ella rispose:
«Atefedelsonio».
To geloso evitai di palesare
Tl suo segreto; ella gelosa il mio
Evitò di svelare.
, Oh! per l'eterna mia salute! gridai allora. E intanto
io non poteva più nè contenermi dalla gioia nè pazientare.
E quella tornava a cantare:
E non è forse meraviglia che una
Sola casa ci accolga,
E ch’esser soli non possiamo e un detto
L'uno all’altro rivolga?
Esprime l’occhio sol, mesto, col moto
Delle ciglia, l’amore,
Delle viscere nostre arduo lo spasmo.
Del fuoco sull’ardore,
E l’accennar del labbro, e l’ammiccare
Delle ciglia sommesso,
E l’atterrar degli occhi, ed il saluto
Muto del core oppresso!
Allora però ne ebbi gelosia, e n’ebbi gelosia, o Principe dei credenti, per la sua gran perizia e maestrìa nel
canto, per aver ella inteso a dovere il senso dei versi, e
perchè non s'era mai dilungata dal tema con cui aveva
incominciato, sì che le dissi: Ti resta ben altro da imparare, ragazza mia!
La ragazza andò su tutte le furie. Sbattè a terra il
liuto e si mise a gridare: E da quando mai introducete
nella vostra compagnia di simili antipatici? — Mi pentii
del fatto mio tanto più che, nella ciera degli altri, scorsi
un cambiamento al mio riguardo, e domandai: C'è qui
un liuto? — Mi fu risposto: Di certo, signore! — Me lo
portarono, e io l’accordai subito al modo che mi piaceva,
indi presi a cantare:
Italo Pizzi - Fiorì d'Oriente
12<noinclude></noinclude>
f12fluuqdk6417y8bx02vd3vwt0qd2g
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/194
108
1031662
3901141
2026-09-18T12:38:37Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901141
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 178 —|}}</noinclude>PE ETa >girla tn,e2ele A,
— 178—
Che han queste case
Che non rispondono
A chi è dolente?
Forse in rovina
Esse crollarono?
Niuno mi sente?
Andar la sera
(E già mel dissero),
Andar le belle.
Muoian, se muoiono;
Ma se ancor vivono,
Vivrò con elle!
Non aveva io ben finito di cantare, che la ragazza
si levò e mi si gettò ai piedi baciandomeli e gridando:
Perdono, perdono, signor mio, in nome di Dio! Non ho
mai udito altri cantar quest’aria come te! — Si levò
allora anche il padron di casa e tutti quelli ch’erano con
lui, e fecero con me ciò che aveva fatto la ragazza. Tutti
poi ritornaron d’ottimo umore, s'invitaron l’un l’altro a
bere, e bevvero a bicchieri colmi. Io intanto ripresi a
cantare:
Di me forse, per Dio! non ti ricordi?
E vanno lagrimando gli occhi miei
Sangue, perch’io di te mai non mi scordi!
A Dio mi lagno di lei che m'è avara,
E di me generoso! Io le do miele,
M’abbevera ella d'una beva amara.
A Dio mi lagno, ch’ella è a me straniera
E ch'io viver non posso in tanto amore
Senza mostrar ver lei bontà sincera.
Deh! ravviva tu l’uom trafitto al core
(Tu l’uccidesti!) e perso non lasciarlo
Di mente e abbandonato al suo dolore!
‘tale, allora, fu la gioia della compagnia, che temetti
non perdessero tutti la testa. Tacqui per qualche tempo
finchè si fosser calmati, indi, per la terza volta, così
presi a cantare:
Questi è di te l'amante, abbandonato
Al suo dolore;
||<noinclude></noinclude>
e5jszt90jelem3n5yhusku96h4dujvq
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/195
108
1031663
3901142
2026-09-18T12:38:42Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901142
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 179 —|}}</noinclude>
Del pianto suo
Hanno le stille il petto suo bagnato.
Ha una mano, e con quella invoca pace
Da Dio signore
Al duol ch'è in lui;
L’altra posata sovra il cor gli giace.
Deh! chi viene a mirar l’uom, che, dolente,
Ama e vaneggia?
L'occhio e la mano
Gl’indizî son del suo desire ardente! (1)
La ragazza, o Principe dei credenti, gridava intanto:
Oh! per la mia salute eterna! questo, padron mio, è il
modo di cantare!
Erano omai tutti ubbriachi e stavano per perder la
testa. Il padron di casa che era stato preso dal vino:
assai meno de’ suoi due convitati, comandò a’ suoi famigliari e ai loro di attendervi, e così li rimandò a casa,
sì che io, allora, mi trovai solo con lui. Vuotammo alcuni
bicchieri, e poi: Signor mio, mi disse, il tempo in cui
io non ti conosceva, io l’ho tutto perduto! Ma chi sei tu,
mio signore? — Tanto insistette nella domanda sua, ch'io
me gli feci conoscere. Si levò in piedi, mi baciò in fronte
e disse: Oh mio signore! mi sarei ben meravigliato che
tante belle qualità si fosser trovate in persona che non
fosse del tuo grado. Io adunque mi son trovato, oggi, col
(Califfato in casa, e non lo sapeva! — Mi richiese del
caso mio e del come mi fossi indotto a fare ciò che aveva
fatto; e io gli raccontai dell’odor delle pietanze, della
bella manina, del braccio, ed egli allora si volse ad una
schiava e le disse: Ragazza, dirai alla tale che scenda!
— Così fe’ discendere ad una ad una da me tutte le sue
schiave, e volle ch'io ne osservassi la mano; ma io diceva sempre: Non è questa! — Per Dio! gridò allora,
non rimangon più che mia madre e mia sorella. Ma io
voglio che discendano qui anch’esse! — Io era meravigliato di tanta generosità sua e di tanta sua buona vo(1) Cioè non può esprimerlo con le parole, ma soltanto coi gesti e
con lo sguardo.
dine ee E zara<noinclude></noinclude>
ol34d1yszq6wnejtyk03qm93df94lno
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/196
108
1031664
3901143
2026-09-18T12:38:48Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901143
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 180 —|}}</noinclude>
lontà. Gli dissi tuttavia: Che io possa essere in riscatto
dell’anima tua! Ma tu incomincia da tua sorella prima
che dalla madre. Potrebbe darsi che tua sorella sia quella
ch'io cerco. — Hai ragione! rispose, e così fece.
Quando n’ebbi osservato la mano e il braccio: È
questa! è questa! gridai. Possa io essere in riscatto dell’anima tua! — Il padrone allora, in fretta e in furia,
mandò fuori suoi famigli a cercar di dieci anziani tra le
persone più ragguardevoli del vicinato, e quando furono
introdotti da lui, fatti recare due carnieri che contenevano ventimila dirhem, incominciò a dire: Questa è mia
sorella tale, e io chiamo voi in testimonio ch'io l’ho
maritata a Monsignore qui presente, Ibràhîm ibn AL
Mahdi, e che, per lui, le costituisco la dote di ventimila
dirhem. — Io ne fui ben contento. Accettai il matrimonio
e donai alla mia novella sposa uno dei carnieri; dell'altro
spartii le monete tra i dieci anziani dicendo loro: Vi
prego di scusarmi, ma questo è quanto al presente mi
trovo avere a mia disposizione. — Presero i denari e se
ne andarono.
Monsignore, mi disse allora il padrone, io intendo
ora di farti apprestare in casa mia una stanza in cui tu
possa dormire con la tua sposa. — Io restai mortificato,
o Principe dei credenti, di tanta sua generosità e larghezza al mio riguardo, € però gli dissi: Apprestaci
piuttosto un palanchino che ci trasporti a casa. — Farò
ciò che vorrai, rispose; e tosto fa messo in ordine um
palanchino che ci trasportò a casa. Giuro, o Principe dei
credenti, ch’egli fe’ portare in casa mia tante masserizie
e tante cose di valore che ne restò tutta piena e ingombra!
Al-Mamàùn si meravigliò molto di tanta generosità.
Rimise in libertà lo seroecone, assegnatogli un bel dono
di denari, indi ingiunse ad Ibràhîm di menargli innanzi
quel tale. Questi divenne in breve uno degli amici
intimi del Califfo, di quelli ai quali egli dimostrava maggiore affetto, nè egli cessò dal frequentarne la compagnia,
con tutto onore, e di essergli compagno a mensa e. ad
altri spassì.
(dall'arabo di Al-MasQdi).
3<noinclude></noinclude>
h7i882icutbpzq71gi91jo37beq3khj
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/197
108
1031665
3901144
2026-09-18T12:38:53Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901144
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 181 —|}}</noinclude>
29. Mercante di foglie di palma medico d’un leone.
Ibràhîm, mercante di foglie di palma (1), soleva fare
il seguente racconto:
Capitato un giorno, in uno de’ miei viaggi, là da un
albero solitario, mi vi sedetti sotto, quand’ecco venir
verso di me un leone di terribile aspetto. Accostandosi
sempre più, notai che zoppicava, e, infatti, una delle
gambe davanti egli la teneva ripiegata, ed essa recava
una grossa enfiagione. Brontolando tutto lamentoso, mi
posò in grembo quella sua zampa malata, e io compresi
che pareva dicesse: Guariscimi da questo male! — Presi
un piccolo fuscello, gli aprii con quello l’enfiagione e,
fattala sfogare, gliela fasciai con un lembo ch'io mi
sdruscii di dosso. S'allontanò allora, e poi tornò, e aveva
seco due piccoli leoncelli che quasi quasi non avevano.
ancora aperti gli occhi, e un grosso pane, che lasciò là
presso di me, € poi se n’andò.
(dall'arabo di Al-Qazvìni).
80. Sovrano che si fa penitente.
Al-NomAn ibn Imr al-Qeys (2) si fece fabbricare un
castello fuori di Hîra, e v impiegò sessant'anni, e il nome
n'era Al-Khavarnaq (3). Lo fabbricò un uomo di nazione
greca che si chiamava SinnimAr, e l'aveva fatto in maniera meravigliosa. Nessun altro avrebbe saputo fabbri(1) Personaggio storico. Era della città di Rey in Persia. Si raccontano mille cose strane di lui, ma poco credibili. Si diede poi alla vita penitente, e morì nel 905 Ch
(2) Re di Hîra in Mesopotamia, primo del suo nome, della casa dei
Lakhmidi. Regnò dal 380 al 418 d. G. Fabbricò un famoso castello per educarvi il giovane figlio di VYezdeghird I re di Persia (399-420 d. C.), che tu
poi Behràm V. Vedi, in questo secondo libro, sil ino alle
(8) Nome persiano (propriamente: Klwarishn-gah, cioè: cenacolo). Ne
restano ancora le rovine.<noinclude></noinclude>
0np13usilxkq3ta9jdmo490rslg9lee
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/198
108
1031666
3901145
2026-09-18T12:38:58Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901145
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 182 —|}}</noinclude>Misena TO PI) Re eTESI2 ot n, |
carne uno simile. Quando l’ebbe condotto a termine, era.
veramente un edifizio stupendo, di cui non possedeva.
alcun altro re un uguale. Al-Noman se ne compiaceva.
molto, ma Sinnimàr, un giorno, gli disse: Io so dove SÌ
trova certo mattone, tolto il quale, tutto questo castello
cade in rovina. — E Al-Nomaàn: Lo conosce altri fuor
di te? — Rispose: No! — Comandò allora Al-Noman di
precipitarlo dal luogo più alto del castello, e il misero
n’ebbe rotte e sfracellate le membra (1).
Un giorno, Al-Nomàn salì sulla più alta cima del
castello, e di là vide il mare che gli si apriva dinanzi, e la
distesa delle campagne dietro a lui, e i giardini all’intorno. Vide le gazzelle, i pesci, i palmizî, e, voltosi al
suo ministro, gli disse: Non ho mai veduto più bella cosa
di questo castello! — E il ministro: Eppure, esso ha un
gran difetto. — E quale? — Ch’esso non rimarrà in
eterno. — E qual cosa mai rimane in eterno? — Il regno
dell’altra vita. — E come si può acquistare? — Con
l'abbandono del mondo. — Puoi tu aiutarmi in questa
ricerca? — Ma di certo! -- Così Al-Noman rinunziò al
regno e si diede a vita penitente col suo ministro (2).
(dall’arabo di Al-Qazvîni). i
—182—
81. Pronto ingegno d’une scroccone.
Dice Al-Masùdi:
Tra i racconti piacevoli che toccano di Ahmed ibn
Al-Mudabbir (3) e che furon poi raccolti e trascritti nel
libro che ha per titolo « Notizie di serocconi >», si trova
anche il seguente:
(1) Questo Iuttuoso fatto fu soggetto di molti racconti romanzeschî
arabi e persiani, tra cui il più bello è certamente quello del poeta persiano Nizàmi nel suo poema: Le sette Beltà (Vedine il passo tradotto nella.
mia Storia della Poesia Persiana, cap. VI, append. pag. 260).
(2) Secondo altri, A]-Nomfîn si fece cristiano dopo aver veduto in
sogno San Simone lo Stilita che, in quel tempo, erasi dato ad austerissima
penitenza in Siria.
(3) Ufficiale preposto dal Califto Al-Muhtadi (869-870 d. e.) alla ri
scossione dei tributi in Palestina.<noinclude></noinclude>
jwv438qnrw76t3nny0wwbzy1iecpual
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/199
108
1031667
3901146
2026-09-18T12:39:03Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901146
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 183 —|}}</noinclude>
Ahmed ibn Al-Mudabbir non amava molto stare in
conversazione e aver gente alla sua tavola. Aveva tuttavia
sette suoi amici che si recavano sovente a bere da lui,
nè egli si famigliarizzava con altri fuor che con loro, nè si
divertiva con altri. Li aveva scelti per sua compagnia, e
li voleva con sè a mangiare, e ciascun d’essi possedeva
o una scienza o un’arte in cui non aveva chi l’uguagliasse. Vera allora uno seroccone, di nome Ibn Darràg”,
che aveva ricevuto la più perfetta istruzione ed educazione, ed era d’ingegno prontissimo, abile più di qualunque altro nel discorrere e nel ciarlare piacevolmente
di tutto e di tutti. Costui non cessò dal mettere in opera
ogni sua astuzia finchè giunse a sapere in qual giorno e
in quale ora Ahmed si stava coi suoi soliti commensali.
Si abbigliò allora come essi andavano abbigliati, e si
cacciò nella loro compagnia. L’usciere si pensò che ciò
fosse a conoscenza del suo padrone, d’accordo, inoltre,
con gli altri commensali, e perciò non gl’impedì d’entrare.
Quando Ahmed fu entrato nella sala ed ebbe scorto
lo seroccone tra gl’invitati, disse all’usciere: Va tu da
colui, e domandagli s’egli ha qualche affare da sbrigare. —
L’usciere si pentì di ciò che aveva fatto, e comprese allora soltanto qual giuoco gli era stato giuocato, e come
Ahmed, nel punirlo, non si sarebbe appagato che col
mandarlo a morte. S'accostò adunque, strascicando i piedi
sul suolo, allo seroccone, e gli disse: Il mio padrone ti
fa domandare se hai qualche affare da sbrigare. — Dìgli
che non ho nulla! rispose. E Ahmed all’usciere: Torna
da lui, e domandagli da quanto tempo sta qui. — Sono
entrato in questo momento, o noioso! rispose lo scroecone. E Ahmed di nuovo: Torna da lui, e domandagli
chi è. — E l’altro: Diìgli che sono uno seroccone, che
Iddio ti usi misericordia! — Ah! tu sei uno seroccone?
gli domandò allora lo stesso Ahmed. Di certo, rispose,
che Iddio ti dia gloria! — E Ahmed: Si suol tollerare
che uno seroccone entri in casa alle persone, le disturbi
quando vogliono star sole e in pace coi loro amici, s’intrometta nei loro affari segreti, a condizione però ch'egli.<noinclude></noinclude>
6a2xkyh988t6wfvg6f8t3aswb6vozve
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/200
108
1031668
3901147
2026-09-18T12:39:09Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901147
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 184 —|}}</noinclude>id
—184—
Sappia giuocare agli scacchi o al trictrac, suonare il liuto
o la chitarra. — Rispose lo seroccone: Che Iddio ti aiuti,
o signore! Io sono valentissimo in tutte queste cose. —
In che grado? — Nel più alto in tutte quante.
Ahmed allora si volse ad uno degl’invitati e gli disse:
Giuoca tu con costui una partita a scacchi. —. Ma. lo
scroccone osservò: Ti feliciti Iddio, o signore! E.se io
son vinto? — Ti manderem fuori di. questa casa sùbito,
rispose. E lo scroccone: E se io vinco? — Ti daremo
mille dirhem. — E lo seroccone: Se io potessi mai vedere
(che Dio t’aiuti!) che tu fai portar qui i mille dirhem,
io, nella lor presenza, proverei un refrigerio dell’anima
e avrei la certezza nella vittoria. — E i denari furon
portati.
I due giuocarono, e lo seroccone, avendo. vinto, allungò la mano per prendersi i dirhem; ma l’usciere, che
desiderava allontanar da sè parte almeno della colpa,
osservò: Dia gloria Iddio al mio padrone! Ma costui ha
detto di possedere nel più alto grado l’abilità nel giuoco
degli scacchi. Ora e’è un tuo giovane paggio, o signore,
figliuolo del tale, che certamente vincerà costui. — Fu
fatto venire il paggio, e lo scroccone rimase vinto. Vattene ora via di qui! gli gridaron gli altri, ma egli: Fate
venir il giuoco del trietrac! — Fu fatto venir il giuoco;
si giuocò, e lo seroccone vinse. Ma l’usciere: Non è
questo, osservò, signor mio, il più alto grado nel giuoco
del trictrac! Il nostro portinaio vincerebbe certamente
costui. — Fu introdotto il portinaio, e lo seroccone fu
vinto, sì che di nuovo gli fu detto: Esci! — Ed egli di
nuovo: Fammi portare un liuto, o signore! — Gli fu portato un liuto, ed egli suonò assai bene, cantò e piacque
molto. Ma ecco che l’usciere si mise a dire: Signor mio,
qui, nel nostro vicinato, sta un vecchio della famiglia di
Hashim (1), il quale istruisce le canterine, e: vale assai
più di costui. — Fu chiamato il vecchio, che, alla prova,
(1) H'Ashim ibn Abd Menaf, della tribù di Qoreysh, capo della famiglia di Maometto,<noinclude></noinclude>
62echt3gpkqj329sdffebpk37czmbqz
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/201
108
1031669
3901148
2026-09-18T12:39:14Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901148
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 185 —|}}</noinclude>E,e
nVE 7 PETTO
—185—
riuscì molto migliore. Esci adunque! gridò allora Ahmed
allo seroceone, il quale domandò: E la chitarra? — Gli
fu posta in mano una chitarra, ed egli suonò in modo
che nessuno aveva udito più abile suonatore di lui,
e cantò con insuperabile perfezione. Ma l’usciere di ripicchio: Glorifichi Iddio il mio padrone! Ma qui, nel
nostro vicinato, sta un incettator di grano ben più abile
e capace di cotesto seroccone. — Fu menato là anche
l'incettator di grano che riuscì di gran lunga superiore.
Disse allora al nostro seroccone il padron di casa: Vedi che
noi t'abbiamo usato il maggior riguardo possibile, ma la tua
mala sorte non ha avuto altro effetto di quello di farti
scacciare dalla nostra casa. — E l’altro anche una volta:
Signore, mi rimane ancora una bellissima abilità! —
E quale?
Rispose: Ordina, o signore, che mi si portino qui
una balestra e cinquanta palle di piombo, e che il tuo
usciere s’apposti là chinandosi e ponendo le mani sul
pavimento. Io, con quelle cinquanta palle, gli andrò a
colpir nel centro le parti posteriori, e se ne sfallirò una,
son contento che mi si tronchi il capo.
L'’usciere si mise a urlare dallo spavento. Ma Ahmed,
in questa proposta dello seroccone, capì che c’era una
soddisfazione per lui e una pena e un castigo per
l’usciere della trasgressione sua nell’introdurgli in sala
uno seroccone. Comandò pertanto che si portasser la due
basti da asino. Come furon portati, uno fu appostato
sull’altro, e su di essi fu legato fortemente l’usciere. Fatte
poi venire la balestra e le palle, furon poste in mano allo
seroccone, il quale scagliò tutte le cinquanta palle, e non
fallì il segno nemmeno con una sola. Sciolto l’usciere
che piagnucolava dal dolore, lo seroccone gli disse:
C'è sulla porta del tuo padrone chi sappia tirar meglio
di me? — E l’usciere: 0 bardassa! finchè deve servirti
da bersaglio il centro mio, non c'è nessuno!
(dall’arabo di Al-Mas@di).<noinclude></noinclude>
3bz8caur8ec03y3zoa6tg33u8rfu4fv
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/202
108
1031670
3901149
2026-09-18T12:39:19Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901149
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 186 —|}}</noinclude>
32. Un beduino alla corte del Re di Persia.
Uscì un giorno Abù Sofyàn (1) dalla Mecca, con una
compagnia di Qoreyshiti, andando, per ragion di traffico,
nella Iràga. Dopo tre giorni di cammino, radunò i suoi
compagni e tenne loro questo discorso: Se noi andiamo
innanzi per di qui, ci esponiamo a qualche pericolo (2).
Noi entriamo ora nel territorio d’un re potente e severo
il quale non ci permetterà certamente di andar fin da
lui, nè il suo paese è paese molto propizio al nostro
commercio. Chi di voi nondimeno vuole entrarvi con sue
mercanzie? Se gl’incoglie male, noi siamo innocenti del
sangue suo. Se invece farà buoni affari, a lui la metà
del guadagno.
Disse allora Gheylàn ibn Salema (3): Lasciate che
vada io! Vi son io per cotesto.
Così entrò nel territorio di Kisra (4), e allora si
profumò tutto e si vestì di due vesti gialle. Se ne divulgò
la notizia, ed egli si sedette là dalla porta del re (5)
finchè gli fu data licenza di entrare nella sala d’udienza.
Tra il re e lui era stata collocata una grata o gelosia
d’oro, e intanto il turcimanno, venuto fuori, disse: Ti
domanda il re per qual ragione sei entrato nel suo paese
senza il suo permesso. — Rispose Gheylaàn: Dirai tu al
re che io non sono uno de’ suoi nemici, che non son
venuto qui come spia per conto di qualcuno de’ suoi
avversarî. Son venuto invece per ragion di traffico di cui
(1) Uno dei più ragguardevoli personaggi della tribù dei Qoreyshiti,
alla quale apparteneva anche Maometto.
(2) Questi Arabi del tempo anteriore a Maometto erano soggetti,
come vassalli, al re di Persia; ma pare che fosse loro vietato il dilungarsi troppo dal loro paese.
(3) Fu uomo di bell'aspetto, d’ingegno pronto e sagace, capo dei Benî
Thagît.
(4) Cioè Chosroe Pervîz re di Persia, della casa dei Sassanidi, dal
590 al 628 d. C. Il fatto che qui si racconta, accadde nel 606.
(5) Probabilmente in Ctesifonte, allora capitale persiana.<noinclude></noinclude>
pi48m4eqfzl7i2bldqbs962zznna8ua
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/203
108
1031671
3901150
2026-09-18T12:39:24Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901150
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 187 —|}}</noinclude>
il re potrebbe approfittare. Se vuole, ecco qui le mie
mercanzie. Se non ne vuole, e se permette ch’io ne venda
fra i suoi sudditi, ne venderò. Se poi non permetterà
ch'io ne venda, le rimenerò a casa mia.
Così seguitava a parlare; ma quando intese la voce
di Kisra, singinocchiò (1). Il turcimanno gli domandò
allora: Il re ti domanda perchè ti sei inginocchiato. —
Ho inteso, rispose Gheylàn, una voce alta in luogo in cui
non è lecito ad alcuno levar la voce, e ciò per rispetto
del re. So che nessuno ardisce levar qui la voce se non
il re; e però io mi sono inginocchiato per rendergli onore.
Kisra si compiacque di questo bel contegno, è ordinò
che si portasse a Gheylàn un cuscino da porgli di sotto.
Ma Gheylàn, quando gli fu portato il cuscino ed egli vi
scorse sopra l’immagine del re, se lo pose sul capo.
Kisra, stimandolo uno zotico o uno stolido, gli fe’ dire
dal turcimanno: T'abbiam mandato il cuscino perchè tu
vi sedessi sopra. — Ma Gheylaàn rispose: Lo so. Ma,
come mi fu recato e io v'ho scorto sopra 1 immagine
del re, ho pensato che l immagine del re non meritasse
cotesto, cioè che vi si dovesse seder sopra, ma che meritasse d'essere onorata. Perciò mi son posto il cuscino sul
capo, perchè il capo è la più nobile e la più degna
parte, per me, della persona.
Il re lodò assai questo suo modo di fare, e gli fe’
dire dal turcimanno: Hai tu dei figli? — Sì, o signore.
-— Quale, fra tutti, è più caro? — Rispose: Il più pic«colo, finchè non sia grande; il malato, finchè non sia
«guarito; l’assente, finchè non sia ritornato.
Benissimo! gridò Kisra, e poi: Certamente nulla ha
potuto guidarti fin qui da me, € nulla ti può aver insegnato questo bel modo di parlare e di comportarti, se non
la tua buona stella. Queste tue son parole e opere di
sapienti, mentre tu sei di nazione barbara e grossolana
che non possiede sapienza alcuna. Ma qual è il tuo ali(6) Sedendo il re dietro la grata d'oro, s'intende che non era veduto
da Gheylàn.<noinclude></noinclude>
c48750vnohsotcl2szhxtgdyrex80s6
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/204
108
1031672
3901151
2026-09-18T12:39:30Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901151
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 188 —|}}</noinclude>
mento giornaliero?— Pane di frumento, rispose. E il
re: Davvero! Tale ingegno adunque ti viene dal frumento, non già dal latte di cammella, non dai datteri (1).
Kisra, allora, fe’acquisto di tutte le mercanzie di
Gheylàn pagandole a doppio prezzo. A lui poi donò una
muta di vesti e, nell’accomiatarlo, gli mandò seco dalla
Persia chi gli fabbricasse un castello forte in Tàif (2).
Fu quello il primo castello forte che si fabbricasse in
quei luoghi.
(dall'arabo di Al-Isbahanmi).
33. Un solitario misterioso.
Quand’io passai per la città di Sîn-Kalaàn in Cina, udii
parlare d’uno sceicco vecchio, che aveva superato l’età di
duecent’anni, quale non mangiava più e non beveva più,
non evacuava più, non frequentava donne, sebbene fosse
ancora nel pieno possesso delle sue forze. Abitava in una
caverna fuori di città, e là attendeva alle sue devozioni.
To adunque mi recai alla caverna, e vidi ch'egli stava
ritto sull’entrata. Era macilento, d'un color rosso vivo,
coi segni della devozione e dell’astinenza sulla. persona,
senza un pelo di barba. Lo salutai, ed egli, presami la
mano, la fiutò, poi disse all’interprete: Costui viene da
una delle parti estreme del mondo (3), come noi ne veniamo dall’opposta. — E a me: Tu hai già veduto un
prodigio! Ti ricordi di quel giorno quando capitasti in
certa isola in cui era un tempio e un uomo che si teneva
seduto in mezzo agl’idoli e che ti donò dieci dina» d’oro?
— Me ne ricordo, io risposi, ed egli: Era io quell’uomo.
— Io gli baciai la mano, ed egli, stato pensoso qualche
istante, entrò nella caverna e non ne uscì più. Parve
come pentito di ciò che aveva detto.
(1) Latte di cammella e datteri erano cibi da barbari per gli schizzinosi Persiani d'allora.
(2) Città dell'Higiàz non lontana dalla Mecca. Vi abitava la famiglia
‘ di Gheylàn.
(3) L'Autore, infatti, cioè Ibn Batàta, era del Marocco.<noinclude></noinclude>
2zg7138evcotx5y9st3r1ahbhc67fps
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/205
108
1031673
3901152
2026-09-18T12:39:35Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901152
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 189 —|}}</noinclude>
Noi allora entrammo arditamente nella caverna dietro
di lui, ma non ve lo trovammo. Vi trovammo invece uno
de’ suoi compagni che teneva in mano certi dAlisht (1)
di carta e che ci disse: È questo il regalo ospitale che
vi si dà. E ora andatevene! — Noi rispondemmo: Vorremmo attendere il solitario. — E l’altro: Se anche rimaneste qui dieci anni, non lo rivedreste. Quando qualcuno
ha potuto penetrare uno de’ suoi segreti, non lo rivede
mai più. E tu non ti pensare ch'egli sia assente; anzi è
qui presente e ti sta da presso! — Io, tutto stupito e
meravigliato, mi tolsi di là.
Raccontai al giudice, al sceicco dell’Islamismo e ad
Avhad ad-dîn al-Singiàri (2) tutto questo strano caso, ed
essi mi risposero: Così fa sempre con tutti gli stranieri
che gli capitano dinanzi, e nessuno sa qual religione egli
professi. Quello poi che tu credevi essere uno de’ suoi
compagni, era appunto lui stesso!
Mi dissero poi ch'egli era stato assente dal loro paese
per quasi cinquant'anni, e ch’era ritornato da un anno.
I principi, gli Emiri, i dignitarî tutti andavano a visitarlo, ed egli li regalava secondo il loro grado. V° andavano anche ogni giorno i poveri, ed egli faceva loro pure
dei donativi secondo lor condizione, sebbene nella caverna ch’egli abitava, non vi si vedesse proprio nulla.
Mi dissero anche come fosse solito raccontar storie di
tempi passati e come ricordasse il profeta Maometto (che
Iddio lo benedica e lo salvi!) a proposito del quale diceva: S'io fossi stato con lui, io l’avrei aiutato. —
Ricordava in bene i due Califfi, Omar ibn al-Khattàb e
Alì ibn Abî Talib, e li lodava, ma imprecava ad Al-Yezîd
ibn MoAviya e ingiuriava Moàviya (3).
(1) Carta monetata cinese, biglietto di banca.
(2) Personaggi musulmani residenti in Cina, intorno ai quali vedi il
n, 6 del libro quarto.
(8) Abbiam qui indubbiamente un esempio di quei. santoni musulmani creduti taumaturghi (vedi L'Islamismo, cap. III, $ 4). Questo personaggio misterioso era della setta dei Shiiti, perchè considerava Alì
come Califfo, ed era avverso alla casa degli Ommiadi (Moàviya ne fu il
primo, a cui successe Al-Yezîd I) di Damasco, ch'egli reputava usurpatori del Califfato (Vedi L’Istamismo, cap. IV, $4; e cap. V, $ 2).
uu Adii<noinclude></noinclude>
biquvc1w0coz9w8esukzu9llruxvg8s
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/206
108
1031674
3901153
2026-09-18T12:39:40Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901153
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 190 —|}}</noinclude>
Mi furon poi riferiti dalle stesse persone molti altri
aneddoti che lo toccavano, e Avhad ad-dîn al-Singiàri mi
disse: Un giorno, io gli entrai nella caverna. Mi prese
per mano, ed ecco ch'io d’un subito mi vidi come in
un gran palazzo in cui egli stava seduto come su di un
trono, con un diadema in fronte, con leggiadre fanciulle:
ai fianchi, con Vaghi frutti che cadevano dai rami im
certi rivoletti all’intorno. Mi pareva di raccogliere un dì
quei pomi e di mangiarne, quando, tutto ad un tratto,
mi vidi di nuovo nella caverna, là dinanzi a lui, che.
intanto si rideva di me. Ne contrassi tal malattia di nervi
che mi durò per più mesi. D’allora in poi non tornai.
mai più a fargli visita (1).
(dall’arabo d’Ibn Batata).
34. Alessandro Magno alle porte del Paradiso:.
[eat—dla
Alessandro diceva ai savî (2): È nostro desiderio di
passare nei paesi d’Africa. — Tu non puoi andarvi, gli
risposero, perchè montagne di tenebre (3) te ne impediranno di certo. — Ed egli: Non mi soddisfa che voi mi
diciate che io non vada fin là, perchè, in tal caso, ve ne:
avrei domandati (4). Ditemi piuttosto cosa mai, volendo;
andare, io debba fare. — Ra essi: Procàeciati asini di
Libia, i quali sanno andar per la dritta via anche in
luoghi difficili, e procacciati un gomitolo di fil di lino,
annodalo di qua in modo che, quando sarai in cammino,
tu lo tenga sempre, Così potrai ritornarti al luogo tuo.
Alessandro così fece, e andò finchè giunse ad un
luogo tutto abitato da donne. Voleva infestarle con la
guerra, ma esse gli dissero: Se tu ci ammazzi, dirà la
gente che tu sei un uccisor di donne; e se noi ammazziam
MORTA
RE"I
(1) Ecco, come si direbbe ora, un bellissimo esempio di suggestione.
(2) Cioè ai savî indiani, coi quali, anche secondo la testimonianza
degli scrittori greci, egli s’intrattenne a parlare. Vedi anche il n. 10 del.
libro terzo.
(3) I venti del deserto che menano densissimi turbini di sabbia.
(4) Cioè se devo o non devo andare.<noinclude></noinclude>
sjqukdnj28cn8q0yc5h7lysz41bd5nl
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/207
108
1031675
3901154
2026-09-18T12:39:45Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901154
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 191 —|}}</noinclude>ill >
te, si dirà: « Ecco un re che è stato ammazzato da
donne» — Alessandro allora disse: Datemi del pane! —
Gli portarono pani d’oro, ed egli disse: V’è mai stato uomo
al mondo che mangi dell’oro? — E le donne: Non avevi
adunque pane al tuo paese, che ti sei tolto di lA e sei
venuto fin qui? — Quando venne via, fece scrivere sulla
porta di quella terra così: « Io, Alessandro il Macedone,
dopo ch’ebbi vagato qua e là per il mondo, son giunto
ad una terra d’Africa dove stanno donne Sole, e ho avuto
da loro un buono avvertimento ».
Si tolse di là e se ne venne e si sedette presso una
fontana (1) a mangiar del pane, quand’ecco che uno dei
pesci salati che aveva con sè, cadde nella fonte e ritornò
vivo. Pensò allora fra sè: Intendo da ciò che questa è la
fonte che discende dal giardino di Paradiso. — Altri
invece affermano ch’egli prese di quell’acqua e se ne
bagnò la fronte (2), mentre altri dicono ch’egli andò
dietro quella corrente finchè giunse alla porta del giardino di Paradiso, e che là levò la voce dicendo: Apritemi la porta! — Gli fu risposto: È questa la porta del
Signore. Soltanto i giusti entrano per essa. — Ma egli
disse: Io sono un sovrano e son uomo che pensa con la
mente sua. Datemi almeno qualche cosa! — Gli fu dato
un cranio, ed egli volle pesarlo mettendo sulla bilancia
tutto l’argento e l’oro che aveva con sè, e non potè pesarlo. — Disse allora ai sapienti ch’eranò alla porta: Che
è ciò? — È un eranio, gli risposero, in cui si sta tuttora
un occhio di carne e di sangue, che non si sazia mai! —
Ed egli: Donde proviene ch’esso non si sazî mai? —
Prendi un poco di polvere, gli risposero, e gettavi sopra
quella polvere, e allora sarà pesato! (3).
(dal talmîadico).
(1) È una misteriosa fonte, detta dell’acqua della vita, che ‘trovasi
nel paese delle tenebre nel lontano Occidente. Oltre il Talmùàd, ne par
lano il Corano, i poeti persiani Firdusi e NizAmi (Storia della Poesia pers
siana, capo VI, 9-10), e lo stesso Giacomo di Sarùàgh, vescovo e scrittore
siro del VI secolo d. C.
(2) Per ayerne un’alta ispirazione, Così i commentatori.
(8) Allusione alla insaziabilità dei desiderî umani e alla vanità della
vita terrena e delle sue gioie,<noinclude></noinclude>
jdkqpvwc82wyastqk02gh8nfuzh4tl3
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/208
108
1031676
3901155
2026-09-18T12:39:51Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901155
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 192 —|}}</noinclude>2199,
35. Povertà, prefettura, carcere,
frutti di generosità.
Al tempo del Califfo Suleyman ibn Abd al-Malik viveva
un tale che si chiamava Khozeyma ibn Bishr dei Benî
Asad (1), celebre per la nobiltà dell’animo, per la generosità, per la larghezza nel donare del suo. Immensa la
sua sostanza, nè egli cessò mai da quel costume suo di
mostrarsi generoso e liberale finchè ebbe bisogno di quegli stessi amici che un giorno egli aveva beneficati del
suo, e ai quali aveva già accordato tanti favori. Essi lo
soccorsero per qualche tempo, ma poi se ne stancarono,
ond’egli, quando si fu accorto di questo lor mutamento,
andato da sua moglie, che gli era anche cugina, le disse:
O figliuola di mio zio, ho visto un gran cambiamento nei
miei amici in tutto quello a cui io era avvezzo con loro!
Io perciò mi son proposto di tenermi chiuso in casa finchè
verrà a trovarmi la morte. — Così chiuse la porta di
casa e si mantenne con quanto ancora gli restava, finchè
tutto finì, ed egli rimase tutto rammaricato e confuso per
ciò che gli era accaduto.
Era allora prefetto della Mesopotamia Ikrima soprannominato il Liberale (2). Un giorno ch'egli si teneva nella
sala d’udienza, ed era intorno a lui molta gente del paese
di tra i suoi conoscenti, cadde il discorso su di Khozeyma
ibn Bishr. Ikrima ne domandò notizie, e gli fu risposto
che Khozeyma era nelle più misere e povere condizioni
e che aveva chiuso la porta per tenersi sempre in casa.
Ma non ha egli trovato, domandò Ikrima il Liberale, chi
l’aiuti del suo e faccia qualche cosa pet lui? — Non l’ha
trovato! gli fu risposto. Ikrima, allora, lasciò cadere il'
discorso. Era egli di tale generosità, che era stato sopran-nominato il Liberale appunto per la sua grande liberalità
(1) Antica tribù d’Arabia. Questo Khozeyma fu uomo di gran conto,.
lodato per la sua liberalità. Morì sotto il Califfo Hishàm nel 727 d. C.
(2) Era di famiglia venuta d’Arabia in Mesopotamia.Morì nel 781 d.C,’<noinclude></noinclude>
oqa9smkec8wggwlw52rktm8jc79htvy
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/209
108
1031677
3901156
2026-09-18T12:39:56Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901156
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 193 —|}}</noinclude>cigni
sitdel0rtaDei earni
—193—
e munificenza. Attese pertanto che annottasse, e allora,
presi con sè quattromila dinar, li cacciò in una borsa e
comandò che gli si sellasse il suo asino. Montò in sella
e uscì di nascosto della sua famiglia, e andò con lui un
suo ragazzo che portava i denari. Era omai mezzanotte,
hè egli cessò dal camminare finchè si fermò 1A dalla porta
di Khozeyma. Smontò allora, ma, a certa distanza dalla
porta, lasciò l’asino alla custodia del ragazzo e presane
la borsa, andò tutto solo alla porta e piechiò. Uscì Khozeyma, e Ikrima, alterando la voce, gli disse: Prendi!
e ta-in modo d’accomodare gli affari tuoi, — Khozeyma
afferrò la borsa, e sentendo che pesava di molto, depostala a terra, prese Ikrima per il lembo della veste e gli
diceva intanto: Dimmi chi sei tu, possa io essere in
riscatto dell’anima tua! — E Ikrima: Non son venuto da
te a quest'ora con l’intenzione che tu mi avessi a conoscere. — E Khozeyma: Per Dio! se tu non mi fai sàpere
chi sei tu, non prenderò la borsa. — E Ikrima allora:
To sono quel tale che rattoppa i falli degli spenderecci.
— Ripetilo, gridò Khozeyma, ma più chiaro! — E l’altro:
No,perDio!—Eseneandò.
Khozeyma allora, con la borsa, rientrò, e andato dalla
moglie: Sta di buon animo! le disse, che Iddio è venuto
a consolarei. Lèvati e accendi un lume. — Non c'è modo
di accendere un lume, rispose la donna. Non e’è olio in
casa. — Khozeyma allora passò tutta la notte palpando
e tastando la borsa, e s’accertò che c’era dentro gran
quantità di monete.
Quando Ikrima fu tornato a casa, la moglie gli domandò perchè mai fosse uscito, tutto solo, dopo la mezzanotte, ma egli: Io non sono uscito a quest’ora, le
rispose, perchè volessi che qualcun altro, eccetto Iddio.
solo, sapesse per qual cagione sono uscito. — E la
donna: Io voglio saperlo, e non ne posso a meno. — E
si mise a gridare e a piangere seguitando nelle domande
e nelle inchieste finchè Ikrima, vedendo che non poteva in
alcun modo liberarsene: Io ti dirò ogni cosa, le disse;
Italo Pizzi — Fiori d'Oriente
18<noinclude></noinclude>
jqez6wi924rdtk150u0cnktq2bcri80
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/210
108
1031678
3901157
2026-09-18T12:40:01Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901157
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 194 —|}}</noinclude>
ma tu almeno serba il segreto! — Parla! disse la donna
e non pensare ch'io lo dica ad altri. — Così le raccontò
il fatto come era avvenuto.
Quanto poi a Khozeyma, ecco che, come fu giorno,
accontentò tutti i suoi creditori, accomodò le faccende
sue, poi si dispose a partire per andarne dal Califfo Suleymàn ibn Abd al-Malik. Il ciamberlano, entrato da Suleymàn, gli annunziò la sua venuta, e Suleymaàn che lo
conosceva assai bene di fama per la sua generosità e liberalità, disse al ciamberlano di farlo entrare. Quando
Khozeyma fu entrato ed ebbe salutato Suleymaàn col nome
di Califfo, costui gli disse: Qual cosa mai, o Khozeyma,
ti ha tanto trattenuto lontano da noi? — La triste mia
condizione, o Principe dei credenti, rispose. E Suleyman:
E che mai ti ha impedito dal venir qui da noi? — E
Khozeyma: La povertà, o Principe dei credenti, e i mezzi
scarsi. — Che mai adunque t’ha menato qui ora? — E
Khozeyma: Io non so altro, o Principe dei credenti, se
non che, dopo mezzanotte, è stato picchiato alla mia porta
e che io sono uscito, e che là ho veduto un tale così e
così. — E venne raccontando al Califfo, dal principio alla
fine, tutta la storia di quella notte. Domandò, allora Suleymaàn: Non l’hai tu riconosciuto? — O Principe dei
credenti, rispose Khozeyma, io non ho udito altro da lui,
nel momento ch’io gli domandava il suo nome, se non
ch’egli ha detto: « Io son quel tale che rattoppa i falli
degli spenderecci >».
Ripiglia l’Autore:
Suleymàn ibn Abd al-Malik si struggeva del desiderio di conoscerlo, e diceva intanto:Se potessimo sapere
chi è costui, noi lo ricompenseremmo della sua generosità.
— E soggiunse: A me il segretario! — Quando il segretario fu venuto, gli comandò di scrivere un decreto col
quale egli conferiva a Khozeyma la prefettura della Mesopotamia e le attribuzioni che erano già di Ikrima, e
v'aggiunse un ampio donativo, e ospitò esso Khozeyma
generosamente. Gli comandò poi di partire immediatamente per la sua prefettura, e allora Khozeyma, baciata la
4<noinclude></noinclude>
er1ddu84h1snb43028tww8n8sgvtkag
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/211
108
1031679
3901158
2026-09-18T12:40:06Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901158
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 195 —|}}</noinclude>terra dinanzi al Califfo, si pose in via all’istante per andarne al suo governo; e quand’egli fu vicino a giungervi,
Ikrima (a cui era venuta già la notizia della sua destituzione) uscì di casa e s’affrettò ad andare incontro a
Khozeyma con tutti i più ragguardevoli personaggi della
città, i quali, fatta reverenza a Khozeyma, si ritornarono
insieme con lui e rientrarono in città (1).
Khozeyma s’insediò nel palazzo della prefettura, e
allora comandò che Tkrima fosse mandato a chiamare per
render ragione dell’amministrazione sua. Fatti i computi,
si trovò che gli doveva essere rimasta in mano certa grossa
somma, e Khozeyma gliene fece dimanda. Per Dio! gli
rispose Ikrima, io non ho modo di rendertene nemmeno
un dirhem, e non ne tengo nemmeno un dinàr presso di
me! — Khozeyma allora lo fe’ porre in carcere mandò
suoi messi in carcere a reclamar da lui il pagamento di
que’ denari, ma Ikrima gli mandò a dire: To non sono
di quelli che si tengon per sè denari a prezzo del loro
onore. Però tu fa quello che tu vuoi! (2) — Khozeyma
ordinò d’incatenarlo e di dargli le vergate, ed egli fu
caricato di ferri, battuto a verghe, trattato duramente.
Stette così per tutto un mese, e ciò gli nocque assai, perchè si ammalò, e fu portata notizia di quella sua tristezza
alla moglie sua, la quale se ne afflisse e ne ebbe dolore
grandissimo. Chiamò allora a sè una sua fantesca di
molta avvedutezza, e le disse: Va tu subito alla porta di
Khozeyma e all’usciere dirai così: « Ho un’ambasceria
per l’Emiro ». E se l’usciere ti domanda che è, tu gli
(1) Chi conosce la storia dell'Oriente musulmano, sa che là sono
stati sempre frequentissimi questi casi del salire e del discendere all’improvviso, per un lieve capriccio del sovrano, di pubblici ufficiali e dignitarî.
(2) Ikrima aveva sposo tutto il denaro in opere di generosità. —
S'intende che tutte queste elargizioni splendide, fatte da questi dignitarî
agli amici, si facevano col denaro pubblico, appunto come certi sussidi
e gratificazioni state fatte agli amici e ai beniamini loro da certi mi
nistri nostri. Ma quelli erano scusabili in gran parte, perché, prelevata
certa somma annua da pagare al Califfo, tutto il rimanente dell'entrata
della provincia da loro governata era considerata loro proprio assegno
personale,<noinclude></noinclude>
bnscmmp2a9f9qlgpvw4tqde70d467mx
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/212
108
1031680
3901159
2026-09-18T12:40:12Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901159
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 196 —|}}</noinclude>
dirai: « Non posso dirla che all’Emiro Khozeyma in persona ». Quando poi sarai entrata dall’Emiro, domandagli
di rimaner sola con lui e quand’egli te l’avrà concesso,
gli dirai: « Che è cotesta ricompensa toccata a quel tale
che rattoppa i falli degli spenderecci, da che tu l'hai
ricambiato col trattarlo duramente, col carcere, coi ferri,
fin con le battiture? ».
Ripiglia l’Autore:
La fantesca fece tutto ciò. Quando Khozeyma ebbe
inteso da lei quelle parole: Oh sventura! oh malanno!
gridò, dunque chi mi deve i denari è quei che rattoppa
i falli degli spenderecci? — Ma di certo! rispose la fantesca. Khozeyma allora comandò che gli si menasse all’istante il suo asino. L'asino gli fu sellato, ed egli montò
in sella e andò così da tutte le persone più ragguardevoli del paese, e tutte le raccolse e corse con esse
alla porta della prigione. L’aperse e v’entrò, e vi trovò
nell’angolo più riposto e buio Ikrima il Liberale, tutto
cambiato d’aspetto, malato per la tristezza e i patimenti.
Anzi, quand’egli ebbe veduto Khozeyma e con lui tutta
quella eletta di cittadini del paese, tutto vergognoso chinò
il capo. Khozeyma allora si fece avanti, gli si gittò al
collo e lo baciò, e Ikrima intanto levando il capo gli
diceva: Cosa mai t'ha indotto a far tutto ciò? — E Khozeyma: Il tuo operar generoso e la rea ricompensa da
parte mia! — E Ikrima: Che Iddio perdoni a noi e a
tel — Comandò allora Khozeyma che fossero tolti i
ceppi ad Ikrima e che quei ceppi fossero posti, invece,
alle sue proprie gambe, e perchè Ikrima gli diceva: E
che intendi di far con ciò? — rispondeva: Intendo di
toccar quello stesso malanno che è toccato a te. — E
Ikrima: Giuro per Dio che non farai! — Uscirono allora
insieme, e così sen vennero alla casa di Khozeyma. Ikrima
voleva licenziarsi per andarsene, ma Khozeyma non glielo
permise. Comandò, anzi, che si apprestasse un bagno
caldo, licenziata ogni altra persona dal luogo dei bagni.
Come ciò fu fatto, v’entrarono insieme, e Khozeyma vi
si tenne servendo Ikrima egli stesso di persona. Ne uscì<noinclude></noinclude>
csbm7rsfn17zwhgqt679vvvtujx6c95
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/213
108
1031681
3901160
2026-09-18T12:40:17Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901160
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 197 —|}}</noinclude>
poi, donò ad Ikrima un abito magnifico, gli presentò una
bella somma di denari, e lo richiese se voleva venir con
lui dal Principe dei credenti, Suleymàn, che allora si
trovava a Ramla (1). Ikrima v’andò, e ben tosto ambedue si presentarono all’udienza di SuleymAn. Entrò l’usciere
da Suleymàn e gli annunziò la venuta di Khozeyma. Giò
turbò alquanto il Califfo perchè egli disse fra sè: Il prefetto di Mesopotamia viene da noi senza il nostro permesso,
pur essendo venuto qui da poco tempo. Ciò non può essere
che per qualche grave fatto!
Perciò, quando, Khozeyma fu entrato da lui, gli
domandò: Che hai tu, Khozeyma? — Buone nuove, rispose,
o Principe dei credenti! — E che cosa mai t'ha menato
qui da noi? — Principe dei credenti, disse Khozeyma, io
ho avuto nelle mani quel tale che rattoppa i falli degli
spenderecci, e ho voluto farti piacere avendo notato quanto
tu desideravi di vederlo. — E chi è dunque?._domandò
il Califfo. E Khozeyma: È Ikrima detto il Liberale!
Suleymàn allora ordinò che Ikrima fosse fatto entrare,
e Ikrima entrò e salutò SuleymAn col titolo di Califfo, e
il Califfo, datogli il benvenuto e fattoselo sedere accanto,
gli disse: Il tuo beneficare, Ikrima mio, s'è dunque voltato in tuo malanno! — Indi soggiunse: Serivi ciò che
ora più desideri da noi e quanto più avresti caro di avere,
su questo foglio. — Ikrima serisse, e ogni sua domanda
fu interamente soddisfatta, e il Califfo, inoltre, gli fece
un donativo di diecimila dînar e v'aggiunse gran copia
di regali magnifici e di cose preziose, conferitagli anche
la prefettura della Mesopotamia, dell'Armenia e dell’AzerbîgiAn (2). E gli disse: Per quanto tocca Khozeyma, l’affare è in mano tua. Se tu vuoi, io lo lascio al suo ufficio;
e se vuoi, lo destituisco. — Oh no! rispose Ikrima, ma
(1) Città di Siria, allora riedificata e abbellita appunto da questo
Califfo,
(2) La regione montuosa, che è intorno al Mar Caspio dalla parte
occidentale, capitale Tebrîz. È una delle più importanti provincie del
regno di Persia,
e—<noinclude></noinclude>
eu9320509ntejtojg9o5gtrujp80rqu
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/214
108
1031682
3901161
2026-09-18T12:40:22Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901161
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 198 —|}}</noinclude>bea:
ritornalo, o Principe dei credenti, con tutto onore al suo
governo.
Tutt'e due allora, Ikrima e Khozeyma, si tolsero di
la e seguitarono a rimanere ai servigi di Suleyman per
tutto il tempo del suo califfato.
(dall’arabo di Al-Hamavi).<noinclude></noinclude>
5zosfitt4xnqklspd4g6ttmexzdme6w
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/215
108
1031683
3901162
2026-09-18T12:40:27Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901162
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 199 —|}}</noinclude>per+AT,TNo.
CITTTTTLILZALI
SUS SSESEESTO SEA]
LIBRO TERZO
Novelle
1. Estrema prova di fedeltà.
Il lemure (1) disse: Ascoltami, o re, ch'io ti racconterò una storia:
C'era una volta ùna città chiamata Vardhamana, e,
in quella città, un re di nome Sùdrakadeva. Stando egli
un giorno nella sala d’udienza, disse: O usciere, c’è
gente alla porta, o non c'è? — Rispose l’usciere:
Signor, stanno alla porta, abbandonati
Come baggiani, i servitori tuoi,
Sfaccendati, sudati, insudiciati.
Un altro giorno, invece, si presentò alla porta del
re, per offrirsi a far servigio, un soldato di nome Vîravara che veniva dal Dakshinàpatha (2). Ammesso alla
presenza del re, il re gli domandò: O soldato, che dobbiam
darti, ogni giorno, per paga? — Signore, rispose Vira(1) Anima vagante d'un morto (in sanscrito vetdla), entrata nel cada.
vere d'un altro. Il re Vikramasena, a cui qui il lemure parla, era stato
costretto ad andare in un cimitero deserto per involarne un cadavere appeso ad un albero. Caricatoselo sulle spalle, mentre si pone in cammino,
il lemure, appiattato nel cadavere, gli racconta una novella.
(2) La regione meridionale dell'India, ora Dekhan.
|"SCA WIE
e dle pre
+ >|dCi
Te ed<noinclude></noinclude>
r005zfu8pkuu77ei43rfuvis6d4a1ol
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/216
108
1031684
3901163
2026-09-18T12:40:33Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901163
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 200 —|}}</noinclude>
vara, mi si devon dare ogni giorno mille monete d’oro. /
— E il re: R quanti elefanti, quanti cavalli, quanti fanti?
(1) — Signore, rispose, la moglie, un figlio, una figlia,
io, siamo in quattro in tutto. Un quinto non c'è! (2). —
Udendo ciò, scoppiarono in una gran risata le guardie
reali, i soldati, i consiglieri, tutti, ma il re, intanto, andava pensando fra sè: Perchè mai costui domanda tanto?
Vuol dire che il dar di più darà anche maggior frutto!
— Fatto chiamare allora il tesoriere, il re gli disse:
Darai ogni giorno qui a Vîravara mille tanka (3) d’oro.
— Ma Vîravara, ogni giorno, donava gran parte del suo
Stipendio agli Dei in offerta, poi ai Brahmini, poi ai dotti,
ai cittadini, ai servitori, ai filosofi e ad altri, e ritenendosi il rimanente per il suo mantenimento, se ne andava
a casa sua. Si stava a mangiar co’ suoi, indi, afferrata
una spada, andava di notte a far la guardia alla porta
del re. Così sempre, quando di notte il re gridava: Chi
sì sta ora alla porta? — Vîravara gli rispondeva con la
parola d’ordine. Ora è stato detto:
« Vieni! va via! ti leva.di costà!
Parla! sta zitto! » Il ricco, in verità,
Del bisognoso visso in povertà
Sol sperando, così giuoco si fa!
Dovè il pasto, non libero (4), pigliare;
Non dormi sazio (5), e si dovè destare.
Con libero voler non può parlare
Di nulla. Il servo come può campare?
Poi che il servo non ha più libertà,
L'altrui capriccio a guida tolto s'ha,
E ad altri il corpo suo vendendo Va,
Dov'è, dimmi, la sua felicità?
(1) S'intende che il re, meravigliato della domanda esagerata del
soldato, ironicamente suppone che egli voglia anche un gran seguito.
(2) Vuol dire che non ha bisogno di gran seguito, ma che basta lui
con la sua famiglia. Fina risposta data alla domanda ironica del re.
(3) Un tanka (forse dal turco tamgha) vale circa centesimi 83 della
nostra moneta.
(4) Cioè senza libertà e sempre in soggezione.
(5) Non dormì a sazietà,
i<noinclude></noinclude>
1imf2ynr1oihkzzbphfi9m2f0s3xypm
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/217
108
1031685
3901164
2026-09-18T12:40:38Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901164
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 201 —|}}</noinclude>III
E Pai
— 201—
Se sta zitto, egli èun gran tanghero;
Se discorre, s'è piacevole,
Un pemtenolo. un ciarlone.
Se talor non soffre e strepita,
È uno zotico e un minchione,
Se si mostra paziente.
Da lontano se ti sta,
È un grand'’asino; imprudente,
Se t’accosta. In verità!
Profondissimo malanno
È dover servir la gente,
Malagevol, pien d’affanno,
Anche all’uom ch'è penitente!
Una notte però, il re udì un gemito lamentoso di
donna piangente in un cimitero vicino. All’udirlo gridò:
Chi sta alla porta? — E Vîravara: Signore, io Vîravara!
‘ — O Vîravara, disse il re, odi tu piangere una donna?
— L'odo, rispose. — E il re: Corri tu lei. Intesa la
cagione del suo piangere, torna subito da me. — A questo
proposito, è stato detto:
I tuoi servi conoscere potrai
Quando i messaggi tuoi lor fiderai.
Conosconsi i congiunti allor che cura
Grave assale o pensier. Nella sventura
Si conoscon gli amici, e la sposina
Quando gli averi sono iti in rovina.
Vîravara adunque, andando dietro al suono di quel
pianto, entrò nel cimitero. Intanto,
Per sentieri coperti di tenebre,
Con aspetto che serba l’incognito;
Della terra Sùdraka (1) gran principe
Dietro l’orme di lui si diè a correre.
Là adunque se ne venne anche il re tenendosi ben
nascosto di dietro, e là scorse, tutta vestita d’ornamenti
divini, una donna che, disciolti i capelli, piangeva.
Lo stesso di Saàdrakadeva. Vedi al principio.<noinclude></noinclude>
buxrso9skg2nlcke3dsq4l2qqyn12r0
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/218
108
1031686
3901165
2026-09-18T12:40:43Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901165
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 202 —|}}</noinclude>
Ella s'agita e trabalzasi,
Corre e va di qua, di là;
Piange trista, e non ha lagrime
Quel suo pianto, ed ella è 1A
Nella sua infelicità!
« Me infelice, grida, e misera! »
E sobbalza ad ora ad or.
Delle membra distorcendosi
Nella piena del suo duol,
Si solleva e cade al suol.
Vîravara, come l’ebbe veduta, le domandò: Chi sei
tu che qui così ti lamenti? — Io sono, rispose, la Fortuna del re. — E Vîravara: Se tu sei la fortuna del re,
per qual motivo ti sei messa qui a piangere? — È stato
commesso dal re, rispose, certo fallo, per cui la Dea (1)
s'è corrucciata. Il re, pertanto, morrà fra tre giorni, e
io rimarrò senza protettore. Appunto per tale infortunio,
io son qui tutta piangente. — V’è qualche spediente,
domandò Vîravara, per cui il re possa campar cent'anni?
— Se tu, rispose la donna, nel cospetto della regal Dea
tutelare recidendo di tua mano il capo al tuo proprio
figlio, l’offrirai a lei in sacrifizio, il re camperà cent'anni.
Vîravara, avendo inteso ciò, prestamente ritornò a
casa sua, dove, risvegliata la moglie che dormiva, le
narrò tutto l'accaduto.
Vero figlio chi al padre sommettesi!
Padre è quei che provvede e alimenta;
Sono amici quei che altri confortano;
Quella è sposa che gaudio appresenta!
Figliuol che t'obbedisca, sapienza
Che bene aiuti a conseguir gl’intenti,
Salute, con gli amici convivenza,
Moglie savia che parli con dolcezza,
Son questi cinque buoni espedienti
La radice a schiantar d'ogni tristezza.
Quattro spine della testa:
Servi privi di creanza,
(1) Cioè Paàrvati o Durga, la terribile e irosa moglie del dio Siva.<noinclude></noinclude>
gaszq30lfmg6ti24c3kiaszh0ggey4n
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/219
108
1031687
3901166
2026-09-18T12:40:48Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901166
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 203 —|}}</noinclude>
Re che nulla dona o dà,
Fraudolento o falso amico,
Una moglie che non sa.
L’andar lungi dall’amica,
L'aver spregio dai congiunti,
Il far debiti, il servir
Gente vile, il voltafaccia
D'un amico allor che vede
L'altro amico impoverir,
Cinque cose, e ognuna dà
Tal brucior che, senza fuoco,
Ha del fuoco intensità.
Ove a taluno incolga la sventura,
Lui fortunato se un amico egli ha
Che pensiero non cangi, e una mogliera
Che gli sia cara, e servi onesti e buoni,
E un padron che gli faccia buona ciera!
Ma a che andar tanto per le lunghe?
Omai son giunto in potestà di morte
Pel mio re. Non v'ha dubbio e non indugio!
Sii felice, o leggiadra! Al padre tuo
Torna, o al fratel, che sono il tuo rifugio.
Udendo ciò, la moglie di Vîravara disse:
Dà misurando il padre e misurando
Dànno il fratello o il figlio. Oh! ma lo sposo
Che dona e non misura, a qual mai sposa
Non dovrebbe esser caro? Io de’ figliuoli
Che far non so, non di congiunti o affini,
Nè di starmi con te lascierò mai,
Signor, mai sempre a te fedel. Lo sposo
Della donna è il rifugio, e sempiterna
È per essa tal legge. Oh non per doni (1)
Ch'ella faccia, o digiuni, si purifica
Quaggiù la donna! Pura ella diventa,
Anche senza le offerte a’ sommi Dei,
Ove serbi al marito il suo pensiero.
Donna ch’è saggia, anche se gobbo o cieco
O lebbroso o sciancato o in ria sventura
(1) Doni e offerte fatte agli Dei,
nn<noinclude></noinclude>
a1bv0dtqowglcuu40feqmjogijb9i5j
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/220
108
1031688
3901167
2026-09-18T12:40:53Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901167
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 204 —|}}</noinclude>+ rale
#7,Ctiaci e
ret real
204 —
Caduto, il suo compagno unqua non lasci!
Suprema legge è questa e dover sommo
Che alla donna io dir so. La sciagurata
Che ad altro pensa, dritta va all'Inferno.
Avendo udito tutto ciò, il figliuolo di Viravara disse:
Se il re, per la morte mia, potrà campar cent'anni, che
Si sta ad aspettare?
Se una madre il suo bimbo avvelena,
Se suo padre per prezzo lo vende,
Se ogni bene il re nostro si prende,
A che muoverne pianto con pena?
Anche la figlia di Vîravara dichiarò che quella era
opera degna molto, sì che una sola fu la volontà e Lintenzione di tutti e quattro. Così andarono insieme al
tempio della Dea tutelare, mentre il re, che nascosto in
disparte aveva osservato tutto ciò, pensava fra sè:
Questo, questo è buon senso davvero!
Questo è senno e verace virtù!
Tali appunto si mostran gli amici
Qual dell’uomo è la sorte quaggiù!
Vîravara adunque, venuto nel cospetto della Dea tutelare, fatta l’adorazione e sguainata la spada, disse: 0
santa Dea, per la morte del figlio mio possa il re campar
cent'anni! — Così dicendo, recise al giovanetto il capo
e lo fe’ cadere a terra. Vedendo il fratello scannato, la
sorella morì d’un accidente. La madre si diè da sè stessa
la morte. Vîravara allora pensò: Ecco che son morti in
tre! E ora, servendo il re, a pro’ di chi devo io riscuotere mille monete d’oro? — Tratto fuori un coltello, si
Segò la gola. La testa recisa cadde al suolo, e il re, che
aveva veduto la fine così di tutta quella famiglia, pensò
fra sè: Per cagion mia tutta questa famiglia è perita1
Che mi giova ora il regnare? — Trasse fuori un coltello,
e mentre già stava per segarsi la gola, la Dea gli gridò:
Son soddisfatta, o figlio, della tua generosa prontezza!
Dimmi ora qual cosa più desidereresti.— O santa Dea, il
re rispose, se tu sei soddisfatta di me, queste quattro<noinclude></noinclude>
kpupyq5iw11xs3tmzjqgs8mtzbvf4za
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/221
108
1031689
3901168
2026-09-18T12:40:59Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901168
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 205 —|}}</noinclude>
persone ritornino per te sane e salve quali erano prima. —
R la Dea: Sia così appunto! — Tutti e quattro allora,
amministrata a ciascuno la bevanda vitale (1), furon richiamati a vita dal regno dei morti.
Il re allora, tutto tranquillo, se ne ritornò a palazzo,
e Viîravara co’ suoi ritornò a casa sua. Allo spuntar del
giorno, si sedette il re nella sala dell’udienza, e vi giunse,
nello stesso tempo, anche Vîravara, a cui il re domandò:
O Viravara, perchè mai, questa notte, quella donna piangeva? — E Vîravara rispose:
Un re si può trovar che per virtù
Sia largo donator, che gli altrui merti
Stimi e indulgente sia. Ma un servitore
Che sia destro e sincero e a guardia stia
Del suo signor, difficile a trovarsi!
Il re, allora, donò a Vîravara la metà del suo regno.
A questo proposito è stato detto:
Favellano i monarchi una sol volta,
Favellano i dottori una sol volta,
Vanno spose le bimbe una sol volta.
Tre cose che si fanno una sol volta (2).
Come ebbe raccontata questa storiella, il lemure do7
mandò: Dimmi, o re! Tra tutti questi, chi s’è mostrato
più virtuoso? — Il re! rispose il re Vikramasena (3).
perchè mai? domandò il lemure. E il re: I servitori
sogliono dar la vita per il loro signore, non già i signori
per i servi. Quel re, invece, stimando il regno suo quanto
una manata di paglia, voleva togliersi la villa. Per questa
ragione, quel re fu tra tutti il più virtuoso. — Come
ebbe udito ciò, il lemure sparì.
(dal sanscrito di Somadeva).
(1) L’ambrosia, detta in sanscrito, con parola corrispondente, ami?
(2) Vuol dire, se non m’inganno, che l'esempio narrato di fedeltà
Viîravara e di generosità del re, è tanto raro che accadde o è accadu
una sola volta.
(83) È il re a cui il lemure, appiattato nel cadavere, ha raccontato
storia di Vîravara.<noinclude></noinclude>
ecavyo3v5tkth9hmv1rmyen4saq41m1
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/222
108
1031690
3901169
2026-09-18T12:41:04Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901169
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 206 —|}}</noinclude>
2. Quattro amanti alla prova,
Il lemure disse (1): Ascolta, o re, perch’io possa
raccontarti una storia:
C'era una volta una città chiamata Dharmasthala,
dove risiedeva un re di nome Gunadhipa, e v'era anche
un Brahmino che si chiamama Kesava e aveva una figlia
di nome Mandàravati molto rinomata per la gran bellezza, venuta omai in età da marito. Si presentarono, per
averla in isposa, quattro pretendenti, tutti di merito
uguale e Brahmini, e Kesava, intanto, andava pensando:
Una ragazza e quattro pretendenti! A'chi s'ha da dare?
a chi non s'ha da dare? — quand’ecco che la fanciulla
fu morsicata da un serpente nero. Furon fatti venire gli
stregoni, i quali, come la ebbero esaminata, dissero:
Poichè è stata morsicata da un serpente nero, la ragazza
non può sopravvivere. Infatti:
Dico: viver non può chi da un serpente
È morso nelle parti sensitive,
Nelle labbra, nel mento, nelle gote,
Nella fronte, nel collo, nella testa,
Nella giuntura delle braccia o in quella
D'ambe le cosce, là dall’umbilico,
Nel cor, nel basso ventre o nelle spalle,
Nella giuntura delle ascelle, al piede
In mezzo o nella man (2). Vanno alla sede
Di Yama (3) quei che morsi ènno da un serpe
In questi luoghi: in una casa bianca,
In un orto che langue, in un sagrato,
Al cimitero. Vomiti, sudore,
Febbre, singhiozzo, dolori alla testa,
Delle membra fiacchezza, intolleranza
Della luce, vertigini, son questi
Di chi èmorso daun serpeegliattieisegni.
(1) Vedi la nota a principio della novella antecedente.
(2) L’inettissimo poeta poteva risparmiarsi questa insipida enumerazione con una parola sola, dicendo tutto quanto è corpo. Goffa la traduzione (non poteva esser diversa), ma goffo anche il testo!
(3) Il mitico Re dei morti,<noinclude></noinclude>
qtp9t1sy0n0qs858grtkqvyyfr90xgj
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/223
108
1031691
3901170
2026-09-18T12:41:09Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901170
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 207 —|}}</noinclude>Il Brahmino Kesava, come ebbe inteso cotesto discorso dagli stregoni, venuto alla sponda d’un fiume (1),
vi foce i funerali della figliuola. Convennero al cimitero
imehe i tre pretendenti. Uno di essi, entrato nel rogo
lella fanciulla, vi morì. Il secondo, fattosi un tugurio in
un angolo del cimitero, vi rimase per custodirvi le ossa
o le ceneri. Il terzo, resosi penitente, andò in altro paese.
|l quarto tornò a casa sua.
Quei ch'era andato in paese straniero, entrato in casa
dl’un Brahmino ch’era di mezzogiorno, domandò da man-'
giare. Il Brahmino, padron di casa, gli disse: O san(uomo, prenditi qui un boccone. — Mentre la moglie del
Brahmino preparava da mangiare, il penitente, datagli
una sedia, vi fu fatto sedere, quand’ecco un bimbo di
lei cominciò a strillar per la casa. La Brahmina, stizzita,
lo cacciò nel fuoco ardente, onde il penitente, a quella
vista, si levò su per andarsene; ma il Brahmino ne
l’impedì. Avendo veduto atto tanto crudele, egli diceva,
io non posso mangiar con te! Nella casa d’un tale in cui
si vedono opere così nefande, come si potrebbe prender
cibo? — Quand’ebbe udito ciò, il Brahmino capo di casa,
entrato in una stanza interna, ne trasse fuori un suo
volume. Apertolo e lettavi mormorando certa formola
magica, il bimbo, già ridotto in cenere, ritornò a vita,
e il penitente, come ebbe veduto il prodigio operato dal
Brahmino, pensò fra sè: Se cotesto volume capitasse in
mano mia, potrei ben far rivivere, con esso, la mia cara
ragazza! — Così avendo pensato, standosi là senza farsi
scorgere, entrato quando fu notte nella stanza interna
della casa, si portò via il volume e con quello andò difilato al cimitero.
L'altro pretendente che stavasi nel cimitero, gli domandò: Andando in paese straniero, amico mio, hai tu
appreso qualche nuova scienza? — Ho appreso, rispose,
la scienza di risuscitare i morti. — E l’altro: Se è così,
risuscitami l’amante mia! — E il primo, aperto il volume
(1) Era uno dei riti e costumi indiani il seppellire i morti presso
qualche fiume o corrente d’acqua,<noinclude></noinclude>
pjdqdx0vdjw4nwa3g1cezix7ckdgtyd
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/224
108
1031692
3901171
2026-09-18T12:41:14Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901171
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 208 —|}}</noinclude>i
CORIO
e mormoratane certa formola, fatta una aspersione d’acqua,
risuscitò la fanciulla e anehe l’altro amante ch'era morto
con lei sul rogo. Il quarto amante ch’era andato a casa
sua, come ebbe notizia di tutto ciò, corse là dal cimii
tero, e allora, per cagion della ragazza, tutti e quattro,
fatti ciechi dall’ira, presero a far baruffa tra loro.
Come ebbe narrato questa storiella, il lemure disse:
Dimmi ora, o re. Di chi ha da esser moglie la ragazza?
-— E il re Vikramasena: S’ascolti:
Padre, autor della vita, è quel dei quattro
Che la fanciulla suscitò da morte.
Quei che con lei morì, fratel può dirsi,
Nato insieme con essa ad una sorte.
Servo le è quei che, stando al cimitero,
Le ceneri raccolse, opra compiendo
Da servo. A casa sua chi ritornava,
Della fanciulla sia proprio consorte.
Come ebbe inteso questa risposta, il lemure sparì (1).
(dal sanscrito di Somadeva).
3. Ciò che toccar dovea,
Incoglie all’uom quaggiù.
C'era una volta in una città un mercante di nome
Sagaradatta. Il figlio di lui, un giorno, si comprò per
cento rupie (2) un volume sul quale era scritto:
Ciò che toccar dovea,
Incoglie all’uom quaggiù;
Agli Dei d’impedirlo
Possibile non fu.
Io però non mi dolgo,
Non ho stupor di ciò.
Quello che tocca a noi,
A un altro non toccò.
(1) Tradussero queste novelle anche i Professori G. Fumi per 2'Archivio del Pitré, e V, Bettei negli Studi italiani di Filologia indo-iranica del
Pullè. Vedi anche un articolo del Prof. C. Formichi, il poeta Somadera, nella
Rassegna Nazionale, del 1901, ‘e un'altro del Prof. Fr. Cimmino nella Lettura
del Giacosa (Gennaio 1901),
(2) Moneta del valore di ‘circa 2,50 delle nostre.<noinclude></noinclude>
6u5tixxkmz20zryojldim8r96l3br0t
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/225
108
1031693
3901172
2026-09-18T12:41:20Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901172
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 209 —|}}</noinclude>ato Lan sel ei deniediii in ERE |
— 209—
Sagaradatta, veduto il volume, domandò al figlio:
Figlio mio, a qual prezzo hai tu comprato questo volume?
- E il figlio: Per cento rupie, babbo. — Ciò udendo,
Sagaradatta disse: Tu sciocco! che per cento rupie compri
un volume su cui non stanno scritti che alcuni pochi
versi! Con cotesta sapienza tua, come potrai far denari?
Intanto, da oggi in poi, tu non devi più stare in casa
mia. — Così, con rabbuffi e rimproveri, lo scacciò di
casa.
Il giovane, disperato, andando in un paese lontano,
capitato in una città, vi si acconciò ad abitare. Trascorsi
alquanti giorni, uno dei cittadini gli domandò: Donde
vieni? e come ti chiami? — Ed egli rispose: Ciò che
toecar dovea, incoglie all’uom quaggiù. — Interrogato
da un altro, rispose allo stesso modo; anzi, a tutti quelli
che lo domandavano, rispondeva nella medesima maniera,
onde avvenne che, in quella città, il suo proprio nome
era questo: Ciò-che-toccar-dovea.
Ma poi, la figliuola di un re, di nome Ciandravati,
giovane e leggiadra d’aspetto, accompagnata da una sua
ancella, venne a vedere la città in un giorno di gran
festa, quando, per voler del destino, le capitò sotto gli
occhi un giovane soldato di molto bell’aspetto e avvenente. Ferita a quella vista dalle saette fiorite del Dio
dell’amore, disse subitamente all’ancella: O cara, i giorni
della gioventù se ne vanno rapidamente, e mio padre non
mi fa sposa di alcuno! Tu intanto devi fare in modo che
io oggi possa trovarmi insieme con quel giovane. —
Udito ciò, l’ancella, venuta in gran fretta dal giovane,
gli disse: Son stata mandata a te da Ciandravati, la
quale ti fa dire: « Amore, con la tua vista, mi ha ridotta
agli estremi! E però, se tu non vieni presto da me, oggi
io morirò. » — Udendo ciò, il giovane rispose: Se di necessità io debbo venire, dimmi tu con quale spediente io
posso entrare. — E l’ancella: Potrai salire questa notte
per una robusta fune che sarà appesa alla parte più remota del palazzo. — Poichè tale è il tuo intendimento, disse
il giovane, io farò così. — Conchiuso il patto, l’ancella
Italo Pizzi - Fiori d'Oriente
14.<noinclude></noinclude>
gve2pxjjpuri43oway3c0p1d641r2oc
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/226
108
1031694
3901173
2026-09-18T12:41:25Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901173
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 210 —|}}</noinclude>
tornò da Ciandravati. Ma poi, venuta la notte, il soldato
andava pensando fra sè: Questa non è cosa che sia veramente lecita, perchè è stato detto:
Quei che va dalla figlia del maestro,
Dalla donna del servo o del signore,
Dalla mogliera dell’amico suo,
Detto è quaggiù di Brahmini uccisore (1).
Ancora:
Opra che tristo nome ci procaccia,
Opra che ci conduce giù all’ Inferno,
Opra ch’esclude dal ciel sempiterno,
Opra cotal, l’uomo quaggiù non faccia. —
Come ebbe così pensato fra sè, non volle più andare dalla principessa.
Ma Cid-che-toccar-dovea, nell’andar di qua e di là,
avendo osservato una fune che pendeva, essendo di notte,
dal piano candido di una casa (2), col cuore pieno di
desiderio salì arrampicandosi. La principessa dicendo:
È lui! — tutta lieta l’onorò di lavanda, di bevanda, di
cibo. O caro, gli diceva, al solo vederti, io mi son presa
di te! Nessun altro fuor di te, nemmeno col pensiero,
sarà marito mio. Ma perchè non mi dici nulla? — Egli
allora disse: Ciò che toccar dovea, incoglie all’uom
quaggiù; — e la principessa, quelle parole, pensando:
Oh non è lui! — fattolo discendere dal piano candido
della casa, lo mandò via, ed egli, trovatosi presso un
tempio in rovina, vi si pose giù per dormire.
Ma ecco capitar la dentro certa guardia di città che
vi aveva un appuntamento. La guardia, veduto il giovane
addormentato, temendo non si scoprisse il suo segreto,
gli domandò: Chi sei tu? — L'altro rispose: Ciò che
toccar dovea, incoglie all’uom quaggiù. — Inteso ciò, la
guardia disse; Questo è un tempio abbandonato. Però tu
va in casa mia e càcciati a dormire nel mio letto. — Il
(1) Cioè reputato come reo del maggior delitto che è quello dell'avere ucciso un Brahmino.
(2) La parte superiore delle case indiane dipinta di bianco.<noinclude></noinclude>
hhyts9aszpb0yg1tkly7kup38qxn2bw
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/227
108
1031695
3901174
2026-09-18T12:41:30Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901174
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 211 —|}}</noinclude>giovane acconsentì, benchè malvolentieri, ed entrò in casa
della guardia, dove s’imbattè nella figliuola maggiore di
essa guardia, bella e giovane, di nome Vinayati, che là
appunto si stava ad aspettare. Essa, venendo venir costui,
dicendo fra sè: Ecco qui il mio bene! — mon potendo
scorger nulla per l’oscurità, gli fece le accoglienze più
liete. Ma poi: E perchè oggi, gli domandò, non mi dici
nulla? — Egli allora: Ciò che toccar dovea, incoglie
all’uom quaggiù. — La fanciulla pensò fra sè: Poichè
s'è fatta un’opera inconsiderata, ecco che ora se ne matura il frutto! — Così avendo pensato, tutta conturbata,
caricato di rimproveri il giovane, lo cacciò fuori.
Andando allora di qua e di là per diverse viuzze,
ecco sopraggiungere uno sposo novello, chiamato Varakîrti, abitante d’un altro paese, accompagnato da gran
frastuono di musica. Ciò-che-toccar-dovea prese ad andargli dietro. Quando poi, venuto il momento segnato
dagli astrologi, la figlia d’un mercante, ornata d’amuleti
e di cintura nuziale, sulla porta di casa nella via principale della città, già si teneva accanto all’altare ricoperto di fiori e di fronde, ecco irrompere in quel luogo,
dopo che aveva ammazzato il suo guardiano, un elefante
infuriato che mandò tutto a soqquadro nello scompiglio
della gente che fuggiva. Anche quelli che accompagnavano
lo sposo, come ebber veduto l'elefante, fuggirono da tutte
le parti con lo sposo impaurito, e Ciò-che-toccar-dovea,
vedendo abbandonata la fanciulla che aveva gli occhi
sbarrati per il terrore, dicendole: Non temere! io ti difendo, — con molto coraggio la rassicurò tenendola con
molta fermezza per la mano destra e con voce aspra
rimproverando l'elefante.
Andato via per buona sorte l'elefante, Varakîrti,
benchè fosse passato il momento segnato dagli astrologi,
ritornò coi parenti e con gli amici, mentre pur là si stava
la sposa tenuta per mano da un altro. A quella vista,
Varakîrti disse: Suocero mio, tu mi fai oltraggio dandomi una ragazza che è già stata d’un altro! — Anch'io,
rispose lo suocero, son venuto con voi altri quando fug-<noinclude></noinclude>
bseazbn0557f620lktdo4r6avzcss06
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/228
108
1031696
3901175
2026-09-18T12:41:35Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901175
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 212 —|}}</noinclude>v°
— 212—
gimmo per timor dell’elefante, e ora non intendo nulla
di tutto cid! — Data questa risposta, prese ad interrogar
la fanciulla: Cara mia, tu non hai fatto bene! Dimmi
ora com'è andata tutta questa faccenda. — E la fanciulla: Poichè io, in gran pericolo di vita, sono stata
salvata soltanto da costui, così, finchè io vivo, nessun
altro fuor di lui avrà la mano mia di sposa.
Fra questi avvenimenti, passò la notte. Al mattino,
radunatasi molta folla, la principessa, avendo inteso di
quel caso strano, si recò sul luogo. Vi accorse anche la
figliuola della guardia di città avendo risaputo tutto ciò
per il racconto andato di bocca în bocca, e il re, avendo
udito che là appunto s'era radunata gran gente, v’andò
in persona. Egli parlò così a Ciò-che- toccar-dovea:; Racecontami tu, senza timore, ciò che t'è accaduto. — Il
giovane rispose: Ciò che toccar dovea, incoglie all’uom
quaggiù. -- La principessa, ricordandosene, soggiunse:
Agli Dei d’impedirlo possibile non fu. — E la figliuola
della guardia: Io però non mi dolgo, non ho stupor di
ciò. — E la figlia del mercante, intesa tutta questa faccenda, soggiunse: Quello che tocca a noi, a un altro non
toccò.
Tl re allora, data a tutti sicurezza, venuto a conoscenza di questo avvenimento in ogni sua parte e informato della verità, a Ciò-che-toccar-dovea diede in isposa,
con molto onore, la principessa sua figlia insieme alla
rendita di mille poderi, con ornamenti e corteggio, e gli
disse: Tu sei mio figlio! — poi, col consenso della città,
lo consacrò suo successore nel regno. Anche la guardia
«diede a Cid-che-toccar-dovea la figlia sua facendole onore,
secondo il poter suo, con donativi di vesti e altro. E
«Ciò-che-toccar-dovea, fatti venire in quella città, prece«duti da molto onore, il padre e la madre sua con tutta
la loro famiglia, con tutta la famiglia sua egli pure ri:mase ad abitarvi felicemente godendo d’ogni sorta di beni.
(dal sanscrito di Vishnusarman).<noinclude></noinclude>
5vrzniz9mpw6nzc50bw3wxvulkmqgzy
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/229
108
1031697
3901176
2026-09-18T12:41:41Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901176
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 213 —|}}</noinclude>4. Il Savio e il Matto.
In un certo paese abitavano un tempo due amici, il
Savio e il Matto. Un giorno, il Matto fece questo
pensiero: Io, baggiano, son sempre qui, oppresso dalla
povertà. Prendendo adunque con me il Savio e andando in altro paese, quando avrò fatto un bel guadagno
con l’aiuto di lui, poichè l’avrò defraudato del suo, vivrò
contento. — Al dì seguente, tenne al Savio questo diseorso: Amico mio, quando sarai vecchio, quale opera
bella ti ricorderai di te? Non avendo veduto paese straniero, qual cosa mai racconterai ai tuoi figli e ai nipoti?
Perchè è stato detto:
Perde il frutto del suo nascere
Chi pel mondo non andò
E le varie lingue e gli abiti
Fuor di qui non imparò.
E poi:
Capacità, ricchezza, sapienza
Di niuna guisa l’uom s’acquisterà
Fin che di terra in terra per il mondo,
Volenteroso in core, ei non andrà. —
Il Savio, inteso questo discorso, con animo tutto lieto,
salutato dai genitori e dai congiunti, in un giorno propizio, partì col Matto per un altro paese. Là con l’aiuto
del Savio, cacciandosi di qua e di là, il Matto mise insieme una gran fortuna, e allora i due amici, fatto così
gran guadagno, contenti e felici, con desiderio divisarono
di ritornarsi a casa. Perchè è stato detto:
Per quelli che ricchezza e sapienza
Acquistàr soggiornando altro paese,
Di cento miglia alla distanza è pari
Quella donde il vociar d’aleun s’intese (1).
(1) Cioè la breve distanza da cui si può ancora intendere il gridar
di qualcuno.<noinclude></noinclude>
9j3ora255w9x5ogujeyxdqsymg9ewxz
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/230
108
1031698
3901177
2026-09-18T12:41:51Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901177
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 214 —|}}</noinclude>Ì
RENON (ee
Come si vide vicino al suo paese, il Matto così disse
al Savio: Non conviene, amico mio, che ci portiamo a
casa tutto questo denaro, perchè ce ne faranno domanda
i famigliari e i parenti. Perciò, come l’avremo sotterrato
qui in qualche parte nascosta della selva, toltone con
noi soltanto un poco, potremo entrare in casa nostra. Se
poi ne avrem di bisogno, venendo qui potrem levare dal
suo posto il denaro. Perchè è stato detto:
Oh! s’anche piccola,
Uom che ha saggezza,
A gente estranea
La sua ricchezza
Non dee mostrar,
Chè anche d’un monaco
Dell’or lucente
Suol lo spettacolo
L'alma e la mente
Scompaginar.
E poi:
Come in cielo dagli augelli
E dai pesci giù nel mare
E qui in terra dalle fiere
Suolsi l’esca divorare,
Così quei che ricchi sono,
Ciascun muove ad assaltare.
Avendo udito ciò, il Savio disse: Facciamo adunque
così, amico! — Come ebber fatto, i due amici, tornati
alle loro. case, vissero contenti e felici. Ma poi il Matto,
andato di notte nella selva, quand’ebbe ripreso tutto il
denaro e ricolmato la buca, ritornò a casa sua, e al mattino, andato dal Savio, gli disse: Sozio mio, noi abbiamo
una famiglia numerosa e siamo in angustie per mancanza
di denaro. Andando adunque a quel tal posto, togliameene
certa parte. — E l’altro: Facciamo pur così, amico.
Ma quand’ebbero scavato in quel posto, ecco che videro vuota l’olla dei denari, e allora il Matto, picchiandosi la fronte, cominciò a strepitare dicendo: Tu, o Savio,
e non altri, hai portato via la nostra sostanza, tanto più
che la fossa è poi stata ricolmata! Rendimi ora la metà<noinclude></noinclude>
lkpvassht934zkxqges4tbgyar8y1a7
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/231
108
1031699
3901178
2026-09-18T12:41:56Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901178
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 215 —|}}</noinclude>CORPO TE
dell’avere o io ne informerò il Governo. — E il Savio:
Oh! non dir così, 0 furfante! Io son veramente savio, nè
faccio di queste ruberie. Perchè è stato detto:
Il sapiente guarda l'altrui donna
Come fosse sua madre, e i beni altrui
Come zolle di terra, e gli altri tutti
Riguarda sì come gli uguali sui. —
Così disputando se ne vennero in tribunale, e intanto
gridavano ingiuriandosi lun l’altro. Ma quando i giudici
ordinarono un giudizio di Dio, il Matto cominciò a gridare: Oh! questa maniera di processo io non l'ho mai
veduta, perchè è stato detto:
Documenti si voglion procacciare
Allor che viene alcuno a disputare.
Se mancano, si cercan testimoni;
Se mancan testimoni, appella a Dio
E al suo giudizio l’uom che è saggio e pio.
Intanto, in questa faccenda mia, stanno in testimonio
gli Dei della selva che dichiareranno quale di noi due
è il ladro, e quale l’onesto. — Dissero allora i giudici:
Oh! tu hai parlato proposito, perchè è stato detto:
Quando per qualche disputa
Un teste si trovò
Anche se vil di nascita,
Nessun mai provocò
AI giudizio di Dio;
Oh! quanto meno allora
Che in testimonio sta
La stessa Deità!
Con ciò, noi abbiamo per questa faccenda una curiosità grande. Domani adunque, all’alba, voi verrete insieme
a noi al luogo della selva.
Il Matto allora, venuto a casa sua, così parlò a suo
padre: Babbo, tutta quella bella somma di denaro è stata
rubata da me al Savio, ed essa diverrà nostra del tutto
soltanto per una parola tua. Se no, ne va la vita. — E
il padre: Figlio mio, dimmi subito quella parola perchè<noinclude></noinclude>
g8djdtsayf80iy61byl7vf9a9fgwab6
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/232
108
1031700
3901179
2026-09-18T12:42:01Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901179
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 216 —|}}</noinclude>
io, pronunciandola, ti assicuri i denari. — Babbo, disse
il Matto, in quella selva c'è un grand’albero di sami (1)
che ha una gran cavità nel mezzo. Tu devi cacciarti in
quella cavità. Doman mattina poi, quand’io farò l’attestazione della verità, tu griderai: « Il Savio è il ladro! >.
Il Matto allora, fatte di gran mattino le abluzioni di
Tito, con vesti lavate e purificate, preceduto dal Savio e
dai giudici, venuto a’ piedi di quell’albero di sami, gridò
ad alta voce:
Il sol, la luna, il fuoco, il cielo, il vento,
L'acqua, la terra, il cor, la mente, i due
Crepuscoli (2), col giorno e con la notte,
Con la Giustizia, ben sanno dell’uomo
La condotta qual sia nell’opre sue.
O Divinità beata della foresta, quello che di noi due
è il ladro, tu lo manifesta! — Allora il padre del Matto
che si teneva appiattato nella cavità dell’albero, gridò:
Udite! udite! Quella somma di denaro è stata portata
via dal Savio! — Avendo inteso ciò, mentre i giudici tutti, con occhi spalaneati per la meraviglia, andavano cercando nei loro libri la pena dovuta al Savio
per aver rubato i denari, il Savio, circondata quella cavità dell'albero di sami con materie atte ad alimentare
il fuoco, vi appiccò la vampa. Divampando il fuoco, eeco
balzar fuori dalla cavità dell’albero, col corpo mezzo
abbruciato, cogli occhi strabuzzati, cacciando dolorosi
lamenti, il padre del Matto. Tutti allora domandarono:
Oh! che è mai questo?— Così dimandato, il vecchio
raccontò ciò che il Matto aveva fatto, e poi spirò, e i
giudici, fatto impiceare il Matto ad un ramo dell’albero
di sami, lodarono molto il Savio.
(dal sanscrito di Vishnusarman).
(1) Albero indiano che noi non conosciamo
@) Il mattutino e il vespertino,<noinclude></noinclude>
oqfdlhgqch4y15l4nv09k98nwaez9tw
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/233
108
1031701
3901180
2026-09-18T12:42:07Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901180
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 217 —|}}</noinclude>5. L'avventura del giovane mercante.
Cera una volta un mercante che aveva con sè un
giovanetto savio, ingegnoso, sveglio, il quale gli aveva
già resi molti servizi e date molte prove con molte
finezze da parte sua, grate, accette, riguardose (1).
Il mercante, un giorno, gli disse: Ragazzo mio, se
anche questa volta vuoi intraprendere un viaggio di mare,
quando sarai di ritorno, ti ridarò del mio (2) la libertà,
poi ti darò molti denari che tu considererai, tanti saranno,
bella ricompensa alla tua condotta onesta, sì che, per
tutta la vita, ti adagerai comodamente nel godere e nel
riposare.
Il giovanetto, intesa questa commissione del suo signore, si fe’avanti con aria d’accettazione e di promessa.
Accintosi all’impresa, caricò di derrate un naviglio, e vi
s'imbarcò. Andò per mare due o tre dì, quand’ecco si
levarono da ogni parte venti contrarî che assalirono il
naviglio, e, togliendo a lui ogni più candida speranza,
mandarono a perdersi nel profondo delle acque esso naviglio e tutto ciò che v'era dentro. Egli intanto s’abbattè
in uno scoglio che sporgev@ dalle acque; vi si aggrappò
conle mani e a gran stento potè stendervisi di sopra, finchè
poi, di la, giunse nuotando ad una isoletta in cui erano
molti palmizî. Là, si alimentò per qualche tempo di ciò
che gli fu mandato dal destino, mentre teneva volti gli
sguardi alla via per vedere se qualche ignoto, atteso così
da lui, capitasse. La bontà divina, diceva fra sè, mi libererà da questo abisso di sventure, non mi abbandonerà
in questo vortice di morte. La grazia di Dio capita la
(1) L'estrema artificiosità e prolissità del testo persiano mi costringe
ad abbreviar qualche volta la frase o la locuzione, per mon cadere in
ismancerie e leziosità degne dei così detti superuomini.
(2) Cioè riscattandolo dalla schiavitù.<noinclude></noinclude>
8g0w3j8ikz5wmw2nw8ozh3y4lforkb4
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/234
108
1031702
3901181
2026-09-18T12:42:12Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901181
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 218 —|}}</noinclude>SEDI
mattina, capita la sera! — Si mosse allora di là, s'incamminò per un sentiero, e quando fu andato per alcuni
giorni e per alcune notti, giunse al confine di una città.
Uscivano intanto da quella città uomini e donne, e recavano stromenti di musica, ed erano tutti ornati e abbigliati
da festa. Il romore di tutto quel corteggio e lo strepito
di lor carri e di lor cavalcature penetravano nel recesso
dei monti; il concerto di lor trombe e il suono di lor
timpani e timballi salivano al cielo, e la punta di lor
vessilli toccava le stelle, e la luna che sormontava lor
stendardi, giungeva al sole.
Il giovane, quando tutta quella compagnia fu giunta
presso di lui, disse: Tutto cotesto apparato per chi è mai?
e voi che intendete di fare? — Noi intendiamo di far
tutto cotesto, risposero, per un sovrano al quale di recente è stata assegnata, per decreto primordiale del cielo,
| questa città da governare. In questo momento appunto
egli è giunto qui mandato dalla reggia eterna del cielo,
e ora appunto muove verso di noi da una delle quattro
parti del mondo. In questo istante egli viene a noi dalle
plaghe d’un deserto ignoto, e nel mondo visibile giunge a
piantare i suoi padiglioni. Tutto ciò che tu vedi qui, è la
pompa del suo corteggio di sovrano e l’apparato suo di
re. — Il giovane, nella sua meraviglia, credeva di sognare, e come per isvegliarsi stropicciavasi, tutto stordito,
gli occhi, e intanto andava dicendo fra sè:
Deh! mio Signor, questo ch'io vedo, è un sogno?
Dopo tanto dolor, tanta allegrezza?
Una schiera allora di quella gente, cittadini di alto
grado e dignità, si fece innanzi. S'inchinarono fino a
terra facendo atto d’obbedienza, e poi, come sudditi devoti, baciarono la destra al giovane re. Quindi, di tra i
bruni palafreni, rapidi, veloci al corso da Oriente ad
Occidente, e di tra i destrieri candidi, avvezzi a corret
nelle palestre, veloci al paro del pensiero, trasser fuori
per lui un cavallo che tu avresti. detto aver pascolato
nelle praterie di Paradiso, ovvero essere stato allevato<noinclude></noinclude>
rme65uq23jq4auedd2j294ehusocwi4
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/235
108
1031703
3901182
2026-09-18T12:42:17Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901182
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 219 —|}}</noinclude>
negli orti santi con Boràq (1), tutto ornato di perle nella
sella, profumato d’ambra e di rose, con collana d’oro,
obbediente alle redini, di leggiadro incesso, rapido corridore, con una bianca stella in fronte. Il giovanetto balzò
in sella assecondato dalla fortuna e giunse così ad un castello la cui bellezza e magnificenza non sì possono descrivere o immaginare. Lo stesso Mani (2), se fosse capitato
in quelle sale dipinte, si sarebbe morso il dito per l’invidia e ne avrebbe lagrimato. I giardini suoi erano una
immagine degli orti celesti; i laghetti suoi, una immagine
dei laghetti pieni delle acque di Paradiso. E il giovane
fu menato così, passando di giardino in giardino, e posto
nel magnifico palazzo. Là, gli sparsero ai piedi monete
infinite d’oro e d’argento (8), gli arsero profumi d’aloè
e d’ambra; gli diedero ogni prova di rispetto e di venerazione, così appunto come gli si addiceva, quindi, d’un
tratto, levaron la voce a dire tutti insieme:
Tu sei venuto del venir felice
Di luna piena.
Alta ascende tua legge come ascende
La luna piena.
O signore! tu sei il nostro re, € noi tutti siamo i
tuoi servitori. A te il comandare, a noi l’eseguire i tuoi
comandi. Degni siano di te corona e trono, e possa tu
godere, secondo che desideri, della vita e della fortuna
tua. Comanda, o sire, secondo che ti piace!
Il giovane pensò fra sè: Poichè tante migliaia di
persone libere e nobili son venute da me e si son date
alla mia gioventù inesperta obbligandosi alla obbedienza
mia, conviene ch'io mi stia accorto e avveduto e consi
deri attentamente e osservi questa faccenda che mi è
(1) La cavalcatura su cui Maometto, al dir dei Musulmani, sali una
notte al cielo.
(2) Cioè Manete, il noto fondatore della setta dei Mamichei in Persia,
che, nella tradizione persiana e poi nella musulmana, è considerato come
insuperabile pittore.
(3) Antico costume persiano, ricordato frequentemente nell’epopea.
VedirFirdusi, il Libro dei Re,<noinclude></noinclude>
j2y1pge4ufaa7n3jw6r8zg4jqe196jw
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/236
108
1031704
3901183
2026-09-18T12:42:22Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901183
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 220 —|}}</noinclude>ente
CRONO:—
capitata, perchè io vegga dove mai va a riuscire questo
caso mio, ordinato dal cielo, e cosa mai, in questo giorno,
partorirà la notte, gravida sempre di novità. Così montò
tranquillo e sereno sul trono della sua novella signoria.
Si assise, e mille avea pensieri in mente,
Mille di re Qobàd (1) cure e disegni.
Incominciò allora dall’occupare l’uno e l’altro in
qualche ufficio, dall’affidargli qualche pubblico servizio,
ed egli stesso prese ad attendere ai cortigiani e ai servitori, alla cavalleria, alla fanteria. Si scelse poi tra gli
altri suoi più famigliari un tale nel quale aveva scoperto
i segni del maggior riguardo verso di lui e gl’indizî della
più lodevole condotta, oltre aver rinvenuto in lui le tracce
della migliore assennatezza e della più eletta nobiltà dell'indole. Gli conferì più alto grado fra i coetanei e gli
uguali, sì che divenne presto l'oggetto dell’invidia e della
gelosia de’ suoi compagni. Un giorno sel fe’ sedere accanto, e poichè ebbe sgombrato il luogo d’ogni altra
persona, gli tenne questo discorso: Ora che ho riconosciuto esser ferme le orme tue nella via della verità e
della sincerità, e ho sperimentato che a me e alle cose
mie è volta tutta la tua cura sollecita, e che c'è fermezza
da parte tua, in parole e in fatti, nel far sì che ogni
intento mio riesca a bene, desidero che tu m’informi del
vero. Desidero intendere da te che voglia dire tutta
questa faccenda, cioè come mai, senza alcun legame o
ragione, la gente di questo paese mi ha dato in mano le
redini del governo d’un regno, di cui non si può conquistar nemmeno un lembo se non con forza di spade e
di lancie e di soldati. Qual mai può essere il principio
e l'origine di questa scelta e di questo onore al mio
riguardo?
O signore, rispose, tu ti sei imbattuto in chi è bene
informato. Sappi adunque che ogni anno, appunto in
questo tempo, da quella parte donde tu sei venuto, capita
qui sempre un uomo. In quello stesso modo con cui
(1) Antico re dell’epopea persiana (Firdusi, vol. II.)<noinclude></noinclude>
60ttxsaek0p0o4xns2wenjwgk1flulg
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/237
108
1031705
3901184
2026-09-18T12:42:28Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901184
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 221 —|}}</noinclude>
thanno menato qui, soglion menar qui ogni altro e porlo
sul trono regale. Quando poi per un anno egli ha tenuto
il regno, fanno intendere che non lo gradiscon più. AI
confine estremo di questo regno trovasi un lago di profondità spaventosa, che si stende in un piano deserto.
Lo portan là, e l’abbandonano in quel deserto acciocchè,
come fanno le fiere, vada errando e vi rimanga nell’angoscia e nella costernazione dell’animo suo. « Gli han
dato una veste pomposa d’onore e ne l’hanno adornato,
ed egli passò nella sua gloria e nella sua grandezza. Così
appunto suol farsi, presso ogni gente, ad una vittima
che si vuol sgozzare! » (1).
Il giovanetto abbassò il capo e per qualche istante
si tenne pensieroso.
Smarrì la guida! Or pensa ogni suo fallo.
Si diè allora a cercare ogni modo per salvarsi; corse
col pensiero per molte vie; cercò ogni spediente per
uscire come da un imminente assalto, finchè trovò quel
filo salvatore che tutti gli altri prima di lui non avevano
potuto rinvenire. Sollevò il capo e così parlò a quel suo
famigliare: Servo mio fedele, il consiglio e l’avvertimento
del quale mi hanno rischiarato ciò che la sorte mi nascondeva, sappi ch'io ho trovato modo di trarmi di quest'impaccio. Se mi gioverai del tuo aiuto e mi soccorrerai
con l’opera tua, il disegno mio giungerà a buon Mao =>
Avendo il famigliare fatto segno che avrebbe obbedito,
il garzone proseguì: Da? retta ora all’avviso mio e non
indugiarti o ritardarti in ciò che ti dirò di fare. T'ollerando alcun che d’aspro e di difficile, procàcciati quel piacere che alla fine ti accadrà di godere, acciocchè il fine
del tuo desiderio esca agevolmente sciolto da ogni difficoltà.
Forse Iddio gli darà ciò ch’ei desia,
Gratificando;
Chiude, ma poi dischiuderà una porta
Beneficando.
(1) Proverbio in arabo:<noinclude></noinclude>
miew1l9sa4lsygep2pwphxmwvovpl06
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/238
108
1031706
3901185
2026-09-18T12:42:33Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901185
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 222 —|}}</noinclude>|I
popel
Sappi che non è possibile uscir vittoriosi dalle contingenze della vita se non con la fatica, col tenersi umili
e sottomessi all’occasione, con lo sfidare il cangiar della
fortuna.
Quando intende far preda un leopardo,
Sottile e smilzo si fa delle membra.
Ora tu, sulla sponda di questo mare, devi apprestare
molti navicelli e raccogliervi, tanto da questa quanto da
altre città, ogni artefice capace, ogni abile operaio, geometri sagaci, pittori valenti, e poi farli passare al di 1A
del mare e allogarli in quel deserto ch'è di lA, acciocchè
vi coltivino il suolo e vi fabbrichino una città dove,
quando sarà giunto il tempo dell’andar via di qui, potremo tramutarci e porre la nostra residenza. Così, da
questo luogo che c’è straniero, ci sarà dato di toccare
un modo di vivere tranquillo e aver sorte più fida e
sicura. In quella vasta campagna, si potrà scegliere un
tratto di terra buono e atto alla vegetazione, che possa
essere coltivato. Vi si recheranno tutti quelli che sanno
guardare e coltivare i campi, seminarli, piantarli. Siano
posti, inoltre, su quei navigli quanti stromenti occorrono,
e arnesi e utensili, e quanto abbisogna a gente data agli
studî. Di giorno in giorno, d’ora in ora, ma senza interruzione, si trasporti là tutto ciò che può occorrere o
abbisognare per disbrigar le faccende nostre, e, per ispese
che abbiansi a sostenere, si prendano i denari dal regio
tesoro. Non abbia alcuno dinanzi alla mente quel detto:
« Non vuolsi esagerar nel bene! » (1), ma piuttosto, in
riguardo alla sorte presente, dica e reciti ad alta voce
COSÌ:
Oh bene! addusse inerescioso evento
All’oggetto bramato.
Evviva! si mostrò dopo il tormento
Il ben più desiato, —
Il famigliare si tolse dal suo cospetto con animo volenteroso. Con mente deliberata, pronto e sagace nell’o(1) Altro proverbio in arabo.<noinclude></noinclude>
7akafaph4aqhmrxayo8etbut2jh6s4b
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/239
108
1031707
3901186
2026-09-18T12:42:38Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901186
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 223 —|}}</noinclude>
perare, vi si accinse con fermezza, e fece entrare in nave
tutti gli artigiani e tutti quelli che vivon di lor mestiere,
e ciò secondo il differente loro grado. Così li trasportò al
di la del mare, e allora ordinò ai maestri delle arti di
scegliere nel nuovo territorio un luogo a parte. Essi, per
prima cosa, segnarono il giro delle mura della città;
poscia vi elevarono alti edifizî, palazzi superbi, terrazzi
che davano bella vista, con tetti digradanti, con finestre
arcuate. Vi fecero, inoltre, alte pareti a diversi colori,
con finestrelle graticolate, simili a laghetti dell’ostello
de’ cieli, con colori rossi e verdi, con tende e cortine di
color turchino e di lapislazzuli. Un palazzo poi sulla
sponda del mare, esposto allo spirar de’ zefiri, vollero
destinato al re in particolare, alto, aereato, lucente. Vi
si leggeva seritto questo motto in riguardo alla fortuna:
Qual magione! Era grande opra e valente
Quando alcun l’innalzava.
Chi la fe’, generosi atti ed eccelsi
In lei significava.
O sorte, ove nel mondo ch'è pur tuo,
Sue case l’uom fondava,
In casa tua, di cupidigia infetta,
Il mondo suo locava (1).
Il re poi ordinò che intorno alla città, da tutte le
parti, si coltivassero e seminassero i campi. Molti semi
furon gittati nel suolo, molti grani vi furono sparsi. Aggiunsero giardino a giardino, verziere a verziere. Acque
dolci e limpide quali tu avresti detto essere scaturite di
sotto alle piante di Khidhr (2), o essere stillate dalle dita
miracolose di Mosè (3), fecero scorrere in canali e rivoletti. Ne abbellirono orti e giardini. Con alberi diversi
(1) Bisticcio infelice per dire (forse) che, quando l’uomo troppo si
fida della sorte, essendone in balia, ne resta sopraffatto.
(2) Personaggio favoloso che, avendo rinvenuto la fonte della vita
nel paese delle tenebre, ne ebbe giovinezza eterna, Opera sua sono le
arie limpide e serene, la bella verzura dei campi. Le acque scaturiscono,
come dice l'Autore, di sotto a’ suoi piedi.
(3) Quando fece uscir l’acqua da una rape nel deserto e ne dissetò
gli Ebrei.<noinclude></noinclude>
53ww9lk5bybw8alenp2q9n1dm5b2xoq
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/240
108
1031708
3901187
2026-09-18T12:42:44Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901187
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 224 —|}}</noinclude>RA
adornarono le sponde dei fiumi, con arbusti di pino e
d’altre piante conifere, con arboscelli di cipresso, con
pioppi, disponendoli di qua e di là dalla corrente. E
quella campagna fu ridotta in modo da essere, fra i sette
climi della terra, la più bella regione abitata per la
dolcezza dell’aria e la natura sua temperata, come appunto anche la primavera è la più bella delle quattro
stagioni dell’anno (1). Vi accumularon poi tante robe
preziose, tappeti, panni, supellettili, derrate, alimenti,
bevande, che la mala sorge non avrebbe mai potuto farvi
danno. Tutto fu apprestato e ordinato secondo che andava
per il meglio e conforme al desiderio di ciascuno.
Quando finalmente venne l’ultimo giorno dell’anno
e il sole di quel regno toccò il momento del suo tramontare, gli abitanti tutti della città si raccolsero alla reggia
per toglier via dal trono suo sovrano, come già avevan
tolto via gli altri per l’antica consuetudine, il giovane re.
Quando intese le parole che l’esortavano e sollecitavano
ad andarsene, sebbene già da gran tempo, prima che
s'avverasse cotesto, egli ne avesse avuto dispiacere e
tenuto sempre dinanzi agli occhi il luogo suo di rifugio,
pure tanto profonde avevan messo le radici in lui la
consuetudine e la famigliarità d’essersi trovati 1A insieme
per un anno, che assai a malincuore potè allora tratte
nersi e sopportare.
Là ci ponemmo, e n’eravam dolenti.
Ora afflitti ne usciamo,
Del loco famigliari e confidenti.
Lo levarono adunque di là, lo fecero montare sul naviglio e lo mandarono al di là del mare. LA allora, tutti:
quelli ch'egli già prima aveva assunti al suo servizio,
già pronti a muovere al suo incontro, che da tempo:
aspettavano la sua venuta e tenevano rivolto lo sguardo:
alla via del loro sovrano, gli vennero incontro prestandogli omaggio d’obbedienza e di servitù. Discese egli al
luogo del suo riposo e lA, in quei luoghi ameni e deli
(1) Cumulo di bistieci e di ginochi di parole intraducibili.<noinclude></noinclude>
itpw93vp1ry1jqn8a3qlhxrp2k5ha4r
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/241
108
1031709
3901188
2026-09-18T12:42:49Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901188
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 225 —|}}</noinclude>daga
ziosi, toccò il termine sicuro della sua felicità. La spe‘anza era lieta; puro e onesto ogni desiderio; rinnovata
la sicurezza; appianata la via del potere e della gioia.
Nè poteva essere diversamente!
Quei che grado sovrano ottien da Dio,
Per tal grazia alla schiera
S’approssima d’ogn’uom devoto e pio.
Se potestà di cui si fidi in pace
A Dio domanda, nulla
Di tristo ei vi rinviene o di fallace (1).
(dal persiano di Verdvîni).
6. Tenace amore alla vita.
Nella moschea grande di Damasco io (2) stava un
giorno a disputare con alcune persone dotte, quando all'improvviso entrò là da noi un giovane che domandò:
(è qui tra voi qualcuno che parli persiano? — Fecero
cenno a me, e io dissi: Eccomi qui! — E il giovane; C'è
un vecchio di centocinquant’anni ch’è in agonia. Dice
aleune parole in lingua persiana, ma nessuno di noi
l’intende. Se tu, per tua bontà, vuoi pigliarti questa noia,
ne avrai forse qualche ricompensa. Può darsi ch'egli
voglia far testamento. — Quando fui al capezzale del
vecchio, egli andava mormorando questi versi:
« Qualche istante avrò ancora, mi diss’io,
Conforme al desir mio! ».
AI respiro, oh dolor! chiusa è la via
Della esistenza mia.
Oh dolore! oh dolore! alla imbandita
Mensa di questa vita
Un sorso bevvi, e poi m’udii gridare:
« Questo ti può bastare! »
(1) Una novella uguale si trova tra quelle del nostro @. Gozzi, che
uggli dico essere appunto di origine orientale.
(2) È L’Autore che racconta, cioè Saadi, intorno al quale vedi il
Itogistro dei nomi alla fine del volume
Italo Pizzi - Fior? d'Oriente
15<noinclude></noinclude>
t51lr8yv1suzmelqutrigzeh0oyci5d
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/242
108
1031710
3901189
2026-09-18T12:42:54Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901189
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 226 —|}}</noinclude>3
pei Part dia VET
bagni E
Spiegai in arabo a quei Siri il significato di queste
parole, ed essi si meravigliarono e della lunga età dela
vecchio e del suo tanto dolersi per la vita di quaggiù.
To gli diceva intanto: Come ti senti ora? — Ed egli:
Che ho da dirti?
Forse non sai qual sorvenga dolore
A tal cui dalla bocca
Traggasi un dente fuore?
Pensa suo stato allor che dipartita
Far pur dovrà lo spirto
Dalla dolce sua vita! —
Scaccia dalla mente, io gli dissi, ogni pensiero di
dover morire e non lasciarti dominare dal timore. Pensa
che i filosofi hanno detto che, anche se il temperamento
è sano, non da però certezza d’immortalità, e che una
malattia, anche se terribile, non è assolutamente indizio
di morte. Se tu vuoi, chiameremo un medico il quale ti
curerà in modo che ti sentirai meglio. — Oimè! disse,
Attende le sue sale a far dipingere
Il padrone, ed intanto la sua casa
Si diserta e rovina.
Se perir vede um coccio (1) omai deerepito,
Ambe le man si storce, anche s’esperto,
L’uom dotto in medicina.
Chi è vecchio, per timor si sfogain gemiti;
E con sandalo intanto la mogliera
Mani e piè gli strofina (2).
Se a nostro stato è tolto l’equilibrio,
Non giova attenzion, cura non giova
Di medica dottrina!
(dal persiano di Saadi).
(1) Una persona infermiccia.
(2) Polvere di sandalo, mescolata ad acqua di rose, che serve a calmar la febbre e i dolori reumatici.<noinclude></noinclude>
krdhcxgaeqtknodv422gn67oxyc07xu
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/243
108
1031711
3901190
2026-09-18T12:42:59Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901190
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 227 —|}}</noinclude>7. Presunzione di giovane punita.
Si racconta d’un tale che era giunto alla perfezione
nell'arte del lottatore. In questa sua scienza, egli conoieeva trecento sessanta tratti che gli davano sempre la
vittoria, sì che, ogni giorno dell’anno, sapeva lottare in
maniera sempre diversa. Se non che, egli aveva concepito certa predilezione per un bel giovane tra i suoi
illievi, al quale insegnò trecento cinquantanove di que?
sitoi tratti, eccetto uno solo che non gli volle far conoscore in nessun modo. Essendo giunto questo garzone alla
perfezione dell’arte e della forza, tanto che nessuno poleva più resistergli, osò un giorno, nel cospetto del sovImno, tener questo discorso: La superiorità che ha ancorni il mio maestro su di me, proviene dalla sua età e
ilul riguardo ch'io gli devo per l'istruzione impartita.
bel resto, io non gli sono inferiore nella forza, e, quanto
ull'abilità, gli sto alla pari.
Al sultano non piacque punto questa mancanza d’edu«nzione e di rispetto, e però volle che essi due, il maestro
e l'alumno, lottassero insieme. Fu allora apprestato un
visto luogo, e vi si recarono a vedere i grandi ei principi della corte.
Il ragazzo, simile ad un elefante in furore, entrò con
lulo impeto nella palestra che, se là fosse stata una monlaguna di ferro, l’avrebbe schiantata dal luogo suo. Il
imiostro sapeva bene che il giovane gli era superiore di
uhge, e però venne a lottar con lui con quel tratto parliwolnre che gli aveva tenuto nascosto. L'altro non ne
ipova l’uso, e però il maestro, sollevatolo con ambe le
inuni e recatoselo fino all’altezza del capo, lo sbattè sul
lurreno. Seguì un alto grido di stupore da parte della
tento là raccolta, e il sultano comandò che al maestro
lonnor dati denari e una veste d’onore. Voltosi poi al
Kiuviuno, in suono di rimprovero e di biasimo gli disse:
il li cri vantato di poter tener fronte al tuo proprio<noinclude></noinclude>
k1dsdhuovvd1i4a9twbfn1alof200lq
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/244
108
1031712
3901191
2026-09-18T12:43:05Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901191
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 228 —|}}</noinclude>soin
Spare
maestro, ma non hai mantenuto la promessa! — 0. signore, rispose il ragazzo, il mio maestro non m’ha vinto
con la forza e col vigore, sì bene per ciò che, nella
scienza del lottare, restava ancora un piecolo particolare,
del quale gli è rincresciuto informarmi. Oggi, appunto
con quel suo tratto particolare, ha potuto avere la vittoria su di me. — Rispose il maestro: Ma io me l’era
tenuto in serbo appunto per questo giorno! I savî hanno
detto: « All’amico tuo non dar mai potere soverchio,
perchè, se mai un giorno egli ti diventerà nemico, tu
non potrai più resistergli ». Non hai tu udito ciò che disse
già un tale che aveva ricevuto ingiuria dal suo allievo?
Disse:
« O lealtà non trovasi nel mondo,
O in questo mondo niun la pone in opra.
Niuno apprese da me il tirar dell’arco
Senza poi farmi segno ai colpi suoi. »
(dal persiano di Saadi).
8. Il lottatore e la smania del viaggiare.
Si racconta che certo lottatore viveva afflitto per
l’avversa sua fortuna, dolente e sospiroso per la povertà.
Lagnandosene un giorno col padre, gli disse: Dammi
licenza di viaggiare per vedere se mai, con la forza del
braccio, potrò procacciarmi uno stato quale desidero.
Se alcun non ne fa mostra,
Pregio e scienza valgono ben poco!
Pereiò il muschio si pesta entro un mortaio,
E l’aloè si gitta in preda al fuoco.
(Il padre non vuol dare al figlio la chiesta licenza
allegando i mille pericoli del viaggiare, gl’inganni della
fortuna, la malvagità degli uomini. Ne nasce una lunga
disputa, finché il giovane, ribattute ad una ad una le
ragioni del padre, ne ottiene la licenza desiderata).
Il giovane diceva: Così come sono ora, io combatterò anche con un elefante furioso e lotterò con un feroce
|<noinclude></noinclude>
fk9ucujzu8aetl9889leg6l803ljlbu
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/245
108
1031713
3901192
2026-09-18T12:43:10Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901192
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 229 —|}}</noinclude>I29 —
leone. Meglio è per me ch'io vada viaggiando, perchè
sento che d’ora in poi non potrei sopportarne la miseria.
Quando si parte un uom dalla sua casa
E dal loco natio, perchè dolersi?
Gli è casa ogni confin di questa terra.
Ogni rieco, di notte, sta in sua casa;
Ma il poverel la casa sua ritrova
Là sol dove di notte si rinserra.
Così parlò, poi volle che il padre lo benedicesse,
indi lo salutò e partì. Mentre s’incamminava, fu inteso
mormorar questi versi:
Uom che ha pregio e che ha virtù,
Se fortuna nol seconda,
Va ramingo fin laggiù
Dove il nome suo nasconda (1).
Camminò adunque finchè si trovò sulla sponda d’un
fiume in cui, per l’impeto della corrente, le pietre si
urtavano luna con l’altra. Il fragor delle acque ne andava lontano fino ad una parasanga.
Fiume riottoso!e non v'ha sicurezza
Niuno acquatico augel. Via dalle sponde
Una macina schianta da mulino
La più leggera delle aspre sue onde.
Scoverse là una gran turba di gente che sedeva al
guado ed era pronta a passare tenendo ciascuno una
piccola moneta d’oro in mano. Non potendo egli dar nulla,
Si volse a far lodi e all’uno e all’altro. Ma, per quanto
fosse piacevole, nessuno l’aiutò. Che anzi gli dicevano:
‘ Senz’oro, violenza tu non fai
Ad alcun, figlio mio. Di tuo vigore
Non e’è bisogno, se oro tu non hai.
Il portolano, uomo villano, si rise di lui e si voltò
ln altra parte dicendo:
Oro non hai? Passar di là dal mare
Non potrai tu per valor che ti vanti.
Di cinque e cinque eroi forza che vale?
D'un uomo sol portami l’oro avanti!
(1) Cioè dove nessuno sappia come egli si chiami di nome.<noinclude></noinclude>
bsdtdexdoxfsa9j0w7sddrm0rq9du0e
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/246
108
1031714
3901193
2026-09-18T12:43:15Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901193
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 230 —|}}</noinclude>
A queste parole di scherno, il giovane sentì stringersi il cuore. Volle vendicarsi, e poichè il navicello
s'era già allontanato dalla sponda, mandò voce al portolano dicendo: Se tu sei contento di questo guarnello mio
che ho in dosso, non mi rineresce di dartelo. — Il portolano, inuzzolito, tornò indietro con la barca.
L’avidità l’occhio del savio accieca;
Dentro agli apposti lacci
Pesci ed augelli ad impigliarsi reca.
Come il giovane potè arrivar con la mano alla barba
e al collare del portolano, l’abbrancò, lo tirò a sè e lo
picchiò senza remissione. I viaggiatori saltaron giù di
nave e corsero in aiuto del portolano, ma furon picchiati
anch'essi per bene sì che scapparono chi di qua chi di
là. Pensarono ch'era meglio far la pace col giovane e
mostrarglisi generosi col pagargli il pedaggio.
Se t'incontra una lite, pazienta,
Chè la dolcezza chiude
La porta a ogni battaglia.
Sii grazioso ove contrasto scorgi,
Chè scimitarra acuta
Molle seta non taglia.
Se dolce parli, con bontà, con grazia,
Elefante rubello
Docil guidar potrai con um capello.
Scusandosi di ciò che fra loro era avvenuto, gli si
gettarono ai piedi, gli baciarono, con ipocrita finzione,
il viso e la fronte, lo rimenarono in barca, e di là andaron navigando finchè si trovaron presso una colonna,
di quelle dei Greci antichi, sporgente in alto fuori dell’acqua. Il portolano allora disse: La barca fa acqua!
Bisogna che quello di voi che è il più coraggioso, il più
ardimentoso e forte, monti su questa colonna tenendo la
corda della barca per rilegarvela, mentre noi staremo a
riparare il malanno. — Il giovane per l’idea che aveva
in capo della sua gran forza, non pensò al nemico ch'egli
aveva offeso, nè si conformò alla sentenza dei savî che
hanno detto: « Non stimarti mai sicuro da chiunque tu<noinclude></noinclude>
nsfokppavq0v1p462hoq2nqaxod1pm0
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/247
108
1031715
3901194
2026-09-18T12:43:20Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901194
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 231 —|}}</noinclude>Et SI
hai offeso, anche se gli farai cento favori, ma temi
sempre ch'e gli ti punisca di quell’unica tua offesa. Una
\ freccia suole uscire da una ferita, ma l’offesa rimane
\ sempre confitta nel cuore >.
Giustamente diceva Yektàsh:
« Non stimarti sicuro mai più,
Se un nemico hai offeso, o Khiltàsh! » (1).
Non ti pensar che angustia mai del core
Non avrai tu, se al cor d’un altro angustia
Sarà giunta per te!
Contro alle mura d’un castel le pietre
Non gitterai, chè dal castello un sasso
Cader potria su te!
Quando il giovane si ebbe attorto al braccio la corda
del naviglio e così fu montato sull’alto della colonna, il
portolano recise d’un tratto la corda e mandò innanzi la
barca. L’infelice rimase costernato. Passò un giorno e
poi un altro nell’angoscia e nell’affanno, si sentì alla
distretta estrema; al terzo, lo vinse il sonno, ed egli
precipitò ne l’acqua. Dopo un giorno e una notte, fu
gettato su d’una sponda quando non gli rimaneva che
un fil di respiro. Si alimentò con le foglie degli alberi,
mastied radici di erbe, tanto per sostenersi un poco, e
poi s'avviò per il luogo deserto e abbandonato e camminò assetato, affamato, stanco, finchè giunse presso una
cisterna. Vide gente che s'era raccolta là dintorno e che,
per pochi soldi, beveva un sorso d’acqua. Egli non aveva
un soldo. Domandò da bere, ma quelli si ricusaron di
dargliene. Si pr ovò ad averne per forza, ma non fu cosa
facile. Ne malmenò l’uno e l’altro, ma quelli ebbero il
sopravvento; lo picchiaron senza misericordia e lo lascia»
rono ferito e pesto.
Piccioli insetti uniti
Vincono un elefante,
Anche se grande e forte,
Anche se iroso egli è;
(1) Nome di due famosi atleti. Mi si perdonino i versi disgraziati.
Ma come incastrare in versi italiani due nomi sgangherati, per n oi, come
questi?<noinclude></noinclude>
o835airf17s1adjiak490161xd4z630
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/248
108
1031716
3901195
2026-09-18T12:43:26Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901195
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 232 —|}}</noinclude>
E le formiche in lega
Dilaceran la cute,
Anche se tema incute,
Degli animali al re.
Cedendo allora alla dura necessità, ferito e piagato /
imbattutosi in una carovana che passò di là percaso, si
ripose con essa in via. Verso sera, giunsero ad un Tuogo
dove c’era pericolo di ladri e di malandrini. Il giovane
g’accorse che i mercanti della carovana avevano in dosso
la tremarella, e che, omai, s’eran disposti dell’anima(a
morire. Ma egli gridd: Non vi date pensiero! chè io, in
mezzo a voi, son capace di rispondere a cinquanta woi
mini, e gli altri giovani aiuteranno! — A quel suo mil:
lantare, i mercanti si rincorarono. Si mostraron lieti délla
sua compagnia e lo confortarono di cibo e di bevanda.
Era oppresso dalla fame, nè poteva più resistere sì che,
con avidità estrema, mandò giù non pochi bocconi e sorsi
d’acqua. Acquietato il demone della fame, lo vinse il
sonno, ed egli s’addormentò.
In quella carovana trovavasi anche un vecchio molto
sperimentato, pratico delle cose del mondo, il quale allora disse: Amici miei, io sono più impensierito di questa
vostra scorta che dei malandrini. Tant'è vero che si
racconta d’un Arabo che aveva posto insieme un gruzzolo di dirhem. La notte, per timore delle furfanterie dei
Lùri (1), non poteva pigliar sonno stando da solo in casa,
e però si fece venire in casa sua un suo amico per cacciar
via, con la sua presenza, la paura del trovarsi solo.
Stato più notti in sua compagnia, l’amico s’accorse dei
dirhem. Se li prese, e se ne andò. Alla mattina fu visto,
derubato e malineonico, l’Arabo, al quale i conoscenti
domandarono: Come la ti va? T’han rubato i dirhem
i ladri? — No, per Dio! rispose. Me li ha rubati la guardia!
Sicuro d’un amico io mai non fui
Fin che non seppi qual mai fosse in lui
Sua qualità più vera.
(1) Abitanti delle regioni montuose di Persia a Settentrione del Kurdistàn, dati al ladroneccio e alla rapina.<noinclude></noinclude>
naisfc83ju66y4oi6v7zc5ae0e3f1pw
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/249
108
1031717
3901196
2026-09-18T12:43:31Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901196
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 233 —|}}</noinclude>
Morder di dente di nemico è trista
Cosa più assai se prima, alla tua vista,
D’amico avea la ciera!
Che sapete voi, amici miei, se cotesto giovane sia 0
non sia d’una brigata di ladri e che, per ingannarci, si
sia cacciato in mezzo a noi, acciocchè, quando se ne presenti l'occasione, chiami poi qui i suoi compagni? Credo
pertanto che il meglio per noi sia il lasciarlo qui mentre
è ancora addormentato, e l’andarcene.
Il consiglio del vecchio piacque a tutti gli altri della
carovana sì che concepiron subito certo timore in riguardo
al giovane atleta. Raccolte perciò le lor robe, lo lasciaron
là che ancor dormiva. Egli non s’avvide di nulla, se non
quando il sole lo colpì in fronte. Si levò, e non vide più
la carovana. S'aggirò allora di qua e di là, ma non trovò
sentiero che lo guidasse in qualche posto. Assetato, senza
nulla da mangiare, col viso a terra, col cuore disposto
morire, andava dicendo fra sè:
Son fuggiti i cammelli! Oh! chi con meco
Qui viene a conversare?
Allo straniero fuor dello straniero
Niun altro è famigliare!
Burbero allo straniero
Tale si mostrerà
Che in terra estrana a lungo
Sua dimora non fa.
Stava egli mormorando queste parole, quando un
giovane principe, che yera dilungato dalla sua scorta
per correr dietro ad una fiera e ora s'era arrestato là
presso di lui, intese quelle parole. Il principe lo guardava
attentamente, e, notandone il bell'aspetto e lo stato miserando, gli domandò: Donde vieni tu? e come mai sei
capitato in questo luogo? — Il giovane gli raccontò parte
di quanto gli era accaduto, sì che il principe n’ebbe pietà.
Gli fe’ dare una veste d’onore, gli donò una bella somma
di denari, poi l’affidò ad uno de’ suoi col quale egli potè
ritornare al suo paese.
Il padre fu tutto lieto del rivederlo e ringraziò Iddio
perchè esso gli era tornato a casa sano e salvo. La notte,<noinclude></noinclude>
rp15i1pn4xr7x9aige61dmqfgbrpsyl
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/250
108
1031718
3901197
2026-09-18T12:43:36Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901197
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 234 —|}}</noinclude>
| raccontò il giovane tutto ciò che gli era accaduto, il caso
del navicello, la soperchieria del portolano e l’altra dei
villani alla cisterna, il tradimento di quei della carovana.
E il padre allora: Figlio mio, nel momento che tu partivi, non t'aveva io detto che a quelli che hanno le mani
vuote, nulla giova se hanno coraggio, e che son vinti
anche se hanno artigli di leone?
Uomo in armi valoroso
Che le mani vuote avea
Giustamente mi dicea:
« Val più assai d’ovo un granello
Che cinquanta e più misure
Di vigor superbo e fello! ». —
Il giovane disse: Padre mio, finchè tu non vorrai
sopportare nessuna fatica, non potrai toccare nessun guadagno; finchè non rischierai la vita, non avrai vittoria sul
tuo nemico; finchè non gitterai del grano, non avrai di
che mietere! Non vedi tu che con poca fatica ho portato
a casa una bella somma di denari, e che, per uma puntura d’ape che ho potuto sopportare, ho fatto assai buona
raccolta di miele?
Anche se più del giornalier boccone
Ingoiar non si può (1), nell’ire a caccia
Fsser non vuolsi mai vile o poltrone.
Se pensasse il palombaro
Alla strozza de’ caimani,
Una perla di valore
Non avria mai fra le mani.
La macina ch’è di sotto, non è mai in moto, ma pur deve
sopportar di necessità un gran peso!
Qual frutto coglie, stando nel suo speco,
Valoroso leone?
Qual cibo trova, stramazzato al suolo,
Generoso falcone?
Se tu, stando rinchiuso in casa tua,
Intendi di cacciare,
Mani di ragno e piè, prudente e accorto,
Pria ti déi procacciare. —
(1) Cioè, anche se nessuno può mangiare oltre il necessario e sufficiente, e però deve esser contento.<noinclude></noinclude>
3iyvzn3dcb5onplk9v86ltkafqivx2q
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/251
108
1031719
3901198
2026-09-18T12:43:41Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901198
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 235 —|}}</noinclude>RR
E il padre: Figlio mio, questa volta il cielo è venuto
in tuo soccorso e la fortuna ti è stata amica e compagna,
sì che la rosa ti è riuscita libera dalle spine, e la spina
t'è uscita dal piede. Un potente, per caso, s'è imbattuto
in te. Ha avuto pietà di te e t'ha commiserato, e con
cura e amorevolezza ha riparato alla tua triste condizione.
Simili casi assai raramente si avverano, è non bisogna
contare su ciò che è raro. Guarda bene, con cotesti desiderî e smanie tue, di non cadere un’altra in questo
laccio! Non sempre con la preda
Ritorna il cacciator.
Pardo lacerator
Avvien che un di lo fieda.
Così avvenne che un re di Persia possedeva, un giorno,
uma pietra di gran prezzo incastonata in un suo anello. Uscì
un giorno, con alcuni suoi cortigiani, a passeggiare nella
Musella di Sciraz (1) e comandò che si ponesse e piantasse
quel suo anello sulla sommità della cupola di Adhid alDaula (2), ordinando inoltre che esso sarebbe stato dato,
qual suo proprio suggello, a quel tale che l’avesse infilato
con una freccia. Quattrocento arcieri ch’erano al suo servizio, scoccarono lor dardi. Falliron tutti. Ma ad un ragazzo che, per trastullarsi, soleva seagliar freccie di qua
e di là dall’alto d’un collegio, accadde che il vento
d’Oriente sospinse per caso una di quelle sue freccie per
entro l'anello. Questo gli fu dato in premio, oltre una
cospicua somma di denari. Il ragazzo, allora, bruciò arco
e freccie. Gli fu domandato: Perchè hai fatto così? —
Rispose: Perchè rimanga tale e quale questa mia prima
gloria!
Da un sapiente di chiara veduta
Talora avviene
Che nulla nulla venga fuor di bene.
(1) Musella, luogo delizioso, in mezzo a giardini di rose presso la
città di Sciraz in Persia, celebrato anche da Hàfiz, l'Anacreonte persiano
(morto nel 1885 d. C.), nelle sue odi.
(2) Celebre principe della casa dei Bùidi, signore di Persia e d’altre
provincie iraniche, morto a Bagdad nel 983 d. O.<noinclude></noinclude>
5evuv778z93bswuashwg8wxhprjntyf
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/252
108
1031720
3901199
2026-09-18T12:43:47Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901199
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 236 —|}}</noinclude>ngi
moggi
Avvien tal’altra che sol per errore
Un dardo scocchi
Tenorante garzone e il segno tocchi.
(dal persiano di Saadi).
9. Tre novelle dell'Angelo della morte.
Novella prima. — Raccontano che un re di tra gli
antichi volle un giorno fare una cavalcata con tutta la
gente della sua corte, con tutti i grandi del suo impero,
a fine di mostrare alla gente tutta la pompa meravigliosa
de’ suoi ornamenti. Comandò perciò a’ suoi amici, ai
capitani, ai principi del regno, di far loro preparativi per
far viaggio con lui. Ordinò ai guardarobieri di apprestargli
le vesti più pompose, quali meglio convenivano ad un
principe perchè si mostrasse degnamente adorno, e volle
che gli fossero menati innanzi i cavalli più qualificati,
più valorosi, più noti. Tutto ciò fu fatto come egli voleva,
ed egli allora si scelse le vesti che più gli piacquero, e
di tra i cavalli quelli che giudicò i più belli. Indossò le
vesti, balzò in sella ad un generoso palafreno, si pose in
cammino con tutto il suo regal corteggio, in cui scintil
lavano, sulle persone, collane ornate di gemme, di perle
di diversa specie, di rubini, ed egli, in mezzo alla turba
de’ suoi guerrieri e cortigiani, faceva caracollare il suo
nobile destriero e pompeggiavasi con fare altero e magnifico.
Venne allora da lui il Diavolo che gli pose una mano
alle nari e dentro vi soffiò un soffio di superbia e di
vanagloria sì ch'egli tutto invanì e disse fra sè: Chi è ora
simile a me nel mondo? — Cominciò allora a mostrarsi
tutto altero e vanitoso e a manifestare l’interna superbia.
Diventò fatuo e vano nella superbia sua, nè voleva più
guardare in viso ad alcuno per tanta sua ammirazione
di sè e vanagloria, quand’eeco farglisi dinanzi un uomo
in vesti squallide. Costui salutò il re, ma il re non gli<noinclude></noinclude>
gpb06od3cb143rhq9iij22o5u3zd0nh
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/253
108
1031721
3901200
2026-09-18T12:43:52Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901200
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 237 —|}}</noinclude>
restituì il saluto. Quell’uomo, allora, gli afferrò le redini
del cavallo, e il re gli gridò: Ritira la mano! Tu non
sai adunque di chi hai toccato le redini? — E luomo:
Desidero di farti una domanda. — Attendi ch'io sia tornato
a casa, rispose il re; là mi dirai il tuo desiderio. — È
un segreto, ripigliò l’uomo, nè posso dirtelo se non all'orecchio. — Il re allora si chinò per ascoltare, e l’altro
gli disse: Io sono l'Angelo della morte, e ora intendo di
portarmi via l’anima tua. — Concedimi allora, disse il
re, tanto tempo ch'io possa tornare a casa mia e saluti
la mia famiglia e i miei figli, i mici amici e la mia sposa!
— No! rispose l'Angelo. Tu non tornerai nè rivedrai mai
più i tuoi cari, perchè è giunto il termine della tua vita!
— Così si portò via l’anima del re che ancora si teneva
in groppa al palafreno e che allora stramazzò morto al
suolo.
Allora, l’Angelo della morte si tolse di là e se ne
venne ad un uomo pio, del quale Iddio altissimo era
contento. Lo salutò, e l’uom pio gli restituì il saluto, e
l'Angelo intanto gli disse: Ho da chiederti di cosa che
preme, o uom pio, e questa è cosa segreta. — Dimmi
allora cotesto tuo segreto nell’orecchio. — E l'Angelo:
Io sono l'Angelo della morte. — Te benvenuto! disse
l’uom pio. Lode a Dio per la tua venuta, perchè io già
da lungo tempo aspettava che tu venissi da me. Troppo
lunga fu la lontananza tua da chi desiderava la tua venuta, — Gli disse allora l'Angelo: Se tu hai qualche
faccenda a cui attendere, attendivi. — E l’uom pio: Io
non ho faccenda che più mi prema del trovarmi presso
di Dio potente e glorioso. — E l'Angelo: In qual modo
vuoi tuora che io mi tolga l’anima tua, poichè m'è stato
comandato di toglierla nel modo che tu vorrai e sceglierai.
Dammi tempo, rispose l’uom pio, ch'io mi prosterni
o preghi. Quando mi sarò prosternato e avrò pregato, togliti pure l’anima mia. Io intanto mi prosterno. — E
l'Angelo: Iddio potente e glorioso m'ha fatto precetto di
non togliermi l’anima tua se non nel modo che sceglierai
secondo che vorrai, e però io farò come tu hai detto.<noinclude></noinclude>
3yfvb8wh4gyg65ng45t7dis93xy5pgd
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/254
108
1031722
3901201
2026-09-18T12:43:57Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901201
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 238 —|}}</noinclude>seo E
L’uom pio si levò, si prosternò, pregò, e l'Angelo
della morte si tolse allora con sè l’anima di lui. Egli
rimase là in atto di ado ‘azione, e Iddio altissimo intanto
ne recò l’anima in luogo di misericordia, di soddisfazione,
di perdono.
Novella seconda. — Dicono che, una volta, un re
aveva radunato tante ricchezze che non si potevano computare, e che aveva raccolto presso di sè gran copia di
quante cose d’ogni genere sono state create da Dio altissimo nel mondo, per consolarne e rallegrar sè stesso, sì
che, volendo attendere soltanto a godersi di tanti beni,
si fabbricò un palazzo alto, elevato, maestoso, quale doVeva essere per monarchi, degno e proprio di loro. Vi
fece due porte molto solide, e si procacciò paggi, soldati, guardiani di porte così come volle e desiderò, e poi,
ad un certo giorno, ordinò al cuoco di apprestargli le
pietanze più squisite. Radunò allora tutta la sua famiglia
e la sua servitù, gli amici e i valletti, acciocchè stessero
a mangiare presso di lui e prendessero de’ suoi doni;
indi sedette sul trono suo di re e di signore, e s’adagiò
sui guanciali. Diceva intanto fra sè stesso: Intendi, anima
mia, ch'io ho raccolto qui per te tutti i beni del mondo.
Ora adunque datti Spasso e godi felicemente di tutti questi
beni, e ciò sia per una vita lunga e per uma sorte eletta
e gioconda.
Non aveva egli ancor finito di parlar così all’anima
sua, quando si fe’ vedere a venir verso di lui, dal di
fuori del palazzo, un uomo in vesti lacere e cadenti, che
recava un sacchetto sospeso al collo come fanno i pezzenti per riporvi il cibo. Venne adunque e picchiò alla
porta del palazzo con un colpo forte, terribile. Per poco
non fece tremare il palazzo e traballare il trono del re.
I paggi ne furono spaventati e balzarono alla porta gridando all’importuno che aveva picchiato. Disgraziato!
gli dissero. Che è cotesta tua maniera e cotesta tua mala
creanza? Attendi tanto che il re abbia finito di mangiare,
e noi ti daremo di ciò che gli sopravanza. —. Dite al<noinclude></noinclude>
e56m3x313welrv2aw9uoi3n68shuc8d
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/255
108
1031723
3901202
2026-09-18T12:44:02Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901202
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 239 —|}}</noinclude>edi
Ad0i”
_ 239
signor vostro, rispose l’uomo ai paggi, ch'egli esca qui
da me perchè ha da parlar con me, ch'io ho una domanda da fargli per faccenda grave e per affare urgente.
- Vattene via, paltoniere! gli gridavano i paggi. E chi
sei tu perchè dobbiam dire a nostro signore che esca qui
da te? — Fategli sapere quel che v' ho detto! insisteva
quell’uomo, e i paggi andarono dal re e gli riferiron le
parole dello sconosciuto. E il re: Perchè non l’avete
scacciato? perchè non l’avete picchiato per bene e non
l’avete respinto?
Questa volta, lo sconosciuto anche più fortemente di
prima piechiò alla porta. Accorsero i paggi con bastoni
) armi, e già si volgevano contro di lui per azzuffarsi e
respingerlo, quand’egli gridò loro d’un grido terribile:
‘ornate ai vostri posti! Io sono l’Angelo della morte.—
Ogni cuore allora si scosse; tutti si smarrirono della
mente, tutti perdettero lor fermezza; tremavano per tutta
la persona, e avevano come legate e impedite le membra.
Disse allora il re: Ditegli s'egli vuol prendere altri in
vece mia.
Ma l'Angelo della morte gridò: To non piglierò nessun
altro in vece tua! Non son venuto che per te, per sepaarti dalle ricchezze che hai raccolte, dai denari che tu
hai radunati e riposti nei tuoi tesori. — Il re mandò un
profondo sospiro e disse piangendo: Maledica Iddio le
ricchezze che mi hanno ingannato e sono state il malanno mio e m’hanno impedito dal servire il Signore! Io
mi pensava che m’avrebber giovato, e sono oggi la miseria mia e la sventura mia. Ecco ch'io n’esco vuote le
mani, mentre la riechezza mia rimane ai miei nemici!
Iddio allora donò la parola alla ricchezza, la quale
disse: Per qual ragione mi vai tu maledicendo?Maledici
piuttosto te stesso! Iddio altissimo ha creato te e me
della stessa polvere; ma poi mi ti ha dato in mano aceciocchè per mezzo mio t’approvvigionassi per la vita
futura facendo larghezza di me, in elemosina, ai poveri,
ni derelitti, agl’infermi, fabbricando, per mezzo mio,
moschee, ponti, pedaggi, e ciò perchè io poi ti fossi<noinclude></noinclude>
i60xt506rd3djgbqvdovrae86f4jxx6
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/256
108
1031724
3901203
2026-09-18T12:44:08Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901203
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 240 —|}}</noinclude>ld
e” SR
Chao
d’aiuto nell’altra vita. Tu, invece, m'hai ammassata, m'hai
cacciata ne’ tuoi forzieri, quindi a capriecio m° hai sperperata, non mostrandoti grato per nulla al riguardo mio,
anzi rinnegandomi apertamente. E ora t'è forza abbandonarmi in balìa dei tuoi nemici, mentre tu ti rimani
all’affanno tuo e al tuo pentimento. Che colpa aveva io
perchè tu mi dovessi far tanta ingiuria? (1).
L'Angelo della morte, intanto, si portò via l’anima
del re. Egli stava ancor seduto sul suo trono, e non
aveva ancor toccato cibo. Cadde morto e scivolò giù
dall’alto del trono suo secondo quel detto di Dio: « Quando
appunto stavansi a godere dei beni ricevuti, noi li afferrammo all’improvviso, ed essi n’erano disperati! » (2).
Novella terza. — Si racconta come, un giorno, un re
d’Israele, superbo e prepotente, si stesse seduto sul trono
suo reale, quando vide un uomo che entrava da lui per
la porta del palazzo, e quell’uomo era di spiacevole
aspetto e di vista spaventosa. Si turbò perchè appunto
esso veniva drittamente da lui; ebbe timore di quell’aspetto suo, e pur tuttavia si volse verso di lui per
dirgli: Chi sei tu? E chi t'ha dato licenza d’entrar qui
da me? e chi t'ha detto di venire in casa mia? — Me
l’ha ordinato, rispose, il padron di casa (3), e io sono
un tale a cui nessun ciamberlano può impedire il passo,
nè io ho bisogno d’aleun permesso per entrare nel cospetto dei re. Non temo pumizion di sovrano, non molti
tudine di guardie e di satelliti. Io son colui che disfà i
godimenti di quaggiù e disperde le compagnie e le brigate allegre!
Quando il re ebbe inteso queste parole, cadde a terra.
Un tremito lo prese in tutta la persona, ed egli restò là
tramortito. Quando ritornò in sè, disse: Tu sei l'Angelo
della morte! — Sì! rispose, e il re: Io ti scongiuro per
(1) Simili parole ha posto Luciano in bocca a Pluto, il dio della
ricchezza, nel suo dialogo: Zimone 0 il misantropo.
(2) Passo del Corano.
(8) Cioè Iddio.<noinclude></noinclude>
4jnxuynq6ra6ehvdjxa8aakt3j3n788
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/257
108
1031725
3901204
2026-09-18T12:44:13Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901204
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 241 —|}}</noinclude>Soa
Dio accioechè tu mi conceda la dilazione d’un sol giorno
perchè io possa domandar perdono a Dio dei mici peccati e mi scusi con lui, e perchè io possa restituire al
lor padrone i denari che ho chiusi nel mio tesoro, sì che
io non abbia poi da sottostare alla miseria del doverne
render conto e alla pena del castigo. — Ma l'Angelo
della morte: No! no! gridò. Tu non puoi più far cotesto!
lì come potrei concederti alcuna dilazione mentre i giorni
del viver tuo son contati e son numerati i tuoi momenti?
Il tempo tuo fu già fermato e scritto. — E il re: Concodimi un’ora! — L'ora, rispose, trovasi già nel computo. È trascorsa, e tu t'indugi; è passata, e tu sei
pigro. Tutti gli ameliti tuoi, tu li hai avuti, e non te ne
rimane che uno solo. — Il re domandò: Chi verrà con
mo quand’io sarò portato alla sepoltura? — Nessuno
verrà con te, rispose l'Angelo, se non le opere tue. —
Le opere mie, disse, furon le ricchezze! — Allora, s0gsiunse Angelo, non e’ è dubbio che il luogo dove tu
andrai, sarà il fuoco eterno, e che il termine a cui toccherai, sarà il corruecio dell’ Onnipotente!
Così si tolse quell’anima, e il re precipitò dal trono
e stramazzò morto a terra. Si levò un grido di dolore di
rn la gente del regno, né andò alto il gemito, salirono
ul cielo lamenti e pianti. Che se invece ‘si fosse risaputo
in qual luogo egli era andato per l’ira del suo Signore,
quel pianto per lui sarebbe stato maggiore @ quel gemito sarebbe stato e più forte e più intenso! (1).
(dall’arabo di Anonimo).
(1) Queste novelle e altre molte di simil genere corrispondono, nel
soncotto, n quei libri nostri del Medio Evo, in cui, per disegni, è rap=
pronontata la Morte, in forma di scheletro atteggiato ad un riso sarca»
utiso, che va da Papi, da Imperatori, da Re, li afferra pel braccio e li
\inacina giù dal trono,
Iialo Pigzi - Fiori d'Oriente
16<noinclude></noinclude>
8gw58n79ks00th3jh5f30d457m41vmw
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/258
108
1031726
3901206
2026-09-18T12:44:18Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901206
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 242 —|}}</noinclude>Fd
Beoo ie
10. Ricordanza perenne della morte.
Si narra che Iskender il Bicorne (1), in una delle
sue spedizioni militari, capitò presso una gente umile e
povera che non possedeva nulla nulla delle cose di
quaggiù. Scavavano le tombe dei loro morti sulla soglia
delle loro case, le curavano assidui, ne spazzavano via
la polvere, le adornavano, le visitavano, adoravano Iddio
presso di esse. Non prendevano nessun altro alimento
eccetto viluechi ed erbe del campo.
Iskender il Bicorne mandò là da loro uno de’ suoi
invitandone il capo a venire da lui, ma quegli si ricusò
e disse: Che bisogno ho io d’andar da lui? — Allora il
Bicorne, andato dal re in persona, gli domandò: Che
condizione è la vostra e come ci state? Vedo che non
possedete nè oro nè argento, e non trovo qui da voi nessuna delle delizie del mondo. — Delle delizie del mondo,
rispose il re; nessuno si sazia! — E Iskender: E perchè
scavate voi le sepolture sulla soglia delle vostre porte? —
Rispose: Perchè ci stiano sempre dinanzi agli occhi e perchè ci sia dato, vedendole, di rinfrescare in noi la memoria della morte, di non dimenticar mai la vita futura, di
scacciar dal cuor nostro l’amore per le cose mondane, di
non allontanarci, per esse, dall’adorare Iddio altissimo.
— E perchè, domandò di nuovo Iskender, vi nutrite di
erbe? — Perchè ci rincresce, rispose, di convertire il
ventre nostro in sepoltura d’esseri viventi. E veramente
il gusto piacevole del cibo non va al di là della gola.
Stese allora la mano e trasse fuori un cranio umano
e lo pose dinanzi ad Iskender dicendogli: Sai tu, o Bicorne, di chi era questo cranio? — Non so, rispose
(1) Così è chiamato dagli Arabi e dai Persiani Alessandro Magno
(Iskender), Il soprannome di Bicorne, datogli anche dal Corano, significa,
forse, ch'egli dominò l'Oriente e l'Occidente, Secondo altri, questo soprannome gli sarebbe venuto dall’effigie bicorne di Giove Ammone, di
cui il Macedone si spacciava per figlinolo.<noinclude></noinclude>
esyzd5xqzxwugj1iosbvoginoxlmtbm
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/259
108
1031727
3901207
2026-09-18T12:44:23Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901207
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 243 —|}}</noinclude>Pe
ai IL
ION) IRA
Iikonder. Era, soggiunse l’altro, d’uno dei tanti re di
{|ltesto mondo. Opprimeva e vessava i sudditi e i poveri
‘| deboli tutti, e occupava tutto il tempo suo nell’accumulare i vani beni di quaggiù. Ma Iddio se ne tolse
l'anima e le destinò per soggiorno il fuoco eterno, e
uesto che ora vedi, è il suo cranio!
Stese la mano un’altra volta e pose dinanzi ad
Iskender un altro cranio, dicendo: Lo conosci? — Riipose: No! — Questo, rispose, fu già un re della terra,
mi fu giusto verso i suoi sudditi, pietoso e longanime
vorso tutti quelli del suo governo e del suo impero.
lkdio se ne tolse l’anima e le diè per soggiorno i giar{lini di Paradiso assegnandole, inoltre, un alto grado fra
| benti. — Ciò detto, pose la mano sul capo del Bicorne
v gli disse: E tu, un giorno, a quali di questi due cranî
‘omiglierai?
Iskender diè in un gran pianto. Si strinse al seno
{uol savio e gli disse: Se tu desiderassi mai la mia compagnia, io ti affiderei l’ufficio di mio ministro e dividerei
con te il regno mio. — No! no! rispose. Io non ho
{lesiderio di cotesto. — E perchè ciò? gli domandò Isken{lor, Perchè gli uomini tutti, rispose, ti son nemici per
ungion delle riechezze e del regno che ti è stato dato,
montre essi son tutti amici miei veracemente per cagion
{el mio contentamento e della mia povertà, ch'io non ho
regno e non ho alcun desiderio delle cose del mondo. Nè
lo lo cerco, nè son esse il fine a cui io miro. Ciò che
ni basta, è il contentamento mio.
Iskender se lo strinse anche una volta al petto, lo
hneio in fronte e se ne andò (1).
(dall’arabo di Anonimo).
(1) È questa indubbiamente una lontana trasformazione del noto
vulloquio di Alessandro Magno coi Gimnosofisti indiani (Plutarchi AZes.
LNKIV; Arriani Exped. Alex, VII, ecc.)<noinclude></noinclude>
5qeuvc1b478ji2p2i4e3dmgwh6hh8i0
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/260
108
1031728
3901208
2026-09-18T12:44:29Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901208
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 244 —|}}</noinclude>11. Avventura di Sindibad marinaio.
Sindibàd così raccontava uno de’ suoi viaggi (1):
Sappiate, signori e amici, che mio padre era mercante, anzi uno dei personaggi e mercanti più ragguardevoli del tempo suo. Possedeva molte ricchezze e aveva
gran credito. Quando morì, io era ancor tenero fanciullo,
ed egli mi lasciò denari, campi e possessi. Quando fui
;venuto su nell’età, misi le mani negli averi miei, e manDi
giai bene, e bevvi meglio, e mi cacciai in mezzo alla
gioventù, e mi abbigliai di vesti pompose, e andai in
compagnia di amici e di conoscenti, pensando che tutto ciò
sarebbe durato molto e che n’avrei avuto buon frutto;
nè cessai di condurmi in questa maniera per lungo tempo
finchè rinsavii da tanta mia spensieratezza. Quando adunque
feci senno, m’avvidi che le ricchezze mie erano andate,
che la condizione mia s'era mutata, che tutto ciò ch'io
possedeva, se n'era ito via; nè ritornai in me se non
tutto sgomento e costernato. Ripensai allora a certo raeconto ch'io aveva udito una volta da mio padre e che sì
riferiva al signor nostro Salomone figliolo di Davide
(che ad ambedue sia la pace!) il quale diceva che tre
cose, al mondo, son migliori di altre tre cose, e cioè:
« Il giorno in cui si muore, è migliore di quello in cui si
nasce; cane che vive è migliore di leone morto; la sepoltura è migliore della povertà ». Mi levai allora e raccolsi tutto ciò che aveva presso di me, di suppellettili,
di masserizie, di vesti, e lo vendetti. Vendetti i miei
campi e tutto quanto io possedeva, e ne ricavai tremila
dirhem. Mi venne in mente di dover viaggiare per i diversi
paesi della gente, e mi ricordai intanto delle parole d’un
certo poeta il quale diceva:
acta
(1) È il sesto di sette racconti che si leggono di questo Sindibàd.<noinclude></noinclude>
avtr44w6qm0u44aeqiqtvscucm3cckw
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/261
108
1031729
3901209
2026-09-18T12:44:34Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901209
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 245 —|}}</noinclude>DNgna
Sol con fatica alto grado s’acquista,
E veglia in notte chi agogna grandezza.
In mar si tuffa chi di perle ha brama
E giunge a signoria, stima, ricchezza.
Ma chi grandezza senza stento agogna,
Perde sua vita in cerca di stoltezza (1).
lo disegnava di viaggiare e di attendere, intanto, ai
{nuffici. Stando adunque per partire, mi comprai molte
ilerrate di valore e di lusso, quali si convengono a chi
Inuffica per mare. Caricai tutte queste mie merci e da
lingdad discesi a Bassora, dove trovai una bella nave
n cui si tenevano mercanti e personaggi ragguardevoli
v d'età, con molte mercanzie di gran valore. Allogai
lineh'io sulla nave le mie merci, indi partimmo tutti in
hilona salute da Bassora. Non cessavano d’imbarcarsi
vinggiatori e passeggieri da questa a quella stazione, da
esta a quella città, e noi vendevamo e compravamo,
{livortendoci assai nel vedere i diversi paesi. La sorte ci
orrideva, felice era il viaggio, e noi avevam fatto di bei
wilagni, quando un giorno, andando sempre per mare,
seco il capitano della nave gridare e urlare e gittar via
il berretto e piechiarsi la fronte e strapparsi i peli della
»nrba. bi gittò poi tutto disteso là nel mezzo della nave,
innta era la costernazione sua e l’affanno. Tutti i passegwleri, tutti i mercanti gli si affollarono d’intorno. Capitano!
ili domandavano, che ci sai dire? — Sappiate tutti, riposo, che noi ci siamo smarriti e che siamo usciti da
[lol mare per cui ci eravamo messi, entrando in un altro
ill cui non conosciamo le vie. Che se Iddio non ci manda
\\eun che che ci liberi da questo mare, noi siam tutti periluti senza remissione. Pregate Iddio che ci tragga da
anto pericolo!
(‘iò detto, si mosse per far quanto poteva, e s’arrampieo sull'albero maestro per disciogliere le vele, ma in
ijtiol punto urtò tanto fortemente il vento sul naviglio
ve, spingendolo a ritroso, lo mandava a rompersi sotto
(1) Vioò cercando l'impossibile e l’assurdo<noinclude></noinclude>
edgmjg61o50pdq44whp3nhdaqkymkge
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/262
108
1031730
3901210
2026-09-18T12:44:39Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901210
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 246 —|}}</noinclude>mes
sd? va
un'alta montagna. Il capitano discese dall'albero e disse:
Non v'è forza, non v'è potere, se non in Dio grande,
eccelso, e nessuno può allontanar da sè il proprio destino.
Per Dio! noi ci siamo imbattuti in una sventura ben
grande, da cui non ci rimane nè salvezza nè scampo!—
Piangevan tutti i viaggiatori la loro sorte, davansi l’un
l’altro l'estremo addio essendo in fin di vita; era perduta
ogni loro speranza; e la nave intanto, accostatasi sempre
più alla montagna, vi si ruppe spargendosene attorno le
tavole. Tutto quel che v'era dentro, si sommerse; i mercanti caddero in mare, e d’essi parte andò a fondo, parte
s'abbrancò agli scogli della montagna e vi montò sopra.
Io pure fui uno di quelli che poteron salire sul monte,
ed ecco che scoprimmo che eravamo in un'isola grande,
sui lidi della quale vedevansi ancora molte navi spezzate
e infrante. Gran provvigioni erano ancora sul lido, di
quelle che il mare vi rigetta dalle navi rotte, di cui
i passeggieri si son sommersi, e, con le provvigioni,
molte altre derrate e merci e mercanzie, tanto da confonder la mente e il pensiero, di quelle che il mare di
qua e di là aveva sbandate e disperse. Montato al punto
più alto dell’isola, m’aggirai di qua e di là e nel bel
mezzo vi trovai una fontana d’acqua dolce, scorrente,
quale usciva di sotto alla parte dinanzi della montagna
e vi si perdeva dietro la parte opposta. Salirono anche
gli altri viaggiatori, e si dispersero di qua e di là per
il monte dell’isola; erano come storditi della mente per
tante cose e s'aggiravano per l'isola quasi fuor di sè per
tutto ciò che vedevano di merci e di cose preziose accumulate sulla sponda del mare.
Noi adunque non cessavamo mai di aggirarei per
l'isola dilettandoci dell’ammirare tutto ciò che Iddio
altissimo vi avea creato. Ci meravigliavamo stupiti del
caso nostro e di ciò che vedevamo. Eravamo tuttavia
costernati e sgomenti assai. In un certo punto dell’isola
avevamo raccolto piccola quantità di provvigioni. Ne risparmiavamo quanto potevamo, mangiandone ad un pasto
solo ogni giorno, ovvero ogni due giorni, e temevamo<noinclude></noinclude>
tfw2opkfi9pfvlrdxf64sh2t6y6h5zx
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/263
108
1031731
3901211
2026-09-18T12:44:44Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901211
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 247 —|}}</noinclude>
intanto che quella scarsa provvigione ci venisse meno e
noi dovessimo morire dolorosamente di fame e di paura.
(Quello che di noi moriva, dopo che l’avevam lavato, lo
ravvolgevamo tra quelle tele e quelle vesti logore che il
mare aveva rigettate sulla sponda dell’isola, e così gli
dlavam sepoltura. Avvenne pertanto che molti morirono
o che non rimase di moi che una piccola compagnia.
Durammo assai poco in quello stato, e tutti i miei amici
e i miei compagni morirono a poco a poco l’uno dopo
l'altro.
Allora io rimasi tutto solo nell’isola, e poca provvisione mi rimaneva dopo ch’era stata pur tanta. To pianseva di me stesso e andava dicendo: Oh! fossi io morto
prima dei miei compagni i quali mi avrebbero lavato e
iepolto! Ma non e’'è potenza, non c'è forza se non in Dio
srande, eccelso! — Resistetti così qualche tempo, finchè
in giorno mi levai e mi scavai una fossa profonda in un
luogo appartato dell’isola, e intanto andava dicendo fra
mo: Quando non ne potrò più e sentirò che la morte
viono, mi raccoglierò a riposare in questa fossa dove
morirò. Rimarrà allora il vento a spargermi sopra l’arena
ilel lido che mi ricoprirà tutto, e io così ne rimarrò sebolto, — E andava anche biasimando me stesso per la
poen prudenza mia quando mi tolsi dal mio paese e dalla
nin città e volli viaggiare dopo quanto io aveva sofferto in
\ltri miei cinque viaggi, quando non c’era stato viaggio
in cui non avessi avuto da affrontare pericoli e spaventi
«mpre più forti e gravi degli antecedenti. Non aveva più
ileuna fiducia nella salvezza e nella salute mia e mi pen\lvn dell’aver viaggiato per mare, anzi dell’esser ritornato
\ vinggiare. Non aveva io bisogno di ricchezze, anzi ne
\vova anche di troppo, ma non poteva spenderle, non
poteva consumarne nemmeno la metà per il rimanente
ilvlla mia vita. Eppure, io aveva con me quanto mi sarebbe bastato, e anche di più.
Ma poi, ad un tratto, feci in me questo pensiero e
illini: Per Dio! è pur necessario che questa corrente
il'uequa abbia un principio e un fine, e che v'abbia da<noinclude></noinclude>
hdl788k62gh0i41e07zrcz5ydgg9yp3
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/264
108
1031732
3901212
2026-09-18T12:44:50Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901212
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 248 —|}}</noinclude>SURE
cui essa riesca in luoghi colti
me è questo
a tale
essere anche un punto per
e abitati. Il migliore avviso adunque per
ch'io mi componga una piccola zattera, di misur
ch'io mi vi possa acconciare, e vi monti sopra e la s0spinga nella corrente e su di essa mi metta in cammino.
Se avrò scampo, mi salverò e scamperò col consenso di
Dio altissimo; e se non troverò modo di salvarmi, morirò
nella corrente, e sarà meglio che morire in questo luogo
sumando di dolore. — Così mi levai, mi
E(i Si
dove mi vo con
posi all'opera, € presto potei farmi una raccolta di legni
dell’isola, legni d’aloè di Cina e legni di Qumar (1), che
io poi congiunsi € legai insieme sulla sponda del mare
con le fumi delle navi che già vi si erano sfasciate. Dalle
stesse navi mi procacciai tavole di legno che combaciavano, e le disposi e accomodai su quei legni. Peci la
zattera della larghezza del fiume, anzi un poco meno, e
la legai fortemente, acconciamente, solidamente. Intanto,
io m'era già fatto provvista di quelle gemme, di quei
metalli preziosi, di quei denari, di quelle perle grosse,
simili a ciottoli, e di ogni altra cosa che potei trovare
nell’isola, e di certa quantità d’ambra greggia, pura è
buona, e tutto ciò
ai sulla mia zattera,
toltomi inoltre quanto mi rimaneva ancora di provvigioni.
Calai finalmente la zattera nella corrente, € dall’una
te e dall'altra vaccomodai due legni che mi facesser
mi, conformandomi così al precetto di certo poeta
posi € accumuli
da re
che dice:
Lascia quel loco
Dov'è sventura;
Lascia la casa
Che di chi la elevò piange la morte,
Chè un altra terra
Tu troverai,
Ma un altro spirto
Non troverai che col tuo si comporte (2).
(1) Cioè del Capo Comorino in India,
(2) Sia uguale d'indole al tuo,<noinclude></noinclude>
4tipuipbcq7d9tctl24o3qy6dsyvyrd
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/265
108
1031733
3901213
2026-09-18T12:44:55Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901213
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 249 —|}}</noinclude>
Non sgomentarti
Per ciò che reca
Buia la notte,
Chè ogni sventura a un termine discende.
Tal, cui la morte
Fu destinata
Im questa terra,
Tn altra il fato estremo nol sorprende.
Non mandar messi
Per pensier che hai;
Savio consiglio
L’alma, fuor che da sè, d’altri non prende.
Io adunque m/accostai al fiume con la mia zattera,
e intanto andava pensando fra me quale esito avrebbe
mai avuto questa faccenda mia. M° andava accostando
sempre più al punto in cui la corrente entra sotto la
montagna, e in quel punto montai sulla zattera avanzane
domi, sotto il monte, in mezzo @ tenebre densissime. La
zattera mi trasportava sempre più innanzi sotto la montagna, e il passaggio era angusto, sì che i fianchi della
zattera rasentavano le sponde del fiumicello e io col capo
toccava la volta dello speco. Non mera più dato, omai,
di ritornare indietro, e però io biasimava me stesso fra
me per ciò che aveva fatto, e diceva: Se questo passaggio mi si fa ora anche più angusto intorno alla zattera,
sarà ben difficile ch’essa possa cavarsene e uscire, nè è
possibile ritornare. Io allora, senza fallo, morirò qui di
stento! — Al punto dove il rio era più stretto, mi gettai bocconi sulla zattera; e intanto andava e andava
avanti, nè sapeva più se fosse di notte o di giorno, e ciò
per la tenebra profonda che mi circondava sotto la montagna; e tremava intanto e temeva di dover perir là
dentro. Durai lungo tempo in quello stato, e il fiumicello
ora s'allargava, ora si restringeva; ma più assai mi dava
noia l’oscurità, finchè, in tanta angoscia mia, mi prese
un torpore sonnolento, e io m’addormentai boccone sulla
zattera. Essa continuava ad andare e mi portava Seco,
ma, perchè io dormiva, non so se per lungo o per breve
tratto.<noinclude></noinclude>
6oh5z9sl1td9rit7trfbj69ju63cnlr
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/266
108
1031734
3901214
2026-09-18T12:45:00Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901214
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 250 —|}}</noinclude>Èi
Quando mi destai, mi trovai in piena luce. Apersi
gli occhi, e mi vidi in un luogo spazioso, e la zattera
mia legata ad un’isola, e dintorno a me tutta una turba di
Abissini. Quando si furono avvisti che io m’era levato
in piedi, mi si accostarono e mi rivolsero la parola nella
loro lingua. To non intendeva ciò che andavan dicendo,
anzi mi pensava che quello fosse tutto un sogno e che
io dormissi ancora, e ciò per il grave affanno e l’intensa
angustia. Ma poi, perchè essi mi parlavano, e io non
intendeva ciò che mi dicevano, e non rendeva loro risposta,
si fe’avanti un uomo tra loro, il quale mi disse in lingua
araba: Salute, fratello! Chi sei tu e donde vieni? Per
qual motivo sei tu venuto in questi luoghi? E per dove
sei entrato in questo fiume? E qual paese sta dietro
questa montagna, chè non sappiamo che alcuno mai sia
venuto di là fino a noi? — Io, invece, domandava: Chi
siete voi, e qual terra è questa? — O fratello, mi rispose
l’uomo, noi siam gente data a coltivare i campi, e appunto eravam venuti qui oggi per inaffiare i seminati e
gli orti nostri quando ti abbiam trovato addormentato
sulla zattera. Noi allora l’abbiamo arrestata e legata qui
presso di noi perchè tu non andassi a certa morte. Ma
tu ora di’a noi qual sia il motivo della tua venuta qui
da noi. — Io dissi allora: Per amor di Dio, o signore,
fammi dar prima alcun che da mangiare, ch'io ho fame,
e dopo dimandami di ciò che vuoi.
In tutta fretta, allora, mi diede da mangiare, e io
mangiai finchè fui sazio e mi sentii ristorato e rifatto,
cessato inoltre il tremore, sì che, ben ripieno, sentii
ritornare in me la vita. Lodai allora Iddio altissimo per
ogni cosa ch’erami toccata, e giubilai del vedermi uscito
dal fiume e dell’esser capitato là tra quella gente, a cui
raccontai tutto ciò che m’era avvenuto, dal principio sino
alla fine, e quanto m’era accaduto navigando nel fiume
per l’angusto passaggio sotto il monte,
Quelli intanto parlavano fra loro e dicevano: Noi dobbiamo ora prender costui e menarlo dal nostro re perchè
l’informi di quanto gli è accaduto. — Mi presero allora<noinclude></noinclude>
jjgyrimdoagxgutb9plzijdto0zrsqs
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/267
108
1031735
3901215
2026-09-18T12:45:05Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901215
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 251 —|}}</noinclude>dr pit Ta miiii mer
PRO IRE
con sè, tolsero su con me anche la zattera con tutto ciò
che v'era sopra, denari, oggetti preziosi, gemme, metalli,
oreficerie, argenterie. Così mi fecero entrare nel cospetto
del loro re, il quale essi informarono di quanto merz
accaduto. Il re mi salutò, mi diè il benvenuto, mi richiese
di mia condizione e dei casi tutti della mia vita, e io
gli raccontai tutto quanto mera intravvenuto, sì ch'egli
si meravigliò molto e mi felicitò dell’essere scampato da
tanti pericoli. Allora mi levai e tolsi molte cose da quella
zattera mia, metalli, gemme, legno d’aloè, ambra greggia,
e ne feci l'offerta al re, il quale accettò il dono e m'onorò
grandemente e m’assegnò presso di sè un luogo per dimorarvi. Mi famigliarizzai anche coi personaggi più ragguardevoli che m’onoravano assai, nè per allora mi tolsi
mai dal palazzo del re. Intanto, tutti quelli che giungerano là nell’isola, domandavan conto del mio paese, e io
ne li informava, e parimente io domandava conto del loro,
e io dava loro le notizie richieste, finchè un giorno il
re. oltre al domandarmi notizie intorno alle condizioni
del mio paese, mi interrogò anche sul conto del Califfo
della città di Bagdad, e io gli parlai della sua giustizia
e della sua sapienza nel sentenziare (1). e ne me ravigliò
molto e mi disse: Per Dio! il Califfo deve attendere @
faccende ben alte e nobili, e le condizioni in cui si trova,
gli son pur favorevoli e propizie. Ora tu m' hai ‘ispirato
certa affezione per lui, e però intendo di apprestar per
esso alcuni doni che io poi gli manderò per mezzo tuo. —
Intendo e obbedisco, o signore! risposi. Io gli porterò i
tuoi doni e gli farò sapere che tu gli sei amico verace.
E seguitai a rimanermi presso il re sempre molto
onorato e ben trattato, vivendo benissimo, per certo tempo,
finchè, stando un giorno seduto nel palazzo del re, da certa
gente di quella città sentii dire che s’apprestava certo
naviglio col quale s’intendeva fare un viaggio fin là
presso la città di Bassora. To allora dissi fra me: Nulla
c'è di meglio per me che l’andarmene con gli altri che
(1) È sempre il celebre Califto Harîn al-Rashîd,<noinclude></noinclude>
a0lb6uc7nug5v5v8k3aebtznylipj6g
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/268
108
1031736
3901216
2026-09-18T12:45:11Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901216
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 252 —|}}</noinclude>ita
—_LL.
— 202—
s’imbarcheranno. — Sùbito mi diedi attorno a tal fine, e
corsi a baciar la mano, al re facendogli sapere ch'era
intenzione mia di partire con gli altri viaggiatori sul
naviglio che andavasi apprestando, desideroso come
era di rivedere la mia famiglia e il mio paese. — Gli è affar
tuo! mi rispose il re. Ma se tu vuoi pur restar qui con
noi, puoi liberamente restarvi, poichè noi ci siamo famigliarizzati con te. — Ma io dissi: O signore, tu m’hai rieolmato di favori e di benefizî, ma io desidero ardentemente
di rivedere il mio paese, la mia famiglia e i congiunti e
amici miei,
Quand’ebbe inteso queste parole mie, chiamò a sè i
mercanti che avevano apprestato il naviglio, e mi raccomandò loro. A me poi donò molte cose sue, pagò per
me il nolo del naviglio e mi consegnò magnifici doni da
portare al Califfo Haràn al-Rashîd nella città di Bagdad.
Presi commiato, allora, da tutti gli amici miei dei quali
io frequentava la compagnia, quindi mi imbarcai con quei
mercanti. Salpammo, e il vento ci fu favorevole, felice
il viaggio, e noi confidavamo in Dio che sia lodato ed
esaltato! Non cessammo dal passare di mare in mare,
d’isola in isola, finchè giungemmo sani e salvi, con l’aiuto
di Dio altissimo, alla città di Bassora. Scesi allora a terra,
e stetti in Bassora alquanti giorni e alquante notti finchè
mi preparai ad andarmene. Misi insieme le robe e i cari
chi miei e m'incamminai alla volta di Bagdad, la città
della pace. Entrai nella presenza del Califfo Harùn alRashîd, gli feci presente dei doni e l’informai di quanto
m’era accaduto. Collocai in luogo sicuro le derrate mie
e i denari miei, quindi passai là dal mio quartiere dove
tutti corsero al mio incontro, quei della famiglia mia e
gli amici miei, fra i quali tutti spartii i doni ricevuti,
oltre che feci elemosine ai poveri e mandai ad altri altri
doni.
Trascorso certo tempo, il Califfo mandò per me. M'interrogò intorno al motivo di quei doni ch'io gli aveva
portati, e donde essi venivano. Principe dei credenti,
risposi, io non conosco nè il nome nè la via della città<noinclude></noinclude>
gq6tpol9gn1rp507xrnszmkra1jssgy
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/269
108
1031737
3901217
2026-09-18T12:45:16Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901217
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 253 —|}}</noinclude>Cao
donde essi provengono! Questo soltanto so che, quando
colò a fondo il naviglio sul quale io era, montai sopra
di un'isola, dove mi fabbricai una zattera sulla quale
andai per un fiumicello che riusciva nel bel mezzo di
essa. Così lo venni informando di quanto mera accaduto
in tutto quel viaggio, e come dal fiume fossi scampato in
quella città. Gli parlai di quanto mera avvenuto in essa
e del motivo della spedizione dei doni per mezzo mio.
Il Califfo si meraviglid molto di tanto € ordinò agli storici di mettere in carta tutta questa istoria mia e di riporla negli archivî reali perchè, chiunque poi l’avesse
veduta, me avesse preso utile ammaestramento.
(dall'arabo delle Mille e una notte).
15. Storia del banchiere di Bagdad.
Si racconta (e Iddio ne sa meglio di noi nel suo segreto, Egli che è sapiente, buono, misericordioso, per
tutto quanto riguarda gli avvenimenti passati delle nazioni e delle genti!) come Al-Mutadhid fosse uomo di
gran mente, di grand’animo, giusto. Teneva egli in Bagdad
seicento suoi referendarî, sì che nulla di ciò che accadeva
fra la gente, gli poteva sfuggire.
Egli adunque uscì, un giorno, con Ibn Hamdan (1),
per divertirsi in mezzo alla folla e per udir ciò che di
nuovo era accaduto. L'aria calda e l’ardor del sole di
mezzogiorno li opprimevano. Eran giunti in una piazzetta
pulita, Leggiadra, e la, vedendo a capo d’una viuzza una
sasa alta e bella, si sedetfero sulla porta per riposarsi
(1) Buon letterato, autore d'un Libro di memorie, in cui raccolse
aneddoti, racconti, ecc. Era di Bagdad. Morì nel 1167 d. C., Non potè essere
perciò contemporaneo del Califfo Al-Mutadhid, come l'Autore anonimo,
poco istruito in fatto di storia, suppone facendolo suo compagno di divertimenti e di passeggiate. Vedi la Letteratura araba Cap. VIII, $ £ (dove
pure è lo stesso errore di cronologia, venutomi da una nota dello Cheikho
posta da lui al testo arabo nella sua Chrestomathia arabica, pag» 330).<noinclude></noinclude>
9sj3w8agfq7xwcklyo38fxqrb0ewrgu
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/270
108
1031738
3901218
2026-09-18T12:45:21Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901218
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 254 —|}}</noinclude>
e prender fiato, quand’ecco uscirne un paggio e, con lui,
un altro, bellissimo garzone, al quale il primo veniva
dicendo: Il nostro padrone oggi è tutto malinconico,
perchè siam già ad ora tarda e nessuno è ancor venuto
da lui, ed egli ama avere ospiti in casa.
Il Califfo si meravigliò di quelle parole e disse: È
un segno della generosità del padrone di questa casa.
Noi dobbiamo entrar da lui e far prova della sua generosità e grandezza d'animo. Ciò gli potra essere cagione e
principio di qualche grazia 0 beneficio da parte nostra.
— Voltosi allora al paggio, gli disse: Domanda al tuo
signore che permetta ad alcuni forestieri di entrare. —
Il Califfo, in quel tempo, quando voleva divertirsi andando
qua e là in mezzo alla gente, soleva travestirsi da mercante che vien di fuori. Il paggio, tutto contento, entrò
dal padrone e gli fe” l'ambasciata. Il signore ne fu tutto
gioioso. Si levò in piedi e parve un bell’albero di salice
d’Egitto; uscì egli stesso, in persona, all’incontro degli
ospiti, ed era tutto leggiadro della persona, bello d’aspetto,
con in dosso una sopravveste di fabbrica di Sàbùr (1), un
mantello ricamato d’oro fino, con anelli alle dita ornati di
rubini e d’altre pietre preziose, ed era tutto profumato.
Quand’ebbe veduto gli ospiti, gridò: Benvenuti! Evviva!
Voi ci fate grazia, 0 signori, voi ci favorite!
Dice Ibn Hamdùmn:
Entrammo in casa, ed ecco ch’essa era come un paradiso. Nel mezzo, era Un giardino tutto circondato di
mura su cui vedevansi dipinti due monarchi che si erano
scontrati in battaglia, e fanti e cavalieri e altre cose molte,
e volatili in alto, dipinti in oro. La casa poi faceva abbarbagliar la vista, ornata come era in ogni parte di varî
tappeti di seta € di arazzi diversi. Agli ospiti, intanto,
fu offerto da sedere su guanciali, ed essi sedettero, e
Al-Mutadhid andava osservando la casa, i tappeti, le
cortine.
(1) Nome di una città di Persia, secondo il Kosegarten (Chrestomallma
arabìca, IL, pag. 301).<noinclude></noinclude>
lj35m05y5rrn42hqfevbgx2kkww47at
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/271
108
1031739
3901219
2026-09-18T12:45:26Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901219
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 255 —|}}</noinclude>
Dice Ibn Hamdùmn:
To teneva d’occhio il Califfo, ed ecco ch'egli s'era
tutto mutato in volto. Io conosceva assai bene quando
era tranquillo e quando si turbava. Al vederlo così, dissi
fra me: Vedrai ch'egli va mulinando qualche cosa e che
fra poco andrà in furia. — Vennero intanto i paggi con
un bacino tutto d’oro, e noi allora ci lavammo le mani.
Vennero con una tovaglia di seta, vennero con una tavola formata di canne d’India, la scoprirono, ed ecco
che c’eran sopra certe pietanze disposte e ornate in modo
che parevano fiori di primavera mille colori. Disse
allora il padron di casa: In nome di Dio, o signori! Abbiamo appetito, e però favorite! Fate grazia e mangiate!
— Cominciò allora a trinciar polli e a mettercene dinanzi,
e intanto rideva scherzando e ci raccontava storie e
aneddoti e recitava poesie e riferiva tradizioni antiche
secondo che si conveniva ad un banchetto e ad una festa.
Furon poi portati, sopra vassoi di gran prezzo, dei dolci
finissimi, fragranti, e noi ne gustammo; quindi, lavateci
le mani, passammo im un’altra sala che era stata inaffiata
con acqua di rose e suffumigata con legno di aloè arso
sulla brace. V'erano anche, disposte in piatti e vassoi,
diverse frutta, pomi ed erbe odorose € fiori di loto, €
tutto il luogo faceva confondere la vista.
Ma, anche con tutto ciò, il Califfo non sorrideva,
sebbene fosse solito esser sempre di buon umore perchè
amava l’allegria, gli scherzi, i divertimenti, e io sapeva bene che non era punto nè invidioso nè violento,
e però andava dicendo fra me: Sta a vedere perchè mai
si mostra tanto burbero in viso! — Intanto fu portato da
bere in caraffe e in ampolle; e c’era del vino schietto,
dell’aromAtizzato, del filtrato, e c'erano bicchieri e tazze
d’oro, d’argento, di cristallo; e noi fummo presentati di
torte, di pomi, su piatti d’argento e d’oro. Ma poi, ecco
che quel signore picchiò con una canna d’India su d’uno
dei canapè posti intorno alla sala, e allora la porta d’una
camera segreta si aprì e ne uscirono tre fanciulle, adolescenti, intatte, simili a tre soli, simili a tre fiori, e una<noinclude></noinclude>
5d6e9ahl8rdzxorh1eqq3qz2bjazjjj
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/272
108
1031740
3901220
2026-09-18T12:45:32Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901220
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 256 —|}}</noinclude>
e Valtra il tamburello, e Ja terza dansuonava il liuto,
tina di broccato
zava. Fu poi fatta discendere una cor
a le funicelle e d’oro gli anelli. Ma AL
che aveva di set
Mutadhid, a tutto ciò, non si voltò nemmeno, anzi, tenendo lo sguardo fiso in volto al signore, gli domandò:
Sei tu un nobile? Fammi sapere di che condizione sei.
— Il signore, che non sapeva qual personaggio gli si
trovava in casa, disse: O signore, io non sono un nobile,
ma sono d’una fa
sotto il nome di
Al-Mutadhid: Sai tu chi s
conosco nessuno delle signor
Ripiglia Ibn Hamdùn:
Io allora gli dissi: Amico, questo signore è il Principe dei credenti Al-Mutadhid. — TL) uomo allora balzò
in piedi, baciò sette volte la terra nel cospetto del Califfo,
osi tutto tremante di paura, disse: O Principe
dei credenti, per il diritto dei tuoi pii antenati! (1), Se
ho commesso qualche fallo, se ho commesso dinanzi @&
te qualche mancanza, tu mi perdona! — E Al-Mutadhid:
Tu non potevi far di più di quanto hai fatto nell’accoglierci. Ma qui si tratta di tal cosa che, se tu me ne
sai dir la verità e questa si conferma nella mia mente,
te ne andrai libero. Che se invece non mi fai saper la
ad una prova evidente
miglia di mercanti, e son conosciuto
Alì ibn Ahmed del Khorassan. — E
on io, amico? — Rispose: Non
ie vostre illustrissime.
e poi, stand
verità quale essa è, io ti coglierò
e ti darò ben doloroso castigo. — E l’altro: Mi guardi
Iddio dal dirti cosa non veral <= E dl Califfo. lo, fin
dal primo momento che sono entrato in casa tua, ne ho
notato e osservato la bellezza, l'eleganza delle sue SUppellettili, de’ suoi tappeti, di tutti gli ornamenti suoi. Ho
pure osservato la tua veste, ed ecco ch'io vi ho visto
notato e seritto il nome di mio nonno Al-Mutavakkil. —
Sì! o Principe dei credenti, rispose. Tu hai ragione, e
io so che tu ami la sincerità massime quando si parla
alla tua presenza. — Il Califfo gli fe’ cenno di sedere;
(1) Gioè del cui diritto al Califfato non si dubitava punto, mentre ill
diritto d'altri Califfi fu non di rado contestato,<noinclude></noinclude>
fk60aijmb2uwd3moinr4yj0l58cpl41
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/273
108
1031741
3901221
2026-09-18T12:45:37Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901221
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 257 —|}}</noinclude>
(l’altro si sedette) e soggiunse: Raccontami. — E quell’uomo incominciò così:
Sappi, o Principe dei credenti (che Iddio ti aiuti!),
che non fa mai in Bagdad uomo più facoltoso di mio
padre (ascoltami attentamente, 0 Principe dei credenti, e
guardami bene!). Mio padre stava sempre alla banca, nel
mercato dei droghieri, nel mercato dei venditori di panni,
e in ogni mercato aveva una bottega e un suo procuratore. Teneva presso di sè derrate € mercanzie d’ogni
genere; ma, alla banca, nell'interno del negozio, aveva
anche una cameretta particolare tutta leggiadra ed elegante. Il negozio serviva alla compera € alla vendita
ma la cameretta era per starvi libero e in disparte, e là
egli, tutto da solo, attendeva agli affari suoi. Le sue
ricchezze, intanto, crescevano € si moltiplicavano, nè
ogli aveva altri figli fuor che me solo, e però mi portava un grande amore, era tutto tenerezza per me, conti
nuamente mi accarezzava, finchè, quand’io era già adulto,
s'accorse ch'era venuto al termine de’ suoi giorni. Allora
mi chiamò a sè, mi raccomandò la devozione a Dio altissimo, mi fece conoscere il patrimonio ch'egli mi legava,
mi esortò a mantenermi sempre obbediente a mia madre
e a conformarmi alle sue parole e ai suoi consigli. Così
morì raccomandato alla misericordia dell’ Altissimo, e
Iddio conceda intanto lunga vita a nostro signore, il
Principe dei credenti!
Io invece mi diedi al mangiare e al bere e al darmi
bel tempo con gli amici e coi compagni. Mia madre me
ne riprendeva e rimproverava, ma io non dava retta alle
sue parole, sì che si giunse presto a tal punto che gli
averi furon tutti dilapidati, e io dovetti venderei poderi
e i fondi, nè mi rimase più nulla fuorchè la casa dove
io abitava, ed era una bella casa! Un giorno, dissi a
nia madre: Venderò la casa. — Figlio mio, disse mia
madre, se tu vendi la casa, farai cattivo nome a me e &
(o e ci ridurrai al punto di mon sapere in qual luogo
possiamo riparare. — E io: Con una parte del prezzo
vicavatone comprerò un’altra casa, € col rimanente mi
Italo Pizzi — Fiori d'Ordente
Li<noinclude></noinclude>
hq7kdljvjsk60tgh58uvh6txnbd24x0
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/274
108
1031742
3901222
2026-09-18T12:45:42Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901222
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 258 —|}}</noinclude>È
— DIA==
darò al trafficare. — A qual prezzo penseresti di venderla?
domandò mia madre. Per il prezzo, io risposi, di cinquemila dînar. Con mille dînar mi comprerò un’altra
casa, e col rimanente mi darò al commercio. — Allora,
ripigliò mia madre, vendila a me per cotesto prezzo. —
E io: Volentieri! — Mia madre uscì per un poco, e poi
tornò con un bel vassoio. Tolse un drappo che lo copriva,
ed ecco che v'era sopra un Vaso di porcellana cinese che
conteneva appunto cinquemila dinàr. Oh! allora mi parve
che tutta la casa fosse diventata d’oro. E mia madre
intanto mi diceva: Non ti pensare, figlio mio, che questi
denari siano di tuo padre. È questa una eredità di mio
padre che io aveva messa da parte appunto per simili
angustie.
Si ripiglia il racconto:
Io allora, 0 Principe dei credenti, come ebbi preso
da lei quei denari, tornai come prima a bere e a mangiare e a darmi bel tempo coi mici compagni, finchè ben
presto anche quei cinquemila dinàr andarono in fumo.
Mia madre mi dava ammonimenti e consigli, ma io non
ne voleva sapere, finchè, trovatomi al verde, un giorno
le: dissi: Venderò la casa. — Non l'hai tu venduta a me?
ossa disse. Come puoi crederti lecito di venderla un’altra
volta? — Ma io gridai: Non andiam tanto per le lunghe!
Qui bisogna vendere. — Allora, ripigliò mia madre, vendila di nuovo a me, ma ad una condizione che ora ti
dirò.— E trasse fuori e mi presentò quindicimila dînar
pur di avere essa stessa, in persona, il governo dell'azienda mia. Io acconsentii a tutto ciò, ed essa fe’ richiesta dei procuratori di mio padre, e-diede a ciascuno
di essi mille dînàr, e cinquemila ne diede a me, perchè
io allora andai ad acconciarmi in quella cameretta mia
in disparte dove poi vennero @ visitarmi i miei amici e
dove la gente veniva a far sue compere da me, e io, alla
mia volta, vi faceva le mie, sì che ben presto il traffico
prosperò e vennero dei guadagni e erebbero gli averi.
Quando mia ‘madre vide le buone condizioni mie, mi
mostrò e presentò certi canestri in cui erano gemme e<noinclude></noinclude>
5in79zpsmbh9vnp5w33o1ct2dsdtex3
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/275
108
1031743
3901223
2026-09-18T12:45:47Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901223
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 259 —|}}</noinclude>
vasellami d’oro e d’argento. Mi furono ritornati, inoltre,
certi mici possessi che per la negligenza negli affari e
per l'abbondanza dun tempo erano andati perduti, e
così mi rimasi per qualche tempo in questo stato finchè
mi venne voglia di veder la bottega che già era stata di
mio padre nella piazza dei banchieri. Tanto mi piacque
questo desiderio che trasportai in quella bottega tutte
quante le robe mie, dove, inoltre, le entrate crebbero
più di prima. Vi convennero anche i miei procuratori ai
quali affidai delle mercanzie acciocchè me le vendessero,
e poi, nell’interno del fondaco stesso, mi feci fare un’altra
cameretta simile alla prima.
Un giorno, 0 Principe dei credenti, io me ne stava in
quella mia cameretta, quando mi si presentò una ragazza
di cui gli occhi miei non avevano mai veduto la più bella.
Essa domandò: È questa la camera di sua signoria AbÙ
"1-Hasan - ibn Ahmed al-Khorasani? — È questa, io
risposi. E la ragazza: E dov'è egli ora? — Sono io stesso
in persona! le diss'io, € intanto, o Principe dei credenti, io
era come stordito. A tanta bellezza ed eleganza sua, venne
meno in me ogni fermezza. Bssa si sedette e mi disse:
Dirai al tuo ragazzo che mi paghi trecento dinar. — Io
diedi l'ordine; il ragazzo pagò; essa prese la somma @
se ne andò, e io rimasi là tutto stordito e confuso. Domandò allora il ragazzo: La conosci tu? — No! risposi.
E allora, ridomandò il ragazzo, perchè mi hai dato l’ordine di pagarle la somma? — Per Dio! risposi, io non
ho potuto padroneggiarmi, tanto Son stato vinto dalla sua
bellezza. Io non ho potuto trattenermi!
Il ragazzo si levò e le corse dietro senza ch'io ne
sapessi nulla. Ma poi ritornò ch'era tutto piagnoloso e
aveva sul viso segni di schiaffi e di guanciate: Che è
stato? gli domandai, ed egli: Son corso dietro alla ragazza
per vedere dove andava: ma essa, quando si fu accorta
di me, si voltò indietro e mi diè uno schiaffo. Poco mancò
non mi cavasse un occhio.
Rimasi là per un mese, nè io la vidi più in tutto
quel tempo, 0 Principe dei credenti, sebbene ne avessi<noinclude></noinclude>
mh20ubeiao2q0tgoorvugxo7w6ir3w2
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/276
108
1031744
3901224
2026-09-18T12:45:53Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901224
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 260 —|}}</noinclude>Nes,
echi
bi:0;c\
—260—
un gran desiderio, sì che tutte le notti io la vedeva in
sogno. Ma quando fu l’ultimo dì del mese, ecco ch’essa
entra da me e mi saluta. Poco mancò non volassi in alto
per la gioia e per il giubilo, ed essa intanto domandava
mie notizie e diceva: Che avrai detto tu, in tutto questo
tempo, di questa furbacchiona che s'è portato via il tuo
denaro e se n’è fuggita? — O signora mia, io le rispondeva, gli averi miei, l’anima mia, son tutte cose tue! —
Essa intanto si scoprì il volto per rinfrescarsi, e gli ornamenti del collo le secherzavano sul petto. Ma poi, d’un
tratto: Pagami, disse, trecento dina». — Obbedisco! io
risposi, e subito le diedi le monete d’oro. Se le prese e
se ne andò. Io allora dissi al ragazzo mio: Sèguila,
sèguila! — Il ragazzo le corse dietro, ma poi ritornò da
me tutto ammaccato dalle percosse. Così rimasi ancora
certo tempo, nè essa si fece più rivedere da me finchè,
un bel giorno, ecco che mi capitò dinanzi all'improvviso,
e si sedette, e si trattenne qualche momento a ciarlar
con me. Ma poi ancora, ad un tratto: Pagami, disse,
cinquecento dîndar, ch'io ne ho di bisogno. — Io voleva
dirle: E perchè devo darti questi denari? — Ma quel
ch'io mi sentiva nel cuore, o Principe dei credenti, mi
impedì di parlare. Al rivederla dopo tanto tempo, m’aveva
preso una tremarella per tutta la persona; io era diventato
tutto pallido in volto e aveva perduto la parola. Era,
insomma, come quel tale che diceva:
Null’altro accade, s'îo mai la riveda
All'improvviso,
Ch'io risponder non so, tutto confuso,
Pallido in viso.
Lascio il fermo consiglio; in me già pria
Deliberato;
Ricordo il pensier mio solo quand’essa
M'ha abbandonato!
Le diedi adunque i cinquecento dîndr, ed essa li prese
e si levò per andarsene. Allora, le andai dietro io stesso
in persona, ed essa corse al mercato dei gioiellieri, e là,
accostatasi ad uno dei mercanti, appunto per cinquecento<noinclude></noinclude>
tjbad31lsfec8yx2wwsr4kznd11h7vy
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/277
108
1031745
3901225
2026-09-18T12:45:58Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901225
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 261 —|}}</noinclude>
dînàr fece la scelta di una collana le cui bacche cadenti
erano altrettante gemme. Si voltò un poco, e come m'ebbe
veduto: Pagami tu, disse, il prezzo di questa collana! —
Io allora dissi al gioielliere: Metti sul conto mio cinquecento din4r. — Il gioielliere si levò, mi fece un inchino e disse: Obbedisco! — Ma io corsi dietro alla mia
ragazza, ed essa intanto era passata dai profumieri e la
aveva fatto acquisto di muschio e d’ambra odorosa per
trecento dîndr. Al vedermi: Dammi trecento dinàr, mi
disse, e io glieli diedi, e seguitai a correrle dietro finchè
giunse alla sponda del Tigri. Là saltò dentro ad una
barchetta e mi fe? cenno di non andar più oltre. Mi chinai
allora per baciar la terra, ed essa, fatta una risata, se
ne andò. Io però stetti ad osservarla finchè si fermò la da
un gran palazzo che riconobbi subito essere di Al-Mutavakkil allora Califfo, sì che rimasi tutto sbalordito e confuso, senza senso e sentimento. Ritornai così sui miei
passi, e m’aceorsi che m’era entrata in cuore noia e fastidio per tutte le cose del mondo. A colei, intanto, io
aveva già dato tremila dîndr, o Principe dei credenti, e
non m’era noto il perchè, sì che fra me andava dicendo:
Quei denari se ne sono iti in fumo! — Me ne venni da
mia madre, alla quale raccontai tutto l'accaduto, ed essa
mi disse: Dio! Dio! Guàrdati, o figlio mio, dall’offender
quella donna! Tu ne avresti in pena la morte,
Stava io seduto, un giorno, nella mia bottega, quando
venne da me il mio procuratore per il mercato dei profumieri, ch’era un vecchio già avanzato negli anni. Padron
mio, mi disse, che novelle mi dai? — To gli raccontai
quanto m'era accaduto con la ragazza, ed egli mi disse:
(Questa, o padrone, è una delle tante ragazze di palazzo
ed è la favorita di Al-Mutavakkil, nè contro di lei si può
far nulla. Tu perciò devi far conto cheil tuo denaro si
Sta presso Iddio altissimo (1); ma, quanto a colei, non
atfannarti per nulla! Che se poi vorrai vendicarti, fammelo
Saper prima acciocchè io t’informi di certa cosa che sarà
(1) Cioè non l’avrai più, ma da Dio ti sarà computato come speso
in elemosine o in altre opere di pietà,<noinclude></noinclude>
4258lc26kihpi3elpjlsaknswvghzoz
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/278
108
1031746
3901226
2026-09-18T12:46:03Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901226
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 262 —|}}</noinclude>
assai più conveniente e più propria di quello che tu abbi
ad andarne di mezzo. — Oh per Dio! risposi, veramente
per lei ho una vampa nel cuore!
L'amico mi lasciò e se né andò, e io pazientai sino
alla fine del mese. Venne allora la ragazza, è io ne fui
tutto contento € gioioso. Chi t'ha indotto, mi disse, a
tenermi dietro? — La passione che ho dentro di me per
te! io risposi, e diedi, in presenza sua, in un dirotto
pianto. Essa pure, per pietà ch’ebbe di me, si mise &@
piangere e intanto diceva: Oh! nulla è nel cuor tuo che
non sia anche nel mio, e più ancora! Ma che posso io
fare? Non ho altro espediente che di vederti una sola
volta al mese. — E mi presentò una polizza e mi disse:
Fatti dare dal procuratore la somma ch'è notata qui sopra.
_ Ma io risposi: Non ho bisogno di denari! Io darò per
te sola tutti i denari miei e l’anima mia ancora. — Ed
essa: Sta cheto, ch'io saprò ordir tale affare che ti darà
modo di trovarti con me, sebbene sia difficile. — Così
mi salutò e se ne andò.
To andai dal mio vecchio profumiere al quale raccontai tutta la mia storia, ed egli allora venne con me
fino al palazzo di Al-Mutavakkil dove io gli mostrai la
porta per la quale era entrata la ragazza. Rimase alquanto
incerto e perplesso pensando qual mai furberia dovesse
mettere in opera. Ma poi, adocchiato un sarto che stava
la presso la porta e aveva intorno a sè una turba di altri
sarti che lavoravano con lui, mi tenne questo discorso:
Per mezzo di questo sarto, se Iddio altissimo lo vuole,
potrai raggiungere lo scopo tuo. Fatti uno strappo nella
manica e fa che il sarto te la ricucisca, e quando te l’avrà
ricucita, fagli un regalo di dieci dinar.
To andai, presi con me due pezze di broccato greco
(1) e venni con esse là dal mio sarto al quale dissi così:
Tagliami quattro abiti, due di taglio largo e due di taglio
Tier» i
(1) Cioò di Damasco in Siria quando questa città era già divenuta
celebre per i suoi tessuti, essendo ancora soggetta all’ Impero greco
d'Oriente.<noinclude></noinclude>
ba4gphfn8uw93kxql8psrzkbtqwlb0a
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/279
108
1031747
3901227
2026-09-18T12:46:08Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901227
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 263 —|}}</noinclude>Dopo
stretto. — Quand’ebbe fatto: prendi! gli diss’io. Tutto
questo è per te e per chi sta con te e per il tuo sceicco
e per il tuo portinaio. — Così dicendo, mi sedetti là al
suo fianco andando in lungo coi discorsi e con le ciarle.
Anzi, proprio con lui, mi posi a far tagli d’altri abiti,
ed egli, quando li aveva cuciti, li metteva in mostra
davanti alla bottega, sì che chiunque passava per la via
li notava, e chiunque capitava là ne rimaneva stupito.
Io poi, a qualunque persona che usciva dal palazzo del
Califfo e ammirava quegli abiti miei, fino al portinaio,
ne regalava di tanto in tanto qualche capo.
Un bel giorno, il sarto mi disse: Desidero, figlio mio,
che tu mi dica la verità! Tu hai tagliato omai cento abiti,
tutti di gran valore. Ogni abito vale una somma, e intanto
tu ne hai regalato la maggior parte. Non è questo il
modo di fare d’un mercante, perchè ogni mercante tiene
in gran conto i denari. Chi sa che capitali hai tu, Se fai
tanti regali, e quale è la tua entrata ogni anno. Ma
dimmi, per Dio! Non sei tu. forse innamorato?— Si! io
risposi. E il sarto: E di chi? — D’una delle ragazze di
palazzo. — Che Iddio le maledica tutte quante poichè
accalappiano i galantuomini! _— E chi è, soggiunse, cotesta
ragazza? — Non lo so! — Ma, almeno ridomandò il sarto;
dimmi come è. — To gliela descrissi, ed egli:Miseri noi!
È una delle suonatrici di liuto del Califfo AL-Mutavakkil,
anzi la sua favorita! Ma essa ha un suo schiavo bianco
che io conosco. Io ti farò fare amicizia con lui, e chi sa
che, per suo mezzo, tu possa penetrare fin da lei
Si ripiglia il racconto:
Mentre noi eravamo in questi discorsi, ecco uscir di
palazzo lo schiavo bianco. Aveva indosso una veste pomposa, ed egli, il bel garzone, pareva la bella luna nel
colmo del suo splendore. To era là e mi teneva davanti
le pezze, già tagliate, di stoffa greca, tutte è colori di
versi, ed egli s'era messo @ guardarle. Io allora mi levai
in piedi, gli feci un saluto, ed egli mi domandò:Chi sei
tu? — Un mercante di panni, risposi. Mi vuoi vendere
quest’abito? mi domandò. E io: Volentieri! — Si scelse
ln nni<noinclude></noinclude>
61uquyg9gsilpz1d8uicc1odnwkswh0
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/280
108
1031748
3901228
2026-09-18T12:46:14Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901228
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 264 —|}}</noinclude>
cinque pezze e disse: A quanto tutto questo? — E io
allora: Questo sarà un dono mio per te e un segno
d’amicizia fra me e te. — Accettò il dono e ne fu tutto
contento, ond’io, tornato in casa, tolsi fuori altri doni,
mute di vesti, anelli, gemme, per il valore di mille
diîndr, e così me ne tornai da lui che accettò ben volentieri quei doni. Un giorno, m’invitò nella sua stanza, a
palazzo, dove mi fe’ le migliori accoglienze e dove, d’un
tratto, mi tenne questo discorso: Poichè siam soli, dimmi
come ti chiami tra i mercanti. — Sono uno di essi, e
non' di più, io risposi. Ed egli: Il fatto tuo mi fa sospettare. — E perchè? diss’io. Perchè, rispose, tu m’hai
fatto doni maggiori di quelli che sogliono fare i principi.
Tu ti sei cattivato l’animo mio; m’è già nota la condizione tua, e io so bene che tu sei Abù ‘l-Hasan al-Khoràsàni, il banchiere. — Io allora scoppiai in pianto, ed
egli disse: Perchè piangi? Per Dio! quella per cui tu
piangi, ha la tua stessa malattia. Non cessa mai dal ricordarti, e l’amor tuo le preme assai assai. Anzi, tra le.
altre ragazze di palazzo, s'è omai sparsa la notizia dell’intrigo suo con te. — Taeque un poco, e poi: E che
intendi ora di fare? — Io dissi: Se tu mi volessi aiutare!
— Giurò di aiutarmi, e mi promise per il giorno seguente. Io tornai a casa, ma, la mattina seguente, mi
levai, andai ed entrai in camera sua. Venne là da me e
mi disse: Sappi che ieri sera; quand’ebbi finito di fare
il mio servizio presso di lei, le ho raccontato tutto quanto
il tuo easo e l’informai di ciò che hai intenzione di fare.
Ne ha avuto gran piacere. Ma tu, intanto, starai qui con
me fino a sera.
Quando fu notte, ecco ch'egli tornò là da me recando una sopravveste di teletta d’oro, un cinto di stoffa
di seta, un mantello da Califfo e le insegne tutte d’un
gran personaggio. Mi vestì, mi pose attorno tutta quella
roba e mi profumò per bene. Io mi guardai da capo a
piedi, e vidi ch’io era riuscito perfettamente somigliante
al Califfo.<noinclude></noinclude>
qnn67pn4gyii0cashfjtf3qwo22ivgx
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/281
108
1031749
3901229
2026-09-18T12:46:19Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901229
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 265 —|}}</noinclude>
Si ripiglia il racconto:
î mi menò in un corridoio dov'erano ‘molte stanze
a destra e a sinistra, e mi disse: Son queste le stanze
delle fanciulle favorite. Tu ora, di mano in mano che
passerai dinanzi alla porta di ciascuna stanza, vi porrai
una gemma di corniola, perchè è costume del Califfo di
far così ogni notte, e seguiterai finchè sarai giunto ad
un altro corridoio a destra. Là tu vedrai una cameretta
che ha la soglia di marmo. Quando vi sarai giunto, potrai
accertartene tastando con la mano, oyvero, se più vuoi,
conta le porte, e quella è al numero tale. Entra allora,
e là tu vedrai l’amica tua che ti aspetta. Quanto poi al
modo di useir di là, penso che Iddio altissimo mi agevolerà il trovarlo. Tutt’al più, ti porterò fuori chiuso in
una cassa.
Così mi lasciò e se ne andò, e io gli mandai dietro
mille benedizioni. Incominciai allora ad andare e a contar
le porte e a lasciare, di mano in mano ch'io ne passava
dinanzi ad una, una gemma di corniola su ciascuna di
essa. Ma quando fui a metà del corridoio, ecco giungermi all'orecchio un gran vocìo e un gran fracasso, €
intravvidi intanto un gran luccicar di lucerne e di ceri
ch’erano quasi un centinaio. Quel luecichio si avvicinava,
e io scorsi subito il Califfo în persona che s’avanzave
appunto dalla mia parte e aveva intorno a, sè tutta una
turba di giovinette, ciascuna delle quali recava in mano
un cero. Intesi, anzi, una di esse che diceva pian piano
ad una delle compagne: Sorella mia, credo che noi abbiam qui due Califfi! L’altro Califfo è passato là da me,
e io ho sentito il profumo delle sue vesti e l’odor delle
sue manteche, e ho udito quando ha posto, secondo il
solito, la gemma di corniola all’uscio mio. E ora, ecco
questo gran luccichio, e in mezzo al luecichio il vero
Califfo! — E l’altra: Io non intendo come mai un altro,
che non sia il Califfo, osi venir fin qui con que’ suoi
contrassegni. — Il chiaror dei lumi s’avvicinava sempre
più, e io tremava dal capo ai piedi e mi perdeva d’animo,
quand’ecco uno schiavo che gridava alle fanciulle: (Qui,<noinclude></noinclude>
eir8tmkme9arbeecxp0oq2zgehtdz1g
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/282
108
1031750
3901230
2026-09-18T12:46:24Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901230
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 266 —|}}</noinclude>
qui. ragazze! — si raccolsero allora là da uma delle tante
stanze e vi si cacciaron dentro, poi ne uscirono, € il
Califfo intanto era venuto fin la dalla stanza dell’amica
mia, e io intesi che domandava: Di chi è questa stanza?
— Questa è la stanza, gli fu risposto, di Pianta imperlata (1). — E il Califfo: Chiamatela! — Pianta imperlata
saltò fuori, baciò i piedi al Califfo, e tutto ciò accadeva
nell'oscurità la sulla porta, e jo tremava per paura che
qualcuno mi vedesse. Il Califfo, intanto, dimandava &@
Pianta imperlata: Hai tu bevuto questa sera? — E Pianta
imperlata: Quando io non sono con te e non ho il contento di ‘poterti mirare in viso, non posso bere. Non e è
bere per me, nè ci può essere! — Il Califfo rise meravigliato e ammirato di quella risposta € disse ad un
paggio: Fatti dar per lei, dal tesoriere, quella tal. collana. — Avutala, il Califfo gliela diede dicendole: Entra!
— Essa gli entrò innanzi, e io, mentre venivano e S'avvicinavano, spinsi l’uscio della porta sulla quale mi trovava, ed entrai.
Vi trovai una cameretta oltre il vestibolo, e mi vi
cacciai dentro e mi pascosi; ma poi, ecco Un altro
chiaror di lumi e un’altra fanciulla, bella come luna
perfetta, che teneva in mano un cero. S' accorse ch° io
era là, e gridò: Chi c'è qui? Hscil — To uscii, e la
ragazza; Bello, per Dio! — e cominciò a levar la voce
e a gridare: Chi tha mandato qui? chi ha mai osato,
fuor di te, entrar qui da noi? — E mi levò il lume in
faccia per osservarmi, e intanto diceva: Che capitale sei
tu? — Io baciai la terr: a’ suoi piedi dicendo: Dio mio!
Dio mio! Nascondimi, 0 signora, in qualche luogo, sal
vami dalla morte, abbi pietà di me e raccomandami &
Dio potente e glorioso! — È piansi per timore di dover
morire. Ma la ragazza seguitava dicendo: Oh! non e'è
dubbio! Tu sei un ladro. — No! io le rispondeva; non
sono un ladro. Vedi tu forse su di me i contrassegni dei
ladri? — Ma, allora, chi sei tu? Dimmi la verità, non
bugie o fandonie, se vuoi ch'io ti salvi.
(J) Nome 0 soprannome vezzeggiativo di famciulla.<noinclude></noinclude>
pqf0kjtq4d0n2dssvsk6maqzywi8gnv
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/283
108
1031751
3901231
2026-09-18T12:46:29Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901231
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 267 —|}}</noinclude>80Oa
To sono, risposi, un innamorato ignorante e stupido,
e Vignoranza è l’amore m'hanno condotto questo punto
che tu vedi, sì ch'io mi trovo 4 mal partito. — Aspetta!
rispose. Entrò nella stanza interna dicendomi: finira lio
e io entrai, ed essa mi offerse Una sedia su cui era steso
un gran tappeto, dicendo: Siedi qui. Non e è pericolo
per te. Non sei tu forse Abi ’1-Hasan al-Khorasàni banchiere? — Sì! io risposi, ed essa: Iddio non ha voluto
la tua morte, Se pure tu non sei un ladro, chè allora tu
saresti preso e fatto morire, tanto più che sei in abito
Ada Califfo e ne hai l'abbigliamento € i profumi. Che se
poi tu sei l'amante di Pianta imperlata, che è mia 80rella, tu sei salvo, perchè es5% non cessa mai dal ricor
darti e dal dire in che modo ha avuto da te i denari
senza che tu te pe turbassi, € come tu le sei GOrso
dietro sino alla sponda del Tigri dove facesti Segno
di chinarti fino terra. E or ha per te in cuore Um
inferno. Ma dimmi! In che modo sei venuto fin qui?
per lei o per altro? Ti sei posto ad un bel rischio! Lo
sai tu? — Signora mia, io risposi, io non aveva altro
disegno che di veder tua sorella e di poter parlar con
lei. — Hai fatto egregiamente! _— Rio: Mè in testi
monio Iddio che non dico bugia! — Per cotesta tua
buona intenzione, disse, Iddio altissimo ti ha scampato
da ogni pericolo, € jo sento in cuore pietà di te.
Disse allora ad una fantescaè Va tu da mia sorella
Pianta imperlata € dille che io la saluto e le domamdo
perchè mai non favorisce da mè, secondo il solito, e non
viene più & tenermi compagnia. Dille che questa notte
non mi sento bene. Venga perciò, chè ciarleremo è ci
daremo un poco di svago.
Sj ripiglia il racconto *
Da fantesca andò e quando tornò, riferì tutto questo
discorso: Tua sorella ti risponde così: « Voglia Tadio
consolarmi col donarti vita lunga, sorella mia, e col far
sì ch'io ti possa liberare € riscattare da ogni malanno!
Ma, se tu mi avessi fatto chiamare per qualunque altra
cosa, avrei fatto il tuo desiderio. Ma come potrei fare n<noinclude></noinclude>
rpbmn8ux08gpw6mv90q5j03t1v5gi12
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/284
108
1031752
3901232
2026-09-18T12:46:35Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901232
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 268 —|}}</noinclude>retata»
—268—
M'’hai chiamata perch’io prenda parte a’ tuoi divertimenti, giacchè tu sai quanto tu mi sei cara, ma io questa
notte non sto punto bene, e m’ha preso un gran mal di
capo! >. — E l’altra, alla fantesca: Corri! Va a dirle
che è assolutamente necessario ch’essa venga qui. — La
fantesca s’allontanò per qualche momento, poi ritornò, e
aveva con sè l’amica mia.
L'amica mia s’avanzò, e il volto suo splendeyva come
una fulgida stella. Sua sorella le corse incontro e l’abbracciò, e, voltasi al luogo dov? io era, gridò: Esci, o
Abù ‘I-Hasan, dall’amica tua! — Io, per la gran gioia,
le baciai le mani, e l'amica mia, quando m’ebbe veduto,
o Principe dei credenti, mi si gettò fra le braccia e mi
strinse fortemente al seno. Dunque ti sei indotto, mi diceva, a vestirti e ad abbigliarti al modo di Al-Mutavakkil!
— E si sedette, e diceva: Contami, suvvia, la tua storia.
— Jo le ridissi tutta quanta l’avyentura mia così come
era stata, e quanto io aveva patito in mezzo a tanti
spaventi e a tanti casi diversi. — La tua Storia, disse,
tocca il cuore; ma m'è caro in particolare che tu abbi
tanto sofferto per me. Nulla t'ha potuto trattenere o vincere. Ma sia lode a Dio che ha fatto riuscire a bene il
fine di tutta codesta faccenda! Anzi, la più bella fortuna
sta in ciò che, per caso, sei entrato appunto nella stanza
di mia sorella che è l’amica mia del cuore. — Lèvati,
Soggiunse, e passiamo nella mia stanza. — Noi ci levammo con lei, e le fantesche sue, credendomi il Califfo,
mi salutavano e mi baciavano le mani. Essa intanto diceva a sua sorella: Vedi ch'egli è tale appunto quale io.
te l’ho descritto. E ha messo a rischio la vita per me
e ha affrontato tutto questo gran pericolo per me sola!
Ma io sarò per lui come la terra ch'egli calpesterà, come
la polvere sotto i suoi piedi, eccetto che io gli ho giurato
che non entrerò mai con lui in un harem (1). — E la
sorella: Tu, per cotesto, non avrai bisogno di me. Intanto, per la bontà della intenzione sua, Iddio altissimo
(1) Intende, cioè, di essergli sola e legittima moglie.<noinclude></noinclude>
tldrwh9kbf0o18za1crbelalt4cd6ge
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/285
108
1031753
3901233
2026-09-18T12:46:40Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901233
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 269 —|}}</noinclude>
te lo ha scampato da morte. — Vedrai, ripigliò essa,
cosa saprò far io per giungere a starmi con lui legittimamente! Darò la vita mia come egli ha voluto dar la
sua perchè ciaseuno di noi due serbi fede al suo compagno.
Eravamo in questi discorsi, quando s’intese un gran
gridio sull’uscio. Io guardai, ed ecco che il Califfo, per
il grande amore che portava a Pianta imperlata, veniva
difilato verso la stanza di lei. Essa mi afferrò, o Principe
dei credenti, mi cacciò dentro un ripostiglio e coprì il
ripostiglio con un tappeto, poscia uscì all’incontro del
Califfo. L’accolse adunque e l’introdusse, ed egli si pose
a sedere mentr’essa, fattogli il segno dell’obbedienza,
gli stette davanti in piedi. Il Califfo ordinò da’ bere.
Questo Califfo amava un’altra fanciulla eh’egli già
teneva con sè e che aveva nome Qabiha (1), quella che
poi fu madre di Al-Mutazz (2). Ma essa allora, crueciatasi con lui, non voleva saperne nulla di lui, ed egli di
lei non voleva saperne più nulla. Essendo troppo bella
e avvenente, non voleva far la pace con lui, ed egli, per
la dignità sua di sovrano e di Califfo, non voleva rappacificarsi con lei o farle atto di sommissione. Perciò,
aveva nel cuore l’inferno, e intanto procurava di svagarsi
nella compagnia delle altre fanciulle dell’harem.
Si ripiglia il racconto:
Piacendo molto al Califfo il modo di cantare di
Pianta imperlata, le comandò di cantare. Pianta imperlata prese il liuto, suonò e cantò questi versi:
L’amor dissimulai quando l’amore
Agli occhi miei la beltà sua rendea
Simile a un sol che guarda incontro al sole.
Angusto intanto il mondo a me si fea
Tutto all’intorno per l’assenza sua,
E quasi un carcer tetro mi chiudea!
(1) Vedi, a proposito di questa donna, il racconto n. 21 del libro primo
(2) Califfo dall’866 all’869 d- O.<noinclude></noinclude>
g1a7i22y3w6pyzwxa23z4eskggj53cl
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/286
108
1031754
3901234
2026-09-18T12:46:45Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901234
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 270 —|}}</noinclude>
racconto *
an diletto, e anch'io, 0 Principe
1 ripostiglio,
Dio che m'aiutava,
esposti ad
Si ripiglia il
Il Califfo ne ebbe gr
dei credenti, pu'e essendo ne
piacere. Se non era la grazia di
avrei gridato, e tutte due ci
onta grandissima. Pianta imperlata,
ne provai gran
saremmo
intanto, ritornò @
n’andrai
cantare:
ngi te
E fino @ quando lu
Ogni notte da me?
E l'odio e il tuo fuggire @ quando mai
Dismesso fia da te?
Non t'affrettar, mia bella. A separarci
Da solo basterà
TI destino, € tu a
Esso destin vorrà (1).
osi molto di q
ttendi che apprestarei
unel canto, disse:
janta imperlata! — Hd essa:
denti, € abbiti il prezzo
@— È il Califfo*
TN Califfo, compiaciut
Ghiedimi ciò che vuoi, P
Fammi libera, e Principe dei ere
nel premio che fe ne V da sì bell’atto
Tu sei libera nel cospetto di Dio altissimo! (8) — ssa
baciò la terra innanzi a lui, ed egli intanto le diceva:
prendi il liuto e recitami e cantami qualche cos@ che SÌ
confaccia all'altra
a mia con la quale i0 mi sono
disgustato (4). To ho per lei in cuore Une gran passione!
— Pianta imperlata prese anche una volta il liuto e
errà
ragazz
cantò così:
a il dissidio, ei si ostina
o cocente;
0, ® chi egli ama
Fin che dur
Nel dissidio e nell’odi
Fin che dura il dissidi
S'avvicina con cor renitente.
AJ-Mutavakkil: Per Dio! tu hai benisato dell’animo mio. Se il poeta
si, {0550 di questo nostro
Disse allora
simo rappresentato lo st
che ha composto questi Ver
(1) Gioè qual cosa, qual fine vorrà apprestarci.
(2) s'intende che queste fanciulle degli harem
j ora si narra; non avendo come riscattarsi,
Califfo sarà ricompensato da Dio.
(3) Formola d'uso che vuol
pagare il prezzo del riscatto.
(4 Bla bellissima Qabî
erano tutte schiave.
Questa, di cu
confida che il
è libera S0nza
dire che la fanciulla
ha ricordata avanti.<noinclude></noinclude>
1055wlo729ty4k1m4zo07k3oju8ps8f
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/287
108
1031755
3901235
2026-09-18T12:46:50Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901235
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 271 —|}}</noinclude>_M—
tempo, tanto lo donerei che lo farei ricco. — E intanto
andava ridicendo quei versi € ripetendone l’ultimo distico.
Uscì poi d’un tratto e andò difilato alla stanza di quella
fanciulla ch'egli tanto amava, mentre una fantesca lo precedette € annunziò alla fanciulla stessa la venuta di lui.
Quella gli corse inéontro, gli baciò i piedi, ed egli fece
la pace con lei cd essa fece la pace con lui. In tal modo
finì cotesta faccenda sua.
Per quello invece che risguarda Pianta imperlata,
sappi ch'essa tutta giubilante corse la da me gridando:
Vedi? In grazia del tuo fausto venir fin qui da me, io
ho riavuto la libertà! Iddio farà certamente in modo che
noi possiam stare legittimamente insieme. — Lode a
Dio! io risposi.
Pravam noi in questi discorsi, quando entrò il paggio
bianco di Pianta imperlata. Gli raccontammo tutto ciò
ch'era accaduto, ed egli allora disse: Lode a Dio che ha
condotto a lieto fine questa faccenda! Preghiamolo ora
acciocchè voglia suggellar tutto in bene facendoti uscir
di qui sano e salvo. — Eravam noi a questo punto, quan:
d’ecco capitar lù anche la sorella di Pianta imperlata la
quale si chiamava la Elegante. Sorella mia, le disse allora
Pianta imperlata, come farom noi per fare uscir di palazzo sano e salvo l’amante mio dopo che Iddio altissimo,
per sua grazia, ci ha tanto favoriti ch'io ho ricevuto la
liberta? Per farlo uscir di qui, io non ho altro mezzo
che quello di vestirlo da donna.
Insomma, 0 Principe dei credenti, i0 uscii di là
vestito da donna. Ma quando fui in mezzo al cortile»
ecco la seduto il Califfo in persona è dintorno a lui i suoi
servi e famigliari. Mi guardò, ma non mi riconobbe.
Tanto poco mi riconobbe che disse agli schiavi: Presto!
menatemi qui quella ragazza che se ne va di là. — Gli
schiavi, toltomi il velo, mi menarono dal Califfo, il quale,
quando m'ebbe veduto, mi riconobbe € mi domandò
perchè mai io fossi la così @ così. Io gli raccontai tutta
quanta la storia mia e mon gli nascosi nulla, ed egli,
com'ebbe inteso i casi miei, stette Un poco a pensare,<noinclude></noinclude>
9elpw8yopvencv1k5xrhzq2x7kwujxr
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/288
108
1031756
3901236
2026-09-18T12:46:56Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901236
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 272 —|}}</noinclude>Ap] pas
indi si levò d’un tratto e corse dalla stanza di Pianta
imperlata alla quale domandò: Ti piacerebbe per marito
un figliuol di mercanti? — Essa baciò la terra dinanzi a
lui e poi gli raccontò tutta quanta l'avventura sua, con
molta sincerità, dal principio alla fine. Il Califfo, com’ebbe
udito tutto quel discorso di lei, ne ebbe pietà e s’intenerì scusandola a cagione dell’amore e dei casi intravvenuti. Il paggio di lei, intanto, le andava dicendo: Sta
di buon animo! Il tuo amante, quando poco fa fu dinanzi
al Califfo, interrogato da lui, gli ha raccontato tutto,
appunto come te, parola per parola.
Ciò detto, corse da me e m’informò di tutto cotesto.
Il Califfo allora, chiamatomi a sè, mi disse: Chi t'ha
indotto a far così? Davvero! Ti sei mostrato troppo ardito! — O Principe dei credenti, io risposi, m'ha indotto
a ciò l’ignoranza mia, ‘l’inesperienza mia e la fiducia
nel tuo perdono e nella tua generosità. — Detto ciò,
mettendomi a piangere, baciai la terra dinanzi a lui.
Ma egli: Perdono ad ambedue, disse, e intanto mi fe’
cenno di sedere. Mi sedetti, ed egli fe’ chiamare Ibn
Dàvud il giudice e da lui mi fece sposare @ Pianta imperlata alla quale ordinò altresì di togliere e portarsi
con sè quanto essa aveva seco e possedeva. Così essa mi
fu condotta sposa nella sua stanza stessa, donde poi,
come furon passati tre giorni, essa uscì portando con
sè tutto ciò che qui tu vedi, o Principe dei credenti.
Ma poi, un giorno, Pianta imperlata mi fece questo
discorso:Sappi che Al-Mutavakkil è uomo generoso, ma
temo ch’egli abbia a ricordarsi qualche volta di noi, ovvero che qualche invidioso ci ricordi a lui. Intendo perciò
di far certa cosa. — E quale?io domandai. Intendo, essa
mi rispose, di domandargli licenza di fare il pellegrinaggio alla Mecca per far la penitenza dell’arte mia di
canterina. — E io: Ottimo pensiero! — Eravam noi
in questi discorsi, quand’ecco capitar là da noi un messo
del Califfo che cercava di Pianta imperlata, poichè il
Califfo desiderava molto di udirla cantare. Essa andò,
fece al Califfo l’atto di obbedienza, ed egli intanto le aveva<noinclude></noinclude>
b5hpg6jz9ad6s374x5dibsz63cmzero
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/289
108
1031757
3901237
2026-09-18T12:47:01Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901237
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 273 —|}}</noinclude>detto: Sta qui con noi, mon allontanarti. — Ed ‘essa:
Obbedisco!
Ma poi, come furono trascorsi alquanti giorni da che
il Califfo aveva mandato per lei, io non ebbi. nessuna
notizia se non quando essa ne ritornò con tutte le vesti
stracciate e piangente. Io tremai e dissi fra me: Noi siam
di Dio e a Dio ritotniamo! — emi pensava che il Califfo avesse dato ordine di catturarci. Da chi pensi, essa
domandò, che possa esser venuto l'ordine? — Da AI
Mutavakkil! io risposi. Ed essa: E dov'è Al-Mutavakkil?
È avvenuto di lui ciò che è avvenuto! — Còntami, còntami! io le dissi. Ed essa: Egli stava seduto dietro la
cortina nella sua sala e beveva, ed erano con Imi Al-Fath
ibn KhAgAn e Illîva il giureconsulto e Sadaga ibn Sadaga,
quand’ecco avventarglisi contro suo figlio Al-Muntasir,
lui e tutta una schiera di Turchi, e ammazzarlo. Fu tutto
uno scompiglio di urli e di gridi. Io fuggii, e Iddio ha
voluto salvarmi (1).
Allora io mi levai, o Principe dei credenti, e partii
precipitosamente al momento stesso per Bassora, dove,
dopo tanto scompiglio, mi giunse anche la notizia della
guerra scoppiata tra Al-Muntasir e Al-Mustaîn (2). Io
n’ebbi timore, e raceolsi e trasportai qui tutto ciò ch'io
possedeva e tutto ciò che legittimamente mia moglie
aveva guadagnato.
E questa, o Principe dei credenti, è la storia mia.
Non v'ho aggiunto nulla e non ne ho tolto nulla, e veramente tutto ciò ch'io posseggo, e tutto ciò che tu vedi
qui, mi viene da tuo nonno, il Califfo Al-Mutavakkil, €
n'è l'origine delle stesse illustri origini tue, chè voi siete
una gente benefica, una miniera d’azioni generose!
Il Galiffo Al-Mutadhid provò gran diletto per tutta
questa storia del banchiere e ne fece le più grandi mevaviglie. Il banchiere poi trasse fuori e mostrò al Califfo
(1) Questo truce fatto è raccontato al n. 21 del primo libro.
(2) Califfi AbbAssidi, Regnarono, il primo, p ropriamente Al-Mustansir
(lall’861 all’862, il secondo dall’862 all’866 d. G.
Italo Pizzi -— Fiori d'Oriente
18<noinclude></noinclude>
6hm11n6igdgoe45qqy0m7v3so8lxla7
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/290
108
1031758
3901238
2026-09-18T12:47:06Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901238
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 274 —|}}</noinclude>i figliuoli che gli erano nati da Pianta imperlata. Essi
baciarono la terra dinanzi al Califfo, il quale restò ammirato della lor bellezza e leggiadrìa. Volle che gli fosse
recato un calamaio, e allora scrisse in lor favore un decreto, secondo cui tutti i loro beni, per vent'anni, dovevano andar esenti da qualunque tributo, rimastone a loro
il prezzo. Li fece poi suoi commensali a corte, ed essi
frequentarono la corte finchè il destino li separò. Discesero allora nel sepolcro dopo aver abitato magnifici paiazzi. Lode a Dio, sire che perdona!
(dall’arabo delle Mille e una notte).<noinclude></noinclude>
adlnu0cj1zw9bz6e9e0866u1n2rud91
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/291
108
1031759
3901239
2026-09-18T12:47:11Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901239
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 275 —|}}</noinclude>VASALSVASVASvataalaa
(sieisiotisis
les uses
nenoi =te Tele [ore Iene toto]iinlierte ne toto te le toe e [e [ee tolo!
LIPRO QUARTO
Descrizioni di paesi e di cose naturali
TWQ7T
1. Le Isole Maldive (1).
Queste isole sono una delle meraviglie del mondo €
contano intorno & duemila. Ve ne son cento o poco meno
tutte raccolte e disposte in cerchio a guisa di anello, €
hanno una sola entrata @ modo di porta, nè vi possono
penetrare i navigli se non per cotesta entrata. Quando
ad una di esse approda un naviglio, non può far a meno
di una guida di tra gli abitanti stessi che vada con esso
per le altre isole. E son tanto vicine, che le cime dei
palmizî che sono in una di essa, si vedono ancora al di
la dopo aver oltrepassato le altre. Che se poi un naviglio
sbaglia via, non può entrarvi in alcun modo, e il vento
lo porta 0 Verso Al-Mabar (2), ovvero all’isola di Ceylan.
Gli abitanti vi sono tutti musulmani, devoti e pii; esse
poi son divise în diversi distretti su ciascuno dei quali
comanda un governatore. In nessuna trovasi grano, @
soltanto nel distretto di Soveyd trovasi un cereale che
somiglia al miglio e che si trasporta di là fino ad Al
Mahal (8). Il principale alimento, invece, degli abitanti
(1) Sono nell’Arcipelago indiano.
(2) Sulla costa del Coromandel.
(3) Nome d'un altro distretto.<noinclude></noinclude>
ru9g2uyg3kmmx3qlfl7bz4vskk470js
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/292
108
1031760
3901240
2026-09-18T12:47:17Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901240
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 276 —|}}</noinclude>
è un pesce che si chiama quib al-mas, la cui carne è
rossa, priva di grasso, e ha odore simile a quello della
carne di pecora. Quando ne prendono alla pesca, divi
dono il pesce in quattro parti, lo fanno cuocere alquanto,
poi, accomodatolo in certi canestri di rami di palma, lo
sospendono al camino ad affamicare. Quand’è disseccato
interamente, ne mangiano. Se ne trasporta, nell’ India,
nella Cina, nell’Arabia meridionale.
La pianta che più di tutte abbonda in queste isole,
è quella del cocco, ed essa è pure uno dei loro alimenti
insieme al pesce. La natura della pianta del cocco è
meravigliosa. Ogni fusto produce dodici grappoli di datteri all'anno, spuntandone uno per ciascun mese, sicchè
uno di essi è ancor piccino, mentre l’altro è grosso, €
l’altro è secco, e l’altro è ancor verde, e così sempre,
senza interruzione. Gli abitanti ne ricavano del latte,
dell’olio, del miele, e del miele si fanno anche certe paste
dolci che poi mangiano con la noce disseccata della stessa
pianta. Altre piante che essi hanno, sono il Giuman (1),
l’arancio, il limone, la colocasia. Con le radici della colocasia fanno una farina con cui si fabbricano una specie
di maccheroni che poi fanno cuocere nel latte di cocco.
Simili maccheroni sono uno dei cibi più squisiti che io
abbia gustati.
Gli abitanti di queste isole son gente assai per bene,
gente devota, di molta fede e di carattere leale. I loro
alimenti son di quelli non vietati dalla legge musulmana,
sì che le loro preghiere sono sempre esaudite da Dio.
Se uno di loro incontra un altro per via, dice: Il signor
mio è Dio, il mio profeta è Maometto, e io sono un povero ignorante. — Son deboli nella complessione del
corpo, nè hanno uso di combattimenti o di difese, ma
l'arma loro è il pregare. Io, una volta, ordinai si troncasse la mano diritta ad un ladro, e svennero d’un tratto.
molti di quelli ch'erano nella sala d’udienza (2). I pirati
(1) La Eugenia Jambu dei naturalisti.
(2) L'Autore era, in quel tempo, pubblico ufficiale d'un principe
indiano in qualità di giudice, come si vedrà appresso.<noinclude></noinclude>
0nv5rjbj00qti0ptu2khb37l9j3gb4l
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/293
108
1031761
3901241
2026-09-18T12:47:22Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901241
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 277 —|}}</noinclude>see gr, —
indiani non li assaltano mai nè li disturbano, perchè hanno
saputo per esperienza che a chi li deruba di qualche cosa È
vapita poi subito una disgrazia. Se poi giungono nei loro
paraggi navicelli di nemici, questi catturano qualunque
altro incontrano, ma non fanno nulla di male agl’indigeni. Che se poi qualcuno degl’infedeli ruba loro alcun
che, fosse pure un limone, il prefetto degl’infedeli lo
punisce e lo fa picchiare in modo crudele per il gran
timore ch'egli ha di ciò che potrebbe avvenire dopo quel
furto. Se non fosse ciò, sarebbero essi la gente più vile
e spregevole agli occhi di chi loro muovesse guerta, per
la debolezza di lor complessione corporale.
In ogni isola hanno assai belle moschee, per la maggior parte fatte di legno.
Sono gente molto pulita, schiva d’ogni sporcizia e
bruttura. I più si lavano due volte al giorno per nettezza
e per cagione del gran caldo € del sudore abbondante.
Fanno poi gran uso di olii profumati, come di quello di
sandalo, e di altri ancora, è si spargono d’una mistura
di muschio e d’ambra che si trae dal paese di Maqdashau.
Uno poi dei loro costumi è questo che, quando han fatto
la preghiera del mattino, vengono le donne ciascuna dal
marito o dal figlio con l’ampolla del collirio, con l’acqua
di rose, con l’olio muschiato. Quelli allora s’applicano
agli occhi il collirio e si ungono con l’acqua di rose €
con l’olio muschiato, @ tutto ciò pulisce loro la pelle e
toglie via dal viso ogni segno di fatica e di stanchezza.
Il loro vestimento consiste in un grembiale che si cingono
e legano intorno ai fianchi in luogo di calzoni. Sul dorso
tengono un panno detto da loro il vély@n che somiglia
al vestire dei pellegrini musulmani. Alcuni recano in capo
im turbante, altri, in luogo del turbante, una piccola
pezzuola. Quando poi qualcuno di loro s'incontra per via
nel giudice o nel predicatore, si toglie dalle spalle quel
panno, si scopre il dorso, e accompagna quel tal persomaggio fino a casa. Anche questo è uno dei loro costumi,
cioè che quando un loro giovane sposa una fanciulla ed
egli va alla casa di lei, questa suol distendere sul suolo<noinclude></noinclude>
a3gy8y3cav3dp1qq2kjwbgb0io4gz6q
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/294
108
1031762
3901242
2026-09-18T12:47:27Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901242
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 278 —|}}</noinclude>Dee
drappi di cotone dalla porta della sua stanza alla porta
di casa, e gettar su quei drappi manate di conchiglie
marine, da destra e da sinistra, lungo il suo passaggio. Essa
poi si tiene sulla porta di casa e aspetta lo sposo. Quando
giunge, gli getta ai piedi un drappo che gli schiavi di
lui s’affrettano a raccogliere. Se invece la donna va alla
casa dello sposo, i drappi soglionsi distendere nella casa
di lui, e vi si gittano le manate di conchiglie, e la sposa
gitta quel panno ai piedi dello sposo quando giunge,
perchè tale appunto è lor costume nel salutare anche il
loro sovrano, nè possono fare a meno di gettar quel panno,
come appresso diremo.
Fabbricano di legno le case e ne tengono molto elevati sul suolo i pavimenti per difendersi dall'umidità,
perchè il loro paese è molto umido. E il lor modo di fare
in ciò, si è che si tagliano pietre, ciascuna delle quali è
della lunghezza di due o tre braccia, le dispongono in
un dato ordine e v’'appostano poi sopra travi di legno di
cocco, e innalzano quindi le pareti di legno. In far cotesto, essi hanno una abilità meravigliosa. Nel vestibolo
della casa, sogliono fabbricare certa camera, che essi
chiamano il mdlem, in cui si sta a sedere il signore co’
suoi amici. Ha due porte, una delle quali mette nel vestibolo stesso, e per essa entra la gente di fuori, mentre
l’altra mette nell’interno della casa e v'entra per essa il
padrone. Presso di questa porta trovasi un bacino pieno
d’acqua, con Un scodella che chiamano il valengi, fatta
di corteccia di noce di cocco, con un manico lungo due
braccia, con cui attingono l’acqua dai pozzi che Son poco
profondi.
Tutti là, siano di grado umile 0 alto, vanno a piedi
nudi. Le loro vie, su cui adoprano la scopa, sono tutte
pulite, ombreggiate dagli alberi, e chi vi cammina si
trova come in un giardino. Con tutto ciò, chiunque entra
in casa deve lavarsi i piedi con l’acqua che trovasi nel
bacino del malem, e asciugarseli poi con uno strofinaccio
grossolano tessuto di filamenta di palma, posto là appunto
per cotesto. Allora può entrare in casa. Il simigliante fa<noinclude></noinclude>
mf02rdampzrwoj4xw3qhq3q1qapohd8
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/295
108
1031763
3901243
2026-09-18T12:47:32Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901243
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 279 —|}}</noinclude>ZO fi
chiunque entra in una moschea. Tra lor costumi è anche
questo, che cioè, quando capita da loro qualche naviglio,
escono ad incontrarlo certe piccole barchette con gente
delle isole che reca betel e noci fresche di cocco. Ciascun
di loro offre di queste cose chi egli più vuole della
ciurma, e questi gli diviene ospite e gli porta e depone
in casa le derrate sue come se fosse uno de’ suoi congiunti. Quello poi dei così sopravvenuti che desidera
ammogliarsi, s'ammoglia. Quando poi è giunto il tempo
del suo partire, fa divorzio con la moglie sua, perchè le
donne di là non sogliono uscir mai dal loro paese. Nel
caso poi ch'egli non yammogli, le donne della famiglia
presso la quale è disceso cOme ospite, gli fanno cuocer
le vivande, lo servono, gli fanno le provvigioni per il
giorno in cui dovrà partire, e si contentano, in ricambio,
del più piecolo profitto.
I navigli traggono € trasportano da queste isole di
quel pesce di cui avanti abbiam fatto menzione, e noci
di cocco e grembiali e mantelli e turbanti. Questi son
tutti di cotone. Ne trasportano anche vasi e utensili di
rame che abbondano presso di loro, anche conchiglie
marine, anche del qanbar, cioè filamenta della pianta del
cocco. Queste filamenta essi le fanno macerare in certe
fosse lungo la sponda del mare, le battono poi con mazze
di ferro. Le donne le filano, e se ne fanno corde da tener
insiem congiunte le tavole dei navigli, e se ne mandano
in Cina, in India, nell’ Arabia meridionale. Sono migliori
delle corde di canapa. Gon tali corde son ‘congiunte è
tenute insieme le navi d’India e dell’ Arabia meridionale,
perchè quei mari abbondano di scogli, € le navi, quando
son tenute insieme con chiodi di ferro, v'urtano dentro e
si sfasciano; quando invece Sono tenute insieme con C0teste corde, queste si gonfiano per lumidità e mon si
frangono.
La moneta che è in uso in queste isole, consiste in
conchiglie marine. Son molluschi che quegli abitanti raccolgono nel mare, indi depongono in certe fosse che hanno
sul lido, dove la loro carne si consuma rimanendone sol-<noinclude></noinclude>
hsl9xl0ttf76gkvzobz92mx3k981bbh
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/296
108
1031764
3901244
2026-09-18T12:47:38Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901244
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 280 —|}}</noinclude>oggi
tanto la bianca parte ossea. Se ne vendono centomila per
un dîndr d’oro. Sovente però hanno tanto poco valore
da vendersene un milione e duecentomila per un solo
dinar. Gli abitanti. ne vendono, per del riso, @ quelli del
Bengala. È questa pure la moneta in uso presso la gente,
appunto, del Bengala. Questa gente poi delle Maldive ne
vende a quella dell'Arabia meridionale, e ve la porta, in
luogo di zavorra, nel fondo dei loro navigli. Simili conchiglie sono pure la moneta corrente nel Sudan, e io ho
veduto già che,.@ Mali e a Giùgiu, se ne vendevano
mille e cento cinquanta per un solo dîinar d’oro.
Le loro donne non usano coprirsi 0 velarsi il capo, €
il simigliante fa la loro sovrana. Si pettinano i capelli e
se li raccolgon tutti da una parte del capo, e la maggior
parte di esse non si veste d'altro che di un. solo guarnello che le ricopre dall’umbilico fino ai piedi. Così, la
maggior parte, della persona rimane scoperta, € così esse
camminano, per le piazze e per le vie. Quand’io teneva
l'ufficiodi giudice in quelle isole, mi studiai molto di
togliere cotesto costume ordinando loro di vestirsi; ma
non potei farne nulla. Soltanto potei ottenere che non
entrasse da me, per trattar di qualche lite, aleuna donna
che non fosse coperta della persona; ma, tolto ciò, non
mi fw dato di poter far altro. Alcune di esse. tuttavia
indossano anche certe sopravvesti ‘al di sopra del guarnello, e queste recano maniche corte e larghe. Io ebbi
già con me alcune fantesche che andavano vestite secondo
la moda: degli abitanti di Deli e si velavano il capo, ma
ciò le guastava più di quanto le abbellisse, da che non
avevano l’abitudine di acconciarsi in quella maniera.
Ornamenti loro sono certi braccialetti, dei quali ogni
donna usa recarne tanti da coprire il braccio dal pugno
al gomito. Sono d’argento, e nessuna ne porta d’oro se
non le donne del Sultano e de’ famigliari di lui. Hanno
pure gambalini alla caviglia del piede e collane d’oro
che recano pendenti sul petto. Cosa poi nuova e strana
nel loro modo. di fare si è questa ch’esse vanno a servir
per mercede, e il prezzo n'è una somma convenuta che
te et
papera
Ù1‘è<noinclude></noinclude>
krkr3txcie1bzs4a9k7x5ghcvus7c4d
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/297
108
1031765
3901245
2026-09-18T12:47:43Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901245
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 281 —|}}</noinclude>cera
non supera i cinque dînàr. Il far loro le spese tocca @
chi le prende a mercede, nè esse scorgono in tutto ciò
alcun che di biasimevole; anzi la maggior parte delle
loro figliuole fanno così appunto, e però ti avverrà di
trovarne dieci e fin venti in casa d'un ricco. Il prezzo
d’ogni vaso 0 suppellettile che per easo rompono 0 infrangono queste fantesche, è a carico loro. Quando poi una
di esse intende di uscir da una casa per passare in
un’altra, la famiglia della éasa nella quale essa sta per
passare, le consegna quella somma di denaro per la quale
essa si viene obbligando, ed essa la rimette alla famiglia
della casa da cui è uscita. La somma rimane, per tal
modo, ai primi padroni (1). Filare il ganbar è il princi
pale ufficio di queste fanciulle prese @ mercede.
L'ammogliarsi è affare agevole assai in queste isole
per la tenuità della dote che si dà alle spose 6 per la
facilità con cui si può star con donne. La maggior parte
degli sposi non suol nemmeno parlar di dote (2), e basta,
per l’atto di matrimonio, pronunciar la formola di fede
musulmana e fissar solo quel tanto che la legge impone.
Quando poi giungono navigli di fuori, quelli della ciurma
sposano qualcuna di coteste donne; ma quando voglion
ripartire, le ripudiano. È questa una specie di matrimonio temporaneo con risarcimento di danni alla sposa
ripudiata. Esse, come ho detto, non escono mai dal loro
paese. Io poi, in tutto il mondo, non ho trovato più bella
compagnia di queste donne. Là, la donna non affida @
nessun'altra l’ufficio di servire suo marito; ma essa stessa
gli porta il pasto, gli sparecchia la tavola, gli lava le
mani, gli reca l’acqua per le abluzioni di rito (8), gli
copre i piedi quando si mette @ dormire. Uno poi dei
loro costumi è pur questo che la moglie non mangia mai
in compagnia del marito, nè questi deve saper mai che
si mangi sua moglie. Io, quand'era là, vi ho sposato più
(1) <intende per rifarsi del mantenimento della fanciulla,
(2) Che, secondo la legge, deve essere data dallo sposo.
(3) Abluzioni giornaliere prescritte dalla legge musulmana,
IMMAMETRER<noinclude></noinclude>
9mt62xj9nukoboq0y6hid8osqmkrlra
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/298
108
1031766
3901246
2026-09-18T12:47:48Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901246
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 282 —|}}</noinclude>SA
donne, e qualcuna, per desiderio mio, stette @ mangiar
con me; ma altre non vollero mangiar mai con meé, nè
potei mai vedere cosa si mangiassero in disparte, nè mi
aiutarono in ciò le molte astuzie che v’ho adoperate.
(dall'arabo d’ Ibn Batùta).
2. Le sorgenti del Nilo.
Intorno alle sorgenti del Nilo, al suo principio e al
suo termine, gli storici hanno manifestato opinioni diverse
(1); ma i più, e tra questi Hafiz ibn Kethîr nella sua
Storia grande, asseriscono che esso ha principio dalle
montagne di Al-Qumr, che vuol dire le montagne bianche,
ovvero di Al-Qamar, cioè dalle montagne della Luna. Si
stendono, queste muntagne, lungo la parte occidentale
della terra, oltre la linea dell’Equatore, dalla parte di
Mezzogiorno. Si dice che siano di color rosso. Ora, di
tra queste montagne sgorgano diverse fonti che si raecolgono in dieci correnti diverse e distanti fra loro, di
cui poi cinque si riumiseono in un lago, e cinque in un
altro. Sei correnti escono da questi due laghi, che vanno
tutte a ricongiungersi in un altro, dal quale poi esce un
fiume solo che è il Nilo.
Il Nilo passa per la terra del Sudan rasentando
l’Abissinia; viene in Nubia e alla città più grande della
Nubia che è Dongola, poi nel deserto di iene, indi appare nel territorio d’Egitto dove porta la piena delle
acque piovane, e dove deposita gran parte del suo limo,
il quale è sempre di grande necessità in Igitto dove le
pioggie sono scarse e non vi bastano ai campi seminati
e alle piante. Il suolo d’Egitto, inoltre, è sabbioso e non
produce alcun germoglio se non quando sopraggiunge il
Nilo con la sua piena e col suo limo, e allora esso vi fa
germogliare tutto ciò che occorre agli abitanti. È adunque
(1) Cfr. Ovidio nelle Metamorfosi (LI, 254-505); Nilus in extremum fugit
perteriitus ovbem, occulvitque caput, quod adhue latel.<noinclude></noinclude>
7jdn5g0k1rdolb0y63iaadyk8m1ey2j
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/299
108
1031767
3901247
2026-09-18T12:47:53Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901247
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 283 —|}}</noinclude>il fiume della terra più degno d’essere compreso tra quelli
di cui Iddio altissimo dice: « Non vedono essi che noi
mandiamo l’acqua sulla terra sterile, da cui facciamo germogliare i semi, dei quali poi si alimentano lor bestiami
e loro stessi?Non vedono forse tutto cotesto? » (1).
Il Nilo, oltrepassata di poco la città di Misr (2), si
divide in due rami presso una città posta sulle sue sponde
che si chiama Shetnùf ed è della provineia di QolyUb.
Uno di questi rami, l’occidentale, passa presso Rashîd (3)
e lA si getta nel Mediterraneo. L'orientale si divide alla
sua volta in due altri rami presso Giangiar, dei quali
quello ad Occidente, passando da Damiata, si getta nel
Mediterraneo, mentre quello ad Oriente, passando per il
territorio di Ushmùn Tannàh, si perde in un lago ad
Oriente di Damiata, detto il lago di Tennîs e anche
lago di Damiata. Tutto questo Corso del Nilo, dal principio alla fine, è di una lunghezza estrema, e però l’acqua
n'è considerata come la più leggera 6 sottile di tutte le
acque.
(Segue il racconto d’alcuni viaggi, intrapresi per ordine
dei Califfi, a fine d’esplorare le fonti del Nilo).
Ibn Zavlàq, nella sua storia, racconta di un Califfo
d’Egitto come avesse dato ordine a certe persone di recarsi
fin la donde sgorga il Nilo, e come essi andassero finchè
si trovarono presso un’alta montagna, dalla sommità della
quale si precipitava l’acqua con tale impeto e rimbombo
da far sì che nessuno intendeva l’altro quando parlava.
Uno di essi cercò un pretesto per salire fino al vertice
del monte, a fine di scoprire ciò che fosse di la da esso.
Ma, quando vi, fu giunto, ecco ch'egli incominciò @ ballare, a batter le mani, a ridere. Andando poi qua e là
per la montagna, non ritornò più, e i suoi compagni
nulla più seppero di lui. Un altro vi salì per vedere che
fosse mai avvenuto del suo compagno, ma fece come lui.
(1) Passo del Corano.
(2) Cioò il Gaîro, Al-Qahira, che in arabo significa (città) nittoriosa.
(3) Cioò Rosetta, in cui fu trovata la ce lebre tavola trilingue che
diede la chiave al Champollion per interpretare i geroglifici egiziani,<noinclude></noinclude>
5nsk36nvcnip5vqe9o1i42536pq7wem
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/300
108
1031768
3901248
2026-09-18T12:47:58Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901248
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 284 —|}}</noinclude>rae
— 284—
Un terzo, allora, volle salirvi, ma, prima, tenne agli
altri questo discorso: ‘Legatemi con una fune intorno ai
fianchi. Quando sarò giunto là dove sono giunti gli altri
due, se io farò come essi hanno fatto, traetemi giù di forza
in modo ch'io non possa andar oltre. — Fecero così come
egli volle. Quando però fu sulla cima della montagna e
cominciò a fare come gli altri due avevan fatto, lo trassero con la fune. Si dice ch’egli tornò di là privo della
parola. Non rispose alle domande dei compagni, ma morì
nel momento stesso. La compagnia dei viaggiatori ritornò
a dietro, e non se ne seppe nulla di più.
A questo proposito, AlI-Leyth ibn Saad (che Iddio gli
abbia misericordia!) raccontava:
È venuto a conoscenza mia per tradizione che un
uomo dei Benî Al-Eys (1), di nome Haid ibn Abì Shalùàm....
della discendenza d’Ibràhîm (benedizione a lui e pace!),
uscì, un tempo; dal suo paese fuggendo da uno di quei
re, e si ridusse nella terra d’Egitto, dove stette per alcuni anni. Quand’ebbe notato le meraviglie del Nilo e
ciò ch’esso fa in Egitto, promise in voto a Dio altissimo
ch’egli non ne avrebbe abbandonato la sponda finchè non
ne fosse giunto alla fine e là donde esso scaturisce, e che,
piuttosto, sarebbe morto, quando non gli fosse avvenuto di
far tanto. Dicono alcuni a questo proposito ch'egli andò
trent'anni per paesi abitati, e trenta per disabitati; ovvero, come altri dicono, anni quindici per paesi abitati,
e altri quindici per disabitati, finchè giunse ad un lago
verde. Notò che di là appunto per poi continuare si
spicca il Nilo (2). Come fu montato sulla riva del lago,
g imbattè in un uomo che stava là pregando sotto un
albero di pomi.
Quando l’ebbe veduto, quasi già famigliarizzatosi con
lui, gli fece un saluto, e l’uom dell’albero gli disse: Chi
sei tu? — Rispose: Io sono Hàid ibn Abì Shalom ibn
Al-Eys della discendenza d’Ibràhîm. — E il solitario:
1) Cioè dei discendenti di Esaù (Eys) figlio d’Isacco, figlio di Abramo
(Ibrahîm), secondo la Bibbia.
2) Cioò esce dal lago, che però non è ancora l’origine del Nilo,
î=)<noinclude></noinclude>
b1cok3k06rqxs7apv3ivhs31k50q9nh
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/301
108
1031769
3901249
2026-09-18T12:48:04Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901249
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 285 —|}}</noinclude>
Qual motivo, 0 Hàid, t ha guidato fin qui? — E Haid:
Dimmi tu.prima chi sei tu! — To sono: Amran.... della
discendenza d’Ibrihîm. — E Hàid allora: To son venuto
per esplorare il Nilo. Ma a te che è mai avvenuto perchè
dovessi tu ridurti in questo luogo? — E il solitario:
Tadio altissimo mi ha rivelato che dovrò rimanermi qui
finchè non mi pervenga un Suo comando. — Dimmi ora,
o Amràn, che sai tu del Nilo, e se ti è mai giunta.notizia che qualcuno dei discendenti d’Adamo ne abbia
rinvenuto le sorgenti. — Ma sì! rispose Amràn. Ho saputo che uno della discendenza dei Benî A\-Rys vi giungerà, e io penso che, non possa essere altri che te, 0
Haid. — Allora, domandò Haid, indicami, 0 Amràn, la
via perch’io vi possa giungere! — To non te ne farò
saper nulla, rispose Amràn, se prima non mi avrai promesso di fare ciò di cui t'avrò richiesto. — E che è ciò,
o Amràn?
E Amràn: Quando sarai di ritorno qui da me, se io
sarò ancor vivo, starai presso di me finehè Iddio altissimo mi faccia intendere la sua ‘volontà, ovvero finchè
jo sarò morto. Tu allora mi darai sepoltura. Se invece,
tornando, mi troverai già morto, mi seppellirai, indi te
n’andrai liberamente. — E Haid: Hai la mia promessa!
— Cammina tu intanto, ripigliò Amràn, come hai camminato fino ad oggi lungo il lago. Ad un dato punto ti
verra incontro certa bestia da cavalcare di cui tu vedrai
la parte posteriore, non l'anteriore.Non ne aver timore,
ma saltale in groppa. Essa è una bestia nemica del sole,
la quale, quand’esso spunta, gli si avventa contro per
ingoiarlo (1). Ti trasporterà all’altra sponda del lago,
dove poi, andando su di essa, t imbatterai di nuovo nel
Nilo, lungo il quale camminando, giungerai ad una terra
di cui le montagne son di ferro, di ferro gli alberi e il
suolo. Quando l’avrai attraversata, ti troverai in una
(1) Idea indiana (secondo cui il mostro Ràhu tenta d’ingoiare ora
il sole, ora la luna; nel qual mito sono adombrati gli eclissi) venuta ai
Musulmani (e qui applicato a sproposito) che, in astronomia, appresero
non poche cose dagl'Indiani (Vedi: L'Istamismo, cap. VI, $ "è
trae a ani
e<noinclude></noinclude>
faaquwwjvelxli9fq9vd5erckj8jwli
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/302
108
1031770
3901250
2026-09-18T12:48:09Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901250
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 286 —|}}</noinclude>|Cost
Sete
— 286—
terra di cui i monti, gli alberi, il suolo, sono di rame.
Andando oltre, verrai in una terra, di cui i monti, gli
alberi, il suolo, sono d’argento. Oltrepassata quella terra,
ti troverai in un’altra, di cui i monti, gli alberi, il suolo,
sono d’oro (1). Là ti sarà data l’ultima, total notizia di
quanto concerne il Nilo.
HAid adunque si pose in cammino e giunse così fino
alla.terra dell’oro. Andando per essa, giunse ad una
muraglia, d’oro anch’essa, poi ad un terrazzo d’oro,
esposto al sole, poi ad un edifizio d’oro che aveva quattro
porte. Vide che dall’alto della muraglia si precipitava
una gran cascata d’acqua, che, quando giungeva là dall’edifizio d’oro, vi passava e ne usciva per le quattro
porte; senonchè, l’acqua che usciva da tre di esse, andava
a perdersi sotterra, mentre quella della quarta tenevasi
sulla superficie della terra, ed era appunto la corrente
del Nilo. Bevve egli di quell'acqua, e là si riposò alquanto. S'incamminò poi verso la muraglia per salirvi,
ma gli si parò dinanzi un Angelo che gli disse: Fèrmati,
Haid, costì! Qui si termina ogni faccenda tua quanto al
Nilo, e qui sta il Paradiso, e il Nilo discende appunto
dal Paradiso. — E Hàid: Io vorrei ben entrarvi, disse,
per vedere che ci si fa! — Oggi, o Haid, non puoi entrarvi. — E che è, domandò Hàid, tutto cotesto che io
veggo? — È la ruota celeste, rispose l'Angelo, su cui si
volgono il sole e la luna, e ha la forma d’una macina
da mulino. — E Hàid: Io vorrei montarvi sopra e far
su di essa un giro.
Alcuni dottori asseriscono ch’egli vi montò sopra
veramente e che fece un giro tutto intorno al globo terrestre. Altri sostengono che non vi salì. L'Angelo gli fe’
anche intendere che gli avrebbe recato un alimento dal
Paradiso del quale egli avrebbe potuto cibarsi finchè fosse
vissuto, purchè non gli avesse preferito un altro cibo. Si
dice adunque che gli apportasse un grappolo d’uva rossa,
(1) Grossolano cenno alle ricche miniere ch’erano o si sipponevano
essere nella parte più interna dell’Africa, e anticipata fola dell'oro che
noi avremmo dovuto trovare nella nostra Colonia Eritrea!<noinclude></noinclude>
t7i9a7lh3y8nf60zrpvjnudnjxmed0a
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/303
108
1031771
3901251
2026-09-18T12:48:14Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901251
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 287 —|}}</noinclude>
e che, quando si ritornò a dietro, s'imbattè in quella
bestia da cavalcare. Vi saltò in groppa, ed essa lo portò
fin la dall’isoletta dove trovò l’amico Suo, Amràn, ch'era
già morto, e a cui egli, come esso Amràn gli aveva im
posto, die’ sepoltura. Gli si presentò allora il Diavolo
sotto l'aspetto d’un vecchio. Recava dei pomi, e tanto
s’adoprò con astuzia che Hàid mangiò di quei pomi. Cessò
allora la virtù penefica del grappolo, ed egli se ne avvide
e se ne pentì, ma inutilmente. Ritornò in Egitto, dove
morì.
È questa la sostanza del racconto. Ma tu sappi, e
lettore, che non cè alcun dubbio intorno alla sua assuldità (1).
(dall’anabo di AI-Mendfi).
8. Descrizione del MAzenderàn (2).
Acconciamente dal liuto un suono
Trasse (3) e Su quello incominciava un canto,
Una canzon che dal Mazènd (4) venìa:
La nostra terra del Mazènd un canto
Abbia da noi. Deh! possa eternamente
Esser beata quella terra!Sempre
Son rose ne’ suoi orti e sovra i monti
Crescon giacinti e tulipani. È Varia
Salubre e mite, sparso il suol di fiori;
Ardor non v'è, non freddo, ma vi regna
Primavera perenno. Entro i giardini
Cantano gli usignuoli e per li prati
presta
(1) L'Autore ha riferito tntte queste favole quali documenti storici
intorno a ciò che prima di Jui si credeva e spacciava come Vero intorno
al Nilo, non per altro, ® così abbiam fatto noi.
(2) È la regione aspra ® montuosa, tutta 2 foresto, che Sì stende
al sud del Mar Gaspio, detta Mazana nel libro sacro di Zoroastro, l’Avesta, corrispondente in parte alla Media degli Antichi.;
(8) È un Devo (cioò un demone) abitatore, come tanti altri, del
Mazenderàn, secondo l'epopea persiana, che, venuto nel cospetto di Kavus, re dell'Iran dei tempi eroici, gli descrive il paese donde è venuto.
(4) Raccorciato da Mazenderàn per ragione del verso.<noinclude></noinclude>
fvpvpclcektf83aax0iug04s4rw4ibx
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/304
108
1031772
3901252
2026-09-18T12:48:20Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901252
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 288 —|}}</noinclude>dàdietedei
Sa pggt®
Errando vanno le gazzelle e mai
Non posan esse dal cercar l’amena
Campagna intorno. Son colori ovunque
Per tutto-l’anno e fragranze e profumi,
E direstù che ne’ ruscelli suoi
Acqua scorre di rose onde nostr’alma
Sente ignoto conforto e si rallegra.
Di Dey nel mese e di Behmèn, nei giorni
Di Adhàr e Ferverdìn (1), sempre tu vedi
Quel suol tutto fiorir di tulipani,
Chè tutto l’anno vi ride di fiori
Ai ruscelletti il margo; e vi son falchi
Pugnaci, intenti a far lor preda. E quella
Terra è ‘opulenta in ogni suo confine
D’assai drappi e monete e d’ogni cosa
Eletta e cara. Le fanciulle sue
D'oro han corone ed ogni suo più illustre
Cingesi un cinto d’or. No, chi quell’alma
Terra non abitò, non fu mai lieto
D’alcun desio dell’anima e del core!
(dal persiano di Firdusi).
4. L’idolo di Somnàta e).
Fra le meraviglie della città di Somnàta è anche un
tempio in cui trovasi un idolo che si sta collocato nel
bel mezzo di esso, e non ha di sotto alcun piedestallo
che lo sostenga, nè di sopra alcuna fune o catena che lo
regga. Il concetto che gl’Indiani hanno di tale loro idolo,
è grande, e chi lo vede così sospeso in aria, ne stupisce.
Gl’Indiani si recano pellegrinando a visitarlo e gli por-tano in dono ogni cosa preziosa, ed esso possiede tanti
legati pii che superano l’entrata di diecimila villaggi.
(1) Mesi del calendario persiano che rispettivamente corrispondono
ai nostri di Dicembre, Gennaio, Novembre, Marzo-Aprile.
(2) Nome d’una città indiana, nella regione di Gugeràt, sull’Oceano
indiano. Corrisponde al sanserito Soma-ndtha (il dio Luno).<noinclude></noinclude>
hkmvvl3hk2bobco5ozdwc55il0z116x
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/305
108
1031773
3901253
2026-09-18T12:48:25Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901253
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 289 —|}}</noinclude>So
Guardiani del tempio sono mille persone Scelte tra i
Brahmini, ordinate al culto dell’idolo e al servizio dei
pellegrini che giungono al tempio. Questo è stato fabbricato sopra cinquantasei colonne di legno di sdgi (1), tutte
rivestite di piombo. La cupola sotto la quale è stato collocato l’idolo, è tutta oscura, ma riceve luce da certe
lampade sospese che sono di metallo prezioso. E v'è là
daccanto una catenella d’oro, la quale, al termine d’ogni
vigilia della notte, è scossa, e allora suonano le campane e si leva una parte dei Brahmini e viene alla adorazione.
Si racconta che, quando il Sultano Yamîn al-Daula (2),
infestando l'India, vide anche quest’idolo, se ne meravigliò molto, € che disse a’ suoi compagni d’armi: Che
pensate voi di quest’idolo e di questo suo tenersi sospeso
in aria senza un piedestallo, senza una fune o una catena? — Dev'essere sospeso, rispose qualcuno, & qualche
sostegno, ma quel sostegno non è visibile. — Ma un altro
fra gli astanti osservò:Io penso che la volta sia tutta
di pietra di calamita e che l’idolo sia di ferro, e che chi
l’ha fatto, si è sforzato di toccar la maggior precisione
nell’opera sua rendendo perfettamente uguale la trazione
della calamita da tutte le parti. — Vi fu chi convenne
con quel tale in questa opinione, e vi fu chi ne discordò.
Ma quando il Sultano ebbe fatto levar dall’alto della cupola soltanto due pietre, l’idolo pencolò subito da una
parte. Si levarono man mano altre pietre, e l'idolo calò
finchè si rovesciò sul pavimento.
(dall’arabo di Al-Qazvîni).
(1) Si pronunci sdg’ col g palatale 0 schiacciato, È la tectona grandìs
dei naturalisti, albero indiano d’alto fusto (Vullers, Leaicon persico-lat.,8xV»).
(2) Soprannome (che in arabo significa Mano destra dell'impero) dato
al Sultano Mahmîad della casa dei Ghaznevidi, signore dell'Iran orientale a principio dell'XI secolo d. 0. Il fatto a cui qui si allude, accadde
nel 1024.
Italo Pizzi — Fiuri d° Oriente
19<noinclude></noinclude>
pb9eqkbmccyk1zdiovl3rwukrzdzrwz
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/306
108
1031774
3901254
2026-09-18T12:48:30Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901254
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 290 —|}}</noinclude>5. La regione del Caucaso,
Dice Al-Masùdi:
La montagna del Caucaso costituisce una gran catena di monti e forma un’ampia e bella regione che
comprende molti regni e molte nazioni. Ve ne sono, infatti, settantadue, e ogni nazione ha un suo proprio re
e una lingua propria, differente dalle altre. Vi sono gole
e valli profonde, e là dove sboccano e s’incontrano di
verse di queste valli, trovasi la città di Bàb al-Abvàb che
il re Kisra Anùshirvàn (1) fabbricò ad un punto di mezzo
tra la catena dei monti e il Mar Caspio. Vi condusse
anche una gran muraglia che per il tratto d’un miglio
avanza nel mare da una parte, e dall’altra corre sulla
montagna caucasica salendone i punti più alti e discendendone fino alle valli e alle gole più profonde, e ciò per
la lunghezza di quaranta parasanghe finchè va a terminare
la da un castello detto del Taberistàn (2). Lo stesso principe
fece fare in questo gran muro, alla distanza di tre in tre
miglia, ora più ora meno secondo l’importanza della
strada che passava di là, una porta di ferro (3), e presso
ogni porta, dalla parte di dentro, pose un presidio, scelto
tra quelle popolazioni, a custodia di essa porta e di quel
tratto di muro che è contiguo alla porta. Tutto ciò egli
fece per difendersi dall’infestare delle genti barbare che
vivono insieme su quelle montagne, cioè Khazari, Alàni,
Turchi di razze diverse, Serîri, e altre fra le diverse
nazioni infedeli (4).
La regione montagnosa del Caucaso è tanto vasta,
ampia, lunga e alta, che, per vederla partitamente,
(0) È il celebre re di Persia, Chosroe (Kisra) il grande (531-578 d. C,),
soprannominato Anwshirvan che in persiano significa anima immortale.
(2) Altra regione caucasica, patria del celebre storico musulmano
Al-Tabari.
(8) Perciò appunto, come è detto sopra, la città è detta Bab al-Abvab
che in arabo significa la Porta delle porte. In persiano, la gran muraglia
è detta Derbend, cioè la barriera.
(4) Cioè, secondo l’intendimento dell’ Autore, non musulmane.<noinclude></noinclude>
cawf3wsthi2cqzlqqzchaq3d7bm3xzm
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/307
108
1031775
3901255
2026-09-18T12:48:35Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901255
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 291 —|}}</noinclude>
richiederebbe due mesi di tempo, anzi più ancora. Vi
sono poi tutt’all’intorno tanti popoli e nazioni diverse che
Iddio soltanto (che sia glorificato ed esaltato }) che le ha
create, potrebbe numerarle. Una di tante sue convalli riesce
nel Mar Caspio nelle vicinanze di Bàb al-Abvàb, come or
ora s'è detto; e un’altra riesce nel Mar Nero, il quale si
prolunga fino allo stretto di Costantinopoli. Su questo
mare è pure Trebisonda, città posta sulla sponda marittima, e nella quale si tengono annui mercati. Vi si raccolgono allora molte nazioni per loro traffici, Musulmani,
Bizantini, Armeni e altri, oltre quelli che vengono dai
paesi dei Circassi.
Il re Andishirvàn, come ebbe edificato questa città
che ora chiamasi Bab al-Abvab, e questa gran muraglia
per terra e per mare e per monti, vi pose ad abitare
nazioni e genti diverse, vi elesse dei re a cui assegnò
grado e ufficio, e stabilì lor nomi e determinò i confini
di loro sovranità, come appunto aveva fatto il re Ardeshîr
quando assegnò a diversi principi il governo del Kho‘assan (1). Fra cotesti sovrani che Anùshirvàn pose a
governare nelle regioni caucasiche, quali ora confinano
con paesi musulmani dalla parte di Berda, si trovò uno
che chiamavasi Shirvàn, e perchè il nome del suo regno
chiamasi pure Shirvàn, così egli si fece poi chiamare
Shirvàn-shàh (2). Tutti i re che gli succedettero poi in
quel regno, si fecero chiamare con lo stesso nome.
Queste montagne poi hanno tante valli e gole e forre,
che le nazioni che vi abitano, mon si conoscono luna
l’altra, e ciò perchè ogni monte v'è aspro, inaccessibile,
e cela il vertice fra le nubi, e perchè vi son troppi luoghi
selvaggi e incolti e troppe selve, e perchè i corsi delle
acque vi s'intricano e confondono, e perchè le rupi e le
roccie vi sono scoscese e alte assai. Il primo di quei sovrani, quale appunto chiamavasi Shirvàn, si appropriò
molte delle terre montuose che il re Kisra Anùshirvan
aveva assegnate ad altri quando spartì quelle regioni.
(1) Ardeshîr, primo della casa dei Sassanidi, re di Persia dal 226 al
241 d. O.
(2) Gioò re (shéh) di Shirvan.<noinclude></noinclude>
fnpk5fz8msd72mynluk5mxs89az0exl
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/308
108
1031776
3901256
2026-09-18T12:48:41Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901256
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 292 —|}}</noinclude>\diledaca
(Segue la descrizione del regno dei Khazari e dei
Bulgari):
La capitale del regno dei Khazari era già la città
che si chiama Semender, abitata oggi da una popolazione
della loro stessa razza. Ma, da che essa fu conquistata
nei primi tempi dell’Islamismo, e chi la conquistò fu
Suleyman ibn Rebîa al-Bahili (che Iddio gli usi misericordia!) (1), la sede del governo fu tramutata nella città
di Amol, a sette giorni di distanza da Semender. Amol
pertanto è la città in cui abita il re dei Khazari in questo
tempo nostro, ed è divisa in tre parti da un gran fiume
che discende dai luoghi elevati, abitati dai Turchi, e da
cui si stacca un ramo presso il territorio dei Bulgari che
si getta nel Mar Nero. La città è disposta sulle due rive
del fiume, e v'è un’isola nel mezzo, nella quale, all’estremità di essa, sono il palazzo e il castello reale. E vai
un ponte di barche che la congiunge ad una delle due
sponde. Gli abitanti son tutta una popolazione di Musulmani, di Cristiani, di Giudei, di Pagani. Il re, i famigliari suoi e quei Khazari che sono della sua parentela,
son tutti giudei. Il re abbracciò il Giudaismo. al tempo
del Califfo Hàrîn al-Rashîd. Vi si son poi raccolti molti
Giudei, perchè, in parte, vi si tramutarono da tutti i paesi
musulmani all’intorno, e, in parte, da paesi sottoposti
all’ Impero bizantino. Avvenne cotesto perchè l’ Imperatore greco di questo nostro tempo che è l’anno 332 (2),
cioè Armands (3), volle costringere i Giudei ch'erano nel
suo Impero, a farsi cristiani. Tale persecuzione li disgustò, ed essi uscirono dal paese.
I Pagani che abitano queste contrade, sono di nazìoni
fra loro diverse, di cui parte sono Slavi e parte Russi.
Questi, cioè gli Slavi e i Russi, abitano soltanto in una
delle due parti in cui la città è divisa. Hanno per costume di bruciare i morti insieme alle cavaleature, agli
(1) Uno dei generali del secondo Califfo, Omar, che regnò dal 634
al644d.O.
(2) Anno dell’Egira, cioè 983 d. O.
(3) L'imperatore Romano Lacapeno.<noinclude></noinclude>
5y19imey5ynauoklc4kxh2zzie3hv7n
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/309
108
1031777
3901257
2026-09-18T12:48:46Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901257
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 293 —|}}</noinclude>2
anititti
i pag
ornamenti, agli oggetti già appartenenti alla persona
morta. Quando poi muore un di loro, si arde con lui
anche la moglie sua e si arde viva. Che se invece
muore una donna, il marito non si suol ardere con lei.
Se muore un celibe, gli si dà, pur dopo la morte, una
sposa. Le donne poi desiderano assai di farsi bruciare
perchè credono d’entrare in Paradiso con l’anima dei loro
mariti. Cotesto è pure un costume degl’ Indiani, eccetto
che gl’ Indiani non sogliono bruciar la donna col marito
suo se non quando essa vi acconsente,
La maggior parte tuttavia degli abitanti del paese è
di Musulmani, perchè son quelli che formano l’esercito
del re. Nel paese, sono conosciuti sotto il nome di Larisivya, e sono gente migrata dalle contrade presso il Kharezm (1). Nei primi tempi, quando l’Islamismo era appena
comparso, furono guerre e pestilenze in quei paesi, ed
essi, uscendo di là, passarono nel reame dei Khazari.
Son gente valorosa e di grand’animo e coraggio, e il re
dei Khazari, nelle sue guerre, confida in essi interamente.
Essi però si stabilirono nel paese sotto diverse condizioni, tra le quali quella dell’esercitar liberamente e pubblicamente il culto musulmano, quella dell’aver loro
moschee, quella del bando pubblico della preghiera (2),
quella che la dignità di Visir del regno (3) sarebbe loro
appartenuta. E veramente, anche ai nostri giorni, il gran
Visir è uno di loro, cioè Ahmed ibn Koveyh. Altra condizione si è questa che, quando il re dei Khazari trovasi
a far la guerra contro gente musulmana, essi se ne stanno
in disparte, separati dal restante esercito di lui, e ciò per
non portar le armi contro gente di lor religione. Le portano invece con lui contro ogni altra gente di tra gl’infedeli. Ai nostri giorni, cavaleano insieme al re intorno
a settemila arcieri con usberghi, elmi e maglie. Alcuni
recano anche lancie e aste, e sono forniti e vestiti d’armi
(1) Regione nella parte più orientale dell’Iran, la Chorasmia degli
Antichi,
(2) Cioè per mezzo del banditore.(arab. muezsin) dall'alto dei minaveti presso le moschee,
(3) Cioò il primo ministro,<noinclude></noinclude>
7meauf1uwpz9tesfma2zokuso8ipnan
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/310
108
1031778
3901258
2026-09-18T12:48:51Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901258
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 294 —|}}</noinclude>Capo E
al modo degli altri Musulmani. Hanno pure giudici di
religione musulmana. È regola poi della capitale di aver
Sempre sette giudici, due per i Musulmani, due per i
Khazari, e questi danno le sentenze secondo la legge mosaica, due per quelli tra la gente che sono cristiani, ed
essi giudicano secondo i Vangeli, e uno per gli Slavi e
i Russi e per gli altri Pagani tutti. Questo giudice decide
e sentenzia secondo la consuetudine pagana, che è un
conformarsi al ragionamento e al senso comune. Quando
però si presenti qualche caso grave sul quale non sappiano come decidere, si fa ricorso ai giudici musulmani,
Si deferisce loro la decisione, e gli altri si conformano a
quanto impone la legge musulmana. Nessun altro principe d'Oriente di cotesti paesi tiene con sè milizie mercenarie, se non questo re dei Khazari. Ogni musulmano poi
che vi abita, è conosciuto tuttavia sotto il nome della gente
dei Làrisiyya (1); e gli Slavi e i Russi, che già abbiamo
detto essere Pagani, appartengono pure alla milizia del re
e sono addetti al suo servizio. Vi sono poi molti altri
Musulmani, che non sono dei Larisiyya, e son dati ai
commerci e alle arti manuali, tramutatisi volentieri in
questo paese per la giustizia del governo e per la sicurezza che vi trovano. Hanno una moschea grande con un
minareto più alto del palazzo reale, oltre ad altre moschee con loro scuole in cui i fanciulli imparano a leggere
il Corano. Che se mai si mettessero insieme i Musulmani
e quel tanto di Cristiani che là si trova, il re non potrebbe in aleun modo tenerli nella sua obbedienza.
Ciò che abbiam detto fin qui, non tocca punto il vero
sovrano dei Khazari, col quale intendiamo di accennare
al Khàgan (2). Sappiasi adunque che, nel regno dei Khasari, il vero re è il KhAqgan, il quale, di regola, deve
Starsi in potere dell’altro re (3) e abitarne in casa. Il
Khagan adunque se ne sta sempre in fondo al palazzo
(1) Cioè anche se non è di questa gente, ricordata avanti, venuta
dal Khàrezm,
(2) Nome tataro che significa sovrano, imperatore, e simili.
(8) Cioè di quel re imposto dal re di Persia, Chosroe, come è detto
sopra,<noinclude></noinclude>
c7bwiui972dkmm4tlaao0crahy0c5dd
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/311
108
1031779
3901259
2026-09-18T12:48:57Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901259
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 295 —|}}</noinclude>
reale; non sa cavalcare, non si mostra mai in pubblico,
nè ai cortigiani, nè al popolo, non esce mai da’ suoi
appartamenti, e con lui si sta il suo harem,; non ha autorità nessuna e non dispone di nulla in tutte quante le
faccende del regno. Nè può esser valida l’autorità del re
\sul regno dei Khazari se non quando gli stia al fianco
‘questo Khaqan che abita con lui nel palazzo é nel caStello reale. Quando poi la loro terra è afflitta da carestia,
o\quando sopravviene qualche pubblica sventura, ovvero
quando la guerra si volta in lor disfavore e favorisce,
invece, le genti nemiche, ogniqualvolta, insomma, sopravvenga aleunchè di straordinario e di avverso, corrono tutti
in folla, nobili e popolo, dal re per dirgli: Noi abbiam
tratto cattivo augurio da cotesto Khàqan e da tutto il
tempo del regno suo, e ne abbiamo avuto tristi presagi.
Mandalo adungne tu a morte, ovvero consegnalo a noi
acciocchè noi l’ammazziamo! (1) — Molte volte il re
consegna loro il Khaàqan, ed essi lo fanno morire; molte
volte s’incarica egli stesso di ammazzarlo; spesso anche
ne ha pietà e lo difende affermando ch’esso non ha commesso alcun delitto per cui meriti la morte, nè fatto alcuna cosa rea. Io poi non so bene se tutto ciò si faceva
anche nei tempi antichi, o sia tutta cosa nuova. Ma. il
fatto che la dignità di Khaqan si manteneva in una. famiglia tra le più ragguardevoli, mi fa pensare che essa
era tutta propria di quella famiglia sola (2). Ma. Iddio
ne sa meglio di noi!
I Khazari hanno molte barche e navigli su cui percorrono un fiume che, al disopra della città, si getta nel
fiume grande e che si chiama il Bertàs. Sulle rive di
questo fiume abitano molte popolazioni turche, comprese
tuttavia e incorporate nel reame dei Khazari. I luoghi
da loro abitati e coltivati stanno tra il reame dei Khazari
e quello dei Bulgari, e in certo modo li congiungono. Il
(6) È costume prettamente iranico o persiano nel Medio Evo. Così
alcuni re Sassanidi furon deposti, incolpati d’avere, per loro ingiustizie;
provocato l’ira del cielo che si era poi manifestata mandando pubbliche
sventure,
(2) Cioè vi era ereditaria.
TT AIDA N AA LANTIS
Asl<noinclude></noinclude>
pk2q3g12xiaki8z09e4r7lzsojr1g8d
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/312
108
1031780
3901260
2026-09-18T12:49:02Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901260
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 296 —|}}</noinclude>Ia ARE
—296—
fiume si origina e discende veramente dalle parti dei
Bulgari, e su di esso s'incontrano e incrociano le barche
e i navigli tanto dei Bulgari quanto dei Khazari. I Bertàs
poi sono anche una popolazione turca stanziata appunto
su cotesto fiume che da loro ha preso il nome. Dal loro
paese provengono le pelli di volpe nera e rossa che vanno.
sotto il nome di bertasine, una delle quali costa fin cento/
dina e anche più. S' intende delle nere, perchè le rossé
hanno un prezzo minore. Ma le nere sono quelle di cui
si vestono i principi d’Arabia e di Persia, e se ne pofnpeggiano, ed esse hanno maggior pregio presso di loro
che non le pelli di martora e d’armellino, o altra simile
pelliccia. I re se ne fanno dei berretti, delle sopravvesti,
dei giubboni; ed è ben raro che vi sia qualche principe
che non abbia o giubbone o sopravveste rivestita o foderata di queste pelli di volpe nera dertasina.
(L'Autore, dopo lunghe digressioni, viene a descrivere
i regni dei Servi, degli Alani, dei Circassi, tutti posti
intorno al Mar Nero. Parlando poi di certe tribù selvagge
del Caucaso, reca è seguenti particolari):
In luogo prossimo a questa tribù (1) è un ripiano
che sta in mezzo a quattro montagne, ciascuna delle
quali è ripida e seoscesa e sale fino al cielo con la cima
Quel ripiano, posto così tra i quattro monti, è d’una
superficie d’intorno a cento miglia, vera pianura tutta
uguale che nel bel mezzo ha una cavità di forma rotonda
come se fosse stata tracciata con un compasso, e quella
cavità rotonda somiglia ad un gran pozzo tagliato nella
pietra viva. La circonferenza n’è d’intorno a cinquanta
miglia, e le pareti ne sono tagliate a picco in modo che
precipitano al basso come un muro stato costruito da
mano d’uomo. Dal basso poi all’alto l’altezza n'è di due
miglia, e non v'è modo alcuno di discendere al fondo
piano e uguale di essa cavità. La notte vi si vedono luccicar
qua e là, in luoghi differenti, molti lumi; ma, di giorno, vi
si vedono villaggi e campi coltivati, ruscelli che scorrono
(1) Una tribù detta degl’Irm (?) selvaggia e pagana, ma forte, coraggiosa e bellissima.<noinclude></noinclude>
d7g94hwz7rfb6dzbjmj5li4vz5gf0r8
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/313
108
1031781
3901261
2026-09-18T12:49:07Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901261
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 297 —|}}</noinclude>CEOGRA
tra i villaggi, uomini e bestiami, eccetto che si mostrano
piccoli di persona e di statura, e ciò per la grande profondità del posto. Non si conosce di qual razza ne siano
gli abitanti, perchè nè essi hanno alcun sentiero per
salire e riuscire in questo o in quell’altro paese circostante, nè v'è aleuna via, per chi sta in alto, di discendere in qualche modo fino a loro.
AI di là di queste quattro montagne, anzi presso la
sponda del mare, trovasi un’altra cavità simile, di profondità quasi uguale, e vi sono brughiere e boscaglie in
cui abitano diverse specie di seimie che hanno statura
alta e diritta, visi rotondi, e che somigliano, nella maggior parte di lor conformazione, alla figura umana; ma
hanno coperto di peli tutto quanto il corpo. Avviene
raramente assai che una di esse resti presa da cacciatori.
Ciascuna poi è d’intelligenza e di finezza estrema, eccetto
che è priva di linguaggio, nè può esprimersi e farsi intendere con parole. Intende tuttavia tutto ciò che le si vuol
fare intendere per cenni e per segni. Accade sovente che
qualcuna di esse è mandata in dono ad uno dei tanti
principi di queste genti; ed esso, allora, le insegna a
tenersi ritta dietro di lui col flabello in mano per discacciar le mosche. I principi poi le hanno care, queste
scimie, per la loro qualità tutta particolare e molto importante del sentire e riconoscere se nelle vivande e nelle
bevande si trovano veleni. Perciò si suol presentar la
pietanza alla scimia che assiste al pasto, acciocchè la
fiuti, quindi se gliene getta un pezzetto. Se essa ne mangia,
ne mangia anche il principe; se invece se ne trae a
dietro e non ne mangia, intende il principe che ce’ è
veleno e si guarda dal mangiarne. Cotesto sogliono fare,
in riguardo alle scimie, i re di Cina e d’India. Del resto,
in questo nostro libro, diremo anche della venuta d’una
ambascieria cinese al tempo del Califfo Al-Mahdi, e di
ciò che gli ambasciatori dissero al Califfo intorno all’utilità che i loro re ritraggono dalle scimie quando si stanno
a mangiare. Si dirà anche delle scimie del Yemen e di
quella tavoletta di ferro su cui Salomone figlio di David<noinclude></noinclude>
6421m0ek218n3zfpl5v7d10sv07oqfn
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/314
108
1031782
3901262
2026-09-18T12:49:12Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901262
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 298 —|}}</noinclude>Moggi—
(che la pace tocchi ad ambedue!) scolpì il patto suo di
alleanza con le scimie di quel paese (1). Diremo anche
di ciò che esse ebbero da fare con un governatore di
Moaviya (2), e del come il governatore né scrivesse al
Califfo, e della gran scimia la quale recava ancor sospesa
al collo la tavoletta di Salomone. Non v' è, in tutto il
mondo, specie di scimie più intelligente di questa del
Yemen, ma neanche più maliziosa!
(dall'arabo d i Al-Masùdi).
6. La Cina.
Salpammo dal paese di Tuvàlisi (8), e dopo sette
giorni di viaggio, con un vento favorevole sì che si navi
gava rapidamente, e piacevole era l'andare, giungemmo
nel paese della Cina. Questo paese è vasto, abbondevole
d’ogni provento, di frutta, di grani, d’oro, d’argento, sì
che nessun altro della terra può uguagliarlo. L’attraversa
un fiume che si chiama Ab i hayat, cioè Acqua di vita
(4), ovwero anche Sarà, al modo d’un altro fiume che
trovasi in India. Le sorgenti ne sono poste sulle montagnè che sono presso la città di Khan-baliq e si chiamano
Koh i Bazneh, cioè Montagna delle scimie (5), ed esso,
con un corso di sei mesi di cammino, passa per mezzo
la Cina e sbocca in mare presso Sîn al-Sîn (6). Lo fiancheggiano villaggi e campi coltivati, giardini e mercati,
appunto come il Nilo in Egitto, eccetto che là, in Cina,
il paese è anche meglio coltivato e più fertile. Vi si
vedono anche molte ruote idrauliche (17). V'è poi abbon(1) Una delle solite leggende intorno all'impero che Salomone aveva
sugli amimali e sui Genî. Vedi il racconto n. 12 del libro IE
(2) Primo Califfo Ommiade. Regnò dal 661 al 680 d. C.
(3) È il celebre viaggiatore maghrebino del secolo XIV, Ibn Batùta,
che parla. Il paese di Tuvalisi non si sa bone a quale dei moderni corrisponda, forse al Tonchino.
(4) Il nome è tutt'altro che cinese, come si crederebbe, ma persiano.
(5) Anche questo nome è persiano.
(6) Per evitare errori, non posso arrischiarmi ad identificare questi
nomi del nostro Autore con qualcuno dei moderni.
(7) Sono le ruote per inaffiare campi e giardini la cui invenzione
è venuta a noi dall'Oriente nel Medio Evo, come attesta il nome stesso
noria (italiano, francese e spagnuolo) che è arabo di origine.
Li.<noinclude></noinclude>
8cqlavmep8iyl2pf8eedafd5pstaa58
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/315
108
1031783
3901263
2026-09-18T12:49:17Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901263
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 299 —|}}</noinclude>
danza grande di znucchero quale somiglia a quel d’Egitto,
anzi lo supera in bontà, e anche d’uve e di susine. To
pensava che le susine dette d’Otlman, di Damasco (1), non
avesser le uguali in tutto il mondo finchè non mi fu dato
di vedere queste di Cina. E vi sono dei poponi che somigliano a quelli del Kharezm € d’Ispahaàn in Persia. Imsomma, tutte le frutta che noi abbiamo nei nostri paesi,
sì trovano simili in Cina, anzi migliori. Il frumento poi
vi è molto abbondante, nè io ne ho mai trovato del migliore. Così dicasi delle lenticchie e dei ceci.
La porcellana mon si lavora in Cina se non nelle
città di Zeytàn e di Sîn-Kalàn. Si trae da una creta che
sì trova in quelle montagne di la e che arde nel fuoco
come il carbone. Vi si aggiunge certa quantità di pietre
clie là son comuni, € vi si accende poi il fuoco per tre
giorni. Vi si versa dell’acqua, e tutto allora si riduce in
una polvere che gli operai fanno fermentare. La migliore
è quella che si fa fermentare per Un mese intero e mon
di più, e l’inferiore è quella ché si fa fermentare soltanto
per dieci giorni. Il prezzo, in tutto il paese, ne è uguale
a quello delle stoviglie nostre nei nostri paesi, e anche
meno. Di là poi si trasporta in India e in molti altri
luoghi sì che giunge fino ai nostri del Marocco. È la più
eccellente fra tutti i generi di stoviglie.
I Cinesi sono infedeli (2) e adorano gl’idoli. Ardono
sul rogo i loro morti come anche fanno gl’Indiani. Il
loro sovrano è di stirpe tatara, della discendenza di
Gengis-kbAn. In ogni città loro trovasi un quartiere per
i Musulmani che perciò vivono separati nelle loro abitazioni, e vi stanno onorati e rispettati. Gl’infedeli di
Cina fanno Uso, nei loro pasti, anche di carni di maiale è
di cane, e se ne vende sui loro mercati. Sono gente comoda
e ricca, ma non si curano gran che del mangiare e del
vestire, sì che tu puoi vedere tra loro il mercante più
ricco di cui non si possono computare le ricchezze, tante
(1) Le celebri susine, note anche da noi nel Medio Evo sotto il nome
di dumaschine, cioè di Damasco.
(2), Cioè non sono musulmani.<noinclude></noinclude>
nhl3qm7yqdr5nu7c5etc3bxoqnjgzmu
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/316
108
1031784
3901264
2026-09-18T12:49:23Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901264
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 300 —|}}</noinclude>quot
sono, andare attorno in un giubbone di cotone grossolano.
Amano tutti, invece, d’aver vasi e suppellettili d’oro e
d’argento. Ciascun d’essi poi reca un bastone su cui si
appoggia camminando, e che da loro è detto il terzo piede.
Abbonda assai la seta, perchè il baco là 5° attacca
alle piante e Se ne nutre col frutto, nè abbisogna di nulla
per l’abbondanza grande dell'alimento. Perciò appunto ve
n'è gran copia. Di seta poi sono le vesti anche dei poveri
e degli accattoni. Che se non vi fosser mercanti che ne
trafficassero, la seta non varrebbe nulla. Si compra infatti,
la in Cina, una veste di cotone dando più vesti di seta.
È poi loro costume che ogni mercante faccia fondere in
tante verghe tutto quanto l'oro e l'argento ch'egli possiede. Ogni verga pesa Un quintale (1) ora più ora meno,
e si suol collocare sovra la porta di casa. Chi possiede
cinque di tali verghe, suol portare al dito un anello; chi
ne ha dieci, porta due anelli; chi ne ha quindici, è chiamato da loro il set, che significa ciò che in Egitto è il
karimi (2). Ogni verga poi si chiama barkala.
T Cinesi non usano nè diînàr nè dirhem nel loro commercio, perchè tutto l’oro e l'argento che trovasi presso
di loro, essi Jo fondono e ne fanno tante verghe come
or ora abbiam. detto. Invece, le lor vendite e le lor compere si fanno con pezzi di carta, ciascuno dei quali è della
grandezza della palma della mano, e reca il suggello del
Sultano. Venticinque di questi pezzi di carta si chiamano
balisht, e questa voce ha il significato che ha presso
di noi la voce dimar (8). Quand’uno di questi pezzi di
carta è logoro e consunto correndo per le mani della
gente, essi lo portano ad un palazzo pubblico che è come
da noi il palazzo della zecca, è ne ricevono in cambio
un altro, nuovo, rendendo il vecchio. Non danno per
cotesto alcun compenso 0 altro, perchè quelli che sono
preposti @ cotesto ufficio, hanno uno stipendio fisso da
parte del Sultano. A questo palazzo sovraintende uno dei
(1) Cento rall 0 Libbre.
(2) Mercante ricco, specialmente droghiere.
(3) S'intende, qui, nel senso di moneta in genere.<noinclude></noinclude>
6qeolw8qkbpe67jl0t19cikhxvrp0bj
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/317
108
1031785
3901265
2026-09-18T12:49:28Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901265
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 301 —|}}</noinclude>asi —
maggiori miri (1). Quando poi qualcuno si reca al mercato con un dirkem d’argento o con Un dînàr d'oro desiderando di far qualche compera, quella moneta non è
ricevuta da nessuno, € nessuno bada quel tale finchè,
cambiato il denaro in un balisht, compera poi ciò che
desidera.
I Cinesi sono la gente più abile di tutte nelle arti e
quella che meglio delle altre né raggiunge la perfezione.
Questo particolare che li riguarda, è notissimo, e molti
scrittori ne hanno parlato nelle loro opere € trattato lungamente. Quanto alla pittura, non c'è nessun altro che
possa contender con loro, sia bizantino, sia d'altra nazione, perchè v'hanno disposizione naturale grandissima.
Fra le altre cose meravigliose ch'io ho vedute là intorno
a tal soggetto, è questa, che mon sono mai entrato im
alcuna delle loro città e non vi sono mai ritornato poi,
senza ch’io v'abbia anche veduto il ritratto mio € quello
dei mici compagni di viaggio, dipinti sui muri e sulle
carte esposte nei mercati. Entrai già nella città del Sultano (2), passai per il mercato dei pittori e così giunsi
a palazzo coi miei compagni, ed eravam tutti vestiti alla
moda di quelli dell’Iràqa. Quando tornai da palazzo, ed
era già sera, € passai per il detto mercato, eeco ch'io vi
vidi il ritratto mio € quello dei miei compagni, dipinti
su d’una carta che essi poi avevano incollata ad una
parete. Ciascun di noi si mise ad osservare il ritratto
del proprio compagno, e si vide che, quanto alla somiglianza, non sbagliava punto. Mi fu detto allora che il
Sultano aveva dato l'ordine a quei pittori di farci il
ritratto e che essi erano andati a palazzo quando noi già
vi eravamo, e che là, osservandoci senza che noi ce ne
avvedessimo, avevano copiato le nostre figure. Una, per
tanto, delle loro costumanze è questa del fare il ritratto
a chiunque passa per il loro paese, ed ess% è spinta @
(1) d quasi inutile l'osservare che l'Autore, dicendo Sult40, Emivi,
ecc, intende l'Imperatore della Cina e i suoi Mandarini ai quali applica
così nomi di ufficiali musulmani,
(2) Cioè Pechino, residenza dell’Imperatore.<noinclude></noinclude>
pbtq65hibdyrx51cz86o50fsqsy5lsi
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/318
108
1031786
3901266
2026-09-18T12:49:33Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901266
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 302 —|}}</noinclude>
tal punto che, ove uno straniero abbia fatto qualche cosa
che lo costringa a fuggir dal paese, ne mandano qua e
là il ritratto e se ne fa ricerca, sì che, ove si trovi chi
somigli a quel ritratto, è subito preso.
Quando giunge un mercante musulmano in una città
cinese, gli si lascia la scelta o di andare ad alloggiare
presso un altro mercante di tra i Musulmani che hanno
residenza legale nel paese, quale sia stato designato a
ciò dal governo, o di andare alla locanda. Se preferisce
alloggiar presso il mercante, si numera e computa tutto
il denaro che ha con sè, e se ne rende mallevadore quel
mercante stesso che ha la residenza legale nel paese.
Questi spende per lui e gli procura ogni cosa di che
abbisogni; quand’egli poi vuole andarsene, si domanda
il conto del denaro consegnato, e se ne manca qualche
parte, il mercante mallevadore è tenuto a risarcirlo. Se
poi preferisce alloggiare alla locanda, tutto il denaro
ch'egli ha, va consegnato all'albergatore che ne fa malleveria, e intanto procura e acquista per lui ciò ch’egli
desidera, e ne tien conto. Se l’altro desidera una schiava,
l’albergatore gli compera anche una schiava, ela manda
a starsi con lui in un quartiere a parte che ha l’entrata
nell’interno della locanda stessa, facendo poi le spese per
tutt'e due. Le schiave, in Cina, costano assai poco. I
Cinesi tutti, inoltre, sogliono vendere i figli e le figlie,
nè si reputa cosa sconveniente il far ciò. Questi però
non amano d’andar via dal paese con chi li ha comperati; non ne sono però distolti o impediti, quando preferiscano l’andare. Parimente, se un mercante straniero
desidera ammogliarsi, può farlo; non vi è permesso però
| darsi al libertinaggio scialacquando i denari. I Cinesi,
perciò, sogliono dire « Non vogliamo che si dica nei paesi
dei Musulmani ch’essi danno fondo nel nostro ai loro
averi, e che questo paese nostro è quello del vizio e del
vivere disonesto ».
La Cina è il paese più sicuro e il più proprio e adatto
per chi viaggia. Ciascuno vi può viaggiar da solo per lo
spazio anche di nove mesi pur recando con sè una gran<noinclude></noinclude>
kapdkzqvatqog4m2f07ro24llymq76q
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/319
108
1031787
3901267
2026-09-18T12:49:38Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901267
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 303 —|}}</noinclude>- tini
— 303—
somma di denaro, nè ha da temer nulla. Ciò avviene per
certo ordinamento pubblico, secondo cui, in ogni stazione
del paese, trovasi una locanda, in cui si tiene sempre un
ufficiale che ha con sè tutta una compagnia di fanti e di
gente a cavallo.
Tutti i giorni, dopo il tramonto del sole" o a tarda
sera, l’ufficiale si reca alla locanda, e con lui va anche il
suo segretario. Là egli scrive il nome di tutti i viaggiatori che sono in casa, e ne suggella la lista, indi, dietro
loro, dà il chiavistello alla porta. Venuta l’aurora, egli
vi ritorna e viene con lui anche il segretario. Chiamata
allora per nome ciascuna persona, scritto il nome e appostavi qualche nota, egli manda coi viaggiatori una persona che li accompagni fino all’altra stazione e ritorni
poi a lui con un certificato dell’altro ufficiale che attesti
che tutti sono giunti presso di lui. Se non fa cotesto, se
gliene domanda conto. E il simigliante si fa in ogni stazione del paese da Sîn al-Sîn a Khàn-bàliq. In quelle loro
locande, trovasi tutto ciò che occorre ad un viaggiatore
quanto a provvigioni, galline e polli in particolare. I
montoni invece sono rari in paese.
La città di Sîn al-Sîn è delle più grandi e delle più
belle città, massime per i suoi mercati. Uno poi de’ suoi
mercati più grandi è quello della porcellana che di là si
trasporta in tutti gli altri paesi della Cina, anche in India,
anche nell’Arabia meridionale.
Nel bel mezzo della città è un grande edifizio con
nove porte, e dentro a ciascuna porta è un vestibolo con
certi banchi all’intorno su cui stanno a sedere gli abitanti del luogo. Fra la seconda e la terza porta trovasi
un quartiere con stanze e camere in cui abitano i ciechi
e i malati cronici. Coi legati pii dell’istituto, si provvede al loro vestimento e al loro mantenimento. Similmente, nello spazio che è tra l’una e l’altra porta e nella
parte interna, trovasi un ospedale per i malati, la cucina
per cuocervi le vivande; e vi stanno anche i medici e i
servitori. Mi fu anche detto che tutti quei vecchi che non
possono guadagnarsi nulla, son nutriti e vestiti nell’isti-<noinclude></noinclude>
9rmwl6e9vjvecy3ykrbxmftn97f7y05
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/320
108
1031788
3901268
2026-09-18T12:49:44Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901268
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 304 —|}}</noinclude>
tuto, e che simile trattamento si fa agli orfani e alle
vedove indigenti. Tale istituto fu fondato da uno dei loro
sovrani il quale destinò per esso come legati pii le en.trate della città con quelle di tutti i villaggi e i giardini
che le sono contigui. L'immagine di questo sovrano trorasi dipinte nell'istituto stesso, e i Cinesi V’adorano.
Una parte della città è tutto il quartiere dei Musulmani che vi hanno la moschea cattedrale, il luogo di
ritiro per le persone devote, il mercato. V'è anche un
loro giudice e anche uno sceicco (1); anzi, ogni città e
paese della Cina ha necessariamente uno sceicco della religione musulmana, al quale vanno deferiti gli affari tutti dei
Musulmani. Un giudice poi definisce le loro questioni.
Io alloggiai in casa di Avhad ad-dîn as-Singiàri, uno dei
personaggi più ragguardevoli e di gran condizione, e uno
dei più facoltosi, e vi rimasi quattordici giorni, mentre
e dal giudice e da altri Musulmani mi venivano incessantemente doni e regali. Si faceva invito ogni giorno,
e gl’invitati vi venivano in eleganti barchette con musici
e cantori.
Al di la di questa città di Sîn al-Sîn non si trova
più alcuna città nè d’infedeli nè di Musulmani, e tra
essa e la muraglia di Yàgiùàg e Magiùg” (2) è una distanza, secondo che m'è stato detto, di sessanta giorni
di, cammino. V’abitano genti nomadi, infedeli, che si
cibano di carne umana quand’hanno fatto qualche prigioniero. Perciò appunto, nessuno si reca nel loro paese,
nessuno lo percorre o frequenta, nè io ho veduto, in
questa città di Sîn al-Sîn, alcuna persona che abbia veduto quella muraglia o che abbia veduto chi l’avesse
veduta.
(dall'arabo d’Ibn Batùta).
(1) Cioè anziano, specie di magistrato tra il religioso e il civile,
(2) È la gran muraglia della Gina, intorno a cui abitano, dicono i
Musulmani secondo una tradizione del Corano (capo XVIII), genti barbare da loro designate coi nomi di Yagiùg? e Magiùg’, che sono i Gog e
Magog della Bibbia,<noinclude></noinclude>
qn4owl8rn7xltiauj9mqsduvh5zv2k7
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/321
108
1031789
3901269
2026-09-18T12:49:49Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901269
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 305 —|}}</noinclude>ani
— 305—
7. || monte Citrakdta 0).
Poichè lunga stagione, uspite caro
Della montagna, soggiornò sul monte,
Care cose parlando alla consorte
Videhese, al cor suo diletto e gioia
Procacciando, il figliuol di Dasaràtha (2),
Simile a un immortale, il Citrakùta
Così a lei descrivea come l’avrìa
Indra (3) descritto alla consorte Saci:
Poi che ho veduto il dilettoso monte,
Più non m’affligge il core, o Sita mia,
Nè del regno la perdita, nè questo
Dai dolci amici vivere lontano.
Guarda, o mia Sita, questo monte eccelso,
Da vari augéi tutto abitato, adorno
Di picchi metalliferi che al cielo
S'ergon diritti. Adorni di metalli,
Tutti i ripiani di tal re dei monti
Splendon lontano, e tal sembianza rende
Di bianco argento, e tal di sangue vivo,
Tale ha color tra il giallo e il rosso, e tale
A smeraldo somiglia. Anche rassembra
Questo a verde stendardo, e quello ha d’oro
Apparenza verace. Il monte altero
Così riluce ne’ ripiani suoi
Tutti adorni di piante e varie» e molte,
Tutti da schiere di balzanti scimie
Abitati e da iene intorno intorno,
(1) Questa descrizione deve considerarsi fantastica e non altro,.
come appunto anche l’altra, al n. 8 di questo libro, del Mazenderàn.
Sono opera di poeti.
(2) Ràma (come si legge nel Ramayana, poema epico indiano) figlio
di Dasaratha re di Ayodhya in India, per mantener certa promessa di
lui, era andato esule nelle selve col fratello Lakshmana o la moglie Sîta,
detta la Videhose perchò figlia di Gianaka re di Videha,
(3) Indra è il maggior dio dell’Olimpo vedico-indiano.
Italo Pizzi = Fiori d'Oriente
20<noinclude></noinclude>
dxjgxrc7fc0j09zp1hsklxdpbgm8o19
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/322
108
1031790
3901270
2026-09-18T12:49:54Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901270
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 306 —|}}</noinclude>
Abitati da tigri. Ecco, di tanti (1)
Fiorenti alberi ingombro, ove son frutti,
Ove son ombre, e allietan l’alma e il core,
Di queste adorno elette cose e d’altre,
Nutre Fortuna in sè l’inelito monte!
Mira, o gentil, sui dilettosi piani
Dell’arduo monte quelli in divo aspetto
Kinnari (2) di gran senno a coppia coppia
Tre a diporto, e quelli, appesi ai rami,
Trafieri, e quelle vesti inclite elette
Mira, e del monte i placidi boschetti
Ove stanno a scherzar dei Vidyadhàri (3)
Fra lor le donne. Con quelle acque sue
Cadenti, co’ suoi rivi e gli spaccati
Umor stillanti, sembra il monte altero
Un elefante immane, a cui, nel tempo
Dell’amor, stillan madide le gote (4).
Questa che allegra l’odorato, questa
Fragranza che dai lochi intorno ascosi
Dolce si leva, che di mille fiori
Congiunge le virtù, di qual mortale
Non toccherebbe il cor? S'io qui con teco,
Incolpabile mia, più d’un autunno (5),
E con Lakshmàna (6), stessi, io del dolore
Non sentirei l’ardor penace! Stando
Su questa cima dilettosa, adorna
Di fiori e frutti, d’assai vari augelli
Frequentata, 0 gentil, tutta piacente,
D’ogni mia brama ho tocco il fin. Gran frutto,
Gran frutto ebb’io dall’abitar fra queste
(I) Si ommettono alcuni pochi versi in cui si enumerano molte
piante indiane, i cui nomi stranissimi, che non trovano, in generale,
corrispondenza coi nostri, non potrebbero stare in un verso italiano.
(2) Deità boschereccie o Semidei, uomini per metà e per metà bruti.
(3) Genî e Semidei delle montagne e delle selve.
(4) E noto che un umore tenace e viscoso cola dalle gote degli elefanti a certi tempi dell’anno.
(5) Per dire più anni.
(6) Fratello di Rama. Vedi la nota a principio.<noinclude></noinclude>
ijt6h1tn79lntejt8vw07a63mi4c24c
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/323
108
1031791
3901271
2026-09-18T12:49:59Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901271
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 307 —|}}</noinclude>
Selve in esiglio. A Bhàrata (1) fec’io
Opra cara e gradita e da quel sacro
Debito suo l'antico padre ho sciolto (2).
O Videhese mia, godi tu adunque
Stando con me sul Citrakùta, questi
Vari oggetti vedendo, all’alma, al detto,
Alla persona confacenti? Oh Sita!
La bevanda immortal (3), qui dimorando,
Conseguîr già molti antenati miei,
Sapienti regali, allor che morte
Li avea raggiunti, e furo in questa selva!
Splendon le molte roccie del gran monte
(Son cento e cento!) e splendon varie in vari
Colori e tinte, azzurro e giallo e rosso
E candido. E rilucono le piante
Sulla regal montagna a mille a mille,
Vivide di lor luce, in quella guise
Che splendon vampe in un gran fuoco. E queste
Regioni del monte ènno simili
Ad ardue case, e queste ènno giardini,
e queste altre, o gentil, sembrano un solo
Masso della montagna, e il Citrakùta,
Quasi fendendo il ciel, levasi in alto.
Oh! felice davver questo dagli alti
Vertici, di GuhyàAki (4) almo soggiorno,
melito Citrakùta! Or mira quelli
Ripiani erbosi per gli amanti, a molli
Loti serici intesti, a cui fanno ombra
(1) Fratello di Ràma che, essendo Ràma in esiglio, regna per lui,
morto il vecchio re Dasaratha, in Ayodhya.
(2) La madre di Bharata (che non era la madre di Ràma e a cui
Dasaratha aveva già promesso, nei tempi a dietro, di farle quel quaIunque dono di cui essa l'avrebbe richiesto) aveva voluto che esso Dasaratha, mentre s'acciugeva a consacra» Ràma nel regno, mandasse Rama
(figlio di esso Dasaratha, ma d'altra donna) in esiglio nelle selve e consacrasse Bharata in luogo di lui. Ràma così, andando in esiglio, non rese
spergiuro il padre, il quale, poco dopo la partenza di lui, morì di dolore.
(8) La bevanda degli Dei che in sanscrito dicesi amrita (immortale),
corrispondente all’ambrosia degli Dei greci.
Esseri misteriosi che abitano nelle selve e nelle solitudini dove
custodiscono i tesori di Kuvera che è il Dio delle ricchezze.<noinclude></noinclude>
0cdi07j8mz56vsr0rql2ucaacmsxljs
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/324
108
1031792
3901272
2026-09-18T12:50:05Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901272
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 308 —|}}</noinclude>MUSO opere
Alberi vari, e le ghirlande ancora
Di nelumbi son lA (vedile, o cara!)
Via gittate e calpeste dagli amanti;
E mira ovunque i vari frutti. Oh certo!
Questo gran monte Citrakùta, assai
D’acque rieco e di frutti e di radici,
Supera quello di Vasvaukasàra (1),
Pien di nelumbi, divin lago, e quella
Ch’è degli Uttara-kùru (2) inclita plaga.
Io qui, o bellissima (3),
L’ore, passando
Con te, con Làkshmana,
Me comportando
Fedele all’ardua
Promessa mia (4),
De’ savi sceltami
L’inelita via,
Gioia che erescere
Dovrà l’onor
Di mia famiglia,
Avrò nel cor.
(dal sanscrito di Valmiki).
8. Templi e idoli sabei.
I Sabei di Marràn (5) hanno templi dedicati alle
Sostanze intellettuali, agli Astri, e tra questi un tempio
dedicato alla Causa prima e un altro dedicato alla
Ragione. Hanno pure un tempio dedicato alla Ca(1) Lago favoloso che si credeva trovarsi in Amaravati, città e sede
d’Indra (Gorresio),
(2) Popoli felici che, secondo gl’Indiani, abitavano nel lontano Settentrione come gl’Iperborei dei Greci.
(3) Non di rado il Ramayanra, alla fine d'ogni suo capitoletto, suol
cangiar metro. Così ho fatto io traducendo.
(4) D'andar nelle selve in esiglio. Vedi sopra.
(5) Antica città di Mesopotamia, sede d’antica coltura che pretendevasi d’origine babilonese e assira, tenuta dai Sabei di cui i Musulmani
avevano concetto grandissimo,
«apri<noinclude></noinclude>
pyqmb4uba854a8exdil3q8nbc1uiflm
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/325
108
1031793
3901273
2026-09-18T12:50:10Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901273
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 309 —|}}</noinclude>
fena (1), un altro dedicato alla Materia, un altro dedicato
all’Anima. Questi tre sono di forma circolare. Il tempio
di Saturno, invece, è esagono; quello di Giove, triangolare; quello di Marte è un quadrato oblungo; quello del
Sole è quadrato; quello di Mercurio, triangolare; quello
di Venere, triangolare dentro un quadrato oblungo; quello
della Luna, ottangolare. In tutto ciò che ora abbiam
detto, sono idee arcane e segrete che i Sabei non rivelano a nessuno (2).
Ciò che rimane dei loro templi maggiori in questo
tempo nostro, cioè nell’anno 332 (8), è un edifizio che
essi hanno tuttora nella città di Harràn presso la porta
detta di Al-Riqqa, edifizio noto sotto il nome di Magnhlitiva. È un tempio dedicato ad Azer che, come essi dicono,
era il padre d’Ibràhîm l’amico di Dio (4). Il volgo poi,
presso di loro, racconta molte cose intorno ad Azer e ad
Ibràhîm, figlio di lui, quali non possono trovar posto in
questo nostro libro. Ma Ibn Eyshdn il giudice, che era
appunto della città di Harràn, uomo di molto ingegno e
di molta erudizione, morto dopo il 300 (5), compose una
lunga gasîda (6), in cui egli tratta delle opinioni religiose
di quelli di Harràn, più noti sotto il nome di Sabei.
Vi parla appunto di questo edifizio e di quattro sotterranei che vi son sotto e in cui sono collocate le immagini dei loro idoli in forma di corpi celesti e anche di
divinità superiori. Dice anche dei segreti che risguardano,
i loro idoli, e del loro costume di menare i loro figli
ancor teneri in quei sotterranei per presentarli agl’idoli.
(1) Il testo dice si/silu, cioè catena, in arabo, nè si sa bene che sia
questa catena. C'è chi propone di leggere siyasa cioè governo (la Provvidenza?).
(2) Erano profondi negli studi astronomici, e non e’'è dubbio che le
forme date ai loro templi, come dice l'Autore, derivassero da concetti o
dati di cotesta scienza,
(3) Dell’ Egira, cioò 948 d. G.
(4) Il patriarca Abramo, chiamato così anche da Isaia nella Bibbia,
e da Maometto nel Corano.
(5) Dell’Egira, cioò 90 d. O.
(6) Genere di componimento arabo (anche persiano per imitazione),
grave e sentenzioso, e amoroso in parte.<noinclude></noinclude>
fzpbgufmlvpjfafr44eycwke0uz4als
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/326
108
1031794
3901274
2026-09-18T12:50:15Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901274
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 310 —|}}</noinclude>È
onere ate
— 510—
Narra come quei piccini impallidiscano d’un sùbito e come
quel pallore si cambi in rossore, oltre cagionar altri
malanni, all’udir certe voci e certe parole strane uscir
da quegl’idoli e da quelle figure. Ciò si fa per congegni
che vi sono stati applicati, e per tubi che vi sono stafi
introdotti. Certi lor sacerdoti si stanno dietro la parete
e pronunciano ogni sorta di parole; passa la voce per i
pertugi e per i tubi nelle figure cave e in forma umana
degl’idoli, e pare che dagl’idoli appunto vengano le
parole. Cotesto si fa come s’è fatto fin dai tempi più
antichi, e con esso si accalappia insidiosamente la ragione e si asserviscono gli animi e si domina sui re e
sui regni.
In questa setta detta dei Harrànei e Sabei, trovansi
pure dei filosofi, eccetto che la lor filosofia è una filosofia
fatua e vana, e i più, fra essi, son ben lontani, nei loro
postulati filosofici, dalla sapienza tutta particolare dei
veri sapienti! Noi tuttavia li abbiamo posti tra i filosofi
più in riguardo alla loro origine che in riguardo alla vera
filosofia che è tutta greca. Nè tutti i Greci furono filosofi,
ma i filosofi soli erano i loro sapienti.
Nel tempio di questi Sabei nella città di Har >ÀN,
anzi su d’uno dei battenti della porta, ho veduto io una
scrittura in lingua siriaca che si diceva essere una sentenza di Platone. Me la tradusse e dichiarò Malik ibn
Oqbùn con altri ch’erano di lor setta, e vi si diceva:
« Chi conosce il proprio essere, diventa Dio! (1) ». E c’era
anche quest'altro detto di Platone: « L'uomo è una pianta
celeste. E veramente egli somiglia ad un albero rovesciato, di cui la radice si sta in cielo e i rami in terra ».
(dall'arabo di Al-Mas@di).
(1) Principio capitale e formale del misticismo orientale, e specialmente persiano, ripudiato come empio dall’ortodossia musulmana. Vedi:
Storia della Poesia persiana, cap. III, e L'Istlamismo, cap. V, $ 4.
Er<noinclude></noinclude>
07vx249uuox6w00lhj7ulifv41ilq8z
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/327
108
1031795
3901275
2026-09-18T12:50:20Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901275
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 311 —|}}</noinclude>
9. Templi e idoli egiziani.
Tra le rovine e i resti monumentali dell’Egitto antico
è anche la città di Gîzeh alquanto più in su di Al-Fostàt (1), dov'è Menfi, già residenza dei Faraoni e metropoli dei re d’Egitto.
In questa città, pur con tanta vastità e ampiezza
sua, pur con l’età sua tanto remota, pur col succedersi
in essa di tante religioni diverse e con l’esservisi insediate tante nazioni differenti, anche se gran parte dei
monumenti suoi è stata distrutta e ne sono state cancellate fin le traccie, anche se le pietre de’ suoi edifizi con
gli utensili rinvenutivi ne furono portate via, anche con
tanto guasto degli edifizi stessi e con la distruzione delle
immagini e delle figure, aggiuntovi quanto hanno potuto
farvi quattromil’anni e più di tempo, in questa città,
dico, tu troverai sempre tali meraviglie da superar l’intelletto di qualunque intelligente che si faccia a considerarle, sì che ogni più eloquente e facondo non si sente
capace di descriverle. Anzi, quanto più tu le osservi,
esse crescono in te l'ammirazione, e quanto più le ammiri,
crescono in te il piacere e il diletto; quanto più ne vai
indagando il significato, ti fanno intendere ch’esso è
sempre più riposto, e quanto più vai cercando qualche
cognizione o notizia che t’illumini, ti mostrano chiaramente che dietro loro sta qualche cosa di assai più grande.
Fra questi monumenti, è pure il tempio che è detto
il Tempio verde. È un solo e unico masso di pietra di
nove braccia d'altezza con otto di lunghezza e sette di
larghezza, stato ridotto, scavando, in forma di tempio,
di cui le pareti, il tetto, il pavimento, sono dello spessore
di due braccia. Lo spazio rimasto vuoto forma il pronao,
e il tempio, di dentro e di fuori, è tutto quanto dipinto,
scolpito, scritto con caratteri antichi (2). All’esterno si
(1) IL vecchio Cairo.
(2) Non è necessario dire che l'Autore intende di parlare dei géroglifici.<noinclude></noinclude>
7zyuidqpbxmtn3oz68uut2konupd7h3
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/328
108
1031796
3901277
2026-09-18T12:50:26Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901277
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 312 —|}}</noinclude>Ss
vede l’immagine del sole nel momento che spunta, e vi
è pure la figura di molti altri, la figura dei cerchi celesti, figure, anche, d’uomini e d’animali tutti in piedi
in diverse maniere e in diversi atteggiamenti, perchè
C'è chi sta in piedi e c’è chi cammina, e c’è chi allarga le
gambe in atto di camminare e chi le tiene congiunte, e c’è
chi attende a qualche servizio e porta utensili, e c'è chi
è in atto di accennarvi per averli. La vista esterna di
tutto ciò fa intendere che, con esso, si è voluto significare cose alte, fare opera elevata e nobile, manifestar
concetti superiori, accennare a idee recondite e arcane,
e che tutto cotesto non s'è fatto nè leggermente nè come
per giuoco, e che tanta ricchezza non è stata spesa soltanto per ornamento e bellezza.
Tutto quest’'edifizio poggiava già su tante colonne di
marmo di Siene (1), alte, solide; senonchè gente ignorante e stolida v’ha scavato sotto per desiderio di trovarvi tesori, sì che la loro collocazione s’è alterata, s°è
guasta la loro perfetta adesione, s'è spostato il centro di
gravità, onde una s°è appoggiata sull’altra, e or questa
or quella a poco a poco s'è fessa e spaccata. Questo edifizio era compreso, una volta, nel recinto d’un altro gran
tempio, tutto edificato in pietre compatte e solide, saldamente congiunte e connesse fra loro, benissimo lavorate,
con capitelli sovra colonne molto alte. Il tempio è ora
tutto rovinato e le macerie se ne stendono per gran tratto,
non interrotte, per tutto quel luogo abbandonato e deserto.
V’è rimasto in piedi, tuttavia, qualche muro costrutto di
quella stessa pietra solida. In alcuni punti sono visibili le
fondamenta dell’edifizio; in altri non son che rovine; io
poi ho veduto un alto architrave di porta le cui spalle
o pilastri erano, ciascuno, una pietra sola, e l’architrave
stesso era una unica pietra, caduta poi là davanti. Tu poi
potresti vedere come questa e quella pietra, anche se
perfettamente simmetriche fra loro e fra loro solidamente
congiunte, sono state tagliate o incavate, nel lato che deve
(1) Città dell’alto Egitto (lat. Syeze, arab. Asvan), celebre appunto
per le sue cave di pietre, Syenites lapis, dice Plinio (Zist. nat. XXXVI,8, 18).<noinclude></noinclude>
6uu9xw8asf630c2iorgs6ufqguffkmc
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/329
108
1031797
3901278
2026-09-18T12:50:31Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901278
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 313 —|}}</noinclude>
combaciar col lato dell’altra, per il tratto d’un palmo,
con profondità di due dita, e come in quel cavo, così
praticato, trovisi ancora ruggine di rame e alcuni residui
dello stesso metallo. Ho poi inteso dire che tutto ciò
formava come un legame o un vincolo tra l’una e l’altra
pietra dell’edifizio e un modo di renderle più solide e
compatte e ben congiunte fra loro. Vi si colava poi del
piombo. Gente poi stolida e di limitato ingegno volle
frugarvi dentro, e fece di tutto ciò quanto le permise
Iddio altissimo. Per aver quel metallo, hanno infranto
gran parte delle pietre finchè poterono toccarlo, e, per la
vita di Dio! in questa loro investigazione hanno posto
ogni studio e ogni cura e hanno fatto conoscere quanto
poteva la lor sordida voglia e quanto essi potevano osare
nella viltà!
Il numero stragrande degl’idoli, la grandezza delle
lor figure, e tutto ciò che li concerne, supera ogni abilità
nel descrivere e sorpassa l'immaginazione. La solidità
poi delle loro statue, la precisione nel ritrarne lineamenti
e atteggiamenti, l’allusione che vi è manifesta, a cose
naturali, tutto ciò forma veramente un argomento di
molta meraviglia. Noi misurammo uno di cotesti idoli,
toltone il piedestallo, ed ecco ch esso era più di trenta
braccia. Da destra a sinistra ne misurava quasi dieci, e
dal di dietro al davanti era, pressa poco, di misura
uguale. Era tutto una pietra unica di Siene, pietra di
color rosso, e sopra vi si vedeva ancora una vernice
rossa a cui pareva che il lungo andar del tempo non
avesse aggiunto altro che novità e freschezza. Ma la
meraviglia di tutte le meraviglie è questa, come mai, in
tanta grandezza di disegno, siasi potuto osservare la corrispondenza naturale tra le varie parti e la vera lor
reciproca proporzione! Tu devi sapere che ogni parte o
membro organico della figura ha, per sè e da sè, una
misura sua propria, la quale poi corrisponde in proporzione con tutte le altre membra, sì che tutto questo
complesso di misure è di corrispondenze tra loro forma
la bellezza della figura e la Ieggiadria della statua. Che<noinclude></noinclude>
olbm4tbi9t0byfqcdcncausgiyvet4n
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/330
108
1031798
3901279
2026-09-18T12:50:36Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901279
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 314 —|}}</noinclude>
se parte anche minima di tutto ciò si cangiasse, ne nascerebbe certa bruttezza secondo l’importanza di tal cangiamento. Ma questa corrispondenza fu perfettamente osServata e tenuta in questi idoli (e con qual diligenza!),
e n’è proceduta la perfetta proporzione di ciascun membro
in sè e nel rapporto di ciascuno con tutti gli altri.
Ho poi veduto due leoni, collocati l’uno dirimpetto
all’altro, con un breve intervallo in mezzo, e la cui
figura era terribile assai. In essi erano pure osservate la
stessa proporzione naturale e la stessa corrispondenza che
è tra le membra degli animali, pure essendo tanto e tanto
maggiore il loro corpo da quello dei leoni veri. Erano
ridotti in frantumi e coperti dall’arena. Trovammo anche
un tratto, ancora in piedi, delle mura della città, fatto
di piccole pietre e di mattoni. Tali mattoni sono grandi,
solidi, oblunghi, ma metà, nella misura, degli antichi
mattoni persiani che si usavano nella Iràga. Così, anche
oggi, un mattone d’ Egitto misura la metà d’un mattone
della Iràqa dei nostri giorni.
Furono anche trovate sotterra certe cripte spaziose
in ogni loro parte, solidamente costrutte, in cui si stava
una gran quantità, un numero grandissimo di antichi
morti, tutti ravvolti in lenzuoli fatti di tela di lino. P
c'è caso che qualeuno d’essi ne abbia attorno un migliaio
di braccia. Ogni membro del morto è stato prima ravvolto da sè, cioè separatamente, come la mano, il piede,
le dita, in pannilini sottili. Ma dopo n’è stato ravvolto
tutto quanto, e insieme, il corpo, sì che esso è diventato
come un grosso volume. Quelli poi degli Arabi e della
gente di campagna e altri che si sono dati a frugare in
queste cripte, hanno tolto di que’ lenzuoli e di ciò che vi
hanno trovato dentro, per trarne guadagno, e se ne sono
fatte delle vesti, ovvero li hanno venduti ai fabbricatori
di carta perchè ne facessero carta per i droghieri. Si sono
poi trovati aleuni morti rinchiusi in arche di legno di
sicomoro, forte e grosso, e altri in arche sia di Marmo,
sia di pietra di Siene, e altri ancora in grandi urne ripiene di miele. Mi raccontò poi un tale del quale io mi<noinclude></noinclude>
lmly8e2b0y4azi4gio1jeprcx2ws4mg
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/331
108
1031799
3901280
2026-09-18T12:50:41Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901280
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 315 —|}}</noinclude>
fido, ch’egli e altri, mentre andavano frugando per trovar
tesori là presso le piramidi, s'imbatterono in una urna
suggellata. L’aprirono, ed ecco che conteneva del miele.
Ne assaggiarono, ma poi alle dita d’uno di loro si appiecicò una ciocca di capelli. Quel tale tirò a sè, ed ecco
mostrarsi loro un piccolo bambino, tutto rattratto delle
membra, con le carni ancor fresche, avente ancora attorno
certi ornamenti d’oro e di pietre preziose. Si trovano poi
cotesti morti coperti alla fronte, agli occhi, al naso, d’una
foglia d’oro come se fosse una scorza. Si è trovato s0vente questa lamina d’oro su tutto quanto il corpo del
morto a guisa d’un velo; e vi si trovano sovente da
presso anche oggetti d’oro, ornamenti e pietre preziose,
e spesso anche gli utensili e gli strumenti con cui il morto
era solito lavorare quand’era vivo. M’ha affermato poi
gente degna di fede d’aver rinvenuto presso uno di cotesti morti gli utensili dei barbieri, la pietra per affilare
i rasoi e i rasoi stessi, e, presso un altro, gli utensili di
quelli che applicano ai malati le ventose, e presso un
altro ancora, gli arnesi dei tessitori. S’intende da. tutto
ciò ch'era costume di questa gente antica di seppellir col
morto i suoi denari, i suoi utensili, le sue cose.
Era pur loro costume (Iddio lo sa meglio di noi!) di
porre accanto al morto certa quantità d’oro. Perciò, un
giudice di Bùsîr che è luogo vicino a tali sepolereti, mi
ha raccontato d’aver fatto aprire tre di quelle sepolture,
e d’aver trovato, su ciascuno dei tre cadaveri, una lamina o foglia d’oro tanto sottile da non potersi quasi
levare e raccogliere. Nella bocca di ciascun morto era
stata introdotta una verghetta d’oro. Il peso delle tre
verghette prese tutte insieme fu trovato di nove mdth9al (1).
Ma le cose che si raccontano intorno a questo argomento,
sono tante che non possono essere comprese tutte în questo
libro.
(dall’arabo di Abd al-Latîf).
(1) Misura di peso che i Dizionari arabi determinano a 13/7 di
dirhem,<noinclude></noinclude>
7zesfeh75ltcbzv63r5r0ffe99bsxqy
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/332
108
1031800
3901281
2026-09-18T12:50:47Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901281
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 316 —|}}</noinclude>
10. Costumi degli Arabi antichi e loro elogio.
Gli Arabi hanno inteso assai bene che l’andare er‘ando, secondo il costume nomade, per la terra e il
cambiar di giorno in giorno il luogo da accamparvisi, è
costume assai più confacente d’ogni altro ad una gente
nobile e più conveniente ad una nazione orgogliosa e fiera.
« Noi, hanno detto, vogliamo esser padroni del luogo
dove siamo, e abitiamo dove più ci piace. Questa è la
vita che ci accomoda meglio di ogni altra ». Per tal
ragione appunto, si sono scelti di abitare nel deserto,
Altri invece sono d’opinione che gli Arabi antichi,
poichè Iddio li ha dotati di animo grande, di nobili pensieri, di gran talento, di fiero orgoglio, ed essi si guardano da ogni atto biasimevole e rifuggono dall’onta e
dalla vergogna, si son dati a considerar bene la condizion
del vivere in luoghi fissi e in abitazioni ferme, e ad
osservare come si stia dentro le città e dentro i luoghi
edificati e murati, e hanno veduto che vi sono e danni
e malanni. Perciò, quelli tra loro che avevano esperienza
e discernimento, hanno detto giustamente che le regioni
diverse vanno soggette al guastarsi e all’ammalarsi come
i corpi umani, e che loro incolgono certi mali e toccano
certi difetti. È necessario, pertanto, scegliere i posti da
abitare secondo che offrono buona condizione di sanità,
da che l’aria ha importanza grande quanto alla salute e
spesso essa è quella che nuoce al fisico degli abitanti e
guasta gli umori e il temperamento di quanti vi si stanno.
I filosofi arabi poi sostengono che gli edifizi e i recinti
tutti chiusi da muri impediscono dal goder liberamente
il possesso del terreno, tolgono di potere andar vagando
come più piace, frenano e incatenano l’immaginazione e
il pensiero, arrestano gli slanci più nobili dell’animo e
l’impeto verso la gloria, che, insomma, non e'è alcun
bene o vantaggio nel rimanersi a queste condizioni di
vita. Soggiungono che i luoghi all'ombra, in mezzo agli
edifizi, tolgono di poter mangiare con gusto e appetito,<noinclude></noinclude>
2nseva1mv50sfggszmvatfdvxw5cepc
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/333
108
1031801
3901282
2026-09-18T12:50:52Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901282
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 317 —|}}</noinclude>
impediscono l’espandersi dell’aria, le chiudono il passaggio
libero, l’arrestano nel suo corso.
Gli Arabi perciò abitarono sempre i deserti più vasti
nei quali non hanno da temere angustia di spazio o sopravvenir di malanni, LA, ogni fastidio è rimosso; l’aria
v'è libera, copiosa, nè vi son malattie; l’immaginazione
si eccita e vivifica in quei luoghi; la mente si schiarisce
in tanto continuo mutar di soggiorno; i temperamenti si
risanano; gl’ingegni si rafforzano; le passioni si purificano; il corpo rinvigorisce. Siccome poi l'intelligenza
d’ogni persona e il modo suo di pensare partecipano della
natura dell’aria e della regione abitata, così, in questi
luoghi aperti e vasti, v’ha sicurezza e franchigia da ogni
malattia, morbo, incomodo, accidente che sia. Poichè
adunque gli Arabi hanno scelto di abitare nei deserti e
di tenersi sempre nelle regioni più abbandonate e pericolose, son diventati anche la gente più vigorosa e d’indole più forte tra le altre, la più gagliarda nei pensieri, la
più sana di corpo, la più generosa nell’ospitalità, la più
pronta nel proteggere altrui, la più liberale nel donare,
la più magnanima negl’intendimenti. Tutta questa lode
è stata procacciata loro dalla purezza dell’aria e dalla’
salubrità del deserto, perchè, d’altra parte, tutto quanto
il corpo umano e le parti sue s’alterano e si risentono
quando gli si accumulano intorno cose infette e guaste o
gli stagnano da presso le acque, e quando in ogni canto
lo circonda tutto ciò che poi agisce in male sopra di
esso. Da ciò si originano tutte le malattie, i morbi, i
malanni delle città, quali affliggono le persone sì che poi,
anche quando non sono veramente malate, loro cadono i
capelli e la vista s’indebolisce. Ma gli Arabi son rimasti
superiori a tutti i popoli nomadi come loro tra le diverse
nazioni, e ciò per quanto abbiam detto or ora a proposito del loro cercarsi e scegliersi con tanta cura il luogo
da abitarvi (1).
(1) Tutto questo elogio pomposo che l'Autore fa della sua nazione,
vero e giusto in gran parte, corrisponde all'alto concetto che gli Arabi
avevano di sè. Vedi, nell'Isfamismo, cap. IV, $ 8, quale opinione ne avesse
il Califfo Omar.
prio O<noinclude></noinclude>
k4tj8rtspxwx5mh1wjtg3swzykwsqvk
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/334
108
1031802
3901283
2026-09-18T12:50:57Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901283
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 318 —|}}</noinclude>
Raccontano AI-Heytham ibn Adi e Al-Shargi ibn AlQutami e altri storici come una volta fosse mandato al
re Kisra Anùshirvàn certo personaggio arabo di molta
eloquenza. Kisra l’interrogò sul modo di vivere degli
Arabi, del loro abitar nel deserto, del loro amore per la
vita nomade. B l’arabo: Essi, o re, sono i veri possessori della terra ed essa non li possiede punto! Non sanno
che farsi nè di mura nè di fortificazioni, ma confidano
nelle spade affilate e nelle lancie acute, per loro protezione e difesa. Chi poi possiede un brandello solo di terra,
gli è come se la possedesse tutta quanta. Essi ne traggono
ogni vantaggio e godono dei beni e degli agi ch’essa può
loro offrire.
Il re domandò: Qual è la posizione degli Arabi in
rapporto alla sfera celeste? — Rispose l’arabo: Sotto le
due Farqadàn (1), sotto il capo della Via Lattea, sotto
l’interstizio del Capricorno. S’intende per questo che,
sulla terra, son volti verso Oriente. — Che venti hanno?
— Prevalgono presso di loro, di notte però, i venti intermedì fra due punti cardinali, e quello orientale quando
il sole incomincia a discendere. — Quanti venti spirano
in Arabia? — E l’arabo: Quattro. Quando cessa uno dei
venti intermedî, quello che Spira tra la costellazione del
Canopo e il punto dell’orizzonte in cui l’alba incomincia
a biancheggiare, è il vento di Mezzogiorno. Quello che
viene dalla parte opposta a questi due punti, cioè dalla
parte di verso ponente, è il vento di Settentrione. Quello
che viene di dietro dalla Kaaba, è il vento di Ponente, e
quello che le spira di faccia, è il vento di Levante. —
E il re: Di che si alimentano per lo più? — Di carne,
di latte rappreso, di datteri, di vino di datteri.
Che qualità hanno? — E l’arabo: Grandezza, nobiltà
di sentimenti, mostrarsi generosi e benefici, accogliere
gli ospiti, proteggere e difendere i deboli, far cose belle e
lodevoli, dar il sangue per far bene altrui. Viaggiano di
notte, sono i leoni della boscaglia, sono gli abitatori dei
campi vasti e aperti, gli amici e i famigliari del deserto.
(1) Nome astronomieo arabo di due Stelle vicine al Polo.<noinclude></noinclude>
q6supikula7p5zb2usfdlo1jnokd5iq
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/335
108
1031803
3901284
2026-09-18T12:51:02Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901284
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 319 —|}}</noinclude>
Si appagano del poco, rifuggono da ogni atto di sommissione e di viltà. Son dei loro costumi il vendicarsi,
il guardarsi da ogni atto biasimevole e men degno, il
difender Vonore. — KR ilre: Tu m°’hai qeseritto assai bene,
nelle sue qualità nobili e generose, cotesta nazione tua,
ciò che mi persuade ad accondiscendere alle richieste e
alle domande per le quali tu sei stato mandato da me.
(dall'arabo di Al-Masùdi).
11. Monti e metalli.
Grande veramente è l’utilità delle montagne. Al
qual proposito uno dei tanti filosofi (1) ha osservato che,
se non vi fossero le montagne, la superficie della terra
sarebbe tutt’all’intorno e piana e liscia, e le acque dei
mari la coprirebbero in tutte le parti sue e la serrerebbero all’intorno con le onde al modo con cui la serra
all’intorno l’atmosfera, e diverrebbe inutile e vano, in
tal caso, il disegno sapiente della Provvidenza riposto nei
metalli, nei vegetali, negli animali. Appunto per quello
che ora abbiam detto, la sapienza divina ha voluto che
le montagne esistessero. Altri filosofi poi sostengono che
le montagne sono l’origine del nascere delle acque dolci
che scorrono sulla superficie della terra, e che son poi
umor vitale alle piante e agli animali; e dicono ciò appunto perchè queste acque dolci sono prodotte dal condensarsi dei vapori che stanno sospesi nell’aria, cioè
delle nubi. Le montagne più alte poi, che si distendono
per lungo tratto di continente, a Levante, a Ponente,
Mezzogiorno, a Settentrione, impediscono ai venti di portar
via i vapori aerei, li trattengono anzi in mezzo agglomerati e stipati in modo che, quando il freddo li tocca, si
sciolgono in pioggia e in neve. Supponendo che le montagne fossero tolte via dalla superficie della terra, la terra
altro non sarebbe che una sfera senza bassure, senza
(1) Designazione generica di filosofi e scienziati greci senza riferirsi
pìù all’uno che all’altro, secondo l’uso degli scrittori musulmani,<noinclude></noinclude>
o3b0b9859km7vl1lgba7cjtx512d5xz
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/336
108
1031804
3901285
2026-09-18T12:51:08Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901285
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 320 —|}}</noinclude>
alture, e i 7apori che se ne sollevano, non vi rimarrebbero agglomerati fino al tempo in cui il freddo li deve
toccare, ma si disperderebbero e cangerebbero di posto
nell’aria, nè le gegne potrebbero scorrere sulla faccia
della terra, ma ve"ne Sarebbe soltanto 14 dove piove, e
questa sarebbe subito assorbita. Procederebbe da ciò che,
nell'estate, i vegetali e gli animali avrebbero penuria
d’acqua come appunto avviene nei deserti più remoti.
I metalli quasi non SÌ possono numerare, tanti sono!
Alcuni di essi son noti agli uomini, mentre altri non
sono; tutti poi si suddividono in metalli che si liquefanno,
e in metalli che non si liquefanno. I metalli più noti
alla gente in comune sono l’oro, l’argento, il rame, il
ferro, lo stagno, il piombo, il khAr-sînî (1).
La natura dell’oro è d’essere Splendido, grato alla
Vista, di non consumarsi nel fuoco, perchè il fuoco non
è capace di Separar gli atomi ond’esso SÌ compone,
Non si consuma Stando sotterra, non irruginisce con
l’andar del tempo, è duttile, biondo, fulgido, pesante,
grave. Il suo colore procede dalla natura sua ardente;
la duttilità sua, dalla natura sua crassa; il suo splendore
procede dalla purezza della sostanza ond’è composto (2);
il suo peso, dall’esser composto di elementi petrosi.
L’oro è il più nobile benefizio che Iddio abbia fatto
a’ suoi servi, perchè, soltanto Per esso, si sostengono gli
affari del mondo e vanno a dovere le faccende umane
per la necessità che gli uomini ne hanno nei loro bisogni.
‘Ciascuno di noi, infatti, abbisogna di molti e varî mezzi
per procacciarsi di che alimentarsi, di che Vestirsi, dove
abitare, e per provvedere a molti altri bisogni. Può
darsi, a modo d’esempio, che qualcuno abbia esuberanza
di certe cose (supponiamo che abbia esuberanza di Vesti),
ma abbisogni di stano; e può darsi che chi ha esuberanza
aio alate
(1) Parola persiana (prop. khar i cini) che significa pietra cinese, È
un composto di arsenico e di Zinco, non un Vero metallo (così il commento arabo a questo passo).
(2) Credevasi da questi naturalisti musulmani ehe i metalli tutti
Provenissero da una certa miscela di mercurio e di zolfo. Vedi l’Istamismo,
cap. VI, $ 6, Pag. 402,<noinclude></noinclude>
ckw3mr65nbpcvozgdqw48ap2jce5c5k
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/337
108
1031805
3901286
2026-09-18T12:51:13Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901286
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 321 —|}}</noinclude>ERRO n
di grano, non abbisogni di vesti. In tal caso, è indispensabile un intermediario del quale e l’uno e l’altro di
quei due abbia necessità e desiderio, e però Iddio altissimo ha creato i dindr e i dirhem che sono come due
intermediarî tra cosa e cosa, in modo ch’essi possano
esser dati in cambio di qualunque altro oggetto e ogni
altro oggetto possa esser dato in cambio di essi. Sono
come due giudici in mezzo alla gente. Decidono su ogni
faccenda o bisogno di chi capita loro dinanzi.
(dall'arabo di Al-Qazvini)
12. Le piante.
Le piante sono quelle che, tra tutti gli altri vegetali,
hanno un tronco. Le piante maggiori sono come al posto
degli animali maggiori, e le minori come al posto dei
minori. Ma le maggiori, come la quercia indiana, il platano, il cipresso di montagna, non fanno frutti, perchè
ogni loro umor sostanziale va in nutrimento della pianta
stessa. Non così gli alberi fruttiferi, perchè il loro
umore va speso in nutrimento e della pianta e del
frutto. Questa loro condizione somiglia alla condizione dei
maschi e delle femmine fra gli animali, perchè il maschio
ne è sempre più grande della femmina, e perchè parte
degli umori nutritivi delle femmine sono ordinati ad
alimentare il feto. Somigliano poi le piante agli animali
anche nel modo di nutrirsi, perchè, come l’alimento
penetra e s’insinua per tutto il corpo degli animali sì
che non rimane un pelo o un capello che non se ne sia
appropriato una parte, così l’umore che discende fino
alle parti infime di una pianta, monta poi a poco a poco
fino alla sommità dei rami per entro i meati della pianta
stessa, finchè si spande per tutte le foglie e per tutte
quante le parti delle foglie, e ne nutre ogni lembo. Scorre
per i meati delle piccole vene che si vedono alla radice
di ogni foglia; mentre la vena maggiore è come il fiume,
dal quale si dipartono come tanti rivoletti diramantisi
Italo Pizzi - Fiori d'Oriente
21<noinclude></noinclude>
i79pyc2fk8rvldt52asivmv797xuidx
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/338
108
1031806
3901287
2026-09-18T12:51:18Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901287
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 322 —|}}</noinclude>ciali
NITTI
— 322—
per tutta l'ampiezza della foglia, sì che l’umore ne
giunge fino alle parti estreme. Ciò stesso si fa nelle
parti tutte di un frutto qualsiasi.
Tra le meraviglie dell’opera del Creatore si è questa
dell’aver creato le foglie degli alberi in modo che fossero
ornamento per essi e difesa dei frutti contro l’offesa del
sole e dell’aria. Iddio altissimo le ha ereate in modo che
restino al disopra dei frutti, separate fra loro da certi
intervalli, mon stipate o addossate ai frutti, ma non lontane, in modo che essi possano sentire ora il soffio dell’aria, ora il calor del sole. Che se fossero tutte addossate
ai frutti in modo da impedire che giungesser loro l’alito
dei venti e i raggi del sole, essi rimarrebbero, non potendo maturire, grossi e ruvidi di buccia, scarsi di succo.
Quando poi cade dall’albero qualche foglia, il sole tocca
i frutti e li colorisce, come puoi vedere in una melagrana,
di cui una faccia è sempre colorita dal sole. Finalmente,
quando i frutti sono giunti a maturità, cadono e si disperdono le foglie della pianta perehè l’umore non ne sia
succhiato inutilmente da esse e il vigore ne diminuisca.
Così tu puoi vedere che, anche fra gli animali, le femmine s’indeboliscono allattando bambini.
(dall’arabo di Al-Qazvini).
13. La palma.
La palma è un albero benedetto che non si trova se
non nei paesi dell’Islamismo. Diceva il Profeta (1): « La
palma, o fedeli, è la vostra zia paterna ». Egli la chiamò
così, nostra zia paterna, perchè fu creata con quel tanto
di limo ch'era rimasto dopo che Iddio aveva ereato con
esso Adamo (che a lui sia la pace!). Essa perciò somiglia
all'uomo nella statura alta e diritta, nella specificazione
dei due sessi, del maschio e della femmina, nella proprietà tutta particolare dell’accoppiarsi e del fecondarsi.
(1) Gioò Maometto. È uno dei tanti detti o sentenze che la tradi=
zione musulmana gli attribuisce.<noinclude></noinclude>
11j41rinpkcqz83swrb76dbauvboolw
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/339
108
1031807
3901288
2026-09-18T12:51:23Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901288
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 323 —|}}</noinclude>Pr
| DIO)9
ON rr
Se le si recide il capo, perisce. La sua spata ha un involuero che somiglia alla membrana che involge il feto
umano. Quand’è offesa la midolla molle che ha alla
sommità, la pianta della palma muore appunto come
muore l’uomo quando il cervello n'è offeso. Quando le
si recide un ramo, un altro non ne rinasce in cambio,
come non rinasce nel corpo dell’uomo un membro in
cambio d’un altro che vi è stato reciso. Ha sul vertice
un viluppo fibroso appunto come è la chioma sul capo
dell’uomo.
L'autore del Libro sull’agricoltura (1) dice che,
quando una palma non fa frutti, il padrone o il coltivatore si prende una scure, s'avvicina ad essa palma e intanto va dicendo a chi è con lui: Voglio atterrar questa
palma, perchè non fa frutti. — Non farlo! gli grida
l’altro, perchè quest'anno essa fruttificherà. — Essa non farà
nulla! ripiglia l’altro, e intanto la colpisce due o tre volte.
Allora il compagno, afferratagli la mano, gli dice: Non fare!
perchè è una pianta buona! Attendi ancora per quest'anno,
e se essa non farà frutti, farai ciò che ti parrà. — Dopo
cotesto, ripiglia l’autore, quella palma produce frutti in abbondanza. Così ogni altro albero di palma, quando gli si
faccia così, produce frutti. Se poi, soggiunge il nostro autore, tu avvicini fra loro i maschi e le femmine, il prodotto
di queste si accresce, e ciò per l'intimità del ritrovarsi
insieme. Ogni qualvolta però si toglie loro questo commercio coi maschi, essendo separate, non producon nulla.
Quando invece tu avrai piantato dei maschi in mezzo a
delle femmine, purchè il vento vi spiri per il mezzo, comunicandosi a queste il polline della spata dei maschi,
ciascuna di esse all’intorno ne rimane fecondata.
(dall’arabo di Al-Qazvimi).
(I) Cioò Abù Zakàariyya ibn al-Avvàm di Siviglia, del principio del
VI secolo dell’ Egira,<noinclude></noinclude>
lkvec9bdpukwag4zfk5jwlw20gzdb93
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/340
108
1031808
3901289
2026-09-18T12:51:29Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901289
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 324 —|}}</noinclude>
14. Gli animali,
Gli animali si trovano collocati nella terza classe degli
esseri creati, e sono i più avanzati tra gli esseri originati
dagli elementi. La prima classe è quella dei minerali che
Si conservano sempre tali e quali nella loro rigidezza,
essendo essi i più vicini di tutti agli elementi primi. La
seconda è quella dei vegetali, i quali tramezzano tra i
minerali e gli animali perchè nascono e crescono, ma,
non hanno nè senso nè moto. La terza è degli animali, dei
quali sono proprî insieme il nascere, il crescere, il senso
e il moto. Queste facoltà si trovano in ciascun individuo
degli animali, anche nelle mosche, anche nelle zanzare.
Per quel che riguarda i sensi, Iddio altissimo li ha
concessi agli animali entro certi limiti determinati. Il corpo
degli animali essendo esposto a malanni tali che possono
o fargli del male o farlo perire, la sapienza divina gli ha
conferito certa facoltà sensitiva, per mezzo della quale
esso può avvertire ogni cosa che gli può recar noia 0
danno, e allontanarla da sè tosto che ne sente l’effetto
Spiacevole. Che se non fosse questa facoltà sensitiva, gli
animali non avvertirebbero la fame, sì che d’un tratto e
all'improvviso morrebbero per non essersi alimentati, Così
avverrebbe che, quando dormono, ove gli toccasse il fuoco
o nelle gambe anteriori o nelle posteriori, non ne avrebbero
sentore alcuno finchè non si fossero destati dal sonno, ed
ecco che allora si troverebbero ad esser privi delle gambe.
Quanto poi al moto, poichè gli animali hanno bisogno
di alimento e l’alimento non trovasi pronto in ogni tempo
là presso di loro, la sapienza divina gli ha forniti degli
strumenti del moto perchè, movendosi per essi, vadano
în cerca di lor sostentamento. Che se non fosse questa
facoltà del moto, gli animali, pure avendo necessità di
alimento, non potrebbero condursi fino ad esso e morrebbero
di fame, come appunto una pianta, che non trovasse acqua,
si disseccherebbe. Avverrebbe così, che quando li raggiungesse o un incendio o una inondazione, rimarrebbero<noinclude></noinclude>
hq6q82z2byozju0zcwpdr4wqd0jnmyy
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/341
108
1031809
3901290
2026-09-18T12:51:35Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901290
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 325 —|}}</noinclude>99
Ted —_
inerti al loro posto finchè o l’inondazione o l'incendio
li toccasse.
Poichè, inoltre, gli animali sono tra loro seambievoli
nemici, la sapienza divina ha fornito ciascun d’essi d’un’arma per difendersi ciascuno dal nemico suo. E però, fra
essi, v'è chi respinge il nemico suo con la forza e con
la resistenza, come l’elefante, il bufalo, il leone; e v'è
chi si salva dal suo nemico con la fuga, e però è conformato in modo da poter fuggire, come le gazzelle, le
lepri, gli uccelli; e v'è chi si difende con armi sue proprie,
come il riccio, l’istrice, la testuggine; e v'è chi si difende
dentro una sua fortezza, come il topo, il serpente, gl’insetti e i vermi. Tra le cose poi decretate dalla sapienza
divina si è pur questa che gli animali son stati creati in modo
che possano perpetuarsi senza erescere c senza diminuire
il loro essere e la loro specie. Variano perciò le lor forme
e le lor membra secondo le loro specie molteplici e varie.
(dall’arabo di Al-Qazvini).
15, Gli uccelli.
Questa classe di animali è dotata in particolare
di gran leggerezza di corpo, e non ha tutte quelle parti
del corpo che si trovano in altri. Il disegno sapiente della
Provvidenza si manifesta in ciò che Iddio altissimo, quando
creò gli animali e dispose che uno fosse avversario e nemico dell’altro, diede a ciascuno 0 potere e armi per
difendersi dal nemico suo come ai giumenti, ai cavalli,
alle belve, ovvero gli fornì di strumenti che agevolassero
la fuga, appunto come tanti altri animali, e fra questi
gli uccelli. Quelli hanno le gambe, questi hanno le ali.
Tali strumenti di fuga, per così chiamarli, richiedono leggerezza di corpo. Che se il corpo ne fosse più grande,
avrebbe bisogno di ali più grandi e robuste, e da simili
ali non procede certamente prestezza alcuna di volo. Il
volo, anzi, ne diverrebbe lento, nè aggiungerebbe nulla<noinclude></noinclude>
1bwbeegzulhejus5knwify3u8x3t602
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/342
108
1031810
3901291
2026-09-18T12:51:40Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901291
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 326 —|}}</noinclude>Coa9o—
alla velocità del camminare, nè si raggiungerebbe lo scopo
che gli è prefisso.
Il volar degli uccelli per l’aria e il non precipitarne,
è una delle tante meraviglie del creato; eppure l’aria è
più leggera degli uccelli, e questi ne son ben più gravi!
Ma, poichè le ali richiedono leggerezza di corpo negli
uccelli, questi mancano di molte parti che trovansi, invece, negli altri animali, i quali partoriscono e allattano
la prole, e ciò perchè essi uccelli più agevolmente possano camminare e più lievemente volare; e queste parti
mancanti sono i denti, gli orecchi, lo stomaco, la vescica,
le vertebre, la pelle grossa e dura. Se tu poi consideri
bene la conformazione del corpo degli uccelli, troverai
che la proporzione tra la sua parte anteriore e la posteriore è la stessa che è tra la parte sinistra e la destra.
Se, inoltre, il collo è lungo, ne sono lunghe, nella debita
proporzione, anche le gambe; e se il collo è corto, ne
sono similmente corte le gambe. Se ad un uccello si recide la coda, esso pencola verso la parte anteriore appunto come una nave di cui la poppa sia leggera.
Dice, a questo proposito, Al-Giàhiz (1) che tutti gli
uccelli che hanno ali assai buone per il volo, son leggeri
di gambe, come gli stornelli e i passeri, e che, ove siano
loro recise le gambe, non possono più volare, come anche
avyiene che, quando ad un uomo siano state recise le
braccia, esso non può più correre. Tutti gli uccelli bevono
l’acqua come centellando, e imbeccano i lor piccini. Alcuni
hanno ricevuto da Dio un dono meraviglioso nei colori delle
loro piume, come il pavone e il pappagallo e il fringuello.
Altri hanno il loro ornamento nel collo, come la tortora;
altri hanno il loro pregio nella gola, come l’usignuolo e
l’allodola; altri hanno un dono meraviglioso nella conformazione delle parti del corpo, come la cicogna, la gru,
lo struzzo; altri, infine, hanno tutta una meravigliosa
struttura particolare, come il rondone, il falco, l’allodola.
(dall’arabo di Al-Qazvini).
(1) Vedi il Registro dei nomi in fine al volume,
i<noinclude></noinclude>
ky6b5ha07o9s78q16ounc670a5y7ztd
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/343
108
1031811
3901292
2026-09-18T12:51:45Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901292
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 327 —|}}</noinclude>goa
16, L’'usignuolo.
L’usignuolo è detto, in lingua persiana, hezar-destan
(1), ed è un uccello esile di corpo, mobilissimo, gran
cantore, scioltissimo di lingua. Abita nei giardini, dove
si sfoga in canti malinconici, e dove si trova nei giorni
soltanto in cui fioriscono le rose. Dicono, anzi, ch'egli
sia innamorato delle rose e che, quando vede che qualcuno ne recide, raddoppia i gridi (2). Per l’intenso ardore ch’esso ha, non tollera un istante solo la pioggia.
Non s’accoppia se non nei giardini. Il vento lo porta via,
tanto esso è esile di corpo. Egli sa cotesto, e però, in
giorno di vento, non esce mai.
(dall’arabo di Al-Qazvini):
17. L’airone.
È un volatile che in persiano chiamasi mahi-khvar
(3), e trovasi particolarmente a Bassora sulle rive dei
fiumi donde si tuffa nelle acque a capo in giù e con
impeto grande. Rimane lungo tempo sott'acqua, nè l’acqua
lo risospinge a galla pur con la leggerezza del suo corpo.
« Io ho veduto, raccontò già un filosofo, un airone tuffarsi nell’acqua e risalirne con unì pesce ch’esso aveva
preso. Un corvo l’assali e gli tolse il pesce. L’airone
allora si tuffò un’altra volta nell’acqua e ne risalì con
un altro pesce ch’esso, volando, recò là presso del corvo.
Il corvo se ne invogliò e volle rapirglielo, ma l’airone,
avventatoglisi contro, lo afferrò col becco per una zampa
e così si tuffò con esso nell’acqua e tanto vi rimase che
il corvo vi si affogò. Esso poi ne uscì sano e salvo. ».
(dall’arabo di Al-Qazvini).
(1) Cioè quel dai mille gorgheggi. L'Autore è persiano, ma scrive in
arabo che era la lingua dotta d'allora.
(2) È bella finzione dei poeti lirici persiani l'amor degli usignuoli
per le rose, Vedi, al n. 3, b del libro VI di questo volume, la bella favola
del Giardiniere e dell'usignuolo.
| (3) Cioè il mangia pesci; in arabo è detto gRarvds, cioè Palombaro.
ernia<noinclude></noinclude>
r0wvlxkw4zt5qmwmiyrcxewvwl9hf6f
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/344
108
1031812
3901293
2026-09-18T12:51:50Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901293
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 328 —|}}</noinclude>TI GIS
18. La zanzara.
La zanzara è un animaletto di picciolezza estrema
che, tuttavia, ha la stessa figura dell’elefante, perchè
ogni membro che è stato dato dal Creatore all’elefante,
è stato dato uguale e simile alla zanzara, eccetto le ali.
Lode adunque a Dio, il quale ne ha designatoe ordinato
le parti esterne e interne del corpo, e le facoltà, come
quelle di una gran belva! Riguarda tu alla picciolezza
del suo corpo, mentre l'occhio a gran fatica può rendersi conto di quella picciolezza. E riguarda al capo e
vedi di qual proporzione esso sia col rimanente del corpo,
e come vi sia stata posta la facoltà visiva e l’uditiva.
Osservane il cervello e vedi qual parte esso occupi della
testa, e come vi siano state poste cinque energie 0 forze
interne (1). Possiede, infatti, associazione d'idee, perchè,
come s'accorge dell’avvicinarsi di qualche animale, si
mette in moto per raggiungerlo e posarsi su di esso. Ha
facoltà immaginativa, perchè, quando si posa su di un
animale, lo punge con la proboscide, ciò ch’essa non fa
quando si posa su di un muro. Ha facoltà di sospetto e
di timore, perchè sa distinguere tra ehi le si avventa
contro per schiacciarla, ed essa fugge, e tra chi non le
si avventa contro, e allora rimane. Ha memoria, perchè,
appena ha suechiato del sangue, fugge d’un subito sapendo
ch’essa ha procacciato dolore a chi è stato punto, e le
tocca qualche colpo di mano da chi si risente di quel
dolore. Ha riflessione, perchè, quando s’accorge che la
mano dell’uomo è in moto per colpirla, fugge, ben sapendo
ch’essa può darle la morte, mentre, quando quella mano
s'è quietata, ritorna là dove prima s'era posta, sapendo
che il pericolo si è dileguato e che il luogo del suo
pascere è libero.
(1) « L'Autore, cioè Al-Qazvîni, distingueva in due specie le facoltà o
energie interne degli animali, in quelle sensitive e in quelle intellettive.
Attribuiva le sensitive a tutti gli animali in genere, in quanto esse pro=
cedono dall'istinto. Le intellettive le diceva proprie soltanto dell’animale
parlante, che è l'uomo, non d'altri » (Commento arabo a questo passo).<noinclude></noinclude>
f1jj1rpg5grj9hmyay1qzfwxc170mle
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/345
108
1031813
3901294
2026-09-18T12:51:56Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901294
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 329 —|}}</noinclude>dispo
Ha una proboscide più sottile ed esile di quanto mai
Si possa dire, che, pur con tanta sottigliezza, è vuota
nell'interno, sì che vi può scorrere un filo di sangue.
Alla punta poi di essa è stata data dal Creatore tale forza
che la zanzara punge e trapassa, con essa, anche il cuoio
degli elefanti e dei bufali, i quali, per fuggir da lei,
vanno a cacciarsi nell’acqua.
(dall'arabo di Al-Qazvini).
19. Il baco da seta.
È un animaletto che, quando ha toccato il termine
del suo allevamento e del suo nutrirsi, cerca un luogo
da appostarvisi sulle piante o tra le spine, e là va stendendo certa sua bava sottile e intessendo intorno a sè
un gomitolo simile ad un borsacchino che gli fa poi da
schermo contro il caldo e il freddo, contro il vento e la
pioggia, e dove esso dorme fino ad un certo tempo stabilito, secondo l’istinto che gli ha dato Iddio altissimo.
Il modo poi di allevarlo è una delle meraviglie del
mondo. Gli allevatori, al cominciar della primavera, ne
prendono le sementi e le raccolgono in un pannolino.
Questo invoglio si ripone nel seno di una donna, per lo
Spazio d’una settimana, acciocchè lo tocchi il calore del
corpo umano. Si sparge poi e si distende sopra alcune
foglie di gelso, frastagliate con le forbici, e su quelle
foglie incominciano a muoversi i piccoli bachi e a cibarsene. Stanno poi senza mangiare per tre giorni, e allora
si suol dire ch'essi sono nel primo sonno. Dopo ciò, tornano a mangiare, e mangiano per una settimana; dopo
di che si lasciano stare per altri tre giorni, e si dice allora
ch’essi sono nel secondo sonno. Così fanno anche un’altra
volta, e si dice allora ch’essi sono nel terzo. Dopo queste
tre dormite, si dà loro molto da mangiare, ed essi allora
vengono al punto di fare il filugello (1). Per cotesto, s’in(1) Nome, in forma di diminutivo italiano, di origine orientale. Arabo
filag* (g' palatale) dal persiano pilal o Pila.<noinclude></noinclude>
az9uc9jecah9wvfrdpilmozxcoxiiof
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/346
108
1031814
3901295
2026-09-18T12:52:01Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901295
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 330 —|}}</noinclude>99
SU) =
comincia dal manifestarsi intorno a ciascuno certa materia che somiglia al tessuto dei ragni e che di giorno in
giorno cresce sempre più. Così si forma il filugello. Dopo
certo intervallo, quando piove, l’umidità dell’aria ammollisce il filugello, il baco lo trafora, e n’esce poi, ed. eceo
che gli sono spuntate sul dorso due ali con cui esso vola.
Procedendo in questa maniera, non si ricava dal filugello
alcun prodotto di seta.
Quando, invece, se ne vuol ricavare il prodotto, i
filugelli si espongono al sole acciocchè il baco che vi sta
rinchiuso, muoia, e così dal filugello si possa trarre la
seta. Parte poi dei filugelli si lascia non tocca acciocchè
ciascun baco, traforandoli, ne esca e deponga le ova le
quali si mettono in serbo, per l’anno susseguente, dentro
un vaso pulito di terra o di vetro. Le vesti di seta son
molto utili per preservar la persona dalla scabbia e dalla
rogna, nè vi nascono tignuole.
(dall’arabo di Al-Qazvîni).
20. Il ragno.
Sono molte le specie dei ragni, e ogni specie ha una
maniera meravigliosa di fare e di comportarsi. Ve ne son
di quelli che hanno lunghe le gambe, e perchè ne conoscono la debolezza e sanno che non possono andare attorno cacciando, si preparano le reti per far preda e certi
lacci, filati di lor bava. Si appostano perciò nell’angolo
che è fra due muri vicini, slanciano la bava, che è il lor
filo, sur un de’ lati e ve l’appiccicano, e poi sull’altro,
quindi un’altra volta e un’altra ancora. E tale è il lor modo
di ordire. Ne riempiono poi la trama, e si compie così il
tessuto, e tutto ciò in proporzione geometrica, finchè tutto
sia come dev'essere. Il ragno, allora, si apposta, posato
là nel centro dell'angolo, aspettando che caschi la preda.
Quando v’incappa qualche mosca 0 qualche altro insetto,
balza fuori per pigliarselo.
Un'altra specie di ragni ha le gambe brevi. Questo
ragno è detto il leopardo perchè caccia le mosche al modo<noinclude></noinclude>
4kag105f4tgubj5x5viql7bylvaijb2
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/347
108
1031815
3901296
2026-09-18T12:52:06Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901296
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 331 —|}}</noinclude>39IDI
smi DD) n
del cacciar del leopardo. Egli fa cotesto appostandosi in
un angolo, e quando una mosca gli vola da vicino, si av
venta su di essa. Il più delle volte, attacca un filo al
soffitto della casa e ne discende sospeso col capo all’ingiù,
e quando gli vola da vicino una mosca, le si avventa addosso e se ne impadronisce. Cè un ragno d’un'altra
specie, detto il leone, che ha sei occhi. Questo ragno,
quando vede una mosca, s'accovaccia a terra e poi spicca
un salto, al modo del leone, e quel suo salto non fallisce
mai. Esso è il malanno delle mosche. E c’è la specie dei
ragni detta delle tarantole, Se una tarantola va su d’una
persona, quella persona muore, uccisa dal veleno di essa.
È detta lo scorpione dei serpenti, perchè può dar la morte
anche ad un serpente. C'è poi il ragno d’un’altra specie,
piccolo di corpo, che fa la sua tela e va su e giù per
la sua casa. Quando poi una mosca resta presa a quelle
sue insidie e la ragnatela trema tutta al tremito della
mosca, esso, accortosene, accorre subito e ne succhia gli
umori e il sangue, mentre essa grida per il dolore (1)
finchè muore. Esso allora la strascina nel suo nascondiglio
come per porla in serbo. Le mosche cadono per lo più
nelle insidie di questi ragni dopo il tramontar del sole.
Dicono alcuni filosofi essere le femmine dei ragni
quelle che lavorano, laddove i maschi sono altrettanti neghittosi che non vogliono far nulla. Altri invece asserisce
che l’ordito, nelle ragnatele, è opera della femmine, e
che la trama è opera dei maschi, essendo la trama assai
più robusta dell’ordito. Sono, insomma, come due sozî nel
lavoro, ovvero un maestro e un discepolo.
(dall'arabo di Al-Qazvini).
21. L’ape.
È un animaletto di forma graziosa, di natura ingegnosa, di figura smilza. La parte di mezzo del suo corpo
è quadrata, cubica; il capo rotondo, sporgente; conica la
(1) È inutile notare l'erroneità di questa asserzione. Il ronzio della
mosca proviene dall’agitarsi delle ali,<noinclude></noinclude>
0tn7ipsugoh6ouul2cv62wbe4sdqzt8
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/348
108
1031816
3901297
2026-09-18T12:52:11Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901297
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 332 —|}}</noinclude>parte di dietro. Nella parte di mezzo, è fornito di quattro
piedi, e reca inoltre due zampe davanti, mentre e zampe
e piedi si corrispondono in modo da rendere insieme la
figura d’un esagono.
Fra le api è pur costituita una dignità regia, e i figli
ereditano dai loro padri quella dignità. Le regine delle
api non generano che regine. Ma tra le altre meraviglie
v'è pur questa ch’esse non escono mai dal loro nido, perchè,
se ne uscissero, ne uscirebber con esse tutte le api, e
cesserebbe il lavoro a cui esse attendono. Se la regina
muore, le api si stanno là senza lavorare e in breve tempo
periscono. La regina è della grossezza di due api. 1Ò)quella
che distribuisce alle altre il lavoro, sì che tu vedi come
questa spiani i fondamenti delle celle nell’alveare, e come
quest’altra formi le celle, e come quell’altra faccia il
miele. Se poi qualcuna fa male il lavoro suo, essa non
tollera che stia in mezzo alle altre, ma la manda fuori
e la fa guardiana della porta dell’alveare, perchè non
v’entri nessuna ape che sia caduta su qualche bruttura.
A quell’ape che abbia toccato qualche sozzura o immondizia, la regina non permette di entrare.
La costruzione esagonale delle celle delle api è una
della cose più meravigliose. L’ingegno stesso d’un geometra non può intendere per qual proprietà particolare
le api hanno scelto, per le lor celle, la forma esagonale
a lati uguali fra loro. Ora, questa proprietà particolare
non si trova nella forma quadrata, non nella pentagonale,
non nella rotonda. La più comoda e più acconcia delle
forme sono la rotonda e le altre tutte che si accostano
alla rotonda, mentre la quadrata ha i quattro angoli
sporgenti che rimangon vuoti quando vi s’introduca un
corpo rotondo. La forma delle api è appunto rotonda,
oblunga, e però esse non hanno dato forma quadrata alle
celle perchè lo spazio degli angoli non vada perduto rimanendo vuoto. Che se invece le fabbricassero in forma
rotonda, al di fuori delle celle, fra l’una e l’altra cella,
rimarrebbero degli interstizi vuoti e inutili. E veramente
le forme rotonde, quando sono messe una accanto dell'altra,<noinclude></noinclude>
sa1ya744cnclvv6pnhzyfmvtyxxtjo9
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/349
108
1031817
3901298
2026-09-18T12:52:17Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901298
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 333 —|}}</noinclude>2929
iNYOn
non combaciano perfettamente fra loro; e d'altra parte,
non v'è alcuna tra le tante forme che hanno angoli, che
tanto s'avvicini alla rotonda nella comprensione, e di cui
le parti tutte, quando diverse fra loro son poste accanto,
combacino in modo da non restarvi nessun interstizio,
fuorchè l’esagonale. Pensa tu ora in che modo Iddio altissimo abbia potuto inspirare alle api tanta sapienza!
Lavorano in due stagioni soltanto, in primavera e in
autunno. Raccolgono allora con le mani e coi piedi, dalle
foglie degli alberi e dai fiori dei frutti, gli umori erassi
coi quali si fabbricano le loro abitazioni. Hanno poi due
forcipi appuntati coi quali raccolgono dal frutto degli alberi gli umori più dolci e squisiti. La mente nostra non
può comprendere quale ne sia la natura! ed esse hanno
nel loro interno una forza digerente e cocente che riduce
quegli umori in un miele dolce, soave, che serve poi d’alimento a loro e ai loro piccini. Ciò che ne sopravanza,
dopo che se ne son nutrite, è riposto da loro in serbo
dentro una parte di lor celle di cui poi otturano le sommità con uno strato sottile di cera, in modo che la cer:
di cui pur son fatte le celle, l’involga da tutte le parti.
La sommità, così, ne resta chiusa, come un vaso di terra
chiuso al sommo da un foglio di carta. Questa parte di
miele va riposta per l’inverno.
In altra parte delle celle, depongono le ova, le covano, allevano i piccini. In altra parte, si riparano di
consueto; vi dormono nei giorni invernali, nei giorni freddi,
nei ventosi, nei piovosi, alimentandosi, esse e i piccini,
di quel miele posto in serbo, e se ne alimentano in
abbondanza, quasi scialacquando, non avaramente, finchè
non ritornino i giorni di primavera e spuntino i fiori, ed
esse possano andare al pascolo come han fatto nell’anno
antecedente. Nè questo lor costume, per ispirazione di Dio
altissimo, cessa mai. Fra l'altre cose loro meravigliose v'è pur questa che, quando 5’accorgono che altri
vuol portar via il miele e sentono il fumo quando qualcuno s'accosta per appicare il fuoco all’alveare, si dànno
a divorar rapidamente il miele.<noinclude></noinclude>
tdobhaq9evcynr18knofqd4855f50mx
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/350
108
1031818
3901299
2026-09-18T12:52:22Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901299
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 334 —|}}</noinclude>e-s094, De
Aleuni filosofi hanno affermato che, quando in un
alveare, già colmo di miele, le api s'ammalano, tutte le
api degli alveari vicini, accorrendo, muovon loro un asSalto o una battaglia per il miele che tengono riposto nelle
loro celle, e per impadronirsene dopo averle discacciate.
Sopraggiunge allora il capo degli alveari (1), e si mette
dalla parte delle api deboli e malate, e allora le straniere
si volgono a punzecchiarlo in luogo delle malate in quanto
s’avvedono ch’esso combatte per loro. Quanto poi al miele,
dicesi che il bianco sia l’opera delle api giovani, il biondo
l’opera delle adulte, il rosso delle più vecchie.
(dall'arabo di Al-Qazvini).
22. Le sanguisughe volanti.
In quei luoghi (2) abbiamo veduto le sanguisughe
volanti che la gente del paese chiama le 2/2. Abitano
sulle piante e sulle erbe che son vicine alle acque. Allorquando s’avvicina loro qualeuno, gli si avventano addosso,
e, qualunque sia la parte della persona a cui si avventano, ne esce sempre del sangue in copia. Gli abitanti
del paese usano per rimedio di spremere un limone sulla
sanguisuga, la quale subito si stacca e cade, e di raschiare
con un coltello di legno, preparato a tal fine, la parte
del corpo su cui essa s’era posta. Si racconta che un pellegrino, capitato in que’ luoghi, essendoglisi appiccicata
alla pelle una di tali sanguisughe, volendo mostrar coraggio, non spremette sulla ferita nessun sugo di limone,
Il sangue ne colò in tanta abbondanza, ch'egli ne morì.
Chiamavasi Babà Khàùzi, e c’è la ancora una caverna che
ne porta il nome.
(dall’arabo d’Ibn Batùta)
(1) Forse una delle regine delle api.
(2) Cioè nell’isola di Ceylan.<noinclude></noinclude>
lg4dj0dfigjjk6m33vf9mky9kjusfe1
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/351
108
1031819
3901300
2026-09-18T12:52:27Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901300
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 335 —|}}</noinclude>23. La torpedine.
Nel mare c'è un pesce il quale si chiama la torpedine,
(Quand'è presa alla rete, ognuno che tiri quella rete, o
che per caso la tocchi con la mano, o che ne tocchi soltanto una corda, è preso da tal tremito che non può contenersi come fa appunto chi è preso da febbre. Cessando
il contatto, cessa d’un subito anche il tremito. Se si torna
a toccarla, quel tremito ritorna. È pur questa una delle
tante meraviglie. Lode perciò a Dio, di cui tanto si è
glorificata la potenza!
(dall'arabo di Al-Abshthè).
24. Il corallo.
Il corallo tramezza tra il vegetale e il minerale, perchè esso cresce al modo dei vegetali, ma, nella sua durezza e solidità come di pietra, somiglia ai minerali. 10)
sempre molle e pieghevole quando si trova nella sua miniera, ma s’impietra e consolida appena se ne toglie
via. Tratto particolare, degno d’osservazione, si è questo
ch’esso si dilata, si espande, mostra, come a dire, 1interno suo. Ve ne sono di molte specie, rossa, gialla, bianca.
L'origine sua si sta nel mare, e altri dice ch'è una pianta
che vegeta, e altri ch'è un essere animato.
(dall'arabo di Al-Abshîhi).
25. La pesca delle perle nel Golfo Persico.
La pesca delle perle si fa tra Sîràf e il Bahreyn (1)
in un golfo tranquillo, simile ad un gran fiume. Al sopravvenir d’ Aprile o di Maggio, vi si raccolgono molte
barche e navicelli con pescatori e mercanti di Persia,
d’Al-Bahreyn, d’Al-Qatîf (2).
(1) Sîràfè città dalla parte persiana e il Bahreyn è la costa di contro
all’Arabia meridionale che dà sul Golfo Persico.
(2) Città dell'Arabia meridionale, ricca di palmizì.<noinclude></noinclude>
t8pkkowdpf5c4hm1c4l01l903d95x75
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/352
108
1031820
3901301
2026-09-18T12:52:32Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901301
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 336 —|}}</noinclude>ZIA
rasa
Il pescatore, ogni qual volta intende di tuffarsi nell’acqua, si applica al viso un involucro di scaglia di testugginee con quello se lo ricopre. Con questa scaglia stessa,
si fa una speciedi forcipe ch’egli si applica alle nari. Si
lega una corda intorno ai fianchi, e così si tuffa. I peseatori resistono in modo diverso allo starsi così sommersi; ma ve ne son di quelli che vi si tengono un’ora
e anche più. Quando un d’essì è giunto al fondo del mare,
vi trova delle conchiglie sparse tra le piccole pietre, conficcate nell’arena, e le schianta di propria mano, ovvero
ve le svelle con un coltello aguzzo apprestato a tal fine,
e le ripone in un sacchetto di cuoio che reca sospeso al
collo. Quando poi (il respiro comincia a venirgli meno,
scuote la corda, e un’altro che tiene l’altro capo della
corda e sta fuori sul lido, come la sente scossa, lo trae
e risolleva fino alla barca. Gli si toglie allora il sacchetto
dal collo, indi s’aprono le conchiglie, dentro ciascuna
delle quali si trova un brandello di carne che si toglie
via con un coltello. Questa carne come è toccata dall’aria, si consolida, e tutti i brandelli si convertono in perle.
Si raccolgono allora tutte le grandi e le piccole. Il Sultano del paese ne ritiene il quinto per sè; il rimanente
è comprato dai mercanti che si tengono là pronti sulle
barche. I più son ereditori dei pescatori, dai quali in pagamento, o in tutto o in quella parte che loro spetta, si
prendono quelle perle.
(dall’’arabo d’ Ibn Batita).
26. Fontane di bitume.
In un luogo vicino al Tigri, che si chiama Al-Qeyyàra,
trovasi un terreno tutto nerastro dove sono molte fontane
dalle quali scaturisce del bitume. Gli si fanno de’ serbatoi
nei quali esso si raccoglie. Tu poi potresti vedere sulla
superficie della terra una specie d’argilla di un nero cupo,
levigata, molle, di piacevole odore. Tutt' all’intorno delle
sorgenti si stende un ampio stagno, nero anch'esso, alla
cui superficie si sta una schiuma tenue ch’esso va respin-<noinclude></noinclude>
6tx9ylpl72ihhl5k5esry2mgazaz1a3
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/353
108
1031821
3901302
2026-09-18T12:52:38Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901302
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 337 —|}}</noinclude>
gondo verso la sponda e che man mano diventa materia
bituminosa. V°è pure, nelle vicinanze, un’altra fontana
grande. Quando poi la gente ch'è là, desidera portarsi
vin di quel bitume, v’appicca il fuoco. Il fuoco se ne porta
vin tutta la parte acquosa, e quelli allora tagliano in pezzi
il bitume e lo portano con sè.
(dall'arabo di Ibn Batùta).
27. Precetti per trovar l’acqua secondo i Nabatei.
Nel libro dell’agricoltura dei Nabatei (1) ho trovato
o letto ciò che segue:
Se tu vuoi sapere se l’acqua è vicina o lontana in
in terreno, devi scavare in quel terreno fino alla profonlità di tre braccia o quattro. Prendi poi una pentola di
mune o un vaso di terra cotta e ungine con grasso l’interno in modo tutto uguale. E siano, il vaso o la pentola,
li vasta apertura alla bocca. Quando poi il sole è tramontato, prendi della lana bianca, ben cardata, ben lavata, e una pietra della grossezza di un uovo, e inviluppala in quella lana in modo da formarne come un gomitolo.
Spalma poi e rivesti di cera liquefatta tutto questo gomitolo e collocalo in fondo al vaso che tu hai unto d’olio
o di grasso, quindi riponi il vaso in fondo alla fossa che
lhi scavata. La lana, baderai che essa sia bene accomodata
intorno alla pietra, e che la cera la serri bene tutt’all’intorno, sì che diventi il tutto come una pietra ben compatta. Gitta allora, sul vaso, la terra in modo, ch’esso
resti sepolto sotterra alla profondità di un braccio o due
o anche più, e tienlo così sepolto per tutta la notte. Al dì seguente, prima che spunti il sole, togli via la terra, togli
via dalla buca il vaso. Se tu allora vedrai che la parete
(1) Libro, composto in un dialetto aramaico da Ibn Vahshiyya dotto
Nabateo(sec, IX)che affermava avervi inserito antichi documenti di sapienza
babilonese, Fu composto da lui per dimostrare l’antichità della sapienza
doi Nabatei. Vedi l’Istamismo, cap. V, $ 5.
Italo Pizzi - Fiori d'Oriente
22<noinclude></noinclude>
e7iyvwctorpng8ieylerhhm7g3nxf29
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/354
108
1031822
3901303
2026-09-18T12:52:43Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901303
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 338 —|}}</noinclude>MT
___—_
SILLA
IIIIANNZSE
ISEI
=”vr99
rà 338 carpi
interna del vaso reca molte stille d’acqua l’una accanto
dell’altra, e che la lana n’è inumidita, sappi che c'è dell’acqua e ch’essa è lì vicina. Se, invece, le stille son fra
loro separate, non congiunte, non vicine l’una all'altra,
e la lana è mediocremente umida, è segno che l’acqua
non è vicina, non molto lontana però. Ma l’acqua è lontana quando le stille appaiono separate fra loro d’un certo
spazio, e la lana reca umidità scarsa. Se infine il vaso
non ha nè poche nè molte stille, e la lana non è punto
inumidita, sappi che in quel luogo non c’è acqua e che
è inutile l’affaticarsi a scavarvi un pozzo.
In altri esemplari dello stesso libro sull'agricoltura,
ho trovato, intorno a questo stesso soggetto, quanto segue.
Chi desidera sapere dove sia o non sia dell’acqua,
tenga d’occhio ai formicai. Se trova che le formiche, in
quel dato luogo, son grosse, brune, gravi, che camminano
secondo ch'è loro dato dal peso, l’acqua è vicina. Ma se
trova che le formiche son tanto preste al corso che tu non
le puoi raggiungere, l’acqua è lontana, almeno quaranta
braccia. Quella prim’acqua è dolce, buona; ma quest’altra è pesante e salmastra. È questo un segno per trovare
dell’acqua in un terreno.
(dall’arabo di Al-Mastidi)
28. i fuochi di Sant'Elmo.
Quelli che sono scampati alle tempeste del mar della
Cina, asseriscono d’aver veduto sovente, sulla punta delle antenne dei loro navigli, certa apparizione in forma d’un
uccello tutto luminoso, ardente in modo da non potersene
sostenere la vista. Nè si può comprendere che cosa essa sia.
Quando, sull’alto delle antenne, incomincia ad attenuarsene la luce, que’ marinai hanno osservato che il mare
si calma, le onde si abbassano, la tempesta si quieta.
Quel lume, allora sparisce; nessuno sa come venga, nessuno sa come vada; ma è un segno certo di salute e un<noinclude></noinclude>
5op3bnqrtqtphao3w1ozt2s882idmrm
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/355
108
1031823
3901304
2026-09-18T12:52:48Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901304
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 339 —|}}</noinclude>
indizio sieuro di scampo. Nessuno dei naviganti e dei
moreanti di Bassora, di Sîràf, di Oman e d’altri luoghi,
che abbiano viaggiato per quei mari, ha negato mai ciò
cho ora abbiamo detto. Anzi, ciò che ora abbiam detto,
e possibile, non assurdo, sebbene non necessario, poichè
e ben cosa naturale, nei decreti di Dio potente e glorioso,
il salvare i suoi servi dalla morte e lo scamparli dai pericoli e dalle sventure.
(dall’arabo di Al-Mas@di).<noinclude></noinclude>
3palz8s9vpag7bz13bjixk948miurvx
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/356
108
1031824
3901305
2026-09-18T12:52:53Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901305
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 340 —|}}</noinclude>rete<noinclude></noinclude>
9hoqrtigey4uxvw7z3p12xt7dld75pb
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/357
108
1031825
3901306
2026-09-18T12:52:59Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901306
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 341 —|}}</noinclude>ni = sisisravcicisì isisine nioisininieini ie isis urea SO nai
LIPRO QUINTO
Ragionamenti e considerazioni.
SA AR
1. Onnipotenza e perfezione di Dio.
Iddio, possente e glorioso, non cessò mai dall’esistere
e mai non cesserà. Egli è il grande, Egli è l’eccelso|
Creò le cose tutte nelle forme e negli accidenti loro. DI
quei che induce il giorno nella notte e la notte nel giorno.
Conosce le cose nascoste, e in nulla si celano a Lui le
terre tutte e i cieli. Uguali son per Lui e chi manifesta i suoi
pensieri, e chi li occulta; chi si avvolge nelle tenebre
della notte, e chi si manifesta nel giorno chiaro (1).
Non sa costui Chi lo ha ereato? e ch’ Egli è grazioso,
informato di tutto? che creò gli uomini e le altre cereature nella potenza sua? che li conformò nella sapienza
sua? che li dotò di pregi secondo la volontà sua? che li
governò con la previdenza sua? Non ebbe, nell’atto del
ereare, aleuno con sè che L’aiutasse, non chi Lo consigliasse nel governare le cose create, non chi Lo soecorresse. E come poteva chiedere aiuto a chi non era ancora,
Chi prima non cessò mai di esistere? Non Lo induce a
far ciò che fa altra cagione fuor del suo volere, Non Lo
(1) Passo del Corano, XIII, iL.<noinclude></noinclude>
520boxlzvzsv7b9x8lencgwn5ze7tc3
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/358
108
1031826
3901307
2026-09-18T12:53:04Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901307
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 342 —|}}</noinclude>|«
tocca necessità di luogo. Non Lo costringe necessità di
spazio. Non Lo circoscrive alcuna quantità. Non Lo limita
necessità di tempo. Non Lo avvince modalità alcuna. Il
passato non ha bisogno che Lo illumini, nè Gli manca la
conoscenza dell’avvenire. Tutto l’universo non Lo comî
prende, e l’essere suo non soffre deserizione alcuna.
L'esistenza sua non conosce termine, nè le si possono
appropriare forme o figure, nè l’alterano mai accidenti 0
cangiamenti, nè l’arriva senso o vicinanza d’altri esseri.
Assurdo che alcun altro essere possa o contraffarlo, o
imitarlo, o essergli uguale, o stargli di contro.
Se tu domandi: Dov'è? —, l’esistenza sua ha preceduto ogni luogo, perchè essa non ha bisogno di luogo
aleuno. Dopo aver creato lo spazio, Egli esiste da sè in
sè come anche prima che avesse creato. lo spazio. E
come potrebbe Egli abitare in ciò che procedette da Lui?
Se tu domandi: Che è Iddio? —, Un che non si può applicare a Lui, perchè un che risponde a chi interroga
intorno al genere delle cose esistenti, e Iddio, che è
ab eterno, non ha genere alcuno. Se domandi: Quanto
è? —, Egli è uno nella sostanza sua, unico negli attributi
suoi. Se domandi: Quando incominciò ad essere? —, l’essere suo precedette il tempo. Se domandi: Come fu? i
a Chi determinò il come dell’essere, non si può applicare
il come, perchè chi è soggetto al come dell’essere, è soggetto anche ad alterarsi nell’essere suo.
Di tutto ciò che tu vai immaginando ne’ tuoi pensieri intorno a Lui, Egli è appunto il contrario. Occhio
umano non se Lo può rappresentare. Congettura di mente
d’uomo non Lo raggiunge. Pensiero umano non se Lo
può immaginare. L’intelletto nostro non Lo comprende.
Non ne determina il volere il mutarsi dei giorni.
alcuno non Lo contiene. Non Gli è coetaneo il tempo.
Nessun termine d’età Lo arresta, Nessun computo Lo
circoscrive. Lo starsi vicino a Lui Servendolo, è segno di
sua grazia, e l’esserne lontano è Segno di suo corruccio.
L'altezza sua, Ri l’ha senza esservi salito; l’andar suo,
Ei l’ha senza muoversi. Egli è il primo e l’ultimo. Egli
_gore
—___
Spazio
___———
——_—<noinclude></noinclude>
kfam9vwj18qa0vrrkmdb1ozuf0avnlv
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/359
108
1031827
3901308
2026-09-18T12:53:09Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901308
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 343 —|}}</noinclude>PEPUroe
rogna PI
— 343—
è l’Essere manifesto e l’occulto; il prossimo e il lontano;
quello di cui non v’ha l’uguale, che ascolta e vede.
Io fo testimonianza della Divinità sua e dei nomi
eletti e degli attributi eccelsi dei quali Egli stesso fece
testimonianza a sè stesso! (1). $
(dall'arabo di Al-Turtishi).
2. Iddio non può essere compreso da mente umana.
Laude eterna a Colui che è mente e spirto
(E non assorge a più sublime idea
‘Pensiero umano), dello spazio sire,
Sire di gloria, re che ci nutrica
E guida è a tutti noi, signor del mondo,
Signor del ciel rotante, al sol di bella
Luce datore ed alla luna e all’astro
Dolce de’ vespri! Egli ogni idea trascende,
Ogni nome trascende, ogni concetto,
E dona intanto alle create cose
Colori e luce. Se veder non ponno
L’eterno tuo Fattor questi occhi tuoi,
Ai fulgidi occhi tuoi non dar rancura,
Ohè anche umano pensier via non ritrova
Per giunger fino a Lui. Trascende Ei solo
Ogni nome, ogni loco. Or tu ben sai
Che ove sorpassi ogni visibil cosa
Alto concetto, fin colà non giunge
Umano spirto o mente umana. Il nostro
Spirto e la mente nostra in man si libra
Iddio possente, ed Ei come potria
In librato pensiero esser compreso?
Gelebrarlo qual è, non san gli umani;
Vuolsi però che tu a servirlo accinto
Sempre ti serbi in umiltà. Se crea
Parole a favellar la mente nostra,
Sol per ciò ch’essa vede, in sè le trova
(1) Cioè nel Corano, ritenuto dai Musulmani come rivelato da Dio.<noinclude></noinclude>
3m9791tkotn18cca0g2wg15gh2eq90w
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/360
108
1031828
3901309
2026-09-18T12:53:14Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901309
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 344 —|}}</noinclude>
Einsèlecrea;macontalcoreetale
Spirito e con tal mente e con tal lingua,
Nato mortal come potria l'Eterno
Degnamente lodar? Ben si conviene,
Ben si convien ehe l'essere di Lui
Tu confessi, evitando ogni parola
Merte e stolta, l’adorando in core,
Sua via cereando e con pensier profondo
Meditando sua legge. Ha gran potere
Chi sapienza ha in sè; per sapienza
Rinvigorisce un cor già vecchio e stanco.
Eppur, verbo mortal non fia che passi
Mai questo vel, chè uman pensier non trova
All’essenza di Dio libero il varco.
(dal persiano di Firdusi).
SnRT
PITTI
SETE
SESTRI
PILATO
3. Preghiera d'un Arabo del deserto.
Un Arabo del deserto soleva pregare Iddio dicendo:
O Sostegno di chi non ha sostegno, o Aita di chi
non ha aita, o Protettor dei deboli, o Salvator di chi
perisce, o Grande nel dar speranza ai miseri, Tu sei
colui al quale fanno lode e inni la nera notte e il chiaro
giorno, la luma splendida e il sol raggiante, lo stormir
delle fronde degli alberi e il fremito delle acque! 0
Beneticatore, o Guida di tutti noi! Tu sei il più affabile
degli amici. Per chi si confida in Te, sei Tu il manifesto
e l’occulto; ma Tu conosci ogni suo pensiero. E il pensier mio più segreto è pur chiaro a Te, e io intanto anelo
dolente a Te. Quando mi rattrista l’esser solo in paese
straniero, il ricordarmi di Te mi riconcilia a me stesso;
quando m’assalgono e opprimono i miei tristi pensieri,
Sa |a?
il rifugio mio è il ripararmi presso di Te, perchè ben so
it [E
che le redini d’ogni avvenimento di quaggiù si stanno
7ates
in mano tua, e che il lor principio si sta nel tuo decreto.
3 180
Preservami Tu nel tuo perdono, fermo nella obbedienza
d- Ea
tua, per tutto il rimanente della vita mia, o il più MiseMen i
ricordioso dei misericordiosi! e
(dall'arabo di Ibn Abdirabbihi).
Pi<noinclude></noinclude>
9ob905c95ijvw04il9nd2km4clrq68g
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/361
108
1031829
3901310
2026-09-18T12:53:20Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901310
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 345 —|}}</noinclude>ia
4. Dialogo del Sceicco Omar al-Sîni
con un anacoreta (1).
Raccontava il Sceicco Omar:
Gapitai, un giorno, presso un anacoreta il quale si
teneva nel suo romitaggio. Essendo nata tra me e lui
certa famigliarità, io gli domandai: Chi adori tu, o eremita? — Rispose: Adoro Iddio che ha creato il mondo
con la potenza sua e l'ha conformato con la sua sapienza.
La sua grandezza comprende e abbraccia ogni 6OS® nè
la lingua mostra può far tanto da poter descrivere la
potenza sua, nè l'intelletto nostro può approfondire l’abisso della sua misericordia. Grazie siano rese a Lui per
quel tanto di beni di cui godiamo € di cui si dilettano
gli occhi nostri, si pascono i nostri orecchi, favella lx
‘ postra lingua, per cui si pacificano le nostre vene € DI
contempera la nostra natura.
Io allora gli domandai: O eremita, qual'è la miglior
sapienza? — Rispose: Il timor di Dio.
Qual'è la cognizione più perfetta 2 — La conoscenza
che ha l’uomo della potenza di Lui.
Qual cosa mai aiuta @ sbarazzarsi del mondo? — Ti
aiuterà cotesto, cioè Se il rimanente della tua giornata
lo porrai qual termine d’ogni tua speranza.
Chi t'ha indotto ad avvincer te stesso & questo romitaggio? — Il desiderio di tener lontana dalla gente questa
belva feroce. — E con la mano accennava alla lingua.
Di che vivi? — Della provvidenza di Dio grazioso e
benigno, che tutto sa, e che ha creato la macina che ci
da la farina (2).
Perchè non discendi fra noi uomini e non ti mescoli
alla nostra compagnia? — Perchè le cose tutte che menano
(ab Ul commento arabo di questo passo dice di non aver notizia aleuna
di questi due personaggi.
(2) Per dire figuratamonte che trae vantaggi in favor dell’uomo donde
meno parrebbe possibile.
eE<noinclude></noinclude>
q9jwc12v1zwe7zg5ngyzuyrtpxl2otz
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/362
108
1031830
3901311
2026-09-18T12:53:25Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901311
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 346 —|}}</noinclude>
alla perdizione, si trovano presso di voi, e la salvezza da
tutto ciò trovasi soltanto nella solitudine.
E come hai potuto tollerare la solitudine? — Se tu
avessi fatto saggio della solitudine, ti sarebbe ben penoso
l’allontanartene.
Perchè vesti di nero? — Perchè il mondo è ostello
di lutto, e gli abitanti suoi hanno pur vesti di duolo. Io
me ne son rattristato, e però mi son vestito di nero.
Come pensi alla morte? — Non muovo ciglio ch'io
non pensi che devo morire.
Quanto a noi, noi abbiam disgusto della morte. —
Perchè voi avete coltivato la vita presente e lasciata
incolta la vita futura; vi dispiace, perciò, tramutarvi da
un luogo colto ad un altro, deserto e squallido.
To allora: 0 romito, dammi qualche buon consiglio!
Ed egli: Il miglior consiglio è quello del mirar
sempre al luogo dove stanno sepolti i morti, al succedersi delle ore e degli istanti del tempo. Se ti accade di
accompagnare una bara alla sepoltura, immaginati di
essere come quel morto che è portato via in quella maniera. Non dimenticarti mai di Chi mai non ti dimentica.
Sii buono nel tuo pensiero segreto, e Iddio farà riuscire
a bene ciò che dirai o farai in pubblico. E sappi che di
chi teme Iddio, temono tutti, e che teme di tutto chi non
teme Iddio. Cerca e procaccia il Sapere, ma soltanto per
operar secondo il sapere, non per gareggiare o disputar
con gli stolidi. Guardati dalle passioni, perchè menano
a perdizione. Fuggi, fuggi l'ignoranza, e fuggi a tutto
potere chi loda le opere belle ed evita di farle; biasima
le opere. ree, e poi le fa. Non bere di bevande inebbrianti, che producono debiti al principio e pentimento alla
fine. E non frequentar la compagnia di echi vuol Sopraffarti con parole e con esse ti va abbellendo il peccato,
e poi, come ti ha precipitato nei malanni e nella tristezza,
si dichiara non colpevole di tanto, anzi si rivolge contro
di te. Nel mangiare, nel bere, nel vestire, non imitare i
grandi; non imitar gli orgogliosi nel modo di camminare.
Sii piuttosto uno di quelli da cui si può Sperar del bene,<noinclude></noinclude>
tk29tfu1t34s0uc4s3jkaywyze3twx8
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/363
108
1031831
3901312
2026-09-18T12:53:30Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901312
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 347 —|}}</noinclude>
non di quelli da cui si può temer del male. B sappi che
Iddio mette alla prova chi Egli ama, e ch’Egli si compiace di chi pazienta e soffre; e però, quando sei afflitto,
raddoppia la cura tua nel ricordarlo, nel lodarlo, nel
ringraziarlo. Guàrdati dalla maldicenza e dalla calunnia,
perchè seminano l’odio nei cuori e pongono divisione e
discordia fra gli amici. Osserva quali pregi tu lodi in
altri, e procaccia di appropriarteli; ed evita tutto ciò che
in altri non ti piace. Augura agli altri ciò che auguri a
te, poichè questa è la perfezione della società umana e
del trovarsi bene in riguardo alla religione e al mondo. —
Soprastette un poco, e poi: Ecco! ora io ti raccomando
a Dio e ti dico: Salute! — Così se n’andò e si pose a
pregare.
Ripiglia il sceicco Omar: Io mi compiacqui molto di
lui. Lo richiesi di pregare anche per me, quindi mi tolsi
di là molto ammirato delle sue belle parole.
(dall’arabo di Anonimo).
5. Del contentarsi del proprio stato.
Qualunque sia tua sorte, o caro figlio,
Sempre ne sii contento anche se nulla
Trovasi in terra che più amaro sia
Di povertà. Levandoti al mattino,
Di tue peccata chiedi a Dio perdono,
D’occasion che tu propizia tieni,
Approfittando. Non dir mal del tuo
Fratel ch’è assente. A niun maledirai,
Fuor che a Sàtana reo. Quantunque volte
Rinnovasi alla terra il dì sereno,
Pentir t'è d’uopo de’ commessi falli,
Chè a chi non teme Iddio, timor nel core.
Di tutto infonde Iddio! Ma tu al bisogno
De’ poverelli, fin che puoi, ti volgi,
Perchè al bisogno tuo volgasi Iddio.<noinclude></noinclude>
rz0he7lgy8fmrexfcsngxgvez6jow8e
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/364
108
1031832
3901313
2026-09-18T12:53:35Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901313
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 348 —|}}</noinclude>BRMDERI I
Ogni dovizia tua si sta in tua mano
Come prestito d’altri, e fia cagione
Di duolo a te se dietro a te la lasci (1).
Restituir quel prestito si vuole.
Vedesti mai che si portasse aleuno
Seco i frusti dell’or? Di questo mondo
Che fia mai che ti resti, o dolce amico,
Fuor che di terra pochi palmi e pochi
Di tela funeral? (2). Ma quel che avrai
Dato per Dio, tuo rimarrassi, e danno
Quello ti fia che avrai lasciato a dietro.
Chi di quel poco che gli manda Iddio
S'appaga, vede poi da Iddio signore
Ogni sua voglia piena. A ‘corpo estinto
Questo mondo somiglia, e tu ne fuggi,
Se ne hai forza, lontano! Oh questo mondo
È qual d’acqua una stilla, e tu ne fuggi
Per parte che ne tocchi! E tale è stolto,
Savio non già, ch’elevasi la casa
In co? d’un ponte (3). A Dio chieder ricchezze
Atto degno non è, chè all’uom di fede
Ponte son esse di rancura e duolo,
Ed è cagione a lui la vita pia,
Con povertà, di sua salvezza vera,
Ché innocenza in lui sta. Ricchezze e figli,
Anche se dolci a te come degli occhi
La bella luce, quasi sono in loco
Di tuoi nemici (4). E tu quello rammenta
Divin precetto: « Oh i nostri figli! », e l’altro:
‘« Le ricchezze del mondo e il lor possesso! (5).
(1) Cioè senza averne speso nulla per i bisognosi.
(2) Cioè null'altro che una fossa e un lenzuolo funebre.
(3) Perehé, dicono i commenti a questo passo, non potrebbe tenervisi
ingombrando spazio pubblico, Il senso è che non bisogna fidarsi delle cose
di quaggiù, che é intento vano come di chi si fabbricasse una casa in luogo
dove non si può abitare.
(4) Si badi che qui il poeta, filosofo mistico, esagera cdi troppo, calpestando la natura e ogni senso umano. Così appresso.
(5) Allusione a due passi del Corano che dicono: « 0 voi che credete,
sappiate che le mogli vostre e i vostri figli son vostri nemici! » (LXIV, 15).
« Le ricchezze vostre e i figli vostri vi son cagione di tentazione » (VILI, 25).<noinclude></noinclude>
0y4zphbcr61031nm0pqsztc6i4c66ox
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/365
108
1031833
3901314
2026-09-18T12:53:41Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901314
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 349 —|}}</noinclude>
Della vita presente, all’uom ch'è pio,
Nessun nobile frutto! Bi non saffanna
Perchè termini un dì. Tal ch'è innocente
Per cor puro ch'egli ha, vassene pago
D'un boccon per suo cibo e d'una ai fianchi
Misera tonacella. Oh! ma chi avvinto
AJ desiderio sta di maggior lucro,
Reietto andrà dalla beata schiera
Dell’alme elette. I servi che, fedeli
A Dio, lasciàr la vita e i beni suol,
Assorgeranno a loco eccelso. Allora
Che di Dio per la fè non lascierai
Quanto in terra possiedi, il fine tuo,
A cui tu miri, non fia mai che tocchi!
(dal persiano di AI-Attear).
6. Avvertimenti ad un principe.
Parte di precetti e consigli di Shatàg savio indiano,
tolti dal libro suo ch’egli chiamò Raccolta di gemme,
scritto per il re d’India Ibn Qamabis (1):
Guardati, o signore, dagli errori a cui la sorte ti
può indurre, e temi del potere del volgere dei giorni e
della viltà d’esser vinto dalle cose di quaggiù. Sappi
che ogni opera umana ha una retribuzione, e però guàrdati dagli effetti suoi; che il volger dei giorni ha i suoi
inganni, e però statti alla vedetta; che la fortuna è facile
a mutarsi e a voltarsi, e tu sii circospetto in riguardo
ai mutamenti suoi. É subdola la sorte nei ripetuti assalti,
e però temi di quegl’impeti suoi; è incline è presta all'invidia, e però non fidarti del suo potere. Sappi che
chi non cura sé stesso dalla malattia della colpa nel
tempo del viver suo, si troverà ben lontano dalla guarigione in quel luogo dove non è rimedio alcuno, e che
di quel tale che rintuzza e doma i suoi sensi con ciò che
(1) Scrittore indiano, principe indiano, libro indiano, di emi non si
ha (per quel che ne s0) nessuna notizia.<noinclude></noinclude>
6rgxp1du7pmnlk43j5a2xy7b4j1ke0t
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/366
108
1031834
3901315
2026-09-18T12:53:46Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901315
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 350 —|}}</noinclude>Tn
—350—
di bene egli può operare, appar poi manifesta l'eccellenza
e luminosa la nobiltà. Chì non sa. dominare l’anima sua
che è sola, non potrà mai dominare i sensi suoi che sono
cinque. Se un re non saprà dominare i sensi suoi pur
con lo scarso lor numero e con la lor tenuità, proverà
la durezza del dominio che avranno su di luiisuoi ministri e i suoi servitori stessi, che sono molti e burberi e
aspri di modi, e intanto saranno ben lungi dall’esser
degnamente governati gli altri sudditi suoi, sparsi per i
diversi tratti del paese, fino alle parti estreme del regno.
Incominci adunque il principe dal signoreggiar sè
stesso, chè non c'è nemico che meriti, più del proprio
animo, che s’incominci da lui a sottometterlo con la
forza. S'affretti poi a sottomettere i suoi cinque sensi,
perchè la forza d’un solo di essi, scompagnato dagli altri,
sopraffà sempre un’anima anche se forte e circospetta.
Quanto più poi se si congiungon tutti e cinque insieme
contro un’anima rimasta sola! Sappi che ciascuno dei
cinque reca un suo proprio malanno che l’altro non ha,
e che, se procaccerai di signoreggiar quel senso, scamperai anche dal malanno suo. I viventi periscono in forza
di lor passioni e desiderî. Non vedi che la farfalla rifugge
dal sole e cerca un riparo dall’ardor ch’esso manda, e
si compiace intanto d’una fiamma e tanto vi si avvicina
che la fiamma alla fine l’abbrucia? La gazzella, pur con
la sua ritrosità e timidezza, per certa sua vaghezza veemente accorre ad ascoltare dove si suonano stromenti
musici, e così, di per sè stessa, si dà in mano al cacciatore. La brama dell’esca induce i pesci, nel mare, ad
ingoiarla. Si caccia intanto dentro al loro corpo l’amo,
e quell’esca è la morte loro!
E sarà bello che il re conformi gli atti del suo governo alla natura di otto cose che sono: la pioggia, il
sole, la luna, il vento, il fuoco, la terra, l’acqua, la
morte. Ora, come le pioggie si conseguitano ad intervalli per quattro mesi dell’anno € il loro benefizio si
estende a tutta la durata dell’anno, così è necessario che
il principe per quattro mesi dell’anno dia ai soldati e<noinclude></noinclude>
me551vnh9111y1hkv4wcs1vakho0s93
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/367
108
1031835
3901316
2026-09-18T12:53:51Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901316
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 351 —|}}</noinclude>
ille guardie sue il costo degli alimenti che duri sino ad
lho compiuto. Bisogna ch'egli, secondo il diritto che
potta a ciascuno, tenga nella stessa considerazione l’uom
nobile e quel del volgo, come appunto anche la pioggia
vende su tutti i luoghi, sulle alture, sui luoghi eminenti,
iulle terre basse, e bagna tutt’all’intorno secondo il biiogno di ciascuna plaga. Nei rimanenti otto mesi dell'anno, riscuota il principe quanto per diritto gli spetta
iui proventi e sui tributi, appunto come il sole, con
Iurdlor suo e con la forza dell’azione sua, nei rimanenti
volto mesi attira a sè gli umori delle pioggie cadute negli
ultri quattro. Quanto alla somiglianza col vento, come il
vento, ove non sia impetuoso e violento nel suo proce{lore, penetra in tutti i meati in modo che nessun luogo
he resta privo, così è necessario che il principe penetri
nel euore dei sudditi per mezzo de’ suoi referendarî e
{le suoi occhi stessi che nulla gli potranno tener nascosto,
il ch'egli verrà bene a conoscere ciò ch’essi e pensano
e dicono e fanno nelle lor case e nelle loro piazze. Come
In luna poi che, quando s’accosta alla sua pienezza,
manda una bella luce, e questa luce è spartita in giusta
proporzione su tutte le creature, e la gente tutta si rallogra di quello splendore, così si vuole che tutti i sud(liti, nella corte del principe e quando s° intrattengono
illa sua presenza, godano, dinanzi alla sua faccia, della
ilessa gioia, della stessa bellezza, dello stesso splendore
che ne emanano, ed egli intanto, nella imparziale sua
giustizia, non penda più dalla parte del nobile che da quella
«lell'uom del volgo. Sia poi come un fuoco divoratore per
tutta la gente malvagia e guasta, e somigli alla terra nel
sorbar celato ogni segreto, nel tollerare, nel pazientare,
nell'esser fidato e sicuro. Quale poi è il termine estremo
‘lella morte nel premiare e nel punire, così ogni retribuzione sua di bene o di male non sia mai da meno
lell'osservanza di un dato limite e non l’oltrepassi mai.
Bia infine come l’acqua che è mansueta quando qualcuno
In seconda, e atterra e schianta le piante più alte quando
qualeuno le si oppone.
(dall’arabo di Al-Turtàshi).<noinclude></noinclude>
du6esclbmjcalwh3h0m0doda655470m
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/368
108
1031836
3901317
2026-09-18T12:53:56Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901317
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 352 —|}}</noinclude>}
!ijLI
7. Detti memorabili del gran savio Buzurcimihr.
Buzurcimihr (1), gran savio di Persia, tra le altre
cose notevoli soleva dire anche le seguenti:
M°hanno istruito i miei istitutori, m’hanno insegnato
i miei maestri la pietà, la saviezza, la bontà, l'eleganza
del costume, ma nessuno mi ha tanto insegnato quanto i
miei capelli bianchi, e nessuno mi ha tanto istruito quanto
la mia riflessione. Sono stato a goder della luce del sole
e della luce della luna, ma non son mai stato rischiarato
da luce più chiara di quella del cuor mio. Ho dominato
liberi e schiavi, ma nessuno mi ha dominato o signoreggiato come le mie passioni. Mi hanno osteggiato molti
nemici, ma non ho avuto mai maggior nemico di me
Stesso tutte le volte che ho voluto essere ignorante a
petto degli altri, e che di per me ho voluto guardarmi, per
difesa e tenerezza verso di me, dalla gente tutta. Ho tro, Vato allora che l’anima mia era a sè stessa la peggior
nemica fra tutte le altre, e mi sono accorto che non la
tocca mai guasto o danno se non per colpa sua. M’hanno
oppresso le angustie, ma nulla m’ha tanto oppresso quanto
il mio stesso istinto reo. Mi son capitate, in lungo e in
largo, molte avventure e accidenti, ma mon sono incappato mai in un accidente peggiore della lingua mia. Ho
camminato sui carboni ardenti e ho calpestato le pietre
fatte cocenti dal sole, ma non ho mai veduto fiamma più
ardente dell’ira mia quando s'è insignorita di me. I
Sollecitatori m’hanno sollecitato a pagare i debiti miei, ma
nessun d’essi che cercasse di raggiungermi, m'ha raggiunto così come ogni mia azione cattiva (2). Ho voluto
Sapere che sia una malattia mortale e donde mi possa
venire, e ho trovato ch’essa vien sempre dal ribellarsi a
Dio, che sia lodato! Ho cercato la tranquillità dell’anima
(1) Personaggio storico, filosofo, ministro di Chosroe il grande, re
di Persia (531-578 d. C.), a cui la letteratura europea deve non poche cose.
Vedi la Storia della Poesia persiana, VII, 6; Letteratura araba, cap. IT, $2.
(2) Nel senso che ha dovuto pagarne la pena.<noinclude></noinclude>
9t4x1tauiaiae8kujifte4fa0v3mmxd
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/369
108
1031837
3901318
2026-09-18T12:54:01Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901318
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 353 —|}}</noinclude>
mia, e non ho provato cosa che più le dia pace dell’abhbandonar le ricchezze che le sono cagione di turbamento.
Io navigato per mare e ne ho provato lo sgomento, ma
non ho provato sgomento uguale a quello dello starsi alla
porta di un principe ingiusto e oppressore. Mi son trovato tra le belve in deserto e in monte, ma non ho trovato belva più feroce d’un compagno cattivo. Mi son
encciato tra i leoni, le iene, i lupi, e mi sono accompagnato con loro ed essi si sono accompagnati con me, e
non m'hanno sopraffatto; mi ha sopraffatto soltanto l’uomo
l'indole malvagia. Ho gustato cibi squisiti e delicati e
ho bevuto bevande inebbrianti; ma non ho trovato cosa
più dolce della salute e della sicurezza. Sono stato in
compagnia degli sfaccendati e degli avari, ma non ho temuto che dell’uomo d’indole rea. Ho pazientato, ho ingolato molte amarezze, ma non ho trovato cosa più amara
«lell’indigenza. Ho visto le spade, mi son trovato a fronte
lelle schiere nemiche, sono andato contro i pugnali, ho
lottato con gli avversarî; ma non ho veduto mai avvervario più invitto della donna malvagia. Ho portato pesi
{li ferro, ho trasportato pietre; ma non ho trovato carico
più pesante dei debiti. Ho voluto sapere qual cosa avvilisce l’uom d’onore, prostra chi è forte, umilia chi è nobile, e non ho trovato gente che sia più dispetta agli
oechi altrui dei poveri e dei miseri. Sono stato ferito dalle
Ireccie, sono stato colpito dalle pietre; ma non ho trovato
cosa che trafigga di più d’una parola trista ch’esca dalla
bocca di tale che ti sollecita per il suo diritto. Sono
iluto cacciato in carcere, son stato posto in catene, son
itato battuto con verghe di. ferro; ma nulla mi ha
Kiiltato a terra come m'hanno gittato a terra il dolore,
l'affanno, la tristezza. Mi son procacciato dei soci, mi son
\celto dei famigliari, e ciò in caso di sventura, di accilenti inattesi, per difesa mia e loro, e non ho trovato
cosa migliore per mia difesa del trattarli da liberale e
la generoso. Ho provato in tutti i modi a procacciarmi
ricchezze; ma non ho trovato uom più ricco di chi si conlenta del suo stato. Ho profuso tesori in elemosine, ma
Italo Pizzi — Fiori d’Ortente
23<noinclude></noinclude>
hvr9usz9avk887wpqjfyxhfaipxbzft
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/370
108
1031838
3901319
2026-09-18T12:54:07Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901319
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 354 —|}}</noinclude>‘
— 354—
non ho trovato elemosina più proficua del ricondur sulla
diritta via chi è nell’errore. Ho provato la solitudine, lo
Stare in paese straniero, l’abbandono degli uomini; ma
non ho trovato cosa più misera del dover tollerare un
vicino cattivo. Ho elevato edificî sontuosi e palazzi per
procacciarmi gloria e potenza e per esser poi ricordato
dagli uomini, e non ho veduto più nobile gloria del beneficare altrui. Mi son vestito di vesti pompose, ma non
ho avuto mai ornamento che fosse simile a quello del
buon costume. Ho cercato qual fosse la cosa più bella
che si trovasse negli uomini, e non ho veduto cosa più
bella della bontà.
(dall’arabo di Al-Turtàshi).
8. Consolazione della filosofia.
Sdegnatosi un giorno Kisra (1) contro Buzurcimihr,
lo fe’ chiudere in un carcere oscuro e volle che fosse
legato con catene di ferro. Il savio rimase 1a alquanti
giorni in quello stato finchè il re mandò gente che l’interrogasse del come si stesse. Lo trovaron tutto contento,
fiducioso e sicuro di sé, sì che gli domandarono: Tu sei
in tanta angustia, e noi ti vediamo tutto lieto e contento
dell’animo 2
IITAME son procacciato, rispose il savio, sei farmachi.
F.itune una miscela, li ho trangugiati. Essi mi hanno
posto nello stato d’animo in cui ora voi mi vedete. —
E quelli: Noi ti preghiamo di farci conoscere cotesti farmachi acciocchè anche noi, toccandoci la sventura, possiamo averne giovamento.
Volentieri, rispose Buzurcimibr. Il primo farmaco è
la fiducia in Dio possente e glorioso. Il secondo è il pensiero che non accade nulla che Iddio non voglia. Il terzo,
che la pazienza è il miglior rimedio che possa adoperarsi da
chi è nella sventura. Il quarto è che, ove io non pazientassi, che farei? Non mi aiuterei certamente col turbarmi
(1) Cioè Chosroe il grande re di Persia, Vedi la prima nota al passo
che precede.<noinclude></noinclude>
qz69yqfm8j6hgol1su1usqjm59s8747
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/371
108
1031839
3901320
2026-09-18T12:54:12Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901320
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 355 —|}}</noinclude>
e con l’irritarmi! Il quinto è la considerazione che ci sono
malanni assai maggiori di quelli in cui ora io mi trovo.
|] sesto che, da un momento all’altro, all’angustia preente può succedere la gioia.
Questa risposta fu riferita a Kisra il quale restituì il
invio in libertà e gli fece molto onore.
(dall’arabo di Beha al-din).
9. Parole di Nizàr morente ai suoi figli.
Quando fu giunto per Nizàr (1) il tempo di partir da
|uesto mondo per tramutarsi nell’altra vita, volle che gli
venissero innanzi i suoi quattro figli. Come gli vide tutti
prosenti, disse loro: Sappiate, figli miei, ch'io sto per
partirmi da voi per andarmene all’altra vita. Io non vi
ho fatti venir qui da me se non per impartirvi l’ultimo
mio insegnamento. Tenetevi adunque a mente ciò che
ora vi dirò, e non trasgredite mai il precetto mio. Avrete
lanno e malanno se lo trasgredirete. — Dissero i giovani:
(Quale è il fuo precetto, o padre?
|] precetto mio, rispose, è questo, che chi è minore,
onori sempre chi gli è maggiore. Guardatevi, figli miei,
«lalla superbia, perchè essa è la perdizione dell’uom suporbo e orgoglioso. Nessuno s'è mai dato alla superbia
che non sia poi anche perito, incamminato per una via
ehe non è la diritta.
(iuardatevi, figli miei, dall’invidia, perché l'invidia,
col guastar gli umori, toglie che il mostro corpo si alimonti a dovere e l’indebolisce. L’invidioso non ebbe mai
iignoria o impero, e non muore che nella tristezza.
(iuardatevi dalla cupidigia, perchè essa getta chi l’ha
nella sventura e nell’affanno, mentre il contentarsi del
proprio stato è ricchezza vera.
(iuardatevi, figli miei, dall’avarizia; perchè l’avarizin allontana da Dio e dalla gente, mentre quel tale,
(1) Vedi, per questo personaggio, una nota al n. 14 del libro IL<noinclude></noinclude>
0sp6istdzdmzxh911c9vajbt17ih8e2
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/372
108
1031840
3901321
2026-09-18T12:54:17Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901321
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 356 —|}}</noinclude>ata
presso cui le ricchezze non hanno pregio, ha buono stato,
e la parola sua è ascoltata e obbedita.
Aiutate il prossimo, figli miei, col dar di che mangiare agli altri; mostratevi dolci e affabili quanto più potete, salutate chiunque, e pregate la notte mentre gli
altri si stanno a dormire.
Guardatevi, figli miei, dall’ozio, perchè l’ozio lascia
in eredità l’indifferenza per tutto e il non riuscire in nulla.
Guardatevi, figli miei, dall’ira, perchè lira si lascia
a dietro il corruceio in chi n’è offeso, mentre un volto
gioviale e affabile si lascia a dietro l’amore che è miLS:
gliore dell’ospitalità data per dovere o per convenienza.
Merita d’essere amato quel tale di cui è dolce la parola!
Non trasgredite, figliuoli miei, il precetto mio, e sap}
Piate ch'io ho Spartito fra voi in parte uguali gli averi
miei, e che ho notato in questo libro mio la parte che
tocca a ciascun di voi. Quando poi m’avrete deposto
dentro la fossa, quando vi sarà tolto di veder più oltre
la persona mia, quando saranno qui convenuti gli Arabi
per il mio funerale, imbandite loro un banchetto scan|
nando de’ miei bestiami. Quando poi essi saranno partiti
da voi e andati ciascuno per la sua via, comportatevi seI
condo il libro mio e i miei precetti. E non lasciate che
si desti tra voi la discordia.
ATRIA
(dall’arabo di Al-Asmai).
10. Visita la tomba de’ tuoi genitori!
Soffèermati all’avel che li raccoglie,
Mi parrà d’esser teco allor che al loro
Avel t’accosterai.
Se tu fossi ove ei sono ed essi in vita
Fossero ancor, verrebbero a vederti
Traendosi carponi, e non sui loro
Piedi, lA dove stai.
I genitori tuoi visita, o figlio,<noinclude></noinclude>
m8wblj53nkkep3syzh9pocbe8skqbhl
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/373
108
1031841
3901322
2026-09-18T12:54:22Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901322
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 357 —|}}</noinclude>= "S8R0 e
Di niuna colpa verso te fàr rei
l'er tutto il tempo che sempre un amante
Mpirito essi infondean dell’alma loro
Nell’alma che tu hai.
Segno se in te vedean di qualche morbo,
\l tuo lamento eran pensosi e mesti;
Alta cagion d° affanno eran per loro
ln tua doglia, i tuoi lai.
Se un tuo gemito udian, se un tuo sospiro,
l’er l'angoscia del cor calde le stille
Sceorrean del pianto sulle guancie loro,
Se tu il ricordi mai!
Ma se vedeano in te traccia di requie,
l’romettean d'ogni cosa farti un dono,
i quante cose belle in mano a loro
(‘apir poteano mai.
:E tu dimenticasti il dover tuo
li sera stessa che al riposo eterno
luron portati. Nella casa loro
‘li se’acconciato e stai.
Domani, o forse in più lontano tempo,
Del ciel per immutabile decreto,
Com'essi hanno raggiunto i padri loro,
Tu li raggiungerai.
E veramente allor, come dell’opre
ba lor compiute s’ebber pentimento,
Dell’opre tue non belle inverso a loro
Tu ancor ti pentirai.
Ma te beato se qualche opra bella
Mandata innanzi avrai, se alcun di quelli
Doveri tuoi che a lor ti fanno avvinto,
Osservato t avrai!
Obbedisci tu adunque al mio precetto
(Già ne fosti ammonito) e sì t’adopra
Com’esso vuol. Dal tuo Signor, dal loro,
Il perdon toccherai.
(dall arabo di Muhammed al-Dakdagi).<noinclude></noinclude>
d4lwvdvgej3l7lz187xn0cz2qvqp7ai
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/374
108
1031842
3901323
2026-09-18T12:54:28Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901323
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 358 —|}}</noinclude>I
—_—mt
onedlo,”
eipeodio
— 358—
11. Dialogo intorno alle diverse qualità dell’uomo.
Si trovarono insieme un giorno, nel cospetto d’un re
del Himyar (1), Amir ibn al-Zarb al-Advàni e HomaAma
ibn Rafi al-Dausi (2). Il re disse loro: Non vogliate disputare senza ch'io intenda ciò che vorrete dire.
Domandò allora Amir a Homaàma: Dove ti piace che
siano collocati i benefizî e i favori tuoi? — Rispose Homama: Presso l’uomo d’umile grado, e presso l’amico
generoso; presso il povero oppresso dai debiti, e presso il
disgraziato che è buono e mansueto.
Qual è l’uomo più degno d’essere disprezzato? — Il
povero arrogante, l’indigente petulante, il ricco parolaio
e millantatore.
Qual è l’uomo che più merita d’essere allontanato e
respinto? — L'uomo cupido e ingrato, l’invidioso che contesta ogni merito altrui, chi ha i denari e differisce il
pagare i debiti.
Qual è l’uomo più abile e destro in tutte le faccende
sue? — Quei che ringrazia quando è donato, che scusa
quando un dono gli è negato, che pazienta quando chi
gli ha promesso differisce, che si ricorda dell’obbligo
suo anche quand’è antico.
Qual è l’uomo più generoso in compagnia? — Quello
che, quand’è avvicinato, dona, che, quand’è offeso, perdona, che è largo del suo anche quando è in angustia.
Qual è l’uomo più spregevole? — Quello che è abietto
quando chiede, che ricusa quand’è richiesto, che quando
ha ottenuto, non vorrebbe che altri ottenesse. Il suo
esteriore è tutto una cupidigia, il suo interiore è tutto
una bruttura.
Qual è l’uomo più glorioso? — Quello che perdona
quand'è vincitore, che si comporta e si governa bene
(1) Regione dell'Arabia Meridionale, sede di antica civiltà,
(2) Amir, uno dei savî d’Arabia, del tempo di poco anteriore a Maometto (VI sec. d. C.). HomAma, anch'egli uomo di gran senno, in età
avanzata si fece musulmano e fu uno dei primi compagni del P ofeta.<noinclude></noinclude>
nb23ur32uloj02xrpnk9oar93u1ip2v
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/375
108
1031843
3901324
2026-09-18T12:54:33Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901324
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 359 —|}}</noinclude>
lupo un trionfo o un successo, che non si lascia guastare
i\nll'obbrezza della vittoria.
(Qual è l’uomo più coraggioso? — Quello che di sua
nano afferra i leoni per la cervice, che guarda fermamonte alle conseguenze di ciò che fa, che si getta dietro
spalle ogni paura.
(Qual è l’uomo più temerario? — Quello che sfida i
poricoli senza necessità, che si getta senza ‘esperienza
nolle imprese rischiose, che si affretta a far di tutto senza
\vorne il potere e la pratica.
Qual è l’uomo più eloquente? — Quello che sempli\len con parole piane e chiare un concetto astruso, che
congiunge una, giuntura prima di doverla recidere (1).
Chi è che vive meglio d’ogni altro? — Chi si adorna
ilell’astenersi da ogni cosa illecita, e si contenta di quanto
gli basta, e converte in cosa non temibile ciò di cui
vpli teme.
Qual è l’uomo più misero? — Quello che ha invidia
ill bene altrui, che si lagna della sua parte quando si
linmno le divisioni, che si duole di cosa obbligatoria e
inevitabile.
Qual è l’uomo più rieco? — Chi rifugge dal dispeinrsi, ed è cortese e generoso Verso tutti, e stima bastevole il poco che ha, e non si lagna della parte che gli
tocca nella divisione.
Qual è l’uomo più sapiente? — Quello che tace €
tiene a mente, che osserva e acquista esperienza, che
riceve il consiglio e l’avvertimento altrui.
Qual è l’uomo più ignorante? — Quello che stima
In sopraffazione essere un guadagno e la tolleranza una
perdita.
(dall'arabo di Ibn Abdirabbihi).
(1) Nel senso che, con l'eloquenza sua, accomoda liti,scioglie queabioni, riconcilia avversarî, evitando ire, danni e sperperi.<noinclude></noinclude>
27tswiaddnkwz0xd84v7rs2glhlz0wo
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/376
108
1031844
3901325
2026-09-18T12:54:38Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901325
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 360 —|}}</noinclude>Èe
— 360—
12, Grave responsabilità dei sovrani davanti a Dio,
Bisogna che i sovrani soddisfacciano in tutti i loro
obblighi e doveri a Iddio altissimo, e la soddisfazione di
Dio (che il suo nome sia glorificato!) consiste nel beneficare
i sudditi. Le opere di giustizia ch’essi avranno Sparse
fra la gente, loro basteranno per soddisfarlo. Quando
poi i voti di tutto un popolo sono bellamente compiuti,
quel regno si può dire solidamente costituito; esso ogni
giorno si amplierà Sempre più, e il principe che lo g0verna, godrà degnamente del suo potere e della sua sorte,
avrà buon nome in questa vita, avrà salute eterna nell’altra, e il conto suo con Dio sarà agevole e facile assai,
perchè è stato sentenziato che un re può sostenersi anche
se empio, ma non può sostenersi quand’ è oppressore e
ingiusto.
Tra le notizie del passato, trovasi anche la seguente:
Quando Yùsuf (che a lui sia la pace! (1) stava per
andarsene da questa vita, ordinò di essere sepolto presso
l’avolo suo Ibràhîm (2), Ma, nel momento appunto in cui
la sua bara era trasportata dentro il recinto del sepolero
d’Ibràhîm, l’angelo Gibraîl (3) sopravvenne all’improvviso e disse: Non è questo il suo luogo, perchè egli deve
ancora render ragione a Dio, nel giorno della risurrezione
dei morti, del potere di re ch'egli ha esercitato. — Se
tale fu il caso di Yasuf, pensa tu e considera, o signore
(4), quale dev'essere il caso di tutti gli altri sovrani!
Fra le tradizioni che concernono il Profeta (5), si
trova detto che, nel giorno della risurrezione, saranno
menati nel cospetto di Dio tutti quegli uomini che ebbero
autorità e potere di comando sugli altri. Avranno le mani
(1) Giuseppe figlio di Giacobbe.
(2) Il patriarca Abramo, nonno di Giacobbe,
(3) L’arcangelo Gabriele.
(4) Il principe Melik-ShAh della casa dei Selgiùàgidi (1077-1092 a. (05)
a cui è indirizzato il presente scritto.
(5) Detti e sentenze e giadizî che la tradizione musulmana attribuisce a Maometto, e che non si trovano nel Corano,<noinclude></noinclude>
mksqeiog2w0mikb6su0v31yq14pthws
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/377
108
1031845
3901326
2026-09-18T12:54:43Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901326
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 361 —|}}</noinclude>
legate dietro la cervice. Quello fra di loro che sarà stato
giusto, per questa sua giustizia avrà disciolte le mani e
andrà in Paradiso. Se sarà stato ingiusto e tiranno, sarà
precipitato nell’Inferno con le mani così legate.
Un'altra tradizione dice che, nel giorno della risurrezione, sarà domandato stretto conto da Dio a tutti
quelli che avranno avuto autorità di comando sui sudditi,
sugli ufficiali di palazzo, sui loro sottoposti. Anche un
pecoraio che avrà guardato le pecore, dovrà rispondere.
Raccontano che Abdallah figliuolo di Omar ibn AlKhattàb (che Iddio sia contento d’ambedue!), nel momento
che esso Omar stava per morire, gli domandò: Quando
ti rivedrò, padre mio? — Nell’altro mondo! rispose.
Ma io desidero di rivederti più presto! ripigliò Abdallàh,
e Omar: Allora, mi vedrai in sogno questa notte, ovvero
la notte dopo questa, o tutt'al più la terza.
Passarono dodici anni, nè Abdallàh rivide mai più
in sogno suo padre. Al termine di quei dodici anni, rivedutolo in sogno, gli domandò: Padre mio, non m’avevi
tu detto ch'io t'avrei riveduto dopo tre notti? — Io ero
occupato, rispose Omar, in ben altra faccenda! Nel territorio di Bagdad s'era guastato un ponte. Gli ufficiali
miei non se ne son dati mai pensiero. Una pecora passò,
un giorno, su quel ponte. Le si cacciò un piede in una
fessura, e quel piede le si è rotto. Io, fino a questo momento, sono stato occupato a render conto di questo fatto (1).
Veramente adunque sappia il signor del mondo (che
Iddio renda duraturo il suo regno!) (2) che, in quel giorno
terribile del giudizio di Dio, gli sarà domandata ragione
di tutte le creature che ora sottostanno al comando suo,
e che, se vorrà mandar qualche altro in sua vece, quello
non sarà ascoltato. Poichè le cose stanno così, bisogna
che il re non abbandoni ad alcun altro questa curae non
(1) Intorno a questo grande personaggio, vedi il n. 2 del libro I e il
Registro dei nomi alla fine del volume.
(2) Lo stesso principe Melik-shàh, su cui vedi una nota antecedente
che poi ricompensò il suo maestro facendolo pugnalare. Vedi: Nizam ale
Mulk nel Registro deù nomi in fine del volume.<noinclude></noinclude>
3s29natzk1hhhyw6fg9k4lb7eo92uzm
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/378
108
1031846
3901327
2026-09-18T12:54:48Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901327
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 362 —|}}</noinclude>
si mostri negligente o pigro nelle faccende sue e nel g0verno dei sudditi. Finchè potrà, faccia egli di conoscere
le lor cose secrete e le manifeste, tolga il potere a chi
troppo allunga le mani, e freni ogni soperchieria di prepotenti, acciocchè la fortuna sua e la sua potestà di re
colgano, col consentimento di Dio unico, ogni sorta di
benedizioni.
(dal persiano di Nizam al-Mutk).
13. Vanità delle cose umane.
Figlio d’Adamo, l’origine tua viene dalla terra come
quella d’un vaso d’argilla. Eppure stanno in te tanto
orgoglio e tanta superbia quali punto non ti si addicono;
e cotesto, ora per tuo padre e per i tuoi avi, ora perla
tua potenza e la fortuna tua! Non sarebbe meglio per
fe che tu non volgessi sdegnoso il volto in altra parte,
e che non ti gloriassi de’ tuoi antenati? Osserva, amico,
donde ti verrà il veicolo tuo, e dove, un giorno, sarai
trasportato! (1). Discendi adunque dalla tua alterigia e
lascia andare qualcuna delle tue fantasie!
Persona dritta e rigida come una colonna, narici
gonfie d’orgoglio, camminar fastoso dimenando i fianchi,
cappa lunga strascicata per terra, ecco i segni di tale
che non sa se lo strascinare il lembo delle vesti sul suolo
è opera degna di mercede, o va posta tra i peccati.
Veramente, strascicar di lembi sulla terra è fra le colpe
maggiori! (2). O scimunito, di cui ogrri simile è il più
maledetto da Dio, dimmi, disgraziato, per quanto tempo
ancora coprirai tu la terra col lembo del tuo mantello?
Ma, fra poco, essa ti coprirà con le sue glebe, ammontiechierà su te i suoi fardelli, peserà su di te più che
tu non hai pesato su di essa, e ti farà portare il doppio
di ciò che tu le hai fatto portare.
(1) Allusione alla bara e alla sepoltura.
(8) Secondo una tradizione, Maometto ha sentenziato: « Veste
soverchiamente lunga arde nel fuoco dell'Inferno ».<noinclude></noinclude>
2a1euhx6t919c7yzpuldk6gnvmdt3i4
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/379
108
1031847
3901328
2026-09-18T12:54:54Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901328
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 363 —|}}</noinclude>
O figlinolo di mio padre e di mia madre, suvvia!
raccontaci dei padri nostri e delle nostre madri. Parlaci
degli uomini della tribù nostra, dei generosi amici nostri
v dei vicini, dei vicini che erano di paese straniero, @ di
quelli le cui tende toccavano con le lor corde le corde delle
nostre; parlaci di quelli presso le ginocchia dei quali noi
stavamo accoccolati (1), coi quali già gareggiammo nell’alleviare i reciproci affanni; di quelli che ci beneficarono 6
che noi beneficammo, dei quali l’esperienza ci aiutò come
noi li aiutammo della nostra. — Ecco! Chi un giorno li ha
tratti all’esistenza, ha decretato che sparissero dal mondo,
Le lor case ne son rimaste vuote come se non le avessero
abitate mai. Quelle loro abitazioni son bene un ammonimento se si rinvenisse qualcuno che si lasciasse ammonire, un risveglio dal torpore se si trovasse qualcuno
che potesse essere risvegliato!
(dall'arabo di Al-Zamakhshari).
14, Condanna della filosofia scettica e panteistica,
Guàrdati dall’occuparti delle eclissi del sole e delle
eclissi della luna, e non porgere ascolto a cotesti filosofi
che non si peritano di dir mille stolidezze e di elevarsi
in ragionamenti sublimi per poi precipitarne tutti umiliati e confusi! La lor celebrità dovuta al loro ciarlar
presuntuoso li ha sviati e menati al di la d’ogni dritto
‘ammino. Sono indovini che predicono altrui la sorte in
piazza; sono spacciatori di fandonie! Si vantano d’esser
dotti in astronomia, sono perfetti ai loro proprî occhi;
ma, dinanzi a Dio, son riprovati, condannati da lui al
fuoco eterno. Asseriscono d’essere sapienti e sagaci, mentre
ha più senno di loro un vecchio caprone. Che puoi tu
aspettarti, da chi si pompeggia nella sua filosofia, in tante
sue sottigliezze e quisquiglie? Come potrà venire alcun
(1) Così soglion sedere gli Arabi, all'ombra, per ciarlare e conversare. Si badi, però, che l'Autore era tutt'altro che arabo. Era persiano,
ma infatuato degli Arabi e delle loro cose.<noinclude></noinclude>
i1bngblzu4i3gyqdu60af029qhxk0un
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/380
108
1031848
3901330
2026-09-18T12:54:59Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901330
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 364 —|}}</noinclude>nsr
mioa ASA
che di consistente e di solido da chi afferma che la natura
è Dio? Ma, intanto, l’Empietà va gridando a costui: Benvenuto, rampollo mio! — e Satana gli dice: Come sei
Stato fortunato, figliolo mio!
(dall’arabo di Al-Zamakhshari).
15. Egoismo e durezza di cuore.
Se ti si domandasse: « Ti piacerebbe aver bella perSona, leggiadra come un idolo, snella come un agile arbusto? carnagione candida e liscia, guance rosate, denti
ben fatti? taglio della persona ben conformato, occhi
abbelliti dal collirio (1), voce gradevole? Ti piacerebbe
aver per sostegno le braccia, che non piegano nè si stancano, dei tuoi figli e dei figli dei figli tuoi? aver monete
d’oro e piantagioni di palme ordinate in fila? aver cammelle della razza di Arhab (2) e cavalli smilzi eveloci? » —
tu certamente risponderesti:. « Oh! tutto ciò farebbe
pieno ogni mio desiderio! » — e giubileresti come, dopo
la carestia, giubila il lavorator dei campi al sopravvenir
d’una pioggia copiosa.
Ma se invece ti si presenta una delle tante maniere
di far del bene, ti vai schermendo; ovvero, se ti s’indica
una delle tante vie di mostrarti generoso e benefico, ti
fingi ammalato. Se ti si vuol recitare qualche versetto
del libro di Dio (3), o vai tergiversando o te ne vai lontano. Se si vuol render grazie a Dio dei benefizî ricevuti, ti mostri seonoscente e restio. La natura tua ha per
fondamento l’amor delle cose di quaggiù, e la radice tua
è piantata nella cupidigia tua per esse, Ciò che si dice
e narra del mondo, è il più bel Soggetto di discorso per
te, e se ne desta in te un desiderio vivo; ma il parlarti
(1) È noto il molto uso che si fa in Oriente, per render più neri
e lucenti gli occhi, del collirio.
(2) La famiglia dei Benî Arhab, nell’Arabia meridionale, vantavasi
d’ vere la biù bella razza di cammelle,
(8) Cioè del Corano.<noinclude></noinclude>
1k3mbafs0r3ms4c6balliv1zyugiur4
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/381
108
1031849
3901331
2026-09-18T12:55:04Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901331
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 365 —|}}</noinclude>
della vita futura, è quanto più ti dispiace, e gli orecchi
tuoi si ricusano di udire. Pare che n’esca una punta di
lancia che ti trafigga nel petto!
(dall’arabo di Al-Zamakhshari).
16. Improntitudine di ricchi e di poveri.
Un ricco che sia scarso nel donare, e, un povero che
insista nel domandare, sono simili, quando s'incontrano,
a due rupi dure che si urtano, a due schiere di donne
maritate ad un sol uomo (1) che si accapigliano. Quello
si tien duro, sordido, nega ogni soccorso; gli sta sulle
labbra, contro il povero, un fischio di vipera. Quest’altro
è importuno, è insistente, assedia il ricco, lo secca, si
picchia ambe le guancie come i lavandai picchiano i panni
coi loro magli. Se gli si fa l’elemosina, ne giubila, ne ha
ridente il volto, fa mille riverenze, mille carezze. Se gli
si nega, sembra voglia strozzar per la gola il ricco e
lapidarlo.
(dall’arabo di Al-Zamakhshari).
17. Insaziabilità.
O servitor dell’oro e dell’argento, quando mai ti farai
libero da questa tua schiavitù? O prigioniero della cupidigia e dell’avidità, quando ti scioglierai da questa tua
prigionia? Oimè! non vi sarà riscatto per te, se prima
non t'impegni a riscattar la religione tua che tu hai calpestata, se prima non t'obblighi a redimere gli atti di
pietà che indegnamente hai fatti! Che è cotesta avidità,
o tu, cui un tozzo di pane dovrebbe saziare? e che è
cotesto affannarsi, 0 tu, cui una sorsata dovrebbe abbeverare? Oh! domani saprai tu, quando ti sarai pentito,
che nulla ti rimane di veramente tuo fuor delle azioni
da te fatte in antecedenza! Quando t° incontrerai nella
morte, oh! non ti gioveranno nè le ricchezze nè l’aver
(1) Secondo la poligamia musulmana.<noinclude></noinclude>
qc2nkxjp7m0hgqjne797b0n0dphevg9
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/382
108
1031850
3901332
2026-09-18T12:55:09Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901332
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 366 —|}}</noinclude>
figliuoli! Che farà de’ suoi cumuli d’oro, ben pesati, chi
Si troverà là a passar sul ponte? (1). Come potrà sperare
d'aver gioia e buono stato chi è disceso all’ombra di
questi alberi alti? (2).
(dall'arabo di Al-Zamakhshari).
18. Condanna del motteggiare.
Uom savio e prudente è colui che non cessa dall’essere grave e serio, e non scivola nella leggerezza; e uom
sensato è colui, in cui il motteggiare non alligna. Come
potrebbe essere e prudente e savio l’uomo che motteggia?
Oimè! la distanza è ben grande! Ti basti che il motteggiare è il rovescio dell’esser savio e prudente, e che
l’esser savio e prudente è il rovescio del motteggiare (3).
Molte volte una tua parola ti può sommergere nel peccato e nella colpa e riversarne una piena sul fratello
tuo. S'egli è uom libero, gli semina l’odio nel seno; e
s’egli è uno schiavo, gli toglie dalle viscere il rispetto
e il timore. Tu dirai: « È uno scherzo »; ma era
pure in tua facoltà il non dir quella parola nemmeno
per ischerzo! Se tu sapessi, disgraziato motteggiatore,
quanto male si contiene nel tuo motteggiare, obbediresti,
con l’abbandonarlo, a chi te ne vuole impedire, e. per
esso non metteresti mai più in moto l’ugola. Ti piace,
perche tu scherzi con la gente e la fai ridere, e non
t'avvedi ch’essa, per ciò appunto, ti vitupera, perche
(1) Il ponte su cui, secondo i Musulmani, devono passare le anime
dei morti. L'idea è di originé persiana, anzi zoroastriana.
(2) Per dire, forse, chi ha troppo goduto del mondo. Il passo è
oscuro. Questi alberi, detti sarRal nel testo, sono molto alti e di ombra
piacevole, perchè folti e ramosi,
(8) La ripetizione a rovescio della sentenza, che in italiano sembra
inutile, 6 fondata sopra un giuoco di due parole: hazm e mazah, che in
arabo significano, rispettivamente, esser serio e prudente, e motteggiare,
scherzare. Ciascuna delle due parole, letta a rovescio, rende l’altra (preseindendo dalle vocali che, secondo l’uso dell’alfabeto arabo, non si scrivono quasi mai).<noinclude></noinclude>
85zb9uawp1x9erhpf09up8yhcwdhqti
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/383
108
1031851
3901333
2026-09-18T12:55:15Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901333
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 367 —|}}</noinclude>
ben sa, se tu puoi intendere, che tu sei quel tal vecchio
il) cui si ride per le cose che va dicendo. Oh! non è
nleun dubbio in tutto cotesto! È una delle qualità degli
iupidi.
(dall'arabo di Al-Zamakhshari).
19. Qualità perfette dell’uom generoso.
la prima cosa che raccomandano gli uomini che
iliunno vicini a Dio, e che consigliano quelli che sono
wcovri di colpa, e la via più dritta per cui ha camminato ogni personaggio più illustre, e il più bell’ornamento di cui s'è ornato ogni uomo più assennato, è
l'ammantarsi del timor di Dio, è il pazientare, senza
inuover lamento, nella prova dolorosa della sventura.
jin tolleranza e la sofferenza sono le stazioni dei forti,
vu lan pazienza è il costume di chi è veramente uomo.
Quante volte chi troppo corse si sviò dalla via diritta,
montre chi si arrestò a tempo giunse alla meta! Non sarà
mai di quelli che son più vicini a Dio, quel tale di cui
lè azioni son luride come lembo di veste imbrattata. Or
Im modera e tempera il fervor del vino della tua natura
von l'onda del contentamento nel volere di Dio, e stringi
il cingolo della ragione tua col vincolo del timor di lui.
l'intelletto, come Yùsuf, tiene lo sguardo volto alle conieguonze ultime, mentre la passione, come Zalîkha, adoechin e accenna al momento presente (1). Ma la ragione
Intellottiva rimenò Yùsuf alla dritta via, e la passione
naturale si portò via Zalîkha.
lo non ti dirò di svellere da per te il germoglio della
natura dal terreno dell’essere tuo, chè ciò non è possihile, Il cuore è la natura dell’uomo! Ben ti dirò invece
che, se durerai nel combattere le passioni tue, troverai
()) Yoùsuf (cioè Giuseppe figlio di Giacobbe) è il simbolo, per î Musulmani, spocialmente mistici, della beltà divina, beltà intellettiva, a
cul anpira Zalîlha (la moglie di Putifarre) invaghita di lui, simbolo delLanimna umana, dominata dalla passione dell'amore.
vilermaeni<noinclude></noinclude>
h2kvseat76hrkwdu7pq7qsyclqz4gm1
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/384
108
1031852
3901334
2026-09-18T12:55:20Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901334
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 368 —|}}</noinclude>;
— 368—
chi ti aiuta. Ogniqualvolta spunterà in te uno dei tanti
germi della passione, schiantalo di tutta forza. Che se si
ottunde o smussa l’arma con cui tu tagli, aguzzala finchè
luecichi. Diceva già un savio: « È proprio della saviezza
e della prudenza dell’uomo il non cercare d’ingannare
alcuno, e della perfezione dell’intelletto suo il far sì che
nessuno l’inganni ». Tu non potrai conseguire nemmeno
una parte di ciò che desideri e ami, se non col pazientare in molta parte di cose che tu non desideri e non
gradisci. Chi è certo della ricompensa d’un giorno, non
opera mai male. L'uomo più scemo d’intelletto è quello
che opprime chi gli è inferiore, e l’uomo più misericordioso e incline al perdonare è quello che ha maggior
potere di punire e non punisce. Non trascorre il tempo
sopra alcuna cosa che altresì non l’alteri. Il più bel dono
è quel ch’è fatto subito, a principio; e niuna cosa è più
presta della soperchieria a cancellare il beneficio.
Dell’ora il trapassar rode i mortali.
Nulla riman di quanto un di cagione
Fu lor d’inganni, dignità ed onori,
Dignità d’ufficiali.
Quante opre belle ad imo son discese
Per un error fatale! Oh del mutarsi
D'ogni cosa quaggiti v’'ha pur cagione,
Donde le mosse ha prese!
La ragione è un ministro che da buoni consigli; la
ricchezza è un ospite che presto se ne va; la vita è un
fantasma della immaginazione. L’umiltà è una delle arti
con cui il nobile si cattiva gli animi, e l'invidia è come
la ruggine che s’attacca al ferro. Non se ne toglie finchè
non l’ha tutto consumato. I giorni sono le pagine dell’età
che passa. Chi sta col tempo (1), ne vede le gran meraviglie, e chi ha in sorte lunga vita, va man mano perdendo gli amici.
(1) Gioè chi, per lunghi anni, sta contemplando le sorti e le vicende
umane,<noinclude></noinclude>
9u4kaux5oomymf3leeo6uasu731a7ts
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/385
108
1031853
3901335
2026-09-18T12:55:25Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901335
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 369 —|}}</noinclude>
S'armi di pazienza per la perdita
Dei dolei amici suoi chi desia vivere.
Lunga lunga la vita;
Ma proverà ciò che ai nemici suoi
Solo augurar vorria (1), quei che lunghezza
Di giorni ebbe sortita.
(‘hi si ritira dalla compagnia degli uomini, ne va
lnneo e sicuro. Il volger della sorte ha due sapori: il
ilulee è l'amaro, e il volger dei giorni è di due maniere:
in larghezza e in angustia. Ma uomo felice è colui che,
ilell'anima, è disposto a tutto, e prende esperienza dal
Impasso del giorno di ieri. Intanto, l’obbedienza ai devheti di Dio è una gran difesa, e il contentarsi del prolo stato è cagion di onore e di gloria. L'uomo più
urfetto è colui che soggioga gli altri con le sue virtù
elle, e il più ignorante é quello che cerca ciò che non
| può conseguire.
Se vuoi che alcuno, anche se hai.tu gran possa,
‘ll nieghi obbedienza,
Uosa gl'ingiungi ch'egli far non possa.
ll appropriarsi alte e nobili doti è possibile soltanto
vol lollerar molte fatiche.
Lasciami! toccherò punto d’altezza
Che altri non toccò mai.
esso, nel faticar, v'è agevolezza;
Nel spregiarlo, gran guai (2).
ran cose di toccar tu metti pegno
Senza malanni e stenti.
Il miele per aver, sfidar lo sdegno
D'api vuolsi pungenti.
(hi si pensa che la vicenda dei giorni debba sempre
Inuelnrlo vivere in pace, è un pazzo. Chi si preoccupa
ilel idunar riechezze, è un malato di malinconia. Chi
sl lascin ingannare dalla lode degli uomini, è un fatuo.
(1) Uioòè estrema tristezza e indicibile affanno.
(ti) Nel senso, se ho bene inteso che, quando vi si pone studio e
Intiun, ni può giungere ad un alto grado. Invece, da creder facile raggiunsero, narco appunto la difficoltà del raggiungerla.
lialo Diaz — Miori d'Oriente
24<noinclude></noinclude>
4ab9aehg7gtdrpi03x6xx13psazwjbq
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/386
108
1031854
3901336
2026-09-18T12:55:30Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901336
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 370 —|}}</noinclude>
Quei che si cerca la vita uigliore,
Non avrà pace in sua malinconia
Per questo mondo troppo ingannatore,
Se viver vuoi felice, ove tu sia
In questo o quello stato, altro nel core
Non dir fuor che un peggior ti sradiria,
Un altro poeta diceva:
Per la mia vita! la storia degli uomini
È fantasia,
E fia dispetto ciò che illustre e nobile
Esser vorria!
A chi si pensa che fortuna è stabile
Nelle promesse,
Di’ che fortuna suol tradire immemore
Ciò che promesse.
Se mai ciò ch'è fortuna, conoscessero
Quaggiù i viventi,
Fino al termin de’ giorni si starebbero
Guardinghi e attenti.
Ma sotto a un vel celati dell’ Altissimo
I fati stanno,
E, innanzi a lor, mente e pensier degli uomini
Confusi vanno.
Finchè un tale non scusa Sè stesso di ciò che di non
bello ha fatto, non gli è più lecito biasimare altrui di
quella stessa colpa.
L'uom tristo si dimentica de’ suoi,
Ma propala il difetto del fratello
S'anche la gente l’ignorava. Oh! biasmo
Non farebbe d’altrui se mente avesse,
Tanti in lui son difetti, e diria certo
Che bastangli que’ suoi se li vedesse,
Chi desidera il. eruccio e la pena de’ suoi nemici,
brocuri di crescere in onore e in nobiltà di carattere.
Col saper, con la forza e la pietà,
Vinci il nemico tuo. Vinci te stesso
Con le stesse virtù. L'uom di valore
| Meglio due cose non congiungerà
Se non quando congiunge a sapienza
La pietà ch'è dovuta al suo Signore,<noinclude></noinclude>
1conoth9qjqi75l2rnhhprum2geeolb
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/387
108
1031855
3901337
2026-09-18T12:55:36Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901337
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 371 —|}}</noinclude>Segre
Abî ‘L-Asvad al-Duali (1) diceva:
Ornamento a chi l'ha, nobile fregio,
È sapienza, e tu dei molti rami
In che si parte, e d'ogni studio ameno,
Fa, se guidato sei (2), ricerca attorno.
Quanti son prenci valorosi e forti,
I cui padri, per nobil discendenza,
Eran di genti a capo! Essi da tergo,
Dopo quelli, or sen vanno, E quanti sono
Che nacquer servi, d’umili parenti,
E per istudio e per dottrina eletta,
A grado eccelso, a dignità d’uffici
Assorsero! Tesoro e provianda
Che andar non può consunta, è sapienza,
Bella compagna inver se in un amico
Degno s’incontri! Accumulò ricchezze
Questi intanto, ma poi ne sarà privo,
E fra breve! e n'avrà doglia e disprezzo
E rapina con esso. Invidiato
Sarà invece colui che tesoreggia
Di sapienza. Perdita o rapina
Ri non ne teme. O tu, di sapienza
Raccoglitor, felice quel tesoro
Che t'accumuli! Perle preziose,
Oro non stimi tu quant’esso estimi!
Quando qualcuno ti ringrazia senza che da parte tua
ibbia preceduto alcun benefizio, fa tu di avverare la spetinza sua. Così ne avrai condotto a fine l’opera. Si riconoscon fatui quei discorsi che S'aggirano intorno a sog
Kotti che non valgon nulla, e fatue quelle risposte per
vose intorno a cui nulla si domanda. Il turbarsi nella
\vontura è un’altra sventura. Chi si sente bene in salute,
il guardi dal lasciarsi indebolire abusandone, e chi si
:lispiace del biasimo altrui, si sforzi a toccare nobile
meta. Si eleva la sorte di quel tale che s’attiene alla
(1) l’oeta assai mediocre, come anche si vedrà dai versi che seguono,
{lui primi tempi dell’Islamismo. Fu amico e partigiano di Alì genero del
l'rofeta. Morì di peste nel 688 d. C. Secondo altri, al tempo del Califfo
Umane IX (717-720 d. C.)
(?) Nel senso musulmano, cioè guidato dalla fede.<noinclude></noinclude>
hwy85iu1cf1ko8ivpiycpw8bhvlfkz9
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/388
108
1031856
3901338
2026-09-18T12:55:41Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901338
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 372 —|}}</noinclude>Led”
ti Tad
fg|Leddelee nie
nani e
Kiara.
atea
s>Èbi
religione, e divien perfetta la gloria di colui che mirs
sempre alla verità. Chi si rallegra dei doni che riceve,
è soggetto a turbarsi dei malanni che poi gl’ineolgono.
Il destin mai non tiensi ad uno stato,
E ben si vuol che ora ti mostri il viso,
Or ti volga le spalle.
Se ingrata cosa t’incontra per esso,
Tu pazienza porta. A pazienza
Il destin non è avvezzo.
Chi cammina per la via della giustizia, tocca il fine
de’ suoi desiderî. Il contentarsi del proprio stato è la
sommità della riechezza, è il fondamento della pietà.
Uomo intelligente è quello che sa trar profitto dalla indolenza del tempo e cogliere l’occasione opportuna. La cosa
più dolce è conseguir ciò che si desidera, e la più amara
il sopravvento del nemico. La volpe, nel momento della
fortuna favorevole, vince il leone nel momento che la
buona sorte gli ha voltato le spalle.
Per custodirti
Se ti riguarda
Con gli occhi suoi
La Provvidenza,
Dormi, chè ogni timore è sicurtà.
Della Fenice (1°
Vanne aifar preda;
Essa n’è il laccio.
E monta ai Gemini (2),
Ch’essa le briglie per salir ti dà (3).
La maldicenza è un fuoco, e il darle ascolto è un
vituperio. L'origine sua si sta nella mancanza di pietà,
ovvero nell’eccesso dell’ambizione. Un sapiente soleva
dire: « Rinuncia alle passioni dell’animo tuo, perchè quando
la passione vince la ragione, essa volta in opere ree le
opere benefiche dell’uomo; converte in invidia la bontà;:
(1) Detta dagli arabi al-Anga, uccello favoloso e irreperibile, come
tutti sanno.
(2; Figura dello Zodiaco che porta fortuna.
(8) Nel senso che, con l’aiuto della Provvidenza, come Zola c'è da.
temere, così si posson toccare mete difficilissime e quasi impossibili.<noinclude></noinclude>
s1z05yhq41lwzjcnd80q4wsrpk3h8yf
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/389
108
1031857
3901339
2026-09-18T12:55:46Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901339
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 373 —|}}</noinclude>
in ipocrisia, la pietà verso Dio; volge la generosità in
ilissipazione, e il guadagno onesto in avarizia ».
Di ragione è davver primo malanno
Cupidigia. Ma quei, di cui la mente
Cupidigia vincea, van sempre mai
Liberi e scevri da ogni tristo danno.
l’avidità è la chiave d’ogni abiettezza; l'invidiaè la
chinve d’ogni odio; l’andar dietro ad ogni capriccio è la
chinve del pentimento; l’insistenza nel pregare è la chiave
lella misericordia; il contentarsi del proprio stato è la
chiave della tranquillità dell’animo. Ma l’esperienza è
ln specchio delle conseguenze delle azioni nostre.
Diceva un sapiente: « Quando tu avrai beneficato
leuno, guarda di tener celato il tuo beneficio; ma, quando
I sarai stato beneficato, rendi grazie al benefattore. E
non avvezzarti a non far nulla se non ciò per cui ti si
noti nei registri la mercede, e di cui si lodi la fama quando
il spanda attorno. Non far mai ciò che, al momento, ti
può far del bene, ma del male in avvenire. Il più bello
ilvi benefizî è l’aecorrere in aiuto degli afflitti e il chiuder
wli occhi dinanzi ai difetti naturali dei grandi. Gli amici
uno un'anima sola in corpi fra loro lontani. L'uomo più
wellerato è quello a cui nessuno augura del bene, e alla
cui sventura nessuno erede. L’uom di senno mette cura
v ‘liligenza in ciò che fa, e lo stolido si affida soltanto
ulln speranza sua. Perfezion di scienza consiste nel metorln in opera, e perfezion d’opera consiste nel non faribne gran conto da parte di chi la fa » (1).
(dall’arabo di Al-Shubravi).
(1) Parrà al lettore che questo e simili altri scritti moralizzatori
vudano di palo in frasca, Può darsi. Ma e'è pure un nesso ben stretto fra
l'una è l’altra proposizione, fra l’una e l’altra sentenza, e questo nesso è
tnrno, cioè consiste nei giuochi infiniti di parole, nelle allitterazioni,
nelle rime, onde tutto quanto il dettato è intessuto. Una chiama l’altra
\ vox] di seguito. In una traduzione, non si può rifare simile artificio.<noinclude></noinclude>
fy6vguvpy8w83j027p2tl04vgb34qun
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/390
108
1031858
3901340
2026-09-18T12:55:52Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901340
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 374 —|}}</noinclude>E:=nxo
entra
— 374—
20. Disputa intorno all'essenza dell'amore (1),
Il primo che incominciò la disputa, fu Alì ibn AlHeytham che era della setta degl’Imami (2), e uno dei
più celebri teologi Shiiti (3), il quale disse» L’amore, 0
Visir, è frutto di somiglianza e di conformità; è indizio
di simpatia fra due anime. Procede dal gran mare della
grazia divina, dalla sottigliezza e dalla purità dell’azione
e della sostanza dell’Essere. AI suo propagarsi non è posto
alcun limite, e quanto più esso cresce, tanto maggiore
il danno del corpo.
Il secondo a parlare fu Abù Malik che era del Hadhramaut (4), kharigita di setta (5), il quale disse: L'amore,
o Visir, è un soffio magico, e si mantiene più celato e
più ardente d’un carbone sotto la cenere. Non esiste se
non per la congiunzione di due anime e per l’accoppiamento di due persone. S’insinua nel cuore umano come
S'insinuano tra gl’interstizì dell’arena le stille che cadono
da nuvole piovose. Regna sulle cose tutte; la mente dell’uomo si lascia guidar da lui, e ogni altra volontà gli cede,
Terzo a parlare fu Muhammed ibn Al-Hodheyl, detto
il Provveditore (6), filosofo razionalista, uno degli anziani
della scuola di Bassora. O Visir, egli disse, l’amore pone
come un suggello sugli occhi dell’uomo e ne segna l’ifnpronta sul cuore. S’insinua nell’essere di lui e ne compenetra il fegato (7). Chi n’è rimasto preso, ha le idee
stravolte, i pensieri alterati. L'essere suo non è più quel
(1) Questa disputa fu tenuta alla presenza di Yahya, della casa dei
Barmekidi, primo Visir o ministro del Califfo Haràn al-Rashîd,
(2) Setta che credeva che Iddio si fosse incarnato in più personaggi
detti Imami o Pontefici (L'Istamismo, cap. V. $ 3)
t (8) Cioè della setta dei partigiani di Alì genero del Profeta (L Ista=
mismo, cap. V, 6 2).
(4) Regione dell’Arabia meridionale,
(5) Kharigiti, specie di fanatici, repubblicani e liberi pensatori dei
primi secoli dell'Islamismo (L'Islamismo, cap. IV, $ 4).
(6) Cioò un vivandiere dell’esercito.
(7) Ritenuto sede dell'amore, anche dai Greci, come si vede da Ana»
ereonte.<noinclude></noinclude>
pj4bsxvtal0urd9xbeiq8bqjnjsdou5
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/391
108
1031859
3901341
2026-09-18T12:55:57Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901341
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 375 —|}}</noinclude>
ill prima, integro, sereno; nè egli mantiene più ciò che
lim promesso; nè lo risparmia sventura o malanno. L’alore è un sorso attinto alla fonte della morte, un gotto'
tlempito all’abbeveratoio della desolazione. Con questo,
nno procede da certo impulso generoso che è proprio della
\ntura umana, e da certa leggiadria e bellezza delle qualità dell’animo, L’innamorato è prodigo, nè ascolta aleun
vonsiglio di chi vuol farlo ravvedere, nè dà retta a chi
vuol correggerlo.
(Yuarto fu Hishàm ibn Al-Hakam della città di Kùfa,
inziano degl’Imamiti di quel tempo, grande nell’arte sua
il serittore, il quale disse: L'amore, o Visir, è un laccio
vl il destino ha posto all'uomo e nel quale esso non
nuol prendere che la gente che si mantiene d’animo semice e sincero nelle sventure. Quando l’innamorato è
unluto in quelle reti, e s'è impigliato in quelle pieghe, è
ben lontano dall’uscirne sano e salvo o dal liberarsene
poditamente! L'amore non procede che da giusta bellezza
‘lella forma, da corrispondenza di natura, da simpatia
lvl pensare e nel sentire. Nel fondo del fegato e nell’inlimo del cuor dell’uomo si sta, per «esso, la morte, ed
inio lega la lingua anche la più eloquente, rende schiavo.
inehe chi è sovrano, servitore chi è padrone, in modo
ve costui si umilia anche al servo del servo suo.
(Quinto a parlare fu Ibràhîm ibn Yassàr, filosofo ralonalista, uno dei capi della scuola di Bassora al suo
aimpo. O Visir, egli disse, l’amore è un che di più sottile del miraggio (1), un che che s’insinua dentro il corpo
nano più rapidamente del vino. Esso è come un’argilla
ilelleatamente profumata, impastata in un vasello dalla
Divinità stessa. È dolce a chi ne coglie il frutto finchè
moderato;ma quando passa i limiti, si volge in mainno mortale, in malattia dannosa, che non riceve mediinn o rimedio per essere guarita. È come una nuvola
nbbondante di pioggia ch’essa rovescia nel cuore umano,
(1) In arabo sarab; che è quel fenomeno che noî chiamiamo Fata
Morgana.
A<noinclude></noinclude>
hue1chbu7ybdpu8jjeavibshz82kp4q
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/392
108
1031860
3901342
2026-09-18T12:56:02Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901342
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 376 —|}}</noinclude>|:
eneertAa
—376—
donde poi fa germogliare una passione ardente, e fut
tificare un malanno dello Spirito, che è l’amore. Chi n'è
preso, non ha più quiete, ha angusto e faticoso il respiro,
è preso come da un morbo cronico, sempre immerso in
lunghi pensieri. Quando la notte l’involge delle sue tenebre, veglia penosamente; quando splende su lui il giorno,
è turbato e inquieto, Il suo digiuno è un’angoscia; il suo
pasto è un supplizio.
Il sesto fu Alì ibn Mansùr, che era della setta degli
Imàmi e uno dei capi dei Shiiti, già discepolo di Hishàm
or ora ricordato. O Visir, egli diceva, l’amore è una
malattia leggiera sul principio che va poi sempre crescendo,
Si insinua nell’anima e tutta la compenetra e vi si mescola. Entra in tutto il pensiero e lo soggioga tutto. Chi
ne beve, non rinviene mai più dallo stordimento suo, @
chi n'è inebbriato, non se ne riscuote mai più. Nasce da
certa relazione d’identità e di omogeneità nella conformazione e nella creazione prima degl’individui.
Disse il settimo, che era Mutamir ibn Suleymàn,
filosofo razionalista, uno degli anziani più eminenti della
sua setta: L'amore, o Visir, è ciò che risulta da conformità di natura, ciò che germoglia da somiglianza di essa.
Gira, e girando s' insinua, come gira qua e là la formica;
e chi n'è rimasto prigioniero, sente troppo forti i suoi
legami per potersene sciogliere, e chi n'è rimasto Ops
presso, trova assai raramente chi lo rilevi. L'amore conosce la natura diversa degl’individui e la simpatia fra
loro delle anime. Fa appello al cuore, e congiunge e
accoppia le varie indoli umane. Il goderne non ha gioia
perfetta per l’attesa della prossima separazione, e per la
certezza, dopo un colloquio intimo, della maldicenza
altrui. I filosofi l'hanno chiamato coltello che Accarma,
malattia che strugge.
L’ottavo fu Bishr ibn Al-Mutamir che era filosofo
razionalista, capo di quelli della scuola di Bagdad, maestro
dei dialettici e dei teologi di quella città. Il quale disse:
L'amore, o Visir, toglie il sonno e avvilisce l’anima. Chi
n’e preso, è più vile d’una pecora. Avesse egli il vigor<noinclude></noinclude>
ehmmj1booilec5r1jo5wi100525bj12
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/393
108
1031861
3901343
2026-09-18T12:56:07Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901343
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 377 —|}}</noinclude>
l'un leone, e si umilierebbe dinanzi ad ogni schiavo.
Wigli è, anzi, lo schiavo della sua passione. Non fa che
parlar delle sue speranze, e non trova argomento da parlupo che de’ suoi desiderî.
Il nono fu Thomàma ibn Ashras razionalista. Quando,
v Visir, egli disse, la sostanza delle anime si espande
l'intorno, a guisa di profumo, per congiungersi a quanto
lm con essa conformità, omogeneità, simpatia, se ne
«mana anche certo fulgor di luce raggiante da cui ricevon
ume gli occhi della mente, e dal cui folgorare resta
ipcco e agitato il temperamento vitale degl’individui. Da
questo fulgore, esce una luce purissima, quale si applica
ill'anima umana e ne compenetra l’intima sostanza. Tutto
votesto è quanto da noi si chiama amore (1).
Decimo a parlare fu Al-Sakkal che era della setta
legl’Imamiti, discepolo di Hishàm. O Visir, egli disse,
l'umore è un germe della bontà reciproca fra persone,
un prodotto della loro scambievole simpatia e omogeneità,
«dl è una prova manifesta che v'è uno spirito sopranna(urale della simpatia, una testimonianza che v'è un affetto
che nasce da omogeneità di natura e d’indole. Penetra
nell’individuo come l’ebbrezza del vino penetra nella
persona. Chi n'è preso, sta come se ardesse tutto d’un
loco intimo, come se folgorasse di sua natura propria,
«dl è superiore agli altri per certe sue qualità e virtù
particolari; ma, negli atti e moti suoi, son segni manifesti
agli occhi altrui della sua passione interna. Quando poi
intende di far bella prova di sè in questa o in quella
sua virtù, incomincia, invece, con l’avvilirsi e col. perdersi dell’animo.
L'undecimo fu Al-Sabbàh ibn Al-Valîd, filosofo dilazionista (2), il quale diceva: O Visir, ogni definizione
(1) Chi può comprendere quest'arzigogolo (se fu tale) di messer
lhomama, filosoto razionalista?
(2) Così, per tradurre alla meglio la voce araba murgi. « I Murgiti,
così detti da una voce araba (Mmurgi) che significa in lugiante, temporege
giunte, orvano filosofi che atfermavano e sostenevano che Iddio non determinò mai né determina fin dal principio la felicità o l’infelicità eternadegli uomini, sì bene la indugia e sospende e differisce fino al giorno del
giudizio finale lasciando ch’essi operino liberamente e a loro posta »
(L’'Istlamismo, cap. VI, $ 4).<noinclude></noinclude>
avtbwkdkc0mcn1epd2z3f0aifzk7wms
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/394
108
1031862
3901344
2026-09-18T12:56:12Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901344
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 378 —|}}</noinclude>arri
-—__———
prin
1378) —
dell’amore rimarrà Sempre inferiore agli effetti suoi. Il
cuore d’un uomo dotato di bontà, adorno di leggiadria
di forma e d’aspetto, non può respingerlo da sè, ed esso:
non procede che da relazione di reciproca somiglianza
di forma. Chi n’è preso, è indubbiamente di natura molto
tenera e sensibile.
Dodicesimo fu Ibràhîm ibn Malik, gran cultore di
studî giuridici in Bassora e gran controversista. Non si
sa ch’egli appartenesse ad alcuna scuola o ne fosse addetto in particolare ad alcuna setta e vi fosse ascritto.
Costui adunque disse: O Visir, l’amore è Una sequela
d’immaginazioni e di fantasticherie che si presentano
all'individuo e che ora lo conturbano e prostrano, ora lo
consolano. Esse gli divorano le viscere con l’afflizione
che gli si è cacciata nel cuore.
Tredicesimo a rispondere fu un sacerdote zoroastriano
della setta dei Magi e loro giudice, detto il Mébed nella
lingua peblevica che è l’antica lingua di Persia (1). O
Visir, egli disse, l’amore è un fuoco che si desta nel.
l’intimo del cuore e divampa tra il cuore e le costole.
È insito nella natura degl’individui e dipende dai corpi
celesti. L'origine sua è riposta negl’impulsi animali e
anche in cause materiali. È il germoglio odoroso della
bella giovinezza, il giardino della magnanimità, la consolazione e il conforto dello Spirito umano. Lo generano
gli elementi; lo producono alla luce gli astri; lo sospingono i venti; superne e misteriose ragioni lo conformano,
Così originato, l’amore si comunica alle sostanze pure di
quaggiù, agli elementi umani più eletti, e allora provoca
gli affetti reciproci tra gl individui, la corrispondenza
delle loro inclinazioni, la fusione delle loro anime, la
vicenda; del pensare e del fantasticare in modo consentaneo fra essi, la loro reciproca sincerità del cuore e lo
scambievole riconoscimento dell’indole e del carattere,
Non può nascere se non per bellezza di forme, finezza
(1) Intendasi la lingua di Persia del Medio Evo persiano (III-VEI
Secolo d. C.), detta pehlevi, La voce mobed vi significa appunto sacerdote,<noinclude></noinclude>
j0ditem7en37m0axef4v2kxbxygbt0n
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/395
108
1031863
3901345
2026-09-18T12:56:18Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901345
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 379 —|}}</noinclude>
il'intelletto, sagacia e delicatezza di sensi, serenità di
(temperamento, equilibrio del corpo e della mente. Le
\ngioni superne da cui muove, sono come tanti suoi impulsi dati ai moti celesti, i cui effetti si ripercuotono poi
nei sensi corporali dell’uomo.
Ripiglia l'Autore del libro:
Così, in.precedenza, sono state esposte da noi le dinpute tenute dalla gente, avanti e poi, intorno al principio dell’ingenerarsi dell'amore e all'essenza sua propria.
Nnsce adunque l’amore dalla vista o dall’udito? (1). Da
volontà o dà necessità? E qual è il motivo del suo ingenerarsi dove prima non era, e del suo spegnersi là dove
prima era? È questa l’opera dell’anima razionale, ovvero
lol corpo e della sua natura?
Si riferisce che Ippocrate, a questo proposito, diceva
che la passione amorosa è il mescersi e il confondersi
insieme di due anime al modo che si mescola e si conlbnde un’acqua in un’acqua simile. È difficile, anzi
Impossibile, qualunque sia l’arte che vi si possa applionre, il separarne l’una dall’altra in modo integro e asnoluto. Poichè l’anima è più fina dell’acqua, più. sottile
nel suo modo d’operare, ne segue che il corso dei giorni
v delle notti non possono cancellare in essa l’amore, nè
Il tempo può consumarlo, nè alcun ostacolo può impe«lirlo. Sfugge ad ogni pensiero, tanto è sottile, il modo
lel suo procedere, e ad ogni osservazione il punto in cui
ii colloca. La mente nostra si confonde e non giunge a
conoscere in qual modo s’inizì il suo potere, eccetto che
può comprender soltanto che l’inizio del suo moto e
l'essenziale del suo vigore sono riposti nel cuore, donde
poi si diramano e propagano per tutte le altre membra.
Incominciano allora il tremito alle estremità, la pallidezza
ilel volto, il balbettare del discorso, la debolezza della
mente, la malinconia, il vacillare, sì che chi è preso
«lall’amore può considerarsi come indebolito dello spirito.
Molti tra i naturalisti e tra quelli che professano la me(1) Cioè da oggetti uditi o veduti.<noinclude></noinclude>
hg4oapgmy9gvfxdmi8wocgaubjigjhi
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/396
108
1031864
3901346
2026-09-18T12:56:23Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901346
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 380 —|}}</noinclude>oeeSeerereSarai
—380—
dicina e fanno studî in proposito, son venuti nell’opinione che lamore è un violento desiderio che si origina
nel cuore dell’uomo, e vi cresce, e vi attira e raccoglie
tutti gli altri appetiti. Quando la passione amorosa cresce
di forza, chi n’è preso se ne va sempre agitato e turbato;
è sempre assorto ne’ suoi pensieri, nelle sue speranze,
nelle sue fantasticherie, nella sua tristezza. Ha il respiro
affannoso, è sempre pensieroso, mangia poco, è ammalato
di mente, il cervello gli s'inaridisce, la vita sua si consuma, e tutto ciò perchè s’è fissato in un solo suo desiderio che gl’infiamma il sangue. Ora, quando il sangue
s’infiamma, si converte facilmente in atrabile, e quando
l’atrabile piglia il sopravvento, occupa tutta quanta l’essenza del pensiero, e allora la febbre monta, e il fiele
s'infiamma, s’annerisce, si corrompe e si congiunge all’atrabile, a cui essa diviene aiuto e alimento, e ne prende
vigore alla sua volta. Il pensiero poi soggiace alla natura
dell’atrabile; e però, quand’esso si corrompe, si alterano
e corrompono insieme anche gli umori tutti, e dal loro
mescolarsi e corrompersi procede l’alterazion della mente,
lo scemare della virtù intellettiva, il desiderio di ciò che
non è e non può essere, finchè tutto ciò va a terminarsi
nella pazzia. Allora, l’uomo innamorato non di rado si dà
la morte, ovvero muore lentamente di dolore e di tristezza; talvolta anche muore di gioia e d’amore e di dolore insieme quando gli sia dato di vedere, anche per
un solo istante, la donna ch'egli ama. Altra volta, caccia
un alto grido, e poi ogni senso di vita si perde in lui,
ed esso rimane in quello stato fino a ventiquattr” ore. Si
crede allora ch'egli sia morto, ed è portato alla sepoltura,
ed è vivo tutt'ora. Qualche altra volta, esala un gran
sospiro. Il sangue allora gli ricorre tutto al cuore, e il
cuore ne rimane ingombro e oppresso, nè egli sì libera
da questo stato che quando lo coglie la morte. Altre
volte, invece, ecredendosi di averne conforto, dopo avere
ardentemente desiderato la donna ch’egli ama, se mai la
vede all’improvviso, muore anche all’improvviso, Tu poi
vedrai come ogni amante, allorquando sente ricordaré il<noinclude></noinclude>
f2ettxbedyagsa2uvsd0qjvc5l6wbwe
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/397
108
1031865
3901347
2026-09-18T12:56:28Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901347
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 381 —|}}</noinclude>
iiomo della persona ch'egli ama, raccogliendoglisi il sangue
il cuore, d’un subito si cambi di colore in volto (1).
Sostengono invece altri filosofi che Iddio potente €
ylorioso creò già di forma rotonda, con la virtù della
pienza sua, tutte le anime a modo d’una sfera, e che
poi, avendone divisa ciascuna in parti uguali, collocò
cinscuna parte in due corpi differenti. Perciò, quando uno
ill questi corpi s'incontra in un altro in cui è stata col
iocata una metà di quell’anima da cui è stata recisa l’al(rn metà che ora si trova in esso, tra essi due si origina
ill necessità un amore per la precedente omogeneità €
corrispondenza. Si differenziano in ciò, tuttavia, le conlizioni degl’individui secondo il maggiore o minor vigore
lella passione, determinato dalla loro natura particolare.
Quelli che sostengono la dottrina alla quale ora abliamo accennato, vi hanno anche disputato intorno lun»nmente affermando che le anime, sostanze luminose €
xemplici, sono discese dall'alto nel corpo che ora abitano
in terra, e che ciascuna di esse va cercando l’altra secondo che, nel mondo delle anime, si son trovate fra
loro più o meno vicine. Si son poi accostati @ questa
opinione molti anche di quelli che professano l’Islamismo,
v traggono loro argomenti di prova dal Corano, dalle tradizioni della sunna (2), dal loro proprio modo di ragionare. Tra le altre sentenze di Dio potente €@ glorioso,
irovasi, infatti, anche questa: « O anima sicura, ritorna
presso il tuo Signore contenta e gradita! Entra fra i
‘ervitori miei, entra nel mio giardino! » (8). Il ritornarsi
xl un dato stato, osservano essi, non può essere se non
dopo che chi vi si ritorna, vi sia già stato in antecedenza. Riferiscono, inoltre, questa tradizione secondo cui
il Profeta (che Iddio lo benedica e lo salvi!) avrebbe
(1) Si badi che, sebbene l'Autore attribuisca ad Ippocrate tutta quer
ila dottrina intorno alla natura dell'amore, vi ha espresso; invece, dot\vine mistiche che al suo tempo incominciavano & venire in voga (L'Istamismo, cap. Vi, $ 4 Storia della Poesia persiana, e. III)
(2) Norma ortodossa, per giudicar di casi giuridici, morali, teologici,
appoggiata alla tradizione (L’Islumismo, cap. VI, $ 5)
(8) Passo del Corano, LXXXIX, 28-30.
k<noinclude></noinclude>
j8j8rmc8le4y66obwjxqc19q3d3f3al
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/398
108
1031866
3901348
2026-09-18T12:56:34Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901348
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 382 —|}}</noinclude>n
reali
—_--xa- ”-rta
= sea—
detto: « Le anime umane sono come tante schiere ordinate. Quelle, tra loro, che si conoscono scambievolmente,
si collegano e famigliarizzano; quelle che non si conoscono, si avversano ». Son pur stati di questa opinione
anche molti degli Arabi antichi, e però uno di essi,
Gemîl ibn AbdallAh, della tribù degli Udhra (1), parlando
dell’amor suo per la sua Botheyna, accenna a ciò che
doveva essere di lor due al principio della creazione (O
nella vita anteriore, prima d’essere introdotti all’esistenza
presente, in questi versi:
Pria che creati fossimo, congiunto
Era al suo Spirto questo spirto mio,
Prima ancor che deposti entro la culla
Fossimo e tolti alla Poppa materna.
E crebbe l'amor nostro come noi
Crescemmo, e si fe’ grande, e non fia mai,
Anche se morti giacerem, che meno
Venga nostra promessa Sempiterna,
Ma incolume starà sempre per tutti
Gli eventi di quaggii. Questo amor nostro
Verrà del nostro avello entro al recinto,
Visita ci farà nell’ombra eterna!
‘Galeno sostiene che l’amore nasce fra due individui
intelligenti per la reciproca loro somiglianza nell’intelletto, ma non già fra due individui stolidi per la reciproca loro somiglianza nella Stoltizia. L’intelletto, egli
osserva, cammina sempre per una via, ed è ben naturale
che due che camminano su di una unica via, debbano incontrarsi. La stoltizia, invece, non cammina sempre per una
via, e non è punto naturale o probabile che due vi gi
possano incontrare.
Non pochi astronomi e astrologi sono invece di opinione che l'incentivo all’amore procede da questi tre
pianeti: Saturno, Mercurio, Venere, e dicono che Saturno
(1) Gemîl antico poeta arabo, che morì vittima dell’amor suo per
Botheyna in Egitto nel 701 d. C. La tribù beduina degli Udhra era cele
bre per ciò che si diceva che, ove qualcuno di essi era preso d'amore,
moriva inevitabilmente (L’Islumismo, cap. II, $ 4; Letteratura araba, cap.
WI, CS:<noinclude></noinclude>
g9ipzhi6benbhjpwu90uesua9t9oceg
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/399
108
1031867
3901349
2026-09-18T12:56:39Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901349
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 383 —|}}</noinclude>
v quello che produce il desiderio amoroso, la tristezza,
lm passione intensa, la malinconia, la pazzia, il turbamento dello spirito; che Mercurio infonde negl’innamonati l'abilità del far versi, del comporre le epistole amooso, dell’eloquenza, rende facile ogni più grave diffivoltà nella faccenda d’amore, e apre e scioglie tutto ciò
che è chiuso e impedito; che Venere incita all’amore,
illa tenerezza, alla mollezza, alla effemminatezza, agli
vccessi nei piaceri e nei godimenti. Ora, se a qualcuno,
il momento del nascere suo, prospettava di contro il
punto della sfera celeste in cui trovasi Mercurio, e se
‘sso Mercurio era allora nella sua maggiore altezza o
cisa, diretto, nel moto suo, su d’una linea accennante
illa felicità, quel tale sarà eccellente nella poesia e nelle
lettere amorose. Se invece Mercurio sarà debole d’influsso
il momento della nascita di qualcuno, se si troverà nel
nuo discendere e in opposizione e volgentesi verso una
rogione accennante a sventura, quel tale non avrà alcun
Inorito poetico, e la donna ch’egli ama, non avrà sorte
liota. Similmente, se qualcuno, al momento del nascere
suo, avrà Saturno in un punto buono del cielo, sarà dato
ben poco ai piaceri d’amore; ma, se Saturno sarà in
via di discendere, la passione amorosa sarà spinta in
lui all’estremo. E se Venere pure sarà in via di discen(lore, le condizioni del vivere suo, fissate e appropriate
i Ini fin dal principio, saranno ben triste e turbate.
‘l'olomeo sostiene che la passione affettiva è di tre
\pocio. Una è l’unione di due anime, e questa è il reciproco innamorarsi degl’individui, per il quale chi è
ilmato non può a meno di amar chi l’ama (1). Tale
tnione di due anime proviene da ciò ch’esse devono
unser nate, l’una e l’altra, sotto 1° influsso dello stesso
pinneta, ovvero nel trino o nel sestuplo aspetto di esso.
(ÎIlio se tutto ciò è così, le due anime son connaturate in
modo da amarsi, tanto più quando, al momento del loro
(1) Ricordiamoci del verso dantesco! « Amor che a nullo amato
nmnr perdona »,<noinclude></noinclude>
7tioqss0iizl5gj0zw0mva74f4qwjf6
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/400
108
1031868
3901350
2026-09-18T12:56:44Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901350
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 384 —|}}</noinclude>node
lidi
met ip
— 384—
nascere, il pianeta accennava a felicità, e non accennavw
punto a sventura. La seconda specie è quella della uti.
sesti
apre RED Cr |
ai pic PARATE
lità. Se accade mai che, al momento della nascita di due
individui, sia tra loro il segno della felicità sotto un
unico pianeta nel suo aspetto trino o sestuplo, le due na:
scite si gioveranno e aiuteranno scambievolmente, €
questa utilità trae con sè l’amore e la simpatia. La terza
specie è quella dell’opposizione del pianeta. Che se mai
accade che l’ascendente dei due individui è un unico
pianeta, ma per l’uno, al momento della nascita, accennava alla felicità, e per l’altro, pure al momento della
nascita, volgeva alla sventura, toccando l'amor dell’uno
e la tristezza dell’altro, i due non potranno mai stare
insieme in modo uguale e concorde (1).
A questo proposito, si parla d’un poeta arabo il
quale, in certi suoi versi, aveva distinto l’amore appunto
in questa maniera. Disse infatti:
Vi son tre amori, e il primo è una catena,
E l’altro è una carezza, e il terzo è morte.
Alcuni filosofi della setta dei Sùfi (2) e di quelli che
fanno propaganda (8), quali rigettano la dottrina della
unione delle anime in Dio e l’altra ancora del libero
arbitrio dell’uomo, che sono di Bagdad e di altri luoghi,
asseriscono che Iddio (che sia benedetto ed esaltato!)
con la passione dell’amore ha voluto mettere alla prova
gli uomini accioechè si avvezzassero ad obbedire chi essi
amano, a sopportarne lo sdegno, a godere e a rallegrarsi.
del suo favore, e avessero in tutto ciò un argomento.
certo della onnipotenza di Dio eccelso e glorioso, in
quanto egli non ha alcuno che gli sia pari o uguale,
che li ha creati tutti senza aver bisogno di loro, che fin
(1) In tutta questa lunga dissertazione astrologica, non sono ben
certo d'aver reso a dovere in italiano il non facile testo arabo, massime
nelle espressioni tecniche,
(2) Asceti e mistici specialmente di Persia che professavano una
dottrina panteistica e quasi atea, benchè dati alla penitenza e ad opere
di pietà (L’Islamismo, cap. V, $ 4; e Storia della Poesia persiana, cape IL.)
(3) Missionarî della setta degli Ismailiti.
;<noinclude></noinclude>
bt4dmzyowrpk3c9pti33zgmw7ji0owc
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/401
108
1031869
3901351
2026-09-18T12:56:49Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901351
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 385 —|}}</noinclude>SE 3a
ilul principio li alimenta e li fa segno a’ suoi benefizi.
(he se gli uomini, osservano i predetti filosofi, si stimano obbligati all’obbedienza d’un loro uguale, è atto
insni più degno il cercar di compiacere a Dio altissimo.
Intorno a questo punto, hanno parlato e disputato molto
| Sùfi detti interioristi (1). Si dice che Platone abbia
letto: « Io non so che sia l’amore! Questo solamente so
che è una follia divina. Non è da lodare, non è da biaimare ». E uno serittor.d’epistole (2), uno dei più
ingegnosi, scriveva così ad un suo fratello: « In te ho
rinvenuto la sostanza dell’anima mia. Perchè poi io mi
ienta attratto senza redini verso di te, non merito lode
ileuna, perchè le anime umane, per natura, si cercano
l'una l’altra reciprocamente ».
(dall'arabo di Al-Masùdi),
21. Lodi del silenzio e della sincerità e lealtà
nel parlare.
Disse un sapiente: Quando tu parli, sii breve e conciso; e quando tu hai raggiunto il tuo intento, non ti
i{luticare oltre. Per quel che taci, egli soggiungeva, tu
ivi sicuro; ma quando parli, ciò che vai dicendo, o è
por te, o è contro di te. Amr ibn Al-Asi (3) diceva: La
parola è come un farmaco. Se ne usi con parsimonia, ti
giova; se in abbondanza, ti butta a terra. — E Loqmàn
|) n suo figlio: La parola, figliuolo mio, è un che più
(borte della pietra, più penetrante della punta d’un ago,
più amaro dell’assenzio, più ardente d’un carbone acceso.
(1) Hrano detti così (Biliniti o interioristi) perchè interpretavano il
Unriano non secondo la lettera, ma secondo un senso latente e interiore.
(0) Genere letterario, artifiziato e retorico (come si vedrà anche dal
novo osompio addottone dall'Autore), molto coltivato nella letteratura
IIUCAZION
(}) Il colebre capitano musulmano che, al tempo del Califfo Omar
|} Medina, conquistò l'Egitto (anno 639 d, C.)
(4) Nayoloso sapiente dell'antichità araba, ricordato anche nel Covino (onp. XXXI). Gli si attribuiscono alcune favole di animali, che,
invaso, sono di tarda fattura, anzi una traduzione di quelle d’Esopo,
Italo Pizzi — Fiori d'Oriente
25<noinclude></noinclude>
fv0jvphjis2kwhw9clgjmllrq47n5av
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/402
108
1031870
3901352
2026-09-18T12:56:55Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901352
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 386 —|}}</noinclude>Ti
I cuori umani sono come altrettanti campi da seminarvi.
Tu, perciò, fa di seminarvi buone e savie parole. Che
se non tutte vi potranno germogliare, qualcuna vi germoglierà di certo.
La menzogna, diceva un sapiente, è un malanno, la
sincerità un farmaco salutare; quella è cagione di disonore, questa di onore. Basti a rimproverarti del tuo
mentire la coscienza che tu sei un mentitore. Diceva
pure Loqman a suo figlio: Guardati, figliuolo mio, dalla
menzogna, perchè la menzogna corromperà la tua pietà,
cancellerà presso gli uomini la stima che hai d’uomo
onesto e leale, ti abbasserà di grado, ti farà perdere la
tua riputazione. Non vorranno ascoltarti, gli uomini,
quando tu t’intratterrai con loro; non ti crederanno,
quando parlerai loro, e tu non avrai alcun bene in tutto
il viver tuo se sarai venuto a questo punto! Come avranno
risaputo tutto cotesto al tuo riguardo, anche se tu dirai.
loro il vero, sospetteranno sempre di te, spregeranno
tutto ciò che da te viene, detesteranno la tua compagnia,
ti celeranno ogni lor pensiero segreto, taceranno e simuleranno dinanzi a te ogni lor discorso, si guarderanno
ben da te in tutto ciò che tocca la loro fede, non si
terranno sicuri di te in tutte le faccende loro. Tale sarà
la trista condizione tua nella coscienza della gente, e
È,i.
ITit
soltanto l’odio di Dio e il suo castigo nella vita futura
ne sono peggiori!
Diceva Ibn Sammak (1): Io non so per quale altra
cosa potrei indurmi a lasciar la menzogna, perchè la
vergogna sola m’induce a lasciarla! — E soggiungeva:
: Se nella menzogna non fosse altro che l'essere abbandodi. i
nato dagli altri, sarebbe bastevole malanno. E come?
vè dentro anche un delitto! — Diceva Al-Shabi (2):
Sed:
Attienti alla sincerità anche se ti parrà che ti danneggi.
Essa ti gioverà sempre! Ed evita la menzogna anche se
ti parrà che ti giovi. Essa ti danneggerà sempre!
(1) Uomo dotto e pio del tempo di Hàrùn al-Rashîd, Era di Kùfa,
Morì in patria nel 790 d. OC.
(2) Uno dei più ragguardevoli personaggi di Kùfa, adoperato dal
Califfo Ommiade Abd al-Melik in importanti utlici. Morì nel 728 d, C.<noinclude></noinclude>
5ozak6femvi1nursqvk37cem78dicef
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/403
108
1031871
3901353
2026-09-18T12:57:00Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901353
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 387 —|}}</noinclude>
Attienti a lealtà s’anche dovesse
Arderti lealtà nel minacciato
Fuoco d’Inferno, e di piacer ti cura
A Dio signor. Chi del suo re lo sdegno
Desta per compiacere a’ servi suoi,
| l’uom d’ogni mortal più tristo e indegno,
Diceva Alì (che Iddio sia contento di lui!) (1): Iddio
ton ha imprigionato nessun'altra parte del corpo umano
In più sicuro carcere della lingua. Le stanno davanti i
lenti, e dopo i denti le labbra; di dietro le sovrasta
l'ugola, e dietro l’ugola si sta il cuore. Abbi adunque
\lmor di Dio e non lasciare uscire dal suo carcere questa
prigioniera se prima non ti sei bene assicurato contro il
ilunno ch'essa ti può fare. — E un letterato osservava:
Imprigiona la tua lingua prima che essa abbia a tenerti
lungamente prigione. — E un altro: Chi custodisce il
ilo segreto, ha poi cagion di gioia da quel suo segreto,
i ln gente va sicura dal male ch’esso può fare. Chi in\uco dà potestà alla lingua in tutte le faccende sue, le
\ riuscir tutte a male. Silenzio a cui tenga dietro penimonto, è migliore d’un discorso che si porti via salvozzn e salute.
Del Fato al saettar se porgi il fianco,
Salvo d’andarne lungi anche procura.
ligro morir del male del silenzio
l'è meglio che morir di parlatura,
Ben che sovente rintuzzato il dardo
Abbi parlando qual la morte scocca.
Ma veramente salvo andrà colui
(Che le briglie avrà poste alla sua bocca (2).
l)iceva un sapiente: Il bugiardo non ha chi gli si
iwwompagni, e il maldicente chi lo riehieda di consiglio.
(1) Wil genero del Profeta, a cui la tradizione, come si vedrà nel
lily siguonte, attribuisce tanti detti e sentenze acute e assennate.
(0) L'inotta poesia pare voglia dire: Poichè tutti siamo esposti agli
ill ilol Destino, procuriamo tuttavia di salvarci come meglio postuo, Moglio aver danno dall’aver taciuto troppo che dall'aver parlato
tub opportunamente, sebbeno talvolta l'aver parlato abbia potuto salvar
(ialbtno da un gran malanno, Ad ogni modo, è sempre meglio frenar
la Iingun,<noinclude></noinclude>
beiibux1xfzo63a5t73cxt3d5gf2tgw
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/404
108
1031872
3901354
2026-09-18T12:57:05Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901354
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 388 —|}}</noinclude>
L'uomo di gran cuore non è mai trattato con disprezzo,
e al disertore non si domandano notizie. Il codardo non
è mai richiesto d’aiuto, e verso il vero amico nessuno
si mostra avaro. All’avaro nessuno soccorre. Al vile
nessuno rende onore, e al leone nessuno muove incontro,
La buona riputazione non si lascia trascurata, e chi ha
buone speranze non bisogna disingannarlo. Il bene non
si deve negare, ma al petulante non si deve dare alcun
SOCCOrSO.
Alì (che Iddio sia contento di lui!) diceva: L’uomo
si sta celato sotto la piega della sua lingua, non già sotto
il suo mantello. Chi ha lingua affabile e dolce, ha anche
molti fratelli e amici. Non finisce male l’uomo che conosce quanto egli valga. Il valor d’ogni uomo consiste
nel bene ch’egli fa. Chi conosce sè stesso, conosce il
proprio signore e padrone. Ad uom ch’ è avaro, tu devi
annunziare, come buona novella, o un grave avvenimento
o un prossimo erede. Tu non devi badare a chi è che
parla, ma a ciò che dice chi parla. Nessun buono evento
col pentimento; nessun buono effetto quando chi fa ha
tralasciato di domandar consiglio. Nessun sentimento
umano e generoso nel bugiardo. Non mandar sciolta la
tua lingua in ciò che può nuocere ai tuoi fratelli. Reiterar
le scuse è quanto rammentare il proprio fallo. Il consìgliare altrui in pubblico suona rimprovero. Quando la
mente è perfetta, poche le parole. Chi intercede è l'ala
di chi prega e domanda. Il turbarsi per alcun che è più
dannoso del pazientare. Il maggior nemico è quello che
sa nasconder meglio Ie sue insidie. A chi domanda ciò
che non gli spetta, è negato anche ciò che gli spetta.
Chi sta ad ascoltare una maldicenza, è un maldicente.
Dal porgere ascolto
A cose non belle
Gli orecchi tu guarda
Si come, per quelle,
Guarda la lingua dal ridirle mai;
Perchè, se tu ascolti
Le cose non belle,<noinclude></noinclude>
joelje4umummz8czaudoqj1hg8fgtf8
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/405
108
1031873
3901355
2026-09-18T12:57:11Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901355
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 389 —|}}</noinclude>389 —
A chi le ridice
‘l’associ per quelle.
Meglio per te se vigilando stai!
(hi motteggia o scherza al di là da misura, non va
nente da disprezzo o da odio da parte degli altri,
Alla tua mente perchè posi alquanto,
Oppressa dalle cure, tu darai
Qualche sollievo. Con un motto arguto
La spenta virtù sua ravviverai.
Però, come le avrai del motto arguto
Dato il conforto, bene adoprerai
Se dato fia dentro misura. Un cibo
Troppo salato oh! non daresti mai.
(‘hi è schiavo dei desiderî, è più vile di chi è Schiavo
por schiavitù. L’invidioso è un tale che è corrucciato
vontro chi non ha colpa. Un buon successo basta per
intereedere in favor d’un colpevole; e quanti fautori in
vio che pareva dovesse fargli danno! Il confidar troppo
vi desiderî è una delle mercanzie degli sciocchi. Nobiltà
libertà il non aver desiderî; viltà e schiavitù l’averne.
| pensiero dell’uomo intelligente è una divinazione.
l,istio verso gli altri è occupazione fastidiosa del cuore.
Se innocente son io, se per altrui
Non ho invidia nel cor, questo mio Spirto
Libero fo di mille inimicizie
Da” pensier tristi e bui.
Al mio nemico, allor che l’ho veduto,
l'o auguri e voti, e così vo cacciando
Lungi ogni mal da me, come cortese
(ili rivolgo un saluto.
Il silenzio dell’ignorante è un velo che lo copre €
ilifende, e la parola del savio è la sua glorificazione.
In persona non cessa mai d’essere rispettata e stimata
Iinehe serba il silenzio; ma da che ha parlato, 0 cresce
ittella stima, o cade la sua riputazione (1).
(dall’arabo di Al-Shibrawi).
(|) A proposito dello stile di questo scritto, vedi
unta nl n, 19 di questo libro,
la nota ultima<noinclude></noinclude>
jnhzrdfzx1smdtq01cftipt8ok5u8c1
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/406
108
1031874
3901356
2026-09-18T12:57:16Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901356
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 390 —|}}</noinclude>22. Il libro.
Un libro! quale amico nelle ore solitarie, quale conoscenza in terra straniera, qual compagno, qual socio,
qual visitatore, qual ospite! È un forziere pieno di
scienza e di eleganza, un vasello pieno di detti arguti
e di detti gravi e serî. È un giardino che ciascuno si
porta con sè, un verziere che ciascuno reca con sè nel
seno. Hai tu mai udito parlare d’un albero che reca
frutti in ogni stagione, in calici differenti, con sapori
diversi? Hai tu mai udito parlare d’un albero che non
inaridisce, d’un fiore che non avvizzisce, d’un frutto
che non vien meno? Chi altri può farti da compagno
come questo che t’informa di tutte cose in un senso
e nel suo opposto, nelle specie e nel genere? che parla
dei morti e fa l’interprete tra i vivi? Se tu ti corrucci,
non si corrucciacon te; se fai l’arrogante, non leva la
voce, non si rissa. È più fidato e segreto della terra, si
sparge attorno più di qualunque fragranza, più fedele
dell'amore (1), più seduttore del desiderio stesso’ (2), più
giocondo dell’ora del mattino, più eloquente di Sahbamn
di Vail e più muto di Bàgil (3).
Hai tu mai udito parlare d’un maestro che si adorni
di tante virtù e raccolga in sè tante qualità belle? e sia
dotto ora in arabo e in persiano, ora in ionico e in indiano, ora in sindico e in greco? (4). E questo maestro,
quando consiglia, si fa anche ascoltare; e quando diverte,
giova; e quando vuol commovere, fa piangere; e quando
batte, si fa sentir bene. Ti giova, ed esso non ti richiede
di nulla; t’istruisce, ed esso non ti domanda nessun
compenso. Se parla di cose tristi, scorrono le lagrime;
(1) In quanto l’amore vero non tollera che chi ama si separi dalla
persona amata.
(2) In quanto desta sempre più la curiosità.
(8) Due personaggi dell antichità araba. Il primo, Sahbàn, morto
nel 615 d. C., era stimato per la sua eloquenza. Nessuno poteva ridurlo
al silenzio. L'altro, Bagil, era muto e di poca mente,
(4) Il sindico (singi), lingua della regione del Sind in India, Per
ionico s'intende il greco antico; per greco, il moderno,<noinclude></noinclude>
n4r6cngqw5dyz742b6xam5zygzak7oh
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/407
108
1031875
3901357
2026-09-18T12:57:21Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901357
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 391 —|}}</noinclude>
uo dice facezie, solleva l’animo e lo diletta. È il sepolero
lei segreti degli uomini, il fondaco dei Ioro pegni, il
vincolo che congiunge e tiene insieme le scienze, fonte
«li sentenze argute, miniera di opere generose e grandi,”
laumigliare e amico che non sonnecchia. Ti giova della
wapienza degli antichi, t informa di molte notizie d’uomini di tempi remoti.
Hai tu mai udito parlare che vi fosse fra gli antichi,
o tè mai giunta notizia che fra gli uomini d’un tempo
vi fosse chi avesse radunato presso di sè tante cose belle
con tanta poca provvigione, con tanta leggerezza di fardelli? Non si prende nulla degli averi tuoi! Eccellente
provvigione, eccellente scorta, eccellente occupazione,
eccellente arte! È un amico che non ti adula, è un sozio
cho non ti annoia. Ti obbedisce di notte con la stessa
obbedienza del giorno; ti serve, nel viaggio, della stessa
‘ervità di quanto ti stai al tuo paese. Quanto più lungamonte tieni fermi gli occhi su di lui, tanto più lungamente
osso ti benefica. Sollecita e incita la natura tua; ti scioglie e spiana la lingua; ti abbella la facoltà del dire; ti
ln elegante la dicitura. Se tu ne sei l’autore, esso rende
terna, nei giorni avvenire, la memoria tua; se lo studî,
eleva fra la gente la tua riputazione; se lo esponi e
commenti, cresce stima al tuo nome presso il pubblico.
ln assidere gli schiavi al seggio dei signori; pone a
edere il popolo nelle sale dei re. Oh! quanto generoso
im simile amico! quanto glorioso un simile compagno!
(dall’arabo di Al-Suyati).
23. Gli scrittori.
(ili scrittori sono i sostegni e le colonne di un re,
‘ono i suoi occhi veggenti, i suoi aiuti. Sono il pregio..
e |’ornamento degl’imperi, i capi e il sostegno del g0verno. Le lor vesti sono Da le loro opere belle
‘ono celebri, l'indole loro è gioconda, l’anima ne è
nobile, A loro è devoluto 1° sio di sciogliere e di le-<noinclude></noinclude>
pxxt5j61w7vdvl67w9u7vn6w2z0dm2o
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/408
108
1031876
3901358
2026-09-18T12:57:26Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901358
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 392 —|}}</noinclude>gare (1), e a loro si ritorna il disporre di ogni cosa €@
l’ufficio di governarla. Ricevono ornamento da essi anche
le cose disadorne, e si fanno sorridenti per essi le labbra
dell’uom d’intelletto. La lor società è frequentata dalle {
virtù più elette, mentre, per la loro liberalità, ogni so- |
cietà di sollecitatori è vinta fin nei loro desiderî, Fannof
intendere agli orecchi diversi generi di stile. Dilettano gli
occhi nei giardini dilettosi della prosodia e della poesia l
Son essi la gente di gran merito nella scienza e nella
eloquenza. Lor costume e loro ufficio si è il nascondere
le cose ree e il pubblicare e il far conoscere soltanto
Je buone e belle (8). Sono inclinati al parlare per averne
gloria, e non s’infastidiscono di chi, voglioso di doni,
va e viene da loro. Loro uso è il cattivarsi l’animo del
pubblico coi loro benefizî e il non ritrarsi mai a dietro
da chi è afflitto e oppresso. Onorano chi è grande, ed
esaltano chi è umile (4). Non trascurano il riguardo dovuto
ai loro uguali. Si volgono sempre e ritornano a ciò che
è buono, a ciò che è bello. Insomma, radunano e raccolgono in sè tutte le più belle qualità! (5).
Tu scrivi! Oh! se quest'arte
Lecita, e questa illecita mai fosse,
Direi che tua scrittura
È tutta di magia negra fattura (6).
Che s’ella fosse un fiore,
Direi che d’una nube opra è leggiadra;
Se una perla, direi
Che del mar dagli abissi tu l’avéi!
(1) Gioè di sbrigare ogni faccenda anche più grave.
(2) Son qui usati, nel testo arabo, due termini tecnici di poesia @
prosodia araba che non si potrebbero nè rendere nè intender bene in
italiano.
(3) Caro Al-Halabi, se tu vivessi ai nostri giorni, mon scriveresti
così! Se avessi conosciutu i giornali moderni, che avresti detto!
(4) Caro Al-Halàbi, ai nostri giorni si fa precisamente l'opposto!
(5) Le espressioni arabe che designano tutte queste belle qualità degli
scrittori, hanno doppio senso. Designano, intese in altra maniera, tante
varietà di stili stabilite dalla retorica araba che qui non si possono
descrivere.
(6) Cioè, se fosse un'arte vietata, la direi opera di magia,<noinclude></noinclude>
lljrxb9h40aqxfpi3tnc9htqsaws6df
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/409
108
1031877
3901359
2026-09-18T12:57:31Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901359
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 393 —|}}</noinclude>
Stanno penne in loro mani, e quelle penne rapiscono
bellamente e si portano via i pensieri, i sogni, le visioni
«lella gente. E son monde e pure in loro essere, adorne
come di bei fiori, molli e pieghevoli nei loro fianchi.
l’iange la penna (1), e pur sorride; tace, e pure dice
quanto può piacere agli orecchi. Equilibrata e proporzionata la sua forma, e la bella sorte sua levasi intanto
i toccare il punto più alto dell’eccellenza nell’arte. Acuti
e affilati i suoi denti; striati di bianco i panneggiamenti
suoi; e intanto s’adopra con istudio e cura nel servire
chi l’ha così tagliata e temperata, e di tra le sue perle
manda fuori intanto quanto può far scorno al luecicar delle
stelle. Cammina fieramente nella pompa de’ suoi colori
(2), e ricrea e ristora lo spirito di chi legge con i dolci
umori che suole attingere. Nasce sulla sponda dei fiumi,
dlove ha appreso il suono melodioso del bel favellare
legli wecelli (3). Ha distanti l’uno dall’altro i nodi, e
pure fa prigionieri i cuori col bel modo con cui si comporta (4). Fa stupire chi la osserva, supera in laboriosità
chi lavora, non si compiace d'altra cavalcatura che di
quella delle dita. La bravura si sta celata nel sangue
suo, e l’eloquenza scorre sulla sua lingua. Supera col
suo splendore la bellezza dei fiori. Ricama di notte i
lembi all’ammanto del giorno. Se parla, non lascia altra
parola a chi vuol parlare (5), e se mena un assalto, tornano le spade nemiche a ricacciarsi tra i lembi della
cintura. Si china umile verso il papiro, ma poi si eleva
nulle altezze più sublimi.
(dall’arabo di Kamal ad-din al-Halabi).
(1) Perchè va gettando a mano a mano l’inchiostro mentre serive,
(2) Usandosi inchiostri di tinte diverse.
(3) Si tratta non di vere penne, ma di canne, calami (lat. calamus,
nrnb, galam).
(4) Ginoco di parole nel testo, intraducibile in italiano.
(i) Cioè lo riduce al silenzio.<noinclude></noinclude>
cslsw8vykvpwtxrmen5pug14jh7kryh
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/410
108
1031878
3901361
2026-09-18T12:57:37Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901361
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 394 —|}}</noinclude>x
IN DÒ
"RI-a
-394—
24. | poeti.
Che pensi tu d’un ceto di persone nelle quali si
biasima la moderazione che si loda in altre, e nelle quali
si loda la menzogna che si biasima e si riprova in altre?
Quando satireggiano, gli è come se tirassero una freeciata; quando lodano, gli è come se facessero una rapina (1). Quando rimangono contenti, levano a cielo anche
chi è abietto e vile; quando non sono contenti, atterrano
anche chi sta in alto; quando confessano lor vizî e magagne, non ne tocca loro alcuna pena; nessuna mano si
muove per punirli. Chi fra loro è più rieco (2), non è
importunato (3); e chi fra loro è più povero, non è dispregiato. Il più vecchio fra loro è onorato, e il più
giovane non è tenuto a vile. Le loro freccie trapassano
e sgretolano la riputazione altrui. Ogni loro testimonianza
è accolta anche se non ne parla alcun pubblico strumento
di notaio, anche se non la conferma alcuna autorità legale.
E ancora, che pensi tu d’un ceto di persone che
trafficano l’ingegno degli uomini come i banchieri le
monete, e sono i sensali del merito e del demerito degli
altri? (4)... Che pensi tu di questi tali che comandano
alle parole, ne accorciano le lunghe, ne allungano le.
brevi, raddoppiano e sdoppiano lettere e parole? (5).
E perchè non dirò anche: che pensi tu di un ceto di
persone alle quali vanno dietro tutti i pazzi e gli stolidi,
ed esse vanno qua e là farneticando per tutti i luoghi?
(dall'arabo di Abà Bekr al-Khuvarizmi).
(1) Doppio senso. I poeti rapiscono l’anima col diletto che danno a
chi lodano, e, intanto, si fanno pagar lautamente le loro lodi.
(2) Di versi o di fantasia poetica.
(3) Come avviene ai ricchi di beni e di denari,
(4) Essendo la poesia araba, e anche la persiana, in grandissima
parte o laudativa o volta al satireggiare, I Autore chiama banchieri e
sensali i poeti che trattan bene chi li regala e male chi non li favorisce,
Insomma (fatte le debite eccezioni) erano una genia poco dissimile da
quella degli Umanisti nostri del Quattrocento e di quegli scrittori da gior.
nali che trafficano di lodi e di biasimi.
(5) Allusione all’arte della prosodia e alle licenze poetiche,<noinclude></noinclude>
5fhpan0nimmlnlmo5vmga8bh39e5ay4
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/411
108
1031879
3901362
2026-09-18T12:57:42Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901362
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 395 —|}}</noinclude>25. L'anima umana e le sue energie.
I filosofi antichi affermano d’aver trovato che l’uomo
è composto di due parti, d'anima e di corpo, e veduto
che il corpo rimane tutto inerte e immobile e privo di
senso senza l’anima. Ora, ogni essere inanimato non può
sapere nè intender nulla, nè può tramandare alcuna conoscenza agli altri. Ne segue che la scienza deve trovarsi
nell'anima soltanto. Le anime poi sono di generi diversi.
C'è la pura, che è l’anima razionale e logica; e’ è la fosca,
che è l’anima sensitiva; c'è la repugnante, che è l’anima
fantastica. Ve ne sono di quelle la cui energia, nell’individuo, supera quella del corpo; e ve ne sono la cui energia
è inferiore a quella del corpo. Quando poi quel che di
luminoso che è nell’uomo, si volge ad agir sull’anima,
esso può guidar luomo a scoprir le cose più celate e
astruse e a conoscere la scienza dell’avvenire. Allora,
l'intelligenza di lui e la sua intuizione si fanno assai più
penetranti e comprensive. Quando poi l’anima è nel momento della sua maggiore estrinsecazione e della sua
maggior purità, quand’è illuminata della luce più perfetta
e raggia intorno della più genuina luce, essa penetra
agevolmente nella scienza delle cose occulte allo stesso
modo che fanno le anime degl’indovini. Perciò appunto
s'è anche trovato che gl’indovini di consueto sono imperfotti del corpo e brutti e guasti di forma.
L'arte divinatoria ha l'origine sua nelle anime, perchè
“ssa è un'arte sottile, inerente all'anima stessa, che partecipa delle cose impossibili, che richiede molta destrezza.
Si trova frequentemente presso gli Arabi, e assai più
raramente presso le altre nazioni, perchè procede dalla
purita degli umori naturali e dalla energia di quel che di
Imminoso che si trova nell’anima umana (1). Che se tu
llni preso ad esaminare i cardini e i fondamenti suoi, avrai
(1) Era comune opinione degli Arabi, come S'è visto in altri passi
ilì sopra, di essere essi la nazione d’ingegno e d'anima più elevata e pura:
Vodi il n. 10 del libro IV.<noinclude></noinclude>
1e9c66yn24567o9xewf3714domzztsf
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/412
108
1031880
3901363
2026-09-18T12:57:47Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901363
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 396 —|}}</noinclude>trovato che quest’arte ha stretto rapporto con certa castità dell’anima, con certa repugnanza ch’essa ha per ogni
cosa rea, con certa sua tristezza abituale, col suo predi.
ligere la solitudine, con certa sua avversione forte per gli
altri, con lo scarso suo famigliarizzarsi con loro (1).
Quando l’anima adunque si è fatta solitaria in questa
maniera, si dà a profonde meditazioni; oltrepassa, così
meditando, i termini del sensibile, e oltrepassandoli riceve
la benefica rugiada di una scienza tutta spirituale, sì che
essa può vedere e osservare con occhio illuminato d’una
luce sovrannaturale, e con sguardo penetrante può entrar
nell’intima sostanza delle cose e passar oltre la conoscenza comune, ricevendo notizia di quanto è proprio
soltanto di questa sua natura o conformazione particolare.
Qualche volta poi tanto prevale, nell’individuo, questa
energia dell’anima, che questa si eleva fino alla conoscenza delle cose occulte dell’avvenire prima che siano
avvenute.
I più illustri filosofi greci qualificano di spirituale
tutta questa classe di persone, e chiamano altresì setta
degli spirituali tutta quanta la loro setta. Aftermano inoltre
che l’anima umana, come sia dotata di molta energia e
sia, anzi, la parte prevalente nell’individuo, è guidata
come di per sè a scoprire le cose più nuove e meravigliose e ad aver notizia certa delle più occulte. E recano
in prova di ciò quanto avviene qualche volta nell’uomo
allorehè il suo fantasticare è forte e son come in incremento le energie tutte dell’anima e dello spirito. Esso
allora ha già il pensiero di quanto deve avvenire, anche
prima che avvenga, e già ne conosce il modo e la forma,
e la forma e il modo sono appunto quali egli li ha immaginati. Similmente, quando l’anima è disposta a ciò,
riceve, durante il sonno, certe visioni che son veridiche,
confermate poi dal tempo.
Quanto ai sogni e alle cause che li producono, e al
lor modo di prodursi, si disputa ancora. Dicono alcuni
(1) S'intende che l’ Autore non dice tutto ciò per tutte le anime
umane, ma soltanto per quelle che son così disposte da natura.<noinclude></noinclude>
21m45sy8fz7dqn92yhhm28ofi7fc669
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/413
108
1031881
3901364
2026-09-18T12:57:52Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901364
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 397 —|}}</noinclude>39.Sa
filosofi che il sonno altro non è che un disoccuparsi dell’anima delle cose esteriori per occuparsi delle interiori.
‘lutto cotesto avviene in due modi, e uno di essi è ben
noto, ed è della stessa maniera in tutti gli spiriti, perché
ogni spirito umano induce nell’anima umana (1) certi motivi d’alterazione e di cangiamento in sè stessa per cui
essa va distolta dall’occuparsi delle cose esteriori. La
parte interiore trae allora a sè i cinque sensi e li distoglie
dal percepire a profitto dell’essere senziente, non potendo
lo spirito adoperarli per altro. Quando pertanto i sensi
son così, come per necessità, resi inerti, ne viene quello
che si chiama sonno accidentale, il quale non è il sonno
assoluto di cui partecipano generalmente i bambini e tutte
le persone attempate, uomini e donne, che non sono $0ggetti nè al godere, nè al temere di qualche malanno.
DI questo il sonno notturno quale ora abbiam descritto.
L’altra maniera è quella del sonno detto assoluto, il
quale è comune a tutti gli esseri viventi, di qualunque
grado siano, che siano dotati della facoltà cogitativa e
d’altre facoltà mentali. È di origine naturale, e lo produce
di necessità la complessione stessa dell’individuo al debito tempo, come appunto, al debito suo tempo e di necessità, si origina in esso individuo la fame. La fame
infatti, secondo gli studiosi dell’arte medica, è una specie
di malattia cagionata da un risentirsi del fegato per
mancanza, di cibo.
Altri filosofi son d’opinione che l’anima umana percepisce in due maniere l’immagine degli oggetti. Una ne
è per mezzo del senso, l’altra per mezzo del pensiero.
ssa non percepisce le immagini delle cose sensibili che
sotto la loro forma esterna; ma, quando la cognizione
avutane è perfetta e integra in lei, le percepisce anche
(1) L'Autore, poche Piose oltre questo passo, fa questa sottile distinzione tra anima e spirito. « La differenza, dice, tra spirito e anima
consiste in ciò che lo spirito è un corpo, e l’anima non è un corpo. Lo
spirito è contenuto nel corpo, non già l’anima, Lo spirito, quand'è separato dal corpo, cessa di esistere. Quanto all’anima, se è separata dal
uorpo, cessano le azioni ch’essa compie per mezzo del corpo, ma essa non
cossa però di esistere nella sostanza sua, » (III, pag. 862-363).<noinclude></noinclude>
dnnqsh1emwycspasol9ycvjk24huoq0
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/414
108
1031882
3901365
2026-09-18T12:57:58Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901365
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 398 —|}}</noinclude>
in modo indipendente dall’oggetto materiale. E poichè
il pensiero dell’uomo non s’addormenta mai come, invece,
saddormentano i sensi quando questi sono come sospesi
e l’anima è priva dell’aiuto di tutti essi, avviene che le
immagini che essa ha ricevuto dalla realtà degli oggetti,
rimangono pur tuttavia in lei come fossero tuttora sensibili e sentite. La percezion degli oggetti nella loro realtà
dovette essere imperfetta da parte dell’anima prima
ch’essa potesse, per mezzo della riflessione, possederla
perfettamente. E però, quando l’azione dei sensi è tolta,
il pensiero, abbandonato a tutta la sua energia, va immaginando e formando nell’anima tante e tante cose come
se fossero allora appunto sentite, le quali si presentano
alla mente dell’individuo che dorme, come appunto sogliono
presentarsi alla mente sua, quando è desto, gli oggetti
tutti ch'egli ha più famigliari, eccetto che non hanno
ordine alcuno. Avviene appunto cotesto, e così l’individuo
vede in sogno ch’egli vola, mentre in verità non vola.
Veramente egli vede, in quel momento, la forma sola
del volare, indipendente dall’atto vero, quale egli la conosce quando è assente da’ suoi sensi l’atto del volare.
Ma il suo pensiero è tanto fortemente fissato in quell’atto
ch’esso glielo rende come visibilmente presente. Quanto
poi a ciò che vede il dormiente di cose che indicano in
lui un desiderio di esse, avviene percho l’anima ha conoscenza delle immagini di quelle tali cose. E se essa,
nel sonno, è veramente pura delle brutture del corpo, si.
eleva fino ad immaginarsi di aver conseguito ciò che più
desidera, sebbene sappia che, nello stato della veglia, non
potrebbe sentire e provar tanto. Si rappresenta allora
mille e mille immagini fantastiche, accennanti tutte a
quelle cose ch’essa desidera che avvengano, e ciò con
tale evidenza, che, anche ridesta dal sonno, si ricorda
chiaramente delle immagini fantastiche di quelle tali cose.
L'individuo poi di cui l’anima è essenzialmente pura, non
è mai ingannato da’ suoi sogni. N’ è ingannato invece
quello di cui l’anima è fosca e turbata. Quella invece che
tramezza tra questa purità e questa impurità, secondo il<noinclude></noinclude>
mutn59z5mmxsi3bz553489f9d45t7w0
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/415
108
1031883
3901366
2026-09-18T12:58:03Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901366
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 399 —|}}</noinclude>id iL IVI a RENON
—399—
maggiore o minor grado di purità o d’impurità, vede, nei
sogni, parte di vero e parte di non vero.
Alcuni teologi pensano che, dei sogni, parte ne venga
dagli Angeli, parte dal Diavolo, e recano in prova di
ciò le parole di Dio altissimo: « Veramente gli annunzi
misteriosi provengono da Satana il quale intende, con ciò,
dli rattristare quelli che eredono in Lui » (1). Altri invece,
pur tra essi, son d’opinione che il sogno è una delle
sessantuna specie di profezia, e disputano tuttora intorno
all'essenza e al modo di tale specie.
Quanto ai cultori delle scienze mediche, essi ammettono per la maggior parte che i sogni provengono
dagli umori del corpo umano, e che i sogni, da chi
dorme, son veduti secondo il vigore e l'energia del temperamento suo. Gl individui pertanto il cui corpo è dominato dall’umore biliare, vedono, sognando, fuochi €
sepolture, vortici di fumo e lampade funebri, case incendiate, città in fiamme, e altro di simil genere e che s°assomigli. Quelli che sono di temperamento flemmatico,
vedono in sogno, per lo più, mari e fiumi, fonti e stagni,
serbatoi d’acqua e canali molti, ondate d’acqua. E par
loro di nuotarvi dentro o di pescarvi o di far altre cose
simili o prossime a queste. Quelli che son dominati dall'umore malinconico, vedono, nei loro sogni, monumenti
funebri, avelli, persone morte, con pianti e gemiti, con
gridi e lamenti, e simili cose spaventose e terrificanti, €
endaveri avvolti in lenzuoli funebri, e gramaglie. Quelli
poi nel cui temperamento prevale il sangue, sognano per
lo più vini, liquori di datteri, fiori odorosi, palazzi mawnifici, sale pompose, danze, allegria, baldoria, ogni sorta
ili divertimenti, o qualcuno di essi in particolare, come
il ballare, l’ubbriacarsi, e poi vesti tinte di rosso 0 d’altro
colore vivace, e tutto ciò, insomma, che si riferisce al
vivere allegro. Non c’è poi alcuna divergenza d’opinione,
lin i medici, nell’affermare che il ridere e lo scherzare
(1) Passo del Corano, cap. LVII, 11.<noinclude></noinclude>
4n0r8174yolio5ezzelbagny3i5rz60
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/416
108
1031884
3901367
2026-09-18T12:58:08Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901367
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 400 —|}}</noinclude>SE OSE
€ tutto ciò che ora abbiam rammentato di cose allegre e
liete, provengono da tem eramento sanguigno, mentre |
provengono dall’atrabiliare le tristezze tutte e le paure,
(dall’arabo di Al-Mastùdi),
26. Misera vita umana!
Tu che fastoso incedi, un solo istante
Mira e disprezza il mondo. Oh! non dolerti,
Ma t’affatica in trovar tuo riposo
E deponi la tua, solo un momento, |
Alterezza superba! Ecco, se l’alta
Di Dio sentenza fosse la tua cura
E l’estremo pensier, la tua superbia
Di bella povertà saria la schiava (0);
Non t'augurar, non disiar la regia
Di Suleyman (2) grandezza! Il legno suo
Incolume restò, ma dove è ito
Suleymàn stesso? E ancora è qui l’ostello
Che Azra serrava, e il loco dei conviti
Di Vamiq è qui ancor (3). Sedeanvi un giorno,
Ed ecco che son vuoti e il dolce ostello
E il loco de’ conviti, e l’ha deserto
Vàmiq, ed Azra se n’andò lontana!
Anche se molti sono i già trascorsi
Ami quaggiù, nulla perdeasi mai
Del nulla in nulla (4). È pur sempre la terra
Quel di dura cervice aspro avversaro,
E carnefice nostro è il ciel (5) pur sempre, |
Oltraggioso ed ingiusto. E chi desia
Amicarsi il destin, pensia chi mai
(1) S'intende che l'Autore, essendo poeta mistico, fa la lode della
povertà ascetica e religiosa,
(2) Salomone, tipo e modello del principe più glorioso e potente.
(3) Due antichi amanti, soggetto famoso di storie romanzesche
(Storia della Poesia persiana, cap. VI, 21-22),
(4) Immutabile la sorte dell’uomo quaggil, mentre l’uomo passa.
(5) Nel senso di destino, fato, sorte,
cirie NR<noinclude></noinclude>
75tgevrah64fevjfn3e3pfj9c2bjedc
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/417
108
1031885
3901368
2026-09-18T12:58:13Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901368
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 401 —|}}</noinclude>
Nè serbava il destin che a nium di noi
Unqua serbar la volle. E torna in polve
Chi sulla polve della terra è visso;
Ma, quella polve, chi le sta nel grembo
Forse che vede o sa? D’uom di gran sangue,
Ogni sua gleba è il capo; ogni sua zolla
D'un regal figlio è il cranio (1). E noi, che dati
AI mondo abbiam di giovinezza i giorni,
Da che nati siam d’esso, a che dovemmo
A vecchiezza discendere? Del suo
Wigliuolo educatore ebbe l’eroe
Sam, un giorno, il Simùrgh, e giovin era,
lì vecchio ebbe dal ciel quel figlio suo (2),
W il ciel che assiduo su di noi si volge
Nè mai s’arresta, ad altro non è intento
Che ogni tua voglia ad osteggiar. Signore
Di genti ora ti fa, creta che adusi
Il pentolaio, ora ti fa (8). Chi scende
In questa a soggiornar terra diversa,
Sempre in angoscia è per suo stato, € questi
Che a schiera vanno pel deserto, Oh! quelli,
(iridan, beati che del mar solcando
Van la pianura! — e questi che viaggio
Fanno pel mar da grave cura oppressi,
Beato il piè, gridando van, che tocca
l'ardente sabbia del deserto! — Niuno
Seiolto vassi quaggiù d’affanno o doglia
Per ciò che avvien di giorno in giorno, e niuno,
(1) Memento, homo, quia pulvis es el in pulverem veverteris (Gen. ILL, 19).
(2) Dutti, anche i più potenti e grandi, sono soggetti ad invecchiare.
\lluwione all’eroe dell'epopea persiana Sàm, che espose sui monti il figlio
%al ancora in fasce, perchè era nato coi capelli bianchi; ciò che era
egno infausto. L’augello favoloso, detto il Sîmurgh, abitatore delle
montagne, allevò il bambino (Vedi Firdusi, # Libro dei Re, vol. I, pag. 309
o nogg. della mia traduzione).
(8) « Nell’officina entrai del vaselliere. | Vidi il maestro in piò, presso
n vota. | E manichi e coperchi ei di gran core |Fea per orci e vaselli |Con
cenni rogi e piò di poverelli »n — Così Omar Khayyàm, poeta e matematico.
peminno (Storia della Poesia persiana, I, pag. 285).
Italo Pizzi = Fiori d'Oriente
26.<noinclude></noinclude>
jo1jbyald6z7rkmnkfwxkx7c6knl36f
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/418
108
1031886
3901369
2026-09-18T12:58:19Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901369
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 402 —|}}</noinclude>deritlaica
— 402—
O per terra 0 per mar, libero e scevro
Va da ogni rischio. È legge che cotesta
Compagnia di viventi e parta e lasci
Qui le derrate ed oltre passi. Ognuno
Che qui discese in quest’angusta cerchia,
Uscir poi deve da città e confine
Per correre sua via. Ratto che data
È sicurezza al viandante (1), un segno
Gli è dato ancor da lungi che all’estremo
Confine di sua via morte l’attende.
Però tu lascia ogni pensier di regno,
Chè inganno è un regno. Tenebror di tanta
Ombra mondana darà forse luce?
Tu che fra giuochi e scherzi di tua vita
Il tramite cammini (e il gimoco tuo
Misura passa), vedi che del cielo
La volta colorata, che di noi
Giuoco si fa, non però a farsi gimoco
Di nostro indugio sulla terra ha preso! (2).
Quando del sapiente è penetrato
Il guardo al fondo, di sua gioia il termine
Anche toccò. Lo starsi inerte e fiacco
Opra non è d’uom c’ha intelletto! Tale
Degli stolidi tutti è il reo costume.
Però infingardo non starai, ma rendi
Nitidi i fogli tuoi, tempra il tuo calamo
S'anche non scrivi (3), e non sottrar la fronte
Da obbedienza a gente pia devota,
De’ fortunati (4) non levar la mano
(1) Cioè una carta, un passaporto, secondo che è richiesto dalla
legge per chi viaggia. Qui vuol dire che chi nasce, appena ha intrapreso
il cammino della vita, vede additarsi da lontano il termine del suo
viaggio che è la morte.
(2) Con qualche bisticcio, l'Autore dice che noi anche troppo leg=
germente consideriamo la vita e vogliamo passarla allegra, mentre il
destino, che si fa giuoco di noi con la sua instabilità, alla fine farà sul:
serio, facendoci morire quando ci sarà domandata ragione delle opere
nostre.
(8) Dice figuratamente che, se anche non si possono fare tutte le
belle opere volute dalla pietà, si faccia almeno quanto più si può.
(4) Gli eletti di Dio.<noinclude></noinclude>
n64e33te1xfq334hw8m033an0q7ft6p
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/419
108
1031887
3901370
2026-09-18T12:58:24Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901370
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 403 —|}}</noinclude>
Dal lembo mai. La rosa che compagne
Sempre ha le spine, aggiunta a spigonardo
boavissima essenza e forma e dona!
Però chi compagnia sceglie di buoni,
Bella raccoglie poi dagli aspri giorni
Del viver/suo la ricompensa. Oh! ria
Sciagura nostra! Lunge iva da noi
La compagnia dei buoni, e son le vespe
Dentro dell’alveare e banchettando
Stanno del miele. Mira intorno e vedi
Che, per mancar di generosi sensi,
L’'uom dall’uom si riguarda (1). È cancellata
Conoscenza di Dio di tra i mortali,
Gli uomini veri fùr sottratti a questa
Turba dei più (2). Quand’io di questo o quello
All’alitar dovetti accompagnarmi,
Ch’era avviso miglior lontano andarne,
Vidi e scoversi. Maestà e potere
La difesa non ha di questo o quello
Come della Fenice (3), e l’amicizia
Odiquestoodiquelnonhadivera
K leal fede alcun sentor. Ma pure
Qual di nobil costume è la semenza?
Inspirar fede! E qual la legge? Quella
l'ede intatta serbar! Della semenza
Che allevàr con gran cura i generosi,
(tiorno verrà ch’essi godranno il frutto.
(dal persiano di Nizami).
(1) Zomo homini lupus! dicevasi dagli Antichi,
(2) Gli uomini pii, timorati di Dio, onesti e buoni, vengono a manunvo fra la gente!
(8) La protezione degli uomini (tanto sono rei e malvagi) non val
nulla Quella della Fenice (in pers. Humay) varrebbe; ma dove sta o si
lrova la Fenice?<noinclude></noinclude>
4zfhty6789hjjthk7vvg55bz9aul8lv
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/420
108
1031888
3901371
2026-09-18T12:58:29Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901371
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 404 —|}}</noinclude>27. Dottrina dell’unità assoluta
dell'Essere universale.
L’almo Nume disse (1):
A te, non renitente, io quest’arcana
Scienza mostrerò che a sapienza
Sen va congiunta, qual tu conoscendo
, Avrai dal male libertà (2). Cotesta
È scienza real, reale arcano,
dA ch
Espiazion suprema, a cui l'umano
Sguardo pur giunge, santa, agevol sempre
Nell’atto ed inesausta (3). Oh! gl’infelici
ds SE
. Che non hanno, o guerrier (4), fede in cotesta
Religione, a me non giunti mai,
Di morte negli abissi anche ricadono! (5).
Invisibil di forma, io tutto questo
Universo visibile ho disteso.
Tutti i viventi stanno in me, non io
Però sto in essi. E veramente (augusto
Prodigio vedi!) in me punto non stanno
Questi viventi! È l’intimo mio spirto
Altor primo degli esseri, ned esso
(1) Nella guerra tra Kuruidi e Pàndhuidi per il possesso del regno
(che è il soggetto del gran poema sanscrito il Muhabharata), Veroe ArÈ
giuna, dei Pàndhuidi, trovandosi a tronte già preparati a combattere i
Kuruidi, sente repugnanza e ribrezzo di dover venire a battaglia con tanti
suoî congiunti (che tali erano i Kuruidi), sciaguratamente fattisi nemici
a lui e a’ suoi per l'ambizione del regno. A confortarlo e a togliergli ogni
dubbio dalla mente smarrita, accorre Krishna, incarnazione o epitania del:
l’almo Nume, che, nel passo che qui si dà tradotto, si fa conoscere ad esso
Argiuna per l’Essere universale nel più genuino senso panteistico.
(2) Secondo il concetto panteistico e mistico del ritornarsi degli
esseri tutti all’ Essere universale, ti libererai dal male dell’esistenza
terrena.
(3) Cioè la conoscenza dell’ Essere universale immanente negli esNIE
seri tutti.
(4) Cioò l'eroe Arginna. Vedi la nota a principio.
(5) Cioè l’esistenza loro non cessa in me (fine supremo a cui aspirano ì panteisti conoscitori della dottrina dell’ Essere), ma si rinnova
nel mondo. Rinascono e tornano a sopportare il peso dell’esistenza terrena secondo la dottrina indiana della metempsicosi,
iatieaza
tiri
ae<noinclude></noinclude>
bnglx4oy00vbjqpg2rsve952kj1s12h
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/421
108
1031889
3901372
2026-09-18T12:58:35Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901372
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 405 —|}}</noinclude>
In essi sta, ch'è origin prima agli esseri.
Come sempre nell’etere quest'etere
Immanente si sta, vasto, che in tutto
Penetra e va, così tu pensa e eredi
Che stanno in me gli esseri tutti. In questa
Natura mia si perdono, o Kuntide (1),
Gli esseri al fine d’un’età (2), e novellamente, al principio d’un’età novella,
Gli riproduco in luce. Io dalla mia
Natura sostenuto, a volta a volta,
Tutta emanando vo questa compage
D'esseri,, di natura per la possa,
E non astretta (3). Nè me intanto avvincono,
O di ricchezze acquistator, quest’opre,
Me ad esse non sospeso e qual neutrale
Sedente in esse (4). E pur, sotto al mio cenno,
Tutte produce le immobili cose
La natura e le mobili, e si volve
Di tal guisa, o Kuntide, il mondo intero.
Ma gli stolti (5) che vedon me d’umana
Forma vestito, m'hanno in gran dispregio,
Essi che ignoran la natura mia,
Gran regina degli esseri, gli stolti
Che han vana speme ed opre vane, vani
In lor scienza, d’intelletto privi,
Essi, che addetti sono alla infernale
Dei dèmoni natura, fraudolenta,
Ingannatrice. Quei che a mia si volgono
Diva natura, o di Pritha figliuolo (6),
(1) Argiuna stesso, figlio di Kuntî, figliuola del re Sùra.
(2) Età o periodo della vita del mondo, scorso il quale il mondo
(come è detto nel nostro passo stesso) si rinnova.
(3) È la dottrina dell’emanatismo,
(4) L'Essere universale è immanente e presente in tutto, ma ne è
libero, non ne dipende punto.
(5) Quelli ehe non hanno il concetto panteistico dell’ Essere univerinle, ma credono in un Dio esta e professano questa o ella religione
positiva.
(6) Lo stesso che Kuntî, madre dei Pàndhmidi, Vedi una nota antecedente.<noinclude></noinclude>
hjr1k3mkh4czsk9laznd16j52mmjm42
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/422
108
1031890
3901373
2026-09-18T12:58:40Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901373
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 406 —|}}</noinclude>
Magnanimi del cor, con alma intenta
Non ad altro giammai, fannomi onore,
Me reputando degli esseri tutti
L'ineorruttibil fonte. Essi mai sempre
Lodandomi, in lor voti e fermi e saldi,
Anelando a me sol, con fedel core
Venerabondi a me, costanti sempre,
M’adorano. E mi fanno altri pur sempre
Adorazion sacrificando, quale
Offerta lor, la lor Scienza, intenti
Sempre a me che la fronte ho volta ovunque
Nell’unità di me, di me nel vario i
E molteplice stato (1). Io son l'offerta,
Son io la sacra libagion, son io
Dell’olocausto l’erba (2), io sono il Carme,
Io l’olio Sacro, io sono il fuoco, io sono
La vittima devota. Io son di questo
Mondo il padre e la madre, io ne son l’avo
E il nutritor. Lo scibile son io,
Son io l’espiazion, son io la sillaba
Santa (3), il Rigveda, il Samaveda io sono
R il Yagiurveda (4). Agli esseri il cammino
E la difesa io Son, teste e signore
Di tutti, l’abitacolo e l’asilo,
L'amico e il sozio. Origin prima a tutti,
Anche io ne sono il fine estremo, l’ultima
Stazione, il tesor, ne sono il germe
Inconsutile. AI mondo io do il calore,
Io la pioggia ritengo, io la rilascio,
Io son la morte, io son la vita eterna,
L’essente io sono, o Argiuna, «e il non essente!
(1) È qui espressa l’immanenza e la presenz
l’Essere universale, che pure assume diversissimi
è poi svolto nei versi che seguono,
(2) Le sacre verbene adoperate nei Saeritizi,
(8) La sillaba om alla quale, come Sia devotamente pronunceiata,
gl'Indiani attribuiscono virtù sovrumane.
(4) Nome dei tre primi Vedi (il quarto è
saeri librì indiani,
a in tutto l'essere delaspetti. Questo concetto
l'AMurcabela), che sono i<noinclude></noinclude>
2i0zwmd3yu5whhleb1ccjbw908lu2ax
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/423
108
1031891
3901374
2026-09-18T12:58:45Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901374
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 407 —|}}</noinclude>
Quei che han bevuto il Soma (1),
Quei che i tre Vedi sanno,
Puri di lor peccati,
Che loro offerte danno,
Da me la via del cielo
Sempre chiedendo vanno.
Al purissimo stato
D’ Indra (2) signor venuti,
Gioie divine e beni
Sono da lor goduti.
Ma poi, quella goduta
Gioia celestiale,
Al terminar del gaudio
Tornansi alla mortale
Dimora ancor. Fedeli
Dei tre Vedi al sentiero (3),
Presi a lor voglie, un bene
Ebbero passeggero (4).
Ma a quei che adoran me, quali non altro
Hannosi in mente, liete adduco io stesso
Bsito, a loro, in me sempre costanti.
Que’ pii che addetti sono ad altri Dei,
Quali adoran con fede, essi, o Kuntide,
Adoran me ben che non sia lor rito
Alle leggi conforme (5). Io son colui
Che tutti accoglie i sacrifizî, a tutti
Donno e signor; ma perché veramente
Non conosconmi quelli (6), in basso loco
(1) La bevanda sacra (estratta dalla usclepias ucida) usata nei sacritizi.
Uambiamento di metro anche nel testo.
(2) Il dio supremo dell’Olimpo indiano dei tempi vodici.
(3) Alla dottrina.
(4) Solito concetto, secondo cui le religioni rivelate e positive non
nlyano e non conducono in porto l'essere umano affaticato e stanco.
(5) Vuol dire che, qualunque sia la forma esterna della religione,
‘intende che il fondo, la sostanza, ne sono sempre uguali, equivalenti a
‘uolla dell’ Essere universale. Anche il misticismo persiano ha questo
voncetto.
(6) Cioè quelli dati ad altra religione, che, quantunque pii, non posnoggono la scienza dell’ Essere universale.<noinclude></noinclude>
kh35j7bxgr31eo1ajt2v20tzbsv54pl
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/424
108
1031892
3901375
2026-09-18T12:58:50Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901375
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 408 —|}}</noinclude>
Discendon essi. E vanno giù agli Dei
Quei che onoran gli Dei. Vanno a’ lor padri
Quei che de’ padri veneraron l’alme (1),
Vanno all’ombre de’ morti chi diè offerte
Dei morti all’ombre, ed a me vengon quelli
Che a me sacrificaro. Io delle foglie,
Io del fior m’alimento, io di quel frutto
E di quell’acqua che con mente pia
M'offre l’uom pio per sua pietà fedele.
Perciò tu pensa ch’ella è a me dovuta
Offerta ciò che fai, ciò che ti mangi,
Ciò che dài, che sacrifichi, e lo stesso
Atto, o Kuntide, del pentir. Disciolto
Tu andrai per questa via dalle ritorte
Dell’opre tue, belle e non belle, e tutto
Intento al rito della tua rinunzia (2),
Libero a me verrai. Son io per tutti
Gli esseri uguale, e niun m’è in odio, e niuno
È caro a me. Quei che a pietà devoti
M’onorano, in me sono. Io sono in essi.
Che se alcun, di costume e vita rea,
Me adora e non rivolge in altra parte
La mente sua, buono si deve e giustax
mente complesso reputar dell’alma (3).
In breve ei si fa pio, sale all’eterna
Quiete in breve. Oh! certo sii, Kuntide;
Uom che m’adora, non perisce mai,
Chè veramente quei che in me rifugio,
Figliuol di Pritha, si cercàr, suprema
Han calcata una via, sian essi impuri
Fin dall’alvo materno, o schiavi, o donne,
O venuti dal volgo! Oh! quanto meglio
clint
fiLiza
onto aleca+
(1) Allusione al culto dei Mani o delle anime degli antenati.
(2) Non solo ai beni di quaggiù, ma a tuito, fino all'esistenza, fino
alla coscienza di te stesso, per perderti dell’ Essere.
(8) Si noti a quali deplorevoli conseguenze porterebbe questa per
versa (lottrina quando fosse applicata. Purtroppo non è soltanto propria
dei filosofi indiani o persiani, ma anche di certi nostri occidentali,<noinclude></noinclude>
oe1nc0q43nmymqqyvix5m1ldj4qx204
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/425
108
1031893
3901376
2026-09-18T12:58:56Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901376
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 409 —|}}</noinclude>
Puri i Brahmini e quei devoti e fidi
Sapienti regali (1). E tu, disceso
In questo ch’è fallace instabil mondo,
Venera me, Kuntide. In me tu volgi
La mente, a me fedel, me venerando,
Sacrificando a me. Così, pensando
A me solo, a me sol te congiungendo,
A me verrai di tuo sentiero al fine.
(dal sanscrito della Bhagavad-ghîta, episodio
filosofico del Mahabharata).
28. La fine del mondo secondo i Zoroastriani (2).
Quanto alla risurrezione dei morti e agli uomini che
vivranno nel tempo estremo del mondo, è detto nella
Legge (3) che, come allorquando Mashya e Mashyàna (4),
nati dalla terra, si alimentarono per prima cosa d’acqua,
è poi di vegetali, e poi di latte, e in fine di carne, così
il genere umano, quando sarà giunto per esso il tempo
di dover tutto spegnersi, si asterrà primieramente dall’alimentarsi di carni, e poi di latte, e poi di pane, e, fino al
tempo della sua estinzione totale, si alimenterà di sola
nequa. Similmente, in tutto quanto il millennio di Oshedarmàh (5), diminuirà il vigore dell’appetito naturale. Tanto
diminuirà che ciascuna persona si sentirà sazia per tre
giorni e per tre notti col prendere tanto di carne quanto
ne basta per uma offerta sacrificale (6). Dopo di che,
nstenendosi dal cibarsi di carne, si alimenteranno soltanto
(3) Anche gli uomini di nascita o casta inferiore possono partecipare
ulla sorte magnifica ch'io prometto; tanto più i Brahmini e i savi di primo
ordine, ece.
(2 Questo passo è stato abbreviato in alcuni punti, dove special.
monte sarebbe stato necessario troppo lungo e minuzioso commento.
(3) L’Avesta: Vedi il Registro dei nomi alla fine del volume,
(4) La prima coppia umana, spuntata dal suolo in forma di due
piante strettamente congiunte.
(5) Uno dei tre profeti che compariranno verso la fine del mondo,
inscuno alla distanza di 1000 anni dall’altro.
(6) Il minuscolo brandello di carne che si usa nei sacrilizî zoroustriani,<noinclude></noinclude>
obngnsqcse90zv5pznen63f39r221pe
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/426
108
1031894
3901377
2026-09-18T12:59:01Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901377
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 410 —|}}</noinclude>di vegetali e di latte, ma poi s'asterranno anche dal latte,
s'asterranno anche dal cibarsi di vegetali, e avranno per
alimento la sola acqua. Così, per molti e molti anni, @
finehè non venga il Saoshyant (1), si staranno senza cibo,
e pur non morranno; dopo di che, il Saoshyant appresterà la risurrezione dei morti.
Le prime ad essere risuscitate da morte saranno. le
ossa di Gayùmerth (2), indi le ossa di Mashya e di Mashyaàna, indi quelle di tutti quanti gli uomini. Nello
spazio d’anni cinquantasette, tutta quanta la risurrezione
sarà condotta a termine, quando gli uomini, i buoni e
i malvagi, staranno rilevandosi dal luogo appunto dove
ciascuno avrà reso l’anima sua. Come ciascuno sarà stato
reso all’involuero suo corporale, sarà assegnata a ciascuno
la sua schiera, e la luce del sole, parte risplenderà su
di Gaylimerth, e parte su tutti gli altri mortali, acciocchè
ogni anima possa riconoscere il proprio corpo. E allora
ciascuno potrà dire: Questo è mio padre! e questa è mia
madre! e questo è mio fratello! e questa è la mia sposa!
e questo è uno dei miei congiunti! — Dopo di che, si terrà
l’assemblea detta di Satvastràn (3), cioè dopo che i morti
Saranno ritornati sulla faccia della terra; e in quell’assemblea ciascun d’essi avrà conoscenza e vedrà le sue
opere buone e le opere sue malvagie. In quell’assemblea
l’uom peccatore sarà visibile e manifesto come una pecora
bianca fra molte pecore nere (4).
Ogni persona sarà retribuita secondo le opere sue.
Piangeranno allora i buoni sulla sorte dei malvagi, e i
malvagi sulla sorte loro; e vi sarà un padre fra i pii, @
il figliuol suo tra i rei; un fratello fra i buoni, e l’altro
(1) È il terzo dei tre profeti (vedi la nota di sopra), figlio di Zara»
thustra (Zoroastro), ma nato negli ultimi tempi, quegli che presiederà
alla risurrezione dei morti.
(2) IL primo uomo secondo l'Aveslu e il Libro dei Ke di Firdusi (che
è la più antica tradizione, alla quale s°è poi sostituita la più recente della
prima coppia, quella di Mashya e Mashyàna).
(3) Questa voce significa luraccolla (l'assemblea) da cento campi 0 puselti,
per dire da tutti i Imoghi della terra.
(4) Noi diremmo a rovescio, cioè nero il peccatore, candidi i buoni,
È questione o di immaginazione o di gusto.<noinclude></noinclude>
q2rsk0hh6ikbekn3y3pb703vd89mbuj
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/427
108
1031895
3901378
2026-09-18T12:59:06Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901378
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 411 —|}}</noinclude>e VARA
rai malvagi. Quelli poi trai malvagi che son stati creati
perchè appunto operassero secondo la loro natura rea (1),
come Dahaka e Franrasyan il turanio (2) e altri, avranno
la pena degli omicidi, quale ad altri non fu inflitta mai.
DI quella che chiamasi la pena delle tre notti (3).
In quel rinnovamento dei corpi umani, di fra gli uomini pii dei quali è seritto che allora vivranno, quindici
giovani e quindici fanciulle verranno in aiuto al Saoshyant.
Lia cometa Gurz-sher, dal cerchio della luna, cadrà sulla
terra, e la terra soffrirà allora tale distretta quale soffre
una pecora che fugge davanti al lupo. Ma poi, il fuoco
Armashtîn (4) fonderà metalli e montagne, e il liquido
metallo scorrerà in guisa d’un fiume sulla terra, e ogni
persona vi sarà fatta passare per il mezzo acciocchè si
purifichi. Ad ogni persona pia parrà di passare come per
entro a tiepido latte, ma ad ogni malvagia parrà di passare come, quaggiù nel mondo, si può passare per un
metallo liquefatto. Allora, con pienezza di gioia, saranno
giunti gli uomini alla immortalità.
E gli uomini, là radunati, tutti ad una voce grideanno una gran lode ad Ahura Mazdào e agli Imshaspandi (5). Ahura Mazdào avrà dato compimento, allora
appunto, all’opera sua creatrice, e nulla rimarrà più da
fre. Poichè, nella ricostituzione dei corpi estinti, nulla
più vi sarà da fare, il Saoshyant, al momento di essa
(L) Secondo il concetto filosofico che il male, o ciò che da noi si
orede male, è necessario nell'ordine cosmico.
(2) Dahaka è, secondo l'Avesta, il gran serpente creato dal Genio
ilol male a distruzione del genere umano; e Franrasyan è il re dei ‘l'urani (i popoli barbari dell'Asia settentrionale), eterno nemico degli Irani
(Porsiani). La gtan lotta fra Irani e Turani, celebrata da Firdusi nel
Inbro dei Re, simboleggia in terra la lotta morale tra il bene e il male.
(3) È una pena che sarà inflitta per tre notti a tutti quelli che, al
momento della risurrezione dei morti, anche dopo le pene sofferte fino
illova nell’Inferno, serberanno ancora qualche macchia di peccato, Rss
unpera in gravità qualunque altra pena.
(4) Uno dei tanti Fuochi sacri venerati dagli Irani.
(5) Ahura Mazdao, cioè Ormuzd, è il Dio buono, creatore del mondo,
“il suo opposto è Anra Mainyu, cioò Ahrimane, Gl’Imshaspandi, cioè i
ianti immortali, sono gli alleati e i compagni di Ahura Mazd&o nell’opora sua benefica.<noinclude></noinclude>
2in4gsgcf6ue71rsac0bmwlt1ckvqdu
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/428
108
1031896
3901379
2026-09-18T12:59:11Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901379
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 412 —|}}</noinclude>ricostituzione, co’ suoi alleati celebrerà un sacrifizio e
in quel sacrifizio sarà immolato il toro Hadhayaos (1),
dall’adipe del quale e dall’haoma bianco (2) sarà apprestato un nuovo vigor mentale, e questo nuovo vigor men
tale sarà dato a ciascun uomo, sì che ciascun uomo si
farà esente, in sempiterno, da morte. È detto inoltre che
chi era in condizione d’uomo adulto quando morì, sarà
ricostituito, secondo la legge, nell’età d’anni quaranta, è
che chi era ancor giovane quando morì, sarà ricostituito,
secondo la legge, nell’età d’anni quindici. Ad ogni uomo sarà
pur data una donna, e con la donna ciascuno potrà procrear figli; non però sarà cotesto secondo il modo di procrear figli che si usa nel mondo. Dopo di che, il Saoshyant,
secondo il comando avutone da Ahura Mazdao, darà a
ciascuno la retribuzione secondo la convenienza delle
opere sue.
Alla fine, Ahura Mazdào e Anra Mainyu (8) e i Genî
buoni e i Demoni malvagi (4) combatteranno fra loro (5).
Ma poi Ahura Mazdào, discendendo nel mondo, farà da
sacerdote, e Sraosha (6), reggendo in pugno il sacro cine
golo, l’assisterà nella cerimonia. Anra Mainyu allora e il
serpente Dahaka, disfatti e vinti ai canti sacri, fuggiranno,
e correndo per il ponte celeste (7) precipiteranno nelle
più profonde tenebre infernali. Il reo serpe arderà nel
metallo fuso; il puzzo della immondizia infernale sarà
tolto via da esso, e tutto sarà purificato il mondo. Anche
Anra Mainyu, precipitando in quel metallo, vi perirà, @
(1) Nome (che significa i sempre puro) dato ad un mistico toro, sul
dorso del quale già passarono, al principio del mondo, gli uomini da un
continente all’altro.
(2) È la pianta che nasce nel mitico lago Vourukashu, e di cui il
succo, come sia gustato, dona l'immortalità. Corrisponde al soma degl’Indiani.
(8) Il dio malvagio, creatore del male. Vedi una delle note anteco»
denti,
(4) Se ne ommettono i troppi nomi proprî, difficilissimi da pronun=
ciare.
(5) Sarà Pultimo atto della gran lotta tra il bene e il male,
(6) Il genio dell’obbedienza alla legge divina.
(#7) Il ponte sottilissimo, su cui passano le anime dei morti.<noinclude></noinclude>
17s3st7mic5osufw92bebeklmxityb9
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/429
108
1031897
3901380
2026-09-18T12:59:16Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901380
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 413 —|}}</noinclude>
nllora Io stesso suolo dell’Inferno sarà reso fertile e fecondo per vivervi. In questo mondo e nell’altro, vi sarà
immortalità per sempre (1).
(dal perlevico del Bundehesh).
(1) Come si vede, la fine del mondo (non ammessa l’eternità delle
pone dei malvagi) sarà tutta lietae felice secondo questa antica religione.<noinclude></noinclude>
nl4seah4nwsgtz3f0nqr0bh2y1s4il9
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/430
108
1031898
3901381
2026-09-18T12:59:22Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901381
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 414 —|}}</noinclude><noinclude></noinclude>
b3en3k8hr0nl3udp0oh672ih08cq5pe
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/431
108
1031899
3901382
2026-09-18T12:59:27Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901382
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 415 —|}}</noinclude>e\sicisisiele
ole lioiSKeleioelol ele KroWeileNneWeTe oleole ro ieko|eWoteloWyste tele
LIPRO SESTO
Sentenze, proverbi, motti arguti,
facezie, favole
1. Sentenze e proverbi,
a. Arabi (1).
Di Maometto. — Uom valoroso è colui che vince sè
stesso. — Coppiere pubblico, beve l’ultimo. — Occhio
che veglia, per occhio che dorme è un gran bene. —
Vero martire è chi dà la vita per tutt'altro che per il
proprio vantaggio. — Date la mercede a chi lavora prima
che il sudore della sua fronte si sia asciugato. — Il mercante dice la verità solo quand'è fallito. — La peggior
cocità è quella del cuore. — Salute e lo stare in ozio,
ceco due beni che hanno ingannato molti! — Chi ha fatto
un’opera buona, va poi dicendo fra sè: « Avessi fatto
anche di più!» —; chi ne ha fatto uma cattiva, dice poi
Ira sè: « Avessi potuto non far tanto! >». — La preghiera
è l’arma del credente. — Per domandar consiglio, un
uomo non muore (2). — Non erra mai chi è moderato e
modesto. — Il mondo è un frutto dolce e fresco, e Iddio
(l) S'intende che il testo delle sentenze e dei detti che si riferiranno
ui sotto, è in arabo. Ma non sono arabi tutti i personaggi che le hanno
sritte o solamente pronunciate.
(2) Cioè non fa mai male il domandar consiglio.
lo II
LAM<noinclude></noinclude>
5rn3wuoczrm7ljm5dctpns83z3g46ak
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/432
108
1031900
3901383
2026-09-18T12:59:32Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901383
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 416 —|}}</noinclude>l’ha dato in uso agli uomini per sapere come sapranno
usarne. — L'uomo è veramente padrone soltanto quand'è
in casa sua e quand'è in groppa del suo cavallo (1).
Di AO. — Gli uomini dormono finchè son vivi;
quando muoiono, si destano. — Gli uomini somigliano
più al tempo in cui vivono, che ai loro padri. — sito
buono non s’accompagna all’avidità. — Nessuna lode
s’accompagna alla superbia. — Non e'è da fidarsi im
un lunatico. — Non v'è baluardo migliore della pietà. —
Non c'è malattia più grave dell'ignoranza. — Im ogni
sorso c'è pericolo d’affogarsi; in ogni boccone c’è peri
colo di rimaner strozzato. — Chi pensa troppo all'esito
di ciò che fa, non sarà mai uomo di grand’animo.
Quando il decreto del destino è segnato, prudenza non
vale. — I beneficî tagliano altrui la lingua (2). — La più
povera povertà è la stolidezza. — La maggior solitudino
è la soverchia ammirazione di sè stesso (3). — Guardate
che gli averi non vi vadano dispersi, perchè non ogni
disertore ritorna! — Chi è stolido, porta il cuore in
bocca (4). — Ma chi è assennato, ha la lingua nel cuore,
— Nessuno può celar tanto in sè il suo pensiero ch'esso
non si manifesti negli errori della lingua di. lui e negli
atteggiamenti del volto. — L’avaro non d’altro si oceupw
che d’esser povero. Vive da povero in questa vita, e
nell’altra dovrà render conto di sè come ricco. — I com
temporanei sono gli spioni dei difetti dei contemporanei,
— Dissimulare le sventure toccate è magnanimità. — Il
ventre è il nemico dell’uomo. — La breccia fatta nol
(I) Sono detti e sentenze che la tradizione musulmana attribuisen
al Profeta, e non si trovano nel Corano. I pochi che abbiam. riferiti, si
trovano in Al-Masfidi (IV, 163 e segg.). Ma ve ne sono molti altri e d’altwa
importanza, su cui poi fu fondata parte della giurisprudenza musulmani
(L'Islamismo, cap. VI, $ 5).
(2) Cioè tolgono via (sarà vero?) la maldicenza.
(3) Perchè nessuno dovrebbe star volentieri coi così detti superzomini.
Ai nostri giorni, caro Ali, le cose vanno a rovescio, in cui i modesti
invece, stanno abbandonati alla loro solitudine,
(4) Cioè parla a vanvera e senza senno,<noinclude></noinclude>
jn2t0jlcgukpxquwp2u5jzws3g6wk57
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/433
108
1031901
3901384
2026-09-18T12:59:37Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901384
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 417 —|}}</noinclude>dll —
euor dell’uomo dalla cupidigia, nulla la chiude se non Je
zolle del sepolcro.
Di Anîshirvan (1). — Il più bel tesoro è un beneficio che tu abbi fatto ad un generoso, e una scienza che
tu abbi tramandata in eredità ai tuoi discendenti. — I
benefizî sono un seminare di cui la raccolta è la riconoscenza, e chi benefica, schiude la via del render grazie
n chi è riconoscente. — Un regno ha il sostegno suo
nell'esercito; l’esercito, nelle finanze; le finanze, nei tributi; i tributi, nell’agricoltura; l'agricoltura, nella giustizia; la giustizia, nella integrità degli ufficiali; l’integrità degli ufficiali, nella fedeltà dei ministri. Ma la
somma ‘delle cose sta nella vigilanza che il re esercita su
sè stesso, e nel governo dei moti dell'animo suo di guisa
ch'egli possa dominarli nè essi possano aver dominio su
di lui.
Di Bizurcimihr (2). — Da diversi animali io ho raecolto e mi sono appropriato ciò che di meglio ho trovato
in ciascuno. Dal cane ho preso la fedeltà verso la casa e
lo zelo nella difesa del padrone. Dal corvo ho preso la
prudenza più estrema. Dal maiale, la sollecitudine nello
sbrigar gli affari. Dal gatto, le moine e le carezze nel
lomandar qualche cosa.
Di un savio indiano sulla tomba di Alessandro Magno.
Alessandro parlava ieri più che oggi non parli; ma
oggi c’insegna assai più di ciò che ieri c’insegnava.
Di Al-Haggiag? (8). — Iddio altissimo ha scritto su
questo mondo il motto: Caducità, e sull’altro il motto:
(1) Soprannome del gran re di Persia, Chosroe, già tante volte rivordato.
(2) Per questo celebre personaggio, vedi i numeri 7 e 8 del libro V.
(3) Celebre personaggio del tempo degli Ommiadi, terribile strumonto di vendetta e di repressione violenta nelle mani del Califto Abd
il.Molik, il quale, per mezzo di lui, con orribili carneficine si sbarazzò
loi capi delle fazioni contrarie e dei loro seguaci, Al-Haggiàg' morì nel
mba.C.
Italo Pizzi - Fiuri d'Oriente
27<noinclude></noinclude>
q5viu8xxu9db4mzv0pte9odopvzqu8n
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/434
108
1031902
3901385
2026-09-18T12:59:43Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901385
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 418 —|}}</noinclude>Sn
Vinbieifivirili
Aieii=pra
— 418—
Eternità. Non v'è adunque caducità per cosa su cui Iddio
ha scritto eternità, nè v'ha eternità per cosa su cui Iddio
ha scritto caducità. Non vi seduca adunque l’apparenza
di questo mondo in modo da farvi dimenticare il mistero
dell’altro.
D'Ibn al-Abbas (1). — La passione è una divinità a
cui tutti prestano culto.
Di Al-Mamin (2). — Un sovrano può perdonare ogni
cosa, eccetto un attentato al regno, il divulgarsi del suo
segreto, un oltraggio alle sue donne.
Esser fatto sovrano! Qual gran cosa, se non fosse un
nulla! Qual potere, se non venisse a tergo la morte! Qual
gaudio, se non stesse accanto l’inganno! Qual giorno, se
non l’aspettasse il domani!
Di Modviya (3):
Il guerrier, se lo morde la guerra,
Ei la morde;
Sella un giorno l’assale, d’assalto
Ri la serra;
Qual leon che i suoi nati difende
(Generoso,
7 Quella freccia onde il giunge la morte,
Spezza e fende.
Di Bekr ibn Abdallàh (4). — Quando tu vedrai uno
che sia più vecchio di te, dirai: « Costui m’ha preceduto
nel far le opere del bene, e però esso è migliore di me ».
Se poi vedrai uno che sia più giovane di te, dirai: « Io ho
preceduto costui nella via del peccato, e però esso è migliore di me ».
(1) Cioè Abdallaàh ibn al-Abbàs, cugino di Maometto. Morì nel 688
d. O.
{2) Intorno a questo Califfo, vedi il n. 10 del libro I.
(8) Primo Califfo Ommiade di Damasco — Regnò dal 661 al 680.d, G.
(4) Ragguardevole personaggio d’Arabia dei primi tempi dell’Islamismo,<noinclude></noinclude>
fcde1rn5eq6b1bka91jaodfbu9dsl52
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/435
108
1031903
3901386
2026-09-18T12:59:48Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901386
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 419 —|}}</noinclude>
Di Al-Muhallib (1). — Io mi meraviglio di chi si
compera schiavi per denaro e non procaccia di cattivarsi
gli uomini liberi con sue belle azioni! È stato detto che
l’uom generoso è vicino a Dio, vicino agli uomini, vicino
al Paradiso, e che l’avaro è lontano da Dio, lontano dagli
uomini, vicino al fuoco dell’Inferno.
Di Nasr ibn Sayydr (2). — Ogni cosa è piccola da
principio, ma poi si fa grande, eccetto la sventura, che
da principio è grande, e poi di mano in mano impicciolisce. Così ogni cosa, quando abbonda, ha minor prezzo,
eccetto il sapere che, quanto più abbonda, tanto più cresce
di prezzo.
D’'Imru ’1-Qeys (3):
S'io volgessi mia cura alle più vili
Necessità del viver mio, di tanto
Pago sarei che ora posseggo, e nulla
Di ricchezze vorrei.
Ma poi ch'io miro con l’anima e il core
A gloria che sta in alto, a quella gloria
Dato è di pervenir che stassi in alto,
Soltanto ai pari miei.
Di Al-Thadlibi (4): — Diceva un poeta:
Contro l’insidia — d’uomo che t’invidia,
Tu pazienza, o figlio, porterai.
Lo ammazzerà la pazienza tua.
Così divora — fuoco vivo ancora
arte di sè quando non trovi attorno
Chi strugger possa con la possa sua.
(1) Illustre personaggio e valoroso capitano dei primi tempi dell’Islamismo. Morì nel 703 d. C.
(2) Prode capitano del tempo dei Califfi Ommiadi Hishàm e Al
Valîd. Morì nel 749 d, C.
(3) Il più illustre poeta dei tempi anteriori all’ Islamismo, morto
nel 5S0 d. O.
(4) Letterato ed erudito di gran valore. Eva persiano e nativo di
Nishfpùr. Morì mel 1038 d. C.<noinclude></noinclude>
nhmrmakc3lr74c8p887571e8q8c6jzn
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/436
108
1031904
3901387
2026-09-18T12:59:53Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901387
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 420 —|}}</noinclude>Èb
lAceti
iale
PETRONE
diodi
— 420—
Di Aristotele secondo lo stesso Al-Thadalibi. — Vi sono
due specie d’invidie, e una è lodevole, biasimevole l'altra.
La lodevole è quandotu vedi un sapiente, e desideri di
essere come lui; ovvero quando vedi un uom pio, e
vorresti essere come lui nelle opere. La biasimevole è
quando tu vedi o un sapiente o tale chiunque che sia da
più di te, e vorresti che fosse morto.
Di Abù Abbad (1). — Fu domandato ad Abù Abbad:
Chi è più lontano dalla via diritta, l’ubbriaco o 1 iracondo? — L’iracondo, rispose, perchè nessuno lo scuserà
mai della sua colpa, mentre, quanto all'ubbriaco, quanti
sono quelli che son pronti a scusarlo!
Di Al-Zamakhshari. — Più effemminato delle donne
è chi prende le donne per modello. — Da un addio a
tutti quei beni che il tuo erede non conserverà e dei
quali ti rimarrà il peso nel cospetto di Dio. — Guardati
da ogni persona devota che vuol scusarti, e non trascurare ogni persona devota che vuol sgomentarti (2). —
Lo stolto non trova alcun piacere nella sapienza come
non gode del profumo d’una rosa chi è preso da raffreddore. — Quando senti parlar d’un lutto in una casa, aecorri in quella casa. Quando senti parlar di feste e di
conviti in una casa, vattene. — Anche l’uomo più memore, si dimentica qualche volta; e anche il cuore più
fenero si mostra duro a quando a quando. — IL’uom
glorioso è sempre esposto alle più dure prove per le cose
di quaggiù, come se la sventura fosse la sorella dell’uom
glorioso. — La maggior parte degli uomini ambisce il
potere, ma pochi di essi, venuti al potere, scampano al
supplizio (3). — Pestilenza e poca agricoltura, segni manifesti di decadenza d’uno Stato. — Il mercante ripone la
sua gloria nella sua borsa, e il sapiente ne’ suoi libri. —
(1) Era della città di Rey in Persia. Fu scrittore di grido, ministro
del Califfo Al-Mamàn.
(2) Con la minaccia del castigo divino,
(3) Ai nostri giorni, invece, gli uomini saliti al potere, dopo mille
soprusi e abusi, trionfano.<noinclude></noinclude>
ljqpwok2hinfr917awfuh6pe1cfpclu
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/437
108
1031905
3901388
2026-09-18T12:59:59Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901388
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 421 —|}}</noinclude>=421—
Linea nera di scrittura è più bella che pittura su guancia
dli bella donna. — L'asino, quand'è trattato bene, gode,
e quando gode, mena calci. — Quanti ti visitano la sera
e ti visitano la mattina, e voglion farti del male e ti sono
nemici! — Quante verità che t’escono di tra i denti, son
migliori dell’elemosina che t’esce di tra le mani! — L’avaro, quando si esamina qual provvigione ha, s' ammala
«li polmonite; quand’è richiesto di qualche cosa, s° ammala di epilessia. — Dono differito, corda intricata. —
Son pari fra loro e chi dona a chi domanda e intanto lo
rimprovera, e chi, avaro, respinge chi domanda. — Tu
che ti vai nettando la bocca con gli stuzzicadenti, meglio
fuvesti non guastandola con le parole ree. — La scienza
è una montagna aspra da salire, ma facile da discendere;
e l'ignoranza è una cisterna facile da discendervi, ma
(lifficile da risalire. — Ogni dottrina che non è sostenuta
dla argomenti buoni, è una via tortuosa. — Quanti 70ppi
ho veduto arrampicarsi su per i gradini della gloria, e
quanti, sani dei piedi, non muovere un passo per fare il
bene! — Le iene voraci sono meno perfide degli uomini. —
Niuna cosa mortifica lo sciocco quanto l’averne sdegno,
e nulla gli scioglie le briglie quanto il dargli retta. —
(Qual differenza tra chi da gran tempo si occupa d’uno
Studio, e chi l’ha intrapreso appena e appena sfio‘nto | —- Pietra di paragone per l’amicizia e la fratellanza
è la distretta dopo la fortuna prospera.
Di Nabîigha (1):
È l’amicizia una prosperità,
È la dolcezza una felicità.
Sii dolce con l’amico, e t'avverrà
Che buon esito alfin ti toccherà.
Di Al-Mustavghir (2):
Tu mi domanda, e ti dirò dei vecchi
Quali sono i malanni:
(I) Antico poeta arabo del VI secolo d. C. Poetò alla corte dei Lakhnidi in Hîra e presso i Ghassanidi in Siria.
(2) Poeta arabo, dei più antichi tempi. Si dice abbia vissuto trecen=
b'anni,<noinclude></noinclude>
mmd4qoe07osfvq4qb4taarrq80dtn20
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/438
108
1031906
3901389
2026-09-18T13:00:04Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901389
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 422 —|}}</noinclude>=499—
Sonno la sera, tosse alla mattina,
Poco appetito, e il cibo è lì davante.
Avvizziscono gli uomini sì come
Avvizziscon le piante!
Di Amr ibn Qamia (1):
Vecchio divenni, e si partîr gli amici.
Seppi allor vita nostra che non dura.
Stetter con me i miei cari, e poi sono iti;
Sorte negommi chi m’avesse in cura.
Ti basti, o sorte! Sii gentil ver noi!
Sappi che ferro o pietra non siam noi.
Di Abîd ibn al-Abras (2):
Sii paziente in ogni tuo malanno,
Chè d’uom di senno pazienza è l’arte.
Non ti doler nella distretta. L'ombra
Ne svanirà senza molto affannarte.
Uman cor non di rado si sgomenta
Per ciò che agevol si risolve, come
Nodo in torto legame che si allenta.
Di Al-Buhturi (3):
Davvero! il mondo è passeggera nube
Che vien, t'adombra e fugge esile e vana.
Non giubilar quando sorvien tal nube,
Non ti doler quand’essa va lontana!
Dalla raccolta di proverbi di Aba Obeyd (4). —
Malanno del retto consigliarsi, la passione; malanno dei
generosi, vicinanza di sordidi e di vili. — Se ad un’oper:
trista farai seguire un’opera buona, la potrai cancellare.
(1) Poeta arabo, compagno dell'altro, Imru ’1-Qeys (vedi sopra), nei
suoi viaggi.
(2) Antico poeta arabo. Fu scannato dal re di Hîra sulla tomba di
due suoi amici, quale vittima espiatoria, nel 556 d. C.
(3) Poeta del tempo dei Caliti AbbAssidi, nativo di Manbig” in Siria.
Morì nell’897 d. C: Vedi il n, 21 del libro I.
(4) Letterato ed erudito, nativo di Heràt in Persia, Morì pellegri»
nando alla Mecca nell’837 d. C.<noinclude></noinclude>
ja62fsl8f8wm4kvsjm5nnylbza1qqm4
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/439
108
1031907
3901390
2026-09-18T13:00:09Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901390
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 423 —|}}</noinclude>_ 493ONT
Così ad un cavallo applicherai le briglie. — Se tu gratti
una ferita, la farai sanguinare. — Se tu affidi un’ambasceria ad un sapiente, non istruirlo (1). — Di tra le spine
non raccoglierai uva. - Odo fragor di macine, ma non
veggo farina (2). — Opinion di vecchio migliore di testimonianza di ragazzo. — Quanti fratelli tua madre mon
ti ha mai partoriti! (8). — Quanti si offrono in aiuto
chi non ne vuol far nulla! — Molte volte il silenzio è una
risposta. — Se tu ingrasserai il tuo cane, esso ti divorerà. — Il far male è la più rea provvigione che til possa
insaccare. — Il tuo petto è anche troppo grande per il
tuo segreto (4). — Piccole cose né vendemmiano delle
grandi. — La rovina dell’uomo si sta tra le sue labbra
(5). — Chi ti vuol bene, cerca di frenarti; chi ti vuol
male, t’'incita. — Chi non sa tollerare una parola, ne deve
ascoltar poi molte. — Chi non Sa dominar la paura e la
timidezza, non tocca il fine delle sue speranze. — Nessuno loda la sposa se non la famiglia di lei. — Ottima
distrazione, per donna nobile, il fuso! — Guai a chi
apprende una disciplina da chi non ne sal — Ritorna
all'uomo il male ch'egli ha fatto.
Di Al-Mutanabbi (6):
Qual è del cor, dell’anima prontezza,
Tali i proposti e i fatti;
Qual è dell’uomo il sentir generoso,
Tali suoi nobili atti.
Agli occhi di chi è piecolo, alta e grande
Appar sua picciolezza;
Agli occhi di chi è grande, esile e poca
Mostrasi sua grandezza.
(1) Faresti opera inutile, e ogni opera inutile bisogna lasciarla.
(2) Chi minaccia gren fracasso e rumore, non fa poi nulla.
(8) Nel senso che, più che veri fratelli, ti son stabi altcettanti nemici.
(4) Perchè tu non abbia da divulgarlo.
(5) Alla lettera: da le sue mascelle. Cioè l’uomo si rovina da sè stesso
parlando male e a sproposito.
(6) Intorno a questo poeta, vedi il n. 11
nomi alla fine del volume.
del libro IV, e il Registro dei<noinclude></noinclude>
6rra7hv2jzfnjsro48t8r8grz126zny
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/440
108
1031908
3901391
2026-09-18T13:00:14Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901391
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 424 —|}}</noinclude>iasàa
—424—
Dai proverbi degli Arabi. — Tu non devi cercare di
far presto un lavoro qualunque. Procura piuttosto di farlo
bene, perchè la gente non domanderà in quanto tempo fu
fatto, ma baderanno alla sua solidità e alla perizia dell’arte. — Quando una parola esce dal cuore, penetra nei
cuori altrui; quando esce dalla lingua, non ne oltrepassa
gli orecchi. — Chi insegna agli altri il bene e non lo fa,
è simile ad un cieco che regge in mano una lucerna. Ne
godono gli altri la luce, ed egli non la vede. — L’esser
povero in patria è come essere in paese straniero, ed
esser ricco in paese straniero è come essere in patria. —
Scegliti per patria quel paese che più ti soddisfa, perchè
ogni libero e magnanimo è sperduto nel suo proprio paese,
nè il valor suo vi è riconosciuto. — Dieci cose stanno male
in dieci classi di persone: spilorceria nei re, necessità di”
scusarsi negli uomini eminenti, menzogna nei giudici,
impostura nei dotti, iracondia nei devoti, avidità nei
ricchi, impudenza nei vecchi, malattia nei medici, scherno
d’altrui nei poveri, boria in chi non ha famiglia. —
L'uomo veramente grande, non lo rende mai insolente
l’alto grado ch’egli ha raggiunto, come un monte che
nessun vento può serollare; ma chi è vile, lo fa insolentire anche il più basso grado, come le foglie secche che
son menate di qua di là dal passar dello zefiro più leggero. — Un buono amico è simile ad una palma. Se tu
ti posi presso della palma, essa ti fa ombra; se tu ne
recidi i rami, quei legni ti sono utili; se tu ne mangi
del frutto, trovi buono quel frutto.
Di Al-Ghazzali (1). — Vivi come vuoi, ma sappi che
morrai. Ama ciò che vuoi, ma sappi che un giorno ne
andrai separato. Fa ciò che vuoi, ma sappi che poi ne
raccoglierai il frutto. — Domandò Alessandro ad Aristotele: È migliore, nei re, il valore o la giustizia? — Rispose:
Quando un re è giusto, non ha bisogno di esser valoroso.
(1) Celebre filosofo e teologo, detto Agazel dai nostri nel Medio Evo,
Morì nel 1111 d, C,<noinclude></noinclude>
okertg6nxims6bgjz4vfox7ow321c16
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/441
108
1031909
3901392
2026-09-18T13:00:20Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901392
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 425 —|}}</noinclude>
Altri proverbi degli Arabi. — Due persone non si
saziano mai: chi cerca scienza e chi cerca denari. —
Se ti viene in casa un ospite non gradito (1), ospitalo
pazientando. — Malanno del sapere, la poca memoria;
malanno della generosità, il dimenticar le promesse. —
Se tu non chiudi gli occhi sulle cose da poco, non ti
appagherai mai più di nulla. — L'ira, a principio, è una
pazzia a cui succede il pentimento. — La morte è sempre
al di qua della speranza. — Sovrano violento e sùbito
all’ira è migliore di sedizione che dura. — D'’ogni male,
anche la più piecola parte è grande. — Il peggior degli
uomini è quello che non bada se altri l’osserva. — Testimonianza di fatti, migliore di testimonianza d’uomini. —
La cosa più difficile per un uomo è conoscer sè stesso. —Rimprovero aperto, migliore d’invidia dissimulata. — Fa
leggeri i tuoi pasti, e ti loderai dei tuoi sonni. — Non
c'è messaggiero pari al denaro. — Se sarai troppo molle,
ti spremeranno; se troppo duro, ti spezzeranno. — I ricchi
avari sono come i muli e gli asini che trasportano oro e
argento e si nutrono di paglia e d’orzo. — Chi scusa o
loda un’azione rea, l’ha già fatta. — Il maldicente, in
un’ora sola, fa il male d’un mese. — Un giorno solo,
per un sapiente, val più di tutta la vita per un ignorante.
— Se dormi con animo tranquillo, ti troverai sul più
soffice dei letti.
Di Al-Mutalammis (2):
Vendica il torto suo braccio gagliardo,
E chi braccio non ha, detto è codardo.
Ricevi orsù da me questo consiglio,
O tu che biasmi povertà. Se pensi,
Vedrai che biasmo qual ricchezza merta,
Supera nobiltà, supera pregio
Che ha povertà sulla riechezza, sana
(1) S'intenda una disgrazia, un malanno.
(2) Antico poeta arabo che visse da principio alla corte dei Lakhmidi
a Hîra. Era della seconda metà del VI secolo d. C.<noinclude></noinclude>
n7saiqgc129locc4dksikwdkvh8sjz9
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/442
108
1031910
3901393
2026-09-18T13:00:25Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901393
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 426 —|}}</noinclude>slirrnd
—426—
Opinion s'è in te. Chè tu ribelle
A Dio ti fai per conseguir ricchezza,
Ma, per impoverir, che tu ribelle
A Dio ti faccia, non accadrà mai.
Dagli altri per andar ci sono scale,
E chi vuol vi si arrampica. Da noi
Senza scale montar ciascuno sale.
Fuggon lungi da noi le umane bestie,
Ma dal deserto accorron presso a noi
A pascolar le selvatiche bestie.
Di Tarafa (1):
O di queste campagne amica allodola
Canta e l’ova deponi. Il cielo è libero!
È tolto il laccio, e però di che dubiti?
Quanti granelli beccar vuoi, tu beccali.
È andato il cacciator. Tu godi e giubila.
Ma presa un dì sarai. Però tu guardati!
Proverbi volgari di Siria. — A che vorrai tu assuefatto il figlio tuo? Se farai istruire il figlio tuo quand’ è
ancor piccino, ne sarai soddisfatto quando sarà grande. —
Informati del vicino prima che della casa, e del compagno
di viaggio prima che del viaggio. — Interroga gli uomini
che hanno esperienza, e non i dotti. — Chi, per affetto
che gli porta, giuoca col gatto, deve poi, per amore, sopportarne le graffiature. — Chi fa bocconi grossi, deve
faticar di mandibole. — Se tu batti qualcuno, fallo strillare, e se dài da mangiare a qualcuno, sazialo (2). — Mano
che non reca doni, puzza. — I muri sono il quaderno
degli sciocchi. — Gallo loquace canta fin dall’uovo (3). —
Coda di cane, anche se per quarant’ore la tengono in
forma, torna sempre tortuosa. — Il calzolaio va sempre
(1) Antico poeta arabo che visse alla corte di Amr in Hîra. Satireggiò
Amr che, in pena, lo fece seppellir vivo nel 569 d. C.
(2) Cioè devi fare a perfezione ogni cosa.
(3) Si dice di fanciullo d’ingegno precoce,<noinclude></noinclude>
5w0jsd1d1id30oimahrxq5lv1sl4cjw
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/443
108
1031911
3901394
2026-09-18T13:00:30Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901394
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 427 —|}}</noinclude>
scalzo e il tessitore va sempre nudo. — Ridere senza motivo significa poca educazione. — Distendi i piedi secondo
la lunghezza del tappeto. — Pecora scabbiosa non deve
bere che all’estremità del fonte. — Chi disputa coi ragazzi rovina la sua posizione. — Il cuor mio si riposa
sul figlio mio, e il cuor di mio figlio sulla mia pietra sepolerale (1). — I troppi cuochi mandano & male il pranzo.
— Se non si rompesser pentole, non ci sarebbe arte di
pentolai. — L’ago, benchè nudo, veste la gente. — Promessa senza lealtà è inimicizia senza cagione.
Di Omar ibn al-Khattdb. — Esercitate i vostri figliuoli a recitar poesie, perchè esse addestreranno loro la
lingua. La più eccellente delle arti di un uomo è appunto
quella della strofa poetica. Essa lo presenta altrui quando
ha alcun che da domandare, ed egli con essa può cattivarsi il cuore d’ogni generoso @ piegar l’animo dell’uomo
anche più duro e vile. — La poesia, seguitava a dire, è
un susurrar leggero tutto proprio delle parole degli Arabi,
per il quale si calma ogni ira e si spegne ogni odio, per
il quale la gente si fa eloquente nelle sue radunanze consuete. Chi domanda alcun che, soltanto per essa ottiene
ciò che domanda (2).
Dello stesso. — Tu dirai sempre la verità anche se
ti dovesse ammazzare.
Dello stesso. — Se io fossi mercante, vorrei trafficar
di profumi. Quand’anche me ne mancasse il guadagno,
non me ne mancherà mai la fragranza.
Di Abà Dolaf (3):
To do la vita per la gente mia
Difendendo assai pria
(1) Si dice a proposito di figli discoli e ingrati.
(2) Tutto ciò non si può intendere se non col fatto che gli Arabi
adoperavano la poesia in tutto e per tutto (Letteratura araba, cap. 1II, 61).
(3) Ragguardevole personaggio del tempo del Califfo Al-Mamfîin, letterato ed erudito. Morì a Bagdad nell'842 d. C.<noinclude></noinclude>
k1l9le6gmmmy9rh1hvz1ph7q52ixppv
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/444
108
1031912
3901395
2026-09-18T13:00:35Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901395
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 428 —|}}</noinclude>Che malanno le ineolga, io so sostegno
Nella sventura ria.
Affrontar vo’ qualunque più tremendo
Periglio combattendo
Per ch'io m’acquisti onore, o volontario.
Giù nell’avello io scendo.
Di Ab& Nuvas (1):
Non è forse ogni vivo addetto a morte?
Figlio non è di tal che a morte è addetto?
Uom di gran sangue l’origine forse
In due non ha che sono addetti a morte?
Uom di cor se disamina la sorte,
Essa svelasi a lui qual è davvero,
D’amico in un vestir nemico fiero.
Proverbi volgari d’ Egitto. — A chi ha un somaro
zoppo gli affari vanno meglio che a chi non ha nulla.—
A chi non ha fortuna rimane sempre Iddio. - Chi lascia dietro di sè dei figli, non muore. — Non si disseta mai chi beve gratis. — Mano che prende, non è
buona guida. — Soffre la fame, e suo marito fa il fornaio! (2). — Sogno d’affamato, pane. — L'ho preso dietro
di me sul mio cavallo, ed egli ha cacciato la mano nel
mio sacco (3). — Sassata in bottega di vetraio! (4), —
Chi ha mangiato affetta lento lento il pane per l’affamato.
— Era incudine, ed è diventato martello! (5). — Se non
ci fosse il bisogno, i piedi non camminerebbero. — 0ecorre un oggetto bello, fino, degno di gran personaggio,
ma a buon mercato (6).
(1) Poeta del tempo degli Abbfàssidi, caro al Califfo Hàràn al-Rashîd,
Morì al principio del IX secolo.
(2) Di donna che non sa darsi le mani attorno e non fa nulla.
(3) Si dice d'un ingrato che rende male per bene ricevato.
(4) Si dice d'una gran disgrazia.
(5) Si dice di chi, salito in alto da umile condizione, maltratta gli
inferiori.
(6) Per dive che si cerca cosa impossibile,<noinclude></noinclude>
c6leal20y25ddza74ujnlf0uamg8d6s
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/445
108
1031913
3901396
2026-09-18T13:00:40Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901396
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 429 —|}}</noinclude>e
b. Persiani.
Di Pirdusi:
Oh! vita di quaggiù! Tutta sè’un alito
E vanità, nè l’uom che ha mente e senno,
Allietasi per te! Quand’io mirando
Vo all’opre tue, vane son tutte e giuoco
Mi sembrano; e tu intanto con lusinghe
Nutri i mortali, quei che i giorni ha brevi,
Quei che ne conta assai. Ma poi che il tuo
Dono riprendi tu, quale avrem doglia
Se una gleba (1) è quel dono o un serto a gemme
Dello stesso:
Libera il core dall’amor che nutri
Verso la terra! A coltivato ‘campo,
Ricco è fiorente, s’assomiglia il mondo,
E il mietere è la morte, e il dolce umore
È la vita, e siam noi le adulte messi.
Josì come son pari al mietitore
L’erbe del campo, tutti noi siam pari,
Buoni e tristi, alla morte. E qui siam noi,
E qui corriam per una via, canuti
Vecchi, garzoni dal crin folto e bruno,
Quai messaggeri in faticoso calle.
Turba di viandanti è ben cotesta
Che da questa città trapassa a quella,
E un precede, e da sezzo riman l’altro
Fin che a sua volta ei pur giunge alla meta.
Vieni adunque, e nel cor nullo per noi
Dolor si serbi poi che ad uom che nasce,
Il viver di quaggiù sempre non dura!
Dello stesso:
Meglio sarà se in donna tu non credi!
Cerca però quaggiù donna avveduta,
(1) Cioé le glebe della fossa.
?<noinclude></noinclude>
2ex5huzuydxh1ugjk3kfwve4dpo4w46
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/446
108
1031914
3901397
2026-09-18T13:00:46Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901397
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 430 —|}}</noinclude>
Chè donna rea vergogna arreca ed onta.
Meglio sarìa se fossero sotterra
Donne e serpenti. Il mondo anche sarìa
Migliore allor che di coteste due
Impure cose si vedesse puro.
Dello stesso:
Oh! dove siete voi de’ miei trent'anni
Vivide rose e muschi e intatte e vaghe
Candide perle, e dove sei, possente
Lingua di Persia, qual tagliente brando
Stretto in questa mia man? (1) Gli augéi del cielo
Più non vanno a posar su rose pallide,
Ma rami di cipresso e bei bocciuoli
Aman di rose fresche e porporine! (2).
Di Saadi. — Due persone al mondo hanno sopportato
inutile fatica e si sono affaccendate senza frutto: chi ha
radunato ricchezze e non ne ha goduto, e chi ha imparato
gran cose e non le ha poste in pratica.
Non bisogna fidarsi mai nè dell’amicizia dei re nè
delle belle parole di fanciulle ingannatrici, perchè quelli
si cambiano per un capriccio qualunque, e queste mutano
pensiero per ogni sogno che fanno.
Chiunque fa la pace coi nemici dei suoi amici, intende di offendere questi amici suoi.
Finchè una briga qualunque si può accomodar con
dell’oro, non conviene espor la vita. Dicono gli Arabi:
« La spada è l’ultimo dei rimedî. »
Non aver mai pietà della debolezza del nemico tuo,
perchè, quand’egli fosse forte, non avrebbe pietà della
debolezza tua.
(1) Allusione alla composizione, in un magnifico verso epico persiano,
del Libro dei Ie, Vedi il Registro dei nomi in fine del libro.
(2) Vedi, quanto alla scelta da me fatta dei passi da Rirdusi, la Pre
fazione.<noinclude></noinclude>
nhssmfyiwvn6qd7xx7i5hac4dn1x3ej
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/447
108
1031915
3901398
2026-09-18T13:00:51Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901398
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 431 —|}}</noinclude>
Ira che passa i limiti, allontana la gente, e dolcezza
intempestiva fa perdere il rispetto. Non mostrarti adunque
tanto aspro che altri si stanchi di te, nè tanto indulgente
e affabile che altri prenda ardimento a tuo danno.
Due persone sono dannose ad uno btato: re senza
dolcezza, prete senza scienza.
Non recar mai notizie che possano affliggere qualcuno, ma lascia che altri le porti:
Deh! lascia al gufo ogni novella trista,
E recaci, o usignuol, lieta novella
Di primavera bella!
Ad un sovrano tu non darai mai notizia del tradimento di qualcuno a meno che non sii certo che tutto
ciò che dirai, sarà accolto. Se no, tu lavori alla tua
perdita!
A chiunque di noi sembra perfetto il proprio modo
di sentire, e sembrano belli i proprì figli.
Dieci persone possono mangiare ad una stessa mensa,
e due cani non si saziano attorno ad una stessa carogna.
l’ingordo, anche se possedesse il mondo, è sempre affamato, e chi s’accontenta, si sazia con un solo pane.
Il Diavolo non se la fa mai con gli uomini di cuor
Sincero, e un sovrano non se la fa mai coi poveri.
Per l’ignorante non c’è ornamento migliore del silenzio, ed egli non sa questa verità. Se la conoscesse,
mon sarebbe un ignorante.
Si vorria che l’uom saggio e sapiente
Due vite avesse in questa nostra vita,
Perchè, nell’una procacciar potesse
Esperienza, e in opera, nell’altra,
L’avuta esperienza traducesse,<noinclude></noinclude>
2yepr9j1bgm1zb4k90mju61pw4zcm0j
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/448
108
1031916
3901399
2026-09-18T13:00:56Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901399
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 432 —|}}</noinclude>aenm—m—cmv
“dii
Chiunque disputa con un più dotto di Iui perchè altri
Sappia ch'egli pure è dotto, fa capire, invece, ch’è un
ignorante.
Se non fosse la tirannia del ventre, nessun uccello
cadrebbe nel laccio. Di più! Nessun cacciatore tenderebbe
un laccio.
Consigliarsi con donne è una rovina, e mostrarsi
generoso verso i furfanti è una colpa.
Non ti meravigliare se, nell’assemblea dei tangheri,
la parola d’un sapiente non fa l’effetto suo! Il suono del
liuto non può vincere il fracasso del tamburo, e il profumo dell’ambra non può superare il puzzo dell’aglio.
Di Radeghi (1):
Generoso consiglio m’ha recato
Il volgere del tempo. È il tempo invero,
Se ben tu guardi, savio consigliero!
« D’altri, mi disse, in giorno fortunato
Non ti doler. Quanti altri vi saranno
Che lo stato che hai tu, s'augureranno! ».
Il mondo mirar déi con gli occhi interni;
‘Cosa arcana non veggon gli oechi esterni.
Con gli occhi aperti mira ciò ch'è aperto;
L’intimo arcano tuo lascia coperto.
Ecco! sen viene dalla via lontana,
E giovane e balioso, il cavaliero!
Un novello signor viene a serviré
E ha cura intenta e nobile pensiero.
Lascia che passin gli anni, e piaccia allora
A Dio che a piedi, povero e mendico,
R per l’età cadente, ei rieda ancora! (2).
(1) Celebre poeta lirico persiano. Visse a Bukhfra, alla corte dei Sàmanidi. Morì nel 94 d. O. (Storia della Poesia Persiana, II).
(2) Cioè sarà già gran fortuna per lui se tornerà, benché in così mie
sero stato, e non sarà morto.<noinclude></noinclude>
mio1d9pao6wrudjhzhm6gumjo2rjn2z
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/449
108
1031917
3901400
2026-09-18T13:01:01Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901400
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 433 —|}}</noinclude>Di Kisai (1):
Ha ciascun l’ufficio suo,
Ha ciascuno il peso suo,
E il banchiere meglio sa
Quanto valga l’oro suo.
Di Attàr:
Il rossore, o fratel, parte è di fede.
Di Satana alla schiera è annoverato
Quei che arrossir non sa quand’egli ha errato (2).
Chi ti dice in presenza il tuo difetto,
La via ti mostra dall’ombra alla luce.
Ciascun pertanto ringraziar tu déi
Che lungo il tuo sentier ti si fa duce.
Se tu vedi un uom da nulla
Ch’è salito. a dignità,
Non gli chiedere mai nulla
S'anche n’hai necessità.
Alla soglia dell’uom che non val nulla,
Tu non recare il piè. Se mai lo vedi,
Non chiedergli nemmen se la gli frulla.
Quei che il nemico suo sprezza e non cura,
Da quella ch’ei ne avrà mala ventura,
Fuggirà un dì. Non vedi che, se desta
È una sola favilla, il mondo intero
Trascorre a divorar veloce e presta?
Di Rami (3):
E gittato un granello. Esso germoglia
E un albero si fa. L° alto segreto
(1) Poeta persiano, nativo di Merv. Visse povero e povero morì nel
1001 d. C. (Storia della Poesia persiana, cap. II).
(2) Si attribuisce a Maometto questa sentenza profonda: » Se tu non
sni arrossire, fa quel che vuoi! n.
(3) Vedi il Registro dei nomi alla fine del volume.
Italo Pizzi = Fiori d’Orsente
28<noinclude></noinclude>
c4nxezil2i7d9xipr66gp5uxcl4plci
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/450
108
1031918
3901401
2026-09-18T13:01:07Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901401
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 434 —|}}</noinclude>
Allor che inteso avrai,
Vinto con me cadrai (1).
Poveri, umiliati, infermi, abietti,
A. te, Signor, peccammo
Tra i legami dal corpo avvinti e stretti (2).
Esser savio è quant’essere in tristezza
Sommerso ad ogni tempo. Innamorato,
E fuor di sè un trovarsi e indemoniato (8).
4. SB
O ingordo che vai schiavo alle ricchezze!
Iddio te le diè in mano, e ti credéi
Che sempiterne fosser tue ricchezze.
Miri al dì che verrà, ma in error sei!
Dell’altro mondo (4) è cosa
Veramente la rosa;
Di questo essa non è.
Immagine di rosa
In patria fantasiosa (5)
Perchè trovar si de’?
GeSTSTAIT
idia
Altre sentenze di Saadi. — Un amico, per procacciarti il quale hai speso tutta la vita, non devi abbandonarlo in un istante.
DILIAT
Prudenza senza forza è inganno e astuzia; forza
senza prudenza è ignoranza e pazzia.
Uom generoso che gode e dà, è migliore d’un devoto
che è ben provvisto e non spende nulla. Chi rinunzia ad
(1) Tanto grande sarà lo stuporé per avér penetrato, sè mai, il segreto dell’esistenza. In senso mistico e panteistico, è l’essersi perduto,
l'individuo, nell’Essere universale.
(2) Il corpo c’indusse a peccare, e però meritiam scusa e perdono.
(3) S'intenda sempre un amore mistico.
(4) Cioè del cielo o del Paradiso.
(5) Il mondo presente con tutti i suoi sogni e le sue illusioni.
J<noinclude></noinclude>
mqraj8nw3fohwlivi186ah5tb7wf33k
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/451
108
1031919
3901402
2026-09-18T13:01:12Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901402
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 435 —|}}</noinclude>
ogni desiderio per gradire alla gente, da un desiderio
loeito incappa in un illecito:
L'uomo devoto e pio che s’appartava,
Non di Dio per amor, dall’altra gente,
Che mai veder potrà dentro quel suo
Nebbioso specchio, misero e indigente?
Uno scolaro senza buona volontà è un amante senza
lenaro; un viaggiatore senza esperienza è un uccello
ienz'ale; un sapiente che non mette in pratica il sapere,
è un albero senza frutti; un uom devoto senza scienza è
lina casa senza porta.
Secondo l’apparenza, la più gloriosa delle creature di
Dio è luomo, e il più vile degli animali è il cane (1).
Ma, per comune giudizio dei saggi, il cane, che conosce
il debito suo verso il padrone, è migliore d’assai d’un
tomo sconoseente e ingrato.
Di Omar Khayyam (2):
Da questa terra che per alcun tempo
Ci fu dimora, non avemmo noi
Che sventura e dolore.
Aimè! non fu disciolto un nodo solo! (3).
Andammo, e qui restàr tanti sospiri,
Tanti! del nostro cuore.
Poi che nessuno fa malleveria
Del giorno di domani, il core afflitto
Tu allieta in questo giorno.
Bevi del vino, o bella mia (4). La luna
Qui non ci troverà, dopo molt’anni
Quando farà ritorno.
(1) Il più grave insulto che possa farsi ad un musulmano, è quello
ili chiamarlo cane.
(2) Vedi il Registro dei nomi alla fine del volume.
(8) Cioè non abbiam'potuto comprendere alcun mistero dell’esistenza
del mondo.
(4) Alla lettera: 0 luna mia, con immagine frequentissima (quindi un
slnoco di parole nel testo) e non di nostro gusto, nei poeti persiani,<noinclude></noinclude>
pwgaygxk2eszigpqxnzs470y1pn5uot
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/452
108
1031920
3901403
2026-09-18T13:01:17Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901403
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 436 —|}}</noinclude>TAsprt
D’un anelito è distanza
Tra la fede e l’empietà;
D'un anelito è distanza
Tra incertezza e verità.
Lieto adunque passi questo
Dolce anelito di vita,
Poichè dura un solo anelito
Questa nostra corta vita!
Sul giorno di doman nulla tu puoi;
AI giorno di doman senza fastidio
Pensar non puoi nè sai.
Se vigil core hai tu, non perder questo
Momento breve (1), chè non t’ è ben noto
Quanto ancor tu vivrai.
Poichè non vanno le faccende nostre
Come vorremmo noi,
Pensando stiamo a ciò: l'intento nostro
A che diverrà poi?
E lungamente sospirosi e mesti
A seder qui restiamo
Dicendo: Troppo tardi siam venuti!
Troppo presto ne andiamo!
îCul
ÈdIdi:
ÈLoDI
Di tua felicità poi che la rosa
Oggi ti reca i frutti suoi, in mano
Perchè un bicchier non hai?
Bevi del vin, chè ingannator nemico
È il tempo, e giorno aver simìle a questo
Malagevole è assai.
Non ti pensar ch'io tema del destino,
Ch’io tema del morir, del dì che l’alma
Farà sua dipartita!
Poich’è morir necessità, di tanto
Non temo già, ma temo che non bene
Vissuto abbia la vita.
(1) Cioè godi nel breve tempo della vita,<noinclude></noinclude>
40fz5rur4jnv0y1kjk5yby1dxc5c7hg
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/453
108
1031921
3901405
2026-09-18T13:01:23Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901405
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 437 —|}}</noinclude>Io sempre in lite sono con me stesso.
Che far dunque potrei?
Dell’opre da me fatte io son dolente.
Che far dunque potrei?
Penso che tu, Signor, perdonerai
Per generosa voglia;
Ma per l’onta che tu ciò che ho fatt’io,
Vegga, che far dovrei?
Di Hafiz (1):
Uomo l’uomo si fa sol per scienza.
Un bruto egli è se scienza non ha.
Ignoranza è operar senza scienza,
L'ignoranza non tocca verità.
Se al par di me caduto sei nel laccio
Di questo basso mondo,
T'abbandona ai solazzi € il vin ti bevi
In calice profondo.
Arderò il mondo nell’ebbrezza € nella
Folle crapula mia.
Ma tu non star con mé, chè mala fama
Allor te ne verrìa (2).
Non trascurare, amico mio, d’un core
Il sospiro dolente,
Chè infocato sospiro in te potria
Vampa destar rovente (3).
Perchè pensar mon deggia che in tue case
Tutto agevol discorte,
Ve che la notte è tutta un pianto e all’alba
Un sospiro ricorre! (4).
(l) Vedi il Registro det nomi alla fine del volume,
(2) Cioè da parte dei bacchettoni, nemici della dottrina mistica pro(emnnta dal Poeta
(3) Il rimorso d’averne trascurato Valfetto.
(4) Ommnis natura ingemiscil! Tutti, al mondo, siamo infelici!<noinclude></noinclude>
idhgl7pv45dg1337x6r3zaeg65r7bar
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/454
108
1031922
3901406
2026-09-18T13:01:28Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901406
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 438 —|}}</noinclude>
E fino a quando in cor tanto dolore
Serberai per tua sorte?
Lascia, lascia del mondo ogni pensiero
E di ciò che tu v’hai!
Un’amica, del vin, di rose un cespo,
Fa che qualcun t’apporte
Ora che un gotto di giocondo vino
Anche gustar potrai!
Di Giami (1). — Giuneyd (2) soleva dire; Le parole
dei vecchi, nella scienza e nella conoscenza delle cose,
sono un esercito, anzi un esercito di Dio altissimo.
Abù Hashim il Sùfi (8) diceva: È più facile divel:
lere un monte con la punta di un ago che sradicare dal
cuor dell’uomo il difetto della superbia.
Sahl ibn Abdallàh (4) diceva: Con chi si leva al mate
tino e non pensa ad altro se non a ciò che in quel giorno
dovrà mangiare, tu non devi far comunella. Lavatene
le mani.
Miikeactete
Diceva un savio: Il particolare dell'amore è questo,
ch’esso è tutto un travaglio e un tormento. Chi è innamorato, sempre e sempre deve soffrire e patire. — Tacil
gli rispose un altro savio. Forse tu non hai mai provato
che sia far la pace dopo la guerra, e non hai mai goduto
della dolcezza del ritorno dopo la lontananza! Nel mondo,
nulla v'è di più leggiadro di due che si amano di puro j
amore, e nulla v'è di più uggioso di chi, per gravità che
ostenta, se ne mostra alieno e repugnante.
vintitt
(1) Vedi il Registro dei nomi alla fine del volume.
(2) Nativo di Bagdad, morto tra il 909 e il 9LL d. G. Fu celebre per
la sua pietà,
(8) Cioè il Mistico. Era di Kùfa; visse a Damasco dato alle opere di
pietà e morì nel 680 d. C,
(4) Era di Puster nel Korassan, Morì nell’897 d. e, Fu uomo d’insi» f
gue pietà.<noinclude></noinclude>
r7bcssvwxikkxqq08q3jaq9ygf6d8p0
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/455
108
1031923
3901407
2026-09-18T13:01:33Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901407
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 439 —|}}</noinclude>= age
Il re Frédàn (1) lasciò scritto ai suoi figli questo ammonimento: I giorni della vita sono come altrettante pasine della vita. Procurate adunque di non notare su queste
pagine altro che opere buone e azioni di beneficenza.
Tre filosofi, un greco, un indiano, un persiano, che
era Bàzurcimihr, si trovavano un giorno nella sala del re
Kisra. La conversazione cadde intorno a ciò che al mondo
v'ha \di più doloroso e grave. Il greco disse: Vecchiaia
con poca salute, con povertà e angustia. — L’indiano
disse: Malattia con molte cure fastidi. — Bàzurcimihr
disse: Imminenza della morte con assenza di opere buone.
_— Tutti convennero in ciò che Bùzurcimihr aveva detto.
Fu domandato @ Baàzurcimihr: Qual è il sovrano più
giusto? — Quello, rispose, per il quale i giusti possono
vivere sicuri e del quale gl’ingiusti tremano.
Un re domandò un consiglio ad un savio, e il savio
disse: Io ti farò una domanda, e tu rispondimi senza
finzione. Hai tu più caro l'oro o il tuo nemico? — IL oro!
rispose. E il savio: Allora, come va che tu dovrai lasciare in terra ciò che hai più caro, cioè l’oro, e che
quello che meno ami, cioè il nemico, dovrai averlo per
compagno nell'altra vita2 — Il re si mise a piangere, @
disse: M’hai dato un ottimo consiglio. Esso li comprende tutti!
I savi hanno detto: Come la terra va prosperando
per la giustizia, così essa va squallida e deserta per l’ingiustizia. La giustizia illumina intorno a sè per mille pavasanghe, e l’ingiustizia per mille parasanghe spande
intorno a sè le tenebre.
(1) Antico re dell'epopea persiana, detto Thraétnona nell’Aresta. Ved
il Libro dei Re di Pirdusi,<noinclude></noinclude>
781cj73cjm5ztzgeinw15hq1ovtuoqh
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/456
108
1031924
3901408
2026-09-18T13:01:38Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901408
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 440 —|}}</noinclude>SITO: —
c. Indiani.
Sentenze del Panciatantra (1):
Da ricchezze cresciute e accumulate o /
Da tutte parti vengon tutte cose,
Come dai monti l’acque derivate.
Si rende a chi non merita, onoranza; |
Chi n'è indegno, si cerca e si saluta;
ti" È
Questa delle ricchezze è la possanza.
Chi teme codardo, — qual donna leggera,
D'andarne, infingardo, — in terra straniera,
Cornacchia dispetta, — omuecio dappoco,
Antilope abbietta, — si muore al suo loco (2).
Rari son que’ buoni al mondo
Che somigliano alle nubi!
Esse van sublimi e lente
E ogni pena ed ogni arsurw
Via cancellan dalla gente.
——t_—4de=t7
ortioso, di scaglie coperto (3),
‘traditore, di trappole esperto,
Degli amici uccisor, fraudolente,
Di malìa vinto all’arte sovente (4),
È ogni principe ed ogni serpente.
L’erbucce debili
Che da ogni banda
In giù si piegano,
Non schianta il nembo mai dalle radici;
(1) Intorno a questo libro della letteratura sanserita, vedi il Registro
dei nomi alla fine del volume. Si noti però che non tutte le sentenze che
si leggono nel Punciatantra, sono dell'autore di esso che è il savio Vishnu=
sarman, ma son tolte ad altri libri sanscriti.
(2) Cioè nel paese nel quale è nato,
(3) Perchè il serpente ha le scaglie,
(4) Perchè i serpenti si lasciano incantare,
nare dagli adulatori e dai cortigiani.
surinario
nha-r___t
iodio
ranta
y——.Sor
e ilve ha le maglie della corazza.
e i re si lasciano ingan-<noinclude></noinclude>
otn0chx3gvpvbzniptt28q3las4wsn9
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/457
108
1031925
3901409
2026-09-18T13:01:44Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901409
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 441 —|}}</noinclude>Cie
Ma piante altissime
Piuttosto abbatte,
Chè guerra imprendere
Desìa chi è grande sol con gran nemici.
Non si dee da principio il nostro affetto
Porre in ciascun che ci dimostri amore.
Ma, posto allor che sia, di giorno in giorno
Mostrar gli si dovrà sempre favore.
Delle femmine e dei granchi,
Degli stolti e farabutti,
Dell’ortica e dell’azzurro (1)
Basta un tocco sol per tutti.
Il nascere è la prima
Nostra infelicità.
Ratto sovviene allora
La trista povertà.
Il pan quotidiano
Vien dalla servitù.
Oh! miseria, miseria,
Che cresce sempre più!
Per cosa morta o perduta 0 svanita,
Non mostrano dolore i sapienti.
Però si stima che in cotesto appunto
Dai saggi sian gli stolti differenti.
Per cose di quaggiù non si vuol piangere,
E chi ne piange veramente è stolido.
Ri da un malanno altro malanno pigliasi,
Egli a goder di due fastidi acconciasi.
Punir per qualche fallo un servitore
AI signor s’appartien, chè la vergogna
Non è del servo, ma del suo signore.
(1) La tinta, difficilissima a togliere, dell’indaco,<noinclude></noinclude>
9kb8p1jhje90zblec2zsbacd609cmhd
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/458
108
1031926
3901410
2026-09-18T13:01:49Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901410
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 442 —|}}</noinclude>Segre
Quale una casa che abitan serpenti,
Quale una selva ch'è di fiere ingombra,
Qual stagno ombrato di loti fiorenti,
Tutto infestato dagli alligatori,
Timide con terrore entran le genti,
Sì come in mar, la casa dei signori
Che piena è tutta d’uomini codardi,
Di vili d’ogni risma e di bugiardi.
Anche se un prence è un’arca di virtù
Ma scellerati consiglieri egli ha,
A lui le genti non ricorron più,
Come a un lago tranquillo non si va
Che ha dolci l’acque, ma nido si fea
D’alligatori di natura rea.
Disonesta è la donna schizzinosa;
È fredda l’acqua che del sal contiene;
Inganna l’uom di mente cavillosa;
È ciurmador chi bei discorsi tiene,
Prence pietoso,
Che non fa niente,
Prete goloso,
Idiota gente
Sozio riottoso,
Che mai non sa
Servo accidioso,
Chefaononfa,
Donna impudente,
Tu fuggirai
Sopraintendente
Fin che potrai.
L’umor dei prenci è molto variabile
Come l’umor delle sgualdrine pubbliche
Che ora dicono il vero, or falso parlano,
Ora son aspre, or dolce ti favellano,
Or son pietose, or sono inesorabili,
Or sono avare ed or spendono e spandono,
Ora son larghe, or gran denari ammucchiano.
Vedon gli augelli a cento miglia I’esca,
Non vedon già, per voler del destino,
Il laccio che a quell’esca è posto accanto.<noinclude></noinclude>
3lrlliohkov2aamyehg9z013xm6k973
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/459
108
1031927
3901411
2026-09-18T13:01:54Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901411
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 443 —|}}</noinclude>
Crede lecito l’illecito, Che mangiar non è COncesso,
Accessibil l’inaccesso,
Delle donne al cicalar
Quello erede sia mangiabile Chi si lascia abbindolar.
Se son ricchi quei che in casa
Seppellito hanno un tesor,
Perchè mai ricchi non siamo
Anche noi di quel tesor?
Quel re, di cui la terra unqua bagnata
Non fu da stille di nemico sangue,
Non di pianto di donne di nemici,
Qual gloria in vita sua s'è procacciata?
Alle parole molte — e varie dei birbanti,
D’ospite alle parole, — delle femmine ai pianti,
Di servitor novello — agli atti, alle preghiere,
Non si può fare a meno — quaggiù di soggiacere.
Quando il fuoco sarà freddo
E la luna tutta ardente,
Quando onesta ed esemplare
Fia la trista e mala gente,
Allor chiara si vedrà
Delle donne l’onestà.
Del pantan, delle donne e degli stolidi,
Del canchero, dell’indaco, dei pesci,
Degli ubbriachi, è tutto un solo prendere (1).
Perch’io che mi stancai,
Possa goder di questa
Che tu morendo avrai,
Dolce felicità!
Amico mio, ti leva
Solo per un istante
E questo mio solleva
Peso di povertà,
(1) Cioè, quando hanno atterrato, non lasciamo più andare.<noinclude></noinclude>
lnqsee3d6nc0gv0gak1xmbcblhgn9ht
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/460
108
1031928
3901412
2026-09-18T13:01:59Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901412
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 444 —|}}</noinclude>AAA
Così sopra l’avello
Di povertà la morte,
D'un tale ch'era morto,
A dirgli s’affrettò,
Pregava un poverello;
E in fondo al suo sepolero
Ma l’altro, È assai migliore Tranquillo si restò (1).
Sentenze di Bhartrihari (2).
Quei che son vuoti d’ogni conoscenza
È nulla verso gli altri han carità,
Non merito d’antica penitenza,
Non virtù, non carattere o pietà,
Nulla di filosofica scienza,
D’uomini con l'aspetto, e in verità
Simili a bruti, aggiransi pel mondo
Mortale, a questa terra inutil pondo.
Meglio l’andar per inaccessi monti
Di selvaggi romiti in compagnia,
Che del Re dei celesti (3) entro i palagi
De’ stolti seco aver la rea genia!
Vada all’Inferno altezza di natali,
Scenda più in giù d’ogni virtù la schiera,
Caschi come da un monte indole eletta,
Entro una fiamma nobiltà si strugga
E al nemico valore (4) incolga presto
Un fulmine dal ciel! Solo rimanga
Il denaro per noi, chè, senza quello,
Tutte queste virtù valgon un fico (5).
(1) Si noti la differenza tra queste sentenze indiane e le persiane e
le arabe. Quelle sembrano considerare un mondo ideale; queste pensano
al mondo quale è pur troppo!
(2) Vedi il Registro dei nomi alla fine del volume.
(3) Il Dio Indra, re e signore degli Dei secondo gl'Imdiani.
(4) Perchè il valore è talvolta ostacolo all'accumular denari (così il
commento indiano).
(5) Alla lettera: un filo di paglia. È una strofa posta in bocca a chi,
avido di denari, sprezza e non cura ogni altra cosa.<noinclude></noinclude>
1kuumdcsoobo54ecfs94wdf1t0g8e1k
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/461
108
1031929
3901413
2026-09-18T13:02:05Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901413
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 445 —|}}</noinclude>I
Quei che ha ricchezze, è un uom d’alta prosapia,
Uom di criterio, in favellar maestro,
Savio, conoscitor d’ogni dottrina,
Esempio agli altri. On! veramente all’oro
S'attacca ogni virtù più peregrina!
O goduto, 0 donato, o perduto;
Tre i sentier per cui l’oro sen Va.
Oh! davvero che il terzo è battuto
Perchid’essoonongodeonondà!
Bugiarda e veritiera, aspra ed affabile,
Or crudele, or pietosa, ora avarissima,
Or generosa e parca nello spendere,
Liberale anco e nell’arte d’estorcere
Denari destra, è dei re la politica,
Come sgualdrina sempre variabile.
Come il loto è pieghevol la mente
De’ magnanimi ai giorni felici;
Ma, qual rupe d’un monte nel cozzo,
È incrollabil nei giorni infelici.
Piegan, de’ frutti al maturar, le piante;
Radono il suol le nuvole piovose (1);
Umil nella ricchezza è l’uom prestante.
Natura è tal dell’alme generose! (2).
Non per fulgide orecchine,
Ma per sante discipline
Si fa bello orecchio umano.
Non per aurei praccialetti,
Ma per doni ai poveretti
Ha splendor la nostra mano.
(1) E perciò benefiche, recando la pioggia tanto utile all'agricoltura.
(2) Cioè si chinano e umiliano al soccorso altrui.<noinclude></noinclude>
3nrtswffi2drfppy9dg6u3e0imn4wnq
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/462
108
1031930
3901414
2026-09-18T13:02:10Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901414
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 446 —|}}</noinclude>
Non per sandalo odoroso
Ma per atto generoso
Verso il misero plorante
bi fa il corpo più elegante.
Qual è cosa desiabile?
L’accontarsi co’ prestanti. —
Qual è cosa'infelicissima?
L'abitar con gl’ignoranti. —
Qual è cosa miserabile?
La perduta occasione. —
Qual è cosa perfettissima?
AI dover devozione. —
Qual è l’uom più forte e intrepido?
Quel che doma i sensi suoi. —
Qual la donna ch’è più amabile?
La più fida a’ voti suoi (1) —
Quale è mai riechezza stabile?
Posseder molta scienza. —
Qual è cosa felicissima?
Non dover far dipartenza (2) —
Echeèilregno?—Fruttoegliè
Del comando che alcun diè (3).
A gran stento i motteggi de’ protervi,
Pur di farmeli amici, io tollerai.
Con alma abbandonata io risi ancora
E le lagrime interne divorai.
A forza raffermando la mia mente
Agl’insensati”ancora m’inchinai.
Speme che invano m’induci a sperare,
Per te in qual modo ancor dovrò danzare?
(1) Che osserva i voti suoi verso il marito.
(2) Dalla patria, ovvero dai parenti o dalla donna amata.
(3) Cioè il regnare è vero regnare quando chi regna è lealmente obbedito dai sudditi. Se si ribellassero, in che consisterebbe il regno?<noinclude></noinclude>
kyrd3n6f5ukmkggwa0xg0y68pvauarn
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/463
108
1031931
3901415
2026-09-18T13:02:15Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901415
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 447 —|}}</noinclude>
Con l’andare e il venir di questo sole,
Di giorno in giorno se ne va la vita.
Pel grave peso degli affari molti,
La perdita del tempo è inavvertita.
Nascite nel veder, vecchiaia e morti,
Da niun nulla temenza è concepita.
Così al licor bevendo dell’inganno,
Dell’uom la mente rimane stordita.
È solcato di rughe il volto mio,
Segnato il capo di bianchi capelli,
Le membra tutte diventano imbelli,
Solo incolume resta in me il desìo.
Quale una tigre, cagion di spavento,
Stassi agli agguati la vecchiaia. I morbi
Infestan quai nemici la persona.
Sen va l’età come scorre da fessa
Anfora l’acqua. E l’uomo, oh meraviglia!
Ancora ancor di male oprar s°attenta.
d. Ebrei (1)
Dalle sentenze dei Capitoli dei Padri (2):
Diceva Hillel (3): Di chi va dietro alla fama, la
fama si perde. Chi non aggiunge dottrina a dottrina, si
esaurisce. Chi non vuole imparare, merita d’essere messo a
morte. Chi vuol servirsi della legge a suo profitto, finisce
male. — E aggiungeva: Se io non sono per me, chi è per
me? E quand’io sono per me, che valgo io? E se non
adesso, quando?
(1) La Bibbia, come è noto, è ricchissima di sentenze e di proverbi.
Ma non da essa abbiam scelto le sentenze e i proverbi notati sotto
questo paragrafo. Vedi, perciò, la Prefazione.
(2) Vedi il Registro dei nomi alla fine del volume.
(3) Celebre dottore ebreo del II secolo a. e., nativo di Babilonia.<noinclude></noinclude>
e3vwvg2vtsoul8eyu7249jlxrxc7tzk
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/464
108
1031932
3901416
2026-09-18T13:02:21Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901416
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 448 —|}}</noinclude>
Simeone figlio di Gamaliele (1) diceva: Io son ereSeiuto di giorno in giorno nella compagnia dei savi, e
non ho rinvenuto bene maggiore per me del silenzio.
Nè lo studio è un vero capitale, se non si mette in pratica. Chi poi abbonda in parole, mena con sè errori.
Rabban Gamaliele (2) diceva: Tenetevi circospetti
verso il Governo, perchè i governanti non si accostano
nessuna persona se non per il loro proprio utile. Sembrano
amici nel momento della buona fortuna, ma non si curano
di nessuno quand’esso è alla distretta.
Diceva inoltre: Tu farai il volere del Governo come
fosse il voler tuo, perchè esso poi faccia il voler tuo
come fosse il suo. Annulla il voler tuo dinanzi al voler
suo, acciocchè esso annulli il volere degli altri dinanzi
al tuo.
Diceva Hillel: L’ignorante non teme il peccato, nè
l’uom volgare è pio. Il timido non impara mai, e l’iracondo non insegna nulla, nè diventa saggio chi guadagna
trafficando. In luogo dove non sono uomini, procaccia tu
di essere un uomo,
Diceva Rabbi Tarfòn (3): Il giorno è breve, il lavoro
è grande, ma i lavoranti sono pigri, sebbene la mercede
sia grande e il padron di casa (4) solleciti.
Diceva Ben Azzài: Accogli un precetto lieve (5) e
fuggi dal peccato, perchè ogni precetto trae con sè un
(1) Cioè di Gamaliele I detto il soniore e anche Rabban, cioè il nostro
Maestro, ricordato anche negli Attì degli Apostoli (cap. V. 84-89). Simeone
fu uomo di gran senno e sapienza.
(2) Gamaliele III figlio di Iehuda il santo, che iniziò la grande opera
del Talmùd (sec. III. d. C.).
(8) Dottore ebreo del primo secolo o del secondo d. C,
(4) Cioè Iddio.
(5) Cioè intraprendendo la tua istruzione ed educaziones<noinclude></noinclude>
pg16dmsnmu7wwufgvcbetytb9tw9j29
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/465
108
1031933
3901417
2026-09-18T13:02:26Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901417
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 449 —|}}</noinclude>
altro precetto, e un peccato ne trae un altro con sè.
Mercede d’un precetto è, perciò, un altro precetto, e
mercede d’un peccato è un altro peccato.
Diceva anche: Tu non devi disprezzare nessuno e
non devi contrastare a nulla, perchè non e'è uomo al
mondo di cui non venga l’ora, e non c'è cosa al mondo
che non trovi il posto suo (1).
Rabbi Ismaele (2) diceva: Chi si astiene dal giudisare, libera sè stesso da odio d’altrui, e si esime da
giuramenti falsi. Chi s’insuperbisce per dar sentenze, é
stolido, empio, gontio di vento.
Rabbi Eleazar figlio di Shammoùa diceva: L'onore
dlel tuo discepolo ti sia caro come il tuo, e l’onore del
tuo compagno sia pari al rispetto per il tuo maestro, e
il rispetto per il tuo maestro sia pari al timor di Dio.
Rabbi Iannài diceva: Non è in poter nostro il sapere
la ragione perchè gli empi vivano tranquilli, e nemmeno
per qual ragione i giusti siano tribolati.
Diceva Rabbi Mathya ben Harash: Tu devi essere
il primo a domandar pace. Ma non devi essere nè alla
coda dei leoni nè a capo delle volpi.
Rabbi Iacob diceva: Questo mondo è come un vestibolo che precede il mondo avvenire. Accònciati bene
in questo vestibolo per essere poi ammesso a palazzo.
Diceva Eliseo ben Abùia (3): Chi impara la legge da
fanciullo, a cosa mai somiglia? Somiglia il suo imparare
(1) Cioè possano essere utili e venire all'uopo.
(2) Celebre dottore talmudico, figlio d'un altro dottore, Iosè, del
primo secolo o del secondo d. O.
(8) Dottore ebreo, che, datosi agli studî cabalistici, divenne empio
ed eretico,
Italo Pizzi - Fiori d'Oriente
29<noinclude></noinclude>
b5po1w1e1i3bngolegvas9otrn7h17t
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/466
108
1031934
3901418
2026-09-18T13:02:31Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901418
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 450 —|}}</noinclude>SOA —
ad inchiostro scritto su di un foglio nuovo. E chi la impara da vecchio, a che mai somiglia?Quel suo imparare
somiglia ad inchiostro seritto su foglio consunto.
Diceva un dottore: Non badare al vasello, ma a ciò
ch’esso contiene. Vi son vaselli nuovi che contengono
vino vecchio, e dei vecchi che non contengono nulla,
nemmeno il nuovo.
Sette cose si trovano nello stolido e altrettante nel
sapiente. Il sapiente non parla mai di chi è maggiore di
lui in sapere e in novero d’anni. Non entra nei discorsi
de’ suoi compagni. Non è precipitoso nel rispondere. Domanda e risponde; ascolta e impara. Interroga a propoSito e risponde secondo ragione. Dice al primo primo,
all'ultimo ultimo. Intorno a ciò che non ha udito, dice:
Non ho inteso cotesto, — e fa onore alla verità, L’opposto
di tutto ciò, nello stolido.
Capita nel mondo la peste quando si strazia la giustizia, quando si contorce la giustizia, quando si danno
sentenze contro ragione pur volendo appoggiarle alla
legge (1).
Quattro modi di comportarsi degli uomini al mondo!
Chidice:Ilmioètuoeiltuoèmio,— èunidiota.
Chidice:Ilmio èmioeiltuoètuo,— èunuom.
mediocre. Chi dice:Il mio è tuo e iltuo è tuo, — èun
pio.Chidice:Iltuoèmioeilmioèmio,— èun
furfante.
In quattro modi stanno gli uditori davanti ai sapienti:
al modo della spugna, della sabbia, del filtro, del buratto.
La spugna assorbe tutto. La sabbia riceve da una parte
(1) Se fosse veramente vera questa sentenza del vecchio dottore
ebreo, ai nostri giorni il mondo sarebbe tutto appestato.<noinclude></noinclude>
tifqalyy6m2ng5g3k0ijime5b3wnp03
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/467
108
1031935
3901419
2026-09-18T13:02:36Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901419
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 451 —|}}</noinclude>
e manda fuori dall’altra. Il filtro manda fuori il vino e
ritiene la feccia. Il buratto toglie via la farina mista e
ritiene il fiore.
2. Motti arguti e facezie.
Astrologo ingannato dalla sua scienza. — Un giorno
fu mandato alla forca un astrologo. Là, sul luogo del supplizio, gli fu domandato: Tra i pianeti del tuo ascendente,
non hai tu veduto questa figura? — Ho veduto, rispose
l’astrologo, una grande altezza, ma non seppi che doveva
essere a questo posto!
(dal persiano di Al Saf).
Quanti sono i matti? — Fu domandato ad un matto:
Quanti sono i matti? — Rispose: Troppo lungo il contarli! Conterò piuttosto i savi (1).
(dall’arabo di Al-Mustasimi.)
Di chi è la bruttezza? — Un tale disse a Loqmàn (2):
Quanto sei brutto! — E Loqmàn: Rinfacci tu cotesto
alla pittura o al pittore?
(dall'arabo di Al-Sharîshi).
A chi sì deve guardare. — Sant'Efrem diacono (83),
andando un giorno a Edessa di Mesopotamia, vide certe
donne al passo del fiume che lavavano panni, quand’eeeo
una di esse levar gli occhi su di lui e guardarlo e 0sservarlo senza arrossire. Ciò gli dispiacque. Non hai tu
vergogna, o donna? le disse. Guarda piuttosto a terra!
— E la donna: Tu piuttosto, o uomo, devi guardare @
terra perchè da principio sei stato preso dalla terra!
Non è cosa strana che io guardi a te, se da principio da
te appunto io sono stata presa!
(dal siriaco della vita anonima di Sant Efrem).
(1) Ciò si diceva per ischerno degli abitanti della città di Edessa
in Siria.
(2) Vedi il n. 19 del libro V.
(3) Celebre scrittore siro, il maggior posta della letteratura siriaca,
autore d’inni religiosi bellissimi, Morì nel 373 d. C.<noinclude></noinclude>
rao6msk6ocf45u1uocllsu1gw6crfnc
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/468
108
1031936
3901420
2026-09-18T13:02:42Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901420
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 452 —|}}</noinclude>Poeta principiante. — Si dice che Al-Harîri (1) fosse
brutto d’aspetto e mal fatto. Un suo giovane famiglio stava,
un giorno, tutto solo in casa e imparava a compor versi.
La sua prima composizione poetica fu un mezzo distico
che diceva:
Volto di scimia il volto d’Al-Harîri.
Al-Harîri udì e finì il distico dicendo:
Ma di lui bisognoso il destin femmi!
Il ragazzo si vergognò e tacque. Trovandosi poi insieme al Califfo, Al-Harîri gli raccontò il fatto. Il Califfo
gli domandò: E perchè non hai aspettato che finisse il
suo componimento? — Veduto che incominciava col paragonarmi ad un scimia, rispose, temetti che finisse col
paragonarmi ad un cane (2). E però gli ho finito io il distico.
(dall’arabo di Al-Navdgi).
giovane libertino che teneva in casa non bella compagnia,
sebbene fosse uno dei più ragguardevoli personaggi della
tribù di Qoreysh (3). Non se ne ricorda però il nome.
Fu mossa lagnanza contro di lui al governatore della
Testimonianza di asini. — Fu già alla Mecca un
città, il quale lo confinò all’Arafàt (4). Egli v’andò e vi
prese casa, ma poi, di nascosto, ritornò alla Mecca dove
S'incontrò ne’ suoi camerati ai quali disse: Perchè mai
vi siete allontanati da me? — Come venir da te?. ri|
sposero. Tu stai all’Arafàt! — Ed egli: Un asinello e
due dirlhem, e voi potete venir da me in tutta sicurezza.
Là sarem soli e liberi, ci divertiremo e ci daremo buon
tempo. — Tu hai ragione! risposero.
(1) Ilustre scrittore arabo, nativo di Bassori, autore delle celebri
Maqame o Sedute, in cui volle e seppe dispiegare la meravigliosa ricchezza,
varietà e flessibilità della lingua araba. Mori nel 1122 d, e. (Letteratura >
araba, cap. VIII. $ 4).
(2) Che è il maggiore insulto per un musulmano.
(3) Antica tribù araba già preposta alla custodia del santuario naì
zionale della Mecca. Si diceva di questa tribù anche Maometto,
(4) È un monte non molto distante dalla Mecca,<noinclude></noinclude>
jxz1ym60n8tn53u0kl11r5osbrodag7
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/469
108
1031937
3901421
2026-09-18T13:02:47Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901421
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 453 —|}}</noinclude>
Così tornarono da lui, e la faccenda crebbe presto a
tal punto che molti giovani della Mecca e anche dei loro
famigli ne rimasero guasti e corrotti. Furon rinnovate le
lagnanze presso il governatore, il quale mandò a chiamare
il giovane. Come fu da lui, gli disse: O nemico di Dio!
Io t'ho scacciato dal santuario di Dio (1), e tu vai lA
dal Monumento sacro (2) per farvi de’ tuoi disordini e
Starvi in mezzo ai bagordi?— Che Iddio aiuti il governatore! rispose il giovane. Costoro (e indicava quei
della Mecca) mentiscono solennemente sul conto mio.
Essi sono invidiosi di me. — Ma quei della Mecca, voltisi al governatore, gli dissero: Tra noi e lui basterà
una sola prova. Tu, o signore, fa di raccoglier gli asini
di chi li dà a nolo, e ponili tutti nella direzione dell’Arafàt. Se essi non vanno dritti dritti alla casa di
costui perchè vi si sono avvezzati andandovi co? suoi
scapestrati e co’ suoi giovinastri, è vero ciò ch'egli ora
ha detto.
Questo è anche troppo chiaro! disse il governatore,
E d’un subito ordinò che si raccogliessero gli asini e poi
fossero lasciati andare, Essi corsero tutti là dall’abitazione
del giovane. Gente di fiducia, mandata apposta dal governatore, venne da lui e gli riferì il fatto. Oh! gridò
egli, non c'è bisogno dopo ciò d’altra prova! Spogliate
costui e dategli le sferzate.
Quando il giovane vide il manigoldo con la sferza
in mano, gridò: Che Iddio aiuti il governatore! Non
c'è bisogno di sferzarmi! — C'è bisogno, rispose il
governatore, o nemico di Dio! — Allora, piechia pure!
disse il giovane, ma ciò non sarà più doloroso delle riSate di quelli dell’Iràqa i quali diranno che quei della
Mecca ammettono a far testimonianza gli asini, essi che
ci rimproverano perchè ci appaghiamo della testimonianza
d’un solo e concediamo in giudizio il giuramento a chiunque
(1) La Mecca col celebre santuario della Kaaba.
(2) E un luogo dello stesso monte Arafàt, così designato dal Corano
(LI. 194), in cui Maometto si ritirò un giorno per pregare.<noinclude></noinclude>
rdf39p4ng40h33i1bcfzaruz4w4gg9e
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/470
108
1031938
3901422
2026-09-18T13:02:52Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901422
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 454 —|}}</noinclude>SIe
lo domanda! (1) -- Oggi non avrai le sferzate! gridò il
governatore scoppiando in una gran risata, e comandò
di lasciarlo libero, nè d’allora in poi lo disturbò mai più.
(dall’arabo di Al-Masùdi DE
Sonno utile. — Un principe malvagio e ingiusto domandò, un giorno, ad un religioso: Qual è la più bella
delle opere di pietà? — Da parte tua, rispose, è quando
tu dormi fino a mezzogiorno, perchè, quando dormi così,
almeno per un istante non fai alcun male alla gente.
(dal persiano di Saadi).
Ricordarsi del sovrano. — Un re domandò ad un religioso: Ti ricordi tu mai di me? — Di certo! rispose.
Tutte le volte che mi dimentico di Dio.
(dello stesso).
Da chi s'impara Veducazione. — Un giorno fu domandato a Loqman: Da chi hai imparato l'educazione? —
Rispose: Dagl' ineducati. Ho sempre evitato di fare ciò
che in essi non mi pareva bello.
(dello stesso).
Come s'hanno da trattare i calunniatori. — Io mi
querelai un giorno, presso il giudice, d’un tale che aveva
testimoniato in male contro di me. È tu, mi disse il
giudice, fa di svergognarlo col fargli del bene.
(dello stesso).
Generosità verso i peccatori. — Un giovane giaceva,
ubbriaco e privo di conoscenza, a capo d’una via. Passò
di la una persona devota e lo guardò con disprezzo. Il
giovane levò il capo e disse: Quando passano presso
cosa spregevole, vi passano da generosi! (2).
(dello stesso)
(1) Quelli della Iràqa (Mesopotamia) coglievano ogni occasione per
farsi beffa di quei della Mecca e in generale d’Arabia perchè più semplici
e rozzi e fedeli all'antico costume arabo. Quelli poi della Mecca si davano
l’aria di Puritani in fatto di costumi come si vede dal racconto stesso di
questo fatto che è del tempo del Califfo Al-Mustansir (861-862 d. SC).
(2) Cioò gli uomini veramente pii e generosi. Passo in arabo del
Corano, XXV, 72.<noinclude></noinclude>
0tn1xa8nix0mm8yo6hbsk48vjjod1ac
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/471
108
1031939
3901423
2026-09-18T13:03:02Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901423
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 455 —|}}</noinclude>
Abolizione della mendicità. — Un mendieo del Marocco,
nel mercato d’Aleppo, andava gridando: Se voi, 0 Si
gnori, foste più giusti, e noi fossimo più facili da contentare, la mendicità sparirebbe dal mondo!
(dello stesso).
Fatalità. — Un mendico che aveva tronchi i piedi e
le mani, ammazzò una scolopendra. Un savio che passava di la, disse: Lode a Dio! con mille piedi che aveva,
quando fu giunto il suo destino, essa non ha potuto
sfuggire a chi non ha nè piedi nè mani!
(dello stesso).
Copron de’ manti lor li palafreni. — Ho veduto, un
giorno, un ignorante grasso grasso, tutto ravyolto in una
cappa preziosa, con sotto un bel cavallo arabo, con un
drappo di seta egiziana intorno al capo. Un tale mi
disse: Che pensi, o Saadi, di questi fini drappi di seta
gittati intorno a questa bestia ignorante? — È una brutta
linea, io risposi, tracciata con acqua d’oro.
(dello stesso).
Cieco che cammina con la lampada. — Un cieco andava per una via, di notte oscura, con una lampada in
mano e una brocca sulla spalla. Un brav'uomo gli si
accostò e gli disse: O sciocco, giorno e notte per te sono
uguali, e tenebre e luce del pari. Che ti fa cotesta tua
lampada? — Il cieco sorrise e disse: Questa lampada non
è per me, ma per tutti gli stupidi, ciechi di mente come
te, acciocchè non urtino in me e non mi rompano la brocca.
(dal persiano di Giami).
I ritratto del Diavolo. — Al-Giàhiz (1) raccontava:
To non mi son mai tanto vergognato quanto in quel
giorno in cui certa donnieciuola venne a prendermi e mi
menò nella bottega di un fonditore di bronzo. Tutto confuso
(1) Era bruttissimo. Vedi il n. 17 del II libro.<noinclude></noinclude>
d0kuxtmsuggsng95o503f4cwwu2rqs8
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/472
108
1031940
3901424
2026-09-18T13:03:07Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901424
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 456 —|}}</noinclude>
e stordito, domandai al maestro cosa volesse dir tutto
ciò. Rd egli: Costei m’aveva commesso di farle il ritratto
del Diavolo, e perchè io le ho detto che non sapeva come
trovarne il modello, è venuta qui da me con te.
(dello stesso).
Bisogno di pane. — Un accattone domandava l’elemosina alla porta di una casa. Il padrone, di dentro, gli
gridò: Ti prego di scusarmi, ma i servitori son tutti
fuori. — Rispose l’accattone: Io cerco un tozzo di pane,
non di far conversazione coi servitori.
(dello stesso).
Previdenza stupida. — Un maestro di scuola aveva un
figlio ammalato che stava per morire. Chiamate il becchino che lo lavi, disse il maestro. Ma non è ancor morto!
gli fu detto, e il maestro: Non pensate! Quando sarà
lavato, morrà quando vorrà.
(dello stesso).
. Tale il padre, tale il figlio. — AL figlio d’un maestro
di scuola fu detto un giorno: Che disgrazia esser. così
bestia! — E il ragazzo: Se non fossi bestia, non sarei
figlio di mio padre |!
(dello stesso). Esempio di calcolo sublime. — Ad un maestro di
scuola fu domandato: Chi di voi è maggior d'età, tu o
tuo fratello? — Io son maggiore d'età, rispose, ma
quando saranno passati alcuni pochi anni, mio fratello
mi avrà raggiunto.
(dello stesso).
Gobbo che vorrebbe vendicarsi. — Fu domandato ad
un gobbo: Preferiresti che Iddio altissimo ti raddrizzasse
la schiena come l'hanno gli altri, ovvero che la incurvasse
loro come la tua? — Vorrei, rispose il gobbo, che li rendesse tutti gobbi perchè io potessi poi guardarli con
quegli occhi con cui essi hanno sempre guardato me,
(dello stesso).
:<noinclude></noinclude>
3idben87i0q2olv226kzsnxxr6oirpk
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/473
108
1031941
3901425
2026-09-18T13:03:12Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901425
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 457 —|}}</noinclude>
Omogeneità. — Un savio, avendo vedutoun ignorante
seduto su di una pietra, disse: Macigno su macigno!
(dall'arabo di Al-Abshîhi).
Fatica inutile. — Un tale, vedendo un filosofo che
si affaccendava nell’ammaestrare un vecchio, disse: Che
fai tu?.— Ed egli: Sto lavando il capo di un Etiope
per vedere se diventa bianco.
(dall’arabo di Al-Mustasimi).
Effetto d’imbandigione scarsa. — Fu detto ad un
avaro: Ogni persona di riguardo ha un segno convenuto,
dopo il quale quelli che sono in casa di essa persona, se
ne vanno. E tu qual segno hai tu? — Rispose: Quando
io dico: « Ragazzo, porta da cena! » tutti se ne vanno.
(dall’arabo di Al-Navdgi).
Ospitalità arcigna. — Passò una volta Ibn Hamama
là da Ibn Harma (1), che stava seduto sullo spianato
davanti alla sua casa, e gli disse: Salute a tutti voi! —
E Ibn Harma: Poichè l’hai detto, non si ricusa. — E
l’altro: Son venuto via dalla mia famiglia, e non ho
nessuna provvigione con me. E Ibn Harma: Io non ho
fatto promessa alla tua. famiglia di darti ospitalità. —
Mi concederesti di mettermi all’ombra della tua casa?
— C'è qui la montagna che ti farà ombra. — Ma io sono
Ibn Hamama! — Valtro: Sii tu figlio di qualunque
uccello più vuoi, ma vattene! (2).
(dall'arabo di Al-Volyabi).
La lode bisogna meritarsela. — Dissero un giorno i
Benî Temîm a Selàma ibn Gendel (3): Tu dovresti, in
qualche tua poesia, far le nostre lodi. — Rispose: Fate
qualehe cosa bella, e io la dirò.
(dall’arabo di Ibn Abdirabbihi).
o (I) Ibn Hamama era un poeta arabo girovago che viveva dell’arte
sua di poeta, Ibn Harma era di Medina, poeta egli pure. Morì nel 780 d, O.
(2) Ibn Hamama significa in arabo Figlio di una colomba. Da ciò iltrizzo.
(3) I Benî Temîm, antica tribù araba, a cui apparteneva questo loro
poeta Selàma. Morì costui nel 520 d. C.<noinclude></noinclude>
sdateiorolea6t8pz7292i2ws2nsmoc
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/474
108
1031942
3901426
2026-09-18T13:03:17Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901426
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 458 —|}}</noinclude>
Consolazione reciproca. — Vasîf il turco (1), governatore della Siria, quando gl’incolse una grave disgrazia,
ebbe la visita, un giorno, di Muhammed ibn Abd alMelik, il quale, venuto da lui a cavallo, lo consolò con
molti esempi e similitudini e comparazioni. Ma poi, anche
a Muhammed toccò una grave sventura, e allora Vasîf
corse, montato a cavallo, per visitarlo, e gli disse: 0
Muhammed, io sono un povero ignorante e non saprei
che dirti. Pensa però a quelle cose con cui tu m'hai
consolato in quel tal giorno, e consolatene ora. — La
gente lodò molto questo discorso.
(dall’arabo di Anonimo).
Ciascuno loda le cose proprie e biasima le altrui. —
Si racconta che Al-Haggiàg” aveva comperato due giovinetti schiavi, un nero e un bianco. Un giorno, disse loro:
Ciascuno di voi due faccia la lode di sè stesso e la eritica dell’altro. — Il nero disse:
Non vedi che al muschio — v’è nulla di simile?
Che bianche le rape — a un soldo si vendono?
Che il nero dell’occhio — è quello che luccica?
Che il bianco dell'occhio — è un nulla? Tu intendilo!
I il bianco disse:
Non sai che alla luna — v'è nulla di simile?
Che neri i carboni — a un soldo si vendono?
Che l’uom del Signore — è nitido, è candido?
Che il nero all’Inferno -— è addetto? e ne dubiti?
Al-Haggiag' ne rise e regalò i giovanetti.
(dall’arabo delle Mille e una notte).
La coda del mondo. — Si racconta che Harîn al
Rashîd, essendoglisi presentato, un giorno, un personag:
gio del Marocco, gli disse: Dicono certuni che il mondo
ha l’immagine d’un grande uccello e che la coda ne sia
il Marocco. — E il Marocchino: Hanno detto il vero, 0
(1) Uomo assai ragguardevole a’ suoi tempi. Servì gli Abbassidi, Morì
in una sedizione. di soldati nell’868 d. 0.<noinclude></noinclude>
i67dlf1ij0bmmj0yolahtpxc06tp274
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/475
108
1031943
3901427
2026-09-18T13:03:23Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901427
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 459 —|}}</noinclude>io9
Principe dei credenti. Il mondo, infatti, è un pavone. —
ALRashîd ne rise e ammirò la pronta risposta e il modo
con cui quel personaggio aveva vendicato il suo paese.
(dall’arabo di Al-Maggari).
Lamentele inutili. — Un giorno, Shagîq della città
di Balkh (1) aveva fatto l’acquisto d’un popone per sua
moglie. Costei lo trovò senza sapore, e se ne mostrò
tutta crucciosa. Shagîq allora le disse: Con chi t'adiri?
Con chi l’ha venduto o con chi i'ha comprato? Con chi
l’ha seminato o con chi l’ha creato? Ora, quanto a chi
l’ha venduto, per quel ch’era da lui, esso sarebbe stato
la più gustosa cosa che si sarebbe potuto desiderare,
Quanto al compratore, per quel ch'era da lui, egli avrebbe
comprato il miglior popone che avesse potuto. Quanto achi
l’ha seminato, per quel ch'era da lui, l'avrebbe fatto
crescere il più bello di tutti e il migliore. Non ti rimane che di adirarti con chi l’ha ereato. Ma tu devi
aver timore di Dio e accomodarti al suo volere,
(dall’arabo di Al-Qolyabi).
Effetto dell’età. — Omar ibn ‘al-Khattàb scrisse un
giorno ad Amr ibn Madi-Karb (2) di mandargli la sua
Spada, quella detta « la ben temprata >». Amr gliela
mandò. Quando Omar si provò a dar colpi con essa, trovò
che non gli serviva tanto bene quanto prima. Ne serisse
perciò ad Amr, il quale gli rispose: Ho mandato al Principe dei credenti la sua spada, ma non ho potuto mandargli quel braccio con cui egli una volta colpiva!
(dall'arabo di Al-Sharèshi).
Va e vieni di viaggiatori. — Un matto tornava da un
cimitero. Gli fu domandato: Donde vieni? — Rispose:
Da quella carovana che è là d’alloggio. — Gli fu domandato: Che hai detto a quella gente? — Ho detto: « Quando
(1) Abà Alì Shagîq ibn Ibràhîm, di Balkh nel Khorassan, fu mercante dapprima e poi nomo di religione e di pietà. Morì nell’809 d. 0.
| (2) Antico e prode cavaliere oriundo del Vemen.<noinclude></noinclude>
is73p04mxxuyeb89vga4rwvvz5ml9s1
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/476
108
1031944
3901428
2026-09-18T13:03:28Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901428
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 460 —|}}</noinclude>
sarete di partenza? ». Ed essi m’hanno risposto: « Nel
momento che arriverete voi ».
(dall’arabo di Behd ad-dim).
Pittore che si fa medico. — AI tempo di Diogene il
sapiente, un tale, che era pittore, lasciò la pittura e si
fece medico. Diogene allora gli disse: Hai fatto benissimo! Avendo veduto che gli errori in pittura sono visibili all’oechio, e che gli errori in medicina vanno celati
nella sepoltura, hai lasciato la pittura per darti alla
medicina.
(dello stesso).
Utilità della poesia. — Aveva ordinato l’Emiro Al
Haggiàg” al capitano delle sue guardie di andare attorno
di notte e di tagliar la testa a chiunque, dopo il cader
della sera, avesse veduto per le vie che fosse ubbriaco (1).
Una notte, il capitano s’incontrò appunto in tre giovanotti che pencolavano di qua e di là, con tutti i segni
dell’ubbriachezza. Le guardie li presero in mezzo, e il
capitano li domandò: Chi siete voi che trasgredite così
l’ordine dell’Emiro e uscite per via a quest'ora? — Uno
di loro disse:
Io son figlio di tale a cui si umiliano
Di Makhzùm e d’Hashiìm (2) l’alte cervici.
Vengon tremanti e l’onta lor sopportano;
Io lor sangue mi prendo e lor denari, —
Il capitano non gli fece nulla, dicendo fra sè: Costui,
forse, è dei congiunti dell’ Emiro. — Voltosi quindi al
secondo, gli domandò: E tu chi sei? — R il giovane;
lo son figlio di tale a cui discendere
Mai non fùr viste dal treppiè le pentole,
Se ne scendono un di, l’altro vi tornano.
Tu veder puoi le genti che s’affollano
Di sua vampa alla luce. E questi siedono
All’intorno, e questi altri in piè si tengono.—
(1) Intorno all’eccessivo rigore di Al-Haggiàg', vedi: Amari, Solwan
el-Mota (nelle note pag. 229-830), e l'Islamismo, cap. IV, $ 4.
(2) Antiche e illustri famiglie d'Arabia, ricordate qui come per qualunque altra gente o personaggio di gran nome,<noinclude></noinclude>
61y0i88amu2mvq16ovmz5ejsvd2v5qg
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/477
108
1031945
3901429
2026-09-18T13:03:33Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901429
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 461 —|}}</noinclude>
Il capitano non gli fece nulla, dicendo: Costui dev'essere un giovane della nobiltà araba (1). — Voltosi allora
al terzo, gli domandò: FE tu chi sei tu? — Ril giovane:
Io son figlio di tale che nell’impeto
Primo s’avventa fra le schiere, e drizzale
Col brando tutte sì che Stanno in ordine.
Dalle staffe i suoi piè mai non si tolgono,
Quando, in giornata di battaglia, voltansi
Di qua di là i cavalli e vanno e tornano. —
Anche a costui il capitano non fece nulla, dicendo
fra sè: Forse costui è figlio d’un prode soldato d’Arabia.
— Li ritenne tuttavia in custodia tutti e tre.
Quando si fu di mattina, mandò il rapporto all’Emiro
il quale si fe’ menar dinanzi i tre giovani. Li domandò
allora di loro stato, ed ecco che il primo era il figlio
d’un tale che applicava le coppette, e il secondo era il
figlio d’un venditor pubblico di fave cotte, e il terzo era
il figlio d’un tessitore. L’ Emiro si meravigliò molto della
loro eloquenza poetica, sì che, voltosi alle persone ch’erano nella sala, disse: Fate imparare ai vostri ragazzi
la letteratura, perchè,:per Dio! se.non era la loro eloquenza poetiea, avrei fatto tagliar la testa a tutti coStoro! (2).
(dall'arabo di Al-Navdgi).
3. Favole,
4. Favole indiane.
Il cammello ammazzato a tradimento, — Abitava gia
in una selva un leone di nome Madotkata che aveva per
cortigiani un leopardo, un coryo e uno sciacallo, Un
giorno, mentre andavano qua e là, videro essi un cam(1) Perché il giovane, come i ricchi Arabi del deserto, aveva descritto
il modo semplice e primitivo di dare ospitalità a chiunque (L' Islamismo,
cap. IL, $ 4).
(2) Benché feroce e brutale, Al-Haggiàg ammirava la letteratura, Si
può dire che, per il primo, cercò di fissare la lettura corretta del Corano,
Era anche bel parlatore,<noinclude></noinclude>
30p1ftkjajick6olnygt844uzcgffbj
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/478
108
1031946
3901430
2026-09-18T13:03:38Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901430
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 462 —|}}</noinclude>
mello di nome Kratanaka che s'era dilungato dalla sua
carovana. Disse il leone: Oh! cotesto animale non fu mai
veduto da noi! Vediamo s’egli è selvatico o domestico, —
Il corvo, udendo ciò, disse: O signore, egli è domestico
e dicesi cammello, ed è animale che può esser mangiato
da te. Perciò si ammazzi. — Il leone disse: Io non uccido
chi viene in casa mia, perchè è stato detto:
Quei che ammazza chi fidato
E senz'ombra di sospetto
In sua casa è capitato,
Fosse il suo nemico stesso,
Tal delitto ha perpetrato
Qual se avesse ucciso cento
Sacerdoti in un momento.
Perciò, datogli un salvacondotto, s’accompagni qui da
me acciocchè io lo dimandi della cagione del suo venire.
Il cammello adunque, datagli fidanza e salvacondotto,
fu menato nel cospetto di Madotkata. LA s’inchinò e si
mise giù; poi, dimandandolo il leone, raccontò tutti i suoi
casi incominciando dal suo smarrirsi dalla carovana.
Allora il Ieone disse: O Kratanaka, tu non andrai mai
più al villaggio e non farai più la vita dura del menar
pesi, ma qui, in questa selva, rodendone le erbe verdi
come smeraldo, starai ad abitare con me. — Kratanaka,
rispondendo di acconsentire, aggirandosi senza timore fra
le altre fiere della selva, si trovò molto bene.
Ma, un giorno, Madotkata ebbe battaglia con un
grande elefante selvatico, e toccò una ferita dai colpi di
quelle zanne simili a clave. Fu ferito, anzi per poco non
fu morto. Per tale infermità corporale, non poteva più
muovere un passo, e però il corvo e le altre fiere, tormentate dalla fame per la mancanza del suo aiuto sovrano, erano in gran disagio. Il leone allora disse: Orsù!
cerchisi in qualche luogo qualche animale col quale io,
come l’abbia ammazzato, mi sostenti un cotal poco e provvegga al vostro pasto. — I quattro incominciarono ad
andare attorno; ma poichè non videro nulla, il corvo e
lo sciacallo si consigliarono fra loro. Lo sciacallo disse:<noinclude></noinclude>
i8dcmrf1x8858r13jvxb6jfckv63xt7
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/479
108
1031947
3901431
2026-09-18T13:03:43Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901431
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 463 —|}}</noinclude>
O corvo, a che tanto andare attorno? Poichè ce’ è qui
Kratanaka affidato da nostro signore, ammazziamolo è
procacciamo il pasto a tutta la corte. — Il corvo disse:
Tu dici bene. Ma nostro signore gli ha dato un salvacondotto per il quale non può essere ammazzato. — Disse
lo seiacallo: O corvo, io consiglierò nostro signore in
modo che l’ammazzerà. Tu statti qui finchè, andando
sasa e avuto il consenso, io non ritorni.
Ciò detto, si mosse in gran fretta per andar dal
leone. Venutogli nel cospetto, gli disse: 0 signore, noi
siamo andati attorno per tutta la selva, ma non abbiam
potuto avvicinare nessuna fiera. Che faremo noi ora che,
per la fame, non possiam nemmeno muovere un passo?
Intanto, nostro signore deve alimentarsi di ciò che più
gli si confà. Se pertanto egli da il suo assenso, ecco che
oggi si può far conveniente provvigione con la carne di
Kratanaka. — Ma il leone, come ebbe udito quella parola erudele, rispose con ira: Oibò! Oibò! se tu, o anima
vile, dici ancora ciò, io ti ammazzo in questo momento.
Poichè gli ho dato il salvacondotto, come mai potrei
mandarlo a morte io stesso? Perchè è stato detto:
Non di vacche o di terre il donativo
E non di pane (han detto i sapienti)
Tanto ha merto quaggiù quanto fra gli altri
Doni l’ha quello che ti dà franchigia.
Tanto valgono le offerte
Fatte con dispendio e onore,
Quanto ad un salvar la vita
Che sia preso da timore.
Udito ciò, lo sciacallo disse: O signore, se, datogli
il salvacondotto, si fa ammazzare, la colpa è tua. Ma se
invece egli, per devozione verso il suo sovrano, dà spontaneamente la vita, allora non c’è colpa. Perciò, se egli
Stesso si dà da uccidere, devesi uccidere; ovvero si deve
ammazzare qualcuno di noi, perchè nostro signore, che
si suole alimentare di ciò che più gli si confà, per la
fame verrà presto ad uno stato di debolezza estrema.
Ora, che si fa di questa nostra vita se non va spesa per<noinclude></noinclude>
84z8yer1zgdw20etpu526os6c4fnuk0
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/480
108
1031948
3901432
2026-09-18T13:03:49Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901432
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 464 —|}}</noinclude>
la salute del re? Se accadesse alcun che di spiacevole a
nostro signore, noi tutti, uno dietro l’altro, ci getteremmo
nel fuoco. Perchè è stato detto:
L’uom ch'è Signore e capo di famiglia,
Con tutta cura vuolsi riguardare.
Morto lui, ch'è il sostegno della casa,
Gli è come quando le ruote del carro,
Rottosi il Mozzo, non posson girare, —
Avendo udito ciò, Madotkata disse: Se così (i den adi
quello che ti pare. — Com’ebbe inteso ciò, lo sciacallo,
venendo in gran fretta, parlò così alle belve: Oh! trista
condizione di nostro signore! È omai con l’anima alla
gola. Perciò, a che questo andare attorno? Morto lui, chi
ci difenderà in questa selva? Ma noi intanto, suvvia!
poichè egli, tormentato dalla fame, già si parte per l’altro
mondo, facciamogli offerta della nostra persona perchè
almeno possiam così sdebitarci di tante sue grazie sovrane. Perchè è stato detto:
Se al prence incoglie una sventura e inerte
Si sta un servo a guardar ben che aitante,
All’Inferno andrà poi quel tristo servo, —
In un momento, allora, tutti quegli animali, venendo
con occhi pieni di lagrime presso di Madotkata, fattogli
un inchino, si sedettero. E Madotkata, come li ebbe veduti, disse: Avete dunque trovato o veduto qualche animale? — Il corvo allora, tra gli altri tutti, prese a dire:
O signore, noi siamo andati attorno da per tutto, ma non
abbiam nè trovato nè veduto alcun animale. Oggi però
nostro signore, mangiando di me, si sostenga in vita, in
modo ch’egli ne abbia. conforto. Io intanto avrò così
aggiunto la via del cielo. Perchè è Stato detto:
Se pel suo principe
Scevro da morte
Qualcun morrà
E da vecchiezza,
Servo fedel,
Ei giungerà
A grado altissimo,
Nell’alto ciel. —
Avendo udito ciò, lo sciacallo disse: Oh! tu sei troppo
piccolo corpo! Nè, perchè mangi di te, nostro signore<noinclude></noinclude>
9oazyaytach737xk3hfx6iyzg1b8ut0
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/481
108
1031949
3901433
2026-09-18T13:03:54Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901433
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 465 —|}}</noinclude>
può sostentar la vita. Anzi v’è peceato in ciò. Perchè è
stato detto:
Perchè vigor non dona e perchè scarsa,
Di cornacchie la carne
Non mangian cani mai.
A che adunque mangiarne
Se nutrimento alcuno non ne avrai?
Tu, intanto, hai dimostrato la tua fedeltà verso il tuo
Signore e ti sei sdebitato verso di lui del cibo che t'ha
dato, e ti tocca omai l’augurio buono per questa vita e
per l’altra. Ma fatti in là perchè io pure dia un consiglio
a nostro signore! — Lo sciacallo allora, inchinandosi con
gran rispetto, disse: O signore, oggi, sostentando la tua
vita col corpo mio, fammi toccare un alto grado in questa
vita e nell’altra. Perchè è stato detto:
Dei servi la vita
Però non è colpa
Dipende dal re
Nessuna di lui,
Ch'ei propria si fe’
Se dei servi sui
Con ciò che spende.
La vita ei prende, —
Udito ciò, il leopardo disse: Oh! tu hai parlato egregiamente! l'uttavia, anche tu sei piccolo del corpo e della
Stessa specie del leone, e perchè hai come lui gli unghioni, non puoi essere mangiato da lui. Perchè è stato
detto:
Di cosa non mangiabile
Chè anche da lieve briciolo
Non mangi il sapiente
Di questa veramente
S'anche all’estremo giunge
RK dell’eterna vita
La vita sua languente,
Ogni speme è tradita.
Intanto, tu hai mostrato la tua nobiltà. E si dice
‘anche a proposito:
Perciò appunto i re sovrani
Fan dei nobili raccolta
Perchè prima e in mezzo e in fine
Della lor mortal carriera
Ri non mutan di maniera.
Fatti adunque in là acciocchè io possa propiziarmi
nostro signore.
Italo Pizzi — Fiori d'Oriente
90<noinclude></noinclude>
1fjsg0u9zwen3bcy5n8wxb29xip9ude
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/482
108
1031950
3901434
2026-09-18T13:03:59Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901434
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 466 —|}}</noinclude>
Allora il leopardo, inchinandosi, così parlò a Madotkata: O signore, si sostenga oggi la tua vita con la mia!
Mi si conceda sede imperitura in Paradiso e si spanda
gloriosa la mia fama sulla superficie della terra! A questo
punto non c'è da dubitare, perchè è stato detto:
Dei servi che fedeli
Le splendide dimore
Morian pel lor signore,
E chiaro il nome in terra. —
Eterne son ne” cieli
Kratanaka allora, avendo udito tutto ciò, pensò:
Costoro hanno pur detto Ie belle parole, nè però uno solo
è stato ucciso dal padrone! To pure, ora che il momento
è opportuno, voglio parlargli in modo che questi tre approvino il mio dire. — Così avendo pensato, disse: Oh!
tu hai detto bene. Pure, gli unghioni li hai anche tu.
Come dunque nostro signore potrebbe mangiar di te?
Perchè è stato detto:
Quell’opre ree che medita Egli avrà un giorno poi
Contro i congiunti suoi
In questa vita e in quella.
Pur con la mente alcuno,
Fatti adunque da banda accioechè io possa. parlare a nostro signore.
Kratanaka allora, fattosi avanti e inchinatosi, disse:
O signore, tu non puoi mangiare di cotesti tuoi sudditi,
e però, con la vita mia, oggi si sostenga la tua, e possa
io intanto conseguir grado di perfezione in questo mondo
e nell’altro. Perchè è stato detto:
Offerenti (1) e anacoreti
Servi che pel lor signore
Mai non toccan l’alto grado
Dan la vita con ardore. —
Che raggiungon que’ discreti
Come ebbe detto ciò, ecco che, ad un cenno del leone,
Squarciatogli il ventre dal leopardo e dallo sciacallo e
cavatigli dal corvo gli occhi, Kratanaka finì la vita, divorato da quei birbaccioni astuti.
(dal sanscrito del Panciatantra).
(1) Gente che fa offerte e sacrificî agli Dei,<noinclude></noinclude>
svi0df4hw7itrx2abcjgnv16yoegujh
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/483
108
1031951
3901435
2026-09-18T13:04:04Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901435
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 467 —|}}</noinclude>=Ai
Il leone e ta lepre — Nel bel mezzo d’una selva abi:
fava già un leone di nome Bhasuraka, Per la soverchia
Sua forza, non cessava mai dall’ammazzar gazzelle, lepri
» altri animali. Un giorno però tutti gli abitanti di quella
Selva, antilopi, cinghiali, bufali, buoi selvatici, lepri e
altri, radunatisi e andati da lui, gli parlarono così: 0
signore, a che mai questo inutile macello di animali,
mentre con uno solo puoi saziarti? Facciasi oggi una
convenzione fra noi. Da oggi in poi finchè tu sarai qui,
ogni giorno uno di noi per turno verrà da te peril tuo
pasto. Così facendo, tu avrai il tuo mantenimento senza
fatica, nè vi sarà intanto questo sterminio di tutti noi.
Si osservi da te il costume dei sovrani, perchè è stato detto:
Quel re che stolido
Le genti sue
Si come pecore
Ove egli intenda
Ammazza i sudditi,
Ricchezze aver.
Per una volta
Di doni e onori
Fia soddisfatto,
Sia largo come
Ma nulla affatto
Di freschi umori
Un'altra volta.
Largo a’ suoi fiori
Cura adoprando,
È il giardinier,
Il re difenda
Come le molli e tenere
Erbette e le radici
Rendono al tempo debito
I frutti lor con cura custodite.
Così lor frutti rendono
Le genti ben guardate e ben nutrite (1).
Udito questo loro discorso, Bhasuraka disse: Oh! voi
avete detto il vero. Però, se, mentre io qui mi sto, non
verrà sempre uno di voi, io vi divorerò tutti. quanti.
Gli animali, fatta la promessa, contenti e senza timore si dispersero allora per la selva. Ogni giorno poi,
uno di loro per turno, o un vecchio, o uno che non si
curava più della vita, o un ipocondriaco, o uno che temeva d'essere ammazzato dalla moglie o dal figliuolo,
(1) Si ommettono qui non pochi versi che ridicono, press’a poco, le
cose dette in questi altri che abbiam riferiti.<noinclude></noinclude>
s2cmc26s1iab1hs875iv4vwtt27r166
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/484
108
1031952
3901436
2026-09-18T13:04:10Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901436
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 468 —|}}</noinclude>
all’ora del mezzogiorno si partiva da loro per essere divorato dal leone. Venne anche, secondo l’ordine, la volta
d’una povera lepre che fu mandata fuori, contro sua
voglia, da tutti gli altri animali. Essa, andando adagio
adagio e perdendo il tempo, pensando, tutta angustiata
nel cuore, in qual modo potesse mandare a morte il leone,
giunse presso di lui al cader della sera. Il leone intanto,
tormentato dalla fame per l’indugio, preso dall’ira, leecandosi le basette, andava pensando: Oh! io, domani
mattina, vuoterò di animali la selva.
Mentre egli così pensava, la lepre, venendo innanzi
adagio adagio, fattogli un inchino, si fermò nel suo cospetto.
Ed egli che allora la vedeva venir così lenta mentre
l’aveva già veduta velocissima, avvampando d'ira, così
gridò rimproverandola: 0 vilissima lepre, tu che sei così
veloce al corso, sei ora venuta con tanto indugio? Per
questo tuo fallo, domani, come t'avrò uccisa, sbranerò
tutti quanti gli altri animali. — La lepre, inchinandosi con
rispetto, rispose: 0 signore, qui non c’è fallo nè di me
nè degli altri animali. E però se ne ascolti la ragione.
— Dilla tosto, gridò il leone, mentre non sei ancora
Sotto i miei denti. — E la lepre: O signore, oggi io, secondo il mio turno, da tutti gli altri animali che hanno
riconosciuto in me il pregio dell’essere io la più veloce,
Sono stata mandata qui con altre cinque lepri. Mentre
venivamo in qua, un altro leone, sbucato fuori da una
caverna, ci gridò: Ehi! dove andate voi? Raccomandatevi
al vostro dio! — To allora risposi: Noi per un patto convenuto
ci rechiamo dal nostro re, leone Bhasuraka, per suo pasto.
— Ed egli: Se così è, questa selva che è mia, deve
essere abitata da tutti gli animali, ma soltanto per convenzione che sia fatta con me. Quel Bhasuraka, perciò, è
un usurpatore. Ma, se egli è re qui, tu, mentre io mi terrò
qui in pegno queste quattro lepri, come l’avrai invitato
a venir da me, ritorna subitamente, acciocchè quello di
noi due che riuscirà sovrano per la sua forza, si mangi
tutti questi animali. — Così adunque io, per comando
di lui, sono ora venuta nel cospetto di nostro signore.
iÒ) questa la cagione del mio indugio, e il re ora comandi.<noinclude></noinclude>
11y9yb1dep4jo5zpc578okk7ej1z80h
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/485
108
1031953
3901437
2026-09-18T13:04:15Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901437
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 469 —|}}</noinclude>
Udito ciò Bhàsuraka disse: 0 cara, se così è, mostrami tu subito subito quel furfante di leone, perchè io,
Sfogando su di lui l’ira che ho contro gli animali, abbia
qualche soddisfazione. Perchè è stato detto:
Alleati, nummi, suolo,
Son tre frutti della guerra.
Ove d’essi manchi un solo,
Non si faccia quella guerra.
Dove non sia gran frutto,
Dove sconfitta sia,
L’uom saggio, fuor balzando,
Battaglia mai non dia. —
La lepre disse:O signore, tutto cotesto è vero. Ora
i valorosi combattono 0 per la propria terra 0 per disperazione. Ma colui, riparatosi in luoghi difficili, s'è ora
ritirato in una fortezza, e noi vi abbiamo un ostacolo.
Quando un nemico si sta in una fortezza, è difficile da
prendersi. Perchè è stato detto:
Quell’opra che non fanno Alto sui muri, atterra
Mille elefanti e mille
Cento nemici in guerra,
Cavalli per un re,
Però delle fortezze
Acconciamente sola
Lode gli esperti fanno
Una fortezza fe’.
Che tali norme sanno,
Un solo arcier che stia
Udito ciò, BhAsuraka disse: Cara mia, anche se sta
in una fortezza, mostrami quel furfante perchè io possa
spacciarlo, perchè è stato detto;
Quei che un nemico 0 qualche malattia
Cessar non fa come si mostri appena,
D'uno o dell’altro al crescere ne resta
Oppresso, ancor che vigoroso ei sia.
Ma chi conosce
Tutti i nemici
Il suo valore
Da solo uecide
E generoso
Come già i Kshatri
Monta in furore,
Il Bhriguide (1).
(1) Rama discendente di Bh tigu (da non confondersi con Rima figlio
ili Dasaratha), sterminatore della casta dei Kshatri o re guerrieri (Lean
yana, Adikandha, 76-77).<noinclude></noinclude>
fm1g5s56nxwbizjo5egz9k500g6ik2p
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/486
108
1031954
3901438
2026-09-18T13:04:20Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901438
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 470 —|}}</noinclude>ET—
Disse la lepre: Così è, ma quel prepotente è stato
veduto da me, nè si conviene che nostro signore vada
quando non ne conosce ancora le forze, perchè è stato detto:
Chi pur non conoscendo. il suo valore
Nè quel del suo nemico, innanzi va
Avido e ardito, corre a morte come
Farfalla che nel fuoco perirà.
Chi, benchè forte,
Tutto scornato
Corre a combattere
Come elefante
Col suo nemico
Che di sue zanne
Di lui più forte,
È defraudato.
Tornasi a dietro
Bhasuraka disse; Oimé! che è cotesto tuo atfacendarti! Mostrami colui anche se si sta nella fortezza. —
E la lepre: Se così è, allora nostro signore mi segua. —
Così dicendo, gli entrò innanzi.
Come fu giunta la da una cisterna, disse a BhAsuraka: Chi mai, o signore, può sostenere la tua presenza
maestosa? Quel furfante, appena t’ebbe veduto da lontano,
S'è cacciato nella fortezza. Vieni adunque perchè io te
la mostri. — Udito ciò Bhasuraka gridò: Mostrami subito,
o cara, la fortezza!
La lepre allora gli mostrò la cisterna, e quello sciocco
di leone, quando vide in fondo alla cisterna e nel mezzo dell’acqua la propria immagine, mandò un ruggito, ec quel
luggito, per l’eco, ritornò raddoppiato dal fondo, Perchè
egli udendo quel suono e pensando: Costui è assai più
forte! —, avventandoglisi sopra, si uccise.
La lepre allora, venendo con animo lieto a rallegrar
tutti gli altri animali, lodata da loro tutti, abitò conforme
al piacer suo in quella selva.
(dal sanscrito del Panciatantra).
Bb. Favole persiane.
Il topo e la rana. — Si racconta come, una volta,
un topo avesse collocato la sua dimora sulla sponda di
uno stagno e posto la sua stanza là ai piedi di un albero,
e come una rana fosse venuta ad abitare in mezzo a<noinclude></noinclude>
tok4nyx25k439q5vl29sq7songatjed
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/487
108
1031955
3901439
2026-09-18T13:04:25Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901439
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 471 —|}}</noinclude>
quelle acque. Essa, di tanto in tanto, per pigliare un
poco d’aria, usciva sulla riva dello stagno, finchè un giorno
| postasi là proprio presso l’acqua, con voce che lacerava
l’anima, incominciò a gracidare, e là, volendo imitar un
usignuolo dalle mille melodie, col suo ingrato vocio
strappava il cuore a chi l’udiva.
Il topo, in quel momento, se ne stava in un angolo
della sua stanzetta tutto intento a recitar le sue preci,
quand’ecco che gli giunse all’orecchio la voce disturbatrice della rana. Si turbò alquanto, ma poi per vedere
chi fosse il cantore, uscito all’aperto, postosi ad ascoltare
i gorgheggi, giunse le mani e scosse il capo per lo stupore. Questi gesti e questi atti del topo, che avevano
l’apparenza di lode e di approvazione, piacquero alla rana,
la quale s'immaginò di poter far con lui e conoscenza è
amicizia. Veramente, il linguaggio della ragione la dissuadeva dal fare amicizia con chi non era della sua razza;
ma la natural passione la indusse, invece, a corrergli
dietro. Alla fine, trovatisi assai bene insieme, passavano
insieme tutto il loro tempo, raccontandosi l’un l’altro antiche storie e tradizioni.
Giocavano del core insieme a scacchi;
L'’alma così sciogliean d’ogni rancura.
Lieta, dal topo là scendea la rana;
Cinque anni, antiche storie ebbero in cura.
Parlar del core d’amicizia é pegno;
Tacer, di niuna confidenza è segno.
Un giorno, il topo tenne alla rana questo discorso:
Una volta o l’altra, io voglio confidarti un segreto, e
disvelarti un affanno che tengo qui nel eumore, Ma tu hai
l’abitazione tua là sotto l’acqua!
Difficile venir dove tu stai;
Qui dovio sto, del cor son mille guai!
Ogni qual volta io mando voce per chiamarti, tu,
per il mormorio dell’acqua, non odi; e ogni qualvolta io
grido a te, tu non puoi intendermi per il gracidar delle
altre rane. Bisogna trovar qualche spediente per il quale,
quand'io verrò all’orlo dell’acqua, tu ne sii avvisata, e<noinclude></noinclude>
2ob55ikyzybzwvwxfe05ovo3lbcxfai
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/488
108
1031956
3901440
2026-09-18T13:04:31Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901440
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 472 —|}}</noinclude>ti sia dato intamto di Saper della venuta mia, senza ch'io
gridi. — Disse la rana: Tu parli egregiamente. Anch'io
qualche volta son venuta in questo stesso pensiero, in
qual modo, essendo io nel profondo dello stagno, possa
intendere quando l’amico mio verra all’orlo dell’acqua,
e come mai io resti libera dal doverlo fare aspettare
quando si muoverà per vedermi. Può anche avvenire
che io talvolta capiti là dal pertugio della tua tana, e che
tu intanto ne sii uscito per un altro pertugio, sì che quindi
mi tocchi d’aspettar lung’ora. Desidero adunque, a tal
proposito, fare una convenzione con te. Tu per generosa
voglia ehe hai, mi hai fatto conoscere cotesta idea tua,
e, per l’innata tua sincerità, m'hai fatto sapere il tuo
pensiero segreto; e però il maneggio di tutta questa fae-cenda dipende ora da te.
Sempre e sempre va pregno
D'ogni miglior disegno
Il sagace tuo ingegno!
Disse il topo: Io omai tengo in mano il filo di tutto
cotesto affare. Penso che lo spediente migliore sia questo,
ch'io mi procuri uno spago ben lungo, e che ne leghi un de’
capi al tuo piede e l’altro ne accomandi al mio, acciocchè,
quando io sarò venuto all’orlo dell’acqua e senota il filo,
tu sappi ch'io son là, e io, quando fu pure sarai venuta
alla porta del mio lomitaggio onorandomi d’uma tua visita, sia parimente informato del tuo venire dal movimento
dela
oe Convennero ambedue in questo disegno, e per
mezzo di quel filo fu raffermato tra loro il nodo dell'amicizia, sì che, da quel giorno in poi, eran sempre
informati l’un per l’altro di loro stato.
Un giorno, il topo venne all’orlo dell’acqua perchè,
fatta ricerca della lana, potesse godersi della sua compagnia, quand’eeco un Corvo, pari a sventura improvvise;
precipitarsi dall’alto e, afferrato il topo, levarsi di nuovo
in aria. Il filo allora che era legato al piede del topo,
Strappò anche la rana fino dal fondo dello Stagno, sì
che essa, poichè l’altro capo del filo le stava rilegato al
piede, si trovò sospesa a capo in giù nell’aria. Il Corvo
|<noinclude></noinclude>
t0arru4stm3zqfkz12ww2yyj0xue4tr
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/489
108
1031957
3901441
2026-09-18T13:04:36Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901441
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 473 —|}}</noinclude>ag
intanto volava e volava, tenendo stretto nel becèo il topo
e sospesa la rana a capo in giù all’estremo dello spago,
Sì che la gente, Vedendo quello spettacolo meraviglioso,
facendosene beffa e ridendone, andava dicendo: È ben
cosa strana che un corvo, contro il costume Suo, vada a
caccia di rane. Le rane non son state mai la preda dei
corvi! — E la rana: Nemmeno ora le rane sono la preda
dei corvi! Ma io ho incontrato questa sventura soltanto
per la malaugurata amicizia mia col topo. Mille altre simili sventure devon toccare a tutti quelli che si fanno
amici con quanti non sono della loro razza!
Ogni sozio straniero è un gran malanno |
Amico uno dei vostri procacciate
Voi, signori, che il mondo governate!
Il frutto che si può ricavar dall’aver raccontato
questa favola, è questo, che non si deve fare nè amicizia
nè alleanza con chi non è della nostra Stirpe e non della
nostra razza.
(dal persiano di Houseyn Vaie).
Il giardiniere e l’usignuolo. — Si racconta che un
giardiniere aveva un giardino piacevole e ameno e un
verziere più fresco del roseto d’Irem (1). L’aria che vi
Spirava, uguagliava lo zefiro della primavera, e là fragranza de’ suoi fiori, esilarante lo spirito, inebbriava col
suo profumo l'intimo dell’anima.
Rosaio qual giardin di giovinezza;
Colme le rose sue d’umor di vita,
Cantar d’ogni suo augel desta l’ebbrezza,
E l'aer fragrante all'abbandono invita.
Ma, in un canto di quel suo giardino, era un rosaio
più vivace del germoglio del piacere e più alto dell’albero della gioia. Ad ogni spuntar dell'alba, là da un
canto del roseto fioriva una rosa, colorita come 1a gota
d'ogni avvenente fanciulla ingannatrice dei euori, come
la guancia d'ogni giovinetta dal candido seno, odorante
(1) Giardino favoloso già piantato nell’ Arabia meridionale dal re
Sheddad degli Aditi,<noinclude></noinclude>
p5aue0txbbospgfycxczp00rrx5iv9q
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/490
108
1031958
3901442
2026-09-18T13:04:41Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901442
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 474 —|}}</noinclude>
di gelsomini. Onde il giardiniere, dato principio al giuoco
d’amore con quella rosa fiorente, andava dicendo fra sè:
Non so davver che mormori la rosa
Sotto ai petali suoi, se gli usignuoli
Miseri! adduce a sospirar la rosa (1).
Un giorno il giardiniere, secondo il suo costume, si
recò. a contemplar la rosa. Vide un usignuolo gemebondo
che stropicciava il capo contro i petali di essa e staccava
una dall’altra, col beeco acuto, le giunture delle sue
foglie colorite.
Ebbro diventa l’usignuol che mira
La rosa, e tosto cadongli di mano
Di sua già sciolta libertà le briglie.
Il giardiniere, vedendo così dispersi i petali della
rosa, con mano furbata ruppe il guinzaglio della pazienza
e sospese il lembo del cuor suo alla spina pungente del
corruccio. Al dì seguente, lo stesso caso avvenne, onde
il dolore per la perdita della ros:
Sovra l’altra ferita altra ne aperse.
Al terzo giorno, ai colpi del becco dell’usignuolo,
Sparse le rose rimanean le Spine.
Essendo allora entrato nell’animo del giardiniere un
gran corruccio contro l’usignuolo, gli pose egli sul sentiero un laccio ingannatore. Presolo con esca frodolenta,
lo imprigionò nel carcere d’una gabbia. E l’usignuolo
allora, tutto scoraggiato, a guisa di un pappagallo sciolse
la lingua a parlare, e disse: 0 signore, per qual ragione
mi hai tu fatto prigioniero, e per qual cagione ti sei indotto a punirmi? Se hai fatto ciò per udire il mio canto,
Sappi che il nido mio è pur qui nel tuo verziere. Ogni
mattina, l’ostello de’ miei concenti è uno degli angoli del
tuo giardino. Ma, se altra cosa ti sei fitta in capo, fammi
allora ‘sapere ciò che tu hai in mente.
Disse il giardiniere: Non sai che hai tu fatto alla mia
fortuna? R- quante volte mi hai tu afflitto separandomi
dalla mia leggiadra amica? Cosa adunque degna di tal
(1) Gli amori degli usignuoli per le rose, una delle più belle finzioni
dei poeti persiani. Vedi il n, 16 del libro IV.
ciel a *\eLes<noinclude></noinclude>
q5cphxyh7epu43bg8hhm5in1q33rahu
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/491
108
1031959
3901443
2026-09-18T13:04:46Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901443
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 475 —|}}</noinclude>|||
Ls AE
fatto può ben trovarsi in qualche modo di punizione,
acciocchè tu, lontano dalla tua casa e dalla tua terra,
impedito da’ tuvi sollazzi e ‘dall’andar liberamente ‘qua
e là, ti stia a piangere in un angolo del tuo carcere. Io,
sopportando il dolore della Separazione. e gustando l’affanno della lontananza, nell’ostello della tristezza mia mi
lagnerò da solo.
Piangi, usignuol, se ‘inizio del tuo amore
In me si sta, chè siam tapini amanti
E nostro ufficio è pianger, di, dolore,
L’usignuolo disse: Partiti da cotesta tua interizione,
e pensa che io, per questa parte di colpa dell’avér diSperso una rosa, fui incarcerato. Ma tu, che hai lacerato
un cuore, pensa quale sarà la tua sorte!
Questo ciel che si volge su di noi,
Computando conosce e il male e il bene,
A chi ben fa, verrà del'ben dipoi;
A. chi mal fa, toccano danni e pene.
Poichè queste parole ebbero toccato il cuore del
giardiniere, egli fece ‘libero l’usignuolo, e l’usignuolo,
sciolta la lingua in libertà, disse: Poichè tu mi hai beneficato, secondo quella sentenza: « Vi è forse ricompensa
del beneficio fuori del beneficio Stesso? » (1), — conviene
che io pure te ne ricambi. Sappi adunque che a piè dell'albero sotto al quale tu Stai, è sepolto un vaso pieno
d’oro. Tu prendilo e spendilo per il: tuo bisogno. — I
giardiniere scavò in quel posto, trovò vera la parola del:
l’usignuolo e disse: 0 usignuolo, è ben meraviglia che
tu vegga un vaso d’oro sotferra e non abbia scorto un
laccio appena sotto la polvere! — L’usignuolo disse: Non
hai mai saputo che la prudenza è vana quando il destino'
si compie?
Non può il mortal contender con la sorte!
Allorquando il destino di Dio precipita, all’occhio
dell’avvedutezza non resta più luce e l’accorgimento e la
prudenza non apportano aleun giovamento.
(dat persiano di Huseyn Vaiz).
(1) Passo del Corano, LV, 60.<noinclude></noinclude>
g7giut2bc4prybneqb3r30bys4z4yk9
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/492
108
1031960
3901445
2026-09-18T13:04:52Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901445
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 476 —|}}</noinclude>
La volpe, il lupo e il cane. — Una volpe, un giorno,
Se ne stava a capo d’una via guardando a dritta e a
sinistra, quand’ecco, all’improvviso, mostrarlesi da lonfano una macchia bruna. Quella macchia bruna s’avvicinò, ed essa vide che s’avanzavano insieme, come fanno
gli amici più sinceri e i compagni più concordi, un lupo
fiero e rubesto e un grosso cane. Quello non sospettava
d’alcun inganno da parte di costui, nè costui era punto
preoccupato di qualche brutto tratto da parte di quello.
La volpe si affrettò al loro incontro, li salutò, e con
tutto il rispetto e la reverenza disse: Sia lode a Dio che,
alfine! la lunga guerra s’è mutata in alleanza recente, e
l'antica inimicizia s'è cangiata in amicizia novella! Ma
io desidero di sapere qual sia la cagione di cotesto ravvicinamento e quale il motivo di cotesta scambievole
fiducia. — La cagione di questo nostro ravvicinamento,
rispose il cane, è l’inimicizia del pastore. Quanto all’inimicizia tra lupi e pastori, è ciò che non ha bisogno d’essere dimostrato o dichiarato. Quanto all’inimicizia mia
col pastore, la cagione n'è che, ieri, questo lupo che oggi
m'ha steso la mano dell’amicizia e dell'alleanza, assalì
all'improvviso il nostro armento e ne portò via un agnello.
Io, secondo il solito mio costume, gli corsi dietro per
togliergli l’agnello, ma non potei raggiungerlo. Quando
fui tornato, il pastore levò un randello e mi picchiò senza
‘agione o motivo giusto. Io pure allora, spezzato con lui
il vincolo dell'amicizia, mi son collegato con l’avversario
d’un tempo.
Col tuo nemico tu farai da amico
Solo di guisa tal ch’ei la persona
Non ti disfiori con acciar nemico;
E con l’amico non sarai nemico
Di guisa tal che, per invidia e offesa,
Egli al nemico tuo facciasi amico.
(dal persiano di Giami).
IL cammello e il pruno. — Andava pascolando un
cammello per il deserto e si cibava di ogni stelo e cespuglio che vi trovava, quando capitò là da un pruno<noinclude></noinclude>
lcnknyw9nmy0exbkut1ljluh5gje2m6
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/493
108
1031961
3901446
2026-09-18T13:04:57Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901446
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 477 —|}}</noinclude>
spinoso, avviluppato come il volume dei capelli di leggiadra fanciulla, fresco come il viso di bel giovinetto, e
futto allegro stese il collo per addentarlo. Ma poi vi
scorse nel bel mezzo una vipera tutta attorcigliata, col
capo presso l’estremità della coda, e però d’un sùbito si
trasse a dietro, abbandonata ogni voglia di prenderselo.
Il pruno si pensò che quel suo ritrarsi a dietro provenisse da tema della puntura delle sue spine, e quel suo
allontanarsi procedesse da timore delle sue punte acute;
ma il cammello, intendendo questo pensiero, disse: To
femo di cotesto ospite celato, non del padron di casa che
apertamente mi si fa innanzi; ho paura del veleno dei
denti della vipera, non già della puntura delle Spine
acute. Che se non avessi avuto timore dell’ospite suo, del
padron di casa mi sarei già fatto un boccone!
Meraviglia non è che d’un codardo
Tema un uom di gran core e generoso.
Teme l’interna reità, non teme
La persona o la vesta.
Timor non ha di fuoco ch'è nascoso,
Quei che col piè la cener non calpesta.
(dello stesso).
La formica valorosa. — Fu veduta una formica che,
con gran sforzo e cura, strascinava una cavalletta dieci
volte più grossa di lei. Si diceva: Mirate cotesto debole
insetto! Come osa strascinare un peso di tal gravità! —
La formica, udendo ciò, sorrise e disse: I valorosi sopportano i pesi col nerbo dell’interna forza e col vigore
della emulazione, non già con la forza del corpo e con
la robustezza della persona!
(dello stesso).
Il pavone, il corvo e la testuggine. — Un pavone e un
corvo si trovarono insieme, un giorno, in un giardino,
Ciascuno esaminò i pregi e i difetti proprî e dell’altro,
finchè il pavone disse: Coteste tue scarpe rosse che tu
hai ai piedi, si converrebbero assai meglio al raso intesto<noinclude></noinclude>
ncvyn9kaneoela5zjlaxhoz1l9gtxut
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/494
108
1031962
3901447
2026-09-18T13:05:02Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901447
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 478 —|}}</noinclude>
d’oro e al broceato variopinto ond’io sono vestito. Certamente, nel tempo che noi due dalla tenebrosa notte del
nulla siamo usciti al giorno splendido dell’esistenza, nel
vestirci ci siamo scambiate le scarpe! Io mi son messe le
nere tue scarpe di pelle d’asino, e tu le mie di pelle
marocchina!
Rispose il corvo: La faccenda è precisamente all’opposto. Se c'è stato errore, è stato nelle yesti. Le tue
Vesti pompose si convengono piuttosto alle mie scarpe.
Forse, in quel momento di torpore, tu hai violato i miei
diritti e io ho violato i tuoi.
Allora una testuggine che là da vicino si stava ad
osservare col capo tutto infossato tra le spalle, udendo
quella disputa e quella contesa, levò in alto il capo e
disse: O cari amici miei, o sozî miei che pur avete tanto
discernimento, smettete cotesto vostro contrasto inutile e
ritraetevi da cotesta vostra disputa infruttuosa! Iddio
altissimo non ha dato a ciascun di noi tutti i suoi doni
nè ha fornito a ciascun di noi i mezzi per toccare il fine
d’ogni suo desiderio. Non c'è creatura al mondo’a cui
Egli non abbia dato in particolare ciò che non ha dato
ad altri, e in cui Egli non abbia posto un segno speciale
della sua bontà che in altri non ha voluto porre. Bisogna
adunque che ciascun di noi si. contenti * della parte sua
e s'appaghi di ciò che gli è stato dato.
Non è invidia il costume, oh! tu lo sai,
Di tal ch'è saggio. Guàrdati che mai
La via de’ saggi tu non abbandoni!
Sono invidia e avarizia le cagioni
Prime al duol degli umani, e tu dal core
Toglile via se vuoi fuggir dolore,
(dello stesso).
C. Favole siriache.
L'asino e l’usignuolo. — Un asino, avendo udito la
mattina un dolce canto d’usignuolo, domandò all’usignuolo stesso: Che hai mangiato tu che hai sì ‘bella
voce? — To mi alimento, l’usignuolo rispose, di rugiada<noinclude></noinclude>
k1j939sd8rfidgtx4ysxoiw14lp31af
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/495
108
1031963
3901448
2026-09-18T13:05:07Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901448
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 479 —|}}</noinclude>
e d’aria. — L’asino allora, voglioso d’imitarne la dolce
e piacevole voce, sgangherata la bocca per pigliar la
rugiada che cadeva dal cielo, tanto stette così che morì
di fame. — Tutto ciò dimostra che nessuno deve imitare
ciò che è fuori della sua natura.
Il corvo e l'aquila. — Un corvo, avendo veduto
un'aquila che volava via portandosi tra gli artigli un
agnello rapito all’armento, si pensò di poter fare altretfanto. Adocchiato pertanto là sul luogo un ariete, gli si
avventò contro, ma le unghie gli s’impigliarono nella
lana, e allora, non potendo fuggire, fu r: iggiunto dai
pastori che a colpi di bastone l’ammazzarono, — Questo
racconto è per tutti quelli che vogliono imitare chi è da
più di loro. Non solo rimangon sempre inferiori, ma
anche incontrano bene spesso la morte.
Battaglia di serpenti. — Un uomo vide due serpenti
che si azzuffavano. Stando ad osservarli di lontano, ne
scorse un altro che accorreva in loro aiuto. Allora disse:
Se costui non fosse più malvagio e tristo degli altri due,
non si sarebbe punto eurato di loro. — Ciò insegna che
gli uomini tristi fanno sempre comunella insieme.
L'asino e il cavallo. — Un asino e un cavallo stavano ai servizî di uno stesso padrone, ma il trattamento
dell’uno e dell'altro era differente. Il cavallo stavasi
sempre impettito ed era ben nutrito, la criniera pettinata
e adorna. Ogni giorno, si lavava nel fiume. L’asino invece faticava nel portar la soma. Ma i tempi si cambiarono, e sopravvenne una guerra, e allora il padrone
montò sulla groppa del. cavallo. In una battaglia, il cavallo toccò una ferita e morì, e l’asino come n’ebbe notizia, si chiamò felice e fortunato. — Tutto ciò insegna
che giova assai la sorte che vuole che l’uomo viva in
umile stato con sicurezza, e non fra gli agi e le Misonezze
con pericolo.
(da una versione anonima siriaca delle farcole greche).<noinclude></noinclude>
5rx6uxs7k4s90iqhxbj06ug3ged9fzo
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/496
108
1031964
3901449
2026-09-18T13:05:13Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901449
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 480 —|}}</noinclude>
D. Favole arabe.
Il ragno e il vento. -— Un ragno si sospese, una volta,
ad una porta solitaria e alta, e la si fabbricò la sua casa,
e là si stette ad abitare in tutta sicurezza, e ringraziava
intanto Iddio altissimo che gli aveva agevolato di poter
rinvenire quel luogo e l’aveva reso sicuro da ogni insetto molesto. Rimase lungo tempo in questo suo stato,
riconoscente verso Dio di tanta sua pace e dell’abbondanza degli alimenti che vi trovava. Ma Chi l’aveva
creato, volle anche metterlo alla prova e trarlo fuor di
là per conoscerne veramente e la gratitudine e la pazienza. Gli mandò contro, pertanto, un impetuoso vento
orientale, il quale lo portò via con tutta la sua casa e lo
scaraventò nel mare. Le onde marine però lo risospinsero a terra, ed esso allora ringraziò Iddio altissimo di
sua salvezza, pur rimbrottando nello stesso tempo il vento
e dicendo: Perchè mai, o vento, m'hai fatto tutto ciò?
Che vantaggio hai tu avuto dal trasportarmi fin qui dal
luogo mio? Io me ne stava pur ben sicuro e tranquillo
in casa mia sull’alto di quella porta! — E il vento: Cessa
dal rimproverarmi, perchè io ora rifarò con te la mia via
e ti riporterò al luogo tuo dove da principio ti stavi. — Si
stette adunque il ragno ad aspettar con pazienza sperando
di pur ritornare al luogo suo, quando capitò un vento
settentrionale, col quale non gli fu dato di far ritorno.
Soffiò allora un vento di mezzogiorno, e il ragno andò
con esso, ma il vento lo trasportò anche più in lA. Soffiò alla
fine un vento che era nella direzion della casa, e il ragno
volandovi da presso col vento, riconosciutala, vi si attaccò e vi si sospese. — Con la pazienza otterrai ogni tuo
desiderio.
(dall’arabo delle Mille e una notte).
Il francolino e le testuggini. — Si racconta come certe
testuggini abitassero, un giorno, in una certa isola, e come
quell’isola fosse tutta piena d’alberi, di frutti e di corsi
d’acqua. Accadde poi che, un giorno, passò di là un fran-<noinclude></noinclude>
sxd2xndjsxb3djsauylafhktwv5mods
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/497
108
1031965
3901450
2026-09-18T13:05:18Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901450
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 481 —|}}</noinclude>
colino oppresso dal caldo e dalla fatica. Poichè ciò gli
dava molta noia, volando si calò giù nell’isola lA dove
erano le testuggini. Al vederle, si accostò e riparò presso
le lor tane, mentre esse erano fuori a pascere di qua e
cli là per l’isola, secondo il solito, per ritornarsi poi. Ora,
appunto nel tornarsi dopo il pasto alle loro tane, esse lo
scorsero e se ne meravigliarono molto ammirandolo. Iddio
lo aveva reso stupendo ai loro occhi, sì che esse gliene
resero lodi e grazie; indi posero nel francolino un amore
stragrande, felici tutte d’averlo con loro.
Di dicevano l’una all’altra: Non v’ha dubbio che costui non sia uno dei più belli uccelli del mondo! — Così
tutte gli facevano delle grandi carezze, l’inchinavano
anche, ed egli, come ebbe notato in esse i segni tutti
della benevolenza e dell’amore, sentì per loro molta inclinazione, si famigliarizzò con loro, volava dove più gli
piaceva, indi, la sera, ritornava per passar presso di loro
la notte. Quando poi spuntava il giorno, volava via per
dove gli talentava, e questo divenne presto il suo costume
giornaliero. Così passò, in questo stato, certo spazio di
tempo.
Quando però le testuggini sentirono che quel suo assentarsi da loro procacciava loro non lieve dispiacere e
s'avvidero che, per vero, non lo vedevano mai fuorchè la
sera, da che egli di gran mattino volava via precipitoso,
sì che esse non si accorgevano nemmeno della sua presenza pur con tanto amore che avevan posto in lui, una
di esse tenne alle altre questo discorso: Noi abbiam posto
l’affezione nostra in cotesto francolino, ed egli si è fatto
nostro amico, sì che noi non possiamo omai sopportare il
dolore della sua lontananza. Quale artificio si potrebbe
mai trovare che riuscisse a farlo rimaner qui con noi per
sempre? Esso infatti, quando vola via, rimane lontano da
noi tutto quanto il giorno, e noi non lo rivediam più che
al sopravvenir della notte. — Un’altra testuggine diè allora
questo consiglio, dicendo: Chetatevi, sorelle mie, che io
farò in modo ch’esso non s’allontanerà mai più da noi
Italo Pizzi = Fiori d'Oriente
31<noinclude></noinclude>
6zap734ng8rlsvbll22d3u09r9ay8el
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/498
108
1031966
3901451
2026-09-18T13:05:23Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901451
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 482 —|}}</noinclude>nemmeno per un batter d’occhi. — Se tu potrai far tanto, riSposero le altre tutte, noi ti sarem tutte quante obbligate.
Quando pertanto ritornò il francolino dal suo pascolo
e si fu seduto in mezzo alle testuggini, questa, che era
la più astuta, gli si avvicinò, gli fe’un bel saluto, lo felicitò del suo ritornar sano e salvo, e gli prese a dire
così: O signore, tu ben sai come Iddio ti abbia concesso
l’amore e l’affezione da parte di tutti noi, e come abbia
posto nel cuor tuo pari amore per noi, in modo che, pure
in questo luogo deserto, ti sei fatto nostro amico e famigliare. Ora, il più bel tempo per quelli che tra loro
si amano, gli è quando si stanno insieme, mentre la loro
maggior sventura consiste nello star separati fra loro e
lontani. Ma ecco che tu, al primo spuntar dell’aurora, ci
abbandoni, nè ritorni a noi se non dopo il tramonto. Tutto
cotesto è per noi un gran dispiacere, ci apporta gran noia
e tristezza, e noi, per questa cagione, viviamo in affanno
grave e in angustia. — Disse allora il francolino: Sì! Anch'io vi porto amore, e il desiderio mio di voi è grande,
maggiore anzi del vostro, nè io posso sopportar leggermente di starmi lontano da voi. Ma io non ho in poter mio
spediente alcuno per rimediare a ciò, perchè io sono augello alato, e non mi è possibile il dimorar sempre con
voi. Cotesto, infatti, non è della natura mia. Ogni uccello
alato non può star fermo che di notte, e ciò per la necessità del sonno, e però quando fa giorno, egli vola via e
spazia liberamente pascolando in quel luogo che più
gli piace.
Hai detto il vero! rispose la testuggine. Ma tu vedi
che i volatili non hanno mai, per la maggior parte del
tempo, un momento di requie in quanto non tocca loro
una quarta parte di bene sul molto affannarsi che hanno.
Ora, l’ultima meta desiderabile per ogni persona sono la
vita comoda e la tranquillità. Ma noi, poichè Iddio ha
posto fra noi e te quest’affezione e questa dimestichezza,
temiam sempre che qualcuno dei tuoi nemici ti faccia sua
preda. Tu allora morrai, e noi rimarrem prive del tuo
dolce aspetto. — Tu hai detto il vero! ripigliò a dire il francolino, Ma qual pensiero è il tuo e quale spediente hai<noinclude></noinclude>
qh9bnokohi3hx5f3h9v05thdqbdet0t
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/499
108
1031967
3901452
2026-09-18T13:05:28Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901452
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 483 —|}}</noinclude>
tu per il mio caso?— Rispose la testuggine: Il pensier mio
è questo che tu ti recida ambedue le ali con le quali
tanto ti affretti a volar via, e ti rimanga poi presso
di noi tutto tranquillo mangiando di ciò che noi mangiamo, e bevendo di ciò che noi beviamo, in questo
vasto luogo da pascolare, che ha tanti frutti maturi. Così
dimoreremo insieme in questo fertile paese, e ciascun di
noi godrà della compagnia del suo amico. — Il francolino
si lasciò persuadere da quelle ragioni, tanto più che
anch’egli desiderava di rimanersene tranquillo, e però si
strappò una dopo l’altra le penne delle ali secondo che
gli parve meglio, seguendo il consiglio della testuggine.
Fermò allora la sua dimora presso le testuggini, vivendo
con loro, appagandosi per tal modo d’un lieve piacere e
d’una contentezza che non doveva durare.
Così pertanto se la passavano, quand’ecco, un bel
giorno, passar di là una faina, la quale, scorto il francolino e adocchiattolo per bene, s’avvide ch’esso aveva le
ali recise, sì che non poteva volare. Vedutolo in quello
Stato, ne ebbe una gran gioia. Cotesto francolino, disse
fra sè, ha grasse le carni e ha poche penne alle ali! — Ayvicinatasi d’un tratto, l’acciuffò, mentr’esso strillando chiamava in aiuto le testuggini. Ma queste, non potendo aiutarlo, si sbandarono quale di qua, quale di là, lontano
da lui, e si tapparono dentro i loro gusci, tosto
ch’ebber veduto che la faina s'era, impadronita di esso.
Quando poi videro che ne faceva Strazio, il pianto che
facevano per dolor di lui, le soffocava, ed esso intanto
gridava: Potete voi far altro che piangere? — 0 fratello, riSpondevano, noi non abbiamo nè forza, nè potere, nè arte,
quando si tratta d’una faina! — Si dolse allora il francolino,
e, perduta ogni speranza della vita, voltosi loro, disse:
Voi non ne avete colpa, sì bene la colpa è mia quando
vi diedi retta e mi recisi le ali con le quali io poteva
volare! Io merito la morte per avervi dato ascolto;
non vi biasimo però di nulla! — La favola è l’immagine di
quei tali che, per una lieve Soddisfazione, irremissibilmente si perdono,
(dall'arabo delle Mille e una notte).<noinclude></noinclude>
he5yszbainro1g0bvuxx3lp4hfc5lph
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/500
108
1031968
3901453
2026-09-18T13:05:34Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901453
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 484 —|}}</noinclude>
Il gatto e il topo. — Uscì una notte un gatto in una
boscaglia per cercarvi di che mangiare, ma non trovò
nulla, sì che ben presto si sentì assai male e per il
freddo intenso e per la molta pioggia che in quella
notte cadeva. Cercò allora in qual modo potesse scampare
da certa morte, quando, aggirandosi qua e là in quello
stato, scorse una piccola tana ai piedi di un albero. Si
accostò, e come v’ebbe fiutato per bene e sbuffato attorno, s’accorse che dentro stava un topo. Pensò allora
di far tanto con arte e artifizî da potere entrar dentro
là da lui per aver modo di acciuffarlo. Ma il topo, come
si fu accorto che lì fuori c'era il gatto, si tirò indietro
subitamente, e poi, con le mani e coi piedi, accumulando
del terriccio, procurò di turargli in faccia l’ingresso della
tana. Il gatto allora, con un fil di voce, cominciò a chiamarlo e a dire:
Perchè fai tu così, fratello mio, mentre eeco ch’io
mi son riparato presso di te acciocchè tu mi usi misericordia e mi accolga per questa notte nella tua tana? Vedi
in che misero stato sono io per la tarda età e per aver
perduto omai le forze! Io, omai, non posso più muovere
un passo. Questa notte mi son cacciato in questa boscaglia, e oh! quante volte ho invocato la morte per
avere in qualche modo un poco di pace! Ora ecco che
io mi sto qui alla tua porta, vinto dal freddo e dalla
pioggia. E però ti prego per Dio che, a titolo di elemosina, tu mi prenda per mano e m’introduca presso di te
e mi accolga almeno nel vestibolo della tua tana, ch'io
sono forestiero e poveroÈ Ora, è stato detto:« Chi accoglie
un povero forestiero in casa, sarà poi accolto in Paradiso
nel giorno del giudizio di Dio ». E tu sei bene obbligato,
o fratello, a guadagnarti la tua mercede facendo del bene
a me, e però devi permettermi di star questa notte presso
di te finchè sia giorno, chè io allora me ne andrò per la
mia strada.
Il topo, udite quelle parole, rispose così: Come puoi
tu entrare nella mia tana mentre tu sei il nemico mio
naturaie, e il tuo pasto si fa con la carne dei miei
david
rire
AID<noinclude></noinclude>
el4oscfreirilyny9t0qaqfvqbnnke7
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/501
108
1031969
3901454
2026-09-18T13:05:39Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901454
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 485 —|}}</noinclude>4850
simili? Io temo che tu m’abbi a tradire, perchè è
appunto uno dei tratti dell’indole tua il non serbar mai
la fede. Inoltre è stato detto: « Non bisogna mai fidarsi
dell’accattone quanto ai denari, e del fuoco quanto alle
legna ». Nè è bello ch’io mi creda troppo sicuro di te
quanto alla mia vita, perchè è stato detto: « Inimicizia
naturale, anche se chi l’ha è debole e misero e afflitto,
prevale sempre ».
Il gatto allora parlando con voce fievole, in atteggiamento dimesso e compunto, rispose: Tutti cotesti che tu
hai detti, non sono che ottimi consigli, e io non intendo
punto di disapprovarteli. Ma anche con tutto ciò, ti supplico di dimenticare ciò che può essere accaduto un giorno
in forza della naturale inimicizia fra me e te, perchè è stato
detto: «Quel tale che perdona ad una creatura come lui, avrà
un giorno il perdono di Chi l’ha creato ».. Prima d’ora io son
stato tuo nemico, ma ecco che Oggi mi trovo a richiederti
di amicizia, perchè è stato detto: « Quando vuoi che il
tuo nemico ti si faccia amico, fagli del bene ». Io intanto,
o fratello mio, ti fo promessa e giuramento in nome di
Dio che non ti farò mai più alcun male. E poi, anche
con tutto ciò, io non ne avrei il potere. Confida adunque
in Dio, fa del bene altrui, e accetta il patto e il giuramento mio.
Disse allora il topo: Come potrei io accettare il giulamento di tale la cui inimicizia con me è fondata sulla
natura di esso appunto? Costume suo consueto è quello
di prendermi con inganni e tradimenti. Che se l’inimicizia che è tra noi due, avesse principio in qualunque
altra cosa che nel sangue, sarebbe agevole per me il fare
ora ciò che mi domandi. Ma è inimicizia di natura fra
due anime interamente diverse! Ora, è stato detto: « Chi
troppo si fida, quanto alla vita, del nemico suo, è simile
a colui che caccia una mano in bocca alla vipera ». — Ribattè allora il gatto, omai tutto pieno di rabbia: Il cuor
mio è angustiato, e l’anima mia non ne può più nulla.
Ecco ch’io omai sono all’agonia sì che fra poco mi morrò
qui sulla tua porta. Ti rimarrà così nella coscienza la
|ESCITTRO<noinclude></noinclude>
gu6zkxu8aps4myyga23e4avu4zor2xu
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/502
108
1031970
3901455
2026-09-18T13:05:44Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901455
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 486 —|}}</noinclude>
colpa e il misfatto tuo, perchè tu potevi aiutarmi nella
distretta in cui ora mi trovo. Sono queste le ultime parole mie con te!
Il topo allora fu preso da certo timore di Dio altisSimo. Gli entrò in cuore un senso di misericordia, sì che
disse fra sè: Chi desidera che Iddio altissimo l’aiuti contro
il suo nemico, gli dimostri pietà e gli faccia del bene.
Io adunque, fidandomi a Dio in questo affare, salverò cotesto gatto dalla morte perchè almeno io mi possa guadagnare, presso Dio, la mercede dovutami per esso.
Uscì allora e introdusse il gatto nella tana strascinandovelo sul suolo, tanto era debole e disfatto; e il gatto si stette
presso di lui finchè ebbe riavuto le forze, si fu calmato dello
Spirito, e un cotal poco fu guarito. Lamentavasi tuttavia
di molta debolezza, del manear delle forze, della scarsezza degli amici; e il topo procacciava di trattarlo amicamente, si prendeva a euore lo stato di lui, gli stava
vicino, gli si teneva sempre d’attorno. Il gatto intanto,
strascinandosi a stento per terra, si portò fin là dall’uscita della tana, temendo appunto che di là gli uscisse il
topo all’aperto. Il topo adunque come ebbe desiderio di
uscire, si accostò, secondo il suo consueto, al gatto, e il
gatto, quando il topo gli fu ben vicino, l’acciuffò e lo
tenne stretto stretto tra le unghie. Si diede allora ad addentarlo, a sballottarlo, a prenderlo in bocca, a levarlo
in alto da terra, a sbalestrarlo qua e la, a rincorrerlo, a
graffiarlo, a tormentarlo. Il topo domandava aiuto e soccorso e chiedeva a Dio di scampar da quel malanno, e
intanto rimproverava aspramente il gatto e gli diceva:
Dove sono le promesse che tu m'hai fatte? Dove i giuramenti che m° hai giurati? È questa la ricompensa tua?
E pur t'ho introdotto nella mia tana e mi son mostrato
fidente di te e sicuro! Ma ha pur detto il vero colui che
diceva: « Chi accetta giuramenti e promesse dal nemico
suo, non può augurarsi di scampar la vita! » E quell’altro
che diceva: « Chi si dà in mano al nemico suo, si merita la
morte ». Io però confido interamente in Dio, il quale mi
farà libero da te!
tia<noinclude></noinclude>
0rpadsuxkejb9hzp1a0zk6oo6agrs91
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/503
108
1031971
3901456
2026-09-18T13:05:49Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901456
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 487 —|}}</noinclude>= der—
Rra esso così alle prese col gatto, e costui già stava
per saltargli addosso e sbranarlo, quand’ecco sopraggiungere un cacciatore con certi suoi cani feroci, avvezzi alla
preda. Uno di questi cani passò là vicino alla porta della
tana e udì che là dentro si faceva una gran battaglia.
Si pensò che fosse una volpe che sbranasse qualche animaletto, e però vi si cacciò dentro tutto precipitoso per
acchiappar la volpe. S’imbattè invece nel gatto e d’un
subito se ne impadronì. Il gatto allora, venuto così in
poter del cane, non badando più al topo, lo lasciò andare ch'era ancor vivo e senza ferita alcuna, e il cane,
inferocito, rottagli la vertebre, lo trasse fuori di là e lo
gettò via ch'era morto. — AI gatto e al topo si può ben applicar la sentenza di quel tale che diceva: « Tosto 0
tardi, chi usa misericordia riceve misericordia, e chi fa
ingiustizia, riceve ingiustizia! »
(dall'arabo delle Mille e una notte).
La volpe e l’asino selvatico. — Soleva una volpe uscire tutti i giorni di casa per procacciarsi il pasto giornaliero. Trovandosi essa, un dì, fra certe montagne, capitò
sulla sponda di un fiume, e là si fermò e di 1a pensò di
far ritorno. S'accompagnò così ad un’altra volpe che
l’aveva veduta mentre camminava per via. Cominciò allora ciascuna a raccontare all’altra la sua storia e le prede
fatte. Una di esse diceva: Ieri ho assalito un asino selvatico. Aveva io una gran fame, chè da tre giorni non
aveva toccato cibo. Fui allora ben contenta di tanto, e
ringraziai Iddio altissimo che me l’ebbe dato in mano.
Io però volli averne il cuore; lo divorai e ne rimasi sazia.
Tornai allora a casa, e son passati omai tre giorni, nè
ho rinvenuto nulla da mangiare, e pur con tutto ciò
anche ora mi sento sazia.
L'altra volpe come ebbe udito tutta questa Storia,
ebbe invidia di quella tanta sazietà dell’altra, e disse fra
sè: Bisogna proprio che anch’io mangi il cuore d’un asino
selvatico! — Per più giorni, allora, s’astenne da ogni cibo,
tanto che ne dimagrì e venne in pericolo di morte, per-<noinclude></noinclude>
5zo2u3pzrc5l5azls2f51x5hbsxkqce
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/504
108
1031972
3901457
2026-09-18T13:05:54Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901457
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 488 —|}}</noinclude>
duta quasi ogni voglia e vigoria. Dormiva tutta raggomitolata nella sua tana. Ma poi un giorno, mentre se ne
Stava così in casa, ecco sopravvenir due cacciatori che
S'aggiravano qua e là cercando di far preda. Capitato lor
dinanzi un asino selvatico, tutto quel giorno ne seguirono la traccia, finchè uno di essi gli scagliò contro una
saetta a più uncini. La saetta lo colpì, gli entrò nel Corpo,
gli trapassò il cuore e l’uccise, proprio dirimpetto alla
tana della nostra volpe. Accorsero allora i cacciatori, e
trovando morto l’asino, vollero estrar la saetta che l’aveva colpito nel cuore, ma non ne uscì che l’asta di legno,
e la punta uncinata rimase dentro.
Come fu venuta la sera, la volpe uscì dalla sua tana,
ed era tutta uggiosa per la gran debolezza e per la fame,
quand’eeco là, sulla porta, giacente a terra un asino selvatico. N’ebbe una gran gioia, e poco mancò non si met:
tesse a volare per la contentezza. Intanto, andava dicendo: Lode a Dio, il quale ha agevolato il conseguimento
del mio desiderio senza stento e fatica perchè io omai
non sperava più di poter avere un asino selvatico 0 qualche
altro animale. E forse Iddio stesso l’ha atterrato e
mandato a me fin qui! — Si gettò allora sull’asino e
gli squarciò il ventre e dentro al ventre cacciò il capo.
Incominciando allora a frugar col ceffo tra le interiora
finchè giunse là dal cuore, ne fe’un boecone solo e lo
trangugiò. Ma quand’esso gli fu entrato nella strozza, la
punta uncinata della saetta, che v'era ancor dentro, le
si piantò tra le òssa del collo, ed essa non potè più nè
mandarla giù nel ventre nè cacciarla fuor della gola.
Fattasi certa allora della sua morte, disse: Veramente
non è lecito che una creatura qualunque osi domandar
per sè più che Iddio non le ha assegnato. Se io mi fossi
appagata di ciò che egli m’aveva concesso come parte
mia, non sarei ora venuta al punto di morire!
(dall’arabo delle Mille e una notte).
I tre consigli dell’allodola. — Un tale prese, un giorno,
un’allodola, la quale gli disse: Che vuoi tu far di me?<noinclude></noinclude>
rtecjjflibsfsujv0mgvkve5gzzdlum
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/505
108
1031973
3901458
2026-09-18T13:06:00Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901458
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 489 —|}}</noinclude>
— Ti ammazzerò e ti mangerò, rispose. Ed essa: Io non
son grassa, nè posso saziar la fame a nessuno, nè appagarlo se ha voglia di mangiar carne. Intendo però darti
tre consigli che ti saranno più utili del mangiar di me.
Uno te lo dirò standoti sulla mano; il secondo, quando
sarò su quell’albero; il terzo, quando sarò su quel monte.
— Sta bene! rispose il cacciatore.
Essa allora, standogli sulla mano, disse: Non dolerti
di ciò che ti va perduto. — Egli allora la lasciò andare.
Quand’essa fu sull’albero, disse: Non prestar fede a ciò
che non può essere. — Quando fu sul monte, disse: O sciocco
se tu mi avessi ammazzata, m’avresti rinvenuto nel gozzo
una perla del peso di venti libbre. —Il cacciatore si morse
le labbra, brontolò alquanto fra sè, poi disse: Qua il terzo
consiglio! — E l’allodola: Tu hai già dimenticato i due
primi, e come potrei ora dirti il terzo? — Come ciò? domandò. Non t’ho detto, ripigliò l’allodola, che non ti dovessi dolere di ciò che ti va perduto? Eppure, tu vai ora
dolente perchè io ti sono’andata perduta. T’ho anche
detto di non prestar fede a ciò che non può essere, e tu
v'hai creduto. Che se tu raccogliessi le mie ossa, le mie
carni, le mie penne, non farebbero insieme venti libbre.
Come adunque potrebbe starmi nel gozzo una perla di
tal peso? — Questa favola è per tutti quelli che prestano
fede a tutto e si lasciano ingannare (1).
(dall’arabo di Al-Sharîshi).
Il passero e la trappola. — Si racconta come un
giorno un passero passando vicino ad una trappola, la dimandasse così: Che è che ti vedo qui appartata dalla via
comune? — Rispose la trappola: Ho voluto appartarmi dagli
uomini per essere al sicuro da ogni loro insidia. — Che è
che ti vedo qui sulla polvere? — Per umiltà! — Che è che ti
(1) Questa favola orientale è passata anche in Occidente e trovasi nell'antica letteratura francese sotto il titolo: Le lai de l'oiselet: Vedine
anche una versione persiana (tradotta) di Romi nella mia Storia della
Poesìa persiana, I., pag. 273.<noinclude></noinclude>
8kjf8nklqfdtvhl7m8ud3tfjdz96uak
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/506
108
1031974
3901459
2026-09-18T13:06:06Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901459
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 490 —|}}</noinclude>
vedo tutta macilenta e Sfatta? — Mi hanno ridotto così le
pratiche religiose. — Che è questa corda che hai sulle
Spalle? — È l’abito dei penitenti. — Che è questa stanghetta? — È il bastoncello col quale mi sostengo. Io me ne
Servo peri miei devoti. — Che è questo mangiare che ti
sta qui accanto? — È un avanzo del mio pasto. Io l’ho
posto qui per ogni mendico che giunga affamato, e per ogni
viandante che sia impedito dal proseguire il suo viaggio.
— Anch'io sono un viandante e ho fame. Hai tu di che
darmi da mangiare? — Di certo! Eccoti qui di che mangiare,
Ma, appena il passero ebbe dato di becco nell’esca,
la trappola l’afferrò pel collo. Disse allora: Oh! la trista
scelta che ho fatta! Inganno e tradimento e natura tutta
malvagia e trista! — F intanto non s’era accorto che chi
aveva posto la trappola, già veniva per acciuffarselo.
Disse allora fra sè: I savî hanno detto molto a proposito:
« Chi opera inconsiderato e precipitoso, si pente poi, e chi
Va cauto, si salva ». Ma qual modo di salvarmi v' è ora
per me? Oh! non é più il tempo di cercarmi uno scampo!
(dall’arabo di Al-Shibravi).
L'aironee ilpesciolino. — Un airone aveva la sua dimora
in una regione ben guardata e sicura, dov'erano laghetti
e boschi che somigliavano ai giardini di Paradiso. In quelle
acque erano pesci in grande abbondanza, e il nostro airone vi stava assai bene e comodamente, passando il
tempo nel procacciarsi ij bocconi migliori. Ogni suo moto,
ogni suo atto era una benedizione, e se egli si tuffava in
uno di que’ laghi o stagni, non ne usciva senza recarsi nel
becco qualche pesce.
Avvenne però che, con l’andar del tempo, provò fatica e stento nel proczleciarsi i suoi pasti, e che, venutegli meno le forze, gli fu conteso di avere ogni sera di
che cenare. Andava perciò volando qua e là, ora per aria,
ora rasentando il suolo, cercando di rafforzar con un po’ di
cibo l'estremo alito che gli restava, ma nulla nulla gli veniva
in soccorso da quanto sta tra il più alto punto della Spiga<noinclude></noinclude>
ljrql94zc1lbqrarlr85g2ulhtx6u9c
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/507
108
1031975
3901460
2026-09-18T13:06:11Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901460
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 491 —|}}</noinclude>SE AO
e il punto più basso dei Pesci (1). Simile stato di cose si
prolungò per più giorni e più notti, finchè, tuffatosi un
giorno in un’acqua non molto profonda cercando di che
nutrirsi, s'incontrò in un piccolo pesciolino che gli passò
d’accanto, ed egli potè ghermirlo e toglierselo via di tra
le zampe. Trattolo fuor dell’acqua, già stava per trangugiarselo, quando il povero pesce, allegando la propria magrezza prima di dover discendere in quella sepoltura che
già gli si apprestava, si pose a-gridar così, dopo che fu
sul punto di perdersi per sempre:
Cheèmaiunapulceeilsanguesuo?echeèun
passero e la sua grassezza? Dammi retta, o vicino mio
carissimo, o tu, alla cui custodia sono state affidate le
nostre vite! Non aver tanta furia di trangugiarmi! non
t'affrettar tanto ad ammazzarmi! chè, nel risparmiarmi, ci
son vantaggi e utili che ridonderanno a te. E questi sono
che mio padre fu già re e sovrano su questi pesci di qui,
che tutti erano suoi servitori e sudditi, obbligati ad obbedirlo e ad eseguire la sua volontà. Io sono l’unico figlio
dei miei genitori, e però ti prego di risparmiarmi in vita
perchè mio padre fe’ già dei voti per avermi finchè,
quand’io gli nacqui, potè provarla gioia che tanto desiderava. Nel divorarmi, non c'è vantaggio grande, nè io
potrò impedire che tu non renda l’estremo fiato per la
fame, nè potrò riempirti lo stomaco. E se mi divori, al
riguardo di mio padre sarai come quel tale di cui è
stato detto: « M°ha orbato di chi io più amava, nè egli
si è appagato ». Meglio è adunque ch’io ti dia qualche
consolazione e che ti faccia sapere ciò che può esserci
tra te e mio padre, e sia io la cagione d’un patto d’amicizia
sincera tra voi due, dischiudendovi i serrami dell’affezione e
della benevolenza reciproca, sì chetoechia te ogni sorte più
(1) Si badi che tutto questo è uno stile artificioso e a giuochi di
parole, del quale si sono recati altri esempi. L’airone si suol cibare di
pesci, e perciò si fa qui un giuoco di parole con due costellazioni che vi
si possono riferire în qualche modo: i Pesci dello Zodiaco, e la Spiga
della Vergine, che in arabo è detta ul-Simak, e simdk significa appunto
anche pesce.<noinclude></noinclude>
4p8epe71aa2humot2ibkvv56n5wwczs
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/508
108
1031976
3901461
2026-09-18T13:06:16Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901461
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 492 —|}}</noinclude>TIT
— 492—
bella con favor perfetto e preferenza da parte del cielo. Quanto
a me, ti prometto che, se tu mi renderai alla libertà e mi farai
graziaemi lascierai andare, ti farò malleveria di dieci pesci
al giorno, argentei, grassi, morbidi, quali senza contrasto,
senza interruzione, ti saranno imbanditi; e chi te li
manderà, sarà mio padre stesso in ricompensa di ciò
che avrai fatto per me. Tu li avrai senza fatica e senza
stento, nè avrai da Sopportar perciò alcun fastidio 0 noia.
Quando il nostro airone ebbe inteso tutta questa
cantafera, si lasciò vincere dall’ingordigia. Non divorò
il pesciolino, ma, facendo atto di riconciliarsi con lui e
di amicarselo, disse: Ripetimi questo tuo bel discorso!
— Ma non aveva egli aperto la bocca per pronunciar
soltanto la prima sillaba, che il pesciolino, in un attimo,
gli sgusciò via dal becco e si tuffò nell’acqua, scampando
così alle mascelle voraci dell’estrema sventura. Il ghiottone altro non raccolse da tutto ciò che Ja disillusione
nei suoi desiderî.
Io t'ho raccontato questa storia perchè, prima di por
mano ad impresa qualsiasi, tu abbia a considerare le
possibili conseguenze e a indovinare, fin dal principio,
dove essa andrà a terminare. Ora, è stato detto a questo
Proposito: « Prima la riflessione, e l’opera poi »,
(dall’arabo di Tbn Arabshah).
IL gallo e la volpe. — Tempo fa, in un villaggio, un
borgomastro possedeva un gallo ben conformato e ben
Aveva letto le Storie d’Oriente e d’Occidente; aveva
veduto passar molti anni; s’era istruito negli avvenimenti del tempo trascorso secondo lor natura e specie;
aveva provato il dolce e l’amaro delle cose del mondo,
€ SOpportatone il freddo e il Galdo. Più volte aveva mandato
a vuoto le trappolerie insidiose delle volpi, ed era scampato agli accorgimenti ingannatori delle faine. Aveva veduto disgrazie e sventure nel mondoe tra gli abitanti del
mondo, e sapeva a memoria molte battaglie di faine e di
Volpi. Dai libri poi di lor furberie, aveva avuto cono-<noinclude></noinclude>
iokue4vss7g4qm1gug7v7n34y0nmrim
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/509
108
1031977
3901462
2026-09-18T13:06:23Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901462
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 493 —|}}</noinclude>
scenza degli esploratori dei loro eserciti, e, in riguardo
a lor mosse e opere, aveva saputo far cose meravigliose
e nuove.
Avvenne però che, un giorno, trovandosi sull’alto
di un muro, incominciò a pavoneggiarsi, ad ammirare i
vari colori delle sue ali, a contemplar l’ombra della sua
cresta di color di corniola, ad adocchiare i suoi bargigli che, divisi in due, gli pendevano d’ambo le parti,
a mirare le penne arruffate del collo, le penne variopinte
che gli erano come calzoncini intorno alle gambe, tutto
l’ammanto, insomma, che aveva ricamato con ogni sorta
di stoffe screziate il Dipintore onnipotente. Egli stupiva
di sè stesso. Cantò, e gli porse gran diletto il sentire il
suo canto, e intanto si pompeggiava, si brandiva, si
piegava, si dondolava, e la voglia di svolazzar qua e là
tanto lo fe’ dimentico di sè in un istante, che s’allontanò
dal podere e salì sul muro di un altro. Era l’ora del mezzogiorno, ed egli levò la voce e cantò.
Una volpe l’intese, e disse fra sè: Questo è quanto
io cerco! — Saltò fuori in fretta dalla sua tana e portò
con sè tutte le sue trappolerie insidiose. Venne adunque
là da lui, e quando l’ebbe veduto, lo salutò. Quando il
babbo della veglia (1) si fu avvisto di lei, saltò sul più
alto punto del muro. Ma la volpe lo salutò di nuovo col
saluto degli amici, e scambiò con lui i complimenti dei
fratelli, e poi disse: Ti conforti Iddio il corpo e lo spirito, e ti abbeveri, con sorsi vespertini e mattutini, di
coppe dell’acqua della vita! Perchè tu sei quello che ridà
la vita allo spirito e al corpo, con la miglior delle voci e dei
canti, nel bandir la preghiera al pubblico (2). Oh! gli è
passato per me gran tempo da che non ho udito una
voce simile! Che Iddio te la preservi dalla disgrazia del
venir meno e dalla sventura della morte! Io, intanto,
son venuta qui da te per farti un saluto e per farti assapere quanta felicità ti è stata riserbata e per darti una
(1) Uno dei soprannomi con cui gli Arabi designano il gallo.
(2) Il gallo è qui equiparato dalla volpe al Muezzin, cioè al banditore pubblico della preghiera presso i Musulmani.<noinclude></noinclude>
dk1yo2dka5yg3yylukh50iifnumuus5
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/510
108
1031978
3901463
2026-09-18T13:06:29Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901463
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 494 —|}}</noinclude>
lietissima novella. E questa si è il traffico più lucroso,
la provincia più produttiva, il comando più proficuo; nè
alcun che di simile s'è avverato mai nei tempi andati,
nè potrà capitarne mai un eguale nelle età venture. Gli è
appunto che il nostro sovrano (che Iddio rafforzi, sotto
il suo regno, le colonne della fede!) ha ordinato al banditore di fare un bando. E il bando concede sicurezza e
salvacondotto agli animali tutti, e ordina che, dagli orti dell'amicizia e dell’affezione più sincera, si facciano derivare
nel giardino di tutti le acque della giustizia e della beneficenza, e che quest’amicizia fraterna comprenda tutti quanti
gli animali, gli uccelli, le fiere, i pesci, e non sia ristretta
e circoscritta all’uomo soltanto, ma vi partecipino insieme e reciprocamente gli animali della campagna e
quelli feroci del deserto, le bestie domestiche e le iene,
i corvi e gli struzzi, gli sparvieri e le colombe, i rettili
e i pesci, le mosche e ogni insetto di color cangiante (1).
Attendano perciò essi tutti ai loro affari e li sbrighino
l’un per l’altro con equità e giustizia, con abilità e senza
inganno e sopruso, nè sia possibile fra loro alcun atto
che non sia di affezione sincera, di bella amicizia e lodevole compagnia. Siano cancellate, intanto, dalle pagine
del loro cuore le tracce dell’astio, dell’odio, della soperchieria ipocrita, e voli l’augello gata (2) insieme all’aquila, e abiti il passero col corvo, e pascoli il lupo
con la lepre, e s’affratelli il gallo con la volpe, e, insomma, nessuno pensi a soverchiar l’altro, sì che il topo
vada sicuro dalle insidie del gatto, e l’agnello da
quelle del leone. Poichè adunque la faccenda è stata
così disposta ed è ormai tolto via dal mondo ogni
malanno e ogni rancura, sarà pur necessario che anche
da noi si ottemperi a quanto è stato così ordinato,
abbandonando interamente la nostra inimicizia scambievole
(1) Tutti questi nomi, che qui sembrano posti a caso e alla rinfusa,
nel testo arabo sono ordinati per rime, delle quali l’effetto si perde nella
traduzione,
(2) Uccello simile alla colomba, che abita il deserto, chiamato così
dagli Arabi ad imitazione del suo grido consueto.<noinclude></noinclude>
oefn8iwqo7nbtzt1q1fgbk13h613g24
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/511
108
1031979
3901464
2026-09-18T13:06:34Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901464
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 495 —|}}</noinclude>
e il nostro riprovevole modo di comportarci l’uno verso
dell’altro. Viva adunque fra noi due, da questo dì in
poi, un'amicizia sincera, si dischiuda la porta fra noi
dell’affetto e dell’amore; niuno di noi due rifugga mai
più dall’altro, ma ne coltivi l’amicizia e si sforzi intanto
a difenderlo e guardarlo dall’avversario suo! (1).
Così la volpe andava insistendo sempre più in questo
suo cicalare. Ma perchè il gallo badava assai poco a
tante sue ciarle e intrighi, essa riprese: Fratello mio,
che hai tu che ascolti con tanta distrazione le mie parole? Io t'ho pure annunziato un gaudio magno, quale
non s'è avverato mai nei tempi passati! E per esso son
pur stati emanati gli augusti ordini di nostro signore il
Sultano. Vedo che tu non badi punto alle parole mie,
nè ti rallegri di tanta gioia pubblica, nè ti curi di me,
nè ti fidi di me, ma piuttosto ti levi su e ti rizzi per
vedere qualche cosa di lontano. Non vorresti tu farmi
sapere ciò che vai pensando e proponendo a te stesso?
e informarmi di ciò che vai tu ora così lungamente considerando, acciocchè io sappia di che opinione sei tu, se cioè
ti fidi di ciò che t'ho detto e vi presti fede?
Disse il gallo: Io veggo un turbine che s’avanza,
un nembo di polvere che sale alle nubi, e una bestia che
per il mezzo vi balza, come un lampo che guizza! Nè
io so che bestia sia, ma veggo che è più veloce del vento
impetuoso. — La volpe allora, dimenticate d’un subito
le trappolerie e le menzogne, gridò: O babbo della veglia, osserva bene, per Dio! chi sia quella bestia!
E il gallo: Una bestia velocissima, con lunghi
orecchi, con ventre smilzo! I cavalli non la raggiungono,
i turbini non la vincono al corso. — Alla volpe incominciarono a tremar le gambe, ed essa cercava un luogo
da ripararvisi, ma il gallo le disse:Fèrmati, o volpicina
(1) La spappolata è lunga e, forse, poteva essere accorciata. Ma ho
preferito recarla per intero perchè si vegga che i farabolani e i ciarlatani
sono uguali sempre. Questa bellissima predica non sembra una copia di
quelle di tanti Viberaloni moderni, il cui ritratto più fedele trovasi nell'onorevole Cantasirena del Rovetta?<noinclude></noinclude>
haltwpueajs3wy8ws49h0x7sxs0ewz0
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/512
108
1031980
3901465
2026-09-18T13:06:42Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901465
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 496 —|}}</noinclude>490
mia, e abbi pazienza perchè io possa bene accertar qual
Sia l’aspetto della bestia e intenderne la natura. Oh
ecco! volpe mia, ch’essa in rapidità avanza la vista,
e che si lascia a dietro le Stelle cadenti che lapidano
i demoni! (1). — Disse la volpe: Oh! tutto ciò mi Opprime l’anima, e questo non è il tempo degli indugi! —
Così si voltò per andar via, e gridava intanto secondo il
suo modo di parlare:
__ e tu che cingi ‘e Se il tuo descrivere
Di corniola
È veritier,
Il diadema,
Per Dio! gli è questo
Non ritardarmi
Un levrier! (2).
Sul mio sentier.
Disse allora il gallo: Ma se tu hai detto che il Sultano ha ordinato che sia pace tra tutti quanti gli animali,
non ti può venir nessun male dal: cane! Fèrmati
perciò perchè esso intanto venga e ti baci la mano, e
noi possiam così fermare tra noi un patto d’amicizia
sincera, ed esso diventi l’amico nostro, e noi diventiamo
gli amici suoi. — E la volpe:Oh! io non ho bisogno di
vederlo in faccia, e tu lascia cotesto argomentare e
cotesta tua insistenza. — Ripigliò il gallo: E non hai
detto, o mamma dai bei salti, che il Sultano ha ordinato
che i nemici e i padroni si devono comportare in avvenire a guisa di amici sinceri e di compagni affettuosi?
Se questo cane trasgredisce ora il decreto reale, il nostro
sovrano non potrà che infliggergli la morte sulle forche!
— E la volpe: Forse cotesto poveraccio non ha avuto ancora notizia del decreto del re! — E si voltò via per
fuggire e si trasse in luogo lontano e appartato per
salvarsi.
(dall’arabo di Tbn Arabshah).
(1) Credenza orientale, di origine persiana, secondo cui le stelle
cadenti sono aste infuocate scagliate dagli Angeli contro i demoni che
tentano di conoscere i segreti del Paradiso,.
(2) Non c’è bisogno di tanto fracasso per farmi paura.
—_—ePE<noinclude></noinclude>
2l5bh4uy4oipmfzejzy4ss33caemy37
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/513
108
1031981
3901466
2026-09-18T13:06:46Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901466
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 497 —|}}</noinclude>ALIIRR TÀ
\a]el<)}slskele{o] slkole]slelo]elslelo]=]e
is {ele Nslose TIOSIESIONIO lello elel
LIBRO SETTIMO
Allegorie
1. Il linguaggio dei fiori e degli. uccelli.
Il pensier mio mi trasse fuori, un giorno, ad osservare ciò che le mani dell’Eterno avevano fatto, e ciò
che la potente sapienza divina. non inutilmente aveva
tratto all’esistenza, quand’ecco ch’io capitai là da un
giardino, di cui era fino e molle il verde tappeto, chiara
e limpida l’aria che vi spirava, e la fragranza ne iva lontano, e gli usignuoli vi si stavano a cantare, e vi ondeggiavano gli arboscelli, e vi s'inchinavano i rami, e vi cinguettavano gli uccelli, e vi s’intrecciavano erbe e virgulti,
e vi scorrevano ruscelli, e le plaghe vi erano fragranti,
e i fiori n’erano variopinti. Io allora esclamai:
Che giardino è mai questo! e quale altro potrebbe
essere più ameno? E che solitudine è questa? e quale
altra potrebbe essere più bella? Oh! avess’io menato con
me qualche amico del cuore perchè mi fosse compagno
in questo momento felice!
In quel momento, una voce opportuna mi si fece udire: E vuoi tu un compagno più bello di me e un interlocutore più eloquente di me? Non è in tua presenza cosa
Italo Pizzi - Fiori d' Oriente
32<noinclude></noinclude>
f9dh512qlvzf247dldtupwjxi8kjwmn
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/514
108
1031982
3901467
2026-09-18T13:06:52Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901467
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 498 —|}}</noinclude>RetailVie È Ce
— 498—
alcuna che non ti favelli con linguaggio appropriato allo
Stato suo, cosa alcuna che non ti parli dell’avvicinarsi della
sua dipartita? Ascolta adunque se tu sei uno di que’ suoi
che possono intenderlo:
Non vedi tu ehe ha un alito (e ne vola
Il profumo) l’auretta d’ Oriente?
Geme talor, talor sospira, e imita
Chi l’amor suo perdette e va dolente.
Stillar di nubi, gemer di colombe,
Stormir del ramo che piega fluente,
Corruscar d’albe, luccicar di fiori
Quando il balen gli scuote rilucente,
Giunger di primavera, e il senso arcano
La rosa ne disvela appariscente,
Ogni cosa per te, perchè ten giovi,
Fu già tratta dal'nulla, o non credente!
Oh! tutto parla de’ favor di Dio,
Testifica di Lui, grato e ossequente,
Chè in tutto è un segno dell’Eterno e mostra
Ch’Egli è l’unico Iddio veracemente.
Discorso dello zefiro. — La prima voce adunque che
io intesi, fu il susurrar dello zefiro. Mormorava con la
sua dolce voce e andava dicendo con linguaggio appropriato, scolpandosi con eloquenza da ogni taccia o calunnia:
Io sono il messaggero dell'amante alla diletta sua,
quei che reca i lamenti dell’egro al medico dei cuori afHitti. Se a me si confida un segreto, io lo rendo quale mi
è stato confidato; e se m’è stato commesso di spandere attorno una notizia, io la ridico quale l’ho intesa. Sio m’accompagno a qualcuno per via, gli fo carezze con la dolcezza del mio ventare, e vo scherzando con lui con la
famigliarità mia innocente. E se è buono, io son buono
con lui; e se fa il riottoso con me, io fo il riottoso con
lui. Sio son molle e tranquillo, guarisce per me chi è
malato, e là dove io posso penetrare, è dolce il sonno del
. pomeriggio. S’io sospiro, sospirano gli amanti; e s’io vo
mormorando, si bisbigliano lor segreti gl’innamorati.<noinclude></noinclude>
f24plp76nurm1hb5xjuv803png2paj8
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/515
108
1031983
3901468
2026-09-18T13:06:57Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901468
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 499 —|}}</noinclude>
To son sottile nell’essenza mia, agile nel volgermi da
qualunque parte, facile all’accostarmi. Riconoscono la dolcezza mia quelli tutti che son dolci di natura e beneficano
altrui. Se io.non fossi nell’aria, l’aria si corromperebbe.
k tu non ti pensare che sia cagione del mio andare errando quà e là la mutabilità del mio spirar capriccioso.
Anzi io soglio mutarmi al sopravvenir di ciascuna delle
quattro stagioni appunto per ciò che è buono e utile per
te. Spiro, nella primavera, verso la parte di Settentrione,
e rendo feconde le piante e uguali fra loro la notte e il
giorno. Spiro, nell'estate, verso la parte di Levante, e fo
crescere i frutti e adorno gli alberi. Spiro, nell’autunno,
verso Mezzogiorno, e ogni frutto raggiunge la perfezione
ultima della fragranza, e tocca a quella maturità che gli
è propria. Spiro, nell’inverno, verso Ponente perchè s°’alleggerisca il peso d’ogni pianta, e ne seechino le foglie, e
ne rimanga il solo fusto. Quello son io per cui si alimentano i frutti, e si schiudono i fiori, e scorrono le acque,
e le piante si fecondano; per cui si rivelano i segreti
degli amanti. Io son quello che consola il pellegrin d’amore col dirgli ch'è vicina omai la meta del suo viaggio.
Quanto è soave ciò che mi dicea
Della beltà di questo loco eletto,
Mormorandomi accanto,
Il nuovo zefiretto!
Spander volle fragranza ch’esso avea,
Tutt'all’intorno, ed ebbro mi fec’io
Al soave profumo
Che dal suo grembo uscio.
Oh! quante volte secondar parea
Lo zefiro, balzandosi di fuore,
Il mio sospiro ardente
Per la doglia del core!
Discorso della rosa. — Udii allora anche i discorsi
degli augelli secondo le lor famiglie, e quelli dei fiori
secondo che variamente si dipingono i lor colori diversi.
Ma poi si levò su la rosa per dar notizia del profumo suo
nel suo apparire, per far sentire la fragranza procedente
della sua presenza. E diceva:<noinclude></noinclude>
fzlmjmmwwhtbok0s9hk86pghpiv8kc5
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/516
108
1031984
3901469
2026-09-18T13:07:02Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901469
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 500 —|}}</noinclude>500 >
Io sono l’ospite gradito che giunge tra l’inverno e
l'estate, e la visita mia è breve quale d’una leggiadra apparizione in sogno. Approfittate, o mortali, del tempo mio,
perchè il tempo è una spada! Ho avuto in dono il color
delle gote delle giovinette che si amano, e son vestita
delle vesti del disioso amante (1). Io inebbrio della fragranza mia chi mi odora, e rendo inchinevole a chi l’ama,
l’oggetto dell'amore. E io son la visitatrice, e tu sei quello
che io vengo a visitare. Lo sperare che io duri molto, è
vanità.
È poi un segno della trista fortuna e dell’amareggiato
vivere di quaggiù, che, in qualunque luogo io spunti, mi
stringa e opprima tutto un cinto di spine che sta a carico mio, sì che io. me ne sto cacciata IA tra cespugli
densi e folti, trafitta pur dalla punta delle mie Spine. E
questo è il sangue mio che luccica su tutto ciò che mi
Sta dattorno (2). Tale la condizione mia! Eppure io sono
la più nobile tra quante cose belle giungono in primavera,
e il più leggiadro tra i fiori. Ma chi è mai colui che va
esente da pene e da noie quaggiù? Chi tuttavia sopporta
con pazienza le amarezze del mondo, tocca il fine dei suoi
desiderî. Io però che mi pavoneggio nella mia splendida
Veste, ecco che son rapita ad un tratto dalla mano di
qualcuno che mi ammira, e quella mano, togliendomi di
mezzo ai fiori, mi caccia entro caldai angusti, dove il Corpo
mio vien disfatto, e l’intima parte mia si strugge, e i petali
miei vanno contusi, e le molli lagrime mie si distillano, nè
alcun risarcimento di tanto mi si concede mai! (3). Ma
intanto, sio perisco in quell’ardore, guarisce per me la
gente che ha l’ardor nel cuore, e chi languisce di desiderio, si conforta con l’alito mio. Io mi dileguo di tra gli
uomini nella parvenza mia, ma rimango fra loro nella sostanza mia. Quelli che sono dati alla vita contemplante,
i —___
________L
(1) Di color verde, che è segno di speranza.
(2) Il vivo color porporino che si riflette all’intorno.
@) Allusione alla composizione dell’acqua di rose tanto pregiata nel
commercio con l'Oriente nel Medio Evo,
IA ROTTE e L3JT
OTO<noinclude></noinclude>
6i80bfxbg7f5h11td4ifi6rxwadsdqv
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/517
108
1031985
3901470
2026-09-18T13:07:07Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901470
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 501 —|}}</noinclude>
attendono la mia venuta, e chi è devoto all’amore (1),
lesidererebbe ch'io durassi sempre.
S'anche son io lontano di persona,
D’alma e di spirto eccomi a te presente.
Presenza e assenza mia, se tu ben guardi,
Ènno sola una cosa veramente.
Tal più di tutti, in favellar di Dio,
Un motto seppe dirne acconciamente;
« Della rosa all’essenza ugual Tu sei,
Pere la rosa, ed ella è ancor vivente! »
Discorso del mirto. — Il mirto, quand’ebbe udito le
parole della rosa, disse: Lo zefiro ha fatto la mossa sua
nel giuoco e ha rivelato omai il suo segreto, e le nuvole
hanno sparso intorno a ciocche le loro perle. Si dispiega
e si spande dovunque la bellezza dell’anno novello (2) con
tutti i riposti tesori suoi, e s’avanza fastosa la primavera
con le pompose sue collane di fiori. La rosa liberamente
si pavoneggia, e trae fuori dai giardini ameni, per schierarli in vista, tutti i suoi bocciuoli. L’usignuolo gorgheggia,
e dilettoso per ogni amante si rende omai il luogo dei
dolci convegni. Lèvati adunque, o rosa, con noi, e andiamo
attorno! Vogliam mostrarci fieri della bellezza nostra e
passeggiar qua e là con fasto e pompa. Questi giorni di
gioia, facciamoli passare allegramente, e vediam di frenarne e di arrestarne il tempo!
La rosa, inteso il discorso del mirto, gli rispose: Male
hai risposto, o sire delle erbe odorifere! Anche se si accoglie corruccio in te per ciò che io dico, a che ti sei tu
avventurato? E tu sei disceso dal tuo alto grado di principe appunto perchè non hai ponderato come s’ha da regolare a dovere ogni nostro consiglio. E chi potrà toccar
la meta, se tu inciampi? E chi sarà la guida, se tu te ne
vai smarrito? Esorti altrui, per tua parte, a darsi bel tempo,
e vai incitando a darsi spasso i sudditi tuoi. E un signor
di genti sarebbe mai colui appunto che dà fatui e rei.
(1) Amore mistico, secondo che s'intende da tutta l’allegoria, verso Dio.
(2) S'intende al cominciar dell’anno in primavera,
î<noinclude></noinclude>
en5sevg40vgpzoz27t6waeqco6eeqb5
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/518
108
1031986
3901471
2026-09-18T13:07:12Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901471
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 502 —|}}</noinclude>
consigli? Oh! non t'inorgoglire della bellezza tua quando
i tuoi rami ondeggiano al vento, e son verdi le tue foglie,
e son gonfie di nobile umore le tue vene! Son rapidi a )
trascorrere igiorni della giovinezza; se ne cancella ogni
traccia, e vaniscono come fantasia che vien di notte, e
come visione fuggitiva. Tale è la giovinezza! Verdi ha
le vesti e l’ammanto.
Discorso del narciso. — Il narciso che fino allora era
stato a riguardare cotesto interlocutore, prese a rispondergli secondo la mente sua, dicendo:
Io sono il guardiano d’una famiglia e il suo compagno,
quello che con essa passa conversando la notte, e sono il
suo commensale. Ma; il signore di quella famiglia n'è
anche il servitore, perchè io insegno, a chi n’ha voglia,
come e quali sono i modi del servire altrui, e io stesso
mi son cinto ai fianchi per servire (1). Addestro poi nei
loro ufficì le milizie mie, nè cesso mai dal tenermi pronto
in piedi, poichè tale appunto è il costume di chi si sta a
servire. Nè io mi siedo mai tra quelli che intorno a me
si stanno Seduti; nè levo la fronte a mirare i commensali
miei; nè contendo, a chi la cerca, la fragranza del mio
alitare; nè mi dimentico del patto stretto con chi mi è
legato d’amicizia; nè son riottoso 0 duro verso chi mi
recide dallo stelo. Il calice mio nella sua purità è la coppa
mia di che mf abbevero, e il fondamento mio è posto
sopra verdi steli di smeraldo, e le vesti mie son fatte
d’argento e d’oro. Riconosco la pochezza mia, e però
me ne sto silenzioso del silenzio di chi si Vergogna, e vo
meditando il mio fine, e tengo la mente rivolta al sopravvenir della morte. Tra le altre meraviglie è pur
questa ch'io sto qui tutto solo, nel luogo appunto degli
amorosi convegni. Ma, se il senso dell’odorato potrà afferrare il profumo mio, non potrà afferrar mai il significato recondito del mio linguaggio il senso dell’udito.
(1) Allusione agli anelli e cerchi nello stelo del fiore, che somigliano
alla cintura degli schiavi con cui essi si stringono le vesti alla persona
per essere più sciolti e liberi nel servire.<noinclude></noinclude>
exgw39euamgf0ytbs7zwyel1srkc5vt
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/519
108
1031987
3901472
2026-09-18T13:07:18Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901472
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 503 —|}}</noinclude>
Questo significato non penetra nel cuore di chiunque, e
non passa per gli orecchi. Intanto, il silenzio mio è riconoscimento della pochezza mia, e la somma d’ogni mio
discorso è un accenno a dove mi toccherà la fine.
Per la pochezza mia qui stommi in piedi
All’umile mio stato ripensando.
Tra i passanti di qui, non è chi frutto
D'opra o saver di me venga cercando.
Ma la pupilla di questi occhi mici
Dal mirar la mia fine, paventando
In sua fretta, non torcesi (1). Di fretta,
Chi creò l’uomo, vennelo improntando (2).
Discorso dell’usignuolo. — Mentre io così stava attento al conversar famigliare dei fiori là sulle sponde di
lor ruscelli, si fe’udire la parlata degli augelli dai loro
nidi. E primamente così parlò l’usignuolo favellando apertamente di sè e rivelando quante cose segrete erano riposte presso di lui. Egli adunque disse così, con linguaggio
di significato recondito:
To sono quei che veglia malinconico, l’assetato di sete
di desiderio. Quando tu vedi avanzarsi la Stagione primaverile e avvicinarsene la bella parvenza, tu mi trovi
starmene tutto lieto in mezzo ai giardini e tra i boschetti
per ripetervi i miei canti. Canto allora e mi commtuovo
dell’animo, e mi compiaccio della mia canzone, e me ne
innebrio in quello stordimento mio. Quando poi susurra
lo zefiro e muove le foglie dei rami, io mi vo dondolando
sugli arboscelli, e allora accompagnano, come liuti,il
canto mio lo stormir dei rami fiorenti e il mormorio dei
ruscelli. Tu ora ti penserai che io sia un innamorato
tutto gioioso e lieto per cotesto. No, per Dio! nè io tradirò mai questo giuramento! Che anzi io mi lagno e son
triste, non gioioso; mi fo veder mesto, non allegro,
perchè io non ho mai rinvenuto giardino che non dovessi
(1) Non cessa mai dal mirare alla morte.
(2) Cioè l'uomo s’affretta sempre ad un fine qualunque sia; io,
alla morte.<noinclude></noinclude>
k0qgiik15ifn3uogw6fvcye6261ie2f
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/520
108
1031988
3901473
2026-09-18T13:07:23Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901473
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 504 —|}}</noinclude>
poi rattristarmi per il suo squallore nell’inverno, nè ho
mai avuto sollazzo che non dovessi poi dolermi per il suo
cessare, nè ho visto verzura di cui poi non dovessi lai
mentare l’avvizzire. Non ho veduto mai splendore che
anche non si offuscasse, nè viver dolce che poi non diventasse amaro. Ho letto tra le sentenze dei sapienti (1):
« Ogni vivente sulla terra ne disparirà! >». Come adunque
non gemerei io per uno stato che sempre si muta, per un
tempo che sempre si cangia, per una vita che cessa, per
un legame che in breve va disciolto? Tutto ciò è la somma
di quanto serve a dichiarar l’essere e lo stato mio, e
non v' ha necessità di commenti e di chiose.
Quest'aer leggero e quest’erbe odorose
Novella son di Paradiso. Oh! biasmo
Non farmi tu s’io ritorno al mio canto!
Giardino è questo in cui vanno congiunte
Pace e di fior fragranza e tal verzura
Che ugual non trova nel suo vago incanto.
D'un candor rilucente e d’un fulgore
Vivo ne sono i fiori, e d'un bel verde
Che luccica, e d’un rosso d’amaranto.
Conversar dolce qui si trova, e stretto
Vi sta d’amore il vincolo tenace.
La vita è tal, ma fuggitiva intanto!
Discorso della colomba. — Ripiglia l’Autore del libro:
Mentre io era tutto immerso nella dolcezza delle sue
parole (2) e stava ripensando le sue sentenze e i suoi giudizì, ecco ch'io vidi là di contro una colomba che s’era
cinta al collo del collare della servitù come segno di essa
(3), e le dissi: Parlami tu ora dei gusti tuoi e dei tuoi
desiderî, e dichiarami qual senso si provi nell’adornarti
di cotesta tua collana.
La colomba rispose: Io m’adorno della collana della
fedeltà e mi abbello del monile della lealtà, perchè. son
(1) S'intende degl’iniziati nella dottrina mistica.
(2) Cioè del falco, del quale qui non è stato riferito il discorso.
(8) È quel cerchio di penne brane che recano i colombi, e specialmente le tortore, al collo.<noinclude></noinclude>
d7kc1yqggkxujdoa5pu1lb0cv8sulf1
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/521
108
1031989
3901474
2026-09-18T13:07:28Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901474
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 505 —|}}</noinclude>
chiamata a portar lettere e a recar messaggi a chi li desidera e domanda. Ora però intendo di dartene un ragguaglio veridico, perchè è bel costume il dare anche consigli e avvertimenti. Non ogni volatore è sicuro, nè ciascun
che giura è poi fedele al giuramento suo, nè ogni primo
‘ che capita è uno di quei della mano destra (1). Il particolare pertanto del recar messaggi con fedeltà, è tutto
proprio della mia specie. La specie mia si vende all’incanto (2), e conosce a mano a mano la via de’ suoi viaggi.
Io soglio dire: « Caricatemi! », e mi si carica di lettere
segrete, di dolci messaggi, di ogni sorta di notizie. E
parto volando, ed è rapido anche il volar della mente mia,
ch'io temo d’ogni predatore offensivo, ed evito ogni più
rapido volatore, e temo d’ogni cacciator micidiale. Fuggo
perciò lontano e tollero la sete nelle ore più calde del
giorno, e duro la fame in luoghi squallidi e deserti. Anzi,
se veggo un granello di frumento, pure con la mia gran
fame me ne astengo, e volo via in alto per timore dell’insidia di un laccio nascosto o d’una rete che m’impedisca
di portare i messaggi miei, e mi dilungo, in un batter
d’ali, come chi è stato trappolato al mercato. Quando
poi son giunta, quando ho toccato un luogo sicuro per
me, porgo a chi devo ciò che con me ho portato, ed eseguisco ciò che so fare. Men vo adorna del collare della
servitù appunto perchè son stata creata per recar le liete
novelle. Mi volgo quindi a ringraziare Iddio per i benefizî ch'egli m’ha fatti.
Giungeste, ovver fuggiste, amici miei?
Chi vi serve, in suo ufficio è ognor leale,
Fermo, nè lo rimuove alcun censore,
Non ne torce le redini uom brutale!
Per voi tal pondo sopportai che i monti
Non potrian alti, ma potea costanza.
Non attiene l’uom libero sua fede,
Bensì lo schiavo, anche se il peso avanza.
(1) Cioè è un momo onesto, Frase del Corano che chiama î buoni
quei della mano destra, perchè, nel giorno del giudizio universale, staranno
alla destra di Dio.
(2) Cioè accrescendosene il prezzo dagli offerenti, tanto è pregiata.<noinclude></noinclude>
1ce8pmttq7k9z7m3v2kfqir17m6br1d
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/522
108
1031990
3901475
2026-09-18T13:07:34Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901475
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 506 —|}}</noinclude>
Discorso del pavone. — Ripiglia l’ Autore del libro:
Io mi volsi allora da un’altra parte e vidi un pavone.
Il pavone, un giorno, s’abbeverò del liquore della vanità,
si vestì già di vesti da ipocrita, ed esso è quell’augello
su cui la infelicità funesta d’Iblîs è ridondata (1). Le penne
sue vanno adorne di mille colori, ma i diversi modi del
viver suo sono altrettante pene e angosce. Egli non rientrerà mai più negli orti di Paradiso, e Iddio ben sa ciò
che si cela nel cuor degli uomini!
Io gli dissi: Misero! qual differenza fra te e l’upupa
nella sorte assegnata! Tu, o infelice, vai pensando soltanto
all’esteriore, ed essa all’intimo significato delle cose tutte!
Tu ti lasci ingannare da vani desiderî, e ti compiaci di
ciò che è fallace e caduco!
Tu, mi rispose il pavone, che mi affliggi con coteste
parole tue, che con la gioia che hai della mia sventura,
mi vai tormentando, lascia cotesta tua gioia trista e non
ricordare al misero ciò ch’egli ha perduto! Fu già detto
nelle tradizioni (2): « Abbiate pietà del potente che è disceso ad umile stato, e del ricco che è diventato povero ».
Oh! fossi tu stato in quel tempo in cui io mi aggirava
per gli orti di Paradiso tra limpidi ruscelli e viti cariche
di grappoli, e andava attorno per le sue magioni, ed entrava ne’ suoi manieri, e vi vedeva giovinetti avvenenti
e giovinette dagli occhi bruni! La bevanda mia era, allora,
l’inneggiare al Signore; l'alimento mio, il proclamarlo
santo, santo, santo! Finchè il destino mio designato mi
cacciò innanzi Iblîs il quale mi gettò indosso un ammanto
d’ipocrisia, e cangiò in difettose e dispette le mie qualità
nobili ed elette. Fui repugnante, da principio, al suo desiderio, ma il destino suol pure indurre l’uomo a ciò che
più gli spiace, esso che caccia lontano anche da’ lor nidi
gli augelli!
(1) Iblîs 6 il nome del Diavolo presso i Musulmani, secondo i quali
il pavone si associò ad esso Iblîs per sedurre Adamo ed Eva. Anch’egli
lo che appresso
si dirà.
(2) Detti attribuiti a Maometto dalla tradizione, già ricordati tante
altre volte.<noinclude></noinclude>
i4yt5d2ubp83pofj13ye7ytqm177986
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/523
108
1031991
3901476
2026-09-18T13:07:39Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901476
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 507 —|}}</noinclude>
Iblîs, intanto, si pompeggiava nella bella veste del
favor di Dio (1); ma l’inclinazion sciagurata della sua
mente non l’abbandonò finchè, per vanitoso pensiero, egli
si credette da più di Adamo (2). In quella congiuntura,
io ebbi da far con lui cosa non certo gradita a Dio, ed
egli mi strascinò al peccato. Non mi fe’ conoscere, del
reo disegno ch'egli macchinava, null'altro se non ch'io
dovessi guidarlo presso di Adamo, mentre il serpente, già
di dentro dal giardino, s'adoprava con ogni arte per farvelo entrare. Fui scacciato allora, insieme agli altri rei,
da quell’dstello di gloria a questo di avvilimento e dann
e mi fu detto intanto: « È questa la ricompensa di chi è
guida al male, il premio di chi si accompagna ai malvagi! »
Mi fu lasciato l’ammanto pomposo delle mie piume
acciocchè per esso mi ricordassi sempre dell’eletto e puro
vivere mio d’un giorno, e ciò accrescesse in me il tormento e il desiderio, il sospirar mio per i begli orti di
Paradiso e la voglia mia. Quindi, ne’ piedi miei fu posto
un segno del ceorruccio di Dio (3), perchè io, ad ogni
istante, vedessi quel segno con gli stessi occhi miei, e
quel segno mi rammentasse l’infranto patto dell’ GpIGÈ
dienza. Tra le altre campagne della terra, mi sono acconciato in questa che somiglia a quella donde io fui fatto
uscire, donde, per la mala ventura mia, fui discacciato.
Qui, io mi ricordo sempre dei giardini di primavera dove
un giorno ho dimorato; qui, io fo scorrere le mie lagrime
e vo rimproverando il talento mio che fu cagione della
mia caduta. Ogniqualvolta rammento ch'io vo separato
dal consorzio d’un tempo, vo così dicendo fra me:
O dolce ostello, forse che il ritorno
Ci fia concesso e ridonato agli occhi
Il queto sonno mio?
(1) Quando non s’era ancor ribellato a Dio ed era del novero degli
Angeli.
(2) Secondo i Musulmani, Iddio, quand’ebbe creato Adamo, comandò
agli Angeli di adorarlo. Tutti si prosternarono, eccetto Iblîs. Fu questa
la sua ribellione (Corano, VII, 10).
(3) È noto che i piedi del pavone sono assai brutti rispetto alla
magnifica bellezza delle piume.<noinclude></noinclude>
dlaw3nuzq5vwdiyk43tqql3vbi7mx5f
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/524
108
1031992
3901478
2026-09-18T13:07:44Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901478
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 508 —|}}</noinclude>20
Quando ci separammo, o cari amici,
Quasi moria l’amico vostro allora
Ch’ei vi diceva addio!
Da voi disgiunto, è dolente il mio spirto.
Pietà, pietà deh! abbiate voi di questo
Dolente spirto mio!
Dagli occhi miei poneste in fuga voi
Il dolce sonno, e doglia ch'è mortale,
Piantaste nel cor mio.
Con me la carne mia, ma fra le tende
Vostre è lo spirto. Vi dorria se ancora
Fra voi ritornass’io?
S'io mi rammento le trascorse notti
Insieme a voi, diletti amici, all’ombra
Dell’ostel che fu mio,
Penso che di dolor mi Struggerei
In tanto amor, se in copia non potesse
Scorrere il pianto mio.
Immaginando vo che un di Verreste
1 A rivedermi, e addoppia il duolo intanto
E cresce il desir mio.
Se il mio peccato di venir mi toglie
Fino a voi, la sventura che m'’incolse,
Supplica in favor mio.
Divisi, non sarem mai più congiunti!
Basti ciò che avvenia! Restami il danno
E l’umil stato mio.
Ripiglia l'Autore del libro:
Io mi dolsi di quella sua sventura, e piansi per i
molti affanni suoi. R veramente non c’è cosa più crudele
del dover rimaner lontano da alcuno dopo essergli stato
vicino, e non c’è cosa più uggiosa d’un velo che copra
la diletta persona già stata veduta innanzi!
(dall’arabo di Al-Magdisi).
2. Allegoria delle Stagioni,
Le stagioni dell’anno vennero già ad un trattenimento
geniale nel giorno in cui il loro signore e duce aveva
raggiunto l’estremo punto del suo cammino (1), là nel
(1) Il sole, giunto all'equinozio di primavera, cioè al termine dell’anno vecchio e al principio del nuovo,<noinclude></noinclude>
alcw05kwp0cw3yj3me89aan8z4tono1
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/525
108
1031993
3901479
2026-09-18T13:07:49Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901479
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 509 —|}}</noinclude>
collegio dei maestri d’eloquenza, dotti nell’arte del parlare
elegante. Ciascuna di esse si levò per argomentare in
causa propria e per vantarsi dei pregi di tutto ciò che le
apparteneva.
La Primavera disse: Io sono la giovinezza dell’anno,
il conforto dei viventi, la pupilla (1) dell’occhio dell’uomo;
io la vita delle anime, l’ornamento dei giovani ramoscelli,
il diletto degli occhi, il linguaggio degli uccelli. Si spande
attorno la fragranza mia ad ogni istante, e i giorni miei
son tutti giorni di festa e di convegno. Al tempo mio,
‘ germogliano le erbe, si ridestano i morti, si restituiscono
i pegni deposti sotterra (2), si risentono e si scuotono i
diversi temperamenti dell’uomo. Balza fuori gioioso, pari
ad agile destriero di riserva, il vento australe, e cessa
intanto l’affannoso anelito dell’altro (3). Gorgogliano acqua
in copia le sorgenti dei fiumi, e sono uguali fra loro la
notte e il giorno. Quanti monili ho io di perle infilate
(4), quanti drappi di seta variopinti, striati, ricamati,
e vesti pompose e ornamenti appariscenti! La stella della
felicità avvicina all’oggetto della sua speranza (5) chi la
cerca e osserva, e il sole della bellezza va intanto gridando: « Oh! quanto distano fra loro la costellazione del
Capricorno e quella dell’Ariete! » (6). Le schiere mie
son sempre vittoriose, e celebri le mie armi. Spada mia
è un ramoscello ingemmato; corazza, violette primaticce
(7); cimiero, un anemone porporino; scudo, un brillante
(1) Cioè la cosa più cara e preziosa.
(2) Rivivono Ie piante e, germogliando, ritornano di sotterra i semi
già depostivi.
(3) Il vento australe sottentra in primavera ad ogni altro vento che
intanto si riposa, come, secondo l’uso del cavalcare orientale, sottentra
un cavallo di riserva, menato libero e scarico a fianco del cavaliere, ad
un altro cavallo adoperato fino allora che ora si riposa dall’affannosa
corsa.
(4) Cioè di fiori a ciocche e a grappoli.
(5) S'intende nell'amore.
(6) Dette allegoricamente degli amanti che, separati, desiderano di
ritornare insieme, e delle anime umane che sospirano di ritornare a Dio.
Il Sole di bellezza è o l’amante o Dio, secondo i due sensi.
(7) Perchè rivestono, come maglie di corazze, i prati e le aiuole e
i fossati, Son quelle che noi chiamiamo violette di Parma.<noinclude></noinclude>
kcluos8mxdep205p07rwi6et9al9a81
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/526
108
1031994
3901480
2026-09-18T13:07:54Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901480
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 510 —|}}</noinclude>
buftalmo; freccia, un ramo di mirto che slanciasi e odora;
asta, lo stelo d’un giglio, di cui la punta è rilucente,
Miracoli di Dio custodiscono la mia schiera, e la fiancheggiano vessilli e stendardi (1). Per me s'imporporano
le gote alla rosa, e ondeggiano graziosi i fusti del mandorlo, e verdeggiano le erbe odorose, e destasi al narciso
l’occhio grave di sonno (2), ed escono da’ loro angoli
remoti gli animali stati nascosti nell’inverno, e la camomilla mostra i suoi bianchi denti e dice: « Io son quella
ch'è tutta candida, che monta e si eleva sui luoghi più
eccelsi » (8).
Primavera, mirabile portento!
Al lagrimar del ciel ride la terra.
Oro è dovungne andiam, son perle, ovunque
Moviamo il piede, e in ogni spazio è argento (4),
Disse allora l’Estate: Io sono l’amico più proprio, il
compagno più sincero, il medico più abile. Son sollecito
dei desiderî e dei bisogni degli amici, e li sollevo dalla
noia del portar vesti gravi, e alleggerisco lor pesi, e moltiplico lor riechezze, e li provvedo di sostentamento, e
sono loro largo di Soccorso, e li ricompenso dell’aver
ovuto comperare, nell’inverno, le pelliccie, e faccio loro
conoscere la verità di questo proverbio: « Tutta la preda
si sta nel ventre dell’asino selvatico » (5).
Fui inviato dallo Zefiro, e pur nel tempo degli amori
giovanili ebbi dono di sapienza (6). Per me soltanto si
(1) La magnifica opera della creazione, secondo un concetto più
volte espresso da Maometto nel Corano, é tutta un miracolo di Dio,
(2) Il narciso, in arabo e in persiano, è sinonimo di occhio, e gli
occhi delle fanciulle tanto più son belli, secondo gli Orientali, quanto
più vanno sonnolenti.
(8) Detto nel senso proprio, e nel senso figurato dell’elevarsi e illuStrarsi per intrinseci pregi.
(4) Cioè fiori di diversi colori.
(5) Secondo un'antica tradizione araba, tre compagni, un giorno,
andarono a caccia. Uno prese una lepre; l’altro una gazzella; il terzo,
un asino selvatico. I due primi se ne vantavano. Ma l’altro disse: ‘l'utta
la preda sta nel ventre dell’asino!, intendendo di dire che la sua preda
era di gran lunga superiore a quella degli altri due. Il motto passò in
proverbio per dire che certa cosa è superiore a tutte le altre. Nel nostro
testo, s'intende che l'estate è superiore d’assai alle altre stagioni.
(6) Giuoco intraducibile di parole tra saba, zefiro, e siba, amori gio-<noinclude></noinclude>
p0nbtbqcxyfzdrka33g9vr61odpt8ri
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/527
108
1031995
3901481
2026-09-18T13:08:00Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901481
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 511 —|}}</noinclude>
apprestano ripulite le vie maestre della città, e viene a
perfezione l’umor sapido delle frutta. Fioriscono i datteri
recenti e freschi; viene a maturità l’umor delle uve; si
rafforzano i noccioli ai mandorli, e s’° ammolliscono le
buccie a fichi e a banani; si rassodano e aggruppano i
granelli al melagrano. S'ammorza la bile e cessa la palpitazione. Verdeggiano per me le gote alle mele, e vola
attorno, al soffiar dei venti, la fragranza dei pomi cotogni; s’anneriscono le bacche alle olive, e si fa levigata
e lucida la corona agli aranci e ai limoni. Le promesse
mie, io le attengo; le mense mie son sempre apparecchiate; ogni cosa buona trovasi presso di me, e l'alimento
per tutti è distribuito a tutti nei miei giorni. Il povero
se ne va con abbondanza di peso e di misura, e il ricco
vive lautamente ne’ suoi possedimenti e ne’ suoi campi.
Gli animali selvaggi vanno attorno liberamente, ora in
branchi, ora solitarî; e gli uccelli escono affamati al mattino e tornano satolli alla sera. Diceva perciò Ibn Habîb (1):
Luogo a passar l’està con ombre pendule
Sulla gente, con succhi soavissimi,
Che gli umori dell’uom solve e purifica,
Le specie varie delle frutta, in integro
La salute a guardar, forma sollecito
Di guisa tal che ne disgrada Ippocrate.
Disse allora l’Autunno: Io sono il duce condottier
delle nuvole, che mette in fuga l’esercito degli affanni e
delle cure, che disperde le schiere del Samiùm (2) e adduce seco le nuvole piovose simili a branchi di nobili
cammelli, che disperde i veli delle nebbie per le vie
montane (3). Io, con le pioggie mie, tolgo la sete agli
uomini e l’arsura ai campi, e spando attorno liberale gli
umori miei. Reco alla luce ogni cosa più leggiadra, e
suscito pioggie veementi e pioggie tenui. Nei giorni miei
(1)}Cioè l'Autore stesso. Vedi il Registro dei nomi in fine del volume.
(2) Al-Samiim, cioè l'avvelenato, è il noto vento del deserto.
(3) L'opposto di quello che avviene da noi. Ma la frase, al solito, ha
‘doppio senso, e può significare anche: « tolgo i veli (cioè Joaccio conta
scere) alle virtù e ai pregi (degli uomini) n. Rammentiamoci che siamo
in allegoria.<noinclude></noinclude>
cpdttcovv3gc6v0bfrjzkg83423zz8e
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/528
108
1031996
3901482
2026-09-18T13:08:05Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901482
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 512 —|}}</noinclude>
si colgono i frutti, e si purificanoifiumi d’ogni loro bruttura; spuntano brillanti le lagrime alle fontane, e si tingono di colori diversi le foglie ai rami degli alberi sì che
ora somigliano al legno rosso di campeggio, ora hanno
lividor di serpenti, e talvolta si presentano in lor veste
giallo-dorata, sì che attirano i cuori anche più fieri e
sdegnosi a sentir certa affezione per loro (1). Al tempo
mio, è libera la gente da timor d’insetti e di rettili velenosi, e son pari, nel goder delle acque dolci, poveri e grandi.
Vanno attorno, intanto, gli uccelli cantando lor lai, pompeggiandosi nell’ammanto rinnovato di lor penne. Si spreme
il figliuol de’ grappoli e si consegna al carcere d’una
botte, in ceppi, accioechè non commetta qualche rea pazzia.
Nè esso è punito per altro se non per la sua malvagità
e oltracotanza. Per me, son più belle le ore del giorno, e
per me son divertimenti e piaceri. Si fa più agevole il
respirare, e per me si gittan via le ultime Dpietruzze (2);
cessa ogni bollor dei cuori; cibi e bevande si moltiplicano
in abbondanza. Quanti alberi ho io, dai quali ci viene un
alimento durevole, e il cui frutto è tale che è utile anche
oltre il bisogno! E altri hanno foglie che non cadono, e
altri tale drittura di rami e di fusto da disgradare ogni
fragile asta guerriera. Intanto, son pure d’Ibn Habîh
questi versi:
O d’autunno stagion, tu vieni a noi
E ti pompeggi, qual novella sposa,
Negli ornamenti tuoi.
V'è un’altra primavera, ed è per gli occhi,
Ma tu sei primavera che fra noi
Vieni e l’alma ci tocchi!
Disse allora l’Inverno: Io sono l’anziano delle assemblee, il capo del commercio, accolto sempre con osser(1) Allo stesso modo che gli amanti, estenuati dall’affanno, destano
pietà in chi è da loro amato, così ogni animo, anche più duro, s'intenerisce al vedere avvizziti i bei fiori d’un tempo.
(2) I pellegrini musulmani della Mecca soglion gettare alcune pietre
in un luogo detto Mina (ed è quella l’ultima cerimonia del pellegrinaggio)
in memoria che là appunto Ibràhîm (Abramo) lapidò Satana che lo ten.
tava. Qui vuol dire che, nell’autunno, cessano le noie dell'estate come,
col gettar delle pietre in Mina, cessano i riti e le cerimonie del pellegrinaggio,
n<noinclude></noinclude>
t9a35s3z2iqiaphtc93yge4f30x34cn
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/529
108
1031997
3901483
2026-09-18T13:08:10Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901483
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 513 —|}}</noinclude>vanza e obbedienza. Son io quel che raccoglie le brigate
degli amici e li ricopre di panni. Io fo loro donativi di
cibi e di bevande, e a chi non m’obbedisce chiudo in luogo
suo la porta (1). Inclino perciò con benevolenza a chi mi
è obbediente, pure essendo potente e libero di sè, che si
provvede di panni villosi e di pelliecie, e va fornito di
mantelli con ben sicuri fermagli, che prevede e s’aspetta
l’avvicinarsi mio e il sopravvenire, che già si è procacciato le famose mie sette kappe (2). Chi, all’opposto, è
riottoso e contrasta agli avvertimenti miei e non si conforma al mio comando, io lo conturbo e atterrisco con
fragor di tuoni, e con la spada del fulmine gli fo sapere
quanto siano veraci le minacce mie, e muovo contro di
lui con un esercito di nugoli, e, nel ritornare, non son
mai abbastanza contento della mia preda. Ma è noto
ogni mio beneficio, ed è ben qualificata l’abbondanza
dei miei favori, e il frutto del mio donare è agevole
a cogliersi. Quante piogge abbondanti ho io che si estendono fino a lontani confini, quanti rovesci d’acqua
copiosi di doni, quante stille di pioggia che sono dolci
al gusto, quanti membi la cui elargizione appaga ogni
sollecitatore, quante pioggerelle che col loro mormorio dilettano l’udito, quante rugiade che ritornano
viva la terra dopo che è morta! I miei giorni son brevi,
ma dolci e care le ore mie, e frequentati i miei convegni,
riboccanti, per opera di gente di valore e dignità, d’ogni
sorta di cose buone, di provviste, d’abbondanza. Vengon
confetti e zuccherini d’ogni specie, e fanno meraviglia;
fiamme, che sembrano lembi d’oro, mandano in copia i
camini; il riposo e il sollazzo de’ miei convegni conforta
lo spirito e seduce e alletta ogni mente sana. Se tu li
(1) Vuol dire che il freddo entra in casa (e vi si chiude dentro)
chi non si copre bene e non se ne difende.
(2) Un poeta arabo, Ibn Sukkara di Bagdad (morto nel 995 d, C.),
diceva che l’inverno ha bisogno delle sette cose seguenti (i cui nomi, in
arabo, incominciano tutti per la lettera kaf, cioè kappa): d'una casa, d'una
borsa, d’una stufa, d’un biechier di vino, di carne arrostita, di guanti,
di una coperta.
Italo Pizzi - Fiori d'Oriente
39<noinclude></noinclude>
ktwiih7c9mb8uq8ny9dzm5l3wm65dtc
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/530
108
1031998
3901484
2026-09-18T13:08:15Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901484
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 514 —|}}</noinclude>LnlpPa
frequenti, vi trovi abbondanza duratura; se tu vi passi
di tanto in tanto, vi vedi molti sozî e compagni:
Quando tu getti all’aer del tuo bicchiere
_H superfluo che resta,
Un monil di corniole e di rubini
Ti cade sulla testa (1).
Tu di due cose guardati che mai
T’abbi a dimenticare:
Aloè di bruciar (2), del tuo liuto
Le corde di toccare!
Quando ciascuno delle disputanti stagioni ebbe così
disposto il filo del suo discorso e finito di parlare secondo
la condizione e lo stato suo, prese tutta quell’assemblea
quella tal gioia che suol prendere una brigata di ebbri.
Replicavano e si ridicevano a vicenda lodi e ringraziamenti. Si svelò ogni segreto del piacere e della gioia, si
esilarò il petto anche alle persone più gravi, e dal volto
d’ogni signore spirò cert’aura di aggradimento. Hd è
stato detto a questo proposito:
Qual cosa, nella lode di sè stesso,
Onta al mortal farà,
Se traccia alcuna di menzogna in sua
Favella non sarà?
Si disperse allora la brigata e si sciolse l'assemblea.
Fu tolta così la riunione di quella gente, chè, pur troppo!
il fine d’ogni compagnia è la separazione!
(dall’arabo d’Ibn Habîb al-Halabi).
3. Il giovane principe e il mendico
(allegoria dell'anima umana che sospira alla Beltà divina).
Bravi un re che avea fulgor di sole,
Viso di luna avea, lieto d’un figlio
Andava, bello qual Yusùf un giorno (3).
(1) Le gocciole rubiconde del vino.
(2) Il legno d’aloè si usava bruciare dai ricchi nell'inverno non tanto
per riscaldar la casa, quanto per averne il profumo soave.
(8) Questo racconto, a differenza degli altri passi tradotti, è stato
abbreviato (ma di poco) in due o tre punti. L'Autore è estremamente prolisso. Vedi il Registro dei nomi in fine del volume. Yiisut poi (Giuseppe
figlio di Giacobbe) è il tipo della beltà divina secondo i Musulmani, come
è già stato notato altre volte,
Finn= ed<noinclude></noinclude>
8078094kreyuuu993exq8jxupssnfdv
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/531
108
1031999
3901485
2026-09-18T13:08:21Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901485
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 515 —|}}</noinclude>Qi
— b15—
Niuno ebbe un figlio mai che di bellezza
ari a quello si fosse, e niun di tanta
Gloria fu adorno e dignità. Chi amore
In cor sentìa, toccar volea la polve
Da’ suoi piedi calpesta, e i prenci tutti
Di suo viso eran schiavi. E s’egli uscìa.
Da’ veli suoi di notte, era novello
Sole che all’ombra del deserto è luce.
Oh! non è dato descriver quel volto,
Chè il giorno è un nulla a quel volto dinanzi,
Tutto splendor! Dolcissimo conforto
Era il sorriso suo, sì che al vederlo
Mille arrossian, come purpuree rose,
Gote all’intorno. E i riccioli! Da’ suoi
Veli allor ch'egli uscìa, di mille affanni
Eran cagion que’ riccioli. Nel mondo
E in ogni alma scompiglio ei suscitava,
Sì che maggior di quant’io dir potrei,
Egli era sempre in sua beltà divina.
Allor che alla palestra ei discendea
Cavalcando un ginnetto, erangli innanzi
E da retro snudati e acciari e ferri,
E chi mirarlo ardiva, era d’un tratto
Lungi cacciato dal sentier. Ma, povero
E semplice del core, anche vivea
Là dattorno un mendico, e l’alma e il core
Perduto avea del giovinetto prence
In disperato amor. Nulla ei potea
Che infelice dolersi, e la sua vita
Ne andava intanto, e non ardìa parola
Tenerne ad altri; e poichè non avea
Chi del suo duol partecipe gli fosse,
Nel suo duol si struggea. La notte e il giorno
Là si tenea del garzoncello al vico,
Chiusi gli occhi a tutt’altri, e notte e giorno,
Affranto il core in aspettar, si stava
A lagrimar di doglia. E sol di tanto
Il misero vivea che da lontano<noinclude></noinclude>
s1m3leodrlbibbrqzf1nngdts66v1cs
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/532
108
1032000
3901486
2026-09-18T13:08:26Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901486
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 516 —|}}</noinclude>
Vedea passar di volta in volta il suo
Adorato garzon. Quando da lungi
Il regal figlio si mostrava, tutti
Andavano a scompiglio e vichi e ostelli.
Un giorno, a capo di sue schiere, uscìa
Quel figliuolo dei re. Mandò uno strido
Il mendico al vederlo e in quello strido
Di senno parve uscir. L’anima mia
Arde tutta, gridò; da me si parte
Il senno mio. Deh! fino a quando struggersi
L’anima mia dovrà? Non è potere,
Non è in me pazienza a tal martiro!
Questo dicea l’uom forsennato, e intanto
Battea la fronte, nell’acerba doglia,
Sulle pietre del suolo. Un degli sgherri
Del regal figlio allor, come di tanto
Ebbe notizia, il misero di perdere
Fe’ disegno in sè stesso, e la dal prence
Venne correndo e disse: Un mentecatto,.
Paltonier della via, pel figlio tuo
Insano affetto nutre in cor, signore!
Tanto turbossi, per sdegno che n’ebbe,
Il re sovrano, che la mente sua
Tutta s’accese, e, Vi levate, disse
Ai manigoldi suoi. Co’ piedi avvinti,
A capo in giù, sulle forche traete
L’uom temerario! — Vennero, montati
A cavallo, del sire i manigoldi,
Presero al laccio quel meschino e al tristo
Palo il trassero a forza. Eragli intorno
Una turba dolente impietosita,
Ma niun sapea di suo dolor verace
E niun si fea suo difensor. Ma quando
Là, sotto al legno, così l’ebbe tratto.
Il ministro regal, come di fiamma
Uscì dal petto al misero un sospiro,
Ed egli, Almen di tanto differisci,
Disse, in nome di Dio, che sotto a questo
Legno adorando un sol momento io cada!<noinclude></noinclude>
2iq6ucmgputn3o30z16ydz22o50kafy
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/533
108
1032001
3901487
2026-09-18T13:08:31Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901487
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 517 —|}}</noinclude>
Breve tempo gli diè, ben che eruecioso,
Il ministro del sire, ed ei la fronte
Umiliando sul terren, nell’atto
Che fervente adorò, Dio! Dio! sclamava,
Poi che a morte mi trae, ben che innocente,
Prima ch’io lasci questa vita mia
Nell’error vissa, la mia sorte allieti
Il mio re concedendo ch'io contempli
Del figlio suo per un istante il volto!
Ch'io ’1 contempli una volta, e questa vita
Profonderò. Supplice tuo, tu vedi,
È il tuo servo, o signor! D’amore egli arde,
E ucciderlo tu puoi. Ma di cotesta
Tua porta, o re, son servo addetto (1), e niuno,
Poi che amor sente, atto infedel nel tuo
Servo mai si vedrà. Se tu rispondi
À mille voti altrui, rispondi al mio.
Cerca quand’ebbe la sua via del misero
Il voto ardente, la scoccata freccia
Venne il segno a colpir, chè il suo secreto
Pensiero intese e n’ebbe doglia in core
Il ministro per lui. Corse piangendo
A piè del sire, e di colui che dato
Aveva il core per amor, gli disse
Lo stato miserando. Anche gli disse
Quelle sue preci e que’ sospiri suoi
Dell’adorar nell’atto, e il re nel core
Ebbe pietà di tanto duol di lui,
E intenerito a perdonar si mosse,
E al figlio suo così parlò: Ti volgi
Del core, o figlio, al misero che giace!
Sorgi all’istante, e lA, dal tristo legno,
Corri e porgi all’afflitto, che del core
Ti fe’il dono, un soccorso. Un detto a lui
Che dolente è per te, volgi, e gli rendi
Il core che perdè. Dolce ti mostra
1) Immagine tolta dal costume de l'innamorati che si tengono
sospirosi e mesti, alla porta della fanciulla da loro amata,<noinclude></noinclude>
2zfpd459qh5b80ljr9gu3hxg6k9hkfv
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/534
108
1032002
3901489
2026-09-18T13:08:36Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901489
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 518 —|}}</noinclude>
A chi per te soffrì rancura, e porgi
A chi velen gustò balsamo eletto,
Edilà
Orti di
il togli e il traggi a questi mici
rose e a me dinanzi il guida.
mosse allor, pari a Yusùf, quel vago
Figlio dei re per discendere ad intimo
Colloqu io col mendico. Andò quel sole,
Dal viso radiante, in solitario
Ostello appo quell’atomo, volante
In un suo raggio. Andò quel mar di perle
Purissime e lucenti a far con quella
Minima stilla socievol patto (1).
Giunse dal tristo legno il giovin sire,
E là, n el mezzo della turba accolta,
Uno scompiglio si destò. Vedea
Caduto
L'uomo
Sparso
al suolo ed a morir già pronto
infelice, a capo in giù travolto,
il crine di polve. Oh! allor che il vide
Così caduto, vittima d’amore,
Ambo sentì di lagrime riempirsi
Gli occhi il re giovinetto! Ei ben volea
Là, nel
Celar q
cospetto delle turbe accolte,
uel pianto e non potè. Pioventi
Come fiùùr viste le lagrime sue,
Cento cuori fàr vinti in pro di lui
Che tanto amollo. Chi leal mai sempre
In amor si mostrò, l’amato core
Vede farglisi amante, e tu, se amore
Trovi che a te sincero venga e puro,
Vedrai che t’'amerà quei che tu amavi.
Il regal figlio allor, pari ad un sole,
Del cor per gentil moto al poverello
Dolce mandò un richiamo, Il poverello
(1) Si noti i
nima umana è p
l significato allegorico e mistico di questi versi. — L’aavagonata ad uno dei bruscoli volitanti in un raggio di
sole, e il sole è Dio a cui essa vuole congiungersi. Parimente, essa è una
minima stilla dell'oceano dell'Essere universale che è Dio secondo il concetto panteistico e nel quale essa, un giorno, andrà a perdersi,<noinclude></noinclude>
3nmbntsugm1t2m9ntv30i1e0t2y2jtf
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/535
108
1032003
3901490
2026-09-18T13:08:42Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901490
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 519 —|}}</noinclude>Mai non avea del prence suo diletto
La voce udita, ma da lungi assai
Visto l’avea soltanto. A quella voce,
L’alma raccolse sulle labbra estreme
E disse: O re, poichè la morte mia,
Di me venuto a sì misero stato,
Volevi tu, d’uopo non t’era addurre
Cotante schiere! (1). — Questo ei disse e niuna
Voce aggiunger potè. Mandò uno strido,
Rese l’alma e spirò. Come una lampa
Diè di sorriso un guizzo, indi si spense,
Come s’avvide che l’oggetto amato
Eragli accanto, la caduca parte,
Cancellandosi in lui, discese al nulla (2).
(dal persiano di Attar).
4. Il cielo e le sue bellezze.
I pensieri dell’animo mio mi tenner desto una notte.
Io allora mi posi ad osservar le Stelle, ed ecco che il
cielo mi apparve come un giardino tutto fiorito; ovvero
come un gran castello, dall’alto del quale brillavano i
pianeti; ovvero come un lago, alla cui superficie galleggiavano vividi fiori; ovvero come un grande strato di
viole su cui scintillavano candide margheritine; ovvero
come un gran drappo, su cui da un palombaro erano state
Sparse bianche perle; ovvero come un gran velo, nel quale
la pupilla d’ogni stella aveva un pertugio per mirar di fuori;
ovvero come una distesa di cenere fosca, di tra la quale
(1) Intendasi, secondo il senso e la dottrina mistica, che, se l’infelice moriva, moriva ucciso dalle bellezze corporee dell'amato giovinetto,
dette qui figuratamente schiere perché abbattono e uccidono come eserciti nemici,
(2) L'amante che spira ai piedi della persona amata come prima l’ha
veduta, é il simbolo, l’abbiam detto tante volte! dell'anima che si perde
in Dio appena s'è congiunta a Dio. Ma il bel racconto, passato in Occidente, perduto il significato mistico, s'è voltato nel romanzesco racconto
di Jaufrè Rudel che spira ai piedi della Contessa di Tripoli, appena veduta da lui dopo tanto andar cercando.<noinclude></noinclude>
lqobp1pwm88avxovv9ct5025zqui0m1
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/536
108
1032004
3901491
2026-09-18T13:08:47Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901491
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 520 —|}}</noinclude>STE
vedevansi carboni ardenti; ovvero, come disse assai bene
quel poeta:
Di smeraldi è uno strato, e v’ènno sparse
Auree monete ovunque ed argentine.
Scorre, intanto, sull’ampio serico strato il fiume della
Via lattea, e scorre come ad innaffiare all’intorno tanti
fiori languenti (1). Qual limpidezza d’acque di quel fiume!
I suoi lembi estremi vanno a congiungersi all’orizzonte.
Volgesi costante ad esso il cuore degli uomini, e ogni
nobile sguardo vi si appunta, ed ecco che costeggia quel
fiume la stella di Aldebaran, e che su d’una delle sue
Sponde si sta in piedi la Libbra, e che all’intorno, in
alto, volano le Aquile, e che in esso vanno nuotando il
Cancro e i Pesci!
Son le Pleiadi un fulgido cerchiello,
Una coppa lucente, un aureo globo,
Una candida mano, un arduo uccello;
ovvero, sono un bel mazzo di narcisi, una tazza rilucente che gira attorno tra convitati in una festa, un cero
che arde luminoso, un sole d’oro, auree festuche in bell’ordine disposte, un aureo grappolo di vigna, un vezzo
di perle bellamente ordinato.
E il Canopo è come fiammella di lampada dentro cui
scherzano i venti, come un assetato che S° affretta alla
fontana, come un cavaliere che s’avventa nell’eccesso dell’ardore, come un innamorato che corre dietro le tracce
di chi egli ama, come uno straniero che non può recarsi
a visitar amici e nessuno si reca da lui, come uno che si
sommerge e s’agita per voglia di nuotare, come un magnanimo che, sdegnoso d’ogni viltà, s’è dato al viaggiar lontano, come uno sdegnato che è chiamato e non risponde,
come un amante che abbassa gli occhi un istante e un
istante li apre per timor del guardiano (2).
TSEe
(1) Le diverse stelle qui assunte come fiori d’un giardino che vo»
gliono essere innaffiabi,
(2) Questa descrizione del Canopo procede da ciò che questa stella
è solitaria e dà una luce vivissima e sempre in moto,<noinclude></noinclude>
2dwuzkhpukxo6euscjjy2pvj2scyoqt
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/537
108
1032005
3901492
2026-09-18T13:08:52Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901492
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 521 —|}}</noinclude>|ZI
LIT) 5E-SI
— 521—
Ri Gemini! Scintillano, e sembrano un bell’albero
tutto fiorito, ovvero son come
Una cintura tutta d'or lucente,
A drappo azzurro con bell’arte affissa.
E le due stelle vicine al polo! Guidano e pongono
sulla dritta via i viandanti, e sono
Come due sozî, e l’uno all’altro dice:
« Parla! », e l’altro risponde: « Ecco! io t'ascolto ».
Mentre io faceva spaziar l’occhio mio tra quelle perle
scintillanti e faceva scorrere per que’ fiorenti campi,
come agile destriero, il pensier mio, e glorificava, intanto,
Quei che tien sommesse tante cose leggiadre al suo comando, ed esaltava fra me Chi, per mare e per terra,
guida con esse le sue creature (1), ecco giungermi l’alito
della brezza mattutina che recava liete novelle della gente
degli altipiani d’ Arabia (2). Esso diffuse attorno e dovunque la fragranza sua, e occupò tutto il luogo di sua
Sottile e delicata essenza, e addusse un soffio leggiero a
ristorar lo spirito nostro, e rallegrò gli orecchi nostri
col riferirci dilettevoli racconti.
D’ogni vivente era vita novella;
Eran novelli spirti i suoi sospiri,
Fui tutto lieto di sua venuta, e mi confortai del suo
raggiungermi. Gioì l’intimo animo mio al suo susurrarmi
in segreto, e io allora, mentre le lagrime mi scorrevano
sul viso, dissi:
Ripeti, o messaggier di quei che stanno
Laggiù nel Ghàdha, il detto,
Anche se un fuoco suscitato essi hanno
A me tra costa e petto.
Nè d’Al-Agiq dimenticar la gente
Anche se sul mio viso
Scorrere ha fatto il pianto mio cocente
Quand’io ne fui diviso! (3).
(1) Le stelle che, come è noto, servono di guida ai viandanti attraverso i deserti e i mari.
(2) S'intende della donna amata.
(8) Per intendere a dovere questi versi, bisogna notare chel'Autore
adoperain doppio senso due parole: 1° ghada, nome d'una regione nella parte<noinclude></noinclude>
941nc8nnjgi8sm2jgr0l45qwjqvt6to
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/538
108
1032006
3901493
2026-09-18T13:08:57Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901493
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 522 —|}}</noinclude>diret
Come ebbi finito di comporre (1) e di recitar questi
versi e mi fui immerso nel chiedere aiuto e soecorso contro le pene d’amore, l'aurora sorrise al momento del suo
levarsi. Piantò i vessilli suoi alle regioni ultime dell’orizzonte, e dileguavansi intanto le sparse stelle della notte,
e gli estremi lembi di sua durata le erano rattratti, e toglievansi i veli delle ombre, e luccicava un fulgore come
di lampi, ed ecco il falcone candido della luce ghermire
il nero corvo delle ombre, e la canfora della luce toglier
via la nera impronta, bruna qual muschio, della notte.
L'alba fugò da noi l’ombre notturne,
E i bianchi raggi suoi chiari fàr visti
Rigar del ciel le plaghe fosche e brune.
Scemarono allora le schiere delle tenebre, e ne sospinse oltre il giorno quelle che ancora si indugiavano,
finchè la notte interamente si fu partita. Si gridò allora,
al momento della partenza: « Fa camminare Iddio la
notte e il giorno; e, in ciò, è veramente un avviso per
tutti quelli che hanno facoltà di vedere! » (2).
(dall'arabo d’Ibn Habîb al-Halabi).
5. Del mare e dei fiumi.
Un alito di speranza lontana mi sospinse, un giorno,
ad avventurarmi a traverso l'oceano, e io mi provvidi.
d’un navicello su cui era comodo e buono lo starsi per
viaggiare, e vi montai sopra in nome di Dio, fidato al
suo correr veloce e all’ancora sua, ben certo che incerta
sud-ovest del Nag'd, e nome d’un arbusto usato molto come combustibile in Arabia; — 2° agig, nome di parecchie convalli nel Nag’d (altipiano
centrale d’Arabia), e nome della corniola, che è sinonimo (essendo rossa)
di lagrime sanguigne, cioè cocenti. I versi, alla lettera, suonano così:
Ripeti, 0 messaggiero, il ricordo di quelli che abitano in Ghadha, benchè essi To
(il gradha arbusto) abbiano acceso nelle costole mie (nel cuore) e nel petto mio;
e non dimenticare gli abitanti di Al-Agigq benchè essi sulla mia gota l'abbiano
fatto scorrere (cioè aqig, corniola, cioè lagrime cocenti) nel tempo della nostra separazione. Debbo all’Amico Prof. C. A. Nallino questa spiegazione.
(1) Secondo l’uso d’un tempo in Arabia, questi versi si suppongono
improvvisati (Letteratura araba, C. III, $ 1).
(2) Passo del Corano,<noinclude></noinclude>
055frk1kogf17xenq4pfroxsy5m6lw7
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/539
108
1032007
3901494
2026-09-18T13:09:03Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901494
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 523 —|}}</noinclude>
e mobile è la fortuna, contraddicendo al detto di quel
poeta:
Per mar non vad’io mai, chè temo forte
I perigli ivi sparsi.
Son io di limo, e so che dentro all’acqua
Il limo suol disfarsi.
Meravigliosa la nave! È fidata nel trasportar ricchezze e cose preziose. 10)posta insieme con tavole e ferramenta. Corre coi venti e vola senz’ale, e in luogo di
esse ha nocchieri e marinai. Si sommerge nell'acqua e
vi scherza di sopra; discende come per attingere acqua
e non ne beve. Ha vele che somigliano a vaste nuvole
sospese in cielo, e veli con cui difende dai raggi del sole.
Ha sicurezza, e però ha abitanti (1); ha tranquillità, ma
anche potere di muoversi. Ha poppa e vertebre, ha costole
rassodate di pece, ha corpo che non ha cuore, chè esso
le sta nel profondo delle acque là dal luogo dove sono
accatastati i carichi suoi (2). Ed essa è alta e sottile dal
sommo del collo al petto (3), una delle più vaghe navicelle che son venute sul mare. Sulla fronte le sta impresso
il segno di sua nobile origine, come sulla fronte dei destrieri, nè si stanca dell’andar di giorno e del camminar
di notte.
Uom non vide giammai castel sull’acque
Che via scorresse col volar d’un dardo.
È come un’antilope che precipita da un’alta rupe;
come un serpe che fugge dinanzi a chi l’insegue; come
uno scorpione che solleva la coda; come un’aquila che si
avventa dall’alto; come un corvo impetuoso; come un
coccodrillo o come un angue variegato; come un oppresso
che fugge nell’ombre; come un destriero che s° invola
sdegnoso di mezzo alla folla. Chi la governa, è giusto nel
governo suo, abile nell’ordinarne e disporre le gomenee
l’altre cose tutte. E si fa guidar dagli astri, e incomincia
(1) Ovvero, perchè ha un’ancora. La voce araba sukkan significa dncora e anche abitanti.
(2) Forse il timone, se pure ho inteso bene il difficile passo.
(3) Dalla parte della prua.<noinclude></noinclude>
64nl6utql2bdsc5u58q35klhi9ayzvy
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/540
108
1032008
3901495
2026-09-18T13:09:08Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901495
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 524 —|}}</noinclude>
il suo navigare invocando il nome di Dio vivente, eterno.
Mostrasi eminente tra la schiera de suoi marinai, e l’opra
benefica di questi, sempre desta, si estende ai naviganti
tutti pur quando dormono. Fanno con cura e sollecitudine ciò di cui sono esperti e capaci;eseguiscono ciò che
loro si comanda.
Moltiplican le grida, e veramente
Sembra fuggir, per tema di lor grida,
Ogni loro naviglio obbediente.
Mentre noi eravam tuttora in alto mare, un alito
d’aria con riflessi di nuvole ne striò la superficie; quindi
balzò fuori un vento impetuoso, e lo seguì un tuono assordante. Pencolò allora la nave con tutti noi e traballò.
Le sponde s’abbassavan tanto da ricever quasi le acque
marine, ed essa vi. si accostava; durò lungo tempo ad
essere ora sollevata, ora abbassata; ora accostata alla
sponda, ora sospinta indietro. Levavasi in alto come su
di un monte, e abbassavasi in tutti i bassifondi. Aggiravasi all’intorno e balzavasi qua e là; correva e precipitava. Accendeva intanto nell’animo nostro come una febbre
ardente tanto che il cuore ci sobbalzava alla gola.
E che? Lo bramo, e n’ho sgomento. E il mare!
Vi son ricchezze, e vi si può affogare.
Ma poi volse lo sguardo a noi Colui al quale nessun
segreto rimane nascosto. Volle Egli che la navicella trasportasse i suoi servi ad una qualche isola. Noi non ne
sapevam nulla, eccetto ch’eravam di contro ad un’isola
quale co’ suoi doni abbondanti e copiosi poteva confortar
gli animi nostri. Io vi discesi tosto accostandomi a’ suoi
abitanti, noiato omai e della nave e de’ passeggeri suoi,
e la trovai ch’era tutta ad alberi dai rami verdeggianti,
a monticelli umidi di sabbia. V’erano pietre preziose in
tal copia che vi sarebbe tornato da lontano chi ne avesse
già raccolte, e delle piante v’abbondavan quelle che recano frutti e spezie. Scor ‘eva, tra i giardini suoi, un
fiume d’un colore d’azzurro carico, la cui sabbia pareva
d’oro e i cui piccoli ciottoli sembravan perle.<noinclude></noinclude>
iyhknnttg1vll71v4hctem44r43eoug
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/541
108
1032009
3901496
2026-09-18T13:09:13Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901496
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 525 —|}}</noinclude>eo
Oh dolce acqua! Da sete tormentato
Se alcun ne assaggia, pargli che alla fonte
D’ Eden egli abbia quell’umor gustato!
Liscia la superficie delle sue belle acque, e n°è qual
di nettare il temperamento. La va lisciando il vento orientale e la va increspando lo zefiro, sì che sembra tutta
una lorica ad anelli di maglia, o tutta una lima dentata,
o lagrime che scorrono, o vipere dalle squame lucenti che
s’attortigliano, o tutto un argento che scorre essendo fuso,
o tutta una lama di spada levigata, o una tavola di cristallo tutta a strie, o un vino puro stato suggellato con
muschio.
Vi scendono gli augelli acqua ad attingervi,
Tanto essa è chiara! e lor piccini abbeverano.
Quando vi si chinan sopra ramoscelli e persone, sembrano danzare nella loro immagine riflessa; se vi si accostano a bere gazzelle e giovinette, ne sorbiscono l’acqua
limpida con labbra ugualmente adolescenti; se vi splendon sopra dall’alto le stelle, crederesti che il cielo si aggiri fra le sue sponde; se vi si riflette la luna piena, ti
penseresti che nell’intima parte sua si sta un cuore che
palpita. Diceva Al-Tughrài (1):
Quando vi giunge il sol nella pienezza
Della sua luce alla’ metà del giorno,
Bello in quell’acque egli si mira come
In uno specchio tutta lucentezza.
Immagine dell’acqua è ben cotesta
Che un di, nella magion dell’alme sante,
Promessa indefettibile ci appresta (2).
Stetti certo tempo in quell’isola pensando qual gioia
io era giunto a godere dopo la distretta, sempre più persuaso che la sorte reca e bene e male, dolce e amaro,
perseverando a render grazie a Colui al cui comando camminano i navigli sul mare.
(1) Poeta e uomo di stato ragguardevolissimo, oriundo persiano, ministro dei Selgiùgidi a Mossul. Morì nel 1121 d. C.
(2) Allude alle limpide e fresche fontane di Paradiso, promesse dal
Corano ai fedeli.<noinclude></noinclude>
6ufejzs5053ngtazpja5q9qkk7elvdm
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/542
108
1032010
3901498
2026-09-18T13:09:18Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901498
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 526 —|}}</noinclude>D26—
Spesso avvien che per cosa che si toglie
Agevol poi, si turbi l’uman core.
È nodo di capestro, e ognun lo scioglie!
Così mi tenni lungamente in ottimo stato, vivendo
agiato e comodo, lieto e contento del cuore, finchè Iddio
mosse in me un desiderio che fino allora era rimasto tranquillo. Come piacque a Lui, mi fece ritornare al mio paese.
(dall'arabo d’ Ibn Habîb al-Halabi).
6. Del cero e del fuoco.
To stava in compagnia d’alcuni miei amici in una
notte di ammanto fosco, la cui pioggia era gelida, e l’aria
rigida, e la rugiada copiosa e sparsa, mentre chi camminava per le vie, per l’oscurità e il disagio inciampava
sovente nel lembo delle vesti. N oi, intanto, richiamavamo
alla mente le memorie degli eroi d’un tempo, enumeravamo gli atti di valore dei cavalieri d'un giorno, prudenti e avveduti, consultavamo i ricordi degli uomini
già celebri nell’eloquenza, riferivamo sul loro conto le
storie più belle.
Gente era un di! Fu gloria di lor tempo
Lor diserta favella,
Fu vincolo dell’anime, d’ingegni
Fu accolta illustre e bella,
Ite son lor persone, ma ne resta
Memoria sempiterna,
Di notti e di superstite mai sempre
Alla vicenda alterna.
Mentre noi così correvam qua e là per la palestra
di questa nostra conversazione, e fissavam gli sguardi sul
volto di quegl’illustri, quando già la notte aveva dispiegato tutte le ombre sue e* già ce’era stato somministrato,
passato al filtro, il vino socievole, notai come in mezzo
alla sala era collocato un cero. Era là, addetto al suo
servire (1), e lagrimava intanto. Smilza ed esile la sua
persona, bello il viso, dritta ed eretta la statura; una
(4) Cioè a quello d’illuminar la sala e chi vi si trovava.<noinclude></noinclude>
km0by061asvvxr1jkdapww1be5kr7xm
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/543
108
1032011
3901499
2026-09-18T13:09:23Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901499
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 527 —|}}</noinclude>
gemma solitaria (1) era quella della sua corona. Il frequente suo alitare l’andava consumando; il candelabro
suo lo teneva prigioniero; era vestito per metà e per metà
era nudo; col suo splendore faceva onta al chiaro viso
d’una fanciulla.
Intrecciato ed intorto (2), esso d’un'asta
Dritta ci dà l’immagine,
Dell’uom pari alla vita, a cui sovrasta
Di morte ognor la fiaccola.
Ovvero, era simile ad un dardo la cui punta è d’oro;
ad un serpe, la cui lingua è una fiamma; ad una rosa
dritta su d’uno stelo; ad un amante, cui la lontananza
dell’amica tien desto la notte; ad un fiore di nelumbio;
ad una verga dipinta in zafferano; ad una candida stella
sulla fronte d’un destriero bruno; ad un astro che si sta
in cielo a dispiegar la sua fulgida chioma (83).
È un ramoscello di purissim’oro
E nell'alto per frutto ha un bel rubino,
D’un color fulvo, che fiammeggia ed arde.
L’occhio suo puro è immerso in un mare di lagrime,
e scherza intanto il vento con la fiamma del suo cuore
ferito, e ora la manda in alto in guisa d’astro che spunta,
e ora l’avventa in guisa di dardo, e ora l’agita in guisa
di lingua, e ora la spande in guisa di drappo, e ora la
riduce in forma di aurea moneta, e ora la conforma in
guisa di chicco di melagrano, e ora ne fa una rosa, e ora
ne fonde una corona il cui oro è tutto uno splendore.
Ora la piegava come l’errante luna novella, e ora la drizzava come orecchia di destrier generoso che si precipita
al corso, e ora la levava in alto come la punta d’un’asta,
e ora l’appuntava come un dito dritto fra le altre dita,
e ora la distendeva come un sudario, e ora la scuoteva
come catenella di lampada sospesa, e ora le faceva tracciare or questa or quella lettera dell’alfabeto.
(1) Cioè la fiammella.
(2) Il cero, che in origine dovette essere una matassa di stoppa intorta e infusa di cera. Lo dice auche l'italiano torcia (basso latino dator
ticia) da torcere.
(3) Allude alle comete.<noinclude></noinclude>
ogc95fhgob1jbs1ast16mwq931dpgz9
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/544
108
1032012
3901500
2026-09-18T13:09:29Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901500
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 528 —|}}</noinclude>
Così durò il cero ad infatuars
8’affaccendava intanto al suo pr
meno, finchè la vita sua Vanì, e
termine suo, e il nodo suo fu
nostra assemblea quel suo dispar
i del proprio essere, e
oprio distruggersi e venir
la faccenda sua toccò al
disciolto. Spiacque alla
ire improvviso!
Abbandonàr l’umana compagnia
Molti amici assai pria.
Dei medici, oh! davvero, è assai più forte
Il velen della morte!
Ma in quella sala era altresì un camino in cui era
, Stata gettata la legna in copia senza misura, e v'era un
bel fuoco che fiammeggiava. Le scintille sue parevan bruscoli d’oro, e l’intento suo era quello di salire in alto;
l’aspetto, chiaro e brillante. La Vvampa sua è car
dita nell'inverno; le fiamme sue, che levansi in
vessilli, sono acconcie per riscaldarsi,
grossi legni, non già tra i viluee
vampano in copia.
aegraguisa di
ed esso si sta fra
hi di ghadhà (1) che avQuando dentro vi spira un Venticello,
Danza leggiadro in suo rosso guarnello,
E sono in esso come conchiglie piccole e coralli (2),
ed esso è come un sole velato da nuvole bianchiccie (3),
o come una rosa che sorride di tra il calice suo, ovvero
Come un destriero che gioioso e bello
Di polve dentro a un turbine sobb.
La gente si prende gran cu
è mezzo di riunione e di fratel
sì che là, intorno al fuoco, loro anime son più generose, ed
è aperta la porta a chiunque sopraggiunge, ed essi aprono
all’ospite il cuore e gli pongono davanti la mensa con la
refezione ospitale.
alza.
ra di esso, e quella cura
lanza fra gli uomini (4),
(1) Cespuglio Spinoso del deserto «con cui gli Arabi accendevano e
alimentavano il tuoco. Vedi una nota al n 4. di questo libro,
(2) Molto probabilmente, le scintille.
(8) Cioè dai globi del fumo.
(4) Anche nell'antichità classica il focolare era sasro e simbolo di
amicizia, di fratellanza, d’ospitalità.
Agrit<noinclude></noinclude>
jamhq00v5j7m29xsuny3mygyxthzw0c
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/545
108
1032013
3901501
2026-09-18T13:09:34Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901501
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 529 —|}}</noinclude>
Se il pellegrin da loro si disvia,
Levan, come vessillo corruscante,
Della notte nell’ombre alta una fiamma (00)G
E quel fuoco, intanto, non cessava dal fiammeggiare,
dal divampare, dal corruscare, finchè cessò l’ardor della
sua brace, e diminuì il luccichio delle sue scintille e del
ed esso si adagiò nel suo giaciglio. Sotto
suo divampare,
a sembianza di
la coperta delle ceneri sue, rendev:
Sangue che scorre da colombe uccise,
Di cui le penne sopra vi son sparse.
La sorte del cero e del fuoco mi toccò l’anima, sì
che io stetti a meditar lungamente sulle loro vicende e
sul loro fine. Mi levai poi per render grazie, secondo l’obbligo mio, a Dio benefattore, e dissi con lingua intesa a
glorificarlo: « Dio! luce dei cieli e della terra! » (2).
Ma i compagni desideravano omai d’andarsene via,
e già li tediava, pur mentre erano ancor là seduti, il dover
fare una lunga corsa di notte. Noi, allora, ci gettammo
tutti sulle tracce di quanto può sollevare e confortar gli
occhi di chi è preso dal sonno, domandammo a Dio che
non ci ponesse tra quelli i cui fianchi stanno a disagio sul
letto del loro riposo! (83).
(dall'arabo di Ibn Habib al-Halabi)
7. Della notte e del giorno.
Mentre io stava, una notte, sul letto mio tra il sonno
e la veglia, udii un tale che passava per la via e gridava
in mezzo all’altra gente:
Sono le notti come stazioni
Di viaggio ai mortali, e si dispiega
E avvolgesi fra d’esse a lor la vita (4).
fino alla loro casa o alla loro tenda,
(1) Perchè guidi il pellegrino
1 deserto. Vedi l’Istlamismo cap. II, 84
secondo un antico costume arabo de
(2) Passo del Corano, XXIV, 85.
(8) Cioè ci concedesse un sonno pacifico e tranquillo.
(4) Concetto tolto dall'uso del piegare e dispiegar le tende durante
il viaggio.
Italo Pizzi — Fiori d'Oriente
34<noinclude></noinclude>
qwrbtbdk02cg8fhyau3f5p2nlrw1t50
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/546
108
1032014
3901502
2026-09-18T13:09:39Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901502
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 530 —|}}</noinclude>= 580—
Le più brevi si fanno e lunghe e tarde
Per i pensieri, e le più lunghe brevi,
Allor che qualche gioia v'è impartita.
Mi levai dal letto, ed ecco che il mio lagrimare mia:
Veva bagnato i lembi della Veste mia notturna. Stupito
del fatto mio, dolente per tanta parte della mia vita che
era già trascorsa, gridai: O viandante notturno, che ti
vai aggirando per l’ombra della notte oscura, ami tu
starti in compagnia d’amici? — Rispose: Di quanti sozî
e compagni miei gli smodati desiderî sono stati cagion
di morte!
Salutò, si Sedette, stette un poco a riprender fiato,
ma non diceva nulla. Io allora gli dissi: O tu che agli
orecchi miei hai appeso pocofà le perle del tuo bel diSeorso, dimmi ora qualche cosa delle notti, quando e come
son lunghe, quando e come son brevi. — Ed egli allora
in versi:
Qual notte! sembra che le stelle sue
Non possan camminare,
Che per esse concesso non le sia
Mai di passare.
Al dì dei morti, quando sorgeranno,
E simile in lunghezza
Per chi in essa vegliando ansioso attende
2D’alba chiarezza.
Essa rimane, e non si muove, È stanca, e non può
andarsene, e non può allontanarsi. Il freddo del suo sopravvenire non vuol risolversi; la mancanza in essa d’ogni
luce non se ne va. Non va consunto il fosco suo ammanto
| sempre rinnovellato; non inclina a dileguarsi l’ultima
parte sua sempre lenta; è come un infermo, di cui non
è più possibile Sperar salute; l’alba sua è tale che non
se ne vedrà mai la luce. Ha tagliato la via all’aurora,
e con la veglia ha tormentato le palpebre degli amanti!
Ora del giorno
Voi me ne date
Mi favellate;
Chè il giorno omai
I contrassegni
Io mi scordai.
Essa è come un ferito e atterrato che faticoso si stra=
scina, come un augello a cui sono state tronche le ali,<noinclude></noinclude>
sufi2buxxf255mpe6tlt6dyrvvode72
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/547
108
1032015
3901503
2026-09-18T13:09:44Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901503
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 531 —|}}</noinclude>
come un prigioniero che cammina carico de’ suoi ceppi,
come un mare di cui la marea non può salire, come uno
Storpio ad un piede che non può muovere un passo, come
un cieco il cui occhio dispera di veder mai il giorno,
Simile a quei che va per un deserto
Nè trovar sa chi il guidi,
Errabondo, inesperto;
O in tristo campo a falangi abissine (1)
Attendate, od a cerchio
C’ha il principio ove il fine.
Io allora dissi: Fammi ora intendere, o maestro,
qualche tua descrizione del giorno! Ed egli: Diceva gia
Ibn al-Raàmi (che Iddio gli usi misericordia!):
f I nostri giorni son di Dio! Già fisso
E qual fia dolce e lieto.
Passano, e dietro a lor non ci rimane
Che un desiderio vieto1! (2).
Dolce la vita, quando il tempo ci è alleato, quando
la giovinezza è fonte copiosa, quando l’espansione della
gioia è pronta, quando brilla ‘in noi fulgor di salute,
quando verdeggia il ramoscello dell’amore, e novello è
l’ammanto della gioia, e vigoreggia la vita, e benigno è
lo sguardo della sorte, e i favori della fortuna amica son
lontani dal dileguare!
Agevole lo star coi dolci amici,
Volto al bene lo star coi dolci amici,
Bello allora (8) l’aspetto e bello il core!
Ma, o fratel mio di studî, e fino a quando durerà cotesto desiderio e cotesto costume? Ecco! l’apparir dei
giorni è una insidia, e inganna altrui chi spera e
confida ch’essi gli serbino fede. Abbondano di noie
e di fastidî; corrono affrettati alla fine; separano gli
(1) La notte, dai poeti arabi e dai persiani, è frequentemente paragonata, per la nerezza, a schiere di Etiopi o di Abissini,
(2) Abàù l-Hasan, autore di questi versi, era detto Ibn al-Ràmi, cioè
il figlio del greco, perchè nato da un Giorgio oriundo di Grecia. Fu buon
poeta e morì a Bagdad l’anno 898 d, 0.
(3) Cioé nell’età giovanile.<noinclude></noinclude>
1po5iz4cosny1h00qc9u79d0rztnhmj
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/548
108
1032016
3901505
2026-09-18T13:09:50Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901505
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 532 —|}}</noinclude>BA ce
—532—
amanti; si fanno rendere i lor doni (1); biasimevoli,
perchè false, le lor promesse; va sano e salvo soltanto
chi s’acconcia a star con loro (2); sciolgono ogni vincolo;
sono smemorati d’ogni giuramento; rendono torbida la bevanda pura del piacere; ingannano il viandante assetato
con lor miraggi (3). Cade a terra chi, per arrestarli, li
afferra pel lembo della veste, e inutilmente s’affatica chi
spera trovar pace e tranquillità nel loro ostello. Diceva
perciò Al-Tihàmi (che Iddio altissimo gli usi miserieordia!):
Quei che de’ giorni suoi troppo si cura
E osteggia lor natura,
Gli è come quei che in un'acqua scorrente
Cerca un tizzone ardente (4).
Ma poi soggiunse: Ecco! son vaniti e il crepuscolo
della sera e la parte più tenebrosa della notte; l’ombra
dell’ora in cui la notte discende, e l’oscurità sua più cupa;
la prima e l’ultima parte della notte, la più oscura e la
meno oscura, ed è tempo che s’avanzino gioiosi e gai gli
aliti della brezza mattutina e che si schiudano alfine le
pupille dell’amore.
Si levò allora per prendersi commiato, e io gli dissi:
Ancora! ancora! Fammi godere di tanto diletto! — Ed egli:
Spògliati dell’ammanto del peccato, e temi Colui al quale
gli sguardi umani non posson giungere, e lodalo la sera
e lodalo la mattina. Egli è Colui che vi fa morir nella
notte e sa in che avete peccato nel giorno!
(dall’arabo d’Ibn Habîb al-Halabi).
8. Allegoria dell’ape, del cero e della farfalla.
Discorso dell’ape. — Da un angolo del giardino gridò
un’ape: Qual costume e quali modi ha costui? (5). Non
(1) Il dono della gioventù e delle sue gioie che si perde col crescere
dell'età.
(2) Cioè si accomoda alla sorte assegnatagli e non ne muove lamento.
(8) Allude al fenomeno della Fata Morgana, assai frequente nei deserti d’Arabia.
(4) Al-Tih&mi, cioè Al-Hasan Alì, fu poeta di valore. È celebre una
sua elegia in morte del figlio. Morì al Cairo nel 1026 d. C.
(5) Si allude al discorso di un augello acquatico che precede e che
qui non si riferisce. Vedi il n. 1 di questo stesso libro,<noinclude></noinclude>
7ardakcq7t9vnmdmsinpag2y4sj8eqi
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/549
108
1032017
3901506
2026-09-18T13:09:55Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901506
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 533 —|}}</noinclude>c'è bisogno d’intraprendere un viaggio per cercar lume
dalla tradizione! (1). Ma uom dotto è veramente colui
di cui ogni pensiero è chiaro, e di cui s’accoglie da tutti
l’opinione e la credenza, e dal conversar confidente del
quale s'intende la purezza del suo pensiero segreto. Si
rafferma la fama veridica della riputazione di quel tale
che procaccia di occultare quanto egli vale veramente.
Or tu non pronunciar motto che sia poi reso vano dall’opera tua, e non allevare un figlio cui poi la famiglia
tua debba rinnegare (2).
Non sai tu quanto sia squisito l’alimento mio, e pura
ed eletta la mia bevanda? quanto sia elevato il grado mio
e quanto sublime la mia dignità? quanto sia perfetta la
gentilezza mia? Se non che, io mi soglio nutrire di cose
lecite (3), e tanto mi attengo alla vita povera che, estenuata, mi son fatta esile quanto uno stelo sottile. Percorro con tutta umiltà la via segnatami dal Signore (4),
e però Gli rendo grazie dei beneficî suoi, partitamente e
in complesso. Appetisco ogni cibo comune e lecito, nell’assaggiar del quale non è peccato. Edifico sui monti le
case mie (5), e dagli alberi più comuni mi viene il sostentamento. Fabbrico le case mie in modo che ogni artefice
non potrebbe gettarne in simil guisa le fondamenta, ed
Euclide stesso si mostrerebbe impacciato nel dar loro la
forma esagonale. Mi accosto ai fiori e ai frutti, non divoro però un frutto nè distruggo un fiore. Io ne raccolgo;
invece, alcunchè in forma di rugiada e me ne cibo, contenta e paga anche se è poco. Ritorno poi al mio nido,
e così si dilegua la noia del viver mio, chè ‘nell’ostello
mio attendo alla meditazione e alla preghiera, e rendo
grazie perfette al Signore, nè cesso mai dal rammentarne
(1) Allusione ai viaggi che i teologi 6 i giureconsulti musulmani
facevano a Medina in Arabia e altrove per verificar tradizioni riferentisi
a Maometto e a certe sue sentenze e decisioni.
(2) Ovvero: non crescere un ramo che poi debba andar tronco dalla
sua radice. — Il testo si presta alle due interpretazioni, il cui significato,
però, è uno solo.
(8) Non vietate dalla legge musulmana.
(4) Così il Corano (cap. dell’Ape, XVI, 71).
(5) Passo del Corano, loc. ‘cit.<noinclude></noinclude>
kyofpj2rqirqonf2vafz5fc1b2asumo
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/550
108
1032018
3901507
2026-09-18T13:10:00Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901507
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 534 —|}}</noinclude>
i comandi, nè son mai pigra nel ringraziarlo, perchè egli
ha fatto sì che si manifesti la sapienza mia e l’opera mia,
che sono la cera e il miele.
La cera è frutto di scienza tramandata, e il miele è
frutto d’opera ricevuta da natura. La cera è per illuminare, e il miele è per medicare. E viene da me qualcuno,
e prende della luce mia (1); e viene un infermo, e domanda guarigione alla medicina mia. Nè io gli fo gustare
della salutare mia dolcezza se prima non gli ho fatto
sentir l'amarezza della mia puntura, nè gli porgo del mio
miele se così appunto non l’ho fatto prima partecipe della
fatica da me sopportata. Che se egli poi vuole insignorirsene con violenza, io apertamente lo respingo e ributto
con tutto lo spirito mio, e grido intanto: All’erta, o spirito mio! — A chi invece dolcemente mi raccoglie e mi
fa uscire dal mio nascondiglio, vo dicendo: Coglimi, o tu
che cogli! — Che se tu ti occupi di allegorie, ecco che
a te, nel riguardo mio, sono state dette per allegoria
assai cose significative. Certamente tu non giungerai ad
avermi se prima non tolleri con pazienza le mie pun ture (2).
; Tollera tu l’amaro di mia assenza
Se pur desii con me di ritornare;
Lascia, per amor mio, chi stolto e indotto
Leva le grida e vuol ratto abbordare.
Muori, se viver vuoi (8). L’estremo giorno
Col pensier tuo procaccia d’affrettare.
Se intendi allegorie, d’intimo senso
Ecco! un racconto io ti volli apprestare.
Dell’arcano mio dir se afferri il senso,
Vieni a me! Se no, lascia di sperare.
Ripiglia l’Autore del libro:
Ma poi, avendo l’ape udito un lamento del cero, tenne
intenti verso di esso gli orecchi, ed ecco ch’esso andavasi
(1) In quanto accende un cero che è fatto con materia apprestata
dalle api.
(2) Si noti, come al solito, il senso mistico di queste parole che alludono al faticoso congiungimento dell'anima umana con un bene supremo, che è Dio,
(3) Congiunto per sempre con l’anima a Dio. Vedi la nota precedente,
il IST
EARIOEOREE
ita<noinclude></noinclude>
lz5p21oynxiw00mchb4ll869nyaqhud
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/551
108
1032019
3901508
2026-09-18T13:10:05Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901508
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 535 —|}}</noinclude>I
—939—
consumando nella fiammella sua e piangeva lagrimando
in copia e intanto andava dicendo;
Discorso del cero. — Ape mia, qual cosa mai potrà
ricompensarmi dell’essere stato così diviso da te? Il deStino ci ha separati l’uno dall'altro! E tu sei la madre
mia e la cagione del mio essere! Per mezzo d’un incendio (1), io fui separato da te, io e il fratel mio, il
miele. Egli è pure il fratello mio e l’amico mio! Eravam
noi riuniti un giorno, eravam congiunti in una sola magione, quand’ecco separarci d’un tratto la potenza del
fuoco e cacciarci in separati ostelli. Il luogo, in cui potremmo incontrarci e vederci, è ben lontano da noi due.
Io ne fui separato, ed esso mi fu tolto; io ne sono ito
lontano, ed esso è ito lontano da me!
Il fuoco, intanto, s'è insignorito di me, benchè io non
sia uno dei peccatori dannati all’Inferno. Ardono le interiora mia e il corpo mio si sta in schiavitù (2). Mentre
io ardo, gli amanti si famigliarizzano fra loro, e i conoScitori della sapienza mistica si Stanno alla luce della
vampa ond’io risplendo. Così io risplendo e ardo, e scorrono intanto le mie lagrime, mentre me ne sto pur qui,
in piedi, pronto al mio servigio, perchè io sopporto il
danno e il torto che mi si fa bruciando me stesso per
dar luce ad altri. Io ho tormento nell’offesa che mi si
fa, mentre altri si gode del beneficio che viene da me.
Come mai adunque potrebbe qualcuno biasimare il mio
pallore e lo seorrere del mio pianto?
Ma poi? M’assalgono sciami di farfalle che vorrebbero spegnermi e far cessar la mia luce. Ma io tutte le
divoro e consumo in pena di ciò che fanno. L’insidia del
male non ritorna che a danno di chi la ordisce. Che se
anche tutto quanto il mondo fosse ingombro di farfalle,
io sarei pur sempre sicuro da esse. Così, se anche il
mondo fosse tutto pieno di schiere di empi, non potrebbero mai essi spegnere la fiaccola della fede. Vorrebbero,
(1) Quando si appicca il fuoco agli alveari per cavarne il miele.
(2) Perchè il cero è piantato a forza nel candelabro.<noinclude></noinclude>
o7zc2iphb7topdf7168r5a24deuikz3
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/552
108
1032020
3901509
2026-09-18T13:10:11Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901509
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 536 —|}}</noinclude>
essi, soffocare con lor parole ree la luce di Dio (1), ma
Dio misericordioso non lo permetterà mai! — Quest’allegoria è pur chiara ed evidente per chi vuole intenderla.
Luce degli occhi miei,
Da te mi vien la luce,
O luce agli occhi miei.
In te la guida mia
E l’error mio si sta,
O tutta gioia mia.
Non può accusarmi a te
Niun giudice severo
Di falso inverso a te.
O chiara luce mia,
Niun’aura mai potrà
Spegnerti, o luce mia!
Discorso della farfalla. — Giunse là, come chiedendo
soccorso, una farfalla. Si gittò sul tappeto, arsa dal fuoco
e vicina a morirne, avvoltolantesi negli aneliti estremi,
e intanto andava dicendo:
Dio! qual meraviglia! Io profondo la vita mia per
te,nèmiaccostoadaltricheate,etumiponifrai
tuoi nemici? Oh! potessi io sapere chi t'ha consigliato a
farmi oltraggio, chi t'ha incitato a darmi la morte! Dove
hai tu un amante sincero al par di me, un amico fedele
al par di me? Ho sopportato l'incendio tuo, e sola fra
gli amanti tuoi sono ita incontro alla morte. Hai mai tu
veduto un amico che tormentasse l’amico suo? un infermo di cui il medico accerescesse l’infermità? Io t'amo,
e tu mi. tormenti; io m’avvicino a te, e tu mi bruci e
consumi. E con ciò si fa più intenso il desiderio mio per
te, e io, pur nel disprezzo che soffro, volo verso di te.
Ma ecco che, mentre io cerco l’amplesso tuo, tu consumi
con la vampa tua il variopinto mio ammanto! Sventura
simile alla mia non toccò mai ad altro ‘amante, nè alcun
d’essi fu tormentato del tormento mio. Io non sospiro ad
altri che a te. Poteva bastare la prova che m'è toccata,
x. sì ch'io avessi potuto scampare da tanti rimproveri e
‘biasimi!
(1) Passo del Corano, LXI, 8.
2°. lamento
riattare.
ge; =—
etica.<noinclude></noinclude>
f669vdvur7he73oqpfbruk2cn6xql6l
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/553
108
1032021
3901510
2026-09-18T13:10:16Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901510
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 537 —|}}</noinclude>
Sono ito a lamentarmi appo l'amante
Del dolor mio cocente,
E da sè mi respinse e d'una sferza
Toccavami veemente.
Come farfalla che cercò l’amplesso
Estremo, inver son io.
Di fuoco la respinse con un dardo
L’amor del suo desio.
Ed essa or giace là, con arse l’ale,
Al suolo abbandonata,
Di martirî e di doglie e di tormenti
In un mare annegata.
To mi sperava che sarei pur giunto
AI disiato amplesso.
Nella mia speme, del poter d'amore
Non era tanto eccesso! (1).
Or ti consuma di desio, di doglia,
D'affanno sempiterno.
Tal, per quei che ama, è la prescritta legge,
Tale il decreto eterno.
Ripiglia l'Autore del libro:
Quando la farfalla ebbe così ricordato la sua sventura e lamentato i suoi affanni, il cero sentì pietà di
quanto le era toccato, sì che le disse: O amante mia
fedele, non affrettar tanto le tue accuse, perchè io, in
tutto ciò, mi accordo pienamente con te. A me pure è
toccata la sventura che è toccata a te, e io stesso son
tormentato del tormento tuo. Ascolta ora la più meravigliosa delle storie, e abbi intanto pietà di chi ha provato tanti affanni!
Non è meraviglia che la persona amante si consumi
nell’ardore, ma è ben meraviglia che si consumi nell’ardore la persona amata! Questo fuoco mi ama, ed esso
mi arde coi caldi aliti suoi e mi consuma. È disioso di
star con me, e si divora intanto l’intimo mio cuore.
Invoca l’amor mio e si augura di star con mé, ed ecco
ch’esso è venuto al luogo dov’io mi sto, e non gli è dato
di vivere che nel mentre io mi vo consumando e annien(1) Cioè io non credeva cho l’amore fosse tanto crudele e violento,<noinclude></noinclude>
drb7117mz3c6k184vqifpsvku6ss5dj
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/554
108
1032022
3901511
2026-09-18T13:10:21Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901511
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 538 —|}}</noinclude>==1998,—
tando. Questa, per la vita mia! è una delle cose più
meravigliose, che cioè la persona amata si consumi e
rimanga superstite l’amante, che un amante sia felice e
misera invece la persona amata!
Il fuoco allora gli gridò: O tu che ti tormenti nel
mio ardore, abbagliato dal fulgor della mia luce, che ti
lamenti per ciò che t’incontra e pur sei felice nell’amplesso mio, intendi omai qual sia la felicità di chi beve,
mentre io gli fo da coppiere, qual sia la fortuna di chi
si perde in me, mentre io rimango immortale!
A un cero che Splendeva accanto a me,
Quando alla notte sonnolenta e squallida
Più fosco era l’ammanto,
Dissi: Tal mi son io, di cui si fe’
Pietoso il core per gli amanti, e lagrime
Versando vo al lor pianto. —
Troppo a parlar t’affretti!ribattè.
Ma di ciò che un di a me dovette incogliere,
Odi l’istoria intanto.
Se corse il fato ad assalir pur te
Con sue offese, io perdetti di quest’'anima
Il dolce amico intanto.
Separato fu’io da che mi diè
Desio soave! In lui favella ed atti
Erano un dolce incanto.
Nostro convegno a un tratto si perdè
Nel fuoco, e io dissi: Poi che a lui yo? riedere,
Sia per fuoco soltanto! (1).
(dall'arabo di Al-Magdisi).
9. Allegoria della Fenice.
Il savio così parlava (2):
Liete cose a Voi, 0 voi, a cui sono stati rivolti questi
consigli! Se avete compreso il senso arcano di questa
nostra esposizione, ascoltate ora quest’apologo, detto per
allegoria.
(1) Cioè consumandomi volontario, come faccio, nel fuoco.
(2) E l’ultimo capitolo del libro mistico e allegorico di Al-Magdisi.
Vedi il Registro dei nomi alla fine del volume.
d<noinclude></noinclude>
ikzyur24oufcz3lxj1ivrlasyrvb0ht
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/555
108
1032023
3901512
2026-09-18T13:10:26Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901512
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 539 —|}}</noinclude>Così si racconta: Un giorno, si radunarono gli uccelli e dissero: Noi vogliamo un Re, al quale ci sia dato
di professarci fedeli e che ci riconosca. Suvvia adunque!
Andiamo a farne ricerca. Ci affideremo interamente a lui,
vivremo all’ombra sua, avremo presso di lui il nostro
rifugio. Abbiamo inteso che, in certe isole del mare, abita
un Re che si chiama la Fenice meravigliosa. La fama
della sua saggezza è penetrata in Oriente e in Occidente.
Andiamo adunque da lui per abbandonarci a lui interamente (1).
Fu loro detto che il mare era profondo, difficile il
viaggio, lontano il cammino. Si presenteranno a Voi, si
diceva loro, alte montagne, e mari perigliosi, e fuochi
ardenti di vulcani, sì che vi sarà tolto ogni modo di
toccar la meta. Che se anche ogni ostacolo potrà essere
superato da voi, avreste punte di ferro in luogo della
bramata visione. Rimanetevi perciò ai vostri nidi;
poichè non potreste far tanto. Al vostro Re nulla importa
di voi, e a Dio nulla importa delle creature di quaggiù!
(2). Voi avete pure udito che la voce del destino vi grida:
« Iddio vi esorta a temerlo! » (3).
Tu dici il vero, risposero gli uccelli, ma omai l’araldo
della ricerca ci grida: « Rifuggitevi in Dio! » (4).
Così volaron via, e al loro volare dava forza quel
detto: « Andavan meditando alla creazione del cielo e
della terra > (5), disposti a tollerar con pazienza l’arsura
delle ore calde del giorno, secondo quel detto: « Chi
esce peregrinando da casa sua....» (6). E seguirono
con animo tranquillo e calmo la via. Ma, se volgevano
(1) È lo stesso soggetto d’un poema mistico del poeta persiano Attàr..
Vedi, nel Registro dei nomi alla fine del volume, l’articoletto che risguarda
questo poeta, e la Storia della Poesia persiana, cap. III, 72-82. E siamo alla
solita allegoria delle anime umane (gli uccelli) che vogliono ricongiungersi a Dio (il Re degli uccelli, la Fenice).
(2) Passo del Corano, XXIX, 5.
(8) Altro passo del Corano, ITI, 27.
(4) Passo, anche questo, del Corano, LI, do.
(5) Passo del Corano, III, 188.
(6) Gio per combattere per la fede e per operare secondo il precetto divino. Passo del Corano, IV, 101.<noinclude></noinclude>
g4fg3m8zuui22xfis2usaahjhfsbrou
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/556
108
1032024
3901513
2026-09-18T13:10:32Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901513
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 540 —|}}</noinclude>
verso Settentrione, li coglieva il freddo dello sgomento;
e se piegavano verso Mezzogiorno, li sorprendeva l’ardor
della tema, sì che essi, a volta a volta, si precedettero
a vicenda dilungandosi, e a vicenda si raggiunsero; si
perdettero d’animo e di forza, vennero meno e furon quasi
consunti dall’ardore; svennero e si trovarono avere anche
sorpassato la meta, lontani l’uno dall’altro e separati,
finchè poi ciascun di loro giunse all'isola del Re, e a
quello, intanto, erano cadute le penne, e quest'altro sera
ammalato di malinconia, e uno era doppiamente dimagrato, e l’altro anche più estenuato e sfinito. Giunsero
affamati mentre prima erano ben pasciuti; arrivarono uno
ad uno dopo che eran partiti in un solo stormo dal loro
paese.
Come pertanto furono discesi là dall’isola del Re, vi
trovarono tutto ciò che « l’animo loro desiderava, e tutto
ciò che dilettava loro gli occhi » (1). A quelli allora che
si dilettavano di cibi e di bevande, fu detto: « Mangiate
e bevete a vostro grand’agio godendo di ciò che in precedenza vi siete apprestato nei giorni trascorsi! » (2). E
a quelli che si piacevano già di vestimenta pompose e di
ornamenti di gran prezzo, fu detto: « Si vestono i beati
di vesti di broccato e di seta, e son posti l’uno di faccia
all’altro! » (3). E a quelli che. si compiacevano già di
andar sposi, fu detto: « Noi li abbiam congiunti a giovinette dagli occhi neri » (4).
Ma quelli tra essi che conoscevano la verità (5), dissero: Lode a Dio! ma poichè là, sulla terra, di altro non
ci occupavam noi che di mangiare e di bere, anche qui
non farem altro che mangiare e bere? Quando mai,
adunque, l’amante potrà star solo in disparte con l’og(1) Passo del Corano, XLIII, 71,
(2) Altro passo del Corano, LXIX, 24.
(8) Passo del Corano, XVIII, 80; e LVI, 16.
(4) Passo del Corano, LVT, 22.
(5) Cioè le vere persone pie che si son date alla dottrina mistica e
che, intendendo la beatitudine delle anime in ben altra maniera, si ridono e si sdegnano dei piaceri e delle delizie del Paradiso promesse da
Maometto nel Corano,<noinclude></noinclude>
5hg8sqh7i4eme7ac7tp7dg3he0f9dbg
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/557
108
1032025
3901514
2026-09-18T13:10:37Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901514
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 541 —|}}</noinclude>RI
getto dell’amor suo? Quando mai, chi cerca, raggiungerà
la bramata altezza? l’altezza che sovrasta ad ogni altra?
Chi è quaggiù che s’appaga d’un traffico donde egli esce
ingannato?
E soggiunsero poi: Noi non cerchiamo altro se non
quel Re per il quale siamo usciti in terre inospite, e siam
passati per ogni luogo rovinoso e aspro, @ abbiam tollerato l’arsura delle ore calde del giorno. Noi non. pensiamo ora nè a vestimenti sontuosi nè a pompe, ma, per
Colui oltre al quale non v'ha altro Iddio, non desideriamo che Lui solo!
Oimè! rispose loro il Re, perchè mai siete voi venuti? e a qual fine vi siete recati fin qui?
Siam venuti, risposero, nell’umile condizione di
schiavi, e perchè tu sappia, anche, ciò che da noi si
desidera.
Ritornate, rispose il Re, là donde siete venuti. Io
sono il Re, lo vogliate o non lo vogliate, perchè Iddio
nulla sa che farsi di voi. — Signore, risposero, tu sei
ricco, e noi siam poveri; tu sei grande, e noi siamo
umili; tu sei potente, e noi deboli. Come avremmo forza
per ritornare ora che le nostre forze sono esauste, indebolite le nostre membra, l’essere nostro tutto consunto
dalla malattia che lo ha preso?
Disse allora il Re: Per la potenza e per la gloria
mia! Poichè la povertà vostra è verace ed è perseverante
la vostra umiltà, tocca a me ora sollevarvi e confortarvi.
Accostatevi adunque e curate chi è infermo sotto la densa
ombra mia protettrice. Riposatevi qui, al luogo più acconcio per riposare! Chi fu sorpreso dal gelido freddo
dello sgomento, sia abbeverato d’una coppa contenente
una mistura di zengebî! (1), e chi fu oppresso dalla febbre
del desiderio, abbiasi una coppa, la cui mistura sia di
canfora, e dite intanto all'amante che ha percorso il lungo
(1) Bevanda di aromi preziosissimi, somministrata ai beati in Paradiso, secondo il Corano. Il zengebil è l’amomum zingiber, e la voce è d’ori1
gine sanscrita, crinagavera.<noinclude></noinclude>
n8nhgn8ocliok9w4rw5jzcfspot23lm
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/558
108
1032026
3901515
2026-09-18T13:10:42Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901515
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 542 —|}}</noinclude>
suo viaggio: « Bevi della fontana ch'è detta di Selsebîl (1).
E poichè quella febbre fu verace, e poichè quella pena
fu perfetta, accostate al medico l’infermo, e avvicinate
l’amante all'oggetto dell’amor suo! »
Il Sire, allora, apprestò loro e gioia e diletto (2), li
ristorò d’una bevanda purissima (3), sì che essi, bevendone, furon subito presi da una dolce ebbrezza. Furon
loro cantate delle canzoni, ed essi ne letiziarono;vollero
crescer lor tripudio, ed esso fu loro accresciuto; domandarono, e furono esauditi. Volaron alto, librati sulle ali
del reciproco amore, e disceser poi per raccogliere.de’
granelli d’un amor casto (4), scevro d'ogni macchia, « in
un ostello non fallace, presso d’un possente Signore » (5).
Così, al luogo in cui erano giunti, videro appagato
ogni loro desiderio. Come furono entrati ed ebbero riguardato attorno, ecco che i veli erano stati tolti e gli amanti
ricongiunti! (6). Videro allora ciò che nessun occhio
aveva mai veduto, udirono ciò che nessun orecchio aveva
mai udito! (7).
Vennero i di (cuor mio, lieta novella!)
D'un alto acconsentire.
Ambo gli amanti quell’alta magione
Alfin volle riunire.
Non sai tu che d’effluvî d’altra gente
Qui rimanea fragranza? (8);
(1) Nome d’una fontana del Paradiso musulmano.
(2) Passo del Corano, LXXVI, 11.
(8) Passo del Corano, LXXVI, 21.
(4) Dice granelli seguitando l’allegoria degli uccelli che si cibano di
grani raccolti qua e là,
(5) Passo del Corano, LIV, 55.
(6) Le anime umane ricongiunte a Dio e perdute e annientate in
Lui. I veli l'appresentano le difficoltà insuperabili per comprendere il
mistero dell’Essere universale che è Dio. secondo la dottrina mistica.
(7) San Paolo (I Corinth. II, 9) dice: « Le cose che occhio non ha
vedute, e orecchio non-ha udite... son quelle che Dio ha preparate a
quelli che l'amano ».
(8) Gli antichi poeti arabi, innamorati di qualche fanciulla d'altra
tribù (qui; gente), solevano andare a far lamenti sui luoghi da essa abbandonati, secondo la vita nomade, e sulle sue tracce (qui; effluyî, fragranza). Qui il poeta adopera questo linguaggio d’amore in senso allegorico e mistico,
i — — ——r —_—_————@—@—@mmoc<noinclude></noinclude>
hcqbghhthi96sog4ho8ycu2riibjqfx
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/559
108
1032027
3901516
2026-09-18T13:10:47Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901516
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 543 —|}}</noinclude>
Che lungi balenò fulgida luce
Della sua vicinanza?
Lieto viver tu possa in tal connubio,
Qual mai non si discioglie,
Appo quel che ami, or che del lungo esiglio (1)
Il tristo vel si toglie,
E ammira tal beltà (2) che, per vederla,
De’ suoi fedeli il core
Di doglia si spezzò, tanto feimea
In lor fiamma d’amore!
(dall’arabo di Al-Maqdisi).
(1) L'esiglio della vita presente.
(2) La bellezza eterna e infinita di Dio,<noinclude></noinclude>
6rvh1jv98g9xf7h9mbh6dbz8psmhkzt
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/560
108
1032028
3901517
2026-09-18T13:10:53Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901517
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 544 —|}}</noinclude><noinclude></noinclude>
9hl4x8kuzfbq8w5tslgzyyw6wiq3w9i
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/561
108
1032029
3901518
2026-09-18T13:10:58Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901518
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 545 —|}}</noinclude>NEGISTRO DEI NOMI
Avvertenza. — Nel presente Registro sono notati i nomi
soltanto degli Autori dai quali sono stati tolti i passi
tradotti, e quasi tutti quelli dei personaggi più illustri.
L'articolo arabo al-, Al- (il), prefisso a molti nomi,
non è computato nell’ordine alfabetico. Per ciò, a modo
d’esempio, 4l-Mas@di non è notato nel presente Registro
sotto la lettera A, sì bene sotto la M.
Le abbreviazioni, dopo i nomi degli Autori, indicano
la lingua in cui ciascun d’essi ha scritto. E così: ar. —
arabo; pers. = persiano; sanscr. == sanscrito; ebr. =
ebraico; sir. = striaco.
Abbassidi, vedi Califfi.
Abd al-Latîf (ar.). — Muvaffaq ad-dîn Abd al-Latîf
al-Baghdadi, medico di professione, coltivò gli studî
geografici e scrisse in particolare delle cose d’ Egitto
descrivendone, con artistico entusiasmo, gli antichi monumenti. Era nativo di Bagdad dove morì nel 1231 d. C.
AI-Abshîhi (ar.). — Shihàb ad-dîn Ahmed al-Abshîhi,
nativo del Cairo in Egitto, morto intorno al 1446 d. C.,
fu uomo ragguardevole al suo tempo, letterato erudito,
autore d’un libro di aneddoti, di racconti, di notizie rare,
a scopo di diletto e d’istruzione.
Italo Pizzi - Fiori d'Oriente
35<noinclude></noinclude>
b7ps8ftsa5ubyiewndp7ds7w6lz53dg
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/562
108
1032030
3901519
2026-09-18T13:11:03Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901519
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 546 —|}}</noinclude>
Abù Bekr al-Khuvarizmi (ar.). — Poeta e scrittore di
stile ornato, persiano (iranico) di nascita, essendo del
Khàrizm (la Chorasmia degli Antichi), autore di lettere
in istile molto artificioso. Morì tra il 993 e il 1002 d. O.
Alì (ar.). — Alì ibn Abî Tàlib, cugino e genero di
Maometto, fu anche uno dei suoi primi seguaci. Contribuì
molto a spandere e a propagare l’Islamismo. Dopo la
morte del Profeta, aspirava al Califfato, ma il primo
Califfo, invece, fu Abù Bekr. Così rimase eseluso da quella
dignità fino alla morte di Othmàn, avvenuta nel 656 d. C.
Ma si levò contro di lui la fazione siriaca capitanata da
Moàviya che fu il primo Califfo Ommiade di Damasco.
Dopo mille contese e molto spargimento di sangue, Ali
morì di pugnale nel 661 mentre stava pregando nella
moschea di Kùfa. Era nato nel 602. Fu bel parlatore, e
gli vanno attribuiti molti proverbî e sentenze acute e di
gran senso.
Alì Safl (pers.). — Scrittore persiano della tarda età
della letteratura, figlio del celebre Huseyn Vàaiz (vedi).
Resta di lui un libro intitolato: Aneddoti piacevoli intorno
a diversi ceti di persone. Fu prigioniero ad Heràt, perseguitato dalla fortuna, finchè trovò ospitalità e protezione,
nel 1530 d. C., alla corte d’un principe del Ghargistàn.
Al-Asmai (ar.). — Abd al-Melik ibn Qoreyb al-Asmai,
celebre grammatico e filologo, profondo conoscitore e raccoglitore delle antiche poesie degli Arabi, strenuo difensore di essi contro i Persiani nella disputa intorno alla
supremazia nella cultura. Era della scuola di Bassora,
lasciò molti scritti di erudizione, di letteratura, di pietà.
Morì nel 831 d. e.
Attaàr (pers.). — Ferîd ad-dîn, soprannominato con
voce araba Attàr, cioè il profumiere, è uno dei maggiori
poeti mistici persiani, nato a Nîshàpùr nel 1119 d. C.
Lasciato il fondaco dei profumi, si diede alla vita mistica
e alla poesia e compose molte opere, fra le quali è molto
singolare il Colloquio degli uccelli, poema mistico, nel
quale, sotto l’allegoria degli uccelli che vanno in un
lontano e ignoto paese per trovarvi il loro re, al quale<noinclude></noinclude>
jwj87j7xwjalvd2mudlj5098ntqgzxx
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/563
108
1032031
3901520
2026-09-18T13:11:08Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901520
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 547 —|}}</noinclude>2 PUT
giungono sfiniti dopo um viaggio d’affanni e di pericoli,
ogli volle rappresentare il pellegrinaggio dell’anima umana
in terra fino a che, dopo il lungo e travaglioso esiglio,
si ricongiunge a Dio e si perde in lui, cioè nell’ Essere
universale panteisticamente concepito. Serisse pure in
versi un Libro di consigli per i giovani asceti e mistici,
e un altro poema mistico detto l’Essenza dell’ Essere. È
poeta dolce e malinconico, ma troppo, forse, sentimentale
e d’una prolissità che eccede i limiti. Morì più che centenario nel 1229 d. C. nella strage che le orde di Gengiskhan fecero in Nîshàpàr quand’ebbero preso questa città.
Avesta. — È il nome del libro sacro dei seguaci della
dottrina di Zarathustra, cioè Zoroastro, detto anche da
noi comunemente, ma erroneamente, Zendavesta. La tradizione lo attribuisce per intero a Zoroastro, mentre pare
che appartengano soltanto a questo legislatore e sapiente
certi antichi inni, composti in uno speciale dialetto iranico, oscurissimi, d’indole religiosa e morale, detti le
Gatha, cioè i Canti. L’Avesta, invece, quale l’abbiamo
noi, secondo una redazione fatta nei primi secoli dell'Era
volgare, non è che quanto ci è rimasto (essendo composto in gran parte di libri frammentarî, sebbene considerevoli) d’un’ampia e vasta e multiforme letteratura che
era una vera enciclopedia che abbracciava tutto il sapere
dei tempi anteriori, e però opera di più generazioni, come
anche la Bibbia e il Talmad e i Vedi. Quello che ci rimane, va suddiviso in Vendîdad (libro che dà le norme
per guardarsi da ogni opera malefica dei Daéèva o de‘monî), in Yagna (libro liturgico, con inni, e con le Gathd),
in Vîgpered (raccolta secondaria d’inni e d’invocazioni),
in Yasht (inni, di natura quasi epica, alle diverse divi
nità, sottoposte al comando supremo di Ahura Mazdào
creatore). La lingua n’è il così detto zend o zendo, col
qual nome convenzionale si suol designare l’antica lingua
iranica (forse una delle tante lingue della Media, alla
quale appartiene propriamente il movimento religioso
zoroastriano) in cui l’Avesta è stato composto. È una
lingua strettamente sorella dell’antica persiana (che è la
mie a
_ ‘mete dite ele teen<noinclude></noinclude>
aje293i6nkxrg1u6yjs27093cn64y8c
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/564
108
1032032
3901521
2026-09-18T13:11:14Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901521
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 548 —|}}</noinclude>
lingua di Ciro, di Dario, di Serse), ma non la stessa,
come da alcuni erroneamente si crede.
Baha ad-dîn (ar.). — Bahà ad-din Muhammed ibn
Huseyn Al-Amili visse quasi sempre in Persia e fu consulente legale, in Ispahàn, alla corte di Shàh Abbas. Morì
nel 1622 d. C. Scrisse di molti argomenti, giuridici,
ascetici, scientifici.
Barhebreo (sir. ar.). — Cioè Ab ’1-Farag”, detto
Barhebreo (filius hebraei cujusdam), perchè figlio del
medico ebreo Aronne, nacque a Malatia nel 1226 d. 0.
Il padre erasi fatto cristiano, ed egli da principio fu
monaco ad Antiochia e a Tripoli; assunse poi il nome di
Gregorio (Gregorius Barhebraeus) quando fu fatto vescovo
di Gubos. Fu poi vescovo di Aleppo, indi Primate dei
Giacobiti d'Oriente. Scrisse in siriaco, oltre altre molte
opere, una celebre Cronaca, preziosa per le notizie che
vi si leggono, ch'egli poi voltò in arabo col titolo: Storia
delle dinastie. Morì a Meràgha nel 1289.
Barmekidi. — Illustre famiglia persiana (iranica),
originaria di Balkh nel Khorassàn, così denominata da
Barmek, sacerdote zoroastriano, già preposto alla custodia
d’un tempio del Fuoco, detto il tempio di Nav-behàr, in
Balkh. Abdallàh fu il primo di questa famiglia che si
fece musulmano. Regnava allora a Medina il Califfo
Othman (644-656 d. C.). Gli Abbàssidi poi trovarono nei
Barmekidi i loro ministri più illustri, della gloria e dello
splendore dei quali parlano con tanta ammirazione le
storie musulmane. Khalid, discendente di Abdallàh, fu
ministro del Califfo Al-Mansùr (754-775 d. C.) e precettore di Haàrùn al-Rashîd. Di questo Califfo, invece, fu poi
ministro Yahya, figlio di Khalid, quando il Califfato era
giunto al colmo della sua potenza e del suo splendore.
Fadhl e Giafar, figli di Yahya, ebbero da principio la
stessa fortuna; Giafar, anzi, fu l’amico intimo e il compagno di Harùn. Ma poì, nell’ 803, per motivi che ancora
non si conoscono bene (tra cui l’amore di Giafar per la
bella Abbàsa, sorella di Haràn), questo Califfo fece mo-<noinclude></noinclude>
rootfsnputd2y9mxv1wbcuuiqjzwbmt
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/565
108
1032033
3901522
2026-09-18T13:11:19Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901522
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 549 —|}}</noinclude>
rire esso Giafar di crudelissimo supplizio e ne ‘condannò
all’esiglio e al carcere il vecchio padre e il fratello.
S'iniziò allora una fiera e accanita persecuzione contro
i congiunti, gli amici, gli aderenti, gli ultimi fedeli di
questi potenti decaduti, e di tal persecuzione è un esempio
il racconto del libro I, n. 8, per tacer d’altri, di questo
volume (Vedi: 7’Islamismo, cap. IV, $ 5). — La storia
intelice di Giafar e di Abbàsa ha dettato al raccoglitore
del presente volume la novella di Rusceno e di Zerdana,
da lui inserita nel suo romanzo orientale: Miro e Naida
(canto XIV, 1-145).
Benîì. — Voce araba che significa è figli di..., e si
trova preposta a molti nomi proprì di persone per indicarne i discendenti, come appunto da noi si dice % figli
d'Israele per dire gl’Israeliti. Perciò: i Benî Dhobyan
sono i figli, o almeno i discendenti di DhobyAn, che fu
il capo d’una tribù araba che da lui ha preso il nome.
Valga questo esempio per tanti altri.
Bhartrihari (sanser.). — Poeta della più tarda età
della letteratura sanscrita, disceso dalla famiglia reale che
dominava nella regione di Avanti o di Malava in India, con
residenza ad Uggiayini. Disgustato della vita mondana,
addolorato della infedeltà della moglie, si ritirò a vita
ascetica. Vivendo come penitente nelle selve, compose tre
centurie di sentenze in sanscrito, bene adoperato (sebbene
al suo tempo il sanscrito fosse lingua morta) pur. con
qualche artifizio. Le sue idee filosofiche lo collocano in
età assai tarda, forse nel X secolo dell’Era volgare. Vedi,
per questo punto, l’ Introduzione premessa alla mia traduzione (Le Sentenze di Bhartrihari, tradotte dal sanscrito,
Torino, Tipografia Salesiana, 1899).
Al-Bigai («r.).. — Abù ’l-Hasan Ibràhîm Al-Bigfi,
scrittore della tarda letteratura araba, morto a Damasco
nel 1480 d. C. Un suo libro di novelle e di racconti non
è che un rimaneggiamento d’un altro di Abà Bekr alQari del secolo XI. Scrisse altre opere di storia, di. biografia, di genealogia.<noinclude></noinclude>
6fw5a3q4o4av9i8oebj2m6191sgrzvu
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/566
108
1032034
3901523
2026-09-18T13:11:24Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901523
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 550 —|}}</noinclude>
Bundehesh. — Con questo nome che in persiano significa 2’Inizio della creazione, si designa un notevole libro
della letteratura tradizionale dei Pàrsi (i seguaci di Zoroastro rimasti fedeli ‘alla loro religione dopo che la
Persia, nel VII secolo di C., si fu fatta musulmana), che
è come una enciclopedia cosmografica, geografica, zoologica, naturalistica, con prevalente carattere religioso. Si
appoggia, in generale, all’autorità dell’Avesta (vedi), ma
anche ad altri documenti ora perduti e che dovevano
essere antichi. È scritto in pehlevi o pehlevico (vedi), che
fu la lingua iranica del Medio Evo persiano; ma l’ultima
compilazione o redazione (se ne conoscono due) n’è assai
recente, forse dell’ XI o XII secolo d. C.
Califfi. — Il nome Califfo (arabo Khalifa, successore)
designa la maggior autorità e dignità spirituale e temporale che abbiano i Musulmani, quella di successore del
loro profeta e legislatore Maometto. Il Califfo era principe spirituale e temporale, signore assoluto di tutti i
fedeli, capo della religione, supremo sacerdote, primo
capitano delle milizie, designato anche, dal tempo. di
Omar secondo Califfo (634-644 d. C.), col titolo di Amr
al-Muminîna, cioè di Principe dei credenti. Alla morte di
Maometto, avvenuta nel 632, sebbene Alì, genero di lui,
aspirasse al Califfato e vi avesse molti partigiani, fu
eletto in sua vece Abù Bekr. Erasi allora a Medina, e di
la i due primi Califfi, cioè Abù Bekr e Omar ibn al-Khattàb,
intesero ad ampliare il recente Impero musulmano. che,
al loro tempo, s’aggiunse non pure tutta l’Arabia, ma
anche la Palestina, la Siria, la Mesopotamia, la ‘Persia,
l’Egitto. Il regno dei tre primi Califfi, Abù Bekr, Omar,
Othman (complessivamente 632-656 d. C.), è detto il tempo
patriarcale del Califfato di Medina per ]a semplicità della
vita, dell’amministrazione, del governo. Omar tuttavia
seppe dare all’ Impero una vera forma amministrativa,
giovandosi di ufficiali bizantini e di persiani, pratici dei
modi di governo. Alla morte di Othmàn, assassinato nel
656, fu eletto Califfo Alì; ma egli non seppe nè frenar<noinclude></noinclude>
tqb1dktrif48jf31jifdi2urb4fl7kk
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/567
108
1032035
3901524
2026-09-18T13:11:29Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901524
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 551 —|}}</noinclude>
le passioni scatenate, nè tener fronte alla fazione prepotente di Siria, capitanata da Moaviya. Fu pugnalato nella
moschea di Kùfa nel 661, e Moaviya, intanto, si proclamò Califfo a Damasco che d’allora in poi, cioè fino al 750,
fu la sede del Califfato. I Califfi di Damasco furon detti
Ommiadi da Omeyya da cui discendevano, e Omeyya ibn
Abd al-Shams apparteneva ad un ramo laterale della famiglia di Maometto; ma, più che capi spirituali o pontefici, furono veri capi militari, e il Califfato, sotto di loro,
una vera monarchia di soldati. Ebbero da domare ribelli
e dissidenti, fra cui i partigiani di Alì (detti gli Shiiti)
appiattati in Kiùfa, e uno dei più pronti e destri in ciò
fu il Califfo Abd al-Melik (685-705). Del resto, furon tutti
brutali, dati al vizio, poco zelanti della religione, eccetto
Omar ibn al-Azîz, Califfo dal 717 al 720, che invano si
provò a ripristinare la fede e l’austera vita d’un tempo.
Ma poi, nel 750, un’altra fazione, quella degli Abbassidi
(così chiamati da Abbàs zio di Maometto), tolse il regno
agli Ommiadi, trasportò la sede del Califfato a Bagdad
che ebbe allora appunto il suo principio, e il primo di
essi fu Abdallàh Abù ’LAbbàs soprannominato al-Sa/fah
che in arabo significa è sanguinario. Il tempo degli Abbàssidi che durò fino al 1258, quando i Mongoli entrarono in Bagdad vincitori, va segnalato per ciò che i Califfi di capi militari che erano, si fecero più solleciti delle
cose della religione e anche della cultura con prevalenza
di elementi persiani. Fu quello, anzi, il tempo del maggior splendore di quella cultura che noi erroneamente
chiamiamo araba e che invece dovrebbe dirsi musulmana
(perchè non tutti i Musulmani erano arabi), venuta dalle
scuole greche di Alessandria, di Antiochia e di Pergamo,
alle scuole siriache di Nisibi e di Edessa e da queste a
Bagdad, dove si coltivò più la filosofia che la religione,
si amò più la scienza che la fede, con grandissimo scandalo degli ortodossi. Fu quello appunto il tempo del fiorire delle sette filosofiche d’ogni genere, tutte o quasi
tutte impregnate di panteismo, accanto al culto delle
scienze esatte e delle naturali. Allora, al fianco del Califfo<noinclude></noinclude>
ki5af7keab4ub5xcc0tha58m7elrtj9
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/568
108
1032036
3901525
2026-09-18T13:11:34Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901525
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 552 —|}}</noinclude>= Soon—
fu posto il grado di Visir o ‘ministro, e.i più illustri
ministri degli Abbassidi furono i Barmekidi (vedi). Tra
questi Califfi poi vogliono essere ricordati in modo speciale, per la gloria, la fortuna, la potenza, le opere fatte
in pro della cultura, Al-Mansùr, Harîîn al-Rashîd (vedi),
Al-Mamùn, per tacer d’altri. Intorno al X secolo, il Califfato cominciò a declinare, mentre in Persia, in Siria,
altrove, sorgevano a’ suoi danni potenti e illustri case
principesche, finchè, nel 1258, ebbe il colpo di grazia,
come di sopra abbiam detto. Ma un fuggiasco degli Ommiadi, Abd al-Rahmàn, giungeva in Ispagna già stata
prima conquistata all'Impero musulmano, e nel 756 vi
fondava una dinastia novella che impropriamente fu detta
dei Califfi Ommiadi di Spagna. Durò fino oltre il 1000.
Anche l’Egitto e l'Africa, dopo aver lungamente avuto
principi di case diverse, più o meno dipendenti da Damasco e da Bagdad, ebbero Califfi proprî nei Fatimidi,
detti così perchè discendevano da Fàtima, la figlia di
Maometto andata sposa ad Alì. Per questa ragione affettaron sempre assoluta autorità e libertà di comando, incominciando col. primo di essi che fu Obeyd Allah, nel
909, e andando fino al 1171, nel quale anno la signoria
d'Egitto passò nelle mani del grande Saladino della casa
degli Ayy@biti. Il Califfo Fàtimide Al-Hàkim fu, se non
il più illustre, il più rinomato della sua casa. Vedi, intorno a questo misterioso personaggio, il n. 12 del libro I.
Capitoli dei Padri (ebr.). — Si chiama così (ebr. pirgé
AbROth, lat. Capita Patrum) una breve ma bella raccolta
di sentenze, tutte di genere morale e religioso, aggiunta
alla quarta parte della Mishna nel Talmad, e le sentenze
son poste in bocca ora a questo ora a quello di molti dei
dottori ebrei del tempo che di poco precede all’ Era volgare e di poco le conseguita.
Corano (ar.). — Con questa voce che in arabo
suona quran e significa lettura, si designa il libro sacro
dei Musulmani, il loro codice sacro legislativo e religioso,
rivelato, secondo essi, a Maometto profeta da Dio stesso
per mezzo dell’Arcangelo Gabriele. Non è libro che sia
prrtrno
(APC RO STR LE<noinclude></noinclude>
gigdqn3vt3hl00epzgfq6ia5vjyd72g
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/569
108
1032037
3901526
2026-09-18T13:11:40Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901526
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 553 —|}}</noinclude>I
— 553—
Stato composto secondo un disegno prestabilito e tutto di
seguito e secondo un dato ordine di materie o argomenti
trattati, sì bene come a frammenti, s'intende a più riprese, ogni qual volta l’Arcangelo. parlava al profeta.
Quindi ogni sua s@ra o capitolo (sono in tutto centoquattordici) corrisponde ad una data rivelazione, ad ogni singolo colloquio, per così dirlo, dell’Arcangelo stesso con
lui. Questi capitoli, finchè Maometto fu vivo e anche nei
primi anni dopo la sua morte avvenuta nel 632 d. C.,
furon tenuti a mente dai suoi primi seguaci, alcuni anche
furono seritti rozzamente su pietre liscie, su scapole di
montoni, su foglie di palma. Ma poì si sentì ben presto
il bisogno e la necessità non solo di trascriverle, ma
anche di riordinarle, e tale commissione fu data all’amico
e segretario di Maometto stesso che fu Zeyd ibn ThAbit, e
a due altri pii e fedeli musulmani. Questi redattori si tracciarono e seguirono un metodo tutto loro particolare!
Misero innanzi tutti i capitoli più lunghi (alcuni di qualche
centinaio di versetti) e dopo questi i più brevi (quelli che
ne constano di due, di tre, di quattro), non badando
punto all’ordine loro cronologico, il quale invece fu ristabilito, per congetture ingegnose, dai nostri studiosi di
cose arabiche e musulmane. Per queste ricerche s'è potuto stabilire che i capitoli del Corano vanno disposti in
due serie, in una meccana, perchè recano la data dalla
Mecca, e in una medinense, perchè recano quella di
Medina dopo che Maometto, fuggito dalla Mecca nel 622,
trovò rifugio e accoglienza in questa città. Questa distinzione è antica, rimonta anzi al tempo della composizione
Stessa dei capitoli, ed è pur stata mantenuta da Zeyd e
dai suoi compagni di redazione. Ma lo stabilir l’ordine
cronologico dei capitoli meccani e dei medinensi, fu tutto
lavoro e frutto dell'indagine dei dotti europei. Non possiam venire a maggiori particolari; e però diremo soltanto
che i primi capitoli, quelli della Mecca, fanno conoscere
con la loro brevità, concisione, foga ed entusiasmo, l’uomo
che, invasato d’una nuova e potente idea, la va annunziando e predicando a’ suoi; laddove quelli di Medina,<noinclude></noinclude>
6h7onsoq1u2cx545k7shmpdg65op76k
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/570
108
1032038
3901527
2026-09-18T13:11:45Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901527
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 554 —|}}</noinclude>
più posati e tranquilli, lunghi, con tante parti legislative
a modo di codice civile e religioso, mostrano l’uomo venuto alle prese con gli avversarî suoi, che disputa con
essi, che loro contrasta il terreno, e, impensierito più
degli affari della terra che di quelli del cielo, dà disposizioni legali più che ammonimenti religiosi. Ciò s’intende nel caso generale, perchè nel particolare questa
osservazione va non di rado modificata.
Dinar. — Moneta del valore di circa dieci lire delle
nostre. La voce è d’origine latina, denarius.
Dirhem. — Moneta del valore di circa una lira delle
nostre. La voce è d’origine greca, drachme.
Firdusi (pers.). — Abî ’1-QAsim Firdusi è il maggior
poeta persiano e uno dei maggiori poeti del mondo. Visse
dal 940 al 1020 d. C. Oltre le notizie date di lui al n. 15
del I libro, si noti che nel suo immortale poema, il Libro
dei Re, egli raccolse e versificò, su antiche compilazioni,
tutta quanta la storia mitica, eroica, leggendaria di Persia,
con una parte di romanzesco e di storico misto al romanzo nelle storie particolari di Iskender (Alessandro
Magno) e dei Sassanidi che regnarono in Persia dal 226
al 650 d. C. La gran guerra secolare fra gl’ Irani (Persiani) e i Turani (i popoli barbari dell’alta Asia), con
infiniti casi e vicende, con infiniti atti di valore degli
eroi, fra i quali Rustem, il gran campione de’ suoi IRE)
vi è narrata con un'arte che rivaleggia con quella di
Omero e con una fantasia degna dell’ Ariosto. Del Libro
dei Re ha fatto una traduzione intera in prosa francese
Giulio Mohl. Traduzioni parziali in versi tedeschi sono
quelle dello Schack e del Riickert. Una traduzione di
tutto quanto il poema in versi italiani è stata procurata
dal raccoglitore del presente volume e data fuori a Torino
tra il 1886 e il 1889.
Giami (pers.). — Nùr ad-dîn Abd al-RahmAn, nativo
del villaggio di Giàm nel Khorassàn e perciò detto Giàmi,<noinclude></noinclude>
fs9r90uij1qisl8az92831y8tf721l1
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/571
108
1032039
3901528
2026-09-18T13:11:50Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901528
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 555 —|}}</noinclude>
fa l’ultimo poeta persiano degno di questo nome. Scrisse
molte opere in verso e in prosa, di soggetto morale, educativo, mistico, aneddotico, e cinque poemetti misticoromanzeschi. L’opera sua più conosciuta è il Giardino di
Primavera, con aneddoti storici, biografie, favole, scritta
con iscopo educativo e istruttivo. Visse ad Heràt alla
corte dei discendenti di Tamerlano, e morì nel 1492 d. C.
Hafiz (pers.). — Shams ad-dîn Muhammed Hafiz, il
maggior lirico persiano, paragonato per la grazia e i soggetti trattati (vino, rose, amori) ad Anacreonte, e per la
vibrata sobrietà e fina eleganza ad Orazio, imitato dal
Goethe, nacque a Sciraz in Persia al principio del XIV
secolo. Visse sempre solitario, nè volle accogliere mai
inviti di principi che lo volevano alle loro corti. Tamerlano lo trattò e onorò con molta considerazione quando,
nel 1388, passò da Sciraz. Risparmiò anzi la città in riguardo di lui. Morì l’anno appresso toccando gli ottant'anni. Un. capitolo della nostra Storia della Poesia persiana (il quarto) è interamente consacrato a lui e a Saadi,
Rimandiamo a quel capitolo chi desiderasse più diffuse
notizie.
Al-Hamavi (@r.). — Abù ’1-Mahàsin Tagî ad-dîn...
al-Hamavi, nato a Hamàt di Siria, mercante da giovane,
datosi poi agli studî, occupò alti ufficì al Cairo. Fu
autore di pregevoli opere di vario genere, poetiche e in
prosa ornata, e di retorica. Morì in patria nel 1434 d. C.
Harùn al-Rashid. — Celebre Califfo Abbasside, soprannominato al-Rashid, cioè il giusto, regnò dal 786 all’ 809
d. C. Ebbe grandi virtù, ma si macchiò anche di gravi
colpe, fra le quali lo sterminio dell’intera famiglia dei
Barmekidi (vedi) che aveva dato agli Abbassidi i suoi
ministri più illustri. Promosse la cultura. Mandò un’ambascieria, con ricchi doni, a Carlo Magno in Francia.
Huseyn Vaiz (pers.). — Kamàl ad-din Huseyn ibn
Alî ’l-Vaiz, nato a Sebzvàr in Persia, visse tranquillamente ad Heràt dedito agli studî e alle opere pie. Morì
nel 1504 d. C. Ridusse in prosa ornata persiana, tramezneri ge? id er reeg<noinclude></noinclude>
ec3m87lf7sgart25ypht98yciepar9n
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/572
108
1032040
3901529
2026-09-18T13:11:55Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901529
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 556 —|}}</noinclude>
zata di molte poesie, ma anche con superftuo sfoggio di
stile fiorito, riuscendo tuttavia quasi sempre elegante, il
vecchio libro di Kala e Dimna, trasformazione arabopersiana del Panciatantra (vedi), sotto il titolo Gli splendori del Canopo.
Ibn. — Questa voce araba, tanto frequente nei nomi
proprî, significa figlio. Per esempio: Al ibn Misa, significa Al» figlio di Masa, e così di seguito.
Ibn Abdirabbihi (ar.). — Abà Omar Ahmed ibn Abdirabbihi era nativo di Cordova in Ispagna e liberto degli
Ommiadi di là. Fu poeta, letterato ed erudito, e l’opera
sua principale è la Collana senza pari, che è un’ Antologia divisa in venticinque capitoli, ciascuno dei quali
porta il nome d’una pietra preziosa, onde si forma la
collana. Vi si leggono storie, aneddoti, sentenze, detti
arguti, narrati ed esposti con intenti morali. Ibn Abdirabbihi morì nel 940 d. e.
Ibn al-Anbari (ar.). — Shams ad-dîn Muhammed ibn
al-Anbari, della metà del secolo XIII d. C., fu autore
d’un’opera storica e aneddotica. (Così la Ohrestomathia
arabica dei PP. Durand e Cheikho, pag. 334).
Ibn Arabshah (ar.). — Abà ’I-Abbàs Ahmed ibn
Arabshàh, nativo di Damasco, donde, essendo in età di
otto anni, nel 1400: d. C. fu trasportato prigioniero a
Samarcanda con tutta la famiglia quando Tamerlano vi
entrò con tutte le sue orde, studiò teologia e filosofia,
viaggiò molto e tornò poi in patria per attendervi alla
composizione delle sue opere. Morì al Cairo nel 1450 incarcerato per sospetti da quell’Emiro. Lasciò una Vita
di Tamerlano e un libro di racconti, di aneddoti, di apologhi, in istile molto artificioso, detto Frutto per i potenti
e divertimento per gl’intelligenti, che è un rimaneggiamento in arabo dell’opera persiana il Libro di Merzban
di Veràvîni (vedi).
Ibn Batùta (ar.). — Abà Abdallàh Muhammed... ibn
Batdta, celebre viaggiatore arabo, nativo di Tangeri,
morto a Fez di Marocco nel 1377 d. C. Percorse l’Egitto,<noinclude></noinclude>
o5ljkbwj6byogy37yy8ryxwn57z1wsv
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/573
108
1032041
3901530
2026-09-18T13:12:01Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901530
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 557 —|}}</noinclude>
l’Arabia, la Persia, l’Asia Minore, la Russia Meridionale,
il Khorassàn, l’India, il Ceylan, la Cina. Tornato a Tangeri, vi scrisse il racconto de’ suoi viaggi in un’opera
che s’intitola Dono per quelli che voglion conoscere e 0sservare le cose nuove e strane delle diverse regioni e le
meraviglie dei viaggi. La descrizione n’è interessantissima,
essendo un bel quadro, pur con qualche monotonia, del
l'Oriente nel secolo XIV. Il Defrémery e il Sanguinetti
ne hanno pubblicato a Parigi (1869-1879) il testo arabo,
accompagnato da una bella traduzione francese.
Ibn Bîbi (pers.). — Nasir ad-dîn Yahya, scrittore
persiano della fine del XIII secolo, più noto sotto il nome
di Ibn Bibî o Ibn Bibi-munaggimeh, cioè il figlio della
dama indovina, compose, in istile ricercato e gonfio, gli
Annali dei Sultani Selgiîgidi di Iconio nell’ Asia Minore
che regnarono dal 1192 al 1280 d. O.
Ibn Habîb al-Halabi (ar.). — Badr ad-dîn Muhammed
ibn Habîb al Halabi, nativo di Damasco, fece gli studì
ad Aleppo, al Cairo, ad Alessandria. Fu occupato in pubblici ufficì presso diversi dignitarì. Morì ad Aleppo nel
1377 d. O. Compose opere storiche, e una anche, la più
celebre, di genere allegorico e morale, V’Alito dello zefiro,
con descrizioni in prosa rimata, con poesie intercalate, di
cose della natura e della vita umana, con significato
morale e filosofico.
Ibn Khallikan (ar.). — Shams ad dîn Abù’LAbbàs...
ibn Khallikàn, fu letterato erudito, nativo di Arbela, discendente dalla famiglia illustre dei Barmekidi (vedi), e
però soprannominato anche al-Barmaki. Occupò alti ufficî
pubblici, e fu giudice supremo di Siria con residenza @
Damasco. In età avanzata, per falsi sospetti fu sostenuto
in carcere. È autore d’una preziosa opera biografica:
Libro della morte degli uomini illustri e notizie dei contemporanei. Morì nel 1282 d. O.
Ibn Qoteyba (ar.). — Abà Muhammed Abdallàh ibn
Qoteyba, celebre grammatico e storico, scrisse di molti
argomenti e anche di filosofia e di teologia, 6 difese la
tradizione musulmana contro i razionalisti. Prevale tut-<noinclude></noinclude>
e21zls1owg0hsaw1puaphs07i2maiji
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/574
108
1032042
3901531
2026-09-18T13:12:06Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901531
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 558 —|}}</noinclude>
tavia in lui l’erudizione. Fu giudice a Dînaver in Persia,
insegnò pubblicamente a Bagdad, dove morì nell’889 d. C.
Al-Isbahani (ar.). — Abù ’1-Farag” al-IsbahAni, dotto
scrittore persiano, essendo nativo d’Ispahàn in Persia, ma
oriundo d’Arabia, fu benemerito della storia del paese dei
suoi maggiori. Sotto il titolo di Libro delle canzoni, raccolse antiche tradizioni e racconti storici e leggende, con
resti di antiche poesie, del tempo degli Arabi anteriore
a Maometto, venendo fino ai primi tempi degli AbbAssidi.
È opera molto istruttiva per le memorie e piacevolissima
per la singolare novità delle cose narrate. Al- Isbahani
morì nel 967 d. C.
Al-Itlîdi (ar.). — Muhammed Diyàd ‘al-Idliai, del
XVII secolo, scrisse intorno al 1688 una storia dei Barmekidi e degli Abbassidi alquanto romanzesca.
Kalila e Dimna, vedi Panciatantra:
Kemal ad-dîn al-Halabi (ar.). — Nacque ad Aleppo,
di cui scrisse la storia e dove ebbe grado e ufficio di
giudice. Quando i Tatari, nel 1260 d. C., ebbero presa
Aleppo, fuggì in Egitto. Ma Hùlagî lo richiamò in Siria
dove lo fece giudice supremo, sebbene per breve tempo.
Kamal ad-dîn morì al Cairo nel 1262 d. O. Nella sua
Storia di Aleppo, egli parla anche dei Crociati (Letteratura araba, cap. VIII, $ 8).
Libro dei Re, vedi Pirdusi.
Mahabhàrata (sanser.). — È il gran poema sanscrito
(sterminato nella sua mole, compilazione di diversi tempi,
ma attribuito a Vyàsa) che narra le vicende della gran
guerra per il possesso del regno tra le due case principesche e consanguinee dei Pàndhuidi e dei Kuruidi, finita
con lo sterminio di questi ultimi. Uno degli episodî più
insigni del gran poema è la Bhagavad-gîtà, cioè il Canto
del Beato. (Krishna), del. quale si è fatto un cenno in
una, nota al n. 27 del libro V. Il Prof. Michele Kerbaker,
geniale traduttore in ottave ariostesche di gran parte del<noinclude></noinclude>
izznkpmpg0rc641tvvto15p80ekgn84
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/575
108
1032043
3901532
2026-09-18T13:12:11Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901532
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 559 —|}}</noinclude>
Mahdbharata, ha dato fuori, molti anni fa, un bel saggio
di una sua traduzione in robusti versi sciolti della Bhagavad-gîtà della quale altro. traduttore è il Prof. Oreste
Nazari. Traduttore felice di gran parte, ma in prosa, e
compendiatore del Mahabharata è pure il Prof. Paolo
Emilio Pavolini.
Mahmîd Ghaznevide. — Figlio di Sabuk-teghîn (uno
schiavo turco ai servizî dei principi SàmAnidi che nel
IX secolo regnarono nel Khorassàn), fondatore della potenza dei. Ghaznevidi, così detti perchè Ghazna era la
loro residenza, signore dell’Iran orientale, conquistatore
dell’India, protettore dei poeti. Morì nel 1030 d. C. lasciando il regno ‘al figlio Masùd che però non ebbe nè
l’ingegno nè la fortuna di lui, sì che la potenza dei Ghaznevidi incominciò presto a declinare rapidamente. Alla
corte di Mahmîùd, visse e poetò Firdusi (vedi).
Maometto (ar.). — Cioè Muhammed figlio di Abdallah,
nato alla Mecca nel 570 d. C., morto a Medina nel 632,
detto l’Eletto, l’Apostolo di Dio, il Profeta, è il fondatore della religione musulmana, o Islamismo, il cui codice
sacro è il Corano (vedi). La sua vita si legge in tutte le
storie e in ogni manuale di storia, e però rimandiamo a
quei libri chi desiderasse in proposito notizie più diffuse.
Al-Magdisi (ar.). — Izz ad-din Abd al-Selàm ibn
GhAnim al-Magdisi, morto intorno al 1279 d. C., fu uomo
di grande pietà e fecondo scrittore, in istile ornato e artificioso. Fra le molte sue opere, va segnalata in parti
colare quella che s'intitola Spiegazione di misteri secondo
‘il parlare e il sentenziare di uccelli e fiori, in cui le qualità e le proprietà degli uccelli e dei fiori sono ricordate
e descritte è addotte in prova dell’esistenza e della sapienza del Creatore.
Al-Maggari (ar.).. — Abù ’1-Abbàs al-Maqgari, storico
della tarda letteratura araba, era nativo di Tilimsan
(Tlemsen) nel Marocco. Fece gli studî a Fez. Viaggiò
molto visitando la Mecca e Medina, il Cairo e Gerusalemme. A Damasco insegnò con molto plauso scienza tradizionale. Morì nel 1631 d. C. Scrisse una Storia di Spagna<noinclude></noinclude>
g021nuw656zksnvxgmear75rjzs4lxk
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/576
108
1032044
3901533
2026-09-18T13:12:17Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901533
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 560 —|}}</noinclude>
intitolata: Olezzo aromatico del ramo della fresca Andalusia, e altre opere.
Al-Masîidi (ar... — Abù ’l-Hasan Ali al-Masùidi fu
celebre storico, geografo ed erudito, nativo di Bagdad.
Viaggiò molto, studiò molto procacciandosi cognizioni vastissime che l’aiutaron poi nella composizione delle sue
grandi opere storiche e geografiche, delle quali la più
nota è quella che ha per titolo Praterie d'oro e miniere
di gemme (Edizione di Parigi, 1861-1877, testo arabo con
traduzione francese di C. Barbier de Meynard e Pavet de
Courteille). É una grande enciclopedia storica, il cui nocciolo principale è la storia dei CalifA, con molte altre
notizie biografiche, letterarie, scientifiche, d’usi e di costumi, di filosofia. Morì al Cairo nel 956 d. 0.
Al-Menîfi (ar.). — Abî ’1-Abbàs Ahmed al-Mentifi, storico, nativo del Cairo, esercitò in patria l’ufficio di giudice.
Morì nel 1527 d. C.
Mille e una notte (ar.). — È il notissimo libro che
va ancora da noi, benchè non integro e non quale è veramente, tra le mani del popolo. Proviene, nello schema
originale, da un libro persiano detto Ze Mille Fiabe, che
alla sua volta per una trafila pehlevica discende da un
originale sanscrito (1). Ma le molte narrazioni che vi si leggono, provengono da diverse fonti. Alcune sono di origine
indiana e vanno segnalate per certa finezza e buon gusto.
Altre vengono da Bagdad, e v'ha gran parte il celebre
Califfo Harîn al-Rashîd, a cui si attribuiscono mille casi e
mille avventure. Altre sono d’origine egiziana, e sono o
racconti con fatti e cose meravigliose (anelli incantati,
talismani, magie) o racconti d’avventure e d’imprese di
noti furfanti. Vi si trovano inseriti, inoltre, due romanzi,
quello marinaresco di Sindibàd (del quale abbiam dato un
passo nel n. 11 del libro III), e quello cavalleresco di
Omar al-Noman. Le novelle e le favole son raccontate, in
(1) Vedi, intorno al racconto fondamentale delle Mille e una nolte e
all'origine sua dall'India, i dotti articoli del Pavolini e del Rajna nel
Vol. XII del Giornale della Società Asiatica Italiana (Firenze).<noinclude></noinclude>
2lc2vhutb9bz138xmv6psxj8mh0ctpc
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/577
108
1032045
3901534
2026-09-18T13:12:22Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901534
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 561 —|}}</noinclude>e
1001 notte, dalla bella ShehrezAde ad un re di Persia. È
libro popolare a cui hanno lavorato insieme tanti autori
ignoti, in tanti secoli, dall’origine indiana fino all’ultima
sua compilazione che è piuttosto recente.
Mîrkhondi (pers.). — Storico persiano, propriamente
Muhammed ibn Khavend-shàh, d’una famiglia di Bukhàra,
vissuto gran tempo ad Heràt alla corte di quei principi
che discendevano da Tamerlano, protetto in particolare
da uno di essi, Alì Shîr, che era anche poeta. Morì intorno
al 1504 d. C., e lasciò una grande compilazione storica
universale, detta & Giardino puro, che abbraccia tutti gli
avvenimenti umani, dalla creazione del mondo fin quasi
ai tempi dell'Autore.
Muhammed al-Dakdagi (ar.). — Poeta d’età assai
recente, nativo del Khorassàn nell’Iran orientale. Imitò
i poeti del bel tempo della letteratura araba. Visse molto
stimato a Damasco e morì nel 1714 d. C. (Magiani ’l-adab,
Comment. II. pag. 554).
Al-Mustasimi (ar.). — Gemal ad-dîn Yaqùt al-Mustasimi fu celebre calligrafo e Autore d’un’Antologia di racconti, di poesie, di facezie, di sentenze. Morì a Bagdad
nel 1298 d. O.
Al-Mutanabbi (ar.). — Abù ’1-Tayyib fu soprannominato Al-Mutanabbi, cioè colui che si è fatto profeta,
perchè volle fondare una nuova religione, ma non riuscì.
Nacque in Kifa nel 905 d. C. e fu il più illustre poeta
del tempo degli Abbassidi, benchè molto manierato e concettoso. Visse a diverse corti e in particolare a quella
di Aleppo, protetto dal principe Seyf al-Davla della casa
degli Hamdanidi di cui celebrò le lodi. Morì ucciso da
malandrini nel 965.
Al-Navagi (ar.).. — Muhammed ibn Hasan al-Navagi,
del Cairo, fu maestro di giurisprudenza in patria, scrittore fecondissimo, specialmente di aneddoti, di racconti,
riferentisi a diversi ceti di persone, raccolti da diverse
fonti, e autore di poesie lodate al suo tempo. Morì nel
1455 d. C.
Italo Pizzi - Fiori d'Oriente
36<noinclude></noinclude>
ijjp852x6aj86p07kk5a8hg0dbb5g0u
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/578
108
1032046
3901535
2026-09-18T13:12:27Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901535
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 562 —|}}</noinclude>
Nizami (pers.). — Nizàm ad-dîn Ab Muhammed
Nizàmi, poeta persiano, il principe dei poeti romanzeschi
di Persia, nacque a Gangia nella provincia di Arràn.
Sebbene invitato più volte a corte dai Selgiùgidi e da
altri principi, condusse vita tranquilla e solitaria, dedito
alle opere di: pietà e alla composizione delle sue opere
poetiche. Queste sono cinque poemi che, uniti, formano i
Cinque tesori onde S'intitolano, e dei quali quattro sono
romanzeschi e l’altro è mistico. I quattro sono: Xhusrev
e Shîrîna (tenera storia persiana d’amore); le sette Beltà
(Storia degli amori di Behràm re di Persia con sette principesse; abbiamo qui il germe dell’ Ameto del Boccaccio;
vedi, perciò, la Storia della Poesia persiana, cap. IX,
86-87); Meg’n0mn e Leyla (appassionata storia d'amore araba;
vedi il n. 16 del libro II.); il Libro di Alessandro (storia
romanzesca del gran conquistatore, trasformazione persiana del romanzo greco del Pseudo-Callistene). Il quinto
poema, mistico, religioso, morale, è detto è. Tesoro dei
misteri. Nizàmi, poeta di valore, ma stentato e già artificioso, morì in patria nel 1202 d. 0.
Nizam al-Mulk wers.). — Con questo nome che in arabo
significa l’ornamento del regno, viene designato Abù Alî
Hasan, il celebre ministro di Alp-Arslàn prima, e poi di
Melik-shàh, principi Selgiùgidi, il cui regno si stese a
tanta parte d’Asia tra l'XI e il XIII secolo d. C. Fondò
un celebre collegio a Bagdad. Morì nel 1098 fatto pugnalare, per sospetti, dallo stesso Melik-shàh che gli era
stato discepolo e di cui era stato ministro. Serisse un
libro di politica intitolato i Libro di Governa.
Omar Ibn al-Khattab. — Celebre Califfo, secondo di
quelli di Medina, costitutore primo dell'Impero musulmano.
Regnò dal 634 al 644 d. C. Vedi Califfi.
Omar Khayym (pers.). — Abù ’1-Fath Omar ibn
Ibràhîm al-Khayyàm algebrista e poeta scettico persiano,
le cui quartine sono intese a proclamar vana ogni fede,
ogni religione positiva, a trattar come fola da ragazzi la
vita futura e a satireggiare le brutture e le ipocrisie tutte
vetrinirin<noinclude></noinclude>
1dttkizk1hr8zw4my3uahn4gwetute4
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/579
108
1032047
3901536
2026-09-18T13:12:32Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901536
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 563 —|}}</noinclude>
lei bacchettoni. In. esse, egli inneggia al vivere lieto e
libero tra gli amori e i piaceri, del vino in particolare,
sotto i quali nomi, invece; si devono intendere la dottrina
mistica, libera da ogni pastoia di ortodossia, e nell’amore
l’amore di Dio stesso al modo mistico e panteistico. Omar
Khayyàm era della città di Nîshàpàr nell’Iran orientale.
Visse fra gli studî e sotto il regno di Melik-shàh dei Selgiùgidi fece importanti osservazioni astronomiche, correndo
l’anno 1074. Lasciò anche un trattato d’algebra in arabo,
stato pubblicato a Parigi dal Woepke. Morì nel 1123: Le
sue quartine furon pubblicate a Parigi dal Nicolas con traduzione francese; e si trovano traduzioni ‘intere 0 parziali, tedesche e inglesi, dell’Hammer, del Fitzgerald, dell’Hart.
Anche il raccoglitore del presente volume ne ha tradotte
sessanta in versi italiani, inserite nella Storia della Poesia
persiana, (vol. I, pag. 280 e segg).
Ommiadi, vedi Catiff.
Panciatantra, vedi Vishnusarman;
Pehlevica. — È la lingua iranica (persiana) usata in
tutto il Medio Evo persiano (III-VIII secolo d. C.), nella
quale fu scritta quasi tutta la letteratura tradizionale dei
seguaci di Zoroastro, di natura religiosa, conservataci in
parte. Vi furono anche storie, romanzi e libri dottrinali
profani ora perduti, ma.pervenutiei in parte nei posteriori rifacimenti arabi e persiani. I Persiani invece, con la
voce pehlevì (pehlevico), sogliono designare (erroneamente
però) l’antica lingua dî Persia,
Al-Qazvîni (ar.). — Zakàriyya ibn Muhammed' alQazvîni, celebre cosmografo e scrittore di cose naturali,
la cui opera: le Meraviglie delle cose create e i monumenti
dei paesi, è un vero monumento di sapere ed i dottrina. Alcune teoriche moderne, come quella del periodico mutarsi
dei continenti, vi sono già preannunziate e bellamente
adombrate (7’ Islamismo, cap. VI, $ 6). Era di Qazvîn
nell’Iran settentrionale. Visse a Damasco, fu magistrato
in diverse città della Mesopotamia, e morì nel 1283 d. 0.<noinclude></noinclude>
oqny1ynltmkerhqdh5rf79z4s05mp70
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/580
108
1032048
3901537
2026-09-18T13:12:38Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901537
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 564 —|}}</noinclude>Al-Qolyibi (ar.). — Shihàb ad-dîn Ahmed.... alQolyùbi era nativo d'Egitto. Fu medico di grido. Scrisse
di molti argomenti, in particolare di medicina, e un’opera di aneddoti storici, piacevolezze, facezie e simili.
Morì nel 1659 d. C.
Ramdyana, vedi Valmiki.
Rùmi (pers.). — Gelal ad-dîn Rùmi fu il maggior
poeta mistico persiano, autore della Cobla spirituale, lungo
poema mistico che è come il codice di tutta la teologia
mistica orientale. È prolisso e monotono, ma pieno di
sentimenti di profonda pietà e bontà. Resta di lui anche
un Canzoniere in cuì egli, con compunzione e devozione grandissima, canta l’amore mistico dell'anima umana
che sospira a Dio. Era nativo di Balkh nell’ Iran orientale, d’illustre famiglia, ma visse lungamente ad Iconio
nel regno di Rîm (detto perciò al-Rîmi) nell’Asia Minore,
alla corte dei Selgifigidi, dove da principio insegnò giurisprudenza. Si ritirò poi a vita penitente, dato alla filosofia mistica, e morì nel 1278 d. O.
Saadi (pers.). — Muslih ad-dîn Saadi, celebre poeta
persiano che, con Firdusi e Hafiz, forma la triade dei più
illustri poeti di Persia. Nacque a Sciraz nel 1184 d. C.,
fece gli studî a Bagdad nel collegio nizàmiano (vedi
Nizam al-Mulk), viaggiò per quasi tutta la vita che fu
di più che cent'anni, incontrando mille casi e mille avventure, e morì nel 1291. Fu sepolto nel suo giardino
prediletto alle porte di Sciraz dove si vede tuttora il suo
monumento. Scrisse molte opere per la maggior parte in
versi, di soggetto morale con novellette e aneddoti intesi
a dichiarar le cose esposte; ma la più bella e pregiata ne
è indubbiamente él Roseto (pers. Gulistàn) per la sobrietà
e bellezza del dettato e più ancora per il fino e sano
buon senso che tutto l’anima, scritto in prosa e intramezzato di versi elegantissimi. Il Prof. Gherardo De Vincentiis
ne ha pubblicato a Napoli, nel 1873, un bel saggio di
traduzione, e il raccoglitore del presente volume, nella<noinclude></noinclude>
eblvphzii17728x0huagb9y87n5ewxt
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/581
108
1032049
3901538
2026-09-18T13:12:43Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901538
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 565 —|}}</noinclude>
sua Storia della Poesia persiana (cap. IV), ha pur dato
non pochi passi, da lui tradotti, di questa e di altre
opere di Saadi.
Scienza tradizionale Musulmana. — È questa, all’ingrosso ein breve, quella scienza tutta musulmana su cui
poi fu fondata in gran parte la giurisprudenza dei Musulmani. Il Corano, per essi, è la vera legge, ma di Maometto si sono anche conservati per tradizione molti detti
e sentenze che hanno autorità di legge per molti casi o
rituali o penali o di qualunque natura legale che nel
Corano non si trovano contemplati. Cercare queste sentenze e detti tradizionali, sceverarli dai non genuini, esaminar l’autorità dei mallevadori, cioè di quelli che li
hanno tramandati, cercar se v’ha o non v’ha interruzione
nella loro serie, vedere in che modo e quando si possa
e si debba applicar meglio quella tale o quella tal altra
sentenza del Profeta, è quanto costituisce questa scienza
speciale. Vedi, per maggiori notizie, l’Islamismo, cap.
Al-Sharîshi (ar... — Abù ’1-Abbàs Ahmed, nativo di
Xeres (ar. Sharîsh) in Ispagna, e però detto Al-Sharîshi,
fu uomo di molta erudizione, morto in patria nel 1222
d. C. (Così nei Magianî ’l-adab, vol. V, pag. 286).
Al-Shubràvi (ar... — Abdallàh ibn Muhammed al-Shubràvi era del Cairo in Egitto. Fu poeta e prosatore ornato, autore d’un libro, Frontispizio di eloquenza e giardino degl’intelletti savì, pieno di sentenze e di pensieri
morali. Visse dato alle opere di pietà e alla vita ascetica.
Morì nel 1652 d. C.
Somadeva (sanser.). — Poeta del Kashmir, vissuto
nel XII secolo d. C., autore d’una vasta raccolta di novelle detta Mare di fiumi di novelle, fondata in gran
parte su di una raccolta più antica, in pràkrito, di Gunàdhya. Vedi un pregevole scritto di Carlo Formichi su
questo scrittore (Rassegna Nazionale di Firenze, 1901) e
il bel saggio di traduzione di V. Bettei (Studi italiani di
Alosofia indo-iranica di F. Pullè, vol. IT).<noinclude></noinclude>
no82ww5p83v2uyaox4mie9twz4sbrjo
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/582
108
1032050
3901539
2026-09-18T13:12:49Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901539
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 566 —|}}</noinclude>
Al-Suyùti (ar). — Abù ’I-Fadhl Aba al-Rahmàn detto
Al-Suyfiti perchè, benchè di famiglia persiana, ‘aveva abitato lungamente a Suyùt o Asyàùt nell'alto ‘Egitto, fu
fecondissimo scrittore della tarda età della ‘letteratura
araba, poligrafo meraviglioso per ‘le tante opere seritte
intorno ad ogni ramo del sapere. Al Cairo fu maestro
pubblico di scienza tradizionale e di giurisprudenza.
Morì nel 1505 d. C.
T'almadico. — Così si suol designare la lingua tra
ebraica, caldaica (aramaica), rabbinica, in cui è stato
scritto il Zalmad, vasta compilazione, che ha occupato
per più generazioni i dottori Ebrei di Palestina e di Babilonia nei primi secoli dell’Era volgare per raccogliervi
tutta quanta la loro sapienza tradizionale nel riguardo
della legge, dei riti, delle tradizioni, della storia, delle
scienze e della loro applicazione.
Al-Thalabi (ar.). — Abù Ishàq Ahmed..., al-Thalabi,
nativo di Nîshàpàùr nell’Iran orientale, giureconsulto di
gran valore, morto nel 1036 d. C., scrisse, tra le altre sue
opere tutte pregevoli, una Storia dei Profeti da cui sono
stati tolti i passi tradotti e riferiti nel presente volume.
Al-Turtùshi (ar.). — Abà Bekr Muhammed.... al-Turtùshi fu così chiamato perchè nato a Tortosa di Spagna.
Studiò a Siviglia e a Saragozza. Tolta l’oceasione del suo
pellegrinaggio alla Mecca nel 1083 da. C., visitò Bassora,
Bagdad, Damasco, Gerusalemme. Professò diritto e scienza
tradizionale in Alessandria, dove morì intorno al 1130.
Fu uomo di molta erudizione, dottrina e pietà, e fra le
altre sue opere è giustamente celebrata quella che g’intitola: la Lampada dei monarchi, di soggetto morale
e religioso,
Valmiki (sanser.). — È l’autore, secondo la tradizione,
del grande poema sanserito il Ramdayana, nel quale si
celebra l’impresa eroica di Rama, figlio di Dasaratha re
di Ayodhya, cioè la conquista di Lanka (l’isola di Ceylan)
su di Ràvana e de’ suoi Rakshasi. Gli Dei avevano desà
uaar
_<noinclude></noinclude>
9uo5dndkmxzse0pjgnc4tav8srxzbz7
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/583
108
1032051
3901540
2026-09-18T13:12:54Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901540
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 567 —|}}</noinclude>
cretato lo sterminio di Ràvana, loro eterno nemico, e de’
suoi, ma l’impresa, per certa promessa fatta a lui stesso, non
doveva esser fatta da uno di loro. Perciò si valsero di
Ràma al quale Ràvana, mentre egli abitava nelle selve,
aveva rapito e trasportato in Lanka la giovane sposa Sîta,
figlia di Gianaka re di Mithila. Mentre Rama, assalendo
Ravana nella sua città e poi uccidendolo in singolar battaglia, vendica l’offesa fatta all’onor suo, compie anche
un servizio in onor degli Dei e un loro desiderio. Egli
poi, ritornato trionfante in Ayodhya, regna per molti anni
felice e contento, intento al bene dei suoi sudditi. Di
Valmîki poi, presunto autore del poema, non si sa nulla,
eccetto che era un anacoreta, un gran savio, il quale
avrebbe dato forma poetica a quest’antica tradizione epica
che toccava del glorioso e magnanimo figlio di Dasaratha.
E forse v’è adombrato, sotto, un gran fatto storico, cioè
l’ultima vittoria e conquista sulle popolazioni indigene dell’India delle genti Arie discendenti dal Settentrione. L’Italia ha il vanto della prima traduzione intera, in un
idioma europeo, del poema, dovuta a Gaspare Gorresio, che
per il primo ne pubblicò il testo a Parigi, accompagnandolo d’una sua traduzione in una bella e forbita e robusta prosa italiana.
Veravîni (pers.). — Saad al-Veràvîni, nativo di Veràvi
piccola e bella città dell’Azerbîeîan nell’Iran settentrionale, ricompose in persiano e in istile estremamente artificioso e prolisso un libro di favole e di novelle, scritto
nel dialetto del Taberistàn da un MerzbAn del principio
del secolo X d. C. Lo chiamò il Libro di Merzban, e intese, con esso, di procacciare alla Persia la stessa gloria,
anzi di superarla, che aveva l’India nella letteratura novellistica col Panciatantra e con altri libri di novelle.
Veràvîni, letterato di grido al suo tempo, fiorì nella prima
metà del secolo XIII d. C.
Vishnusarman (sanser.). — È l’autore della celebre
raccolta di favole e di novelle indiane detta il Panciatantra, cioè il Quintuplo, perchè divisa in cinque libri,
nella quale si trattano diversi punti di morale pratica,<noinclude></noinclude>
chzp1hr57rp34x50yhh5x2qyb4bvlyd
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/584
108
1032052
3901541
2026-09-18T13:12:59Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901541
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 568 —|}}</noinclude>
dichiarandone e confermandone Ia trattazione con novelle
e favole. Il libro era d’origine buddhistica; poi fu voltato
in senso e forma brahminica. È libro che viaggiò molto,
perchè, passato in Persia al tempo del re Chosroe il grande
(531-578 d. C.) e tradotto in pehlevico, fu poi voltato in
arabo da Abdallàh ibn al-Mugaffa nell’ VIII secolo, in
siriaco da Bùdh Periodeuta, in greco da Seth Antiocheno,
in ebraico dal rabbino Ioel o Gioele. Venuto in Occidente,
fu tradotto e rifatto più volte in latino, in italiano, in catalano, in francese, in provenzale, in fiammingo, in tedesco. Ne discendono alcune novelle del Boccaccio, dell’Ariosto, del Bandello, del Doni, del Firenzuola. Questa,
come a dire, la figliuolanza occidentale. In Oriente, dopo
le versioni or ora ricordate, si hanno i rifacimenti in
persiano di Huseyn Vaiz (vedi), in istile artificioso, e
quello più antico di Nasr Allàh (1). Il raccoglitore del
presente volume ne ha dato fuori, nel 1896, una sua traduzione sotto il titolo: Le novelle indiane di Visnusarma.
Al-Zamakhshari (ar.). — Celebre grammatico e letterato persiano, caldo difensore tuttavia degli Arabi contro
i Persiani nella disputa intorno alla supremazia nella cultura. La sua grammatica araba è un capolavoro di analisi,
ma resta anche tra altri minori un suo libro di soggetto
morale, in elegantissima prosa rimata araba, detto Ze C0llane d’oro. Morì nel 1143 d. C.
(1) Si vegga per questo punto l’opera magistrale del Benfey: Pantschatantra, funf Biicher ind. Fabeln, mit Einleitung, IL voll. Leipzig, 1859.<noinclude></noinclude>
9suyzoxas63uytegcdar2ie5qinoe0s
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/585
108
1032053
3901542
2026-09-18T13:13:05Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901542
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 569 —|}}</noinclude>CèSt
INEDITE
I. — Il precedente Registro comprende soltanto i nomi
di quegli Autori dei quali sono stati. riferiti nel volume
passi di una certa lunghezza. Dei seguenti non meno illustri, ma dei quali tuttavia, per ragioni dette nella Prefazione non abbiam potuto riferir che assai poco, abbiam
fatto brevissimo cenno in nota di mano in mano che se
ne è riferito qualche passo:
Abù Nuvàs, poeta arabo;
Abî Obeyd, raccoglitore di proverbi arabi;
Al-Buhturi, poeta;
Bùzurcimihr, il gran savio persiano;
Al-Ghazzàli, filosofo e teologo;
Al-Giàhiz, filosofo;
Hillel, dottore giudeo;
Imru ’1-Qeys, antico poeta arabo;
Kisài, poeta persiano;
Al-Mamtn, Califfo Abbasside;
Moaviya, primo Califfo Ommiade;
Al-Mutalammis, antico poeta arabo;
Nabigha, antico poeta arabo;
Rudeghi, poeta persiano;
Tarafa, antico poeta arabo;
Al-Thaalibi, letterato, storico, filosofo;
e altri non pochi di minor grido, oltre alcuni anonimi.
IL. — Gli scritti riferiti e tradotti, in tutto il volume,
sono in numero di 386, salvo errore, e, secondo le lingue,
PT.)
sono ripartiti nella seguente maniera:
dallearabo stata Rete
dallebralco So
3570
cli PEnlemieo oto e ue
CUPA
dalfsanserito ate at A RA
dal siriaco
dal talmudico
dal zendo.
«JI<noinclude></noinclude>
dphyzall1g57kjxes6kft5rg4wl6m1c
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/586
108
1032054
3901543
2026-09-18T13:13:10Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901543
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 570 —|}}</noinclude><noinclude></noinclude>
jpxzzdx5arkphd2hfv8pggaxtd0evkb
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/592
108
1032055
3901544
2026-09-18T13:13:20Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901544
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 576 —|}}</noinclude>|
"|I||
|<noinclude></noinclude>
5v8gxvmpfxcl5fnyjbsk6k8au1l0g28
Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/593
108
1032056
3901545
2026-09-18T13:13:25Z
BrolloBot
24674
caricamento testo
3901545
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 577 —|}}</noinclude><noinclude></noinclude>
9uaypm8tpbzeqkx49rsi99xj1w5q9b4
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/177
108
1032057
3901546
2026-09-18T13:18:31Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901546
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|151}}</noinclude>{{Nop}}
Eppure è così. Un intelletto altissimo, potente, dopo avere per anni ed anni spaziato fra le più sublimi sfere dell’arte, creando prodigi d’ispirazione, può smarrire ad un tratto la sua potenza, può crollare dalla sua altezza come un giuocatore che smarrisce la sorte del giuoco. Questo fenomeno è tetro e mette capo alle induzioni de! materialismo più crudo.
E perché mai Shakespeare, dopo avere ideate e scritte le mirabili scene dell’''Arrigo IV'' e dell’''Arrigo V'', diventa triviale e mediocre nella prima parte dell’''Arrigo VI'', per poi rialzarsi stupendamente nella seconda e terza parte? Il senso umano si ribella davanti a questi fatti, la critica generosa e idealizzatrice protesta e proclama che la prima parte dell’''Arrigo VI'' non è di Shakespeare; sarà di Marlowe, sarà di Greene, sarà di Nashe, ma di Shakespeare non è. Nei placidi regni dell’arte l’uomo non vuole né momentanee detronizzazioni, né subitanee glorificazioni; l’alto e il basso delle instabilità terrene non si riflette sulle serene uguaglianze del cielo. L’uomo ha decretata l’infinita impeccabilità del genio; perciò i peccati di Shakespeare cascano sulle spalle di Greene, salvo a collocare le virtù di Greene sulla fronte di Shakespeare. Così è, e se così anche non fosse, così giova che sia. Chi è grande, sarà grande in eterno; chi è mediocre, sarà in eterno mediocre. Esempio: M. A. Durantin. M. A. Durantin è un omiciattolo, non sappiam bene se grosso o smilzo, se biondo o bruno, se grigio o calvo, se lungo o piccino, ma fin d’ora lo qualifichiamo per omiciattolo e ce lo dipingiamo piuttosto piccino che lungo, piuttosto calvo che biondo, piuttosto grassotto che magro. Vedete slealtà della critica! E ciò perché. Perché il signor A. Du-<noinclude><references/></noinclude>
8z71pfzsmu22dzr4xj4j23xx4uwptco
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/178
108
1032058
3901547
2026-09-18T13:19:13Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901547
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|152|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>rantin visse ignorato per più di quarant’anni a Parigi, perché scrisse romanzi che non furono letti, perché scrisse drammi che non furono rappresentati, perché scrisse commedie che furono fischiate, perché da mezzo secolo in qua ch’egli tiene la penna fra le dita, non seppe fino ad ieri imbattersi in una pagina di scrittura che facesse chiaro il suo nome; perché infine il raziocinio umano ha dei pregiudizii che sono profonde verità, ha delle idee preconcette che sono sapienze, ha delle apparenti ingiustizie che sono giustizie altissime.
Non si possono dare né genii sconosciuti, né veri genii incompresi; v’è una legge naturale che s’oppone a ciò, ed è che la folla dei mortali ha essa maggior bisogno delle grandi anime, che non le grandi anime della folla. I passeri volano alla quercia, e non la quercia ai passeri, e nel bosco non v’hanno alti alberi ignorati dai piccioli augelli. Innoltre, l’organizzazione intellettuale dell’uomo di genio è per se stessa così smisuratamente superiore alla proporzione delle intelligenze comuni, che apparisce grande semplicemente per la sola sovranità della natura sua.
Non solo Goldoni, Molière, Calderon, ma Scribe, ma Ponsard, ma Augier, appaiono all’occhio dell’osservatore come innalzamenti eccezionali del livello intellettuale comune; quale più, quale meno, essi sono i promontorii ideali di questa valle terrena; e le cime, dovunque e comunque elle sieno, non possono stare ignorate.
Dunque il signor A. Durantin (per dirla qui colla locuzione familiare) non è una cima.
E ciò sia detto prima anche d’aver udito la sua commedia ''Héloïse Paranquet'', e ciò sia detto pel solo fatto ch’egli stesso ci narra nella prefazione alla commedia,<noinclude><references/></noinclude>
cgat6ojsyq2qt9kiqmv2n3q61iq78kl
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/179
108
1032059
3901548
2026-09-18T13:21:00Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901548
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|153}}</noinclude>pel fatto, cioè, d’avere egli scritto a Parigi per mezzo secolo continuamente senza aver mai potuto razzolare abbastanza da mettere insieme quattro battimani. Dunque, il signor Durantin non è una cima; ciò non toglie che l’''Héloïse Paranquet'' abbia de’ pregi non pochi. Eccoci in flagrante contraddizione, dalla quale però, calmatevi, esciremo subitissimo, quando diremo che l’autore dell’''Héloïse Paranquet'' è Durantin in tutto e per tutto, fuorché nel buono e nel bello della sua commedia, perché qui l’autore diventa ancora A. Dumas ''fils''.
V’è a Parigi chi sostiene e chi stampò fin sui giornali che la ''Héloïse Paranquet'' sia materialmente scritta da Dumas ''fils'', e che M. Durantin non c’entri che pel nome; noi non crediamo ciò. Non è Dumas che diede a Durantin, è piuttosto Durantin che prese a Dumas.
La ''Contagion'' è una imitazione del ''Demi-monde'', come ''Héloïse Paranquet'' è una imitazione del ''Fils naturel''.
''La fille naturelle'' sarebbe il titolo naturale di questa commedia poco legittima. Durantin non fece altro che mutare i sessi dei personaggi di Dumas, e poi stette a vedere quello che ne risultava. Il figlio cinse la sottana e divenne una figlia, la madre buona e amorosa indossò il panciotto e divenne il padre buono e amoroso, e per l’opposto il padre malvagio divenne la madre malvagia in cappellino e gonnella. Se non fosse che tanto nell’una quanto nell’altra commedia c’è un avvocato, il quale non muta sesso né panni, la sarebbe, questa ''Héloïse Paranquet'', una mascherata completissima del ''Fils naturel''.
Ma questo è il caso di dire che la maschera muta un po’ la persona e che l’abito cangia il monaco. Gli elementi drammatici e morali delle due commedie sono per-<noinclude><references/></noinclude>
31f0wzxbez3id6m0i3q023diizu5tlx
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/180
108
1032060
3901563
2026-09-18T13:59:59Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901563
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|154|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>fettamente uguali, solo che essendovi questo ''chassé-croisé'' di sessi, mutansi i relativi valori dei tre principali caratteri che rappresentano questi elementi. Ciò che nell’uomo non è che peccato, nella donna può essere delitto, e infatti il padre orgoglioso e freddo della commedia di Dumas diventa, nella commedia di Durantin, la madre infame. ''Héloïse Paranquet'' è tal madre.
Il padre della commedia originaria vuol trar vantaggio per la sua vanagloria dall’ingegno e dai trionfi del figlio. Héloïse Paranquet vuol far di peggio. Il carattere e le azioni di Héloïse Paranquet sono così sozze che escono dai temperati limiti della commedia. Perché il lettore arrivi a comprendere questa Héloïse, per nulla somigliante a quella di Abelardo, siamo costretti a rimandarlo fino al diciottesimo canto dell’''Inferno'', là dove Venedico Caccianemico è frustato dalla scuriada dei demonii di Dante. Héloïse Paranquet vuol far della figlia sua ciò che il dannato di Malebolge fece della sua sorella, della ''bella Ghisola''. Giuda che vende il suo Dio, Leclerc che vende la sua patria, non fanno mercato più obbrobrioso e più inumano di quello che ha in animo di fare l’eroina di questa lugubre commedia.
Noi danniamo certi orrori morali, che non devono essere toccati dall’arte, non già perché sono orrori, ma perché sono orrori antiestetici.
Quando la crudeltà o la viltà del carattere non è, così dire, idealizzata da qualche lato artistico o pittoresco, quello non è carattere degno della scena. Il poeta, che per fatalità s’imbatte in uno di questi tipi, non può fermarvisi davanti più d’un istante. L’Alighieri non ispende<noinclude><references/></noinclude>
q8loq1yjkn2tfhqm0g9ja0r90mixap6
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/181
108
1032061
3901564
2026-09-18T14:01:14Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901564
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|155}}</noinclude>più di nove versi intorno a Taida, che già il decimo dice:
<poem>
{{Smaller|E quinci sien le nostre viste sazie.}}
</poem>
Tutta una commedia sostenuta da un’eroina così disonesta conduce naturalmente al ribrezzo, e questo ribrezzo del pubblico non ha in se stesso nulla di estetico.
Se il valore artistico di questa commedia si potesse discutere, se non fosse un valore usurpato, se prima del tribunale del critico non ci fosse una specie di tribunale di giustizia, il quale mette in dubbio, non il valore letterario di tale commedia, ma la proprietà, potremmo asserire che il più grave errore, sul quale questo lavoro si fonda, è appunto l’odioso carattere della sua protagonista. Ma qui non istà la questione; la questione, ripetiamo, è correzionale, non è artistica.
Come Dumas, Durantin fece il prologo dei ''quindici anni prima'', il prologo così detto della colpa, il romanzo fatale che precede l’azione drammatica: Dumas mostra al pubblico il figlio in culla, e Durantin fa vedere la figlia in fasce.
Come Dumas, Durantin pone la lotta legale, il codice, per nodo, per centro, per cardine dell’azione. Il figlio di
Dumas va dalla madre al padre come una palla gettata dalle racchette del codice civile; la figlia di Durantin è nell’identico caso. L’avvocato di Dumas fa l’avvocato di tutte e due le cause, colle leggi alla mano da una parte, col cuore dall’altra, e l’avvocato di Durantin è lo stesso avvocato; la buona causa vince tanto nell’una quanto nell’altra commedia. Il danno dello scioglimento cade di qua sul padre malvagio, di là sulla malvagia madre. Ora si<noinclude><references/></noinclude>
3dcp151f5tq2n27z2x3ttwxof3295xs
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/182
108
1032062
3901565
2026-09-18T14:02:30Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901565
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|156|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>potrà facilmente comprendere come il signor Durantin, dopo cinquant’anni d’obblio, abbia potuto arrivare ad un giorno di trionfo. Nella ''Héloïse Paranquet'' ci sono pressoché tutte le buone posizioni drammatiche del ''Fils naturel''.
Il signor Durantin fu un abile raffazzanatore di cose non sue; fortunato lui se il pubblico non s’avvisò del plagio. Il mezzo secolo di disdetta letteraria, del quale oggi il signor Durantin par quasi che si vanti baldanzosamente, ci è così disvelato per il suo giorno di ''gloriola''. Non ne facciamo nessuna meraviglia; così pure non ci meraviglieremmo punto se un qualunque messere ci dicesse: "Ho vissuto povero fino al giorno che ho riempiuta la mia borsa col denaro altrui". Ciò non toglie che profetizziamo al signor A. Durantin un altro mezzo secolo di vita sana e riposata e di tranquillissimo obblio.
Non sappiamo se l’''Henriette Maréchal'', dramma in tre atti dei fratelli Goncourt, valga molto più dell’''Héloïse
Paranquet''. Il soggetto di questo dramma è la tragica storia d’un amore fatale. Un giovinetto di diciasette anni (dico diciasette) ama perdutamente una donna già madre d’una fanciulla, e n’è riamato; la fanciulla ama alla sua volta con affetto innocente ma intenso il giovinetto. La catastrofe finale è orrenda. Una notte il marito s’avvede della tresca, e furibondo, fra le tenebre, si arma d’una pistola e va per uccidere la moglie; la figliuola, che seguiva la terribile scena, mette il suo petto sotto l’arma del padre e si sacrifica e muore. Questo scioglimento orribile fa la vece di quella moralità che evidentemente manca in tutto il resto del lavoro; l’atterrimento di questo finale è così forte che finisce per parlare alla co-<noinclude><references/></noinclude>
q6x2g9fvaxfuuuip3ij1e6rp7oakui0
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/183
108
1032063
3901571
2026-09-18T14:03:31Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901571
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|157}}</noinclude>scienza ed all’animo. Quella povera innocente che si immola per la colpa materna è tale spaventosa punizione della madre e copre di così cupo terrore le seduzioni del peccato, che artiva a produrre in chi osserva una specie di bieca edificazione. La moralità è di due sorta: può essere premio di virtù o castigo di vizio; l’inferno è morale come il paradiso, anzi per certe coscienze fosche e volgari è più morale l’inferno. Se lo sanno gli astuti predicatori delle campagne quando nei loro predicozzi si danno a descrivere con soprannaturali colori di spavento l’abitazione di Satana.
La morale dell’''Henriette Maréchal'' è la morale della ''Diane de Lys'', delle ''Deux Soeurs'', del ''Mariage d’Olympe'', una morale che inventò Dumas ''fils'' alcuni anni or sono.
Ed ecco che troviamo ancora una volta questo nome sotto la nostra pena; potevamo a dirittura inscriverlo a capo del nostro sommario e farne l’unico argomento della presente rivista. Il cader così spesso di questo nome sotto l’osservazione del critico non è caso, né capriccio, ma necessità. Questo nome è lo stemma della commedia moderna; essa nacque sedici anni fa con tale nome in fronte per volontà del secolo e per gloria dell’arte.
Chi volesse sapere come andasse questa nascita meravigliosa, stia qui ad udire.
Viveva nell’anno di grazia 1844 un uomo bizzarro; esso aveva un profilo di razza diverso dalla nostra, portava nell’animo il pensiero d’un secolo diverso. La sua testa era da mulatto e la mente da medio evo. Pareva quasi un rampollo degli antichi romanzatori un discendente di Roberto di Jersey, di Arnaldo Daniello, di<noinclude><references/></noinclude>
b9sq9b08l2yg8lwdb8cuxc1nickfqeb
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/184
108
1032064
3901573
2026-09-18T14:04:34Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901573
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|158|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>Bernardo Ventadour. Egli era uno di quegli esseri fantastici e visionari perennemente assorti in una chimera, dimentichi della realtà della vita, pieni soltanto dei tumulti delle storie lontane e delle invenzioni del loro cervello.
Questo Re di Navarra dei ''boulevards'', questo troviero moderno, questo vivo nepote dei sepolti ''ludiones'' aveva un figlio ch’egli gittò, non appena ebbe varcati i vent’anni, nella fragorosa vertigine della vita parigina. Mentre il padre volava col pensiero fra la nebbia dell’ideale, il figlio camminava sul ''macadam'' di Parigi attratto e sedotto da tutte le forme della realtà. Mentre il padre dormiva e sognava, il figliuolo vegliava e viveva. Vivere è la prima scuola e la prima sapienza d’uno scrittor di commedie.
Questo figliuolo in balia di se stesso e delle sue tentazioni visse tanto che diventò ''Dumas fils''.
Suo padre dice sovente: ''Mon meillieur ouvrage c’est M. Dumas fils'', e la frase è più profonda di quello che non appaia. In un certo senso Alessandro Dumas ''fils'' è un elaborato artistico di Alexandre Dumas ''père''; basta penetrare un poco nei rapporti intimi e famigliari di questi due originalissimi ingegni per convincersi di ciò. Parecchi fisiologi sostengono, colla dimostrazione degli esempi alla mano, che nelle famiglie le generazioni si alternano reagendo l’una sull’altra con passioni o virtù opposte fra loro, per modo che a padre prodigo succede figlio avaro, a padre avaro figlio prodigo, e così in tutto. Dumas padre, convinto della verità di questo fatto naturale, aiutò la reazione educando il figlio ad una vita opposta all’indole paterna. Egli idealista volle un figlio realista, egli improvvisatore volle un figlio pensatore, egli poeta volle<noinclude><references/></noinclude>
kwu8xp6n7bc0avztfr3mpn1xahzr28n
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/185
108
1032065
3901574
2026-09-18T14:04:54Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901574
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|159}}</noinclude>un figlio filosofo, e lo ebbe. Così il romanzo generò la commedia. E per produrre un’arte così vera, così efficace com’è quella di Dumas ''fils'', ci voleva una siffatta educazione. La commedia di Dumas ''fils'' divenne, per questi fatti specialmente, la commedia sociale dei tempi odierni.<noinclude><references/></noinclude>
er8awltbhj6h7kuobhh7e3kowk6y9c5
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/186
108
1032066
3901575
2026-09-18T14:06:11Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901575
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|160|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>{{Nop}}
{{Ct|f=120%|III.<ref>{{Spaziato|Teatro Re}}. — ''Nos bons villageois'', commedia in cinque atti per {{Spaziato|Victorien Sardou}}.</ref>}}
La sera del 3 ottebre passato, fra le sette e mezzo e le otto, una folla frettolosa di parigini attraversava il ''boulevard'' e s’accalcava alla porta del ''Théâtre du Gymnase'', sfilava nell’atrio, invadeva la platea, gli scanni, le loggie; poi con cupida impazienza aspettava l’alzarsi della tela. Tutte quelle teste stipate tramandavano nell’aria calda della sala una vasta pulsazione diffusa; il palpito della curiosità, che non è fra i meno violenti, animava tutti quei polsi e tutte quelle tempie. L’aperto angolo facciale del popolo parigino dominava fieramente in quella folla; c’erano qua e là dei profili arguti, e delle fronti poderose, brillava in tutte le pupille la gaia fiamma dell’intelligenza; quei signori e quelle signore formavano la parte più eletta del pubblico più eletto di Parigi. Fisionomie ben note di persone illustri spiccavano in mezzo<noinclude><references/></noinclude>
tadshzgwsnre84rtxdnvqgfpcqau8n2
3901578
3901575
2026-09-18T14:09:45Z
Candalua
1675
3901578
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude>{{Nop}}
{{Ct|f=120%|III.<ref>{{Spaziato|Teatro Re}}. — ''Nos bons villageois'', commedia in cinque atti per {{Spaziato|Victorien Sardou}}.</ref>}}
La sera del 3 ottebre passato, fra le sette e mezzo e le otto, una folla frettolosa di parigini attraversava il ''boulevard'' e s’accalcava alla porta del ''Théâtre du Gymnase'', sfilava nell’atrio, invadeva la platea, gli scanni, le loggie; poi con cupida impazienza aspettava l’alzarsi della tela. Tutte quelle teste stipate tramandavano nell’aria calda della sala una vasta pulsazione diffusa; il palpito della curiosità, che non è fra i meno violenti, animava tutti quei polsi e tutte quelle tempie. L’aperto angolo facciale del popolo parigino dominava fieramente in quella folla; c’erano qua e là dei profili arguti, e delle fronti poderose, brillava in tutte le pupille la gaia fiamma dell’intelligenza; quei signori e quelle signore formavano la parte più eletta del pubblico più eletto di Parigi. Fisionomie ben note di persone illustri spiccavano in mezzo<noinclude><references/></noinclude>
76m1moqkh44l9qk2qztiyia1wjn7jrc
3901599
3901578
2026-09-18T14:54:06Z
Candalua
1675
3901599
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude>{{Nop}}
{{Ct|f=120%|III.<ref>{{Spaziato|Teatro Re}}. — ''Nos bons villageois'', commedia in cinque atti per {{Spaziato|Victorien Sardou}}.</ref>}}
La sera del 3 ottobre passato, fra le sette e mezzo e le otto, una folla frettolosa di parigini attraversava il ''boulevard'' e s’accalcava alla porta del ''Théâtre du Gymnase'', sfilava nell’atrio, invadeva la platea, gli scanni, le loggie; poi con cupida impazienza aspettava l’alzarsi della tela. Tutte quelle teste stipate tramandavano nell’aria calda della sala una vasta pulsazione diffusa; il palpito della curiosità, che non è fra i meno violenti, animava tutti quei polsi e tutte quelle tempie. L’aperto angolo facciale del popolo parigino dominava fieramente in quella folla; c’erano qua e là dei profili arguti, e delle fronti poderose, brillava in tutte le pupille la gaia fiamma dell’intelligenza; quei signori e quelle signore formavano la parte più eletta del pubblico più eletto di Parigi. Fisionomie ben note di persone illustri spiccavano in mezzo<noinclude><references/></noinclude>
143gd15ycmec2h8b7qbnqiwvljaxhwp
Novelle e riviste drammatiche/II.
0
1032067
3901576
2026-09-18T14:06:27Z
Candalua
1675
Porto il SAL a SAL 75%
3901576
wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=75%|data=18 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=II.|prec=../I.|succ=../III.}}
<pages index="Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf" from="170" to="185" />
{{Sezione note}}
llkpniaynznynudt81w31afw0i70bwf
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/187
108
1032068
3901579
2026-09-18T14:23:28Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901579
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|161}}</noinclude>alle altre, specialmente fra le primissime file degli scanni così detti ''fauteuils d’orchestre''. Lì grandeggiava l’olimpica testa canuta di Jules Janin, dal solenne sorriso pagano, e vicino stavagli il magro Legouvé, sempre serio e accigliato, e non lontano l’inerte volto di Prévost-Paradol, opaco e muto come una maschera; molti altri ancora. Il pubblico osservava que’ suoi archimandriti con sommessa avidità, e gli archimandriti si lasciavano agevolmente osservare.
La tela non s’alzava. L’aspettazione diventava inquieta; un mormorio incominciò a un angolo della sala; un bastone picchiò per terra il tradizionale ritmo della canzone: ''oh les lampions!'' un altro bastone lo seguì, tutti i bastoni della platea s’unirono in massa. La tela non s’alzava. Chi non aveva bastone picchiava co’ piedi; il ritmo si faceva sempre più sonoro, più fragoroso; nessuno smarriva la battuta per quanto l’impazienza fosse al colmo, ed era stranissima quella turbolenza che irrompeva ''a tempo'' in crome e biscrome, come se un direttore d’orchestra la dirigesse.
Finalmente la tela s’alzò. Una esclamazione di diletto escì da tutte le bocche. La scena che s’apriva agli occhi del pubblico era deliziosa e deliziosamente dipinta:
{{Smaller|Le matin. — À gauche, un lavoir de village, couvert d’un petit toit: baquet, battoirs, etc. L’eau du lavoir, qui est censée venir de la coulisse de gauche, se déverse du lavoir dans un ruisseau qui décrit le tour de la scéne, au milieu desjones, des roseaux et des hautes herbes, en longeant, au fond, la terrasse d’un parc plus élevée que le sol de la scéne. Au dessus du ruisseau, à droite, un petit pont de planches. La scéne est entièrement ombragée par les grandes arbres du parc qui font de ce lieu un endroit très retiré et très-frais.}}<noinclude><references/></noinclude>
6r3fh87sgytcf1h12qw5hocpvc8h7lq
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/188
108
1032069
3901580
2026-09-18T14:25:57Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901580
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|162|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>{{Nop}}
Questa è più che una scena; è un paesaggio, è uno stupendo motivo di quadretto fiammingo. Ruisdael non avrebbe certo letta questa graziosa descrizioncella di Sardou senza tradurla in colori; c’è il pennello di Hachenbach in quelle linee; in quel "endroit très-retiré et très-frais" c’è tutta l’arte del paese. E le macchiette? ci sono anche quelle e si chiamano Maguelon, Yveline, Perrette. ''Elles sont agenouillées au lavoir et savonnent leur linge tout en jasant''. Le attrici non hanno ancora aperto bocca e il pubblico applaude già; cosa sarà poi quando quelle tre vispe macchiette si metteranno a discorrere nel loro ''jargon villageois'', con tutte le squisite grazie del dialogo paesano che Sardou raccolse e sparse in tutto il primo e secondo atto della sua commedia? Cosa sarà quando entreranno in scena Chouchou e la Mariotte, la Mariotte rappresentata dalla seducentissima mademoiselle Pierson, e quando questa Mariotte dirà, tutta curvata al suo lavatoio e tutta ciarliera e birichina: — ''Les Grinchu, père et fille, tenez! v’ la ce qu’on dévrait leur faire'' (elle tord son linge!) ''Couic!'' Senza dubbio a quel "couic", detto vezzosamente dalla Pierson e accompagnato dal moto vivace di due bei braccetti, nudi fin più su del gomito, senza dubbio tutta la sala scoppia in risate e battimani. E poi, agli innumerevoli idiotismi di quelle birbe, l’allegria si fa sempre più pazza:
{{Smaller|«Tiens cette petite ''cane'' en rétard».}}
{{Smaller|{{Sc|Chouchou}}: «Ah ben! le jour de la fête, il ''ya pas presse'' à l’ouvrage».}}
E poi:
{{Smaller|«ça avait l’air ''quasiment'' d’une bannière».}}<noinclude><references/></noinclude>
cchzcfe1nn7fkm8wi61hwk51ta3k43j
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/189
108
1032070
3901581
2026-09-18T14:27:50Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901581
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|163}}</noinclude>{{Nop}}
E il pubblico piglia già diletto a queste parole; e ci pigliamo gusto noi pure, s’anco non francesi, e ci vengono in pensiero paragoni e affinità coi dialetti nostri, e troviamo che quel ''cane'' è parente del nostro ''canaglia'', e quel ''presse'' e quel ''quasiment'' sono né più né meno che i vocaboli paesani ''pressa'' e ''quasimente'', e che l’''ousque'' è l’''usque'' latino e che nella frase: "Vous sentez, ''comme qui dirait'', la bourbe", c’è tutto il sapore toscano del modo ''come a dire'', e ci piace il ''guigner'' per il ''tener d’occhio'' (collimare) e ci piace il ''siroter les petits verres'' per esprimere il bere a centellini, idiotismo che data fino da Regnard, il quale scrisse: "je ''sirote'' mon vin", e ci piace l’esclamazione: "que nenni!" e l’altra celebre: "''v’ la les pompiers!''".
Così, dopo averci dilettati la scena, ci dilettano le parole; dopo averci dilettate le parole bizzarre e piacevoli, ci diletterà il dialogo ch’è de’ più dilicati, e poi ci diletteranno le posizioni drammatiche e forti, e infine ci avrà dilettato la commedia intiera. E tutto il pubblico la pensa come noi e si sbraccia ad applaudire e si smascella a ridere e poi s’arresta atterrito alla catastrofe dell’atto quarto e torna a sorridere al quinto e torna ad applaudire dopo finita la commedia e calato il sipario; e quando il ''régisseur'' esce sul proscenio ed annuncia il nome glorioso e fortunato di Victorien Sardou, gli applausi raddoppiano e non vogliono cessare. Ed ecco là M. Ulbach in piena loggia che vuole sconficcarsi l’avambraccio ad applaudire e Neftzer che gli fa eco daccanto. Ma perché Janin, perché Prévost-Paradol, perché Legouvé non applaudono? Perché questi tre si guardano in faccia sogghignando e pare disapprovino severamente la con-<noinclude><references/></noinclude>
ig8mtirgkkcvakz31w2pqxo2nflg6yu
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/190
108
1032071
3901582
2026-09-18T14:29:34Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901582
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|164|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>dotta del pubblico e quella di Mr. Ulbach? perché quando Mr. Ulbach li ha scorti e indovinati, cessa di applaudire esso pure e si nasconde?
Il lunedì dopo appaiono i ''feuilletons''. Tutta la critica parigina si scatena furibonda contro Victorien Sardou e i ''Nos bons villageois''. Jules Janin ha l’ira classica, l’ira oraziana, adornata di forma armoniosa e leggiadra, l’ira dal periodo sonante, dal numero eletto; inveisce con grazia, urla con eleganza; si avrebbe velleità di dirgli, come Demetrio al Leone del ''Sogno di una notte d’estate'': "''Well roared, lion!''" Prévost-Paradol rugge con minore maestria: ha l’ira romantica, fremebonda, scapigliata, feroce; viene alla memoria, leggendo il suo articolo della ''Révue des deux-mondes'', l’Achille di Offenbach: ''Je suis le bouillant Achille'' ecc. ecc. E M. Ulbach anch’esso, dopo avere dato a Sardou il suo ''coup de main'' come il pubblico, gli dá il suo ''coup de pied'' ("''le coup de pied de M. Ulbach''", come dice Edmondo About), il suo ''coup de pied'' come gli altri critici. Il fatto, come ognun vede, è singolare. Il pubblico applaude, la critica fischia: ecco due opinioni opposte ed egualmente autorevoli; da un lato c’è la moltitudine che è da se stessa una intelligenza, dall’altro lato vi sono alcune intelligenze eccezionali che valgono la moltitudine; da un lato c’è il senso comune, dall’altro lato l’ingegno, da un lato la coscienza, dall’altro lato la scienza, e per dirla con una immagine da tribunali, da un lato ci sono i giurati che glorificano Sardou, dall’altro lato gli uomini di legge che lo condannano. A chi ci domandasse il giudizio nostro intorno a questa combattuta commedia, risponderemmo senza titubare che poniamo il nostro voto fra quello del pubblico<noinclude><references/></noinclude>
nlpaphfdhu9gkujrc98e37k8nwn8dkr
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/191
108
1032072
3901583
2026-09-18T14:30:56Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901583
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|165}}</noinclude>e quello dei critici, ma molto discosto da quello dei critici e molto vicino a quello del pubblico. M. Ulbach, che tutti videro la sera della prima rappresentazione strepitare nella sua loggia, confessa egli stesso d’essersi colto in flagrante delitto d’entusiasmo; indi si dá al passatempo, non sappiamo se più savio o più pazzo, di analizzare uno per uno i suoi battimani, di passare attraverso un esame fisico il bollore delle sue palme applaudenti; e dopo aver purgata la sua coscienza con questa confessione, si slancia a corpo perduto nella critica fredda e sleale della commedia. In tale maniera di agire c’è molta leggerezza, molta vanità e molta ingratitudine. Non ci piacque punto quel tronfio e puerile atteggiamento del critico del ''Temps''.
Noi vogliamo tenere invece l’atteggiamento contrario: vogliamo piuttosto che annichilire il nostro applauso colla nostra critica, annichilire la nostra critica col nostro applauso. Una verissima frase di La Bruyère ci incoraggia a ciò: ''le plaisir de critiquer nous empêche d’être touchés des belles choses''. La Bruyère, il maestro di coloro che osservano, il critico de’ critici, il grande scrutatore degli uomini, notò questo pensiero, questo avvertimento.
Infatti quale utilità trarremo noi per l’arte, pel pubblico, per noi stessi, quando ci saremo tanto raffinati nella nostra critica da smarrirne il criterio? Quando avremo tanto sofisticato sulle cose dell’arte che non le capiremo, che non le sentiremo più? Quando avremo a forza di sapere perduta la fede del bello come gli scettici la fede del buono? "Criticismo" presso i tedeschi, che se ne intendono, è sinonimo di scetticismo; Dio ci scampi da questo sinonimo. La critica deve darci la prova scientifica, ideale<noinclude><references/></noinclude>
50vh8532g5mmha2jkxa5qen2phq103v
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/192
108
1032073
3901584
2026-09-18T14:32:19Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901584
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|166|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>ed estetica delle nostre impressioni, e per quanto ciò sia in potere della scienza, deve dimostrarcene le cause, deve meditarle e non combatterle, deve giustificarle e non contraddirle, deve renderci ragione dell’applauso, deve dare all’entusiasmo ciò che appartiene all’entusiasmo, al cuore ciò che appartiene al cuore. M. Ulbach, quando rinnega la mattina con la penna in mano, dopo una notte saporitamente dormita, le emozioni artistiche della sera, commette un atto colpevole, tradisce l’arte per mania della critica. M. Ulbach crede senza dubbio d’essere grande e bello e coraggioso quando grida al pubblico: "Guardate! ho applaudito anch’io ed ora fischio!" ''M. Ulbach pose''. Ci paiono, da senno, assai bambineschi e assai deboli questi ''ésprits forts'' della critica. Dov’è la logica, dove il raziocinio, dove il rispetto alla penna e al pensiero in quest’uomo, il quale, quand’è seduto in platea, subisce le passioni del pubblico, e quand’è seduto al tavolo, segue le ubbie dei critici? Meglio che mutare due volte d’opinione è ponderare seriamente e lungamente la prima ed arrestarsi a quella; oppure, se si muta giudizio, e’ convien passare dal cattivo al buono e dal buono al migliore; ma ci pare che M. Ulbach abbia camminato a rovescio.
Secondo noi l’opinione più giusta intorno ai ''Nos bons villageois'' è quella del pubblico e la adottiamo noi pure, benché con una certa qual temperanza. Adottarla è andar contro a quasi tutti i critici francesi, né per ciò rimarremo dal farlo. Ci diletteremo anzi molto nel contraddire passo per passo gli appunti più gravi scagliati dagli scrittori più gravi nei giornali più gravi.
"C’est au public qu’il faut s’en prendre lorsque la cri-<noinclude><references/></noinclude>
4gr2peycn0hqc8a6ksfu48yy2l64uqo
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/193
108
1032074
3901585
2026-09-18T14:34:20Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901585
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|167}}</noinclude>tique est obligée par le succès de s’arrêter à des œuvres indignes d’elle. Mais pour être inévitable, cette tâche de la critique n’en devient ni plus attrayante, ni plus facile, et l’on ne peut guèrè se résoudere à discuter sérieusement ce qui ne supporte pas l’examen". E perché tanto baccano? ''Wozu der Lärm?'' (come esclama Mefistofele dopo i farneticamenti dell’evocazione di Faust.) ''Wozu der Lärm?'' qual’è il sacrilegio che s’è commesso, qual’è la profanazione, qual’è il delitto? Certo nei placidi regni dell’arte accadde qualche scandalo grave per muovere un così portentoso dispetto; chi è quell’indignato che sulla guancia porta il rossor del pudore e sulla fronte il rossor della collera? E chi grida? dove grida? ed a chi grida? Il gridatore è Prévost-Paradol, il luogo dove si grida è la ''Révue des deux-mondes'' e il gridato è Victorien Sardou, Chi lo avrebbe mai detto? L’ingegno abbaia contro l’ingegno come un cane aizzato, la critica eletta mugghia contro l’arte eletta, il giornale ch’è la tribuna insulta il teatro ch’è il pulpito, la ''Révue des deux-mondes'' offende il ''Gymnase''. Se i buoni s’accapigliano in tal modo, che faranno i cattivi? se il grave senatore togato va così arrabbattandosi colle pugna serrate e co’ denti stretti per l’ira, cosa farà il plebeo, il ''tunicatus'', lo schiavo? Prévost-Paradol, quel nobilissimo scrittore, quel delicato artista, quel severo filosofo, ha dimenticato per un’ora la sua serietà e il suo corretto stile. Vediamo un po’ se ha dimenticato anche il suo antico amore, il suo studio grande: la scienza del criticare.
{{Smaller|«Que l’ombre de Ducis nous pardonne si son nom nous révient à l’ésprit dans cette circostance; mais presque toutes les comédies de M. Sardou nous rappellent un mot charmant de M.e d’Houdetot sur une tragédie de Ducis, ''Oedipe chez Admète''... — Que pensez-vous de la}}<noinclude><references/></noinclude>
l1nu5rlocrfna3k1r8hfi7ifnmuvc3c
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/194
108
1032075
3901586
2026-09-18T14:36:18Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901586
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|168|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>{{Smaller|pièce nouvelle? — lui demandait-il. — De laquelle parlez vous? — répondit M.e d’Houdetot, — car j’en ai vu deux hier-au-soir. C’est ce qui arrive à tous les auditeurs de M. Sardou; il voient toujours deux pièces en une seule, et deux pièces qui les plus souvent n’ont rien à démêler l’une avec l’autre».}}
Perché tanta pompa di sdegno, perché tanta mostra di muscoli, di bicipiti e di torace, di vene enfiate e di narici dilatate contro l’innocente Sardou? Il "gladiatore" d’Agasias esiste già in una sala del Louvre ed ogni buon parigino può andare ad ammirarlo tutti i dì dalle dieci alle tre, né c’è bisogno alcuno che M. Prévost-Paradol offra al pubblico in se medesimo una copia della celebre statua eginetica. Perché evocare l’ombra del dimenticato Ducis e domandarle perdono di trascinarla nell’argomento dei ''Nos bons villageois''? noi domanderemmo piuttosto perdono al Sardou se venissimo a ciarlargli di Ducis, di quel mediocrissimo uomo, traditore de’ classici, traditore de’ romantici e insieme plagiario di Corneille e di Shakespeare, profanatore miserabile ad un tempo di Amleto e di Edipo, uomo a buon dritto morto, sepolto, ammuffito e obbliato. Si offende la sacra memoria dei grandi morti immortali citando con tanta unzione e con tanta pietà il nome di Ducis. Dopo essersi inginocchiato davanti a quest’ombra, Prévost-Paradol trova che Ducis ha lo stesso peccato di Victorien Sardou: ''Oedipe chez Admète'' son due commedie in una, come ''Nos bons villageois''. Ma forse anche ciò è falso, e doppiamente falso in questo asserto noi troviamo due errori.
Errore primo: nei ''Bons villageois'' non ci sono punto due commedie. Il Prévost-Paradol ha preso per un’intera commedia le ''scenette di genere'' del primo e del secondo<noinclude><references/></noinclude>
d5gazj99nig2aatj229kmnqrqz79ds3
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/195
108
1032076
3901587
2026-09-18T14:38:09Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901587
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|169}}</noinclude>atto, e qui sta l’inganno; egli non ha capito che quelle scenette erano il semplice fondo su cui s’aggiravano le linee dell’unica e vera commedia che s’intravvede al primo atto, che si rivede al secondo, che scoppia con tutta la sua forza al terzo, che freme ancora nel quarto e che nel quinto si scioglie in un dolce sorriso. L’azione dei ''Bons villageois'' è una, unicissima, e dove mai Prévost-Paradol mi sa trovare in questa commedia materia per una seconda azione? Il cicalio delle lavandaie, ben lungi dal presentare gli elementi d’una superfetazione, per così dire, di soggetto, non ci pare quasi neanche un episodio, neanche un dialogo, neanche un seguito di scene, bensì un chiacchierio di gaie comari, un gorgheggio di passeri, una facezia; si dica lo stesso delle celie paesanesche dell’atto secondo nella bottega del barbiere. Queste scene sono il paesaggio del quadro le di cui figure reali sono il Barone, i due Morisson e le due donne del castello. La maniera del Sardou ci rammenta un po’ il pennello di {{AutoreCitato|Salvator Rosa|Salvator Rosa}}, paesaggista e figurista in uno. In tutta la commedia del Sardou appare questa doppia manifestazione del suo ingegno, per modo che non sappiamo se egli sia più Calame o più Meissonier.
L’originalità principale del nostro commediografo sta appunto nell’accordo ch’egli sa trarre da questo suo dualismo; e ci pare di avere scoperto le traccie della sua teoria e d’aver seguito le orme del suo sistema. Sardou cerca prima di tutto una tesi sociale, un intrigo. La tesi sociale corrisponde a ciò che noi chiamiamo "il fondo", il "paesaggio" della sua commedia, il quale fondo o paesaggio viene rappresentato da personaggi esclusivamente incaricati di ciò; l’intrigo è l’altra parte, la quale corrisponde<noinclude><references/></noinclude>
4sikaa06i25vwoy8bc0s4h4eo7fbq8j
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/196
108
1032077
3901588
2026-09-18T14:39:51Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901588
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|170|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>alle figure". Ma non diremo mai d’una commedia di Sardou: sono due commedie; come non diremo mai d’un quadro del Rosa: sono due quadri.
Errore secondo: la ''duplice azione'' non è un difetto. Per convincerci che lo sia, si dovrebbe incominciare a distruggerci davanti agli occhi tutto Shakespeare dalla sua prima commedia all’ultima tragedia. In quasi tutte le più mirabili e possenti opere dello Shakespeare appare la ''duplice azione''. La ''duplice azione'' è uno dei segni di quel gigante. Tutte le sue tragedie sono biforcute e poderosamente ramificate come le corna d’un antilope immenso. Nell’''Arrigo IV'' dramma c’è la commedia che si chiama ''Falstaff''; nell’''Antonio e Cleopatra'' c’è una tragedia a Roma e l’altra in Egitto; nel ''Re Lear'' c’è un’altro dramma che si chiama ''Glocester'', nell’''Amleto'' c’è un altro Amleto che si chiama ''Laerte''.
Dunque M. Prévost-Paradol erra due volte: la prima perché osserva con intenzione di biasimo l’esistenza d’una duplice azione nei ''Nos bons villageois'', la seconda perché questa doppia azione non c’è. Se ci fosse, essa sarebbe, secondo noi, un indizio di più dell’eccezionale ingegno di Victorien Sardou. M. Prévost-Paradol chiama ''Nos bons villageois'': "tissu d’invraiesemblances, suite d’incidents et d’actions qui sont autant de défis portés au sens commun". La tela di quest’ultima commedia di Sardou ha un carattere speciale che la distingue dalle tele di quasi tutte le altre commedie dello stesso autore, e questo carattere è la ''semplicità''. Una posizione drammatica sola, portata fino alle ultime sue conseguenze, ecco con quale innocente artifizio è composto l’intrigo di questa commedia. Questa posizione sulla cui base poggia<noinclude><references/></noinclude>
3ogvn19veghxcjyj86cj4cg3bm7lgc0
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/197
108
1032078
3901589
2026-09-18T14:41:45Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901589
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|171}}</noinclude>tutta la favola del dramma, può narrarsi in una riga e già tutti lo sanno: un innamorato che per salvare la donna si finge un ladro, e costui è Henri Morisson. Ora, data questa posizione unica, dal contatto di Henri col padre suo, poi di Henri col marito, poi di Henri col padre e col marito assieme, poi di Henri col padre, col marito e colla donna, il Sardou fa scaturire la commedia intera, e la fa scaturire limpida, naturale, spontanea, senza nessun ''tessuto d’inverosimiglianze'' né ''seguito d’incidenti'' estranei e superflui. Sardou si è proposto in questi ''bons villageois'' una grande economia di avvenimenti: volle gli avvenimenti appena necessarii allo sviluppo de’ suoi cinque atti. E infatti è così facile a tenersi a mente il soggetto, è così parco d’accessorii, è così semplice, che il Prévost-Paradol benché voglia evidentemente raccontarlo in modo da farlo sembrare una matassa informe di inverosimiglianze, lo fa stare tutto in una pagina della ''Révue'', compresi i più minuti particolari. Se non che l’illustre critico francese raccontando questo soggetto di commedia incorre in una grave distrazione, e su questa distrazione fonda in piena coscienza una ferocissima accusa contro il povero Sardou. Lo strano si è che questa accusa, la quale tende a distruggere da capo a fondo la commedia, è falsa, falsissima; e benché tale, fu ripetuta da tutti i giornali francesi.
Citiamo l’accusa:
{{Smaller|"Le voilà donc révenu dans ce parc (tutti i lettori capiscono che qui si parla di Henri Morisson), où le surveille la méchanceté des paysans; sa présence est denoncée au maître de la maison; on le corne, on le pursuit, on l’atteint enfin dans le salon, où il faut éxpliquer sa présence. Il n’a qu’un mot à dire, et puisqu’il vient cette fois pour cette jeune fille}}<noinclude><references/></noinclude>
5yk5dzv7vqk8byt0w4c5adkuoz0i93d
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/198
108
1032079
3901590
2026-09-18T14:43:56Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901590
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|172|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>{{Smaller|qu’il aurait pu si aisément et si honnêtement demander en mariage, sa conduite est absurde sans être criminelle. Il va sans doute dire la vérité, ou du moins cette partie de la vérité qui ne compromet personne et le fera seulement paraître aussi sot qu’il le mérite; mais cette vérité est encore trop commode à dire: il n’y a pas de danger qu’il la dise. Il aime mieux étendre la main, saisir une poignée de diamants et se faire passer pour voleur".}}
Qui appunto sta il culmine della commedia. Qui sta l’arte, qui sta l’ispirazione di Victorien Sardou. Henri non può fare altro che fingere di rubare i diamanti, e basta notare una circostanza dimenticata da Prevost-Paradol per isgominare dalle fondamenta la sua critica. Henri non entra nel parco per Geneviève, ma per Pauline, non è là per la ''demoiselle'', ma per la ''dame''. Basti citare queste parole stampate a pagina 98 della terza edizione dei ''Nos bons villageois'' per convincersi di ciò:
{{Smaller|(Henri è già nella sala del castello, solo, quasi spaventato dall’audacia sua) "Tous le gens du chateau sont à la fête... le baron est au bal, je m’en suis assuré... Et sans doute elle est seule... C’est audacieux ce que je fais la. (Ma ecco, che entra in scena Geneviève invece di Paolina) Geneviève! quel contre-temps!"}}
Dunque se Geneviève ''est un contre-temps'', Henri non è certamente entrato nel parco e nel castello per Geneviève, e la miglior prova è che appena egli l’ha scorta, s’è mosso per andarsene. Ma Geneviève lo vede e lo chiama. Henri bisogna che s’arresti. Di lì poi nasce la catastrofe logicissima. Come può dire Henri al Barone: "sono venuto qui per Geneviève", se realmente è venuto li per la moglie del Barone? La presenza di Henri nel castello in quella notte è colpevole e, diciamolo pure, è<noinclude><references/></noinclude>
fismzwoal6t0va6gy62cuh3evyhpdqe
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/199
108
1032080
3901591
2026-09-18T14:46:01Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901591
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|173}}</noinclude>pazza, è sconsigliata: bisogna espiarla. Il mezzo termine di Genéviève sarebbe alla coscienza di Henri una infamia maggiore, un rimorso maggiore, e poi là in quel parco, inseguito, circondato, scacciato da tutti, fuggente, tremante, disperato, non si ricorda già più di Geneviève. Vede Paolina, è colto con Paolina, bisogna salvare la moglie del Barone anzi tutto; non c’è altro mezzo che passare per ladro e farsi prendere co’ diamanti in mano. Il mezzo è terribile, eccessivo ma necessario, e in questa necessità sta appunto il trionfo di Sardou. Pauline è innocente, è monda d’ogni macchia, Pauline non ama più Henri, non lo ha forse amato che un giorno solo e poi l’amore gli è tornato in uggia, in nausea, in paura, in tormento di spirito. Ed è appunto questa resistenza implacabile, questa virtù di Pauline che desta in Henri tutte le più violente ostinazioni dell’amore deluso: "Une femme qui s’enfuit... quel âpre désir de courir aprés elle". In quell’''âpre dèsir'' c’è una infocata mistura di tutti i più veementi veleni dell’amore e della collera.
Henri Morisson, che in fine de’ conti è il personaggio che condensa in sé tutto il dramma, dev’essere meditato scrupolosamente dalla critica. Meditiamolo.
Henri Morisson è l’antagonista del soggetto di Sardou, è il parigino, è l’uomo della capitale, è il personaggio che rappresenta l’antica legge dei ''contrarii'' e dei ''contrasti'', legge che nacque col dramma primitivo e che vivrà fin che vivrà il dramma sulla terra. Ecco dunque da un lato Grinchu, Floupin, Fetillard, ''villageois'', dall’altro lato Henri Morisson, parigino. E fin dal primo atto appaiono sulla scena i difetti degli uni e dell’altro.
Gli abitanti della villa sono ignoranti, caparbi, egoisti,<noinclude><references/></noinclude>
9xpoyj9xo6bk8x2mmm7svg1uqska555
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/200
108
1032081
3901592
2026-09-18T14:48:50Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901592
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|174|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>maligni, invidiosi, ingrati, burbanzosi, vigliacchi, e l’abitante della città è frivolo, leggero, volubile, pronto al male, ma pronto anche anche al bene, suscettibile al peccato, ma anche all’espiazione, effeminato ed eroe, coraggioso in tutto, tanto nel vizio come nella virtù, vero figliuolo del secolo. Tutti i giovani che hanno oggi vent’anni, sono fatti a simiglianza di Henri Morisson. Appena ch’essi sentono l’imperiosa necessità dell’amore, eccoli già posti in un bivio inevitabile e fatale: l’amor puro o l’amore colpevole? Non sanno se dare l’anima loro alla vergine o alla donna, a Geneviève o a Pauline. Quasi tutti, dopo aver molto sofferto, molto desiderato e molto titubato, scelgono... Pauline.
Questa è la storia quotidiana di tutti i primi amori, che oggi non sono certo i più puri, e la colpa non è di Sardou. Ma dopo i primi amori vengono i secondi, e allora si sceglie Geneviève, che si sposa al quinto atto. Che questo Henri sia un tipo vero, nessuno certo potrà contestarcelo; ma tutti ci contesteranno che sia un tipo estetico. E veramente fino al terzo atto nulla d’estetico, nulla d’ideale appare in codesto Henri Morisson. Ma al terzo atto il nostro personaggio s’ingrandisce meravigliosamente. La sua menzogna è stupenda; quel ''girella'' dell’amore, quel don Giovanni da dozzina, quel ''bardassa'' da ''boudoir'', diventa un ideale eroico e tragico e mirabile, e allora l’arte incomincia:
"''Ce rôle sans issue une fois adopté, il faut qu’il le soutienne, et nous soubissons lentement tous les détails que cette situation peut produire, depuis les mensanges variés de ce jeune imbecile jusqu’à la niàiserie de son père qui aime mieux se conformer à son dire et le déclarer un voleur que exposer à la colère de ce mari outragé ou plutôt croyant l’être. Certes''"<noinclude><references/></noinclude>
061xt6k6kl4t2hx08e6w9g2ds5t62ij
3901593
3901592
2026-09-18T14:49:21Z
Candalua
1675
3901593
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|174|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>maligni, invidiosi, ingrati, burbanzosi, vigliacchi, e l’abitante della città è frivolo, leggero, volubile, pronto al male, ma pronto anche anche al bene, suscettibile al peccato, ma anche all’espiazione, effeminato ed eroe, coraggioso in tutto, tanto nel vizio come nella virtù, vero figliuolo del secolo. Tutti i giovani che hanno oggi vent’anni, sono fatti a simiglianza di Henri Morisson. Appena ch’essi sentono l’imperiosa necessità dell’amore, eccoli già posti in un bivio inevitabile e fatale: l’amor puro o l’amore colpevole? Non sanno se dare l’anima loro alla vergine o alla donna, a Geneviève o a Pauline. Quasi tutti, dopo aver molto sofferto, molto desiderato e molto titubato, scelgono... Pauline.
Questa è la storia quotidiana di tutti i primi amori, che oggi non sono certo i più puri, e la colpa non è di Sardou. Ma dopo i primi amori vengono i secondi, e allora si sceglie Geneviève, che si sposa al quinto atto. Che questo Henri sia un tipo vero, nessuno certo potrà contestarcelo; ma tutti ci contesteranno che sia un tipo estetico. E veramente fino al terzo atto nulla d’estetico, nulla d’ideale appare in codesto Henri Morisson. Ma al terzo atto il nostro personaggio s’ingrandisce meravigliosamente. La sua menzogna è stupenda; quel ''girella'' dell’amore, quel don Giovanni da dozzina, quel ''bardassa'' da ''boudoir'', diventa un ideale eroico e tragico e mirabile, e allora l’arte incomincia:
{{Smaller|"Ce rôle sans issue une fois adopté, il faut qu’il le soutienne, et nous soubissons lentement tous les détails que cette situation peut produire, depuis les mensanges variés de ce jeune imbecile jusqu’à la niàiserie de son père qui aime mieux se conformer à son dire et le déclarer un voleur que exposer à la colère de ce mari outragé ou plutôt croyant l’être. Certes"}}<noinclude><references/></noinclude>
41354d9e3t0vpdc41r9bj3yhkqnq6gr
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/201
108
1032082
3901594
2026-09-18T14:50:22Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901594
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|175}}</noinclude>{{Smaller|la plume tombe des mains en résumant de pareilles aventures, e vingt fois devant cette succession d’absurdités la patience est sur le point de s’échapper à tout spectateur raisonnable".}}
Ecco ancora Prévost-Paradol che vocifera, e chiama l’azione di Henri un ''rôle sans issue'', ma appunto perché è un ''rôle sans issue'', fuorché l’''issue'' della finestra e della fuga, o l’''issue'' dell’infamia, l’azione è grande e drammatica.
Prévost-Paradol avrebbe preferito il duello fin dal terzo atto, e che vantaggio avrebbe avuto la commedia dal duello? Henri si sarebbe lasciato uccidere dal Barone, o s’anche si fosse difeso, il Barone, vecchio militare, e vecchio geloso, e vecchio gentiluomo, avrebbe ucciso senza dubbio Henri. La colpa immaginaria della Baronessa si sarebbe confermata e aggravata col duello e tutte le apparenze avrebbero gridato la sua accusa. Il padre Morisson avrebbe, sconfessando la menzogna del figlio, immolata la vita di Henri a una apparente infamia di alcune ore, avrebbe da vigliacco, da plebeo, compromessa terribilmente la Baronessa. Tutto è combinato nell’atto terzo dei ''Bons villageois'' con profonda sapienza, e la critica non può assalirlo che combattendo in cattiva guerra e con cattive armi.
Eppure tutti i critici l’assalirono. Ci dev’essere una cagione nascosta a codesto sdegno universale: non possiamo supporre cbe gli scrittori francesi abbiano così fattamente smarrito il senso dell’arte e la gentilezza loro abituale. La ragione ci pare d’intravvederla in un periodo dello stesso Prévost-Paradol verso la fine del suo articolo. Alcuni calunniatori del fortunato commediografo hanno sparso la voce a Parigi che ne’ ''Bons villageois'' ci<noinclude><references/></noinclude>
ojm3zdg0iuyqpx2a26bqwh15x0csmz0
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/202
108
1032083
3901595
2026-09-18T14:51:35Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901595
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|176|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>erano delle allusioni politiche. Da qui la lapidazione di tutti i giornali oppositori al calunniato Victorien Sardou. Questa discolpa ci pare puerile e vana quanto la colpa. Sta bene l’opposizione, sta bene l’opinione politica, e non è difficile il manifestarla ogni mattina ed ogni sera su tutti gli articoli di fondo dei grandi giornali parigini. Rispettiamo ed onoriamo profondamente quel nobile circolo di persone che fanno od ispirano gli scritti della ''Révue des deux-mondes'': hanno molto pensato, molto lottato, molto sofferto, molto osato per la Francia; ma rispettiamo ed onoriamo anche l’arte. Che i ''Nos bons villageois'' siano una commedia politica, lo neghiamo ricisamente in nome del buon senso, del buon senso del pubblico, del buon senso di Victorien Sardou. Chi crede al significato misterioso del "sindaco-barone", è un visionario, è un don Chisciotte, piglia mulini per mostri e lucciole per lanterne. I ''Nos bons villageois'' sono una semplice commedia e vanno giudicati come tale. Apprezziamo troppo l’importanza della politica per acconsentire quando la vediamo con paura spavalda nascondersi e mostrarsi in un articolo d’arte. Lo scritto di Prévost-Paradol è una cattiva azione giudicata dal punto di vista della critica, senz’essere una buona azione politicamente parlando. La stampa francese in questo affare dei ''Bons villageois'' ci ha mossi a sorpresa e a compianto. Abbiamo veduto con un certo ribrezzo tante altissime intelligenze dar fede a una fola da bimbi e su quella congiurare una dimostrazione politica. Il popolo della Rivoluzione, del ''Ohè Lambert'', il popolo di Vergniaud e di ''Thérèse'' è sintetizzato in questo atteggiamento dei critici davanti a Sardou.
E qui è il caso di guardarci un po’ noi con orgoglio<noinclude><references/></noinclude>
e4jydn62azb4n92e3m6h6uh2he09g6k
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/203
108
1032084
3901597
2026-09-18T14:53:20Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901597
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|177}}</noinclude>lieto e sereno, noi liberissimi. Tutte le audacie ci sono permesse, tanto quello della penna come quelle della parola. Per dire altamente l’animo nostro non abbiamo bisogno di mascherarci dietro una rivista teatrale o di fischiare una bella commedia, o di applaudire una brutta. L’arte non deve nulla temere da noi; possiamo meditarla tranquilli, sciolti, senza manette ai polsi e senza vischio alle labbra. E perché possiamo ciò fare, ci piacque in queste pagine di riabilitare, per quanto le nostre forze lo permisero, la commedia di Victorien Sardou.
Un nobile esempio di questa nostra libertà l’ebbimo, or son poche sere, al Teatro Re nel dramma del signor Giovanni Biffi ''Il Ministro Prina''. Bisognava essere ben saldi e bene affratellati e bene indipendenti per poter sostenere lo spettacolo d’un simile soggetto. Il signor Biffi osò presentarcelo coraggiosamente, noi osammo fissarlo pacati. La bieca data del 20 aprile 1814 poté oggi soltanto essere dissepolta senza pericolo. Se l’ombra del ministro Prina sorgesse dalla sua fossa del Gentilino e chiedesse a qualcuno
<poem>
{{Smaller|Cossa n’è staa di milanés dal dì}}
{{Smaller|Vint d’april del quattordes fina adess?}}
</poem>
{{No rientro}}udirebbe narrare ben altre storie di quella che narrò Tommaso Grossi ai suoi tempi. Quante altre date gloriose dopo quella data funerea! Foscolo la descrive mirabilmente, colla sua solita pompa d’amarezza nello stile, e col suo solito splendore, e sembra che la lettera di Foscolo alla contessa d’Albany, scritta il lunedì 16 maggio 1814, sia stata quasi il programma scenico del signor Biffi. V’è nel lavoro del<noinclude><references/></noinclude>
bpkymlx6zgzq8yuwlbkou4habbqixgd
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/204
108
1032085
3901598
2026-09-18T14:53:43Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901598
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|178|{{smaller|RIVISTE DRAMMATICHE}}|}}</noinclude>signor Biffi un bel colore storico, un bel colore locale, primissimi doveri di chi vuol trar dalle cronache la materia dell’arte. V’è generosa moderazione nel concetto generale, v’è arguta semplicità nei particolari; la scienza del vero e la coscienza del buono lo guidarono. Tutti i caratteri sono diligentemente segnati, colla storia alla mano. A volte il lavoro del signor Biffi appare tanto culto e tanto austero da dirsi piuttosto uno studio che un dramma; utile esempio a’ giorni nostri ed a’ paesi nostri ove s’usa porre assai troppo sotto ai piedi le severe fatiche dell’arte, e sta bene che in un tempo in cui l’attualità sola trova facile il plauso, ci siano de’ giovani i quali studino, malgrado ciò, le cose passate. La serietà del loro intento li fa degni della riconoscenza e dell’ossequio dei critici.<noinclude><references/></noinclude>
gjltcgp1amtmmh7e94xyoht2rccqlhv
Novelle e riviste drammatiche/III.
0
1032086
3901600
2026-09-18T14:54:10Z
Candalua
1675
Porto il SAL a SAL 75%
3901600
wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=75%|data=18 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=III.|prec=../II.|succ=../Appendice bibliografica}}
<pages index="Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf" from="186" to="204" />
{{Sezione note}}
p1cmw8fj3g4f6rzhp6xhc3fj3jeuwfe
Indice:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/styles.css
110
1032087
3901601
2026-09-18T15:13:58Z
Candalua
1675
[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: .varianti tr:first-child { font-style: italic } .varianti td:first-child, .varianti td:nth-child(2), .varianti td:nth-child(3), .varianti td:nth-child(4) { text-align: center; white-space: nowrap; }
3901601
sanitized-css
text/css
.varianti tr:first-child {
font-style: italic
}
.varianti td:first-child, .varianti td:nth-child(2), .varianti td:nth-child(3), .varianti td:nth-child(4) {
text-align: center;
white-space: nowrap;
}
sapkcxti2ykms2mnvlsnd24ry3o0wbr
3901602
3901601
2026-09-18T15:14:49Z
Candalua
1675
3901602
sanitized-css
text/css
#varianti tr:first-child {
text-align: center;
font-style: italic;
}
#varianti td:first-child, #varianti td:nth-child(2), #varianti td:nth-child(3), #varianti td:nth-child(4) {
text-align: center;
white-space: nowrap;
}
00xjmeju090ikw69mf150lcily0a954
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/206
108
1032088
3901603
2026-09-18T15:20:20Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901603
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|180|{{smaller|APPENDICE BIBLIOGRAFICA}}|}}</noinclude>{| id="varianti"
|-
| || || || || ''Politecnico'' || ''Strenna''
|-
|pag.|| 4 ||l. ||26 || quel negro venne portato in Europa || quel negro, nativo del Morant-Bay, venne portato in Europa
|-
|» || 6 || » || 6 e 7 || gentiluomo || ''gentleman''
|-
|» || 7 || » || 26 || ottuso || chiuso
|-
|» || 7 || » || 26 || né me ne sono pentito, solo un po’ scoraggiato. Voi vedete in me una specie || Io sono una specie
|-
|» || 8 || » || 3 || ognuno || degli astanti
|-
|» || « || » || 22-23 || passatempo || distrazione
|-
|» || 9 || » || 16-17 || il lavoro di questi scacchi era così sottile che li riducea || il lavoro sottile di questi scacchi li riduceva
|-
|» || 10 || » || 11 || potrei darvi || potrei chiedere di darvi
|-
|» || » || » || 27 || il più celebre || uno dei più celebri
|-
|» || » || » || 28 || di Washington || d’America
|-
|» || » || » || 31 || America || Washington
|-
|» || 10-11 || » || 31-1 || milionario || quasi milionario
|-
|» || 13 || » || 19-20 || fosca e convulsa || fosca come la notte
|-
|» || » || » || 27 || ogni studio ed ogni sua forza || ogni sua forza
|-
|» || 15 || » || 26 || libro || lavoro
|-
|» || 19 || » || 24 || il battito || quello
|-
|» || » || » || 30-31 || || aggiunte queste due righe
|-
|» || 21 || » || 2 || ma un uomo || era un uomo
|-
|» || » || » || 3 || un ''nero'', ma un ''negro'' || ''nero'', era ''negro''
|-
|» || » || » || 5-6 || quel volto || il suo volto
|-
|» || » || » || 6 || || aggiunto «forse»
|-
|» || » || » || 24 || || {{s|4}} » {{s|4}} «altre»
|-
|» || 22 || » || 12 || l’un contro l’altro || fra loro
|-
|» || » || » || 15 || alfiere || pedine
|-
|» || 23 || » || 29 || ove || e là
|-
|» || 24 || » || 1-2 || era un negro || non era che un negro
|-
|» || » || » || 10 || tornò a casa sua || rientrò nelle sue terre
|-
|» || » || » || 18 || piazze || vie
|}<noinclude><references/></noinclude>
dhd4koenn7oevd7hhglqxo5db74pw0n
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/207
108
1032089
3901604
2026-09-18T15:25:38Z
Candalua
1675
Gadget Pt
3901604
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|APPENDICE BIBLIOGRAFICA}}|181}}</noinclude>{{Nop}}
{{Ct|BIBLIOGRAFIA}}
{{Ct|A) delle Novelle}}
1. — ''L’Alfier nero'': a) ''Il Politecnico'', Repertorio di studi letterarii, scientifici e tecnici. Parte letterario-scientifica. Milano 1867, Serie 4, vol. 3, pag. 269-282 (fascicolo del marzo).
b) ''Strenna italiana pel 1868''. Milano, R. Stabilimento Nazionale di Ant. Ripamonti-Carpano; Venezia, Carlo Bianchi. Pag. 9-64: {{Sc|Arrigo Boito}} ''Un paio di novelle'', pag. 11-31: ''L’Alfier nero.''
2. — ''Iberia'': Strenna citata, pag. 33-64.
3. — ''Il trapezio'': ''Rivista Minima'' diretta da Antonio Ghislanzoni. Anno III, 1873. R. Stabilimento Ricordi, Milano. N. 3, 4, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 13, 14, 16, 17, 18, 19, 23. ''Rivista Minima'' diretta da A. Ghislanzoni-S. Farina. Anno IV, 1874. R. Stabilimento Ricordi, Milano. N. 2, 18 gennaio 1874, pag. 27. Con questa puntata resta troncato il racconto. Nel N. 13, nella rubrica ''Minime'', si legge: «Nel prossimo numero sarà ripigliato e continuato senza interruzione il bel racconto di Tobia Gorrio: ''Il Trapezio''», ma la promessa non ebbe né anche un principio di adempimento. La firma in calce alle singole puntate è sempre ''Tobia Gorrio'', qualche volta in carattere tondo, qualche volta in corsivo, a forma di autografo. Anche nell’indice è sempre questo nome. Invece nel N. 10 del 1874, pag. 148, è pubblicata la nota poesia ''Lezione anatomica'' firmata con le sole iniziali A. B. In queste due annate della ''Rivista Minima'' altro non c’è del Boito.
{{Centrato|B) Delle Riviste drammatiche}}
1. ''Il Politecnico'' citato. Serie 4, vol. I. Milano, 1866, pag. 685-646.
II. ''Ivi'', pag. 915-23.
Ill. ''Ivi''. Serie 4, vol. 3. Milano, 1867, pag. 86-96. La firma è, per I e II e per ''L’Alfier nero'', {{Sc|Arrigo Boito}} (nell’indice, anche per la novella, {{Sc|Boito prof. Arrigo}}); per III A. B. (nell’indice B. A.) <ref>Non dispiaccia che, per la storia della fortuna del Boito e più specialmente del ''Mefistofele'', ricordi come nel 1868 le ''riviste {{Pt|dramma-|}}''</ref><noinclude><references/></noinclude>
0s0wwj51e73e58jnycvcmtp6f9v6ab9
3901605
3901604
2026-09-18T15:25:56Z
Candalua
1675
3901605
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|APPENDICE BIBLIOGRAFICA}}|181}}</noinclude>{{Nop}}
{{Ct|BIBLIOGRAFIA}}
{{Ct|A) delle Novelle}}
1. — ''L’Alfier nero'': a) ''Il Politecnico'', Repertorio di studi letterarii, scientifici e tecnici. Parte letterario-scientifica. Milano 1867, Serie 4, vol. 3, pag. 269-282 (fascicolo del marzo).
b) ''Strenna italiana pel 1868''. Milano, R. Stabilimento Nazionale di Ant. Ripamonti-Carpano; Venezia, Carlo Bianchi. Pag. 9-64: {{Sc|Arrigo Boito}} ''Un paio di novelle'', pag. 11-31: ''L’Alfier nero.''
2. — ''Iberia'': Strenna citata, pag. 33-64.
3. — ''Il trapezio'': ''Rivista Minima'' diretta da Antonio Ghislanzoni. Anno III, 1873. R. Stabilimento Ricordi, Milano. N. 3, 4, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 13, 14, 16, 17, 18, 19, 23. ''Rivista Minima'' diretta da A. Ghislanzoni-S. Farina. Anno IV, 1874. R. Stabilimento Ricordi, Milano. N. 2, 18 gennaio 1874, pag. 27. Con questa puntata resta troncato il racconto. Nel N. 13, nella rubrica ''Minime'', si legge: «Nel prossimo numero sarà ripigliato e continuato senza interruzione il bel racconto di Tobia Gorrio: ''Il Trapezio''», ma la promessa non ebbe né anche un principio di adempimento. La firma in calce alle singole puntate è sempre ''Tobia Gorrio'', qualche volta in carattere tondo, qualche volta in corsivo, a forma di autografo. Anche nell’indice è sempre questo nome. Invece nel N. 10 del 1874, pag. 148, è pubblicata la nota poesia ''Lezione anatomica'' firmata con le sole iniziali A. B. In queste due annate della ''Rivista Minima'' altro non c’è del Boito.
{{Centrato|B) Delle Riviste drammatiche}}
1. ''Il Politecnico'' citato. Serie 4, vol. I. Milano, 1866, pag. 685-646.
II. ''Ivi'', pag. 915-23.
Ill. ''Ivi''. Serie 4, vol. 3. Milano, 1867, pag. 86-96. La firma è, per I e II e per ''L’Alfier nero'', {{Sc|Arrigo Boito}} (nell’indice, anche per la novella, {{Sc|Boito prof. Arrigo}}); per III A. B. (nell’indice B. A.) <ref name="pag207">Non dispiaccia che, per la storia della fortuna del Boito e più specialmente del ''Mefistofele'', ricordi come nel 1868 le ''riviste {{Pt|dramma-|}}''</ref><noinclude><references/></noinclude>
kvrrk9ltsk089a1x7bjljv5w9cwl0ce
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/208
108
1032090
3901606
2026-09-18T15:30:18Z
Candalua
1675
/* Trascritta */ Gadget Pt
3901606
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|182|{{smaller|APPENDICE BIBLIOGRAFICA}}|}}</noinclude>{{Nop}}
{{Centrato|C) Intorno alle Novelle}}
1. — {{Sc|Albinati}} G. ''Bibliografia letteraria e musicale di Arrigo Boito'' in ''I libri del giorno, Rassegna mensile internazionale'', Milano, Treves, 1918, anno 1, n. 4, pag. 165. Embrione di bibliografia più che vera bibliografia: le novelle sono ricordate così: «Moltissimi articoli di critica musicale, letteraria, tre novelle pubblicate in diverse «Riviste», tra le quali ''La Gazzetta Musicale''». Esaminata questa ''Gazzetta'', nulla vi ho trovato.
<ref follow="pag207">''{{Pt|tiche|drammatiche}}'' del ''Politecnico'' nel 1868 furono continuate da un anonimo, il quale (vol. V. pag. 197-198) scrisse un severo giudizio del libretto appunto del ''Mefistofele'', che dice, più che un errore, un assurdo, consigliando il poeta a mutar strada, poiché egli aveva provocato il pubblico a giudicare come opera letteraria un melodramma destinato a incarnare uno spartito musicale. Ricorderò anche che nella ''Strenna'' del ''Gazzettino Rosa'' (Milano, Gattinoni, 1868, ma stampata e pubblicata nei primi mesi del ’69, e infatti la prefazione porta la data 16 gennaio 1869) ''L’economista per ridere'' scrive in una ''Rivista comica dell’anno 1868'' (pag. 14): «Mefistofele, genio malefico, mosse aspra battaglia al genio dell’Armonia, e venne, ''lacerator di ben costruiti orecchi'', evocato da non so quale ''medium'' sul palcoscenico della Scala». Dopo questa prima botta al Boito, che apparteneva alla consorteria del ''Pungolo'' inviso, al quale la ''Strenna'' continuamente e ferocemente allude, introduce (pag. 19-22) un dialogo, burlesco ma non spiritoso, tra il Boito e il ministro dell’Istruzione Emilio Broglio, che pare intendesse far risorgere la musica italiana, dimenticando, dice l’articolista, ch’era viva, mentre quello aveva col ''Mefistofele'' inteso allo stesso scopo e non si vedeva apprezzato dal ministro; finisce riproducendo una supposta lettera, stupidamente insolente, che pare prenda le mosse da una vera, del maestro al ministro. Nel dialogo il Boito si vanta di aver fatto molti sforzi per la risurrezione della musica italiana e di esserci riuscito: «chiedetelo, dice, al ''Dottor Verità'', poi a Leone Fortis, poi al ''Pungolo'', e vedrete». Come la ''consorteria'' accogliesse questi assalti mostra il brindisi-melodramma ''La consorteria delle Effe'' di Paolo Ferrari, che è appunto del 1868, pubblicato da Vittorio Ferrari nel suo libro sul padre: il brindisi è notevole anche perché prova che il severo giudizio sulla ''Marianna'' non aveva per nulla offeso l’affettuosa amicizia ch’era tra i due scrittori. Vero è che il Ferrari, nella prefazione della ''Marianna'', anteriore alla ''rivista'' del Boito, ribatte le accuse di immoralità rivolte alla sua commedia, e quanto ai giudici estetici dichiara di rispettare il gusto di tutti.</ref><noinclude><references/></noinclude>
fj19vf13d25i496nhxatphy2wk8ipbp
3901607
3901606
2026-09-18T15:30:26Z
Candalua
1675
3901607
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|182|{{smaller|APPENDICE BIBLIOGRAFICA}}|}}</noinclude>{{Nop}}
{{Centrato|C) Intorno alle Novelle}}
1. — {{Sc|Albinati}} G. ''Bibliografia letteraria e musicale di Arrigo Boito'' in ''I libri del giorno, Rassegna mensile internazionale'', Milano, Treves, 1918, anno 1, n. 4, pag. 165. Embrione di bibliografia più che vera bibliografia: le novelle sono ricordate così: «Moltissimi articoli di critica musicale, letteraria, tre novelle pubblicate in diverse «Riviste», tra le quali ''La Gazzetta Musicale''». Esaminata questa ''Gazzetta'', nulla vi ho trovato.
<ref follow="pag207">''{{Pt|tiche|drammatiche}}'' del ''Politecnico'' nel 1868 furono continuate da un anonimo, il quale (vol. V. pag. 197-198) scrisse un severo giudizio del libretto appunto del ''Mefistofele'', che dice, più che un errore, un assurdo, consigliando il poeta a mutar strada, poiché egli aveva provocato il pubblico a giudicare come opera letteraria un melodramma destinato a incarnare uno spartito musicale. Ricorderò anche che nella ''Strenna'' del ''Gazzettino Rosa'' (Milano, Gattinoni, 1868, ma stampata e pubblicata nei primi mesi del ’69, e infatti la prefazione porta la data 16 gennaio 1869) ''L’economista per ridere'' scrive in una ''Rivista comica dell’anno 1868'' (pag. 14): «Mefistofele, genio malefico, mosse aspra battaglia al genio dell’Armonia, e venne, ''lacerator di ben costruiti orecchi'', evocato da non so quale ''medium'' sul palcoscenico della Scala». Dopo questa prima botta al Boito, che apparteneva alla consorteria del ''Pungolo'' inviso, al quale la ''Strenna'' continuamente e ferocemente allude, introduce (pag. 19-22) un dialogo, burlesco ma non spiritoso, tra il Boito e il ministro dell’Istruzione Emilio Broglio, che pare intendesse far risorgere la musica italiana, dimenticando, dice l’articolista, ch’era viva, mentre quello aveva col ''Mefistofele'' inteso allo stesso scopo e non si vedeva apprezzato dal ministro; finisce riproducendo una supposta lettera, stupidamente insolente, che pare prenda le mosse da una vera, del maestro al ministro. Nel dialogo il Boito si vanta di aver fatto molti sforzi per la risurrezione della musica italiana e di esserci riuscito: «chiedetelo, dice, al ''Dottor Verità'', poi a Leone Fortis, poi al ''Pungolo'', e vedrete». Come la ''consorteria'' accogliesse questi assalti mostra il brindisi-melodramma ''La consorteria delle Effe'' di Paolo Ferrari, che è appunto del 1868, pubblicato da Vittorio Ferrari nel suo libro sul padre: il brindisi è notevole anche perché prova che il severo giudizio sulla ''Marianna'' non aveva per nulla offeso l’affettuosa amicizia ch’era tra i due scrittori. Vero è che il Ferrari, nella prefazione della ''Marianna'', anteriore alla ''rivista'' del Boito, ribatte le accuse di immoralità rivolte alla sua commedia, e quanto ai giudici estetici dichiara di rispettare il gusto di tutti.</ref><noinclude><references/></noinclude>
cfiwuidnmhy6w83igcahmw929ejosuj
Pagina:Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf/209
108
1032091
3901608
2026-09-18T15:34:22Z
Candalua
1675
/* Trascritta */
3901608
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|APPENDICE BIBLIOGRAFICA}}|183}}</noinclude>{{Nop}}
2. — {{Sc|Barbiera Raffaello}}. ''La veglia d’arme d’Arrigo Boito'' in ''Rivista d’Italia'', anno XI, fasc. IX, 30 settembre 1918, Milano. p. 86. Sono ricordi interessanti; delle novelle nomina ''L’Alfier nero'' e ''Il trapezio'': di questa non dice nulla, di quella scrive che fu pubblicata nel ''Politecnico'' senza precisare il volume.
3. — {{Sc|Croce Benedetto}}. ''Note sulla letteratura italiana nella seconda metà del secolo XIX''. «''VIII: Boito-Tarchetti-Zanella'' in ''La Critica'', anno II (1904), pag. 379: «Trovo ricordata nel ''Conversations-Lexicon'' del Meyer una serie di novelle (del Boito): ''L’alfiere nero'', ''Il pugno chiuso'', ''Honor'', ''Il trapezio'', ''Iberia''; ma non so se non si tratti di un equivoco».
Nella ''Letteratura'' della ''Nuova Italia'', Bari, Laterza, 1914, vol. 1°, pag. 259 e 419, il C. soppresse l’accenno alle novelle.
4. — {{Sc|Farina Salvatore}}. ''La mia giornata (Dall’alba al meriggio)''. S. T. E. N. Torino 1910, p. 178-179.
5. — {{Sc|Gallignani}} G. ''Arrigo Boito rievocato da un amico'' in ''La Lettura'', anno XIX, n. 3, marzo 1919, pag. 153. È la migliore commemorazione del B. che io abbia letto; ricorda l’attività svariata di lui come giornalista, e dice che in quanto scriveva di critica, sebbene scrivesse senza ambizione d’arte, solo per guadagnarsi da vivere, imprimeva «tale marca personale di osservazione e di forma, da persuadere che quei suoi rilievi sarebbero accolti oggi ancora con grande piacere e profitto». A pag. 158 scrive: «butta giù (il B.) due novelle «Alfiere nero» ed «Iberia»: che proprio le ''buttasse giù'', almeno per quanto riguarda ''L’Alfiere'', smentiscono le correzioni fatte per la seconda edizione. Poco più oltre: «butta giù altre due novelle: «La musica in piazza» e «Il trapezio», rimasta incompiuta»: né anche al ''Trapezio'' è bene applicato il ''butta giù''. Non dá nessuna indicazione bibliografica.
7. — {{Sc|Molmenti}} P. G.. ''Impressioni letterarie''. Milano, Battezzati, 1875. ''Arrigo Boito'', pag. 188.
8. — ''Pungalo (il)'', di Milano, 10 settembre e 27 dicembre 1867.<noinclude><references/></noinclude>
cbdzaux9846w6bcje4fr87zq6urqis4
3901609
3901608
2026-09-18T15:34:29Z
Candalua
1675
3901609
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|APPENDICE BIBLIOGRAFICA}}|183}}</noinclude>{{Nop}}
2. — {{Sc|Barbiera Raffaello}}. ''La veglia d’arme d’Arrigo Boito'' in ''Rivista d’Italia'', anno XI, fasc. IX, 30 settembre 1918, Milano. p. 86. Sono ricordi interessanti; delle novelle nomina ''L’Alfier nero'' e ''Il trapezio'': di questa non dice nulla, di quella scrive che fu pubblicata nel ''Politecnico'' senza precisare il volume.
3. — {{Sc|Croce Benedetto}}. ''Note sulla letteratura italiana nella seconda metà del secolo XIX''. «''VIII: Boito-Tarchetti-Zanella'' in ''La Critica'', anno II (1904), pag. 379: «Trovo ricordata nel ''Conversations-Lexicon'' del Meyer una serie di novelle (del Boito): ''L’alfiere nero'', ''Il pugno chiuso'', ''Honor'', ''Il trapezio'', ''Iberia''; ma non so se non si tratti di un equivoco».
Nella ''Letteratura'' della ''Nuova Italia'', Bari, Laterza, 1914, vol. 1°, pag. 259 e 419, il C. soppresse l’accenno alle novelle.
4. — {{Sc|Farina Salvatore}}. ''La mia giornata (Dall’alba al meriggio)''. S. T. E. N. Torino 1910, p. 178-179.
5. — {{Sc|Gallignani}} G. ''Arrigo Boito rievocato da un amico'' in ''La Lettura'', anno XIX, n. 3, marzo 1919, pag. 153. È la migliore commemorazione del B. che io abbia letto; ricorda l’attività svariata di lui come giornalista, e dice che in quanto scriveva di critica, sebbene scrivesse senza ambizione d’arte, solo per guadagnarsi da vivere, imprimeva «tale marca personale di osservazione e di forma, da persuadere che quei suoi rilievi sarebbero accolti oggi ancora con grande piacere e profitto». A pag. 158 scrive: «butta giù (il B.) due novelle «Alfiere nero» ed «Iberia»: che proprio le ''buttasse giù'', almeno per quanto riguarda ''L’Alfiere'', smentiscono le correzioni fatte per la seconda edizione. Poco più oltre: «butta giù altre due novelle: «La musica in piazza» e «Il trapezio», rimasta incompiuta»: né anche al ''Trapezio'' è bene applicato il ''butta giù''. Non dá nessuna indicazione bibliografica.
7. — {{Sc|Molmenti}} P. G.. ''Impressioni letterarie''. Milano, Battezzati, 1875. ''Arrigo Boito'', pag. 188.
8. — ''Pungolo (il)'', di Milano, 10 settembre e 27 dicembre 1867.<noinclude><references/></noinclude>
706w6x9hor61rqtikx4bonjla0muq5v
Novelle e riviste drammatiche/Appendice bibliografica
0
1032092
3901610
2026-09-18T15:34:33Z
Candalua
1675
Porto il SAL a SAL 75%
3901610
wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=75%|data=18 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Appendice bibliografica|prec=../III.|succ=}}
<pages index="Boito - Novelle e riviste drammatiche, Ricciardi, Napoli, 1920.pdf" from="205" to="214" />
{{Sezione note}}
nyuu8h98smqlezn23od1gimlicnv5h3
Pagina:Tigri - Canti popolari toscani, Barbèra Bianchi e Comp., 1856.pdf/144
108
1032093
3901613
2026-09-18T18:02:21Z
Gius.arena
73653
/* Senza testo */
3901613
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="0" user="Gius.arena" /></noinclude>86
CANTI POPOLARI TOSCANI.
Vieni pensando a me segretamente,
Ch’io ti accompagno per tutta la via.*
10 ti accompagno per tutta la strada:
Ricordati di me, speranza cara.
♦;>06
Finestra cbe di notte stai serrata,
11 giorno f apri per farmi morire;*
Finestra di garofani ’ adornata^
Dove riposa il suo viso gentile;
Dove riposa il suo visino adorno:
E mi fai consumar la notte e 1 giorno;
Dove riposa il suo viso reale:
E giorno e notte mi *fai consumare.^
307
Finestra che di notte stai serrata.
Il giorno aperta per farmi morire,
Finestra di garofani adornata,
Per gentilezza t^ av eresti a aprire.
Finestra dalle pietre minutelle;
Di drente ^ il sole, e di faora le stelle: ^
Finestra dalle pietre preziose;
Di drento il sole, e di fuora le rose.
30S
Vedo la casa e non vedo il bel viso.
Vedo la finestrella cbe m* accora,
E drento mi ci pare un paradiso.
Viso di nobiltà, affacciati fuora.
Affacciati ^ fuora, e donami un saluto:
Rinfresca questo cuor, cbè ardo e brucio;
* Saremo uniti nel pensiero d’amore.
* Vedendovi si bel viso.
^ Garofano, dal latino Caryophilum. Qui forse intende delle viole garofanate,che anco la povera gente suol coltivare e tenere in vasi alle
finestre.
* a Ch’ogni cuor raddolcisce, e il mio consuma,» Petrarca.
^ Drento, voce antica, per dentro.
" Il rispetto glielo canta di notte.
" Bisognerebbe dir facciati perchè tornasse il verso, che cantandolo
però rendono egualmente
armonioso.<noinclude><references/></noinclude>
gnjrtjqy252rsolp00kjajt9y0ecktd
Pagina:Tigri - Canti popolari toscani, Barbèra Bianchi e Comp., 1856.pdf/114
108
1032094
3901614
2026-09-18T18:08:14Z
Gius.arena
73653
/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: o6 CANTI POPOLARI TOSCANI. Quando che ^ cominciaste a compitare, Con qua* be* modi mi cavaste il core. Con que’ be’ modi e la bella maniera 1 Messi la mano al petto, e il cor non e’ era. Con que’ be’ modi e con quella virtù ne I * Messi la mano al petto, e ’n e’ era piane. * 187 Come ha potuto far la vostra mamma ^ Finger sopra di voi tante bellezze? T’ha fatto bianca e rossa e innamorata, Manco ’ se dal maestro ^...
3901614
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Gius.arena" /></noinclude>o6
CANTI POPOLARI
TOSCANI.
Quando che ^ cominciaste a compitare,
Con qua* be* modi mi cavaste il core.
Con que’ be’ modi e la bella maniera 1
Messi la mano al petto, e il cor non e’ era.
Con que’ be’ modi e con quella virtù ne I *
Messi la mano al petto,
e ’n e’ era piane.
*
187
Come ha potuto far la vostra mamma ^
Finger sopra di voi tante bellezze?
T’ha fatto bianca e rossa e innamorata,
Manco ’ se dal maestro ^ fosse andata!
♦
1S8
Ó viso angelicato fatto a perle,
Sempre sei stato nella grazia mia.
E San Giovanni a battezzar vi venne,
Vi tenne in collo Santa Anastasia.
^
’N ^ collo vi tenner gli Angeli e gli Dei:
Bella, che fra le perle nata sei.
189 Bella, che fra le belle sete bella,*
’L mondo veniste con gran maraviglia;
Della stella Diana "^ sete sorella.
Della madre d* Amor la cara figlia.
Della madre d’Amor sete la figlia-:
L’occhi tierelli ^ e le inarcate ciglia.
190 0 rosa, 0 rosa, o rosa gentiJina,
*"
Quanto bella t* ha fatta la tua mamma!
T’ha fatto bella, poi t’ha messo un fiore:
T’ha messo alla finestra a far V amore.^
T’ha fatto bella, e t’ha messo una rosa:
T’ha messo alla finestra a far la sposa.
’ Per il semplice quando; è in Gino da Pistoia, e nel Firenzuola.
* Virtune, e piune, per tnriù, e più", con l’antica aggiunta del ne, come in
lew, mene.
* Abbreviazione di nemman/co, nemmeno.
* Dante: «maestro di pennello.»
'' In.
’ L’a di belia elide V a d’al del secondo verso.
’ Bisogna far Diana di due sillabe, perchè torni il verso.
" Vezzeggiativo di neri. Sottintendi avete.
* Ma comunemente si dice fare all’amore.<noinclude><references/></noinclude>
faxeh8i4152bvqlcjsteupv4l31b4no
Pagina:Tigri - Canti popolari toscani, Barbèra Bianchi e Comp., 1856.pdf/243
108
1032095
3901615
2026-09-18T18:13:54Z
Gius.arena
73653
/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: RISPETTI. 489 Nascesse ^ mille, to’* siete ii più bello: Fiorisce V erba do* avete a passare.’ Dove avete a passar, fiorisce il grano: Bello, nasceste colle rose in mano. Dove avete a passar fiorisce il gioglio: ^ Bello, nasceste colle rose in collo.* Dove avete a passar, fiorisce il lino: Bello, nasceste con un gelsomino. 699 O bel visino tanto angelicato," La vostra mamma vi seppe ben fare: Nascesse mille, vo’ "^ sl...
3901615
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Gius.arena" /></noinclude>RISPETTI.
489
Nascesse ^ mille, to’* siete ii più bello:
Fiorisce V erba do* avete a passare.’
Dove avete a passar, fiorisce il grano:
Bello, nasceste colle rose in mano.
Dove avete a passar fiorisce il gioglio: ^
Bello, nasceste colle rose in collo.*
Dove avete a passar, fiorisce il lino:
Bello, nasceste con un gelsomino.
699
O bel visino tanto angelicato,"
La vostra mamma vi seppe ben fare:
Nascesse mille, vo’ "^ slete il più bello,
Fiorisce Torba do* avete a passare.
Fiorisce, l’erba, le rose e le spine:
Di do’ passate voi, la terra ride.
Fiorisce Y erba, le spine e le rose:
Di do* passate voi, la terra gode.
La terra gode, e sopra ci fa il grano:
Bella, nasceste colle rose in mano.
Il grano fa la spiga, e poi fa il fiore:
Bella, nasceste di sangue d* amore.
Il grano fa la spiga e poi si secca:
Bella, nasceste fior di gentilezza.
Il grano fa la spiga, e poi si batte:
Bella, nasceste di sangue e di latte.
Il grano fa «la spiga, e poi s* abbarca: ^
Bella, nasceste del giglio più bianca.
Il grano fa la spiga e si ripone:
Bella, nasceste di fior di limone.
*
700
Quando nasceste voi, nasce ^ lo sole.
La luna la restò di ^^ camminare,
’ SottinteDdi ne.
’ Vo’ per voi, e sotto do per dovt.
^ In uno Stornello: «Dove passate voi l erbacina»ce.» Avete ^t dovete.
V Loglio: in Guittone.
^ Proprio per far rima.
^ Che ha dell’angelo. Dante, Rime: «Che siete angeliaUacrecUwra.»
^ Vedi qui sopra le note 1 e 2.
’ Abbarcare, far le barche di grano, amrMusa/rlo, ammucchiarlo.
^ Nasce e nascette, idiotismo, per nacque.
’* Borghini: «Non vo’ restar di dire,»<noinclude><references/></noinclude>
muirzfri8ttyriw611a68ekr54ojtpz
Pagina:Tigri - Canti popolari toscani, Barbèra Bianchi e Comp., 1856.pdf/136
108
1032096
3901616
2026-09-18T18:17:27Z
Gius.arena
73653
/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 78 CANTI POPOLARI TOSCANI. Piglia quel fazzoletto gallonato, Asciugati una volta per amore: ’Na volta per amor t’asciugherai; Sarò tua serva, e mi comanderai. * 274 Bella, che mi legasti le man dietro, E poi me le legasti a un verde alloro, Poi mi mandasli scalzo giù nel vetro; ^ Bella, nel^H’amor non sentii duolo. E mi legasti alla crudel caieina: Bella, nello tu’ amor» non sentii pena. 275 Ti voglio bene in tutti qu...
3901616
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Gius.arena" /></noinclude>78
CANTI POPOLARI TOSCANI.
Piglia quel fazzoletto gallonato,
Asciugati una volta per amore:
’Na volta per amor t’asciugherai;
Sarò tua serva, e mi comanderai.
*
274 Bella, che mi legasti le man dietro,
E poi me le legasti a un verde alloro,
Poi mi mandasli scalzo giù nel vetro; ^
Bella, nel^H’amor non sentii duolo.
E mi legasti alla crudel caieina:
Bella, nello tu’ amor» non sentii pena.
275 Ti voglio bene in tutti quanti i modi.
Come tu fosse un caro mio fratello:
Quanto ne vuole un padre a’ su’ fìgliuoll,
Tanto ne voglio a voi, giovine bello:
Quanto ne vuole un pae * di casa a’ suoi,
Tanto ne voglio, giovanetto, a voi.
♦
276 Tra gr intrigati rami é acceso il foco:
Brucio la vita, misero, infelice;
E non so se sto qui, o se muto loco,
E di venir da voi, V amor mei die».
E si ’ del buono amor promettarete,
L’amante che son io, lo vedaret^.^»
277 L’ho visti du* limoni acerf^i stare,
E maturarsi per amor ’ del sole:
L’ho visti du’ serpenti navigare.
Andar per acqua, e far come amor vuole.
Andrei a3)itolo come fan l’anguille 1
Per un saluto ve ne mando mille.
’ Forse nel ghiaccio. Ovidio: Vitrea pruina.
e tnae dice il volgo per padre e madre.
9’ Pa e pae, ma
Si, alla latina, per te.
Promettarete, vedarete, idiotismo di raro uso, per prometterete, vedrete.
Per amore, vale qui per cagione.<noinclude><references/></noinclude>
i6r70nlbyaqivjvwe0jkmfubbq0gxu7
Pagina:Tigri - Canti popolari toscani, Barbèra Bianchi e Comp., 1856.pdf/159
108
1032097
3901617
2026-09-18T18:19:17Z
Gius.arena
73653
/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: RISPETTI. 401 Son di lontano e non mi può’ ascoltare: Cosa vuol dir questo mio sospirare? 363 0 mazzo di basilico minuto Che odora ^ tutta quanta la sermana,* Da tanto tempo cbe non t’ho veduto! Di lagrime n’ho fatta una fontana. Di lagrime n’ho fatto un fiume, un fosso; T’ho pianto, e piango, e resister non posso: Di lagrime Tho fatto un fosso, un fiume; T’ho pianto, e piango, e non vedo più lume.'' * 564 £ r amor...
3901617
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Gius.arena" /></noinclude>RISPETTI.
401
Son di lontano e non mi può’ ascoltare:
Cosa vuol dir questo mio sospirare?
363
0 mazzo di basilico minuto
Che odora ^ tutta quanta la sermana,*
Da tanto tempo cbe non t’ho veduto!
Di lagrime n’ho fatta una fontana.
Di lagrime n’ho fatto un fiume, un fosso;
T’ho pianto, e piango, e resister non posso:
Di lagrime Tho fatto un fosso, un fiume;
T’ho pianto, e piango,
e non vedo più lume.''
*
564
£ r amor mio me F ha mandato a dire.
Che suoni e canti, e me lo dia ’1 bel tempo.
Per quanto posso, lo voglio obbedire:
A piange*, a sospira’ * son sempre a tempo.
Per quanto posso, vo’ ride’ ^ e cantare:
Son sempre a tempo * a piange’ e a sospirare.
365 Voglio cantare, e mi vo’ dar bel tempo:
Non più malinconia mi voglio dare;
I miei pensieri li vo’ dare al vento,"
E la fatica a chi la vuol durare.
I miei pensieri li vo’ dare al sole: ''
E la fatica a chi durar la puole.
366 Voglio cantare all’allegra all’allegra: ^
Chi è in prigione, stia forte, stia forte.
II marinaro e’ ha persa la vela.
’ Minuto, ^r piccolo: che odora, che sparge odore.
- Per settimana, è nel Libro d’Amore. I due primi versi son come un’invocazione.
^ Quasi oscurata la vista dal molto pianto.
* Troncamento non da usarsi, per piangere e soepirare.
’ Troncamento del volgo non da usarsi, per ridere,
" Orazio già aveva detto, in un’ode, di voler dare la tristezza e il timore
ai venti protervi del mar di Creta. Ma il contadino non ha letto Orazio, e
nondimeno ha talora al pari di lui bellissime imagini poetiche.
^ Come nubi ch’e’sperda, o acqua ch’e’ rasciughi.
’ Potente l’espressione di questa gioia disperata.<noinclude><references/></noinclude>
641ou78sv51k9y0gkpzy0141kyzbmul
Pagina:Tigri - Canti popolari toscani, Barbèra Bianchi e Comp., 1856.pdf/27
108
1032098
3901618
2026-09-18T18:24:38Z
Gius.arena
73653
/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: PBBFAZI0N8. XXI Solo contribuì a svariare in parte la monotonia del subietto la emigrazione, che quasi tutti i coloni del nostro Appennino fecero e fanno per le Maremme sul finire d’autunno. Gol^, e finanche alF isola dell* Elba e della Sardegna, per amor di guadagno si recano, e vi dimorano per quasi tutta la primavera; menando una vita di stenti e di continua fatica nelle lavorazioni del ferro e d^ altri metalli, o a...
3901618
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Gius.arena" /></noinclude>PBBFAZI0N8.
XXI
Solo contribuì a svariare in parte la monotonia
del subietto la emigrazione, che quasi tutti i coloni del
nostro Appennino fecero e fanno per le Maremme sul
finire d’autunno. Gol^, e finanche alF isola dell* Elba e
della Sardegna, per amor di guadagno si recano, e vi
dimorano per quasi tutta la primavera; menando una
vita di stenti e di continua fatica nelle lavorazioni del
ferro e d^ altri metalli, o a tagliar legna, o a far carbone e potassa. Ha V amore del luogo natio non li abbandona un istante; che gli è anzi il piii gradito
de’ loro parlari, quando in specie le compagnie dei lavoranti sicompong(Hio di gente dello stesso paese. Più
poi se ascari monti alcuni di essi lasciarono la lor fidanzata, cui s* ingegnano per affettuose lettere (di che
appresso dirò) a mostrar come sempre si mantengano
in fede. Né alla poveretta rimasta sola sui monti è
meno a cuore il suo damo, cui sul partire con tanto
affetto avea salutato:
a E va che Dio ti dia la buon’andata,
£ la tornata sia dolce allegrezza I»
(Rispetto 387.)
E pel quale, recatosi alF isole, così suol pregare:
«S’é partita ana nave dallo porto,
£d è partito lo mio struggimento.
Madre Maria, dategli conforto
Acciò vada la nave a salvamento!»
{Rispetto 398. J
E se egli è in Maremma, e alla buona fanciulla baleni ilsospetto di queir aria sul tempo del ritorno spesse volte fatale, pensierosa, questa canzone va ripetendo:
a Tutti mi dicon, Maremma Maremma;
Ed a me pare una Maremma amara!
Tutto mi trema il cor quando ci vai,
Per lo timor se ci vedrem più mai 1 i
Cakti Popolari.
*«<noinclude><references/></noinclude>
gfysb1f02mz7by8n2oiv4y6cu0kbnkv
Pagina:La moneta - vocabolario generale.pdf/139
108
1032099
3901619
2026-09-18T19:12:42Z
Carlomorino
42
/* new eis level1 */
3901619
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione|DREIFACHERTHALER|— 123 —|DUCATO}}
{{Rule| |000|h=1px}}</noinclude>{{colonna}}
Dreifacherthaler od anche Briterdreifacher
Thaler, Triplice Tallero, o Triplice Tallero
largo.
Dreifaltigreitstaler o Dreieinigkeitstaler. Era
detto il Tallero ove era rappresentata la Tri
nità o tre persone come il
DREIKAISERTHALER.
Dreikaisertaler. Si disse di un Tallero fatto
coniare dal Ferdinando I imperatore di Germania (1556-1564) con i busti di Massimiliano
I e di Carlo V.
Dreiling. Mon. tedesca d’argento del val.
di 3 Pfenning.
Drielanders. Il duca di Brabante Giovanni
IV, divenuto conte dell’Hainaut e di Olanda,
creò il 17 feb. 1420, un nuovo sistema monetario che si disse dei Drielanders perchè
stabiliva l’unità monetaria dei tre paesi (''dry landen'') sottomessi al suo dominio, Brabante,
Hainaut ed Olanda, e fece coniare Dreilanders
da 16, 12, 8, 6. Furono imitati da Giovanni
V di Gavre (1412-1439) vescovo di Cambrai
(NMA., III, 1074).
Drittelthaler. Voce tedesca per indicare il
terzo di Tallero. Se ne coniarono in Germa
nia nel sec. XVIII.
Duacensis moneta. Zecca di Douai (mo
neta Dovvai) che restò aperta dal 1185 fino alla
fine del XIV sec. (MRNI., 444).
Dubla. Una carta del 1497 (Reg. 4 Armor.
gener.) dice: «valente quolibet scuto auri cu
gni solis, quadraginta tres DUBLAS cum di
midia.» (DCG.) Qui la Dubla si deve inten
dere per un doppio Denaro (double).
Dublone. Vedi Doblone.
Ducado de plata, Ducato d’argento (vecchio).
Mon. di conto del val. di 11 Reali usata in
Cadice ed in tutta l’Andalusia 1723) per di
stinguerla dal Ducato di cambio che valeva
II Reali ed 1 Maravedis ovvero 375 Mara
vedis (KCU., II Reale d’argento vecchio si di
videva in 15 Quartos ovvero 34 Maravedis.
Ducale, Ducalis, Ducatum, Ducato apu
liese. Mon. scifata d’arg. coniata in Brin
disi da Ruggiero II, nel 1140 (''gr.<sup>mi</sup>'' 2,70)
2,30, ''tit.'' 500-566 mill.) valutata nelle carte
del 1134-1158 a 4 Denari detti afforziati ed
a 18 di Sol. romanato. Dopo la morte di Rug
giero il valore del Ducale andò variando; in
fatti in alcune carte di S. Leonardo della Matina
il Ducale è calcolato a ragione di 15 per Sol.; in
Roma val. 60 Provisini (A. SAMBON Mon. di
Rug., II); in altre è detto che valeva 8 Rome
sine da 3 Follari l’una, cioè 24 Follari. Gu
glielmo I (1154-1160) ne coniò di peso, ti
tolo e diam. inferiori. La mon. ricorda l’in
vestitura del Ducato di Puglia concessa da
Innocenzo II a Ruggiero secondogenito di
Ruggiero II nel 1140, e rappresenta il Re e
suo figlio in piedi che sostengono una croce
a lunga asta e con le lettere A NR X. (An
{{AltraColonna}}
no decimo del Regno). FALCO BENEVENTANO
dice: «monetam suam introduxit (Ruggiero II)
unam vero cui DUCATUS nomen imposuit (DCG).
Sembra che il valore attribuito da Ruggiero
a questa sua nuova moneta non fosse equo
ed il BENEVENTANO dice che portò la rovina
in ogni parte «Edictum terribile induxit totius
Italiae partibus abhorrendum, et morti proxi
mum et egestati.... de quibus horribilibus mo
netis totus Italicus populus paupertati et mise
riae positus est» (MSE.; CARUSO, 1, 379). Ed
altrove il BENEVENTANO riferisce che valeva
8 Romezine, e «quae magis magisquae aerea
quam argentea probata tenebatur» (Rerum Ital.,
V, 131). In Palermo Ruggiero II Conte (1102
1154) coniò la Tercia ducalis a caratteri la
tini e cufici (Spinelli, t. V, 19-22) Vedi Ter
cia ducalis.
Ducat de Noël. Nome dato ad una mon.
d’oro (doppio Ducato) coniata in Sassonia da
Gian Giorgio I, nel 1617, con la figura di Sa
SASSONIA - Jean Georges I.
Doppio Ducato di Noël del 1012.
lomone in piedi davanti sua madre seduta;
nel B DITANT VOTA MATERNA 1617 intorno
ad una guantiera tra due cornucopie ed in
alto iscrizione ebraica fra le nuvole.
Ducatello. Mon. d’arg. della Rep. Veneta,
corrente per L. 8. Esempio: il Ducato di
Marco Foscarini (1762-1763), ove si legge:
MAR FOSCARENU D. e DUCATUS VENETUS. Vedi
Ducato d’argento. Si chiamava Ducatello in
Egitto (Alessandria) nel 1823 una moneta da
10 Medini, cioè del val. di
+ di Piastra
(KCU., 4).
Ducaten (ted.). Vedi Ducato.
Ducati ad stampam roburis. Così chiama
un documento del 1516, della città di Correg
gio, i Ducati papali di Sisto IV (1471-1484) e
di Giulio II (1503-1513) con lo stemma di
famiglia ove trovasi una rovere. In quella città
erano valutati a L. 3, 17, 6 (m. 1.). Vedi Ducato
rogorino.
Ducato, Ducat, Dukaten, Ducaten, Dukaat,
Ducado. Nome dato alla mon. d’oro coniata in
Venezia con decreto del 31 ottobre 1284 da Gio
vanni Dandolo. Fu emesso al ''tit.'' di 1000
(car. 24) pes. g.ni veneti 68 52 67 (''gr.<sup>mi</sup>'' 3,559),
al taglio di 67 per marca d’oro. Furagguagliato
a 18 Grossi d’arg. e prese il nome di Ducato
{{FineColonna}}<noinclude></noinclude>
buqu31g5edlthf7qtpallwffccesqdv
Indice:Tigri - Canti popolari toscani, Barbèra Bianchi e Comp., 1856 (2).pdf
110
1032100
3901620
2026-09-18T19:15:39Z
Gius.arena
73653
Crea Indice per la scansione completa (sostituisce cantipopolarito00unkngoog)
3901620
proofread-index
text/x-wiki
{{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template
|Autore=Giuseppe Tigri
|NomePagina=Canti popolari toscani
|Titolo=
|TitoloOriginale=
|Sottotitolo=
|LinguaOriginale=
|Lingua=italiano
|Traduttore=
|Illustratore=
|Curatore=
|Editore=Barbèra, Bianchi e Comp.
|Città=Firenze
|Anno=1856
|Fonte={{IA|cantipopolaritos01tigruoft}}
|Immagine=6
|Progetto=
|Argomento=
|Qualità=25%
|Pagine=<pagelist 1to7=- 8=5 8to52=roman 53=- 54=1 470to475=- />
|Sommario=
|Volumi=
|Note=Sostituisce la scansione precedente (Google/Oxford, Internet Archive cantipopolarito00unkngoog), risultata incompleta (pagine 110-111 mancanti tra i Rispetti 397-404). Questa scansione (Robarts Library, University of Toronto) è completa nel punto verificato.
|Css=
}}
3rr0fiiqjygp3bqy11oac3dix2nib4a
Fiori d'Oriente (1907)
0
1032101
3901635
2026-09-18T21:06:57Z
Alex brollo
1615
Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]]
3901635
wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=25%|data=18 settembre 2026}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = Autori vari
| Nome e cognome del curatore =
| Titolo =Fiori d'Oriente
| Anno di pubblicazione =
| Lingua originale del testo =
| Nome e cognome del traduttore = Italo Pizzi
| Anno di traduzione =
| Progetto = letteratura
| Argomento =
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu
}}
<pages index="Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu" from="5" to="5" />
==Indice==
* {{testo|/Prefazione}}
* {{testo|/Libro primo}}
** {{testo|/Libro primo/1}}
** {{testo|/Libro primo/2}}
** {{testo|/Libro primo/3}}
** {{testo|/Libro primo/4}}
** {{testo|/Libro primo/5}}
** {{testo|/Libro primo/6}}
** {{testo|/Libro primo/7}}
** {{testo|/Libro primo/8}}
** {{testo|/Libro primo/9}}
** {{testo|/Libro primo/10}}
** {{testo|/Libro primo/11}}
** {{testo|/Libro primo/12}}
** {{testo|/Libro primo/13}}
** {{testo|/Libro primo/14}}
** {{testo|/Libro primo/15}}
** {{testo|/Libro primo/16}}
** {{testo|/Libro primo/17}}
** {{testo|/Libro primo/18}}
** {{testo|/Libro primo/19}}
** {{testo|/Libro primo/20}}
** {{testo|/Libro primo/21}}
* {{testo|/Libro secondo}}
** {{testo|/Libro secondo/1}}
** {{testo|/Libro secondo/2}}
** {{testo|/Libro secondo/3}}
** {{testo|/Libro secondo/4}}
** {{testo|/Libro secondo/5}}
** {{testo|/Libro secondo/6}}
** {{testo|/Libro secondo/7}}
** {{testo|/Libro secondo/8}}
** {{testo|/Libro secondo/9}}
** {{testo|/Libro secondo/10}}
** {{testo|/Libro secondo/11}}
** {{testo|/Libro secondo/12}}
** {{testo|/Libro secondo/13}}
** {{testo|/Libro secondo/14}}
** {{testo|/Libro secondo/15}}
** {{testo|/Libro secondo/16}}
** {{testo|/Libro secondo/17}}
** {{testo|/Libro secondo/18}}
** {{testo|/Libro secondo/19}}
** {{testo|/Libro secondo/20}}
** {{testo|/Libro secondo/21}}
** {{testo|/Libro secondo/22}}
** {{testo|/Libro secondo/23}}
** {{testo|/Libro secondo/24}}
** {{testo|/Libro secondo/25}}
** {{testo|/Libro secondo/26}}
** {{testo|/Libro secondo/27}}
** {{testo|/Libro secondo/28}}
** {{testo|/Libro secondo/29}}
** {{testo|/Libro secondo/30}}
** {{testo|/Libro secondo/31}}
** {{testo|/Libro secondo/32}}
** {{testo|/Libro secondo/33}}
** {{testo|/Libro secondo/34}}
** {{testo|/Libro secondo/35}}
* {{testo|/Libro terzo}}
** {{testo|/Libro terzo/1}}
** {{testo|/Libro terzo/2}}
** {{testo|/Libro terzo/3}}
** {{testo|/Libro terzo/4}}
** {{testo|/Libro terzo/5}}
** {{testo|/Libro terzo/6}}
** {{testo|/Libro terzo/7}}
** {{testo|/Libro terzo/8}}
** {{testo|/Libro terzo/9}}
** {{testo|/Libro terzo/10}}
** {{testo|/Libro terzo/11}}
** {{testo|/Libro terzo/12}}
* {{testo|/Libro quarto}}
** {{testo|/Libro quarto/1}}
** {{testo|/Libro quarto/2}}
** {{testo|/Libro quarto/3}}
** {{testo|/Libro quarto/4}}
** {{testo|/Libro quarto/5}}
** {{testo|/Libro quarto/6}}
** {{testo|/Libro quarto/7}}
** {{testo|/Libro quarto/8}}
** {{testo|/Libro quarto/9}}
** {{testo|/Libro quarto/10}}
** {{testo|/Libro quarto/11}}
** {{testo|/Libro quarto/12}}
** {{testo|/Libro quarto/13}}
** {{testo|/Libro quarto/14}}
** {{testo|/Libro quarto/15}}
** {{testo|/Libro quarto/16}}
** {{testo|/Libro quarto/17}}
** {{testo|/Libro quarto/18}}
** {{testo|/Libro quarto/19}}
** {{testo|/Libro quarto/20}}
** {{testo|/Libro quarto/21}}
** {{testo|/Libro quarto/22}}
** {{testo|/Libro quarto/23}}
** {{testo|/Libro quarto/24}}
** {{testo|/Libro quarto/25}}
** {{testo|/Libro quarto/26}}
** {{testo|/Libro quarto/27}}
** {{testo|/Libro quarto/28}}
* {{testo|/Libro quinto}}
** {{testo|/Libro quinto/1}}
** {{testo|/Libro quinto/2}}
** {{testo|/Libro quinto/3}}
** {{testo|/Libro quinto/4}}
** {{testo|/Libro quinto/5}}
** {{testo|/Libro quinto/6}}
** {{testo|/Libro quinto/7}}
** {{testo|/Libro quinto/8}}
** {{testo|/Libro quinto/9}}
** {{testo|/Libro quinto/10}}
** {{testo|/Libro quinto/11}}
** {{testo|/Libro quinto/12}}
** {{testo|/Libro quinto/13}}
** {{testo|/Libro quinto/14}}
** {{testo|/Libro quinto/15}}
** {{testo|/Libro quinto/16}}
** {{testo|/Libro quinto/17}}
** {{testo|/Libro quinto/18}}
** {{testo|/Libro quinto/19}}
** {{testo|/Libro quinto/20}}
** {{testo|/Libro quinto/21}}
** {{testo|/Libro quinto/22}}
** {{testo|/Libro quinto/23}}
** {{testo|/Libro quinto/24}}
** {{testo|/Libro quinto/25}}
** {{testo|/Libro quinto/26}}
** {{testo|/Libro quinto/27}}
** {{testo|/Libro quinto/28}}
* {{testo|/Libro sesto}}
** {{testo|/Libro sesto/1}}
** {{testo|/Libro sesto/2}}
** {{testo|/Libro sesto/3}}
** {{testo|/Libro settimo/3}}
** {{testo|/Libro settimo/1}}
** {{testo|/Libro settimo/2}}
** {{testo|/Libro settimo/3}}
** {{testo|/Libro settimo/4}}
** {{testo|/Libro settimo/5}}
** {{testo|/Libro settimo/6}}
** {{testo|/Libro settimo/7}}
** {{testo|/Libro settimo/8}}
** {{testo|/Libro settimo/9}}
* {{testo|/Registro dei nomi}}
* {{testo|/Indice}}
bu9vul91qfn06hfx8zmq32ukd79vnue
3901653
3901635
2026-09-18T21:33:27Z
Alex brollo
1615
Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]]
3901653
wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=25%|data=18 settembre 2026}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = Autori vari
| Nome e cognome del curatore =
| Titolo =Fiori d'Oriente
| Anno di pubblicazione =
| Lingua originale del testo =
| Nome e cognome del traduttore = Italo Pizzi
| Anno di traduzione =
| Progetto = letteratura
| Argomento =
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu
}}
<pages index="Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu" from="5" to="5" />
==Indice==
* {{testo|/Prefazione}}
* {{testo|/Libro primo}}
** {{testo|/Libro primo/1}}
** {{testo|/Libro primo/2}}
** {{testo|/Libro primo/3}}
** {{testo|/Libro primo/4}}
** {{testo|/Libro primo/5}}
** {{testo|/Libro primo/6}}
** {{testo|/Libro primo/7}}
** {{testo|/Libro primo/8}}
** {{testo|/Libro primo/9}}
** {{testo|/Libro primo/10}}
** {{testo|/Libro primo/11}}
** {{testo|/Libro primo/12}}
** {{testo|/Libro primo/13}}
** {{testo|/Libro primo/14}}
** {{testo|/Libro primo/15}}
** {{testo|/Libro primo/16}}
** {{testo|/Libro primo/17}}
** {{testo|/Libro primo/18}}
** {{testo|/Libro primo/19}}
** {{testo|/Libro primo/20}}
** {{testo|/Libro primo/21}}
* {{testo|/Libro secondo}}
** {{testo|/Libro secondo/1}}
** {{testo|/Libro secondo/2}}
** {{testo|/Libro secondo/3}}
** {{testo|/Libro secondo/4}}
** {{testo|/Libro secondo/5}}
** {{testo|/Libro secondo/6}}
** {{testo|/Libro secondo/7}}
** {{testo|/Libro secondo/8}}
** {{testo|/Libro secondo/9}}
** {{testo|/Libro secondo/10}}
** {{testo|/Libro secondo/11}}
** {{testo|/Libro secondo/12}}
** {{testo|/Libro secondo/13}}
** {{testo|/Libro secondo/14}}
** {{testo|/Libro secondo/15}}
** {{testo|/Libro secondo/16}}
** {{testo|/Libro secondo/17}}
** {{testo|/Libro secondo/18}}
** {{testo|/Libro secondo/19}}
** {{testo|/Libro secondo/20}}
** {{testo|/Libro secondo/21}}
** {{testo|/Libro secondo/22}}
** {{testo|/Libro secondo/23}}
** {{testo|/Libro secondo/24}}
** {{testo|/Libro secondo/25}}
** {{testo|/Libro secondo/26}}
** {{testo|/Libro secondo/27}}
** {{testo|/Libro secondo/28}}
** {{testo|/Libro secondo/29}}
** {{testo|/Libro secondo/30}}
** {{testo|/Libro secondo/31}}
** {{testo|/Libro secondo/32}}
** {{testo|/Libro secondo/33}}
** {{testo|/Libro secondo/34}}
** {{testo|/Libro secondo/35}}
* {{testo|/Libro terzo}}
** {{testo|/Libro terzo/1}}
** {{testo|/Libro terzo/2}}
** {{testo|/Libro terzo/3}}
** {{testo|/Libro terzo/4}}
** {{testo|/Libro terzo/5}}
** {{testo|/Libro terzo/6}}
** {{testo|/Libro terzo/7}}
** {{testo|/Libro terzo/8}}
** {{testo|/Libro terzo/9}}
** {{testo|/Libro terzo/10}}
** {{testo|/Libro terzo/11}}
** {{testo|/Libro terzo/12}}
* {{testo|/Libro quarto}}
** {{testo|/Libro quarto/1}}
** {{testo|/Libro quarto/2}}
** {{testo|/Libro quarto/3}}
** {{testo|/Libro quarto/4}}
** {{testo|/Libro quarto/5}}
** {{testo|/Libro quarto/6}}
** {{testo|/Libro quarto/7}}
** {{testo|/Libro quarto/8}}
** {{testo|/Libro quarto/9}}
** {{testo|/Libro quarto/10}}
** {{testo|/Libro quarto/11}}
** {{testo|/Libro quarto/12}}
** {{testo|/Libro quarto/13}}
** {{testo|/Libro quarto/14}}
** {{testo|/Libro quarto/15}}
** {{testo|/Libro quarto/16}}
** {{testo|/Libro quarto/17}}
** {{testo|/Libro quarto/18}}
** {{testo|/Libro quarto/19}}
** {{testo|/Libro quarto/20}}
** {{testo|/Libro quarto/21}}
** {{testo|/Libro quarto/22}}
** {{testo|/Libro quarto/23}}
** {{testo|/Libro quarto/24}}
** {{testo|/Libro quarto/25}}
** {{testo|/Libro quarto/26}}
** {{testo|/Libro quarto/27}}
** {{testo|/Libro quarto/28}}
* {{testo|/Libro quinto}}
** {{testo|/Libro quinto/1}}
** {{testo|/Libro quinto/2}}
** {{testo|/Libro quinto/3}}
** {{testo|/Libro quinto/4}}
** {{testo|/Libro quinto/5}}
** {{testo|/Libro quinto/6}}
** {{testo|/Libro quinto/7}}
** {{testo|/Libro quinto/8}}
** {{testo|/Libro quinto/9}}
** {{testo|/Libro quinto/10}}
** {{testo|/Libro quinto/11}}
** {{testo|/Libro quinto/12}}
** {{testo|/Libro quinto/13}}
** {{testo|/Libro quinto/14}}
** {{testo|/Libro quinto/15}}
** {{testo|/Libro quinto/16}}
** {{testo|/Libro quinto/17}}
** {{testo|/Libro quinto/18}}
** {{testo|/Libro quinto/19}}
** {{testo|/Libro quinto/20}}
** {{testo|/Libro quinto/21}}
** {{testo|/Libro quinto/22}}
** {{testo|/Libro quinto/23}}
** {{testo|/Libro quinto/24}}
** {{testo|/Libro quinto/25}}
** {{testo|/Libro quinto/26}}
** {{testo|/Libro quinto/27}}
** {{testo|/Libro quinto/28}}
* {{testo|/Libro sesto}}
** {{testo|/Libro sesto/1}}
*** {{testo|/Libro sesto/1/A. Arabi}}
*** {{testo|/Libro sesto/1/B. Persiani}}
*** {{testo|/Libro sesto/1/C. Indiani}}
*** {{testo|/Libro sesto/1/D. Ebrei}}
** {{testo|/Libro sesto/2}}
** {{testo|/Libro sesto/3}}
*** {{testo|/Libro sesto/3/A. Favole indiane}}
*** {{testo|/Libro sesto/3/B. Favole persiane}}
*** {{testo|/Libro sesto/3/C. Favole siriache}}
*** {{testo|/Libro sesto/3/D. Favole arabe}}
** {{testo|/Libro settimo/3}}
** {{testo|/Libro settimo/1}}
*** {{testo|/Libro settimo/1/Discorso dello zefiro}}
*** {{testo|/Libro settimo/1/Discorso della rosa}}
*** {{testo|/Libro settimo/1/Discorso del mirto}}
*** {{testo|/Libro settimo/1/Discorso del narciso}}
*** {{testo|/Libro settimo/1/Discorso dell'usignuolo}}
*** {{testo|/Libro settimo/1/Discorso della colomba}}
*** {{testo|/Libro settimo/1/Discorso del pavone}}
** {{testo|/Libro settimo/2}}
** {{testo|/Libro settimo/3}}
** {{testo|/Libro settimo/4}}
** {{testo|/Libro settimo/5}}
** {{testo|/Libro settimo/6}}
** {{testo|/Libro settimo/7}}
** {{testo|/Libro settimo/8}}
** {{testo|/Libro settimo/9}}
* {{testo|/Registro dei nomi}}
* {{testo|/Indice}}
abdndm9577yvki945gp8cdjlnfhzjap
Modulo:Dati/Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu
828
1032102
3901638
2026-09-18T21:10:46Z
Alex brollo
1615
Creazione/aggiornamento di Modulo:Dati
3901638
Scribunto
text/plain
local d2b = {}
local b2d = {}
local pagine = {}
d2b[1]="i"
d2b[2]="ii"
d2b[3]="iii"
d2b[4]="iv"
d2b[5]="v"
d2b[6]="vi"
d2b[7]="vii"
d2b[8]="viii"
d2b[9]="ix"
d2b[10]="x"
d2b[11]="xi"
d2b[12]="xii"
d2b[13]="xiii"
d2b[14]="xiv"
d2b[15]="xv"
d2b[16]="xvi"
d2b[17]="1"
d2b[18]="2"
d2b[19]="3"
d2b[20]="4"
d2b[21]="5"
d2b[22]="6"
d2b[23]="7"
d2b[24]="8"
d2b[25]="9"
d2b[26]="10"
d2b[27]="11"
d2b[28]="12"
d2b[29]="13"
d2b[30]="14"
d2b[31]="15"
d2b[32]="16"
d2b[33]="17"
d2b[34]="18"
d2b[35]="19"
d2b[36]="20"
d2b[37]="21"
d2b[38]="22"
d2b[39]="23"
d2b[40]="24"
d2b[41]="25"
d2b[42]="26"
d2b[43]="27"
d2b[44]="28"
d2b[45]="29"
d2b[46]="30"
d2b[47]="31"
d2b[48]="32"
d2b[49]="33"
d2b[50]="34"
d2b[51]="35"
d2b[52]="36"
d2b[53]="37"
d2b[54]="38"
d2b[55]="39"
d2b[56]="40"
d2b[57]="41"
d2b[58]="42"
d2b[59]="43"
d2b[60]="44"
d2b[61]="45"
d2b[62]="46"
d2b[63]="47"
d2b[64]="48"
d2b[65]="49"
d2b[66]="50"
d2b[67]="51"
d2b[68]="52"
d2b[69]="53"
d2b[70]="54"
d2b[71]="55"
d2b[72]="56"
d2b[73]="57"
d2b[74]="58"
d2b[75]="59"
d2b[76]="60"
d2b[77]="61"
d2b[78]="62"
d2b[79]="63"
d2b[80]="64"
d2b[81]="65"
d2b[82]="66"
d2b[83]="67"
d2b[84]="68"
d2b[85]="69"
d2b[86]="70"
d2b[87]="71"
d2b[88]="72"
d2b[89]="73"
d2b[90]="74"
d2b[91]="75"
d2b[92]="76"
d2b[93]="77"
d2b[94]="78"
d2b[95]="79"
d2b[96]="80"
d2b[97]="81"
d2b[98]="82"
d2b[99]="83"
d2b[100]="84"
d2b[101]="85"
d2b[102]="86"
d2b[103]="87"
d2b[104]="88"
d2b[105]="89"
d2b[106]="90"
d2b[107]="91"
d2b[108]="92"
d2b[109]="93"
d2b[110]="94"
d2b[111]="95"
d2b[112]="96"
d2b[113]="97"
d2b[114]="98"
d2b[115]="99"
d2b[116]="100"
d2b[117]="101"
d2b[118]="102"
d2b[119]="103"
d2b[120]="104"
d2b[121]="105"
d2b[122]="106"
d2b[123]="107"
d2b[124]="108"
d2b[125]="109"
d2b[126]="110"
d2b[127]="111"
d2b[128]="112"
d2b[129]="113"
d2b[130]="114"
d2b[131]="115"
d2b[132]="116"
d2b[133]="117"
d2b[134]="118"
d2b[135]="119"
d2b[136]="120"
d2b[137]="121"
d2b[138]="122"
d2b[139]="123"
d2b[140]="124"
d2b[141]="125"
d2b[142]="126"
d2b[143]="127"
d2b[144]="128"
d2b[145]="129"
d2b[146]="130"
d2b[147]="131"
d2b[148]="132"
d2b[149]="133"
d2b[150]="134"
d2b[151]="135"
d2b[152]="136"
d2b[153]="137"
d2b[154]="138"
d2b[155]="139"
d2b[156]="140"
d2b[157]="141"
d2b[158]="142"
d2b[159]="143"
d2b[160]="144"
d2b[161]="145"
d2b[162]="146"
d2b[163]="147"
d2b[164]="148"
d2b[165]="149"
d2b[166]="150"
d2b[167]="151"
d2b[168]="152"
d2b[169]="153"
d2b[170]="154"
d2b[171]="155"
d2b[172]="156"
d2b[173]="157"
d2b[174]="158"
d2b[175]="159"
d2b[176]="160"
d2b[177]="161"
d2b[178]="162"
d2b[179]="163"
d2b[180]="164"
d2b[181]="165"
d2b[182]="166"
d2b[183]="167"
d2b[184]="168"
d2b[185]="169"
d2b[186]="170"
d2b[187]="171"
d2b[188]="172"
d2b[189]="173"
d2b[190]="174"
d2b[191]="175"
d2b[192]="176"
d2b[193]="177"
d2b[194]="178"
d2b[195]="179"
d2b[196]="180"
d2b[197]="181"
d2b[198]="182"
d2b[199]="183"
d2b[200]="184"
d2b[201]="185"
d2b[202]="186"
d2b[203]="187"
d2b[204]="188"
d2b[205]="189"
d2b[206]="190"
d2b[207]="191"
d2b[208]="192"
d2b[209]="193"
d2b[210]="194"
d2b[211]="195"
d2b[212]="196"
d2b[213]="197"
d2b[214]="198"
d2b[215]="199"
d2b[216]="200"
d2b[217]="201"
d2b[218]="202"
d2b[219]="203"
d2b[220]="204"
d2b[221]="205"
d2b[222]="206"
d2b[223]="207"
d2b[224]="208"
d2b[225]="209"
d2b[226]="210"
d2b[227]="211"
d2b[228]="212"
d2b[229]="213"
d2b[230]="214"
d2b[231]="215"
d2b[232]="216"
d2b[233]="217"
d2b[234]="218"
d2b[235]="219"
d2b[236]="220"
d2b[237]="221"
d2b[238]="222"
d2b[239]="223"
d2b[240]="224"
d2b[241]="225"
d2b[242]="226"
d2b[243]="227"
d2b[244]="228"
d2b[245]="229"
d2b[246]="230"
d2b[247]="231"
d2b[248]="232"
d2b[249]="233"
d2b[250]="234"
d2b[251]="235"
d2b[252]="236"
d2b[253]="237"
d2b[254]="238"
d2b[255]="239"
d2b[256]="240"
d2b[257]="241"
d2b[258]="242"
d2b[259]="243"
d2b[260]="244"
d2b[261]="245"
d2b[262]="246"
d2b[263]="247"
d2b[264]="248"
d2b[265]="249"
d2b[266]="250"
d2b[267]="251"
d2b[268]="252"
d2b[269]="253"
d2b[270]="254"
d2b[271]="255"
d2b[272]="256"
d2b[273]="257"
d2b[274]="258"
d2b[275]="259"
d2b[276]="260"
d2b[277]="261"
d2b[278]="262"
d2b[279]="263"
d2b[280]="264"
d2b[281]="265"
d2b[282]="266"
d2b[283]="267"
d2b[284]="268"
d2b[285]="269"
d2b[286]="270"
d2b[287]="271"
d2b[288]="272"
d2b[289]="273"
d2b[290]="274"
d2b[291]="275"
d2b[292]="276"
d2b[293]="277"
d2b[294]="278"
d2b[295]="279"
d2b[296]="280"
d2b[297]="281"
d2b[298]="282"
d2b[299]="283"
d2b[300]="284"
d2b[301]="285"
d2b[302]="286"
d2b[303]="287"
d2b[304]="288"
d2b[305]="289"
d2b[306]="290"
d2b[307]="291"
d2b[308]="292"
d2b[309]="293"
d2b[310]="294"
d2b[311]="295"
d2b[312]="296"
d2b[313]="297"
d2b[314]="298"
d2b[315]="299"
d2b[316]="300"
d2b[317]="301"
d2b[318]="302"
d2b[319]="303"
d2b[320]="304"
d2b[321]="305"
d2b[322]="306"
d2b[323]="307"
d2b[324]="308"
d2b[325]="309"
d2b[326]="310"
d2b[327]="311"
d2b[328]="312"
d2b[329]="313"
d2b[330]="314"
d2b[331]="315"
d2b[332]="316"
d2b[333]="317"
d2b[334]="318"
d2b[335]="319"
d2b[336]="320"
d2b[337]="321"
d2b[338]="322"
d2b[339]="323"
d2b[340]="324"
d2b[341]="325"
d2b[342]="326"
d2b[343]="327"
d2b[344]="328"
d2b[345]="329"
d2b[346]="330"
d2b[347]="331"
d2b[348]="332"
d2b[349]="333"
d2b[350]="334"
d2b[351]="335"
d2b[352]="336"
d2b[353]="337"
d2b[354]="338"
d2b[355]="339"
d2b[356]="340"
d2b[357]="341"
d2b[358]="342"
d2b[359]="343"
d2b[360]="344"
d2b[361]="345"
d2b[362]="346"
d2b[363]="347"
d2b[364]="348"
d2b[365]="349"
d2b[366]="350"
d2b[367]="351"
d2b[368]="352"
d2b[369]="353"
d2b[370]="354"
d2b[371]="355"
d2b[372]="356"
d2b[373]="357"
d2b[374]="358"
d2b[375]="359"
d2b[376]="360"
d2b[377]="361"
d2b[378]="362"
d2b[379]="363"
d2b[380]="364"
d2b[381]="365"
d2b[382]="366"
d2b[383]="367"
d2b[384]="368"
d2b[385]="369"
d2b[386]="370"
d2b[387]="371"
d2b[388]="372"
d2b[389]="373"
d2b[390]="374"
d2b[391]="375"
d2b[392]="376"
d2b[393]="377"
d2b[394]="378"
d2b[395]="379"
d2b[396]="380"
d2b[397]="381"
d2b[398]="382"
d2b[399]="383"
d2b[400]="384"
d2b[401]="385"
d2b[402]="386"
d2b[403]="387"
d2b[404]="388"
d2b[405]="389"
d2b[406]="390"
d2b[407]="391"
d2b[408]="392"
d2b[409]="393"
d2b[410]="394"
d2b[411]="395"
d2b[412]="396"
d2b[413]="397"
d2b[414]="398"
d2b[415]="399"
d2b[416]="400"
d2b[417]="401"
d2b[418]="402"
d2b[419]="403"
d2b[420]="404"
d2b[421]="405"
d2b[422]="406"
d2b[423]="407"
d2b[424]="408"
d2b[425]="409"
d2b[426]="410"
d2b[427]="411"
d2b[428]="412"
d2b[429]="413"
d2b[430]="414"
d2b[431]="415"
d2b[432]="416"
d2b[433]="417"
d2b[434]="418"
d2b[435]="419"
d2b[436]="420"
d2b[437]="421"
d2b[438]="422"
d2b[439]="423"
d2b[440]="424"
d2b[441]="425"
d2b[442]="426"
d2b[443]="427"
d2b[444]="428"
d2b[445]="429"
d2b[446]="430"
d2b[447]="431"
d2b[448]="432"
d2b[449]="433"
d2b[450]="434"
d2b[451]="435"
d2b[452]="436"
d2b[453]="437"
d2b[454]="438"
d2b[455]="439"
d2b[456]="440"
d2b[457]="441"
d2b[458]="442"
d2b[459]="443"
d2b[460]="444"
d2b[461]="445"
d2b[462]="446"
d2b[463]="447"
d2b[464]="448"
d2b[465]="449"
d2b[466]="450"
d2b[467]="451"
d2b[468]="452"
d2b[469]="453"
d2b[470]="454"
d2b[471]="455"
d2b[472]="456"
d2b[473]="457"
d2b[474]="458"
d2b[475]="459"
d2b[476]="460"
d2b[477]="461"
d2b[478]="462"
d2b[479]="463"
d2b[480]="464"
d2b[481]="465"
d2b[482]="466"
d2b[483]="467"
d2b[484]="468"
d2b[485]="469"
d2b[486]="470"
d2b[487]="471"
d2b[488]="472"
d2b[489]="473"
d2b[490]="474"
d2b[491]="475"
d2b[492]="476"
d2b[493]="477"
d2b[494]="478"
d2b[495]="479"
d2b[496]="480"
d2b[497]="481"
d2b[498]="482"
d2b[499]="483"
d2b[500]="484"
d2b[501]="485"
d2b[502]="486"
d2b[503]="487"
d2b[504]="488"
d2b[505]="489"
d2b[506]="490"
d2b[507]="491"
d2b[508]="492"
d2b[509]="493"
d2b[510]="494"
d2b[511]="495"
d2b[512]="496"
d2b[513]="497"
d2b[514]="498"
d2b[515]="499"
d2b[516]="500"
d2b[517]="501"
d2b[518]="502"
d2b[519]="503"
d2b[520]="504"
d2b[521]="505"
d2b[522]="506"
d2b[523]="507"
d2b[524]="508"
d2b[525]="509"
d2b[526]="510"
d2b[527]="511"
d2b[528]="512"
d2b[529]="513"
d2b[530]="514"
d2b[531]="515"
d2b[532]="516"
d2b[533]="517"
d2b[534]="518"
d2b[535]="519"
d2b[536]="520"
d2b[537]="521"
d2b[538]="522"
d2b[539]="523"
d2b[540]="524"
d2b[541]="525"
d2b[542]="526"
d2b[543]="527"
d2b[544]="528"
d2b[545]="529"
d2b[546]="530"
d2b[547]="531"
d2b[548]="532"
d2b[549]="533"
d2b[550]="534"
d2b[551]="535"
d2b[552]="536"
d2b[553]="537"
d2b[554]="538"
d2b[555]="539"
d2b[556]="540"
d2b[557]="541"
d2b[558]="542"
d2b[559]="543"
d2b[560]="544"
d2b[561]="545"
d2b[562]="546"
d2b[563]="547"
d2b[564]="548"
d2b[565]="549"
d2b[566]="550"
d2b[567]="551"
d2b[568]="552"
d2b[569]="553"
d2b[570]="554"
d2b[571]="555"
d2b[572]="556"
d2b[573]="557"
d2b[574]="558"
d2b[575]="559"
d2b[576]="560"
d2b[577]="561"
d2b[578]="562"
d2b[579]="563"
d2b[580]="564"
d2b[581]="565"
d2b[582]="566"
d2b[583]="567"
d2b[584]="568"
d2b[585]="569"
d2b[586]="570"
d2b[587]="571"
d2b[588]="572"
d2b[589]="573"
d2b[590]="574"
d2b[591]="-"
d2b[592]="-"
d2b[593]="-"
d2b[594]="-"
for i,v in ipairs(d2b)
do
b2d[v]=i
end
local cap={}
local i=1
cap[1]={}
cap[1].nome="Fiori d'Oriente (1907)"
cap[1].titolo="Fiori d'Oriente (1907)"
cap[1].from=5
cap[1].to=8
cap[1].delta="F"
cap[2]={}
cap[2].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Prefazione"
cap[2].titolo="Prefazione"
cap[2].from=9
cap[2].to=16
cap[2].delta="ix"
cap[3]={}
cap[3].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo"
cap[3].titolo="Libro primo"
cap[3].from=17
cap[3].to=16
cap[3].delta="16"
cap[4]={}
cap[4].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/1"
cap[4].titolo="Nobile fermezza d'un discendente degli Ommiadi"
cap[4].from=17
cap[4].to=24
cap[4].delta="16"
cap[5]={}
cap[5].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/2"
cap[5].titolo="Umiltà e giustizia del Califfo Omar"
cap[5].from=25
cap[5].to=26
cap[5].delta="16"
cap[6]={}
cap[6].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/3"
cap[6].titolo="Un rigido consigliere"
cap[6].from=27
cap[6].to=31
cap[6].delta="16"
cap[7]={}
cap[7].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/4"
cap[7].titolo="Lealtà eroica di Samuele giudeo"
cap[7].from=32
cap[7].to=32
cap[7].delta="16"
cap[8]={}
cap[8].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/5"
cap[8].titolo="Morte di Amr detto quel dal cane"
cap[8].from=33
cap[8].to=35
cap[8].delta="16"
cap[9]={}
cap[9].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/6"
cap[9].titolo="Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba"
cap[9].from=36
cap[9].to=41
cap[9].delta="16"
cap[10]={}
cap[10].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/7"
cap[10].titolo="Prepotenza di Koleyb e sua morte"
cap[10].from=42
cap[10].to=45
cap[10].delta="16"
cap[11]={}
cap[11].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/8"
cap[11].titolo="Gratitudine verso i benefattori ricompensata"
cap[11].from=46
cap[11].to=50
cap[11].delta="16"
cap[12]={}
cap[12].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/9"
cap[12].titolo="Vita salvata a stento"
cap[12].from=51
cap[12].to=53
cap[12].delta="16"
cap[13]={}
cap[13].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/10"
cap[13].titolo="Morte del Califfo Al-Mamûn"
cap[13].from=54
cap[13].to=56
cap[13].delta="16"
cap[14]={}
cap[14].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/11"
cap[14].titolo="Saladino"
cap[14].from=57
cap[14].to=58
cap[14].delta="16"
cap[15]={}
cap[15].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/12"
cap[15].titolo="Morte di Al-Hakim Califfo d'Egitto"
cap[15].from=59
cap[15].to=62
cap[15].delta="16"
cap[16]={}
cap[16].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/13"
cap[16].titolo="Avventure di Al-Hârith e sua morte"
cap[16].from=63
cap[16].to=69
cap[16].delta="16"
cap[17]={}
cap[17].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/14"
cap[17].titolo="Accoglienze fatte ad un celebre musico d'Arabia"
cap[17].from=70
cap[17].to=73
cap[17].delta="16"
cap[18]={}
cap[18].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/15"
cap[18].titolo="Il poeta Firdusi"
cap[18].from=74
cap[18].to=77
cap[18].delta="16"
cap[19]={}
cap[19].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/16"
cap[19].titolo="Straordinaria ostinazione d'un ladro del denaro pubblico"
cap[19].from=78
cap[19].to=83
cap[19].delta="16"
cap[20]={}
cap[20].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/17"
cap[20].titolo="La guerra di Dâhis"
cap[20].from=84
cap[20].to=97
cap[20].delta="16"
cap[21]={}
cap[21].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/18"
cap[21].titolo="Duello tra Sultano e soldato"
cap[21].from=98
cap[21].to=102
cap[21].delta="16"
cap[22]={}
cap[22].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/19"
cap[22].titolo="Crudele atto di giustizia"
cap[22].from=103
cap[22].to=103
cap[22].delta="16"
cap[23]={}
cap[23].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/20"
cap[23].titolo="Avventuriere generosamente trattato"
cap[23].from=104
cap[23].to=107
cap[23].delta="16"
cap[24]={}
cap[24].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/21"
cap[24].titolo="Spada fatale"
cap[24].from=108
cap[24].to=594
cap[24].delta="16"
local indexData={}
indexData.autore="Autori vari"
indexData.nomepagina="Fiori d'Oriente (1907)"
indexData.titolo=""
indexData.anno="1907"
indexData.editore="Casa Editrice Scolastica E. Trevisini"
indexData.citta="Milano"
indexData.progetto="letteratura"
indexData.traduttore="Italo Pizzi"
indexData.curatore=""
indexData.fonte="{{IA|PizziFioriOriente}}"
local infodata={}
pagine.d2b=d2b
pagine.b2d=b2d
pagine.cap=cap
pagine.indexData=indexData
return pagine
--[[{"1":"i","2":"ii","3":"iii","4":"iv","5":"v","6":"vi","7":"vii","8":"viii","9":"ix","10":"x","11":"xi","12":"xii","13":"xiii","14":"xiv","15":"xv","16":"xvi","17":"1","18":"2","19":"3","20":"4","21":"5","22":"6","23":"7","24":"8","25":"9","26":"10","27":"11","28":"12","29":"13","30":"14","31":"15","32":"16","33":"17","34":"18","35":"19","36":"20","37":"21","38":"22","39":"23","40":"24","41":"25","42":"26","43":"27","44":"28","45":"29","46":"30","47":"31","48":"32","49":"33","50":"34","51":"35","52":"36","53":"37","54":"38","55":"39","56":"40","57":"41","58":"42","59":"43","60":"44","61":"45","62":"46","63":"47","64":"48","65":"49","66":"50","67":"51","68":"52","69":"53","70":"54","71":"55","72":"56","73":"57","74":"58","75":"59","76":"60","77":"61","78":"62","79":"63","80":"64","81":"65","82":"66","83":"67","84":"68","85":"69","86":"70","87":"71","88":"72","89":"73","90":"74","91":"75","92":"76","93":"77","94":"78","95":"79","96":"80","97":"81","98":"82","99":"83","100":"84","101":"85","102":"86","103":"87","104":"88","105":"89","106":"90","107":"91","108":"92","109":"93","110":"94","111":"95","112":"96","113":"97","114":"98","115":"99","116":"100","117":"101","118":"102","119":"103","120":"104","121":"105","122":"106","123":"107","124":"108","125":"109","126":"110","127":"111","128":"112","129":"113","130":"114","131":"115","132":"116","133":"117","134":"118","135":"119","136":"120","137":"121","138":"122","139":"123","140":"124","141":"125","142":"126","143":"127","144":"128","145":"129","146":"130","147":"131","148":"132","149":"133","150":"134","151":"135","152":"136","153":"137","154":"138","155":"139","156":"140","157":"141","158":"142","159":"143","160":"144","161":"145","162":"146","163":"147","164":"148","165":"149","166":"150","167":"151","168":"152","169":"153","170":"154","171":"155","172":"156","173":"157","174":"158","175":"159","176":"160","177":"161","178":"162","179":"163","180":"164","181":"165","182":"166","183":"167","184":"168","185":"169","186":"170","187":"171","188":"172","189":"173","190":"174","191":"175","192":"176","193":"177","194":"178","195":"179","196":"180","197":"181","198":"182","199":"183","200":"184","201":"185","202":"186","203":"187","204":"188","205":"189","206":"190","207":"191","208":"192","209":"193","210":"194","211":"195","212":"196","213":"197","214":"198","215":"199","216":"200","217":"201","218":"202","219":"203","220":"204","221":"205","222":"206","223":"207","224":"208","225":"209","226":"210","227":"211","228":"212","229":"213","230":"214","231":"215","232":"216","233":"217","234":"218","235":"219","236":"220","237":"221","238":"222","239":"223","240":"224","241":"225","242":"226","243":"227","244":"228","245":"229","246":"230","247":"231","248":"232","249":"233","250":"234","251":"235","252":"236","253":"237","254":"238","255":"239","256":"240","257":"241","258":"242","259":"243","260":"244","261":"245","262":"246","263":"247","264":"248","265":"249","266":"250","267":"251","268":"252","269":"253","270":"254","271":"255","272":"256","273":"257","274":"258","275":"259","276":"260","277":"261","278":"262","279":"263","280":"264","281":"265","282":"266","283":"267","284":"268","285":"269","286":"270","287":"271","288":"272","289":"273","290":"274","291":"275","292":"276","293":"277","294":"278","295":"279","296":"280","297":"281","298":"282","299":"283","300":"284","301":"285","302":"286","303":"287","304":"288","305":"289","306":"290","307":"291","308":"292","309":"293","310":"294","311":"295","312":"296","313":"297","314":"298","315":"299","316":"300","317":"301","318":"302","319":"303","320":"304","321":"305","322":"306","323":"307","324":"308","325":"309","326":"310","327":"311","328":"312","329":"313","330":"314","331":"315","332":"316","333":"317","334":"318","335":"319","336":"320","337":"321","338":"322","339":"323","340":"324","341":"325","342":"326","343":"327","344":"328","345":"329","346":"330","347":"331","348":"332","349":"333","350":"334","351":"335","352":"336","353":"337","354":"338","355":"339","356":"340","357":"341","358":"342","359":"343","360":"344","361":"345","362":"346","363":"347","364":"348","365":"349","366":"350","367":"351","368":"352","369":"353","370":"354","371":"355","372":"356","373":"357","374":"358","375":"359","376":"360","377":"361","378":"362","379":"363","380":"364","381":"365","382":"366","383":"367","384":"368","385":"369","386":"370","387":"371","388":"372","389":"373","390":"374","391":"375","392":"376","393":"377","394":"378","395":"379","396":"380","397":"381","398":"382","399":"383","400":"384","401":"385","402":"386","403":"387","404":"388","405":"389","406":"390","407":"391","408":"392","409":"393","410":"394","411":"395","412":"396","413":"397","414":"398","415":"399","416":"400","417":"401","418":"402","419":"403","420":"404","421":"405","422":"406","423":"407","424":"408","425":"409","426":"410","427":"411","428":"412","429":"413","430":"414","431":"415","432":"416","433":"417","434":"418","435":"419","436":"420","437":"421","438":"422","439":"423","440":"424","441":"425","442":"426","443":"427","444":"428","445":"429","446":"430","447":"431","448":"432","449":"433","450":"434","451":"435","452":"436","453":"437","454":"438","455":"439","456":"440","457":"441","458":"442","459":"443","460":"444","461":"445","462":"446","463":"447","464":"448","465":"449","466":"450","467":"451","468":"452","469":"453","470":"454","471":"455","472":"456","473":"457","474":"458","475":"459","476":"460","477":"461","478":"462","479":"463","480":"464","481":"465","482":"466","483":"467","484":"468","485":"469","486":"470","487":"471","488":"472","489":"473","490":"474","491":"475","492":"476","493":"477","494":"478","495":"479","496":"480","497":"481","498":"482","499":"483","500":"484","501":"485","502":"486","503":"487","504":"488","505":"489","506":"490","507":"491","508":"492","509":"493","510":"494","511":"495","512":"496","513":"497","514":"498","515":"499","516":"500","517":"501","518":"502","519":"503","520":"504","521":"505","522":"506","523":"507","524":"508","525":"509","526":"510","527":"511","528":"512","529":"513","530":"514","531":"515","532":"516","533":"517","534":"518","535":"519","536":"520","537":"521","538":"522","539":"523","540":"524","541":"525","542":"526","543":"527","544":"528","545":"529","546":"530","547":"531","548":"532","549":"533","550":"534","551":"535","552":"536","553":"537","554":"538","555":"539","556":"540","557":"541","558":"542","559":"543","560":"544","561":"545","562":"546","563":"547","564":"548","565":"549","566":"550","567":"551","568":"552","569":"553","570":"554","571":"555","572":"556","573":"557","574":"558","575":"559","576":"560","577":"561","578":"562","579":"563","580":"564","581":"565","582":"566","583":"567","584":"568","585":"569","586":"570","587":"571","588":"572","589":"573","590":"574","591":"-","592":"-","593":"-"}]]
kn2ajz1wmnfgfet3ozjdodp20q7v0lb
3901641
3901638
2026-09-18T21:12:10Z
Alex brollo
1615
Creazione/aggiornamento di Modulo:Dati
3901641
Scribunto
text/plain
local d2b = {}
local b2d = {}
local pagine = {}
d2b[1]="i"
d2b[2]="ii"
d2b[3]="iii"
d2b[4]="iv"
d2b[5]="v"
d2b[6]="vi"
d2b[7]="vii"
d2b[8]="viii"
d2b[9]="ix"
d2b[10]="x"
d2b[11]="xi"
d2b[12]="xii"
d2b[13]="xiii"
d2b[14]="xiv"
d2b[15]="xv"
d2b[16]="xvi"
d2b[17]="1"
d2b[18]="2"
d2b[19]="3"
d2b[20]="4"
d2b[21]="5"
d2b[22]="6"
d2b[23]="7"
d2b[24]="8"
d2b[25]="9"
d2b[26]="10"
d2b[27]="11"
d2b[28]="12"
d2b[29]="13"
d2b[30]="14"
d2b[31]="15"
d2b[32]="16"
d2b[33]="17"
d2b[34]="18"
d2b[35]="19"
d2b[36]="20"
d2b[37]="21"
d2b[38]="22"
d2b[39]="23"
d2b[40]="24"
d2b[41]="25"
d2b[42]="26"
d2b[43]="27"
d2b[44]="28"
d2b[45]="29"
d2b[46]="30"
d2b[47]="31"
d2b[48]="32"
d2b[49]="33"
d2b[50]="34"
d2b[51]="35"
d2b[52]="36"
d2b[53]="37"
d2b[54]="38"
d2b[55]="39"
d2b[56]="40"
d2b[57]="41"
d2b[58]="42"
d2b[59]="43"
d2b[60]="44"
d2b[61]="45"
d2b[62]="46"
d2b[63]="47"
d2b[64]="48"
d2b[65]="49"
d2b[66]="50"
d2b[67]="51"
d2b[68]="52"
d2b[69]="53"
d2b[70]="54"
d2b[71]="55"
d2b[72]="56"
d2b[73]="57"
d2b[74]="58"
d2b[75]="59"
d2b[76]="60"
d2b[77]="61"
d2b[78]="62"
d2b[79]="63"
d2b[80]="64"
d2b[81]="65"
d2b[82]="66"
d2b[83]="67"
d2b[84]="68"
d2b[85]="69"
d2b[86]="70"
d2b[87]="71"
d2b[88]="72"
d2b[89]="73"
d2b[90]="74"
d2b[91]="75"
d2b[92]="76"
d2b[93]="77"
d2b[94]="78"
d2b[95]="79"
d2b[96]="80"
d2b[97]="81"
d2b[98]="82"
d2b[99]="83"
d2b[100]="84"
d2b[101]="85"
d2b[102]="86"
d2b[103]="87"
d2b[104]="88"
d2b[105]="89"
d2b[106]="90"
d2b[107]="91"
d2b[108]="92"
d2b[109]="93"
d2b[110]="94"
d2b[111]="95"
d2b[112]="96"
d2b[113]="97"
d2b[114]="98"
d2b[115]="99"
d2b[116]="100"
d2b[117]="101"
d2b[118]="102"
d2b[119]="103"
d2b[120]="104"
d2b[121]="105"
d2b[122]="106"
d2b[123]="107"
d2b[124]="108"
d2b[125]="109"
d2b[126]="110"
d2b[127]="111"
d2b[128]="112"
d2b[129]="113"
d2b[130]="114"
d2b[131]="115"
d2b[132]="116"
d2b[133]="117"
d2b[134]="118"
d2b[135]="119"
d2b[136]="120"
d2b[137]="121"
d2b[138]="122"
d2b[139]="123"
d2b[140]="124"
d2b[141]="125"
d2b[142]="126"
d2b[143]="127"
d2b[144]="128"
d2b[145]="129"
d2b[146]="130"
d2b[147]="131"
d2b[148]="132"
d2b[149]="133"
d2b[150]="134"
d2b[151]="135"
d2b[152]="136"
d2b[153]="137"
d2b[154]="138"
d2b[155]="139"
d2b[156]="140"
d2b[157]="141"
d2b[158]="142"
d2b[159]="143"
d2b[160]="144"
d2b[161]="145"
d2b[162]="146"
d2b[163]="147"
d2b[164]="148"
d2b[165]="149"
d2b[166]="150"
d2b[167]="151"
d2b[168]="152"
d2b[169]="153"
d2b[170]="154"
d2b[171]="155"
d2b[172]="156"
d2b[173]="157"
d2b[174]="158"
d2b[175]="159"
d2b[176]="160"
d2b[177]="161"
d2b[178]="162"
d2b[179]="163"
d2b[180]="164"
d2b[181]="165"
d2b[182]="166"
d2b[183]="167"
d2b[184]="168"
d2b[185]="169"
d2b[186]="170"
d2b[187]="171"
d2b[188]="172"
d2b[189]="173"
d2b[190]="174"
d2b[191]="175"
d2b[192]="176"
d2b[193]="177"
d2b[194]="178"
d2b[195]="179"
d2b[196]="180"
d2b[197]="181"
d2b[198]="182"
d2b[199]="183"
d2b[200]="184"
d2b[201]="185"
d2b[202]="186"
d2b[203]="187"
d2b[204]="188"
d2b[205]="189"
d2b[206]="190"
d2b[207]="191"
d2b[208]="192"
d2b[209]="193"
d2b[210]="194"
d2b[211]="195"
d2b[212]="196"
d2b[213]="197"
d2b[214]="198"
d2b[215]="199"
d2b[216]="200"
d2b[217]="201"
d2b[218]="202"
d2b[219]="203"
d2b[220]="204"
d2b[221]="205"
d2b[222]="206"
d2b[223]="207"
d2b[224]="208"
d2b[225]="209"
d2b[226]="210"
d2b[227]="211"
d2b[228]="212"
d2b[229]="213"
d2b[230]="214"
d2b[231]="215"
d2b[232]="216"
d2b[233]="217"
d2b[234]="218"
d2b[235]="219"
d2b[236]="220"
d2b[237]="221"
d2b[238]="222"
d2b[239]="223"
d2b[240]="224"
d2b[241]="225"
d2b[242]="226"
d2b[243]="227"
d2b[244]="228"
d2b[245]="229"
d2b[246]="230"
d2b[247]="231"
d2b[248]="232"
d2b[249]="233"
d2b[250]="234"
d2b[251]="235"
d2b[252]="236"
d2b[253]="237"
d2b[254]="238"
d2b[255]="239"
d2b[256]="240"
d2b[257]="241"
d2b[258]="242"
d2b[259]="243"
d2b[260]="244"
d2b[261]="245"
d2b[262]="246"
d2b[263]="247"
d2b[264]="248"
d2b[265]="249"
d2b[266]="250"
d2b[267]="251"
d2b[268]="252"
d2b[269]="253"
d2b[270]="254"
d2b[271]="255"
d2b[272]="256"
d2b[273]="257"
d2b[274]="258"
d2b[275]="259"
d2b[276]="260"
d2b[277]="261"
d2b[278]="262"
d2b[279]="263"
d2b[280]="264"
d2b[281]="265"
d2b[282]="266"
d2b[283]="267"
d2b[284]="268"
d2b[285]="269"
d2b[286]="270"
d2b[287]="271"
d2b[288]="272"
d2b[289]="273"
d2b[290]="274"
d2b[291]="275"
d2b[292]="276"
d2b[293]="277"
d2b[294]="278"
d2b[295]="279"
d2b[296]="280"
d2b[297]="281"
d2b[298]="282"
d2b[299]="283"
d2b[300]="284"
d2b[301]="285"
d2b[302]="286"
d2b[303]="287"
d2b[304]="288"
d2b[305]="289"
d2b[306]="290"
d2b[307]="291"
d2b[308]="292"
d2b[309]="293"
d2b[310]="294"
d2b[311]="295"
d2b[312]="296"
d2b[313]="297"
d2b[314]="298"
d2b[315]="299"
d2b[316]="300"
d2b[317]="301"
d2b[318]="302"
d2b[319]="303"
d2b[320]="304"
d2b[321]="305"
d2b[322]="306"
d2b[323]="307"
d2b[324]="308"
d2b[325]="309"
d2b[326]="310"
d2b[327]="311"
d2b[328]="312"
d2b[329]="313"
d2b[330]="314"
d2b[331]="315"
d2b[332]="316"
d2b[333]="317"
d2b[334]="318"
d2b[335]="319"
d2b[336]="320"
d2b[337]="321"
d2b[338]="322"
d2b[339]="323"
d2b[340]="324"
d2b[341]="325"
d2b[342]="326"
d2b[343]="327"
d2b[344]="328"
d2b[345]="329"
d2b[346]="330"
d2b[347]="331"
d2b[348]="332"
d2b[349]="333"
d2b[350]="334"
d2b[351]="335"
d2b[352]="336"
d2b[353]="337"
d2b[354]="338"
d2b[355]="339"
d2b[356]="340"
d2b[357]="341"
d2b[358]="342"
d2b[359]="343"
d2b[360]="344"
d2b[361]="345"
d2b[362]="346"
d2b[363]="347"
d2b[364]="348"
d2b[365]="349"
d2b[366]="350"
d2b[367]="351"
d2b[368]="352"
d2b[369]="353"
d2b[370]="354"
d2b[371]="355"
d2b[372]="356"
d2b[373]="357"
d2b[374]="358"
d2b[375]="359"
d2b[376]="360"
d2b[377]="361"
d2b[378]="362"
d2b[379]="363"
d2b[380]="364"
d2b[381]="365"
d2b[382]="366"
d2b[383]="367"
d2b[384]="368"
d2b[385]="369"
d2b[386]="370"
d2b[387]="371"
d2b[388]="372"
d2b[389]="373"
d2b[390]="374"
d2b[391]="375"
d2b[392]="376"
d2b[393]="377"
d2b[394]="378"
d2b[395]="379"
d2b[396]="380"
d2b[397]="381"
d2b[398]="382"
d2b[399]="383"
d2b[400]="384"
d2b[401]="385"
d2b[402]="386"
d2b[403]="387"
d2b[404]="388"
d2b[405]="389"
d2b[406]="390"
d2b[407]="391"
d2b[408]="392"
d2b[409]="393"
d2b[410]="394"
d2b[411]="395"
d2b[412]="396"
d2b[413]="397"
d2b[414]="398"
d2b[415]="399"
d2b[416]="400"
d2b[417]="401"
d2b[418]="402"
d2b[419]="403"
d2b[420]="404"
d2b[421]="405"
d2b[422]="406"
d2b[423]="407"
d2b[424]="408"
d2b[425]="409"
d2b[426]="410"
d2b[427]="411"
d2b[428]="412"
d2b[429]="413"
d2b[430]="414"
d2b[431]="415"
d2b[432]="416"
d2b[433]="417"
d2b[434]="418"
d2b[435]="419"
d2b[436]="420"
d2b[437]="421"
d2b[438]="422"
d2b[439]="423"
d2b[440]="424"
d2b[441]="425"
d2b[442]="426"
d2b[443]="427"
d2b[444]="428"
d2b[445]="429"
d2b[446]="430"
d2b[447]="431"
d2b[448]="432"
d2b[449]="433"
d2b[450]="434"
d2b[451]="435"
d2b[452]="436"
d2b[453]="437"
d2b[454]="438"
d2b[455]="439"
d2b[456]="440"
d2b[457]="441"
d2b[458]="442"
d2b[459]="443"
d2b[460]="444"
d2b[461]="445"
d2b[462]="446"
d2b[463]="447"
d2b[464]="448"
d2b[465]="449"
d2b[466]="450"
d2b[467]="451"
d2b[468]="452"
d2b[469]="453"
d2b[470]="454"
d2b[471]="455"
d2b[472]="456"
d2b[473]="457"
d2b[474]="458"
d2b[475]="459"
d2b[476]="460"
d2b[477]="461"
d2b[478]="462"
d2b[479]="463"
d2b[480]="464"
d2b[481]="465"
d2b[482]="466"
d2b[483]="467"
d2b[484]="468"
d2b[485]="469"
d2b[486]="470"
d2b[487]="471"
d2b[488]="472"
d2b[489]="473"
d2b[490]="474"
d2b[491]="475"
d2b[492]="476"
d2b[493]="477"
d2b[494]="478"
d2b[495]="479"
d2b[496]="480"
d2b[497]="481"
d2b[498]="482"
d2b[499]="483"
d2b[500]="484"
d2b[501]="485"
d2b[502]="486"
d2b[503]="487"
d2b[504]="488"
d2b[505]="489"
d2b[506]="490"
d2b[507]="491"
d2b[508]="492"
d2b[509]="493"
d2b[510]="494"
d2b[511]="495"
d2b[512]="496"
d2b[513]="497"
d2b[514]="498"
d2b[515]="499"
d2b[516]="500"
d2b[517]="501"
d2b[518]="502"
d2b[519]="503"
d2b[520]="504"
d2b[521]="505"
d2b[522]="506"
d2b[523]="507"
d2b[524]="508"
d2b[525]="509"
d2b[526]="510"
d2b[527]="511"
d2b[528]="512"
d2b[529]="513"
d2b[530]="514"
d2b[531]="515"
d2b[532]="516"
d2b[533]="517"
d2b[534]="518"
d2b[535]="519"
d2b[536]="520"
d2b[537]="521"
d2b[538]="522"
d2b[539]="523"
d2b[540]="524"
d2b[541]="525"
d2b[542]="526"
d2b[543]="527"
d2b[544]="528"
d2b[545]="529"
d2b[546]="530"
d2b[547]="531"
d2b[548]="532"
d2b[549]="533"
d2b[550]="534"
d2b[551]="535"
d2b[552]="536"
d2b[553]="537"
d2b[554]="538"
d2b[555]="539"
d2b[556]="540"
d2b[557]="541"
d2b[558]="542"
d2b[559]="543"
d2b[560]="544"
d2b[561]="545"
d2b[562]="546"
d2b[563]="547"
d2b[564]="548"
d2b[565]="549"
d2b[566]="550"
d2b[567]="551"
d2b[568]="552"
d2b[569]="553"
d2b[570]="554"
d2b[571]="555"
d2b[572]="556"
d2b[573]="557"
d2b[574]="558"
d2b[575]="559"
d2b[576]="560"
d2b[577]="561"
d2b[578]="562"
d2b[579]="563"
d2b[580]="564"
d2b[581]="565"
d2b[582]="566"
d2b[583]="567"
d2b[584]="568"
d2b[585]="569"
d2b[586]="570"
d2b[587]="571"
d2b[588]="572"
d2b[589]="573"
d2b[590]="574"
d2b[591]="-"
d2b[592]="-"
d2b[593]="-"
d2b[594]="-"
for i,v in ipairs(d2b)
do
b2d[v]=i
end
local cap={}
local i=1
cap[1]={}
cap[1].nome="Fiori d'Oriente (1907)"
cap[1].titolo="Fiori d'Oriente (1907)"
cap[1].from=5
cap[1].to=8
cap[1].delta="F"
cap[2]={}
cap[2].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Prefazione"
cap[2].titolo="Prefazione"
cap[2].from=9
cap[2].to=16
cap[2].delta="ix"
cap[3]={}
cap[3].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo"
cap[3].titolo="Libro primo"
cap[3].from=17
cap[3].to=16
cap[3].delta="16"
cap[4]={}
cap[4].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/1"
cap[4].titolo="Nobile fermezza d'un discendente degli Ommiadi"
cap[4].from=17
cap[4].to=24
cap[4].delta="16"
cap[5]={}
cap[5].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/2"
cap[5].titolo="Umiltà e giustizia del Califfo Omar"
cap[5].from=25
cap[5].to=26
cap[5].delta="16"
cap[6]={}
cap[6].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/3"
cap[6].titolo="Un rigido consigliere"
cap[6].from=27
cap[6].to=31
cap[6].delta="16"
cap[7]={}
cap[7].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/4"
cap[7].titolo="Lealtà eroica di Samuele giudeo"
cap[7].from=32
cap[7].to=32
cap[7].delta="16"
cap[8]={}
cap[8].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/5"
cap[8].titolo="Morte di Amr detto quel dal cane"
cap[8].from=33
cap[8].to=35
cap[8].delta="16"
cap[9]={}
cap[9].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/6"
cap[9].titolo="Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba"
cap[9].from=36
cap[9].to=41
cap[9].delta="16"
cap[10]={}
cap[10].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/7"
cap[10].titolo="Prepotenza di Koleyb e sua morte"
cap[10].from=42
cap[10].to=45
cap[10].delta="16"
cap[11]={}
cap[11].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/8"
cap[11].titolo="Gratitudine verso i benefattori ricompensata"
cap[11].from=46
cap[11].to=50
cap[11].delta="16"
cap[12]={}
cap[12].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/9"
cap[12].titolo="Vita salvata a stento"
cap[12].from=51
cap[12].to=53
cap[12].delta="16"
cap[13]={}
cap[13].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/10"
cap[13].titolo="Morte del Califfo Al-Mamûn"
cap[13].from=54
cap[13].to=56
cap[13].delta="16"
cap[14]={}
cap[14].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/11"
cap[14].titolo="Saladino"
cap[14].from=57
cap[14].to=58
cap[14].delta="16"
cap[15]={}
cap[15].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/12"
cap[15].titolo="Morte di Al-Hakim Califfo d'Egitto"
cap[15].from=59
cap[15].to=62
cap[15].delta="16"
cap[16]={}
cap[16].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/13"
cap[16].titolo="Avventure di Al-Hârith e sua morte"
cap[16].from=63
cap[16].to=69
cap[16].delta="16"
cap[17]={}
cap[17].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/14"
cap[17].titolo="Accoglienze fatte ad un celebre musico d'Arabia"
cap[17].from=70
cap[17].to=73
cap[17].delta="16"
cap[18]={}
cap[18].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/15"
cap[18].titolo="Il poeta Firdusi"
cap[18].from=74
cap[18].to=77
cap[18].delta="16"
cap[19]={}
cap[19].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/16"
cap[19].titolo="Straordinaria ostinazione d'un ladro del denaro pubblico"
cap[19].from=78
cap[19].to=83
cap[19].delta="16"
cap[20]={}
cap[20].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/17"
cap[20].titolo="La guerra di Dâhis"
cap[20].from=84
cap[20].to=97
cap[20].delta="16"
cap[21]={}
cap[21].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/18"
cap[21].titolo="Duello tra Sultano e soldato"
cap[21].from=98
cap[21].to=102
cap[21].delta="16"
cap[22]={}
cap[22].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/19"
cap[22].titolo="Crudele atto di giustizia"
cap[22].from=103
cap[22].to=103
cap[22].delta="16"
cap[23]={}
cap[23].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/20"
cap[23].titolo="Avventuriere generosamente trattato"
cap[23].from=104
cap[23].to=107
cap[23].delta="16"
cap[24]={}
cap[24].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/21"
cap[24].titolo="Spada fatale"
cap[24].from=108
cap[24].to=112
cap[24].delta="16"
cap[25]={}
cap[25].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo"
cap[25].titolo="Libro secondo"
cap[25].from=113
cap[25].to=112
cap[25].delta="16"
cap[26]={}
cap[26].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/1"
cap[26].titolo="L'uomo più generoso"
cap[26].from=113
cap[26].to=114
cap[26].delta="16"
cap[27]={}
cap[27].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/2"
cap[27].titolo="Un matto che fa da maestro a un re"
cap[27].from=115
cap[27].to=115
cap[27].delta="16"
cap[28]={}
cap[28].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/3"
cap[28].titolo="Avventura di Giafar alla corte di Suleyman"
cap[28].from=116
cap[28].to=121
cap[28].delta="16"
cap[29]={}
cap[29].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/4"
cap[29].titolo="Severa lezione data a due prepotenti"
cap[29].from=122
cap[29].to=123
cap[29].delta="16"
cap[30]={}
cap[30].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/5"
cap[30].titolo="Gara di generosità"
cap[30].from=124
cap[30].to=125
cap[30].delta="16"
cap[31]={}
cap[31].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/6"
cap[31].titolo="Sagacità di astronomo"
cap[31].from=126
cap[31].to=126
cap[31].delta="16"
cap[32]={}
cap[32].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/7"
cap[32].titolo="L'anello rinvenuto"
cap[32].from=127
cap[32].to=127
cap[32].delta="16"
cap[33]={}
cap[33].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/8"
cap[33].titolo="Generosità d'un governatore destituito"
cap[33].from=128
cap[33].to=129
cap[33].delta="16"
cap[34]={}
cap[34].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/9"
cap[34].titolo="Storia meravigliosa di due vecchie pianelle"
cap[34].from=130
cap[34].to=133
cap[34].delta="16"
cap[35]={}
cap[35].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/10"
cap[35].titolo="Vittima della propria generosità"
cap[35].from=134
cap[35].to=134
cap[35].delta="16"
cap[36]={}
cap[36].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/11"
cap[36].titolo="Vittima dei proprî versi"
cap[36].from=135
cap[36].to=135
cap[36].delta="16"
cap[37]={}
cap[37].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/12"
cap[37].titolo="Storia meravigliosa del re Salomone e della regina Bilqîsa"
cap[37].from=136
cap[37].to=145
cap[37].delta="16"
cap[38]={}
cap[38].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/13"
cap[38].titolo="Mania religiosa del poeta Abu '1- Atahiya"
cap[38].from=146
cap[38].to=147
cap[38].delta="16"
cap[39]={}
cap[39].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/14"
cap[39].titolo="I figliuoli di Nizâr nel cospetto di Al-Afaa"
cap[39].from=148
cap[39].to=149
cap[39].delta="16"
cap[40]={}
cap[40].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/15"
cap[40].titolo="Follia d'amore"
cap[40].from=150
cap[40].to=153
cap[40].delta="16"
cap[41]={}
cap[41].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/16"
cap[41].titolo="Adamo e il Diavolo poeti"
cap[41].from=154
cap[41].to=155
cap[41].delta="16"
cap[42]={}
cap[42].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/17"
cap[42].titolo="Vittime dell'amore"
cap[42].from=156
cap[42].to=159
cap[42].delta="16"
cap[43]={}
cap[43].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/18"
cap[43].titolo="L'Arcimago e il dialogo delle upupe"
cap[43].from=160
cap[43].to=163
cap[43].delta="16"
cap[44]={}
cap[44].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/19"
cap[44].titolo="Le voci misteriose nelle solitudini d'Arabia"
cap[44].from=164
cap[44].to=168
cap[44].delta="16"
cap[45]={}
cap[45].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/20"
cap[45].titolo="Generosità d'un povero negro"
cap[45].from=169
cap[45].to=170
cap[45].delta="16"
cap[46]={}
cap[46].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/21"
cap[46].titolo="Invidia d'artefice punita e perdonata"
cap[46].from=171
cap[46].to=174
cap[46].delta="16"
cap[47]={}
cap[47].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/22"
cap[47].titolo="Generosità d'un nemico"
cap[47].from=175
cap[47].to=176
cap[47].delta="16"
cap[48]={}
cap[48].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/23"
cap[48].titolo="Il primo agricoltore"
cap[48].from=177
cap[48].to=179
cap[48].delta="16"
cap[49]={}
cap[49].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/24"
cap[49].titolo="Scrupolo di coscienza pagato caro"
cap[49].from=180
cap[49].to=181
cap[49].delta="16"
cap[50]={}
cap[50].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/25"
cap[50].titolo="Imprese e vanti di ladri"
cap[50].from=182
cap[50].to=184
cap[50].delta="16"
cap[51]={}
cap[51].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/26"
cap[51].titolo="Ambasceria speditiva"
cap[51].from=185
cap[51].to=185
cap[51].delta="16"
cap[52]={}
cap[52].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/27"
cap[52].titolo="L'erede d'un palazzo diroccato"
cap[52].from=186
cap[52].to=187
cap[52].delta="16"
cap[53]={}
cap[53].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/28"
cap[53].titolo="Uno scroccone tra i Manichei"
cap[53].from=188
cap[53].to=196
cap[53].delta="16"
cap[54]={}
cap[54].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/29"
cap[54].titolo="Mercante di foglie di palma medico d'un leone"
cap[54].from=197
cap[54].to=196
cap[54].delta="16"
cap[55]={}
cap[55].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/30"
cap[55].titolo="Sovrano che si fa penitente"
cap[55].from=197
cap[55].to=197
cap[55].delta="16"
cap[56]={}
cap[56].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/31"
cap[56].titolo="Pronto ingegno d'uno scroccone"
cap[56].from=198
cap[56].to=201
cap[56].delta="16"
cap[57]={}
cap[57].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/32"
cap[57].titolo="Un beduino alla corte del Re di Persia"
cap[57].from=202
cap[57].to=203
cap[57].delta="16"
cap[58]={}
cap[58].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/33"
cap[58].titolo="Un solitario misterioso"
cap[58].from=204
cap[58].to=205
cap[58].delta="16"
cap[59]={}
cap[59].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/34"
cap[59].titolo="Alessandro Magno alle porte del Paradiso"
cap[59].from=206
cap[59].to=207
cap[59].delta="16"
cap[60]={}
cap[60].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/35"
cap[60].titolo="Povertà, prefettura, carcere, frutti di generosità"
cap[60].from=208
cap[60].to=214
cap[60].delta="16"
cap[61]={}
cap[61].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo"
cap[61].titolo="Libro terzo"
cap[61].from=215
cap[61].to=214
cap[61].delta="16"
cap[62]={}
cap[62].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/1"
cap[62].titolo="Estrema prova di fedeltà"
cap[62].from=215
cap[62].to=221
cap[62].delta="16"
cap[63]={}
cap[63].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/2"
cap[63].titolo="Quattro amanti alla prova"
cap[63].from=222
cap[63].to=223
cap[63].delta="16"
cap[64]={}
cap[64].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/3"
cap[64].titolo="Ciò che toccar dovea, incoglie all'uom quaggiù"
cap[64].from=224
cap[64].to=228
cap[64].delta="16"
cap[65]={}
cap[65].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/4"
cap[65].titolo="Il Savio e il Matto"
cap[65].from=229
cap[65].to=232
cap[65].delta="16"
cap[66]={}
cap[66].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/5"
cap[66].titolo="L'avventura del giovane mercante"
cap[66].from=233
cap[66].to=240
cap[66].delta="16"
cap[67]={}
cap[67].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/6"
cap[67].titolo="Tenace amore alla vita"
cap[67].from=241
cap[67].to=242
cap[67].delta="16"
cap[68]={}
cap[68].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/7"
cap[68].titolo="Presunzione di giovane punita"
cap[68].from=243
cap[68].to=243
cap[68].delta="16"
cap[69]={}
cap[69].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/8"
cap[69].titolo="Il lottatore e la smania del viaggiare"
cap[69].from=244
cap[69].to=251
cap[69].delta="16"
cap[70]={}
cap[70].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/9"
cap[70].titolo="Tre novelle dell'Angelo della morte"
cap[70].from=252
cap[70].to=257
cap[70].delta="16"
cap[71]={}
cap[71].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/10"
cap[71].titolo="Ricordanza perenne della morte"
cap[71].from=258
cap[71].to=259
cap[71].delta="16"
cap[72]={}
cap[72].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/11"
cap[72].titolo="Avventura di Sindibâd marinaio"
cap[72].from=260
cap[72].to=268
cap[72].delta="16"
cap[73]={}
cap[73].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/12"
cap[73].titolo="Storia del banchiere di Bagdad"
cap[73].from=269
cap[73].to=594
cap[73].delta="16"
local indexData={}
indexData.autore="Autori vari"
indexData.nomepagina="Fiori d'Oriente (1907)"
indexData.titolo=""
indexData.anno="1907"
indexData.editore="Casa Editrice Scolastica E. Trevisini"
indexData.citta="Milano"
indexData.progetto="letteratura"
indexData.traduttore="Italo Pizzi"
indexData.curatore=""
indexData.fonte="{{IA|PizziFioriOriente}}"
local infodata={}
pagine.d2b=d2b
pagine.b2d=b2d
pagine.cap=cap
pagine.indexData=indexData
return pagine
--[[{"1":"i","2":"ii","3":"iii","4":"iv","5":"v","6":"vi","7":"vii","8":"viii","9":"ix","10":"x","11":"xi","12":"xii","13":"xiii","14":"xiv","15":"xv","16":"xvi","17":"1","18":"2","19":"3","20":"4","21":"5","22":"6","23":"7","24":"8","25":"9","26":"10","27":"11","28":"12","29":"13","30":"14","31":"15","32":"16","33":"17","34":"18","35":"19","36":"20","37":"21","38":"22","39":"23","40":"24","41":"25","42":"26","43":"27","44":"28","45":"29","46":"30","47":"31","48":"32","49":"33","50":"34","51":"35","52":"36","53":"37","54":"38","55":"39","56":"40","57":"41","58":"42","59":"43","60":"44","61":"45","62":"46","63":"47","64":"48","65":"49","66":"50","67":"51","68":"52","69":"53","70":"54","71":"55","72":"56","73":"57","74":"58","75":"59","76":"60","77":"61","78":"62","79":"63","80":"64","81":"65","82":"66","83":"67","84":"68","85":"69","86":"70","87":"71","88":"72","89":"73","90":"74","91":"75","92":"76","93":"77","94":"78","95":"79","96":"80","97":"81","98":"82","99":"83","100":"84","101":"85","102":"86","103":"87","104":"88","105":"89","106":"90","107":"91","108":"92","109":"93","110":"94","111":"95","112":"96","113":"97","114":"98","115":"99","116":"100","117":"101","118":"102","119":"103","120":"104","121":"105","122":"106","123":"107","124":"108","125":"109","126":"110","127":"111","128":"112","129":"113","130":"114","131":"115","132":"116","133":"117","134":"118","135":"119","136":"120","137":"121","138":"122","139":"123","140":"124","141":"125","142":"126","143":"127","144":"128","145":"129","146":"130","147":"131","148":"132","149":"133","150":"134","151":"135","152":"136","153":"137","154":"138","155":"139","156":"140","157":"141","158":"142","159":"143","160":"144","161":"145","162":"146","163":"147","164":"148","165":"149","166":"150","167":"151","168":"152","169":"153","170":"154","171":"155","172":"156","173":"157","174":"158","175":"159","176":"160","177":"161","178":"162","179":"163","180":"164","181":"165","182":"166","183":"167","184":"168","185":"169","186":"170","187":"171","188":"172","189":"173","190":"174","191":"175","192":"176","193":"177","194":"178","195":"179","196":"180","197":"181","198":"182","199":"183","200":"184","201":"185","202":"186","203":"187","204":"188","205":"189","206":"190","207":"191","208":"192","209":"193","210":"194","211":"195","212":"196","213":"197","214":"198","215":"199","216":"200","217":"201","218":"202","219":"203","220":"204","221":"205","222":"206","223":"207","224":"208","225":"209","226":"210","227":"211","228":"212","229":"213","230":"214","231":"215","232":"216","233":"217","234":"218","235":"219","236":"220","237":"221","238":"222","239":"223","240":"224","241":"225","242":"226","243":"227","244":"228","245":"229","246":"230","247":"231","248":"232","249":"233","250":"234","251":"235","252":"236","253":"237","254":"238","255":"239","256":"240","257":"241","258":"242","259":"243","260":"244","261":"245","262":"246","263":"247","264":"248","265":"249","266":"250","267":"251","268":"252","269":"253","270":"254","271":"255","272":"256","273":"257","274":"258","275":"259","276":"260","277":"261","278":"262","279":"263","280":"264","281":"265","282":"266","283":"267","284":"268","285":"269","286":"270","287":"271","288":"272","289":"273","290":"274","291":"275","292":"276","293":"277","294":"278","295":"279","296":"280","297":"281","298":"282","299":"283","300":"284","301":"285","302":"286","303":"287","304":"288","305":"289","306":"290","307":"291","308":"292","309":"293","310":"294","311":"295","312":"296","313":"297","314":"298","315":"299","316":"300","317":"301","318":"302","319":"303","320":"304","321":"305","322":"306","323":"307","324":"308","325":"309","326":"310","327":"311","328":"312","329":"313","330":"314","331":"315","332":"316","333":"317","334":"318","335":"319","336":"320","337":"321","338":"322","339":"323","340":"324","341":"325","342":"326","343":"327","344":"328","345":"329","346":"330","347":"331","348":"332","349":"333","350":"334","351":"335","352":"336","353":"337","354":"338","355":"339","356":"340","357":"341","358":"342","359":"343","360":"344","361":"345","362":"346","363":"347","364":"348","365":"349","366":"350","367":"351","368":"352","369":"353","370":"354","371":"355","372":"356","373":"357","374":"358","375":"359","376":"360","377":"361","378":"362","379":"363","380":"364","381":"365","382":"366","383":"367","384":"368","385":"369","386":"370","387":"371","388":"372","389":"373","390":"374","391":"375","392":"376","393":"377","394":"378","395":"379","396":"380","397":"381","398":"382","399":"383","400":"384","401":"385","402":"386","403":"387","404":"388","405":"389","406":"390","407":"391","408":"392","409":"393","410":"394","411":"395","412":"396","413":"397","414":"398","415":"399","416":"400","417":"401","418":"402","419":"403","420":"404","421":"405","422":"406","423":"407","424":"408","425":"409","426":"410","427":"411","428":"412","429":"413","430":"414","431":"415","432":"416","433":"417","434":"418","435":"419","436":"420","437":"421","438":"422","439":"423","440":"424","441":"425","442":"426","443":"427","444":"428","445":"429","446":"430","447":"431","448":"432","449":"433","450":"434","451":"435","452":"436","453":"437","454":"438","455":"439","456":"440","457":"441","458":"442","459":"443","460":"444","461":"445","462":"446","463":"447","464":"448","465":"449","466":"450","467":"451","468":"452","469":"453","470":"454","471":"455","472":"456","473":"457","474":"458","475":"459","476":"460","477":"461","478":"462","479":"463","480":"464","481":"465","482":"466","483":"467","484":"468","485":"469","486":"470","487":"471","488":"472","489":"473","490":"474","491":"475","492":"476","493":"477","494":"478","495":"479","496":"480","497":"481","498":"482","499":"483","500":"484","501":"485","502":"486","503":"487","504":"488","505":"489","506":"490","507":"491","508":"492","509":"493","510":"494","511":"495","512":"496","513":"497","514":"498","515":"499","516":"500","517":"501","518":"502","519":"503","520":"504","521":"505","522":"506","523":"507","524":"508","525":"509","526":"510","527":"511","528":"512","529":"513","530":"514","531":"515","532":"516","533":"517","534":"518","535":"519","536":"520","537":"521","538":"522","539":"523","540":"524","541":"525","542":"526","543":"527","544":"528","545":"529","546":"530","547":"531","548":"532","549":"533","550":"534","551":"535","552":"536","553":"537","554":"538","555":"539","556":"540","557":"541","558":"542","559":"543","560":"544","561":"545","562":"546","563":"547","564":"548","565":"549","566":"550","567":"551","568":"552","569":"553","570":"554","571":"555","572":"556","573":"557","574":"558","575":"559","576":"560","577":"561","578":"562","579":"563","580":"564","581":"565","582":"566","583":"567","584":"568","585":"569","586":"570","587":"571","588":"572","589":"573","590":"574","591":"-","592":"-","593":"-"}]]
36d1drxv0j1bybwtgikvw603hwjj0jn
3901649
3901641
2026-09-18T21:23:14Z
Alex brollo
1615
Creazione/aggiornamento di Modulo:Dati
3901649
Scribunto
text/plain
local d2b = {}
local b2d = {}
local pagine = {}
d2b[1]="i"
d2b[2]="ii"
d2b[3]="iii"
d2b[4]="iv"
d2b[5]="v"
d2b[6]="vi"
d2b[7]="vii"
d2b[8]="viii"
d2b[9]="ix"
d2b[10]="x"
d2b[11]="xi"
d2b[12]="xii"
d2b[13]="xiii"
d2b[14]="xiv"
d2b[15]="xv"
d2b[16]="xvi"
d2b[17]="1"
d2b[18]="2"
d2b[19]="3"
d2b[20]="4"
d2b[21]="5"
d2b[22]="6"
d2b[23]="7"
d2b[24]="8"
d2b[25]="9"
d2b[26]="10"
d2b[27]="11"
d2b[28]="12"
d2b[29]="13"
d2b[30]="14"
d2b[31]="15"
d2b[32]="16"
d2b[33]="17"
d2b[34]="18"
d2b[35]="19"
d2b[36]="20"
d2b[37]="21"
d2b[38]="22"
d2b[39]="23"
d2b[40]="24"
d2b[41]="25"
d2b[42]="26"
d2b[43]="27"
d2b[44]="28"
d2b[45]="29"
d2b[46]="30"
d2b[47]="31"
d2b[48]="32"
d2b[49]="33"
d2b[50]="34"
d2b[51]="35"
d2b[52]="36"
d2b[53]="37"
d2b[54]="38"
d2b[55]="39"
d2b[56]="40"
d2b[57]="41"
d2b[58]="42"
d2b[59]="43"
d2b[60]="44"
d2b[61]="45"
d2b[62]="46"
d2b[63]="47"
d2b[64]="48"
d2b[65]="49"
d2b[66]="50"
d2b[67]="51"
d2b[68]="52"
d2b[69]="53"
d2b[70]="54"
d2b[71]="55"
d2b[72]="56"
d2b[73]="57"
d2b[74]="58"
d2b[75]="59"
d2b[76]="60"
d2b[77]="61"
d2b[78]="62"
d2b[79]="63"
d2b[80]="64"
d2b[81]="65"
d2b[82]="66"
d2b[83]="67"
d2b[84]="68"
d2b[85]="69"
d2b[86]="70"
d2b[87]="71"
d2b[88]="72"
d2b[89]="73"
d2b[90]="74"
d2b[91]="75"
d2b[92]="76"
d2b[93]="77"
d2b[94]="78"
d2b[95]="79"
d2b[96]="80"
d2b[97]="81"
d2b[98]="82"
d2b[99]="83"
d2b[100]="84"
d2b[101]="85"
d2b[102]="86"
d2b[103]="87"
d2b[104]="88"
d2b[105]="89"
d2b[106]="90"
d2b[107]="91"
d2b[108]="92"
d2b[109]="93"
d2b[110]="94"
d2b[111]="95"
d2b[112]="96"
d2b[113]="97"
d2b[114]="98"
d2b[115]="99"
d2b[116]="100"
d2b[117]="101"
d2b[118]="102"
d2b[119]="103"
d2b[120]="104"
d2b[121]="105"
d2b[122]="106"
d2b[123]="107"
d2b[124]="108"
d2b[125]="109"
d2b[126]="110"
d2b[127]="111"
d2b[128]="112"
d2b[129]="113"
d2b[130]="114"
d2b[131]="115"
d2b[132]="116"
d2b[133]="117"
d2b[134]="118"
d2b[135]="119"
d2b[136]="120"
d2b[137]="121"
d2b[138]="122"
d2b[139]="123"
d2b[140]="124"
d2b[141]="125"
d2b[142]="126"
d2b[143]="127"
d2b[144]="128"
d2b[145]="129"
d2b[146]="130"
d2b[147]="131"
d2b[148]="132"
d2b[149]="133"
d2b[150]="134"
d2b[151]="135"
d2b[152]="136"
d2b[153]="137"
d2b[154]="138"
d2b[155]="139"
d2b[156]="140"
d2b[157]="141"
d2b[158]="142"
d2b[159]="143"
d2b[160]="144"
d2b[161]="145"
d2b[162]="146"
d2b[163]="147"
d2b[164]="148"
d2b[165]="149"
d2b[166]="150"
d2b[167]="151"
d2b[168]="152"
d2b[169]="153"
d2b[170]="154"
d2b[171]="155"
d2b[172]="156"
d2b[173]="157"
d2b[174]="158"
d2b[175]="159"
d2b[176]="160"
d2b[177]="161"
d2b[178]="162"
d2b[179]="163"
d2b[180]="164"
d2b[181]="165"
d2b[182]="166"
d2b[183]="167"
d2b[184]="168"
d2b[185]="169"
d2b[186]="170"
d2b[187]="171"
d2b[188]="172"
d2b[189]="173"
d2b[190]="174"
d2b[191]="175"
d2b[192]="176"
d2b[193]="177"
d2b[194]="178"
d2b[195]="179"
d2b[196]="180"
d2b[197]="181"
d2b[198]="182"
d2b[199]="183"
d2b[200]="184"
d2b[201]="185"
d2b[202]="186"
d2b[203]="187"
d2b[204]="188"
d2b[205]="189"
d2b[206]="190"
d2b[207]="191"
d2b[208]="192"
d2b[209]="193"
d2b[210]="194"
d2b[211]="195"
d2b[212]="196"
d2b[213]="197"
d2b[214]="198"
d2b[215]="199"
d2b[216]="200"
d2b[217]="201"
d2b[218]="202"
d2b[219]="203"
d2b[220]="204"
d2b[221]="205"
d2b[222]="206"
d2b[223]="207"
d2b[224]="208"
d2b[225]="209"
d2b[226]="210"
d2b[227]="211"
d2b[228]="212"
d2b[229]="213"
d2b[230]="214"
d2b[231]="215"
d2b[232]="216"
d2b[233]="217"
d2b[234]="218"
d2b[235]="219"
d2b[236]="220"
d2b[237]="221"
d2b[238]="222"
d2b[239]="223"
d2b[240]="224"
d2b[241]="225"
d2b[242]="226"
d2b[243]="227"
d2b[244]="228"
d2b[245]="229"
d2b[246]="230"
d2b[247]="231"
d2b[248]="232"
d2b[249]="233"
d2b[250]="234"
d2b[251]="235"
d2b[252]="236"
d2b[253]="237"
d2b[254]="238"
d2b[255]="239"
d2b[256]="240"
d2b[257]="241"
d2b[258]="242"
d2b[259]="243"
d2b[260]="244"
d2b[261]="245"
d2b[262]="246"
d2b[263]="247"
d2b[264]="248"
d2b[265]="249"
d2b[266]="250"
d2b[267]="251"
d2b[268]="252"
d2b[269]="253"
d2b[270]="254"
d2b[271]="255"
d2b[272]="256"
d2b[273]="257"
d2b[274]="258"
d2b[275]="259"
d2b[276]="260"
d2b[277]="261"
d2b[278]="262"
d2b[279]="263"
d2b[280]="264"
d2b[281]="265"
d2b[282]="266"
d2b[283]="267"
d2b[284]="268"
d2b[285]="269"
d2b[286]="270"
d2b[287]="271"
d2b[288]="272"
d2b[289]="273"
d2b[290]="274"
d2b[291]="275"
d2b[292]="276"
d2b[293]="277"
d2b[294]="278"
d2b[295]="279"
d2b[296]="280"
d2b[297]="281"
d2b[298]="282"
d2b[299]="283"
d2b[300]="284"
d2b[301]="285"
d2b[302]="286"
d2b[303]="287"
d2b[304]="288"
d2b[305]="289"
d2b[306]="290"
d2b[307]="291"
d2b[308]="292"
d2b[309]="293"
d2b[310]="294"
d2b[311]="295"
d2b[312]="296"
d2b[313]="297"
d2b[314]="298"
d2b[315]="299"
d2b[316]="300"
d2b[317]="301"
d2b[318]="302"
d2b[319]="303"
d2b[320]="304"
d2b[321]="305"
d2b[322]="306"
d2b[323]="307"
d2b[324]="308"
d2b[325]="309"
d2b[326]="310"
d2b[327]="311"
d2b[328]="312"
d2b[329]="313"
d2b[330]="314"
d2b[331]="315"
d2b[332]="316"
d2b[333]="317"
d2b[334]="318"
d2b[335]="319"
d2b[336]="320"
d2b[337]="321"
d2b[338]="322"
d2b[339]="323"
d2b[340]="324"
d2b[341]="325"
d2b[342]="326"
d2b[343]="327"
d2b[344]="328"
d2b[345]="329"
d2b[346]="330"
d2b[347]="331"
d2b[348]="332"
d2b[349]="333"
d2b[350]="334"
d2b[351]="335"
d2b[352]="336"
d2b[353]="337"
d2b[354]="338"
d2b[355]="339"
d2b[356]="340"
d2b[357]="341"
d2b[358]="342"
d2b[359]="343"
d2b[360]="344"
d2b[361]="345"
d2b[362]="346"
d2b[363]="347"
d2b[364]="348"
d2b[365]="349"
d2b[366]="350"
d2b[367]="351"
d2b[368]="352"
d2b[369]="353"
d2b[370]="354"
d2b[371]="355"
d2b[372]="356"
d2b[373]="357"
d2b[374]="358"
d2b[375]="359"
d2b[376]="360"
d2b[377]="361"
d2b[378]="362"
d2b[379]="363"
d2b[380]="364"
d2b[381]="365"
d2b[382]="366"
d2b[383]="367"
d2b[384]="368"
d2b[385]="369"
d2b[386]="370"
d2b[387]="371"
d2b[388]="372"
d2b[389]="373"
d2b[390]="374"
d2b[391]="375"
d2b[392]="376"
d2b[393]="377"
d2b[394]="378"
d2b[395]="379"
d2b[396]="380"
d2b[397]="381"
d2b[398]="382"
d2b[399]="383"
d2b[400]="384"
d2b[401]="385"
d2b[402]="386"
d2b[403]="387"
d2b[404]="388"
d2b[405]="389"
d2b[406]="390"
d2b[407]="391"
d2b[408]="392"
d2b[409]="393"
d2b[410]="394"
d2b[411]="395"
d2b[412]="396"
d2b[413]="397"
d2b[414]="398"
d2b[415]="399"
d2b[416]="400"
d2b[417]="401"
d2b[418]="402"
d2b[419]="403"
d2b[420]="404"
d2b[421]="405"
d2b[422]="406"
d2b[423]="407"
d2b[424]="408"
d2b[425]="409"
d2b[426]="410"
d2b[427]="411"
d2b[428]="412"
d2b[429]="413"
d2b[430]="414"
d2b[431]="415"
d2b[432]="416"
d2b[433]="417"
d2b[434]="418"
d2b[435]="419"
d2b[436]="420"
d2b[437]="421"
d2b[438]="422"
d2b[439]="423"
d2b[440]="424"
d2b[441]="425"
d2b[442]="426"
d2b[443]="427"
d2b[444]="428"
d2b[445]="429"
d2b[446]="430"
d2b[447]="431"
d2b[448]="432"
d2b[449]="433"
d2b[450]="434"
d2b[451]="435"
d2b[452]="436"
d2b[453]="437"
d2b[454]="438"
d2b[455]="439"
d2b[456]="440"
d2b[457]="441"
d2b[458]="442"
d2b[459]="443"
d2b[460]="444"
d2b[461]="445"
d2b[462]="446"
d2b[463]="447"
d2b[464]="448"
d2b[465]="449"
d2b[466]="450"
d2b[467]="451"
d2b[468]="452"
d2b[469]="453"
d2b[470]="454"
d2b[471]="455"
d2b[472]="456"
d2b[473]="457"
d2b[474]="458"
d2b[475]="459"
d2b[476]="460"
d2b[477]="461"
d2b[478]="462"
d2b[479]="463"
d2b[480]="464"
d2b[481]="465"
d2b[482]="466"
d2b[483]="467"
d2b[484]="468"
d2b[485]="469"
d2b[486]="470"
d2b[487]="471"
d2b[488]="472"
d2b[489]="473"
d2b[490]="474"
d2b[491]="475"
d2b[492]="476"
d2b[493]="477"
d2b[494]="478"
d2b[495]="479"
d2b[496]="480"
d2b[497]="481"
d2b[498]="482"
d2b[499]="483"
d2b[500]="484"
d2b[501]="485"
d2b[502]="486"
d2b[503]="487"
d2b[504]="488"
d2b[505]="489"
d2b[506]="490"
d2b[507]="491"
d2b[508]="492"
d2b[509]="493"
d2b[510]="494"
d2b[511]="495"
d2b[512]="496"
d2b[513]="497"
d2b[514]="498"
d2b[515]="499"
d2b[516]="500"
d2b[517]="501"
d2b[518]="502"
d2b[519]="503"
d2b[520]="504"
d2b[521]="505"
d2b[522]="506"
d2b[523]="507"
d2b[524]="508"
d2b[525]="509"
d2b[526]="510"
d2b[527]="511"
d2b[528]="512"
d2b[529]="513"
d2b[530]="514"
d2b[531]="515"
d2b[532]="516"
d2b[533]="517"
d2b[534]="518"
d2b[535]="519"
d2b[536]="520"
d2b[537]="521"
d2b[538]="522"
d2b[539]="523"
d2b[540]="524"
d2b[541]="525"
d2b[542]="526"
d2b[543]="527"
d2b[544]="528"
d2b[545]="529"
d2b[546]="530"
d2b[547]="531"
d2b[548]="532"
d2b[549]="533"
d2b[550]="534"
d2b[551]="535"
d2b[552]="536"
d2b[553]="537"
d2b[554]="538"
d2b[555]="539"
d2b[556]="540"
d2b[557]="541"
d2b[558]="542"
d2b[559]="543"
d2b[560]="544"
d2b[561]="545"
d2b[562]="546"
d2b[563]="547"
d2b[564]="548"
d2b[565]="549"
d2b[566]="550"
d2b[567]="551"
d2b[568]="552"
d2b[569]="553"
d2b[570]="554"
d2b[571]="555"
d2b[572]="556"
d2b[573]="557"
d2b[574]="558"
d2b[575]="559"
d2b[576]="560"
d2b[577]="561"
d2b[578]="562"
d2b[579]="563"
d2b[580]="564"
d2b[581]="565"
d2b[582]="566"
d2b[583]="567"
d2b[584]="568"
d2b[585]="569"
d2b[586]="570"
d2b[587]="571"
d2b[588]="572"
d2b[589]="573"
d2b[590]="574"
d2b[591]="-"
d2b[592]="-"
d2b[593]="-"
d2b[594]="-"
for i,v in ipairs(d2b)
do
b2d[v]=i
end
local cap={}
local i=1
cap[1]={}
cap[1].nome="Fiori d'Oriente (1907)"
cap[1].titolo="Fiori d'Oriente (1907)"
cap[1].from=5
cap[1].to=8
cap[1].delta="F"
cap[2]={}
cap[2].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Prefazione"
cap[2].titolo="Prefazione"
cap[2].from=9
cap[2].to=16
cap[2].delta="ix"
cap[3]={}
cap[3].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo"
cap[3].titolo="Libro primo"
cap[3].from=17
cap[3].to=16
cap[3].delta="16"
cap[4]={}
cap[4].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/1"
cap[4].titolo="Nobile fermezza d'un discendente degli Ommiadi"
cap[4].from=17
cap[4].to=24
cap[4].delta="16"
cap[5]={}
cap[5].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/2"
cap[5].titolo="Umiltà e giustizia del Califfo Omar"
cap[5].from=25
cap[5].to=26
cap[5].delta="16"
cap[6]={}
cap[6].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/3"
cap[6].titolo="Un rigido consigliere"
cap[6].from=27
cap[6].to=31
cap[6].delta="16"
cap[7]={}
cap[7].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/4"
cap[7].titolo="Lealtà eroica di Samuele giudeo"
cap[7].from=32
cap[7].to=32
cap[7].delta="16"
cap[8]={}
cap[8].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/5"
cap[8].titolo="Morte di Amr detto quel dal cane"
cap[8].from=33
cap[8].to=35
cap[8].delta="16"
cap[9]={}
cap[9].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/6"
cap[9].titolo="Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba"
cap[9].from=36
cap[9].to=41
cap[9].delta="16"
cap[10]={}
cap[10].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/7"
cap[10].titolo="Prepotenza di Koleyb e sua morte"
cap[10].from=42
cap[10].to=45
cap[10].delta="16"
cap[11]={}
cap[11].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/8"
cap[11].titolo="Gratitudine verso i benefattori ricompensata"
cap[11].from=46
cap[11].to=50
cap[11].delta="16"
cap[12]={}
cap[12].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/9"
cap[12].titolo="Vita salvata a stento"
cap[12].from=51
cap[12].to=53
cap[12].delta="16"
cap[13]={}
cap[13].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/10"
cap[13].titolo="Morte del Califfo Al-Mamûn"
cap[13].from=54
cap[13].to=56
cap[13].delta="16"
cap[14]={}
cap[14].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/11"
cap[14].titolo="Saladino"
cap[14].from=57
cap[14].to=58
cap[14].delta="16"
cap[15]={}
cap[15].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/12"
cap[15].titolo="Morte di Al-Hakim Califfo d'Egitto"
cap[15].from=59
cap[15].to=62
cap[15].delta="16"
cap[16]={}
cap[16].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/13"
cap[16].titolo="Avventure di Al-Hârith e sua morte"
cap[16].from=63
cap[16].to=69
cap[16].delta="16"
cap[17]={}
cap[17].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/14"
cap[17].titolo="Accoglienze fatte ad un celebre musico d'Arabia"
cap[17].from=70
cap[17].to=73
cap[17].delta="16"
cap[18]={}
cap[18].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/15"
cap[18].titolo="Il poeta Firdusi"
cap[18].from=74
cap[18].to=77
cap[18].delta="16"
cap[19]={}
cap[19].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/16"
cap[19].titolo="Straordinaria ostinazione d'un ladro del denaro pubblico"
cap[19].from=78
cap[19].to=83
cap[19].delta="16"
cap[20]={}
cap[20].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/17"
cap[20].titolo="La guerra di Dâhis"
cap[20].from=84
cap[20].to=97
cap[20].delta="16"
cap[21]={}
cap[21].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/18"
cap[21].titolo="Duello tra Sultano e soldato"
cap[21].from=98
cap[21].to=102
cap[21].delta="16"
cap[22]={}
cap[22].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/19"
cap[22].titolo="Crudele atto di giustizia"
cap[22].from=103
cap[22].to=103
cap[22].delta="16"
cap[23]={}
cap[23].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/20"
cap[23].titolo="Avventuriere generosamente trattato"
cap[23].from=104
cap[23].to=107
cap[23].delta="16"
cap[24]={}
cap[24].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/21"
cap[24].titolo="Spada fatale"
cap[24].from=108
cap[24].to=112
cap[24].delta="16"
cap[25]={}
cap[25].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo"
cap[25].titolo="Libro secondo"
cap[25].from=113
cap[25].to=112
cap[25].delta="16"
cap[26]={}
cap[26].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/1"
cap[26].titolo="L'uomo più generoso"
cap[26].from=113
cap[26].to=114
cap[26].delta="16"
cap[27]={}
cap[27].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/2"
cap[27].titolo="Un matto che fa da maestro a un re"
cap[27].from=115
cap[27].to=115
cap[27].delta="16"
cap[28]={}
cap[28].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/3"
cap[28].titolo="Avventura di Giafar alla corte di Suleyman"
cap[28].from=116
cap[28].to=121
cap[28].delta="16"
cap[29]={}
cap[29].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/4"
cap[29].titolo="Severa lezione data a due prepotenti"
cap[29].from=122
cap[29].to=123
cap[29].delta="16"
cap[30]={}
cap[30].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/5"
cap[30].titolo="Gara di generosità"
cap[30].from=124
cap[30].to=125
cap[30].delta="16"
cap[31]={}
cap[31].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/6"
cap[31].titolo="Sagacità di astronomo"
cap[31].from=126
cap[31].to=126
cap[31].delta="16"
cap[32]={}
cap[32].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/7"
cap[32].titolo="L'anello rinvenuto"
cap[32].from=127
cap[32].to=127
cap[32].delta="16"
cap[33]={}
cap[33].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/8"
cap[33].titolo="Generosità d'un governatore destituito"
cap[33].from=128
cap[33].to=129
cap[33].delta="16"
cap[34]={}
cap[34].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/9"
cap[34].titolo="Storia meravigliosa di due vecchie pianelle"
cap[34].from=130
cap[34].to=133
cap[34].delta="16"
cap[35]={}
cap[35].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/10"
cap[35].titolo="Vittima della propria generosità"
cap[35].from=134
cap[35].to=134
cap[35].delta="16"
cap[36]={}
cap[36].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/11"
cap[36].titolo="Vittima dei proprî versi"
cap[36].from=135
cap[36].to=135
cap[36].delta="16"
cap[37]={}
cap[37].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/12"
cap[37].titolo="Storia meravigliosa del re Salomone e della regina Bilqîsa"
cap[37].from=136
cap[37].to=145
cap[37].delta="16"
cap[38]={}
cap[38].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/13"
cap[38].titolo="Mania religiosa del poeta Abu '1- Atahiya"
cap[38].from=146
cap[38].to=147
cap[38].delta="16"
cap[39]={}
cap[39].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/14"
cap[39].titolo="I figliuoli di Nizâr nel cospetto di Al-Afaa"
cap[39].from=148
cap[39].to=149
cap[39].delta="16"
cap[40]={}
cap[40].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/15"
cap[40].titolo="Follia d'amore"
cap[40].from=150
cap[40].to=153
cap[40].delta="16"
cap[41]={}
cap[41].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/16"
cap[41].titolo="Adamo e il Diavolo poeti"
cap[41].from=154
cap[41].to=155
cap[41].delta="16"
cap[42]={}
cap[42].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/17"
cap[42].titolo="Vittime dell'amore"
cap[42].from=156
cap[42].to=159
cap[42].delta="16"
cap[43]={}
cap[43].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/18"
cap[43].titolo="L'Arcimago e il dialogo delle upupe"
cap[43].from=160
cap[43].to=163
cap[43].delta="16"
cap[44]={}
cap[44].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/19"
cap[44].titolo="Le voci misteriose nelle solitudini d'Arabia"
cap[44].from=164
cap[44].to=168
cap[44].delta="16"
cap[45]={}
cap[45].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/20"
cap[45].titolo="Generosità d'un povero negro"
cap[45].from=169
cap[45].to=170
cap[45].delta="16"
cap[46]={}
cap[46].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/21"
cap[46].titolo="Invidia d'artefice punita e perdonata"
cap[46].from=171
cap[46].to=174
cap[46].delta="16"
cap[47]={}
cap[47].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/22"
cap[47].titolo="Generosità d'un nemico"
cap[47].from=175
cap[47].to=176
cap[47].delta="16"
cap[48]={}
cap[48].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/23"
cap[48].titolo="Il primo agricoltore"
cap[48].from=177
cap[48].to=179
cap[48].delta="16"
cap[49]={}
cap[49].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/24"
cap[49].titolo="Scrupolo di coscienza pagato caro"
cap[49].from=180
cap[49].to=181
cap[49].delta="16"
cap[50]={}
cap[50].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/25"
cap[50].titolo="Imprese e vanti di ladri"
cap[50].from=182
cap[50].to=184
cap[50].delta="16"
cap[51]={}
cap[51].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/26"
cap[51].titolo="Ambasceria speditiva"
cap[51].from=185
cap[51].to=185
cap[51].delta="16"
cap[52]={}
cap[52].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/27"
cap[52].titolo="L'erede d'un palazzo diroccato"
cap[52].from=186
cap[52].to=187
cap[52].delta="16"
cap[53]={}
cap[53].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/28"
cap[53].titolo="Uno scroccone tra i Manichei"
cap[53].from=188
cap[53].to=196
cap[53].delta="16"
cap[54]={}
cap[54].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/29"
cap[54].titolo="Mercante di foglie di palma medico d'un leone"
cap[54].from=197
cap[54].to=196
cap[54].delta="16"
cap[55]={}
cap[55].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/30"
cap[55].titolo="Sovrano che si fa penitente"
cap[55].from=197
cap[55].to=197
cap[55].delta="16"
cap[56]={}
cap[56].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/31"
cap[56].titolo="Pronto ingegno d'uno scroccone"
cap[56].from=198
cap[56].to=201
cap[56].delta="16"
cap[57]={}
cap[57].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/32"
cap[57].titolo="Un beduino alla corte del Re di Persia"
cap[57].from=202
cap[57].to=203
cap[57].delta="16"
cap[58]={}
cap[58].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/33"
cap[58].titolo="Un solitario misterioso"
cap[58].from=204
cap[58].to=205
cap[58].delta="16"
cap[59]={}
cap[59].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/34"
cap[59].titolo="Alessandro Magno alle porte del Paradiso"
cap[59].from=206
cap[59].to=207
cap[59].delta="16"
cap[60]={}
cap[60].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/35"
cap[60].titolo="Povertà, prefettura, carcere, frutti di generosità"
cap[60].from=208
cap[60].to=214
cap[60].delta="16"
cap[61]={}
cap[61].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo"
cap[61].titolo="Libro terzo"
cap[61].from=215
cap[61].to=214
cap[61].delta="16"
cap[62]={}
cap[62].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/1"
cap[62].titolo="Estrema prova di fedeltà"
cap[62].from=215
cap[62].to=221
cap[62].delta="16"
cap[63]={}
cap[63].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/2"
cap[63].titolo="Quattro amanti alla prova"
cap[63].from=222
cap[63].to=223
cap[63].delta="16"
cap[64]={}
cap[64].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/3"
cap[64].titolo="Ciò che toccar dovea, incoglie all'uom quaggiù"
cap[64].from=224
cap[64].to=228
cap[64].delta="16"
cap[65]={}
cap[65].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/4"
cap[65].titolo="Il Savio e il Matto"
cap[65].from=229
cap[65].to=232
cap[65].delta="16"
cap[66]={}
cap[66].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/5"
cap[66].titolo="L'avventura del giovane mercante"
cap[66].from=233
cap[66].to=240
cap[66].delta="16"
cap[67]={}
cap[67].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/6"
cap[67].titolo="Tenace amore alla vita"
cap[67].from=241
cap[67].to=242
cap[67].delta="16"
cap[68]={}
cap[68].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/7"
cap[68].titolo="Presunzione di giovane punita"
cap[68].from=243
cap[68].to=243
cap[68].delta="16"
cap[69]={}
cap[69].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/8"
cap[69].titolo="Il lottatore e la smania del viaggiare"
cap[69].from=244
cap[69].to=251
cap[69].delta="16"
cap[70]={}
cap[70].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/9"
cap[70].titolo="Tre novelle dell'Angelo della morte"
cap[70].from=252
cap[70].to=257
cap[70].delta="16"
cap[71]={}
cap[71].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/10"
cap[71].titolo="Ricordanza perenne della morte"
cap[71].from=258
cap[71].to=259
cap[71].delta="16"
cap[72]={}
cap[72].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/11"
cap[72].titolo="Avventura di Sindibâd marinaio"
cap[72].from=260
cap[72].to=268
cap[72].delta="16"
cap[73]={}
cap[73].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/12"
cap[73].titolo="Storia del banchiere di Bagdad"
cap[73].from=269
cap[73].to=290
cap[73].delta="16"
cap[74]={}
cap[74].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto"
cap[74].titolo="Libro quarto"
cap[74].from=291
cap[74].to=290
cap[74].delta="16"
cap[75]={}
cap[75].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/1"
cap[75].titolo="Le Isole Maldive"
cap[75].from=291
cap[75].to=297
cap[75].delta="16"
cap[76]={}
cap[76].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/2"
cap[76].titolo="Le sorgenti del Nilo"
cap[76].from=298
cap[76].to=302
cap[76].delta="16"
cap[77]={}
cap[77].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/3"
cap[77].titolo="Descrizione del Mâzenderân"
cap[77].from=303
cap[77].to=303
cap[77].delta="16"
cap[78]={}
cap[78].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/4"
cap[78].titolo="L'idolo di Somnâta"
cap[78].from=304
cap[78].to=305
cap[78].delta="16"
cap[79]={}
cap[79].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/5"
cap[79].titolo="La regione del Caucaso"
cap[79].from=306
cap[79].to=313
cap[79].delta="16"
cap[80]={}
cap[80].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/6"
cap[80].titolo="La Cina"
cap[80].from=314
cap[80].to=320
cap[80].delta="16"
cap[81]={}
cap[81].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/7"
cap[81].titolo="Il monte Citrakuta"
cap[81].from=321
cap[81].to=323
cap[81].delta="16"
cap[82]={}
cap[82].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/8"
cap[82].titolo="Templi e idoli sabei"
cap[82].from=324
cap[82].to=326
cap[82].delta="16"
cap[83]={}
cap[83].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/9"
cap[83].titolo="Templi e idoli egiziani"
cap[83].from=327
cap[83].to=331
cap[83].delta="16"
cap[84]={}
cap[84].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/10"
cap[84].titolo="Costumi degli Arabi antichi e loro elogio"
cap[84].from=332
cap[84].to=334
cap[84].delta="16"
cap[85]={}
cap[85].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/11"
cap[85].titolo="Monti e metalli"
cap[85].from=335
cap[85].to=336
cap[85].delta="16"
cap[86]={}
cap[86].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/12"
cap[86].titolo="Le piante"
cap[86].from=337
cap[86].to=337
cap[86].delta="16"
cap[87]={}
cap[87].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/13"
cap[87].titolo="La palma"
cap[87].from=338
cap[87].to=339
cap[87].delta="16"
cap[88]={}
cap[88].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/14"
cap[88].titolo="Gli animali"
cap[88].from=340
cap[88].to=340
cap[88].delta="16"
cap[89]={}
cap[89].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/15"
cap[89].titolo="Gli uccelli"
cap[89].from=341
cap[89].to=342
cap[89].delta="16"
cap[90]={}
cap[90].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/16"
cap[90].titolo="L'usignuolo"
cap[90].from=343
cap[90].to=342
cap[90].delta="16"
cap[91]={}
cap[91].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/17"
cap[91].titolo="L'airone"
cap[91].from=343
cap[91].to=343
cap[91].delta="16"
cap[92]={}
cap[92].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/18"
cap[92].titolo="La zanzara"
cap[92].from=344
cap[92].to=344
cap[92].delta="16"
cap[93]={}
cap[93].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/19"
cap[93].titolo="Il baco da seta"
cap[93].from=345
cap[93].to=345
cap[93].delta="16"
cap[94]={}
cap[94].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/20"
cap[94].titolo="Il ragno"
cap[94].from=346
cap[94].to=346
cap[94].delta="16"
cap[95]={}
cap[95].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/21"
cap[95].titolo="L'ape"
cap[95].from=347
cap[95].to=349
cap[95].delta="16"
cap[96]={}
cap[96].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/22"
cap[96].titolo="Le sanguisughe volanti"
cap[96].from=350
cap[96].to=350
cap[96].delta="16"
cap[97]={}
cap[97].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/23"
cap[97].titolo="La torpedine"
cap[97].from=351
cap[97].to=350
cap[97].delta="16"
cap[98]={}
cap[98].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/24"
cap[98].titolo="Il corallo"
cap[98].from=351
cap[98].to=350
cap[98].delta="16"
cap[99]={}
cap[99].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/25"
cap[99].titolo="La pesca delle perle nel Golfo Persico"
cap[99].from=351
cap[99].to=351
cap[99].delta="16"
cap[100]={}
cap[100].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/26"
cap[100].titolo="Fontane di bitume"
cap[100].from=352
cap[100].to=352
cap[100].delta="16"
cap[101]={}
cap[101].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/27"
cap[101].titolo="Precetti per trovar l'acqua secondo i Nabatei"
cap[101].from=353
cap[101].to=353
cap[101].delta="16"
cap[102]={}
cap[102].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/28"
cap[102].titolo="I fuochi di Sant'Elmo"
cap[102].from=354
cap[102].to=356
cap[102].delta="16"
cap[103]={}
cap[103].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto"
cap[103].titolo="Libro quinto"
cap[103].from=357
cap[103].to=356
cap[103].delta="16"
cap[104]={}
cap[104].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/1"
cap[104].titolo="Onnipotenza e perfezione di Dio"
cap[104].from=357
cap[104].to=358
cap[104].delta="16"
cap[105]={}
cap[105].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/2"
cap[105].titolo="Iddio non può essere compreso da mente umana"
cap[105].from=359
cap[105].to=359
cap[105].delta="16"
cap[106]={}
cap[106].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/3"
cap[106].titolo="Preghiera d'un Arabo del deserto"
cap[106].from=360
cap[106].to=360
cap[106].delta="16"
cap[107]={}
cap[107].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/4"
cap[107].titolo="Dialogo del Sceicco Omar al-Sîni con un anacoreta"
cap[107].from=361
cap[107].to=362
cap[107].delta="16"
cap[108]={}
cap[108].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/5"
cap[108].titolo="Del contentarsi del proprio stato"
cap[108].from=363
cap[108].to=364
cap[108].delta="16"
cap[109]={}
cap[109].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/6"
cap[109].titolo="Avvertimenti ad un principe"
cap[109].from=365
cap[109].to=367
cap[109].delta="16"
cap[110]={}
cap[110].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/7"
cap[110].titolo="Detti memorabili del gran savio Buzurcimihr"
cap[110].from=368
cap[110].to=369
cap[110].delta="16"
cap[111]={}
cap[111].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/8"
cap[111].titolo="Consolazione della filosofia"
cap[111].from=370
cap[111].to=370
cap[111].delta="16"
cap[112]={}
cap[112].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/9"
cap[112].titolo="Parole di Nizâr morente ai suoi figli"
cap[112].from=371
cap[112].to=371
cap[112].delta="16"
cap[113]={}
cap[113].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/10"
cap[113].titolo="Visita la tomba de' tuoi genitori"
cap[113].from=372
cap[113].to=373
cap[113].delta="16"
cap[114]={}
cap[114].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/11"
cap[114].titolo="Dialogo intorno alle diverse qualità dell'uomo"
cap[114].from=374
cap[114].to=375
cap[114].delta="16"
cap[115]={}
cap[115].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/12"
cap[115].titolo="Grave responsabilità dei sovrani davanti a Dio"
cap[115].from=376
cap[115].to=377
cap[115].delta="16"
cap[116]={}
cap[116].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/13"
cap[116].titolo="Vanità delle cose umane"
cap[116].from=378
cap[116].to=378
cap[116].delta="16"
cap[117]={}
cap[117].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/14"
cap[117].titolo="Condanna della filosofia scettica e panteistica"
cap[117].from=379
cap[117].to=379
cap[117].delta="16"
cap[118]={}
cap[118].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/15"
cap[118].titolo="Egoismo e durezza di cuore"
cap[118].from=380
cap[118].to=380
cap[118].delta="16"
cap[119]={}
cap[119].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/16"
cap[119].titolo="Improntitudine di ricchi e di poveri"
cap[119].from=381
cap[119].to=380
cap[119].delta="16"
cap[120]={}
cap[120].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/17"
cap[120].titolo="Insaziabilità"
cap[120].from=381
cap[120].to=381
cap[120].delta="16"
cap[121]={}
cap[121].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/18"
cap[121].titolo="Condanna del motteggiare"
cap[121].from=382
cap[121].to=382
cap[121].delta="16"
cap[122]={}
cap[122].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/19"
cap[122].titolo="Qualità perfette dell'uom generoso"
cap[122].from=383
cap[122].to=389
cap[122].delta="16"
cap[123]={}
cap[123].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/20"
cap[123].titolo="Disputa intorno all'essenza dell'amore"
cap[123].from=390
cap[123].to=400
cap[123].delta="16"
cap[124]={}
cap[124].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/21"
cap[124].titolo="Lodi del silenzio e della sincerità e lealtà nel parlare"
cap[124].from=401
cap[124].to=405
cap[124].delta="16"
cap[125]={}
cap[125].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/22"
cap[125].titolo="Il libro"
cap[125].from=406
cap[125].to=406
cap[125].delta="16"
cap[126]={}
cap[126].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/23"
cap[126].titolo="Gli scrittori"
cap[126].from=407
cap[126].to=409
cap[126].delta="16"
cap[127]={}
cap[127].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/24"
cap[127].titolo="I poeti"
cap[127].from=410
cap[127].to=410
cap[127].delta="16"
cap[128]={}
cap[128].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/25"
cap[128].titolo="L'anima umana e le sue energie"
cap[128].from=411
cap[128].to=415
cap[128].delta="16"
cap[129]={}
cap[129].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/26"
cap[129].titolo="Misera vita umana!"
cap[129].from=416
cap[129].to=419
cap[129].delta="16"
cap[130]={}
cap[130].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/27"
cap[130].titolo="Dottrina dell'unità assoluta dell'Essere universale"
cap[130].from=420
cap[130].to=424
cap[130].delta="16"
cap[131]={}
cap[131].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/28"
cap[131].titolo="La fine del mondo secondo i Zoroastriani"
cap[131].from=425
cap[131].to=430
cap[131].delta="16"
cap[132]={}
cap[132].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto"
cap[132].titolo="Libro sesto"
cap[132].from=431
cap[132].to=430
cap[132].delta="16"
cap[133]={}
cap[133].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/1"
cap[133].titolo="Sentenze e proverbi"
cap[133].from=431
cap[133].to=466
cap[133].delta="16"
cap[134]={}
cap[134].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/2"
cap[134].titolo="Motti arguti e facezie"
cap[134].from=467
cap[134].to=476
cap[134].delta="16"
cap[135]={}
cap[135].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/3"
cap[135].titolo="Favole"
cap[135].from=477
cap[135].to=512
cap[135].delta="16"
cap[136]={}
cap[136].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/3"
cap[136].titolo="Libro settimo"
cap[136].from=513
cap[136].to=512
cap[136].delta="16"
cap[137]={}
cap[137].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1"
cap[137].titolo="Il linguaggio dei fiori e degli uccelli"
cap[137].from=513
cap[137].to=523
cap[137].delta="16"
cap[138]={}
cap[138].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/2"
cap[138].titolo="Allegoria delle stagioni"
cap[138].from=524
cap[138].to=529
cap[138].delta="16"
cap[139]={}
cap[139].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/3"
cap[139].titolo="Il giovane principe e il mendico (allegoria dell'anima umana che sospira alla Beltà divina)"
cap[139].from=530
cap[139].to=534
cap[139].delta="16"
cap[140]={}
cap[140].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/4"
cap[140].titolo="Il cielo e le sue bellezze"
cap[140].from=535
cap[140].to=537
cap[140].delta="16"
cap[141]={}
cap[141].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/5"
cap[141].titolo="Del mare e dei fiumi"
cap[141].from=538
cap[141].to=541
cap[141].delta="16"
cap[142]={}
cap[142].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/6"
cap[142].titolo="Del cero e del fuoco"
cap[142].from=542
cap[142].to=544
cap[142].delta="16"
cap[143]={}
cap[143].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/7"
cap[143].titolo="Della notte e del giorno"
cap[143].from=545
cap[143].to=547
cap[143].delta="16"
cap[144]={}
cap[144].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/8"
cap[144].titolo="Allegoria dell'ape, del cero e della farfalla"
cap[144].from=548
cap[144].to=553
cap[144].delta="16"
cap[145]={}
cap[145].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/9"
cap[145].titolo="Allegoria della Fenice"
cap[145].from=554
cap[145].to=560
cap[145].delta="16"
cap[146]={}
cap[146].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Registro dei nomi"
cap[146].titolo="Registro dei nomi"
cap[146].from=561
cap[146].to=586
cap[146].delta="16"
cap[147]={}
cap[147].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Indice"
cap[147].titolo="Indice"
cap[147].from=587
cap[147].to=594
cap[147].delta="16"
local indexData={}
indexData.autore="Autori vari"
indexData.nomepagina="Fiori d'Oriente (1907)"
indexData.titolo=""
indexData.anno="1907"
indexData.editore="Casa Editrice Scolastica E. Trevisini"
indexData.citta="Milano"
indexData.progetto="letteratura"
indexData.traduttore="Italo Pizzi"
indexData.curatore=""
indexData.fonte="{{IA|PizziFioriOriente}}"
local infodata={}
pagine.d2b=d2b
pagine.b2d=b2d
pagine.cap=cap
pagine.indexData=indexData
return pagine
--[[{"1":"i","2":"ii","3":"iii","4":"iv","5":"v","6":"vi","7":"vii","8":"viii","9":"ix","10":"x","11":"xi","12":"xii","13":"xiii","14":"xiv","15":"xv","16":"xvi","17":"1","18":"2","19":"3","20":"4","21":"5","22":"6","23":"7","24":"8","25":"9","26":"10","27":"11","28":"12","29":"13","30":"14","31":"15","32":"16","33":"17","34":"18","35":"19","36":"20","37":"21","38":"22","39":"23","40":"24","41":"25","42":"26","43":"27","44":"28","45":"29","46":"30","47":"31","48":"32","49":"33","50":"34","51":"35","52":"36","53":"37","54":"38","55":"39","56":"40","57":"41","58":"42","59":"43","60":"44","61":"45","62":"46","63":"47","64":"48","65":"49","66":"50","67":"51","68":"52","69":"53","70":"54","71":"55","72":"56","73":"57","74":"58","75":"59","76":"60","77":"61","78":"62","79":"63","80":"64","81":"65","82":"66","83":"67","84":"68","85":"69","86":"70","87":"71","88":"72","89":"73","90":"74","91":"75","92":"76","93":"77","94":"78","95":"79","96":"80","97":"81","98":"82","99":"83","100":"84","101":"85","102":"86","103":"87","104":"88","105":"89","106":"90","107":"91","108":"92","109":"93","110":"94","111":"95","112":"96","113":"97","114":"98","115":"99","116":"100","117":"101","118":"102","119":"103","120":"104","121":"105","122":"106","123":"107","124":"108","125":"109","126":"110","127":"111","128":"112","129":"113","130":"114","131":"115","132":"116","133":"117","134":"118","135":"119","136":"120","137":"121","138":"122","139":"123","140":"124","141":"125","142":"126","143":"127","144":"128","145":"129","146":"130","147":"131","148":"132","149":"133","150":"134","151":"135","152":"136","153":"137","154":"138","155":"139","156":"140","157":"141","158":"142","159":"143","160":"144","161":"145","162":"146","163":"147","164":"148","165":"149","166":"150","167":"151","168":"152","169":"153","170":"154","171":"155","172":"156","173":"157","174":"158","175":"159","176":"160","177":"161","178":"162","179":"163","180":"164","181":"165","182":"166","183":"167","184":"168","185":"169","186":"170","187":"171","188":"172","189":"173","190":"174","191":"175","192":"176","193":"177","194":"178","195":"179","196":"180","197":"181","198":"182","199":"183","200":"184","201":"185","202":"186","203":"187","204":"188","205":"189","206":"190","207":"191","208":"192","209":"193","210":"194","211":"195","212":"196","213":"197","214":"198","215":"199","216":"200","217":"201","218":"202","219":"203","220":"204","221":"205","222":"206","223":"207","224":"208","225":"209","226":"210","227":"211","228":"212","229":"213","230":"214","231":"215","232":"216","233":"217","234":"218","235":"219","236":"220","237":"221","238":"222","239":"223","240":"224","241":"225","242":"226","243":"227","244":"228","245":"229","246":"230","247":"231","248":"232","249":"233","250":"234","251":"235","252":"236","253":"237","254":"238","255":"239","256":"240","257":"241","258":"242","259":"243","260":"244","261":"245","262":"246","263":"247","264":"248","265":"249","266":"250","267":"251","268":"252","269":"253","270":"254","271":"255","272":"256","273":"257","274":"258","275":"259","276":"260","277":"261","278":"262","279":"263","280":"264","281":"265","282":"266","283":"267","284":"268","285":"269","286":"270","287":"271","288":"272","289":"273","290":"274","291":"275","292":"276","293":"277","294":"278","295":"279","296":"280","297":"281","298":"282","299":"283","300":"284","301":"285","302":"286","303":"287","304":"288","305":"289","306":"290","307":"291","308":"292","309":"293","310":"294","311":"295","312":"296","313":"297","314":"298","315":"299","316":"300","317":"301","318":"302","319":"303","320":"304","321":"305","322":"306","323":"307","324":"308","325":"309","326":"310","327":"311","328":"312","329":"313","330":"314","331":"315","332":"316","333":"317","334":"318","335":"319","336":"320","337":"321","338":"322","339":"323","340":"324","341":"325","342":"326","343":"327","344":"328","345":"329","346":"330","347":"331","348":"332","349":"333","350":"334","351":"335","352":"336","353":"337","354":"338","355":"339","356":"340","357":"341","358":"342","359":"343","360":"344","361":"345","362":"346","363":"347","364":"348","365":"349","366":"350","367":"351","368":"352","369":"353","370":"354","371":"355","372":"356","373":"357","374":"358","375":"359","376":"360","377":"361","378":"362","379":"363","380":"364","381":"365","382":"366","383":"367","384":"368","385":"369","386":"370","387":"371","388":"372","389":"373","390":"374","391":"375","392":"376","393":"377","394":"378","395":"379","396":"380","397":"381","398":"382","399":"383","400":"384","401":"385","402":"386","403":"387","404":"388","405":"389","406":"390","407":"391","408":"392","409":"393","410":"394","411":"395","412":"396","413":"397","414":"398","415":"399","416":"400","417":"401","418":"402","419":"403","420":"404","421":"405","422":"406","423":"407","424":"408","425":"409","426":"410","427":"411","428":"412","429":"413","430":"414","431":"415","432":"416","433":"417","434":"418","435":"419","436":"420","437":"421","438":"422","439":"423","440":"424","441":"425","442":"426","443":"427","444":"428","445":"429","446":"430","447":"431","448":"432","449":"433","450":"434","451":"435","452":"436","453":"437","454":"438","455":"439","456":"440","457":"441","458":"442","459":"443","460":"444","461":"445","462":"446","463":"447","464":"448","465":"449","466":"450","467":"451","468":"452","469":"453","470":"454","471":"455","472":"456","473":"457","474":"458","475":"459","476":"460","477":"461","478":"462","479":"463","480":"464","481":"465","482":"466","483":"467","484":"468","485":"469","486":"470","487":"471","488":"472","489":"473","490":"474","491":"475","492":"476","493":"477","494":"478","495":"479","496":"480","497":"481","498":"482","499":"483","500":"484","501":"485","502":"486","503":"487","504":"488","505":"489","506":"490","507":"491","508":"492","509":"493","510":"494","511":"495","512":"496","513":"497","514":"498","515":"499","516":"500","517":"501","518":"502","519":"503","520":"504","521":"505","522":"506","523":"507","524":"508","525":"509","526":"510","527":"511","528":"512","529":"513","530":"514","531":"515","532":"516","533":"517","534":"518","535":"519","536":"520","537":"521","538":"522","539":"523","540":"524","541":"525","542":"526","543":"527","544":"528","545":"529","546":"530","547":"531","548":"532","549":"533","550":"534","551":"535","552":"536","553":"537","554":"538","555":"539","556":"540","557":"541","558":"542","559":"543","560":"544","561":"545","562":"546","563":"547","564":"548","565":"549","566":"550","567":"551","568":"552","569":"553","570":"554","571":"555","572":"556","573":"557","574":"558","575":"559","576":"560","577":"561","578":"562","579":"563","580":"564","581":"565","582":"566","583":"567","584":"568","585":"569","586":"570","587":"571","588":"572","589":"573","590":"574","591":"-","592":"-","593":"-"}]]
34vj8vrlx4wgpiuhmeeagc9768ow4op
3901651
3901649
2026-09-18T21:25:44Z
Alex brollo
1615
Creazione/aggiornamento di Modulo:Dati
3901651
Scribunto
text/plain
local d2b = {}
local b2d = {}
local pagine = {}
d2b[1]="i"
d2b[2]="ii"
d2b[3]="iii"
d2b[4]="iv"
d2b[5]="v"
d2b[6]="vi"
d2b[7]="vii"
d2b[8]="viii"
d2b[9]="ix"
d2b[10]="x"
d2b[11]="xi"
d2b[12]="xii"
d2b[13]="xiii"
d2b[14]="xiv"
d2b[15]="xv"
d2b[16]="xvi"
d2b[17]="1"
d2b[18]="2"
d2b[19]="3"
d2b[20]="4"
d2b[21]="5"
d2b[22]="6"
d2b[23]="7"
d2b[24]="8"
d2b[25]="9"
d2b[26]="10"
d2b[27]="11"
d2b[28]="12"
d2b[29]="13"
d2b[30]="14"
d2b[31]="15"
d2b[32]="16"
d2b[33]="17"
d2b[34]="18"
d2b[35]="19"
d2b[36]="20"
d2b[37]="21"
d2b[38]="22"
d2b[39]="23"
d2b[40]="24"
d2b[41]="25"
d2b[42]="26"
d2b[43]="27"
d2b[44]="28"
d2b[45]="29"
d2b[46]="30"
d2b[47]="31"
d2b[48]="32"
d2b[49]="33"
d2b[50]="34"
d2b[51]="35"
d2b[52]="36"
d2b[53]="37"
d2b[54]="38"
d2b[55]="39"
d2b[56]="40"
d2b[57]="41"
d2b[58]="42"
d2b[59]="43"
d2b[60]="44"
d2b[61]="45"
d2b[62]="46"
d2b[63]="47"
d2b[64]="48"
d2b[65]="49"
d2b[66]="50"
d2b[67]="51"
d2b[68]="52"
d2b[69]="53"
d2b[70]="54"
d2b[71]="55"
d2b[72]="56"
d2b[73]="57"
d2b[74]="58"
d2b[75]="59"
d2b[76]="60"
d2b[77]="61"
d2b[78]="62"
d2b[79]="63"
d2b[80]="64"
d2b[81]="65"
d2b[82]="66"
d2b[83]="67"
d2b[84]="68"
d2b[85]="69"
d2b[86]="70"
d2b[87]="71"
d2b[88]="72"
d2b[89]="73"
d2b[90]="74"
d2b[91]="75"
d2b[92]="76"
d2b[93]="77"
d2b[94]="78"
d2b[95]="79"
d2b[96]="80"
d2b[97]="81"
d2b[98]="82"
d2b[99]="83"
d2b[100]="84"
d2b[101]="85"
d2b[102]="86"
d2b[103]="87"
d2b[104]="88"
d2b[105]="89"
d2b[106]="90"
d2b[107]="91"
d2b[108]="92"
d2b[109]="93"
d2b[110]="94"
d2b[111]="95"
d2b[112]="96"
d2b[113]="97"
d2b[114]="98"
d2b[115]="99"
d2b[116]="100"
d2b[117]="101"
d2b[118]="102"
d2b[119]="103"
d2b[120]="104"
d2b[121]="105"
d2b[122]="106"
d2b[123]="107"
d2b[124]="108"
d2b[125]="109"
d2b[126]="110"
d2b[127]="111"
d2b[128]="112"
d2b[129]="113"
d2b[130]="114"
d2b[131]="115"
d2b[132]="116"
d2b[133]="117"
d2b[134]="118"
d2b[135]="119"
d2b[136]="120"
d2b[137]="121"
d2b[138]="122"
d2b[139]="123"
d2b[140]="124"
d2b[141]="125"
d2b[142]="126"
d2b[143]="127"
d2b[144]="128"
d2b[145]="129"
d2b[146]="130"
d2b[147]="131"
d2b[148]="132"
d2b[149]="133"
d2b[150]="134"
d2b[151]="135"
d2b[152]="136"
d2b[153]="137"
d2b[154]="138"
d2b[155]="139"
d2b[156]="140"
d2b[157]="141"
d2b[158]="142"
d2b[159]="143"
d2b[160]="144"
d2b[161]="145"
d2b[162]="146"
d2b[163]="147"
d2b[164]="148"
d2b[165]="149"
d2b[166]="150"
d2b[167]="151"
d2b[168]="152"
d2b[169]="153"
d2b[170]="154"
d2b[171]="155"
d2b[172]="156"
d2b[173]="157"
d2b[174]="158"
d2b[175]="159"
d2b[176]="160"
d2b[177]="161"
d2b[178]="162"
d2b[179]="163"
d2b[180]="164"
d2b[181]="165"
d2b[182]="166"
d2b[183]="167"
d2b[184]="168"
d2b[185]="169"
d2b[186]="170"
d2b[187]="171"
d2b[188]="172"
d2b[189]="173"
d2b[190]="174"
d2b[191]="175"
d2b[192]="176"
d2b[193]="177"
d2b[194]="178"
d2b[195]="179"
d2b[196]="180"
d2b[197]="181"
d2b[198]="182"
d2b[199]="183"
d2b[200]="184"
d2b[201]="185"
d2b[202]="186"
d2b[203]="187"
d2b[204]="188"
d2b[205]="189"
d2b[206]="190"
d2b[207]="191"
d2b[208]="192"
d2b[209]="193"
d2b[210]="194"
d2b[211]="195"
d2b[212]="196"
d2b[213]="197"
d2b[214]="198"
d2b[215]="199"
d2b[216]="200"
d2b[217]="201"
d2b[218]="202"
d2b[219]="203"
d2b[220]="204"
d2b[221]="205"
d2b[222]="206"
d2b[223]="207"
d2b[224]="208"
d2b[225]="209"
d2b[226]="210"
d2b[227]="211"
d2b[228]="212"
d2b[229]="213"
d2b[230]="214"
d2b[231]="215"
d2b[232]="216"
d2b[233]="217"
d2b[234]="218"
d2b[235]="219"
d2b[236]="220"
d2b[237]="221"
d2b[238]="222"
d2b[239]="223"
d2b[240]="224"
d2b[241]="225"
d2b[242]="226"
d2b[243]="227"
d2b[244]="228"
d2b[245]="229"
d2b[246]="230"
d2b[247]="231"
d2b[248]="232"
d2b[249]="233"
d2b[250]="234"
d2b[251]="235"
d2b[252]="236"
d2b[253]="237"
d2b[254]="238"
d2b[255]="239"
d2b[256]="240"
d2b[257]="241"
d2b[258]="242"
d2b[259]="243"
d2b[260]="244"
d2b[261]="245"
d2b[262]="246"
d2b[263]="247"
d2b[264]="248"
d2b[265]="249"
d2b[266]="250"
d2b[267]="251"
d2b[268]="252"
d2b[269]="253"
d2b[270]="254"
d2b[271]="255"
d2b[272]="256"
d2b[273]="257"
d2b[274]="258"
d2b[275]="259"
d2b[276]="260"
d2b[277]="261"
d2b[278]="262"
d2b[279]="263"
d2b[280]="264"
d2b[281]="265"
d2b[282]="266"
d2b[283]="267"
d2b[284]="268"
d2b[285]="269"
d2b[286]="270"
d2b[287]="271"
d2b[288]="272"
d2b[289]="273"
d2b[290]="274"
d2b[291]="275"
d2b[292]="276"
d2b[293]="277"
d2b[294]="278"
d2b[295]="279"
d2b[296]="280"
d2b[297]="281"
d2b[298]="282"
d2b[299]="283"
d2b[300]="284"
d2b[301]="285"
d2b[302]="286"
d2b[303]="287"
d2b[304]="288"
d2b[305]="289"
d2b[306]="290"
d2b[307]="291"
d2b[308]="292"
d2b[309]="293"
d2b[310]="294"
d2b[311]="295"
d2b[312]="296"
d2b[313]="297"
d2b[314]="298"
d2b[315]="299"
d2b[316]="300"
d2b[317]="301"
d2b[318]="302"
d2b[319]="303"
d2b[320]="304"
d2b[321]="305"
d2b[322]="306"
d2b[323]="307"
d2b[324]="308"
d2b[325]="309"
d2b[326]="310"
d2b[327]="311"
d2b[328]="312"
d2b[329]="313"
d2b[330]="314"
d2b[331]="315"
d2b[332]="316"
d2b[333]="317"
d2b[334]="318"
d2b[335]="319"
d2b[336]="320"
d2b[337]="321"
d2b[338]="322"
d2b[339]="323"
d2b[340]="324"
d2b[341]="325"
d2b[342]="326"
d2b[343]="327"
d2b[344]="328"
d2b[345]="329"
d2b[346]="330"
d2b[347]="331"
d2b[348]="332"
d2b[349]="333"
d2b[350]="334"
d2b[351]="335"
d2b[352]="336"
d2b[353]="337"
d2b[354]="338"
d2b[355]="339"
d2b[356]="340"
d2b[357]="341"
d2b[358]="342"
d2b[359]="343"
d2b[360]="344"
d2b[361]="345"
d2b[362]="346"
d2b[363]="347"
d2b[364]="348"
d2b[365]="349"
d2b[366]="350"
d2b[367]="351"
d2b[368]="352"
d2b[369]="353"
d2b[370]="354"
d2b[371]="355"
d2b[372]="356"
d2b[373]="357"
d2b[374]="358"
d2b[375]="359"
d2b[376]="360"
d2b[377]="361"
d2b[378]="362"
d2b[379]="363"
d2b[380]="364"
d2b[381]="365"
d2b[382]="366"
d2b[383]="367"
d2b[384]="368"
d2b[385]="369"
d2b[386]="370"
d2b[387]="371"
d2b[388]="372"
d2b[389]="373"
d2b[390]="374"
d2b[391]="375"
d2b[392]="376"
d2b[393]="377"
d2b[394]="378"
d2b[395]="379"
d2b[396]="380"
d2b[397]="381"
d2b[398]="382"
d2b[399]="383"
d2b[400]="384"
d2b[401]="385"
d2b[402]="386"
d2b[403]="387"
d2b[404]="388"
d2b[405]="389"
d2b[406]="390"
d2b[407]="391"
d2b[408]="392"
d2b[409]="393"
d2b[410]="394"
d2b[411]="395"
d2b[412]="396"
d2b[413]="397"
d2b[414]="398"
d2b[415]="399"
d2b[416]="400"
d2b[417]="401"
d2b[418]="402"
d2b[419]="403"
d2b[420]="404"
d2b[421]="405"
d2b[422]="406"
d2b[423]="407"
d2b[424]="408"
d2b[425]="409"
d2b[426]="410"
d2b[427]="411"
d2b[428]="412"
d2b[429]="413"
d2b[430]="414"
d2b[431]="415"
d2b[432]="416"
d2b[433]="417"
d2b[434]="418"
d2b[435]="419"
d2b[436]="420"
d2b[437]="421"
d2b[438]="422"
d2b[439]="423"
d2b[440]="424"
d2b[441]="425"
d2b[442]="426"
d2b[443]="427"
d2b[444]="428"
d2b[445]="429"
d2b[446]="430"
d2b[447]="431"
d2b[448]="432"
d2b[449]="433"
d2b[450]="434"
d2b[451]="435"
d2b[452]="436"
d2b[453]="437"
d2b[454]="438"
d2b[455]="439"
d2b[456]="440"
d2b[457]="441"
d2b[458]="442"
d2b[459]="443"
d2b[460]="444"
d2b[461]="445"
d2b[462]="446"
d2b[463]="447"
d2b[464]="448"
d2b[465]="449"
d2b[466]="450"
d2b[467]="451"
d2b[468]="452"
d2b[469]="453"
d2b[470]="454"
d2b[471]="455"
d2b[472]="456"
d2b[473]="457"
d2b[474]="458"
d2b[475]="459"
d2b[476]="460"
d2b[477]="461"
d2b[478]="462"
d2b[479]="463"
d2b[480]="464"
d2b[481]="465"
d2b[482]="466"
d2b[483]="467"
d2b[484]="468"
d2b[485]="469"
d2b[486]="470"
d2b[487]="471"
d2b[488]="472"
d2b[489]="473"
d2b[490]="474"
d2b[491]="475"
d2b[492]="476"
d2b[493]="477"
d2b[494]="478"
d2b[495]="479"
d2b[496]="480"
d2b[497]="481"
d2b[498]="482"
d2b[499]="483"
d2b[500]="484"
d2b[501]="485"
d2b[502]="486"
d2b[503]="487"
d2b[504]="488"
d2b[505]="489"
d2b[506]="490"
d2b[507]="491"
d2b[508]="492"
d2b[509]="493"
d2b[510]="494"
d2b[511]="495"
d2b[512]="496"
d2b[513]="497"
d2b[514]="498"
d2b[515]="499"
d2b[516]="500"
d2b[517]="501"
d2b[518]="502"
d2b[519]="503"
d2b[520]="504"
d2b[521]="505"
d2b[522]="506"
d2b[523]="507"
d2b[524]="508"
d2b[525]="509"
d2b[526]="510"
d2b[527]="511"
d2b[528]="512"
d2b[529]="513"
d2b[530]="514"
d2b[531]="515"
d2b[532]="516"
d2b[533]="517"
d2b[534]="518"
d2b[535]="519"
d2b[536]="520"
d2b[537]="521"
d2b[538]="522"
d2b[539]="523"
d2b[540]="524"
d2b[541]="525"
d2b[542]="526"
d2b[543]="527"
d2b[544]="528"
d2b[545]="529"
d2b[546]="530"
d2b[547]="531"
d2b[548]="532"
d2b[549]="533"
d2b[550]="534"
d2b[551]="535"
d2b[552]="536"
d2b[553]="537"
d2b[554]="538"
d2b[555]="539"
d2b[556]="540"
d2b[557]="541"
d2b[558]="542"
d2b[559]="543"
d2b[560]="544"
d2b[561]="545"
d2b[562]="546"
d2b[563]="547"
d2b[564]="548"
d2b[565]="549"
d2b[566]="550"
d2b[567]="551"
d2b[568]="552"
d2b[569]="553"
d2b[570]="554"
d2b[571]="555"
d2b[572]="556"
d2b[573]="557"
d2b[574]="558"
d2b[575]="559"
d2b[576]="560"
d2b[577]="561"
d2b[578]="562"
d2b[579]="563"
d2b[580]="564"
d2b[581]="565"
d2b[582]="566"
d2b[583]="567"
d2b[584]="568"
d2b[585]="569"
d2b[586]="570"
d2b[587]="571"
d2b[588]="572"
d2b[589]="573"
d2b[590]="574"
d2b[591]="-"
d2b[592]="-"
d2b[593]="-"
d2b[594]="-"
for i,v in ipairs(d2b)
do
b2d[v]=i
end
local cap={}
local i=1
cap[1]={}
cap[1].nome="Fiori d'Oriente (1907)"
cap[1].titolo="Fiori d'Oriente (1907)"
cap[1].from=5
cap[1].to=8
cap[1].delta="F"
cap[2]={}
cap[2].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Prefazione"
cap[2].titolo="Prefazione"
cap[2].from=9
cap[2].to=16
cap[2].delta="ix"
cap[3]={}
cap[3].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo"
cap[3].titolo="Libro primo"
cap[3].from=17
cap[3].to=16
cap[3].delta="16"
cap[4]={}
cap[4].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/1"
cap[4].titolo="Nobile fermezza d'un discendente degli Ommiadi"
cap[4].from=17
cap[4].to=24
cap[4].delta="16"
cap[5]={}
cap[5].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/2"
cap[5].titolo="Umiltà e giustizia del Califfo Omar"
cap[5].from=25
cap[5].to=26
cap[5].delta="16"
cap[6]={}
cap[6].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/3"
cap[6].titolo="Un rigido consigliere"
cap[6].from=27
cap[6].to=31
cap[6].delta="16"
cap[7]={}
cap[7].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/4"
cap[7].titolo="Lealtà eroica di Samuele giudeo"
cap[7].from=32
cap[7].to=32
cap[7].delta="16"
cap[8]={}
cap[8].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/5"
cap[8].titolo="Morte di Amr detto quel dal cane"
cap[8].from=33
cap[8].to=35
cap[8].delta="16"
cap[9]={}
cap[9].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/6"
cap[9].titolo="Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba"
cap[9].from=36
cap[9].to=41
cap[9].delta="16"
cap[10]={}
cap[10].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/7"
cap[10].titolo="Prepotenza di Koleyb e sua morte"
cap[10].from=42
cap[10].to=45
cap[10].delta="16"
cap[11]={}
cap[11].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/8"
cap[11].titolo="Gratitudine verso i benefattori ricompensata"
cap[11].from=46
cap[11].to=50
cap[11].delta="16"
cap[12]={}
cap[12].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/9"
cap[12].titolo="Vita salvata a stento"
cap[12].from=51
cap[12].to=53
cap[12].delta="16"
cap[13]={}
cap[13].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/10"
cap[13].titolo="Morte del Califfo Al-Mamûn"
cap[13].from=54
cap[13].to=56
cap[13].delta="16"
cap[14]={}
cap[14].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/11"
cap[14].titolo="Saladino"
cap[14].from=57
cap[14].to=58
cap[14].delta="16"
cap[15]={}
cap[15].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/12"
cap[15].titolo="Morte di Al-Hakim Califfo d'Egitto"
cap[15].from=59
cap[15].to=62
cap[15].delta="16"
cap[16]={}
cap[16].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/13"
cap[16].titolo="Avventure di Al-Hârith e sua morte"
cap[16].from=63
cap[16].to=69
cap[16].delta="16"
cap[17]={}
cap[17].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/14"
cap[17].titolo="Accoglienze fatte ad un celebre musico d'Arabia"
cap[17].from=70
cap[17].to=73
cap[17].delta="16"
cap[18]={}
cap[18].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/15"
cap[18].titolo="Il poeta Firdusi"
cap[18].from=74
cap[18].to=77
cap[18].delta="16"
cap[19]={}
cap[19].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/16"
cap[19].titolo="Straordinaria ostinazione d'un ladro del denaro pubblico"
cap[19].from=78
cap[19].to=83
cap[19].delta="16"
cap[20]={}
cap[20].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/17"
cap[20].titolo="La guerra di Dâhis"
cap[20].from=84
cap[20].to=97
cap[20].delta="16"
cap[21]={}
cap[21].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/18"
cap[21].titolo="Duello tra Sultano e soldato"
cap[21].from=98
cap[21].to=102
cap[21].delta="16"
cap[22]={}
cap[22].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/19"
cap[22].titolo="Crudele atto di giustizia"
cap[22].from=103
cap[22].to=103
cap[22].delta="16"
cap[23]={}
cap[23].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/20"
cap[23].titolo="Avventuriere generosamente trattato"
cap[23].from=104
cap[23].to=107
cap[23].delta="16"
cap[24]={}
cap[24].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/21"
cap[24].titolo="Spada fatale"
cap[24].from=108
cap[24].to=112
cap[24].delta="16"
cap[25]={}
cap[25].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo"
cap[25].titolo="Libro secondo"
cap[25].from=113
cap[25].to=112
cap[25].delta="16"
cap[26]={}
cap[26].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/1"
cap[26].titolo="L'uomo più generoso"
cap[26].from=113
cap[26].to=114
cap[26].delta="16"
cap[27]={}
cap[27].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/2"
cap[27].titolo="Un matto che fa da maestro a un re"
cap[27].from=115
cap[27].to=115
cap[27].delta="16"
cap[28]={}
cap[28].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/3"
cap[28].titolo="Avventura di Giafar alla corte di Suleyman"
cap[28].from=116
cap[28].to=121
cap[28].delta="16"
cap[29]={}
cap[29].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/4"
cap[29].titolo="Severa lezione data a due prepotenti"
cap[29].from=122
cap[29].to=123
cap[29].delta="16"
cap[30]={}
cap[30].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/5"
cap[30].titolo="Gara di generosità"
cap[30].from=124
cap[30].to=125
cap[30].delta="16"
cap[31]={}
cap[31].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/6"
cap[31].titolo="Sagacità di astronomo"
cap[31].from=126
cap[31].to=126
cap[31].delta="16"
cap[32]={}
cap[32].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/7"
cap[32].titolo="L'anello rinvenuto"
cap[32].from=127
cap[32].to=127
cap[32].delta="16"
cap[33]={}
cap[33].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/8"
cap[33].titolo="Generosità d'un governatore destituito"
cap[33].from=128
cap[33].to=129
cap[33].delta="16"
cap[34]={}
cap[34].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/9"
cap[34].titolo="Storia meravigliosa di due vecchie pianelle"
cap[34].from=130
cap[34].to=133
cap[34].delta="16"
cap[35]={}
cap[35].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/10"
cap[35].titolo="Vittima della propria generosità"
cap[35].from=134
cap[35].to=134
cap[35].delta="16"
cap[36]={}
cap[36].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/11"
cap[36].titolo="Vittima dei proprî versi"
cap[36].from=135
cap[36].to=135
cap[36].delta="16"
cap[37]={}
cap[37].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/12"
cap[37].titolo="Storia meravigliosa del re Salomone e della regina Bilqîsa"
cap[37].from=136
cap[37].to=145
cap[37].delta="16"
cap[38]={}
cap[38].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/13"
cap[38].titolo="Mania religiosa del poeta Abu '1- Atahiya"
cap[38].from=146
cap[38].to=147
cap[38].delta="16"
cap[39]={}
cap[39].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/14"
cap[39].titolo="I figliuoli di Nizâr nel cospetto di Al-Afaa"
cap[39].from=148
cap[39].to=149
cap[39].delta="16"
cap[40]={}
cap[40].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/15"
cap[40].titolo="Follia d'amore"
cap[40].from=150
cap[40].to=153
cap[40].delta="16"
cap[41]={}
cap[41].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/16"
cap[41].titolo="Adamo e il Diavolo poeti"
cap[41].from=154
cap[41].to=155
cap[41].delta="16"
cap[42]={}
cap[42].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/17"
cap[42].titolo="Vittime dell'amore"
cap[42].from=156
cap[42].to=159
cap[42].delta="16"
cap[43]={}
cap[43].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/18"
cap[43].titolo="L'Arcimago e il dialogo delle upupe"
cap[43].from=160
cap[43].to=163
cap[43].delta="16"
cap[44]={}
cap[44].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/19"
cap[44].titolo="Le voci misteriose nelle solitudini d'Arabia"
cap[44].from=164
cap[44].to=168
cap[44].delta="16"
cap[45]={}
cap[45].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/20"
cap[45].titolo="Generosità d'un povero negro"
cap[45].from=169
cap[45].to=170
cap[45].delta="16"
cap[46]={}
cap[46].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/21"
cap[46].titolo="Invidia d'artefice punita e perdonata"
cap[46].from=171
cap[46].to=174
cap[46].delta="16"
cap[47]={}
cap[47].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/22"
cap[47].titolo="Generosità d'un nemico"
cap[47].from=175
cap[47].to=176
cap[47].delta="16"
cap[48]={}
cap[48].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/23"
cap[48].titolo="Il primo agricoltore"
cap[48].from=177
cap[48].to=179
cap[48].delta="16"
cap[49]={}
cap[49].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/24"
cap[49].titolo="Scrupolo di coscienza pagato caro"
cap[49].from=180
cap[49].to=181
cap[49].delta="16"
cap[50]={}
cap[50].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/25"
cap[50].titolo="Imprese e vanti di ladri"
cap[50].from=182
cap[50].to=184
cap[50].delta="16"
cap[51]={}
cap[51].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/26"
cap[51].titolo="Ambasceria speditiva"
cap[51].from=185
cap[51].to=185
cap[51].delta="16"
cap[52]={}
cap[52].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/27"
cap[52].titolo="L'erede d'un palazzo diroccato"
cap[52].from=186
cap[52].to=187
cap[52].delta="16"
cap[53]={}
cap[53].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/28"
cap[53].titolo="Uno scroccone tra i Manichei"
cap[53].from=188
cap[53].to=196
cap[53].delta="16"
cap[54]={}
cap[54].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/29"
cap[54].titolo="Mercante di foglie di palma medico d'un leone"
cap[54].from=197
cap[54].to=196
cap[54].delta="16"
cap[55]={}
cap[55].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/30"
cap[55].titolo="Sovrano che si fa penitente"
cap[55].from=197
cap[55].to=197
cap[55].delta="16"
cap[56]={}
cap[56].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/31"
cap[56].titolo="Pronto ingegno d'uno scroccone"
cap[56].from=198
cap[56].to=201
cap[56].delta="16"
cap[57]={}
cap[57].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/32"
cap[57].titolo="Un beduino alla corte del Re di Persia"
cap[57].from=202
cap[57].to=203
cap[57].delta="16"
cap[58]={}
cap[58].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/33"
cap[58].titolo="Un solitario misterioso"
cap[58].from=204
cap[58].to=205
cap[58].delta="16"
cap[59]={}
cap[59].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/34"
cap[59].titolo="Alessandro Magno alle porte del Paradiso"
cap[59].from=206
cap[59].to=207
cap[59].delta="16"
cap[60]={}
cap[60].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo/35"
cap[60].titolo="Povertà, prefettura, carcere, frutti di generosità"
cap[60].from=208
cap[60].to=214
cap[60].delta="16"
cap[61]={}
cap[61].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo"
cap[61].titolo="Libro terzo"
cap[61].from=215
cap[61].to=214
cap[61].delta="16"
cap[62]={}
cap[62].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/1"
cap[62].titolo="Estrema prova di fedeltà"
cap[62].from=215
cap[62].to=221
cap[62].delta="16"
cap[63]={}
cap[63].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/2"
cap[63].titolo="Quattro amanti alla prova"
cap[63].from=222
cap[63].to=223
cap[63].delta="16"
cap[64]={}
cap[64].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/3"
cap[64].titolo="Ciò che toccar dovea, incoglie all'uom quaggiù"
cap[64].from=224
cap[64].to=228
cap[64].delta="16"
cap[65]={}
cap[65].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/4"
cap[65].titolo="Il Savio e il Matto"
cap[65].from=229
cap[65].to=232
cap[65].delta="16"
cap[66]={}
cap[66].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/5"
cap[66].titolo="L'avventura del giovane mercante"
cap[66].from=233
cap[66].to=240
cap[66].delta="16"
cap[67]={}
cap[67].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/6"
cap[67].titolo="Tenace amore alla vita"
cap[67].from=241
cap[67].to=242
cap[67].delta="16"
cap[68]={}
cap[68].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/7"
cap[68].titolo="Presunzione di giovane punita"
cap[68].from=243
cap[68].to=243
cap[68].delta="16"
cap[69]={}
cap[69].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/8"
cap[69].titolo="Il lottatore e la smania del viaggiare"
cap[69].from=244
cap[69].to=251
cap[69].delta="16"
cap[70]={}
cap[70].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/9"
cap[70].titolo="Tre novelle dell'Angelo della morte"
cap[70].from=252
cap[70].to=257
cap[70].delta="16"
cap[71]={}
cap[71].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/10"
cap[71].titolo="Ricordanza perenne della morte"
cap[71].from=258
cap[71].to=259
cap[71].delta="16"
cap[72]={}
cap[72].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/11"
cap[72].titolo="Avventura di Sindibâd marinaio"
cap[72].from=260
cap[72].to=268
cap[72].delta="16"
cap[73]={}
cap[73].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo/12"
cap[73].titolo="Storia del banchiere di Bagdad"
cap[73].from=269
cap[73].to=290
cap[73].delta="16"
cap[74]={}
cap[74].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto"
cap[74].titolo="Libro quarto"
cap[74].from=291
cap[74].to=290
cap[74].delta="16"
cap[75]={}
cap[75].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/1"
cap[75].titolo="Le Isole Maldive"
cap[75].from=291
cap[75].to=297
cap[75].delta="16"
cap[76]={}
cap[76].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/2"
cap[76].titolo="Le sorgenti del Nilo"
cap[76].from=298
cap[76].to=302
cap[76].delta="16"
cap[77]={}
cap[77].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/3"
cap[77].titolo="Descrizione del Mâzenderân"
cap[77].from=303
cap[77].to=303
cap[77].delta="16"
cap[78]={}
cap[78].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/4"
cap[78].titolo="L'idolo di Somnâta"
cap[78].from=304
cap[78].to=305
cap[78].delta="16"
cap[79]={}
cap[79].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/5"
cap[79].titolo="La regione del Caucaso"
cap[79].from=306
cap[79].to=313
cap[79].delta="16"
cap[80]={}
cap[80].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/6"
cap[80].titolo="La Cina"
cap[80].from=314
cap[80].to=320
cap[80].delta="16"
cap[81]={}
cap[81].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/7"
cap[81].titolo="Il monte Citrakuta"
cap[81].from=321
cap[81].to=323
cap[81].delta="16"
cap[82]={}
cap[82].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/8"
cap[82].titolo="Templi e idoli sabei"
cap[82].from=324
cap[82].to=326
cap[82].delta="16"
cap[83]={}
cap[83].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/9"
cap[83].titolo="Templi e idoli egiziani"
cap[83].from=327
cap[83].to=331
cap[83].delta="16"
cap[84]={}
cap[84].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/10"
cap[84].titolo="Costumi degli Arabi antichi e loro elogio"
cap[84].from=332
cap[84].to=334
cap[84].delta="16"
cap[85]={}
cap[85].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/11"
cap[85].titolo="Monti e metalli"
cap[85].from=335
cap[85].to=336
cap[85].delta="16"
cap[86]={}
cap[86].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/12"
cap[86].titolo="Le piante"
cap[86].from=337
cap[86].to=337
cap[86].delta="16"
cap[87]={}
cap[87].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/13"
cap[87].titolo="La palma"
cap[87].from=338
cap[87].to=339
cap[87].delta="16"
cap[88]={}
cap[88].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/14"
cap[88].titolo="Gli animali"
cap[88].from=340
cap[88].to=340
cap[88].delta="16"
cap[89]={}
cap[89].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/15"
cap[89].titolo="Gli uccelli"
cap[89].from=341
cap[89].to=342
cap[89].delta="16"
cap[90]={}
cap[90].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/16"
cap[90].titolo="L'usignuolo"
cap[90].from=343
cap[90].to=342
cap[90].delta="16"
cap[91]={}
cap[91].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/17"
cap[91].titolo="L'airone"
cap[91].from=343
cap[91].to=343
cap[91].delta="16"
cap[92]={}
cap[92].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/18"
cap[92].titolo="La zanzara"
cap[92].from=344
cap[92].to=344
cap[92].delta="16"
cap[93]={}
cap[93].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/19"
cap[93].titolo="Il baco da seta"
cap[93].from=345
cap[93].to=345
cap[93].delta="16"
cap[94]={}
cap[94].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/20"
cap[94].titolo="Il ragno"
cap[94].from=346
cap[94].to=346
cap[94].delta="16"
cap[95]={}
cap[95].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/21"
cap[95].titolo="L'ape"
cap[95].from=347
cap[95].to=349
cap[95].delta="16"
cap[96]={}
cap[96].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/22"
cap[96].titolo="Le sanguisughe volanti"
cap[96].from=350
cap[96].to=350
cap[96].delta="16"
cap[97]={}
cap[97].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/23"
cap[97].titolo="La torpedine"
cap[97].from=351
cap[97].to=350
cap[97].delta="16"
cap[98]={}
cap[98].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/24"
cap[98].titolo="Il corallo"
cap[98].from=351
cap[98].to=350
cap[98].delta="16"
cap[99]={}
cap[99].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/25"
cap[99].titolo="La pesca delle perle nel Golfo Persico"
cap[99].from=351
cap[99].to=351
cap[99].delta="16"
cap[100]={}
cap[100].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/26"
cap[100].titolo="Fontane di bitume"
cap[100].from=352
cap[100].to=352
cap[100].delta="16"
cap[101]={}
cap[101].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/27"
cap[101].titolo="Precetti per trovar l'acqua secondo i Nabatei"
cap[101].from=353
cap[101].to=353
cap[101].delta="16"
cap[102]={}
cap[102].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto/28"
cap[102].titolo="I fuochi di Sant'Elmo"
cap[102].from=354
cap[102].to=356
cap[102].delta="16"
cap[103]={}
cap[103].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto"
cap[103].titolo="Libro quinto"
cap[103].from=357
cap[103].to=356
cap[103].delta="16"
cap[104]={}
cap[104].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/1"
cap[104].titolo="Onnipotenza e perfezione di Dio"
cap[104].from=357
cap[104].to=358
cap[104].delta="16"
cap[105]={}
cap[105].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/2"
cap[105].titolo="Iddio non può essere compreso da mente umana"
cap[105].from=359
cap[105].to=359
cap[105].delta="16"
cap[106]={}
cap[106].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/3"
cap[106].titolo="Preghiera d'un Arabo del deserto"
cap[106].from=360
cap[106].to=360
cap[106].delta="16"
cap[107]={}
cap[107].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/4"
cap[107].titolo="Dialogo del Sceicco Omar al-Sîni con un anacoreta"
cap[107].from=361
cap[107].to=362
cap[107].delta="16"
cap[108]={}
cap[108].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/5"
cap[108].titolo="Del contentarsi del proprio stato"
cap[108].from=363
cap[108].to=364
cap[108].delta="16"
cap[109]={}
cap[109].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/6"
cap[109].titolo="Avvertimenti ad un principe"
cap[109].from=365
cap[109].to=367
cap[109].delta="16"
cap[110]={}
cap[110].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/7"
cap[110].titolo="Detti memorabili del gran savio Buzurcimihr"
cap[110].from=368
cap[110].to=369
cap[110].delta="16"
cap[111]={}
cap[111].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/8"
cap[111].titolo="Consolazione della filosofia"
cap[111].from=370
cap[111].to=370
cap[111].delta="16"
cap[112]={}
cap[112].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/9"
cap[112].titolo="Parole di Nizâr morente ai suoi figli"
cap[112].from=371
cap[112].to=371
cap[112].delta="16"
cap[113]={}
cap[113].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/10"
cap[113].titolo="Visita la tomba de' tuoi genitori"
cap[113].from=372
cap[113].to=373
cap[113].delta="16"
cap[114]={}
cap[114].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/11"
cap[114].titolo="Dialogo intorno alle diverse qualità dell'uomo"
cap[114].from=374
cap[114].to=375
cap[114].delta="16"
cap[115]={}
cap[115].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/12"
cap[115].titolo="Grave responsabilità dei sovrani davanti a Dio"
cap[115].from=376
cap[115].to=377
cap[115].delta="16"
cap[116]={}
cap[116].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/13"
cap[116].titolo="Vanità delle cose umane"
cap[116].from=378
cap[116].to=378
cap[116].delta="16"
cap[117]={}
cap[117].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/14"
cap[117].titolo="Condanna della filosofia scettica e panteistica"
cap[117].from=379
cap[117].to=379
cap[117].delta="16"
cap[118]={}
cap[118].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/15"
cap[118].titolo="Egoismo e durezza di cuore"
cap[118].from=380
cap[118].to=380
cap[118].delta="16"
cap[119]={}
cap[119].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/16"
cap[119].titolo="Improntitudine di ricchi e di poveri"
cap[119].from=381
cap[119].to=380
cap[119].delta="16"
cap[120]={}
cap[120].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/17"
cap[120].titolo="Insaziabilità"
cap[120].from=381
cap[120].to=381
cap[120].delta="16"
cap[121]={}
cap[121].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/18"
cap[121].titolo="Condanna del motteggiare"
cap[121].from=382
cap[121].to=382
cap[121].delta="16"
cap[122]={}
cap[122].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/19"
cap[122].titolo="Qualità perfette dell'uom generoso"
cap[122].from=383
cap[122].to=389
cap[122].delta="16"
cap[123]={}
cap[123].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/20"
cap[123].titolo="Disputa intorno all'essenza dell'amore"
cap[123].from=390
cap[123].to=400
cap[123].delta="16"
cap[124]={}
cap[124].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/21"
cap[124].titolo="Lodi del silenzio e della sincerità e lealtà nel parlare"
cap[124].from=401
cap[124].to=405
cap[124].delta="16"
cap[125]={}
cap[125].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/22"
cap[125].titolo="Il libro"
cap[125].from=406
cap[125].to=406
cap[125].delta="16"
cap[126]={}
cap[126].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/23"
cap[126].titolo="Gli scrittori"
cap[126].from=407
cap[126].to=409
cap[126].delta="16"
cap[127]={}
cap[127].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/24"
cap[127].titolo="I poeti"
cap[127].from=410
cap[127].to=410
cap[127].delta="16"
cap[128]={}
cap[128].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/25"
cap[128].titolo="L'anima umana e le sue energie"
cap[128].from=411
cap[128].to=415
cap[128].delta="16"
cap[129]={}
cap[129].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/26"
cap[129].titolo="Misera vita umana!"
cap[129].from=416
cap[129].to=419
cap[129].delta="16"
cap[130]={}
cap[130].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/27"
cap[130].titolo="Dottrina dell'unità assoluta dell'Essere universale"
cap[130].from=420
cap[130].to=424
cap[130].delta="16"
cap[131]={}
cap[131].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto/28"
cap[131].titolo="La fine del mondo secondo i Zoroastriani"
cap[131].from=425
cap[131].to=430
cap[131].delta="16"
cap[132]={}
cap[132].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto"
cap[132].titolo="Libro sesto"
cap[132].from=431
cap[132].to=430
cap[132].delta="16"
cap[133]={}
cap[133].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/1"
cap[133].titolo="Sentenze e proverbi"
cap[133].from=431
cap[133].to=430
cap[133].delta="16"
cap[134]={}
cap[134].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/1//A. Arabi"
cap[134].titolo="A. Arabi"
cap[134].from=431
cap[134].to=444
cap[134].delta="16"
cap[135]={}
cap[135].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/1//B. Persiani"
cap[135].titolo="B. Persiani"
cap[135].from=445
cap[135].to=455
cap[135].delta="16"
cap[136]={}
cap[136].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/1//C. Indiani"
cap[136].titolo="C. Indiani"
cap[136].from=456
cap[136].to=462
cap[136].delta="16"
cap[137]={}
cap[137].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/1//D. Ebrei"
cap[137].titolo="D. Ebrei"
cap[137].from=463
cap[137].to=466
cap[137].delta="16"
cap[138]={}
cap[138].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/2"
cap[138].titolo="Motti arguti e facezie"
cap[138].from=467
cap[138].to=476
cap[138].delta="16"
cap[139]={}
cap[139].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/3"
cap[139].titolo="Favole"
cap[139].from=477
cap[139].to=476
cap[139].delta="16"
cap[140]={}
cap[140].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/3//A. Favole indiane"
cap[140].titolo="A. Favole indiane"
cap[140].from=477
cap[140].to=485
cap[140].delta="16"
cap[141]={}
cap[141].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/3//B. Favole persiane"
cap[141].titolo="B. Favole persiane"
cap[141].from=486
cap[141].to=493
cap[141].delta="16"
cap[142]={}
cap[142].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/3//C. Favole siriache"
cap[142].titolo="C. Favole siriache"
cap[142].from=494
cap[142].to=495
cap[142].delta="16"
cap[143]={}
cap[143].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto/3//D. Favole arabe"
cap[143].titolo="D. Favole arabe"
cap[143].from=496
cap[143].to=512
cap[143].delta="16"
cap[144]={}
cap[144].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/3"
cap[144].titolo="Libro settimo"
cap[144].from=513
cap[144].to=512
cap[144].delta="16"
cap[145]={}
cap[145].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1"
cap[145].titolo="Il linguaggio dei fiori e degli uccelli"
cap[145].from=513
cap[145].to=513
cap[145].delta="16"
cap[146]={}
cap[146].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1//Discorso dello zefiro"
cap[146].titolo="Discorso dello zefiro"
cap[146].from=514
cap[146].to=514
cap[146].delta="16"
cap[147]={}
cap[147].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1//Discorso della rosa"
cap[147].titolo="Discorso della rosa"
cap[147].from=515
cap[147].to=516
cap[147].delta="16"
cap[148]={}
cap[148].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1//Discorso del mirto"
cap[148].titolo="Discorso del mirto"
cap[148].from=517
cap[148].to=517
cap[148].delta="16"
cap[149]={}
cap[149].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1//Discorso del narciso"
cap[149].titolo="Discorso del narciso"
cap[149].from=518
cap[149].to=518
cap[149].delta="16"
cap[150]={}
cap[150].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1//Discorso dell'usignuolo"
cap[150].titolo="Discorso dell'usignuolo"
cap[150].from=519
cap[150].to=519
cap[150].delta="16"
cap[151]={}
cap[151].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1//Discorso della colomba"
cap[151].titolo="Discorso della colomba"
cap[151].from=520
cap[151].to=521
cap[151].delta="16"
cap[152]={}
cap[152].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/1//Discorso del pavone"
cap[152].titolo="Discorso del pavone"
cap[152].from=522
cap[152].to=523
cap[152].delta="16"
cap[153]={}
cap[153].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/2"
cap[153].titolo="Allegoria delle stagioni"
cap[153].from=524
cap[153].to=529
cap[153].delta="16"
cap[154]={}
cap[154].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/3"
cap[154].titolo="Il giovane principe e il mendico (allegoria dell'anima umana che sospira alla Beltà divina)"
cap[154].from=530
cap[154].to=534
cap[154].delta="16"
cap[155]={}
cap[155].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/4"
cap[155].titolo="Il cielo e le sue bellezze"
cap[155].from=535
cap[155].to=537
cap[155].delta="16"
cap[156]={}
cap[156].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/5"
cap[156].titolo="Del mare e dei fiumi"
cap[156].from=538
cap[156].to=541
cap[156].delta="16"
cap[157]={}
cap[157].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/6"
cap[157].titolo="Del cero e del fuoco"
cap[157].from=542
cap[157].to=544
cap[157].delta="16"
cap[158]={}
cap[158].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/7"
cap[158].titolo="Della notte e del giorno"
cap[158].from=545
cap[158].to=547
cap[158].delta="16"
cap[159]={}
cap[159].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/8"
cap[159].titolo="Allegoria dell'ape, del cero e della farfalla"
cap[159].from=548
cap[159].to=553
cap[159].delta="16"
cap[160]={}
cap[160].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo/9"
cap[160].titolo="Allegoria della Fenice"
cap[160].from=554
cap[160].to=560
cap[160].delta="16"
cap[161]={}
cap[161].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Registro dei nomi"
cap[161].titolo="Registro dei nomi"
cap[161].from=561
cap[161].to=586
cap[161].delta="16"
cap[162]={}
cap[162].nome="Fiori d'Oriente (1907)/Indice"
cap[162].titolo="Indice"
cap[162].from=587
cap[162].to=594
cap[162].delta="16"
local indexData={}
indexData.autore="Autori vari"
indexData.nomepagina="Fiori d'Oriente (1907)"
indexData.titolo=""
indexData.anno="1907"
indexData.editore="Casa Editrice Scolastica E. Trevisini"
indexData.citta="Milano"
indexData.progetto="letteratura"
indexData.traduttore="Italo Pizzi"
indexData.curatore=""
indexData.fonte="{{IA|PizziFioriOriente}}"
local infodata={}
pagine.d2b=d2b
pagine.b2d=b2d
pagine.cap=cap
pagine.indexData=indexData
return pagine
--[[{"1":"i","2":"ii","3":"iii","4":"iv","5":"v","6":"vi","7":"vii","8":"viii","9":"ix","10":"x","11":"xi","12":"xii","13":"xiii","14":"xiv","15":"xv","16":"xvi","17":"1","18":"2","19":"3","20":"4","21":"5","22":"6","23":"7","24":"8","25":"9","26":"10","27":"11","28":"12","29":"13","30":"14","31":"15","32":"16","33":"17","34":"18","35":"19","36":"20","37":"21","38":"22","39":"23","40":"24","41":"25","42":"26","43":"27","44":"28","45":"29","46":"30","47":"31","48":"32","49":"33","50":"34","51":"35","52":"36","53":"37","54":"38","55":"39","56":"40","57":"41","58":"42","59":"43","60":"44","61":"45","62":"46","63":"47","64":"48","65":"49","66":"50","67":"51","68":"52","69":"53","70":"54","71":"55","72":"56","73":"57","74":"58","75":"59","76":"60","77":"61","78":"62","79":"63","80":"64","81":"65","82":"66","83":"67","84":"68","85":"69","86":"70","87":"71","88":"72","89":"73","90":"74","91":"75","92":"76","93":"77","94":"78","95":"79","96":"80","97":"81","98":"82","99":"83","100":"84","101":"85","102":"86","103":"87","104":"88","105":"89","106":"90","107":"91","108":"92","109":"93","110":"94","111":"95","112":"96","113":"97","114":"98","115":"99","116":"100","117":"101","118":"102","119":"103","120":"104","121":"105","122":"106","123":"107","124":"108","125":"109","126":"110","127":"111","128":"112","129":"113","130":"114","131":"115","132":"116","133":"117","134":"118","135":"119","136":"120","137":"121","138":"122","139":"123","140":"124","141":"125","142":"126","143":"127","144":"128","145":"129","146":"130","147":"131","148":"132","149":"133","150":"134","151":"135","152":"136","153":"137","154":"138","155":"139","156":"140","157":"141","158":"142","159":"143","160":"144","161":"145","162":"146","163":"147","164":"148","165":"149","166":"150","167":"151","168":"152","169":"153","170":"154","171":"155","172":"156","173":"157","174":"158","175":"159","176":"160","177":"161","178":"162","179":"163","180":"164","181":"165","182":"166","183":"167","184":"168","185":"169","186":"170","187":"171","188":"172","189":"173","190":"174","191":"175","192":"176","193":"177","194":"178","195":"179","196":"180","197":"181","198":"182","199":"183","200":"184","201":"185","202":"186","203":"187","204":"188","205":"189","206":"190","207":"191","208":"192","209":"193","210":"194","211":"195","212":"196","213":"197","214":"198","215":"199","216":"200","217":"201","218":"202","219":"203","220":"204","221":"205","222":"206","223":"207","224":"208","225":"209","226":"210","227":"211","228":"212","229":"213","230":"214","231":"215","232":"216","233":"217","234":"218","235":"219","236":"220","237":"221","238":"222","239":"223","240":"224","241":"225","242":"226","243":"227","244":"228","245":"229","246":"230","247":"231","248":"232","249":"233","250":"234","251":"235","252":"236","253":"237","254":"238","255":"239","256":"240","257":"241","258":"242","259":"243","260":"244","261":"245","262":"246","263":"247","264":"248","265":"249","266":"250","267":"251","268":"252","269":"253","270":"254","271":"255","272":"256","273":"257","274":"258","275":"259","276":"260","277":"261","278":"262","279":"263","280":"264","281":"265","282":"266","283":"267","284":"268","285":"269","286":"270","287":"271","288":"272","289":"273","290":"274","291":"275","292":"276","293":"277","294":"278","295":"279","296":"280","297":"281","298":"282","299":"283","300":"284","301":"285","302":"286","303":"287","304":"288","305":"289","306":"290","307":"291","308":"292","309":"293","310":"294","311":"295","312":"296","313":"297","314":"298","315":"299","316":"300","317":"301","318":"302","319":"303","320":"304","321":"305","322":"306","323":"307","324":"308","325":"309","326":"310","327":"311","328":"312","329":"313","330":"314","331":"315","332":"316","333":"317","334":"318","335":"319","336":"320","337":"321","338":"322","339":"323","340":"324","341":"325","342":"326","343":"327","344":"328","345":"329","346":"330","347":"331","348":"332","349":"333","350":"334","351":"335","352":"336","353":"337","354":"338","355":"339","356":"340","357":"341","358":"342","359":"343","360":"344","361":"345","362":"346","363":"347","364":"348","365":"349","366":"350","367":"351","368":"352","369":"353","370":"354","371":"355","372":"356","373":"357","374":"358","375":"359","376":"360","377":"361","378":"362","379":"363","380":"364","381":"365","382":"366","383":"367","384":"368","385":"369","386":"370","387":"371","388":"372","389":"373","390":"374","391":"375","392":"376","393":"377","394":"378","395":"379","396":"380","397":"381","398":"382","399":"383","400":"384","401":"385","402":"386","403":"387","404":"388","405":"389","406":"390","407":"391","408":"392","409":"393","410":"394","411":"395","412":"396","413":"397","414":"398","415":"399","416":"400","417":"401","418":"402","419":"403","420":"404","421":"405","422":"406","423":"407","424":"408","425":"409","426":"410","427":"411","428":"412","429":"413","430":"414","431":"415","432":"416","433":"417","434":"418","435":"419","436":"420","437":"421","438":"422","439":"423","440":"424","441":"425","442":"426","443":"427","444":"428","445":"429","446":"430","447":"431","448":"432","449":"433","450":"434","451":"435","452":"436","453":"437","454":"438","455":"439","456":"440","457":"441","458":"442","459":"443","460":"444","461":"445","462":"446","463":"447","464":"448","465":"449","466":"450","467":"451","468":"452","469":"453","470":"454","471":"455","472":"456","473":"457","474":"458","475":"459","476":"460","477":"461","478":"462","479":"463","480":"464","481":"465","482":"466","483":"467","484":"468","485":"469","486":"470","487":"471","488":"472","489":"473","490":"474","491":"475","492":"476","493":"477","494":"478","495":"479","496":"480","497":"481","498":"482","499":"483","500":"484","501":"485","502":"486","503":"487","504":"488","505":"489","506":"490","507":"491","508":"492","509":"493","510":"494","511":"495","512":"496","513":"497","514":"498","515":"499","516":"500","517":"501","518":"502","519":"503","520":"504","521":"505","522":"506","523":"507","524":"508","525":"509","526":"510","527":"511","528":"512","529":"513","530":"514","531":"515","532":"516","533":"517","534":"518","535":"519","536":"520","537":"521","538":"522","539":"523","540":"524","541":"525","542":"526","543":"527","544":"528","545":"529","546":"530","547":"531","548":"532","549":"533","550":"534","551":"535","552":"536","553":"537","554":"538","555":"539","556":"540","557":"541","558":"542","559":"543","560":"544","561":"545","562":"546","563":"547","564":"548","565":"549","566":"550","567":"551","568":"552","569":"553","570":"554","571":"555","572":"556","573":"557","574":"558","575":"559","576":"560","577":"561","578":"562","579":"563","580":"564","581":"565","582":"566","583":"567","584":"568","585":"569","586":"570","587":"571","588":"572","589":"573","590":"574","591":"-","592":"-","593":"-"}]]
4nsymez06nufqg825hu5h2a94bn9pct
Pagina:Ars et Labor, 1908 vol. I.djvu/98
108
1032103
3901655
2026-09-18T21:42:01Z
Pic57
12729
/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: <!--<syntaxhighlight lang="lilypond" line start="2">--> <score sound=1> << % Apre Canto e Piano \new Staff = "Canto" \with { %instrumentName = "Tenore " midiInstrument = "voice oohs" % Suono vocale più dolce } \relative c' { \clef treble \key e \major \time 4/4 \tempo 4 = 92 %rigo canto 8.26 \stemDown b'4 }%Chiude relative Canto \addlyrics { -man -- te }%Chiude new st...
3901655
proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|8||}}</noinclude><!--<syntaxhighlight lang="lilypond" line start="2">-->
<score sound=1>
<< % Apre Canto e Piano
\new Staff = "Canto" \with {
%instrumentName = "Tenore "
midiInstrument = "voice oohs" % Suono vocale più dolce
}
\relative c' {
\clef treble
\key e \major
\time 4/4
\tempo 4 = 92
%rigo canto 8.26
\stemDown b'4
}%Chiude relative Canto
\addlyrics {
-man -- te
}%Chiude new staff canto
\new PianoStaff
<<
\new Staff="up" {
\set PianoStaff.connectArpeggios = ##t
\clef treble
\key e \major
\time 4/4
\relative c' {
%rigo up 8.26
} %Chiude relative Up
}%Chiude New Staff Up
\new Staff = "down" {
\clef bass
\key e \major
\time 4/4
\relative c{
%rigo down 8.26
} %Chiude relative low
}%Chiude Staff low
>>%Fine Base Piano
>> %Chiude Canto e Piano
\layout {
\context {
\Staff \RemoveAllEmptyStaves
}
\context {
\PianoStaff
\consists "Span_stem_engraver"
}
\context{
\Staff
\consists "Slur_engraver"
\consists "Span_arpeggio_engraver"
}
\context{
%\Voice
%\remove "Slur_engraver"
}
%indent = 3\cm
%short-indent = 2\cm
%ragged-right = ##f
%ragged-last = ##f
}
\midi { }
</score>
<!--</syntaxhighlight>--><noinclude><references/>
{{Centrato|''b'' 112140 ''b''}}</noinclude>
5m83nc2ejgjpb5hjh5p101kptjaj8wc