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Divina Commedia/Purgatorio/Canto I
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{{Qualità|avz=75%|data=3 maggio 2024|arg=Poemi}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[Divina Commedia/Purgatorio|Purgatorio]]<br /><br /> Canto Primo|prec=../|succ=../Canto II}}
''Comincia la seconda parte overo cantica de la Comedia di Dante Allaghieri di Firenze, ne la quale parte si purgano li commessi peccati e vizi de’ quali l’uomo è confesso e pentuto con animo di sodisfazione; e contiene XXXIII canti. Qui sono quelli che sperano di venire quando che sia a le beate genti.''
<poem>
Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì crudele; {{r|3}}
e canterò di quel secondo regno
dove l’umano spirito si purga
e di salire al ciel diventa degno. {{r|6}}
Ma qui la morta poesì resurga,
o sante Muse, poi che vostro sono;
e qui Calïopè alquanto surga, {{r|9}}
seguitando il mio canto con quel suono
di cui le Piche misere sentiro
lo colpo tal, che disperar perdono. {{r|12}}
Dolce color d’orïental zaffiro,
che s’accoglieva nel sereno aspetto
del mezzo, puro infino al primo giro, {{r|15}}
a li occhi miei ricominciò diletto,
tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta
che m’avea contristati li occhi e ’l petto. {{r|18}}
Lo bel pianeto che d’amar conforta
faceva tutto rider l’orïente,
velando i Pesci ch’erano in sua scorta. {{r|21}}
I’ mi volsi a man destra, e puosi mente
a l’altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch’a la prima gente. {{r|24}}
Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle:
oh settentrïonal vedovo sito,
poi che privato se’ di mirar quelle! {{r|27}}
Com’io da loro sguardo fui partito,
un poco me volgendo a l’altro polo,
là onde ’l Carro già era sparito, {{r|30}}
vidi presso di me un veglio solo,
degno di tanta reverenza in vista,
che più non dee a padre alcun figliuolo. {{r|33}}
Lunga la barba e di pel bianco mista
portava, a’ suoi capelli simigliante,
de’ quai cadeva al petto doppia lista. {{r|36}}
Li raggi de le quattro luci sante
fregiavan sì la sua faccia di lume,
ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante. {{r|39}}
"Chi siete voi che contro al cieco fiume
fuggita avete la pregione etterna?",
diss’el, movendo quelle oneste piume. {{r|42}}
"Chi v’ ha guidati, o che vi fu lucerna,
uscendo fuor de la profonda notte
che sempre nera fa la valle inferna? {{r|45}}
Son le leggi d’abisso così rotte?
o è mutato in ciel novo consiglio,
che, dannati, venite a le mie grotte?". {{r|48}}
{{§|Lo duca mio allor mi diè di piglio|Lo duca mio allor mi diè di piglio,
e con parole e con mani e con cenni
reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio.}} {{r|51}}
Poscia rispuose lui: "Da me non venni:
donna scese del ciel, per li cui prieghi
de la mia compagnia costui sovvenni. {{r|54}}
Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi
di nostra condizion com’ell’è vera,
esser non puote il mio che a te si nieghi. {{r|57}}
Questi non vide mai l’ultima sera;
ma per la sua follia le fu sì presso,
che molto poco tempo a volger era. {{r|60}}
Sì com’io dissi, fui mandato ad esso
per lui campare; e non lì era altra via
che questa per la quale i’ mi son messo. {{r|63}}
Mostrata ho lui tutta la gente ria;
e ora intendo mostrar quelli spirti
che purgan sé sotto la tua balìa. {{r|66}}
Com’io l’ ho tratto, saria lungo a dirti;
de l’alto scende virtù che m’aiuta
conducerlo a vederti e a udirti. {{r|69}}
Or ti piaccia gradir la sua venuta:
{{§|libertà va cercando|libertà va cercando, ch'è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.}} {{r|72}}
Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara
in Utica la morte, ove lasciasti
la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara. {{r|75}}
Non son li editti etterni per noi guasti,
ché questi vive e Minòs me non lega;
ma son del cerchio ove son li occhi casti {{r|78}}
di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega,
o santo petto, che per tua la tegni:
per lo suo amore adunque a noi ti piega. {{r|81}}
Lasciane andar per li tuoi sette regni;
grazie riporterò di te a lei,
se d’esser mentovato là giù degni". {{r|84}}
"Marzïa piacque tanto a li occhi miei
mentre ch’i’ fu’ di là", diss’elli allora,
"che quante grazie volse da me, fei. {{r|87}}
Or che di là dal mal fiume dimora,
più muover non mi può, per quella legge
che fatta fu quando me n’usci’ fora. {{r|90}}
Ma se donna del ciel ti move e regge,
come tu di’, non c’è mestier lusinghe:
bastisi ben che per lei mi richegge. {{r|93}}
Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso,
sì ch’ogne sucidume quindi stinghe; {{r|96}}
ché non si converria, l’occhio sorpriso
d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
ministro, ch’è di quei di paradiso. {{r|99}}
Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
là giù colà dove la batte l’onda,
porta di giunchi sovra ’l molle limo: {{r|102}}
null’altra pianta che facesse fronda
o indurasse, vi puote aver vita,
però ch’a le percosse non seconda. {{r|105}}
Poscia non sia di qua vostra reddita;
lo sol vi mosterrà, che surge omai,
prendere il monte a più lieve salita". {{r|108}}
Così sparì; e io sù mi levai
sanza parlare, e tutto mi ritrassi
al duca mio, e li occhi a lui drizzai. {{r|111}}
El cominciò: "Figliuol, segui i miei passi:
volgianci in dietro, ché di qua dichina
questa pianura a’ suoi termini bassi". {{r|114}}
{{§|L'alba vinceva l'ora mattutina|L’alba vinceva l’ora mattutina
che fuggia innanzi, sì che di lontano
conobbi il tremolar de la marina.}} {{r|117}}
Noi andavam per lo solingo piano
com’om che torna a la perduta strada,
che ’nfino ad essa li pare ire in vano. {{r|120}}
Quando noi fummo là ’ve la rugiada
pugna col sole, per essere in parte
dove, ad orezza, poco si dirada, {{r|123}}
ambo le mani in su l’erbetta sparte
soavemente ’l mio maestro pose:
ond’io, che fui accorto di sua arte, {{r|126}}
porsi ver’ lui le guance lagrimose;
ivi mi fece tutto discoverto
quel color che l’inferno mi nascose. {{r|129}}
Venimmo poi in sul lito diserto,
che mai non vide navicar sue acque
omo, che di tornar sia poscia esperto. {{r|132}}
Quivi mi cinse sì com’altrui piacque:
oh maraviglia! ché qual elli scelse
l’umile pianta, cotal si rinacque {{r|135}}
subitamente là onde l’avelse.
</poem>
===== Altri progetti =====
{{Interprogetto|etichetta=Purgatorio - Canto Primo|w=Purgatorio_-_Canto_primo}}
[[cs:Božská komedie/Očistec/Zpěv první]]
[[en:The Divine Comedy/Purgatorio/Canto I]]
[[es:La Divina Comedia: El Purgatorio: Canto I]]
[[fr:La Divine Comédie (trad. Lamennais)/Le Purgatoire/Chant I]]
[[pl:Boska Komedia (Porębowicz)/Czyściec - Pieśń I]]
[[pt:A Divina Comédia/Purgatório/I]]
[[ro:Divina Comedie/Purgatoriul/Cântul I]]
[[ru:Божественная комедия (Данте/Мин)/Чистилище/Песнь I/1865/ДО]]
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Divina Commedia/Purgatorio/Canto IX
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{{Qualità|avz=75%|data=17 agosto 2008|arg=Poemi}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[Divina Commedia/Purgatorio|Purgatorio]]<br /><br />Canto nono|prec=../Canto VIII|succ=../Canto X}}
''Canto IX, nel quale pone l’auttore uno suo significativo sogno; e poi come pervennero a l’entrata del purgatorio proprio, descrivendo come ne l’entrata di purgatorio trovoe uno angelo che con la punta de la spada che portava in mano scrisse ne la fronte di Dante sette P.''
<poem>
La concubina di Titone antico
già s’imbiancava al balco d’orïente,
fuor de le braccia del suo dolce amico; {{r|3}}
di gemme la sua fronte era lucente,
poste in figura del freddo animale
che con la coda percuote la gente; {{r|6}}
e la notte, de’ passi con che sale,
fatti avea due nel loco ov’eravamo,
e ’l terzo già chinava in giuso l’ale; {{r|9}}
quand’io, che meco avea di quel d’Adamo,
vinto dal sonno, in su l’erba inchinai
là ’ve già tutti e cinque sedavamo. {{r|12}}
{{§|Ne l'ora che comincia i tristi lai|Ne l’ora che comincia i tristi lai
la rondinella presso a la mattina,
forse a memoria de’ suo’ primi guai, {{r|15}}
e che la mente nostra, peregrina
più da la carne e men da’ pensier presa,
a le sue visïon quasi è divina, {{r|18}}
in sogno mi parea veder sospesa
un’aguglia nel ciel con penne d’oro,
con l’ali aperte e a calare intesa; {{r|21}}
ed esser mi parea là dove fuoro
abbandonati i suoi da Ganimede,
quando fu ratto al sommo consistoro.}} {{r|24}}
Fra me pensava: ’Forse questa fiede
pur qui per uso, e forse d’altro loco
disdegna di portarne suso in piede’. {{r|27}}
Poi mi parea che, poi rotata un poco,
terribil come folgor discendesse,
e me rapisse suso infino al foco. {{r|30}}
Ivi parea che ella e io ardesse;
e sì lo ’ncendio imaginato cosse,
che convenne che ’l sonno si rompesse. {{r|33}}
Non altrimenti Achille si riscosse,
li occhi svegliati rivolgendo in giro
e non sappiendo là dove si fosse, {{r|36}}
quando la madre da Chirón a Schiro
trafuggò lui dormendo in le sue braccia,
là onde poi li Greci il dipartiro; {{r|39}}
che mi scoss’io, sì come da la faccia
mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto,
come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia. {{r|42}}
Dallato m’era solo il mio conforto,
e ’l sole er’alto già più che due ore,
e ’l viso m’era a la marina torto. {{r|45}}
"Non aver tema", disse il mio segnore;
"fatti sicur, ché noi semo a buon punto;
non stringer, ma rallarga ogne vigore. {{r|48}}
Tu se’ omai al purgatorio giunto:
vedi là il balzo che ’l chiude dintorno;
vedi l’entrata là ’ve par digiunto. {{r|51}}
Dianzi, ne l’alba che procede al giorno,
quando l’anima tua dentro dormia,
sovra li fiori ond’è là giù addorno {{r|54}}
venne una donna, e disse: "I’ son Lucia;
lasciatemi pigliar costui che dorme;
sì l’agevolerò per la sua via". {{r|57}}
Sordel rimase e l’altre genti forme;
ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro,
sen venne suso; e io per le sue orme. {{r|60}}
Qui ti posò, ma pria mi dimostraro
li occhi suoi belli quella intrata aperta;
poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro". {{r|63}}
A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta
e che muta in conforto sua paura,
poi che la verità li è discoperta, {{r|66}}
mi cambia’ io; e come sanza cura
vide me ’l duca mio, su per lo balzo
si mosse, e io di rietro inver’ l’altura. {{r|69}}
Lettor, tu vedi ben com’io innalzo
la mia matera, e però con più arte
non ti maravigliar s’io la rincalzo. {{r|72}}
Noi ci appressammo, ed eravamo in parte
che là dove pareami prima rotto,
pur come un fesso che muro diparte, {{r|75}}
vidi una porta, e tre gradi di sotto
per gire ad essa, di color diversi,
e un portier ch’ancor non facea motto. {{r|78}}
E come l’occhio più e più v’apersi,
vidil seder sovra ’l grado sovrano,
tal ne la faccia ch’io non lo soffersi; {{r|81}}
e una spada nuda avëa in mano,
che reflettëa i raggi sì ver’ noi,
ch’io dirizzava spesso il viso in vano. {{r|84}}
"Dite costinci: che volete voi?",
cominciò elli a dire, "ov’è la scorta?
Guardate che ’l venir sù non vi nòi". {{r|87}}
"Donna del ciel, di queste cose accorta",
rispuose ’l mio maestro a lui, "pur dianzi
ne disse: "Andate là: quivi è la porta"". {{r|90}}
"Ed ella i passi vostri in bene avanzi",
ricominciò il cortese portinaio:
"Venite dunque a’ nostri gradi innanzi". {{r|93}}
Là ne venimmo; e lo scaglion primaio
bianco marmo era sì pulito e terso,
ch’io mi specchiai in esso qual io paio. {{r|96}}
Era il secondo tinto più che perso,
d’una petrina ruvida e arsiccia,
crepata per lo lungo e per traverso. {{r|99}}
Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia,
porfido mi parea, sì fiammeggiante
come sangue che fuor di vena spiccia. {{r|102}}
Sovra questo tenëa ambo le piante
l’angel di Dio sedendo in su la soglia
che mi sembiava pietra di diamante. {{r|105}}
Per li tre gradi sù di buona voglia
mi trasse il duca mio, dicendo: "Chiedi
umilemente che ’l serrame scioglia". {{r|108}}
Divoto mi gittai a’ santi piedi;
misericordia chiesi e ch’el m’aprisse,
ma tre volte nel petto pria mi diedi. {{r|111}}
Sette P ne la fronte mi descrisse
col punton de la spada, e "Fa che lavi,
quando se’ dentro, queste piaghe" disse. {{r|114}}
Cenere, o terra che secca si cavi,
d’un color fora col suo vestimento;
e di sotto da quel trasse due chiavi. {{r|117}}
L’una era d’oro e l’altra era d’argento;
pria con la bianca e poscia con la gialla
fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento. {{r|120}}
"Quandunque l’una d’este chiavi falla,
che non si volga dritta per la toppa",
diss’elli a noi, "non s’apre questa calla. {{r|123}}
Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa
d’arte e d’ingegno avanti che diserri,
perch’ella è quella che ’l nodo digroppa. {{r|126}}
Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri
anzi ad aprir ch’a tenerla serrata,
pur che la gente a’ piedi mi s’atterri". {{r|129}}
Poi pinse l’uscio a la porta sacrata,
dicendo: "Intrate; ma facciovi accorti
che di fuor torna chi ’n dietro si guata". {{r|132}}
E quando fuor ne’ cardini distorti
li spigoli di quella regge sacra,
che di metallo son sonanti e forti, {{r|135}}
non rugghiò sì né si mostrò sì acra
Tarpëa, come tolto le fu il buono
Metello, per che poi rimase macra. {{r|138}}
Io mi rivolsi attento al primo tuono,
e ’{{TestoCitato|Te Deum|Te Deum laudamus}}’ mi parea
udire in voce mista al dolce suono. {{r|141}}
Tale imagine a punto mi rendea
ciò ch’io udiva, qual prender si suole
quando a cantar con organi si stea; {{r|144}}
ch’or sì or no s’intendon le parole.
</poem>
===== Altri progetti =====
{{Interprogetto|etichetta=Purgatorio - Canto nono|w=Purgatorio_-_Canto_nono}}
[[cs:Božská komedie/Očistec/Zpěv devátý]]
[[en:The Divine Comedy/Purgatorio/Canto IX]]
[[es:La Divina Comedia: El Purgatorio: Canto IX]]
[[fr:La Divine Comédie (trad. Lamennais)/Le Purgatoire/Chant IX]]
[[pt:A Divina Comédia/Purgatório/IX]]
[[ro:Divina Comedie/Purgatoriul/Cântul IX]]
[[ru:Божественная комедия (Данте/Мин)/Чистилище/Песнь IX/ДО]]
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Divina Commedia/Purgatorio/Canto XVII
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text/x-wiki
{{Qualità|avz=75%|data=4 ottobre 2008|arg=Poemi}}
{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[Divina Commedia/Purgatorio|Purgatorio]]<br><br>Canto diciassettesimo|prec=../Canto XVI|succ=../Canto XVIII}}
''Canto XVII, dove tratta de la qualità del quarto girone, dove si purga la colpa de la accidia, dove si ristora l’amore de lo imperfetto bene; e qui dichiara una questione che indi nasce.''
<poem>
Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe
ti colse nebbia per la qual vedessi
non altrimenti che per pelle talpe, {{r|3}}
come, quando i vapori umidi e spessi
a diradar cominciansi, la spera
del sol debilemente entra per essi; {{r|6}}
e fia la tua imagine leggera
in giugnere a veder com’io rividi
lo sole in pria, che già nel corcar era. {{r|9}}
Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi
del mio maestro, usci’ fuor di tal nube
ai raggi morti già ne’ bassi lidi. {{r|12}}
{{§|O imaginativa che ne rube|O imaginativa che ne rube
talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge
perché dintorno suonin mille tube, {{r|15}}
chi move te, se ’l senso non ti porge?
Moveti lume che nel ciel s’informa,
per sé o per voler che giù lo scorge.}} {{r|18}}
De l’empiezza di lei che mutò forma
ne l’uccel ch’a cantar più si diletta,
ne l’imagine mia apparve l’orma; {{r|21}}
e qui fu la mia mente sì ristretta
dentro da sé, che di fuor non venìa
cosa che fosse allor da lei ricetta. {{r|24}}
{{§|Poi piovve dentro a l'alta fantasia|Poi piovve dentro a l’alta fantasia
un crucifisso, dispettoso e fero
ne la sua vista, e cotal si moria; {{r|27}}
intorno ad esso era il grande Assüero,
Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo,
che fu al dire e al far così intero.}} {{r|30}}
E come questa imagine rompeo
sé per sé stessa, a guisa d’una bulla
cui manca l’acqua sotto qual si feo, {{r|33}}
surse in mia visïone una fanciulla
piangendo forte, e dicea: "O regina,
perché per ira hai voluto esser nulla? {{r|36}}
Ancisa t’ hai per non perder Lavina;
or m’ hai perduta! Io son essa che lutto,
madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina". {{r|39}}
Come si frange il sonno ove di butto
nova luce percuote il viso chiuso,
che fratto guizza pria che muoia tutto; {{r|42}}
così l’imaginar mio cadde giuso
tosto che lume il volto mi percosse,
maggior assai che quel ch’è in nostro uso. {{r|45}}
I’ mi volgea per veder ov’io fosse,
quando una voce disse "Qui si monta",
che da ogne altro intento mi rimosse; {{r|48}}
e fece la mia voglia tanto pronta
di riguardar chi era che parlava,
che mai non posa, se non si raffronta. {{r|51}}
Ma come al sol che nostra vista grava
e per soverchio sua figura vela,
così la mia virtù quivi mancava. {{r|54}}
"Questo è divino spirito, che ne la
via da ir sù ne drizza sanza prego,
e col suo lume sé medesmo cela. {{r|57}}
{{§|Sì fa con noi, come l'uom si fa sego|Sì fa con noi, come l’uom si fa sego;
ché quale aspetta prego e l’uopo vede,
malignamente già si mette al nego.}} {{r|60}}
Or accordiamo a tanto invito il piede;
procacciam di salir pria che s’abbui,
ché poi non si poria, se ’l dì non riede". {{r|63}}
Così disse il mio duca, e io con lui
volgemmo i nostri passi ad una scala;
e tosto ch’io al primo grado fui, {{r|66}}
senti’ mi presso quasi un muover d’ala
e ventarmi nel viso e dir: ’Beati
pacifici, che son sanz’ira mala!’. {{r|69}}
Già eran sovra noi tanto levati
li ultimi raggi che la notte segue,
che le stelle apparivan da più lati. {{r|72}}
’O virtù mia, perché sì ti dilegue?’,
fra me stesso dicea, ché mi sentiva
la possa de le gambe posta in triegue. {{r|75}}
Noi eravam dove più non saliva
la scala sù, ed eravamo affissi,
pur come nave ch’a la piaggia arriva. {{r|78}}
E io attesi un poco, s’io udissi
alcuna cosa nel novo girone;
poi mi volsi al maestro mio, e dissi: {{r|81}}
"Dolce mio padre, dì, quale offensione
si purga qui nel giro dove semo?
Se i piè si stanno, non stea tuo sermone". {{r|84}}
{{§|L'amor del bene, scemo|Ed elli a me: "L’amor del bene, scemo
del suo dover, quiritta si ristora;
qui si ribatte il mal tardato remo.}} {{r|87}}
Ma perché più aperto intendi ancora,
volgi la mente a me, e prenderai
alcun buon frutto di nostra dimora". {{r|90}}
{{§|Né creator né creatura mai|"Né creator né creatura mai",
cominciò el, "figliuol, fu sanza amore,
o naturale o d’animo; e tu ’l sai. {{r|93}}
Lo naturale è sempre sanza errore,
ma l’altro puote errar per malo obietto
o per troppo o per poco di vigore. {{r|96}}
Mentre ch’elli è nel primo ben diretto,
e ne’ secondi sé stesso misura,
esser non può cagion di mal diletto; {{r|99}}
ma quando al mal si torce, o con più cura
o con men che non dee corre nel bene,
contra ’l fattore adovra sua fattura. {{r|102}}
Quinci comprender puoi ch’esser convene
amor sementa in voi d’ogne virtute
e d’ogne operazion che merta pene. {{r|105}}
Or, perché mai non può da la salute
amor del suo subietto volger viso,
da l’odio proprio son le cose tute; {{r|108}}
e perché intender non si può diviso,
e per sé stante, alcuno esser dal primo,
da quello odiare ogne effetto è deciso. {{r|111}}
Resta, se dividendo bene stimo,
che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso
amor nasce in tre modi in vostro limo. {{r|114}}
E’ chi, per esser suo vicin soppresso,
spera eccellenza, e sol per questo brama
ch’el sia di sua grandezza in basso messo; {{r|117}}
è chi podere, grazia, onore e fama
teme di perder perch’altri sormonti,
onde s’attrista sì che ’l contrario ama; {{r|120}}
ed è chi per ingiuria par ch’aonti,
sì che si fa de la vendetta ghiotto,
e tal convien che ’l male altrui impronti. {{r|123}}
Questo triforme amor qua giù di sotto
si piange: or vo’ che tu de l’altro intende,
che corre al ben con ordine corrotto. {{r|126}}
{{§|Ciascun confusamente un bene apprende|Ciascun confusamente un bene apprende
nel qual si queti l'animo, e disira;
per che di giugner lui ciascun contende.}} {{r|129}}
Se lento amore a lui veder vi tira
o a lui acquistar, questa cornice,
dopo giusto penter, ve ne martira. {{r|132}}
Altro ben è che non fa l’uom felice;
non è felicità, non è la buona
essenza, d’ogne ben frutto e radice. {{r|135}}
L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona,
di sovr’a noi si piange per tre cerchi;
ma come tripartito si ragiona, {{r|138}}
tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi".}}
</poem>
==== Altri progetti ====
{{Interprogetto|etichetta=Purgatorio - Canto diciassettesimo|w=Purgatorio_-_Canto_diciassettesimo}}
[[cs:Božská komedie/Očistec/Zpěv sedmnáctý]]
[[en:The Divine Comedy/Purgatorio/Canto XVII]]
[[es:La Divina Comedia: El Purgatorio: Canto XVII]]
[[fr:La Divine Comédie (trad. Lamennais)/Le Purgatoire/Chant XVII]]
[[pt:A Divina Comédia/Purgatório/XVII]]
[[ro:Divina Comedie/Purgatoriul/Cântul XVII]]
[[ru:Божественная комедия (Данте/Мин)/Чистилище/Песнь XVII/ДО]]
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Divina Commedia/Purgatorio/Canto XVIII
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Micione
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text/x-wiki
{{Qualità|avz=75%|data=4 ottobre 2008|arg=Poemi}}
{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[Divina Commedia/Purgatorio|Purgatorio]]<br><br>Canto diciottesimo|prec=../Canto XVII|succ=../Canto XIX}}
''Canto XVIII, il quale tratta del sopradetto quarto girone, ove si purga la soprascritta colpa e peccato de l’accidia; e qui mostra {{AutoreCitato|Publio Virgilio Marone|Virgilio}} che è perfetto amore; dove nomina l’abate da San Zeno di Verona.''
<poem>
Posto avea fine al suo ragionamento
l’alto dottore, e attento guardava
ne la mia vista s’io parea contento; {{r|3}}
e io, cui nova sete ancor frugava,
di fuor tacea, e dentro dicea: ’Forse
lo troppo dimandar ch’io fo li grava’. {{r|6}}
Ma quel padre verace, che s’accorse
del timido voler che non s’apriva,
parlando, di parlare ardir mi porse. {{r|9}}
Ond’io: "Maestro, il mio veder s’avviva
sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro
quanto la tua ragion parta o descriva. {{r|12}}
Però ti prego, dolce padre caro,
che mi dimostri amore, a cui reduci
ogne buono operare e ’l suo contraro". {{r|15}}
{{§|Drizza|"Drizza", disse, "ver’ me l’agute luci
de lo ’ntelletto, e fieti manifesto
l’error de’ ciechi che si fanno duci. {{r|18}}
L’animo, ch’è creato ad amar presto,
ad ogne cosa è mobile che piace,
tosto che dal piacere in atto è desto. {{r|21}}
Vostra apprensiva da esser verace
tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
sì che l’animo ad essa volger face; {{r|24}}
e se, rivolto, inver’ di lei si piega,
quel piegare è amor, quell’è natura
che per piacer di novo in voi si lega. {{r|27}}
Poi, come ’l foco movesi in altura
per la sua forma ch’è nata a salire
là dove più in sua matera dura, {{r|30}}
così l’animo preso entra in disire,
ch’è moto spiritale, e mai non posa
fin che la cosa amata il fa gioire. {{r|33}}
Or ti puote apparer quant’è nascosa
la veritate a la gente ch’avvera
ciascun amore in sé laudabil cosa; {{r|36}}
però che forse appar la sua matera
sempre esser buona, ma non ciascun segno
è buono, ancor che buona sia la cera".}} {{r|39}}
"Le tue parole e ’l mio seguace ingegno",
rispuos’io lui, "m’ hanno amor discoverto,
ma ciò m’ ha fatto di dubbiar più pregno; {{r|42}}
ché, s’amore è di fuori a noi offerto
e l’anima non va con altro piede,
se dritta o torta va, non è suo merto". {{r|45}}
Ed elli a me: "Quanto ragion qui vede,
dir ti poss’io; da indi in là t’aspetta
pur a Beatrice, ch’è opra di fede. {{r|48}}
Ogne forma sustanzïal, che setta
è da matera ed è con lei unita,
specifica vertute ha in sé colletta, {{r|51}}
la qual sanza operar non è sentita,
né si dimostra mai che per effetto,
come per verdi fronde in pianta vita. {{r|54}}
Però, là onde vegna lo ’ntelletto
de le prime notizie, omo non sape,
e de’ primi appetibili l’affetto, {{r|57}}
che sono in voi sì come studio in ape
di far lo mele; e questa prima voglia
merto di lode o di biasmo non cape. {{r|60}}
Or perché a questa ogn’altra si raccoglia,
innata v’è la virtù che consiglia,
e de l’assenso de’ tener la soglia. {{r|63}}
Quest’è ’l principio là onde si piglia
ragion di meritare in voi, secondo
che buoni e rei amori accoglie e viglia. {{r|66}}
Color che ragionando andaro al fondo,
s’accorser d’esta innata libertate;
però moralità lasciaro al mondo. {{r|69}}
Onde, poniam che di necessitate
surga ogne amor che dentro a voi s’accende,
di ritenerlo è in voi la podestate. {{r|72}}
La nobile virtù Beatrice intende
per lo libero arbitrio, e però guarda
che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende". {{r|75}}
La luna, quasi a mezza notte tarda,
facea le stelle a noi parer più rade,
fatta com’un secchion che tuttor arda; {{r|78}}
e correa contra ’l ciel per quelle strade
che ’l sole infiamma allor che quel da Roma
tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade. {{r|81}}
E quell’ombra gentil per cui si noma
Pietola più che villa mantoana,
del mio carcar diposta avea la soma; {{r|84}}
per ch’io, che la ragione aperta e piana
sovra le mie quistioni avea ricolta,
stava com’om che sonnolento vana. {{r|87}}
Ma questa sonnolenza mi fu tolta
subitamente da gente che dopo
le nostre spalle a noi era già volta. {{r|90}}
E quale Ismeno già vide e Asopo
lungo di sé di notte furia e calca,
pur che i Teban di Bacco avesser uopo, {{r|93}}
cotal per quel giron suo passo falca,
per quel ch’io vidi di color, venendo,
cui buon volere e giusto amor cavalca. {{r|96}}
Tosto fur sovr’a noi, perché correndo
si movea tutta quella turba magna;
e due dinanzi gridavan piangendo: {{r|99}}
"Maria corse con fretta a la montagna;
e Cesare, per soggiogare Ilerda,
punse Marsilia e poi corse in Ispagna". {{r|102}}
"Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda
per poco amor", gridavan li altri appresso,
"che studio di ben far grazia rinverda". {{r|105}}
"O gente in cui fervore aguto adesso
ricompie forse negligenza e indugio
da voi per tepidezza in ben far messo, {{r|108}}
questi che vive, e certo i’ non vi bugio,
vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca;
però ne dite ond’è presso il pertugio". {{r|111}}
Parole furon queste del mio duca;
e un di quelli spirti disse: "Vieni
di retro a noi, e troverai la buca. {{r|114}}
Noi siam di voglia a muoverci sì pieni,
che restar non potem; però perdona,
se villania nostra giustizia tieni. {{r|117}}
Io fui abate in San Zeno a Verona
sotto lo ’mperio del buon Barbarossa,
di cui dolente ancor Milan ragiona. {{r|120}}
E tale ha già l’un piè dentro la fossa,
che tosto piangerà quel monastero,
e tristo fia d’avere avuta possa; {{r|123}}
perché suo figlio, mal del corpo intero,
e de la mente peggio, e che mal nacque,
ha posto in loco di suo pastor vero". {{r|126}}
Io non so se più disse o s’ei si tacque,
tant’era già di là da noi trascorso;
ma questo intesi, e ritener mi piacque. {{r|129}}
E quei che m’era ad ogne uopo soccorso
disse: "Volgiti qua: vedine due
venir dando a l’accidïa di morso". {{r|132}}
Di retro a tutti dicean: "Prima fue
morta la gente a cui il mar s’aperse,
che vedesse Iordan le rede sue. {{r|135}}
E quella che l’affanno non sofferse
fino a la fine col figlio d’Anchise,
sé stessa a vita sanza gloria offerse". {{r|138}}
{{§|Poi quando fuor da noi tanto divise|Poi quando fuor da noi tanto divise
quell’ombre, che veder più non potiersi,
novo pensiero dentro a me si mise, {{r|141}}
del qual più altri nacquero e diversi;
e tanto d’uno in altro vaneggiai,
che li occhi per vaghezza ricopersi, {{r|144}}
e ’l pensamento in sogno trasmutai.}}
</poem>
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[[Indice:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu|'''''Galatea''''']] di [[Autore:Anton Giulio Barrili|Anton Giulio Barrili]]
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*[[Pagina principale/Sezioni#Testo in evidenza|Testo in evidenza]]
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*[[Pagina principale/Sezioni#Proposte|Proposte]]
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=== Titolo ===
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== Prima colonna ==
=== Biblioteca ===
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[[File:HILLBLU meccanismo.png|30px]] '''[[:Categoria:Tecnologia e scienze applicate|Tecnologia e scienze applicate]]'''</span>
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=== Testo in evidenza ===
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=== Citazioni ===
<section begin="Citazioni" />
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=== Proposte ===
<section begin="Proposte" />
<div style="text-align:center; text-align: -webkit-center;">{{#section:Pagina principale/Proposte}}</div><section end="Proposte" />
==Seconda colonna==
=== Laboratorio ===
<section begin="Laboratorio" /><div style="margin-bottom:10px;">
{{Centrato}}'''[[Wikisource:Aiuta Wikisource|Aiuta Wikisource!]]'''<br/>
'''È sufficiente saper leggere'''
[[File:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu|170px|page=7|border|link=Indice:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu]]<br/>La [[Wikisource:Rilettura del mese|collaborazione del mese]] propone la rilettura di
[[Indice:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu|'''''Galatea''''']] di [[Autore:Anton Giulio Barrili|Anton Giulio Barrili]]
In alternativa scegli pure un testo a piacimento tra quelli [[:Categoria:Pagine indice SAL 75%|da rileggere]], o se ti senti più esperto anche tra quelli [[:Categoria:Pagine indice SAL 25%|da ''trascrivere'']]! Qui c'è [[Speciale:IndexPages|l'elenco completo]].
[[Aiuto:Rilettura - 1 - primissimi passi|({{smaller|Serve un ''aiutino''?}})]]</div></div><section end="Laboratorio" />
{{Centrato|'''N.B. La rilettura del mese va rinnovata [[w:Template:Pagina principale/Wikisource|anche su Wikipedia]]'''}}
=== Ricorrenze ===
<section begin=Ricorrenze /><div style="margin-bottom:10px;">{{Wikisource:Ricorrenze/{{CURRENTDAY}} {{CURRENTMONTHNAME}}}}<div style="clear:both"></div></div><section end=Ricorrenze />
=== Ultimi arrivi ===
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<b>Ultimi testi riletti</b>
<!-----------------------------------
MODIFICARE QUA SOTTO
Inserire i nuovi testi SAL 100% in CIMA
Numero massimo 5 testi
-------------------------------------->
* {{testo|Racconti (Hoffmann)}}
* {{testo|Gaetanino}}
* {{testo|Un matrimonio in provincia}}
* {{testo|Il marchese del Grillo}}
* {{testo|Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni}}
<!--------------------------------------
MODIFICARE QUA SOPRA
--------------------------------------->
<div style="margin-top: 0;"></div>
<b>Ultimi testi trascritti</b>
<!-----------------------------------
MODIFICARE QUA SOTTO
Inserire i nuovi testi SAL 75% in CIMA
Numero massimo: 5 testi
NON TOGLIERE I TESTI SE DIVENTANO RILETTI!
------------------------------------->
* {{Testo|L'Avesta (Pizzi, 1914)}}
* {{Testo|Aggiunta a' viaggi di Europa}}
* {{Testo|Il Libro dei Re}}
* {{Testo|Racconti (Hoffmann)}}
* {{Testo|Tartufo - Il Misantropo}}
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=== Oltre Wikisource ===
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Pagina:Rivista italiana di numismatica 1893.djvu/56
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|monete di milano inedite}} |49}}</noinclude>
{{Ct|t=3|v=1|f=120%|CORRADO II DI FRANCONIA}}
{{Ct|t=1|v=1|{{Sc|imperatore e re d’ italia.}}}}
{{Ct|t=1|v=2|(1024-1039).}}
[[File:Rivista italiana di numismatica 1893 (page 56 crop).jpg|250px|center]]
{{no rientro}}1. ''Denaro'' (gr. 1.330). — ''Inedito''.
::<div style=text-indent:-1em;">D/ — <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ IMPERATOR</span>. Nel campo, in un circolo perlato, in tre righe: <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>CH VNR AD</span>.</div>
::<div style=text-indent:-1em;">R/ — <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ MEDIOLANV</span>. Nel campo, entro un circolo, Croce.</div>
:{| width=100%
| Coll. Boyne. || align=right | Arg. R.<sup>8</sup> L. 300.
|}
{{Ct|t=3|v=1|f=120%|ENRICO III, IV o V DI FRANCONIA}}
{{Ct|t=1|v=1|{{Sc|imperatori e re d’ italia}}}}
{{Ct|t=1|v=2|(1039-1125).}}
{{no rientro}}1. ''Denaro'' (gr. 1.000). — ''Var. n. 1.''
::<div style=text-indent:-1em;">D/ — <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ IMPERATOR</span>. Nel campo, in un circolo perlato, e in tre righe : <span style="letter-spacing:-.3em;font-family:sans-serif;font-weight:bold;">HE </span> {{sans-serif|''' RIC N'''}}. Dal circolo partono tre cunei, due al basso, uno in alto a sinistra e si dirigono verso il centro.</div>
::<div style=text-indent:-1em;">R/ — <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>MEDIOLANV</span>. In un circolo perlato, Croce.</div>
:{| width=100%
| Coll. Municipale, Gnecchi. || align=right | Arg. R. L. 2.
|}
{{smaller block|f=90%|t=1|v=1}}NB. Di questo denaro esistono molte varietà per i cunei che si trovano nel diritto. Nella collezione Municipale, in quella Viganò e nella nostra ritrovammo degli esemplari con un ''solo cuneo, con due, tre e quattro cunei'', variamente disposti. Crediamo opportuno citarli, ritenendo per fermo che questi segni non siano capricci degli incisori, ma segni convenzionali degli zecchieri, per indicare o le varie emissioni, o la loro data, o il loro quantitativo, come infatti si ritrovò in altri casi, col sussidio dei documenti. — Ne teniamo quindi nota,<noinclude></div></noinclude>
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Pagina:Rivista italiana di numismatica 1893.djvu/57
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Dr Zimbu
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/* Riletta */
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proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|50|{{Sc|f. ed e. gnecchi}}|}}
{{smaller block|f=90%|t=1|v=1}}</noinclude>nella probabilità che si possa in seguito, col progredire degli studi, trovare una ragione di questi segni. — Accenneremo intanto che la medesima varietà di ''cunei'' abbiamo notato anche nell’''Obolino'' di questi Enrici, da noi pubblicato al n. 6 (pag. 21 delle ''Monete di Milano'').</div>
{{no rientro}}2. ''Denaro'' (gr. 0.700). – ''2<sup>a</sup> Var. n. 1.''
::<div style=text-indent:-1em;">D/ — <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;> + IMPERATOR</span>. Nel campo, in un circolo perlato e in tre righe: '''<span style="letter-spacing:-.3em;font-family:sans-serif;">HE</span> {{sans-serif| RI•C• N}}'''.
::<div style=text-indent:-1em;">R/ — Come il precedente.
:{| width=100%
| Coll. Municipale, Gnecchi. || align=right | Arg. R. L. 2.
|}
{{no rientro}}3. ''Denaro'' (gr. 0.510). — ''Var. n. 2.''
::<div style=text-indent:-1em;">D/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ IMPERATOR</span>. Nel campo, c. s.: '''<span style="letter-spacing:-.3em;font-family:sans-serif;">HE</span> {{sans-serif|RIC •O•}}''' (nell’sans-serif;font-weight:bold;>O</span> una croce).
::<div style=text-indent:-1em;">R/ — <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>MEDIOLANV</span> (nell’<span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>O</span> una croce). Nel campo, in un circolo c. s., Croce.
:{| width=100%
| Coll. Gnecchi. || align=right | Arg. R. L. 2.
|}
{{no rientro}}4. ''Denaro'' (gr. 0.450). — ''Var. n. 5''.
::<div style=text-indent:-1em;">D/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ IMPERATOR</span>. Nel campo, c. s.,: [[File:Five-petal flower icon.white.svg|10px]] '''<span style="letter-spacing:-.3em;font-family:sans-serif;">HE</span> <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;> RIC</span> [[File:Five-petal flower icon.white.svg|10px]][[File:Five-petal flower icon.white.svg|10px]]
::<div style=text-indent:-1em;">R/ — <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>MEDIOLANV</span>. Nel campo, c. s.. Croce.
:{| width=100%
| Coll. Viganò a Desio. || align=right | Arg. R. L. 2.
|}
{{no rientro}}5. ''Denaro'' (gr. 0.500). — ''Var. n. 1-5''.
::<div style=text-indent:-1em;">D/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ IMPERATOR</span>. Nel campo, c. s.: '''• <span style="letter-spacing:-.3em;font-family:sans-serif;">HE</span> <span style=font-family:sans-serif;>NRI •C•</span>'''
::<div style=text-indent:-1em;">R/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+MEDIOL</span>. Nel campo, c. s.. Croce.
:{| width=100%
| Coll. Gnecchi. || align=right | Arg. R. L. 2.
|}
{{Ct|t=3|v=1|f=120%|FEDERICO I DI SVEVIA}}
{{Ct|t=1|v=1|{{Sc|imperatore e re d’italia.}}}}
{{Ct|t=1|v=2|(1152–1190).}}
{{no rientro}}1. ''Denaro'' (gr. 0.750). — ''Var. n. 1''.
::<div style=text-indent:-1em;">D/ — <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ FREDERICV∽</span>. Nel campo, in un circolo perlato, le lettere <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>IPRT</span> disposte in forma di croce (senza il punto centrale).<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|50|{{Sc|f. ed e. gnecchi}}|}}
{{smaller block|f=90%|t=1|v=1}}</noinclude>nella probabilità che si possa in seguito, col progredire degli studi, trovare una ragione di questi segni. — Accenneremo intanto che la medesima varietà di ''cunei'' abbiamo notato anche nell’''Obolino'' di questi Enrici, da noi pubblicato al n. 6 (pag. 21 delle ''Monete di Milano'').</div>
{{no rientro}}2. ''Denaro'' (gr. 0.700). – ''2<sup>a</sup> Var. n. 1.''
::<div style=text-indent:-1em;">D/ — <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;> + IMPERATOR</span>. Nel campo, in un circolo perlato e in tre righe: '''<span style="letter-spacing:-.3em;font-family:sans-serif;">HE</span> {{sans-serif| RI•C• N}}'''.
::<div style=text-indent:-1em;">R/ — Come il precedente.
:{| width=100%
| Coll. Municipale, Gnecchi. || align=right | Arg. R. L. 2.
|}
{{no rientro}}3. ''Denaro'' (gr. 0.510). — ''Var. n. 2.''
::<div style=text-indent:-1em;">D/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ IMPERATOR</span>. Nel campo, c. s.: '''<span style="letter-spacing:-.3em;font-family:sans-serif;">HE</span> {{sans-serif|RIC •O•}}''' (nell’<sans-serif;font-weight:bold;>O</span> una croce).
::<div style=text-indent:-1em;">R/ — <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>MEDIOLANV</span> (nell’<span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>O</span> una croce). Nel campo, in un circolo c. s., Croce.
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| Coll. Gnecchi. || align=right | Arg. R. L. 2.
|}
{{no rientro}}4. ''Denaro'' (gr. 0.450). — ''Var. n. 5''.
::<div style=text-indent:-1em;">D/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ IMPERATOR</span>. Nel campo, c. s.,: [[File:Five-petal flower icon.white.svg|10px]] '''<span style="letter-spacing:-.3em;font-family:sans-serif;">HE</span> <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;> RIC</span> [[File:Five-petal flower icon.white.svg|10px]][[File:Five-petal flower icon.white.svg|10px]]
::<div style=text-indent:-1em;">R/ — <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>MEDIOLANV</span>. Nel campo, c. s.. Croce.
:{| width=100%
| Coll. Viganò a Desio. || align=right | Arg. R. L. 2.
|}
{{no rientro}}5. ''Denaro'' (gr. 0.500). — ''Var. n. 1-5''.
::<div style=text-indent:-1em;">D/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ IMPERATOR</span>. Nel campo, c. s.: '''• <span style="letter-spacing:-.3em;font-family:sans-serif;">HE</span> <span style=font-family:sans-serif;>NRI •C•</span>'''
::<div style=text-indent:-1em;">R/ – <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+MEDIOL</span>. Nel campo, c. s.. Croce.
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| Coll. Gnecchi. || align=right | Arg. R. L. 2.
|}
{{Ct|t=3|v=1|f=120%|FEDERICO I DI SVEVIA}}
{{Ct|t=1|v=1|{{Sc|imperatore e re d’italia.}}}}
{{Ct|t=1|v=2|(1152–1190).}}
{{no rientro}}1. ''Denaro'' (gr. 0.750). — ''Var. n. 1''.
::<div style=text-indent:-1em;">D/ — <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>+ FREDERICV∽</span>. Nel campo, in un circolo perlato, le lettere <span style=font-family:sans-serif;font-weight:bold;>IPRT</span> disposte in forma di croce (senza il punto centrale).<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|360|{{Sc|appendice}}|}}</noinclude>{{Nop}}
Di questa istoria furono dunque fatte sette od otto edizioni in lingua italiana; fu tradotta ne’ quattro principali idiomi dell’Europa, ed ebbe otto traduttori, cioè uno latino, tre francesi, due tedeschi, ed uno inglese: in latino fu stampata sette volte o più, tredici volte in francese, due in inglese e due in tedesco: più di trenta edizioni in due secoli, fortuna che ebbero pochi libri di storia ecclesiastica.
II. Tornando alle sopracitate collezioni delle Opere di Frà Paolo, quella di Verona in 8 volumi in 4.°, e quella di Napoli in 24 volumi in 8.°, elle potrebbero essere ridotte alla metà quando se ne tolga tutto ciò che al Sarpi non appartiene.
1.° ''Consolazione della mente'' ecc. Vedi la Sezione IV n.° 2.
2.° ''Risposta data da Frà Paolo a Paolo V''. Ibid. n.° 3.
3.° ''Dominio del mare Adriatico e sue ragioni pel'' {{Sc|jus belli}} ''ecc''. Ibid. n.° 4.
4.° ''Allegazione ovvero Consiglio in jure di Cl. Cornelio Frangipane J. C. per la vittoria navale contra Federico I imperatore, ed atto di papa Alessandro III proposto da Cirillo Michele per il dominio della serenissima repubblica di Venezia sopra il golfo contro alcune scritture dei Napoletani''.
{{smaller block|È opera del Frangipane.}}
5.° ''Il principe di Frà Paolo, ossia istruzione ai principi circa la politica de’ PP. gesuiti''.
{{smaller block|È un opuscolo assai vigoroso di Frà Fulgenzio: un anonimo vi ha fatto delle annotazioni che sommergono il testo e piene d’invettive contra i gesuiti.}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|bibliografica.}}|361}}</noinclude>{{Nop}}
6.° ''Confermazione delle Considerazioni del P. M. Paolo di Venezia contro il P. M. Gian Antonio Bovio Carmelitano, di M. Fulgenzio bresciano, Servita, ove si dimostra copiosamente qual sia la vera libertà ecclesiastica e la potestà data da Dio ai Principi''.
{{smaller block|Quantunque il Sarpi abbia moltissimo contribuito a quest’opera, massime per ciò che riguarda l’erudizione e la critica, essa è pur sempre di Frà Fulgenzio, com’è di G. Leoni il ''Ragionamento sopra la potestà ecclesiastica'', sebbene il Sarpi ne abbia fornito il materiale. È d’altronde un’opera tediosissima e di scarso interesse pei nostri tempi. Tutto al più può essere letta ancora da quelli che desiderassero vedere quanto male ragionavano i fautori della Curia.}}
7.° ''Vita di Paolo Sarpi''.
{{smaller block|Quest’operetta di Frà Fulgenzio poteva passare nella edizione di Napoli; ma torna al tutto superflua in quella di Verona dopo aver portate nel Tomo I le ''Memorie aneddote'' del Grisellini, omesse dal Selvaggi.}}
8.° ''Compendio dell’Interdetto''.
{{smaller block|È una cattiva abbreviazione della Storia dell’Interdetto di Frà Paolo, fatta da un anonimo.}}
9.° ''De iure asylorum''.
{{smaller block|È la traduzione latina fatta dal Frickelburgio del Trattato sulla Immunità delle Chiese di Frà Paolo.}}
10.° ''Index librorum proibitorum cum regulis confectis per Patres Tridentina Synodo delectos''.
''Instructio de impressione librorum''.
''Instructio de prohibitione librorum''.
{{smaller block|Ognun vede che sono cose estranee alle Opere sarpiane.}}
11.° ''Lettera di Enrico IV re di Francia al suo ambasciatore''.
''Lettera del cardinale di Perron al re Cristianissimo''.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|bibliografica.}}|363}}</noinclude>{{Nop}}
III. Le opere dunque che appartengono veramente a Frà Paolo, e comprese nelle citate due collezioni, sono le seguenti che io disporrò, per quanto è possibile, secondo l’ordine dei tempi acciò servano di complemento a quanto ho detto nella Biografia: le indicate con due '''§§''' sono cose imperfette o appena sbozzate; e quelle indicate con una '''Ø''' sono di un interesse al tutto locale e temporaneo.
1595 (marzo). '''§§''' ''Sommario in materia di Stampe'' e due schede sullo stesso soggetto.
1606. '''§§''' ''Due rimedi ai fulmini di Roma''.
'''§§''' ''Ragioni per la superiorità del Concilio''.
{{smaller block|Sono gli abbozzi del seguente.}}
''Consulto se la repubblica di Venezia possa e debba valersi dell’appellazione al futuro concilio nella sua controversia con Roma''.
''Trattato e risoluzione sopra la validità delle scomuniche di Giovanni Gerson''.
''Apologia contro al Bellarmino''.
''Considerazioni sopra le Censure''.
''Trattato dell’Interdetto''.
''Lettera ai Cardinali Inquisitori di Roma'' (in latino).
1607. '''§§''' ''Scrittura sopra l’esame del Patriarca''.
1608. ''Storia dell’Interdetto''.
''Consulto circa le istanze fatte da Roma perchè dalla Repubblica si desse luogo alla proibizione e soppressione de’ libri stampati a di lei favore nella controversia''.
'''§§''' ''Consulto se l’eccelso Consiglio de’ Dieci debba esaminare i rei ecclesiastici coll’intervento del vicario patriarcale o no''.<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|364|{{Sc|appendice}}|}}</noinclude>{{Nop}}
{{smaller block|Breve e molto fiacco lavoro, che sembra non essere che una scheda.}}
'''§§''' ''Sopra la degradazione dei cherici''.
{{smaller block|Scheda che non manca di curiosità; ma lo stesso argomento fu trattato dall’autore con maggiore profondità nella Istoria del Concilio Tridentino Lib. IV num. XVII.}}
1609. ''Istoria dei Beneficii ecclesiastici''.
1610. '''§§''' ''Della immunità delle chiese''.
{{smaller block|Abbozzo di una materia ampiamente sviluppata nel trattato seguente col medesimo titolo{{ec||.}}}}
''Della immunità delle chiese''.
'''§§''' ''Scrittura sopra la proibizione de’ libri''.
'''Ø''' ''Scrittura sopra la proibizione de’ libri ed altri punti''.
Ciò che v’ha di meglio sono i seguenti passaggi:
{{smaller block}}«Pubblicando il Concilio Tridentino Pio IV proibì a tutti il potervi fare dichiarazione sopra: deputò una congregazione di cardinali, la quale sola avesse facoltà di rispondere sopra le difficoltà ed ambiguità. Quel concilio fece degli ordini in quasi tutte le materie: per questo un tal arcano successe, che pochissime cause fossero nelle quali non fosse necessario ricorrere a Roma per dichiarazione; dal che venne grande accrescimento de’ negozi in Corte. Ma se quelle dichiarazioni una volta fossero raccolte in forma pubblica, avrebbono dato forma a’ giudizi senza necessità di ricorrere a Roma per dichiarazione in difficoltà simili. La Corte ha usato diligenza che non si raccogliessero nè stampassero: gli avvocati e sollecitatori ne fanno raccolte scritte a mano per loro istruzione. Alcune capitate sono state stampate, come quella di Prospero Farinaccio. La Corte la perseguita, primo, perchè da quella si vede lo stile della Curia; secondo, perchè s’imparano le dichiarazioni e si scemano i ricorsi.
(''Una terza ragione omessa dal Sarpi può essere perchè quelle dichiarazioni sono così ridicole, e la venalità e la cavillazione vi appariscono così manifeste, che il pubblicarle non torna a troppo onore della corte di Roma, Pure furono raccolte e pubblicate nel IV vol. delle'' Decisioni novissime della Ruota romana ''raccolte dal Farinaccio, celebre giureconsulto ed auditore della Ruota medesima, indi stampate unitamente ai canoni del Concilio di Trento, prima dal Benedettino {{Pt|Pie-|}}''<noinclude></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|bibliografica.}}|365}}
{{smaller block}}</noinclude>''{{Pt|tro|Pietro}} Vincenzo de Marcilla professore di teologia nella università di Compostella, poi da Giovanni Gallemart giureconsulto di Douvai. Ma la corte di Roma n’ebbe tanta vergogna che si credette in dovere di smentirle e di farle registrare nell’Indice de’ Libri Proibiti. Ciò nulla ostante oltrecchè il Marcilla e il Gallemart, e più che altri il Farinaccio, non potevano nè per interesse nè per posizione personale essere capaci di una impostura, l’autenticità di quelle dichiarazioni è attestata dagli esaminatori delegati dal regio consiglio di Castiglia e dalla accademia di Douvai, che dipendeva allora dal re di Spagna, e dalla stessa Inquisizione che ne permise ripetutamente la stampa. L’edizione più ampia è quella unita ai Canoni e Decreti del Concilio Tridentino stampata a Colonia nel 1620, un grosso volume in'' 8.°).
{{spazi|5}}«Questo è stato un arcano della Corte: abbracciar tutto, non risparmiar nulla; alla fine vi resta sempre qualche cosa dell’acquistato. Ed in ciò si vale di tanti ministri e fautori, che osservano le cose che non conviene contendere, e sempre qualche principe si è svegliato. Ecco un altro mezzo: Che non occorre voler tutto; che si vada pian piano».</div>
1612 (15 sett.) '''§§''' ''Scrittura sopra le cause dei Greci''.
'''§§''' ''Sommario di un consulto sopra una causa matrimoniale tra due Greci di Candia''.
{{smaller block|Contiene pochi frammenti del consulto antecedentemente accennato, rappezzati insieme con troppa goffaggine quantunque l’intiero debba essere uno tra gli egregi lavori del Consultore.}}
'''§§''' ''Scrittura sopra l’autorità dell’inquisizione per gli eretici greci''.
'''§§''' ''Trattato circa le ragioni di Ceneda''.
1612 (16 sett.) '''Ø''' ''Due Scritture sul Dominio del mare Adriatico''.
'''Ø''' ''Scrittura nella quale si raccolgono le dispute della vertenza delle cause di Belgrado, Castelnuovo, Marano, porti di Lignano, Busso e Sant’Andrea e della navigazione del golfo nel convento'' (congresso) ''di Friuli fatte da vicendevoli avvocati''.
{{smaller block|È un riassunto delle allegazioni pro e contro tra i giureconsulti austriaci e veneziani sul dominio del mare Adriatico e di alcune terre littorali.}}<noinclude><references/></noinclude>
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|Autore=E. T. A. Hoffmann
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|Sottotitolo=di Ernesto Teodoro Hoffmann, premesso un discorso di {{Wl|Q79025|Gualtiero Scott}}, prima versione italiana, Volume III
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Racconti (Hoffmann)
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{{Qualità|avz=100%|data=24 settembre 2026}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = E. T. A. Hoffmann
| Titolo =Racconti
| Anno di pubblicazione = 1814
| Lingua originale del testo =tedesco
| Nome e cognome del traduttore = E. B./G.B.
| Anno di traduzione = 1835
| Progetto = Letteratura
| Argomento =Racconti
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Hoffmann - Racconti I, Milano, 1835.djvu
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<pages index="Hoffmann - Racconti I, Milano, 1835.djvu" from=1 to=5 />
==Indice==
* {{testo|/Ai leggitori}}
* {{testo|/Discorso di Gualtiero Scott|Discorso}}
* {{testo|Il violino di Cremona}}
* {{testo|Don Giovanni (Hoffmann)}}
* {{testo|Gluck}}
* {{testo|Il vaso d'oro}}
* {{testo|La casa deserta}}
* {{testo|Ignazio Denner}}
* {{testo|Il Diavolo (Hoffmann)}}
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 111 —|}}</noinclude>al chiarore del crepuscolo l’uno accanto all’altro, cogli sguardi confitti nell’orizzonte. Non fu che l’altro giorno che Giorgina potè dire al marito l’orribile caso che seguì dopo la sua assenza.
Erano appena trascorsi quattro dì, quando verso il mezzogiorno il famiglio si abbattè in certe cere sospette che facevano la ronda attorno al bosco, per cui Giorgina quando n’ebbe avviso sospirò ardentemente il ritorno di suo marito.
Nel più fitto della notte furono desti da un gran tumulto di persone e di grida che si facevano intendere per ogni lato intorno alla casa. Il fante corse dalla padrona pieno di spavento dicendole che la casa era tutta cinta da un sì gran numero di briganti che era inutile ogni difesa. I mastini latravano ad assordare.
Ma tutt’a un tratto si racchetarono, e s’intese una voce che chiamò Andrès! Andrès!
Il fante si fece un poco d’animo schiuse la finestra e rispose che il guarda caccia non c’era.
— Non importa, apri la porta che non indugerà a capitare.<noinclude>
<references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 112 —|}}</noinclude>{{Nop}}
Che poteva fare il povero fante? Obbedì...
Una mano d’assassini s’innoltrò in tumulto e salutarono Giorgina come la moglie d’un buon compagno che aveva salvata la vita al Capitano. Vollero che le fosse ammanito un buon pasto perchè avevano durata molta fatica lungo la notte, in un’impresa che, come dicevano, avevano condotta a buon termine.
La poveretta tremante e desolata fece un gran fuoco nella cucina, e mentre stava allestendo, uno degli ospiti che pareva il cellerario o il camerlingo della compagnia, depose sulla tavola della cacciagione del vino e non so che altro. Il fante fu obbligato d’apprestare la tavola e di servire.
Colse un momento e disse in un orecchio alla padrona ch’era rimasta in cucina:
— Sapete voi che cosa hanno fatto cotesta notte? dopo una lunga assenza e grandi apparecchi hanno assalito il castello del monsignor conte, che ammazzarono e n’incendiaron la casa perchè tutta la sua famiglia s’era data a difenderlo.<noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 113 —|}}</noinclude>{{Nop}}
Giorgina non cessava di gridare: ah! mio marito! mio marito! che forse era al castello! ah! povero signore!
Trattanto i masnadieri cantavano e bevevano nella camera attigua aspettando che si recasse in tavola.
Già cominciava a spuntar l’alba quando sopravvenne l’odioso Denner, e subito misero mano a scegliere i fardelli e le casse che avevano recato seco lor sui cavalli. Giorgina intese il suono del denaro che si numerava e il tintinnìo del vasellame d’argento.
Infine quando fu fatto giorno, si misero tutti in viaggio, da Denner in fuori, il quale sorridendo tutto amorevolmente disse a Giorgina:
— Voi siete forte spaventata perchè forse vostro marito non v’ha detto che da gran tempo è dei nostri. Anzi mi duole assai che non sia ancora ritornato perchè forse ha smarrita la strada. Egli è stato con noi al castello del malvagio conte che ci noja da due anni con ogni genere di persecuzione, e di cui finalmente abbiamo fatta la vendetta che vedete. Fu ammazzato per mano di vostro marito; ma tranquillatevi, e dite ad An-<noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 114 —|}}</noinclude>drès che non mi vedrà così di corto, perchè intendo di separarmi dagli altri e partir questa sera. Voi avete sempre dei bei figliuoletti; ed ecco di nuovo un altro leggiadro zitello. A queste parole tolse il bambino dalle mani di Giorgina e così si mise a trastullarsi con lui che pareva che il fanciullo ne avesse piacere. Per cui sull’imbrunire le disse:”
— Capirete da questo se io non sono noato d’avere nè moglie nè figli con cui ricrearmi: essi sarebbero tutta la mia passione. Lasciatemelo in braccio pel poco tempo che m’intrattengo ancora con voi. Farei scommessa che non ha più di nove settimane?
Giorgina rispose che sì, e lasciò non senza trepidazione il fanciullo nelle mani di Denner, che si pose a bell’agio presso la porta e pregò la madre di apparecchiargli un poco di cena perchè dovea partire fra un’ora. Non aveva ancora posto piede in cucina che vide Denner trapassare nella stanza attigua col figlio in braccio. E subito un brutto odore ammorbò tutta la casa che pareva venisse da questa camera. Giorgina fu côlta da una paura senza pari, corse verso la<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 115 —|}}</noinclude>camera e la trovò chiusa col catenaccio; e per giunta di dolore, le pareva di sentire il fanciulletto che gemeva:
— Per carità campatemi dalle mani di costui, il mio bambino, gridò ad un fante che sopravvenne.
In questo sentì come una buffa d’un vapor così denso da affogare, e balzata nella camera trovò il fanciulletto tutto nudo disteso sopra un mastello che sanguinava, e vide il suo domestico levare una spranga di ferro sulla testa di Denner e questo scansare il colpo e fare alle braccia con lui. Le parve altresì d’intendere diverse voci sotto la finestra, che però non ha potuto raccogliere perchè cadde tramortita. Quando si risentì era notte scura; le sue membra erano intirizzite e non poteva levarsi da terra. E sopravvenuto il giorno si trovò in una stanza bagnata di sangue. Si vide ai piedi alcuni brani dell’abito di Denner, e un po’ più lungi una ciocca di capelli strappati al suo famiglio, e sotto la tavola il fanciullo morto. Perdette di nuovo i sensi e fu per morire anch’essa. Se non che verso mezzodì potè aprire un poco gli occhi come dopo un lungo<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 116 —|}}</noinclude>sonno. Si levò di terra come potette e chiamò Giorgio; ma siccome non le fu risposto, credette che anche Giorgio fosse stato scannato.
Fatta animosa dalla disperazione balzò nella corte gridando: “Giorgio! Giorgio!” quando una voce fioca e piangente le rispose da un abbajno: Mamma! cara mamma sei tu? vieni sopra ch’io mi muojo di fame!
Giorgina corse e trovò il figliuolo che s’era quivi riparato dallo spavento e non gli era dato l’animo di venire abbasso. Si strinse con amore il suo fanciulletto al seno, chiuse la porta ed aspettò d’ora in ora, rannicchiata in sul solajo il ritorno d’Andrès, ch’ella dava per morto. Il figliuolo aveva visto dall’alto entrare in casa parecchi uomini, ed uscirne con Denner ed un morto sulle spalle.
Fatto il suo racconto Giorgina si pose a riguardare i giojelli che Andrès gli aveva recati. “Oh Dio! è dunque vero che tu sei uno...”
Andrès le disse tutta la buona fortuna che Dio gli aveva mandato a ristoro di tanti mali, e non durò fatica a convincerla della sua innocenza.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>{{Nop}}
{{Ct|L=0.2em|'''CAPITOLO X'''}}
{{Xx-larger|T}}utto l’avere del Conte di Fach era venuto in eredità ad un suo nipote; per cui Andrès deliberò di recarsi da lui per dirgli tutto quello che gli era occorso, rivelargli il nascondiglio di Denner, ed accomiatarsi d’un servigio che gli era tanto nojoso. A Giorgina non dava il cuore di star sola in casa col suo bambino. Andrès prese dunque il partito di fare un carro di tutta la sua roba, e di lasciar per sempre un paese di così sinistra ricordanza. Dovea partire in fra tre giorni, e il terzo appunto era occupato a far fardello, quando si fece sentire un calpestio di cavalli che sempre più si accostava. Subito conobbe l’of-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 118 —|}}</noinclude>ficiale dei boschi del dominio di Fach che alloggiava al castello, e dietro gli galoppava una squadra dei dragoni di Fulda.
— Cogliamo appunto lo scellerato tutto intento a mettere in salvo il suo bottino; disse il Commissario del tribunale che accompagnava la squadra.
Andrès tremò di sorpresa e di spavento; Giorgina poteva sorreggersi appena.
Furono subito circondati e legati ambedue appunto sul carro che era dinanzi la porta. Giorgina si lamentava e domandava gridando di non essere divisa da suo figlio.
— Vuoi tu trar teco la tua progenie in questa corruzione d’inferno? gli disse il Commissario, e gli tolse il fanciullo di braccio.
Già si disponevano al viaggio, quando il vecchio officiale, di grosse maniere ma leali, si appressò al carro e disse:
— Andrès come hai potuto lasciarti trarre a sì fatti delitti, tu che eri sì probo e sì dabbene?
A cui Andrès tutto costernato rispose “Caro signore, io sono così innocente come è vero che Dio è lassù,<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 119 —|}}</noinclude>come è vero che spero di salvarmi. Voi mi conoscete sin dall’infanzia; e come avrei potuto, io che non ho mai fatto male a persona, diventare in un tratto un abbominevole scellerato? Dico così perchè so che mi tenete per un maledetto assassino, e che mi accusate d’aver avuto parte all’invasione del castello e della morte del mio caro ed infelice signore. Ma io sono innocente per la mia vita e per la salute dell’anima mia!
— Se tu lo sei, sarà subito chiarito per terribili che siano le apparenze che stanno contro di te. Io avrò cura di tuo figlio e della tua roba, perchè se sei assolto abbi a trovare ogni tua cosa nelle mie mani.
Il Commissario portò seco tutto il denaro.
Cammin facendo Andrès chiese a Giorgina ove aveva riposta la cassetta ch’egli volea dare al Magistrato; ma le confessò, che non senza dolore, l’aveva restituita a Denner.
A Fulda furono divisi i due conjugi, e seppelliti in una buja prigione. Qualche giorno dopo si procedette all’esame in cui Andrès fu accusato d’aver messo<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 120 —|}}</noinclude>mano al saccheggio del castello di Fach. Andrès raccontò appuntino tutto quello che gli era occorso dalla prima apparizione dell’odioso Denner in sua casa, sino al momento dell’arresto. Ed accusò sè stesso, non senza gran pentimento, d’essere stato presente a quell’altra aggressione della cascina per salvare la moglie ed il figlio, e protestò della sua innocenza in quanto alla rapina del castello, trovandosi allora a Francfort.
In questo si spalancarono gli usci della sala d’udienza ed Ignazio Denner fu intromesso. Incontrandosi in Andrès si mise a ridere volgendogli queste parole.
— Anche tu compagnone ti sei lasciato accalappiare? Nè ti hanno potuto trar d’impaccio le preghiere di tua moglie?
I giudici fecero comando a Denner di ripetere le accuse, ed egli dichiarò che il guardacaccia Andrès che gli stava d’innanzi apparteneva già da cinque anni alla banda, e che la casa di lui era il suo miglior covile. Aggiunse che Andrès aveva sempre avuto la sua parte di bottino, benchè non avesse adoperate attivamente le mani che un pajo di volte; la prima quando assalirono il caso-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 121 —|}}</noinclude>lare, in cui avea campato Denner da un gran pericolo; l’altra nell’affare del Conte Aloisio di Fach stato ammazzato da un colpo di Andres.
Questi non potè tenere il suo furore quando intese una così orribile menzogna.
— Ribaldo che sei, osi accusarmi della morte del mio caro padrone trucidato da te? La tua vendetta mi perseguita perchè ho abborrito di accomunarmi con voi, e perchè protestai che t’avrei ammazzato come una fiera se mettevi un piede sulla mia porta. Ecco perchè hai assalito il mio povero abituro, mentre io era lontano, e perchè mi hai morto un bambino innocente e un valoroso servitore. Ma tu non iscanserai la giusta vendetta di Dio, quand’anche fossi vittima della tua iniquità.” Andrès accompagnò la sua deposizione coi più solenni giuramenti; ma Denner si fece beffe di lui e l’accusò di spergiuro per poco animo e paura del patibolo.
I giudici non sapevano che pensare tenuti perplessi dalla franchezza delle proteste di Andrès e dall’imperturbabile calma di Denner. Fu menata in giudizio Giorgina, che si gettò gemendo nelle<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 122 —|}}</noinclude>braccia di suo marito. Però non si accordò molto con lui nelle sue risposte, e benchè accusasse Denner della strage del suo bambino, desso stette fermo a mantenere che Giorgina non avea mai saputo niente dei misfatti del marito e che era affatto innocente.
Andrès fu ricondotto in carcere. Fra qualche giorno il carceriere gli fece intendere che per le testimonianze dei briganti in favore di Giorgina, era stata lasciata andare con sigurtà del giovane conte di Fach, e che l’officiale dei boschi l’era venuta a levare nella sua bella carrozza: Il tribunale le negò di veder suo marito, quantunque avesse assai sollecitato questo favore. La nuova della sua Giorgina confortò alquanto il povero Andrès, afflitto più della disgrazia di lei che della propria. Ma il suo processo si facea ogni giorno più intralciato per lui. E quello che più gli facea danno si era che da cinque anni viveva in una sorte d’agiatezza che non gli potea venire che da ajutare le ruberie di Denner.
Il fatto del viaggio a Francfort e dell’eredità parve bugiardo, massime che<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 123 —|}}</noinclude>non seppe dire il nome della persona che gli avea scontati i denari. E il banchiere del Conte non si ricordava per nulla del guardacaccia, e il ragioniere di monsignor Fach che gli avea lasciato il certificato era morto da pochi dì. Anzi tutte queste malegevolezze furono viemaggiormente impacciate dalla testimonianza di due che pretendevano d’aver riconosciuto Andrès al barlume delle fiaccole la notte del sacco dato al castello. Per cui il tapino fu tenuto come un ribaldo indurito, e fu dannato alla tortura per cavargli la verità. Era già da un anno così sotterrato in carcere; tanto che gli affanni d’animo e di corpo l’aveano così consunto ch’era tutto affievolito da gagliardo che era. In questo sopravvenne il giorno terribile in cui il dolore gli dovea trarre la confessione d’un delitto che non avea fatto. Fu condotto in una stanza piena d’ordigni inventati dall’ingegnosa crudeltà ed i famigli del carnefice s’apparecchiarono a martoriare lo sciagurato.
Gli fu intimato di bel nuovo di confessare, e di bel nuovo protestò della sua innocenza, e ripetè tutte le circostanze<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 124 —|}}</noinclude>della sua intrinsichezza con Denner, nell’istesso modo che le avea dette nel suo primo processo. Allora gli furono addosso i carnefici, lo legarono e gli slogarono le membra, mentre degli altri configgevano come degli spilli nelle sue carni. Andrès non potè sostenere il martirio e vinto dal dolore, invocando la morte, confessò tutto ciò che si volle e fu portato tramortito nel suo carcere.
Lo si fece risentir con del vino, secondo il costume dei torturati, e cadde in uno stato d’insensibilità, non so se più vicino al sonno od alla morte. Allora gli parve che si staccassero dei mattoni del muro e cadessero sul pavimento della prigione. Un chiarore rossigno s’intromise per la fessura, gli venne veduto un chiaror vaporoso che ritraeva delle sembianze di Denner, se non che i suoi occhi erano più infocati ed i crespi capelli si rizzavano sulla sua fronte, e i sopraccigli aggrottati, s’abbassavano più profondamente sul fitto muscolo che si stendeva sopra l’adunco naso. Denner non s’era mai più lasciato vedere con un viso così disfatto, e così travestito; perchè s’era tratto sulle spalle un gran<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 125 —|}}</noinclude>mantello rosso tutto listato d’oro; e un largo cappello alla spagnuola gli celava gran parte del sembiante; cingeva una larga spadaccia ed avea in braccio una cassettina.
Il singolare fantasma mosse verso Andrès e con una voce sorda, gli disse: — Ebbene che gusto hai trovato nella tortura? Non ne devi imputare che la tua ostinazione. Se tu avessi dichiarato che eri della banda, saresti già salvo. Promettimi di fidarti intieramente a me. E se consenti di bere qualche goccia di questo liquore composto col sangue di tuo figlio, ricovrerai subito le tue forze ed io mi piglio il carico di camparti.
Andrès dimorò immobile di spavento e d’orrore alla vista dell’ampolla che Denner gli porgeva; e si fece a pregar Dio e tutt’i Santi di camparlo dalle mani del Demonio che lo perseguitava sotto tutte le forme.
Denner diede in uno scoppio di riso e sparve in mezzo al denso fumo.
Allora si destò dal tramortimento in cui era caduto, ed a stento si potè levare dal suo giaciglio. Se non che fu per cader morto di nuovo, veggendo scuo-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 126 —|}}</noinclude>tersi ed alzarsi la paglia su cui avea posta la testa. E siccome erano stati tolti alcuni mattoni dal suolo, intese parecchie volte proferire il suo nome.
Era la voce di Denner, al quale egli disse: — Che vuoi? lasciami in pace, io non ho niente di comune con te.
Denner rispose: — Ho trapassati molti sotterranei per venirti a salvare; perchè se tu ti lasci condurre sino alla piazza del patibolo, donde sono fuggito, tu sei rovinato. Non ti vengo ad ajutare che in grazia di tua moglie, che è mia più che non stimi. Che cosa ti valse il tuo pertinace negare. Eccoti una lima ed una sega; spacciati da queste catene nella notte vegnente, e lima la serratura dell’uscio. Passerai pel voltone dove troverai aperta la porta sinistra che dà in istrada, e quivi troverai uno che ti sarà di guida. Addio!
Andrès si mise sotto la lima e la sega e ripose la pietra sull’apertura.
Appena giorno capitò il carceriere, a cui disse di voler essere condotto ai giudici, perchè aveva qualche cosa importante da rivelare. Fu subito esaudito; e venne in cospetto del tribunale cogli or-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 127 —|}}</noinclude>digni che aveva avuti da Denner, e disse tutto quello che gli era seguìto la notte. I giudici si mossero a pietà per questo infelice e i suoi diporti gli fruttarono di farsi trar fuori dalla segreta ed avere un carcere men bujo presso l’abitazione del carceriere.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>{{Nop}}
{{Ct|L=0.2em|'''CAPITOLO XI'''}}
{{Xx-larger|C}}orse un un anno prima che fosse finito il processo di Denner e de’ suoi complici, dove si scoperse che la banda s’allargava sino alle frontiere d’Italia. Denner fu condannato ad essere appiccato, ed arso il cadavere. Il povero Andrès fu pur dannato alla forca, ma in grazia dell’ultima confessione gli era perdonato il supplizio del fuoco.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 129 —|}}</noinclude>{{Nop}}
Era la mattina del giorno in cui ambidue dovevano essere giustiziati, quando si aperse il carcere d’Andrès, e il Conte di Fach si fece presso al prigioniero che era inginocchiato e pregava in silenzio:
— Andrès, come sai, tu sei dannato nella vita. Acquieta la tua coscienza con una ingenua confessione! Dimmi se hai veramente ammazzato il tuo padrone, il mio povero zio!
Abbondevoli lacrime sgorgarono dagl occhi all’infelice chiamando Dio e tutt’i Santi in testimonio della sua innocenza.
— Vi è un mistero inestricabile; ed io stesso, disse il Conte, sono convinto della tua innocenza, perchè sapeva che sin da fanciullo tu eri stato un dabben servitore, e che a Napoli gli avevi salvata la vita. Ma jeri i due più vecchi domestici della nostra famiglia, Francesco, e Nicola m’hanno giurato d’averti visto cogli assassini, e che hanno potuto discernere che il povero padrone morì per tua mano!
Andrès si sentì come fulminato; e credette che il Demonio ne avesse preso le forme per finire di rovinarlo. Lo disse al Conte, ingegnandosi di farlo sicuro che<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 130 —|}}</noinclude>un giorno sarebbe stata scoperta la sua innocenza. Il Conte tutto compassionevole poteva appena dire ad Andrès che avrebbe in protezione sua moglie e suo figlio.
L’orologio suono l’ora fatale; si venne a vestire Andrès, e il corteggio procedette secondo l’usanza, tra un’onda di popolo infinito accorso allo spettacolo. Denner aveva l’aspetto di un ribaldo, spensierato riguardando all’intorno, e beffando il povero Andrès. Questi doveva essere giustiziato pel primo; salì la scala con cuore accompagnato dal carnefice. In questo una donna, gittò uno strido e cadde tra viva e morta nelle braccia d’un vecchio. Andrès voltò gli occhi a quella parte: era Giorgina.
— Moglie mia! moglie mia! io muojo innocente.
Il Magistrato fece dire al carnefice di sollecitare perchè sorgeva un mormorio nel popolo, e si facevano piovere dei sassi addosso a Denner, che già si mostrava sui gradini della scala e si beffava degli spettatori. Il carnefice già acconciava il capestro al collo di Andrès, quando s’intese da lontano una voce che gridava:<noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 131 —|}}</noinclude>{{Nop}}
— Fermate! fermate! in nome di Cristo fermate! voi ammazzate un innocente.
— Fermate! fermate! replicavano mille voci, e i soldati duravano fatica a respingere il popolo che si accalcava perchè
Andrès calasse dalla scala.
L’uomo che aveva proferito il primo grido si faceva avanti a cavallo come poteva, ed Andrès ravvisò subito il mercatante di Francfort che gli avea saldata l’eredità di Giorgina. Questi attestò dinanzi al magistrato che Andrès si trovava a Francfort, il giorno che fu assalito il castello, e rafforzò la testimonianza con dei documenti irrepugnabili. Allora il Magistrato comandò che il paziente fosse ricondotto al suo carcere.
Denner aveva tutto ascoltato con incerto animo dall’alto della scala; ma quando intese le parole del giudice, i suoi occhi scintillarono, digrignò i denti, ed urlò da disperato. — Satanasso! Satanasso! tu m’hai ingannato per mia sventura! Egli si salva.... tutto è perduto.
Si fece scendere a basso; e appena giù si lasciò cadere per terra e mormorò sordamente: “Voglio confessar tutto! voglio confessar tutto!”<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 132 —|}}</noinclude>{{Nop}}
Così si temporeggiò a farlo morire, e fu serrato in un carcere, ove era nulla ogni speranza di fuga.
In questo mezzo Giorgina avea avuto licenza di mettersi nelle braccia di suo marito. “Andrès! Andrès! ora che io ti so innocente ti ricupero tutto intiero, perchè io pure ho dubitato dell’onor tuo, e della tua lealtà!”
Invano s’erano ingegnati di nascondere a Giorgina il giorno fatale per suo marito, ella era corsa a Fulda cacciata da una inquietudine inestimabile, e sopravvenne appunto mentre suo marito faceva i gradini della scala. Il mercatante aveva fatte di lunghe peregrinazioni in Francia e in Italia, e il caso, o piuttosto la volontà del Cielo, volle che sopraggiungesse a tempo per togliere il povero Andrès da una morte infame.
Seppe all’albergo tutta la storia, e gli balenò come un lampo che potesse essere il medesimo guardacaccia che era stato da lui due anni prima perchè gli solvesse un legato venuto da Napoli. Denner istesso si concordava colla verità del fatto, e manteneva che il Diavolo l’avesse acciecato, perchè credeva di certo<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 133 —|}}</noinclude>d’aver visto Andrès al suo fianco combattere il castello di Fach. Andrès fu sciolto dalla lunga prigionia che gli era toccata, ed andò a porsi al castello con sua moglie, ove fu ricevuto con festa dal generoso conte.
Allora fu indirizzato ben diversamente il processo contro Ignazio, che pareva tutto mutato dopo la liberazione di Andrès. Deposto ogni orgoglio, fece delle confessioni da raccapricciarne i giudici; incolpandosi con tutti i segni del più gran pentimento d’essere venuto a patti col Diavolo, patti che gli osservava sino dalla sua infanzia, onde convenne che fosse aiutato dal Magistrato ecclesiastico e messo in mano dei preti.
I suoi costituti erano pieni di così strani accidenti che si avrebbero avuti come immaginazioni d’un cervello non sano, se le informazioni che si tolsero da Napoli, che disse essere sua patria, non avessero data la certezza del fatto.
Un estratto degli atti del tribunale ecclesiastico di Napoli, porse i seguenti ricapiti sulla condizione di Ignazio Denner.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 134 —|}}</noinclude>{{Nop}}
{{Ct|L=0.2em|'''CAPITOLO XII'''}}
{{Xx-larger|G}}ià buon tempo passato, viveva a Napoli un vecchio dottore piuttosto singolare che unico, Trabacchio di casato, che si chiamava il Dottore Meraviglioso in grazia delle cure misteriose e fuori d’ogni speranza che faceva. Pareva che gli anni non lo toccassero per niente, giacchè correva per la città siccome un giovane, quantunque alcuno de’ suoi concittadini non gli desse meno di ottant’anni. Aveva un viso bizzarramente rugoso, nè se ne poteva sostenere gli sguardi, abbenchè si credesse che un’occhiata di<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 135 —|}}</noinclude>lui guarisse il male più contumace. Indossava per lo più sopra lo più sopra l’abito nero un tabarrone rosso ornato di galloni intrecciati in oro, e così correva, come dissi, le strade di Napoli andando a visitare gli ammalati con una cassettina di medicínali sotto il braccio.
Non si correva per lui che nei casi estremi; il quale però non negava mai di recarsi dagli ammalati, per piccolo che fosse il compenso. Ebbe parecchie mogli che gli morirono tutte l’una dopo l’altra, tutte maravigliosamente belle, e la più parte figlie di contado. Le serrava in casa e non volea che andassero alla messa se non in compagnia di una vecchia schifosa. La vecchia era inespugnabile, onde furono vani tutti i modi tentati dai giovani d’allora per accostarsi alle belle mogli del dottore Trabacchio. E quantunque il dottore si facesse largamente pagare dai ricchi, le rendite discordavano alquanto col lusso della sua casa. Però tratto tratto era soverchiamente generoso ed ogni volta che gli moriva una moglie tenea il costume di fare un gran pranzo che gli costava ben tutti i guadagni d’un anno. L’ultima gli<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 136 —|}}</noinclude>aveva partorito un figliuolo che tenea così sequestrato come lei; nè mai persona lo potette vedere; se non che al pranzo che diede alla morte della madre, se l’ebbe seduto accanto, e tutti i commensali furono meravigliati della bellezza e dell’intelligenza d’un fanciulletto di tre anni appena.
Lungo il pranzo il dottore disse, che, essendo adempito, il suo desiderio d’avere un figliuolo, non si ammoglierebbe mai più. Le strabocchevoli ricchezze, e più ancora la vita misteriosa e le inaudite guarigioni con poche gocciole d’elixir, con un’occhiata, col semplice toccamento, mossero delle voci sul conto suo che corsero per tutto Napoli. Tanto che si avea il dottor Trabacchio per un alchimista legato col Diavolo, con cui gli si dava colpa d’aver stretto patto.
Questo rumore fu causa d’uno strano accidente. Alcuni gentiluomini che venivano da una gozzoviglia nei contorni di Napoli, mezzo brilli com’erano, avevano smarrita la strada, e si trovarono in un luogo rimoto. Quando intesero poco innanzi a sè non so che fracasso, e videro con ispavento un gran gallo che avea le<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 137 —|}}</noinclude>corna ramose come un cervo, che procedeva verso loro, e li guardava con occhi d’uomo. Essi si ritrassero presso la siepe; e il gallo passò presso loro, e col gallo un uomo dentro in un mantello ricamato d’oro.
— {{Ec|E|È}} il dottor Trabacchio! dissero con voce sommessa i gentiluomini. La strana apparizione li aveva guariti dall’ubbriachezza, onde si fecero animo e tennero dietro al dottore col suo gallo, che lasciava indietro una lista luminosa che rischiarava i loro passi. Videro i due fantasmi indirizzarsi in effetto verso la casa del dottore che giaceva in un canto molto riposto. E giunti in cospetto della casa, il gallo si levò in aria battendo le ali dinanzi la finestra del balcone che si aperse; e in questo s’intese la voce della vecchia.
— Vieni, vieni a casa; il letto è caldo, e l’innamorata t’aspetta da lungo tempo, da lungo tempo assai!
In questo parve che il dottore salisse su per un’invisibile scala, trapassando col gallo per una finestra che si riserrò con tanto frastuono da eccheggiarne tutta la strada deserta. Poi tutto sparì, e i<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 138 —|}}</noinclude>gentiluomini rimasero come impietrati di spavento.
Bastò questa apparizione, perchè il tribunale ecclesiastico si facesse in segreto a sorvegliare il dottore. Per cui si venne a scoprire che teneva veramente un gallo rosso, e che era stato inteso più d’una volta disputare con lui come si farebbe coi dotti, sopra un’ardua materia.
Il tribunale ecclesiastico si disponeva a far sostenere il dottore come stregone; se non che fu prevenuto dal Magistrato civile, che fece por le mani addosso a Trabacchio, mentre usciva da un infermo. E già avevano imprigionata la vecchia, ma non s’era potuto trovar il fanciullo. Furono sigillati e chiusi tutti gli usci della casa del dottore, ed appostate delle guardie a tutte le uscite.
Ecco i motivi che avevano condotto a questa misura.
Da qualche tempo erano morte a Napoli parecchie persone di non bassa condizione, e per voce dei medici, erano morte di veleno. Questi accidenti indussero a molte indagini che furono inutili finchè un giovane scapestrato, a cui per avventura era così morto uno zio,<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 139 —|}}</noinclude>confessò d’aver avuto il veleno dalle mani della vecchia guardarobiera del dottor Trabacchio. Le si tenne d’occhio e fu côlta nell’istante che stava per trafugare una cassettina piena d’ampolle segnate con entrovi non so quali veleni che la vecchia non volle confessare. Ma quando fu minacciata della tortura disse che il dottore apparecchiava già da qualche anno un certo veleno sotto il nome d’acqua ''tofana'', che così di soppiatto si vendeva tanto caramente che il dottore n’era fatto ricco. Oltrecchè non si poteva dubitare che non avesse commercio col Diavolo che si trovava di spesso con lui sotto diversi aspetti. Ogni sua moglie gli aveva partorito un fanciullo, nè persona mai lo seppe, perchè lo uccideva ogni volta appena toccava la nona settimana o il nono mese, e gli sparava il petto per trarne il cuore. Il Diavolo s’era lasciato vedere ad ognuno di questi maleficj ora sotto una forma, ora sotto un’altra, ma soprattutto in quella di pipistrello in vista umana, mandando faville coll’agitare dell’ali, mentre Trabacchio cavava dal sangue uno specifico che guariva tutti i mali.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 140 —|}}</noinclude>{{Nop}}
Pur anche le donne del dottore erano state morte da lui con tanta industria, che l’occhio di tutti i periti non avrebbe potuto trovar sui cadaveri le tracce dell’omicidio. L’ultima però era morta di una morte naturale. Il dottore confessò ogni cosa quasi compiacendosi di svolgere al cospetto del tribunale l’orribile storia de’ suoi misfatti come se volesse spaventarlo col racconto della sua famigliarità col Diavolo. I giudici preti s’ingegnarono di recare il dottore a pentirsi dei suoi peccati, ma egli volgeva in beffe tutte le loro parole. Così fu dannato ad essere bruciato vivo colla sua maliarda.
In questo frattempo aveano cercato quasi tutta la casa di lui, e raccolte le sue ricchezze che furono usate ad allargare le rendite degli ospedali, dopo la debita difalcazione delle spese di processo. Però in tutta la sua biblioteca non si rinvenne che un sol libro sospetto, e poche stoviglie per la casa che dessero ombra della sua professione. Se non che fu impossibile di calarsi in un sotterraneo; che per le fessure e da certi cannoni lasciava travedere un’officina. Anzi quando vennero i fabbri e i muratori<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 141 —|}}</noinclude>per rompere le serrature, s’intese nel più cupo del sotterraneo come un gran vocione, oltrechè delle ali come ghiacciuoli ammaccarono il viso ai manuali, che furono per soprappiù percossi da un vento così violento che fuggirono spaventati. Nè furono trattati meglio gli ecclesiastici che vollero accostarsi, onde non restò altro modo che d’attendere la venuta di un vecchio Domenicano da Palermo tenuto in gran riputazione per gli esorcismi.
Venne difatti e si recò a casa Trabacchio colla croce e l’acqua benedetta seguitato da preti e da magistrati, i quali però si tennero a qualche distanza dalla porta. Il vecchio Domenicano si trasse avanti salmeggiando, quando a un tratto sorse un gran muggito, e gli Spiriti sotterranei si smascellavano dalle risa. Il monaco non si lasciò sbigottire continuando a pregare col Crocifisso in alto, e spargendo la porta d’acqua benedetta. Poi dimandò una leva. Un muratore glie la porse tutto tremante; ma appena il frate l’ebbe posata contro la porta, che ella s’aprì con un gran fracasso, sorgendo lungo i muri dell’antro una fiamma az-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 142 —|}}</noinclude>zurra che esalava un calor soffocante.
Il Domenicano però volle entrare ad ogni modo; ma tutta la casa tremò e le fiamme si alzarono così che dovette fuggire se non volea arder vivo. E in un momento fu tutto un incendio la casa, e il popolo vi accorse giubilando che si consumasse. Già era crollato il tetto, e già crollavano le travi quando il popolo proruppe in un gran grido veggendo che il figlio di Trabacchio giovinetto di dodici anni, correva lungo un trave del piano superiore con una cassettina sotto il braccio. Apparizione istantanea che si dileguò colle fiamme.
Il dottore tripudiò sentendo queste novelle, ed andò con tant’animo alla morte che quando fu legato al palo si mise a ridere, e disse al carnefice, che lo stringeva con poca umanità.
— Abbiti occhio, o caro zitello, che queste funi non t’abbrucino in mano.
E poi volto al monaco che gli volea raccomandar l’anima.
Spicciati da me che io non son qui per morire come uno sciocco a vostro piacere. Non è ancora venuta l’ora per me.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 143 —|}}</noinclude>{{Nop}}
Già cominciavano a crepitare le legne; ma appena la fiamma si levò sino a Trabacchio che subito si fiaccò come un fuoco di paglia, e ricominciò il ridere smascellato.
Non si può dire lo spavento del popolo, quando tutt’a un tratto scoperse il dottor Trabacchio vestito del suo abito nero e del mantello gallonato, con messasi la spada, e il cappello alla spagnuola s’un’orecchia, non senza i suol barattoli sotto il braccio, appunto come aveva usanza di mostrarsi per le strade di Napoli.
Gli corsero sopra i cavalieri e gli sbirri, ma egli non istette ad aspettarli. La vecchia rese lo spirito fra i più atroci tormenti, maledicendo il padrone che l’avea addomesticata ne’ suoi maleficj.
L’infinto Ignazio Denner, altri non era che il figliuolo del dottore che era campato dalle fiamme in grazia dell’arte infernale di suo padre, e con un forzierino di cose preziose sotto il braccio. Sino dalla fanciullezza era stato erudito da lui nelle scienze occulte, e l’anima sua data al Diavolo prima che avesse tocco l’età della ragione. Quando fu im-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 144 —|}}</noinclude>prigionato il dottore, il ragazzo era rimasto nel sotterraneo cogli Spiriti infernali che suo padre vi aveva costretti, e da cui si era trafugato con essi.
Il dottore non indugiò a fuggire con suo figlio in un’antica grotta romana a tre giornate da Napoli, dove si accomunò con una banda di ladri, e dove venne in tal riputazione, per tutte le arti che sapeva fare, che vollero coronarlo re di tutte le masnade che s’allargavano dall’Italia in Germania.
Rifiutò questo onore, che volle compartito a suo figlio, onde all’età di quindici anni si trovò capo di tutti i masnadieri d’Allemagna e d’Italia. Tutta la sua vita non fu che una serie di crudeltà e di abbominazioni che ebbe in comune con suo padre, che di tempo in tempo si lasciava vedere con lui. Fino che la banda fu obbligata a sparpagliarsi per essere perseguitata dai Magistrati di Napoli, e fino che Trabacchio fu obbligato di ripararsi in Isvizzera per iscansare la vendetta de’ suoi. Quivi usurpò il nome di Ignazio Denner, spacciandosi per un mercatante, e visitando le fiere ed i mercati d’Allemagna sino che gli<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 145 —|}}</noinclude>venne fatto di rannodare un’altra banda. Trabacchio era stato fatto certo che suo padre era ancor vivo, ed anzi gli pareva d’aver avuto una visita da lui e la promessa d’essere campato di carcere. Ma la sovrumana liberazione di Andrès lo faceva disperato dell’onnipotenza del Demonio; perciò prometteva di pentirsi, e di morire da buon cristiano.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 146 —|}}</noinclude>{{Nop}}
{{Ct|L=0.2em|'''CAPITOLO XIII'''}}
{{Xx-larger|A}}ndrès che seppe tutte queste cose dalla bocca del conte di Fach, non pose più in dubbio che non fosse la banda di Trabacchio, quella che avea assalito già un tempo il suo padrone nel regno di Napoli, e tenne per fermo ch’altri non gli fosse apparso in carcere che il vecchio dottore in persona. Ei si trovava nel più placido stato del mondo, se non che le molte sventure egli avevano profondamente limata la vita. Il cordoglio e la lunga prigionia, aggiunti alle dolorazioni della tortura l’avevano fatto languido ed infermo da forte e vigoroso che era; e così pure s’andava logorando<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 147 —|}}</noinclude>ogni giorno la tempra meridionale della povera Giorgina, già consunta dalla tristezza; tanto che l’affanno le tolse la vita, subito che ebbe ricuperato lo sposo.
Andrès credette che la disperazione l’avrebbe morto; e certo morto l’avrebbe se non l’avesse affezionato alla vita il fanciulletto che gli era venuto da lei, viva immagine della madre. Dunque se non morì fu per amore di lui, ed anzi così si studiò di rinfrancarsi, che fra due anni fu in grado di cacciare, ed accudire alle altre sue bisogne.
Intanto era stato condotto a termine il processo di Trabacchio, dannato con suo padre alla pena del fuoco senz’altro temporeggiare. Andrès tornava una sera dal bosco col suo figliuoletto ed era già presso al castello quando intese un gemito lamentevole che pareva uscisse dal fosso vicino. Corse e trovò un uomo lacero e cencioso tuffato nel pantano in punto di morte, e travagliato da fieri dolori. Si gittò dalle spalle l’archibugio e il carniere, e trasse a stento questo malarrivato dal limaccio ove affogava, se non che arretrò di raccapriccio quando ne scoperse il viso; era Trabacchio. Lo<noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 148 —|}}</noinclude>lasciò cadere fremendo; ma questi con una voce fioca gli gridò:
— Andrès, Andrès abbi pietà di me per la misericordia di Dio, a cui raccomando l’anima mia! Se tu mi salvi, salverai un’anima dall’eterna dannazione; perchè la morte già mi sta sopra e non ho ancora compita la mia penitenza.
— Falsatore maladetto, assassino di mio figlio, e di mia moglie, il Demonio t’ha tratto qui per finire di rovinarmi? Io non ho cosa di comune con te. Muori e imputridisci come un cadavere fracido, infame che sei!
Così detto volle ributtarlo nel fosso, ma Trabacchio si mise a gemere:
— Andrès! vuoi far perire il padre di tua moglie, della tua Giorgina, che prega lassù per me presso al trono di Dio?
Andrès rabbrividì; il nome di Giorgina fu onnipotente per lui; prese Trabacchio, se ne gravò le spalle e lo portò nel suo abituro ove lo confortò con dei ristorativi, e rivocò in lui quegli spiriti ch’erano smarriti.
Nella notte che precedette il supplizio, Trabacchio era stato sovrappreso da un terror spaventoso convinto che nulla<noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 149 —|}}</noinclude>l’avrebbe potuto scampare. Nella sua disperazione aveva crollata con rabbia l’inferriata della finestra che gli si ruppe in mano. Allora gli entrò nell’anima un raggio di speranza; e così serrato, come era nel suo torrione presso i fossati della città che s’erano prosciugati, gli venne in animo di gittarsi di là stimando di salvarsi, se non moriva nella caduta. In questo gli fu di tanto favorevole la fortuna, che potette altresì trarsi le catene di dosso; se non che nella ruina cadde tramortito, e non risensò che al levare del sole. Vide allora che avea dato sopra di una zolla assai dura per mezzo ai cespugli. Ma nel cadere s’infranse di modo che non poteva più movere un membro; onde divorato da mosche e da tafani, che erano quivi, temeva che gli succhiassero il vivo sangue dal corpo mezzo ignudo, senza che egli potesse fare uno schermo. In questi affanni passò tutto un giorno, e non fu che sull’imbrunire che pervenne a trarsi più in là, e fu così fortunato di giungere fin dove le acque piovane aveano fatto un piccolo guazzo in cui potè dissetarsi. Quel ristoro gli diede tanto di<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 150 —|}}</noinclude>forze da trascinarsi a fatica dentro la foresta; ed è così che era venuto fino al luogo dove Andrès l’avea trovato. Gli ultimi suoi sforzi aveano terminato di rifinirlo, e pochi minuti dopo Andrès non l’avrebbe trovato che morto.
Senza pensare a quello che gli poteva sopravvenire se gli fosse stato trovato Trabacchio in casa, fu tutto sollecito intorno a lui, ma con tanta circospezione, che persona non potè sospettarne; e suo figlio istesso gli tenne fedelmente il segreto usato come era ad ubbidir ciecamente al padre. In fine qualche giorno dopo Andrès richiese Trabacchio s’era veramente il padre di Giorgina.
— Sì, certo, gli rispose. Rubai un giorno nei contorni di Napoli una bella giovinetta che mi generò un figliuolo. Tu non ignori che una delle arti più meravigliose di mio padre stava appunto nel saper comporre un certo liquore, in cui entrava come primo ingrediente il sangue cavato dal cuore d’un fanciullo di nove settimane, di nove mesi, o d’anni nove, e che gli doveva essere stato fidato spontaneamente da’ suoi parenti; anzi più il fanciullo tiene qualche parentela coll’o-<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 151 —|}}</noinclude>peratore, più è efficace il liquore per ringiovinire. Per questo mio padre uccise tutti i suoi, ed io non indugiai a porgli nelle mani la figlia che avea avuto da mia moglie; se non che costei avendo presentito, non so come, il mio disegno, se ne fuggì, e seppi molti anni dopo ch’ella era morta ma che avea data la figlia ad allevare nei servigi di un albergo. Mi fu altresì significato come tu la sposassi e il luogo del vostro ricovero. Eccoti la chiave di tutti i miei portamenti verso di te. Ma io ti sono in debito d’ogni cosa, e tu puoi tenere per tuo figlio la cassettina che t’ho fidata; è quella di mio padre che io campai dalle fiamme.
— Ma essa, rispose Andrès, vi fu riconsegnata da Giorgina nel giorno del vostro più orrendo misfatto.
— Ben è vero, rispose Trabacchio; ma senza che Giorgina sel sapesse, tornò nelle mani di lei; cercane il ripostiglio accanto al vestibolo della casa, e la troverai.
Andrès andò per la cassetta, e la trovò. Ma non ne fu lieto perchè sempre in preda ad un’occulta paura non poteva<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 152 —|}}</noinclude>non dolersi che Trabacchio non fosse morto quando l’aveva trovato nel fosso. Certo parevano sinceri i pentimento e la penitenza di lui; perchè passava il suo tempo a leggere dei libri di pietà, e non avea altra distrazione che di conversare col suo Giorgino, ch’egli amava soprattutto. Ma Andrès non poteva temersi di star vigilante, ed alla prima occasione svelò il mistero al conte di Fach, che consentì di tacersi.
Così passarono parecchi mesi, e venuto l’autunno, Andrès andava un po’ più di spesso alla caccia. Intanto il fanciullo rimaneva coll’avolo a casa, non che con un vecchio custode che lo teneva d’occhio. Onde una sera nel tornar dalla caccia, la guardia s’accostò ad Andrès e gli disse.
— Voi padrone tenete in casa un cattivo compagno. Dio mi perdoni, ma per me credo che il Diavolo venga a visitarlo dalla finestra, che poi si sfuma come un vapore.
— Andrès ne rimase stordito; e il vecchio aggiunse che da qualche giorno udiva alla sera delle male voci nella camera di Trabacchio, e quel giorno stesso<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 153 —|}}</noinclude>essendosi disserrato l’uscio all’improvviso, gli venne veduta una figura coperta d’un mantello rosso gallonato. Andrès corse pieno di collera a trovar Trabacchio, e l’ammonì che l’avrebbe fatto carcerare se non deponeva i suoi diabolici malefizj. Trabacchio si mostrò tutto calmo, e rispose non senza dolore:
— È pur troppo vero, caro Andrès, che mio padre, che non è ancor morto, mi tormenta in un modo inaudito volendo che io mi ricongiunga a lui senza più pensare alla salute dell’anima; ma io mi sono tenuto fermo nel mio proponimento, e spero che non tornerà altrimenti, perchè ho divisato di morire da buon cristiano riconciliato con Dio.
Il rumore cessò in effetto. Ma gli occhi di Trabacchio erano spesso infocati, e sorrideva come già un tempo. E tremava di tutti i suoi membri alle orazioni che Andrès faceva alla sera con lui; ed oltrecciò tratto tratto soffiava un sì gran vento nella stanza, che sparpagliava rapidamente le paginette del libro di pietà e glielo facea cader di mano; poi un grande scoppio di risa si sentiva di fuori, e certe ali nere starnazzavano incontro i<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 154 —|}}</noinclude>vetri, e non era che il vento e la pioggia d’autunno, come dicea Trabacchio, un giorno che Giorgio piangeva di paura.
— No, esclamò Andrès, il vostro maledetto padre non ha cessato di accomunarsi con voi. Conviene che voi sgombriate. V’hanno accomodata da lungo tempo una stanza nella prigion del castello. Quivi farete gli scongiuri a vostro bell’agio.
Trabacchio pianse amaramente e lo supplicò in nome di tutti i Santi di soffrirlo in casa sua; e Giorgio si congiunse a lui senza sapere di che si parlasse.
— State sino a domani, gli fu detto, vedremo ancor una sera che cosa interverrà nell’ora delle orazioni quando tornerò dalla caccia.
Il giorno seguente fu uno splendido sole, ed Andrès si promise una larga cacciagione. Ma ritornando ebbe dei mesti pensieri; e la rimembranza di Giorgina e del suo bambino scannato gli si dipinsero così vivi nella mente, che si trasse dalla compagnia degli altri cacciatori avviandosi per un sentieruolo poco frequentato. E già stava per isboccare sulla<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 155 —|}}</noinclude>strada maestra quando potè discernere nei vepri un chiaro lume. Vi si accostò non senza un fiero presentimento e scorse il vecchio dottore Trabacchio con indosso il suo mantello gallonato, la sua durlindana al fianco, il cappello alla spagnuola e la cassetta. E davanti un gran fuoco, e sul fuoco nudo disteso il suo Giorgetto, legato a una graticola, e sopravi il maledetto figlio del dottore con un coltello in mano in atto di sventrarlo. Andrès gittò uno strido ed appena l’omicida si voltò, lo colse d’una palla d’archibugio che gli fece schizzare il cervello sul fuoco, che si spense.
Il dottore era disparso. Andrès corse al figlio, lo slegò e se lo recò in braccio verso casa; il poverino non era che tramortito; ma Andrès volendo toccar con mano la morte di Trabacchio, destò il vecchio cacciatore dal forte sonno in cui s’era lasciato seppellire, ed ambedue si mossero verso il luogo disegnato con una lanterna, alcune marre e delle funi, e trovarono infatti il corpo di Trabacchio, a cui accostatosi Andrès, si levò carpone e gli disse con fievol voce:
— Assassino del padre di tua moglie, i demonj ti perseguiteranno! e morì.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 156 —|}}</noinclude>{{Nop}}
Il giorno seguente Andrès si recò dal conte per informarlo del caso. Il conte lo commendò, e fece scrivere l’avventura negli archivi del castello. Però lo spaventoso accidente teneva assediato Andrès di modo che non poteva aver sonno. Onde la notte sentiva nella sua camera degli strani rumori, ed un bagliore rossigno gli lampeggiava tratto tratto sugli occhi, e una cupa voce gli mormorava:
— Eccoti padrone; il tesoro è tuo, l’hai nelle tue mani!
Pareva ad Andrès chè gli corresse per l’anima una voluttà singolare a queste parole; ma come spuntava l’aurora poste con umil cuore le ginocchia a terra pregava Iddio che lo volesse illuminare. Un giorno dopo la preghiera gli balenò nella mente che poteva aver trovato il modo di cacciare il tentatore e salvarsi. Allora andò a cercare la cassetta di Trabacchio, e corse senza aprirla a gittarla in un profondo pozzo. Da quinci in poi ebbe requie, nè fu più turbato da Spiriti maligni.
{{Ct|f=90%|FINE DI IGNAZIO DENNER}}<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|primo cantare}}|233}}</noinclude>
<poem>
{{o|8|o1}}
:E disse al papa: — In cotal parte regna
una che fa del mondo paradiso;
e, fòr di questa, ogni altra vita sdegna,
mondan diletti vuol per non diviso.
Se questo è vero, ella è di morte degna,
e tutto ’l suo reame esser conquiso:
però richieder la fate in persona
che vegna inanzi a voi, Santa Corona. —
{{o|9|o1}}
:E ’l papa fu con tutti i cardinali,
e comandò che ella fusse richesta:
che comparisse in cento di, fra’ quali
fatta avesse sua scusa manifesta,
gravandola con scritte e con segnali,
acciò che del venir fusse piú presta:
che, a pena del fuoco, si movesse,
come ’l suggel papal veduto avesse.
{{o|10|o1}}
:E ’l messo cavalcò tanto che puose
a la reina in man quella ambasciata.
Ella la lesse, e poi sí gli rispuose:
— La tua richesta fia ben osservata,
però che sopra tutte l’altre cose
ho disiato di far questa andata,
per veder Roma e le reliquie sante,
e baciar dove il papa pon le piante. —
{{o|11|o1}}
:Quando si partí ’l messo, un palafreno
donar gli fece con cento once d’oro;
ed ei, contento piú ch’altr’uom terreno,
al papa ritornò senza dimoro,
e raccontò dello stato sereno
de la reina e del suo gran tesoro,
e la risposta ched ella avea fatta.
E ’l papa disse: — Questa non è matta. —
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|di vittorio alfieri}}|261|riga=si}}</noinclude>
<poem>
{{R|126}} Che d’un Borusso protettor fia pago.<ref>126. Che sieno i Borussi fu detto piú sopra.</ref>
:Tra gl’impostori, quanti il Mondo ne ha,
Il piú sconcio non trovo e il piú irritante
{{R|129}} Del Tiranno che versi o compra o fa.
:Fuggiam, fuggiam da un Re filosofante,
Rimpannucciante<ref>131. '''Rimpannucciare''' vuol dire migliorar le condizioni, rimettere a nuovo, ed è parola viva in Toscana. Il {{AutoreCitato|Giuseppe Giusti|{{Sc|Giusti}}}} nella ''{{TestoCitato|Versi editi ed inediti di Giuseppe Giusti/La Vestizione|Vestizione}}'' (v. 73 seg.):
::::Un rivendugliolo
::::Rimpannucciato
::::Ci ha a stare in aria?
::::Va via, sguaiato!</ref> alcun letteratuzzo,
{{R|132}} Nemici e amici e sudditi spogliante.
:Respiro alfin: sto in salvo. Un Sindacuzzo
Del pacifico Amburgo mi ristora
{{R|135}} Del Berlinal filantropesco puzzo.
:Ma molto, e troppo, a me rimane ancora
Del Borëal vïaggio; onde il parlarne
{{R|138}} Emmi or fastidio, quanto il farlo allora.
:Sbrighiamcen, su. — Di favellante carne
Candidi pezzi trovo in Danimarca,
{{R|141}} Che non dan voglia pure di assaggiarne.<ref>139-141. La Danimarca ha belle e candide donne, ma oltremodo sciocche, sicché non ispirano alcun desiderio.</ref>
:Svezia, ferrigna ed animosa e parca,<ref>142. La Svezia produce oro, argento, rame, zolfo, nickel, ma, piú di tutto, è ricca di miniere di eccellentissimo ferro, del quale ogni anno si ricavano nove milioni circa di quintali. — Credo che in tutta la satira non sia un verso piú bello di questo: pare anch’esso di ferro.</ref>
Coi monti e selve e laghi mi diletta;
{{R|144}} Gente, men ch’altra di catene carca:
:Ma poco io stovvi, perché nacqui in fretta.<ref>145. '''Perché nacqui in fretta,''' perché è mio destino di correre sempre.</ref>
Già mezzo è il Maggio; e sí del Bòtnio golfo
{{R|147}} Il ghiaccio ancor dà inciampo a mia barchetta.
:Pur fa arrischiarmi il giovanil mio zolfo:<ref>148. '''Il giovanil mio zolfo,''' il mio bollore giovanile.</ref>
Salpo: e spesso è mestier far via coll’ascia,
{{R|150}} Quanto in Finlandia piú la prora ingolfo.<ref>150. '''Ingolfo,''' spingo innanzi. Uno dei passi piú dilettevoli dell’{{TestoCitato|Vita (Alfieri, 1804)|''Autobiografia''}} dell’A. è quello ove egli descrive la sua navigazione nel gelato {{Wl|Q122574|golfo di Botnia}}, e consiglio il giovane, che ancora non lo conoscesse, a colmare súbito questa lacuna; lo troverà al capitolo 9° dell’ep. III.</ref>
:Se un tavolon di ghiacci il legno fascia,
Fuor del legno su i ghiacci io tosto balzo,
{{R|153}} Né pel mio peso l’isola si accascia.
:Cosí, ruzzando e perigliando, incalzo<ref>154. '''Ruzzando,''' giocando come fanno i ragazzi. — '''Perigliando,''' correndo pencoli. — '''Incalzo,''' etc. consumo presto il tempo e percorro rapidamente la strada.</ref>
La strada e il tempo; infin ch’{{Wl|Q38511|Abo}} mi accoglie,
</poem><noinclude><br clear="all" />
<references/></noinclude>
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Dr Zimbu
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|262|{{Sc|dalle «satire»}}||riga=si}}</noinclude>
<poem>
{{R|156}} Ma non piú tempo che la palla al balzo.<ref>156. Cioè, per breve tempo.</ref>
:Tutte son tese le mie ardenti voglie
A veder la gran gelida Metropoli,
{{R|159}} Jer l’altro eretta in su le Sueche spoglie.<ref>{{Ec|158|158-159}}. '''La gran gelida Metropoli,''' {{Wl|Q656|Pietroburgo}}. — '''Ier l’altro''' etc.; l’A. allude alle perdite fatte dalla Svezia (lat. ''Suecia'') sotto il regno di {{Wl|Q52933|Ulrica-Eleonora}}, che, con la {{Wl|Q153286|pace di Nystad}} (1721), cedette alla Russia la {{Wl|Q739032|Livonia}}, l’{{Wl|Q2918454|Estonia}}, l’{{Wl|Q2564354|Ingria}} e la {{Wl|Q192273|Carelia}}, e nel 1743 una parte della {{Wl|Q33|Filandia}}.</ref>
:Già incomincio a trovar barbuti popoli:
Ma l’arenoso piano paludoso
{{R|162}} Mi annunzia un borgo, a non Costantinopoli.
:Giungo: e in fatti, un simmetrico nojoso
Di sperticate strade e nane case,
{{R|165}} S’Europa od Asia sia mi fa dubbioso.<ref>163-165. Analogamente nell’{{TestoCitato|Vita (Alfieri, 1804)|''Aut.''}} (II, 9°). — '''Simmetrico,''' in questo caso è nome; '''simmetria'''.</ref>
:Presto mi avveggo io poi, che non men rase,
Di orgoglio no, ma di valor verace<ref>166-67. '''...rase Di orgoglio no, ma di valor verace;''' espressione che richiama quella di {{AutoreCitato|Dante Alighieri|{{Sc|Dante}}}} altrove cit.:
:::::...{{TestoCitato|Divina Commedia/Inferno/Canto VIII|le ciglia avea rase}}
::D’ogni baldanza...</ref>
{{R|168}} Le piante son di quell’infetto vase.<ref>168. '''Vase,''' vaso.</ref>
:Ogni esotico<ref>169. '''Esotico,''' forestiero.</ref> innesto a me dispiace:
Ma il Gallizzato Tartaro<ref>170. '''Tartaro,''' Russo.</ref> è un miscuglio,
{{R|171}} Che i Galli quasi ribramar mi face.
:Mi basta il saggio di un tal guazzabuglio:
Non vo’ veder piú Mosca né Astracano:
{{R|174}} Ben si sa che v’è il Bue, dov’odi il muglio.<ref>174. In altri termini, vista Pietroburgo, è facile formarsi un’idea di tutta la Russia.</ref>
:Né vo’ veder Costei che il brando ha in mano,
Di sé, d’altrui, di tutto Autocratrice,
{{R|177}} E spuria erede d’un poter insano:
:Di epistole al {{AutoreCitato|Voltaire|Voltèro}} anch’essa autrice
E del gran Russo Codice, che scritto
{{R|180}} Fia in sei parole: «S’ei ti giova, ei lice».<ref>175-80. L’imperatrice di cui parla l’A. in questi versi è {{Wl|Q36450|Caterina II}}, che aveva sposato nel 1745 {{Wl|Q151789|Pietro}}, Duca di Holstein-Gottorp, nipote e successore designato dell’Imperatrice {{Wl|Q130752|Elisabetta di Russia}}. Salita al trono, cospirò con uno de’ suoi favoriti contro il suo sposo e lo fece uccidere nel 1762. Magnificamente l’A. bolla nell’{{TestoCitato|Vita (Alfieri, 1804)|''Autobiografia''}} questa imperatrice, col rievocare per lei il nome di Clitemnestra, a cui aggiunge l’ironico ''filosofessa'', perché ostentò principi liberali e fu in corrispondenza con tutti gli {{Wl|Q12539|''illuminati''}} del tempo suo. — '''S’ei ti giova ei lice,''' parole che ravvicinano alla {{Wl|Q103960|Semiramide}} {{AutoreCitato|Dante Alighieri|dantesca}} ({{TestoCitato|Divina Commedia/Inferno/Canto V|''Inf.''}}, V.), quella sovrana che era comunemente chiamata la Semiramide del nord.</ref>
:Indiademato<ref>181. '''— Indiademato,''' ornato della corona di re.</ref> abbellisi il delitto,
Quant’ei piú sa, dei loschi e tristi al guardo:
</poem><noinclude><br clear="all" />
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|di vittorio alfieri}}|263|riga=si}}</noinclude>
<poem>
{{R|183}} Ma lo abborra vieppiú chi ha il cuor piú invitto.
:Inorridisco, e fuggo: e cotant’ardo
Di tornare in Europa, che in tre giorni
{{R|186}} Son fuor del Moscovita suol bugiardo.
:Né punto avvien ch’io in Dànzica soggiorni,
Perché assaggiata è dal Prussian Tiranno
{{R|189}} Che ''sPolonizza'' già i suoi be’ contorni.
:Cosí da un altro Borëal malanno
Sciolto mi trovo; e godo in me non poco,
{{R|192}} Ch’ir non puossi a Varsavia senza danno.
:Tutto arde allor, ma non di puro fuoco,
Il Babèlico Regno Pollacchésco,
{{R|195}} Che in breve attesterà quant’è dappoco.
:A mano armata un parteggiar Turchesco
Che libertà contamina col fiato,
{{R|198}} Fa che in sí reo dissidio i’ non m’invesco.<ref>187-198. Verso il 1766, la Polonia era in preda ad un’immensa anarchia, e {{Wl|Q36450|Caterina II}}, che voleva far salire sul trono polacco un suo favorito, fermò con {{Wl|Q33550|Federigo di Prussia}} un trattato segreto, mediante il quale si promettevano vicendevolmente di usare tutti i mezzi affinché la repubblica polacca rimanesse guarentita riguardo alla stabilità della sua costituzione, del suo diritto di libera elezione e delle altre sue leggi fondamentali, aspettando il momento per intervenire: l’occasione non si fece attendere: il 13 ott. 1767 le forze russe irruppero a Varsavia, tre senatori, de’ piú autorevoli, furono arrestati e le piú inique leggi vennero promulgate. I Polacchi, strettisi nella {{Wl|Q874784|Confederazione di Bard}}, per quattro anni tennero testa ai nemici, tanto piú che la Francia mandò loro degli aiuti e che i Turchi colsero quella occasione per {{Wl|Q123070|muover guerra alla Russia}}; ma, caduto in Francia il ministero {{Wl|Q289149|Choiseul}}, battuti i Turchi dal generale {{Wl|Q311240|Rumanzoff}}, i confederati dovettero soccombere, e si ebbe nel 1772 il primo smembramento della Polonia. Questi sono i fatti ai quali, molto oscuramente, si riferisce ne’ suoi versi L’A. — '''SPolonizza,''' toglie il carattere polacco. — '''Senza danno,''' senza pericolo. — '''Babelico,''' pieno di confusione, di anarchia. — '''A mano armata''' etc.; vedere i Turchi che, solo se parlano di libertà, ne contaminano il santo nome, parteggiare per i Polacchi, mi fa allontanare da quei luoghi.</ref>
:Dei Tedescumi tutti esuberato,<ref>199. '''Esuberato,''' stufo, sazio.</ref>
In Aquisgrana trovomi d’un salto,
{{R|201}} Dall’un Francforte all’altro rimbalzato.<ref>201. Da {{Wl|Q4024|Francoforte sull’Oder}} a {{Wl|Q1794|Francoforte sul Meno}}.</ref>
:Quindi {{Wl|Q39865|Spà}}, che può dirsi il Capo appalto
Dei vizj tutti dell’Europa, un mese<ref>202-203. '''Spa''' è famosa per le acque ferruginose della sorgente {{Wl|Q3400209|Pouhon}}, ed era nel sec. {{Sc|xviii}} una specie di Montecarlo: «parevami», scrive l’A. ({{TestoCitato|Vita (Alfieri, 1804)|''Aut.''}}, III, 10°), «la vita di Spa essere adatta al mio umore, perché riunisce rumore e solitudine, onde vi si può stare inosservato ed ignoto infra le pubbliche veglie e i festini».</ref>
{{R|204}} Mi fa, bench’io non giuochi, in sé far alto.<ref>204. '''Mi fa... far alto,''' mi fa fermare.</ref>
:Poi, le già viste Fiandre e l’Olandese
Anfibio suolo<ref>205-206. '''L’Olandese Anfibio suolo,''' mezzo acqua e mezzo terra.</ref> rivarcati, approdo
</poem><noinclude><br clear="all" />
<references/></noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|264|{{Sc|dalle «satire»}}||riga=si}}</noinclude>
<poem>
{{R|207}} Un’altra volta al libero paese:<ref>207. '''Al libero paese''' per eccellenza, l’Inghilterra.</ref>
:Cui vieppiú sempre bramo e invidio e lodo
Viste or tante altre carceri Europee
{{R|210}} Tutte affamate e attenebrate<ref>210. '''Attenebrate''' è piú raro che ''ottenebrate'', ma è voce accettata dalla {{AutoreCitato|Accademia della Crusca|{{Sc|Crusca}}}}.</ref> a un modo.
:Venalitade e vizj e usanze ree,
Io già nol niego, hanno i Britanni anch’essi:
{{R|213}} Ma franca han la persona, indi<ref>{{Ec|207|213}}. '''Indi,''' conseguentemente.</ref> le idee.
:Finch’altro Popol nasca, e l’Anglo cessi,
Questo (e sol questo) s’ami e ammiri e onori,
{{R|216}} Poich’ei non cape né oppressor né oppressi. —
:Quivi allacciato in malaccorti amori
Quasi otto lune io stava; usato frutto
{{R|219}} Degli ozïosi giovanili errori.<ref>217-219. Allude l’A. alla sua relazione con la corrotta {{Wl|Q75930449|Penelope Pitt}}, della quale già ebbi occasione di discorrere e sulla quale ora non mi soffermo.</ref>
:Spastojatomi<ref>220. '''Spastoiatomi,''' svincolatomi.</ref> alfin dal vischio brutto,
Ripiglio il vol: Batavi<ref>221. '''Batavi,''' Olandesi.</ref> e Belgi e Senna
{{R|222}} Tocco e rivarco e lascio, a ciglio asciutto:
:E la noja piú sempre ali m’impenna.<ref>223. '''M’impenna:''' vegg. la nota al v. 10° del son. {{TestoCitato|Opera:D'arte a Natura ecco ammirabil guerra (Alfieri)|''D’Arte a Natura ecco mirabil guerra''|Rime varie (Alfieri, 1912)/LXVII. Il globo areostatico}}.</ref>
Scendo con Lora: indi Garonna io salgo,
{{R|225}} Che Spagna esser mi de’ l’ultima strenna.<ref>225. '''Strenna,''' dono, passatempo.</ref>
:Di Bordella e Tolosa non mi valgo,
Se non come di ponti; e son già dove<ref>{{Ec|226|226-227}}. '''Bordella,''' (lat. ''Burdigala'') Bordeaux. — '''Se non come di ponti,''' come di passaggi da un luogo ad un altro. — '''E son già dove...''' «Partii per la Spagna verso il mezzo agosto. E per Orleans, Tours, Poitiers, Bordeaux e Toulouse, attraversata senza occhi la piú bella e ridente parte della Francia, entrai in Ispagna per le vie di {{Wl|Q6730|Perpignano}}: e Barcellona fu la prima città dove mi volli alquanto trattenere da Parigi in poi» ({{TestoCitato|Vita (Alfieri, 1804)|''Aut.''}}, III, 12°).</ref>
{{R|228}} La prima rocca degl’Ibèri assalgo.
:Ben dico, assalgo; né a ciò dir mi muove
La scarsa rima:<ref>230. '''La scarsa rima,''' il trovarmi a corto di rime.</ref> ell’è guerriera impresa
{{R|231}} Peregrinar, dov’ogni ostacol trove,
:Senz’agio alcuno, e triplicar la spesa:
Per esser tutto strada, strada niuna:
{{R|234}} Tale Arabia<ref>{{Ec|231|234}}. '''Tale Arabia,''' siffatto luogo deserto.</ref> in Europa assai pur pesa.
:E quanto inoltri piú, piú il suol s’impruna:<ref>235. '''S’impruna,''' si rende difficile, irto di ostacoli.</ref>
</poem><noinclude><br clear="all" />
<references/></noinclude>
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Pagina:Toaldo - Saggio meteorologico - 1797.pdf/102
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<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|86||}}</noinclude>{{Ct|L=.5em|OTTOBRE 1755.}}
{| class=t06
! rowspan="2" {{Cs|rb}} | Giorni.
! rowspan="2" {{Cs|rb}} | Punti di Luna.
! rowspan="2" colspan="2" {{Cs|rb}} | Barometro.
! colspan="4" {{Cs|rb}} | Termometro.
! colspan="2" {{Cs|r}} | Flusso
! rowspan="3" {{Cs|MCrb}} | Stato del Cielo.
! rowspan="3" {{Cs|rb}} | Venti.
! rowspan="2" colspan="2" {{Cs|b}} | Pioggia.
|-
! colspan="2" {{Cs|b}} | Sotto !! colspan="2" {{Cs|rb}} | Sopra
! colspan="2" {{Cs|b}} | e Rifl.
|-
! {{Cs|br}} | !! {{Cs|rb}} |
! {{Cs|b}} | Pol. !! {{Cs|br}} | l.
! {{Cs|b}} | Pol. !! {{Cs|br}} | l.
! {{Cs|b}} | Pol. !! {{Cs|br}} | l.
! {{Cs|b}} | Pie. !! {{Cs|br}} | p.
! {{Cs|b}} | Pol. !! {{Cs|b}} | l.
|-
| 1 || ||27. ||10
| || ||--. ||9 || 1. ||7
| Sereno. || NE || ||
|-
| 2 ||q. ||27. ||9
| || ||--. ||9 || 1. || 2
| Coperto.|| || ||
|-
| 3 || ||27. ||9
| || ||--. ||9 || 1. || 10
| Pioggia.|| || 1.||3
|-
| 4 || ||27. ||11
| || ||--. || 9 || 2. || —
| Poche nubi.|| N || ||
|-
| 5 ||ED. NL. ||28. ||—
| || ||--. ||5 || 2. || —
| || || ||
|-
| 6 || ||28. ||1
| || ||--. ||3 || 2. || 6
| Sereno.|| E || ||
|-
| 7 ||Per. ||28. ||2
| || ||--. ||4 || 2. || 7
| || || ||
|-
| 8 || ||28. ||2
| || ||--. ||4 || 2. || 6
| || || ||
|-
| 9 ||q. ||28. ||—
| || ||--. ||3 || 2. || 5
| Sole, e nubi.|| || ||
|-
| 10 || ||27. ||11
| || ||--. ||6 || 1. || 7
| Sereno.|| || ||
|-
| 11 ||A. ||27. ||8
| || ||--. ||7 || 1. || 3
| Pioggerella. || || ||
|-
| 12 ||P.Q ||27. ||8
| || ||--. ||6 || 2. || 5
| || SE ||--. ||5
|-
| 13 || ||27. ||9
| || ||--. ||5 || --. || 1
| || ||--. ||4
|-
| 14 || ||27. ||10
| || ||--. ||6 || 1. ||1
| || E ||--. ||2
|-
| 15 ||q. ||27. ||9
| || ||--. ||8 || --. ||9
| Aria caliginosa.|| || ||
|-
| 16 || ||27. ||8
| || ||--. ||4 || 1. ||1
| Pioggia. ||NE ||--. ||10
|-
| 17 || ||27. ||10
| || ||--. ||5 || 1. ||8
| || ||--. ||2
|-
| 18 ||E. A ||27. ||11
| || ||--. ||3 || 1. ||2
| Coperto in parte.|| || ||
|-
| 19 ||P L. ||27. ||8
| || ||--. ||2 || 1. ||5
| Pioggia. ||E ||--. ||3
|-
| 20 || ||27. ||10
| -- || -- || -- || -- || 2. ||1
| Caliginoso. || NE || ||
|-
| 21 ||Ap. ||27. ||11
| --. || 1 || || || 1. ||10
| Coperto. || || ||
|-
| 22 || ||27. ||8
| || || --. ||3 || 1. ||7
| Pioggia. || ||--. || 3
|-
| 23 ||q. ||27. ||7
| --. ||1 || || || 1. || —
| Caliginoso. || || ||
|-
| 24 || ||27. ||9
| --. ||1 || || || 1. || 9
| Sereno.|| || ||
|-
| 25 ||B. ||27. ||9
| --. ||5 || || || 1. ||10
| Sole, e nubi.|| || ||
|-
| 26 || ||27. ||10
| --. ||4 || || || 1. ||1
| Sereno.|| E || ||
|-
| 27 || ||27. ||11
| --. ||10 || || || --. ||7
| Sole, e nubi.|| || ||
|-
| 28 ||U. Q. ||27. ||9
| --. ||8 || || || --. ||9
| Sereno. || || ||
|-
| 29 || ||27. ||11
| -. ||11 || || || 1. ||11
| Sole, e nubi.|| || ||
|-
| 30 || ||27. ||11
|1. ||4 || || || 1. ||9
| || || ||
|-
| 31 ||q. ED. ||27. ||9
|1. ||4 || || || 1. ||2
| || NE || ||
|-
| || || || || || || || || || || || Pol.|| 3. ||8
|}<noinclude>{{PieDiPagina|||NO-}}</noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Paperoastro" />{{RigaIntestazione|96|''PAR. II. ART. V. OSSERVAZIONI STRANIERE''.|}}</noinclude><section begin="s1" />
{{Ct|''Tavola dei Punti Lunari per 48 anni in Padova dal 1725. fino al 1772.''}}
{| class="t09"
! Cambianti !! — !! colspan="3" | Noncambianti.
|-
| Novilunj {{Span|— — 522|destra}}
| :
| 82
| <math>= 6\frac{1}{2}</math>
| : 1
|-
| Plenilunj {{Span|— — 506|destra}}
| :
| 98
| <math>= 5</math>
| : 1
|-
| Primi Quarti {{Span|— 424|destra}}
| :
| 187
| <math>=2\frac{1}{2}</math>
| : 1
|-
| Ultimi Quarti {{Span|— 429|destra}}
| :
| 182
| <math>= 2\frac{1}{2}</math>
| : 1
|-
| Perigei {{Span|— — 546|destra}}
| :
| 99
| <math>= 5\frac{1}{2}</math>
| : 1
|-
| Apogei {{Span|— — 517|destra}}
| :
| 130
| <math>=4</math>
| : 1
|-
| Equinozj Ascend. {{Span|465|destra}}
| :
| 142
| <math>=3\frac{1}{2}</math>
| : 1
|-
| Equinozj Discend. {{Span|446|destra}}
| :
| 158
| <math>= 3</math>
| : 1
|-
| Lunistizj Australi {{Span|446|destra}}
| :
| 154
| <math>=3</math>
|-
| Lunistizj Bor. {{Span|448|destra}}
| :
| 162
| <math>=2\frac{3}{4}</math>
|: 1
|}
Questa è la probabilità risultante dalle osservazioni di 48 anni, sopra cui si può congetturare, qual qualunque di questi Punti di Luna sia per portare cambiamento di tempo nel nostro paese: che vuol dire, per l’esperienza del passato si può a patto eguale scommettere, che tutti i Novilunj di un anno cambieranno il tempo, 6 contro 1; dei Plenilunj 5 contro 1; dei Quarti 2 contro 1; dei Perigei 5 contro 1; degli Apogei 4 contro 1. O pure in altri termini, si può scommettere egual somma da una parte e dall’altra, che di 7 Novilunj 6 cambieranno il tempo; di 6 Pleniluni 5; ec.
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{Ct|c=articolo|ARTICOLO V.}}
{{Ct|c=s2|Osservazioni Straniere.}}
{{Capolettera|I}}L più antico Giornale di Osservazioni Meteorologiche, che potessi avere, è quello dell’anno 1671, esistente negli Atti Medici, di Tommaso Bortolini Vol. I. pag. 225, fatte in ''Copenague''. Applicatici i Punti Lunari a stil vecchio, mi risultarono quei numeri che erano espressi nella Tavola della prima Edizione, e che ometto in questa, come superflua.
Il Giornale più prossimo è del 1684 di Oservazioni fatte in ''Oxford'' del D.<sup>r</sup> Lot, ''Trans''. ''Philos''. ''n''. 169.
Segue il Giornale del Sig. Hilvier, ''Trans''. ''Philos''. n. 232., dal Dicembre 1686 per tutto il Novembre 1687 fatte al ''Capo Corso''. Afferma l’Autore che quest’anno in quel Paese fu memorabile per le pioggie, nubi, {{Pt|caligi-|}}<section end="s2" /><noinclude>{{PieDiPagina|||ni}}</noinclude>
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Sotto la tenda
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Giaccai
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wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=75%|data=28 novembre 2025|arg=Da definire}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = Luigi Barzini
| Nome e cognome del curatore =
| Titolo =Sotto la tenda
| Anno di pubblicazione = 1907
| Lingua originale del testo =
| Nome e cognome del traduttore =
| Anno di traduzione =
| Progetto =
| Argomento =Diari di viaggio/Marocco
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Luigi Barzini. Sotto la tenda.djvu
}}
<pages index="Luigi Barzini. Sotto la tenda.djvu" from="3" to="3" />
==Indice==
* {{testo|/Prefazione}}
* {{testo|/La partenza}}
* {{testo|/Quelle carte geografiche}}
* {{testo|/Attraverso al Khlot}}
* {{testo|/Azila ed Alilasci}}
* {{testo|/Nei dominî dell'Oceano}}
* {{testo|/A Laraishe}}
* {{testo|/Fra i figli di Melek}}
* {{testo|/Presso un vecchio Kaid}}
* {{testo|/Un brigante gentile}}
* {{testo|/In vista di Fez}}
* {{testo|/Fez El-Gedid}}
* {{testo|/Fez El-Balì}}
* {{testo|/La Caiseriya}}
* {{testo|/Santi e «Barake»}}
* {{testo|/Un colloquio col Sultano}}
* {{testo|/L'Università di Fez}}
* {{testo|/Vita di Fez}}
* {{testo|/Il Makhzen}}
* {{testo|/La fabbrica d'armi}}
* {{testo|/Concludendo}}
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Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/501
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{{Sc|Il norcino}}. E come la sorveglia! L’avrei a sapere!
{{Sc|Il tavernajo}}. Per miracolo non pretende che gli siano portati alla visita lavati pettinati profumati —
{{Sc|Il tavoleggiante}}. — e con la fettuccina celeste annodata al codino!
{{block|is|Sopravverrà svelta svelta sul ponticello una graziosa servetta con un goffo cafone intenerito.}}
{{Sc|La servetta}}. Io far da cucina, e poi rigovernare, spazzare, stirare: con quattro bambini, certe barche di panni cosí!
{{block|is|Parlando e andando in fretta, saranno già sul palcoscenico, dov’ella, riconoscendo il mastro-medico, lo saluterà, senza fermarsi, con un sorriso:}}Buon giorno, signor Dottore!
{{Sc|Il mastro-medico}}. Giudizio, carina, coi militari!
{{Sc|La servetta}} (''andando via per la sinistra''). Eh, questo va in congedo fra tre giorni!
{{Sc|Il mastro-medico}} (''al norcino''). Andiamo, andiamo.
{{Sc|Il norcino}}. Quest’anno, signor Dottore, vedrà che bestia!
{{Sc|Il mastro-medico}}. Se è quella del signor Lavaccara, la conosco.
{{Sc|Il norcino}}. Ci ha pianto oh! quando me l’ha venduta!
{{Sc|Il tavernajo}}. E dicono che non se ne sa ancora dar pace!
{{Sc|Il norcino}}. Sarà da vedere sarà, quando, com’è di patto, verrà a prendersi la testa e metà del fegato!
{{Sc|Il tavernajo}} (''al giovane pedagogo''). Se il signore è invitato —
{{Sc|Il giovane pedagogo}}. — sono, sono invitato —
{{Sc|Il tavernajo}}. — eh, non starà certo allegro!
{{Sc|Il mastro-medico}}. Forse l’ha invitato perché lei lo consoli.
{{Sc|Il giovane pedagogo}}. È possibile: ché, quanto a mangiare, né di questa, né d’altra carne, io; mai! Insegno a mio modo, cioè all’uso antico, umanità al figlio del signor Lavaccara; e, dico la verità, sono molto dolente che il ragazzo intervenga a questa festa, nella quale non riesco a veder chiaro.
{{Sc|Il mastro-medico}}. Eh, chiaro, credo che non ci vedrà piú nessuno, di qui a poco.
{{Sc|Il norcino}} (''che avrà preso dal banco l’accoratojo e il ferro acciajato per affilarlo: eseguendo''). Su, signor Dottore, che s’è fatto tardi: ho già tutto pronto!<noinclude></noinclude>
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Utente:Myron Aub
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Myron Aub
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/* */ Tolto Montaigne, altra edizione in caricamento su IA
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text/x-wiki
Nella mia pagina su IA [https://archive.org/details/@myron_aub/uploads qui] ci sono i miei caricamenti mentre nella mia collezione dei "favorites" [https://archive.org/details/fav-myron_aub qua] sono inclusi testi non caricati da me già presenti su IA che trovo interessanti perché traduzioni abbastanza recenti soprattutto di classici filosofici e di alcuni classici letterari.
Per controllare velocemente se in una scansione non ci sono pagine saltate si può controllare la differenza tra numero di pagina PDF e numero di pagina cartacea è uguale sia nelle prime pagine che nelle ultime. Tuttavia ci sono eccezioni a questa pratica (pagine con illustrazioni non numerate, pagine vuote non scansionare...). In più è possibile che alcune pagine siano mal scansionate o illeggibili. In tal caso per trovare le pagine mancanti si possono cercare altre scansioni online (su Google libri, Hatitrust, Internet Archive...) oppure si possono chiedere le pagine mancanti a biblioteche che hanno il libro.
Nella seguente pagina [https://it.wikisource.org/wiki/Utente:Myron_Aub/Refusi_con_hunspell qua] espongo come cercare refusi con Hunspell.
In questa pagina elenco testi di pubblico dominio che sono principalmente traduzioni di testi (soprattutto filosofici e in minor parte letterari) greci, latini e stranieri. Privilegio le traduzioni in italiano più moderno, dal XIX secolo ai giorni nostri.
'''Informazioni su dati anagrafici difficilmente rintracciabili di autori.'''
[https://it.wikisource.org/wiki/Utente:Myron_Aub/Autori_con_date qui] c'è una sottopagina di un elenco di autori (per ora non tutti di pubblico dominio) con date di nascita e morte difficilmente disponibili in rete e un altro elenco di autori con data di morte incerta.
'''Vari testi di pubblico dominio finora non trovati come scansioni in rete:'''
Elenco qui alcuni testi di pubblico dominio che mi interesserebbe vedere in formato scansione e che spero che un giorno appaiano in rete:
'''1) testi di filosofia:'''
Augustinus, Aurelius
Contro la menzogna / S. Agostino ; testo latino, versione e introduzione a cura del p. Domenico Bassi
Roma : Gioventù italica, stampa 1931
Comte, Auguste (1798-1857)
Catechismo positivista 2a edizione... Tradotto da Walter Congreve. [Avvertimento di P. Laffitte.]
San Remo, Stab. Tipo. litogr. G. B. Biancheri, 1882. In-8°, 386 p., tabl.
(ripubblicato nel 2024, nella sua 3a edizione, dalla Società Positivista Italiana: Catechismo Positivista Augusto Comte, trad. Gualtiero Congreve, pp. 323, Società Editrice Positivista Italiana, Padova, CCXXXII; ISBN: 9791281601178).
Mill, John Stuart
Augusto Comte e il positivismo / John Stuart Mill ; traduzione dall'inglese di Amedeo Dardanelli
Roma : Tip. Forzani e C., 1903
230 p. ; 23 cm.
'''2) Testi di religione, spiritualità e occulto'''
Kerbaker, Michele. Scritti inediti / Michele Kerbaker ; con prefazione di Carlo Formichi e a cura di Vittore Pisani
Roma : Reale accademia d'Italia 1932-1939.
6 volumi contenenti un'antologia del Mahabharata (volumi 2 e 3 già presenti su Internet Archive).
Lodge, Oliver
Pitoni, Rinaldo <n. 1864>
Oltre la vita : studio di facoltà umane ancora ignote / Oliver Lodge ; traduzione dall'undecima edizione inglese, con note di Rinaldo Pitoni
Bari : Laterza, 1933
Marcus, Ernst (1856-1928)
Rensi, Giuseppe <1871-1941>
Teoria di una magia naturale fondata sulla dottrina di Kant / Ernesto Marcus ; traduzione e prefazione di Giuseppe Rensi
Bari : G. Laterza & figli, 1938
Trezza, Gaetano (1828-1892) Le religioni e la religione. Verona ; Padova : Drucker & Tedeschi, 1884
'''3) Testi di scienza''':
Baldwin, James Mark (1861-1934)
L'intelligenza / J. Mark Baldwin ; traduzione dall'inglese del professore Guida Villa (1867-1949)
Torino : Fratelli Bocca, 1904
XXVIII, 290 p. : ill. ; 21 cm.
Darwin, Charles
Autobiografia / Darwin
Milano : Istituto editoriale italiano, \1919!
182 p. ; 10 cm.
Hampson, William (1854–1926)
Paradossi della natura e della scienza, cioè fatti che sembrano contraddire generali esperienze o principi scientifici / di W. Hampson
Alessandria : Boffi, 1910
Lewes, George Henry (1817-1878)
Lo studio della psicologia : suo obbietto, scopo e metodo / George Henry Lewes ; prima edizione italiana con prefazione e note del prof. Giambattista Grassi Bertazzi (1867-1951)
Milano ; Roma : Società editrice Dante Alighieri, 1907
XXX, 185 p. ; 20 cm.
Ribot, Theodule
La psicologia dei sentimenti / Teodulo Ribot ; traduzione italiana di F. M. C.
Milano [etc.] : R. Sandron, pref. 1896
438 p. ; 23 cm
Wallace, Alfred Russel <1823-1913>
Il darwinismo applicato all'uomo / Alfredo Russel Wallace ; prima versione dall'inglese di Federico Verdinois
Napoli : Società editrice partenopea, [1912]
'''4) Testi di letteratura'''
Antologia dell'amore turco / a cura di Edmond Fazy e Abdul-Alim Memdouh ; versione italiana di Decio Cinti
Milano : Corbaccio, 1923
Capuana, Luigi
Il braccialetto / Luigi Capuana
Milano : Brigola di G. Marco, 1898
Della Sala Spada, Agostino
Nel 2073! : sogni d'uno stravagante / messi in carta per l'avvocato Agostino Della Sala Spada
Testo
Casale : Tipografia del giornale Il Monferrato, 1874
Goethe, Johann Wolfgang : von
Fiaba del serpente verde e della bella Gigliola / J. W. v. Goethe ; commento di G. Blason
Trieste : Trani, stampa 1944
Gogol’, Nikolaj Vasil’evic.
Mirgorod / Nikola Gogol ; traduzione di Federigo Verdinois
Lanciano : Carabba, 1923
Gogol’, Nikolaj Vasil’evic.
Le veglie alla fattoria di Dicanca / Nicola Gogol ; versione di F. Verdinois
Napoli : G. Giannini, 1920
Novelle russe / a cura di Corrado Alvaro: vol. I-II (Pusckin, Lermontov, Gogol, Gonciarov, Turghenev, Scedrin, Dostojewski, Tolstoi, Garscin, Cecov, Gorki, Andreiev, Ciricov, Artzibascev, Kuprin, Sologub, Lomakin, Uspenski, Timkovski, Skitalitz)
Milano : Soc. Ed. R. Quintieri, 1920 (Saita e Bertola)
Turgenev, Ivan Sergeevic. Le poesie in prosa / di Ivan Turgheniev ; tradotte da Enrico Damiani
Pubblicazione Lanciano : Carabba, [1923]
Villiers de l'Isle-Adam, Auguste <comte de>
Eva futura : Romanzo. Unica traduzione di D. C. (probabilmente Decio Cinti).
Milano : Casa Edit. Bietti Edit. Tip., 1930
Wells, H. G.
Sodini, A. M.
La Guerra dei mondi : Romanzo / H. G. Wells ; traduzione di Angelo Maria Sodini (1875-1939)
Milano : F. Vallardi, 1901
Morandi, Luigi <1844-1922>; Ciampoli, Domenico <1852-1929>
Poeti stranieri lirici, epici, drammatici : scelti nelle versioni italiane (2 volumi) / Morandi L. e Ciampoli D.
Milano [etc.] : Società editrice Dante Alighieri di Albrighi, Segati 1904
'''5) altri testi:'''
Pestalozzi, Johann Heinrich
Leonardo e Geltrude : libro per il popolo / Enrico Pestalozzi ; traduzione, prefazione e note di Giovanni Sanna (1877-1950). (in 4 volumi).
Venezia [poi] Firenze : La nuova Italia, 1928 (e altre ristampe successive).
Squillace, Fausto
Titolo
La moda / Fausto Squillace
Pubblicazione
Milano [etc.] : Sandron, 1912
159 p. ; 19 cm.
'''In pubblico dominio dal 2027:'''
Barié, Giovanni Emanuele (1894-1956). La spiritualità dell'essere e Leibniz. Padova : CEDAM, 1933
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=EHYLAQAAIAAJ qui]
Capone Braga, Gaetano
La vecchia e la nuova logica / Gaetano Capone Braga (1889-1956)
Padova : Cedam, 1948
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=LzUAAAAAMAAJ qui]
Cassirer, Ernst. Storia della filosofia moderna (4 volumi). Traduzione di Angelo Pasquinelli (1926-1956) Torino : G. Einaudi, 1958 e ristampe seguenti.
Primo volume sbloccabile su Google Libri qui: https://books.google.it/books?id=64AcH4mrab0C
Jevons, William Stanley
Lezioni di logica elementare / W.S. Jevons ; a cura di Gaetano Capone Braga (1889-1956)
Padova : Cedam, 1948
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=WztCAQAAIAAJ qui]
Pastore, Annibale
Scritti di varia filosofia / Annibale Pastore
Milano : Fratelli Bocca, 1940
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=8HA_AAAAIAAJ qui]
Pastore, Annibale
La volontà dell'assurdo : storia e crisi dell'esistenzialismo / Annibale Pastore
Milano : Giovanni Bolla, 1948
Sbloccabile su Google Libri
[https://books.google.it/books?id=S5Lad41dxasC qui]
Stefanini, Luigi <1891-1956>
Imaginismo come problema filosofico : vol. primo
Padova : CEDAM, 1936
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=5BHBNszP5LUC qui]
'''In pubblico dominio dal 2028:'''
Della magia / Apuleio di Madaura ; testo latino, traduzione e note di Concetto Marchesi
Bologna : Zanichelli, 1955
Burckhardt, Jacob
Considerazione sulla storia del mondo / Jacob Burckhardt; traduzione di Antonio Banfi
Milano : Bompiani, 1954
Kierkegaard, Søren
Il concetto dell'angoscia / Soren Kierkegaard ; tradotto dal danese da Meta Corssen (1894-1957)
Firenze : Sansoni, 1942
Kierkegaard, Søren
La malattia mortale : (svolgimento psicologico cristiano di Anti-Climacus) / Sören Kierkegaard ; a cura di Meta Corssen (1894-1957) ; prefazione di Paolo Brezzi
Milano : Edizioni di Comunità, 1947
Kierkegaard, Søren
L'ora : atti d'accusa al cristianesimo del Regno di Danimarca, anno 1855 / Soren Kierkegaard ; traduzione di Antonio Banfi
Milano ; Roma : Doxa, stampa 1931
Palacio Valdes, Armando
Santa Rogelia
Traduzione di Mario Puccini
Torino : UTET, 1961
Sarmiento, Domingo Faustino
Facundo o Civiltà e barbarie / Domingo F. Sarmiento ; a cura di Mario Puccini
Torino : Unione tipografico-editrice torinese, stampa 1953
Simmel, Georg
Banfi, Antonio <1886-1957>
I problemi fondamentali della filosofia / G. Simmel ; traduzione e introduzione di A. Banfi
Firenze : Vallecchi, [dopo il 1921]
Stoermer, Carlo (1874-1957). Dalle stelle agli atomi; prefazione di Giovanni Giorgi ; appendici di G.B. Angioletti ... [et al.]
Milano : Hoepli, 1934
Subhadra <bhikschu> (1852-1917)
De Lorenzo, Giuseppe <1871-1957>
Catechismo buddhistico per avviamento nella dottrina di Gotamo Buddho / di Subhadra Bhikshu ; tradotto in italiano da Giuseppe De Lorenzo
Napoli : Ricciardi, 1922
Whitehead, Alfred North
Banfi, Antonio <1886-1957>
La scienza e il mondo moderno / A. N. Whitehead ; con una introduzione di Antonio Banfi
Milano : Bompiani, 1945
'''In pubblico dominio dal 2029:'''
Agrippa von Nettesheim, Heinrich Cornelius
La filosofia occulta, o La magia / Enrico Cornelio Agrippa ; prima traduzione italiana di Alberto Fidi ; preceduta da un ampio studio introduttivo sopra l'autore e la sua opera, a cura di Arturo Reghini
Milano : Alberto Fidi (1882-1958), 1926
Bacon, Francis <1561-1626>
Cogitata et visa ; De dignitate et augmentis scientiarum : libri 2. e 9. / Francesco Bacone ; versione italiana a cura e con note di Antonio Bozzone (1888-1958)
Torino [etc.] : G. B. Paravia, stampa 1924
Paracelsus
I sette libri dei supremi insegnamenti magici : dall'edizione latina di Giovannantonio e Samuele De Tournes (Opera chemica et philosophica) stampata a Genova nel 1658 / Paracelso ; traduzione di Alberto Fidi (1882-1958) ; con uno studio introduttivo di Costantino De Simone Minaci
Milano : A. Fidi, 1926
Wells, Herbert George
L'alimento divino : romanzo / H. G. Wells ; traduzione di Alberto Fidi (1882-1958)
Milano : Cioffi, 1922
Wells, Herbert George
Un racconto dei tempi da venire : romanzo / H. G. Wells ; traduzione di Alberto Fidi (1882-1958)
Milano : A. Gorlini, 1931
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Tale era il Padre Mauro Cappellari allorchè, nel Giugno del 1818, conobbe il giovinetto {{W|Gaetano Moroni}}.
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Da quel giorno una benevola intrinsichezza strinse fra di loro l’Abate Generale dei Camaldolesi e il giovane Gaetanino.
Questi tornò altre volte a radere la barba al dotto frate: i modi affabili, insinuanti del giovinetto, la svegliatezza del suo ingegno, l’ossequiosa sua servitù finirono per far breccia nell’anima di quella torpedine fratesca, impastata di egoismo e di indifferentismo. E poichè le scarse qualità affettive di quell’anima non avevano mai avuto occa-<noinclude><references/></noinclude>
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Da quel giorno una benevola intrinsichezza strinse fra di loro l’Abate Generale dei Camaldolesi e il giovane Gaetanino.
Questi tornò altre volte a radere la barba al dotto frate: i modi affabili, insinuanti del giovinetto, la svegliatezza del suo ingegno, l’ossequiosa sua servitù finirono per far breccia nell’anima di quella torpedine fratesca, impastata di egoismo e di indifferentismo. E poichè le scarse qualità affettive di quell’anima non avevano mai avuto occa-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|98|{{Sc|r. giovagnoli}}||riga=si}}</noinclude>sione di espandersi su qualcuno, e poichè nessuno aveva mai circondato di cure tenere e amorose quell’anima assiderata nella solitudine glaciale del chiostro e poichè Dio ha posto, secondo il poeta, ''un po' di scintillaccia anche in corpo alla torpedine'', così accadde che il Padre Mauro Cappellari venisse, pian piano, preso dalle sollecitudini affettuose del giovinetto, sempre intento a rendergli ogni maniera di ufficiosi servigi, e a lui si affezionasse ogni giorno più.
Di che una dimestichezza sempre crescente si stabilì fra l’Abate dei Camaldolesi e il giovane barbiere, il quale finì per divenire affettuoso e servizievole cameriere del Monaco, che, corrispondendo al vivo desiderio di istruzione di
Gaetanino, cominciò ad ammaestrarlo nella lingua latina.
Così il giovane Moroni fra il 1819 e<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|gaetanino}}|99|riga=si}}</noinclude>fece rapidi progressi negli studii di questa lingua classica e lesse quasi tutte le opere raccolte nella Biblioteca del Convento di S. Romualdo, corrispondendo all’Abate Cappellari, suo maestro, come mercede delle cure che questi spendeva intorno a lui, ogni maniera di attenzioni premurose e di ossequenti cortesie.
Nel 1822, col consenso del suo autorevole protettore, Gaetanino menò in moglie la giovinetta Clementina Verdesi; le munificenze del suo patrono avevano posto in condizione il giovane cameriere, che era economo ed assestato, di formarsi una famiglia.
Ma le gioie coniugali non distrassero un solo istante Gaetanino dal suo ufficio di cameriere presso il Padre Mauro Cappellari: egli continuò a frequentare il Convento di S. Romualdo, allorchè<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Giovagnoli - Leggende romane. Il marchese del Grillo, Gaetanino, Roma 1887.djvu/106
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|100|{{Sc|r. giovagnoli}}||riga=si}}</noinclude>ivi dimorava l’Abate Generale e quello di S. Gregorio al Celio, allorchè — generalmente nell’inverno — esso trasferiva lassù la sua dimora. E quantunque l’accorto e perspicacissimo Gaetanino si fosse avveduto come per il Padre Mauro Cappellari, assuefatto ormai ai suoi servizi e alle sue premure, la propria presenza presso di lui fosse divenuta indispensabile, pur tuttavia non abusò di questa favorevole condizione e raddoppiò di cure presso il dotto Camaldolese.
Il quale cominciò ad espandere sui figlioletti del suo cameriere ed alla moglie di lui, una parte di quella viva e sincera affezione onde si sentiva congiunto al suo Gaetanino.
{{Rule|4em}}
Le cose procedevano a questa guisa: il benessere e l’abbondanza allietavano<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|gaetanino}}|101|riga=si}}</noinclude>della loro presenza la modesta dimora del giovane Moroni, quando un bel giorno del 1825 una novella assai gradita all’orecchio di Gaetanino si sparse per la città: Sua Santità Papa Leone XII, felicemente regnante, aveva nominato il Padre Mauro Cappellari, Cardinale di Santa Romana Chiesa, conferendogli l’alto e onorevole ufficio di Prefetto del Collegio di ''Propaganda Fide''.
Questo annuncio più assai commosse il cameriere Gaetanino di quello che non commovesse l’Abate Generale dei Camaldolesi.
Il quale dovendo porre su casa adeguata al suo nuovo grado disse al suo fido barbiere:
— Le noie e le responsabilità che reca con sè la porpora cardinalizia affievoliscono la consolazione che dovrebbe produrre in me l’avere conse-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|102|{{Sc|r. giovagnoli}}||riga=si}}</noinclude>guita l’alta onorificenza, la quale è pure così agognata ed ambita. Ad ogni modo io mi rallegro della tua contentezza e confido che la dignità conferitami mi permetterà di accumulare su di te e sulla tua famiglia beneficii più solidi e consistenti che non siano stati quelli di cui ti ho potuto gratificare fin qui.
— Oh Vostra Eminenza è troppo buona verso di me!... E come, come potrò io mai sdebitarmi verso di Lei di tutte le beneficenze che Ella ha sparse su di me fino ad oggi?...
— Col continuarmi a voler bene, con l’aver cura di me, che son solo nel mondo, che non ho alcuno che mi ami.....
— All’infuori, però, del suo fedel Gaetanino, Eminenza; il quale, come per lo passato, così anche per l’avvenire, se potrà continuare ad aver l’o-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|gaetanino}}|103|riga=si}}</noinclude>nore di servirla, consacrerà tutte le sue forze e tutto il suo cuore a corrispondere il meglio che per lui si possa alla benevolenza dell’Eminenza Vostra.
— Se continuerai ad aver l’onore di servirmi?! — domandò, meravigliato, il nuovo Cardinale — Ma sicuro che mi servirai ancora... e spero bene che non penserai neppure per un istante ad abbandonarmi!... Oh di chi mi dovrei servire, di chi mi dovrei fidare io, se non di te?... Tu conosci i miei bisogni, i miei difetti, le mie abitudini..... E come farei io senza di te?...
Nuovi ringraziamenti e nuove proteste di affetto e di devozione per parte del cameriere tennero dietro alle parole del porporato, il quale, poco dopo, soggiunse:
— Ora bisognerà pensare ad allestire un conveniente appartamento, bi-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|104|{{Sc|r. giovagnoli}}||riga=si}}</noinclude>sognerà metter su carrozza, bisognerà circondarsi di numerosa servitù..... e bisognerà amministrar le mie rendite, provvedere alle spese, governare la famiglia!...
— Senza dubbio, Eminentissimo.....
— Ebbene a tutto ciò ci penserai tu. E perciò fin da ora ti nomino mio Maestro di casa.
Gaetanino tornò quel giorno, gongolante di gioia, a casa sua ad informare la sua Clementina della buona ventura che loro era capitata.
E ben presto egli si trovò messo in possesso del suo nuovo ufficio e, con l’usata avvedutezza ed intelligenza e con la parsimonia che gli era abituale, provvide all’ampliamento, all’arredamento e al buon governo della casa del suo padrone, del quale, più che l’amministratore, continuò ad essere il confidente ed il favorito.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|gaetanino}}|105|riga=si}}</noinclude>{{Nop}}
E, a lode sua, va detto che l’esaltazione del suo protettore e l’aumento di autorità e di agiatezza, che da quella esaltazione a lui era derivata, non produssero, come di solito avviene, nessun cambiamento nei suoi modi, nelle sue idee, nelle sue azioni. Gli splendori della grandezza non suscitavano orgoglio in quell’animo mite, calmo, modesto per natura, nè i profumi dell’ossequio e dell’adulazione che son sempre bruciati sotto il naso dei potenti davan le traveggole al suo sguardo azzurro e sereno, nè inebbriavano il suo intelletto acuto e calcolatore.
Gaetanino, Maestro di Casa dell’Eminentissimo Cardinale Cappellari, conservò verso gli uguali e verso gli inferiori le maniere dolci, amorevoli ufficiose onde si era insinuato nell’animo del Padre Mauro Cappellari, Gaeta-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|106|{{Sc|r. giovagnoli}}||riga=si}}</noinclude>nino, il giovinetto barbiere di Via S. Romualdo.
La stessa affabilità, la stessa semplicità, la stessa compostezza, la stessa modestia nella vita domestica, nei cibi, nel vestire usate durante i sette anni trascorsi presso l’Abate Generale dei Camaldolesi, usò dopo che divenne Maestro di casa e ''fac totum'' del Cardinale Prefetto di Propaganda Fide.
Con tutti coloro che gli erano appena appena superiori continuò ad adoperare quelle ossequiose maniere adulatorie proprie delle corti e della papale in ispecie e nelle quali madre natura lo aveva creato maestro.
Verso il suo protettore e benefattore raddoppiò di cure, di zelo, di devozione.
Egli aiutava il Cardinale a levarsi di letto e a vestirsi, egli lo aiutava nel suo coricarsi. Esso gli radeva la barba,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|gaetanino}}|107|riga=si}}</noinclude>esso provvedeva alla sua colazione, al suo pranzo, procurando che gli si imbandissero le vivande a lui care e i vini prediletti. Egli cercava di riuscirgli utile con le informazioni che sapeva opportunamente dargli intorno agli affari che potevan riguardare o interessare Sua Eminenza, preparandogli la corrispondenza privata, tenendolo al giorno delle notizie di corte, dei pettegolezzi cittadini, della cronaca galante, dissipandone il malumore con graziose novellette, con motti piccanti.
Insomma Gaetanino non aveva che un obiettivo nella sua vita: far contento il Cardinale, suo padrone, soddisfarne i bisogni, prevenirne i desiderii, renderglisi indispensabile.
E in ciò pose tanta arte, tanto zelo, tanta previdenza che vi riuscì perfettamente.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|108|{{Sc|r. giovagnoli}}||riga=si}}</noinclude>{{Nop}}
Appena costituito nel suo nuovo ufficio di Maestro di casa, Gaetanino si accorse della necessità in cui si trovava di conoscere un poco la lingua francese: onde tosto si applicò a quello studio, con la pertinacia e con l’amore che accompagnavano la sua operosità in qualsiasi utile occupazione,
E di quello studio assiduo, che in diciotto mesi lo condusse a parlare correntemente la lingua dei giacobini, ebbe subito a sperimentare l’utilità, perchè ben presto l’Eminentissimo Cardinale Cappellari, suo padrone, ebbe dal Pontefice l’incarico diplomatico di trattare col governo dei Paesi Bassi per stringere un concordato con quella nazione, la cui popolazione in parte era cattolica e in parte protestante.
Il Cardinale Cappellari, in quella delicata missione fece mostra di grande<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|gaetanino}}|109|riga=si}}</noinclude>abilità e di non poca tolleranza, onde riuscì a concludere il concordato, abbastanza favorevole ai cattolici Belgi e agli interessi della Chiesa.
A questo primo incarico ne tenne ben presto dietro un altro, egualmente alto ed importante, che Papa Leone XII volle affidato al Cardinale Cappellari, la conclusione di un concordato con la Spagna, dove aleggiava già lo spirito liberale dei tempi nuovi.
Ora durante tutte queste trattative, in mezzo agli andirivieni diplomatici il maestro di casa del Cardinal Prefetto di ''Propaganda Fide'' ebbe spesso necessità di adoperare la lingua francese da lui di recente appresa.
Conchiuso il concordato con la Spagna, l’Eminentissimo Cappellari ebbe l’incarico di condurne a termine uno con il Regno di Sardegna.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|110|{{Sc|r. giovagnoli}}||riga=si}}</noinclude>{{Nop}}
E anche in queste missioni diplomatiche, riuscite tutte abbastanza soddisfacenti per la Santa Sede, l’opera perspicace e avveduta di Gaetanino concorse a facilitare l’azione del padrone suo.
L’abile Maestro di casa, allorchè il Cardinale Cappellari si recava a visitare i Ministri plenipotenziarï delle diverse nazioni con cui si trattavano quei concordati, restando nelle anticamere era tutto orecchi per raccogliere ciò che dicevasi intorno al Diplomatico Apostolico e intorno alla sua missione e intorno alle trattative che erano in corso e di tutto informava poscia il Cardinale. Leggeva tutti i giornali e prendeva annotazione di quelle notizie che egli, col suo savio discernimento, riteneva potessero riuscire utili al suo padrone e che gli potessero facilitare l’adempimento della missione affidatagli.<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|gaetanino}}|111|riga=si}}</noinclude>{{Nop}}
Per il che se da un lato, la nuova e alta posizione del suo protettore aumentava il credito e l’esperienza di Gaetanino e accresceva il benessere materiale di lui e della sua famiglia, rendeva dall’altro lato sempre più cara ed utile l’opera del maestro di casa al cardinale suo patrono, offrendo a quello sempre nuovo campo per porre in rilievo le belle doti dell’animo e dell’ingegno onde natura lo aveva fornito.
Di guisa che il Cardinale Cappellari nell’occuparsi degli affari di ''Propaganda Fide'', si serviva anche dell’opera avveduta e zelante del suo maestro di casa, e l’animo suo era più che mai pieno di vivissimo affetto pel suo diletto Gaetanino.
{{Rule|4em}}
Il 10 Febbraio 1829, Sua Santità Leone XII, dopo cinque anni e quattro<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|gaetanino}}|111|riga=si}}</noinclude>{{Nop}}
Per il che se da un lato, la nuova e alta posizione del suo protettore aumentava il credito e l’esperienza di Gaetanino e accresceva il benessere materiale di lui e della sua famiglia, rendeva dall’altro lato sempre più cara ed utile l’opera del maestro di casa al cardinale suo patrono, offrendo a quello sempre nuovo campo per porre in rilievo le belle doti dell’animo e dell’ingegno onde natura lo aveva fornito.
Di guisa che il Cardinale Cappellari nell’occuparsi degli affari di ''Propaganda Fide'', si serviva anche dell’opera avveduta e zelante del suo maestro di casa, e l’animo suo era più che mai pieno di vivissimo affetto pel suo diletto Gaetanino.
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Il 10 Febbraio 1829, Sua Santità Leone XII, dopo cinque anni e quattro<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|112|{{Sc|r. giovagnoli}}||riga=si}}</noinclude>mesi e mezzo di pontificato, in seguito a breve malattia chirurgica, secondo la comune opinione, assai male curata dal
Dottore Todini, Chirurgo di fiducia del Papa stesso, cessava di vivere in età di oltre 68 anni.
E, mentre i rintocchi funebri di tutte le campane di Roma annunciavano l’infausta novella ai fedelissimi sudditi, arrabbiatissimi di vedersi, per quella morte, troncati a mezzo i divertimenti carnevaleschi, Pasquino sfogava il suo malumore contro il Pontefice defunto e contro i suoi amici.
Un epigramma divulgatosi il giorno 11 diceva:
<poem>
«Al Chirurgo s’appone
La morte di Leone:
Roma però sostiene
Che il buon Chirurgo abbia operato bene.»
</poem>
E un altro più salace, cantava:<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|112|{{Sc|r. giovagnoli}}||riga=si}}</noinclude>mesi e mezzo di pontificato, in seguito a breve malattia chirurgica, secondo la comune opinione, assai male curata dal
Dottore Todini, Chirurgo di fiducia del Papa stesso, cessava di vivere in età di oltre 68 anni.
E, mentre i rintocchi funebri di tutte le campane di Roma annunciavano l’infausta novella ai fedelissimi sudditi, arrabbiatissimi di vedersi, per quella morte, troncati a mezzo i divertimenti carnevaleschi, Pasquino sfogava il suo malumore contro il Pontefice defunto e contro i suoi amici.
Un epigramma divulgatosi il giorno 11 diceva:
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«Al Chirurgo s’appone
«La morte di Leone:
«Roma però sostiene
«Che il buon Chirurgo abbia operato bene.»
</poem>
E un altro più salace, cantava:<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|116|{{Sc|r. giovagnoli}}||riga=si}}</noinclude>che si trovavano più lontani da Roma, ascendevano il 5 marzo a 41 e su questi il Cardinale De Gregorio aveva, quel giorno, già ottenuto dieciannove suffragi, che il giorno successivo raggiunsero la cifra di 24, mentre soltanto a 15 aggiungevano i voti dati all’Eminentissimo Castiglioni. E in queste proporzioni durò la lotta fino al giorno 10, in cui un terzo candidato apparve d’improvviso con 7 voti nella lizza.
Questo nuovo candidato era il Cardinale Mauro Cappellari.
È facile immaginare quale fosse il cuore di Gaetanino dal giorno 10 al 17, durante i quali il suo patrono tanto nello scrutinio mattinale, quanto nel vespertino, raccoglieva sempre 7 od 8 voti sul suo nome.
Ma le sue secrete speranze, i suoi sogni dorati si dileguarono, allorchè, a datare<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|gaetanino}}|117|riga=si}}</noinclude>dal 17 un altro candidato, il {{W|Bartolomeo Pacca|Cardinale Pacca}} venne a prendere il posto del Cappellari, raccogliendo sul proprio nome, fra i 20 voti dati al Castiglioni e i 16 dati al De Gregorio, 7, 8 e poscia fino a 19 voti, staccatisi fra il 17 e il 21 marzo dai suoi due competitori.
Ma il 23 le ansie e le trepidazioni di Gaetanino dovettero crescere a dismisura allorchè fra il Castiglioni e il De Gregorio, sparito completamente il Pacca, si vide sorgere nuovamente candidato minaccioso il suo Eminentissimo Cappellari con 16 voti, che giunsero a 22 dai 23 al 26 marzo.
Se in quei giorni, in quelle ore qualche medico avesse ascoltato il cuore di Gaetanino, quali e quante violente pulsazioni non gli avrebbe udito dare!...
Si può ritener per certo che il cuore del Maestro di casa batteva assai più<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|118|{{Sc|r. giovagnoli}}||riga=si}}</noinclude>forte dì quello del Cardinale suo padrone.
Ma il 27 i 22 voti ottenuti dal Prefetto di ''Propaganda Fide'' ridiscesero a 3, mentre salirono a 30 quelli dati all’Eminentissimo Castiglioni.
E il 31 marzo avendo questi ottenuto 47 voti fu eletto Papa col nome di {{AutoreCitato|Papa Pio VIII|Pio VIII}}.
{{Rule|4em}}
Il Cardinale Francesco Saverio Castiglioni, nato a Cingoli, nelle Marche, nel 1761, aveva 68 anni quando fu elevato al pontificato. Era d’indole dolce, di fibra fiacca, privo di energìa e di volontà, dotto in diritto canonico, d’animo profondamente religioso.
Il suo pontificato fu breve, e non fu segnato da alcun atto che palesasse in lui un’attitudine qualsiasi ad esercitare<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|gaetanino}}|121|riga=si}}</noinclude>Sacro Collegio una lettera con la quale egli faceva noto che il Governo Spagnuolo, giovandosi del suo diritto di ''esclusiva'', negava il suo assenso alla elezione del Cardinale Giustiniani.
Gli elettori, che si erano raggruppati intorno al nome del Giustiniani, si strinsero, di un subito, attorno al nome del
Cappellari, il quale, nello scrutinio del giorno 10, raccolse, di un tratto, 19 voti.
Dal 10 al 28 il Collegio Cardinalizio continuò a lottare accanitamente, diviso fra Pacchisti, capitanati dall’astuto, influentissimo e austriacante Cardinale Albani, e Cappellariani guidati dall’autorevole Cardinale Giustiniani: il Pacca ondeggiò, in tutti gli scrutinii di quei diciotto giorni, fra i 16 e i 21 voti, il Cappellari fra i 19 e i 23.
La mattina del 29 il Cardinale Mauro<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|gaetanino}}|113|riga=si}}</noinclude>{{Nop}}
<poem>
«A li dieci de Febbraro
È successo un caso strano
Un fierissimo Leone
Fu ammazzato da un somaro»</poem>
E un terzo, non meno mordace, riepilogava le principali gesta di Papa Leone, le quali furono le rinnovate persecuzioni contro gli Ebrei, il ritorno alla costumanza del giubileo, da lui bandito nel 1825, l’ordinanza con cui fu impedito al popolo di trattenersi nelle osterie, che furono chiuse con un cancelletto di legno, al di là del quale l’oste dava il vino agli avventori, l’altra ordinanza sua che, per odio contro le scoperte della scienza, proibì l’innesto del vaiuolo e l’odio suo pertinace contro i liberali e contro le idee moderne.
L’epigramma diceva così:
<poem>
«Rinchiuso in ghetto er popolaccio abbreo,
Ce arigalava er santo giubbileo;
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|gaetanino}}|113|riga=si}}</noinclude>{{Nop}}
<poem>
«A li dieci de Febbraro
«È successo un caso strano
«Un fierissimo Leone
«Fu ammazzato da un somaro»</poem>
E un terzo, non meno mordace, riepilogava le principali gesta di Papa Leone, le quali furono le rinnovate persecuzioni contro gli Ebrei, il ritorno alla costumanza del giubileo, da lui bandito nel 1825, l’ordinanza con cui fu impedito al popolo di trattenersi nelle osterie, che furono chiuse con un cancelletto di legno, al di là del quale l’oste dava il vino agli avventori, l’altra ordinanza sua che, per odio contro le scoperte della scienza, proibì l’innesto del vaiuolo e l’odio suo pertinace contro i liberali e contro le idee moderne.
L’epigramma diceva così:
<poem>
«Rinchiuso in ghetto er popolaccio abbreo,
«Ce arigalava er santo giubbileo;
</poem><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|114|{{Sc|r. giovagnoli}}||riga=si}}</noinclude><poem>
«Alli sudditi messe le manette;
«’N de li cancelli chiuse le fojette,
«A li popoli sui neganno er vino;
«Nun vorse più l’innesto der vaccino;
«Nun fece un passo che non fusse addietro.
«Leone no, ma grancio de San Pietro.»</poem>
E un quarto narrava, argutamente, ciò che fosse avvenuto dell’anima di Leone XII.
<poem>
«Già l’alma di Leon dal corpo uscita
«Volava a ricercar più bella vita;
«Andata al Cielo domandò l’ingresso,
«Ma tanto onore non le fu concesso:
«Poichè Pietro avea messo a suo dispetto
«Alla porta del Cielo un cancelletto.»</poem>
E un quinto, alludendo all’opera di reazione compitasi durante il pontificato di Leone XII, il quale fu tutto inteso a distruggere le riforme introdotte sotto Pio VII dal segretario di stato {{W|Ercole Consalvi|Cardinale Consalvi}}, di animo nobile e mite e d’ingegno acuto ed illuminato, diceva così:<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|gaetanino}}|115|riga=si}}</noinclude>{{Nop}}
<poem>
«A paro de Leone,
«Retrogrado feroce
«Che avrebbe, pe’ reazione,
«Cristo rimesso in croce,
«Consarvi Cardinale
«Pareva un liberale.</poem>
E in mezzo alle imprecazioni del popolino, si adunava al Quirinale il conclave dei cardinali per l’elezione del nuovo Pontefice.
L’Eminentissimo Cappellari vi entrò il 27 febbraio, conducendo seco come suo conclavista Gaetanino, il quale, anche in questa circostanza, servì il suo padrone con l’usato zelo.
Il Conclave, cominciato, come dicemmo il 27 febbraio si chiuse il 31 marzo. Da prima la lotta fu appiccata fra i due partiti in cui si divideva il sacro collegio, sui nomi dei Cardinali De Gregorio e Castiglioni. I Cardinali presenti, non essendo ancor giunti quelli<noinclude><references/></noinclude>
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<poem>
«A paro de Leone,
«Retrogrado feroce
«Che avrebbe, pe’ reazione,
«Cristo rimesso in croce,
«Consarvi Cardinale
«Pareva un liberale.</poem>
E in mezzo alle imprecazioni del popolino, si adunava al Quirinale il conclave dei cardinali per l’elezione del nuovo Pontefice.
L’Eminentissimo Cappellari vi entrò il 27 febbraio, conducendo seco come suo conclavista Gaetanino, il quale, anche in questa circostanza, servì il suo padrone con l’usato zelo.
Il Conclave, cominciato, come dicemmo il 27 febbraio si chiuse il 31 marzo. Da prima la lotta fu appiccata fra i due partiti in cui si divideva il sacro collegio, sui nomi dei Cardinali {{W|EmmanueleDe Gregorio|De Gregorio}} e {{AutoreCitato|Papa Pio VIII|Castiglioni}}. I Cardinali presenti, non essendo ancor giunti quelli<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|gaetanino}}|115|riga=si}}</noinclude>{{Nop}}
<poem>
«A paro de Leone,
«Retrogrado feroce
«Che avrebbe, pe’ reazione,
«Cristo rimesso in croce,
«Consarvi Cardinale
«Pareva un liberale.</poem>
E in mezzo alle imprecazioni del popolino, si adunava al Quirinale il conclave dei cardinali per l’elezione del nuovo Pontefice.
L’Eminentissimo Cappellari vi entrò il 27 febbraio, conducendo seco come suo conclavista Gaetanino, il quale, anche in questa circostanza, servì il suo padrone con l’usato zelo.
Il Conclave, cominciato, come dicemmo il 27 febbraio si chiuse il 31 marzo. Da prima la lotta fu appiccata fra i due partiti in cui si divideva il sacro collegio, sui nomi dei Cardinali {{W|Emmanuele De Gregorio|De Gregorio}} e {{AutoreCitato|Papa Pio VIII|Castiglioni}}. I Cardinali presenti, non essendo ancor giunti quelli<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|gaetanino}}|119|riga=si}}</noinclude>degnamente l’altissimo ufficio in quei torbidi e difficili tempi. Non seppe e non volle fare il bene, non fu capace di impedire il male che, specialmente nell’amministrazione dello Stato, facevano quelli a cui egli ne aveva lasciato il governo.
Dopo 20 mesi di regno Pio VIII morì il 20 novembre 1830.
Due epigrammi di Pasquino ci danno la biografia e la narrazione delle opere di questo Pontefice.
Uno diceva:
<poem>
«Giunto Pio — dinanzi a Dio
«Fu richiesto — che hai tu fatto?
«Ei rispose — niente affatto.»</poem>
E l’altro, notando la servilità del {{W|Giuseppe Albani|Cardinale Albani}}, Segretario di Stato di lui, verso l’Austria e alludendo all’abitudine del Papa di piangere per qualsiasi nonnulla, diceva così:<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|120|{{Sc|r. giovagnoli}}||riga=si}}</noinclude>{{Nop}}
<poem>
«Fra preci e lacrime
«Dell’Austria schiavo
«Visse l’ascetico
«Pio Papa Ottavo.»</poem>
Il 14 dicembre i Cardinali si raccolsero in Conclave ed uno dei primi a entrarvi fu l’Eminentissimo Cappellari, accompagnato dal suo fido conclavista Gaetanino Moroni.
Tre Cardinali ''papeggiarono'' negli scrutinii dei primi quindici giorni, ed essi furono gli Eminentissimi Pacca, De Gregorio, e {{W|Giacomo Giustiniani|Giustiniani}}. Il primo giunse a raccogliere fino a 17 suffragi, e gli altri due fino a 16 voti per ciascuno. Il Cardinale Cappellari aveva, di quando in quando, qualche voto.
Al 7 gennaio 1831 il Cardinale Giustiniani aveva fatto grandi progressi ed era giunto a riunire sul suo nome fino a 21 suffragi: allora l’Ambasciatore di Spagna fece pervenire il giorno 9 al<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|122|{{Sc|r. giovagnoli}}||riga=si}}</noinclude>Cappellari, con atto che, forse, fu nobilmente disinteressato, forse abilmente ponderato, scrisse un biglietto al Cardinale Giustiniani nel quale gli diceva: esser dolente che la Chiesa restasse tanto a lungo priva del suo capo; esser mortificato della pertinacia con la quale una parte del Sacro Collegio si ostinava a votare sul suo povero nome; ignorare quali fossero i Cardinali che votavano per lui; supporre però che i nomi di quegli Eminentissimi fossero noti al Cardinale Giustiniani: a lui rivolgersi egli quindi pregandolo ad adoperare la sua influenza perchè quegli Eminentissimi elettori cessassero di raccogliere i loro suffragi sul suo nome.
Alla sera dello stesso giorno il Cardinale De Gregorio recavasi nella cella del Cardinale Cappellari, dissuadendolo, a nome anche del Giustiniani,<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|gaetanino}}|123|riga=si}}</noinclude>dall’insistere nella sua rinuncia: aspettasse e lasciasse fare.
Quale potesse essere l’animo di Gaetanino in quei giorni nei quali continuò il duello fra i Pacchisti e i Cappellariani descriverlo sarebbe difficile; è facile immaginarlo.
Finalmente il 1° febbraio il Cardinale Cappellari udì raccogliersi sul suo nome 25 voti, i quali, la mattina del giorno successivo, 2 febbraio, si elevarono, a 32, e cioè a 2 in più di quelli che fossero necessarii per la sua elezione e divenne Papa, assumendo il nome di Gregorio XVI.
{{Rule|4em}}
Allorchè il nuovo Papa andò ad installarsi nei palazzi pontificii del Quirinale, del Vaticano e di Castel Gandolfo, in ognuno di essi ebbe l’appar-<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|124|{{Sc|r. giovagnoli}}||riga=si}}</noinclude>tamento per sè e per la sua famiglia Gaetanino, il quale, non appena il suo protettore fu elevato al soglio pontificio, si ebbe titolo e grado di Cavaliere, conferitogli dal Sovrano, presso il quale egli, modesto e avveduto sempre, non volle trovarsi, con altro titolo più pomposo di quello, umile e rimesso, di primo Aiutante di Camera di Sua Santità. Il che veniva a significare che Gaetanino rimaneva, ciò che era sempre Stato, primo Cameriere segreto di Mauro Cappellari.
Ma quale Cameriere!
Un Cameriere autorevolissimo, davanti al quale si inchinavano i Ministri, anzi non un cameriere, ma un favorito onnipotente.
E allora, in un paese retto a governo assoluto, in un paese in cui la volontà personale del Papa sovrastava<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|gaetanino}}|125|riga=si}}</noinclude>a tutte le autorità, era norma a tutte le amministrazioni, in un paese nel quale un ''Decreto santissimo'' poteva sovrapporsi a tutte le leggi, Gaetanino, arbitro della volontà del Papa, divenne effettivamente l’arbitro del Governo, quantunque, in apparenza, non fosse che un cameriere.
Il diritto di grazia del Sovrano fu messo all’asta: non già che pubblicamente e sfrontatamente se ne facesse mercato, no: ma, in realtà, avveniva che chiunque avesse voluto conseguire una concessione, un privilegio, una commutazione o diminuzione di pena, un pubblico appalto, una promozione, un favore qualsiasi, non ai ministri segretari di Stato, non ai Cardinali di Santa Chiesa, ma doveva rivolgersi a Gaetanino, al quale veniva pagato sempre un premio adeguato al beneficio<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|126|{{Sc|r. giovagnoli}}||riga=si}}</noinclude>che, con la sua onnipotente influenza, egli faceva conseguire al postulante.
Così Gaetanino arricchiva e — a dire il vero — senza danneggiare alcuno e giovando a moltissimi; nè il Pontefice, nel concedergli le grazie che gli chiedeva, nel porre sulle domande da esso presentategli rescritti favorevoli, nutriva alcun dubbio sul risultato finanziario che quelle grazie e quei rescritti avrebbero avuto per Gaetanino.
E a tal proposito, più volte accadde che il Papa domandasse al suo favorito, allorchè questi gli presentava appunto taluna delle istanze di grazia, di cui favelliamo:
— Ditemi un poco, Gaetanino, quanto ti hanno promesso per questa grazia?
— Oh Santo Padre! — mormorava, coll’atto pudibondo di una ver-<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|gaetanino}}|127|riga=si}}</noinclude>ginella cui si parli per la prima volta audacemente d’amore, il Cameriere — Ma le pare! Dunque Vostra Santità crede....?
— Ma sicuro che credo fermamente che tu ti farai ben bene pagare le grazie che mi domandi. E se ciò non fosse credi forse che tanto facilmente te le accorderei io?... Ma perchè, dunque, credi che io ti conceda tutto ciò che tu mi domandi, se non perchè ritengo per fermo che tu ne ritragga lauti compensi?...
E dopo un momento, riprendeva a dire:
— Orsù, dimmi, Gaetanino, quanto ti hanno promesso per questa grazia?... Dimmi la verità... voglio saperlo nell’interesse tuo.... perchè desidero giudicare se tu sai far bene gli affari tuoi.
Allora, dopo qualche nuova esita-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|128|{{Sc|r. giovagnoli}}||riga=si}}</noinclude>zione per parte del Cameriere avveniva che questi svelasse al Pontefice la cifra precisa della somma promessagli in compenso della grazia che egli doveva impetrare dal Papa, il quale soggiungeva tosto:
— Poco, poco, troppo poco, figliuolo mio. Questa è un grazia che vale assai più e assai meglio di cinquecento scudi: questa è una grazia che ne vale mille almeno, mille ne vale. Oh povero il mio Gaetanino, come approfittano del tuo buon cuore!... Sii più esigente e più avveduto per l’avvenire... Pensa che appena abbia chiusi gli occhi io, tu sarai dimenticato da tutti, nessuno ti corteggerà più, rientrerai nel nulla... e questo nulla potrà mutarsi nella vita agiata e tranquilla che procura la ricchezza, se tu, come la previdente formica, penserai a provvederti di grano<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|gaetanino}}|129|riga=si}}</noinclude>nella buona stagione per far fronte all’inverno che sopravverrà per te, appena avvenga la mia morte.
I suggerimenti di Gregorio XVI non cadevano a vuoto, anzi erano superflui. Gaetanino sapeva fare i proprii affari meglio assai che il Papa non credesse e non vi fu dal 1831 al 1846 grosso affare in cui in qualche guisa entrasse lo Stato e agli utili del quale egli non partecipasse lautamente.
Gli stessi Cardinali {{W|Tommaso Bernetti|Bernetti}} e {{W|Antonio Domenico Gamberini|Gamberini}}, {{AutoreCitato|Luigi Lambruschini|Lambruschini}} e {{AutoreCitato|Mario Mattei|Mattei}} Segretari di Stato per gli affari esteri ed interni: lo stesso Cardinale {{W|Antonio Tosti|Tosti}} Tesoriere, tutti i più alti e autorevoli personaggi della Corte Pontificia insomma, dovevano ossequiare e carezzare Gaetanino e domandare il suo intervento favorevole in ogni affare importante di cui dovevan trattare col Papa.<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|130|{{Sc|r. giovagnoli}}||riga=si}}</noinclude>{{Nop}}
Un giorno il Papa, tratto Gaetanino in un angolo della sua camera da letto, aprì un baule che ivi stava da tanto tempo e così disse al suo favorito:
— In questo baule, mio caro Gaetanino, è raccolto il manoscritto di un’opera che io aveva ideato e cominciato a dettare nella quiete del Convento. Essa si intitola ''Dizionario di Erudizione Storico-Ecclesiastica da San Pietro fino ai giorni nostri''... è una specie di enciclopedia della storia della Chiesa. I volumi completi sono parecchi: essi giungono fino alla lettera ''D''. Inoltre vi sono molti articoli delle lettere successive e un grande numero di note concernenti tutta l’economia dell’opera. Essa rimase interrotta allorchè venni nominato Cardinale: io ti dono questi manoscritti; tu, con l’aiuto di qualche dotto Ecclesiastico potrai<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|gaetanino}}|131|riga=si}}</noinclude>dar compimento al Dizionario e ritrarne utili e non lievi e anche nomea di dotto scrittore. Procura di por mano alla pubblicazione finchè io son vivo, giacchè iniziando ora la sottoscrizione di associazione a tutta l’opera troverai parecchie e parecchie migliaia di abbonati e ti assicurerai una nuova e cospicua rendita per molti anni.
Il Cameriere non si fece ripetere due volte il suggerimento e, dopo di aver reso grazie infinite al suo padrone, ritrattosi nel suo appartamento e dato ordine alle carte consegnategli dal Papa e presi a cooperatori alcuni dotti Preti e Frati, iniziò nel 1840 la pubblicazione del ''Dizionario'', nel quale raccolse in Italia e anche fuori la firma di oltre ottomila abbonati.
E così il piccolo Barbiere di Via San Romualdo fu mutato in illustre e dotto scrittore.<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|132|{{Sc|r. giovagnoli}}||riga=si}}</noinclude>{{Nop}}
La pubblicazione dell’opera, di oltre 100 volumi, ebbe termine nel 1870.
Essa riuscì una compilazione, se non assolutamente perfetta, certo molto utile agli studiosi, utilissima poi a Gaetanino che conseguì con quell’opera vistosi guadagni.
{{Rule|4em}}
Il regno di Gregorio XVI cominciato con intendimenti meno reazionari di quelli che avevano prevalso durante i pontificati dei due suoi predecessori, sotto la direzione intelligente e illuminata del Cardinale Bernetti, fu poi turbato dai paurosi sconvolgimenti del 1831; infine per opera del cardinale Lambruschini avviato nuovamente su quel sentiero reazionario, d’onde la politica papale, sino al giorno della morte di Gregorio XVI, non si dipartì più mai.<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|gaetanino}}|133|riga=si}}</noinclude>{{Nop}}
Iniziato con riforme abbastanze larghe nella legislazione penale, il pontificato di Gregorio XVI, dopo essere trascorso alle feroci repressioni di Romagna, finì nel languore di una politica passivamente sottoposta ai voleri dell’Austria.
Gregorio XVI, nemico dei rumori, delle emozioni, delle novità, non voleva essere disturbato nella beata quiescenza del suo chilo. I reclami dei sudditi, il desiderio immensamente sentito e abbastanza vivamente palesato di politiche e amministrative riforme, la costruzione delle ferrovie, il conseguente sviluppo delle industrie e dei commerci... tutti questi problemi che si imponevano al pontefice e gli si affacciavano minacciosi alla mente ogni mattino allorchè egli si svegliava e che rimanevano minacciosi dinanzi<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|134|{{Sc|r. giovagnoli}}||riga=si}}</noinclude>a lui sino al suo coricarsi, {{Ec|Gregorio gorio|Gregorio}} XVI aveva deciso lasciare intatti al suo successore.
Per legami di tradizione devoto al passato, desideroso di godersi in pace il presente, incurante dell’avvenire,
Papa Cappellari aveva per motto della sua filosofia, ''Otium cum dignitate'' ed anche ''sine dignitate'', purchè ozio beato e pacifico fosse: per motto politico egli aveva scritto nel suo labaro: ''après moi le deluge''. Purchè lasciassero vivere e morire in pace lui, nulla, assolutamente nulla gli importava di ciò che sarebbe accaduto. Chiuso in questa egoistica immobilità, dilettandosi di quando in quando della compagnia di scultori, di pittori, di architetti, di letterati e di eruditi, cullato continuamente fra le delicate cure di Gaetanino, cibandosi lautamente, e affogando<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|gaetanino}}|135|riga=si}}</noinclude>le noie del governo fra le anfore dei vini squisiti, Gregorio XVI giunse al giorno della sua morte, la quale avvenne il 1. Giugno 1846, dopo che egli aveva vissuto ottant’anni, otto mesi e sedici giorni e dopo quindici anni e quattro mesi di pontificato.
Ma quest’uomo, così poco sensibile e tanto egoista, il quale non aveva nutrito che un affetto nell’anima, quello pel suo cameriere, fu punito negli ultimi istanti di sua vita proprio in questo affetto; giacchè, quando la sera del 31 maggio la condizione di lui fu data per disperata dai medici, Gaetanino fuggì e lasciò solo a dibattersi nelle strette dell’agonia, senza medici, senza inservienti, il proprio benefattore fino alle ore due pom. del giorno 1. giugno, che furono l’estreme della vita di lui.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|136|{{Sc|r. giovagnoli}}||riga=si}}</noinclude>{{Nop}}
Da quel momento si rovesciarono su Gaetanino le ire, le calunnie e i vituperii, e i più feroci a dilaniarne la fama furono coloro che più ossequentemente si erano prostrati a lui favorito onnipotente.
Da quel momento egli non entrò più nè al Vaticano, nè al Quirinale: rientrò nell’ombra e nell’oblio della vita privata, allietata di tutti i comodi che gli venivan procacciando le accumulate ricchezze. Desiderò di esser dimenticato e vi riuscì: sarebbe perciò difficile dire se gli venisse fatto ugualmente di dimenticare gli onori di cui aveva goduto nella prospera e le amarezze di cui era stato abbeverato nell’avversa fortuna.
Pasquino non mancò di farlo obietto delle sue freccie tanto ai tempi della sua grandezza, quanto in quelli im-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|gaetanino}}|137|riga=si}}</noinclude>mediati alla sua caduta. Quindi di lui e di Gregorio XVI una volta fu scritto:
<poem>
{{Sc|Pasquino}}. — Dice che ar Santo Padre
Assai je piace er vino.
{{Sc|Marforio}}. — I due che lo commànneno
So Bacco e Gaetanìno
</poem>
E {{Ec|un altra|un’altra}} volta:
<poem>
Della Chiesa è il Pontefice Gregorio
Governato dal proprio Cameriere,
Onde in catino si mutò il ciborio
E lo Spirito Santo in un barbiere.
Così la barba, con esperta mano,
Al popolo vien fatta ed al Sovrano.</poem>
E molte altre satire furon scritte contro di lui che, per brevità, omettiamo.
Il Cav. {{AutoreCitato|Gaetano Moroni|Gaetano Moroni}}, ritrattosi come dicemmo, a vita privata, attese a completare il ''dizionario di erudizione storico-ecclesiastica''. E morì nel novembre del 1883.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|138|{{Sc|r. giovagnoli}}||riga=si}}</noinclude>{{Nop}}
Il Moroni fu, come dicemmo, modesto e avveduto, e non volle onori, e l’essere, durante i quindici anni in che regnò Gregorio XVI, rimasto sempre e semplicemente il Cavalier Gaetano Moroni, è prova ad un tempo dell’acuto discernimento e della modestia singolare di quest’uomo, il quale esercitò sempre un ascendente irresistibile sull’animo del Pontefice il quale nulla avrebbe saputo, voluto o potuto negare al suo favorito.
Se Gaetanino avesse voluto un titolo di nobiltà, se avesse desiderato un’alta carica governativa, non avrebbe avuto che a farne cenno o motto: sarebbe immediatamente stato esaudito.
Egli non volle perchè aveva appreso con l’esperienza, quali e quante fossero le minuscole invidiuzze, le viperine gelosie, i sottili e perfidi pettegolezzi della<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|gaetanino}}|139|riga=si}}</noinclude>Corte papale. Sicuro dell’influenza personale, potente, irresistibile che egli esercitava sul Pontefice, Gaetanino volle avere effettivamente il potere, ma senza le esteriorità e gli onori e, sopra tutto, senza gli oneri che al potere vanno uniti. Volle rimanere e rimase il devoto, l’affezionato, l’intimo Cameriere del Pontefice Cappellari, come lo era stato del Cardinale Cappellari, dell’Abate Generale dei Camaldolesi Cappellari. Continuò come prima, mellifluo, ossequioso, insinuante, a volte scherzoso, a volte atteggiato a mestizia, sempre accortissimo osservatore e calmo calcolatore, a rader la barba al Pontefice, ad aiutarlo nel levarsi, nel coricarsi, durante il desinare, durante la cena e visse sempre nell’anticamera del suo Sovrano pronto a prevenirne ogni desiderio; e di questa sua posizione,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|140|{{Sc|r. giovagnoli}}||riga=si}}</noinclude>umile in apparenza e resa più umile dal contegno reverente e modesto di lui, ma in realtà potentissima, trasse per quindici anni interi lucri, onori, vantaggi infiniti onde il barbiere di Via S. Romualdo finì i suoi giorni ricco di censo, ritirato nella sua biblioteca, dimenticato dai suoi contemporanei, non conosciuto dalle generazioni succedute a quella, in mezzo alla quale aveva rappresentato una parte importantissima.
Ma a lode del vero, che ci fu guida in questa biografia, occorre dire che mai favorito fu più potente di lui e che nondimeno, giammai favorito abusò meno della sua potenza.
Dell’ascendente che egli esercitava sull’animo di Gregorio XVI, Gaetanino non si servì mai a danno di alcuno, anzi spesso egli adoperò quell’ascendente a beneficio di molti sventurati, avendo<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|gaetanino}}|141|riga=si}}</noinclude>cura di ritrarne, insieme al beneficio altrui, anche guadagni e ricchezze per sè, e non sarebbe più stato l’avveduto e acutissimo uomo che egli fu, se avesse operato altrimenti.
''Après moi le deluge'' fu, come dicemmo, il motto che guidò Gregorio XVI nel pontificato, che egli non aveva nè ambito, nè ricercato: ''après moi le deluge'' fu il motto che governò le azioni tutte del suo favorito Gaetanino, inteso a sfruttare, a proprio beneficio, mentre ne era tempo, la posizione autorevolissima che in parte la fortuna e in parte la sua abilità gli avevano creata, certo come egli era che, morto il suo protettore, l’invidia, la gelosia, l’odio dei cortigiani avrebbero avvolto il suo nome e la sua persona nel più completo oblio.
{{Ct|f=110%|L=0.2em|''FINE''}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Sentrac98" />{{RigaIntestazione||— 7 —|}}</noinclude>
{{Centrato|{{larger|'''CAPITOLO II.'''}}}}
<poem> Tronco uno ha il braccio, all’altro in petto stride
Piaga feral. Chi ucciso vien, chi uccide.
Oh uomo! al nascer tuo veglia la morte:
E tu la cerchi? Ah folle sei, non forte.</poem>
{{A destra|''Dall’inglese''.}}
La gioventù francese nasce alla guerra. Partì Enrico co’ valorosi, che, condotti dal guerriero lor Sire, correano là dove l’Elba bagna i campi della Bassa Germania. Ma prima disse un tenero addio alla dolce sua Adele. Addio accompagnato da sospiri e da lagrime, e da un solenne giuramento che, non cadendo nell’arena delle stragi, come prima gli fosse concesso di riedere, avrebbe stretto con lei il desiato nodo che tutta la sua vita dovea spargere di gioia e di pace. Nè meno sincere lagrime sparse la vezzosa donzella, e con voce che usciva dal cuore profondo, giurò che il suo amore per Enrico non si sarebbe estinto, che dentro la tomba. La natura avea sì fattamente temperate quest’anime da non ardere esse giammai di altra fiamma, tranne la fiamma del loro reciproco amore.
Partì Enrico, e seguitando i vessilli non per anco abbandonati dalla fortuna, combattè<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Sentrac98" />{{RigaIntestazione||— 8 —|}}</noinclude>ne’ campi di Lutzen: campi famosi ove un tempo l’eroe della Svezia cadde pugnando, e gli allori della vittoria, in luogo di cipressi, ne ornarono la tomba gloriosa! L’esercito francese, benchè di nuove leve fomato, uscì vittorioso dalla ben contrastata battaglia. Enrico si diportò da forte; chè quinci il sospingeva l’affetto della patria e l’esempio de’ prodi giovani che la Francia avea mandato ai conflitti; quindi lo pungeva speranza di far sì che il suo nome, inscritto nei racconti della pugna, suonasse chiaro nella terra natale, e nell’udirlo a rammentare con lode, gioiosamente si commuovesse il cuore di Adele. Sorrise così fausta al suo ardire la sorte, che sul campo, fumante ancora di sangue, fu promosso a luogotenente, ed ebbe in premio la stella, onde il valore si ornava. “Oh come, diceva in sè stesso il fervido amante, s’allegrerà la mia Adele nel rivedermi adorno di onorate divise, e col seno splendente di questa insegna della gloria, meritata dal guerriero che la sua patria difende! Enrico ell’amava la gentile fanciulla; ora in Enrico ella amerà pure il valoroso fregiato degli onori che sempre toccano il cuore alle graziose donzelle di Francia”. — E dimenticava i travagli della guerra, ed il tanto spazio che lo partiva da Adele, nell’atto<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Sentrac98" />{{RigaIntestazione||— 9 —|}}</noinclude>di pensare che più degno di lei doveva tornare un giorno a rivederla. Oh amore! quanto bene si accorda col pericolo dell’armi il senso che al cuore tu inspiri! Oh come le anime generose ad opere illustri tu accendi, e l’uomo innalzi sopra sè stesso coll’additargli si desiderevole meta!<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Sentrac98" />{{RigaIntestazione||— 10 —|}}</noinclude>
{{Centrato|{{larger|'''CAPITOLO III.'''}}}}
<poem> Morte rota la falce, e tenor tristo
Fanno i singulti di chi langue e spira
Coi canti della gioia e’l clamor misto
Del vincitor. Oh ambizione, ahi dirà
Peste! —</poem>
{{A destra|''Dall’inglese''.}}
L’esercito vincente non fermasi, e con formidabile urto preme il nemico che in buona ordinanza ritraesi. Ma, rinvigorito da novelli aiuti tantosto, questi più non piegasi; anzi volge la fronte ed aspetta di piè fermo il cimento. Ecco dirimpetto sta l’una e l’altra oste feroce. Di qua vedi i guerrieri che mandarono Francia, Italia ed Olanda e tutta la terra del Reno, e li guida il duce che per sì lungo tempo parve trarre la vittoria incatenata al suo carro.
Di là è il borusso che tumultuando franse gli odiati ceppi stranieri, e lo infiammano l’invendicata ombra di Luisa, e gli arsi tetti e l’onta della sconfitta e mal rapita spada di Federico. Insieme con lui, dal mar Bianco al Nero, dalla muraglia della China ai baluardi di Riga, viene la schiatta Scitica e la Rutea; e con loro è Alessandro, nome di fausto augurio, e principe caro alle sue schiere.<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Sentrac98" />{{RigaIntestazione||— 11 —|}}</noinclude>Si mesce la battaglia; accanita battaglia che sembra dover risolvere di tutta Europa le sorti. Terribile è lo scontro; il valore e la disperazione tengono per gran pezza incerto l’evento. Finalmente la perizia del supremo condottiere de’ Franchi ottiene la palma. Ma è debole vittoria, e non più, come per lo innanzi, foriera d’ampie conquiste e rovesciatrice di regni. È vittoria che produce un
ingannevole tregua. Si sotterrano d’ambo le parti gli estinti. Un grido scorre per le schiere francesi che Enrico è di quel numero. Ferito da una palla, egli cadde nel fitto della battaglia sopra un poggio aspramente conteso, e nissuno de’ suoi compagni che cader lo videro, potè portargli soccorso, perchè infesto soppraggiunse il nemico ed occupò quell’altura; e quando ripigliato fu il poggio, tutto quanto ingombrato era di morti il terreno. Giunse a Charlis la dolorosa novella, ed il cadente genitore lo pianse. Enrico egli pianse con duolo ancora più amaro, chè non molti giorni prima eragli pervenuto l’annunzio che morte gli aveva rapito gli altri due suoi figliuoli, caduti nel difendere le mura di Tarragona contro il Leopardo Britanno. Misero padre! Egli si vedeva deserto di prole appunto allora che l’avanzata sua età più necessario gliene rendeva il conforto. {{Pt|Dere-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Sentrac98" />{{RigaIntestazione||— 12 —|}}</noinclude>{{Pt|litto|Derelitto}} e solo, egli non trovò che nel sepolcro la calma.
Piansero Enrico i fedeli amici, è tutto lo pianse il villaggio; ma più di tutti lo pianse la mestissima Adele, che spenta vedeva in Enrico tutta la gioia de’ giorni suoi! Non pertanto tratto tratto spuntava un raggio di speranza ad alleviarne il tormento. “Forse, ella diceva in sè stessa, egli cadde prigioniero, quantunque ferito; sì, forse egli vive in mezzo de’ nemici, e qualche pietosa mano ne ha medicato le piaghe. Perocchè la fiiera stirpe del Norte essa pure deve sentir pietà, e chi pietà può meglio destare che Enrico, sì giovane, sì bello, sì adorno di modi che potrebbero far forza agli stessi selvaggi che d’umana carne imbandiscono nefandi conviti!”
Questo pensiero sorregge la misera, ed impedisce che morte recida il filo dell’amabile sua vita, la quale altrimente ceduto avrebbe al peso dell’immenso martirio<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Sentrac98" />{{RigaIntestazione||— 13 —|}}</noinclude>
{{Centrato|{{larger|'''CAPITOLO IV.'''}}}}
<poem> Che sono i troni innanzi a Dio? d’un soffio
Ei li disperde.</poem>
{{A destra|''Dall’antico''.}}
S’incalzano precipitosi gli eventi, come onda che ad onda sorvola. Indarno i lauri
cingono la fronte al vincitor di Dresda: vinto da tutta l’Europa, giurata a’ suoi danni, egli vede presso Lipsia cadere la sua fortuna che serba il voltabile umore di donna. La traripante onda dell’Elster inghiotte le fuggiasche legioni, prive del fatal ponte che in aria è balzato. Indarno ad Hainau il valor s’apre un passo per mezzo alle schiere improvvisamente fattesi avverse. Già il nemico è sul Reno; anzi il Reno pur varea. I memorabili sforzi del valore e della militare prudenza mal resistono al torrente di tante nazioni, guidate dal risentimento, accalorate dalla vendetta. Le stesse vittorie traggono a rovina un esercito rifinito di forze, onde finalmente cade ancor essa la superba Parigi; e la Francia, in balía degli stranieri, si prostra dinanzi ad un novello signore.»
Fermata è la pace; tornano i prigionieri da’ climi lontani; ma non ritorna egli Enrico. Non una lettera di lui, non un cenno,<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Sentrac98" />{{RigaIntestazione||— 14 —|}}</noinclude>non un debole indizio. Morta è la speranza, la speranza istessa è morta nel cuore di Adele. «Egli perì!» sclama l’angosciata donzella, e le lagrime le innondano il petto. Nè però meno lo ama, quantunque estinto lo pensi; ed ha fermo in cuore di non mai congiungersi ad altri in isposa, serbando fede all’ombra dell’amante perduto. Ma il genitore la tragge a differente consiglio. La fortuna gli si è mostrata nemica. Il ricco impiego che il favore d’una parte gli aveva donato, il prevalere dell’altra parte gli ha tolto; e la sola Adele allo sconsolato padre omai resta.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Hecatommithi, overo Cento novelle di M. Giovanbattista Giraldi Cinthio.djvu/4
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Gatto bianco
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="Gatto bianco" /></noinclude>{{Centrato|<poem>HECATOMMITHI,
overo
CENTO NOVELLE
DI M. GIOVANBATTISTA
GIRALDI CINTHIO
NOBILE FERRARESE:
Nelle quali, oltre le dilettevoli materie, si conoscono
moralità utilissime agli huomini per il ben vivere; &
per destare altresì l’intelletto alla sagacità.
''{{Sc|potendosi da esse, con facilità,}}''
''apprendere il vero modo di scrivere Toscano.''
DI NUOVO RIVEDUTE, CORRETTE,
& riformate in questa Terza impressione.
Parte Prima.
{{Sc|In Vinegia}}, Appresso Enea de Alaris.
MDLXXIIII.
</poem>}}<noinclude><references/></noinclude>
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Per la Siberia in Cina e Giappone
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{{Qualità|avz=25%|data=11 luglio 2026|arg=Da definire}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = Arnaldo Cipolla
| Nome e cognome del curatore =
| Titolo =Per la Siberia in Cina e Giappone
| Anno di pubblicazione =
| Lingua originale del testo =
| Nome e cognome del traduttore =
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| Progetto =
| Argomento =Diari di viaggio
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Arnaldo Cipolla - Per la Siberia in Cina e Giappone.djvu
}}
<pages index="Arnaldo Cipolla - Per la Siberia in Cina e Giappone.djvu" from="1" to="1" />
==Indice==
* {{testo|/Prefazione degli editori}}
* {{testo|/Parte prima. In Russia e attraverso la Siberia}}
** {{testo|/Parte prima. In Russia e attraverso la Siberia/Capitolo I. Una settimana a Mosca}}
** {{testo|/Parte prima. In Russia e attraverso la Siberia/Capitolo II. In cammino per la Siberia}}
** {{testo|/Parte prima. In Russia e attraverso la Siberia/Capitolo III. Nella steppa del Kirghisi}}
** {{testo|/Parte prima. In Russia e attraverso la Siberia/Capitolo IV. La Taiga, il Baikal e gli altopiani di Cita}}
* {{testo|/Parte seconda. La Manciuria}}
** {{testo|/Parte seconda. La Manciuria/Capitolo V. Un lembo di superstite Russia tzarista}}
** {{testo|/Parte seconda. La Manciuria/Capitolo VI. Karbin}}
** {{testo|/Parte seconda. La Manciuria/Capitolo VII. Nel regno di Cian-Zo-Lin}}
** {{testo|/Parte seconda. La Manciuria/Capitolo VIII. La Grande Muraglia e l'Esercito Cinese}}
* {{testo|/Parte terza. La Cina del Nord}}
** {{testo|/Parte terza. La Cina del Nord/Capitolo IX. Arrivo a Pechino}}
** {{testo|/Parte terza. La Cina del Nord/Capitolo X. Con l'ombra dell'imperatrice Tsen-hi}}
** {{testo|/Parte terza. La Cina del Nord/Capitolo XI. Mei-Lan-Fan, prodigio teatrale cinese}}
** {{testo|/Parte terza. La Cina del Nord/Capitolo XII. Dal Tempio del Cielo ai laghi di Loto}}
** {{testo|/Parte terza. La Cina del Nord/Capitolo XIII. Aspetti stupefacenti dell'anarchia cinese}}
** {{testo|/Parte terza. La Cina del Nord/Capitolo XIV. Il Cattolicesimo e la Cina}}
** {{testo|/Parte terza. La Cina del Nord/Capitolo XV. L'ultimo "Figlio del Cielo"}}
** {{testo|/Parte terza. La Cina del Nord/Capitolo XVI. Le tombe dei Ming}}
** {{testo|/Parte terza. La Cina del Nord/Capitolo XVII. Il "Guado del Cielo"}}
** {{testo|/Parte terza. La Cina del Nord/Capitolo XVIII. Nella Città del Saggio affascinante}}
* {{testo|/Parte quarta. La Corea}}
** {{testo|/Parte quarta. La Corea/Capitolo XIX. Nel Paese della "Calma mattutina"}}
** {{testo|/Parte quarta. La Corea/Capitolo XX. Un giorno a Seul}}
** {{testo|/Parte quarta. La Corea/Capitolo XXI. Sulle Montagne di Diamante}}
* {{testo|/Parte quinta. Il Giappone dopo il cataclisma}}
** {{testo|/Parte quinta. Il Giappone dopo il cataclisma/Capitolo XXII. La danza delle montagne}}
** {{testo|/Parte quinta. Il Giappone dopo il cataclisma/Capitolo XXIII. A Tokio, un mese dopo la catastrofe}}
** {{testo|/Parte quinta. Il Giappone dopo il cataclisma/Capitolo XXIV. La tragedia della flotta giapponese}}
** {{testo|/Parte quinta. Il Giappone dopo il cataclisma/Capitolo XXV. Il castigo}}
** {{testo|/Parte quinta. Il Giappone dopo il cataclisma/Capitolo XXVI. Il Giappone nel mondo e l'Italia in Giappone}}
** {{testo|/Parte quinta. Il Giappone dopo il cataclisma/Capitolo XXVII. Il dramma del Keta}}
** {{testo|/Parte quinta. Il Giappone dopo il cataclisma/Capitolo XXVIII. Dalle rovine di Tokio ai cedri millenari di Nikko}}
** {{testo|/Parte quinta. Il Giappone dopo il cataclisma/Capitolo XXIX. Al di là del ponte di lacca rossa}}
** {{testo|/Parte quinta. Il Giappone dopo il cataclisma/Capitolo XXX. Musmè entro le gabbie dorate}}
** {{testo|/Parte quinta. Il Giappone dopo il cataclisma/Capitolo XXXI. L'Albergo della 'Rosa profumata'}}
** {{testo|/Parte quinta. Il Giappone dopo il cataclisma/Capitolo XXXII. Addio al Giappone}}
* {{testo|/Parte sesta. La Cina del Sud}}
** {{testo|/Parte sesta. La Cina del Sud/Capitolo XXXIII. Sull'Yang-Tse-Kiang}}
** {{testo|/Parte sesta. La Cina del Sud/Capitolo XXXIV. Shanghai, luce dell'Estremo Oriente}}
** {{testo|/Parte sesta. La Cina del Sud/Capitolo XXXV. Hong-Kong, Canton e il fiume delle perle}}
* {{testo|/Conclusione}}
* {{testo|/Indice}}
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 215 —|}}</noinclude>alquanto artifiziose ed oscure. In ogni modo lavoro d’indiscusso valore in cui sono alcune ben trovate dissertazioni estetiche e che ci fa arrossire pensando che neppure il pungolo dell’amor proprio, la lezione dell’altezzoso straniero che colpisce a sangue, non siano stati capaci di incitare uno solo dei nostri musicologi a fare nella nostra terra quanto vi ha saputo fare un musicologo non italiano. In tale studio sono comparate
molte ninne-nanne dell’alta Italia e di altre nazioni con amore e cura mirabili.
{{Sc|Pitrè G.}}, ''Bibliografia delle tradizioni popolari d’Italia.'' — Palermo, 1894.
Magnifica ed utilissima ad essere consultata anche oggi ma che dovrebbe essere aggiornata coll’aggiunta delle moltissime pubblicazioni d’interesse etnografico pubblicate in questi ultimi venticinque anni.
{{Sc|Tommaseo N.}}, ''Canti popolari toscani, côrsi, illirici, greci.'' — Venezia, 1841.
{{Sc|Ascoli G.}}, ''Archivio glottologico italiano.'' — Roma.
{{Sc|Alaleona D.}}, ''Le laudi spirituali italiane nei secoli XVI e XVII e il loro rapporto coi canti profani'', «Riv. Mus. It.». — Torino, 1909.
Lavoro che per bontà si riallaccia a quelli dei nostri migliori musicologi.
{{Sc|Reclus E.}}, ''Nuova geografia''. — Milano.
{{Sc|Pizzi I.}}, ''Storia della poesia persiana''. — Torino, 1894.
Libro di cui la lettura di molti passi di canti persiani è utile per conoscere usi e costumi anche musicali della Persia. Specialmente interessante al musicologo il capitolo IX per le indagini su le somiglianze e relazioni tra la poesia persiana e la nostra del medio evo.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 217 —|}}</noinclude>rispuntare la mal’erba dell’adorazione di tutto ciò ch’è straniero. E in casa ci abbiamo anche i comitati italiani per la protezione di una lingua straniera. È una Caporetto preparata da lunga mano e ci sarebbe da richiedere una schiera di arditi, perchè ricerchi e sperda a colpi di bomba i membri di comitati del genere di cui sopra. E la bestia non s’è accorta nemmeno che le melodie pubblicate, almeno quelle riprodotte in una recente raccolta, stanno a provare l’italianità della regione cui si vorrebbe imporre il canto del vanesio galletto.
{{Sc|Nigra C.}}, ''Canti popolari del Piemonte''. — Roux Frassati e C., Torino.
{{Sc|Bolza G. B.}}, ''Melodie popolari in "Sitzungsberichte der H. Akademie der Wissenschaften'', — Wien, 1866.
{{Sc|Sinigaglia L.}}, ''Vecchie canzoni popolari del Piemonte''. — Breitkopf et Haertel, Leipzig.
{{Sc|Ferraro G.}}, ''Canti popolari monferrini''. — Loescher, Torino, 1886.
{{Sc|Ferraro G.}}, ''Nuova raccolta di canti popolari monferrini'', “Rivista Europea„. — Firenze, 1874-75.
{{Sc|Seves F.}}, ''Ninne nanne, filastrocche e solfeggi raccolti nella Valle di Pinerolo'', — Pinerolo, 1890.
{{Sc|Ferraro G.}}, ''Canti popolari del Basso Monferrato''. — Palermo, 1888.
{{Sc|Braggio C.}}, ''I canti popolari del Piemonte, Giornale lingustico'', — Genova, 1889.
{{Centrato|'''Lombardia.'''}}
{{Sc|Gialdini e Ricordi}}, ''Eco della Lombardia''. — Milano.
{{Sc|Morasso M.}}, ''Il Barbapedana'' in “Ars et Labor„. — Milano, giugno 1908.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 219 —|}}</noinclude>{{Sc|Garlato A.}}, ''Canti del popolo di Chioggia.'' — Venezia. 1885.
{{Sc|Pasqualigo C.}}, ''Canti popolari vicentini.'' — Venezia, 1876.
{{Sc|Bernoni G. B.}}, ''Canti popolari veneziani.'' — Venezia, 1872.
{{Sc|Bernoni D. G.}}, ''Tradizioni popolari veneziane.'' — Venezia, 1875.
{{Sc|Dalmedico A.}}, ''Canti del popolo di Chioggia.'' — Venezia, 1872.
{{Sc|Dalmedico A.}}, ''Ninne nanne e giuochi infantili veneziani.'' — Venezia, 1875.
{{Sc|Brentari O.}}, ''Guida storico-alpina di Bassano e Sette Comuni.'' — Bassano, 1885.
{{Sc|Dalmedico A.}}, ''Canti del popolo veneziano.'' — Venezia, 1848.
{{Sc|Bortolini G.}}, ''Amori veneziani.'' — Milano, Ricordi.
{{Sc|Bortolini G.}}, ''Canti popolari veneziani.'' — Milano, Ricordi.
{{Sc|Bortolini G.}}, ''Canzonette popolari veneziane.'' — Milano, Ricordi.
{{Sc|Bortolini G.}}, ''Venezia (Canti nazionali della Laguna).'' — Milano, Ricordi.
{{Sc|Autori diversi}}, ''Raccolta di canzonette popolari veneziane.'' — Milano, Ricordi.
{{Sc|Wolf A.}}, ''Volks lieder aus Venetien.'' — Wien, 1864.
{{Sc|Barbiera K.}}, ''Poesie veneziane.'' — Firenze, 1886.
Poesie non del popolo ma utili per i confronti con quelle di questo.<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione|||220}}</noinclude>{{Centrato|'''Istria.'''}}
Non dell’Istria solo avrei voluto occuparmi ma di tutta la vasta zona che dal Veneto e dall’Istria sale oltre il Trentino verso l’Austria. Ma qui come altrove la volontà rimane insoddisfatta dal poco materiale offerto dai precedenti studi.
{{Sc|Ive A.}}, ''Canti popolari istriani racc. a Rovigno.'' — Roma, 1877.
{{Sc|Pargolesi C.}}, ''Canti popolari trentini.'' — Trento, 1892
{{Sc|Pargolesi C.}}, ''Eco del Friuli.'' — Trieste.
{{Centrato|'''Romagna ed Emilia.'''}}
{{Sc|Ungarelli G.}}, ''Le vecchie danze italiane, ancora in uso nella provincia bolognese.'' — Roma, 1894.
Magnifico studio storico della danza in genere, con interessanti riferimenti bibliografici, con 36 esempi musicali di danze del bolognese interessantissime anche per i raffronti che permettono colla melodia della canzone del popolo di questa e di altre regioni. Nobilissimo inizio dello studio etnofonico della Romagna che ci auguriamo proseguito ed approfondito dal maestro Balilla Pratella, come le sue speciali cognizioni gli permettono ed impongono.
{{Sc|Pratella B.}}, ''Saggi di gridi, canzoni, cori e danze del popolo italiano'' (in corso di stampa). — Bologna, 1919. E molte composizioni musicali dello stesso<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 225 —|}}</noinclude>{{Sc|Alberto De Angelis}}, ''Usi e costumi nel contado di Montefiascone'' (Estratto dalla “Rassegna Nazionale„. — Firenze, fasc. 16 settembre 1918).
{{Centrato|'''Abruzzi.'''}}
{{Sc|Fara G.}}, ''Genesi e prime forme della polifonia'', nella “Riv. Mus. It.„ — Torino, 1920.
{{Sc|Tosti F. P.}}, ''Canti popolari abruzzesi''. — Milano, Ricordi.
{{Sc|Finamore G.}}, ''Melodie popolari abruzzesi'', nell’«Arch. per lo studio delle trad. pop.». — Palermo, 1894.
{{Sc|Molinaro del Chiaro L.}}, ''Canti popolari teramesi''. — Napoli, 1871.
{{Sc|De Nino A.}}, ''Usi e costumi abruzzesi.'' — Firenze, 1881-91.
{{Sc|Finamore G.}}, ''Il pastore e la pastorizia in Abruzzo'' nell’“Archivio„, 1885.
{{Sc|Finamore G.}}, ''Tradizioni popolari abruzzesi'', — Lanciano, 1886.
{{Sc|Finamore G.}}, ''Credenze, usi e costumi abruzzesi.'' — Palermo, 1890.
{{Sc|finamore G.}}, ''Melodie popolari abruzzesi'', nell’“Archivio„. — 1894.
{{Centrato|'''Campania.'''}}
Di recenti ed illustri studiosi di questa regione avrei desiderato elencare gli scritti, ma il Di Giacomo ed il Russo, primi fra tutti, forse non volendo, più verisimilmente non potendo, mancarono al mio cortese appello. La Campania perciò mi riesce più povera di
quanto speravo.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 226 —|}}</noinclude>{{Sc|De Meglio V.}}, ''Eco di Napoli''. — Milano, Ricordi.
{{Sc|Imbriani V.}}, ''Canti popolari dei dintorni di Morigliano''. — Napoli, 1871.
{{Sc|Casetti e Imbriani}}, ''Canti popolari delle province meridionali.'' — Torino, 1871-72.
{{Sc|Molinaro Del Chiaro L.}}, ''Canti del popolo napoletano.'' — Napoli, 1880.
{{Sc|Imbriani V.}}, ''Canti popolari avellinesi", nel “Propugnatore„ — Bologna, 1871.
{{Sc|Molinaro Del Chiaro L.}}, ''Canti del popolo di Meta, Pian di Sorrento''. — Napoli, 1879.
{{Sc|Capone G.}}, ''Canti popolari inediti di Montella''. — Napoli, 1881.
{{Sc|Amalfi G.}}, ''Cento canti del popolo di Serrara d’Ischia''. — Milano, 1881.
{{Sc|Amalfi G.}}, ''Canti del popolo di Pian di Sorrento''. — Milano, 1883.
{{Sc|Brandileone F.}}, ''Canti di Buonabitacolo'', Salerno nel «G. B. Basile». — Napoli, 1883.
{{Sc|Amalfi G.}}, ''A proposito di danze macabre'' nel “G. B. Basile„, 1883.
{{Sc|Imbriani V.}}, ''Canti popolari raccolti a Pomigliano d'Arco'' nel “G. B. Basile„ 1883.
{{Sc|Desennar L.}}, ''Canto del popolo di Pagognano'' nel " “G. B. Basile„, 1883.
{{Sc|Molinaro Del Chiaro L.}}, ''Canti del popolo di Casamicciola'', nel “G. B. Basile„. 1883.
{{Sc|Della Sala V.}}, ''Storie popolari napoletane'', nel “G. B. Basile„. 1883.
{{Sc|Croce B.}}, ''Canti popolari racc. in Napoli nel villaggio del Vomero'', nel “G. B. Basile„. 1883.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" />{{RigaIntestazione||— 226 —|}}</noinclude>{{Sc|De Meglio V.}}, ''Eco di Napoli''. — Milano, Ricordi.
{{Sc|Imbriani V.}}, ''Canti popolari dei dintorni di Morigliano''. — Napoli, 1871.
{{Sc|Casetti e Imbriani}}, ''Canti popolari delle province meridionali.'' — Torino, 1871-72.
{{Sc|Molinaro del Chiaro L.}}, ''Canti del popolo napoletano.'' — Napoli, 1880.
{{Sc|Imbriani V.}}, ''Canti popolari avellinesi", nel “Propugnatore„ — Bologna, 1871.
{{Sc|Molinaro del Chiaro L.}}, ''Canti del popolo di Meta, Pian di Sorrento''. — Napoli, 1879.
{{Sc|Capone G.}}, ''Canti popolari inediti di Montella''. — Napoli, 1881.
{{Sc|Amalfi G.}}, ''Cento canti del popolo di Serrara d’Ischia''. — Milano, 1881.
{{Sc|Amalfi G.}}, ''Canti del popolo di Pian di Sorrento''. — Milano, 1883.
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{{Sc|Imbriani V.}}, ''Canti popolari raccolti a Pomigliano d'Arco'' nel “G. B. Basile„ 1883.
{{Sc|Desennar L.}}, ''Canto del popolo di Pagognano'' nel " “G. B. Basile„, 1883.
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{{Sc|Della Sala V.}}, ''Storie popolari napoletane'', nel “G. B. Basile„. 1883.
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| Nome e cognome dell'autore = E. T. A. Hoffmann
| Nome e cognome del curatore =
| Titolo =Ignazio Denner
| Anno di pubblicazione = 1816
| Lingua originale del testo = tedesco
| Nome e cognome del traduttore = G. B.
| Anno di traduzione = 1835
| Progetto = Letteratura
| Argomento = Racconti
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Hoffmann - Racconti III, Milano, 1835.djvu
| prec = La casa deserta
| succ = Il Diavolo (Hoffmann)
}}
{{Raccolta|Racconti (Hoffmann)}}
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==Indice==
* {{testo|/Capitolo I}}
* {{testo|/Capitolo II}}
* {{testo|/Capitolo III}}
* {{testo|/Capitolo IV}}
* {{testo|/Capitolo V}}
* {{testo|/Capitolo VI}}
* {{testo|/Capitolo VII}}
* {{testo|/Capitolo VIII}}
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|Note=Nota: la struttura ns0 è provvisoria; probabilmente i singoli elementi saranno convertiti in elementi autonomi di livello principale, associati a un tl/Intestazione. Molto interessante il Registro dei nomi, che contiene notizie abbastanza dettagliate dei vari autori. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 20:19, 19 set 2026 (CEST)
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Discussioni indice:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu
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@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Consiglio preliminare. Si tratta di un'antologia, e ogni brano è seguito dal ''nome dell'autore'' e dalla ''lingua originale''. Per una corretta categorizzazione, transcluderei ciascun brano in una pagina ns0 principale, riuniti in una "raccolta di raccolte" a due livelli (pagina base, libro). OK?
Non c'è fretta, prima finisco l'Avesta. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 15:00, 15 set 2026 (CEST)
:Antologie... bestie nere! Ci devo pensare. '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 23:59, 16 set 2026 (CEST)
::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] @[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Un esempio di antologia con caratteristiche simili è [[Antologia provenzale]] a cui ci si può ispirare nella struttura della digitalizzazione. Peccato che Italo Pizzi non abbia messo anche una datazione per ciascun brano, saremo costretti a usare date approssimative, a meno che qui non ci sia qualche orientalista esperto... [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 21:35, 18 set 2026 (CEST)
:::@[[Utente:Myron Aub|Myron Aub]] Grazie del suggerimento. Per ora ho costruito un Sommario provvisorio a sottopagine, ma penso che lo convertirò sul modello dell'edizione che mi hai indicato. Penso di partire, con la trascrizione, con il Registro dei nomi che cercherò di associare a elementi wikidata. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 20:22, 19 set 2026 (CEST)
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== Struttura ==
@[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Consiglio preliminare. Si tratta di un'antologia, e ogni brano è seguito dal ''nome dell'autore'' e dalla ''lingua originale''. Per una corretta categorizzazione, transcluderei ciascun brano in una pagina ns0 principale, riuniti in una "raccolta di raccolte" a due livelli (pagina base, libro). OK?
Non c'è fretta, prima finisco l'Avesta. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 15:00, 15 set 2026 (CEST)
:Antologie... bestie nere! Ci devo pensare. '''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">ε</span><span style="color:blue;">Δ</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">ω</span>]]''' 23:59, 16 set 2026 (CEST)
::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] @[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Un esempio di antologia con caratteristiche simili è [[Antologia provenzale]] a cui ci si può ispirare nella struttura della digitalizzazione. Peccato che Italo Pizzi non abbia messo anche una datazione per ciascun brano, saremo costretti a usare date approssimative, a meno che qui non ci sia qualche orientalista esperto... [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 21:35, 18 set 2026 (CEST)
:::@[[Utente:Myron Aub|Myron Aub]] Grazie del suggerimento. Per ora ho costruito un Sommario provvisorio a sottopagine, ma penso che lo convertirò sul modello dell'edizione che mi hai indicato. Penso di partire, con la trascrizione, con il Registro dei nomi che cercherò di associare a elementi wikidata. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 20:22, 19 set 2026 (CEST)
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<i>«Il suo tappeto egli di perle ornava
::Che India remota invia;
::Di gemme il suo tappeto ei tempestava
::Di Persia e di Soria;
::Fragranza al suo tappeto egli donava
::D'incenso vaporante
::Delle arabiche piante».</i>
::::({{Sc|Miro e Naida}}, romanzo orientale)
</poem><noinclude></noinclude>
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Questo libro non è mio. È opera di molti e molti altri, dei quali, nel modo che ho potuto meglio, io mi son fatto modesto interprete per farne intendere la voce e comprendere il pensiero e il sentimento a chi fra noi ama gli studî letterari, e più ancora a chi desidera di conoscere come pensassero e giudicassero un giorno uomini tanto lontani da noi di tempo e di luogo. Ho voluto anche cooperar con esso a togliere, se pure sarà da tanto anche in parte minima, quel vieto errore che noi abbiamo ereditato dai nostri vecchi, e secondo cui i popoli d’Oriente e le loro letterature, se pur ne hanno alcuna, non meritano nè studio nè considerazione.
Con questo intendimento che, come spero, avrà l’approvazione d’ogni studioso che non nutra più le idee viete d’un tempo quando pareva sacrilegio il leggere alcun che che non fosse o italiano o latino o greco, io mi son posto a questo lavoro, confortato dall’esempio di non pochi valentuomini che del pari l’hanno avuto o l’hanno, sì che, mentre altri mi hanno preceduto, mi trovo avere gli altri per compagni. Parlo di
{{AutoreCitato|Cesare Cantù|Cesare Cantù}} che nella sua ''Letteratura delle Nazioni'' fece conoscere, in quel modo che allora si poteva, ma con proposito degno di tutta lode, qualche parte delle letterature d’Oriente e d’Occidente; di {{AutoreCitato|Gaspare Gorresio|Gaspare Gorresio}}, di {{AutoreCitato|Giovanni Flechia|Giovanni Flechia}}, di {{AutoreCitato|Antonio Marazzi|Antonio Marazzi}}, traduttori insigni di cose indiane, di {{AutoreCitato|Michele Amari|Michele Amari}}, gran conoscitore della storia musulmana e traduttore maestro di cose arabiche. Ora poi, fra i contemporanei, per tacer d’altri benemeriti viventi, hanno fatto opera<noinclude></noinclude>
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veramente degna, tale che sarà molto proficua agli studî, i chiari Professori che hanno dato fuori testè due Antologie, una assai vasta e comprensiva, l’altra più ristretta e sobria, ma di larga veduta ambedue, ambedue intese a far conoscere ai lettori italiani tanta parte, tradotta, di letterature Sstraniere<ref>''Poeti stranieri lirici, epici, drammatici, scelti sulle versioni italiane'' da '''L. Morandi e D. Ciàmpoli''', Lipsia, R. Gerhard, 1904; — ''Letterature straniere, Manuale comparativo corredato di esempi'', ecc. ''per cura di'' '''Guido Mazzoni''' e '''Paolo Emilio Pavolini''', Firenze, G. Barbèra, 1906.</ref>.
Senonchè queste due ''Antologie'' comprendono l’Oriente e l’Occidente, dal Giappone alla Spagna, dalla Spagna all’America, muovono dai tempi della ''Bibbia'' e del ''Rigveda'' e scendono fino ai moderni, mentre io, nel libro che ora presento al pubblico, non sono è non voglio essere tanto universale. Quelle due ''Antologie'' raccolgono l’opera, come è naturale, di molti e molti traduttori. Quanto invece io raccolgo nel mio libro, antologia anch’esso, fu tutto tradotto, come meglio ho potuto, da me. Ciò potrebbe parere ostentazione vana € leggera; ma, quando si saprà entro quali limiti ho voluto far la scelta e quali ragioni mi hanno guidato in questa scelta, si vedrà che non ho avuto tutto il torto facendo come ho fatto; e, d’altra parte, per quegli Autori e per quei loro libri che ho voluto e dovuto tradurre io, mancano quasi tutte, per non dire tutte, le traduzioni. Questa, come ognuno facilmente comprenderà, è stata valevolissima ragione per non aver potuto far diversamente. Aggiungo che queste traduzioni mie, fatta eccezione per una o due, sono tutte inedite.
L’intendimento mio adunque fu quello di scegliere sol tanto tra quelle letterature d’Oriente che hanno avuto maggiore o minor rapporto con le nostre e che sono l’araba e la persiana in particolare, poi la siriaca e l’ebraica, anche la sanscrita o indiana. La scelta anzi fu condotta in modo da far conoscere al lettore italiano più la vita intima e privata delle genti orientali che la pubblica, più il pensiero intimo e connaturato, che quello che diremo voluto dalle leggi o dalle consuetudini ufficiali e pubbliche, più il sentimento spontaneo e sincero che le manifestazioni, imposte dal vivere sociale, di sentimenti molte volte fittizî, più il costume del vivere comune che l’apparato, comandato dai riti religiosi, dal cerimoniale delle corti, dalle necessità del vivere ufficioso.<noinclude></noinclude>
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veramente degna, tale che sarà molto proficua agli studî, i chiari Professori che hanno dato fuori testè due Antologie, una assai vasta e comprensiva, l’altra più ristretta e sobria, ma di larga veduta ambedue, ambedue intese a far conoscere ai lettori italiani tanta parte, tradotta, di letterature Sstraniere<ref>''Poeti stranieri lirici, epici, drammatici, scelti sulle versioni italiane'' da '''L. Morandi e D. Ciàmpoli''', Lipsia, R. Gerhard, 1904; — ''Letterature straniere, Manuale comparativo corredato di esempi'', ecc. ''per cura di'' '''Guido Mazzoni''' e '''Paolo Emilio Pavolini''', Firenze, G. Barbèra, 1906.</ref>.
Senonchè queste due ''Antologie'' comprendono l’Oriente e l’Occidente, dal Giappone alla Spagna, dalla Spagna all’America, muovono dai tempi della ''Bibbia'' e del ''Rigveda'' e scendono fino ai moderni, mentre io, nel libro che ora presento al pubblico, non sono è non voglio essere tanto universale. Quelle due ''Antologie'' raccolgono l’opera, come è naturale, di molti e molti traduttori. Quanto invece io raccolgo nel mio libro, antologia anch’esso, fu tutto tradotto, come meglio ho potuto, da me. Ciò potrebbe parere ostentazione vana e leggera; ma, quando si saprà entro quali limiti ho voluto far la scelta e quali ragioni mi hanno guidato in questa scelta, si vedrà che non ho avuto tutto il torto facendo come ho fatto; e, d’altra parte, per quegli Autori e per quei loro libri che ho voluto e dovuto tradurre io, mancano quasi tutte, per non dire tutte, le traduzioni. Questa, come ognuno facilmente comprenderà, è stata valevolissima ragione per non aver potuto far diversamente. Aggiungo che queste traduzioni mie, fatta eccezione per una o due, sono tutte inedite.
L’intendimento mio adunque fu quello di scegliere sol tanto tra quelle letterature d’Oriente che hanno avuto maggiore o minor rapporto con le nostre e che sono l’araba e la persiana in particolare, poi la siriaca e l’ebraica, anche la sanscrita o indiana. La scelta anzi fu condotta in modo da far conoscere al lettore italiano più la vita intima e privata delle genti orientali che la pubblica, più il pensiero intimo e connaturato, che quello che diremo voluto dalle leggi o dalle consuetudini ufficiali e pubbliche, più il sentimento spontaneo e sincero che le manifestazioni, imposte dal vivere sociale, di sentimenti molte volte fittizî, più il costume del vivere comune che l’apparato, comandato dai riti religiosi, dal cerimoniale delle corti, dalle necessità del vivere ufficioso.<noinclude></noinclude>
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Ora, per far ciò, piuttosto che ricorrere alle opere che hanno avuto fin dalle origini una grande importanza sociale, civile, religiosa, o anche letteraria, artistica e storica, era ovvio che io dovessi ricorrere, come appunto son ricorso, alle tradizioni, talvolta anche del volgo, alle memorie popolari, agli aneddoti che pure essendo storici, hanno impronta o intima o personale, alle novelle, anche alle favole, alle sentenze, ai proverbî. Ha ragione {{AutoreCitato|Plutarco|Plutarco}} quando, incominciando a raccontar la vita di Alessandro, dice che il costume e l’indole d’un uomo ci son tratteggiati da un suo motto, da un suo atto, da un fatto intimo, anche se minimo, assai meglio che dalle sue imprese guerresche o civili per quanto grandi e clamorose. Con questo, tutta quella parte di letteratura, che, alquanto umile, ritrae la vita casalinga, il costume appartato, il vivere e il modo di vivere d’un popolo o di una gente qualsiasi, è pur sempre un prezioso documento per lo studioso, massime quando vi si rispecchiano i pensieri, le opinioni, i giudizî, gli affetti, i desiderî, le passioni di quella stessa gente, quali non trovano luogo o espressione nella letteratura più alta, data agli alti argomenti. E, nel caso nostro presente, tanto più che l’Oriente da noi è quasi interamente sconosciuto ai più, non era o non è forse utile farle conoscere, quelle letterature, nella loro parte alquanto più modesta, ma non meno meritevole di studio e di considerazione?
Si vedrà perciò che, in questa mia Antologia, nulla ho posto dei grandi libri dell’Oriente, sacri, dottrinali, epici, i quali hanno avuto presso quei popoli l’altissimo ufficio di regolarne le sorti con gl’insegnamenti religiosi e civili, con le speculazioni filosofiche, coi magnifici racconti del passato. Se ho fatto qualche eccezione, fu brevissima e rara. Nulla pertanto ho dato del ''Rigveda'', nulla della ''Bibbia'', nulla del ''Corano''. Dei due poemi indiani, il ''Mahâdbhârata'' e il ''Râmâyana'', e del grande poema persiano di Firdusi, ''il Libro dei Re'', ho dato soltanto un tenue saggio nel senso che conveniva all’indole dell’Antologia stessa, e non altro.
Se questa troverà lettori, almeno per quanto d’importante vi ho potuto comprendere e raccogliere, essa potrà loro rappresentare l’Oriente (quella parte di esso, s’intende, che vi si trova contemplata) in maniera ben diversa da quella secondo cui son soliti a vederselo rappresentato. Perchè, nei nostri manuali di storia, anche in quelli più pregiati, non si<noinclude></noinclude>
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rinvengono consuetamente che poche notizie, erronee non di rado, intorno a quelle antiche e misteriose religioni dell’Oriente, e accanto a queste alcune altre poche intorno alle principali successioni dei sovrani, a qualche personaggio di là mal conosciuto e mal qualificato, e quasi sempre un silenzio profondo intorno alle letterature. Che anzi, senza proprio saperne nulla, ecco che quei poveri popoli orientali sono caricati gratuitamente da noi d’ogni più rea accusa. Essi che nell’Antichità e nel Medio Evo ci hanno tramandato tanta parte del sapere, sono da noi considerati come la gente più spregevole, nemica della civiltà, barbara perciò nell’indole e nel costume, serva d’ogni passione più abietta, stupidamente vile dinanzi a idoli e a tiranni.
Essi però, sapendo in qual conto noi li teniamo, ricordando inoltre (e come se ne ricordano!) d’esserci stati maestri un giorno, allegramente si vendicano. Hanno giornali e periodici (chi direbbe che quei barbari son giunti ad aver tanto?) e in quei giornali e periodici o discutono e giudicano di proposito e con serietà delle cose nostre, anche delle più gravi e importanti, o si fanno beffa solenne di noi e dei fatti nostri<ref>Chi leggesse, per esempio, la Rivista musulmana scritta in francese, ''l’Arafate'', che ora si pubblica al Cairo da Mahmûd Sâlim, e il Periodico ''al-Nâdi'' (il Convito) che si pubblica pure al Cairo in arabo, in turco, in italiano, dal Dott. E. Insabato, vedrebbe come là sono conosciute le cose nostre, come se ne giudica, compresavi la storia, la politica, la religione, la cultura e altre cose molte. Ciò per la parte seria. Per la parte buffa, ricorderemo soltanto il bisticcio, tanto frequente in bocca dei Persiani: ''Fireng i bi-ferhèng'', cioè: «Europei (Franchi), gente senza buon senso!», e una briosa commedia persiana di Muhammed Giafar Qaragiadeghî, in cui si dicono dei nostri dignitari pubblici (ministri, consoli, presidenti di tribunale) cose amenissime, e più ancora delle nostre dame, in ispecie di quelle di Parigi. Se ne ha una bella traduzione italiana del D.r '''E. Ramondo''': ''Monsieur Jourdan'' (è il protagonista), ''Commedia persiana'', Torino, ''Tip. degli Artigianelli'', 1898. Il testo ne è stato pubblicato a Vienna (A. Holder, 1889) dal D.r '''A. Wahrmund''', con traduzione tedesca e vocabolario persiano-tedesco.</ref>. Se poi, nelle cose della politica e della guerra, abbiano saputo farci intendere, anche di recente, quanto possano valere, è quello che ciascuno di noi ha potuto toccar con mano e comprendere.
Ma, lasciando questo punto che ora non c’importa, chi vorrà leggere le pagine degli Autori orientali raccolte qui, potrà facilmente ricredersi di qualche suo giudizio erroneo,<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
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quando, per esempio, vedrà che qualche filosofo 0 cosmografo o naturalista, sia arabo o persiano, va discorrendo (prescindendo dal valore intrinseco delle dottrine) di cose morali e di naturali in modo non dissimile da un filosofo 0 da un naturalista greco, o da uno dei nostri anche dei più grandi; che i fatti e gli avvenimenti storici e quelli inventati, e più ancora gli aneddoti che toccano costumi e caratteri d’uomini, sono narrati con quella lepidezza, festività, naturalezza, con quel brio, che noi crediamo esser dote peculiare soltanto degli scrittori moderni, massime francesi; che certe osservazioni sono tanto acute e sagaci quanto quelle di qualunque maggior conoscitore nostro del cuore e della natura umana, e mostrano tanto buon senso quanto ogni più bella sentenza o giudizio d’ogni nostro più grave e savio pensatore; che qualcuno di quegli scrittori di là ha osato affrontar questioni difficilissime, e ciò tra il IX e il XII secolo d. C. (parlo degli Arabi e dei Persiani soltanto), quando noi eravamo nella più profonda ignoranza. E lascio di toccare dei grandi libri, che, per le ragioni dette avanti, ho lasciati da parte; ma posso ben dir qui soltanto di passaggio che certi canti guerrieri dei poemi persiani e degl’indiani rivaleggiano degnamente con gli omerici, massime in quello del persiano Firdusi, per il quale (appunto per la meravigliosa somiglianza dello stile grandemente epico) si è posta la questione se egli avesse conosciuto Omero; che certe liriche amorose, indiane e persiane, hanno tratti così delicati da potersi paragonare a quelle d’{{AutoreCitato|Anacreonte|Anacreonte}} e di {{AutoreCitato|Quinto Orazio Flacco|Orazio}}; che qualche inno vedico ha l’impeto e l’entusiasmo lirico d’ogni più alto inno religioso partecipante dell’epico; che qualche storico musulmano, per gli alti concetti suoi intorno ai governi e al modo del giudicar la storia, può stare accanto ai più illustri tra i nostri. Ricordo ancora come {{AutoreCitato|Michele Amari|Michele Amari}} non dubitasse di mettere accanto alle più belle pagine del {{AutoreCitato|Niccolò Machiavelli|Machiavelli}} i ''Prolegomeni'' che {{AutoreCitato|Ibn Khaldun|Ibn Khald̂ùn}}, storico musulmano del secolo XIV, nativo dell’Hadhramaut nell’Arabia meridionale, ha premessi alla sua grande opera.
In questo modesto lavoro, adunque, ho pur voluto secondare anche una volta quello stesso intendimento che ho avuto anche in altri<ref>Mi sia concesso ricordare che fin dal 1878 diedi fuori qui a Torino (Ed. E. Loescher) una mia ''Antologia epica'' con molti passi, tradotti, tolti dalle epope persiana, indiana, scandinava, germanica, slava, finnica.</ref>, cioè di far conoscere qualche buon tratto<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— xiv —|}}</noinclude>
delle letterature d’Oriente fin là dove mi fosse concesso dalle mie forze, parendomi che quell’accoglienza e quell’ammirazione che da noi, dopo tanti contrasti, furono concesse e tributate allo {{AutoreCitato|William Shakespeare|Shakespeare}}, al {{AutoreCitato|Johann Wolfgang von Goethe|Goethe}}, allo {{AutoreCitato|Friedrich Schiller|Schiller }} e ad altri, possano pur essere concesse a questi altri, fratelli nostri anch’essi, cooperatori anch’essi nel gran cammino della civiltà. Che se stimerà qualcuno che questa mia è opera di volgarizzatore, non di ricercator di cose nuove, sia pure! Io, per cotesto, mi contenterò, anzi mi glorierò, trovandomi come tale in assai buona compagnia, da che, per tacer dei passati, vi sono gl’illustri miei maestri, {{AutoreCitato|Emilio Teza|Emilio Teza}} e {{AutoreCitato|Michele Kerbaker|Michele Kerbaker}}, i miei dotti e valenti colleghi, {{AutoreCitato|Paolo Emilio Pavolini|Paolo Emilio Pavolini}}, Giuseppe Morici, {{Wl|Q3830714|Leopoldo Pullè}}, {{Wl|Q4516003|Francesco Cimmino}}, {{Wl|Q3659359|Carlo Formichi}}, Oreste Nazari, Carlo Sapienza e altri. I quali tutti, con molta perizia d’arte, avendo fatto conoscere agl’Italiani tanta parte della letteratura orientale e arricchito di non poco la patria letteratura, non meritano certamente d’esser chiamati col nome di volgarizzatori o di compilatori, a meno che la filologia, come qualcuno vorrebbe, non sia altro che una angusta e gretta scienza di glosse, di varianti e di descrizioni di codici, dispersi e sepolti per le biblioteche. La filologia che vuole essere e vitale e proficua, tale che a volta a volta possa ristorare di nuovi elementi le letterature quasi esauste e decrepite, è ben diversa, e ben diversa da quella pedantesca e sterile la richiede la recente coltura. «La cultura del nostro tempo, diceva il Goethe molto acutamente, è alta assai. Scienza e arte non possono fare a meno l’una dell’altra. Filologia, senza idee d’arte, ha un occhio solo»<ref>''Breviario del Goethe'' (''Goethebrevier''), pubblicato di recente da '''K. Heinemann''' (XXVI, 221).</ref>.
Quest’Antologia pertanto, così concepita e così composta, si suddivide in sette libri secondo la natura degli argomenti diversi che vi si trattano. E il primo contiene racconti storici, non però di quelli che toccano gravi fatti o politici o civili o religiosi, sì bene, consentaneamente a quanto s’è detto avanti, fatti accaduti a grandi personaggi storici nella vita pubblica e nella privata, avvenimenti ora tragici, ora lieti, fatti di pietà e di crudeltà, di bontà e di malvagità, appropriati per tratteggiar caratteri, costumi, usi, leggi e modi, tanto lontani dai nostri, di giudicare e di pensare. Il secondo è tutto, anch’esso, di passi narrativi, ma di genere diverso, dicendovisi<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— xv —|}}</noinclude>
di fatti nuovi e straordinari, di casi strani, non senza qualche leggenda qua e là. Le novelle, tanto atte e proprie per far conoscere i costumi, sono state raccolte nel terzo libro; 6 il quarto ha descrizioni di paesi e di cose naturali, importante non meno degli altri per la storia delle cognizioni scientifiche dei tempi a cui si riferiscono gli Autori. I tre ultimi son come dati al pensiero intimo, perchè o contengono considerazioni morali e filosofiche, tutte belle, tutte dettate da una intima coscienza, da un elevato sentimento, superiori talvolta, come non di rado accade, alle prescrizioni delle leggi sritte; o hanno sentenze e proverbî di gran senso, o detti arguti, o facezie, o favole, tutte di significato morale; ovvero espongono fantasiose allegorie, intese a velar dottrine filosofiche e spirituali, tra le quali quella del cero e della farfalla, la più bella indubbiamente tra le allegorie orientali, passata nel Medio Evo ai mostri poeti d’Occidente per significarvi, come in Oriente, il consumarsi dell’anima amante nell’ardente amplesso dell’oggetto del suo amore.
Traducendo i passi raccolti, mi son tenuto fedele al testo quanto più ho potuto (anche nei passi poetici, che ho resi in versi), non intendendo tuttavia di tradire l’indole del fare e dello stile nostro italiano. Per la retta intelligenza poi delle cose che vi si leggeranno (tanto sono diverse dalle nostre), ho posto qua e là sobrie e parche note, quelle sole che ho stimate necessarie e indispensabili, alcune anche biografiche. Ma alla fine del volume, un registro a parte reca i nomi degli Autori più illustri e quelli dei personaggi più celebri, per i quali non sarebbe bastata una semplice nota, con qualche breve cenno intorno alla loro vita, alle opere, agli scritti. Ho dovuto citare, specialmente nelle note, qualche opera dei nostri; ma devo domandar venia al lettore se qualche non rara volta l’ho rimandato, per notizie più ampie, anche a qualcuna opera mia. Più che per altro, mi son permesso di far ciò, data l’indole di questo libro.
Il quale, se non erro, potrà servire da lettura amena e istruttiva nello stesso tempo, potrà far conoscere ai giovani in particolare molte cose che non sanno ovvero imperfettamente sanno, perchè l’Oriente, pur dopo tanti e valorosi studî, è sempre tuttora quel misterioso castello ermeticamente chiuso. E per molti sarà questa una novità vera nella sostanza, nel modo, nella forma, nello stile, perchè gli scrittori di là qui appunto sono introdotti a parlare, a narrare, ad esprimere {{Pt|pen-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— xvi —|}}</noinclude>
{{Pt|sieri|pensieri}} e giudizî, con le loro stesse parole. Le notizie, perciò, sono di tanto e più immediate e più genuine, e come tali cagionano in noi l’illusione di trovarci trasportati d’un tratto in mezzo a quelle genti, a così gran distanza di tempi e di luoghi, quando là ferveva tanta vita intellettuale mentre, da noi, soltanto qualche incerto albore accennava a gran stento che sarebbero state disperse le tenebre del Medio Evo.
Intanto, augurando lieta fortuna al libro, porgo i miei più vivi ringraziamenti all’Amico carissimo, il Dott. Licinio Bergonzi, perchè io debbo in gran parte a lui se l’Egr. Editore ne ha intrapreso ed eseguito la pubblicazione.
{{a destra|{{Sc|Italo Pizzi.|2em}}}}
''Torino, 27 Febbraio 1906.''<noinclude></noinclude>
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{{Ct|f=150%|v=1|LIBRO PRIMO}}
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{{FI
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}}
{{block|t1|1. Nobile fermezza d’un discendente degli Ommiadi.}}
Fu riferito ad Harùn al-Rashîd (1) che, a Damasco,
un tale, superstite della famiglia degli Ommiadi, possedeva grandi ricchezze, godeva di gran riputazione, vi era
obbedito, e vi aveva una turba di figli e di schiavi che
di quando in quando montavano a cavallo, portavano
armi, e facevano scorrerie nel paese di Rùm (2); che egli,
inoltre, era buono, generoso, largo nel donare e nell’ospitare, e che, perciò, esso Hardn non doveva tenersi punto
sicuro di lui (3). Tutto ciò parve cosa assai grave al
Califfo, e Manara (4), a questo proposito, raccontava:
Haàrùn andava appunto pensando a questo affare (ed
egli, durante uno de’ suoi pellegrinaggi, tenevasi allora
(1) Per questo e per altri nomi di personaggi illustri e degli Autori,
vedi il Registro dei nomi in fine del volume.
(2) Nel territorio soggetto all’Impero di Rim, cioè di Costantinopoli.
(8) Il Califfo Hàrùàn era degli Abbàssidi che, saliti al trono nel 790
d. C.,, perseguitavano gli Ommiadi a cui avevano tolto il potere.
(4) Capo della guardia poliziesca del Califfo,
Lore pani
—ai e
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Alex brollo
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{{block|t1|1. Nobile fermezza d’un discendente degli Ommiadi.}}
Fu riferito ad Harùn al-Rashîd (1) che, a Damasco,
un tale, superstite della famiglia degli Ommiadi, possedeva grandi ricchezze, godeva di gran riputazione, vi era
obbedito, e vi aveva una turba di figli e di schiavi che
di quando in quando montavano a cavallo, portavano
armi, e facevano scorrerie nel paese di Rùm (2); che egli,
inoltre, era buono, generoso, largo nel donare e nell’ospitare, e che, perciò, esso Hardn non doveva tenersi punto
sicuro di lui (3). Tutto ciò parve cosa assai grave al
Califfo, e Manara (4), a questo proposito, raccontava:
Haàrùn andava appunto pensando a questo affare (ed
egli, durante uno de’ suoi pellegrinaggi, tenevasi allora
(1) Per questo e per altri nomi di personaggi illustri e degli Autori,
vedi il Registro dei nomi in fine del volume.
(2) Nel territorio soggetto all’Impero di Rim, cioè di Costantinopoli.
(8) Il Califfo Hàrùàn era degli Abbàssidi che, saliti al trono nel 790
d. C.,, perseguitavano gli Ommiadi a cui avevano tolto il potere.
(4) Capo della guardia poliziesca del Califfo,
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Alex brollo
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{{block|t1|1. Nobile fermezza d’un discendente degli Ommiadi.}}
Fu riferito ad Harùn al-Rashîd (1) che, a Damasco,
un tale, superstite della famiglia degli Ommiadi, possedeva grandi ricchezze, godeva di gran riputazione, vi era
obbedito, e vi aveva una turba di figli e di schiavi che
di quando in quando montavano a cavallo, portavano
armi, e facevano scorrerie nel paese di Rùm (2); che egli,
inoltre, era buono, generoso, largo nel donare e nell’ospitare, e che, perciò, esso Hardn non doveva tenersi punto
sicuro di lui (3). Tutto ciò parve cosa assai grave al
Califfo, e Manara (4), a questo proposito, raccontava:
Haàrùn andava appunto pensando a questo affare (ed
egli, durante uno de’ suoi pellegrinaggi, tenevasi allora
(1) Per questo e per altri nomi di personaggi illustri e degli Autori,
vedi il Registro dei nomi in fine del volume.
(2) Nel territorio soggetto all’Impero di Rim, cioè di Costantinopoli.
(8) Il Califfo Hàrùàn era degli Abbàssidi che, saliti al trono nel 790
d. C.,, perseguitavano gli Ommiadi a cui avevano tolto il potere.
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Alex brollo
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Fu riferito ad Hârûn al-Rashîd<ref>Per questo e per altri nomi di personaggi illustri e degli Autori, vedi il Registro dei nomi in fine del volume.</ref> che, a Damasco, un tale, superstite della famiglia degli Ommiadi, possedeva grandi ricchezze, godeva di gran riputazione, vi era obbedito, e vi aveva una turba di figli e di schiavi che di quando in quando montavano a cavallo, portavano armi, e facevano scorrerie nel paese di Rûm<ref>Nel territorio soggetto all’Impero di Rûm, cioè di Costantinopoli.</ref>; che egli, inoltre, era buono, generoso, largo nel donare e nell’ospitare, e che, perciò, esso Hârûn non doveva tenersi punto sicuro di lui<ref>Il Califfo Hârûn era degli Abbàssidi che, saliti al trono nel 790 d. C.,, perseguitavano gli Ommiadi a cui avevano tolto il potere.</ref>. Tutto ciò parve cosa assai grave al Califfo, e Manara<ref>Capo della guardia poliziesca del Califfo.</ref>, a questo proposito, raccontava:
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Alex brollo
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 2 —|}}</noinclude>
in Kûfa, ed era l’anno 186<ref>Anno dell’Egira, cioè 802 d.C.</ref>, anzi, ritornato dal convegno dei pellegrini, aveva già seritto ai figliuoli suoi in riguardo alla successione del regno), quando un giorno, essendo solo, mi mandò a chiamare e mi disse: T’ho fatto chiamare per cosa che mi fa pensare e mi toglie il sonno. Guarda ora tu come hai da fare.
E m’informò del caso di quell’Ommiade, e soggiunse: Parti all’istante. Io ho già pensato a provvederti le cavalcature e a procacciarti l’occorrente per il tuo mantenimento, per la spesa, per le armi; e togli con te un centinaio di fanti e mettiti per la campagna. Questa è una lettera mia per il governatore di Damasco, e queste son catene. Incomincia da quell’Ommiade, e s’egli ti dà ascolto e obbedisce, incatenalo e menalo qui da me; e se si oppone, starai attento tu con quelli che saran venuti con te, ch’egli non fugga. Manda allora la lettera al governatore perchè ti dia aiuto. Mettetegli le mani addosso, e tu ritorna da me con lui. T’ho fissato sei giorni per l’andata, altri sei per il ritorno, e un giorno di sosta a Damasco, Questo poi è il palanchino<ref>Intende una specie di corba doppia posta sul dorso d’un cammello. Una parte ne pende da un fianco; l’altra, dall’altro. Vi stanno persone, robe, derrate.</ref>. Quando avrai incatenato il tuo uomo, ne lo caccerai in una delle corbe, e tu t’appollaierai nell’altra. Non affiderai a nessun’altra persona la sua custodia finchè tu non sii ritornato qui al tredicesimo giorno da che sarai partito. Quando gli sarai entrato in casa, perquisiscila tutta, e vedi quanta gente ci sta, figliuoli, servitori, paggi, e fa un computo della sostanza sua e dei possessi suoi e di chi va e viene. Tienti bene a mente, parola per parola, tutto ciò ch’egli ti dirà dal momento che tu l’avrai veduto, fino alla tua venuta qui da me con lui, e guarda che non ti sfugga nulla di ciò che lo tocca e riguarda. Vattene!
Ripiglia Manâra:
Salutai e partii. Uscito di là, montai su di un cammello e m’incamminai divorando la via di stazione in<noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 9 —|}}</noinclude><section begin="s1" />
paose, alla mia famiglia e ai miei figliuoli. — Noi farem
cotesto, disse. Ma tu domanda ciò che ti necessita in riguardo al tuo grado e al tuo vivere, perchè un pari tuo
non può a meno di abbisognar d’alcun che di questo
genere. — E quegli rispose: O Principe dei credenti, i
tuoi ufficiali operano secondo giustizia, e io, per questa
loro giustizia, mon ho bisogno di far domande. Le faccende mie vanno bene, la gente del mio paese si sta
ugualmente bene per la retta amministrazione che vi Sì
fa sotto la protezione del Principe dei credenti. — Ritòrnati adunque, disse Al-Rashîd, in così buona salvaguardia
al tuo paese e mandaci tue lettere quando te ne venga
necessità.
L’Ommiade lo salutò, e quand’egli si volse per uscire,
Al-Rashîd mi disse: O Manara, accompagnalo subito e,
come sei venuto, va di ritorno con lui fino alla casa sua
donde l’hai tolto. Là gli darai l’addio e poi ritornerai.
Ripiglia Manàra:
To non mi staccai più dall’Ommiade finchè non giunsi
con lui alla sua abitazione dove tutta la sua famiglia ne
rimase consolata e lieta. Volle farmi un bel donativo, e
io me ne ritornai.
(dall’arabo di Al-IHMdi)
<section end="s1" /><section begin="s2" />
{{block|t1|2. Umiltà e giustizia del Califfo Omar.}}
Zeyd ibn Aslam (1) raccontava:
Una notte, il Principe dei credenti Omar (che Iddio
sia contento di lui!) andò in persona a far la ronda, e io
era con lui. Uscimmo di Medina, ed ecco che là, in
luogo deserto, era un abituro abbandonato € in rovina
donde luccicava un lume. Omar mi disse: 0 Zeyd, vieni!
Andiamo e vediamo chi è la. — Come fummo vicini,
vedemmo una donna che aveva posto sul fuoco un caldaio,
e due bambini che le dormivano ai piedi, ed essa andava
(1) Amico @ confidente del Califfo Omar ibn al-Kbattàb,<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/585
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 569 —|}}</noinclude>
{{Ct|f=150%|v=1|L=5px|NOTE}}
I. — Il precedente '''Registro''' comprende soltanto i nomi
di quegli Autori dei quali sono stati riferiti nel volume
passi di una certa lunghezza. Dei seguenti non meno illustri, ma dei quali tuttavia, per ragioni dette nella Prefazione non abbiam potuto riferir che assai poco, abbiam
fatto brevissimo cenno in nota di mano in mano che se
ne è riferito qualche passo:
:Abû Nuvâs, poeta arabo;
:Abû Obeyd, raccoglitore di proverbi arabi;
:Al-Buhturi, poeta;
:Bûzurcimihr, il gran savio persiano;
:Al-Ghazzâli, filosofo e teologo;
:Al-Giâhiz, filosofo;
:Hillel, dottore giudeo;
:Imru ’l-Qeys, antico poeta arabo;
:Kisâi, poeta persiano;
:Al-Mamûn, Califfo Abbasside;
:Moâviya, primo Califfo Ommiade;
:Al-Mutalammis, antico poeta arabo;
:Nâbigha, antico poeta arabo;
:Rûdeghi, poeta persiano;
:Tarafa, antico poeta arabo;
:Al-Thaâlibi, letterato, storico, filosofo;
e altri non pochi di minor grido, oltre alcuni anonimi.
II. — Gli scritti riferiti e tradotti, in tutto il volume,
sono in numero di 386, salvo errore, e, secondo le lingue,
sono ripartiti nella seguente maniera:
{| class=tab_note
|dall’arabo||169.
|-
|dall’ebraico||57.
|-
|dal pehlevico||1.
|-
|dal persiano||104.
|-
|dal sanserito||46.
|-
|dal siriaco||7.
|-
|dal talmudico||1.
|-
|dal zendo||1.
|}<noinclude></noinclude>
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Alex brollo
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 569 —|}}</noinclude>
{{Ct|f=150%|v=1|L=5px|NOTE}}
I. — Il precedente '''Registro''' comprende soltanto i nomi
di quegli Autori dei quali sono stati riferiti nel volume
passi di una certa lunghezza. Dei seguenti non meno illustri, ma dei quali tuttavia, per ragioni dette nella Prefazione non abbiam potuto riferir che assai poco, abbiam
fatto brevissimo cenno in nota di mano in mano che se
ne è riferito qualche passo:
:Abû Nuvâs, poeta arabo;
:Abû Obeyd, raccoglitore di proverbi arabi;
:Al-Buhturi, poeta;
:Bûzurcimihr, il gran savio persiano;
:Al-Ghazzâli, filosofo e teologo;
:Al-Giâhiz, filosofo;
:Hillel, dottore giudeo;
:Imru ’l-Qeys, antico poeta arabo;
:Kisâi, poeta persiano;
:Al-Mamûn, Califfo Abbasside;
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:Al-Mutalammis, antico poeta arabo;
:Nâbigha, antico poeta arabo;
:Rûdeghi, poeta persiano;
:Tarafa, antico poeta arabo;
:Al-Thaâlibi, letterato, storico, filosofo;
e altri non pochi di minor grido, oltre alcuni anonimi.
II. — Gli scritti riferiti e tradotti, in tutto il volume,
sono in numero di 386, salvo errore, e, secondo le lingue,
sono ripartiti nella seguente maniera:
{| class=tab_note
|dall’arabo||169.
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|dal siriaco||7.
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Fiori d'Oriente (1907)
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Alex brollo
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wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=25%|data=18 settembre 2026}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore = Autori vari
| Nome e cognome del curatore =
| Titolo =Fiori d'Oriente
| Anno di pubblicazione =
| Lingua originale del testo =
| Nome e cognome del traduttore = Italo Pizzi
| Anno di traduzione =
| Progetto = letteratura
| Argomento =
| URL della versione cartacea a fronte = Indice:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu
}}
<pages index="Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu" from="5" to="5" />
==Indice==
* {{testo|/Prefazione}}
* {{testo|/Libro primo}}
* {{testo|/Libro secondo}}
* {{testo|/Libro terzo}}
* {{testo|/Libro quarto}}
* {{testo|/Libro quinto}}
* {{testo|/Libro sesto}}
* {{testo|/Registro dei nomi}}
* {{testo|/Indice}}
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Ars et Labor, 1908 vol. I/N. 1/Quattro canzoni di Amaranta. N.4 Che dici, o parola del saggio?
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text/x-wiki
{{Qualità|avz=75%|data=20 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../La vigilia di Natale|succ=../Chiacchiere di un Ingenuo
|autore=Francesco Paolo Tosti
|argomento = Partiture}}
<div class="no-stampa">
[[File:Che dici, o parola del saggio?.midi|thumb|center|200px|Ascolta il brano per intero.<br>{{Centrato|[[Discussione:Ars et Labor, 1908 vol. I/N. 1/Quattro canzoni di Amaranta. N.4 Che dici, o parola del saggio?|Nota alla trascrizione]]}}]]
{{Cassetto|
|MargineDestro=0
|Titolo=Presentazione
|Testo=
{{smaller|<pages index="Ars_et_Labor,_1908_vol._I.djvu" from="109" to="109" />}}
| Default = Aperto
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</div>
<pages index="Ars et Labor, 1908 vol. I.djvu" from="91" to="98" />
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Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/986
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Tuvok1968
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|978}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}E se altri verrà stimando che io il faccia per provocare indulgenza e benignità verso queste povere pagine, io non mi sbraccerò per provargli il contrario.
{{larger|770.}} — Sappiasi adunque che poste insieme, or fa qualche tempo, le molte carte dove io ero andato, parte abbozzando e parte sponendo i miei cinque Libri di cosmologia, m’entrò in cuore (come spesso mi accade) un dubbio fierissimo d’aver gittato il mio tempo, e che era miglior senno il mettere li scartabelli in disparte od anche farne un falò in cospetto della effigie di {{AutoreCitato|Antonio Rosmini|Antonio Rosmini}} che là pendeva da una parete del mio scrittoio. E mentre io mi rivolgevo in tale umor malinconico, volle il caso che venissermi sotto gli occhi le ''Memorie del generale Carlo Zucchi'', un picciolo volume nel quale a pag. 107 leggevo queste parole: Bologna era sossopra. Le politiche fazioni febbrilmente s’agitavano ed erano alcuni che speravano
vincere tuttavia con l’aiuto del furore popolare. Fra essi stava il conte Terenzio Mamiani.{{spazi|2}}.{{spazi|2}}.{{spazi|2}}.{{spazi|2}}.{{spazi|2}}.{{spazi|2}}.{{spazi|2}}.{{spazi|2}}.{{spazi|2}}
Egli venne da me, mentre fuggivano i suoi colleghi di governo per sollecitarmi a mettermi a capo della popolazione, onde sostenere per le vie della città una disperata resistenza.
{{larger|771.}} — Per prima cosa, io mi sentii commovere l’animo da dolcezza non ordinaria per la menzione cortese che di me volle fare pubblicamente quel veterano insigne dell’armi italiane e il quale più volte posesi a pericoli estremi per carità della nostra infelice patria. Il secondo mio moto fu di sorridere di quella baldanza davvero giovanile e inconsiderata e paragonarla con la presente pusillanimità. Sebbene io sentivo la differenza che passa tra il cimentarsi nelle sollevazioni legittime e nelle prove temerarie ma generose d’un popolo e l’affrontare il giudicio dei dotti sopra un lavoro di scienza. Chè<noinclude><references/></noinclude>
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|Sottotitolo=Canzone
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|Lingua=Italiano
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|Editore=Bottega di poesia
|Città=Milano
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@[[Utente:Pic57|Pic57]] Vedi se le cose sono migliorate. Il titolo provvisorio ns0 è [[Do mi sol... la do mi... (musica)]] [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 06:47, 23 set 2026 (CEST)
:Perfetto! Grazie molte @[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]. Anche il titolo nsO credo vada bene: lo distingue dal cantastorie. Ho qualche altra pagina scadente per lo stesso problema: pagine pdf con musica già trascritta e formattata. A questo punto cercherò di migliorare il pdf e ricaricarlo pari pari su Commons in modo da tener buona la trascrizione e tutto il resto [[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 16:02, 23 set 2026 (CEST)
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== test ==
@[[Utente:Pic57|Pic57]] Vedi se le cose sono migliorate. Il titolo provvisorio ns0 è [[Do mi sol... la do mi... (musica)]] [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 06:47, 23 set 2026 (CEST)
:Perfetto! Grazie molte @[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]. Anche il titolo nsO credo vada bene: lo distingue dal cantastorie. Ho qualche altra pagina scadente per lo stesso problema: pagine pdf con musica già trascritta e formattata. A questo punto cercherò di migliorare il pdf e ricaricarlo pari pari su Commons in modo da tener buona la trascrizione e tutto il resto [[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 16:02, 23 set 2026 (CEST)
::@[[Utente:Pic57|Pic57]] Io mi muovo male con i pdf, converto in djvu per comodità, e non ho un Adobe originale. Cosa usi per convertire una serie di immagini in un pdf? [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 16:45, 23 set 2026 (CEST)
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@[[Utente:Pic57|Pic57]] Vedi se le cose sono migliorate. Il titolo provvisorio ns0 è [[Do mi sol... la do mi... (musica)]] [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 06:47, 23 set 2026 (CEST)
:Perfetto! Grazie molte @[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]]. Anche il titolo nsO credo vada bene: lo distingue dal cantastorie. Ho qualche altra pagina scadente per lo stesso problema: pagine pdf con musica già trascritta e formattata. A questo punto cercherò di migliorare il pdf e ricaricarlo pari pari su Commons in modo da tener buona la trascrizione e tutto il resto [[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 16:02, 23 set 2026 (CEST)
::@[[Utente:Pic57|Pic57]] Io mi muovo male con i pdf, converto in djvu per comodità, e non ho un Adobe originale. Cosa usi per convertire una serie di immagini in un pdf? [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 16:45, 23 set 2026 (CEST)
:::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] in genere I love pdf funziona bene un po' per tutto https://www.ilovepdf.com/it [[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 16:54, 23 set 2026 (CEST)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 3 —|''Camera dei deputati''|riga=si}}
{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{Ct|t=3|v=1|'''APPUNTI PER UNA RELAZIONE CONCLUSIVA'''}}
1. Durante la esperienza ormai oltre decennale della Commissione,
notevoli elementi di novità sono intervenuti nelle materie di pubblico interesse oggetto di inchiesta.
In particolare, per ciò che riguarda le ''stragi cosiddette impunite''' tre
giudicati di condanna si sono formati sui sanguinosi attentati di Peteano,
di Bologna e del treno 904. A ciò si sono aggiunte nuove ed importanti
inchieste giudiziarie, che hanno riguardato:<br>
— il contesto eversivo, in cui maturò la strage di Piazza Fontana (dott. Salvini);<br>
— la strage di via Fatebenefratelli (dott. Lombardi);<br>
— la caduta dell'Argo 16 (dott. Mastelloni<br>
— la strage di piazza Fontana (dott.ri Pradella e Meroni);<br>
— l'evento di Ustica (dott. Priore).
Tutte queste indagini si sono concluse nel corso della presente legislatura ed hanno dato luogo a fasi dibattimentali chiuse da condanne in
primo grado per via Fatebenefratelli, da una pronuncia assolutoria per
l'Argo 16, mentre sono in corso i processi per piazza Fontana e per
Ustica.
Una ulteriore istruttoria è in corso per la strage di Brescia da parte
della locale Procura, che, a quanto si è appreso, ha dato già luogo alla for-
mulazione di imputazioni.
Di tutto ciò la Commissione deve preliminarmente prendere atto; pur
se è vero che ai fini di una ricostruzione storica degli eventi oggetto di
inchiesta, il vincolo derivante dai giudicati è indubbiamente relativo. (È
pur possibile in sede storica ritenere che il Nazareno e Socrate non fossero
colpevoli!). A fortiori ancor più relativo è il vincolo che deriva da ipotesi
accusatorie non ancora cristallizzate in giudicati (come per via Fatebenefratelli, per piazza Fontana e per Ustica) o da indagini giudiziarie non ancora concluse (Brescia).
Ciò malgrado la situazione che è venuta a determinarsi è tale da rendere inattuale, anche dal punto di vista istituzionale, un'investigazione che
attenga alle «cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi», una volta che per alcune di esse l'individuazione in sede giudiziaria è pure avvenuta e per altre indagini e processi sono allo stato in corso.
Attuali divengono, quindi, altri interrogativi, cui sul piano di un giudizio parlamentare politico, la Commissione può provare a dare risposta,
interrogandosi:
— sul perché le stragi sono avvenute;<noinclude><references/></noinclude>
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1. Durante la esperienza ormai oltre decennale della Commissione,
notevoli elementi di novità sono intervenuti nelle materie di pubblico interesse oggetto di inchiesta.
In particolare, per ciò che riguarda le ''stragi cosiddette impunite''' tre
giudicati di condanna si sono formati sui sanguinosi attentati di Peteano,
di Bologna e del treno 904. A ciò si sono aggiunte nuove ed importanti
inchieste giudiziarie, che hanno riguardato:<br>
— il contesto eversivo, in cui maturò la strage di Piazza Fontana (dott. Salvini);<br>
— la strage di via Fatebenefratelli (dott. Lombardi);<br>
— la caduta dell'Argo 16 (dott. Mastelloni<br>
— la strage di piazza Fontana (dott.ri Pradella e Meroni);<br>
— l'evento di Ustica (dott. Priore).
Tutte queste indagini si sono concluse nel corso della presente legislatura ed hanno dato luogo a fasi dibattimentali chiuse da condanne in
primo grado per via Fatebenefratelli, da una pronuncia assolutoria per
l'Argo 16, mentre sono in corso i processi per piazza Fontana e per
Ustica.
Una ulteriore istruttoria è in corso per la strage di Brescia da parte
della locale Procura, che, a quanto si è appreso, ha dato già luogo alla for-
mulazione di imputazioni.
Di tutto ciò la Commissione deve preliminarmente prendere atto; pur
se è vero che ai fini di una ricostruzione storica degli eventi oggetto di
inchiesta, il vincolo derivante dai giudicati è indubbiamente relativo. (È
pur possibile in sede storica ritenere che il Nazareno e Socrate non fossero
colpevoli!). A fortiori ancor più relativo è il vincolo che deriva da ipotesi
accusatorie non ancora cristallizzate in giudicati (come per via Fatebenefratelli, per piazza Fontana e per Ustica) o da indagini giudiziarie non ancora concluse (Brescia).
Ciò malgrado la situazione che è venuta a determinarsi è tale da rendere inattuale, anche dal punto di vista istituzionale, un'investigazione che
attenga alle «cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi», una volta che per alcune di esse l'individuazione in sede giudiziaria è pure avvenuta e per altre indagini e processi sono allo stato in corso.
Attuali divengono, quindi, altri interrogativi, cui sul piano di un giudizio parlamentare politico, la Commissione può provare a dare risposta,
interrogandosi:
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|979}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}là è glorioso persino il soccombere, e qua invece la disfatta succede immancabilmente con vergogna e con beffa.
{{larger|772.}} — Tuttavolta, quell’essere stato come a forza rimenato dal detto libro alle memorie di mia giovinezza e quel ripensare alla fiducia e serenità dello spirito che io venni allora serbando a Rimini, ad Ancona e perfino nelle prigioni dell’Austria in Venezia, mi rinfusero in cuore più calma e più sicurezza che io non era per procurarmi da me medesimo. Quindi ripigliata la penna, posimi alacremente a dar compitezza all’opera mia.
{{larger|773.}} — Quando ecco un altro accidente mi sopraggiunse di lì a pochi mesi che rinnovò i dubj e rinfrescò le paure con troppa ragione. Io aveva per appunto finito di ricopiare il quarto Libro di questo volume dov’è quasi tutta delineata la teorica della vita, allorchè il signor Marco Debrit ginevrino, e dell’Italia si benemerito, venne a visitarmi colà dove io ero (che non ero in Italia), e meco s’intrattenne amorevolmente più giorni in conversazioni tanto piacevoli quanto per me istruttive e fruttuose. «Parmi, disse egli un mattino, che la condizione vostra presente sia molto più riposata e benissimo accomodata a ripigliare con agio gli studj intermessi.» — «Così è, rispondevagli io. Nè il corso di mia natura poteva essere impedito e sviato per lungo tempo. Nasce ciascuno sotto sua stella. Io nacqui col prepotente bisogno di investigare, e forse mai sempre a vuoto, l’alta cagione e ragione delle cose. Nondimeno, mi è forza dire che del picciolo ed oscuro mio dramma l'episodio ultimo è stato bellissimo e invidiabile a tutti. E così ò confermato quel giudicio dei rètori che nella più parte dei poemi prevale e vince indebitamente la bellezza degli episodj<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|NOTTE DI NATALE.}}|281}}</noinclude>andremo all’Albergo ''Cavour'', mangeremo de’ tartufi e beveremo dello Sciampagna. Ci divertiremo.
— Ma io non la conosco, lei.
— Dopo cena, vedrà, saremo amici vecchi. —
Sorrise di quel sorriso che mi aveva sedotto e che mi aveva fatto rabbrividire, poi in atto di grande risoluzione, esclamò: — Andiamo. —
La stanza dell’albergo ''Cavour'', dove abitavo da parecchi giorni, era ben calda: le fiamme guizzavano nel caminetto. Feci accendere due candelabri e il lampadario che pendeva dalla volta. In quella gran luce le pareti d’un giallo d’oro a fiori rossi stridevano.
II maestoso cameriere guardò la ragazza dalla testa ai piedi con nobile sussiego, e cominciò ad apparecchiare la tavola, un tavolino ovale, che stava accanto al fuoco, e che fu tosto coperto di ogni sorta di cose ghiotte. Il mio stomaco era impaziente: se mi avessero squartato il ventricolo, come fanno agli agnelli per cavarne la pepsina, mi avrebbero trovato dentro una rara abbondanza di succhi gastrici. L’appetito, il bisogno di mangiare era così violento, che mi sembrava impossibile di non poter di-<noinclude><references/></noinclude>
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Candalua
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text/x-wiki
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— Ma io non la conosco, lei.
— Dopo cena, vedrà, saremo amici vecchi. —
Sorrise di quel sorriso che mi aveva sedotto e che mi aveva fatto rabbrividire, poi in atto di grande risoluzione, esclamò: — Andiamo. —
La stanza dell’albergo ''Cavour'', dove abitavo da parecchi giorni, era ben calda: le fiamme guizzavano nel caminetto. Feci accendere due candelabri e il lampadario che pendeva dalla volta. In quella gran luce le pareti d’un giallo d’oro a fiori rossi stridevano.
Il maestoso cameriere guardò la ragazza dalla testa ai piedi con nobile sussiego, e cominciò ad apparecchiare la tavola, un tavolino ovale, che stava accanto al fuoco, e che fu tosto coperto di ogni sorta di cose ghiotte. Il mio stomaco era impaziente: se mi avessero squartato il ventricolo, come fanno agli agnelli per cavarne la pepsina, mi avrebbero trovato dentro una rara abbondanza di succhi gastrici. L’appetito, il bisogno di mangiare era così violento, che mi sembrava impossibile di non poter di-<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/294
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Candalua
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|282|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>gerire; e quella festa del ventre, invocata in vano da tanto tempo, m’aveva fatto quasi scordare la mia crestaia. S’era già levata il cappellino, aveva già buttato sopra una seggiola il manicotto, sopra una poltrona la mantiglia, e stava allo specchio a ravviarsi i capelli. Le sue braccia, alzate in tondo verso l’alto del capo, lasciavano vedere nette le linee del corpo, appena nascosto dall’abitino attillato, così leggero, che pareva da estate. La feci sedere di contro a me, senza neanche guardarla, e cominciammo a sorbire delle grosse ostriche e a bere del buon vino d’ambra, che mi dava la vita. Gli incomodi lunghi, tenaci, insopportabili de’ miei intestini erano spariti. Respiravo; gioivo; o Dio! potevo al fine mangiare. Avevo già da molti mesi esaurito tutti i medicamenti possibili, persino, con mia onta, quelli delle quarte pagine dei giornali; avevo interrogato i medici illustri di Berlino e di Parigi: e dovevo, non ostante, campare di brodi allungati, di latte, di caffè, di pezzettini di carne sanguinolenta. Epicuro, Epicuro! E mi passò nel cervello l’imperatore Tiberio, che diede dugentomila sesterzi al suo poeta per un dialogo, in cui i funghi, il beccafico, l’ostrica e il tordo si disputano la preminenza.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/295
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Candalua
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|NOTTE DI NATALE.}}|283}}</noinclude>{{Nop}}
Quanto a me avrei dato la preminenza al fagiano co’ tartufi, che la mia bella ed io mangiavamo in religioso raccoglimento, dissetandoci a sorsi a sorsi col Bordò squisito. La varietà dei bicchieri era andata crescendo. Ogni candela mandava sulle loro faccette una striscia lucida come di piccole scintille elettriche. V’era il disegno del calice, il disegno della tazza, la pancia larga, il collo lungo, bicchieri, bicchierini, bicchieretti, e, solenne, quello grosso dell’acqua, ancora asciutto. Ad ogni scossa della tavola traballavano, tintinnavano, e le scintille bianche del vetro scorrevano a mille sulla tovaglia. Il vino somigliava a pietre preziose liquefatte, amatiste, rubini, topazii.
Il cameriere, disposti in ordine i dolci sulla tavola e sturate le bottiglie dello Sciampagna, ci fece una riverenza rispettosissima, non priva di malizia, ed uscì.
— Non vuoi altro, cara?
— No, grazie, ho la pancia piena.
— Un bicchiere di Sciampagna?
— Questo sì. Mi piace tanto, e n’ho bevuto una sola volta in vita mia.
— Quando?
— Una sera che due signori mi condussero a cena al ''Rebecchino'', V’era anche un’altra ragazza.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/296
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Candalua
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|284|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>{{Nop}}
— E il tuo sposo?
— Che sposo?
— Quello che aspettavi sulla porta stasera.
— Ah, non me ne rammentavo. Il diavolo se lo porti.
— Non gli vuoi bene?
— Io? Lo conosco da dieci giorni, ed è ammogliato. Le ho detto che aspettavo il mio sposo tanto perchè lei, che mi pareva un buon signore, non pensasse male de’ fatti miei.
— Dammi del tu.
— Come vuole.
— Dimmi, non sei mai stata innamorata?
— Mi lasci.... lasciami pensare. Una volta, credo; ma per pochi giorni. Era un uomo di quarant’anni, coi baffi neri. Mi picchiava e voleva ch’io gli trovassi danaro. Già tutti gli uomini si somigliano. Senti, senti com’è andata la storia... —
Non la ascoltavo più: la guardavo. Era brutta. La personcina non c’era male, ma il volto aveva de’ lineamenti triviali, la pelle ruvida chiazzata di macchiette gialle, le occhiaie verdastre, il fronte solcato di sottili rughe parallele. La interruppi mentre continuava a raccontarmi con voce rauca le sue avventure e si divertiva a mescere insieme i vini di diversi colori per tracannare quelle sporche misture:<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/297
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Candalua
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|NOTTE DI NATALE.}}|285}}</noinclude>{{Nop}}
— Quanti anni hai?
— Diciannove — e ripigliò la sua narrazione interrottamente. Si alzava, guardava con curiosità le grandi cornici dorate degli specchi, si sdraiava sui seggioloni, sul sofà, si buttava sul letto, mi veniva dietro le spalle per carezzarmi con le mani aspre, poi mangiava de’ confetti, ne riempiva le tasche; vuotava, facendo cadere il vino dall’alto, un bicchiere di Sciampagna, e guardava con curiosità uno ad uno gli oggetti che stavano sui cassettoni e sui tavolini. Pigliò in mano i ritratti dell’Emilia, gridando:
— Oh, la ho trovata, la ho trovata; eccola la tua amorosa. —
Una vampa di vergogna e d’ira mi salì al capo e, sbalzando in piedi:
— Dammi quei ritratti.
— L’amorosa, l’amorosa.
— Dammi quei ritratti subito — ripetevo con furore; ed ella, correndo intorno alla stanza e montando sulle seggiole e alzando in aria i ritratti, continuava stupidamente: — L’amorosa, l’amorosa. —
Allora la rabbia mi chiuse gli occhi; le corsi dietro, ripetendo ancora con voce strozzata: — Dammi quei ritratti, maledetta bestia — e glieli strappai di mano, dopo averla stretta<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|286|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>così violentemente al polso che, gettato un grido, cadde sulla scranna quasi svenuta.
Le fui subito intorno con l’acqua di Colonia. Si riebbe tosto, benchè le dolesse un poco il braccio e la mano. Io le bisbigliavo, arrossendo del mio atto brutale: — Perdonami. Ho avuto torto. — Levai dal cassetto un orologio, che avevo comperato giorni addietro, e le passai intorno al collo la catena. Ella guardò attentamente l’orologio, che era piccoletto, e la catena, che era grossa, e mi chiese tutta rabbonita, continuando il suo esame:
— Son d’oro?
— Certo. —
Alzò il capo e mi fissò in volto con gli occhi neri, che sfavillavano: e sorrideva. La faccia aveva preso nella gioia nuova; le labbra coralline ed una espressione aperte in arco facevano cornice al candore niveo dei denti perfetti. Somigliava, in fatti, all’Emilia.
— Mi perdoni? — le dissi.
Corse vicino a me e mi strinse fra le sue braccia; indi si mise a sedere sopra uno sgabello basso, allungando le gambe sul tappeto e posando il capo sulle mie ginocchia. Rovesciava la testa indietro; i capelli arruffati emezzo sciolti le facevano da origliere. Così, seduto com’ero in una grande poltrona, mi<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|NOTTE DI NATALE.}}|287}}</noinclude>curvavo in giù a guardarla, e la pregavo di sorridere aprendo bene la bocca.
Il vino, che avevo bevuto, e le ghiottonerie, che avevo mangiato (altrettanto non potrei mangiare e bere in un anno) mi avevano lasciato, con mio grande stupore, liberissimo lo stomaco; ma, certo, mi avevano esaltato la fantasia. Non ero ubriaco, poichè mi rammento oggi per filo e per segno le più minute cose di quella notte; ma vivevo in uno stato strano di orgasmo fisico e morale, che, senza scenare punto la memoria, toglieva la responsabilità delle azioni. Avrei potuto uccidere un uomo, così per giuoco, con un coltello da frutta.
I denti di quella ragazza mi affascinavano.
— Che cosa hai che mi guardi?
— Guardo i tuoi denti.
— Ti piacciono?
— Come fai a tenerli così lucenti?
— Non faccio nulla. —
Erano tutti uguali, tutti piantati regolarmente; quelli di sopra un poco più grandi e tanto sottili, che parevano trasparenti.
— Una mia amica — soggiunse la ragazza — quella che venne con me e con quei due si-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|288|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>gnori a cena al ''Rebecchino'', si fece pagare un dente. Tu avessi visto che bel dente le hanno rimesso; e non si capisce che non sia naturale. Costò salato, per altro: cinquanta lire! Pensare che io invece in certi giorni ne venderei uno per cinquanta lire.
— Dammene uno per cinquecento.
— Magari! Me lo farei rimettere e ci guadagnerei quattrocento cinquanta lire. Magari, magari! — e picchiava le mani. — Ma ora dimmi — ripigliò — perchè in grazia di quei famosi ritratti mi volevi quasi accoppare? Non volevo mangiarteli, sai.
— Non ne parliamo. È una cosa triste, che mi fa male. —
Parve mortificata sbadigliò, stirò le braccia, acconciò meglio il capo sulle mie ginocchia e s’addormento.
Io, che non volevo svegliare la fanciulla, rimasi quieto, e a poco a poco entrai ne’ miei ricordi angosciosi e cari. La Giorgetta anch’essa più volte s’era posta a dormire sulle mie ginocchia, mentre la voce limpida di sua madre mi leggeva un articolo del giornale o un capitolo di romanzo; ma i capelli della mia nipotina erano biondi come le aureole de’ santi,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|NOTTE DI NATALE.}}|289}}</noinclude>il suo viso pareva il viso di un angioletto, e il suo respiro usciva purissimo dal seno, più puro della brezza nei monti quando sorge il sole. A momenti si scuoteva; parlava in sogno alla bambola. Io aspettavo che fosse addormentata ben sodo, e poi mi alzavo adagino adagino, le mettevo un braccio sotto la schiena, coll’altro sorreggevo le gambette, e la portavo in punta di piedi, seguito dall’Emilia, nella sua bella culla d’oro, sotto al baldacchino di trine, che sua madre aveva ricamato. In quello stesso lettuccio, tanto gaio, la Giorgetta, soffocata in gola dalla difterite, svani. Prima di scappare in cielo guardò uno ad uno con i suoi occhiettini celesti me, sua madre e la vecchia Maria, e non capiva perchè si piangesse. Piangeva anche il medico.
All’Emilia i lividori sotto gli occhi, che erano prima di un azzurretto fino, diventarono bruni, profondi, e le guancie mutarono il loro morbido incarnato in una pallida tinta diafana di avorio. La soavità di quella indole dolce, pronta al bene, dimentica sempre di sè, ingenua, gentile, saggia, si purificava in natura d’angelo. Di mano in mano che il male le rodeva i visceri il suo spirito si alzava a Dio. Nelle ultime ore, martoriata da spasimi atroci, ella studiava con cento sublimi astuzie di nascon-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|290|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>derli a tutti. Quando io le sollevavo pian piano la testa e le acconciavo meglio i guanciali, mi bisbigliava con voce estinta: — Scusa sai, Giorgio. Vedi quante noie ti devo dare! — e si sforzava di stringermi la mano. E alla Maria e agli altri per qualunque piccolo servigio non tralasciava mai di ripetere, sorridendo: — Grazie. — Prima di morire parve che si sentisse meglio; mi chiamò vicino e dolcemente mi disse: — Giorgio, noi siamo nati insieme e vissuti ventiquattro anni senza lasciarci quasi mai, e tu sei stato sempre tanto e tanto buono con me. Dio ti benedica. Ma se io ti avessi mai fatto un dispiacere, uno sgarbo; se non ti avessi mostrato sempre il gran bene che ti volevo, perdonami. — Due lagrime le scesero lente dagli occhi. — Mi rincresce di morire, mi rincresce per te. La tua salute è debole. Hai bisogno di molte cure e — soggiunse dopo una lunga pausa — di molta saggezza. — Con questa parola morì. Vegliai di notte, solo, nella camera. La vecchia Maria nella stanza vicina pregava, singhiozzando. Gli occhi neri erano aperti; i capelli neri circondavano la faccia bianca; le labbra socchiuse spiccavano rosee in mezzo a quel bianco lugubre e a quel nero funereo, lasciando vedere i denti ancora più candidi del fronte di quella povera morta.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|NOTTE DI NATALE.}}|291}}</noinclude>{{Nop}}
Un urto alle gambe mi destò da’ miei tetri pensieri. Avevo la febbre, e il capo in fiamme. Tenni un poco la lama rigida di un coltello da frutta sopra il fronte, che ardeva. Quel freddo mi faceva bene.
La crestaia mandò un acre fetor di vino. Mi piegai a guardarla: era schifosa. Dormiva con la bocca aperta. Provai allora una immensa umiliazione, un terribile rimorso, e mi si destò in petto come uno spirito di vendetta furente e cauto. Guardavo il coltello, che mi stava in mano, bilanciandolo per trovare il punto del suo colpo più energico. Poi, sollevato delicatamente con un dito il labbro superiore della crestaia, diedi con la punta della lama una botta secca ad uno de’ belli denti incisivi, e, spezzandolo, ne feci volar via più di mezzo.
La ragazza ubriaca si scosse appena. Le gettai de’ cuscini sotto il capo ed andai ad aprire le finestre. La nebbia entrò nella stanza come fumo denso. Gelava. Non si vedeva nulla, neanche i fanali della via; ma si sentiva alla porta dell’albergo caricare de’ bauli sull’''Omnibus''. Mi venne la furia di partire, Il cameriere, che avevo chiamato, mi disse che quell’''Omnibus'' andava appunto alla stazione per la corsa<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|292|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>di Torino, ma che non c’era tempo da perdere. Suggellai un biglietto da cinquecento lire in una busta che diedi al cameriere, dicendo: — Consegnate questo piego alla ragazza quando si sveglia, e mandatela a casa in carrozza. Poi mettete nelle mie valigie tutto ciò che trovate sulle tavole e nei cassetti. Eccovi le chiavi. Spedite ogni cosa a Torino al mio indirizzo; ma prima inviatemi il conto, che non ho tempo di aspettare. —
Mi gettai sulle spalle la pelliccia e partii.
{{Rule|2em}}
Queste carte mi furono consegnate dal signor Giorgio tre giorni dopo il suo arrivo a Torino. Era tornato da Milano mezzo guarito della sua grave malattia di stomaco, è più attivo, più vivace di prima. Io mi sentivo rinascere. Scriveva una buona parte della giornata, e quando gli domandavo: — Che cosa scrive, signor Giorgio, con tanta furia? — egli mi rispondeva: — Scrivo le mie brutte confessioni e faccio la mia penitenza — poi soggiungeva con accento tristissimo e rassegnato: — Mia buona Maria, è una penitenza terribile! —<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|NOTTE DI NATALE.}}|293}}</noinclude>{{Nop}}
La mattina del quarto giorno non potè alzarsi dal letto; aveva una febbre che bruciava. Il medico, dopo la lunga visita, scrollò il capo e, nell’uscire, mi disse in un orecchio: — È finita. — Il Signor Giorgio non potè più inghiottire nulla, neanche il latte allungato; e la febbre continuava più violenta che mai. Era tanto debole che appena gli riesciva di sollevare il braccio. Vaneggiava quasi sempre. Parlava tra sè sotto voce. Sentivo a tratti i nomi di Giorgetta e della signora Emilia, e allora il suo volto si componeva ad una espressione di beatitudine, che strappava le lagrime; poi si rannuvolava e chiudeva gli occhi, come se una immagine spaventosa lo tormentasse.
Una sera, la settima contando dall’arrivo del signor Giorgio, un domestico venne a chiamarmi. Il malato sembrava sopito, e m’attentai a lasciarlo solo per un istante. Era una donna, che chiedeva di parlare con lui; insisteva, strepitava. Che donna! Che volto triviale, che parole e che maniere sfacciate! Mai una così svergognata femmina aveva messo il piede in questa casa. Affermava di essere creditrice del signor Giorgio per non so quanto danaro, e ch’era venuta da Milano apposta a riscuoterlo. Cercai di quietarla, promettendole, tanto perchè uscisse, che la mattina seguente<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|294|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>la avrei lasciata passare. Parve disposta ad andarsene, ma, mentre io rientravo in camera, ella mi seguì piano di dietro, e il signor Giorgio, che si era svegliato, la vide. Con le mani giunte la pregai di non muoversi e di non fiatare.
Nel lume diffuso e pallido della lucerna da notte il malato fissava quella donna abbietta. Il volto di lui si rasserenava, e con la mano la chiamò appresso. Mormorava: — Emilia! — Era un delirio dolce, e pieno, certo, di molte vaghe immagini, che si leggevano sul volto del moribondo. Voleva dire qualcosa; ma ripeteva certe parole con voce tanto flebile, ch’io stessa non le intendevo. Finalmente potei capire che chiedeva la collana di perle, una collana magnifica, ultimo regalo fatto da lui alla signora Emilia poco prima ch’ella morisse. La tolsi dallo stipo e gliela diedi.
Egli la pigliò con le due mani, facendo uno sforzo di cui non lo avrei creduto capace, e, indicato a quella brutta donna che s’inchinasse, gliela pose lento lento al collo. Sorrideva in una serenità celeste.
La donna, dopo avere guardato avidamente il prezioso gioiello, mosse le labbra ad un riso di così vile gioia, che era un orrore a vederla. Un buco nero, proprio nel mezzo dei denti<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|NOTTE DI NATALE.}}|295}}</noinclude>bianchi, la rendeva ancora più bieca. Il signor Giorgio le pianto gli occhi in volto, mandò un urlo di spavento, e, rovesciandosi sul letto, nascose la faccia nel capezzale e spirò.
{{Ct|L=0.1em|FINE.}}<noinclude><references/></noinclude>
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Storielle vane/Notte di Natale
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<noinclude><pagequality level="0" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|NOTTE DI NATALE.}}|299}}</noinclude>FRATELLI TREVES, EDITORI. MILANO.
L’ILLUSTRAZIONE ITALIANA
GIORNALE EBDOMADARIO
Anno III 1876
È IL SOLO GRANDE GIORNALE ILLUSTRATO D’ITALIA
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ITALIANA è dovuto al bisogno che sentiva il paese di avere ua organo pari alle grandi illustrazioni straniere; è dovuto all’interesse che oggidì in tutto il mondo si ha per le cose italiane; è dovuto infine alla modicità del prezzo, all’interesse delle vignette fatte appositamente, al testo di scrittori prediletti del pubblico, alla bellezza della stampa e della carta, è all’esattezza con cui tiene al corrente di tutti gli avvenimenti, sopratutto nel mondo delle arti e delle lettere.
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Le altre otto pagine comprendono: Settimana politica, Conversazione di Leone Fortis. Corriere giudiziario di R. Sacchetti, Riviste scientifiche di A. Favaro, M. Lessona, C. Anfosso, Rivistu letterarie di Emilio, Treves, Corriere di Parigi di D. A. Parodi,
Lettere dalla Spagna di G. Garzolini, Romanzi e Novelle di G. Verga,
De Amicis, C. Donati, F. Martini, e c. Corriere dello Mode, Riviste finanziarie, ecc.
L’ILLUSTRAZIONE ITALIANA ha corrispondenti in tutte le città d’Italia ed anche all’estero.
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ANNO IT. L. 25 SEMESTRE L. 13 TRIMESTRE L. 3.
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Chi manda L. 25: 50 per l’anno III della
PREMIO Illustrazione Italiana (o L. 31: 5) compreso il Supplemento di Mode) avià in dono: DITTA FROMONT
E RISLER, romanzo di Alfonso Daudet. I 50 centesimi
Bono aggiunti per le spese d’affrancazione).
Dirigere commissioni e vaglia at fratelli Treves, editori, in Milano.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="0" user="Candalua" /></noinclude>PREZZO DEL PRESENTE VOLUME: LIRE TRE.
RECENTI PUBBLICAZIONI
ARCHINTI (L.) Per pigliar sonno, racconti.
BARRILI (A. G.) Castel Gavone . . .
Come un sogno
2BETTOLI (P.) Carmelita, racconto del Tavoliere di Puglia.» 2BERSEZIO (V.) La carità del prossimo. 3. edizione.
Povera Giovanna. 2. edizione
CACCIANIGA (A.) Il bacio della contessa Savina.
CAPRANICA (L.) Donna Olimpía Pamfili. 3.* ediz.
La congiura di Brescia. 2 vol. 2. ediz.
Fra Paolo Sarpi. 2 vol. 2. ediz.
DE AMICIS (E.) Marocco. 2. edizione
D’ORMEVILLE (C.) Profili muliebri.
GUERZONI (G.) Il Teatro Italiano nel secolo XVIII.
MARTINI (F.) La strada più corta, proverbio. DONATI (C.)
Ballo dell’ambasciatore, commedia in un atto
PETRUCCELLI DELLA GATTINA (F.) Il sorbetto della regina.
STUART. Il Marchese del Cigno. 2 volumi.
ACHARD (A.) Giorgio Bonaspada (Belle-Rose) 2 volumi.» 2
CHAVETTE (E.) Quondam Bricheti..
COLLINS (Wilkie) La povera cisca. 2 volumi.
La legge e la donna o La traccia del delitto.
2 volumi.
La maschera gialla
MURRAY (G.) Storie di ieri, racconti contemporanei.
NOMBELA J.) La carrozza del diavolo.
PERCEVAL (V.) La marchesa di Douhault
PREVOST (abate) Manon Lescaut, con la nuova prefazione di A. Dumas Aglio.
WERNER. Un eroe della penna.
Woon (M.) Lady Isabel. 2 volumi
SOTTO I TORCHI.
Flora Marzia, di CESARE DONATI.
La notte del commendatore, di ANTON GIULIO BARRILI.
Papa Sisto, di LUIGI CAPRANICA.
Villa Ortensia, di A. CACCIANIGA.
Dirigere commissioni e englia ai Fratelli Treves, editori. Milano.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" /></noinclude>{{Ct|t=10|v=10|Proprietà Letteraria.}}
{{Ct|f=90%|Milano. Tipografia Fratelli Treves.}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai2" />/</noinclude>{{gap|2em}}— sulle ragioni che hanno reso così a lungo difficile individuarne gli autori;
{{gap|2em}}— sulle ragioni per cui gli esiti violenti e addirittura terroristici, che l'eruzione del '68 ha avuto in molti paesi europei (come la Francia e la Germania), in Italia soltanto si sono protratti per lunghissimo tempo, poiché quasi un ventennio separa dal '68 l'omicidio Ruffilli; e se è purtroppo vero che le braci di quella stagione non si sono mai interamente spente ed
hanno covato sotto la cenere degli anni, sì da riaccendersi recentemente in un rapido e preoccupante crescendo di attentati di opposto colore, che hanno raggiunto un nuovo acme sanguinario con l'omicidio di Massimo D'Antona.
Vi è quindi un interrogativo unico che in sé assomma e riunisce i precedenti: perché soltanto in Italia nei difficilissimi anni '70 un'intera generazione fece scelte politiche estreme e molti in gran parte giovani e giovanissimi ricorsero alla violenza sanguinaria delle armi, gli uni per abbattere lo Stato, gli altri per trasformarlo in senso antidemocratico.<br>
Occorre quindi interrogarsi in ordine ad una difficilissima stagione, che negli anni '90 la coscienza nazionale ha forse colpevolmente rimosso, sì da restare attonita davanti all'imprevisto ritorno di fantasmi di un passato, che riteneva ormai definitivamente alle spalle ed in qualche modo passato in ''giudicato''.
2. A tali interrogativi è pur possibile dare risposta, sia pur senza la pretesa di acclarare una volta per tutte la verità storica di un così difficile periodo e dei singoli eventi che lo hanno caratterizzato.
Ciò che è possibile è, infatti, soltanto rinvenire nell'enorme mole delle acquisizioni operate la possibilità di dare di quel periodo e di quegli eventi una ragionevole spiegazione, senza escludere che in un futuro anche prossimo nuove e più decisive acquisizioni consentano o in sede parlamentare o in sedi diverse (giudiziaria e/o storiografica) correzioni, puntualizzazioni e precisazioni.
Due sono le direttrici che meritano di essere seguite in tale percorso ricostruttivo.
La prima consiste nel dare atto che la storia nazionale non può essere sino in fondo compresa se avulsa dalla storia del mondo. Improduttivo sarebbe in altri termini continuare a misurarsi con una tragica stagione del vissuto nazionale, prescindendo dal contesto internazionale, nel quale lo stesso venne a situarsi.
Ma, al contempo, è necessario non perdere mai di vista la specificità politica e sociale del caso italiano, sfuggendo alla ricorrente tentazione di ritenere che le sue patologie abbiano avuto cause solo esclusivamente esogene e cioè abbiano costituito un mero riflesso interno della guerra fredda.
In questo può rinvenirsi un primo limite della proposta di relazione del 1995, che nell'individuare esattamente la situazione di tragica frontiera che visse l'Italia del periodo, adottò una chiave di lettura troppo ristretta ed unilaterale sia non valorizzando a sufficienza i caratteri propri del caso<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai2" />/</noinclude>{{gap|2em}}— sulle ragioni che hanno reso così a lungo difficile individuarne gli autori;
{{gap|2em}}— sulle ragioni per cui gli esiti violenti e addirittura terroristici, che l'eruzione del '68 ha avuto in molti paesi europei (come la Francia e la Germania), in Italia soltanto si sono protratti per lunghissimo tempo, poiché quasi un ventennio separa dal '68 l'omicidio Ruffilli; e se è purtroppo vero che le braci di quella stagione non si sono mai interamente spente ed
hanno covato sotto la cenere degli anni, sì da riaccendersi recentemente in un rapido e preoccupante crescendo di attentati di opposto colore, che hanno raggiunto un nuovo acme sanguinario con l'omicidio di Massimo D'Antona.
Vi è quindi un interrogativo unico che in sé assomma e riunisce i precedenti: perché soltanto in Italia nei difficilissimi anni '70 un'intera generazione fece scelte politiche estreme e molti in gran parte giovani e giovanissimi ricorsero alla violenza sanguinaria delle armi, gli uni per abbattere lo Stato, gli altri per trasformarlo in senso antidemocratico.<br>
Occorre quindi interrogarsi in ordine ad una difficilissima stagione, che negli anni '90 la coscienza nazionale ha forse colpevolmente rimosso, sì da restare attonita davanti all'imprevisto ritorno di fantasmi di un passato, che riteneva ormai definitivamente alle spalle ed in qualche modo passato in ''giudicato''.
2. A tali interrogativi è pur possibile dare risposta, sia pur senza la pretesa di acclarare una volta per tutte la verità storica di un così difficile periodo e dei singoli eventi che lo hanno caratterizzato.
Ciò che è possibile è, infatti, soltanto rinvenire nell'enorme mole delle acquisizioni operate la possibilità di dare di quel periodo e di quegli eventi una ragionevole spiegazione, senza escludere che in un futuro anche prossimo nuove e più decisive acquisizioni consentano o in sede parlamentare o in sedi diverse (giudiziaria e/o storiografica) correzioni, puntualizzazioni e precisazioni.
Due sono le direttrici che meritano di essere seguite in tale percorso ricostruttivo.
La prima consiste nel dare atto che la storia nazionale non può essere sino in fondo compresa se avulsa dalla storia del mondo. Improduttivo sarebbe in altri termini continuare a misurarsi con una tragica stagione del vissuto nazionale, prescindendo dal contesto internazionale, nel quale lo stesso venne a situarsi.
Ma, al contempo, è necessario non perdere mai di vista la specificità politica e sociale del caso italiano, sfuggendo alla ricorrente tentazione di ritenere che le sue patologie abbiano avuto cause solo esclusivamente esogene e cioè abbiano costituito un mero riflesso interno della guerra fredda.
In questo può rinvenirsi un primo limite della proposta di relazione del 1995, che nell'individuare esattamente la situazione di tragica frontiera che visse l'Italia del periodo, adottò una chiave di lettura troppo ristretta ed unilaterale sia non valorizzando a sufficienza i caratteri propri del caso<noinclude><references/></noinclude>
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{gap|2em}}— sulle ragioni che hanno reso così a lungo difficile individuarne gli autori;
{{gap|2em}}— sulle ragioni per cui gli esiti violenti e addirittura terroristici, che l'eruzione del '68 ha avuto in molti paesi europei (come la Francia e la Germania), in Italia soltanto si sono protratti per lunghissimo tempo, poiché quasi un ventennio separa dal '68 l'omicidio Ruffilli; e se è purtroppo vero che le braci di quella stagione non si sono mai interamente spente ed
hanno covato sotto la cenere degli anni, sì da riaccendersi recentemente in un rapido e preoccupante crescendo di attentati di opposto colore, che hanno raggiunto un nuovo acme sanguinario con l'omicidio di Massimo D'Antona.
Vi è quindi un interrogativo unico che in sé assomma e riunisce i precedenti: perché soltanto in Italia nei difficilissimi anni '70 un'intera generazione fece scelte politiche estreme e molti in gran parte giovani e giovanissimi ricorsero alla violenza sanguinaria delle armi, gli uni per abbattere lo Stato, gli altri per trasformarlo in senso antidemocratico.<br>
Occorre quindi interrogarsi in ordine ad una difficilissima stagione, che negli anni '90 la coscienza nazionale ha forse colpevolmente rimosso, sì da restare attonita davanti all'imprevisto ritorno di fantasmi di un passato, che riteneva ormai definitivamente alle spalle ed in qualche modo passato in ''giudicato''.
2. A tali interrogativi è pur possibile dare risposta, sia pur senza la pretesa di acclarare una volta per tutte la verità storica di un così difficile periodo e dei singoli eventi che lo hanno caratterizzato.
Ciò che è possibile è, infatti, soltanto rinvenire nell'enorme mole delle acquisizioni operate la possibilità di dare di quel periodo e di quegli eventi una ragionevole spiegazione, senza escludere che in un futuro anche prossimo nuove e più decisive acquisizioni consentano o in sede parlamentare o in sedi diverse (giudiziaria e/o storiografica) correzioni, puntualizzazioni e precisazioni.
Due sono le direttrici che meritano di essere seguite in tale percorso ricostruttivo.
La prima consiste nel dare atto che la storia nazionale non può essere sino in fondo compresa se avulsa dalla storia del mondo. Improduttivo sarebbe in altri termini continuare a misurarsi con una tragica stagione del vissuto nazionale, prescindendo dal contesto internazionale, nel quale lo stesso venne a situarsi.
Ma, al contempo, è necessario non perdere mai di vista la specificità politica e sociale del caso italiano, sfuggendo alla ricorrente tentazione di ritenere che le sue patologie abbiano avuto cause solo esclusivamente esogene e cioè abbiano costituito un mero riflesso interno della guerra fredda.
In questo può rinvenirsi un primo limite della proposta di relazione del 1995, che nell'individuare esattamente la situazione di tragica frontiera che visse l'Italia del periodo, adottò una chiave di lettura troppo ristretta ed unilaterale sia non valorizzando a sufficienza i caratteri propri del caso<noinclude><references/></noinclude>
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{{gap|2em}}— sulle ragioni per cui gli esiti violenti e addirittura terroristici, che l'eruzione del '68 ha avuto in molti paesi europei (come la Francia e la Germania), in Italia soltanto si sono protratti per lunghissimo tempo, poiché quasi un ventennio separa dal '68 l'omicidio Ruffilli; e se è purtroppo vero che le braci di quella stagione non si sono mai interamente spente ed
hanno covato sotto la cenere degli anni, sì da riaccendersi recentemente in un rapido e preoccupante crescendo di attentati di opposto colore, che hanno raggiunto un nuovo acme sanguinario con l'omicidio di Massimo D'Antona.
Vi è quindi un interrogativo unico che in sé assomma e riunisce i precedenti: perché soltanto in Italia nei difficilissimi anni '70 un'intera generazione fece scelte politiche estreme e molti in gran parte giovani e giovanissimi ricorsero alla violenza sanguinaria delle armi, gli uni per abbattere lo Stato, gli altri per trasformarlo in senso antidemocratico.<br>
Occorre quindi interrogarsi in ordine ad una difficilissima stagione, che negli anni '90 la coscienza nazionale ha forse colpevolmente rimosso, sì da restare attonita davanti all'imprevisto ritorno di fantasmi di un passato, che riteneva ormai definitivamente alle spalle ed in qualche modo passato in ''giudicato''.
2. A tali interrogativi è pur possibile dare risposta, sia pur senza la pretesa di acclarare una volta per tutte la verità storica di un così difficile periodo e dei singoli eventi che lo hanno caratterizzato.
Ciò che è possibile è, infatti, soltanto rinvenire nell'enorme mole delle acquisizioni operate la possibilità di dare di quel periodo e di quegli eventi una ragionevole spiegazione, senza escludere che in un futuro anche prossimo nuove e più decisive acquisizioni consentano o in sede parlamentare o in sedi diverse (giudiziaria e/o storiografica) correzioni, puntualizzazioni e precisazioni.
Due sono le direttrici che meritano di essere seguite in tale percorso ricostruttivo.
La prima consiste nel dare atto che la storia nazionale non può essere sino in fondo compresa se avulsa dalla storia del mondo. Improduttivo sarebbe in altri termini continuare a misurarsi con una tragica stagione del vissuto nazionale, prescindendo dal contesto internazionale, nel quale lo stesso venne a situarsi.
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In questo può rinvenirsi un primo limite della proposta di relazione del 1995, che nell'individuare esattamente la situazione di tragica frontiera che visse l'Italia del periodo, adottò una chiave di lettura troppo ristretta ed unilaterale sia non valorizzando a sufficienza i caratteri propri del caso<noinclude><references/></noinclude>
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Vi è quindi un interrogativo unico che in sé assomma e riunisce i precedenti: perché soltanto in Italia nei difficilissimi anni '70 un'intera generazione fece scelte politiche estreme e molti in gran parte giovani e giovanissimi ricorsero alla violenza sanguinaria delle armi, gli uni per abbattere lo Stato, gli altri per trasformarlo in senso antidemocratico.<br>
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>italiano, sia semplificando lo stesso quadro internazionale, in cui l'Italia veniva a situarsi all'interno dello scacchiere del mediterraneo.
Le acquisizioni operate e gli apporti consultivi ottenuti (specifico è il riferimento a quelli ottenuti dal prof. Ilari) nella presente legislatura, consentono, invece, una ricostruzione insieme più completa e complessa del quadro interno e dello scacchiere internazionale.
È, quindi, in questa prospettiva che può cogliersi appieno il significato attribuibile a quanto assai di recente riferito ad autorità di polizia giudiziaria dal senatore a vita Paolo Emilio Taviani, quando ha affermato che le ragioni ultime dello stragismo, che ha funestato il paese, devono rinvenirsi nella ''doppiezza della politica estera italiana''.
Ciò consente di rimodulare la categoria concettuale della sovranità limitata, ampiamente utilizzata nella proposta di relazione del 1995, atteso
che le acquisizioni operate, sol che criticamente esaminate, consentono di cogliere legami non occasionali tra fasi di più acuta tensione interna e i tentativi dei governi italiani di spingere la propria politica estera ai limiti estremi di compatibilità con l'appartenenza al blocco occidentale; e ciò sia nei rapporti con l'URSS, resi possibili dalla anomalia interna costituita dal
PCI (frontiera est-ovest), sia nei rapporti con i paesi del Nord-Africa e del Medioriente (frontiera nord-sud).
3. Nella stessa prospettiva suscettibile di rimeditazione diviene altresì la categoria concettuale del doppio Stato anch'essa ampiamente utilizzata nella proposta di relazione del 1995. La stessa, infatti, non può, come chiave ricostruttiva, essere assunta dalla Commissione quale categoria sto-
riografica, potendo al più essere utilizzata (sia pure nei limiti e con i condizionamenti di cui in seguito si dirà) nella sua attitudine descrittiva; e
cioè come idonea a descrivere specifiche modalità operative di interi settori della amministrazione statale; ed in particolare dei c.d. apparati di
forza (forze armate, carabinieri, polizia ecc...), che nel periodo ampiamente operarono ad un doppio livello, l'uno conoscibile, l'altro destinato
a restare segreto anche al Parlamento e alla autorità giudiziaria.
Le acquisizioni operate dalla Commissione consentono su ciò una serie di innumerevoli riscontri; attestano cioè nell'Italia del periodo un'abnorme estensione dell'area del segreto, certamente maggiore di quella ammissibile in un ordinamento democratico (di tale patologia valga un esempio per tutti: la lettera con cui Federico Umberto D'Amato provò a giustificare al Ministro dell'interno Rognoni la propria iscrizione alla P2. La lettera risulta inviata in fotocopia e alla magistratura e alla Commissione Anselmi. Ma l'acquisizione dell'originale direttamente operata dalla Commissione consente di qualificare le fotocopie trasmesse come veri e propri fotomontaggi e quindi falsi materiali, nei quali interi brani dell'originale non risultano riportati. Le ragioni della falsificazione non sono agevolmente percepibili; e tuttavia la falsificazione attesta la tendenza di rami della amministrazione a decidere discrezionalmente, al di fuori di ogni intervento formale della autorità politica, ciò che era conoscibile dal Parla-<noinclude><references/></noinclude>
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{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>mento e dalla magistratura; e ciò che invece era opportuno restasse sottratto ad ogni forma di contorllo democratico).
E tuttavia, tale ''dualità'', oggettivamente riscontrabile nell'agire degli apparati di forza non può essere valutata adeguatamente se non all'interno
di un contesto nazionale, che complessivamente venne a determinarsi già nei primi anni della storia repubblicana con il calare della cortina di ferro
e l'instaurarsi della guerra fredda in ragione della specifica situazione politica interna; un contesto che, nei termini che verranno immediatamente
chiariti, ben può dirsi caratterizzato da una serie di dualità interagenti.
4. Il Generale Arpino, attuale Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, in sede di audizione ha significamente dichiarato:
<<''Per noi'' (e cioè per le Forze Armate, ma il rilievo è agevolmente riferibile al complesso degli apparati di forza) ''ancora negli anni '80 un
terzo del Parlamento italiano era '''il nemico'''''».
Chiaro è il riferimento alla principale forza politica di opposizione: il PCI, la cui esperienza si è rivelata all'analisi della Commissione (partico-
lare è il riferimento alle due consulenze del professor Zaslavsky e ai più recenti contributi della contemporaneistica italiana) come costantemente
caratterizzata da una specifica dualità tra:
- ''funzione'' di opposizione democratica svolta da un partito che aveva un forte radicamento popolare; che diede un decisivo contributo nel dotare il paese di una carta costituzionale tra le più democratiche e socialmente avanzate che l'occidente iabba conosciuto; che costantemente in tutta la
sua storia difese la centralità del Parlamento; che fu sempre in prima linea in ogni lotta e/o campagna per i diritti individuali di libertà;
- e ''identità'' comunista, che ne determinava il forte legame politico e finanziario con l'URSS (riguardante fin oltre la metà degli anni '50 anche
il PSI legato al PCI dal noto patto di unità d'azione) e quindi l'adesione ad un sistema di valori, che democratico non era; e insieme ne modellava lo schema organizzatorio, non soltanto fondato sul principio del centralismo democratico, ma caratterizzato dalla esistenza di un apparato clandestino, evoluzione ben oltre il 1945 delle formazioni partigiane garibaldine, che ebbe inizialmente i caratteri tipici di una struttura insurrezionale (sia pure restata in una situazione di quiescenza e di potenzialità operativa) e
che solo con il passare degli anni si trasformò in una struttura sostanzialmente difensiva, secondo l'attenta ricostruzione operata dal prof. Zaslavsky su fonti prevalentemente sovietiche nel secondo degli apporti consultivi appena ricordati.
5. Ove si rifletta che PCI e PSI rappresentarono a lungo oltre un terzo dell'elettorato italiano può comprendersi, quindi, come una profonda frattura caratterizzasse il complesso della società italiana, con efficacia descritta dal senatore a vita Francesco Cossiga, il quale, in sede di audizione
ha in proposito parlato di «<due realtà politiche, civili e morali, due comunità politiche, quasi due patrie»; una linea di frattura che se pur non spezzava l'unità antifascista costitutiva del patto resistenziale e di quello fon-<noinclude></noinclude>
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il 26 gennaio 1865 e dedicata alla Signora Paola Righetti Boselli
{{A destra|''gli Editori''}}}}</poem><noinclude><references/></noinclude>
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g4 \! r8 r g8 bes|
\break
%rigo canto 1.4
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L'ar -- mo --nia del vo -- stro vi -- so mi ri -- pe -- te_u -- na can -- zon che non
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}
<<
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<<{\stemUp g''2.^>^\fermata}\\{e,,2.}>>|
r4 r8 _\pp c4.|
<<{e''2.^\fermata}\\{c,,2. \sustainOff}>>|
r4 r8 _\f g'''16^. e^. c^. e^. c^. a^.|
c16^. a^. f^. a^. f^. d^. f^. d^. b^. d^. b^. g^.|
\break
%rigo up 1.2
\stemUp r8 r<c e,>8 d,16_( e f g a b)|
\stemDown c8^. r8 c^~ \stemUp c16 b_\( a g f e\)|
a16_\(g f e d c d e f g a b\)|
\stemDown c8^. r8 c^~ \stemUp c16 b_\( a g f e\)|
d2._~_>|
d8 _\markup{\italic "dim."} \acciaccatura f8 e8_\( d e d e\)
\break
%rigo up 1.3
d8_\( e d e c e\)|
c8 e c e c e|
c8 e c b d b|
c e c d f d_\<|
e g e\! d _\>fis d|
<g b,>8 d\! b d <g bes> <bes d,>|
\break
%rigo up 2.4
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\key c \major
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a2.~|
a2.^\fermata|
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<f d b g>8^>\arpeggio r8 r|
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e8 g\! e g^\markup{\dynamic p \italic "legato"} e g|
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Alex brollo
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/* Test */ nuova sezione
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== Test ==
@[[Utente:Pic57|Pic57]] Mi sono precipitato in ILovePDF e ho provato a caricare le immagini jp2 (dopo conversione in jpg; io uso xnview) in un pdf e l'ho caricato sulla pagina File da Commons. Adesso le dimensioni immagine su Commons è passata a '''1754 × 1239''' pixel e la qualità mi sembra buona. Naturalmente non c'è strato OCR ma ormai la cosa non è critica: l'OCR di Proofread dà un risultato rapido ed eccellente. GRAZIE! [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 18:11, 23 set 2026 (CEST)
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Alex brollo
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text/x-wiki
== Test ==
@[[Utente:Pic57|Pic57]] Mi sono precipitato in ILovePDF e ho provato a caricare le immagini jp2 (dopo conversione in jpg; io uso xnview) in un pdf e l'ho caricato sulla pagina File da Commons. Adesso la dimensione immagine su Commons è passata a '''1754 × 1239''' pixel e la qualità mi sembra buona. Naturalmente non c'è strato OCR ma ormai la cosa non è critica: l'OCR di Proofread dà un risultato rapido ed eccellente. GRAZIE!
PS: come forse sai, IA elabora le immagini (sia pdf che cartella di file grafici) in formato jp2, da quelle ricostruisce il file pdf con OCR (comprimendo parecchio) e alimenta il visualizzatore. Succede così che quello che vedi in visualizzatore NON è quello che si vede nel pdf con OCR. Da qui ricorrenti delusioni quando si carica il pdf su Commons e il server da quello crea le jpg che vengono visualizzate in nsPagina, riducendole o ingrandendole a 1024 px di larghezza, ma se le originali sono minori di 1024 px spesso le immagini ingrandite ma degradate. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 18:11, 23 set 2026 (CEST)
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Autore:Pierre-Hippolyte Boutigny
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Panz Panz
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Autore:Christian Friedrich Schönbein
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Panz Panz
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Alex brollo
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Autore:William Snow Harris
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Panz Panz
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Categoria:Testi in cui è citato Saadi Shirazi
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text/x-wiki
{{Vedi anche autore|Saadi Shirazi}}
[[Categoria:Testi per autore citato|Shirazi, Saadi]]
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Autore:Peter Theophil Riess
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Categoria:Testi in cui è citato Farid al-Din Attar
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Alex brollo
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche autore|Farid al-Din Attar}} [[Categoria:Testi per autore citato|Attar, Farid al-Din]]
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text/x-wiki
{{Vedi anche autore|Farid al-Din Attar}}
[[Categoria:Testi per autore citato|Attar, Farid al-Din]]
ebkhhal52adihsa7kscbi1bhihu45si
Autore:Alexandre Edmond Becquerel
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Panz Panz
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| Nome = Alexandre Edmond
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Autore:Frédéric Cuvier
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Autore:François Levaillant
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Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = François | Cognome = Levaillant | Attività = esploratore/ornitologo | Nazionalità = francese | Professione e nazionalità = }}
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{{Autore
| Nome = François
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Autore:Louis Pierre Vieillot
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Louis Pierre | Cognome = Vieillot | Attività = ornitologo | Nazionalità = francese | Professione e nazionalità = }}
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Opera:Quattro canzoni di Amaranta
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Pic57
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Opera}} Le Quattro canzoni di Amaranta sono un ciclo di liriche da camera per voce e pianoforte - eseguite sia da voci femminili che maschili - composte nel 1907 da Francesco Paolo Tosti sui testi poetici di Gabriele D'Annunzio. == Edizioni == *{{Testo|Ars et Labor, 1908 vol. I/N. 1/Quattro canzoni di Amaranta. N.4 Che dici, o parola del saggio?|Quattro canzoni di Amaranta. N.4 Che dici, o parola del saggio?}}
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{{Opera}}
Le Quattro canzoni di Amaranta sono un ciclo di liriche da camera per voce e pianoforte - eseguite sia da voci femminili che maschili - composte nel 1907 da Francesco Paolo Tosti sui testi poetici di Gabriele D'Annunzio.
== Edizioni ==
*{{Testo|Ars et Labor, 1908 vol. I/N. 1/Quattro canzoni di Amaranta. N.4 Che dici, o parola del saggio?|Quattro canzoni di Amaranta. N.4 Che dici, o parola del saggio?}}
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Pic57
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@media print {
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Autore:Henri Marie Ducrotay de Blainville
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Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Henri Marie | Cognome = Ducrotay de Blainville | Attività = zoologo/naturalista | Nazionalità = francese | Professione e nazionalità = }}
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Autore:Nicolaus Michael Oppel
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Nicolaus Michael | Cognome = Oppel | Attività = naturalista | Nazionalità = tedesco | Professione e nazionalità = }}
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Autore:Patrick Russell
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Patrick | Cognome = Russell | Attività = medico/naturalista | Nazionalità = britannico | Professione e nazionalità = }}
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Autore:Pierre Denys de Montfort
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Pierre Denys | Cognome = de Montfort | Attività = zoologo/naturalista | Nazionalità = francese | Professione e nazionalità = }}
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Autore:Pierre André Latreille
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Pierre André | Cognome = Latreille | Attività = entomologo/aracnologo | Nazionalità = francese | Professione e nazionalità = }}
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Autore:Leopoldo Marco Antonio Caldani
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Leopoldo Marco Antonio | Cognome = Caldani | Attività = fisiologo/anatomista/scienziato | Nazionalità = italiano | Professione e nazionalità = }}
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Autore:Johann Gaspar Spurzheim
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Johann Gaspar | Cognome = Spurzheim | Attività = medico | Nazionalità = tedesco | Professione e nazionalità = }}
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Philippe | Cognome = Pinel | Attività = psichiatra | Nazionalità = francese | Professione e nazionalità = }}
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Autore:Jean-Étienne Dominique Esquirol
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Jean-Étienne Dominique | Cognome = Esquirol | Attività = psichiatra/scienziato | Nazionalità = francese | Professione e nazionalità = }}
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Autore:François-Emmanuel Fodéré
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = François-Emmanuel | Cognome = Fodéré | Attività = medico/botanico | Nazionalità = francese | Professione e nazionalità = }}
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{{Autore
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Autore:John Haslam
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Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = John | Cognome = Haslam | Attività = medico/farmacista | Nazionalità = britannico | Professione e nazionalità = }}
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{{Autore
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Autore:Johann Christian Reil
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Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Johann Christian | Cognome = Reil | Attività = psichiatra/anatomista/fisiologo | Nazionalità = tedesco | Professione e nazionalità = }}
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{{Autore
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Autore:Johann Christian August Heinroth
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Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Johann Christian August | Cognome = Heinroth | Attività = psichiatra | Nazionalità = tedesco | Professione e nazionalità = }}
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text/x-wiki
{{Autore
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Autore:Guillaume Ferrus
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Panz Panz
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Autore:Karl Wilhelm Ideler
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Panz Panz
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Autore:Jean-Pierre Falret
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Autore:Jacques-Joseph Moreau
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Autore:François Leuret
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Autore:Jean-Baptiste-Maximien Parchappe de Vinay
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Autore:René Laennec
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Autore:Thomas Sydenham
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Thomas | Cognome = Sydenham | Attività = medico | Nazionalità = inglese | Professione e nazionalità = }}
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wikitext
text/x-wiki
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Autore:Anton de Haen
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Anton | Cognome = de Haen | Attività = medico/professore/pedagogista | Nazionalità = olandese | Professione e nazionalità = }}
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wikitext
text/x-wiki
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Alex brollo
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proofread-page
text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="0" user="Alex brollo" /></noinclude>{{Ct|f=130%|v=1|t=2|OPERE DEL MEDESIMO AUTORE }}
{{Ct|f=100%|v=1|vendibili anche presso la Casa Editrice Scolastica }}
{{Ct|f=100%|v=1|ENRICO TREVISINI - Milano, Corso Romana, 100 }}
{{Rule|16em|t=1|v=1}}
{{indentatura}}
Firdusi, il Libro dei Re. Poema epico persiano, recato in versi italiani da I. Pizzi, 8 volumi. — Torino, 1886-89, Unione Tipografica Editrice Torinese L. 32,—
I Nibelunghi. Poema epico germanico, recato in versi italiani da I. Pizzi, 2 volumi. — Milano. Hoepli » 6,—
Le novelle indiane di Visnusarma (Panciatantra), tradotte dal sanscrito da I. PIZZI. — Torino, 1896, Unione Tipografica Editrice » 5,—
Le sentenze dì Bhartrihari, tradotte dal sanscrito da I. Pizzi. — Torino, 1899, Tip. Salesiana » 2,—
Storia della poesia persiana (con saggi tradotti di più che 120 poeti persiani), 2 volumi — Torino, 1894, Unione Tipografica Editrice » 10,—
L’Islamismo e Letteratura Araba, due Manuali Hoepli, Milano, 1903 compl. » 2,50
Grammatica elementare della lingua sanscrita, con temi, antologia e vocabolario. — Torino, 1896, Clausen » 7,—
Grammatica elementare dell’antico Iranico (Zendo e Persiano antico), con antologia e vocabolario. — Torino,1897,Clausen » 2,50
Antologia Firdusiana. Testi persiani tolti dal Libro dei Re di Firdusi, con grammatica e vocabolario. — Lipsia,Gerhard. » 12,—
Elementa grammaticae hebraicae, cum chrestomathia et glossario. — Torino, 1899, Tip. Salesiana » 1,80
Miro e Naida, romanzo orientale. Torino, Clausen, 1901» 3,—
«Bigeno,, Dramma lirico tratto dal Libro dei Re di Firdusi» 1,50
{{Rule|8em|t=1|v=1}}
Storia della letteratura italiana, ad uso delle scuole. Terza edizione riveduta. Torino, 1899, Clausen » 3,—
Storia della letteratura greca, ad uso delle scuole. — Torino,1898,Clausen» 3,—
Ammaestramenti di Letteratura per la IV (3° ed.) e per la V (12°? ed.) Classe Ginnasiale. — Torino, Gallizio » 1,50 e 1,80
Antologia epica. Seconda edizione. — Torino, Loescher » 3,50
Ricordi Verdiani. — Torino, Roux e V » 1,—
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Autore:Johann Peter Frank
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Autore:Giovanni Battista Monteggia
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Panz Panz
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Autore:Giovanni Battista Palletta
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Fiori d'Oriente (1907)/Prefazione
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<noinclude><pagequality level="3" user="Cruccone" />{{RigaIntestazione||CAPITOLO XIII|139}}</noinclude>mano per uno e l’altra in aria con le spade tentano di tagliar l’aste, mentre che un soldato vecchio, con un berrettone rosso, gridando tiene una mano nell’asta, e con l’altra inalberato una storta, mena con stizza un colpo per tagliar tutte a due le mani a coloro, che con forza digrignando i denti tentano con fierissima attitudine di difendere la loro bandiera. Oltra che in terra, fra le gambe de’ cavagli, v’ha due figure in iscorto che combattendo insieme, mentre uno in terra ha sopra uno soldato, che alzato il braccio quanto può, con quella forza maggiore gli mette alla gola il pugnale per finirgli la vita, e quello altro, con le gambe e con le braccia sbattuto, fa ciò che egli può per non volere la morte. Nè si può esprimere il disegno che Lionardo fece negli abiti de’ soldati, variamente variati da lui; simile i cimieri e gli altri ornamenti, senza la maestria incredibile che egli mostrò molto nelle forme e lineamenti de’ cavagli, i quali Lionardo meglio ch’altro maestro fece di bravura di muscoli e di garbata bellezza. Dicesi che per disegnare il detto cartone fece un edifizio artificiosissimo, che stringendolo s’alzava, ed allargandolo s’abbassava. Ed immaginandosi di volere a olio colorire in muro, fece una composizione d’una mistura sì grossa per lo incollato del muro, che continuando a dipignere in detta sala, cominciò a colare di maniera, che in breve tempo abbandonò quella, vedendola guastare».
Intorno a questo lavoro di Leonardo ha messo insieme, nelle sue note al Vasari, varie notizie e documenti {{AutoreCitato|Gaetano Milanesi|Gaetano Milanesi}}, rettificando e compiendo il racconto che ne fa messer Giorgio. Quanto al tempo preciso in cui venne dalla Signorìa allogata a Leonardo questa pittura, si congettura che dovesse essere verso l’ottobre del 1503, perchè si trova che ai 24 di detto mese i Signori e Collegi comandano al Massaio della Camera dell’Arme di consegnare a Lionardo la chiave della sala del Papa e delle altre stanze attigue nel Convento di Santa Maria Novella; e un ricordo di questo lavoro si ha da un ordine della Signorìa agli Operai di Santa Maria del Fiore del 16 dello stesso mese, perchè prestino tutto il legname occorrente a riattare il tetto del tinello della detta sala del Papa, e da un altro ordine dell’8 gennaio seguente, nel quale si commette ai detti Operai di prestare diverse sorti di legname che bisognava<noinclude></noinclude>
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Discussioni pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/17
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== Ritardo di caricamento immagini ==
{{ping|Candalua}} Le immagini sono state ricaricate su Commons (eliminazine background) ma la modifica tarda a essere applicata. Il problema sussiste anche tentando un purge sia su commons che su wikisource. Inoltre il template Book prodotto da CropTool è sempre fallato. Boh? [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 08:54, 24 set 2026 (CEST)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|980}}|{{Sc|libro quinto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}che sono in fondo intramesse ed appiccagnoli.» — «Entro, riprese il giovine, nel vostro concetto; e davvero voi dovete reputarvi felicissimo fra gli uomini di questa età d’essere stato nel governo collega del maggior politico de’ nostri tempi e avere con lui sottoscritto i decreti pei quali si accettavano quelle annessioni di provincie e que’ plebisciti di popoli che crearono alla perfine il sospirato regno d’Italia. »
{{larger|774.}} — «Voi la intedete pel verso, io risposi, e poco fa che io dovessi parere, come un proverbio dice, la quinta ruota del carro. La fortuna e gloria di quelle sottoscrizioni chi me le potrebbe strappar di mano? E v’à questo di vantaggio ch’essendosi nel 49 rinuovellato con fiera perseveranza e con acre soddisfazione il decreto del mio esilio lunghissimo, il mio buon genio porsemi il sovrumano compiacimento di cancellare io stesso quella odiosa sentenza accettando di conserto con gli altri colleghi e a nome dell’ottimo nostro Re il plebiscito dei Marchigiani e degli Umbri.
{{larger|776.}} — »Ma usciamo di queste rammemorazioni, per care e onorevoli ch’elle sieno, e torniamo a guardare nel volto celeste della nostra comune amica la Filosofia.» — «Torniamo, disse egli, ch’io lo fo sempre di gran buona voglia.»
{{larger|776.}} — Così dispiccata la mente dagl’interessi mondani, l’alzammo alla contemplazione dei divini paradigmi, e dopo un libero svagamento e discorrimento di pensieri speculativi il colloquio si ridusse quel giorno medesimo al subbietto mio geniale ed abituale che è l’ordine della natura e i misteri e le origini della vita. Sopra il che io venni a sommo agio sponendo all’amico mio i principj e le deduzioni che avevo raccolte e proponevo di mettere a stampa.
{{larger|777.}} — Al compiersi del mio discorso il Debrit fece<noinclude><references/>—</noinclude>
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Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo
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=== Indice ===
* {{testo|/1|1. Nobile fermezza d'un discendente degli Ommiadi }}
* {{testo|/2|2. Umiltà e giustizia del Califfo Omar}}
* {{testo|/3|3. Un rigido consigliere}}
* {{testo|/4|4. Lealtà eroica di Samuele giudeo}}
* {{testo|/5|5. Morte di Amr detto quel dal cane}}
* {{testo|/6|6. Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba}}
* {{testo|/7|7. Prepotenza di Koleyb e sua morte}}
* {{testo|/8|8. Gratitudine verso i benefattori ricompensata}}
* {{testo|/9|9. Vita salvata a stento}}
* {{testo|/10|10. Morte del Califfo Al-Mamûn}}
* {{testo|/11|11. Saladino}}
* {{testo|/12|12. Morte di Al-Hakim Califfo d'Egitto}}
* {{testo|/13|13. Avventure di Al-Hârith e sua morte}}
* {{testo|/14|14. Accoglienze fatte ad un celebre musico d'Arabia}}
* {{testo|/15|15. Il poeta Firdusi}}
* {{testo|/16|16. Straordinaria ostinazione d'un ladro del denaro pubblico}}
* {{testo|/17|17. La guerra di Dâhis}}
* {{testo|/18|18. Duello tra Sultano e soldato}}
* {{testo|/19|19. Crudele atto di giustizia}}
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=== Indice ===
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Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/1
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Alex brollo
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